Notizie su Israele 76 - 20 marzo 2002


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Così parla DIO, il Signore: Quando avrò raccolto la casa d'Israele in mezzo ai popoli fra i quali essa è dispersa, io mi santificherò in loro davanti alle nazioni, ed essi abiteranno il loro paese, che io ho dato al mio servo Giacobbe; vi abiteranno al sicuro; costruiranno case e pianteranno vigne; abiteranno al sicuro, quando io avrò eseguito i miei giudizi su tutti quelli che li circondano e li disprezzano; e conosceranno che io sono il SIGNORE, il loro DIO.

(Ezechiele 28:25-26)


L'OLANDA SOSPENDE I FONDI PER L'"AUTORITÀ PALESTINESE"


L'Istituto di Cultura della Comunità Islamica Italiana
ha diffuso il seguente comunicato

    Secondo quanto affermato dal sito Internet "Inyan Merkazi" e dall'agenzia di stampa Arutz 7, in netta controtendenza con l'orientamento prevalente negli altri paesi europei, il governo dei Paesi Bassi ha unilateralmente deciso di congelare immediatamente ogni forma di collaborazione con la cosiddetta "Autorità Palestinese". In un comunicato stampa il portavoce del governo olandese ha annunciato l'interruzione di qualsiasi forma di collaborazione diretta o indiretta con i "progetti di sviluppo" della "Autorità palestinese". Il comunicato precisa inoltre che il governo olandese non consentirà la visita di delegazioni della "Autorità palestinese" in Olanda, e che cesserà da subito di erogare quei fondi che in precedenza si era impegnato a versare all'organizzazione di Arafat. Fra i progetti che l'Olanda ha cessato di finanziare va citata l'apertura di una cosiddetta "scuola di polizia" (leggi centro di addestramento per attività terroristiche). L'Olanda ha giustificato la sua presa di posizione dichiarando di non essere più disposta a consentire che i suoi aiuti vengano utilizzati a favore di un'organizzazione apertamente dedita al terrorismo contro la popolazione civile israeliana. Questa coraggiosa presa di posizione ci consente di verificare come - fra tutti i paesi che compongono l'Unione Eurpea - ve ne sia almeno uno in cui - per quanto attiene alla politica internazionale - considerazioni di natura etica prevalgono su orientamenti dettati dal mero interesse.

    L'Olanda ha alfine dichiarato nero su bianco quanto gli altri governi europei sanno benissimo, ma rifiutano di ammettere pubblicamente, cioè che la cosiddetta "Autorità palestinese" (vale a dire l'OLP) non è né uno "stato", né un "partito politico", ma un'organizzazione criminale che fa del terrore e dell'omicidio il fondamento della sua attività, che non ha rispetto alcuno per la vita umana, si tratti di quella dei civili israeliani, degli arabi che osano denunciare il terrorismo o dei bambini arabi che vengono sottratti alle scuole ed alle famiglie per essere impiegati come scudi umani. In occasione dello sventato "piano di spartizione di Gerusalemme", il leader dei Musulmani di Gerusalemme Est, il nostro fratello Zuhair Hamdan, ha mobilitato la popolazione araba contro l'eventualità di un trasferimento forzato della popolazione araba alla sovranità della "Autorità Palestinese". I nostri fratelli hanno stilato un appello in cui si dice:

"Ci consideriamo parte integrante della società israeliana, e non consentiremo che la nostra identità venga cambiata con la forza e contro la nostra volontà. Nessuno può pensare di svenderci ad Arafat contro il nostro volere. Reclamiamo il diritto di decidere del nostro futuro con un referendum democratico."

    Grazie anche al modestissimo contributo del nostro Istituto, nel giro di qualche settimana i Musulmani di Gerusalemme Est hanno raccolto più di centomila adesioni, e ne hanno trasmesso copia all'ex-presidente americano Clinton (fautore del regalo ad Arafat di Gerusalemme Est e dell'intera Città Vecchia), al neopresidente Bush e al Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. A questa più che legittima richiesta di espressione democratica della volontà popolare uno dei più sanguinari fra i capi dell'OLP, Marwan Barghouti, ha reagito facendo affiggere nei territori sottoposti al suo controllo un manifesto in stile Far West, con la foto del nostro fratello Zuhair, la scritta "Ricercato", e l'impegno al pagamento di una taglia a favore di chiunque lo uccida. Che i dirigenti dell'OLP si comportino in questo modo non sorprende affatto. Due Musulmani che hanno avuto il coraggio di condannare il terrorismo dell'OLP, i nostri fratelli Ibrahim Bani Oudeh e Majdi Mikkawi, hanno già ricevuto il martirio. Un personaggio come Shimon Peres ha avuto persino parole di "comprensione" per questi due omicidi a sangue freddo, ed anche questo non dovrebbe essere motivo di sorpresa. Quel che invece dovrebbe alquanto sorprendere - o almeno far riflettere - è che, in caso - Allah non voglia - il nostro fratello Zuhair dovesse effettivamente essere martirizzato, la relativa taglia verrebbe pagata con i fondi dell'OLP, cioè con quei fondi che all'OLP sono stati elargiti dai governi dell'Unione Europea, e che provengono dalle tasse pagate dagli ignari contribuenti italiani, francesi, inglesi, tedeschi, ecc. Grazie alle sciagurate scelte di politicanti corrotti e senza scrupoli, i cittadini dell'Unione Europea sono costretti - loro malgrado, e assai spesso a loro completa insaputa - a fungere da finanziatori del terrorismo.

    Nell'esprimere il nostro plauso per la scelta del governo olandese, non possiamo che auspicare che, se Allah vuole, gli altri governi aderenti all'Unione Europea prendano esempio dai Paesi Bassi, cessando così di essere complici e finanziatori di una organizzazione di quel genere. Si tratta di un appello che lanciamo innanzitutto al nuovo governo italiano. Se Allah vuole, vi è da sperare che, con la sconfitta delle forze neo-comuniste e post-comuniste, la sciagurata politica estera italiana - acriticamente schierata a sostegno del terrorismo dell'OLP - abbia finalmente termine, facendo così cessare il paradosso per cui il contribuente italiano è costretto - suo malgrado - a finanziare l'organizzazione responsabile dell'attentato all'aeroporto di Fiumicino, dell'assalto alla Sinagoga di Roma, del sequestro dell'Achille Lauro, e di molteplici altri crimini contro cittadini italiani. In base a questi precedenti, vi sono tutte le ragioni per cui - stante il principio della obbligatorietà dell'azione penale - Yasser Arafat dovrebbe essere arrestato e processato per gli omicidi di cittadini italiani che l'organizzazione da lui presieduta ha compiuto in territorio italiano. Per anni siamo invece stati costretti ad assistere al nauseante spettacolo di Presidenti della Repubblica, Presidenti del Consiglio, Presidenti delle Camere e leader politici che facevano a gara a chi abbracciava più forte questo pluriomicida, a chi gli manifestava segni più tangibili di sostegno, ed a chi meglio finanziava la sua banda criminale. Ci auguriamo sinceramente che - in seguito all'insediamento del governo Berlusconi II - questo incresciosa realtà abbia definitivamente termine, e gli orientamenti a suo tempo manifestati dall'On. Antonio Martino, ministro degli esteri nel governo Berlusconi I, lo lasciano almeno - se Allah vuole - presagire.

    Con l'aiuto di Allah, speriamo di vedere presto il giorno in cui la politica europea dei due pesi e delle due misure avrà alfine termine. Quando ciò avverrà, non saremo più costretti a rimarcare come quegli stessi politicanti che protestano contro Haider (un leader politico le cui idee saranno anche estremamente criticabili, ma che in ogni caso non ha mai né ucciso, né torturato nessuno) sono poi immancabilmente gli stessi che accolgono a braccia aperte e fraternamente assassini come Arafat, come Ocalan, come Fidel Castro e come Li Peng.

(Ebraismo e dintorni, periodico di informazione e cultura, marzo 2002)
 


STRANI OGGETTI DI CULTO


La terrorista suicida Wafa Idris paragonata a Maria e a Gesù

    Sulla stampa araba la terrorista suicida palestinese Wafa Idris, che in Gerusalemme ha ucciso un ebreo e ferito molti altri, è
    
Wafa Idris
oggetto di venerazione. Sulla rivista egiziana Hadith al-Medina la terrorista palestinese viene addirittura paragonata a Maria, la madre di Gesù.
    "E' stato lo Spirito Santo che ha donato un bambino all'utero di Maria, ed è stato ancora lo Spirito Santo che ha posto una bomba nel cuore di Wafa e ha avvolto di esplosivo il suo corpo. Dall'utero di Maria è uscito un bambino che ha liberato l'umanità dall'oppressione. Il corpo di Wafa è diventato uno shrapnel (granata) che ha liberato gli uomini dalla disperazione e dalla mancanza di aspettative".
    In altre parole, Maria è soltanto una rappresentazione tecnica che serve per poter paragonare la terrorista con Gesù di Nazaret. Il testo dell'articolo prosegue così:
    "Forse tu sei nato nella stessa città, nello stesso vicinato o addirittura nella stessa casa. Forse hai mangiato i datteri dello stesso albero di palme e hai bevuto dalla stessa pura fonte d'acqua che scorre nella Santa Città. Non è quindi una sorpresa che il nemico in entrambi i casi sia lo stesso, cioè l'ebreo."

    Dello stesso tenore è anche l'introduzione di un altro giornale egiziano (An-al-Arabi). Con il suo attentato in Gerusalemme Wafa avrebbe liberato il popolo palestinese, e adesso il popolo aspetta il suo ritorno.
    "Che cosa c'è di più bello che aspettare qualcuno che tornerà dal cielo? Che cosa è più bello di una morte che porta nuova vita? Come sarai bella, oh Wafa Idris, nel giorno in cui tu riapparirai, dopo una morte così nobile e volontaria!"
    L'articolo culmina nel cattivo gusto di interpretare il suo gesto come remissione dei peccati.
    "Com'è bello che tu, con il tuo gesto, ci hai liberati dai nostri peccati".

    Un'altra rivista egiziana Al-Ahram descrive l'attentatrice suicida come qualcuno che con il suo impareggiabile gesto ha mostrato il vero carattere del popolo palestinese. Un'infermiera che ha offerto la sua vita e ha compiuto il servizio di un angelo pieno di grazia. Alla fine Al-Ahram paragona l'assassina palestinese a Giovanna d'Arco.

    Anche la rivista araba pubblicata a Londra, A-Sharq a-Awsat, glorifica la terrorista palestinese Idris e scrive che è per volontà di Allah che che l'infermiera palestinese Idris è entrata nelle file dei martiri palestinesi.
    "Idris ha aperto la porta a molte donne musulmane, affinché la
  
Educazione all'odio
  
seguano e compiano anche loro attacchi suicidi contro gli ebrei. Tre "hurrà" per Idris, tre "hurrà" per il suo coraggio e tre "hurrà" per i suoi pazienti e fieri genitori".

    La terrorista suicida palestinese è diventato un idolo nei media arabi e il suo gesto è presentato con testi biblici tratti dal Nuovo Testamento.
    Come può Israele avere fiducia nel governi arabi e credere che vogliano veramente la pace con gli ebrei, se nei media arabi fiorisce l'antisemitismo e i musulmani sono incitati a compiere attacchi terroristici contro gli ebrei?

(tradotto con autorizzazione da "NAI - Israel heute", marzo 2002)



MINUTO DI SILENZIO PER GLI ATTENTATORI SUICIDI


Bambine palestinesi della prima classe della scuola Al-Amari di Ramallah osservano un minuto di silenzio in memoria del martiri palestinesi
    
che dallo scoppio della nuova intifada "Al-Aqsa" hanno dato la loro vita per la lotta di liberazione palestinese. Quelli che per i palestinesi sono Santi Martiri per Israele sono sanguinari attentatori suicidi che in nome di Allah cercano ogni possibilità per uccidere perfidamente degli ebrei.
    I bambini palestinesi non possono essere resi responsabili di questo, perché sono soltanto bambini che vengono  fuorviati dagli adulti ed educati all'odio contro gli ebrei.

(NAI-Israel heute, marzo 2002)



NOTO STORICO ISRAELIANO CAMBIA OPINIONE


La pace impossibile

di Benny Morris
professore di Storia mediorientale alla Universita' Ben-Gurion di Beersheba

    Benny Morris, lo storico israeliano diventato celebre in Israele e all'estero per le sue ricerche, a tratti sconcertanti, sulle origini del dramma dei profughi palestinesi, in questo articolo di un mese fa riflette altrettanto impietosamente sull'ondata di violenze palestinesi guidate da un Arafat "impenitente bugiardo", e spiega perche' ritiene che, oggi, una coesistenza pacifica fra israeliani e palestinesi sia quasi impossibile.

    Il mio pensiero riguardo la attuale crisi mediorientale e i suoi protagonisti e' radicalmente cambiato nel corso degli ultimi due anni. Mi sento un po' come quei compagni di viaggio occidentali svegliati bruscamente dal frastuono dei carri armati russi che nel 1956 schiacciarono Budapest.
    Quando, nel 1993, iniziai a lavorare al mio libro "Righteous victimis", una revisione storica del conflitto arabo-sionista dal 1881 al presente, ero cautamente ottimista sulle prospettive di pace per il Medio Oriente. Non sono mai stato un grande ottimista, e negli anni 90 il mio studio attento e meticoloso delle relazioni tra sionisti e arabi prima del 1948 mi fece capire fino in fondo la profondita' e l'ampiezza dei problemi e degli antagonismi. Ma perlomeno israeliani e palestinesi parlavano di pace, si erano accordati per un riconoscimento reciproco e avevano firmato gli accordi di Oslo, un primo passo che prevedeva il graduale ritiro di Israele dai territori occupati, l'emergere di uno stato palestinese e di un trattato di pace fra i due popoli.
    Sembrava che i palestinesi avessero rinunciato al loro sogno di sempre di distruggere lo stato ebraico, e che gli israeliani avessero rinunciato al loro sogno di una "Grande Israele" che si estendesse dal Mediterraneo al fiume Giordano. E, vista la centralita' del conflitto israelo-palestinese nelle relazioni arabo-israeliane, un accordo di pace globale fra Israele e i suoi vicini arabi sembrava a portata di mano.
    Ma da quando ho completato il libro, il mio cauto ottimismo ha lasciato il posto a pesanti dubbi e nell'arco di un anno e' crollato definitivamente, trasformandosi in un pessimismo totale.
    Una ragione di cio' e' stato il rifiuto siriano dell'offerta fatta dal primo ministro Yitzhak Rabin, prima, e Shimon Peres poi, tra il 1993 e il 1996, e di nuovo da Ehud Barak nel 1999 e nel 2000: offerte che contemplavano il ritiro israeliano dalle alture del Golan in cambio di un pieno accordo bilaterale di pace. Quello che pare aver legato le mani al presidente Hafez Assad e successivamente a suo figlio e successore Bashar Assad non e' il dettaglio su alcune centinaia di metri qua e la', bensi' un profondo rifiuto dell'idea stessa di fare la pace con lo stato ebraico. Quello che ha contato, alla fin fine, e' stata la presenza sui muri dell'ufficio di Assad di un ritratto del Saladino, il leggendario guerriero curdo musulmano del

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XII secolo che aveva sconfitto i crociati, a cui gli arabi spesso comparano i sionisti. Mi sembra di vedere il padre, sul letto di morte, dire al figlio: "Qualunque cosa succeda, non fare la pace con gli ebrei: come i crociati, anche loro scompariranno".
    Ma la causa principale per la quale il mio pessimismo e' andato man mano aumentando e si e' cristallizzato e' stata a figura di Yasser Arafat, che ha guidato il movimento nazionale palestinese fin dalla fine degli anni '60 e, grazie agli accordi di Oslo, governa le citta' della Cisgiordania (Hebron, Betlemme, Ramallah, Nablus, Jenin, Tulkarem e Qalqilya) e dintorni, nonche' la quasi totalita' della striscia di Gaza. Arafat e' il simbolo del movimento e riflette precisamente le miserie e le aspirazioni collettive del suo popolo. Sfortunatamente ha dimostrato di essere un degno successore di Haj Muhammad Amin al Husseini, il mufti di Gerusalemme che guido' i palestinesi durante gli anni 30 nella loro fallita rivolta contro il governo mandatario britannico e ancora negli anni 40 nel loro tentativo, anche questo fallito, di impedire la nascita di uno stato ebraico nel 1948, tentativo che e' sfociato in una catastrofica sconfitta e nella creazione del problema dei profughi palestinesi. Husseini era un incompetente inflessibile (mix pericoloso), ma anche un imbroglione e un mentitore. Nessuno gli credeva, ne' i suoi colleghi arabi, ne' gli inglesi, ne' i sionisti. Soprattutto, Husseini incarno' il rifiuto: il rifiuto a priori di qualsiasi compromesso con il movimento sionista. Rifiuto' due proposte internazionali di spartizione del paese in due stati, arabo e ebraico: quella della commissione britannica Peel del 1937 e quella dell'Assemblea Generale della Nazioni Unite del novembre 1947.
    Tra l'uno e l'altro rifiuto, trascorse gli anni della guerra (1941-45) a Berlino, lavorando per il Ministero degli Esteri nazista e reclutando musulmani bosniaci per la Wehrmacht.
    Abba Eban, il leggendario ministro degli esteri israeliano, osservo' una volta con una battuta che i palestinesi non hanno mai perso un'occasione di perdere un'occasione. Ma nessuno li puo' accusare di non essere coerenti. Dopo Husseini, ecco Arafat, un altro implacabile nazionalista e impenitente bugiardo, mai creduto da alcun leader arabo, israeliano o americano (anche se sembra che molti europei si lascino affascinare dalla sua figura). Nel 1978-79 non si aggrego' all'accordo israelo-egiziano di Camp David che avrebbe portato a uno stato palestinese gia' da anni. Nel 2000, facendo marcia indietro sull'accordo di Oslo, Arafat, rifiuto' un altro compromesso storico, quello offerto da Barak a Camp David in luglio e poi ulteriormente migliorato dalla proposta di dicembre del presidente Clinton, proposta approvata dallo stesso Barak. I palestinesi, invece, in settembre, optarono per il ricorso alle armi e lanciarono l'attuale mini-guerra o intifada, che al momento (21 febbraio 2002) ha causato la morte di 790 arabi e 270 israeliani, centinaia di feriti e un inasprirsi dell'odio da entrambe le parti al punto tale che l'idea di un compromesso politico-territoriale ora sembra una chimera.
    I palestinesi e i loro simpatizzanti hanno dato la colpa agli israeliani e a Clinton per quello che e' successo: le umiliazioni giornaliere e le restrizioni imposte dalla continua semi-occupazione israeliana; il persistente dilazionare, sottile ma trasparente, di Binyamin Netanyahu tra il 1996 e il 1999; la continua espansione degli insediamenti anche sotto Barak e il suo atteggiamento freddo nei confronti di Arafat; e l'insistenza di Clinton di convocare il vertice di Camp David nonostante le proteste palestinesi, che non si sentivano pronti. Ma tutto cio' serve solo a nascondere l'aspetto principale: Barak, un leader sincero e coraggioso, ha offerto ad Arafat un accordo di pace ragionevole che contemplava il ritiro di Israele dal 91% dei territori della Cisgiordania e dal 100% della striscia di Gaza; lo sradicamento della maggior parte degli insediamenti; sovranita' palestinese sui quartieri arabi di Gerusalemme est; e la costituzione di uno stato palestinese. Per quanto riguarda il Monte del Tempio (Haram ash-Sharif) nella citta' vecchia di Gerusalemme, Barak propose un'amministrazione congiunta israelo-palestinese, o un controllo da parte del Consiglio di sicurezza dell'ONU, o una "sovranita' divina" con un controllo arabo di fatto. Per quanto riguarda i profughi, Barak aveva offerto un ritorno simbolico in Israele e massicce compensazioni finanziare per facilitare il loro inserimento nei paesi arabi o nel futuro stato palestinese.
    Arafat rifiuto' l'offerta, insistendo su un ritiro di Israele dal 100% dei territori, una esclusiva sovranita' palestinese sul Monte del Tempio e un "diritto al ritorno" in Israele di tutti i profughi.
    Invece di continuare i negoziati, i palestinesi - con l'agile Arafat che cavalcava la tigre della rivolta e ne controllava l'andamento dietro le quinte - lanciarono l'Intifada. Clinton (e Barak) allora risposero alzando la posta in gioco al 96% della Cisgiordania (piu' alcune compensazioni territoriali da Israele stesso) e sovranita' sulla superficie del Monte del Tempio, con qualche forma di controllo Israeliano per quanto riguarda il sottosuolo dove recentemente i palestinesi hanno condotto lavori di scavo senza debita supervisione archeologica. Di nuovo i palestinesi rifiutarono le proposte, insistendo sulla sola sovranita' palestinese sul Monte del Tempio (di certo una richiesta ingiustificata: dopo tutto, il Monte del Tempio e quello che rimane del tempio stesso sono l'essenza e il piu' importante simbolo storico e religioso per il popolo ebraico. E' bene ricordare che la parola "Gerusalemme" o le sue varianti arabe non appaiono neanche una volta nel Corano). Dopo questi rifiuti - che hanno direttamente causato la sconfitta di Barak e l'elezione del duro Sharon a primo ministro - gli israeliani e i palestinesi sono entrati in conflitto, e la semi-occupazione e' continuata. L'intifada e' una strana e triste guerra, con i "deboli", che hanno rifiutato la pace, simultaneamente nel ruolo di aggressore e, quando le cineprese dei media occidentali sono accese, di vittima. Il semi-occupante, con il suo esercito possente ma largamente inutile, semplicemente risponde, spesso con molta moderazione, dati i limiti morali e di politica internazionale con cui si deve fare i conti. E perde la battaglia sulla CNN perche' gli F-16 che bombardano una caserma vuota appaiono sempre piu' barbari degli attentatori suicidi palestinesi che si portano via la vita di dieci o venti civili israeliani per volta.
    L'Autorita' Palestinese si e' distinta come il regno delle menzogne, dove ogni funzionario, dal presidente Arafat in giu', passa i suoi giorni dicendo bugie a un corteo di giornalisti occidentali. I reporter di routine attribuiscono a queste bugie una veridicita' uguale o maggiore di quella accordata a cio' che si sentono dire dai funzionari israeliani, piu' diretti e ben piu' corretti. Un giorno Arafat accusa le Forze di Difesa israeliane di usare proiettili con la punta di uranio contro i civili palestinesi. Il giorno dopo, l'accusa e' di usare gas velenosi. Poi, per mancanza di prove indipendenti, le accuse semplicemente svaniscono, e i palestinesi passano alla menzogna successiva, di nuovo ottenendo titoli a piu' colonne sui giornali occidentali e arabi. Quotidianamente i funzionari palestinesi lamentano "massacri" e "bombardamenti" di civili palestinesi, quando in realta' non ci sono stati massacri e i bombardamenti sono stati invariabilmente effettuati su edifici vuoti appartenenti all'Autorita' Palestinese. Se si vuole parlare di civili deliberatamente presi di mira e uccisi in gran quantita', anzi massacrati, allora questi sono gli israeliani, ad opera degli attentatori suicidi palestinesi. Come risposta, l'esercito e il servizio di controspionaggio israeliani hanno cercato di colpire i colpevoli con azioni mirate volte a eliminare i singoli terroristi, i loro capi e coloro che preparano le bombe: a mio modo di vedere, una forma di reazione, deterrenza e prevenzione moralmente piu' che giustificata. Si parla qui di "soldati" feroci che combattono una guerra e quindi di legittimi obiettivi militari. Forse coloro che criticano tale condotta preferirebbero vedere Israele rispondere a un attentato suicida a Tel Aviv con un attentato analogo? I leader palestinesi celebrano in ogni occasione i kamikaze definendoli eroi nazionali. Recentemente, con una serie di articoli, giornalisti, politici e religiosi palestinesi hanno esaltato Wafa Idris, la kamikaze donna che ha fatto esplodere la propria bomba in Jaffa Street, la via principale di Gerusalemme, uccidendo un uomo di 81 anni e ferendo circa 100 persone. Ne e' nata poi una controversia: non sulla legittimita' morale o l'efficacia politica di una tale azione, ma sul fatto se l'islam permetta alle donne di compierla.
    Invece di essere informati in modo preciso e corretto sulle offerte di pace israeliane, i palestinesi sono stati bombardati da campagna di istigazione e di bugie anti-israeliane sui mass-media controllati dall'Autorita' Palestinese.
    Arafat ha perfezionato la pratica di dire una cosa al pubblico occidentale e un'altra, ben diversa, alla propria gente. Ultimamente, parlando a un pubblico arabo, ha rispolverato il termine "esercito sionista" (a indicare le forze armate israeliane): un ritorno al lessico degli anni 50 e 60, quando i leader arabi comunemente parlavano di "entita' sionista" anziche' di "Israele", per non cadere in una forma anche solo implicita di riconoscimento dello stato ebraico e della sua legittimita'.
    Alla fin fine, e' proprio la questione della legittimita' - che sembrava superata dopo gli accordi di pace con Egitto e Giordania - che sta alla radice dell'attuale disperazione israeliana e della mia "conversione". Per decenni i leader israeliani - in particolare Golda Meir nel 1969 - hanno negato l'esistenza di un popolo palestinese come tale e la legittimita' delle aspirazioni dei palestinesi ad avere uno stato sovrano. Ma gia' durante gli anni 30 e 40 il movimento sionista aveva deciso di rinunciare al proprio sogno di una "Grande Israele" e di dividere la Palestina con gli arabi. Negli anni 90 il movimento ha fatto ulteriori passi avanti, accettando una spartizione e riconoscendo l'esistenza di un popolo palestinese come suo partner in questa spartizione. Sfortunatamente fin dalla sua nascita il movimento nazionalista palestinese ha negato qualsiasi legittimita' al movimento sionista ed e' rimasto ancorato alla visione di una "Grande Palestina", intendendo con cio' uno stato popolato da arabi e controllato da arabi in tutta la Palestina, forse con alcuni ebrei a cui e' permesso restare come minoranza religiosa. Tra il 1988 e il 1993 - una breve eccezione in una tendenza costante - Arafat e l'Olp sembravano essersi rassegnati all'idea di un compromesso. Ma a partire dal 2000 la visione dominante di una "Grande Palestina" e' ritornata prepotentemente in primo piano (al punto che ci si chiede se le dichiarazioni pacifiche del 1988-93 non siano state semplicemente una cortina di fumo diplomatica).
    La leadership palestinese, e con essa la maggioranza dei palestinesi stessi, nega il diritto di esistere a Israele, nega che il sionismo sia stato e sia una impresa giusta (devo ancora vedere anche solo un leader palestinese moderato, come Sari Nusseibeh, prendere posizione e dire: "il sionismo e' un legittimo movimento di liberazione nazionale, come il nostro, e gli ebrei hanno delle richieste giustificate sulla Palestina, cosi' come le abbiamo noi"). Puo' anche essere che per ora Israele esista e sia troppo potente per essere distrutto: si puo' accettare questa realta'. Ma questo non significa sottoscrivere la sua legittimita'. Da qui la ripetuta negazione da parte di Arafat negli ultimi mesi di qualsiasi connessione fra il popolo ebraico e il Monte del Tempio e, per estensione, fra il popolo ebraico e la terra di Israele. "Quale Tempio?" chiede. Gli ebrei sono dei semplici ladri che arrivarono dall'Europa e che, per qualche misteriosa ragione, decisero di rubare la Palestina e disperdere i palestinesi. Arafat rifiuta di riconoscere la storia e la realta' di un legame che ha un passato di tremila anni fra gli ebrei e la terra di Israele.
    A un livello simbolico, il Monte del Tempio e' un argomento cruciale. Ma da un punto di vista piu' pratico il reale test delle intenzioni palestinesi e' il destino dei profughi. Si parla di 3,5- 4 milioni di persone che o scapparono o furono costretti a fuggire durante la guerra del 1948 e non fecero piu' ritorno in Israele, e i loro discendenti. Ho passato buona parte degli anni 80 a ricercare che cosa ha portato alla creazione del problema dei profughi e ho pubblicato nel 1988 il testo: The Birth of the Palestinian Refugee Problem. La mia conclusione, che ha irritato molti israeliani e ha messo in discussione la storiografia sionista, e' che la maggior parte dei profughi sono frutto delle attivita' militari sioniste e, in misura minore, di ordini di espulsione da Israele insieme ad appelli dei leader arabi locali di fuggire. I critici di Israele, successivamente, hanno fatto largo uso di queste conclusioni che accentuavano la responsabilita' israeliana, ignorando il fatto che il problema era comunque una diretta conseguenza della guerra che i palestinesi - e, sulla loro scia, gli stati arabi confinanti - avevano scatenato. E pochi hanno notato che, nelle mie note finali, spiegavo che la creazione del problema era "quasi inevitabile", dato l'obiettivo sionista di creare uno stato ebraico in una terra popolato da molti arabi e data la resistenza araba all'impresa sionista. I profughi sono la conseguenza inevitabile di un tentativo di far entrare un pezzo quadrato in un foro rotondo. Ma, al di la' delle mie conclusioni, sono passati cinquant'anni da allora, e ora Israele esiste. Come ogni popolo, gli ebrei si meritano uno stato e non si fara' giustizia buttandoli a mare. Se si permette a profughi e discendenti di tornare dentro Israele, ci sara' un pandemonio indescrivibile e alla fine non ci sara' più Israele. Attualmente in Israele vivono circa 5 milioni di ebrei e piu' di un milione di arabi (una minoranza sempre piu' bellicosa, una bomba a tempo irredentista filo-palestinese). Se i profughi torneranno, ne risulterebbe un'entita' binazionale incompatibile e, dato il maggiore tasso di crescita demografico degli arabi, Israele cesserebbe rapidamente di essere uno stato ebraico. Si aggiungano poi arabi in Cisgiordania e nella striscia di Gaza e si ha, istantaneamente, un stato arabo tra il Mediterraneo e il fiume Giordano con una minoranza ebraica. Gli ebrei hanno vissuto come minoranza nei paesi musulmani a partire dal settimo secolo e, contrariamente al quello che dice la propaganda araba, non e' sempre stata un'esperienza piacevole. Sono sempre stati cittadini di seconda classe, spesso discriminati come infedeli. Sono stati frequentemente perseguitati e non raramente assassinati. Nel corso dei secoli hanno subito pogrom devastanti. E anche recentemente, non piu' in la' degli anni 40, folle arabe massacrarono centinaia di ebrei a Baghdad e molti di piu' in Libia, Egitto, Marocco. Gli ebrei furono espulsi o fuggirono dal mondo arabo negli anni 50 e 60. Non c'e' motivo per credere che gli ebrei vogliano vivere (di nuovo) come una minoranza in uno stato arabo palestinese, vista anche la tragica storia dei rapporti israelo-palestinesi. Verrebbero espulsi o emigrererebbero in occidente.
    Il rifiuto opposto dalla leadership palestinese alle proposte di pace di Barak e Clinton nel luglio e nel dicembre 2000, l'inizio dell'intifada e la richiesta insistente da allora in poi che Israele accetti il "diritto al ritorno" mi hanno persuaso che i palestinesi, almeno quelli di questa generazione, non vogliono la pace. Non vogliono, semplicemente, la fine dell'occupazione: questo era stato offerto in luglio e dicembre del 2000 e hanno rifiutato l'accordo. Vogliono tutta la Palestina con il minor numero di ebrei possibile. Il "diritto al ritorno" e' il grimaldello con cui scardinare lo stato ebraico. La demografia - l'elevato tasso di natalita' arabo - fara' il resto nel corso del tempo, se armi nucleari iraniane o irachene non lo faranno prima.
    Non mi si fraintenda: io sono a favore di un ritiro israeliano dai territori - la semi-occupazione corrompe ed e' immorale e aliena gli amici di Israele all'estero - come parte di un accordo di pace bilaterale. Oppure, se l'accordo non si riesce a fare, sono per un ritiro strategico unilaterale all'interno di confini difendibili. Nel 1988 sono stato in una prigione militare per essermi rifiutato di fare il servizio militare nella cittadina cisgiordana di Nablus. E tuttavia non credo che lo status quo che ne risulterebbe possa essere duraturo. I palestinesi - l'Autorita' Palestinese in prima persona o diverse fazioni armate con il suo silenzio/assenso - continueranno a tempestare Israele con razzi katyusha e attentati suicidi, passando attraverso i nuovi confini, che siano frutto di un accordo o autoimposti. Alla fin fine costringeranno Israele a rioccupare la Cisgiordania e la striscia di Gaza, innescando nel Medio Oriente una nuova, ampia esplosione.
    Non credo che Arafat e i suoi colleghi vogliano la pace, bensi' solo un costante smembramento dello stato ebraico. E non credo che emergera' una soluzione permanente con due stati sovrani. Non penso che Arafat sia effettivamente in grado di fare un accordo, di fare un vero accordo su una soluzione in cui i palestinesi ottengono il 22-25% della terra che considerano loro (lo stato in Cisgiordania e Gaza) e Israele il restante 75-78%. O che sia in grado di rinunciare al "diritto al ritorno". Non penso sia capace di guardare i suoi negli occhi, nei campi profughi in Libano, Siria, Giordania e Gaza, e dirgli: "Ho rinunciato al vostro sogno, alla vostra speranza". E probabilmente neanche lo vuole. Alla fine, credo, cio' che determinera' il futuro del paese sara' l'equilibrio militare o la demografia della Palestina, sotto forma di un discrepante tasso di natalita': o la Palestina che diventera' uno stato ebraico senza una minoranza araba significativa, o diventera' uno stato arabo con una minoranza ebraica in continua diminuzione. Oppure diventera' un deserto nucleare, casa di nessuno dei due popoli.

(Guardian, 21.02.02)



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