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Notizie su Israele 346 - 10 maggio 2006

1. La vittoria sionista
2. Aspettando l'ultimo Imam
3. La minaccia permanente dell'Iran
4. Tensioni all'interno del mondo arabo
5. Dalla stampa araba
6. Ortodossi e pionieri in Israele
7. Musica e immagini
8. Indirizzi internet
Osea 3:4-5. I figli d'Israele staranno per parecchio tempo senza re, senza capo, senza sacrificio e senza statua, senza efod e senza idoli domestici. Poi i figli d'Israele torneranno a cercare il Signore, loro Dio, e Davide, loro re, e ricorreranno tremanti al Signore e alla sua bontà, negli ultimi giorni.
1. LA VITTORIA SIONISTA




«Israele non è mai stato così vivo dai tempi di Salomone»

di Giulio Meotti

ROMA. "Abbiamo un solo nemico: gli ebrei. E io continuerò a usare il mitra e a schiacciare il grilletto ovunque sia necessario". Lo ha affermato al Sunday Telegraph Jamal Abu Samhadana, clanista di Rafah e neodirettore del ministero degli Interni palestinese. In Israele i giorni della retorica annientalista, soprattutto iraniana, hanno lasciato il posto a quelli del lutto e della memoria, non ferro vecchio ma calce viva dell'identità nazionale. Sono state le ore del "kaddish" collettivo, in cui si ricordavano i 22.123 soldati caduti dalla proclamazione dello stato e le 3.846 vittime ebraiche negli attentati dalla prima ondata immigratoria nel 1882. Il dolore in Israele è la nota che precede il ritorno della speranza e della gioia, fa parte di quello che Jacques Maritain definiva il suo "mistero permanente".
    Per usare le parole di Guido Ceronetti, "Eretz Israel non è il nostro interno malato d'Oriente: là una giovane forza bagnata di berakà (benedizione) vitale vive ora il suo tracciato di gioia, la seconda parte del salmo, dopo quella di lamento e di obbrobrio". Un evento insopportabile per "le nostre mummie gelose dei loro coperchi".
    Lo testimoniano i nuovi dati del Central Bureau of Statistics di Gerusalemme, diffusi in occasione della 58esima Giornata dell'Indipendenza: per la prima volta dopo il primo secolo d.C., in Terra d'Israele vivono più ebrei che in qualunque altro paese del mondo. Isaiah Berlin diceva che essere sotto la minaccia di sterminio stimola negli israeliani "certe virtù, certe forme di altruismo, una concreta occasione di mostrare una generosità". Sentimenti che si traducono in aliyah, movimenti di ritorno e tassi di crescita positivi. Negli anni '20 Albert Londres scriveva su Petit Parisien: "Dal giorno della posa della prima pietra, gli arabi hanno replicato: tu sarai distrutta". Nonostante sessant'anni di guerre, aggressioni e bombe umane, il sionismo ha vinto.
    Ne parliamo con Vittorio Dan Segre, testimone e protagonista della nascita d'Israele.
    "Questa commemorazione è sempre stata fonte di grandissima tensione. Il passaggio immediato dal silenzio cupo del ricordo allo scoppio della gioia sfrenata e mediterranea dell'indipendenza crea una tensione psicologica non ancora esaminata a fondo. Israele vive la gioia inconscia dello scampato pericolo e del miracolo. I dati sulla presenza ebraica indicano una grande metamorfosi della nostra storia. Il fatto che Israele rappresenti una comunità ebraica più importante della diaspora, che questo avvenga per la prima volta dai tempi della distruzione del Tempio di Salomone e spostando il baricentro della vita ebraica da occidente a oriente, è un'autentica trasformazione. L'assedio arabo ha consolidato la popolazione di Israele e la sua abitudine al pericolo. Amos Oz dice che la vita di una persona può essere normale, si alza, mangia, studia, fa l'amore e litiga, anche quando vive alle falde di un vulcano".
    Esiste anche un fenomeno emigratorio, come quella Germania tornata ad essere la terza comunità ebraica d'Europa grazie agli emigranti israeliani.
    "Il sionismo classico è finito – dice Segre – A differenza degli altri movimenti indipendentisti, il sionismo è nato per le ragioni sbagliate. Se gli altri volevano la liberazione dal giogo straniero, gli ebrei chiedevano di essere parte integrante delle società in cui vivevano. Il sionismo non nasce dalla volontà di avere uno stato, ma dal rifiuto delle nazioni europee di accettare l'abbandono dell'identità ebraica. Oggi invece chi viene in Israele lo fa per mantenere la propria identità, non per reazione al rifiuto dell'assimilazione. Sionismo oggi significa invece che la caccia libera e gratuita all'ebreo è finita. La caccia continua, ora però c'è da pagare un prezzo".
    Secondo Segre l'odio viscerale che gli antisemiti e gli antisionisti nutrono e diffondono verso gli ebrei non si può più spiegare con l'esclusivismo nazionalista e razzista primonovecentesco.
    "Quest'odio è semmai la reazione al risveglio del fossile, un'idea che prendo da Arnold Toynbee. Fossili sono quelle civiltà morte che continuano ad avere un'influenza su quelle vive. Israele fa paura perché un fossile, ritenuto tale da almeno 1.800 anni, non solo rinasce, ma si risveglia. E' come nella profezia di Ezechiele, le ossa morte di Israele si risveglieranno in due tempi: si ricopriranno di carne, di nervi e si ricongiungeranno; poi lo spirito divino le farà rinascere".
    Testimone della costruzione, pietra dopo pietra, di quella "Torre d'Esdra che cancellerà la Cosa che Bisogna Dimenticare", la Shoah, Arthur Koestler nel 1949 notava che quando una palla da golf da sola si mette in moto ed entra in buca, si tratta di un avvenimento raro, ma scientificamente spiegabile. Quando invece la palla continua a muoversi da sola e ad entrare di buca in buca, quello è un miracolo. Chiamato Israele.
    Ai tempi della guerra del 1967 circolava una barzelletta sui timori di un'emigrazione di massa: "L'ultimo che lascia l'aeroporto di Tel Aviv, per favore spenga la luce". L'anno dopo in 40.000 baciarono le piste dell'aeroporto, come avevano fatto i primi paracadutisti di fronte al Muro del Pianto: appoggiarono il capo, in lacrime, sulle pietre, "atto il cui simbolismo non ha paragoni nella storia umana", come disse nel luglio del 1967 l'allora Capo di stato maggiore, Itzhak Rabin.

(Il Foglio, 4 maggio 2006)





2. ASPETTANDO L'ULTIMO IMAM




La matrice religiosa del militarismo iraniano

di Paolo Della Sala

Lo storico e giornalista iraniano Amir Taheri vive in Inghilterra e scrive per diversi giornali internazionali. Un suo recente scritto pubblicato dal Daily Telegraph (16 aprile) offre uno scenario inusuale sul ruolo di Mahmoud Ahmadinejad nel teologismo sciita. Riporto i contenuti principali dell'articolo: "Lunedi scorso, poco dopo aver annunciato l'ingresso dell'Iran nel "club nucleare", il presidente Ahmadinejad è scomparso per alcune ore. In quelle ore ha avuto un incontro con l'Imam Nascosto. Si tratta dell'ultimo Imam, Muhammad al-Mahdi, scomparso esotericamente nell'874 in Irak e destinato a tornare sulla terra alla fine dei tempi (L'Esercito del Mahdi di Al-Sadr si riconduce a questo credo). Occorre ricordare che la confessione sciita, a differenza di quella sunnita, attribuisce agli imam un ruolo di vicariato simile al papato, che deriva dall'investitura di Maometto ad Alì. A differenza della chiesa romana, però, il vero capo religioso degli sciiti è invisibile ai più. Nella città santa di Qum, la moschea di Jamkaran è stata costruita per ordine del dodicesimo Imam Zamam che "tuttora vivente ma in incognito, apparirà alla fine dei tempi assieme a Gesù, per ristabilire l'ordine universale (…) Molti dicono di aver visto l'imam: bello, capelli e barba rossicci, con un neo sulla guancia destra, voce dolcissima… Ma nessuno lo riconosce mentre parla, bensì solo dopo che è scomparso.
    Di lui si riferiscono molte guarigioni miracolose, corredate di cartelle cliniche, lastre radiologiche e testimonianze di medici" (Franco Ornetto, Comune di Torino: Intercultura). Amir Taheri ricorda che "in ogni generazione, l'Imam sceglie 36 uomini che svolgono il compito di puntellare come chiodi l'esistenza del genere umano, evitando che l'universo collassi su se stesso (…) Molti seguaci di Ahmadinejad sostengono che il presidente iraniano sia uno di questi, teoria che il presidente iraniano non ha mai sconfessato". Secondo i sostenitori del leader, quando Ahmadinejad è intervenuto alla Assemblea Generale dell'Onu a New York, l'Imam Nascosto ha inondato il posto dal quale parlava con una luce "ineffabile". La stessa discesa in campo di Ahmadinejad sarebbe venuta dopo un altro incontro mistico ("Khalvat") con l'Imam Nascosto, il quale gli avrebbe affidato la missione di provocare uno "scontro di civiltà" tra il mondo musulmano, guidato dall'Iran, e l'Occidente al comando degli Stati Uniti. Amir Taheri ricostruisce i fondamenti dell'analisi strategica di Ahamdinejad:

1) L'Islam ha una popolazione molto più giovane di quelle occidentali;
2) centinaia di milioni di "ghazis" musulmani (santi cavalieri) sono pronti a diventare martiri, mentre i giovani occidentali, innamorati della vita e terrorizzati dalla morte, non hanno intenzione di combattere;
3) i paesi islamici posseggono i quattro quinti delle riserve mondiali di petrolio;
4) l'unico Paese occidentale in grado di combattere, gli Stati Uniti, è odiato dalla maggior parte delle altre nazioni occidentali.

    La strategia militare di Ahmadinejad è stata enunciata a più riprese dal suo esperto di strategia Hassan Abassi, chiamato il "Kissinger dell'Islam". Secondo il governo iraniano Bush è un'anomalia rispetto al tradizionale comportamento remissivo di altri presidenti americani. In ossequio a questa teoria l'Iran aspetta che il mandato di Bush giunga al termine. Nel frattempo, secondo quella che viene definita una "coincidenza divina", Teheran avrà il tempo necessario a sviluppare il suo arsenale nucleare che, secondo il responsabile del progetto Ghulamreza Aghazadeh, consisterebbe in 54.000 centrifughe per l'arricchimento dell'uranio, in grado di produrre materiale sufficiente per centinaia di testate atomiche. In sintesi, l'Iran mira a sviluppare appieno le proprie capacità militari nei restanti due anni di mandato Bush e attaccare in seguito. E' sotto questa luce che deve essere interpretato il continuo tira e molla col Consiglio di Sicurezza: adesso, sotto minaccia di sanzioni, ci saranno dichiarazioni rassicuranti e l'Iran sospenderà l'arricchimento dell'uranio. Poi si ricomincerà di nuovo. La International Atomic Energy Agency (IAEA) abbocca a questo gioco: il suo direttore Muhammad El-Baradei si è più volte congratulato con l'Iran.
    In realtà per la leadership sciita si tratta di prevenire ogni ostilità, incluso ciò che potrebbe succedere a luglio in Russia in occasione del prossimo summit del G8, dal quale potrebbero partire iniziative da affiancare alle eventuali sanzioni Onu. In attesa della fine della presidenza Bush, l'Iran accresce la propria influenza nel Medio Oriente a partire dal Libano, dove Teheran ha sostituito la presenza militare siriana, tornando sul Mediterraneo dopo 1300 anni. Ahmadinejad ha anche assunto la leadership del conflitto contro Israele, rinnovando gli schemi già vissuti in Libano (dove combattevano palestinesi, israeliani, cristiani, e gli hizbollah sciiti). "Ahmadinejad ha riattivato il network sciita in Bahrain, Kuwait, Arabia Saudita, Pakistan e Yemen, ed ha stretto relazioni col fondamentalismo sunnita in Turchia, Egitto, Algeria e Marocco. I ragazzi iraniani vengono istruiti a coltivare due qualità: la prima è l'attesa del ritorno dell'Imam Nascosto sulla terra ("entezar"). Il secondo aspetto base dell'educazione si chiama "taajil", e riguarda le azioni volte ad affrettare il ritorno stesso, il quale coinciderà con una battaglia apocalittica tra le forze del male e quelle del bene, al cui termine il diavolo sarà sconfitto.
    Inutile dire che la fine della supremazia atomica occidentale affretterebbe la fine dei tempi. E' interessante notare che la credenza sciita nell'Imam Nascosto coincide in molti aspetti con la leggenda del Re del Mondo, una dottrina esoterica riesumata dal Madame Blavansky, la medium che rappresentò l'altera pars della seconda metà dell'Ottocento, oltre a quella positivista e del materialismo scientifico. Certamente si tratta soltanto di analogie tra gli elementi di una religione e la tradizione del pensiero irrazionale. Tuttavia esse sono tanto singolari che vale la pena di ripercorrerle. I nazisti, che credevano nella dottrina della "razza ariana" ("ariano" deriva da Iran), credettero talmente al mito del Re del Mondo che organizzarono una spedizione in Tibet, convinti di poter trovare la porta segreta che conduceva al Regno segreto e sotterraneo. Di questo mito si è occupato l'orientalista René Guénon nel 1927. Guénon parla di una "pietra nera", inviata in un tempo remoto dal "Re del mondo" al Dalai Lama, poi trasportata a Urga in Mongolia dove scomparve. Sempre a Urga risiedeva il Bogdo-Khan o "Buddha vivente", il quale conservava l'anello di Gengis Khan su cui è incisa una svastica, e una placca di rame che portava il sigillo del Re del Mondo. Altrettanto interessante è l'analisi linguistica compiuta da Guénon.
    Secondo lo studioso francese il titolo proprio del Re del Mondo è "Manu", il Legislatore primordiale il cui nome si ritrova in molti popoli antichi, dal Mina o Menes degli egizi, al Menw dei celti, oppure il Minosse dei greci. Senza forzare le somiglianze fonetiche di questi appellativi col termine "imam", si potrà tuttavia notare che anche in sanscrito il termine "manava" indica l'archetipo dell'uomo pensante, che applica e riflette la Legge del mondo (Dharma). Nel regno segreto –denominato Agharti o Agarttha- vivrebbe una "dinastia solare" formata da esseri perfetti, depositari del sapere universale. Attorno a essi ruoterebbe il mondo, attraverso un meccanismo il cui grafema sarebbe appunto la svastica. Non si vuole con questo dire che la dottrina sciita dell'Imam Nascosto corrisponda al mito del Re del Mondo. E' tuttavia singolare come il nazismo abbia attraversato e reinterpretato diversi culti e credenze, creando un culto sincretico che ha trasportato la santificazione personale verso la "redenzione" di un popolo, quello tedesco, e di una "razza", quella così detta "ariana". La parusia comunista è simile a questo delirio: in essa il proletariato e i suoi rappresentanti di partito passano a guidare i destini del mondo, riportando l'Eden sulla terra attraverso l'Armagheddon rivoluzionario.
    Della apocalittica marxista parlò un altro grande e misconosciuto antropologo, Ernesto de Martino, in un saggio pubblicato postumo col titolo "La fine del mondo". Nonostante il suo atteggiamento di uomo semplice e dimesso, Ahmadinejad non è un dittatore ignorante come Castro o Saddam: in Iran la cultura ha un grande valore e gli studenti della città santa di Qum hanno a disposizione un patrimonio imponente, che comprende una biblioteca prestigiosa, la Najafi, dotata di oltre 500.000 volumi e 26.000 manoscritti antichissimi acquistati personalmente dal suo fondatore, l'ayatollah Najafi. Tutti gli studenti sono automaticamente chierici (mullah) e tutti imparano a memoria migliaia di pagine di Corano, Bibbia, hadith (storie della tradizione islamica) e poesie. I giovani conoscono almeno due lingue oltre al parsi (arabo e inglese). Gli studi sono severi e affiancano la conoscenza filologica di documenti antichissimi con l'utilizzo delle tecnologie più moderne. Gli studenti "mostrano una competenza e uno zelo difficilmente riscontrabili nella gran parte dei nostri studenti".
    Rappresentando infine la strategia mistico-militare di Ahmadinejad in termini scientifici, si potrà utilizzare il principio di entropia, secondo il quale è "inevitabile" che ogni sistema chiuso tenda ad accrescere il proprio livello di caos. Il massimo di entropia equivale, nella visione di Ahamadinejad, al ristabilimento del massimo di ordine, al paradiso in terra. Si tratta di un principio tipico dei totalitarismi: quello della guerra come medicina o purga del mondo. E' una guerra profondamente sacra: come nel dualismo di Zoroastro (altro archetipo iraniano) e come nel pensiero gnostico, il male commesso è l'altra faccia del bene assoluto. Non c'è peccato alcuno nell'obbedire al richiamo di uno dei chiodi che puntellano l'universo.
Evitiamo che chi spera nella fine del mondo possegga armi di distruzione di massa.

(L'opinione, 3 maggio 2006)





3. LA MINACCIA PERMANENTE DELL'IRAN




La punta acuminata dell'odio

L'Iran è l'avversario più ostinato e anche più pericoloso con il quale lo Stato di Israele si è dovuto confrontare nei quasi sessanta anni della sua esistenza. Più passa il tempo, più diventa saldo il governo islamico radicale del Presidente Mahmud Ahmadinejad. In Israele basta leggere i titoli sui giornali delle ultime settimane, per capire quale minaccia rappresenti l'Iran.
    Da un po' di tempo, il Paese conta fra le grandi potenze locali. Gli Iraniani sanno di aver guadagnato potere e perciò non si lasciano intimidire, soprattutto in relazione al programma di ricerca nucleare. Nonostante le minacce internazionali e i provvedimenti presi dall'ONU, l'Iran vuole andare avanti con i suoi piani. È evidente che il Paese ha fatto grandi progressi nel programma per lo sviluppo del nucleare e molti esperti concordano che, a

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meno che la comunità internazionale degli Stati non intervenga, non ci vorrà molto perché l'Iran entri in possesso di armi atomiche.
    Dal momento che finora qualunque sforzo è risultato vano, sembrano esserci soltanto due alternative: o bombardare l'Iran e distruggere gli impianti di ricerca nucleare o rassegnarsi al fatto che questo Stato sarà presto accolto nel club delle potenze atomiche. Nessuna delle due opzioni, come si capirà, è favorevole, soprattutto dalla prospettiva israeliana.
    Israele non può distruggere autonomamente gli impianti di ricerca nucleare, perché essi sono dislocati in diverse zone dell'Iran e molto ben protetti. Gli USA sarebbero in grado di farlo, ma l'Iran ha già minacciato, in tal caso, di reagire con un massiccio attacco contro Israele. Secondo il dottor Hassan Abasi, un ufficiale di alto rango del servizio di informazioni della guardia rivoluzionaria iraniana, sono nel mirino dell'Iran il reattore nucleare a Dimona, la fabbrica di munizioni a Haifa e la base missilistica di Zakaria nelle montagne di Gerusalemme.
    Inoltre, l'Iran continua a tessere le reti per porre Israele sotto la pressione delle milizie libanesi di Hezbollah. Questa, con l'appoggio degli Iraniani, si è creata un arsenale di missili di tutto rispetto, fra cui 12'000 missili Katiusha, di gittata relativamente ampia e in grado di colpire obiettivi di importanza strategica non solo nel nord di Israele.
    Ma non è ancora tutto. Da un po' di tempo, l'Iran ha ripreso a reclutare attentatori suicidi, pronti ad attacchi su obiettivi israeliani e americani. Solo poche settimane fa, l'Università Hajah-Nasir-di Teheran ha organizzato il primo seminario per attentatori suicidi, sul tema «La tattica degli attacchi suicidi». Verso la fi ne del seminario è stato reso noto ufficialmente che 50 studenti si erano fatti registrare come potenziali attentatori suicidi. L'agenzia di stampa iraniana, che ha trasmesso la notizia nel mondo, ha citato uno degli studenti: «Questa per me è l'occasione di morire in Palestina nel nome di Allah, insieme con i miei fratelli.»
    Inoltre, Teheran si è contraddistinta come centro internazionale di opposizione al Sionismo. La negazione dell'Olocausto è qui routine quotidiana. Solo poco tempo fa, a Teheran ha avuto luogo un congresso internazionale contro il Sionismo, con il motto «Distruggete lo Stato ebraico». In occasione di altre rilevanti manifestazioni sono state presentate caricature antisemite, come contraltare alle vignette satiriche anti-musulmane in circolazione da settimane. ZL

(Dalla rivista evangelica "Notizie da Israele", aprile 2006)





4. TENSIONI ALL'INTERNO DEL MONDO ARABO




Giordania: il processo di pace e i rapporti con Hamas

di Dario Cristiani

Il Re di Giordania, Abdullah ha espresso la sua convinzione che si è giunti ad un punto critico nella storia del conflitto israelo palestinese e che, se nei prossimi due anni non si raggiungerà un accordo, i palestinesi rischiano di perdere la speranza di avere uno Stato. Queste dichiarazioni si inseriscono in un momento di forti tensioni tra Amman e la leadership palestinese guidata da Hamas. Il Re si è appellato ai "fratelli di Hamas" affinché abbiano un atteggiamento più pragmatico nei confronti di Israele. Ma queste parole, se contestualizzate, assumono un significato ben più ampio. Nei giorni scorsi alcuni militanti di Hamas sono stati arrestati in Giordania, con l'accusa di pianificare attacchi sul territorio nazionale. Il portavoce del governo giordano ha sottolineato che l'ordine di agire sia venuto dalla leadership di Hamas presente a Damasco. Inoltre Hamas è in contatti e sostiene la Fratellanza Musulmana giordana, con Amman che vede questa come una forte minaccia al suo regime. Hamas non ha mai pianificato in passato azioni fuori dai Territori, e questa sarebbe stata la prima volta. Questa novità nella strategia del gruppo va letta come il tentativo di aumentare la pressione sul regime hascemita giordano, resosi colpevole di essere stato il più tiepido, tra i regimi arabo islamici, rispetto al nuovo governo a guida Hamas. Un aumento dell'instabilità interna a causa dell'azione di Hamas e dei suoi alleati giordani, in un paese dove la gran parte della popolazione è palestinese, costringerebbe Abdullah a sostenere più marcatamente il nuovo governo palestinese per evitare le insidie connesse a questa crescita delle tensioni interne al paese.

(Equilibri, 8 maggio 2006)





5. DALLA STAMPA ARABA




Il mondo arabo: tra solidarietà e paranoia

In seguito alla decisione d'Israele, degli Stati Uniti e dell'Unione Europea di congelare il trasferimento di aiuti finanziari all'Autorità Palestinese, il mondo arabo si organizza.
    Il primo maggio scorso la Lega Araba ha deciso di «raccogliere 70 milioni di dollari per aiutare i palestinesi, questa somma pagherà i salari degli impiegati del settore pubblico palestinese.» (Al Jazeera)
    Tuttavia, anche se l'Autorità Palestinese si mostra molto riconoscente per questo aiuto insperato, Al Jazeera ricorda che la somma raccolta dai 22 stati arabi «coprirà soltanto una piccola frazione delle spese del nuovo governo, i cui bisogni ammontano a 240 milioni di dollari, somma dovuta ai 160.000 stipendiati del settore pubblico.»
    Al Jazeera ritorna sulle ragioni dello sfacelo economico del nuovo governo e presenta ancora una volta l'ascesa di Hamas e il suo ingresso al governo come il principale handicap del governo in carica. E riguardo a questo aspetto, si possono ricordare gli scontri violenti avvenuti il 22 aprile scorso tra i militanti di Hamas e di Fatah.
    Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità Palestinese, aveva allora minacciato di sciogliere il nuovo governo. Questa prima crisi è stata superata grazie all'intervento di mediatori egiziani. Tuttavia, sembra che questa situazione di guerra civile latente inquieti il resto del mondo arabo, il quale si è quindi proposto di provvedere a una parte dei bisogni finanziari del nuovo governo vacillante.
    Sembra che la Lega Araba non sia la sola ad essere tormentata da questo problema, perché sull'altra riva del Mediterraneo il Presidente francese Jacques Chirac si è proposto di chiedere dei prestiti alla Banca mondiale.
    Bisogna ricordare che l'Unione Europea è il più grande donatore, con 160 milioni di dollari all'anno. La Francia, attraverso la mediazione di Jérome Bonnafont, suo rappresentante all'ONU, discuterà la questione il prossimo 9 maggio con i cinque paesi del Quartetto che hanno l'iniziativa della «Roadmap». (Al Jazeera)
    Al Hayat
da parte sua evoca un altro tipo di solidarietà «consentita o non consentita» tra due stati, tutto sommato differenti: il Kuwait e Israele.
    In un articolo intitolato: «Israele... una storia d'amore con il Kuwait», Al Hayat prende in considerazione le relazioni di assistenza kuwatiane fatte ai servizi d'informazione israeliani più di 50 anni fa. Anche se molta acqua è passata sotto i ponti, lo stato kuwatiano si è premurato di smentire certe dichiarazioni apparse sui quotidiani israeliani "Yediot Aharonot" e "Haaretz", ma queste sono comunque arrivate alle orecchie e alla penna della stampa araba.
    Senza fare riferimenti espliciti, Al Hayat riferisce che il Kuwait ultimamente avrebbe versato, a titolo personale, una somma di 450.000 dollari all'Autorità Palestinese. Sarebbe forse un tentativo di far tacere le dicerie?
    Al Hayat riporta che 50 anni fa Israele, con lo scopo di «mantenere un occhio aperto sugli stati arabi» avrebbe favorito l'istituzione della compagnia aerea Kuwait Airways. Nel suo slancio di generosità, Israele avrebbe fornito dei piloti ebrei americani per aiutare la nuova compagnia «a prendere il volo».
    Durante i periodi di confronti militari tra Israele e l'Egitto, la compagnia effettuava «un volo a settimana in direzione del Cairo» al fine di spigolare informazioni importanti.
    Ma Al Hayat si guarda dal «biasimare» il piccolo stato del golfo e afferma che «noi siamo certi che il Kuwait non ha mai avuto delle relazioni segrete o poco chiare con Israele, contrariamente a molti leader arabi».
    Tuttavia la questione assilla, e Al Hayat continua: «Che cosa dire delle ambasciate israeliane in Egitto, in Giordania o negli altri paesi? Gli agenti che sono lì possono spiare senza aver bisogno di ricorrere alle compagnie di aviazione arabe».
     Continuando a porre le sue ipotesi nelle «alte sfere», Al Hayat prosegue con il satellite israeliano Ofek 5 e chiede: «Non possiamo aspettarci che questo satellite fotografi qualche altra cosa, oltre al luogo di nascita di Shaul Mofaz?»
    Su un registro più serio, il quotidiano ritorna sul lancio del satellite israeliano Eros B, il 15 aprile scorso, da una base militare in Siberia. Al Hayat precisa che questo satellite può prendere fotografie al suolo di tutto ciò che supera i 70 cm.
    Secondo il Jordan Times, bisognerà attendere 10 giorni per vedere se le fotografie sono chiare e distinte».
    Al Hayat conclude che, secondo il governo kuwatiano, «con il satellite Ofek 5 che passeggia sopra le nostre teste, che cosa possiamo fare di più se non respingere le accuse di assistenza allo Stato ebraico?»

(Arouts 7, 9 maggio 2006)





6. ORTODOSSI E PIONIERI IN ISRAELE




La distruzione è diventata lo scopo principale!

Da molte generazioni gli ebrei avevano imparato che se la situazione economica di un paese era in cattive acque era meglio che incominciassero a preoccuparsi. Infatti era piu' facile incolpare gli ebrei ed utilizzarli come capro espiatorio piuttosto che affrontare e risolvere i problemi, era infatti piu' facile urlare "gli ebrei sono colpevoli" e rivolgere contro di loro la furia del popolino.
  In Israele il posto degli ebrei dei paesi diasporici lo hanno presso due gruppi di popolazione: gli ortodossi ed i pionieri. Da anni si sente ripetere, ogni volta che manca il bilancio per vari scopi civili o militari, che "tutti i soldi vanno agli ortodossi e ai pionieri". A nulla servono le spiegazioni e le prove. Si puo' far vedere, ad esempio, che lo studente del Talmud-Torah ortodosso costa allo stato molto meno dello studente della scuola statale, ma i media continueranno ad urlare: "Gli ortodossi svuotano il forziere dello Stato". Lo stesso avviene per i pionieri.
  Questo puo' spiegare la decisione, per lo meno strana, di voler espellere altri ebrei dalle loro case e distruggere altri paesi ebraici. Cosa c'e' di logico in tutto questo? Che cosa ne ottiene il Popolo d'Israele e coloro che sono favorevoli a tale piano? Che cosa spinge il primo ministro ad andare di nuovo incontro a questo terribile trauma, quando ancora i colpiti dall'ultima espulsione si stanno ancora leccando le ferite, vagabondano tra le dimore temporanee, cercano lavoro e stentano a riprendersi?
  Vi ricordate quello che ci spiegarono quando presentarono il "piano di separazione"? Dissero che in cambio della distruzione dei paesi nella Striscia di Gaza e del Nord Samaria avremmo ottenuto il riconoscimento americano per tenerci i grossi gruppi d'insediamenti in Giudea e Samaria. C'e' stato questo riconoscimento? No e poi no! Dissero anche che la ritirata avrebbe migliorato la sicurezza: gli abitanti di Sderot, Askelon e del Neghev Occidentale possono testimoniare senza il minimo dubbio quanto sia "migliorata" la loro sicurezza!
  Tutti si ricorderanno le dichiarazioni che dopo il ritiro totale di Tza'hal [esercito israeliano] dalla striscia di Gaza avremmo potuto agire piu' "energicamente" in risposta ad ogni attacco terroristico. Anche un bambino avrebbe potuto spiegare che le azioni che potremmo fare adesso le avremmo potute fare, ed anche piu' facilmente e con meno perdite, anche prima. Oggi possiamo vedere come Tza'hal agisca "senza freni": bombarda terreni vuoti mentre il lancio dei kassam continua.
  Abbiamo visto attuarsi il monito dell'ex comandante di stato maggiore che il ritiro avrebbe rinvigorito i terroristi che l'avrebbero propagandato come una loro grande vittoria: hamas ha preso il potere e dichiara apertamente di voler distruggere Israele e di voler ammazzare gli ebrei. Non sarebbe ragionevole fermarsi un attimo per pensare? Che logica c'e' nel distruggere altri villaggi ebraici ed espellere altri ebrei dalle loro case quando cio' servirebbe soltanto ad aggravare la nostra situazione ed a rafforzare coloro che vogliono la nostra morte?!
  La risposta e' che per certi gruppi di potere israeliano il principale scopo e' colpire i pionieri. Essi sanno che nessun vantaggio ne verra' al Popolo d'Israele. Al contrario sanno molto bene che cio' causera' gravi danni da tutti i punti di vista. Ma cio' importa a loro poco o niente quando possono colpire i pionieri, cercare di abbatterne  il morale, distruggere i loro paesi e gettarli in strada.
  Politici cinici hanno saputo "sfruttare" lo scopo di questi gruppi che tengono sotto controllo i media e la giustizia. Essi han capito che facendo la volonta' di costoro ne avrebbero ottenuto l'appoggio nei mezzi di comunicazione e l'impunita' delle loro colpe. Han cambiato nome al progetto per renderlo piu' presentabile, ma lo scopo resta lo stesso.
  Un governo che aveva promesso di curare la piaga della poverta' ha preso come primo provvedimento l'aumento del prezzo del pane. Persone che hanno come soli ideali il denaro ed il potere ed infatti gia' in vari han votato contro il proprio governo. E' triste vivere in uno Stato dove questa e' la mentalita' dei dirigenti. Fa pena vedere degli ebrei ortodossi far parte di tale governo: come faranno a non capire che saranno proprio loro in un futuro non lontano le vittime del suo odio!
  Preghiamo il Creatore che abbia presto pieta' di noi portando a compimento la nostra Redenzione.
 
(Haaras neefac lematara', SIC'AT HASHAVUAH n.1009, 5/5/06, p.1; liberamente tratto e tradotto dall'ebraico da Eleazar Ben Yair).





MUSICA E IMMAGINI




Klezmero




INDIRIZZI INTERNET




The Jewish Community of Hebron

Jewish Voice Ministries International




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