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Sta scritto
Dalla Sacra Scrittura
MATTEO 3
- Or in quei giorni comparve Giovanni il Battista, predicando nel deserto della Giudea e dicendo:
- Ravvedetevi, poiché il regno dei cieli è vicino.
- Di lui parlò infatti il profeta Isaia quando disse: Vi è una voce d'uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, addirizzate i suoi sentieri.
- Or esso Giovanni aveva il vestimento di pelo di cammello ed una cintura di cuoio intorno ai fianchi; ed il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
- Allora Gerusalemme e tutta la Giudea e tutto il paese d'intorno al Giordano presero ad accorrere a lui;
- ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
- Ma vedendo egli molti dei Farisei e dei Sadducei venire al suo battesimo, disse loro: Razza di vipere, chi v'ha insegnato a fuggire dall'ira a venire?
- Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento.
- E non pensate di dir dentro di voi: Abbiamo per padre Abramo; perché io vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abramo.
- E già la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, sta per esser tagliato e gettato nel fuoco.
- Ben vi battezzo io con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dietro a me è più forte di me, ed io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con fuoco.
- Egli ha il suo ventilabro in mano, e netterà interamente l'aia sua, e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma arderà la pula con fuoco inestinguibile.
- Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per esser da lui battezzato.
- Ma questi vi si opponeva dicendo: Son io che ho bisogno d'esser battezzato da te, e tu vieni a me?
- Ma Gesù gli rispose: Lascia fare per ora; poiché conviene che noi adempiamo così ogni giustizia. Allora Giovanni lo lasciò fare.
- E Gesù, dopo che fu battezzato, salì fuor dell'acqua; ed ecco i cieli s'apersero, ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venir sopra lui.
- Ed ecco una voce dai cieli che disse: Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto.
MATTEO 4
- Allora Gesù fu condotto dallo Spirito su nel deserto, per esser tentato dal diavolo.
- E dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
- E il tentatore, accostatosi, gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre divengan pani.
- Ma egli rispondendo disse: Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma d'ogni parola che procede dalla bocca di Dio.
- Allora il diavolo lo portò con sé nella santa città e lo pose sul pinnacolo del tempio,
- e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: Egli darà ordine ai suoi angeli intorno a te, ed essi ti porteranno sulle loro mani, che talora tu non urti col piede contro una pietra.
- Gesù gli disse: Egli è altresì scritto: Non tentare il Signore Iddio tuo.
- Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, e gli mostrò tutti i regni del mondo e la lor gloria, e gli disse:
- Tutte queste cose io te le darò, se, prostrandoti, tu mi adori.
- Allora Gesù gli disse: Va', Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto.
- Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco degli angeli vennero a lui e lo servivano.
2 TIMOTEO 3
- Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
- e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
- Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
- affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.
(Notizie su Israele, 26 aprile 2026)
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Gli antifa si inchinino alla Brigata ebraica
In Italia il 25 aprile è diventata una celebrazione contro gli Usa e Israele. Eppure, mentre l'Europa era piegata dalle barbarie, nel 1944 nacque un'unità militare di soli ebrei. Simbolo di un popolo che, pur disperso e perseguitato, lottò per ritrovare la libertà.
di Silvana De Mari
In Italia la Festa della Liberazione è diventata la festa dell'antiamericanismo e dell'odio verso Israele. La storia è diventata un optional. L'importante non è quello che è successo, ma quello che dovrebbe essere successo secondo le limitate conoscenze e le ancora più limitate teorie di quelli che, per assoluta auto nomina, si dichiarano i « buoni». Vorrei ricordare la Brigata ebraica, sempre più ingiuriata ogni 25 aprile. Mentre l'Europa sembrava piegata sotto il peso della barbarie, emerse una forza che univa coraggio, identità e speranza: la Brigata ebraica. Nata ufficialmente nel 1944 sotto l'egida dell'esercito britannico, essa rappresentò molto più di una semplice unità militare. Fu il simbolo vivente di un popolo disperso che, pur ferito e perseguitato, trovò la forza di combattere a testa alta per la libertà e la dignità. Composta da volontari ebrei provenienti principalmente dalla Palestina mandataria, la Brigata portava sul proprio vessillo la stella di David, che sventolava accanto alle insegne alleate. Molti di questi uomini lasciarono le proprie case affrontando viaggi difficili e, in diversi casi, sostenendo personalmente parte delle spese necessarie per raggiungere i centri di arruolamento o contribuire al proprio equipaggiamento iniziale. Quel gesto, concreto e gravoso, era già di per sé una dichiarazione di volontà: non attendere la storia, ma entrarvi da protagonisti. Il loro battesimo del fuoco avvenne in Italia, lungo il fronte adriatico, dove parteciparono alle operazioni dell'Offensiva della primavera del 1945. Nelle dure battaglie sul fiume Seni o e nelle azioni attorno ad Alfonsine, la Brigata contribuì allo sfondamento delle linee tedesche, distinguendosi per disciplina e tenacia. Inseriti nel più ampio quadro della Campagna d'Italia, i loro reparti presero parte alle fasi finali che portarono al collasso delle difese naziste nel Nord, consolidando posizioni chiave e sostenendo l'avanzata alleata nei momenti decisivi. E tuttavia, dietro quel contingente valoroso, aleggia anche la storia di ciò che avrebbe potuto essere. Nei decenni precedenti, le restrizioni imposte dal mandato britannico - culminate in provvedimenti come il Libro Bianco del 1939 - limitarono severamente l'immigrazione ebraica verso la Palestina. Tali politiche, adottate in un contesto di crescenti tensioni locali con i movimenti palestinesi e pressioni politiche, impedirono a molti di trovare rifugio e di contribuire anni dopo alla lotta armata contro il nazifascismo. Se quelle porte fossero rimaste aperte, se l'approdo fosse stato consentito a un numero maggiore di uomini e donne in fuga dall'Europa, la Brigata ebraica avrebbe potuto contare su ranghi ben più ampi, diventando una forza ancora più imponente sul campo di battaglia, e soprattutto innumerevoli vite sarebbero state salvate dallo sterminio nazista. La presenza della Brigata ebraica ebbe un valore che trascendeva il piano militare. In un mondo in cui gli ebrei venivano disumanizzati e annientati, la Brigata incarnava la rinascita dell'orgoglio e della capacità di autodifesa. I suoi soldati non combattevano solo per liberare territori, ma per riaffermare un'identità che il nazismo aveva cercato di cancellare. Alla fine del conflitto, quando le armi tacquero, la missione della Brigata non si concluse. Molti dei suoi membri si dedicarono ad aiutare i sopravvissuti della Shoah, fornendo assistenza, protezione e facilitando il loro viaggio verso una nuova vita. In quel momento, la Brigata divenne ponte tra distruzione e rinascita, tra dolore e speranza. La sua eredità è profonda e duratura. Essa contribuì non solo alla vittoria contro il nazifascismo, ma anche alla formazione di una coscienza collettiva che avrebbe positivamente influenzato la nascita dello Stato di Israele. I suoi veterani portarono con sé esperienza militare, spirito di sacrificio e un senso incrollabile di unità. Raccontare la storia della Brigata Ebraica significa celebrare una pagina luminosa in uno dei capitoli più oscuri della storia umana. E il racconto di uomini e donne che, di fronte all'abisso, scelsero di combattere, di resistere e di costruire. È un'epopea di dignità che continua a risuonare nel tempo, ricordandoci che anche nei momenti più bui può nascere una luce capace di guidare il futuro.
(La Verità, 25 aprile 2026)
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Niente cortei per Shabbat e tensioni. Ma la comunità si riunirà domani
La cerimonia al Cimitero militare di Milano per ricordare alleati e Resistenza
di Luciano Bassani
Quest'anno la Comunità ebraica di Milano non prenderà parte alle manifestazioni del Festa della Liberazione in programma il 25 aprile. Una decisione che nasce da una doppia motivazione: il rispetto dello Shabbat, giorno sacro di riposo e preghiera, e un clima percepito come sempre più difficile all'interno di alcuni cortei pubblici. Nel calendario ebraico, lo Shabbat rappresenta un momento centrale della vita religiosa, durante il quale sono sospese attività lavorative e spostamenti non necessari. Quando cade in concomitanza con eventi civili, la partecipazione diventa quindi problematica per osservanti e istituzioni comunitarie. A questo elemento si aggiunge una preoccupazione crescente per la presenza, negli ultimi anni, di gruppi e slogan considerati ostili a Israele e, in alcuni casi, sfociati in espressioni percepite come antisemite. Un contesto che ha contribuito a rendere meno inclusivo, agli occhi di molti ebrei italiani, uno spazio che storicamente è stato condiviso e gli spettava di diritto. Il 25 aprile resta tuttavia una data fondativa anche per la memoria ebraica italiana. Numerosi ebrei parteciparono infatti alla Resistenza italiana e alla lotta contro il nazifascismo, sia nelle file partigiane sia all'interno delle forze alleate. A questo va aggiunto il riferimento storico alla collaborazione tra il Gran Mufti di Gerusalemme e il regime nazista durante la Seconda guerra mondiale, che dovrebbe far porre qualche domanda sulla partecipazione alla manifestazione dei volenterosi promotori della difesa a oltranza dei palestinesi. Proprio per ribadire il suo legame al giorno della liberazione, la Comunità ebraica di Milano ha scelto di partecipare a una commemorazione alternativa domenica 26 aprile a Trenno. Il Milan War Cemetery (in italiano, Cimitero di guerra di Milano) è un cimitero dove sono seppelliti 417 caduti delle nazioni del Commonwealth. L'iniziativa si svolgerà davanti alle lapidi che ricordano i soldati ebrei dell'esercito britannico e della Brigata ebraica, unità che combatté in Italia negli ultimi mesi della guerra contribuendo alla liberazione dal nazifascismo. Sarà un momento sobrio ma significativo, dedicato alla memoria condivisa e al contributo ebraico alla libertà dell'Italia. In questo scenario, la scelta della Comunità ebraica milanese appare come un tentativo di tenere insieme identità religiosa, sicurezza e memoria storica. Un modo diverso di celebrare il 25 aprile, senza rinunciare al suo significato profondo: la conquista della libertà e il rifiuto di ogni forma di odio.
(La Verità, 25 aprile 2026)
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Gaza. Le armi di Hamas per schiacciare le milizie rivali
Il nuovo studio dell’ICT israeliano svela la strategia per isolare i gruppi sostenuti da Israele e consolidare il controllo sull’enclave
di Shira Navon
Il terreno su cui si gioca il potere a Gaza si è spostato, e chi continua a leggere quel conflitto solo in termini di armi e raid resta indietro. Un rapporto dell’International Institute for Counter-Terrorism israeliano mostra come Hamas abbia aperto un fronte meno visibile e forse più efficace, una guerra psicologica costruita con metodo, pazienza e una conoscenza profonda della società gazawi, dove l’appartenenza familiare e la reputazione valgono quanto, se non più, della forza militare.
Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, mentre le operazioni armate diminuivano di intensità, Hamas ha cambiato passo. Alle eliminazioni mirate ha affiancato una campagna sistematica che usa canali Telegram, messaggi calibrati e una pressione capillare sui clan locali, trasformati in strumenti di delegittimazione. Il bersaglio sono le milizie nate negli ultimi due anni, gruppi eterogenei che operano tra Rafah, Gaza City e il nord della Striscia, alcuni dei quali sostenuti apertamente da Israele con l’obiettivo di indebolire il controllo dell’organizzazione islamista e ridurre la necessità di interventi diretti.
Il rapporto individua almeno cinque di questi gruppi, tra cui le cosiddette “Forze popolari” guidate da Yasser Abu Shabab, attive nella zona orientale di Rafah e riconosciute da Israele come interlocutori operativi già nel giugno 2025. Accanto a loro si muovono altre milizie locali, nate spesso su base familiare o territoriale, che cercano spazio in un contesto frammentato e instabile. È proprio questa frammentazione che Hamas ha deciso di sfruttare, rovesciandola contro i suoi avversari.
Per farlo ha costruito una macchina di controllo interna che non si limita alla sicurezza tradizionale. L’unità Sahm, creata nel marzo 2024, agisce sulla popolazione civile, regolando i mercati e punendo i presunti collaboratori, mentre Rada, istituita nell’estate 2025, opera come braccio repressivo specializzato contro chi viene accusato di cooperazione con Israele. Queste strutture non si muovono soltanto sul piano operativo, ma alimentano un flusso continuo di contenuti che circolano online, dove vengono pubblicate confessioni, immagini e avvertimenti destinati a costruire un clima di paura e isolamento.
Il cuore della strategia sta nella costruzione di un’immagine. Le milizie rivali vengono presentate come corrotte, mosse da interessi personali, incapaci di offrire protezione e destinate a essere abbandonate da Israele. Ogni episodio interno, ogni sospetto tradimento, ogni tensione viene amplificata e inserita in una cornice narrativa coerente che punta a svuotare queste formazioni di qualsiasi legittimità sociale. Parallelamente, Hamas apre finestre di “pentimento” di dieci giorni, offrendo amnistie temporanee che funzionano come leva psicologica per spingere i combattenti a disertare.
La leva decisiva resta però quella tribale. In una società dove il clan definisce identità e protezione, la scomunica pubblica equivale a una condanna. Il caso del clan al-Duhaini, che nel dicembre 2025 ha preso le distanze da alcuni membri coinvolti nelle milizie, privandoli della protezione familiare, è emblematico di un meccanismo che Hamas incoraggia e, secondo diverse testimonianze, talvolta impone. La pressione non arriva solo dall’alto, ma attraversa le relazioni quotidiane, trasformando la diffidenza in isolamento e l’isolamento in vulnerabilità. A questo si aggiunge il ruolo dei media regionali, con Al Jazeera che ha rilanciato materiali forniti da Hamas, inclusi filmati provenienti da body cam di presunti collaboratori, contribuendo a rafforzare l’idea di un controllo capillare e onnipresente. Il messaggio è chiaro e viene ripetuto fino a diventare percezione condivisa: chi collabora è visto, seguito, prima o poi colpito.
La reazione dell’Autorità Palestinese è stata dura, con Mahmoud Abbas che ha parlato di violazioni gravi dei diritti umani, mentre la stampa vicina a Ramallah ha evocato paragoni con le esecuzioni dello Stato islamico. Parole che segnano una distanza politica profonda, ma che difficilmente incidono sul terreno, dove la legittimità si misura nella capacità di controllare e orientare la società.
Il dato che emerge con più forza dal rapporto è che Hamas non difende il proprio potere soltanto con le armi, ma con un sistema integrato che tiene insieme coercizione, propaganda e strutture sociali. Chi immagina alternative di governo a Gaza dovrà fare i conti con questo intreccio, perché smontarlo richiede molto più che neutralizzare una catena di comando militare. Qui il potere passa per le famiglie, per le reti informali, per la percezione di ciò che è giusto o tradimento, e su quel terreno Hamas continua a muoversi con una lucidità che, piaccia o meno, spiega perché resti un attore centrale nonostante tutto.
(Setteottobre, 25 aprile 2026)
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Nuovo picco di episodi antisemiti
Dall’inizio della guerra a Gaza, gli episodi di ostilità sono aumentati notevolmente. Il conflitto rischia di gettare un’ombra anche sull’ESC (Eurovision Song Contest) di Vienna. Perché la comunità ebraica è comunque entusiasta dell'ESC.
Il numero di episodi antisemiti registrati in Austria ha raggiunto un nuovo picco nel 2025. L'anno scorso l'ufficio segnalazioni della Comunità ebraica ha documentato 1532 casi. Rispetto al 2024 l'aumento è inferiore all'uno per cento, ma non c'è motivo di rallegrarsi, ha affermato il direttore dell'ufficio segnalazioni, Johannan Edelman: «Qui assistiamo al consolidamento di una situazione di crisi anziché a un calo».
I numeri sono aumentati notevolmente dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva operazione militare israeliana contro il terrorismo nella Striscia di Gaza. «Lo tsunami antisemita dopo il 7 ottobre 2023 si è trasformato in un'inondazione persistente», ha detto Oskar Deutsch, presidente della Comunità ebraica di Vienna.
Non ci si può e non ci si deve abituare a questa situazione, ha sottolineato Deutsch. La comunità ebraica attende con gioia l’Eurovision Song Contest a maggio a Vienna, nonostante le manifestazioni anti-israeliane annunciate, ha detto. L’ESC è una festa della diversità. «C’è una minoranza piccola, ma rumorosa e pericolosa, che vuole distruggerla», ha affermato Deutsch.
Tra i 1532 casi, 205 erano danni alla proprietà, 27 minacce e 19 aggressioni fisiche. Il resto consisteva in ostilità verbali e scritte. Non tutti i commenti antisemiti online sono stati conteggiati singolarmente. Sono stati invece raggruppati i commenti multipli relativi a un post o a un articolo su un incidente.
L'ufficio segnalazioni ha attribuito il 28% dei casi allo spettro politico di sinistra, poco meno del 25% aveva un background musulmano e il 20% era motivato dalla destra politica. Il resto non ha potuto essere attribuito in modo univoco.
(Jüdische Allgemeine, 24 aprile 2026)
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Israele nomina il suo primo ambasciatore cristiano come inviato presso il mondo cristiano
La nuova carica, istituita in un momento di turbolenze internazionali, mira a rafforzare le relazioni di Israele con il mondo cristiano.
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Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar (a sinistra) parla con George Deek, inviato speciale presso il mondo cristiano
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Israele ha nominato il suo primo ambasciatore cristiano, George Deek, come inviato speciale presso il mondo cristiano, con l’obiettivo di approfondire i legami con le comunità di tutto il mondo, ha annunciato giovedì il Ministero degli Esteri.
Distinto diplomatico di lunga data che ha recentemente ricoperto il ruolo di ambasciatore di Israele in Azerbaigian, Deek è un membro di spicco della comunità cristiana araba di Jaffa. Suo padre, Youssef Deek, è stato a lungo presidente della comunità cristiana ortodossa di Jaffa.
“ “Lo Stato di Israele attribuisce grande importanza alle sue relazioni con il mondo cristiano e con i suoi amici cristiani in tutto il mondo”, ha dichiarato in un comunicato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. “Sono fiducioso che George, un diplomatico rispettato ed esperto, contribuirà in modo significativo all’amicizia e al rafforzamento dei legami tra lo Stato di Israele e il mondo cristiano.”
Il ruolo di nuova creazione, in un momento di turbolenze internazionali globali, mira a rafforzare le relazioni di Israele con il mondo cristiano.
«Si tratta di una mossa molto tempestiva e necessaria da parte di Israele per nominare ufficialmente il suo diplomatico arabo cristiano di alto rango come inviato speciale presso il mondo cristiano», ha dichiarato a JNS David Parsons, vicepresidente senior e portavoce dell’Ambasciata Cristiana Internazionale a Gerusalemme. «Data l’attuale guerra e soprattutto la diffusione dell’antisionismo nei circoli cristiani, sarà sicuramente d’aiuto avere un arabo cristiano israeliano che racconti la verità sui valori democratici di Israele in tutto il mondo».
«Si tratta di un ottimo passo nella giusta direzione e deve essere esteso per facilitare il coordinamento tra tutti i ministeri governativi e i comuni che si occupano delle comunità cristiane», ha affermato David Rosen, ex direttore internazionale per gli affari interreligiosi presso l’American Jewish Committee. «Spero che ciò preannunci una comprensione più profonda da parte del governo di Israele di come le relazioni con le comunità cristiane locali influenzino la reputazione internazionale sia dello Stato di Israele che il benessere delle comunità ebraiche in tutto il mondo».
(JNS, 23 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ci sono tre guerre tra i cristiani in Usa
Riportiamo questo articolo di “La Verità” che potrebbe essere un sintomo della direzione che ha preso questo giornale sulla “questione ebraica”. Nel suo sottotitolo si dice tra l’altro: “La frizione tra il sionismo in salsa evangelica e i fedeli all'autorità di Roma spacca il Paese ed è una grana per il presidente”. Emerge subito il contrasto tra sionismo e Roma, tra salsa sionista evangelica e autorità romana papale. Il risalto in colore è stato aggiunto. NsI
di Martino Cervo
Posata la polvere dell'inedito cozzo tra «imperi» (quello morale del Vaticano contro quello secolarissimo, dell'America) si può forse tentare di capire cosa
l'abbia generato. Cosa, cioè, abbia provocato, sotto le scintille dei post di Donald Trump, quella divergenza che ora si cerca di ricomporre dopo il «sequestro» dell'allora nunzio Christophe Pierre al Pentagono, dopo le frasi mai viste del primo Papa americano contro il suo presidente, dopo insomma che Casa Bianca e Santa Sede sembrano agli antipodi più che dentro l'alveo di ciò che chiamiamo Occidente.
Le linee di faglia identificabili sono almeno tre. La prima è la più facile da cogliere: l'Iran. Nel metodo, la Chiesa contesta le ragioni dell'intervento bellico, anche alla luce del documento - comunque non valutato con favore - sulla Strategia della sicurezza nazionale del novembre '25. Qui, a pagina 28, si legge che Teheran, pur restando il primo fattore di destabilizzazione del Medio Oriente, era stata «enormemente indebolita dalle azioni israeliane successive al 7 ottobre 2023 e dall'azione del presidente Trump del giugno 2025, che ha significativamente depotenziato il programma nucleare iraniano». Nel merito, è finora difficile valutare positivamente l'efficacia dell'azione partita il 28 febbraio scorso: di qui l'inesausto richiamo a soluzioni diplomatiche, culminato nell'aggettivo «inaccettabile» scelto da Leone XIV quando Trump ha minacciato di «cancellare un'intera civiltà».
Ma c'è un'altra ragione per cui, in un episcopato complesso come quello americano, l'amministrazione si è trovata con tutti i prelati schierati contro, senza le divisioni tra «conservatori» e «progressisti»: e non è solo per dovere d'ufficio e di difesa del Papa. La seconda linea di faglia che divide non solo Chiesa e Casa bianca ma anche e soprattutto l'anima cattolica e quella evangelica dell'amministrazione è infatti l'immigrazione. Il tratto personale e ostile di papa Prevost lo rendono meno frontale di quanto fosse Bergoglio sul tema: Leone XIV ha appena invitato gli africani a servire il proprio Paese resistendo alla «tendenza migratoria». Tuttavia, oltre a contestare metodi ritenuti brutali nella gestione dell'immigrazione clandestina, c'è un fattore non indifferente. Quando in Italia o in Europa si parla di rimpatri, statisticamente ciò impatta su persone provenienti da Paesi in larga parte di religione islamica, o comunque di culture e storia diverse da quelle del nostro Continente. In America la «remigrazione», a voler usare un termine così abusato da essere inservibile, riguarda tanti latinos, molto spesso cattolici. Il rilievo generale dei vescovi non dipende dalla religione degli immigrati, ma sarebbe sbagliato non considerare questo tema. Secondo un articolo di Commonweal del 2025, addirittura «un cattolico su cinque» negli Usa è «vulnerabile» a un'applicazione severa dei criteri di rimpatri di massa. Paradosso ulteriore: come noto, il blocco elettorale cattolico americano, pur variegato, è considerato fondamentale per conquistare la Casa Bianca, e lo è stato anche per Trump. Tutti i sondaggi stimano che la maggioranza degli elettori cattolici lo abbia preferito a Kamala Harris, e in prospettiva il peso di questa fetta di popolazione sta diventando sempre più «pesante» rispetto ai protestanti, perché sta crescendo, a differenza dei secondi. La figura più rappresentativa di questo doppio attrito (guerra e immigrazione) è senza dubbio Stephen Miller, vice capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna di Trump. Oltre a essere l'ispiratore principale della linea sull'immigrazione, Miller - proveniente da famiglia ebraica - lo scorso 16 aprile ha dichiarato che se l'Iran sceglierà la strada sbagliata, gli Stati Uniti hanno il potere di continuare «indefinitamente» la stretta bellica ed economica.
C'è una terza frattura, più latente e in un certo senso indipendente da Trump, che pure si trova a doverla gestire come presidente, sia nel Partito repubblicano sia nel Paese. Si può partire da un'inconsueta presa di posizione da parte dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme pubblicata sabato 17 gennaio 2026. Non tocca né la politica internazionale né l'America, ma cita «ideologie dannose, come il sionismo cristiano», che «ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all'unità del nostro gregge». Non si tratta di una faida religiosa in una zona infuocata quale la Terra Santa, ma di una linea di faglia teologica che attraversa anche l'America: tanto che a quel documento ha risposto duramente Mike Huckabee, ex pastore battista e ambasciatore degli Usa in Israele.
Come ha spiegato un recente articolo di Giacomo Maria Arrigo su Limes, il sionismo cristiano è «una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello stato di Israele come parte del piano profetico», interpretando alla lettera la Bibbia in una dottrina «dispensazionalista». Per semplificare una faccenda stratifìcata e complessissima, il mondo evangelico americano e la sua sporgenza politica considera attuali, valide, storicamente predittive e politicamente impegnative le promesse veterotestamentarie fatte da Dio al suo popolo. Quando il popolarissimo conduttore Tucker Carlson ha chiesto al senatore repubblicano Ted Cruz se considerasse la nazione citata nella Genesi quella oggi governata da Netanyahu, Cruz ha risposto affermativamente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aderisce a tale impostazione, che non può non entrare in conflitto con la sensibilità cattolica. Del resto, è sotto la sua guida che, la scorsa Pasqua, il Pentagono si è premurato di far sapere che non ci sarebbero state celebrazioni cattoliche ma solo protestanti per il Venerdì Santo. Quanto tale profonda frizione sia destinata a caratterizzare il mandato di Trump, che pure allinea tra le sue fila una nutritissima schiera di
cattolici dichiarati, lo testimonia persino l'ex miss California Carrie Prejean Boiler, cattolica, che sostiene di essere stata licenziata dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la sua, dichiarando che la fede nella Chiesa di Roma non sposa il sionismo politico come compimento dei Testi.
Episodio forse marginale, nella sua perfetta americanità, ma che rientra nel grande scontro teologico che anima il più materialista dei Paesi occidentali. Il sacro, espulso, trova sempre strade impreviste.
(La Verità, 24 aprile 2026)
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L’autore accenna a un articolo su Limes di Giacomo Maria Arrigo. Ne riportiamo di seguito ampi estratti.
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Altro che cattolici, l’America è dei sionisti cristiani
Rapporto da Notre Dame, cuore del cattolicesimo conservatore statunitense. Nonostante gli influenti fedeli di Roma nel governo Trump, è Israele la vera religione politica dei repubblicani. Vietato criticarlo. L'Apocalisse al Pentagono.
di Giacomo Maria Arrigo
I ragazzi entrano ordinati, in fila indiana, in silenzio. Poggiano i loro zaini nel vestibolo e proseguono fino ai banchi. Si ode solo la voce del sacerdote che celebra la messa. Un vago odore d'incenso impregna l'aria. È il 18 febbraio, mercoledì delle ceneri: mi trovo nella basilica del Sacro Cuore, dentro il campus dell'Università di Notre Dame, in Indiana. Gli sguardi solenni dei presenti sono rivolti ora al sacerdote, ora alla rappresentazione della Trinità sopra l'altare. Alcune donne hanno un velo ricamato sul capo. A un certo punto i fedeli si alzano e procedono disciplinatamente verso i ministri per lo spargimento delle ceneri sul capo. Anzi no: i sacerdoti tracciano col dito una croce sulla fronte di ciascuno. E guai a ripulirsi: si fa piuttosto a gara a chi riesce a mantenere per più tempo la croce visibile fino a sera. E così le strade delle città sono piene di uomini e donne con la fronte tracciata da due incerte linee di cenere, persino sul posto di lavoro. L'anno scorso fu Marco Rubio a presentarsi in televisione con la croce di cenere in fronte, incuriosendo i più. Ma in America è prassi, in Europa si è invece più timidi nell'esibire simboli religiosi in pubblico, figurarsi un politico. Sono appena arrivato negli Stati Uniti, dove trascorrerò un mese in qualità di visiting scholar all'Università di Notre Dame, il più importante ateneo cattolico statunitense. C'è un'atmosfera frizzante nell'aria, ma non si tratta del freddo. È la sensazione che qualcosa stia accadendo. I cattolici sono tanti, quantomeno all'interno del campus. I ragazzi e le ragazze vestono perlopiù bene, ovvero in maniera poco americana, perché un buon abito, la cura nel vestiario, i capelli pettinati, sono tutti marcatori identitari tipici dei cattolici negli Stati Uniti. Sembra di essere in un limbo sospeso tra l'Europa e l'America: non più Europa perché c'è un senso di artificialità che gli Stati Uniti non riescono a scrollarsi di dosso; non ancora America perché vige una formalità che altrove è vietata. È una sensazione divertente, che emerge persino da alcuni cartelloni affissi nella bacheca della basilica: un collage di fotografie di catecumeni, ragazzi e ragazze che si stanno preparando al battesimo, e appaiono tutti felici; e un altro collage di visi di giovani uomini in procinto di diventare sacerdoti, anch'essi sorridenti. Pare che la Chiesa cattolica non conosca crisi da queste parti.
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C'è un non detto che aleggia nell'aria, insomma, un freno a qualsiasi canto di vittoria. Non mi rendevo ancora conto che, giunto in America con un'idea (una vittoriosa invasione nella politica e nella sfera pubblica da parte del cattolicesimo), sarei tornato in Italia con un'altra. Cos'era quella stortura lo avrei compreso solamente qualche giorno dopo. Il 20 febbraio esce l'intervista di Tucker Carlson all'ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee È un fulmine - ma non a ciel sereno, come vedremo. Huckabee è anche un pastore della Southern Baptist Convention, che negli Stati Uniti è il più grande gruppo protestante e la seconda più grande comunità cristiana dopo i cattolici. L'orientamento prevalente delle chiese che vi aderiscono è evangelicale. Carlson interroga Huckabee circa la sua aderenza a quello che chiama sionismo cristiano. Cosa sostiene veramente? Come si configura? Che tipo di rapporto suggerisce di tenere con il moderno Stato di Israele? Huckabee risponde che, siccome nella Bibbia c'è scritto che coloro che benedicono Israele saranno benedetti e coloro che maledicono Israele saranno maledetti da Dio (Genesi 12,3), bisogna stare inequivocabilmente dalla parte di Israele. Il giornalista allora chiede quali siano i confini del territorio israeliano, visto che nella Bibbia si parla di una porzione geografica che si estende dal Nilo all'Eufrate (Genesi 15,18). Incalzato, l'ambasciatore risponde: «Andrebbe bene se [gli israeliani] prendessero tutte». Questo scambio sintetizza bene la posizione del sionismo cristiano, una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, diffusa soprattutto nel mondo evangelico anglosassone, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello Stato di Israele come parte del piano profetico. Per il sionismo cristiano è perentorio leggere la Bibbia alla lettera perché le promesse divine sono eterne, e quando Dio dice una cosa non può rimangiarsela o cambiarne il senso: nemmeno la venuta di Gesù esaurisce e invera l'elezione del popolo ebraico. Perciò la teologia del sionismo cristiano sostiene che Dio mantiene un patto storico e irrevocabile con gli ebrei (l'elezione rimane valida anche a fronte della missione di Cristo), che le promesse del territorio e della restaurazione nazionale conservano la loro validità, che il ritorno ebraico in quella specifica terra ha un significato profetico, che Israele e Chiesa non vanno identificati (la Chiesa non sostituirebbe Israele, la qual posizione, che da sempre caratterizza l'identità cristiana, è accusata di essere una «teologia del rimpiazzo» [in italiano è nota come “teologia della sostituzione”, ndr]), e che Israele avrà un ruolo centrale negli eventi escatologici culminanti nel regno messianico, giacché il ritorno del Messia è legato, in qualche modo, al destino d'Israele e alla città di Gerusalemme. Qualche mese prima, nel giugno 2025, anche Ted Cruz, senatore repubblicano del Texas e già candidato alle primarie presidenziali nel 2016, aveva dichiarato che «fin da quando ero piccolo, mi è stato insegnato che coloro che benedicono Israele saranno benedetti, e coloro che maledicono Israele saranno maledettì-. E aveva aggiunto: «E per quanto mi concerne, voglio stare dal lato della benedizione-. Poco più avanti sottolineava: «Da dove viene il mio supporto per Israele? Innanzitutto dal fatto che siamo biblicamente vincolati a supportare Israele». A quel punto l'intervistatore (sempre Tucker Carlson) domandava: «La nazione a cui Dio si riferisce in Genesi è il paese governato da Binyamin Netanyahu oggi. Risposta immediata: «Sì, sì».
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Dopo la lezione mi intrattengo con Deneen presso il suo ufficio. L'onnipresenza di libri ammonticchiati a ogni lato contribuisce a restringere la percezione dello spazio. Una grande finestra frontale è sormontata da un crocifisso di San Damiano e da altre icone dorate. Deneen mi confida di sperare che Vance diventi presidente alle prossime elezioni presidenziali dimodoché possa essere più libero di implementare una politica basata sulla dottrina sociale della Chiesa. D'altronde durante la fase di tribolazione spirituale di Vance, quando l'attuale vicepresidente si stava avvicinando alla fede cattolica, i due hanno parlato a lungo e Vance chiedeva consigli e confidava dubbi proprio a Deneen - o almeno così mi racconta lui stesso. A un certo punto tocco l'argomento del sionismo cristiano simulando disinteresse, come se ci fossi finito per puro caso e mio malgrado. Trovo immediatamente minor disponibilità a trattare l'argomento, e a parte qualche chiacchiera sul calo di supporto per Israele da parte della generazione Z, ormai documentato da svariati sondaggi, non ottengo alcuna sua opinione in merito. Non passerà molto prima di congedarci.
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Mentre ceniamo, parliamo della guerra. Vien subito fuori il nome di Paula White. In quei giorni è virale su Internet un suo video girato nel novembre 2020, un rito propiziatorio per la rielezione di Trump dove la donna, con atteggiamenti scomposti e voce litanica da televangelista, intona una strana preghiera - se così si può chiamare - e invoca gli angeli. Pastora evangelica, White è la consigliera spirituale di Trump, alla quale è stata pure affidata la direzione del White House Faith Office, opportunamente creato da Trump all'inizio del secondo mandato. Il 27 luglio 2025, in occasione di una conferenza a Gerusalemme organizzata da Daystar, una rete televisiva cristiana evangelica statunitense, White ha detto a Binyamin Netanyahu e a sua moglie Sara, entrambi sul palco, le seguenti parole: «Sono così onorata di sedere qui accanto a coloro che ritengo essere gli eletti da Dio! Per me Israele è sacro, è santo». Netanyahu annuiva sorridendo. Il professore tedesco accanto a me sostiene che tutto ciò è una palese contraddizione: come è possibile che gli Stati Uniti, da una parte, denuncino l'estremismo religioso del regime iraniano e, dall'altra, adottino un'analoga retorica politico-religiosa? Forse che l'Iran è «attivo- («bad guys», ha detto Hegseth) solo perché si serve di giustificazioni islamiche, mentre gli Stati Uniti sono «i buoni- perché si fondano sul cristianesimo - anzi, per essere precisi, sul sionismo cristiano? In Europa, continua il professore, tutto ciò non solo non è accettabile ma non è nemmeno preso sul serio, è accantonato come roba folkloristica; al massimo viene letto come un semplice mantello utile a nascondere interessi (economici, egemonici, politici) che a noi sembrano più concreti, ma che forse, in fondo, non lo sono poi così tanto. Ebbene, non comprendere tutto ciò ci espone a un pericolo: è un'illusione tutta europea quella che ci spinge a considerare il mondo come finalmente illuminato dalla ragione secolare - un mito illuministico, ma pur sempre un mito. Non posso non essere d'accordo con lui: l'idea che le credenze spirituali non siano più operative nel mondo contemporaneo, o che non abbiano un'effettiva efficacia, è una palese assurdità. Gli europei sono tagliati fuori da una reale e profonda comprensione degli avvenimenti globali proprio perché rifiutano di dar peso alle motivazioni religiose che stanno alla base delle scelte strategiche, militari, politiche e perfino economiche. Gli europei sono ciechi - e continuano a esserlo se giudicano tutto ciò come ininfluente, irrilevante, o come una mera carnevalata. «Con questa guerra assisteremo al ritorno del Messia», ha detto Netanyahu il 12 marzo parlando in ebraico.
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I giorni trascorrono velocemente. La neve passa, il sole riscalda, la primavera è alle porte. La fine della mia permanenza è vicina. A pochi giorni dalla mia partenza assisto a una lezione pubblica del vescovo Robert Barron. Barron è una figura di riferimento per la comunità cattolica statunitense e figura parecchio attiva sui social, con milioni di followers, sempre disponibile a un confronto muscolare con gli avversari. La sua lezione è incentrata sull'ermeneutica dell'Antico Testamento, culminante nella considerazione che Dio è il totalmente altro («the utterly Other»), al punto che «si comprebendis non est Deus», «se lo comprendi non è Dio», come recita sant'Agostino in un suo celebre sermone. Uscito dall'aula, mi dirigo a casa di un professore che mi ha invitato per cena. È un piacevole momento per congedarmi dall'ambiente accademico di Notre Dame. Entrato in una casa tipicamente americana, con il vialetto tracciato lungo un giardino, il posto per l'automobile vicino all'ingresso e il tetto spiovente, saluto i presenti, un nutrito gruppo di professori e di altre persone invitate per l'occasione. È un ambiente intimo e allegro. È inevitabile che l'argomento cada sulla guerra. La discussione tra i presenti è pacata e mai accalorata, le opinioni si susseguono ordinatamente e con rispetto. L'opinione diffusa è che Israele abbia spinto l'America in questa guerra contraria agli stessi interessi americani. «Proprio come quando Israele aveva suggerito alla nostra intelligence nel 2003 che Saddam Hussein avesse le armi di distruzioni di massa per trascinarci in guerra con l'Iraq», aggiunge uno dei presenti. E poi: «Il fatto è che l'americano medio non conosce il Medio Oriente, dice qualcuno. «È completamente ignorante della realtà sociale, politica e religiosa della regione. Per non parlare della geografiai-. Qualcun altro chiede il motivo di questo analfabetismo. La risposta non tarda ad arrivare: «È utile a una certa agenda percepire il Medio Oriente come una regione omogenea, abitata da popoli sostanzialmente tribali e da fanatici religiosi» Ascolto con interesse e registro le reazioni dei presenti. Il tono di voce è dei più composti, le dichiarazioni sembrano ben meditate. Al termine della serata torno nel mio appartamento per preparare la valigia. Prima di spegnere la luce scorro il social X. Casualmente mi imbatto in un post di Carrie Prejean Boller che recita: «Il presidente Trump mi ha ufficialmente rimossa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la mia libertà religiosa. L'unica donna cattolica che si oppone al sionismo è stata rimossa come preludio alla guerra con l'Iran. Di cosa si tratta? Mi incuriosisco e faccio qualche ricerca - il sonno può aspettare. In breve, la vicenda è la seguente: nel maggio 2025 il presidente Trump ha costituito la Religious Liberty Commission con il compito di studiare lo stato della libertà religiosa in America e fornire consulenza al Faith Office (guidato dalla già citata Paula White) e al Domestic Policy Council, proponendo eventuali misure per tutelarla a livello nazionale e individuando al contempo opportunità per promuoverla anche a livello internazionale. La commissione, composta da quattordici commissari, è diretta da Dan Patrick, vicegovernatore del Texas, evangelico conservatore fortemente pro Israele, battezzato nel fiume Giordano nel 2016 e vicino a reti tipicamente associate al sionismo cristiano (su tutte, la Christians United for Israel fondata da John Hagee). All'udienza sull'antisemitismo del 9 febbraio, in presenza di alcuni testimoni, tutti rabbini, che avevano subito discriminazioni, Carrie Prejean Boller, membro della commissione di fede cattolica, afferma che il cattolicesimo non sostiene il sionismo inteso come compimento di profezie bibliche. Le domande che avanza sono due: tutti i cattolici che non sono sionisti in questo senso (come tra l'altro aveva già scritto R.R. Reno) sono antisemiti? E inoltre: essere antisionisti significa essere antisemiti? Alla prima domanda non riesce ad ottenere una chiara risposta, anche se l'esitazione dei presenti è eloquente, come ella stessa dirà in alcune interviste rilasciate nelle settimane successive. Aggiunge poi: «In un paese fondato sulla libertà religiosa e sul primo emendamento, credete che sia possibile opporsi energicamente all'antisemitismo, incluso ciò che voi avete subito, e al contempo condannare l'uccisione di massa di civili a Gaza, o rigettare il sionismo politico, o non supportare lo Stato d'Israele? O credete forse che parlare di ciò che molti americani intendono come un genocidio a Gaza debba essere trattato come esempio di antisemitismo? Lo chiedo perché, nella mia visione, gli Stati Uniti non possono e non devono abbracciare una particolare teologia su Israele intesa come banco di prova per una libertà di parola limitata o per ottenere legittimità morale-. La risposta da parte dei testimoni, formulata con chiarezza in seguito alle pressanti domande di Prejean Boller, è che antisemitismo e antisionismo si equivalgono. Dopo quell'udienza, Carrie Prejean Boller è stata licenziata dalla Commissione senza una chiara motivazione.
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Ormai in aeroporto, guardo lo skyline di Chicago in lontananza e mi domando cosa stia succedendo agli Stati Uniti. Ero venuto qui con un'idea ben precisa, che il cattolicesimo stesse vincendo il cuore degli americani e che, grazie a personaggi come ].D. Vance e Marco Rubio, avrebbe inciso pure sulle decisioni strategiche e sulle scelte politiche del governo. Quanta ingenuità, mi dico. Finalmente sull'aereo, do un ultimo sguardo al telefono. Sui social viene rilanciata da più utenti una notizia che mi lascia alquanto perplesso. A metà febbraio (quasi un mese fa, chissà come mai quella notizia aveva iniziato a circolare con questo ritardo) Pete Hegseth aveva invitato al Pentagono Douglas Wilson, noto predicatore, pastore evangelico e sionista cristiano, per guidare un momento di preghiera. Wilson è noto anche per aver accarezzato l'idea che gli Stati Uniti debbano adottare una teocrazia cristiana e conformarsi a un'interpretazione biblica della società. Ma la cosa che ha fatto indignare gli utenti sui social è un video recentemente riaffiorato in cui dice che in America, paese tradizionalmente protestante, potrebbe pure essere ammesso il suono delle campane delle chiese, ma che le processioni cattoliche dedicate alla Vergine Maria o all'Eucaristia dovrebbero essere vietate perché rappresenterebbero «atti pubblici di idolatria». Wilson è uno dei fondatori della Comunione delle chiese evangeliche riformate, rete alla quale la chiesa di Hegseth aderisce. Spengo il telefono. La guerra con l'Iran è in corso. Israele sembra essere la causa di rinnovate aggregazioni e disgregazioni identitarie, la ragione di profonde simpatie e di ancor più profondi odi, il fondamento di nuove ideologie politiche e il presupposto per alleanze o disaccordi più profondi e duraturi di semplici e contingenti convergenze strategiche. Qui s'intrecciano motivi spirituali, proiezioni escatologiche, lotte intracristiane e interreligiose, sogni di egemonie locali e globali. Il mondo dello spirito è di nuovo all'opera, e incide sulle alterne vicende umane pur nell'epoca del disincanto. Speriamo che finisca bene. Anzi, tanto vale pregare.
(Limes, "In trappola", Vol 3, aprile 2026)
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L’analfabetismo biblico degli italiani
di Marcello Cicchese
Anni fa fui invitato in una scuola media a presentare la persona di Lutero da un punto di vista evangelico. Naturalmente accennai a certe differenze fondamentali tra cattolici ed evangelici sulla chiesa, e al momento delle domande un ragazzo fece la classica osservazione: “Ma Gesù ha detto: Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia chiesa”. Con ciò pensando forse di chiudere il discorso, come del resto fanno molti giornalisti, che su questo non sanno molto di più. Al che ho risposto: “Non è vero”. Volevo vedere quali argomenti avrebbe portato a sostegno della sua affermazione. Come mi aspettavo, non disse niente. “No, è vero - corressi allora io - sta scritto nei Vangeli. Sai dirmi dove?” Nessuna risposta. “Allora te lo dico io: sta scritto in Matteo 16:18", dissi senza aprire la Bibbia. All’età sua, avrei reagito come lui, che a quell’età ero un cattolico come lui. Perché è del tutto usuale, in ambito cattolico, essere ignoranti in fatto di Bibbia. Un fratello in fede, dopo essersi convertito a Cristo mi ha detto che la sorella è rimasta scandalizzata quando le ha detto che Gesù era ebreo. Ma è mai possibile oggi? Nella cultura popolare cattolica, che alcuni adesso sembrano rimpiangere (anche tra i redattori di “La Verità”), pare proprio di sì. C’è ancora chi pensa che Bibbia e Vangeli siano due cose diverse. E se la cosa viene fuori, non se ne vergognano, perché non è compito loro interessarsi di certe cose: ci sono i preti per questo. Anche se si sale di livello, la cosa in sostanza non cambia: si può considerarsi uomini di cultura senza sentire la necessità di essere personalmente documentati in fatto di testo biblico.Si possono citare Kant e Hegel e ignorare, o del tutto trascurare, che sono cresciuti in una famiglia protestante luterana, Si può citare Nietzsche e non tener conto che il padre era un pastore protestante luterano. Sanno forse gustare la musica di Bach, o quanto meno sanno che è esistito, ma non sottolineano che è nato e cresciuto interamente in una società luterana e in una fede biblica. E c’è da chiedersi quanto sanno capire del testo delle cantate di Bach. Sono quasi tutte espressioni di fede biblica, che per Bach era personale, e non di generico cristianesimo, ma di riferimenti a testi in cui la salvezza non è certamente presentata in forma cattolica. Non ci sono né madonne, né papi, né santi in quelle cantate. In una di queste si canta il famosissimo (tra gli evangelici) versetto di Giovanni 3:16 “Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” Ma in ambito cattolico tutto questo si trascura. L’intellettualità italiana è priva di cultura biblica. E sembrano accorgersi solo adesso che l’America è cresciuta in un ambiente protestante. Perché si parla di evangelici che influenzano il Presidente. Protestanti, evangelici, che differenza c’è? Ma cosa sono questi “cascami del cristianesimo americano”, si chiede l’intellettuale cattolico-italiano Franco Cardini. E da bravo cattolico mette in risalto l’autorità spirituale di un “vero agostiniano” come papa Prevost, osservando con soddisfazione che il “potere ecclesiastico” mette a tacere la “soggezione dei laici”. Quello che l’italiano medio di grande o piccola cultura non riesce a capire, ma neppure a immaginare, è che possa esistere un “cristianesimo biblico dei laici”. È la Riforma protestante, con il suo principio fondamentale del “Sola Scriptura” come suprema e unica autorità, ad aver acceso e alimentato i vari fuochi di questo cristianesimo biblico popolare che hanno alimentato grandi movimenti culturali in Europa e nella propaggine americana che ne ha ricevuto la spinta. Termini come luteranesimo, pietismo, liberalismo, dispensazionalismo, fondamentalismo sono abbreviazioni sotto cui si muovono riflessioni, dibattili, associazioni, movimenti che ruotano tutti intorno alla comprensione e all’attuazione di testi biblici. Sono termini usati e discussi sin dalla fine dell’Ottocento fuori dal contesto cattolico, ed è per questo che quando giornalisti, scrittori o intellettuali italiani li nominano, danno soltanto la prova evidente di non avere capito niente. E restano lì a confrontarsi col papa.
(Notizie su Israele, 24 aprile 2026)
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Una passeggiata lungo il Sentiero dell’Indipendenza
Il Sentiero dell’Indipendenza a Tel Aviv fa rivivere il periodo della fondazione dello Stato di Israele. Non è solo in occasione della festa nazionale che invita a fare una passeggiata.
di Gundula Madeleine Tegtmeyer
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La Sala dell’Indipendenza è una tappa del percorso storico
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La festa nazionale israeliana Yom Ha’atzmaut commemora la dichiarazione d’indipendenza del 14 maggio 1948, il 5 Iyar 5708 secondo il calendario ebraico. Oltre alle cerimonie ufficiali sul Monte Herzl e in altre località del Paese, nonché a un programma di contorno che comprende, ad esempio, parate aeree, in questo giorno memorabile sono molto apprezzate gite, grigliate, picnic e concerti. L’esercito apre parzialmente le sue basi al pubblico.
Nonostante tutte le minacce, anche quest'anno gli israeliani hanno celebrato questa giornata memorabile nei limiti del possibile e in conformità con le direttive del Comando del Fronte Interno (in ebraico: Pikud HaOref). Il Comando del Fronte Interno è un'unità regionale delle Forze di Difesa Israeliane, fondata nel 1992. È responsabile principalmente della protezione della popolazione civile in Israele in caso di guerre, attacchi terroristici e catastrofi naturali. Tra i suoi compiti figurano le operazioni di ricerca e soccorso, la gestione della protezione civile, l'allerta in caso di attacchi, ad esempio tramite app, e il coordinamento delle misure di soccorso.
E giunsi dai deportati che abitavano presso il fiume Kebar, a Tel-Abib, e mi sedetti tra coloro che vi abitavano, e rimasi lì in mezzo a loro per sette giorni, completamente sconvolto (Ezechiele 3,15).
Un tour divertente e istruttivo sulla storia della fondazione di Tel Aviv e dello Stato di Israele è una passeggiata nella metropoli costiera lungo il Sentiero dell’Indipendenza, lo Shvil HaAzma‘ut. Questo percorso storico urbano, lungo un chilometro, attraversa il cuore del centro culturale e politico della città. Collega dieci importanti siti storici, ognuno dei quali offre uno sguardo sull'affascinante storia di Tel Aviv, la città ebraica sul Mediterraneo fondata nel 1909.
• Il primo chiosco
Un popolare punto di incontro e un ottimo punto di partenza per il tour è il primo chiosco di Tel Aviv, situato sul viale Rothschild, all'angolo con via Herzl. La parola tedesca „Kiosk“ deriva dal persiano-turco gōše, che può essere tradotto con „angolo“ o anche „angolino“. Il turco kōsk, che significa „padiglione da giardino“ o anche „capanna“, fece il suo ingresso in Europa nel XVIII secolo attraverso il francese kiosque. I chioschi erano originariamente casette da giardino aperte, che nel corso del XIX secolo si sono trasformate in piccoli punti vendita dove si vendevano giornali.
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L’ex chiosco è oggi un bar espresso
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Il Sentiero dell'Indipendenza può essere esplorato in autonomia. Presso l'ufficio turistico i visitatori ricevono indicazioni stampate in molte lingue, compreso il tedesco. Per gli appassionati di tecnologia, il personale spiega come funziona l’app gratuita con GPS per cellulari. Chi è in viaggio da solo, ma vorrebbe avere compagnia lungo il percorso, può chiedere nell’app a una delle tre celebrità locali di accompagnarlo virtualmente: la scelta è tra Shlomo Arzi, un popolare cantante rock e pop israeliano, oppure l’accompagnamento degli attori Rivka Michaeli o Tal Mosseri.
Il percorso ripercorre i quattro decenni che vanno dalla fondazione di Tel Aviv nel 1909 alla proclamazione dello Stato di Israele nel maggio 1948. Iniziate al numero 10 di Rothschild Boulevard e seguite in senso orario la linea di ottone incastonata nel marciapiede. Tra le tappe più importanti del percorso figurano la Sala dell'Indipendenza, dove nel 1948 il primo ministro David Ben-Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele, e il Monumento ai Fondatori, dedicato alle famiglie che un tempo costruirono Tel Aviv. Lungo il percorso si trovano anche la prima scuola superiore ebraica della città e lo storico quartier generale della Haganah.
La striscia color bronzo nel pavimento si snoda per un chilometro lungo la storia. Emblemi presso i luoghi di interesse, come ad esempio davanti alla statua del primo sindaco Meir Dizengoff, indicano in quale punto della linea temporale ci si trova. La “realtà virtuale” lo rende possibile: presso ogni luogo di interesse, i visitatori vengono riportati indietro nel tempo e informati sugli eventi storicamente rilevanti. Le immagini storiche danno un'idea degli inizi, mentre le canzoni ebraiche degli anni corrispondenti completano il viaggio nel tempo.
• Le tappe dello Shvil HaAzma‘ut
La prima tappa è il primo chiosco di Tel Aviv. Fu costruito nel 1910 e negli anni '20 era uno dei circa 100 chioschi della città. All'epoca era particolarmente apprezzata una rinfrescante limonata turca. Oggi l'edicola è un bar espresso.
La seconda tappa è la fontana a mosaico di Nahum Gutman, situata direttamente sul Rothschild Boulevard in direzione del parcheggio sotterraneo. Nahum Gutman (1898–1980) è stato un importante artista israeliano che, con il suo stile artistico inconfondibile, ha dato voce allo spirito e alla vitalità della nascente nazione israeliana, l'idea della rinascita nazionale ebraica in Terra d'Israele. Insieme ad altri artisti, Gutman aspirava a stabilire un linguaggio artistico per i progetti sionisti. Questo mosaico, intitolato “Piccola Tel Aviv”, fu commissionato nel 1971 e originariamente si trovava in Piazza Bialik. Mostra agli osservatori motivi tratti dalla vita nella storica Jaffa fino agli albori di Tel Aviv.
Passate tra gli edifici, oltrepassando un monumento al capitano Alfred Dreyfus, che nel 1894 fu ingiustamente accusato di alto tradimento in Francia e fu riabilitato solo nel 1906 – dopo anni di battaglie legali da parte di coloro che erano convinti della sua innocenza, come Émile Zola.
Raggiungiamo ora la terza tappa, l’ex residenza di Akiva Arieh Weiss (1868–1947) all’angolo con via Ahad HaAm. Weiss fu l’iniziatore e il responsabile del progetto per la fondazione di Tel Aviv, la «prima città ebraica» in Palestina.
La quarta tappa lungo il percorso non esiste più. Qui sorgeva un tempo la prima scuola di lingua ebraica, il Liceo Ebraico Herzlia. Nel 1962 dovette cedere il posto alla costruzione della Torre Shalom. Il primo piano ospita una mostra degna di nota, che illustra in modo vivido alcuni momenti salienti dello sviluppo di Tel Aviv, tra cui anche la storia del Liceo Herzlia, che non era un liceo qualsiasi. Fu fondato nel 1905 a Jaffa con l'obiettivo di offrire agli studenti ebrei in Palestina un'istruzione moderna e completa e di promuovere la lingua ebraica. Sottolineava l'eredità storica del popolo ebraico e il suo stretto legame con la Terra d'Israele. Il liceo fu uno dei primi edifici di Tel Aviv e sorgeva all’estremità superiore di via Herzl. Quando dovette cedere il posto alla Torre Shalom, si trasferì in via Jabotinsky, dove si trova oggi.
La Grande Sinagoga è la quinta tappa del tour esplorativo. Seguite via Ahad HaAm fino al secondo bivio a sinistra verso via Allenby. Poco più avanti si intravede già la facciata della Grande Sinagoga, destinata a diventare il centro spirituale di Tel Aviv, poiché qui tutti gli abitanti della città avrebbero potuto partecipare a cerimonie ed eventi nell’ambito di un’unica pratica religiosa comune. L’organizzazione Lechi disponeva di un deposito segreto di armi nel seminterrato della sinagoga, finché non fu scoperto e smantellato dagli inglesi.
Lechi è l'acronimo dell'espressione ebraica Lochamei Cherut Israel, in italiano: «Combattenti per la libertà di Israele», nota anche come «Banda di Stern». Si trattava di un'organizzazione paramilitare sionista fondata da Avraham («Jair») Stern nel territorio palestinese sotto mandato britannico. Il suo obiettivo dichiarato era l'espulsione con la forza delle autorità britanniche dalla Palestina, per consentire l'immigrazione illimitata degli ebrei e la fondazione di uno Stato ebraico. Inizialmente si chiamava Organizzazione Militare Nazionale in Israele, ma poco dopo fu ribattezzata Lechi. Il gruppo si separò dall'Irgun nel 1940 per continuare la lotta contro gli inglesi durante la Seconda guerra mondiale, durante la quale il Lechi prese in considerazione e perseguì alleanze discutibili, come quelle con l'Italia fascista e la Germania nazista, nella lotta contro il dominio britannico come potenza mandataria sulla Palestina.
Ora tornate indietro lungo Allenby Street e svoltate in Sderot Rothschild Street. Raggiungiamo il Museo dell'Haganah, che segna la sesta tappa del Sentiero dell'Indipendenza ed è ospitato nell'ex casa di Eliahu Golomb (1893–1945). Golomb fu membro fondatore dell'Haganah e fece parte del suo comando. Nel suo ruolo, Golomb viaggiò molto e procurò armi per i combattenti dell'Haganah.
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Soldatesse dopo la visita al Museo dell’Haganah
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L’organizzazione e il finanziamento dell’immigrazione clandestina alla fine degli anni ’30 furono guidati in modo determinante da Golomb. Golomb considerava l’Haganah parte integrante del movimento sionista e rifiutava quindi l’esistenza di organizzazioni di difesa più radicali come l’Irgun Zeva’i Le’umi.
Era decisamente contrario a coloro che sostenevano attacchi indiscriminati contro gli arabi, ma si pronunciava a favore di un confronto attivo con gli aggressori arabi. Berl Katznelson ed Eliahu Golomb collaborarono strettamente con Vladimir Jabotinsky del Partito Revisionista per unificare gli sforzi di difesa degli ebrei.
La Banca Centrale di Israele ha sede alla settima tappa, in via Lillenblum 37, all’angolo con via Nahalat-Binjamin. Il centro visitatori presenta la storia del sistema finanziario israeliano e ospita una vasta esposizione di banconote e monete dal periodo precedente la fondazione dello Stato fino ai giorni nostri.
Tornate ora al Viale Rothschild, dove, all’ottava tappa del percorso, è stato eretto il Monumento alla Fondazione di Tel Aviv – progettato nel 1949 da Nahum Gutman in occasione del 40° anniversario della fondazione della città – sullo spartitraffico del Viale Rothschild. Su di esso sono incisi i nomi delle famiglie che nel 1909 fondarono l’insediamento Ahusat Bait, da cui in seguito nacque Tel Aviv.
Non lontano dal monumento ai fondatori ci troviamo alla nona e penultima tappa davanti a una statua in bronzo raffigurante Meir Dizengoff a cavallo. Dizengoff (1861–1936), nato come Meer Yankelevich Dizengof, fu un leader sionista e politico, responsabile dell’urbanistica (1911-1922) e primo sindaco di Tel Aviv. L’operato di Dizengoff nell’Impero Ottomano e nel Mandato britannico della Palestina contribuì in modo determinante alla fondazione dello Stato di Israele.
Un simbolo illuminato in questo punto del Rothschild Boulevard richiama l’attenzione sul numero civico 16. Alla decima tappa si trova la Sala dell’Indipendenza, il Beit HaAzma‘ut. È l’antica residenza di Meir Dizengoff e il luogo storico in cui, il 14 maggio 1948, David Ben-Gurion firmò e lesse la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele. Qui è stato fondato lo Stato di Israele, otto ore prima della fine del Mandato britannico.
• Promosso dal sindaco Huldai
Il percorso, promosso da Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv-Jaffa dal 1998, termina presso la Sala dell’Indipendenza. Come modelli progettuali dello Schvil HaAzma‘ut sono serviti – tra gli altri – il “Freedom Trail” di Boston e la Paulskirche di Francoforte, dove nel 1848 si riunì l’Assemblea Nazionale per tutta la Germania. Una sfida particolare nella concezione è stata quella di collegare tra loro i vari luoghi di interesse, tanto più che in parte sono gestiti da organizzazioni diverse.
Per poter creare una narrazione generale e inclusiva, Huldai ha convocato un comitato composto da 25 donne e uomini provenienti da diversi gruppi sociali di Israele. Inoltre, il percorso non doveva interferire, per quanto possibile, con il design urbano, il suo utilizzo doveva essere gratuito e la storia della città doveva essere collegata a quella del Paese, poiché Tel Aviv ha avuto un ruolo importante nella fondazione dello Stato ebraico.
Il Beit HaAzma‘ut è stato sottoposto a un'accurata ristrutturazione e, preservandone il carattere storico, è stato riportato allo stato del 1948. Ospita una mostra sulla Dichiarazione d'Indipendenza e sulla fondazione di Tel Aviv. La Sala dell'Indipendenza è un punto di riferimento centrale sia per la popolazione locale che per i visitatori che desiderano comprendere le radici dello Stato moderno di Israele.
(Israelnetz, 23 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Essere ebrei in Europa. Esperienze diverse, un destino comune
Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.
di Ilaria Myr
BRUXELLES - Durante la due giorni della European Jewish Conference, organizzata dalla European Jewish Association il 15 e 16 aprile, molti sono stati i momenti di confronto fra i partecipanti.
Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.
• Francia, un antisemitismo ormai quotidiano
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Da sdinistra, Shannon Seban, Olvier Samuel e Alexander Benjamin
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Della situazione in Francia hanno parlato Shannon Seban, Direttrice esecutiva per gli Affari europei, CAM e Olivier Samuel, Consistoire Israélite du Bas-Rhin.
«In Francia si ha chiaramente la sensazione che l’antisemitismo sia radicato nella vita quotidiana, come del resto in tutta Europa, e che sia diventato sempre più normalizzato – ha dichiarato Shannon Seban -. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno francese, nel 2025 in Francia sono stati registrati 1.320 episodi antisemiti. Si tratta di più di tre episodi antisemiti al giorno. Un aspetto particolarmente allarmante di questa realtà è che una parte significativa di questi episodi si verifica in contesti educativi, comprese le scuole medie e le università. Ciò significa che l’antisemitismo sta raggiungendo le giovani generazioni».
«La nostra priorità come leader ebrei deve essere la vita ebraica, la vita ebraica, la vita ebraica – ha aggiunto Olivier Samuel -. Abbiamo deluso i nostri studenti. Sono loro che sono stati veramente abbandonati, e dobbiamo fare molto di più per sostenere la loro identità ebraica e il loro futuro. Abbiamo bisogno di più centri ebraici, più scuole ebraiche e infrastrutture comunitarie più solide. Siamo così concentrati sulla protezione che dobbiamo anche riaprire le nostre menti alla costruzione del futuro.”
• Germania, una linea rossa da non superare
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Da sinistra, Lawrence de Donges Amiss-Amiss (EJA), Karin Müller, Inna Volovik e Philip Stricharz
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Sicuramente molto diversa è la situazione in Germania dove dal 2018 esiste un Commissione federale governativa per combattere l’antisemitismo e dal 2022 esiste una strategia nazionale. Interessanti sono i progetti avviati in Baviera dopo il 7 ottobre. «In Germania c’è una linea rossa che non si può superare – ha dichiarato Philip Stricharz della Comunità ebraica di Amburgo –. Non si può manifestare per l’Intifada e la distruzione di Israele perché si riconosce che odiare Israele è una forma con antisemitismo». Esistono comunque molti progetti e iniziative per sviluppare conoscenza sulla situazione degli ebrei. «In Baviera abbiamo avviato un’iniziativa per documentare cosa succede nella nostra città e regione, creando nelle istituzioni molta più consapevolezza di cosa succede agli ebrei – ha spiegato Inna Volovik di Norimberga -. Per creare maggiore conoscenza sul 7 ottobre, poi, abbiamo realizzato delle cartoline con 7 domande sul 7 ottobre, destinate a studenti, insegnanti, istituzioni, polizia, ecc.. Lo abbiamo fatto in 7 lingue ma chiunque voglia diffonderle nel proprio Paese può contattarci».
• Tante situazioni diverse
Della situazione nei Paesi Bassi ha parlato Sidney Bialystock, presidente della comunità ebraica di Amsterdam. “Stiamo attenti a quello che succede ma siamo ebrei orgogliosi. Sono convinto che avremo indietro la nostra vita e che il governo olandese e di Amsterdam ci aiuteranno a raggiungere».
Ottimista è anche Marc Levy, della comunità di Manchester, colpita a ottobre da un attentato in cui sono rimaste uccise due persone: suo padre è stato colui che ha bloccato la porta della sinagoga, limitando l’attacco. «Vogliamo che questo attacco non ci definisca come comunità – ha dichiarato -, dobbiamo essere presenti, non dobbiamo lasciare gli spazi pubblici altrimenti verranno occupati dagli estremisti».
Non facile anche la condizione degli ebrei in Svezia, che conta 4500 membri in totale. «Quasi ogni shabbat c’è manifestazione palestinese contro Israele e questo è certo un problema per noi. – ha dichiarato Richard Muhlrad, presidente della comunità ebraica di Stoccolma -. Il nostro futuro è essere uniti fra noi». Anche in Irlanda, dove sono rimasti pochi ebrei, le condizioni non sono certo facili. «Non c’è alcun sostegno concreto da parte delle autorità alla piccola comunità, che sta vivendo livelli di antisemitismo mai vissuti prima – ha spiegato Orli Degani, israeliana trapiantata da anni nel paese, che lavora proprio nel combattere l’antisemitismo -. Dobbiamo quindi creare awareness su entrambi i fronti, interno ed esterno».
Molto diverso il quadro degli ebrei a Madrid, come ha spiegato la presidente della Comunità Estrella Bengio. «Abbiamo il privilegio di avere un presidente della regione e un sindaco che sostengono molto la comunità – ha spiegato -, tanto che abbiamo ricevuto una medaglia d’oro nel 2024. Mentre nella città di Alcobertas è stato realizzato un memoriale per il 7 ottobre».
• Il futuro è dei giovani
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Da sinistra Juan Caldes (EJA), Elior Papiernik, Achira beek, Maja Haaland e NoaKalisz
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Molto interessante, infine, il panel con i giovani ebrei di alcuni Paesi europei – Svizzera, Belgio, Norvegia, Paesi Bassi – che hanno illustrato i numerosi progetti sviluppati per creare conoscenza e allo stesso tempo aggregazione fra i giovani delle loro comunità. Perché è solo stando insieme e unendo le forze che si affrontano le difficoltà.
Noa Kalisz, prresidente dell’Unione degli studenti ebrei del Belgio (UEJB ha spiegato come “oggi è difficile dire di essere ebrei nei campus universitari. Di recente Francesca Albanese è stata ospite alla ULB a Bruxelles, mentre ad Anversa tre atenei belgi (UAntwerpen, UGent e VUB) hanno unito le forze per conferirle il dottorato ad honorem. Ma noi mostriamo che non ci arrendiamo e che continuiamo a lottare, organizzando delle conferenze nei campus, realizzando dei poste in cui denunciamo l’antisemitismo di personaggi come la Albanese, accompagniamo gli studenti ebrei, e parliamo con le istituzioni accademiche: certo, non sono davvero nostri amici… ma almeno ci ascoltano. Cerchiamo insomma di essere un gruppo attivo».
Difficile è anche la situazione dei giovani ebrei nei Paesi Bassi. Come ha spiegato Achira Beek della DUJS: «Le università sono i luoghi n cui l’antisemitismo è più visibile. Per sentirci uniti cerchiamo di organizzare attività per gli studenti ebrei, che possono così passare del tempo insieme ed essere se stessi, e soprattutto non sentirsi soli. Perché quando ci si unisce intorno alla stessa identità, ci si sente più forti e determinati nel volere reagire».
Un’esperienza un po’ diversa è quella dei giovani ebrei norvegesi, che hanno ricostituito un’associazione, la JUF, il 13 ottobre 2023. «La nostra è una delle più piccole comunità in Europa, circa 2000 persone – ha raccontato Maja Haaland -. È un periodo in cui è difficile essere ebrei, ma non ci arrendiamo. In Norvegia c’è un piano nazionale contro l’antisemitismo, e abbiamo un programma finanziato dal governo per fare conoscere ebraismo e contro l’antisemitismo».
In Svizzera, ha spiegato Elior Papiernik dell’Unione dei giovani ebrei svizzeri (SUJS) «l’antisemitismo c’è, anche se non è espresso come in altri Paesi, ma comunque non eravamo abituati. L’Unione è stata creata nel 1948 per organizzare eventi e attività, ma solo negli ultimi tempi ha cominciato a organizzare iniziative di stampo più politico, fornendo agli studenti ebrei strumenti per muoversi in università».
Tutti, nelle loro diversità chiedono più spazio e attività all’interno delle istituzioni accademiche, per farsi conoscere agli altri giovani, incoraggiando anche le istituzioni a informare sulle feste e la cultura ebraica. Ma soprattutto, chiedono agli atenei di dare delle chiare linee guida sui comportamenti discriminatori proibiti all’interno delle loro mura.
(Bet Magazine Mosaico, 23 aprile 2026)
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Guerre di spie. Agente del Mossad morto sul Lago Maggiore decisivo nella guerra contro l’Iran
Dalla riunione tra 007 in Italia all’operazione contro Teheran: il capo del Mossad rivela il contributo chiave di un agente rimasto nell’ombra
di Alessandro Carmi
Un uomo senza volto, identificato solo da una lettera, riemerge a distanza di tre anni da una morte che allora apparve come un incidente e che oggi si intreccia con uno dei capitoli più delicati dello scontro tra Israele e Iran. Durante la cerimonia del Giorno della Memoria presso la sede del Mossad, il direttore David Barnea ha scelto di rompere il silenzio su “Mem”, un agente morto nel maggio 2023 nel naufragio di un’imbarcazione sul Lago Maggiore, rivelando che era lui a guidare operazioni che hanno inciso in modo significativo sui recenti successi israeliani contro Teheran.
All’epoca dei fatti, la notizia aveva attirato l’attenzione per le circostanze insolite. Una barca rovesciata improvvisamente, quattro vittime, una presenza anomala di persone legate ai servizi di intelligence. I media italiani parlarono subito di una riunione operativa tra agenti israeliani e italiani, con diciannove persone su ventitré riconducibili, secondo le ricostruzioni, a strutture di sicurezza attive o in congedo. Due delle vittime furono identificate ufficialmente come membri dei servizi italiani, mentre per l’agente israeliano emerse il nome di copertura Erez Shimoni, una delle identità utilizzate in contesti operativi.
Per anni, quel frammento di storia è rimasto sospeso, senza un collegamento esplicito con eventi successivi. Le parole di Barnea cambiano il quadro, inserendo “Mem” al centro di un’operazione che, secondo il capo del Mossad, ha combinato creatività, capacità strategica e tecnologie avanzate, contribuendo in modo diretto al risultato della campagna militare contro l’Iran. Un riconoscimento raro, perché il lavoro dei servizi resta per definizione nascosto, e ancora più raro quando riguarda agenti caduti all’estero.
Il riferimento esplicito all’operazione “Ruggito del leone” consente di collocare il contributo di “Mem” all’interno di una strategia più ampia, che ha visto Israele colpire infrastrutture militari, industriali e nucleari iraniane con un livello di precisione e coordinamento che ha sorpreso molti osservatori. In questo contesto, il lavoro preparatorio dell’intelligence assume un peso determinante, perché ogni obiettivo, ogni linea di produzione individuata, ogni vulnerabilità sfruttata nasce da anni di raccolta dati, infiltrazioni e cooperazione internazionale.
Il fatto che l’agente sia morto proprio durante un incontro tra servizi alleati aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Il Lago Maggiore diventa così uno spazio romanzesco dove si incrociano cooperazione e rischio, relazioni tra Stati e operazioni che raramente emergono in superficie. La collaborazione tra Israele e Italia in ambito di intelligence, pur mai dichiarata nei dettagli, appare in questa vicenda come un dato concreto, fatto di scambi operativi e missioni condivise.
Nel suo intervento, Barnea ha insistito sulla dimensione personale della scelta compiuta dagli agenti, parlando di uomini e donne che dedicano la propria vita alla sicurezza dello Stato, lontano dai riflettori e senza riconoscimenti pubblici. Il richiamo alla figura di “Mem” si inserisce in questa linea, offrendo uno squarcio su un mondo che resta opaco anche quando produce effetti visibili sul piano geopolitico.
(Setteottobre, 23 aprile 2026)
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Israele potenzia le proprie capacità di attacco di precisione. Contratto da 200 milioni di dollari con Elbit Systems
GERUSALEMME – Elbit Systems ha annunciato giovedì di essersi aggiudicata una serie di contratti del valore di circa 200 milioni di dollari dal Ministero della Difesa israeliano (IMOD) per la fornitura di munizioni aeree avanzate.
I contratti, resi noti in un comunicato ufficiale della società, riguardano la fornitura di sistemi d’arma lanciati dall’aria, rafforzando il ruolo di Elbit come fornitore chiave dell’Aeronautica Militare israeliana.
Si tratta della terza tornata di ordini di munizioni aeree assegnati a Elbit Systems in meno di un anno, portando il totale a oltre 665 milioni di dollari mentre Israele accelera la spesa militare. L’acquisto arriva mentre le tensioni aumentano a seguito di una serie di intercettazioni di navi commerciali e prima che il cessate il fuoco tra Israele e Libano scada il 24 aprile.
• Capacità di guida di precisione
Secondo le informazioni pubblicate sul suo sito web ufficiale, Elbit Systems sviluppa munizioni aeree a guida di precisione progettate per missioni aria-terra, incorporando tecnologie quali GPS e sistemi di navigazione inerziale, guida laser e cercatori elettro-ottici avanzati. L’azienda afferma che questi sistemi sono progettati per raggiungere un elevato grado di precisione limitando al contempo i danni collaterali, riflettendo le tendenze più ampie della moderna guerra aerea.
Elbit Systems identifica inoltre le munizioni a guida di precisione come una componente centrale del proprio portafoglio complessivo di armi, sottolineandone l’importanza all’interno della propria gamma di soluzioni di difesa.
In una dichiarazione che accompagna l’annuncio, il presidente e amministratore delegato di Elbit Systems, Bezhalel (Butzi) Machlis, ha affermato che gli accordi riflettono la posizione dell’azienda nel settore, sottolineando la sua “leadership tecnologica nei sistemi d’arma lanciati dall’aria” e la sua partnership di lunga data con l’establishment della difesa israeliana, contribuendo a mantenere il vantaggio operativo dell’Aeronautica Militare israeliana.
(Rights Reporter, 23 aprile 2026)
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Il popolo di Israele: tra memoria e indipendenza
La capacità dell'anima di unire dolore e vita.
di Anat Schneider
GERUSALEMME - Tra la Giornata della Memoria e la Festa dell’Indipendenza, in Israele si compie una transizione particolarmente significativa.
Un intero Paese passa, nel giro di poche ore, dal silenzio del ricordo dei nostri difensori caduti alle bandiere, alla musica e ai festeggiamenti per l’indipendenza. Si tratta di una transizione difficile da spiegare a chi non vive qui.
Come è possibile passare in questo modo dal lutto alla gioia? Come è possibile affrontare la perdita – e subito dopo scegliere la vita? In questa tensione si rivela qualcosa di profondo sull’anima umana, sullo spirito che sostiene un popolo attraverso le generazioni e sul legame invisibile tra il dolore e la continuazione della vita.
Il Giorno della Memoria non è solo un giorno di lutto.
È un giorno in cui un intero popolo si ferma e si dichiara disposto ad affrontare il prezzo doloroso che paga per essere un popolo indipendente nella sua terra eterna e, nonostante tutto, continuare a esistere, a vivere e persino a mantenere un ritmo di vita. E in questo senso è un atto spirituale. La capacità di scegliere la vita proprio quando ci si sente a pezzi è espressione di una fede profonda.
La Bibbia ci esorta ripetutamente a ricordare, perché la memoria è ciò che collega il passato alle decisioni di oggi. La memoria ci fa sapere chi siamo, anche nei momenti in cui tutto è sconvolto, come si dice:
«E ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio disteso» (Deuteronomio 5,15).
La parola «ricordo» a volte sembra scontata. Ma se ci fermiamo un attimo a rifletterci, scopriamo che è tutt’altro che semplice. Il ricordo non è solo la conservazione del passato, né un archivio di eventi.
È un’azione.
È il modo in cui una persona decide cosa portare con sé e cosa continuerà a plasmarla. In questo senso, la memoria non è solo uno sguardo al passato, ma anche uno sguardo al futuro, perché ciò di cui ci ricordiamo è anche ciò che guida le nostre decisioni.
Se osserviamo la radice della parola memoria ז-כ-ר, si rivela un ulteriore livello. Nella Bibbia, ricordare non significa solo recuperare qualcosa dal passato, ma mantenerlo vivo nel presente. La memoria non è solo cosciente, ma esistenziale. È il modo in cui il passato continua ad agire nel presente. Pertanto, la domanda non è solo cosa sia successo, ma quale aspetto di ciò che è accaduto continui a vivere in noi e cosa decidiamo di portare con noi.
Il ricordo da solo, tuttavia, non è l’obiettivo.
Il Giorno dell’Indipendenza, che segue immediatamente la Giornata della Memoria israeliana, non è in contraddizione con essa, ma ne è la diretta continuazione. Non cancella il dolore, ma nasce da esso. Pertanto, questa giornata non può essere vista solo come un ricordo, ma anche come un giorno di rinascita. E accanto al dolore si avverte anche l’orgoglio che sale nel cuore per la vittoria dello spirito e per la scelta di vita che non è data per scontata, ma viene rinnovata ogni anno e in ogni generazione.
La vita non è scontata. È un dono e a volte anche una missione. È la decisione di andare avanti nonostante tutto, con coraggio e fede incrollabile.
Se si osserva la società israeliana, si vede in essa qualcosa di più grande di un gruppo di persone. Si vede un movimento collettivo che sa prendere decisioni e andare avanti – anche se la strada è lastricata di dolore e incertezza e anche se è piena di tormenti e lotte. Profonda fiducia, costanza e tenacia nel seguire la propria strada sono le sue caratteristiche. E credo che questo sia il segreto del successo della vita in mezzo alla contraddizione: convivere con la perdita senza rinunciare alla gioia.
E non illudetevi sulla gioia: non è la gioia di una festa o di un entusiasmo momentaneo. È la gioia dell’essenziale, la gioia di realizzare il proprio destino e la capacità stessa di continuare a esistere e a costruire. Gioia per la patria, che per il popolo d’Israele non sarà mai scontata. Una gioia che non elimina il dolore, ma coesiste con esso. Come disse il rabbino Kook: «La gioia ha il potere di abbattere barriere di ferro». Questa è una gioia per la quale si sceglie ripetutamente; e più spesso la si sceglie, più forte diventa il cammino e meglio si riesce a sopportare il dolore.
Per me questa non è un’idea astratta. È la vita vera.
Un tempo era mio padre ad andare a combattere per la patria. E ricordo le notti da bambina in cui mi nascondevo sotto le coperte e singhiozzavo nel cuscino per zittire la paura. Ricordo le promesse che feci a Dio, se solo lo avesse riportato a casa vivo. Quel ricordo si è impresso a fuoco nel mio corpo.
Una generazione dopo, siamo stati noi – Aviel e tutti i nostri fratelli e amici – ad andare a difendere la patria. Per qualche motivo, in quel ricordo non provo né paura né preoccupazione. Era ciò che andava fatto, e lo facemmo con tutto il cuore. C'era fratellanza e un obiettivo chiaro.
Ora sono i miei figli i soldati che difendono il Paese. Sono loro che vanno in battaglia. La preoccupazione è tornata dentro di me. Le mie notti sono un misto di preghiera e gratitudine che allo stesso tempo riempiono la mia vita.
L'anima umana teme la perdita dei propri cari molto più della perdita della propria vita. È complicato. Non ha senso. E forse è perché a una persona è difficile immaginare la propria assenza, ma nel profondo del proprio essere avverte la possibilità di perdere chi ama. E in questo senso la paura non è solo della morte in sé, ma della vita che continuerà senza di loro.
E anche in mezzo a queste paure e preoccupazioni, la vita continua. Una famiglia cresce. I nipoti vengono a trovarci, e con loro arrivano gioia e felicità – momenti di luce.
Qui, in questi giorni di guerra, ci è nata una nuova nipotina, di nome “Eliya”. Il nome di Dio compare due volte in questo nome. Quanta speranza e luce, quanta gioia e felicità ci porta il suo arrivo al mondo! E proprio questo accade parallelamente ai giorni difficili della guerra, alle notizie terribili e alle lunghe notti, interrotte all’infinito.
Tutto accade contemporaneamente.
Il dolore e la gratitudine.
La paura e l’amore.
La stanchezza e la decisione di alzarsi al mattino e andare avanti.
Qui non c’è soluzione nel camminare tra gli estremi.
Ma c’è un accordo nel non voler capire le cose fino in fondo.
Forse per molti di voi che leggete da lontano, Israele è la storia di un popolo, la storia, la promessa. Per noi è anche una storia quotidiana di superamento, che si svolge al livello umano più semplice. Ma la capacità di ricordare e la capacità di scegliere la vita nel mezzo del ricordo – questa non è solo una storia israeliana. È una storia umana e una storia di fede. Una fede che non ignora il dolore, ma lo attraversa e vi trova la forza di andare avanti. Una fede che riconosce la frattura, ma non si sofferma solo su di essa, bensì aspira a costruire una vita a partire da essa.
Tra il Giorno della Memoria e il Giorno dell’Indipendenza diventa chiaro che il ricordo non è la fine e che la vita non è data per scontata. Tra questi due giorni si rivela la capacità dell'anima di ricordare e anche di gioire, di tenere insieme entrambe le cose senza rinunciare a nessuna delle due e di mantenere la lucidità nonostante tutto.
(Israel Heute, 22 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Grazie, Anat.
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La popolazione di Israele cresce
GERUSALEMME – In Israele vivono circa 10,24 milioni di persone, ovvero circa 146.000 in più rispetto al censimento dello scorso anno. Si tratta di un aumento di circa l’1,4%. In occasione del 78° Giorno dell’Indipendenza (in ebraico: Yom Ha’atzmaut), iniziato martedì, l’Ufficio israeliano di statistica ha pubblicato domenica i nuovi dati. I calcoli si basano sul censimento del 2022 e si riferiscono al periodo compreso tra aprile 2025 e aprile 2026.
Secondo i dati, gli ebrei e le persone “altre” rappresentano insieme circa il 76% della popolazione. In termini assoluti, si tratta di 7,79 milioni di persone. La categoria “Altre” comprende quei residenti che non sono né ebrei né arabi. Si tratta, ad esempio, dei coniugi non ebrei di immigrati.
Inoltre, in Israele vivono circa 2,15 milioni di arabi e circa 296.000 lavoratori stranieri. Essi rappresentano rispettivamente il 21,1% e il 2,9% della popolazione totale.
• Nascite, decessi e immigrazione
In Israele sono nati più di 177.000 neonati, mentre sono morte circa 48.000 persone. Nel Paese sono arrivati circa 21.000 immigrati, 7.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Più di un quarto della popolazione è costituito da bambini fino a 14 anni compresi. Circa il 13% ha più di 65 anni.
La popolazione israeliana è oggi dodici volte e mezzo più numerosa rispetto alla fondazione dello Stato nel 1948. Da allora, 3,5 milioni di persone si sono trasferite in Israele. Oggi quattro israeliani ebrei su cinque sono i cosiddetti “Sabra”. Il termine deriva dalla parola ebraica “zabar” – fico d'India – e indica gli ebrei nati in Israele. Il frutto è spinoso all'esterno e dolce all'interno, ed è quindi un simbolo degli israeliani, che spesso devono difendersi dall'esterno contro circostanze avverse, ma all'interno mostrano il loro lato tenero
(Israelnetz, 22 aprile 2026)
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Dopo 78 anni dalla sua nascita Israele è ancora costretto a lottare per la sua sopravvivenza
Le opinioni pubbliche occidentali, condizionate dalla propaganda dell’Islam radicale, mettono pressione ai governi europei. Israele supererà la minaccia dell’Iran ma deve lavorare per superare le divisioni interne.
di Stefano Parisi
In occasione di Yom HaAtzmaut, il giorno in cui si celebrano i 78 anni dalla proclamazione dell’indipendenza di Israele, l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled ha rilasciato un’intervista al nostro magazine.
- A 78 anni dalla sua fondazione, Israele è ancora costretto a lottare per la propria sopravvivenza, un caso praticamente unico tra le nazioni democratiche. Ha la sensazione che, anche all’interno del mondo occidentale, esista una parte dell’opinione pubblica e delle élite politiche e culturali che consideri Israele più come un problema da contenere che come uno Stato da difendere?
Sfortunatamente sì. Abbiamo assistito a un cambiamento profondo di tendenza nell’opinione pubblica mondiale. Lei ricorderà che fino agli anni ’70 Israele era considerato un miracolo: un giovanissimo Stato, uno Stato ebraico nato dalle ceneri della Shoah, capace di sopravvivere agli attacchi di tutto il mondo arabo. In qualche modo, dopo gli anni ’70, la percezione inizia a cambiare. Oggi Israele è visto come un problema, e questo è un grandissimo errore. Invece di essere riconosciuto per ciò che è, ovvero un faro di speranza e sviluppo, capace di combattere le avversità, l’ultimo baluardo della civiltà occidentale in conflitto con l’estremismo e il terrorismo, viene considerato un problema. Questo è molto triste, perché distorce la realtà.
- Negli ultimi anni, e soprattutto dopo il 7 ottobre, si è parlato sempre più del riemergere dell’antisemitismo in nuove forme. Dal suo punto di vista, quanto è grave oggi questo problema nelle società occidentali, e in particolare in Italia?
C’è una crescita allarmante dell’antisemitismo che, a mio avviso, sta mettendo in pericolo le società democratiche in Europa e anche in Italia. Devo riconoscere che l’Italia sta facendo un grande sforzo per contrastare questo fenomeno. Quello che inizia con l’antisemitismo rischia di trasformarsi in una discriminazione verso qualunque altra minoranza o diversa opinione. Per questo ritengo che sia un campanello d’allarme per l’Italia e per l’Europa.
- Riguardo all’Italia: è stata tradizionalmente considerata un paese amico di Israele, con una sensibilità politica e culturale relativamente stabile su questo tema. Negli ultimi mesi, tuttavia, sembra emergere una crescente distanza, almeno nel dibattito pubblico. È anche questa la sua percezione o la ritiene un’esagerazione?
Italia e Israele sono molto vicine: esiste una profonda amicizia e affinità tra i nostri paesi. Siamo entrambi paesi mediterranei e condividiamo una mentalità simile, oltre alla gioia di vivere e a molti interessi comuni. Sfortunatamente, una parte dell’opinione pubblica in Italia, come in Europa, ha subito una manipolazione ed è stata condizionata dalla propaganda dell’Islam radicale, che sta infiltrando le democrazie e le società occidentali. La propaganda ha abilmente sfruttato le garanzie liberaldemocratiche dei sistemi politici occidentali, come le libertà di espressione e di opinione, per manipolare la realtà e diffondere “fake news”. L’opinione pubblica così condizionata, a sua volta, esercita pressione sul governo italiano, che reagisce più a queste dinamiche interne che non al rapporto con Israele. Le relazioni restano comunque solide e l’amicizia è confermata. Credo sia importante considerare anche il contesto politico: a breve ci saranno le elezioni in entrambi i paesi e sappiamo che, in queste fasi, i politici tendono a concentrarsi maggiormente sul consenso interno che non sulle relazioni con i paesi amici. Dobbiamo quindi osservare questi sviluppi nella giusta prospettiva e sono fiducioso che questa fase passerà.
- Se questa distanza esiste, da cosa crede che derivi? È principalmente una reazione alla durata e all’intensità della guerra contro Hamas e al confronto con l’Iran, oppure indica qualcosa di più profondo nel modo in cui oggi l’Europa guarda a Israele?
Credo che la causa non sia solo la durata della guerra. Pensiamo infatti al conflitto tra Russia e Ucraina, che dura da più di quattro anni: si tratta di una guerra tra due Stati, due eserciti. Nel nostro caso, invece, siamo di fronte a una guerra asimmetrica tra uno stato e attori non statali, organizzazioni terroristiche, dotate di potentissime strategie di comunicazione. È una guerra molto diversa, contro un nemico particolarmente crudele, che l’Europa conosce bene. Abbiamo visto cosa è accaduto in Afghanistan e in Iraq e quanto sia stato difficile per la comunità internazionale affrontare terroristi come quelli di Al-Qaeda. Oggi, purtroppo, questa sfida riguarda Israele. Certamente, anche il fatto che il conflitto si stia prolungando e non possa essere risolto con i metodi delle guerre convenzionali non aiuta. Vorrei aggiungere un ultimo punto: l’Unione Europea applica un doppio standard nei confronti di Israele, mantiene accordi di associazione con paesi non democratici mentre esprime critiche esclusivamente contro Israele, arrivando a minacciare sanzioni.
- In questo contesto, cosa chiede oggi Israele a un paese come l’Italia? Solidarietà politica, chiarezza morale, sostegno concreto o altro? E, al contrario, cosa è disposto Israele a riconsiderare o cambiare nel modo in cui si presenta all’Europa?
Ci auguriamo che l’Italia comprenda, come altri partner europei, quanto abbia da beneficiare dal rapporto con Israele. Il nostro paese può contribuire a un futuro migliore attraverso le sue tecnologie, il know-how e l’esperienza in ambito militare e di sicurezza. Per quanto riguarda l’Iran e le organizzazioni terroristiche, credo – forse ingenuamente – che i politici italiani, la classe dirigente così come i vertici militari, siano consapevoli di quanto si possa imparare, e trarre profitto, dalla cooperazione con Israele. Non siamo perfetti: ci sono aspetti di Israele che l’Italia non condivide, e in parte anche io. Tuttavia, è importante guardare al quadro generale. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ritengo che Israele debba adottare un approccio più razionale e meno emotivo nei confronti dell’Europa.
- Nel fare gli auguri per il 78° anniversario, Israele ha attraversato un lungo percorso, fatto di consapevolezza, innovazione e ricchezza culturale. Come immagina la costruzione di un futuro più forte, fondato su unità, prosperità e sicurezza per le generazioni a venire?
Credo che i nostri genitori e i nostri nonni, coloro che hanno avviato la costruzione del paese, abbiano dato vita a qualcosa di straordinario. In 78 anni Israele ha realizzato un vero e proprio miracolo. La missione di dimostrare che il popolo ebraico può vivere in una terra propria è stata ampiamente compiuta. Tuttavia, oggi corriamo il rischio di una crescente tensione interna. Personalmente sono più preoccupato per la polarizzazione e le divisioni interne che per le minacce esterne. Ritengo che riusciremo a superare le sfide legate all’Iran e alle organizzazioni terroristiche e che, nel tempo, potremo raggiungere una pace, nel senso di maggiore stabilità e sicurezza con i nostri vicini. Ma sarà fondamentale continuare a costruire la nostra nazione dall’interno, puntando sull’unità e restando fedeli agli ideali su cui siamo cresciuti. Vedo un futuro positivo per Israele nei prossimi decenni, ma anche gli ostacoli che dovremo affrontare per garantirlo.
- Grazie, Ambasciatore, per il tempo che ci ha dedicato in giornate così complesse.
Mi lasci aggiungere il mio più sincero apprezzamento per il lavoro che Setteottobre sta svolgendo. State facendo qualcosa di unico a livello mondiale, ed è davvero commovente vedere la vostra dedizione. Quello che avete fatto rappresenta un contributo molto importante per lo Stato di Israele e per tutti noi. Lo dico dal profondo del cuore.
(Setteottobre, 22 aprile 2026)
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I genitori di Nethanel, ucciso in battaglia: “Non permetteremo ai terroristi di vincere”
di Michelle Zarfati
Dopo il trauma del 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas ha sconvolto Israele e segnato una delle giornate più drammatiche nella storia recente del Paese, emergono storie personali che intrecciano dolore, identità e decisioni radicali. Tra queste, quella dei genitori di Nathanel Young, giovane soldato caduto in combattimento, rappresenta un esempio emblematico di resilienza e determinazione. Nathanel, cittadino britannico trasferitosi in Israele due anni prima per arruolarsi nell’IDF, aveva costruito nel Paese la propria vita. Inquadrato nella brigata Golani, incarnava il modello del “lone soldier”, volontario straniero che sceglie di servire Israele lontano dalla famiglia. Secondo i familiari, la decisione di arruolarsi era già definitiva sin dai tempi dell’adolescenza. Una decisione che aveva e trasformato profondamente il suo carattere, rendendolo più determinato e sicuro di sé.<
Il 7 ottobre, mentre era di stanza in una postazione militare, Nathanel ha preso parte ai combattimenti contro i terroristi di Hamas. Durante le prime ore dell’attacco era riuscito a comunicare con la sorella, invitandola a mettersi al sicuro. Poco dopo però, il soldato ha smesso di rispondere: sarebbe stato ucciso in battaglia successivamente. La sua morte ha rappresentato un punto di svolta non solo emotivo ma anche esistenziale per i genitori, Chantel e Nicky Young. Già prima dell’attacco avevano pianificato di lasciare il Regno Unito per raggiungere il figlio in Israele. Nonostante la tragedia, hanno deciso di portare a termine quel progetto, trasferendosi definitivamente nel Paese.
“La scelta non è mai stata in discussione”, ha detto il padre a Ynet, sottolineando come rinunciare avrebbe significato concedere una vittoria simbolica al terrorismo. Oggi la famiglia vive a Netanya, sostenuta da una rete di organizzazioni e comunità locali. La loro decisione si inserisce in un fenomeno più ampio: dopo il 7 ottobre, diversi membri della diaspora ebrea hanno rafforzato il legame con Israele, anche attraverso l’immigrazione, in risposta al clima di insicurezza e alle tensioni globali. La vicenda dei Young evidenzia come, in contesti di conflitto, le scelte individuali possano assumere un valore politico e simbolico. Non si tratta soltanto di un trasferimento geografico, ma di una dichiarazione identitaria: vivere in Israele, nonostante tutto, come forma di resistenza e continuità.
(Shalom, 21 aprile 2026)
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Israele celebra la Giornata della Memoria dei Caduti – Appelli all’unità e alla speranza
«Questa generazione di guerra merita di sognare il giorno dopo. Merita un inno di speranza», afferma il presidente Isaac Herzog
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Il presidente Isaac Herzog, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir e altri partecipanti alla cerimonia dello Yom HaZikaron al Muro del Pianto
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Con una sirena sudafricana, lunedì sera Israele ha dato il via alla sua giornata di commemorazione per i soldati caduti e le vittime degli attacchi terroristici. Alle 20:00 la vita pubblica si è fermata per un minuto. In tutto il Paese la gente è rimasta in silenzio, mentre a Gerusalemme si svolgevano le cerimonie principali. Tutti i principali media israeliani hanno dato notizia dell'evento.
In serata, il presidente Isaac Herzog, il ministro della Difesa Israel Katz e il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir si sono riuniti al Muro del Pianto nella Città Vecchia. Secondo il Ministero della Difesa, quest'anno si commemorano in totale 25.648 caduti.
Herzog ha affermato che Israele si trova ancora nel mezzo di un conflitto militare. Negli ultimi giorni sono caduti altri soldati. La guerra è una dura prova nazionale che il Paese sta affrontando con determinazione.
• Pace, libertà e dignità umana
Allo stesso tempo, il presidente ha rivolto lo sguardo al periodo successivo ai combattimenti. «Questa generazione di guerra merita di sognare il giorno dopo. Merita un inno di speranza», ha affermato Herzog. Israele non vive solo di spada, ma anche di valori come la pace, la libertà e la dignità umana.
Anche il capo di Stato Maggiore Zamir ha sottolineato la coesione interna. Tutte le parti della società devono dare il proprio contributo alla sicurezza del Paese. L'unità è un presupposto per la sopravvivenza di Israele.
Riguardo all'Iran, Zamir ha dichiarato che Israele non permetterà a Teheran di realizzare i propri obiettivi. L'esercito continuerà a rimanere vigile e a difendere la sicurezza del Paese.
• Missione non conclusa
Già in precedenza il primo ministro Benjamin Netanyahu era intervenuto in occasione di un'altra cerimonia commemorativa a Gerusalemme. Ha ricordato il dolore persistente di molte famiglie. Il tempo passa, ha detto, ma non cancella il momento in cui i familiari hanno ricevuto la notizia della morte di una persona cara.
Allo stesso tempo, Netanyahu ha fatto riferimento alla situazione militare di Israele nella regione. Il Paese ha dimostrato la sua forza, ma il compito non è ancora concluso. «Non abbiamo ancora finito il lavoro», ha detto guardando all'Iran.
Oggi le cerimonie proseguono con un'altra sirena di due minuti e con la commemorazione statale centrale sul Monte Herzl.
(Jüdische Allgemeine, 21 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Un paese contro ogni logica
Tra memoria e nuovo inizio, Israele dimostra perché la sua esistenza sfugge a ogni spiegazione.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Israele spesso non ha senso – ed è proprio questo che dà sui nervi alle altre nazioni. Negli ultimi anni me ne rendo conto sempre più chiaramente. Quando è scoppiata la guerra con l’Iran, noi e la nostra famiglia eravamo bloccati in Thailandia. Aspettavamo i voli di soccorso dell’EL AL – non per fuggire, ma per farci riportare nella zona di guerra. Uno dei miei figli era rimasto in Israele, in missione nella Striscia di Gaza, con la moglie incinta al nono mese. I miei altri due figli sono stati chiamati in Thailandia e mobilitati lo stesso giorno per la missione in Libano.
Mostratemi un altro popolo su questa terra che torna immediatamente a casa non appena lì cadono razzi e regna la guerra. Normalmente si fugge da una zona di guerra – noi invece ci voliamo dentro. Ciò contraddice ogni logica umana. I thailandesi non riuscivano a crederci: perché vogliono assolutamente andare dove piovono razzi? Hanno ragione – non è razionalmente spiegabile. Ma è proprio questo attaccamento illogico alla patria che caratterizza Israele e fa infuriare il resto del mondo.
Israele non rientra nei consueti schemi storici o geopolitici. Un popolo che vive in esilio da quasi duemila anni viene normalmente assimilato e si fonde con altre culture. Eppure gli ebrei sono tornati, hanno riportato in vita la loro antica lingua e hanno fondato uno Stato nella loro patria storica. Un piccolo Paese con meno di dieci milioni di abitanti è sopravvissuto a diverse guerre contro avversari di gran lunga più grandi e allo stesso tempo si è sviluppato fino a diventare una delle economie high-tech più innovative del mondo – nonostante disponga di pochissime risorse naturali.
Dal punto di vista militare, tecnologico, medico, della politica di sicurezza, dell’agricoltura, dell’istruzione e della fermezza morale, Israele dimostra una forza che va ben oltre le sue dimensioni. Il deserto si trasforma in terra fertile. L’acqua nasce dall’aria e dal mare. I missili vengono intercettati in volo prima che raggiungano il loro obiettivo.
Detto tra noi: se da qualche parte scoppia una guerra missilistica, Israele è probabilmente uno dei luoghi più sicuri al mondo per sopravvivere. Nessun altro paese ha protetto il proprio territorio interno in modo così sistematico – con una difesa missilistica a più livelli, una fitta rete di sistemi di allarme e rifugi, nonché una delle forze aeree più potenti al mondo. Dodici minuti nel rifugio – e poi la vita continua. Per molti questo non ha senso. Si potrebbe quasi dire cinicamente: se un giorno la guerra missilistica dovesse raggiungere anche l’Europa, Israele potrebbe essere commercializzato come un paradiso della sicurezza – weekend con vista sul mare, accesso diretto al bunker, sistemi di difesa nei cieli e un bar che rimane comunque aperto.
Non c’è da stupirsi che Israele non abbia senso per molti. Questo sfugge a ogni logica storica. Non è normale. Non è politico. È biblico.
Le guerre che avrebbero dovuto annientare Israele non finiscono con la sua rovina, ma con la sua sopravvivenza – e spesso con la sua vittoria. Il regime dei mullah a Teheran predica da decenni la distruzione di Israele, confermando così che questo piccolo Stato svolge un ruolo straordinario nella storia mondiale. Il mondo lo vede e ne è frustrato – non trova una spiegazione. E quando le persone non comprendono la forza, cercano delle scuse: può trattarsi solo di un inganno. Deve esserci qualche oscuro trucco che ha conferito agli ebrei questo tipo di potere. Gli ebrei dominano questo, gli ebrei dominano quello. Antisemitismo. Dio non voglia – non può essere reale, Israele imbroglia.
Ma non c’è nessun trucco segreto né alcuna formula storica che possa spiegare perché Israele non funzioni come gli altri popoli e le altre nazioni. È proprio questo che fa impazzire le nazioni – ed è per questo che Israele viene condannato dall’ONU 24 ore su 24. Perché se Israele è reale, se questo popolo antico e odiato è ancora vivo, allora forse Dio non è un mito. Forse fa ancora parte della storia e della politica. Forse la storia non è casuale. Forse il male non ha l’ultima parola. Forse il popolo d’Israele non è solo un popolo, ma una testimonianza.
È proprio questo che le nazioni non riescono a comprendere e a sopportare. Si diventa testimoni di un popolo eterno che lotta costantemente per la propria esistenza – come avviene oggi ai nostri giorni.
Per questo negano Israele. Diffamano Israele. Combattono Israele con rabbia. Perché è più facile definire un miracolo come una frode, piuttosto che ammettere un rapporto tra Israele e Dio. Eppure il popolo vive e cresce nella sua patria, come se non ci fosse un domani.
Israele semplicemente non ha senso.
E forse è proprio in questo che sta il miracolo.
Israele non ha senso – ed è proprio per questo che esiste.
(Israel Heute, 21 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Libano dopo il cessate il fuoco, tra rabbia, paura e divisioni
Tra accuse a Hezbollah, diffidenza verso Israele e sfiducia nel governo, la società libanese si frantuma mentre cresce il rischio di instabilità
di Rosa Davanzo
Le voci si accavallano nelle strade di Beirut, nei negozi, nei campi improvvisati dove si ammassano gli sfollati, e raccontano tutte la stessa cosa con parole diverse: il cessate il fuoco ha fermato le bombe, ma non ha riportato equilibrio né fiducia, lasciando al loro posto una tensione diffusa che si insinua nelle conversazioni quotidiane e trasforma ogni discussione in uno scontro politico e identitario. È il quadro che emerge da un reportage pubblicato da Ynet e Yedioth Ahronoth, firmato da Nicolas Motran dalla capitale libanese.
Nelle ore successive all’annuncio della tregua, le famiglie hanno iniziato a tornare nei sobborghi meridionali della capitale, soprattutto nella Dahiya, roccaforte di Hezbollah, trovando quartieri devastati e servizi inesistenti, mentre altri hanno scelto di restare nei rifugi improvvisati nel centro città, dove il costo della vita è diventato insostenibile e gli affitti hanno raggiunto cifre che pochi possono permettersi. In questo scenario, la linea che separa il fronte esterno da quello interno si assottiglia fino quasi a scomparire, perché il conflitto si sposta dentro le case, nelle relazioni, nelle comunità.
Una discussione tra una residente del sud del Libano e un commerciante nel cuore di Beirut restituisce meglio di qualsiasi analisi la profondità della frattura. Lei racconta che suo figlio è stato curato in un ospedale da campo in Israele, descrivendo medici attenti e presenti, lui reagisce con ostilità e rifiuto, incapace di accettare una testimonianza che contraddice la sua visione del nemico. Lo scambio si accende, diventa personale, fino a interrompersi bruscamente, lasciando sul tavolo una verità scomoda: la guerra ha prodotto esperienze che non trovano più un linguaggio comune.
Poco distante, un’altra discussione mette a confronto una donna sciita e un cittadino maronita. Lei esprime delusione verso Hezbollah, accusandolo di aver tradito le promesse, lui sposta il bersaglio sul presidente Michel Aoun, ritenuto troppo allineato agli Stati Uniti e a Israele. Ogni responsabilità viene rimbalzata da un interlocutore all’altro, mentre la crisi economica continua a stringere. I negozi faticano a rifornirsi, il denaro circola sempre meno, e la rete di solidarietà familiare, tradizionalmente forte in Libano, mostra segni di cedimento sotto il peso degli sfollamenti e della povertà crescente.
Nadia, che raccoglie donazioni per acquistare generi alimentari, racconta una realtà ancora più segmentata, dove anche l’assistenza si distribuisce lungo linee comunitarie. Suo marito difende Hezbollah, sostenendo che stia facendo il possibile per aiutare, ma lei precisa che il sostegno raggiunge soprattutto gli sciiti, lasciando scoperte altre fasce della popolazione. Questa percezione alimenta risentimenti sotterranei, che si sommano a tensioni già radicate nella storia recente del Paese.
Nei campi improvvisati, la frustrazione assume toni più crudi. Issa, sfollato con la famiglia, descrive un viaggio segnato da rifiuti e minacce, prima nel nord del Paese e poi di nuovo a Beirut, dove si è ritrovato in una tendopoli sovraffollata. Le sue parole oscillano tra il desiderio di vendetta e una richiesta elementare di tregua duratura, che non implica riconciliazione né apertura, ma soltanto distanza. Chiede che nessuno attraversi più il confine, che il fuoco si spenga da entrambe le parti e che la vita possa riprendere senza intrusioni esterne. È una forma di stanchezza politica che non si traduce in progetto, ma in rifiuto.
Sul piano istituzionale, il margine di manovra appare ristretto. Hezbollah alza i toni contro qualsiasi ipotesi di dialogo diretto o indiretto con Israele, mentre figure come Nabih Berri mantengono una posizione più sfumata, aperta a contatti limitati ma contraria a sviluppi che possano essere interpretati come normalizzazione. Il presidente Aoun si muove dentro questo equilibrio fragile, consapevole che ogni gesto potrebbe essere letto come una concessione e scatenare reazioni a catena in un sistema già instabile.
Intanto, tra intellettuali e accademici emergono letture divergenti. Alcuni vedono nei tentativi di mediazione internazionale un’opportunità, altri parlano apertamente di complotti e manipolazioni. L’idea di una riconciliazione con Israele resta confinata a discussioni informali, spesso nate all’estero durante periodi di studio, e difficilmente traducibili in politica concreta dentro il Libano di oggi.
La sensazione diffusa, che attraversa le testimonianze raccolte da Ynet e Yedioth Ahronoth, è quella di un Paese sospeso, che ha evitato per ora un’escalation ma non ha risolto nessuna delle sue contraddizioni. Il rischio di una nuova frattura interna, evocato da molti interlocutori, non viene più percepito come un’ipotesi remota. In questo contesto, la richiesta più semplice, quella di essere lasciati in pace, assume un peso particolare perché rivela l’assenza di fiducia in qualsiasi attore, interno o esterno, capace di garantire stabilità.
Beirut continua a vivere, come ha sempre fatto, tra adattamento e tensione, ma il dopo cessate il fuoco ha aperto una fase in cui la domanda centrale non riguarda più solo il rapporto con Israele o con Hezbollah, bensì la possibilità stessa di ricostruire un terreno comune su cui immaginare il futuro. Per ora, quel terreno resta frammentato.
(Setteottobre, 21 aprile 2026)
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A Roma il ricordo dei caduti di Israele nel giorno di Yom HaZikaron
Il suono della sirena ha squarciato il silenzio del cortile della scuola ebraica di Roma, segnando l’inizio della cerimonia di Yom HaZikaron, il giorno del ricordo dei caduti nelle guerre di Israele e delle vittime del terrorismo. Tutti, adulti e bambini, si sono fermati in un solenne minuto di raccoglimento.
Il numero ufficiale dei caduti dall’indipendenza a oggi: 25.648, di cui 174 solo nell’ultimo anno, due dei quali nel fine settimana appena trascorso, è stato scandito all’apertura della serata, prima della lettura dell’Yizkor da parte dell’Ambasciatore Yaron Sideman. Il Salmo 2 è stato letto dal Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, mentre El Rachamim è stato cantato solennemente da Marco Di Porto. La commemorazione è stata scandita da discorsi, brani di soldati caduti in battaglia e canzoni simbolo di questa giornata di lutto per lo Stato d’Israele.
Il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun ha ricordato che “ogni numero è un nome, ogni nome è una storia, ogni storia è parte di noi”. Ha ricordato gli ebrei di Roma caduti per Israele e Stefano Gaj Tachè, “un bimbo di due anni, un bimbo italiano”, ucciso il 9 ottobre 1982 nell’attentato alla Sinagoga del Tempio Maggiore. “Quella ferita resta e resterà sempre aperta”, ha detto Fadlun, sottolineando come il 7 ottobre abbia segnato uno spartiacque, con gli episodi di violenza antisemita cresciuti in modo esponenziale in tutto il mondo, anche nella Capitale. “Non piegheremo la testa”, ha concluso, “lo dobbiamo a chi è caduto, perché il loro sacrificio non sia solo memoria ma sia proiettato verso il futuro”. La Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi ha pronunciato i nomi di sette vittime legate all’Italia, cadute dopo il 7 ottobre. “Yom HaZikaron ci insegna che la memoria non è solo un ricordo, ma è responsabilità”, ha dichiarato, annunciando un progetto in onore dell’artista Jonathan Hazor, caduto nel 2023, le cui opere erano state esposte anche in Italia. Nella sua città, Kfar Saba, sarà realizzato un luogo dedicato all’osservazione del volo degli uccelli, sua grande passione.
L’addetto per la difesa dell’Ambasciata, Tal Mast, ha chiuso il suo intervento con un aneddoto toccante. La via accanto alla scuola porta il nome di Rav Elio Toaff. Suo fratello Shlomo ha dedicato la vita allo sviluppo del sistema Iron Dome presso l’azienda Rafael, contribuendo a salvare migliaia di vite. Quest’anno Shlomo ha perso suo figlio, il Capitano Daniel Maimon Toaff, 23 anni, caduto in combattimento nella Striscia di Gaza. Il giorno dopo, intervistato alla radio, ha detto: “Chiedo solo una cosa: fermiamo la guerra interna. Siamo un unico popolo”.
A chiudere la serata, prima dell’Hatikva, l’inno dello Stato d’Israele, è stato l’Ambasciatore Jonathan Peled, che ha subito marcato la differenza tra questa cerimonia e l’emergenza vissuta in patria. “Questa sera siamo scossi dal suono acuto di una sirena che richiama la memoria, e non dall’ansia di un allarme imminente come quello risuonato in Israele nelle ultime settimane”. La guerra in corso con l’Iran e Hezbollah ha segnato la quotidianità degli israeliani fino a pochi giorni fa, con la maggior parte dei cittadini costretti a cercare riparo nei bunker mentre missili e razzi venivano lanciati contro lo Stato ebraico. “Ancora oggi migliaia di cittadini israeliani sono dislocati, lontano dalle loro case e dalla loro vita”. Eppure, ha detto Peled, “siamo resilienti, orgogliosi e forti, ma siamo anche in lutto per il prezzo pesante che abbiamo pagato e che continuiamo a pagare”. Un lutto che non cancella la rivendicazione di un diritto fondamentale: “ Abbiamo il diritto di vivere in pace e in sicurezza, come ogni altra nazione e ogni altro popolo sulla terra”. “Il costo della pace è molto inferiore al costo della guerra, ma il prezzo della libertà è spesso pagato in vite umane”, ha affermato Peled, citando Yitzhak Rabin, che ha concluso il suo intervento con un impegno collettivo: “Difendere la vita, proteggere i nostri cittadini, e non perdere mai la speranza di un futuro di pace”.
(Shalom, 21 aprile 2026)
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Campionati Europei di judo: Israele conquista tre medaglie, oro per Raz Hershko
Hershko ottiene la quinta medaglia europea consecutiva sconfiggendo la francese Lea Fontaine in 52 secondi; diventa così la terza israeliana per numero di ori continentali, mentre la compagna Inbar Lanir si ritira per infortunio.
di Malka Letwin
Dal 16 al 19 aprile 2026 si sono disputati a Tbilisi, in Georgia, i Campionati Europei di judo. La rassegna ha riunito alcuni dei migliori atleti del panorama europeo ed è andata in scena al Tbilisi Olympic Palace, con la partecipazione di 16 judoka della nazionale israeliana.
Nell’ultima giornata di gare, domenica, Raz Hershko ha conquistato la medaglia d’oro nella categoria femminile oltre i 78 kg, superando in finale la francese Léa Fontaine in soli 52 secondi. Per l’atleta israeliana si tratta del secondo oro in carriera.
Hershko aveva già collezionato tre medaglie d’argento tra il 2022 e il 2025, prima di salire sul gradino più alto del podio nel 2024. Nello stesso anno aveva inoltre ottenuto la medaglia d’argento nella categoria oltre i 78 kg alle Olimpiadi di Parigi 2024. Con il successo di Tbilisi, arriva così la quinta medaglia consecutiva agli Europei.
Per la judoka israeliana si trattava del ritorno alle competizioni continentali dopo circa un anno di assenza, costretta a saltare i Campionati del Mondo a causa della guerra tra Israele e Iran nel giugno 2025.
Tra le altre prestazioni di rilievo, Timna Nelson-Levy ha conquistato la medaglia d’argento nella categoria fino a 57 kg, perdendo in finale contro la georgiana Eteri Liparteliani.
Nel torneo maschile, il diciottenne Izhak Ashpiz ha ottenuto la medaglia di bronzo nella categoria sotto i 60 kg.
Inbar Lanir ha invece interrotto il proprio percorso a causa di un infortunio alla spalla nei quarti di finale contro un’avversaria francese, che l’ha costretta al ritiro.
Nel complesso, la squadra israeliana chiude la competizione con tre medaglie, confermando la propria competitività in uno sport in cui la nazione vanta una tradizione consolidata. Hershko diventa così la terza israeliana per numero di ori continentali, dopo altri atleti di successo come Arik Zeevi e Sagi Muki.
(Bet Magazine Mosaico, 20 aprile 2026)
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«Gli Usa hanno un problema col fondamentalismo cristiano»
Lo storico: «Trump rischia di alienarsi il mondo cattolico. Ma attenzione all'avanzata di un uso "militare" della fede soprattutto da parte di ambienti ricchissimi e influenti»
di Federico Novella
«Non ho difficoltà a dire che Trump si sta comportando come un criminale».
- Professor Franco Cardini, suppongo che la sua sia un'iperbole?
«Ma quale iperbole. Per decenni abbiamo dato del criminale a persone che spesso se lo meritavano, ma qualche volta no. E certamente la parola va usata con prudenza».
- E stavolta, dopo gli attacchi inediti al Papa e al governo italiano?
«Trump è, almeno formalmente, l'uomo più potente del mondo, il capo di un impero che dai tempi della guerra di Corea perde tutte le guerre, ma che resta pur sempre un impero. E per come si sta muovendo, i casi sono due: o ha bisogno della visita di un medico - ma di uno bravo - oppure è un perfetto criminale, perché fa e dice cose che sono obiettivamente criminose».
- A cosa si sta riferendo?
«Non si può accettare, con tutto il beneficio dell'ignoranza che si può accordare a chiunque, che lui dica di essere capace di spazzare via l'intera civiltà persiana. Lui non sa quello che dice: la civiltà persiana è una delle più grandi del mondo. Parla di mettere a ferro e fuoco quasi tutta la Mesoamerica e tutti i Caraibi, e nello stesso tempo continua a far circolare quelle grottesche immagini di lui che pianta la bandiera stellata sul territorio groenlandese».
- «Il Papa è un debole». «Il Papa deve capire». «È stato eletto grazie a me». Da storico e intellettuale attento al presente, mi dica se le frasi del presidente Trump contro il Papa hanno mai avuto un precedente, anche andando indietro nei secoli?
«Un potere secolare che abbia parlato del Papa in quei termini? Mai successo nella storia. Mettersi contro il pontefice in un momento come questo non è un gesto paragonabile a quello che può aver fatto Enrico IV nell'undicesimo secolo, o Federico II, e nemmeno Napoleone nel Settecento. Quando c'era la lotta per le investiture gli imperatori parlavano del Papa, e qualche volta dicevano che era un eretico degno delle fiamme dell'inferno, ma non accompagnavano mai queste qualifiche con osservazioni del tipo: "Il Papa dovrebbe occuparsi soltanto di morale"».
- In effetti è ciò che ha detto il vicepresidente Vance.
«Ma lui si rende conto di quello che dice? Sa cosa vuol dire "la morale"? La morale è qualcosa che nella vita politica moderna investe qualunque cosa: fare o non fare una guerra è fondamentalmente un fatto morale. Forse alla Casa Bianca pensano che la morale riguardi solo le pratiche sessuali? Trump crede che il Papa dovrebbe amministrare le mutande di ciascuno di noi, e limitarsi a quello».
- Sia Meloni che Schlein hanno condannato I' attacco di Trump, in difesa di papa Leone XIV, e anche del governo italiano. È stata una reazione doverosa?
«Un sussulto di amore per la patria che non si vedeva da tempo. Mi sono piaciute entrambe, perché una volta tanto si sono ricordate dell'Abc della vita politica e, diciamolo pure anche se è un termine inflazionato, della democrazia. Un leader politico non è al servizio del suo partito, e tantomeno della sua rete di amici e sostenitori, bensì al servizio della nazione».
- Auspica per l'Italia una linea diversa sul piano internazionale, mentre l'incontro a tre Meloni-Macron-Starmer sancisce una possibile «missione pacifica» in Iran?
«Bisogna che si metta da parte l'inveterato occidentalismo - letto da destra e da sinistra - e si colga il momento per ristabilire un minimo di dignità nei rapporti con la superpotenza americana. In questo momento, dopo averci raccontato tante balle sulla società iraniana - retta da un sistema problematico, ma coesa e vitale - sarebbe politicamente opportuno chiedere agli Usa un po' di rispetto in più. La politica è anche questa».
- Che fine farà la Nato?
«È una delle tante domande sul tavolo. La Nato ci ha difeso dai comunisti ieri, ma oggi da che cosa dovrebbe difenderci? E già che ci siamo, parliamo del vero verme nella mela: le Nazioni Unite, oggi assolutamente inutili perché paralizzate da veti incrociati, assolutamente antigiuridici. L'Onu va rifondata».
- Come ha reagito il mondo cristiano statunitense di fronte agli attacchi di Trump al Papa?
«Trump si sta alienando le simpatie dei cattolici, ma cerchiamo di andare a vedere cos'è davvero il cristianesimo americano. Ci sono i tradizionalisti, che odiavano Francesco e non amavano Benedetto. Ma ci sono anche gli estremisti, e mi riferisco a quelle scene grottesche che abbiamo visto in televisione: la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan: sarebbe stata una sfilata interessante».
- Era la preghiera collettiva dei pastori evangelici nello studio ovale. Nel frattempo, la consigliera spirituale del presidente, aderente al cosiddetto «Prosperity Gospel», dice che «Trump è stato tradito come Gesù».
«È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi. Questi gruppi incitano Trump ad andare avanti, e lo finanziano. Anche se forse Trump di finanziamenti non avrebbe bisogno, perché quando un bancarottiero diventa anche capo di Stato fa sì che le casse si riempiano d'oro».
- Però possiamo dire che i credenti americani non seguono Trump nella sue dichiarazioni oltranziste degli ultimi giorni?
«Il grosso dei cristiani americani, davanti a questo cumulo di menzogne e di follie, sta reagendo. Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista perché, ripeto, non è fatta solo di sottoproletari che si rotolano per terra quando cantano i predicatori: ci sono anche fior di finanzieri e tecnocrati a guidarli».
- Che giudizio dà delle prime file trumpiane, Rubio e Vance?
«Per il momento Rubio sembra ben intenzionato a fare sì che i suoi parenti, amici e collaterali si reimpossessino di Cuba, e forse si accontenteranno di quella. Poi c'è Vance, che potrebbe riservarci un cattolicesimo americanista e bellicista. Non mi sembra un personaggio rassicurante».
- Guardando le immagini «provvidenziali» postate recentemente da Trump, in cui si vede il presidente in veste di guaritore miracoloso, che cosa profetizza?
«Quando la politica assume certi aspetti - che noi chiamiamo estremistici - finisce per forza di cose con il tracimare nel fanatismo apocalittico. È una vecchia storia che ci portiamo dietro da duemila anni».
- Quale storia?
«Ogni cinque minuti ci diciamo che arriva l'Apocalisse, che poi però non arriva mai. Arriva la peste nera, arrivano i mongoli, ogni volta supponiamo di essere giunti alla fine dei tempi. E invece i tempi proseguono».
- E oggi?
«Oggi effettivamente la corsa vorticosa della tecnologia in questi ultimi anni può far pensare di essere prossimi alla fine. A pensarci bene, è più ragionevole pensarlo adesso che non nel Cinquecento, quando c'era qualcuno che identificava l'Anticristo con l'imperatore Federico II».
- E Trump si inserisce in questo filone?
«La storia insegna almeno questo: che le potenzialità distruttive dell'essere umano tecnologicamente attrezzato ed economicamente avido come l'homo occidentalis sono davvero impressionanti. E quindi in questo senso Donald Trump - dopo aver rovinato le sue élite, dopo aver rovinato il suo Paese, che ha bisogno di essere aiutato perché si stava già rovinando da solo - potrebbe anche rovinare l'intero genere umano. In questo senso, fa bene a comportarsi da apocalittico».
- Il capo della resistenza anti Trump è diventato papa Prevost?
«Dopo gli scossoni del pontificato di Francesco, era sorta l'esigenza di un mite equilibratore. Per questo in principio avevo soprannominato papa Leone "sua mediocrità", perché ha dovuto a lungo tacere, o parlare in sordina, e intavolare discorsi che sembravano un po' la scoperta dell'acqua calda. Ma nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell'attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l'autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».
(La Verità, 20 aprile 2026)
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«… la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan». «È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi». «Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista». Così si esprime con disprezzo l’intellettuale cattolico-italiano quando parla dei “cascami del cristianesimo americano”. Quando parla del papa invece lo stile è diverso: «Nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell'attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l'autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».
L’autore è un intellettuale cattolico-italiano. Benedetto Croce aveva detto che “non possiamo non dirci cristiani”, ma al posto di “cristiani”, si deve intendere “cattolici”, perché è caratteristica degli italiani in genere, e degli intellettuali in particolare, dare per scontato che chi parla di cristiani non può che pensare ai cattolici. E di chi altri se no? Tutto il resto è fatto di “piccole chiese, chiesuole e sette strampalate”, tanto più evidente quando si parla di americani. Sia detto con tutto il rispetto delle varie competenze che intellettuali di questo tipo possono avere, ma questo è sintomo di ignoranza. Un’ignoranza talmente radicata nel settore religioso da non poter essere percepita nella nostra italica patria. La cultura religiosa italiana è cresciuta sul terreno della Controriforma, in contrapposizione violenta al seme che si è sviluppato in Europa dalla Riforma protestante. E il punto centrale intorno a cui ruota la Riforma, anche quando se ne rifiutano tanti sviluppi successivi, ha un nome preciso: Bibbia. La diffusione della Bibbia tra il popolo ha generato una cultura biblica che risulta incomprensibile a chi è nato e cresciuto in una cultura cattolica. L’autore di questo articolo è uno di quegli intellettuali che su argomenti di questo tipo - per dirla in modo biblico - “non sanno né quello che dicono né quello che danno per certo” (Seconda lettera a Timoteo). Non si tratta di dire se l’autore ha ragione o torto in quello che dice, ma piuttosto di dire che non sa quello che dice. Parla di fondamentalismo cristiano non sapendo che cosa sia, squalificandosi come studioso storico pensando che una realtà storica di questo peso possa essere liquidata in poche battute.
E si associa alla schiera degli intellettuali italiani geneticamente cattolici che vogliono esprimere qualche forma di superamento della religione in cui sono cresciuti elevandosi a qualche superiore divinità filosofica o esoticamente religiosa che appare loro più interessante e profonda. E non si accorgono di cadere in una delle tante forme di idolatria più volte presenti nel racconto biblico. L’osservazione di quello che sta accadendo nel mondo è presente anche in ambito evangelico, ma se ne parla guardando a quello che dice la Bibbia; in ambito cattolico invece se ne parla guardando a quello che dice il papa. Per essere chiari, chi scrive non approva la benedizione pubblica invocata su Trump da un gruppo di cristiani evangelici, e li considera, per usare un linguaggio d’altri tempi, “evangelici che sbagliano”. Ma sbagliano in relazione a quello che sta scritto nella Bibbia, non in relazione a qualche forma di umana geopolitica. E tuttavia li approva nel loro desiderio di esprimere amore per Israele. È un errore farlo in questo modo, e in guerra, anche quella spirituale, gli errori si pagano. Infatti il gesto viene ora sfruttato ampiamento dai nemici di Israele, anche da quelli che magari sono incerti e indecisi. M.C.
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Criterio biblico o messaggio politico?
Quando i rappresentanti del regime iraniano celebrano pubblicamente il Papa, ciò solleva una domanda scomoda.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Perché si ha sempre più spesso l’impressione che la voce del Vaticano si faccia sentire più forte quando i musulmani soffrono a causa della guerra, piuttosto che quando i cristiani sono perseguitati o gli ebrei minacciati da un crescente antisemitismo?
Mentre in Africa bruciano le chiese, i cristiani nel Medio Oriente vengono cacciati e le comunità ebraiche in tutto il mondo subiscono odio e violenza, le reazioni papali appaiono spesso più contenute agli occhi di molti. È quindi ancora più sorprendente che proprio Teheran lodi il Papa per le sue critiche all’America e a Israele. Il problema non risiede solo nelle sue parole, ma nella percezione di uno squilibrio morale. Chi si esprime rapidamente sulle operazioni militari occidentali o israeliane, ma in modo meno chiaro sulla violenza islamista, sulla persecuzione dei cristiani o sull’odio verso gli ebrei, rischia la propria credibilità come autorità morale universale. Proprio per questo tutto ciò ha un peso così grande: per milioni di persone il Papa non è solo il capo della Chiesa, ma la massima autorità morale, anzi, per molti il rappresentante di Dio sulla terra. Da lui ci si aspetta chiarezza, verità e giustizia secondo i canoni biblici. Se però il suo atteggiamento appare unilaterale, contraddittorio o influenzato dalla politica, non è la rettitudine a emergere, ma la distorsione.
I presidenti delle istituzioni religiose e scientifiche iraniane hanno elogiato Papa Leone XIV per la sua «posizione coraggiosa» nel conflitto in corso di Stati Uniti e Israele e hanno espresso la speranza che la sua posizione contribuisca a porre fine alle ostilità. In una lettera congiunta indirizzata al capo della Chiesa cattolica, pubblicata sabato, i funzionari iraniani hanno dichiarato: «La sua condanna degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e dell’uccisione di persone innocenti è motivo di orgoglio per le comunità religiose di tutto il mondo». La lettera prosegue affermando che la resistenza del Papa alle pressioni politiche esercitate dal presidente degli Stati Uniti è «un modello per studiosi e religiosi di tutte le fedi». Lo ha riportato il quotidiano iraniano Tehran Times.
I firmatari hanno sottolineato che il messaggio di tutti i profeti divini è sempre stato di pace, solidarietà umana e rifiuto dell’oppressione e della violenza. Facendo riferimento agli insegnamenti religiosi, hanno affermato che l’uccisione ingiusta di una sola persona equivale all’uccisione dell’intera umanità. Nonostante questo principio, il «regime sionista assassino di bambini», sostenuto dal governo statunitense, solo negli ultimi tre anni ha attaccato diversi paesi e ucciso decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti a Gaza, in Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen e Qatar.
I firmatari iraniani hanno fatto particolare riferimento alla «guerra di aggressione» statunitense-israeliana contro l’Iran iniziata il 28 febbraio. In tale contesto, entrambi i regimi avrebbero superato ogni limite, uccidendo il leader della Rivoluzione Islamica, Ali Khamenei, e attaccando infrastrutture civili quali università, scuole e centri di beneficenza. Gli autori hanno inoltre sostenuto che le risorse attualmente impiegate per la guerra dovrebbero invece essere utilizzate per promuovere i valori morali e alleviare le sofferenze umane.
La dichiarazione dei funzionari iraniani fa seguito a precedenti dichiarazioni del Papa, in cui metteva in guardia dall’escalation di violenza in Asia occidentale e invitava alla moderazione. «La stabilità e la pace non nascono da minacce reciproche o dalle armi», ha affermato, invitando invece a un «dialogo ragionevole, autentico e responsabile». Ha inoltre avvertito che un’ulteriore escalation potrebbe portare a una grave crisi umanitaria.
Il fatto che i rappresentanti del regime iraniano lodino il Papa per le sue critiche agli attacchi militari americani e israeliani è politicamente degno di nota. Ciò dimostra soprattutto come i regimi autoritari sfruttino immediatamente ogni critica occidentale nei confronti dei propri avversari per la propria propaganda. Se da Teheran arriva un'approvazione, ciò non significa automaticamente che l'affermazione del Papa sia falsa, ma certamente che le sue parole vengono strumentalizzate strategicamente.
I critici farebbero notare proprio una contraddizione più profonda. I sostenitori del regime iraniano parlano di pace, umanità e del valore inestimabile di ogni singola vita, ma tacciono sulle numerose vittime nel proprio Paese causate dalla repressione statale. Chi non trova parole chiare dopo dure repressioni, arresti di massa o violenza letale contro i manifestanti in Iran, perde credibilità morale quando allo stesso tempo accusa altri Stati. L’accusa centrale è quindi la seguente: all’esterno si argomenta con principi etici universali, all’interno valgono altri criteri. Il regime critica i morti all’estero, mentre le vittime dei propri apparati di sicurezza, i prigionieri politici e i cittadini oppressi vengono a malapena menzionati. Questo doppio standard è una caratteristica ricorrente dei sistemi autoritari: i diritti umani vengono usati come arma contro gli oppositori, ma non come obbligo nei confronti del proprio popolo.
A dire il vero, un'accusa simile viene talvolta mossa anche contro Israele. Tuttavia, molti fanno una differenza fondamentale. Israele, nonostante tutte le critiche giustificate su singole decisioni, è soggetto al controllo dello Stato di diritto, al dibattito pubblico, a tribunali indipendenti, alla libertà di stampa e a una costante autocritica interna. Allo stesso tempo, si sostiene che in guerra Israele spesso tenga conto degli avversari civili molto più di quanto molti regimi della regione facciano con i propri cittadini. Uno sguardo alla Siria o all’Iran mostra sistemi che, in situazioni di crisi, hanno ripetutamente esercitato una violenza massiccia contro il proprio popolo. È proprio in questo che molti vedono la differenza decisiva: in Israele si lotta per la morale, il diritto e i limiti dell’azione, mentre negli Stati autoritari l’opposizione viene spesso repressa.
Da circoli dell’opposizione iraniana giunge notizia che l’8 e il 9 gennaio più di 40.000 iraniani sarebbero stati uccisi per strada da rappresentanti del regime. I critici si chiedono quindi perché il Papa non abbia finora preso pubblicamente una posizione chiara su queste accuse di spargimento di sangue di massa, né le abbia menzionate espressamente nelle sue omelie.
Da anni i critici rimproverano al Vaticano di reagire spesso in modo molto più cauto alla violenza islamista, alla persecuzione dei cristiani in alcune parti dell’Africa e dell’Asia, alle chiese distrutte o alle pressioni sulle minoranze cristiane rispetto a quanto fa nei confronti delle operazioni militari occidentali. Ciò crea in molti l'impressione di uno squilibrio morale: quando agiscono gli Stati Uniti o Israele, la condanna è immediata, mentre quando i cristiani sono vittime della violenza estremista, la reazione è spesso più contenuta.
Nel caso attuale, la critica del Papa viene quindi interpretata anche come un segnale indiretto contro Israele, poiché a livello internazionale è diffusa la narrativa secondo cui Gerusalemme avrebbe trascinato Washington nel confronto con l’Iran. Chi in questa situazione condanna solo l’intervento americano-israeliano, senza menzionare con la stessa forza il ruolo del regime iraniano, dei suoi proxy e della sua destabilizzazione regionale, rafforza ulteriormente questa impressione.
Alla fine rimane una domanda cruciale: qui parla ancora il metro di misura biblico o già il linguaggio dei messaggi politici? Da un’autorità spirituale non ci si aspetta indignazione selettiva, ma chiarezza, giustizia e lo stesso metro morale per tutti. L'autorità morale è convincente solo se è riconoscibilmente vera, non solo attraverso parole chiare contro la guerra, ma anche attraverso parole chiare contro il terrorismo, la persecuzione religiosa, l'antisemitismo e l'oppressione autoritaria. Se manca questo equilibrio, ogni presa di posizione perde credibilità.
(Israel Heute, 20 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’autore si chiede se il parlare del papa, che si fa chiamare Santo Padre, segua un criterio biblico o sia un messaggio politico. La cosa migliore è cercare una risposta nella Bibbia. E lì si trova scritto che Gesù dice: “Non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è ne' cieli” (Matteo 23:9). Risposta della chiesa cattolica: “Noi il nostro Papa non solo lo chiameremo Padre, ma lo chiameremo addirittura Santo Padre”. Più chiaro di così! Può seguire un criterio biblico chi calpesta la Bibbia nello stesso nome che porta? M.C.
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L’antiebraismo di sinistra
ha le sue radici
nell’umanesimo laicista
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L’antiebraismo di destra
ha le sue radici
nel cattolicesimo papista
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Il Libano come teatro secondario? La strategia dietro il cessate il fuoco
Mentre a Washington si parla di diplomazia, nel nord di Israele regnano rabbia, delusione e un senso di tradimento.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Mentre a Washington si parla di diplomazia, nel nord di Israele regnano rabbia, delusione e un senso di tradimento.
Una tregua di dieci giorni con il Libano è stata annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prima ancora che il gabinetto di sicurezza israeliano avesse preso una decisione. Due soldati israeliani sono caduti in Libano durante la tregua nel fine settimana. Persino il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ammesso che Israele aveva acconsentito «su richiesta del presidente Trump». Per molti israeliani è stato uno shock: a quanto pare, la loro sicurezza era stata decisa altrove. La mossa ha suscitato rabbia a Gerusalemme e ha reso evidente quanto sia diventata forte la pressione americana. Netanyahu ha parlato in seguito di una «opportunità storica di pace con il Libano». Si è trattato di una capitolazione o di una mossa calcolata per raggiungere obiettivi più grandi nella lotta decisiva con l’Iran, il programma nucleare e lo Stretto di Hormuz?
Nel mondo arabo circola già un’altra interpretazione: Israele avrebbe accettato la tregua solo per smascherare il bluff dell’Iran. Dopotutto, dietro le quinte spesso accade qualcosa di completamente diverso da ciò che viene raccontato pubblicamente. A Gerusalemme è stato promesso il “Santo Graal”, ovvero l’uranio altamente arricchito dell’Iran, in cambio della tregua in Libano? Da un punto di vista biblico, il nord di Israele non è mai stato solo un confine, ma sempre una porta per il commercio, le alleanze e le minacce. Già allora Israele imparò che non ogni calma nel nord è vera pace. La sicurezza senza verità e vigilanza rimane fragile.
L'analista arabo Ayman Dean sostiene la tesi secondo cui la tregua in Libano non riguardava in primo luogo il Libano stesso, ma serviva come strumento di pressione strategica nei confronti dell'Iran. L'obiettivo sarebbe stato quello di spingere Teheran a negoziati seri sul programma nucleare e sull'apertura dello Stretto di Hormuz, mettendo al contempo a nudo il vero nocciolo del conflitto.
Dean sostiene che l'Iran abbia usato la situazione in Libano come condizione preliminare per ritardare i progressi nei colloqui sul programma nucleare e su Hormuz. Quando però questa richiesta è stata soddisfatta con un cessate il fuoco, è diventato evidente che il vero problema non era il Libano, ma il confronto diretto con l’Iran stesso.
Su X Dean ha scritto: «Ho la sensazione – correggetemi se sbaglio – che la pressione di Trump per un cessate il fuoco in Libano in realtà non avesse nulla a che fare con il Libano. Si trattava dell’Iran». Ha poi spiegato: «Da giorni Teheran si nasconde dietro la stessa scusa: nessun coinvolgimento serio, nessun progresso nei colloqui sul nucleare, nessuna apertura di Hormuz finché non ci sarà un cessate il fuoco in Libano. Poi Trump ribalta la situazione: “Bene. Volete un cessate il fuoco in Libano? Eccolo qui. E adesso?». Dean ne conclude: «Se quello era davvero l’ostacolo, allora l’Iran ora non ha più scuse. O aprono lo Stretto di Hormuz e avviano negoziati seri, oppure smascherano il fatto che il Libano non è mai stato il vero problema».
Dal suo punto di vista, questo spiegherebbe anche perché Benjamin Netanyahu abbia acconsentito al cessate il fuoco: non per buona volontà, ma per smascherare il «bluff» del regime iraniano e allo stesso tempo guadagnare tempo, in attesa che ulteriori mezzi militari e risorse strategiche vengano dispiegati nella regione.
Netanyahu inizialmente voleva continuare i combattimenti contro Hezbollah per spezzare il legame tra l’Iran e il suo principale proxy terroristico. Ma Washington ha insistito per un cessate il fuoco per non compromettere i negoziati con Teheran. Alla fine, tuttavia, ha acconsentito, apparentemente perché Trump gli avrebbe assicurato in cambio una linea dura nei confronti dell’Iran. Ciò include il proseguimento del blocco navale e l’obiettivo di eliminare completamente le rimanenti capacità nucleari dell’Iran.
Per Netanyahu era quindi prioritaria una strategia: meglio una pausa temporanea in Libano per fare progressi nel conflitto decisivo con l’Iran. I commentatori israeliani dicono che Netanyahu abbia “sacrificato un pedone per proteggere la regina” sulla scacchiera, ovvero abbia messo in secondo piano il teatro libanese per ottenere una svolta sul programma nucleare iraniano.
Allo stesso tempo, Netanyahu ha sottolineato che Israele non si sta ritirando. L’esercito rimarrà in una zona di sicurezza estesa nel Sud del Libano e manterrà piena libertà d’azione militare in caso di nuove minacce. Inoltre, Gerusalemme vede nella tregua un’opportunità storica: Trump vorrebbe riunire Netanyahu e Joseph Aoun alla Casa Bianca per avviare colloqui diretti su un possibile accordo di pace. Le condizioni di Israele sono chiare: disarmo di Hezbollah e un accordo duraturo da una posizione di forza. In breve: la tregua potrebbe essere stata meno un ritiro e più uno scambio – calma nel nord in cambio del massimo sostegno nella lotta contro l’Iran. Non è certo il “Santo Graal” in sé, ma al massimo la speranza di Gerusalemme di ottenere di più cedendo in Libano sulla questione cruciale dell’Iran.
• Shock nel nord di Israele dopo la tregua: “Ci hanno venduti.”
Gli abitanti del nord di Israele hanno reagito con sgomento all’annuncio di una tregua temporanea in Libano. Molti non la vedono come un successo, ma come un ritorno a una realtà precaria. Moshe Davidovich, presidente del Forum delle comunità di confine, ha dichiarato con tono aspro: «Gli accordi vengono firmati in giacca e cravatta a Washington, ma il prezzo lo paghiamo qui con sangue, case distrutte e comunità lacerate». Ha avvertito che una tregua senza una rigorosa applicazione contro ogni violazione da parte di Hezbollah e senza una zona di sicurezza libera dal terrorismo fino al Litani non è un successo diplomatico, ma una condanna a morte a tempo determinato – fino al prossimo massacro. «Gli abitanti del nord non sono comparse in uno spettacolo di pubbliche relazioni internazionale.»
Ancora più duro è stato il commento di Netzach Topaz di Kiryat Shmona. In un messaggio agli abitanti ha scritto: «Bentornati alla realtà della sicurezza degli anni ’90. Abituatevi di nuovo alle operazioni, alle guerre e ai rifugi.» Con amaro sarcasmo ha aggiunto: «Il prossimo 7 ottobre qualcuno vi prometterà di nuovo la vostra vendetta fino alla “vittoria totale”.
Siamo stati venduti da un governo di destra apparentemente forte». Ha concluso il suo messaggio con un’emoji che raffigura un gesto osceno. Le reazioni dimostrano che per la popolazione del nord il cessate il fuoco non significa tranquillità, ma la sensazione di essere stati nuovamente sacrificati.
• Prospettiva biblica sul Nord
Da un punto di vista biblico, il conflitto tra Israele e il Libano è ben più di una moderna questione di confini. L’odierno territorio libanese era nell’antichità soprattutto la terra dei Fenici, con le città di Tiro e Sidone, menzionate ripetutamente nella Bibbia. Da lì giunsero in Israele commercio, ricchezza, ma anche influenze culturali e spirituali. Il re Hiram di Tiro fornì legno di cedro e artigiani per la costruzione del tempio sotto Salomone, segno che Israele e il Nord non erano solo nemici, ma anche partner. Allo stesso tempo, il Nord era spesso una porta d’accesso per le minacce. Attraverso queste regioni costiere e montuose arrivavano potenze straniere, idolatria e tentazioni politiche. I profeti mettevano quindi in guardia dall’arroganza e dalla falsa sicurezza.
Già allora Israele imparò che non tutta la calma nel nord significava vera pace. A volte un'alleanza era utile, a volte solo una tregua prima della tempesta successiva. Un esempio lampante è il re Acab e il suo matrimonio con Izebel, figlia del re di Sidone. Politicamente era una forte alleanza con il nord, che inizialmente portò stabilità e benefici. Ma con Jezabel giunsero in Israele anche il culto di Baal, il declino spirituale e la corruzione politica. Ella perseguitò i profeti di Dio, finché Elia non intervenne e mise in guardia il popolo. Il messaggio è senza tempo: non ogni alleanza porta vera pace. Ciò che promette sicurezza a breve termine può generare una crisi a lungo termine, se si sacrificano la verità, l’identità e la vigilanza. Per questo i profeti ammonivano: non tutta la tranquillità nel nord è vera pace. Israele desidera ardentemente la tranquillità al suo confine settentrionale, ma secondo la comprensione biblica la sicurezza duratura non nasce solo dai trattati, ma dalla chiarezza, dalla fermezza e da un ordine affidabile. La pace senza verità rimane fragile. E questo vale anche per il nostro tempo!
(Israel Heute, 19 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Perché Dio ha creato il mondo? - 27
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Il dono del sabato
“Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato. Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni; ognuno stia dov'è; nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” (Esodo 16:29).
Il sabato è un dono di Dio a Israele. Non è un ordine: è un invito. È l’invito a partecipare a un giorno di gioia. È Dio che ricorda la gioia provata nel settimo giorno della creazione, quando dopo aver lavorato per sei giorni, “si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta” (Genesi 2:3), nell’attesa di goderne il frutto nello scambio d’amore con la creatura che aveva formata e a cui aveva comunicato il suo “soffio”. Il riposo si interruppe e la gioia si offuscò quando il suo desiderio fu vanificato dalla risposta che ricevette dall’uomo nel giardino di Eden.
Il lavoro poi è ripreso in forma ben diversa, e ora Dio sta conducendo il suo popolo lungo il tragitto che lo porterà nella terra di Canaan, promessa ad Abraamo.
Dunque per Dio ora non è tempo di riposo: tutt’altro. È un tempo che Dio dedica all’educazione di Israele, che ha presentato al mondo come suo figlio e ha destinato a diventare in Canaan la sua nazione, in mezzo a tutte le altre nazioni che dipendono da forze che non sono Dio.
Durante il viaggio verso la terra promessa, Dio decide di ravvivare insieme al figlio quella particolare gioia che ha provato in quel settimo giorno. Stabilisce così una ricorrenza: ogni sette giorni ci sarà giorno di riposo per tutti, a cominciare da Dio stesso, che non eseguirà il lavoro di mandare giù dal cielo la manna. Il popolo parteciperà ogni sabato alla ricorrenza, ma dovrà tenere a mente che quello non è un giorno di festa per lui, ma per Dio: è “un giorno solenne di riposo: un giorno sacro all’Eterno” (Esodo 16:23). È Dio che si riposa, e invita il suo popolo a riposare festosamente insieme a Lui.
La festa del sabato si ricollega dunque al riposo di Dio, sia passato sia futuro. È un segno indelebile di eternità che Dio ha voluto apporre sul suo popolo. Vana è dunque ogni speranza di riuscire a cancellare questo segno tentando di far sparire il popolo.
• Grazia e fede
Il sabato non è legge, ma grazia. Di nuovo: è un dono, non un ordine. Ai figli d’Israele Dio dice: Considerate…. Cioè riflettete sul dono del riposo che vi è stato fatto, manifestate apprezzamento e gioia per averlo ricevuto. In che modo? Godendone il frutto: cioè riposando.
Se il sabato è grazia di Dio, il riposo esercitato dall’uomo è fede. Qualcuno dirà che è fede a buon mercato, perché ci vuole poco a esercitarla: basta non fare niente. Sembra facile, ma il contadino che si sente dire dal cielo:
Lavorerai sei giorni; ma il settimo giorno ti riposerai: ti riposerai anche al tempo dell'aratura e della mietitura (Esodo 34:21)
può trovare imbarazzante accettare questo dono. “Ma se non aro e non mieto ai tempi adatti, dove va a finire il raccolto dell’anno?” potrebbe pensare. E subito dopo: “E se invece aro e mieto, poi che mi succede?” Allora parte la lettura antropocentrica della volontà di Dio e si pensa a come evitare conseguenze sgradevoli. Si elaborano norme, sottonorme, contronorme, attenuanti, aggravanti, eccezioni, esclusioni, penalità, e così via. E alla fine la parola di Dio viene compresa come se fosse: “Considerate bene quello che vi può capitare se vi azzardate a non rispettare il sabato”.
“L’Eterno vi ha dato il sabato”, dice il Signore ai figli d’Israele; e per il sottolineare l’aspetto del dono aggiunge: “Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni”. Il donare di Dio è un atto d’amore creativo: solo per chi non lo accoglie diventa distruttivo. Ma Israele in origine lo ha accolto:
Da questo momento il sabato rappresenta un segno indelebile impresso da Dio sul popolo che gli appartiene come figlio. Guai a chi tenta di staccare Dio da suo figlio.
• Il sabato e la legge
Il sabato precede la legge. Nel quarto comandamento sta scritto:
Qui il popolo non è invitato a fare o non fare qualcosa per compiacere Dio, ma a ricordare quello che Dio ha fatto per amore del popolo. Dio si è impegnato con Se stesso a favore del popolo prima di chiedere al popolo di impegnarsi con Lui attraverso l’ubbidienza.
E più avanti, a conclusione della prima versione della legge, Dio avverte Mosè:
“Quanto a te, parla ai figli d'Israele e di' loro: 'Badate bene di osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono l'Eterno che vi santifica (Esodo 31:13).
Dio fa questa raccomandazione a Mosè quando il patto fra Dio e il popolo è stato già concluso (Esodo 24:8), quindi Dio non prende nemmeno in considerazione l’eventualità che esso sia disatteso dal popolo. Dice soltanto ciò che si dovrà fare a chi, individualmente, si prenderà la libertà di profanarlo continuando a lavorare:
Osserverete dunque il sabato perché è un giorno santo per voi. Chiunque lo profanerà sarà messo a morte. Chiunque farà in esso qualche lavoro sarà eliminato dal suo popolo (Esodo 31:14).
Dev’essere comunque ricordato che l’ordine di eseguire la pena di morte per chi profana il sabato è stato dato dopo la stipulazione del patto del Sinai, ma nel momento in cui Mosè trasmette l’annuncio del “giorno solenne di riposo”, al popolo la parola non arriva in forma di ordine, con relativa minaccia in caso di trasgressione. L’ordine riguarda soltanto i giorni precedenti: cioè raccogliere la manna nella misura fissata nei primi cinque giorni e in misura doppia nel sesto. Ma quanto al settimo giorno, non c’è un ordine: c’è soltanto un avviso che ha come oggetto la distribuzione della manna:
Un cartello sulla porta di un ufficio comunale in cui sta scritto: “Sabato è chiuso”, non è un’ordinanza del sindaco che vieta ai cittadini di andare a suonare a quella porta di sabato: è soltanto un avviso in cui si informa che se qualcuno vorrà farlo, nessuno gli aprirà.
Qualcosa di simile avviene allora ai figli d’Israele in quel settimo giorno:
Ora, nel settimo giorno avvenne che alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, e non ne trovarono (Esodo 16:27).
È violazione di un ordine? No, è mancanza di fiducia. E tuttavia i ricercatori di manna in giorno di sabato non furono messi a morte per il loro “reato”, perché in quel momento la legge non c’era ancora.
L’Eterno tuttavia poteva essere avvilito da questa mancanza di fiducia, e si sfoga con Mosè:
Allora l'Eterno disse a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei comandamenti e le mie leggi? Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato. Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni; ognuno stia dov'è; nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” (Esodo 16:28-29).
Questo modo di rivolgersi al popolo attraverso Mosè è affettuosamente paterno, non severamente giuridico. Dio parla di miei comandamenti, di mie leggi, sottolineando quindi che provengono da Colui che li ama in modo privilegiato, come ha già dimostrato fino a quel momento con i suoi atti di liberazione e misericordia. Se Dio raccomanda a Mosè che “nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” è per evitare che cadano nella tentazione di andare alla ricerca di manna nel solenne giorno sacro all’Eterno, ma nessuna minaccia di morte è aggiunta a queste parole. Israele è il figlio di Dio che si trova ancora nella minore età, e fino a questo momento il compito del Padre è quello di educare, non di minacciare.
• Non c’è acqua a Refidim
È nel deserto di Sin, fra Elim e il Sinai, che il popolo fa la sua prima esperienza della manna discesa dal cielo e celebra il suo primo riposo del settimo giorno. Dopo di che il viaggio continua.
Poi tutta la comunità dei figli d'Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini dell'Eterno, e si accampò a Refidim; ma non c'era acqua da bere per il popolo (Esodo 17:1).
Questo increscioso fatto è stato già commentato nel Capitolo 21; qui vogliamo soprattutto sottolineare che il popolo si muoveva “secondo gli ordini dell’Eterno”: dunque è Dio che lo ha fatto accampare in un posto dove sapeva che non c’era l’acqua. Risultato: “lì il popolo patì la sete” (17:3). Il che vuol dire che la mancanza d’acqua durò per un certo tempo, e centinaia di migliaia di persone soffrirono la sete.
Come sappiamo, il caso fu risolto (Esodo 17:5-7) e Mosè chiamò quel luogo Massa (tentazione) e Meriba (contesa), cioè contesa con Mosè e tentazione verso Dio, perché “i figli d'Israele avevano tentato l'Eterno, dicendo: “L'Eterno è in mezzo a noi, sì o no?” (17:7).
Se i figli d’Israele avevano tentato l’Eterno mettendo in dubbio la sua presenza in mezzo a loro, qualcuno potrebbe dire che Dio stesso li aveva “esposti alla tentazione” (Matteo 6:13) facendoli accampare in un posto dove non c’era l’acqua. Ma anche questo rientra nel compito educativo di Dio verso suo figlio; e anche se avrebbe preferito ricevere da lui una risposta più fiduciosa, si serve della loro paura di morire per dare un’altra prova della sua fedeltà, e confermare Mosè come autorità.
La domanda del popolo “L'Eterno è in mezzo a noi, sì o no?” è comunque interessante, perché pone l’attenzione su Dio. In una lettura antropocentrica della Bibbia è più naturale porsi la domanda: dov’è che il popolo ha sbagliato? e poi: che cosa dobbiamo imparare noi da questo cattivo esempio? Non è male porsi domande come queste, a patto che non siano le prime a venirci in mente, perché nella Bibbia il personaggio principale della storia rimane sempre Dio, non l’uomo.
• Amalec a Refidim
Allora venne Amalec per ingaggiare battaglia contro Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: “Scegli degli uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano”. Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla cima del colle. E avvenne che, quando Mosè teneva la mano alzata, Israele vinceva, e quando la lasciava cadere, vinceva Amalec. Ora, siccome le mani di Mosè si erano stancate, essi presero una pietra, gliela posero sotto, ed egli si mise a sedere; e Aaronne e Cur gli sostenevano le mani: l'uno da una parte, l'altro dall'altra; così le sue mani rimasero immobili fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente, passandoli a fil di spada (Esodo 17:8-13).
I commentari di solito cercano di far sapere al lettore chi era Amalec, se era discendente di Esaù oppure no, se e in quale modo gli amalechiti di cui si parla nella storia siano collegati con questo Amalec, e così via. S’interessano insomma più di ciò che riguarda gli uomini (e non è scritto nella Bibbia) che di ciò che riguarda Dio (ed è scritto nella Bibbia).
Se invece si punta l’attenzione prima di tutto su Dio, si potrà notare una sua differenza di comportamento tra i primi due momenti bellici di Israele: quello con i militari egiziani che inseguono gli israeliti per non farli uscire dalla terra del Faraone, e quello con Amalec che non vuole farli entrare in quella che ritiene essere la sua terra. Nel primo caso, Dio fa tutto; nel secondo caso, Dio non fa niente. Qualcosa vorrà pur dire!
Quando si avvicina Amalec, Mosè non grida all’Eterno, come già aveva fatto altre volte (Esodo 15:25, 17:4), ma prende subito un’iniziativa: ordina a Giosuè di scegliersi degli uomini e li manda a combattere contro Amalec. E per quel che riguarda se stesso (aveva ottant’anni), si mette in uno stato di preghiera ad oltranza. Nel passato Dio aveva dato istruzioni precise, questa volta invece tace: non dà ordini, né fa promesse. Forse è stanco di parlare - può aver pensato Mosè -, perché noi, prima non lo stiamo a sentire, poi ci mettiamo a gemere e gridare. Così forse adesso vuol vedere come ci comportiamo noi, quando Lui tace.
Mosè vede che Amalec si avvicina, come prima si avvicinavano gli egiziani. In quell’occasione Dio gli aveva detto: “Tu alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare, e dividilo” (Esodo 14:16), e così si erano salvati. Adesso invece Dio non dice niente. Allora Mosè, anche senza aver ricevuto ordini precisi, prende in mano di sua iniziativa il bastone e lo tiene insistentemente alzato verso il cielo, come a dire: Signore, io ho fatto come mi hai detto nel passato; e Tu, cosa pensi di fare?
Il Signore dà segno di aver ricevuto. Non a parole, ma a fatti. Giosuè vince solo quando Mosè tiene le mani alzate e perde quando le abbassa. “La vittoria ci sarà - sembra dire il Signore - ma questa volta non farò tutto Io: nel popolo ciascuno dovrà fare la sua parte”.
E così avviene. La parte laica del popolo agisce nei soldati che combattono agli ordini di Giosuè; la parte profetica agisce nella persona di Mosè che invoca appassionatamente Dio; la parte sacerdotale agisce in Aaronne e Cur che tengono le mani alzate al profeta che prega. E Israele vince.
Questa prima guerra vittoriosa di Israele, combattuta in concorde unità di popolo e in piena comunione con Dio, è un fatto importante. Talmente importante che per la prima volta Dio ordina a Mosè di metterlo per iscritto, aggiungendovi un’importante comunicazione per Giosuè:
Allora l'Eterno disse a Mosè: “Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa' sapere a Giosuè che io cancellerò interamente sotto al cielo la memoria di Amalec” (Esodo 17:14).
E allora, forse toccato dalla solennità di questa dichiarazione, Mosè celebra il fatto con un atto di culto che prima di lui avevano compiuto soltanto Noè e i patriarchi Abraamo, Isacco e Giacobbe:
E Mosè costruì un altare che chiamò: “L'Eterno è la mia bandiera”; e disse: “La mano è stata alzata contro il trono dell'Eterno, e l'Eterno farà guerra ad Amalec di età in età” (Esodo 17:15).
Mosè dice che “la mano è stata alzata contro il trono dell’Eterno”. Nella Bibbia il ‘trono dell’Eterno’ può essere inteso come il trono del re (1 Cronache 28:5, 29:23), ma in Israele a quel tempo il regno non c’era ancora: non è dunque contro un simile trono che può essersi alzata la mano di Amalec. C’è però un trono dell’Eterno che non si trova in terra, come si può capire dalle parole che il profeta Micaia rivolge in un momento molto delicato a Giosafat, re di Giuda:
Micaia replicò: “Perciò ascolta la parola dell'Eterno. Io ho visto l'Eterno che sedeva sul suo trono, e tutto l'esercito del cielo che gli stava intorno a destra e a sinistra (1Re 22:19).
È poco sottolineato, ma tra i membri dell’esercito del cielo che siedono a destra e a sinistra del trono dell’Eterno si trovano anche spiriti demoniaci. Dio lo permette, anzi di loro può anche servirsi per i suoi scopi. Come nel caso citato, in cui Dio cerca collaboratori per il suo proposito di far morire l’abominevole re Acab:
L'Eterno disse: 'Chi sedurrà Acab affinché salga a Ramot di Galaad e vi muoia?'. Chi rispose in un modo e chi in un altro. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò davanti all'Eterno, e disse: 'Lo sedurrò io'. L'Eterno gli disse: 'E come?'. Egli rispose: 'Io uscirò, e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti'. L'Eterno gli disse: 'Sì, riuscirai a sedurlo; esci, e fa' così' (1Re 22:20-22).
Il capo degli spiriti demoniaci a cui Dio concede di partecipare alle sedute in cielo e perfino di prendere la parola, è Satana (Giobbe 1:6-7), il quale un giorno tenterà di sferrare la sua guerra decisiva contro Dio.
C’è però nella Bibbia anche un posto sulla terra che viene indicato come “trono dell’Eterno”:
Allora Gerusalemme sarà chiamata 'il trono dell'Eterno'; tutte le nazioni si raduneranno a Gerusalemme nel nome dell'Eterno, e non cammineranno più secondo la caparbietà del loro cuore malvagio. In quei giorni, la casa di Giuda camminerà con la casa d'Israele, e verranno assieme dal paese del settentrione al paese che io diedi in eredità ai vostri padri (Geremia 22:17-18).
Amalec dunque può essere visto come il prototipo di ogni strumento di cui Satana, nemico di Dio, si è servito e si servirà ancora per alzare la mano contro il trono dell’Eterno, nel tentativo continuamente rinnovato di distruggere Israele come popolo e nazione
A questo nemico, Dio farà guerra di età in età, fino a cancellarne interamente la memoria sotto al cielo. I nemici di Israele sono avvertiti.
(Notizie su Israele, 19 aprile 2026)
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Fabiana Di Segni esce dal Pd: «Inaccettabile il clima di violenza contro gli ebrei»
In una lettera le dimissioni della consigliera municipale romana. «Dal 7 ottobre in poi il linguaggio all'interno del partito nei confronti di Israele e della Comunità ebraica italiana è insostenibile».
«Dal 7 ottobre in poi il linguaggio all’interno del Partito Democratico nei confronti prima di Israele e poi degli ebrei italiani è diventato insostenibile».
A denunciare questo clima ormai saturo nel Pd è la consigliera dell’XI Municipio di Roma, Fabiana Di Segni, che con il nostro giornale ha commentato la lunga lettera di dimissioni consegnata ai colleghi del suo gruppo. Un luogo dove il dibattito ha raggiunto toni di violenza «inaccettabili» con battutine, schermaglie e aggressioni verbali tali da rendere l’aria irrespirabile. «Quando un membro del direttivo ha scritto “si chiama Israele, si legge nazismo” ho inviato una lettera di denuncia ai vertici del Pd. Non è importato loro nulla, se non quando ho annunciato che avrei lasciato il posto e forse anche il partito. Allora mi hanno chiesto di mediare, inviandomi una lettera in cui si dicevano dispiaciuti. In poche parole mi hanno detto ciao-ciao».
Gravemente ridondante è stata poi la quasi spasmodica urgenza di chiedere conto sull’operato del governo di Israele. Un mantra che da sempre accompagna gli ebrei italiani, frutto di una incapacità di discernimento fra religione e cittadinanza ma anche di un disegno che mira a rompere l’antico legame fra la componente ebraica e il paese. «Il segretario della sezione di Portuense mi ha detto “tanta solidarietà, però pure voi potreste parlare di Netanyahu”. Di nuovo con questo “voi”, ma io sono una ebrea italiana. Gli ho domandato se chieda anche a tutti i musulmani di condannare il terrorismo».
È sulla scia di questa perenne distinzione che la misura è divenuta colma e Di Segni ha deciso di fare un passo indietro. Per sfinimento, in un posto dove a nulla sono serviti appelli di dialogo e inviti a tavole rotonde sul tema dell’antisemitismo. È infatti «impensabile all’interno di un partito che si definisce antifascista che in qualche modo si giustifichi l’odio per gli ebrei». L’appiattimento è quindi totale e «non si parla di Israele, ma nemmeno di Hamas, Hezbollah, Iran e Libano» perché «c’è solo un colpevole». Nel giorno delle dimissioni della consigliera, comunque, solo un membro della giunta si è presentato.
Nel temporale d’odio che attraversa la società, la cosa più dolorosa resta, di nuovo, il silenzio collettivo. Lo stesso «che vagava in Europa tanti anni fa» e che si è alimentato nell’indifferenza con l’obiettivo di emarginare e stigmatizzare fino a rendere l’antisemitismo un argomento scomodo invece che una priorità da affrontare.
Pochi giorni fa, anche Emanuele Fiano aveva fatto intendere di voler lasciare il Partito Democratico sostenendo che fosse «impossibile restare». L’ex dem ha sempre rivendicato con orgoglio il proprio sionismo, senza mai risparmiare critiche al governo Netanyahu. Ma per molti del suo gruppo questo non è sufficiente. «Il segretario di sezione mi ha chiesto se assieme a me venisse via pure Fiano, come se fossimo un’unica cosa. C’è da dire che il problema è strutturale, ma non mancano le voci in dissenso. Sono pochi, i riformisti dem, e a loro dobbiamo dire grazie». Il clima dell’intolleranza sta riesumando mostri che si sperava di aver confinato ai margini della storia.
(Il Tempo, 18 aprile 2026)
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Gaza dopo il 7 ottobre: Hamas ricostruisce il potere
Tra controllo militare, apparato civile riattivato e disperazione crescente nelle tendopoli, la Striscia resta prigioniera di un equilibrio che non lascia vie d’uscita
di Shira Navon
Due anni e mezzo dopo il 7 ottobre, mentre l’attenzione internazionale si sposta altrove e il Medio Oriente resta attraversato da una guerra più ampia, nella Striscia di Gaza si sta consumando una dinamica che testimonia qualcosa che molti non sanno: Hamas sta ricostruendo il proprio potere, pezzo dopo pezzo, mentre la popolazione civile scivola in una condizione che oscilla tra sopravvivenza e disperazione.
Secondo fonti della sicurezza israeliana, l’organizzazione controlla ormai circa metà del territorio e ha già rimesso in funzione una parte significativa del proprio apparato civile, dai ministeri alle municipalità, arrivando a pagare gli stipendi a decine di migliaia di funzionari. Questo elemento pesa, perché indica non solo una presenza militare residuale, ma un tentativo strutturato di tornare a governare la vita quotidiana nella Striscia.
Parallelamente, l’ala militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, continua a ricostruirsi e a operare sul terreno con circa 27.000 uomini, secondo le stime citate nel reportage di N12, mantenendo attiva la produzione clandestina di razzi ed esplosivi e tentando di riaprire canali di approvvigionamento attraverso il Sinai. In questo quadro, l’ipotesi di un disarmo reale dell’organizzazione appare sempre più distante, quasi fuori dal perimetro delle possibilità immediate.
La presenza sul territorio si traduce anche in controllo sociale. Le forze di sicurezza interne pattugliano le strade, effettuano arresti e, secondo testimonianze locali, ricorrono a violenze e torture contro chi è sospettato di collaborare con Israele o semplicemente di documentare ciò che accade. È un sistema che si regge sulla paura, ma che allo stesso tempo mostra una capacità di riorganizzazione che sorprende chi, nei mesi successivi alla guerra, aveva dato Hamas per definitivamente indebolita.
Intanto, la vita dei civili si muove su un piano completamente diverso. Oltre un milione di persone continua a vivere in tendopoli, spesso senza accesso stabile a beni essenziali, mentre i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati in modo vertiginoso. Testimonianze raccolte sul posto parlano di beni di prima necessità diventati quasi inaccessibili, con salari inesistenti o insufficienti e una quotidianità segnata da espedienti, recupero di materiali dalle macerie e piccoli scambi per pochi shekel.
In questo contesto, il malcontento cresce e trova voce, anche se con cautela. Alcuni residenti attribuiscono apertamente la responsabilità della situazione al 7 ottobre e alle scelte di Hamas, lasciando emergere una frattura che però non si traduce in una reale possibilità di opposizione. La paura resta un elemento dominante, ma non riesce più a cancellare del tutto la rabbia.
Il sistema educativo formale è fermo e sostituito da strutture improvvisate nelle tende, mentre la ricostruzione delle infrastrutture appare ancora lontana, anche per la difficoltà di far entrare materiali e macchinari nella Striscia. La sensazione diffusa, che emerge dalle testimonianze, è quella di una sospensione senza prospettiva, dove la sopravvivenza quotidiana prende il posto di qualsiasi progetto futuro.
Quello che si osserva oggi a Gaza è un doppio movimento che procede in parallelo senza incontrarsi davvero: da una parte un’organizzazione che recupera terreno e struttura, dall’altra una popolazione che perde progressivamente margini di vita. In mezzo resta un vuoto politico che nessuno, al momento, sembra in grado di colmare.
(Setteottobre, 18 aprile 2026)
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Trump vieta all’IDF di bombardare il Libano. E Hezbollah si riarma contro Israele
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - Alle 23, ora italiana, di giovedì è scattato il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah in Libano. Poco prima dell’entrata in vigore, tre persone nel nord di Israele sono rimaste gravemente ferite dai razzi della milizia sciita, tra cui una ragazza di 17 anni e un giovane di 25. La giornata era stata concitata, fatta di passi avanti e improvvisi dietrofront, tra annunci e smentite su una possibile trattativa di pace tra Libano e Israele.
Dopo l’incontro a Washington tra l’ambasciatore israeliano e la rappresentanza diplomatica libanese negli Stati Uniti, alla presenza del segretario di Stato Marco Rubio, Donald Trump aveva annunciato una telefonata tra Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Michel Aoun, come preludio a un possibile incontro. Poco dopo, però, è arrivata la smentita di Aoun. Una marcia indietro che in realtà chiarisce bene la dinamica: prima di esporsi in un contatto diretto con Israele, il presidente libanese aveva bisogno di portare a casa qualcosa, cioè una tregua. Anche perché Hezbollah aveva già bollato l’incontro di Washington come “tradimento” e “resa”, alzando immediatamente il costo politico interno.
• La chiamata di Trump a Netanyahu
A quel punto Trump ha chiamato Netanyahu, spingendolo ad accettare il cessate il fuoco e spiegandone la doppia utilità: rafforzare Aoun davanti a una parte della popolazione libanese che vorrebbe normalità e stabilità, e allo stesso tempo rendere più malleabile l’Iran in vista del secondo round negoziale con gli Stati Uniti, previsto in Pakistan.
• Trump vieta all’IDF di bombardare il Libano
Trump ha rivendicato apertamente di aver proibito a Israele di bombardare il Libano, sottolineando un intervento diretto e senza ambiguità nella gestione dell’escalation. Ha inoltre precisato che il dossier libanese verrà gestito su un binario separato rispetto alle trattative strategiche più ampie. Secondo indiscrezioni, Teheran potrebbe essere disposta a compromessi più ampi, inclusa una limitazione del proprio programma nucleare e la consegna a un garante internazionale di oltre 400 chili di uranio arricchito. In questo quadro, la tregua in Libano è perfetta per essere venduta internamente come una vittoria diplomatica degli ayatollah.
Il punto, però, non è se la tregua terrà, ma quando salterà. Anche in presenza di un accordo sul dossier iraniano, è difficile immaginare che Teheran accetti una stabilizzazione del Libano che passi dal disarmo di Hezbollah. Le forze regolari libanesi e il contingente Unifil non hanno la capacità di disarmare la milizia né di spingerla a nord del Litani, come previsto dalla risoluzione 1701. L’unico attore in grado di farlo resta l’esercito israeliano, mentre Aoun continua a ribadire che il Libano non può restare ostaggio di Hezbollah.
• E Hezbollah si riarma contro Israele
Il rischio è che il cessate il fuoco diventi l’ennesimo stop tattico per la milizia sciita, utile a riorganizzarsi. È già successo dopo la tregua del novembre 2024. Ed è esattamente lo schema visto a Gaza, dove Hamas ha sfruttato le pause per riarmarsi, reclutare e rafforzare il proprio controllo, dichiarando ufficialmente di non volersi disarmare. Lo stesso approccio si intravede anche nell’Iran, che sta usando la pausa negoziale iniziata l’8 aprile — con scadenza il 22 — per guadagnare tempo. I sei punti del cessate il fuoco sono, sulla carta, una base credibile: rispetto delle risoluzioni Onu e dieci giorni per avviare un processo politico rapido. L’obiettivo resta sempre lo stesso: il disarmo di Hezbollah, possibilmente per via diplomatica, altrimenti con la forza. Esiste una convergenza formale tra Beirut e Gerusalemme nel considerare Hezbollah il problema. Ma è difficile credere che il Libano abbia davvero la capacità di agire. Si può anche immaginare un confine tra Israele e Libano stabile e pacifico, ma creare illusioni è pericoloso. Il nord di Israele ha bisogno di sicurezza reale, non di tregue temporanee. Se il governo libanese non è stato in grado nemmeno di far rispettare l’espulsione dell’ambasciatore iraniano Reza Sheibani, è lecito chiedersi come possa pensare di disarmare Hezbollah. La milizia sciita resta un attore esterno, non negoziale, interessato solo a sabotare qualsiasi processo. Ed è su questo punto che, almeno per ora, Israele e Libano sembrano davvero d’accordo.
(Il Riformista, 18 aprile 2026)
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Cessate il fuoco con il Libano: brillante ritirata o mossa strategica?
Il corrispondente di Israel-Heute analizza i retroscena del cessate il fuoco e spiega perché l’apparente debolezza di Israele, a un esame più attento, possa essere interpretata anche come una vittoria tattica.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME - Ci sono voci che interpretano la tregua temporanea imposta a Israele con il Libano come un cedimento – come un ulteriore spettacolare fallimento del primo ministro Benjamin Netanyahu e come prova del fatto che, in definitiva, sono gli Stati Uniti a decidere tutto.
Ma sotto la superficie emerge un quadro decisamente più complesso, e non tutto è nero. Ci sono successi tattici che, se gestiti correttamente, possono trasformarsi in successi strategici.
A prima vista, lo Stato di Israele entra in questa tregua in condizioni nettamente migliori rispetto a un mese e mezzo fa – prima dell’inizio dei combattimenti il 2 marzo, scatenati da Hezbollah, che voleva vendicare la morte di Ali Khamenei e ha trascinato il Libano in una guerra sanguinosa.
Da allora Israele ha ottenuto due importanti successi tattici: innanzitutto ha conquistato la linea anticarro e si trova a circa dieci chilometri di profondità nel territorio libanese. Il sud del Libano è – ad eccezione dei villaggi cristiani – in gran parte privo di popolazione civile. Hezbollah ha posto come condizione per un cessate il fuoco il ritiro di Israele nei cinque punti in cui si trovava prima della rottura del precedente cessate il fuoco. Questa richiesta è stata respinta. Israele rimane nelle stesse posizioni e ha il diritto all’autodifesa. Se individua una minaccia imminente, può agire. Dall'ultima tregua, Israele ha neutralizzato circa 500 terroristi di Hezbollah nell'ambito di una “strategia del tosaerba”. Questa politica proseguirà. Se durante la tregua temporanea – che presumibilmente verrà prorogata – individueremo delle minacce, potremo agire.
Israele ha di fatto creato due zone di sicurezza: una lungo la linea di lancio dei missili e una seconda zona di sicurezza lungo il fiume Litani, priva di popolazione civile. Se gli abitanti vorranno tornare, potranno farlo solo alle condizioni di Israele. Israele ha inoltre conquistato la roccaforte di Hezbollah nel sud del Libano, Bint Jbeil. In questo modo, in futuro sarà molto più facile disarmare Hezbollah nel sud. Israele facilita così notevolmente il lavoro del governo libanese per il futuro.
Israele era sì contrario al cessate il fuoco e voleva continuare a smantellare Hezbollah. L’obiettivo principale era tagliare ogni collegamento tra l’Iran e il Libano – ovvero un cessate il fuoco con l’Iran, ma un conflitto militare continuato con Hezbollah. Ma gli iraniani non sono ingenui. Hanno capito di avere in mano una leva. Hanno subordinato i negoziati con gli Stati Uniti a un cessate il fuoco in Libano – nella consapevolezza che, se abbandonassero ora il loro rappresentante, difficilmente potrebbero utilizzarlo in futuro. Per non parlare dell’effetto di segnale nei confronti degli Houthi e delle milizie sciite in Iraq.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ha capito e ha iniziato a esercitare pressioni su Netanyahu affinché ponesse fine alla situazione in Libano. Netanyahu inizialmente si è opposto. Si è sviluppata una lotta di potere tra Netanyahu e la fazione guidata da Jared Kushner e Steve Witkoff. Alla fine ha prevalso la seconda fazione.
Ciononostante, Netanyahu insistette affinché il cessate il fuoco avvenga alle condizioni israeliane – ovvero: nessun ritiro. Le forze armate israeliane rimangono lungo la linea anticarro e mantengono la loro libertà operativa nonché il diritto all’autodifesa.
Trump ha cercato di avviare una conversazione telefonica tra Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun. Ma Aoun ha capito che senza un cessate il fuoco concreto si sarebbe esposto al ridicolo dell’opinione pubblica libanese e ha rifiutato. Trump ha quindi riconosciuto che per prima cosa è necessario un cessate il fuoco, anche se solo temporaneo. Successivamente, invece di una telefonata, intende riunire entrambi per un incontro alla Casa Bianca, il che comunque fa una figura migliore. Netanyahu ha acconsentito.
Durante la riunione telefonica del gabinetto, a Netanyahu è stato chiesto quando si sarebbe tenuto questo incontro. Egli ha risposto che non c’era ancora una data. Trump, invece, ha dichiarato che si sarebbe tenuto entro una o due settimane. Staremo a vedere.
Dal punto di vista di Netanyahu, egli ha accettato la tregua con il Libano per non essere accusato di sabotare i negoziati tra Stati Uniti e Iran, estremamente importanti per Israele. Anche se il legame tra Iran e Hezbollah è problematico, Netanyahu ha in un certo senso “sacrificato un pedone” per proteggere la “regina”, ovvero la vittoria nella lotta contro il programma nucleare iraniano.
Trump ha promesso a Netanyahu che andrà fino in fondo con gli iraniani. Non cederà sulla questione della rimozione dell’uranio arricchito dal sottosuolo. Sarebbe persino disposto a rinunciare alla cosiddetta “clausola del tramonto” – né 20 anni né 15 anni: l’Iran non dovrebbe mai poter arricchire l’uranio, almeno secondo la posizione di Trump. Se ciò dovesse effettivamente concretizzarsi, sarebbe un successo estremamente importante per Israele – in un certo senso il “Santo Graal”: la completa abolizione del programma nucleare iraniano.
Netanyahu ha spiegato ai ministri durante la teleconferenza che l’obiettivo principale è porre fine al programma nucleare iraniano. Se Trump raggiunge questo obiettivo e si crea inoltre una dinamica che porta al disarmo di Hezbollah, allora sorge la domanda: perché continuare a combattere se si mantengono comunque le linee decisive? Israele dispone di capacità operative e libertà d’azione. Dal punto di vista israeliano si tratta di una situazione vantaggiosa per tutti: si congela lo stato attuale per verificare se è possibile raggiungere l’obiettivo strategico.
Netanyahu ha seguito Trump anche perché ha capito che in cambio otterrà ciò che vuole nei rapporti con l’Iran. E poi c’è un altro motivo: a Trump non si dice semplicemente di no. Così come ha fermato le operazioni in precedenza, ha fermato anche ora i combattimenti in Libano. Quando Trump pone fine alle guerre, non esita.
La sfida ora consiste nello spiegare tutto questo agli abitanti del nord, convinti che Netanyahu li abbia nuovamente abbandonati e che tutte le promesse di disarmo di Hezbollah siano state dimenticate.
Netanyahu ha pubblicato una dichiarazione video in cui ha motivato la sua decisione:
«Abbiamo la possibilità di raggiungere un accordo di pace storico con il Libano. Il presidente Trump intende invitare me e il presidente libanese per portare avanti questo accordo. Questa opportunità esiste perché, dalla guerra, abbiamo cambiato radicalmente gli equilibri di potere in Libano. Abbiamo impiegato i Beeper, abbiamo distrutto l’enorme arsenale di 150.000 missili e proiettili che Nasrallah aveva preparato per distruggere le città di Israele. Abbiamo eliminato Nasrallah. E questo mutato equilibrio di potere ha fatto sì che il mese scorso, per la prima volta in oltre 40 anni, abbiamo ricevuto dal Libano richieste di avviare colloqui di pace diretti. Ho risposto a ciò e ho acconsentito a una pausa – o, per essere più precisi, a una tregua temporanea di dieci giorni – per portare avanti i colloqui che avevamo già avviato durante l’incontro degli ambasciatori a Washington.”
Netanyahu ha aggiunto: «Per questi colloqui abbiamo due condizioni fondamentali: in primo luogo, il disarmo di Hezbollah. In secondo luogo, un accordo di pace sostenibile – pace dalla forza. Per raggiungere la tregua, Hezbollah ha posto due condizioni: in primo luogo, che Israele si ritirasse completamente fino al confine internazionale. In secondo luogo, una tregua secondo il principio “calma per calma”. Non ho accettato queste condizioni, e in effetti non sono state soddisfatte. Rimaniamo in Libano in una zona di sicurezza rafforzata. Non si tratta dei cinque punti precedenti all’operazione, ma di una zona di sicurezza continua larga circa dieci chilometri – dal mare al Monte Dov e dalle pendici dell’Hermon fino al confine siriano. Questa zona è più forte, più estesa, più coesa e più stabile di prima. Ci permette di impedire infiltrazioni nei nostri insediamenti e di bloccare i bombardamenti diretti con missili anticarro. I nostri insediamenti sono così protetti da questi due pericoli. Naturalmente ci sono altre sfide – ci sono ancora i missili. Ci occuperemo anche di questo nel quadro dell’ulteriore sviluppo verso un accordo di sicurezza e di pace.”
E riguardo all’Iran, Netanyahu ha detto: «Ho parlato in questi giorni con il presidente Trump, e mi ha detto che è determinato sia a continuare la pressione marittima sia a eliminare le restanti capacità nucleari dell’Iran. Non farà marcia indietro. È convinto di poter eliminare questa minaccia una volta per tutte – sulla scia dei passi significativi che abbiamo compiuto insieme. Naturalmente ci occuperemo anche della minaccia missilistica e della capacità di arricchimento dell’uranio. Non entrerò nei dettagli in questa sede. Ci sono due passi molto importanti che potrebbero cambiare radicalmente la nostra situazione diplomatica e di sicurezza nei prossimi anni».
(Israel Heute, 17 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Tutto sullo stretto di Hormuz e la guerra delle mine
Lo Stretto di Hormuz è un nodo vitale dell’economia globale: bastano poche mine per rallentare il traffico e far salire i prezzi. L’Iran punta su interdizione credibile e arsenali diversificati per moltiplicare l’instabilità. Bonificare è lento e costoso: la guerra qui è prima di tutto economica.
di Luca Longo
Sappiamo che lo Stretto di Hormuz è un ganglio fondamentale nel sistema nervoso dell’economia globale: ogni giorno vi transitano (o meglio: “vi transitavano”) tra i 17 e i 20 milioni di barili di petrolio, circa il 20% del consumo mondiale, oltre a una quota rilevante del gas naturale liquefatto e a flussi costanti di fertilizzanti, derrate alimentari e prodotti industriali.
La sua vulnerabilità non dipende solo dalla geografia – corridoi di navigazione stretti fino a 39 km, traffico intenso e profondità limitate fino a minimi idrografici di soli 60 metri – ma dal fatto che è un ambiente ideale per la guerra di mine. In un contesto simile, non è necessario disseminare migliaia di ordigni: anche poche decine possono creare un effetto strategico, perché il rischio percepito è sufficiente a bloccare o a rallentare il traffico commerciale.
È questo il cuore della dottrina iraniana: trasformare un’arma relativamente economica in un moltiplicatore di instabilità globale.
• Come si chiude uno stretto senza chiuderlo davvero
Bloccare completamente lo Stretto di Hormuz è un’operazione complessa anche per un attore come l’Iran. La superiorità navale e aerea degli Stati Uniti e di Israele renderebbe difficile mantenere un’interdizione totale nel lungo periodo. Tuttavia, la strategia iraniana non punta necessariamente a un blocco assoluto, quanto piuttosto a una “interdizione credibile”.
La posa di mine, anche in quantità limitata, può avere effetti immediati. Bastano pochi incidenti – una petroliera danneggiata, una nave cargo colpita – per generare un effetto domino. Le compagnie assicurative aumentano drasticamente i premi, le compagnie non possono più permetterseli, alcune rotte vengono sospese, i tempi di attraversamento si allungano per via delle procedure di sicurezza. Il traffico rallenta, i costi aumentano e il mercato reagisce. Reagisce … “male”.
Nel 1988, durante la cosiddetta “Tanker War”, una singola mina iraniana danneggiò gravemente la fregata americana USS Samuel B. Roberts. Pochi danni materiali, immensi danni reputazionali per l’invincibilità degli Stati Uniti. L’episodio dimostrò quanto anche un numero limitato di ordigni possa avere un impatto strategico sproporzionato.
Oggi, con un traffico molto più intenso e interconnesso, gli effetti sarebbero amplificati. Una prolungata interruzione anche parziale del flusso di petrolio e gas attraverso Hormuz si traduce rapidamente in un aumento dei prezzi energetici, con ripercussioni su inflazione, sicurezza alimentare e stabilità politica in numerosi Paesi importatori.
• L’arsenale iraniano: non quantità, ma varietà e sofisticazione
L’Iran dispone di migliaia di mine navali e, soprattutto, di una gamma estremamente diversificata. Non si tratta di un sistema omogeneo, ma di un arsenale stratificato che combina tecnologie di epoche diverse, dalle mine a contatto fino ai sistemi a influenza avanzata.
Le mine più semplici restano quelle a contatto già dispiegate durante la Prima guerra mondiale e che sono state protagoniste del conflitto marittimo durante la Seconda guerra mondiale: sfere metalliche ancorate al fondale tramite un cavo, dotate di “corni” sensibili che detonano al contatto con lo scafo. Al loro interno c’è una bolla d’aria che assicura la loro galleggiabilità, e possono essere posizionate sull’acqua o nascoste – restando praticamente invisibili – solo pochi centimetri sotto il pelo dell’acqua. Prima dello sbarco in Normandia, sono state posizionate dai tedeschi sulla cima di pali conficcati a bassa profondità davanti alle coste francesi per scoppiare quando venivano urtate da un mezzo da sbarco alleato. Sono economiche, facili da produrre e ancora oggi efficaci contro navi commerciali prive di protezioni.
Ma il vero salto qualitativo è rappresentato dalle mine a influenza, oggi il cuore della minaccia. Questi ordigni non devono essere urtati: “sentono” la nave. Utilizzano sensori che rilevano alterazioni dell’ambiente causate dal passaggio di un’imbarcazione, come la distorsione del campo magnetico terrestre prodotta dallo scafo in acciaio, il rumore delle eliche e dei motori, o la variazione di pressione dell’acqua generata dal dislocamento della nave.
La combinazione di più sensori è ciò che rende queste mine particolarmente insidiose. Alcuni modelli richiedono la coincidenza di due o tre segnali – ad esempio magnetico e acustico – prima di attivarsi, riducendo i falsi allarmi e permettendo di selezionare bersagli specifici, come petroliere o navi militari di grande tonnellaggio.
A questo si aggiunge una logica interna completamente programmabile: alcune mine possono ignorare le prime navi che passano e attivarsi solo su bersagli successivi, oppure possono attivarsi solo allo scadere di un certo intervallo di tempo, rendendo inefficaci i tentativi di bonifica preliminare.
• Maham, mine a razzo e sistemi ibridi: anatomia completa dell’arsenale iraniano
Se si entra nel dettaglio dell’arsenale iraniano, emerge un quadro molto più articolato di quanto suggerisca la semplice distinzione tra mine “semplici” e “avanzate”. La forza di Teheran non sta solo nei numeri – stimati tra 2.000 e 6.000 ordigni – ma nella combinazione di sistemi diversi progettati per operare insieme, saturare l’ambiente marittimo e rendere la bonifica estremamente complessa.
Il livello più elementare è rappresentato dalla famiglia Maham-1, una mina ancorata tradizionale dotata di sensori a contatto elettrico. Si tratta dell’evoluzione delle classiche mine a “corni”: quando lo scafo urta uno di questi sensori, il circuito si chiude e innesca l’esplosione. La semplicità non deve trarre in inganno. Con una carica che nella maggior parte delle varianti raggiunge i 120 kg di esplosivo – e in alcuni casi scende a 20 kg per versioni più leggere – queste mine restano estremamente pericolose, soprattutto in acque congestionate dove l’impatto accidentale è più probabile.
Il salto qualitativo avviene con la Maham-3, che rappresenta la principale minaccia in acque profonde. Si tratta di una mina ancorata ma “intelligente”: una volta rilasciata, non resta sul fondo ma risale lungo il cavo di ancoraggio fino a posizionarsi appena sotto la linea di galleggiamento delle navi in transito. In questa posizione ottimale, utilizza sensori acustici a bassa frequenza per identificare la firma sonora delle imbarcazioni. Alcune versioni possono integrare sensori direzionali, capaci di discriminare la provenienza del segnale, e fusibili magnetici progettati anche per rilevare sottomarini. Con un peso complessivo di circa 383 kg e una carica di 120 kg, è in grado di esplodere a pochi metri dallo scafo, causando danni devastanti senza necessità di contatto diretto.
Ancora più insidiosa è la Maham-2, una mina di fondo progettata per operare sul fondale marino. A differenza delle mine ancorate, non è visibile nella colonna d’acqua e può essere nascosta dai sedimenti, rendendone difficile l’individuazione sonar. Il suo punto di forza è la combinazione di sensori magnetici e acustici, che le permettono di “sentire” il passaggio di una nave sopra di essa. La carica, pari a circa 320 kg, è significativamente più potente rispetto alle versioni ancorate. Ma ciò che la rende davvero pericolosa è la logica di attivazione: può essere programmata con un ritardo di attivazione di giorni e dotata di un contatore di bersagli, ignorando le prime navi per colpire quelle successive. Questo rende inefficaci molte tecniche di bonifica preventiva e trasforma ogni passaggio in una potenziale trappola.
Una variante più sofisticata di mina di fondo è la Maham-6, derivata dal modello italiano Manta. La sua forma conica non è casuale: riduce la traccia sonar e la rende difficile da distinguere dal fondale. In questo particolare impiego, può essere facilmente confusa con uno dei tanti rottami sparsi sul fondale di acque così trafficate. Anche in questo caso si tratta di una mina a influenza, ma con una carica più limitata, circa 120 kg, che ne vincola l’impiego a profondità relativamente ridotte, proprio come quelle del gomito dello stretto di Hormuz, dove il fondale risale anche a soli 60 metri dalla superficie. In cambio, offre un’elevata dissimulabilità e una maggiore probabilità di sopravvivere alle operazioni di bonifica.
Accanto a queste mine statiche, l’Iran dispone anche di sistemi dinamici. Tra questi figura una mina autopropulsa, probabilmente derivata dal modello cinese EM-56, che combina le caratteristiche di una mina di fondo con un’unità di propulsione simile a quella di un siluro. Questo tipo di arma può essere lanciato da sottomarini o da piattaforme costiere e raggiungere una posizione prestabilita prima di attivarsi. La sua autonomia stimata tra 10 e 20 chilometri consente di minare aree senza esporsi direttamente al nemico, aumentando la profondità operativa del sistema.
Il livello più avanzato è rappresentato dalle mine a razzo, come le EM-52 di origine cinese, di cui l’Iran sarebbe in possesso. Queste mine si posizionano sul fondale e, una volta rilevato il passaggio di una nave, rilasciano un proiettile che si muove rapidamente verso l’alto, colpendo lo scafo dal basso. Questo sistema d’arma – un vero e proprio lanciasiluri completamente automatizzato – consente di ingaggiare bersagli anche a profondità elevate, fino a 200 metri o più, superando uno dei limiti tradizionali delle mine di fondo.
Vi sono poi le semplicissime ed economiche mine a deriva, che galleggiano liberamente seguendo correnti e vento. Sebbene formalmente vietate dalle convenzioni internazionali, restano difficili da tracciare e particolarmente imprevedibili. Una volta rilasciate. nessuno, nemmeno chi le ha piazzate, può sapere dove siano finite.
Infine, le mine “limpet”, applicate direttamente allo scafo da operatori subacquei o droni, rappresentano una minaccia più mirata ed estremamente economica, utilizzabile in operazioni clandestine contro singole navi. Sono praticamente l’equivalente di una grossa bomba a mano impermeabilizzata, dotata di un temporizzatore e di contatto magnetico per aderire allo scafo. Le versioni più sofisticate sono dotate di una carica cava orientata verso l’interno dello scafo in grado di massimizzare l’effetto dell’esplosione e di sensori programmabili per farla esplodere al raggiungimento di una determinata condizione. Ad esempio, quando attraverso la vibrazione dello scafo percepiscono che i motori sono a piena potenza o, al contrario, che la nave sta lentamente manovrando in porto.
Infine, esistono indicazioni sull’impiego di sistemi di posa non convenzionali, come l’utilizzo di razzi d’artiglieria per disseminare mine in acque poco profonde. Questo approccio consente una dispersione rapida e su larga scala, particolarmente adatta a scenari come lo Stretto di Hormuz, dove la profondità ridotta amplifica l’efficacia di questi ordigni.
Il risultato complessivo è un arsenale stratificato che copre l’intera colonna d’acqua: mine a contatto per saturare, mine a influenza per selezionare, mine di fondo per nascondersi, mine a razzo per colpire in profondità e sistemi autopropulsi per estendere il raggio d’azione. Non è la singola mina a fare la differenza, ma il micidiale ecosistema che creano quando sono impiegate insieme.
• Posare mine è facile, rimuoverle è una guerra
Una delle ragioni per cui le mine sono così efficaci è il rapporto tra costo e impatto. Posare un campo minato richiede risorse limitate: piccoli motoscafi, pescherecci o mezzi veloci possono disperdere ordigni in modo rapido e difficile da tracciare.
La bonifica, al contrario, è lenta, rischiosa e tecnicamente complessa. Le operazioni di eliminazione delle mine richiedono una sequenza precisa: individuazione tramite sonar ad alta risoluzione, classificazione del contatto, identificazione visiva con veicoli subacquei e infine neutralizzazione, spesso con cariche esplosive controllate.
Le marine occidentali utilizzano oggi sistemi avanzati, tra cui droni subacquei, veicoli autonomi e dispositivi come siluri telecomandati per distruggere le mine. Tuttavia, anche con queste tecnologie, la bonifica di un’area limitata può richiedere settimane.
Il problema è aggravato dalla natura stessa delle mine moderne. Alcune sono progettate per eludere il sonar, altre per attivarsi solo in presenza di specifiche “firme” (sono in grado di distinguere una grande nave da trasporto da una veloce imbarcazione militare o da un lento peschereccio civile), altre ancora possono restare inattive fino a quando non rilevano un bersaglio di alto valore. Inoltre, la possibilità che nuove mine vengano posate durante le operazioni costringe a mantenere una sorveglianza continua.
In questo contesto, la bonifica non è mai definitiva: è un processo dinamico che deve essere accompagnato da operazioni offensive per neutralizzare le capacità iraniane di posa.
• Dallo stretto al conflitto: scenari e limiti della strategia
L’uso sistematico delle mine nello Stretto di Hormuz rappresenta una forma di guerra economica prima ancora che militare. Non è necessario affondare decine di navi: basta rendere lo stretto insicuro per colpire i mercati energetici, destabilizzare le catene logistiche e generare pressione politica a livello globale.
Nel breve periodo, una campagna di minamento porterebbe a un aumento immediato dei prezzi del petrolio e del gas, con effetti a cascata su inflazione e sicurezza alimentare. Nel medio periodo, costringerebbe gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo a un intervento diretto per garantire la libertà di navigazione, ampliando il conflitto.
Ma la storia della guerra navale suggerisce un limite strutturale. Le mine possono bloccare, rallentare, destabilizzare. Possono infliggere danni significativi e costringere l’avversario a reagire. Tuttavia, difficilmente possono determinare da sole un esito strategico definitivo.
Nel caso iraniano, il loro impiego appare coerente con una strategia più ampia: guadagnare tempo, aumentare i costi per l’avversario e trasformare la superiorità militare occidentale in un problema politico ed economico.
È una logica già vista nella storia della guerra: non vincere distruggendo il nemico, ma rendere il conflitto troppo costoso perché possa essere sostenuto.
E in uno stretto largo solo 39 chilometri, questa logica può bastare a mettere in crisi l’equilibrio di un’intera economia planetaria.
(InOltre, 18 aprile 2026)
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Dieci giorni di tregua in Libano
Netanyahu: «Occasione storica di pace», ma i sindaci del nord protestano
Una ragazza di 17 anni, un motociclista di 25, un uomo di 40. È il bilancio dei feriti nel nord d’Israele dell’ultima notte di fuoco prima che scattasse il cessate il fuoco di dieci giorni tra lo Stato ebraico e Libano. Fino a pochi minuti dalla mezzanotte, Hezbollah ha continuato a colpire la Galilea con razzi; le Idf hanno risposto intensificando gli attacchi su depositi, centri di comando e rampe di lancio nel sud del Libano. Poi le armi hanno taciuto ed è iniziata la tregua. Un accordo arrivato su pressione del presidente Usa Donald Trump, che ha trattato separatamente con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con il presidente libanese Joseph Aoun fino ad ottenere il consenso di entrambi. «Spero che Hezbollah si comporti bene durante questo periodo importante. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace», ha scritto il presidente statunitense sul suo social network, Truth, a notte fonda. Da Gerusalemme, Netanyahu ha parlato di «un’opportunità storica per raggiungere la pace con il Libano», chiarendo però che Israele non arretrerà di un passo. «Resteremo in una zona di sicurezza allargata», ha aggiunto, indicando una fascia di circa dieci chilometri nel sud del Libano come presidio permanente contro la minaccia di Hezbollah. La tregua per ora regge, ma resta fragile. L’esercito libanese ha già accusato Israele di violazioni sporadiche nelle prime ore; sul terreno, ponti e strade verso il sud sono stati riaperti e migliaia di civili hanno tentato di rientrare nelle proprie case, generando lunghe code e rallentamenti. L’accordo consente a Israele di intervenire in caso di minacce imminenti, ma vieta operazioni offensive su larga scala. In Israele le critiche non si sono fatte attendere. I sindaci delle città del nord hanno accusato il governo di aver accettato l’intesa senza garantire la sicurezza dei residenti, denunciando mesi di attacchi e una situazione ancora instabile. Il gabinetto di sicurezza, secondo quanto riportato, non ha votato l’accordo: Netanyahu lo avrebbe siglato dopo una telefonata con Trump, temendo che il presidente americano potesse annunciare la tregua unilateralmente. Washington sta lavorando a un vertice alla Casa Bianca, il primo tra i due Paesi da decenni, per affrontare i nodi irrisolti: confini, sicurezza, disarmo di Hezbollah. Trump ha annunciato l’invito ai due leader, definendo l’eventuale incontro «i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983».
(moked, 17 aprile 2026)
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2025 da record: gli ebrei uccisi in attacchi antisemiti è il più alto da tre decenni
Lo studio dell’Università di Tel Aviv evidenzia un dato apparentemente contraddittorio: mentre il totale degli episodi antisemiti (tra vandalismi, minacce e molestie) è diminuito in diversi Paesi rispetto al 2024, gli atti di violenza fisica sono aumentati in modo significativo. L’ultimo anno in cui più ebrei sono stati uccisi nella diaspora è stato il 1994, quando ci fu l’attentato a Buenos Aires a L’AMIA.
di Nina Prenda
Il 2025 si è distinto come uno degli anni più critici degli ultimi decenni per la sicurezza delle comunità ebraiche nel mondo. Secondo un rapporto pubblicato lunedì 13 aprile dall’Università di Tel Aviv, il numero di ebrei uccisi nella diaspora in attacchi antisemiti ha raggiunto il livello più alto degli ultimi trent’anni.
Lo studio, redatto dal Centro per lo studio dell’ebraismo europeo contemporaneo e dall’Istituto Irwin Cotler per la democrazia, i diritti umani e la giustizia, evidenzia un dato apparentemente contraddittorio: mentre il totale degli episodi antisemiti (tra vandalismi, minacce e molestie) è diminuito in diversi Paesi rispetto al 2024, gli atti di violenza fisica sono aumentati in modo significativo.
Secondo il rapporto, nel 2025 venti persone sono state uccise in quattro attacchi distinti avvenuti in tre continenti. Un dato che, secondo il curatore dello studio, il professor Uriya Shavit, riflette una tendenza preoccupante: «L’odio contro gli ebrei sta diventando una realtà normalizzata».
L’ultimo anno in cui più ebrei sono stati uccisi nella diaspora è stato il 1994, quando un attentatore suicida ha guidato un furgone carico di bombe nell’edificio dell’Associazione Mutual Israelita Argentina in Argentina, uccidendo 85 persone e ferendone altre centinaia.
Australia e Canada hanno visto il loro più alto numero annuale di incidenti antisemiti di sempre.
“Il forte aumento del numero di casi di violenza grave non è sorprendente”, ha detto Shavit. “La regola che si applica a tutti i tipi di crimine si applica anche qui: quando le forze dell’ordine sono indifferenti ai piccoli crimini, il risultato sono grandi crimini”.
• Aumento della violenza
L’Australia aveva alcuni dei dati più allarmanti, secondo il rapporto, con un totale di 1.750 attacchi nel 2025, rispetto a 1.727 del 2024, culminati nel massacro di Hannukkah al Bondi Beach in cui sono stati uccisi 15 ebrei. I dati si confrontano con 1.200 incidenti nel 2023 e 472 nel 2022. Gli attacchi hanno continuato a salire anche dopo che Israele e Hamas hanno concordato un cessate il fuoco in ottobre: ci sono stati 588 incidenti registrati nell’ottobre-dicembre 2025, rispetto ai 492 nello stesso periodo del 2024, ha detto lo studio.
In Canada, il numero totale di incidenti è cresciuto da 6.219 nel 2024 a 6.800 nel 2025, tre volte di più rispetto al 2022. Le aggressioni fisiche più gravi dell’anno includevano l’accoltellamento del 27 agosto di una donna ebrea sui settant’anni mentre faceva la spesa in un negozio di alimentari di Ottawa e il pestaggio dell’8 agosto di un padre ebreo chassidico di 32 anni davanti ai suoi figli in un parco di Montreal. Ci sono stati anche numerosi attacchi alle sinagoghe.
Negli Stati Uniti, gli incidenti segnalati variavano a seconda delle regioni. A New York, il numero di incidenti è diminuito da 344 nel 2024 a 324 nel 2025. Los Angeles, sede della seconda popolazione ebraica più grande del Paese, è stata l’unica grande città degli Stati Uniti in grado di produrre molti dati sui crimini d’odio anti-ebraici per il secondo anno consecutivo. I peggiori attacchi dell’anno hanno incluso il 21 maggio 2025, l’uccisione di due membri del personale dell’ambasciata israeliana, Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, fuori dal Capital Jewish Museum di Washington, DC, e l’uccisione di Karen Diamond il 1 giugno a Boulder, in Colorado, dopo che un uomo che gridava “Palestina libera” ha lanciato dispositivi incendiari contro i partecipanti a una marcia pro-Israele.
In Gran Bretagna, il numero totale di incidenti è aumentato da 3.556 nel 2024 a 3.700 nel 2025, rispetto a 4.298 nel 2023 e 1.662 nel 2022. Quattro episodi di violenza estrema sono stati registrati durante l’anno, il più grave è stato l’attacco terroristico dell’ottobre 2025 alla sinagoga di Heaton Park a Manchester durante lo Yom Kippur in cui due persone sono state uccise. Come in Australia, è stato registrato un aumento degli incidenti dopo il cessate il fuoco, da 741 in ottobre-dicembre 2024 a 1.078 nel periodo parallelo del 2025.
In Italia, 963 incidenti sono stati registrati nel 2025 rispetto agli 877 nel 2024, inclusi 11 casi di aggressione fisica rispetto agli otto dell’anno prima.
In Francia, il Paese con la terza più grande popolazione ebraica dopo Israele e gli Stati Uniti, il numero totale di incidenti è diminuito da 1.570 nel 2024 a 1.320 nel 2025. Tuttavia, il numero di episodi che coinvolgono la violenza fisica è aumentato da 106 nel 2024 a 126 nel 2025.
In Germania, nel 2025 sono stati segnalati 5.729 incidenti antisemiti, rispetto ai 6.560 del 2024.
In Belgio, il numero di incidenti è aumentato da 129 nel 2024 a 232 nel 2025 e il numero di aggressioni fisiche è aumentato da 27 a 32.
I dati provenienti da comunità ebraiche più piccole hanno mostrato anche tendenze complesse, ha rilevato il rapporto.
In Messico, 70 incidenti sono stati registrati nel 2025 rispetto a 53 nel 2024.
In Spagna sono stati registrati 207 nel 2025 incidenti rispetto a 193 del 2024.
In Nuova Zelanda, ci sono stati 143 incidenti nel 2025 rispetto a 131 nel 2024, di cui cinque sono stati aggressioni fisiche rispetto alle due dell’anno prima.
In Bulgaria, sono stati registrati 55 incidenti nel 2025 rispetto ai 50 dell’anno precedente.
• Singoli aggressori estremisti
Uno studio separato che analizza dozzine di accuse e sentenze giudiziarie mostra che molti attacchi sono effettuati da “lupi solitari” che provengono principalmente da due estremi politici completamente diversi: cristiani bianchi devoti alla “supremazia bianca” da un lato, e musulmani antisionisti dall’altro.
(Bet Magazine Mosaico, 17 aprile 2026)
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Saluti floreali: incontri con i sopravvissuti all’Olocausto a Berlino
Mentre il cielo sopra Israele rimane chiuso, cogliamo le opportunità che ci si presentano proprio davanti alla porta di casa per essere una benedizione per il popolo ebraico. In ogni città più grande della Germania c'è una comunità ebraica, ci sono sopravvissuti all'Olocausto. Le nostre collaboratrici hanno portato dolci e fiori come saluti da parte di CSI e hanno toccato il cuore dei sopravvissuti con il loro messaggio.
di Anemone Rüger
Il mio telefono squilla: un numero sconosciuto di Berlino. Ma invece di un'assicurazione interessata a vendere qualcosa, al telefono c'è Tanja. Tanja gestisce il punto di incontro dei sopravvissuti all’Olocausto a Berlino e ci invita. Come la maggior parte dei sopravvissuti, anche Tanja è arrivata in Germania negli anni ’90 come rappresentante della seconda generazione – dalla mia città ucraina preferita, Czernowitz. Suo padre era nato cittadino austriaco, quando Czernowitz apparteneva ancora alla Corona austro-ungarica; la sua lingua madre era il tedesco.
Quasi tutte le nostre telefonate preparatorie finiscono con Tanja che mi fa la predica: è davvero necessario spendere così tanti soldi per i fiori? A un certo punto posso dire: troppo tardi, i fiori sono stati ordinati. La mia nuova collaboratrice Livia ha trovato, tra le centinaia di fioristi berlinesi, uno che non è lontano dal punto di incontro e fa una buona impressione. Quando noi quattro – Dana, Paula, Livia e io – cerchiamo l’indirizzo giovedì pomeriggio, Tanja ci viene incontro entusiasta. «I fiori sono appena arrivati. Ma questo è il mio fiorista! Gli ho subito chiesto quando mi sistemerà il balcone.» L’umorismo di Dio.
Non ci sono due incontri uguali. Anche questa è una prima volta in una nuova città. E ogni volta chiedo e prego che ci riesca di nuovo a entrare nei cuori dei 30 sopravvissuti che non abbiamo mai visto prima nel giro di due ore. Tutto po-russkij, in russo. Anche questa volta viviamo il miracolo. Dopo aver spiegato un po’ il nome “Cristiani dalla parte di Israele” e esserci presentati personalmente, il ghiaccio si è già rotto.
• Il dolore di Rita
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La sopravvissuta all’Olocausto Rita (a destra) racconta la sua commovente storia alle collaboratrici del CSI Paula e Anemone (da sinistra) a Berlino
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Rita è arrivata prima, così da poterci raccontare la sua storia in tutta tranquillità. La sua acconciatura arancione brillante e il suo aspetto curato distolgono inizialmente l’attenzione dal dolore che, a uno sguardo più attento, si legge nei suoi occhi. Rita tira fuori dalla borsa una busta con dei fogli; con una rapida occhiata riconosco il logo di Yad Vashem.
«Sono nata nel 1938, poche settimane prima della Notte dei cristalli», esordisce Rita. «Più invecchio, più mi rendo conto di ciò che abbiamo vissuto. All’epoca non si parlava quasi mai di queste cose. Vivevamo a Perwomajsk, nel distretto amministrativo di Odessa. Mia madre si chiamava Manja e mio padre Michail, Michail Salomonowitsch. La mamma lo chiamava Motja. I miei genitori erano ancora molto giovani quando iniziò la guerra. Papà non fu arruolato perché non vedeva bene. Io avevo tre anni, mio fratello cinque e la mamma era incinta del terzo figlio.»
L’11 settembre 1941 la guerra arrivò a casa della famiglia di Rita. «Vivevamo tutti vicini. Quel giorno portarono via quasi tutti: papà, le sue due sorelle, mia nonna materna. Dissero che dovevano essere portati al lavoro. Nel giro di un’ora erano tutti morti. Furono fucilati in una fossa comune preparata dietro la città.
Anche i due figli di mia zia furono uccisi: mia cugina Sofia e mio cugino Wilja, che avevano cinque e otto anni. Furono sepolti vivi insieme agli altri bambini.»
• «Sono una delle ultime»
Ancora oggi Rita non riesce a spiegarsi perché lei, sua madre e suo fratello siano stati risparmiati. «Avrebbero dovuto uccidere anche noi, anche la mamma era ebrea», dice Rita, che porta il nome della zia assassinata. «Ma per qualche motivo non ci hanno portato via.»
Insieme al nonno, che in quel momento non era a casa, la piccola famiglia si mise in viaggio per fuggire, con cavallo e carro. Arrivarono fino a Kirovograd. «Lì i tedeschi ci raggiunsero», continua Rita. «Ci rimandarono da dove eravamo venuti. Nel frattempo, Pervomajsk si era già trasformata in un ghetto. Siamo rimasti lì due anni e mezzo. Come ha fatto la mamma a farci sopravvivere? Non lo so. C’è un libricino, ‘Das Majdanek am Bug’, in cui l’autore ha paragonato il nostro campo a Majdanek. Non ci sono quasi più sopravvissuti come me che possano raccontare queste cose per esperienza diretta. Sono una delle ultime…»
Rita si scusa per il racconto confuso e per le lacrime che le salgono continuamente agli occhi.
• Sopravvivere con qualche buccia di verdura
«Lì nel ghetto è nato mio fratello. Cioè, siamo stati mandati fuori dalle guardie rumene per il parto. Una donna ucraina ha ospitato la mamma per il parto in casa. Ricordo ancora quanto mi sono spaventata quando ho visto il sangue. È così che è venuto al mondo il mio fratellino. Poi siamo tornati nel ghetto. Domani è il suo compleanno. È diventato un artista famoso.»
A poco a poco affiorano frammenti di ricordi sulla vita nel ghetto, che Rita ha vissuto già in modo consapevole. «Eravamo stipati in una stanza, uno accanto all’altro. Le famiglie si erano separate i loro angoli per dormire con un lenzuolo. Dormivamo su dure assi di legno. Siamo sopravvissuti solo perché nostro nonno era un abile calzolaio; gli artigiani li lasciavano vivere. Si chiamava David Kessler. Parlava con noi solo yiddish, non sapeva affatto il russo, finché non fu vietato dalle autorità sovietiche.
Di tanto in tanto una donna ci lanciava qualche ciotola di verdura oltre la recinzione di filo spinato. Se eravamo fortunati, le guardie rumene si voltavano dall’altra parte. Se eravamo sfortunati, ci strappavano via il cibo. A volte mandavano noi bambini a mendicare soldi per loro.”
• La fine della guerra e una vita dignitosa in Germania
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Non solo con i fiori, ma anche con cuori di cialda fatti in casa, CSI ha potuto portare gioia ai sopravvissuti
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Un giorno, nel marzo 1944, i rumeni aprirono i cancelli del ghetto e gridarono ai detenuti ebrei: «I tedeschi si stanno ritirando. Correte! Altrimenti vi spareranno tutti!» Manja trovò rifugio con i suoi tre figli presso una donna di nome Wasselissa. «Ci nascondeva sulla stufa», ricorda Rita. «Era sporco lì, pieno di ragnatele. Ma è così che siamo sopravvissuti.»
La madre di Rita visse solo fino a 56 anni. Non riusciva a parlare degli anni della guerra, piangeva soltanto. «Se sapeste che padre meraviglioso avevate!», diceva spesso ai figli. «In compenso, tutti i tuoi figli hanno fatto qualcosa di importante», la consolavano i vicini. Il fratello maggiore di Rita è diventato professore di matematica. Lei stessa ha conseguito tre diplomi come insegnante e direttrice di coro. Quando nel 1994 l’intera famiglia si trasferì in Germania su iniziativa del marito, ormai deceduto, fondò il «Coro dei Veterani» di Berlino, che ha diretto per decenni.
Rita, che oggi ha due figlie, tre nipoti e due pronipoti, è grata per l’assistenza che riceve. «Grazie alle indennità di compensazione oggi posso permettermi una vita dignitosa. Se solo mia madre avesse potuto vederlo!»
Poi ci sono i fiori. Splendidi mazzi rigogliosi, accompagnati dai saluti dei tanti sostenitori di «Christen an der Seite Israels» che li hanno inviati. Non mancano di sortire il loro effetto. Anche il mazzo arancione di Rita risplende, in competizione con il suo sorriso.
(Christen an der Seite Israels, 17 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il primo intervento di cataratta al mondo assistito da robot
L'azienda «ForSight Robotics» afferma di aver scritto una pagina di storia: ha operato una persona di cataratta con l'assistenza completa di un robot e senza anestesia generale. Si tratterebbe del primo intervento di questo tipo al mondo, ha comunicato l'azienda fondata in Israele nel 2020.
L'intervento di cataratta è solitamente un intervento ambulatoriale di routine, in cui il cristallino opaco viene sostituito con una lente artificiale. L'operazione dura tra i 15 e i 20 minuti e viene eseguita in anestesia locale. Successivamente, la vista spesso migliora rapidamente e in modo significativo.
Finora gli interventi robotici in oftalmologia si limitavano a compiti parziali e venivano eseguiti in anestesia generale. “ForSight” ha annunciato in una dichiarazione di aver raggiunto un traguardo importante, inaugurando così una nuova era nell'oftalmologia a livello mondiale. L'intervento con l'ausilio del robot garantisce infatti una maggiore precisione e contribuisce a contrastare la carenza globale di trattamenti per il recupero della vista.
• Carenza globale di chirurghi qualificati
L'intervento è stato eseguito da Alexey Rapoport, mentre la direzione dello studio è stata affidata a Robert Edward T. Ang dell'Asian Eye Institute di Manila. «Questo è un momento cruciale per la chirurgia oculare e per il futuro della sanità globale», ha dichiarato Joseph Nathan, cofondatore, presidente e direttore medico di «ForSight Robotics». Questo risultato potrebbe contribuire a rendere accessibile l'intervento di cataratta a milioni di pazienti in tutto il mondo.
Il successo è da attribuire alla piattaforma robotizzata denominata JASPER, che “ForSight” ha sviluppato appositamente per gli interventi oculistici. Fino a poco tempo fa, il progetto portava il nome di ORYOM. Questo nome deriva dalla parola ebraica che significa “luce del giorno”.
JASPER assiste il chirurgo durante l’intervento grazie a un’imaging avanzata, un controllo preciso e l’adattamento dei movimenti. In questo modo previene l’affaticamento e le deviazioni indesiderate. Secondo l’azienda israeliana, JASPER lavora fianco a fianco con i chirurghi, rendendo gli interventi più sicuri e uniformi.
L'azienda ha inoltre affermato che il sistema potrebbe contribuire a ridurre lo sforzo fisico a cui sono spesso sottoposti i chirurghi oculisti. Infatti, essi eseguono per molti anni un gran numero di microinterventi in posizioni scomode.
Secondo l'azienda, si stima che oltre 600 milioni di persone in tutto il mondo necessitino di un intervento di cataratta. Tuttavia, di fatto, ogni anno è possibile eseguire solo circa 30 milioni di tali interventi a causa della carenza di chirurghi qualificati. A ciò si aggiunge lo sforzo fisico causato da migliaia di interventi microchirurgici. La piattaforma JASPER può contribuire a soddisfare questa esigenza. Tuttavia, è ancora in fase di sviluppo e non è ancora stata approvata per l'uso commerciale.
(Israelnetz, 17 aprile 2026)
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Netanyahu accetta l'invito di Magyar in Ungheria
Il capo del governo ungherese designato Magyar invita il premier israeliano Netanyahu in Ungheria. Allo stesso tempo dichiara che il suo Paese aderirà alla Corte penale internazionale. Ciò lascia aperte alcune questioni.
GERUSALEMME / BUDAPEST – Mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo ungherese neoeletto Péter Magyar (Tisza). Il leader del Likud ha definito la conversazione «cordiale» in un comunicato stampa. Si è detto fiducioso che Israele continuerà a intrattenere stretti rapporti con l’Ungheria durante il mandato di Magyar. A breve è previsto un incontro tra i ministri degli Esteri.
La telefonata ha fatto seguito all’annuncio di Magyar di lunedì, secondo cui l’Ungheria rientrerà a far parte della Corte penale internazionale (CPI). Il Paese aveva denunciato l’adesione alla CPI nell’aprile 2025 sotto il governo del premier uscente Viktor Orbán. Il motivo dell’uscita era un mandato di arresto emesso dalla Corte contro Netanyahu. Il leader del Fidesz ha valutato la vicenda come motivata politicamente.
• Magyar: «Relazioni speciali»
Nonostante il ritorno alla Corte dell’Aia, lunedì Magyar ha sottolineato di voler mantenere le «relazioni speciali» del suo Paese con Israele. Ha quindi invitato Netanyahu a partecipare alla cerimonia commemorativa del 70° anniversario della Rivolta ungherese. L'evento si terrà il 23 ottobre e commemora la rivolta del popolo ungherese contro gli occupanti sovietici.
Netanyahu ha accettato l'invito e, a sua volta, ha invitato Magyar a una visita di Stato a Gerusalemme. Nonostante l'attuale tono amichevole, permane l'incertezza sul fatto che Netanyahu, ora che l'Ungheria è nuovamente membro della Corte dell'Aia, rischi l'arresto in Ungheria. Certamente esiste la possibilità che la Repubblica gli conceda l'immunità diplomatica. Magyar, tuttavia, non si è ancora espresso in modo concreto. Deciderà caso per caso per quanto riguarda Israele, ha dichiarato il leader del Tisza dopo la vittoria elettorale.
(Israelnetz, 16 aprile 2026)
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Armageddon o geopolitica? La guerra con l’Iran tra strategia e terza guerra mondiale
Ci sono momenti nella storia in cui politica, guerra e fede si intrecciano in modo così pericoloso che persino gli strateghi più lucidi parlano di un possibile conflitto mondiale.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Israele e il Medio Oriente sono di fronte a una svolta. O tutto esplode in una guerra regionale, oppure Israele entra nell’età dell’oro nella Terra Promessa. Negli ultimi mesi ho ripetutamente sottolineato che non abbiamo altra scelta che affrontare l’Iran con una guerra, perché per Israele sarebbe ancora più pericoloso non fare nulla contro le sue fantasie di distruzione nucleare. Ci sono momenti per la diplomazia e momenti in cui la diplomazia è semplicemente un'assurdità. Ci troviamo in uno di quei momenti. Con il loro attacco preventivo contro l’Iran, Israele e gli Stati Uniti hanno sorpreso il mondo. Ma questa guerra non è più vista da molti dei suoi protagonisti solo in termini strategici, bensì come parte di una più ampia narrativa religiosa, alimentata da interpretazioni bibliche e coraniche.
«Il Medio Oriente è in fiamme e per molti credenti in tutto il mondo le antiche profezie bibliche appaiono improvvisamente di spaventosa attualità», recitava il titolo pubblicato il sesto giorno di guerra sul sito web di Maariv. «Il conflitto diretto tra la coalizione Israele-USA e l’Iran con i suoi proxy non viene più analizzato solo in termini militari. Per milioni di persone è considerato un possibile segno della fine dei tempi, spesso associato alla concezione biblica della guerra di Gog e Magog, che nelle religioni del Medio Oriente è vista come un punto di svolta decisivo della storia». Il concetto di «guerra di Gog e Magog» torna al centro dell’attenzione e unisce ebraismo, cristianesimo e islam in una tesa attesa di un evento fatidico che potrebbe cambiare il volto dell’umanità. Ancora prima di illustrare le profezie bibliche, il rabbino Zamir Cohen spiega il significato della partecipazione americana agli attacchi contro l’Iran. Ma non è l’unico rabbino a parlare della fine dei tempi ai nostri giorni.
• Interpretazioni profetiche
Si fa riferimento con particolare frequenza al profeta Ezechiele (capitolo 38). Qui viene descritta una coalizione di popoli che nella fine dei tempi marcerà contro Israele, guidata dalla Persia, identificata con l’odierno Iran. Alcuni esegeti vedono in questo un sorprendente parallelo con l'attuale situazione geopolitica. Per molti ebrei credenti, l'attuale conflitto è quindi il segnale dell'inizio dell'era messianica. Poiché l’inizio dell’attuale operazione militare ha inoltre coinciso con la festa di Purim, molti commentatori tracciano parallelismi con la salvezza degli ebrei dal ministro persiano Haman nel Libro di Ester e interpretano l’eliminazione della leadership di Teheran come un moderno “V’nahafoch Hu”, il biblico capovolgimento del destino.
Anche il fronte siriano viene interpretato in questo contesto. Il profeta Isaia descrive il destino futuro di Damasco, che «smetterà di essere una città e diventerà un cumulo di macerie». Alla luce delle massicce distruzioni degli ultimi anni, alcuni commentatori vedono in ciò un possibile avvicinamento a questa visione.
Al centro di molte interpretazioni profetiche c’è tuttavia Gerusalemme. Nei testi biblici la città è considerata il fulcro di un conflitto globale. Il fatto che oggi sia al centro delle tensioni politiche e religiose viene interpretato da alcuni come un ulteriore indizio che la storia si muova lungo queste antiche linee. Anche dal Nuovo Testamento viene citato un monito: quando gli uomini proclamano «pace e sicurezza», può seguire improvvisamente una grande calamità (1 Tessalonicesi 5). Gli osservatori ricordano che proprio queste parole sono state usate dal presidente Trump dopo gli attacchi agli impianti nucleari iraniani del 2025, quando ha annunciato un'iniziativa per un «Consiglio di pace».
• Lente apocalittica
Il discorso profetico non è riservato solo agli ambienti religiosi. Le notizie sulla connotazione religiosa della guerra da parte di alcuni settori dell’esercito statunitense e dell’entourage di Donald Trump non sono un fenomeno isolato, poiché l’attuale guerra contro l’Iran viene vista attraverso una lente apocalittica in tutte e tre le religioni abramitiche. Il giornalista americano Jonathan Larsen riferisce che alcuni soldati statunitensi sentono dire dai loro superiori che una possibile guerra contro l’Iran sarebbe l’«Armageddon» e parte del piano di Dio. Donald Trump verrebbe presentato come «l’unto di Dio». Secondo Larsen, il comandante di un'unità da combattimento statunitense ha dichiarato che Trump sarebbe stato «unto da Gesù per accendere un fuoco di segnalazione in Iran», che scatenerebbe l'Armageddon e ne darebbe il via al suo ritorno.
Già prima della guerra con l’Iran, nel mondo arabo si parlava di una terza guerra mondiale; persino il presidente degli Stati Uniti ha spesso dichiarato che uno scontro con l’Iran avrebbe potuto portare a una terza guerra mondiale. Il vero colpo di scena è arrivato quando, nel bel mezzo della guerra, l’«Unto» ha detto di sé stesso: «Nessun altro presidente può fare le “cazzate” che faccio io. Nessun altro presidente. Le cose che faccio, nessun altro le avrebbe fatte». Ci si può irritare per il tono e la scelta delle parole. Ma c’è del vero in ciò che dice. A volte la leadership non si esercita con sussurri diplomatici, ma con il linguaggio crudo del potere, ed è proprio questo che irrita molti.
Ma anche all’interno del mondo islamico, in particolare nell’Iran sciita, la guerra trova profonde giustificazioni teologiche, con il regime di Teheran che utilizza un linguaggio che presenta lo Stato come strumento di Dio. L’ideologia sciita è fortemente orientata all’arrivo del dodicesimo imam nascosto, il Mahdi, e gli integralisti vedono lo scontro con il «Grande Satana» USA e la «entità sionista» come il caos necessario che deve precedere questo ritorno, motivo per cui la sofferenza della guerra non è vista come una debolezza, ma come una prova divina. Esistono inoltre hadith che parlano delle guerre in Medio Oriente come di fuochi di segnalazione provenienti dall’Oriente e che annunciano la fine dei tempi.
Mentre negli Stati Uniti Trump è visto da alcuni come l’“Unto”, i circoli radicali in Iran interpretano la resistenza come un dovere sacro, in cui persino una sconfitta militare è considerata una vittoria spirituale attraverso il martirio.
Secondo l'esperto di Medio Oriente Dr. Moshe Elad, «basta una sola scintilla nel Golfo Persico per accendere i titoli sui giornali riguardo a una terza guerra mondiale. Un conflitto diretto tra gli Stati Uniti e l'Iran viene spesso descritto come un fattore scatenante automatico per l'entrata in guerra di Russia, Cina e Pakistan. Nel mondo arabo si sente spesso dire che nel momento in cui il conflitto diventasse aperto e ufficiale, le potenze nucleari si schiererebbero dalla parte di Teheran e che la guerra regionale potrebbe espandersi in uno scontro globale senza precedenti». Questo è quanto ha affermato Elad dieci giorni prima dello scoppio della guerra. D'altra parte, in occasione del quarto anniversario dell'invasione russa, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha affermato che Vladimir Putin avrebbe «già dato inizio alla Terza Guerra Mondiale».
• Retorica religiosa
Per chi non si interessa di storia, religione, Bibbia e Dio, ogni narrazione religiosa e spirituale nei conflitti e nelle guerre è pura follia. Ciò che preoccupa giornalisti come Jonathan Larsen e organizzazioni come la MRFF negli Stati Uniti è la sinergia di queste narrazioni, poiché la percezione del nemico come un male metafisico anziché come un attore politico riduce lo spazio per la diplomazia. La Military Religious Freedom Foundation (MRFF) afferma di aver ricevuto più di 110 reclami su dichiarazioni a sfondo religioso da parte di ufficiali statunitensi in diverse forze armate. Alcuni soldati avvertono che tale retorica danneggia il morale e contraddice il giuramento costituzionale dell'esercito.
Questi riflessi delle ideologie influenzano, tra l’altro, il morale militare, poiché i soldati statunitensi avvertono che una retorica che descrive la battaglia come parte dell’Armageddon dell’Apocalisse di Giovanni divide l’esercito e altera la comprensione del comando e dell’obbedienza nei confronti della Costituzione.
Rimane il paradosso che, nonostante la tecnologia militare all’avanguardia come i missili ipersonici e i droni guidati dall’intelligenza artificiale, gli attori attingano a testi millenari per legittimare una cosiddetta follia della guerra, mentre i circoli cristiani, il messianismo ebraico e l’Islam sciita si avvicinano pericolosamente nei loro motivi apocalittici, che si tratti del ritorno di Cristo, la vittoria su Amalek o il ritorno del Mahdi.
• Pressione su Washington
Nel frattempo, l’Iran attacca gli Stati sunniti del Golfo Persico, così come la Turchia e persino l’Azerbaigian, per aumentare la pressione su Washington e forzare la fine della guerra. Allo stesso tempo, Teheran minaccia di bloccare lo Stretto di Hormuz con mine e droni, lo stretto attraverso il quale deve transitare gran parte del petrolio commercializzato a livello mondiale. Una mossa del genere farebbe esplodere i prezzi dell’energia in tutto il mondo. Già ora i consumatori in Europa ne subiscono le conseguenze a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia. Se questo conflitto dovesse estendersi e potenze come la Russia o la Cina si schierassero apertamente dalla parte dell’Iran, una guerra regionale potrebbe degenerare in un confronto globale in pochissimo tempo.
Il regime di Teheran sembra agire come chi crede di non avere più nulla da perdere. Ciò ricorda il Sansone biblico, che con l’esclamazione «La mia anima muoia con i Filistei!» (Giudici 16,30) trascinò i suoi nemici nella morte. Non si può dire se ci troviamo davvero di fronte a un’apocalisse o addirittura a una guerra mondiale. La risposta dipende interamente da chi si interroga. Ma una cosa è certa: quando il mondo parla costantemente in tali termini, anche le parole acquisiscono un potere pericoloso.
• Europa
Nonostante tutto ciò, l’Europa dovrebbe riflettere: anche voi trarrete beneficio da un Iran libero! Il Paese che oggi si assume il rischio maggiore, che subisce attacchi missilistici, sacrifica soldati e la cui popolazione ha fatto dei bunker la propria seconda casa, è Israele. Mentre in Europa ci si lamenta di qualche centesimo in più al litro di benzina, Israele combatte in prima linea contro un regime che predica apertamente la distruzione di Israele. Quando alla fine, con l’aiuto di Dio, il regime dei mullah cadrà, si vedrà che questo prezzo era piccolo rispetto a ciò che era in gioco: la sicurezza e la libertà in Medio Oriente e ben oltre.
Così, all’ombra dell’attuale conflitto, la realtà militare e le aspettative secolari si fondono. Per alcuni si tratta di conflitti geopolitici, per altri sono indizi che si sta dispiegando uno scenario biblico, descritto già millenni fa nei testi sacri. Credo, spero e prego che non scivoleremo in una guerra mondiale. Ricordo molte conversazioni con cristiani americani che si occupano quasi esclusivamente di scenari biblici futuri, della fine dei tempi e di visioni apocalittiche. Per loro, molto ruota attorno all’Armageddon, a Gog e Magog. Ma così facendo, non di rado si perde di vista il presente. Parlare o predicare dell'Armageddon è facile. Ma se un giorno questa guerra scoppierà, sarà in Israele. E lì ci saranno i nostri soldati. I nostri figli. I figli dei miei amici. Ecco perché non desidero una guerra mondiale, almeno non adesso. Se un giorno dovrà far parte della storia, nessuno potrà cambiarlo. Ma questo può tranquillamente aspettare. Perché ogni giorno senza questa guerra è un giorno guadagnato per i nostri figli.
(Israel Heute, 16 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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"Israele: a rischio i finanziamenti americani per Iron Dome?
di Sarah G. Frankl
Un numero crescente di esponenti di spicco del movimento progressista, tra cui la principale lobby liberale filoisraeliana, si è schierato contro il proseguimento dei finanziamenti statunitensi al sistema di difesa israeliano «Iron Dome».
Domenica, il presidente di J Street Jeremy Ben-Ami si è unito ai deputati Alexandria Ocasio-Cortez e Ro Khanna, insieme al candidato ebreo democratico al Congresso Brad Lander, nell’opposizione a futuri stanziamenti di bilancio destinati ai sistemi di difesa israeliani.
In passato tali finanziamenti erano relativamente poco controversi, poiché l’intercettore di razzi Iron Dome ha ricevuto elogi quasi unanimi – anche da parte di alcune delle figure che ora si oppongono al sostegno degli Stati Uniti – per il suo ruolo nella protezione dei civili israeliani. Non più tardi di settembre, un disegno di legge per approvare finanziamenti supplementari per Iron Dome è stato approvato alla Camera con soli nove voti contrari.
Ora, quel consenso è cambiato sulla scia della guerra contro il gruppo terroristico Hamas a Gaza e della guerra congiunta tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, entrambe profondamente impopolari, in particolare tra i democratici – anche se l’Iron Dome ha recentemente superato un test ad alto rischio, insieme ad altri sistemi di difesa aerea israeliani, quando l’Iran ha lanciato centinaia di missili balistici contro obiettivi israeliani. Alcuni dei progressisti che ora si oppongono al finanziamento dell’Iron Dome sostengono che Israele non abbia bisogno di assistenza.
“Con un PIL pro capite superiore a quello di paesi come il Regno Unito, la Francia e il Giappone, Israele è più che in grado di pagare per la propria difesa — proprio come già fanno gli altri ricchi alleati dell’America”, ha scritto Ben-Ami domenica sul blog di J Street. “Perché i contribuenti americani dovrebbero continuare a sovvenzionare il bilancio della difesa di un alleato prospero, in particolare in un momento in cui gli Stati Uniti devono affrontare pressioni fiscali significative?”
Ben-Ami ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a vendere l’Iron Dome e altri sistemi di difesa a Israele. Ha anche sostenuto che porre fine al sostegno statunitense ai sistemi di difesa sarebbe un vantaggio per Israele.
«I sostenitori di Israele — molti dei quali cresciuti con l’idea che il popolo ebraico voglia semplicemente che Israele sia trattato come tutti gli altri paesi — dovrebbero accogliere con favore questo sviluppo», ha affermato Ben-Ami. «I benefici di un’assistenza finanziaria sproporzionatamente elevata oggi sono superati dal danno arrecato a Israele quando tale sostegno finanziario diventa un cuneo divisivo nella politica americana».
Le posizioni politiche online di J Street sono state aggiornate questo mese per indicare che il gruppo ora «chiede che i sussidi finanziari americani all’esercito israeliano vengano gradualmente eliminati» entro il 2028. Il gruppo afferma di sostenere ancora l’Iron Dome: «Porre fine a quei sussidi finanziari non significa che gli Stati Uniti debbano smettere di vendere l’Iron Dome a Israele, ma che Israele dovrebbe pagare per questi sistemi».
All’inizio di questo mese, Ocasio-Cortez ha sostenuto in modo simile che Israele potrebbe finanziare il proprio sistema di difesa — sebbene per ragioni diverse.
«In linea con il mio record di voto fino ad oggi, non sosterrò il Congresso nell’inviare ulteriori soldi dei contribuenti e aiuti militari a un governo che ignora costantemente il diritto internazionale e la legge statunitense», ha scritto sui social media. La rappresentante di New York, leader della “Squad” e potenziale candidata alla presidenza nel 2028, ha fatto il suo annuncio in occasione di un forum locale dei Socialisti Democratici d’America.
Nelle loro argomentazioni, Ben-Ami e Ocasio-Cortez stanno tracciando una linea netta rispetto a un altro slogan popolare tra gli antisionisti: che Israele non dovrebbe avere l’Iron Dome perché i palestinesi non dispongono di un equivalente, o perché l’Iron Dome favorisce indirettamente le campagne di bombardamento di Israele.
Le deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib sono tra coloro che hanno argomentato in questo senso, così come Jewish Voice for Peace e il DSA, che lo scorso anno ha affermato: “Insieme ad altri sistemi di intercettazione finanziati dagli Stati Uniti, l’Iron Dome ha incoraggiato Israele a invadere o bombardare non meno di cinque paesi diversi negli ultimi due anni”.
Dopo la sanguinosa invasione di Israele da parte del gruppo terroristico Hamas il 7 ottobre 2023, che ha visto circa 1.200 persone massacrate e 251 rapite nella Striscia di Gaza, Israele ha lanciato una devastante campagna di bombardamenti a Gaza e ha risposto al lancio di missili dal Libano e dallo Yemen con attacchi alle infrastrutture terroristiche in quei paesi. Ha inoltre sferrato attacchi preventivi contro il regime iraniano, che mira a porre fine all’esistenza di Israele, nonché contro gli interessi iraniani in Siria.
Alcuni attenti osservatori delle relazioni tra Stati Uniti e Israele hanno affermato che trasformare l’Iron Dome in una merce di scambio politica rivelava pregiudizi più profondi di natura analoga.
“L’Iron Dome è un sistema puramente difensivo. Semplicemente non può essere utilizzato per minacciare, danneggiare o vendicarsi. Il suo unico scopo è salvare vite umane», ha dichiarato alla Jewish Telegraphic Agency Ron Hassner, presidente del dipartimento di studi israeliani all’Università della California-Berkeley.
«Quando mi chiedono se l’antisemitismo sia antisionismo, uso spesso gli attacchi antisionisti contro l’Iron Dome come esempio per dimostrare che l’antisionismo è peggiore dell’antisemitismo», ha aggiunto. “Gli antisemiti cercano di danneggiare gli ebrei. Gli antisionisti cercano di impedire agli ebrei di difendersi dal pericolo.”
Ilan Saltzman, professore di studi israeliani all’Università del Maryland, ha dichiarato alla JTA di considerare la posizione di J Street “un po’ più sfumata” e non così estrema come quella adottata da alcuni legislatori.
«Non chiedono la fine di tutti gli aiuti militari statunitensi a Israele», ha detto Saltzman riferendosi al gruppo, sottolineando un’altra posizione politica in cui J Street sostiene la vendita a Israele di «capacità di difesa contro missili balistici e aerei a corto raggio».
Ritiene invece che J Street stia cercando «di aumentare la supervisione sulle azioni di Israele in generale e sull’uso delle capacità militari sostenute dagli Stati Uniti in particolare».
«Stanno dicendo che si può essere ebrei americani pur mantenendo una visione molto critica del governo israeliano, specialmente di quello attuale, e che il legame tra gli Stati Uniti e Israele è importante ma non può andare oltre il rispetto dei valori e delle leggi americane quando si tratta dell’uso della forza militare», ha detto a proposito di J Street.
Il cambiamento di posizione di Ocasio-Cortez sull’Iron Dome è stato notevole, dato che in passato ha attirato critiche dalla sinistra per non essersi opposta al finanziamento dell’Iron Dome. Oltre ad aver votato a favore del finanziamento a settembre, ha votato contro una misura, presentata dall’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, volta a tagliare i fondi, mentre ha votato “presente” su un disegno di legge del 2021 per finanziare l’Iron Dome e altre capacità militari israeliane.
Il suo annuncio ha innescato una nuova ondata di candidati progressisti che prendono le distanze dall’Iron Dome. Khanna, un deputato della California che sta valutando la candidatura alla presidenza nel 2028, ora si oppone anch’egli al finanziamento del sistema difensivo, facendo eco all’argomentazione secondo cui Israele dovrebbe essere in grado di pagarselo da solo.
“Non dovremmo sovvenzionarli, soprattutto date le loro gravi violazioni delle leggi sui diritti umani”, ha affermato.
Anche i candidati al Congresso nelle primarie più seguite stanno dichiarando che si opporranno al finanziamento dell’Iron Dome, in particolare Lander, l’ex controllore di New York City di origini ebraiche che si candida contro il deputato ebreo di New York Dan Goldman. (Il PAC di J Street ha appoggiato Goldman nella corsa.) Lander è stato un sostenitore dichiarato della campagna elettorale di Zohran Mamdani, che ha vinto le elezioni a sindaco di New York; anche Mamdani ha appoggiato l’opposizione di Ocasio-Cortez al finanziamento dell’Iron Dome.
«La politica estera americana nei confronti di Israele deve cambiare e deve subordinare il proprio sostegno al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale», ha dichiarato Lander, che si definisce un sionista liberale, al comitato editoriale del New York Times la scorsa settimana. Come alcuni dei suoi alleati, anche Lander ha citato le leggi Leahy, che impongono che il sostegno militare statunitense vada solo ai paesi che aderiscono al diritto internazionale in materia di diritti umani.
Anche Michael Blake, sfidante di sinistra del deputato newyorkese filoisraeliano Richie Torres, si è schierato contro il finanziamento dell’Iron Dome in un recente dibattito. Torres, nel frattempo, ha raddoppiato il proprio sostegno al finanziamento dell’Iron Dome, rilasciando domenica una dichiarazione appassionata a suo favore.
“C’è un coro in rapida crescita di candidati che chiedono il taglio dei fondi ai sistemi di difesa missilistica come Iron Dome — in un momento in cui milioni di civili israeliani stanno affrontando un bombardamento costante di razzi, droni e missili balistici”, ha detto Torres. “Non mi unirò mai a quel coro, per quanto politicamente conveniente possa diventare”.
Affermando che «nemmeno il pacifista più convinto al mondo dovrebbe avere obiezioni all’Iron Dome», Torres ha sottolineato che l’unico scopo del sistema è impedire che i civili vengano uccisi. Ha concluso: «Tagliare i fondi all’Iron Dome non porterebbe la pace. Non ridurrebbe la tensione del conflitto, né porrebbe fine alla guerra, né salverebbe vite. Servirebbe solo a uno scopo: più civili morti».
Eylon Levy, ex portavoce del governo israeliano, ha sostenuto che l’Iron Dome ha ritardato il conflitto con Hamas a Gaza. «Se non avessimo avuto l’Iron Dome, non avremmo tollerato 20 anni di lanci di razzi da Gaza e non avremmo aspettato il 7 ottobre per eliminare la minaccia di Hamas», ha scritto su X la scorsa settimana. «Se i razzi di Hamas avessero colpito i loro obiettivi, saremmo stati costretti a una guerra totale già da tempo. Attenti a ciò che desiderate.”
Nel frattempo, il senatore progressista ebreo della California Scott Wiener, candidato al seggio di Nancy Pelosi al Congresso e che ha definito le azioni di Israele a Gaza un genocidio, ha affermato in un recente dibattito che continuerà a sostenere il finanziamento dell’Iron Dome. Il dibattito si è tenuto dopo l’annuncio di Ocasio-Cortez di non sostenere più il finanziamento dell’Iron Dome.
Israele respinge le accuse di genocidio, affermando che gli agenti terroristici di Hamas si sono infiltrati nella popolazione civile e hanno installato infrastrutture in moschee, ospedali e scuole, mentre Israele fa del suo meglio per evitare vittime civili.
“Sostengo l’Iron Dome. Penso che, per me, ci sia una chiara distinzione”, ha detto Wiener in contrasto con uno dei suoi oppositori, l’ex capo di gabinetto di Ocasio-Cortez, Saikat Chakrabarti, il quale ha affermato: “I fondi destinati alla difesa possono essere utilizzati per armi offensive”.
Un altro argomento chiave avanzato dai progressisti è che lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu ha promosso l’idea di ridurre la dipendenza finanziaria di Israele dagli Stati Uniti entro il prossimo decennio. Il senatore Lindsey Graham, un alleato chiave del GOP di Netanyahu, ha appoggiato la richiesta e ha affermato che potrebbe essere realizzata prima.
“Gli alleati di Netanyahu alla Knesset hanno appena approvato un bilancio della difesa da 45 miliardi di dollari, e lo stesso primo ministro ha anche affermato il suo interesse a ritirarsi dal memorandum d’intesa con gli Stati Uniti a gennaio”, ha scritto Ocasio-Cortez nel suo post, riferendosi al memorandum d’intesa che delinea gli aiuti statunitensi a Israele.
Da parte sua, Saltzman vede i commenti di Netanyahu sotto una luce diversa, sottolineando che sono stati pronunciati in risposta ai più ampi piani tariffari del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
“Netanyahu voleva mostrare a Trump che comprende la traiettoria generale della nuova amministrazione, è in sintonia con i nuovi atteggiamenti alla Casa Bianca ed è più che disposto a pianificare di conseguenza”, ha detto. “È stato pragmatismo politico.”
Ma a sinistra, e altrove, il nuovo pragmatismo politico riguardo all’Iron Dome potrebbe consistere nel considerare il suo finanziamento attraverso il prisma della “normalizzazione” delle relazioni con Israele – ovvero trattarlo come gli Stati Uniti trattano gli altri paesi, fornendo aiuti relativamente modesti.
“In tutto lo spettro politico sta emergendo una visione crescente: le relazioni tra Stati Uniti e Israele dovrebbero essere ‘normalizzate’”, ha scritto Ben-Ami.
(Rights Reporter, 16 aprile 2026)
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Arabi che dicono basta – Quando il futuro conta più della Palestina
Dagli Accordi di Abramo a Vision 2030, una parte del mondo arabo smette di organizzare la propria identità politica attorno al conflitto israelo-palestinese.
di Daniele Scalise
Per capire davvero cosa sta cambiando nel mondo arabo bisogna partire da un fatto semplice, quasi brutale nella sua evidenza: per la prima volta da settant’anni, una parte crescente della regione ha smesso di chiedersi cosa fare per la Palestina e ha iniziato a chiedersi cosa fare per sé stessa.
Questo spostamento, che in Europa viene spesso letto solo in chiave diplomatica, è in realtà molto più profondo. Non riguarda soltanto gli Accordi di Abramo o la possibilità di una normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Riguarda qualcosa di più difficile da vedere e più decisivo, e cioè la trasformazione di quello che potrebbe essere definito come l’immaginario politico arabo.
Per decenni la Palestina è stata il centro simbolico attorno a cui si organizzava tutto. Politica estera, retorica interna, legittimazione dei regimi, identità collettiva. Oggi, in alcune capitali del Golfo, quella centralità si sta lentamente dissolvendo. Non perché la questione palestinese sia scomparsa, ma perché non è più l’asse attorno a cui ruota ogni scelta strategica.
Una delle voci che descrivono meglio questo passaggio è quella di Ali Shihabi, che da anni insiste su un punto preciso: l’Arabia Saudita non può permettersi di restare intrappolata in un conflitto che non controlla e che blocca il proprio sviluppo. La priorità, oggi, è costruire un’economia capace di reggere il dopo-petrolio, attrarre investimenti, sviluppare tecnologia, garantire stabilità.
In questo quadro la normalizzazione con Israele non appare come una rottura ideologica, ma come una scelta funzionale. Israele non è più soltanto un attore del conflitto palestinese, ma un partner possibile in settori come cybersicurezza, innovazione, agritech. Il linguaggio cambia, e con esso cambia la gerarchia delle priorità.
Un discorso simile emerge negli interventi di Abdelkhaleq Abdulla, che ha difeso apertamente gli Accordi di Abramo come una decisione strategica coerente con gli interessi degli Emirati. Non una concessione, ma una ridefinizione della politica regionale. In questa prospettiva la Palestina resta una causa importante sul piano emotivo, ma non può più dettare l’agenda geopolitica.
Non stiamo però parlando solo di élite, ma di qualcosa che si va sempre più diffondendo. Nelle città del Golfo, tra Dubai, Riyadh e Abu Dhabi, si è formata negli ultimi vent’anni una generazione cresciuta dentro economie globalizzate, abituata a pensare in termini di opportunità, mobilità, tecnologia. Per molti di questi giovani il conflitto israelo-palestinese non rappresenta più il centro della propria identità politica. Pur rimanendo una questione rilevante, non è totalizzante.
Qui entra in gioco una figura come Omar Al Olama, che incarna quasi simbolicamente questo cambiamento. Quando un paese arabo investe in intelligenza artificiale, smart cities, economia digitale, sta implicitamente dicendo che il proprio futuro non si costruisce attorno a un conflitto del Novecento, ma attorno a sfide completamente diverse.
Lo stesso vale per il mondo culturale. Intellettuali come Sultan Al Qassemi lavorano da anni per costruire un’infrastruttura culturale autonoma, fatta di musei, università, produzione artistica. Anche qui il messaggio è chiaro: il mondo arabo può raccontarsi senza passare necessariamente dalla lente della Palestina.
Di nuovo: questo non significa che la questione palestinese sia scomparsa o che abbia perso il suo peso emotivo e continua a suscitare reazioni forti, solidarietà, indignazione. Ora, però, quella emozione non si traduce più automaticamente in una linea politica.
Anche fuori dal Golfo si intravedono segnali simili. L’economista egiziano Amr Adly insiste da tempo su una realtà difficile da ignorare: i paesi arabi devono affrontare crisi economiche profonde, disoccupazione giovanile, sistemi produttivi fragili. In questo contesto, continuare a organizzare la politica attorno alla Palestina rischia di diventare un lusso che molte società non possono più permettersi.
Il risultato è un progressivo scollamento tra piano emotivo e piano strategico. La Palestina resta un simbolo potente, ma non è più la bussola unica.
E proprio qui sta la rottura più significativa.
Perché quando una causa smette di essere il centro mentale di una regione, cambia tutto: le alleanze, le priorità, il linguaggio, perfino il modo in cui le nuove generazioni immaginano il proprio futuro.
Per decenni il Medio Oriente è stato raccontato come uno spazio politico organizzato attorno alla questione palestinese. Oggi, senza proclami e senza dichiarazioni ufficiali, una parte del mondo arabo sta semplicemente voltando pagina..
(Setteottobre, 16 aprile 2026)
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Al via la 15esima edizione della Maratona di Gerusalemme
Si terrà domani la 15esima edizione dell’International Jerusalem Winner Marathon, prestigioso appuntamento sportivo che raduna ogni anno migliaia di runner da tutto il mondo.
Alla prima luce del giorno partirà la Mezza Maratona poi 5 e 10 Km e Family Run, mentre è stato annullato il percorso più lungo di 42 km a causa di condizioni meteorologiche avverse: la decisione è stata presa “per piena responsabilità nei confronti della sicurezza e della salute dei corridori, dei partecipanti e del personale, e a seguito di un’attenta analisi di tutti i dati e delle previsioni”, ha detto il portavoce del Comune.
Le gare si svolgeranno attraverso la Città Vecchia e monumenti unici, che raccontano la storia della città più sacra al mondo.
“La maratona – ha affermato il sindaco di Gerusalemme, Moshe Lion – è molto più di un semplice evento sportivo; riflette lo spirito della città e dei suoi abitanti. Questo evento segna un ritorno alla normalità e la resilienza di Gerusalemme, la capitale di Israele – ha aggiunto – Siamo orgogliosi di riportare la città alla vita e di ospitare il primo grande evento sportivo dall’inizio dell’Operazione Ruggito del Leone”.
(Shalom, 16 aprile 2026)
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Medio Oriente, spiragli di dialogo: Israele e Libano verso colloqui diretti dopo oltre trent’anni
di Anna Balestrieri
Giovedì 16 aprile 2026, oggi, potrebbe segnare una svolta inattesa in uno dei fronti più instabili del Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Israele e Libano avvieranno colloqui diretti ad alto livello, i primi da oltre tre decenni, nel tentativo di contenere un conflitto che si è progressivamente allargato fino a coinvolgere l’Iran e destabilizzare l’intera regione.
• Un annuncio improvviso in una notte di tensione
L’annuncio è arrivato nelle ultime ore di mercoledì, quando Trump ha dichiarato di voler “creare un po’ di respiro tra Israele e Libano”. I negoziati dovrebbero iniziare proprio oggi, giovedì 16 aprile 2026, ma restano ignoti sia il luogo sia i partecipanti.
Il dato politico più rilevante è simbolico: sarebbe il primo contatto diretto tra i vertici dei due Paesi da circa 34 anni, un fatto che segnala la gravità della situazione attuale ma anche la pressione internazionale per una de-escalation.
• Dalla tregua fallita alla guerra regionale
Per comprendere il contesto, occorre tornare agli eventi degli ultimi mesi. Nel novembre 2024 Israele e Hezbollah avevano raggiunto un cessate il fuoco dopo un anno di scontri, innescati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Quella tregua si è progressivamente sgretolata, fino al punto di rottura nel marzo 2026, quando Hezbollah ha ripreso a colpire Israele. Il conflitto si è poi intrecciato con la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei.
Da quel momento, il Libano è stato trascinato in un conflitto più ampio, trasformando la linea di confine israelo-libanese in uno dei principali teatri di guerra.
• Escalation militare e crisi umanitaria
Nelle settimane successive, Israele ha intensificato le operazioni contro Hezbollah, colpendo non solo il sud del Libano ma anche la capitale Beirut.
Le conseguenze umanitarie sono drammatiche: secondo le autorità libanesi, oltre 2.100 persone sono morte e più di 7.000 sono rimaste ferite, mentre oltre un milione di civili è stato costretto a lasciare le proprie case.
Questa escalation ha rappresentato uno dei principali ostacoli nei negoziati tra Washington e Teheran, poiché l’Iran ha condizionato qualsiasi accordo alla cessazione degli attacchi israeliani in Libano.
• Il ruolo degli Stati Uniti e la mediazione internazionale
Gli Stati Uniti si sono posti come mediatori centrali, insistendo affinché eventuali accordi vengano negoziati direttamente tra governi e non tramite attori intermedi. Un recente incontro trilaterale tra funzionari statunitensi, israeliani e libanesi — il primo dal 1993 — ha aperto la strada a questi colloqui. Washington punta a un accordo più ampio rispetto alla fragile intesa del 2024, mirando a una stabilizzazione duratura del confine nord di Israele.
Parallelamente, il Pakistan emerge come attore diplomatico chiave nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, con nuovi colloqui previsti a Islamabad.
• I nodi irrisolti: disarmo e sovranità
Nonostante i segnali di apertura, restano divergenze profonde. Israele chiede il disarmo completo di Hezbollah e la distruzione delle infrastrutture militari non statali in Libano. Il governo libanese insiste invece sull’attuazione integrale dell’accordo del 2024, che prevedeva il ritiro israeliano dal territorio libanese. Queste posizioni appaiono, al momento, difficilmente conciliabili, rendendo i colloqui di oggi un passaggio cruciale ma tutt’altro che risolutivo.
• Il fronte iraniano e la posta in gioco globale
Il dossier israelo-libanese si intreccia strettamente con la guerra tra Stati Uniti e Iran. I negoziati sul nucleare e sul cessate il fuoco restano fragili, con proposte divergenti: Washington spinge per una sospensione di lungo periodo delle attività nucleari iraniane, mentre Teheran propone una moratoria più breve e la revoca delle sanzioni.
Nel frattempo, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha avuto ripercussioni globali. Il traffico energetico è drasticamente ridotto, mettendo sotto pressione mercati e governi di tutto il mondo.
Nonostante un recente cessate il fuoco di due settimane, resta incerto se esso includa anche il teatro libanese.
• Ottimismo cauto e scetticismo dei mercati
Dalla Casa Bianca filtrano segnali di cauto ottimismo: i colloqui sono definiti “produttivi e in corso”. Anche i mercati finanziari hanno reagito positivamente, con rialzi legati alla speranza di una rapida de-escalation.
Tuttavia, molti osservatori restano scettici, ricordando che negoziati precedenti si sono arenati proprio quando sembravano vicini a una soluzione.
• Una giornata decisiva
Il 16 aprile 2026 si presenta dunque come una data potenzialmente storica, ma carica di incognite. L’avvio dei colloqui tra Israele e Libano potrebbe rappresentare il primo passo verso la fine di una guerra regionale — oppure l’ennesimo tentativo destinato a infrangersi contro rivalità profonde e interessi inconciliabili.
In un contesto in cui diplomazia e conflitto avanzano parallelamente, la vera posta in gioco non è solo la stabilità del confine israelo-libanese, ma l’equilibrio dell’intero Medio Oriente.
(Bet Magazine Mosaico, 16 aprile 2026)
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Italia sospende l’accordo di difesa con Israele: la svolta di Meloni
Roma congela il rinnovo automatico della cooperazione militare
di Paolo Montesi
La decisione dell’Italia di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare con Israele segna un passaggio delicato, che va letto con attenzione per evitare interpretazioni superficiali. Non è una rottura, non è un cambio di campo, ma è comunque un segnale politico chiaro, che arriva in un momento di forte pressione internazionale e di crescente tensione nel dibattito europeo. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di non rinnovare automaticamente un’intesa che negli anni aveva rappresentato uno dei pilastri della relazione bilaterale con Israele. Il punto è proprio questo “non automaticamente”. Non significa chiudere la cooperazione, ma rimetterla sotto valutazione politica, caso per caso, togliendola dal terreno delle procedure tecniche e riportandola dentro il conflitto delle scelte. Non è il primo segnale. Già nel 2024 Roma aveva sospeso nuove forniture militari, pur rispettando i contratti già firmati prima del 7 ottobre 2023. La decisione attuale si inserisce in quella traiettoria, ma aggiunge un elemento più visibile, perché riguarda un accordo formale e non soltanto singole forniture. Il ruolo del ministro della Difesa Guido Crosetto è stato determinante nel definire il tono di questa svolta. Le sue dichiarazioni, molto dure nei confronti del governo israeliano, non lasciano spazio a ambiguità sul piano politico. Parole che segnano una distanza, anche emotiva, rispetto a una linea che fino a poco tempo fa appariva più compatta. Eppure fermarsi alle dichiarazioni sarebbe un errore. L’Italia resta un Paese strutturalmente legato a Israele su diversi piani, dalla sicurezza alla tecnologia, passando per la cooperazione industriale. La sospensione del rinnovo automatico non cancella questi legami, li rende più esposti alle oscillazioni del contesto internazionale. Il contesto, appunto. La pressione europea è reale, così come lo è quella di una parte (molto rumorosa) dell’opinione pubblica italiana. A questo si aggiunge il fattore giudiziario, con iniziative e ricorsi che cercano di coinvolgere anche governi europei nelle responsabilità indirette del conflitto. È un ambiente che spinge verso prese di posizione più visibili, anche quando la sostanza delle relazioni resta complessa e stratificata. C’è poi un elemento simbolico che pesa. La decisione arriva in coincidenza con la Giornata della Memoria della Shoah, e questo inevitabilmente amplifica il significato politico del gesto. Non perché ci sia un nesso diretto, ma perché il contesto rende ogni scelta più carica di implicazioni. Dopo la sconfitta del referendum sulla riforma giudiziaria e dopo la bocciatura ungherese del governo Orbàn così ‘amico’ del governo italiano, l’esecutivo pensa essere necessario trovare un equilibrio che oggi è difficile da mantenere. Peccato che la corda su cui si muove traballa ogni giorno di più, ogni ora di più. E se domani qualcuno dovesse cadere e farsi male, non se la prenda poi con Israele.
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Pacifici al Corriere sulla sospensione del rinnovo accordo di difesa: “La interpreto come pausa di riflessione del governo”
di Jacqueline Sermoneta
“Voglio chiamarla una pausa di riflessione”. Così, in un’intervista sul Corriere della Sera, Riccardo Pacifici, vicepresidente della European Jewish Association (EJA) ed ex presidente della Comunità ebraica di Roma, ha commentato la decisione del governo italiano di sospendere il rinnovo automatico del memorandum di difesa con Israele, maturata, secondo lui, a causa di “una campagna di fake news costruita molto abilmente dalla sinistra di Landini, Schlein e di altri contro Israele, campagna che ha influenzato la pancia del Paese”.
Pacifici ha però sottolineato che i rapporti tra Italia e Israele restano ottimi: “Non ho dubbi che le relazioni tra Italia e la democrazia israeliana continueranno”.
Il vicepresidente della EJA ha inoltre ricordato il sostegno garantito dall’Italia alla sicurezza delle comunità ebraiche nel Paese e ha annunciato che, alla cena di gala con altri leader del summit delle comunità continentali a Bruxelles, l’ospite d’onore sarà il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, “per ricordare l’intesa tra lo Stato italiano e le Comunità ebraiche del nostro Paese, un unicum che vorremmo estendere in tutta Europa”, sottolineando l’importanza della protezione di sinagoghe, scuole ed edifici comunitari.
Riguardo all’elogio verso l’Italia su X del presidente iraniano Pezeshkian dopo la sospensione dell’accordo con Israele, Pacifici ha osservato che “i missili iraniani possono colpire qualunque capitale europea in qualunque momento”.
Sulle dichiarazioni del ministro degli Esteri Tajani, ha poi aggiunto: “E’ un momento di forte tensione. Attenti alla propaganda: a noi vengono i brividi quando muoiono i civili a Beirut nella guerra contro Hezbollah. E siamo sempre stati anche dalla parte dei militari italiani”.
Pacifici ha quindi espresso fiducia nella continuità dell’amicizia tra Italia e Israele: “La stima e l’amicizia verso la presidente del Consiglio e i suoi ministri non sono in discussione”, ha concluso.
(Shalom, 15 aprile 2026)
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L’ascesa de falchi in Iran
di Paola P. Goldberger
Quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra contro l’Iran avevano previsto che l’uccisione dei più alti funzionari iraniani, a cominciare da Ali Khamenei, avrebbe creato le condizioni per un cambio di regime o almeno per l’emergere di leader più disposti a piegarsi agli interessi americani e israeliani. In un discorso alla nazione un mese dopo l’inizio della guerra, il presidente Trump ha definito la nuova leadership “più ragionevole”.
Invece la guerra ha cambiato in peggio il regime, qualcosa che Danny Citrinowicz, ex responsabile della sezione Iran dell’intelligence militare israeliana, definisce «peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima della guerra».
Come scrive il Wall Street Journal, «i falchi iraniani, ideologi anti-occidentali intolleranti al dissenso interno, hanno sempre avuto un ruolo nelle complesse e contrapposte cerchie di potere del Paese, la cui influenza è cresciuta sotto il patrocinio di Khamenei padre. Ora, però, dominano la leadership politica e militare iraniana, galvanizzati da una guerra che molti di loro interpretano come la premonizione del ritorno di un messia sciita».
L’ascesa dei falchi in Iran ha colto di sorpresa sia gli israeliani che gli americani. In pochissimo tempo, subito dopo la morte di Ali Khamenei, essi hanno preso il posto dei vertici eliminati dai raid israeliani. E mentre irrigidivano i controlli sul dissenso interno arrestando e giustiziando migliaia di giovani, scoprivano che bloccando lo Stretto di Hormuz avrebbero messo in gravissima difficoltà gli Stati Uniti e nel contempo avrebbero resistito ben oltre quanto previsto da Washington e Gerusalemme, anche con i pochi missili rimasti.
• Il Circolo Habib
Secondo il WSJ la famiglia Khamenei, grazie alla sua alleanza con le Guardie Rivoluzionarie, era preparata a questo momento.
Il cinquantaseienne Mojtaba Khamenei manteneva un profilo basso anche prima di rimanere gravemente ferito. Tuttavia, è da tempo una figura centrale che ha creato legami e promosso funzionari della linea dura, contribuendo a plasmare l’orientamento politico dell’Iran.
È asceso al centro dell’autorità politica e religiosa di suo padre. Partendo da un incarico informale nell’Ufficio della Guida Suprema, il giovane Khamenei ha lavorato a stretto contatto con le Guardie Rivoluzionarie, il gruppo paramilitare incaricato di proteggere il regime, e con i Basij, i suoi uomini di fiducia sul territorio, per schiacciare gli oppositori e promuovere gli alleati all’interno dell’apparato di sicurezza e intelligence iraniano.
Egli fa affidamento su una rete di alleati fidati che gli analisti chiamano «Circolo di Habib». Tra i suoi membri figurano molti veterani della guerra con l’Iraq che hanno prestato servizio nel Battaglione Habib della Guardia Rivoluzionaria, noto per attirare radicali e che prende il nome da una figura dell’Islam sciita del VII secolo venerata per aver sacrificato la propria vita in battaglia. Tra le sue reclute figurava lo stesso Khamenei, che era un adolescente quando si arruolò verso la fine della guerra.
Un disegno di legge presentato a novembre al Congresso Statunitense ha definito il Circolo di Habib «una delle più importanti reti informali di sicurezza e intelligence del regime, che ha commesso violazioni dei diritti umani ed è coinvolta in attività terroristiche».
La nuova leadership si è dimostrata resiliente e adattabile, uscendo dalle prime cinque settimane di guerra con il comando e il controllo intatti. Il loro approccio intransigente è evidente nelle loro nomine. Tra queste figura il nuovo capo della sicurezza nazionale iraniana, Mohammad Bagher Zolghadr, un ex comandante della Guardia Rivoluzionaria con un passato violento.
Prima della rivoluzione, Zolghadr era il capo di un gruppo di guerriglieri responsabile dell’uccisione di un ingegnere petrolifero americano. Secondo un libro di memorie da lui pubblicato su una rivista storica iraniana, fu coinvolto in prima persona nell’assassinio di due poliziotti.
Ha fatto carriera nelle file della Guardia Rivoluzionaria durante la guerra in Iraq. In seguito ha contribuito a fondare la Forza Quds, specializzata nell’addestramento di milizie straniere per attaccare i nemici dell’Iran, nonché un altro gruppo paramilitare specializzato nella violenza contro gli oppositori politici.
Le sue opinioni erano così estreme che uno dei suoi subordinati – Qassem Soleimani, il famigerato leader della Forza Quds successivamente ucciso dagli Stati Uniti – si dimise temporaneamente per protesta, secondo Vali Nasr, professore specializzato in Medio Oriente presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington. Zolghadr ha detto di voler sconfiggere Israele e di conquistarne il territorio.
Secondo i mediatori, Zolghadr esercita una forte influenza nei colloqui con gli Stati Uniti, raccogliendo le relazioni dei negoziatori e contribuendo a orientarne le decisioni. Il suo predecessore, Ali Larijani, ucciso il mese scorso, non era certo un pacifista. Era però un abile uomo politico che aveva studiato le opere del filosofo tedesco Immanuel Kant e si era costruito una reputazione di negoziatore pragmatico durante i colloqui sul nucleare.
Il nuovo comandante in capo della Guardia Rivoluzionaria, Ahmad Vahidi, è accusato di aver partecipato all’attentato dinamitardo del 1994 contro un centro della comunità ebraica a Buenos Aires, che causò 85 morti e centinaia di feriti. Ha fondato una scuola di formazione per funzionari pubblici – la Shahid Beheshti School of Governance di Teheran – che sta formando una nuova generazione di leader politici iraniani sotto la supervisione della Guardia Rivoluzionaria. In qualità di ministro dell’Interno, ha contribuito a supervisionare la repressione delle proteste per i diritti delle donne del 2022. Il suo predecessore è stato ucciso il primo giorno della guerra.
Anche il nuovo consigliere militare di Khamenei, Mohsen Rezaie, è accusato di aver partecipato all’attentato di Buenos Aires. In qualità di comandante della Guardia Rivoluzionaria negli anni ’80, mise in atto una strategia volta a rovesciare il dittatore iracheno Saddam Hussein, prolungando una disastrosa guerra di logoramento che, secondo il governo statunitense, causò almeno 250.000 vittime.
Rezaie ha recentemente espresso una posizione simile in relazione al conflitto in corso. «Il confronto continuerà fino a quando non saranno soddisfatte diverse condizioni», ha affermato in un intervento televisivo, elencando una serie di requisiti che includevano la revoca delle sanzioni e il risarcimento all’Iran per i danni causati dalla guerra. «La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà una testa per un occhio, una mano e un piede per un occhio».
«Il gruppo più estremista dell’IRGC sta prendendo il comando», ha affermato Saeid Golkar, esperto dei servizi di sicurezza iraniani presso l’Università del Tennessee a Chattanooga. «Ciò rende più probabile il protrarsi del conflitto».
• L’allontanamento dei riformisti
Mojtaba Khamenei e la sua cerchia ristretta hanno iniziato la loro decisa ascesa politica un quarto di secolo fa, in risposta alla crescente popolarità dei politici riformisti che sostenevano il cambiamento dall’interno.
Khamenei ha mostrato per la prima volta le sue carte politiche nel 2002, quando ha scelto un ultraconservatore per guidare l’influente organizzazione di propaganda statale iraniana, che controlla i centri culturali e i media, secondo i diari del defunto presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani.
Qualche anno dopo, Khamenei e il suo entourage hanno orchestrato una serie di vittorie per il presidente della linea dura Mahmoud Ahmadinejad, secondo le accuse del prominente politico riformista Mehdi Karroubi.
In una lettera aperta indirizzata alla Guida Suprema, Karroubi ha accusato Khamenei di aver mobilitato i Basij e la Guardia Rivoluzionaria per aiutare Ahmadinejad a vincere nel 2005 e di aver compiuto un «colpo di Stato elettorale» nel 2009. Karroubi si è candidato ed è stato sconfitto da Ahmadinejad in entrambe le occasioni.
È stato un momento cruciale in Iran, che ha allontanato il Paese dai politici riformisti popolari e lo ha lasciato saldamente su un percorso più conservatore. Ha scatenato anche una delle più grandi ondate di proteste che hanno periodicamente sconvolto il Paese (l’onda verde).
• Ideologia apocalittica
Dopo la guerra in Iraq, Khamenei ha trascorso un periodo nella città di Qom, dove è stato guidato dall’Ayatollah Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, un religioso radicale considerato il padre spirituale degli integralisti iraniani.
Mesbah Yazdi – secondo cui obbedire alla Guida Suprema equivaleva a obbedire a Dio – ha diffuso un adattamento moderno di un’antica dottrina islamista messianica nota come mahdismo.
L’ideologia, insegnata nei seminari religiosi iraniani e durante l’addestramento paramilitare, promuove l’idea che la costruzione di una vera società islamica e la distruzione dei nemici dell’Iran – soprattutto Israele – accelereranno il ritorno dell’Imam Mahdi, una figura che secondo i musulmani sciiti porterà pace e giustizia nel mondo.
Hossein Yekta, alto comandante della Guardia Rivoluzionaria e stretto collaboratore di Khamenei, ha recentemente esortato le madri, in un intervento alla televisione di Stato, a mandare i propri figli in guerra in nome del Mahdi.
«L’Imam infallibile ha detto che gli iraniani sarebbero entrati a Gerusalemme e avrebbero compiuto un massacro. Gli iraniani dicono: “Uccidete! Uccidete!” L’Imam infallibile ha detto: “Uccidete! Uccidete!”», ha affermato Yekta, che l’Unione Europea descrive come reclutatore e indottrinatore per la Guardia Rivoluzionaria.
Un tempo considerata un’idea marginale, il mahdismo è diventato gradualmente centrale nell’ideologia della Repubblica Islamica grazie alla famiglia Khamenei e alla loro cerchia ristretta. È diventato anche una componente chiave dell’indottrinamento della Guardia Rivoluzionaria.
«Quanto di tutto questo è pura retorica e quanto è vera convinzione? Se si osserva il loro comportamento, si capisce che sono guidati dai principi della loro ideologia», ha affermato Kasra Aarabi, esperto della Guardia Rivoluzionaria presso United Against Nuclear Iran, un’organizzazione politica che si oppone al regime iraniano. «La dottrina apocalittica del mahdismo ha guidato il comportamento del regime in tempo di guerra e ha fornito una giustificazione per azioni che altrimenti potrebbero essere considerate irrazionali», come l’espansione del conflitto agli Stati del Golfo.
Secondo una ricerca condotta da Aarabi e Golkar, metà del periodo di addestramento iniziale di almeno sei mesi previsto per le nuove reclute è dedicato alla formazione ideologica attraverso sermoni, lezioni e la lettura obbligatoria di opuscoli. Esistono inoltre corsi di aggiornamento annuali e obbligatori, hanno affermato.
Jaber Rajabi, che ha prestato servizio nella Guardia Rivoluzionaria e ha studiato con Mojtaba Khamenei in un seminario religioso a Qom prima di disertare nel 2016, ha messo in guardia i vicini arabi dell’Iran su di lui prima della sua nomina. In un’intervista televisiva in arabo, Rajabi ha descritto Khamenei come un estremista musulmano sciita che considera nemico non solo Israele, ma potenzialmente anche gli arabi musulmani sunniti.
Ha detto anche che Khamenei gli ha raccontato di aver fatto dei sogni che indicavano che lui è il cosiddetto Khorasani, un leader profetizzato che annuncia la fine dei tempi. I credenti dicono che apparirà nella regione storica del Khorasan per guidare le forze a sostegno del Mahdi e contro i nemici dell’Islam.
«Se qualcuno chiedesse: qual è la cosa più pericolosa che potrebbe accadere all’Iran e alla regione?», ha detto, «la risposta sarebbe: Mojtaba Khamenei».
(Rights Reporter, 15 aprile 2026)
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I grandi bugiardi e la guerra di propaganda contro Israele
Attualmente, viviamo alle prese con l’eredità diretta del passato nazista degli arabi palestinesi e dei loro simpatizzanti, sotto forma di un massiccio attacco di propaganda antisemita, in particolare l’accusa di genocidio contro Israele che ha fatto seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
di Joel Fishman
Indice
- La guerra delle menzogne contro Israele: il problema in una prospettiva storica
- La grande menzogna come metodo di propaganda: la sua fonte originaria
- Adolf Hitler sostiene la grande menzogna
- La creazione di un “mondo fittizio di falsità” come strumento totalitario
- Alcune menzogne palestinesi e le loro conseguenze culturali
- La falsificazione della storia come parte della grande menzogna
- Ahmed Shukairy, ideologo del movimento arabo-palestinese
- La prima premessa del movimento arabo-palestinese espressa nelle fonti primarie
Sommario
Le tecniche di propaganda, in particolare le menzogne su larga scala, sono state utilizzate per manipolare la percezione pubblica e costruire realtà alternative. Questo articolo ripercorre lo sviluppo di questi metodi dai conflitti dell’inizio del XX secolo ai movimenti politici successivi. L’impatto include disinformazione diffusa, conseguenze culturali e difficoltà nel distinguere la verità dalla menzogna. L'enfasi è posta sull'importanza di affidarsi a fatti verificabili per contrastare le narrazioni distorte.
Punti chiave … Un'equazione tra Israele e il nazismo poteva essere fatta solo da «qualcuno che fosse totalmente ignorante su cosa fosse il nazismo, o che fosse indifferente ad esso».
- La propaganda su larga scala può rimodellare la percezione presentando ripetutamente menzogne come verità, creando alla fine una realtà alternativa.
- L'uso improprio della propaganda nel corso della storia ha portato a sfiducia a lungo termine, negazione di eventi reali e distorsione culturale.
- Narrazioni persistenti costruite su affermazioni selettive o false possono influenzare l'opinione pubblica e oscurare fatti verificabili.
– Il ministro degli Esteri Golda Meir in una replica all'ambasciatore saudita, Ahmed Shukeiry, alle Nazioni Unite, 18 ottobre 1961.1
• La guerra delle menzogne contro Israele: il problema in una prospettiva storica
A partire dall’epoca della Prima guerra mondiale, l’inversione della verità e della realtà è diventata un metodo privilegiato di persuasione pubblica. Una delle sue espressioni più frequenti è stata l’accusa che il popolo ebraico sia diventato il nuovo nazista, aggressore e oppressore. Gli osservatori contemporanei hanno descritto questo metodo come «inversione della realtà», «truffa intellettuale» e «inversione della responsabilità morale», e queste accuse non sono state confutate; hanno gradualmente guadagnato credibilità. Poiché l’inversione della realtà costituisce il principio di base dell’attuale propaganda anti-Israele, è importante comprenderne il funzionamento. Questo metodo di propaganda è un prodotto dei regimi totalitari, in particolare della Germania nazista. È totalitario sia nei suoi metodi che nella soluzione assoluta che sostiene. Nega con enfasi la legittimità, la sovranità e il diritto all’autodifesa di Israele. Si sforza di dominare gli spazi pubblici (che ora includono i social media) e, attraverso una costante intimidazione sociale e politica, crea una condizione di pensiero di gruppo sostenuta dalla follia degli zombie per le strade.
Lo scopo di questo saggio è descrivere le origini della Grande Bugia, i suoi facilitatori e, per quanto possibile, identificarne le conseguenze culturali.
• La Grande Bugia come metodo di propaganda: la sua fonte originaria
Se si studia la Grande Bugia come arma di guerra politica, diventa chiaro che gli ideologi nazisti l’hanno perfezionata. Si vantavano apertamente di questo risultato e attribuivano il merito agli inglesi per aver mostrato la strada. Durante la Grande Guerra, la propaganda britannica incoraggiò con successo la diserzione delle truppe delle Potenze Centrali dal fronte e demoralizzò l’opinione pubblica in patria. Da parte sua, Hitler sottolineò l’uso britannico della propaganda delle atrocità e si lamentò del fatto che la Germania imperiale non avesse mai compreso l’importanza della propaganda e che coloro che se ne occupavano fossero incompetenti.
Uno degli strumenti impiegati dai britannici era la propaganda delle atrocità. La loro accusa più eclatante era che la Germania imperiale avesse creato un “impianto di sfruttamento dei cadaveri”, la cosiddetta Kadaververwerkungsanstalt, per la produzione di sapone.
La propaganda britannica sulle atrocità era stata efficace, ma dopo la guerra l’opinione pubblica si sentì ingannata. Ciò lasciò un residuo di sfiducia, tradimento e un clima di nichilismo. Questo approccio funzionò nel breve termine, ma aprì un vaso di Pandora.
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il ricordo della propaganda sulle atrocità fornì un argomento convincente contro l’intervento americano a fianco della Gran Bretagna e contribuì a negare la solidarietà agli ebrei nel momento del loro disperato bisogno. Negli Stati Uniti, dove il sentimento isolazionista era forte, politici influenti accusarono gli inglesi di aver «trascinato l’America in guerra». Inoltre, negli anni ’30, quando la Germania nazista iniziò a perpetrare vere atrocità, molti si rifiutarono di credere alle notizie. Ad esempio, lo storico Robert Jan van Pelt ha riportato in The Case for Auschwitz che:
"La rivista americana The Christian Century, che nel 1944 aveva ancora rimproverato i giornali americani per aver dato molta attenzione alle scoperte fatte dai sovietici a Maidanek — sostenendo all’epoca che «il parallelo tra questa storia e il racconto delle atrocità della “fabbrica di cadaveri” era troppo evidente per essere ignorato» — dovette (con esitazione) ammettere nel 1945 di essersi sbagliata, e che il parallelo con «la storia della fabbrica di cadaveri dell’ultima guerra» non reggeva. “Le prove sono troppo conclusive… La cosa è quasi incredibile. Ma è successo.”2
Dopo la liberazione dei campi di concentramento, il generale Dwight D. Eisenhower organizzò visite di delegazioni americane per testimoniare la più grande atrocità di tutti i tempi.3
• Adolf Hitler sostiene la Grande Bugia
Durante la prima guerra mondiale, gli inglesi diffusero propaganda per un periodo limitato, ma smisero alla fine delle ostilità. Temendo che la macchina propagandistica britannica del tempo di guerra potesse essere rivolta contro di lui, Lloyd George la smantellò rapidamente.4 Tuttavia, la prima guerra mondiale aprì la strada all’ascesa della dittatura totalitaria. L’esperienza bellica non solo minò l’ordine tradizionale in Russia, Austria-Ungheria, Germania e Italia, ma «accelerò lo sviluppo delle arti industriali, delle armi, delle comunicazioni e della gestione che facilitarono la spinta totalitaria».5
Secondo Adolf Hitler, gli esperti di propaganda britannici produssero la “Grande Bugia” originale. A suo avviso, essi diffusero il mito paranoico secondo cui la Germania imperiale era la vittima innocente della mendacità britannica. Alcune citazioni dal vol. 1, cap. 6, “Propaganda di guerra”, di Mein Kampf, pubblicato nel 1925 e nel 1926, rivelano la comprensione di Hitler di tale metodo. Secondo Hitler, gli inglesi diffusero certe menzogne, in particolare l’accusa di atrocità, e che «il nemico tedesco» era «l’unico colpevole dello scoppio della guerra». Più avanti nello stesso capitolo, commentò la sua efficacia in termini di costi e la necessità di scala. Spiegò che era meglio raccontare grandi bugie piuttosto che piccole.
Tutta la pubblicità, sia negli affari che in politica, raggiunge il successo attraverso la continuità e l’uniformità sostenuta della sua applicazione.
Anche in questo caso, l’esempio della propaganda di guerra nemica era tipico: limitata a pochi punti, ideata esclusivamente per le masse, portata avanti con instancabile perseveranza. Una volta che le idee di base e i metodi di esecuzione furono riconosciuti come corretti, furono applicati per tutta la durata della guerra senza la minima modifica. All’inizio, le affermazioni della propaganda erano così sfacciate che la gente pensava fossero folli; in seguito, davano sui nervi alla gente e, alla fine, venivano credute.
Dopo quattro anni e mezzo, in Germania scoppiò una rivoluzione, e i suoi slogan avevano origine nella propaganda bellica nemica.
E in Inghilterra capirono un’altra cosa: che quest’arma spirituale può avere successo solo se applicata su scala enorme, e che il successo copre ampiamente tutti i costi.6
Nel 1939, Harold Nicolson, un ex diplomatico britannico che era stato un tempo in servizio in Germania, scrisse un’analisi penetrante, Why Britain is at War. In questo breve studio, egli sottolineò i metodi di Hitler, attingendo a passaggi di Mein Kampf:… Ancora e ancora Hitler afferma che i leader nati devono essere in grado di raccontare bugie enormi. «È meglio», dice, «attenersi a un argomento anche se si sa che non è vero piuttosto che provocare una discussione cercando di migliorarlo». «Le masse», scrive ancora, «cadranno vittime di una grande menzogna più facilmente che di una piccola, poiché esse stesse raccontano solo piccole menzogne, vergognandosi di raccontarne di grandi. La falsità su larga scala non viene loro in mente, e non credono nella possibilità di una sfrontatezza così incredibile, di una falsificazione così scandalosa, da parte degli altri».7
È degno di nota il fatto che Hitler raccomandasse di attenersi a un argomento anche se si sa che non è vero piuttosto che provocare una discussione. Cioè, bisogna aggiungere l’elemento di ostinata unilateralità per diffondere una grande menzogna. Una pericolosa conseguenza culturale è il suo impatto cumulativo, che porta alla creazione di una realtà totalitaria basata su un mito sponsorizzato dallo Stato.
• La creazione di un “mondo fittizio di menzogne” come strumento totalitario
Avendo i mezzi per controllare l’intero ambiente, bloccare le informazioni concorrenti attraverso l’uso del terrore e della coercizione e proiettare i propri messaggi sia a livello nazionale che all’estero, i nuovi regimi totalitari potevano distorcere la verità fintanto che il loro potere reggeva. Così, furono in grado di trasformare quello che originariamente era stato un momento finito di menzogna in una realtà artificiale prolungata.
In effetti, i bolscevichi furono i primi ad adottare la propaganda in tempo di pace. Poco dopo, Hitler li emulò. E. H. Carr spiegò che: «I bolscevichi, quando presero il potere in Russia, si trovarono disperatamente deboli nelle normali armi militari ed economiche del conflitto internazionale. La loro forza principale risiedeva nella loro influenza sull’opinione pubblica di altri paesi; ed era quindi naturale e necessario che sfruttassero questa arma al massimo». 8
Hannah Arendt ha spiegato come la propaganda totalitaria costruisca un concorrente mondo fittizio di menzogna, dotato di una propria logica interna. Qui si può individuare il grande salto dall’inversione della verità all’inversione della realtà. I propagandisti totalitari hanno preso l’idea della Grande Bugia e ne hanno prolungato la durata per creare una nuova realtà alternativa:
La loro arte [dei leader totalitari] consiste nell’utilizzare, e allo stesso tempo trascendere, gli elementi della realtà, delle esperienze verificabili, nella finzione scelta, e nel generalizzarli in ambiti che sono poi definitivamente sottratti a ogni possibile controllo da parte dell’esperienza individuale. Con tali generalizzazioni, la propaganda totalitaria stabilisce un mondo in grado di competere con quello reale, il cui principale handicap è quello di non essere logico, coerente e organizzato. La coerenza della finzione e il rigore dell’organizzazione rendono possibile che la generalizzazione alla fine sopravviva all’esplosione di menzogne più specifiche….9
La diffusione della menzogna su larga scala ha avuto conseguenze culturali involontarie ma distruttive. Nel suo famoso saggio, “The Prevention of Literature” (gennaio 1946), George Orwell sosteneva che il regime totalitario impedisse la creatività letteraria anche in paesi non sotto il suo dominio: «Ma per essere corrotti dal totalitarismo, non è necessario vivere in un paese totalitario. La semplice prevalenza di certe idee può diffondere una sorta di veleno che rende impossibile, uno dopo l’altro, ogni tema a fini letterari.»10 Ha sviluppato questa discussione descrivendo come la struttura totalitaria inibisca la creatività letteraria:
… La letteratura è condannata se la libertà di pensiero perisce. Non solo è condannata in qualsiasi paese che mantenga una struttura totalitaria, ma qualsiasi scrittore che adotti la visione totalitaria, che trovi scuse per la persecuzione e la falsificazione della realtà, distrugge così se stesso come scrittore.11
Pertanto, lo scrittore o l’influencer al servizio di un regime totalitario non può operare senza compromettere la propria integrità.
• Alcune menzogne palestinesi e le loro conseguenze culturali
In una discussione sulla Grande Menzogna come parte della guerra palestinese contro lo Stato ebraico e gli ebrei in generale, abbiamo descritto il metodo della Grande Menzogna come strumento di propaganda. Seguendo questo approccio, è troppo facile attribuire un peso sproporzionato al mondo della menzogna e delle grandi menzogne. È un grave errore considerare i fatti storici fondamentali come l’antitesi di una narrazione fraudolenta. Un fatto verificabile dovrebbe essere la prima premessa e il punto di partenza. Si dovrebbe partire dalla verità e rifiutarsi di rimanere intrappolati in una rete di menzogne propagandistiche contrapposte.
Possiamo fornire due esempi: un fatto storico documentato da un lato e l’uso calcolato di una Grande Bugia dall’altro. Per una prospettiva storica, sarebbe opportuno considerare la prima premessa di Ben Gurion, che egli descrisse il 7 gennaio 1937 alla Commissione Peel:
«Dico a nome degli ebrei che la Bibbia è il nostro Mandato, la Bibbia che è stata scritta da noi, nella nostra lingua, in ebraico, proprio in questo paese. Questo è il nostro Mandato. È solo il riconoscimento di questo diritto che è stato espresso nella Dichiarazione Balfour.12»
In contrasto con la chiara dichiarazione di Ben Gurion, abbiamo l’antitesi della verità storica, rivelata da Zuhair Muhsen, che un tempo era un leader della fazione filo-siriana Al Saika, un’organizzazione terroristica, nonché capo della sezione militare e membro del Consiglio esecutivo dell’OLP. In un'intervista del marzo 1977, apparsa sul quotidiano olandese Trouw, egli dichiarò che non esisteva alcun popolo palestinese.
«Non vi sono differenze tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Facciamo parte di un unico popolo, la nazione araba…. È solo per ragioni politiche che sottolineiamo con cura la nostra identità palestinese. Il fatto è che è nell’interesse nazionale sottolineare l’esistenza dei palestinesi contro il sionismo. In effetti, l’esistenza di un’identità palestinese distinta è solo per ragioni tattiche. L’istituzione di uno Stato palestinese è un nuovo mezzo per portare avanti la lotta contro Israele e per l’unità araba… Dopo aver ottenuto i nostri diritti su tutta la Palestina, non dobbiamo rimandare nemmeno per un istante la riunificazione di Giordania e Palestina.13»
Thomas L. Friedman ha presentato un breve ritratto biografico di Zuhair Muhsen: «Una figura bovina dai capelli argentati e con una moglie siriana, Alia, ricoperta di diamanti, Mohsen era un rivoluzionario da salotto, se mai ce n’è stato uno. A Beirut era conosciuto come Mr. Carpet, per via di tutti i tappeti persiani che lui e i suoi uomini avevano rubato durante la guerra civile libanese. Quando i rigori della rivoluzione diventavano troppo per lui, Mohsen si rifugiava in un appartamento che possedeva sulla famosa Promenade de la Croisette a Cannes, probabilmente il tratto di immobili più costoso della Costa Azzurra.”14
Zuhair era esplicito. Le sue dichiarazioni avvalorano la conclusione che gli ebrei hanno una storia, mentre gli arabi in Palestina hanno inventato una narrazione. Anche in questo caso possiamo citare una delle lezioni fondamentali del Mein Kampf:
“Nascondete le vostre reali intenzioni; conciliate i vostri avversari più forti fingendo di essere dalla loro parte; aumentate gradualmente la forza della vostra posizione con avanzate tattiche, ciascuna delle quali non è abbastanza vitale da suscitare una seria opposizione, ma la cui somma aumenta enormemente il vostro potere; e poi, in un dato momento, gettate via la maschera e lanciate un attacco di massa contro i vostri nemici.”15
• La falsificazione della storia come parte della Grande Bugia
La storia palestinese ha diversi livelli, e uno dei più importanti, che di solito è stato messo a tacere, è la collaborazione del Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al Husseini, con il Terzo Reich. Una recente ricerca dello storico svizzero Werner Rings «indica quattro diverse forme di collaborazione, a seconda del grado di identificazione con l’ideologia del nazismo: collaborazione tattica, neutrale, condizionata e incondizionata». 16 Non c’è dubbio che Amin al-Husseini fosse un “collaboratore incondizionato” a livello ideologico e un sostenitore inequivocabile della Soluzione Finale.
Di conseguenza, è importante presentare il Mufti con le sue stesse parole. Il messaggio di queste fonti primarie è rilevante alla luce delle accuse secondo cui gli israeliani sarebbero diventati i nuovi nazisti e starebbero compiendo un genocidio. Da parte sua, Haj Amin dichiarò costantemente che gli ebrei erano il nemico comune dell’Islam e della Germania nazista.17 Si recava spesso in tournée per incoraggiare le unità musulmane delle SS nei Balcani, e le stazioni radio dell’Asse coprivano fedelmente queste visite. Durante la sua trasmissione del 21 gennaio 1944, proclamò:
«Il Reich sta combattendo contro gli stessi nemici che hanno derubato i musulmani dei loro paesi e soppresso la loro fede in Asia, Africa ed Europa…. La Germania nazionalsocialista sta combattendo contro l’ebraismo mondiale. Il Corano dice: “Scoprirete che gli ebrei sono i peggiori nemici dei musulmani”. Esistono notevoli somiglianze tra i principi islamici e quelli del nazionalsocialismo, in particolare nell’affermazione della lotta e della fratellanza, nell’enfasi sull’idea di leadership, nell’ideale di ordine. Tutto ciò avvicina le nostre ideologie e facilita la cooperazione. Sono lieto di vedere in questa divisione un’espressione visibile e concreta di entrambe le ideologie.18»
Di seguito sono riportate le parole del Mufti in occasione di una manifestazione di protesta ufficiale tenutasi a Berlino il 2 novembre 1943, anniversario della Dichiarazione Balfour:
«… Anche la Germania sta combattendo contro il nemico comune che ha oppresso gli arabi e i musulmani nelle loro rispettive terre. Ha compreso perfettamente gli ebrei e ha deciso di trovare una soluzione finale alla minaccia ebraica, che conterrà le loro malefatte nel mondo.
… Arabi e musulmani! Fate attenzione a non perdere l’occasione e non lasciate che l’inganno degli Alleati vi distragga dal liberare la Santa Palestina dalla colonizzazione e dalla completa giudaizzazione. Non temete i vostri nemici e la loro propaganda e tenete a mente che non avete mai combattuto gli ebrei senza che questi ne uscissero sconfitti [applausi fragorosi e prolungati]. Allah ha stabilito che non ci sarà mai un accordo stabile per gli ebrei e che non debba essere istituito alcun Stato per loro … Non ho il minimo dubbio che riusciremo a ottenere la vittoria contro di loro, nonostante il massiccio aiuto dei crudeli alleati. Allah aiuta alla vittoria coloro che Lo aiutano. Vinceremo e libereremo le nostre terre dalle grinfie degli Alleati.19»
Sebbene i misfatti del Terzo Reich siano stati formalmente documentati e una rappresentanza di criminali di guerra sia stata chiamata a rispondere a Norimberga, ciò non incluse Haj Amin. Uno dei motivi per cui sfuggì alla responsabilità fu spiegato nell’Enciclopedia Interattiva della Questione Palestinese:
“ Dopo la sconfitta delle potenze dell’Asse, Haj Amin tentò senza successo di cercare rifugio in Svizzera, ma fu catturato dalle truppe francesi in Germania; riuscì a fuggire. Le autorità francesi chiusero un occhio sulla sua “fuga” per vendicarsi di Londra per il suo ruolo nell’aver costretto la Francia a lasciare la Siria e il Libano dopo la Seconda guerra mondiale. Così, nell’aprile 1946, Haj Amin si rifugiò in Egitto e fu ospite del re Faruq. Fece del Cairo il suo quartier generale perché le autorità britanniche non gli permettevano di tornare in Palestina.”20
Pertanto, un aspetto fondamentale della storia del movimento arabo palestinese è il fatto che essi si sono rifiutati di fare i conti con il proprio passato nazista. Al contrario, un buon numero di storici e industriali tedeschi si è impegnato in buona fede in questo confronto con il passato.
• Ahmed Shukairy, ideologo del movimento arabo-palestinese
La continuazione ideologica delle posizioni del Mufti si ritrova nella visione di Achmad Shukairy, autore del Patto della Palestina e primo presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quando si discutono le caratteristiche di questo movimento, è necessario includere le diverse versioni del Patto a partire dal 1964. Esso fornisce una dichiarazione codificata che incarna i suoi miti e i suoi obiettivi. All’inizio ebbe scarso impatto, ma col tempo divenne il credo dell’OLP. L’ex capo dei servizi segreti rumeni che passò all’Occidente, Ion Mihai Pacepa, rivelò che,
«… nel 1964 il primo Consiglio dell’OLP, composto da 422 rappresentanti palestinesi selezionati con cura dal KGB, approvò la Carta Nazionale Palestinese — un documento che era stato redatto a Mosca. Anche il Patto Nazionale Palestinese e la Costituzione Palestinese nacquero a Mosca, con l’aiuto di Ahmed Shuqairy, un agente di influenza del KGB che divenne il primo presidente dell’OLP.21» Ahmad Shukairy (1908-1980) era noto per le sue doti retoriche, ma alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni, il 22 maggio 1967, andò troppo oltre quando esortò gli arabi a «gettare gli ebrei in mare». Questo sfogo screditò la causa degli arabi palestinesi.
Una lettrice esperta del Middle East Forum, che usa lo pseudonimo “Gloria”, ha scritto che “Dopo la Guerra dei Sei Giorni, rendendosi conto del grave danno che aveva causato agli arabi, i propagandisti arabi, compreso lo stesso Shukairy, hanno cercato in qualche modo di ‘trasformare’ la sua dichiarazione dal significato di annientamento (o ‘pulizia etnica’), ma era troppo tardi: la chiarezza del suo autentico messaggio di genocidio era già stata resa pubblica.” Gloria definì Shukairy la “mente arabo-nazista” della “Palestina araba”, accusando Israele del crimine degli arabi, quello del nazismo. Sebbene Shukairy fosse stato il primo capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e avesse redatto il Patto, fu rimosso dall’incarico a causa dell’imbarazzo che aveva causato. È anche possibile formulare un'ipotesi ragionevole sull'identità di “Gloria”. Si trattava, molto probabilmente, del defunto prof. Barry Rubin, fondatore e direttore del Global Research in International Affairs Center (GLORIA) presso la Reichman University di Herzliya. Daniel Pipes descrisse Shukairy come il “leader arabo filonazista genocida” e il “padre della calunnia dell’apartheid”.22»
C’è stata una tendenza a sottovalutare l’importanza di Shukairy e la pervasività del suo pensiero. Egli era più di una “mente arabo-nazista”. Sarebbe più accurato considerarlo l’ideologo della causa arabo-palestinese. Sotto il Mandato britannico, Shukairy era stato membro del Comitato Supremo Arabo, fondato dal Mufti di Gerusalemme nel 1936 allo scopo di opporsi al compromesso della Partizione proposto dalla Commissione Peel. La sua visione si riflette nel testo del Patto Palestinese, nella sua partecipazione ai dibattiti delle Nazioni Unite in qualità di ambasciatore dell’Arabia Saudita e nei suoi scritti in generale.
Ancora una volta, ci troviamo di fronte alla Grande Bugia. Il problema qui è che Shukairy, che ha pronunciato un “autentico messaggio genocida”, intendeva davvero ciò che diceva, e il compito principale della successiva comunicazione palestinese è diventato quello di nascondere il loro vero obiettivo, il politicidio, la distruzione dello Stato di Israele e del suo popolo, e di creare una parvenza di rispettabilità che permettesse all’OLP di essere accettata nella buona società.
Quando esaminiamo la premessa di base del movimento arabo palestinese, dovremmo considerare i contributi dei suoi principali sostenitori: Haj Amin al-Husseini, Ahmed Shuqairy e Yasir Arafat. Secondo Shukairy, l’unico modo per risolvere il problema di Israele sarebbe stato quello di distruggere lo Stato ebraico e cacciare gli ebrei attraverso una lotta armata senza compromessi.23
Il prof. Yehoshafat Harkabi, capo dell’intelligence militare israeliana dal 1955 al 1959, riconobbe l’importanza del Patto e ne analizzò attentamente il contenuto. Egli riteneva che l’assolutezza del suo messaggio fosse intrinsecamente totalitaria:
Il movimento palestinese rivendica l’assolutezza e la “totalità”: c’è giustizia assoluta nella posizione palestinese in contrasto con l’assoluta ingiustizia di Israele;… Il diritto è solo dalla parte dei palestinesi; solo loro sono degni di autodeterminazione; gli israeliani sono creature a malapena umane che al massimo possono essere tollerate nello Stato palestinese come individui o come comunità religiosa…; il legame storico degli ebrei con la terra di Israele è un inganno; il legame spirituale, espresso nella centralità della terra di Israele nel giudaismo, è una frode; le decisioni internazionali come il Mandato concesso dalla Società delle Nazioni e la Risoluzione di Partizione delle Nazioni Unite sono tutte relegate al nulla con noncuranza.24
La seguente dichiarazione di Yasser Arafat del 1974, durante una visita in Venezuela, conferma la continuità dell’obiettivo principale sopra descritto:
«Per noi la pace significa la distruzione di Israele. Ci stiamo preparando per una guerra totale che durerà per generazioni… Non ci daremo pace fino al giorno in cui torneremo a casa nostra e fino a quando non avremo distrutto Israele… La distruzione di Israele è l’obiettivo della nostra lotta, e le linee guida di tale lotta sono rimaste salde sin dalla fondazione di Fatah nel 1965.25»
Col senno di poi, possiamo essere certi che la dichiarazione di Arafat in Venezuela fosse intenzionale. Ancora una volta, Hannah Arendt ha fornito una visione approfondita riguardo a questo tipo di affermazioni:
«Per non sopravvalutare i casi di menzogne propagandistiche, si dovrebbero ricordare i casi molto più numerosi in cui Hitler era completamente sincero e brutalmente inequivocabile nella definizione dei veri obiettivi del movimento, ma questi semplicemente non venivano riconosciuti da un pubblico impreparato a tale coerenza.»26
La prima premessa del movimento arabo-palestinese espressa nelle fonti primarie
Shukairy funge da collegamento tra il pensiero nazista e il presente. Possiamo trarre insegnamento dai suoi discorsi alle Nazioni Unite, dove ha ricoperto la carica di ambasciatore saudita dal 1957 al 1962. Lì si espresse con un linguaggio sprezzante e rozzo. Il 3 ottobre 1961 dichiarò che «l’emergere di Israele all’indipendenza non era la legittima costituzione di uno Stato legittimo, poiché Israele era “l’incarnazione dell’imperialismo, il simbolo del colonialismo, il frutto del capitalismo e l’artefice… dell’antisemitismo”». Concluse denunciando quello che definì il “sostegno degli Stati Uniti a questa flagrante ingiustizia chiamata Israele e il suo trattamento come se fosse ‘il cinquantesimo Stato degli Stati Uniti’”.27 Nella produzione di propaganda, la tecnica di mettere insieme epiteti è chiamata “amalgama”, un metodo coerente con le sue accuse di “razzismo”, “nazismo”, “genocidio” e “apartheid”. »28
In genere, ci viene raccontata solo una versione della storia, ma in questa occasione era presente la rappresentante di Israele all’ONU, il ministro degli Esteri Golda Meir, che ha risposto a Shukairy. [Lei] ha sottolineato che il conflitto arabo-israeliano era solo una delle fonti di tensione nella regione, essendo l’ostilità verso Israele «in gran parte un mezzo utilizzato dai leader arabi per distogliere l’attenzione dei loro popoli dai propri problemi irrisolti e dalle proprie difficoltà». La Meir ha osservato che «non poteva fare a meno di chiedersi perché lui non si preoccupasse meno degli altri paesi e più della situazione nel proprio [che all’epoca era l’Arabia Saudita]». 29
Nello stesso anno, l’11 aprile 1961, ebbe inizio il processo Eichmann. La questione della responsabilità per i crimini di guerra era un argomento delicato, e possiamo interpretare l’accusa di Shukairy contro Israele come una forma di proiezione, in cui accusava l’«entità sionista» di crimini nazisti, molti dei quali erano stati sostenuti con entusiasmo dalla leadership arabo-palestinese dell’era del Mandato. Il motivo non dichiarato delle sue accuse era quello di distogliere l’attenzione da questa collaborazione con il Terzo Reich e di riprenderne l’uso con rinnovata enfasi. Il 17 ottobre 1961, Shukairy «negò a Israele il diritto di processare Eichmann poiché Israele era “un altro Eichmann in uno Stato”».30 Immaginate un sedicente simpatizzante nazista palestinese che accusa lo Stato ebraico di nazismo!
Il giorno seguente, il 18 ottobre, il ministro degli Esteri Meir sferrò un vigoroso contrattacco.
«In risposta a Shukairy, il ministro degli Esteri israeliano espresse sorpresa per il fatto che “questo discorso vizioso, con la sua incitazione razziale… e le sue palesi falsità”, fosse stato lasciato proseguire senza controllo». Ha poi aggiunto che «… un’equazione tra Israele e il nazismo poteva essere fatta solo da “qualcuno che è totalmente ignorante su cosa fosse il nazismo, o che fosse indifferente ad esso”». ’ Infatti, ha aggiunto, Shukairy era stato un tempo membro del Comitato Supremo Arabo [l’organo politico centrale degli arabi palestinesi nella Palestina sotto mandato] il cui leader [Haj Amin al-Husseini] aveva trascorso gli anni della guerra in Germania. Per quanto riguarda il suggerimento di istituire una commissione per indagare sulle condizioni degli arabi israeliani, la signora Meir ha dichiarato di ritenere «che un’indagine piuttosto più urgente sarebbe più appropriata riguardo alla questione della schiavitù in Arabia Saudita».31
Per chi ignora la storia è difficile sfuggire al “mondo fittizio della menzogna”. Abbiamo una generazione ignorante e credulona che è diventata facile preda di grandi menzogne e accuse malvagie. L’accusa incombe sullo sfondo, e il suo unico antidoto è una forte dose di verità storica. Abbiamo ancora molto da imparare dall’esempio di Golda Meir. Lei comprese la sfida e seppe come affrontare un tale misantropo.
Attualmente, viviamo con l’eredità diretta del passato nazista degli arabi palestinesi e dei loro simpatizzanti sotto forma di un massiccio attacco di propaganda antisemita, in particolare l’accusa contro Israele di genocidio che ha seguito l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. È giunto il momento di smascherare tali grandi menzogne e sfidare «le masse» che «cadranno vittime di una grande menzogna più facilmente che di una piccola, poiché esse stesse raccontano solo piccole menzogne, vergognandosi di raccontarne di grandi [Mein Kampf]».
NOTE
- Middle East Record (Vol. 2, 1961), 188.↩︎
- The Christian Century, come citato da Robert Jan van Pelt, The Case for Auschwitz: Evidence from the Irving Trial (Bloomington: Indiana University Press, 2002), 133-34.↩︎
- Ibid., 133.↩︎
- Taylor, British Propaganda, 231.↩︎
- Carl J. Friedrich, “The Rise of Totalitarian Dictatorship,” in Jack J. Roth, ed., World War I: A Turning Point in History (New York: Knopf, 1968), 53-54.↩︎
- “Hitler sulla propaganda di guerra da Mein Kampf, Volume Uno: A Reckoning,
- Capitolo VI: ‘War Propaganda,’”↩︎
- Harold Nicolson, Why Britain is at War (Harmondsworth: Penguin, ristampa 1940), 30. Il testo originale in tedesco di questo passaggio si trova nel Libro 1, all’inizio del cap. 10, alla voce n. 252: “Moralische Entwaffnung des gefährlichen Anklägers.” ↩︎
- E. H. Carr, Propaganda in International Politics (Oxford: Clarendon Press, 1939), 13.↩︎
- Hannah Arendt, The Origins of Totalitarianism, 2a ed. (New York: Meridian, 1958), 361.↩︎
- George Orwell, “The Prevention of Literature,” (1946), in The Collected Essays Journalism and Letters of George Orwell, Vol. 4. In Front of Your Nose, 1945-1950 (Harmondsworth, Penguin, 1970), 90.↩︎
- Ibid., 95.↩︎
- Coner Cruise O’Brien, The Siege (New York: Simon & Schuster, 1986), 225.↩︎
- James Dorsey, “Zoehair Mohsen vertrouwt alleen op Syrie; ‘Wij zijn alleen Palestijn om politieke reden’”, Trouw, 31 marzo 1977, 7. [Olandese]↩︎
- Thomas L. Friedman, From Beirut to Jerusalem (New York: Anchor Books, 1989), 118, e 107/108.↩︎
- Mein Kampf, citato da Harold Nicolson, Why Britain is at War, 23.↩︎
- Werner Rings, Life with the Enemy: Collaboration and Resistance in Hitler’s Europe, 1939-1945 (Garden City, N. Y.: Doubleday, 1982), come citato da Johannes Houwink ten Cate, Jewish Political Studies Review, 26, 3-4 (autunno 2014), 96.↩︎
- Gerald Fleming, Hitler and the Final Solution (Berkeley: University of California Press, 1984), 101-05. Questo capitolo descrive la visita dell’ex muftì a Hitler il 21 novembre 1941 e riporta il verbale della loro discussione.↩︎
- Maurice Pearlman, Mufti of Jerusalem: The Story of Haj Amin el Husseini (Londra: Gollancz, 1947), 64.↩︎
- “Rede zum Jahrestag der Balfour-Erklärung, 2. 11. 1943, Gerhard Höpp, ed. Mufti-Papiere (Berlino: Klaus Schwarz, 2002), 197, 198. Come citato da Joel Fishman, “The Recent Discovery of Heinrich Himmler’s Telegram of November 2, 1943, the Anniversary of the Balfour Declaration, to Amin al Husseini. Mufti of Jerusalem.” Jewish Political Studies Review, vol. 27, nn. 3-4 (autunno 2016): 77-87. https://jcfa.org/article/heinrich-himmlers-telegram-balfour-declaration-amin-al-husseini-mufti-jerusalem/↩︎
- Interactive Encyclopedia of the Palestine Question, Muhammad Amin al-Husseini, https://www.palquest.org/en/biography/6563/muhammad-amin-al-husseini↩︎
- “From Russia with Terror,” intervista a Ion Mihai Pacepa di Jamie Glazov, 1 marzo 2004, www.frontpagemag.com/Articles/Printable.asp?ID=12387.↩︎
- Daniel Pipes, “1961: Genocidal pro-Nazi Arab leader: Ahmad Shukairy, ‘father’ of ‘Apartheid’ slander,” https://www.danielpipes.org/comments/186160.↩︎
- Ahmad Shukairy, Liberation – Not Negotiation (Beirut: Research Centre – PLO, 1966); Robert Wistrich, Between Redemption and Perdition: Modern Antisemitism and Jewish Identity (Londra e New York: Routledge, 1990), 218.↩︎
- Y. Harkabi, The Palestine Covenant and its Meaning (Londra: Vallentine, Mitchell, 1979), 12, 13.↩︎
- Robert S. Wistrich, A Lethal Obsession; Anti-Semitism from Antiquity to the Global Jihad (New York: Random House, 2009), 703.↩︎
- The Origins of Totalitarianism, 343.↩︎
- “Arab-Israel Conflict of General Debate in the UN General Assembly, Sixteenth Session” (settembre-ottobre) Middle East Record (Vol. 2, 1961), 188.↩︎
- Bernard Lewis, “The Anti-Zionist Resolution,” Foreign Affairs (ottobre 1976): 54-64. Qui ha fornito esempi della somiglianza del linguaggio nella propaganda antisionista dei primi tempi.↩︎
- Middle East Record (Vol. 2, 1961), 188.↩︎
- Ibid.↩︎
- Ibid., 189.↩︎
(JCFA, 13 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Giornata della Memoria dell’Olocausto e degli Eroi
La memoria come responsabilità: il significato di questa giornata oggi.
di Anat Schneider
GERUSALEMME - Scuole e istituti scolastici in tutto Israele organizzano cerimonie in occasione della Giornata della Memoria dell’Olocausto.
Milioni di studenti rimangono in silenzio per due minuti, mentre le sirene suonano e ci ricordano per un breve istante ciò che ci ha spinto a tornare nella terra dei nostri antenati e a vivere qui come popolo libero nella nostra terra.
Non era il desiderio di conquista, né il bisogno di andare in guerra e uccidere.
Era il bisogno di esistere, di continuare a esistere.
Duemila anni di esilio hanno dimostrato che non siamo davvero benvenuti in nessuna parte del mondo. Non solo una o due volte siamo stati uccisi, deportati e cacciati. Questa non è mentalità da vittima. È un dato di fatto. Il popolo ebraico ha sofferto l’odio nel corso della storia. Qua e là, i popoli tra cui vivevamo forse ci “amavano” un po’, ci facevano dei favori senza motivo apparente. Ma anche questi si trasformavano molto rapidamente in odio.
Odio – per cosa? Non si sa. Odio per il gusto di odiare.
E così un olocausto crudele e raffinato, perpetrato contro gli ebrei circa 80 anni fa, ha accelerato il ritmo della liberazione; e il popolo ebraico ha osato nuovamente sognare di tornare nella sua unica ed eterna patria. L’unico luogo al mondo in cui poteva riposare la testa di notte e sentirsi completo. Dove poteva alzarsi al mattino per andare al lavoro e sentirsi in comunione.
E ora anche questo piccolo luogo è sconvolto. Ancora oggi gli ebrei non hanno pace in questo minuscolo angolo, che sulla mappa del mondo è poco più di un puntino. Le nazioni vogliono togliere loro anche questo. Vogliono cacciare gli ebrei da qui, come da tanti altri paesi. La verità è che non vogliono solo cacciarli: vogliono annientarli. L'odio verso gli ebrei non è scomparso dal mondo. È vivo e presente anche nei nostri giorni “moderni”.
Ed è per questo che la Giornata della Memoria quest'anno ha un doppio significato. Ogni neonato, ogni bambino, ogni ragazza, ogni soldato, ogni uomo e ogni donna che vivono in Israele devono capire cosa è stato e cosa sarà se non avremo uno Stato in cui poter vivere in sicurezza.
La Giornata della Memoria non è solo un giorno per ricordare ciò che è stato, ma anche un giorno di sobria riflessione su ciò che è ora. Non solo sul passato, ma sul presente. Non solo il ricordo di quegli orrori, ma anche l’interiorizzazione del loro significato per noi oggi.
L’Olocausto non è iniziato in un solo giorno e non è finito solo nei campi. È stato un processo. Un processo di delegittimazione, di emarginazione, di trasformazione di un intero popolo in un problema. E quando lo si capisce, ci si rende conto che la memoria non è solo un rituale, ma una responsabilità: vedere, riconoscere, non rimuovere e non abituarsi.
Perché la memoria ci obbliga non solo a ricordare ciò che è stato, ma ad agire all’interno di ciò che sta accadendo.
Perché la cosa più pericolosa non è solo l’odio in sé, ma abituarsi ad esso e conviverci come se fosse una parte inevitabile della realtà.
Il momento in cui l’odio diventa routine è il momento in cui il pericolo non viene più solo dall’esterno, ma risiede anche in noi stessi. La Giornata della Memoria non ci ricorda solo ciò che ci è stato fatto, ma anche ciò che può accadere quando un popolo perde la capacità di difendersi. Quando non ha una patria. Quando non ha la possibilità di determinare il proprio destino.
E così questo Stato, lo Stato di Israele, non è scontato. Non è solo una soluzione politica o geografica. È la risposta più profonda a una domanda antica: il popolo ebraico ha un posto nel mondo in cui non dipenda dalla benevolenza degli altri?
Questa risposta non viene data una volta per tutte. Viene riesaminata in ogni generazione. E non dipende solo dalla forza esteriore, ma anche dalla qualità del nostro legame interiore come società. La Giornata della Memoria di quest’anno non è quindi solo un invito a ricordare il passato, ma anche un invito a svegliarci e a capire che la storia non è solo un racconto lontano, accaduto un tempo ad altre persone. La stessa storia può ripetersi in qualsiasi momento. Ed è per questo che dobbiamo scegliere la vita, la responsabilità, l’impegno reciproco, l’amore incondizionato – e, non da ultimo, non permettere l’indifferenza.
E forse la nostra prima e più profonda responsabilità inizia proprio qui, all’interno delle mura della società ebraica: imparare, nonostante tutte le divergenze di opinione, a escludere l’odio tra di noi – ricordarci che siamo un unico popolo e comprendere che la capacità di sopportare le differenze senza rompere l’unità è un presupposto per la nostra esistenza.
Allora, grazie a questa forza interiore – quando saremo consolidati al nostro interno – sapremo anche come affrontare ciò che ci viene incontro dall’esterno.
(Israel Heute, 14 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La Marcia della Vita resiste alla guerra: 12 sopravvissuti israeliani arrivano ad Auschwitz nonostante lo stop dei voli
I 12 israeliani, di età compresa tra i 90 e i 100 anni, marceranno insieme ad altri 40 sopravvissuti provenienti da diversi Paesi del mondo e a molti sostenitori, delegazioni istituzionali, studenti e rappresentanti delle forze dell’ordine.
di Pietro Baragiola
Dopo settimane di incertezza legate alla guerra con l’Iran, un piccolo gruppo formato da 12 sopravvissuti alla Shoah provenienti da Israele parteciperà alla Marcia della Vita prevista per martedì 14 aprile ad Auschwitz e tutt’ora considerata uno degli eventi più importanti per la memoria ebraica contemporanea.
La decisione arriva dopo che, appena due settimane fa, gli organizzatori avevano annunciato la cancellazione dell’intera delegazione israeliana (circa 1500 persone) a causa delle restrizioni ai voli e dei timori per la sicurezza sotto l’attacco dei missili iraniani. Ciononostante, una fragile tregua tra Israele, Stati Uniti e Iran ha garantito la partecipazione di questo piccolo gruppo.
• I partecipanti alla marcia
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I sopravvissuti che parteciperanno alla Marcia
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La partecipazione dei 12 israeliani è stata resa possibile grazie al sostegno di 26 aziende high-tech e fondi di investimento, intervenuti per far fronte alle numerose difficoltà logistiche dei viaggiatori.
“La recente guerra con l’Iran è un’ulteriore prova che lo Stato di Israele deve restare unito” ha dichiarato Shmuel Rosenman, Presidente della Marcia della Vita. “Nonostante gli svariati ostacoli che ha dovuto superare, questa piccola delegazione israeliana marcerà in Polonia e infonderà in noi uno spirito d’orgoglio e di vittoria.”
Secondo gli organizzatori all’evento sono attesi circa 7000 partecipanti: i 12 israeliani, di età compresa tra i 90 e i 100 anni, marceranno insieme ad altri 40 sopravvissuti provenienti da diversi Paesi del mondo e a molti sostenitori, delegazioni istituzionali, studenti e rappresentanti delle forze dell’ordine.
In questo periodo storico che ha visto un forte aumento dell’antisemitismo e del negazionismo nei confronti dei crimini commessi durante la Seconda Guerra Mondiale, la presenza dei sopravvissuti assume un significato sempre più urgente.
“Man mano che il loro numero diminuisce, aumenta la responsabilità di ricordare” ha affermato il Presidente d’Israele Isaac Herzog, precisando che ogni testimonianza diretta diventa sempre più preziosa per evitare che la storia si ripeta.
• L’antisemitismo passato e presente
La marcia dell’edizione di quest’anno sarà guidata anche dai superstiti dei recenti attacchi antisemiti alle comunità ebraiche di tutto il mondo: tra di loro Eva Weitzen, sopravvissuta alla strage di Sydney; Yoni Finlay, ferito durante l’attentato alla sinagoga di Manchester; Catherine Zikof e Avi Talmud, dipendenti del consolato israeliano a Washington sopravvissuti all’attacco del 2025.
La presenza di questi sopravvissuti lega direttamente la memoria della Shoah alle minacce contemporanee.
“L’odio verso gli ebrei sta rialzando la testa” ha dichiarato Sylvan Adams, Presidente del World Jewish Congress, al Times of Israel. “Marceremo per trasformare la memoria in un impegno concreto e dire a voce alta che non ci piegheremo all’antisemitismo.”
Secondo le fonti israeliane, oltre 50 abitazioni di sopravvissuti sono state danneggiate durante i recenti attacchi missilistici. Un dato che rende ancora più forte il legame tra passato e presente.
La, seppur piccola, presenza della delegazione israeliana alla Marcia dei Vivi 2026 assume dunque un valore che va oltre la partecipazione numerica. “È un segnale che dimostra al resto del mondo che il cammino della memoria non si ferma nei momenti più difficili, nemmeno durante la guerra” ha concluso Adams.
(Bet Magazine Mosaico, 14 aprile 2026)
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Auschwitz, il nipote del nazista Höss: “A casa nessun rimorso. Oggi scelgo Israele e la verità”
Dalla scoperta a scuola del cognome che pesa come una condanna alla scelta di raccontare tutto ai figli.
di Shira Navon
Il peso della storia, quando ti cade addosso a tredici anni, non somiglia a nulla di astratto: ha un nome, un volto, una firma sui libri di scuola. Kai Höss lo scopre così, seduto in classe, davanti alla parola Auschwitz e a un cognome che coincide perfettamente con il suo. Da quel momento, la sua vita prende una direzione che non ha scelto ma che decide di non evitare. Oggi, davanti al Memoriale dell’Olocausto di Berlino, parla senza schermature e senza indulgenze, e quello che racconta non riguarda soltanto una famiglia, ma il modo in cui l’Europa continua a fare i conti con il proprio passato.
Il nonno, Rudolf Höss, è stato il comandante di Auschwitz nel periodo più lungo e uno degli ingranaggi decisivi della macchina di sterminio, colui che rese sistematico l’uso dello Zyklon B nelle camere a gas. Arrestato dopo la guerra, fu processato e impiccato nel 1947 proprio nel campo che aveva contribuito a trasformare in un luogo di morte industriale. Nella famiglia Hess, però, questo passato non è stato mai affrontato davvero. Nessuna celebrazione, certo, ma nemmeno una condanna esplicita, e soprattutto nessun vero spazio per il dolore.
Kai lo dice con una chiarezza che colpisce perché non cerca attenuanti. In casa non si parlava, oppure si parlava per minimizzare. L’atteggiamento era quello di chi archivia, chi mette una pietra sopra senza interrogarsi troppo. Non negazione, piuttosto un silenzio compatto, quasi difensivo, che impedisce alla memoria di trasformarsi in responsabilità. È dentro questo vuoto che cresce la sua reazione, prima istintiva, poi sempre più consapevole.
La svolta arriva qualche anno dopo, quando trova e legge le memorie del nonno. Non è una scoperta indiretta o mediata, è il racconto in prima persona di ciò che è accaduto. Bambini, famiglie, selezioni, morte. Tutto descritto con una lucidità che non lascia scampo. È lì che il peso diventa concreto, quasi fisico, e si trasforma in una domanda che lo accompagnerà per tutta la vita: che cosa posso fare io, oggi, davanti a questo? Non si tratta di espiare una colpa che non gli appartiene, ma di decidere da che parte stare.
Negli anni, Hess sceglie di esporsi, di parlare pubblicamente, di raccontare quel cognome invece di nasconderlo. Diventa pastore evangelico, tiene conferenze, incontra studenti, viaggia anche in Israele, dove dichiara apertamente il suo sostegno. Non lo fa per costruire un’identità alternativa, ma per ribaltare l’inerzia di quel silenzio familiare che considera il vero rischio. Ai suoi figli racconta tutto fin dall’inizio, senza omissioni, cercando di trasformare una conoscenza scolastica in qualcosa che attraversi anche il piano emotivo. Vuole che capiscano, e che sentano.
Il punto più duro, forse, emerge quando parla del presente. Racconta di persone che gli hanno detto di ammirare suo nonno, e non si tratta di episodi isolati. L’ammirazione per Hitler e il nazismo, spiega, sta riemergendo in forme diverse, spesso mascherate, e non solo in Germania. Qui l’intervista smette di essere un racconto personale e diventa un avvertimento politico e culturale. La memoria, quando resta confinata nelle cerimonie, perde presa sulla realtà e lascia spazio a una normalizzazione che si infiltra nel linguaggio pubblico, nei social, nelle università.
Non sorprende allora che l’incontro con una sopravvissuta o con i discendenti delle vittime diventi, per Höss, il momento più carico di significato. Il confronto diretto, lo sguardo, il racconto di vite spezzate e poi ricostruite altrove. In quell’abbraccio tra chi discende da chi ha ucciso e chi è sopravvissuto, si gioca qualcosa che non può essere ridotto a simbolo facile. È un terreno fragile, che regge solo se la verità resta al centro. L’Europa, intanto, sembra oscillare tra memoria istituzionale e smemoratezza quotidiana. Le parole dell’ambasciatore israeliano a Berlino, Ron Prosor, durante lo stesso evento, insistono su un punto preciso: l’antisemitismo non appartiene al passato, cambia forma, si adatta, si presenta con linguaggi nuovi e spesso trova legittimazione in ambienti che si percepiscono come progressisti. Il rischio non è soltanto quello della violenza esplicita, ma di una progressiva assuefazione.
Dentro questo quadro, la voce di Kai Höss pesa perché rompe una doppia rimozione. Quella familiare, che tende a proteggere, e quella collettiva, che preferisce ricordare senza trarre conseguenze. Il suo racconto non offre consolazioni e non concede scorciatoie. Indica una strada scomoda, che passa per il riconoscimento pieno di ciò che è stato e per una scelta netta nel presente. Auschwitz non è soltanto un luogo della storia, e questa intervista lo ricorda senza retorica. È una linea che attraversa ancora il nostro tempo, e che obbliga a prendere posizione ogni volta che il passato prova a tornare sotto altre forme.
(Setteottobre, 14 aprile 2026)
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Dall'autobiografia "Comandante ad Auschwitz" di Rudolf Höss.
«Una volta vidi due bambini talmente immersi nei loro giochi da non udire neppure la
madre, che cercava di portarli via. Perfino gli ebrei del Sonderkommando non ebbero cuore
di afferrare quei bambini. Lo sguardo implorante della madre, che certamente sapeva che
cosa sarebbe accaduto di lì a poco, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Quelli che già
erano entrati nelle camere a gas cominciavano a diventare irrequieti, e fu giocoforza agire.
Tutti guardavano me: feci un cenno al sottufficiale di servizio e questi afferrò i due bambini
che si dibattevano violentemente e li portò dentro, insieme alla madre che singhiozzava da
spezzare il cuore. Provavo una pietà così immensa che avrei voluto scomparire dalla faccia della terra, eppure non mi fu lecito mostrare la minima emozione. Era mio dovere assistere
a tutte le operazioni.
Era mio dovere, fosse giorno o notte, assistere quando li estraevano dalle camere, quando bruciavano i cadaveri, quando estraevano i denti d'oro, tagliavano i capelli; dovevo assistere per ore e ore a questi spettacoli orrendi. Nonostante la puzza orribile, disgustosa, dovevo essere presente anche quando si aprivano le immense fosse comuni, si estraevano i cadaveri e si bruciavano. Attraverso le spie aperte nelle camere a gas dovevo assistere anche alla morte, perché i medici richiedevano anche la mia presenza. Dovevo fare tutte queste cose perché ero colui al quale tutti guardavano, perché dovevo mostrare a tutti che non soltanto impartivo gli ordini e prendevo le disposizioni, ma ero pronto io stesso ad assistere ad ogni cosa, così come dovevo pretendere dai miei sottoposti.»
Rudolf Höss fu impiccato.
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Israele, cresce il disagio psicologico tra i sopravvissuti alla Shoah
di Michelle Zarfati
Un nuovo rapporto segnala un forte aumento del disagio psicologico tra i sopravvissuti alla Shoah in Israele, colpiti indirettamente dall’escalation militare con l’Iran. Durante la recente campagna militare, circa 50 sopravvissuti sono rimasti feriti nelle proprie abitazioni, mentre molti altri vivono in uno stato di ansia costante legato alle continue sirene e alla mancanza di rifugi adeguati.
Secondo il report, la situazione attuale non rappresenta solo un’emergenza fisica, ma anche psicologica. I sopravvissuti, molti dei quali sono molto anziani, sperimentano una riattivazione dei traumi vissuti durante la Seconda guerra mondiale. Le sirene antiaeree, le corse verso i rifugi e l’incertezza quotidiana richiamano memorie profonde legate alle persecuzioni e ai bombardamenti del passato, amplificando il senso di vulnerabilità. Uno degli aspetti più critici evidenziati riguarda la mancanza di infrastrutture adeguate. Molti sopravvissuti non dispongono di rifugi sicuri nelle proprie abitazioni o hanno difficoltà fisiche che impediscono loro di raggiungerli in tempo. Questo li espone non solo al rischio concreto durante gli attacchi, ma anche a uno stress prolungato, aggravato dall’impossibilità di mettersi in salvo autonomamente.
Il rapporto sottolinea come i sopravvissuti rappresentino una fascia particolarmente vulnerabile della popolazione israeliana: età avanzata, condizioni di salute spesso precarie e un passato segnato da traumi estremi. In questo contesto, anche eventi che per altri possono essere gestibili diventano destabilizzanti, sia sul piano emotivo che fisico. Le organizzazioni coinvolte chiedono un intervento urgente da parte delle autorità: miglioramento dell’accesso ai rifugi, supporto psicologico mirato e assistenza logistica per le persone più fragili.
(Shalom, 13 aprile 2026)
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Israele si prepara alla ripresa della guerra con l'Iran
A seguito della conclusione infruttuosa dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, secondo quanto riportato Israele starebbe portando le proprie forze armate a un livello di allerta maggiore. La guerra con l'Iran sta per riprendere?
Dopo il provvisorio fallimento dei colloqui tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra, secondo quanto riportato dai media Israele si sta preparando a una ripresa dei combattimenti. Il portale di notizie israeliano «ynet» ha riferito che il capo di Stato Maggiore Ejal Zamir avrebbe ordinato alle forze armate israeliane di passare immediatamente a uno stato di allerta elevata.
L'esercito dovrebbe «prepararsi alla possibilità di un ritorno a breve termine agli scontri militari», si legge. Tuttavia, non sarebbe stata ancora presa una decisione in merito a un intervento militare. Interpellato in merito, un portavoce militare israeliano ha dichiarato che si sta verificando la notizia.
Anche l'emittente israeliana Kan ha riferito, citando un alto funzionario del governo israeliano, che Israele, insieme agli Stati Uniti, sarebbe pronto per una ripresa della guerra contro l'Iran. Sabato sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva affermato che la campagna in Iran non è ancora terminata.
Secondo «ynet», l’esercito ha avviato preparativi di combattimento simili a quelli precedenti alle due guerre contro l’Iran – quella più recente e quella dello scorso anno. In questo contesto, «tutti i processi di pianificazione e attuazione sarebbero stati accelerati». Sono state impartite istruzioni per mantenere un elevato livello di prontezza operativa in tutti i settori, ridurre i tempi di reazione e colmare le lacune operative, si legge inoltre nel rapporto.
(Jüdische Allgemeine, 13 aprile 2026 )
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«È giunto il momento di ampliare i confini di Israele», chiede Smotrich
«Questa è la nostra terra, qui non siamo ospiti», aggiunge il portavoce della Knesset, sottolineando che si tratta sia di una questione storica che di sicurezza.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Ci sono momenti in Israele in cui la fondazione di un nuovo insediamento è più di un semplice progetto edilizio. È una dichiarazione.
L’inaugurazione di Ma’or Tzur in Samaria è stato uno di questi momenti.
A prima vista, si è trattato di una cerimonia per celebrare la fondazione di un altro insediamento israeliano in una posizione strategicamente favorevole sopra la Route 443, una delle principali arterie che collega Gerusalemme al centro di Israele. Ma c’era di più: è stata una dichiarazione su come la leadership israeliana consideri sempre più la guerra iniziata il 7 ottobre 2023 non come un’azione militare isolata, ma come una svolta nazionale.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo ha espresso senza mezzi termini durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo insediamento, alla quale hanno partecipato ministri del governo israeliano e parlamentari. I successi militari ottenuti da Israele, ha sostenuto, non si limiteranno al campo di battaglia. Avrebbero conseguenze politiche, e tra queste vi sarebbe una ridefinizione della profondità strategica di Israele a Gaza, in Libano e in Siria.
Questa è la parte che il sistema internazionale definirà, com'era prevedibile, «provocatoria».
Ciò che Smotrich ha espresso è la logica emergente di un Israele post-7 ottobre: se la vulnerabilità degli ebrei ha provocato un massacro, allora la risposta deve essere il radicamento degli ebrei. Se la vecchia dottrina del ritiro, del contenimento e della finzione negoziata ha generato eserciti del terrore ai confini di Israele, allora la misura correttiva non consisterà nel fare più la stessa cosa con un marchio migliore.
Sarà il controllo. La presenza. Confini che abbiano un significato. Comunità che non si scusino per il fatto di esistere.
Questo è ciò che rappresenta Ma’or Tzur.
Smotrih ha sintetizzato il concetto. Le misure militari da sole non bastano. La guerra ha una dimensione politica e, se Israele vuole davvero garantire il proprio futuro, il successo sul campo di battaglia deve essere seguito da un consolidamento politico. In Giudea e Samaria ciò significa sfatare una volta per tutte l’illusione che la divisione del cuore biblico di Israele possa in qualche modo portare la pace, invece di creare un’altra enclave terroristica. In Libano ciò significa pensare in termini di linee difendibili, anziché in termini di nostalgia diplomatica. In Siria ciò significa comprendere che un vuoto di potere non rimane tale a lungo.
«Ci sarà una componente politica [delle guerre in corso] che amplierà i nostri confini», ha spiegato il ministro delle Finanze.
• Diventare finalmente realistici
Per decenni ci si è aspettato che Israele credesse che il territorio ceduto in buona fede avrebbe ridotto le ostilità. Il Libano meridionale avrebbe dovuto diventare più tranquillo dopo il ritiro. La Striscia di Gaza avrebbe dovuto diventare un banco di prova per la normalità dopo l’occupazione. Invece, entrambi sono diventati piattaforme di lancio. Il problema non è mai stata una mancanza di concessioni da parte di Israele.
Il problema era il persistente rifiuto dell’Occidente di comprendere a cosa servano i confini per i nemici di Israele: non alla coesistenza, ma come base operativa.
Quindi, quando Smotrich parla di una fase politica che segue le misure militari, sta dicendo qualcosa di più importante di quanto i soliti titoli dei giornali vogliano ammettere. Sta dicendo che la sicurezza, concettualmente, non può rimanere slegata dalla geografia. In Israele, il controllo territoriale è la differenza tra deterrenza e catastrofe. Questa è la lezione duramente appresa del 7 ottobre.
Questa realtà è stata sottolineata dalla posizione stessa. Ma’or Tzur domina la Route 443, un corridoio vitale che collega Gerusalemme al centro del Paese. Da questo punto di osservazione, l’argomento strategico diventa dolorosamente ovvio. L'altitudine non è importante solo perché lì si è forgiata la storia di Israele, ma perché sancisce la sovranità dello Stato moderno e nega agli attori ostili il margine di manovra contro la maggior parte della sua popolazione.
• Israele non va da nessuna parte
Anche il portavoce della Knesset Amir Ohana ha partecipato alla cerimonia e ha detto ciò che in passato troppi funzionari israeliani sembravano dire con riluttanza e senza convinzione: «Questa è la nostra terra. Non siamo qui come ospiti; non siamo qui solo temporaneamente».
Il problema di Israele non è mai stato solo la pressione dall’esterno. È stata anche la tentazione interna di parlare come se la vita ebraica nella propria patria richiedesse formulazioni infinitamente provvisorie, come se la permanenza fosse di per sé scortese.
Ma la permanenza è il punto cruciale.
Il periodo successivo al 7 ottobre chiarisce molte cose, tra cui la seguente: una nazione che nel proprio paese non parla il linguaggio della legittimità, prima o poi verrà affrontata con il linguaggio della violenza da coloro che non credono che essa appartenga affatto a quel luogo.
Ecco perché la costruzione è importante per la prospettiva strategica di Israele tanto quanto le vittorie sul campo di battaglia.
• Ogni vuoto deve essere colmato
Israel Ganz, presidente del Consiglio regionale di Binyamin, ha sintetizzato il contrasto con parole chiarissime: i nemici di Israele costruiscono il terrore; Israele costruisce la vita.
Ganz ha accennato alla semplice verità che sfugge a molti in Occidente: in Medio Oriente ogni vuoto è conteso. Se Israele non si assicura gli spazi critici, lo farà qualcun altro. E questo “qualcun altro” è raramente un attore neutrale. Il più delle volte si tratta di un rappresentante dell’Iran, di una rete terroristica o dell’infrastruttura che spiana la strada a entrambi.
• L’immagine dell’adempimento profetico
Il fatto che otto delle prime undici famiglie di Ma’or Tzur appartengano ai riservisti dell’IDF sottolinea ancora di più l’importanza di questo momento. Mentre i mariti prestano servizio al fronte, mogli e figli costruiscono una casa nella terra che Dio ha dato loro. Questa è la vera immagine della resilienza israeliana e dell’adempimento profetico.
E fa appello proprio al tipo di coesione di cui Israele avrà bisogno nei prossimi anni.
Perché il vero dibattito qui non riguarda un nuovo insediamento. Si tratta di capire quale lezione Israele trarrà dal crollo del vecchio ordine. Una volta che le guerre attuali si saranno placate, tornerà al linguaggio delle “misure di fiducia”, delle pressioni straniere e dell’autoinganno territoriale?
O accetterà che la sopravvivenza nazionale richieda una dottrina completamente diversa – una che consideri la sovranità come qualcosa da esercitare, e non solo come riferimento nei discorsi?
L'approvazione annunciata di decine di nuovi insediamenti in tutta la Giudea e la Samaria suggerisce che almeno una parte del governo abbia compreso la risposta.
• Cambio di rotta
La reazione internazionale sarà ovviamente prevedibile. La condanna arriverà mascherata da saggezza. Le redazioni la definiranno sediziosa. I diplomatici metteranno in guardia da una “escalation”, come se l’instabilità della regione fosse iniziata con il trasferimento di famiglie ebree in un nuovo quartiere, e non con generazioni di rifiuto, militanza e fantasie islamiste.
Ma le vecchie formule sono esaurite. Il 7 ottobre non ha ucciso solo israeliani. Ha distrutto l’illusione che il ritiro conferisca legittimità e che la vulnerabilità inviti alla moderazione.
Ma’or Tzur non è quindi solo una comunità. È una correzione.
Una correzione dell’idea che la presenza ebraica nel cuore della Terra Santa sia un ostacolo alla pace. Una correzione della finzione secondo cui la sicurezza possa essere delegata ad accordi che gli attori ostili non hanno mai avuto intenzione di rispettare. E una correzione dell’abitudine diplomatica di trattare il radicamento di Israele come un problema anziché come una risposta.
Israele è costretto, dolorosamente e pubblicamente, a reimparare qualcosa che non avrebbe mai dovuto dimenticare: la pace non nasce dal sottomettersi ai nemici che vogliono sbarazzarsi di te. Nasce dalla forza, dalla chiarezza e da un impegno incrollabile a restare.
Questo è ciò che è stato inaugurato questa settimana in Samaria.
Non solo case.
Determinazione.
(Israel Heute, 13 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il 60% degli americani ha una visione sfavorevole di Israele. Lo rivela il Pew Research Center
Circa la metà degli intervistati esprime una posizione “molto sfavorevole”, una quota triplicata negli ultimi quattro anni. L’indagine, condotta su un campione di 3.500 adulti alla fine del mese scorso, arriva in un contesto segnato dalle tensioni legate alla recente escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran.
di Nina Prenda
Negli Stati Uniti aumenta sensibilmente il sentimento critico nei confronti di Israele. Secondo un nuovo sondaggio del Pew Research Center, sei americani su dieci dichiarano di avere un’opinione “molto” o “abbastanza” sfavorevole dello Stato ebraico, con un incremento di circa 20 punti percentuali rispetto al 2022.
Il dato più significativo riguarda l’intensità di questo giudizio: circa la metà degli intervistati esprime una posizione “molto sfavorevole”, una quota triplicata negli ultimi quattro anni. L’indagine, condotta su un campione di 3.500 adulti alla fine del mese scorso, arriva in un contesto segnato dalle tensioni legate alla recente escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Il sondaggio conferma un trend già emerso in rilevazioni precedenti: una crescente distanza dell’opinione pubblica americana da Israele e una maggiore empatia, in alcuni segmenti della popolazione, verso la causa palestinese.
I risultati si inseriscono anche in un dibattito politico sempre più acceso a Washington. Esponenti di entrambi gli schieramenti stanno mettendo in discussione il livello degli aiuti statunitensi a Israele, mentre la AIPAC è finita al centro di critiche, soprattutto nell’area democratica.
Il sondaggio evidenzia una netta frattura partitica. Tra i democratici, circa l’80% degli intervistati esprime un giudizio negativo su Israele, contro il 40% dei repubblicani. Il divario è ancora più marcato tra i più giovani: quasi la metà dei democratici sotto i 50 anni dichiara di avere un’opinione “molto sfavorevole”.
Sul fronte repubblicano, pur prevalendo una visione complessivamente favorevole verso Israele, emergono divisioni nella valutazione della leadership politica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu registra livelli di fiducia contrastanti: tra i repubblicani, il numero di chi esprime fiducia è sostanzialmente equivalente a quello di chi ne ha poca o nessuna. Tra gli under 50, solo il 30% dichiara di avere fiducia in lui.
Un dato rilevante riguarda anche la comunità ebraica americana: il 56% degli intervistati afferma di avere poca o nessuna fiducia in Netanyahu nella gestione degli affari internazionali.
Il sondaggio Pew è il secondo, nel giro di pochi giorni, a evidenziare un atteggiamento critico anche all’interno dell’elettorato ebraico. Una rilevazione separata dell’Istituto Elettorato Ebraico mostra infatti come il 63% degli intervistati si definisca “pro-Israele” pur esprimendo critiche verso le politiche del governo.
(Bet Magazine Mosaico, 13 aprile 2026)
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Accordo energetico tra Israele e Cipro per il gas di Afrodite: Il Cairo si assicura forniture per 15 anni
Un memorandum d’intesa che rafforza la cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale
di Chiara Cavalieri
Secondo quanto riportato dal quotidiano economico israeliano Globes, la società energetica israeliana Newmed Energy ha firmato un memorandum d’intesa per la vendita all’Egitto di tutto il gas naturale estratto dal giacimento Aphrodite Gas Field, situato nelle acque economiche di Cipro.
L’accordo riguarda circa 100 miliardi di metri cubi di gas naturale e potrebbe garantire forniture al Cairo per un periodo di 15 anni, con la possibilità di proroga per ulteriori cinque anni.
Si tratta di un passaggio strategico nel panorama energetico del Mediterraneo orientale, che conferma il ruolo crescente dell’Egitto come hub regionale del gas.
• Il ruolo dell’Egitto nella sicurezza energetica regionale
Il memorandum prevede che il gas del giacimento Afrodite venga esportato verso l’Egitto attraverso una piattaforma galleggiante di produzione e gasdotti diretti verso il Delta del Nilo, dove il combustibile potrà essere trattato e distribuito.
L’intesa arriva in un momento in cui l’Egitto registra una crescente domanda interna di energia, alimentata da:
- l’aumento demografico
- l’espansione industriale
- la crescente richiesta di elettricità nelle aree urbane
Secondo il rapporto, la recente chiusura per 32 giorni del giacimento israeliano Leviathan gas field, causata dalle tensioni legate alla guerra con Iran, ha provocato in Israele interruzioni nella fornitura di elettricità, con conseguenze su negozi e illuminazione pubblica.
Questo episodio ha dimostrato quanto sia strategica la diversificazione delle fonti energetiche nella regione.
• Il meccanismo “take-or-pay” e il prezzo legato al Brent
L’accordo sarà regolato da un sistema “take-or-pay”, un meccanismo comune nei contratti energetici internazionali.
In pratica:
- la fornitura di gas sarà stabilita in quantità fissa
- l’Egitto dovrà pagare il volume concordato anche qualora non lo utilizzi completamente.
Il prezzo del gas sarà inoltre indicizzato al valore del petrolio Brent, parametro di riferimento del mercato energetico globale, che attualmente si mantiene su livelli relativamente elevati.
• La questione dei confini tra Israele e Cipro
Il giacimento Afrodite si estende parzialmente anche nella zona economica di Israele, dove la parte israeliana è conosciuta con il nome di Yishai gas field.
Per questo motivo i governi di Israele e Cipro stanno conducendo negoziati per definire con precisione i confini dei due giacimenti, passaggio necessario per procedere allo sviluppo completo del campo e all’avvio delle operazioni commerciali.
• Il commento di Newmed Energy
Dopo la firma del memorandum, Joseph Abu, amministratore delegato di Newmed Energy, ha definito l’accordo una tappa cruciale per lo sviluppo del giacimento Afrodite.
Secondo il manager israeliano, l’approvazione dell’intesa per l’esportazione dell’intera produzione rappresenta un passo decisivo verso la decisione finale di investimento e l’avvio della produzione commerciale.
Abu ha inoltre sottolineato che il gas naturale rappresenta uno strumento di cooperazione regionale, capace di rafforzare il ruolo di Israele nel mercato energetico internazionale e di favorire nuovi accordi multilaterali nel Mediterraneo.
• Il Mediterraneo orientale sempre più centrale nella geopolitica energetica
Negli ultimi anni il Mediterraneo orientale è diventato uno dei principali scenari della geopolitica del gas, grazie alla scoperta di numerosi giacimenti offshore.
L’Egitto, grazie alle sue infrastrutture di liquefazione e alla posizione strategica tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sta consolidando il proprio ruolo come snodo energetico regionale, collegando la produzione di Israele, Cipro e altri Paesi ai mercati internazionali.
L’accordo sul giacimento Afrodite si inserisce dunque in una più ampia strategia di integrazione energetica regionale, destinata a ridisegnare gli equilibri economici e geopolitici dell’intero Mediterraneo.
(La Voce del Parlamento, 13 aprile 2026)
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Trump al bivio: guerra o accordo?
La storia del Medio Oriente raramente è scritta solo dai trattati, ma dal potere, dagli interessi e dalle decisioni prese al momento giusto.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Ciò che sta accadendo attualmente tra Washington, Gerusalemme e Teheran determina il futuro geopolitico per tutti noi – anche per voi in Europa. Gli imperi lottano per l’influenza, mentre la terra di Israele è al centro delle tensioni. Già i profeti descrivevano un mondo in cui le grandi potenze prendono decisioni e le nazioni più piccole devono muoversi tra l’adattamento e l’affermazione di sé. Dietro le formule diplomatiche e le minacce militari non si tratta solo di cessate il fuoco o di escalation, ma della questione di chi determinerà il nuovo ordine in questa regione, chi dominerà lo Stretto di Hormuz e a quale prezzo. Come spesso accade nella storia, tutto pende da un filo sottile tra la presunta pace e il prossimo scontro. Ancora una volta Israele è al centro degli avvenimenti geopolitici.
Ma prima di tutto diamo un'occhiata a cosa pensa la popolazione dell'operazione “Leone Ruggente”. Secondo I24, la maggioranza degli israeliani rifiuta il cessate il fuoco annunciato da Donald Trump e l’82% chiede di continuare i combattimenti fino a quando Hezbollah in Libano non sarà completamente disarmato. In un altro sondaggio dell’Istituto israeliano per la democrazia si legge: circa due terzi dell’opinione pubblica sostengono la prosecuzione dell’operazione “Leone ruggente”. Il 57% della popolazione ritiene che il primo ministro abbia avviato l’operazione contro l’Iran per motivi di strategia di sicurezza, mentre il 32% ritiene che le sue motivazioni siano di natura personale o politica. Il 56% della popolazione ebraica e il 51% di quella araba ritengono che la resistenza dell’Iran si stia rivelando più forte di quanto i pianificatori dell’operazione si aspettassero.
A Gerusalemme non si è mostrata sorpresa per il fallimento dei negoziati con l’Iran. Teheran non avrebbe mostrato alcuna flessibilità nei colloqui a Islamabad e non avrebbe concesso agli americani un vero margine di negoziazione. La palla è ora nel campo di Donald Trump. La delegazione americana guidata dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance tornerà a Washington e presenterà la propria valutazione al presidente. Una parte dei consiglieri di Trump, così come lo stesso Vance, sembra essere riluttante a un ritorno agli scontri militari. È quindi possibile che raccomandino di dare ancora una possibilità ai negoziati, nella speranza che il Pakistan possa esercitare un'influenza sull'Iran e spingerlo a una maggiore disponibilità.
Restano tre punti centrali di contesa: in primo luogo, la riapertura dello Stretto di Hormuz, alla quale l’Iran intende acconsentire solo nell’ambito di un accordo di pace definitivo. In secondo luogo, il futuro di circa 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito. Sebbene Teheran abbia presentato delle controproposte, finora non è stato possibile raggiungere un accordo. In terzo luogo, l'Iran chiede lo sblocco di circa 27 miliardi di dollari di beni congelati all'estero.
Allo stesso tempo, sono sul tavolo diverse opzioni, come l'imposizione di un blocco navale contro l'Iran, una possibilità che Trump ha già accennato in un post su Truth Social, nonché la ripresa di attacchi aerei congiunti con Israele mirati agli impianti energetici e alle infrastrutture nazionali, al fine di indebolire massicciamente la capacità di ripresa economica dell'Iran e aumentare la pressione sul regime. Altri scenari includono un'operazione militare nello Stretto di Hormuz, la conquista dell'isola strategicamente importante di Kharg e operazioni mirate per garantire o rimuovere l'uranio arricchito. Molti indizi suggeriscono che l'esercito statunitense si stia preparando a tutte queste opzioni.
Anche in Israele ci si sta preparando a un possibile rapido ritorno alla guerra. Il coordinamento tra Gerusalemme e Washington è considerato eccezionalmente stretto, sia a livello politico tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump, sia tra le forze armate e i servizi di intelligence dei due paesi. In Israele regna soddisfazione per la linea dura che la delegazione americana ha sostenuto in Pakistan. Entrambi gli Stati condividono in larga misura le stesse linee rosse e condizioni nei confronti dell’Iran. A Gerusalemme è particolarmente apprezzata la posizione secondo cui un cattivo accordo è peggiore di nessun accordo. Un altro fattore centrale sono gli Stati del Golfo. Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti stanno apparentemente spingendo Washington a mantenere la pressione militare e a portare avanti il conflitto fino a un possibile cambio di regime a Teheran. Questa pressione regionale potrebbe avere un’influenza significativa sulla decisione di Trump.
La domanda cruciale rimane tuttavia: come reagirà Trump? Se si considera il continuo massiccio dispiegamento di forze americane nella regione, comprese unità aeree e di terra, la probabilità di una nuova escalation militare appare piuttosto alta. Ma Trump rimane imprevedibile. A ciò si aggiunge il fatto che il sostegno negli Stati Uniti per una ripresa della guerra sta diventando sempre più limitato. L’aumento dei prezzi del petrolio potrebbe generare ulteriore pressione politica, il che potrebbe influenzare la decisione di Trump. La situazione rimane quindi tesa e la decisione spetta in ultima analisi a un solo uomo: Donald Trump.
In Israele si osservano con preoccupazione le notizie provenienti dall’entourage di Trump, secondo cui Netanyahu avrebbe “trascinato” il presidente in guerra e gli avrebbe presentato scenari apparentemente irrealistici su un rapido crollo del regime iraniano. A Gerusalemme si respinge con decisione questa versione. In nessun momento si sarebbe affermato che il regime sarebbe crollato durante la guerra. Si sarebbe piuttosto sempre parlato di un possibile crollo entro pochi mesi o al massimo un anno dopo un attacco militare. D'altra parte, Netanyahu ha comunicato al popolo israeliano che nel corso della guerra la popolazione iraniana avrebbe preso coraggio e avrebbe dato inizio a una rivoluzione nelle strade. In diversi video in persiano, Netanyahu ha incoraggiato la popolazione iraniana in tal senso.
Inoltre, Israele aveva presentato proposte operative, tra cui l’utilizzo di forze curde armate. Questa opzione è stata tuttavia scartata da Trump su pressione della Turchia. In realtà, una vasta formazione curda armata, apparentemente con la collaborazione del Mossad e della CIA, era pronta, ma è stata politicamente frenata dopo un intervento diretto di Recep Tayyip Erdogan. Anche per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, Israele aveva avvertito tempestivamente di un possibile blocco da parte dell’Iran. Trump era preparato a questo scenario, ma inizialmente ha rinunciato a misure preventive. Di conseguenza, il successivo blocco non è stato una sorpresa.
Se la guerra dovesse divampare nuovamente, le conseguenze sarebbero immediate e di vasta portata. Per la popolazione ciò significa soprattutto una cosa: il ritorno allo stato di emergenza, con sirene, rifugi e una realtà in cui la vita quotidiana è nuovamente dominata dall’insicurezza. Il traffico aereo civile in e sopra Israele verrebbe nuovamente limitato in modo massiccio o sospeso del tutto; le compagnie aeree internazionali cancellerebbero i loro collegamenti, isolando temporaneamente il Paese. Allo stesso tempo, si profilano attacchi alle infrastrutture critiche, un'estensione dei combattimenti su più fronti, in particolare in Libano, nonché una nuova escalation nel Golfo Persico con possibili disagi nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze economiche sarebbero immediatamente tangibili: aumento dei prezzi del petrolio, interruzione delle catene di approvvigionamento e crescente pressione globale.
La pressione internazionale si concentrerebbe sempre più su Israele, non da ultimo a causa della crescente percezione che Gerusalemme abbia spinto Washington in questa guerra. Nella storia biblica, la pressione delle nazioni su Israele non è una novità. La storia di Israele dimostra ripetutamente che è proprio nei momenti di maggiore difficoltà e isolamento che si decide se il popolo si affida esclusivamente alle alleanze politiche o alla propria fermezza e vocazione. La domanda cruciale non è quindi solo se la guerra tornerà, ma come Israele la affronterà.
(Israel Heute, 12 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Come risolvere la carenza di personale delle IDF?
Mentre l’esercito si trova a dover far fronte alla necessità di aumentare gli effettivi, alcuni ex alti ufficiali sostengono che l’aumento del personale, pur essendo fondamentale, non può sostituire la prontezza operativa.
di Yaakov Lappin
L'intensa guerra su più fronti ha portato la questione del fabbisogno di personale delle Forze di Difesa Israeliane al centro dell'attenzione nazionale.
Il 25 marzo, il Capo di Stato Maggiore dell'IDF, il Tenente Generale Eyal Zamir, ha avvertito il governo che i riservisti sono sottoposti a una pressione intollerabile, affermando: “Sto alzando 10 bandiere rosse”, secondo un servizio di Channel 13. Zamir ha stimato che all’IDF manchino circa 15.000 soldati, di cui 8.000 sarebbero soldati da combattimento.
Secondo ex alti comandanti militari, la pressione sul personale è il risultato di molteplici fattori, che il reclutamento degli ultraortodossi può aiutare ad alleviare, creando potenzialmente due divisioni di soldati, ma che vanno oltre tale questione nella loro portata.
Il Magg. Gen. (ris.) Uzi Dayan, ex vicecapo di stato maggiore dell’IDF ed ex capo della Direzione Pianificazione dell’IDF, ha contestato la tesi secondo cui i fallimenti iniziali del 7 ottobre 2023 fossero dovuti a una mancanza di personale.
Parlando con JNS, Dayan ha affermato che l’esercito di leva regolare, responsabile delle cruciali prime 24 ore di qualsiasi conflitto, si è in realtà ampliato ogni anno grazie a cicli di leva più ampi. “La domanda è: cosa fanno con queste forze, qual è il loro stato di allerta, qual è la loro prontezza operativa?”, ha detto.
La carenza di personale, ha sostenuto Dayan, si fa sentire principalmente nelle operazioni di sicurezza continue e nelle operazioni di difesa del territorio, che fanno ampio ricorso ai riservisti. Questa carenza è il risultato di un calcolo strategico a lungo termine da parte delle successive leadership militari e politiche. “C’è stato effettivamente un declino che era principalmente un concetto di diverse generazioni..., l’idea era che non fossero necessarie così tante unità di riserva e che fosse possibile gestire [in questo modo] una situazione in cui si combatte su due fronti”, ha spiegato Dayan. Questa dottrina presupponeva che l’IDF potesse difendersi su un fronte mentre otteneva una vittoria decisiva su un altro, per poi spostare le forze di conseguenza sul primo fronte.
Tuttavia, questo concetto non ha tenuto conto dell’evoluzione del panorama delle minacce regionali, in particolare dell’ascesa dell’“anello di fuoco” dell’Iran, che comprende proxy terroristici pesantemente armati in Libano, Gaza, Yemen e Iraq. Dayan ha affermato che il fallimento principale non è stato solo concettuale, ma profondamente psicologico. Le strategie si concentravano sulla deterrenza piuttosto che sulla vittoria decisiva.
Questa visione è condivisa dal colonnello (ris.) Hanan Shai, ricercatore presso il Misgav Institute for National Security and Zionist Strategy ed ex membro della commissione d’inchiesta sulla seconda guerra del Libano del 2006.
Shai ha ricondotto l’attuale situazione di stallo a un cambiamento fondamentale nella dottrina dell’IDF. “Il problema è sorto perché lo Stato di Israele ha sostanzialmente abbandonato il suo concetto di difesa nazionale, secondo cui, non potendo gestire guerre lunghe e non avendo la profondità necessaria per assorbire gli attacchi, avrebbe eliminato le minacce sul nascere oltre la barriera, con guerre brevi e decisive in territorio nemico”, ha spiegato.
Secondo Shai, alla fine del secolo scorso, l’IDF è diventata un “esercito di deterrenza”. Questo cambiamento ha significato che l’esercito ha scelto di lasciare intatte le formazioni nemiche oltre il confine, affidandosi a attacchi di rappresaglia per alterare la volontà di combattere del nemico, piuttosto che la sua capacità fisica di farlo. Questo approccio si è rivelato catastrofico poiché Hamas e Hezbollah hanno sviluppato consistenti forze di terra in grado di lanciare invasioni a sorpresa.
• Guerre rapide e decisive
L’abbandono della dottrina delle guerre rapide e decisive ha direttamente esacerbato la crisi di personale, secondo Shai. «Non si può difendere un confine sottile che era stato organizzato contro i terroristi», ha detto.
La situazione attuale, caratterizzata da una guerra prolungata che fa affidamento sui riservisti, è la conseguenza diretta del mancato raggiungimento di rapide vittorie militari, ha affermato Shai. «Lui [il capo di stato maggiore] dovrebbe innanzitutto iniziare da ciò che deve fare, ovvero accorciare le guerre», ha dichiarato Shai in merito ai commenti di Zamir sulla carenza di personale. «Se accorcia le guerre, allora non ci sarà un problema di manodopera così grave.»
Per affrontare le carenze numeriche immediate, Dayan ha proposto diversi adeguamenti alla struttura delle forze esistenti. La misura più urgente, ha sostenuto, è estendere la durata del servizio obbligatorio per i coscritti regolari. Ha calcolato che estendere il servizio regolare è di gran lunga più efficiente ed economicamente sostenibile rispetto alla mobilitazione continua dei riservisti. “Un soldato regolare [coscritto] sostituisce circa 11 riservisti all’anno”, ha valutato Dayan, sottolineando che i soldati regolari non richiedono un addestramento pre-schieramento esteso né costi amministrativi aggiuntivi.
Inoltre, Dayan ha sostenuto la necessità di identificare e riassegnare in modo aggressivo il personale i cui ruoli attuali sono obsoleti o inefficienti. Egli punta il dito contro il personale navale, in particolare coloro che hanno prestato servizio su motovedette lanciamissili. “È interessante verificare quanti veterani di combattimento che erano su motovedette lanciamissili non prestino servizio nelle riserve”, e poiché non esistono motovedette lanciamissili di riserva, questi combattenti addestrati sono del tutto sottoutilizzati.
Dayan ha anche sottolineato il potenziale di specifici gruppi demografici, come i diplomati del battaglione ultraortodosso Netzah Yehuda, precedentemente noto come Nahal Haredi. Inizialmente sottoutilizzati nelle riserve, l’attuale crisi ha spinto l’esercito a organizzarli in fretta. «Quando è iniziata la guerra e improvvisamente c’è stata una carenza, hanno creato delle riserve tra i diplomati di Netzah Yehuda», ha osservato Dayan, portando alla creazione di diversi nuovi battaglioni.
Egli sostiene inoltre l’espansione del programma “Shlav Bet” (Fase B), che consente agli immigrati più anziani di seguire un addestramento accelerato per prestare servizio nelle riserve, un programma che in passato è stato spesso limitato o chiuso.
L’aspetto più controverso del dibattito sulle risorse umane rimane la coscrizione degli uomini ultraortodossi (Haredi). Pur riconoscendo le profonde complessità politiche e sociali, Shai offre una proposta strutturale radicale per integrare questa fascia demografica. Riconoscendo che la preoccupazione principale degli Haredi è l’assimilazione culturale, Shai suggerisce l’istituzione di un’organizzazione militare separata e parallela esclusivamente per la popolazione Haredi.
“Istituire un altro esercito proprio accanto all’IDF. ... Istituire un loro esercito, con un proprio comando”, ha proposto. Questa forza opererebbe secondo la legge dello Stato ma manterrebbe un isolamento culturale assoluto, consentendo alle reclute di prestare servizio senza compromettere il loro stile di vita. “L’unica cosa che si richiede loro è che siano in grado di entrare in combattimento e gestirlo in un settore, questo è il quadro generale”, ha detto Shai.
(JNS, 11 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Radici in basso e frutto in alto
L’articolo che segue proviene da una predicazione tenuta per la prima volta nel settembre 1990. L’anno prima era caduto il muro di Berlino e il mese dopo sarebbe stata ratificata la riunificazione della Germania. La guerra fredda sembrava concludersi con la vittoria del “mondo libero democratico” sul “mondo socialista autoritario”. Lo sconfitto aveva dovuto ritirare la sua bandiera con su scritto GIUSTIZIA per lasciar sventolare la vittoriosa bandiera con su scritto LIBERTA’. La predicazione voleva essere un invito a riflettere su quel momento storico, mettendolo in relazione con la rivelazione biblica. Qui ne sono riportati gli appunti “casualmente” ritrovati. Dunque non è un testo ordinatamente argomentato, e questo può offrire spunti per proprie riflessioni e stimoli ad approfondire i testi biblici citati nella predicazione. A parte qualche piccolo aggiustamento di forma, sono qui presentati così come sono stati scritti a suo tempo (più di trent’anni fa) anche per far notare che già allora erano presenti nella società “libera” le radici marce dei frutti perversi che ora viviamo.
di Marcello Cicchese
- Perciò, come una lingua di fuoco divora la stoppia e come la fiamma consuma l'erba secca, così
la loro radice sarà come marciume, e il loro fiore sarà portato via come polvere, perché hanno rigettato la legge dell'Eterno degli eserciti e hanno disprezzato la parola del Santo d'Israele (Isaia 5:24).
Il resto della casa di Giuda che sarà scampato metterà ancora radici in basso, e porterà frutto in alto (Isaia 37:31)
Il contesto: il popolo di Dio è paragonato ad una pianta (vigna, fico). Collegamento tra radice e frutto: La radice è in basso: non si vede e non si gusta. Il frutto è in alto: si vede e si gusta. La radice è stabile. Il frutto è temporaneo.
- Eppure, io distrussi davanti a loro l'Amoreo, la cui statura era come l'altezza dei cedri e che era forte come le querce; io distrussi il suo frutto in alto e le sue radici in basso (Amos 2:9).
Nel libro di Giobbe, parlando dell'empio si dice:
- In basso si inaridiscono le sue radici, in alto sono tagliati i suoi rami (Giobbe 18:16)
Abbiamo perso la capacità di porre l'attenzione sulle radici della società, sia quella civile, sia quella cristiana.
• Le radici della società civile
Il mondo è cambiato. Si è udito uno schianto. Forse molti non se ne sono accorti. Un impero mondiale è caduto. Si possono dare diversi motivi (tratti dai giornali), ma qual è la nostra visione cristiana? Dov'erano le radici? Credo proprio che, come cristiani, possiamo applicare le parole del Salmo 2:
- Perché questo tumulto fra le nazioni,
e perché i popoli meditano cose vane?
- I re della terra si ritrovano
e i prìncipi si consigliano insieme
contro l'Eterno e contro il suo Unto, dicendo:
- 'Spezziamo i loro legami
e gettiamo via da noi le loro funi'.
- Colui che siede nei cieli ne riderà;
il Signore si befferà di loro.
- Allora parlerà loro nella sua ira,
e nel suo furore li renderà smarriti:
E anche:
- «È caduta, è caduta Babilonia la grande! È diventata ricettacolo di demòni, covo di ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello impuro e abominevole” (Apocalisse 18:2.)
Quanto più un sistema politico propone una salvezza universale contro il Dio che si è rivelato, tanto più è di breve durata. La menzogna più è pura, più è instabile: poggia su un terreno che non tiene. Esempi: nazismo e marxismo.
La democrazia. E' vero: il nostro sistema non è ateo, non è anticristiano, ma rileggiamo Isaia 5:24:
- …hanno rigettato la legge dell'Eterno, hanno disprezzato la parola del Santo d'Israele.
E' quello che sta accadendo nella nostra società: la legge morale di Dio è sistematicamente disprezzata.
2 TIMOTEO 3
- Ora sappi questo, che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili,
- perché gli uomini saranno amanti di sé, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
- senza affetto naturale, inaffidabili, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
- traditori, avventati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio
.
Nei regimi comunisti non si concedeva a Dio il diritto di esistenza, da noi non si concede a Dio il diritto di parola. Ci va bene che Dio esista, purché non pretenda di avere qualcosa da dirci. Si dirà che in tutti i tempi gli uomini sono stati malvagi, ma "l'iniquità sarà moltiplicata". E' fallito il tentativo di conquista del cielo con la scala della "verità" (la scienza, la religione è l'oppio dei popoli); si tenta allora di conquistarlo con la scala della "libertà”. Una parola oggi molto positiva: libertà. E una negativa: moralismo. Libertà di pensiero, di parola, di stampa, di religione, di ricerca, di espressione; ma anche: di droga, di sesso, di divorzio, di pubblicare e leggere qualsiasi sporcizia, di esprimere la propria arte come si vuole…:” Rompiamo i loro legami..." (Salmo 2). La mentalità evoluzionistica è penetrata profondamente in noi: Tutto si evolve. Relativizzazione in tutti i campi: estetica (bello-brutto), etica (bene-male), dogmatica (vero-falso). Sulla base di una mentalità economicistica (capitalistica o marxistica) abbiamo sottovalutato il personale, e precisamente il corpo. Ma il corpo è legato alla persona, che è l'immagine di Dio. La concupiscenza sessuale ha in sé stessa una carica di violenza distruttrice. Eros e morte: dalla pornografia ai fumetti dell'orrore, per... amore del denaro. La strada è oggi aperta per il demoniaco. All'Est è crollato un sistema di governo, qui sta marcendo una società. Lì c'erano dei governanti corrotti, qui la corruzione dilaga tra le persone a tutti i livelli. "La loro radice sarà come marciume" (Isaia 5): e ogni tanto si aprono squarci paurosi.
Se le cose dovessero cambiare sul piano politico, se lo spazio per godere delle cosiddette "libertà" dovesse cominciare a diminuire, questo marciume potrebbe venire alla luce in modo terrificante. I "frutti" ancora non si vedono tutti.
Il paganesimo postcristiano sarà molto più distruttivo di quello precristiano, perché ha disprezzato la parola dell'Eterno. La natura di questa società laica neopagana neutralizza spesso la predicazione del vangelo e attenta fortemente la fedeltà dei cristiani: i "tre amori" (amore di sé, amore del denaro, amore del piacere) attirano molto anche i credenti, e la società laica si è fatta aggressiva, perfino “missionaria".
Chi è schiavo cerca inconsapevolmente di coinvolgere gli altri nella schiavitù.
Noi cristiani dobbiamo fare il contrario: vivere nella libertà di Dio per poter amare gli altri e attirarli con catene d'amore. Come cristiani evangelici, oggi dobbiamo combattere su due fronti: la società laica e la società ecclesiastica.
• nella società laica la verità è negata
• nella società ecclesiastica la verità è strumentalizzata. Le nazioni, che sono società umane, dovranno conoscere il giudizio di Dio. Ciò che è accaduto al nazismo prima e poi al marxismo non ci deve inorgoglire: è solo una questione di tempo. Forse tra qualche tempo verrà il turno della società laica democratica. Come ultima verrà forse la società cristiana ecclesiastica. "La chiesa cattolica vince", ha detto qualcuno. Forse sarà così, ma solo fino a un momento prima del giudizio finale. Poi ci sarà lo schianto:
- Caduta, caduta è Babilonia la grande... Dio ha giudicato la grande meretrice che corrompeva la terra con la sua fornicazione...
(Apocalisse 18:2).
Chi vince, anzi chi ha già vinto, è soltanto Gesù Cristo, la Parola di Dio, il Risorto dai morti. Con Lui vince anche chi siederà alle nozze dell'Agnello, cioè tutti coloro che hanno creduto e sperato in Lui.
• Le radici della società cristiana
Dove sono le radici della chiesa? Nella Parola di Dio annunciata e creduta.
MARCO 4
- Udite: Ecco, il seminatore uscì a seminare.
- Ed avvenne che mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono.
- Ed un'altra cadde in un
suolo roccioso ove non avea molta terra; e subito spuntò, perché non avea terreno profondo; - ma quando il sole si levò, fu riarsa; e perché
non avea radice, si seccò. - Ed un'altra cadde fra
le spine; e le spine crebbero e l'affogarono e non fece frutto. - Ed altre parti caddero nella
buona terra; e portarono frutto che venne su e crebbe, e giunsero a dare qual trenta, qual sessanta e qual cento. - Poi disse: Chi ha orecchi da udire oda.
- Quand'egli fu in disparte, quelli che gli stavano intorno coi dodici, lo interrogarono sulle parabole.
- Ed egli disse loro: A voi è dato di conoscere il mistero del regno di Dio; ma a quelli che son di fuori, tutto è presentato per via di parabole, affinché:
- vedendo, vedano sì, ma non discernano; udendo, odano sì, ma non intendano; che talora non si convertano, e i peccati non siano loro rimessi.
- Poi disse loro: Non intendete voi questa parabola? E come intenderete voi tutte le parabole?
- Il seminatore semina la Parola.
- Quelli che sono lungo la strada, sono coloro nei quali è seminata la Parola; e quando l'hanno udita,
subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. - E parimente quelli che ricevono la semenza in luoghi rocciosi sono coloro che, quando hanno udito la Parola, la ricevono
subito con allegrezza; - e non hanno in sé radice ma son di corta durata; e poi, quando venga tribolazione o persecuzione a cagion della Parola, son
subito scandalizzati. - E altri sono quelli che ricevono la semenza fra le spine; cioè coloro che hanno udita la Parola;
- poi le cure mondane e l'inganno delle ricchezze e le cupidigie delle altre cose, penetrati in loro, affogano la Parola, e così riesce infruttuosa.
- Quelli poi che hanno ricevuto il seme in buona terra, sono coloro che odono la Parola e l'accolgono e fruttano qual trenta, qual sessanta e qual cento
.
Anche qui si parla di radici e di frutto. Linguaggio contadino. Quattro volte "subito". Il terreno roccioso è oggi molto diffuso. La durezza dell'animo oggi si chiama superficialità. Si vuole tutto e subito, senza fatiche e senza tempi di attesa. L'annuncio del vangelo è presentato come offerta di felicità, di "piacere" o, quanto meno, di lenimento del dolore: "Prova con Gesù". Anche i predicatori del vangelo sono spesso superficiali: vogliono subito dei frutti e si accontentano di poco. E così i dintorni delle chiese sono pieni di relitti spirituali. Il seme che cade tra le spine magari attecchisce, ma è soffocato. Risultato: non porta frutto. Qualcuno potrebbe dire: "pazienza, però sotto le spine la pianta c'è" (ci si accontenta superficialmente). L'unico terreno di cui si parla in positivo è quello che porta frutto.
Non possiamo adattarci all'idea di vedere vite cristiane senza frutto. Anzitutto, senza il frutto dello Spirito (Galati 5:22) Quando manca il frutto, bisogna porsi il problema delle radici. Questo discorso vale anche per la chiesa.
Tutta l'attenzione è posta sui frutti che si vedono: le conversioni. Ma se la Parola di Dio non attecchisce in profondità; se i frutti dello Spirito non si vedono; se i doni dello Spirito non vengono esercitati con fedeltà e umiltà, è illusorio pensare che la pianta resista ai tempi difficili.
In una società le cui radici affondano sempre più profondamente nel male, ci deve essere una società cristiana che affonda le sue radici sempre più profondamente nel bene della
Parola di Dio.
Che cosa significa?
2 TIMOTEO 3- Ma tu
persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate, - e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
- Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad
insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, - affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.
"Ispirata da Dio". Molti si fermano qui: grandi discorsi apologetici sull'ispirazione della Bibbia.
"Utile ad insegnare". Altri si fermano qui: molte buone esortazioni generali tratte dalla Scrittura.
"... a riprendere, correggere, educare alla giustizia": questa è un’opera che può avvenire soltanto nella concretezza della vita vissuta.
"... affinché... l'uomo di Dio sia compiuto" , cioè non incompleto, rimasto a metà strada, immaturo, ma "pienamente fornito per ogni opera buona". L’esortazione conclusiva dunque non è molto originale: si torni alla Bibbia. Ma si torni sul serio. Per acquistare una mentalità biblica che coinvolga intelletto e volontà. Intelletto: con che cosa occupiamo la nostra mente? che cosa leggiamo? che cosa studiamo? dove affondano le radici dei nostri pensieri? Volontà: da quali valori dipendono le nostre scelte pratiche? quali sono i principi che regolano la nostra condotta? in quale suolo affondano le radici delle nostre azioni? Occorre una grande determinazione ("il regno di Dio è dei violenti...").
La Parola di Dio accolta nel cuore "metterà radici in basso e porterà frutto in alto".
Lasciamo allora che la Parola di Dio metta radici profonde in noi, e al momento giusto si vedranno i frutti.
SALMO 1
- Beato l'uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi,
che non si ferma nella via dei peccatori;
né si siede sul banco degli schernitori;
- ma il cui diletto è nella legge dell'Eterno,
e su quella legge medita giorno e notte.
- Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d'acqua,
il quale dà il suo frutto nella sua stagione,
e la cui fronda non appassisce;
e tutto quello che fa, prospererà.
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NOTA AGGIUNTIVA
È scritto negli appunti:
«Se le cose dovessero cambiare sul piano politico, se lo spazio per godere delle cosiddette "libertà" dovesse cominciare a diminuire, questo marciume potrebbe venire alla luce in modo terrificante. I "frutti" ancora non si vedono tutti.»
I frutti hanno cominciato a vedersi in modo lampante allo scoppio del covid 19: orgogliosi cittadini del mondo libero compressi in casa per “superiori motivi sanitari” e marciume umano politico e sociale traboccante da tutte le parti. Presto si potrebbero aggiungere altre compressioni di libertà per “superiori motivi bellici”, e allora altro marciume emergerà dalla radice. Sta finendo un’epoca, e potrebbe aprirsene un’altra molto, molto diversa dalle precedenti. Non è detto che si chiederà di ammainare subito la bandiera della libertà, anzi, nella profezia che l’angelo trasmette all’apostolo Giovanni nell’Apocalisse (cap. 21) sembrano esserci parole diverse: “Chi è ingiusto sia ingiusto ancora; chi è contaminato si contamini ancora; e chi è giusto pratichi ancora la giustizia e chi è santo si santifichi ancora”. Sembra un inno alla libertà. Certo, più avanti si dice anche: “Beati quelli che lavano le loro vesti per avere diritto all'albero della vita e per entrare per le porte nella città! Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna”. La libertà continuerà ad essere riconosciuta come diritto, ma non il luogo dove poterla esercitare.
(Notizie su Israele, 12 aprile 2026)
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Il sentimento diffuso in Europa, dal fiume al mare sarebbe un gran sollievo per tutti
Se Israele si togliesse di mezzo
di Stefano Parisi
A leggere le analisi pubblicate in questi giorni dai principali quotidiani italiani e diffuse sui vari social si ha la netta sensazione che l’auspicio generale sia la resa di Trump, la fine della guerra e il ritorno allo status quo ante.
Emerge una malcelata voglia di vedere Trump costretto a uscire sconfitto da questo conflitto, il desiderio di eliminare il rischio di recessione economica conseguente a una possibile crisi energetica e di riportare la situazione in Medio Oriente all’«equilibrio» precedente l’attacco iniziato il 28 febbraio.
Insomma, Trump ha sbagliato a fare questa guerra, è stato manipolato da Netanyahu e ha bombardato in Iran senza aver calcolato la capacità di resistenza del regime di Teheran. Il prolungarsi del conflitto, il sempre maggiore malumore nella sua base sociale e le sirene che lo attraggono con ricche opportunità di business lo hanno portato a cedere e ad avviare un negoziato che ha come obiettivo la riapertura, in qualche modo, del canale di Hormuz per garantire la ripresa del traffico di petrolio e gas.
Lo scenario agognato per certi commentatori e per i pacifisti moralmente superiori, quelli che dicono che nessun interesse può valere la vita e la sofferenza dei più deboli, è la resa di Trump, la fine del conflitto e la sopravvivenza del regime degli ayatollah.
D’altro canto, sono gli stessi giornali, commentatori e pacifisti che non hanno dedicato neppure una riga ai 35.000 iraniani trucidati dal regime in 48 ore e che invece accusano di genocidio Israele dal 7 ottobre 2023.
È molto probabile che il loro desiderio, nascosto nel sottotesto delle loro analisi e delle loro dichiarazioni, si realizzi. È certo che ad Islamabad si negozierà sulla base del decalogo delle richieste del regime, che si discuterà se e come congelare la minaccia nucleare e se e come riaprire Hormuz. È probabile che, se il cessate il fuoco si tradurrà in una duratura fine del conflitto, il risultato per Trump sarà molto povero: dopo le roboanti minacce di distruggere il regime e l’invito agli iraniani di scendere in piazza perché sarebbe arrivato lui a difenderli, un accordo ambiguo sulla minaccia nucleare e sul petrolio sarebbe una netta sconfitta politica, dopo un incredibile pareggio militare.
Ma tutti in Europa sarebbero soddisfatti: Trump umiliato e ridimensionato, e il prezzo della benzina sceso.
A seguire queste analisi, queste dichiarazioni, le condanne e le minacce a Israele (che non sono mai state rivolte a chi lancia i missili contro Israele, a chi trucida cristiani in Africa, a chi assalta le sinagoghe in Europa, a chi massacra i poveri iraniani) si ha ormai la netta sensazione che l’esistenza di Israele non interessi più a nessuno; anzi, ormai è diffuso nel retropensiero di analisti e leader europei che, se Israele si togliesse di mezzo, sarebbe un gran sollievo per tutti. «La guerra finisce solo se e quando Gerusalemme smette di farla», scrive Stefano Stefanini sulla Stampa del 10 aprile.
Conosciamo il radicato e violento antisemitismo sviluppato in Europa e negli USA dopo il 7 ottobre, conosciamo l’odio verso Israele che da vittima è diventato carnefice, abbiamo sentito gli slogan che celano l’antisemitismo dietro il drastico e sbandierato antisionismo (ovvero il sopruso di Israele ad occupare la Palestina) e conosciamo come tutto questo fiume di odio abbia avuto ampio consenso politico e culturale e come, nella migliore delle ipotesi, sia stato oggetto di timidi e anche contestati rimproveri. Conosciamo il diffuso odio antiamericano, che nasce negli anni ’60 con la medesima intensità nella sinistra comunista e nella destra nostalgica del fascismo.
E allora c’è poco da meravigliarsi se oggi sia diffuso nelle nostre élite l’auspicio che Israele sia sconfitto e che prevalga l’ostinato, sanguinario, indomito rifiuto arabo.
(Setteottobre, 11 aprile 2026)
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È così. “Die Juden sind unser Unglück" (Gli ebrei sono la nostra rovina). Il noto slogan coniato dallo storico e politico tedesco Heinrich von Treitschke nell’Ottocento in riferimento alla Germania sta avviandosi ad essere applicato in riferimento a tutto il mondo. È la forma geopolitica in cui sta delineandosi oggi “la questione ebraica”. Se si vuole la pace nel mondo, bisogna far sparire Israele. Semplice, no? Ma Israele non collabora, ed ecco che sorge il problema. All’autore dell’articolo si può fare soltanto un appunto: non si mettano insieme antisionismo e antiamericanismo. Sono due cose radicalmente diverse, cioè provenienti da diverse radici, anche se in certi momenti corrono appaiate. Confonderle è un grave errore. M.C.
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Prova del nove per il Libano. Bluffa sul disarmo di Hezbollah?
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - La situazione tra Israele e il Libano è più complessa di un cruciverba senza schema. Dopo un indubbio successo politico-diplomatico dell’Iran, dovuto all’indecifrabilità dell’Amministrazione americana guidata dal presidente Trump, l’aspetto cruciale adesso, ed è ciò che ha fatto un po’ abbassare la cresta al rinvigorito regime, è il cessate il fuoco in Libano che l’Iran pretende debba far parte della tregua, ma che oggettivamente è una pretesa che non sta né in cielo né in terra.
Da questo punto di vista, l’Iran è in difficoltà, perché minaccia di riprendere la guerra, ma in realtà non lo fa, poiché ciò porterebbe alla sua probabile fine e, per ritorsione, per ora non ha riaperto lo Stretto di Hormuz, come invece era stato ventilato come parte integrante della strategia. In modo non voluto e non cercato, la situazione politica si è così parzialmente riequilibrata. La milizia terrorista Hezbollah, frustrata per non essere stata inserita nel cessate il fuoco e per la devastante operazione israeliana di tre giorni fa che ha decapitato i vertici dell’organizzazione (incluso Ali Yusuf Harshi, nipote e braccio destro del segretario generale Naim Qassem), ha reagito: questa divergenza strumentale su chi sia o meno coinvolto nel cessate il fuoco ha portato, nei giorni scorsi, a un allargamento delle operazioni missilistiche di Hezbollah, arrivate fino al sud e, nella notte, a Tel Aviv, con l’ennesima conferma che Hezbollah è ormai rifornito dall’Iran anche di missili a media gittata, forse anche balistici.
Come si può capire, le trattative sulla guerra con l’Iran partono malissimo, ancor prima di iniziare sabato a Islamabad, in Pakistan. Da segnalare la dichiarazione allucinante contro Israele del ministro della Difesa pakistano, Paese che ha ufficialmente presentato la proposta di mediazione tra Usa e Iran e che dovrebbe essere super partes proprio per l’incarico che si è assunto. Si rimane basiti, oltre che dall’ossessivo e compulsivo anti-israelianismo della Spagna di Sánchez, soprattutto dalle parole dei leader inglese e francese, Starmer e Macron, i quali invitano Israele a fermare i bombardamenti sul Libano e a considerare Hezbollah parte integrante del cessate il fuoco, addossando di fatto la responsabilità della guerra a Israele e non invece agli attacchi missilistici di Hezbollah, che vanno avanti dall’8 ottobre 2023, mentre Israele si è limitata a difendersi, e alla incapacità del governo libanese di disarmare la milizia sciita. E poi, se si ammette che Hezbollah è parte integrante delle azioni dell’Iran, si ammette anche che i suoi proxy sono la longa manus del regime, che destabilizza tutto l’Occidente, verso il quale però molti Paesi mantengono un atteggiamento incredibilmente comprensivo e assolutamente non collaborativo con gli Usa. Da qui la volontà di Trump di uscire dalla Nato, perché la Nato è l’America, mentre gli altri, a cominciare da Francia e Regno Unito, non solo non incidono, ma anzi vanno contro il suo principale alleato.
Contemporaneamente a questi eventi, il presidente Trump ha chiesto una sorta di alleggerimento degli attacchi israeliani, quasi come un favore per non complicare le trattative con l’Iran. In questa dialettica si è inserita la richiesta del primo ministro libanese Nawaf Salam di avviare trattative dirette con Israele per arrivare a un accordo di pace con lo Stato ebraico, o almeno a un accordo di sicurezza, impegnandosi a un disarmo graduale di Hezbollah, a patto che Israele fermi le operazioni in Libano con un cessate il fuoco. Questo potrebbe essere un compromesso che toglierebbe le castagne dal fuoco a Netanyahu, che porterebbe a casa una tregua che non vuole, ma in cambio di un negoziato di pace o di un accordo di sicurezza. Quello che ci si chiede è come il debole governo e il debole esercito regolare libanese possano essere in grado di disarmare Hezbollah e di far rispettare la risoluzione Onu che prevede il loro arretramento a nord del fiume Litani. Non c’è mai riuscito finora e non si capisce perché dovrebbe riuscirci adesso, se si pensa che non riesce neppure a eseguire l’ordine di espulsione dell’ambasciatore iraniano in Libano. O forse è la volta buona che le forze Unifil, schierate dal 2006 nel sud del Libano, riescano finalmente a fare qualcosa di utile?
(Il Riformista, 11 aprile 2026)
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Israele al Libano: volete la pace? Disarmate Hezbollah
Netanyahu annuncia che presto inizieranno i negoziati diretti con il Libano – allo stesso tempo, Israele chiarisce che la tregua con l’Iran non protegge Hezbollah da ulteriori attacchi.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Israele si prepara ad avviare colloqui diretti con il Libano – con un obiettivo chiaramente al centro: il disarmo di Hezbollah.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato giovedì che Gerusalemme intende avviare quanto prima negoziati diretti con i rappresentanti libanesi. Ha presentato questa mossa come una risposta alle ripetute richieste provenienti da Beirut e come parte di un tentativo più ampio di cambiare radicalmente la situazione di sicurezza sul fronte settentrionale di Israele.
«Alla luce delle ripetute richieste del Libano di avviare negoziati diretti con Israele, nella riunione di gabinetto di ieri ho dato istruzioni di avviare quanto prima colloqui diretti con il Libano», ha affermato Netanyahu in una dichiarazione.
Ha aggiunto: «I negoziati si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e il Libano. Israele accoglie con favore l’appello lanciato oggi dal primo ministro libanese per la smilitarizzazione di Beirut».
L'annuncio arriva in una fase di intensificata pressione israeliana su Hezbollah. Nei giorni scorsi, rappresentanti israeliani e americani hanno chiarito che la tregua con l'Iran non si applica alle operazioni militari israeliane contro Hezbollah in Libano. In altre parole: una possibile tregua su un fronte non si estende automaticamente al proxy libanese di Teheran.
Hezbollah è entrato nell’attuale guerra il 2 marzo, lanciando razzi e droni suicidi contro Israele – in seguito all’uccisione mirata della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei nella fase iniziale dell’operazione “Leone Ruggente”, denominata dalla parte americana “Epic Fury”. Israele ha reagito intensificando i propri attacchi contro il gruppo, sottolineandone la violazione del cessate il fuoco del 27 novembre 2024 mediato dagli Stati Uniti. Da allora, Gerusalemme ha ampliato la propria offensiva aerea e ha fatto avanzare le truppe di terra più in profondità in alcune zone del Libano meridionale per impedire attacchi transfrontalieri.
Mercoledì, secondo quanto riferito dall’Aeronautica militare israeliana, è stata condotta la più grande ondata di attacchi coordinati contro obiettivi di Hezbollah dall’inizio dell’attuale campagna. Sono stati colpiti centri di comando, quartier generali e infrastrutture militari a Beirut, nella Valle della Bekaa e nel Libano meridionale.
Netanyahu, riferendosi alla portata dell’operazione, ha dichiarato che Hezbollah ha subito «il colpo più duro dai tempi dei cercapersone» – un riferimento agli attacchi del 17 e 18 settembre 2024 in Libano, in cui sono rimasti feriti migliaia di combattenti di Hezbollah.
«Abbiamo attaccato 100 obiettivi in dieci minuti – in luoghi che Hezbollah riteneva immuni», ha affermato.
Il Ministero degli Esteri israeliano ha ricordato alla leadership libanese perché il loro Paese continua a essere attaccato, nonostante il governo del presidente Donald Trump stia contemporaneamente portando avanti colloqui di pace con i sostenitori di Hezbollah a Teheran.
«Il presidente e il primo ministro del Libano non provano alcuna vergogna nell’attaccare Israele per aver fatto ciò che loro stessi avrebbero dovuto fare», si legge in un post del ministero su X. «Dopo migliaia di attacchi contro Israele dal loro territorio, non si scusano – al contrario, avanzano richieste. Non hanno disarmato Hezbollah. Non hanno impedito loro di sparare su Israele e non lo fanno nemmeno oggi. Hanno mentito quando hanno affermato di aver smilitarizzato l’area fino al Litani».
La risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 2006 obbligava il Libano a rimuovere le forze armate di Hezbollah dall’area compresa tra il confine israeliano e il fiume Litani. Ciò non è avvenuto.
Anche il cessate il fuoco del novembre 2024 obbligava nuovamente il Libano a rimuovere Hezbollah dal sud del Paese e a disarmare la milizia terroristica operante sul suo territorio. Anche questo non è avvenuto – nonostante affermazioni contrarie.
Il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato di non avere più fiducia nella volontà o nella capacità del Libano di destituire Hezbollah ed esercitare una vera sovranità sul proprio territorio nazionale. Pertanto, Israele deve agire autonomamente.
Il messaggio da Gerusalemme è sempre più chiaro: il Libano si trova di fronte a una decisione. Può continuare a permettere che Hezbollah operi sul suo territorio come esercito proxy del terrorismo iraniano – oppure può orientarsi verso un ordine fondamentalmente diverso. Israele segnala di essere pronto a perseguire entrambe le vie contemporaneamente: la diplomazia con Beirut e la pressione militare su Hezbollah.
In Israele regna un cauto ottimismo – e solo un flebile barlume di speranza che questa volta il Libano faccia la cosa giusta.
(Israel Heute, 10 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il governo israeliano critica il ministro della Difesa pakistano
GERUSALEMME – Il governo israeliano ha condannato la definizione dello Stato ebraico come «tumore maligno» e «maledizione per l’umanità» da parte del ministro della Difesa pakistano Chajawa Asif (Lega Musulmana). Si tratta di insulti antisemiti, ha dichiarato giovedì il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar (Nuova Speranza).
Questa definizione significa in definitiva la richiesta di annientamento di Israele, ha proseguito Sa’ar, aggiungendo in riferimento alla milizia terroristica Hezbollah: «Israele si difenderà dai terroristi che invocano la sua distruzione». Anche l’ufficio del governo israeliano ha criticato la dichiarazione di Asif: «Non è una presa di posizione che un governo possa tollerare, specialmente se proviene da qualcuno che si presenta come mediatore di pace neutrale».
Nel post su X, nel frattempo cancellato, Asif aveva inoltre accusato Israele di perpetrare un genocidio in Libano. Il 76enne ha sottolineato: «Spero e prego che le persone che hanno creato questo Stato canceroso in terra palestinese per sbarazzarsi degli ebrei europei brucino all’inferno.»
• Giorno di lutto dopo violenti attacchi
Mercoledì Israele aveva suscitato critiche internazionali con un violento attacco a Beirut. Il Ministero della Salute libanese ha parlato recentemente di oltre 300 vittime. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz (Likud) ha dichiarato che più di 200 delle vittime erano membri di Hezbollah.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam (senza partito) ha reagito giovedì proclamando una giornata di lutto «per i martiri e i feriti degli attacchi israeliani». Sta facendo tutto il possibile attraverso i canali diplomatici «per fermare la macchina di morte israeliana».
• Netanyahu spinge per negoziati con il Libano
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) ha dichiarato giovedì di aver incaricato i suoi collaboratori di avviare quanto prima negoziati diretti con il governo libanese. L'obiettivo è l'instaurazione di relazioni pacifiche e il disarmo di Hezbollah.
La mossa segue «ripetute richieste del Libano», ha aggiunto Netanyahu. A coordinare i colloqui sarà l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Jechiel Leitner, insieme all’ambasciatore americano in Libano, Michel Issa. Dovrebbero iniziare la prossima settimana presso il Dipartimento di Stato americano.
• Esercito: Hezbollah è isolato
L'esercito israeliano ha invece dichiarato di proseguire gli intensi combattimenti contro Hezbollah. L'obiettivo è quello di eliminare la minaccia diretta per gli israeliani nel nord del Paese.
Il capo dell'esercito Eyal Samir si è recato giovedì nel sud del Libano per farsi un'idea della situazione. Ha dichiarato che Hezbollah è isolato all'interno del Libano e separato dalla sua “vena strategica”, l'Iran. «Il governo libanese comprende come mai prima d’ora quale enorme problema rappresenti la presenza di un’organizzazione terroristica radicale e fanatica sul proprio territorio.»
Venerdì mattina Hezbollah ha continuato i suoi bombardamenti su Israele. La milizia terroristica ha lanciato un razzo contro la città costiera di Ashdod, che Israele è riuscito a intercettare. Nell’area metropolitana di Tel Aviv è stato dato l’allarme per possibili danni causati da detriti.
L’esercito aveva già avvertito in precedenza che Hezbollah avrebbe potuto lanciare missili oltre il nord di Israele. Le forze armate hanno inoltre bombardato una decina di postazioni missilistiche destinate a colpire il nord di Israele. Nel pomeriggio Israele ha intercettato una raffica di cinque missili che Hezbollah aveva lanciato su Karmiel.
• Preparativi per i negoziati
Nel frattempo, il Pakistan si prepara ai prossimi negoziati tra l'Iran e gli Stati Uniti. Secondo quanto riportato dai media, venerdì la capitale Islamabad è insolitamente tranquilla a causa di blocchi stradali su vasta scala. L'amministrazione comunale ha inoltre proclamato due giorni di riposo per ridurre il volume di traffico.
La delegazione iraniana è già arrivata. È guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Bagher Ghalibaf. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance (repubblicano) intende partire nel corso della giornata di venerdì, accompagnato dall’inviato speciale del governo statunitense Steve Witkoff e da Jared Kushner, consigliere del governo e genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump (repubblicano). (df)
(Israelnetz, 10 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Un cinema di Francoforte rinuncia a partecipare al festival del cinema ebraico
La comunità ebraica della città ha reso noto che l’Astor Film Lounge non parteciperà all’edizione 2026 delle Jewish Film Days, rassegna biennale dedicata al cinema e alla cultura ebraica, motivando la scelta con la riluttanza di parte del personale a lavorare durante l’evento e con le esigenze di sicurezza. Un segnale “inequivocabile” di esclusione della vita ebraica, per la comunità, che denuncia il rischio di una resa alle pressioni antisemite.
di Nina Prenda
La rinuncia di un noto cinema di Francoforte a ospitare un festival cinematografico ebraico ha acceso un acceso dibattito in Germania, tra accuse di antisemitismo e rivendicazioni di natura puramente economica.
La scorsa settimana, la comunità ebraica della città ha reso noto che l’Astor Film Lounge non parteciperà all’edizione 2026 delle Jewish Film Days, rassegna biennale dedicata al cinema e alla cultura ebraica. Secondo quanto riferito, la direzione del cinema avrebbe motivato la scelta con la riluttanza di parte del personale a lavorare durante l’evento e con le esigenze di sicurezza legate alla sua organizzazione.
Una posizione che la comunità ebraica ha duramente contestato. In una nota ufficiale, ha parlato di un segnale “inequivocabile” di esclusione della vita ebraica, denunciando il rischio di una resa alle pressioni antisemite. “Se la presenza ebraica viene limitata per timore di reazioni ostili, si tratta di una capitolazione”, si legge nel comunicato, che definisce inoltre “scandaloso” l’uso delle esigenze di sicurezza come motivo per cancellare eventi culturali.
“La decisione significa inequivocabilmente che la vita ebraica, il popolo ebraico e una presenza mediatica ebraica non sono più i benvenuti all’Astor Film Lounge”, ha detto la comunità in una dichiarazione. “Questa linea di ragionamento non è solo deludente, ma invia un segnale sociale devastante: se la vita e la presenza ebraica vengono soppresse per paura di potenziali reazioni, allora questo equivale effettivamente a una capitolazione alla pressione antisemita”, ha continuato la dichiarazione. “Il fatto che la vita ebraica possa svolgersi solo sotto la protezione della polizia è già vergognoso. Che questa necessità di protezione della polizia venga ora usata come pretesto per prevenire completamente gli eventi ebraici è uno scandalo”.
Di tutt’altro tenore la replica dell’amministratore delegato del circuito, Tom Flebbe, che respinge le accuse e riconduce la decisione a valutazioni di sostenibilità economica. In un’intervista a un quotidiano locale, Flebbe ha spiegato che le proiezioni dello scorso anno avevano registrato una partecipazione limitata, con appena 40-50 spettatori per evento, rendendo difficile giustificare nuovi investimenti.
Il manager ha inoltre precisato che eventuali riferimenti a problemi di sicurezza sarebbero frutto di dichiarazioni “imprecise e non autorizzate” da parte di un responsabile di livello inferiore. “La redditività è un criterio legittimo per qualsiasi decisione aziendale”, ha sottolineato, ribadendo che la struttura continuerà a collaborare con la comunità ebraica su altri progetti. “La vita ebraica è parte integrante e benvenuta della nostra società”, ha aggiunto, escludendo qualsiasi intento discriminatorio.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di crescenti tensioni nel mondo culturale internazionale. Negli ultimi mesi, diversi festival cinematografici sono stati teatro di polemiche legate al conflitto israelo-palestinese e al tema dell’antisemitismo. In Germania, la Berlinale è stata scossa da controversie interne, mentre in Canada un festival di Toronto ha suscitato reazioni contrastanti per la gestione di un documentario sull’attacco del 7 ottobre 2023. In Svezia, infine, un festival ebraico è stato cancellato per la mancanza di sale disponibili a ospitarlo.
Nonostante le spiegazioni fornite dalla direzione dell’Astor Film Lounge, le critiche non si sono placate. L’Iniziativa per i valori ebraico-tedeschi, think tank apartitico con sede a Berlino, ha definito la motivazione economica “un mero pretesto”. In una lettera aperta, l’organizzazione sostiene che la comunità ebraica fosse pronta a garantire un introito minimo per l’evento, accusando il cinema di aver ceduto a “pressioni e minacce antisemite” e di aver, di fatto, contribuito a restringere lo spazio pubblico per la presenza ebraica.
(Bet Magazine Mosaico, 10 aprile 2026)
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Nei luoghi sacri di Gerusalemme cerimonie limitate per Pesach e Pasqua
Al Kotel, uno dei simboli più importanti dell’ebraismo, appena cinquanta persone hanno potuto assistere alla tradizionale benedizione sacerdotale, la Birkat Kohanim. La cerimonia, solitamente celebrata nella grande piazza antistante e capace di richiamare decine di migliaia di partecipanti, è stata trasferita in uno spazio coperto e trasmessa in diretta per consentire la partecipazione a distanza. Mentre presso la Chiesa del Santo Sepolcro, luogo simbolo della cristianità, le funzioni pasquali si sono svolte senza la presenza dei pellegrini.
di Nina Prenda
Gerusalemme ha celebrato Pesach e Pasqua in tono ridotto, segnata dalle restrizioni imposte dal contesto bellico. Nella Città Vecchia, le principali funzioni religiose si sono svolte con una partecipazione fortemente limitata, lontana dalle immagini consuete di migliaia di fedeli e pellegrini riuniti nei luoghi santi.
Al Kotel (Muro del Pianto), uno dei simboli più importanti dell’ebraismo, appena cinquanta persone hanno potuto assistere alla tradizionale benedizione sacerdotale, la Birkat Kohanim. La cerimonia, solitamente celebrata nella grande piazza antistante e capace di richiamare decine di migliaia di partecipanti, è stata trasferita in uno spazio coperto e trasmessa in diretta per consentire la partecipazione a distanza.
Tra i presenti, il sindaco Moshe Lion e i rabbini capo Kalman Ber e David Yosef. Proprio Yosef, al termine della funzione, ha rilanciato le critiche contro la Corte Suprema di Israele, accusata di aver tutelato il diritto di protesta consentendo manifestazioni con centinaia di partecipanti, mentre le preghiere restano soggette a rigide limitazioni.
Le tensioni si inseriscono in un più ampio scontro tra autorità religiose e istituzioni civili. Nei giorni precedenti, diversi leader spirituali avevano fatto ricorso alla magistratura chiedendo un allentamento delle restrizioni imposte dal Comando del Fronte Interno di Tzahal, responsabile delle misure di sicurezza durante i lanci di missili iraniani. La richiesta è stata rafforzata da una decisione giudiziaria che ha autorizzato una manifestazione antigovernativa a Tel Aviv con circa 600 partecipanti.
Duro anche l’intervento del rabbino Shmuel Rabinowitz, guida della fondazione che gestisce il sito, secondo cui è “difficile comprendere” perché il diritto di protestare debba prevalere su quello di pregare. “Il Kotel è il cuore pulsante del popolo ebraico”, ha dichiarato, chiedendo una revisione immediata delle disposizioni.
Restrizioni analoghe hanno interessato anche le celebrazioni cristiane. Presso la Chiesa del Santo Sepolcro, luogo simbolo della cristianità, le funzioni pasquali si sono svolte senza la presenza dei pellegrini. La settimana precedente, in occasione della Domenica delle Palme, il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa e il custode di Terra Santa Francesco Ielpo erano stati temporaneamente bloccati dalla polizia all’ingresso della basilica, suscitando reazioni critiche a livello internazionale.
A seguito delle proteste, è stato raggiunto un accordo che ha consentito lo svolgimento delle celebrazioni della Settimana Santa, pur mantenendo le limitazioni per il pubblico.
Intervenendo sulla vicenda, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto le accuse di discriminazione, ribadendo l’impegno di Israele a garantire la libertà di culto anche in tempo di guerra. In un messaggio rivolto ai cristiani, ha sottolineato come, a suo dire, Israele resti “l’unico Paese della regione” in cui le comunità cristiane possano vivere e praticare la propria fede in sicurezza.
Netanyahu ha augurato “una Pasqua benedetta e gioiosa” ai cristiani in Israele e all’estero, sottolineando che l’impegno di Israele per la libertà di culto è “incrollabile”.
“I cristiani sono perseguitati in tutto il Medio Oriente, in Siria, Libano, Nigeria, Turchia e oltre”, ha scritto su X. “Ma nella nostra regione, solo Israele protegge la nostra comunità cristiana, che sta crescendo e prosperando”.
(Bet Magazine Mosaico, 10 aprile 2026)
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Le “due settimane di tregua” di Trump: diplomazia che rinvia invece di decidere
Una tregua annunciata come soluzione ma concepita come pausa tattica: tra retorica politica, divergenze tra alleati e regia indiretta di nuovi attori, la diplomazia contemporanea sembra sempre più incapace di produrre stabilità durature.
di Donatello D’Andrea
Nella guerra che sta ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente, la parola diplomatica sembra aver perso gran parte del suo peso. L’annuncio di una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediata dal Pakistan dopo settimane di combattimenti tra Washington, Tel Aviv e Teheran, non rappresenta un vero passo verso la stabilizzazione del conflitto. Al contrario, appare come l’ennesima manifestazione di una diplomazia sempre più temporanea, performativa e instabile, in cui il linguaggio politico non costruisce più architetture di pace ma serve piuttosto a gestire il tempo del conflitto.
In questo contesto, la formula delle “due settimane” utilizzata da Donald Trump assume un valore quasi simbolico. La ripetizione di questa scadenza – spesso evocata dal presidente americano per rinviare decisioni cruciali – è diventata talmente ricorrente da entrare persino nel discorso satirico. In una recente puntata del suo show sulla ABC, il comico Jimmy Kimmel ha ironizzato proprio su questa abitudine, paragonando Trump a un lavoratore diligente che “dà sempre un preavviso di due settimane”. Dietro la battuta si cela tuttavia un elemento più profondo: nel linguaggio politico contemporaneo, la scadenza non è più un vincolo, ma uno strumento di gestione narrativa della crisi.
La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran si inserisce esattamente in questo quadro. Più che una vera cessazione delle ostilità, essa appare come una pausa operativa in un conflitto destinato a proseguire, resa ancora più fragile non tanto dalle divergenze tra i nemici, quanto dalle divergenze strategiche tra gli stessi alleati occidentali. In altre parole, la diplomazia della tregua breve diventa il sintomo di un sistema internazionale in cui la stabilità non è più un obiettivo realistico, ma un intervallo temporaneo tra una fase di conflitto e l’altra.
• La temporalizzazione performativa: le “due settimane” come dispositivo politico
La gestione della crisi attraverso scadenze temporanee rappresenta uno degli elementi più evidenti della comunicazione strategica adottata dall’amministrazione Trump. La formula delle “due settimane” non indica quasi mai una scadenza reale: è piuttosto una forma di temporalizzazione performativa, uno strumento retorico che consente di rinviare decisioni e mantenere aperti diversi scenari strategici.
Questa dinamica è emersa con particolare chiarezza nella gestione della guerra con l’Iran. Nel corso delle ultime settimane, Washington ha alternato minacce di escalation militare a segnali di apertura diplomatica, annunciando più volte ultimatum destinati a scadere proprio nel giro di due settimane. Ogni volta, tuttavia, la scadenza è stata rinviata o reinterpretata, trasformando la promessa di una decisione imminente in una strategia di gestione dell’incertezza.
Dal punto di vista comunicativo, questo meccanismo consente alla leadership americana di mantenere la pressione strategica senza assumere impegni definitivi. La scadenza breve diventa così una forma di deterrenza narrativa: segnala la possibilità di un’azione imminente, ma allo stesso tempo lascia spazio a un riposizionamento politico. In un contesto internazionale sempre più instabile, la diplomazia non mira più a risolvere i conflitti ma a modularne l’intensità nel tempo.
Questa evoluzione riflette un cambiamento più ampio nelle relazioni internazionali contemporanee. Se durante la Guerra fredda la diplomazia era spesso finalizzata alla costruzione di equilibri relativamente stabili, oggi essa tende piuttosto a gestire un ambiente caratterizzato da crisi permanenti e conflitti intermittenti. In questo scenario, la tregua breve non rappresenta l’inizio di un processo negoziale, ma una semplice sospensione temporanea della violenza, utile a riorganizzare le forze e ridefinire gli obiettivi strategici.
• La diplomazia della tregua fragile
La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran rappresenta uno degli esempi più chiari di una trasformazione più ampia che sta attraversando le relazioni internazionali contemporanee: il progressivo declino della diplomazia stabilizzatrice e la sua sostituzione con forme di diplomazia temporanea e performativa.
Nella tradizione della politica internazionale, le tregue non erano semplicemente pause tattiche nei combattimenti. Esse costituivano spesso il preludio a un processo negoziale già in corso. Nei conflitti del passato, infatti, la diplomazia accompagnava la guerra sin dalle sue prime fasi. Prima ancora che il conflitto raggiungesse la massima intensità, diplomatici e mediatori lavoravano già alla costruzione delle condizioni per un possibile accordo. In altre parole, la tregua era il prodotto di un negoziato.
La situazione odierna appare radicalmente diversa. Nel caso della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, la tregua è stata annunciata prima ancora che esistesse un vero tavolo negoziale. I colloqui mediati dal Pakistan non sono ancora iniziati e restano condizionati da una lunga serie di variabili – dal controllo dello Stretto di Hormuz alla prosecuzione delle operazioni militari israeliane in Libano. Ciò significa che la tregua non è il risultato di un processo diplomatico, ma piuttosto una dichiarazione politica che tenta di creare retroattivamente lo spazio per una diplomazia che ancora non esiste.
Questa inversione logica è uno dei segnali più evidenti dello stato di saturazione e caos del sistema internazionale contemporaneo. In un contesto globale caratterizzato da rivalità sistemiche, conflitti regionali interconnessi e crisi energetiche, la diplomazia non riesce più a produrre accordi stabili. Al suo posto emergono strumenti molto più deboli: cessate il fuoco temporanei, pause operative e tregue fragili, spesso annunciate più per ragioni comunicative che per reali progressi negoziali.
In questo senso, la tregua diventa essa stessa un atto comunicativo. Serve a segnalare una possibile apertura, a rassicurare i mercati energetici o a offrire ai governi coinvolti una temporanea via d’uscita narrativa da una guerra difficile da gestire. Ma dietro l’annuncio della tregua non esiste necessariamente un’infrastruttura diplomatica in grado di sostenerla. Il risultato è una forma di diplomazia paradossale: le tregue vengono proclamate prima che esista la pace da negoziare.
Questo fenomeno riflette una trasformazione più profonda della politica internazionale. Le grandi potenze non sembrano più in grado – o non sono più interessate – a costruire ordini regionali stabili. L’obiettivo diventa piuttosto quello di gestire il conflitto senza risolverlo, alternando momenti di escalation e pause temporanee. La tregua non rappresenta quindi un passo verso la stabilità, ma una semplice modulazione del livello di conflittualità.
La tregua tra Stati Uniti e Iran rientra perfettamente in questa logica. Essa non nasce da un accordo condiviso sul futuro della regione, né da una convergenza strategica tra gli attori coinvolti. Al contrario, emerge in un contesto in cui le divergenze restano profonde e irrisolte. Da questo punto di vista, la tregua non è il segnale di un ordine che si ricompone, ma piuttosto l’espressione di un sistema internazionale incapace di produrre soluzioni strutturali.
• Alleati, ma con strategie diverse
Questa divergenza di obiettivi rappresenta uno dei principali fattori di instabilità dell’intero conflitto. Per gli Stati Uniti, la guerra contro l’Iran appare sempre più come un’operazione finalizzata a indebolire Teheran e ristabilire un certo equilibrio di deterrenza, senza necessariamente ridisegnare l’architettura politica della regione. Washington mira quindi a contenere la potenza iraniana, ma non sembra interessata a impegnarsi in un processo di stabilizzazione di lungo periodo.
Per Israele, invece, la questione assume una dimensione esistenziale. In un contesto regionale caratterizzato dalla presenza di attori ostili e dalla proliferazione di milizie alleate dell’Iran – da Hezbollah agli houthi yemeniti – la sicurezza dello Stato ebraico dipende dalla capacità di ridurre in modo duraturo il potenziale militare iraniano. Da questa prospettiva, una tregua temporanea non rappresenta una soluzione ma soltanto una pausa tattica in una guerra destinata a proseguire.
Questa divergenza tra alleati rende la tregua ancora più fragile delle tensioni con l’Iran stesso. Paradossalmente, il principale fattore di instabilità non è tanto l’ostilità tra i due blocchi contrapposti, quanto l’assenza di una strategia condivisa tra Washington e Tel Aviv su quale debba essere l’esito finale del conflitto.
• Mediatori e registi
Nel vuoto diplomatico lasciato dalle potenze occidentali si è inserito un attore inatteso: il Pakistan. La tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran è maturata grazie alla mediazione di Islamabad, che ha agito da canale di comunicazione tra le parti mentre Washington e Teheran continuavano a scambiarsi minacce e ultimatum. Il primo ministro Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir hanno svolto un ruolo di ponte diplomatico, promuovendo un cessate il fuoco temporaneo e l’avvio di colloqui a Islamabad. Per il Pakistan si tratta di un significativo successo di politica estera, che segna il tentativo di passare da attore periferico a intermediario strategico regionale.
Dietro questa mediazione si intravede tuttavia la regia della Cina. Pechino, principale partner economico dell’Iran e grande importatore del suo petrolio, ha sostenuto l’iniziativa pakistana e spinto Teheran ad accettare la tregua, nel tentativo di proteggere la propria sicurezza energetica e gli investimenti legati alla Belt and Road Initiative, in particolare il corridoio economico sino-pakistano.
Il risultato è un congelamento temporaneo dell’escalation, ma con implicazioni sistemiche più profonde. Mentre gli Stati Uniti gestiscono militarmente la crisi e l’Europa resta marginale, la Cina si propone come facilitatore della de-escalation, utilizzando il Pakistan come piattaforma diplomatica. La tregua di due settimane non è quindi solo il frutto di un fragile equilibrio tra Washington e Teheran, ma anche il riflesso di una competizione geopolitica più ampia, nella quale Pechino osserva il disordine strategico americano e tenta di trasformarlo in leva di influenza internazionale.
• Gestire (male) il tempo
La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran non rappresenta un ritorno della diplomazia, ma il segno della sua trasformazione. Nel sistema internazionale contemporaneo, la diplomazia non costruisce più equilibri stabili, ma si limita sempre più spesso a gestire – male – il tempo del conflitto. Le tregue diventano pause fragili, annunciate prima ancora che esistano veri negoziati in grado di sostenerle.
In questo senso, la formula delle “due settimane” utilizzata da Donald Trump diventa quasi emblematica: non indica il tempo necessario per raggiungere un accordo, ma quello utile a rinviare decisioni strategiche che nessuno sembra davvero in grado di prendere.
La tregua delle due settimane non è dunque l’inizio della pace. È il segno di un sistema internazionale che non riesce più a produrre stabilità e che, al massimo, riesce soltanto a prendere tempo prima della prossima crisi.
(InOltre, 10 aprile 2026)
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L’eterna apologia dell’esistenza degli ebrei
Israele dovrebbe accettare passivamente i nemici che lo vogliono distruggere, altrimenti è colpevole
di Enrico Cerchione
Questa è l’aspettativa implicita che ritorna ciclicamente. Gli ebrei hanno vissuto per quasi due millenni in una “perenne apologia di esistenza” nella diaspora, dopo la distruzione del Secondo Tempio (70 d.C.). Minoranza dispersa in contesti ostili (romano, cristiano, islamico) hanno dovuto giustificare fedeltà, usanze e stessa presenza, tra accuse classiche (sangue!) e espulsioni. Dopo l’Olocausto ci fu una breve pausa: Norimberga, nascita di Israele (1948) e Guerra dei Sei Giorni crearono in Occidente un tabù sull’antisemitismo esplicito. Quel tabù si è eroso progressivamente dalla prima intifada, Oslo, esplodendo dopo il 7 ottobre 2023 e ancor più nel 2026. Oggi, di fronte alla guerra con l’Iran e al suo proxy libanese Hezbollah, lo schema si ripete in forma ignobile.
L’Iran, teocrazia che da quasi 50 anni minaccia l’Occidente (con ottimi risultati in termini di destabilizzazione), ha visto decapitare i suoi vertici nel conflitto iniziato a fine febbraio 2026. Ha accettato una pausa della guerra di due settimane con gli USA ma con il solito atteggiamento antisemita da cui non sa prescindere: pretende che il Libano facesse parte dell’accordo. Una teocrazia in crisi profonda sotto pressione militare, economica e interna, si preoccupa ossessivamente di un suo proxy in Libano per un solo motivo: l’odio viscerale per Israele.
Hezbollah, finanziato, armato e diretto da Teheran, ha riaperto il fronte libanese a marzo 2026 in “solidarietà” con l’Iran, lanciando razzi e droni. Israele, per difendersi, ha risposto con intensi raid aerei, inclusi i pesanti bombardamenti su Beirut e infrastrutture di Hezbollah. Iran e mediatori (come il Pakistan) insistono che il “cessate il fuoco” includa il Libano; Israele e USA chiariscono che non lo include. Teheran chiude lo Stretto di Hormuz in risposta e minaccia ritorsioni. Questo non sconvolge gran parte dell’opinione pubblica mondiale, perché gli ayatollah sanno di avere un copione già collaudato: lo stesso usato a Gaza con l’accusa di “genocidio”.
Israele viene dipinto come aggressore coloniale, razzista, assetato di sangue, mentre si minimizza il ruolo di Hezbollah come braccio armato di un regime che nega la Shoah, promette di cancellare Israele dalla carta geografica e finanzia jihad globale. Le accuse riecheggiano gli anni ’30: doppi standard ossessivi contro l’unico Stato ebraico, mentre si tace su Cina, Siria, Yemen o sul jihadismo esplicito di Teheran e dei suoi alleati. L’antisionismo funge da veicolo “rispettabile” per antichi pregiudizi, con alleanze paradossali tra islamisti e sinistra woke/post-coloniale che vede gli israeliani (molti di origine mizrahi fuggiti dai paesi arabi!) come “bianchi colonizzatori”. La storia non si ripete identica, ma rima. L’ebreo/Israele dovrebbe accettare passivamente i nemici che lo vogliono distruggere, altrimenti è colpevole. Dire questo non è odio: è constatare un pattern documentato. Ignorarlo è pericoloso.
(Il Riformista, 10 aprile 2026)
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I portatori di torce provengono, tra l’altro, dalla Libia e da Tel Aviv
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I sei portatori di torce
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GERUSALEMME – Sono stati scelti i sei portatori di torce per la cerimonia commemorativa dello Yom HaShoah. Mercoledì il Memoriale Internazionale dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme ha reso noti i nomi dei quattro uomini e delle due donne.
Saadja Bahat, Michael Sidko, Mirjam Bar Levi, Mosche Harari, Ilana Pelach e Avigdor Neuman rappresentano simbolicamente i circa sei milioni di ebrei uccisi nell'Olocausto. A causa della guerra con l'Iran, quest'anno Yad Vashem ha registrato in anticipo la cerimonia di apertura. Sarà trasmessa lunedì alle 19:00 CEST.
Il tema principale di quest'anno è: «La famiglia ebraica nella Shoah». Durante la cerimonia commemorativa, i sei sopravvissuti accenderanno ciascuno una torcia.
• Intagliare bastoni per sopravvivere
Il 98enne Saadja Bahat ha perso i suoi genitori nel ghetto di Vilnius. Lui stesso fu dapprima rinchiuso in un campo in Estonia e successivamente nel campo di concentramento di Stutthof in Polonia. Lì fu impiegato come lavoratore coatto. Nel tempo libero intagliava bastoni da passeggio per i tedeschi e riceveva in cambio del pane. Nel febbraio 1946 Bahat partì per il Mandato britannico della Palestina. Dopo la fondazione dello Stato di Israele studiò ingegneria meccanica a Haifa.
Michael Sidko è originario dell’Ucraina. Ha dovuto assistere all’uccisione di sua madre e dei suoi due fratelli minori durante il massacro di œBabi Yar. Insieme al fratello maggiore è riuscito a sfuggire ai nazisti. I due hanno trovato rifugio presso una donna e sua figlia, che li ha spacciati per i propri figli, salvandoli così dalla persecuzione. Nel 2004 Yad Vashem ha insignito le donne del titolo di Giuste tra le Nazioni. L'uomo, che ora ha 90 anni, vive in Israele con la sua famiglia dal 2000.
Miriam Bar-Lev è nata a Tel Aviv e da bambina si è trasferita con la sua famiglia nei Paesi Bassi. Dopo l'occupazione del Paese, i nazisti la portarono nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, a nord di Hannover. Lì suo padre si ammalò e morì. Poco prima della fine della guerra, nel 1945, Bar-Lev fu messa insieme alla madre su un treno diretto a Theresienstadt, che in seguito divenne famoso come il “treno perduto”. Dal 1946 la novantenne vive in Israele. Lì ha completato una formazione come infermiera e ha lavorato nell’esercito come istruttrice e caposquadra.
• Pogrom dopo la liberazione
Il 92enne Mosche Harari è originario della Polonia. Quando la sua famiglia stava per essere deportata nell’agosto del 1942, riuscì a fuggire. Si nascosero in vari luoghi e alla fine conobbero un contadino polacco che, dietro pagamento, offrì loro rifugio. Dopo che l’Armata Rossa liberò la regione nel 1944, la famiglia tornò in un ambiente ostile. Durante un pogrom la loro casa fu saccheggiata e sua madre rimase gravemente ferita. Il padre era probabilmente caduto vittima di un attentato poco prima. Dopo un soggiorno in un campo di internamento britannico a Cipro, Harari poté entrare in Israele con la madre e la sorella.
Ilana-Lina Pelach nacque nella colonia italiana della “Libia italiana”. All’inizio della Seconda guerra mondiale, i nazisti portarono lei e la sua famiglia nel campo di concentramento di Giado (a sud di Tripoli). Lì morirono due delle sue sorelle. All’inizio del 1943 l’esercito britannico liberò il campo e la famiglia tornò, per il momento, nella propria città natale. Dopo un’ondata di pogrom, nel 1949 emigrarono infine in Israele.
Dopo una lunga carriera lavorativa, l'ottantanovenne ora viaggia e racconta, in qualità di testimone dell'epoca, della persecuzione degli ebrei in Libia.
Il novantacinquenne Avigdor Neuman è originario della Transcarpazia, una regione che al momento della sua nascita apparteneva alla Cecoslovacchia e dal 1939 all'Ungheria. Nel marzo 1944 i tedeschi invasero la regione e deportarono la famiglia ad Auschwitz. Neuman e sua sorella maggiore furono gli unici sopravvissuti. Insieme emigrarono in Israele, dove Neuman si arruolò nell’esercito. Combatté in tutte le guerre di Israele fino alla guerra dello Yom Kippur del 1973. (mw)
(Israelnetz, 10 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Quell'orgoglio di Israele che l'Europa non capisce
Il 79% degli israeliani soddisfatto della vita nel Paese, il 64% pronto ad arruolarsi.
Da una parte sotto il tiro dei missili iraniani, dall’altra nel mirino di una società globale che punta il dito contro. È questo il destino sospeso dei cittadini israeliani, che devono dimenarsi anche fra aggressioni all’estero e accuse infamanti rivolte a una collettività intera colpevole solo d’essere tale. Eppure, nonostante tutto, la loro identità è più viva e pulsante che mai. A sottolinearlo è un report condotto da Lazar Research e Panel4all che, analizzando l’impatto del 7 ottobre 2023 e della conseguente guerra tutt’oggi in corso, mostra una realtà significativa: l’odio contro la società israeliana non ha fatto altro che risvegliare l’identità collettiva verso la nazione e nel rapporto con le tradizioni religiose.
Il report, condotto lo scorso marzo su un campione di 400 persone tra i 18-22 anni e fra la componente ebraica e araba, evidenzia dunque come l’orgoglio per la fede, che oltre alla direzione trascendentale passa attraverso il legame con il proprio popolo, sia profondamente interconnesso con il senso di appartenenza nazionale. Per il 46% degli intervistati, Israele è quindi un posto «molto buono» in cui vivere e infatti il tasso di soddisfazione generale per la vita si aggira attorno al 79%. Dati importanti per un Paese che vive circondato da nemici, con i bunker negli appartamenti, i rifugi nei parchi e l’obbligo perenne di leva militare che scatta all’età di 18 anni e si allarga con il richiamo dei riservisti. E di nuovo, i dati sono sorprendenti: il 64% aderirebbe alla riserva senza esitazione e un 33% lo farebbe per necessità, mentre solo un 3% si dice incerto o contrario. Sintomo, questo, di un senso di responsabilità verso la Patria più grande della consapevolezza di quanto c’è da perdere: la vita, in molti casi, ma anche la spensieratezza di una esistenza passata a difendersi da un nemico alle porte e a tratti da un Occidente non più cosciente del fatto che, diceva Ugo La Malfa, la sua libertà «si difende sotto le mura di Gerusalemme».
Il tutto potrebbe sembrare anomalo, ma in realtà è il normale corso di un processo sociologico. Georg Simmel spiegava infatti che il conflitto esterno al gruppo produce un rafforzamento interno del potere centrale e una rinuncia delle libertà individuali a favore del bene comune. Così accade in Israele, dove i giovani accettano di accantonare i propri desideri per difendere il proprio Stato. E il tutto mentre il mondo li condanna in contumacia. È proprio qui che si snoda la confusione fra il pregiudizio riservato unicamente contro lo Stato ebraico e la difficoltà di Israele nel comunicare con un mondo, specie quello europeo, che del linguaggio militare e del tema difesa custodisce solo un labile ricordo. Non aiutano certamente le dichiarazioni di alcuni ministri dell’area di governo, che distolgono l’attenzione dalla necessaria messa in sicurezza dello Stato. Come dall’altra parte non aiuta il pedissequo sbandieramento moralistico, incompatibile con la realtà, che ora chiede a Israele di cessare il fuoco contro nemici pronti a progettare l’arma nucleare.
Questo quadro, alla fine, si ritorce contro i cittadini israeliani sempre più braccati fra la necessità di lottare e il desiderio di non doverlo più fare. Contraddizioni che, però, non hanno inficiato nel loro sentimento verso una nazione sigillata sopra la promessa del «Mai più». Tutto ciò non penalizza minimamente la vivacità interna della dialettica politica, che alle elezioni 2026 deciderà se rinnovare il sentiero oppure dare inizio a un nuovo corso.
(Il Tempo, 10 aprile 2026)
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Il precario cessate il fuoco di Israele con l’Iran: le domande cruciali
Nir Dvori ha dato voce a ciò che pensano molti israeliani: non che Israele abbia fallito sul piano militare, ma che forse si sia fermato appena in tempo, prima di riuscire a tradurre i propri successi sul campo di battaglia in chiarezza strategica.
di Ryan Jones
Gli israeliani sanno riconoscere un successo militare. Ma sanno anche come riconoscere una guerra incompiuta.
Ecco perché l’attuale tregua con l’Iran non viene percepita in Israele come un momento di sollievo o di trionfo. Viene accolta con cautela, diffidenza e un familiare istinto nazionale: la domanda su cosa sia stato ottenuto, quali compiti siano ancora in sospeso e se i combattimenti siano cessati prima che l’obiettivo strategico fosse effettivamente raggiunto.
Questo è il nocciolo dell'argomentazione avanzata dal corrispondente militare capo di Channel 12, Nir Dvori. Il suo punto non era che Israele non fosse riuscito a colpire duramente l'Iran. Al contrario. L'Iran è stato colpito duramente. Tuttavia, Dvori ha sostenuto che Israele è stato costretto a porre fine alla guerra circa due settimane troppo presto.
- Le sue infrastrutture militari sono state danneggiate.
- Le sue capacità missilistiche sono state indebolite.
- La sua industria pesante e i suoi impianti nucleari sono stati colpiti.
- Il regime è stato scosso.
Le guerre non si misurano solo in base alla qualità dei colpi sferrati, ma anche in base al fatto che tali colpi creino rapporti strategici duraturi. Secondo la valutazione di Dvori, mancava un ultimo, decisivo punto di pressione prima che entrasse in vigore il cessate il fuoco. Israele ha inflitto danni all’Iran. Resta poco chiaro se sia riuscito a trasformare questi danni in vantaggi duraturi o se questo – come molti ancora sperano – sia stato l’inizio del crollo del regime dei mullah.
Per questo motivo, l’umore in Israele rimane incerto.
Il problema non è solo ciò che l’Iran ha perso. Il problema è ciò che l’Iran possiede ancora: una leadership funzionante, sistemi militari intatti e ora, cosa decisiva, un po’ di respiro. Un cessate il fuoco non congela la realtà a favore di Israele. Concede all’altra parte del tempo. Tempo per riprendersi. Tempo per riorganizzarsi. Tempo per nascondersi. Tempo per rimettere in funzione le piattaforme di lancio, ripristinare i tunnel, riposizionare le risorse e imparare da ciò che è stato scoperto durante i combattimenti.
Ecco perché il termine “cessate il fuoco” suona in modo molto diverso a Gerusalemme rispetto a Washington o Bruxelles. In Occidente, un cessate il fuoco è spesso considerato un evento intrinsecamente stabilizzante. In Israele viene valutato secondo un metro di giudizio più severo: riduce la minaccia o ne ritarda semplicemente il ritorno in condizioni migliori per il nemico?
Questa domanda aleggia ora sul fronte iraniano.
E su di essa aleggia anche una seconda domanda, che molti israeliani si pongono apertamente: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ceduto troppo presto? Dal punto di vista israeliano, queste non sono differenze secondarie. Esse incidono direttamente sulla credibilità della fase successiva.
Se i colloqui con l’Iran iniziano ora da una posizione di pressione incompleta, Teheran vi entra sì provata, ma non spezzata, indebolita, ma non disarmata, smascherata, ma non strategicamente messa alle strette. Si tratta di uno scenario completamente diverso da quello in cui l’Iran sarebbe stato costretto a negoziare dopo un ultimo colpo più deciso.
- Trump è giunto alla conclusione che i costi per continuare la guerra erano diventati troppo alti e ha quindi deciso di trovare una via d'uscita prima che la campagna fosse pienamente matura?
- Ha deciso che un successo parziale fosse sufficiente?
- O ha semplicemente preferito un risultato negoziale prima che la pressione militare raggiungesse il suo massimo effetto?
La preoccupazione, in altre parole, non è solo che Trump possa aver fatto marcia indietro. È che l’Iran lo sappia.
E da lì si moltiplicano le questioni irrisolte. Poi c’è il problema dell’applicazione, che emerge sempre quando eleganti formulazioni di cessate il fuoco si scontrano con la realtà del Medio Oriente. Queste sono le domande con cui Dvori ha concluso, e sono le domande giuste perché mettono da parte la messinscena della diplomazia e riportano l’attenzione sui meccanismi di deterrenza. Gli israeliani non si chiedono se la guerra fosse impressionante in televisione. Si chiedono se il risultato renderà la prossima guerra meno probabile, meno pericolosa e meno costosa, qualora dovesse verificarsi.
- Qual è esattamente lo stato delle scorte di uranio arricchito dell’Iran? Dove si trovano? Quanto ne è rimasto? Qual è l’accesso ai controlli? Cosa succede se Teheran mente, temporeggia o distorce il quadro quel tanto che basta per mantenere viva la diplomazia, pur conservando le proprie capacità?
- Qual è lo stato del programma missilistico? È stato solo danneggiato o ha subito un arretramento strutturale? L'Iran può ricostruire silenziosamente le linee di produzione, ripristinare le reti di lancio e rigenerare la capacità di minaccia a distanza sotto la copertura della de-escalation?
- Quanto durerà la ricostruzione iraniana e quale forma assumerà? La ricostruzione non è una questione tecnica. È una questione strategica. Un regime sotto pressione deve decidere dove indirizzare denaro, manodopera, competenze ingegneristiche e attenzione politica. Darà la priorità alla stabilità interna? Al ripristino del programma nucleare? Al ripristino delle capacità missilistiche? Ai suoi rappresentanti regionali? Alla repressione interna? Queste decisioni riveleranno molto più di qualsiasi comunicato stampa.
Si pone poi il problema dell’applicazione, che emerge ogni volta che le eleganti formulazioni di un cessate il fuoco si scontrano con la realtà in Medio Oriente.
- Cosa succede se l’Iran viola gli accordi? Non “nel caso in cui”, ma “quando”. Qual è il meccanismo di reazione? Chi accerta la violazione? Con quale rapidità può avvenire l’applicazione? A Washington c’è la reale volontà di esercitare nuovamente pressione militare, o solo misure diplomatiche? Se la risposta è “più colloqui, più avvertimenti e più scadenze”, allora il cessate il fuoco diventerà ciò che molti israeliani già temono: una tregua che avvantaggia più il regime che i suoi avversari.
- E ci saranno sanzioni? Vere, non retoriche. L’Iran pagherà un prezzo economico tale da limitare la sua ricostruzione e il suo riarmo, o il regime imparerà ancora una volta che il tempo, l’ambiguità e la stanchezza occidentale sono sufficienti per sopravvivere fino al prossimo round?
La stessa logica vale in Libano, dove il pericolo è ancora più immediato. L’avvertimento di Dvori in quel contesto è stato schietto: se Israele venisse messo sotto pressione affinché cessi le sue attività militari in Libano senza agire con determinazione contro Hezbollah, sarebbe un grave errore. Un approccio che si limita esclusivamente alle sanzioni è già stato sperimentato. Gli israeliani sanno dove porta tutto questo. Hezbollah si riorganizza. Il confine rimane instabile. Gli abitanti del nord non si sentono davvero al sicuro quando tornano a casa. E lo Stato finisce per dover gestire una minaccia, invece di eliminarla.
Questo è ciò che tanti israeliani hanno interiorizzato dopo anni di mezze misure strategiche. Non si risolve il problema di un esercito proxy genocida indebolendolo appena quanto basta per garantire un altro round. Lo si risolve assicurandosi che non possa più dettare la situazione di sicurezza delle comunità di confine.
Ecco perché il momento attuale sembra meno una conclusione e più una pausa.
La prestazione militare di Israele è stata notevole. Su questo non c’è dubbio. Il dubbio inizia dove il successo militare deve essere tradotto in termini politici e strategici. Queste sono ora le domande. E per Israele sono urgenti.
- Si può far rispettare questo cessate il fuoco?
- Si può impedire all'Iran di ricostruire ciò che è stato distrutto?
- Si può negare a Hezbollah lo spazio per riprendersi?
- Si può confidare che gli Stati Uniti riprendano la pressione se i colloqui falliscono?
- Oppure Washington ha deciso che è più importante porre fine alla guerra piuttosto che portarla a termine in modo adeguato?
Perché in questa regione i cessate il fuoco non si misurano mai in base alla quiete che generano nelle prime quarantotto ore. Si misurano in base a ciò che il nemico è in grado di fare il quarantottesimo, il centesimo e il trecentesimo giorno.
E secondo questo metro di misura, la guerra non è finita. La prova è semplicemente cambiata.
(Israel Heute, 9 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il Consiglio per la Pace chiede a Hamas di deporre le armi entro la fine della settimana
«C’è solo una parte che ostacola una vita migliore per i civili a Gaza, ed è Hamas», ha affermato Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite.
di David Isaac
Il Consiglio di Pace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta chiedendo che Hamas concluda un accordo per la smilitarizzazione di Gaza entro la fine di questa settimana, secondo quanto riferito lunedì dal New York Times da quattro diplomatici a conoscenza dei colloqui.
“I rappresentanti del Board of Peace e di Hamas dovrebbero incontrarsi al Cairo martedì per concludere un accordo di smilitarizzazione entro la fine della settimana. … Sebbene i funzionari fossero irremovibili sulla scadenza, questa potrebbe cambiare”, ha riportato il Times.
La richiesta del Board of Peace, un’amministrazione di transizione incaricata di aiutare a ricostruire la Striscia di Gaza, impone a Hamas di cedere quasi tutte le sue armi, rinunciare al potere e fornire mappe della sua rete di tunnel sotterranei.
“C’è solo una parte che ostacola una vita migliore per i civili a Gaza, ed è Hamas. E il tempo stringe per Hamas”, ha scritto lunedì Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, sul suo account X.
Nickolay Mladenov, direttore generale del Consiglio per la pace e Alto rappresentante per Gaza, ha presentato la proposta di disarmo il mese scorso ai leader di Hamas, secondo quanto riportato dal Times.
In un tweet piuttosto criptico pubblicato venerdì, Mladenov ha affermato che “chi non attraverserà il fiume annegherà nel mare”. La frase è stata interpretata come un avvertimento a Hamas sulle gravi ripercussioni che deriverebbero da un rifiuto della smilitarizzazione.
Domenica Hamas ha denunciato le richieste di disarmo previste dal piano di cessate il fuoco.
In una dichiarazione televisiva tradotta da Reuters, un portavoce di Hamas ha affermato che sollevare la questione della smilitarizzazione “in modo grossolano” è inaccettabile. “Ciò che il nemico sta cercando di imporre oggi contro la resistenza palestinese, tramite i nostri mediatori fratelli, è estremamente pericoloso”, ha detto Abu Obeida, nome di battaglia usato dai portavoce di Hamas.
Le richieste di disarmo di Washington erano «nient’altro che un palese tentativo di continuare il genocidio contro il nostro popolo, cosa che non accetteremo in nessuna circostanza», ha affermato.
Abu Obeida ha esortato i mediatori ad affrontare quelle che ha descritto come violazioni israeliane della prima fase del piano di Trump prima di qualsiasi discussione sulla seconda fase. «È il nemico a minare l’accordo», ha detto il portavoce terrorista.
Allo stesso modo, il 2 aprile, i rappresentanti di Hamas hanno detto ai mediatori che non avrebbero discusso del disarmo prima di ricevere garanzie che le Forze di Difesa Israeliane intendono ritirarsi completamente da Gaza.
Hamas sostiene inoltre che Israele non sta facendo entrare a Gaza un numero sufficiente di camion umanitari. Il Times ha riportato che 4.200 camion a settimana era il numero concordato nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025, ma tale numero è stato “ripetutamente inferiore”.
Tuttavia, il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center (ITIC), un gruppo di ricerca con sede in Israele, ha riferito che Hamas sta tassando l’ingresso di quei camion per rifornire le proprie casse. Insieme al contrabbando di sigarette e altri prodotti, Hamas sta generando milioni di shekel di entrate, ha affermato.
Hamas ha anche citato come violazione israeliana i suoi continui attacchi all'interno di Gaza. Secondo quanto riferito, i terroristi di Hamas si infiltrano attraverso la Linea Gialla, la linea di demarcazione che divide Gaza in due parti approssimative, quasi quotidianamente per compiere attacchi. Rapporti recenti dicono che l'organizzazione terroristica sta tentando di rapire soldati israeliani.
Israele ha mantenuto il controllo del 53%-58% della Striscia di Gaza, creando una zona cuscinetto per proteggere le sue comunità meridionali.
Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, Hamas ha intensificato la sua ripresa militare, facendo affidamento su armi di fabbricazione locale e sul contrabbando dall’Egitto tramite UAV, secondo l’ITIC. Migliaia di nuovi terroristi sono stati reclutati e addestrati. L’infrastruttura terroristica è stata ripristinata.
(JNS, 9 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Iran: libri di testo incitano alla lotta armata
Nelle scuole iraniane, bambini e adolescenti imparano a considerare gli Stati Uniti e Israele come nemici. I contenuti militari sono onnipresenti.
RAMAT GAN – I libri di testo iraniani promuovono un'educazione all'odio nei confronti degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre, contengono istruzioni militari. È quanto emerge da uno studio dell'istituto israeliano per l'osservazione della pace e della tolleranza culturale nelle scuole «IMPACT-SE». Lo studio tiene conto anche dei cambiamenti avvenuti dopo la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno.
Secondo l’indagine, il termine “Grande Satana” per indicare gli Stati Uniti d’America è frequente nel materiale didattico. La jihad contro l’Occidente e il “martirio” vengono glorificati. Ciò avviene anche attraverso illustrazioni di figure militari e terroristiche morte mentre promuovevano i valori della Rivoluzione Islamica del 1979. In primo piano viene onorato il generale Qassem Soleimani, ucciso dall’aviazione statunitense all’inizio del 2020.
• Soleimani: rafforzata la «resistenza» in molti paesi
In Iran esiste una materia scolastica chiamata «prontezza alla difesa». In un libro di testo per il decimo anno vengono citati diversi modelli di riferimento. Tra questi c’è anche Soleimani. Si afferma, ad esempio, che egli abbia rafforzato la «resistenza» in molti paesi, fino a quando non è stato assassinato dal «presidente terrorista degli Stati Uniti».
Nel contesto dell’«Asse della Resistenza», Soleimani viene presentato come un difensore patriottico e religioso. Si sarebbe opposto alle truppe dell’«arroganza globale», guidate dagli Stati Uniti.
«La formazione e il rafforzamento delle cellule di resistenza nella regione si devono in gran parte agli sforzi del generale Soleimani», si legge nel volume «Storia (3): L’Iran e il mondo contemporaneo» per la 12ª classe. «Tra queste si possono citare: Hezbollah in Libano, Al-Hashd al-Sha’bi (Forze di mobilitazione popolare) in Iraq, Fatemijun in Afghanistan, Sainebijun in Pakistan ecc. … Per questo motivo l’arroganza globale, guidata dal Grande Satana, gli Stati Uniti, non poteva tollerare la presenza di questo comandante patriottico e islamico».
Una lezione su «modelli ed esempi di fermezza e resistenza» cita come martiri esemplari le persone che hanno combattuto in Siria. Queste avrebbero partecipato agli sforzi iraniani per difendere la moschea di Sajjida Sajnab, vicino a Damasco, contro lo Stato Islamico. Qui l’ingerenza iraniana in Siria viene presentata come un dovere religioso, osservano gli autori dello studio.
Essi vedono nei contenuti una logica conseguenza di questa citazione dell’ex Guida Suprema, l’Ayatollah Ruhalla Khomeini: «La nostra guerra è una guerra di convinzione. Non conosce confini geografici. Nella nostra guerra di fede dobbiamo mobilitare più truppe islamiche nel mondo». L’Iran avrebbe integrato questa ideologia nel sistema educativo.
• Si trasmette l’impressione di una minaccia costante
Il materiale didattico trasmette l’impressione che gli studenti siano costantemente minacciati, soprattutto dagli Stati Uniti. La minaccia mirerebbe a impedire all’Iran di diffondere la cultura islamica in tutto il mondo; inoltre, vorrebbe sottoporre gli iraniani a un lavaggio del cervello.
La conseguenza logica: occorre rafforzare l’unità e la resistenza contro i nemici dell’Iran.
In questo contesto si inseriscono le proteste scolastiche annuali in occasione della «Giornata nazionale della lotta contro l’arroganza (America)». Gli studenti partecipano con slogan che spesso si sentono durante le manifestazioni: «Morte a Israele» o «Morte all’America».
In un libro per la 12ª classe sulla «prontezza alla difesa» si legge: «Lo slogan “Morte all’America” nasce dalla “fede della nazione eroica dell’Iran”, che è diventata una voce risonante contro la natura americana. Questo slogan significa morte alla tirannia, all’aggressione, al massacro, al terrorismo, alle sanzioni e alla politica disumana del governo americano».
Secondo la valutazione di «IMPACT-SE», le relazioni irano-americane del periodo pre-rivoluzionario vengono rappresentate in modo distorto. Secondo i contenuti didattici, prima del 1979 gli ambasciatori degli Stati Uniti e della Gran Bretagna avrebbero controllato l’Iran.
• Invito a sostenere la jihad
Un libro di studi sociali insegna agli studenti di terza media che gli iraniani dovrebbero sostenere la jihad delle milizie arabe alleate nella regione. L’arabo fungerebbe da strumento pragmatico per prepararsi alle operazioni di jihad, scrivono gli autori dello studio. L’Iran si porrebbe come principale responsabile della difesa dell’Asia sud-occidentale e come principale difensore degli oppressi; con particolare enfasi sul sostegno ai palestinesi.
La maggioranza araba sunnita in Medio Oriente, tuttavia, guarda ai libri di testo attraverso una doppia lente, si legge inoltre: da un lato si tratta di compagni musulmani e comunità oppresse che hanno beneficiato del sostegno iraniano e hanno partecipato alla lotta jihadista.
D'altra parte, emerge un rancore storico: ricordi di conquistatori arabi e dinastie sunnite che hanno soggiogato gli iraniani e gli sciiti in generale. Sono rappresentati in modo negativo anche gli attori sunniti che hanno rifiutato il dominio iraniano, normalizzato le loro relazioni con Israele o mantenuto forti legami con gli Stati Uniti o l'Occidente. Questi ultimi vengono spesso denigrati come collaboratori e traditori.
• Concetti militari
La militarizzazione è un elemento importante. Nelle scuole superiori gli studenti apprendono nozioni sui concetti militari e sulla sopravvivenza in tempo di guerra. L’uso delle armi è previsto nel programma scolastico già a partire dalla scuola media. Ad esempio, un’illustrazione mostra un fucile d’assalto di tipo AK-47 in diverse posizioni.
I libri non insegnavano solo chi i giovani iraniani dovessero odiare, ma anche come combattere, osservano gli autori dello studio. Nei libri di testo si trovano immagini di bambini soldato diventati “martiri” al servizio della rivoluzione. Le foto provengono soprattutto dalla guerra Iran-Iraq degli anni ’80.
Un libro di sociologia del 12° anno tratta della «ricerca del martirio». Si afferma che la cosa più nobile sia «sacrificare la propria vita», anche attraverso il «suicidio», in riferimento alla «disponibilità alla difesa».
È evidente anche un grande orgoglio nazionale per le «conquiste nucleari». L'enfasi è posta su un uso pacifico. Tuttavia, viene creato anche un contesto militare: l'argomento si trova nel programma di studi sulla «prontezza alla difesa». Gli scienziati nucleari uccisi sono considerati «martiri», così come gli ingegneri missilistici e i soldati iraniani morti durante operazioni militari nel mondo arabo.
Nel corso di “Preparazione alla difesa”, agli studenti del 9° anno viene assegnato questo compito: “Analizza e presenta in classe i tuoi risultati sugli eroi del tempo presente, martiri come Mohsen Fachrisadeh, Mostafa Ahmadi Roschan (scienziato nucleare), Hassan Tehrani Moghadam (scienziato dell’industria missilistica) e Mohsen Hodschadschi (difensore dell’Haram)”.
Un libro di testo sul Corano definisce il progetto nucleare come parte del patrimonio culturale. Secondo lo studio, ciò gli conferisce una giustificazione teologica.
• Materiale aggiuntivo dopo la guerra dei dodici giorni
Dopo la guerra dei dodici giorni contro l’Iran nel giugno 2025, le autorità hanno creato materiale didattico aggiuntivo. La raccolta di materiali si intitola: «Difendiamo il nostro Iran». Per ogni classe a partire dalla quarta è disponibile un opuscolo. A partire dal 3 novembre sono state distribuite alle scuole più di dodici milioni di copie.
Gli insegnanti sono tenuti a integrare il materiale nelle loro lezioni per promuovere il patriottismo e l’identità nazionale. Il materiale didattico comprende discussioni in classe, compiti creativi e attività multimediali. Tra gli argomenti trattati figurano la difesa nazionale, l’autonomia tecnologica e la resistenza contro Israele e gli Stati Uniti.
In «Difendiamo il nostro Iran», destinato alle classi superiori della scuola elementare, è raffigurata una famiglia iraniana. Essa osserva un poster su cui un enorme stivale calpesta il territorio israeliano durante attacchi missilistici. La didascalia recita: «Israele è stato distrutto. Il regime sionista è quasi rovesciato e crollato sotto i colpi della Repubblica Islamica dell’Iran.»
I collaboratori di «IMPACT-SE» chiedono che la riforma dell’istruzione diventi oggetto dei negoziati di pace: «Indipendentemente dal fatto che la fine della guerra porti a una continuità del regime, a una transizione politica o a un più ampio rovesciamento, la stabilità e la pace durature dipenderanno in ultima analisi dalla trasformazione della narrativa educativa.» Attualmente, i contenuti didattici spingerebbero le nuove generazioni più verso lo scontro che verso la pace.
(Israelnetz, 9 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dai cieli di Guernica a Teheran: l’illusione della guerra vinta dall’aria
Una lunga storia militare mostra che il dominio dei cieli promette spesso guerre rapide e “chirurgiche”, ma quasi mai basta da solo a piegare il nemico. Da Guernica a Teheran, la potenza aerea colpisce, logora e condiziona: molto più raramente decide davvero.
di Luca Longo
Dalla nascita del bombardamento strategico alle campagne contemporanee, storia, limiti e ambizioni di una dottrina che promette vittorie rapide ma raramente decisive, fino al test cruciale della guerra contro l’Iran.
La guerra, per millenni, è stata una questione di terra e, più tardi, anche di mare. Si conquistavano città, si occupavano territori, si spezzavano linee difensive. Nell’immaginario collettivo, la conquista era associata alle caligae chiodate dei legionari che calpestavano i nemici feriti, e più tardi ai “boots on the ground”, agli stivali degli incursori.
La vittoria aveva una geografia precisa: avanzare, occupare, resistere. La guerra era rappresentata dallo spostare in avanti, o difendere, una precisa linea di confine, il Trebbia durante la Seconda guerra punica, la linea del Piave o il Volga accanto a Stalingrado. Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a cambiare. Prima come intuizione, poi come promessa, infine come dottrina: la guerra si poteva vincere dall’alto.
Quella promessa, la superiorità aerea non come ausilio all’esercito ma come strumento decisivo, attraversa più di un secolo di storia militare. È una storia fatta di innovazione tecnologica, di illusioni ricorrenti e di risultati ambigui. Ed è una storia che oggi, nella guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, torna a essere centrale.
• L’idea prima della tecnologia
Prima ancora che esistessero gli aerei, qualcuno aveva già immaginato il loro potenziale. Nel 1794, durante le Guerre rivoluzionarie europee, il primo pallone aerostatico del Corpo aerostieri francese venne utilizzato per osservare il campo di battaglia. Non combatteva, ma guardava dall’alto e segnalava le posizioni avversarie con bandierine e segni convenzionali a braccia: un vantaggio che nessun esercito aveva mai avuto.
Nel corso dell’Ottocento, mentre la tecnologia arrancava, l’immaginazione correva veloce. Scrittori e pensatori ipotizzavano un mondo in cui il volo avrebbe cancellato i confini, reso obsolete le difese e trasformato la guerra. H. G. Wells pubblicò nel 1908 “La guerra nell’aria”, dove preconizzava l’inutilità delle fortificazioni e delle difese costiere, rese superflue da scontri che sarebbero stati decisi ben al di sopra degli stivali che annaspavano nel fango. Era una visione utopica, ma conteneva già un’intuizione fondamentale: il controllo dell’aria avrebbe cambiato la natura del conflitto.
Quando finalmente il volo divenne realtà, all’inizio del Novecento, quella intuizione si trasformò in dottrina. Gli aerei nacquero come strumenti di ricognizione, ma bastò poco perché qualcuno si chiedesse: perché limitarsi a osservare, quando si può colpire?
• La Prima guerra mondiale: il laboratorio
Fu la Prima guerra mondiale a trasformare questa intuizione in pratica. All’inizio i piloti portavano con sé pistole; poi arrivarono le mitragliatrici, infine le bombe. Prima erano semplici granate accumulate accanto alla pedaliera, che venivano scaraventate giù a mano. Poi, con il progresso della tecnologia, gli aerei cominciarono a venire costruiti attorno al vano bombe, poi ai piloni e alle incastellature sulle ali destinate a ospitare missili pronti al lancio. Le città iniziarono a essere colpite dall’alto, prima sporadicamente, poi con crescente sistematicità.
I bombardamenti tedeschi sulle città britanniche durante la Grande Guerra, effettuati inizialmente con dirigibili, rappresentarono uno dei primi tentativi di colpire non solo l’esercito, ma la società nel suo complesso. L’idea era semplice e potente: terrorizzare la popolazione civile per spezzarne la volontà e costringere il governo alla resa.
Non funzionò. Lo scontro si decise nelle trincee, nel fango e nel sangue della guerra di posizione. Eppure, invece di archiviare quell’esperienza come un fallimento, molti teorici ne trassero la conclusione opposta: la strategia era giusta, la tecnologia ancora insufficiente.
• Tra le due guerre: la nascita di un’illusione
Nel periodo tra le due guerre mondiali, la teoria del bombardamento strategico raggiunse la sua maturità. L’italiano Giulio Douhet sosteneva che una forza aerea indipendente, capace di colpire le città e le infrastrutture nemiche, avrebbe potuto vincere una guerra in poche settimane. L’americano Billy Mitchell, davanti allo Stato Maggiore USA, dimostrò, bombardando vecchie corazzate, che anche il dominio dei mari era vulnerabile dall’alto.
Il messaggio era chiaro: la guerra del futuro non si sarebbe più combattuta sul terreno, ma nei cieli.
Agli occhi dei militari, questa visione aveva anche una “nobile” dimensione morale: meglio bombardare, intensamente ma per pochi giorni, migliaia di civili innocenti, che trascinare milioni di uomini in anni di carneficina nelle trincee. Era, nelle intenzioni, una scorciatoia verso una guerra più breve e meno sanguinosa. Nella realtà, si sarebbe rivelata qualcosa di molto diverso.
• La Seconda guerra mondiale: la prova dei fatti
La Seconda guerra mondiale fu il banco di prova definitivo. Tutte le principali potenze impiegarono il bombardamento strategico su larga scala, con obiettivi diversi ma spesso sovrapposti: distruggere l’industria, paralizzare la logistica, spezzare il morale della popolazione.
La Germania nazista tentò di piegare il Regno Unito con il Blitz: una campagna di bombardamenti intensivi sulle città britanniche. Coventry fu rasa al suolo, Londra fu colpita per mesi. Migliaia di civili morirono. Ma il risultato fu opposto a quello sperato: invece di crollare, la società britannica si compattò.
Anche gli Alleati adottarono la stessa strategia contro la Germania. Dresda e altre città furono interamente rase al suolo. I bombardamenti indiscriminati degli americani sulla popolazione civile causarono centinaia di migliaia di vittime in Germania e in Giappone, ma anche oltre quarantamila morti solo in Italia. Morti civili non ascrivibili a spiacevoli ma inevitabili “danni collaterali”, ma presi di mira e assassinati con premeditazione per creare terrore e rivolte popolari.
Eppure, paradossalmente, la produzione industriale tedesca raggiunse il suo picco proprio nel 1944, nel pieno dei bombardamenti sulle città.
Ci furono risultati tattici importanti: i bombardamenti sugli impianti petroliferi limitarono la capacità operativa dell’esercito tedesco. Ma la guerra non fu vinta dall’aria. Fu vinta con gli sbarchi in Sicilia e in Normandia, ma prima di tutto con l’incontenibile avanzata dell’Armata Rossa fino al cuore di Berlino.
Nel Pacifico, la distruzione di città giapponesi con bombardamenti incendiari, culminata nella devastazione di Tokyo, e l’uso dell’arma nucleare portarono alla resa del Giappone. Ma anche qui, il ruolo del bombardamento nel piegare la volontà della popolazione resta controverso. La decisione di arrendersi fu presa non da una sollevazione popolare, ma dall’élite politico-militare, quando comprese che quella era una guerra che l’Impero del Sol Levante non poteva più vincere.
• Dalla Guerra fredda al Vietnam: potenza, ma non decisiva
Quando, dopo il 1945, si chiuse la Seconda guerra mondiale per fare immediatamente spazio alla guerra fredda, il bombardamento strategico divenne sinonimo di deterrenza nucleare. La capacità di distruggere il nemico dall’aria esisteva, ma il suo uso reale diventava impensabile.
Quando gli Stati Uniti tornarono a impiegare massicciamente la potenza aerea in Vietnam, riemersero le stesse aspettative: piegare il nemico senza un impegno massiccio sul terreno. Le campagne di bombardamento furono tra le più intense della storia.
Ancora una volta, non bastò. Il Vietnam del Nord assorbì i colpi, strinse i ranghi, adattò la propria strategia e continuò a combattere. Il bombardamento inflisse danni enormi, ma non produsse una vittoria decisiva, anzi una sonora sconfitta delle truppe USA, che furono costrette ad abbandonare precipitosamente il Vietnam il 30 aprile 1975.
• La rivoluzione tecnologica e la promessa della precisione
Negli anni Ottanta e Novanta, una nuova ondata di innovazione sembrò riaprire il discorso. Le armi a guida di precisione, i sistemi di intelligence avanzati, la superiorità tecnologica occidentale promettevano qualcosa di diverso: colpire con esattezza chirurgica i nodi vitali del sistema nemico.
La Guerra del Golfo del 1991 fu il primo grande test. La campagna aerea distrusse gran parte delle capacità militari irachene. Eppure, non bastò a rovesciare il regime di Saddam Hussein. Fu necessario l’intervento delle forze terrestri per ottenere la vittoria.
Il caso del Kosovo, nel 1999, viene spesso citato come l’unico esempio di successo della guerra aerea “pura”. Dopo settimane di bombardamenti NATO, e oltre 500 vittime civili causate dalla sola Operazione Allied Force, la Serbia accettò di ritirarsi. Ma anche qui, il quadro è meno lineare di quanto sembri: molti analisti sono convinti che il ritiro sia stato motivato principalmente dal fatto che i serbi avevano ultimato la pulizia etnica degli avversari. Anche in questo caso, il ruolo della pressione diplomatica, della minaccia di un intervento terrestre e delle dinamiche interne rimane oggetto di dibattito.
• Israele e il ritorno alla guerra dall’alto
Israele, per gran parte della sua storia, ha utilizzato l’aviazione come supporto alle operazioni terrestri. Le guerre del 1967 e del 1973 furono vinte grazie a una combinazione di superiorità aerea e manovra sul terreno.
A partire dagli anni Novanta, tuttavia, anche Israele ha progressivamente spostato il baricentro verso l’uso della forza aerea e dell’intelligence. L’obiettivo era evitare le perdite e i costi politici delle operazioni terrestri prolungate.
Il risultato è stato una serie di campagne aeree contro attori non statali, spesso efficaci nel breve periodo ma incapaci di produrre soluzioni definitive. La guerra è diventata ciclica: colpire, contenere, ritirarsi, per poi dover ricominciare.
• L’Iran: il test contemporaneo
Oggi, nella guerra contro l’Iran, questa evoluzione raggiunge il suo punto più avanzato. Stati Uniti e Israele, fra un’inutile finzione di negoziato e l’altra, stanno tentando di ottenere obiettivi estremamente ambiziosi, degradare il programma nucleare, neutralizzare le capacità militari, indebolire il regime, quasi esclusivamente attraverso la potenza aerea.
La tecnologia ha fatto passi da gigante. Le capacità di precisione sono senza precedenti. I sistemi di intelligence, assistiti da sofisticatissimi modelli di intelligenza artificiale, consentono di individuare e colpire obiettivi con un livello di accuratezza impensabile in passato. In termini puramente militari, i risultati sono tangibili: infrastrutture distrutte, catene di comando colpite, capacità operative ridotte.
E tutto questo in modo chirurgico. Basti pensare all’attacco della mattina dell’8 marzo al Ramada Hotel nel quartiere Raouche di Beirut. Israele ha colpito dall’alto una suite d’angolo al quarto piano dell’hotel per eliminare un gruppo di alti comandanti della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana (IRGC). La suite è risultata polverizzata, ma il resto dell’edificio di dodici piani è rimasto in piedi e con tutte le luci ancora accese.
Ma la domanda fondamentale resta la stessa di un secolo fa: è sufficiente?
La storia suggerisce cautela. Il bombardamento può distruggere, ma difficilmente può costruire. Può indebolire un sistema, ma raramente può sostituirlo. Può colpire un regime, ma non garantisce che questo crolli.
L’ipotesi di un cambiamento di regime indotto dall’aria, evocata più o meno esplicitamente, appare, alla luce dei precedenti storici, incerta. Anche nei casi più estremi, le società colpite tendono a reagire compattandosi, non disgregandosi.
Allo stesso tempo, è possibile che la pressione militare produca effetti indiretti: costringere l’avversario a negoziare, limitarne le capacità, alterarne il comportamento strategico. In questo senso, il bombardamento può essere uno strumento efficace ma, temo, raramente è decisivo da solo.
• Una storia che si ripete
C’è un filo rosso che attraversa tutta questa storia: ogni generazione crede che la nuova tecnologia renderà finalmente possibile ciò che prima non lo era. Ogni volta, la realtà si rivela più complessa.
La guerra dall’alto non ha sostituito la guerra fatta con gli stivali sul terreno. L’ha trasformata, integrata, resa più distruttiva e più sofisticata. Ma non ne ha cambiato la natura fondamentale: la politica, la volontà, il controllo del territorio restano elementi centrali.
Nel caso iraniano, il futuro della guerra, sempre se i negoziati in corso non porteranno a miracolosi quanto improbabili risultati, dipenderà proprio da questo equilibrio. Se la pressione aerea sarà sufficiente a ottenere risultati strategici duraturi, allora si potrà parlare di una svolta storica. Se invece si rivelerà, ancora una volta, uno strumento potente ma incompleto, allora la storia avrà seguito il suo corso abituale.
E i cieli, ancora una volta, avranno promesso più di quanto potevano mantenere.
(InOltre, 9 aprile 2026)
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Il falso consenso che normalizza l’odio verso gli ebrei
di Andrew Abrahams
Esiste un modo di parlare ormai inconfondibile che compare con regolarità nel discorso pubblico sugli ebrei, sul “sionismo” e su Israele. Viene formulato con disinvoltura, talvolta con un’aria compiaciuta, spesso con un tono di sicurezza ostentata: tutti vi odiano. Il mondo si sta svegliando. Tutti lo sanno. Frasi di questo tipo non si presentano come argomentazioni, ma come constatazioni, come se chi parla si limitasse a indicare un dato evidente della realtà. Non viene offerta alcuna prova, perché non è richiesta. L’autorità a cui si fa appello non è il fatto, ma il consenso: una unanimità immaginata che non ha bisogno né di dimostrazione né di difesa.
Questo linguaggio non cerca di persuadere; cerca di chiudere. Affermando che il giudizio è già stato emesso, trasforma il dissenso in ritardo, non in differenza. Essere in disaccordo non significa sostenere un’altra posizione, ma rimanere indietro rispetto a qualcosa che sarebbe già stato stabilito. L’antagonismo appare inevitabile e il pregiudizio viene presentato come una forma di lucidità.
Al suo nucleo, si tratta di una forma di chiusura. Invocando “il mondo” o “tutti”, la questione non viene risolta, viene sigillata. L’indagine diventa superflua. Una volta affermata come totale, questa unanimità trasforma ogni domanda in negazione o malafede. Il confronto non viene affrontato, viene squalificato.
Colpisce quanto questo schema sia singolare. I paesi vengono criticati continuamente, spesso in modo duro, eppure non si parla della loro esistenza come di un imbarazzo morale da cui il mondo si starebbe progressivamente liberando. Anche i regimi accusati di atrocità vengono discussi in termini di politiche, leadership o riforme. La loro esistenza non viene trattata come un errore storico in attesa di essere corretto. Solo gli ebrei sono sottoposti a questo verdetto di obsolescenza, all’idea che la storia sia andata avanti e che chi non se ne accorge sia disonesto o moralmente corrotto. In fondo, è qualcosa di infantile: il tono delle prese in giro da cortile che si trasferisce nel linguaggio morale degli adulti, “tutti sanno che sei un…”.
Ciò che rende questa affermazione particolarmente corrosiva è che non corrisponde neppure al vero. Non esiste alcun consenso globale su Israele, tanto meno la condanna uniforme implicita in queste espressioni. L’opinione pubblica è divisa, mutevole e spesso ambivalente. Il richiamo a “tutti” non descrive la realtà, la costruisce.
Vale anche per l’accusa di “genocidio”. Anche affermazioni false, se ripetute abbastanza spesso e su un numero sufficiente di piattaforme, finiscono per simulare un consenso diffuso. Ciò che viene dichiarato come acquisito assume il peso di un accordo generale, non grazie alle prove, ma per effetto della ripetizione.
La dinamica non è casuale. Gli ebrei hanno occupato a lungo un posto peculiare nell’immaginario morale dell’Occidente, rappresentati non soltanto come colpevoli, ma come ostacoli alla chiarezza morale stessa. La struttura del falso consenso si innesta su questa eredità. Quando qualcuno afferma che “il mondo si sta svegliando”, non sta descrivendo una scoperta, sta dichiarando la fine della discussione, collocando ancora una volta gli ebrei al di là di essa.
Anche il richiamo alla storia svolge la stessa funzione. ‘State dalla parte sbagliata della storia’ non è un’argomentazione, è un avvertimento che si presenta come saggezza. Suggerisce che il giudizio sia già stato pronunciato e che opporsi sia inutile. Ciò che appare come chiarezza morale è spesso un rifiuto del ragionamento: la conclusione arriva già pronta e il lavoro del pensiero viene sostituito da una posa.
Questo schema funziona anche in assenza di una folla reale. La folla è implicita. Invocando “tutti”, chi parla ricrea un’esperienza di isolamento, collocando l’ascoltatore in una posizione arretrata e solitaria. La pressione sociale opera senza bisogno di un consenso effettivo. La sua forza è atmosferica più che argomentativa. Non è necessario difendere una tesi perché la conclusione viene trasmessa dal tono, dalla ripetizione, dal clima. L’ascoltatore non viene persuaso, viene gradualmente abituato. Con il tempo, l’affermazione smette di sembrare una posizione e diventa un fatto.
Per gli ebrei, questa pressione richiama una memoria storica profonda. La vita ebraica è stata più volte segnata da dichiarazioni secondo cui “tutti sanno” qualcosa su di noi, che siamo un problema, un fastidio, un residuo del passato. In epoche precedenti, questo si traduceva in accuse come il sangue rituale e altre calunnie, affermazioni che non richiedevano prove perché erano già “note” socialmente. Il contenuto cambia, la struttura resta. Anche la calunnia degli “uccisori di bambini” è riemersa, accolta quasi senza alcuna verifica.
Il fascino di questa retorica sta in ciò che offre. Lusinga chi la utilizza facendolo sentire illuminato e allineato al progresso. Scioglie la responsabilità nella massa. Se tutti sono d’accordo, nessuno risponde di ciò che dice. Funziona anche come alibi morale. Collocando il giudizio in un collettivo indefinito, il mondo, la storia, tutti, chi parla si sottrae alla responsabilità della propria affermazione. Questa dispersione non è secondaria, è il punto centrale. Permette al pregiudizio di presentarsi come condanna morale, senza doverne assumere il peso.
Sotto i luoghi comuni sul “risveglio” si nasconde un’affermazione più diretta: l’esistenza ebraica sarebbe l’ultimo elemento ingiustificabile rimasto, e il mondo avrebbe già preso questa decisione. È un’argomentazione introdotta di nascosto come se fosse già una conclusione. Quando il pregiudizio si presenta come verità acquisita, diventa più difficile da riconoscere e più facile da giustificare. Non suona più come odio, ma come conoscenza, e una volta dichiarato universale non si sente più obbligato a spiegarsi o a rispondere delle proprie conseguenze.
È per questo che questo linguaggio conta. Non perché Israele debba essere sottratto alla critica, ma perché una critica significativa richiede di respingere l’idea che il giudizio sia già stato pronunciato. Il mondo non si sveglia; le persone iniziano a ripetere ciò che tutti “sanno” e smettono di chiedersi se sia vero.
Gli ebrei sanno dove porta quella strada.
(Setteottobre, 9 aprile 2026)
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Dopo aver esposto una lucida presentazione di come il mondo parla degli ebrei, l’autore saprebbe elencare ragioni argomentate delle cause di un simile fenomeno? L’autore non accenna mai a Dio, e non avverte la necessità di spiegarne il motivo, proprio come fanno quelli che non sentono il motivo di spiegare perché l’odio contro gli ebrei debba essere inevitabile. Ma è serio tentare spiegazioni profonde dell’esistenza secolare del popolo ebraico e dell’altrettanto secolare odio contro di loro escludendo a priori ogni riferimento a Dio? M.C.
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Cessate il fuoco con l’Iran: reazioni contrastanti nonostante le dichiarazioni di vittoria
Mentre Washington e Teheran si congratulano a vicenda per aver ottenuto una vittoria a seguito della tregua negoziata dal Pakistan, l’Europa e i paesi del Golfo mantengono un atteggiamento cauto
Mentre Washington e Teheran rivendicano entrambe la vittoria a seguito del cessate il fuoco negoziato dal Pakistan, le reazioni nazionali e internazionali appaiono più contrastanti, tra cautela, scetticismo e appelli alla diplomazia.
Nel mondo arabo e nel Golfo, le capitali accolgono con cautela l’annuncio, pur chiedendo progressi concreti. In Europa prevale il sollievo, venato di vigilanza, ad eccezione della Spagna, che giudica inaccettabile il proseguimento dell’offensiva israeliana in Libano. In Israele, il governo Netanyahu sostiene la decisione americana a determinate condizioni, mentre l’opposizione denuncia un disastro diplomatico.
Donald Trump ha rivendicato una «vittoria totale e completa», salutando «un grande giorno per la pace mondiale» e promettendo «l’età dell’oro del Medio Oriente». Con una minaccia appena velata, ha aggiunto che gli Stati Uniti sarebbero rimasti «nei paraggi per assicurarsi che tutto vada per il meglio».
A Teheran, il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha risposto sulla stessa linea, affermando che «il nemico, nella sua guerra ingiusta, illegale e criminale contro la nazione iraniana, ha subito una sconfitta innegabile, storica e schiacciante» e che l’Iran ha «costretto gli Stati Uniti ad accettare il suo piano in dieci punti».
• Nel mondo arabo e nel Golfo: tra sostegno e cautela
Nella regione, diverse capitali hanno rapidamente accolto con favore l’annuncio, pur chiedendo progressi concreti. L’Oman ha così sottolineato «l’importanza di intensificare gli sforzi in questa fase per trovare soluzioni in grado di risolvere la crisi alla radice e di giungere a una cessazione permanente dello stato di guerra».
Da parte degli Emirati Arabi Uniti, il consigliere diplomatico Anwar Gargash ha adottato un tono trionfante.
«Gli Emirati sono usciti vittoriosi da una guerra che abbiamo sinceramente cercato di evitare», ha scritto su X, aggiungendo che il suo Paese è ora «pronto a navigare in un panorama regionale complesso con maggiori risorse e una capacità più solida di influenzare e plasmare il futuro».
Anche l’Egitto, che ha svolto un ruolo di mediatore nelle ultime settimane, ha accolto favorevolmente l’iniziativa. Durante una conversazione telefonica notturna con l’inviato americano Steve Witkoff, il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha espresso la sua «profonda gratitudine per questa importante iniziativa americana».
Il Cairo ha definito la tregua «un’occasione cruciale» e si è impegnato a proseguire i propri sforzi al fianco del Pakistan e della Turchia.
Quest'ultima, da parte sua, ha insistito affinché il cessate il fuoco sia «pienamente applicato sul campo», pur auspicando «che tutte le parti rispettino l'accordo», ha dichiarato il ministero degli Affari esteri in un comunicato.
• In Europa: sollievo e vigilanza
Le reazioni in Europa riflettono un misto di sollievo e cautela.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha accolto con favore la tregua e ha chiesto una «fine duratura della guerra», sottolineando però che questa potrà essere raggiunta solo attraverso la diplomazia.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito l’accordo «una cosa molto positiva», ma ha chiesto che venga rispettato «nei giorni e nelle settimane a venire», auspicando che si estenda pienamente al Libano.
«Ci aspettiamo che questo cessate il fuoco sia pienamente rispettato in tutta la regione e che consenta l’avvio di negoziati che risolvano in modo duraturo le questioni nucleari, balistiche e regionali relative all’Iran, come la Francia sostiene dal 2018», ha dichiarato all’apertura di una riunione degli alti funzionari della difesa.
Il primo ministro britannico Keir Starmer si recherà mercoledì nei paesi del Golfo per incontrare i leader della regione e lavorare al rispetto del cessate il fuoco, ha annunciato Downing Street.
«Accolgo con favore l’accordo di cessate il fuoco raggiunto questa notte», ha dichiarato Keir Starmer, citato in un comunicato. «Insieme ai nostri partner, dobbiamo fare tutto il possibile per sostenere questo cessate il fuoco, trasformarlo in un accordo duraturo e riaprire lo Stretto di Ormuz», ha aggiunto.
L’Alta rappresentante dell’UE, Kaja Kallas, si è espressa in senso analogo, ritenendo che l’accordo offrisse «uno spazio per la diplomazia».
La tregua negoziata dal Pakistan, ha scritto Kallas su X, «offre un'occasione indispensabile per placare le minacce, porre fine ai lanci di missili, rilanciare il trasporto marittimo e creare uno spazio per la diplomazia in vista di un accordo duraturo».
«L’UE è pronta a sostenere questi sforzi ed è in contatto con i suoi partner nella regione», ha aggiunto Kallas, che oggi si recherà a Riyadh per incontrare il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jassem al-Budaiwi, e altri funzionari.
Unica nota stonata in Europa, la Spagna ha giudicato «inaccettabile» che Israele continui la sua offensiva in Libano nonostante la tregua. « Tutti i fronti devono cessare, e questo include il Libano », ha ribadito il ministro degli Esteri José Manuel Albares. Il primo ministro Pedro Sanchez, pur salutando il cessate il fuoco come una « buona notizia », ha avvertito che la Spagna « non applaudirà chi appicca il fuoco al mondo solo perché si presenta con un secchio ».
Le truppe israeliane sono entrate in Libano per cacciare Hezbollah dopo che il gruppo terroristico ha iniziato a sferrare attacchi contro Israele in risposta alla guerra con l’Iran.
• In Asia: appelli alla moderazione
In Asia, le reazioni sono rimaste caute. La Cina ha accolto con favore la tregua, affermando al contempo di voler continuare a lavorare per il ripristino della pace in Medio Oriente.
L’Indonesia, dal canto suo, ha invitato tutte le parti a rispettare la sovranità, l’integrità territoriale e la via diplomatica.
• Israele: sostegno condizionato del governo, critiche feroci dell’opposizione
Il governo israeliano ha impiegato quattro ore prima di reagire. In un comunicato pubblicato esclusivamente in inglese, l’ufficio del primo ministro Netanyahu ha dichiarato che «Israele sostiene la decisione del presidente Trump di sospendere gli attacchi contro l’Iran per due settimane, a condizione che l’Iran riapra immediatamente lo stretto e cessi ogni attacco contro gli Stati Uniti, Israele e i paesi della regione».
Il comunicato precisa che «gli Stati Uniti hanno fatto sapere a Israele che si impegnano a raggiungere questi obiettivi nei prossimi negoziati» – una formulazione che lascia intendere che Israele cerchi garanzie piuttosto che festeggiare un successo. Su un punto, Gerusalemme ha voluto distinguersi dai mediatori pakistani: « Il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano. »
Le critiche in Israele sono state aspre. Il leader dell’opposizione Yaïr Lapid ha denunciato un « disastro diplomatico », ritenendo che Israele non fosse stato coinvolto nelle decisioni riguardanti la sua sicurezza nazionale.
«Non c’è mai stato un simile disastro diplomatico in tutta la nostra storia», ha scritto su X. «Israele non era nemmeno al tavolo dei negoziati quando sono state prese decisioni riguardanti il cuore della nostra sicurezza nazionale. »
Se « l’esercito ha portato a termine tutto ciò che gli è stato chiesto », ha ammesso, il primo ministro « ha fallito sul piano diplomatico e strategico » e « ci vorranno anni per riparare i danni causati dalla sua arroganza, dalla sua negligenza e dalla sua mancanza di pianificazione strategica. »
Sul campo, la situazione rimane instabile in Libano, dove le tensioni persistono nonostante gli annunci di tregua.
• I mercati accolgono con favore la tregua
Sul piano economico, l’annuncio è stato immediatamente accolto con favore dai mercati.
Le borse europee sono salite alle stelle all’apertura, con Francoforte in rialzo di circa il 5%, Parigi del 3,5% e Londra del 3%, mentre i prezzi del petrolio sono scesi, segno del sollievo degli investitori di fronte a una possibile distensione. Le compagnie aeree sono state tra le principali beneficiarie di questo movimento.
(The Times of Israël, 8 aprile 2026)
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Iran, dentro le città missilistiche invisibili
Le basi sotterranee come Yazd spiegano perché Teheran conserva metà dei lanciatori e migliaia di droni nonostante settimane di attacchi.
di Shira Navon
Nel cuore della guerra che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran, la vera linea di resistenza corre sotto le montagne, dove Teheran ha costruito negli anni un vero e proprio sistema di città missilistiche sotterranee che oggi si rivela decisivo per mantenere intatta una parte consistente della propria capacità offensiva. Le immagini diffuse dalla propaganda iraniana e le analisi dell’intelligence occidentale convergono su un punto preciso: mentre in superficie si contano crateri, ingressi crollati e infrastrutture colpite, nel sottosuolo continua a funzionare una rete progettata per sopravvivere e rigenerarsi.
Le stime più recenti, rilanciate da fonti americane e riprese dalla CNN, indicano che circa la metà dei lanciatori di missili balistici iraniani resta operativa anche dopo settimane di bombardamenti intensivi, mentre l’arsenale comprende ancora migliaia di droni e un numero rilevante di missili da crociera. Questo dato trova una spiegazione concreta nella struttura stessa delle basi sotterranee, che non si limitano a proteggere armi e sistemi di lancio, ma costituiscono un ambiente logistico completo, capace di sostenere operazioni continuative anche sotto attacco.
La base di Yazd, nel centro dell’Iran, rappresenta il caso più emblematico. Scavata a circa 500 metri di profondità all’interno di una montagna, è costruita in una formazione geologica estremamente resistente, il granito di Shir-Ku, che secondo analisi tecniche citate anche dal Royal United Services Institute britannico assorbe e disperde l’energia delle esplosioni rendendo difficile la penetrazione persino per munizioni progettate per distruggere bunker profondi. In questo contesto, la potenza delle armi conta meno della conoscenza precisa della struttura e della capacità di colpire ripetutamente nello stesso punto, condizioni che raramente si verificano in scenari operativi complessi.
All’interno di queste basi, lo spazio è organizzato come una vera città nascosta, con tunnel che collegano aree di stoccaggio, officine, centri di comando e uscite mimetizzate. Video diffusi dall’agenzia Fars e dalla Guardia Rivoluzionaria mostrano file di missili e droni, camion con lanciatori pronti a muoversi lungo corridoi sotterranei e sistemi di trasporto automatizzati che consentono di portare rapidamente le armi all’esterno per il lancio e di riportarle al riparo subito dopo. Questo meccanismo riduce drasticamente la finestra temporale in cui i sistemi risultano vulnerabili agli attacchi aerei.
I bombardamenti condotti da Israele e dagli Stati Uniti hanno colpito migliaia di obiettivi, danneggiando in modo significativo le strutture visibili e distruggendo numerosi ingressi ai tunnel, ma secondo le valutazioni dell’intelligence il 77 per cento delle aperture individuate è stato sì colpito, ma non ha impedito la ripresa delle attività nel giro di pochi giorni. Le squadre di ingegneri iraniani intervengono rapidamente per rimuovere le macerie, riaprire le strade di accesso e ripristinare i collegamenti interni, mentre la molteplicità di ingressi, alcuni dei quali fittizi o perfettamente mimetizzati nel paesaggio, garantisce la continuità operativa anche quando una parte della rete viene compromessa.
Il problema strategico che emerge da questo scenario riguarda la difficoltà di trasformare il vantaggio tecnologico in un risultato definitivo sul terreno. Le città missilistiche iraniane sono state progettate proprio per assorbire l’impatto degli attacchi e continuare a funzionare, e in questo senso la geologia diventa un elemento militare a tutti gli effetti. Come ha osservato l’analista Shanaka Anselm Ferreira, la montagna non reagisce ai raid e il sistema che la attraversa non si esaurisce con la distruzione di singoli punti di accesso, perché la sua forza sta nella permanenza delle strutture e nella capacità di adattamento.
Questa realtà impone una riflessione più ampia sulla natura del conflitto in corso. Colpire non basta quando l’avversario ha costruito un’infrastruttura pensata per resistere nel tempo, e la profondità diventa un moltiplicatore di potenza che rende più complessa qualsiasi strategia basata esclusivamente sulla superiorità aerea. In questo quadro, l’Iran continua a esercitare una pressione reale sulla regione, mentre la guerra si sposta sempre più verso una dimensione in cui distruggere significa inseguire un bersaglio che si ricompone sotto terra.
(Setteottobre, 8 aprile 2026)
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Un Miracolo di Popolo
Mostra di Nazario Melchionda
Sarà inaugurata domenica 19 aprile 2026 alle ore 15:30 presso la Sala Carmi della Comunità Ebraica di Casale Monferrato, nel Complesso Museale di Vicolo Salomone Olper 44, la mostra Un Miracolo di Popolo di Nazario Melchionda, realizzata in occasione dello Yom HaAtzmauth 5786.
L’iniziativa è organizzata da Claudia De Benedetti, Presidente della Fondazione Casale Ebraica ETS e Direttrice del Complesso Museale Ebraico di Casale Monferrato, Vice Presidente del Maccabi World Union e collaboratrice di Shalom, il magazine della Comunità Ebraica di Roma.
Nel corso dell’inaugurazione interverranno Marco Zanetti, Presidente dell’Associazione Italia Israele Piemonte, e Andie Basana, Presidente dell’Associazione Evangelici d’Italia per Israele. L’artista dialogherà con loro presentando il percorso e i contenuti della mostra.
Ad accogliere la mostra è il Complesso Museale Ebraico di Casale Monferrato, che comprende la sinagoga (presente dal 1595), il Museo di arte e storia antica ebraica (Museo degli Argenti), il Museo dei Lumi e l’Archivio. Tra le collezioni, il Museo dei Lumi ospita anche una Chanukkiah artistica donata nel 2013 da Arnaldo Pomodoro.
Nato in un contesto storico in cui le sinagoghe non potevano essere riconoscibili dall’esterno, il complesso conserva ancora oggi la sua struttura raccolta e discreta, accessibile attraverso percorsi interni. Nel tempo si è affermato come spazio culturale attivo, capace di ospitare mostre, concerti, incontri e iniziative artistiche contemporanee.
In questo contesto si inserisce Un Miracolo di Popolo, una mostra di arte digitale che propone un percorso visivo attraverso quattromila anni di storia del popolo ebraico, raccontando i “miracoli storici” che ne hanno segnato la sopravvivenza e la rinascita. Le opere, realizzate attraverso tecniche miste di intelligenza artificiale ed elaborazione grafica digitale, trasformano eventi e figure della storia in immagini capaci di dialogare con il presente.
L’esposizione sarà visitabile fino al 10 maggio 2026.
LOCANDINA
(EDIPI, 8 aprile 2026)
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Dentro il laboratorio israeliano della guerra
Il dato più rilevante che emerge dal reportage di Rivista Italiana Difesa è come Israele si stesse preparando ad affrontare la guerra: il quadro che emerge è quello di un sistema militare che sviluppa tecnologie avanzate e che le modifica in tempo reale, integrando industria, forze armate e campo di battaglia in un unico ciclo continuo.
di Davide Cucciati
Dieci giorni prima che Israele e Stati Uniti attaccassero l’Iran, in Israele si parlava già apertamente di uno scontro inevitabile. È quanto emerge dal reportage di Rivista Italiana Difesa, di aprile 2026, relativamente al Defense Tech Expo 2026 tenutosi il 17 e il 18 febbraio a Tel Aviv.
Il dato più rilevante è come Israele si stesse preparando ad affrontare la guerra: il quadro che emerge è quello di un sistema militare che sviluppa tecnologie avanzate e che le modifica in tempo reale, integrando industria, forze armate e campo di battaglia in un unico ciclo continuo. È questo, più di ogni singola piattaforma, il vero vantaggio strategico israeliano anche rispetto agli eserciti NATO.
• Un ecosistema industriale senza equivalenti
Il Defense Tech Expo è stato la rappresentazione concreta dell’ecosistema industriale della difesa israeliana che si struttura su circa 600-700 aziende, per quasi 100.000 addetti. I principali settori di eccellenza sono la missilistica, i sistemi antiaerei e antimissile, i droni, le loitering munitions (droni suicidi), i veicoli terrestri autonomi, i sistemi C-UAV (sistemi progettati per individuare e neutralizzare droni nemici), e le soluzioni software basate sull’intelligenza artificiale per applicazioni militari.
Al vertice del sistema si collocano Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems e Israel Aerospace Industries, che fungono da aziende capaci di integrare tecnologie diverse in sistemi complessi e da perno tecnologico per una rete capillare di PMI e startup che operano come fornitori specializzati sviluppando componenti, sottosistemi e software. Il dato più significativo degli ultimi due anni riguarda proprio le startup. Secondo Rivista Italiana Difesa, sono raddoppiate dall’ottobre 2023, attirando nel 2025 oltre un miliardo di dollari di investimenti. Il Ministero della Difesa ha formalizzato questa direzione destinando almeno il 10% del budget R&D 2026 (ricerca e sviluppo) alle startup: una scelta che riconosce come i cicli di innovazione più rapidi si sviluppino fuori dai grandi gruppi.
• Il feedback loop operativo-industriale
Il meccanismo che caratterizza il modello israeliano è la “porta girevole” tra forze armate e industria, generata dal servizio militare obbligatorio e dal sistema dei riservisti.
Questo meccanismo produce tre flussi distinti e interdipendenti. Un primo flusso va dal militare all’industria: l’esperienza diretta al fronte traduce esigenze tattiche in requisiti operativi e quindi in specifiche di sviluppo. Un secondo flusso è inverso, dall’industria al militare: gli ingegneri richiamati in servizio portano capacità analitiche e progettuali direttamente nell’ambiente operativo. Il terzo flusso è quello della validazione in combattimento che chiude il ciclo: il campo di battaglia diventa il banco di prova primario del sistema e le lezioni apprese vengono reintegrate nello sviluppo per apportare modifiche o generare nuovi prodotti sulla base delle esigenze emerse in operazione.
Il risultato è la compressione dei tempi. Dove i sistemi occidentali richiedono anni, il modello israeliano opera su cicli molto più rapidi.
• Difesa: un sistema che impara combattendo
Il prodotto più maturo di questo modello è l’architettura di difesa aerea e antimissile integrata. Un sistema aggiornato sulla base degli attacchi subiti, con interventi software nel breve termine e modifiche hardware nei cicli successivi, il tutto validato in combattimento.
Israele è l’unico Paese a difendere il proprio spazio aereo 24 ore su 24, 7 giorni su 7 con un sistema multilivello: Iron Dome intercetta razzi a corto raggio e mortai, David’s Sling copre missili da crociera e balistici a corto-medio raggio, Arrow 2 e Arrow 3 operano contro missili balistici a medio-lungo raggio, anche ad alta quota. Il CEO di Israel Aerospace Industries, Boaz Levy, ha confermato che Arrow 4 è progettato per contrastare minacce ipersoniche e missili manovranti. Ogni intercettazione genera dati che vengono reintegrati negli algoritmi del sistema, aumentando la probabilità di intercetto.
Il valore operativo di questo sistema si è tradotto anche in risultati di export: il contratto Arrow 3 con la Germania, il più grande nella storia dell’export israeliano della difesa, ha raggiunto un valore complessivo di 6,5 miliardi di dollari. Inoltre, risultano trattative in corso con altri membri della NATO.
• Potere aereo: integrazione e addestramento
La superiorità dell’aeronautica israeliana deriva dall’integrazione tra piattaforme, munizionamento, intelligence e dottrina. Inoltre, è la forza aerea che accumula il maggior numero di ore di volo addestrativo al mondo.
Il sistema di training avanzato, gestito da Elbit Systems e basato sull’M-346 dell’italiana Leonardo, un velivolo da addestramento avanzato progettato per preparare i piloti a missioni operative complesse, è stato lodato da diversi interlocutori al Defense Tech Expo 2026.
Il ruolo dell’F-35 Adir, versione israeliana pesantemente modificata del caccia multiruolo di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin, è stato centrale. L’Adir ha operato come nodo avanzato di raccolta e distribuzione dell’intelligence in tempo reale. Inoltre, grazie alla sua firma radar estremamente ridotta, ha potuto operare in ambienti fortemente difesi, cioè protetti da sistemi antiaerei e antimissile avanzati, svolgendo ricognizioni pre-strike. Non si tratta di un mero aereo ma di un vero e proprio sistema di interconnessione ed elaborazione dei dati.
• I droni e l’intelligenza artificiale
L’impiego di UAV, droni aerei senza pilota, e UGV, veicoli terrestri robotizzati controllati da remoto, sta ridefinendo il processo di acquisizione informazioni, sorveglianza, identificazione del bersaglio e intervento.
Il primo cambiamento è concettuale: si passa dal pilotare la piattaforma al pilotare la missione. L’operatore definisce l’obiettivo e i parametri, delegando alla piattaforma l’esecuzione. Il secondo è la spendibilità: questi sistemi possono operare in ambienti ad alta minaccia senza il vincolo della sopravvivenza del pilota. Il terzo è la velocità: la riduzione delle barriere burocratiche ha permesso di schierare sistemi in settimane invece che in anni.
In questo contesto, Gaza è stata definita la prima guerra digitale. Il sistema di comando, controllo, comunicazioni e informazione, ha connesso oltre 100.000 entità tra soldati, mezzi, droni e sensori. Questo ha prodotto qualcosa di qualitativamente nuovo: un sistema che genera, in tempo reale, una quantità di dati che nessun operatore umano è in grado di processare in tempo utile.
Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale come sistema nervoso dell’intera architettura. Infatti, è l’IA che consente di trasformare il flusso di dati in decisioni operative: individuare pattern, classificare obiettivi e, in alcuni casi, contribuire alla designazione dei bersagli, cioè alla selezione operativa di cosa colpire sulla base delle informazioni disponibili. La velocità richiesta è tale che il tempo umano rischia di diventare incompatibile con il ritmo del combattimento.
• Il ritorno della manovra terrestre
Nel corso dei due anni precedenti al 7 ottobre 2023, come evidenziato da Rivista Italiana Difesa, l’esercito israeliano si era progressivamente allontanato dal concetto di manovra terrestre.
I crescenti investimenti in intelligence, potere aereo e sistemi di difesa avanzati avevano accompagnato una riduzione della prontezza operativa delle forze di terra e un declino nella fiducia verso la manovra terrestre come strumento decisivo. La deriva non era nuova: già la Seconda Guerra del Libano del 2006 ne aveva mostrato i limiti, senza che quella traiettoria venisse realmente corretta.
L’attacco del 7 ottobre ha rappresentato, tra le altre cose, la conseguenza operativa di questa impostazione.
Il recupero è stato rapido e non casuale: la dottrina è stata adattata in tempo reale, integrando tecnologia e tattica. A questo si è aggiunta una leadership dal basso che ha compensato le carenze iniziali di pianificazione centralizzata. È stata, in sostanza, una capacità di auto-riorganizzazione sotto pressione. La manovra terrestre è così riemersa, nelle parole di uno dei relatori, “come una fenice”, e il Defense Tech Expo 2026 ha offerto una cornice autorevole per analizzarne la trasformazione.
• Il Merkava: un carrarmato progettato per sopravvivere e combattere nello scenario reale
Da minacce specifiche discendono i requisiti operativi che hanno plasmato ogni generazione del Merkava.
La protezione frontale e laterale è stata massimizzata attraverso un’architettura di corazza composita aggiornata più volte sulla base delle minacce anticarro effettivamente incontrate al fronte. Il motore anteriore, una soluzione non convenzionale, aggiunge uno strato protettivo supplementare nella direzione di massima esposizione, mostrando come la sopravvivenza dell’equipaggio abbia pesato più della semplicità progettuale. Il sistema di protezione attiva Trophy, sviluppato da Rafael e integrato a partire dal Merkava Mk4, intercetta i missili anticarro in volo a distanza di sicurezza dallo scafo. È una risposta diretta all’analisi delle perdite nei conflitti precedenti.
Il vano posteriore consente l’imbarco di soldati o il recupero di feriti, riflettendo una dottrina in cui il carro non opera mai isolato, ma come piattaforma di supporto ravvicinato per la fanteria in ambiente urbano.
Il risultato è una piattaforma che non eccelle nei parametri classici di mobilità o autonomia (a differenza dei carrarmati NATO) ma che è ottimizzata per sopravvivere e combattere nelle condizioni operative tipiche dell’esercito israeliano: mobilità, protezione e potenza di fuoco sono bilanciati in funzione dello scenario.
La sopravvivenza è garantita su più livelli. I sistemi di protezione dei carrarmati israeliani hanno intercettato centinaia di missili anticarro e RPG. Le tattiche di combattimento “a portelli chiusi”, cioè con l’equipaggio completamente protetto all’interno del mezzo grazie a sistemi di visione panoramica a 360 gradi che ricostruiscono digitalmente l’ambiente circostante, permettono di mantenere l’avanzata anche sotto fuoco intenso.
La connettività digitale completa il quadro. Attraverso la rete di comando, controllo, comunicazione, computer e intelligence, che connette in tempo reale soldati, mezzi, droni e sensori, ogni carro diventa un nodo di richiesta e coordinamento del fuoco, capace di far convergere rapidamente supporto di artiglieria, aeronautica o marina su un bersaglio identificato. Pertanto, il Merkava è un’infrastruttura tecnologica mobile, un nodo operativo all’interno di una rete distribuita, che richiede energia, capacità di calcolo e comunicazioni continue, fino a configurarsi come un vero e proprio datacenter sul campo.
• Il sottosuolo e il laboratorio delle forze speciali
Nel dominio sotterraneo, tutti i vantaggi tecnologici sviluppati in superficie hanno perso gran parte della loro efficacia. La rete di tunnel di Hamas ha imposto una sfida di natura completamente diversa. La risposta israeliana si è scontrata inizialmente con un vero e proprio vuoto dottrinale e tecnologico.
La soluzione è emersa, ancora una volta, dall’innovazione sotto fuoco nemico. L’esercito israeliano ha schierato in prima linea le proprie unità di forze speciali anche per sviluppare direttamente sul campo le metodologie operative necessarie. I primi soldati a entrare nei tunnel lo hanno fatto in condizioni di incertezza operativa totale, in una fase di sperimentazione forzata. Sono stati testati sensori di rilevamento sotterraneo, sistemi di mappatura tridimensionale a corto raggio per ricostruire la struttura degli ambienti, robot e droni miniaturizzati da ricognizione, cariche esplosive progettate per aprire varchi in spazi confinati e procedure di bonifica progressiva, cioè la messa in sicurezza graduale dei tunnel segmento dopo segmento.
In questo contesto, le forze speciali hanno operato come un vero e proprio laboratorio di combattimento: hanno funzionato come interfaccia primaria tra innovazione tecnologica e impiego operativo, traducendo strumenti ancora in fase di sviluppo in capacità utilizzabili sul campo.
Questo ruolo ha reso le unità speciali il vettore principale di introduzione dei sistemi robotici e autonomi nel combattimento reale, anticipando e accelerando l’evoluzione dottrinale dell’intero sistema.
• L’effetto laboratorio israeliano
Al termine dell’Expo emergono tre lezioni. La prima è la velocità: il tempo tra vulnerabilità e aggiornamento è diventato decisivo. La seconda è l’integrazione: nessun dominio è autosufficiente. La terza è sistemica: il vantaggio israeliano risiede nell’architettura del sistema.
Industria, esercito e campo di battaglia funzionano come un unico organismo. Il vantaggio israeliano risiede in un sistema che evolve mentre combatte.
(Bet Magazine Mosaico, 7 aprile 2026)
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Perché sono contrario alla legge contro l’antisemitismo
Una legge può nominare l’antisemitismo, ma non basta a fermarlo. Il punto, qui, è un altro: l’odio si alimenta in un clima politico, mediatico e culturale che da tempo delegittima Israele e, a cascata, rende di nuovo esposti gli ebrei. Il bersaglio non è il sintomo, ma la macchina che lo produce.
di Enrico Campagnano
Partiamo da un dato certo: la definizione di antisemitismo: “s. m. [dal ted. Antisemitismus (Ch. F. Rühs, 1816); cfr. antisemita, che è però voce posteriore]. – Avversione e lotta contro gli Ebrei, manifestatasi anticamente come ostilità di carattere religioso, divenuta in seguito, spec. nel sec. 20°, vera e propria persecuzione razziale basata su aberranti teorie pseudoscientifiche” (Treccani).
Ora i legislatori hanno reputato necessario portare in votazione un decreto per contrastare il risorgere del sentimento antiebraico in quanto, evidentemente, il fenomeno sta assumendo nuovamente derive pericolose e violente.
Il ddl approvato dal Senato introduce per la prima volta nell’ordinamento italiano la definizione operativa di antisemitismo, più completa e attuale di quella citata sulla Enciclopedia Italiana, adottando quella dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Essa cita esempi non vincolanti per aiutare a riconoscerlo, tra cui:
• stereotipi e pregiudizi sugli ebrei; • negazione o minimizzazione dell’Olocausto; • accuse collettive agli ebrei; • alcune forme di ostilità verso lo Stato di Israele quando superano la critica politica e diventano discriminazione.
Sembrerebbe tutto sacrosanto e condivisibile eppure, eppure non è stato condiviso da una larghissima parte politica: Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra contrari, Partito Democratico prevalentemente astenuto. Evidentemente perché vogliono conservare il loro diritto di giudicare negativamente lo Stato di Israele anche quando si supera la legittima e giustificata, secondo loro, critica nei confronti del suo governo.
Vogliono la libertà di poter mettere in discussione proprio l’esistenza dello Stato ebraico in quanto, per la loro convinta narrazione, peraltro con distorti fondamenti storici, sarebbe usurpatore e imperialista.
Allora perché io sarei contrario a questa legge? Perché non si può combattere una malattia con il codice penale. Sarebbe come dire: vietata la scarlattina.
Ma non è mettendo al bando i sintomi della scarlattina che si debella il morbo. È combattendone le cause che si contrasta la malattia. La lotta deve essere l’azione quotidiana contro chi propaga scientemente il contagio. Le pomate o gli antipiretici sono il decreto che lotta per diventare legge: un blando, ingenuo palliativo rispetto al preoccupante quadro epidemiologico.
Non prendiamoci in giro. Se Israele viene stigmatizzato come nessun’altra nazione al mondo per qualunque comportamento del proprio governo, demonizzando l’intera popolazione, coinvolgendo chiunque sia di religione e ascendenza ebraica, ritorniamo alla definizione della Treccani, non è con una norma giuridica che si risolve la situazione.
Finché gli untori di questo profluvio di impietosa, feroce delegittimazione detengono i capisaldi delle sezioni dei partiti di sinistra, delle redazioni delle testate nazionali, dei picchetti sindacali, dei talk show, i focolai di odio antisraeliano e, a cascata, antiebraico continueranno a diffondersi come un fiume di lava che tutto avviluppa e brucia.
È evidente che ci sia un’orchestrazione esterna, strutturata e finanziata per tornaconti politici, internazionali più che nazionali, perché della causa palestinese forse gliene frega di più agli israeliani che ai pacifisti de noantri.
È un movimento antiamericano, antioccidentale, antiebraico dilagante, senza più freni inibitori, senza remore morali, scevro dall’idea di dover pagare alcuno scotto morale. Ed è un’offensiva cognitiva tentacolare e martellante cui tutti vengono sottoposti e che alla fine scardina le convinzioni anche dei più disincantati.
Ma tant’è, e se si ritiene di dover ricorrere a una legge vuol dire che la Ragione, quella con la R maiuscola, è già stata sconfitta, che la linea rossa non è stata travalicata ma travolta. Figuriamoci poi quando al governo andranno costoro che hanno votato contro.
Qui è finita. Ma non solo per noi ebrei.
Ieri è stato assolto un manifestante che al corteo propal ha lanciato bottiglie e sedie contro le forze dell’ordine: “il fatto non sussiste e il fatto non costituisce reato”. Più di 40 feriti tra gli agenti. Non mi parlate di legge che mi metto a ridere.
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P.S. La foto che vedete [è stata inviata per email agli iscritti] è una scuola sventrata a Tel Aviv da una munizione a grappolo. È quella dei miei nipotini e, fortunatamente, era vuota. La posso pubblicare perché non c’è riferimento di indirizzo, e quindi censura militare. È più di un mese che l’Iran risponde agli attacchi alle proprie infrastrutture con bombardamenti con cluster sulla popolazione civile. È una notizia che, per l’appunto, non sentirete a nessun TG.
(InOltre, 7 aprile 2026)
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È ora di essere sionisti!
Cinque motivi per amare lo Stato ebraico – con tutti i suoi pregi e difetti
di Daniel Neumann *
Ci sono momenti nella storia in cui occorre chiarezza. Momenti in cui bisogna porre fine alle ambiguità. E in cui le distorsioni devono essere combattute con determinazione. Uno di questi momenti è arrivato. È adesso. E significa: è ora di essere sionisti. Apertamente, a voce alta e con orgoglio!
In un’epoca in cui il sionismo deve fungere da simbolo di ogni male, da codice per il capitalismo, l’imperialismo e il colonialismo, da emblema di occupazione, oppressione e potere, è ora di prendere una decisione. Non una semplice decisione. Ma molte.
Ci si lascia ingannare dalla narrazione secondo cui l’antisionismo è semplicemente resistenza contro un’ideologia disumana? Una lotta giusta contro i privilegi dei bianchi? L’impegno contro una visione del mondo razzista e genocida? Un movimento di resistenza globale e anticoloniale?
O si riconosce che l’antisionismo è in realtà l’ultima mutazione dell’odio più antico e persistente della storia mondiale? L’odio contro gli ebrei! Che oggi non si presenta più sotto le spoglie della religione e non più nel guscio di una dottrina razziale pseudoscientifica, ma nell’abito della lotta per la giustizia e i diritti umani.
La metodologia non è nuova: consiste in calunnie, propaganda e disinformazione. E cerca così di ottenere tre cose: recidere l’arteria vitale dell’esistenza storico-ebraica. Distruggere il cuore nazionale del popolo ebraico. E minare il sistema nervoso centrale dell’identità collettiva ebraica.
Le conseguenze sono tanto evidenti quanto drammatiche. Infatti, viene messo in discussione il legame storico degli ebrei con la loro patria ancestrale e biblica. Israele viene considerato uno Stato illegittimo che deve essere smantellato. E gli ebrei di tutto il mondo, a causa dei continui attacchi, delle calunnie e delle demonizzazioni provenienti dalle direzioni più disparate, iniziano a dubitare della loro storia, delle loro origini, dei loro ideali, della loro cultura, della loro religione, della loro appartenenza, della loro identità e, infine, di se stessi.
Alcuni cercano salvezza nella fuga dalla propria identità, altri si crogiolano nell’odio verso se stessi e altri ancora si rivoltano contro tutto ciò che ritengono essere la causa del male: Sion, i sionisti, il sionismo.
Eppure il sionismo non è mai stato ciò che i suoi oppositori volevano vedere in esso. E mai ciò che i suoi nemici gli attribuivano. Era esattamente l’opposto. Non un'ideologia di sottomissione, ma un movimento di autoaffermazione. Non una convinzione di superiorità, ma una reazione a una continua impotenza. Non un attacco agli altri, ma la difesa della libertà e dell'autodeterminazione.
La scelta del sionismo è quindi una scelta a favore dei fatti, del diritto e della verità. E contro la diffamazione, la disinformazione e la demonizzazione.
Ma è molto di più! È una scelta per un futuro migliore. A favore di un sogno antico, che è ancora vivo. E che si rifiuta ostinatamente di svanire. Una scelta per un futuro che non costruisce castelli in aria, che non si perde nelle utopie, ma che regge il confronto con la realtà.
Cosa significa questo? Uno sguardo verso Sion lo rivela.
E Israele, patria e incarnazione del sionismo realmente esistente, ne è la testimonianza.
Il che non significa che Israele sia perfetto. Perché non lo è. Certo che no! Ci sono problemi tra ebrei e arabi. Tra religiosi e laici. Tra destra e sinistra. Tra intellettuali e pragmatici. Tra filosofi e realisti. Tra occidentali e orientali. Tra espansionisti e pacifisti. Tra democratici e autoritari. E molto altro ancora.
Perché Israele è una democrazia estremamente pluralista e vivace, che offre una casa a persone provenienti da innumerevoli paesi. Un luogo in cui tradizione e modernità si danno la mano e religione e laicità lottano per il predominio. Questo paese è la patria di uno dei popoli più antichi della terra ed è allo stesso tempo uno dei paesi più moderni, vivaci e visionari del mondo.
Lo Stato ebraico dispone praticamente di nessuna risorsa naturale eppure è diventato una potenza economica. Da sempre esposto alle minacce di annientamento dei suoi nemici, non solo ha resistito agli attacchi, ma è diventato una grande potenza militare in tutta la regione. Da sempre combatte il terrorismo dall’interno e dall’esterno eppure ha mantenuto l’equilibrio tra sicurezza e libertà.
È tutto opera del sionismo? Ovvero della convinzione che il popolo ebraico abbia il diritto di vivere in modo indipendente e autodeterminato nella sua patria storico-biblica? In parte sì. E in parte hanno influito anche altri fattori. È tuttavia innegabile che il sionismo abbia reso possibile Israele. Lo ha generato nella sua versione moderna. E da allora lo accompagna e lo plasma.
E questo Israele, cioè risultato e rifugio del sionismo, è l’unico e singolare luogo su questo pianeta che riunisce diversi fenomeni che non solo assicurano la sopravvivenza dello Stato ebraico, ma determineranno il futuro della nostra civiltà occidentale. Fenomeni che le nostre democrazie occidentali dovrebbero assolutamente adottare, se non vogliono morire, ma continuare a esistere e prosperare.
In primo luogo, Israele è fertile. Non in senso agricolo. Ma in termini di tasso di natalità. E questo gli conferisce una posizione assolutamente speciale rispetto agli Stati Uniti o all’Europa. Il tasso di natalità in Israele è di circa 3 figli per famiglia, mentre nessun altro paese occidentale raggiunge il tasso di riproduzione di 2,1 che garantirebbe una popolazione stabile. Per non parlare della crescita demografica.
In altre parole: in nessun altro paese occidentale, tranne Israele, la popolazione cresce. Peggio ancora: diminuisce! E talvolta in modo vertiginoso. Solo Israele cresce e prospera. E non solo grazie alla popolazione ebraica religiosa. E non solo a quella arabo-musulmana. Ma anche grazie a quella laica!
Perché? Perché si crede che i bambini avranno un buon futuro. Perché c’è fiducia. E speranza! La speranza che l’esperienza non abbia l’ultima parola, ma possa essere superata.
Secondo: Israele è pronto a lottare per la propria sopravvivenza. Incondizionatamente. Perché la maggior parte sa che non c’è altro posto su questo pianeta dove poter vivere liberi, autonomi e in relativa sicurezza. Ciò significa che ognuno è pronto a difendere il proprio Paese e il proprio prossimo a rischio della propria vita. Ad eccezione di molti ultraortodossi e arabi israeliani, che in caso di emergenza dovrebbero combattere contro altri arabi. Questo è certamente un problema. Ma non è esistenziale. Non ancora.
Il fatto è che l’IDF (Israeli Defence Forces) è un esercito popolare in cui presta servizio praticamente chiunque. Uomini e donne. A prescindere dal ceto sociale. A prescindere dal colore della pelle. A prescindere dall’orientamento politico. È la versione ebraico-mediorientale dei Moschettieri di Alexandre Dumas. Uno per tutti. E tutti per uno.
Ma c’è di più: l’IDF si basa sull’identità ebraica, secondo cui nessuno viene mai lasciato indietro. Nessuno viene mai abbandonato. A qualunque costo.
Questo DNA ebraico-israeliano-sionista, che si è cristallizzato nell’identità delle forze di difesa, le rende così speciali. E fa sì che l’IDF diventi probabilmente l’esercito di difesa migliore e più efficace al mondo.
Terzo: gli israeliani sono tra le persone più felici del pianeta. Negli ultimi anni, nel World Happiness Report, questo piccolo paese si è regolarmente classificato tra i primi dieci paesi più felici del mondo. Superato per lo più solo dai paesi scandinavi. Sebbene Israele, sin dalla sua nascita, si sia visto circondato da nemici che volevano la sua distruzione. Sebbene abbia dovuto combattere diverse guerre per la propria sopravvivenza. Sebbene sia stato afflitto dal terrorismo esterno e interno. Sebbene abbia attraversato periodi di grave crisi economica. E sebbene sia sede di una cultura del conflitto vitale.
Ciononostante, o proprio per questo: gli israeliani sono felici! Forse perché esistono ancora. Contro ogni probabilità. Il fatto è che, in questo caso particolare, la felicità nasce dal senso, dalla tradizione, dalla comunità, dal successo e dalla resilienza. E lo fa in modo costante a un livello incredibilmente alto.
Quarto: il sionismo, con il sudore della fronte e contro ogni aspettativa, ha creato un paese fiorente, pulsante, resiliente, dinamico e di successo. Israele. E questo nonostante le condizioni di partenza non potessero essere peggiori. Nessuna risorsa naturale, come petrolio o gas. Nessun giacimento degno di nota. Solo sabbia rovente del deserto e paludi infestate dalla malaria in una delle zone più desolate della Terra. E un’infinità di nemici che da sempre hanno voluto distruggere il prodotto del sionismo. E gli ebrei con esso.
Da questi modesti ingredienti, i sionisti hanno creato una potenza economica. Una nazione di start-up in grado di competere con i più grandi centri tecnologici del mondo. Una nazione di inventori, le cui innovazioni sono una benedizione per l’umanità. E i cui sviluppi militari proteggono non solo l’America, ma ormai anche l’Europa. Se non hai un’opportunità, coglila. È quello che hanno fatto i sionisti. E il risultato è un miracolo moderno.
Quinto: il sionismo ha plasmato una società che incarna come nessun’altra un principio ebraico-biblico: scegli la vita! Perché anche se il movimento sionista della fine del XIX secolo era laico, politico e in parte persino antireligioso, non può né rinnegare le sue radici religiose, né l’influenza del pensiero ebraico.
Ciò significa che, per quanto laico possa essere stato il sionismo moderno, il risultato affonda le sue radici profondamente nell’etica ebraica. Nel Deuteronomio 30:19 si legge: «Ho posto davanti a te la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli la vita, affinché tu viva. Tu e la tua discendenza!»
Tutto culmina in questo principio. Qui tutto converge. L’amore per i figli e il valore della famiglia. La fiducia nelle generazioni future. La disponibilità a difendersi a vicenda e a lottare per la sopravvivenza comune. La felicità che nasce dal senso, dalla tradizione, dalla comunità e dalla resilienza. La creatività e l’inventiva per garantire un futuro migliore a se stessi, ai propri discendenti e al proprio Paese. E l’incondizionata voglia di vivere, che resiste a tutti i colpi. Che incassa tutti i duri colpi. E guarda ostinatamente avanti. Verso un mondo migliore.
Noi apprezziamo la vita. La abbracciamo. La celebriamo. Non la lasciamo andare. Scegliamo la vita. Ancora e ancora. Di generazione in generazione.
In breve: il sionismo unisce il desiderio di un futuro migliore con identità, autodeterminazione, sovranità, voglia di fare, spirito di innovazione, tenacia, forza di volontà, coraggio, forza, determinazione, senso di comunità, resilienza e speranza. E questa straordinaria miscela non garantisce solo il futuro di Israele. No.
È anche la scommessa migliore per garantire la sopravvivenza dell’Occidente. E quindi il futuro di tutti noi.
In altre parole: è ora di essere sionisti!
* L’autore è giurista e presidente dell’Associazione regionale delle comunità ebraiche dell’Assia.
(Jüdische Allgemeine, 7 aprile 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Libano sud. Unità Fantasma, Israele a caccia di Hezbollah
Nel terreno più difficile del fronte nord, la Refaim è diventata il laboratorio operativo dell’IDF e la prova che la prossima guerra si gioca sulla rapidità, sul mimetismo e sulla capacità di colpire in pochi secondi.
di Paolo Montesi
Nel Libano meridionale la guerra non assomiglia a quella raccontata dalle mappe con le frecce, perché si combatte dentro villaggi ostili, in mezzo a vegetazione fitta, lungo pendii dove i mezzi pesanti faticano a muoversi e dove Hezbollah prova a trasformare ogni casa, ogni boschetto e ogni apertura nel terreno in una trappola. È in questo spazio sporco, frammentato, opaco, che l’Unità multidimensionale dell’IDF, la Refaim, chiamata anche “Unità Fantasma”, sta conquistando un ruolo centrale, tanto che le voci sulla sua chiusura, circolate mesi fa, sono state travolte dai fatti e sostituite da una scelta opposta, cioè rafforzarla, allargarla e usarla come modello per le manovre terrestri future.
Il punto decisivo sta nel tipo di lavoro che questa unità svolge. I suoi uomini entrano in aree dove carri armati e fanteria convenzionale hanno margini più stretti, osservano il terreno per ore, leggono anomalie minime, scelgono postazioni da cui far operare i droni senza esporsi agli occhi di Hezbollah e chiudono il ciclo d’attacco con una velocità che per l’esercito israeliano è diventata un valore strategico. Secondo i dati rilanciati in questi giorni da fonti militari israeliane e ripresi anche da analisti indipendenti, dall’inizio dell’offensiva di marzo l’unità ha effettuato circa 75 attacchi, ha contribuito all’eliminazione di oltre quaranta miliziani di Hezbollah e ha operato soprattutto contro cellule pronte al tiro, infrastrutture locali e nuclei della Forza Radwan, la formazione scelta che Israele considera la minaccia più immediata sul fronte nord.
Da questo si capisce perché il nome “Fantasma” non sia folclore militare ma la descrizione precisa di un metodo. Hezbollah cerca di localizzare le forze israeliane, segue segnali, intercetta movimenti, studia i tempi di esposizione e tenta di colpire da vicino o da distanze più ampie con missili anticarro, razzi e osservatori avanzati. La risposta della Refaim consiste in un mimetismo molto più rigoroso rispetto al passato, in una disciplina quasi ossessiva sulla permanenza in posizione e in una familiarità con il terreno che i comandanti presentano come il vero segreto dell’unità. Non basta vedere il paesaggio, bisogna imparare a distinguere ciò che è normale da ciò che rompe la routine del luogo, perché è in quello scarto minimo che può comparire il combattente nascosto tra gli alberi o l’imbocco di un’infrastruttura sotterranea.
La campagna nel sud del Libano, del resto, è entrata in una fase più profonda e più rischiosa. Reuters ha riferito che il governo israeliano ha ordinato l’espansione delle operazioni fino all’area del Litani, con l’obiettivo dichiarato di allontanare Hezbollah dalla frontiera e ridurre il fuoco contro il nord di Israele, mentre negli ultimi giorni i combattimenti hanno provocato nuove perdite israeliane, compresi i quattro soldati uccisi il 31 marzo in operazioni nel settore meridionale. Dentro questo quadro, la Refaim serve a una cosa precisa, cioè ridurre il tempo che passa tra l’individuazione del bersaglio e la sua distruzione, perché in Libano quel tempo vale vite umane e può decidere l’esito di un’incursione.
Per questo la scelta del generale Nadav Lotan di investire ancora sull’unità ha un peso che va oltre il caso specifico. L’IDF ha capito che la prossima fase della guerra, e forse anche quelle che verranno, premierà le forze capaci di agire come una rete compatta di intelligence, droni, fuoco di precisione e mobilità leggera, invece di affidarsi soltanto alla massa o alla superiorità di piattaforme tradizionali. Nel sud del Libano, dove Hezbollah prova a dissolversi nel territorio per colpire e sparire, Israele sta rispondendo costruendo un reparto che vive dentro la stessa logica, la rovescia e la usa contro il nemico. Ed è proprio questo, più delle formule altisonanti, il dato che conta davvero, perché la “Unità Fantasma” non rappresenta un’eccezione pittoresca dell’esercito israeliano, ma il prototipo della guerra che l’IDF pensa di dover combattere da qui in avanti.
(Setteottobre, 7 aprile 2026)
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Gli ebrei clandestini di Mashhad
A causa di un'accusa di omicidio rituale, gli ebrei della città persiana di Mashhad furono costretti a convertirsi all'Islam. Molti continuarono a praticare le loro usanze in segreto.
di Gundula Madeleine Tegtmeyer *
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La moschea presso il santuario dell’Imam Reza a Mashhad – per anni gli ebrei hanno vissuto nascosti in città
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La Biblioteca Nazionale di Israele (NLI) custodisce preziosi tesori degli ebrei cripto-persiani di Mashhad, una località nel nord-est dell’Iran. Tra questi tesori c’è una Haggadah manoscritta del XIX secolo. Essa contiene una poesia che elogia Sir Moses Montefiore e sua moglie Lady Judith per il loro impegno nella ricostruzione di Gerusalemme. La coppia britannica dei Montefiore si è adoperata per molti anni per proteggere le comunità ebraico-persiane dalla persecuzione e dalla fame.
Nell’appendice dell’Haggadah è stata scoperta una dedica. Chaim Neria, curatore della Collezione Haim e Hanna Solomon Judaica della Biblioteca Nazionale, spiega: «La poesia è un esempio impressionante di meliza, una figura retorica ebraica classica in cui frasi tratte dalla Bibbia, dalla letteratura rabbinica e dalla liturgia vengono intrecciate per formare un nuovo messaggio. In questo caso, un omaggio alla coppia Montefiore.»<
Lo studioso cita passaggi come la frase «Bella nella sua maestosità è la signora Giuditta». Si tratta di un gioco di parole con il Salmo 48,2, che recita: «Grande è il Signore e degno di lode nella città del nostro Dio, sul suo monte santo». In un altro punto si legge: «La lunghezza della vita ⟨è⟩ nella sua destra, nella sua sinistra ricchezza e onore». Con ciò si allude a Proverbi 3,16.
• Collegamento con la ricostruzione di Gerusalemme
Neria osserva che quasi ogni riga collega la coppia alla ricostruzione fisica e spirituale di Gerusalemme, l’eredità dei Montefiore, compresa la costruzione di Mishkenot Sha’ananim, il primo quartiere moderno di Gerusalemme al di fuori delle mura della Città Vecchia.
Anche questo passaggio è interessante: «E le opere abili di una donna giusta che cerca il bene di Gerusalemme, [e] le mani di Judith e Sir Moses per il loro desiderio di incidere Gerusalemme». Con questo, la poesia fa riferimento a Ezechiele 4,1: «E tu, figlio dell’uomo, prendi una pietra; mettila davanti a te e incidici sopra la città di Gerusalemme».
Il curatore Neria sottolinea inoltre che Moses Montefiore non operò solo a Gerusalemme, ma si impegnò anche a favore delle comunità ebraiche oppresse in Persia, come ad esempio i cripto-ebrei di Mashhad.
Il 25 marzo 1865 Moses Montefiore annotò nel suo diario le persecuzioni a Hamadan: «La notte scorsa non sono riuscito a dormire, perché pensavo ai miei sventurati fratelli che soffrono in Persia». Durante una grave carestia negli anni 1871/72, mobilitò l’ebraismo europeo per salvare gli ebrei persiani dalla morte per fame.
• Viaggio in Persia in programma
Il banchiere e filantropo progettò un viaggio in Persia, che però non poté intraprendere per motivi di salute. Nel 1873 incontrò lo scià di Persia a Buckingham Palace per chiedergli protezione e sostegno per i suoi sudditi ebrei. La sua richiesta fu accolta; ci vollero però ancora tre anni prima che il governo persiano, nel 1876, riducesse le tasse per gli ebrei, in seguito a ciò le loro condizioni di vita migliorarono sensibilmente.
La poesia si conclude piena di lodi per l’opera filantropica della coppia – una corona di bellezza e un diadema regale. Neria osserva: «Queste espressioni tratte da Isaia 62,3 – “E tu sarai una splendida corona nella mano del Signore e un diadema regale nella mano del tuo Dio” – chiariscono che è il Santo, sia lodato, a portare questa corona». La poesia di lode dimostra che i Montefiore «adempiono la volontà del Signore».
• Molti testi in onore dei Montefiore
Questa meliza persiana è una delle centinaia di poesie, inni e preghiere composti nel XIX secolo nel mondo ebraico in onore di Moses Montefiore. Molti rendevano omaggio anche all’opera caritatevole di sua moglie Judith.
Una leggenda di omicidio rituale e un massacro avevano un tempo portato alla conversione forzata all’Islam della piccola comunità ebraica persiana di Mashhad. La città è la seconda più grande dell’Iran e la capitale della provincia del Khorasan, nel nord-est del Paese, vicino al confine con l’Afghanistan. Mashhad è considerata uno dei sette luoghi sacri dell’Islam sciita; qui si trova il santuario dell’ottavo imam sciita Reza e quindi l’unica tomba di un imam in terra iraniana.
Per molto tempo agli ebrei è stato vietato stabilirsi a Mashhad. La situazione cambiò nel XVIII secolo sotto l’imperatore Nader Shah (1688–1747), poiché il sovrano perseguiva piani ambiziosi: voleva trasformare la città di provincia nella sua capitale e in un centro commerciale. Per realizzare il suo progetto, contava sul sostegno degli ebrei e promosse la fondazione di una comunità ebraica.
Gli ebrei risposero al suo appello. Ma quando arrivarono, Nader Shah era già stato assassinato – con conseguenze di vasta portata per gli ebrei e le ebree: dovettero stabilirsi fuori dalle mura protettive della città. Il rapporto con i loro vicini sciiti era estremamente teso e culminò il 26 marzo 1839, a seguito di una falsa accusa che diede origine a una leggenda di omicidio rituale, in un pogrom. Cosa era successo?
È il 12 di Nissan 5599 (1839), due giorni prima della sera del Seder. Nel 1839, in quel giorno, gli sciiti di Mashhad celebravano l’Ashura, il giorno in cui si commemora l’uccisione dell’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto e figlio di Ali, il fondatore dell’Islam sciita. Hussein cadde nel 680 d.C. nella battaglia di Karbala, nell'odierno Iraq. Hussein Ibn Ali fu ucciso insieme a un piccolo gruppo di seguaci dalle truppe del califfo omayyade Yazid I.
• Tragico evento della storia sciita
La morte violenta di Hussein è un evento centrale e tragico della storia sciita. Il conflitto tra sunniti e sciiti, che perdura ancora oggi, si basa principalmente sulla disputa sulla legittima successione del profeta Maometto dopo la sua morte nel 632. Mentre i sunniti preferivano la scelta del compagno più capace (Abu Bakr), gli sciiti chiedevano una guida proveniente dalla famiglia di Maometto (Ali), il che si riflette anche nella loro denominazione auto-assegnata:
La parola “sciiti” ha origine dall'arabo e significa letteralmente “partito”, ‘fazione’ o anche “seguaci” di Ali.
I musulmani devoti affluirono nelle loro moschee in quel giorno del 1839. Una donna della comunità ebraica si rivolse a uno stregone persiano e gli chiese di guarire la sua mano dalla lebbra. Su consiglio dello stregone di immergere la mano nel sangue di cane, l’ebrea chiese a un ragazzo sciita di uccidere un cane per lei. Detto, fatto.
Ma poi scoppiò una violenta lite tra il ragazzo e la donna sull'ammontare del compenso, al che il ragazzo infuriato corse per le strade della città gridando che gli ebrei avevano ucciso un cane e lo avevano chiamato «Hussein».
Quando gli sciiti, al culmine del rituale estatico e dell’autoflagellazione in memoria delle sofferenze del loro santo Hussein, vennero a sapere che gli ebrei avevano osato offenderli chiamando un cane Hussein, le cose presero il loro corso: una folla inferocita attaccò il quartiere ebraico della città, saccheggiando, incendiando, uccidendo indiscriminatamente, violentando e rapendo ragazze giovani.
• Gli ebrei conducevano una doppia vita
I sopravvissuti al pogrom dovettero decidere: conversione all’Islam o morte certa. Scelsero la vita e da allora in poi condussero una doppia vita, fingendo di essere devoti musulmani, digiunando durante il Ramadan, frequentando la moschea e indossando abiti tradizionali musulmani. Ma ogni bambino portava fin dalla nascita due nomi, uno islamico ufficiale e uno ebraico segreto.
Per evitare matrimoni misti con musulmani, i cripto-ebrei fidanzavano i propri figli con altri bambini ebrei della comunità, spesso prima che questi raggiungessero i cinque anni. Se un musulmano chiedeva la mano della figlia, i genitori ebrei potevano fingere che fosse già promessa.
Pratiche come la circoncisione non destavano quasi alcun sospetto, poiché erano in uso in entrambe le religioni. L’osservanza della kashrut e dello Shabbat richiedeva invece ingegnose manovre di inganno. La carne non kosher veniva acquistata pubblicamente, ma smaltita di nascosto. I negozianti ebrei aprivano i loro negozi durante lo Shabbat, ma evitavano di accettare denaro.
Analogamente agli Anusim, termine ebraico che significa “i costretti”, in Spagna, anche a Mashhad furono le donne della comunità a diventare le principali custodi della vita ebraica. La responsabilità principale di preservare in segreto le usanze e le leggi ebraiche – Taharat Mishpacha, la purezza rituale della famiglia – ricadeva in gran parte sulle donne.
• Le donne contrabbandavano oggetti rituali sotto il chador
Anche le donne ebree dovevano sottostare alle norme di abbigliamento musulmane, indossando in pubblico un chador, un abito tradizionale voluminoso, per lo più nero, che le copriva dalla testa ai piedi lasciando scoperto solo il viso.
Il chador lungo fino ai piedi offriva però alle donne anche la possibilità di nascondere carne kosher, oggetti rituali, libri di preghiera e Haggadah e di trasportarli da un luogo all’altro senza essere notate.
Erano loro anche a contrabbandare rotoli della Torah, tefillin e scialli da preghiera agli uomini. Prima di Pesach, le donne rimanevano sveglie fino a tarda notte per cuocere di nascosto il matzah, il pane azzimo.
Alcuni ebrei ed ebree che volevano vivere apertamente la loro religione cercarono di lasciare Mashhad. Si trattava di un'impresa altamente rischiosa, poiché l'apostasia dall'Islam è punita con la morte in molti paesi musulmani, così come in Iran.
Alcuni ebrei lasciarono Mashhad e si trasferirono in altre città dell’Iran, dove si unirono alle comunità ebraiche ivi esistenti. Cambiarono i loro nomi e tacquero sul loro luogo di origine, Mashhad. Altri ebrei ed ebree riuscirono a fuggire dall’Iran. Fondarono nuove comunità ebraiche in Afghanistan, nell’Impero russo e in India.
• Pellegrinaggio alla Mecca
Altri ebrei rimasti a Mashhad decisero negli anni Novanta dell’Ottocento di attuare un piano audace: le autorità musulmane locali incoraggiavano da tempo i “nuovi musulmani” a imitare i musulmani e a compiere un pellegrinaggio alla Mecca, l’Hajj richiesto dall’Islam, uno dei cinque pilastri dell’Islam. Gli ebrei che si erano già recati in Arabia Saudita, al loro ritorno portavano il titolo onorifico di Hajji, alcuni furono addirittura ricompensati con una posizione di maggiore influenza a Mashhad.
Per alcuni ebrei e ebree che si erano recati in pellegrinaggio, la vera meta non era La Mecca, ma Gerusalemme. Sulla via del ritorno da La Mecca fuggirono e, seguendo un avventuroso percorso di fuga, raggiunsero Gerusalemme, dove si stabilirono e fondarono due sinagoghe: la sinagoga di Hadji Jeheskel e la sinagoga di Hadji-Adonijahu. Per quasi un secolo gli ebrei di Mashhad condussero una doppia vita. Nel 1925, con l’ascesa al potere di Reza Shah Pahlavi, in Iran fu introdotta la libertà di religione e gli ebrei persiani di Mashhad non dovettero più nascondere la propria identità.
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La sinagoga di Hadji Adonijahu a Gerusalemme<
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In Iran circola ancora oggi una leggenda. Essa narra che i sette rotoli della Torah della comunità ebraica di Mashhad furono salvati e nascosti tra le mura della moschea principale della città, il Santuario dell’Imam Reza. Non è tramandato chi abbia salvato i rotoli della Torah, lasciando spazio alle speculazioni. È possibile che siano state ancora una volta le coraggiose donne ebree di Mashhad.
Nota della redazione: prima della sua aliyà, l’immigrazione in Israele, l’autrice ha vissuto per un periodo in Iran. All’Università di Teheran ha frequentato corsi di farsi. Nell’ambito del suo lavoro giornalistico ha anche svolto ricerche e realizzato servizi sulla vita ebraica in Iran.
| INSERTI STORICI |
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Gli ebrei in Iran
Da oltre 2.500 anni gli ebrei vivono in Iran. Non tutti gli ebrei deportati dai Babilonesi tornarono a Canaan, come veniva chiamata allora la Terra Santa, dopo la loro liberazione da parte del re persiano Ciro III nel V secolo a.C. “Canaan” (kəna‘an) è la versione biblico-ebraica di un nome che tradizionalmente serviva a designare un territorio e dal quale deriva il nome del gruppo ‘Canaaniti’ (kəna’ǎnî), formato come gentilizio (anche “Canaaniti”). Nonostante i numerosi tentativi, l'etimologia non è stata ancora chiarita in modo definitivo.
Alcuni ebrei e alcune ebree si stabilirono in Babilonia e in Persia. La
Persia – derivata dall'antico persiano Parsa – indicava originariamente un'antica regione nel sud-ovest dell'odierno Iran, che fungeva da cuore dell'impero persiano achemenide e sassanide. La regione corrisponde geograficamente in gran parte all’odierna provincia del Fars.
Ciro III permise ai rimpatriati di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, il che spiega lo stretto legame degli ebrei con la dinastia achemenide. La Bibbia ebraica menziona più volte Ciro in tono elogiativo. Anche nei secoli successivi la Persia ha scritto la storia della Bibbia: a Susa, nel IV secolo, è stato redatto il Libro di Daniele. Il capitolo sei descrive la congiura contro il profeta, il gettare nella fossa dei leoni e la conversione di Ciro.
Mentre sotto i Sasanidi gli ebrei godevano di un favore spesso mutevole da parte dei sovrani, con l’islamizzazione iniziò il graduale declino dell’ebraismo iraniano. Un’eccezione è rappresentata dal dominio degli Ilkhanati mongoli, uno dei quattro rami principali dell’Impero mongolo fondato nel 1256 dopo la morte di Gengis Khan. Grazie alla loro tolleranza religiosa, ebrei ed ebree si trasferirono in gran numero nelle città dell’Iran settentrionale di Tabriz, Maraghe e Soltanije.
Solo sotto Reza Shah Pahlavi, che regnò dal 1925 al 1941, gli ebrei ottennero la parità giuridica. Ciononostante, dopo la fondazione dello Stato di Israele molti ebrei iraniani emigrarono. Alla fondazione della Repubblica Islamica nel 1979 seguì un'altra grande ondata di emigrazione. Oggi in Iran vivono ancora circa 10.000 ebrei, principalmente a Teheran, Isfahan e Hamadan, dove si trova la tomba di Mardocheo ed Ester (Hadassah, questo il suo nome ebraico), i protagonisti principali della storia di Purim.
Kalimi
Gli ebrei e le ebree iraniani sono chiamati kalimi dai loro connazionali, poiché è diffusa l’idea che il loro ebraismo sia diverso da quello praticato in Israele e in altre parti del mondo e che l’ebraismo persiano sia più vicino all’Islam. La parola kalimi deriva dall'arabo «Wa kallamallahu Musa taklima», un versetto della sura An-Nisa (4,164), «Le donne». Il versetto significa: «E Allah parlò direttamente a Mosè». Esso conferma che Allah comunicò direttamente con il profeta Mosè, il quale ricevette così il titolo di Kalimullah (colui che parlò con Allah). Questo evento significativo ebbe luogo nei pressi del Monte Sinai.
Il Corano narra della nascita di Mosè, del suo periodo alla corte del Faraone, della sua fuga a Madian, del roveto ardente, delle dieci piaghe, della divisione del mare e dell’esodo dall’Egitto. A Mosè, in arabo Mūsā, fu rivelata la Torah, chiamata Taurat nel Corano. Nell’Islam è considerato un importante profeta e messaggero di Allah, in arabo Dio, nonché un modello per trasmettere insegnamenti sulla fede, la fiducia in Dio e i pericoli dell’arroganza – sull’esempio del Faraone.
Gli ebrei iraniani si definiscono Yisrãel. In alcuni dialetti ebraici locali, come il giudeo-esfahani (Isfahan), si usa il termine Jid. Per distinguerli, tutti gli altri ebrei che vivono fuori dall'Iran sono chiamati yahudi. Nel Corano stesso, gli ebrei sono chiamati sia yahud che Banu-Esrā‘il (figli di Israele).
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* Prima della sua alija, ovvero dell’immigrazione in Israele, l’autrice ha vissuto per un periodo in Iran. All’Università di Teheran ha frequentato corsi di lingua farsi. Nell’ambito della sua attività giornalistica, ha anche svolto ricerche e realizzato servizi sulla vita ebraica in Iran.
(Israelnetz, 7 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’ultimo saluto ai Gershovitz, uccisi a Haifa da missile iraniano
«In un solo giorno è scomparsa un’intera famiglia. Una famiglia straordinaria, con una storia simile a quella di tante altre che sono immigrate qui dall’Unione Sovietica, negli stessi anni in cui sono arrivato anch’io: hanno costruito la loro vita, si sono fatti strada e hanno dato il loro contributo a Israele. È un dolore immenso», ha dichiarato il ministro per l’Immigrazione Ze’ev Elkin partecipando in queste ore ai funerali della famiglia Gershovitz, uccisa lunedì da un missile iraniano a Haifa. Vladimir Gershovitz, 73 anni, era stato dimesso da poche ore dall’ospedale Rambam ed era appena rientrato a casa, a Haifa, insieme alla moglie Lena, 68 anni. Il figlio Dima era arrivato da Herzliya con la moglie Lucille-Jane per aiutarli, dopo il lungo ricovero del padre. Quando sono risuonate le sirene antimissile, hanno cercato riparo nel vano scale, temendo di non riuscire a raggiungere il rifugio in tempo, soprattutto a causa delle condizioni di salute di Vladimir. Erano tutti e quattro insieme quando il missile iraniano ha centrato l’edificio, facendolo collassare. I soccorritori li hanno trovati senza vita dopo circa diciotto ore di scavi, nel punto più basso della struttura, vicino alle scale. «Dima e Lucille-Jane sognavano una famiglia e dei figli: sogni che non si avvereranno più», ha raccontato a Ynet un amico di famiglia. Dima, 42 anni, aveva servito per sei anni nell’unità 8200 dell’esercito e negli ultimi nove anni lavorava come ingegnere software presso Jfrog. Nell’aprile 2024 aveva sposato Lucille-Jane, 29 anni, dopo averla conosciuta durante un viaggio nelle Filippine. Lei aveva avuto inizialmente paura di trasferirsi in Israele, ha aggiunto l’amico, ma aveva poi scelto di restare. Lucille-Jane lavorava come assistente in un asilo dell’associazione Wizo a Tel Aviv. «Era sempre sorridente, amava i bambini come se fossero i suoi», ha raccontato una madre all’emittente Kan. Frequentava corsi di ebraico due volte a settimana e, durante la guerra, con gli asili chiusi, aveva intensificato lo studio. «Nell’ultima conversazione ci aveva detto quanto le mancavano i bambini e quanto voleva tornare alla routine per rivederli», ha sottolineato la direttrice dell’asilo, Indira Rabi. «Lucille era un’educatrice amata: si prendeva cura dei piccoli con dedizione, calore e amore sincero, dando a ciascuno sicurezza, dolcezza e gioia». Anche Lena Ostrovsky, insegnante di tecnica vocale allo studio di recitazione Nissan Nativ di Gerusalemme, è stata ricordata con affetto dai suoi studenti. Diplomata all’Accademia di Musica in Ucraina, dopo aver fatto l’aliyah con il marito Vladimir aveva formato per trent’anni generazioni di attori. «Aveva un cuore enorme. Era così materna e amorevole, e faceva sentire ogni studente come se fosse la pupilla dei suoi occhi, il più perfetto, il più riuscito e il più degno, con una compassione infinita e un amore senza giudizio», ha raccontato a ynet l’attrice Orna Pitussi, che aveva studiato con lei. «Era piccola, ma capace di far sentire tutti i suoi studenti i suoi figli migliori». Con Ostrovsky aveva studiato anche Liat Har Lev, uno dei volti del programma satirico Eretz Nehederet: «Ci ha insegnato l’arte della parola e del racconto. Quando qualcuno riusciva a raccontare bene una storia, i suoi occhi buoni si riempivano di lacrime, e noi ricevevamo da lei un “umnitsa” (in russo, “bravissima”), che per noi valeva tutto». Vladimir, in pensione, era il punto di riferimento della famiglia. Il suo ritorno a casa dopo settimane di ricovero aveva riunito tutti attorno a lui. Poche ore dopo, quell’incontro si è trasformato nell’ultimo. «Il nostro cuore è spezzato. Il nostro e quello di tante persone che avete toccato nel profondo», ha sottolineato una parente durante la cerimonia funebre.
(moked, 7 aprile 2026)
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Distorsione della memoria al Liceo Agnesi di Milano
È previsto per il 9 aprile un incontro al Liceo Agnesi dal titolo Riflessione sulla Giornata della Memoria e sull’attualità geopolitica internazionale con la partecipazione di Francesco Vignarca, Coordinatore delle Campagne della Rete Pace e Disarmo, e Widad Tamimi, scrittrice, figlia di padre palestinese e madre di origini ebraiche. Emtrambi schierati contro Israele.
di Nathan Greppi
Dopo il 7 ottobre, uno degli epicentri dell’ostilità nei confronti d’Israele sono state le scuole: se nel maggio 2025 il Liceo “Luciano Manara” di Roma ha annullato un incontro sulla pace in Medio Oriente perché secondo un collettivo studentesco erano tutti “facenti parte della comunità ebraica” (il che peraltro non era neanche vero), a Milano il docente del Liceo Leonardo Da Vinci Andrea Atzeni ha subito un provvedimento disciplinare per aver preso posizione contro quegli studenti che strumentalizzavano la Giornata della Memoria per veicolare discorsi antisraeliani.
In compenso, gli unici eventi permessi nelle scuole sembrano essere quelli totalmente allineati alla narrazione propal: se la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha potuto tenere delle lezioni senza nessun contraddittorio in alcune scuole toscane, più di recente è stato il Liceo statale “Gaetana Agnesi” di Milano a distinguersi per un episodio analogo.
Secondo la testimonianza di Atzeni, è previsto per il 9 aprile un incontro al Liceo Agnesi dal titolo Riflessione sulla Giornata della Memoria e sull’attualità geopolitica internazionale. Nella circolare c’è scritto che “l’appuntamento offrirà agli studenti l’opportunità di confrontarsi con due figure di rilievo: Francesco Vignarca, Coordinatore delle Campagne della Rete Pace e Disarmo, esperto di analisi dei conflitti armati, spese militari e percorsi di disarmo, e Widad Tamimi, Scrittrice e Attivista per i Diritti Umani, autrice di opere che intrecciano memoria, identità e narrazioni contemporanee”.
Come riportato da Atzeni, Vignarca ha parlato nei mesi scorsi di “decenni di occupazione illegale, apartheid, invasione di Gaza con massacri e pulizia etnica, attacco ad almeno cinque paesi sovrani”, aggiungendo: “Non basta che (per ora) distruzioni e massacri si siano fermati per affermare che non è (stato) genocidio”. Mentre la Tamimi, figlia di padre palestinese e madre di origini ebraiche, ha scritto per il quotidiano Il Manifesto articoli con titoli quali Dalla fessura di Rafah passa il codice non scritto dell’esilio, Sotto il cielo degli altri: l’apartheid della sicurezza, Via da Gaza, deportazioni mascherate da evacuazioni, La burocrazia italiana condanna a morte le voci di Gaza e I fantasmi di Gaza inghiottiti nel buco nero del genocidio. Ha inoltre pubblicato un libro autobiografico intitolato Dal fiume al mare, come lo slogan propal che invita a cancellare Israele dalle mappe.
Che un liceo di Milano ospiti personaggi così schierati per parlare del Giorno della Memoria mettendolo in relazione all’attualità geo-politica è a dir poco preoccupante e di malafede. Come se fosse giusto rileggere la storia alla luce di ciò che succede oggi. E, caso strano, lo si fa quando di mezzo ci sono ebrei e Israele, le “vittime” di ieri diventate, per troppi, i “carnefici” di oggi. Una lettura odiosa e molto inquietante, soprattutto se diffusa in una scuola, a giovani che devono ancora crearsi una coscienza critica.
(Bet Magazine Mosaico, 7 aprile 2026)
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Attacco missilistico iraniano a Haifa
I quattro inizialmente dispersi sono stati ritrovati senza vita sotto le macerie. Le vittime sono una coppia di ottantenni, il loro figlio e la compagna di quest'ultimo
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I soccorritori israeliani sul luogo in cui un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa
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Dopo il ritrovamento, nelle prime ore di questa mattina, delle prime vittime, anche le altre due persone rimaste intrappolate sono state ritrovate senza vita. In totale, quattro persone hanno perso la vita nel crollo di un appartamento ad Haifa ieri sera: una coppia di ottantenni, il loro figlio e la compagna di quest'ultimo.
Le squadre di soccorso, mobilitate dall’inizio della notte tra domenica e lunedì, hanno condotto intensi sforzi in condizioni particolarmente difficili per tentare di localizzare le vittime.
Le operazioni di ricerca sono state condotte da forze rinforzate di vigili del fuoco e unità del comando del fronte interno. I soccorritori hanno utilizzato mezzi tecnologici avanzati, in particolare dispositivi di localizzazione telefonica e telecamere speciali, per rilevare la presenza di sopravvissuti sotto le macerie di un edificio gravemente danneggiato. Nonostante questi sforzi, le persone ritrovate erano già decedute al momento del loro recupero.
Secondo una prima indagine, il missile era stato individuato in tempo e sono stati effettuati diversi tentativi di intercettazione, senza successo. Le prime analisi indicano che una testata di diverse centinaia di chilogrammi ha colpito direttamente uno dei piani inferiori di un edificio a terrazze, provocando il crollo di altri due livelli. Sul posto, gli esperti ritengono che la testata non sia esplosa completamente, o solo in parte, a causa dell'onda d'urto relativamente limitata osservata nella zona. Il capo della polizia, Dani Levy, ha confermato che il missile trasportava una carica esplosiva di diverse centinaia di chilogrammi.
(i24, 6 aprile 2026)
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Salvataggio in territorio nemico: due piloti statunitensi sopravvivono a ore drammatiche in Iran
Se un pilota statunitense fosse stato fatto prigioniero avrebbe potuto dare all’Iran la possibilità di esercitare pressioni politiche e propagandistiche.
di Michael Selutin
Il salvataggio di due piloti statunitensi in Iran è una delle operazioni più spettacolari e rischiose della guerra in corso. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato che Washington aveva inizialmente ipotizzato che almeno uno dei due potesse essere già caduto in mano agli iraniani.
«Pensavamo che potesse essere stato catturato», ha spiegato Trump in un’intervista alla televisione israeliana. L'incertezza sulla sorte dell'equipaggio e il pericolo di un'imboscata hanno reso la situazione particolarmente tesa.
L'incidente è iniziato con l'abbattimento di un caccia statunitense sopra il territorio iraniano – e nel giro di poche ore si è trasformato in una missione di salvataggio in condizioni estreme.
• Separati in territorio nemico – uno salvato rapidamente, l'altro disperso
Dopo l'abbattimento, entrambi i membri dell'equipaggio sono riusciti a salvarsi grazie al sedile eiettabile, ma sono stati separati l'uno dall'altro e sono atterrati nel profondo dell'Iran.
Uno dei due piloti è stato localizzato e recuperato in tempi relativamente brevi. Il secondo, invece, è rimasto disperso ed è diventato il fulcro di una ricerca sempre più drammatica.
Il pilota ferito si trovava in un terreno montuoso e si nascondeva per non essere scoperto. Per ore si è tenuto nascosto tra le rocce e il terreno impervio, mentre le forze iraniane setacciavano la zona.
La comunicazione con lui era difficile e inaffidabile. Allo stesso tempo, c'era il timore concreto che la sua posizione potesse essere già nota – o che i segnali venissero intercettati.
Trump ha poi affermato che le unità iraniane erano state «vicine» a trovarlo.
• Salvataggio all'ultimo minuto
Gli Stati Uniti hanno deciso di avviare un'operazione di salvataggio rapida e ad alto rischio. Sono state inviate nella zona unità speciali, supportate da aerei da combattimento e droni che fornivano copertura aerea.
La ricerca si è concentrata sulla zona montuosa in cui si presumeva si trovasse il pilota. Alla fine, grazie alle informazioni dei servizi segreti, è stato possibile localizzarlo: si era nascosto in una fenditura rocciosa.
Il pilota era ferito e indebolito, ma è riuscito a rimanere nascosto fino all’arrivo dei soccorsi. L’evacuazione è avvenuta sotto pressione. Le forze iraniane si trovavano nelle vicinanze e ogni ritardo avrebbe aumentato notevolmente il rischio di cattura.
Nonostante il pericolo, le unità statunitensi sono riuscite a raggiungere il pilota e a portarlo fuori dalla zona.
• Cattura scongiurata per un soffio
Il successo del salvataggio ha scongiurato uno scenario dalle conseguenze potenzialmente di vasta portata. Un pilota statunitense catturato avrebbe dato all’Iran l’opportunità di esercitare pressioni politiche e propagandistiche.
Trump ha osservato che Israele ha aiutato “un po’” nell’operazione di salvataggio, ma che la maggior parte del lavoro è stata svolta dagli americani. Gli israeliani “sono stati ottimi partner. Sono persone fantastiche e coraggiose. Siamo come un fratello maggiore e un fratello minore», ha affermato Trump.
Rappresentanti statunitensi hanno spiegato che il sostegno di Israele è consistito in informazioni dei servizi segreti sulla zona generale in cui si è svolta l’operazione di salvataggio e non si è riferito specificamente al membro dell’equipaggio. L’aeronautica militare israeliana ha anche effettuato un attacco aereo per impedire alle forze armate iraniane di raggiungere la zona.
(Israel Heute, 6 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Le truppe di Hezbollah in crisi di morale: ‘Ci mandano a morire’
I miliziani del gruppo terrorista esasperati, spaventati e scoraggiati
di Shira Navon
Le parole arrivano da una stanza chiusa, sotto pressione, ma colpiscono per la loro crudezza perché non somigliano a slogan né a propaganda, bensì a un cedimento umano che attraversa le linee del fronte: uomini armati, addestrati, inseriti nella macchina militare di Hezbollah che raccontano stanchezza, paura, una sensazione di essere sacrificabili. “Il morale è a terra, nessuno ha la forza di combattere”, dice uno di loro durante un interrogatorio condotto dall’Unità 504 dell’intelligence israeliana, mentre un altro descrive la catena di comando come distante, quasi indifferente alla sorte dei combattenti.
Il contesto è quello delle operazioni nel sud del Libano, dove alcuni membri della Radwan Force sono stati arrestati mentre preparavano un attacco anticarro contro le forze israeliane. Portati in interrogatorio, hanno fornito una versione che, pur filtrata dalla condizione di prigionia, coincide con altri segnali raccolti nelle ultime settimane sul campo e nelle analisi di intelligence: logoramento, difficoltà operative, tensioni interne. Secondo uno dei miliziani, Hezbollah sarebbe entrato in guerra sotto l’impulso diretto di Ali Khamenei e dunque dell’Iran, rafforzando l’idea di una subordinazione strategica che pesa anche sul morale di chi combatte.
Le frasi riportate non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie. “Chiunque venga, viene con la forza”, racconta uno degli interrogati, evocando una mobilitazione che ha poco di volontario. Un altro insiste su un’immagine brutale: uomini trattati come animali mandati in battaglia senza riguardo per la loro sopravvivenza. È un linguaggio che tradisce una frattura tra vertice e base, tra la retorica della resistenza e la realtà quotidiana di chi si muove tra villaggi bombardati, infrastrutture colpite, incertezza continua.
Eppure, mentre emergono queste crepe, la capacità militare di Hezbollah resta significativa. Le stime israeliane parlano di un arsenale ancora compreso tra gli 8.000 e i 10.000 razzi, con centinaia di lanciatori attivi nonostante i colpi subiti. Nell’ultimo mese sono stati lanciati circa 5.000 razzi, con una media giornaliera che mantiene una pressione costante sul fronte settentrionale di Israele. Le Forze di Difesa Israeliane riconoscono che, al ritmo attuale, il gruppo potrebbe continuare a colpire ancora per settimane, anche se le capacità di produzione e rifornimento risultano fortemente ridimensionate.
Questa doppia realtà, un’organizzazione ancora armata ma attraversata da segni evidenti di affaticamento, definisce il punto in cui si trova oggi il conflitto. Da un lato, la struttura militare continua a funzionare, a sparare, a infliggere danni; dall’altro, il tessuto umano che la sostiene mostra incrinature che nel tempo possono diventare decisive. Le guerre, alla lunga, si misurano anche su questo terreno meno visibile, dove la resistenza non dipende solo dai missili disponibili ma dalla volontà di usarli.
Le testimonianze degli interrogatori non bastano da sole a descrivere l’intero quadro, perché ogni conflitto produce versioni parziali e interessate, ma si inseriscono in una sequenza di indizi che puntano nella stessa direzione. Hezbollah resta un attore militare capace e pericoloso, però non impermeabile all’usura. Ed è proprio in questa tensione tra forza residua e logoramento interno che si gioca una parte della fase attuale della guerra lungo il confine libanese.
(Setteottobre, 5 aprile 2026)
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Iran, tutte le incertezze di una guerra (che doveva durare poco)
Dalla promessa di un blitz rapido a una guerra di attrito: il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele entra in una fase più opaca e prolungata, tra resilienza del sistema iraniano, rischio nucleare crescente e negoziati indiretti ancora lontani da una sintesi.
di Luca Longo
Quello che doveva essere un fulmineo blitz — o almeno una rapidissima operazione come la precedente “Guerra dei 12 giorni” — dopo oltre un mese non accenna ad avvicinarsi a una risoluzione, ma entra in una nuova fase operativa. Dopo le prime settimane di attacchi mirati contro infrastrutture, leadership militare e capacità industriali, il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrato in una fase meno lineare. Le operazioni continuano, ma non producono più effetti decisivi nel breve periodo.
Secondo quanto emerge dalle analisi pubblicate da Axios e altri media americani, l’amministrazione di Donald Trump starebbe valutando diversi scenari alternativi, segno che l’obiettivo di una rapida risoluzione del conflitto appare ormai irrealistico.
Sul terreno, i dati qualitativi indicano una dinamica chiara: le capacità iraniane sono state degradate, ma non neutralizzate. Teheran continua a mantenere una catena di comando funzionante e, soprattutto, conserva la capacità di colpire Israele con attacchi missilistici coordinati. Poche ore fa ha anche dimostrato di essere sempre in grado di abbattere un moderno F-15 americano. Questo elemento segna il passaggio da una fase di “shock iniziale” a una logica di attrito prolungato.
• Leadership frammentata e resilienza del sistema
Uno degli aspetti più rilevanti emersi nelle ultime settimane riguarda la struttura decisionale interna iraniana. L’eliminazione sistematica di figure chiave — e la totale latitanza dell’attuale guida suprema Mojtaba Khamenei — non hanno prodotto un vuoto di potere evidente.
Al contrario, si sta consolidando una forma di leadership collettiva che ruota attorno a diversi centri di potere: apparato politico, vertici militari e Guardia rivoluzionaria. Figure come Mohammad Bagher Ghalibaf — con un passato nei Pasdaran e una posizione istituzionale di primo piano — rappresentano un punto di equilibrio tra ideologia e pragmatismo operativo.
Questa configurazione rende il sistema più opaco ma anche più resiliente. Un po’ come la rete Internet, non esiste un singolo nodo la cui eliminazione possa determinare il collasso dell’intero apparato decisionale. È una caratteristica tipica dei regimi che hanno interiorizzato il rischio di decapitazione strategica.
• Il nodo centrale: capacità missilistiche e profondità strategica
Sul piano militare, il bilancio è ambiguo. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ridotto il numero di lanciatori e colpito parte delle infrastrutture, ma non hanno eliminato il problema strutturale: la profondità difensiva iraniana.
Le cosiddette “città missilistiche” sotterranee — installazioni fortificate distribuite sul territorio — continuano a rappresentare un asset critico difficilmente neutralizzabile. Questo significa che, anche in caso di cessate il fuoco, Teheran manterrebbe una capacità di deterrenza residua significativa.
Il punto più critico non è tanto la distruzione degli arsenali esistenti, quanto la capacità industriale di ricostruzione. Per questo motivo, la strategia attuale sembra orientata sempre più verso la distruzione sistematica delle linee produttive, piuttosto che dei singoli sistemi d’arma.
• Il rischio nucleare: tempi tecnici e decisione politica
Il dossier nucleare resta il vero spartiacque strategico. Le valutazioni più accreditate distinguono tra intenzioni e capacità.
Sul primo fronte, la guerra sembra aver rafforzato all’interno dell’élite iraniana l’idea che il possesso di un’arma nucleare rappresenti l’unico deterrente credibile contro Stati Uniti e Israele. Il ridimensionamento dell’“asse della resistenza” e i limiti emersi nell’uso dei missili convenzionali spingono in questa direzione.
Sul piano tecnico, la presenza di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% rappresenta una soglia critica. Sappiamo bene che concentrare uranio-235 è un’operazione estremamente lunga e che richiede enormi quantità di energia. Ma con l’aumento della sua concentrazione, il processo di raffinazione ed eliminazione degli isotopi di uranio-238 per ottenere un prodotto sempre più arricchito in uranio-235 diventa molto più rapido.
In assenza di un accordo o di un intervento diretto su queste scorte, il tempo necessario per arrivare a materiale fissile di grado militare (che richiede un arricchimento attorno al 90%) si riduce ad alcune settimane.
Nessuno sa con certezza dove si trovino queste scorte, né se siano raggiungibili o sepolte sotto uno dei centri nucleari sotterranei più volte colpiti dall’azione congiunta di Israele e degli USA. Questo introduce uno scenario particolarmente instabile: anche dopo la fine delle ostilità, il rischio di una nuova escalation resterebbe elevato, legato ai prevedibili tentativi iraniani di “breakout nucleare”.
• Negoziati: contatti indiretti e aspettative divergenti
Il fronte diplomatico si muove in parallelo, ma con dinamiche complesse. Le dichiarazioni pubbliche contrastanti riflettono una realtà già vista in passato: contatti indiretti mediati da attori terzi — come Pakistan, Turchia ed Egitto — senza un vero tavolo negoziale formale.
Le posizioni restano distanti. Washington punta a limitare il programma nucleare e missilistico, mentre Teheran cerca garanzie di sicurezza e un riconoscimento implicito del proprio ruolo regionale.
Un elemento chiave è la percezione iraniana di aver ottenuto risultati strategici: la capacità di minacciare il traffico energetico e di esercitare pressione sullo Stretto di Hormuz — di cui abbiamo già parlato qui — viene vista come leva negoziale concreta. Il successo nell’abbattimento, dopo oltre un mese di guerra, del primo caccia americano ha galvanizzato l’esercito e — ma non abbiamo dati diretti — forse anche una vasta fetta di popolazione civile. Tutto questo rende improbabile una capitolazione rapida.
• Escalation possibile: dal mare al terreno
In assenza di un accordo, gli scenari delineati includono un’ulteriore escalation. Tra le opzioni considerate vi sono operazioni dirette per il controllo di nodi strategici come l’isola di Kharg — da cui transita la maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane — o interventi nello stesso Stretto di Hormuz.
Tuttavia, questi scenari presentano rischi elevati. L’introduzione di forze terrestri aumenterebbe la vulnerabilità statunitense e allargherebbe il conflitto ai Paesi del Golfo, esponendo infrastrutture energetiche e rotte commerciali a ritorsioni.
La guerra, in questo caso, assumerebbe una dimensione sistemica, con impatti immediati sui mercati energetici globali e sulla sicurezza marittima.
• Regime change: ipotesi teorica, condizioni assenti
L’idea di un collasso interno del regime resta, allo stato attuale, più una proiezione politica che uno scenario concreto.
Nonostante le difficoltà economiche e il malcontento sociale, mancano almeno due condizioni fondamentali: una reale opposizione in grado di organizzare una mobilitazione coordinata su larga scala e, soprattutto, fratture significative all’interno degli apparati di sicurezza.
Le informazioni disponibili indicano che le forze di controllo — Pasdaran, Basij e polizia — continuano a operare in modo efficace, adattando rapidamente le proprie modalità operative anche sotto sistematico attacco.
In queste condizioni, un cambiamento di regime nel breve periodo appare improbabile. L’insieme dei fattori in gioco — resilienza del sistema iraniano, ambiguità negoziale, rischio nucleare e limiti delle opzioni militari — converge verso uno scenario di conflitto prolungato o di tregua instabile.
La guerra in Iran non sembra avviata verso una conclusione netta, ma piuttosto verso una fase di gestione del rischio. Una dinamica in cui ogni attore cerca di evitare il punto di non ritorno, senza però rinunciare ai propri obiettivi strategici.
È in questo equilibrio precario che si giocherà il prossimo capitolo: non una vittoria decisiva, ma la definizione di nuovi limiti — militari, politici ed energetici — all’interno di un sistema regionale sempre più instabile.
(InOltre, 6 aprile 2026)
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Sul degrado del ruolo e del linguaggio dei media
Una riflessione sul degrado del linguaggio mediatico in un tempo dominato da guerre, polarizzazione e marketing dell’attenzione. Quando enfasi, tifo e slogan sostituiscono misura, verifica e analisi, il rischio non è solo la cattiva informazione, ma la perdita stessa del rapporto tra parole, fatti e realtà.
di Stefano Piperno
In un momento storico segnato da due guerre in corso e da una ridefinizione profonda degli equilibri internazionali dopo oltre ottant’anni, lo stile comunicativo dei mass media — dalla stampa alla televisione — dovrebbe uniformarsi a una responsabilità superiore alla norma: raccontare con chiarezza, aiutare a comprendere, distinguere i fatti dalle interpretazioni, evitare previsioni apodittiche.
È proprio in questa fase, invece, che l’approccio dei media è sembrato allontanarsi ulteriormente dalla sua funzione primaria; da troppi anni il suo linguaggio ha progressivamente abbandonato il dettato etico del descrivere e commentare; opera invece per orientare e, per farlo, amplifica.
Ogni notizia diventa “storica”, ogni evento “epocale”, ogni dichiarazione “destinata a cambiare tutto”.
È la progressiva sostituzione del rigore con l’impatto, della misura con l’enfasi.
Il primo segnale è linguistico, ed è il più evidente: parole un tempo usate con cautela oggi vengono consumate quotidianamente fino a perdere significato.
“Strage”, “shock”, “dramma”, “rivoluzione”, “boom”, fino a “genocidio”, sono diventate formule automatiche, veri tic redazionali, che campeggiano nella titolazione.
Il risultato è paradossale: più si alza il volume, meno si distingue il contenuto; lo scopo è rendere tutto eccezionale, anche quando non lo è davvero.
I media non si limitano più a riportare i fatti: li organizzano dentro una narrazione.
Non è necessariamente una manipolazione esplicita, ma una costruzione continua che passa attraverso tre passaggi semplici e decisivi: la selezione di ciò che merita visibilità, la gerarchia che stabilisce cosa è importante e il tono con cui tutto viene raccontato.
È proprio nel tono che si insinua una visione del mondo, sottilmente implicita, raramente dichiarata.
Non si impone al lettore o allo spettatore cosa pensare, ma si suggerisce come reagire, si orientano emozioni prima ancora che giudizi.
La differenza è sottile ma decisiva: si è chiamati ad aderire, non a riflettere.
Non è un caso che i dibattiti televisivi più accesi abbiano assunto la forma dei cosiddetti talk show dal contenuto preconfezionato: spazi in cui il confronto cede il passo alla contrapposizione e l’argomentazione viene sostituita dallo slogan gridato.
A tutto questo si aggiunge un elemento divenuto strutturale: il peso crescente del marketing editoriale.
Gli editori non vendono più soltanto contenuti, ma attenzione fidelizzante, che è una risorsa competitiva per catturare audience e attrarre pubblicità.
Si conquista con strumenti precisi: semplificazione, polarizzazione, ripetizione. Il titolo deve catturare, non necessariamente corrispondere; chi scrive un articolo o conduce un programma deve appagare il tifo più che approfondire.
Il lettore e lo spettatore, in questo schema, cambiano ruolo: non sono più interlocutori, ma target.
Il corto circuito si completa con l’influenza dei social. I media tradizionali, invece di rappresentare un’alternativa, fungono ormai da innesco e ne imitano le logiche.
La velocità sostituisce la verifica, la reazione prende il posto dell’analisi, il consenso elude la responsabilità: si scrive o si va in onda per essere condivisi, non per essere chiari.
A peggiorare le cose, si è innescato un meccanismo perverso utilizzato da quegli editori che possiedono giornali e canali televisivi: in quel caso la stampa su carta, sempre più marginale, ma anche via internet, diventa strumento di supporto a un network in cui il peso degli introiti pubblicitari televisivi è determinante per sostenere il business.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un linguaggio sempre più eccessivo, a scapito della credibilità.
Del resto, il pubblico sembra apparire più interessato alla messa in scena che alla comprensione dei fatti; lettori e spettatori non smettono di consumare informazione, ma tendono a rivolgersi a chi li rassicura, confermando le loro convinzioni.
Ed è forse questo il punto più critico, non l’esistenza delle distorsioni di fatti e idee — presenti da sempre nell’informazione — ma la loro normalizzazione.
Quando l’enfasi diventa la regola, l’accuratezza appare quasi un limite; quando tutto è eclatante, solo l’iperbole può avere rilevanza.
Qui entra in gioco lo stile, che non è una questione estetica ma etica.
Parlare e scrivere con misura oggi significherebbe restituire alle parole il loro peso e ai fatti la loro proporzione, rinunciando all’effetto immediato per recuperare una corretta esposizione dei fatti.
In un contesto che spinge costantemente verso l’eccesso, la sobrietà, appannaggio di professionisti di alto livello, è una scelta quasi controcorrente e una forma di rispetto verso chi legge o ascolta.
Perché il vero lusso contemporaneo è penetrare gli accadimenti e riconoscere ciò che merita davvero attenzione, in un tempo dominato dal flusso continuo di informazioni sugli schermi degli smartphone.
(InOltre, 5 aprile 2026)
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SALMO 133
Canto dei pellegrinaggi. Di Davide.
- Ecco, quant'è buono e quant'è piacevole
che fratelli dimorino insieme!
- È come l'olio squisito che, sparso sul capo,
scende sulla barba, sulla barba d'Aaronne,
che scende fino all'orlo dei suoi vestimenti.
- È come la rugiada dell'Ermon,
che scende sui monti di Sion;
poiché qui l'Eterno ha ordinato che vi sia la benedizione,
la vita in eterno.
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Israele, l’intelligenza artificiale entra in guerra
La nuova architettura militare basata su agenti intelligenti cambia ritmo, scala e precisione delle operazioni
di Alessandro Carmi
La guerra contemporanea ha già voltato pagina e lo ha fatto senza fare rumore, dentro sale operative dove uomini e algoritmi lavorano fianco a fianco, comprimendo in pochi secondi decisioni che fino a poco tempo fa richiedevano ore, mentre Israele sperimenta sul campo una trasformazione che riguarda l’intero modo di combattere. Le Forze di Difesa Israeliane hanno integrato sistemi di intelligenza artificiale in grado di coordinare centinaia di operazioni simultanee tra Iran, Libano e Yemen, portando a un livello inedito la capacità di sincronizzare attacchi, difese e analisi in tempo reale.
Secondo fonti militari citate dalla stampa israeliana, l’impiego di questi sistemi durante l’operazione denominata “Il Ruggito del Leone” segna un salto qualitativo che gli stessi vertici riconoscono apertamente: senza l’integrazione tra operatori umani e strumenti automatizzati, una simile intensità operativa non sarebbe stata sostenibile, né sul piano della velocità né su quello della precisione. Il punto non riguarda soltanto l’efficacia degli attacchi, bensì la gestione simultanea di scenari multipli, che obbliga a leggere e interpretare una quantità enorme di dati in tempo reale.
Uno dei nodi centrali è l’individuazione immediata delle fonti di minaccia. Il sistema noto come TAS consente di identificare i lanciatori di missili subito dopo il lancio, riducendo drasticamente il tempo che separa l’attacco dalla risposta e permettendo di colpire l’origine del fuoco quasi in continuità operativa. Accanto a questo, un altro dispositivo, chiamato Rom, collega radar e sensori avanzati per costruire un’immagine dinamica dello spazio aereo, nella quale droni e velivoli ostili vengono tracciati e classificati in pochi istanti, mentre le unità sul terreno ricevono avvisi immediati per proteggersi da minacce a traiettoria ripida.
Questo insieme di tecnologie si inserisce dentro una revisione più ampia della macchina militare israeliana, accelerata dopo il trauma del 7 ottobre, quando il deficit di coordinamento e di previsione ha imposto una riflessione profonda sulla capacità di leggere ciò che accade su più fronti contemporaneamente. Da allora, la priorità è diventata ridurre l’incertezza e comprimere i tempi decisionali, obiettivo che l’intelligenza artificiale rende tecnicamente possibile, anche grazie alla collaborazione con centri di ricerca e aziende tecnologiche internazionali.
Il cambiamento emerge con forza anche sul fronte interno. Il Comando del Fronte Interno utilizza modelli predittivi per stimare le aree di caduta dei missili e per fornire alla popolazione avvisi sempre più mirati, mentre altri sistemi analizzano in tempo reale i dati provenienti dal terreno per valutare rapidamente l’entità dei danni e il numero potenziale di vittime. Si tratta di un passaggio che riguarda la difesa civile tanto quanto l’offensiva militare, perché la gestione dell’emergenza diventa parte integrante del dispositivo bellico.
Resta aperta una questione più ampia, che non riguarda soltanto Israele ma l’intero equilibrio strategico internazionale. L’introduzione di agenti intelligenti capaci di operare quasi autonomamente ridisegna il rapporto tra decisione umana e azione militare, spostando il baricentro verso sistemi che apprendono, suggeriscono e in alcuni casi eseguono. Gli Stati Uniti, la Cina e diverse potenze europee stanno lavorando nella stessa direzione, mentre il campo di battaglia mediorientale si conferma uno dei luoghi in cui queste tecnologie vengono testate con maggiore intensità.
Dentro questo scenario, Israele appare oggi tra i laboratori più avanzati, non soltanto per la qualità delle sue capacità tecnologiche, ma per la rapidità con cui riesce a tradurre l’innovazione in pratica operativa. Il risultato è una guerra che accelera, si espande e diventa sempre più difficile da leggere con le categorie del passato, mentre il confine tra calcolo e decisione si fa più sottile e più problematico.
(Setteottobre, 4 aprile 2026)
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Israele tra potenza militare e dipendenza – Chi deciderà la fine della guerra?
Il corrispondente di Israel-Heute sul crescente contrasto tra gli obiettivi strategici di Gerusalemme e i calcoli politici di Washington.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME - Il conflitto tra Israele e Iran sta entrando in una fase particolarmente delicata – non solo sul campo di battaglia, ma soprattutto sulla scena diplomatica. Dietro gli attacchi, le uccisioni mirate e i messaggi bellicosi si nasconde un gioco molto più complesso: chi stabilirà le condizioni per la fine – Gerusalemme o Washington?
Il messaggio centrale degli ultimi sviluppi è un divario sempre più profondo tra l’interesse israeliano e le considerazioni del governo americano sotto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Mentre in Israele si riconosce una finestra strategica per infliggere all’Iran un colpo economico sistemico, negli Stati Uniti si valutano anche i costi interni e globali della guerra.
Dal punto di vista israeliano, una tregua temporanea non è una «pausa», ma un'occasione storica persa. Potrebbe consentire all'Iran di riprendersi, riorganizzare i propri sistemi e tornare al tavolo dei negoziati più forte. La preoccupazione a Gerusalemme non riguarda quindi solo un accordo sfavorevole, ma soprattutto una cessazione prematura dei combattimenti.
Il fatto che i negoziati si svolgano esclusivamente attraverso canali indiretti – tra il vicepresidente J. D. Vance e il capo dell’esercito pakistano Asim Munir, nonché il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, che si sta affermando sempre più come una figura di spicco a Teheran, e, parallelamente, tra l’inviato americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – sottolinea quanto Israele sia escluso dal tavolo delle trattative.
Ciò rappresenta un problema fondamentale per il processo decisionale: Israele deve prepararsi a una massima escalation, ma non controlla il meccanismo che potrebbe fermarla. Il risultato è una profonda incertezza che porta a pessimismo e confusione.
È qui che entra in gioco la strategia israeliana: un passaggio dalla classica potenza militare ad attacchi alle infrastrutture nazionali – centrali elettriche, impianti energetici e snodi economici. La logica alla base è chiara: se il regime non si lascia abbattere sul campo di battaglia, è possibile destabilizzarlo economicamente.
Anche lo stesso Donald Trump lo ha accennato in un discorso, quando ha sottolineato che si potrebbe «privare l’Iran della capacità di riprendersi». Ma la domanda cruciale rimane se sia disposto a portare a termine questa strada con coerenza – o se preferisca un rapido successo politico sotto forma di cessate il fuoco.
Il fattore decisivo che incombe sulle decisioni americane è di natura non tanto militare quanto piuttosto economica e politica. L’aumento dei prezzi del petrolio e la crescente pressione pubblica negli Stati Uniti potrebbero spingere Donald Trump a porre fine alla guerra prima del previsto. Per Israele ciò avrebbe conseguenze drammatiche: ogni giorno cresce la probabilità di una conclusione forzata – anche senza il completo raggiungimento degli obiettivi strategici.
Parallelamente, Hezbollah si sta adattando alla nuova situazione. Il calo dell’intensità dei combattimenti non è necessariamente un segno di debolezza, ma l’espressione di una strategia di sopravvivenza. La decentralizzazione delle piattaforme di lancio, i bombardamenti da zone civili e una minore precisione mirano a prolungare le operazioni di combattimento e a logorare Israele nel lungo periodo. In altre parole: Hezbollah non cerca di vincere in fretta, ma di non perdere lentamente.
Nel frattempo, le forze armate israeliane registrano successi significativi: attacchi contro strutture militari e nucleari, l’eliminazione delle fonti di finanziamento e un’intensificazione delle operazioni in Libano. In Israele si stima che il danno economico per il regime iraniano a seguito degli attacchi ammonti ad almeno 20 miliardi di dollari. Ma anche in questo caso si pone la nota domanda: i successi tattici portano automaticamente a una decisione strategica? L’esperienza dimostra che non necessariamente, soprattutto se l’avversario è disposto a pagare un prezzo elevato e a continuare a combattere.
Le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz aggiungono una pericolosa dimensione internazionale. Se gli Stati del Golfo dovessero effettivamente intervenire militarmente per mantenere aperto lo stretto, il conflitto potrebbe espandersi in un ampio scontro regionale con conseguenze economiche globali. Anche in questo caso la posizione di Donald Trump rimane poco chiara: opterà per un’escalation per garantire la navigazione o preferirà una soluzione diplomatica?
Israele si trova quindi a un raro bivio strategico: da un lato, significativi successi militari e la capacità di aumentare ulteriormente la pressione sull’Iran; dall’altro, una dipendenza quasi totale dalle decisioni americane. La preoccupazione centrale a Gerusalemme non riguarda la prosecuzione della guerra, ma la sua fine prematura. In definitiva, non si tratta solo di come finirà questo conflitto, ma di quando Donald Trump deciderà di frenare.
(Israel Heute, 3 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il segreto della porpora nell’antico Israele
di Salvatore Farinato
Nel mondo antico, il lusso non si esprimeva soltanto attraverso carri imponenti come bighe e quadrighe o attraverso abiti sontuosi, ma soprattutto attraverso i colori, vere e proprie gocce di valore. Esistevano infatti tonalità così rare e preziose da essere riservate esclusivamente a re, sacerdoti e al culto religioso. Il segreto del valore si celava nel guscio della Murex, una lumaca marina spinosa che ha profondamente influenzato la storia del costume, della religione e dell’economia del Mediterraneo.
• Un tesoro nel mare: il valore e il ruolo della Murex nell’antico Israele
Per l’antico Israele, la Murex non rappresentava soltanto una risorsa economica, ma aveva un significato molto più profondo, legato alla sfera spirituale. Il colore che se ne ricavava — in particolare il blu e il rosso violaceo — non aveva una semplice funzione decorativa: esprimeva regalità, dimensione divina e identità del popolo eletto. Indossare abiti con questi colori, come tra l’altro i “Tzitziyot”, significava non solo elevare il proprio status, ma soprattutto stabilire un legame simbolico con il sacro.
• L’alchimia della porpora: come nasceva il colore
L’estrazione del pigmento era un processo complesso, costoso e tutt’altro che gradevole. La ghiandola: il colore era all’interno della lumaca, ed era una piccola ghiandola ipobranchiale del mollusco. La lavorazione: i gusci delle lumache venivano frantumati e lasciati macerare in vasche di acqua salata per diversi giorni. Nel caso di esemplari più grandi, venivano “munte”. Stando alle fonti di Plinio il Vecchio, per la mungitura si rompeva il guscio della lumaca in un posto strategico e poi, esercitando una delicata pressione, si stimolava la ghiandola, ottenendo qualche goccia del pregiato liquido. Un’altra possibilità (la mungitura degli esemplari più grandi) era quella di esporre la lumaca all’aria, che dopo un po’ di tempo emetteva qualche goccia di liquido. La magia del sole: inizialmente il liquido era chiaro, ma a seconda del tempo di esposizione della lumaca alla luce e all’ossigeno, il liquido subiva una trasformazione chimica che lo portava ad assumere tonalità intense di porpora, viola o blu. Il valore: era molto alto; infatti per ottenere circa 1,5 grammi di colorante puro venivano utilizzate fino a 12.000 lumache. Non sorprende quindi che la porpora fosse considerata più preziosa dell’oro.
• La Bibbia e i colori
I colori (pigmenti) dal Murex sono numerosi nel testo biblico. Due termini, in particolare, ricorrono con frequenza: La porpora rossa: Argaman è menzionata circa 38 volte ed è associata agli arredi del Tabernacolo e alle vesti regali. La porpora blu: Tekhelet citata circa 49 volte, rappresentava il colore più sacro, evocando il cielo e il trono di Dio. Entrambi i colori venivano utilizzati per le cortine del Tempio di Salomone e per gli abiti del Sommo Sacerdote, segnando simbolicamente il confine tra l’umano e il divino.
• La scoperta archeologica: la fabbrica di Tel Shiqmona
Le ricerche archeologiche hanno confermato l’esistenza di veri e propri centri produttivi nell’antichità. Uno dei più significativi è il sito di Tel Shiqmona, nei pressi dell’odierna Haifa. Gli scavi hanno portato alla luce una fabbrica risalente all’Età del Ferro (IX–VIII secolo a.C.), con frammenti di vasellame ancora macchiati di porpora e migliaia di gusci di Murex frantumati. A differenza di altri centri fenici, questo sito sembra essere stato sotto il controllo o l’influenza del Regno d’Israele, a testimonianza dell’importanza locale di questa attività. Nel loro insieme, queste piccole creature marine hanno dato origine a una delle industrie più affascinanti dell’antichità, capace di unire tecnica, economia e spiritualità in un unico, straordinario colore.
(Risorse cristiane, 4 aprile 2026)
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L’aspetto geoeconomico della terza guerra del Golfo
di Jose Miguel Alonso-Trabanco
Come ci insegna la storia, non esiste guerra che non abbia una dimensione economica. Sin dagli albori della civiltà, le guerre sono state condotte con risorse economiche e per il perseguimento di vantaggi economici relativi. Tuttavia, il conflitto che sta scuotendo l’Asia occidentale, ancor più della guerra in Ucraina, mette in luce la centralità contemporanea della geoeconomia come estensione della guerra attraverso altri mezzi. Proprio come i bombardieri, i caccia e le munizioni guidate operano nello spazio di battaglia cinetico, la militarizzazione dei barili di petrolio, delle valute, delle catene di approvvigionamento high-tech e delle materie prime è in prima linea in questo scontro.
Indice dei contenuti
- La militarizzazione dell’interdipendenza complessa
- Miti e realtà politiche delle sanzioni
- La Terra Promessa del mercantilismo delle start-up contro la resistenza economica sciita
- Guerra del petrodollaro
- Geoeconomia high-tech
• La militarizzazione dell’interdipendenza complessa
L’ammiraglio Alfred Thayer Mahan spiegò che, in quanto stretti punti di strozzatura, il controllo degli stretti è fondamentale sia per il commercio che per la proiezione del potere navale. Con l’interdizione selettiva nello stretto di Hormuz tramite droni, mine navali e missili, l’Iran ha innescato un terremoto geoeconomico. Questa misura, probabilmente ispirata dalle lezioni istruttive sia della crisi di Suez che dell’embargo petrolifero arabo, ha lo scopo di strangolare sia le petro-monarchie del Golfo che gli importatori di petrolio nell’orbita politico-strategica di Washington. Sotto la minaccia delle armi, questi Stati vengono spinti a convincere gli americani a cercare una soluzione negoziata che ripristini la normalità economica prima che la loro sicurezza energetica venga ulteriormente compromessa.
Come ulteriore effetto esterno, la volatilità dei mercati petroliferi internazionali ha la massa critica necessaria per innescare recessioni. Nel settore altamente sensibile della finanza internazionale, la risonanza della Terza Guerra del Golfo ha provocato perdite per un valore di almeno 2,5 trilioni di dollari. In un contesto macroeconomico sostenuto dalla finanziarizzazione sistemica, il crescente panico a Wall Street, nelle borse valori, nei mercati dei capitali e nelle sale dei consigli di amministrazione delle banche d’investimento preannuncia sia la stagflazione che disordini politici.
Per la politica iraniana, questo blocco de facto non è solo un potente equalizzatore asimmetrico, ma anche una macchina per fare soldi. Le tariffe applicate dai caselli iraniani per il passaggio sicuro (secondo quanto riferito, 2 milioni di dollari per nave) rafforzano il fondo di guerra di Teheran. D’altra parte, sebbene Teheran non intenda prendere di mira partner come la Cina e l’India (acquirenti di petrolio iraniano), sia Pechino che Delhi sono indirettamente sotto pressione per mediare un cessate il fuoco attraverso soluzioni diplomatiche.
Basandosi sui fondamenti delle guerre di connettività, le contromisure reattive iraniane sono state orchestrate per massimizzare l’impatto degli effetti a catena sulle catene di approvvigionamento globali. Gli attacchi contro i giacimenti di gas regionali hanno parzialmente messo fuori uso le reti elettriche che alimentano gli impianti di raffinazione dell’alluminio ad alto consumo energetico. Le conseguenti carenze interromperanno la produzione industriale mondiale in settori sofisticati come quello aerospaziale e automobilistico. Considerando le sue applicazioni a duplice uso, l’alluminio è ufficialmente classificato dagli Stati Uniti come un metallo critico per la sicurezza nazionale e la difesa. La stretta iraniana sta inoltre limitando le esportazioni di fertilizzanti azotati (derivati dagli idrocarburi) dall’Arabia Saudita e dal Qatar verso il resto del mondo. Il conseguente collo di bottiglia sta causando perturbazioni quali l’aumento dei prezzi e la diminuzione della produzione. Lungi dall’essere solo un problema macroeconomico transitorio per le singole aziende agricole e le imprese agroalimentari, tale interruzione mette a repentaglio la sicurezza alimentare globale sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Poiché il Medio Oriente fornisce circa un terzo dell’offerta mondiale totale di fertilizzanti, nello scenario peggiore di un conflitto prolungato, la prospettiva di carestie non è irrealistica. Gli attacchi iraniani contro i principali impianti di desalinizzazione della regione seguono una logica politico-strategica simile.
Gli Stati Uniti sono parzialmente al riparo da questa interruzione grazie all’autosufficienza nell’approvvigionamento di petrolio, risultato del fracking e della disponibilità di una formidabile riserva strategica di petrolio. Tuttavia, la volontà politica e la capacità materiale degli Stati Uniti di riaprire Hormuz e ripristinare la libertà di navigazione, spina dorsale del libero scambio in quanto bene pubblico internazionale, sono ora messe in discussione. Prendendo di mira i pilastri dell’ordine economico globale incentrato sugli Stati Uniti, l’Iran sta senza dubbio giocando con il fuoco, ma questo Stato dell’Asia occidentale non ha alcun interesse a preservare un regime commerciale, finanziario e monetario internazionale dal quale è stato escluso. Consapevoli di questo impegno sempre più esiguo nella salvaguardia delle rotte marittime aperte, sia i partner che gli avversari degli Stati Uniti stanno ricalcolando le loro mosse di conseguenza.
Conquistare Hormuz darebbe all’amministrazione Trump l’opportunità di tenere in ostaggio le forniture energetiche della Cina per il controllo strategico degli Stati Uniti. Tuttavia, la situazione sul campo suggerisce che rimuovere questo blocco de facto, per non parlare di una vera e propria presa di controllo dell’industria petrolifera iraniana, sia un’impresa ardua per il Pentagono, anche con truppe sul campo.
Il mancato riapertura dello stretto di Hormuz evocherebbe l’umiliante ritiro delle forze britanniche da Suez come punto di rottura nell’equilibrio globale dei poteri. Le forze iraniane non hanno bisogno di affondare una portaerei statunitense, ma solo di adottare la pazienza strategica e la resistenza per trasformare il tempo in un’arma, finché gli americani, frustrati dall’elusività di una vittoria rapida, decidano di gettare la spugna e limitare le perdite prima che le cose si mettano male con lo scoppio di una guerra terrestre e la conseguente carneficina. Ad esempio, anche se la Francia di Richelieu era alle spalle dell’Impero asburgico, molto più ricco ma sovraccarico e pesantemente indebitato, riuscì a ribaltare la situazione attraverso l’ logoramento, gli intrighi diplomatici, le vessazioni selettive e le guerre per procura fino a quando la monarchia austriaca non finì in una bancarotta irreversibile. Tuttavia, questa scommessa rischiosa vacillerà se lo sforzo bellico iraniano crollerà per primo a causa di un’implosione economica. Mentre il rial è in fin di vita, l’infrastruttura industriale iraniana viene paralizzata e il patto sociale iraniano è sottoposto a forti tensioni.
Per Israele, il caos nel Golfo Persico offre l’opportunità di promuovere oleodotti e gasdotti che colleghino la penisola arabica con porti israeliani come Eilat e Haifa. Indipendentemente dall’esito del conflitto in corso, queste reti alternative bypasserebbero i territori e le vie navigabili sotto la sovranità iraniana. Se tali progetti dovessero mai concretizzarsi, Gerusalemme acquisirebbe un potere di leva sulla sicurezza energetica europea. Se gli Stati europei volessero un approvvigionamento affidabile di combustibili fossili mediorientali, le loro politiche estere dovrebbero allora sottostare agli interessi strategici nazionali di Israele.
• Miti e realtà politiche delle sanzioni
L’Iran è una delle economie più pesantemente sanzionate. Queste misure coercitive unilaterali sono state attuate dagli Stati Uniti per costringere Teheran a congelare lo sviluppo del suo programma nucleare. Sotto pressione, gli iraniani hanno avviato un dialogo con gli americani e altre controparti nell’ambito del JCPOA. Tuttavia, a parte lo scambio di vuote cortesie diplomatiche, questi negoziati non hanno portato a progressi sostanziali. Gli iraniani non hanno abbandonato il loro programma nucleare a duplice uso, e gli americani non hanno revocato alcuna sanzione né ripristinato l’accesso iraniano a reti di pagamento come SWIFT. Parallelamente, l’Iran non si è lasciato scoraggiare dalla loro applicazione. L’Iran, ispirato dallo zelo rivoluzionario sciita e dall’eredità della tradizione imperiale persiana, ha cercato di forgiare una Mezzaluna Sciita come fulcro dell’egemonia regionale iraniana. Al fine di rafforzare la resilienza e superare l’impatto delle sanzioni occidentali, la politica economica iraniana ha fatto affidamento sul riorientamento dei propri scambi economici con l’Asia e sui circuiti delle criptovalute decentralizzate come il Bitcoin. Anche dopo le battute d’arresto subite dall’influenza regionale dell’Iran e sotto la pressione degli attacchi aerei israelo-americani e di una campagna incessante di omicidi mirati, Teheran rimane provocatoria e tale atteggiamento sembra dare i suoi frutti. Sotto la pressione delle tattiche asimmetriche di guerra economica iraniane, l’amministrazione Trump ha risposto con la sospensione temporanea delle sanzioni sulle esportazioni marittime di greggio iraniano. Questa misura straordinaria, impensabile appena un anno fa, riflette le crescenti preoccupazioni relative all’instabilità dei mercati petroliferi e all’impennata dei prezzi. Senza la disponibilità del petrolio iraniano, le ricadute economiche e finanziarie della guerra potrebbero intensificarsi ulteriormente. In pubblico, i funzionari del governo iraniano hanno minimizzato i benefici di questa decisione inaspettata. A porte chiuse, stanno sicuramente imparando che le sanzioni imposte da una grande potenza avversaria possono essere contestate con una combinazione di sfrontatezza, opportunismo e minacce bellicose.
• La Terra Promessa del mercantilismo delle start-up contro la resistenza economica sciita
Il conflitto tra Israele e l’Iran è, a parte una guerra tra Stati, uno scontro tra due sistemi di economia politica, nessuno dei quali segue la roadmap teorica del libero scambio. Al contrario, sia Israele che l’Iran hanno modelli neomercantilisti, ma le loro ricette differiscono. A differenza di altre economie mediorientali, Israele non dispone di abbondanti risorse naturali, ma questo Stato levantino possiede un capitale umano qualificato, multiculturale e con un forte senso degli affari. In queste condizioni, Israele è riuscito a plasmare, attraverso una partnership sinergica tra lo Stato e il settore privato, un’economia incentrata sul capitalismo delle start-up. Mentre lo Stato pone le basi per un ambiente imprenditoriale prospero, le aziende private conquistano i mercati attraverso la distribuzione di beni e servizi a valore aggiunto. Questo modello ibrido fonde imprenditorialità intrepida, tecnologie avanzate, ricerca e sviluppo intensivo, competenze di livello mondiale, ricadute positive e innovazioni a duplice uso. Ad esempio, l’Unità 8200 non è coinvolta solo in attività di SIGINT e guerra cibernetica, ma opera anche come incubatore di soluzioni commerciali high-tech scalabili. Di conseguenza, Israele si posiziona come l’ottava economia più complessa al mondo. La leadership israeliana nel campo delle biotecnologie e del taglio dei diamanti incarna questa sofisticazione.
Israele ha costruito un complesso militare all’avanguardia che produce fucili d’assalto, carri armati, software di intelligence e UAV. Sebbene il materiale di prim’ordine sia solitamente riservato all’IDF, le eccedenze competitive vengono esportate verso varie destinazioni estere. L’economia complessa di Israele si è dimostrata resiliente grazie alle migliori pratiche derivanti dall’intelligence strategica e dai piani di continuità operativa, ma la guerra in corso rappresenta una sfida importante per i pilastri di questo modello economico. Ad esempio, l’esodo degli israeliani — specialmente tra i cittadini laici e altamente istruiti — a causa della stanchezza da guerra, delle perturbazioni economiche, delle tendenze teocratiche e dell’esaurimento psicologico sta incoraggiando una crescente “fuga di cervelli”. Per queste persone, nonostante la loro affinità ideologica con lo Stato ebraico, la perdita di prosperità è un motivo di rottura. Un altro punto debole è che l’arsenale high-tech di Israele necessita di hardware importato prodotto da aziende straniere, compresi i caccia americani F35 e i sottomarini diesel-elettrici tedeschi. Sebbene a Washington e a Berlino siano al potere governi filo-israeliani, la continuità automatica di questa propensione non deve essere data per scontata, soprattutto poiché i cambiamenti generazionali a lungo termine stanno rimodellando gli orientamenti di politica estera.
Al contrario, il modello iraniano di capitalismo guidato dallo Stato, sotto pressione esterna, cerca la resilienza nazionale come necessità per l’arte di governare piuttosto che profitti condivisi o competitività. La politica di “resistenza economica” di Teheran si basa su considerazioni di sicurezza nazionale e sulla preservazione della stabilità politica interna. Nonostante abbia il nono più grande bacino di laureati in discipline STEM al mondo, l’Iran è molto indietro rispetto a Israele in termini di complessità economica. Eppure gli statisti iraniani ritengono che il Paese non abbia bisogno di essere ricco per soddisfare i propri imperativi politico-strategici. Questa logica spiega perché i settori strategici e redditizi dell’economia iraniana siano nelle mani dei generali dell’IRGC. Lo spettro di tale controllo militare sul sistema di economia politica iraniano comprende il petrolio, l’edilizia, il settore bancario, l’agricoltura, la produzione industriale, il turismo, il settore immobiliare e persino i mercati neri. Questo schema non è casuale. Come nei casi di Cuba, Egitto, Corea del Nord e Pakistan, l’impero IRGC Inc è stato progettato per garantire la lealtà di questa élite militare con la carota dei premi economici. I comandanti di alto rango dell’IRGC hanno quindi pochi incentivi a organizzare un colpo di Stato che metterebbe a repentaglio l’accesso alle fonti di ricchezza. Inoltre, Teheran ha dato priorità alle industrie la cui produzione rafforza il potere nazionale (come l’aerospaziale e l’energia nucleare) piuttosto che ai beni commerciabili. Sulla base di questa logica, l’Iran — privato dell’accesso alle armi convenzionali occidentali e diffidente nei confronti di fornitori alternativi come i russi — ha favorito lo sviluppo di un complesso militare-industriale autoctono che, nonostante le limitazioni esistenti, produce droni kamikaze Shahed, missili balistici e satelliti.
La “resistenza economica” iraniana è anche in linea con i principi dottrinali dell’Islam sciita. Per gli sciiti, sopportare le difficoltà, in quanto segno distintivo della rettitudine, porta alla virtù. La revoca delle sanzioni statunitensi sarebbe accolta con grande favore dalla comunità imprenditoriale iraniana come un segno di sollievo. Non sorprende che i cosiddetti “bazaari” (eredi della tradizione mercantile persiana che risale all’antica “via della seta”) siano insoddisfatti della leadership del paese a causa dell’aumento dei prezzi, delle interruzioni commerciali e dei tassi di cambio estremamente fluttuanti. Tuttavia, nonostante questo malcontento, lo Stato iraniano si è adattato attraverso tattiche asimmetriche, in parte grazie all’abbondanza di petrolio e gas naturale. Ad esempio, poiché l’Iran non può esportare liberamente petrolio nel resto del mondo, queste risorse energetiche sono state investite in grandi farm di mining di criptovalute. Tale processo consente la trasmutazione “alchemica” dell’energia in denaro digitale attraverso reti non statali basate su blockchain, le cui geometrie sono, in una certa misura, a prova di sanzioni. Anche i partner regionali, come la Georgia, hanno fornito ulteriori ancore di salvezza.
• Guerra del petrodollaro
La Terza Guerra del Golfo ha conseguenze ambivalenti per l’egemonia del dollaro come valuta di riserva dominante. Nel breve termine, l’incertezza sistemica e l’aumento dei prezzi nei mercati petroliferi stanno incoraggiando gli importatori a rafforzare la loro dipendenza da attività e canali denominati in dollari, a scapito di valute forti secondarie come l’euro o lo yen. Dal punto di vista della politica economica iraniana, l’attacco alle infrastrutture energetiche dei membri del CCG e l’asfissia dello Stretto di Hormuz mirano alla pietra angolare del sistema di riciclaggio del petrodollaro. Gli Stati del Golfo, in cambio delle garanzie di sicurezza statunitensi, investono i proventi delle loro esportazioni petrolifere in attività denominate in dollari. Teheran sta indebolendo sia l’impegno operativo delle forze armate statunitensi nella protezione militare dei partner arabi regionali, sia gli incentivi di queste petro-monarchie a fare affidamento sugli Stati Uniti come sentinella affidabile dello status quo mediorientale. Sotto la pressione iraniana, l’incertezza sistemica e una correlazione multipolare delle forze, questi Stati vengono spinti ad abbandonare le orbite strategiche di Washington per perseguire meccanismi di sicurezza collettiva più diversificati. A quanto pare, Teheran sta anche brandendo la crisi di Hormuz per promuovere la de-dollarizzazione delle sue vendite di petrolio abbracciando lo yuan come valuta di regolamento alternativa.
Sebbene la crisi di Suez abbia segnato la fine della sterlina come valuta di riserva mondiale per eccellenza, è improbabile che questa misura superi l’orizzonte degli eventi del dollaro oltre il punto di non ritorno. Gli iraniani, nonostante la loro combattività, non dispongono della potenza finanziaria che avevano gli americani quando minacciarono di affondare la valuta britannica o di innescare un effetto domino a cascata. Tuttavia, questa “guerra valutaria” può accelerare le attuali tendenze strutturali che preannunciano la genesi di un nuovo ordine monetario multipolare in cui la centralità del dollaro statunitense è diminuita. Col senno di poi, gli storici futuri discuteranno di come la proliferazione di una guerra economica ad alta intensità abbia accelerato il declino (e la caduta?) del dollaro.
• Geoeconomia high-tech
Il codice digitale, ora più potente della spada, sta riprogrammando la grammatica operativa della guerra in teatri di scontro plasmati sia da una complessa interdipendenza che dalla Quarta Rivoluzione Industriale. Come laboratorio, la guerra in Iran offre un assaggio di come si presenta un campo di battaglia geoeconomico high-tech. A questo proposito, le tecnologie avanzate dipendono fortemente dagli input materiali e da un’infrastruttura di supporto. Di conseguenza, le onde d’urto della guerra sono problematiche per i modelli di IA ad alta intensità energetica, la cui funzionalità richiede fonti di combustibili fossili accessibili, stabili e affidabili. Questa necessità crescerà ancora di più, man mano che le piattaforme di IA saranno strutturalmente integrate, come infrastrutture digitali, nei principali centri nevralgici governativi e aziendali. Queste considerazioni stanno spingendo gli Stati Uniti a lottare per assicurarsi l’accesso alle riserve petrolifere d’oltreoceano e per impedire ai concorrenti cinesi di superare i campioni nazionali statunitensi nella corsa alla supremazia nell’IA.
Inoltre, la storia ricorderà la guerra in Iran come il primo conflitto in cui i data center sono stati attaccati da entrambe le parti. Questi nodi sono stati aggiunti all’elenco degli obiettivi dei belligeranti perché, nella cosiddetta “era dell’informazione”, sono alla base delle telecomunicazioni, dei servizi finanziari, delle piattaforme di e-commerce, dei servizi pubblici e persino della preparazione militare. Le forze statunitensi hanno utilizzato sia Palantir che Claude per elaborare dati al fine di potenziare le attività di intelligence e le prestazioni sul campo di battaglia. Questa guerra guidata dall’IA rafforzerà il patto simbiotico tra l’establishment della difesa statunitense e la Silicon Valley come cluster high-tech oligopolistico. Sebbene Israele abbia impiegato strumenti di IA che massimizzano le perdite nemiche a Gaza (come Habsora e Lavender), non è noto se queste risorse vengano utilizzate nei cieli iraniani per aumentare la letalità dei suoi caccia, UAV e proiettili intelligenti.
Nonostante sia in ritardo rispetto agli Stati Uniti e a Israele nei sistemi operativi di IA di livello militare, l’Iran ha identificato le reti di infrastrutture di IA come centri di gravità e talloni d’Achille da minare. Le forze iraniane hanno colpito i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. E sembra che Teheran intenda colpire anche i nodi regionali di aziende tecnologiche come IBM, Google, Microsoft, Nvidia, Oracle e Palantir a causa dei loro stretti legami organici con gli ecosistemi di sicurezza nazionale statunitensi e israeliani. Questa tendenza incoraggerà la securitizzazione dei data center come hardware strategico e lo sviluppo di partnership pubblico-private ad hoc per la loro protezione. Essa evidenzia inoltre la loro crescente centralità nella moderna guerra intelligente, nonché la loro esposizione come obiettivi legittimi di attacchi cinetici.
Infine, poiché l’elio viene prodotto su larga scala in Qatar come sottoprodotto della lavorazione del gas naturale, la guerra con l’Iran sta comprimendo l’offerta globale di questo elemento chimico gassoso, soprattutto considerando la sua complessa logistica di stoccaggio e trasporto. L’elio è un input strategico per la produzione avanzata in applicazioni relative a semiconduttori, produzione di chip, sistemi di raffreddamento, fibre ottiche, fotolitografia e satelliti. Senza l’elio, la progressione dell’Industria 4.0 sarà più lenta. Nonostante il suo aspetto etereo, il cloud è ancorato all’economia politica mondana delle risorse naturali. I principi fatidici del “materialismo storico della sicurezza” rimangono validi nell’era digitale.
• Considerazioni finali
I cambiamenti nell’architettura strutturale dell’ordine mondiale, solitamente causati da grandi guerre, e le transizioni economiche sistemiche sono due facce della stessa medaglia. La Terza Guerra del Golfo non è un confronto egemonico combattuto tra concorrenti alla pari, ma questo scontro asimmetrico potrebbe potenzialmente rimescolare non solo gli equilibri di potere in Asia occidentale. La soglia del conflitto è sfuggita al dominio delle operazioni clausewitziane convenzionali. La devastazione che ne deriva è amplificata dall’impiego in prima linea di armi economiche e dalla distruzione di obiettivi economici. Contrariamente a quanto profetizzato dagli economisti neoclassici e dagli internazionalisti liberali riguardo a una “Pax Mercatoria” come presagio di stabilità, prosperità e moderazione, la grammatica degli scambi economici è stata fagocitata dalla logica politico-strategica della guerra. Il denaro, il commercio, l’alta tecnologia e le risorse naturali — in quanto strumenti di proiezione del potere in guerra — sono troppo importanti per essere lasciati esclusivamente nelle mani di commercianti, dirigenti aziendali e finanzieri. Nel cuore dell’antica Persia, le linee tracciate sulla mappa geoeconomica dell’Asia occidentale stanno per essere ridisegnate.
(Rights Reporter, 4 aprile 2026)
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Dio è sionista
Il mio titolo potrebbe risultare provocatorio. Ma non posso farci nulla. Sto gettando benzina sul fuoco? Non lo so. Ma ciò che dice il titolo è semplicemente vero.
di Charles Gardner *
Il conflitto attuale riguarda la minaccia reale proveniente da un regime malvagio. Si annuncia in particolare la distruzione di Israele, ma in fondo si intende anche la distruzione dell’intero Occidente. Più passa il tempo, più questa minaccia di annientamento è avvalorata dalla capacità di metterla in atto.
• Sion, la città
E nell’occhio di questa tempesta si trova Sion. Sion indica la città di Gerusalemme, dove Dio ha deciso di dimorare. Ciò si è letteralmente avverato quando la Sua presenza era particolarmente tangibile sul Monte del Tempio. Dall’avvento del Messia ebraico, è possibile sperimentare la vicinanza a Dio in ogni parte del mondo dove Egli viene adorato.
Ciò non sminuisce tuttavia il significato del fatto che il cielo e la terra si incontrano sul Monte Sion. È il luogo in cui Gesù è morto per i nostri peccati. Qui è risorto dai morti. E qui tornerà in potenza e gloria[1].
«Sion» compare nella Bibbia 161 volte, di cui sette nel Nuovo Testamento. In un noto inno inglese si dice: «Il Signore ha scelto Sion come sua dimora; lì riposerà per sempre, lì dimorerà» (The Lord has chosen Zion; Chris Bowater). Il testo del nostro inno ha 3000 anni, proviene dal Salmo 132.
Mi ispira anche un inno di John Newton, basato sul Salmo 87: «Cose meravigliose si raccontano di te, Sion, città del nostro Dio». In qualità di ex capitano di una nave negriera e amico di William Wilberforce, Newton era evidentemente un sionista. Si rallegrò di assistere agli inizi, quando gli ebrei londinesi riconobbero Gesù come loro Messia.
• Concetto biblico
Il sionismo è un concetto profondamente biblico. La Chiesa, molto prima che la Bibbia fosse disponibile in lingua inglese, perse di vista questo aspetto e nel 1290 contribuì all’espulsione degli ebrei dall’Inghilterra. Ancora nel 1589, un certo Francis Kett fu bruciato sul rogo per eresia. Egli si era impegnato a promuovere la restaurazione del popolo ebraico (in altre parole: il sionismo). Fortunatamente, però, i puritani del XVII secolo aprirono la strada al loro ritorno.
L'ulteriore concentrazione degli evangelici del XIX secolo sulla restaurazione del popolo ebraico (nella sua terra e al suo Signore) portò la Gran Bretagna a svolgere un ruolo cruciale nell'adempimento delle profezie bibliche, culminato nella rinascita di Israele nella sua antica patria.
Essere sionisti significa essere biblici in tutto e per tutto. Se ci allontaniamo dalla Scrittura, ci mettiamo nei guai. I metodisti, ispirati dai Wesley, hanno fallito nel loro tentativo di chiedere ai membri di impegnarsi con una firma all’astinenza dall’alcol. Ciò era altrettanto non biblico quanto, ad esempio, il celibato nella Chiesa cattolica. In seguito, i metodisti hanno deciso, come comunità di fede, di sostenere un boicottaggio dei prodotti israeliani a causa di presunti maltrattamenti nei confronti dei palestinesi. Si sono allontanati ulteriormente dalla Parola di Dio riconoscendo i matrimoni omosessuali, il che ha portato a un esodo significativo di membri impegnati.
• Torniamo alla Bibbia
Dobbiamo tornare alla Bibbia. A Tel Aviv, a Gerusalemme, a New York, gli evangelisti ebrei invitano per strada i loro concittadini ebrei a riconoscere Gesù (Yeshua) come loro Messia. Quando vengono citati passaggi di Isaia e dei Salmi, gli ascoltatori pensano che provengano dal Nuovo Testamento. Non di rado rimangono scioccati quando scoprono che la descrizione del servo sofferente, trafitto per le nostre trasgressioni[2], si trova effettivamente nella loro stessa Bibbia (nota come Tanach o Antico Testamento) ed è stata scritta 700 anni prima di Cristo. La Bibbia è vera, ogni parola in essa contenuta. «L'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.[3] Il diavolo è impegnato fin dall'inizio a seminare dubbi nelle menti delle persone. Ancora oggi il suo «Dio ha davvero detto questo?»[4] ha effetto. Ma c'è una via di ritorno. Questo ritorno è stato reso possibile dal Messia, che ha pagato il prezzo della nostra ribellione.
«E i redenti del Signore torneranno e verranno a Sion con canti di gioia, e una gioia eterna sarà sul loro capo. Otterranno gioia e letizia, e il dolore e il lamento fuggiranno.»[5] In verità: si può dire che Dio sia il più grande sionista di tutti.-
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[1] Atti 1,11 sgg.;
Zaccaria 14,4 [2] Isaia 53 [3] Deuteronomio 8,3 [4] Genesi 3,1 [5] Isaia 35,10
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* Charles Gardner è autore di Israel the Chosen, disponibile su Amazon; Peace in Jerusalem, disponibile su olivepresspublisher.com; To the Jew First, A Nation Reborn e King of the Jews, tutti disponibili su Christian Publications International.
(Israel Heute, 3 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La persecuzione degli iraniani convertiti al cristianesimo
Arresti arbitrari, condanne pesanti e pressioni sistemiche: la condizione dei convertiti al cristianesimo in Iran resta segnata da repressione e marginalizzazione. Tra propaganda esterna e realtà interna, emerge un quadro di diritti limitati e libertà religiosa fortemente condizionata.
di Nathan Greppi
Il 14 marzo, l’iraniano convertitosi al cristianesimo Mohammad Nikbakht è stato arrestato nella sua città, Isfahan (nella zona centrale dell’Iran), e condotto nel carcere di Dastgerd, senza che venissero fornite motivazioni ufficiali per il suo arresto.
Da allora, secondo l’organizzazione “Hengaw”, che monitora le violazioni dei diritti umani in Iran, si trova in un “limbo legale” e rimane sotto custodia.
• Un fenomeno diffuso
Il caso di Nikbakht rappresenta un fenomeno più ampio: se in Iran vengono riconosciute ufficialmente come legittime le minoranze religiose di lunga data — e in particolare zoroastriani, ebrei e cristiani (questi ultimi perlopiù appartenenti alla comunità armena) — a subire una dura repressione da parte delle autorità sono quegli iraniani che hanno abbandonato l’Islam per convertirsi ad altre religioni.
Oltre alla minoranza Baha’i, che secondo l’associazione HRA nel 2023 subiva l’85% di tutte le discriminazioni su base religiosa nel Paese, questa politica colpisce anche gli iraniani che si convertono al cristianesimo, ai quali non viene riconosciuto lo stesso status dei cristiani armeni.
Secondo l’istituto di ricerca GAMAAN, nel 2020 i cristiani risultavano essere complessivamente circa l’1,5 per cento di tutta la popolazione iraniana.
• Convertiti incarcerati
Come riporta il sito di Hengaw, nel dicembre 2025 cinque iraniani diventati cristiani tramite conversione sono stati condannati a un totale di 55 anni di prigione, con l’accusa di aver allestito una chiesa nascosta a Teheran.
Un mese prima, Morteza Faqanpour-Sasi (che dopo la conversione ha adottato il nome Calvin) è stato arrestato e condannato a scontare otto anni e undici mesi nel carcere di Evin.
In precedenza, aveva già ricevuto una prima pena di sette anni e sei mesi con l’accusa di aver svolto “attività educative e di proselitismo contrarie all’Islam”, ai quali sono stati aggiunti altri 17 mesi poiché accusato di aver “insultato Khamenei”.
Alcuni detenuti cristiani hanno subito torture e fustigazioni durante la loro prigionia.
È successo a Ghazal Marzban Joorashari, arrestata nel novembre 2024 e rinchiusa nella prigione di Evin in quanto giudicata colpevole di “propaganda contro lo Stato” e “apparizione in pubblico senza osservare l’obbligo dello hijab”.
Prima ancora, nel giugno 2023 risulta aver subito almeno 50 frustate a Evin il detenuto Zaman Fadaii.
In precedenza, per il reato di apostasia nei confronti dell’Islam si poteva rischiare anche la pena di morte.
È quello che è successo a Hossein Soodmand, proveniente da una famiglia sciita e convertitosi al cristianesimo dopo aver fatto amicizia con degli iraniani di origine armena.
Divenuto un pastore protestante, già nel 1989, dopo la morte di Khomeini, vide la sua chiesa venire chiusa dalle autorità.
Secondo il sito “Article 18”, Soodmand venne più volte arrestato e rilasciato dopo pochi giorni, finché non venne giustiziato il 3 dicembre 1990 con l’accusa di apostasia.
• Diritti negati
Le autorità iraniane non si fanno problemi a maltrattare i cristiani convertiti nemmeno se si tratta di persone anziane in condizioni precarie: nell’aprile 2024 risultava essere ancora rinchiusa a Evin l’allora sessantenne Mina Khajavi Ghomi, alla quale, nonostante presentasse problemi di salute, i suoi carcerieri hanno negato sia cure mediche sia la possibilità di rilascio.
Le pratiche con le quali il regime cerca di rendere la vita difficile ai cristiani non si limitano all’arresto e all’incarcerazione, ma, a seconda dei casi, possono manifestarsi anche in altre modalità.
Nel marzo 2019, Hamideh Afsharpour è fuggita in Svezia dopo che, un anno prima, era stata incarcerata per sei giorni.
Nell’autunno 2020, suo padre Ebrahim, che in precedenza aveva pagato la cauzione per il rilascio della figlia, è stato portato in questura dalle autorità, che hanno minacciato di confiscargli la casa se non avesse convinto Hamideh a tornare in Iran.
I cristiani di origine iraniana che dall’estero tornano nel loro Paese d’origine possono finire in prigione.
È successo a Elissa Shahverdyan e al marito armeno Hakop Gochumyan, arrestati nell’estate 2023 mentre erano in visita in Iran per andare a trovare i parenti.
La Shahverdyan è stata rilasciata dopo 66 giorni, mentre il marito è stato condannato a 10 anni di carcere e, nell’ottobre 2025, risultava essere ancora detenuto, secondo “Premier Christianity”.
La famiglia di lei aveva lasciato l’Iran tempo addietro per sfuggire alle persecuzioni anticristiane ed era emigrata in Armenia.
• Una ripulita all’immagine
Il regime iraniano non è l’unico ad applicare il reato di apostasia.
Secondo l’ultimo “Freedom of Thought Report” pubblicato dall’associazione “Humanists International”, nel 2025, oltre all’Iran, i Paesi in cui era previsto questo reato — talvolta punibile anche con la morte — erano i seguenti: Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei, Malaysia, Maldive, Mauritania, Qatar e Yemen.
Per trasmettere all’estero un’immagine di tolleranza nei confronti dei cristiani, in netto contrasto con la realtà vissuta da questi ultimi in Iran, nel novembre 2025 è stata allestita un’immagine di Maria nella stazione della metropolitana di Teheran.
Fred Petrossian, giornalista iraniano-armeno residente a Bruxelles, ha spiegato in quell’occasione a “Radio Free Europe” che la nuova stazione della metropolitana è stata realizzata principalmente per ripulire l’immagine dell’Iran sulla scena internazionale.
“È per dire all’Occidente e al mondo esterno che ‘vedete, siamo tolleranti, onoriamo il cristianesimo e altre minoranze religiose’”.
Una narrazione che non regge alla prova dei fatti.
(InOltre, 3 aprile 2026)
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Ocasio-Cortez contro Israele: stop all’Iron Dome e antisemitismo
La svolta della deputata ‘liberal’ segna una frattura dentro il Partito Democratico e riapre lo scontro su Israele
di Rosa Davanzo
La sua dichiarazione cambia la sostanza del dibattito politico americano su Israele. Alexandria Ocasio-Cortez, deputata accanita contro Israele, ha annunciato la propria opposizione a qualsiasi forma di aiuto militare statunitense allo Stato ebraico, ivi inclusi i sistemi difensivi come l’Iron Dome, cioè uno degli strumenti che proteggono la popolazione civile israeliana dai missili.
Il passaggio è netto e segna una discontinuità rispetto alle posizioni precedenti. Negli anni scorsi, la deputata di New York aveva espresso critiche verso il sostegno a operazioni offensive, mantenendo però una distinzione tra armamenti d’attacco e sistemi di difesa, tanto che nel 2021 aveva scelto di votare “present” sul finanziamento dell’Iron Dome, evitando una opposizione diretta. Oggi quella distinzione viene superata, e il messaggio che arriva è più radicale, perché riguarda l’intero impianto dell’assistenza militare americana a Israele.
Le dichiarazioni pronunciate durante un incontro con i Democratic Socialists of America, si collocano in un contesto politico in rapido mutamento, nel quale il sostegno a Israele è diventato un terreno di scontro interno al Partito Democratico, soprattutto tra la componente che si dichiara più progressista e quella tradizionale. La posizione di Ocasio-Cortez si inserisce in questa dinamica e contribuisce a spostare il baricentro del dibattito, rendendo più difficile mantenere una linea unitaria.
Il punto più sensibile riguarda proprio l’Iron Dome, perché qui la questione non è filosofica ma materiale (e molto politica). Dall’inizio del conflitto, Israele è stato colpito da centinaia di missili balistici lanciati dall’Iran e da altri attori regionali, con un sistema di intercettazione che, secondo i dati militari israeliani, ha raggiunto tassi di efficacia molto elevati nel proteggere aree abitate e infrastrutture critiche. Mettere in discussione il finanziamento di questo dispositivo significa intervenire direttamente sulla capacità di difesa di una popolazione civile, ed è questo il nodo che rende la posizione della deputata particolarmente controversa.
Accanto alla questione militare, emerge un secondo fronte che tocca il piano culturale e giuridico. Ocasio-Cortez ha espresso opposizione anche alla possibilità di trasformare in legge la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, adottata da numerosi governi e istituzioni in tutto il mondo. Questa definizione include tra le possibili forme di antisemitismo alcune modalità di attacco a Israele, pur distinguendo chiaramente tra critica legittima al governo e delegittimazione dello Stato. Il rifiuto di codificarla riflette una diffidenza diffusa in una parte della sinistra americana, che teme un restringimento dello spazio di critica politica.
Questi due elementi, messi insieme, delineano una linea politica coerente ma divisiva. Da un lato, la volontà di interrompere ogni forma di sostegno militare a Israele, dall’altro, il rifiuto di strumenti che cercano di delimitare il confine tra critica e antisemitismo. Il risultato è una presa di posizione che rafforza il legame con una base elettorale mobilitata sulla questione palestinese, ma che allo stesso tempo accentua la distanza rispetto ad altre componenti del partito e a una parte significativa dell’opinione pubblica americana.
Per Israele, il segnale è rilevante perché proviene da una figura che, pur non rappresentando l’intero Partito Democratico, contribuisce a orientarne una parte crescente. Il rapporto con Washington resta centrale per la sicurezza israeliana, ma appare sempre più attraversato da tensioni interne alla politica americana, che rischiano di tradursi in scelte concrete nei prossimi anni.
Il punto, a questo livello, riguarda la trasformazione del consenso negli Stati Uniti. Il sostegno a Israele, per decenni relativamente stabile e bipartisan, si sta frammentando lungo linee politiche e generazionali che rendono il quadro meno prevedibile. Le parole di Ocasio-Cortez non sono un episodio isolato, ma il segno di un cambiamento più profondo che potrebbe ridefinire, nel tempo, uno degli assi fondamentali della politica estera americana.
(Setteottobre, 3 aprile 2026)
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Confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran: il cyber non è solo un mezzo tecnico
di Riccardo Renzi
Il confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran segna un passaggio cruciale nell’evoluzione dei conflitti contemporanei. Le operazioni multidominio, già formalizzate nella dottrina strategica occidentale, non sono più una teoria: sono la realtà operativa. La guerra non si apre più con missili o raid, ma con una fase preliminare fatta di pressione digitale, disinformazione e sabotaggio informatico. Il dominio cyber non è più ancillare: è diventato il primo terreno di scontro, quello che prepara e condiziona tutti gli altri.
Nel caso iraniano, le operazioni informatiche hanno preceduto e accompagnato quelle militari. Attacchi DDoS, compromissioni di piattaforme e interruzioni dei servizi hanno prodotto un effetto preciso: disorientare l’opinione pubblica e ridurre la capacità di risposta istituzionale. Questo schema corrisponde a ciò che in ambito strategico viene definito battlespace conditioning: modellare il contesto prima ancora di colpire. In termini giuridici e politici, ciò pone una questione cruciale: quando inizia davvero un conflitto? Non più con il primo attacco armato, ma con la prima intrusione digitale significativa. Le società aperte, per definizione, sono più esposte. La libertà dell’informazione e la diffusione delle infrastrutture digitali rendono le democrazie più resilienti nel lungo periodo, ma anche più vulnerabili nel breve. È qui che emerge una differenza strutturale tra sistemi: mentre regimi come quello iraniano possono imporre blackout informativi, le democrazie occidentali devono difendere contemporaneamente sicurezza e libertà. Questa tensione è il vero nodo della guerra ibrida contemporanea.
Il quadro giuridico fatica a tenere il passo. Le categorie tradizionali del diritto internazionale – uso della forza, legittima difesa, sovranità territoriale – risultano insufficienti di fronte a operazioni che restano sotto la soglia del conflitto armato. Un attacco cyber che paralizza ospedali o reti energetiche è un atto di guerra? E quale risposta è legittima? L’assenza di regole condivise rischia di creare una zona grigia permanente, dove l’escalation è continua ma difficilmente qualificabile. Nel confronto con Teheran, Stati Uniti e Israele hanno mostrato come il cyber sia ormai parte integrante della deterrenza moderna. Colpire reti, dati e infrastrutture significa inviare segnali politici prima ancora che militari. Allo stesso tempo, la risposta iraniana – tra restrizioni interne e possibili operazioni esterne – conferma che anche attori non occidentali hanno pienamente interiorizzato questa logica. Il risultato è un sistema internazionale più instabile, ma anche più interdipendente e complesso.
(Il Riformista, 3 aprile 2026)
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Scacchi Israele-Iran, la partita che a Budapest rompe il tabù
Nel pieno della guerra, un iraniano decide di giocare contro un’israeliana: stretta di mano, partita disputata, e un segnale inatteso che attraversa lo sport e la politica.
di Rosa D’Avanzo
La scena è semplice, quasi ordinaria, e proprio per questo colpisce più di molte dichiarazioni ufficiali: un giocatore iraniano entra nella sala, si avvicina alla scacchiera, tende la mano all’avversaria israeliana e si siede. A Budapest, durante una competizione internazionale, Yarden Bloch, atleta di Kiryat Haim, si aspettava una vittoria a tavolino, come accade da anni quando un iraniano viene sorteggiato contro un israeliano. Invece si è trovata davanti Milad Shakhtar, l’unico rappresentante iraniano in gara, pronto a giocare davvero.
La sorpresa nasce da una regola non scritta ma rigidissima, applicata dalla federazione iraniana, che impedisce ai propri atleti di affrontare israeliani in competizioni ufficiali. Negli ultimi anni questo divieto ha prodotto ritiri, sconfitte tecniche e carriere interrotte, trasformando lo sport in una prosecuzione delle tensioni politiche. Per questo motivo, quando il sorteggio del secondo turno ha messo uno di fronte all’altra Israele e Iran, Bloch ha reagito con incredulità, convinta che la partita non si sarebbe mai disputata.
La mattina dell’incontro, però, il contesto aveva già cambiato peso a quel tabellone. Le notizie di un nuovo attentato in Iran scorrevano sugli schermi, mentre la partita prevista a Budapest assumeva un significato che andava ben oltre il torneo. Lo stesso Shakhtar lo ha spiegato pochi minuti prima di iniziare: non aveva intenzione di giocare, poi ha deciso di farlo proprio a causa di ciò che stava accadendo nel suo Paese, con l’idea di offrire almeno un segnale, per quanto piccolo, di possibilità diversa.
Da quel momento in poi, la partita è tornata a essere ciò che è sempre stata: sessantaquattro caselle, due giocatori, una sequenza di mosse che richiede concentrazione e disciplina. Eppure il contesto non scompariva, restava sullo sfondo di ogni gesto, nella consapevolezza che quella stretta di mano rappresentava qualcosa che nel mondo reale viene negato. Alla fine è stato l’iraniano a vincere, ma il risultato sportivo ha contato meno della decisione stessa di giocare.
La Federazione scacchistica israeliana ha commentato l’episodio ribadendo una linea costante, quella di separare lo sport dalla politica e di non rifiutare mai un avversario. Allo stesso tempo ha riconosciuto il valore di una scelta che, dal lato iraniano, comporta rischi personali e professionali non trascurabili. In Iran, negli ultimi anni, diversi atleti hanno pagato caro il rifiuto di aderire al boicottaggio, con esclusioni dalle competizioni o pressioni dirette.
Per questo la partita di Budapest si inserisce in una storia più ampia, fatta di eccezioni rare e spesso isolate, che emergono quando la dimensione individuale riesce, per un attimo, a scavalcare quella politica. Non cambia gli equilibri tra Stati, non modifica le strategie militari, non incide sulle decisioni dei governi. E tuttavia introduce un elemento difficile da ignorare, perché mostra che anche dentro sistemi rigidi esistono margini di scelta.
Il paradosso è tutto qui: mentre il confronto tra Israele e Iran continua a muoversi su un piano di scontro sempre più esplicito, una partita di scacchi giocata fino all’ultima mossa riesce a restituire un frammento di normalità che altrove appare impraticabile. Non è una svolta, e nessuno può permettersi di leggerla come tale, però resta un fatto concreto, avvenuto sotto gli occhi di arbitri e spettatori, che interrompe per qualche ora una consuetudine consolidata.
In un tempo in cui ogni gesto viene rapidamente assorbito nella polarizzazione generale, quella stretta di mano resta sospesa come un’anomalia, e proprio per questo continua a interrogare chi guarda da fuori, perché suggerisce che perfino nei contesti più irrigiditi qualcosa può ancora incrinarsi, anche solo per la durata di una partita.
(Setteottobre, 2 aprile 2026)
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Trump: obiettivi militari in Iran raggiunti «molto presto»
WASHINGTON – A poco più di un mese dall’inizio della guerra contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sottolineato i successi militari in un discorso alla nazione. Il regime, insieme alle sue strutture militari, è stato in gran parte decimato e non rappresenta più una minaccia, ha affermato il repubblicano mercoledì. «Questo è un vero investimento nel futuro dei vostri figli e nipoti», ha detto agli americani.
Gli Stati Uniti avrebbero raggiunto «molto presto» i propri obiettivi militari, ha proseguito il 79enne. Tuttavia, ha rinnovato la sua minaccia contro il regime: se non ci fosse un accordo, l’esercito statunitense avrebbe preso di mira le centrali elettriche, ed eventualmente anche gli impianti petroliferi.
• UE: garantire la libertà di navigazione
Nel suo discorso, Trump ha sottolineato nuovamente che la sicurezza dello Stretto di Hormuz spetta ai paesi che dipendono dalle forniture di petrolio attraverso questa via marittima. Trump ha proposto a questi paesi di acquistare inizialmente petrolio dagli Stati Uniti, ma poi di trovare il «coraggio tardivo» e di garantire la sicurezza dello Stretto. Gli Stati Uniti darebbero una mano, ma altri paesi dovrebbero fare da apripista.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha accennato a sforzi in questa direzione. Giovedì ha scritto su X di aver parlato al telefono con il premier britannico Keir Starmer (Laburista) della situazione in Medio Oriente e dello Stretto di Hormuz. «Le azioni dell’Iran mettono a rischio l’economia mondiale. Collaboreremo con i nostri partner per garantire che la libertà di navigazione possa essere ripristinata il prima possibile.»
• Offensiva terrestre come opzione
Mentre Trump nel suo discorso ha parlato di una fine imminente delle ostilità, molti media hanno ipotizzato negli ultimi giorni un'offensiva terrestre in Iran. La rivista «The Atlantic» ha riferito proprio mercoledì che gli Stati Uniti stavano preparando sia la conquista dell'isola di Kharg sia il tentativo di recuperare l'uranio arricchito nel cuore del Paese.
Secondo il rapporto, lo scorso fine settimana sono arrivati nella regione 3.500 marines, mentre altri 3.500 sarebbero attesi nelle prossime settimane. Trump non avrebbe però ancora preso una decisione su entrambe le opzioni, hanno dichiarato rappresentanti militari alla rivista.
• Peseschkian: gli iraniani non nutrono ostilità
Nel frattempo, il presidente iraniano Masud Peseschkian si è rivolto agli americani in una lettera aperta. In essa ha scritto che l'Iran non ha mai scelto la via dell'aggressione e del dominio nella storia recente. Il popolo iraniano non nutre ostilità nei confronti di altre nazioni – americani, europei o popoli vicini. Gli iraniani hanno sempre fatto distinzione tra i popoli e i loro governi.
Gli Stati Uniti non avrebbero attaccato l’Iran per interesse proprio, ma perché Israele avrebbe «influenzato e manipolato» il governo. Lo avrebbe fatto per distogliere l’attenzione dai «crimini contro i palestinesi». Peseschkian ha esortato gli americani a guardare oltre la «macchina della disinformazione». Il mondo si troverebbe a un bivio tra lo scontro e il dialogo.
Da anni il regime iraniano sostiene gli slogan «Morte a Israele» e «Morte agli Stati Uniti». Inoltre, sostiene le organizzazioni terroristiche Hamas e Hezbollah in Libano. È responsabile di numerosi attentati in tutto il mondo contro istituzioni americane, ebraiche o israeliane. Solo a gennaio l’Unione Europea ha classificato la Guardia della Rivoluzione Islamica, avanguardia militare del regime, come gruppo terroristico.
• Grande raffica di missili durante la Pasqua ebraica
All’inizio della festa di Pesach, l’Iran ha lanciato contro Israele la più grande raffica di missili degli ultimi settimane. Mercoledì sera, mentre erano in corso i preparativi per la cena del Seder, l’esercito ha dovuto respingere dieci missili. Nessuno è rimasto ferito, ma i soccorritori hanno dovuto prestare assistenza a persone in stato di panico. Alcuni edifici residenziali hanno subito danni.
Giovedì il regime ha continuato gli attacchi. In mattinata Hezbollah ha lanciato 50 missili contro Israele. Due persone hanno riportato lievi ferite nella località di Kiriat Shmona, situata al confine settentrionale.
Mercoledì l'esercito israeliano ha comunicato di aver ormai preso di mira tutti gli obiettivi “importanti e strategici” che aveva individuato in precedenza. Il regime impiegherà molto tempo per ripristinare le proprie capacità balistiche e nucleari, ha dichiarato un rappresentante dell'esercito al quotidiano “Yediot Aharonot”.
Recentemente, l'aviazione ha sferrato nuovamente attacchi massicci su Teheran. Tra questi figuravano una base delle forze di terra e un posto di comando mobile della Guardia Rivoluzionaria. Negli ultimi giorni, quest'ultima avrebbe iniziato a trasferire i propri posti di comando in vagoni ferroviari, poiché quelli fissi non sarebbero più utilizzabili a causa dei danni subiti.
• Attacchi contro Hezbollah e Hamas
Sono proseguiti anche gli attacchi contro Hezbollah in Libano. Mercoledì sarebbero stati uccisi 50 terroristi, ha comunicato l’esercito giovedì. Tra gli obiettivi colpiti figuravano posti di comando, depositi di armi e postazioni missilistiche.
Anche nella Striscia di Gaza continua la lotta contro Hamas. L'esercito ha confermato le notizie dei media relative a diversi attacchi con droni contro le postazioni dei terroristi, senza però fornire dettagli. Secondo quanto riportato, in tre attacchi avvenuti da martedì sono stati uccisi nove terroristi.
(Israelnetz, 2 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele Katz minaccia Hezbollah: «Pagherete un prezzo molto alto»
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha rivolto giovedì un monito diretto al leader di Hezbollah, Naim Qassem, al termine di una riunione di valutazione della sicurezza che ha riunito i principali responsabili militari.
«Voi e i vostri amici pagherete un prezzo molto alto», ha dichiarato, in risposta all’intensificarsi dei lanci di razzi contro civili israeliani durante la festa di Pesach. Ha denunciato gli attacchi avvenuti «mentre le famiglie sono riunite per il Seder», vedendovi un’escalation che non resterà senza risposta.
Il ministro ha affermato che questi lanci «non dissuaderanno» Israele, sottolineando «la forza e la determinazione» dell’esercito. Ha inoltre evocato la necessità di evitare qualsiasi ritorno alla situazione del 7 ottobre.
Israel Katz ha inoltre esteso le sue minacce a tutti gli alleati regionali di Hezbollah, citando in particolare l’Iran e i suoi leader, che accusa di sostenere le azioni contro Israele. Ha affermato che tali sostegni sono ormai «indeboliti» e non sarebbero di alcuna utilità di fronte alla potenza militare israeliana.
Inoltre, il ministro ha fissato chiari obiettivi militari. Ha espresso la volontà di «ripulire» il sud del Libano dalla presenza di Hezbollah e di instaurare un controllo di sicurezza israeliano sulla regione del Litani. Ha aggiunto che le capacità del movimento terroristico sciita sarebbero state «smantellate» su scala nazionale.
Infine, Israel Katz ha annunciato il proseguimento degli attacchi contro obiettivi in Iran e in Libano «fino a quando tutti gli obiettivi non saranno raggiunti».
Rivolgendosi alla popolazione israeliana, ha invitato al rigoroso rispetto delle misure di sicurezza e ha elogiato «la resilienza» dei civili e «l’impegno» dei soldati.
Queste dichiarazioni giungono in un contesto di intensificazione degli scontri nel nord di Israele, dove si moltiplicano gli scambi di fuoco con Hezbollah, sullo sfondo di un conflitto regionale più ampio.
(i24, 2 aprile 2026)
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Iran, la minaccia ai colossi tech
Teheran ridefinisce i bersagli della guerra e punta all’ecosistema tecnologico che sostiene il vantaggio occidentale
di Shira Navon
Un salto di qualità nella guerra che si combatte sotto la superficie sta emergendo con chiarezza: l’Iran ha iniziato a indicare apertamente come bersagli legittimi le grandi aziende tecnologiche americane presenti in Medio Oriente, spostando il conflitto su un terreno che fino a poco tempo fa restava implicito, quello delle infrastrutture digitali che sostengono intelligence, difesa e capacità operativa di Stati Uniti e Israele.
Il messaggio, attribuito ai Guardiani della Rivoluzione, non si limita a una minaccia generica ma elenca aziende precise, da Microsoft a Google, da Apple a Intel, fino a Nvidia e Oracle, accusate di contribuire attraverso le loro tecnologie alla raccolta di informazioni, alla pianificazione operativa e allo sviluppo di sistemi avanzati che rafforzano il vantaggio strategico israelo-americano. Il fatto che vengano citati anche i dipendenti, invitati a lasciare immediatamente i luoghi di lavoro entro una scadenza indicata, introduce un elemento ulteriore, perché trasforma un avvertimento politico in qualcosa di più concreto e potenzialmente operativo.
Questa presa di posizione riflette un cambiamento nella percezione del conflitto da parte di Teheran. Negli ultimi mesi, l’eliminazione mirata di figure chiave dell’apparato militare e di sicurezza iraniano ha rafforzato la convinzione che la superiorità dei rivali non dipenda soltanto da mezzi tradizionali, ma da una integrazione profonda tra capacità militari e infrastrutture tecnologiche, in grado di elaborare dati in tempo reale, individuare obiettivi e anticipare mosse. In altre parole, la guerra si decide anche nei server, nei sistemi di analisi e nei flussi digitali.
Allargando la definizione di bersaglio, l’Iran prova a colpire proprio questo livello. L’idea che aziende private possano essere considerate parte integrante dello sforzo bellico non è nuova nella storia, ma oggi assume una dimensione diversa, perché il confine tra civile e militare si è fatto più poroso. Le tecnologie sviluppate per il mercato globale sono le stesse che alimentano capacità di difesa e di intelligence, e questo intreccio rende sempre più difficile separare i piani.
Per Israele, il messaggio è chiaro. Il suo vantaggio competitivo, costruito negli anni sull’innovazione tecnologica e sull’integrazione tra settore civile e apparato di sicurezza, viene individuato come uno dei punti da colpire. L’ecosistema israeliano, che collabora strettamente con partner americani, rappresenta una delle leve principali della sua capacità di reagire e prevenire, ed è proprio questa leva che Teheran cerca di mettere sotto pressione, almeno sul piano simbolico e comunicativo.
Per gli Stati Uniti, la questione si complica ulteriormente. Le grandi aziende tecnologiche sono attori globali, con interessi economici e infrastrutture distribuite in tutto il mondo, ma sono anche parte di un sistema più ampio che contribuisce alla proiezione strategica americana. Inserirle esplicitamente nel perimetro del conflitto significa esporle a rischi nuovi, che non sono soltanto informatici ma anche fisici, e costringe Washington a interrogarsi su come proteggere un settore che non è formalmente militare ma che ha un peso crescente nella sicurezza nazionale.
Il Medio Oriente diventa così uno dei teatri in cui questa trasformazione si rende visibile. Non si tratta più soltanto di basi, missili o fronti tradizionali, ma di reti, dati e infrastrutture che attraversano confini e collegano attori diversi. In questo scenario, la distinzione tra guerra e competizione tecnologica tende a sfumare, mentre la logica del confronto si estende a settori che fino a poco tempo fa venivano considerati neutrali.
(Setteottobre, 2 aprile 2026)
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La solita tiritera di chi sta con Israele ma solo se si comporta “bene”
La discussione sulla legge israeliana sulla pena di morte riaccende un riflesso ricorrente: subordinare la legittimità dello Stato ebraico a criteri morali e democratici. Un’impostazione che, dietro un’apparente difesa, finisce per riprodurre una logica pericolosa.
di Iuri Maria Prado
Vale la pena di occuparsi ancora di questa faccenda della legge sulla pena di morte in Israele, una legge che peraltro non introduce la pena di morte e semmai ne disciplina l’applicazione in certi casi.
Vale la pena di occuparsene non per ciò che la legge dice e dispone (perché ciascuno, su questo, può avere e manifestare il proprio giudizio, e ogni giudizio è legittimo): vale la pena di occuparsene perché l’approvazione di questa legge è stata l’occasione per l’ennesimo scrutinio morale, civile e politico della presentabilità israeliana.
Un’altra volta abbiamo dovuto ascoltare l’inascoltabile tiritera di quelli che intervengono criticamente nei confronti di Israele perché — signori miei — Israele è una democrazia, anzi Israele è “la democrazia che amiamo”, ed è per questo motivo che battiamo i tacchi dell’“attenti” democratico se Israele si comporta male, se Israele non è “morale”.
E un’altra volta abbiamo dovuto ascoltare il giudizioso discorso secondo cui le ragioni di difesa del popolo ebraico e dello Stato del popolo ebraico risiedono lì, nella democrazia di Israele, nell’assetto democratico di Israele, nella moralità di Israele. Perché gli ebrei e lo Stato degli ebrei non meritano protezione se qualcuno vuole distruggerli in quanto ebrei: meritano protezione se e fin tanto che si dimostrano morali, democratici.
Questi poveretti, che magari si pensano pure amici di Israele, non lo sanno: ma non c’è nulla di più genocidiario, nulla di più sterminazionista, nulla di più antisemita che sostenere che il diritto di esistenza degli ebrei e dello Stato degli ebrei dipende dal loro contegno democratico, dalla loro rettitudine morale.
Lo Stato degli ebrei che loro pensano di difendere è stato costruito esattamente contro quel pregiudizio, contro quella retorica, contro quella “concessione”.
(InOltre, 2 aprile 2026)
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Pesach – Una festa casher anche in Egitto grazie all’Ucei
Con Pesach alle porte, Samy Ibrahim è arrivato a Milano per ritirare tre valigie colme di prodotti casher per la festa: circa 40 chili di prodotti tra matzot, vino e altri generi alimentari. «Per noi non è semplice procurarlo, soprattutto da Israele, a causa delle tensioni e delle difficoltà legate ai confini. È così che è nata questa collaborazione con l’Ucei, che portiamo avanti per il secondo anno», racconta Ibrahim a Pagine Ebraiche, poco prima di ripartire per Il Cairo.
Ibrahim – o Abraham Arié nel suo nome ebraico – è oggi una delle figure centrali della piccolissima comunità ebraica egiziana. «Siamo davvero pochissimi», spiega. «La maggior parte sono donne anziane, perché le nuove generazioni sono andate via. Io sono tra i più giovani… e ho 58 anni». Una presenza ridotta all’osso, tanto che, osserva con una punta di ironia, «per perseguitarci dovrebbero prima trovarci».
Al Cairo esiste ancora una sinagoga, ma la vita religiosa è limitata: «Non abbiamo un rabbino né un minian. Le celebrazioni le facciamo in modo semplice, all’interno della comunità». Proprio questa fragilità ha spinto Ibrahim e gli altri membri rimasti a costruire legami con il mondo esterno: «Invitiamo anche musulmani e cristiani a celebrare con noi alcune feste. Fa parte del nostro impegno per mantenere viva e proteggere l’eredità ebraica in Egitto».
Un impegno che si intreccia con una storia personale segnata dalla scelta di restare. «Vengo da una famiglia che non ha mai voluto lasciare l’Egitto», racconta. «Mio padre, Albert Arié, era un ebreo comunista: questa scelta gli è costata undici anni nelle carceri di Nasser». Figura dalle molte contraddizioni – comunista, contrario all’emigrazione in Israele, convertitosi all’Islam negli anni Sessanta – Arié rimase impegnato fino alla fine nella salvaguardia del patrimonio ebraico-egiziano. «Abbiamo pubblicato le sue memorie in arabo. Molti oggi conoscono la sua storia e la rispettano, anche per la sua decisione di restare e considerare l’Egitto la propria patria», afferma Ibrahim, dal 2016 vicepresidente della comunità ebraica del Cairo, guidata da Magda Haroun. Una leadership al femminile dettata anche dalle circostanze: «Da oltre vent’anni la comunità è guidata da donne, perché non ci sono abbastanza uomini. Ma l’Egitto è un luogo fondamentale per la storia ebraica, spesso lo si dimentica, e per questo sentiamo il dovere di continuare a tenere viva questa presenza».
Fondamentale, in questo senso, è anche il legame con la diaspora. «Abbiamo contatti in tutto il mondo, anche in Italia. Ci sono gruppi di ebrei di origine egiziana che vengono a visitarci. Io li accompagno, faccio da guida. Per noi è importantissimo». Un legame che passa anche attraverso gesti concreti come i pacchi di Pesach: «È iniziato tutto grazie a un incontro con il vicepresidente Ucei Milo Hasbani che si è mobilitato per aiutarci».
Sul futuro, Ibrahim non si fa illusioni. «Non credo che chi ha lasciato l’Egitto tornerà. Forse alcuni discendenti, ma è complicato». Ma, aggiunge, «l’ebraismo esiste da migliaia di anni e ha sempre trovato il modo di sopravvivere. Continuerà a farlo. Io, finché sarò al Cairo, farò tutto il possibile per preservarlo. Spero che qualcuno, dopo di me, continui questo lavoro». d.r.
(moked, 1 aprile 2026)
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La posta in gioco per Israele e gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran
I rapporti tra Israele e gli Stati Uniti sono attualmente più stretti che mai dal punto di vista militare. Allo stesso tempo, nell'opinione pubblica sono più distanti che mai. Micah Goodman illustra le possibili conseguenze geopolitiche di una guerra contro l'Iran .
Se la guerra contro l’Iran avrà esito positivo, Gerusalemme potrà dimostrare il proprio ruolo di alleato affidabile di Washington. Se invece fallisse, Israele rischia di diventare il capro espiatorio negli Stati Uniti. È quanto ha affermato il noto analista israeliano Micah Goodman in un podcast. Allo stesso tempo, l'esito del conflitto influenzerebbe l'equilibrio di potere globale – in particolare per quanto riguarda la Cina e la questione della stabilità futura dell'ordine internazionale.
Nel podcast in lingua inglese Call Me Back (episodio «Why We Fight»), il filosofo e autore di best seller Goodman illustra dal suo punto di vista le possibili conseguenze geopolitiche del conflitto. La simpatia per la parte israeliana nel conflitto mediorientale negli Stati Uniti è attualmente ai minimi storici, come dimostra un sondaggio Gallup di febbraio. Allo stesso tempo, i due paesi agiscono in Medio Oriente in modo più coordinato che mai dal punto di vista militare; raramente si sono verificate situazioni simili con gli Stati Uniti.
D'altra parte, negli Stati Uniti è diffusa l'interpretazione secondo cui Israele avrebbe trascinato gli Stati Uniti in una guerra per interessi estranei. Secondo Goodman, questa visione è influente in entrambi gli schieramenti politici – sostenuta, tra l'altro, da media come il New York Times e da voci conservatrici come Tucker Carlson. Alcuni osservatori temono uno scenario che ricordi le operazioni lunghe e logoranti come quelle in Afghanistan o in Iraq – con un grande dispendio di risorse e risultati molto limitati.
• Situazione delicata per Israele
Goodman: Per Israele ne deriva una situazione delicata. Se la guerra non si concludesse con un successo chiaro e schiacciante, le critiche da parte degli Stati Uniti si intensificherebbero ulteriormente e Israele verrebbe dichiarato capro espiatorio. Le opportunità sono grandi quanto i rischi: con una vittoria inequivocabile, Gerusalemme potrebbe affermarsi come partner particolarmente affidabile degli Stati Uniti in Medio Oriente – come attore con cui gli obiettivi militari possono essere raggiunti in tempi relativamente brevi, a differenza della missione ventennale in Afghanistan con la partecipazione dei partner della NATO.
Da un punto di vista globale, l'attenzione si rivolge inoltre alla Cina. La leadership di Pechino si sta preparando per essere in grado, dal punto di vista militare, di conquistare Taiwan entro il 2027, afferma Goodman, che considera la Cina una provincia ribelle. L'isola è un centro leader a livello mondiale nella produzione di semiconduttori – un fattore decisivo nella competizione per il predominio tecnologico ed economico. Un attacco a Taiwan potrebbe innescare un'escalation internazionale fino a una potenziale terza guerra mondiale.
In questo contesto, un Iran militarmente forte come alleato della Cina rappresenterebbe un'enorme minaccia aggiuntiva. Se invece l'Iran venisse in gran parte meno come potenza regionale, ciò potrebbe ridurre significativamente il rischio di un'escalation internazionale. Allo stesso tempo, con una campagna militare di successo in Iran, gli Stati Uniti riacquisterebbero maggiore credibilità come potenza di ordine globale, con un conseguente aumento dell'effetto deterrente nei confronti degli Stati autoritari. Anche questo ridurrebbe significativamente il pericolo di una guerra mondiale, conclude l'analista.
(Israelnetz, 1 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La sedia vuota
Per molti, il Seder significa rinunciare alle persone care. Qui quattro donne e uomini raccontano chi manca durante la Pasqua ebraica – e cosa dà loro speranza
di Nicole Dreyfus
Non ci vorrà molto prima che arrivino. Gli ospiti che si riuniscono alla tavola del Seder per Pesach non sempre si conoscono tutti. Molte famiglie invitano amici o conoscenti affinché non trascorrano la festa da soli. Questa sera si farà tardi, il Seder inizierà solo dopo il calare del buio. Poi le voci riempiono la stanza, i bambini ridono, dalla cucina giunge il tintinnio delle stoviglie. Sul tavolo c’è il vassoio del Seder con erba amara, charoset, uovo, osso e matzot – semplice eppure pieno di significato.
A poco a poco i posti si riempiono. E quando la grande tavola è circondata da tanti ospiti, a volte si fa strada un senso di mancanza. È quella nostalgia per qualcuno che si ama e di cui si sa che stasera non potrà essere presente. Forse mai più. È quella fitta al cuore, in mezzo all’allegria. Lo sguardo cade sulla sedia vuota.
• La figlia di Pesach
Masha Goldman conosce bene questa sensazione. Per lei è la seconda festa di Pesach senza sua madre. Oggi ha 47 anni, è valutatrice presso il Consiglio d’Europa e vive a Strasburgo. Ha perso sua madre poco più di un anno fa – per la quale Pesach era più di una semplice festa. «Era, per così dire, una figlia di Pesach», racconta Goldman. Il compleanno ebraico di sua madre coincideva quasi sempre con la Pasqua ebraica.
Ma per la madre di Goldman significava molto di più: «I miei genitori associavano alla Pasqua ebraica la loro stessa fuga dall’allora Unione Sovietica. Per la mia famiglia, l’intera questione della conquista della libertà e dell’esilio era molto significativa, soprattutto perché solo dopo la fine dell’Unione Sovietica hanno potuto vivere di nuovo liberamente la loro fede ebraica.» La famiglia si trasferì da Riga in Germania nel 1991. Fu una liberazione poter finalmente rivendicare le proprie radici.
• Un altro significato di libertà
L’eredità ebraica era profondamente radicata in loro, dice Goldman. «Ma proprio durante la Pasqua ebraica si concretizzò in seguito ciò che significa essere liberi e avere un’eredità. All’epoca non potevamo celebrare la Pasqua ebraica come si deve, come facciamo oggi come grande famiglia di tre generazioni.» Solo la loro nuova vita in Germania lo ha reso possibile.
Goldman, oggi lei stessa madre di diversi figli, spiega: «Per questo il Seder, al di là dell’aspetto religioso, ha per noi un significato diverso rispetto forse a chi ha sempre vissuto nello stesso posto e non ha mai dovuto riflettere veramente sulla libertà. Mia madre era ben consapevole di tutto questo, motivo per cui in seguito ha contribuito a sviluppare in Germania il progetto “Comprendere l’ebraismo”.» Il progetto serviva a trasmettere nelle scuole una comprensione più profonda dell’ebraismo e a contrastare i pregiudizi.
È questa fitta al cuore, nel
bel mezzo dell’allegria
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A volte portava lì anche i suoi nipoti, che erano già cresciuti in Germania e con un’identità ebraica molto più forte. «Lo rendeva comprensibile a tutti.» È questo che oggi rende così difficile celebrare la Pasqua ebraica senza di lei. La madre di Masha Goldman è morta a 71 anni, «ma da lei ho anche imparato a mostrare ai miei figli cosa significano la vita ebraica e la sua continuità. In nessun'altra festività, credo, questo è più evidente che a Pesach.»
È il racconto sempre ricorrente dell'Esodo dall'Egitto che rende tangibile questa continuità. Le parole sono antiche, tramandate di generazione in generazione, eppure ogni anno vengono pronunciate di nuovo, comprese di nuovo: Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?
L'ex rabbino regionale del Württemberg, Joel Berger, ricorda quanto fossero diverse le serate del Seder quando viveva ancora a Budapest con la sua famiglia: «Prima della guerra, a Pesach ci riunivamo con tutti i fratelli e le sorelle di mio padre e la famiglia di mia madre. Venivano parenti dalla Transilvania e da altre zone dell'Ungheria. Nella nostra famiglia c'erano anche chassidim di Wischnitz.»
• Il Seder è più di un semplice rituale
Ancora oggi ricorda quanto fosse vivace l'atmosfera al tavolo del Seder, dice il rabbino Berger. «Ogni posto era occupato da uno zio o una zia. Ma la guerra mi ha portato via tutta la famiglia – tranne i miei genitori.» Ha perso 40 parenti nell'Olocausto. Il 19 marzo 1944 il Reich tedesco occupò l’Ungheria. Tra Pesach e Shavuot furono deportati ad Auschwitz più di 400.000 ebrei ungheresi. Per la famiglia Berger fu quindi ancora più amaro «quando dopo il 1945 al tavolo del Seder eravamo solo in tre: mio padre, mia madre e io. Non c’era solo una sedia vuota, ma ben 15!». In quel momento capì che non sarebbero mai più state occupate.
Nel 1970 Joel Berger si sposò e mise su famiglia. Tre dei suoi sei nipoti vivono in Israele, tre ad Anversa. Tutti vengono ogni anno a Stoccarda. L’ottantanovenne ama vederli riuniti attorno al tavolo del Seder. Ricorda ancora quando, da rabbino, guidava le serate del Seder nella località termale francone di Bad Kissingen e a volte contava chi della sua famiglia era seduto al tavolo: «Arrivavo a dodici Berger. Era la mia piccola “riparazione”: sapere che il futuro della mia famiglia era assicurato. Ma ogni Pesach mi dava anche quella fitta, perché mio padre non poteva più viverlo.»
• La quarta matza è dedicata a chi è in fuga
Il rabbino sente ancora la voce di suo padre, «che cantava le più belle smirot. Con lo sterminio di quasi tutta la mia famiglia si è spenta anche la sua voce. Solo molti anni dopo ho sentito la mia nipote maggiore, Yael, cantare le stesse melodie. Mi ha commosso molto. Per me è stato un segno: la vita ebraica della mia famiglia continua.»
A Pesach si canta molto. Nel frattempo si discute, si fanno domande, si mangia. Ci si appoggia allo schienale, si mangia prima la prima, poi la seconda, poi la terza matza. La famiglia di Dalia Teplitz di Zurigo ha iniziato, a un certo punto, a mettere una quarta matza sotto la ciotola del Seder. «Per un semplice motivo», come dice Dalia Teplitz, «perché moltissimi ebrei devono rinunciare alla Pasqua ebraica e non hanno la possibilità di celebrare la serata del Seder in libertà.»
Per tutte quelle persone vorrebbe preparare una sedia a parte. «Sono persone che mancano. Al loro tavolo del Seder.» Lei e la sua famiglia riflettono ogni anno a chi dedicare la quarta matza. «Deve essere iniziato negli anni ’70, quando agli ebrei russi non era permesso praticare la loro religione», ricorda la settantatreenne. In seguito, avrebbe dovuto ricordare le vittime dell’Olocausto e anche i soldati israeliani che non potevano trascorrere il Seder a casa.
Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, la famiglia ha dedicato la quarta matza a tutte quelle persone che erano in fuga. Dopo il 7 ottobre, è stata dedicata agli ostaggi nella Striscia di Gaza. «Oggi sono altri a sedersi idealmente a tavola: coloro che sono lontani da casa, che non hanno un luogo sicuro o nessuno con cui celebrare il Seder», dice Teplitz. Così la quarta matza rimane intatta – e forse dice di più su ciò che manca.
• Seder nella sinagoga dai meandri intricati
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Il dipinto a olio «Sehnsuchtsseder» (Seder di nostalgia) è stato realizzato dall’artista Shoshannah Brombacher, che oggi vive a Berlino, dopo il suo primo Seder a New York nel 1992
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Tuttavia, si tratta anche di comunità e di sentirsi parte di una lunga catena. Ma questa catena a volte si interrompe. È così che si sente Shoshannah Brombacher quando racconta del suo primo Seder a New York: «Era il 1992 ed ero appena sposata. Dopo la nostra chuppah ad Amsterdam, da dove provengo, siamo andati direttamente a New York. Prima vivevo a Berlino. Ma per mio marito, newyorkese, Berlino era fuori discussione. E così mi sono trasferita da lui.»
Era Pesach, e la giovane coppia di neo-sposi decise di andare per la sera del Seder in una piccola sinagoga dai corridoi tortuosi dell’ex Chewra di Podhaitz nel Lower East Side. Shoshannah Brombacher indossava un vestito nuovo, «perché le mie cose erano ancora sulla nave». C’era molta gente lì: accanto alla rabbina con due gatti corpulenti, che venivano continuamente nutriti, e ai sopravvissuti all’Olocausto, al tavolo con loro sedevano alcolisti e tossicodipendenti.
Il Seder è un dialogo tra passato e presente
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Naturalmente sono aperta verso tutte le persone, dice Brombacher, «ma lì, da europea, mi sentivo molto estranea. C'era un'atmosfera strana e mi mancavano la mia famiglia ad Amsterdam e i miei amici a Berlino».
Anni dopo, Brombacher, che è anche un'artista, ha immortalato questo «Seder nel Lower East Side» in un dipinto a olio: «È un Seder di nostalgia con tante persone sconosciute e il loro passato, in parte strano. Le sedie vuote nel quadro simboleggiano tutte quelle persone che allora mi mancavano tantissimo. Così come le ombre e le figure con le ali d’angelo attorno al tavolo del Seder. Rappresentano i parenti che la mia famiglia ha perso nell’Olocausto e che non siederanno mai più con noi a tavola».
Il Seder è più di un semplice rituale: è un dialogo tra passato e presente, tra le generazioni. Di questo dialogo fanno parte anche coloro che non siedono più a tavola, simboleggiati dalla sedia vuota. Le loro tracce rimangono – nelle parole, nei gesti e nell’esperienza comune della Pasqua ebraica.
(Jüdische Allgemeine, 1 aprile 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Tra sirene e tradizione: la fabbrica di mazzot che non si ferma
di Michelle Zarfati
Tra il rumore delle sirene d’allarme e la corsa verso i rifugi, in Israele c’è chi continua a impastare farina e acqua per mantenere viva una tradizione millenaria. Accade nello stabilimento Matzot Aviv, dove la produzione di mazzà – il pane azzimo simbolo della Pasqua ebraica – prosegue nonostante il conflitto in corso. Fino a tre volte al giorno, i lavoratori interrompono le linee produttive per mettersi in salvo durante gli attacchi missilistici. Poi tornano ai forni, determinati a rispettare le consegne in vista della festività. L’obiettivo è chiaro: garantire che milioni di famiglie, in Israele e nel mondo, possano celebrare Pesach con il pane della tradizione.
L’azienda è molto più di un’impresa: è una storia familiare lunga sei generazioni. Oggi è guidata dai discendenti della famiglia Wolf, che portano avanti un’attività nata prima ancora della fondazione dello Stato di Israele. Nel tempo, la fabbrica ha attraversato momenti cruciali della storia nazionale, dalle guerre del Novecento fino alla pandemia di COVID-19, senza mai interrompere la produzione. Il sito stesso custodisce tracce del passato: durante il periodo del Mandato britannico ospitava un deposito di armi della Haganah, e proprio lì fu sviluppato il mortaio “Davidka”, utilizzato nella guerra d’indipendenza. Oggi, nello stesso spazio, si accumulano sacchi di farina destinati alla produzione industriale.
Negli anni, l’azienda ha saputo adattarsi ai cambiamenti del mercato. Se un tempo la produzione era interamente manuale, oggi l’uso di macchinari – introdotto anche grazie all’autorizzazione rabbinica – consente di soddisfare una domanda globale in crescita. Israele è diventato infatti uno dei principali poli mondiali per la produzione di mazzà, con esportazioni verso oltre 30 Paesi. Per restare competitiva, la fabbrica ha ampliato la propria offerta includendo prodotti senza glutine, biologici e a basso contenuto di zucchero. Ma, al di là dell’innovazione, resta forte il senso di missione. “Non è solo un lavoro”, spiegano i membri della famiglia, “ma un impegno che unisce generazioni”.
In un contesto segnato dall’incertezza e dal pericolo, la continuità di questa produzione assume un valore simbolico: la resilienza di una tradizione che resiste, anche sotto il fuoco della guerra.
(Shalom, 1 aprile 2026)
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Pesach – La festa della libertà
All’ombra dell’incertezza (e dei razzi).
di Anat Schneider
GERUSALEMME - Il periodo che precede la Pasqua ebraica è uno dei miei periodi preferiti dell’anno, un momento in cui quasi ogni casa israeliana entra in uno stato speciale.
Si aprono gli armadi, si svuotano gli scaffali, si puliscono a fondo le cucine. La gente sostituisce le stoviglie, acquista prodotti per la festa, cerca vestiti per i bambini e inizia a parlare dell’imminente cena del Seder di Pesach e del menu, che costituisce una parte essenziale della serata. Le strade sono piene di acquirenti, i negozi affollati di carrelli della spesa e nelle case si respira un’atmosfera di rinnovamento.
La Pasqua ebraica non è solo un'altra festività nel calendario. In Israele è un evento su larga scala che porta con sé un senso di preparazione per un momento significativo sia nella vita familiare che in quella nazionale.
Ma quest'anno è complicato.
La lunga guerra, l'incertezza e la stanchezza della popolazione – tutto questo cambia anche il modo in cui le persone affrontano la festività. È difficile pianificare quando non è chiaro cosa succederà tra una settimana, un giorno o addirittura tra poche ore. È anche difficile entrare nello spirito festivo quando la realtà là fuori è piena di preoccupazioni e instabilità. E questo si riflette sulle azioni più semplici: pulire, fare la spesa, preparare la casa per la festa. Tutto questo assume un significato diverso quest'anno.
Pesach è chiamata la festa della libertà, la festa della redenzione, la festa di primavera. La festività racconta la storia più significativa del popolo ebraico: l’uscita dalla schiavitù verso la libertà. Una storia su un popolo che passa da una realtà di schiavitù a una realtà di libertà e indipendenza spirituale.
In questi giorni difficili, all’ombra della guerra, proviamo un sentimento più complesso di fronte alla festa che si avvicina. Nella nostra famiglia, in un anno normale, iniziamo a pianificare come festeggeremo la Pasqua ebraica già settimane prima, nel periodo di Purim. La discussione sulla prossima festa di Pesach si intensifica nel gruppo WhatsApp di famiglia man mano che la data si avvicina. Di solito c'è una lista di preparativi. A ciascuno viene assegnato un compito. Le aspettative e l'attesa per la festa crescono.
• Quest'anno – niente.
Non si parla di Pesach. Non sappiamo dove festeggeremo e se sarà possibile una riunione di famiglia. La situazione di sicurezza che perdura non lascia spazio a festività e occasioni di festa. Da molti giorni i razzi esplodono nel Paese. I bambini sono a casa, non ci sono lezioni. I genitori preoccupati dormono a malapena la notte, prima di dover correre al pronto soccorso e nei rifugi. La tensione sale e in quasi ogni casa si percepisce la stanchezza. La popolazione è per lo più confinata nelle proprie case e il sentimento generale è di profonda insicurezza.
• Ed è qui che si rivela il paradosso della festività
Sebbene Pesach parli di libertà, la storia che racconta inizia esattamente nel luogo opposto. L’Esodo dall’Egitto non inizia in un momento di libertà, ma in una dura realtà di schiavitù, con un popolo che vive sotto pressione, decreti e paura esistenziale. È proprio questa la dura realtà da cui ha inizio l’Esodo. La Torah descrive il momento in cui inizia il processo di cambiamento con le parole:
“E i figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e gridarono, e il loro grido salì a Dio.”
La redenzione non inizia immediatamente con le piaghe d’Egitto o con la grande uscita, ma innanzitutto con il grido disperato del popolo. Questo è il momento in cui il popolo smette di accettare che la sua realtà attuale debba continuare così. Alza gli occhi al cielo per chiedere aiuto. Durante molti anni di schiavitù, il popolo era completamente occupato con la sopravvivenza quotidiana, e le questioni spirituali come il rapporto con Dio venivano messe da parte. E ora che il popolo grida, appare immediatamente la risposta divina: “Poiché ho udito il loro grido.”
La Bibbia illustra qui un principio profondo. Dio non è indifferente alla sofferenza umana, eppure la salvezza ha inizio solo quando una persona si rivolge a Lui. Il cambiamento inizia nel momento in cui una persona comprende la propria situazione e ne prende coscienza, nel momento in cui geme e grida a Dio chiedendo aiuto. Forse anche qui si nasconde un pensiero che accompagna la festività di quest’anno.
Non solo come festeggeremo, ma cosa gridiamo esattamente?
Si tratta del nemico esterno, delle lacrime interiori, di una realtà di vita che è diventata difficile e sconvolgente? O di tutto questo insieme?
A volte è proprio la precisione del nostro grido l’inizio del cambiamento. Ogni anno raccontiamo di nuovo la storia della Pasqua ebraica. Lo facciamo per ricordarci che, anche se la realtà è complessa e la strada poco chiara, il primo passo verso la libertà inizia con il vero grido dell'uomo, quello che viene dal cuore.
Pulire, riordinare la casa, sostituire le stoviglie rotte in cucina e fare la spesa per la festa non sono solo azioni tecniche. Sono anche un tentativo di creare ordine. La festa di Pesach ci insegna che la libertà è un processo complesso che inizia con un piccolo gesto: con la consapevolezza che il luogo in cui ci troviamo non fa bene a noi e con il desiderio di prendere una direzione diversa. Con il riconoscimento del problema e una richiesta di aiuto. Successivamente, una persona può imparare a controllare le proprie reazioni alla realtà e persino a dare agli eventi un'interpretazione più ampia, a guardare le cose da una prospettiva più ampia. Il racconto tradizionale (Haggadah) dell'Esodo dall'Egitto ci impone:
«In ogni generazione, una persona deve considerarsi come se fosse uscita dall'Egitto.»
La storia dell’Esodo dall’Egitto non è solo una storia del passato. Si svolge anche nel presente. Il cammino verso la libertà non è un evento unico nella storia, ma un processo che si ripete continuamente nella vita dei singoli e dei popoli. Un processo che ci ricorda anche i limiti del potere umano e ci esorta a confidare in Dio. Il Seder di Pesach di quest’anno potrebbe essere più piccolo e sobrio del solito. Ma proprio in questa realtà, in cui il futuro è ancora incerto, la storia della libertà assume un significato diverso: un ricordo del fatto che anche in una realtà complessa è necessario riunirsi, raccontare una storia comune e credere che il cammino possa alla fine condurre a un luogo migliore.
La libertà non inizia il giorno in cui finalmente tutto è perfetto, ma nel momento in cui una persona alza gli occhi al cielo ed esclama. È lì che inizia il viaggio.
(Israel Heute, 1 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dieci volte si trova in questo articolo la seducente parola “libertà”. Un elenco:
- Pesach è chiamata la festa della libertà
- L’uscita dalla schiavitù verso la libertà
- Da una realtà di schiavitù a una realtà di libertà e indipendenza nazionale
- Sebbene Pesach parla di libertà, la storia che racconta inizia nel luogo opposto
- L’Esodo dall’Egitto non inizia in un momento di libertà
- Il primo passo verso la libertà inizia con il vero grido dell'uomo
- La festa di Pesach ci insegna che la libertà è un processo complesso
- Il cammino verso la libertà non è un evento unico nella storia
- La storia della libertà assume un significato diverso
- La libertà non inizia il giorno in cui finalmente tutto è perfetto
Una semplice domanda: che cos’è libertà?
È una domanda che ricorda quella di Pilato a Gesù: che cos’è verità?. Gesù non diede risposta, ma l’aveva già data prima ad altri (Giovanni 14:6). Qui invece si parla di libertà. ma forse non si vede il collegamento. “Signore, che cos’è libertà?” potrebbe essere questo il grido che quest’anno si rivolge a Dio da Israele nella festa di Pesach? Nei Vangeli si trova una risposta che collega proprio verità e libertà: Giovanni 8:31-34. M.C.
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