Israele e Venezuela: dopo 17 anni riaprono i rapporti consolari tra i due Paesi
di Pietro Baragiola
Dopo una serie di colloqui tra i ministri degli Esteri Gideon Sa’ar e Félix Plasencia, martedì 11 agosto i governi di Israele e Venezuela hanno ufficialmente annunciato la ripresa dei rapporti consolari.
Si tratta del primo canale ufficiale tra i due Paesi dopo la rottura delle relazioni diplomatiche avvenuta 17 anni fa, nel 2009, durante la presidenza di Hugo Chávez.
La posizione anti-israeliana del Venezuela è cambiata dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e l’insediamento di Delcy Rodriguez alla guida del Paese. Pochi giorni dopo, il ministro Sa’ar ha auspicato una ripresa dei rapporti tra Gerusalemme e Caracas.
“Oggi entrambi i governi riconoscono l’importanza del legame tra lo Stato d’Israele e la comunità ebraica in Venezuela, che costituisce un importante ponte storico di amicizia ed è stato fondamentale in questo riavvicinamento” si legge nel comunicato congiunto rilasciato in questi giorni dai portavoce dei due Paesi.
L’intesa, tuttavia, non prevede per il momento il pieno ripristino dei rapporti diplomatici o la riapertura delle rispettive ambasciate.
• Il supporto umanitario israeliano
A favorire il riavvicinamento è stata anche la situazione d’emergenza provocata dal doppio terremoto che ha colpito il Venezuela lo scorso 24 giugno. In questa occasione Israele ha inviato una delegazione umanitaria per fornire assistenza professionale nelle operazioni di ricostruzione. Una mossa che avrebbe avuto molti risvolti positivi.
Lo stesso premier Benjamin Netanyahu, nel suo discorso rivolto alla delegazione israeliana, ha collegato esplicitamente il valore di questa missione ad un eventuale disgelo diplomatico: “state ricostruendo le rovine e anche le nostre relazioni. State mostrando al popolo del Venezuela, così come al suo governo, il vero volto dello Stato d’Israele.”
Secondo quanto rilasciato dalle autorità, gli interventi umanitari hanno infatti contribuito a permettere a decine di migliaia di venezuelani di tornare nelle proprie abitazioni ed oggi i due governi intendono proseguire questa cooperazione.
• Le reazioni al riavvicinamento
Il nuovo accordo annunciato martedì è stato accolto positivamente dalla comunità ebraica venezuelana, con il coordinatore della Confederazione delle Associazioni Ebraiche del Paese Miguel Truzman che ha ricordato il ruolo importante che gli aiuti israeliani hanno avuto nel “sostenere il Paese nel momento del bisogno”.
“Oggi inizia una nuova era” ha dichiarato Truzman sui social, definendo l’accordo “un primo passo in campo consolare” e auspicando che “nel prossimo futuro le relazioni diplomatiche tra entrambe le nazioni saranno pienamente ristabilite”.
Nelle ultime ore il quotidiano online Walla ha intervistato diversi residenti ebrei di Caracas per conoscere le loro reazioni al riavvicinamento dei due governi e tutti hanno ammesso che questa notizia “riempie di speranza e gioia”, sottolineando come la riapertura del canale consolare possa offrire soluzioni concrete alle famiglie che per anni hanno dovuto affrontare difficoltà burocratiche e amministrative.
(Bet Magazine Mosaico, 13 agosto 2026)
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Al lago Hula tornano i fenicotteri: al via la grande migrazione autunnale
di Nicole Nahum
C’è un segnale che, più di ogni calendario, annuncia l’arrivo dell’autunno: il ritorno degli uccelli migratori. Al lago Hula, nel nord di Israele, il viaggio è già cominciato. I primi otto fenicotteri hanno raggiunto lo specchio d’acqua, dando il via a una delle stagioni più spettacolari dell’anno per gli amanti della natura.
L’arrivo dei fenicotteri è solo l’inizio. Nelle prossime settimane la valle di Hula sarà attraversata da grandi stormi diretti tra Europa e Africa. Il lago è infatti uno dei principali punti di sosta lungo questa rotta: qui gli uccelli si fermano per riposare, alimentarsi e recuperare le energie prima di riprendere il viaggio.
In questi giorni sono già state osservate diverse specie, tra cui limicoli, passeriformi, combattenti, chiurli, aironi cenerini e spatole. Il numero degli uccelli è destinato ad aumentare con il progressivo accorciarsi delle giornate, uno dei segnali ambientali che contribuiscono a regolare l’inizio della migrazione.
“È sempre emozionante osservare il lago riempirsi di vita”, racconta Inbar Shlomit Rubin, responsabile sul campo del parco del lago Hula. Ogni anno più di 500 milioni di uccelli, appartenenti ad almeno 390 specie, attraversano la valle.
Per avere un’idea della quantità e della varietà di uccelli che passano da questa piccola area, basta fare un confronto con il Nord America, circa mille volte più esteso di Israele, dove si registra appena il doppio delle specie. La migrazione richiama anche centinaia di migliaia di visitatori, che raggiungono la zona per osservare gli animali durante la sosta.
“Siamo ora in una stagione affascinante”, spiega Rubin. “Da un lato, gli ultimi uccelli che hanno nidificato si stanno ancora prendendo cura dei loro piccoli. Dall’altro, ogni mattina porta una nuova sorpresa, mentre scopriamo quali specie sono arrivate al lago durante la notte”.
La migrazione torna così a scandire il ritmo delle stagioni nella valle di Hula, seguendo un ciclo naturale che ogni anno porta sulle stesse rotte specie diverse e milioni di uccelli. Per qualche settimana, il loro passaggio sarà uno degli appuntamenti più significativi della stagione nell’Alta Galilea.
(Shalom, 13 agosto 2026)
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E via un altro
A Roma un giovane ebreo aggredito per due sere consecutive mentre indossava la kippah. Ogni volta il limite si sposta un po’ più avanti. E intorno cresce l’abitudine
di Daniele Scalise
Ventidue anni, francese, ebreo. Ha commesso l’imprudenza di passeggiare per Roma con una kippah in testa. Il 7 agosto, in piazza Cairoli, gli spruzzano spray urticante sul viso gridando «Free Palestine». Ventiquattr’ore dopo, a largo di Torre Argentina, lo circondano in quattro e lo prendono a calci. Lui riconosce fra gli aggressori lo stesso uomo della sera precedente. Ancora «Free Palestine». Un algerino di 31 anni è stato denunciato, gli altri vengono cercati dai carabinieri. E via un altro. È questa ormai la sensazione. Qualunque cosa accada, il giorno dopo sembra possibile qualcosa di peggio. Il limite viene spostato di qualche metro e nessuno lo rimette dov’era. Prima gli insulti. Poi le scritte. Poi le liste degli ebrei. Poi le mappe dei luoghi «sionisti». Poi le università nelle quali uno studente ebreo deve spiegare cosa pensa di Gaza prima di avere diritto alla parola. Poi le manifestazioni davanti alle sinagoghe. Poi le aggressioni. A Roma, ad aprile, era già stato aggredito un uomo riconoscibile dalla kippah. Adesso un ragazzo viene assalito due sere di seguito. La presidente dell’UCEI Livia Ottolenghi aveva avvertito mesi fa che in Italia gli episodi di antisemitismo erano cresciuti del 400 per cento rispetto al 2022 e che si era passati dall’odio prevalentemente digitale alle aggressioni contro cose e persone. A giugno parlava di almeno due episodi al giorno dall’inizio dell’anno. Gli ebrei italiani, diceva, riescono a vivere una vita normale grazie alla protezione dello Stato. Scuole sorvegliate, grate, scorte, controlli. Nel 2026. In Italia. Eppure continuiamo a stupirci. O fingiamo di farlo. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, dopo l’aggressione ha usato parole che qualche anno fa sarebbero sembrate intollerabili: «È partita la caccia all’ebreo». Ha aggiunto di temere soprattutto l’indifferenza dell’opinione pubblica. È esattamente lì che fa male. Per anni mi sono chiesto come fosse stato possibile. Come avessero fatto i nostri padri e i nostri nonni, persone normali, persone che lavoravano, si innamoravano, portavano i bambini a scuola, leggevano il giornale, ad assistere al 1933, poi al 1934, al 1935, al 1936 e via via fino allo sterminio, quello – ahinoi – esatto. Come avessero potuto vedere il recinto stringersi intorno agli ebrei senza capire, oppure capendo benissimo e continuando ugualmente a cenare, andare al cinema, discutere d’altro. Adesso lo capisco un po’ meglio. L’indifferenza arriva per gradi. Si abitua. Ha sempre una spiegazione pronta. C’è una guerra. Ci sono i palestinesi. C’è Netanyahu. C’è Gaza. C’è qualcosa che consente di spostare per qualche minuto l’attenzione dall’uomo preso a calci alla politica di uno Stato distante migliaia di chilometri. Il ragazzo di Roma, però, aveva una kippah. Quella era la sua colpa. Ed è qui che «Free Palestine» cambia natura. Gridato mentre si manifesta per i palestinesi è uno slogan politico. Gridato mentre si spruzza spray urticante negli occhi di un ebreo diventa la colonna sonora di un’aggressione antisemita. Gridato mentre quattro persone prendono a calci un ragazzo perché lo hanno riconosciuto come ebreo significa una cosa semplicissima: quell’ebreo è stato trasformato in Israele e può dunque essere punito per Israele. La cosa che più impressiona è la disinvoltura. Si sentono autorizzati. Possono indicare un ebreo, seguirlo, insultarlo, censire i luoghi frequentati dagli israeliani, spiegargli dove può andare e dove sarebbe meglio che sparisse. Possono farlo conservando perfino la convinzione di stare dalla parte giusta della storia. È questa una delle caratteristiche più inquietanti dell’antisemitismo di oggi. Ha una bella presenza. Si presenta con le parole dei diritti, della giustizia, della compassione. Ama i miserabili, purché siano i miserabili giusti. Per gli altri conserva una sorprendente riserva di crudeltà. E quando l’ebreo diventa il colpevole universale, anche prenderlo a calci può essere trasformato nella mente dell’aggressore in un gesto di liberazione. Intorno, noi. Scriviamo. Protestiamo. Discutiamo. Litighiamo, persino fra di noi, su quale parola usare, su quanto forte possiamo dirla, su quando diventa sconveniente alzare la voce. Facciamo quel poco, quel misero poco che possiamo fare mentre la marea sale. E qualche volta ci sentiamo ridicoli. Poi penso che proprio questo sarebbe l’errore peggiore. Considerare inutile parlare perché gli altri sono troppi, rumorosi, sicuri di sé. Credere che la marea sia invincibile perché oggi sembra esserlo. Ne abbiamo già vista una che si credeva invincibile. Questa è diversa. Ha altri simboli, altre parole, altri alleati. Sa fotografarsi meglio. Sa presentare l’odio come virtù e la discriminazione come coscienza morale. È capace di far sentire progressista chi chiede a un ebreo di nascondere la kippah. Passerà anche questa. Verrà fermata, perché le società democratiche possiedono ancora gli strumenti per fermarla, se decidono di usarli. La domanda è quanto dovremo lasciare accadere prima di deciderci. Perché ieri era una scritta. Oggi è un ragazzo preso a calci nel centro di Roma. E domani, di questo passo, rischiamo di dover scrivere ancora una volta la stessa frase. E via un altro.
(Setteottobre, 13 agosto 2026)
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Una scuola palestinese voluta da Israele e osteggiata dall’ONU
di Nathan Greppi
Secondo funzionari israeliani, le Nazioni Unite tentano di fermare l’apertura di un nuovo campus a Kafr Aqab, rivendicando la proprietà dell’ex complesso dell’UNRWA. Israele accusa l’ONU di anteporre lo scontro politico alle esigenze di oltre 140 studenti palestinesi già iscritti.
Le Nazioni Unite stanno cercando di bloccare la costruzione, da parte d’Israele, di una scuola per bambini e ragazzi palestinesi indigenti in un vecchio complesso inutilizzato dell’UNRWA. A riportarlo, citando funzionari israeliani, è il New York Post.
Il sito scelto per il campus si trova a Kafr Aqab, un quartiere di Gerusalemme Est. L’obiettivo è accogliere gli studenti all’inizio del nuovo anno scolastico, il 1° settembre. L’ONU, tuttavia, si starebbe mobilitando per impedirlo, accusando lo Stato ebraico di aver sottratto il complesso all’UNRWA.
Secondo la versione israeliana, le Nazioni Unite intenderebbero opporsi al progetto dopo la decisione d’Israele di mettere al bando le attività dell’UNRWA all’interno del Paese, in seguito alle notizie sul coinvolgimento di alcuni dipendenti dell’agenzia nei massacri del 7 ottobre 2023.
«Quando la politica viene prima dei bambini, l’ONU ha perso di vista le sue responsabilità fondamentali. Dovrebbe aprire le porte ai bambini, non tenere chiuse quelle delle scuole per ragioni politiche», ha dichiarato al New York Post un funzionario israeliano.
• La situazione a Kafr Aqab
Più di 140 ragazzi sono già iscritti alle classi dalla settima alla decima — secondo il sistema scolastico statunitense, corrispondenti indicativamente alla fascia di età compresa tra i 12 e i 16 anni — e la scuola prevede di estendere negli anni l’offerta fino al dodicesimo grado, frequentato da studenti di 17-18 anni. Secondo i funzionari, una volta completati, il campus educativo e il centro comunitario dovrebbero servire circa 22.000 residenti.
Il progetto è destinato a uno dei quartieri arabi più densamente popolati di Gerusalemme, dove molti bambini impiegano complessivamente due o tre ore al giorno per raggiungere la scuola e tornare a casa, perché nelle vicinanze non ci sono aule sufficienti. Il complesso, tuttavia, è rimasto per molto tempo in gran parte inutilizzato, fatta eccezione per un piccolo centro di formazione gestito dall’UNRWA.
L’ONU ha cercato di impedire la costruzione del nuovo centro educativo, sostenendo che il terreno sia di sua proprietà. Dopo aver esaminato l’atto di proprietà originale, tuttavia, il New York Post e i funzionari israeliani affermano che il terreno fu acquistato dal Fondo Nazionale Ebraico nel 1937, durante il Mandato britannico. Anche nel periodo in cui la Giordania occupò Gerusalemme Est, dal 1948 al 1967, la titolarità legale della proprietà sarebbe rimasta invariata.
• I precedenti
Oltre a quanti vi avrebbero partecipato direttamente, secondo un’indagine di UN Watch ci sono stati diversi casi di insegnanti sul libro paga dell’UNRWA che hanno inneggiato sui social ai massacri del 7 ottobre.
Tra questi, Waseem Ula, che ha pubblicato la foto di un giubbotto esplosivo da kamikaze scrivendo: «Aspettate, figli del giudaismo». Shatha Husam Al Nawajha, invece, ha elogiato in un gruppo Telegram gli autori dei massacri, scrivendo: «Possa Allah garantire loro la vittoria».
(InOltre, 13 agosto 2026)
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Gerusalemme non mi lascia mai andare
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Quando molti anni fa ascoltai per la prima volta «Eccomi», ebbi la sensazione che qualcuno avesse messo in musica la mia stessa vita. È molto più di una canzone su due città. Racconta la tensione che molti gerosolimitani portano dentro di sé, tra la pesantezza di Gerusalemme e la leggerezza di Tel Aviv, tra sacralità e quotidianità, storia e presente, fede e libertà. Chi conosce Gerusalemme solo da turista difficilmente capirà questa tensione. Chi vive qui la porta dentro di sé ogni giorno. Forse è per questo che questa canzone non racconta solo la mia storia, ma dice qualcosa anche sull’anima di Israele. Gerusalemme esige. Tel Aviv seduce.
Chi è cresciuto a Gerusalemme conosce questa tensione. Gerusalemme non è semplicemente una città santa. Gerusalemme ti mette alla prova, la città spesso ci stanca. Qui quasi nulla è neutrale. Religione, politica, storia, identità: tutto è in bella vista per le strade. Ebrei e arabi, religiosi e laici, autoctoni e nuovi immigrati, Oriente e Occidente si incontrano in uno spazio ristretto. Gerusalemme è una città che appartiene a persone estreme o, per dirla meglio, che attira persone estreme come una calamita. A volte insieme, a volte fianco a fianco e a volte l’una contro l’altra. Persino Dio sembra qui, come dice così bene la canzone, vibrare sulla stessa frequenza. Inoltre, ho tutti i miei amici nella Città Santa di Gerusalemme, e questo non rende santo nessuno di loro, nemmeno me.
A solo un’ora di distanza eppure sembra che lì inizi un altro mondo. Il mare al posto delle montagne. La spiaggia al posto delle antiche pietre del Tempio. La cultura al posto delle sinagoghe. Il presente al posto del passato. Tel Aviv dice: «Vivi il presente». Gerusalemme chiede: «Da dove vieni e dove vai? Santifica il passato».
Gerusalemme e Tel Aviv incarnano due visioni del mondo, forse addirittura due anime, che convivono nel nostro Paese e in molti di noi. Gerusalemme rappresenta la memoria, la tradizione, la responsabilità, la fede e l’appartenenza. Tel Aviv rappresenta la libertà, l’individualità, l’autorealizzazione, la modernità e il desiderio di liberarsi dal peso del passato. Naturalmente la realtà è più complessa: anche Gerusalemme è moderna e ribelle, e anche Tel Aviv possiede profondità, tradizione e fede. Ma come simboli, le due città raccontano qualcosa di essenziale su Israele.
Ed è proprio in questo che mi riconosco. Ci sono momenti in cui Gerusalemme diventa troppo angusta. Troppo pesante. Troppo religiosa, troppo politica, troppo tesa. Viene voglia di scendere giù, al mare, respirare a pieni polmoni e vivere semplicemente, senza che ogni pietra ti racconti cosa è successo in quel luogo duemila o tremila anni fa. E so che i turisti, specialmente i cristiani devoti, amano particolarmente la Città Santa di Gerusalemme, ed è giusto che sia così. Ma chi vive qui vede anche l’altro lato della Città Santa. Gerusalemme mi fa impazzire, ed è proprio per questo che amo questa città.
Di tanto in tanto mi viene in mente l’idea di trasferirmi a Tel Aviv, perché quella vivace città costiera mi affascina. Da kitesurfer amo il mare, ma c’è qualcosa che mi manca in quella città costiera senza tregua: la sacralità, l’estremo, la storia, il volto di Dio o l’aria fresca d’estate. La spensieratezza da sola non basta più. Si comincia a sentire la mancanza delle montagne. Dell’aria secca e limpida. Del silenzio di una serata gerosolimitana. Delle pietre. Delle persone, dei miei amici. Persino delle tensioni. E forse anche di quella sensazione difficile da spiegare, che la propria vita faccia parte di qualcosa di più grande e più antico di sé stessi.
La canzone «Eccomi che arrivo» degli Hadag Nahash racconta esattamente ciò che provo, questo movimento con umorismo e autoironia: via da Gerusalemme, verso il presunto paradiso di Tel Aviv e, prima o poi, di nuovo indietro. È solo da lontano che ci si rende conto di ciò che si è lasciato. Ciò che prima sembrava grigio e noioso acquista improvvisamente un altro valore.
Hadag Nahash è una band hip-hop israeliana fondata a Gerusalemme nel 1996, che fonde hip-hop, funk, rock e reggae con sonorità orientali. Con testi arguti, divertenti e di critica sociale, le loro canzoni raccontano delle tensioni politiche, sociali e culturali di Israele e sono considerate la voce musicale della Gerusalemme moderna. La loro famosa canzone «Hine Ani Ba» (Eccomi che arrivo) descrive in modo divertente il conflitto interiore tra la pesantezza di Gerusalemme e la leggerezza di Tel Aviv, colpendo così nel segno per molti israeliani.
Forse questo descrive anche Israele stesso. Oscilliamo costantemente tra Gerusalemme e Tel Aviv, tra sacralità e vita quotidiana, tradizione e modernità, comunità e individualismo, passato e futuro, Dio e l’uomo. Vogliamo essere liberi e allo stesso tempo sapere a quale luogo apparteniamo. Vogliamo essere la luce delle nazioni, ma allo stesso tempo essere come tutte le altre nazioni. Vogliamo reinventarci senza perdere le nostre radici. Ecco perché per me questa canzone non è solo una canzone su due città. Racconta qualcosa del nostro io più profondo. Dell’anima israeliana e anche della mia. Tra Gerusalemme e Tel Aviv vive l’anima di Israele.
«ECCOMI CHE ARRIVO…»
Gerusalemme, una città pazzesca.
Cammino per la zona pedonale e mi sento come nel crogiolo del mondo. Mille culture, ognuno ha un fratello e nove sorelle. Gli arabi sono al loro posto, gli ultraortodossi nelle loro stanze e tutti qui accolgono Dio sulla stessa lunghezza d’onda.
Dopo Teddy (Kollek) le cose a Gerusalemme sono andate rapidamente giù, mentre Tel Aviv brillava sempre di più, giorno dopo giorno. Gli amici se ne andavano o si avvicinavano al Creatore dei cieli. Grigio, noioso, niente mare.
Pensieri di andarmene. Mi ci sono voluti tre anni per prendere la decisione. Metto le mie cose in valigia, dal villaggio alla città, in discesa.
Tel Aviv, eccomi che arrivo. Sono venuto per sudare, eccomi che arrivo. Perché tu sei l’unica, lo giuro.
Mi sono messo in cammino verso la pianura costiera. Che shock mi aspetterà? E ora che finalmente sono a Tel Aviv, mi adatto al paesaggio, tutto è fresco e bello. Wow, quanti seni, mi bruciano gli occhi.
Dopo due anni di Sodoma e Gomorra non mi riconosco più allo specchio. Conosco gente, mi mescolo tra loro, mi fondo con loro, stringo amicizia con tutti i proprietari delle discoteche.
Ora che ne faccio parte, capisco: non brilla affatto. Quanto rumore, quanta fuliggine, dammi un po' d'erba, dammi un albero. L’intera giornata è sprecata con «Shalom, Shalom». L’affitto costa una fortuna, l’umidità e la follia. E poi il sasso mi è caduto: il paradiso che avevo tra le mani.
Pensieri di andarmene. Mi ci sono voluti tre anni per prendere la decisione. Metto i miei peccati in valigia, dalla città alla campagna, in direzione…
Gerusalemme, eccomi che arrivo. Torno da te, eccomi che arrivo. Alle tue mura, eccomi che arrivo. Perché sei l’unica, lo giuro.
Sono tornato a Gerusalemme. Qui l’hummus è buono, è un dato di fatto. Mi dà pace, mi dà silenzio, anche uno sbadiglio non guasta. Quando è stata l’ultima volta che ho infilato un bigliettino nel Muro del Pianto? Ho investito in cibo, ho trovato nuovi amici. Questa città mi restituirà il controllo della mia vita. Ci fonderemo con se stessi, invece di mescolare l’acqua tra di noi. Respiriamo un po’ d’aria di montagna, limpida come il vino.
Yella Beitar! Yella, la vita di paese! L’importante è essere felici.
Eccomi che arrivo… Tel Aviv, eccomi che arrivo. Arrivo, eccomi che arrivo. Sono venuto per sudare, eccomi che arrivo. Perché tu sei l’unica, lo giuro.
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(Israel Heute, 13 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gaza: tra disarmo mancato di Hamas, veti e vuoto politico
Tra l’annuncio americano sul disarmo di Hamas, il rifiuto di Netanyahu e l’assenza di una leadership palestinese autorevole, Gaza resta sospesa tra occupazione militare, vuoto istituzionale e crisi umanitaria. Le elezioni israeliane e statunitensi possono decidere se il conflitto scivolerà verso una tregua fragile o una nuova escalation.
di Luca longo
Il paesaggio urbano della Striscia di Gaza si presenta oggi come un’infinita distesa di macerie e polvere di cemento, sormontata da montagne di rifiuti accumulati da oltre due milioni di persone in quasi tre anni di totale paralisi dei servizi di raccolta e discarica.
Sono passati oltre trentaquattro mesi da quando quattromila terroristi di Hamas, seguiti da migliaia di civili pronti alla razzia, hanno invaso il territorio di Israele distruggendo interi villaggi, hanno massacrato 1.195 persone e hanno rapito e torturato 251 ostaggi.
Oggi, dopo ininterrotte operazioni militari ad altissima intensità, l’inquadramento geografico dell’enclave risulta profondamente alterato. L’esercito israeliano mantiene il controllo tattico e strategico su oltre il 60% del territorio, isolando la Striscia con cuscinetti di sicurezza lungo il perimetro di demarcazione che conosciamo come «Linea Gialla».
Intanto, in uno spazio via via più ristretto, si ammassano quasi 2,3 milioni di sfollati, stipati in tendopoli improvvisate a Khan Younis, Deir al-Balah e nelle aree costiere di Al-Mawasi, in condizioni alimentari, igieniche e sanitarie assolutamente critiche.
La traiettoria bellica degli ultimi mesi registra una transizione complessa. Da una parte, l’azzeramento della catena di comando di Hamas – culminato nella morte di figure chiave come Yahya Sinwar e, nel maggio del 2026, del comandante delle Brigate Qassam, Izz al-Din al-Haddad – riduce le capacità operative del gruppo miliziano a tattiche di guerriglia asimmetrica.
Dall’altra parte, il mantenimento di sacche di resistenza tra i tunnel non ancora identificati e demoliti – e l’assenza di un’alternativa di governo strutturata – impediscono la chiusura definitiva del conflitto. Sul piano istituzionale, il 6 luglio 2026 Hamas compie la mossa formale di sciogliere il proprio organo esecutivo a favore del Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, una struttura tecnica affiancata dalle Nazioni Unite. Tuttavia, senza un effettivo trasferimento delle armi, il controllo politico reale rimane indefinito.
• La diplomazia di luglio e la svolta del Board of Peace
Il 31 luglio 2026, dalla sua piattaforma Truth, il presidente Trump lancia un annuncio destinato a scuotere i canali diplomatici. Attraverso il Board of Peace, il consiglio di pace istituito da Trump stesso per gestire la transizione postbellica, gli Stati Uniti proclamano il raggiungimento di un accordo per il completo disarmo di Hamas e delle altre fazioni armate presenti a Gaza. Il piano in 15 punti delineato dalla diplomazia americana – elaborato in intesa con i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia – prospetta una scansione progressiva.
Il percorso prevede il ritiro scaglionato delle forze israeliane dalle posizioni occupate nella Striscia, affiancato dal dispiegamento di una Forza Internazionale di Stabilizzazione con il compito di presidiare i punti nevralgici e addestrare una nuova polizia civile palestinese. A questo si aggiungono la consegna verificabile delle armi pesanti, dei razzi e il definitivo smantellamento delle infrastrutture sotterranee.
L’ipotesi di una svolta immediata trova tuttavia un ostacolo nell’atteggiamento della leadership politica di Hamas. Il gruppo, riorganizzato attorno a Khalil al-Hayya, sessantacinquenne tra i fondatori storici del movimento e già braccio destro di Sinwar, risponde ponendo condizioni rigide.
La dirigenza palestinese fa sapere di escludere la cessione delle armi o la rinuncia alla resistenza senza la garanzia vincolante di un ritiro totale delle truppe israeliane e la cessazione permanente delle operazioni aeree. Per un’organizzazione che – dalla presa del potere a Gaza nel 2007 – ha fondato la propria identità sull’annientamento di Israele, il disarmo senza contropartita equivale a una resa politica. Inoltre, gli analisti si chiedono che concretezza possa avere l’offerta di consegnare le armi pesanti, quando la loro eliminazione è sostanzialmente già quasi totale, come dimostrano gli ultimi attacchi, sempre compiuti da piccole squadre di terroristi armati di armi leggere – queste ultime non considerate negli accordi.
• Il no di Gerusalemme e i calcoli di Netanyahu
Se la risposta di Hamas si rivela rigida, la reazione di Gerusalemme appare netta. Il 9 agosto 2026, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu respinge la proposta americana in 15 punti, ridimensionando gli annunci della Casa Bianca. Netanyahu ribadisce che nessun soldato israeliano lascerà la Striscia finché il disarmo di Hamas non sarà integralmente completato e verificato, confermando al contempo la contrarietà alla nascita di uno Stato palestinese sia a Gaza sia in Cisgiordania.
Questa linea trova sponda diretta nella destra di governo. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, definisce inaccettabile l’ipotesi di accordo, chiedendo la prosecuzione delle incursioni mirate. Sullo sfondo di questa chiusura si collocano le scadenze elettorali israeliane fissate per il 27 ottobre 2026. Incalzato nei sondaggi e sollecitato dalle componenti ultranazionaliste della sua coalizione, pronte a mettere in discussione la tenuta dell’esecutivo, Netanyahu sceglie la fermezza per preservare la maggioranza parlamentare.
Ricordiamo che Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio: la fine della sua carriera politica corrisponderebbe esattamente alla perdita dei privilegi che gli hanno permesso di sottrarsi e di ritardare i tre processi ora in corso.
Nonostante la divergenza diplomatica tra Washington e Gerusalemme, la Casa Bianca tenta di mantenere aperti i canali. Interpellato dai giornalisti l’11 agosto, Donald Trump dichiara che i rapporti personali con Netanyahu restano buoni, nell’intento di evitare che le differenze tattiche compromettano il coordinamento di sicurezza tra i due Paesi.
Non dimentichiamo che Trump sta battendo record su record di antipatia nei sondaggi sul gradimento dell’operato presidenziale e rischia di perdere il controllo della Camera nelle elezioni del prossimo 3 novembre: questo per lui significherebbe passare gli ultimi due anni a difendersi dai veti e dalle richieste di impeachment.
• La leadership palestinese e la lezione di Ben Gurion
La dinamica del conflitto mostra un nodo politico che va oltre i tempi dei calendari militari. Per mesi, il dibattito diplomatico internazionale ha individuato in Benjamin Netanyahu il principale elemento di stallo dei negoziati, attribuendo all’esecutivo israeliano la responsabilità del mancato raggiungimento della pace. Sebbene le opzioni tattiche di Gerusalemme abbiano allungato i tempi delle operazioni e reso complessa la gestione del post-conflitto, questa lettura rischia di trascurare i limiti strutturali del fronte palestinese.
Come evidenziato da diversi osservatori della regione, la causa palestinese affronta da tempo la mancanza di una coraggiosa leadership in grado di passare dalla logica del confronto armato permanente alla costruzione di istituzioni di governo funzionali. Le vicende di Gaza mostrano le conseguenze dell’assenza di una figura paragonabile all’israeliano David Ben Gurion nel 1948, un leader capace di accettare compromessi territoriali e istituzionali per fondare uno Stato reale, superando le posizioni massimaliste. Come diceva Yitzhak Rabin: «La pace si fa con il nemico».
Ricordiamo che sono stati i leader palestinesi stessi ad aver puntualmente fatto saltare gli accordi per la creazione di uno Stato palestinese in cambio dell’ovvio riconoscimento reciproco fra i due Stati. Hanno rifiutato prima la risoluzione 181 dell’ONU del 1947, poi gli accordi di Oslo del 1993, poi quelli del vertice di Camp David del 2000 e infine la proposta Olmert del 2008.
Senza un’alternativa politica palestinese autorevole, in grado di offrire garanzie di sicurezza e di gestire le fazioni armate, i piani di disarmo predisposti dall’esterno rischiano di rimanere progetti teorici. Le posizioni diplomatiche che chiedono la fine delle ostilità senza sollecitare un rinnovamento delle strutture di potere palestinesi finiscono per prolungare lo stato di fatto attuale.
• Gli scenari per la Striscia di Gaza
L’insieme dei veti incrociati, dei passaggi elettorali e dei vuoti istituzionali delinea tre possibili percorsi per i prossimi mesi.
La prima ipotesi, e la più probabile nel breve termine, vede il mancato perfezionamento del piano di disarmo e il mantenimento dell’assetto corrente. Israele conserva la presenza militare sulla maggior parte del territorio, conducendo interventi periodici contro singole cellule residue.
L’amministrazione civile rimane divisa tra il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza e le reti sotterranee delle milizie, lasciando la Striscia in una condizione di precarietà istituzionale e dipendenza dai soccorsi internazionali.
Questa è probabilmente la strategia di Hamas stessa: con Israele diviso dalle imminenti elezioni e senza una maggioranza stabile all’orizzonte, con Trump azzoppato dalle elezioni di midterm, con la pressione internazionale che monta sempre di più, devono solo restare tranquilli per qualche anno e poi potranno comunque prendere il controllo finanziario e materiale degli aiuti che torneranno ad arrivare nella Striscia e ricostruire i loro bunker e le loro scorte di armamenti in vista di un nuovo assalto. Nel frattempo, ogni martirio di palestinesi non potrà che aumentare l’odio per Israele.
Un secondo scenario è legato anch’esso all’esito delle elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre. Un eventuale riassetto politico a Gerusalemme potrebbe portare a una riapertura del confronto sul piano del Board of Peace. Un esecutivo con un diverso equilibrio interno potrebbe valutare un ritiro progressivo a fronte del dispiegamento della Forza Internazionale di Stabilizzazione, a condizione che il disarmo delle fazioni venga gestito direttamente dai contingenti internazionali e arabi.
La terza prospettiva riguarda la ripresa di un’escalation militare aperta, innescata da nuovi attacchi ad alto impatto o da un’ulteriore intensificazione delle operazioni di bombardamento. In questa circostanza, il rifiuto di Hamas di consegnare le armi e di cedere il proprio assoluto controllo delle istituzioni civili favorirebbe un’estensione della presenza territoriale israeliana, allontanando la prospettiva di un accordo strutturale e confermando un assetto regionale basato sul controllo militare e sulla contrapposizione permanente.
Ma, come la storia ci insegna – in particolare quella che scorre fra il ritiro unilaterale di Israele da Gaza nell’agosto 2005 e il 7 ottobre 2023 – Hamas ha dimostrato di essere capace di attendere nell’ombra.
(InOltre, 12 agosto 2026)
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Abbas arriva ad Ankara per una visita ufficiale di due giorni
(JNS) Il leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è arrivato martedì pomeriggio ad Ankara, in Turchia, per una visita di due giorni, ha riferito l’agenzia ufficiale palestinese Wafa di Ramallah.
Secondo quanto riportato dall’agenzia, Abbas è stato accolto in aeroporto dal ministro turco del Commercio Ömer Bolat e dall’inviato dell’Autorità Palestinese ad Ankara, Nasri Abu Jaish.
Durante la visita, il capo dell’Autorità Palestinese dovrebbe incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, in quello che Wafa ha descritto come parte delle «regolari consultazioni politiche» tra i due leader.
I colloqui dovrebbero riguardare gli sviluppi in Giudea e Samaria e a Gaza, nonché i rapporti tra l’Autorità Palestinese e Ankara, ha riferito Wafa.
Secondo Wafa, la delegazione dell’Autorità Palestinese comprende Ziad Abu Amr, membro del Comitato esecutivo dell’OLP; il membro del Comitato centrale di Fatah, il generale di divisione Majed Faraj, che dirige anche il Servizio di intelligence generale di Ramallah; e i consiglieri di Abbas, Majdi al-Khaldi e Mahmoud al-Habbash.
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha condannato la visita di Abbas, definendo il leader dell’Autorità Palestinese «un nemico alla guida di un’autorità terroristica che incoraggia e finanzia il terrorismo contro lo Stato di Israele».
Smotrich ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di impedire ad Abbas di rientrare in Israele e in Giudea e Samaria, aggiungendo che l’Autorità Palestinese «deve essere smantellata».
Martedì il ministero degli Esteri israeliano ha accusato Erdoğan di un’aggressione militare «che non conosce confini», affermando che Ankara occupa circa il 36% di Cipro, il 5% della Siria e 2.000 chilometri quadrati dell’Iraq, con migliaia di soldati turchi dislocati nei tre Paesi.
Il ministero ha fatto questo paragone nel contesto delle critiche turche a Israele, scrivendo su X: «La Turchia ha l’audacia di criticare Israele. Ma quali sono i fatti sul terreno?»
Israele, al contrario, «controlla temporaneamente appena lo 0,1% della Siria», ha affermato il ministero, descrivendo l’area come «una zona cuscinetto per proteggere i propri cittadini da minacce alla sicurezza già comprovate».
(HaKol, 12 agosto 2026)
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Assad è caduto, la Russia resta in Siria
Il nuovo accordo con Damasco salva la presenza di Mosca a Tartous e Hmeimim e conferma il peso strategico del Cremlino nel Mediterraneo
di Costantino Pistilli
La Russia resta in Siria. È questo il dato più importante del nuovo accordo raggiunto pochi giorni fa tra Damasco e Mosca sulla presenza russa lungo la costa siriana. La caduta di Bashar Assad, nel dicembre 2024, aveva fatto pensare alla fine dell’alleanza che per anni aveva garantito al Cremlino una posizione strategica nel Mediterraneo orientale. L’accordo dimostra che la fine del regime di Assad non coincide con la fine della presenza russa nel Paese.
Il punto centrale riguarda le due principali installazioni russe: la base navale di Tartous e quella aerea di Hmeimim, vicino a Latakia. Secondo il ministero degli Esteri siriano, entro tre mesi diventeranno «centri di addestramento congiunti» sulla base di nuovi accordi destinati a tutelare gli interessi di entrambe le parti. La formula resta generica, soprattutto sulla futura presenza militare russa. Il significato strategico dell’accordo è chiaro: Tartous è il principale punto d’appoggio navale russo nel Mediterraneo, mentre Hmeimim offre capacità aeree, logistiche e collegamenti con il Medio Oriente e il Nord Africa. Per Mosca conservarle significa mantenere una presenza avanzata in un’area cruciale per gli equilibri regionali.
L’accordo acquista ancora maggiore rilievo considerando la storia dei rapporti tra Russia e Siria. Mosca ha sostenuto il regime di Assad per decenni. Dopo lo scoppio della guerra civile nel 2011, il Cremlino ha continuato a fornire sostegno politico e militare a Damasco. Nel 2015 la Russia è intervenuta direttamente nel conflitto con la propria aviazione, contribuendo alla riconquista di vaste aree del territorio siriano da parte delle forze governative. Tra gli avversari di Assad c’era Ahmad al-Sharaa, oggi presidente della Siria. Ex membro di al-Qaeda, al-Sharaa ha guidato Jabhat al-Nusra, organizzazione jihadista successivamente evoluta in Hayat Tahrir al-Sham. Le sue forze furono colpite dagli attacchi aerei russi durante la guerra. Nel dicembre 2024, quando il regime sembrava avere consolidato il proprio controllo sul Paese, l’offensiva guidata da al-Sharaa ha provocato il crollo di Assad e la sua fuga in Russia.
Per Mosca fu una pesante sconfitta politica: perse il suo principale alleato arabo e dovette confrontarsi con una nuova realtà a Damasco. Le basi divennero subito una questione decisiva. Il nuovo governo siriano, impegnato nella ricostruzione e nel riconoscimento internazionale, ha scelto di negoziare con Mosca invece di imporne l’uscita completa. Damasco ha chiesto contropartite, tra cui risarcimenti per i danni di guerra e persino l’estradizione di Assad. Quest’ultima non è avvenuta, né risulta inclusa nell’accordo appena raggiunto.
I negoziati sono arrivati anche al livello più alto. Nell’ottobre 2025 Vladimir Putin ha incontrato al-Sharaa al Cremlino. Dopo circa un anno e mezzo di trattative è arrivato il memorandum d’intesa che Damasco definisce il passaggio più importante nei rapporti con Mosca dalla caduta di Assad.
L’accordo distingue tra strutture civili e militari. La Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili, comprese le strutture di attracco del porto di Tartous e l’aeroporto internazionale di Latakia, già passato sotto l’autorità siriana.
La soluzione permette a Damasco di riaffermare la propria sovranità sulle infrastrutture e a Mosca di conservare una presenza strategica. La Russia non ha più il rapporto privilegiato costruito con Assad e deve trattare con un governo guidato da chi fino a poco tempo fa combatteva le forze sostenute da Mosca. Al-Sharaa considera utile mantenere aperto il canale con una potenza come la Russia, che conserva così ciò che più conta per la sua strategia regionale: un punto d’appoggio sul Mediterraneo.
(Setteottobre, 12 agosto 2026)
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Perché anche Dio ha bisogno di conforto
A volte una sola parola cambia la prospettiva sull’intera Bibbia.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Nelle parole del profeta Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo», una parola viene pronunciata ben due volte: «Nachamu – Consolate». Non è una coincidenza, e tali ripetizioni non sono nemmeno un caso isolato. Dietro questa ripetizione si nasconde un pensiero che tocca il mistero del rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto che non si è mai spezzato, nemmeno a causa dell’esilio, della distruzione del Tempio e della guerra. Proprio in un momento in cui Israele è in guerra dal 7 ottobre 2023, questo messaggio acquista una nuova attualità. Le parole di Isaia ci ricordano che la presenza di Dio non inizia solo dopo la sofferenza. È presente proprio nel mezzo della sofferenza. Forse il profeta parla due volte di consolazione perché non solo Israele attende la redenzione, ma anche il rapporto tra Dio e il suo popolo richiede guarigione.
In un altro passo il profeta dice: «Io, io sono il vostro consolatore!» (Isaia 51,12), e in Isaia 61,10 si legge in ebraico, in una ripetizione enfatica, più o meno: «Mi rallegro, mi rallegro nel Signore.» Tutte queste ripetizioni evidenti richiedono una spiegazione. A prima vista servono a rafforzare il messaggio. La redenzione imminente sarà così completa e travolgente che le semplici parole non bastano. Ma dietro a ciò si nasconde un messaggio ancora più profondo: la parola «Nachamu – Consolate» compare due volte perché due parti diverse hanno bisogno di consolazione. La prima è ovvia: il popolo d’Israele. Siamo noi che siamo stati condotti in esilio, che abbiamo assistito alla distruzione del Primo e del Secondo Tempio e che abbiamo portato per secoli il dolore di queste perdite e delle successive persecuzioni.
Ma c’è anche una seconda parte che ha bisogno di consolazione, ed è Dio stesso. Infatti, la tradizione biblica insegna che la Shechinah, la Presenza divina, andò in esilio insieme a Israele. Gli studiosi ebrei spiegano: «Venite e vedete quanto Israele sia amato dal Santo, sia benedetto. Poiché ovunque Israele andasse in esilio, anche la Shechinah di Dio andava con loro.» Ciò viene spiegato in un bellissimo midrash, che mostra quanto Dio stesso desideri essere consolato: «Il Santo, sia benedetto, disse: “Quando a un uomo muore la moglie, chi ha bisogno di consolazione? Non è forse l’uomo stesso? Così è anche in questo caso. Sion giace nelle tenebre. Io stesso ho bisogno di consolazione. Consolatemi, consolatemi, popolo mio.”»
Letto in questo modo, il versetto non si rivolge solo al profeta affinché consoli Israele. Dio stesso si rivolge al suo popolo e chiede: «Consolatemi.»
A un livello più profondo e mistico, la distruzione del Tempio e l’esilio provocano addirittura una sorta di separazione all’interno della rivelazione di Dio. Un aspetto della presenza divina rimane in cielo, mentre un altro aspetto scende con Israele in esilio e accompagna il popolo nel suo calvario. Si possono vedere entrambe le dimensioni come un lato maschile e uno femminile della rivelazione divina.
Il Santo, sia lodato, rimane in cielo come aspetto trascendente, mentre la Shekhinah, la presenza immanente di Dio, accompagna Israele nell’esilio. In senso figurato, entrambi appaiono separati l’uno dall’altro.
Il messaggio di «Nachamu, Nachamu» è quindi duplice. Il conforto è rivolto al popolo d’Israele e, al tempo stesso, a Dio stesso. Entrambi attendono la redenzione. È proprio in questo che risiede l’unicità del rapporto tra Dio e il suo popolo: Egli non abbandona Israele nemmeno in esilio. Soffre con il suo popolo e gli rimane fedele. È proprio questo malinteso che il duplice invito «Consolate, consolate» vuole evitare. Quando Israele attraversa momenti difficili – e la nostra storia ne conosce molti –, ciò non significa che Dio ci abbia abbandonati. Il legame può essere appesantito dal dolore, ma non si è mai spezzato. Dio non è rimasto a Gerusalemme quando Israele è stato disperso in Babilonia, in Spagna o in Polonia. È entrato con il suo popolo nell’oscurità dell’esilio. Egli condivide il nostro dolore, come esprime il Salmo 91,15: «Io sono con lui nella sventura.»
Questo pensiero ci sfida e allo stesso tempo ci dona speranza. Non ci troviamo davanti a una porta chiusa, sperando che Dio prima o poi ascolti le nostre grida. Siamo partner in una relazione che, pur essendo messa a dura prova, non si è mai spezzata. Il conforto non ci viene semplicemente concesso dall’alto. Nasce da una relazione viva. Riceviamo conforto da Dio e allo stesso tempo confortiamo Dio con la nostra fedeltà, la nostra fede e la nostra speranza.
Proprio in questi giorni questo pensiero assume una particolare attualità. Israele sta vivendo nuovamente un periodo pieno di dolore, guerra, incertezza e profonde tensioni sociali. Molti si chiedono dove sia Dio. Ci ha abbandonati? Ascolta ancora le nostre preghiere? Il messaggio di «Nachamu, Nachamu» risponde con un chiaro no. Dio non è lontano dalla nostra sofferenza. Egli la attraversa in prima persona. Dal 7 ottobre 2023 soffre insieme alle famiglie dei caduti, agli ostaggi, ai feriti, agli sfollati e a chiunque abbia il cuore spezzato. La sua Shekhinah non si allontana mai dal suo popolo.
Forse è proprio questo a cambiare il nostro modo di vedere la consolazione. Non aspettiamo solo che Dio ci consoli. Anche noi siamo chiamati a consolare Dio, rimanendo fedeli a Lui, anche se molte cose non le capiamo. Continuando a pregare, a sperare e a credere. Ogni atto d’amore, ogni gesto di misericordia, ogni impegno a preservare l’unità del nostro popolo diventa così una consolazione per la Presenza divina, che soffre con Israele.
Forse è per questo che la redenzione non inizia solo il giorno in cui tutte le lacrime saranno asciugate. Forse inizia già ora, là dove Dio e il suo popolo, nonostante tutta l’oscurità, non si lasciano andare l’uno dall’altro. È proprio questa la promessa di «Nachamu, Nachamu»: non solo Israele sarà consolato. Non solo Israele ha bisogno di rinnovamento. Anche il rapporto, apparentemente lacerato, tra Dio e il suo popolo attende il suo compimento. Solo quando entrambi saranno nuovamente pienamente uniti, la redenzione definitiva diventerà realtà.
(Israel Heute, 12 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’autore mostra di conoscere la Scrittura, e la cosa non è strana essendo cresciuto in una famiglia evangelica ebrea (ho conosciuto il padre), ma resta lacunoso su punti importanti che gravitano intorno al punto più importante di tutti: il Messia. Parla di “rapporto apparentemente lacerato fra Dio e il suo popolo”, ma non ne indica le ragioni. Dice che Dio può essere consolato, ed è vero, ma questo avviene forse quando Dio vede che gli israeliani si comportano bene fra di loro? È proprio questo il punto? È dal rapporto fra gli uomini che dipende tutto? M.C.
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Turista francese denuncia duplice aggressione antisemita in centro
Un turista francese di 22 anni con la kippah in testa è stato aggredito nel centro di Roma da un gruppo di persone al grido di “Free Palestine”. La vittima, riportano gli organi di stampa, ha denunciato due violenze: la prima con lo spray al peperoncino, la seconda con calci e pugni. I fatti risalgono allo scorso fine settimana, sono avvenuti tra piazza Cairoli e largo di Torre Argentina e una prima persona del branco, si apprende, è in stato di fermo. Si tratta di un 31enne algerino senza dimora e con dei precedenti.
In una nota la presidente Ucei, Livia Ottolenghi, esprime «solidarietà e vicinanza» al giovane, qualifica l’episodio come «gravissimo» e una dimostrazione ulteriore di come l’antisemitismo «sia ormai sempre più diffuso» e «arrivi a manifestarsi anche attraverso aggressioni e violenze contro le persone». Ottolenghi ringrazia le forze dell’ordine «per il tempestivo intervento» e richiama «l’importanza di strumenti efficaci di prevenzione e contrasto dell’antisemitismo» a partire dal disegno di legge all’esame del Parlamento, che ritiene un «passo necessario per riconoscere e combattere un fenomeno che non può essere più né sottovalutato né tollerato». «Anche per le strade di Roma purtroppo è arrivata la caccia all’uomo, la caccia all’ebreo», ha affermato il presidente della Comunità ebraica Victor Fadlun. «Speriamo, da italiani, di non dover assistere a una reazione di crescente indifferenza da parte dell’opinione pubblica».
(Pagine Ebraiche, 11 agosto 2026)
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Un 7 ottobre politico? L’avvertimento di Israele sul piano ingannevole di Hamas
Mentre la comunità internazionale parla di un nuovo inizio politico nella Striscia di Gaza, gli apparati di sicurezza israeliani mettono in guardia da un pericoloso errore.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Gli ambienti della sicurezza israeliani avvertono: Hamas sta sfruttando il piano di pace per riarmarsi. Mentre a livello internazionale si discute del futuro della Striscia di Gaza e di una tabella di marcia politica per il periodo postbellico, le autorità di sicurezza israeliane mettono in guardia da uno sviluppo pericoloso. Secondo le loro informazioni, Hamas sta sfruttando i colloqui sul cosiddetto «piano di pace» per guadagnare tempo, ripristinare le proprie capacità militari e prepararsi al prossimo scontro con Israele. Un classico piano di inganno.
Secondo fonti dei servizi di sicurezza, Hamas continua a contrabbandare armi nella Striscia di Gaza dall’Egitto tramite droni, costruisce nuovi tunnel, produce armi – in parte ricavate da munizioni inesplose dell’esercito israeliano – e recluta nuovi combattenti. Secondo le valutazioni israeliane, i colloqui politici in corso forniscono all’organizzazione terroristica il margine di manovra necessario per ricostruire le proprie strutture. Il capo dello Shin Bet israeliano, David Zini, si è espresso in modo particolarmente chiaro durante l’ultima riunione di gabinetto. Secondo quanto riferito da alti funzionari governativi, egli ha definito il piano di pace con queste parole: «Dal punto di vista di Hamas, questa tabella di marcia è un 7 ottobre politico». Zini ha quindi messo in guardia dal fraintendere l’approvazione da parte di Hamas della proposta del cosiddetto Consiglio di pace come un segno di cambiamento di rotta.
Si tratterebbe piuttosto di una strategia mirata di inganno. «È un unico processo di inganno ai nostri danni», avrebbe dichiarato Zini durante la riunione di gabinetto. «L’obiettivo principale di Hamas è guadagnare tempo, nella speranza che Israele non intraprenda azioni militari di rilievo fino a dopo le elezioni».
Al centro dell’attenzione israeliana c’è attualmente Ali al-Amoudi, che secondo le valutazioni delle autorità di sicurezza è ormai la figura di spicco di Hamas nella Striscia di Gaza. Dopo che il comandante militare di Hamas Mohammed Oudeh è stato ucciso da Israele alla fine di maggio, l’organizzazione terroristica non ha ancora nominato un nuovo comandante in capo ufficiale della propria ala militare. Si discute invece della formazione di un comitato direttivo.
Sul piano politico, tuttavia, Ali al-Amoudi ha assunto sempre più il controllo. L’ex detenuto, rilasciato dal carcere israeliano nel 2011 nell’ambito dello scambio di Schalit, ha acquisito notevole influenza dopo l’uccisione di Yahya Sinwar e le gravi perdite subite dalla leadership di Hamas. Solo il mese scorso, al-Amoudi è stato ufficialmente eletto, nelle elezioni interne di Hamas, a capo dell’organizzazione nella Striscia di Gaza. È considerato uno stretto alleato del defunto Yahya Sinwar e di Khalil al-Hayya e incarna quindi la linea intransigente di Hamas, nonché gli stretti legami con il regime iraniano.
Un’ironia della storia: sia Ali al-Amoudi che Yahya Sinwar devono la loro libertà allo stesso scambio di prigionieri. Nel 2011, sotto il primo ministro Benjamin Netanyahu, Israele liberò più di 1.000 prigionieri palestinesi per riportare a casa il soldato rapito Gilad Shalit. Oggi, proprio gli ex prigionieri liberati figurano tra le principali menti terroristiche di Hamas e plasmano la guerra contro Israele. Gli eventi odierni costringono a porsi una domanda dolorosa: l’accordo su Shalit è stato un successo umanitario, ma un errore strategico? Infatti, molti dei terroristi rilasciati all’epoca non solo sono tornati a praticare il terrorismo, ma sono anche saliti ai vertici di Hamas e continuano a plasmare la sanguinosa guerra contro Israele ancora oggi.
• Architetto di una strategia di inganno
Secondo le valutazioni degli ambienti di sicurezza israeliani, sarebbe proprio al-Amoudi a coordinare l’attuazione di ciò che a Gerusalemme viene ormai definito il «piano di inganno di Hamas». Secondo tale valutazione, l’organizzazione terroristica intende dare l’impressione di disarmarsi e di trasferire la propria amministrazione civile a un comitato tecnocratico indipendente, che dovrebbe operare sotto la supervisione del Consiglio di pace guidato dall’ex inviato speciale delle Nazioni Unite Nikolaj Mladenov.
I servizi di sicurezza israeliani ritengono tuttavia che questo scenario sia una messinscena teatrale. Secondo la loro valutazione, Hamas manterrebbe le proprie strutture di potere politico e militare dietro le quinte, mentre all’esterno darebbe l’impressione di essere stato destituito. Il fatto che proprio al-Amoudi assuma questo ruolo non sorprende affatto le autorità di sicurezza israeliane. Già nel 2021, secondo documenti di Hamas sequestrati, aveva assunto la direzione del dipartimento di propaganda e media dell’organizzazione. La sua esperienza nel campo della comunicazione e della guerra psicologica lo renderebbe l’organizzatore ideale di una simile strategia di inganno. «Questo piano di inganno gli calza a pennello», affermano fonti dei servizi di sicurezza.
Israele sta valutando ulteriori omicidi mirati nella Striscia di Gaza. Secondo le stime delle autorità di sicurezza israeliane, un omicidio mirato di al-Amoudi indebolirebbe notevolmente la struttura di comando politico di Hamas nella Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, mettono espressamente in guardia dal classificarlo come un rappresentante moderato dell’organizzazione solo perché non proviene direttamente dall’ala militare. Al-Amoudi sarebbe parte integrante della leadership terroristica e rappresenterebbe la stessa linea ideologica e strategica del resto della leadership di Hamas.
Secondo la visione israeliana, l’eliminazione di al-Amoudi comprometterebbe in modo significativo la capacità di Hamas di mantenere il proprio controllo politico sulla Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, una mossa del genere potrebbe complicare notevolmente la road map per la pace, vista con occhio critico da Israele. La decisione finale se Israele agirà contro al-Amoudi spetta alla leadership politica di Gerusalemme.
(Israel Heute, 11 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Netanyahu il capro espiatorio degli ipocriti
di Claudio Velardi
Che cada per sempre la vergogna sugli ipocriti. Sui farisei delle cancellerie che riconoscono la Palestina sapendo che un riconoscimento, da solo, non crea uno Stato. Sugli imbroglioni della politica globale che votano risoluzioni per assolvere se stessi. Sui sepolcri imbiancati del commento mediatico. E la vergogna più nera cada sui cinici residuati del dibattito italico che propongono il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: poveri untorelli del pietismo, simboli della più perversa delle ipocrisie contemporanee, che trasformano i piccoli morti in medaglie e chiedono un premio al martirio al posto di ciò che a quei bambini è stato negato, uno Stato in cui vivere.
Sempre tutti a recitare lo stesso salmo: è Netanyahu l’ostacolo alla nascita dello Stato palestinese. D’altronde — dicono oggi — come negarlo, visto che lo ha appena confermato respingendo il piano di Trump e dichiarando che, finché sarà premier, quello Stato non nascerà? Eppure tutti sanno di mentire. Dichiarare solennemente che Bibi è l’ostacolo serve a nascondere una verità elementare: oggi non esiste una leadership palestinese capace di fondare e governare quello Stato.
Partiamo dall’abc, per gli ignoranti e gli ipocriti. Uno Stato non si riconosce, si fonda. Richiede un territorio controllato, un governo effettivo, il monopolio della forza. La Palestina non dispone di questa sovranità unitaria. A Gaza Israele controlla parti del territorio mentre Hamas conserva le armi — che non intende mollare — e la capacità coercitiva. La Cisgiordania è spartita tra insediamenti e un’Autorità screditata che non comanda nemmeno su se stessa. Mezzo mondo può scrivere “Palestina” negli atlanti. Ma non crea uno Stato.
Uno Stato, poi, richiede un fondatore. Israele nacque perché Ben-Gurion nel 1948 fece la scelta tragica che fonda ogni Stato vero: accettò la parte rinunciando al tutto, un territorio mutilato invece della terra intera. La leadership palestinese ha fatto per ottant’anni la scelta opposta: la causa contro lo Stato, il rifiuto del possibile in nome dell’intero. Dal no alla spartizione del ’47 a Camp David, fino all’offerta di Olmert del 2008 che Abbas rifiutò. L’unico che provò la via ben-gurioniana, Salam Fayyad, costruì istituzioni certificate dalla Banca Mondiale come “pronte per la statualità”, e fu liquidato dai suoi, perché il coraggio di dire al proprio popolo che il ritorno è un lutto da elaborare e non un diritto da esercitare nessuno l’ha mai avuto.
Ecco perché il no di Netanyahu a Trump non rappresenta un “ostacolo”. È propaganda elettorale, e la sua efficacia sarà sancita tra qualche mese dai liberi elettori di Israele, non dai nostri moralisti in ciabatte. Tutt’al più si può considerare una posizione politicamente parassitaria, perché vive delle armi di Hamas, si nutre del massimalismo altrui. “Niente Stato finché sarò premier” è una frase pronunciabile solo finché dall’altra parte ci sono i razzi e il rifiuto. Il giorno in cui a Ramallah sedesse un Ben-Gurion palestinese — uno che disarma le milizie, riconosce Israele senza riserve mentali, sceglie lo Stato possibile — quel veto crollerebbe sotto il proprio peso, e a Bibi non resterebbe che prenderne atto.
Ma la cialtroneria dei benpensanti globali, politici e mediatici, consiste proprio in questo: fingere che il problema sia un uomo, per non dire che il problema è un vuoto. Usare Netanyahu come capro espiatorio è comodo, gratuito e assolutorio: assolve Hamas, assolve l’ANP, assolve soprattutto chi riconosce e non costruisce. La verità è più severa e più semplice: gli Stati non li fanno le risoluzioni, li fanno i fondatori. E finché il popolo palestinese non ne esprimerà uno, la Palestina resterà ciò che è oggi: una causa eterna, che è la forma più crudele di negarle un futuro.
(Il Riformista, 11 agosto 2026)
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Golan. Israele si prepara al nemico che non conosce
Fossati, terrapieni e nove avamposti oltre il confine siriano. Dopo il 7 ottobre l’IDF abbandona le vecchie certezze e costruisce la difesa sulle capacità del nemico, chiunque esso sia
di Rosa Davanzo
La nuova frontiera israeliana con la Siria ha fossati profondi quattro metri, grandi terrapieni, sistemi di osservazione e artiglieria pronti a battere i punti più vulnerabili.
E soprattutto nasce da una convinzione maturata il 7 ottobre 2023: il pericolo maggiore comincia quando si crede di sapere che cosa farà il nemico.
Due anni fa l’IDF ha avviato lungo il Golan il progetto Mizrach Hadash, “Nuovo Oriente”, un gigantesco intervento destinato a rafforzare la barriera lungo la frontiera siriana.
Secondo quanto riferisce Ynet, circa l’80 per cento dei fossati previsti, larghi e profondi quattro metri, è ormai completato, da Majdal Shams fino alla zona meridionale vicina al punto d’incontro tra Israele, Siria e Giordania.
Anche l’IDF ha confermato nelle sue comunicazioni ufficiali il progressivo rafforzamento dell’ostacolo ingegneristico denominato “Mizrach Hadash”.
È però soltanto la parte visibile di una trasformazione assai più profonda.
La caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 ha cancellato in poche ore un equilibrio durato decenni.
Israele è entrato nell’area di separazione istituita dall’accordo del 1974 e ha creato una presenza militare avanzata oltre la Linea Alpha.
Oggi la brigata territoriale 474, sotto la divisione 210, opera in territorio siriano e mantiene una rete di postazioni che consente all’IDF di controllare il terreno prima che un’eventuale minaccia raggiunga il confine israeliano.
L’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo censisce nove postazioni militari israeliane, dal monte Hermon attraverso l’area di Quneitra fino alla parte occidentale della provincia di Daraa.
L’idea è semplice e rappresenta quasi il rovesciamento della dottrina che precedette il massacro del 7 ottobre.
«Non definiamo più la risposta difensiva sulla base di chi sia il nemico», ha spiegato a Ynet un alto ufficiale del comando settentrionale.
Può essere Hezbollah, l’esercito siriano, una formazione jihadista, una milizia locale.
La domanda decisiva è un’altra: che cosa è capace di fare?
È una frase che contiene una piccola rivoluzione militare.
Prima del 7 ottobre l’intelligence israeliana aveva costruito una parte della propria sicurezza sulla capacità di interpretare intenzioni, convenienze e comportamenti dell’avversario.
Hamas era considerato interessato a governare Gaza, a preservare ciò che aveva ottenuto, a evitare una guerra devastante.
Il 7 ottobre ha dimostrato quanto possa essere letale trasformare una valutazione dell’intenzione del nemico in una certezza.
Sul Golan si cerca adesso di ragionare al contrario. Non importa stabilire in anticipo quale sigla comparirà dall’altra parte della frontiera.
Si osservano uomini, armi, terreno e possibilità operative. Un pastore può essere un pastore. Un civile armato può difendere il proprio villaggio.
Una piccola formazione apparentemente irrilevante può diventare il nucleo di una struttura jihadista.
Il sistema difensivo deve reggere in tutti questi casi.
Il problema è reso ancora più complesso dalla Siria post-Assad.
Il presidente Ahmed al-Sharaa sta cercando contemporaneamente di consolidare il nuovo Stato siriano e di arrivare a un’intesa di sicurezza con Israele.
A fine luglio ha confermato pubblicamente che Damasco persegue un accordo che possa stabilizzare i rapporti tra i due Paesi.
Sul terreno, però, il mosaico resta pericolosamente mobile: gruppi jihadisti, milizie locali, civili armati e residui delle reti costruite negli anni dall’Iran convivono in uno spazio nel quale le fedeltà possono cambiare rapidamente.
Per questo Israele ha spostato in avanti la propria linea di difesa.
Le pattuglie della 474 operano nei villaggi siriani, sequestrano armi, individuano infrastrutture militari e cercano di impedire che organizzazioni ostili possano insediarsi vicino al Golan.
Già nel 2025 l’IDF documentava decine di operazioni mirate e il sequestro di armi abbandonate dalle forze del vecchio regime.
È una presenza destinata inevitabilmente a produrre attriti con la popolazione locale e contestazioni internazionali.
Damasco chiede il ritorno alla situazione precedente alla caduta di Assad e considera la presenza israeliana una violazione della propria sovranità.
Israele, dopo ciò che è accaduto lungo il confine di Gaza, considera invece intollerabile affidare nuovamente la sicurezza delle proprie comunità di frontiera alla speranza che dall’altra parte qualcuno mantenga l’ordine.
È qui che il Golan diventa qualcosa di più di un fronte militare. Il 7 ottobre ha lasciato a Israele una lezione terribile: una frontiera può sembrare tranquilla fino alla mattina in cui smette di esserlo. Fossati, terrapieni e avamposti di “Mizrach Hadash” sono la traduzione materiale di quella lezione. Israele non pretende più di conoscere il prossimo nemico. Vuole essere pronto se mai dovesse arrivare.
(Setteottobre, 11 agosto 2026)
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Quando la storia torna a perseguitare la Spagna
Nel giudicare la propria storia, la Spagna applica criteri diversi rispetto a quelli utilizzati nei confronti di Israele. Lo dimostra l’esempio di Ceuta. Un’analisi commentata
di Francis Moritz
Lo spettacolare afflusso di migranti che ha appena colpito Ceuta è ben più di un’ennesima crisi alle frontiere dell’Europa. Solleva tre questioni che non dovrebbero essere considerate separatamente: la vulnerabilità del confine europeo con il Marocco, il possibile utilizzo della migrazione come strumento di pressione politica e, cosa ancora più fondamentale, la questione della sovranità sulle due enclavi spagnole nel Nord Africa.
Proprio quest’ultima questione porta inevitabilmente a un paragone scomodo per Madrid. Sotto il governo di Pedro Sánchez (Partito Socialista Operaio Spagnolo), la Spagna è diventata uno degli Stati europei che criticano più aspramente Israele. Madrid condanna regolarmente l’«occupazione illegale» dei territori palestinesi e la politica di insediamento israeliana in Cisgiordania.
Quando si tratta però di Ceuta e Melilla, Madrid fa appello proprio a ciò che nel dibattito su Israele viene spesso relativizzato: la storia.
• Ceuta: un confine scompare nel giro di poche ore
Il 30 luglio 2026, nel giro di poche ore, decine di migliaia di persone, per lo più marocchini, sono entrate a Ceuta dal Marocco. La portata dell’evento è stata straordinaria. Secondo le stime più recenti, nel giro di 24 ore circa 72.000 persone sono giunte nella città spagnola – quasi tante quanti sono gli abitanti di Ceuta stessa.
La maggior parte di loro è poi tornata in Marocco. Tuttavia, durante gli eventi hanno perso la vita decine di persone, soprattutto per annegamento. Allo stesso tempo, Ceuta ha dovuto accogliere un gran numero di minori non accompagnati.
Come è potuto un confine esterno dell’Unione Europea, normalmente sorvegliato rigorosamente da entrambe le parti, praticamente scomparire per alcune ore per poi tornare ad essere controllabile? La domanda rimane aperta.
• Una sentenza diventa un fattore di attrazione
Poche settimane prima, la Corte Suprema spagnola aveva emesso un’importante sentenza sui migranti che tentano di raggiungere Ceuta o Melilla via mare.
Ovviamente la Corte non ha dichiarato che l’ingresso illegale in Spagna via mare fosse improvvisamente legale. Ha tuttavia stabilito che le persone intercettate in mare non possono essere automaticamente sottoposte alla procedura speciale di respingimento immediato alla frontiera, applicabile in caso di determinati tentativi di superare il confine terrestre. Per loro si applica invece la normale procedura di rimpatrio con le relative garanzie giuridiche.
Dal punto di vista giuridico, questa differenza è significativa. Diffusa in pochi secondi sui social network, la questione appare diversa. In Marocco si sono rapidamente diffuse notizie secondo cui la via del mare verso Ceuta offrisse ora la possibilità di sfuggire al respingimento immediato. Le testimonianze raccolte dopo gli eventi indicano che questa interpretazione ha contribuito al movimento di massa.
• Il programma di regolarizzazione della Spagna: attenzione alle conclusioni affrettate
Contemporaneamente si è diffusa un’altra notizia: il governo Sánchez avrebbe deciso una regolarizzazione su larga scala degli stranieri privi di permesso di soggiorno.
Questa misura esiste effettivamente e potrebbe riguardare diverse centinaia di migliaia di persone. Tuttavia, non si applica ai migranti appena arrivati. Chi vuole beneficiarne deve, tra l’altro, dimostrare di trovarsi in Spagna già prima del 1° gennaio 2026. Sarebbe quindi errato affermare che la regolarizzazione abbia aperto legalmente le porte ai migranti arrivati a Ceuta nel mese di luglio.
Più difficile da valutare è l’effetto psicologico di una misura del genere. Tra il contenuto esatto di una legge e la sua percezione a centinaia o migliaia di chilometri di distanza può esserci una differenza notevole.
• Il Marocco era semplicemente sopraffatto?
Rimane una questione ben più delicata: come hanno potuto decine di migliaia di persone raggiungere una delle zone di confine più sorvegliate del Marocco senza essere fermate dalle autorità marocchine? Finora non ci sono prove accessibili al pubblico che dimostrino che Rabat abbia organizzato l’operazione. Un’affermazione del genere non sarebbe quindi giustificata.
La rapidità con cui il Marocco ha poi ripristinato il controllo dimostra tuttavia almeno una cosa: la cooperazione con il Marocco è indispensabile per la protezione di questo confine europeo. E, soprattutto, esiste un precedente.
• Il precedente del 2021
Già nel maggio 2021 migliaia di persone erano giunte a Ceuta dal Marocco. All’epoca Rabat e Madrid erano nel pieno di una grave crisi diplomatica, dopo che la Spagna aveva consentito a Brahim Ghali, leader del movimento indipendentista Polisario nel Sahara occidentale – osteggiato dal Marocco – di sottoporsi a cure mediche.
All’epoca il Parlamento europeo usò parole insolitamente chiare. In una risoluzione del 10 giugno 2021, ha condannato il ricorso ai controlli di frontiera e alla migrazione da parte del Marocco come strumento di pressione politica contro uno Stato membro dell’Unione Europea.
L’idea che la migrazione possa essere utilizzata come strumento di politica estera non è quindi una teoria sviluppata a posteriori. Esiste un precedente che è stato espressamente rilevato da un’istituzione europea.
• Una frontiera europea la cui chiave è in mano al Marocco
Ceuta rende visibile una realtà che raramente viene espressa in modo così chiaro. La frontiera spagnola non è protetta solo da poliziotti spagnoli, recinzioni e sistemi di sorveglianza. Dipende anche dalla disponibilità del Marocco a impedire le partenze. Se Rabat collabora, la frontiera regge. Se questa collaborazione viene meno, la Spagna si trova immediatamente di fronte alla propria vulnerabilità.
Il Marocco dispone quindi di un mezzo di pressione particolarmente efficace. Rabat non ha bisogno di mettere in discussione militarmente il dominio spagnolo su Ceuta o Melilla. È sufficiente, se necessario, dimostrare cosa potrebbe accadere se il Marocco smettesse di trattenere le persone in viaggio verso l’Unione Europea. È su questo punto che la crisi migratoria e la questione territoriale si incontrano.
• Ceuta e Melilla: a chi appartiene la storia?
Per la Spagna la risposta è inequivocabile: Ceuta e Melilla sono spagnole. Melilla è sotto il dominio spagnolo dal 1497. Ceuta fu conquistata dal Portogallo nel 1415 e passò successivamente sotto il controllo spagnolo, che il Portogallo riconobbe definitivamente nel XVII secolo.
Madrid sottolinea quindi che la sua presenza in questi territori è più antica di diversi secoli rispetto all’indipendenza dell’odierno Marocco, ottenuta nel 1956. Questo argomento non è affatto irrilevante.
In sostanza, la Spagna afferma: una sovranità che esiste da secoli non può essere liquidata senza ulteriori indugi come una moderna occupazione coloniale. Tuttavia, questo argomento diventa politicamente interessante non appena lo si confronta con la posizione della Spagna nei confronti di Israele.
• La Spagna, Israele e il linguaggio dell’occupazione
Sotto la guida di Pedro Sánchez, la Spagna ha assunto una delle posizioni più critiche in Europa nei confronti del governo israeliano. Nel maggio 2024 Madrid ha riconosciuto ufficialmente lo «Stato di Palestina». Il governo spagnolo condanna gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e parla di occupazione illegale dei territori palestinesi.
Va tuttavia sottolineato che la Spagna riconosce al contempo il diritto all’esistenza di Israele e ha condannato i massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023. Non si tratta quindi di negare alla Spagna il diritto di criticare la politica israeliana. Si tratta piuttosto delle argomentazioni con cui tale critica viene motivata. Infatti, se la continuità storica costituisce un elemento essenziale della difesa spagnola di Ceuta e Melilla, la storia difficilmente può diventare irrilevante non appena si parla di Israele.
• La storia della Cisgiordania non inizia nel 1967…
Innanzitutto occorre sfatare una semplificazione. Israele non conquistò la Cisgiordania nel giugno 1967 da uno Stato palestinese sovrano. Dopo la guerra del 1948/49, la Cisgiordania e Gerusalemme Est passarono invece sotto il controllo giordano.
Il 24 aprile 1950 la Giordania unificò ufficialmente entrambe le sponde del Giordano, annettendo di fatto la Cisgiordania. Tale annessione ottenne un riconoscimento internazionale estremamente limitato e fu contestata persino da diversi Stati arabi. Per quasi 19 anni la Cisgiordania fu quindi amministrata dalla Giordania. In quella zona non esisteva uno Stato palestinese sovrano.
Poi arrivò il giugno 1967. Nella Guerra dei Sei Giorni, Israele conquistò la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania. La situazione creatasi a seguito di questa guerra costituisce la base per l’attuale classificazione, ai sensi del diritto internazionale, della Cisgiordania come territorio occupato. Questa denominazione è utilizzata dalle Nazioni Unite ed è stata confermata dalla Corte internazionale di giustizia.
Non è questo il punto. Tuttavia, l’attuale qualificazione giuridica e la cronologia storica che l’ha preceduta non coincidono. Definire la Cisgiordania come territorio occupato non significa che prima del 1967 fosse territorio sovrano di uno Stato palestinese, la cui esistenza sarebbe stata successivamente annullata da Israele. La storia è molto più complessa.
• … e non inizia nemmeno nel 1948
Bisogna risalire molto più indietro nel tempo. Il legame del popolo ebraico con questa regione non è iniziato con la fondazione dello Stato di Israele. I regni di Israele e di Giuda fanno parte della storia documentata dell’antico Medio Oriente. Gerusalemme era già, secoli prima dell’era cristiana, il centro politico e religioso del regno di Giuda – e più di un millennio prima della nascita dell’Islam.
Il dominio babilonese, persiano, ellenistico, romano, bizantino, arabo, crociato, mamelucco, ottomano e infine britannico ha profondamente trasformato la regione. La popolazione ebraica ha subito conquiste, distruzioni, espulsioni e diaspora. Tuttavia, il legame storico e religioso del popolo ebraico con questa terra non è mai scomparso del tutto – né tantomeno la presenza ebraica nella regione.
Ciò non significa, ovviamente, che l’antichità possa da sola determinare i confini del XXI secolo. Nessun conflitto territoriale moderno può essere risolto semplicemente stabilendo quale popolo vi abbia vissuto per primo. Ma questo ragionamento vale in entrambi i sensi.
• Quando è Madrid a decidere quando inizia la storia
È proprio qui che emerge la contraddizione della posizione spagnola. Quando si tratta di Ceuta e Melilla, Madrid esorta il Marocco a guardare indietro di cinque secoli. Quando si tratta di Israele, invece, il dibattito politico europeo spesso inizia solo nel 1967 – a volte nel 1948.
La storia, tuttavia, non può essere suddivisa in periodi temporali convenienti in base al risultato politico desiderato. Se cinque secoli di sovranità spagnola costituiscono un argomento rilevante contro l’accusa di colonialismo, quasi tre millenni di storia ebraica in questa regione non possono essere semplicemente dichiarati insignificanti non appena si utilizza il termine «colonialismo» nei confronti di Israele.
Ciò non legittima automaticamente ogni insediamento israeliano in Cisgiordania. Ciò non definisce i confini di un futuro Stato palestinese. E ciò non cancella né la storia né i diritti dei palestinesi.
Diventa tuttavia storicamente problematica una rappresentazione in cui gli ebrei appaiono semplicemente come stranieri europei giunti nel XX secolo in una terra con cui in precedenza non avevano alcun legame. Si può condannare la politica di un governo israeliano senza riscrivere la storia ebraica.
• Da Ceuta a Gerusalemme: i limiti del modello interpretativo coloniale
Ceuta pone così la Spagna di fronte a uno specchio inaspettato. Madrid respinge l’argomentazione marocchina secondo cui Ceuta e Melilla si troverebbero in Africa, dovrebbero quindi appartenere naturalmente al Marocco e la sovranità spagnola sarebbe di conseguenza un retaggio coloniale.
La Spagna risponde con il diritto – ma anche con la storia. Madrid fa riferimento a cinque secoli di sovranità, a una popolazione spagnola, a istituzioni spagnole e alla continuità politica e territoriale.
Questa difesa è comprensibile. Proprio per questo, però, Madrid dovrebbe essere più cauta quando utilizza altrove il concetto di colonialismo come argomento.
Israele si differenzia in un punto essenziale dal classico modello coloniale europeo: il popolo ebraico possiede un legame storico, religioso, culturale e politico con questa terra che precede di millenni il moderno Stato di Israele.
Si può discutere sullo status giuridico dei territori conquistati nel 1967. Si può discutere sui confini. Si può discutere sugli insediamenti. Allo stesso tempo, si può difendere il diritto dei palestinesi a uno Stato proprio. Tuttavia, descrivere la presenza ebraica in questa regione in modo generico come un’impresa coloniale presuppone di ignorare una parte essenziale della storia.
• Ceuta come laboratorio europeo
La crisi attuale va ben oltre i pochi chilometri quadrati di Ceuta. Essa evidenzia innanzitutto la dipendenza dell’Europa dagli Stati confinanti, che di fatto frenano i flussi migratori prima che questi raggiungano i confini europei. Dimostra inoltre quanto rapidamente la migrazione possa diventare uno strumento di politica estera. E ricorda che un confine non è mai solo una linea su una mappa.
È il risultato del diritto, della guerra, della storia e dei rapporti di forza. La Spagna lo sa meglio di molti altri Stati europei. Possiede due città sul continente africano, la cui sovranità difende, tra l’altro, con diversi secoli di storia alle spalle.
Ceuta e Melilla non sono la Cisgiordania. Le situazioni giuridiche non sono identiche. Un’equiparazione sarebbe artificiale. Il principio intellettuale, tuttavia, rimane valido. Non ci si può appellare alla storia quando essa sostiene la propria sovranità, per poi decidere che la storia inizi nel 1967 non appena complica la posizione di un altro.
Ceuta ci ricorda quindi, in definitiva, una semplice regola: la storia da sola non crea il diritto moderno. Chi però la chiama a testimoniare a difesa dei propri confini, difficilmente potrà allontanarla dall’aula di tribunale non appena si tratterà dei confini altrui.
(Israelnetz, 11 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Netanyahu: Israele respinge la roadmap del Board of Peace sul disarmo di Hamas
(JNS) Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non effettueranno alcun ritiro dalla Striscia di Gaza finché l’organizzazione terroristica Hamas non sarà completamente disarmata, ha dichiarato domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
«Israele respinge il documento in 15 punti», ha detto Netanyahu durante una riunione del Consiglio dei ministri a Gerusalemme, riferendosi alla roadmap per il disarmo annunciata il 30 luglio dal Board of Peace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Disarmare il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran significa che Hamas rinuncia alle sue «armi pesanti, alle armi meno pesanti, a tutte le armi», ha ribadito Netanyahu, sottolineando che deve esserci «un disarmo reale, non un disarmo fittizio».
Gerusalemme sta discutendo la questione con l’amministrazione Trump, ha aggiunto il premier, spiegando che gli americani «hanno delle idee, alcune delle quali sono accettabili per noi e altre no».
L’IDF continuerà a neutralizzare le minacce contro le proprie forze e contro i civili israeliani, ha promesso.
Il ministro israeliano dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen ha dichiarato sabato che Gerusalemme si oppone alla Roadmap in 15 punti per Gaza «nella sua forma attuale», aggiungendo che «Hamas sta preparando un inganno».
Hamas «dirà di voler rispettare l’accordo, consegnerà alcune delle sue armi e otterrà quella che in passato chiamavamo, nel linguaggio di allora, una hudna. [Ma] l’era della hudna è finita», ha dichiarato Cohen all’emittente israeliana Channel 14.
«Hudna» significa tregua o armistizio in arabo. In passato Hamas ha utilizzato i cessate il fuoco soltanto per riorganizzarsi in vista di nuovi attacchi contro lo Stato ebraico.
Cohen ha proseguito: «In definitiva, Hamas è un’organizzazione terroristica assassina. Non crediamo a una singola parola di qualsiasi documento firmato da Hamas».
Hamas ha violato il cessate il fuoco a Gaza 17 volte in un solo giorno, ha dichiarato sabato Doron Spielman, portavoce internazionale di Netanyahu.
Citando un rapporto sulla situazione ricevuto poco prima di un’intervista con il conduttore di Newsmax Tom Basile, Spielman ha osservato che le violazioni di venerdì includevano tentativi di infiltrazione oltre la Linea Gialla per compiere attacchi contro israeliani, oltre ad attività di scavo di tunnel e al riarmo.
Ha aggiunto che l’organizzazione terroristica sta violando apertamente il piano in 20 punti mediato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che impone ad Hamas di deporre le armi.
Spielman ha sottolineato una netta distinzione tra il quadro proposto da Trump, al quale Israele ha aderito, e la proposta in 15 punti del Board of Peace, concordata con i terroristi di Hamas attraverso Qatar, Turchia ed Egitto. Gerusalemme, ha affermato, non è parte del nuovo piano.
Netanyahu ha respinto pubblicamente il quadro in 15 punti la scorsa settimana, dichiarando che non ci sarà alcun ritiro israeliano prima del completo disarmo di Hamas.
All’inizio di sabato, Hamas ha informato l’amministrazione Trump di accettare i termini della Roadmap, che richiede al gruppo terroristico di deporre le armi e trasferire il governo di Gaza a un organismo palestinese tecnocratico, ha riferito AFP.
«Hamas e le altre fazioni hanno confermato ai mediatori la loro disponibilità a iniziare ad attuare l’accordo e a passare alla seconda fase, a condizione che ricevano l’approvazione israeliana e che Israele inizi ad attuare l’accordo», ha dichiarato un funzionario di Hamas all’agenzia di stampa.
«Hamas chiede all’amministrazione statunitense di esercitare pressioni su Israele affinché lo costringa a rispettare l’accordo e a passare alla seconda fase», ha aggiunto il terrorista, rimasto anonimo.
Giovedì, Netanyahu aveva promesso che Israele non si ritirerà dalle attuali posizioni nella Striscia di Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmata.
«Rimango fermo sui nostri interessi di sicurezza: non ci ritireremo dalle nostre attuali linee finché Hamas non sarà completamente disarmata», aveva dichiarato Netanyahu in un video in lingua ebraica pubblicato sulla sua pagina Facebook.
Aveva aggiunto che ai soldati dell’IDF era stato ordinato «di fare tutto il necessario per difendersi, per difendere il nostro territorio e per difendere i nostri cittadini».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo team ritengono di poter convincere Hamas a smilitarizzare la Striscia di Gaza, ha affermato Netanyahu, aggiungendo: «Stiamo valutando questa possibilità».
(HaKol, 10 agosto 2026)
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Milizie anti-Hamas. Dilemma israeliano per il futuro di Gaza
I clan beduini armati collaborano con Israele contro Hamas e controllano alcune aree della Striscia. Gli Stati Uniti puntano però al loro disarmo nel dopoguerra e nell’apparato di sicurezza israeliano cresce il timore per ciò che potrebbe accadere dopo.
di Alessandro Carmi
Hanno combattuto Hamas, ucciso suoi miliziani, individuato armi e infrastrutture terroristiche e oggi collaborano con le forze israeliane in alcune zone della Striscia di Gaza. Ma i clan beduini armati anti-Hamas, da risorsa tattica per Israele, rischiano di trasformarsi in uno dei problemi più delicati del futuro assetto di Gaza.
Secondo quanto riferisce il sito di informazione israeliano Walla, all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano le valutazioni sul loro futuro sono divergenti. Un responsabile della sicurezza definisce la loro attività «molto efficace» e sostiene che stia procedendo secondo i piani. La collaborazione viene mantenuta deliberatamente lontano dai riflettori: «È intima, resta nell’ombra ed è bene che sia così».
I gruppi operano in più di tre aree della Striscia e, durante le fasi più intense della guerra, si sono scontrati direttamente con l’ala militare di Hamas, provocandole diverse perdite. Dopo il cessate il fuoco hanno assunto altri compiti: contribuiscono alla sicurezza della cosiddetta linea gialla, operano nelle aree circostanti e partecipano alla localizzazione di armi e infrastrutture terroristiche, comprese quelle sotterranee.
La questione diventa molto più complicata quando si passa dall’utilità militare immediata al futuro politico della Striscia. Secondo Walla, esponenti di primo piano del Consiglio della Pace, sostenuti dagli Stati Uniti, vorrebbero infatti che nel «giorno dopo» questi clan fossero disarmati. Israele starebbe valutando una soluzione differente. Una parte dei gruppi potrebbe rimanere all’interno della linea gialla sotto la responsabilità operativa dell’IDF, anche per impedire che Hamas possa vendicarsi contro chi ha collaborato con Israele. Il Consiglio della Pace sarebbe invece orientato, in vista di un futuro ritiro israeliano verso il confine, a riportare i clan nelle aree palestinesi e a privarli delle armi. Ed è qui che emerge il dilemma.
Alcuni esponenti della sicurezza israeliana ricordano infatti che i capi di queste formazioni hanno alle spalle anche attività criminali contro le quali, in passato, hanno combattuto sia Hamas sia lo stesso esercito israeliano. Uno dei funzionari citati da Walla avverte che, una volta disarmati e privati della funzione acquisita durante la guerra, potrebbero semplicemente tornare alla loro vecchia attività: il contrabbando.
Per il governo israeliano si tratta dunque di una questione politicamente esplosiva che, secondo le fonti del quotidiano, il livello politico preferisce per il momento lasciare aperta. L’esistenza di forze palestinesi armate ostili a Hamas costituisce inoltre uno strumento di pressione tanto sulla leadership dell’organizzazione terroristica quanto sui soggetti impegnati nella definizione del futuro assetto della Striscia.
Il fenomeno aveva cominciato ad assumere dimensioni rilevanti già nel settembre 2025. Durante l’offensiva terrestre israeliana, alcune grandi famiglie avevano schierato centinaia di uomini armati agli ingressi dei territori sotto il loro controllo, opponendosi ai tentativi degli apparati di sicurezza di Hamas di ristabilire la propria autorità. Tra questi apparati figura la cosiddetta Unità Freccia, utilizzata da Hamas per arrestare, aggredire e, secondo fonti israeliane, uccidere palestinesi accusati di collaborare con Israele.
Per ora nessuno avrebbe preso seriamente in considerazione la possibilità di trasferire in territorio israeliano i membri dei clan più esposti. La cooperazione quotidiana con l’IDF, gli altri organismi di sicurezza israeliani e funzionari americani prosegue. Il problema arriverà quando si dovrà decidere chi eserciterà realmente il potere a Gaza. Israele ha interesse a impedire che Hamas torni a dominare la Striscia e i clan armati contribuiscono oggi a questo obiettivo. Ma una Gaza disseminata di milizie autonome, armate e legate a interessi familiari o criminali difficilmente può rappresentare un assetto stabile per il futuro.
È uno dei paradossi del «giorno dopo»: gli uomini che oggi servono per indebolire Hamas potrebbero diventare domani un nuovo problema da risolvere.
(Setteottobre, 10 agosto 2026)
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L'era della “Hudna” è finita
I politici israeliani dichiarano che non accetteranno alcuna soluzione per la Striscia di Gaza che consenta nuovamente a Hamas di continuare a esistere come minaccia armata.
di Ryan Jones
Israele avverte che Hamas sta cercando di trasformare il piano quadro per Gaza del presidente Donald Trump in un’altra tregua temporanea, che lasci l’organizzazione terroristica in vita e armata, in attesa del prossimo round.
Il ministro dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen ha dichiarato sabato che Gerusalemme respinge il piano in 15 punti per la Striscia di Gaza proposto dal comitato di pace «nella sua forma attuale», sostenendo che Hamas stia preparando l’ennesimo inganno.
Il raggiungimento di una hudna – un concetto islamico di tregua temporanea mentre le forze musulmane si riorganizzano – rappresenterebbe una vittoria indiscutibile per Hamas. E lo schema con cui lo ottiene è ormai del tutto prevedibile. Hamas segnala disponibilità alla cooperazione, offre concessioni parziali, si assicura una tregua dalla pressione israeliana e poi sfrutta il tempo per ricostituirsi.
Israele ha pagato un alto tributo in termini di vite umane perché si è lasciato spingere dal mondo ad accettare queste tregue come un progresso. Ora basta, ha sottolineato Cohen in una dichiarazione a Channel 14, aggiungendo: «L’era della hudna è finita».
La controversia non verte sul fatto che la Striscia di Gaza debba essere ricostruita o che le forze armate israeliane debbano rimanervi per sempre. L’obiezione di Israele è rivolta contro qualsiasi piano che crei un divario tra le promesse sulla carta e la realtà sul campo.
Secondo quanto riferito, Hamas avrebbe comunicato ai mediatori di essere disposta ad avviare l’attuazione della fase successiva dell’accordo quadro sostenuto dagli Stati Uniti, a condizione che Israele acconsenta a tale passo e adempia alla propria parte dell’accordo. I rappresentanti del governo israeliano sostengono tuttavia che Hamas stia già violando l’attuale cessate il fuoco, tra l’altro con tentativi di oltrepassare la «linea gialla», la continua costruzione di tunnel e il riarmo.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele non si ritirerà dalle sue attuali posizioni nella Striscia di Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmato.
Una consegna simbolica di alcune armi da parte di Hamas non è sufficiente. Né lo è il semplice stoccaggio di tali armi in depositi nella Striscia di Gaza sotto la presunta supervisione di un nuovo governo tecnocratico palestinese. Hamas ha già rovesciato in passato un governo palestinese rivale e lo rifarà alla prima occasione.
L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha sottolineato che un vero disarmo significa che le armi di Hamas devono essere completamente rimosse dalla Striscia di Gaza e portate fuori dalla portata del gruppo.
La capacità del Consiglio di pace di Trump di attenersi a questa condizione è la vera pietra di paragone per qualsiasi accordo postbellico nella Striscia di Gaza.
Se ciò dovesse fallire, la Striscia di Gaza ricadrebbe inevitabilmente in un ciclo ben noto di sfruttamento terroristico e guerra con Israele.
Per Israele, la lezione del 7 ottobre è che non può più accettare soluzioni che mantengano in vita Hamas – nemmeno in una forma indebolita o «più moderata». La sopravvivenza significa la possibilità di riarmarsi un giorno, e il riarmo significa che il prossimo massacro è solo una questione di tempo.
Il piano di Trump potrebbe ancora offrire un quadro per una Striscia di Gaza diversa. Ma solo se la comunità internazionale capisce ciò che Israele già sa.
Hamas non ha bisogno di un’altra tregua. Deve essere privato del potere e messo fuori gioco.
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Sull'autore, Ryan Jones:
«Sono un cristiano non ebreo proveniente dagli Stati Uniti che vive in Israele dal 1996. Quello fu l’anno in cui la mia comunità locale si rese improvvisamente conto che Israele esiste e che la sua storia biblica e la sua missione continuano ancora oggi. Successivamente, a Gerusalemme, ho conosciuto mia moglie, una cristiana nata in Israele di origini olandesi, i cui genitori erano giunti nello Stato ebraico per gli stessi motivi, solo alcuni decenni prima. Io e mia moglie viviamo con i nostri sette figli nel sobborgo di Gerusalemme chiamato Tzur Hadassah. Siamo membri attivi della comunità ebraica messianica locale”.
Ryan lavora dal 2007 come autore e redattore per Israel Heute. In precedenza ha scritto per una serie di altre testate online e cartacee che trattano l’attualità in Medio Oriente.
(Israel Heute, 10 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Le 111 verità nascoste di Fauci riscrivono la storia della pandemia
L'uomo sul quale si reggeva l'intera vulgata pandemica si è rifiutato di rispondere al Congresso americano. Le pagine lo hanno fatto per lui. Rivelando la sua doppia faccia: quello che sosteneva in pubblico era l'opposto di quel che pensa.
di Silvana De Mari
Un bel tacer non fu mai scritto: frase nata per invitare al silenzio di qualità, evitare pettegolezzi, limitare le scemenze, che diventa un caposaldo giuridico quando si tratta di appellarsi al quinto emendamento per non compromettersi. L'intera vulgata pandemica si reggeva sulla parola di un uomo. Anthony Fauci. Oggi Fauci è al centro di un'inchiesta del Congresso americano parallela a quella della Commissione parlamentare italiana sul Covid. La sua audizione di poche settimane fa è stata surreale: si è avvalso della facoltà di non rispondere 111 volte, come un capomafia qualsiasi, e questo benché, in quanto graziato da Biden, non possa essere inquisito. La «scienza» che per cinque anni ci è stata imposta come indiscutibile ora tace davanti al Congresso. Nel suo diario Fauci ammette, sbugiardando tutte le sue dichiarazioni pubbliche dal 2020 in poi, che il virus era di origine artificiale e non veniva dal salto di specie da pipistrello o pangolino; che aveva finanziato il laboratorio di Wuhan violando la legge americana; che «distanziamento sociale», obbligo di mascherina e sicurezza dei vaccini a mRna erano raccomandazioni senza attendibilità scientifica; che aveva usato il proprio dipartimento per farsi assegnare oltre un milione di dollari in premi pagati dai contribuenti; che aveva falsificato la mortalità del virus dallo zero virgola tre al tre per cento. È il testimone che si autoaccusa. Il suo diario è la sua confessione. E non è una confessione estorta, è una confessione scritta di suo pugno. Il quotidiano La Verità e la trasmissione Fuori dal Coro di Mario Giordano sono stati gli unici megafoni della verità. La cosiddetta gestione pandemica non aveva base scientifica. La affermo oggi come l'affermavo nella primavera del 2020. Bastava guardare i dati Istat degli ultimi due mesi del zoiq e del gennaio 2021 per accorgersi che la mortalità italiana non era aumentata rispetto alle normali influenze stagionali. Bastava leggere le prime perizie sierologiche per sapere che il tasso di letalità reale della Sars-Co V-2. era intorno allo zero virgola sette per cento, cioè quello di un'influenza cattiva, non di una peste bubbonica. Ma Anthony Fauci, allora capo del Niaid americano, decise di gonfiare quel numero a un inesistente tre per cento, e da quel numero falsato discese l'intero apparato normativo che avrebbe distrutto la vita quotidiana di centinaia di milioni di persone in Occidente, La menzogna iniziale è documentata oggi nel suo stesso diario, pubblicato pochi mesi fa e reperibile integralmente su YouTube. Il Italia i dati sono stati falsificati per ordine di circolari che ordinavano di calcolare come morto da Covid i morti di qualsiasi natura con un tampone positivo. La mortalità è stata oggettivamente aumentata non facendo immediatamente le autopsie che avrebbero immediatamente indicato la cura corretta e dando protocolli sbagliati. Sono stati ordini sbagliati che medici hanno eseguito, preferendo l'obbedienza alla scienza e coscienza. Rinchiudere milioni di italiani in casa per mesi era una scelta idiota. Il termine più corretto è criminale. Il sistema immunitario ha bisogno di aria aperta, di luce solare, di movimento. Chiuderlo in un appartamento significa danneggiarlo. Costringere alla sedentarietà una popolazione significa creare in pochi mesi un aumento drammatico di obesità, di depressione, di malattie cardiovascolari, di disturbi psichiatrici nei bambini e negli adolescenti. In Svizzera e in Germania era raccomandato di uscire almeno due ore al giorno proprio per sostenere il sistema immunitario. In Italia si mandavano i vigili urbani a inseguire i podisti solitari sulle spiagge deserte. In Italia si multavano i padri che passeggiavano con i figli. Era psicosi collettiva orchestrata dallo Stato e applicata per la connivenza dei medici del cosiddetto Comitato medico scientifico, che non dava consigli ai politici ma avallava i loro ordini e per la connivenza de presidenti degli Ordini dei medici. Il Comitato tecnico scientifico, l'organo che avrebbe dovuto consigliare il governo Conte con la voce della migliore medicina disponibile, ha applaudito ogni decreto restrittivo, ha taciuto sulle terapie domiciliari precoci che salvavano vite con pochi euro di farmaci, mentre imponeva alla popolazione «tachipirina e vigile attesa», cioè un protocollo che portava migliaia di persone in ospedale quando ormai era troppo tardi. I presidenti degli Ordini dei medici anziché difendere il corpo dei loro iscritti dall'inoculazione di farmaci sperimentali privi di qualsiasi capacità di bloccare la trasmissione della malattia, hanno calpestato anche la libertà terapeutica dei propri iscritti, che è il fondamento stesso della professione, hanno ringhiato contro chiunque osasse dire che le regole erano fesserie. Hanno firmato lettere che obbligavano colleghi a subire un farmaco genico sperimentale che non fermava la trasmissione della malattia, e questo era noto già alla fine del 2021 dai dati israeliani, britannici e islandesi, un farmaco a mRna con effetti collaterali sconosciuti a lungo termine. Quei presidenti degli Ordini che firmarono quelle lettere devono rispondere, in tribunale civile e penale, con il proprio patrimonio personale, dei danni da vaccino subiti dai colleghi che loro obbligarono a inocularsi sotto minaccia di sospensione e radiazione. Miocarditi, pericarditi, trombosi da seno venoso, porpore trombocitopeniche, sindromi autoimmuni insorte dopo la seconda o la terza dose: ogni caso documentato è un capo di responsabilità. Chi ha firmato quelle lettere sapeva. Se non sapeva, era incompetente, e l'incompetenza in medicina è una colpa. Se sapeva ed ha firmato lo stesso, è complicità in lesioni personali gravi. I vari Pregliasco, Lopalco, Bassetti, Galli, Crisanti, e Burioni, ospite fisso di Fabio Fazio, hanno ripetuto le fesserie di Fauci. C'è una seconda vigliaccheria che affianca quella dei medici, ed è la vigliaccheria dei giornali. Ogni giorno la Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid scopre qualcosa: contratti segretati, verbali del Comitato tecnico scientifico che raccomandavano restrizioni senza uno straccio di evidenza scientifica, mail interne al ministero della Salute che confessano l'inutilità delle misure imposte con la forza dei carabinieri, documenti che dimostrano l'obbligo vaccinale come atto politico e non sanitario. Nulla di tutto questo arriva sulle prime pagine, con la sola eccezione della Verità. Nulla nei tg. Nulla nei talk-show. Le stesse redazioni che per due anni hanno inseguito con il megafono ogni sputo di Fauci, Pregliasco e Burioni, oggi che quegli stessi santoni vengono smentiti in commissione parlamentare fingono di non vedere. Ciò che ci è stato imposto durante il Covid non era Scienza, e solo degli incompetenti o dei corrotti potevano scambiarla per tale. Chi lo ha ripetuto è responsabile moralmente e giuridicamente di quanto è accaduto. lo sono stata radiata per aver detto tutto questo con qualche anno d'anticipo. Oggi lo ammette il diario di Fauci. Domani lo ammetteranno anche i colleghi che oggi tacciono. Nel frattempo sono orgogliosa di non far più parte di un Ordine che ha tradito il giuramento di lppocrate. E se qualcuno tra i colleghi vaccinati con danni gravi vuole intentare un'azione civile collettiva contro i presidenti che firmarono la lettera dell'obbligo, ha in me una testimone disponibile e una sostenitrice pubblica. I nomi di quei presidenti sono nella firma delle lettere di ingiunzione. I danni sono nei registri Aifa e nei referti ospedalieri. La responsabilità civile e penale personale esiste ancora. Antony Fauci è stato dichiarato colpevole di oltraggio al congresso per le sue 111 non risposte, per i suoi 111 silenzi. Un bel tacer non fu mai scritto, e non è detto che sia sempre impunito.
(La Verità, 10 agosto 2026)
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Non sono soltanto i silenzi di Fauci a colpire. Dove sono coloro che esponevano al ludibrio i malfamati no-vax che si opponevano alla magica puntura salva-covid “scientificamente imposta”? Nessuno li chiami si-vax: non si imiti il loro sprezzante e ottuso modo di fare. Meglio sarebbe ricordare loro gli effetti di quella allucinante stagione di psicosi collettiva invitandoli a leggere il resoconto che ne fece a suo tempo il giornale La Verità con la documentazione "Gli invisibili”. Buona lettura. M.C.
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«Si moltiplichino abbondantemente sulla terra»
GENESI 48
- Dopo queste cose, avvenne che fu detto a Giuseppe: “Ecco, tuo padre è ammalato”. Ed egli prese con sé i suoi due figli, Manasse ed Efraim.
- Giacobbe ne fu informato, e gli fu detto: “Ecco, tuo figlio Giuseppe viene da te”. Allora Israele raccolse le sue forze, e si mise a sedere sul letto.
- Giacobbe disse a Giuseppe: “L'Iddio Onnipotente mi apparve a Luz nel paese di Canaan, mi benedisse,
- e mi disse: 'Ecco, io ti farò fruttare, ti moltiplicherò, ti farò diventare una moltitudine di popoli, e darò questo paese alla tua progenie dopo di te, come una proprietà perenne.
- E ora, i tuoi due figli che ti sono nati nel paese d'Egitto prima che io venissi da te in Egitto, sono miei. Efraim e Manasse saranno miei, come Ruben e Simeone.
- Ma i figli che hai generato dopo di loro saranno tuoi; essi saranno chiamati con il nome dei loro fratelli, quanto alla loro eredità.
- Quanto a me, quando tornavo da Paddan, Rachele morì, nel paese di Canaan, durante il viaggio, a qualche distanza da Efrata; e la seppellii lì, sulla via di Efrata, che è Betlemme.
- Israele guardò i figli di Giuseppe, e disse: “Questi, chi sono?”.
- E Giuseppe rispose a suo padre: “Sono miei figli, che Dio mi ha dato qui”. Ed egli disse: “Falli avvicinare a me, e io li benedirò”.
- Ora gli occhi d'Israele erano annebbiati a motivo dell'età, tanto che non ci vedeva più. E Giuseppe li fece avvicinare a lui, ed egli li baciò e li abbracciò.
- Poi Israele disse a Giuseppe: “Io non pensavo di rivedere più la tua faccia; ed ecco che Dio mi ha concesso di vedere anche la tua progenie”.
- Giuseppe li ritirò dalle ginocchia di suo padre e si prostrò con la faccia a terra.
- Poi Giuseppe li prese entrambi: Efraim alla sua destra, alla sinistra d'Israele; e Manasse alla sua sinistra, alla destra d'Israele; e li fece avvicinare a lui.
- E Israele stese la sua mano destra, e la posò sul capo di Efraim che era il più giovane; e posò la sua mano sinistra sul capo di Manasse, incrociando le mani; poiché Manasse era il primogenito.
- E benedisse Giuseppe, e disse: “L'Iddio, nel cui cospetto camminarono i miei padri Abraamo e Isacco, l'Iddio che è stato il mio pastore da quando esisto fino a questo giorno,
- l'angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi fanciulli! Siano chiamati con il mio nome e con il nome dei miei padri Abraamo e Isacco, e moltiplichino copiosamente sulla terra!”.
- Ora quando Giuseppe vide che suo padre posava la mano destra sul capo di Efraim, provò dispiacere, e prese la mano di suo padre per levarla dal capo di Efraim e metterla sul capo di Manasse.
- E Giuseppe disse a suo padre: “Non così, padre mio; perché questi è il primogenito; metti la tua mano destra sul suo capo”.
- Ma suo padre rifiutò e disse: “Lo so, figlio mio, lo so; anche egli diventerà un popolo, e anche egli sarà grande; tuttavia, suo fratello più giovane sarà più grande di lui, e la sua progenie diventerà una moltitudine di nazioni”.
- E in quel giorno li benedisse, dicendo: “Di voi si servirà Israele per benedire, dicendo: 'Dio ti faccia simile a Efraim e a Manasse!'”. E mise Efraim prima di Manasse.
- Poi Israele disse a Giuseppe: “Ecco, io muoio; ma Dio sarà con voi, e vi ricondurrà nel paese dei vostri padri.
- E io ti do una parte di più rispetto ai tuoi fratelli: quella che conquistai dalle mani degli Amorei, con la mia spada e con il mio arco”.
GENESI 35
- Poi partirono, e un terrore mandato da Dio invase le città che erano intorno a loro; così non inseguirono i figli di Giacobbe.
- Giacobbe giunse a Luz, cioè Betel, che è nel paese di Canaan: egli con tutta la gente che aveva con sé
; - lì costruì un altare e chiamò quel luogo El-Betel, perché lì Dio gli era apparso, quando egli fuggiva davanti a suo fratello.
- Allora morì Debora, balia di Rebecca, e fu sepolta al di sotto di Betel, sotto la quercia, che fu chiamata Allon-Bacut.
- Dio apparve ancora a Giacobbe, quando questi veniva da Paddan-Aram; e lo benedisse.
- Dio gli disse: “Il tuo nome è Giacobbe; tu non sarai più chiamato Giacobbe, ma il tuo nome sarà Israele”. E lo chiamò Israele.
- Poi Dio gli disse: “Io sono l'Iddio Onnipotente; sii fertile e moltiplicati; una nazione, anzi una moltitudine di nazioni discenderà da te, e dei re usciranno dai tuoi lombi;
- e darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese che diedi ad Abraamo e a Isacco”.
- Dio andò via da lui risalendo dal luogo dove gli aveva parlato.
- Allora Giacobbe eresse un monumento di pietra nel luogo dove Dio gli aveva parlato; fece su di esso una libazione e sparse su dell'olio.
- E Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato.
MICHEA 5
- “Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
MARCO 6
- Gli apostoli, essendosi raccolti intorno a Gesù, gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.
- Ed egli disse loro: “Venitevene ora in disparte, in luogo solitario, e riposatevi un po'”. Difatti era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure tempo di mangiare.
- Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte.
- Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero là a piedi e vi giunsero prima di loro.
- E come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
- Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: “Questo luogo è deserto ed è già tardi;
- congedali, affinché vadano per le campagne e per i villaggi nei dintorni a comprarsi qualcosa da mangiare”.
- Ma egli rispose loro: “Date loro voi da mangiare”. Ed essi a lui: “Andremo noi a comprare duecento denari di pane e daremo loro da mangiare?”.
- Egli domandò loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. Ed essi, accertatisi, risposero: “Cinque, e due pesci”.
- Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull'erba verde
- e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta.
- Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani e li diede ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti.
- Tutti mangiarono e furono sazi
- e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche i resti dei pesci.
- Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
GIOVANNI 6
- Gesù disse loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà mai più sete.
- Ma io ve l'ho detto: 'Voi mi avete visto, eppure non credete!'.
- Tutto quello che il Padre mi dà, verrà a me e colui che viene a me, io non lo caccerò fuori,
- perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
- E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di tutto quello che egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno.
- Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.
- È scritto nei profeti: 'Saranno tutti istruiti da Dio'. Ogni uomo che ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.
- Perché nessuno ha visto il Padre, se non colui che è da Dio; egli ha visto il Padre.
- In verità, in verità io vi dico: Chi crede ha vita eterna.
- Io sono il pane della vita.
- I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono.
- Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia.
- Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo”.
MATTEO 16
- I farisei e i sadducei si accostarono a lui per metterlo alla prova e gli chiesero di mostrare loro un segno dal cielo.
- Ma egli, rispondendo, disse loro: “Quando si fa sera, voi dite: 'Bel tempo, perché il cielo rosseggia!'
- e la mattina dite: 'Oggi tempesta, perché il cielo rosseggia cupo!'. L'aspetto del cielo lo sapete dunque discernere e i segni dei tempi non arrivate a discernerli?
- Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno e segno non le sarà dato, se non quello di Giona”. E, lasciatili, se ne andò.
- I discepoli, passati all'altra riva, si erano dimenticati di prendere dei pani.
- E Gesù disse loro: “Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”.
- Ed essi ragionavano fra loro e dicevano: “Egli parla così perché non abbiamo preso dei pani”.
- Ma Gesù, accortosene, disse: “O gente di poca fede, perché ragionate fra voi del non avere dei pani?
- Non capite ancora e non vi ricordate dei cinque pani, dei cinquemila uomini e quante ceste ne portaste via?
- Né dei sette pani, dei quattromila uomini e quanti panieri ne portaste via?
- Come mai non capite che non è di pani che io vi parlavo? Ma guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”.
- Allora compresero che non aveva loro detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei.
ISAIA 53
- Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? e a chi è stato rivelato il braccio dell'Eterno?
- Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare.
- Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo nessuna stima.
- Tuttavia, erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato, ma noi lo reputavamo colpito, percosso da Dio e umiliato!
- Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione.
- Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via, ma l'Eterno ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.
- Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.
- Dall'oppressione e dal giudizio fu portato via; e fra quelli della sua generazione chi rifletté che egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a causa delle trasgressioni del mio popolo?
- Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi, ma, nella sua morte, egli è stato con il ricco, perché non aveva commesso violenze né c'era stato inganno nella sua bocca.
- Ma all'Eterno è piaciuto di stroncarlo con dolori. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni e l'opera dell'Eterno prospererà nelle sue mani.
- Egli vedrà il frutto del tormento della sua anima e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, e si caricherà egli stesso delle loro iniquità.
- Perciò io gli darò in premio le moltitudini e riceverà i potenti come bottino, perché ha dato sé stesso alla morte ed è stato annoverato fra i trasgressori, perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i trasgressori.
(Notizie su Israele, 9 agosto 2026)
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Elezioni. Israele richiama i suoi cittadini alle urne
Decine di migliaia di israeliani residenti all’estero sono pronti a tornare nel Paese per votare il 27 ottobre, affrontando spese elevate pur di partecipare a elezioni considerate decisive
di Daniel Bettini
In Israele, a differenza di molti Paesi sviluppati del mondo occidentale, un cittadino residente all’estero non può votare alle elezioni presso ambasciate o consolati, ma deve recarsi fisicamente in Israele per esercitare il proprio diritto di voto. Possono votare nei consolati all’estero soltanto i diplomatici, i militari di stanza in altri Paesi e alcune altre categorie titolari di incarichi particolari.
In passato la questione è stata discussa molte volte e più volte si è cercato, alla Knesset, di modificare la legge per consentire agli israeliani che lo desiderano di votare più facilmente anche dal luogo in cui risiedono all’estero. Naturalmente si è sempre posta anche una questione politica: il voto degli israeliani residenti all’estero favorirebbe la sinistra o la destra? È un interrogativo antico. A questo se ne aggiunge un altro, di principio: una persona che non vive in patria e non sperimenta la complessità della sua realtà quotidiana, anche se vi è nata ma ha poi scelto, per varie ragioni, di trasferirsi all’estero, ha il diritto di partecipare alle decisioni sul destino dello Stato?
La legge israeliana, su questo punto, è molto semplice: chiunque possieda un passaporto israeliano ha diritto di votare alle elezioni in Israele. Ma deve recarsi fisicamente nel Paese. Le prossime elezioni si terranno il 27 ottobre e si sta verificando un fenomeno senza precedenti. Migliaia di israeliani residenti all’estero vogliono esercitare questo diritto e tornare in patria per votare. Sembra che moltissimi comprendano perfettamente quanto saranno decisive queste elezioni.
Nelle conversazioni e nelle interviste rilasciate nelle ultime settimane ai media israeliani, tutti hanno sottolineato il dovere morale e il peso storico della decisione di recarsi in Israele per partecipare alle elezioni e contribuire a definire il Paese che emergerà dalle urne. Tutti sentono il bisogno di esserci e avvertono la responsabilità legata al modo in cui Israele si presenterà in futuro.
Secondo i dati ufficiali dell’anagrafe dello Stato di Israele, oggi circa 650.000 israeliani vivono all’estero. Se si considerano anche i loro discendenti, i figli nati fuori da Israele, il numero potrebbe superare i 900.000. Secondo quanto riportato nelle ultime settimane, questa volta decine di migliaia di loro intendono recarsi in Israele per votare.
Queste elezioni sono considerate troppo importanti e decisive, sotto ogni punto di vista, per rimanere indifferenti. Nell’Israele successivo alla rivoluzione giudiziaria iniziata quattro anni fa con l’insediamento dell’attuale governo, e soprattutto dopo il massacro del 7 ottobre, moltissimi israeliani residenti all’estero, alcuni dei quali ormai da moltissimi anni, sentono di non poter restare indifferenti e comprendono quanto ogni singolo voto sia importante per determinare il volto dell’Israele di domani.
In Europa e negli Stati Uniti esistono persino alcune organizzazioni, come “Aid Coalition“, che hanno avviato iniziative per fornire assistenza logistica agli israeliani intenzionati a recarsi in patria per votare, verificando tra l’altro i prezzi dei voli e cercando le soluzioni più economiche possibili, in modo da consentire al maggior numero possibile di affrontare il viaggio e partecipare alle elezioni.
Secondo un sondaggio pubblicato recentemente da uno dei media israeliani, sulla base dei dati della stessa organizzazione, circa l’84% degli israeliani residenti all’estero che hanno partecipato all’indagine ritiene che queste elezioni siano particolarmente «critiche» per il futuro del Paese. Il 73% degli intervistati ha dichiarato di voler tornare per votare e il 54% ha indicato nel prezzo dei voli il principale ostacolo che potrebbe impedirgli di farlo. E infatti, negli ultimi giorni, sono stati pubblicati innumerevoli articoli su israeliani disposti a pagare anche migliaia di dollari per raggiungere Israele da ogni angolo del mondo pur di votare. Si è parlato di persone che hanno pagato da 500 dollari per una sola tratta fino a 1.900 dollari da New York e da altre località degli Stati Uniti, e persino di cittadini che hanno speso 4.000 dollari pur di partecipare.
Se già due settimane fa si erano registrati 25.000 israeliani, oggi si stima che il numero effettivo di coloro che stanno programmando di tornare per le elezioni e votare in Israele possa avvicinarsi a 70.000. È anche l’obiettivo delle organizzazioni che li stanno aiutando a rientrare. Circa la metà degli israeliani che arriveranno dovrebbe provenire dagli Stati Uniti e l’altra metà da diversi Paesi del mondo, soprattutto europei, tra cui Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera, Italia e altri Paesi. Va precisato che le organizzazioni coinvolte sottolineano come l’assistenza fornita a questi israeliani sia del tutto priva di finalità politiche e che a nessuno viene chiesto per chi intenda votare.
Nel sistema politico israeliano, e soprattutto nell’area di destra, si tende a ritenere che la maggioranza degli israeliani residenti all’estero intenzionati a tornare appartenga all’elettorato di centro-sinistra. Questa volta, tuttavia, si registra un fortissimo interesse anche in aree che non possono certo essere considerate roccaforti della «sinistra», come la Florida e la California.
Alcuni israeliani intervistati dai media nazionali hanno dichiarato esplicitamente che la loro intenzione è rafforzare il primo ministro Netanyahu e la sicurezza di Israele. Altri hanno invece spiegato di sentire la necessità di contribuire a cambiare la situazione attuale, riportare Israele sulla giusta strada e determinare un cambiamento negli equilibri politici. In ogni caso, questa volta il voto degli israeliani che non vivono in patria è caratterizzato da una fortissima partecipazione emotiva e dalla sensazione di condividere un destino comune.
Sono già emerse, tuttavia, accuse secondo cui molti israeliani incontrerebbero difficoltà logistiche nell’ottenere dal ministero dell’Interno la documentazione necessaria per individuare ufficialmente il seggio presso il quale potranno votare. Il ministero dell’Interno sostiene che si tratti principalmente di problemi tecnici e che ogni israeliano dovrebbe ricevere una risposta. Molti, però, accusano esponenti politici all’interno del dicastero di cercare deliberatamente di rendere più difficile il percorso di questi elettori, sottoponendoli a una trafila burocratica complicata, senza assistenza umana e attraverso applicazioni e siti internet che non funzionano, con l’obiettivo di sfiancarli e impedire loro di verificare per tempo tutti i propri diritti.
Un fenomeno piacevole e commovente accompagna infine l’ondata di israeliani che si prepara a raggiungere il Paese, mettendo da parte il lavoro e gli altri impegni. Decine di israeliani hanno creato gruppi dedicati su Facebook nei quali offrono gratuitamente le proprie abitazioni a chi arriverà in Israele durante il periodo elettorale. Tutto questo per alleggerire il peso economico di questa grande mobilitazione per il voto.
(Setteottobre, 8 agosto 2026)
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Dove benedizione e maledizione si incontrano
Due popoli guardano allo stesso risultato storico, ma lo interpretano in modo completamente opposto. Ciò che gli ebrei celebrano come ritorno, redenzione e realizzazione di una speranza millenaria, molti palestinesi lo percepiscono come perdita, espulsione e catastrofe nazionale. L’indipendenza di Israele è per loro una «Nakba». È qui che risiede la tragedia di questo Paese. Maledizione e benedizione si contendono ancora oggi la stessa Terra Promessa. Entrambi i popoli portano dentro di sé ricordi, ferite e rivendicazioni. Entrambi si sentono storicamente legati a questa terra. Ma al centro del conflitto non c’è solo la politica, bensì una questione ben più profonda che riguarda la storia, l’identità e la promessa.
di Aviel Schneider
Da un punto di vista biblico, la terra d’Israele non è mai stata un luogo come un altro sulla superficie della terra. Anzi, è sempre stata la terra della promessa, la terra dell’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele. Già nella Bibbia risulta chiaro che questa terra non è definita semplicemente dal potere o dal possesso, ma dalla vocazione e dalla promessa divina. «Mia è la terra», dice Dio nel Terzo Libro di Mosè. L’uomo rimane sempre un ospite in questa terra, nel migliore dei casi un amministratore.
• Tensioni e conflitti
Proprio per questo motivo, nel corso dei millenni questa terra è diventata teatro di tensioni e conflitti permanenti. Infatti, ogni promessa divina comporta anche resistenza. La storia di Israele è piena di lotte per una terra che non è mai stata solo di interesse geopolitico, ma è sempre rimasta carica di significato spirituale. Abramo, Isacco e Giacobbe ricevettero la promessa, ma allo stesso tempo iniziò anche il conflitto con i vicini, i fratelli e i popoli circostanti. Già Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù rispecchiano questa lotta interiore della storia. Maggiore è la vicinanza, più indissolubile sembra essere la rivalità.
Ismaele nacque dalla serva Agar, Isacco dalla moglie di Abramo, Sara. Sebbene avessero lo stesso padre, ben presto sorse un conflitto riguardo all’eredità, alla promessa e al futuro. Nel Libro della Genesi, i capitoli dal 16 al 21 descrivono come le tensioni tra Sara e Agar portino alla separazione. Tuttavia, Dio promette anche a Ismaele che da lui nascerà un grande popolo. Isacco, invece, è il portatore dell’alleanza e della promessa. Già la Bibbia mostra quindi il tema di due linee imparentate che hanno la stessa origine, ma seguono percorsi diversi.
Lo stesso vale per Giacobbe ed Esaù in Genesi 25-33. Esaù è il primogenito, ma Giacobbe riceve il diritto di primogenitura e la benedizione. Ne derivano odio, fuga e decenni di allontanamento. In seguito, nella tradizione ebraica, Esaù viene associato a Edom, mentre Giacobbe diventa Israele. I fratelli si incontrano nuovamente in seguito, ma la tensione tra loro persiste. Da ciò si evince che, in una prospettiva biblica, i conflitti in Medio Oriente non sono solo contrapposizioni politiche o territoriali, ma sembrano profondamente radicati in origini comuni, legami familiari e rivendicazioni contrastanti. Proprio perché i protagonisti sono fratelli, il conflitto è così intenso: vicinanza e rivalità coesistono.
• Ritorno a Sion
Per gli ebrei il ritorno a Sion non è solo un progetto politico, ma la ripresa di una storia interrotta. Per molti palestinesi, invece, lo stesso sviluppo significa la perdita della loro patria e della loro continuità storica. Israele e i palestinesi si scontrano frontalmente perché entrambi vogliono esistere sullo stesso territorio.
Eppure né la Bibbia né il Corano menzionano i «palestinesi» come popolo. Il Corano, invece, parla più volte dei figli d’Israele e del loro legame con la terra. Anche dal punto di vista storico, l’identità nazionale palestinese è emersa solo in epoca moderna e non nell’antichità o nel periodo biblico. Ed è proprio per questo che il conflitto non può essere risolto con la definizione dei confini, la diplomazia o la forza militare. Infatti, qui non sono solo due movimenti nazionali a combattere l’uno contro l’altro. Qui si scontrano due narrazioni, due memorie e due destini, all’ombra di una promessa biblica.
Il conflitto mediorientale è da tempo inteso da entrambe le parti non solo in termini politici, ma anche religiosi e storici. Ecco perché è così fortemente carico di emotività. I politici israeliani fanno sempre più spesso riferimento alla Bibbia per sottolineare il legame storico e spirituale del popolo ebraico con la terra di Israele. Benjamin Netanyahu parla di Gerusalemme come della «capitale eterna del popolo ebraico» e definisce la Giudea e la Samaria come la terra dei padri. Già Menachem Begin aveva affermato che il diritto del popolo ebraico alla Terra di Israele non deriva da risoluzioni internazionali, bensì dalla Bibbia stessa. Anche politici come Naftali Bennett utilizzano consapevolmente toponimi biblici come Giudea e Samaria per sottolineare la continuità ebraica in questa zona.
• Obbligo religioso?
Da parte palestinese, invece, Gerusalemme e la Terra di Israele vengono spesso associate alla storia islamica e alle concezioni coraniche. Yasser Arafat parlava di Gerusalemme come di un obbligo religioso, mentre Mahmoud Abbas definisce regolarmente Gerusalemme Est la capitale eterna della Palestina. I leader di Hamas Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar hanno illustrato il conflitto senza mezzi termini ricorrendo alla retorica islamista del martirio. Come per loro, anche per gli attuali leader la lotta contro Israele non è solo di natura territoriale, ma soprattutto religiosa.
È proprio in questo che risiede una delle ragioni più profonde per cui questo conflitto rimane così difficile da risolvere. Entrambe le parti considerano il proprio legame con la terra non solo come una questione politica, ma come parte della propria storia, identità e missione divina. Di conseguenza, qualsiasi discussione sui confini, sullo status di Gerusalemme o sui diritti nazionali diventa immediatamente una questione esistenziale.
• Differenza
In tutto ciò non bisogna trascurare la differenza fondamentale che esiste tra le due narrazioni nazionali:
il popolo d’Israele appare espressamente, sia nella Bibbia che nel Corano, come un popolo storico legato alla terra d’Israele. Il Corano menziona più volte i «figli d’Israele» e la loro storia in quella terra. Il legame ebraico con Gerusalemme, Sion e la terra di Canaan attraversa l’intera tradizione biblica ed è dato per scontato, senza alcuna menomazione, nel Corano. Un popolo palestinese, invece, non viene menzionato né dalla Bibbia né dal Corano. Se oggi esiste qualcosa di simile a un’identità nazionale palestinese, essa è emersa storicamente solo in epoca moderna, soprattutto nel XX secolo, ma in nessun caso nell’antichità o all’epoca dei racconti biblici.
Quando un popolo ritiene che la propria esistenza sia legata a una missione divina, ogni discussione politica assume immediatamente un carattere esistenziale. Per alcuni Israele è l’adempimento di una promessa. Per altri proprio questo adempimento è diventato l’inizio della loro sofferenza. Così la Terra Santa rimane ancora oggi un luogo in cui benedizione e maledizione, speranza e dolore, promessa e tragedia coesistono e si contendono lo stesso suolo.
(Israel Heute, 7 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Conclusione? "Entrambi ...". Uno a uno? Ci si poteva aspettare qualcosa di più. M.C.
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I nuovi dati nutrizionali su Gaza, coordinati con l’UNICEF, dimostrano che «i fatti prevalgono sulla propaganda», afferma Danon
(JNS) I nuovi dati nutrizionali raccolti attraverso un’indagine coordinata dall’UNICEF mettono in discussione le accuse internazionali secondo cui Israele avrebbe deliberatamente affamato la popolazione di Gaza, secondo quanto dichiarato da Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite a New York.
«Ancora una volta, i fatti prevalgono sulla propaganda», ha affermato Danon. «Gli organismi delle Nazioni Unite stanno riconoscendo che la falsa narrazione contro Israele si sta sgretolando. Israele non affama i bambini: combatte il terrorismo di Hamas, mentre Hamas utilizza i civili di Gaza come scudi umani.»
«Chi si è affrettato ad accusare Israele dovrebbe ora essere chiamato a rispondere per aver diffuso menzogne», ha aggiunto.
L’indagine è stata condotta nell’ambito del Nutrition Cluster guidato dalle Nazioni Unite, utilizzando i metodi di valutazione nutrizionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Sono stati analizzati peso, altezza e circonferenza del braccio di bambini per misurare la malnutrizione acuta. I risultati hanno mostrato tassi di malnutrizione acuta compresi tra lo 0,2% e lo 0,8% nell’intera Striscia di Gaza.
La missione israeliana all’ONU ha evidenziato che questi dati dimostrerebbero come gli attuali livelli di malnutrizione infantile siano ben al di sotto delle soglie normalmente associate a un’emergenza nutrizionale. Secondo i funzionari israeliani, i tassi sono inoltre paragonabili o inferiori a quelli registrati a Gaza prima della guerra e inferiori a quelli di diversi Paesi vicini, tra cui Egitto e Giordania.
La pubblicazione del rapporto arriva mentre continua il dibattito sulla valutazione internazionale della situazione umanitaria a Gaza.
Nell’agosto 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema internazionale di monitoraggio della sicurezza alimentare utilizzato da agenzie ONU e organizzazioni umanitarie, aveva affermato che in alcune aree della Striscia si erano verificate condizioni di carestia, sulla base di indicatori quali consumo alimentare, malnutrizione acuta e mortalità. I critici hanno osservato che l’IPC aveva modificato uno dei propri parametri di valutazione.
Israele ha ripetutamente contestato tale analisi, sostenendo che non rappresentasse accuratamente la situazione sul terreno e che le operazioni di Hamas all’interno delle aree civili abbiano contribuito in modo determinante alla crisi umanitaria. Le autorità israeliane hanno inoltre presentato prove secondo cui Hamas avrebbe sottratto parte degli aiuti umanitari.
Negli ultimi mesi, diverse organizzazioni umanitarie hanno segnalato un miglioramento degli indicatori relativi alla sicurezza alimentare e alla nutrizione, grazie all’aumento degli aiuti e delle forniture commerciali successivo al cessate il fuoco dell’ottobre 2025. L’UNICEF ha comunque precisato che, pur essendo migliorate le condizioni nutrizionali, la situazione resta fragile: molti abitanti di Gaza continuano a dipendere dagli aiuti umanitari e sarà necessario mantenere un accesso costante agli aiuti per evitare un nuovo peggioramento.
(HaKol, 7 agosto 2026)
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Madre e figlio sfuggono a un tentativo di linciaggio dopo essersi persi a Jenin
«Decine di arabi hanno cercato di aprire le portiere, ci hanno lanciato pietre e hanno cercato di fermarci», racconta la donna
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L’auto della donna, che si era recata per errore a Jenin, ha riportato danni ingenti.
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Una madre israeliana e suo figlio hanno dichiarato di essere sfuggiti per un soffio a un tentativo di linciaggio, dopo che il loro navigatore satellitare li aveva condotti per errore nella città palestinese di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Entrambi sono rimasti illesi, ma la loro auto è stata gravemente danneggiata. Lo ha riferito «Ynet».
I due stavano andando a trovare degli amici ad Afula quando, secondo quanto da loro riferito, la loro app di navigazione li ha indirizzati verso la città. Nel traffico congestionato, secondo quanto riferito dalla madre, si sono resi conto di trovarsi a Jenin. Poco dopo, decine di persone si sarebbero radunate attorno all’auto.
«Mi sono resa conto che Waze ci aveva condotti a Jenin», ha raccontato la donna. «Decine di arabi hanno cercato di aprire le portiere, ci hanno lanciato pietre e hanno cercato di fermarci». Durante l’aggressione, la donna ha contattato la centrale di sicurezza del Consiglio regionale di Samaria, i cui operatori l’hanno guidata fuori dalla zona di pericolo. «Ho guidato a tutta velocità e siamo riusciti a uscire», ha detto.
Secondo quanto riferito dall’esercito israeliano, gli aggressori hanno lanciato, tra l’altro, un mattone contro il veicolo, danneggiandolo in modo significativo. Poco dopo, madre e figlio hanno incontrato i soldati israeliani al valico di Gilboa.
Le forze armate hanno comunicato: «Recentemente è pervenuta una segnalazione riguardante due civili israeliani che erano entrati accidentalmente nel territorio della città di Jenin, nell’area di competenza della Brigata Menashe. I civili sono stati aggrediti da terroristi che hanno lanciato un mattone contro di loro. Il veicolo è stato danneggiato, ma non ci sono stati feriti». Dopo aver ricevuto la segnalazione, i soldati avrebbero avviato operazioni nella zona di Jenin e arrestato i sospetti ricercati. Allo stesso tempo, l’esercito ha ricordato che agli israeliani è vietato l’accesso alla cosiddetta Area A. Soggiornare in quella zona è pericoloso e viola la legge vigente.
Il presidente del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, ha parlato di un «grave tentativo di linciaggio». L’incidente dimostra ancora una volta la situazione di sicurezza a Jenin. Allo stesso tempo, ha mosso gravi accuse contro l’Autorità Palestinese, la cui incitazione, a suo avviso, contribuisce a tali attacchi.
(Jüdische Allgemeine, 7 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Libano. Israele frena la risposta per salvare i colloqui di Roma
di Shira Navon
La morte di due soldati israeliani nel Libano meridionale ha rischiato di far deragliare il delicato negoziato in corso tra Israele e Libano. Secondo diverse fonti concordanti, Tsahal era pronta a lanciare una risposta militare molto più pesante di quella poi effettivamente realizzata, ma un intervento diplomatico degli Stati Uniti avrebbe convinto il governo israeliano a limitare l’operazione per non compromettere i colloqui in corso a Roma.
A rivelare per primo che l’esecutivo aveva frenato una vasta offensiva è stato il giornalista militare israeliano Yossi Yehoshua. Successivamente anche il quotidiano libanese Nidaa Al-Watan ha sostenuto che Washington avrebbe esercitato forti pressioni su Gerusalemme per evitare un’escalation capace di far naufragare il processo negoziale.
A rafforzare questa ricostruzione è stato anche il tono adottato dal ministro della Difesa Israel Katz, insolitamente prudente dopo l’attacco. Pur promettendo che Israele avrebbe risposto, Katz ha evitato di attribuire pubblicamente la responsabilità direttamente a Hezbollah, scelta interpretata da molti osservatori come un segnale della volontà di non compromettere il tavolo diplomatico.
I colloqui, ospitati a Roma sotto la mediazione degli Stati Uniti, riuniscono delegazioni israeliane, libanesi e americane nel tentativo di definire un nuovo assetto di sicurezza lungo il confine settentrionale di Israele.
Sul tavolo figurano alcuni dei dossier più delicati dell’intera crisi: il graduale ritiro delle forze israeliane da alcune aree del Libano meridionale, il dispiegamento dell’esercito regolare libanese nelle zone di confine, il progressivo disarmo di Hezbollah e la creazione di meccanismi di verifica capaci di impedire una nuova guerra.
Finora non sono stati annunciati accordi concreti, ma l’amministrazione americana continua a definire il negoziato un’occasione storica per stabilizzare uno dei fronti più esplosivi del Medio Oriente.
L’episodio dimostra però quanto il processo resti fragile. Un singolo attacco, con due soldati israeliani uccisi, è bastato a portare Israele sull’orlo di una risposta militare molto più ampia. Solo l’intervento di Washington avrebbe impedito che il conflitto tornasse rapidamente a intensificarsi, facendo saltare un negoziato che potrebbe ridisegnare gli equilibri lungo il confine israelo-libanese.
(Setteottobre, 7 agosto 2026)
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La vittoria di El-Sayed: come il 7 ottobre ha sbriciolato i freni inibitori dell’antisemitismo
di Filippo Piperno
La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche del Michigan non racconta soltanto la trasformazione del Partito Democratico. È il sintomo di qualcosa di più profondo: il 7 ottobre come banco di prova della coscienza occidentale e del progressivo crollo di quei freni culturali che, per decenni, avevano reso l’antisemitismo politicamente impronunciabile.
E se l’affermazione di Abdul El-Sayed nella corsa per la candidatura al Senato del Michigan per il Partito Democratico fosse, anche, un effetto del 7 ottobre? E se il 7 ottobre 2023 non fosse stato soltanto il più grande massacro di ebrei dalla Shoah, ma un esperimento condotto sulla coscienza dell’Occidente?
Hamas non ha compiuto il solito atto terroristico: ha messo in scena un massacro senza precedenti, una testimonianza di ciò che farebbe agli israeliani se solo ne avesse la possibilità. E ha atteso la risposta, contando – anche, ma non solo – sulla potentissima reazione militare di Israele. La vera posta in gioco era vedere da che parte si sarebbe schierata l’opinione pubblica occidentale davanti a una guerra impari nei fatti, ma già incorniciata da una retorica pronta all’uso.
Perché quella retorica non è nata il 7 ottobre. È il prodotto di decenni di lavoro culturale che ha riscritto il conflitto in uno schema binario – Israele avamposto coloniale, i palestinesi popolo oppresso che ha ragione qualunque cosa faccia – capovolgendo le parole con cura: il “genocidio” rivolto contro lo Stato degli ebrei, la “resistenza” a nobilitare il massacro di ragazzi a un festival musicale. Il 7 ottobre non doveva convincere nessuno: doveva essere versato in uno stampo che esisteva già.
E, a quasi tre anni di distanza, bisogna avere l’onestà di riconoscerlo: se questo era l’esperimento, per certi versi è riuscito. Perché ciò che ha davvero messo alla prova non sono state le opinioni dell’Occidente, ma la tenuta dei suoi freni inibitori. E li ha trovati scarichi.
I freni inibitori di una democrazia liberale non sono leggi. Sono convenzioni, pudori, costi reputazionali: le cose che non si dicono e le alleanze che non si stringono, perché chi le pratica paga un prezzo. E tra tutti ce n’era uno fondativo: il tabù dell’antisemitismo. Dopo la Shoah l’Occidente non ha estirpato il pregiudizio antiebraico, carsico e bimillenario; lo ha reso impronunciabile. È questo l’argine che il 7 ottobre ha testato per primo, e la scoperta è amara: il tabù non ha retto nemmeno davanti al più grande massacro di ebrei dalla Shoah.
Anzi, proprio quel massacro è diventato l’occasione per sfogarlo, come se una parte dell’Occidente aspettasse da tempo il permesso di tornare a dire ciò che non si poteva più dire. Ma il pregiudizio non è tornato con la sua faccia antica: è tornato travestito da virtù. Non più odiare gli ebrei, che resta indicibile, ma odiare il loro Stato, è diventato non solo lecito, ma meritorio. Lo abbiamo raccontato pochi giorni fa a proposito del caso Boy George: ricordare le vittime del Nova Festival e rifiutare la parola “genocidio” basta ormai per essere espulsi dal perimetro della rispettabilità.
In Michigan El-Sayed ha sconfitto Haley Stevens, esponente dell’ala moderata sostenuta dall’establishment di Washington e da quasi 100 milioni di dollari di spesa pubblicitaria – la terza primaria senatoriale più costosa della storia americana – in gran parte schierati contro di lui. Ha vinto comunque, facendo dell’accusa di genocidio a Israele e della contrapposizione ad AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) gli assi portanti della campagna: la retorica uscita dai campus è entrata, parola per parola, in una piattaforma elettorale vincente in uno swing state. E lui stesso, a TIME, aveva rivendicato la posta: i Democratici “dovrebbero davvero avere paura di ciò che rappresento per il loro sistema politico”.
La misura della caduta dei freni sta in un dettaglio. El-Sayed ha fatto campagna al fianco di Hasan Piker, lo streamer che ha elogiato Hamas e sostenuto che l’America si sarebbe meritata l’11 settembre – per Eli Lake, sulla Free Press, l’incarnazione di “una corrente della politica americana che demonizza la repubblica”.
Fino a ieri un’alleanza simile avrebbe avuto un prezzo politico immediato. El-Sayed non lo ha pagato: ne ha incassato un premio. Sia chiaro: non si sta dicendo che chi lo ha votato sia antisemita. Si sta dicendo qualcosa di più inquietante: che il costo reputazionale delle posizioni contigue all’antisemitismo è crollato. Un tempo la contiguità squalificava; oggi è irrilevante, quando non premiante. È la differenza tra un pregiudizio marginale e un argine sbriciolato.
Ecco allora il senso pieno dell’ipotesi di partenza. Il 7 ottobre è stato uno stress test: Hamas non ha creato l’odio, ha verificato la tenuta delle dighe che lo contenevano. Il massacro che avrebbe dovuto testimoniare le intenzioni dell’aggressore è stato ricacciato sullo sfondo; la risposta dell’aggredito è diventata l’unico oggetto del giudizio. Hamas non poteva vincere militarmente, ma non era quello il terreno della scommessa. Bastava dimostrare che una parte dell’Occidente non era più capace di frenare i propri istinti. Dimostrazione riuscita.
E c’è l’elemento più preoccupante di tutti. Le società liberali hanno già conosciuto stagioni di sbandamento, e le hanno superate quando esisteva qualcuno con l’autorevolezza per richiamare le regole del gioco. Oggi, nel campo democratico, quel qualcuno non c’è. Il centro liberale esiste ancora come elettorato, ma non ha una classe dirigente: Stevens aveva i soldi, l’establishment e il curriculum giusto, e ha perso, perché il centro non ha né idee mobilitanti né leader capaci di incarnarle. La deriva populista, antiliberale e antioccidentale non vince perché è forte. Vince perché il campo avverso è vuoto.
Resta novembre. Vincere una primaria con una base mobilitata è una cosa; convincere l’elettorato indipendente è un’altra, e i segnali di fragilità non mancano: El-Sayed ha sottoperformato i sondaggi, ha vinto con meno del 50 per cento e – ha notato il Washington Post – ha faticato proprio con la classe operaia che dice di voler aiutare. Le primarie premiano chi polarizza; le elezioni generali hanno spesso raccontato un elettorato più moderato di quanto la conversazione pubblica lasci intendere. Ma anche se a novembre quel centro silenzioso si facesse sentire, il problema resterebbe intero: il voto può punire gli estremi, non può inventare una leadership che non c’è.
Comunque vada, la vittoria di El-Sayed non è soltanto una notizia del Michigan. È il segnale che gli argini sono caduti anche dentro il partito che fu di Roosevelt e dei diritti civili, per un secolo la casa politica degli ebrei americani: i primi orfani, oggi, di un centro che non ha più voce. E se qualcuno, a Gaza, aveva scommesso proprio su questo, ha di che essere soddisfatto.
(InOltre, 7 agosto 2026)
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Finisce la favola dell’Occidente libero che in nome dei suoi valori sostiene Israele, e di Israele che in nome degli stessi valori è un baluardo contro la barbarie dei nemici della libera società occidentale. Il 7 ottobre fa finire anche questo. M.C.
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Israele guarda all’America Latina: il viaggio del ministro Sa’ar in Ecuador e Colombia
di Daniele Toscano
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Gideon Sa’ar all’apertura del Centro di Innovazione e Imprenditorialità dell’Ecuador a Gerusalemme.
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Israele conferma un sostanziale dinamismo nello scenario globale nonostante alcune tensioni. Lo dimostra il viaggio di questi giorni del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar in America Latina: la sua missione in Ecuador e Colombia non è soltanto una visita bilaterale, ma si inserisce in una strategia più ampia per rafforzare i rapporti con la regione.
Lo scorso febbraio, durante un incontro diplomatico a Washington con rappresentanti degli Stati Uniti e ministri latinoamericani, Sa’ar aveva indicato il 2026 come l’anno in cui la diplomazia israeliana avrebbe concentrato particolare attenzione sull’America Latina, valorizzando le opportunità di cooperazione economica, innovazione e partnership strategiche.
La prima tappa del viaggio è l’Ecuador, dove la visita di Sa’ar ha assunto un valore storico: si tratta della prima missione di un ministro degli Esteri israeliano nel Paese da 44 anni. A Quito, il capo della diplomazia israeliana ha incontrato le autorità ecuadoriane. Dopo il suo intervento all’Assemblea nazionale ecuadoriana, Sa’ar ha sintetizzato così il senso della visita: “Israele ed Ecuador affrontano sfide comuni. Approfondendo la cooperazione nell’antiterrorismo, nell’innovazione, nell’agricoltura e nel commercio, rafforziamo la partnership tra i nostri Paesi a beneficio di entrambi i popoli”.
Negli ultimi mesi Ecuador e Israele avevano lavorato al rafforzamento della cooperazione bilaterale. La Cancelleria ecuadoriana aveva annunciato un programma di cooperazione con Israele per il biennio 2026-2027, orientato a promuovere iniziative comuni in settori strategici come educazione, scienza, cultura e sport. Un precedente rapporto istituzionale ecuadoriano sulla visita del presidente Daniel Noboa in Israele aveva inoltre richiamato incontri con il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e lo stesso Sa’ar, oltre alla cooperazione con MASHAV, l’Agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo.
Ma è soprattutto la tappa colombiana di venerdì a dare al viaggio un forte significato politico. Sa’ar rappresenterà Israele all’insediamento del nuovo presidente Abelardo de la Espriella, considerato vicino a Gerusalemme e intenzionato a cambiare radicalmente rotta rispetto alla linea del predecessore Gustavo Petro. La Colombia, infatti, non è un Paese qualunque nella storia dei rapporti tra Israele e America Latina: per molti anni Bogotá è stata uno degli interlocutori più solidi dello Stato ebraico nella regione, in particolare durante la presidenza di Álvaro Uribe e poi negli anni successivi, quando la cooperazione si è sviluppata sui terreni della sicurezza, della difesa, dell’economia e della vicinanza strategica agli Stati Uniti.
A certificare la profondità di quel rapporto era stato anche il trattato di libero commercio tra Colombia e Israele, firmato a Gerusalemme e poi entrato in vigore l’11 agosto 2020.
Proprio per questo, la rottura impressa negli ultimi anni dal governo Petro ha rappresentato uno strappo significativo. Nell’ottobre 2025, la Presidenza colombiana aveva annunciato l’uscita immediata della delegazione diplomatica israeliana dal Paese e la conclusione del trattato di libero commercio con Israele.
La presenza di Sa’ar all’insediamento di de la Espriella diventa dunque il simbolo di una ricucitura. Secondo quanto emerge da fonti israeliane, Sa’ar e il futuro ministro degli Esteri colombiano Omar Bula Escobar avrebbero già concordato il ripristino delle relazioni diplomatiche ed economiche, dopo il congelamento seguito alla guerra a Gaza. Tra gli impegni annunciati dal nuovo corso colombiano ci sono anche il trasferimento dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme e la rimozione dell’obbligo reciproco di visto.
Il viaggio di Sa’ar rientra quindi una dinamica più ampia, relativa all’apertura di nuovi spazi diplomatici e a collaborazioni su sicurezza, innovazione, agricoltura, tecnologia e sviluppo.
(Shalom, 7 agosto 2026)
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Riemerge la bimah della Grande Sinagoga di Vilna, distrutta da nazisti e sovietici
Era la più grande sinagoga del suo genere in Europa. Costruita nel Seicento in stile rinascimentale-barocco, a nove campate con quattro colonne centrali, sorgeva un piano sotto il livello del suolo: le autorità vietavano alla comunità ebraica di costruire edifici più alti delle chiese circostanti , e abbassare il pavimento di un piano era il solo modo per darle grandiosità interna senza infrangere la norma. Un accorgimento che secoli dopo ne avrebbe salvato le fondamenta. Attorno al tempio si stringeva lo Shulhoyf, il denso complesso comunitario dell’ebraismo lituano: case di studio, bagni rituali, banchi casher, la sede del consiglio della comunità e la sala di studio del Gaon di Vilna, rav Elijah ben Solomon Zalman (1720-1797). Per secoli, la Grande Sinagoga di Vilnius fu il cuore pulsante di una delle comunità ebraiche più vivaci d’Europa.
Di quel cuore, per settant’anni, non era rimasto nulla di visibile. Ora, per la prima volta, gli archeologi hanno riportato alla luce la bimah, l’altare centrale da cui si legge la Torah. Insieme sono emerse parti della sala di preghiera principale e del matroneo, pavimenti a terrazzo decorati con motivi floreali e geometrici, targhe che marcavano i posti dei fedeli e una lastra incisa con i Dieci Comandamenti. È il ritrovamento più importante da quando gli scavi nel complesso ebraico cominciarono, nel 2011.
Lo scavo è diretto da Jon Seligman dell’Israel Antiquities Authority, in collaborazione con l’organizzazione lituana per il patrimonio culturale KPIP e la comunità ebraica del Paese. L’avvio dei lavori è stato possibile solo di recente: l’edificio sovietico che sorgeva sopra il sito è stato demolito otto mesi fa, liberando il terreno per la prima volta dagli anni Cinquanta. «È stata la sinagoga più importante dell’ebraismo lituano per diversi secoli», ha spiegato Seligman. «Rappresentava questo popolo e faceva parte della sua identità. In un’epoca in cui gli ebrei erano il 40 per cento della città, questa era il loro cuore pulsante». Per l’archeologo il progetto ha anche un valore personale: «La mia famiglia veniva dai villaggi intorno a Vilnius. Sotto molti aspetti, per me è stato un ritorno a casa».
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli ebrei nella capitale lituana erano circa 60-70mila, quasi la metà degli abitanti, con circa 160 sinagoghe in città. Oggi ne resta una sola in uso per circa duemila ebrei. Dopo l’occupazione nazista del giugno 1941, gli ebrei di Vilna furono rinchiusi in due ghetti; la Grande Sinagoga si trovava nel «Piccolo Ghetto», dove furono deportati gli anziani e le donne con bambini. Nell’ottobre di quell’anno il ghetto fu liquidato e i suoi abitanti assassinati. L’edificio, saccheggiato e dato alle fiamme, era ancora in piedi e restaurabile alla fine della guerra. Furono i sovietici a cancellarlo: nel 1957 revocarono la tutela di cui godeva e lo demolirono per costruirvi sopra una scuola.
Tra i reperti figurano numerose targhe con i nomi dei fedeli, uomini e donne, e altre riservate ai membri dell’ente assistenziale Tsedakah Gedolah, che partecipava all’amministrazione della comunità. Una in particolare segnala il posto donato da «Gitel Klachek, moglie del defunto Yechezkel, shamash della città», la figura che si occupava della gestione pratica del tempio. I Klachek erano una famiglia ricca e influente, proprietaria di numerose attività nelle strade attorno alla sinagoga.
Sono emersi anche una piccola lastra metallica con i Dieci Comandamenti, uno stampo con la parola iniziale della Genesi e piatti usati durante la festività di Pesach. «I reperti ci restituiscono una vicinanza commovente, quasi familiare, con le persone che pregavano qui e con la vita comunitaria che ruotò attorno alla sinagoga per secoli», ha sottolineato Seligman.
Il sito non tornerà a essere un luogo di culto, ma diventerà uno spazio di memoria. «È importante non dimenticare la sinagoga, la sua importanza, e le persone che vi hanno vissuto e pregato», ha concluso l’archeologo. «È questo il senso del nostro lavoro». d.r.
(Pagine Ebraiche, 6 agosto 2026)
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«Particolarmente cinico»: Israele respinge le critiche arabe sulle preghiere al Monte del Tempio
Gerusalemme afferma che i ministri degli Esteri arabi e musulmani accusano Israele di violare la libertà di culto, mentre allo stesso tempo negano al popolo ebraico il legame più fondamentale con il suo luogo più sacro.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Mercoledì sera il Ministero degli Esteri israeliano ha respinto con forza una dichiarazione dei ministri degli Esteri arabi e musulmani che condanna l’operato di Israele a Gerusalemme. Le accuse sarebbero false, distorcono la storia e sono profondamente ciniche.
La dichiarazione è stata rilasciata al termine di un incontro tenutosi ad Amman, convocato dalla Giordania. Vi hanno partecipato i membri del Comitato ministeriale arabo per Gerusalemme, il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, nonché rappresentanti della Turchia, del Pakistan, dell’Indonesia e della Malesia.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa giordana Petra, i ministri hanno concordato l’istituzione di un meccanismo permanente, che includa una piattaforma mediatica internazionale, per documentare le presunte «violazioni» israeliane nei luoghi sacri di Gerusalemme. Hanno inoltre ribadito il loro sostegno alla tutela giordana dei luoghi islamici e cristiani della città – fondamento del cosiddetto «status quo».
Il Ministero degli Esteri israeliano ha invece dichiarato che la dichiarazione si basa su «accuse false, distorsioni storiche e un totale disprezzo dei fatti».
Gerusalemme ha criticato in modo particolarmente aspro la contraddizione secondo cui i ministri arabi e musulmani accusano Israele di violare la libertà di religione, ma allo stesso tempo insistono sul fatto che l’intero Monte del Tempio sia un luogo di preghiera esclusivamente musulmano.
«È particolarmente cinico accusare Israele di violare la libertà di culto e allo stesso tempo affermare che l’intero Monte del Tempio sia un luogo di preghiera esclusivamente per i musulmani», ha dichiarato il Ministero.
Secondo Israele, i ministri arabi e musulmani parlano sì il linguaggio della libertà di culto, ma solo in un senso. La preghiera musulmana sul Monte del Tempio è considerata inviolabile e scontata. La preghiera ebraica nel luogo in cui un tempo sorgevano entrambi i templi biblici viene invece presentata come una provocazione, una violazione o una minaccia.
Israele ribatte invece che «sotto la sovranità israeliana, Gerusalemme, la capitale eterna dello Stato di Israele, non è mai stata più aperta e accessibile ai fedeli di tutte le religioni».
Allo stesso tempo, Israele ha ribadito il proprio impegno a tutelare la libertà di culto, a mantenere lo status quo sul Monte del Tempio e a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza per tutti i visitatori.
La controversia mette nuovamente in luce il doppio standard applicato in relazione a Gerusalemme. Da Israele ci si aspetta che garantisca l’accesso e la sicurezza ai fedeli di tutte le religioni, ma allo stesso tempo lo Stato ebraico viene condannato non appena gli ebrei rivendicano anche solo il più limitato legame con il loro luogo più sacro.
Non è possibile avere una discussione seria sulla libertà di culto a Gerusalemme se si parte dal principio di escludere il popolo ebraico dal Monte del Tempio.
(Israel Heute, 6 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Due soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono stati uccisi e quattro sono rimasti gravemente feriti nel Libano meridionale
(JNS) Due riservisti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono stati uccisi in combattimento nel Libano meridionale, ha annunciato l’esercito giovedì mattina.
I militari caduti sono stati identificati come il maggiore della riserva Harel Birenstock, 34 anni, di Nokdim, e il primo maresciallo della riserva Tamir Vaknin, 33 anni, di Eilat.
Altri quattro riservisti dell’IDF sono rimasti gravemente feriti nello stesso episodio e sono stati evacuati al centro traumatologico del Rambam Health Care Campus di Haifa, ha riferito giovedì il portavoce dell’ospedale. Tutti e quattro restano in gravi condizioni.
Secondo i media in lingua ebraica, i soldati sono morti quando un edificio, minato con esplosivi, è esploso mentre la loro unità vi faceva ingresso. Israele non ha ancora stabilito se l’edificio fosse stato predisposto con gli ordigni prima o dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco.
«Harel e Tamir lasciano famiglie e vite piene, ma ogni volta si sono presentati al servizio di riserva con impegno, dedizione e un profondo senso della missione. Sono caduti difendendo la sicurezza dello Stato di Israele e dei residenti del Nord», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, esprimendo le proprie condoglianze e augurando una pronta guarigione ai feriti.
Con queste morti, il bilancio dei caduti dell’IDF su tutti i fronti dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 sale a 968.
Separatamente, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto mercoledì attacchi nel Libano meridionale in risposta a una «palese violazione» dell’accordo di cessate il fuoco da parte dell’organizzazione terroristica Hezbollah, sostenuta dall’Iran. Gli attacchi sono seguiti a un avviso di evacuazione emesso dall’IDF per i residenti di Al-Mansouri, un villaggio situato all’interno della Zona di Sicurezza.
L’IDF ha affermato di aver emesso l’avviso per tutelare la sicurezza dei civili. Secondo l’esercito, alcuni civili avevano raggiunto l’area sotto la protezione delle Forze Armate Libanesi, che avevano istituito un posto di blocco in violazione degli accordi esistenti.
Sul fronte diplomatico, il secondo giorno di colloqui tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, si è concluso anticipatamente mercoledì a Roma, dopo che lo Stato ebraico ha chiesto la sospensione dei negoziati, ha riferito a JNS una fonte della delegazione negoziale israeliana.
Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti e capo della delegazione israeliana, ha chiesto ai mediatori statunitensi di interrompere i colloqui circa tre ore prima della conclusione prevista. Secondo la fonte, la decisione è stata presa «a seguito delle ripetute fughe di notizie fuorvianti da parte della delegazione libanese».
Diversi organi di stampa hanno riportato presunti sviluppi emersi dai negoziati di martedì e mercoledì. Non è stato subito chiaro quali di queste indiscrezioni abbiano portato Leiter a chiedere la sospensione.
Secondo la stessa fonte, i colloqui dovrebbero riprendere giovedì, ultimo giorno previsto di questo ciclo di negoziati.
L’ufficio del presidente libanese ha dichiarato che «la parte americana ha chiesto alle delegazioni libanese e israeliana di interrompere l’incontro odierno». La pausa è stata richiesta «per completare i propri contatti», ha aggiunto l’ufficio.
Le delegazioni tecniche di Israele e Libano hanno avviato martedì a Roma il secondo ciclo di negoziati, il settimo round di colloqui facilitati dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di attuare l’accordo quadro trilaterale raggiunto all’inizio dell’estate.
L’attuale ciclo di negoziati segue gli incontri separati alla Casa Bianca tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente libanese Joseph Aoun, nonché tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ed è iniziato dopo l’avvio delle prime zone pilota nel Libano meridionale.
(HaKol, 6 agosto 2026)
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Irlanda e sport. La sorella della presidente: boicottiamo Israele
A meno di due mesi dalla Nations League cresce la pressione sull’associazione calcistica irlandese. Se Dublino rinunciasse alle sfide rischierebbe pesanti sanzioni UEFA
di Alessandro Carmi
La campagna per escludere Israele dalle competizioni sportive internazionali trova un nuovo fronte in Irlanda. A meno di due mesi dalle due partite di Nations League tra le nazionali dei due Paesi, si intensificano gli appelli affinché la federazione calcistica irlandese rinunci a scendere in campo contro Israele.
L’ultima voce a unirsi alla protesta è quella di Margaret Connolly, attivista filopalestinese e sorella della presidente della Repubblica d’Irlanda, Catherine Connolly. Arrestata da Israele durante l’ultima flottiglia diretta verso Gaza, Connolly ha accusato lo Stato ebraico di «genocidio» e ha chiesto pubblicamente l’annullamento delle due sfide. «Come madre non posso ignorare le conseguenze catastrofiche dell’occupazione israeliana a Gaza», ha dichiarato, sostenendo che disputare gli incontri significherebbe «legittimare un regime che commette un genocidio».
L’attivista ha inoltre richiamato il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, affermando che l’Irlanda sarebbe pronta ad arrestarlo qualora mettesse piede nel Paese. Connolly ha poi invitato il governo irlandese a intervenire direttamente sulla federazione calcistica, ricordando il precedente del 1999, quando Dublino tentò di impedire lo svolgimento della partita di qualificazione agli Europei tra Irlanda e Jugoslavia durante la guerra del Kosovo.
La pressione politica si inserisce in un contesto già fortemente deteriorato nei rapporti tra Israele e Irlanda. Negli ultimi mesi Dublino è diventata uno dei governi europei più critici nei confronti dello Stato ebraico, sostenendo numerose iniziative diplomatiche e giudiziarie contro Israele.
Sul piano sportivo, tuttavia, il margine di manovra è molto limitato. Le norme UEFA vietano infatti alle federazioni affiliate di rifiutarsi unilateralmente di disputare incontri ufficiali. Un eventuale forfait comporterebbe la sconfitta a tavolino e potrebbe tradursi in pesanti sanzioni disciplinari, fino all’esclusione dalle competizioni europee. Le due partite, se confermate, non si disputeranno comunque né in Israele né in Irlanda. Israele continua infatti a giocare le gare casalinghe in campo neutro per motivi di sicurezza, mentre anche la federazione irlandese ha già comunicato che ospiterà Israele in uno stadio fuori dal territorio nazionale, per ridurre i rischi legati alle manifestazioni di protesta.
Il caso conferma come il tentativo di isolare Israele stia investendo sempre più anche il mondo dello sport, trasformando competizioni internazionali in terreno di scontro politico ben oltre il rettangolo di gioco.
(Setteottobre, 6 agosto 2026)
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Cuori senza frontiere: in Zambia la medicina israeliana forma i medici locali
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente, e sviluppa programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani che tornano poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
di Anna Balestrieri
Per arrivare a Lusaka, Richard Mbimbi ha percorso con il padre più di novecento chilometri, lasciandosi alle spalle un villaggio remoto dello Zambia nord-occidentale. Ha nove anni e una malattia cardiaca reumatica che ha compromesso due valvole del cuore. Tutto è cominciato con un’infezione alla gola apparentemente banale, rimasta senza cura perché la famiglia non aveva accesso agli antibiotici.
Il 13 luglio Richard è entrato nella sala operatoria del National Heart Hospital della capitale. Ad attenderlo c’era un’équipe composta da medici zambiani e specialisti arrivati da Israele. L’intervento a cuore aperto è riuscito.
«Mio figlio sta bene», ha raccontato il padre dopo l’operazione. Dietro la semplicità di queste parole c’è una storia che va oltre il destino di un singolo bambino.
La missione non si limita infatti a curare piccoli pazienti: punta a costruire in Zambia una competenza medica capace, un giorno, di camminare da sola.
• Non soltanto operare
Durante una settimana di attività a Lusaka, i cardiochirurghi pediatrici, gli anestesisti, gli intensivisti e gli infermieri di Save a Child’s Heart hanno partecipato a dieci interventi su bambini affetti da gravi patologie cardiache.
L’organizzazione umanitaria israeliana opera in collaborazione con il Sylvan Adams Children’s Hospital del Wolfson Medical Center di Holon. Ma il numero delle operazioni, per quanto importante, non rappresenta l’aspetto più significativo del progetto.
La priorità è un’altra: affiancare i professionisti locali, trasferire conoscenze e consolidare un reparto di cardiochirurgia pediatrica che possa diventare progressivamente autonomo.
Lo ha spiegato con chiarezza Hagi Dekel, cardiochirurgo pediatrico del Wolfson Medical Center: l’obiettivo delle missioni non è arrivare in Africa, operare e ripartire. È rafforzare i medici presenti sul territorio, accrescere la loro sicurezza professionale e permettere loro di assumersi direttamente la responsabilità delle cure.
Nella cooperazione sanitaria più efficace, il successo non coincide con la presenza permanente degli specialisti stranieri, ma con il momento in cui la loro presenza non è più indispensabile.
• Una macchina per tenere in vita il cuore
La missione di luglio ha coinciso con l’inaugurazione di una nuova macchina cuore-polmone, dal valore di circa duecentomila dollari.
Durante gli interventi a cuore aperto, questo dispositivo sostituisce temporaneamente le funzioni cardiache e respiratorie del paziente, consentendo ai chirurghi di lavorare sul cuore fermo. Per un ospedale specializzato si tratta di un’apparecchiatura essenziale. In Zambia, Paese con oltre ventidue milioni di abitanti, è soltanto la seconda disponibile.
La macchina è stata donata grazie al contributo dell’American Jewish Committee e della Bergman Family Charitable Foundation. Fa parte di un più ampio programma di cooperazione e sviluppo infrastrutturale, avviato nel 2007 e finanziato con circa tre milioni di dollari.
La tecnologia, tuttavia, da sola non basta. Un macchinario sofisticato richiede équipe preparate, manutenzione, protocolli, capacità anestesiologiche e assistenza intensiva postoperatoria.
Donare strumenti senza formare le persone rischia di produrre cattedrali tecnologiche nel deserto. Il progetto zambiano prova invece a far crescere insieme infrastrutture e competenze.
• I primi chirurghi pediatrici del Paese
Per lungo tempo lo Zambia non ha avuto nemmeno un cardiochirurgo pediatrico. I bambini affetti da malformazioni congenite o da patologie cardiache acquisite potevano sperare nelle cure soltanto viaggiando all’estero, quando le condizioni economiche e familiari lo permettevano.
Il primo specialista del Paese, Mudaniso Kunani Ziwa, ha completato nel 2024 un percorso di formazione di sei anni in Israele ed è poi tornato a lavorare al National Heart Hospital di Lusaka.
Ora sta per raggiungerlo Zakias Moonde Muulu, che sta completando il quinto anno della stessa fellowship al Wolfson Medical Center. Dopo il rientro, previsto al termine del percorso, diventerà il secondo cardiochirurgo pediatrico dello Zambia.
La formazione dura sei anni e comprende molto più della tecnica operatoria. Significa imparare a valutare i pazienti, selezionare i casi, coordinare l’équipe, gestire le emergenze e seguire i bambini nelle delicate ore successive all’intervento.
Dekel parla di una seconda generazione di specialisti: prima ha formato Ziwa, ora accompagna Muulu verso l’autonomia professionale.
Non è ancora una scuola nazionale strutturata, ma è il principio di una filiera. Due medici possono formare altri colleghi, sostenere nuovi reparti e cambiare la capacità di risposta dell’intero sistema sanitario.
• Sei anni lontano da casa
Muulu è arrivato in Israele nel 2022. Il suo apprendistato si è svolto durante alcuni degli anni più drammatici della storia recente del Paese: l’attacco del 7 ottobre 2023, la guerra e i successivi periodi di tensione regionale.
All’inizio, ha raccontato, vivere in un luogo coinvolto direttamente in un conflitto gli faceva paura. Con il tempo ha imparato ad adattarsi, condividendo la quotidianità dei colleghi israeliani anche nei momenti più difficili.
La sua permanenza al Wolfson Medical Center non è stata soltanto un percorso professionale. È diventata un’esperienza umana e culturale, segnata dalla distanza dal proprio Paese e dalla consapevolezza del compito che lo attende al ritorno.
In Zambia, ha spiegato, molti bambini continuano a essere trasferiti in Israele per ricevere le cure necessarie. Ma non tutte le famiglie possono affrontare un viaggio internazionale, né un modello fondato esclusivamente sull’invio dei pazienti all’estero può rispondere ai bisogni di un’intera popolazione.
Leggi anche: https://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/salute/teva-il-colosso-israeliano-che-sostiene-la-sanita-italiana-con-oltre-11-miliardi-di-risparmi/
Formare un medico locale significa moltiplicare nel tempo il numero dei bambini curabili e ridurre la distanza, geografica ed economica, tra la malattia e la possibilità di guarire.
• Riparare cuori, costruire sistemi
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente.
Accanto agli interventi, l’organizzazione ha sviluppato programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani. Più di 160 professionisti sanitari hanno partecipato alle sue attività, tornando poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
Attualmente sono otto i medici inseriti nei programmi di formazione. Provengono, tra gli altri, da Zambia, Tanzania, Etiopia e Ruanda. L’organizzazione favorisce anche la creazione di rapporti tra questi specialisti, affinché possano collaborare oltre i confini nazionali.
È una forma di cooperazione fondata sulla circolazione del sapere. Al posto di un rapporto verticale, nel quale un Paese dona e l’altro riceve, prende forma una rete di professionisti che condividono protocolli, casi clinici ed esperienze.
Il bilancio annuale dell’organizzazione ammonta a circa otto milioni di dollari ed è sostenuto da donatori privati e fondazioni filantropiche.
• La diplomazia della cura
La missione sanitaria si inserisce anche nel progressivo rafforzamento dei rapporti tra Israele e Zambia. I due Paesi avevano ripristinato le relazioni diplomatiche da quasi trentacinque anni quando, nell’agosto 2025, Israele ha aperto un’ambasciata a Lusaka.
L’ambasciatrice israeliana Ofra Farhi ha definito l’iniziativa un esempio di cooperazione di lungo periodo, fondata su formazione, tecnologia e partenariato.
Il linguaggio ufficiale appartiene alla diplomazia, ma nelle corsie dell’ospedale assume una forma concreta: un medico che insegna a un altro medico, un’apparecchiatura che consente un intervento prima impossibile, un bambino che torna a respirare senza che il suo cuore debba più combattere contro una malattia non curata.
La sanità diventa così uno strumento di relazione internazionale. Non cancella le differenze politiche né risolve le disuguaglianze strutturali, ma costruisce un terreno comune nel quale la collaborazione produce risultati immediatamente riconoscibili.
• La misura del futuro
Richard è soltanto uno dei bambini operati durante la missione di luglio. La sua storia offre un volto a un problema molto più vasto: la scarsità di cure pediatriche specialistiche in molte aree dell’Africa e la distanza che separa una patologia curabile dalla possibilità concreta di ricevere un trattamento.
La risposta di Save a Child’s Heart parte dagli interventi, ma prova a spingersi oltre. Ogni fellowship dura anni, ogni reparto richiede investimenti e ogni nuova équipe nasce attraverso un lento trasferimento di responsabilità.
Non è un modello rapido. È però un modello capace di lasciare qualcosa quando la missione termina e gli specialisti tornano a casa.
Muulu lo riassume pensando al proprio futuro: il suo lavoro non riguarda soltanto un bambino o una famiglia, ma un intero Paese.
La vera eredità di un intervento riuscito non è soltanto il cuore che ricomincia a funzionare. È la possibilità che, la volta successiva, a salvarlo sia un medico nato e formato per restare lì.
(Bet Magazine Mosaico, 6 agosto 2026)
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Esplosione dei prezzi delle parrucche in Israele: 11.000 euro per uno sheitel
Anche i copricapi ortodossi per gli uomini stanno diventando sempre più costosi. Un’avvocatessa chiede che il tribunale rabbinico di Chabad introduca controlli sui prezzi
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Tradizionali sheitel
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Di fronte a questi prezzi le sono venuti i brividi: un’avvocatessa ortodossa ha lanciato una campagna per chiedere l’intervento dei rabbini a causa dell’aumento esorbitante dei costi delle parrucche e dei cappelli di pelliccia. Lo riporta il «Jewish Chronicle». Secondo quanto riportato, tali costi rappresenterebbero ormai un onere insostenibile per le famiglie religiose.
L’avvocatessa Nechama Tzivin, della località di Kfar Chabad, nel centro di Israele, avrebbe presentato istanza al tribunale rabbinico dei Chabad Lubavich affinché venga introdotto un controllo sui prezzi delle parrucche. I prezzi sarebbero passati da poche migliaia a diecimila shekel – pari a poco meno di 3.000 euro. Alcune parrucche arriverebbero ormai a costare fino a 40.000 shekel (oltre 11.500 euro). Non si intravede ancora un punto di massima in questa crescita dei prezzi.
Tzivin sostiene che gli aumenti non siano giustificati. Molte donne della comunità avrebbero la sensazione di essere sfruttate, poiché le parrucche sono considerate un bene essenziale per le donne ortodosse sposate.
Secondo il Jewish Chronicle, la questione ha scatenato un ampio dibattito nella comunità haredita, dove stili di vita modesti vanno spesso di pari passo con spese considerevoli per abiti e accessori religiosi. Mentre i dibattiti precedenti si concentravano sull’aumento del prezzo dei tradizionali cappelli di pelliccia da uomo, le parrucche da donna sono ormai diventate una delle spese più onerose per i membri della comunità.
I produttori di parrucche respingono tuttavia l’accusa di arricchirsi indebitamente grazie alle vendite. Essi sostengono che la domanda sia aumentata notevolmente negli ultimi anni, mentre le tecniche di produzione, l’artigianalità e la qualità dei capelli umani utilizzati abbiano fatto lievitare i costi di produzione. Anche il costo della manodopera e i prezzi per le personalizzazioni su misura sarebbero aumentati.
(Jüdische Allgemeine, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La maggioranza degli israeliani è favorevole alla pace con gli Stati arabi, ma rifiuta lo Stato palestinese
Un sondaggio mostra la chiara posizione dell’opinione pubblica israeliana: normalizzazione regionale sì, soluzione a due Stati no.
di Dov Eilon
Oggi più che mai, la popolazione israeliana distingue chiaramente tra la pace con il mondo arabo e la pace con i palestinesi. Mentre una maggioranza schiacciante sostiene l’estensione degli Accordi di Abramo e nuovi accordi di normalizzazione con gli Stati arabi, una maggioranza altrettanto netta rifiuta la creazione di uno Stato palestinese. È quanto emerge da un recente sondaggio rappresentativo condotto dal think tank americano Council for a Secure America.
L’indagine è stata condotta all’inizio di giugno su un campione di 557 israeliani ebrei. Il margine di errore statistico è pari al massimo a quattro punti percentuali. I risultati mostrano una società le cui priorità sono cambiate radicalmente dopo il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023: la sicurezza è al primo posto, mentre cresce il desiderio di un maggiore coinvolgimento regionale di Israele.
• Normalizzazione
Particolarmente evidente è il sostegno a un’ulteriore normalizzazione dei rapporti con gli Stati arabi. L’81 per cento degli intervistati si dichiara favorevole a un’estensione degli Accordi di Abramo. Il 78 per cento sostiene un accordo di pace con l’Arabia Saudita, il 72 per cento un accordo con il Libano e ben il 64 per cento degli intervistati è favorevole alla normalizzazione anche con la Siria. Molti israeliani associano a un avvicinamento all’Arabia Saudita sia opportunità economiche sia un rafforzamento dell’architettura di sicurezza regionale.
Gli Accordi di Abramo sono ormai considerati in Israele uno dei più significativi sviluppi di politica estera degli ultimi decenni. Dalla firma dei primi accordi con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein nel 2020, le relazioni con diversi Stati arabi sono state notevolmente rafforzate. Un possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita è considerato da molti politici una pietra miliare strategica, che potrebbe modificare in modo duraturo l’equilibrio di potere in Medio Oriente.
Il quadro dell’opinione pubblica è completamente diverso per quanto riguarda la questione palestinese. Il 63% degli intervistati si oppone alla creazione di uno Stato palestinese. Tra gli israeliani sotto i 44 anni, questa percentuale sale addirittura al 66%. Il sondaggio conferma così una tendenza già emersa in diversi sondaggi d’opinione a partire dal 7 ottobre 2023: in Israele la fiducia nella soluzione dei due Stati è drasticamente diminuita.
• Gaza e l’Iran
Anche sulla questione del futuro della Striscia di Gaza prevale la logica della sicurezza. Il 41% è favorevole a che in futuro sia Israele ad amministrare la Striscia di Gaza. Tra gli intervistati più giovani questa percentuale raggiunge addirittura il 54%. Solo un quarto preferisce un’amministrazione da parte di una coalizione di Stati arabi o di attori internazionali.
Il sondaggio evidenzia inoltre che molti israeliani continuano a considerare l’Iran la causa principale dell’instabilità regionale. Il 61% vede Teheran come la forza trainante dietro gli attacchi delle organizzazioni proxy iraniane Hamas, Hezbollah e Houthi. Allo stesso tempo, il 65% ritiene che una cooperazione coordinata tra gli Stati Uniti, le forze armate israeliane e l’esercito libanese potrebbe portare, a lungo termine, al disarmo di Hezbollah.
Quasi unanime è la valutazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Il 97% degli intervistati considera le strette relazioni con gli Stati Uniti fondamentali per la sicurezza di Israele. Nonostante le occasionali divergenze di opinione tra Gerusalemme e Washington, l’alleanza rimane, dal punto di vista dell’opinione pubblica israeliana, un pilastro indispensabile della sicurezza nazionale.
• Cambiamento
I risultati evidenziano un profondo cambiamento nel pensiero politico della società israeliana. Mentre le precedenti iniziative di pace spesso consideravano la risoluzione del conflitto israelo-palestinese come un presupposto per la normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo, molti israeliani ritengono ormai più realistico seguire il percorso inverso. La pace con gli Stati arabi confinanti non è più vista, dal loro punto di vista, come una conseguenza di un accordo con i palestinesi, ma come un obiettivo strategico a sé stante.
Per il governo israeliano ciò rappresenta una spinta a favore di una politica incentrata sul rafforzamento dei partenariati regionali. Allo stesso tempo, il sondaggio mostra quanto sia attualmente scarso il sostegno sociale alle iniziative internazionali incentrate sulla creazione di uno Stato palestinese. A quasi tre anni dal massacro perpetrato da Hamas, le preoccupazioni in materia di sicurezza continuano a influenzare il pensiero politico di ampie fasce della popolazione israeliana.
(Israel Heute, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele e Libano tornano al tavolo negoziale a Roma
Hezbollah attacca i colloqui, Beirut replica: “Ci avete trascinati in una guerra inutile”
di Anna Balestrieri
È iniziato nella capitale italiana un nuovo ciclo di negoziati indiretti tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di consolidare il fragile processo di de-escalation lungo il confine meridionale libanese. I colloqui, ospitati presso l’ambasciata americana, rappresentano il settimo round negoziale dall’inizio del conflitto scoppiato nel marzo scorso sono iniziati martedì 4 agosto e si protrarranno fino a giovedì.
La delegazione israeliana comprende anche rappresentanti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), mentre Beirut punta a ottenere un ritiro graduale delle truppe israeliane dal Libano meridionale, nell’ambito di un’intesa più ampia che prevede anche il dispiegamento dell’esercito libanese nelle aree interessate.
• L’accordo quadro e il nodo delle “pilot zones”
I negoziati riprendono dopo l’accordo quadro raggiunto a Washington nel mese di giugno, che prevede il progressivo disarmo di Hezbollah, il ritiro graduale delle forze israeliane e il trasferimento del controllo del sud del Libano all’esercito regolare libanese, inizialmente attraverso specifiche aree sperimentali, le cosiddette pilot zones.
Secondo fonti israeliane, l’obiettivo di questa nuova fase è creare gruppi di lavoro incaricati di affrontare sei dossier principali: la delimitazione dei confini terrestri e marittimi, la valutazione delle zone pilota, il disarmo di Hezbollah, il blocco dei finanziamenti iraniani destinati al movimento sciita e l’accelerazione della ricostruzione del Libano meridionale.
• Hezbollah boccia i colloqui: “Solo vergogna e umiliazione”
L’apertura dei negoziati è stata accompagnata da un durissimo attacco del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem.
“I negoziati diretti con Israele non porteranno al Libano altro che vergogna, umiliazione e continui compromessi”, ha dichiarato in un discorso televisivo.
Qassem ha inoltre criticato apertamente il presidente libanese Joseph Aoun, accusandolo di aver abbandonato il ruolo di garante dell’unità nazionale per assumere una posizione politica divisiva.
• La dura replica del governo libanese
Le dichiarazioni del leader di Hezbollah hanno provocato una pronta risposta del primo ministro Nawaf Salam.
Senza citare direttamente il movimento sciita, Salam ha affermato che “il più grande sostegno a Israele è stato fornito da chi ha trascinato il Libano in avventure militari inutili”, accusando implicitamente Hezbollah di aver offerto allo Stato ebraico il pretesto per l’offensiva militare che ha devastato vaste aree del Paese.
Il premier ha inoltre ribadito la necessità di “uno Stato con un solo esercito”, sottolineando che soltanto le forze armate regolari devono esercitare l’autorità su tutto il territorio nazionale.
• Il ruolo decisivo dell’esercito libanese
Uno dei principali punti di verifica dell’accordo riguarda la capacità delle Forze Armate Libanesi di sostituire efficacemente l’IDF nelle aree evacuate e, soprattutto, di impedire la ricostituzione delle infrastrutture militari di Hezbollah.
Poco prima dell’inizio dei colloqui di Roma, l’esercito libanese ha diffuso immagini del sequestro di razzi Grad da 122 millimetri introdotti clandestinamente dalla Siria, insieme all’arresto di due presunti trafficanti.
La pubblicazione dell’operazione è stata interpretata come un chiaro segnale rivolto sia agli Stati Uniti sia a Israele per dimostrare l’impegno concreto di Beirut nel contrasto al riarmo di Hezbollah, aumentando così le possibilità di ulteriori ritiri israeliani dalle zone pilota.
• I dubbi sull’attuazione dell’intesa
Nonostante i primi passi avanti, numerosi osservatori restano scettici sulla reale capacità dell’esercito libanese di procedere al disarmo di Hezbollah, che continua a rifiutare qualsiasi ipotesi di consegna delle proprie armi.
Anche il ritiro israeliano rappresenta un banco di prova, soprattutto quando interesserà aree ancora completamente controllate dall’IDF.
• Violenza in calo, ma la tensione resta alta
Dopo l’accordo israelo-libanese e l’intesa preliminare raggiunta tra Stati Uniti e Iran nel mese di giugno, gli episodi di violenza sono sensibilmente diminuiti.
Tuttavia, il Libano continua a denunciare raid aerei israeliani, bombardamenti intermittenti e demolizioni di edifici nel sud del Paese.
Dal canto suo, Israele sostiene di colpire esclusivamente postazioni di Hezbollah che rappresentano una minaccia per le proprie truppe e di proseguire nella distruzione di bunker, fortificazioni e tunnel ancora presenti nelle aree sotto controllo militare israeliano.
• Roma al centro della diplomazia regionale
Il nuovo ciclo di negoziati rappresenta uno dei più importanti tentativi diplomatici degli ultimi mesi per trasformare il cessate il fuoco in un accordo di sicurezza più stabile. Il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità delle parti di rispettare gli impegni assunti: il graduale ritiro israeliano, il rafforzamento dell’autorità dello Stato libanese e il delicato processo di disarmo di Hezbollah, elemento ritenuto essenziale per una stabilizzazione duratura del confine tra i due Paesi
(Bet Magazine Mosaico, 5 agosto 2026)
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L’antisemitismo a Sofia lancia un messaggio alla politica italiana
di Livia Ottolenghi
Gli ebrei italiani vivono ormai in una situazione di estrema incertezza segnata sempre più da un pericolo costante, palpabile e visibile: limitarsi a parlare di un clima velenoso significa sminuire, insultare la realtà dei fatti. Non c’è contingenza pubblica, religiosa e anche privata in cui ogni istituzione ebraica o singola famiglia non debba pensare alla sicurezza, a mettersi al riparo da possibili contestazioni, insulti, invettive, minacce, violenze. Lo abbiamo visto con chiarezza nei giorni scorsi con ciò che è avvenuto al termine del campeggio estivo del Bnei Akiva nei pressi di Sofia in Bulgaria. Si chiamano minacce antisemite, sono episodi che continuano a ripetersi in un crescendo sempre più preoccupante. Prima ancora dell’evidenza sottolineata dai dati ufficiali raccolti regolarmente dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane e dalla Fondazione Cdec – che segnalano una forte recrudescenza dell’antisemitismo e dell’antisionismo purtroppo non più solo sulle piattaforme social – sono gli ebrei stessi ad esserne coscienti, a sentire sulla propria pelle questo continuo stato di allerta. Certo, non è la prima volta che accade. Certo, ci sono corsi e ricorsi. Tuttavia, questa volta, la virulenza che registriamo è – pur in uno stato democratico – assoluta e totalizzante. L’episodio del campeggio di una delle organizzazioni giovanili ebraiche vicino Sofia ne è un’ulteriore riprova. Vengono colpiti i nostri giovani, le future generazioni di italiani che purtroppo non possono fare a meno di essere protetti per trascorrere qualche giorno insieme. L’onda lunga della situazione in medio oriente viziata dalla demagogia più spudorata, dalle falsità più grossolane, dalle ideologie nefaste a senso unico, da una propaganda ripugnante, e anche da un attacco teologico all’ebraismo stesso hanno riportato il capitano ebreo Dreyfus sul banco degli accusati. Il cosiddetto Tribunale della storia di questi mestatori di anime ha decretato che tutti gli ebrei sono sempre colpevoli.
La complessità non è più di moda, sopraffatta dalla univocità, la ragione ha lasciato il posto al pregiudizio a ogni costo, i fatti sono stati obliterati per far spazio al complottismo, al rovesciamento della storia, alle fake news. Oggi è di moda il test ideologico per essere ammessi al tavolo del confronto: al contrario si resta fuori. “Dimmi prima come la pensi, poi parliamo”: lo dimostrano alcuni talk-show, certi media, i social detonatori dell’insulto e dell’odio sistemico. La parola sionista è diventata un insulto, la cartina di tornasole dell’essere (finti) democratici. Ma è una semplice scusa per colpire gli ebrei, qualunque sia la loro posizione storica o quella nei confronti del governo di Israele. Come un tempo, basta essere ebrei. L’antisemitismo che oggi subiamo mischia caratteri antichi e caratteri nuovi: una specie di Idra che moltiplica le sue teste a dismisura. La lista di atti prodotti da questo mostro è lunga e cresce ogni giorno di più, ma al tempo stesso temo stia scemando la reazione, la capacità di mobilitazione della società civile. Perché – occorre ricordarlo – l’antisemitismo non riguarda solo gli ebrei ma l’intero convivere democratico. Non c’è società civile e libertà se esiste e cresce questo mostro dell’antisemitismo. Va battuto politicamente, ideologicamente, culturalmente, così come in tempi passati l’Italia ha saputo sconfiggere altri mali. Per questo mi auguro che il ddl sull’antisemitismo in discussione alla Camera sia approvato rapidamente e con larga maggioranza. Nella sua versione già licenziata al Senato: perché questa non reprime, non commina pene, non impedisce le critiche. E soprattutto non deve essere vissuto come un atto coraggioso, al contrario è un atto doveroso. Livia Ottolenghi presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane
Il Foglio, 5 agosto 2026)
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Sedici anni e la paura di essere ebreo in Europa
di Dalia Gubbay
Gabriel aspettava da tempo questo campeggio. Lui e i tutti i suoi compagni. La sua reputazione lo precedeva. Giovani ebrei provenienti da tutte le parti del mondo, camminate, sfide, falò, tende, amicizie per la vita. Nemmeno la nascita di un nuovo nipote poteva fermare un sedicenne sano ed entusiasta. E così è stato. Esperienza totalizzante, poco tempo per raccontare, nel gruppo arrivano foto splendide. Da madre non ansiosa lo lascio tranquillo. Che se poi mi dovessi preoccupare potrebbe essere per un’eventuale scivolata sui monti. Invece la sorpresa arriva l’ultima sera. La cronaca è tristemente nota. I ragazzi ebrei braccati. Messi in lockdown in hotel. Con diversi energumeni che inneggiano al nazismo. Urlano scomposti, volgari. Le reazioni sono molteplici. Confusione, ansia, sbigottimento. L’indomani vengono tutti scortati in aeroporto dalla polizia. Mio figlio come da suo temperamento non si scompone troppo. La consapevolezza arriva dopo. La notizia esplode. E lui, 16 anni, passa la giornata al telefono con i giornalisti. Io lo ascolto, con la morte nel cuore unitamente a una fierezza senza pari. Non mi aspettavo forse questa maturità, questa compostezza. Dignitoso racconta. E dice di essere preoccupato. Il saluto nazista lo aveva visto solo nei film. E se fossero entrati ? Cosa ci avrebbero fatto? E perché dopo il 7 ottobre succedono tutte queste cose? Io cosa c’entro? Posso ancora viaggiare ? Studiare? Vivere serenamente in Europa? Nel mondo? Lo guardo. So che sarà difficile. So che non avrei mai voluto che vedesse tutto questo. Ma non ci siamo mai pianti addosso e non lo faremo neanche oggi. La resilienza non gli manca. Lo sento dal tono della voce, dallo sguardo limpido. Non abbasseremo la testa. Nessuno di noi. Intanto aspettiamo. Leggi, decreti, sanzioni, controlli, educazione, cultura, attenzione. Tutto ciò che può e deve servire per fermare questa ignobile e inaccettabile deriva antisemita. Am Israel hai .
(HaKol, 5 agosto 2026)
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Quando la cucina supera i confini
BEN SCHEMEN – Cucinare insieme per la pace: circa 40 adolescenti ebrei e arabi provenienti da tutto Israele hanno partecipato la scorsa settimana a un campo estivo. Nel villaggio giovanile di Ben Schemen, nel centro di Israele, hanno seguito corsi di formazione con chef professionisti e hanno avuto modo di dialogare tra loro.
Era presente anche un ragazzo ebreo di New York, che durante le vacanze estive sta facendo visita ai parenti in Israele. Il giovane americano, Uri, era entusiasta al termine del campo: tutti i partecipanti si sono dimostrati cordiali. Vorrebbe rivedere molti di loro ed è sicuro che rimarranno amici per molti anni.
Gli adolescenti non hanno esitato ad affrontare anche argomenti più delicati, ha raccontato al «Jerusalem Post». Ad esempio, hanno condiviso le loro opinioni sui diritti delle donne e sui conflitti regionali.
Il campo di cucina per la pace è un’iniziativa della Rete dei Verdi. L’organizzazione è stata fondata nel 1988 e promuove l’educazione allo sviluppo sostenibile. Tra le altre cose, fornisce consulenza ai comuni su come affrontare il cambiamento climatico e offre corsi di formazione per educatori. Il programma comprendeva pratiche culinarie sostenibili e informazioni sulla nutrizione.
• La diversità come elemento della società israeliana
Durante una cerimonia di chiusura tenutasi venerdì, i partecipanti hanno potuto presentare le conoscenze appena acquisite. La responsabile del campo, Myriam Charbit, ha affermato che l’obiettivo principale era quello di instaurare il dialogo e costruire relazioni. In Israele esistono diversi sistemi scolastici; gli studenti arabi ed ebrei seguono di norma lezioni separate.
«Abbiamo collaboratori provenienti da tutti gli strati della società israeliana», ha aggiunto Charbit. Ci sono responsabili della formazione sia arabi che ebrei – sono presenti persino ebrei ultraortodossi. La diversità è un elemento della società israeliana «che ci rende migliori, più ricchi, più interessanti».
Ritiene che cucinare sia un mezzo ideale per costruire ponti tra le persone: «Cucinare apre gli occhi. Cucinare è gioia, legame, stare insieme, parlare e ridere e scambiarsi esperienze. Quando si cucina insieme, ci si può insegnare a vicenda».
La musulmana Maram Junis lavora da quasi dieci anni per l’organizzazione. Anche al campo ha dato una mano, questa madre di tre figli proveniente dal nord di Israele. «Per noi era importante basarci su valori che fossero importanti per entrambe le parti, quella araba e quella ebraica», ha affermato. «Per ogni gruppo avevamo due docenti: uno ebreo e uno arabo.»
• «Un incredibile linguaggio d’amore»
Tra le partecipanti c’era Noga, ebrea di Tel Aviv. Afferma: «Il cibo è un incredibile linguaggio d’amore. » I partecipanti avrebbero avuto interessi simili e gli stessi gusti in fatto di musica e cibo. Avrebbero imparato molto gli uni dagli altri. «Questo dimostra semplicemente che siamo tutti la stessa gente.»
Nuran è una ragazza musulmana di 15 anni di Acri. Durante il campo ha discusso delle rispettive religioni con un ragazzo ebreo. In questo modo hanno potuto imparare gli uni dagli altri e correggere idee sbagliate.
La ragazza araba è rimasta tuttavia sorpresa dal fatto che qualcuno potesse essere ebreo senza credere in Dio: «Il fondamento dell’Islam è credere in Dio. Se non si crede fondamentalmente in Dio, non si è musulmani. Ma nella loro religione va bene non credere in Dio ed essere comunque ebrei».
Anche la sedicenne Retal, della città israeliana di Taibeh, ha partecipato al campo di cucina e ne è rimasta entusiasta: gli altri partecipanti sono diventati «più che semplici amici», si è sentita «come a casa». «Ho imparato molto», ha aggiunto. «Siamo una nazione. Come una famiglia».
• Cantare in due lingue
In qualità di responsabile della formazione, Dscholjana Khalil ha partecipato al campo estivo. La cristiana araba originaria di Eilabun, nel nord del Paese, inizialmente era avvocato. Ha poi cambiato professione e ha seguito una formazione come cuoca a Tel Aviv. Successivamente ha ottenuto una borsa di studio per studiare arte culinaria e management in Francia. Il campo estivo è stato l’ultimo progetto di questo programma.
I corsi da lei tenuti hanno creato legami tra adolescenti ebrei e arabi, ha dichiarato al «Jerusalem Post». I ragazzi e le ragazze hanno interagito in ebraico e in arabo – e hanno cantato in entrambe le lingue mentre cucinavano. «È stato davvero bellissimo.»
(Israelnetz, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Da Gaza a Ceuta, la lunga frattura tra Israele e Spagna
di Anna Balestrieri
• Una crisi migratoria diventa incidente diplomatico
È bastato un messaggio pubblicato sui social perché l’emergenza migratoria di Ceuta si trasformasse nell’ennesimo terreno di scontro tra Israele e Spagna.
Di fronte all’arrivo di decine di migliaia di persone dal vicino Marocco nell’enclave spagnola sulla costa nordafricana, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha accusato Madrid di impartire lezioni a Israele mentre continua a controllare territori che ha definito «enclavi coloniali» in Africa.
Il riferimento era a Ceuta e Melilla, le due città spagnole situate sulla costa mediterranea del Marocco e rivendicate da Rabat. Le parole di Danon hanno immediatamente provocato reazioni indignate in Spagna e alimentato accuse, non sostenute da prove pubbliche, secondo le quali Israele e Stati Uniti avrebbero avuto un ruolo nell’ondata migratoria. L’ambasciatrice israeliana a Madrid, Dana Erlich, ha quindi preso pubblicamente le distanze dal collega, precisando che quelle dichiarazioni non rappresentavano la posizione ufficiale dello Stato di Israele.
Da quasi tre anni, i rapporti tra Madrid e Gerusalemme procedono attraverso richiami degli ambasciatori, convocazioni diplomatiche, accuse reciproche e misure politiche sempre più severe.
• Il primo strappo dopo il 7 ottobre
La frattura comincia a diventare visibile nelle settimane successive all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e all’avvio dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Nel novembre di quell’anno, durante una visita al valico egiziano di Rafah, il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez denunciò le uccisioni indiscriminate di civili palestinesi e chiese un cessate il fuoco permanente. Israele giudicò quelle dichiarazioni favorevoli alla propaganda di Hamas e convocò l’ambasciatrice spagnola.
Pochi giorni dopo, Sánchez espresse dubbi sul rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele. La reazione fu ancora più dura: l’ambasciatore israeliano a Madrid venne richiamato a Gerusalemme per consultazioni, mentre il premier spagnolo tentava di ridurre la tensione attraverso un colloquio con Benny Gantz, allora membro del gabinetto di guerra israeliano.
Quel confronto metteva già in luce due interpretazioni destinate a diventare inconciliabili. Per il governo israeliano, le critiche europee rischiavano di indebolire il diritto del Paese a difendersi e di oscurare la responsabilità di Hamas. Per Madrid, la condanna dell’attacco del 7 ottobre non poteva tradursi in un’accettazione incondizionata delle operazioni militari israeliane a Gaza.
• Il riconoscimento dello Stato palestinese
Il passaggio decisivo arrivò il 28 maggio 2024, quando la Spagna riconobbe ufficialmente lo Stato di Palestina insieme a Irlanda e Norvegia.
Sánchez presentò la decisione come uno strumento per rilanciare la soluzione dei due Stati e favorire una pace duratura tra israeliani e palestinesi. Il riconoscimento, spiegò il governo spagnolo, non era diretto contro Israele e non equivaleva a un sostegno ad Hamas. Madrid intendeva riconoscere uno Stato palestinese comprendente la Cisgiordania e Gaza, collegate da un corridoio e con Gerusalemme Est come capitale, salvo eventuali modifiche concordate dalle parti.
Israele interpretò invece la scelta come una ricompensa politica al terrorismo dopo il massacro del 7 ottobre. Richiamò il proprio ambasciatore a Madrid e convocò i rappresentanti diplomatici dei Paesi coinvolti per una protesta formale.
La controversia si estese rapidamente al consolato generale spagnolo di Gerusalemme, al quale il governo israeliano vietò di fornire servizi consolari ai palestinesi residenti in Cisgiordania. Madrid contestò la misura, richiamandosi allo status storico della sede diplomatica e agli accordi esistenti.
Il riconoscimento della Palestina trasformò una divergenza sulla conduzione della guerra in una vera contrapposizione politica.
Per la Spagna si trattava di anticipare, attraverso un atto diplomatico, l’esito auspicato di un futuro negoziato. Per Israele, il riconoscimento unilaterale sottraeva invece agli accordi diretti uno dei loro risultati fondamentali.
• Madrid alza il livello dello scontro
Nel corso del 2025 il governo Sánchez irrigidì ulteriormente la propria posizione. La Spagna chiese ripetutamente un intervento più deciso dell’Unione europea, sostenne il rafforzamento dell’assistenza alla popolazione palestinese e continuò a presentare il riconoscimento della Palestina come la premessa politica per una soluzione negoziata.
Il confronto raggiunse un nuovo livello nel settembre 2025, quando Madrid annunciò un pacchetto di misure comprendente il consolidamento dell’embargo sulle armi, il divieto di transito nei porti spagnoli per navi dirette in Israele con materiale militare e restrizioni all’uso dello spazio aereo da parte di velivoli che trasportavano forniture destinate alle forze israeliane.
Il governo spagnolo introdusse inoltre limitazioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati e incrementò gli stanziamenti umanitari e il sostegno all’Autorità nazionale palestinese e all’UNRWA.
Israele reagì accusando Sánchez e alcuni esponenti del suo governo di antisemitismo e ostilità politica. La Spagna richiamò a sua volta la propria ambasciatrice da Tel Aviv per consultazioni.
Il linguaggio diplomatico tradizionale lasciava progressivamente spazio a formule sempre più drastiche. Sánchez cominciò a definire la campagna israeliana a Gaza un genocidio e chiese che Israele venisse escluso anche da alcune manifestazioni culturali internazionali, analogamente a quanto avvenuto con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
• Ambasciatori richiamati e relazioni ridotte
Nel marzo 2026 la crisi compì un ulteriore salto. La Spagna ritirò definitivamente la propria ambasciatrice in Israele nel quadro dello scontro provocato dall’opposizione di Madrid alle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran.
La decisione non equivaleva formalmente alla rottura delle relazioni diplomatiche, ma ne segnalava un marcato ridimensionamento. Un rapporto già compromesso dalla guerra di Gaza, dal riconoscimento palestinese e dalle misure economiche e militari entrava in una fase di gelo istituzionale.
Madrid ha continuato a sostenere che il riconoscimento reciproco di Israele e Palestina costituisca la migliore garanzia di sicurezza per entrambi i popoli. Gerusalemme ha invece accusato il governo spagnolo di applicare una pressione unilaterale che indebolisce Israele e incoraggia i suoi avversari.
Le due capitali non divergono soltanto sulle modalità della guerra, ma ormai sul significato stesso della pressione diplomatica: per Madrid è uno strumento per fermare il conflitto, per Israele rischia di diventare un premio concesso ai suoi nemici.
• Ceuta e il ritorno dell’accusa di doppio standard
In questo contesto, il messaggio di Danon sulla crisi migratoria assume un significato più ampio.
L’ambasciatore israeliano all’ONU non ha soltanto criticato la gestione spagnola dei confini. Ha rivolto contro Madrid l’accusa di doppio standard che Israele utilizza frequentemente nei confronti dei governi europei: pretendere da Gerusalemme un comportamento che gli stessi Paesi, quando affrontano minacce alla sicurezza o alla propria sovranità territoriale, non sarebbero disposti ad adottare.
La definizione di Ceuta e Melilla come «enclavi coloniali» ha colpito un punto particolarmente sensibile. La Spagna considera le due città parte integrante del proprio territorio nazionale; il Marocco ne contesta invece la sovranità e le inserisce nella più ampia disputa sull’eredità coloniale e sugli equilibri nel Nord Africa.
Danon ha quindi trasferito il conflitto diplomatico israelo-spagnolo dal Medio Oriente al Mediterraneo occidentale, evocando una contraddizione storica della politica spagnola. La sua iniziativa è apparsa però talmente dirompente da costringere l’ambasciatrice israeliana in Spagna a smentire che rappresentasse la linea ufficiale di Gerusalemme.
• La stagione delle diplomazie personali
La vicenda mostra anche un fenomeno sempre più frequente: la politica estera viene condotta attraverso messaggi pubblicati sui social prima ancora che attraverso note ufficiali e canali riservati.
Un’ambasciatrice è stata costretta a correggere pubblicamente un altro ambasciatore dello stesso Paese. Un ministro spagnolo ha risposto con una frase ambigua, immediatamente assorbita dalle teorie complottistiche circolate online. Esponenti politici e commentatori hanno collegato senza prove la crisi migratoria a Israele, agli Stati Uniti, al Marocco e alla destra europea.
Quando la diplomazia si trasferisce sui social, la distinzione fra posizione ufficiale, provocazione personale e propaganda diventa sempre più fragile.
Il risultato non è soltanto un aumento della tensione tra governi. È anche la creazione di uno spazio nel quale insinuazioni e accuse non dimostrate acquisiscono rapidamente lo stesso peso delle dichiarazioni istituzionali.
• Due Paesi sempre più lontani
La Spagna e Israele stabilirono relazioni diplomatiche soltanto nel 1986, molto più tardi rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale. Per decenni il rapporto è stato condizionato sia dalla tradizionale attenzione spagnola verso il mondo arabo sia dalla progressiva integrazione di Madrid nelle strutture politiche europee e occidentali.
La guerra iniziata nel 2023 ha rotto quell’equilibrio. Il governo Sánchez ha scelto di fare della questione palestinese uno degli assi visibili della propria politica estera. Israele ha interpretato tale orientamento non come una mediazione, ma come un allineamento con le posizioni più ostili a Gerusalemme.
Il caso di Ceuta aggiunge ora una nuova dimensione al conflitto: la reciproca contestazione della legittimità morale con cui i due Paesi affrontano sicurezza, confini e sovranità.
Madrid accusa Israele di violare il diritto internazionale e di usare una forza sproporzionata a Gaza. Gerusalemme replica che la Spagna applica principi astratti al conflitto mediorientale, ma difende con fermezza i propri confini quando è direttamente coinvolta.
• Oltre l’incidente
È possibile che le dichiarazioni di Danon restino formalmente un’iniziativa personale, archiviata grazie alla precisazione dell’ambasciatrice israeliana. Ma il terreno sul quale sono cadute è ormai troppo compromesso perché la polemica possa essere considerata un semplice incidente.
Il riconoscimento dello Stato palestinese, le restrizioni militari ed economiche, i richiami degli ambasciatori e le accuse reciproche hanno modificato strutturalmente la relazione.
Ceuta è soltanto l’ultimo nome geografico di una crisi che ha avuto origine a Gaza e che ormai attraversa l’intero Mediterraneo.
Il vero problema non è più la singola frase pronunciata da un diplomatico. È l’assenza di un linguaggio condiviso attraverso il quale Israele e Spagna possano interpretare gli stessi avvenimenti senza trasformarli immediatamente in una prova dell’ipocrisia o dell’ostilità dell’altro.
(Bet Magazine Mosaico, 4 agosto 2026)
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Ceuta potrà anche appartenere alla Spagna, ma la Giudea e la Samaria appartengono a Israele
La frecciatina di Danny Danon su Ceuta è stata forse maldestra, ma l’indignazione della Spagna non fa che confermare, in definitiva, il nocciolo del dibattito sui diritti storici, sulla sovranità e sull’indignazione selettiva.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - L’ambasciatore israeliano Danny Danon ha suscitato forti reazioni in Spagna quando ha criticato Madrid per i suoi territori coloniali in Africa, dopo che Ceuta era stata invasa da decine di migliaia di migranti.
Il problema è che le dichiarazioni generiche di Danon non solo hanno irritato il governo ostile a Israele del primo ministro Pedro Sánchez, ma anche l’opposizione spagnola filoisraeliana, che vi ha visto un attacco alla storia, alla sovranità e all’integrità territoriale della Spagna.
Forse Danon avrebbe dovuto scegliere le parole con maggiore cautela, ma a quanto pare tutti stanno perdendo di vista il vero punto della sua affermazione.
Danon, come la maggior parte degli israeliani, quasi certamente non ha alcun interesse personale contro la politica spagnola riguardo a Ceuta e Melilla. Gli israeliani non hanno motivo di prendere posizione sul dominio spagnolo sulle due piccole enclavi sulla costa nordafricana.
Danon intendeva piuttosto sottolineare l’ipocrisia di un governo che condanna la presenza ebraica in territori come Giudea e Samaria, mentre allo stesso tempo difende con forza la presenza spagnola in Africa.
La Spagna ha effettivamente un legame storico con Ceuta e Melilla, ed entrambi i territori fanno parte dell’identità nazionale del Paese. Tuttavia, questa storia e questa identità risalgono solo a pochi secoli fa, mentre la storia e l’identità ebraiche, legate alla Giudea, alla Samaria e persino alla Striscia di Gaza, abbracciano millenni. A tal proposito esistono numerose prove archeologiche e storiche. Per un Paese storicamente di tradizione cristiana come la Spagna, tuttavia, dovrebbe bastare semplicemente sfogliare le pagine del libro più letto del Paese – la Bibbia – che è ricca di resoconti sulla vita ebraica in questi territori.
È giustificato, alla luce del fatto che oggi vi vivono milioni di arabi palestinesi, mettere in discussione lo status amministrativo della Giudea, della Samaria e della Striscia di Gaza? Forse. Ma non è più giusto di quanto lo sia discutere della rivendicazione della Spagna su Ceuta e Melilla o di quella britannica su Gibilterra. Questi Stati – al di là di ogni schieramento politico – difendono con tutti i mezzi a loro disposizione ciò che considerano la loro sovranità storica. Non dovrebbero aspettarsi nulla di meno dallo Stato di Israele e dal popolo ebraico.
(Israel Heute, 4 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Piano per Gaza. Una porta aperta al ritorno di Hamas
La roadmap accettata dalle fazioni palestinesi promette un nuovo governo e il controllo delle armi, ma rinvia le decisioni decisive e impone a Israele concessioni immediate
di Paolo Montesi
La nuova roadmap per Gaza viene presentata come il primo accordo con cui Hamas accetta di rinunciare al governo della Striscia e di sottoporre il proprio apparato militare a un controllo esterno. Letto con attenzione, tuttavia, il documento offre molte promesse e poche garanzie. Le armi pesanti dovrebbero essere rese inutilizzabili e custodite da un organismo palestinese, i tunnel chiusi, il potere trasferito a una commissione di tecnocrati. Restano indefiniti i tempi, le procedure di verifica e soprattutto le conseguenze di un’eventuale violazione.
Il testo elaborato dal Consiglio per la pace prevede che Gaza venga amministrata secondo il principio di «un’unica autorità, un’unica legge e un’unica arma». La Commissione nazionale per l’amministrazione di Gaza dovrebbe assumere progressivamente le competenze civili e di sicurezza, mentre Hamas e le altre fazioni cesserebbero ogni attività militare e politica diretta. Il disarmo verrebbe accompagnato dal ritiro graduale delle forze israeliane e verificato da osservatori internazionali.
Sulla carta è un cambiamento rilevante. Per la prima volta l’organizzazione islamista accetta un documento che prevede la perdita del controllo formale esercitato dal 2007. Il passaggio dalla formula generale all’applicazione concreta è però affidato a un calendario ancora da scrivere. Entro quattordici giorni dovranno essere stabiliti la definizione di arma pesante, i criteri per rendere inutilizzabili razzi e infrastrutture, l’accesso ai tunnel, la quantità di territorio evacuata da Israele a ogni fase e il comportamento da adottare quando una delle parti accuserà l’altra di aver violato gli impegni.
Anche il termine scelto nel documento merita attenzione. Si parla di decommissioning, cioè di messa fuori servizio e immagazzinamento, anziché di distruzione completa. Gli arsenali potrebbero quindi restare nella Striscia sotto la responsabilità di una commissione palestinese della quale devono ancora essere provate indipendenza, capacità operativa e forza coercitiva. Hamas sostiene inoltre che ogni passaggio sulle armi debba procedere parallelamente al ritiro israeliano, mentre Gerusalemme considera il disarmo completo una condizione preliminare.
La sequenza iniziale del piano alimenta altre perplessità. Israele è chiamato a sospendere le operazioni militari e gli attacchi mirati, a ritirarsi sulle posizioni già concordate e a ripristinare integralmente il protocollo umanitario. Solo dopo dovrebbe iniziare il processo di consegna e neutralizzazione degli arsenali. Un’interruzione prematura della pressione militare potrebbe offrire ad Hamas il tempo necessario per occultare parte delle armi, trasferire uomini nei nuovi apparati e prepararsi alla fase successiva.
Il documento esclude formalmente i membri delle milizie dalla futura polizia, mentre consente al personale delle strutture amministrative e di sicurezza esistenti di sottoporsi a un processo di selezione. Proprio qui si trova uno dei rischi principali. Hamas ha governato Gaza attraverso ministeri, servizi d’intelligence, polizia, reti assistenziali e organismi locali profondamente intrecciati con il movimento. La sua uscita dagli uffici governativi avrebbe un valore limitato qualora migliaia di funzionari fedeli all’organizzazione conservassero incarichi e capacità di condizionamento.
Il previsto contingente internazionale dovrebbe separare le parti e sostenere la transizione, senza assumere direttamente tutte le funzioni di polizia. Nel caso in cui la nuova amministrazione palestinese evitasse di intervenire contro le cellule di Hamas, Israele potrebbe trovarsi costretto a negoziare ogni operazione con il governo locale e con il comando internazionale, perdendo una parte sostanziale della libertà d’azione rivendicata come indispensabile dopo il 7 ottobre.
La roadmap apre inoltre un percorso politico verso la futura costituzione di uno Stato palestinese. È un elemento destinato a provocare forti tensioni nella coalizione israeliana, poiché contraddice una delle posizioni più volte sostenute da Benjamin Netanyahu. Nell’agosto 2025 il primo ministro aveva indicato tra le condizioni per concludere la guerra il disarmo di Hamas, la completa smilitarizzazione della Striscia, il controllo di sicurezza israeliano e un’amministrazione distinta sia dal movimento islamista sia dall’Autorità Palestinese. Il nuovo quadro realizza solo in parte quegli obiettivi.
Il possibile risultato resta rilevante: Gaza senza un governo dichiaratamente guidato da Hamas, il ritiro dell’esercito israeliano e una presenza internazionale sostenuta dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi. Per trasformare questa prospettiva in un successo serviranno verifiche intrusive, scadenze vincolanti e la possibilità di reagire immediatamente alle violazioni. In loro assenza, Hamas potrà consegnare una parte degli arsenali, occultare il resto e attendere che l’attenzione internazionale diminuisca.
Il piano rappresenta dunque una possibilità, ancora lontana da un risultato acquisito. Il suo valore dipenderà da ciò che verrà scritto nei protocolli operativi e dalla disponibilità dei garanti a farli rispettare. Gaza ha già conosciuto accordi solenni, controlli internazionali e promesse di smilitarizzazione. La vera prova arriverà quando qualcuno dovrà entrare in un tunnel, aprire un deposito e stabilire quante armi Hamas abbia davvero deciso di consegnare.
(Setteottobre, 4 agosto 2026)
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L’inviato USA esorta alla cautela mentre Israele e Libano riprendono i negoziati a Roma
(JNS) L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Michel Issa, ha espresso lunedì un cauto ottimismo in vista della ripresa dei colloqui tra rappresentanti israeliani e libanesi a Roma, prevista per martedì, avvertendo però che «rimane ancora un’enorme quantità di lavoro tecnico da svolgere» per garantire «la sicurezza dei civili sul terreno».
«C’è una differenza sostanziale tra redigere un accordo sulla carta e attuarlo in modo responsabile», ha dichiarato Issa riferendosi all’accordo quadro del 26 giugno tra Gerusalemme e Beirut, avvertendo che «procedere troppo rapidamente rischia di mettere in pericolo proprio i civili che questo processo mira a proteggere». Ha aggiunto che entrambe le parti «devono concordare un processo chiaro e concretamente attuabile prima di andare avanti».
Il prossimo vertice, in programma dal 4 al 6 agosto nella capitale italiana e confermato da un funzionario del Dipartimento di Stato statunitense, dall’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter e dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, arriva dopo mesi di intensi sviluppi sia sul piano militare sia su quello diplomatico.
Le ostilità sono scoppiate il 2 marzo 2026, quando Hezbollah, sostenuto dall’Iran, ha ripreso gli attacchi con razzi e droni dal Libano meridionale, infrangendo il cessate il fuoco in vigore dal novembre 2024. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno risposto con un’ampia campagna aerea e con l’espansione delle operazioni terrestri per mettere in sicurezza il confine. In risposta alla ripresa dei combattimenti, il presidente libanese Joseph Aoun ha promesso di fare «l’impossibile» per porre fine al conflitto transfrontaliero e ha avviato iniziative per mettere fuori legge la milizia filo-iraniana.
Lo slancio diplomatico è cresciuto grazie ai primi negoziati mediati dagli Stati Uniti a Washington, culminati il 26 giugno con il raggiungimento di un Accordo Quadro Trilaterale articolato in 14 punti, durante il quinto round di negoziati. L’accordo prevede il disarmo di Hezbollah, mentre Gerusalemme ha ribadito che il ritiro completo delle proprie truppe avverrà soltanto dopo che la minaccia alla sicurezza sarà stata eliminata.
L’impegno diplomatico ai massimi livelli è proseguito il 21 luglio, quando Aoun ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca. Trump ha promesso sostegno agli sforzi del Libano per la stabilizzazione del Paese ed ha espresso la speranza che Beirut possa, in futuro, aderire agli Accordi di Abramo. Dopo un sesto ciclo di colloqui svoltosi a Roma il 14 e 15 luglio, nella prossima sessione i gruppi tecnici si concentreranno sull’ampliamento delle zone pilota, sulla risoluzione delle controversie di confine e sulla definizione di un percorso verso un accordo di pace globale.
«Entriamo in questi colloqui con un notevole slancio, dopo il successo del lancio della prima zona pilota nel Libano meridionale e il produttivo incontro tra il presidente Aoun e il presidente Trump», ha dichiarato il funzionario del Dipartimento di Stato.
L’attività diplomatica si svolge sullo sfondo di continue tensioni tattiche lungo il confine. Domenica, le Forze Armate Libanesi (LAF) avevano inizialmente sostenuto che cinque soldati fossero rimasti feriti in un «attacco del nemico israeliano» nei pressi di Bint Jbeil. Tuttavia, dopo le prime verifiche, che non hanno rilevato alcuna attività delle IDF nella zona, una successiva indagine ha stabilito che il veicolo delle LAF era saltato su un ordigno esplosivo di Hezbollah situato al di fuori della Zona di Sicurezza del Libano Meridionale. Le Forze Armate Libanesi hanno quindi riconosciuto che l’esplosione era stata provocata da un «oggetto sospetto» e non da un attacco israeliano, precisando che l’incidente è tuttora oggetto di indagine.
(HaKol, 3 agosto 2026)
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L’export israeliano vola a livelli record nonostante la guerra
di Ruben Caivano
L’export israeliano non si è mai fermato, anzi. Secondo l’Israel Export Institute, nel 2025 le esportazioni israeliane hanno raggiunto i 164 miliardi di dollari, il massimo storico, nonostante la guerra in corso, l’incertezza economica globale e quella che l’istituto definisce un’ostilità senza precedenti verso il Paese.
Un dato in particolare colpisce: per la prima volta le esportazioni di servizi hanno superato i 90 miliardi di dollari, trainate da hi-tech, software e ricerca e sviluppo, a conferma del ruolo di Israele come uno dei principali hub mondiali dell’innovazione.
L’istituto avverte però che il Paese dovrà prepararsi a un contesto commerciale globale più instabile, tra catene di fornitura in mutamento e uno shekel in apprezzamento. Tra le priorità, l’espansione in Asia, America Latina, Africa ed Europa dell’Est, oltre a sfruttare le opportunità legate all’intelligenza artificiale.
La CEO dell’istituto, Nili Shalev, ha sottolineato come Israele goda di un vantaggio competitivo significativo nell’IA grazie al capitale umano e allo spirito imprenditoriale del Paese. Il presidente Avi Balashnikov ha aggiunto che, in un anno segnato da una guerra difficile e da un’ostilità internazionale senza precedenti, le aziende israeliane hanno di nuovo dimostrato che innovazione e qualità superano ogni sfida, grazie alla collaborazione tra settore privato, governo e Ministero dell’Economia.
(Shalom, 3 agosto 2026)
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Ceuta: divampano le teorie del complotto antisemite e contro Israele
Non c’è stato bisogno di aspettare molto per veder divampare le teorie del complotto sui fatti di Ceuta.
di Sarah G. Frankl
A seguito della crisi di Ceuta della scorsa settimana, sui social media si sono diffusi rapidamente post che accusavano Israele e il popolo ebraico di aver orchestrato l’evento, raggiungendo circa 103 milioni di persone su X nel giro di 72 ore, secondo un’analisi condotta dall’Antisemitism Research Center (ARC) del Combat Antisemitism Movement.
Il rapporto ha esaminato 173 post di grande impatto provenienti da 119 account di influencer. Complessivamente, secondo i calcoli dell’ARC, in due giorni hanno generato 57,5 milioni di visualizzazioni, una portata stimata di 103,1 milioni, 1,9 milioni di “mi piace” e 368.400 condivisioni.
Gli autori dei post hanno falsamente affermato che il primo ministro Benjamin Netanyahu avesse indirizzato i migranti verso la Spagna a causa delle politiche di quest’ultima nei confronti di Israele. In uno di questi post, visualizzato 5,3 milioni di volte, un’immagine generata dall’intelligenza artificiale mostrava una barca con una gigantesca figura di Netanyahu a prua, da cui una fila di migranti usciva dalla sua bocca aperta per raggiungere una spiaggia spagnola, ha riferito l’ARC.
Un altro account sosteneva che Israele avesse «ammesso» di aver orchestrato la migrazione tramite il Mossad.
«Questa non è una storia che riguarda pochi malintenzionati», ha affermato Sacha Roytman Dratwa, amministratore delegato di CAM. «È la storia di una piattaforma il cui design premia la spiegazione più rapida e provocatoria disponibile, e su X tale spiegazione è sempre più spesso una cospirazione ebraica».
Venerdì sono divampate tensioni diplomatiche tra Spagna e Israele dopo che l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha criticato aspramente il governo spagnolo per la sua gestione della crisi migratoria nel Paese, provocando una reazione negativa a Madrid e un rimprovero pubblico da parte del massimo rappresentante diplomatico israeliano in Spagna.
«La Spagna, che non perde mai occasione per dare lezioni a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta a seguito della crisi sulla sua politica migratoria», ha scritto Danon su X. «Forse, prima di continuare a darci lezioni, è ora che spieghi al mondo perché mantiene ancora delle enclavi coloniali in Africa».
Il ministro dei Trasporti spagnolo Óscar Puente Santiago ha risposto direttamente al post di Danon, scrivendo: «Beh, le cose cominciano a diventare piuttosto chiare».
Sebbene vaga, l’osservazione di Puente è stata in gran parte interpretata come un sostegno alle crescenti teorie del complotto secondo cui Israele e gli Stati Uniti avrebbero contribuito a orchestrare l’incursione.
La teoria del complotto sulla crisi migratoria in Spagna è stata ulteriormente alimentata dal portavoce del partito Sinistra Repubblicana di Catalogna, Gabriel Rufián, che ha scritto su X: «La dittatura marocchina, al servizio degli Stati Uniti e di Israele, sta ricattando ancora una volta la Spagna e l’Europa quest’estate, trasformando il proprio popolo in carne da cannone usa e getta».
• Rinforzate le pattuglie di frontiera spagnole a Ceuta
Il leader di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha dichiarato al quotidiano El País che l’obitorio della città aveva ricevuto 88 salme, tra cui alcune di persone morte in precedenti tentativi, su scala minore, di raggiungere il territorio con pericolose traversate notturne a nuoto nelle ultime due settimane. Ha aggiunto che anche le autorità marocchine stavano recuperando corpi dal mare, ma non erano disponibili informazioni ufficiali.
Le autorità hanno rafforzato le pattuglie di polizia e dell’esercito. Sabato è stata installata al largo di Ceuta una barriera galleggiante lunga 500 metri (1.600 piedi).
«Mi addolora profondamente che dei giovani stiano morendo in mare. Non è giusto che, nell’anno 2026, donne con bambini di appena due mesi debbano attraversare il mare solo per morire», ha detto Karima Abenaz, cittadina francese a Ceuta con la famiglia in Marocco, trattenendo a stento le lacrime.
«In Marocco c’è da mangiare, c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno», ha aggiunto. «Se non abbiamo un lavoro dignitoso, dovremmo scioperare e rivendicare i nostri diritti dal governo. Non dovremmo morire in mare, non è giusto».
Ventidue Stati membri dell’Unione Europea hanno inviato una lettera in cui chiedono un’azione coordinata per proteggere le frontiere esterne e altre misure a seguito dell’incidente di Ceuta. L’Italia ha sospeso per un mese il regime di libera circolazione Schengen con la Spagna.
La Spagna ha adottato una posizione più aperta nei confronti dei migranti rispetto alla maggior parte degli altri paesi dell’UE, introducendo un programma per concedere la residenza a oltre mezzo milione di persone prive di documenti.
Ha respinto le insinuazioni secondo cui tale programma avrebbe incoraggiato l’afflusso verso Ceuta, affermando che coloro che sono entrati nell’enclave in modo irregolare non potevano proseguire verso la Spagna continentale o in altre località della zona Schengen.
(Rights Reporter, 3 agosto 2026)
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In Zambia i medici israeliani formano i primi cardiochirurghi del Paese
Ha percorso quasi mille chilometri con il padre, dal suo villaggio nel nord-ovest della Zambia fino alla capitale. A nove anni, Richard Mbimbi è stato operato al cuore il 13 luglio al National Heart Hospital di Lusaka. Soffriva di una cardiopatia reumatica, conseguenza di una faringite streptococcica mai curata per mancanza di antibiotici. La malattia gli aveva danneggiato due valvole cardiache. A operarlo, insieme ai medici zambiani, un’équipe di Save a Child’s Heart (Sach), organizzazione umanitaria israeliana con sede al Wolfson Medical Center di Holon, a sud di Tel Aviv. «I medici zambiani e israeliani hanno salvato la vita di mio figlio», ha raccontato il padre, Robert Mbimbi, al Times of Israel. Durante la missione, durata una settimana, il team israeliano ha preso parte a dieci operazioni a cuore aperto su bambini e ha affiancato il personale locale, oltre ad alcuni medici arrivati dalla vicina Tanzania. Nell’occasione è stata inaugurata una nuova macchina cuore-polmone, donata dall’American Jewish Committee e dalla Bergman Family Charitable Foundation. È la seconda in un Paese di 22,5 milioni di abitanti che un tempo non aveva un solo cardiochirurgo pediatrico. L’obiettivo principale della missione è «formare il personale, a rafforzare i medici sul posto», ha spiegato Hagi Dekel, cardiochirurgo del Wolfson. In Zambia segue ormai la seconda generazione di allievi. Il primo cardiochirurgo pediatrico del Paese, Mudaniso Ziwa, ha completato un tirocinio a Holon nel 2024. Ora tocca a Zakias Moonde Muulu, al quinto anno di un percorso di sei in Israele; tornerà a casa il prossimo anno, diventando il secondo specialista del suo Paese. «Non siamo mai stati in grado di curare i bambini con problemi cardiaci finché non è arrivata Save a Child’s Heart», ha raccontato Muulu. «Molti bambini vengono ancora in Israele per le cure, ma non tutti riescono a partire. L’organizzazione ha iniziato a formare medici perché questo servizio possa essere offerto in Zambia». Fondato nel 1995, Save a Child’s Heart ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi e formato oltre 160 tra medici e infermieri. Il programma con lo Zambia, rientra in una collaborazione che si è rafforzata anche sul piano diplomatico: nell’agosto 2025 Israele ha aperto un’ambasciata a Lusaka. «La missione chirurgica e l’inaugurazione della nuova macchina cuore-polmone dimostrano il nostro impegno di lungo periodo per rafforzare il sistema sanitario zambiano attraverso formazione, tecnologia e partenariato», ha sottolineato l’ambasciatrice israeliana a Lusaka, Ofra Farhi.
(Pagine Ebraiche, 3 agosto 2026)
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Il gazaismo e la fabbrica occidentale della menzogna
La sovversione dei fatti, la perversione della storia e il sovvertimento della realtà costituiscono i tre cardini del gazaismo. Una dottrina che, attraverso la propaganda e la ripetizione ossessiva dei suoi cliché, ha già ottenuto risultati politici e culturali rilevanti, contribuendo anche a svuotare di significato parole come “genocidio”.
di Sergio Cardarella
È lecito, o possibile, dichiarare che il male sia anche sovversione, perversione e sovvertimento: prendere qualcosa inteso per un buon uso e stravolgerlo nel suo contrario. Ovunque si presentino questi tre fattori, con cui la realtà viene trasbordata sulla sponda dell’irrealtà, si può ragionevolmente dire di trovarsi in presenza di forze maligne e avverse al benessere individuale e collettivo.
Le persone di senso e coscienza sanno come riconoscere questi sovvertimenti proprio perché si mantengono salde al senno e alla fatticità degli eventi, senza lasciarsi irretire dalle tentazioni dell’ideologia o dalle chimere della volontà capricciosa che pretende di invertire la realtà a colpi di asserzioni insensate o di mera violenza.
Albert Schweitzer, in Declino e ricostruzione della civiltà, un testo che tutti dovrebbero aver letto, ma quasi nessuno riesce ormai neppure a trovare nella più remota libreria dell’usato, iniziava con una dichiarazione pesante: “Ci troviamo in un’epoca segnata dal declino della civiltà” (1923).
Il termine “Niedergang”, qui utilizzato dal premio Nobel alsaziano, ha una pregnanza di significati che è difficile rendere in italiano e può anche venir tradotto con “decadimento”, “rovina”, “declino”, “caduta” o persino “crollo”. Questo per dire che il tono di Schweitzer, nel saggio che precede la sua Etica e civiltà, era serio e grave.
Del resto, egli scriveva a ridosso della prima grande catastrofe mondiale, che avrebbe condotto alla successiva e, poi, alle fasi della tarda modernità. A un secolo di distanza, l’ammonimento con cui Schweitzer voleva indicare un’altra strada non è più neppure una glossa in qualche oscuro manuale. Tutto appare dimenticato. Il presente assomiglia a quella “spada invisibile”, invocata da Ungaretti, che da tutto ci separa.
È in questo vasto contesto che bisogna provare a intendere il “gazaismo”, un culto demoniaco che ha conquistato governi, università, mass media, piazze e dissennati di mezzo mondo, al punto che il suo slogan potrebbe ben essere: “Squinternati di tutto il mondo, unitevi!”. E si sono uniti.
Grazie alle connivenze istituzionali e alla rete, hanno diffuso la propaganda più sconcertante, impensabile, avvilente e assurda, come nel caso dei cani israeliani stupratori, ai quali, come se non bastassero, hanno pure aggiunto i topi addestrati!
No, non è una freddura: “A metà del 2026, esponenti politici di Fatah a Gaza hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui sostenevano che l’esercito israeliano avesse deliberatamente introdotto ratti ‘speciali’, geneticamente modificati o addestrati, per attaccare i bambini palestinesi e i malati” (The Jerusalem Post, 29 aprile 2026).
Non c’è limite all’assurdo di queste fanfaluche, poiché il delirio non ha limiti. Se non vi fosse da piangere, si potrebbe forse ridere, poiché quella di essere, al tempo stesso, orrendo e ridicolo è una prerogativa tipica del male.
Dopo il 7 ottobre, i gazaisti si sono svegliati in un mondo in cui l’aggressore poteva facilmente venir trasformato nell’aggredito, lo stupro legittimato come resistenza oppure semplicemente negato – nonostante le prove le avessero fornite gli stessi stupratori di Hamas.
Con questa sconvolgente quantità di pattume intellettuale si affollano librerie, strade e redazioni giornalistiche. Basta andare a cercare, in qualsivoglia libreria, i testi di studiosi seri e ponderati come Benny Morris o Jeffrey Herf per accorgersi che tutto quello che invece vi si trova è il solo ciarpame pseudo-intellettuale di figuri come Ilan Pappe, Chomsky, Norman Finkelstein, Edward Said ecc., per menzionarne solo alcuni.
Le varie succursali nazionali dell’industria culturale sponsorizzano, a loro volta, i diversi fantasisti anti-israeliani locali, con l’ennesima minutaglia e paccottiglia con cui si ingolfano ancora di più scaffali e teste dei lettori.
Si è così determinata una massa critica la quale, ripetendo i cliché del gazaismo, crede di renderli, per questo, magicamente veri: sovversione della fattualità portata avanti attraverso la costante ripetizione di cliché propagandistici, perversione della storia grazie all’invenzione di eventi mai avvenuti – concordemente alla soppressione di quelli che sono davvero avvenuti – e sovvertimento della realtà, tanto per perseguire l’arcaico “dagli all’ebreo!”. Qui, in breve, i tre cardini del gazaismo.
Questo è, purtroppo, il misero spettacolo del XXI secolo, un’epoca in cui un culto dell’orrore e della morte può, senza batter ciglio, trovar corpo in una dottrina come quella del gazaismo.
Chissà perché queste cose avvengono sempre in maniere simili: se nello scorso secolo si inventarono l’eugenetica e il mito della “razza ariana”, nel secolo successivo abbiamo il gazaismo, con il rifacimento integrale della storia del Medio Oriente e dell’espansionismo islamico.
La Striscia di Gaza, dal 2005 al 2023 sotto il controllo del solo Hamas, può venir detta “occupata”; i miliardi di dollari ed euro inviati dai governi occidentali bonaccioni, sperperati da Hamas per costruire chilometri di tunnel invece di impiegarli per la popolazione, interamente giustificati; e ogni argomento logico, razionale e morale contrario, bagatellizzato in nome di un odio atavico e inconcepibile contro l’ebreo in quanto tale.
In virtù dei perniciosi metodi dell’industria culturale, si è costituita una radicale confusione cognitiva attraverso cui alcuni ritengono basti definire un discorso, o un individuo, con un qualsivoglia bizzarro epiteto per accantonare le questioni che questo pone, invece di interrogarsi se quanto è dichiarato sia vero o meno.
Si osserva, qui, il trionfo di un’immaginazione malata contro il fatto. Quando si prescinde da questo fondamentale criterio di validità, tutto diventa allora possibile: l’astronomo può apparire equivalente all’astrologo, l’ideologo allo storico o i gazaisti a persone equilibrate.
Fortunatamente, gli individui ragionevoli sanno che così non è. La differenza tra un’epoca buia e il suo contrario è data proprio dalla scarsità o abbondanza di persone ragionevoli in grado d’intendere anche tali differenze.
Quando gli squinternati si moltiplicano a dismisura e conquistano strade, aule o parlamenti, la ragione langue e l’umanità tutta ne soffre. Non è infatti un caso che Platone, nella Politeia, abbia offerto la soluzione in un’equazione filosofica relativamente semplice: non vi sarà fine ai mali della città e del genere umano fino a quando gli amanti della sapienza non saranno re o i re non saranno amanti della sapienza.
In questo contesto paradossale, il 7 ottobre 2023, invece di far aprire gli occhi sull’orrore che i buoni, bravi e innocenti fakestinesi portano avanti dal 1964, anno in cui questo popolo è stato inventato dal turbante del mago, ha invece sdoganato un virulento antisemitismo persino in sedi istituzionali – come dimenticare o perdonare quello scellerato che si è arrampicato su un balcone di Palazzo Montecitorio per appendervi la bandiera di Hamas?
Al tempo stesso, si è determinato il sorgere della nuova “dottrina”, o culto antistorico, del gazaismo. Ai gazaisti non interessa nulla, né è mai importato loro, di qualsivoglia relazione con la storia o la realtà: come in ogni culto, sono unicamente interessati alle parole d’ordine, alla mistificazione, alla calunnia e ai thought-terminating cliché che ripetono come un mantra da scervellati.
Con questa continua e ossessiva ripetizione, che è poi il tratto centrale della propaganda, sono già riusciti a ottenere risultati notevoli quanto inaspettati: condanne politiche inspiegabili e immotivabili contro l’aggredito Stato d’Israele e persino sanzioni da nazioni come la Spagna, l’Irlanda o la distante Norvegia.
Così, “Tanto pe’ fa’ qualcosa” ci canterebbe sopra Ettore Petrolini. Tutto questo è assurdo, paradossale, grottesco, ma non pare sia più riconoscibile come tale nella tarda modernità, sempre più smarrita e in preda a qualunque arruffapopoli o mentecatto voglia indirizzarne i moti.
Tra gli altri obiettivi raggiunti dal gazaismo, uno dei più notevoli consiste nell’aver affievolito il valore e il peso della parola “genocidio”. Quando qualcuno dichiara ormai di impegnarsi a “combattere la schiavitù, il fascismo o il genocidio”, si è subito costretti a chiedersi: cosa intende costui con tali termini?
Il più delle volte è proprio il significato che attribuisce a tali parole a essere discutibile, come nel caso di quelli che si dichiarano “antifascisti” – e soprassediamo sui loro nonni e bisnonni – e vogliono poi impedire ad altri l’espressione della libertà di parola.
A trasformare il valore, il peso e il contesto della definizione di “genocidio” si provava da tempo, in genere attraverso l’accostamento. Il termine “genocidio” venne creato dal giurista Raphael Lemkin, nel 1944, proprio per cercare un lessema giuridicamente adatto a identificare una categoria di crimini abissali e nuovi nella storia.
È durante il processo di Norimberga, il quale adotterà tale termine, che emerge anche la categoria giuridica di “crimini contro l’umanità”. Da allora, il termine “genocidio” è stato, diciamo, “sdoganato” e variamente applicato ai massacri compiuti in Cambogia dai khmer rossi, alle stragi in Ruanda e, in molti casi, retrodatato fino a farlo arrivare al massacro degli armeni compiuto dai turchi tra il 1915 e il 1917 o, in tempi ancora più recenti, anche a quello degli Herero in Namibia.
Mai, però, si era avuta la sfrontatezza di applicare questa parola a un genocidio che non è mai avvenuto! Anzi, i gazaisti, ripetendo, inventando e mentendo oltre la menzogna, provano a utilizzare il termine inapplicabile di “genocidio” come copertura ideologica a favore di un aggressore che, se avesse potuto, avrebbe sterminato l’intera popolazione d’Israele e non solo quel migliaio di civili, anziani, donne, bambini e neonati nei kibbutz che si trovavano sulla sua strada.
A questo arriva la furia cieca dell’ideologia! Qualcuno lo ha spiegato con una logica stringente, scrivendo: “You don’t hate Jews because you think it’s a genocide. You think it’s a genocide because you hate Jews”. Non odi gli ebrei perché pensi che si tratti di un genocidio. Pensi che si tratti di un genocidio perché odi gli ebrei.
Del resto, quando i cani diventano stupratori e i ratti possono essere addestrati a colpire bambini e malati, qual è il limite? L’immaginazione, è noto, è tale proprio perché non ha limiti.
“Potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi re di uno spazio infinito”, si dirà nell’atto secondo dell’Amleto, nonostante Shakespeare aggiunga la chiusa salutare: “Se non fosse che faccio brutti sogni”. Ma i gazaisti non fanno brutti sogni perché sono impegnati, anema e core, a preparare sempre nuovi incubi per se stessi e per altri.
È per questo che sembrano ammattiti poiché, come dimostrò lo psichiatra Theodore Rubin in Anti-Semitism: A Disease of the Mind (1990), l’antisemitismo è una piaga reale della mente e dello spirito.
Proprio perché smarriti nel labirinto di una malattia radicata, tanto nella patologia individuale quanto in quella indotta da una socialità frenetica, parossisticamente competitiva, alienante e, sostanzialmente, anticomunitaria, troppi abdicano all’intendimento individuale e rispondono con l’eruzione di una rabbia cieca che appare loro come decisiva e liberatoria.
Il nauseante slogan “From the River to the Sea”, ripetuto senza senno dai gazaisti, da Stoccolma a Sydney, è, se escludiamo i jihadisti, i quali hanno un preciso intento politico, solo il vagito di una vita frantumata dal nulla – nichilismo – e da un ennui esistenziale che non trova sfogo se non in un pianto muto della psiche.
Questi strepiti dell’antisemitismo redivivo per le strade dell’Occidente altro non sono che il singhiozzo di anime spezzate, prostrate, incapaci ormai di qualunque reazione che non sia la rabbia, la ripetizione o il delirio. Tutto questo è il risultato di una socialità che ha, da tempo, smarrito il senso di sé.
È poi inutile che l’industria culturale spanda i suoi soliti effluvi, i riassuntini che servono a sviare, la parola con cui si invoca il contrario del senso e il costante pattume con cui si dichiara ciò che è basso come alto e viceversa, eleggendo eroi tra le schiere dei conniventi poiché, a dispetto delle illusioni del presente, il lezzo aleggia in quelle buie camerate.
Se la specie sopravviverà a questo baratro, saranno tali deliri a venir esecrati per quello che davvero sono. Quelli che si mantengono saldi nella mente e nella coscienza sanno che la follia del gazaismo è solo caciara, che anche questo passerà e che i fatti e la coerenza logica torneranno a brillare come devono, anche se il prezzo da pagare sarà ancora una volta alto.
Nel corrente sovvertimento della realtà tutto appare possibile proprio perché l’immaginazione maligna e la mistificazione scalzano i fatti e la storia a favore di narrazioni in cui di vero non rimangono più neppure le virgole. Si regredisce, così, in un universo simbolico in cui il significato dipende dalla volontà, non dall’oggettività.
Emerge, qui, un parallelo con altri momenti tragici e oscuri della storia. I rastrellamenti nel ghetto di Roma, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, le delazioni, le camicie nere sono a portata di memoria, poiché vi sono ancora testimoni che erano bambini all’epoca di quegli orrori e possono sentire, nelle grida di oggi, l’eco di quelle di ieri.
Tutto questo è spaventoso e mostruoso, in particolare perché sta avvenendo, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti. Sì, i gazaisti dicono oggi di essere degli “antisionisti” – questo anche perché non hanno neppure idea di quali siano le radici storiche del sionismo – ma, alla fine, cambia solo l’orchestrina, mentre la musica gracchiante che si diffonde è quella dello stesso orrore di prima.
(InOltre, 3 agosto 2026)
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In attesa degli esiti mirabili
Più passa il tempo più si manifesta l’evidenza che le dichiarazioni di Donald Trump su paci imminenti o raggiunte, accordi ormai prossimi alla stipula, nemici imploranti e sbaragliati, appartengono a una realtà parallela. Quanto questo scollamento tra i fatti e la fantasia pertenga alla sfera della psichiatria è materia per specialisti.
Gli annunci dell’accordo imminente con l’Iran che non vede l’ora di farlo non si contano più. L’abbozzo di accordo da finalizzare, l’ormai famigerato Memorandum di intesa, siglato un mese fa, di fatto rappresentava una capitolazione americana ai desiderata iraniani. Ora, quel memorandum è in un limbo, ma l’accordo si farà, si sta facendo, è prossimo…
Nel frattempo, con l’abituale stile roboante viene annunciato anche il prossimo disarmo di Hamas, un altro grande successo che è unicamente tale nell’orizzonte della realtà parallela. A stretto giro Hamas ha infatti dichiarato che la consegna di armi pesanti è subordinata alla creazione di uno Stato palestinese; il disarmo potrebbe richiedere dai 200 ai 350 giorni, nessuna arma verrà consegnata a Israele o a qualsiasi gruppo non palestinese e infine Israele dovrà ritirarsi sulla Linea Gialla entro 24 ore dall’approvazione dell’accordo.
Per mesi abbiamo ascoltato i fan di Trump spiegarci che essendo Trump un genio, tutto ciò che appare al di fuori di ogni criterio razionale e offre l’apparenza che non solo il nemico non è sconfitto ma che ha ottenuto e ottiene considerevoli vantaggi, è unicamente una illusione che a un certo punto si dissiperà mostrando esattamente ciò che Trump afferma: l’Iran ha capitolato, Hamas ha capitolato, la vittoria è inequivocabile.
Bisogna quindi avere fede, mettere da parte la realtà e aspettare gli esiti mirabili del più grande stratega della storia.
(L'informale, 2 agosto 2026)
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Ciarlatano o saltimbanco?
Nell’attenta osservazione delle mosse del Presidente degli Stati Uniti d’America sulla scena politica mondiale ci siamo chiesti se il termine più adatto a indicare questa figura sia proprio ciarlatano, come avevamo scritto qualche giorno fa, o invece ne fosse un altro: saltimbanco. Nel dubbio ci siamo rivolti di nuovo ad un’autorità linguistica indiscussa: il Dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. E ne abbiamo tratto questa accurata distinzione:
«Il saltimbanco è ciarlatano da piazza, più sfacciato e men dotto nelle delicatezze dell’arte. Il saltimbanco salta sul banco; il ciarlatano sa saltare e ballare e sedere in cattedra e sdraiarvisi. Il secolo non ama i saltimbanchi, come odiatore d’ogni specie di franchezza; i ciarlatani deride, e ha bisogno d’essere illuso. Il saltimbanco ciarla più assai del ciarlatano; il quale, se ha bene appresa l’arte sua, sa tacere e campa di monosillabi. Il ciarlatano è più avveduto impostore del saltimbanco, perché tanto meno apparisce impostore, quanto più si mostra impotente.»
Forse allora è proprio così: non è un ciarlatano, è solo un saltimbanco. M.C.
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La grande separazione
di Dietrich Bonhoeffer
«13 Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa. 14 Quanto è stretta la porta ed angusta la via che conduce alla vita, e come sono pochi quelli che la trovano! 15 Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi con vesti di pecore, mentre internamente sono lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li conoscerete: forse che si raccolgono grappoli d'uva dalle spine o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono fa frutti buoni, mentre ogni albero cattivo fa frutti cattivi. 18 Non può l’albero buono portare frutti cattivi, né l’albero cattivo portare frutti buoni. 19 Ogni albero che non porta buon frutto viene tagliato e buttato nel fuoco. 20 Li riconoscerete dunque dai loro frutti. 21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non profetammo nel tuo nome, nel tuo nome non cacciammo demoni e nel tuo nome non facemmo molti prodigi? 23 E allora io dirò loro: andate via da me, voi che operate l'iniquità». (Matteo 7,13-23).
La comunità di Gesù non può separarsi arbitrariamente dalla comunità di quelli che non ascoltano la chiamata di Gesù. Essa è invitata dal suo Signore, con una promessa ed un comandamento, a seguirlo. Questo le deve bastare. Essa deve affidare ogni giudizio ed ogni separazione a colui che l'ha scelta secondo il suo proponimento, non per meriti e opere sue, ma per la sua grazia. Non è la comunità ad effettuare la separazione, ma questa avviene a causa della chiamata. Così una piccola schiera di uomini che seguono Gesù viene separata dalla maggioranza degli uomini. I discepoli sono pochi e saranno sempre pochi. Questa parola di Gesù taglia alle radici ogni falsa speranza di efficacia. Mai un seguace di Cristo ha posto la sua speranza nel numero. «Come sono pochi ... », ma gli altri sono numerosi e lo saranno sempre. Ma essi vanno incontro alla loro perdizione. Quale altra può essere la consolazione dei discepoli in tale esperienza se non che a loro è promessa la vita, l'eterna comunione con Gesù?
Versetti 13-14. La via di chi segue Gesù è stretta. È facile passare oltre, è facile non vederla; è facile perderla anche quando vi si è già incamminati. È difficile da trovare. La via è veramente stretta, il precipizio su ambo i lati pericoloso: essere chiamati ad una cosa straordinaria, farla eppure non vedere e non sapere di farla ... questo è veramente una via stretta. Confessare la volontà di Gesù e darne testimonianza, eppure amare il nemico di questa verità, il suo ed il nostro nemico, con l'amore incondizionato di Gesù Cristo ... questo è veramente una via stretta. Credere alla promessa di Gesù che chi lo segue possederà la terra, eppure incontrare, indifesi, il nemico, subire l'ingiustizia piuttosto che commetterne ... questo è veramente una via stretta. Vedere l'altro e riconoscere la sua debolezza, la sua ingiustizia, e non giudicarlo mai, annunziargli l'Evangelo, ma non gettare mai le perle ai porci ... questa è veramente una via stretta. Finché in questa via riconosco quella che mi è stato ordinato di percorrere e la percorro preso dalla paura di me stesso, in realtà è una via impossibile. Ma se vedo Gesù Cristo precedere, passo dopo passo, se guardo solo a lui e lo seguo, passo per passo, sarò mantenuto su questa via. Se guardo alla pericolosità della mia azione, se guardo la via invece di guardare colui che mi precede, il mio piede sta già vacillando. Infatti egli stesso è la via. Egli è la via angusta e la porta stretta. Bisogna trovare solo lui. Se lo sappiamo, allora percorriamo la via stretta e passiamo per la stretta porta della croce di Gesù Cristo che conduce alla vita, e allora proprio il fatto che è stretta ci dà certezza. Come potrebbe essere larga la via percorsa dal Figlio di Dio in terra? via che noi, che siamo cittadini di due mondi e che viviamo al margine tra la terra ed il cielo, dobbiamo percorrere? La via stretta deve essere quella giusta.
Versetti 15-20. La separazione tra comunità e mondo è avvenuta. Ma la parola di Gesù ora avanza, giudicando e separando, nella comunità stessa. La separazione deve essere fatta sempre di nuovo tra gli stessi discepoli di Gesù. I discepoli non devono poter credere di sfuggire semplicemente il mondo e rimanere poi nella piccola schiera sulla via stretta, senza pericolo. Verranno in mezzo a loro dei profeti falsi e con la confusione aumenterà anche la solitudine. Ce n'è uno accanto a me, esteriormente un membro della comunità, c'è un profeta, un predicatore, in apparenza e a parole e a opere un cristiano, ma interiormente motivi oscuri lo spingono verso di noi, interiormente è un lupo rapace, la sua parola è menzogna e la sua opera inganno. Egli sa nascondere bene il suo segreto, ma in segreto egli compie la sua opera oscura. Egli si trova in mezzo a noi non perché ve lo abbia spinto la sua fede in Gesù Cristo, ma perché il diavolo lo spinge nella comunità. Forse egli cerca il potere e l'influenza, il denaro, la gloria, con i suoi propri pensieri e le sue profezie. Egli cerca il mondo, non il Signore Gesù Cristo. Egli nasconde i suoi malvagi progetti sotto una veste cristiana e sa che i cristiani sono un popolo credulone. Egli conta di non essere svelato nella sua veste innocente. E sa pure che ai cristiani è vietato giudicare e, a tempo debito, lo rammenterà loro. Nessun uomo può vedere nel cuore dell'altro. E così egli travia molti. Forse lui stesso non lo sa nemmeno; forse il diavolo che lo spinge gli impedisce di veder chiaro in se stesso. Ora, avvertimenti di questo genere da parte di Gesù possono suscitare nei suoi seguaci grande paura. Chi conosce l'altro? Chi sa se dietro le apparenze cristiane non si nasconde la menzogna e il traviamento? Potrebbe, così, penetrare nella comunità una profonda diffidenza, un osservarsi a vicenda con sospetto, uno spirito di giudizio dovuto a paura. Potrebbe farsi largo una dura condanna di ogni fratello. Ma Gesù libera i suoi da questo sospetto che necessariamente dividerebbe la comunità. Egli dice: L'albero marcio porta frutti cattivi. A suo tempo si farà conoscere da sé. Non occorre che guardiamo nel cuore degli altri. Dobbiamo attendere che l'albero porti frutto. Ai frutti si riconosceranno, a suo tempo, gli alberi. Ma il frutto non si farà attendere a lungo. Qui probabilmente non s'intende il divario fra parola e opere dei falsi profeti, ma il divario fra apparenze e realtà. Gesù ci dice che un uomo non può vivere a lungo sotto false apparenze. Arriva il momento di portare frutti, arriva il momento della separazione ... prima o dopo si riconoscerà chi è. All'albero non serve a nulla non voler portare frutti. Il frutto nasce da sé. E allora il momento in cui sarà necessario distinguere un albero dall'altro, il momento della fruttificazione, rivelerà tutto. Quando giunge il momento della divisione tra mondo e comunità - e può arrivare ogni momento - la confessione giusta non permette di avanzare pretese di minime scelte di tutti i giorni, si manifesterà che cosa è marcio e che cosa buono. Qui resisterà solo la realtà e non le apparenze. Gesù s'aspetta dai suoi discepoli che, in tali occasioni, sappiano distinguere nettamente le apparenze dalla realtà e sappiano separarsi dai cristiani di nome. Questo li esime da ogni esame dell'altro uomo fatto per curiosità, ma richiede veracità e decisione nell'accettare il verdetto di Dio. Può essere prossimo il momento che i cristiani di nome vengano strappati dal nostro mezzo, che noi stessi veniamo smascherati come cristiani di nome. Perciò i discepoli sono invitati a rimanere in più stretta comunione con Gesù e a seguirlo più fedelmente. L'albero marcito verrà tagliato e gettato nel fuoco. Tutta la sua magnificenza non gli servirà a nulla.
Versetto 21. Ma la separazione che opera la chiamata di Gesù è ancora più profonda. La divisione, dopo aver separato mondo e comunità, cristiani di nome e cristiani veri, penetra nella schiera di coloro che si confessano discepoli. L'apostolo Paolo dice: «Nessuno può dire che Gesù è suo Signore se non per lo Spirito santo» (1 Corinzi 12,3). Nessuno, per proprio ragionamento, per forze e decisioni proprie, può affidare la sua vita a Gesù, nessuno riconoscerlo suo Signore. Ma qui vien considerata la possibilità che ci sia chi chiama Gesù suo Signore senza lo Spirito santo, cioè senza aver sentito la chiamata di Gesù. Il che è tanto più inconcepibile se si considera che a suo tempo chiamare Gesù Signore non fruttava nulla in terra; anzi, era una confessione che esponeva ai massimi pericoli. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli». Dire Signore, Signore è la confessione della comunità. Non tutti quelli che la pronunciano entreranno nel regno dei cieli. La divisione passerà proprio in mezzo alla comunità confessante. La confessione di fede non dà nessun diritto a Gesù. Nessuno potrà mai richiamarsi alla sua confessione di fede. Il fatto di essere membri della chiesa dalla confessione giusta non permette di avanzare pretese di fronte a Dio. Non saremo beati in base a questa confessione. Se pensiamo così commettiamo lo stesso errore di Israele che considerava la grazia della sua elezione come un diritto di fronte a Dio. Pecchiamo, così, contro la grazia di colui che ci chiama. Dio non ci chiederà se siamo stati evangelici, ma se abbiamo fatto la sua volontà. Lo chiederà a tutti e così pure a noi! I confini della chiesa non sono i confini di un privilegio, ma la benevola scelta e chiamata di Dio. «Pas o legon» - e - «all' o poion» 'dire' e 'fare' non sono qui intesi senz'altro come rapporto tra parola e fatto. Qui si parla di due diversi atteggiamenti dell'uomo davanti a Dio. O legon kurie - chi dice: Signore, Signore - è l'uomo che in base al suo dir di sì avanza delle pretese, o poion - chi agisce - è chi agisce in umile obbedienza. Il primo è colui che si giustifica con la sua confessione di fede, il secondo colui che agisce, l'uomo obbediente che si affida alla grazia di Dio. Qui, dunque, proprio il parlare dell'uomo diviene il correlativo della sua autogiustificazione, l'agire, invece, il correlativo della grazia, di fronte alla quale l'uomo non può fare altro che obbedire e servire umilmente. Quello che dice: Signore, Signore, si è chiamato da sé a seguire Gesù, senza lo Spirito Santo, o ha fatto della chiamata un proprio diritto. Colui che fa la volontà di Lui è stato chiamato e graziato, obbedisce e segue Gesù. Egli sente la chiamata non come diritto, ma come giudizio e grazia, come volontà di Dio, alla quale sola egli vuole ubbidire. La grazia di Gesù richiede uomini che agiscono, e l'azione diviene la vera umiltà, la vera fede, la vera confessione della grazia di colui che ha chiamato.
Versetto 22. Chi confessa soltanto è dunque separato da chi agisce. Ora la separazione viene spinta ancora all'estremo. Qui, alla fine, ora parlano uomini che hanno superato le prove fino a questo punto. Sono fra quelli che agiscono, ma ora essi si richiamano appunto a questa loro azione invece che alla loro confessione di fede. Hanno operato in nome di Gesù. Sanno che la confessione non giustifica, perciò sono andati a glorificare il nome di Gesù in mezzo alla gente mediante l'azione. Ora si presentano a Gesù e gli mettono davanti le loro azioni. Gesù qui manifesta ai suoi discepoli la possibilità di una fede satanica, che si richiama a lui, che compie opere meravigliose, simili fino all'irriconoscibile alle opere dei veri discepoli di Gesù, opere in amore, miracoli, forse anche autosantificazione, e che pure ha rinnegato Gesù ed il cammino al suo seguito. Lo stesso lo dice l'apostolo Paolo nel tredicesimo capitolo della prima epistola ai Corinzi, sulla possibilità di predicare, profetizzare, avere ogni conoscenza, anzi, ogni fede tanto da poter trasportare monti, ma senza amore, cioè senza Cristo, senza lo Spirito Santo. Anzi, ancor più: Paolo deve persino considerare la possibilità di compiere le opere d'amore cristiano, di dare i propri beni, fino al martirio ... senza amore, senza Cristo, senza Spirito Santo. Senza amore - vuol dire che, nonostante tutto, in tutte queste azioni non si fa l'opera essenziale, non si segue veramente Gesù, quest'opera che, in fondo, non può realmente compiere se non colui che chiama, cioè Gesù Cristo stesso. Questa è la più profonda, la più incomprensibile possibilità del potere satanico nella comunità, l'ultima separazione, che però, avviene solo il giorno del giudizio universale. Ma essa sarà definitiva. Chi segue Gesù, però, deve chiedere dove si trovi, allora, l'ultimo metro secondo cui uno è ben accetto a Gesù e un altro no. Chi rimane e chi no? La risposta di Gesù agli ultimi respinti dice tutto: «lo non vi ho mai conosciuti». Questo, dunque, è il segreto che viene mantenuto sin dall'inizio del sermone sulla montagna fino a questa conclusione. L'unico problema è, se siamo conosciuti da Gesù o no. A che cosa dobbiamo attenerci, se sentiamo come la Parola di Gesù compie la separazione tra comunità e mondo, e poi all'interno della comunità stessa fino al giorno del giudizio, se non ci rimane più nulla, non la nostra confessione di fede, non la nostra obbedienza? Ci rimane solo la sua Parola: «Io vi ho conosciuti». Questa è la sua Parola eterna, la sua eterna chiamata. Qui la fine del sermone sul monte chiude il cerchio riallacciandosi alla sua prima parola. La sua parola al giudizio universale ... è rivolta a noi con l'invito a seguirlo. Ma dall'inizio alla fine rimane la sua Parola, la sua chiamata. Chi seguendolo non si attiene ad altro che a questa Parola, chi lascia perdere il resto, viene portato da questa Parola attraverso il giudizio universale. La sua Parola è la sua grazia.
(da "Sequela" di Dietrich Bonhoeffer)
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Caldo estremo in Israele, temperature verso i 47 gradi
di Ruben Caivano
Israele si prepara a un’ondata di calore che il Servizio meteorologico israeliano definisce la più intensa e prolungata della stagione, con temperature che nel fine settimana potrebbero toccare i 47 °C nell’area del Mar di Galilea e della Valle del Giordano, avvicinandosi ai massimi storici della regione.
Il picco è atteso tra sabato e domenica, quando l’aria calda e secca, insieme ai venti forti previsti nel nord del Paese, farà aumentare anche il rischio di incendi. Già da giovedì le temperature saliranno gradualmente, con condizioni da ondata di calore sulle colline e nelle zone interne, mentre la pianura costiera resterà calda e umida.
Il caldo estremo è previsto anche sulle alture del Golan meridionale, nelle valli settentrionali, nella Bassa Galilea, nella valle del Kinneret, lungo la costa del Mar Morto, nella valle del Giordano, nell’Arava, nel deserto di Giuda e nel Negev orientale. Condizioni pesanti, seppur meno estreme, riguarderanno il Golan settentrionale, la Galilea occidentale, il Carmelo, la pianura costiera e le colline centrali, dove i cieli resteranno per lo più sereni fino a domenica.
Il ministero della Sanità israeliano ha invitato la popolazione a limitare l’esposizione al sole, evitare sforzi fisici nelle ore più calde e bere a sufficienza, raccomandando particolare attenzione per anziani, bambini, donne incinte e persone con patologie croniche. Il ministero ha inoltre ricordato di non lasciare mai bambini, anziani o animali in auto, neppure per pochi minuti.
(Shalom, 1 agosto 2026)
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Fessure nell’opposizione anti-Netanyahu alla vigilia delle elezioni
La polemica sulle dichiarazioni di Yair Golan riguardo alla Giudea e alla Samaria dimostra quanto potrebbe diventare fragile un governo anti-Netanyahu una volta raggiunto l’unico obiettivo comune.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Quasi tutti i sondaggi indicano che la coalizione anti-Netanyahu dei partiti dell’opposizione otterrà la maggioranza alla Knesset nelle elezioni di ottobre. Tuttavia, già ora si intravedono crepe nel futuro governo israeliano.
Questa settimana tali divergenze sono emerse all’interno dei «Democratici», la nuova alleanza tra il Partito Laburista e Meretz guidata da Yair Golan. Secondo Ynet, alcuni dettagli di una riunione a porte chiuse del partito sulla strategia della campagna elettorale sono trapelati alla stampa, dopo che ai candidati era stato intimato di non diffondere messaggi politici autonomi senza l’autorizzazione della sede centrale del partito.
Al centro della controversia c’era la reazione del partito all’attentato mortale avvenuto nei pressi di Havat Gilad. L’ex deputata di Meretz Gaby Lasky, che occupa il sesto posto nella lista dei «Democratici», avrebbe criticato Golan per aver utilizzato nei messaggi del partito il termine «Giudea e Samaria», esortandolo a riferirsi invece a quella zona come «Cisgiordania».
Golan si è difeso, affermando di respingere l’accusa secondo cui « Giudea e Samaria» sarebbe un termine di destra.
Questo scambio di battute si è diffuso rapidamente su Internet, poiché ha messo in luce un problema più profondo dell’opposizione. Golan sta cercando di guidare un partito che voglia essere abbastanza grande da partecipare alla formazione del prossimo governo, ma alcuni esponenti della sua stessa lista esitano a utilizzare un linguaggio che molti israeliani considerano una terminologia fondamentale dal punto di vista biblico, storico e nazionale.
Ciò fornisce inoltre alla destra una semplice arma elettorale. Politici della coalizione come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich sostengono da mesi che un futuro governo anti-Netanyahu verrebbe preso in ostaggio dai suoi elementi di sinistra più radicali, in particolare per quanto riguarda la Giudea e la Samaria.
Lo stesso Golan ha suscitato ripetutamente polemiche. Nel pieno della guerra di Gaza, ha dichiarato che un «paese ragionevole» non «ucciderebbe bambini per hobby» – un’affermazione grottesca che è stata condannata da tutto lo spettro politico israeliano. In seguito ha insistito sul fatto di non aver accusato direttamente i soldati dell’esercito israeliano, ma il danno era ormai fatto.
I media stranieri, tra cui anche la recente cronaca britannica sulla campagna elettorale israeliana, hanno sfruttato questa dichiarazione per rafforzare una narrativa globale anti-israeliana, di cui ritengono responsabile – proprio come per il Golan – Benjamin Netanyahu.
(Israel Heute, 1 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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A distanza di 25 anni, l’attentato alla pizzeria Sbarro e le sue conseguenze continuano ad avere rilevanza
Il massacro della Seconda Intifada, come la strage del 7 ottobre, rappresenta un cupo monito sulla follia e l’arroganza di chi elabora piani di pace e accordi con i terroristi.
di Jonathan S. Tobin *
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Le conseguenze dell’attentato alla pizzeria Sbarro all’angolo tra King George Street e Jaffa Road a Gerusalemme, il 9 agosto 2001.
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Per il resto del mondo, compresa la maggior parte degli ebrei, il 9 agosto è solo un altro giorno del calendario. Non ha la stessa risonanza dell’11 settembre o del 7 ottobre. A differenza di quelle date che rimangono indissolubilmente legate a terribili attacchi terroristici, ciò che accadde il 9 agosto 2001 è ormai sbiadito nella memoria della maggior parte degli ebrei.
Alcuni ricordano l’attentato suicida compiuto da un arabo palestinese alla pizzeria Sbarro, all’angolo tra King George Street e Jaffa Road a Gerusalemme, che costò la vita a 16 persone, tra cui otto bambini e una donna incinta, e ferì altre 130 persone. Si trattò di una delle tante atrocità di questo tipo commesse dai palestinesi durante la guerra terroristica di logoramento condotta dai palestinesi dal 2001 al 2005, nota come Seconda Intifada. E persino quella terribile lotta, che costò la vita a più di 1.000 israeliani e a molti altri palestinesi, è stata messa in secondo piano dagli indicibili crimini commessi il 7 ottobre 2023 e dal calvario della guerra contro l’Iran e i suoi proxy terroristici che ne è seguito.
A parte le famiglie delle vittime e dei feriti, è improbabile che quel giorno sia segnato in molti calendari.
• Una data da ricordare
Quindi, forse è comprensibile che possa svanire dalla nostra coscienza.
In effetti, molte di queste date svaniscono dalla memoria collettiva delle nazioni a causa del passare del tempo. Il 7 dicembre fu un tempo un punto di svolta nella vita degli americani, che saprebbero dirvi dove si trovavano e cosa stavano facendo quando sentirono la notizia che i giapponesi avevano attaccato Pearl Harbor, trascinando gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Ma coloro che conservano tali ricordi degli eventi di 85 anni fa sono ormai pochi e rari.
Lo stesso vale sempre più anche per il 22 novembre, che un tempo era indissolubilmente legato al trauma dell’assassinio del presidente John F. Kennedy, ma che ora ha poca risonanza per chiunque, tranne che per gli appassionati di teorie del complotto, tra la stragrande maggioranza degli americani che all’epoca non erano ancora nati.
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Malki Roth con la sorella disabile, Haya, nel 1996.
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Ma dovremmo ricordare il 9 agosto — e non solo perché quest’anno ricorre il 25° anniversario di quell’orribile incidente. Esso rappresenta un monito contro la follia e l’arroganza di coloro che si dilettano nel processo di pace in Medio Oriente. Questo è un aspetto che il presidente Donald Trump dovrebbe tenere a mente quando rilascia audaci dichiarazioni sulla pace in Medio Oriente.
Il Consiglio per la Pace di Trump, responsabile della ricostruzione della Striscia di Gaza all’indomani della guerra post-7 ottobre, ha annunciato un nuovo piano per attuare il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane dalla regione. Le mosse di Israele sarebbero subordinate alla consegna delle armi da parte dei terroristi e le minacce del presidente nei confronti di Hamas, qualora questi non si conformassero, sembrano severe. Ma l’ottimismo spensierato di Trump riguardo alla resa di Hamas sembra richiamare alla mente quelle previsioni sulla fine del terrorismo palestinese che il mondo ha sentito molte volte in passato, non da ultimo negli anni precedenti al 9 agosto 2001.
L’attentato al Sbarro fu un indicatore scioccante della barbarie degli ex partner di pace di Israele.
Quasi otto anni prima, la maggior parte degli israeliani e del mondo ebraico aveva gioito per la firma degli Accordi di pace di Oslo sul prato della Casa Bianca da parte del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e del leader palestinese Yasser Arafat, sotto il patronato fiducioso del presidente Bill Clinton. Appena un anno prima dell’attentato, l’allora primo ministro israeliano Ehud Barak si era recato a Camp David, dove lui e Clinton avevano dato seguito ad Oslo offrendo ad Arafat uno Stato indipendente a Gaza, una parte di Gerusalemme e quasi tutta la Giudea e la Samaria. Arafat respinse l’offerta. Come ulteriore risposta, lanciò l’ondata di attacchi terroristici che, in senso letterale e figurato, fece saltare in aria il processo di pace. Invece di scambiare terra per la pace, si è scambiata terra per il terrore.
• L’esplosione di Oslo
Gli eventi del 9 agosto furono solo uno dei tanti attacchi terroristici simili che furono il frutto di Oslo. La capacità di Hamas, responsabile dell’attacco al ristorante Sbarro, di condurre una campagna terroristica su questa scala era dovuta esclusivamente ai termini degli accordi di pace, che garantivano ai palestinesi piena autonomia. I suoi complici erano la Jihad Islamica Palestinese e il partito Fatah di Arafat (con la Brigata dei Martiri di Al-Aqsa come braccio terroristico), che guidava l’Autorità Palestinese.
Durante un’intervista nella sua ultima visita negli Stati Uniti prima del suo tragico assassinio, Rabin mi disse che credeva che Arafat avrebbe combattuto i terroristi con quel tipo di efficacia e brutalità che Israele non poteva eguagliare a causa della sua Corte Suprema e dello Stato di diritto.
Ma Arafat non aveva alcun interesse a combattere il terrorismo. Anzi, lo fomentava, lo pianificava e lo finanziava. E invece di accettare un «sì» come risposta quando Clinton e Barak gli offrirono uno Stato, diede via libera alle attività malvagie di Hamas e creò un’ala di Fatah per competere con essa nello spargimento di sangue ebraico.
Ci furono molti altri terribili attentati terroristici durante la Seconda Intifada, tra cui l’attentato alla discoteca Dolphinarium due mesi prima di quello allo Sbarro, che costò la vita a 21 israeliani, per lo più adolescenti. Ci fu anche l’attentato al Moment Cafe a Gerusalemme nel marzo 2002, che uccise 11 persone; il massacro della Pasqua ebraica al Park Hotel di Netanya, che causò l’uccisione di 30 persone, oltre a numerosi attentati contro autobus e altri obiettivi.
Ognuno di questi eventi è stato una tragedia. Ma ciò che rende l’attentato allo Sbarro un caso a sé stante è la brutalità calcolata di colpire un ristorante all’ora di pranzo di un venerdì pomeriggio, in un momento in cui le famiglie si trovavano nei pressi di un affollato quartiere commerciale prima dell’inizio dello Shabbat. L’obiettivo non era solo quello di massacrare e mutilare, ma di prendere di mira deliberatamente donne e bambini.
• Un assassino impenitente
Ciò che rende questo caso particolarmente impressivo è anche la totale assenza di rimorso da parte di uno dei protagonisti chiave di questo crimine. Ahlam Tamimi, una studentessa universitaria ventenne e terrorista affiliata a Hamas, ha individuato il luogo per conto degli ideatori dell’attentato e poi ha guidato l’attentatore suicida, Izz al-Din Shuheil al-Masri, sul posto, dove questi ha fatto esplodere bombe contenenti esplosivo, chiodi, dadi e bulloni.
Quando in seguito un giornalista le ha fatto notare che aveva contribuito all’omicidio di otto bambini anziché solo tre, come aveva inizialmente creduto, ha espresso gioia e ha persino sorriso.
Tamimi è stata condannata per 16 capi d’accusa di omicidio e condannata all’ergastolo, sebbene rimanesse convinta che alla fine sarebbe stata liberata. Purtroppo, aveva ragione.
È stata una degli oltre 1.000 terroristi scambiati nel 2011 per la liberazione del soldato israeliano rapito Gilad Shalit, che era stato sequestrato lungo il confine con Gaza nel 2011, in un accordo approvato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Oggi, nonostante figuri nella «lista dei dieci ricercati più pericolosi» dell’FBI (tra le vittime dell’attentato figuravano tre cittadini americani), vive libera in Giordania, dove conduce un talk show su un canale affiliato a Hamas. Amman ha respinto le richieste di estradizione avanzate dagli Stati Uniti. Nel 2021, l’Interpol ha revocato il mandato di arresto nei confronti di Tamimi.
La famiglia di una delle vittime, la quindicenne Malki Roth, ha creato la fondazione Keren Malki per aiutare le famiglie con bambini affetti da disabilità. Ma anche suo padre, Arnold Roth, ha continuato la lotta per ottenere giustizia nel caso. Continua a sollecitare Washington affinché faccia pressione sulla Giordania – destinataria di aiuti americani pari a 1,45 miliardi di dollari all’anno – affinché la consegni per essere processata negli Stati Uniti. Ma poiché sia gli Stati Uniti che Israele (il cui leader, dopotutto, l’ha liberata) considerano il mantenimento in carica del re Abdullah e la sua protezione dalle critiche interne degli islamisti una priorità maggiore rispetto al riportare Tamimi in carcere, tale impresa potrebbe non avere mai successo.
• Un rimprovero a chi persegue la pace
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Arnold Roth e sua moglie, Frimet, tengono in mano una foto della loro figlia assassinata, Malki, allora appena adolescente, il 15 luglio 2025.
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Ciò è profondamente ingiusto. Ma questo venticinquesimo anniversario dell’attentato allo Sbarro dovrebbe essere più di una semplice ricorrenza in cui ricordiamo le vittime e l’orrore del 9 agosto 2001. Dovrebbe essere un rimprovero costante a tutti coloro che ripongono fiducia e danno potere agli islamisti come quelli di Hamas, ai suoi membri come Tamimi e ai suoi finanziatori, compresi i governi dell’Iran e del Qatar.
I governi degli Stati Uniti e di Israele non devono mai dimenticare che i tentativi di comprare o placare un gruppo e un popolo il cui obiettivo è, oltre alla guerra contro tutto l’Occidente, la distruzione di Israele e il genocidio del suo popolo, sono sempre destinati a fallire. Ciò era vero durante l’era di Oslo degli anni ’90; nel ritiro del 2005 dalla Striscia di Gaza; e nei successivi sforzi delle amministrazioni Bush, Obama, Biden e persino Trump per stringere accordi con i palestinesi. Per troppo tempo, «esperti» di politica estera incapaci hanno predicato che non ci fosse alternativa a tale follia.
Alcuni americani e israeliani continuano a spingere per questi piani folli. Qualsiasi sforzo di questo tipo, per quanto ben intenzionato (come lo erano tutti), è destinato a fallire finché non si verificherà un cambiamento radicale nella cultura politica dei palestinesi, che li porti a considerare persone come Tamimi e altri terroristi come criminali vergognosi, piuttosto che come eroi e martiri da ammirare e imitare.
Si tratta di qualcosa che non sembra possibile nel prossimo futuro, come dimostrano la popolarità delle atrocità del 7 ottobre tra i palestinesi e la fama duratura di Tamimi e di altri criminali della Seconda Intifada. Finché ciò non accadrà, dichiarazioni ottimistiche come quelle di Trump – e di negoziatori di pace ancora meno esperti – porteranno inevitabilmente a ulteriore dolore e spargimento di sangue. ---
Jonathan S. Tobin è caporedattore di JNS (Jewish News Syndicate). Seguitelo su: @jonathans_tob
(JNS, 1 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Si avvertiva che erano tutti contenti»
Da un servizio di MEMRI TV.
Ecco alcuni estratti da un'intervista con la terrorista liberata di Hamas, Ahlam Tamimi, andata in onda su Al-Aqsa TV il 12 luglio 2012.
Intervistatore: 16 sionisti sono stati uccisi [nell'attentato suicida che lei ha contribuito a compiere]. Era il suono dell'esplosione...? E' stato molto forte.
Ahlam Tamimi: Il mujahid Abdallah Barghouti ha fatto un lavoro perfetto suonando la chitarra [contenente la bomba], e i risultati hanno stupito tutti, grazie ad Allah.
[...]
In seguito, quando ho preso l'autobus, i palestinesi intorno alla Porta di Damasco [a Gerusalemme] erano tutti sorridenti. Si poteva avvertire che erano tutti contenti. Quando sono arrivata sul bus, nessuno sapeva che ero io che aveva guidato [l'attentatore suicida all'obiettivo] ... Mi sentivo abbastanza strana, perché avevo lasciato [l'attentatore] 'Izz Al-Din dietro, ma dentro il bus tutti si congratulavano l'un l'altro. Nemmeno si conoscevano fra di loro, ma si scambiavano complimenti.
[...]
Mentre ero seduta sul bus, l'autista ha acceso la radio. Ma prima, lasciate che vi dica l'aumento graduale del numero di vittime. Mentre ero sul bus e tutti si congratulavano l'uno con l'altro, hanno detto alla radio che c'era stato un attacco di martirio al ristorante Sbarro, e che tre persone erano rimaste uccise. Devo ammettere che ero un po' delusa, perché avevo sperato in un risultato più grande. Eppure, quando hanno detto "tre morti" ho detto: "Allah sia lodato."
Intervistatore: Era una stazione radio israeliana o palestinese?
Ahlam Tamimi: La stazione era in lingua sionista, e l'autista traduceva per i passeggeri.
[...]
Due minuti più tardi alla radio hanno detto che il numero era salito a cinque. Volevo nascondere il mio sorriso, ma proprio non ci sono riuscita. Allah sia lodato, è stato fantastico. Poiché il numero di morti continuava a crescere, i passeggeri applaudivano. Non sapevano nemmeno che c'ero io in mezzo a loro.
Sulla via del ritorno [a Ramallah], abbiamo passato un posto di blocco della polizia palestinese, e i poliziotti ridevano. Uno di loro infilò la testa e disse: "Congratulazioni a tutti noi". Erano tutti contenti.
(Notizie su Israele, 1 agosto 2026)
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Judo. Shagi Muki e Saeid Mollaei insieme sul tatami
Sette anni dopo la finale mondiale mai disputata per ordine di Teheran il campione israeliano e l’ex judoka iraniano si ritrovano sul tatami a Netanya per lanciare un messaggio che supera lo sport.
di Rosa Davanzo
Sette anni fa il regime iraniano impedì che si affrontassero nella finale del Campionato del mondo di judo. Oggi Shagi Muki e Saeid Mollaei sono saliti insieme sul tatami in Israele, con le rispettive bandiere cucite sul judogi, trasformando quella sfida mai disputata nel simbolo di una riconciliazione che la politica continua a rendere impossibile.
L’incontro si è svolto a Netanya davanti a un pubblico che ha applaudito molto più del risultato sportivo. Per entrambi era il modo di chiudere una vicenda iniziata nel 2019, quando Mollaei, allora campione del mondo in carica e rappresentante dell’Iran, ricevette dalle autorità di Teheran l’ordine di evitare in ogni modo una finale contro l’israeliano. Per sottrarsi a quell’incontro fu costretto a perdere deliberatamente la semifinale, un episodio che provocò uno scandalo internazionale e portò successivamente alla sospensione dell’Iran da parte della Federazione internazionale di judo.
Quella scelta cambiò per sempre la vita dell’atleta iraniano. Dopo avere denunciato le pressioni ricevute dal regime, Mollaei lasciò il suo Paese, ottenne protezione internazionale e proseguì la carriera sportiva rappresentando la Mongolia. Da allora è diventato uno dei volti più noti della battaglia contro l’ingerenza politica nello sport.
Nel frattempo, tra lui e Muki è nata un’amicizia che va ben oltre il judo. Il campione israeliano racconta di avere accolto l’ex rivale all’aeroporto e di averlo ospitato a casa dei propri genitori, dove hanno cenato insieme e perfino ballato sulle note della musica persiana. «Nel mio sogno più bello non avrei immaginato una scena del genere», ha raccontato Muki, sottolineando come il loro rapporto rappresenti una vittoria personale dopo gli anni segnati dall’odio imposto dalla politica.
Anche Mollaei ha descritto con emozione il ritorno in Israele. Già in occasione delle competizioni disputate a Tel Aviv e Gerusalemme aveva ricevuto manifestazioni di affetto dalla comunità di origine iraniana e da molti israeliani. Questa volta, però, il significato del viaggio era diverso. «Sono semplicemente felice di essere qui», ha spiegato, ricordando il sostegno ricevuto dal pubblico israeliano fin dal suo primo arrivo nel Paese.
Il combattimento di Netanya era in realtà una dimostrazione sportiva, ma sul tatami nessuno dei due ha rinunciato all’agonismo. Muki ha prevalso al termine dell’incontro, concluso tra strette di mano, abbracci e una lunga ovazione del pubblico. A vincere davvero, però, è stato il messaggio che entrambi hanno voluto trasmettere.
«La nostra storia dà speranza all’umanità», ha detto Muki. «Viviamo in un tempo di guerre e odio, ma noi dimostriamo che due persone possono accettarsi e rispettarsi indipendentemente dalla politica». Gli ha fatto eco Mollaei, secondo il quale il judo insegna prima di tutto rispetto e amicizia. «Vogliamo mostrare a Israele, all’Iran e al resto del mondo un’altra strada. Siamo il simbolo di una pace possibile».
L’evento ha rappresentato anche la scena conclusiva di un documentario dedicato alla loro vicenda, destinato alla distribuzione internazionale. I due ex campioni hanno annunciato l’intenzione di continuare a raccontare insieme la propria esperienza attraverso incontri pubblici e conferenze, trasformando quella che un tempo era una rivalità sportiva in una testimonianza di dialogo.
In un Medio Oriente ancora attraversato da guerre e tensioni, la fotografia di un israeliano e di un iraniano che si inchinano l’uno davanti all’altro sul tatami assume un valore che va oltre qualsiasi medaglia. Ricorda che i regimi possono imporre divieti e alimentare l’ostilità, ma difficilmente riescono a impedire che due uomini si riconoscano, prima ancora che come avversari, come esseri umani.
(Setteottobre, 1 agosto 2026)
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Per rivisitare la storia: 1, 2, 3
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Gaza, via alla ricostruzione pilota ma Hamas resta armata
Il gabinetto autorizza una forza internazionale e un progetto civile a Rafah. I residenti del confine temono che la ricostruzione preceda il disarmo
di Shira Navon
Israele ha autorizzato l’ingresso limitato nella Striscia di Gaza di una forza internazionale e l’avvio di un progetto pilota per la ricostruzione dell’area di Rafah. La decisione del gabinetto politico e di sicurezza apre così una nuova fase del piano americano per il futuro dell’enclave, mentre Hamas conserva ancora armi, uomini e capacità di riorganizzazione.
Il progetto prevede la creazione di una zona destinata inizialmente a un numero limitato di abitanti di Gaza, sottoposti a controlli per escludere legami con Hamas. Nell’area dovrebbero essere installate abitazioni temporanee, infrastrutture per l’acqua, l’elettricità e le fognature, strutture sanitarie e servizi per la distribuzione degli aiuti umanitari.
La sicurezza dovrebbe essere affidata alla International Stabilization Force, una forza multinazionale prevista dal piano promosso dal presidente americano Donald Trump. Un primo contingente di circa duecento persone potrebbe provenire da Paesi considerati amici di Israele. Tra quelli indicati figurano Marocco e Uganda, mentre Kosovo, Kazakistan e Albania hanno manifestato la disponibilità a partecipare alla missione.
L’ingresso di ogni gruppo dovrà comunque essere approvato singolarmente dal primo ministro, dal ministro della Difesa e dal ministro degli Esteri israeliani. La forza opererà in coordinamento con l’esercito e nelle aree che Hamas non controlla. Al comando è stato designato il generale americano Jasper Jeffers.
L’amministrazione civile della zona dovrebbe spettare al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, composto da tecnocrati palestinesi e sostenuto dal cosiddetto Consiglio per la pace. Il progetto punta a creare un’alternativa concreta al governo di Hamas, trasferendo gradualmente la popolazione verso aree nelle quali l’organizzazione terroristica non possa controllare gli aiuti, imporre la propria autorità o reclutare nuovi uomini.
La decisione ha però suscitato una forte reazione nelle comunità israeliane vicine alla Striscia. Michal Uziyahu, presidente del Consiglio regionale di Eshkol, ha scritto a Benjamin Netanyahu e ai ministri del gabinetto chiedendo che nessuna ricostruzione proceda prima del completo disarmo di Hamas.
Per gli abitanti del Negev occidentale la questione ha un significato immediato. Le comunità di Eshkol, Sderot e degli altri centri del confine furono investite direttamente dall’attacco del 7 ottobre 2023. Centinaia di residenti furono assassinati o rapiti e numerosi villaggi rimasero evacuati per mesi.
Uziyahu ha avvertito che il recupero delle infrastrutture civili di Gaza potrebbe svolgersi parallelamente alla ricostituzione delle capacità militari di Hamas. L’organizzazione ha già dimostrato in passato di saper utilizzare periodi di relativa calma e risorse destinate alla popolazione per ricostruire tunnel, arsenali e strutture di comando.
La ministra Orit Stroock, contraria al progetto, ha ricordato che la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas e la completa smilitarizzazione della Striscia restano obiettivi ufficiali della guerra. Anche alcuni movimenti dei residenti hanno accusato il governo di rischiare un ritorno alla logica precedente al 7 ottobre, fondata sulla convinzione che il miglioramento delle condizioni economiche potesse contenere l’aggressività di Hamas.
Il governo sostiene invece che l’esperimento di Rafah non rappresenti una concessione all’organizzazione terroristica. Le zone pilota dovrebbero sorgere esclusivamente nei territori che Hamas non controlla e l’esercito israeliano manterrà le proprie posizioni lungo la cosiddetta linea gialla. Nessun ritiro più ampio, assicurano fonti governative, avverrà prima del disarmo dell’organizzazione.
Resta però una questione decisiva. Avviare la ricostruzione prima che Hamas abbia consegnato le armi significa separare, almeno temporaneamente, il recupero civile dalla smilitarizzazione. Per il governo è un modo per indebolire Hamas offrendo alla popolazione un’alternativa. Per gli abitanti del confine è un rischio già conosciuto, pagato il 7 ottobre al prezzo più alto.
(Setteottobre, 31 luglio 2026)
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Nucleare saudita, Trump lega l’accordo a Israele. La condizione non compare nel testo firmato
Il 22 luglio 2026 gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita. Ma la mancata chiarezza sulla necessità che i sauditi aderiscano agli Accordi di Abramo, così come i timori di un’Arabia con arma nucleare, lasciano molti interrogativi aperti.
di Davide Cucciati
Il 22 luglio 2026 gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita.
L’intesa apre alle imprese americane la possibilità di partecipare alla costruzione dei reattori del regno e lascia aperta la possibilità che Riyad sviluppi in futuro capacità di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. Il 23 luglio, il giorno successivo alla firma, Donald Trump ha però dichiarato che l’accordo avrebbe potuto procedere soltanto se l’Arabia Saudita avesse aderito agli Accordi di Abramo e normalizzato le relazioni con Israele. Il presidente americano ha inoltre sostenuto che il programma saudita non avrebbe previsto attività di arricchimento. Tuttavia, queste condizioni non risultano inserite nel documento firmato.
Il 24 luglio Trump ha riconosciuto di non aver menzionato la condizione relativa agli Accordi di Abramo al segretario americano all’Energia Chris Wright prima della firma dell’accordo. Il 28 luglio Axios ha riferito che Trump non aveva discusso la nuova condizione con i dirigenti sauditi e che, secondo una fonte con conoscenza diretta della vicenda, il testo destinato al Congresso non conterrà alcuna clausola che subordini l’accordo alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
Il punto centrale della vicenda riguarda quindi la distanza tra il contenuto giuridico dell’accordo e le condizioni politiche con cui Trump afferma di volerne subordinare l’attuazione. Questa incertezza alimenta le preoccupazioni israeliane, lascia Riyad in una posizione difficile e affida al Congresso l’esame di un documento che non contiene le garanzie annunciate pubblicamente dalla Casa Bianca.
• Il nodo dell’arricchimento
Il punto più controverso riguarda l’arricchimento dell’uranio. Secondo Reuters del 22 luglio, l’accordo prevede un percorso di cooperazione sul ciclo del combustibile nucleare e lascia aperta la possibilità che, dopo uno studio congiunto, il regno possa sviluppare capacità di arricchimento sul proprio territorio. L’intesa si distingue così da quella conclusa nel 2009 tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi accettò allora il cosiddetto “gold standard”, rinunciando formalmente sia all’arricchimento dell’uranio sia al riprocessamento del combustibile nucleare esaurito. Riyad non ha assunto un impegno equivalente; peraltro, il testo non obbliga l’Arabia Saudita ad aderire al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che attribuirebbe agli ispettori poteri più ampi e permetterebbe controlli anche nei siti non dichiarati.
Ad alimentare i timori contribuiscono anche le dichiarazioni rilasciate negli anni da Mohammed bin Salman. Il principe ereditario ha affermato che, qualora la Repubblica Islamica dell’Iran ottenesse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita dovrebbe dotarsene.
• Gli interessi di Riyad
L’Arabia Saudita presenta il programma come una componente della trasformazione economica promossa da Mohammed bin Salman. Il regno vuole ridurre la quantità di petrolio e gas utilizzata per produrre elettricità, liberando maggiori volumi di greggio per le esportazioni e diversificando il proprio sistema energetico. I futuri reattori potrebbero alimentare attività che richiedono grandi quantità di energia, come la desalinizzazione dell’acqua, il condizionamento degli edifici e i centri di elaborazione dati. Il programma rientra, quindi, nella strategia con cui Riyad punta a ridurre gradualmente la dipendenza economica dalle entrate petrolifere e a costruire nuovi settori industriali.
Il progetto ha anche una dimensione strategica: la disponibilità di competenze nazionali nel ciclo del combustibile rafforzerebbe la posizione del regno rispetto alla Repubblica Islamica dell’Iran. È proprio la sovrapposizione tra finalità energetiche e implicazioni geopolitiche a rendere il dossier particolarmente delicato.
• L’allarme in Israele
La natura civile dichiarata del programma non ha rassicurato numerosi protagonisti della politica israeliana.
Reuters del 23 luglio evidenzia che l’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito l’accordo concluso “sopra la testa di Israele” un grave fallimento strategico. Bennett ha avvertito che lo sviluppo di capacità saudite di arricchimento potrebbe innescare una corsa agli armamenti nucleari nella regione e sfuggire progressivamente al controllo.
Ancora più duro è stato Avigdor Lieberman. L’ex ministro della Difesa ha sostenuto che il programma civile saudita finirà per trasformarsi in un programma militare e condurrà a una “folle corsa agli armamenti” nella regione. Lieberman ha invitato Israele a opporsi all’accordo e a esercitare pressioni sul Congresso americano perché lo blocchi. Anche Benny Gantz, già ministro della Difesa e capo di Stato maggiore, ha contestato la separazione tra il dossier nucleare e la costruzione di un’alleanza regionale tra Israele e i Paesi arabi moderati. Secondo Gantz, l’introduzione di nuove capacità nucleari dovrebbe essere inserita in una struttura politica e strategica più ampia.
• La posizione di Netanyahu
Secondo Axios, il primo ministro israeliano sarebbe rimasto deluso dai termini dell’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Il suo ufficio ha però accolto favorevolmente la condizione annunciata da Trump, affermando che l’ingresso saudita negli Accordi di Abramo rappresenterebbe un passaggio storico per la pace in Medio Oriente.
• Il silenzio saudita
Riyad ha presentato l’accordo come uno strumento per rafforzare la cooperazione energetica, tecnologica ed economica con gli Stati Uniti. Le comunicazioni ufficiali saudite non hanno collegato l’intesa a Israele o agli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita continua a subordinare il riconoscimento di Israele alla creazione di un percorso credibile, irreversibile e definito nel tempo verso uno Stato palestinese.
• Il passaggio al Congresso
L’accordo dovrà essere trasmesso al Congresso statunitense per un periodo di novanta giorni di seduta. Deputati e senatori potranno esaminarne i contenuti e tentare di bloccarlo. Per superare un eventuale veto presidenziale, gli oppositori dovrebbero però raggiungere una maggioranza dei due terzi. Il confronto riguarderà soprattutto l’assenza del “gold standard”, la mancata adesione obbligatoria al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e la possibilità futura di sviluppare capacità di arricchimento sul territorio saudita.
A queste questioni si aggiunge il rapporto con Israele. Il Congresso dovrebbe ricevere un testo privo della clausola sugli Accordi di Abramo, mentre Trump continua a presentare la normalizzazione come una condizione indispensabile per l’attuazione dell’accordo. La distanza tra il documento firmato e le garanzie politiche annunciate successivamente potrebbe diventare uno dei principali argomenti degli oppositori.
Il Congresso sarà quindi chiamato a valutare il testo realmente firmato, mentre la principale garanzia politica offerta da Trump a Israele continua a non comparire nell’accordo.
(Bet Magazine Mosaico, 31 luglio 2026)
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Israele: droni e IA per rilevare gli incendi in pochi minuti
di Jacqueline Sermoneta
Droni e intelligenza artificiale per fermare gli incendi prima che diventino incontrollabili. È la nuova sfida tecnologica lanciata da Israele. Il Ministero della Sicurezza Nazionale, l’ Autorità israeliana per l’Innovazione, l’ Israel Aerospace Industries (IAI), il Technion e l’ Autorità israeliana per i vigili del fuoco e il soccorso hanno unito le forze per sviluppare un sistema capace di individuare e localizzare un principio d’incendio nel giro di pochi minuti. Cuore della tecnologia è l’APUS 25, un drone tattico a decollo e atterraggio verticale sviluppato da IAI. Grazie a un motore a combustione interna può restare in volo per un tempo prolungato, operare anche senza pista, in condizioni metereologiche e di terreno difficili e monitorare centinaia di chilometri quadrati. È equipaggiato con telecamere diurne, notturne e a infrarossi, capaci di individuare i focolai anche attraverso il fumo o in condizioni di scarsa visibilità. Le immagini raccolte vengono analizzate in tempo reale da algoritmi di intelligenza artificiale che rilevano anomalie, identificano il punto d’origine dell’incendio con precisione metrica e inviano immediatamente l’allarme al centro di comando dei vigili del fuoco. Il drone, dopo aver ricevuto dall’operatore l’area da sorvegliare, svolge la missione in autonomia, fornendo un quadro aggiornato della situazione e supportando le decisioni operative.
Il progetto, nato in risposta all’aumento degli incendi boschivi favorito dai cambiamenti climatici e dagli eventi meteorologici estremi, ha già superato il primo test di volo. Nei prossimi mesi il sistema sarà sottoposto a ulteriori prove sul campo per verificarne l’efficacia in diversi scenari operativi. Per i promotori del progetto, la combinazione di droni, intelligenza artificiale e analisi avanzata dei dati potrà ridurre sensibilmente i tempi di intervento e limitare la propagazione delle fiamme, contribuendo a proteggere vite umane, comunità e patrimonio naturale. “Questo progetto rappresenta un ulteriore passo avanti nello sviluppo di capacità tecnologiche innovative per le organizzazioni israeliane di sicurezza e di emergenza. – Yaron Schone, responsabile del dipartimento di ricerca e sviluppo tecnologico del Ministero della Sicurezza Nazionale israeliano – La combinazione di droni, intelligenza artificiale e capacità avanzate di elaborazione dati ha il potenziale per consentire un rilevamento più tempestivo degli incendi, migliorare la consapevolezza della situazione operativa e ridurre i tempi di risposta sul campo. La collaborazione tra tutte le organizzazioni partecipanti riflette l’importanza che attribuiamo al collegamento tra le esigenze operative e l’innovazione israeliana per sviluppare soluzioni che contribuiscano a proteggere vite umane, proprietà e risorse naturali di Israele”.
(Shalom, 31 luglio 2026)
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Netanyahu ai cristiani: «Siamo una cosa sola»
Il capo del governo israeliano esorta gli evangelici a opporsi con determinazione agli attacchi congiunti contro gli ebrei e i cristiani che credono nella Bibbia.
di Ryan Jones
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante l’incontro di mercoledì a Washington con i leader evangelici, non si è limitato a sottolineare il comune retaggio ebraico-cristiano. Ha anche sottolineato che ebrei e cristiani sono fratelli, parte della stessa famiglia di fede – una verità che la Chiesa ha cercato a lungo di ignorare.
Netanyahu ha spiegato ai leader cristiani che il popolo ebraico è «discendente degli ebrei originari della Terra Santa», collocando così l’Israele moderno direttamente nella lunga storia biblica iniziata con Abramo, Isacco e Giacobbe.
Ha descritto il popolo ebraico come «la prima parte» del patrimonio giudaico-cristiano che ha plasmato la civiltà occidentale, la libertà e la fede. In tal modo ha ricordato che il cristianesimo non è nato a Roma, in Europa o in America. È nato in Israele, tra gli ebrei, dalla fede e dalle Scritture di Israele.
Le dichiarazioni del Primo Ministro sono di grande attualità, poiché attualmente sia gli ebrei che i cristiani evangelici in tutto l’Occidente sono esposti a una crescente ostilità. Netanyahu ha stabilito un nesso tra antisemitismo e anti-evangelicalismo, definendoli attacchi correlati, non tendenze separate.
«Non è un caso che entrambi siano attaccati insieme, perché noi siamo una cosa sola», ha affermato.
Questa frase ha costituito il nucleo del suo messaggio ed è stata, inoltre, un richiamo a una verità fondamentale. I nemici di Israele comprendono qualcosa che molte chiese hanno dimenticato nel corso dei secoli: ebrei e cristiani non sono comunità spirituali rivali, ma rami interconnessi della stessa storia biblica. L’attacco allo Stato ebraico, al popolo ebraico, alla verità biblica e al cristianesimo credente non è semplicemente un fenomeno politico moderno. È di natura spirituale. Scaturisce dalla stessa ribellione contro il Dio d’Israele, i Suoi propositi di alleanza e l’ordine morale radicato nelle Sacre Scritture. Ecco perché l’antisemitismo e l’ostilità nei confronti dei cristiani fedeli alla Bibbia vanno così spesso di pari passo. Si rivolgono contro lo stesso fondamento.
Israele non ha avuto altra scelta che opporsi con fermezza al nemico. Netanyahu ha esortato i cristiani a fare lo stesso.
«Alzatevi e non chinatevi», ha detto, esortando i suoi ascoltatori a rispondere agli attacchi con forza anziché con scuse. Ha ringraziato gli evangelici per il loro costante sostegno e per la «costanza» della loro amicizia, ma ha chiarito che la situazione attuale richiede più di una semplice simpatia.
«Ora è tempo di combattere», ha affermato Netanyahu.
Per i cristiani filoisraeliani questo messaggio è stato sia una conferma che un invito all’azione. Netanyahu non ha chiesto solo sostegno politico. Ha ribadito un’alleanza, un’eredità comune e un fronte unito in una lotta spirituale e di civiltà.
Lo Stato ebraico non è solo. E i cristiani che sostengono Israele non sono estranei alla storia di Israele. Fanno parte della famiglia che sta al fianco del primogenito.
(Israel Heute, 31 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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A proposito di Netanyahu.
Netanyahu non è né un santo né un profeta: è un uomo. Un uomo di peso. Ci sono altri modi popolari per dirlo, ma qui vogliamo sottolineare soprattutto un aspetto: di peso biblico. Qualcuno forse si scandalizzerà, soprattutto fra gli evangelici, perché molti sono abituati mettere in relazione fatti politici e Dio partendo dagli uomini. Osservano come si comportano gli ebrei, quello che fa il governo di Israele, come si relaziona col resto del mondo, applicano al tutto schemi morali di uso corrente, e alla fine giudicano. È un sistema che parte dal basso, che può avere un certo valore in molti casi, ma non se applicato a Israele. Qui bisogna correre il rischio di cominciare da Dio. Non si tratta di valutare quanto sia davvero religioso Netanyahu, ma di chiedersi se e in quale modo Dio ha voluto e vuole servirsi di lui per la sua azione nella storia. Come al tempo dei Giudici, Dio è libero di scegliersi i suoi strumenti per fare la sua politica all’interno del suo popolo e attraverso il suo popolo. E questi, come nel caso dei Giudici biblici, non sono quasi mai modelli di rispecchiata moralità. Basti a pensare a Sansone, il penultimo dei Giudici: un tipaccio. Di cui però Dio si è servito per strappare Israele dalle mani dei nemici Filistei. Netanyahu ha rivelato di essere un uomo di carattere, certo amante del potere, come tanti altri, ma atto ad essere usato da Dio per il suo programma storico di redenzione, che ha in Israele e nella sua terra l’elemento centrale. M.C.
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L’Idf colpisce depositi di armi di Hamas, tra cui uno all’interno di una moschea di Gaza
(INS) Le forze di difesa israeliane hanno dichiarato di aver colpito, nel corso dell’ultima settimana, diversi depositi di armi di Hamas nella Striscia di Gaza centrale e settentrionale, tra cui uno allestito all’interno di una moschea. Secondo i militari, i depositi contenevano armi destinate all’uso contro i soldati che operavano lungo la linea del cessate il fuoco, nonché contro i civili israeliani, “e sono stati smantellati per eliminare la minaccia”.
Il deposito di armi all’interno di una moschea “è un ulteriore esempio di come le organizzazioni terroristiche nella Striscia di Gaza sfruttino le infrastrutture civili per scopi terroristici, immagazzinando armi nel cuore della popolazione civile, anche all’interno di luoghi di culto, per facilitare le attività terroristiche”, ha affermato l’Idf. I soldati restano schierati nell’enclave in conformità con l’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti “e continueranno a operare per eliminare qualsiasi minaccia”, ha aggiunto.
L’attuale cessate il fuoco è entrato in vigore nella Striscia di Gaza il 10 ottobre 2025, ponendo fine alla guerra durata due anni e iniziata quando Hamas, altri gruppi terroristici palestinesi e civili di Gaza hanno invaso il Negev nord-occidentale il 7 ottobre 2023.
(HaKol, 30 luglio 2026)
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Muore a 32 anni il rav che portò 500 haredim nell’esercito
Yaakov Aharon Farber aveva creato un programma innovativo per conciliare servizio militare e vita religiosa. Dopo la sua morte alcuni estremisti hanno festeggiato distribuendo cibo nelle yeshivot
di Paolo Montesi
Aveva soltanto trentadue anni, una moglie e sei figli, l’ultima nata appena tre mesi fa. Eppure Yaakov Aharon Farber era già diventato una delle figure più conosciute nel difficile dialogo tra il mondo haredi e lo Stato di Israele. Il rabbino, morto all’ospedale Hadassah Ein Kerem di Gerusalemme dopo una lunga malattia, lascia in eredità un progetto che in meno di due anni ha consentito a circa cinquecento uomini ultraortodossi di prestare servizio nelle Forze di difesa israeliane senza rinunciare alla propria identità religiosa.
La sua scomparsa ha suscitato profondo cordoglio in ampi settori della società israeliana. Accanto ai messaggi di lutto, tuttavia, si sono registrati anche episodi che hanno provocato indignazione. Secondo diversi media israeliani, piccoli gruppi estremisti contrari all’arruolamento degli haredim hanno celebrato la sua morte distribuendo kugel, frutta e bevande in alcune yeshivot e kollelim (istituti di studio religioso ebraico riservati soprattutto a uomini sposati)e diffondendo messaggi nei quali Farber veniva indicato come responsabile di una presunta “distruzione spirituale”. Si tratta di iniziative attribuite a frange radicali, che non rappresentano l’insieme del mondo haredi.
Appartenente alla comunità chassidica di Belz e residente a Givat Ze’ev, Farber aveva fondato Ma’alot Tzur, un’iniziativa nata con un obiettivo preciso. Dimostrare che un uomo haredi può contribuire alla difesa del Paese senza abbandonare il proprio stile di vita religioso. “Entrano haredim ed escono haredim”, ripeteva spesso per spiegare la filosofia del programma.
Per raggiungere questo risultato erano state concordate condizioni particolari con l’esercito. I partecipanti seguivano un’alimentazione mehadrin (e, cioè, una alimentazione kasher molto rigorosa), disponevano di tempi riservati allo studio della Torah e alla preghiera, operavano in contesti separati tra uomini e donne e, in alcuni incarichi, evitavano persino la tradizionale uniforme militare. Il progetto era rivolto soprattutto a uomini sposati che non studiavano più a tempo pieno nelle yeshivot e rimanevano comunque sotto la guida dei propri rabbini.
I volontari venivano preparati per attività tecniche considerate essenziali dalle Forze di difesa israeliane, dalla manutenzione dei sistemi elettronici alle comunicazioni, dai software ai mezzi militari, acquisendo al tempo stesso competenze professionali utilizzabili anche nella vita civile.
Fino all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Farber aveva concentrato gran parte del proprio lavoro sull’inserimento degli haredim nel mercato del lavoro. Lo scoppio della guerra cambiò però le sue priorità. Convinto che il Paese stesse affrontando un’emergenza nazionale senza precedenti, iniziò a promuovere anche forme di partecipazione militare compatibili con la tradizione ultraortodossa.
L’iniziativa ottenne il sostegno di autorevoli figure rabbiniche, tra cui il Rebbe di Belz e il rabbino David Leibel. Allo stesso tempo attirò l’ostilità dei movimenti più radicali contrari a qualsiasi forma di servizio nell’esercito. Negli ultimi mesi Farber era stato oggetto di manifestazioni davanti alla propria abitazione, campagne di boicottaggio e pressioni rivolte alle aziende che pubblicizzavano Ma’alot Tzur. Alcuni manifesti del programma erano stati perfino bruciati durante proteste pubbliche.
La sua storia riflette una delle questioni più delicate della società israeliana. Da decenni il rapporto tra il servizio militare obbligatorio e il mondo haredi divide il Paese e alimenta un acceso confronto politico, giuridico e religioso. Dopo il 7 ottobre il dibattito si è intensificato ulteriormente, anche alla luce dell’aumento delle esigenze operative dell’esercito e delle decisioni della Corte suprema che hanno rimesso in discussione il sistema delle esenzioni. Nato a Montréal in una famiglia appartenente alla dinastia chassidica di Belz, Farber era cresciuto ad Ashdod prima di stabilirsi a Givat Ze’ev. Oltre all’impegno per l’integrazione degli haredim nelle Forze di difesa israeliane, aveva dedicato gran parte della propria attività ad aiutare le famiglie ultraortodosse a raggiungere l’autonomia economica senza rinunciare ai propri valori religiosi.
Il funerale, celebrato al cimitero di Har HaMenuchot a Gerusalemme, ha riunito esponenti della comunità di Belz, amici e centinaia di persone che avevano beneficiato del suo lavoro. La sua morte interrompe una vita brevissima. L’esperienza di Ma’alot Tzur e le centinaia di uomini che, grazie a lui, hanno trovato una strada per servire Israele restano il segno più concreto della sua eredità.
(Setteottobre, 30 luglio 2026)
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Dobbiamo parlare di cosa abbia a che fare il terrorismo con l’Islam
L’ideologia islamista deve finalmente essere definita in modo chiaro e inequivocabile come tale.
di Ali Ertan Toprak *
Quante volte, negli ultimi due decenni, dopo attentati terroristici – anche proprio dalla bocca di politici tedeschi – abbiamo sentito dire: «Questo non ha nulla a che vedere con l’Islam».
Si è arrivati persino ad affermare che già il termine «islamismo» fosse problematico o inammissibile. Nei dibattiti tedeschi è stata in parte data l’impressione che siano i critici delle ideologie islamiste ad aver coniato questo termine. Ma esso esiste da decenni nei paesi a maggioranza islamica. In Turchia, ad esempio, già negli anni ’70 i movimenti islamisti si definivano islamisti.
In Germania, invece, sono state finanziate numerose ONG che hanno introdotto o coniato nel dibattito pubblico termini come «razzismo anti-musulmano» o «islamofobia». La situazione diventa problematica quando tali termini vengono utilizzati per rendere l’islamismo e gli islamisti immuni, in modo generalizzato, alle critiche. In questo modo non si proteggono i musulmani, ma gli islamisti.
Termini come «islamofobia» non sono sufficienti a definire e combattere l’ostilità e la discriminazione nei confronti dei musulmani, che pure esistono
Spesso, dopo tali attentati, le associazioni islamiche hanno taciuto o li hanno condannati solo in modo poco convinto – quasi sempre accompagnando la condanna con la formula secondo cui gli atti «non hanno nulla a che vedere con l’Islam». Eppure loro sanno bene che gli autori di tali atti fanno esplicito riferimento a determinate interpretazioni teologiche dell’Islam e vogliono legittimare la loro violenza in nome della religione. Anche noi, come Stato e come società, dobbiamo finalmente definire in modo chiaro e inequivocabile l’ideologia islamista che sta dietro a tutto questo. Questo è il primo e più importante passo verso la soluzione del problema.
Se i musulmani vengono ripetutamente rappresentati esclusivamente come vittime, se l’«Occidente decadente» viene ritenuto responsabile di quasi tutti i mali e se in molte moschee occidentali ci si mobilita contro i valori delle società aperte ricorrendo ad argomenti teologici, allora nessuno può seriamente affermare che tutto ciò non abbia nulla a che vedere con l’Islam.
Un confronto aperto con le interpretazioni teologiche problematiche non è un attacco all’Islam
Per quanto tempo ancora, come società e come Stato, intendiamo perpetuare questo schema? Questo non aiuta affatto i musulmani. Perché sono loro le prime vittime dell’islamismo. Allo stesso tempo, questo atteggiamento ostacola la necessaria autocritica e un processo di chiarimento all’interno dell’Islam stesso. Basta infine!
Sono proprio i musulmani stessi a pagare il prezzo più alto. In tutto il mondo sono le prime vittime della violenza islamista. Un confronto aperto con le interpretazioni teologiche problematiche non è quindi un attacco all’Islam, ma un presupposto indispensabile per respingere efficacemente l’islamismo e rendere possibile un’illuminazione credibile all’interno dell’Islam.
Perché proprio gli ambienti progressisti occidentali non lo vogliono? La critica alla religione non è forse una delle conquiste più importanti dell’Illuminismo? Perché proprio loro tradiscono questa conquista – e con essa anche i musulmani progressisti, liberali e laici? In questo modo si alleano di fatto con i fascisti del mondo islamico e credono al contempo di combattere in questo modo i propri fascisti in Occidente. Che farsa! Ma è una farsa mortale – per il mondo libero. --- * L’autore è presidente federale della Comunità curda in Germania.
(Jüdische Allgemeine, 30 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La nuova normalità antisemita si affigge nelle bacheche della tv pubblica
Il manifesto antisemita contro il corrispondente del Tg1 Giovan Battista Brunori non è un episodio isolato, ma il punto d’arrivo prevedibile di una campagna personale nata da una polemica lessicale. Nell’epoca della “nuova normalità” antisemita, prima si indica il bersaglio, poi qualcuno provvede a esporlo.
di Filippo Piperno
Ci risiamo, e nemmeno ci sorprendiamo più. Ieri mattina, nella bacheca di Radio1, a Saxa Rubra, qualcuno ha appeso un manifesto firmato Global Sumud e Libere di lottare: un ebreo ortodosso con le fattezze della bestia, travestito da escursionista, davanti a un microfono del Tg1.
Il bersaglio è Giovan Battista Brunori, corrispondente da Gerusalemme. La DIGOS ha acquisito il manifesto, la Rai ha aperto un’indagine interna. Le condanne istituzionali sono arrivate puntuali, nette, tempestive. Come sempre. Dopo. Come sempre.
La filologia del capolavoro è nota a chiunque abbia seguito la settimana. Brunori, raccontando gli scontri di Tell in Cisgiordania, aveva usato la parola “sbagliata”: escursionisti.
Nel giro di quarantott’ore la contestazione lessicale è diventata una nota di partito, poi un’accusa di “propaganda sionista” in commissione di vigilanza, poi la richiesta di provvedimenti. Provvedimenti. Contro un corrispondente, per un sostantivo.
E mentre la macchina girava, gli attacchi personali arrivavano fino alla moglie del giornalista, perché quando si processa la parola il fascicolo si estende sempre alla famiglia.
E infine, ieri, il punto d’arrivo che chi frequenta questo Paese conosceva prima ancora che la puntina toccasse il sughero: la caricatura. Quella caricatura. Perché quando la macchina si mette in moto contro un giornalista che racconta Israele, la stazione finale è sempre la stessa, e ha l’iconografia che ha.
Quanto fosse prevedibile lo dice il calendario: il giorno prima dell’affissione, Vito Anav, presidente della comunità degli ebrei italiani in Israele, aveva scritto che questi schemi riducono ogni ebreo allo stereotipo dell’ultraortodosso fanatico.
Ventiquattro ore dopo, lo stereotipo era in bacheca, disegnato con diligenza. Non ci vuole un profeta, in questo Paese, per prevedere l’antisemitismo: basta un osservatore con un po’ di memoria.
Nessuno dei critici politici di Brunori ha prodotto o rivendicato quel manifesto, sia chiaro, e nessuno lo insinua. Ma chi trasforma una polemica sul vocabolario in una campagna contro una persona non può poi stupirsi di chi completa il lavoro con meno sottigliezze filologiche.
Prima si segnala il deviante, poi lo si espone, poi qualcun altro arriva con la colla. Il conformismo non censura: isola. Lo abbiamo scritto talmente tante volte che ormai potremmo pubblicarlo come formulario.
E chi ci legge sa che non è un caso, né un episodio, né una bravata. È la curva. L’Anti-Defamation League ha appena certificato che il 2025 è stato l’anno più letale per la diaspora ebraica dall’attentato di Buenos Aires del 1994: venti morti tra Sydney, Manchester, Washington e Boulder, oltre ventitremila episodi censiti nei sette Paesi che ospitano il 90% della diaspora, un più 136% nei Paesi del G7 rispetto al 2022.
La definizione dell’ADL è di quelle che non si dimenticano: non un picco passeggero, la nuova normalità. Ecco: ieri la nuova normalità si è presentata in una bacheca del servizio pubblico italiano, con tanto di firma. Non ha nemmeno più bisogno di nascondersi. Si affigge.
E adesso, prevedibile come la marea, arriverà la liturgia: la solidarietà pelosa di chi ha soffiato sul fuoco fino a martedì, il distinguo di chi spiegherà che sì, il manifesto è brutto, però capiamoci, la parola “escursionisti”…
Li aspettiamo. Conosciamo già il copione, conosciamo già i giri di frase. Del resto, in questo Paese l’antisemitismo è sempre colpa di nessuno ed effetto di tutti.
Il resto è cronaca giudiziaria, e la seguiremo. La parte che ci riguarda non è cominciata ieri e la riconosciamo al primo sguardo.
(InOltre, 30 luglio 2026)
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Quando il futuro appare improvvisamente luminoso – Il programma di borse di studio del Jaffa Institute
Povertà, condizioni sociali e familiari difficili: queste sono le condizioni di partenza per Batal. Una vita autonoma, per non parlare degli studi universitari, sembra irraggiungibile. Ma Batal è fortunata: entra in contatto con il Jaffa Institute sin da piccola e in seguito riceve persino una borsa di studio per il corso di studi che desidera. La storia di una svolta fortunata.
di Hannah Bartholomew
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Studenti di medicina ricevono le borse di studio dal direttore generale del Jaffa Institute in Nord America, Reuven Meir.
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I giovani hanno talenti, progetti, desideri – ma troppo spesso è la loro provenienza sociale a determinare il loro futuro. Si tratta di un problema diffuso in tutto il mondo e in Israele non è diverso. Eppure ci sono vie d’uscita.
L’istruzione è uno dei modi più efficaci per superare la povertà a lungo termine e aprire nuove prospettive ai giovani. È proprio qui che entra in gioco il programma di borse di studio del Jaffa Institute, sostenuto da Christen an der Seite Israels (CSI). Il programma di borse di studio li aiuta a superare gli ostacoli finanziari che si frappongono al conseguimento di una laurea, gettando così le basi per una vita autonoma ed economicamente indipendente. Attraverso il sostegno agli studenti svantaggiati in Israele, il programma aiuta gli israeliani poveri a sfuggire al circolo vizioso della povertà intergenerazionale.
• La storia di Batal
Una delle borsiste di quest’anno è la ventitreenne Batal Badganov. Studia gestione sanitaria e si trova quindi all’inizio di un futuro professionale promettente. La sua storia dimostra in modo impressionante come un sostegno duraturo possa cambiare la vita.
Batal è cresciuta insieme ai suoi fratelli in condizioni familiari ed economiche difficili. Da bambina ha frequentato un programma pomeridiano del Jaffa Institute, che per molti anni le ha offerto stabilità, sostegno e senso di comunità. Guardando indietro, descrive quel periodo come determinante per tutto il suo percorso di vita: «Ricordo tutto ciò che riguarda quel programma. La meravigliosa infanzia che ho trascorso lì, quanto mi abbia rafforzata; le cose che ho imparato, i valori che mi sono stati trasmessi – sono quasi certa che oggi mi troverei in una situazione completamente diversa se non fossi cresciuta lì».
Ricorda in particolare le persone che l’hanno accompagnata, che l’hanno aiutata a fare i compiti, che hanno rafforzato la sua autostima e le hanno dato la sensazione di essere vista e apprezzata. E i pasti deliziosi, che non ha mai dato per scontati.
«Sono grata a questo posto ogni giorno. Ringrazio Dio per questo privilegio. Sono grata di essere cresciuta insieme a bambini incredibili – alcuni dei quali sono ancora oggi tra i miei amici più cari. Sono grata per i fantastici educatori che ho avuto. Per me erano messaggeri di Dio che svolgevano un’opera sacra con bambini che ne avevano davvero bisogno.»
• Più che istruzione
I momenti salienti di Batal? Le vacanze e i campi estivi, durante i quali andavano al cinema, allo zoo o al parco divertimenti. «La cosa migliore era la piscina. Perché cosa c’è di più bello di quando gli animatori ti fanno cavalcare sulla schiena in piscina e ti ricordano continuamente di mettere la crema solare?»
Un ricordo particolarmente commovente risale al periodo in cui, dopo il divorzio dei genitori, ha dovuto vivere temporaneamente in un centro di accoglienza per donne con la madre e i fratelli. Dopo diversi mesi è finalmente tornata al programma pomeridiano: «Quando la porta si è aperta, mi sono tutti precipitati addosso. Piangevano, erano commossi e mi ripetevano continuamente quanto avessero sentito la mia mancanza. Non lo dimenticherò mai.»
Da studentessa che si mantiene in gran parte da sola, Batal sa bene quanto sia importante la borsa di studio: «Ogni contributo è davvero d’aiuto e mi dà forza. Ne sono incredibilmente grata».
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Studenti ricevono le borse di studio da Chaim Hurvitz, presidente del consiglio di amministrazione del Jaffa Institute.
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Il programma di borse di studio, tuttavia, non persegue solo l’obiettivo di promuovere l’istruzione. Tutti i borsisti sono incoraggiati a collaborare come volontari nei propri centri di assistenza o in altri centri per bambini a rischio e con bisogni speciali, in programmi per anziani o in iniziative volte al rafforzamento delle donne.
La selezione dei borsisti avviene con cura sulla base della loro situazione finanziaria, dei risultati accademici e delle circostanze personali. Viene data particolare attenzione ai diplomati dei programmi del Jaffa Institute e ai giovani provenienti da quartieri socialmente svantaggiati. Dalla prima assegnazione delle borse di studio nel 1992, il programma si è continuamente evoluto. Mentre all’epoca venivano sostenuti sei studenti, oggi circa 100 giovani all’anno hanno l’opportunità di realizzare i propri obiettivi formativi.
Senza donazioni, questo lavoro non sarebbe possibile. Ne sono consapevoli anche i responsabili del Jaffa Institute: «Ringraziamo di cuore tutti i sostenitori. Le vostre donazioni consentono a giovani come Batal di sviluppare il proprio potenziale, di completare gli studi e di costruirsi un futuro che prima sembrava spesso irraggiungibile. Insieme creiamo opportunità che hanno un impatto ben oltre il periodo degli studi – per gli studenti, le loro famiglie e l’intera società israeliana».
(Christen an der Seite Israels, 30 luglio 2026)
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La montagna nascosta del regime dei mullah e la domanda aperta: e adesso?
Cinque mesi di guerra, costi miliardari, migliaia di attacchi aerei eppure nessuno degli obiettivi bellici effettivi è stato raggiunto. Né il programma nucleare iraniano è stato neutralizzato in modo decisivo, né il regime dei mullah è stato costretto alla resa o a un nuovo accordo sul nucleare.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump oscilla tra minacce severe e segnali diplomatici, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si reca a Washington per convincere il presidente americano ad adottare una linea più dura nei confronti di Teheran. Al centro dei colloqui c’è proprio Har HaMakosh, la misteriosa «Montagna del Piccone», sotto la quale l’Iran potrebbe star preparando il cuore del proprio programma nucleare per il periodo postbellico.
L’Iran di oggi è la Persia biblica, un paese che nella storia di Israele è stato sia liberatore che avversario. Per questo motivo molti cristiani osservano l’attuale scontro tra Israele e il regime dei mullah non solo come un conflitto geopolitico, ma come parte di una regione la cui storia è strettamente legata da millenni alla tradizione biblica. Proprio per questo vale la pena dare uno sguardo più da vicino agli sviluppi degli ultimi mesi.
Poco prima dell’incontro, Trump ha dichiarato in un’intervista a Fox News che «Har HaMakosh», l’impianto nucleare segreto iraniano in cui, secondo le informazioni dei servizi segreti israeliani, sarebbero state trasferite migliaia di centrifughe, «non è un grosso problema». Alla domanda se Netanyahu lo avesse informato di nuovi attacchi all’impianto sotterraneo, Trump ha risposto: «Non ho bisogno che Bibi mi dica cosa succede lì. So esattamente cosa sta succedendo». Pur ribadendo che gli Stati Uniti potrebbero distruggere in qualsiasi momento ponti, centrali elettriche o altre infrastrutture iraniane, questa volta Trump ha aggiunto: «Vorrei evitarlo. Non mi interessa».
Si tratta già dell’ottava visita di Netanyahu negli Stati Uniti dall’inizio dell’attuale mandato di Trump. A differenza del passato, questa volta però non ci sarà un’accoglienza solenne con tappeto rosso e dichiarazioni congiunte. Dall’inizio della guerra, il rapporto tra i due si è notevolmente mutato. Secondo quanto riferito da fonti americane e israeliane alla CNN, Netanyahu si è adoperato per diverse settimane per ottenere un invito alla Casa Bianca, al fine di dissuadere Trump dal fare ulteriori concessioni all’Iran. Alla Casa Bianca, tuttavia, si sarebbe manifestato malumore per il fatto che le autorità israeliane avrebbero cercato, attraverso notizie mirate diffuse dai media, di esercitare pressioni politiche per ottenere un incontro. Ma chi lo sa, spesso i media ci propinano notizie false per disorientarci tutti tatticamente – soprattutto il regime dei mullah iraniani a Teheran. È stato solo il funerale previsto del «defunto» senatore Lindsey Graham a offrire infine l’occasione per il colloquio odierno.
• Gli obiettivi di Netanyahu.
Secondo fonti israeliane, Netanyahu intende presentare a Trump nuove informazioni dei servizi segreti sul riarmo militare dell’Iran e sullo stato del suo programma nucleare. Allo stesso tempo, a Gerusalemme si ritiene che Trump non voglia avviare una nuova campagna militare su larga scala contro l’Iran prima delle elezioni di medio termine americane di novembre.
I rappresentanti del governo statunitense sanno inoltre che Netanyahu è sottoposto a notevoli pressioni interne in vista delle elezioni parlamentari israeliane di ottobre e che il sostegno di Trump potrebbe rivestire per lui grande importanza.
Un rappresentante del governo israeliano ha dichiarato: «Netanyahu vorrebbe spostare l’attenzione dal confronto militare ad altre questioni, come un accordo di sicurezza con gli Stati Uniti e, eventualmente, una normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Inoltre, vuole assicurarsi di coordinarsi con Trump su temi che possano aiutarlo nella campagna elettorale».
• Cinque mesi di guerra senza risultati decisivi.
Secondo i dati del Pentagono, la guerra è costata finora agli Stati Uniti 37,5 miliardi di dollari. Sono stati uccisi 18 soldati americani e 624 sono rimasti feriti. Trump ha recentemente dichiarato: «L’Iran ha subito duri colpi negli ultimi 14 giorni. Ci hanno chiesto: “Per favore, smettetela, lasciateci negoziare”». Teheran ha immediatamente respinto questa versione dei fatti. Anche dopo mesi di intensi attacchi aerei, non è chiaro perché Trump ritenga che nuovi negoziati avrebbero ora più successo rispetto al passato. Finora non vi sono segnali che l’Iran sia disposto a concessioni di ampia portata o a colloqui diretti con gli Stati Uniti.
• Minacce continue e marce indietro.
Proprio la scorsa settimana Trump ha minacciato nuovamente di sferrare attacchi massicci contro le infrastrutture iraniane, tra cui ponti, centrali elettriche e anche l’impianto «Har HaMakosh». Alla fine, però, ha rinunciato a un’ulteriore escalation dopo che alti funzionari militari avevano avvertito che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi sempre più a corto di missili intercettori e altri importanti sistemi d’arma. Dana Stroul, ex responsabile per il Medio Oriente del Pentagono, ha dichiarato al New York Times: «Gli iraniani sanno che l’orizzonte temporale di Trump è molto più breve del loro».
Il «Montagna del Piccone», in inglese «Pickaxe Mountain», è oggi considerato uno dei centri più importanti e meglio protetti del programma nucleare iraniano. La montagna si trova nella provincia di Isfahan, a circa 220 chilometri a sud di Teheran e a soli due chilometri dal complesso nucleare di Natanz, il principale sito iraniano per l’arricchimento dell’uranio. Mentre gli impianti in superficie a Natanz sono stati più volte oggetto di atti di sabotaggio e attacchi aerei, il complesso di tunnel costruito sotto la Montagna delle Piccozze è rimasto finora intatto.
Dal 2020 l’Iran sta realizzando in quella zona, nelle profondità della roccia granitica, un complesso di tunnel molto ramificato che, secondo le stime dei servizi segreti occidentali, in futuro potrebbe ospitare migliaia di centrifughe moderne. L’impianto si trova a una profondità stimata tra i 100 e i 145 metri sotto terra ed è quindi protetto in modo nettamente migliore dagli attacchi aerei rispetto a precedenti siti nucleari come Natanz o Fordow. Poiché l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) non ha finora avuto accesso al complesso, le informazioni si basano principalmente su immagini satellitari e dati dei servizi segreti. Proprio per la sua importanza strategica, lo Spitzhackerberg è ormai considerato uno degli obiettivi principali di possibili operazioni militari contro il programma nucleare iraniano.
Secondo i dati forniti dall’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale (ISIS) dall’esperto nucleare David Albright: Albright è un rinomato fisico statunitense, esperto di armamenti e autore. È considerato a livello mondiale uno dei massimi esperti in materia di proliferazione delle armi nucleari (non proliferazione nucleare) e di analisi dei programmi segreti di armi nucleari.
Si tratta di un complesso di tunnel la cui costruzione è iniziata nel 2020, ovvero due anni dopo l’uscita del presidente Trump dall’accordo sul nucleare e in una fase in cui l’Iran ha notevolmente accelerato il proprio programma nucleare. L’impianto è scavato in profondità in una montagna di granito. Durante la fase di costruzione, l’Iran ha dichiarato che i capannoni sotterranei avrebbero dovuto sostituire l’impianto di produzione in superficie per centrifughe moderne a Natanz. L’impianto è progettato per ospitare diverse migliaia di centrifughe moderne, che l’Iran intendeva utilizzare una volta scadute le restrizioni previste dall’accordo sul nucleare.
L’impianto dispone di due ingressi, entrambi situati sotto la montagna. Si presume che facciano parte della stessa struttura sotterranea, situata ad almeno 100 metri sotto la superficie. Il dislivello tra l’ingresso orientale e la cima è di circa 145 metri, mentre quello dell’ingresso occidentale è di circa 100 metri. Ciò suggerisce che l’impianto possa avere più livelli.
Dal 2025 l’Iran sta costruendo una recinzione di sicurezza e un muro di protezione attorno alla montagna, compresa una strada di pattuglia. Sopra gli ingressi delle gallerie sono stati applicati ulteriori strati di cemento e terra per rendere più difficili gli attacchi. Dopo le guerre contro l’Iran, gli ingressi orientali sono stati parzialmente bloccati per impedire l’accesso ai veicoli. Gli ingressi occidentali sono ancora in funzione.
«Har HaMakosh» non è stato attaccato direttamente in nessuna delle guerre contro l’Iran negli anni 2025 e 2026. È stato colpito solo un veicolo nelle vicinanze, probabilmente a causa della difesa aerea e non dell’impianto stesso. Secondo la valutazione dell’istituto di ricerca, l’impianto non è attualmente un sito nucleare attivo, ma è ancora in fase di costruzione. Si trova a pochi chilometri dall’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz.
Se l’Iran dovesse trasferire la produzione delle sue centrifughe in questo impianto sotterraneo, ciò potrebbe far progredire notevolmente il programma nucleare. I capannoni sotterranei sono abbastanza grandi da ospitare un impianto di arricchimento dell’uranio per materiale utilizzabile a fini militari, nonché ulteriori strutture per lo sviluppo di armi nucleari.
Non è chiaro se l’impianto sia in grado di resistere a un attacco aereo. Nelle ultime settimane il presidente Trump aveva minacciato un attacco. Secondo l’istituto, tuttavia, esistono punti vulnerabili che gli Stati Uniti o Israele potrebbero sfruttare, tra cui l’approvvigionamento elettrico, i sistemi di ventilazione, riscaldamento e raffreddamento dell’impianto sotterraneo, nonché il personale e le catene di approvvigionamento che entrano ed escono regolarmente dalla struttura.
• Cinque mesi di guerra. Le svolte decisive:
- Marzo: Trump annuncia che la guerra sarà conclusa entro due o tre settimane.
- Aprile: il CENTCOM riferisce di attacchi contro oltre 13.000 obiettivi in Iran.
- Aprile: Trump proclama un cessate il fuoco.
- Aprile: dopo 21 ore di colloqui in Pakistan, il vicepresidente J.D. Vance dichiara falliti i negoziati.
- Aprile: gli Stati Uniti impongono un blocco navale sui porti iraniani.
- Aprile: Trump proroga il cessate il fuoco.
- Maggio: avvio dell’operazione «Project Freedom» per garantire la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico – l’operazione termina dopo meno di 48 ore.
- Maggio: Trump dichiara che la tregua rimane in vigore.
- Maggio: rifiuto di una proposta di colloquio da parte dell’Iran.
- Maggio: Trump parla nuovamente di un imminente accordo di pace.
- Inizio giugno: Trump definisce i colloqui con l’Iran «molto noiosi».
- Giugno: dichiara che, se Teheran non dovesse firmare un accordo, «li bombarderemo a terra già domani notte».
- Giugno: accordo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz – la questione nucleare rimane irrisolta.
- Giugno: pubblicazione di un memorandum d’intesa formulato in modo vago, che entrambe le parti interpretano in modo diverso.
- Giugno: allentamento delle sanzioni americane contro le esportazioni petrolifere iraniane.
- –24 giugno: a seguito di un attacco iraniano contro una nave nello Stretto di Hormuz, seguono attacchi aerei statunitensi.
- Luglio: parata militare per il 250° anniversario degli Stati Uniti.
- Luglio: ripresa degli attacchi aerei statunitensi.
- Luglio: l’Iran lancia missili a medio raggio verso la Giordania; il CENTCOM riferisce di attacchi contro 170 obiettivi nell’arco di 48 ore.
- Luglio: ulteriori attacchi aerei statunitensi in seguito agli attacchi iraniani contro navi.
- Luglio: Trump annuncia l’imposizione di dazi sulle navi nello Stretto di Hormuz e inasprisce il blocco navale.
- –18 luglio: diversi soldati statunitensi perdono la vita in attacchi iraniani in Giordania e in Iraq.
- /25 luglio: ultima grande ondata di attacchi statunitensi; successivamente subentra una tregua.
- Luglio: il Pentagono riferisce ufficialmente di 18 caduti e 624 feriti tra le forze statunitensi.
A cinque mesi dall’inizio della guerra, nessuno degli obiettivi iniziali è stato pienamente raggiunto. Né il programma nucleare iraniano è stato neutralizzato in modo decisivo, né Teheran si è dichiarata disposta a una resa o a negoziati di ampia portata. Allo stesso tempo, Trump continua a mostrare determinazione militare nella sua retorica, ma attualmente preferisce limitare il conflitto, anche in considerazione della situazione politica interna negli Stati Uniti e delle imminenti elezioni di medio termine. La visita di Netanyahu alla Casa Bianca dovrebbe quindi servire soprattutto a cercare di convincere Washington ad adottare una linea più dura nei confronti dell’Iran e, al contempo, a garantire il coordinamento strategico tra i due governi.
(Israel Heute, 29 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Sulla definizione di “ciarlatano”.
Dal Vocabolario della Lingua Italiana di Giovanni Treccani: “La parola è rimasta in uso per indicare prestigiatori, giocolieri e in genere chi vende in pubblico prodotti specifici o altre merci attirando la gente e incantandola con abbondanza di chiacchiere”.
Dal Dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommasèo: “Il ciarlatano sa saltare e ballare e sedere in cattedra e sdraiarvisi; e fingere di dormire, ch’è segno elettissimo della coscienza ch’uno ha della propria grandezza”.
Sono definizioni che possono venire in mente seguendo le mosse del Primo Ministro della più forte potenza militare al mondo. M.C.
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Siria-Israele, al-Sharaa apre alla pace
La caduta di Assad ha spezzato l’asse con Iran e Hezbollah. Ora Damasco cerca un’intesa con Gerusalemme che potrebbe cambiare gli equilibri regionali
di Alessandro Carmi
Siria e Israele stanno negoziando un accordo di sicurezza e, per la prima volta dalla caduta di Bashar al-Assad, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa indica apertamente la possibilità che quell’intesa diventi il primo passo verso una pace tra i due Paesi. Una prospettiva ancora lontana, condizionata dalla questione del Golan e dalle esigenze di sicurezza israeliane, che tuttavia fotografa quanto profondamente siano cambiati gli equilibri del Medio Oriente.
Al-Sharaa ha confermato che i colloqui coinvolgono anche Paesi terzi e ha spiegato che Damasco vuole evitare qualsiasi confronto militare diretto con Israele. «Non abbiamo alcun interesse» a uno scontro, ha dichiarato. Parole particolarmente significative se pronunciate dal capo di una Siria che, sotto la dinastia Assad, aveva fatto dell’alleanza con la Repubblica islamica iraniana e del sostegno a Hezbollah uno dei cardini della propria politica regionale.
Il cambiamento maturato dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024 riguarda infatti molto più delle relazioni bilaterali tra Gerusalemme e Damasco. Per decenni la Siria è stata il ponte strategico che consentiva a Teheran di proiettare la propria influenza fino al Mediterraneo e di alimentare militarmente Hezbollah. Armi, uomini e risorse iraniane transitavano attraverso il territorio siriano diretti in Libano, facendo della continuità geografica tra Iran, Iraq, Siria e Libano uno degli strumenti principali della pressione esercitata dalla Repubblica islamica su Israele.
Quella continuità è stata spezzata. Il nuovo potere di Damasco non appartiene all’asse iraniano e al-Sharaa, pur provenendo da una storia personale e politica lontanissima da Israele, sembra avere individuato nella stabilizzazione del Paese e nel recupero dei rapporti con l’Occidente una priorità superiore alla prosecuzione delle vecchie alleanze di Assad.
Resta naturalmente il Golan. La Siria continua a rivendicare le alture conquistate da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e al-Sharaa ha precisato che un accordo di sicurezza non comporterebbe la rinuncia siriana alle proprie rivendicazioni. Israele estese nel 1981 la propria legislazione al territorio, mentre nel 2019 gli Stati Uniti, durante la prima amministrazione Trump, riconobbero la sovranità israeliana sul Golan.
Per Gerusalemme la questione ha un carattere innanzitutto strategico. Dopo il collasso del regime di Assad, Israele ha assunto il controllo della zona cuscinetto stabilita dall’accordo di disimpegno del 1974, sostenendo la necessità di impedire che il vuoto lasciato dall’esercito siriano producesse una nuova minaccia lungo il confine. Qualunque intesa dovrà quindi stabilire quali forze potranno operare nella Siria meridionale e quali garanzie concrete verranno offerte a Israele.
Anche il dossier libanese mostra quanto rapidamente stia cambiando il quadro. Al-Sharaa ha escluso che l’esercito siriano intenda intervenire in Libano per combattere Hezbollah, prendendo le distanze dalle ipotesi circolate nelle settimane precedenti. Ha però sostenuto il principio secondo cui lo Stato libanese e le sue Forze armate devono detenere il monopolio delle armi e delle decisioni riguardanti la guerra e la pace. Per Hezbollah, abituato per decenni a considerare Damasco una retrovia indispensabile, è già una trasformazione sostanziale.
Un trattato di pace israelo-siriano rimane un traguardo difficile e nessuna delle questioni più delicate è stata ancora risolta. Sarebbe però un errore misurare ciò che sta accadendo soltanto sulla distanza che separa oggi Damasco e Gerusalemme da una firma.
Il dato politico è già davanti agli occhi. La Siria degli Assad, anello fondamentale dell’asse costruito da Teheran contro Israele, è scomparsa. Al suo posto governa un uomo con un passato jihadista che oggi cerca rapporti con Washington, tiene l’Iran a distanza, vuole stabilizzare il confine con Israele e considera pubblicamente possibile arrivare alla pace. In un Medio Oriente trasformato dalle guerre seguite al 7 ottobre, pochi cambiamenti raccontano con altrettanta chiarezza quanto le vecchie mappe delle alleanze siano ormai in movimento.
(Setteottobre, 29 luglio 2026)
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L'ultimo stratagemma di Hamas: abbandonare il governo senza rinunciare alle armi
La questione di fondo non è chi ricopre ruoli ministeriali nella Striscia di Gaza, ma chi detiene il controllo della forza militare. Hamas non sta smantellando il suo braccio armato. Non sta consegnando le proprie armi.
di Khaled Abu Toameh *
A distanza di quasi tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023 e più di sei mesi dopo l'annuncio del piano di pace in 20 punti del presidente Donald J. Trump, che chiedeva la totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza, Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio apparato governativo di fatto e la disponibilità a trasferire l'autorità a un comitato di tecnocrati palestinesi.
L'annuncio, a prima vista, può sembrare una concessione importante. Ma la realtà è diversa: si tratta di un nuovo tentativo di Hamas di far credere alla comunità internazionale di rispettare i termini dell'iniziativa di pace di Trump, senza però rinunciare a ciò che considera essenziale: il controllo del proprio apparato militare.
La questione di fondo non è chi ricopre ruoli ministeriali nella Striscia di Gaza, ma chi detiene il controllo della forza militare.
Per ammissione della stessa Hamas, i suoi ministeri e migliaia di dipendenti resteranno operativi. Ma il punto più rilevante è un altro: Hamas afferma di voler continuare a gestire la sicurezza e le attività di polizia nelle aree che sono ancora sotto il suo controllo.
In altre parole, il movimento abbandona il governo, ma non il potere. Nulla di sostanziale è cambiato.
Hamas non sta smantellando la propria ala militare. Non sta consegnando le armi. Non sta sciogliendo il proprio apparato di sicurezza. Non sta rinunciando alla propria struttura di comando. Inoltre, migliaia di dipendenti e fedelissimi del movimento continueranno ad essere presenti nelle strutture istituzionali della Striscia di Gaza.
In assenza di queste misure, la dissoluzione di un organismo di governo rappresenta poco più di un cambiamento di facciata.
Fino a quando Hamas manterrà le proprie forze armate, qualsiasi nuova amministrazione civile a Gaza resterà condizionata dal peso delle armi del movimento.
Nessun governo tecnocratico può operare in modo indipendente finché un'organizzazione terroristica armata resta la forza dominante sul terreno.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha individuato immediatamente la minaccia. "Lo stratagemma di Hamas è semplice", ha scritto. "L'apparente disponibilità di Hamas a fare spazio a un governo tecnocratico è concepita per impedire il proprio disarmo".
Sa'ar ha messo in guardia dal tentativo di Hamas di riprodurre nella Striscia di Gaza il modello Hezbollah: un governo civile gestirebbe la raccolta dei rifiuti, i servizi essenziali, la ricostruzione e il pagamento degli stipendi, lasciando però a Hamas il controllo della forza militare principale.
Il titolare del dicastero degli Esteri israeliano ha rilevato che "fino a quando Hamas manterrà le proprie armi, qualsiasi governo civile opererà ovviamente secondo le sue direttive".
È proprio questo il punto centrale della strategia di Hamas.
Il gruppo terroristico sta cercando di replicare in Libano il modello di Hezbollah dello "Stato nello Stato". Secondo questo schema, un governo civile gestisce gli affari quotidiani del Paese, mentre l'organizzazione terroristica mantiene un proprio esercito indipendente, un apparato di intelligence autonomo e il potere di decidere sulle questioni di guerra e pace.
Per il Libano, le conseguenze sono state devastanti. I governi libanesi succedutisi negli anni hanno mantenuto il controllo formale dello Stato, ma Hezbollah è rimasto la forza realmente dominante, grazie al suo enorme arsenale e all'appoggio iraniano, condizionando la vita politica e trascinando ripetutamente il Libano in guerre distruttive con Israele.
Hamas sembra ora perseguire esattamente la stessa formula nella Striscia di Gaza. L'obiettivo sarebbe quello di lasciare ad altri il compito di ricostruire ospedali, scuole, strade e abitazioni, ripristinare i servizi essenziali e pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, mentre Hamas ricostruirebbe nell'ombra le proprie capacità militari, recluterebbe combattenti, ripristinerebbe la rete di tunnel, produrrebbe razzi e si preparerebbe a un nuovo massacro in stile 7 ottobre contro Israele.
Questa non è una prospettiva di pace e stabilità. È piuttosto un modo per trasferire ad altri le responsabilità civili e, allo stesso tempo, preservare l'apparato del jihad (guerra santa).
Questa, inoltre, non è la prima volta che Hamas adotta una simile strategia.
Nel 2014, dopo la firma di un altro accordo di riconciliazione con la fazione di Fatah guidata da Mahmoud Abbas, Hamas accettò allo stesso modo di trasferire l'amministrazione della Striscia di Gaza a un governo palestinese di unità nazionale composto da tecnocrati. All'epoca si riteneva che l'intesa avrebbe ridotto il controllo di Hamas su Gaza. Invece, Hamas mantenne il pieno controllo delle proprie forze militari e dei propri apparati di sicurezza.
Il governo di unità non riuscì mai a esercitare un vero controllo. L'esito fu prevedibile: Hamas continuò a essere la principale forza di governo nella Striscia di Gaza, mentre la gestione amministrativa e dei servizi pubblici rimase affidata ad altri, tra cui l'Autorità Palestinese e la comunità internazionale.
Dodici anni dopo, Hamas tenta di riproporre esattamente la stessa formula. La storia dovrebbe servire da monito. La comunità internazionale ha ripetutamente dato credito alle promesse di Hamas senza metterle in discussione. Più volte si è convinta che il movimento stesse diventando più pragmatico, più responsabile e più interessato a governare che a combattere. Molti decisori politici e analisti israeliani e occidentali hanno ritenuto che l'obiettivo principale di Hamas fosse ottenere stabilità economica, ricostruzione e fasi di relativa calma.
Quelle convinzioni sono crollate il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha perpetrato il più letale massacro di ebrei dai tempi della Shoah.
La lezione avrebbe dovuto essere chiara. Hamas ha ripetutamente utilizzato cessate il fuoco, sforzi di ricostruzione e iniziative diplomatiche per rafforzare le proprie capacità militari.
Anche il più recente annuncio di Hamas va analizzato attraverso la stessa prospettiva.
Se Hamas avesse davvero voluto rinunciare al potere, perché aspettare fino a oggi? Perché non sciogliersi prima che la Striscia di Gaza subisse una distruzione catastrofica? Perché non farsi da parte anni fa, risparmiando ai palestinesi gli enormi costi umani ed economici di un'altra guerra?
La risposta è semplice.
Hamas si muove sotto la crescente pressione della comunità internazionale, che chiede il rispetto del piano di pace di Trump, fondato su un principio essenziale: la totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza.
Con l'annuncio dello scioglimento del proprio organismo di governo, Hamas cerca di dare l'impressione di essere un'organizzazione che adempie ai propri impegni, spostando però la pressione diplomatica su Israele.
Il messaggio che Hamas vuole trasmettere al mondo è semplice: "Noi abbiamo fatto la nostra parte. Ora Israele deve fare la sua".
È una strategia di comunicazione abilmente costruita. Tuttavia, non risponde al requisito fondamentale del piano di Trump. La questione non è mai stata chi occupa le cariche governative. La questione è se Hamas continui a esistere come organizzazione terroristica armata. Finché Hamas resterà armata, nessun governo civile potrà operare in modo indipendente. Finché migliaia di suoi uomini e funzionari resteranno radicati nelle istituzioni della Striscia di Gaza, ogni nuovo governo rischierà di diventare poco più di una facciata dietro cui Hamas continuerà a esercitare il potere nell'ombra.
Il 6 luglio scorso, l'analista politico palestinese Ahmed Fouad Alkhatib ha scritto:
"La raffica di titoli che annunciano la 'fine del governo' di Hamas a Gaza e la sua presunta 'disponibilità a cedere il controllo' costituisce un'altra manovra propagandistica: una concessione solo formale, priva di reale contenuto, da parte di un gruppo terroristico che non mostra alcuna intenzione di rinunciare al potere effettivo o al proprio apparato militare. Episodi simili si sono ripetuti frequentemente negli anni".
"Le dimissioni del responsabile del cosiddetto 'Comitato di emergenza', ossia della struttura di governo di facciata istituita da Hamas dopo il 7 ottobre, rappresentano soltanto la rimozione di una figura simbolica. Le sue funzioni sono già state assunte in silenzio da un altro amministratore "temporaneo" di Hamas, mentre tutti fingono di attendere il passaggio di consegne all'NCAG, il nuovo Comitato tecnocratico. Hamas ha già annunciato che il proprio personale amministrativo e tecnico continuerà a lavorare fino all'arrivo dell'NCAG, consapevole che il nuovo organismo di transizione non avrà la capacità, le risorse umane né le infrastrutture necessarie per governare Gaza. Questa sarebbe la strategia di Hamas: preservare l'apparato esistente e integrarlo nella nuova amministrazione prevista dal percorso di transizione dell'amministrazione Trump, sotto la supervisione del Board of Peace".
"Quello a cui stiamo assistendo è l'attuazione approssimativa di una strategia prevista da tempo: Hamas passa dal controllo diretto a un esercizio indiretto del potere, sul modello di Hezbollah. È una soluzione meno costosa, che protegge il gruppo dalle responsabilità dirette e consente a nuovi volti civili di assorbire la rabbia dell'opinione pubblica, mentre Hamas mantiene il controllo effettivo dei principali centri di potere nella Striscia di Gaza.
"Nulla di tutto questo equivale al disarmo. Le Brigate al-Qassam di Hamas lavorano senza sosta per riparare le reti di tunnel e ricostruire le scorte di munizioni utilizzando ordigni inesplosi e bombe israeliane rimaste dopo due anni di guerra. Eppure, la copertura mediatica di questo non-evento ha già contribuito a presentare Hamas come un attore collaborativo, ragionevole e persino costruttivo; un cambiamento di narrazione che finisce per oscurare il ruolo di Hamas come principale ostacolo alla ricostruzione di Gaza. Questa strategia, inoltre, sembra funzionare per Hamas: non solo presso media, commentatori e piattaforme tradizionalmente più indulgenti verso il gruppo terroristico, ma anche in alcuni ambiti del dibattito politico mainstream, dove l'annuncio viene interpretato come qualcosa di equivalente all'avvio del disarmo o all'inizio della seconda fase del cessate il fuoco.
"La tempistica non è casuale: questa iniziativa di Hamas arriva una settimana dopo la riunione del Board of Peace a Cipro, durante la quale è stato deciso di portare avanti il 'Piano B', la strategia che sostengo da tempo: spostare la popolazione civile di Gaza oltre la 'Linea Gialla' e privare Hamas dell'accesso alle risorse e agli scudi umani da cui dipende.
"Alla fine, la presunta 'dissoluzione del governo' da parte di Hamas dovrà essere valutata sulla base di criteri concreti e semplici: ad esempio, se gli abitanti di Gaza potranno condividere post su Facebook senza essere torturati, picchiati o trascinati nelle stanze degli ospedali per essere interrogati, abusi che sarebbero proseguiti dal 7 ottobre fino alla scorsa settimana. Finché questo non cambierà, i titoli dei giornali saranno solo una messinscena e il controllo di Hamas su Gaza rimarrà intatto".
L'obiettivo principale di Hamas è la propria sopravvivenza. Il gruppo sa che miliardi di dollari in aiuti internazionali destinati alla ricostruzione potrebbero presto affluire nella Striscia di Gaza.
Un governo tecnocratico finanziato da donatori stranieri permetterebbe a Hamas di liberarsi dell'onere economico della gestione amministrativa, lasciando al gruppo la possibilità di concentrarsi sulla ricostruzione del proprio apparato militare.
La piena attuazione del piano di pace di Trump richiede lo smantellamento delle capacità militari di Hamas e la completa smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Consentire ad Hamas di creare uno "Stato nello Stato" sul modello di Hezbollah garantirebbe il protrarsi dell'instabilità e farebbe sì che qualsiasi futura amministrazione palestinese restasse ostaggio di un'organizzazione terroristica armata.
L'unica soluzione che avrebbe un valore reale è lo scioglimento totale di Hamas, non la semplice rinuncia a uno dei suoi organi di governo. Questo implica lo smantellamento dell'intera struttura politica e militare, la consegna delle armi, la dissoluzione dell'apparato di sicurezza, l'abbandono di ogni strumento di coercizione e la fine di Hamas come forza politica armata.
Qualsiasi soluzione diversa da questa manterrebbe intatte le condizioni che hanno portato al massacro del 7 ottobre.
Israeliani e palestinesi hanno già pagato un prezzo insostenibile per aver creduto più volte alle promesse di Hamas. Non possono permettersi di commettere nuovamente lo stesso errore. La comunità internazionale non deve lasciarsi ingannare dall'ennesima messinscena accuratamente orchestrata da Hamas.
Fino a quando Hamas continuerà a esistere come forza politica e organizzazione terroristica, le dichiarazioni sulla dissoluzione dei comitati di governo avranno un valore puramente simbolico: una manovra politica pensata per ottenere legittimità internazionale, sbloccare miliardi di dollari in aiuti e guadagnare tempo per preparare il prossimo conflitto.
--- * Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.
(Gatestone Institute, 26 luglio 2026 - trad. di Angelita La Spada)
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La solita favola antimperialista e il vero volto del Burkina Faso di Traoré
Celebrato da una parte della sinistra terzomondista come nuova icona antimperialista, Ibrahim Traoré conduce politiche difficili da conciliare con quella narrazione: mantiene i rapporti con Israele, contrasta la diffusione della Sharia e riafferma la laicità dello Stato, mentre avvicina il Burkina Faso alla Russia e restringe libertà e diritti.
di Nathan Greppi
Negli ambienti dell’estrema sinistra terzomondista e antioccidentale, l’attuale presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, è stato talvolta dipinto come una nuova icona “antimperialista” per la sua politica estera antifrancese, tale che a giugno Ouagadougou ha rotto le relazioni diplomatiche con Parigi.
• Icona dei terzomondisti italiani
Nella sua newsletter su Substack, Alessandro Di Battista lo ha dipinto già nell’agosto 2025 come un erede di Thomas Sankara, presidente burkinabé negli anni ’80 fortemente contrario all’influenza francese nel suo Paese, soprannominato il “Che Guevara africano”.
Tre mesi prima, il sito populista “L’Antidiplomatico” ha elogiato Traoré in quanto “sta sfidando il neocolonialismo occidentale”.
Nell’aprile 2026, “Il Fatto Quotidiano” ha scritto che le “ragioni del consenso di cui il Capitano (Traoré, ndr) gode nel Paese sono concrete. Ha nazionalizzato parte delle risorse minerarie, annunciato la gratuità delle mense scolastiche, tagliato i privilegi dei ministri, destinato importanti aiuti all’agricoltura, espulso le truppe della Francia che per settant’anni aveva dettato le regole”.
Tuttavia, a dispetto di questa narrazione, da quando ha preso il potere con un golpe militare nel 2022, Traoré ha portato avanti delle politiche che potrebbero risultare indigeste a chi vorrebbe elevarlo a simbolo della lotta del Sud globale contro l’Occidente.
• Rapporti con Israele
“L’Antidiplomatico” lo ha elogiato per il suo slogan “niente padroni, solo partner” in riferimento alla politica estera. Quello che non ha tenuto in conto è che tra i partner dell’attuale presidente del Burkina Faso è incluso anche Israele.
Mentre il suo presunto mentore Sankara a suo tempo ruppe le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico, al contrario Traoré sembra interessato a mantenere intatti i rapporti tra Ouagadougou e Gerusalemme.
Lo dimostra il fatto che il 26 giugno ha ricevuto e approvato la lettera di credenziali dell’ambasciatore israeliano Simon Seroussi. Questi è ambasciatore d’Israele in Costa d’Avorio, ma è accreditato come rappresentante diplomatico anche per Burkina Faso, Togo e Benin.
Secondo un’analisi del sito “Africa Press”, questa scelta in politica estera farebbe parte di una più ampia strategia per trovare dei partner in grado di compensare il venir meno dell’influenza francese, soprattutto in settori come la sicurezza e la lotta contro le milizie jihadiste.
La cooperazione con Israele servirebbe, oltre che in settori come l’agricoltura e la gestione delle risorse idriche, anche e soprattutto nella sicurezza e nell’intelligence.
• Lotta alla Sharia
Nato in una famiglia musulmana, da militare Traoré ha combattuto contro gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida e all’ISIS nel suo Paese, dove, secondo la “World Population Review”, i musulmani costituiscono oltre il 63% di tutta la popolazione.
In un discorso apparso sui social, ha criticato la pratica di mandare i giovani all’estero a studiare la legge islamica, trascurando la formazione professionale. “Stanno tornando per implementare qui la Sharia”, ha detto Traoré. “Nessuno di loro ha imparato una professione o un mestiere”.
In quel momento, risultavano essere più di 800.000 i cittadini burkinabé che studiavano la legge islamica all’estero, e in particolare nei Paesi arabi. Traoré ha detto che intende richiamarli in patria, minacciando di far perdere loro la cittadinanza se non lo faranno.
In precedenza, l’Assemblea nazionale del Burkina Faso ha adottato all’unanimità una legge sulle libertà religiose che mirerebbe a riportare ordine nelle organizzazioni religiose, riaffermando al contempo la laicità dello Stato. La legge regola inoltre l’istituzione e la gestione dei luoghi di culto.
Per queste sue posizioni, nonché per la sua scelta di rinsaldare i rapporti con Israele, Traoré è stato contestato su “Al Jazeera”, che ha dato voce a quegli imam e predicatori che hanno criticato le sue politiche contro l’estremismo religioso.
• Narrazione vs realtà
Con questo non si vuole certo dire che Traoré sia un esempio positivo, tutt’altro. Nel 2025, il Burkina Faso ha dichiarato illegali i rapporti omosessuali, con pene previste fino a cinque anni di carcere.
Secondo Reporters Without Borders, da quando l’attuale giunta militare ha preso il potere sono aumentati i casi di giornalisti arrestati, costretti ad abbandonare la professione o ad andare in esilio. E il distanziamento dalla Francia è andato di pari passo con un forte avvicinamento alla Russia di Putin.
Quel che si vuole mettere in luce è che, in questo come in altri casi, una parte della politica e del mondo dell’informazione, in questo caso rappresentata da Di Battista e altri con posizioni simili, ha cercato di interpretare la realtà secondo chiavi di lettura ideologiche, prestando più attenzione a una narrazione precostituita che ai fatti concreti.
(InOltre, 28 luglio 2026)
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Israele, tornare a vivere
Da Gaza al confine libanese, viaggio in un Paese che cerca di tornare alla normalità senza dimenticare il massacro e con la sicurezza diventata un’ossessione
di Monica Ricci Sargentini
Dall’osservatorio di Givat Kobi, alla periferia di Sderot, la Striscia di Gaza è visibile a occhio nudo. «Ogni giorno inviamo 500 camion di aiuti umanitari con forniture di cibo, acqua e medicine, ma non sappiamo a chi arrivano e questo è frustrante perché noi vogliamo aiutare la popolazione palestinese». Ariella Mazor, 41 anni, tenente colonnello dell’esercito israeliano, fa un lungo sospiro: «Noi siamo stati educati al rispetto degli altri, queste organizzazioni terroristiche adorano la morte mentre noi adoriamo la vita. Nel nostro esercito ci sono cristiani, musulmani, arabi, accogliamo tutti. Certo commettiamo errori perché lavoriamo in uno stato di tensione. E in quel caso si apre un’inchiesta».
Ariella ha quattro figli. Quando le chiediamo che cosa abbia pensato dopo il 7 ottobre, non parla per prima cosa di sé ma dei suoi bambini: tre di loro, crescendo, dovranno servire nell’esercito. Le chiedo come ha potuto conciliare la maternità con il servizio militare. «Abbiamo l’asilo già a partire dai quattro mesi» sorride.
Accanto a lei c’è la soldata Alma Cohen, 19 anni, i capelli biondi raccolti e lo sguardo da bambina. Ci mostra la linea gialla: «Hamas cerca di oltrepassarla, il nostro compito è impedirlo ed evitare che i terroristi ricostruiscano le infrastrutture. Quello che vorremmo è che consegnassero le armi. La speranza non ci lascia: questo è un Paese meraviglioso. Qualcosa succederà e potremo vivere in pace». Alma non ha ancora deciso cosa farà una volta finito il servizio militare, ma ci tiene a ribadire che l’IDF rispetta i diritti umani e non prende mai di mira i civili.
Lontano dal confine, la guerra non scompare: si confonde con i gesti della vita quotidiana. A Gerusalemme capita di vedere uomini e donne che camminano con un fucile d’assalto appeso alla spalla. Alcuni tengono per mano un bambino, altri fanno la spesa o aspettano il tram. Sono soldati e soldate in licenza, autorizzati a portare con sé le armi anche quando non sono in servizio. La Città Vecchia è insolitamente vuota di turisti, al Santo Sepolcro si entra senza fare la fila, fuori si aggira un uomo vestito da Gesù Cristo, un gatto gli fa le fusa. Al Muro Occidentale gli uomini e le donne si dividono ordinatamente per pregare. Qui e là piccoli gruppi celebrano il Bar Mitzvah dei loro figli.
A Tel Aviv la stessa tensione assume una forma diversa, nascosta dietro una normalità quasi ostentata. La sera i bar e i ristoranti di Rothschild Boulevard e di Florentin si riempiono di giovani che ridono, bevono e ballano. Sembra di essere in una qualsiasi città occidentale, ma gli aerei che volano a bassa quota ti ricordano che il pericolo incombe e in albergo ci hanno spiegato che, al suono dell’allarme, abbiamo sette minuti per raggiungere il rifugio.
Al nord, invece, il pericolo torna visibile e ha un’altra geografia. Il kibbutz di Sasa è immerso nel verde dell’Alta Galilea, a pochi chilometri dal confine con il Libano. A indicarcelo è Luciano Assin, 68 anni, arrivato qui dall’Italia nel 1976 inseguendo il sogno socialista della vita comunitaria: stipendi uguali per tutti, case delle stesse dimensioni, pasti consumati insieme e bambini cresciuti dal kibbutz per il kibbutz. «Da quella parte c’è Hezbollah», dice indicando le colline. In caso di attacco, spiega, il tempo per mettersi al riparo è quasi inesistente: «Qui prima arriva il missile e poi suona la sirena». Lo dice senza enfasi, con la naturalezza di chi da anni ha incorporato il rischio nella propria quotidianità.
Dopo il 7 ottobre la comunità è stata trasferita per un anno e mezzo in un luogo sicuro ma poi sono tutti tornati qui: «Siamo molto coesi — racconta Luciano tra gli schiamazzi dei bambini che giocano nel prato — ma ora sicuramente siamo molto meno disponibili al compromesso, al primo posto per noi viene la sicurezza personale». E a questo proposito c’è rammarico per l’odio che alcune persone nel mondo esprimono verso Israele: «Io penso che siano comunque una minoranza — dice Luciano — ma preferisco essere vivo e odiato che amato e morto».
Per mettere al sicuro il Nord, l’esercito israeliano conduce operazioni contro le postazioni di Hezbollah nelle aree di confine. «In ogni villaggio sciita nel sud del Libano abbiamo trovato diverse infrastrutture militari, tunnel, munizioni, missili e droni» ci dice un alto ufficiale militare dell’esercito israeliano di stanza nel Comando del Nord del Paese. «Agiamo per preservare la nostra sicurezza — precisa — e non vogliamo attaccare i civili». Soltanto la realizzazione di una zona demilitarizzata fino al fiume Litani, sostiene il militare, potrebbe mettere al sicuro le popolazioni che vivono qui. Lo spera Naela Eldin, mamma di Alma, morta insieme ad altri 11 bambini a causa di un razzo che ha colpito un campo di calcio nel villaggio druso di Majdal Shams, nel Golan. Vestita di nero, con una foto della figlia stampata sulla maglietta, oggi la donna gira il Paese per raccontare la storia di Alma e dei suoi amici, sperando che il suo dolore possa mettere fine alla violenza.
Mettere Israele al sicuro perché il 7 ottobre non si ripeta. È questa l’ossessione che attraversa il Paese. La memoria del massacro riaffiora a ogni angolo, a cominciare dalla Route 232, la strada che corre parallela alla Striscia di Gaza. Le fermate dell’autobus sono blocchi di cemento armato che servono anche da rifugi antirazzo e sono ricoperte dalle fotografie degli ostaggi e delle vittime.
A prima vista questa esposizione continua del dolore sembra impedire a Israele di voltare pagina. Arrivando al kibbutz di Kfar Aza si capisce che non è così. Da settembre tornerà a viverci il 60 per cento degli 850 abitanti, ma la maggioranza vorrebbe spostare il «quartiere dei giovani», dove undici ragazzi furono uccisi e sette rapiti. In tutto nel kibbutz i morti furono 64. Quelle case sono ancora come allora, con i segni dei proiettili, i mobili a soqquadro e le fotografie di chi le abitava. Un ricordo troppo forte per ricominciare a vivere, ci dice Orit Zadikevitch, 55 anni: «La nostra proposta è costruire un memoriale all’ingresso del kibbutz, ma i genitori delle vittime hanno presentato un ricorso all’Alta Corte». Lo stesso dilemma attraversa piazza degli Ostaggi, nel centro di Tel Aviv. La clessidra è vuota. Il grande orologio che contava i giorni della prigionia è stato spento il 27 gennaio 2026, quando è rientrato anche l’ultimo ostaggio. Le tende del Forum delle famiglie e gran parte delle installazioni vengono progressivamente smontate, ma una parte della piazza rimarrà come luogo permanente della memoria.
Durante il viaggio incontriamo anche il giornalista arabo-israeliano Khaled Abu Toameh. È musulmano e rivendica con orgoglio la propria identità israeliana. «Israele è la mia casa», dice. «Non giudicatemi per la mia religione. Giudicatemi per il fatto che sono un cittadino». Prima di salutarci ci chiede più volte di fare una foto insieme. Poi ci spiega il motivo: «Molte persone non vogliono farsi fotografare in Israele. Non vogliono far vedere che sono state qui». Ci mettiamo accanto a lui e sorridiamo all’obiettivo.
(Setteottobre, 28 luglio 2026)
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Israele invia tre tonnellate di aiuti medici in Congo contro l’epidemia di Ebola
(JNS) Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha dichiarato che Israele ha consegnato tre tonnellate di aiuti medici alla Repubblica Democratica del Congo per sostenere gli sforzi volti a contrastare l’epidemia di Ebola. Sa’ar ha parlato al fianco della sua omologa congolese, Thérèse Kayikwamba Wagner, giunta a Gerusalemme con una delegazione allargata per firmare due protocolli d’intesa sulla cooperazione in materia di formazione diplomatica e sullo svolgimento di consultazioni politiche tra i Ministeri degli Esteri dei due Paesi.
Sa’ar e Kayikwamba Wagner hanno parlato con i giornalisti dopo un primo incontro privato al Ministero. “Israele è al fianco dei suoi amici sia nei momenti belli che in quelli difficili”, ha dichiarato il massimo diplomatico israeliano, secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri. “In qualità di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la sua voce ha un peso ancora maggiore. Apprezziamo il suo sostegno alla CPI [Corte penale internazionale] contro le accuse di omicidio rituale rivolte allo Stato ebraico”, ha aggiunto Sa’ar, riferendosi alle accuse mosse dinanzi alla corte internazionale contro la condotta militare di Israele nella guerra contro Hamas a Gaza.
Kayikwamba Wagner ha dichiarato ai giornalisti che il suo Paese “attribuisce grande importanza alle relazioni con lo Stato di Israele. Le nostre due nazioni condividono un notevole potenziale di cooperazione. Ci impegniamo a rafforzare la nostra partnership in settori chiave come investimenti, innovazione, agricoltura, sanità, istruzione, formazione diplomatica e tecnologie emergenti, il tutto con l’obiettivo di promuovere il benessere e la prosperità dei nostri popoli”. Ha proseguito: “Desidero esprimere la nostra sincera gratitudine allo Stato di Israele per il suo considerevole contributo e il sostegno fornito ai nostri sforzi per contrastare l’epidemia di Ebola nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo”.
(HaKol, 28 luglio 2026)
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Come i partiti haredim hanno plasmato la politica israeliana
Nonostante detengano solo una minima parte dei seggi alla Knesset, lo Shas e l’Ebraismo Unificato della Torah sono diventati partner di coalizione indispensabili e hanno influenzato in modo duraturo la politica israeliana.
di Shimon Sherman
(JNS) La 25ª Knesset è stata sciolta il 17 luglio. Sebbene i sondaggi differiscano notevolmente su come si stia evolvendo l’equilibrio di potere tra lo schieramento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i suoi oppositori, la maggior parte delle indagini non attribuisce a nessuna delle due parti un vantaggio significativo. Di conseguenza, i partiti minori israeliani – in particolare quelli haredim (ultraortodossi) – tornano al centro dei calcoli di coalizione che determineranno chi governerà dopo le elezioni del 27 ottobre.
È proprio qui che risiede uno dei paradossi costanti della politica israeliana. Lo Shas e l’Ebraismo Unificato della Torah (UTJ) detengono insieme solo circa il 15 per cento dei 120 seggi della Knesset. Non sono in lizza per la carica di primo ministro, non hanno mai cercato di diventare il partito più grande di Israele e conducono la loro campagna elettorale principalmente nell’ottica degli interessi delle comunità che rappresentano. Ciononostante, il loro ruolo chiave nei negoziati di coalizione conferisce loro un’influenza che va ben oltre il loro effettivo peso elettorale.
La loro influenza non si limita a determinare chi diventerà primo ministro. Grazie alla loro partecipazione a successivi governi, i partiti haredim hanno acquisito un’influenza considerevole sul finanziamento del sistema educativo, sui bilanci delle yeshivot, sulla politica sociale, sulle istituzioni religiose nazionali e sul rapporto fondamentale delle loro comunità con lo Stato.
Ciò solleva la questione centrale alla base del successo politico dei partiti haredim: come hanno potuto movimenti che rappresentano una minoranza della popolazione e che in realtà volevano tenersi fuori dai più ampi dibattiti politici di Israele arrivare al centro della politica di coalizione? La risposta non risiede solo nel loro peso elettorale, ma nella combinazione di un elettorato altamente organizzato, priorità politiche chiaramente definite, il sistema parlamentare frammentato di Israele, abili negoziati di coalizione e un’alleanza con la destra israeliana che nel corso del tempo è diventata sempre più stabile.
• L’ascesa degli haredim
L’organizzazione politica degli haredim non nacque originariamente con l’obiettivo di governare Israele nel suo complesso. Il suo scopo iniziale era garantire che le comunità che desideravano preservare uno stile di vita religioso e istituzionale autonomo avessero rappresentanti politici in grado di negoziare con lo Stato.
Dopo la fondazione dello Stato di Israele, i partiti haredim entrarono a far parte delle prime coalizioni di governo del Paese e utilizzarono la loro influenza politica soprattutto per tutelare il sistema educativo religioso indipendente, l’autonomia comunitaria e l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshiva. Il loro rapporto con lo Stato, tuttavia, si deteriorò ben presto. Nel 1952 abbandonarono la coalizione di governo a causa di una controversia sul servizio militare per le donne religiose e rimasero fuori dal governo per il quarto di secolo successivo.
La svolta decisiva avvenne nel 1977, quando il Likud guidato da Menachem Begin pose fine a tre decenni di predominio del Partito Laburista. Agudat Yisrael tornò al governo per la prima volta dopo 25 anni. Ancora più significativo, tuttavia, fu il fatto che per la prima volta si creò una vera competizione tra lo schieramento politico di sinistra e quello di destra, e i partiti haredim furono così spinti a ricoprire il ruolo di ago della bilancia.
Il cambiamento che ne seguì non fu solo di natura politica. Secondo il dott. Gilad Malach, ricercatore presso l’Israel Democracy Institute, le riforme introdotte da Begin contribuirono anche a modificare radicalmente la struttura della società haredita.
«Nel 1977, quando Begin divenne primo ministro e formò una coalizione con Agudat Yisrael, ampliò le possibilità di esenzione dal servizio militare e abolì i limiti numerici. Inoltre, aumentò notevolmente il sostegno finanziario al sistema. Da quel momento in poi, divenne molto più comune dedicarsi allo studio della Torah per molti anni senza prestare alcun servizio militare», ha dichiarato a JNS.
L’espansione dell’influenza politica e la crescita delle istituzioni haredim sono avvenute parallelamente. Il maggiore accesso ai fondi statali ha contribuito a finanziare una rete sempre più ampia di yeshivot, kollel e istituzioni comunitarie, mentre la comunità in espansione ha allo stesso tempo accresciuto il peso politico dei partiti che la rappresentavano.
I partiti haredim hanno accettato di buon grado il loro ruolo di garanti della maggioranza. A partire dalle elezioni del 1977, hanno fatto parte delle coalizioni della stragrande maggioranza dei governi israeliani e hanno collaborato con primi ministri provenienti da quasi tutto lo spettro politico, tra cui Yitzhak Rabin, Benjamin Netanyahu, Ehud Barak ed Ehud Olmert.
Con la crescente influenza politica, le tensioni interne divennero inevitabili. Il successivo grande sviluppo fu la fondazione del partito Shas nel 1984. Esso nacque in risposta alla sottorappresentanza e alla percezione di discriminazione degli haredim sefarditi e mizrahi all’interno dell’establishment haredi, prevalentemente ashkenazita.
Sotto la guida spirituale del rabbino Ovadia Yosef e di personalità politiche come Arje Deri, lo Shas sviluppò una base elettorale nettamente più ampia rispetto ai tradizionali partiti haredim ashkenaziti. Il suo sostegno si estendeva ben oltre la popolazione haredim ortodossa e comprendeva numerosi elettori sefarditi tradizionali e religiosi.
Anche la politica haredim ashkenazita subì una significativa scissione nel 1988, quando il partito Degel HaTora, di impronta lituana e orientato alle yeshivot, si separò dall’Agudat Yisrael, prevalentemente chassidico. Entrambi i partiti si presentarono nuovamente alle elezioni nel 1992 sotto l’egida comune dell’Ebraismo Unificato della Torah (UTJ). Tuttavia, rimasero fazioni interne separate, con una propria leadership rabbinica e interessi politici diversi.
Nonostante queste divisioni, i partiti haredim agivano politicamente in larga misura come un blocco compatto e sedevano quasi sempre insieme, sia nella coalizione che nell’opposizione. La loro forza politica si basava su una negoziazione compatta, su priorità comuni ben definite e su una grande flessibilità nella scelta dei partner di coalizione.
• Il blocco di destra
Sebbene l’alleanza politica degli haredim sia rimasta in gran parte intatta fino ad oggi, il suo ruolo, un tempo indipendente, ha perso importanza. Sebbene i partiti haredim rimangano indispensabili per l’aritmetica di coalizione, vengono ormai considerati sempre più come pilastri fondamentali dello schieramento di destra e non più come fornitori neutrali della maggioranza.
Un passo decisivo verso l’abbandono della neutralità politica è stato compiuto dopo le elezioni del 2013, quando sia lo Shas che l’UTJ sono stati esclusi dalla coalizione di Netanyahu. Determinante è stata un’alleanza politica tra Yair Lapid e Naftali Bennett, il cui peso politico congiunto ha permesso loro di entrare nel governo solo insieme, impedendo di fatto a Netanyahu di includere i partiti haredim nella sua coalizione.
All’interno dell’establishment politico haredi, Lapid è diventato il simbolo della linea del nuovo governo. Il suo partito Yesh Atid aveva basato in larga misura la propria campagna elettorale sull’estensione del servizio militare agli haredim e sull’abolizione di quelli che, dal loro punto di vista, erano privilegi speciali ingiusti. La coalizione ha quindi portato avanti riforme in materia di servizio militare obbligatorio e istruzione haredi, senza che i partiti haredim fossero coinvolti nei negoziati.
Questa esperienza ha rafforzato il senso di vulnerabilità politica e ha accelerato il crescente avvicinamento dei partiti haredim a Netanyahu e al campo di destra. Nel 2015 Shas e UTJ sono tornati al governo e da allora sono tra i principali pilastri del blocco di destra. Allo stesso tempo, il servizio militare obbligatorio degli haredim e il rapporto tra religione e Stato sono diventati temi sempre più importanti per i partiti del centro e della sinistra, il che ha ulteriormente consolidato l’alleanza tra gli haredim e la destra.
Il presidente dell’UTJ Yitzhak Goldknopf ha sintetizzato concisamente questo concetto in una recente intervista: «Noi apparteniamo al blocco di destra».
Questa alleanza non va tuttavia confusa con una completa convergenza ideologica. Storicamente, l’UTJ ha più volte assunto posizioni in materia di politica estera e di sicurezza che differivano da quelle della destra nazionale, mentre lo Shas ha mostrato maggiore flessibilità su alcune questioni relative alle concessioni territoriali ai palestinesi.
L’attuale blocco composto dagli haredim e dalla destra è quindi piuttosto il risultato di valori sociali condivisi, di una fiducia politica maturata nel corso di decenni e di una dipendenza reciproca sempre più forte nell’ambito della politica di coalizione.
• Esercitare il potere politico
L’influenza politica dei partiti haredim è strettamente legata alla struttura istituzionale della società haredim. Gli istituti di istruzione come scuole, yeshivot e kollelim, così come altre istituzioni comunitarie, dipendono in larga misura dai finanziamenti statali. Gli accordi di coalizione possono quindi influenzare direttamente i fondi disponibili per il mantenimento di questo modello sociale.
La tensione centrale dell’impegno politico degli haredim consiste tuttavia nel potenziare il sostegno statale senza accettare nella stessa misura il controllo statale.
All’interno della società haredita, questo esercizio del potere politico non è necessariamente inteso solo come una classica rappresentanza di interessi, ma piuttosto come parte di una missione religiosa più ampia. Gedalia Guttentag, vicedirettore della rivista Mishpacha, lo ha definito parte integrante di un progetto globale di ricostruzione della comunità dopo l’Olocausto.
«Il tentativo degli haredim non era altro che la ricostruzione di una civiltà fondata sulla Torah. Non si può semplicemente dire che si tratti solo di sostenere un piccolo numero di studiosi eccezionali. Ciò significa fraintendere il progetto. Per preservare questa civiltà, è necessario un intero ecosistema con un gran numero di persone che aspirino a studiare la Torah», ha dichiarato a JNS. «È qualcosa di cui il popolo ebraico ha bisogno. Non è nulla di provinciale né qualcosa che serva solo alla comunità haredi», ha aggiunto.
Da questa prospettiva, il sostegno statale a scuole, yeshivot e kollel non è visto semplicemente come un vantaggio materiale. Queste istituzioni costituiscono piuttosto l’infrastruttura attraverso la quale la società haredi intende trasmettere il proprio modello religioso e comunitario di generazione in generazione e preservare ciò che considera il cuore della cultura ebraica.
Il sistema educativo fornisce probabilmente l’esempio più chiaro dell’equilibrio a cui aspirano i partiti haredim tra sostegno statale e indipendenza comunitaria. Gran parte del sistema scolastico haredim riceve ingenti fondi pubblici. Tuttavia, il grado di influenza statale varia notevolmente da un istituto all’altro.
Le due grandi reti scolastiche haredite, così come le scuole statali-haredite, ricevono un finanziamento statale completo e sono formalmente tenute a seguire il programma scolastico nazionale di base. Altre scuole indipendenti ricevono sovvenzioni inferiori e godono in cambio di maggiore autonomia, mentre molti ragazzi frequentano i cosiddetti istituti «esenti», che ricevono poco più della metà del normale finanziamento statale e sono quindi soggetti a requisiti meno rigidi per quanto riguarda il programma scolastico di base. In pratica, il controllo statale su tali requisiti è rimasto spesso limitato.
Il risultato è un sistema che riflette il compromesso politico fondamentale degli haredim: partecipare allo Stato in misura sufficiente per garantire i fondi necessari al mantenimento delle istituzioni comunitarie, ma allo stesso tempo opporsi a un livello di controllo statale che potrebbe alterare radicalmente tali istituzioni.
La partecipazione alle coalizioni di governo costituisce un pilastro fondamentale di questo modello politico. Solo nel 2023, il sostegno statale alle yeshivot e ai kollel è ammontato a circa 1,7 miliardi di shekel.
In un recente studio, Malach ha rilevato che, dopo il ritorno dei partiti haredim al governo, il finanziamento delle yeshivot e dei kollel è aumentato «di circa il 50 per cento». Di conseguenza, nel 2023 il numero di studenti nelle yeshivot e nei kollel è cresciuto del 7,3 per cento, raggiungendo circa 167.000 all’inizio del 2024.
La struttura politica che ne deriva si autoalimenta. Comunità altamente organizzate garantiscono risultati elettorali affidabili; questi garantiscono influenza parlamentare; e tale influenza contribuisce a sua volta a preservare quelle istituzioni attorno alle quali si organizza la vita comunitaria.
• Conclusione
Il potere politico degli haredim non è nato dalla conquista del centro politico israeliano, bensì dalla loro magistrale capacità di sfruttare il sistema politico. Un elettorato altamente organizzato ha garantito una rappresentanza politica disciplinata, priorità chiaramente definite hanno rafforzato la loro posizione negoziale nelle coalizioni e decenni di collaborazione hanno infine ancorato in modo permanente i partiti tradizionali allo schieramento di destra.
Oggi, tuttavia, questo modello si trova ad affrontare una sfida che in parte deriva proprio dal suo stesso successo. Nel 2025 la popolazione haredita di Israele era cresciuta fino a circa 1,45 milioni di persone – circa il 14,3% della popolazione totale – e si prevede che raggiunga il 16% entro il 2030. Con la crescita della comunità, la sua capacità di rimanere politicamente sotto il radar si è notevolmente ridotta.
Di conseguenza, i partiti tradizionali si trovano oggi ad affrontare una sfida diversa da quella per cui erano stati originariamente fondati. Il rabbino Jehoschua Pfeffer, eminente autore e rabbino haredi, lo ha espresso in modo inequivocabile:
«Non siamo più una minoranza. Costituiamo una parte consistente della maggioranza ebraica di Israele e dobbiamo quindi assumerci le nostre responsabilità», ha dichiarato a JNS.
Questo cambiamento potrebbe influenzare sempre più la prossima fase della politica haredita, mentre Israele si avvicina alle elezioni del 27 ottobre. I partiti tradizionali continuano ad avere grande successo nel proteggere l’autonomia delle loro comunità e nel garantire risorse alle loro istituzioni. La questione più complessa, tuttavia, è se un modello politico, originariamente sviluppato per proteggere una minoranza chiaramente definita, possa adattarsi quando tale minoranza diventa una parte sempre più ampia e influente del Paese che un tempo intendeva tenerla deliberatamente a distanza.
(Israel Heute, 28 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Tu dici “sionista”, ma in realtà intendi “ebreo”»
La brutale aggressione ai danni di un uomo che indossava una spilla con il simbolo di Israele nei pressi di Würzburg non è un caso isolato. Dimostra piuttosto come le parole si trasformino in fatti.
di Michail Kantor *
Domenica sera, poco prima di mezzanotte, un semaforo a Höchberg, vicino a Würzburg. Lì si trova un uomo di 65 anni, con una minuscola spilla con la bandiera di Israele sul bavero. Un ventenne siriano, che già in precedenza si era fatto notare per aver molestato altre persone durante una festa popolare, inizia a parlare con lui del Medio Oriente. Poco dopo vede la spilla e lo aggredisce. L’uomo cerca di fuggire, ma viene raggiunto e buttato a terra. Disteso a terra è indifeso, ma l’aggressore continua a prenderlo a calci alla testa e al torace.
Solo all’arrivo della polizia smette di aggredirlo. La vittima, membro della Società Tedesco-Israeliana (DIG) di Würzburg, subisce una frattura vertebrale e altre lesioni alla testa ed è ricoverata in terapia intensiva. La Procura generale di Monaco ha assunto la direzione del caso, mentre il responsabile centrale per l’antisemitismo della magistratura bavarese sta indagando per tentato omicidio.
È inquietantemente facile liquidare questo episodio della scorsa settimana come un caso isolato: un giovane senza freni inibitori, un incontro casuale, una minuscola puntura. Ma proprio questa minimizzazione è parte del problema. Perché questo episodio non è nato dal nulla. Prima di colpire, l’aggressore ha parlato. Prima che i pugni cadessero, è caduta la parola. E questo schema – prima la disinibizione verbale, poi quella fisica – non è una coincidenza, ma il risultato finale di un clima che da anni permettiamo, minimizziamo e, peggio ancora, in parte dichiariamo legittimo.
• ,All’inizio era la parola
Chi oggi naviga sui social network – su Telegram, Instagram, TikTok o X – si imbatte con regolarità in una retorica che non critica Israele, ma lo demonizza: «assassini di bambini», «Stato genocida», «colonialismo dei coloni», paragoni con il regime nazista, aperta esaltazione della violenza contro i «sionisti». Questi contenuti non vengono cancellati, ma vengono amplificati dagli algoritmi, perché l’indignazione genera visibilità.
La legge tedesca sull’applicazione delle norme nelle reti sociali (NetzDG) e, nel frattempo, il Digital Services Act (DSA) europeo obbligano le piattaforme a rimuovere tempestivamente i contenuti palesemente illegali – incitamento all’odio razziale, istigazione alla violenza, diffamazione ai sensi dell’articolo 185 del Codice penale tedesco (StGB). In pratica, però, proprio questo obbligo rimane una tigre di carta senza denti: le procedure di segnalazione sono poco trasparenti, i tempi di elaborazione di fatto privi di conseguenze, i procedimenti sanzionatori rappresentano l’eccezione. Chi, in qualità di avvocato, presenta richieste di rimozione o segue i procedimenti, ne conosce il risultato: i contenuti scompaiono, se mai lo fanno, con giorni o settimane di ritardo – molto tempo dopo che hanno esercitato il loro effetto radicalizzante.
L’aggressore ventenne di Höchberg non è un fantasma apparso dal nulla. È il prodotto di una cassa di risonanza digitale in cui l’incitamento all’odio contro Israele circola camuffato da discorso politico, indisturbato e impunito. Non occorre addentrarsi nella ricerca sulla radicalizzazione per rendersi conto che: per chi legge quotidianamente che gli israeliani e i loro sostenitori sono assassini, colonizzatori, disumani, il passo verso il pugno non è più così grande. La violenza non inizia con il primo pugno. Inizia con il primo post che rimane senza replica.
• La copertura si chiama antisionismo
Ed è qui che risiede il vero nocciolo del problema, che va ben oltre il singolo caso di Würzburg: l’antisemitismo classico è socialmente – a ragione – mal visto. Chi dice apertamente «odio gli ebrei» è considerato un estremista. Chi invece grida «odio i sionisti», «Israele deve sparire dalla mappa» o «Free Palestine from the river to the sea», per molti si muove ancora nell’ambito di una legittima espressione politica. È proprio questo spostamento a rendere l’antisemitismo odierno così pericoloso e così difficile da combattere: ha imparato a cambiare nome.
Ciò avviene da due direzioni che, pur avendo origini diverse, presentano effetti spaventosamente simili. Da alcuni settori della sinistra politica proviene un quadro interpretativo postcoloniale che etichetta Israele in modo generalizzato come «progetto coloniale dei coloni» e delegittima a priori qualsiasi difesa dello Stato ebraico – una critica a Israele che si definisce antirazzista ed emancipatoria, ma che in realtà attribuisce agli ebrei di tutto il mondo la responsabilità delle politiche di un governo al quale spesso non appartengono nemmeno.
Dagli ambienti di impronta islamista proviene un odio verso Israele codificato in termini religiosi, che non ha mai operato una chiara distinzione tra ebrei e «sionisti» e per il quale il conflitto mediorientale è da sempre il simbolo di un’ostilità molto più antica. Entrambe le correnti, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, convergono in un odio verso Israele estremo e sfrenato, che permette di odiare apertamente senza riconoscersi come antisemiti. La parola «sionista» diventa un codice. Si dice «sionista», ma si intende «ebreo» – e spesso è proprio questo il significato.
L’uomo di Höchberg non indossava né la kippah né la stella di David. Portava una minuscola bandiera di Israele. È bastato. Era sufficiente perché nella mente di alcuni non esiste più da tempo alcuna differenza tra lo Stato di Israele, i suoi cittadini, i suoi sostenitori e «gli ebrei» nel loro insieme. Questa equiparazione non è una nota a margine della definizione di antisemitismo dell’IHRA – ne è il fulcro, e viene ribadita ogni giorno dalla marea quotidiana di incitamento all’odio non filtrato in rete.
• Cosa si dovrebbe fare
Occorre fare ciò che la magistratura bavarese sta già dimostrando con il suo responsabile centrale per l’antisemitismo: un perseguimento coerente, una chiara classificazione di tali atti per quello che sono – non «critica a Israele degenerata», ma antisemitismo.
Ma l’azione penale arriva sempre troppo tardi se interviene solo quando il reo ha già agito. È necessario un intervento preventivo: un’applicazione effettiva, e non solo sulla carta, del NetzDG e del DSA, con sanzioni concrete per le piattaforme che tollerano sistematicamente l’incitamento alla violenza contro ebrei e israeliani; centri di segnalazione specializzati e adeguatamente dotati; e soprattutto il coraggio politico e sociale di non considerare più l’«antisionismo» come una posizione politica rispettabile a prescindere, quando in realtà non è altro che il nuovo vocabolario di una vecchia ostilità.
Dopo l’aggressione, la DIG ha chiesto «una chiara opposizione – in piazza, nelle alleanze politiche e ovunque l’antisionismo venga spacciato per protesta legittima». Il presidente della DIG, Volker Beck, lo ha espresso in termini ancora più duri: «Chi si dichiara amico o amica di Israele o si identifica come ebreo deve temere per la propria vita». Questa non può essere una realtà accettabile in Germania, nel 2026.
L’uomo di Höchberg giace oggi in terapia intensiva con la schiena fratturata perché indossava una spilla. Il suo aggressore, prima che lo colpisse aveva parlato. E prima che parlasse, aveva letto, fatto scorrere i contenuti, si era mosso in un ambiente digitale che gli aveva già da tempo suggerito tutto ciò come un dato di fatto. Chi ignora questo nesso e tratta la violenza solo come il risultato di un imbarbarimento individuale, non riuscirà a impedire il prossimo episodio. Chi vuole capire perché un uomo viene picchiato quasi a morte per una bandiera di Israele, deve prima guardare là dove sono state pronunciate le parole che si sono trasformate in calci. ---
* Michail Kantor è avvocato a Düsseldorf.
(Israelnetz, 28 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il Festival di Bayreuth celebra il suo 150° anniversario con spirito di riflessione
di Maria Ossowski
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Davanti al busto di Wagner a Bayreuth, il maestro di cappella Yonatan Amrani (5° da destra) insieme a Katharina Wagner (6° da destra) e Michel Friedman (4° da destra) ricorda gli artisti ebrei assassinati dai nazisti.
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Che momento! Sulla collina del Festival, davanti al busto di Wagner realizzato da Arno Breker, protetto di Hitler, un cantore, Yonatan Amrani, prega in ebraico. Egli nomina gli artisti ebrei assassinati dai nazisti che un tempo si esibirono qui. Il Richard di bronzo, principale antisemita della sua epoca, deve assistere a tutto questo.
Proprio accanto al cantore si trovano Katharina, pronipote di Wagner, e il giornalista e giurista Michel Friedman. Il Festival di Bayreuth festeggia i suoi 150 anni con grande riflessione e senso di colpa, senza sfarzo, ostentazione né retorica.
• Katharina Wagner si scusa per le polemiche relative all’invito a Friedman
Katharina Wagner si scusa, in un teatro tutto esaurito, per le polemiche relative all’invito a Friedman. In generale, la direttrice fa una «bella figura» a questo Festival, sia in senso letterale che figurato. All’inaugurazione si limita a salutare gli ospiti in generale, senza menzionare separatamente il Cancelliere federale o il Ministro Presidente, ma sottolinea la propria responsabilità riguardo al coinvolgimento della sua famiglia con il nazionalsocialismo e dà il benvenuto per nome a Michel Friedman, relatore dell’evento «Voci messe a tacere».
L’evento si svolge domenica mattina, cioè tra la cerimonia dell’anniversario e la prima di Rienzi. L’idea era nata dall’orchestra: commemorare, sulle solenni scene wagneriane, gli artisti di Bayreuth cacciati e assassinati, proprio con Friedman come oratore. I suoi genitori e sua nonna erano sopravvissuti alla Shoah grazie a Oskar Schindler. Il tutto è accompagnato dalla musica di due compositori ebrei. Nel Festspielhaus, dove, in base alla «legge di Wagner», possono risuonare solo le opere del Maestro stesso e la Nona di Beethoven. Qualsiasi altra composizione deve essere approvata dalla famiglia e dal consiglio della fondazione. Ci siamo riusciti.
La mattina dopo l’inaugurazione e proprio prima della prima del Rienzi, tutti gli oltre 1900 posti sono occupati. Definire queste due ore in onore delle «voci messe a tacere» come storiche non è un’esagerazione. Il discorso di Michel Friedman viene ripetutamente interrotto da applausi prolungati. All’inizio ringrazia Katharina Wagner per aver cambiato la cultura della memoria in questo luogo.
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Il pubblico ringrazia Michel Friedman per i suoi moniti con una standing ovation.
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Perché per molto tempo era stato un buco nero. La collina viene sì chiamata «verde», ma forse si chiama così proprio per non far vedere la terra bruna? La colorazione ideologica, secondo Friedman, è rimasta bruna anche dopo il terrore nazista. Negli anni ’50 i fratelli Wieland e Wolfgang Wagner avevano chiesto al pubblico, tramite volantini affissi, di astenersi da argomenti politici durante le pause, per garantire il regolare svolgimento del Festival. Un messaggio chiaro: Hitler va taciuto.
Friedman, classe 1956, racconta del suo insegnante di chimica. Quest’ultimo salutava ogni volta la classe alzando una mano a cui mancavano due dita, aggiungendo: «Sono orgoglioso di aver perso queste dita per il Führer».
• Le ferite di Friedman sono profonde, ma la sua voglia di polemizzare lo rende felice
Le ferite di Friedman sono profonde, ma la sua voglia di polemizzare lo rende felice. È ciò che esige con urgenza da tutti i tedeschi nell’attuale situazione politica. Discutere con i brontoloni del Paese. Dovrebbero votare un partito democratico, in modo da poter continuare a brontolare anche in seguito. Fa riferimento anche alla prima serale dell’opera «Rienzi», il seduttore di masse romano. Il pubblico ringrazia per i suoi moniti con applausi che durano diversi minuti e standing ovation.
La musica di Gustav Mahler e di Pavel Haas, il compositore assassinato ad Auschwitz, accompagna l’evento. Il direttore d’orchestra ebreo Semyon Bychkov dirige il Siegfried-Idyll. Durante le prove, due musicisti hanno scoperto un’emozionante coincidenza: l’iniziativa per l’evento «Voci messe a tacere» era partita dal violinista Daniel Draganov. Sua nonna aveva subito, insieme alla bisnonna dell’oboista solista Nick Deutsch, la marcia della morte da Auschwitz a Bergen-Belsen. La nonna di Draganov è sopravvissuta, la bisnonna di Nick Deutsch no.
Masse sedotte e un Führer inebriato dal potere: questo è anche il tema dell’opera giovanile di Wagner Rienzi, rappresentata per la prima volta a Bayreuth. Hitler apprezzava l’opera; la partitura originale è probabilmente andata distrutta con lui nel bunker del Führer, mentre l’ouverture risuonava prima di ogni congresso del partito del Reich.
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È giusto che, dopo l’anniversario, «Rienzi» scompaia dal Festspielhaus.
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Rienzi non fa parte del canone delle opere wagneriane di Bayreuth. E meno male. La trama appare disomogenea, illogica, anche nella messa in scena cupa eppure di grande impatto visivo delle ungheresi Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka. La direttrice d’orchestra Nathalie Stutzmann tiene insieme in modo ammirevole quest’«opera urlante» (espressione dello stesso Wagner). La scenografia è coerentemente realizzata nei colori nazisti: nero, bianco e rosso. Le masse credono a ogni post sui social media; il cellulare e il potere dei miliardari della tecnologia governano sentimenti e voci.
(Jüdische Allgemeine, 27 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Khamenei invoca la “jihad” per salvare Hezbollah
La Guida Suprema dell’Iran dichiara che non ci sarà alcun accordo con Washington finché il braccio armato di Teheran in Libano non sarà protetto da Israele.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - La Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha posto la sopravvivenza di Hezbollah come condizione imprescindibile per qualsiasi accordo con gli Stati Uniti. Ha dichiarato che il sostegno all’organizzazione terroristica libanese rimane un impegno strategico della Repubblica Islamica.
In un messaggio inviato domenica al segretario generale di Hezbollah Naim Qassem, Khamenei ha elogiato la guerra del gruppo contro Israele e ha dichiarato che l’Iran continuerà a sostenere i propri alleati, che ha definito «mujaheddin». Ha inoltre scritto che non esiste altra via d'uscita se non quella della «jihad e della resistenza», ponendo così Hezbollah al centro dello scontro tra Teheran, Gerusalemme e Washington.
Khamenei ha dichiarato che qualsiasi accordo con gli Stati Uniti deve includere la cessazione completa e incondizionata delle operazioni militari israeliane in Libano. Ha presentato questa richiesta come una questione di sovranità libanese. Il significato pratico è tuttavia inequivocabile: l’Iran vuole che Hezbollah continui a esistere, sia armato e possa ricostituirsi senza ostacoli lungo il confine settentrionale di Israele.
Questa richiesta va al cuore dell’attuale conflitto. Hezbollah ha ripreso i suoi attacchi contro il nord di Israele a marzo, dopo l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei all’inizio dell’operazione «Leone ruggente» e la campagna americano-israeliana contro le infrastrutture militari e nucleari dell’Iran. Israele ha reagito con attacchi su vasta scala in tutto il Libano, al fine di indebolire le strutture missilistiche, i droni e la struttura di comando di Hezbollah.
Da allora, il presidente libanese Joseph Aoun ha intrapreso misure per contenere l’influenza di Hezbollah. Mentre i rappresentanti israeliani continuano a nutrire scetticismo sulla reale disponibilità e capacità delle autorità libanesi di agire contro il proxy iraniano, i rari colloqui diretti tra rappresentanti israeliani e libanesi hanno portato a un accordo quadro. Tale accordo prevede un ripiegamento delle truppe israeliane, subordinato al ritiro di Hezbollah dal Libano meridionale.
La dichiarazione di Khamenei indica che l’Iran sta cercando di sfruttare i negoziati con Washington per preservare il suo principale alleato regionale da questo esito.
Per decenni, con il sostegno iraniano, Hezbollah ha costituito un esercito sul versante libanese del confine, trasformando aree civili in postazioni di lancio e rendendo le località israeliane bersagli di attacchi. Nessun governo israeliano può accettare una soluzione diplomatica che lasci Hezbollah sul posto e la definisca «pace».
Il messaggio di Khamenei elimina ogni residua ambiguità. Teheran non mira alla tranquillità in Libano. Cerca di proteggere l’organizzazione jihadista armata che vi ha creato.
(Israel Heute, 27 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Nella Striscia di Gaza dilagano i clan mafiosi affiliati ad Hamas
di Marco Del Monte
Giorni fa stavo leggendo i giornali per trovare un argomento che meritasse di essere approfondito, quando mi è arrivata una mail da una organizzazione che non ho mai sentito: OXFAM. L’oggetto era visibile anche non aprendo la mail ed era il seguente: “Aiutaci a disarmare Israele, stop al genocidio a Gaza”. Inutile dire che l’ho subito cancellato, però queste mail, annunci, proclami si stanno moltiplicando. Sono un uomo pacifico e il mio voto è sempre stato orientato a sinistra, ma di fronte alla situazione che si sta creando non mi sento più lo stesso e il mio approfondimento, che avevo impostato in modo asettico, ora lo sento più partecipato. Sento come un grido che cerca di esplodere: basta di essere vittime dell’ignoranza, della maldicenza, dell’ostracismo.
Il 9 novembre 1989, dopo un processo di forti cambiamenti su scala mondiale, anche per l’impulso personale di Papa Wojtyla, che ho avuto modo di conoscere di persona, cadde il muro di Berlino, un simbolo che, crollando, causò un riassetto totale della politica globale. A ruota cominciò la disgregazione dell’impero sovietico e il ridimensionamento della Russia, che perse tutti gli stati satelliti, salvo qualche rara eccezione. Da quel momento anche gli ebrei russi si trovarono in grandi difficoltà e lasciarono il Paese in massa, così come se ne andarono moltissimi ebrei dall’Ucraina.
Noi ebrei sappiamo bene cosa significhi un movimento di massa, popolare: insieme al grano viene via la crusca e così Israele si trovò a fronteggiare un problema in più: molta manovalanza della mafia russa emigrò, anche acquistando materialmente lo “status” di ebreo perseguitato. Per chi non lo sa, la mafia russa è una delle più forti al mondo, al pari della ‘ndrangheta calabrese e della triade cinese, mentre quella albanese è ormai completamente asservita. In genere queste organizzazioni vivono e prosperano nei Paesi dove c’è maggiore instabilità, determinata dalla debolezza dei governi o da situazioni locali particolari.
Il Medio Oriente si presta a queste situazioni da millenni; ricordiamo che la Toràh ci racconta della carovana di Ismaeliti che acquista Giuseppe dai fratelli; questo è lo spaccato di un traffico di esseri umani, attività non controllata dai governi e perciò molto redditizia. Il perché di questi passaggi e commerci risiede nel fatto che quella terra è sempre stata oggetto di conquista e di scontri, libera da padroni stabili: ha visto nascere e morire interi imperi, proprio come dice il mago Bilàm nella sua visione futura che si legge in Bemidbar (Numeri). La situazione attuale è complicata dal fatto che nell’occhio del ciclone si trovano gli ebrei, il che accende diatribe infinite sul controllo dei luoghi santi alle tre religioni attualmente interessate. Non si spiegherebbe altrimenti l’interesse morboso del mondo nell’inventata questione palestinese.
Dall’altro lato del tavolo c’erano gli oligarchi russi, le cui fortune non erano certo acquisite con dolci e caramelle: questa non è una certezza, ma un’ipotesi seria sulle alterne vicende della vecchia terra di Canaan. Per inquadrare anche le situazioni attuali, che hanno portato allo scoperto la vita e l’attività di clan mafiosi nella Striscia di Gaza, affiliati ad Hamas, senza inventare nulla, ritengo utile riportare il sunto di Ebrei di mafia di Rich Cohen.
“In America, nella storia della criminalità organizzata, prevalgono i nomi italiani, ma ci fu un tempo, negli anni venti e trenta, in cui nomi dichiaratamente ebrei occuparono la scena. È quanto è scritto in questo documentatissimo volume, sapendo far rivivere quel periodo con estrema vivacità, raccontando aneddoti e storie condite col sapore della realtà di un mondo fatto di strade, bar e night club, dove uccidere era più attraente che scappare, dove ogni colpo veniva pianificato ed eseguito con precisione e finezza, un mondo di rivalità e guerre intestine, dove soltanto raggiungere la mezza età era un fatto raro; un mondo in cui, per un breve momento, i criminali più rispettati e temuti erano ebrei. Un momento durato poco perché non appena un gangster ebreo metteva da parte qualche soldo mandava i figli all’università e li avviava a una carriera regolare, mentre gli italiani passavano il mestiere ai figli senza altra preoccupazione. Questo resoconto, avvincente e senza scrupoli, offre un’altra faccia dell’eterno ebreo, perseguitato e vittima, che la storia ci ha tramandato”.
Soffermiamoci su quest’ultima affermazione per constatare che, sotto altri profili e livelli, lo Stato di Israele incarna, agli occhi del mondo, questo nuovo tipo di ebreo che non subisce, ma è in grado di infliggere duri colpi ai suoi nemici. Sempre aprendo una parentesi personale, nella mia attività è capitato che dei lavoratori siano rimasti intrappolati in posti non raggiungibili da nessun telefono e sono stati salvati perché la ditta presso cui lavoravano li aveva dotati di cercapersone funzionanti pure a notevole profondità e, naturalmente, brevettati in Israele. Mi chiedo come avrebbero fatto quegli operai oggi che è in voga il famigerato “BDS”, che boicotta tutto ciò che è Israele, e mi domando pure perché questo movimento non boicotta il vaccino Sabin, col quale OMS e UNICEF stanno vaccinando i bimbi di Gaza contro la poliomielite.
(HaKol, 27 luglio 2026)
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Nuovo record di visitatori sul Monte del Tempio
Durante le festività ebraiche, sempre più ebrei visitano il Monte del Tempio. La scorsa settimana è stato registrato un nuovo record di visitatori.
di Benjamin J. *
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Alcuni ebrei si prostrano in preghiera sul Monte del Tempio - Foto: Benjamin J.
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Sotto stretta sorveglianza della polizia, gli ebrei pregano sull’antica piazza del Tempio, al centro della quale oggi, da ben più di un millennio, sorge la Cupola della Roccia. «Che il Tempio sia presto ricostruito!», cantano ad alta voce, e alcuni si prostrano in adorazione sul pavimento in direzione dell’antico santuario.
Giovedì mattina, giorno della commemorazione della distruzione del Tempio, all’unico accesso riservato agli ebrei e agli altri non musulmani, centinaia di persone attendono già all’ora di apertura, alle 6.30, nei pressi della Porta del Letame nella Città Vecchia di Gerusalemme. Con quasi 3.700 visitatori ebrei, si tratta di un nuovo record per questo luogo.
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Gli ebrei si recano al Monte del Tempio - Foto: Benjamin J.
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Dopo un controllo di sicurezza, viene fornita un’istruzione dettagliata su come comportarsi nella piazza del Tempio. Non è consentito portare con sé libri di preghiera e la Torah, per evitare provocazioni. Diversi agenti di polizia armati accompagnano i gruppi di 70 persone ciascuno, che possono accedere alla piazza tanto ambita solo a distanza di sicurezza, attraversando il ponte un tempo costruito in via provvisoria.
• A piedi nudi per rispetto
Alcuni visitatori strappano il colletto della camicia o della maglietta in segno di lutto. Per rispetto verso la sacralità del luogo, molti fedeli camminano sulle lastre di pietra in calzini o addirittura a piedi nudi.
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Quando gli ebrei entrano nel Monte del Tempio, fanno attenzione a non avvicinarsi troppo al Santo dei Santi - Foto: Benjamin J.
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Durante il percorso, le scorte di polizia fanno fermare il gruppo più volte per pregare. Si tratta del desiderio di vicinanza a Dio e dell’adorazione del Creatore. Di tanto in tanto vengono intonati canti, ai quali i visitatori si uniscono. Alcuni recitano ad alta voce preghiere di lutto, confermate con un «Amen» dopo ogni sezione. All’ultima sosta cantano a voce alta e con desiderio che il terzo Tempio possa essere costruito presto.
I poliziotti sollecitano il gruppo. È ora di lasciare il luogo. Fuori dal cancello, in direzione del mercato arabo, molti si fermano e continuano a pregare.
• Chi controlla il Monte del Tempio?
La polizia israeliana controlla gli accessi all’«Har HaBait», il «Monte della Casa», come il Monte del Tempio viene chiamato dalla popolazione ebraica, ed è responsabile della sicurezza. Tuttavia, la supervisione dei luoghi sacri islamici spetta all’Autorità del Waqf, una fondazione islamica controllata e finanziata dal governo giordano. Israele aveva conquistato il Monte del Tempio nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni, ma lo aveva immediatamente restituito all’autorità musulmana.
Il fatto che gli ebrei si rechino a pregare sul Monte del Tempio è un fenomeno recente. La maggior parte dei fedeli si astiene dal visitarlo, per timore di entrare inavvertitamente nel Luogo Santissimo e profanarlo. Secondo il Terzo Libro di Mosè, l’accesso al Luogo Santissimo era consentito solo al sommo sacerdote nel giorno dello Yom Kippur.
• Luogo centrale della storia biblica
La storia biblica del Monte del Tempio risale all’epoca del patriarca Abramo. Secondo il racconto biblico di Genesi 22, Dio mandò Abramo sul Monte Moria, che ancora oggi porta ufficialmente questo nome, per metterlo alla prova. Qui Dio vide la disponibilità di Abramo a sacrificargli Isacco, il suo amato figlio. Ma all’ultimo momento gli donò un animale da sacrificare. Allora Abramo ricevette la promessa di una grande moltiplicazione della sua discendenza – e che essi avrebbero posseduto le porte dei loro nemici.
Il re Davide acquistò questo luogo per 600 sicli d’oro dal Gebuseo Ornan, per costruire un altare secondo le istruzioni di Dio trasmesse dal profeta Gad, come riportato in 1 Cronache 21.
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Negli ultimi anni, sempre più ebrei osservanti salgono sul Monte del Tempio - Foto: Benjamin J.
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In questo luogo il re Salomone costruì il primo Tempio, secondo il racconto biblico riportato in 2 Cronache 1.
Gli ebrei chiamano la roccia su cui oggi sorge la Cupola della Roccia «Even HaSchtia». Secondo la tradizione ebraica, l’Arca dell’Alleanza si trovava nel Santo dei Santi del Tempio, e su questa roccia avrebbe avuto inizio la Creazione.
L’attuale Cupola della Roccia fu costruita tra il 687 e il 691 d.C. Dopo la Moschea di Al-Haram con la Kaaba alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina, è il terzo edificio sacro più importante dell’Islam. ---
* Benjamin J. è originario della Germania. Vive in Israele dall’età di 27 anni. È cristiano, sposato, padre di cinque figli e attivo come volontario presso i vigili del fuoco e la polizia di frontiera nel distretto di Hadera.
(Israelnetz, 27 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Accettare l’esistenza d’Israele: la lezione di Ahmed Fouad Alkhatib
Ahmed Fouad Alkhatib, palestinese originario di Gaza e critico tanto di Hamas quanto del governo Netanyahu, denuncia le profezie sulla scomparsa d’Israele: sono fantasie ideologiche che alimentano la radicalizzazione e condannano i palestinesi a nuove sofferenze, anziché prepararli al compromesso e alla costruzione di uno Stato.
di Nathan Greppi
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Ahmed Fouad Alkhatib
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Dopo il 7 ottobre 2023, intellettuali di estrema sinistra come Ilan Pappé hanno sostenuto che il sionismo era ormai al capolinea, mentre intellettuali come Anna Foa hanno costruito una carriera mediatica sulla tesi secondo cui Israele si starebbe “suicidando”.
Chi invece ha avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza dare credito ai falsi profeti che puntualmente saltano fuori ogni volta che Israele affronta una crisi, è l’opinionista di origine palestinese Ahmed Fouad Alkhatib: nato e cresciuto a Gaza, oggi residente negli Stati Uniti, Alkhatib è una delle voci più critiche nei confronti di Hamas tra i palestinesi emigrati in Occidente.
In un post apparso sul suo profilo Instagram il 9 luglio 2026, ha spiegato perché, secondo lui, bisogna smettere di convincere i palestinesi che Israele sia destinato a soccombere: “Crescendo a Gaza, sono stato bombardato da profezie secondo le quali Israele fosse sull’orlo del collasso. Il fondatore di Hamas, Ahmed Yassin, sosteneva che Israele sarebbe caduto entro il 2020 o il 2028. L’esponente kuwaitiano dei Fratelli Musulmani Tareq Al-Suwaidan ha raccontato profezie secondo cui gli ebrei avrebbero avuto uno Stato per 80 anni prima che questo crollasse”.
Alkhatib spiega che “queste fantasie erano incredibilmente stupide e ignoranti, ma hanno anche provocato dei danni tremendi. Hanno plasmato il modo in cui i palestinesi comprendevano il conflitto, ciò che credevano fosse possibile e ciò che erano disposti a sacrificare. Invece di preparare i palestinesi per la costruzione di uno Stato, il compromesso e il realismo politico, hanno illuso generazioni che Israele sarebbe semplicemente scomparso”.
L’analista palestinese-americano ritiene che, dopo il 7 ottobre, “questa vecchia fantasia logora è tornata in una nuova forma. Ora un intero genere di intrattenimento basato su ‘analisi politiche’ fasulle inonda i social media e YouTube: video, podcast, influencer e opinionisti prevedono il collasso imminente d’Israele, la distruzione, la rovina, la fine dello Stato ebraico”.
Secondo Alkhatib, questa evoluzione nel mondo digitale di certe teorie è “la terza ripetizione della stessa fantasia devastante. Prima vennero i panarabi e i nazionalisti, che fallirono miseramente. Poi vennero gli islamisti degli ultimi trent’anni. Ora è arrivata una nuova mutazione: attivisti influencer, imbroglioni ideologici, opportunisti e occidentali che scambiano queste ridicole fantasie per analisi”.
Ai palestinesi “è stata venduta la stessa finzione per generazioni: sopporta altra sofferenza, seppellisci altri bambini, aspetta ancora un po’ e Israele sparirà. Non succede mai”.
Sono tutte “bugie vendute da ideologie fallite, mercanti di morte e persone che hanno sfruttato la causa per interesse personale e gloria. […] L’ultima cosa di cui i palestinesi hanno bisogno è un’altra generazione intrappolata nella radicalizzazione, nella jihad, nella violenza e nell’odio, mentre aspetta invano che Israele scompaia”.
Alkhatib conclude così il suo post: “Israele è qui per restare. Non ci sarà una cancellazione dello Stato ebraico. Non ci saranno stragi di massa, deportazioni, conversioni o sottomissioni forzate di milioni di ebrei israeliani.? […] I palestinesi hanno bisogno di case, lavoro, sicurezza, libertà e di un vero futuro. Non hanno bisogno di un’altra bugia secondo cui Israele sparirà come per magia”.
Alkhatib non può certo essere etichettato come un fan del governo Netanyahu: ha perso numerosi parenti nei bombardamenti israeliani a Gaza e il giorno dopo questo post ne ha pubblicato un altro in cui sosteneva che l’IDF stava attraversando una “crisi morale”.
Per questo le sue accuse nei confronti dei teorici della sparizione d’Israele acquisiscono un peso maggiore.
(InOltre, 27 luglio 2026)
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Golan, vini d’eccellenza tra basalto e panorami mozzafiato
di Claudia De Benedetti
Ci sono territori che sembrano destinati al vino, non per tradizione secolare o per fama consolidata, ma per una combinazione quasi irripetibile di geologia, clima e paesaggio: le alture del Golan appartengono a questa rara categoria. Distese ondulate di basalto nero, boschi che si arrampicano sulle colline, inverni freddi e vigneti che raggiungono quote inaspettate per il Medio Oriente compongono uno scenario che sfugge agli stereotipi e sorprende anche il viaggiatore più esperto.
Il Golan visto dall’alto è una terra sospesa tra mondi diversi: a sud si apre l’azzurro del lago di Tiberiade mentre verso nord il paesaggio si innalza progressivamente fino alle aree più elevate, dove durante l’inverno non è raro vedere la neve. È qui, in questo mosaico di altitudini e microclimi, che negli ultimi decenni è nata una delle realtà vitivinicole più interessanti e dinamiche del panorama internazionale.
Il segreto del Golan affonda letteralmente nelle sue radici geologiche: milioni di anni fa l’attività vulcanica ha modellato queste alture lasciando una vasta copertura di rocce basaltiche in cui il nero della pietra domina il paesaggio, emerge dai campi, delimita i vigneti, accompagna le strade che attraversano la regione. È una presenza costante, quasi un elemento identitario. Per i viticoltori rappresenta molto più di una semplice caratteristica del terreno: il basalto contribuisce al drenaggio, alla gestione dell’umidità e, secondo molti produttori, conferisce ai vini una particolare impronta minerale che distingue il Golan da altre aree viticole del Mediterraneo.
Fino agli anni Settanta del Novecento pochi avrebbero immaginato che queste alture potessero diventare uno dei poli enologici più importanti della regione: la svolta arrivò grazie a studi agronomici che individuarono nel Golan caratteristiche eccezionalmente favorevoli per la viticoltura moderna. Da quel momento è cominciata una trasformazione rapida e profonda: i primi vigneti sono stati piantati nelle zone più promettenti e, nel giro di pochi decenni, il territorio si è imposto come il laboratorio più innovativo del vino israeliano. Ciò che rende particolarmente affascinante la storia del Golan è la sua relativa giovinezza. A differenza delle grandi regioni europee dove la cultura del vino si è stratificata nel corso dei secoli, qui tutto è avvenuto in tempi recenti. Questa assenza di vincoli storici ha favorito un approccio sperimentale e aperto all’innovazione: i produttori hanno potuto osservare il territorio con occhi nuovi, adattando tecniche e vitigni alle peculiarità di un ambiente ancora in gran parte da esplorare. Il risultato è una produzione che combina precisione tecnica e forte identità territoriale: Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah trovano nelle alture vulcaniche condizioni ideali per esprimere profondità e struttura, mentre Chardonnay e altri vitigni a bacca bianca beneficiano delle temperature più fresche delle aree elevate. I vini che ne derivano possiedono spesso un carattere deciso: profumi intensi, trama tannica elegante e una sorprendente capacità di evoluzione nel tempo.
Il fascino del Golan va oltre il contenuto dei calici: le strade si snodano tra boschi di querce, antichi campi di lava e ampi panorami che si aprono improvvisamente sulle vallate sottostanti, le cantine appaiono spesso integrate nel territorio, immerse nel verde o affacciate su colline che sembrano non avere fine. La luce gioca un ruolo fondamentale: nelle prime ore del mattino il sole illumina i filari con una luminosità morbida e diffusa, mentre al tramonto il basalto assume sfumature rossastre che accentuano il carattere del paesaggio.
Negli ultimi anni il territorio ha attirato l’attenzione di critici, sommelier e appassionati provenienti da tutto il mondo: i visitatori arrivano spinti dalla curiosità di scoprire una realtà ancora poco conosciuta, alla ricerca di nuovi bouquet del vino mediterraneo, ripartono con la certezza di aver visitato una regione capace di coniugare autenticità e ambizione, natura e innovazione, tradizione agricola e visione contemporanea. Forse è proprio questa la sua caratteristica più preziosa: la capacità di raccontare una storia diversa.
Nel Golan, il vino è ancora un racconto in divenire ed è proprio questo a renderlo così affascinante.
(Shalom, 26 luglio 2026)
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Israele, un popolo perdonato
di Marcello Cicchese
«Nella Chiesa di Cristo non abbiamo mai perso di vista l'idea che il "popolo eletto", che crocifisse il Salvatore del mondo, debba scontare la malvagità di tale azione con una storia irta di sofferenze». Forse molti cristiani riterranno del tutto condivisibile una frase come questa, ed è anche naturale pensarlo, visto che proviene dalla bocca di un personaggio altamente rispettato della recente storia della Chiesa: il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, che insieme ad altri cospiratori cercò di opporsi segretamente al nazismo di Hitler e per questo morì impiccato nell’aprile del 1945, pochi giorni prima della fine della seconda guerra mondiale. Anche nel caso di Bonhoeffer qualcuno ha detto che non si tratta di antisemitismo, ma di “antigiudaismo teologico”, e l’aggettivo “teologico” dovrebbe servire a sminuire la gravità dell’affermazione. In realtà, è vero il contrario: proprio il riferimento a Cristo trasforma dichiarazioni come questa in diabolici strumenti di legittimazione dell’odio contro gli ebrei. La frase di Dietrich Bonhoeffer è teologicamente errata e quindi gravida di inquietanti conseguenze. La dottrina di Lutero sugli ebrei ha infettato subdolamente il protestantesimo tedesco impedendo a molti di riconoscere la diabolicità dell’ideologia nazista. Anche quei cristiani che, come Bonhoeffer, hanno riconosciuto la perversità politica del nazismo, non hanno potuto contrastare con successo chi stava portando la Germania e tutto il mondo verso il baratro proprio perché non hanno saputo riconoscere che gli ebrei erano l’obiettivo di un odio satanico. Non basta riconoscere genericamente, come ha fatto anche la chiesa cattolica, che l’accusa di deicidio non sta in piedi; non basta ammettere con voce flebile che, sì, l’accanimento contro gli ebrei non è stata una bella cosa e dichiarare umilmente di esserne pentiti. Certi pentimenti tardivi, fatti a cose compiute, quando il misfatto ormai è innegabile, esprimono soltanto il desiderio di sbarazzarsi di certi scheletri nell’armadio del proprio passato al solo fine di porre un termine a continui sgradevoli rinfacciamenti . Capire come stanno veramente le cose dal punto di vista biblico in molti casi significa cambiare radicalmente posizione e atteggiamento. Se questo non avviene, vuol dire che si tratta soltanto di ripuliture di facciata. Dire che «il popolo eletto, che crocifisse il Salvatore del mondo, deve scontare la malvagità di tale azione con una storia irta di sofferenze» è una frase radicalmente e fatalmente errata sul piano biblico. Se si ritira l’accusa di deicidio ma si mantiene una frase come questa, si resta dalla parte degli antisemiti e si aprono le porte a un altro genocidio. Chi ritiene eccessivo dire questo probabilmente non tiene conto della presenza di un personaggio che da sempre è interessato alla “questione ebraica”: Satana. Molti sono restii a far intervenire Satana in una questione che secondo loro dovrebbe essere esaminata con criteri puramente politici, e invece è proprio l’intervento di questa figura biblica che, senza togliere responsabilità agli uomini, fa arrivare l’odio contro gli ebrei ad una misura a cui molti inizialmente non pensavano di arrivare. Molti papi, per esempio, cercarono spesso di contrastare gli eccessi antisemiti a cui si abbandonava il popolino su istigazione del basso clero, ma non si rendevano conto che era proprio la loro dottrina a favorire, se non provocare, quegli scoppi di odio. Deve essere abbandonata una volta per tutte l’idea che dopo la morte di Gesù Dio mantenga un volto adirato verso il suo popolo e proprio per questo motivo lo sottoponga a innumerevoli sofferenze. Questo è il punto fondamentale da sottolineare. E’ vero esattamente il contrario: con la morte di Gesù Dio ha perdonato il suo popolo. Dio era adirato con Israele prima della venuta di Gesù, fin dal tempo di Isaia, e anche per questo aveva mantenuto il silenzio per circa quattrocento anni. Ma attraverso i profeti, a cominciare proprio da Isaia, aveva annunciato il giorno in cui si sarebbe riconciliato con il suo popolo, perché Egli stesso si sarebbe caricato dei suoi peccati e avrebbe perdonato la sua iniquità.
“Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti.»” (Isaia 40:1-4).
Il “debito della sua iniquità” è stato pagato quando Gesù è morto in croce “colpito a causa dei peccati del mio popolo” (Isaia 53:8). Prima che per i miei peccati personali, Gesù è morto per i peccati del suo popolo, cioè di Israele. Accogliere per sé il perdono e dichiarare che il popolo d’Israele si trova ancora sotto l’ira di Dio a causa dei suoi peccati perché ha ucciso il Messia significa praticare una distorsione del messaggio biblico che prima o poi conduce ad atteggiamenti antisemiti. Ma molti citano il versetto:
Chi sostiene che con queste parole gli ebrei si sono attirati addosso la maledizione di Dio, in realtà rivela il suo proprio malvagio desiderio e immagina che Dio ragioni come lui. Altre parole sono state pronunciate sulla croce a questo riguardo:
“Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23:34).
A chi si pensa che abbia dato ascolto il Padre? Al popolo urlante o a suo Figlio? In ogni caso, se anche si volesse sostenere che Dio ha ascoltato quelle parole di imprecazione del popolo su di sé, bisognerebbe aggiungere che questo si è avverato in modo letterale per quella generazione e per quella dei loro figli, non per tutta la progenie fino ai nostri giorni. E la cosa potrebbe essersi adempiuta storicamente nella distruzione del Tempio del 70 d.C. Chi oggi dice che Israele è maledetto, in realtà è lui che con le sue parole lo maledice. Ed è su di lui che ricade la maledizione di Dio, non su Israele, secondo quel che è scritto: “... e maledirò chi ti maledirà” (Genesi 12:3) La prima persona che ha cercato di maledire Israele è stata Balac, il re di Moab, che per ottenere il suo scopo cercò di ingaggiare un indovino pagano: Balaam. Ma Dio glielo impedì.
“Allora Balaam pronunziò il suo oracolo: «Balac mi ha fatto venire da Aram, il re di Moab mi ha chiamato dalle montagne d’Oriente. Vieni, disse, maledici Giacobbe per me! Vieni, impreca contro Israele! Come farò a maledirlo se Dio non l’ha maledetto? Come farò a imprecare se il Signore non ha imprecato?” (Numeri 23:7-8).
“Ecco, ho ricevuto l’ordine di benedire; egli ha benedetto; io non posso contraddire. Egli non scorge iniquità in Giacobbe, non vede perversità in Israele. Il Signore, il suo Dio, è con lui e Israele lo acclama come suo re. Dio lo ha fatto uscire dall’Egitto, e gli dà il vigore del bufalo. In Giacobbe non c’è magia, in Israele non c’è divinazione; a suo tempo viene detto a Giacobbe e a Israele qual è l’opera che Dio compie” (Numeri 23:20-23).
“Lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma non vicino: un astro sorge da Giacobbe, e uno scettro si eleva da Israele; colpirà Moab da un capo all’altro e abbatterà tutta quella razza turbolenta. S’impadronirà di Edom, s’impadronirà di Seir, suo nemico; Israele farà prodezze. Da Giacobbe verrà un dominatore che sterminerà i superstiti delle città»” (Numeri 24:17-19).
E’ sorprendente leggere che Dio non scorge iniquità in Giacobbe, non vede perversità in Israele, quando poco dopo la Scrittura riferisce che “il popolo cominciò a fornicare con le figlie di Moab” (Numeri 25:1). La cosa si spiega tenendo conto che il giudizio non dipende dal comportamento del popolo, ma da quello che vede l’occhio di Dio:
“Lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma non vicino: un astro sorge da Giacobbe, e uno scettro si eleva da Israele” (Numeri 24:17).
L’astro che Dio vede sorgere da Giacobbe e lo scettro che si eleva da Israele rappresentano il Messia, il Figlio di Dio, attraverso il quale il Padre opererà il perdono dei peccati, si compiacerà del suo popolo e con lui regnerà sul mondo. Bisogna dunque rovesciare l’affermazione ampiamente diffusa secondo cui Israele è un popolo maledetto e dichiarare al contrario che Israele è un popolo perdonato. Si deve però chiarire che cosa s’intende con questa espressione. Dire che Israele è un popolo perdonato non significa che tutti gli ebrei sono salvati. Questo non è mai stato vero nel passato e non lo è neppure nel presente. Sarà vero però nel futuro, nel tempo in cui “tutto Israele sarà salvato” (Romani 11:26). Sta scritto infatti:
“Il tuo popolo sarà tutto un popolo di giusti; essi possederanno il paese per sempre; essi, che sono il germoglio da me piantato, l’opera delle mie mani, per manifestare la mia gloria” (Isaia 60:21);
“«Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: Conoscete il Signore! poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato»” (Geremia 31:34).
Non significa neppure che adesso la relazione tra Dio e Israele è in ordine, perché fino a questo momento il popolo ha rigettato il suo Re. Il perdono di Israele è già presente per quel che riguarda Dio, nel senso che Dio ha fatto interamente la sua parte nell’opera di riconciliazione, mandando il suo Messia a soffrire e morire come Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Se la riconciliazione con Israele non ha potuto ancora pienamente compiersi non è perché Dio ha ripudiato il suo popolo, ma perché il popolo ha respinto il suo Dio. Potrà durare all’infinito questa situazione? No, perché non è Israele che ha scelto Dio, ma Dio che ha scelto Israele, e lo ha fatto prima che quel popolo facesse alcunché di bene o di male “affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama” (Romani 9:11). Questa è la vera predestinazione biblica, non quella tetra dottrina che spedisce le persone all’inferno o in paradiso a seconda di come decide un’incomprensibile, imperscrutabile e “sovrana” volontà divina. Israele è stato eletto perché Dio stesso l’ha formato, così come ha formato dalla terra il primo uomo, e fin dall’inizio è stato predestinato ad essere “salvato”, cioè conservato per sempre come strumento della sua opera e testimone della sua gloria. Poco prima della distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 587 a.C., Dio si era preoccupato di rivelare in anticipo a Geremia il motivo per cui tutto questo sarebbe avvenuto: perché il suo popolo aveva rotto il patto stipulato con Lui attraverso Mosè. Ma aveva annunciato anche la stipulazione di un “nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda”, attraverso il quale Dio avrebbe perdonato i loro peccati:
“«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: “Conoscete il Signore!” poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato»” (Geremia 31:31-34).
E subito dopo l’annuncio di questo nuovo patto per il perdono dei peccati, che dal Nuovo Testamento sappiamo essere stato siglato con il sangue di Gesù (Matteo 26:28, Ebrei 8:8-13), il testo di Geremia continua con queste parole:
“Così parla il Signore, che ha dato il sole come luce del giorno e le leggi alla luna e alle stelle perché siano luce alla notte; che solleva il mare in modo che ne mugghiano le onde; colui che ha nome: il Signore degli eserciti. «Se quelle leggi verranno a mancare davanti a me», dice il Signore, «allora anche la discendenza d’Israele cesserà di essere per sempre una nazione in mia presenza»” (Geremia 31:35-36).
La stessa Parola di Dio che annuncia il perdono dei peccati per tutti gli uomini conferma la promessa di non rigettare mai Israele e annuncia la ricostruzione di Gerusalemme dopo la distruzione compiuta dai babilonesi:
“«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «che questa città sarà ricostruita in onore del Signore, dalla torre di Cananeel alla porta dell’Angolo.»”(Geremia 31:38)
E che non si tratti della prima ricostruzione avvenuta dopo il ritorno degli ebrei consentito dal re Ciro è dimostrato dalle seguenti parole:
“Di là la corda per misurare sarà tirata in linea retta fino al colle di Gareb e girerà dal lato di Goa. Tutta la valle dei cadaveri e delle ceneri e tutti i campi fino al torrente Chidron, fino all’angolo della porta dei Cavalli verso oriente, saranno consacrati al Signore, e non saranno più sconvolti né distrutti, per sempre».” (Geremia 31:39-40).
Questa non è la città che in seguito sarà distrutta dai romani, ma la Gerusalemme del regno messianico, quella in cui si attueranno le promesse annunciate dal profeta Isaia:
“Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del Signore si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra.” (Isaia 2:2-4).
Il Messia annunciato dai profeti si presenta dunque nella storia in due forme, che anche i saggi israeliti hanno sempre fatto fatica ad armonizzare: il leone trionfante e l’agnello sofferente. Nella prima forma il Messia si presenta come il Re dei giudei che riscatta Israele dalle mani dei suoi nemici, siede sul trono di Davide e governa il mondo con mano giusta e potente (Salmo 2; Salmo 72). Nella seconda forma si presenta come il servo sofferente del Signore che si carica dei peccati del popolo, muore sotto il peso della condanna e risorge a nuova vita rendendo giusti i molti e diventando strumento di salvezza fino alle estremità della terra (Isaia 53; Isaia 49). L’Israele del tempo di Gesù in sostanza ha detto: “Non vogliamo che costui regni su di noi” (Luca 19:14) e ha rifiutato il suo Messia come Re. Questo però non ha impedito che si realizzasse l’altro compito messianico: il perdono dei peccati. L’imprevedibilità dell’agire di Dio sta nel fatto che proprio attraverso il rifiuto temporaneo del Messia come Re, che ha condotto alla sua morte in croce, si è aperta per il popolo la possibilità di ottenere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo come promesso dai profeti nelle Scritture. E’ questo, in sostanza, il contenuto della predicazione fatta alla Pentecoste da Pietro, che conclude il suo discorso con parole che devono essere suonate terrificanti alle orecchie degli uditori:
“Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».” (Atti 2:36).
E il racconto prosegue così:
“Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore, e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?» E Pietro a loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perché per voi è la promessa, per i vostri figli, e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà».” (Atti 2:37-39).
Dopo la risurrezione di Gesù i discepoli si sono ricordati di quello che i profeti avevano detto sulle sofferenze del Messia e hanno capito che tutto questo si era adempiuto nella crocifissione di Gesù. L’aspetto scandaloso e difficile da digerire per gli ebrei di allora e di oggi è che a provocare le sofferenze e la morte del Messia sono stati proprio i capi del popolo d’Israele, anche se con la corresponsabilità dei gentili. L’apostolo Pietro non usa mezze parole nel suo secondo discorso agli uomini d’Israele:
“Il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi metteste nelle mani di Pilato e rinnegaste davanti a lui, mentre egli aveva giudicato di liberarlo. Ma voi rinnegaste il Santo, il Giusto e chiedeste che vi fosse concesso un omicida; e uccideste il Principe della vita, che Dio ha risuscitato dai morti. Di questo noi siamo testimoni.” (Atti 3:13-15).
Ma non per questo assume un tono minaccioso verso i suoi uditori, avvisandoli magari che presto si sarebbe abbattuta su di loro l’ira di Dio. Al contrario, annuncia che proprio attraverso l’incomprensione e il rifiuto d’Israele Dio aveva predisposto di compiere il suo piano di salvezza:
“Ora, fratelli, io so che lo faceste per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma ciò che Dio aveva preannunziato per bocca di tutti i profeti, cioè, che il suo Cristo avrebbe sofferto, egli lo ha adempiuto in questa maniera.” (Atti 3:17, 18).
Pietro inoltre non si limita a spiegare che nella crocifissione di Gesù si è compiuto quello che i profeti hanno annunciato sul Messia sofferente, ma aggiunge che in Gesù si compirà anche, con il suo ritorno in terra, quello che i profeti hanno detto sul Messia trionfante:
“Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro e che egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall’antichità per bocca dei suoi santi profeti.” (Atti 3:19-21).
Gesù ha accettato di essere rifiutato dai suoi concittadini perché la sovranità esercitata dal Re sul suo popolo doveva essere liberamente accolta, ma ha anche annunciato un tempo in cui Israele accoglierà il suo Re volontariamente e con gioia:
“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»” (Luca 13:34-35).
Il rifiuto della sovranità di Dio da parte di Israele non solo non ha portato al rifiuto di Israele da parte di Dio, ma ha permesso anzi il compimento del piano di grazia per tutto il mondo. Al popolo è stato annunciato il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo per chiunque si fosse ravveduto e avesse manifestato di credere in Gesù facendosi battezzare nel suo nome. Ma come la grazia, per agire in modo positivamente efficace, deve essere liberamente accolta dal singolo, così anche la sovranità, per risultare benefica, deve essere liberamente accolta dal popolo. Questo un giorno avverrà, quando tutto Israele, sospinto dai suoi capi, dirà con convinzione a Gesù: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. E’ possibile che l’apostolo Pietro, sulla base della risposta positiva di molti al suo messaggio, abbia pensato e sperato che i capi di Israele sarebbero stati convinti dalla potenza della sua predicazione e dall’evidenza dei segni prodotti, e che si sarebbero ravveduti. Questo avrebbe potuto portare al cordoglio e al ravvedimento di tutto il popolo, come preannunciato dal profeta Zaccaria (Zaccaria 12:10-14), e il Signore Gesù sarebbe potuto tornare sulla terra per ristabilire il Regno di Davide a Israele, come più volte promesso da Dio attraverso i profeti. Israele sarebbe divenuto così luce delle nazioni, sia per quanto riguarda l’annuncio della grazia, sia per quanto riguarda l’esercizio della sovranità. Pietro avrebbe potuto pensare qualcosa del genere perché non possedeva ancora la piena rivelazione della Chiesa come corpo di Cristo costituito da ebrei e gentili. Sarà l’apostolo Paolo che in seguito riceverà il compito di rivelare questo mistero (Efesini 3:1-13, Colossesi 1:24-29), che Gesù durante la sua vita aveva soltanto annunciato (Matteo 16:18). Grazia e sovranità di Dio devono dunque indirizzarsi prima di tutto verso Israele, e soltanto in seguito, partendo da Israele, estendersi a tutto il mondo. Quello che ha sorpreso i discepoli è stato il fatto che la grazia si è estesa a tutte le genti prima che la sovranità fosse accolta da Israele. La Chiesa, come corpo sulla terra del Cristo “che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose” (Atti 3:21), non è il popolo che Dio ha scelto in sostituzione di Israele che ha peccato, ma è l’insieme di tutti coloro che ricevono il perdono dei loro peccati perché Israele è stato perdonato da Dio.
(da "La superbia dei Gentili")
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Argento per i velisti israeliani ai Campionati Mondiali Juniores della classe 470
(JNS) I velisti israeliani Roy Levy e Ariel Gal hanno conquistato la medaglia d’argento ai Campionati Mondiali Juniores della classe 470, disputati a Gdynia, in Polonia, il 17 luglio, sfiorando il secondo titolo mondiale consecutivo.
I campioni del mondo juniores in carica sono arrivati alla Medal Series in testa alla classifica a pari punti e sono rimasti in corsa per il titolo fino all’ultima regata del campionato.
Levy e Gal hanno vinto la prima regata della Medal Series, mantenendosi appaiati agli italiani Lisa Vucetti e Vittorio Bonifacio. Nella decisiva regata finale, però, gli israeliani hanno concluso al settimo posto, mentre la coppia italiana ha tagliato il traguardo in terza posizione, conquistando così il titolo mondiale grazie al criterio di spareggio, dopo che i due equipaggi avevano chiuso il campionato a pari punti. La medaglia di bronzo è andata ai francesi Lomane Valade e Julien Bunel.
«Uno straordinario risultato per la vela israeliana», si legge in un messaggio pubblicato mercoledì sull’account ufficiale di Israele su X. «Roy Levy e Ariel Gal hanno conquistato la medaglia d’argento ai Campionati Mondiali Juniores della classe 470 a Gdynia, in Polonia, laureandosi vicecampioni del mondo al termine di una combattutissima sfida per l’oro.»
Il campionato si è svolto nell’ambito del Gdynia Sailing Days, dall’11 al 17 luglio. La classe 470, così chiamata per la lunghezza dell’imbarcazione di 4,70 metri, fa parte del programma olimpico della vela fin dai Giochi di Montréal 1976.
(HaKol, 25 luglio 2026)
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Iran, la fortezza sotterranea che protegge il programma nucleare
L’intelligence israeliana rivela il trasferimento di migliaia di centrifughe nella base di Pickaxe Mountain, scavata a oltre cento metri di profondità
di Costantino Pistilli
Israele ha trasmesso agli Stati Uniti informazioni di intelligence secondo cui l’Iran avrebbe trasferito migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio all’interno di una struttura sotterranea altamente fortificata, con l’obiettivo di garantire la sopravvivenza del proprio programma nucleare anche in caso di nuovi attacchi militari. La notizia, riportata dal Wall Street Journal, riguarda il sito di Kuh-e KolangGaz La, conosciuto in Occidente come “Pickaxe Mountain” (“Monte Piccone”).
Secondo le informazioni condivise con Washington, il trasferimento delle apparecchiature strategiche sarebbe avvenuto nell’autunno scorso, pochi mesi dopo gli attacchi contro alcune infrastrutture nucleari iraniane nel giugno 2025. La decisione di spostare questi componenti all’interno della montagna avrebbe avuto lo scopo di proteggerli e di assicurarne la continuità operativa anche nello scenario di un’operazione militare su larga scala contro l’Iran.
La struttura di Kuh-e KolangGaz La, situata nella provincia di Isfahan, a sud dell’impianto nucleare di Natanz, rappresenta uno degli elementi più sensibili dell’apparato nucleare iraniano. Il complesso prende il nome dalla montagna in cui è stato realizzato ed è indicato dai media occidentali come Pickaxe Mountain, traduzione del termine persiano Kolang, che significa appunto “piccone”. L’Iran ha avviato la costruzione della vasta rete di tunnel nel 2020, dopo il sabotaggio che aveva danneggiato l’impianto di assemblaggio delle centrifughe avanzate di Natanz. Attraverso scavi nella roccia e infrastrutture sotterranee, Teheran ha creato un sito progettato per garantire un elevato livello di protezione.
Le immagini satellitari analizzate dagli esperti indicano che il complesso si trova a oltre 100 metri di profondità sotto diversi strati rocciosi, una posizione che lo renderebbe ancora più protetto dell’impianto di arricchimento di Fordow, già considerato uno degli obiettivi più difficili da neutralizzare. Colpire strutture collocate a tale profondità rappresenta una sfida anche per le più avanzate bombe penetranti anti-bunker dell’arsenale statunitense.
Teheran sostiene ufficialmente che il sito sia destinato esclusivamente alla produzione e all’assemblaggio di centrifughe avanzate e non all’arricchimento dell’uranio. Tuttavia, il mancato accesso degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) alla struttura ha alimentato interrogativi sulla sua reale funzione. Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha chiesto chiarimenti alle autorità iraniane senza ottenere informazioni sufficienti per verificare le dichiarazioni ufficiali o escludere la presenza di materiale nucleare all’interno del complesso.
La profondità e il livello di protezione della struttura ne hanno fatto uno degli obiettivi più sensibili della crisi nucleare iraniana. La sua capacità di resistere a possibili attacchi ha portato Stati Uniti e Israele a considerarla una componente strategica della capacità di sopravvivenza del programma nucleare iraniano.
Nelle ultime settimane, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che Washington sta monitorando le attività attorno agli ingressi dei tunnel e ha evocato la possibilità di colpire il sito. Le nuove informazioni dell’intelligence israeliana rappresentano il primo elemento concreto sulle possibili attività all’interno della struttura. Esse rafforzano inoltre la valutazione secondo cui il complesso potrebbe funzionare come una vera e propria retroguardia strategica del programma nucleare iraniano, progettata per proteggerne gli elementi più sensibili.
(Setteottobre, 25 luglio 2026)
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Ospedale Israelitico di Roma, oltre il caso fentanyl: la storia di una struttura al servizio della città
di Pietro Baragiola
Nelle ultime settimane il nome dell’Ospedale Israelitico di Roma è comparso sulle cronache nazionali in seguito al furto di 80 fiale di fentanyl dalla sede dell’Isola Tiberina.
Accanto alle indagini della magistratura, però, si è sviluppata sui social una campagna antisemita, carica di teorie complottiste che hanno trasformato questo fatto di cronaca in un pretesto per colpire, ancora una volta, la comunità ebraica.
L’episodio ha riportato l’attenzione su una realtà spesso poco conosciuta: l’Ospedale Israelitico non è riservato esclusivamente agli ebrei, bensì è una delle più antiche strutture sanitarie della Capitale ed oggi è aperto a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa.
• Le origini dell’Ospedale
L’Ospedale Israelitico affonda le proprie radici nel 1914, quando la Comunità Ebraica di Roma ha deciso di creare una struttura sanitaria capace di assistere i più bisognosi della città.
Negli anni a seguire l’istituto si è progressivamente trasformato in un edifico moderno aperto all’intera collettività e, nonostante l’introduzione delle leggi razziali durante la Seconda guerra mondiale, ha continuato a garantire le sue cure a tutti i cittadini, senza eccezioni antisemite, diventando un punto di riferimento per molti ebrei romani.
Oggi l’Ospedale Israelitico opera attraverso diverse sedi, tra cui quella storica dell’Isola Tiberina e quella di Monteverde, ed è convenzionato con il Servizio sanitario regionale. Ogni anno il gruppo accoglie migliaia di pazienti, offrendo servizi ospedalieri, ambulatoriali e specialistici.
Pur mantenendo il proprio legame con la comunità di Roma, l’istituto continua a ispirarsi a un principio che accompagna la medicina ebraica da secoli: “la cura della persona è un valore universale”.
• Dal furto di fentanyl agli insulti antisemiti
Il 3 luglio 2026 il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione straordinaria dopo la scoperta del furto di 80 fiale di fentanyl, potente analgesico oppioide, dalla sede dell’Isola Tiberina.
L’inchiesta della Procura di Roma, che procede con l’accusa di furto e detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, è affidata ai Carabinieri del NAS, impegnati a ricostruire sia le modalità del crimine che l’eventuale destinazione del farmaco.
“Abbiamo accertato la mancanza delle fiale il 29 giugno, ma non sappiamo quando il furto sia effettivamente avvenuto” ha dichiarato Antonio Maria Leozappa, commissario straordinario dell’Ospedale Israelitico, nell’intervista rilasciata ad Adnkronos Salute. “Siamo parte lesa e stiamo collaborando attivamente con la magistratura e tutte le autorità competenti per accertare quanto accaduto.”
Le verifiche hanno riguardato anche i protocolli di custodia e tracciabilità dei medicinali ad alto rischio, spingendo il Ministero della Salute a rafforzare le misure di sicurezza nelle strutture sanitarie.
Parallelamente alla vicenda giudiziaria, però, il nome dell’ospedale è stato strumentalizzato sui social, dove numerosi post e commenti hanno utilizzato il termine “Israelitico” per rilanciare stereotipi e messaggi antisemiti.
“È sconvolgente come nel giro di poche ore il furto sia diventato l’ennesimo pretesto per diffondere odio antiebraico su scala nazionale” ha annunciato l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, rispondendo alle dichiarazioni sui social.
È un meccanismo che negli ultimi anni si è ripetuto più volte, dai murales sulla Shoah vandalizzati a Milano, alle contestazioni contro la Brigata Ebraica durante le celebrazioni del 25 aprile. Ancora oggi il semplice riferimento a un’istituzione o a un simbolo ebraico viene trasformato in motivo di attacco, anche quando si tratta di realtà che svolgono un servizio pubblico aperto all’intera collettività.
(Bet Magazine Mosaico, 24 luglio 2026)
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Uno tsunami di menzogne
Il sindaco di New York Zohran Mamdani dovrebbe essere chiamato a rispondere delle sue campagne diffamatorie contro Israele e gli ebrei.
di Melanie Phillips
(JNS) Siamo travolti da uno tsunami globale di menzogne.
Circondato da bandiere statunitensi e newyorkesi, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha condensato così tante menzogne su Israele in un discorso di odio di due minuti davanti alle telecamere, da sembrare il defunto Hassan Nasrallah a velocità doppia.
Mamdani ha affermato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra, l’artefice di un genocidio, responsabile della morte di oltre 73.000 persone nella Striscia di Gaza, della mutilazione di decine di migliaia di bambini, degli attacchi agli ospedali neonatali, del blocco di generi alimentari e aiuti umanitari, nonché dell’uccisione a colpi d’arma da fuoco di centinaia di operatori umanitari e giornalisti.
Lo scopo apparente di questo groviglio di falsità era quello di lamentare l’impossibilità per il sindaco di arrestare Netanyahu durante la sua visita al quartier generale delle Nazioni Unite a settembre, in conformità con le disposizioni del mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.
Ma non c’è mai stata alcuna possibilità che Mamdani potesse farlo, poiché solo un governo federale dispone di tale autorità; inoltre, gli Stati Uniti non sono autorizzati a procedere a un simile arresto, poiché non hanno firmato il trattato sulla Corte penale internazionale.
Mamdani avrebbe dovuto saperlo. Lo scopo del suo video era l’istigazione diffamatoria.
Il suo appello alle autorità federali affinché arrestassero Netanyahu era un invito velato ai suoi sostenitori ad aggredire il capo del governo israeliano durante la sua visita.
Nell’attuale clima, caratterizzato da un’atmosfera da pogrom, era anche un appello velato ad attaccare gli ebrei della città – ai quali, lo stesso giorno, aveva rivolto in modo ripugnante gli auguri per il giorno di digiuno di Tisha B’Av, in cui gli ebrei commemorano la distruzione del Tempio di Gerusalemme e dell’antico Israele, nonché gli attacchi genocidi contro il popolo ebraico nel corso dei secoli.
Accusare Mamdani di aver abusato della sua carica di sindaco di New York significa non cogliere il nocciolo della questione.
Non è un normale politico di sinistra. È un fanatico estremista islamista. Ha aizzato la folla per le strade e ha accusato Israele di genocidio, solo pochi giorni dopo gli attacchi guidati da Hamas contro gli israeliani del 7 ottobre 2023, prima ancora che le forze armate israeliane entrassero in guerra a Gaza.
Questa accusa è palesemente assurda. Come può il rapporto più basso di sempre tra civili uccisi e combattenti in una guerra essere classificato come «genocidio»? Eppure, queste e altre accuse palesemente confutabili contro Israele vengono ormai accettate da milioni di persone in Occidente come fatti incontrovertibili. Come si è potuto arrivare a questo?
Come osservato in un Free Press–articolo dello storico Sir Niall Ferguson e dell’esperto di intelligenza artificiale John-Clark Levin, ciò è stato reso possibile dall’enorme seguito che si è creato sui social media grazie alla tolleranza nei confronti della violazione di tutte le norme sociali.
Da ciò è nato un movimento di destra, guidato dall’estremista di destra bianco Nick Fuentes. Egli manifesta un disprezzo palese e compiaciuto nei confronti di neri, musulmani, omosessuali, transessuali e altri, e in questo contesto rientrano la negazione dell’Olocausto, l’adorazione di Hitler e gli appelli a radunare e deportare gli ebrei americani.
Ma le menzogne sono diventate la norma anche tra la sinistra, per la quale la lotta palestinese è la più importante di tutte le cause. L’accusa di «genocidio» viene regolarmente utilizzata da decenni dagli arabi palestinesi, così come l’etichettatura degli israeliani come nazisti e l’accusa che stiano commettendo un «Olocausto».
Tale proiezione di comportamenti sugli israeliani, di cui in realtà sono vittime, è un’arma fondamentale per la distruzione di Israele e del sionismo. E questo è stato insegnato agli arabi palestinesi dall’Unione Sovietica, che utilizzava l’antisionismo come arma per la persecuzione degli ebrei.
Per questo il mondo sembra essere finito in un mondo capovolto. La convinzione sovietica era questa: se una menzogna – per quanto assurda possa essere – viene ripetuta abbastanza spesso, col tempo diventa una realtà incontestabile.
Ma c’è un’altra fase decisiva in questo processo velenoso. Anziché affrontare queste falsità e rendere pubblica la verità, i politici occidentali finiscono per ripetere a loro volta queste menzogne.
Due giorni dopo il suo insediamento come ministro della Difesa britannico, Wes Streeting, che in precedenza aveva affermato che Israele «sta commettendo crimini di guerra sotto i nostri occhi», questa settimana ha accusato il Paese di «non essere all’altezza degli standard militari britannici».
Eppure è vero esattamente il contrario. Il generale Sir John McColl, ex vicecomandante supremo della NATO in Europa, ha dichiarato dopo una visita in Israele che le procedure dell’IDF, nell’ambito del diritto internazionale bellico, «sono rigorose quanto le nostre».
L’«High Level Military Group», composto da ufficiali di alto rango provenienti da Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Australia, Spagna e Francia, è giunto alla conclusione che l’operato di Israele superi addirittura gli standard che gli eserciti occidentali si sono prefissati.
Sotto la guida del nuovo primo ministro Andy Burnham, il governo laburista britannico sembra diventare ancora più ostile nei confronti di Israele di quanto non fosse sotto Keir Starmer. Ciò è in parte dovuto al fatto che si piega all’influenza musulmana, sempre più potente nel Regno Unito.
È anche dovuto al fatto che si prostra ai piedi dell’establishment globale dei diritti umani e umanitario, il cui centro è costituito dalle Nazioni Unite – un establishment che è ossessionato dall’idea di distruggere Israele.
La Commissione internazionale indipendente di inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, il cui mandato senza precedenti e a tempo indeterminato consiste nel diffamare e delegittimare Israele, ha recentemente affermato in modo oltraggioso che i bambini a Gaza «continuano a essere perseguitati e uccisi in modo mirato dalle forze armate israeliane».
Le Nazioni Unite lavorano fianco a fianco con ONG ferocemente anti-israeliane che diffondono costantemente la menzogna del genocidio e altre calunnie sanguinose che dipingono gli israeliani come mostri. I politici occidentali continuano a utilizzare questi canali di propaganda come fonti di verità e giustizia. Tuttavia, la corruzione di queste fonti viene sempre più smascherata.
La Corte penale internazionale (CPI) ha sospeso il suo procuratore capo, Karim Khan, accusato di reati sessuali da una giovane collaboratrice musulmana della CPI che ora ha coraggiosamente rivelato la propria identità. Poiché la stessa Corte è stata colta di sorpresa dall’emissione da parte di Khan di un mandato di arresto contro Netanyahu, sembra che egli abbia agito in tal modo solo per distogliere l’attenzione dal proprio scandalo.
Per quanto riguarda l’accusa di Mamdani secondo cui Israele avrebbe «ucciso centinaia di operatori umanitari e giornalisti», Hamas e la Jihad Islamica Palestinese hanno confermato essi stessi che molti dei «personale sanitario» uccisi erano in realtà i loro comandanti militari.
E il Comitato per la protezione dei giornalisti è sprofondato nel caos e nelle lotte di potere interne dopo che è emerso che decine dei «giornalisti» uccisi nella Striscia di Gaza erano attivisti militari di Hamas e di altri gruppi jihadisti.
La minaccia rappresentata da Mamdani deve essere riconosciuta per quello che è. Egli sfrutta il populismo di estrema sinistra per promuovere la distruzione dell’America. Ma non intende sostituirla con un paradiso arcobaleno. Vuole sostituirla con l’Islam.
Nonostante la sua appartenenza all’Islam sciita, il comportamento di Mamdani è in linea con la strategia dei Fratelli Musulmani sunniti, che hanno illustrato come intendono conquistare l’America infiltrandosi nelle istituzioni democratiche e utilizzandoli per portare avanti l’agenda islamista.
Mamdani fa costantemente riferimento all’Islam. Ha esultato per la crescita dell’Islam in città, visita ripetutamente moschee e centri islamici, compresi quelli legati al regime iraniano, e ha dichiarato che l’America dovrebbe seguire l’esempio dell’Islam e gli insegnamenti di Maometto in materia di migrazione e asilo.
Il sindaco non solo deve essere smascherato come informatore islamista, ma occorre anche adottare misure contro di lui in quanto pericolo per l’America.
Il direttore di UN Watch, Hillel Neuer, ha sottolineato che a Mamdani potrebbe essere revocata la cittadinanza e che potrebbe essere espulso, affermando che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti dovrebbe esaminare le prove secondo cui, prima di diventare cittadino americano nel 2018, egli avrebbe «fornito consapevolmente fondi o servizi a Hamas o a un’altra organizzazione terroristica – e lo avrebbe nascosto alle autorità di immigrazione».
L’enorme campagna contro la verità e i fatti su Israele ha fatto perdere all’Occidente il proprio orientamento morale. Un Ferguson disperato ha scritto che il suo obiettivo come insegnante era stato quello di garantire che le persone traessero gli insegnamenti dalla storia, compresa la consapevolezza fondamentale che la retorica antisemita può sfociare nel genocidio se fatta propria da uno Stato moderno. «Ma oggi», si lamenta, «vedo come questo odio venga normalizzato e l’Olocausto minimizzato».
Ferguson suggerisce che la ragione stessa sia stata sconfitta. Una tale demoralizzazione è certamente comprensibile, ma rischia di diventare una profezia che si autoavvera.
La verità viene sconfitta perché nessuno dei custodi della sfera pubblica la difende. Le persone devono iniziare a denunciare i responsabili di questo contagio e a chiamarli a rispondere delle loro azioni. E questo significa anche che gli ebrei devono chiedere conto agli antisionisti ebrei.
(Israel Heute, 24 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele, ritrovato vivo il piccolo Yuval Kogan dopo 24 ore di ricerche
di Micol Silvera
Nel pomeriggio di venerdì 24 luglio è stato ritrovato vivo e illeso Yuval Kogan, il bambino di quattro anni scomparso giovedì nei pressi della spiaggia di Hofit, ad Ashkelon.
Yuval si trovava in gita con il padre e le due sorelle maggiori quando se ne erano perse le tracce. «Era proprio alle mie spalle… e poi è sparito», aveva dichiarato il padre subito dopo la scomparsa. La madre, la pediatra Dina Kogan, aveva chiesto di prendere in considerazione ogni possibilità, compresa quella del rapimento.
La macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente. La Polizia israeliana, i volontari di ZAKA, United Hatzalah, squadre municipali, sommozzatori, unità marittime, elicotteri e droni hanno partecipato alle ricerche, proseguite anche durante la notte. Centinaia di volontari e cittadini si sono uniti agli sforzi per localizzare il bambino.
Il presidente Isaac Herzog ha parlato al telefono con la madre di Yuval, esprimendo vicinanza alla famiglia e seguendo gli aggiornamenti insieme ai vertici della polizia e dello Shin Bet. Si è quindi rivolto alla dott.ssa Kogan, esprimendo la sua preoccupazione e il proprio sostegno alla famiglia di Yuval e confermando di essere in contatto con il commissario di polizia Daniel Levy e il direttore dello Shin Bet David Zini per rimanere aggiornato sulle ricerche. In una dichiarazione rilasciata venerdì mattina, la polizia ha affermato che il commissario Levy è rimasto in contatto costante per tutta la notte con il comandante del Distretto Meridionale Haim Bublil, ricevendo aggiornamenti e coordinando le forze in campo. Bublil ha tenuto una riunione di valutazione della situazione sul posto con alti funzionari di polizia e responsabili delle operazioni di soccorso, al termine della quale, ha ordinato ai comandanti di estendere le operazioni di ricerca anche alle ore notturne e di impiegare tutte le risorse a disposizione fino al ritrovamento del bambino. Anche il sindaco di Ashkelon, Tomer Galam, è giunto sul posto, affermando che le squadre municipali di ispezione e di polizia hanno collaborato con la Polizia di Israele nelle operazioni di ricerca. Anche il gruppo United Hatzalah, composto prevalentemente da volontari e anch’esso coinvolto nelle ricerche, ha affermato l’utilizzo di “tutti i nostri droni e tutte le nostre risorse tecniche” per ritrovare Yuval.
A ritrovare il bambino sono stati due volontari a cavallo. Uno di loro, Noam Simchi, ha raccontato: «Il bambino era qui, in piedi sotto un albero, e ci guardava». Poco dopo il ritrovamento, Simchi ha diffuso un video in cui esultava: «Abbiamo trovato il bambino, abbiamo trovato il bambino! Sia lodato il Signore».
Herzog ha ringraziato Simchi e tutti coloro che si sono mobilitati: «Chi salva una vita è come se avesse salvato il mondo intero». Il presidente ha sottolineato la risposta immediata di migliaia di volontari, agenti, soccorritori e civili, definendola una dimostrazione della responsabilità reciproca del popolo di Israele.
Yuval Kogan è stato poi riunito alla madre, come mostrato in un video diffuso online in cui la dottoressa Kogan riabbraccia finalmente il figlio.
Una vicenda difficile, conclusa con un lieto fine grazie alla cooperazione tra forze dell’ordine, soccorritori e centinaia di volontari: una mobilitazione che ha mostrato ancora una volta la forza della responsabilità reciproca nella società israeliana.
(Shalom, 24 luglio 2026)
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Il fronte interno di Israele
Mentre Israele combatte militarmente su diversi fronti, all’interno del Paese si sta accentuando una divisione che molti ritengono pericolosa quanto le minacce provenienti dall’esterno.
di Aviel Schneider
Nel corso della sua storia, Israele ha combattuto guerre contro eserciti di gran lunga superiori, ha superato ondate di terrorismo e si è sempre affermato contro nemici esterni. Tuttavia, oggi molti israeliani sono preoccupati per un’altra questione: il pericolo maggiore per lo Stato ebraico potrebbe non essere Hamas, Hezbollah o l’Iran, bensì la crescente divisione all’interno del proprio popolo. Mentre ai confini si combatte, nel cuore della società israeliana si snoda un fronte ancora più pericoloso: tra destra e sinistra, tra religiosi e laici, tra governo e opposizione. Tra fratelli. Il tono si fa più aspro, le posizioni si irrigidiscono. I dibattiti si fanno più accesi, i compromessi si trovano sempre più raramente e molte persone si definiscono sempre più in base alla propria appartenenza politica o sociale. Quasi tutti attribuiscono la responsabilità della crisi all’altro. Governo e opposizione si accusano a vicenda di mettere a repentaglio la democrazia israeliana o addirittura la sicurezza dello Stato. Quasi nessuno, invece, parla più di riconciliazione. Così il fratello diventa un avversario.
Non meno profonde sono le tensioni tra israeliani religiosi e laici. La controversia sul servizio militare degli ebrei ultraortodossi, sul carattere pubblico dello Shabbat o sull’influenza dei tribunali rabbinici va ormai ben oltre le questioni politiche concrete. Molte persone hanno la sensazione che il proprio stile di vita e la propria identità siano messi fondamentalmente in discussione.
Un punto culminante di questa evoluzione è stato il dibattito sulla riforma della giustizia, che ha portato alle più grandi manifestazioni nella storia del Paese. Le famiglie si sono divise, amicizie di lunga data si sono spezzate, persino le unità di riservisti dell’esercito sono state coinvolte nelle controversie politiche. Quasi nessun altro tema ha diviso così profondamente la società israeliana negli ultimi decenni.
La guerra di Israele dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre ha inizialmente suscitato un’impressionante solidarietà nazionale. Centinaia di migliaia di persone si sono offerte volontarie per il servizio di riserva, i vicini si sono aiutati a vicenda e la società si è stretta in un unico fronte davanti alla catastrofe. Ma più la guerra si protrae, più le vecchie tensioni tornano a emergere con chiarezza. Le discussioni sugli obiettivi di guerra, sugli accordi per gli ostaggi, sulle questioni umanitarie o sulla responsabilità politica sono spesso caratterizzate da grande emotività. Non è raro che l’avversario politico non venga più percepito come un concittadino con un’opinione diversa, ma come un pericolo per il Paese.
Anche i rapporti tra cittadini ebrei e arabi di Israele sono sottoposti a una notevole pressione. Sebbene molte persone continuino a lavorare e a vivere insieme, la sfiducia e le tensioni sono aumentate notevolmente dopo i disordini degli ultimi anni e, in particolare, dopo la guerra di Gaza.
I social media svolgono un ruolo particolare in questo contesto. Piattaforme come X, Facebook o Telegram favoriscono l’escalation e l’emotività. Le argomentazioni articolate spesso si perdono in un flusso di slogan, attacchi personali e reciproche accuse. Termini come «traditore», «dittatura», «fascismo» o «nemico dello Stato» fanno ormai quasi parte della quotidianità politica. Parole che un tempo erano l’eccezione, oggi vengono spesso usate in modo inflazionato.
Eppure questo sviluppo non è affatto limitato a Israele. In quasi tutte le democrazie occidentali la polarizzazione sociale è in aumento. Ma in Israele essa si manifesta in modo particolarmente intenso a causa della pressione permanente in materia di sicurezza, delle questioni relative all’identità religiosa, della diversità etnica e della minaccia esistenziale proveniente dall’esterno. Proprio per questo il messaggio biblico possiede una sorprendente attualità. Il popolo d’Israele è sempre stato più forte quando tribù, opinioni e convinzioni diverse si sono unite nonostante tutte le differenze. Non è stata l’uniformità a rendere forte Israele, bensì la capacità di tollerare la diversità all’interno di una vocazione comune.
La Bibbia dimostra ripetutamente che Israele raramente è stato spezzato dalla forza dei suoi nemici. Le crisi più gravi sono spesso sorte quando si è persa l’unità del popolo. La ribellione di Korach contro Mosè, la guerra fratricida tra le tribù dopo l’atrocità di Ghibea o la divisione del regno dopo la morte di Salomone sono esempi lampanti del fatto che le divisioni interne hanno spesso avuto conseguenze più devastanti degli attacchi esterni. Ecco perché l’ammonimento biblico è più attuale che mai: «Quanto è bello e quanto è piacevole che i fratelli vivano insieme in armonia!» (Salmo 133).
Le reciproche accuse vanno ormai ben oltre la classica politica di partito. Per molti sostenitori della destra politica, la sinistra è responsabile degli sviluppi negativi in materia di sicurezza degli ultimi decenni, degli Accordi di Oslo, del ritiro dalla Striscia di Gaza o di quella che, a loro avviso, è un’eccessiva concessione nei confronti dei nemici di Israele. Al contrario, molti esponenti della sinistra accusano il governo di destra di aver aggravato, con la sua politica, l’isolamento internazionale di Israele, di aver distrutto la coesione sociale e di aver condotto lo Stato in una crisi permanente.
Anche all’interno dello spettro religioso cresce l’alienazione. Gli ambienti nazional-religiosi accusano gli ultraortodossi di sottrarsi al fardello comune del servizio militare. Gli ultraortodossi, a loro volta, si sentono sempre più minacciati dallo Stato e dalla società nel loro stile di vita religioso. Gli israeliani laici criticano la crescente influenza religiosa sulla politica e sulla giustizia, mentre gli ebrei religiosi hanno l’impressione che i loro valori e le loro tradizioni vengano sistematicamente messi da parte.
A ciò si aggiungono le reciproche accuse relative al 7 ottobre 2023. Da una parte, c’è chi attribuisce al governo e a Benjamin Netanyahu la responsabilità del più grave fallimento in materia di sicurezza nella storia di Israele. Altri individuano la causa in anni di valutazioni errate da parte dell’esercito e dei servizi segreti, nel dibattito sulla riforma della giustizia o persino nelle proteste di massa e nelle minacce di singoli riservisti di rifiutarsi di prestare servizio, il che, a loro avviso, avrebbe indebolito la deterrenza di Israele.
Altri ancora attribuiscono la responsabilità ai governi precedenti e alla strategia a lungo termine nei confronti di Hamas. Quasi ogni gruppo sociale ha la propria spiegazione e il proprio colpevole.
Persino i familiari degli ostaggi, i riservisti, i coloni, gli attivisti per la pace o gli abitanti delle regioni di confine si trovano in netto contrasto su alcune questioni.
Da una parte si chiede una vittoria militare senza compromessi su Hamas, dall’altra si considera la liberazione immediata degli ostaggi come la massima priorità, anche se ciò richiede concessioni di ampia portata. Spesso si ha l’impressione che esistano ormai solo due fazioni e che ogni posizione dell’altra venga automaticamente considerata moralmente sbagliata o addirittura un pericolo per lo Stato.
Ciò che colpisce in questo contesto non è tanto l’esistenza di opinioni diverse – che fanno parte di ogni democrazia viva – quanto la quasi totale assenza di un linguaggio di riconciliazione. Quasi nessuno parla di costruire ponti o di riconoscere l’altro come fratello nonostante tutte le differenze. Al contrario, domina la domanda su chi sia il colpevole. Ma un popolo che cerca costantemente solo i colpevoli corre il rischio di perdere di vista ciò che accomuna. È proprio in questo che risiede forse l’avvertimento più profondo della storia biblica.
Forse il tempo che stiamo vivendo ci ricorda che la forza nazionale non si basa solo sulla superiorità militare. La storia di Israele, dalla Bibbia ai giorni nostri, dimostra che la vera resilienza nasce laddove un popolo conserva la propria identità comune nonostante tutte le differenze. Proprio in una regione in cui i nemici esterni non sono mai lontani
(Israel Heute, 24 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Lamentazioni” in piazza
Giorno di lutto di Tisha BeAv
Ebrei delle più diverse correnti si radunano per leggere le bibliche “Lamentazioni”. Diventa chiaro, non solo in questo giorno di lutto, che la democrazia deve essere continuamente rinegoziata.
(Israelnetz, 24 luglio 2026)
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Ricerca israeliana: la strategia dei fiori per sopravvivere alla siccità
di Jacqueline Sermoneta
La siccità non influenza soltanto il numero di fiori prodotti dalle piante, ma anche il modo in cui le diverse specie distribuiscono nel tempo il loro periodo di fioritura. È quanto emerge da uno studio dell’Università Ebraica di Gerusalemme, pubblicato sulla rivista Ecology Letters, che offre una nuova chiave di lettura sugli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi mediterranei. Lo riporta il Times of Israel. Contrariamente all’idea che la scarsità d’acqua possa spingere le piante a concentrare la fioritura nello stesso periodo per sfruttare al meglio le risorse disponibili, i ricercatori hanno osservato un fenomeno opposto: quando l’acqua diminuisce, le diverse specie tendono a separare maggiormente i propri tempi di fioritura, sbocciando in momenti differenti della stagione. “Ogni specie ha utilizzato l’acqua disponibile in una fase diversa della stagione”, spiega il dottorando Barel Tsafon, tra gli autori dello studio. La ricerca nasce da un esperimento in serra iniziato quasi cinque anni fa. Tsafon, insieme a Or Gross e sotto la supervisione del professor Niv DeMalach della Facoltà di Agraria dell’Università Ebraica, ha coltivato migliaia di piante appartenenti a cinque comuni specie di fiori selvatici del Mediterraneo. Le piante sono state sottoposte alla stessa riduzione complessiva della disponibilità d’acqua, ma con una differenza fondamentale: la siccità è stata simulata in momenti diversi della stagione delle piogge, all’inizio, a metà oppure alla fine. Alcuni esemplari sono stati coltivati singolarmente, altri insieme ad altre specie, per analizzare sia gli effetti diretti dello stress idrico sia il ruolo delle interazioni tra piante. I risultati hanno mostrato che il momento della siccità è un fattore decisivo. La siccità autunnale ha ritardato l’inizio della fioritura, mentre quella primaverile ha anticipato la fine del periodo di fioritura, riducendo il tempo complessivo in cui le piante producono fiori. Al contrario, una riduzione dell’acqua durante l’inverno ha avuto effetti molto più limitati sui tempi della fioritura. Quando le cinque specie sono cresciute insieme, i ricercatori hanno osservato una maggiore separazione dei periodi di fioritura tra loro. Le piante hanno ridotto la sovrapposizione temporale della fioritura, occupando momenti differenti della stagione. Questo fenomeno suggerisce che la diversa risposta alla siccità può favorire la coesistenza tra specie, diminuendo la competizione per risorse limitate come l’acqua. Secondo i ricercatori, questa differenziazione dei tempi di fioritura potrebbe rappresentare un meccanismo ecologico che consente alle piante di mantenere una maggiore diversità anche in condizioni di crescente scarsità idrica. Finora gran parte degli studi sugli effetti del cambiamento climatico sulla fioritura si è concentrata soprattutto sull’aumento delle temperature, spesso in ecosistemi dove l’acqua non rappresenta il principale fattore limitante. Questo lavoro evidenzia invece l’importanza della stagionalità delle precipitazioni: non conta solo quanta acqua arriva, ma anche quando arriva. Lo studio non si fermerà ai risultati ottenuti in serra. I ricercatori stanno infatti avviando un progetto internazionale di scienza partecipativa attraverso la piattaforma iNaturalist, con l’obiettivo di raccogliere osservazioni sulla fioritura di numerose specie vegetali in Israele e nel resto del mondo.
(Shalom, 24 luglio 2026)
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WSJ: l’Iran ricostruisce molto più velocemente di quanto si pensasse
Preoccupa molto la velocità con la quale gli iraniani ricostruiscono le infrastrutture e gli arsenali distrutti dai bombardamenti israeliani e americani. Un'altra sottovalutazione delle intelligence occidentali delle capacità iraniane.
Secondo un rapporto del Wall Street Journal, l’Iran ha rapidamente ricostruito le infrastrutture danneggiate durante la campagna di bombardamenti condotta da Stati Uniti e Israele negli ultimi mesi, dalle basi missilistiche situate nelle profondità delle montagne ai ponti, ai porti e agli impianti di produzione, secondo quanto riferito da funzionari israeliani e occidentali e da un’analisi delle immagini satellitari.
I progressi, più rapidi del previsto, preoccupano alcuni funzionari israeliani. Ciò contribuisce a spiegare la continua resilienza dell’Iran nonostante una campagna aerea che ha comportato oltre 20.000 attacchi al culmine della guerra e che prosegue lungo la costa iraniana nel tentativo di spezzare la morsa di Teheran sullo Stretto di Hormuz.
Nei pressi di Kangavar, nell’Iran occidentale, le immagini satellitari di Planet Labs di marzo mostravano due ingressi di tunnel e una strada di accesso danneggiati dai bombardamenti aerei volti a bloccare l’accesso a una base missilistica iraniana. Nel giro di poche settimane, le immagini di Airbus hanno rivelato una strada ben asfaltata che conduceva a ingressi appena scavati.
In un altro caso, un funzionario militare israeliano ha affermato che l’Iran ha riparato in pochi giorni un ponte che Israele aveva colpito con tre bombe, sorprendendo i funzionari israeliani e spingendoli a mettere in discussione l’efficacia dei loro attacchi mirati.
Le immagini satellitari di Planet Labs dell’inizio di luglio hanno inoltre mostrato interventi di ricostruzione parziale in un cantiere navale nel porto di Bandar Anzali sul Mar Caspio, collegato al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, il gruppo paramilitare incaricato di difendere il regime. Israele ha dichiarato di aver colpito decine di obiettivi in quella zona a marzo, tra cui navi da guerra, il porto, un centro di comando e un cantiere navale utilizzato per la riparazione e la manutenzione delle imbarcazioni, mirando a una linea di rifornimento Russia-Iran e definendolo uno dei suoi attacchi più significativi della guerra.
Ran Kochav, ex comandante delle forze di difesa aerea e missilistica israeliane, ha affermato che la rapida ripresa è in linea con le capacità dimostrate dall’Iran nella ricostruzione delle proprie infrastrutture e delle scorte missilistiche dopo la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran dello scorso giugno, prima che la nuova guerra avesse inizio a febbraio.
«Hanno ricostituito le loro scorte», ha detto. «Possiedono capacità di industrializzazione e ricostruzione davvero impressionanti».
L’Iran deve affrontare uno sforzo enorme, costoso e dispendioso in termini di tempo per riprendersi dai danni causati dagli attacchi statunitensi e israeliani. Ma la rapidità con cui procedono i lavori in tutto il Paese smentisce le affermazioni del presidente Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui la loro campagna di bombardamenti avrebbe inferto un colpo devastante.
I leader sono stati sottoposti a pressioni interne per non essere riusciti a rovesciare il regime al potere in Iran, a eliminare il programma nucleare di Teheran o a riaprire lo Stretto di Hormuz.
La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha affermato che la guerra è riuscita a distruggere l’arsenale missilistico e la produzione di missili dell’Iran, ad affondare la sua marina, a indebolire le milizie alleate e a garantire che il Paese non possieda armi nucleari. «Questa operazione è stata una vittoria schiacciante sotto ogni punto di vista oggettivo», ha dichiarato.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile del Medio Oriente, ha rifiutato di commentare. L’ufficio del primo ministro israeliano non ha risposto a una richiesta di commento. L’esercito israeliano ha rifiutato di commentare.
Durante la notte nella regione, l’esercito statunitense ha concluso il suo dodicesimo giorno consecutivo di attacchi contro lo stesso tipo di obiettivi — impianti missilistici e di droni, centri operativi e infrastrutture militari — che sta colpendo da settimane. Il suo obiettivo è spezzare la morsa dell’Iran sullo stretto dopo che l’accordo firmato da Trump a giugno per riaprirlo è fallito, poiché l’Iran ha intensificato gli attacchi alla navigazione.
Nonostante i bombardamenti, l’Iran ha continuato a sferrare colpi precisi contro le navi e a compiere attacchi missilistici contro gli alleati regionali degli Stati Uniti, come il Kuwait, il Bahrein e la Giordania, dove un attacco iraniano ha ucciso tre soldati statunitensi durante il fine settimana.
«A quanto pare, le voci sulla fine o sulla significativa diminuzione dei missili erano errate», ha affermato Tal Inbar, analista senior presso la Missile Defense Advocacy Alliance con sede negli Stati Uniti.
I leader iraniani non mostrano segni di cedimento nonostante gli attacchi continuino.
La campagna di bombardamenti di cinque settimane condotta da Stati Uniti e Israele all’inizio della guerra ha superato il ritmo delle recenti guerre condotte da Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. Ha preso di mira ogni cosa, dalle città sotterranee dedicate ai missili alle fabbriche di acciaio e alluminio. Al termine della campagna, sia Trump che Netanyahu l’hanno descritta come una grave battuta d’arresto per l’Iran.
«L’esercito iraniano è un disastro completo e totale», ha scritto Trump sui social media il mese scorso. «Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: sono stati completamente sconfitti».
Netanyahu ha affermato che le capacità militari dell’Iran e i suoi programmi nucleari e balistici hanno subito un arretramento di molti anni. «Abbiamo distrutto l’apparato di produzione missilistica dell’Iran», ha dichiarato ad aprile. «Gli iraniani stanno lanciando ciò che resta nel loro arsenale, e l’arsenale si sta svuotando. Ma non stanno producendo nuovi missili».
Funzionari militari israeliani hanno espresso in privato la loro frustrazione per i risultati della campagna di bombardamenti, sottolineando la ricostruzione in corso. Un funzionario a conoscenza delle operazioni di targeting ritiene che Israele avrebbe potuto causare danni maggiori se si fosse concentrato sui siti militari, anziché spostare l’attenzione, nelle prime fasi della guerra, su obiettivi quali i servizi di sicurezza interna iraniani e persino singoli posti di blocco presidiati dalla milizia Basij, nella speranza di minare il regime.
«L’Iran sta ricostruendo tutto», ha affermato il funzionario. «Sono molto preoccupato.»
Un secondo funzionario militare israeliano ha affermato che l’Iran è in grado di ricostruire quasi tutto, compresa la produzione di missili, poiché dispone ancora del know-how necessario.
Israele e gli Stati Uniti spesso sono riusciti solo a far crollare i punti di accesso alle basi missilistiche situate nelle profondità delle montagne, anziché distruggerle completamente, hanno dichiarato funzionari militari israeliani. Le armi conservate all’interno di questi siti crollati sono rimaste intatte e da allora l’Iran le sta recuperando, hanno aggiunto.
Una base missilistica nella città di Dezful, nel sud-ovest dell’Iran, è stata colpita da Israele nel giugno 2025 e nuovamente all’inizio di marzo, quando i raid aerei ne hanno seppellito gli ingressi, come mostrano le immagini satellitari di Planet Labs. Tre mesi dopo, le immagini di Airbus hanno mostrato che l’Iran stava già riportando alla luce diversi ingressi di tunnel nel sito.
Un’altra base missilistica iraniana a nord della città di Kermanshah ha subito duri colpi all’inizio della guerra, come mostrano le immagini di Planet Labs. Già nella prima settimana di giugno, le immagini diffuse da Airbus mostravano che alcune squadre avevano riparato i danni alle strade e che i camion visibili nelle immagini satellitari stavano rimuovendo i detriti e riaprendo gli ingressi dei tunnel crollati.
Le immagini satellitari di Planet Labs mostrano inoltre una parziale ricostruzione nelle ultime settimane nei pressi di Teheran presso la Raja Shimi Industries, uno stabilimento che, secondo un rapporto del King’s College di Londra, sarebbe coinvolto nella produzione di componenti per missili. Le immagini mostrano diverse nuove strutture che sembrano essere state ricostruite.
Alcune strutture che producono componenti più avanzati necessari per la fabbricazione di missili, come la fibra di carbonio, potrebbero richiedere all’Iran mesi, se non anni, per essere ripristinate a seguito degli attacchi israeliani e americani, ha affermato Jim Lamson, ricercatore ospite presso il King’s College di Londra ed ex analista della Central Intelligence Agency che ha redatto il rapporto.
Tuttavia, l’Iran potrebbe aver accumulato scorte di tali componenti in impianti di produzione sotterranei che possono essere utilizzati per assemblare decine o centinaia di nuovi missili e droni nel breve termine, ha affermato Lamson.
I servizi di intelligence israeliani ritengono che l’Iran possa aver trasferito migliaia di centrifughe nei tunnel all’interno del Pickaxe Mountain, uno sviluppo che accrescerebbe i timori che possa ricostituire il proprio programma nucleare.
L’Iran ha dimostrato che continuerà a impegnarsi per ricostruire le proprie infrastrutture e la propria capacità bellica, indipendentemente dal tempo necessario.
«È una questione di volontà, tempo e denaro», ha affermato Inbar.
(Rights Reporter, 24 luglio 2026)
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La trappola iraniana: perché è così efficace la “Mosaic Defense” di Teheran
La superiorità tecnologica di Stati Uniti e Israele ha devastato l’apparato militare iraniano senza piegare Teheran. Grazie alla Mosaic Defense, alla capacità di assorbire le perdite e al ricatto energetico sullo Stretto di Hormuz, l’Iran ha trasformato la propria inferiorità tattica in resilienza strategica e potere negoziale.
di Luca Longo
Se si analizzano le carte geografiche dello stato maggiore e i rapporti operativi delle ultime diciannove settimane di ostilità, il bilancio bellico si presenta lineare, quasi indiscutibile.
Le forze aeronavali degli Stati Uniti e la macchina bellica di Israele hanno inflitto danni strutturali devastanti all’apparato militare della Repubblica Islamica dell’Iran.
Le statistiche del Pentagono documentano una netta degradazione quantitativa: l’arsenale missilistico strategico iraniano è stato ridotto da circa 2.500 vettori pronti al lancio a poco più di mille unità residue, mentre i lanciatori mobili e fissi operativi sono crollati da 480 a circa un centinaio.
La marina convenzionale di Teheran è stata quasi interamente neutralizzata nelle sue componenti d’alto mare e le infrastrutture industriali di Isfahan, Natanz e Fordow hanno subito attacchi cinetici che hanno compromesso le linee di assemblaggio delle centrifughe avanzate.
Eppure, sotto il profilo della pura efficacia geopolitica, la realtà descrive una traiettoria diametralmente opposta.
Mentre Washington e Gerusalemme hanno pianificato e condotto una campagna incentrata sulla distruzione sistematica di una lista di bersagli fisici, l’Iran ha risposto applicando una precisa ed elastica “teoria della vittoria”.
Teheran non ha mai concepito questo scontro con l’obiettivo di prevalere sul piano simmetrico o di disputare il dominio dei cieli e del mare alla coalizione avversaria.
La sua scommessa strategica si è fondata su un unico imperativo: sopravvivere abbastanza a lungo da imporre al nemico costi economici, politici e diplomatici superiori alla sua reale volontà di sostenere il conflitto.
Trasformare l’inferiorità tattica in un successo negoziale definitivo rappresenta il nucleo di questa dottrina asimmetrica.
• La dottrina del decentramento e il fattore tempo
Le radici di questa postura non sono improvvisate, ma risalgono a una profonda ristrutturazione dottrinale avviata nel 2005 all’interno del Centro per la Strategia del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), sotto la direzione di Mohammad Ali Jafari e dell’ideologo Hassan Abbasi.
È in quel periodo che prende forma la cosiddetta Mosaic Defense, un modello operativo specificamente progettato per vanificare le campagne di bombardamento strategico e i tentativi di decapitazione dei vertici politici ed esecutivi caratteristici dell’approccio militare statunitense.
Come esplicitato dall’attuale dirigenza diplomatica di Teheran, il comando militare iraniano ha dedicato oltre vent’anni allo studio analitico dei conflitti condotti dalle forze armate occidentali in Iraq e in Afghanistan, traendone lezioni fondamentali sulla vulnerabilità delle linee logistiche allungate e sulla fragilità del consenso politico nelle democrazie occidentali.
La Mosaic Defense frammenta la struttura di comando in trentadue comandi regionali autonomi, corrispondenti alle province del Paese.
Ogni singola unità è dotata di riserve logistiche indipendenti, di protocolli di comunicazione ridondanti e della facoltà di continuare a operare e combattere in totale autonomia, anche qualora i centri di comunicazione centralizzati di Teheran venissero completamente oscurati o distrutti.
Invece di tentare una difesa aerea simmetrica dei propri cieli, le forze iraniane hanno concentrato le proprie capacità residue nel colpire i sistemi abilitanti della macchina bellica avversaria, concentrando l’uso di droni e vettori balistici non tanto sui caccia da bombardamento, quanto sugli aerei da rifornimento in volo, sulle stazioni radar avanzate e sui nodi di comando e controllo distribuiti nella regione.
In questo modo, la guerra cessa di essere una dimostrazione di superiorità tecnologica per trasformarsi in una pura prova di resilienza istituzionale e logistica.
• Il ricatto di Hormuz e la vulnerabilità dei mercati energetici
Il vero fulcro della coercizione iraniana non si è collocato nei cieli, bensì nelle acque ristrette dello Stretto di Hormuz.
Per lungo tempo, i pianificatori occidentali hanno considerato l’eventualità di un blocco navale iraniano come un’opzione estrema, considerata poco probabile a causa delle devastanti conseguenze economiche che l’Iran stesso avrebbe subito.
Tuttavia, Teheran ha compreso che non era necessario ottenere il controllo formale dello specchio d’acqua, né possedere grandi unità di superficie per paralizzare la navigazione commerciale.
Traendo diretta lezione dalle recenti dinamiche del Mar Nero – dove l’Ucraina, pur priva di una marina da guerra tradizionale, è riuscita a negare la libertà di manovra alla flotta russa attraverso l’impiego combinato di missili costieri e droni di superficie – l’IRGC ha mobilitato la sua flotta di piccoli motoscafi armati, mine navali a basso costo e postazioni missilistiche mobili occultate lungo la costa frastagliata della penisola.
La sottovalutazione iniziale di questa capacità da parte di Washington ha modificato radicalmente l’andamento delle operazioni navali.
Quando la crisi dei noli marittimi e dei premi assicurativi è esplosa, l’obiettivo politico della coalizione a guida statunitense ha subito una deviazione forzata.
La priorità non era più soltanto il depotenziamento dei programmi balistici o nucleari nel cuore del territorio iraniano, ma la necessità impellente di riaprire una via d’acqua attraverso cui transita quotidianamente circa il venti per cento del fabbisogno globale di petrolio.
L’efficacia di questa strategia si riflette nello stato attuale dello stretto: persino dopo la sigla del recente memorandum bilaterale, il transito delle navi cisterna rimane subordinato a rigidi controlli e a costi di navigazione permanentemente alterati.
Ciò conferma come la capacità di infliggere un danno economico mirato garantisca a Teheran un enorme potere di ricatto politico senza la necessità di vincere una sola battaglia navale convenzionale.
• La resilienza del regime e i limiti del potere militare
Il divario tra i risultati sul terreno e gli obiettivi politici di lungo periodo evidenzia il limite intrinseco dell’opzione militare quando priva di una chiara visione strategica.
Sul piano interno, la Repubblica Islamica ha sfruttato lo stato di guerra per consolidare il proprio controllo autoritario, procedendo all’arresto e all’esecuzione sistematica degli esponenti dell’opposizione interna, al riparo dagli sguardi dei media internazionali concentrati sulle operazioni belliche.
La retorica ufficiale è riuscita a trasformare la pura e semplice sopravvivenza fisica dello Stato in un trionfo ideologico contro una coalizione dotata di schiacciante superiorità tecnologica.
La mobilitazione pubblica in occasione delle cerimonie funebri per la Guida Suprema Ali Khamenei ha offerto l’immagine di una transizione di potere ordinata, malgrado il fitto mistero che avvolge la figura del figlio Mojtaba, nominalmente designato alla successione ma non più apparso in pubblico al termine dei dodici giorni di aperto conflitto.
Nel frattempo, l’architettura dei gruppi proxy regionali – pur avendo subito pesanti perdite strutturali in Libano, Siria e Iraq – mantiene intatta la propria funzione di deterrenza asimmetrica avanzata.
L’Iran conserva la capacità di occultare le proprie scorte residue di materiale fissile arricchito all’interno di una rete sotterranea impenetrabile, mentre le concessioni economiche legate all’allentamento parziale dei blocchi finanziari per la ricostruzione offrono a Teheran le risorse necessarie per avviare la rigenerazione delle proprie forze.
• Un equilibrio instabile sul filo del rasoio
Il memorandum d’intesa siglato il mese scorso rappresenta un documento programmatico di appena due pagine, privo di reali vincoli operativi e strutturato principalmente come traccia preliminare per futuri e complessi negoziati.
Le questioni centrali restano interamente irrisolte: dal destino del combustibile nucleare già arricchito al 60% al ripristino dei sistemi di monitoraggio elettronico dell’AIEA, fino alla regolamentazione della gittata dei vettori balistici e alla ridefinizione dei confini d’azione delle milizie sciite nel Levante.
Il cessate il fuoco viene quotidianamente violato da scambi di artiglieria a bassa intensità, operazioni di intelligence sotto copertura e cyberattacchi reciproci che testimoniano la fragilità della tregua.
La lezione che emerge da queste diciannove settimane è netta: la superiorità bellica e l’annientamento delle infrastrutture nemiche non si traducono automaticamente nel conseguimento della vittoria politica se la strategia iniziale confonde l’elenco dei bersagli da distruggere con la definizione di un nuovo ordine regionale.
L’Iran ha dimostrato che una struttura statale organizzata per l’attrito prolungato può assorbire perdite materiali immense e cedere l’iniziativa tattica, mantenendo intatta la capacità di imporre la propria volontà politica al tavolo delle trattative.
Il Medio Oriente si ritrova così sospeso in una condizione di non-guerra e non-pace, un equilibrio precario in cui la tregua delle armi convenzionali non ha interrotto la scommessa strategica di Teheran sulla stanchezza dell’avversario.
(InOltre, 24 luglio 2026)
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L’antisemitismo negli ospedali d’Europa
Dal Regno Unito alla Scandinavia, fino al Belgio, si moltiplicano episodi e testimonianze che mettono in discussione il principio dell’imparzialità delle cure.
di Alessandro Carmi
Per molti ebrei europei entrare in un ospedale sta diventando motivo di inquietudine, di paura e di rischio. Dopo il 7 ottobre 2023, l’aumento dell’antisemitismo registrato in numerosi Paesi occidentali sembra essersi esteso anche al settore sanitario, dove pazienti e operatori denunciano un clima sempre più ostile. A raccontarlo sono testimonianze provenienti da diversi Stati europei, che descrivono un fenomeno capace di incrinare uno dei principi fondamentali della medicina moderna: la fiducia tra paziente e personale sanitario.
L’argomento è tornato al centro dell’attenzione dopo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano australiano The Australian, dedicata alla situazione negli ospedali del Paese. Sebbene il lavoro giornalistico riguardi l’Australia, episodi analoghi emergono anche in Europa, dove vive una comunità ebraica di circa 1,3 milioni di persone. Secondo numerose testimonianze, molti pazienti preferiscono non dichiarare la propria identità ebraica durante le cure, rinviano interventi non urgenti nelle strutture pubbliche oppure cercano medici e ospedali privati ritenuti più affidabili.
Il quadro più dettagliato arriva dal Regno Unito. Il Community Security Trust (CST), l’organizzazione che monitora l’antisemitismo nel Paese, ha documentato 135 episodi verificatisi all’interno del sistema sanitario britannico tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2025. In oltre sei casi su dieci i responsabili sarebbero stati membri del personale sanitario, fra medici, infermieri e dipendenti amministrativi. Altri episodi hanno coinvolto pazienti, visitatori e studenti di medicina.
Fra i casi segnalati figurano un medico che avrebbe giustificato l’azione di Hamas sostenendo che il gruppo «stava semplicemente facendo il proprio lavoro», una svastica comparsa nello spogliatoio del personale, operatori sanitari che sui social network hanno negato il diritto di Israele a esistere e insulti rivolti a pazienti ebrei durante il ricovero o al momento delle dimissioni. Sono episodi diversi tra loro, accomunati dal fatto di essersi verificati in luoghi dove l’imparzialità dovrebbe rappresentare un valore assoluto.
La gravità della situazione è stata sottolineata anche da Lord John Mann, consulente indipendente del governo britannico per la lotta all’antisemitismo. In una revisione pubblicata all’inizio di giugno, Mann ha parlato di una profonda crisi di fiducia all’interno del National Health Service, osservando che numerosi medici e infermieri ebrei riferiscono di vivere forme di isolamento professionale e, in alcuni casi, di avere modificato il proprio percorso lavorativo proprio a causa del clima incontrato negli ospedali.
Segnali analoghi emergono anche nei Paesi nordici. In Danimarca un’infermiera ebrea, identificata con lo pseudonimo di Sarah, ha raccontato a Israel Hayom di avere assistito a una crescente politicizzazione degli ambienti sanitari, con manifestazioni di sostegno ad Hamas e iniziative favorevoli al boicottaggio di Israele esposte all’interno delle strutture. La stessa infermiera afferma che molti ebrei preferiscono affidarsi a medici della propria comunità oppure evitare di rendere nota la propria identità durante le cure.
In Norvegia, già nel 2025, i rappresentanti della comunità ebraica avevano scritto ai vertici del sistema sanitario nazionale denunciando la paura diffusa tra gli ebrei nel ricorrere agli ospedali pubblici. Il medico Rolf Kirschner, dopo quarantacinque anni di attività nel servizio sanitario, aveva parlato di una situazione senza precedenti, spiegando che alcuni pazienti rinunciavano perfino a indossare simboli religiosi durante le visite.
Anche la Svezia e il Belgio hanno registrato episodi che hanno alimentato il dibattito. A Stoccolma alcuni medici hanno manifestato davanti all’ospedale Karolinska chiedendo la liberazione di un medico di Gaza detenuto da Israele con l’accusa di appartenenza ad Hamas. In Belgio un radiologo è stato sospeso dopo avere annotato nel fascicolo clinico di una bambina di nove anni la dicitura «ebrea (israeliana)» come elemento del motivo della visita; successive verifiche sui suoi profili social hanno portato alla luce numerosi contenuti antisemiti.
Le situazioni descritte sono differenti per natura e gravità e non consentono di formulare giudizi sull’insieme dei sistemi sanitari europei, che continuano a essere fondati sul principio della parità di trattamento. Tuttavia, il numero crescente di segnalazioni e il timore espresso da pazienti e professionisti ebrei indicano un problema che molte istituzioni stanno iniziando ad affrontare. Quando una persona arriva a temere che la propria identità religiosa possa influire sul rapporto con chi dovrebbe curarla, viene messo in discussione uno dei pilastri essenziali della medicina, quello della fiducia reciproca fra medico e paziente.
(Setteottobre, 24 luglio 2026)
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In decine di migliaia al Kotel per Tishà BeAv
All’inizio di Tishà BeAv, il giorno di digiuno e lutto che ricorda la distruzione del Primo, del Secondo Tempio e di altre tragedie che hanno colpito il popolo ebraico, decine di migliaia di persone si sono riunite mercoledì sera al Kotel, il Muro Occidentale di Gerusalemme. I fedeli hanno preso parte alla lettura del Libro delle Lamentazioni (Eikhà) e alla recitazione delle Kinot, le elegie tradizionali della ricorrenza. Tra i presenti anche diverse personalità pubbliche, tra cui l’ex primo ministro Naftali Bennett, l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il ministro dell’Economia Nir Barkat e il sindaco di Gerusalemme Moshe Lion. L’afflusso di fedeli continuerà per tutta la giornata di Tishà BeAv, con migliaia di persone attese al Kotel fino al termine del digiuno.
Il Muro Occidentale, ultimo resto del complesso del Tempio, rappresenta il luogo centrale delle celebrazioni: ogni anno migliaia di fedeli si radunano per pregare, anche seduti a terra in segno di lutto. Le preghiere proseguono spesso durante la notte e fino alle funzioni mattutine.
Tishà BeAv è il principale giorno di lutto del calendario ebraico: il digiuno dura circa 25 ore, dal tramonto fino alla sera successiva, e ricorda non solo la distruzione del Primo Tempio da parte dei Babilonesi e del Secondo Tempio da parte dei Romani, ma anche altre tragedie che hanno segnato la storia del popolo ebraico.
La ricorrenza non è soltanto un momento di memoria storica, ma anche un’occasione di riflessione personale e collettiva. Alla vigilia di Tishà BeAv, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha diffuso un messaggio in cui ha richiamato il significato della distruzione dei Templi come monito contro le divisioni interne, e ha sottolineato l’unità dimostrata dagli israeliani negli ultimi anni. “L’odio gratuito ci ha portato alla distruzione, – ha detto Netanyahu – l’amore per Israele ci porterà alla redenzione”.
(Shalom, 23 luglio 2026)
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Tisha BeAv – Commemorazione della distruzione del Tempio
Tisha BeAv è un giorno di lutto, digiuno e commemorazione dei tragici eventi della storia del popolo ebraico. Ma al dolore si mescola anche la speranza.
di Tobias Krämer
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Modello di Gerusalemme con il Tempio erodiano conservato presso il Museo d’Israele a Gerusalemme
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Tisha BeAv è uno dei giorni di lutto e digiuno più significativi del calendario ebraico. Cade il nono giorno del mese di Av (luglio/agosto), che nel calendario ebraico è il quinto mese. Quest’anno inizia la sera del 22 luglio. Durante Tisha BeAv nelle sinagoghe si crea un’atmosfera particolare. L’arca in cui sono conservati i rotoli sacri viene spesso coperta con un drappo nero per esprimere il lutto. Si commemorano così molti eventi storici che sono stati tragici per gli ebrei. La Mishnah, uno dei testi fondamentali dell’ebraismo, cita cinque grandi disgrazie:
- L’inizio dei 40 anni di peregrinazione nel deserto di Israele.
- La distruzione del Primo Tempio e la deportazione degli ebrei in esilio nel 586 a.C.
- La distruzione del Secondo Tempio come inizio della fine di Israele nel 70 d.C.
- La repressione della rivolta di Bar Kochba nel 135 d.C.
- La nuova distruzione di Gerusalemme nel 136 d.C.
Altre catastrofi che, secondo la tradizione, ebbero luogo in questo giorno sono la proclamazione della prima crociata (1099), la violenta espulsione degli ebrei dall’Inghilterra (1290) e dalla Spagna (1492), l’inizio della Prima guerra mondiale (1914) e l’inizio della deportazione degli ebrei dal ghetto di Varsavia verso il campo di sterminio di Treblinka (1942).
Tisha BeAv è un giorno di lutto, digiuno e commemorazione di questi tragici eventi. Durante il digiuno vengono osservate regole severe, simili a quelle di Yom Kippur, la festività ebraica più importante. Il giorno di digiuno viene celebrato con vari riti di lutto. Molte persone siedono su sgabelli bassi o per terra per esprimere un senso di modestia e umiltà. È inoltre consuetudine leggere i Lamenti del profeta Geremia e ascoltare canti funebri nelle sinagoghe. Molti ebrei approfittano inoltre di questa giornata per dedicarsi all’introspezione, al pentimento e alla purificazione del cuore.
Tisha BeAv, tuttavia, non è solo un giorno di dolore, ma anche un giorno di speranza. Infatti, nonostante tutto il lutto, lo sguardo è rivolto anche al futuro: alla ricostruzione del Tempio e all’arrivo del Messia. Così anche gli eventi più terribili del passato sfociano nella speranza di un futuro sereno, che Dio stesso donerà e che sarà pieno di gioia.
(Christen an der Seite Israels, 22 luglio 2026)
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Scoperte antiche travi di legno a Gerusalemme
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Ciò che rimane: nel sito di scavo gli archeologi hanno rinvenuto resti risalenti all’epoca del Primo Tempio
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GERUSALEMME – Durante gli scavi a Gerusalemme, i ricercatori hanno rinvenuto travi carbonizzate risalenti al periodo della distruzione babilonese della città. Lo ha reso noto lunedì l’Autorità israeliana per i beni culturali (IAA). L’IAA è responsabile degli scavi nella Città di Davide, a sud della Città Vecchia, e collabora a tal fine con gli archeologi dell’Università di Tel Aviv.
Probabilmente le travi di legno un tempo coprivano il cortile interno di un edificio. Ma quando i Babilonesi devastarono Gerusalemme nel 587/586 a.C., l’edificio crollò, seppellendo le travi sotto le sue macerie.
La distruzione di Gerusalemme segnò la fine del Regno meridionale di Giuda – e la fine del primo Tempio ebraico. I Babilonesi bruciarono «la casa del Signore, la casa del re e tutte le case di Gerusalemme», come si legge in 2 Re 25,9. Quella fu la punizione per la ribellione del re apostata Sedecìa. Egli non voleva più pagare il tributo al re di Babilonia ed è passato alla storia come l’ultimo re di Giuda.
Secondo gli archeologi, il ritrovamento delle travi di legno risalenti a 2.600 anni fa è insolito per la regione. Ritengono che, durante gli incendi, le travi siano cadute per prime. Successivamente, anche il resto dell’edificio è crollato, ricoprendo le travi. L’intonaco fuso dal fuoco avrebbe «sigillato» e conservato le travi, ha affermato in una dichiarazione la responsabile degli scavi Efrat Bocher.
• Metodi di datazione combinati
Per determinare l’età, gli archeologi hanno combinato due metodi comunemente utilizzati: il metodo al radiocarbonio, noto anche come datazione al C14, e l’analisi degli anelli annuali nei tronchi d’albero. A tal fine, i ricercatori hanno fatto ricorso a reperti di legno rinvenuti in precedenza nello stesso strato di scavo e hanno analizzato l’età di ogni anello. In questo contesto, l’Autorità per i Beni Culturali collabora con l’esperta di datazione Johanna Regev.
Con questo approccio si ottengono risultati nettamente più precisi ed è possibile limitare a dieci anni il margine di errore nella datazione. Nel metodo del carbonio 14, ha dichiarato al sito di notizie israeliano «Times of Israel», il margine di errore è di circa 100 anni.
Il ministro del Patrimonio culturale Amichai Elijahu (Ozma Jehudit) ha definito il ritrovamento delle travi di legno una «testimonianza impressionante». Ciò dimostra che il legame del popolo ebraico con Gerusalemme affonda le sue radici non solo nella fede, ma anche nella storia e nell’archeologia. «Il suolo di Gerusalemme continua a fornire testimonianze tangibili dell’antico passato della città», ha affermato in una dichiarazione.
• Ricordo della distruzione del Tempio
Per Bocher, il ritrovamento è particolarmente commovente proprio in vista della giornata commemorativa di Tisha BeAv. «Questa scoperta suscita la sensazione di essere stati presenti alla distruzione, proprio nel momento in cui è avvenuta», ha affermato. La giornata commemorativa di Tisha BeAv (il 9 del mese di Av) è iniziata quest’anno mercoledì sera. Per gli ebrei è un giorno di digiuno in cui si commemora la distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme.
Probabilmente anche la popolazione che tornava a insediarsi aveva a cuore la memoria, ha spiegato il co-direttore Yiftach Schalev. Quando i primi ebrei deportati, a partire dal 538 a.C., tornarono a Gerusalemme con il permesso del re persiano Ciro II e iniziarono a ricostruire la città, lasciarono questo sito archeologico così com’era.
«Conservare la memoria è un bisogno umano», ha affermato Schalev in un comunicato stampa. Ha proseguito: «Qui lo vediamo nella forma più chiara: una decisione consapevole di lasciare le rovine sul posto come testimonianza della distruzione e di costruire sopra di esse un nuovo strato».
(Israelnetz, 23 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Rete di terroristi in Europa. Hamas preparava un secondo 7 ottobre
Un’inchiesta svizzera ricostruisce il piano dell’organizzazione terroristica per colpire obiettivi ebraici e israeliani in diversi Paesi europei attraverso una rete clandestina attiva da anni
di Paolo Montesi
Hamas avrebbe progettato di replicare in Europa un’operazione ispirata al massacro del 7 ottobre 2023, predisponendo una rete clandestina di cellule dormienti, depositi di armi e canali logistici destinati a entrare in azione contro obiettivi ebraici, israeliani e occidentali. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata dal quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung, basata anche sui documenti delle indagini condotte dalle autorità tedesche, che ricostruisce una strategia sviluppata nel corso degli anni ben prima dell’attacco contro Israele.
Secondo quanto riportato dal giornale, la struttura operativa sarebbe stata costruita con grande discrezione in diversi Paesi europei, dove Hamas avrebbe accumulato armi, esplosivi e munizioni, predisponendo una rete di appoggi destinata a sostenere eventuali attentati coordinati. Gli investigatori ritengono che il progetto prevedesse l’attivazione simultanea di più cellule terroristiche, pronte a ricevere gli ordini dalla leadership dell’organizzazione.
L’indagine individua Germania, Austria, Danimarca, Regno Unito, Grecia e Cipro fra i principali Paesi interessati dalle attività della rete clandestina. Proprio le operazioni di intelligence e le indagini coordinate fra i servizi di sicurezza europei avrebbero consentito di individuare diversi depositi di armi e di procedere a una serie di arresti che, secondo gli investigatori, hanno impedito l’attuazione del piano.
Uno dei casi più significativi riguarda l’Austria, dove lo scorso anno è stato scoperto un arsenale contenente pistole, munizioni ed esplosivi. Vienna avrebbe svolto un ruolo logistico di primo piano nell’organizzazione della rete. A Londra è stato arrestato un cittadino britannico di 39 anni sospettato di essere collegato proprio al deposito di armi rinvenuto nella capitale austriaca. Nel complesso, secondo gli atti dell’inchiesta, tredici pistole, un fucile d’assalto AK-47 e oltre novecento munizioni sarebbero transitati attraverso Danimarca, Germania e Austria. In Germania quattro appartenenti ad Hamas sono già stati condannati per il loro coinvolgimento nelle attività della rete.
L’aspetto che più preoccupa gli investigatori è la natura di lungo periodo del progetto. Le carte dell’inchiesta, infatti, indicherebbero che la preparazione delle infrastrutture clandestine sarebbe iniziata diversi anni prima del 7 ottobre, smentendo le ripetute dichiarazioni con cui Hamas aveva sostenuto di limitare le proprie operazioni militari a Israele e ai territori palestinesi. Secondo la procura federale tedesca, l’organizzazione avrebbe invece lavorato per costruire una capacità operativa permanente anche sul continente europeo.
Le accuse formulate dalla magistratura tedesca riguardano l’individuazione e la gestione di depositi di armi, la predisposizione di canali per il traffico di armamenti e la creazione di una rete logistica capace di sostenere attentati in tempi rapidi. L’ipotesi investigativa è che gli obiettivi individuati comprendessero istituzioni ebraiche, sedi israeliane e altri bersagli occidentali.
La ricostruzione pubblicata dal quotidiano svizzero conferma come la minaccia rappresentata da Hamas non sia limitata al Medio Oriente. Per i servizi di sicurezza europei il contrasto alle reti clandestine dell’organizzazione resta una delle principali priorità, mentre la cooperazione tra intelligence e magistrature di diversi Paesi continua a intensificarsi nel tentativo di prevenire nuovi attentati sul territorio europeo.
(Setteottobre, 23 luglio 2026)
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Israele critica duramente l’Unesco per la “cinica politicizzazione del patrimonio culturale”
(JNS) Israele ha condannato la “cinica politicizzazione del patrimonio culturale” da parte dell’Unesco, definendo il suo silenzio sulla sistematica profanazione di un castello storico libanese da parte di Hezbollah e riferendosi all’operazione difensiva israeliana sul sito come “un’abdicazione morale”. La dura condanna giunge mentre l’organismo culturale delle Nazioni Unite si appresta a designare il castello strategico di Beaufort e diversi altri siti del Libano meridionale come siti patrimonio mondiale in pericolo, al fine di proteggerli da ulteriori conflitti. Il sito, risalente a 900 anni fa e costruito durante l’epoca delle Crociate, è stato conquistato dalle forze israeliane a maggio ed era utilizzato da Hezbollah come roccaforte militare strategica, comprendente un’estesa rete di tunnel sotterranei a pochi chilometri dal confine israeliano.
“Per anni, Hezbollah ha sistematicamente militarizzato e profanato questa storica fortezza crociata, trasformandola in una roccaforte militare”, ha scritto il Ministero degli Esteri israeliano su X. “Il silenzio dell’Unesco sulla sistematica profanazione di Beaufort da parte di Hezbollah, mentre prende di mira le operazioni difensive di Israele, è una rinuncia morale”. Israele si è formalmente ritirato dall’Unesco nel 2018, citando una sistematica discriminazione anti-israeliana culminata in una risoluzione che minimizzava i legami degli ebraici con il Monte del Tempio, ma mantiene comunque rapporti di lavoro su specifiche convenzioni relative al patrimonio culturale e rimane firmatario di diversi protocolli.
L’Amministrazione statunitense ha annunciato il suo ultimo ritiro dall’Unesco, che entrerà in vigore alla fine dell’anno, definendo l’organizzazione “woke” per aver promosso politiche di diversità, equità e inclusione (DEI) e per nutrire pregiudizi anti-israeliani e filo-cinesi. L’Amministrazione Trump si era già ritirata dal gruppo culturale delle Nazioni Unite nel 2018, decisione poi annullata dall’Amministrazione Biden. Gli Stati Uniti si ritirarono per la prima volta da tale organismo nel 1984, durante l’Amministrazione Reagan. La conquista del castello da parte di Israele durante l’ultima guerra con Hezbollah, iniziata quando il gruppo terroristico ha lanciato razzi contro il nord di Israele due giorni dopo l’attacco sferrato da Stati Uniti e Israele contro il suo principale sostenitore, l’Iran, ha rappresentato la più profonda incursione israeliana in Libano in oltre un quarto di secolo.
(HaKol, 23 luglio 2026)
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Israele. Porte aperte agli elettori rientrati dall’estero
L’iniziativa, nata da un semplice post sui social, mette in contatto famiglie disposte a ospitare gratuitamente gli israeliani che tornano nel Paese per votare alle elezioni del 27 ottobre.
di Shira Navon
Un letto libero, un passaggio dall’aeroporto, un posto a tavola e perfino un accompagnamento al seggio elettorale. In vista delle elezioni del 27 ottobre, in Israele sta prendendo forma una spontanea rete di ospitalità destinata ai cittadini israeliani che vivono all’estero e rientreranno nel Paese esclusivamente per esercitare il diritto di voto.
L’iniziativa è nata quasi per caso, da un messaggio pubblicato su Facebook dalla sociologa Chen Katzavitz Persler, che insieme al marito Yuval ha deciso di mettere a disposizione la propria casa nel moshav Kfar Harif, vicino a Kiryat Malakhi, per accogliere gratuitamente alcuni connazionali. Quello che doveva essere un gesto individuale si è trasformato nel giro di poche ore in un movimento collettivo.
Decine di famiglie, da ogni parte di Israele, hanno risposto offrendo camere, appartamenti e ospitalità. Da quella mobilitazione è nata una piattaforma online chiamata “Kibbutz Galuyot” (“Raccolta degli esili”), pensata per mettere in contatto chi cerca un alloggio con chi è disposto ad aprire la propria abitazione.
«Sentivo che dovevo fare qualcosa oltre ad andare a votare», ha spiegato Katzavitz Persler. «Il post ha suscitato una risposta che non immaginavo. Molte persone volevano partecipare e abbiamo capito che era necessario creare uno strumento per coordinare tutte queste disponibilità.»
La famiglia metterà a disposizione quattro camere da letto e un soppalco, offrendo due notti gratuite, i pasti, l’utilizzo della cucina e persino il trasporto dalla stazione ferroviaria dell’aeroporto Ben Gurion fino alla casa e, il giorno del voto, al seggio elettorale. Se necessario, gli ospiti potranno fermarsi anche più a lungo.
La piattaforma è organizzata per aree geografiche, così da consentire ai viaggiatori di scegliere una sistemazione vicina al luogo in cui dovranno votare. Un elemento importante, considerando che la legge israeliana non consente ai cittadini residenti all’estero di votare per corrispondenza o presso ambasciate e consolati, costringendo chi desidera partecipare alle elezioni a rientrare fisicamente nel Paese.
Fra le prime adesioni c’è anche quella di Orna e Arie Bornstein, che hanno offerto il loro monolocale nel centro di Haifa, abitualmente utilizzato da figli e nipoti durante le visite di famiglia. «Abbiamo fiducia nelle persone», racconta Orna. «In questo momento c’è la sensazione che ognuno debba fare tutto il possibile per aiutare.»
La particolarità dell’iniziativa è che l’ospitalità viene offerta senza alcuna selezione politica. Katzavitz Persler spiega di non avere intenzione di chiedere agli ospiti quale partito sostengano. «Mi interessa soltanto che tornino a votare. Voglio conoscere la persona, non la sua preferenza elettorale.»
Dal punto di vista sociologico, osserva la promotrice, la straordinaria partecipazione racconta qualcosa che va oltre la consultazione elettorale. «È profondamente israeliano dire a degli sconosciuti: venite a casa nostra. Mi ha ricordato l’Israele di prima delle grandi fratture, quella della solidarietà spontanea e della responsabilità reciproca.»
L’iniziativa arriva mentre migliaia di israeliani residenti all’estero stanno acquistando biglietti aerei per rientrare in occasione delle elezioni. Nei giorni scorsi le compagnie aeree hanno registrato un forte aumento delle prenotazioni verso Israele, alimentato proprio dall’impossibilità di votare fuori dai confini nazionali.
Al di là dell’esito delle urne, la rete di ospitalità rappresenta uno degli aspetti più inattesi della campagna elettorale. In un Paese profondamente polarizzato, centinaia di famiglie hanno scelto di trasformare il diritto di voto in un’occasione di accoglienza, offrendo gratuitamente un tetto e un gesto di fiducia a perfetti sconosciuti. Un modo per ricordare che, almeno per qualche giorno, il senso di appartenenza può prevalere sulle divisioni politiche.
(Setteottobre, 22 luglio 2026)
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Meno Stato, più Terra Santa: la ricetta di Feiglin e Ben-Ari tra sicurezza militare e libertà economica
di Domenico Letizia
Nel laboratorio politico israeliano, dove le categorie ideologiche tradizionali dell’Occidente si frantumano sistematicamente, la spinta ultra-liberista e il patriottismo identitario più intransigente stanno tentando una saldatura elettorale senza precedenti. A fare da catalizzatore è la rinascita di Zehut, la formazione libertarian fondata dal già deputato del Likud Moshe Feiglin, che ha formalizzato un accordo strategico con Michael Ben-Ari, figura storica ultra radicale ed ex presidente di Otzma Yehudit. Questa alleanza rappresenta il primo vero blocco politico a muoversi nel campo liberista in vista delle prossime elezioni legislative, nascendo dalla precisa scommessa che l’elettorato nazionalista e religioso sia oggi orfano di una casa ideologica strutturata, capace di coniugare il pugno di ferro militare con la dottrina del laissez-faire economico più estremo. Come evidenziato dalle analisi dei media israeliani, il programma di Zehut sfida apertamente la storica architettura statalista e burocratica del Paese, cresciuto all’ombra del sindacalismo dell’Histadrut ma contrassegnato dalla forte vocazione socialista volontaria dei kibbutz, proponendo un disincaglio totale del cittadino dall’apparato pubblico e dalle logiche stataliste.
La ricetta prevede una riduzione drastica dei Ministeri, l’abbattimento selvaggio di dazi e barriere doganali, la deregolamentazione aggressiva dei mercati e la privatizzazione diffusa di pilastri sociali come sanità e istruzione. A questa visione iper-capitalista si affianca una difesa radicale delle libertà individuali, tra cui la legalizzazione della cannabis, un tema storicamente vincente per intercettare i giovani e i professionisti dell’ecosistema tecnologico della Startup Nation. Ma la vera anomalia internazionale di questo modello risiede nella sua fusione simbiotica con una geopolitica militare forte e senza compromessi, dove non esiste traccia del pacifismo tipico dei libertari americani. La piattaforma di Feiglin e Ben-Ari liquida la dottrina strategica della gestione del conflitto e del contenimento, invocando la necessità di una vittoria totale che passi per l’annessione formale e la piena sovranità israeliana della Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza, l’espulsione degli elementi terroristici, l’interruzione di ogni aiuto economico statunitense per garantire la piena indipendenza economica e il rilancio massiccio degli insediamenti ebraici come valore spirituale supremo.
Si tratta di una scommessa ambiziosa che deve però fare i conti con i fantasmi del passato: nel 2019 il partito fallì clamorosamente l’ingresso alla Knesset non superando la soglia di sbarramento del 3,25%, e la figura di Ben-Ari porta con sé un passato di inchieste e storiche squalifiche da parte della Corte Suprema per incitamento all’islamofobia. Ciononostante, i promotori della lista sono convinti che lo shock collettivo e il profondo cambio di paradigma securitario seguiti agli eventi del 7 ottobre abbiano ridefinito le priorità della nazione, offrendo lo spazio politico ideale per dimostrare che la richiesta di massima sicurezza militare possa viaggiare di pari passo con la richiesta di massima libertà economica e individuale dallo Stato.
(HaKol, 22 luglio 2026)
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Le chuppoth d’Israele e la ricostruzione collettiva
di Ariela Piattelli
È “amore” il tema prescelto per la Giornata Europea della Cultura Ebraica, a cui dedichiamo questa edizione di Shalom Magazine. Un tema universale che, nella sua accezione sociale e culturale, offre spunti e prospettive differenti. In questo numero parleremo di come la Giornata sarà celebrata a Roma, rinnovando ancora una volta quel dialogo costante tra la città e la sua comunità ebraica. In Israele, in questi anni drammatici, l’amore ha preso una forma particolarmente significativa e potente nella dimensione dei matrimoni. Dall'indomani del 7 ottobre 2023, le chuppoth - i baldacchini nuziali della tradizione ebraica - sono diventate anche il luogo in cui un Paese ha scelto di riaffermare la vita. Gli sposi non hanno smesso di presentarsi: sono arrivati anche con le stampelle, con le protesi, con le sedie vuote accanto. E con loro è arrivata ogni volta una comunità intera, per celebrare la scelta di avere un futuro e una ricostruzione collettiva. Tra le chuppoth che raccontano meglio la ricostruzione di Israele c'è quella di Sasha Troufanov e Sapir Cohen. Rapiti insieme il 7 ottobre dal kibbutz Nir Oz, hanno vissuto la prigionia di Hamas nel buio dei tunnel. Il loro matrimonio, celebrato alla presenza del presidente Herzog e di numerosi ex ostaggi, è diventato il simbolo della rivalsa di chi ha trovato la forza di ricostruire la propria esistenza. Yosef Chaim Zion era a Be’eri quando Hamas ha sfondato il confine. Ferito gravemente, ha perso una gamba. Poi sono venuti mesi di operazioni e riabilitazione, giorni sedato in ospedale. Una sera di fine maggio 2026, alla fattoria di Sde Efraim, Yosef Chaim si è sposato con Nishmat. Ha rotto il bicchiere con la sua unica gamba. Ben Binyamin e Gali Segal avevano perso entrambi la gamba destra al festival Nova: fidanzati da una settimana, stavano festeggiando lì il loro fidanzamento. Si sono ritrovati dopo negli stessi corridoi di riabilitazione. Gali aveva detto: «Vogliamo arrivare al matrimonio camminando. Solo allora ci sposeremo». Nel luglio 2024 si sono sposati in piedi, davanti all’intero staff medico che li aveva curati. Ma il capitolo più toccante riguarda chi ha perso il proprio coniuge e ha scelto ugualmente di ricominciare. Hadas Lowenstern ha perso il marito Elisha, riservista caduto a Gaza nel dicembre 2023, rimanendo sola con sei figli. Prima di partire per il fronte, Elisha le aveva lasciato una richiesta: «Se mi succede qualcosa, risposati il prima possibile». Hadas si è poi fidanzata con Hod Reichert, anche lui vedovo e padre di quattro figlie. I due vivevano nella stessa comunità e hanno trovato un nuovo cammino insieme. Ancora più nota è la storia del rabbino Leo Dee. Sua moglie Lucy e due figlie, Maia e Rina, furono assassinate in un attentato nella Valle del Giordano nell’aprile 2023. Il 31 agosto 2025 Leo si è risposato con Aliza Teplitsky. Sotto la chuppah, le sue due figlie superstiti, Keren e Tali, hanno ricordato la madre e accompagnato il padre in quel nuovo capitolo della sua vita. Nella tradizione ebraica, rompere il bicchiere ricorda la distruzione del Tempio: anche nella gioia più piena non si dimentica il dolore collettivo. Dopo il 7 ottobre quel gesto sembra aver assunto un significato ancora più intenso. La gioia non cancella il dolore dei corpi irrimediabilmente feriti, delle sedie vuote, dei figli che ricordano un genitore che non c’è più, degli amici caduti che continuano a essere ricordati anche sotto la chuppah. Eppure il bicchiere si rompe, si danza e si continua a sperare, a scegliere la vita. Yosef Chaim Zion ha ballato su una gamba sola. Tutto Israele ha ballato con lui.
(Shalom Magazine, 22 luglio 2026)
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Dal baseball all’arrampicata, gli sportivi israeliani presi di mira in Italia
Il 14 luglio la squadra israeliana ha giocato contro quella italiana, mentre fuori si è tenuta una manifestazione organizzata dalle sezioni locali di ANPI, AVS, M5S e Rifondazione Comunista. Mentre ad Arco (TN) l’amministrazione comunale ha disertato le premiazioni dei campionati di arrampicata giovanile per protestare contro la presenza della delegazione israeliana.
di Nathan Greppi
“Excusatio non petita, accusatio manifesta”. Questo detto latino indica che quando ci si giustifica preventivamente prima di essere stati accusati di un torto, è perché nel profondo si sa che quell’accusa può essere veritiera.
• La partita di baseball
Viene da pensare a questo detto leggendo il comunicato con cui l’ANPI ha cercato senza successo di impedire la partecipazione d’Israele al Campionato Europeo di Baseball Under 18 a Ronchi dei Legionari, in provincia di Gorizia.
Nello specifico, il 14 luglio la squadra israeliana ha giocato contro quella italiana, mentre fuori si è tenuta una manifestazione organizzata dalle sezioni locali di ANPI, AVS, M5S e Rifondazione Comunista. Nell’indire la manifestazione, l’ANPI di Monfalcone ha introdotto così il suo post su Facebook: “I promotori precisano che la protesta esclude qualsiasi matrice religiosa o etnica”.
Una tesi, quella che esclude l’appartenenza al popolo ebraico, in contraddizione con quanto detto da Brian Harland, esponente goriziano del Movimento Cinque Stelle, il quale ad aprile si è detto stupito che “gli stessi che avevano subito un genocidio lo stiano ora perpetrando nei confronti del popolo palestinese”.
• Il caso di Arco
In tempi recenti, questo non è l’unico caso di tentativo di boicottaggio antisraeliano in ambito sportivo che si verifica nel nordest dell’Italia, dove c’erano già state polemiche per le partite Italia-Israele a Udine nel 2025 e nel 2024.
Recentemente il comune di Arco, in Trentino, ha ospitato i campionati mondiali di arrampicata giovanile, previsti dal 18 al 25 luglio. Tuttavia, l’amministrazione comunale ha disertato le premiazioni per protestare contro la presenza della delegazione israeliana. E il 23 luglio, la World Climbing terrà un’assemblea straordinaria per mettere ai voti la sospensione della federazione di arrampicata israeliana, l’ILCA, assieme alle federazioni russa e bielorussa.
(Bet Magazine Mosaico, 22 luglio 2026)
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Germania - Membro della DIG aggredito e gravemente ferito a causa di una spilla con il simbolo di Israele
La Procura generale competente sta indagando per tentato omicidio
Un membro di 65 anni della Società Tedesco-Israeliana è stato aggredito e gravemente ferito nella notte tra domenica e lunedì a Höchberg, nella Bassa Franconia, vicino a Würzburg, da un ventenne siriano perché indossava una spilla con la bandiera israeliana sui vestiti. Secondo le informazioni fornite dal quotidiano «Jüdische Allgemeine», l’aggressore avrebbe prima coinvolto la vittima in una discussione sul Medio Oriente per poi colpirla all’improvviso.
Come comunicato dalla Procura, il siriano avrebbe inizialmente colpito la vittima al volto. Quando l’uomo è fuggito, l’aggressore lo avrebbe inseguito, raggiunto e atterrato. Successivamente, il sospettato avrebbe sferrato diversi calci alla testa e al torace dell’uomo a terra. Secondo quanto riportato dal quotidiano, l’aggressione è terminata solo con l’intervento degli agenti di polizia.
L’aggressore si trova attualmente in custodia cautelare. Già la sera prima era stato controllato dalla polizia alla festa popolare di Höchberg, poiché avrebbe molestato alcune persone.
Si ipotizza che il ventenne aggressore abbia agito per motivi ostili a Israele o antisemiti e islamisti, hanno comunicato la polizia e la Procura generale di Monaco. Lì, il responsabile centrale per l’antisemitismo della magistratura bavarese ha assunto la direzione del procedimento per tentato omicidio.
La vittima è stata trasportata in ospedale con gravi ferite. Secondo il quotidiano «Bild», l’uomo ha riportato, tra l’altro, una frattura vertebrale. La DIG di Würzburg ha comunicato che si trova in terapia intensiva. A quanto pare non è in pericolo di vita. «Siamo pienamente solidali con il nostro membro gravemente ferito e gli auguriamo una pronta e completa guarigione!», ha dichiarato la DIG di Würzburg su Instagram.
• La DIG, il presidente del Consiglio centrale Schuster e il sindaco condannano l’aggressione
Il presidente della DIG Volker Beck ha dichiarato alla «Jüdische Allgemeine»: «Basta! Chi demonizza Israele con accuse di genocidio e apartheid crea il clima propizio a tali aggressioni. Nessuno che sventoli una bandiera palestinese deve temere per la propria incolumità fisica in Germania, chi invece espone una bandiera israeliana non è al sicuro». «
Il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster ha augurato al 65enne una pronta guarigione e ha ammonito: «Questo scoppio di violenza brutale non avviene nel vuoto: tutte le statistiche pertinenti dimostrano un consolidamento degli episodi antisemiti a livelli record. La forma più diffusa di antisemitismo è quella legata a Israele. La progressiva normalizzazione di questo odio prepara il terreno ad atti di violenza come questo». Cambiare questa situazione richiederà «enormi sforzi» da parte della politica e della società civile. Schuster chiede inoltre «che vengano sfruttate appieno le possibilità offerte dallo Stato di diritto per punire un crimine del genere».
Anche il sindaco di Würzburg, Martin Heilig (Verdi), ha condannato il fatto: «Se una persona viene aggredita apparentemente solo per aver indossato una spilla con il simbolo di Israele, si tratta di un attacco intollerabile ai nostri valori democratici fondamentali e alla nostra società aperta. Per noi, come comunità cittadina, è inequivocabile: l’antisemitismo, l’odio e la violenza non hanno posto a Würzburg e nella nostra regione».
La DIG di Würzburg ha nel frattempo annunciato una manifestazione contro la violenza antisemita. L’evento si terrà venerdì alle ore 17:00 sull’Unterer Markt.
(Jüdische Allgemeine, 22 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Basta!
Davanti al brutale atto di violenza avvenuto nei pressi di Würzburg, presumibilmente motivato dall’antisemitismo, è giunto il momento di parlare finalmente delle responsabilità
di Volker Beck *
L’aggressione ai danni di un membro della Società Tedesco-Israeliana a Höchberg, vicino a Würzburg, nella notte tra domenica e lunedì, è sconvolgente. Un ventenne siriano ha colpito in volto il sessantacinquenne a causa di una spilla con il simbolo di Israele, prendendolo a calci alla testa e al torace. La vittima ha riportato una frattura vertebrale. I passanti hanno chiamato la polizia, ma nessuno è intervenuto. Si può solo sperare che la vittima guarisca completamente e rapidamente e che non rimangano danni permanenti.
La Procura generale sta indagando per tentato omicidio. Sta valutando un movente antisemita o islamista. Non sappiamo nulla dei precisi retroscena ideologici dell’autore del reato.
Sappiamo però una cosa: non si tratta dell’azione di un singolo autore isolato. Dobbiamo parlare del clima che rende sempre più frequenti le aggressioni antisemite. E una cosa è chiara: oltre alla condanna penale, una persona del genere deve essere espulsa.
Un legislatore che fa passare le minacce di sterminio contro Israele come libertà di espressione ne è responsabile.
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È ora di parlare di responsabilità: chi demonizza Israele invece di discutere criticamente della politica israeliana; chi scredita la sicurezza di Israele come ragion di Stato tedesca per liberarsi della responsabilità storica; chi chiude un occhio su altri Stati, mentre critica con veemenza Israele per lo stesso motivo; chi promuove il boicottaggio di artisti e scienziati israeliani; chi liquida le critiche a tali doppi standard come «whataboutism»; chi non contraddice la follia antisemita «Palestine will free us all» – crea il clima che favorisce la violenza antisemita.
Anche un legislatore che fa passare le minacce di sterminio contro Israele come libertà di espressione ne è responsabile. Lo stesso vale per il Partito di Sinistra, nonché per alcuni politici dell’SPD e dei Verdi, che vogliono sospendere l’accordo di associazione con l’UE a causa della politica di occupazione di Israele e della minaccia di annessione, ma non si scandalizzano per l’annessione del Sahara occidentale da parte del Marocco, contraria al diritto internazionale.
Chi si appunta una bandiera palestinese al bavero non deve temere aggressioni – e a ragione. Ma chi si dichiara amico di Israele o si identifica come ebreo deve temere per la propria vita in Germania. Secondo il RIAS, nel 2025 si sono verificati quattro casi di violenza estrema, 178 aggressioni e 257 minacce. Il fatto che ciò non susciti quasi alcuna indignazione dimostra che la violenza antisemita viene normalizzata. A questo bisogna porre fine. Basta così! --- * L’autore è presidente della Società Tedesco-Israeliana.
(Jüdische Allgemeine, 22 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Uno Stato palestinese genererebbe conflitti anziché pace, avverte l’ex ambasciatore
David Friedman spiega davanti al Congresso degli Stati Uniti che la normalizzazione arabo-israeliana funziona proprio perché non permette più al veto palestinese di tenere in ostaggio l’intera regione.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - L’ex ambasciatore statunitense in Israele David Friedman mette in guardia il Congresso degli Stati Uniti dal rilanciare l’iniziativa per uno Stato palestinese. Ciò non amplierebbe gli Accordi di Abramo, ma li metterebbe a rischio.
Nella sua dichiarazione scritta, pubblicata mercoledì in vista di un’audizione della sottocommissione per il Medio Oriente e il Nord Africa della commissione Affari esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Friedman ha sostenuto che gli sforzi volti a fare della creazione di uno Stato palestinese il prezzo da pagare per un’ulteriore normalizzazione arabo-israeliana siano scollegati dalla realtà post-7 ottobre.
Friedman ha sottolineato che gli Accordi di Abramo hanno avuto successo proprio perché hanno infranto la vecchia formula diplomatica che concedeva ai leader palestinesi un diritto di veto sulle relazioni di Israele con il mondo arabo.
Questa formula ha dominato per decenni la diplomazia occidentale. L’argomentazione era che Israele potesse essere accettato dai suoi vicini solo dopo aver concluso un accordo definitivo sullo status con i palestinesi. Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno smantellato questo presupposto e hanno portato ad accordi di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Marocco; anche il Sudan ha aderito a questo quadro.
Friedman spiega che un ritorno a questo vecchio modello oggi porterebbe al fallimento e a un ulteriore spargimento di sangue.
Nella sua dichiarazione scritta, ha affermato che Israele ha già sperimentato l’approccio dei due Stati e ne ha pagato un prezzo catastrofico. La Striscia di Gaza, che Israele ha evacuato nel 2005 sotto le «garanzie» statunitensi, è diventata un’enclave terroristica di Hamas. Il 7 ottobre 2023, questa enclave è diventata il punto di partenza del peggior massacro di ebrei dall’Olocausto.
E anche dopo le terribili conseguenze di questi eventi, l’Occidente continua a non trarne insegnamento. A Washington e in Europa si discute di uno Stato palestinese come soluzione ancora più spesso, come se fosse proprio quella la risposta e come se il fatto di non aver fondato prima uno Stato palestinese accanto a Israele fosse la causa del 7 ottobre – un argomento che fa il gioco di Hamas. Gli israeliani, tuttavia, sanno bene che uno Stato palestinese significherebbe razzi su Tel Aviv, tunnel sotto i comuni di confine ed eserciti terroristici sostenuti dall’Iran più vicini ai centri abitati israeliani.
Alcuni in Israele cercano da decenni di trasmettere questo messaggio.
Friedman ha sostenuto che i potenziali partner degli Accordi di Abramo, tra cui l’Arabia Saudita, riconoscerebbero più chiaramente il pericolo per la regione rispetto a molti politici occidentali. Gli Stati arabi, che temono l’Iran, i movimenti jihadisti e l’instabilità regionale, non cercano un’altra entità fallimentare governata da estremisti o da fazioni palestinesi corrotte. Cercavano sicurezza, tecnologia, cooperazione in materia di intelligence e accesso al peso economico e strategico di Israele.
Pertanto, non sarebbe un compromesso saggio subordinare la normalizzazione con l’Arabia Saudita alla creazione di uno Stato palestinese. Sarebbe un errore strategico.
Gli Accordi di Abramo si basavano sulla semplice consapevolezza che il Medio Oriente non dovesse aspettare che i leader palestinesi accettassero Israele prima che la regione potesse progredire. Gli accordi hanno chiarito a Ramallah e a Gaza che il loro atteggiamento ostile non avrebbe più bloccato l’intero mondo arabo.
Questo messaggio rimane di fondamentale importanza anche dopo il 7 ottobre.
La guerra ha solo reso ancora più evidente che la cultura politica dei palestinesi deve cambiare prima che si possa parlare seriamente di sovranità statale. Hamas continua a rappresentare una minaccia. L’Autorità Palestinese continua a non disporre di sufficiente legittimità, continua a glorificare i terroristi e continua a non preparare la propria popolazione a convivere con lo Stato ebraico.
Uno Stato in queste condizioni non porterebbe la pace. Internazionalizzerebbe il conflitto, irrigidirebbe il massimalismo palestinese e costringerebbe Israele a fare i conti con un ulteriore confine ostile.
La presa di posizione di Friedman dovrebbe portare il dibattito a Washington sul fatto che la prossima fase della normalizzazione arabo-israeliana debba basarsi sulla logica degli Accordi di Abramo o abbandonarla.
Per Israele e i suoi alleati la risposta dovrebbe essere ovvia. La pace nella regione progredirà quando i governi arabi tratteranno Israele come potenza e partner legittimi – e non quando l’atteggiamento di rifiuto palestinese verrà ricompensato con la sovranità statale.
(Israel Heute, 21 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Agricoltura. In Israele il miglior raccolto di grano degli ultimi dieci anni
Una distribuzione eccezionale delle piogge nel Negev porta la produzione a circa 140 mila tonnellate e rafforza le riserve strategiche alimentari del Paese
di Rosa Davanzo
Israele si avvia a chiudere la migliore stagione del grano dell’ultimo decennio. Secondo le stime preliminari del ministero dell’Agricoltura e della Sicurezza alimentare, il raccolto del 2026 dovrebbe raggiungere circa 140 mila tonnellate, un risultato nettamente superiore alla media annuale, che oscilla tra le 80 e le 100 mila tonnellate, e persino al precedente record di circa 126 mila tonnellate registrato tre anni fa.
A determinare questo risultato non è stata tanto la quantità complessiva delle precipitazioni, quanto la loro distribuzione nel corso della stagione. Le piogge autunnali hanno favorito una germinazione regolare delle colture, mentre quelle cadute a marzo hanno fornito l’acqua necessaria nella fase decisiva dello sviluppo delle spighe, evitando che i campi risentissero della siccità tipica della primavera israeliana.
Il dato assume un valore ancora maggiore se confrontato con quanto sta avvenendo in diverse aree agricole dell’Europa e del Nord America, dove eventi climatici estremi, ondate di calore e periodi di siccità stanno riducendo le rese dei raccolti. In Israele, invece, la combinazione tra precipitazioni ben distribuite e condizioni climatiche favorevoli durante la mietitura ha prodotto un’annata particolarmente positiva.
Circa il 70 per cento delle superfici coltivate a grano si trova a sud di Gedera, soprattutto nel Negev. In queste aree sono caduti fra i 400 e i 450 millimetri di pioggia, una quantità considerata ideale per questa coltura. In condizioni normali molti appezzamenti vengono destinati esclusivamente alla produzione di foraggio perché non raggiungono una qualità sufficiente per il consumo umano. Quest’anno, invece, numerosi campi hanno prodotto grano di qualità alimentare, aumentando sensibilmente le quantità destinate alle riserve strategiche dello Stato.
La sicurezza alimentare rappresenta infatti uno dei pilastri della pianificazione israeliana. Pur importando una quota significativa del fabbisogno cerealicolo, Israele mantiene una produzione nazionale considerata essenziale per affrontare eventuali crisi internazionali, interruzioni delle catene di approvvigionamento o situazioni di emergenza legate ai conflitti.
A rendere ancora più prezioso il raccolto israeliano contribuiscono anche le condizioni climatiche del periodo della mietitura. A differenza di quanto avviene in molti Paesi europei, dove il grano viene raccolto con un elevato contenuto di umidità e richiede successivi processi di essiccazione, in Israele il raccolto avviene durante l’estate secca. Questo permette di conservare il cereale più a lungo, riducendo il rischio di muffe, parassiti e deterioramento della qualità.
Secondo Yuval Lipkin, responsabile dell’Amministrazione per la sicurezza alimentare del ministero dell’Agricoltura e della Sicurezza alimentare, il grano rimane una delle colture più strategiche per il Paese. L’eccezionale raccolto del 2026, ha sottolineato, rappresenta una notizia molto positiva sia per il settore agricolo sia per la capacità di Israele di rafforzare la propria autonomia alimentare in una fase nella quale la sicurezza delle forniture agricole è diventata una questione sempre più rilevante sul piano geopolitico.
(Setteottobre, 21 luglio 2026)
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Gli Stati Uniti dubitano della fine dichiarata del sistema palestinese delle pensioni per i terroristi
• Il Dipartimento di Stato americano non si lascia convincere da una verifica indipendente commissionata dai palestinesi
Il governo americano accusa l’Autorità Palestinese (AP) di voler ingannare la comunità internazionale riguardo ai controversi pagamenti ai prigionieri palestinesi e alle loro famiglie. Secondo un articolo del «Times of Israel», il Dipartimento di Stato a Washington respinge un rapporto di verifica che attestava come l’Autorità Palestinese avesse attuato il proprio nuovo sistema assistenziale in larga misura in linea con le riforme annunciate.
Nel febbraio 2025 il presidente palestinese Mahmud Abbas aveva abolito con un decreto il sistema precedente. Fino ad allora, i pagamenti ai detenuti palestinesi erano commisurati alla durata della pena detentiva. Secondo quanto dichiarato dall’Autorità Palestinese, al suo posto è subentrato un sistema di assistenza sociale in cui l’unico criterio determinante dovrebbe essere il bisogno economico dei beneficiari.
La riforma, tuttavia, è stata controversa fin dall’inizio. Nel novembre 2025 è emerso che erano stati nuovamente effettuati pagamenti secondo il vecchio modello. Abbas ha quindi licenziato il suo ministro delle Finanze. Ciononostante, a Washington sono rimasti notevoli dubbi sul fatto che le modifiche fossero state effettivamente attuate.
• «Canali di elusione occulti»
Per rafforzare la propria credibilità, l’Autorità Palestinese ha incaricato la società di consulenza internazionale Alvarez & Marsal di effettuare una verifica indipendente del nuovo programma, gestito dalla Palestinian National Economic Empowerment Institution («Tamkeen»). Secondo i revisori, il nuovo sistema assistenziale è stato in gran parte separato dai precedenti pagamenti ai detenuti. Allo stesso tempo, hanno raccomandato controlli aggiuntivi, nonché una migliore documentazione e automazione dei processi. Hanno inoltre sottolineato che sono necessarie ulteriori prove per poter confermare definitivamente che i vecchi meccanismi di pagamento siano stati definitivamente sospesi.
Il Dipartimento di Stato americano, tuttavia, non si è lasciato convincere da questo risultato. Un portavoce ha dichiarato al «Times of Israel» che l’indagine si è concentrata esclusivamente sulla nuova autorità sociale e non ha preso in considerazione eventuali «canali di elusione occulti» attraverso i quali il denaro potrebbe continuare a fluire verso i terroristi o i loro familiari.
«Questa verifica, di per sé, non può in alcun modo servire da prova del fatto che i pagamenti “Pay-for-Slay” siano stati interrotti», ha dichiarato il portavoce. I revisori non avrebbero esaminato alcuna prova relativa a presunti pagamenti continuativi, che sarebbero stati mascherati come stipendi, pensioni o prestazioni in contanti.
• Importanza finanziaria
Anche il governo israeliano condivide questa opinione. Secondo quanto affermato da Gerusalemme, l’Autorità Palestinese sta cercando di presentare i risultati della verifica come prova della fine del sistema in vigore finora. Il fatto che il rapporto completo non sia stato ancora pubblicato alimenta ulteriori dubbi. Secondo quanto riferito da una fonte interna a conoscenza del caso, tuttavia, il governo statunitense dispone della versione completa; le parti finora non pubblicate sarebbero prevalentemente di natura tecnica.
«L’UE e altri donatori internazionali non devono lasciarsi fuorviare da questo inganno», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri. «L’Autorità Palestinese deve dimostrare di aver effettivamente e irreversibilmente posto fine al sistema “pay-for-slay”».
Per l’Autorità Palestinese il dibattito riveste una notevole importanza finanziaria. Spera che le riforme portino infine a una valutazione positiva da parte degli Stati Uniti, creando così i presupposti per la ripresa degli aiuti americani. Secondo il cosiddetto Taylor Force Act, gli aiuti statunitensi non possono essere erogati fintanto che proseguono i pagamenti ai detenuti in base alla durata della detenzione.
(Jüdische Allgemeine, 21 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gerusalemme, arrestati 17 palestinesi che risiedevano illegalmente in una scuola
(JNS) La polizia israeliana ha arrestato 17 residenti palestinesi irregolari che avevano allestito dei dormitori in una scuola di Gerusalemme. Secondo quanto riportato dalla polizia in un comunicato, i palestinesi, originari della Giudea e della Samaria, hanno occupato parte dell’edificio scolastico di Beit Safafa, un quartiere arabo nella zona sud della capitale, allestendo un complesso con stanze, letti e docce proprie.
L’operazione di polizia è stata avviata in seguito alle segnalazioni di alcuni genitori preoccupati, giunte al comandante della polizia di quartiere, riguardo alla presenza di persone non autorizzate nell’edificio dopo l’orario scolastico, in un periodo in cui vi si svolgono campi estivi e altre attività per bambini. I sospettati sono stati arrestati e condotti in una stazione di polizia per essere interrogati. La polizia israeliana ha dichiarato di prendere “estremamente sul serio” le violazioni di domicilio e la residenza illegale, soprattutto in luoghi destinati a bambini e adolescenti, e che continuerà ad agire con decisione e tolleranza zero contro i trasgressori al fine di tutelare la sicurezza pubblica.
L’addetto alla sicurezza della scuola ha parlato dell’incidente con Channel 12, affermando che gli intrusi sono stati scoperti dalla guardia giurata della scuola. “La guardia, durante un giro di pattuglia, ha notato materassi e oggetti personali, cosa che ha destato sospetti. Abbiamo chiamato la polizia e da allora la situazione si è risolta”, ha dichiarato l’agente di sicurezza, identificato solo con il nome di battesimo, Naim. “Riteniamo che si fossero nascosti sul tetto per un periodo compreso tra una settimana e dieci giorni”, ha aggiunto.
L’ispettore capo Yasser Swead, comandante della polizia di quartiere presso la stazione di polizia di Moriah, ha dichiarato a Channel 12: “La stretta collaborazione e il contatto diretto con i residenti [di Beit Safafa] ci consentono di fornire una risposta rapida e precisa, alleviare le preoccupazioni e proteggere la sicurezza dei bambini che frequentano i campi estivi e partecipano alle attività delle vacanze estive”.
(HaKol, 21 luglio 2026)
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Il ddl antisemitismo arriva in Commissione Delrio: «Nessuna censura, combattiamo l'odio»
di Antonio Picasso
Il ddl antisemitismo arriva oggi in Commissione Affari Costituzionali della Camera. È un ulteriore scatto perché il provvedimento a cui ha contribuito Graziano Delrio diventi legge entro la fine della legislatura. È il minimo, visto che se ne parla da oltre un anno. Alle polemiche del centrosinistra sono seguiti i tentativi di fuga in avanti dell'opposizione. Tuttavia, è il mondo reale a chiedere che si arrivi a un dunque. La petizione circolata su Google lo scorso fine settimana, che invitava alla "schedatura del turismo sionista", fa capire che non c'è più tempo. Ne parliamo appunto con il padre del ddl, Delrio.
- Senatore, il suo disegno di legge è di fronte a un nuovo appuntamento istituzionale. Come lo inquadriamo negli episodi di antisemitismo?
«Sono fatti gravissimi. È una schedatura vera e propria, formulata secondo la logica delle liste di proscrizione. È d'obbligo ricordare quanto detto da Mattarella (all'Università di Marsiglia nel 2025, ndr). Oggi si stanno riproponendo tre fattori che, negli anni trenta del Novecento, anticiparono la Seconda guerra mondiale: l'indebolimento degli organismi multinazionali, i dazi e il riarmo nazionale. Io aggiungo l'antisemitismo. Virus silenzioso, che sta crescendo e che prescinde da quello che fa Israele. Oggi, come novant'anni fa, c'è un problema democratico. Lasciare libertà di parola e critica non significa cedere al linguaggio d'odio. Se non condividi con gli estremisti il loro linguaggio non hai diritto di parola nell'università, nelle assemblee, sui social. Non è un problema degli ebrei: è un nostro problema».
- E questo la legge lo risolve?
«La legge non reprime alcuna espressione di critica, ma propone la crescita di una coscienza civile e del dialogo. È la reazione del Parlamento, che rappresenta la democrazia, a questi fatti che devono essere bloccati».
- Woody Allen direbbe che questa è la dimostrazione che gli ebrei in realtà non contano come credono i loro odiatori. Altrimenti controllerebbero Google e queste cose non succederebbero.
«Hannah Arendt diceva che l'antisemitismo nasce e si alimenta proprio quando gli ebrei non sono forti nelle società. È stato così con l'affaire Dreyfus e nella Germania pre-nazìsta».
- D’altra parte, l'episodio rientra in quella guerra cognitiva in cui il mondo occidentale è sotto attacco. E così l'ebraismo. Stiamo chiusi in difesa. Come si può ribaltare la partita e giocare d'attacco?
«Viviamo in un momento in cui Internet e i social invadono la nostra quotidianità e sono basati su algoritmi che alimentano l'odio. Come dice Papa Leone, c'è un punto in cui bisogna dire stop. Dobbiamo imparare a non confondere il diritto di parola, che in democrazia è sacro, con il linguaggio d'odio. Ho presentato un emendamento nella finanziaria perché le università favoriscano incontri, dialogo e confronti. Lo stesso ddl invita l'Agcom a vigilare in maniera più attenta perché davvero le piattaforme siano responsabili e individuino i contenuti d'odio. Questo nostro disegno di legge non ha nessuna forma repressiva, ma spinge sull'educazione alla convivenza».
- Oltre alle leggi potrebbero essere necessarie in questi casi azioni «bottom-up». Per esempio una class action nei confronti di Google non potrebbe essere uno strumento altrettanto efficace perché creerebbe un precedente?
«Credo che, prima di tutto, sia necessario uno sforzo congiunto tra mondo intellettuale e politico. L'antisemitismo è l'espressione di odio più antica. Episodi di questo genere, oggi, non si possono sottovalutare».
- C’è chi risponde, e anche tra gli intellettuali, «io non sono antisemita, sono antisionista».
«Sì, è una distinzione che fanno in molti. Se per antisionismo si intende negare a Israele il diritto di esistere, allora diventa antisemitismo. D'altro canto, criticare Israele o forme di sionismo fanatico che non riconoscono ai palestinesi il diritto di esistere con un loro Stato e nei loro diritti non è antisemitismo».
- Il ddl sta avendo tempi troppo lunghi e nel suo iter ha incontrato provvedimenti perfino concorrenti. Si rischia che si areni?
«lo ho fiducia che il Parlamento farà una discussione seria sul testo approvato dal Senato. Hanno già fatto un bel pezzo di percorso e sono sicuro si farà presto e bene, come chiedono le comunità ebraiche, a fronte di un'emergenza che sta diventando sempre più di carattere internazionale».
(Il Riformista, 21 luglio 2026)
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2. Israele, Emirati e Somaliland: la partita per il controllo del mar Rosso
Il porto di Berbera e le rotte di Bab el-Mandeb sono al centro della competizione tra Israele, Emirati, Stati Uniti, Iran e Houthi. Per il Somaliland, investimenti e riconoscimento internazionale portano nuove opportunità, ma anche il rischio di diventare un fronte della contesa mediorientale. Seconda parte. La prima qui.
di Luca Longo
• Berbera, il porto che vale uno stretto
La crescente attenzione internazionale verso il Somaliland non può essere compresa senza analizzare la posizione geografica di Berbera. La città, affacciata sul Golfo di Aden, si trova a poche centinaia di chilometri dalle coste dello Yemen e controlla idealmente l’accesso occidentale allo stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio obbligato che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.
È proprio questa posizione a trasformare Berbera in una pedina strategica.
Bab el-Mandeb, come abbiamo evidenziato in precedenti analisi, è uno dei colli di bottiglia più importanti del commercio mondiale. Ogni anno, attraverso questo stretto, transitano migliaia di navi che collegano l’Asia con l’Europa attraverso il Canale di Suez. Petrolio proveniente dal Golfo Persico, gas naturale liquefatto, container cinesi diretti verso i mercati europei, prodotti industriali, cereali e materie prime percorrono questa rotta.
Gli attacchi degli Houthi alle navi commerciali, iniziati dopo l’inizio della guerra di Gaza, hanno dimostrato quanto rapidamente una crisi regionale medio-orientale possa trasformarsi in un problema globale. Diverse compagnie di navigazione hanno scelto di evitare il Mar Rosso e circumnavigare l’Africa, passando dal Capo di Buona Speranza. Una scelta che aumenta tempi di consegna, consumi di carburante e costi assicurativi.
Per questo, possedere un’infrastruttura militare e logistica nei pressi di Bab el-Mandeb significa avere una capacità di influenza enorme. Ed è qui che entra in gioco il porto di Berbera.
• Gli Emirati e la trasformazione di Berbera
Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti è tutt’altro che secondario: Abu Dhabi ha individuato nel Corno d’Africa uno degli spazi fondamentali della propria strategia regionale. Negli ultimi anni gli Emirati hanno costruito una rete di basi, porti e accordi economici lungo alcune delle principali rotte commerciali mondiali: dalla costa yemenita fino al Mar Rosso e all’Africa orientale.
Nel 2017 il Somaliland e gli Emirati firmano un accordo di cooperazione nel settore della difesa che consente ad Abu Dhabi di sviluppare infrastrutture militari presso Berbera. Parallelamente, la società emiratina DP World, uno dei più grandi operatori portuali mondiali, ottiene la concessione per modernizzare e gestire lo scalo commerciale.
L’investimento trasforma progressivamente Berbera da porto regionale marginale a potenziale hub logistico internazionale.
Il progetto comprende l’ampliamento dei terminal, nuove aree di stoccaggio, collegamenti stradali verso l’Etiopia e l’inserimento del porto nelle grandi reti commerciali dell’Africa orientale.
L’interesse emiratino punta all’Etiopia: con oltre 120 milioni di abitanti e senza accesso diretto al mare dal 1993, questo Stato rappresenta uno dei mercati più importanti dell’Africa. Tradizionalmente Addis Abeba dipende quasi completamente dal porto di Gibuti per oltre il 90% del proprio commercio estero.
Berbera offre quindi un’alternativa strategica. Un corridoio commerciale che colleghi il Somaliland all’Etiopia ridurrebbe la vulnerabilità etiope nei confronti di Gibuti e aumenterebbe il peso politico di Hargeisa nella regione.
Per gli Emirati, inoltre, il controllo di infrastrutture portuali lungo il Mar Rosso permette di proteggere gli interessi economici nazionali e garantire maggiore sicurezza alle proprie rotte commerciali.
Ma negli ultimi mesi Berbera ha assunto anche una dimensione militare.
• La base che guarda verso lo Yemen
Secondo uno scoop partito da Le Monde il 7 luglio 2026, gli Emirati Arabi Uniti starebbero costruendo segretamente una nuova infrastruttura militare presso l’aeroporto di Berbera, destinata a sostenere gli interessi di Stati Uniti e Israele. Le immagini satellitari analizzate dal quotidiano francese mostrano lavori significativi nell’area meridionale della pista.
Tra ottobre 2025 e marzo 2026 sarebbero state scavate almeno diciotto grandi trincee in tre differenti zone del terreno. Secondo una fonte della sicurezza europea citata da Le Monde, queste strutture sotterranee potrebbero corrispondere a depositi di munizioni o serbatoi di carburante protetti.
La posizione geografica della struttura è particolarmente rilevante: l’aeroporto di Berbera si trova a circa sette chilometri dal centro della città costiera e permette di operare direttamente verso il Golfo di Aden e lo Yemen. Per Israele significa disporre di una piattaforma molto più vicina alle aree dove operano gli Houthi rispetto alle proprie basi tradizionali.
Per gli Stati Uniti rappresenta invece un ulteriore punto di pressione lungo una delle principali arterie energetiche mondiali.
La costruzione di queste infrastrutture coincide temporalmente con una svolta diplomatica: il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland da parte di Israele, annunciato il 26 dicembre 2025 dal governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Una decisione politicamente enorme, perché si tratta del primo riconoscimento internazionale in 35 anni di vita della nazione.
Nella storia recente, Israele ha raramente riconosciuto nuove entità statali in assenza di un ampio consenso internazionale, tantomeno se islamiche. La scelta dimostra quanto il valore strategico del territorio sia oggi considerato superiore ai possibili costi diplomatici.
• La reazione dell’Iran e degli Houthi
La prospettiva di una presenza israeliana stabile nel Somaliland non poteva che provocare la reazione degli avversari regionali.
Il leader degli Houthi, Abdul-Malik al-Houthi, ha dichiarato, in un messaggio trasmesso dalla televisione del movimento, al-Masirah, che il gruppo sta monitorando attentamente gli sviluppi nel Somaliland.
Secondo il leader di Ansar Allah, l’obiettivo israeliano sarebbe trasformare il territorio in “una base strategica” per controllare il Golfo di Aden, Bab el-Mandeb e il Mar Rosso.
Al di là della retorica politica, questa valutazione coglie un elemento reale: la presenza israeliana nel Somaliland cambia gli equilibri militari dello Yemen.
Gli Houthi hanno costruito gran parte della propria strategia sulla capacità di minacciare il traffico marittimo utilizzando missili antinave, droni e sistemi relativamente economici, ma in grado di costringere le marine più avanzate del mondo a impegnare ingenti risorse per proteggere le rotte commerciali.
Una base israeliana a poche centinaia di chilometri dallo Yemen ridurrebbe i tempi di reazione e migliorerebbe la capacità di sorveglianza elettronica.
È così che il confronto si è esteso anche al dominio cibernetico. Secondo il Somali Guardian, il sito del Ministero degli Affari Esteri del Somaliland sarebbe stato colpito dal gruppo Cyber Islamic Resistance, una formazione di hacker filo-iraniana collegata ideologicamente all’Asse della Resistenza. Durante l’attacco cibernetico, il sito avrebbe mostrato immagini di esponenti degli Houthi, tra cui il portavoce militare Yahya al-Saree.
Le autorità di Hargeisa non hanno confermato eventuali furti di dati o compromissioni delle infrastrutture informatiche, ma il sito sarebbe rimasto irraggiungibile per almeno ventiquattro ore. E, secondo alcune fonti, anche il sito della Banca centrale del Somaliland sarebbe stato bersaglio dello stesso gruppo.
L’attacco informatico arriva poche ore dopo l’approvazione, da parte del governo del Somaliland, di una dichiarazione congiunta con Israele che prevede cooperazione nei settori dell’agricoltura, delle risorse idriche e della sanità.
Un dettaglio importante, perché dimostra che la relazione tra i due Paesi non riguarda soltanto la sicurezza.
• La dimensione economica: acqua, agricoltura e sviluppo come strumenti di influenza
Hargeisa deve affrontare problemi strutturali che limitano lo sviluppo economico del Paese: scarsità d’acqua, dipendenza dalle importazioni alimentari, infrastrutture energetiche insufficienti e un’economia ancora fortemente legata alla pastorizia.
Per questo motivo, accanto alla dimensione strategica, esiste un interesse economico concreto.
Secondo quanto dichiarato da Eynat Shlein, vicedirettrice della MASHAV, l’Agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo del Ministero degli Esteri, le priorità della collaborazione con il Somaliland riguardano soprattutto gestione delle risorse idriche e sanità.
Israele possiede competenze tecnologiche particolarmente avanzate nella gestione dell’acqua in ambienti aridi. Il Paese ha sviluppato sistemi di desalinizzazione, irrigazione a goccia, riciclo delle acque reflue e agricoltura ad alta efficienza e ne ha dimostrato l’efficacia trasformando sterili deserti in vere e proprie oasi agricole. Oggi, queste tecnologie potrebbero essere applicate anche in Somaliland.
Per Hargeisa, ottenere investimenti e tecnologia israeliana significa rafforzare la propria legittimità internazionale, dimostrando capacità di sviluppo istituzionale. Per Israele, invece, significa consolidare un rapporto con un territorio strategicamente posizionato lungo una delle principali arterie commerciali mondiali.
La partita riguarda quindi contemporaneamente sicurezza e influenza. Il Somaliland cerca riconoscimento politico e sviluppo economico; Israele cerca profondità strategica; gli Emirati Arabi Uniti consolidano la propria presenza nel Corno d’Africa; l’Iran tenta di impedire che il proprio principale rivale costruisca una nuova piattaforma vicino alle proprie reti regionali.
• Una nuova competizione per il controllo del Mar Rosso
La crescente vicinanza tra Tel Aviv e Hargeisa deve essere letta all’interno di un quadro più ampio. Negli ultimi anni il Mar Rosso e il Corno d’Africa sono diventati uno degli spazi principali della competizione geopolitica globale.
Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo in alcuni punti meno di 30 chilometri, è attraversato ogni anno da migliaia di navi commerciali e rappresenta un passaggio essenziale per il collegamento tra Europa e Asia. La sua importanza è aumentata ulteriormente dopo le crisi energetiche degli ultimi anni, che hanno mostrato quanto le infrastrutture marittime siano vulnerabili.
La presenza di basi e infrastrutture militari lungo questa fascia costiera è quindi diventata una componente fondamentale della competizione tra potenze.
Gli Emirati Arabi Uniti sono presenti nella regione da anni e hanno sviluppato rapporti militari con il Somaliland già dal 2017. La loro strategia mira a controllare nodi logistici fondamentali lungo le rotte commerciali e a contrastare l’espansione iraniana.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, considerano il Mar Rosso un’area essenziale per la sicurezza delle proprie linee commerciali e militari. Israele vede invece questa regione come un’estensione naturale della propria sicurezza nazionale: impedire che l’Iran e i suoi alleati possano trasformare Yemen, Sudan o Somalia in piattaforme operative contro lo Stato ebraico.
La decisione del governo israeliano di avvicinarsi ufficialmente al Somaliland rappresenta quindi una scelta strategica di lungo periodo: il tentativo di costruire una rete di relazioni e infrastrutture che permetta a Israele di ridurre la propria vulnerabilità geografica.
• Il futuro del Somaliland tra riconoscimento e rischio di militarizzazione
La grande incognita riguarda però il prezzo politico di questa scelta.
Dal punto di vista di Hargeisa, il riconoscimento israeliano rappresenta una vittoria diplomatica storica. Da 35 anni il Somaliland cerca di ottenere legittimità internazionale senza riuscire a ottenere il riconoscimento formale di nessuno Stato o organizzazione sovranazionale.
L’accordo con Israele apre una nuova fase, offrendo investimenti, cooperazione tecnologica e una maggiore visibilità internazionale. Ma questa, necessariamente, trasforma il territorio in un nuovo fronte della competizione mediorientale.
Il rischio è che il Somaliland, nato come virtuoso progetto di stabilizzazione dopo la dissoluzione della Somalia, diventi progressivamente un terreno di confronto tra potenze regionali. Il blitz economico, politico e militare dello Stato ebraico aumenta il valore strategico di Berbera, ma, allo stesso tempo, attira pressioni, minacce terroristiche e attività destabilizzanti.
La storia recente del Medio Oriente dimostra che le basi militari e le alleanze strategiche offrono protezione, ma spesso trasformano i territori coinvolti in obiettivi prioritari.
La partita di Berbera è quindi molto più ampia di una semplice relazione bilaterale tra Israele e Somaliland. È una nuova pagina della competizione per il controllo delle rotte energetiche e commerciali mondiali, in cui il Mar Rosso diventa sempre più il punto di incontro tra la sicurezza israeliana, la strategia iraniana, gli interessi degli Emirati e la fragilità politica del Corno d’Africa.
Per Israele, Hargeisa può rappresentare una nuova profondità strategica. Per l’Iran e gli Houthi, un nuovo fronte da contrastare. Per il Somaliland, infine, la più grande opportunità diplomatica della propria storia, ma anche la sfida più rischiosa.
(InOltre, 21 luglio 2026)
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Turisti israeliani nel mirino, ma le istituzioni italiane fanno finta di non vedere l’odio antisemita
di Luigi Yitzhak Diamanti
La recente iniziativa di schedare o censire le strutture turistiche riconducibili a cittadini israeliani o a persone identificate come “sioniste” si inserisce in un clima sempre più preoccupante. Non è un episodio isolato: fa seguito alla diffusione online di elenchi con nomi e cognomi di sionisti, liste che continuano a circolare sul web con evidenti rischi per la sicurezza delle persone. La diffusione di elenchi basati sull’identità ebraica, sul sostegno al sionismo, rappresenta un fatto che merita la massima attenzione da parte delle istituzioni, poiché può alimentare intimidazioni, odio e mettere a rischio la sicurezza delle persone.
Di fronte a questi fatti, colpisce il silenzio delle istituzioni e della magistratura, almeno sul piano della percezione pubblica. Se vi sono indagini in corso, è giusto che seguano il loro percorso; tuttavia, l’impressione è che il fenomeno non abbia ricevuto una risposta sufficientemente visibile e ferma. In Italia esistono norme che puniscono la discriminazione e l’istigazione all’odio razziale, etnico e religioso, ma ancora manca una legge organica e specifica dedicata al contrasto dell’antisemitismo, capace di affrontarne anche le forme contemporanee, comprese la schedatura, l’intimidazione e la diffusione di elenchi basati sull’identità ebraica o sull’appartenenza al movimento sionista.
Tutti i partiti dichiarano di voler combattere l’antisemitismo, ma alle dichiarazioni dovrebbero seguire iniziative legislative concrete. Una normativa di questo tipo dovrebbe essere approvata in modo trasversale e con il più ampio consenso parlamentare, perché la tutela dei cittadini dall’odio antisemita non dovrebbe appartenere a una parte politica, ma rappresentare un principio condiviso dell’intera Repubblica.
(HaKol, 20 luglio 2026)
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Mappatura di turismo “sionista”. Meghnagi (CEM): “stiamo tornando agli anni ’30”
Sono parole amareggiate quelle pronunciate dal presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi dopo la circolazione in rete di moduli per tracciare quello che viene definito ‘turismo sionista’ in Italia, indicando la presenza di cittadini italiani ebrei o israeliani in alberghi, e strutture ricettive.
“Io penso che stiamo tornando agli anni Trenta, alla caccia all’ebreo”. Sono parole amareggiate quelle pronunciate dal presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi dopo la circolazione in rete di moduli per tracciare quello che viene definito ‘turismo sionista’ in Italia, indicando la presenza di cittadini italiani ebrei o israeliani in alberghi, e strutture ricettive. Il materiale è stato fatto rimuovere dal generale Angelosanto, Coordinatore Nazionale per la Lotta contro l’antisemitismo.
“Quello che succede oggi dimostra che gli squilibrati ci sono e, se si diffonde questo messaggio a una larga parte della popolazione, uno squilibrato lo si trova sicuro”, continua. Per questo, aggiunge, “mappare dove ci sono gli ebrei è gravissimo” e la magistratura “deve intervenire”. La Comunità ebraica, non intende promuovere iniziative autonome, ma ha già trasmesso il questionario “a chi di dovere”, auspicando che vengano adottati provvedimenti. Per Meghnagi il paradosso è che nel mirino possano finire anche cittadini italiani. “Se un italiano va in vacanza in Italia è il colmo che venga segnalato”, osserva. “Ci conforta però la forte vicinanza che ci arriva in questo momento dalle forze politiche e dalla gente comune”, conclude.
• Il questionario
“Questo modulo serve a registrare i casi di turismo compravendita e in generale neo colonizzazione sionista in Italia, i dati raccolti verranno ricevuti da Global sumud movement e rimarranno protetti e riservati – si leggeva nelle poche righe di presentazione del questionario, poi rimosso – ma vi chiediamo una fonte per poter effettuare verifiche e coordinarne eventuale iniziative e dare supporto ai territori colpiti dal fenomeno. Il questionario non ha intenti di profilazione in base a nazionalità o religione ma di identificazione”. E poi ancora: “La finalità è esclusivamente mappare la diffusione del fenomeno e le sue declinazioni”.
Come riporta Repubblica, nelle pagine successive il formulario chiedeva di segnalare se era stata notata la presenza di turismo sionista legata a “decompressione di soldati sionisti”, “compravendita” o “eventi istituzionali”. Le altre domande erano relative alla località dove queste presenze fossero state e se ci fossero in zona associazioni o movimenti territoriali “che stanno gestendo il fenomeno”. Il webform chiedeva anche di segnalare città, hotel, resort, vie, fonti, organizzazioni locali e persone ‘fidate’, allo scopo dichiarato di ‘mappare’ il fenomeno e coordinare non precisate iniziative. C’era una precisazione che non toglieva niente alla connotazione discriminatoria del questionario nell’avvertenza di “non voler profilare nessuno per nazionalità o religione”.
I referenti in Italia del Global Sumud Movement – interpellati da Repubblica – disconoscono la paternità dell’iniziativa spiegando con parole semplici la questione: “Il tema del sionismo è fra quelli di cui ci occupiamo, ma noi non facciamo nessuna caccia agli ebrei e non sappiamo niente di questo questionario, non l’abbiamo commissionato, tanto che non l’abbiamo nemmeno visionato prima che fosse tolto dal web. Abbiamo saputo dai giornali e ci riserviamo di agire di conseguenza nelle prossime ore, anche con una nota ufficiale”.
• Le reazioni istituzionali
“Trovo aberrante il questionario e sono pronto a presentare una denuncia verso ignoti, i responsabili non devono rimanere impuniti – promette il sottosegretario di Stato Alessandro Morelli, citato da Repubblica –. Preoccupa questo clima orribile che riporta ai tempi bui del nazifascismo, un clima che in Italia non è tollerato e mai lo sarà. La sensazione di impunità dilagante tra chi minaccia il prossimo è inaccettabile. Mi auguro pertanto che tutta la politica esprima graniticamente il suo dissenso e condanni tale iniziativa razzista”.
Interviene e chiede alle autorità competenti di indagare Sinistra per Israele, associazione di cui è presidente l’esponente Pd Lele Fiano e a cui partecipa Luciano Bellipaci, figlio della senatrice a vita Liliana Segre: “Condanniamo con la massima fermezza il modulo diffuso, intitolato ‘Indagine sul ‘turismo di decompressione’ dei soldati israeliani e altre forme di complicità. Siamo di fronte a una raccolta organizzata di informazioni su persone, luoghi e attività economiche, selezionate in base a una presunta ‘complicità con lo Stato sionista’. Criticare il governo israeliano e denunciare eventuali reati è pienamente legittimo. In presenza di fatti specifici ci si rivolge alle autorità competenti. Non è invece accettabile trasformare il turismo di cittadini israeliani, una compravendita o un rapporto con Israele negli indizi di una colonizzazione occulta dell’Italia. Rappresentare la presenza israeliana come un’infiltrazione da individuare e contrastare riproduce un dispositivo storicamente antisemita. Sostituire la parola ‘ebreo’ con ‘sionista’ non rende innocuo il meccanismo quando nel mirino finiscono persone, proprietà e relazioni”.
Netta anche la presa di posizione dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, per voce della sua presidente Livia Ottolenghi. Siamo “a conoscenza di mille altri episodi che in questi mesi hanno riprodotto e tentato di inoculare sempre più l’antisemitismo nella pubblica opinione. Il tutto nell’assordante silenzio della società civile che, tranne per qualche sporadica eccezione, tace”. E ha aggiunto: “È un disegno preciso, basato sulla disinformazione e sulla propaganda che cerca di piegare la società civile ad una visione di odio e pregiudizio, additando – nel vero senso della parola – gli ebrei e i sionisti come reietti di questa epoca”.
«La comparsa in rete di un formulario online volto a mappare e schedare la presenza di cittadini israeliani, attività economiche e alberghi nel nostro Paese non è un atto di critica politica, ma un’operazione squadrista che rigetta l’Italia nei periodi più bui del Novecento». Lo dichiara in una nota Davide Riccardo Romano, Direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano. «Rappresentare la presenza di cittadini israeliani o i rapporti con lo Stato d’Israele come indizi di una “colonizzazione occulta” da individuare e colpire — continua Romano — riproduce un dispositivo cospiratorio storicamente antisemita. Sostituire la parola “ebreo” con il termine “sionista” è un trucco semantico subdolo, che non cancella la natura intimidatoria di una vera e propria lista di proscrizione». «Come istituzione della memoria — sottolinea il Direttore del Museo — abbiamo il dovere di ricordare dove conduce l’ossessione burocratica di raccogliere informazioni e indirizzi. È una dinamica drammaticamente simile a quella raccontata nella celebre serie TV “Iosi, la spia pentita”. La serie mostra come, nel pieno della democrazia argentina degli anni Ottanta e Novanta, l’intelligence continuasse a infiltrare la comunità ebraica spinta dalla paranoia antisemita del “Piano Andinia”, la fake news secondo cui gli ebrei volessero occupare la Patagonia. Quella raccolta compulsiva di dati, mappe, orari e planimetrie non trovò mai traccia di alcun complotto, ma creò l’infrastruttura logistica che permise a terroristi e squilibrati di colpire a colpo sicuro, provocando i devastanti attentati all’Ambasciata israeliana nel 1992 (29 morti) e al centro comunitario AMIA nel 1994 (85 morti)». «La storia dimostra che quando la propaganda costruisce un bersaglio geometrico e fornisce le coordinate per individuarlo, la violenza cessa di essere un’ipotesi e diventa certezza. Chiediamo la massima fermezza da parte della magistratura e delle autorità competenti per la tutela dei dati personali, e un sussulto di dignità da parte di tutte le forze politiche e civili. Davanti alle schedature su base nazionale o religiosa, non possono esistere zone grigie né silenzi complici».
(Bet Magazine Mosaico, 20 luglio 2026)
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I drusi di Siria divisi sull’aiuto di Israele mentre cresce la paura per il futuro
Tra le promesse di protezione di Gerusalemme e il rifiuto di diventare una comunità sotto tutela, la crisi siriana apre una frattura anche all’interno della stessa comunità drusa
di Shira Navon
Le immagini provenienti dalla cittadina drusa di Khader, nel sud della Siria, raccontano una realtà molto diversa da quella che emerge nel dibattito politico israeliano. Mentre in Israele si parla apertamente di un vasto piano per garantire la sicurezza dei drusi siriani, una parte degli abitanti della località, situata alle pendici del monte Hermon e a pochi chilometri dal confine israeliano, respinge con decisione la presenza militare dell’IDF, definendola una violazione della sovranità siriana e arrivando a promettere una “ferma resistenza” qualora le operazioni dovessero proseguire.
La contraddizione riflette il delicato equilibrio nel quale si trova oggi la comunità drusa della Siria. Da una parte vi è la necessità di proteggersi dalle violenze che negli ultimi mesi hanno colpito diverse aree del Paese, in particolare la provincia di As-Suwayda, dove gli scontri tra milizie e gruppi armati hanno provocato centinaia di vittime. Dall’altra permane la volontà di evitare qualunque percezione di dipendenza da Israele, che rischierebbe di compromettere il futuro politico dei drusi all’interno dello Stato siriano.
A rilanciare il tema è stato nei giorni scorsi il deputato israeliano Akram Hasson, esponente druso del partito Nuova Speranza, secondo il quale sarebbe in preparazione un’importante iniziativa destinata a garantire la sicurezza dei drusi siriani. Pur senza fornire dettagli, Hasson ha ribadito che Israele considera la tutela della comunità drusa un impegno morale e strategico, ricordando le stragi compiute negli anni da gruppi jihadisti contro drusi, yazidi, cristiani e altre minoranze della regione.
Le parole del parlamentare trovano ampio consenso tra i drusi cittadini di Israele, storicamente integrati nelle istituzioni dello Stato e protagonisti anche nelle Forze di difesa israeliane. Da giorni migliaia di persone hanno manifestato chiedendo un intervento deciso per impedire nuovi massacri oltre confine, mentre numerosi leader della comunità hanno sollecitato il governo di Gerusalemme a mantenere la promessa di proteggere i villaggi drusi minacciati dall’instabilità siriana.
La situazione appare molto più complessa per i drusi che vivono in Siria. Khader, durante la lunga guerra civile, rimase fedele al regime di Bashar al-Assad e riuscì a respingere gli assalti delle milizie jihadiste grazie a proprie formazioni di autodifesa. Proprio allora Israele fece sapere che non avrebbe consentito la caduta della cittadina, anche in seguito alle forti pressioni esercitate dalla comunità drusa israeliana. Il crollo del regime di Assad e l’ascesa del nuovo governo guidato da Ahmed al-Sharaa hanno modificato radicalmente gli equilibri.
L’indebolimento del controllo statale ha spinto Israele ad ampliare la propria zona di sicurezza nel sud-ovest della Siria per impedire che gruppi jihadisti o milizie ostili si avvicinassero al confine. Una scelta che, pur motivata da esigenze di sicurezza, viene interpretata da una parte della popolazione locale come un’ingerenza destinata a limitare la sovranità siriana.
È proprio questo il nodo centrale della vicenda. Molti drusi siriani riconoscono il pericolo rappresentato dai gruppi estremisti e guardano con favore agli aiuti umanitari ricevuti da Israele negli ultimi mesi. Allo stesso tempo, una parte della comunità teme che un’eccessiva vicinanza a Gerusalemme possa trasformarsi in un marchio difficile da cancellare quando la Siria troverà un nuovo assetto politico. Il destino dei drusi siriani resta quindi sospeso tra due esigenze entrambe vitali. Sopravvivere alle violenze che ancora attraversano il Paese e conservare, nello stesso tempo, la propria autonomia politica e identitaria. Un equilibrio estremamente fragile, destinato a influenzare anche le future scelte di Israele lungo uno dei confini più delicati del Medio Oriente.
(Setteottobre, 20 luglio 2026)
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La maggioranza dei libanesi ritiene che Hezbollah danneggi la sicurezza del Libano
Un recente sondaggio mostra che il 51% dei libanesi considera la presenza armata di Hezbollah dannosa per la sicurezza nazionale. La maggioranza sostiene gli sforzi del presidente Joseph Aoun per rafforzare l’esercito e negoziare il disarmo del gruppo. Crescono, inoltre, le aperture verso una futura pace con Israele.
di Nathan Greppi
Il 51 per cento dei libanesi è convinto che la presenza di Hezbollah come forza armata sul territorio stia danneggiando la sicurezza del Libano. A rivelarlo, un recente sondaggio di YouGov realizzato per conto del Council for a Secure America.
• I risultati
Il sondaggio è stato condotto in tre ondate per monitorare i cambiamenti in seno all’opinione pubblica libanese. L’ultimo è stato condotto intervistando 260 civili libanesi nel maggio di quest’anno, mentre i precedenti sono stati condotti su 252 intervistati a gennaio e su 253 ad ottobre dell’anno scorso.
Secondo il “Jerusalem Post”, il sondaggio presenta un margine di errore di cinque punti percentuali, con un livello di attendibilità del 95%. Solo l’11% degli intervistati ha dichiarato di ritenere che la presenza armata di Hezbollah abbia migliorato la sicurezza del Libano, e il restante 38% non si è espresso o si è rifiutato di rispondere alla domanda.
Il 58% degli intervistati ha dichiarato di sostenere gli sforzi del presidente libanese Joseph Aoun per rafforzare l’esercito e negoziare il disarmo di Hezbollah, affinché le uniche forze armate presenti in Libano operino sotto l’autorità del governo. Tuttavia, il sostegno è leggermente diminuito rispetto a gennaio, quando la percentuale era del 63%. Solo il 10% ha detto di non appoggiare gli sforzi di Aoun.
• I rapporti con Israele
Per quanto riguarda cosa potrebbe succedere a lungo termine nei rapporti tra Gerusalemme e Beirut, il 41% ha detto che probabilmente ci sarà la pace, anche se solo il 32% ha detto che sosterrà la normalizzazione con Israele dopo una soluzione a lungo termine per la questione palestinese, e il 27% prevede che la pace sarebbe improbabile. Solo il 19% degli intervistati ha detto che non sosterrebbe la normalizzazione con Israele neanche se la questione palestinese fosse risolta.
Tra i cristiani, il 43% si è dichiarato favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele, contro il 28% dei musulmani. Tuttavia, in entrambi i segmenti religiosi sembra essere aumentata la percentuale dei favorevoli alla pace con Israele, almeno se si mettono a confronto i dati di maggio con quelli di gennaio. Nel sondaggio di gennaio, solo il 19% dei musulmani e il 37% dei cristiani appoggiava apertamente la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.
Passando dalle distinzioni sulla base del gruppo religioso a quelle in base alla fascia d’età, sembra che gli adulti e gli anziani vedano un eventuale accordo di pace più favorevolmente rispetto ai giovani. In particolare, il 47% dei libanesi che hanno più di 45 anni sembrano pensare che la normalizzazione dei rapporti possa aiutare la crescita economica e la stabilità del Libano, mentre tra gli intervistati più giovani la percentuale di chi la pensa così scende al 29%.
Nonostante una parte significativa della popolazione libanese sia favorevole ad un eventuale accordo di pace, rimangono in molti quelli convinti che il Libano debba mantenere le leggi che criminalizzano i rapporti con Israele. Il 32% degli intervistati ha detto che tali leggi dovrebbero essere mantenute, il 28% che andrebbero abrogate e il restante 40% non ha voluto rispondere.
(InOltre, 20 luglio 2026)
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L’Iran non attacca né Israele né gli Emirati Arabi Uniti. Come mai?
È quantomeno insolito che l’Iran non attacchi i più importanti alleati regionali degli Stati Uniti
di Sarah G. Frankl
In un momento in cui l’escalation militare tra Stati Uniti e Iran sembra screscere giorno dopo giorno, è impossibile non notare come Teheran attacchi molti stati arabi del Golfo e persino la Giordania, ma eviti accuratamente di attaccare Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Cerchiamo di capire perché.
1. La forte deterrenza militare di Israele
L’Iran evita un attacco diretto contro Israele per il timore di una risposta militare devastante. Il governo israeliano ha chiarito che qualsiasi attacco sul proprio suolo provocherebbe raid immediati e sproporzionati contro gli asset strategici di Teheran. Invece di cercare uno scontro frontale ed esistenziale, i vertici iraniani preferiscono una strategia di guerra di logoramento asimmetrica, mirata a logorare le difese aeree, le alleanze e la tenuta politica degli avversari nel lungo periodo.
2. La dipendenza economica dagli Emirati Arabi Uniti
Gli EAU rappresentano storicamente il secondo partner commerciale dell’Iran dopo la Cina, con un interscambio miliardario fondamentale per l’economia di Teheran, piegata dalle sanzioni. Dopo i duri scontri dei mesi scorsi che avevano colpito gli hub finanziari emiratini, a fine giugno 2026 i due Paesi hanno siglato una tregua pragmatica per riprendere i voli diretti e i flussi commerciali. Attaccare gli Emirati ora significherebbe per l’Iran distruggere la propria principale “finestra economica” sul mondo.
3. La neutralità e il contenimento diplomatico del Golfo
Durante il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC)—inclusi gli EAU e l’Arabia Saudita—hanno mantenuto una rigida neutralità operativa. Hanno vietato agli Stati Uniti e a Israele l’uso del proprio spazio aereo e del proprio territorio per lanciare attacchi offensivi contro l’Iran. Di conseguenza, l’Iran non ha alcun interesse politico a colpire direttamente Abu Dhabi, poiché spingerebbe gli Emirati a un’alleanza militare ancora più profonda e aperta con israeliani e americani. (Spoiler: l’alleanza già c’è, specie tra EAU e Israele).
4. Il focus sulle basi statunitensi e sullo Stretto di Hormuz
La priorità militare di Teheran in questo momento è forzare gli Stati Uniti alla de-escalation o a un nuovo accordo di cessate il fuoco. Per farlo, l’Iran colpisce esclusivamente le installazioni militari americane ospitate nei paesi arabi (come la base di Ali Al Salem in Kuwait), sostenendo che i propri obiettivi non siano gli Stati sovrani del Golfo ma le forze statunitensi lì dislocate. Al contempo, concentra i propri sforzi nel bloccare e tassare le rotte commerciali nello Stretto di Hormuz per mettere sotto pressione la comunità internazionale.
(Rights Reporter, 20 luglio 2026)
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1. Israele e Somaliland, la nuova alleanza nel Corno d’Africa
Prima puntata di due. Dopo 35 anni di isolamento, il Somaliland ha ottenuto il riconoscimento di Israele, diventando un nuovo avamposto strategico nel Corno d’Africa. La cooperazione tra Tel Aviv e Hargeisa coinvolge intelligence, addestramento militare e infrastrutture affacciate sul Mar Rosso.
di Luca Longo
Per 35 anni è rimasto una curiosità geopolitica nota esclusivamente agli specialisti del Corno d’Africa. Uno Stato islamico sunnita che possiede un proprio governo, un parlamento eletto, una banca centrale, una moneta nazionale, un esercito, una polizia, un sistema giudiziario e passaporti propri, ma che, come un fantasma, continua a non comparire sulle carte diplomatiche del mondo perché, fino alla fine del 2025, nessuno Stato e nessun grande organismo internazionale ne ha riconosciuto formalmente l’indipendenza e tantomeno i confini.
Il Somaliland occupa circa 137 mila chilometri quadrati (equivalenti al territorio dell’Italia settentrionale), ma ospita poco più di sei milioni di abitanti (due volte la provincia di Milano). Ed oggi è improvvisamente diventato uno dei luoghi più delicati dell’intero scenario internazionale.
Le indiscrezioni sulla crescente presenza israeliana nell’area, le immagini satellitari che mostrano l’espansione delle infrastrutture militari di Berbera, gli accordi economici annunciati nelle ultime settimane e le minacce sempre più esplicite degli Houthi trasformano il Somaliland da periferia dimenticata dell’Africa a un possibile baricentro del nuovo confronto tra Israele e Iran.
La ragione è semplice. Chi controlla questa sottile fascia costiera affacciata sul Golfo di Aden osserva, da 300-400 m di altezza, uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale: lo stretto di Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso, di cui abbiamo più volte parlato proprio qui. Da questo corridoio marittimo transitano ogni anno migliaia di navi dirette verso l’Asia o verso il Canale di Suez. Petrolio, gas naturale liquefatto, container, cereali, fertilizzanti, automobili e componenti industriali lo percorrono quotidianamente nei due sensi. Le tensioni degli ultimi mesi hanno già dimostrato quanto bastino pochi missili lanciati dagli Houthi per alterare il traffico navale mondiale e costringere numerose compagnie ad allungare la navigazione, percorrendo 6.500 km in più, passando dal Capo di Buona Speranza e Gibilterra ed arrivando a destinazione circa due settimane dopo.
In questo quadro, la cooperazione tra Israele e Somaliland assume un significato che va ben oltre una semplice collaborazione militare: è il tassello di una competizione strategica destinata a coinvolgere l’intero Corno d’Africa, gli Emirati Arabi Uniti, l’Etiopia, l’Iran, gli Stati Uniti e, indirettamente, anche la Cina.
• Lo Stato che esiste ma che il mondo continua a ignorare
Per comprendere l’importanza di ciò che sta accadendo, occorre, anche stavolta, riavvolgere il nastro della Storia.
Il Somaliland moderno compare nella seconda metà dell’Ottocento, quando il Regno Unito istituisce il Protettorato britannico del Somaliland lungo la costa settentrionale della Somalia. Londra considera quell’area una colonia destinata allo sfruttamento economico, ma, soprattutto, un punto d’appoggio logistico per rifornire la base navale di Aden, sull’altra sponda del Golfo di Aden, che in quegli anni rappresenta uno dei cardini dell’Impero britannico.
Per oltre settant’anni, il territorio rimane amministrato separatamente dalla Somalia italiana (colonizzata nel 1889), creando istituzioni, apparati amministrativi e rapporti politici differenti rispetto al resto del Paese.
Il 26 giugno 1960 il Somaliland britannico ottiene l’indipendenza e nasce ufficialmente lo Stato del Somaliland, riconosciuto da decine di Paesi, tra cui il Regno Unito. Però, solo cinque giorni dopo, il 1° luglio, questo sceglie di unirsi volontariamente all’ex Somalia italiana, appena dichiarata indipendente, per realizzare il progetto della “Grande Somalia”. Questa dovrebbe riunire sotto un’unica bandiera tutti i territori abitati prevalentemente da popolazioni somale.
Ma l’entusiasmo dura poco.
Le istituzioni del nuovo Stato si concentrano rapidamente a Mogadiscio, mentre il Nord denuncia una crescente marginalizzazione politica ed economica. Le tensioni aumentano ulteriormente dopo il colpo di Stato del generale Mohamed Siad Barre nel 1969.
Durante gli anni Settanta e Ottanta, il regime accentra progressivamente il potere, reprime ogni forma di opposizione e riduce ulteriormente il peso politico delle regioni settentrionali. Nasce così il Somali National Movement, formato prevalentemente da appartenenti al clan Isaaq, maggioritario nel Somaliland.
La guerra civile assume dimensioni drammatiche alla fine degli anni Ottanta. Tra il 1988 e il 1989 l’esercito di Siad Barre bombarda ripetutamente Hargeisa e Burao, utilizzando anche l’aviazione. Hargeisa viene rasa al suolo e quasi completamente distrutta. Numerose organizzazioni internazionali descrivono quelle operazioni come una delle campagne più violente dell’Africa contemporanea. Decine di migliaia di civili, non ne conosceremo mai il numero preciso, perdono la vita, mentre centinaia di migliaia di persone si rifugiano nella vicina Etiopia.
Quando il regime di Siad Barre crolla definitivamente nel gennaio 1991, la Somalia precipita nel caos delle guerre tra signori della guerra, le cui tribù territoriali si alleano, si tradiscono e si massacrano continuamente fra di loro. Intanto, nel Nord accade qualcosa di completamente diverso.
Il 18 maggio 1991 i rappresentanti dei principali clan settentrionali, riuniti a Burao, proclamano la ricostituzione della Repubblica del Somaliland, rivendicando la sovranità dell’ex protettorato britannico entro i confini precedenti all’unione del 1960.
Da quel momento le strade della Somalia e del Somaliland si separano radicalmente.
Mentre Mogadiscio attraversa oltre trent’anni di guerre civili, terrorismo jihadista, missioni internazionali e frammentazione istituzionale, Hargeisa intraprende un lungo e complesso processo di costruzione statale.
La pace non viene imposta da eserciti stranieri, ma nasce attraverso una lunga serie di conferenze tra gli anziani dei clan, i leader politici e le autorità religiose sunnite, che riescono gradualmente a integrare le tradizionali istituzioni tribali nella nuova architettura dello Stato. È un processo lento, spesso sottovalutato dagli osservatori occidentali, ma decisivo per garantire una stabilità che gran parte della Somalia continua ancora oggi a inseguire.
Nel corso degli anni Novanta vengono create una Costituzione, un Parlamento bicamerale, una magistratura autonoma, una banca centrale, una valuta nazionale, lo scellino del Somaliland, e forze armate proprie.
Sul piano politico il Somaliland organizza numerose consultazioni elettorali considerate generalmente libere e competitive dagli osservatori internazionali. Pur con limiti evidenti e difficoltà economiche significative, il territorio sviluppa istituzioni relativamente stabili, molto differenti dal contesto della vicina Somalia.
Eppure, dopo oltre trentacinque anni, continua a non ottenere il riconoscimento internazionale.
Il principio dell’inviolabilità delle frontiere coloniali, adottato dall’Unione Africana, e il timore che il riconoscimento possa incoraggiare altri movimenti secessionisti nel continente inducono la quasi totalità degli Stati a mantenere formalmente l’unità della Somalia.
Paradossalmente, il Somaliland possiede molti degli elementi tipici di uno Stato sovrano, ma continua a essere escluso dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalle organizzazioni multilaterali.
Questa condizione ha limitato per anni gli investimenti internazionali e l’accesso ai grandi programmi di finanziamento, ma non ha impedito al governo di Hargeisa di sviluppare relazioni economiche e di sicurezza sempre più strette con alcuni partner regionali.
Ed è proprio in questo spazio diplomatico, fatto di rapporti informali ma sempre più concreti, che negli ultimi anni si inserisce Israele.
• Da relazioni riservate ad alleanza strategica: come Israele è entrato nel Somaliland
Per molti anni i rapporti tra Israele e Somaliland sono rimasti confinati alla diplomazia discreta. Hargeisa, priva di riconoscimento internazionale, aveva bisogno di partner capaci di attrarre investimenti, tecnologia e sostegno politico. Israele, al contrario, osservava con crescente interesse una regione destinata ad assumere un’importanza sempre maggiore per la sicurezza delle proprie rotte marittime e per il confronto con l’Iran.
Il 7 ottobre 2023 Hamas invade Israele, massacra 1.200 persone e rapisce 251 ostaggi. La guerra, la successiva escalation nel Mar Rosso e gli attacchi degli Houthi contro il traffico navale modificano profondamente il quadro strategico. Il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb è diventato una priorità non solo economica, ma militare. È in questo contesto (di cui abbiamo scritto più volte proprio qui) che la cooperazione tra Tel Aviv e Hargeisa compie un deciso salto di qualità.
Il Middle East Eye è la prima testata a rivelare che Israele avrebbe dispiegato, nei primi mesi del 2026, almeno cinquanta militari nel Somaliland nell’ambito di accordi bilaterali di sicurezza. La notizia non è stata confermata ufficialmente dal governo israeliano, ma ha rapidamente attirato l’attenzione degli osservatori internazionali.
L’elemento più curioso riguarda la composizione del contingente. Secondo fonti locali citate dalla stampa somala, gran parte dei soldati sarebbe costituita da cittadini israeliani di origine etiope. L’obiettivo sarebbe rendere meno riconoscibile la loro presenza in un contesto dove le caratteristiche somatiche permetterebbero una più agevole integrazione con la popolazione locale.
L’ipotesi non appare affatto improbabile.
Oggi in Israele vivono circa 160.000 cittadini appartenenti alla comunità dei Beta Israel, gli ebrei etiopi originari soprattutto delle regioni di Amhara e Tigray. La loro presenza è il risultato di una delle più straordinarie operazioni umanitarie e logistiche della storia contemporanea.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, all’apice dei sanguinosi conflitti tribali somali, Israele organizza infatti una serie di missioni segrete per trasferire migliaia di ebrei etiopi verso lo Stato ebraico. L’Operazione Mosè del 1984 evacua circa ottomila persone attraverso il Sudan. L’Operazione Giosuè completa, poche settimane dopo, il ponte aereo. Ma è soprattutto l’Operazione Salomone del maggio 1991 a entrare nella storia: in appena trentasei ore l’aeronautica israeliana trasporta oltre quattordicimila ebrei etiopi con decine di voli, stabilendo allora uno dei più grandi ponti aerei umanitari mai realizzati.
Oggi quella comunità rappresenta una componente stabile della società israeliana ed è presente anche nelle Forze di Difesa Israeliane. Per questo motivo, qualora Tel Aviv avesse realmente deciso di impiegare personale di origine etiope nelle proprie attività nel Corno d’Africa, disporrebbe già delle competenze linguistiche e culturali necessarie.
L’indiscrezione ha però avuto conseguenze al di fuori del Somaliland: anche in Somalia vivono numerosi rifugiati etiopi, spesso vittime di discriminazioni e rimpatri forzati. L’ipotesi che Israele possa utilizzare militari di origine etiope ha alimentato sospetti e tensioni nei confronti di queste comunità, considerate da alcuni ambienti locali come possibili canali di infiltrazione.
Al di là delle indiscrezioni, i segnali di una cooperazione sempre più intensa sono ormai numerosi.
Nel giugno 2026 il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, viene ricevuto ufficialmente a Gerusalemme. Durante l’incontro, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, un imprevedibile falco di estrema destra ma indispensabile alla coalizione guidata da Netanyahu, compie un passo senza precedenti, dichiarando pubblicamente che Israele e Somaliland collaborano da anni attraverso operazioni congiunte rimaste fino ad allora riservate.
L’ammissione ufficiale conferma ciò che numerosi analisti sospettavano da tempo: il rapporto tra i due governi non nasce con l’attuale crisi del Mar Rosso, ma rappresenta l’evoluzione di una cooperazione costruita lentamente negli ultimi anni.
Anche sul piano operativo emergono indicazioni sempre più precise.
Il ministro della Difesa del Somaliland, Mohamed Yusuf Ali, continua a sostenere che Israele non disponga di una base militare permanente sul territorio nazionale. Questa precisazione, tuttavia, non esclude l’utilizzo delle infrastrutture esistenti.
Secondo un’inchiesta della CNN, durante l’Operazione Roaring Lion gli aerei israeliani avrebbero infatti utilizzato una base militare presente nel Somaliland come punto d’appoggio logistico.
L’attenzione degli analisti si concentra immediatamente su Berbera. L’aeroporto della città costiera rappresenta infatti una delle infrastrutture militari più importanti dell’intero Corno d’Africa. Costruito originariamente dall’Unione Sovietica durante la Guerra fredda e successivamente ampliato dagli Stati Uniti, dispone di una pista lunga oltre quattro chilometri, tra le più estese dell’Africa orientale, capace di accogliere praticamente qualsiasi velivolo militare esistente.
Per un Paese come Israele, situato a oltre duemila chilometri di distanza, poter disporre di un punto d’appoggio in questa posizione significa ridurre drasticamente i tempi di intervento sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden.
L’International Institute for Strategic Studies di Londra osserva che i lavori di ammodernamento in corso nelle infrastrutture militari di Berbera sembrano coerenti con un utilizzo sempre più frequente della base da parte dell’aviazione israeliana.
Secondo diversi funzionari somali, europei e del Somaliland, Israele manterrebbe già da tempo una presenza di intelligence presso l’aeroporto e le attività non riguarderebbero esclusivamente la raccolta di informazioni.
Abdurahman Sheikh Azhari, portavoce presidenziale somalo per gli affari di intelligence, sostiene che personale militare e agenti israeliani operano nella base emiratina presente a Berbera fin dall’inizio del 2025, utilizzando l’infrastruttura come centro logistico, deposito di equipaggiamenti e piattaforma di rifornimento per le operazioni nell’area del Mar Rosso.
Anche la cooperazione militare con le forze locali sembrerebbe essersi intensificata.
Secondo diversi quotidiani somali, reparti della polizia e delle unità speciali del Somaliland avrebbero recentemente completato periodi di addestramento in Israele. Lo stesso percorso riguarderebbe anche ufficiali dei servizi d’intelligence di Hargeisa, formati direttamente dalle rispettive controparti israeliane.
Queste informazioni descriverebbero un livello di cooperazione molto più avanzato rispetto a un semplice accordo politico. Non si tratterebbe più soltanto di condividere informazioni, ma di costruire progressivamente un sistema integrato di sicurezza destinato a controllare uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.
Tutto questo, però, rappresenta soltanto una parte della partita.
Per comprendere perché Berbera stia assumendo un ruolo tanto centrale bisogna osservare ciò che sta accadendo intorno alla sua pista d’atterraggio e al suo porto commerciale, dove convergono gli interessi degli Emirati Arabi Uniti, degli Stati Uniti e, sempre più chiaramente, di Israele.
Continua
(InOltre, 19 luglio 2026)
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Trump vuole che Israele si ritiri dal Libano e dalla Siria. Gli israeliani l’hanno già sentito dire in passato
Washington esorta nuovamente Gerusalemme a barattare posizioni di sicurezza conquistate a fatica con la promessa che qualcun altro terrà a bada i proxy dell’Iran.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Secondo quanto riportato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta esercitando pressioni sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché avvii il ritiro delle forze armate israeliane dal Libano meridionale e dalla Siria meridionale.
La linea di ragionamento di Washington è ben nota: Israele dovrebbe ritirare le proprie truppe, le tensioni si placherebbero, i governi locali si assumerebbero le proprie responsabilità e gli Stati Uniti supervisionerebbero il processo.
Gli israeliani l’hanno già sentito dire in passato.
Secondo quanto riportato, Trump avrebbe detto a Netanyahu che la persistente presenza militare di Israele in alcune zone della Siria e del Libano potrebbe favorire l’instabilità. «Lì non vi vogliono», avrebbe detto il presidente al capo del governo israeliano, secondo un funzionario statunitense citato da Axios.
Questo può anche essere vero. Hezbollah di certo non vuole Israele lì. L’Iran non vuole Israele lì. I gruppi jihadisti nel sud della Siria non vogliono Israele lì. La domanda è però: perché le loro preferenze dovrebbero determinare la politica di sicurezza di Israele?
La risposta di Netanyahu è stata altrettanto familiare: Israele ha bisogno di zone di sicurezza lungo i propri confini.
Questa è la lezione, conquistata a fatica, del 7 ottobre.
Per anni è stato detto a Israele che recinzioni, accordi, osservatori internazionali, accordi di cessate il fuoco e garanzie straniere sarebbero stati sufficienti. Poi Hamas ha varcato il confine e ha dimostrato quanto valgano queste garanzie quando il nemico è determinato, armato e paziente.
La stessa logica vale ora nel nord.
Il quadro negoziato dagli Stati Uniti con il Libano dovrebbe iniziare con le cosiddette zone pilota, in cui le forze armate israeliane si ritirano e l’esercito libanese assume il controllo. In teoria, l’esercito libanese dovrebbe poi eliminare le armi e le infrastrutture di Hezbollah.
Ma Hezbollah ha già dichiarato che non intende disarmarsi.
Questo dovrebbe porre fine al dibattito – o almeno costringere tutte le parti coinvolte ad ammettere ciò che in realtà viene richiesto a Israele. Gerusalemme dovrebbe ritirarsi prima che la minaccia sia stata eliminata, affidandosi a istituzioni che non hanno mai dimostrato né la volontà né la capacità di opporsi a Hezbollah.
I cristiani in Libano lo capiscono meglio di molti diplomatici occidentali. Sanno che l’ostacolo alla pace non è la presenza di Israele al confine. È lo «Stato nello Stato» armato dall’Iran che da decenni tiene in ostaggio il Libano.
Lo stesso vale per la Siria. Washington potrà anche sperare che la nuova leadership siriana riesca a stabilizzare il sud e a tenere lontane le forze ostili dal confine israeliano. Ma la speranza non è una dottrina di sicurezza.
Israele non è obbligato ad affidare la difesa delle comunità della Galilea a regimi non collaudati, eserciti fragili o formule diplomatiche elaborate lontano dal confine.
Tutto ciò non significa che Israele voglia occupare in modo permanente il territorio libanese o siriano. La grande maggioranza degli israeliani non ha alcun interesse in questo. Ma un ritiro non è un risultato morale se si limita a ricreare le condizioni per il prossimo massacro.
La vera pietra di paragone è semplice: chi controlla il territorio il giorno dopo che Israele lo avrà lasciato?
Se la risposta è: l’esercito libanese senza Hezbollah, allora la questione è un’altra. Se la risposta è: Hezbollah, che si nasconde dietro l’esercito libanese, allora è un’altra ancora. E se nessuno è in grado di dare una risposta chiara, sarebbe avventato da parte di Israele ritirarsi.
Trump ha ragione su un punto: la questione principale è l’Iran.
Proprio per questo Israele non può trattare il Libano e la Siria come teatri secondari. Hezbollah è l’Iran. Le milizie in Siria potrebbero non avere più un legame diretto con l’Iran, ma sono animate da un’ideologia simile. Missili, tunnel, droni e provocazioni al confine fanno tutti parte della stessa macchina islamista regionale.
Israele può rispettare la diplomazia americana. Può persino dare al governo libanese l’opportunità di dimostrare di fare sul serio. Ma non può ripetere il vecchio errore di confondere il movimento con il progresso.
Un ritiro che lasci intatti i proxy dell’Iran e altre forze apertamente ostili non è pace. È la preparazione alla prossima guerra.
(Israel Heute, 19 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Una sinagoga volante sopra Venezia celebra la memoria ebraica e l’identità ritrovata
L’opera dell’artista ucraina Anna Kamyshan domina la laguna con una struttura alta dodici metri ispirata alle sinagoghe distrutte dell’Europa orientale
di Alessandro Carmi
Una sinagoga sospesa nel cielo della laguna veneziana è diventata una delle installazioni più suggestive dell’estate culturale europea. Alta dodici metri e sostenuta dall’elio, l’opera intitolata Nabatele fluttua nei pressi dell’Arsenale, uno dei luoghi simbolo della Biennale di Venezia, trasformando la memoria dell’esilio e della distruzione delle comunità ebraiche in un’immagine potente, visibile da grande distanza.
L’autrice è Anna Kamyshanee, artista e architetta ucraina residente a Londra, che ha scelto di ispirarsi alle antiche sinagoghe in legno degli shtetl, i piccoli centri ebraici dell’Europa orientale cancellati dalla Shoah e, in molti casi, già duramente colpiti da pogrom e persecuzioni nei secoli precedenti. La struttura, volutamente priva di fondamenta, vuole evocare una storia di continui spostamenti, espulsioni e migrazioni che ha accompagnato il popolo ebraico lungo gran parte della sua esistenza.
La scelta di Venezia aggiunge un ulteriore livello di significato. Cinque secoli fa proprio qui nacque il primo ghetto della storia moderna, istituito dalla Repubblica di Venezia nel 1516. Le sinagoghe del quartiere ebraico, per disposizione delle autorità, dovevano rimanere invisibili dall’esterno e venivano ricavate negli ultimi piani di edifici comuni, senza alcun elemento architettonico che ne rivelasse la funzione. Oggi, al contrario, quella stessa presenza ebraica si manifesta apertamente, librandosi sopra la città come un simbolo che nessuno può ignorare. Per Kamyshan il carattere “nomade” dell’opera è parte integrante del messaggio. La sinagoga non poggia su alcun terreno perché, spiega l’artista, riflette una condizione storica di continuo movimento. Una metafora dell’identità ebraica, costretta per secoli a ricostruirsi in luoghi sempre diversi, mantenendo vive le proprie tradizioni anche in assenza di una stabilità geografica.
Il progetto nasce anche da una vicenda profondamente personale. L’artista ha scoperto soltanto all’età di undici anni le proprie origini ebraiche. Suo nonno, sopravvissuto al massacro di Drobitsky Yar, nei pressi di Kharkiv, aveva nascosto la propria identità cambiando cognome e scegliendo il silenzio come forma di sopravvivenza. Soltanto molti anni dopo, grazie a un viaggio del figlio in Israele, trovò la forza di raccontare ciò che aveva vissuto.
Nabatele diventa così anche il racconto di una memoria recuperata. La sinagoga sospesa richiama le comunità distrutte dalla Shoah, insieme alle identità rimaste a lungo celate per paura delle persecuzioni. Il titolo dell’opera deriva da un termine yiddish che richiama un invito all’azione e riprende un precedente progetto dell’artista, nel quale una sinagoga volante attraversava virtualmente città come Londra, Varsavia, Berlino, Gerusalemme, Odessa e New York.
L’installazione resterà visibile fino alla metà di settembre e richiede una sorveglianza continua, sia per garantire la stabilità della struttura sia per proteggerla da possibili atti vandalici. Diverse istituzioni ebraiche internazionali hanno già manifestato interesse a ospitarla una volta conclusa l’esposizione veneziana.
In un tempo in cui l’antisemitismo torna a manifestarsi con crescente frequenza anche in Europa, la sinagoga che vola sopra Venezia assume un valore che va oltre la dimensione artistica. È un omaggio alle comunità scomparse, un recupero della memoria familiare dell’autrice e, insieme, una dichiarazione di presenza. Dopo secoli trascorsi spesso nell’invisibilità, quella sagoma sospesa sulla laguna ricorda che la storia ebraica continua a occupare il proprio posto nello spazio pubblico europeo.
(Setteottobre, 19 luglio 2026)
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Mamdani, Netanyahu e lo zelo selettivo della “legalità” progressista
La promessa di Mamdani di arrestare Netanyahu è giuridicamente irrealizzabile, ma appartiene a un repertorio politico più ampio: boicottaggi, esclusioni e sanzioni simboliche rivolti esclusivamente contro Israele. Un attivismo selettivo nel quale tutto fa brodo per farne un vessillo identitario.
di Filippo Piperno
C’è una frase, nell’ultima dichiarazione di Zohran Mamdani sul possibile arresto di Benjamin Netanyahu a New York, che merita di essere letta con attenzione: «Faremo tutto ciò che la legge mi consente di fare a New York, ma non scriveremo leggi a questo fine». È una frase costruita con cura. Non promette nulla di verificabile, non fissa alcun impegno concreto e soprattutto non potrà mai essere smentita dai fatti.
Se a settembre Netanyahu arriverà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e nessuno lo arresterà – perché nessuno lo arresterà – il sindaco di New York potrà dire di aver fatto tutto ciò che la legge gli consentiva. Che, come sanno tutti gli attori coinvolti, è niente.
Vale la pena ricostruire il quadro, perché la vicenda non è ambigua. Gli Stati Uniti non aderiscono allo Statuto di Roma e non riconoscono alla Corte penale internazionale una giurisdizione vincolante sul proprio territorio. La città di New York non dispone di alcuna autorità per eseguire autonomamente i mandati emessi dalla CPI contro Netanyahu nel novembre 2024, come ha ricordato – con una franchezza che dalle parti del Partito Democratico non è scontata – il deputato Jerry Nadler, secondo cui la proposta è «semplicemente irrealistica».
A questo si aggiungono le immunità riconosciute ai capi di governo in carica e gli obblighi internazionali degli Stati Uniti quale Paese ospitante della sede delle Nazioni Unite. Netanyahu stesso ha già annunciato che verrà comunque a New York: nemmeno il destinatario della minaccia la considera tale.
Mamdani sa tutto questo. Lo sapeva nel dicembre 2024, quando in un’intervista con Mehdi Hasan promise per la prima volta che «da sindaco, New York arresterebbe Benjamin Netanyahu». Lo sapeva in campagna elettorale, quando ribadì l’impegno definendo New York «una città del diritto internazionale». E lo sa oggi, quando dichiara di essere in «dialogo costante» con l’Ufficio Legale della città.
La domanda, dunque, non è se la promessa sia credibile. Non lo è, e la sua irrealizzabilità non è un’opinione: è un dato tecnico condiviso da giuristi, alleati e avversari. La domanda è perché un sindaco continui a ripetere una promessa che sa di non poter mantenere.
La risposta sta nella natura della dichiarazione, che non è un annuncio operativo ma un atto di posizionamento identitario. La promessa di arrestare Netanyahu non è rivolta a Netanyahu: è rivolta alla base politica che ha portato Mamdani in municipio e per la quale quella promessa ha funzionato da collante durante la campagna.
In questo senso il «dialogo costante con l’Ufficio Legale» è la parte più interessante della messinscena: serve a conferire una patina procedurale a una posizione politica, a far sembrare tecnicamente aperta una questione che è giuridicamente chiusa da tempo. È la giuridicizzazione retorica di un gesto simbolico. Il diritto internazionale non viene invocato come vincolo – un vincolo obbligherebbe a dire la verità, cioè che l’arresto è impossibile – ma come vessillo.
E come ogni vessillo, viene agitato selettivamente. Mamdani ha avuto cura di menzionare, accanto a Netanyahu, anche Vladimir Putin: rispettare i mandati della Corte, ha detto, «che siano a carico di Benjamin Netanyahu o di Vladimir Putin». È una foglia di fico di coerenza.
Putin non metterà piede a New York e la sua menzione non costa nulla; serve soltanto a presentare come principio universale una promessa politica costruita e ripetuta intorno a Netanyahu. È un meccanismo che chi segue il discorso pubblico sul Medio Oriente conosce bene: il richiamo rituale agli altri regimi assolve una funzione ornamentale, mentre l’iniziativa politica, la mobilitazione e la richiesta di sanzioni si concentrano su Israele.
Il punto, però, non è soltanto l’incoerenza. È lo zelo. Una parte consistente del progressismo occidentale manifesta nei confronti di Israele una disponibilità all’azione ostile che raramente riserva ad altri Stati, anche quando le loro responsabilità sono più gravi e meno controverse.
Boicottaggi culturali e accademici, richieste di esclusione dalle competizioni internazionali, campagne contro artisti e sportivi, mozioni approvate da amministrazioni prive di qualsiasi competenza in politica estera, embarghi simbolici e arresti immaginari: intorno a Israele si è formato un intero repertorio di sanzioni reali o simulate. Non importa che producano effetti concreti. La loro funzione è mostrare che, contro quel Paese, si è disposti a fare qualcosa, o almeno a fingere di farla.
C’è però un elemento che rende la vicenda più scivolosa per Mamdani di quanto la sua costruzione retorica lasci intendere. Le promesse identitarie hanno un difetto strutturale: prima o poi qualcuno chiede che vengano mantenute.
Una parte degli attivisti che compongono la sua base attende con impazienza settembre, e c’è chi chiede che il sindaco guidi le proteste o arrivi a negare la scorta della polizia municipale ai convogli israeliani. Altri esponenti della sua stessa coalizione hanno fatto sapere che l’arresto di Netanyahu non è affatto una loro priorità.
La promessa nata come collante rischia così di trasformarsi nel suo contrario: un test di credibilità interno, il momento in cui la distanza tra la retorica e l’amministrazione diventa visibile a chi quella retorica l’aveva presa sul serio.
La storia di New York offre un precedente istruttivo, per contrasto. Nell’ottobre del 1995 Rudy Giuliani fece allontanare Yasser Arafat da un concerto al Lincoln Center, durante le celebrazioni per i cinquant’anni delle Nazioni Unite. Fu un gesto discutibile, unilaterale, criticato anche dall’amministrazione Clinton. Ma era un gesto reale, compiuto attraverso i poteri organizzativi che il sindaco poteva concretamente esercitare su un evento cittadino e del quale Giuliani si assunse per intero il costo politico.
Mamdani percorre la strada opposta: annuncia un atto giuridico impossibile presentandolo come dovere di legalità, incassa il beneficio simbolico e rinvia il conto a un futuro in cui la colpa dell’inadempienza sarà della legge, non sua. Il gesto simbolico di ieri esibiva il potere del sindaco; quello di oggi ne esibisce l’impotenza, travestita da scrupolo giuridico.
Resta la questione di fondo, che riguarda meno Mamdani e più la cultura politica di cui è espressione. Il problema non è soltanto che il diritto venga ridotto a uno strumento di appartenenza politica. È che questa legalità dimostrativa si attiva con particolare zelo quando il bersaglio è Israele.
In quel caso, istituzioni, amministrazioni, università e organizzazioni culturali scoprono competenze che non possiedono, obblighi che non possono applicare e sanzioni che non avrebbero mai immaginato di invocare contro altri Paesi. Quando «rispettare il diritto internazionale» diventa una formula che si pronuncia sapendo che non produrrà alcun effetto giuridico, il danno non lo subisce Netanyahu, che arriverà, parlerà all’Assemblea generale e ripartirà. Lo subisce il diritto.
Perché un ordinamento invocato a fini scenici, selettivamente, contro un solo bersaglio smette di essere percepito come regola comune e comincia a essere percepito come arma di parte. E un’arma di parte, per definizione, non vincola nessuno: nemmeno chi la impugna.
Il primo cittadino di una metropoli che ospita la più grande comunità ebraica fuori da Israele e la sede stessa delle Nazioni Unite avrebbe a disposizione un linguaggio diverso: quello dell’amministrazione, della sicurezza di tutti i suoi cittadini, della distinzione – elementare, eppure sempre più rara – tra un governo straniero e le persone che a quel governo vengono associate.
Ha scelto invece il linguaggio del tribunale immaginario. È una scelta che dice molto su cosa sia diventata una certa politica progressista: un luogo in cui la legalità si proclama quando non impegna e lo zelo si accende quando il bersaglio è Israele. L’arresto è immaginario. Lo zelo è reale.
(InOltre, 19 luglio 2026)
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Documento di Sinwar svela i piani per un’invasione con una forza terroristica di “10.000 uomini”
I documenti sequestrati dall’IDF durante le operazioni di terra nella Striscia di Gaza continuano a far luce sulla strategia del principale ideatore del massacro del 7 ottobre 2023 ed ex leader di Hamas, Yahya Sinwar.
Il 13 luglio, il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ha pubblicato nuovi documenti acquisiti dalle forze israeliane che descrivono i piani di Sinwar per le squadre terroristiche di Hamas: conquistare 25 snodi strategici e oltre 220 villaggi, città e strutture militari israeliane utilizzando una forza di circa 10.000 operativi.
Il documento ordinava ai terroristi di “espellere i coloni”, in particolare donne e bambini, rapire uomini tra i 17 e i 50 anni e includeva la valutazione di Sinwar secondo cui Israele avrebbe potuto rispondere utilizzando “una bomba nucleare” contro Gaza.
I documenti si aggiungono ad altro materiale di Hamas pubblicato dal centro nel marzo 2025, dal quale emergeva che il gruppo considerava l’attacco del 7 ottobre come la fase iniziale di una guerra multidimensionale volta allo smantellamento dello Stato di Israele.
• Documentare le atrocità
Il dottor Hayim Iserovich, vicedirettore e responsabile della ricerca presso il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center e coautore dell’ultimo rapporto, ha dichiarato a JNS:
“L’aspetto interessante è che in un altro documento sequestrato, scritto da Sinwar lo stesso giorno e pubblicato da noi nell’ottobre 2025, si parla esplicitamente della documentazione delle atrocità contro civili e soldati all’interno di Israele”.
La registrazione video dei massacri aveva lo scopo “sia di diffondere terrore tra gli israeliani con l’obiettivo di amplificare l’impatto dell’attacco, sia di risvegliare gli altri fronti”, ha affermato Iserovich.
“Non sappiamo quale dei documenti sia stato scritto per primo, né sappiamo se Sinwar abbia condiviso le direttive formulate con altri dirigenti di Hamas o se abbia semplicemente raccolto le proprie idee”, ha aggiunto.
“Tuttavia, la presenza della direttiva di documentare le atrocità nel documento parallelo, anche se non compare nel nuovo testo, indica che l’idea era già presente alla base del piano, almeno nella mente ossessiva dell’architetto del massacro”, ha concluso.
Secondo il rapporto, i documenti sequestrati mostrano una grande attenzione ai dettagli logistici e tattici, dalle vie di infiltrazione attraverso la barriera di confine alle procedure per trasferire gli ostaggi a Gaza.
Il piano prevedeva una lunga campagna di inganno, progettata per far credere ai vertici politici e militari israeliani che la minaccia fosse sotto controllo, mentre Hamas aumentava progressivamente le proprie capacità militari sotterranee.
Una volta ottenuto il completo effetto sorpresa, l’obiettivo era sopraffare le linee difensive dell’IDF prima dell’arrivo dei rinforzi, consentendo ai terroristi della Nukhba di penetrare in profondità nelle comunità civili israeliane, secondo i documenti.
• Strategia propagandistica
“Il tema della battaglia per il controllo dello spazio cognitivo nell’arena palestinese è evidenziato nel documento sequestrato, con l’istruzione di presentare l’attacco come un evento ‘umanitario’ volto ad applicare la narrativa palestinese del ‘diritto al ritorno’, con lo slogan ‘ritornare alle nostre case’”, afferma il rapporto.
Secondo le valutazioni dell’IDF, la prima ondata dell’attacco di Hamas, iniziata alle 6:29 del 7 ottobre, comprendeva 1.175 terroristi. Una seconda ondata aggiunse altri 600 uomini, mentre una terza includeva 1.325 ulteriori terroristi di Hamas e 580 operativi della Jihad Islamica Palestinese e di altri gruppi.
Il rapporto afferma che 27 cellule terroristiche guidarono la prima violazione della barriera di confine, creando 114 punti di sfondamento e utilizzando 59 vie di infiltrazione verso Israele.
“Contrariamente alle istruzioni di espellere donne e bambini e rapire uomini tra i 17 e i 50 anni, i terroristi misero in atto le direttive del primo documento attraverso massacri documentati in tempo reale e il rapimento di 251 soldati e civili, inclusi bambini piccoli, donne e anziani”, conclude il rapporto.
(HaKol, 19 luglio 2026)
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Con fiducia attraverso tempi oscuri
Un incoraggiamento tratto dal discorso escatologico di Gesù.
di Michael Kotsch
Forse anche tu hai avuto l'occasione di recarti in Israele e di visitare i luoghi in cui si svolsero gli eventi biblici. Chi è stato a Gerusalemme conosce certamente la vista spettacolare dal Monte degli Ulivi: da lì si scorgono il Monte del Tempio, la valle del Cedron, il monte Sion e la Città Vecchia di Gerusalemme. Anche se oggi non appare più esattamente come ai tempi di Gesù, il panorama resta impressionante. A dominare la scena spicca oggi la Cupola della Roccia, con la sua cupola dorata, che all'epoca di Gesù non esisteva ancora. Gli studiosi riferiscono che l'intero spiazzo del Tempio poteva contenere fino a 500.000 persone. Il Tempio era un luogo di immense folle, con ampi cortili per il culto all'aperto, mentre il Santo e il Santissimo erano riservati ai sacerdoti. Lo sguardo su quel luogo ai tempi di Gesù doveva essere ancora più maestoso di oggi. Nel Vangelo di Luca, capitolo 21, vediamo Gesù nel Tempio, l'orgoglio del popolo ebraico di allora. I discepoli ammiravano le splendide pietre e le magnifiche costruzioni - simbolo di identità nazionale e religiosa. Quel Tempio era il doppio di quello di Salomone. Tanto più grande fu lo shock quando Gesù disse: «Non resterà pietra su pietra che non sia distrutta.» Un annuncio impensabile, paragonabile forse a qualcuno che oggi, davanti al Palazzo federale di Berna, predicesse che presto sarà ridotto in macerie. I teologi critici sostengono che il discorso di Gesù sia stato retrodatato - messo sulle sue labbra solo dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C. Ma tale tesi è storicamente infondata. Luca, autore del Vangelo, scrisse anche gli Atti degli Apostoli, che terminano con la prigionia di Paolo a Roma - intorno al 64 d.C. Paolo morì poco dopo, nella persecuzione sotto Nerone. Ciò significa che, quando Luca scriveva, la distruzione del Tempio non era ancora avvenuta. Le parole di Gesù sono dunque autentiche, e il loro compimento conferma la sua divinità.
• La tentazione di coltivare illusioni
Il quadro che Gesù delinea del futuro non è roseo: parla di catastrofi naturali, guerre, persecuzioni, sconvolgimenti sociali. Eppure noi uomini tendiamo a lasciarci cullare dal progresso, dalla tecnologia o dal benessere materiale. Desideriamo costruire con le nostre mani il "Regno di Dio" sulla terra. Certo, ci sono molti motivi di gratitudine: trasporti confortevoli, progresso medico, istruzione. Ma l'idea che tutto debba andare sempre meglio è un'illusione. La storia e il presente dimostrano il contrario: le società che hanno creduto di poter creare il paradiso con le proprie forze sono fallite. Chi legge la Bibbia resta realista. La prospettiva biblica è chiara: le difficoltà cresceranno. E oggi molti studiosi del futuro, sociologi e politici confermano questa visione: siamo di fronte a sfide sempre più grandi - guerre, crisi economiche, declino dei valori, disastri naturali. Anche la persecuzione dei cristiani non è un tema lontano: in molte regioni del mondo è una dura realtà, e persino in Europa si avverte un crescente clima di ostilità verso la fede. Chi si professa cristiano o fedele alla Bibbia viene deriso, talvolta apertamente attaccato.
• Il messaggio di Gesù: speranza nei tempi oscuri
Eppure Gesù, nel suo discorso, non si ferma al negativo. Al contrario: in Luca 21 pronuncia tre volte parole di incoraggiamento. Prima di tutto dice: «Quando vedrete accadere queste cose, non spaventatevi!» Gesù conosce la nostra paura naturale davanti alle catastrofi, alle persecuzioni o alle crisi personali. Ma il suo messaggio è: non lasciarti paralizzare, non perdere il coraggio! Dobbiamo riconoscere i segni dei tempi, ma senza cadere nel pessimismo. Gesù ha promesso di non abbandonare la sua chiesa; egli è con noi anche nella sofferenza. Soprattutto quando le notizie sono piene di negatività o la vita personale è segnata da pesi e fatiche, la parola di Gesù diventa decisiva: non temere! Non lasciare che paure e preoccupazioni ti imprigionino. Ciò che accade è, in fondo, una conferma della verità della Parola di Dio. Dobbiamo restare realistici, ma guardare avanti con speranza. Un secondo conforto sta nella promessa di Gesù: quando i cristiani saranno accusati o perseguitati, non devono preoccuparsi di ciò che diranno, perché sarà lui stesso, tramite lo Spirito Santo, a donare le parole giuste. Questo ci libera dall'ansia di dover essere sempre pronti a tutto. L'esperienza è utile, certo, ma la sfida è spirituale - e Gesù è al nostro fianco. Questa prospettiva dà coraggio: anche quando i tempi si fanno "stretti", possiamo contare sull'aiuto di Gesù. Quando ci sentiamo deboli, oppressi dalla pressione sociale o dalla nostra fragilità, egli dice: «Confida in me! Ti darò le parole, ti guiderò!» Ciò ci rende capaci di testimoniare di lui con gentilezza, chiarezza e fedeltà biblica. Non siamo soli. E infine, alla conclusione del suo discorso, Gesù pronuncia il più bell’invito: «Quando queste cose cominceranno ad accadere, rialzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!» I cristiani, anche in mezzo all'oscurità, non devono cedere né abbassare lo sguardo, ma vivere con fiducia e speranza. L'obiettivo della nostra attesa non è la tribolazione o l'anticristo, ma il ritorno di Gesù, il Regno di pace e giustizia che egli instaurerà. Chi si prepara all'ultima epoca non deve fissarsi solo sulle difficoltà, ma su ciò che verrà dopo: il glorioso Regno di Cristo. Ogni sofferenza e ogni dolore sono soltanto il preludio a ciò che Dio ha preparato. Verrà il tempo in cui Gesù regnerà, e la pace e la gioia abbonderanno. Per questo possiamo già ora vivere a testa alta, sapendo dove conduce il cammino.
• Realismo, speranza e gioia
Gesù, nel suo discorso escatologico, ci offre una visione realistica del futuro. Non nasconde le difficoltà, ma non si ferma ad esse. In Luca 21 emergono tre messaggi di incoraggiamento:
- Non spaventarti! - Riconosci la realtà, ma non lasciarti scoraggiare.
- Abbi fiducia: Gesù è con te! - Proprio nella prova e nella debolezza egli ti darà le parole e la forza per resistere.
- Rialza il capo! - Non attendere il peggio, ma il ritorno di Gesù, la redenzione e il nuovo Regno che egli porterà.
Questa è la prospettiva di cui i cristiani hanno bisogno. Non costruiamo il Regno di Dio con le nostre forze. Dipendiamo dal nostro Signore celeste, e sulla sua fedeltà possiamo contare. Chi vive così dona speranza agli altri, irradia luce nelle tenebre e onora Dio. Molti, vedendo questa fede serena, si chiederanno: da dove nasce la sua speranza? In chi confida? Per questo vogliamo affrontare l’oggi e il futuro con questa attitudine. Restiamo realistici, ma non perdiamo la gioia, la fiducia e la speranza. «Rialzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!» - questa è la prospettiva che sostiene, e che dona forza a noi e agli altri anche nei tempi più oscuri.
(Chiamata di Mezzanotte, luglio-agosto 2025)
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Da Gaza. Oltre il confine, oltre la propaganda
Dal confine israeliano un viaggio fra le macerie, la propaganda e la memoria di un mondo che il 7 ottobre ha cancellato
di Andrea Morigi
Dalla collina Givat Kobi, a Sderot, sul confine israeliano si vede Gaza. Oltre mille giorni dopo il massacro del 7 ottobre, non è tutta distrutta. A destra una casa in macerie. A sinistra un complesso di palazzine intatte. Nella boscaglia che ha ospitato il Nova Festival, Mazal Tazazo,
Sopravvissuta perché si è finta morta, rivive per i visitatori i momenti di terrore della carneficina di 378 vittime, gli stupri e la cattura di 44 ragazzi. Un boato lontano alle nostre spalle interrompe il flusso delle parole. Dicono che càpita quando abbattono un edificio in sicurezza per non lasciare che crolli all’improvviso sui passanti. Darebbero la colpa a Israele, se avvenisse.
Non c’è più crimine di cui gli ebrei non siano ritenuti responsabili. Yad Vashem è un labirinto che parte dalle accuse che nei secoli hanno preso come obiettivo il popolo eletto. Siccome non te la puoi prendere direttamente con Dio perché è troppo in alto, metti la Stella di David, che lo annuncia, al centro del mirino, un po’ più in basso.
Ai popoli non si dice che Tsahal avverte i residenti delle aree a rischio di evacuare le zone che saranno colpite, che lancia prima un segnale – la bomba toc-toc, che non è una bomba – sul tetto della casa che sta per esplodere e solo dopo qualche minuto la fa saltare in aria. A volte sono asili d’infanzia o abitazioni private, presi in affitto da Hamas che poi scavava in giardino per aprire l’ennesimo ingresso alla rete dei tunnel.
Sottoterra c’è la città della guerra santa, con gli arsenali, i rifugi, i luoghi di prigionia degli ostaggi, i topi e gli scarafaggi. Ecco l’inferno islamico costruito per due decenni grazie agli aiuti umanitari. Il mondo, impietosito dalla propaganda illusionistica dei Fratelli Musulmani e dei pasdaran iraniani, mandava tubature per gli impianti idrici, che poi venivano utilizzate per costruire missili. Se arrivavano scorte di profilattici per il controllo delle nascite, i condom venivano gonfiati con gas incendiario e lanciati sui campi coltivati per distruggere il raccolto sionista. Senza capire che le forniture alimentari arrivavano proprio da lì.
Mentre si parla del “popolo palestinese”, delle sue sofferenze evidenti, si dimentica che i terroristi hanno dei complici e dei sostenitori, all’esterno e all’interno della Striscia. Dopo l’ennesima occupazione dei magazzini del World Food Program dove si conservano i beni destinati ai profughi affamati, perfino l’ONU si è accorta e si lamenta delle ruberie e degli assalti ai convogli che trasportano cibo, medicinali e generi di prima necessità, di cui Hamas impedisce la distribuzione.
Troppo tardi. Ora c’è da purificare la memoria inquinata da decenni di menzogne. Le gallerie del sottosuolo si possono disintegrare o riempire di cemento in mezza mattinata. Ricostruire la verità storica sarà un processo più lungo e faticoso.
Bisogna risalire all’epoca della pacifica convivenza fra i kibbutzim e i vicini palestinesi, all’infanzia delle ragazze di Kfar-Aza come Orit Zadikevitch, che andava in spiaggia a Gaza da sola quando i cellulari non erano ancora stati inventati, gli ebrei vendevano i loro prodotti agricoli al mercato arabo oltre l’attuale frontiera e facevano riparare l’automobile dal meccanico musulmano. Un mondo perduto. Ora la ragazza che faceva il bagno in mare davanti alla Striscia è diventata mamma e si aggira fra le spettrali casette del villaggio in cui sono state sterminate brutalmente 80 persone e altre 19 sono state rapite. Una battaglia durata quattro giorni prima di liberare la zona dai tagliagole. E molto più tempo è stato necessario per ritrovare le teste mozzate, i brandelli di corpi umani dispersi nei campi, e ricelebrare il funerale ogni volta come prescrive il rito ebraico. Chissà quanti anni serviranno per riconquistare la speranza.
(Setteottobre, 18 luglio 2026)
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Netanyahu al lavoro sulle liste del Likud. Candidati moderati, unitari e internazionali
di Antonio Picasso
Anche Israele ha un problema di liste bloccate. O meglio, la grana riguarda unicamente Bibi Netanyahu e il Likud. In vista delle elezioni del prossimo 27 ottobre, il partito del premier ha indetto le primarie. Erano in agenda il 4 agosto. Ma sono slittate al 17. Il comitato centrale non ha ancora trovato un accordo sulla proposta di Netanyahu di riservarsi otto posti nella lista elettorale. Appunto una lista bloccata, con quattro nella prima decina di candidati e altri quattro nella seconda decina. «Per capire la questione bisogna considerare il contesto generale». Sharon Nizza, analista politica e giornalista di base a Tel Aviv, collega la vicenda ai sondaggi che danno al Likud 23 seggi. Channel 14 dice perfino 33 seggi.
In uno scenario generale in cui l'attuale opposizione incasserebbe 62 dei 120 seggi della Knesset. «Statuto e previsioni alla mano, le otto candidature richieste da Netanyahu sono tantissime. Il suo partito però non vuole concedergli un potere così ampio nella composizione della lista».
A dispetto delle apparenze, le ragioni del premier non sono personalistiche. Anzi. «Netanyahu teme che se tutti i candidati fossero scelti dalla base dei 4.500 iscritti, a passare sarebbero le correnti più populiste o divìsìve», L'esempio che fa Nizza è quello di Tali Gottlieb, nota per le posizioni provocatorie e controverse.
«Netanyahu vorrebbe utilizzare quei posti riservati per garantire l'elezione di ministri, parlamentari di fiducia oppure personalità esterne utili a rafforzare l'immagine del partito e dare un messaggio di unità nazionale». Nomi coperti. Ma si ipotizzano un familiare degli ostaggi del 7 ottobre e Yoseph Haddad, attivista arabo-israeliano, cristiano ed ex militare dell'esercito israeliano. «Si dice però che Haddad possa fondare un proprio partito, con poche possibilità di superare lo sbarramento del 3,25%».
Bibi mira a profili dalla forte carica unitaria e nazionale e di peso internazionale. In particolare, per suscitare l'interesse dell'Amministrazione Usa. «Washington gradirebbe un governo israeliano alleggerito delle sue componenti più radicali», aggiunge Nizza. Il punto nevralgico è la normalizzazione dei rapporti con l'Arabia Saudita.
Tuttavia, un accordo con Riad richiederebbe un'apertura di Israele sulla questione palestinese. «Credo però che questa campagna elettorale si concentrerà quasi soltanto sui temi della politica interna». È significativo infatti che l'altro grande competitor di Netanyahu, Gadi Eisenkot, intervistato da Channel 12, abbia parlato quasi soltanto di interni e del premier uscente. «Ma fa ancora più riflettere che non gli venisse chiesto nulla sulla sua visione strategica e sui principali dossier regionali». Gaza, Libano, Cisgiordania, per restare sulle questioni note.
E dal Likud si passa agli scenari sulla futura coalizione. «Netanyahu dice sempre più spesso di voler formare un governo di ampia alleanza nazionale, in grado di affrontare le riforme interne rinviate da tempo». Il sistema giudiziario è in pole position. Per lui come per il rivale Yair Lapid. «Già nel 2022 si sarebbe potuti arrivare a un compromesso. Ma l'opposizione ha scelto di boicottare il percorso facendo saltare le trattative, a causa dell'aggressività e della divisività con cui il governo uscente ha scelto di presentare la riforma». C'è poi la commissione d'inchiesta sul 7 ottobre. Problema rovente che «richiederebbe il più ampio consenso possibile. Ma neppure su questo si è giunti a un accordo». Nel frattempo, ieri, la Knesset si è sciolta. Il Paese è ufficialmente in campagna elettorale. Mazal tov!
(Il Riformista, 18 luglio 2026)
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Un tribunale militare israeliano condanna un soldato a 5 anni di carcere per aver avuto contatti con i Servizi segreti iraniani
(JNS) Un tribunale militare israeliano ha condannato un soldato in servizio attivo a cinque anni di carcere per aver avuto contatti con un agente straniero e aver trasmesso informazioni che avrebbero potuto avvantaggiare il nemico, ha annunciato l’Idf. Secondo quanto riportato nel comunicato, il soldato si è dichiarato colpevole delle accuse a seguito di un’indagine congiunta condotta dalla Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare delle Forze di Difesa Israeliane, dalla Polizia israeliana e dall’Agenzia di Sicurezza israeliana (Shin Bet).
Nel 2025, il soldato ricevette messaggi su Telegram da diverse persone, alcune delle quali identificate come legate all’Iran, che gli offrivano lavoro retribuito. In seguito, entrò in contatto con un agente iraniano, che gli offrì denaro in cambio dell’esecuzione di “vari incarichi fotografici”, secondo quanto riportato nelle accuse. Secondo l’accusa, il soldato avrebbe inviato all’agente due video che mostravano la difesa aerea israeliana intercettare missili durante l'”Operazione Leone Nascente”. Avrebbe inoltre inviato diversi altri video girati da luoghi civili, tra cui filmati di un attacco missilistico trovati online.
Il tribunale ha affermato che il soldato ha poi interrotto i contatti “a causa della pressione che sentiva” e ha informato la sua unità. È stato arrestato dallo Shin Bet il giorno successivo. I procuratori militari avevano chiesto una condanna a sette anni di carcere, citando la gravità dei reati e la necessità di un effetto deterrente. Durante la lettura della sentenza, la Corte ha affermato di aver tenuto conto della gravità dei reati, dello status del soldato come coscritto delle Forze di Difesa Israeliane e del fatto che i crimini siano stati commessi in tempo di guerra. Ha inoltre rilevato che non ha trasmesso informazioni militari classificate o informazioni ottenute nell’esercizio delle sue funzioni militari, ha interrotto i contatti con l’agente iraniano e ha segnalato il contatto alla sua unità. Oltre alla condanna a cinque anni di reclusione, il tribunale ha inflitto una pena sospesa, una multa di 1.000 shekel (335 dollari) e ha retrocesso il soldato al grado di soldato semplice.
(HaKol, 18 luglio 2026)
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Gli agricoltori thai rimasti in Israele nonostante la guerra
Nell’attacco di Hamas del 7 ottobre 46 migranti thai uccisi. Altri 31 rapiti e tre morti durante il sequestro a Gaza. Nel nord di Israele in cinque uccisi dai razzi di Hezbollah. Eppure la gran parte ha scelto di restare e continua a rappresentare una risorsa essenziale per il comparto agricolo israeliano.
GERUSALEMME - Dall’attacco terrorista di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e nella successiva guerra lanciata dallo Stato ebraico contro il movimento che controlla Gaza, gli agricoltori thai - così come altri migranti asiatici - sono stati definiti il “volto dimenticato” della tragedia. Sono almeno 51 i lavoratori provenienti dalla nazione del Sud-est asiatico rimasti uccisi a causa del conflitto in poco meno di tre anni, altri 31 sono stati sequestrati dai miliziani e la loro sorte è rimasta in sospeso a lungo, anche se non sono mancate vicende concluse positivamente. Fra queste vi è di certo il rapimento dell’ostaggio cristiano Watchara Sriaoun, rilasciato a fine gennaio 2025. A dispetto delle vittime e delle sofferenze collegate alla cattività, i migranti economici della Thailandia - soprattutto quelli che operano nel settore agricolo - hanno deciso di restare e riprendere la loro vita di un tempo, restando fedeli ai campi, alle piantagioni e alle colture.
A ottobre ricorrerà il terzo anniversario dell’attacco di Hamas, molti equilibri sono cambiati e la vita di tanti è stata stravolta, in Israele come a Gaza e pure in Cisgiordania dove si è registrata una escalation di attacchi dei coloni e una progressiva riduzione delle terre palestinesi. Chi non ha voluto cambiare la propria vita è Qwon, che assieme al marito Tay si occupa di una coltivazione di avocado in una piccola cooperativa agricola della Galilea occidentale. La coppia di migranti thai, come racconta in un lungo reportage The Times of Israel, ha scelto di unirsi ai vicini israeliani a maggio per celebrare lo Shavuot, la festa ebraica del raccolto.
Solo una settimana prima, nell’area, quattro civili israeliani erano rimasti feriti, fra i quali uno in modo grave, in un attacco con droni di Hezbollah a soli 13 km di distanza. Commentando il raid, Qwon ha dichiarato di non nutrire alcun tipo di paura “perché ho fiducia nella protezione dei civili israeliani”. Anche dopo l’8 ottobre 2023, quando il gruppo estremista libanese filo-iraniano ha iniziato a lanciare razzi e droni contro il nord di Israele, Qwon e gli altri nove lavoratori thai hanno continuato a prendersi cura dei mille dunam di avocado insieme ai colleghi israeliani.
La violenza si è ridotta da quando, il 19 giugno, è entrato in vigore un fragile cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, mediato dall’amministrazione del presidente Usa Donald Trump, sebbene gli agricoltori e i lavoratori del nord rimangano esposti al pericolo. Nonostante questo, Qwon e Tay sono rimasti e come loro hanno compiuto una scelta analoga altre decine di migliaia di lavoratori thai che oggi risultano essere “indispensabili per l’agricoltura israeliana”, contribuendo a coltivare i campi che forniscono gran parte dei prodotti agricoli al Paese. E sono proprio loro a sopportare, da oltre due anni e mezzo, alcuni fra i costi più pesanti legati al conflitto.
Il 7 ottobre 2023 46 cittadini thai sono stati uccisi nel sud di Israele, quando migliaia di terroristi guidati da Hamas hanno varcato il confine da Gaza, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 251 ostaggi. Di quegli ostaggi, 31 provenivano dalla Thailandia e 28 di essi sono stati infine rilasciati. Tre sono morti durante la prigionia nella Striscia, secondo le stime fornite dalle autorità israeliane. E nel nord di Israele cinque lavoratori agricoli thai sono stati uccisi dal fuoco dei razzi di Hezbollah. Eppure, guardandosi intorno tra la folla di israeliani che festeggiavano la ricorrenza, Qwon era visibilmente di buon umore. “Mi piacciono - ha detto -. Anche se sono una lavoratrice donna, la gente qui non ha mai mostrato alcun pregiudizio nei miei confronti”.
I lavoratori thai costituiscono il gruppo più numeroso di immigrati stranieri attualmente presenti in Israele. Le prime tracce dell’immigrazione risalgono in numero significativo al 1993, quando il governo israeliano offrì loro visti di lavoro temporanei per ridurre la dipendenza di Israele dai lavoratori agricoli palestinesi per motivi di sicurezza, in seguito alla prima intifada, iniziata nel 1987. Secondo la Commissione per i lavoratori stranieri della Knesset, il Parlamento israeliano, ad aprile 2025 nel Paese erano presenti oltre 195mila lavoratori stranieri regolarmente occupati, cui si stima si affianchino altri 33mila lavoratori privi di documenti.
All’inizio della guerra tra Israele e Hamas nel 2023, con decine di loro connazionali tenuti prigionieri a Gaza, migliaia di lavoratori thailandesi sono tornati in patria e Bangkok ha sospeso un accordo bilaterale che consentiva l’ingresso in Israele di un maggior numero di lavoratori, per poi ripristinarlo nell’estate del 2024. Nell’ambito del programma, i migranti thai possono rimanere in Israele con permessi di lavoro validi per un massimo di cinque anni.
“I lavoratori thailandesi sono estremamente importanti per gli agricoltori del nord e di tutto il territorio israeliano” ha affermato di recente un portavoce del dicastero dell’Agricoltura. “Da quando sono iniziate le guerre, il ministero - prosegue il funzionario - è finalmente riuscito a rimuovere gli ostacoli che limitavano il numero di lavoratori. Ora per gli agricoltori è molto più facile assumere lavoratori thailandesi”. Assia Ladizhinskaya, portavoce di Kav LaOved, un’organizzazione di assistenza legale per i lavoratori svantaggiati, ha descritto le condizioni dei lavoratori thai in generale come “piuttosto stabili”.
Ladizhinskaya spiega che, dal momento che la gran parte dei lavoratori arrivano in Israele tramite un’agenzia governativa, le loro condizioni sono “molto migliori rispetto a quelle dei lavoratori reclutati tramite agenzie private in altri Paesi”. Tuttavia, si trovano talvolta ad affrontare condizioni di vita al di sotto degli standard, una retribuzione oraria “che li induce a esitare prima di assentarsi dal lavoro” e la mancanza di rimedi legali nel caso in cui i datori di lavoro non versino i contributi al loro fondo pensione. Va detto che i migranti thai rimangono esposti al rischio di potenziali attacchi con droni e razzi da parte di Hamas a sud e di Hezbollah a nord. Ciononostante, il desiderio di restare e continuare la loro vita e il lavoro sono più forti di potenziali rischi e pericoli.
(AsiaNews, 18 luglio 2026)
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La seconda nazione più ebraica al mondo
La piccola comunità ebraica del Principato di Monaco è in crescita. Sempre più ebrei ed ebree scelgono la lussuosa e sicura città-stato.
di Mark Feldon
Tra le statistiche che bisogna leggere due volte c’è probabilmente la seguente: al di fuori di Israele, Monaco (Principato) ha la percentuale più alta al mondo di abitanti ebrei. Si stima che circa il cinque per cento della popolazione sia di religione ebraica – ovvero circa 2.000 persone in una città-stato con poco meno di 38.600 abitanti, su un territorio più piccolo del Tempelhofer Feld di Berlino. Il dato proviene dai due rabbini della comunità monegasca e, come tutte le autodichiarazioni, va preso con cautela. Ma anche con una stima prudente, il dato rimane notevole.
Prima della Seconda guerra mondiale a Monaco vivevano appena 300 ebrei. Quando arrivò l’occupazione – nel novembre 1942 da parte degli italiani, a partire dal settembre 1943 da parte delle truppe tedesche –, il Principato si comportò come di solito si comportano i piccoli Stati sotto pressione: in modo ambivalente.
Il principe Luigi II si rifiutò di licenziare i funzionari ebrei e rilasciò documenti d’identità falsi a singole persone in pericolo. Allo stesso tempo, già nel luglio 1941, sotto la pressione tedesca, emanò un decreto per la registrazione di tutti gli ebrei del Principato. E nella notte tra il 27 e il 28 agosto 1942, su pressione delle autorità di Vichy, la sua polizia arrestò almeno 66 ebrei. In totale furono deportate circa 90 persone da Monaco e dal territorio francese immediatamente confinante. Solo nove sono sopravvissute.
• Monaco – Parigi – Auschwitz
Tra le vittime più note figurava René Blum, direttore artistico del Théâtre de Monte-Carlo e fondatore dei famosi «Ballets Russes de Monte Carlo». Tuttavia, non fu arrestato a Monaco. La Gestapo lo prelevò dal suo appartamento parigino nel dicembre 1941, lo internò a Drancy e lo deportò il 23 settembre 1942 ad Auschwitz, dove fu assassinato poco dopo il suo arrivo.
Per decenni questi eventi rimasero un segreto mal custodito. Furono Serge e Beate Klarsfeld a spingere il Principe Ranieri III a fare i conti con il passato. Il 27 agosto 2015 – 73 anni dopo la notte dell’arresto – suo figlio, il Principe Alberto II, inaugurò nel cimitero di Monaco un monumento con i nomi dei deportati e chiese pubblicamente perdono.
«Abbiamo commesso un atto irreparabile: abbiamo consegnato alle autorità naziste donne, uomini e bambini che cercavano rifugio da noi per sfuggire alle persecuzioni subite in Francia. Non li abbiamo protetti. Era nostra responsabilità». Questa è stata la prima ammissione pubblica di colpa da parte di Monaco. Alberto ha inoltre istituito una commissione per il sostegno alle vittime di espropriazioni patrimoniali; all’epoca furono approvate nove richieste di risarcimento.
Il processo di elaborazione del passato è rimasto incompleto. Nel gennaio 2020, in occasione della cerimonia commemorativa della liberazione di Auschwitz a Gerusalemme, il ministro di Stato Serge Telle aveva assicurato verbalmente al Centro Simon Wiesenthal che avrebbe aperto gli archivi di Stato relativi agli anni dal 1942 al 1944. La prima visita agli archivi ha avuto luogo il 2 marzo 2020. Secondo il Centro Wiesenthal, i documenti dei memoriali dell’Olocausto di Washington e Parigi indicano che il numero effettivo delle vittime potrebbe essere notevolmente superiore alle 90 ufficialmente riconosciute.
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Ci sono circa 2.000 ebrei su 38.600 abitanti nella città-stato
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La comunità ebraica odierna ha pochi legami diretti con questa storia. È giovane, nel senso che è di recente formazione. La maggior parte dei membri non sono monegaschi – Monaco concede la cittadinanza con estrema rarità –, bensì stranieri che hanno trasferito qui la propria residenza. Secondo un rapporto della «Jewish Telegraphic Agency» (JTA), essa è composta principalmente da ebrei sefarditi di età superiore ai 60 anni. Molti sono immigrati dalla Francia e dalla Gran Bretagna; a questi si aggiungono ebrei nordafricani e turchi che, dopo l’indipendenza dei paesi del Maghreb, non si sono trasferiti in Israele, ma sulla Costa Azzurra. Vi sono anche emigranti di lingua russa e imprenditori israeliani.
Cosa li attrae: Monaco non applica né imposte sul reddito né imposte di successione. Molti sono milionari, altri invece semplici dipendenti nei settori del turismo, della finanza o del gioco d’azzardo. La struttura della comunità riflette in definitiva quella del Paese: è piuttosto benestante, cosmopolita e priva di profonde radici locali.
• La sinagoga Edmond Safra
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La sinagoga Edmond Safra è finora il segno più visibile della presenza ebraica nella città-stato
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Il simbolo più visibile di questa comunità è la sinagoga Edmond Safra. Riaperta nel 2017 dopo un'imponente ristrutturazione, resa possibile da una donazione di oltre dieci milioni di dollari da parte dell'omonima famiglia di banchieri, l'edificio ha la forma di un rotolo della Torah, la facciata è rivestita di pietra calcarea di Gerusalemme e l'interno è adornato da orchidee. L’uomo da cui prende il nome non solo incarna l’essenza della comunità, ma è anche diventato tristemente famoso.
Edmond Safra, nato a Beirut da una famiglia di banchieri ebrei siriani originari di Aleppo, è stato uno dei più importanti filantropi ebrei del XX secolo: sinagoghe, istituti scolastici e ospedali in diversi continenti portano il suo nome. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel piccolo Stato sulla Costa Azzurra. Morì nel 1999 nel suo attico in un incendio appiccato dal suo assistente, che voleva mettersi in mostra come salvatore. L’assistente fu condannato.
Le teorie del complotto, tuttavia, non si sono placate. Alla fine del 2025 Netflix ha presentato un documentario che ha suscitato grande interesse a livello mondiale e ha riportato il nome di Safra all’attenzione dell’opinione pubblica un quarto di secolo dopo la sua morte. Per la comunità di Monaco ciò ha un doppio significato particolare: l’uomo che ha finanziato l’edificio ebraico più bello del Principato è anche il volto di una True Crime Production.
• «Un motore per la crescita della comunità»
Daniel Torgmant, rabbino della comunità dal 2010, ha dichiarato alla JTA che il nuovo edificio è diventato «un motore per la crescita della comunità». La partecipazione alle funzioni religiose si è quadruplicata, mentre il numero di cerimonie di bar e bat mitzvah e di circoncisioni è salito a circa 50 all’anno. La seconda sinagoga è il centro Chabad, situato al piano terra di un edificio residenziale, con circa 200 frequentatori abituali. Le funzioni religiose si svolgono in inglese per i membri che non padroneggiano il francese. A Monaco non esiste una scuola ebraica. Le famiglie religiose mandano i propri figli a Nizza, distante circa 16 chilometri.
La città costiera francese ha un’importante comunità ebraica – e un bilancio sconvolgente di aggressioni antisemite. A differenza di quei luoghi in cui molti ebrei non si sentono al sicuro, indossare la kippah a Monaco non è un problema, ha riferito la JTA: gli episodi antisemiti sarebbero estremamente rari, la polizia avrebbe una forte presenza – un agente ogni 70 abitanti, più del quadruplo della media UE.
Questo contrasto è diventato ancora più netto dal 7 ottobre 2023. In tutta la Francia – sede della terza più grande diaspora ebraica al mondo – gli attacchi antisemiti hanno raggiunto livelli che non si registravano dalla Seconda guerra mondiale. Secondo il «Conseil Représentatif des Institutions Juives de France» (CRIF), nel 2023 sono stati registrati complessivamente 1.676 episodi antisemiti – quasi quattro volte di più rispetto all’anno precedente, quando se ne contarono 436. Tre quarti di questi episodi si sono verificati nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 2023. Nel 2024 le cifre sono rimaste su livelli altrettanto elevati: circa 1.570 episodi. Per il 2025, il CRIF segnala ancora più di 3,5 episodi al giorno. La percentuale di violenza fisica è salita per la prima volta a oltre il 14%.
L’Agenzia Ebraica ha registrato per il 2024 più di 7.000 richieste di aliyà dalla Francia – un aumento drammatico, anche se si stima che nel 2024 siano effettivamente emigrate «solo» da 2.200 a 3.300 persone. Non tutti coloro che vogliono lasciare la Francia scelgono Israele. Monaco dista 20 minuti in auto da Nizza, è linguisticamente e culturalmente familiare, offre vantaggi fiscali – e una sicurezza che in Francia appartiene ormai al passato.
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Monaco offre una sicurezza che in Francia appartiene ormai al passato.
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I segnali politici provenienti dal Palazzo Principesco di Monaco rafforzano questa impressione. Nel 2016 Alberto II ha ricevuto dall’allora presidente israeliano Shimon Peres il premio «Friends of Zion», assegnato ai capi di Stato che si sono impegnati pubblicamente a favore di Israele. Dopo il 7 ottobre, Alberto ha immediatamente inviato un messaggio personale al presidente israeliano Isaac Herzog. Nel settembre 2025, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha riconosciuto lo status di Stato della Palestina, sottolineando però nello stesso discorso «l’incrollabile sostegno di Monaco al diritto all’esistenza di Israele».
• Pieni rapporti diplomatici con Israele dal 1964, ma al contempo riconoscimento dell’OLP e ora di uno Stato palestinese
Questa formula riflette la linea che Monaco persegue da anni: pieni rapporti diplomatici con Israele dal 1964, riconoscimento contemporaneo dell’OLP e ora di uno Stato palestinese. Questa linea è sostenuta anche da strutture della società civile: l’associazione «Monaco Friends of Israel» cura i legami culturali, diplomatici ed economici tra il Principato e Israele.
Questa fitta rete istituzionale è indice di una comunità che non si considera provvisoria. A gennaio il Gran Rabbino ashkenazita israeliano Kalman Ber ha visitato la comunità – la prima visita di questo tipo –, ha incontrato il capo di gabinetto del Principe Alberto II e ha posato la prima pietra di un nuovo centro ebraico. Eduard Shyfrin, vicepresidente della comunità e organizzatore della visita, ha sintetizzato così il clima generale: «Gli ebrei in Europa si sentono come in una fortezza assediata.»
Il centro in progetto dovrà essere più di una semplice sinagoga: un luogo dedicato all’istruzione, alla cultura e all’incontro, che faccia uscire la comunità dalla sua invisibilità. Il successo di questo progetto dipende anche dal numero dei circa 2000 membri che rimarranno in modo permanente – e da quanti useranno Monaco solo come tappa di passaggio verso Israele o altrove. Monaco non pubblica dati precisi sull’immigrazione. Ciò che si può constatare è che le sinagoghe crescono e la comunità si ringiovanisce.
(Jüdische Allgemeine, 13 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il governo israeliano approva un piano per la costruzione e lo sviluppo di comunità ebraiche in Giudea e Samaria
(JNS) Il governo israeliano ha approvato un piano da 1,3 miliardi di shekel (434 milioni di dollari) per la creazione e lo sviluppo di decine di comunità ebraiche in Giudea e Samaria, ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. “Insieme al Ministro [degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali] Orit Strook, abbiamo formulato una decisione che consentirà la rapida creazione di comunità attraverso quartieri pilota nei prossimi giorni, parallelamente al processo di sviluppo permanente delle comunità”, ha scritto Smotrich su X. «Mentre [Gadi] Eisenkot e Yair Golan progettano di distruggere, noi costruiamo sempre di più», ha aggiunto, riferendosi a due leader dell’opposizione candidati alle elezioni del 27 ottobre.
Secondo la decisione del Consiglio dei ministri, adottata il 14 giugno e pubblicata per la prima volta da Channel 12 News, il governo finanzierà una rapida fase iniziale di costruzione, consistente in edifici prefabbricati, comprendente fino a 15 abitazioni e due edifici pubblici in ciascuna località. Il Ministero degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali e il Ministero delle Costruzioni e dell’Edilizia Abitativa guideranno l’iniziativa sotto la supervisione di un comitato direttivo composto da alti funzionari governativi. Il finanziamento dà attuazione a una decisione del Consiglio dei ministri di marzo che approva la creazione di decine di nuove comunità in Samaria, nella regione di Binyamin, nella Valle del Giordano, a Gush Etzion e nell’area del Mar Morto. La decisione impone inoltre ai Ministeri governativi di accelerare la pianificazione normativa, lo sviluppo delle infrastrutture e l’assegnazione dei terreni e dei fondi necessari per le comunità permanenti. Il piano di finanziamento è stato approvato contestualmente a una decisione separata del Consiglio dei ministri che autorizza la creazione di una nuova comunità ebraica vicino a Sa-Nur, nella Samaria settentrionale, ha dichiarato Smotrich in un comunicato stampa mercoledì.
«Stiamo portando avanti una rivoluzione storica in Giudea e Samaria che impedirà l’instaurazione di uno Stato terroristico nel cuore di Israele: 104 comunità e oltre 160 fattorie che fungeranno da scudo protettivo per Ra’anana, Tel Aviv, Givatayim, Gerusalemme e l’intero Stato di Israele», ha dichiarato Smotrich. Il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha intrapreso un’iniziativa senza precedenti per espandere il controllo di Israele sulla Giudea e la Samaria, approvando la costruzione di decine di migliaia di case e la creazione di decine di nuove comunità negli ultimi tre anni e mezzo. Strook ha auspicato la creazione di nuove comunità ebraiche in tutta la Giudea e la Samaria, comprese le aree amministrate dall’Autorità Palestinese. La ministra del Partito Sionista Religioso, membro del Gabinetto di Sicurezza, ha dichiarato ad Arutz Sheva che il governo guidato da Netanyahu ha annullato gran parte dei danni causati dagli Accordi di Oslo firmati con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni ’90, nonché dal disimpegno del 2005 dalla Samaria settentrionale. Strook ha però affermato: “Tutta questa terra è nostra, non solo l’Area C, ma anche le Aree B e A”. L’accordo di Oslo II del 1995 ha suddiviso i territori contesi in tre aree: A, B e C. L’area C è sotto la giurisdizione israeliana, mentre le aree A e B sono controllate dall’Autorità Palestinese. Strook ha affermato che ci sono “1,3 milioni di dunam [130.000 ettari, ovvero circa 320.000 acri] di terra non utilizzata per alcun insediamento”. Ha sostenuto che Gerusalemme “deve prenderseli perché sono nostri”, aggiungendo che lo Stato ebraico ora “deve insediarsi nell’Area A”.
(HaKol, 17 luglio 2026)
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Elezioni in Israele. La diaspora vola a casa pur di votare
Migliaia di israeliani residenti all’estero acquistano biglietti aerei per partecipare al voto del 27 ottobre e rivendicano il legame con il proprio Paese
di Alessandro Carmi
C’è chi partirà da Belgrado, chi da Atene, chi da Cambridge, nel Massachusetts. Tutti con la stessa destinazione e lo stesso obiettivo: votare. In vista delle elezioni legislative del 27 ottobre, migliaia di cittadini israeliani che vivono all’estero stanno prenotando voli per rientrare in Israele e partecipare alle elezioni della Knesset, dando vita a una mobilitazione spontanea che sta trovando grande visibilità sui social network.
La ragione è semplice. La legge israeliana, salvo limitate eccezioni riservate a diplomatici, personale statale e marittimi, non consente il voto dall’estero. Chi vive fuori dal Paese deve quindi recarsi fisicamente in Israele per esercitare il proprio diritto elettorale, sostenendo spesso costi elevati e sacrificando giorni di lavoro o di ferie.
Negli ultimi giorni la piattaforma X si è riempita di fotografie di carte d’imbarco e conferme di prenotazione pubblicate da israeliani residenti in Europa e negli Stati Uniti. Per molti è diventato anche un modo per incoraggiare altri connazionali a fare lo stesso, trasformando un gesto individuale in una sorta di campagna civica.
Tra loro c’è Ira Gommerstadt Levy, quarantenne trasferitasi a Belgrado con il marito e i due figli circa due anni fa. Per la prima volta voterà da residente all’estero e, nonostante il viaggio e le spese, considera il rientro una scelta naturale. «Israele è sempre casa», spiega. «Non importa dove viviamo oggi. Vogliamo tornare un giorno e crediamo sia importante contribuire al futuro del Paese. Votare è un dovere morale verso Israele, il popolo ebraico e i nostri figli».
Un’altra storia arriva dagli Stati Uniti. Bar Luzon, trentaduenne, vive a Cambridge dopo aver conseguito un dottorato alla New York University e aver ricevuto un incarico di ricerca al Massachusetts Institute of Technology. Anche lei volerà in Israele esclusivamente per votare.
Per Luzon queste elezioni rappresentano un momento decisivo. Racconta di essersi sempre interessata relativamente alla politica, ma di aver cambiato profondamente prospettiva dopo il 7 ottobre e tutto ciò che è seguito, a partire dalla guerra contro Hamas e dalla lunga battaglia per la liberazione degli ostaggi.
«Votare è l’unica cosa concreta che posso fare per cercare di rendere il mio Paese un posto migliore», afferma. «Israele è l’unico Paese che considero casa. Vivo negli Stati Uniti per ragioni professionali, ma continuo a seguire ogni giorno la vita israeliana e torno ogni anno. Finché il Paese attraverserà questa crisi, sento di avere la responsabilità di partecipare».
Le sue parole riflettono un sentimento condiviso da molti israeliani della diaspora. Trasferirsi all’estero per motivi di studio o di lavoro non significa necessariamente recidere il rapporto con Israele. Al contrario, molti continuano a seguire la politica, l’informazione e la vita culturale del Paese con grande attenzione, mantenendo legami familiari e personali molto stretti.
L’impossibilità di votare dall’estero è da anni oggetto di discussione in Israele. I sostenitori di una riforma ritengono che milioni di cittadini residenti temporaneamente fuori dal Paese dovrebbero poter esercitare il diritto di voto senza affrontare lunghi viaggi. I contrari osservano invece che le decisioni politiche devono essere assunte soprattutto da chi vive stabilmente in Israele e ne subisce quotidianamente le conseguenze.
Per ora la normativa resta immutata e chi desidera votare deve salire su un aereo. Una scelta che, soprattutto in occasione di elezioni considerate cruciali per il futuro politico del Paese, molti israeliani residenti all’estero sembrano disposti a compiere senza esitazioni, trasformando un costoso viaggio di ritorno in una dichiarazione di appartenenza e di responsabilità civica.
(Setteottobre, 17 luglio 2026)
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L’antisemitismo prospera sui social. Gli algoritmi premiano l'odio contro Israele
di Enrico Cerchione
Alex Karp è uno degli uomini più intelligenti e influenti dell'Occidente contemporaneo. Nato nel 1967 a New York da padre ebreo di origini tedesche e madre afroamericana, cresciuto a Philadelphia, ha studiato filosofia, si è laureato in legge a Stanford e ha conseguito un dottorato in teoria sociale all'Università Goethe di Francoforte, dove ha vissuto per anni. Non è un ingegnere né un programmatore nel senso classico: è un pensatore profondo, un filosofo che ha applicato il rigore del pensiero critico al mondo dei dati e del potere. Nel 2003-2004, insieme a Peter Thiel, ha co-fondato Palantir Technologies, l'azienda che oggi fornisce gli strumenti di analisi dati più avanzati a intelligence, forze armate e governi occidentali. Palantir non vende gadget: costruisce sistemi che permettono di vedere pattern in enormi quantità di informazioni, di prevedere minacce, di difendere democrazie da terrorismo, aggressioni statali e caos. Karp ha sempre sostenuto che le aziende tech hanno il dovere di stare dalla parte dell'Occidente, non di fingere neutralità mentre il mondo si incendia. È una fortuna enorme (e non scontata) che una mente come la sua sia schierata dalla parte giusta. In un'epoca in cui la tecnologia può essere usata per distruggere o per difendere, avere qualcuno che capisce sia la filosofia del potere sia la realtà brutale della geopolitica, e che la mette al servizio della civiltà occidentale, è un vantaggio strategico enorme. Karp è l'esempio di come l'Occidente possa ancora produrre élite competenti, coraggiose e lucide. In un'intervista Karp dice: "Se la mia famiglia non fosse scappata dalla Germania, sarei un paralume". Una scrittrice, paladina della causa palestinese, attivista con decine di migliaia di follower su X, commenta così: "Prima di tutto, sarebbe stato più utile all'umanità proprio come paralume". Lei è Susan Abulhawa, che rappresenta perfettamente una certa linea del progressismo contemporaneo: terzomondista, antì-occìdentale, convinta che il male del mondo sia quasi sempre imputabile all'Occidente, a Israele e agli ebrei. Karp stava facendo un riferimento crudo ma personale alla Shoah: la sua famiglia ebrea era scappata dalla Germania prima dell'Olocausto. Abulhawa ha preso quell'immagine (il paralume fatto di pelle umana, uno dei simboli più orribili della barbarie nazista) e l'ha rovesciata contro un ebreo vivo, dicendo che sarebbe stato "più utile all'umanità" proprio come oggetto di quel genere. È una delle frasi più oscene e antisemite che si possano leggere in pubblico oggi. Non è critica politica. Non è antisionismo. È disumanizzazione pura: trasformare un essere umano in un oggetto di uso domestico ricavato dalla Shoah. È l'inversione dell'Olocausto usata come insulto personale. Se Susan Abulhawa avesse scritto la stessa cosa su un musulmano, su un omosessuale o su una persona di colore sarebbe stata immediatamente crocifissa. Avrebbe perso editori, inviti, sponsor, probabilmente il conto su X. I media mainstream, le università, le ONG, le corporation avrebbero emesso condanne a raffica. Invece è rimasta lì, con i suoi follower, a continuare la sua militanza come se niente fosse. Questo doppio standard è uno dei segni più chiari del degrado morale di una parte del mondo progressista. In un articolo sul The Free Press, Niall Ferguson e lohn-Clark Levin spiegano come gli strumenti tradizionali che un tempo smascheravano il negazionismo dell'Olocausto (la ricerca storica, il dibattito pubblico, la memoria) siano oggi impotenti di fronte all'algoritmo e all'Intelligenza Artificiale. L'IA agisce infatti come una fonte esponenziale di bot, account coordinati e contenuti generati automaticamente: può produrre in pochi istanti migliaia di varianti di post, immagini e video che diffondono odio antisemita, inversioni della Shoah e disumanizzazioni, saturando lo spazio pubblico prima che qualsiasi correzione storica possa arrivare. Le vecchie teorie del complotto antisemita, le inversioni della Shoah, le disumanizzazioni non vengono più confutate: vengono amplificate. I bot, gli account coordinati, gli algoritmi di engagement premiano lo shock, l'odio, lo scandalo. Una frase come quella di Abulhawa non resta confinata in una nicchia: viene spinta, condivisa, vista da decine o centinaia di migliaia di persone, e normalizzata. L'articolo di Ferguson descrive esattamente il meccanismo che abbiamo appena visto all'opera: l'antisemitismo (sia nella sua versione classica di estrema destra sia in quella "progressista" e terzomondista) circola liberamente perché l'infrastruttura tecnologica lo premia. La "Storia" intesa accademicamente muore non perché viene negata in modo esplicito, ma perché viene sommersa da un flusso costante di oscenità che l'algoritmo rende virali. Alex Karp usa la sua intelligenza e la sua azienda per cercare di difendere l'Occidente dalle minacce reali. Susan Abulhawa usa la sua visibilità per diffondere un odio che, se fosse diretto contro qualsiasi altro gruppo protetto, sarebbe considerato inaccettabile. E gli algoritmi (come spiega Ferguson) fanno sì che questo odio non solo sopravviva, ma prosperi, e con l'Intelligenza Artificiale sarà esponenziale. Questa è la realtà che stiamo vivendo. E fingere che sia solo "critica a Israele" è una delle menzogne più pericolose del nostro tempo.
(Il Riformista, 17 luglio 2026)
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Israele e Libano accelerano verso un’intesa: progressi nei colloqui di Roma
Il punto centrale dei negoziati è la creazione di “zone pilota” nel Libano meridionale, dove l’esercito libanese dovrebbe assumere il controllo della sicurezza mentre Israele avvierebbe un ritiro graduale delle proprie forze. Parallelamente, il piano prevede il disarmo delle milizie presenti nell’area, in primo luogo Hezbollah.
di Anna Balestrieri
Si sono conclusi con segnali incoraggianti i due giorni di colloqui indiretti tra Israele e Libano, svoltisi il 14 e 15 luglio presso l’ambasciata statunitense a Roma sotto la mediazione degli Stati Uniti. L’obiettivo è dare attuazione all’accordo quadro raggiunto il 26 giugno, primo passo verso una progressiva stabilizzazione del confine tra i due Paesi.
• Le “zone pilota” per avviare il ritiro
Il punto centrale dei negoziati è la creazione di “zone pilota” nel Libano meridionale, dove l’esercito libanese dovrebbe assumere il controllo della sicurezza mentre Israele avvierebbe un ritiro graduale delle proprie forze. Parallelamente, il piano prevede il disarmo delle milizie presenti nell’area, in primo luogo Hezbollah.
• Il ruolo degli Stati Uniti
Washington continua a svolgere un ruolo di primo piano nella mediazione. Al termine dell’incontro del 15 luglio, funzionari statunitensi hanno definito i colloqui “produttivi e positivi”, annunciando che le parti hanno concordato le linee guida per l’attuazione delle zone pilota e che i negoziati proseguiranno ora a livello tecnico.
• Le posizioni di Beirut e Gerusalemme
Il Libano insiste affinché il ritiro israeliano dalle aree ancora occupate del sud del Paese inizi senza ulteriori ritardi. Israele, invece, ribadisce che qualsiasi ritiro definitivo dipenderà dalla capacità delle autorità libanesi di impedire il ritorno di Hezbollah nelle zone di confine e di garantire la sicurezza delle comunità israeliane del nord.
• Hezbollah resta il nodo più difficile
Il principale ostacolo al processo rimane Hezbollah, che continua a respingere ogni ipotesi di disarmo prevista dall’accordo. La questione rappresenta il punto più delicato dell’intero negoziato e sarà probabilmente al centro delle prossime sessioni tecniche.
• Un processo iniziato ad aprile
I colloqui di Roma rappresentano la sesta tornata negoziale di un percorso diplomatico avviato nell’aprile 2026, dopo la ripresa delle ostilità tra Israele e Hezbollah. Sebbene non si possa ancora parlare di un accordo di pace definitivo, i progressi registrati il 14 e 15 luglio costituiscono uno dei passi più significativi compiuti negli ultimi mesi verso una riduzione stabile delle tensioni lungo il confine israelo-libanese.
(Bet Magazine Mosaico, 17 luglio 2026)
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Buchi neri, da Israele una nuova ipotesi sul mistero dell’entropia
di Michelle Zarfati
Una ricerca condotta da uno scienziato israeliano potrebbe contribuire a risolvere uno dei più grandi enigmi della fisica teorica. Uno studio del dottor Ira Wolfson, del Braude College of Engineering di Karmiel, pubblicato sulla rivista scientifica Classical and Quantum Gravity, propone una nuova interpretazione di un problema che da oltre mezzo secolo affascina la comunità scientifica: l’origine del misterioso coefficiente che descrive l’entropia dei buchi neri.
Le origini del problema risalgono agli anni Settanta, quando il fisico israeliano Jacob Bekenstein formulò un celebre esperimento mentale: cosa accade alle informazioni contenute in un oggetto che viene inghiottito da un buco nero? Sebbene le informazioni sembrino scomparire, Bekenstein dimostrò che l’area della superficie del buco nero aumenta, intuendo un legame diretto tra tale superficie e la quantità di informazione perduta, cioè l’entropia. Successivamente Stephen Hawking perfezionò questa intuizione formulando la celebre equazione dell’entropia dei buchi neri. Al centro della formula compare un coefficiente apparentemente semplice ma rimasto a lungo enigmatico: un quarto.
Per oltre cinquant’anni quel fattore è stato utilizzato nei calcoli della fisica teorica, ma la sua origine è sempre rimasta oggetto di dibattito. Le principali spiegazioni arrivavano da modelli estremamente complessi, come la teoria delle stringhe o la gravità quantistica a loop, entrambe basate su ipotesi ancora non dimostrate sulla natura fondamentale dello spazio-tempo. Lo studio di Wolfson propone invece una spiegazione molto più essenziale. Secondo il ricercatore, il coefficiente di un quarto non sarebbe il risultato di una particolare teoria della gravità quantistica, bensì una conseguenza inevitabile della geometria del nostro universo.
La ricerca dimostra che, in uno spazio costituito da tre dimensioni spaziali e una dimensione temporale, la struttura geometrica dello spazio-tempo impone naturalmente la presenza del fattore di un quarto nell’espressione dell’entropia dei buchi neri, senza ricorrere a ulteriori ipotesi teoriche. “Pur trattandosi di fisica teorica e delle basi stesse dell’universo, quindi non di una scoperta destinata a cambiare la tecnologia di domani, il valore scientifico di questo lavoro è enorme”, ha dichiarato Wolfson. “Offre ai ricercatori un punto di riferimento solido e indipendente dai diversi modelli teorici”.
Secondo lo scienziato, il risultato potrebbe avere importanti implicazioni per la ricerca della gravità quantistica, la teoria che punta a unificare la relatività generale di Einstein con la meccanica quantistica. “Qualunque futura teoria dovrà necessariamente riprodurre questo coefficiente geometrico – ha spiegato – In questo senso, la nostra scoperta rappresenta una sorta di banco di prova per valutare la validità delle diverse teorie”. Il lavoro potrebbe inoltre contribuire a chiarire uno dei problemi più affascinanti della fisica contemporanea, il cosiddetto paradosso dell’informazione dei buchi neri, rafforzando il legame tra gravità, termodinamica e teoria dell’informazione. A volte, conclude Wolfson, “le risposte alle domande più grandi dell’universo possono essere racchiuse in un semplice numero: un quarto”.
(Shalom, 17 luglio 2026)
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A commento l'articolo che segue.
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Buco nero e tenebre
Dire che “le domande più grandi dell’universo possono essere racchiuse in un semplice numero…” è affascinante. La scienza arriva ai confini del conoscibile senza aver bisogno di quel “coefficiente apparentemente semplice ma rimasto a lungo enigmatico” che ha un nome tanto enigmatico che un buon ebreo non tenta neppure di nominare. Quello scientifico invece no, quello si conosce e si può anche nominare: un quarto. Così la scienza degli uomini è andata più addentro nei buchi neri che si trovano al confine dell’umano conoscibile. Forse c’è intorno a noi un mondo ignoto confinante col mondo noto in cui da secoli viviamo. Potrebbe essere. Alcune riflessioni di carattere biblico-metascientifico tratte dal saggio in formazione “Perché Dio ha creato il mondo?”.
Si condivide in partenza il pensiero secondo cui il primo mondo creato da Dio è quello angelico; e che tra il primo e il secondo versetto della Genesi sia avvenuta la caduta di Satana e degli angeli che l'hanno seguito. Il mondo su cui avrebbe dovuto regnare Satana è stato invaso dalle acque e l'abisso è diventato un luogo di prigionia per angeli ribelli. La creazione in cui viviamo noi esseri umani non è dunque stata creata dal nulla, ma è il risultato di un'azione di Dio che separa il vecchio e crea il nuovo. La schiera degli angeli ribelli non è stata distrutta ma relegata in regioni che la Scrittura chiama abisso (Luca 8:31) e luoghi celesti (Efesini 6:12), che sono in qualche modo "confinanti" con il mondo dell'uomo. Da queste zone le creature diaboliche possono, nei limiti imposti da Dio, uscire temporaneamente, inserirsi tra gli uomini in forma più o meno visibile e agire su di loro.[…] Per spiegare la presenza di Satana nel giardino di Eden, bisogna tener presente che la creazione non è avvenuta nel vuoto, ma in uno spazio che Dio si è ricavato con la sua luce all’interno delle macerie del mondo angelico decaduto e immerso nelle tenebre. Il mondo creato da Dio per l’uomo ha dunque sempre avuto come confinante il mondo delle tenebre, in cui si muove Satana con le sue schiere. Il diaframma che separa le due zone è la parola di Dio, che con l’ordine “Sia la luce” ha fissato un limite alle tenebre, come quando disse al mare: “Fin qui tu verrai, e non oltre; qui si fermerà l'orgoglio delle tue onde” (Giobbe 38:11).
Chissà, forse l’hanno chiamato “buco nero”, questo oggetto privo di realtà astrofisica, perché al di là del buco si potrebbe trovare un mondo di tenebre che forse sarebbe bene non voler indagare con strumenti inappropriati. M.C.
Leggere anche: “Fede cristiana, scienza e limiti della conoscenza”.
((Notizie su Israele, 17 luglio 2026)
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Aliyah dalla Francia, 230 nuovi olim arrivano in Israele
di Michelle Zarfati
Nuova ondata di aliyoth dalla Francia verso Israele. Nelle ultime ore, 230 nuovi olim sono atterrati all’aeroporto Ben Gurion a bordo di quattro voli organizzati dal Ministero dell’Aliyah e dell’Integrazione, portando a circa 800 il numero dei nuovi immigrati francesi arrivati dall’inizio dell’operazione estiva.
Ad accoglierli all’aeroporto erano presenti il ministro dell’Aliyah e dell’Integrazione Ofir Sofer, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e decine di giovani del movimento Bnei Akiva, che hanno dato il benvenuto ai nuovi arrivati con canti e danze.
Secondo quanto riferito da Arutz Sheva (Israel National News), il Ministero prevede che nel corso dell’estate arriveranno migliaia di nuovi olim da diversi Paesi, molti dei quali intendono stabilirsi in Israele prima dell’inizio del nuovo anno scolastico.
I dati confermano inoltre la costante crescita dell’immigrazione ebraica dalla Francia. Dal 7 ottobre 2023, oltre 6.500 ebrei francesi hanno fatto aliyah, mentre nello stesso periodo sono arrivati in Israele più di 67.000 nuovi olim provenienti da tutto il mondo.
La tendenza appare in forte aumento anche nel confronto con gli anni precedenti: gli olim provenienti dalla Francia sono stati 1.097 nel 2023, 2.234 nel 2024 e 3.357 nel 2025, un incremento di oltre il 200% in due anni. Nel 2025 la Francia si è confermata uno dei principali Paesi di provenienza dei nuovi immigrati, seconda solo alla Russia e davanti a numerose altre comunità della diaspora ebraica.
(Shalom, 16 luglio 2026)
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Dopo il 7 ottobre, il ritorno alle radici: come Chabad è diventato il rifugio degli studenti ebrei nei campus americani
I numeri testimoniano una trasformazione significativa. Secondo Chabad on Campus International, nel solo 2024 oltre centomila studenti hanno preso parte ad almeno un’iniziativa organizzata dal movimento, il dato più elevato mai registrato. Oggi la rete conta più di 340 sedi distribuite tra Stati Uniti e Canada, con nuove aperture che proseguono a ritmo costante.
di Anna Balestrieri
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le sue ripercussioni hanno modificato profondamente il clima delle università statunitensi. Se le cronache degli ultimi due anni hanno documentato soprattutto l’escalation delle tensioni nei campus, con proteste anti-israeliane, episodi di antisemitismo e un crescente senso di vulnerabilità tra molti studenti ebrei, un fenomeno parallelo è rimasto spesso ai margini del dibattito pubblico.
• Tra paura e isolamento, una nuova geografia della vita ebraica universitaria
Accanto alla radicalizzazione dello scontro politico si è infatti sviluppato un inatteso processo di rafforzamento dell’identità ebraica, che ha trovato nel movimento Chabad-Lubavitch uno dei suoi principali punti di riferimento.
Per molti giovani, le sedi di Chabad non sono diventate semplicemente luoghi di culto, bensì spazi di socialità, appartenenza e sostegno psicologico in un contesto percepito come sempre più ostile.
• Quando il campus smette di essere casa
Negli ultimi due anni numerosi studenti hanno raccontato di essersi sentiti isolati all’interno delle università americane. Manifestazioni, slogan estremi, occupazioni e tensioni politiche hanno inciso profondamente sulla quotidianità accademica, alimentando in molti la sensazione che dichiarare apertamente la propria identità ebraica o il proprio legame con Israele fosse diventato sempre più difficile.
Per una parte consistente della popolazione studentesca ebraica il problema non è stato soltanto il dissenso politico, ma la percezione di una crescente marginalizzazione sociale.
In questo scenario, Chabad ha assunto un ruolo che va ben oltre la dimensione religiosa, offrendo un ambiente nel quale sentirsi accolti senza dover giustificare la propria identità.
• Una rete che continua a crescere
I numeri testimoniano una trasformazione significativa. Secondo Chabad on Campus International, nel solo 2024 oltre centomila studenti hanno preso parte ad almeno un’iniziativa organizzata dal movimento, il dato più elevato mai registrato. Oggi la rete conta più di 340 sedi distribuite tra Stati Uniti e Canada, con nuove aperture che proseguono a ritmo costante.
La crescita non riguarda soltanto le grandi università d’élite, ma coinvolge anche atenei di dimensioni più ridotte, dimostrando come la domanda di comunità e appartenenza attraversi trasversalmente il sistema universitario nordamericano.
Harvard, Yale, Michigan, Emory, Swarthmore: in contesti molto diversi tra loro si registrano partecipazioni record a cene di Shabbat, celebrazioni pubbliche di Hanukkah, incontri culturali e concerti.
Emblematico il caso dell’Università del Michigan, dove oltre seicento persone hanno partecipato all’accensione pubblica della menorah durante Hanukkah, mentre a Yale uno Shabbat comunitario ha riunito circa cinquecento studenti, con centinaia di richieste rimaste in lista d’attesa.
• Una strategia diversa dalla politica
Uno degli elementi che distingue Chabad da molte altre organizzazioni ebraiche presenti nei campus è l’approccio.
Piuttosto che trasformarsi in un soggetto impegnato nello scontro politico quotidiano, il movimento continua a privilegiare relazioni personali, spiritualità, convivialità e tradizione religiosa.
La forza di Chabad risiede proprio nell’aver scelto di non rispondere alla polarizzazione con altra polarizzazione.
Le attività proposte sono volutamente inclusive: possono parteciparvi studenti ortodossi, riformati, conservatori, laici, giovani poco praticanti e perfino coloro che si avvicinano per la prima volta alla tradizione ebraica.
Secondo numerosi osservatori, questa impostazione permette al movimento di evitare le divisioni interne che negli ultimi anni hanno interessato altre istituzioni ebraiche universitarie, spesso coinvolte nelle accese discussioni sulla politica israeliana.
• Il valore dell’accoglienza
Le cene del venerdì sera rappresentano uno degli strumenti più efficaci di questo modello.
In molte università partecipano regolarmente tra duecento e trecento studenti, molti dei quali non avevano mai preso parte in precedenza a una celebrazione dello Shabbat.
L’obiettivo non è trasmettere un’ortodossia rigorosa, bensì offrire un’esperienza concreta di comunità nella quale ciascuno possa sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Non è raro che, conclusa la cena, piccoli gruppi di studenti rimangano ancora per ore a discutere con rabbini e rebbetzin, affrontando temi religiosi ma anche questioni personali, dubbi esistenziali e difficoltà quotidiane.
• Le radici di un modello nato mezzo secolo fa
L’attuale successo di Chabad non nasce tuttavia come risposta agli eventi del 7 ottobre.
Le sue origini risalgono agli anni Sessanta e Settanta, quando il Rebbe di Lubavitch, Menachem Mendel Schneerson, avviò una vasta opera di diffusione dell’ebraismo tradizionale tra giovani spesso lontani dalla pratica religiosa.
L’idea era semplice ma rivoluzionaria: aprire case, non soltanto sinagoghe; costruire relazioni prima ancora di impartire insegnamenti; incontrare ogni ebreo senza giudicarne il livello di osservanza religiosa.
Quell’approccio, fondato sull’accoglienza personale e sull’esperienza condivisa, costituisce ancora oggi il cuore dell’identità di Chabad nei campus.
Il concetto di pintele yid — la scintilla ebraica presente in ogni individuo — continua a rappresentare uno dei principi ispiratori del movimento: ogni persona possiede un legame profondo con la propria identità, anche quando sembra essersene allontanata.
• Tra identità e futuro
Secondo recenti studi condotti dalle principali organizzazioni ebraiche nordamericane, Chabad registra oggi uno dei più elevati livelli di fidelizzazione tra tutti i soggetti impegnati nella vita comunitaria.
Molti giovani che si avvicinano alle sue attività continuano infatti a frequentarle stabilmente anche negli anni successivi.
Il fenomeno sembra riflettere una trasformazione più ampia dell’ebraismo americano, nel quale cresce l’interesse verso forme di appartenenza religiosa capaci di coniugare tradizione, autenticità e inclusione.
In un contesto universitario segnato da forti contrapposizioni ideologiche, Chabad sembra aver intercettato un bisogno diverso: quello di ricostruire comunità prima ancora che consenso politico.
• Una risposta alla crisi della solitudine
L’esperienza degli ultimi due anni mostra come la risposta alle tensioni nei campus non sia passata esclusivamente attraverso il rafforzamento delle misure di sicurezza o il dibattito pubblico sull’antisemitismo.
Per migliaia di studenti, la risposta è stata soprattutto il ritorno a una comunità.
Più che un rifugio religioso, Chabad appare oggi come uno spazio identitario nel quale ritrovare relazioni, continuità culturale e senso di appartenenza. In un’epoca in cui molti giovani faticano a riconoscersi nelle istituzioni tradizionali, il successo del movimento suggerisce che la ricerca di autenticità e di legami umani possa rivelarsi, almeno quanto il confronto politico, una delle chiavi per comprendere il nuovo volto della vita ebraica nelle università nordamericane.
(Bet Magazine Mosaico, 16 luglio 2026)
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La Chiesa d’Inghilterra promuove un documento che accusa Israele di genocidio
La Chiesa d’Inghilterra ha votato a favore di un confronto con un controverso documento cristiano palestinese che accusa Israele di genocidio e descrive lo Stato ebraico come “un’impresa coloniale fondata sul razzismo”, ignorando gli appelli del rabbino capo britannico a respingerlo. La decisione dell’organo di governo della chiesa, noto come Sinodo Generale, che è stata fortemente condannata dall’organizzazione ombrello degli ebrei britannici e dal rabbino capo della Gran Bretagna, giunge in un momento di antisemitismo globale in seguito all’attacco del 7 ottobre guidato da Hamas contro il sud di Israele.
Il documento contestato, intitolato “Momento della verità: la fede in un tempo di genocidio”, è stato redatto lo scorso anno da Kairos Palestine, un movimento ecumenico di cristiani palestinesi, e descrive la campagna militare israeliana a Gaza successiva all’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 come un “genocidio”, affermando inoltre che Israele è un'”impresa coloniale fondata sul razzismo”. Il testo di 14 pagine, noto come Kairos II, fu redatto due anni dopo il peggior attacco al popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto e afferma che “occupazione”, “apartheid” e “colonialismo di insediamento” sono al centro del conflitto israelo-palestinese. Respinge inoltre il sionismo cristiano.
Il rabbino capo della Gran Bretagna ha affermato che era “vergognoso” che la Chiesa d’Inghilterra avesse raccomandato di prendere in considerazione un documento del genere, e ha definito l’accaduto “un giorno triste” per le relazioni ebraico-cristiane. “Questo è un documento pieno di falsità, che rifiuta apertamente il dialogo, usa una retorica estremista per mettere in discussione l’esistenza stessa di Israele e si oppone agli accordi di pace esistenti nella regione”, ha scritto il rabbino capo Sir Ephraim Mirvis su X. “Sebbene si presenti come una via verso la comprensione, Kairos II in realtà funziona come un ostacolo insormontabile, riducendo uno dei conflitti più complessi del mondo a un’unica narrazione distorta, che non può che nuocere alla causa della pace”, ha scritto.
Un ex arcivescovo di Canterbury ha fatto eco alle parole del rabbino capo, affermando che la decisione ha danneggiato le relazioni interreligiose. “In qualità di Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra e Patrono del Consiglio dei Cristiani e degli Ebrei, il Re potrebbe, senza alcuna colpa da parte sua, constatare che la Chiesa che rappresenta si è ora impegnata a promuovere un documento che rischia di minare decenni di attenta costruzione di relazioni, per usare le parole del Rabbino Capo Ephraim Mirvis”, ha affermato Lord Carey. Carey ha ricoperto il ruolo di guida spirituale della Chiesa d’Inghilterra dal 1991 al 2002.
Il Board of Deputies of British Jews ha affermato che la mozione approvata era “altamente problematica” e che le falsità e le distorsioni contenute nel documento, tra cui la cancellazione dell’identità e della cultura ebraica, rappresentano una ricetta per ulteriori divisioni. “Esiste inoltre una chiara tensione tra il linguaggio incendiario del documento e l’obiettivo dichiarato della Chiesa di contrastare l’antisemitismo”, ha affermato l’organizzazione ebraica britannica. «Questo documento odioso mina il diritto all’esistenza dell’unico Stato ebraico al mondo e cerca di giustificare le atrocità del 7 ottobre attribuendone la responsabilità a Israele», ha scritto su X l’inviato speciale di Israele per il mondo cristiano, l’ambasciatore George Deek. «In un momento di odio senza precedenti contro gli ebrei, e dopo secoli in cui le istituzioni cristiane hanno contribuito alla persecuzione degli ebrei, la Chiesa ha una responsabilità speciale di esercitare chiarezza morale. Invece, ha scelto di premiare l’estremismo, danneggiare le relazioni cristiano-ebraiche e gettare profonda vergogna sulla Chiesa d’Inghilterra».
(HaKol, 16 luglio 2026)
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Un tunnel terroristico rivela la strategia di Hezbollah
Un tunnel scoperto a fine giugno nel Libano meridionale offre uno spaccato della strategia di Hezbollah: sotto un villaggio civile, la milizia terroristica preparava attacchi con droni contro gli israeliani.
di Benjamin J.
I genieri dell’unità speciale Jahalom e i combattenti della Brigata 551 operano nel Libano meridionale. Alla fine di giugno è stato scoperto un enorme tunnel terroristico. Pozzi di lancio, sale d’attesa, pista di decollo per droni, decine di ordigni esplosivi: tutto questo era stato nascosto dall’organizzazione terroristica Hezbollah nel villaggio «civile» di Majdal Sun.
Già il 24 ottobre dello scorso anno l’esercito israeliano aveva attaccato le infrastrutture del tunnel, bloccandole parzialmente. Tuttavia, come in altre zone del Libano meridionale, Hezbollah ha cercato di ripristinare inosservato questo sito strategicamente importante, per poter continuare a minacciare i centri abitati a nord e la costa israeliana.
Questa volta un attacco aereo non è stato sufficiente. Le truppe Jahalom, che operavano sotto il comando della 551ª Brigata della 91ª Divisione, sono penetrate nel villaggio via terra e si sono imbattute nell’infrastruttura terroristica ivi costruita – sia in superficie, sotto forma di depositi di armi e posti di osservazione, sia a circa 25 metri di profondità. Hanno così scoperto un cunicolo sotterraneo principale lungo circa 200 metri con quattro pozzi di lancio e dodici stanze, che fungevano da alloggi e depositi per cariche esplosive, missili anticarro e droni. Nell’intera area sono stati uccisi più di 20 terroristi di Hezbollah, dieci dei quali appartenenti all’unità «Radwan».
Ma nemmeno queste cifre descrivono appieno la situazione nella zona di Majdal. Sopra la fortezza, infatti, sorge un villaggio. Nelle vicinanze si trovano edifici civili, una moschea e una scuola. Sotto di essi si nasconde l’infrastruttura operativa che ha permesso a Hezbollah di raccogliere e immagazzinare droni nel bel mezzo di un’area civile. Da lì avrebbero dovuto anche decollare. La strategia prevista: nascondersi dietro la vita stessa e, al contempo, utilizzarla come scudo protettivo per un’intera organizzazione terroristica.
• Una minaccia per tutto Israele
«Questi velivoli hanno un’autonomia compresa tra i 200 e i 500 chilometri», spiega il comandante su un canale social dell’esercito israeliano. «Ciò significa che minacciavano non solo il nord di Israele, ma anche gran parte della costa israeliana. È proprio per questo che siamo venuti qui, per privare Hezbollah di queste capacità».
Non sorprende che parte del materiale bellico rinvenuto sia stato finanziato dall’Iran: «Le armi qui sono simili a quelle utilizzate da tutti i gruppi proxy, da Hezbollah agli Houthi nello Yemen. È fondamentale che queste armi non rimangano nelle mani del nemico».
• Le armi sono conservate anche in molte abitazioni
La storia non finisce sottoterra, ma prosegue anche in superficie. «Siamo nella parte occidentale del Libano da diversi mesi e nelle ultime settimane qui nel villaggio», afferma il maggiore M., un combattente della 551ª brigata. «Sapevamo che qui c’era un nemico, ma non sapevamo quanto fosse radicato nel terreno. Quasi ogni casa dispone di armi e ordigni di guerra in quantità significativa».
«C’è ancora molto da fare», spiega il tenente colonnello D. poco prima del culmine delle operazioni alla fine di giugno, «ma i soldati qui sono pieni di soddisfazione. Siamo riusciti a localizzare il tunnel e le infrastrutture – davvero con sangue, sudore e lacrime. Oggi, grazie a queste operazioni, comprendiamo che la nostra presenza protegge i bambini del Nord – e la loro sicurezza è, in definitiva, la sicurezza di tutti noi».
• Anche un giornalista tedesco ha visitato il tunnel
Anche un giornalista tedesco, Jan Philipp Burgard di Global Reporter (Axel Springer), ha visitato il tunnel con un cameraman, accompagnato dall’esercito. Di notte ha documentato i reperti: «Da qui sono stati preparati molti attacchi aerei letali contro Israele», spiega Burgard davanti alla telecamera, mentre supera i droni e si addentra nel tunnel. Sottolinea che le scritte sulle casse di munizioni indicano chiaramente una provenienza iraniana. - Benjamin J. è originario della Germania. Vive in Israele dall’età di 27 anni. È cristiano, marito, padre di cinque figli e attivo come volontario presso i vigili del fuoco e la polizia di frontiera nel distretto di Hadera.
(Israelnetz, 16 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele non può ritirarsi dalla Siria e dal Libano. I miliziani di Hezbollah tornerebbero nelle basi
di Antonio Picasso
«Grazie Donald, ma anche no». Potrebbe aver risposto cosi Il premier israeliano Netanyahu alla richiesta di Trump di far ripiegare le Israel Defence Forces dai territori siriano e libanese tuttora sotto il loro controllo. Dopo l'invito a non intervenire nella terza ondata di attacchi contro l'Iran, gli Usa alzano la posta. E mentre la prima richiesta ha una ragion d'essere strategica e un'utilità politica, per Gerusalemme, una ritirata è irricevibile. A tre mesi dal voto, una mossa del genere varrebbe il suicidio politico per Bibi. «Siria e Libano sono comunque due questioni diverse», dice Avraham Levine, dell'Alma Research and Education Center, di Kfar Vradim (Galilea occidentale). «Dalla Siria Israele potrebbe ritirarsi anche domani e mantenere lo stesso livello di sicurezza per gli abitanti delle Alture del Golan, naturalmente adottando le giuste misure». I rapporti tra Stato ebraico e la Damasco post-Assad sono ancora in via interlocutoria. Sulla Siria pesa l'ombra della Turchia. Cosa che non può andar bene a Gerusalemme. D'altra parte, il nuovo leader siriano, Ahmad al-Shara, o al-Jolani, a seconda dei punti di vista, ha dimostrato una tale spregiudicatezza da poter dire che una normalizzazione delle relazioni sia plausibile. «È una scommessa, certo», aggiunge Levine. «Ma con l'adeguato lavoro e i negoziati impostati nella giusta maniera, credo che si possano ottenere buoni risultati».
In Siria è in corso una ristrutturazione delle forze armate. Nuove divisioni, nuovi territori di competenza, nuovi comandi tutti assegnati a veterani di al-Nusra, Manco a dirlo. «Tuttavia, se al-Sharaa dicesse di voler riportare Israele alla linea di confine precedente al controllo del regime di Assad, Israele potrebbe anche accettare, rinunciando alle posizioni conquistate dopo la caduta del dittatore». Sarebbe un do ut des all'insegna della concretezza.
Diverso è il caso del Libano. Ovvio. «Se Israele si ritirasse, non solo i civili sciiti tornerebbero nelle proprie abitazioni, ma anche i miliziani di Hezbollah», dice Levine. Chi ha visitato il quartier generale di Alma non può dimenticare i binocoli a disposizione nella briefing room per osservare le colline oltreconfine. Le postazioni di tiro del Partito di Dio, adesso abbandonate, sono più che vicine, sono attaccate ai centri abitati israeliani. «Sono molto contento che Israele e Libano stiano parlando. Credo che Beirut stia dicendo le cose giuste nei confronti di Hezbollah e dell'Iran. Ma penso anche che abbia ancora moltissimo da dimostrare sul piano delle azioni». La prima mossa sarebbe accompagnare alla frontiera l'ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Sheibani. Che avrebbe dovuto lasciare il Paese a marzo. Invece è ancora a Beirut.
Dalle posizioni operative, le buone intenzioni del governo libanese e i negoziati in corso a Roma sono prese con le molle. Levine preferisce guardare la questione dal punto di vista pratico. Politica e analisi non sono pane per i suoi denti. Il Libano del Sud è stato bonificato da Hezbollah per mano delle Idf. «L'esercito libanese e Unifil hanno dimostrato di essere completamente inutili. Oggi come negli ultimi venticinque anni, hanno messo in fila un fallimento dopo l'altro. Le forze libanesi non hanno mezzi, risorse e, a mio avviso, neanche la sincera intenzione di contrastare Hezbollah», Come dargli torto? Stando all'Institute for National Security Studies (Inss), gli sciiti sarebbero il 30-60% dell'esercito regolare libanese. Un delta molto ampio, quindi attendibile il giusto. D'altra parte, il Libano non è un Paese per referendum.
«Ripiegando, ci troveremmo esattamente al punto di partenza». Ovvero alla notte tra il 6 e il 7 ottobre 2023, quando anche dal Libano del Sud sarebbe dovuto partire l'attacco in simultanea con quello di Hamas da Gaza. «Se così fosse stato, oggi non avremmo Israele». Lunedì Netanyahu sarà a Washington. Con questa richiesta rimbalzata al mittente, il bilaterale si prevede complesso. Mancano quattro giorni, però. Può succedere di tutto.
(Il Riformista, 16 luglio 2026)
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