Israele, il ritorno al matrimonio tradizionale tra i giovani laici
“In un mondo instabile, la famiglia è l’unica certezza”
di Anna Balestrieri
 In un Israele segnato dalla guerra, dall’incertezza economica e dal trauma collettivo seguito al 7 ottobre, sempre più giovani laici e liberali stanno scegliendo di sposarsi – e spesso proprio attraverso il rabbinato. Un fenomeno che sorprende sociologi e osservatori, soprattutto perché si manifesta in una fascia sociale che, fino a pochi anni fa, appariva sempre più distante dalle istituzioni religiose tradizionali.
Secondo un lungo reportage pubblicato da Haaretz, il matrimonio religioso sta tornando a essere percepito come una forma di stabilità emotiva e identitaria in una società attraversata da tensioni continue, guerre e paure esistenziali.
• “Quando tutto crolla, l’unica cosa che puoi costruire è una famiglia”
Liel Friedland, studentessa venticinquenne dell’Accademia Bezalel di Gerusalemme, racconta di aver sempre immaginato una vita diversa: qualche anno di lavoro, convivenza informale a Tel Aviv e solo più tardi un eventuale matrimonio. Poi è arrivato il caos degli ultimi anni.
“Quando nulla è certo e tutto sembra instabile, avere una relazione sana diventa qualcosa a cui aggrapparsi”, spiega. “Il mercato del lavoro è precario, si parla continuamente di intelligenza artificiale e di professioni destinate a sparire. Sposarsi dà l’illusione di creare almeno un punto fermo”.
Una sensazione condivisa da molti giovani israeliani. Imri Ziv, 27 anni, parla apertamente di una “svolta conservatrice” generata dal trauma collettivo: “C’è la sensazione che tutto stia crollando intorno a noi. L’unica comunità che puoi davvero pianificare è la famiglia nucleare”.
• La guerra accelera le nozze
Il 7 ottobre e le guerre successive hanno avuto un impatto profondo anche sulle scelte private. Dopo l’attacco di Hamas e durante gli scontri con l’Iran e Hezbollah, Israele ha visto moltiplicarsi matrimoni celebrati in basi militari, rifugi antiaerei e parcheggi sotterranei trasformati in sale per cerimonie improvvisate.
Mishel Levitan, creativo pubblicitario di 26 anni, racconta che lui e la compagna hanno deciso di sposarsi proprio dopo il trauma vissuto dalle rispettive famiglie: “Abbiamo capito quanto la vita sia fragile. Lei ha perso amici al Nova Festival, la mia famiglia vive a Ofakim. Tutto questo ci ha avvicinati”.
• Non solo religione: il bisogno di continuità
Il fenomeno non riguarda soltanto la pratica religiosa in senso stretto. Molti giovani laici continuano infatti a non osservare lo Shabbat o le regole kosher, ma scelgono comunque il matrimonio rabbinico perché percepito come parte dell’identità ebraico-israeliana.
La sociologa Shira Offer sottolinea come Israele rappresenti un’eccezione rispetto all’Occidente: mentre in Europa cresce la convivenza senza matrimonio, nello Stato ebraico il matrimonio resta la norma sociale dominante.
In Francia oltre il 40% delle coppie convive senza sposarsi; nei Paesi scandinavi una larga parte dei figli nasce fuori dal matrimonio. In Israele, invece, il 94% delle coppie ebraiche è sposato.
• Il ritorno alla tradizione dopo il trauma
Questo riavvicinamento alla tradizione non si limita alle nozze. Negli ultimi mesi diversi ex ostaggi israeliani liberati da Gaza hanno raccontato pubblicamente di essersi avvicinati alla religione durante o dopo la prigionia, descrivendo la fede come un’ancora psicologica nei momenti estremi.
Anche questo elemento si inserisce in un clima più ampio di ricerca di significato, continuità e appartenenza collettiva in una società profondamente traumatizzata dalla guerra.
Per molti giovani israeliani, dunque, il matrimonio religioso non rappresenta tanto un ritorno all’ortodossia quanto un tentativo di ristabilire ordine e permanenza in una realtà percepita come sempre più fragile.
• Il rabbinato divide ancora
Non mancano tuttavia le critiche. La giurista Ruth Halperin-Kaddari, che fu a capo del Dinah project che mise in luce le violenze sessuali sistematiche perpetrate da Hamas il 7 ottobre, mette in guardia soprattutto le donne laiche dai rischi del matrimonio religioso regolato dalla legge ebraica.
Secondo Halperin-Kaddari, molte giovani spose non sono pienamente consapevoli delle implicazioni legali del matrimonio rabbinico, soprattutto in caso di divorzio e della questione del get, il documento religioso necessario per sciogliere il matrimonio.
“È una forma di tradizionalismo crescente”, spiega, “ma spesso manca la consapevolezza delle conseguenze”.
• Una risposta emotiva all’insicurezza
Eppure, nonostante le critiche, la tendenza sembra consolidarsi. Per molti ventenni israeliani il matrimonio è diventato una dichiarazione simbolica di sopravvivenza nazionale e personale.
Halperin-Kaddari stessa interpreta il fenomeno come un meccanismo psicologico collettivo: “Si sono alzati per distruggerci, ma noi continuiamo a esistere e a costruire la prossima generazione”.
In altre parole, in un Israele attraversato da guerre, lutti e paura del futuro, la famiglia torna a essere vista come l’ultimo spazio di controllo possibile sul caos del presente.
(Bet Magazine Mosaico, 26 maggio 2026)
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Lapid attacca il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran
Lapid definisce il previsto accordo tra Stati Uniti e Iran una «catastrofe». Il fatto che Israele non sia stato coinvolto nell’elaborazione dell’accordo è «assurdo», secondo il politico dell’opposizione
In Israele cresce la resistenza contro l’accordo che si sta delineando tra gli Stati Uniti e l’Iran. Lunedì il leader dell’opposizione Jair Lapid ha accusato il primo ministro Benjamin Netanyahu di non aver ottenuto risultati decisivi nei confronti di Teheran e di Hezbollah. Lo hanno riferito i media israeliani.
Lapid ha definito l'accordo previsto una «catastrofe». Secondo i dettagli resi noti finora, né il programma nucleare iraniano né la minaccia dei missili balistici sarebbero stati affrontati in modo adeguato. Israele dovrebbe mantenere la propria libertà d'azione militare indipendentemente dalle decisioni di Washington.
Allo stesso tempo, Lapid ha criticato il fatto che Israele non sia stato coinvolto direttamente nei colloqui. È «assurdo» che un accordo del genere venga elaborato senza la partecipazione israeliana. Il governo si pone ripetutamente grandi obiettivi per poi fallire, ha affermato il leader del partito Yesh Atid.
• «Vittoria decisiva»
Lapid ha attaccato Netanyahu personalmente in modo particolarmente duro. Il capo del governo sarebbe sì un politico di talento, ma ormai «diventato vecchio e stanco» e circondato da persone inadatte. Il regime iraniano non si sarebbe indebolito, ma rafforzato.
Anche altri politici dell’opposizione hanno espresso preoccupazione. Avigdor Liberman ha dichiarato che è solo questione di tempo prima che i droni di Hezbollah colpiscano Tel Aviv o Gerusalemme. Israele deve infliggere una «vittoria decisiva» all’organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran.
Anche l’ex ministro della Difesa Benny Gantz ha chiesto un approccio più duro. «La migliore difesa contro Hezbollah è l’attacco», ha affermato.
Secondo quanto riportato dai media, l’accordo in fase di definizione prevede inizialmente una proroga di 60 giorni dell’attuale tregua. Inoltre, si intende garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. La questione vera e propria del programma nucleare iraniano verrebbe quindi affrontata solo in colloqui successivi. Anche la fine dei combattimenti tra Israele e Hezbollah in Libano sembra rientrare tra i punti in discussione.
(Jüdische Allgemeine, 26 maggio 2026)
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Come l'Iran sta cambiando la conduzione della guerra nel nord di Israele
Mentre il mondo continua a concentrarsi su missili, aerei da combattimento e grandi sistemi di difesa aerea, il campo di battaglia moderno si sta trasformando già da tempo a bassa quota.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - L’esercito israeliano ha lanciato ieri sera una nuova ondata di attacchi in Libano – in risposta ai droni kamikaze esplosivi di Hezbollah. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha reagito alle crescenti critiche sull’impotenza di Israele di fronte alla minaccia dei droni e ha dichiarato: «Siamo in guerra con Hezbollah. Non toglieremo il piede dall’acceleratore. Sì, ci attaccano con i droni. Abbiamo una squadra speciale che ci sta lavorando e risolveremo anche questo problema». Allo stesso tempo ha annunciato di voler intensificare ulteriormente gli attacchi contro Hezbollah.
Ma dietro le quinte la preoccupazione cresce enormemente. Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha avvertito sui media israeliani: «Al momento ci troviamo di fronte a una realtà letale, in gran parte impotenti. È una vera e propria situazione da roulette russa». Sebbene l’esercito abbia preparato piani operativi contro i droni FPV, questi non sono stati ancora approvati a livello politico. La minaccia dei droni FPV era nota da anni a seguito della guerra in Ucraina, eppure Israele ha sottovalutato il pericolo. L'ex maggiore generale Eli Marom ha dichiarato apertamente che Israele «ha dormito», mentre l'Ucraina stava già sviluppando e impiegando diversi sistemi di difesa.
Fino a quando non saranno disponibili soluzioni tecnologiche migliori, Marom chiede misure di protezione immediate per le truppe, tra cui reti di protezione sopra le postazioni, fucili a canna liscia per la difesa ravvicinata e l'evitare sistematicamente movimenti inutili in terreno aperto.
Un sito web iraniano ha pubblicato un'analisi completa di un totale di 252 attacchi con droni esplosivi di Hezbollah nel periodo dal 19 marzo al 23 maggio. L'indagine fornisce una visione dettagliata della strategia operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e mostra quanto sistematicamente la milizia cerchi di ostacolare l'avanzata delle truppe israeliane. Secondo il rapporto, nel giro di circa due mesi Hezbollah ha sferrato un totale di 252 attacchi con droni FPV e droni esplosivi contro obiettivi israeliani. Di questi, 215 attacchi erano diretti contro postazioni dell’IDF e movimenti di truppe all’interno del Libano meridionale, mentre 37 attacchi hanno colpito obiettivi sul territorio israeliano.
Sono stati attaccati con particolare frequenza alcuni punti nevralgici operativi lungo il fronte. L’analisi ha registrato 41 attacchi nel tratto costiero di Al-Biyadah vicino a Nakura, circa sei chilometri a nord di Rosh Hanikra in Israele. Secondo l'analisi iraniana, Hezbollah si è concentrato su tre assi operativi centrali per rallentare o arrestare del tutto l'avanzata israeliana: l'asse costiero Al-Biyadah–Nakura, l'asse del Litani Taiba–Kantara–Wadi Raj lungo il fiume Litani e l'asse Rashaf–Hadatha–Bint Jbeil.
Colpisce soprattutto la scelta degli obiettivi degli attacchi con i droni. L’obiettivo principale erano i carri armati israeliani Merkava, considerati la spina dorsale delle forze corazzate israeliane. In totale, 81 attacchi sono stati diretti contro i carri armati Merkava. Altri 47 attacchi hanno preso di mira veicoli blindati come Hummer, mezzi da trasporto corazzati Namer, veicoli da combattimento e veicoli logistici. A questi si sono aggiunti 27 attacchi contro veicoli tecnici e attrezzature del genio militare come bulldozer ed escavatori. Inoltre, Hezbollah ha attaccato anche sistemi elettronici e difensivi. Otto attacchi hanno preso di mira i sistemi di disturbo israeliani, sette i componenti del sistema di difesa Iron Dome e tre i sistemi di sorveglianza e ricognizione elettronica.
• Cosa sono i droni FPV?
Questi droni (“First Person View”) sono ormai tra le armi più determinanti della moderna guerra asimmetrica. In origine provengono dal settore dell’hobbistica e delle corse, dove i piloti controllano il drone in tempo reale in prima persona tramite una telecamera. Oggi questi piccoli e economici droni con telecamera vengono sempre più spesso trasformati in armi esplosive ad alta precisione. Caricati di esplosivo e guidati direttamente verso l’obiettivo, possono attaccare carri armati, veicoli blindati, attrezzature tecniche o persino singoli soldati. È proprio qui che risiede la loro importanza strategica: mentre i moderni carri armati da combattimento e i sistemi di difesa aerea costano milioni, i droni FPV sono spesso già operativi per poche centinaia o migliaia di dollari. Volano bassi, veloci e difficilmente individuabili, ponendo così sfide enormi anche agli eserciti tecnologicamente più avanzati. Soprattutto nella guerra in Ucraina, ma anche presso Hezbollah, gli Houthi e altre milizie sostenute dall’Iran, i droni FPV sono stati massicciamente perfezionati. La dottrina militare iraniana descrive questo approccio come il principio del «semplice, economico e piccolo» – ovvero il tentativo di sfruttare e sopraffare le costose tecnologie belliche occidentali con sistemi economici, flessibili e impiegati in massa. Proprio per questo i droni FPV sono ormai considerati uno degli sviluppi più pericolosi ed efficaci della guerra moderna.
L'analisi iraniana interpreta questi modelli di attacco come una strategia mirata a frenare la rapida avanzata israeliana nel Libano meridionale.
Secondo tale analisi, Israele starebbe cercando di avanzare rapidamente con formazioni corazzate e unità tecniche, di erigere fortificazioni temporanee e di distruggere le infrastrutture di Hezbollah. La risposta di Hezbollah consisterebbe nel mettere continuamente sotto pressione le forze corazzate e di genieri israeliane, al fine di aumentare i costi e le perdite dell’operazione e di imporre una guerra di logoramento a lungo termine. Viene sottolineato in particolare il ruolo dei droni FPV. Secondo la versione iraniana, questi si sarebbero dimostrati un'arma estremamente efficace e avrebbero garantito a Hezbollah una sorta di “supremazia aerea a bassa quota” su distanze da 15 a 20 chilometri. Con costi relativamente minimi, si riuscirebbe così a sfidare i costosi sistemi d'arma israeliani.
In Israele, nel frattempo, anche molti esperti di sicurezza e soldati ammettono in privato che l'esercito era strategicamente impreparato ad affrontare la minaccia di massa rappresentata dai droni FPV a basso costo. Nei media se ne parla relativamente poco, ma sono proprio questi piccoli e economici droni kamikaze a causare attualmente danni enormi e a costituire sempre più una delle cause principali dell'aumento del numero di soldati israeliani caduti. Mentre il mondo guarda ai missili, ai jet da combattimento o ai grandi sistemi di difesa aerea, il campo di battaglia si sta trasformando da tempo a bassa quota. Piccoli droni FPV del costo di poche centinaia di dollari colpiscono carri armati, veicoli, postazioni e singoli soldati spesso con precisione letale. È proprio qui che risiede la pericolosa asimmetria di questa nuova forma di guerra: una tecnologia a basso costo costringe anche gli eserciti più moderni a una costosa e complicata lotta difensiva.
L'esercito israeliano sta ora lavorando intensamente a risposte strategiche e tecnologiche contro la crescente minaccia dei droni FPV. Ma è proprio qui che si manifesta uno dei maggiori dilemmi della guerra moderna: la difesa contro droni di massa a basso costo è spesso molto più costosa e complicata dell'attacco stesso. Sistemi come l’Iron Dome sono stati originariamente sviluppati contro missili e ordigni di grandi dimensioni, non contro piccoli droni FPV estremamente veloci, che volano a bassa quota, sono difficili da localizzare e spesso costano solo poche centinaia di dollari. È proprio su questo che si basa la strategia militare iraniana del “semplice, economico e piccolo” – ovvero, sovraccaricare le costose tecnologie d’arma occidentali con sistemi economici.
Israele sta quindi reagendo su più livelli contemporaneamente: con sistemi di disturbo elettronico contro la connessione radio dei droni, sistemi anti-drone mobili su veicoli, ricognizione precoce supportata dall’intelligenza artificiale e il nuovo sistema di difesa laser israeliano Iron Beam, che in futuro dovrebbe essere impiegato in modo più economico e veloce contro i piccoli droni. Anche i carri armati Merkava ricevono sempre più protezione aggiuntiva contro gli attacchi dall’alto, poiché i droni FPV attaccano in modo mirato le zone superiori più vulnerabili dei veicoli. Allo stesso tempo, l’esercito israeliano sta modificando le proprie tattiche, i modelli di movimento, la mimetizzazione e la protezione delle postazioni.
Ciononostante, la sfida rimane enorme. I droni FPV stanno attualmente cambiando l'intera logica della guerra moderna. Un piccolo drone dotato di telecamera e ordigno esplosivo può oggi danneggiare carri armati dal valore di milioni, colpire mortalmente i soldati o rallentare intere operazioni. Proprio per questo molti analisti militari parlano ormai di una «democratizzazione del potere aereo».
La cosiddetta «democratizzazione del potere aereo» descrive il cambiamento per cui oggi gli attacchi aerei e il controllo dello spazio aereo non sono più riservati solo alle superpotenze con F-16, F-35, elicotteri Apache o sistemi di difesa missilistica, ma diventano possibili anche per piccoli attori grazie a droni economici. Particolarmente problematico è il fatto che Hezbollah, grazie al sostegno iraniano, ricorra sempre più spesso ad attacchi coordinati, continui e in sciame, per mettere costantemente sotto pressione le truppe israeliane e logorarle psicologicamente.
L'esercito israeliano impara molto in fretta e continua a essere considerato altamente innovativo dal punto di vista tecnologico. Tuttavia, la realtà degli ultimi mesi dimostra anche che persino gli eserciti più moderni non hanno ancora trovato una risposta perfetta ai droni FPV economici e utilizzati in massa. Proprio per questo motivo sono oggi considerati uno degli sviluppi più pericolosi della guerra asimmetrica.
(Israel Heute, 26 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Premiata la prima donna drusa medico in Israele
La ginecologa Nadia Khir ha cambiato il destino di una generazione di donne
di Michelle Zarfati
La prima donna drusa in Israele ad aver intrapreso gli studi di medicina è stata insignita di un prestigioso riconoscimento per il suo contributo alla società israeliana e all’emancipazione femminile. La ginecologa Nadia Khir ha ricevuto il premio durante la conferenza “Her Stage”, organizzata dal quotidiano Israel Hayom e guidata dalla filantropa israelo-americana Miriam Adelson. Originaria del villaggio druso di Julis, nel nord di Israele, Khir oggi ha 58 anni ed è una ginecologa molto stimata nei distretti di Haifa e della Galilea occidentale. Ma il suo percorso è iniziato in un contesto difficile, segnato da problemi economici e familiari. Secondo quanto riportato dai media israeliani, da ragazza studiava seduta sull’erba perché in casa non c’era nemmeno una scrivania. La malattia della madre e il senso di impotenza provato allora la spinsero verso la medicina. Nel 1985 prese una decisione considerata rivoluzionaria per la sua comunità: iscriversi alla facoltà di medicina del Technion – Israel Institute of Technology. In quegli anni pochissime donne druse lasciavano il villaggio per studiare e quasi nessuna sceglieva un percorso lungo e impegnativo come medicina. La sua scelta provocò resistenze e critiche, ma Khir non rinunciò. “Oggi, quando vedo giovani donne scegliere di studiare e avanzare senza paura di rompere le barriere, capisco che ne è valsa la pena”, ha dichiarato la dottoressa durante la cerimonia. Attualmente Khir presta servizio in quattro cliniche che assistono comunità arabe israeliane tra Julis, Tamra, Jatt e Yanuh. La sua esperienza personale si è trasformata in un simbolo di cambiamento sociale, non soltanto all’interno della comunità drusa ma più in generale nella società israeliana. Anche le sue tre figlie hanno seguito percorsi accademici di alto livello: una studia medicina, un’altra ingegneria elettrica e la terza ingegneria informatica. Un’eredità che racconta quanto una singola scelta possa incidere sulle generazioni successive. Nel consegnare il riconoscimento, Miriam Adelson ha sottolineato come la decisione di Khir di studiare medicina abbia “cambiato la realtà per un’intera generazione di donne”. Un tributo non solo a una carriera medica, ma a una figura che ha aperto nuove strade in una realtà tradizionalmente conservatrice.
(Shalom, 26 maggio 2026)
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L’orgoglio fragile degli ebrei della diaspora
Certe abitudini dell’ebraismo diasporico raccontano più di quanto sembri: non solo orgoglio identitario, ma il bisogno storico di riconoscersi in nomi, volti e successi capaci di riscattare una minoranza abituata per secoli a sentirsi osservata, sospettata, talvolta avversata.
di Stefano Piperno
Conosco per diretta esperienza familiare diversi comportamenti, o se si vuole abitudini, tipici degli ebrei della diaspora, cioè in sostanza europei e americani, due dei quali sono caduti in disuso per forza di cose. Chi si recava a Londra per la prima volta, per lavoro o vacanza, non mancava quasi mai di andare a vedere, almeno da fuori, gli impenetrabili uffici della N M Rothschild & Sons a New Court, in St Swithin’s Lane, nella City, dove storicamente si teneva il celebre “London Gold Fixing” due volte al giorno: alle 10,30 e alle 15,30. Quella cerimonia è stata abolita nel 2004 e sostituita nel 2015 da una piattaforma digitale. L’altra abitudine consisteva, appena arrivati in albergo in una città straniera, nel compulsare l’elenco telefonico alla ricerca di cognomi tipicamente ebraici. Ora gli elenchi telefonici non esistono più. Due comportamenti invece resistono ancora oggi: cercare su YouTube immagini e filmati di ebrei eminenti in tutti i campi, grazie ai doviziosi elenchi presenti sulla piattaforma, oppure stupire amici e conoscenti rivelando che quel determinato personaggio famoso è, inequivocabilmente, ebreo. Da queste abitudini sono esclusi sia gli israeliani, sia gli ultraortodossi. Proverò a spiegare il perché di questi atteggiamenti così diversi, perché tutto ciò dice molto sugli ebrei in una chiave poco conosciuta, soprattutto nei tempi attuali, nei quali prevale quel che osserviamo tutti i giorni nei confronti dei discendenti di Abramo, alle prese con tribolazioni che credevano di essersi lasciati definitivamente alle spalle. Dette così, queste manifestazioni possono apparire come forme di orgoglio identitario, vanità o persino senso di superiorità. Senza dubbio, in alcuni casi, questi sentimenti esistono. Ma vi è anche qualcosa di più sottile e profondo che riguarda la condizione storica dell’ebreo della diaspora, stabilmente insediato da secoli in Paesi dove resta comunque una minoranza esigua, spesso osservata con sospetto quando non apertamente avversata. Il fatto è che i discendenti delle generazioni uscite dai ghetti ed emancipate hanno assistito, tra la fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento, a un impressionante fiorire di personalità ebraiche eminenti in ogni campo, fino alla sorprendente incidenza di premi Nobel. Questo ha determinato uno stato d’animo peculiare e, tutto sommato, comprensibile, anche se non sempre razionalmente spiegabile. Un paio di esempi possono chiarire meglio. L’ebreo Albert Einstein, laico che non rinnegò mai le proprie origini, rivoluzionò la fisica moderna. Ma il coevo Max Planck, padre della non meno rivoluzionaria meccanica quantistica, era figlio di un pastore protestante. Il punto è che, per un ebreo inglese, Einstein è anzitutto un appartenente al proprio popolo — o, se si preferisce, alla propria storia collettiva — ma anche Peter Sellers, inglese come lui, è “first of all” ebreo, sia pure solo a metà. Lo stesso vale per Dustin Hoffman, grandissimo attore, come del resto i cattolici Al Pacino e Robert De Niro. Tuttavia, per il parigino Nathan Levy o il romano Cesare Della Rocca, Dustin Hoffman è soprattutto un ebreo famoso. Che cosa significa, in fondo, tutto questo? Significa che, per chi è abituato da secoli a essere considerato diverso, coloro che emergono e si distinguono rappresentano anche un simbolo di riscatto collettivo, soprattutto se riferito a una comunità di circa quindici milioni di persone su una popolazione mondiale di oltre otto miliardi. È comprensibile? Forse sì. Non è quindi l’orgoglio tipico per gli eminenti compatrioti, ma il riconoscersi in un tipo di appartenenza del tutto diversa, che, in mancanza di una patria comune, si rivolge all’origine religiosa e culturale, che accomuna i tanti Nathan Levy e Cesare Della Rocca sparsi per il mondo. Gli israeliani infatti vivono questa dimensione in modo differente, essendo cittadini di uno Stato nato anche come risposta storica alla diaspora e alla persecuzione, forti di un’identità nazionale piena e non più minoritaria, a volte anche arrogante. Gli ultraortodossi, invece, hanno poco tempo per queste sottigliezze identitarie, immersi quotidianamente nelle Yeshivot, chini ostinatamente sui testi sacri ed esercitando una dialettica quasi ossessiva attorno alla tradizione rabbinica. Per concludere, forse è proprio questo il punto: per un popolo disperso per secoli tra nazioni altrui, ogni volto celebre, ogni nome illustre, ogni talento universalmente riconosciuto diventa inconsciamente la prova non soltanto di essere sopravvissuti alla storia, ma di avere continuato a parteciparvi da protagonisti. Ed è forse altrettanto vero che questo particolare stato d’animo, vissuto dall’interno quasi come una forma di reciproco riconoscimento, dall’esterno venga raramente compreso fino in fondo e sia sorgente di sentimenti avversi.
(InOltre, 25 maggio 2026)
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La vita quotidiana tra tregua e realtà
Nonostante i colloqui diplomatici tra Washington e Teheran, il nord di Israele rimane un luogo di continua insicurezza. La vita quotidiana va avanti, ma la realtà della guerra non scompare.
di Dov Eilon
Ogni mattina accompagno i miei “ragazzi” alla stazione di Modi’in. È una di quelle routine quotidiane che dovrebbero dare la sensazione che la vita continui. La gente sale sul treno per Tel Aviv con le tazze di caffè in mano, gli studenti siedono assonnati sui sedili posteriori delle auto, alla radio trasmettono notizie, meteo e musica – apparentemente una normale mattina israeliana.
Eppure nulla è davvero normale.
Perché quasi ogni mattina, a un certo punto, arriva questa notizia. Ancora un soldato caduto. Ancora un drone dal Libano. Ancora un nome, un volto, una famiglia strappata in pochi secondi da una vita normale.
Oggi è successo di nuovo. Mentre guidavo, il conduttore del telegiornale parlava di sforzi diplomatici, di colloqui tra Stati Uniti e Iran, di possibili accordi regionali. Quasi nello stesso istante è seguita la notizia di un soldato israeliano caduto nel nord.
Questa simultaneità caratterizza attualmente la nostra vita in Israele.
Da un lato, politici e media internazionali parlano di cessate il fuoco, allentamento delle tensioni e nuove opportunità diplomatiche. Dall’altro, gli israeliani continuano a vivere sirene, attacchi con droni e soldati caduti. La discrepanza tra la percezione internazionale e la realtà israeliana non potrebbe essere più grande.
• Una minaccia che è cambiata
L'Hezbollah non si è affatto ritirato completamente, nonostante gli accordi internazionali. L'organizzazione terroristica dispone ancora di enormi capacità militari. Ci sono ancora strutture armate vicino al confine. Ma la natura della minaccia è cambiata.
Da tempo ormai non sono più solo i razzi a determinare la vita quotidiana. Sempre più spesso i notiziari riportano notizie di piccoli droni FPV – droni economici e difficili da localizzare, che vengono diretti direttamente verso veicoli o soldati. Alcuni sono guidati tramite cavi in fibra ottica e sono quindi difficilmente fermabili dai sistemi di disturbo elettronico.
È particolarmente impressionante quanto alcune soluzioni sembrino ormai improvvisate. Secondo i resoconti dei media, l’esercito sta cercando reti speciali come protezione – tra cui anche semplici reti da pesca da stendere sopra veicoli e postazioni, in modo simile a quanto si vede nella guerra in Ucraina. Il fatto che un esercito moderno e high-tech ricorra a tali mezzi dimostra quanto sia cambiata la conduzione della guerra. Oggi la minaccia arriva spesso in silenzio. Nessuna postazione missilistica, nessun aereo da combattimento – ma piccoli droni che possono diventare letali in pochi secondi.
Proprio per questo, per molti israeliani la cosiddetta tregua non sembra affatto pace.
• Cosa significa davvero sicurezza qui
In Israele la sicurezza non è un concetto politico astratto. Sicurezza ha senso se i genitori possono mandare i propri figli a scuola la mattina con tranquillità.
Se le persone possono dormire la notte senza pensare immediatamente alle prossime notizie dal nord. Se le famiglie nel nord possono effettivamente tornare nelle loro case o devono continuare a vivere in alberghi e alloggi provvisori.
Quando i politici europei parlano di «moderazione da entrambe le parti» o ripetono formule diplomatiche, spesso ciò suona molto lontano da questa realtà. Perché per molte persone qui non si tratta di teoria geopolitica, ma di una domanda molto semplice: Il prossimo drone verrà intercettato o no?
A ciò si aggiunge la sfiducia nei confronti dei colloqui tra Washington e Teheran. Naturalmente molti israeliani desiderano la stabilità. Nessuno brama una guerra eterna. Ma allo stesso tempo si ricorda quante volte l’Iran abbia propagandato pubblicamente la distruzione di Israele. Il sostegno di Teheran a Hezbollah e Hamas non è visto come un problema teorico, ma come una realtà immediata. La preoccupazione non è che la diplomazia sia fondamentalmente sbagliata – la preoccupazione è che in Occidente ci si stia nuovamente illudendo. Gli israeliani hanno visto come l’euforia internazionale per le tregue sia stata superata dalla realtà. Le organizzazioni terroristiche spesso sfruttano le fasi di calma per riarmarsi e prepararsi alla prossima escalation.
• La vita continua comunque
Eppure la vita quotidiana va avanti. Questa è forse una delle caratteristiche più sorprendenti di questo Paese. I caffè aprono. I bambini vanno a scuola. Si celebrano matrimoni. Si va avanti – non perché non esista alcun pericolo, ma perché si è imparato a convivere con questa incertezza. Non si aspetta la sicurezza perfetta. Si cerca invece di mantenere la normalità in mezzo all’incertezza.
Ma a volte bastano pochi secondi all’autoradio per scuotere questa fragile normalità.
Il nome di un soldato caduto. Un breve servizio su un drone. Una notizia sui combattimenti nel nord. E improvvisamente ci si rende conto di nuovo che la tregua, di cui si parla a livello internazionale, qui è ben lungi dall’essere percepita come vera pace.
Il concetto di “dopo la guerra” suona quasi estraneo in Israele in questo momento. Molti non hanno la sensazione che stiamo già vivendo in quel periodo. Come si previene in modo duraturo la minaccia proveniente dal Libano? Come si affronta un Iran che continua ad espandere la propria influenza nella regione? E come si può mai tornare veramente alla normalità, quando un’intera generazione ha imparato che la calma può rompersi in qualsiasi momento?
Mentre tornavo a casa questa mattina, la vita quotidiana a Modi’in proseguiva normalmente. La vita va avanti. Ma sullo sfondo rimane questa sensazione sommessa: la consapevolezza che la calma potrebbe finire in qualsiasi momento. Non panico costante, non stato di emergenza permanente – ma una vita normale sotto la superficie di una minaccia che non è mai del tutto scomparsa.
Ed è per questo che anche una mattina tranquilla a volte non sembra davvero tranquilla.
(Israel Heute, 25 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Boom di nascite nelle comunità israeliane al confine con Gaza
di Michelle Zarfati
Nelle comunità israeliane al confine con Gaza, devastate dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la vita prova a riprendersi il proprio spazio. Tra case ancora da ricostruire, famiglie rientrate da pochi mesi e cicatrici ancora aperte, un dato racconta più di ogni altro la volontà di ricominciare: decine di nuovi bambini sono nati nell’ultimo anno. A Shlomit, piccolo centro abitato nel sud di Israele vicino al confine con la Striscia di Gaza e a pochi chilometri dall’Egitto, nel 2025 sono nati 20 bambini in una comunità di appena 600 residenti. Un numero simbolico che, durante le celebrazioni di Shavuot, è stato vissuto dagli abitanti come una vera “vittoria della vita”. Tra le famiglie trasferitesi recentemente c’è quella di Oshrit e Nissim Amar. La coppia aveva acquistato un terreno nel 2023 con l’intenzione di costruire la propria casa subito dopo la festività di Simchat Torah. Poi è arrivato il 7 ottobre. “Amici e parenti cercavano di convincerci a rinunciare – racconta Oshrit a Ynet – Dicevano che eravamo pazzi. Certo, la paura c’era, ma proprio dopo l’attacco abbiamo sentito ancora più forte il desiderio di vivere qui”. Il loro quinto figlio, Ari, è nato il 25 marzo 2026. Per la famiglia Amar, mettere al mondo un bambino in una zona diventata simbolo del conflitto rappresenta un atto di resistenza civile oltre che personale. Anche altre comunità della cosiddetta “Gaza Envelope” registrano segnali di ripresa demografica. Nel 2025 sono nati complessivamente 107 bambini nei piccoli centri dell’area di confine. La comunità di Be’eri, una delle più colpite durante l’attacco di Hamas e non ancora completamente rientrata nelle proprie abitazioni, ha accolto 18 nuovi nati, mentre Kfar Aza ne ha registrati 11. Secondo la Direzione Tkuma, l’ente incaricato della ricostruzione delle aree colpite, circa il 93% dei residenti è tornato a vivere nella regione. Parallelamente, anche nuove famiglie immigrate in Israele stanno contribuendo al ripopolamento delle aree agricole del Paese. Nella Valle di Jezreel, decine di nuovi immigrati hanno celebrato il loro primo Shavuot imparando le tradizioni agricole locali e partecipando alle feste della comunità. In un territorio ancora segnato dalla guerra, la crescita delle nascite viene letta dagli abitanti come un messaggio preciso: nonostante il trauma e l’incertezza, la volontà di restare e ricostruire continua a prevalere.
(Shalom, 25 maggio 2026)
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Antisemitismo in Australia fuori controllo
Il corpo della Guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC) dietro a diversi attacchi contro obiettivi ebraici
L’antisemitismo in Australia è diventato fuori controllo dopo l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023, che ha scatenato la guerra a Gaza, alimentando la violenza contro il popolo ebraico, ha dichiarato il capo dei servizi segreti del Paese nel corso di un’inchiesta sull’attacco terroristico a Bondi Beach.
Le dichiarazioni sono state rese durante le udienze pubbliche nell’ambito dell’ampia inchiesta nota come « Royal Commission», incentrata sugli eventi che hanno portato all’attacco di Bondi dello scorso dicembre, in cui 15 persone sono state uccise in un attacco contro la comunità ebraica durante una celebrazione di Hanukkah.
Il picco di episodi antisemiti ha contribuito alla decisione dell’agenzia di elevare il livello nazionale di minaccia terroristica a “probabile” nell’agosto 2024, afferma Mike Burgess dell’Organizzazione australiana per l’intelligence di sicurezza.
“Non c’è dubbio che la guerra in Medio Oriente abbia suscitato una serie di emozioni in Australia”, aggiunge Burgess, direttore generale della sicurezza dell’agenzia.
“Alcuni di quegli aspetti violenti… e quei comportamenti, compreso l’antisemitismo che, a nostro avviso, sono stati lasciati senza controllo, sono stati quindi normalizzati e hanno dato più spazio alla violenza… e gli ebrei australiani ne sono stati le vittime”.
Dalla fine del 2024, afferma Burgess, l’antisemitismo si è anche intensificato in termini di gravità, passando da “comportamenti minacciosi e intimidatori a attacchi diretti contro persone, aziende e luoghi di culto”.
Tra questi episodi figurano atti di vandalismo e incendi dolosi contro abitazioni, scuole, sinagoghe e veicoli nei mesi precedenti l’attacco di Bondi.
Burgess afferma che l’agenzia ha concluso che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, l’élite iraniana, fosse dietro due attacchi antisemiti contro un ristorante kosher a Sydney e la sinagoga Adass Israel di Melbourne.
Tale conclusione ha portato all’espulsione dell’ambasciatore iraniano ad agosto.
L’Iran è stato probabilmente coinvolto in altri attacchi, ma l’ASIO “non riesce proprio ad arrivare a quel punto” nelle sue valutazioni per individuare le responsabilità, aggiunge.
“Usano la loro rete di proxy e agenti per eseguire i loro ordini, ovvero per recare danno al popolo ebraico ovunque si trovi nel mondo”.
La prima serie di audizioni della commissione di questo mese si è concentrata sulla natura e la diffusione dell’antisemitismo, raccogliendo le testimonianze dei membri della comunità ebraica.
(Rights Reporter, 25 maggio 2026)
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La débâcle
di Niram Ferretti
La via di uscita scelta da Donald Tump dall’operazione americana in Iran che, negli intenti, avrebbe dovuto essere maestosa, è la peggiore immaginabile.
• Illusioni e realtà
Dopo la galvanizzazione di gennaio seguita dal blitz venezuelano della cattura di Maduro, Trump e chi gli sta intorno e ne influenza le decisioni, credeva che il regime di Teheran potesse essere messo con le spalle al muro facilmente. Non sarebbe stato semplice come in Sud America ma gli era stato fatto presente anche da Netanyahu che le condizioni per dare una spallata alla struttura nefasta di potere creata da Khomeini nel ’79 esistevano. La gente, a un certo punto, sarebbe scesa in piazza e unita avrebbe completato il lavoro svolto da bombardamenti serrati e mirati alle infrastrutture militari e ai centri operativi di comando del regime. Su Truth, Trump esortava il popolo iraniano a scendere in strada perché la liberazione era prossima, e Netanyahu, sostanzialmente un suo megafono, gli faceva eco, mentre dall’esilio, Reza Phalavi si accreditava come futuro leader.
Ci si era dimenticati che già a gennaio migliaia di iraniani, per essere scesi in piazza in segno di protesta contro il regime, erano stati falcidiati. Che garanzie venivano loro offerte per ripetere la stessa esperienza senza essere massacrati? Nessuna.
Da lì in poi si è passati da parte di Trump a minacce di distruzioni di civiltà, di ore zero prossime, di inferni dietro la porta per poi arrivare all’attuale bozza di accordo che prevede una moratoria di sessanta giorni, e dovrebbe consentire il libero passaggio dello Stretto di Hormuz. Sull’uranio a un passo dall’impiego nucleare ancora nelle mani dell’Iran, sui missili balistici (argomento in realtà mai affrontato), si vedrà poi in seguito. Intanto è urgente per Trump, a picco nei sondaggi a casa, trovare il modo di districarsi dal pasticcio nel quale si è cacciato, il più disonorevole dopo l’uscita di scena americana dall’Afghanistan del 2021 messa in atto dall’Amministrazione Biden, ma concordata da Trump con i Talebani.
• L’attuale vincitore
L’Iran, per quanto colpito duramente durante l’operazione militare congiunta israelo-americana, appare nettamente come il vincitore di questo round. Lo è per diversi motivi. Perché non avendo una potenza militare neanche paragonabile a quella statunitense non solo è riuscito a tenerle testa, non solo ha il regime ancora in sella, ma è riuscito, grazie all’imperizia americana e alla riluttanza di impiegare effettivamente soldati sul terreno, a mettere in modo perentorio le mani sullo Stretto di Hormuz e a farne una formidabile arma di pressione.
È inoltre ulteriormente vincitore perché ha messo gli Stati Uniti nella condizione di sedersi a un tavolo per negoziare sapendo perfettamente che Trump non aveva e non ha nessuna intenzione di spingere oltre l’operazione militare nonostante il suo iperbolico nome “Epic Fury”. La furia di Marte si è rabbonita al tavolo dei negoziati.
Stiamo assistendo alla replica di quello che è accaduto a Gaza dove Trump ha imposto a Israele di negoziare con Hamas e ha messo in piedi una struttura elefantiaca e totalmente priva di sostanza come il Board of Peace, imbarcandovi sostenitori di Hamas come Qatar e Turchia. Quanto a Hamas, che da mesi avrebbe dovuto disarmarsi, non solo non lo ha fatto e non lo farà, ma controlla completamente poco meno della metà di Gaza.
• La scarsa rilevanza di Israele
Israele, partner fondamentale degli Stati Uniti nell’operazione militare che Netanyahu ha spinto fortemente perché avesse luogo, si è visto progressivamente spinto ai margini delle decisioni prese a Washington. Netanyahu non può fare altro che abbozzare essendosi legato a Trump mani e piedi.
È stato già umiliato pubblicamente quando dovette chiedere scusa all’Emiro del Qatar per l’incursione israeliana nel Paese e una seconda volta quando Trump ha dichiarato pubblicamente che farà quello che vuole lui. Ora deve accontentarsi di una cambiale in bianco, basata sulla promessa che Trump risolverà in futuro il problema del nucleare iraniano esattamente come ha contribuito a risolvere il problema Hamas a Gaza.
(L'informale, 25 maggio 2026)
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L’antisemitismo generato dall’AI conquista i social: video “in stile Pixar” raggiungono milioni di giovani
di Pietro Baragiola
Trailer animati in stile Disney-Pixar ambientati nei campi di concentramento, videogiochi fittizi con protagonista Adolf Hitler e meme che trasformano la Shoah in “dark humor”. È questo il nuovo volto dell’antisemitismo online descritto da un rapporto pubblicato questa settimana da CyberWell, non-profit israeliana specializzata nel monitoraggio dell’odio antiebraico sui social media.
Lo studio, uno dei primi dedicati all’uso dell’intelligenza artificiale, ha individuato 307 contenuti generati con AI tra gennaio 2025 e febbraio 2026 accumulando oltre 30 milioni di visualizzazioni e 2,8 milioni di interazioni.
Per raccogliere questi dati i ricercatori hanno osservato video creati attraverso piattaforme come Sora, Veo, Grok e Suno, rilevando una crescita esplosiva del fenomeno soprattutto dalla metà del 2025, periodo da cui proviene il 98,4% dei contenuti identificati.
• La Shoah come “contenuto Pixar”
Secondo il rapporto, il tratto più preoccupante è la scelta di utilizzare estetiche rassicuranti e familiari per raggiungere un pubblico giovane.
“Gli utenti confezionano contenuti antisemiti generati con AI in formati progettati per attrarre il pubblico più giovane” spiegano i ricercatori nel rapporto, citando in particolare le fake preview “in stile Pixar” e le clip ispirate al mondo dei videogiochi.
Uno degli esempi più discussi è Caust, un falso trailer creato con Sora che utilizza volutamente il termine “Caust” per aggirare i filtri automatici legati alla parola “Holocaust”. Ambientato in un campo di concentramento, il video presenta Hitler in modo caricaturale mentre segue un gruppo di bambini ebrei in fuga.
“Il risultato è quello di “trasformare l’atrocità in intrattenimento e ridurre la gravità della sofferenza ebraica” aggiungono i ricercatori.
Un altro contenuto analizzato, pubblicato su TikTok con il titolo CAUST COMMANDER, ha superato le 66mila visualizzazioni mostrando Hitler come un personaggio da videogioco, con riferimenti ironici allo Zyklon B e ad un merchandising immaginario ispirato ai campi di sterminio.
Il problema è alimentato anche dal fatto che molti creator cercano di evitare la moderazione etichettando questi video semplicemente come “satira” o “dark humor”.
CyberWell ha inoltre individuato contenuti direttamente collegati agli eventi geopolitici recenti, in particolare alla guerra Israele-Iran del 2025. Tra questi compare il video virale Boom Boom Tel Aviv, accompagnato da versi come: “This is what you get for all your evil deeds” e “it’s your time to bleed”.
• L’odio amplificato dall’AI
In questa diffusione dell’antisemitismo nel mondo dei social, TikTok è risultata la piattaforma con il maggior numero di contenuti individuati, quasi il 36%, ma anche quella con il livello più alto di enforcement, rimuovendo oltre l’88% dei contenuti segnalati. Instagram ha registrato il livello più alto di engagement, raccogliendo circa il 65% delle interazioni complessive, mentre più bassi i tassi di rimozione su YouTube e soprattutto su X, dove sarebbe stato eliminato soltanto il 20% dei contenuti individuati.
Per la CEO di CyberWell Tal-Or Cohen Montemayor, l’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente la diffusione dell’odio online.
“L’intelligenza artificiale ha trasformato la scala e la velocità con cui l’antisemitismo può essere prodotto e distribuito” ha affermato Cohen Montemayor nella sua intervista rilasciata al sito Algemeiner. “L’AI generativa consente oggi di industrializzare l’odio, creando contenuti ad alto impatto capaci di raggiungere milioni di persone prima ancora che vengano moderati”.
Il rapporto lancia inoltre un allarme sul funzionamento stesso dei modelli di intelligenza artificiale. Molti dataset utilizzati per addestrare chatbot e generatori di immagini, infatti, includerebbero siti dove l’antisemitismo è già fortemente presente, rischiando così di incorporare quei pregiudizi direttamente nei sistemi AI.
CyberWell chiede ora alle piattaforme di “andare oltre la semplice etichettatura dei contenuti AI” e “investire in strumenti capaci di riconoscere odio e propaganda nascosti in immagini, audio e linguaggi codificati”.
“Il rischio” conclude il rapporto, “è che le narrative antisemite presenti online vengano incorporate nei modelli e redistribuite su larga scala. Ed è proprio qui che emerge la novità più inquietante: l’odio antiebraico non si presenta più soltanto come propaganda estrema, ma assume sempre più spesso la forma di contenuti virali, ironici e apparentemente innocui pensati per essere condivisi dalle nuove generazioni.”
(Bet Magazine Mosaico, 25 maggio 2026)
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Perché Dio ha creato il mondo? - 28
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Il patto del Sinai
Nel primo giorno del terzo mese dopo che furono usciti dal paese d'Egitto, i figli d'Israele giunsero al deserto di Sinai. Essendo partiti da Refidim, giunsero al deserto di Sinai e si accamparono nel deserto; qui si accampò Israele, di fronte al monte (Esodo 19:1-2).
Dopo tre mesi di viaggio, il popolo arriva ai piedi del monte Sinai, che è la “montagna di Dio” (Esodo 3:1), dove Mosè era arrivato tre mesi prima pascolando il gregge di Ietro, suo suocero. È lì che Dio gli aveva parlato dal roveto ardente, ed è lì che ora vi ritorna. Solo che invece di guidare le pecore di Ietro, ora vi torna guidando i figli d’Israele. È come se dal roveto ardente Dio avesse detto al fuggitivo Mosè: va’, torna in Egitto, libera il mio popolo e portamelo qui. “Missione compiuta”, avrebbe potuto rispondere a questo punto Mosè. Ma qui, ai piedi di quel monte su cui l’Eterno era sceso di persona nel roveto ardente per dare l’incarico a Mosè di liberare il popolo, scenderà ancora una volta Dio per incontrare il popolo, farsi conoscere direttamente da lui e affidargli un incarico di peso eterno nella forma di un patto. Si può dire che fino a questo momento Israele, come figlio di Dio, ha conosciuto il Padre soltanto attraverso le parole e le azioni potenti di Mosè in funzione di pedagogo autorizzato. È arrivato allora per il figlio il momento di uscire dalla minore età e assumersi responsabilità dirette davanti a Dio. Anche Mosè adesso dovrà passare dalle funzioni di pedagogo del Padre per la cura del figlio minorenne a quella di mediatore di un patto tra Dio e il figlio che si appresta a diventare maggiorenne.
• Un patto di forma nuova
Dalla cima del monte Sinai arriva a Mosè la voce di Dio che lo chiama per esporgli il patto che intende stabilire con i figli d’Israele.
Mosè salì verso Dio; e l'Eterno lo chiamò dal monte, dicendo: “Di' così alla casa di Giacobbe, e annuncia questo ai figli d'Israele: 'Voi avete visto quello che ho fatto agli egiziani, e come io vi ho portato sopra ali di aquila e vi ho condotto a me. Ora dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa'. Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele” (Esodo 19:3-6).
La Bibbia parla di altri tre patti che Dio ha fatto prima di questo: nell’ordine, con Adamo, Noè e Abramo. Questi sono tutti patti “unilaterali”, nel senso che c’è una sola parte che parla: Dio si rivolge all’uomo con un ordine, accompagnato da una minaccia o una promessa. Ad Adamo Dio ordina di non mangiare del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino; la minaccia è il sopravvenire in lui della morte (Genesi 2:15-17). A Noè Dio ordina di costruirsi un’arca nel deserto; la promessa è di essere salvato dal diluvio (Genesi 6:13-18). Ad Abramo Dio ordina di lasciare la casa di suo padre per dirigersi verso un altro paese; la promessa è di fare di lui una grande nazione (Genesi 12:1-3). In tutti questi casi è il Creatore che parla; la creatura può solo rispondere con i fatti: ubbidire o no, e sperimentarne poi le conseguenze. Dio ha sempre in mente di ottenere risultati che riguardano tutta la creazione, ma in tutti questi casi Dio si è sempre rivolto a un singolo uomo per esporre i termini del suo patto. In questo caso la cosa è diversa, per due motivi:
- Dio non si rivolge a un uomo, ma a un popolo;
- Dio non dà un ordine tassativo, ma presenta un’offerta da cui si attende una risposta.
Quello che ora viene proposto è dunque un patto bilaterale, nel senso che per essere concluso richiede che entrambe le parti si esprimano a chiara voce. È una novità nella storia biblica. Dio non “gestisce” il suo popolo, ma “tratta” con esso, considerandolo come un’entità corporativa capace di fare scelte responsabili. A ciò si aggiunge che Dio non riconosce nel popolo alcuna figura che lo rappresenti giuridicamente davanti a Lui. Mosè infatti non è un rappresentante, ma un portavoce: è uno strumento di cui Dio si serve nella trattativa con il popolo, che è rappresentato dagli anziani, non da Mosè. D’ora in poi il rapporto tra Dio e il popolo dovrà avvenire all’interno di un patto avente valore giuridico, per la stipulazione del quale dovranno essere compiuti alcuni precisi passi.
• Scambi preliminari
Quello che Dio vuol proporre al popolo è in sostanza un vincolo d’amore basato su conoscenza e fiducia. Per prima cosa Dio ricorda di essersi già fatto conoscere nel suo amore per Israele: “Voi avete visto quello che ho fatto agli egiziani, ecc.”; adesso si aspetta di ricevere in risposta la fiducia del popolo, cioè la prontezza ad accogliere e ad eseguire gli ordini che gli giungeranno dalla sua voce, come voce di Uno che hanno già conosciuto come giusto, saggio e buono. Quello che Dio offre a Israele è il privilegio di essere il suo tesoro particolare, cioè di occupare un posto di speciale onore fra tutti i popoli, in vista di un compito che intende affidargli nello svolgimento del suo piano di redenzione. Il patto prevede che Israele diventi un regno. Questo significa che il popolo avrà una terra su cui vivere e un re a cui sottomettersi. La terra è Canaan e il re è Dio: dunque Israele è destinato ad essere una nazione santa, perché popola il regno di Dio, e a diventare un regno di sacerdoti, perché Dio gli affiderà un posto speciale nel rapporto che stabilirà con tutti gli altri popoli. Per portare a compimento il patto, per prima cosa Dio chiama sul monte Mosè. Non s’intrattiene con lui per sapere quello che pensa sulla sua proposta, ma gli mette letteralmente in bocca le parole che dovrà dire agli anziani del popolo quando tornerà in pianura: dì così… annuncia questo… queste sono le parole che dirai… È ai figli di Israele rappresentati dagli anziani che ora il Signore vuole rivolgersi, perché è da loro che si aspetta una risposta chiara. Mosè scende dal monte e diligentemente ubbidisce:
Allora Mosè venne, chiamò gli anziani del popolo, ed espose loro tutte queste parole che l'Eterno gli aveva ordinato di dire (Esodo 19:7).
La reazione del popolo è chiara e netta:
E tutto il popolo rispose concordemente e disse: “Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto” (Esodo 19:8a).
Mosè allora risale sul monte e consegna la risposta:
Preso atto della risposta positiva del popolo, Dio trattiene Mosè sul monte per spiegargli il passo successivo che si dovrà fare nell’iter che porta alla conclusione giuridica del patto: ci dovrà essere un avvicinamento tra le due parti.
• La discesa di Dio sul monte Sinai
Allora l'Eterno disse a Mosè: “Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti. E siano pronti per il terzo giorno; perché il terzo giorno l'Eterno scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. E tu fisserai tutto attorno dei limiti al popolo, e dirai: Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte (Esodo 19:10-12).
Ciò che avverrà tra poco sul monte Sinai è il terzo di una serie di collegamenti sensibili tra cielo e terra. Nell’ordine:
- la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28:10-22);
- la chiamata di Mosè dal roveto ardente (Esodo 3:1-7);
- la discesa di Dio sul monte Sinai (Esodo 19:10-25).
I primi due casi sono stati già trattati nel paragrafo “Il roveto ardente” del capitolo 10, e se ne raccomanda vivamente la rilettura perché è su quella linea che prosegue la spiegazione che qui si vuole dare. In tutti e tre i casi l’uomo avverte sensibilmente la presenza di Dio, e questa genera paura (Genesi 28:16-17, Esodo 3:6, Esodo 20:18-19). In tutti e tre i casi si nomina la terra, ma se nel primo caso la terra è quella di Canaan, negli altri due casi la terra è quella del Sinai. Nel primo caso il collegamento cielo-terra avviene “a distanza”, cioè tramite una scala su cui scorrono su e giù gli angeli; negli altri due casi invece il collegamento è ravvicinato: Dio stesso scende letteralmente sul monte Sinai: la prima volta in “forma privata” per dare a Mosè l’incarico di liberare Israele (Esodo 3:7-8), la seconda volta in “forma pubblica” per presentarsi direttamente al popolo (Esodo 19:10-20:21). Si può dire, per facilitare il linguaggio, che sul monte Sinai è avvenuto il primo atterraggio storico di Dio, documentato negli scritti del popolo che ne è stato testimone, cioè Israele.
Sorge allora una domanda: perché per un fatto così importante come la sua prima discesa sulla terra Dio sceglie il Sinai? Ha forse qualche relazione questo luogo con la promessa fatta ad Abraamo? No, nella Bibbia il nome Sinai non compare mai nella storia dei patriarchi.
È Canaan la terra promessa in cui scorre il latte e il miele, il Sinai è invece un deserto che non si trova nemmeno sulla strada che porta dall’Egitto a Canaan. Perché allora Dio ha fatto passare il suo popolo proprio di lì? E proprio lì ha deciso di scendere per incontrare il suo popolo?
Il motivo va cercato nella persona di Mosè.
• Un segno per un uomo in fuga
Da quarant’anni Mosè viveva in Arabia, dove probabilmente aveva deciso di passarci tutta la vita con la sua famiglia.
Ma questo cambiamento di residenza non era previsto nel programma di Dio per Mosè. L’impulsiva uccisione dell’egiziano che percuote un ebreo, e la successiva fuga per non essere ucciso dal Faraone (Esodo 2:11-15) sono scelte autonome di un Mosè impulsivo e deciso, ma non interessato a conoscere e fare la volontà di Dio. Non segue istruzioni, ma agisce di sua iniziativa. Anticipa i tempi di Dio e si mette nei guai, come nel caso di Abraamo, che per non morire di fame si era messo nei guai cercando salvezza in Egitto (Genesi 12:10-20). Ma dal modo in cui Mosè è nato e cresciuto si capisce che Dio ha scelto proprio lui come strumento per la liberazione del popolo. E allora, come per Abraamo, Dio deve ripescarlo e farlo tornare in Egitto, da dove era fuggito. Abbiamo già visto, nel Capitolo 11, che non è stato facile per il Signore convincere Mosè a lasciare i prati erbosi del Sinai per tornare nella fornace d’Egitto, ma per vincere le sue resistenze Dio aveva preso con lui un impegno:
“E Dio disse: “Va', perché io sarò con te; e questo sarà per te il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai tratto il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte” (Esodo 3:12).
Questo è uno di quei versetti su cui i commentatori spesso sorvolano o danno spiegazioni sommarie, collocando le parole all’interno di un sistema dottrinale già collaudato da cui trarre qualche insegnamento per la vita pratica. Ma qui bisogna ricordare che si tratta di storia, cioè di fatti che si producono sulla terra per l’azione di Dio su uomini e popoli ben precisi. Dio ha un progetto di redenzione da mandare avanti: un progetto che in questo passaggio prevede la designazione di un incaricato con il preciso compito di liberare il popolo e guidarlo, su indicazioni di Dio, verso la terra promessa ad Abraamo. Ma l’incaricato traccheggia. E Dio sa che non ha senso, e non vuole, costringerlo con la forza: dunque deve trovare il modo di convincerlo. Promette allora di dargli un segno, sottolineando che questo sarà un segno per te, dunque non per il mondo intero, ma per te, Mosè. In quel segno Dio inserisce anche un voi che collega il bucolico Mosè che pascola pecore sui prati del Sinai con i figli d’Israele che gemono sotto i colpi degli egiziani. Voi - dice il Signore a Mosè - cioè non tu e la tua famiglia, ma tu e il mio popolo, verrete qui, proprio qui, su questo monte dove ora ti trovi. Tu smetterai di servire tuo suocero e loro smetteranno di servire il Faraone: e tutti insieme servirete Me su questo monte. Ma che significa quel servirete? È una domanda a cui non si può rispondere in modo generico parlando di ubbidienza, sottomissione, disponibilità al servizio o simili. Essendo un segno, deve essere riconoscibile: dunque deve essere un fatto preciso che avviene su questo monte, non altrove. Per capire di che si tratta, si può riandare alle parole con cui Mosè si oppose al Faraone che voleva farli uscire dal paese senza il bestiame:
“Mosè disse: “Tu ci devi anche concedere di prendere dei sacrifici e degli olocausti, perché possiamo offrire sacrifici all'Eterno, che è il nostro Dio. Anche il nostro bestiame verrà con noi, senza che ne rimanga dietro neppure un'unghia; poiché da esso dobbiamo prenderne per servire l'Eterno Iddio nostro; e noi non sapremo con cosa dovremo servire l'Eterno, quando saremo giunti là” (Esodo 10:25-26).
Non era mai accaduto prima. Da quando erano usciti dall’Egitto non avevano mai offerto sacrifici all’Eterno. Ecco allora il segno: per la prima volta, su quel monte, Israele come popolo servirà l’Eterno offrendogli sacrifici su un altare appositamente costruito:
Poi Mosè scrisse tutte le parole dell'Eterno; si alzò di buon mattino ed eresse, ai piedi del monte, un altare e dodici pietre per le dodici tribù d'Israele. Poi mandò dei giovani israeliti a offrire olocausti e a immolare giovenchi come sacrifici di ringraziamento all'Eterno” (Esodo 24:4-5).
Resta da esaminare il contesto giuridico in cui avvengono questi sacrifici, ma il solo fatto che Israele abbia servito l’Eterno in questo modo, per la prima volta, è un altro elemento che rivela l’unicità di questo popolo.
Ma di questo bisognerà riparlare.
(Notizie su Israele, 23 maggio 2026)
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Il 7 ottobre, i ricordi, un libro. Eli Sharabi parla col Foglio
L’ex ostaggio israeliano racconta i 491 giorni di prigionia dopo il massacro: la morte della moglie e delle figlie, i tunnel di Hamas, la propaganda che cancella il massacro: “Tutto ciò che voglio è non dover stare sottoterra"
di Michele Silenzi
“Tutto ciò che voglio è di non dover stare sottoterra”. Non è forse un incubo presente nella testa di tutti, essere sepolti vivi? Eppure ormai dimentichiamo la tortura infinita, di quasi due anni per alcuni, inflitta ai rapiti del 7 ottobre. Eli Sharabi ha trascorso 491 giorni in cattività a Gaza, e la maggior parte di essi nei tunnel, dopo essere stato portato via dalla sua casa nel kibbutz Be’eri, a due passi dalla Striscia. Quando è stato rilasciato pesava 44 chili. Per prima cosa chiese di sua moglie Lianne e delle due figlie adolescenti, Noiya e Yahel. Gli risposero che erano stati assassinate sul posto dai palestinesi che avevano compiuto il massacro del 7 ottobre. Su tutto questo, sul giorno del suo rapimento e sulla sua prigionia, Eli Sharabi ha scritto un libro straordinario, tragico e bellissimo, asciutto come il suo titolo, L’ostaggio, e incredibilmente privo di qualsiasi vittimismo. Parlano la storia e i fatti, con la loro evidenza. Un libro che dovrebbe rimanere come pietra d’inciampo per tutti coloro, e sono tantissimi, per non dire la maggior parte, che sembrano voler rimuovere la memoria dell’orrore perpetrato dai terroristi palestinesi contro israeliani ed ebrei inermi. Un libro che, nonostante ciò che il suo autore ha attraversato, l’indicibile, testimonia la forza della vita. La forza di una vita che vuole vivere nonostante abbia perso tutto a causa dell’odio più cieco contro di lui e i suoi cari. L’odio di un’ideologia così tremenda, la più cupa, quella del fanatismo islamico di Hamas, con cui l’occidente pensa di poter discutere o persino di poter “comprendere”, trattando quei fanatici criminali con i nostri criteri umanitaristi. Raggiungiamo Eli Sharabi al telefono, e lui accetta di rispondere a qualche nostra domanda. Nonostante ripercorrere quei momenti immaginiamo sia ciò che vi è di più doloroso, si avverte in lui il grande compito morale della testimonianza. Per non dimenticare. Per non lasciare che il ricordo di quel massacro sia oscurato dalla propaganda. Dimenticando il 7 ottobre, infatti, diviene facile cancellare le motivazioni profonde e autentiche di tutto quanto è venuto dopo. La mattina del 7 ottobre, ci dice Sharabi, è cominciata poco dopo le sei e mezzo del mattino. Sono suonati gli allarmi ma pensavano si trattasse “solo” di un attacco missilistico, uno di quelli che venivano lanciati da Gaza ogni quattro o cinque mesi. Ci dice che lui e la moglie hanno portato le figlie nella “safe room” della casa, un piccolo bunker antimissile, sperando che sarebbe finita presto. Poi il suo telefono e quello della moglie hanno iniziato a ricevere notizie diverse dai team di emergenza del kibbutz. I terroristi di Hamas si erano infiltrati e iniziavano a mietere vittime. Dopo un po’, mentre arrivavano le immagini di quello che stava già avvenendo, sono giunti alla loro porta. Hanno fatto fuoco attraverso le pareti. Eli dice che con la moglie hanno deciso di non opporre resistenza per il bene delle figlie, per evitare che potessero fare loro del male. L’hanno preso e trascinato via, mentre la moglie e le figlie rimanevano in casa. Ci dice che ha gridato loro di non preoccuparsi, che sarebbe ritornato. Non avrebbe mai potuto immaginare che loro sarebbero state assassinate lì, quella stessa mattina. Poi Eli ci racconta l’arrivo a Gaza, la folla, tutta la folla, che voleva linciarlo nonostante fosse niente altro che un cittadino qualsiasi strappato una mattina qualsiasi dalla propria casa mentre stava per fare colazione. Ci racconta che è stato trattenuto per alcuni giorni nell’abitazione di una famiglia normale, una famiglia borghese, quasi ospitale, che però faceva da carceriere mentre lui aveva le braccia legate dietro la schiena, con corde così strette da disarticolargli le spalle. Poi ci racconta di come, dopo alcune settimane, è stato sprofondato decine di metri sottoterra, come una bestia, scalzo e lurido e denutrito per più di un anno. A questo punto gli chiediamo se non creda che di tutto questo si stia interamente perdendo la memoria in occidente. Ci risponde che è sicuramente così, ma per questo lui gira il mondo e racconta la propria storia. Perché quando le persone ascoltano la sua storia, leggono il libro, vedono i fatti per quelli che sono. Allora, a volte, non sempre, ma a volte riaprono gli occhi. Capiscono. Perché spesso, ci dice, la cosa che più lo sconvolge è quanto la gente non sappia, quanto la gente creda di sapere quando invece è semplicemente indottrinata da una propaganda che è divenuta la “vera” notizia. Sharabi ci dice che quando tiene delle conferenze, a volte fa una piccola provocazione. Dice alle persone dinanzi a cui parla di rivedere i video della sua liberazione. Se a Gaza ci fosse stata tutta quella totale carestia di cui tanto si parla, come mai quando l’hanno rilasciato sul palco con lui c’erano uomini di Hamas che pesavano almeno novanta chili? Nessuno risponde mai. Sharabi ha vissuto per trentasei anni nel kibbutz di Be’eri, a pochissimi chilometri dalla Striscia. Gli chiediamo come fosse la “convivenza” con i gazawi, come fosse stata per tutti quegli anni. Ci dice che non vuole restituire un’immagine che possa essere necessariamente troppo positiva del suo punto di vista. Ma che la verità è che i kibbutzim, per quel che riguarda Be’eri, hanno vissuto in maniera massimamente pacifica la vicinanza con Gaza. Moltissimi di loro donavano cibo, vestiti, medicine, aiutavano con l’assistenza sanitaria. Ci dice, però, che tutto questo non conta nulla. La popolazione di Gaza ormai da decenni è stata interamente indottrinata. Di Israele non sanno altro che ciò che Hamas impone loro di sapere. E ormai ci credono, vogliono crederci. Si alimentano di quell’odio. La convivenza con loro, ci dice, speriamo sarà possibile in futuro, però è prima necessario un profondo processo di educazione, di normalizzazione dei giovani di Gaza. Un processo che li liberi della orrenda propaganda di Hamas dentro cui sono cresciuti. Non sarà una cosa da poco. Anche perché, aggiunge Sharabi, distinguere Hamas dalla popolazione della Striscia oggi non è facile. Il consenso di Hamas è alto perché è stato costruito con un regime totalitario di indottrinamento. Per farci capire questo ci racconta che la mattina del 7 ottobre quelli che hanno “aperto la via” al massacro erano certo i “soldati” di Hamas. Ma quelli che sono arrivati dopo a fare violenza, a fare razzia, erano “persone normali”, come quelle che volevano linciarlo appena arrivato a Gaza, come quelle che l’hanno tenuto prigioniero, come quelli che volevano linciarlo quando stava per essere rilasciato. Ci dice, Eli Sharabi, che tutto questo l’occidente non vuole capirlo. Ma che lui continuerà a testimoniarlo.
Il Foglio, 23 maggio 2026)
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L’intelligence Usa smentisce il trionfalismo su Teheran
Secondo CNN l’Iran sta ricostruendo droni e capacità militari molto più rapidamente del previsto grazie anche all’aiuto di Russia e Cina
di Paolo Montesi
L’Iran starebbe ricostruendo le proprie capacità militari a una velocità molto superiore rispetto alle previsioni formulate dopo gli attacchi israeliani e americani degli ultimi mesi, tanto che parte del sistema dei droni d’attacco potrebbe tornare pienamente operativo entro sei mesi. La valutazione arriva dall’intelligence statunitense ed è stata rivelata dalla CNN, che cita diverse fonti informate sui rapporti riservati elaborati dagli apparati di sicurezza americani.
La notizia rischia di aprire una frattura politica e militare importante a Washington, perché le conclusioni dell’intelligence sembrano entrare in collisione con le dichiarazioni pubbliche diffuse nelle ultime settimane da esponenti dell’amministrazione americana e da fonti israeliane, secondo cui gli attacchi avrebbero devastato in modo duraturo l’industria bellica iraniana.
Secondo la CNN, le valutazioni più recenti indicano invece che Teheran ha superato molto rapidamente le tempistiche previste per il recupero delle proprie infrastrutture militari e della produzione di droni. Una delle fonti citate dall’emittente americana afferma che “gli iraniani hanno superato tutte le tempistiche previste dalla comunità dell’intelligence per il ripristino”.
Dietro questa accelerazione ci sarebbe anche il sostegno di Russia e Cina. Pechino, secondo il rapporto, avrebbe continuato a fornire componenti utili alla produzione missilistica iraniana nonostante le restrizioni e le pressioni americane. La questione era stata sollevata pubblicamente anche dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante un’intervista alla trasmissione americana “60 Minutes”, nella quale aveva accusato la Cina di aiutare Teheran nella ricostruzione della propria capacità missilistica. Accusa respinta ufficialmente da Pechino.
Il nodo più delicato riguarda però la distanza tra le conclusioni dell’intelligence e le dichiarazioni pubbliche di alcuni vertici militari americani. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, il Comando Centrale delle forze armate statunitensi, aveva dichiarato davanti alla Commissione Forze Armate del Congresso che l’operazione “Epic Fury” aveva distrutto il 90 per cento della base industriale della difesa iraniana, rendendo impossibile una ricostruzione nel giro di anni.
Secondo le fonti citate dalla CNN, però, quella valutazione sarebbe troppo ottimistica. I danni inflitti avrebbero rallentato il programma militare iraniano soltanto di alcuni mesi e non di anni, anche perché una parte significativa dell’apparato industriale e logistico del regime sarebbe rimasta intatta.
L’intelligence americana ritiene inoltre che Teheran conservi ancora migliaia di droni operativi e circa metà delle proprie capacità nel settore UAV. Una quota molto elevata dei missili da crociera destinati alla difesa costiera non sarebbe stata colpita durante gli attacchi occidentali. Si tratta di un elemento strategico decisivo perché quei sistemi permettono all’Iran di minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici dell’economia mondiale e del trasporto energetico internazionale.
Anche in Israele cresce la convinzione che il confronto con la Repubblica islamica sia destinato a proseguire ancora a lungo. Yossi Yehoshua, analista militare di Ynet, riferisce che ambienti della sicurezza israeliana considerano inevitabile un futuro ritorno al confronto diretto con Teheran. “Finché questo regime resterà al potere, continuerà a ricostruire le proprie capacità”, ha dichiarato un alto funzionario israeliano citato dal quotidiano.
Per Israele il problema centrale resta infatti la natura stessa del regime iraniano. Anche dopo danni pesantissimi, sostengono fonti della difesa, la leadership della Repubblica islamica continuerà a investire risorse enormi nella ricostruzione militare, persino a costo di aggravare ulteriormente la crisi economica interna e le condizioni della popolazione civile.
(Setteottobre, 23 maggio 2026)
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Il filo invisibile tra Israele e Taiwan: le due fortezze della democrazia
Due società nate dall’emergenza storica, poi diventate potenze tecnologiche e strategiche. Gerusalemme e Taipei condividono lo stesso equilibrio tra prosperità e minaccia permanente
di Antonio Picasso
TAIPEI – Di solito si dice “trova le differenze”. Tra Taiwan e Israele, però, sono molte di più le analogie. Al punto che si potrebbe parlare di gemelli separati alla nascita. Entrambe piccole democrazie, nate sulle rovine della Seconda guerra mondiale – Israele nel 1948, l’anno dopo Taiwan – da popoli perseguitati o in fuga. Gli ebrei sopravvissuti alla Shoah, i nazionalisti cinesi sconfitti dalla Cina maoista. Due terre scarse di risorse e isolate in termini geografici. Taiwan e Israele hanno viaggiato in parallelo nella seconda metà del Novecento. I taiwanesi hanno fatto della propria popolazione un capitale umano su cui costruire un’economia avanzata e modello per tutto il Sud-Est asiatico. Gli israeliani hanno strappato terra al deserto per renderla fertile, abitabile e sede di un’industria di avanguardia.
Entrambe le nazioni sono protagoniste quasi assolute della transizione digitale oggi in corso. Israele viene spesso indicata come “start up country”. Di Taiwan si parla come della Silicon valley asiatica. Sia Taiwan sia Israele sono circondati da tirannie e dai loro proxy. Cina e Iran sono a prima vista ben più grandi di loro e alleate. Non solo, Taipei e Gerusalemme sono vittime di una storia di emarginazione internazionale. Paesi “paria” senza motivo, il cui modello istituzionale è stato spesso accostato a passati regimi – fascista per Taiwan – oppure gli sono stati attribuiti crimini commessi invece dai propri nemici. È il caso di Israele. Questo ha spinto le istituzioni nazionali a dotarsi di una dottrina di difesa di cui, proprio in questo periodo, se ne osservano le caratteristiche. E le differenze. La “strategia del porcospino” di Taiwan prevede che l’isola mantenga un aplomb di facciata che cela una capacità di reazione rapida e una prontezza all’emergenza da parte della società civile, qualora la Cina dovesse attaccare. L’Iron dome israeliano, al contrario, è stato applicato più volte, negli ultimi anni, in quanto il Paese è in aperto conflitto. Questo ha portato il governo Netanyahu a destinare il 7% del Pil alle spese per Difesa e sicurezza. Contro il 2,5% del suo omologo a Taipei, che comunque intende aumentare il budget. Ciò non toglie che anche Israele viva una quotidianità “di pace”. La si avverte nelle strade e nei trend della sua economia. Come appunto avviene a Taipei.
Non è un caso che i due governi e apparati di sicurezza si confrontino. L’utilità del dialogo è simmetrica. Per Taiwan, Israele è una “lesson learnt” da tenere sempre a mente. Eventualmente da aggiornare. Israele guarda alla controparte asiatica come fornitore di innovazione e tecnologia integrata, indispensabili per stare al passo con le evoluzioni dei conflitti in corso. Sia convenzionali sia asimmetrici. Droni, missili, cybersecurity e Intelligenza Artificiale di protezione dagli attacchi informatici costituiscono un apparato di sicurezza di fatto identico. In questa costante lotta alla sopravvivenza, il sostegno degli Stati Uniti è insostituibile. Come si è visto nelle ultime guerre in Medio Oriente e altrettanto nelle tensioni nell’Indo-pacifico. Per questo, l’annuncio del Pentagono della sospensione della fornitura di armi Usa a Taiwan merita una riflessione. Washington ha indicato la guerra in Iran come il fattore scatenante. D’altra parte, era proprio sulla commessa da 14 miliardi di dollari che Trump si era detto perplesso la scorsa settimana, dopo aver incontrato Xi Jinping. Il rischio è che gli Usa chiudano un conflitto con una soluzione poco favorevole a Israele e, al tempo stesso, lascino scoperta Taiwan.
(Il Riformista, 23 maggio 2026)
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Gli Stati Uniti hanno fornito il contributo maggiore alla difesa aerea di Israele
Gli Stati Uniti hanno contribuito in modo determinante a difendere Israele dagli attacchi aerei iraniani. Nel frattempo, l’Iran sta approfittando della tregua per riarmarsi.
WASHINGTON – Le scorte di intercettori missilistici THAAD americani si sono ridotte della metà a causa del sostegno fornito a Israele nella guerra contro l’Iran. Lo ha riferito giovedì il quotidiano americano “Washington Post”, citando il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.
Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno lanciato più di 200 intercettori per difendere Israele dagli attacchi aerei iraniani. La nazione attaccata, invece, ne ha lanciati poco più di 150. Kelly Grieco, ricercatrice senior presso lo Stimson Center, ritiene che questi numeri siano “sorprendenti”. Un consumo così elevato non può essere adeguatamente rifornito, ha dichiarato al “Washington Post”.
Le interpretazioni di queste “sorprendenti” proporzioni sono diverse. Un funzionario di un'agenzia governativa ha dichiarato al giornale: “Israele non è in grado di condurre e vincere guerre da solo”. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell la vede diversamente. In una dichiarazione ufficiale scrive che non vi è alcun problema con la ripartizione degli oneri con Israele. I missili citati sarebbero solo uno strumento all’interno di una vasta rete di sistemi e capacità.
Anche il governo israeliano ha preso posizione in una dichiarazione. Sia il primo attacco all’Iran, “Ira epica”, sia il secondo, “Ruggito del leone”, sarebbero stati coordinati ai massimi livelli, nonché pianificati ed eseguiti a beneficio di entrambi i paesi.
• Torneranno alla piena capacità militare tra sei mesi
Israele ha respinto con decisione l'accusa di non disporre di sistemi di difesa missilistica sufficientemente funzionanti. Tuttavia, ci sono indizi in tal senso. Ad esempio, la produzione dei sistemi di intercettazione “Arrow” è stata drasticamente aumentata nelle ultime settimane. Un funzionario statunitense ha inoltre dichiarato al “Washington Post” che in futuro Israele dipenderà ancora di più dal sostegno americano, poiché ha inviato alcuni dei suoi sistemi di difesa in manutenzione.
La necessità di missili di difesa è attualmente bassa a causa delle cessate il fuoco in corso e dei negoziati di pace. Gli attacchi aerei sono quasi inesistenti. Ciononostante, la questione è scottante, poiché l’Iran sembra riarmarsi più rapidamente del previsto. Lo ha riferito giovedì l’emittente televisiva americana CNN. Nonostante la distruzione di oltre 25.000 obiettivi del regime terroristico da parte degli Stati Uniti e di Israele, il regime sta nuovamente producendo droni – un'arma già ampiamente utilizzata negli attacchi contro i paesi confinanti. Secondo la CNN, gli esperti di guerra stimano che l'Iran potrebbe riacquistare la sua piena forza militare già entro sei mesi.
• Negoziati di pace in Pakistan
Gli Stati Uniti stanno attualmente negoziando con l’Iran in Pakistan per una possibile pace. Il ministro degli Esteri americano Marco Rubio (repubblicano) ha dichiarato ai giornalisti venerdì a mezzogiorno che si intravedono «lievi progressi». L’Iran continua a mantenere le sue richieste massime, ovvero di conservare tutti i giacimenti di uranio arricchito. Inoltre, il Paese chiede all'America il pagamento di un risarcimento per i danni causati dalla guerra.
All'inizio della settimana si sono registrati disaccordi anche tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Donald Trump. Secondo quanto riportato dai media, all'inizio della settimana hanno discusso al telefono sulla linea da seguire nella guerra contro l'Iran. Non si è ancora giunti a un accordo.
(Israelnetz, 22 maggio 2026)
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La settimana di Israele. La flottiglia e le trattative con l’Iran
di Ugo Volli
• Le difficoltà di Israele
Gli ultimi sono stati giorni difficili per Israele, su molti fronti. C’è il gran dubbio sulle vere intenzioni di Trump rispetto alla guerra in Iran. C’è il fronte del Libano, dove nonostante i grandi risultati militari e le trattative con il governo legittimo, i terroristi di Hezbollah continuano a essere pericolosi e hanno inflitto perdite dolorose all’esercito israeliano con i loro droni teleguidati per fibra ottica. C’è Hamas a Gaza che rifiuta di disarmarsi secondo gli accordi di tregua e anzi a quanto pare recluta e addestra nuove milizie, ricevendo di nuovo armi di contrabbando. C’è Fatah che ha tenuto il suo congresso dando spazio soprattutto ai terroristi condannati per crimini sanguinosi. C’è una crisi nella politica interna da quando i partiti religiosi hanno deciso di abbandonare la maggioranza che non avrebbe soddisfatto gli impegni per l’esenzione dalla coscrizione militare degli studenti delle scuole talmudiche: la Knesset ha approvato nella prima delle tre votazioni necessarie la legge per tenere elezioni anticipate, forse all’inizio di settembre o nella seconda metà di ottobre, dopo le feste religiose. E c’è la questione della flottiglia, che ha avuto assai più spazio nei giornali europei che in Israele, ma senza dubbio ha provocato un grave imbarazzo.
• Il blocco navale
Partiamo da quest’ultimo punto. Israele mantiene un blocco navale su Gaza a partire dall’inizio del 2009. Si tratta di un provvedimento conforme alla legge internazionale che ammette chiaramente lo strumento del blocco in caso di conflitti bellici e chiede solo che esso sia dichiarato, universale ed effettivo, cioè non discrimini fra diverse imbarcazioni rispetto alla loro nazionalità o intenzioni, ma impedisca a chiunque di raggiungere la costa bloccata. È quel che stanno facendo anche gli Usa con l’Iran, che la Gran Bretagna ha fatto con la Germania durante la Prima Guerra Mondiale ecc. Lo scopo non è di affamare la Striscia, che riceve cibo, carburante e altre merci attraverso i confini terrestri con Israele e con l’Egitto, da tempo gestiti da autorità internazionali. Del resto, le grida propagandistiche sulla fame di Gaza sono state smentite da tempo da tutte le autorità competenti. A Gaza sono entrati dall’inizio della guerra circa 3 milioni di tonnellate di aiuti (erano già 2,1 milioni solo da Israele alla fine dell’anno scorso secondo i dati ufficiali del COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories). Il blocco serve a rendere difficile che a Hamas arrivino armi sofisticate in quantità e nuovi rinforzi. Bisogna anche aggiungere che il blocco si estende legalmente anche alle acque internazionali e che basta la dichiarata intenzione di un’imbarcazione di violarlo per autorizzarne il fermo militare.
• L’obiettivo delle flottiglie
Lo scopo delle flottiglie, dunque, non è certo mai stato “portare aiuti umanitari” a Gaza, come è stato dichiarato spesso; di solito non ne avevano affatto, come hanno mostrato le perquisizioni delle navi bloccate, o al massimo si trattava di qualche oggetto simbolico. Si trattava di “rompere il blocco” rendendo inefficace e dunque illegale secondo le norme internazionali l’azione israeliana e poi di fare propaganda contro Israele, mostrandone un presunto carattere violento per accreditare il “diritto alla resistenza” di Hamas. Infine, l’obiettivo era fare rumore intorno a Gaza, mettendo al centro dell’attenzione dei media la “questione palestinese”, ormai diventata piuttosto marginale. Così accadde già nel maggio/giugno del 2010, con la “Freedom Flottilla” cui apparteneva la nave turca Mavi Marmora dove i filoterroristi turchi cercarono di assalire i militari israeliani venuti a prendere possesso dell’imbarcazione, con la conseguenza di gravi scontri. Così poi è successo per le flottiglie successive (2011, 2015, 2016, 2018, 2025) che non hanno resistito con la forza al sequestro, ma hanno impiegato bugie propagandistiche sempre più insistenti, gravi e sfacciate (qualcuno ricorderà le immagini di Greta Thunberg mentre fingeva di essere ammanettata all’imbarco dell’aereo che la riportava a casa, o le denunce di violenze sessuali su cui anche la giustizia italiana sta indagando).
• L’ultimo episodio
L’ultima flottiglia, partita una decina di giorni fa dalla Turchia, senza portare alcun aiuto ma con solo intenzioni politiche, è stata bloccata in alto mare dalla marina israeliana, che ha dovuto sparare anche proiettili non mortali di gomma per arrestare le barche che cercavano di sfuggire all’arresto. Poi sono uscite le immagini dei suoi partecipanti costretti al suolo in una base militare, mentre il ministro dell’Interno Itamar Ben Gvir si è fatto filmare mentre ispezionava la scena portando una bandiera israeliana. Si è trattato certamente di modalità di arresto inopportune, anche se bisogna tener conto che Israele è in stato di guerra e i membri della flottiglia sono oggettivamente e spesso soggettivamente legati alla forza terrorista di Hamas, com’erano i capi della penultima flottiglia, quella di un mese fa. Alcune sgradevoli precauzioni sono sempre necessarie nel caso di arresti di massa, in particolare di gruppi in cui potrebbero esserci terroristi capaci anche di violenze suicide. Ma certamente la gestione dell’episodio è stata sbagliata. Il commento più autorevole è quello del primo ministro Netanyahu, che ha stigmatizzato l’episodio, cui si sono poi aggiunti altri ministri, fra cui quello degli esteri Saar. “Israele ha ogni diritto di impedire flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza. Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele”.
• Il vero problema è l’Iran
L’episodio della flottiglia però è solo una provocazione consapevole, che non influenza gli esiti della guerra. Il problema oggi sono le trattative in corso fra amministrazione americana e regime iraniano, che a tratti sembrano doversi rompere, preludendo a una ripresa della guerra, a tratti invece riprendono con voci inverificabili sulle concessioni che Trump avrebbe deciso di fare. È questo il nodo vero da tener presente. Tutto il resto, dalle “rivelazioni” giornalistiche (per esempio su scontri telefonici fra Netanyahu e Trump o alla pretesa intenzione israeliana di riportare al potere il fanatico estremista antisemita Ahmadinedjad) all’assalto simbolico della flottiglia, dall’atteggiamento intransigente di Hamas ai droni di Hezbollah sono azioni laterali, diversioni, campagne propagandistiche, tentativi di prendere vantaggi tattici da far pesare alla fine della guerra.
(Shalom, 22 maggio 2026)
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Una giovane start-up israeliana è stata acquisita dalla “unicorno” della sicurezza informatica Cyera per 50 milioni di dollari
I due fondatori e i cinque collaboratori di Genie Security hanno sviluppato una tecnologia in grado di rilevare i tentativi di fuga di dati sensibili dai dispositivi dei dipendenti, che ricorrono sempre più spesso all'intelligenza artificiale generativa
di Sharon Wrobel
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Il team della start-up israeliana Genie Security
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Sei mesi dopo la sua fondazione, la start-up israeliana Genie Security è stata acquisita da Cyera, un unicorno della sicurezza informatica, con l'obiettivo di rafforzare la propria piattaforma di sicurezza dei dati basata sull'IA, in un momento in cui le aziende ricorrono sempre più spesso ad agenti IA autonomi e cercano di proteggere le loro informazioni più sensibili.
Sebbene non siano stati confermati dettagli finanziari, fonti vicine all'operazione hanno stimato il valore dell'acquisizione a circa 50 milioni di dollari. È stato il quotidiano finanziario israeliano Calcalist a rivelare per primo questa notizia, mercoledì.
Genie Security è stata fondata con cinque dipendenti dal suo CEO Nadav Noy, laureato presso la famosa unità di intelligence 8200 dell’esercito israeliano e vincitore del Premio della Difesa di Israele, e dal suo direttore tecnico Noam Dotan, laureato presso l’unità di sicurezza informatica Matzov all’interno di Tsahal. Prima di lanciarsi, sei mesi fa, nello sviluppo di una tecnologia che fosse «in grado di affrontare le enormi sfide di sicurezza legate alla diffusione degli agenti di IA», i due fondatori hanno lavorato insieme presso la start-up israeliana di sicurezza informatica Legit Security.
Questa acquisizione avviene in un contesto di rapida adozione, da parte delle aziende, di agenti autonomi nei loro sistemi software, processi aziendali e flussi di lavoro esistenti, il che comporta rischi di fuga di dati. L'IA agentica, o agenti IA virtuali, funziona in modo simile agli assistenti intelligenti: utilizza il ragionamento per prendere decisioni in tempo reale e svolgere compiti complessi con un intervento umano minimo, come la raccolta e l'analisi di grandi quantità di dati.
Nell'ambito dei flussi di lavoro quotidiani, gli agenti IA autonomi sono in grado di eseguire comandi, modificare file e accedere a dati aziendali sensibili senza alcuna governance, supervisione o gestione delle identità.
Da sei mesi, Genie Security lavora in totale riservatezza allo sviluppo di strumenti tecnologici per la prevenzione della perdita di dati destinati a proteggere e mettere in sicurezza i punti di accesso o i dispositivi degli utenti finali, in particolare computer portatili, telefoni e server. Questa tecnologia è progettata per rilevare i tentativi di fuga di informazioni sensibili, sia che derivino da azioni umane sia dall'uso di strumenti di IA generativa.
Negli ultimi due mesi, Genie Security ha raccolto circa 3 milioni di dollari in un round di finanziamento guidato da Mensch Capital e Dynamic Loop. Tra i suoi angel investor figura Assaf Rappaport, cofondatore e CEO di Wiz.
Commentando questa operazione, Yotam Segev, cofondatore di Cyera, ha dichiarato che il team di Genie «apporta una notevole esperienza tecnica e operativa, che ci consente di implementare su larga scala i controlli relativi all’IA e ai dati fino ai terminali e di attuare una transizione sicura verso l’IA».
Cyera è stata cofondata nel 2021 da Segev, CEO, e Tamar Bar-Ilan, direttore tecnico. I due si sono conosciuti durante il servizio militare in Israele, durante il quale hanno creato e guidato la divisione responsabile della sicurezza cloud all’interno dell’unità 8200 dell’esercito israeliano.
Consapevoli delle sfide legate alla sicurezza dei dati nel cloud, Segev e Bar-Ilan, dopo il servizio militare, hanno deciso di sviluppare una piattaforma unica per la sicurezza dei dati al fine di offrire alle aziende e alle organizzazioni una visione completa su «la localizzazione, l’utilizzo e la protezione» dei loro dati.
Cyera, la cui ultima valutazione è stimata in 9 miliardi di dollari, ha avviato da due anni una serie di acquisizioni. Ad aprile, Cyera ha annunciato un accordo per l’acquisizione della start-up israeliana Ryft, dopo aver rilevato le start-up locali Otterize e Shape AI a giugno, nonché Trail Security nel 2024.
La piattaforma di dati e IA di Cyera è utilizzata dal 20% delle aziende della classifica Fortune 500 che operano nei settori dei servizi finanziari, della vendita al dettaglio, dei media e dell’intrattenimento, della sanità, della tecnologia e delle telecomunicazioni globali, ha reso noto l’azienda.
(The Times of Israël, 22 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il luogo di origine di Pietro: la ricerca sull’esatta ubicazione di Betsaida fa progressi
Da anni i ricercatori cercano di individuare l’esatta ubicazione di Betsaida. I reperti risalenti al I secolo indicano sempre più chiaramente un luogo.
BETSAIDA – Lo studioso di religione e archeologo Steven Notley pubblica nuovi progressi sulla localizzazione della città natale degli apostoli Pietro, Andrea e Filippo. Mura del I secolo, vasi di terracotta e un piombo da pesca forniscono nuove informazioni. All’inizio del mese lo studioso ha presentato a Washington gli ultimi risultati delle ricerche del progetto di scavo di El-Arad.
Notley ne è il direttore accademico. Dal 2016 il suo team sta cercando a nord-est del Lago di Tiberiade indizi su Betsaida, la città natale dell’apostolo Pietro. L’emittente cattolica statunitense “EWTN-News” ha riportato il motivo per cui gli scienziati ritengono di essere giunti a destinazione:
Già nel 2018 i ricercatori avevano scoperto i resti di una cappella bizantina. Sotto le mura della cappella, gli archeologi hanno ora trovato un’altra struttura muraria. Questa, tuttavia, non risale al V secolo come la basilica, ma al I secolo – l’epoca in cui vivevano anche gli apostoli. Sono stati rinvenuti anche vasi di terracotta e attrezzi da pesca dello stesso periodo.
Ciò corrisponde ai resoconti del vescovo bavarese Willibald, che nell’VIII secolo si recò in questa zona. Secondo questi resoconti, una cappella sarebbe stata costruita proprio sopra la casa natale di Pietro e Andrea. Inoltre, nelle mura della basilica bizantina si è conservata un’iscrizione a mosaico che definisce Pietro «apostolo e custode delle chiavi del cielo».
• Contrariamente alle ipotesi precedenti
La Bibbia menziona più volte la città di Betsaida: come luogo di origine dei tre apostoli, ma anche come città nei cui dintorni Gesù compì miracoli. Finora, tuttavia, non era chiara l’esatta ubicazione della città. Gli esperti hanno a lungo ipotizzato che si trovasse sulla collina di Et-Tell, a circa 1,5 chilometri dalla sponda settentrionale del Lago di Tiberiade. Già nel 1987 i ricercatori vi avevano scoperto delle rovine antiche corrispondenti. Sulla base delle nuove conoscenze, gli esperti ritengono che El-Aradsch sia il luogo più probabile.
Notley è inoltre direttore del Centro per lo studio dell’antico giudaismo e delle origini cristiane. Ha vissuto per 16 anni a Gerusalemme con la moglie e i quattro figli. Da oltre 35 anni guida gruppi di visitatori in Israele e nel Mediterraneo orientale.
L'archeologo ha dichiarato in un'intervista a EWTN: «Abbiamo quindi trovato sotto l'abside – nell'architettura ecclesiastica uno spazio semicircolare a nicchia – un muro di casa risalente al I secolo. Non c'è una targa commemorativa con la scritta “Qui ha dormito Pietro”, ma dal punto di vista archeologico non potrebbe essere meglio di così».
(Israelnetz, 22 maggio 2026)
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Le esibizioni di Ben Gvir potrebbero costare caro a Israele
Gli attivisti della flottiglia sono arrivati con un unico obiettivo: mettere Israele in cattiva luce. Il ministro Itamar Ben Gvir si è unito a loro. L'Italia, anello debole del muro diplomatico di Israele all'interno dell'Unione Europea, sta ora affrontando una pressione politica senza precedenti. Se quel muro dovesse crollare, l'ondata che ne seguirebbe danneggerebbe la reputazione di Israele, la sua economia e ciascuno dei suoi cittadini. Anche le comunità ebraiche sono preoccupate e lo stanno condannando con parole molto dure: “Ha distolto l'attenzione dai loro legami con Hamas”.
di Nissan Shtrauchler
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Una delle imbarcazioni della precedente flottiglia per Gaza salpa dall'Italia.
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A più di 24 ore dalla pubblicazione del video del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che ha già raccolto oltre 17 milioni di visualizzazioni, la questione non accenna a scomparire dai titoli dei giornali in Italia. I principali media del Paese, da La Repubblica al Corriere della Sera e a La Stampa, riportano in prima pagina le testimonianze dei passeggeri della flottiglia di ritorno a casa, che muovono dure accuse sul trattamento ricevuto in Israele.
Sebbene alcune di queste affermazioni non siano particolarmente credibili, Israele si trova ora impotente di fronte a un'ondata di diffamazione. I cittadini europei e del mondo sono stati esposti alla “performance” del ministro responsabile delle forze dell'ordine a Gerusalemme e sono ora pronti a credere a qualsiasi accusa. Questa performance potrebbe far guadagnare voti a Ben Gvir alle urne, ma serve proprio all'obiettivo originale dei partecipanti alla flottiglia.
Gli attivisti sono partiti ben sapendo che Israele avrebbe fermato le navi e hanno fatto scorta di pochissimo cibo e medicine perché il loro vero obiettivo era la provocazione. Alcuni sono dichiarati antisemiti e sostenitori di Hamas che speravano che il loro arresto avrebbe fatto scalpore nei loro paesi e messo sotto pressione i governi. Mentre in passato Israele è riuscito a contenere flottiglie simili attraverso un lavoro diplomatico discreto, questa volta la provocazione di Ben Gvir ha servito loro su un piatto d'argento ciò che volevano.
• Crepe nel muro diplomatico
Più di 20 paesi hanno già condannato Israele e convocato i suoi ambasciatori per rimproverarli, con critiche che si levano anche dai sostenitori del paese negli Stati Uniti. Accanto a paesi come Spagna, Belgio e Paesi Bassi, che tendono abitualmente ad attaccare Israele, ora si sono unite alle condanne anche Germania e Italia. Sono i principali paesi che difendono Israele all'interno dell'Unione Europea. Questi governi ritengono di non poter rimanere in silenzio di fronte alle immagini che mostrano danni ai propri cittadini.
La situazione è particolarmente complessa in Italia, che sta entrando in un anno elettorale in cui la premier Giorgia Meloni è al suo punto più debole ed è messa in discussione dai partiti di sinistra. Le onde causate dall'incidente attuale potrebbero abbattere un mattone importante nel muro diplomatico di Israele, che negli ultimi tre anni ha tenuto a malapena. Il crollo di quel muro potrebbe portare a un'inondazione che danneggerebbe gravemente la reputazione e l'economia di Israele.
L'Italia gode di uno status speciale nell'Unione Europea e la sua opposizione alle misure anti-Israele è considerata significativa. Alcune sanzioni nell'UE non richiedono l'unanimità, ma piuttosto una maggioranza qualificata di 15 paesi che rappresentino almeno i due terzi della popolazione del blocco. Durante la guerra, sono stati fatti molti tentativi per formare tale maggioranza al fine di sospendere parti dell'Accordo di Associazione, che regola il commercio e la cooperazione accademica tra Israele e l'UE.
La gestione intelligente del Ministero degli Esteri sotto Gideon Sa'ar ha finora mantenuto l'Italia e la Germania dalla parte di Israele, anche se l'opinione pubblica italiana tende ad essere contraria a Israele. I professionisti del ministero comprendono molto bene che se l'Italia ritirasse il proprio sostegno, la maggioranza qualificata necessaria per sospendere l'accordo prenderebbe forma, e la Germania da sola farebbe fatica a fermare la mossa.
Ora, la presa di Meloni sul potere sta cominciando a incrinarsi a seguito della sconfitta nel referendum sulle modifiche costituzionali e delle crescenti pressioni da parte della sinistra.
• Il timore delle sanzioni
Le pressioni sul governo italiano sono aumentate di recente anche a seguito delle ferite riportate dai soldati italiani in servizio con l’UNIFIL e degli incidenti che hanno danneggiato figure e simboli cristiani. Dopo la “tournée di esibizionismo” di Ben Gvir al porto di Ashdod, la sinistra italiana ha chiesto la rottura delle relazioni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato che “è stata superata una linea rossa”. Roma ha già annunciato che valuterà la possibilità di vietare l'ingresso nel Paese a Ben Gvir, ma la vera preoccupazione è che l'Italia sostenga la sospensione dell'accordo di associazione.
La sospensione dell’accordo economico potrebbe costare all’economia israeliana miliardi di euro e portare al collasso delle imprese nel settore agricolo a causa dell’aumento delle tariffe doganali. Inoltre, l’esclusione dai progetti di ricerca e scientifici danneggerebbe gravemente i ricercatori israeliani e la capacità del Paese di accedere a mercati avanzati. I politici in Europa, come i loro omologhi in Israele, agiscono in base agli interessi dell’anno elettorale e potrebbero soccombere alla pressione dell’opinione pubblica.
Le dure condanne non sono arrivate solo dai governi stranieri, ma anche dalle comunità ebraiche e dalle organizzazioni sioniste di tutto il mondo. Il Congresso ebraico europeo ha affermato che Ben Gvir ha “aiutato i peggiori nemici di Israele”, mentre Oskar Deutsch, presidente della Comunità ebraica d'Austria, ha accusato il ministro di trasformare gli attivisti in vittime e di distogliere l'attenzione dai loro legami con Hamas. Anche il Board of Deputies of British Jews e Jeremy Leibler, presidente della Federazione sionista australiana, si sono uniti alle aspre critiche.
Al di là del danno diplomatico, le comunità ebraiche della diaspora temono ora un'ondata di antisemitismo che prenderà slancio in seguito alla diffusione del video umiliante. Anche l'establishment della sicurezza israeliana nutre una sincera preoccupazione per i tentativi di “vendetta” che rifletterebbero il danno e l'umiliazione subiti dai cittadini israeliani residenti all'estero. Il punto fondamentale è che, mentre il dibattito su come gestire la flottiglia è legittimo, l'azione di Ben Gvir ha ottenuto il risultato opposto, ha danneggiato l'interesse nazionale di Israele e ha dato a chi odia Israele esattamente ciò che voleva.
IsraelHayom, 21 maggio 2026)
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Chag Shavuot Sameach - Buon Shavuot!
Riportiano la traduzione italiana del testo che compare oggi sul sito ebraico “The Temple Institute”.
5 Sivan 5786 / 21 maggio 2026
Shavuot – la Festa delle Settimane – è conosciuta anche come la Festa delle Primizie, la Festa del Raccolto (del grano) e la Festa del Ricevimento della Torà! Cosa hanno in comune tutti questi nomi? Tutti riguardano il riconoscimento dell'amore benevolo di HaShem per il Suo popolo e il ringraziamento. I due doni più grandi lasciati in eredità da Dio ai figli d'Israele sono la Torà e la terra d'Israele. La terra d'Israele non avrebbe alcun significato se non fosse per la Torà d'Israele. E la Torà d'Israele può essere veramente realizzata solo nella terra d'Israele. E i figli d'Israele sono la nazione incaricata di far sì che ciò avvenga.
A Shavuot ringraziamo Dio per queste benedizioni portando al Tempio Sacro i primi frutti delle sette specie legate alla Torà e alla terra di Israele: fichi, uva, datteri, melograni, olive, grano e orzo. Questo piccolo gesto dice tutto: HaShem, la terra appartiene a Te, i frutti della terra appartengono a Te e le nostre vite appartengono a Te. Offrendoti ciò che è legittimamente Tuo, chiediamo il permesso di partecipare alle molte benedizioni con cui ci hai benedetti.
Il sesto giorno di Sivan, il giorno in cui si celebra Shavuot, HaShem apparve all’intero popolo d’Israele sul Sinai e diede a Israele la sacra Torà. È il dono della Torà che ha plasmato, definito e mantenuto in vita il popolo d’Israele per migliaia di anni. Eppure, il nostro gesto di ringraziamento non è altro che un piccolo, fragile frutto, che perderà la sua fragranza e il suo sapore e marcirà se non consumato in tempo. Questo non sembra certo un'espressione appropriata di gratitudine per una benedizione così immensa come la Torà. Ma proprio come un bambino piccolo presenta ai propri genitori una creazione innocente e semplice fatta con le proprie mani come espressione di amore e apprezzamento assoluti, e la risposta della madre o del padre del bambino è un sentimento travolgente di amore e gratitudine, così anche il nostro modesto gesto commuove HaShem.
Ma c’è uno scambio di doni ancora più profondo in atto. Ricordiamo che Adamo non offrì a HaShem il primo frutto della creazione, ma, insieme a Eva, lo consumò invece, un’omissione di gratitudine che gli costò la vita nell’Eden. Ora che Israele è finalmente tornato dall’espulsione di Adamo dall’Eden, nella terra di Israele e al Tempio Sacro, la cui ubicazione è proprio il luogo del giardino dell’Eden, e al grande altare di pietra, costruito proprio nel punto in cui sorgeva l’Albero della Conoscenza, e restituiamo quel primo frutto rubato al suo legittimo Proprietario, stiamo facendo ammenda storica. Siamo tornati. La nostra mappa è la Torà e la nostra destinazione è la terra di Israele. Grazie, HaShem.
Il Temple Institute porge i propri auguri per le festività a tutti i nostri amici e seguaci, ai nostri generosi sostenitori, all'intera nazione di Israele e a tutti coloro che camminano al nostro fianco in questo incredibile viaggio, sforzandosi di adempiere alla parola di Dio e di camminare nella Sua luce. Che tutti noi possiamo essere benedetti con qualcosa di cui essere grati in questa meravigliosa festa di Shavuot.
Chag Sameach - vi auguriamo una festività serena e gioiosa!
(The Temple Institute, 21 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Entro un decennio: Israele diventerà la patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo
Quasi la metà degli ebrei vive già in Israele – e la tendenza è chiaramente in crescita: un nuovo rapporto demografico prevede che entro dieci anni Israele diventerà la patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo.
Un nuovo rapporto dell'Istituto londinese per la ricerca sulle politiche ebraiche mostra che, per la prima volta nella storia moderna, entro i prossimi dieci anni Israele potrebbe diventare la patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo – una svolta demografica di importanza storica che va ben oltre le statistiche.
• Israele supera la diaspora – Tasso di natalità e immigrazione come motori
La popolazione ebraica mondiale ammonta attualmente a circa 15,8 milioni – meno dei Paesi Bassi. Di questi, quasi 7,8 milioni vivono già in Israele, il che corrisponde a una quota di circa il 49 per cento. La tendenza è chiara: mentre le comunità ebraiche della diaspora si riducono o ristagnano, Israele continua a crescere senza sosta. All’inizio del 2026 Israele ha superato per la prima volta la soglia dei 10 milioni di abitanti, con una percentuale di popolazione ebraica del 76,3%.
Il fattore trainante principale è il tasso di natalità straordinariamente alto di Israele. Anche nella laica Tel Aviv, il numero medio di figli per famiglia è superiore a quello di qualsiasi paese europeo. L’età media in Israele è di appena 29,3 anni – ben al di sotto di quella della Germania (47 anni) o degli Stati Uniti (38 anni). A ciò si aggiungono continue ondate di immigrazione: recentemente, 250 membri della comunità Bnei Menashe provenienti dall’India hanno festeggiato il loro arrivo all’aeroporto Ben-Gurion – un simbolo del continuo adempimento della visione sionista, il ritorno a casa degli ebrei da tutto il mondo.
• La diaspora si riduce – soprattutto in Europa e negli Stati Uniti
Il professor Sergio Della Pergola dell’Università Ebraica di Gerusalemme, autore del rapporto per l’Istituto, traccia un quadro chiaro del presente e del futuro. Le comunità ebraiche in Europa si stanno riducendo a causa dell’emigrazione, dei bassi tassi di natalità e della crescente assimilazione. Anche negli Stati Uniti – con circa sei-sette milioni di persone, ancora la seconda comunità ebraica più grande al mondo – cresce la preoccupazione: I matrimoni misti, la diminuzione dell’identità ebraica e l’antisemitismo dilagante spingono sempre più ebrei americani verso Israele.
Della Pergola scrive: «Se nel 2126 esisterà ancora un mondo, ci sarà un popolo ebraico – ma uno che sarà fondamentalmente diverso da quello odierno, in un mondo ancora più irriconoscibile di quello in cui viviamo oggi». Entro il 2050, gli ebrei ultraortodossi potrebbero costituire quasi un terzo della popolazione ebraica in Israele – uno spostamento che avrà profonde conseguenze sociali e politiche.
Per Israele questo cambiamento demografico comporta anche uno spostamento geopolitico: in quanto patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo, cresce la responsabilità dello Stato ebraico nei confronti dell’intero mondo ebraico – e con essa anche la pressione di affermarsi come centro sicuro, vivibile e sostenibile della vita ebraica.
(Israel Heute, 21 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il deserto del Negev ottiene il riconoscimento come regione vinicola internazionale unica
La mancanza d’acqua nel deserto del Negev ha aiutato i viticoltori a creare un’uva fruttata che è unica e facile da bere. Ora il paesaggio secco e sabbioso che si estende da Kiryat Gat a Eilat viene ufficialmente riconosciuto con l’appellativo di “Negev, una regione vinicola internazionale”, che colloca il sud di Israele e il suo caratteristico territorio desertico sulla mappa globale dei vini. Il Negev ora si unisce ai ranghi delle regioni vinicole riconosciute a livello mondiale come Champagne, Chianti, Bordeaux e Napa Valley.
di Ludovica Iacovacci
La mancanza d’acqua nel deserto del Negev ha aiutato i viticoltori a creare un’uva fruttata che è unica e facile da bere. Ora il paesaggio secco e sabbioso che si estende da Kiryat Gat a Eilat viene ufficialmente riconosciuto con l’appellativo di “Negev, una regione vinicola internazionale”, che colloca il sud di Israele e il suo caratteristico territorio desertico sulla mappa globale dei vini.
Il riconoscimento segue un processo quadriennale in cui un consorzio di esperti di vino israeliani ha dimostrato che i vini prodotti nel Negev hanno un proprio profilo identificabile.
“Se vuoi creare una regione vinicola, devi dimostrare di avere qualcosa di unico e specifico da offrire”, ha detto Guy Haran, un esperto di enoturismo che ha fatto parte del processo sin dal suo inizio.
Questo processo includeva la dimostrazione che la regione in questione ha vigneti, cantine, un’antica e moderna cultura del vino e un territorio e un terreno specifici che sono unici per la regione e il clima.
Haran e i suoi colleghi esperti di vino si sono consultati con storici, geografi e antropologi, con l’obiettivo di mostrare dove inizia e finisce il territorio del Negev, compilando infine un articolo di 150 pagine sulla regione. “Abbiamo fatto degustazioni ufficiali”, ha detto Haran, “compresa una degustazione per dimostrare che i vini del Negev hanno un sapore specifico”.
La documentazione è stata consegnata al Ministero della Giustizia israeliano, che gestisce l’inclusione di Israele nell’Accordo di Lisbona, un trattato internazionale che consente ai produttori di marchi agricoli, tra cui cibo, vini, liquori e artigianato, di creare e proteggere le loro denominazioni di origine.
Una volta che il Ministero della Giustizia ha approvato la documentazione ad aprile, la denominazione Negev è diventata ufficiale e riconosciuta a livello globale, ha detto Haran.
La denominazione geografica serve come garanzia legale per i consumatori che il vino ha origine da uno specifico clima e ambiente del suolo ed è prodotto secondo gli standard globali.
Israele è stato incluso per la prima volta nell’accordo di Lisbona negli anni ’50, quando il Paese voleva preservare e mettere in sicurezza il marchio di arance di Jaffa.
Il Negev ora si unisce ai ranghi delle regioni vinicole riconosciute a livello mondiale come Champagne, Chianti, Bordeaux e Napa Valley.
Nell’agosto del 2020 si è giunti ad una dichiarazione della denominazione della Giudea, come prima regione vinicola ufficiale di Israele. Il marchio di vino Negev è la terza denominazione di Israele.
“Abbiamo iniziato con 12 viticoltori e produttori di vino nel Negev; ora ne abbiamo 60, che producono più di un milione di bottiglie all’anno”, ha detto Haran.
L’intera iniziativa è stata guidata dalla Merage Foundation Israel, fondata da David e Laura Merage di Denver, Colorado, che ha a lungo guidato gli sforzi per posizionare il Negev come destinazione turistica del vino riconosciuta a livello internazionale.
Il riconoscimento della regione vinicola del Negev è una pietra miliare, ha detto Nicole Hod Stroh, direttore esecutivo della Merage Foundation Israel. “Vedo il turismo del vino come un’espressione moderna e significativa del sionismo contemporaneo”, ha detto Hod Stroh. “Questo riconoscimento rafforza il potenziale economico e turistico della regione, posizionando il Negev a livello internazionale come una regione vinicola innovativa e di alta qualità”.
Haran, che viaggia spesso, guidando tour del vino in tutto il mondo, ha detto che riceve regolarmente sostegno da colleghi del vino internazionali per l’appellativo Negev, anche se Israele continua ad essere oggetto di odio e boicottaggi pro-palestinesi. “Quando le persone vedono le foto dei vigneti nel deserto del Negev, è sbalorditivo per loro”, ha detto Haran. “Il vino collega le persone; non è un’arena per combattere”.
Ora, dopo tre anni di guerra, l’appellativo Negev è una designazione di importanza nazionale.
“È tempo per noi di celebrare ciò che è bello in Israele”, ha detto Haran. “Per me, questo è vero sionismo. Guardo le regioni italiane che sono diventate ricche attraverso il turismo del vino. Speriamo di essere in grado di fare lo stesso per il Negev.”
(Bet Magazine Mosaico, 21 maggio 2026)
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Questo non rispecchia l’essenza del nostro Paese!
Non è necessario provare simpatia per gli attivisti della flottiglia per Gaza per disapprovare il modo in cui Itamar Ben-Gvir li ha trattati. Il ministro ha danneggiato la reputazione di Israele
di Sarah Cohen-Fanti *
Una premessa: chiunque partecipi alla flottiglia per crogiolarsi nella presunta superiorità morale – a spese della popolazione civile sia a Gaza che in Israele – mi ripugna. Li porterei in tribunale per violazione del diritto marittimo internazionale e, se del caso, verrebbero condannati. Non proverei nemmeno un briciolo di compassione.
Ciò che non farei, nonostante siano accaniti nemici di Israele e degli ebrei, è aggredirli fisicamente, umiliarli o deriderli e poi mettere tutto in mostra pubblicamente.
Purtroppo è proprio ciò che ha fatto il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir. Non è la prima volta che si fa notare in modo negativo, ma questa volta viene rimproverato sia dai suoi colleghi ministri che dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar: «Ha causato un grave danno a Israele».
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Non dobbiamo stendere il tappeto rosso agli antisemiti. Ma umiliare le persone e poi vantarsene? Questo non va bene
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Anche le forze armate, che hanno già dimostrato a centinaia di navi della flottiglia e ai loro passeggeri come si fa nel modo giusto – fornire acqua e panini, essere cordiali e professionali – condannano con la massima fermezza questo comportamento.
La reazione di Ben-Gvir? Egli difende il proprio comportamento perché «Israele non porge più l’altra guancia» e «si difende dai propri nemici». Su questo la maggioranza del popolo ebraico sarà probabilmente d’accordo con lui – ma il modo in cui lo fa è sbagliato.
Perché sì, non dobbiamo stendere il tappeto rosso agli antisemiti, e sì, possiamo difenderci dalla propaganda anti-Israele, e sì, possiamo anche difenderci con forza contro il terrorismo e i razzi. Umiliare le persone e festeggiarsi per questo? No, non possiamo farlo, e questo non corrisponde nemmeno all’essenza del nostro Paese, della nostra religione, del nostro popolo.
L’unica cosa che Ben-Gvir è riuscito a ottenere è che, grazie alle sue azioni estreme, chi odia Israele lo sta usando ancora una volta, a torto, come un cartellone pubblicitario gigante per screditare un intero Paese e il suo esercito in tutto il mondo.
Sebbene il ministro degli Esteri Sa’ar abbia sintetizzato il concetto affermando che Itamar Ben-Gvir non rappresenta il volto di Israele, il resto del mondo deve tuttavia chiedersi perché non vi sia altrettanto clamore e critica nei confronti delle aggressioni fisiche, in aumento ogni giorno (!), contro bambini ebrei, viaggiatori israeliani e sinagoghe (come è avvenuto lo scorso fine settimana, quando un israeliano è stato brutalmente picchiato in Inghilterra).
Perché una cosa è chiara: più il mondo protegge e sostiene gli attivisti ostili a Israele e i terroristi, più si abbandona l’unica democrazia del Medio Oriente, e più questo doppio standard finisce per fare il gioco dei Ben-Gvir di questo mondo.
* L’autrice è una giornalista freelance e vive in Israele.
(Jüdische Allgemeine, 21 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Da Gaza una denuncia contro Hamas per crimini di guerra
Un palestinese porta i leader di Hamas davanti alla Corte Penale Internazionale mentre gran parte dei media occidentali continua a guardare altrove
di Cesare Galli
Mentre i nostri media in questi giorni sono impegnati a seguire la più recente replica dello show della cosiddetta Flottilla, sta passando sotto silenzio un fatto che arriva da Gaza e che, per un’informazione libera da pregiudizi e paraocchi ideologici, dovrebbe essere il classico “uomo che morde il cane”, cioè – traducendo dal gergo giornalistico – un evento che non ci si aspetta e che quindi “fa notizia”, almeno per chi volesse davvero raccontare il mondo al pubblico e non semplicemente assecondarne i gusti e le aspettative.
Un abitante di Gaza si è infatti rivolto, tramite i suoi avvocati, alla Corte Penale Internazionale, presentando all’Office of the Prosecutor – l’equivalente del nostro Pubblico Ministero – una denuncia per crimini commessi contro il popolo della Striscia. Solo che, questa volta, a essere denunciati non sono i “cattivi” israeliani, ma quattordici capi di Hamas, quelli contro i quali in Europa i “marciatori” di professione non hanno mai ritenuto necessario organizzare cortei. Nemmeno quando bloccavano i convogli umanitari per requisire gli aiuti e venderli ai civili al mercato nero, oppure in cambio di favori sessuali, e nemmeno quando, subito dopo il ritiro delle truppe israeliane, hanno cominciato a “regolare i conti”, rastrellando e assassinando palestinesi che avevano osato alzare la testa e opporsi alla loro leadership, come è stato puntualmente documentato da un video raccolto e geolocalizzato dalla BBC, che mostra la scena agghiacciante di un gruppo di terroristi che raduna in una piazza di Gaza otto civili, li fa inginocchiare e li uccide davanti a una folla di uomini, donne e persino bambini che assiste indifferente.
Le accuse contenute in questa denuncia comprendono tutte le ipotesi più gravi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dall’utilizzo di civili o altre persone soggette a protezione come scudi umani agli attacchi deliberati contro civili e obiettivi civili, dal provocare deliberatamente gravi sofferenze alle persone alla distruzione e appropriazione delle proprietà altrui, dal mancato ricorso a misure dirette a evitare un numero eccessivo di vittime, feriti o danni accidentali fino agli attacchi contro obiettivi protetti. E ancora, crimini contro la dignità personale, impiego e arruolamento di minori, condanne ed esecuzioni senza regolare processo, omicidio, sterminio, tortura e persecuzione.
Le persone indicate come responsabili di questi delitti sono tutti leader di Hamas: Khaled Mashaal, Mahmoud al-Zahar, Mohammed Odeh, Muhannad Rajab, Khalil al-Hayya, Mousa Abu Marzook, Ghazi Hamad, Izzat al-Rishq, Fathi Hamad, Nizar Awadallah, Husam Badran, Zaher Jabarin, Basem Naim e Izz al-Din al-Haddad, dal maggio 2025 comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas nella Striscia di Gaza, ucciso il 15 maggio scorso in un’operazione dell’esercito israeliano.
Le accuse sono precise e circostanziate, con nomi, fatti, date e soprattutto prove che dimostrano come l’altissimo numero di vittime civili della guerra sia stato anche il risultato di una precisa strategia di Hamas. Una strategia della morte, cinicamente costruita per raggiungere il risultato politico, purtroppo ampiamente ottenuto, di trasformare agli occhi del mondo chi si difendeva in un carnefice, un carnefice che però annunciava in anticipo gli obiettivi delle proprie operazioni militari invitando i civili ad allontanarsi.
Questa denuncia mette invece nero su bianco ciò che gran parte del mondo, e anzitutto proprio la Corte Penale Internazionale, continua a rifiutarsi di vedere, ossia che il vero responsabile della tragedia del 7 ottobre, degli ostaggi ancora prigionieri e della devastazione della Striscia è Hamas, insieme all’Iran e alle altre milizie, Hezbollah e Houthi, che Teheran ha armato e addestrato nel proprio progetto di espansione regionale. Un progetto del quale fanno le spese anzitutto gli stessi cittadini iraniani, sottoposti da quasi mezzo secolo a un regime repressivo e violento, lo stesso modello che Hamas ha imposto a Gaza e che vorrebbe estendere “dal fiume al mare”, cioè dal Giordano al Mediterraneo, cancellando Israele e i suoi abitanti.
Nonostante tutto questo, per trovare ascolto uno dei due avvocati americani che hanno presentato la denuncia per conto dell’abitante di Gaza ha dovuto rivolgersi al Jerusalem Post, storico quotidiano israeliano, cioè al giornale di uno dei pochissimi Paesi del Medio Oriente dove gli arabi godono di pieni diritti civili e politici, eleggono rappresentanti in parlamento e possono vivere liberamente.
L’autore della denuncia non è un “collaborazionista”, come i terroristi e chi assorbe la loro propaganda definiscono sprezzantemente gli arabi favorevoli a una convivenza con Israele. Al contrario, è un uomo che, come racconta il giornale, nella guerra ha perso la moglie, i figli e altri membri della propria famiglia. E proprio per questo vuole vedere puniti i veri responsabili della loro morte, pur sapendo che con questa denuncia mette a rischio la propria vita.
Ora, in base all’articolo 15 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, l’Office of the Prosecutor dovrà valutare la serietà delle informazioni ricevute ed eventualmente raccogliere ulteriori elementi, non solo da Stati e organizzazioni internazionali governative e non governative, ma anche assumendo testimonianze scritte o orali presso la propria sede. E se riterrà che vi sia una base sufficiente per avviare un’indagine vera e propria, dovrà chiedere un’autorizzazione alla Pre-Trial Chamber, una sorta di giudice delle indagini preliminari, alla quale potranno rivolgersi anche le vittime. Tuttavia il silenzio mantenuto in questi anni dal Prosecutor della Corte, che pure avrebbe potuto avviare un’investigazione anche d’ufficio sulla base delle informazioni disponibili, non induce certo all’ottimismo.
Tuttavia è doveroso continuare a sperare e soprattutto impegnarsi, ciascuno nel posto in cui si trova, per fare circolare queste notizie come una piccola Radio Londra. Solo così si può rompere il muro di omissioni e propaganda che continua a deformare ciò che accade davvero a Gaza.
(Setteottobre, 21 maggio 2026)
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Netanyahu inaugura la linea ferroviaria orientale delle Ferrovie israeliane
Alla stazione di Samaria-Tayibe, il Primo Ministro ha dichiarato che la nuova linea ridurrà la congestione del traffico, migliorerà l'offerta e stimolerà lo sviluppo in tutto il Paese.
di Joshua Marks
Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, insieme al ministro dei Trasporti israeliano Miri Regev, ha inaugurato alla stazione di Samaria-Tayibe la linea ferroviaria orientale della Israel Railways, affermando che il progetto ridurrà la congestione del traffico e velocizzerà gli spostamenti in tutto il Paese.
La nuova linea alleggerirà il traffico sul corridoio costiero, offrendo un percorso ferroviario alternativo e deviando i treni merci dalle linee passeggeri, migliorando così il servizio su tutta la rete, ha affermato Netanyahu. Il progetto andrà a beneficio di “tutti i nostri cittadini – ebrei e arabi” e stimolerà lo sviluppo regionale, ha aggiunto.
Ha inoltre fatto riferimento a piani a più lungo termine per l’espansione della rete ferroviaria ad alta velocità, comprese tratte con velocità fino a 250 km/h, e ha menzionato una futura linea metropolitana che collegherà Karmiel a nord con Beersheva a sud.
«Questo Paese si sta sviluppando rapidamente. Abbiamo realizzato tutto ciò che avevamo promesso – anche all’inizio di questa legislatura – e questo nonostante tutti coloro che lo hanno liquidato dicendo: “Non succederà”. Naturalmente abbiamo anche avuto una guerra, e ce l’abbiamo ancora. Ci troviamo ancora di fronte a una situazione molto complessa, anche in questi giorni e in queste ore. Ma ce l’abbiamo fatta, voi ce l’avete fatta. E credo che la benedizione e il benessere che questo porterà ai cittadini di Israele siano immensi”, ha proseguito il Primo Ministro.
«Come persona che in passato ha percorso spesso questa strada, o meglio, che l’ha percorsa in bicicletta, vorrei ringraziarvi per aver liberato la gente dagli ingorghi e per aver portato davvero benessere e gioia ai cittadini di Israele. Un doppio piacere, una cosa straordinaria. Grazie mille, siate benedetti e continuate a viaggiare verso nord e verso sud», ha concluso.
La ferrovia orientale fa parte di un'iniziativa più ampia volta a potenziare l'infrastruttura ferroviaria israeliana e a migliorare i collegamenti tra le regioni settentrionali e meridionali del Paese.
Secondo i dati delle Ferrovie israeliane, il progetto, del valore di 8,5 miliardi di shekel (2,9 miliardi di euro), si estenderà per una lunghezza di 65 chilometri in prossimità dell’autostrada 6 e comprenderà, da nord a sud, sei stazioni, cinque delle quali nuove: Hadera Est, Samaria–Tayibe, Tira–Kochav Yair, Rosh HaAyin Nord (una stazione esistente che è stata modernizzata), Elad–South Petah Tikva e Shoham. In totale sono stati costruiti 47 nuovi ponti per il progetto ferroviario.
«La linea ferroviaria aumenterà la capacità di trasporto della rete ferroviaria nazionale di circa il 30% e offrirà flessibilità operativa al traffico ferroviario (che attualmente dipende dalle due linee costiere sovraccariche). I passeggeri beneficeranno di un viaggio più comodo, poiché potranno aggirare l’area metropolitana di Tel Aviv e gli ingorghi lungo il corridoio di Ayalon”, ha spiegato la Ferrovia israeliana, aggiungendo che la capacità ferroviaria dovrebbe aumentare di circa 150 treni passeggeri aggiuntivi al giorno, oltre a decine di treni merci, con un’aspettativa di fino a sei treni passeggeri all’ora nelle ore di punta.
«La linea ferroviaria orientale dovrebbe entrare in funzione gradualmente nel corso del 2026», si legge inoltre nella dichiarazione.
(Israel Heute, 20 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Hezbollah arruola bambini negli scout del Mahdi e il Libano guarda
Un’inchiesta di MTV Lebanon rilanciata da MEMRI mostra come il movimento sciita trasformi campi giovanili, funerali e culto del martirio in una fabbrica ideologica per futuri miliziani
di Alessandro Carmi
Quando un movimento armato comincia dai bambini, la guerra ha già cambiato forma. Il servizio mandato in onda da Murr Television, la MTV Lebanon, e rilanciato dal MEMRI, mostra il cuore più inquietante del sistema Hezbollah: una struttura educativa e paramilitare che presenta se stessa come scoutismo, disciplina comunitaria, formazione religiosa, e intanto abitua i ragazzi all’idea che morire per il Partito di Dio sia un destino onorevole, perfino desiderabile.
Al centro dell’inchiesta ci sono gli Imam al-Mahdi Scouts, l’organizzazione giovanile legata a Hezbollah e intitolata a Muhammad ibn al-Hasan al-Mahdi, figura centrale dello sciismo duodecimano. Secondo il servizio televisivo libanese, il movimento usa cerimonie pubbliche, addestramento, visite a miliziani e celebrazioni dei caduti per costruire nei bambini un’appartenenza totale, in cui il Libano scompare dietro l’obbedienza all’asse iraniano e alla milizia sciita.
Il punto più duro del rapporto riguarda i funerali dei minori caduti, trasformati in cerimonie eroiche davanti ai coetanei. Il messaggio è brutale proprio perché viene confezionato con il linguaggio dell’onore, del sacrificio e della vittoria: chi muore diventa modello, chi resta viene invitato a imitarlo. In questa pedagogia della morte, il lutto smette di essere dolore familiare e diventa strumento di reclutamento.
Gli Imam al-Mahdi Scouts non sono una realtà marginale. Le fonti raccolte parlano di circa 80 mila aderenti, compresi quadri e responsabili, con bambini e adolescenti tra gli 8 e i 16 anni. Nel corso degli anni, diversi osservatori hanno descritto questa rete come un passaggio organizzato verso l’apparato militare di Hezbollah. Già nel 2009 Al Jazeera riportava che alcuni membri degli scout proseguivano poi come combattenti del movimento, mentre il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ha documentato da tempo l’uso di simboli, divise e materiali educativi collegati all’ideologia militante.
Il nome “scout” produce un equivoco comodo. Evoca tende, nodi, bivacchi, disciplina all’aria aperta. Qui, però, secondo le ricostruzioni disponibili, i ragazzi vengono immersi in un ambiente nel quale la fedeltà religiosa e politica viene saldata alla logica della lotta armata. I campi estivi, le parate, gli incontri con i miliziani, la simbologia di Gerusalemme, i ritratti dei leader caduti e il culto di Ali Khamenei concorrono a costruire una visione del mondo chiusa, aggressiva, impermeabile a qualunque appartenenza nazionale libanese.
Nell’ottobre 2025 Hezbollah ha organizzato allo stadio Camille Chamoun di Beirut una grande manifestazione degli scout del Mahdi in onore di Hassan Nasrallah, ucciso nel 2024. Il segretario generale Naim Qassem si è rivolto ai ragazzi definendoli, secondo le ricostruzioni diffuse, “l’esercito dell’Imam al-Mahdi”, educato nel cuore del conflitto. La formula dice molto: quei bambini non vengono preparati a diventare cittadini liberi, vengono inseriti fin dall’infanzia dentro una comunità politica armata.
Il problema riguarda anche lo Stato libanese, perché Hezbollah opera da decenni come potere parallelo, con un proprio apparato militare, una rete sociale, scuole, media, assistenza, fondazioni, strutture religiose. Il bambino che entra in quel sistema non incontra soltanto un’organizzazione giovanile. Entra in un mondo completo, dove la milizia offre identità, protezione, appartenenza e senso, mentre lo Stato appare lontano, debole o complice.
Ali Khalife, autore di Children of Hezbollah, ha sintetizzato il nodo con una frase terribile: l’arma nella mano di un bambino è meno pericolosa dell’arma piantata nella sua mente. È il punto decisivo. Un fucile può essere sequestrato, un campo può essere chiuso, un deposito può essere colpito. Un’educazione fondata sul martirio, sulla fedeltà al capo e sull’odio verso il nemico scava più a fondo, perché lavora sul tempo lungo e trasforma l’infanzia in materia prima della guerra.
La denuncia della televisione libanese è preziosa proprio perché arriva dall’interno del Libano e rompe un’omertà che per anni ha protetto Hezbollah dietro le formule rassicuranti dell’assistenza sociale e della resistenza. Qui l’assistenza diventa controllo, la formazione diventa indottrinamento, lo scoutismo diventa anticamera della milizia. E quando una società permette che i bambini vengano educati alla morte come se fosse una promozione morale, la sconfitta è già entrata nelle scuole, nei campi estivi, nelle case.
(Setteottobre, 20 maggio 2026)
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«L’attimo in cui si fermò la musica» A Londra la mostra sul 7 ottobre
Aperta nella capitale britannica l'esposizione sulle atrocità commesse da Hamas Un percorso struggente che ripercorre quella tragica mattinata del Nova Festival
di Adolfo Sansolini
Alle 6.29 di mattina del 7 ottobre 2023 migliaia di giovani, fra cui trecento stranieri, erano presenti al festival musicale Nova, nel deserto israeliano del Negev, a circa cinque chilometri dal confine con Gaza. In quel momento la musica venne interrotta improvvisamente per far scattare l'allarme. Iniziò una fuga in massa verso i rifugi della zona, mentre migliaia di miliziani di Hamas invadevano l'area del festival e i luoghi limitrofi in moto, camionette e parapendio, sterminando 1200 persone e rapendone 251, di cui 83 poi morte in cattività. Alla vittima più giovane, Naama Abu Rashed, hanno sparato mentre era ancora nel grembo materno e nonostante un parto di emergenza è morta dopo 14 ore. Il più anziano è stato Moshe Ridler, sopravvissuto all'Olocausto ma ucciso a 92 anni da una granata lanciatagli contro la porta di casa. L'età della maggior parte delle vittime era fra i 18 e 30 anni, in larga parte partecipanti al Nova. I sopravvissuti hanno voluto preservare la memoria di quanto accaduto, anche alla luce dell'ondata antisemita e antiisraeliana orchestrata in sintonia con questo attacco. Nel dicembre 2023, mentre molti ostaggi erano ancora prigionieri a Gaza, hanno allestito una mostra usando quanto si è ritrovato dopo il massacro. L'evento si è poi spostato negli Stati Uniti e in Canada, ed è arrivato a Berlino alla fine del 2025. Ha ricevuto oltre 600.000 visitatori.
"06:29 - The moment the music stood stili" ("Il momento in cui la musica si è fermata") apre oggi a Londra, sotto protezione della polizia per prevenire ulteriori aggressioni antisemite. È un percorso multimediatico incentrato sulle vittime del Nova. Si inizia con la visione delle riprese del Festival in quella tragica mattina, fino al momento in cui è scattato l'allarme. In pochi secondi, una festa nel deserto viene travolta da un panico di cui ancora non si comprendeva l'origine o la portata. La seconda sala ricostruisce la devastazione dell'area, con molte riprese fatte con i cellulari durante la fuga, accanto ai resti originali di tende e vestiti e di alcuni veicoli dati alle fiamme dai miliziani, a volte con i ragazzi chiusi dentro. Sono inclusi alcuni filmati diffusi da Hamas per celebrare l'attacco, come la sfilata dei terroristi a Gaza sulla camionetta dove si esponeva come trofeo il corpo nudo di Shani Louk, una ragazza di 22 anni tenuta sotto i piedi dai miliziani che urlavano ossessivamente "Allahu Akbar". I visitatori sono invitati a toccare gli oggetti presenti e a impugnare i cellulari delle vittime, in cui vengono mostrate le riprese di quel giorno. Nei vari ambienti si trovano testimonianze e informazioni su ciò che è accaduto a chi era convenuto per ascoltare musica e ballare ma improvvisamente è divenuto preda di torturatori, stupratori e assassini. In una grande sala sono presenti i ritratti delle centinaia di vittime e un allestimento simile ai musei della Shoah, con tavoli coperti dalle scarpe e dai vestiti ritrovati nell'area. Nonostante l'esperienza sia molto intensa, gli organizzatori cercano di trasmettere un messaggio positivo di resistenza e rinascita. Si descrivono sia il Progetto Dinah dedicato al riconoscimento e alla giustizia per le vittime di violenza sessuale in guerra, che le iniziative per la salute fisica e mentale organizzate dai reduci di questa tragedia. La mostra rimarrà aperta per sei settimane, offrendo l'entrata gratuita a scuole e università, che sono state fra i maggiori bersagli della propaganda antisemita degli ultimi anni.
(Il Riformista, 20 maggio 2026)
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Come il «New York Times» demonizza Israele
In un articolo di opinione del NYT l’autore Nicholas Kristof rivolge accuse scandalose a Israele. Tuttavia, non fornisce prove concrete a sostegno delle sue affermazioni, danneggiando così il giornalismo.
di Daniel Neumann *
Ogni volta che si pensa che l’ossessione anti-israeliana abbia raggiunto un limite naturale, la realtà ci dimostra il contrario. L'ultima volta è successo con un articolo di Nicholas Kristof sul «New York Times». In esso non solo riferisce degli abusi sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, ma riprende anche la grottesca affermazione secondo cui Israele userebbe i cani per commettere violenze sessuali contro i prigionieri. Non lascia alcun dubbio su quale equazione morale voglia stabilire. Infatti scrive, in sostanza, che ciò che è accaduto alle donne israeliane il 7 ottobre 2023, ora accade ai palestinesi giorno dopo giorno.
Altre domande? Probabilmente no. Perché il messaggio è chiarissimo: Israele non viene solo accusato di permettere singoli crimini o abusi. No. Israele deve apparire come un mostro morale. Come uno Stato la cui crudeltà supera persino quella di Hamas. Perché se qualcosa accade «giorno dopo giorno», mentre Hamas ha commesso i suoi crimini in un solo giorno, allora il messaggio implicito è: le vere bestie si trovano a Gerusalemme.
Per evitare malintesi: naturalmente ci sono violenza, abusi e violazioni dei limiti nelle prigioni israeliane. Proprio come ce ne sono in altre prigioni. In tutto il mondo. Da parte di guardie o di altri detenuti. In un intreccio di frustrazione, aggressività e dominanza. E: probabilmente ce ne sono stati e ce ne sono, dal 7 ottobre, addirittura di più. Non è certo. Ma è almeno possibile.
• Il terreno della demonizzazione politica
Perché dopo un massacro come quello del 7 ottobre, dopo migliaia di arresti, in condizioni di escalation permanente, sovraccarico e traumatizzazione, non è assurdo supporre che singoli guardie o forze di sicurezza abbiano oltrepassato i limiti. Soprattutto se il ministro responsabile del sistema carcerario è proprio l’estremista di destra Itamar Ben-Gvir. Una cosa è certa: questo è inaccettabile. Punto. Incidenti del genere devono essere indagati, perseguiti e fermati. Perché proprio uno Stato di diritto democratico non deve spostare i propri limiti morali, nemmeno in uno stato di emergenza. Anche se questa è una richiesta difficilmente realizzabile nella realtà israeliana, caratterizzata dalla violenza palestinese, dal terrorismo islamista e da una minaccia costante dall’esterno e dall’interno.
Ma a Kristof non interessa affatto questo. E non gli interessa nemmeno segnalare le irregolarità per ottenere condizioni migliori per i detenuti. Perché per questo Kristof avrebbe potuto anche guardare nel proprio cortile statunitense. Parola chiave: ICE. O Guantanamo. Oppure avrebbe potuto occuparsi delle condizioni nelle carceri palestinesi, iraniane o cinesi. Ma non si tratta di diritti umani. Si tratta di diffamare uno Stato, un collettivo, un sistema. Perché tra l’accertamento che ci sono maltrattamenti nelle prigioni e la costruzione di uno Stato demoniaco che addestra cani allo stupro c’è un abisso sia morale che giornalistico. Qui si abbandona il campo dell’informazione seria e si entra nel terreno della demonizzazione politica.
• Il momento non casuale della pubblicazione
Ed è proprio qui che sta la perfidia di questo articolo. Perché questa storia circola da anni negli angoli più oscuri del mondo online anti-israeliano. Nei forum ideologici complottisti. Negli ambienti fanaticamente anti-israeliani. Nelle paludi digitali in cui Israele non viene semplicemente criticato, ma immaginato come il male metafisico. Lì da anni si raccontano le fantasie più sfrenate: Israele «vaporizzerebbe» le persone con armi segrete. Israele praticherebbe il prelievo di organi sui palestinesi uccisi su scala industriale. Israele addestrerebbe cani a violentare i prigionieri. Finora i media seri si sono astenuti dal pubblicare questa follia. Ma Kristof no. Il New York Times no. L’incantesimo è spezzato. E una nuova leggenda dell’orrore prende piede.
Kristof non ha scelto a caso il momento della pubblicazione. Infatti, praticamente in contemporanea, il 7 ottobre è apparso il rapporto, annunciato da tempo, della commissione civile israeliana sulla violenza sessuale di Hamas. Un documento dell’orrore che rende visibili con brutale chiarezza gli abissi di Hamas. E il fatto dimostra che l’esercito del terrore ricorre alla violenza sessuale in modo sistematico e come parte della propria strategia.
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Il buon senso capitola di fronte all’agitazione anti-israeliana.
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Kristof mette consapevolmente in relazione il suo testo con questo. Non relativizza esplicitamente i crimini di Hamas. Perché sarebbe troppo grossolano. Fa qualcosa di più raffinato: costruisce un’equivalenza morale. Anzi, di più: fabbrica un ribaltamento morale. Il messaggio è: ciò che Hamas ha fatto una volta, Israele lo fa sistematicamente. E per di più costantemente. O, nelle sue stesse parole: «Su un punto dovremmo essere d’accordo: siamo contro lo stupro. Il terribile abuso che le donne israeliane hanno subito il 7 ottobre, ora capita giorno dopo giorno ai palestinesi». Questa è tutt’altro che un’analisi obiettiva. È un linguaggio politico figurativo. È una demonizzazione tradotta in parole e frasi.
Eppure l’enorme portata delle indagini sui crimini di Hamas è in netto contrasto con la costruzione di Kristof. Da una parte, una documentazione di diverse centinaia di pagine con oltre 400 testimonianze, migliaia di immagini e innumerevoli ore di materiale video di Hamas, nonché registrazioni da telefoni cellulari, telecamere di sorveglianza e dashcam, redatta con l’aiuto di esperti legali e forensi, nonché di personale medico specializzato e terapeuti del trauma. Qui, invece, dichiarazioni anonime, resoconti difficilmente verificabili, reti di attivisti e affermazioni che sfidano ogni plausibilità.
• Sarebbe stata necessaria una maggiore cautela giornalistica
Particolarmente degno di nota è il ruolo della cosiddetta organizzazione per i diritti umani Euro-Med Monitor, sul cui materiale si basano parte delle accuse. Da anni, infatti, i critici accusano l’organizzazione e il suo fondatore di parzialità politica e vicinanza a Hamas, o quantomeno di diffondere narrazioni e propaganda vicine a Hamas. Dopotutto, è stata proprio questa organizzazione a diffondere non solo le storie sull’arma di vaporizzazione e sul prelievo sistematico di organi, ma anche quelle sui cani stupratori israeliani. Proprio per questo sarebbe stata necessaria la massima cautela giornalistica. Invece accade il contrario: le affermazioni diventano titoli. Le voci diventano certezze. Le storie raccapriccianti diventano articoli di opinione.
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Nel caso di Israele spesso basta un mormorio. Ma questo non danneggia solo Israele.
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Ed è proprio qui che inizia il vero problema. Perché quando si tratta di Israele, in molti sembra che ogni autocontrollo intellettuale venga meno. I frangiflutti della ragione non funzionano più. Affermazioni che per qualsiasi altro Stato verrebbero immediatamente messe in discussione o relegate senza mezzi termini nel regno delle favole, qui vengono diffuse con reverente indignazione. Il buon senso capitola di fronte all’agitazione anti-israeliana.
• Affermazioni mostruose in un articolo di opinione
Basti immaginare per un momento che uno Stato occidentale qualsiasi fosse stato accusato di addestrare cani allo stupro sistematico di prigionieri. I giornalisti chiederebbero prove. Analisi forensi. Nomi. Documenti. Video. Plausibilità. Esperti. Contesto. Il dubbio sarebbe d'obbligo. Nel caso di Israele, invece, spesso bastano le voci. Ma questo non danneggia solo l'obiettivo primario: Israele. No! Danneggia il giornalismo stesso.
Eppure era stato orchestrato così abilmente: il testo, infatti, non è apparso né come articolo né come reportage, ma come editoriale. E quindi era soggetto a un certo meccanismo di protezione. Perché in questo modo si possono lanciare affermazioni mostruose senza essere soggetti agli stessi standard del giornalismo investigativo duro. Dopotutto era solo un'opinione! Anche se questa si basa su affermazioni. In ogni caso, è mancata una verifica rigorosa dei fatti. A che scopo: l'aura del venerabile New York Times conferisce alla questione sufficiente serietà.
• I media tradizionali ne subiscono le conseguenze
È proprio questo a rendere la vicenda così pericolosa. E lo è su due livelli: in primo luogo, la demonizzazione di Israele ha appena raggiunto un livello superiore. La follia ha quindi abbattuto un altro confine. Nulla è troppo assurdo perché non venga utilizzato dagli israelofobi per il loro obiettivo finale (o forse si dovrebbe dire “soluzione finale”?) In secondo luogo, ciò è avvenuto proprio per mano di un giornalista del New York Times, le cui allucinazioni si sono concretizzate in realtà stampata.
Certo: i nemici di Israele esultano, perché ora persino il New York Times stampa nero su bianco i loro miti più fantasiosi. Ma le conseguenze non colpiranno solo Israele. No, le conseguenze si faranno sentire anche sui media tradizionali. Perché i confini tra attivismo e giornalismo si stanno sempre più confondendo. La fiducia si sta erodendo. E la verità si frantuma di fronte all’ossessione diffusa che vede Israele al centro. Può andare ancora peggio? Certamente! Perché la storia è una buona maestra. Anche se non si tratta di buone notizie.
* L’autore è giurista e presidente dell’Associazione regionale delle comunità ebraiche dell’Assia.
(Jüdische Allgemeine, 19 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Smotrich: «L'Autorità Palestinese ha scatenato una guerra, e riceverà una risposta bellica»
Smotrich ha confermato che i procuratori della Corte penale internazionale hanno presentato una richiesta riservata di mandato d'arresto nei suoi confronti.
Martedì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha accusato l’Autorità Palestinese di aver dichiarato “guerra” allo Stato ebraico, confermando che i procuratori della Corte Penale Internazionale avevano presentato una richiesta segreta di mandato d’arresto nei suoi confronti.
“Il procuratore ha presentato una richiesta di mandati di arresto. Non sappiamo se questi saranno effettivamente emessi o meno; inoltre, non vogliono che lo sappiamo; questo fa parte della tattica”, ha detto Smotrich ai giornalisti durante una conferenza stampa a Gerusalemme.
“Ciò che è certo è che l’Autorità Palestinese e il suo popolo stanno dietro a tutto questo processo”, ha affermato l’alto ministro del Governo. “Sono loro a sostenere la guerra legale presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia”.
Smotrich ha descritto le azioni legali contro alti funzionari israeliani presso la CPI e la Corte internazionale di giustizia non come «una lotta diplomatica né una lotta legale», ma piuttosto come «una dichiarazione di guerra da parte di un’entità ostile contro lo Stato di Israele».
«Questa è una dichiarazione di guerra contro lo Stato di Israele, e quando ci viene mossa guerra, dobbiamo rispondere con forza», ha dichiarato.
Come parte della risposta di Gerusalemme, Smotrich ha detto che avrebbe firmato un ordine militare per evacuare immediatamente Khan al-Ahmar, un sito nel deserto della Giudea dove i beduini palestinesi hanno eretto illegalmente edifici e abitazioni. Gerusalemme cerca da anni di trasferire la comunità, che si trova nel corridoio strategico E1 tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim.
Subito dopo la conferenza stampa, l’ufficio di Smotrich ha pubblicato una lettera in cui egli ordinava a Hillel Roth, suo rappresentante nell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa israeliano, di adottare «tutte le misure necessarie» per portare a termine l’evacuazione il prima possibile.
«Prometto a tutti i nostri nemici: questo è solo l’inizio», ha detto Smotrich nel suo intervento alla conferenza stampa.
«Da oggi in poi, ogni obiettivo economico o di altro tipo contro cui posso agire nell’ambito della mia autorità come ministro delle Finanze o come ministro della Difesa sarà preso di mira – non con parole e espedienti, ma con azioni», ha aggiunto.
L'emittente israeliana Channel 12 News ha riferito lunedì che, oltre a Smotrich, i procuratori della Corte penale internazionale stavano valutando anche mandati di arresto segreti contro il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir. Il rapporto afferma che anche il capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa israeliane, il tenente generale Eyal Zamir, e il suo predecessore, Herzi Halevi, sono sotto esame da parte dell'Ufficio del Procuratore.
Nel 2024, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant in relazione alla guerra contro Hamas a Gaza, iniziata con l’invasione del sud di Israele da parte dei terroristi il 7 ottobre 2023.
Dopo la rielezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il 6 febbraio 2025 Washington ha imposto sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale per aver indagato su cittadini statunitensi e alleati degli Stati Uniti.
(JNS, 19 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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CPI. Pronti nuovi mandati segreti contro ministri e vertici militari israeliani
Dopo Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, l’Aia valuta provvedimenti contro Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e altri alti funzionari israeliani mentre a Gerusalemme cresce il timore di una strategia giudiziaria sempre più politica
di Rosa Davanzo
A Gerusalemme il timore è che si stia aprendo una nuova fase dello scontro con la Corte penale internazionale e che questa volta il bersaglio possa allargarsi fino a coinvolgere ministri in carica, vertici militari e figure centrali dell’apparato di sicurezza israeliano. La notizia filtrata nelle ultime ore, infatti, ha provocato forte preoccupazione dentro il governo israeliano perché all’Aia si starebbe discutendo la possibilità di richiedere nuovi mandati di arresto contro cinque alti funzionari dello Stato ebraico e, soprattutto, di procedere attraverso mandati segreti, una formula molto più insidiosa rispetto a quella utilizzata nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
Secondo quanto riferito dal giornalista israeliano Itamar Eichner, la Corte penale internazionale avrebbe deciso in linea di principio di proseguire il procedimento volto a ottenere nuovi mandati. La Corte ha però precisato ufficialmente che nessun nuovo mandato è stato emesso fino a questo momento e ha definito “inesatte” le indiscrezioni secondo cui il provvedimento sarebbe già stato approvato. La smentita, tuttavia, non ha affatto rasserenato il clima politico israeliano, anche perché il ministero degli Esteri avrebbe già informato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir della possibilità concreta che il suo nome compaia tra quelli destinatari di future richieste.
I nomi che circolano confermano la delicatezza dello scenario. Oltre a Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, sarebbero stati citati il ministro della Difesa Israel Katz, l’ex capo di Stato maggiore Herzi Halevi e l’attuale capo di Stato maggiore Eyal Zamir. Una lista che colpisce contemporaneamente il governo politico e la catena di comando militare, in un momento nel quale Israele continua a combattere su più fronti, dalla Striscia di Gaza al Libano meridionale, mentre la tensione regionale con l’Iran resta altissima.
Dietro questo nuovo sviluppo emerge anche un cambiamento interno agli equilibri della stessa Corte. Karim Ahmad Khan, il procuratore che aveva promosso le richieste di mandato contro Netanyahu e Gallant, è stato sospeso, ma il procedimento non si è fermato. A proseguire il lavoro sarebbe stato il suo sostituto, l’avvocato fijiano Nazhat Shameem Khan. Parallelamente continuano le indagini relative ai finanziamenti agli insediamenti israeliani e alla distribuzione di armi ai coloni in Cisgiordania, temi che da anni rappresentano uno dei principali punti di attrito tra Israele e molte organizzazioni internazionali.
Dentro Israele cresce soprattutto la preoccupazione legata alla possibilità di mandati segreti. A differenza di quelli pubblici, annunciati ufficialmente e notificati apertamente agli Stati aderenti alla Corte, i mandati riservati consentono agli investigatori di evitare che gli indagati prendano precauzioni preventive, limitino i propri viaggi o organizzino strategie diplomatiche per sottrarsi a eventuali arresti. In termini pratici, un dirigente israeliano potrebbe venire a conoscenza del mandato soltanto entrando in un Paese che collabora con la Corte penale internazionale.
Il precedente dei mandati emessi contro Netanyahu e Gallant continua intanto a pesare enormemente sul rapporto tra Israele e il tribunale dell’Aia. Quando la Corte annunciò quella decisione, il governo israeliano parlò apertamente di scelta politicizzata e priva di legittimità giuridica, ricordando che Israele non aderisce allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale. Anche gli Stati Uniti espressero forti riserve, sostenendo che la CPI non possieda giurisdizione nei confronti dello Stato ebraico.
La questione, però, da tempo supera il piano strettamente giuridico. All’interno dell’establishment israeliano si è ormai consolidata la convinzione che una parte delle istituzioni internazionali stia trasformando il conflitto israelo-palestinese in uno strumento permanente di pressione politica contro Israele. Il timore, a Gerusalemme, è che l’obiettivo finale sia limitare progressivamente la libertà d’azione diplomatica e militare dello Stato ebraico attraverso procedimenti giudiziari destinati ad accompagnare per anni la leadership israeliana nei suoi rapporti con il resto del mondo.
(Setteottobre, 19 maggio 2026)
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Istituito un tribunale rabbinico per le comunità liberali in Germania
La corrente liberale dell’ebraismo in Germania ottiene una propria giurisdizione. Ciò ha ripercussioni anche sull’immigrazione in Israele.
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La Nuova Sinagoga in Oranienburger Straße: anche la Comunità ebraica di Berlino partecipa al Bet Din
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BERLINO – La Comunità ebraica di Berlino e l’Unione degli ebrei progressisti in Germania hanno istituito un tribunale rabbinico (Bet Din) comune. In futuro, ogni comunità ebraica potrà rivolgersi al “Bet Din liberale centrale della Germania”, hanno comunicato lunedì congiuntamente la Comunità di Berlino e l’Unione degli ebrei progressisti.
L'unico tribunale religioso per l'ebraismo liberale in Germania si occuperà quindi di conversioni all'ebraismo, divorzi religiosi e accertamenti dello stato civile. Grazie al suo riconoscimento da parte di Israele, esso favorisce anche la cosiddetta Aliyah, ovvero l'immigrazione in Israele, si legge nel comunicato stampa.
In base alla Legge sul ritorno, ogni ebreo ha il diritto di immigrare nello Stato ebraico. Anche le persone che si sono convertite all’ebraismo rientrano in questo gruppo. Tuttavia, il Gran Rabbinato israeliano non riconosce tutte le conversioni liberali.
• Sede a Berlino e Bielefeld
In Germania, anche la Conferenza Generale dei Rabbini e la Conferenza dei Rabbini Ortodossi dispongono di un tribunale rabbinico. Secondo quanto riferito, la fondazione di un Bet Din è stata decisa dall’assemblea annuale dell’Unione domenica a Praga. In futuro avrà sede a Berlino e a Bielefeld.
Il presidente della Comunità ebraica di Berlino, Gideon Joffe, ha dichiarato che la città è da sempre il centro di un ebraismo pluralista e la culla dell’ebraismo liberale. Si è detto lieto di poter «rafforzare ulteriormente l’ebraismo liberale insieme all’Unione attraverso un proprio Bet Din».
La presidente dell’Unione degli ebrei progressisti in Germania, Irith Michelsohn, ha sottolineato che negli ultimi 29 anni dalla fondazione dell’Unione «abbiamo dovuto constatare che non sempre si è tenuto sufficientemente conto delle esigenze degli ebrei liberali». Michelsohn ha ringraziato la comunità di Berlino per il suo sostegno.
(Israelnetz, 19 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Sei ebreo?”: giovane israeliano aggredito a Golders Green
Nuovo episodio di antisemitismo a Golders Green, quartiere londinese con la più alta concertazione di popolazione ebraica. Un israeliano di 22 anni è stato aggredito ieri, dopo essere stato sentito parlare in ebraico da un gruppo di uomini che parlavano arabo. La polizia ha aperto un’indagine trattando il caso come un crimine d’odio antisemita.
La vittima, Shalev Ben Yakar, che si reca spesso a Londra per visitare la famiglia, sarebbe uscita dal proprio appartamento intorno alle 2 del mattino per fare una telefonata, in modo da non disturbare i suoi coinquilini.
Secondo quanto raccontato da Ben Yakar a Ynet, cinque o sei uomini lo avrebbero avvicinato dopo averlo sentito parlare in ebraico, chiedendogli se fosse ebreo. Dopo la risposta affermativa, gli uomini avrebbero iniziato a colpirlo con pugni e calci, urlandogli contro “Ebreo, ebreo” in arabo.
Ben Yakar ha raccontato di essere stato trascinato per strada, dove gli aggressori gli hanno strappato i vestiti. Il giovane ha riportato ferite profonde e contusioni al volto e al corpo. “Le cose peggioreranno, senza dubbio. Bisogna fare qualcosa”, ha detto il ragazzo, constatando come Londra stia diventando sempre più pericolosa per gli ebrei che vi risiedono.
La parlamentare britannica di Golders Green, Sarah Sackman, ha definito l’attentato “intollerabile” e ha affermato di aver parlato con il commissario della polizia metropolitana Mark Rowley. “La recente ondata di attacchi antisemiti e atti terroristici ha diffuso la paura nella nostra comunità. Mi sto battendo per un’azione più incisiva a tutti i livelli” ha detto Sackman.
Anche il Jewish Leadership Council in un post ha affermato che “si tratta dell’ennesimo attacco orribile nel cuore della comunità ebraica di Golders Green. I nostri pensieri sono rivolti alla vittima e alla sua famiglia. È necessaria una risposta decisa delle forze dell’ordine, che dimostri che coloro che attaccano violentemente gli ebrei dovranno affrontare la piena forza della legge”.
L’aggressione si inserisce in una crescente serie di episodi che stanno alimentando forti timori per la sicurezza delle comunità ebraiche, tanto da spingere il Primo ministro britannico Keir Starmer a promettere misure più incisive.
Tre settimane fa, il livello di allerta terrorismo nel Regno Unito è stato innalzato al secondo grado più alto, “grave”, dopo una serie di attacchi contro la comunità ebraica. I funzionari di sicurezza hanno indicato come principali minacce “il terrorismo islamista e di estrema destra”.
(Shalom, 19 maggio 2026)
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L’antisemitismo è un’Idra dalle mille teste
L’antisemitismo non sopravvive perché immobile, ma perché cambia forma. Dal pregiudizio religioso alla visione politica del nemico interno, la sua storia mostra una continuità inquietante: ogni epoca gli offre un linguaggio nuovo, e ogni volta l’Idra rialza una testa diversa.
di Michele Magno
Molto bello il pezzo, qui pubblicato, di Filippo Piperno sul comico e commentatore politico americano Bill Maher (“Bill Maher e l’antisemitismo cool che piace tanto ai progressisti”, 18 maggio). La tesi di Maher, sottolinea Piperno, è semplice: “destra e sinistra, per ragioni diverse e con linguaggi diversi, si sono ritrovate sullo stesso terreno. Non nello stesso punto ideologico, ma nello stesso esito retorico: trasformare Israele e gli ebrei nel bersaglio su cui scaricare ossessioni, rancori e fantasie di purificazione politica”.
Una tesi che designa l’ennesima evoluzione di quello che, per distinguere le persecuzioni subite dagli ebrei nei secoli XIX e XX dalla tradizionale ostilità antigiudaica di epoche anteriori, viene definito “antisemitismo moderno”. Come ha osservato Manuel Disegni, tuttavia, si tratta di un’espressione tutt’altro che scontata, bensì di un ossimoro (“Critica della questione ebraica”, Bollati Boringhieri, 2024). “Antisemitismo moderno” è infatti una contraddizione in termini.
L’emarginazione sociale degli ebrei, i pregiudizi e le calunnie teologiche, i ghetti, i pogrom, sono tutti fenomeni tipicamente premoderni, caratteristici di una società ignorante e brutale non ancora rischiarata dall’Illuminismo; insomma, un emblema dei cosiddetti secoli bui.
Ancora al tempo di Marx il termine “antisemitismo” non esisteva. Si tratta di un neologismo coniato soltanto nella seconda metà dell’Ottocento, che perciò non può essere riferito a epoche precedenti se non in modo impreciso e anacronistico. A rigore, non vi è altro antisemitismo all’infuori di quello “moderno”. E non è forse “curioso il caso di un neologismo coniato per indicare qualche cosa che esiste ed è nota ai più già da tempo immemorabile?” [Disegni].
Ma il fatto che si fosse resa necessaria l’introduzione di un termine nuovo prova che qualcosa era cambiato, se non altro le circostanze medesime. Ma nella storia sono proprio le circostanze a fare la differenza. E la storia dell’antisemitismo è millenaria. Questo fatto così singolare suscita l’impressione che esso abbia in sé qualcosa di misterioso e oscuro, antichissimo, quasi primordiale.
Appare come una mitologica Idra, un mostro immortale capace di manifestarsi con infinite facce diverse e pure sempre identico a se stesso; un fenomeno incommensurabile che sfugge alle nostre capacità d’indagine razionale. Il ricercatore “è tentato di arrestarsi di fronte all’opacità impenetrabile del mistero, oppure di rifugiarsi in spiegazioni di tipo mitologico e irrazionale” [Disegni].
L’antisemitismo viene concepito come una sorta di destino universale e ineluttabile, una costante antropologica, un male inestirpabile, l’unica modalità possibile di rapporto fra ebrei e gentili. È questa un’idea cara tanto alla propaganda antisemita stessa, interessata a rappresentare gli ebrei come nemici dell’umanità intera, quanto a quella del nazionalismo ebraico, interessato a rappresentare l’umanità intera come nemica degli ebrei.
Ora, la ricerca storica ha il compito di analizzare le diverse forme e i diversi contesti in cui si manifesta la straordinaria longevità dell’antisemitismo. Deve cioè superare la concezione di un’atavica “avversione per gli ebrei”, sempre uguale a se stessa attraverso i secoli, e sostituire le definizioni di questo genere, necessariamente astratte, con lo studio della genesi sociale di questo sentimento e della funzione specifica che esso assolve nei contesti politici in cui di volta in volta compare.
L’antisemitismo può essere conosciuto come un oggetto storico solo attraverso le sue trasformazioni.
Le rivoluzioni moderne e la nascita della società borghese avevano suscitato l’illusione che l’antisemitismo fosse ormai prossimo a scomparire. In seguito alle conquiste napoleoniche, anche nell’arretrata Germania gli ebrei avevano ottenuto i diritti civili ed erano divenuti membri a pieno titolo della nuova comunità politica. Le porte dei ghetti erano finalmente state aperte.
L’età delle rivoluzioni, 1789-1848, secondo la periodizzazione di Eric Hobsbawm, fu per gli ebrei un’epoca di emancipazione. Gli ebrei tedeschi nati attorno al 1800 crebbero con la speranza di uscire per sempre dalla loro condizione di emarginazione ed entrare finalmente a far parte davvero della società.
A questa prima generazione emancipata appartenevano fra gli altri il poeta Heinrich Heine, amico di Marx dagli anni del comune esilio parigino, il professor Eduard Gans, che gli insegnò la filosofia hegeliana all’Università di Berlino, e i suoi stessi genitori.
La fiducia nutrita da questa generazione in un riscatto epocale dalla loro secolare oppressione si comprende nel quadro più ampio del comune sentire progressista del movimento liberale e della borghesia rivoluzionaria del primo Ottocento, convinto di essersi lasciato alle spalle i secoli bui: che la violenza nei rapporti fra gli uomini fosse stata ormai abolita dal diritto, l’intolleranza e i pregiudizi sradicati dall’Illuminismo, la barbarie sconfitta dalla civiltà.
Il corso degli eventi successivi, invece, corrispose tanto poco a queste aspettative che verso la fine del secolo dovette essere introdotto nel linguaggio politico il termine “antisemitismo”.
L’emancipazione ebraica non provocò la fine dei pregiudizi e delle persecuzioni. Determinò semmai una loro trasformazione, ma nessuna diminuzione del tasso di violenza e barbarie.
Per un contadino del Sacro Romano Impero gli ebrei erano figuri ignoti e misteriosi, stranieri seguaci di un culto oscuro e antico, privi di fede e di carità, privi di proprietà immobili, privi di cognomi. Vivevano ai margini della società feudale e avevano con essa rapporti minimi. Le comunità locali, a loro volta, riservavano loro atteggiamenti più o meno ostili, a seconda delle congiunture e delle opportunità.
Nella società moderna, invece, gli ebrei sono cittadini titolari di pari diritti. Il nemico di un antisemita moderno è un membro della sua stessa comunità politica, un borghese come lui, un vicino di casa, un collega, un concorrente; inoltre stampa giornali, costruisce ferrovie, detiene cattedre all’università e seggi in Parlamento.
Gli ebrei non rappresentano più una minoranza errante e malvista da incolpare opportunamente in occasioni contingenti, come per esempio la diffusione di un’epidemia, il danneggiamento di un raccolto o la sparizione di un bambino; non più semplicemente un capro espiatorio o una valvola per lasciar sfogare la rabbia popolare senza mettere in pericolo l’autorità e i poteri costituiti.
Nella propaganda antisemita otto-novecentesca la figura dell’ebreo assurge al ruolo di una minaccia universale che incombe sulla collettività intera (chiamata “popolo”). Rispetto ai secoli trascorsi, il pensiero antisemita si fa universale, sistematico, scientifico. Si secolarizza.
Da crocifissori di Cristo gli ebrei si trasformano in affamatori dei popoli, da succhiatori di sangue cristiano in parassiti del lavoro sociale. L’avido banchiere prende il sopravvento sul perfido giudeo. Anziché la fine dell’antisemitismo, la nascita della società moderna segna la sua elevazione da semplice credenza superstiziosa a visione complessiva del mondo.
L’improvviso impeto di violenza brutale e cruenta dei pogrom non si estingue, ma viene razionalizzato, modernizzato, trasformato fino a diventare un progetto politico metodico di contrasto, espulsione e infine distruzione totale degli ebrei.
“Antisemitismo moderno”, dunque, non è un’espressione pleonastica, bensì necessaria per circoscrivere storicamente l’oggetto di indagine e cogliere il suo carattere di novità. Qui sta l’importanza di un monologo come quello di Bill Maher (che vale quanto cento articoli sulla “questione ebraica”).
(InOltre, 19 maggio 2026)
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Fino a quando gli ultraortodossi del laicismo si affaticheranno a dare presentazioni sempre più raffinate di quel misterioso oggetto d’indagine che è l’odio contro gli ebrei, avendo cura di non fare mai alcun riferimento al Dio degli ebrei? È “scientifico” tutto questo? È un metodo corretto esaminare l’odio per un popolo che fa del riferimento a Dio la base del suo esistere senza far intervenire mai Dio nel discorso, sia pure eventualmente per negarlo? Perché la soluzione potrebbe essere cercata proprio lì. Molti l’hanno già detto: è nella pretesa di riferirsi a quel Nome caratterizzante che sta l’elemento di disturbo per tutti gli altri. Se non smettono di farlo, le conseguenze dell’odio se le saranno volute. Dicono. M.C.
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Il nocciolo del problema
di Marcello Cicchese
Da secoli esiste nel mondo una “questione ebraica”. In ogni tempo e ovunque si trovino, gli ebrei costituiscono un problema. Ed è un problema scivoloso, sfuggente, perché mentre davanti a un enigma normalmente ci si chiede “qual è la soluzione?” nel caso degli ebrei invece si è costretti a chiedersi “dov’è il problema?” Risposta:
Il nocciolo della questione ebraica sta nel fatto che gli ebrei ci sono.
L’esserci degli ebrei è il vero problema. In vari modi si è cercato nel passato e si cerca ancora oggi di risolvere i disagi sociali apparentemente legati alla loro presenza, e alla fine si arriva sempre a concludere che se gli ebrei non ci fossero sarebbe meglio. Per carità, non tutti li vogliono morti, ma quasi tutti prima o poi ammettono che tutto sarebbe più semplice se gli ebrei andassero a vivere da qualche altra parte. E questo è l’inizio del genocidio. Secondo il filosofo ebreo Emile Fackenheim, nell’antisemitismo del mondo occidentale cristianizzato si possono riconoscere tre tappe. Agli ebrei gli antisemiti dicono:
Prima tappa: “Voi non potete vivere tra noi come ebrei”. Conseguenza: Conversione forzata.
Seconda tappa: “Voi non potete vivere tra noi.” Conseguenza: Espulsione.
Terza tappa: “Voi non potete vivere” Conseguenza: Sterminio.
• Il popolo che Dio si è formato
Ma l’esistenza di Israele non potrà mai essere cancellata perché è collegata all’esistenza di Dio. Come è vero che “Dio c’è”, così è vero che “Israele c’è”, e nessuno potrà mai cancellare questa realtà. Si dice che Israele è il popolo eletto, ma questa dizione, anche se corretta non è completa. L'espressione fa pensare a un Dio che guarda dal cielo sulla terra, esamina i vari popoli che ci sono e ne sceglie uno che per qualche ragione gli va a genio. Le cose non sono andate così. Dio non ha scelto un popolo tra quelli che c'erano, Dio si è creato un popolo per i suoi scopi.
"Il popolo che mi sono formato proclamerà le mie lodi "(Isaia 43:21).
"Così parla il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato fin dal seno materno, colui che ti soccorre: Non temere, Giacobbe mio servo, o Iesurun che io ho scelto!" (Isaia 44:2).
"Ricordati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato, tu sei il mio servo, Israele, tu non sarai da me dimenticato" (Isaia 44:21).
"Così parla il Signore, il tuo salvatore, colui che ti ha formato fin dal seno materno: Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me" (Isaia 44:24).
Dio ha scelto il popolo che si è formato. Nell'originale ebraico il termine "formato" è lo stesso verbo usato per descrivere la creazione dell'uomo:
“Dio il Signore formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un essere vivente” (Geremia 2:7).
Dio ha creato una cosa nuova, un popolo diverso dagli altri, non per i caratteri fisici, psicologici o morali, ma per vocazione. La diversità non va cercata dentro, ma fuori di lui.
“Quando Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori d'Egitto” (Osea 11.1).
Dio si è formato un popolo che poi ha scelto per il servizio che aveva preparato per lui. Il termine elezione fa nascere subito la domanda: perché proprio lui? A questo interrogativo la Bibbia non risponde. Se invece si chiede: per quale scopo è stato eletto? La Bibbia risponde. Questa dunque è la domanda da fare, non l'altra. Se invece di popolo eletto si dicesse popolo incaricato, immediatamente verrebbe spontanea la domanda: incaricato di che cosa? Un incaricato è certamente una persona scelta, ma nella denominazione l'accento è messo sulla specificità del servizio, non sulle caratteristiche della persona. Un incaricato da Dio nel linguaggio biblico viene chiamato servo, e anche questa è una parola biblica adatta ad essere usata perché richiama immediatamente due domande: servo di chi? servo per fare che cosa?
“Ricordati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato, tu sei il mio servo, Israele, tu non sarai da me dimenticato” (Isaia 44:21).
In questo versetto ci sono tre indicativi e un imperativo. I tre indicativi sono: io ti ho formato (passato), tu sei il mio servo (presente), tu non sarai da me dimenticato (futuro). E' in conseguenza di questi fatti che Dio rivolge a Israele l'imperativo: Ricordati di queste cose! "Ricordati di quello che ti ho detto - sembra dire il Signore - perché sono cose che ho detto a te e non ad altri, e queste parole sono per te un incarico da svolgere. Sappi comunque che il tuo presente di servizio è rinserrato tra un passato e un futuro che non dipendono da te. Io ti ho formato, io non ti dimenticherò. "Io non ti dimenticherò", questa è la spiegazione del mistero della sopravvivenza del popolo ebraico. E' la memoria di Dio che mantiene in vita il popolo ebraico per il semplice fatto che è dalla memoria di Dio che il popolo è nato. Ad Abraamo Dio aveva promesso: "Io farò di te una grande nazione" (Geremia 12:2), ma in tutto il tempo dei patriarchi questa nazione non si è vista. La nazione si è formata nel periodo della schiavitù d'Egitto, in un periodo di quattrocento anni trascorso senza profeti e senza rivelazioni, in cui gli ebrei avevano certamente fatto in tempo a dimenticare la storia dei loro antenati. Il mistero della sopravvivenza del popolo ebraico era già presente. Ma la sua spiegazione non è difficile:
"Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione" (Esodo 2:23-25).
Il Signore si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe, e tra le doglie delle dieci piaghe d'Egitto e con Mosè come levatrice il Signore portò alla luce la nazione d'Israele. Perché meravigliarsi allora della sopravvivenza del popolo ebraico? Ci sarebbe da sorprendersi del contrario. Dio ha memoria ed è fedele, cioè non solo si ricorda delle promesse che ha fatto, ma anche le mantiene. Se dunque la ragione ultima della sopravvivenza del popolo ebraico sta nell’indefettibile volontà di Dio, la radice profonda dell’antisemitismo non può che trovarsi nella resistenza tenace a questa volontà. E’ una resistenza che naturalmente non esce dall'ambito creaturale, ma neppure resta nell'ambito esclusivamente umano, perché i nemici di Dio, e quindi del Suo popolo, sono anche spirituali.
(da "Dio ha scelto Israele")
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Quando dire “ebreo” non è più politicamente scorretto
L’antisemitismo torna a mostrarsi anche nel linguaggio pubblico: certe identità vengono taciute per prudenza, altre esibite senza esitazione. Una doppia misura che rivela quanto l’odio verso gli ebrei sia ormai entrato nella normalità del discorso occidentale.
di Ilaria Borletti
Ieri tutti i giornali italiani hanno dedicato molte pagine al terribile episodio di Modena e quasi tutti hanno definito l’attentatore, Salim El Koudri (nato a Seriate, in provincia di Bergamo, da famiglia di origine marocchina), un italiano di seconda generazione; solo in seguito, leggendo gli articoli, emergevano ulteriori dettagli sulla sua origine familiare. Ne ha anche scritto ieri Filippo Piperno su InOltre.
Poche settimane fa, un altro ragazzo girava per Roma con una pistola ad aria sparando: è stato arrestato e tutti i giornali che hanno riportato questo evento hanno definito il ragazzo “un ebreo”.
Non può non emergere la diversità di trattamento.
Oggi gli ebrei della diaspora si nascondono, mandano i loro figli a scuola protetti dalla polizia, si tolgono la kippah, evitano la sinagoga, sono nell’ombra, ormai difesi da pochi intellettuali o da cittadini che vengono regolarmente attaccati.
La parola ovvia è “antisemitismo”, anche se, e questa è forse la posizione più ambigua, molti danno la colpa a Israele e alla politica del premier israeliano per spiegare e giustificare quello che sta avvenendo in Occidente, dimostrando di non avere né l’apertura mentale né la cultura per capire che un attacco così ampio e così violento contro gli ebrei della diaspora ha radici più antiche e conseguenze ben più gravi sulla tenuta dei valori occidentali.
La normalità con la quale ormai è stato dato per acquisito l’antisemitismo è paradossale: è normale definire il giovane di Roma un ebreo, ma è evidente il desiderio di non voler essere politicamente scorretti sottolineando subito l’origine familiare dell’autore del grave fatto di Modena.
In qualche modo, i fatti di Roma mettono sotto accusa tutti gli ebrei, tutta la comunità ebraica, colpevole di estremismi.
Ma è giusto evitare che i fatti di Modena siano il pretesto per incitare l’odio contro i migranti, magari installati nel nostro Paese da molto tempo, o contro chiunque non abbia origini simili alle nostre.
Quindi dire “ebreo” non è politicamente scorretto, mentre indicare subito l’origine familiare di un giovane che ha commesso un atto gravissimo diventa discriminante e politicamente scorretto.
Lo stesso è avvenuto in Inghilterra dopo l’attentato sulle ferrovie di oltre un anno fa, quando ci si è ben guardati dal definire la nazionalità degli autori, perché questo sarebbe stato ritenuto politicamente inaccettabile.
Se lo stesso attentato fosse stato compiuto da ebrei, sarebbe stato scritto in tutti i titoli dei media britannici. Un ulteriore motivo di riflessione, in questi giorni, su come l’onda di antisemitismo stia crescendo, al di là dei numeri che purtroppo lo raccontano in modo impietoso.
Resta la domanda: se domani in Medio Oriente tornasse la pace, se Israele, che è una democrazia in cui si vota, decidesse di chiudere la fase di Netanyahu a settembre con le elezioni, gli ebrei italiani, francesi, tedeschi, inglesi sarebbero finalmente liberi di vivere senza essere circondati dall’odio e dalla paura?
Non credo.
Perché l’antisemitismo è il comodo rifugio di tutte le società fallite. E noi purtroppo lo siamo.
(InOltre, 18 maggio 2026)
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aleXsandro Palombo firma HATE, il nuovo murale con Hitler con la kefiah apparso alla manifestazione pro-Palestina di Milano
L’opera raffigura Adolf Hitler mentre applaude, con una kefiah palestinese al collo e una fascia rossa al braccio con la scritta “HATE” (“ODIO”). Il primo murale è apparso nel punto di partenza della manifestazione, dove Hitler è ritratto a mezzo busto. L’immagine si ripete in altri punti del percorso della manifestazione, dove la figura compare anche a corpo intero, trasformandosi in una presenza visiva ricorrente nello spazio urbano al passaggio del corteo Pro Pal. L’intervento richiama i meccanismi della propaganda, della radicalizzazione e della normalizzazione dell’odio nel dibattito pubblico contemporaneo, invitando a una riflessione sui linguaggi estremi e sulle dinamiche di polarizzazione sociale.
di R.I.
Nel giorno della manifestazione nazionale pro-Palestina a Milano, sabato 16 maggio, un nuovo murale dell’artista aleXsandro Palombo è apparso lungo il percorso del corteo. L’opera raffigura Adolf Hitler mentre applaude, con una kefiah palestinese al collo e una fascia rossa al braccio con la scritta “HATE” (“ODIO”).
Il primo murale è apparso nel punto di partenza della manifestazione, dove Hitler è ritratto a mezzo busto, come se si affacciasse su una piazza pubblica durante un raduno di massa. L’immagine si ripete poi in altri punti del percorso della manifestazione, dove la figura compare anche a corpo intero, trasformandosi in una presenza visiva ricorrente nello spazio urbano al passaggio del corteo Pro Pal. Attraverso questa sequenza, l’intervento richiama i meccanismi della propaganda, della radicalizzazione e della normalizzazione dell’odio nel dibattito pubblico contemporaneo, invitando a una riflessione sui linguaggi estremi e sulle dinamiche di polarizzazione sociale.
Con questa nuova opera, Palombo affronta il tema della crescente normalizzazione dell’estremismo e dell’antisemitismo contemporaneo, denunciando il modo in cui propaganda, radicalizzazione ideologica e discorsi d’odio riescano sempre più a ottenere consenso sociale all’interno delle manifestazioni pro-Palestina e, più in generale, nello spazio pubblico europeo. La figura di Hitler diventa una metafora della legittimazione sociale di linguaggi e comportamenti che, secondo l’artista, stanno progressivamente tornando accettabili nell’Europa contemporanea. L’opera era apparsa in Piazza XXIV Maggio, Arco di Porta Ticinese, e in altri punti del percorso del corteo nazionale tra Corso di Porta Ticinese e Via Molino delle Armi.
• La serie di opere è stata velocemente vandalizzata dai Pro Pal in poche ore.
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A sinistra l’opera originale; a destra vandalizzata
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L’intervento arriva pochi giorni dopo gli episodi avvenuti durante il corteo del 25 aprile a Milano, quando membri della Brigata Ebraica e cittadini ebrei italiani sono stati verbalmente attaccati, circondati e insultati con slogan antisemiti mentre partecipavano pacificamente alla manifestazione. Tra i cori uditi vi era anche “Siete solo saponette non finite”, una frase che richiama direttamente l’immaginario della Shoah e che è stata ampiamente condannata in tutta Italia. Secondo l’artista, quanto accaduto ha rappresentato “l’espulsione degli ebrei da una manifestazione storicamente democratica, inclusiva e antifascista”.
L’opera appare inoltre in un contesto di tensioni legate alla presenza di Israele alla Biennale di Venezia, dove gruppi radicali pro-Palestina hanno protestato contro il Padiglione Israeliano, tentando di raggiungerlo durante le manifestazioni e prendendo di mira figure pubbliche israeliane impegnate nel dialogo e nella cooperazione israelo-palestinese, tra cui l’imprenditore e attivista per la pace Eyal Waldman.
Attraverso questo intervento, Palombo riporta ancora una volta al centro della propria ricerca artistica il tema dell’antisemitismo contemporaneo e della sua crescente normalizzazione nello spazio pubblico. Negli ultimi anni, l’artista ha dedicato gran parte del proprio lavoro alla memoria della Shoah, ai diritti civili e alla lotta contro l’antisemitismo. Le sue opere dedicate ai sopravvissuti alla Shoah Edith Bruck, Liliana Segre e Sami Modiano sono state più volte vandalizzate a Milano con slogan e graffiti antisemiti. In seguito agli atti vandalici, le opere “Anti-Semitism, History Repeating” e “The Star of David” sono state acquisite dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma e sono oggi esposte permanentemente davanti al Portico d’Ottavia, nel cuore dell’antico Ghetto Ebraico della città.
Tra le opere più note a livello internazionale di Palombo vi è “The Simpsons Go to Auschwitz”, un murale esposto all’esterno del Memoriale della Shoah di Milano, in cui la famiglia Simpson viene deportata nei campi di sterminio nazisti come monito contro la perdita della memoria storica. Anche quell’opera è stata più volte vandalizzata con scritte come “W Hitler” e “Free Palestine”.
Il 29 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, è apparso inoltre un murale raffigurante Primo Levi e Anne Frank su un’ex caserma militare di Milano. Pochi giorni dopo, il volto di Primo Levi è stato deturpato. Con quest’ultimo episodio, il numero di atti vandalici antisemiti contro opere dedicate alla Shoah e alla lotta contro l’antisemitismo è aumentato in modo significativo.
(Bet Magazine Mosaico, 18 maggio 2026)
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«Senza la Torah non esiste il popolo d’Israele»
Il ministro Amsalem equipara gli studenti delle yeshiva ai soldati di truppa, alimentando ulteriormente la polemica sulla legge sulla coscrizione.
di Dov Eilon
Al congresso dell’Associazione degli enti locali a Eilat, il ministro Dudi Amsalem (Likud) ha suscitato scalpore. Come ha riportato il portale di notizie israeliano Ynet, in quell’occasione ha criticato aspramente la magistratura, la sinistra e la legge sulla coscrizione degli Haredim – senza lesinare dichiarazioni provocatorie.
«Senza la Torah non esiste il popolo d’Israele. Considero chiunque studi la Torah un contributore non meno importante di un soldato che sta combattendo a Gaza. Non c’è alcuna differenza tra loro», ha affermato Amsalem alla conferenza. Secondo lui, l’esercito avrebbe un «eccesso di soldati da combattimento», ma si lascerebbe comunque trascinare dalla «retorica tossica della sinistra».
• Attacco frontale alla sinistra
Amsalem ha approfittato del congresso anche per un duro resoconto con i suoi avversari politici. «Abbiamo alle spalle quattro anni terribili e sono giunto alla conclusione che la sinistra in Israele sia l’elemento più violento e antidemocratico del Paese», ha affermato il ministro. Alla domanda sulla riforma della giustizia, ha rincarato la dose: «Faremo passare la riforma sia con la forza che con la ragione». Riguardo a possibili nuove elezioni, ha detto: «Le elezioni si terranno dopo le festività solenni – a un certo punto di settembre.»
• Una legge che divide Israele da decenni
Il tema degli haredim e del servizio militare non è nuovo in Israele – ma dal 7 ottobre 2023 ha assunto una connotazione del tutto nuova. Secondo l’esercito, ci sono circa 70.000 haredim soggetti a leva di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Molti semplicemente non si presentano alla data di chiamata alle armi, alcuni bruciano pubblicamente le loro cartelle di precetto. Per i riservisti, che in parte hanno prestato servizio quasi ininterrottamente per due anni, è difficile da sopportare. Secondo un sondaggio, l’85 per cento degli israeliani non ultraortodossi è favorevole a dure sanzioni contro i renitenti – tra cui la revoca delle prestazioni sociali, della patente di guida e persino del diritto di voto.
Come ha riportato il Jerusalem Post, nel gennaio 2026 la coalizione aveva addirittura rinviato la votazione sul bilancio dello Stato perché i partiti haredim Shas e Ebraismo Torah Unito (UTJ) minacciavano di ritirare il loro sostegno. Il capo di Stato Maggiore Zamir ha avvertito con urgenza il Parlamento: l’esercito ha urgente bisogno di decine di migliaia di nuovi soldati – altrimenti si rischia il collasso delle forze armate.
• Opposizione e coalizione sotto pressione
Il rabbino Dov Lando, leader spirituale della fazione Degel HaTora, ha definito pubblicamente il primo ministro Benjamin Netanyahu un “bugiardo” e ha esortato il suo partito a promuovere lo scioglimento della Knesset. Il partito ha fatto sul serio e ha ritirato il proprio sostegno alla coalizione.
Il leader dell’opposizione Jair Lapid e l’ex primo ministro Naftali Bennett, che nell’aprile 2026 hanno formato una lista comune, hanno reagito prontamente: «Naturalmente è possibile arruolare gli haredim. Lo vedrete», ha detto Bennett secondo il Jerusalem Post. Lapid ha chiesto l’immediato scioglimento della Knesset.
Se la Knesset dovesse effettivamente essere sciolta, le nuove elezioni potrebbero tenersi già all'inizio dell'estate, prima di quanto suggerito da Amsalem.
(Israel Heute, 18 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Maccabiadi confermate a luglio, l'Italia proverà ad esserci
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Un momento della cerimonia inaugurale delle Maccabiadi del 2022
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Conosciute anche come “Olimpiadi ebraiche”, le Maccabiadi sono una delle manifestazioni sportive più partecipate al mondo. L’edizione numero 22 del torneo avrebbe dovuto svolgersi nell’estate del 2025 ma fu rinviata al luglio di quest’anno per via della guerra dei Dodici giorni tra Israele e Iran. A fine febbraio è però scoppiato un nuovo conflitto tra i due Paesi, ancora più lungo, e lo scenario geopolitico e in particolare mediorientale resta incerto.
Le Maccabiadi restano al momento confermate, con inaugurazione prevista il primo luglio allo stadio Teddy Kollek di Gerusalemme e due settimane di gare a seguire. “All’ombra di un’altra guerra con l’Iran, i Giochi del Maccabi in Israele si svolgeranno a luglio”, titola il Times of Israel. Secondo gli organizzatori, degli 8mila atleti inizialmente previsti ne arriveranno 5mila. Un calo drastico, causato anche dalla decisione di varie compagnie aeree di sospendere i voli nella regione. «Non volevamo trovarci di nuovo in questa situazione, ma questa è la realtà in Israele adesso», sottolinea Roy Hessing, il presidente della Maccabi World Union. «La competizione di quest’anno non sarà la più grande, ma il messaggio che stiamo dando è che i Giochi si svolgeranno».
Proverà ad esserci anche l’Italia, pur in forma ridotta con una mini-delegazione ancora da strutturare «come segno di vicinanza a Israele, come già facemmo nell’edizione del 2001 svoltasi in piena Intifada». Non sarà semplice, chiarisce Vittorio Pavoncello, il presidente del Maccabi Italia, «ma è un tentativo che intendiamo portare avanti e per questo mi sto rivolgendo al comitato organizzatore per chiedergli di venirci il più possibile incontro: i costi sono molto alti, dai voli all’iscrizione al torneo, e non è immaginabile trovare degli sponsor importanti a così breve distanza temporale». Pavoncello ci spera: «Vogliamo esserci. Con una squadra o con pochi atleti, sarà il nostro modo per essere solidali con Israele».
(moked, 18 maggio 2026)
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La lettera di Sinwar a Nasrallah. Il vero piano del 7 ottobre
Il documento firmato dai capi di Hamas mostra che l’obiettivo era trascinare Hezbollah e l’Iran in una guerra totale contro Israele
di Shira Navon
La lettera inviata alle 6:30 del mattino del 7 ottobre 2023 da Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa a Hassan Nasrallah cambia il modo in cui va letto l’attacco di Hamas contro Israele, perché mostra con brutale chiarezza che quella mattina non doveva essere soltanto una strage, ma l’innesco di una guerra regionale destinata a far crollare lo Stato ebraico. Il documento, rivelato da Ben Caspit e ritrovato dalle forze israeliane in un sito sotterraneo di Hamas a Gaza, non parla quasi affatto delle proteste interne israeliane, della riforma giudiziaria o del rifiuto dei riservisti. Parla di Al-Aqsa, di jihad, di Hezbollah, di Iran, di normalizzazione con l’Arabia Saudita da sabotare e di una strategia militare che avrebbe dovuto aprire più fronti contemporaneamente contro Israele.
Il punto più impressionante del testo è proprio questo. I leader di Hamas chiedono a Nasrallah di intervenire subito, nel momento in cui migliaia di uomini delle Brigate al-Qassam stanno già attraversando la barriera di Gaza per colpire basi, comunità israeliane, aeroporti e snodi strategici nel sud del Paese. La lettera, secondo quanto riportato anche dal Jerusalem Post, descrive l’attacco come l’avvio di un piano più vasto, fondato sulla convinzione che Israele potesse essere travolto da un assalto simultaneo da Gaza, Libano e altri fronti dell’Asse della Resistenza.
A colpire è la costruzione ideologica dell’intero documento. Hamas presenta Al-Aqsa come leva assoluta, come parola capace di saldare sunniti e sciiti, palestinesi e libanesi, iraniani e milizie regionali, superando divisioni che da decenni attraversano il mondo islamico. Gerusalemme diventa così il pretesto religioso e politico per chiamare Hezbollah alla guerra totale. Nella lettera vengono evocati versetti coranici legati alla jihad, accuse contro Israele per le tensioni sul Monte del Tempio, riferimenti alle vacche rosse, allo shofar, ai presunti piani per costruire il Tempio e a un complotto di “giudaizzazione” di Gerusalemme.
Il passaggio più rivelatore riguarda però la richiesta operativa. I tre capi di Hamas spiegano a Nasrallah che non serve un intervento diretto della Repubblica islamica iraniana o della Siria come Stati, mentre chiedono con urgenza la partecipazione di Hezbollah e delle altre forze dell’Asse della Resistenza. Vogliono razzi in grandi salve contro aeroporti, comandi militari e obiettivi strategici, così da consumare Iron Dome, paralizzare l’aeronautica israeliana e creare le condizioni per un’offensiva terrestre dal nord. In altre parole, Hamas non immaginava il 7 ottobre come un episodio isolato, bensì come la prima scena di una guerra d’annientamento.
Qui crolla anche una delle letture più comode e velenose circolate in Israele dopo il massacro, quella secondo cui Hamas sarebbe stato spinto ad agire soprattutto dalla crisi interna israeliana. Nel documento compare un accenno alla famosa immagine di Israele come “ragnatela”, formula cara a Nasrallah, ma la lettera non costruisce la propria logica sulla protesta contro Netanyahu o sulla frattura civile israeliana. La struttura del testo è un’altra: Al-Aqsa, jihad, normalizzazione saudita da impedire, coordinamento con Hezbollah e Iran, distruzione dello Stato ebraico.
Proprio la normalizzazione con l’Arabia Saudita appare come una delle ossessioni dei firmatari. Hamas teme che un accordo tra Riyad e Israele possa modificare definitivamente gli equilibri regionali, isolare l’Asse della Resistenza e ridurre lo spazio politico della guerra permanente contro lo Stato ebraico. Per questo l’attacco del 7 ottobre viene presentato come uno strumento per interrompere il processo diplomatico e far saltare i cosiddetti “regimi del tradimento e della normalizzazione”.
Il documento racconta inoltre il rapporto fra Hamas e Hezbollah in modo più realistico di molte analisi esterne. I leader di Hamas ammettono di non aver avvertito Nasrallah in anticipo, chiedono scusa e giustificano il silenzio con la necessità di conservare l’effetto sorpresa. Sapevano che l’intelligence israeliana poteva intercettare segnali, comunicazioni, movimenti. Per questo hanno mantenuto il segreto persino verso l’alleato più importante, salvo poi implorarlo di entrare immediatamente in guerra quando ormai l’attacco era iniziato.
Nasrallah esitò, e quella esitazione cambiò la storia del Medio Oriente. Hezbollah aprì un fronte al nord, ma non lanciò l’offensiva totale che Hamas chiedeva. La lettera mostra quanto Sinwar, Deif e Issa contassero su un collasso rapido di Israele, su una moltiplicazione dei fronti e su un panico strategico capace di trasformare il massacro nel sud in una guerra regionale. Molto di quel piano fallì, anche se il prezzo pagato da Israele fu spaventoso.
Resta il valore politico di questa rivelazione. La lettera toglie ogni velo romantico al 7 ottobre. Non fu “resistenza”, né disperazione, né reazione improvvisa. Fu un progetto freddo, religioso, militare e politico, pensato per assassinare civili, catturare soldati, spezzare Israele dall’interno e incendiare l’intera regione. Chi continua a raccontare quella giornata come un’esplosione di rabbia palestinese dovrebbe leggere quelle righe una per una. Non per Israele. Per decenza.
(Setteottobre, 17 maggio 2026)
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Povero e tuttavia ricco
Tutti vogliono adattarsi al sistema sociale moderno con tutti gli eccessi che questo comporta.
di Wim Malgo (1922-1992)
APOCALISSE 2
- “All'angelo della chiesa di Smirne scrivi: queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
- 'Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (eppure sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana.
- Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, perché siate provati, e avrete una tribolazione di dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
- Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda'”.
La causa della povertà della chiesa di Smirne è stata la loro testimonianza per Gesù, perché nella grande città commerciale i credenti avrebbero potuto certamente programmare e vivere nel benessere, come d'altronde facciamo anche noi in occidente in quest'epoca in cui se non possiamo avere l'ultimo modello di telefonino ci consideriamo di un livello socialmente basso. Loro hanno accettato lo svantaggio sociale e questo presupponeva un'assoluta disponibilità alla rinuncia. Questo è un punto focale. Chi accetta ancora oggi svantaggi economici per amore di Gesù? Quasi nessuno anzi, è vero il contrario. Tutti vogliono adattarsi al sistema sociale moderno con tutti gli eccessi che questo comporta. Ma aggrapparsi alle cose materiali, allo stato sociale terreno, alla ricchezza, conduce sempre alla povertà spirituale. Fondamentalmente non è un vantaggio per noi se possiamo muoverci tutti in una certa prosperità.
Quindi, non ci è permesso possedere qualcosa? Paolo dice: Posso avere molto e essere nel bisogno. Purtroppo quando ci si affeziona ai propri averi, appena si inizia a meditare su come conservarle o semplicemente non perdere i propri privilegi, si diventa automaticamente poveri in spirito.
Perché dovremmo valutare di poter vivere in povertà? Perché la richiesta di Gesù di fare nostra la sua esperienza e di prendere la sua croce in tutti i suoi aspetti presuppone la volontà di rinunciare. Il Signore non lo chiede a tutti. A chi chiede questa auto-rinuncia? A quelli che Lui sa che sono disposti a farlo. Siete disposti? La disponibilità a
rinunciare si esprime nella disponibilità al sacrificio. Ma questa è la rinuncia in azione. Quando il Signore dice alla chiesa di Smirne: «Conosco [. ... ] la tua tribolazione e la tua povertà» (Apocalisse 2,9), questo significa che ha assunto la povertà di Gesù. La povertà di Gesù è menzionata in 2 Corinzi 8: 9:
«Perché voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per amor vostro, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi».
Questo significa che dobbiamo diventare tutti poveri? No, perché non si tratta di equità sul lavoro. Il significato è staccarsi internamente dai nostri beni. Ci è permesso godere di tutto ciò che abbiamo ricevuto con ringraziamento, ma dovremmo sempre mettere tutto sull'altare! In altre parole: sempre dovremmo essere sempre disposti e pronti a rinunciarvi.
La chiesa di Smirne non ha dovuto percorrere questo sentiero di povertà e tribolazione. Ma ha accettato volontariamente ogni svantaggio, ogni rinvio per amore di Gesù. La loro povertà deve essere stata grande, perché la parola greca usata in questo passaggio per indicare povertà è ptocheia. Il termine è usato quando si riferisce all'immagine di un mendicante curvo e sofferente. Ecco quanto erano infelici i credenti a Smirne. Ma a causa della loro disponibilità a rinunciare, il Signore aggiunge subito: «Ma tu sei ricco!».
Esattamente il contrario di ciò che dice ai cristiani di Laodicea, che non erano né freddi né ferventi, ma tiepidi:
«Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla; tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.» (Apocalisse 3:17).
La chiesa di Laodicea versava in una profonda povertà spirituale a causa del suo attaccamento alle ricchezze. È, come dice lo stesso Signore Gesù, «è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (Matteo 19:24). Voleva forse dire che non si può essere cristiani e anche ricchi? No, assolutamente no. Ma il cristiano ricco dovrebbe considerarsi solo come l'amministratore dei suoi beni, in quanto non sono suoi. Guai a colui il cui cuore è attaccato ai suoi beni! Nel libro dell’Apocalisse abbiamo i ricchi poveri di Smirne e i poveri ricchi di Laodicea.
La domanda naturale da porsi è questa: quanto è grande la tua disponibilità a rinunciare alle tue cose per amore di Gesù? Fino a che punto sei pronto ad avvicinarti alla mente di Gesù? Dice: «Chi di voi non rinuncia a tutto quello che ha non può essere mio discepolo» (Luca 14,33). Dio non costringe nessuno a rinunciare alla sua vita, ma il principio divino è che «Chi ama la sua vita, la perderà; ma chi odia la sua vita in questo mondo [per amore di Gesù] la conserverà per la vita eterna» (Giovanni 12,25).
La chiesa di Smirne accettò volontariamente la tribolazione e la rinuncia perché amava Gesù più di ogni altra cosa. Smirne è una delle due chiese che il Signore non rimprovera, cosa che invece fa con gli Efesini, a cui dice: «Ma ho contro di te che hai lasciato il tuo primo amore» (Apocalisse 2:4).
Vorrei ribadire con enfasi: il Signore non ci impone di amarlo, perché l'amore è un atto volontario. La comunità di Smirne lo amava ed è per questo li ha incoraggiati così fortemente, anche in vista del disagio che li attendeva:
«Non temere ciò che soffrirai! Ecco, il diavolo getterà alcuni di voi in prigione per essere processati, e avrete tribolazione per dieci giorni» (Apocalisse 2:10).
E poi arriva l'incentivo: «Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita!»
I credenti di Smirne erano felici - nel mezzo della loro tribolazione e povertà, nelle loro tentazioni e paure, nei loro tremiti e trepidazioni. La promessa del Signore ha superato qualsiasi peso nella loro vita.
Lascia che la promessa del Signore superi tutto ciò che appesantisce la tua vita. Paolo ha voluto chiarire la stessa cosa quando ha detto:
“Siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi» (2 Corinzi 4: 8-9).
Esultava nella certezza della vittoria e il Signore era con lui.
(Chiamata di Mezzanotte settembre/ottobre 2020)
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Yom Yerushalayim, Israele in festa per celebrare la liberazione e l’unificazione di Gerusalemme
di Luigi Yitzhak Diamanti
La sera del giovedì 14 maggio e venerdì 15 maggio è la festività di Yom Yerushalayim (Giorno di Gerusalemme), l’anniversario del giorno in cui, durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, l’Idf riconquistò Gerusalemme. Quel giorno del 1967, per la prima volta dal 70 d.C., Gerusalemme – la Capitale eterna – fu unificata e tornò sotto il controllo del popolo ebraico.
Gli ebrei poterono nuovamente recarsi sul Monte Moriah. La cima del Monte Moriah, conosciuta come il Monte del Tempio, è il luogo più sacro della fede ebraica. Sopra il Monte Moriah, sorgeva il Beit Hamikdash (Tempio). Ciò che resta del muro di contenimento attorno al Monte del Tempio è chiamato Kotel (il Muro). Alcuni lo chiamano Muro del Pianto o Muro Occidentale.
Oggi i musulmani affermano che il Monte del Tempio è loro e che non vi sia mai stato un Tempio ebraico sul Monte Moriah. Persino le Nazioni Unite negano l’eredità ebraica del Monte del Tempio. Ma qualsiasi affermazione secondo cui il Monte del Tempio non sia ebraico è propaganda che ignora il fatto che antichi greci, romani, cristiani hanno scritto che Gerusalemme e il Monte del Tempio appartenevano al popolo ebraico. Come si dice: Israele è il cuore del popolo ebraico, Gerusalemme è il cuore di Israele, e il Monte Moriah è il cuore di Gerusalemme.
(HaKol, 15 maggio 2026)
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Il vino del Negev conquista il mondo e trasforma il deserto israeliano in un marchio globale
di Shira Navon
Per capire quanto sia cambiata Israele negli ultimi decenni basta osservare una vigna piantata nel deserto del Negev, dove il sole brucia la terra per gran parte dell’anno e l’acqua è un bene da dosare quasi goccia per goccia. In quel paesaggio che per molti stranieri continua a evocare soprattutto guerra, tensione e frontiera, oggi cresce invece un vino che ha appena ottenuto un riconoscimento internazionale destinato a cambiare il volto economico e turistico del sud israeliano.
La regione del Negev è stata ufficialmente riconosciuta come appellation internazionale, cioè una denominazione geografica vinicola protetta, entrando così nella stessa famiglia di territori simbolo dell’enologia mondiale come Champagne, Bordeaux, Chianti o Napa Valley. Dietro questo traguardo c’è un lavoro durato quattro anni, durante il quale un gruppo di esperti israeliani ha dovuto dimostrare che i vini prodotti tra Kiryat Gat ed Eilat possiedono caratteristiche organolettiche precise e riconoscibili, legate al clima desertico, alla composizione del terreno e alle tecniche di coltivazione sviluppate nella regione.
Il risultato ha sorpreso anche molti specialisti del settore. La scarsità d’acqua, le forti escursioni termiche e il terreno sabbioso producono infatti uve particolarmente concentrate e aromatiche, capaci di dare vita a vini molto fruttati e immediatamente riconoscibili. Guy Haran, uno degli esperti che ha seguito il progetto sin dall’inizio, ha spiegato che il processo di riconoscimento ha incluso degustazioni ufficiali e perfino blind tasting, degustazioni alla cieca pensate proprio per verificare se il Negev avesse davvero una firma enologica autonoma rispetto ad altre aree vinicole israeliane.
La documentazione finale, un dossier di circa centocinquanta pagine elaborato insieme a storici, geografi e antropologi, è stata consegnata al ministero della Giustizia israeliano, che gestisce l’adesione del paese all’Accordo di Lisbona, il trattato internazionale che tutela le denominazioni di origine. Dopo l’approvazione arrivata nell’aprile 2026, il Negev è diventato ufficialmente una regione vinicola riconosciuta a livello mondiale. Dietro questo riconoscimento c’è anche una trasformazione impressionante del territorio. Fino a pochi anni fa i produttori della zona erano appena dodici; oggi sono circa sessanta e producono oltre un milione di bottiglie l’anno. Accanto alle aziende agricole è cresciuto un intero ecosistema turistico fatto di cantine, degustazioni, piccoli hotel, itinerari gastronomici e percorsi nel deserto che attirano visitatori israeliani e stranieri.
Un ruolo decisivo lo ha avuto la Merage Foundation Israel, fondata da David e Laura Merage, imprenditori e filantropi di Denver, che da anni investono nello sviluppo economico del Negev attraverso il turismo del vino. Nicole Hod Stroh, direttrice esecutiva della fondazione, ha definito il progetto “una forma contemporanea e concreta di sionismo”, spiegando che il riconoscimento internazionale rafforza la capacità del sud di Israele di attrarre investimenti, lavoro e turismo di qualità.
Il dato più interessante, però, riguarda forse il significato simbolico di questa vicenda. Negli ultimi anni Israele è stato investito da campagne di boicottaggio, proteste internazionali e tensioni politiche che hanno colpito anche il settore culturale ed economico. Eppure proprio mentre cresce l’ostilità verso lo Stato ebraico in molti ambienti occidentali, il vino del Negev riesce a imporsi come prodotto globale grazie alla sua qualità e alla sua unicità.
Guy Haran racconta che, durante i suoi viaggi professionali nel mondo del vino, riceve spesso sostegno da produttori stranieri incuriositi dall’idea di vigne nel deserto. Le fotografie dei filari che emergono dalla sabbia suscitano stupore perfino tra esperti abituati alle grandi regioni vitivinicole europee o americane. “Il vino unisce le persone”, ha detto Haran, ricordando che il Negev rappresenta anche una possibilità di racconto diversa per Israele, lontana dalle immagini della guerra.
Il riconoscimento della denominazione Negev arriva infatti dopo oltre tre anni segnati dal conflitto e dalle ferite aperte del 7 ottobre. In questo quadro, il deserto trasformato in terra di vino assume quasi il valore di una dichiarazione culturale e nazionale. Non soltanto agricoltura, turismo o marketing territoriale, dunque, ma anche l’idea che Israele continui a costruire, innovare e produrre bellezza perfino nelle aree considerate più difficili e marginali del paese.
(Setteottobre, 15 maggio 2026)
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Un bambino di otto anni scopre un frammento di una statuetta risalente a 1.700 anni fa
Durante un'escursione nel Negev, un bambino di otto anni si imbatte in una strana pietra striata. Si tratta di un ritrovamento archeologico.
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Dopo la scoperta, l'ottoenne Dor ha potuto consultare immediatamente un esperto
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MIZPE RAMON – Un bambino di otto anni ha fatto un ritrovamento speciale nel deserto del Negev, nel sud di Israele: durante una gita nel fine settimana con la sua famiglia, si è imbattuto in un frammento di una statuetta antica – e ha potuto chiedere immediatamente il parere di un esperto.
Dor Wolynitz, della città di Rechovot, nel centro del Paese, stava cercando oggetti particolari nel cratere di Ramon, ha comunicato lunedì l’Autorità israeliana per le antichità (IAA). Voleva poi mostrare i reperti ai suoi compagni di classe. Improvvisamente, la sua attenzione è stata attirata da una pietra interessante con delle striature.
• Un archeologo ha accompagnato la famiglia in gita
“Mi è sembrato un oggetto insolito”, ha detto Dor. “Così l'ho mostrato ad Akiva, un archeologo e amico di mio padre, che era con noi durante la nostra gita”.
Akiva Goldenhersch lavora presso l'IAA nel dipartimento per la prevenzione dei furti. Inizialmente, secondo quanto da lui stesso dichiarato, pensava si trattasse di un fossile. «Ma poi ho notato le pieghe scolpite della veste e mi sono emozionato molto.» Il mantello della statuetta avvolge una figura umana con linee morbide e fluide.
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Le pieghe del mantello sono ben scolpite
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Il frammento misura circa 6 x 6 centimetri e raffigura la parte superiore di un torso maschile. Potrebbe trattarsi di un pezzo di una statuetta di Giove. Ma è possibile anche che si tratti di Zeus-Duschara: in epoca romana, il dio principale greco Zeus si era fuso con una divinità locale nabatea.
I Nabatei erano un popolo seminomade che viveva nel deserto. Il loro territorio si estendeva sull'odierna Arabia Saudita, Giordania, Israele e la penisola egiziana del Sinai. I Nabatei partecipavano attivamente al commercio nel Negev. Erano molto presenti tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C.
• Luogo di ritrovamento sull'antica via delle spezie
Il luogo del ritrovamento si trova nei pressi di Chan Saharonim. In antichità questo luogo fungeva da rifugio per i viaggiatori sulla via internazionale delle spezie che attraversava il cratere di Ramon. Questa via era molto trafficata in epoca romana e nabatea.
Il geologo Nimrod Wieler ha scoperto che la statuetta era realizzata in fosforite. Questo minerale si trova spesso nel Negev. Da ciò lo scienziato ha dedotto che la scultura non fosse stata importata, ma prodotta nella regione.
Per la datazione è stato invece d'aiuto lo stile del vestito. Si tratterebbe di un mantello pesante, chiamato himation, ha spiegato Goldenhersch secondo il sito di notizie “Times of Israel”. Questo non presentava alcun chition visibile, ovvero una sottoveste. Da ciò l'esperto ha dedotto che la statuetta dovesse avere circa 1.700 anni.
Il giovane scopritore ha consegnato il suo ritrovamento al dipartimento dei tesori nazionali dell'IAA. In cambio ha ricevuto un certificato di buona condotta civica.
(Israelnetz, 15 maggio 2026)
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Al via il Jewrovision
Il concorso musicale giovanile ebraico è iniziato. Nella capitale del Baden-Württemberg si esibiscono oggi 13 squadre provenienti da tutta la Germania.
di Joshua Schultheis
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DJ Levinsky sul palco del Jewrovision a Stoccarda
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La sala è piena, l'atmosfera euforica: a Stoccarda è iniziato il concorso ebraico di danza e canto «Jewrovision». Per tutta la giornata, 13 squadre provenienti da centri giovanili ebraici di tutta la Germania si esibiranno in una sala della Fiera di Stoccarda. In serata saranno proclamati i vincitori. È attesa una performance speciale della superstar israeliana Noa Kirel.
Il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, ha sottolineato nel suo discorso di apertura che «gli ultimi mesi non sono stati facili» per i giovani ebrei. L’odio verso gli ebrei è aumentato in Germania. «Ma noi non ci nascondiamo. Al contrario: oggi alziamo il volume della musica al massimo».
Il sindaco di Stoccarda, Frank Nopper, ha dato un caloroso benvenuto ai partecipanti in città. A Stoccarda oggi si svolge «qualcosa di ancora più importante e grandioso» che a Vienna, dove domani si terrà la finale dell’Eurovision Song Contest, ha affermato il politico della CDU. La Jewrovision è «una grande festa dell’amicizia, della comunità e della speranza».
La ministra per la Famiglia Karin Prien (CDU) era presente a Stoccarda con un videomessaggio. Il Jewrovision dimostra che la vita ebraica «è una parte indispensabile della Germania», ha affermato Prien, che ha lei stessa origini ebraiche. Il concorso musicale lancia un segnale, ha detto la politica: «Siamo uniti e non ci tiriamo indietro».
Anche il neoeletto primo ministro del Baden-Württemberg, Cem Özdemir (Verdi), ha inviato un video per la Jewrovision: nel «Ländle» si è «molto orgogliosi» che il concorso si svolga nella capitale del Land. Rivolgendosi ai partecipanti, Özdemir ha detto: «Mostrate con sicurezza chi siete, cosa sapete fare, cosa è importante per voi».
• Il più grande concorso musicale ebraico della Germania
Il Consiglio Centrale organizza la Jewrovision. Secondo le sue indicazioni, si tratta del più grande concorso ebraico di canto e danza della Germania e d’Europa. Questo si ispira alla «sorella maggiore», l’Eurovision Song Contest (ESC). L’ESC si svolge in parallelo a Vienna, dove sabato andrà in scena la finale.
Oggi a Stoccarda si esibiranno le seguenti squadre: Amichai Francoforte, Chai Hannover, Chasak Amburgo & Atid Brema, Chaverim Lipsia, Emet Norimberga feat. Am Echad Baviera, Emnua Dortmund, Halev Stoccarda, Jachad Colonia & Kavanah Aquisgrana, JuJuBa, Kadima Düsseldorf, Neschama Monaco, Olam Berlino e We.Zair Westfalia.
L'anno scorso hanno partecipato 14 gruppi giovanili. Ha vinto un gruppo congiunto dei centri giovanili Jachad di Colonia e Kavanah di Aquisgrana. Il premio per il miglior video è andato al centro giovanile Chesed di Gelsenkirchen.
(Jüdische Allgemeine, 15 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’obiettivo è sempre stato la distruzione di Israele
di Stefano Magni
Il 14 maggio 1948 Israele proclamava la sua indipendenza accettando in linea generale le disposizioni previste dalla Risoluzione 181 dell’Onu. Era la risoluzione che avrebbe riconosciuto la soluzione “due popoli in due Stati”, la stessa che tuttora viene invocata da tutte le cancellerie occidentali. Il 15 maggio 1948, però, Arabia Saudita, Egitto, Transgiordania (attuale Giordania), Siria, Libano, Iraq e Yemen invadevano il territorio del neonato Stato ebraico. Nel 1949 Israele si salvava solo grazie a un miracolo militare del suo nascente esercito e fissava nuovi confini provvisori, più difendibili, noti come Linea Verde. Quei confini provvisori che l’opinione pubblica occidentale conosce come “confini del ‘67” indicando Israele come colpevole per averli attraversati nella Guerra dei Sei Giorni.
Questa è l’origine del conflitto mediorientale e ne spiega la natura. Cambiano i governi, cambiano i regimi, cambiano i confini, ma abbiamo sempre, da allora, uno Stato ebraico che vuole sopravvivere da una parte e dall’altra, con pochissime eccezioni, Stati arabi che non ne riconoscono l’esistenza e lo vorrebbero annientare fisicamente.
Inutile farsi illusioni: da parte araba e islamica, “due popoli in due Stati” è sempre stato solo un espediente retorico. L’obiettivo finale era sempre l’annientamento dello Stato ebraico, non la partizione in due Stati. La prova più evidente, fin banale da trovare, senza scomodare dichiarazioni o leggere fra le righe, è la mappa della Palestina, rappresentata anche sulle bandiere dei partiti e movimenti palestinesi anche dopo che avevano formalmente accettato, nel 1993, la soluzione dei “due Stati”. Non è certo la mappa dei “confine del 67”, ma di tutto il territorio compreso fra il Giordano e il Mediterraneo. Se l’Olp di Yassir Arafat e dei suoi successori ha sempre mantenuto questa doppiezza, il movimento terrorista islamico Hamas e i gruppi islamisti suoi alleati non hanno mai fatto mistero di volere l’annientamento di Israele.
Non per ironia, ma per inevitabile conseguenza, Hamas ha preso il potere nel 2006 nell’unica zona di Medio Oriente in cui gli israeliani, l’anno precedente, avevano applicato alla lettera la filosofia “due popoli in due Stati”: dopo che si sono ritirati dalla Striscia di Gaza, per ordine di Ariel Sharon, allora premier. Il messaggio è chiaro, come la dinamica degli eventi: dove Israele si ritira, lì si insedia un movimento jihadista che va avanti, verso la tappa successiva della distruzione dello Stato ebraico. Dopo tre guerre minori fra Hamas e Israele, il pogrom del 7 ottobre 2023, ai danni di cittadini israeliani (anche non ebrei) nel Negev occidentale, è stato sferrato sempre da Hamas, da Gaza.
Gli unici a credere ancora alla realizzabilità della soluzione “due popoli in due Stati” siamo noi occidentali, noi europei in particolare. Ma fino a un certo punto. Perché dopo il 7 ottobre 2023 è avvenuta una mutazione importante pure nella nostra opinione pubblica, anche se pochi lo hanno realizzato. La retorica pro-Palestina araba non chiede più “due popoli in due Stati”. Lo slogan delle manifestazioni pro-Pal è “dal fiume al mare”. Nelle manifestazioni delle più prestigiose università americane, nel 2024, gli israeliani e gli ebrei in generale erano apostrofati con “tornate in Polonia” e non con “tornate dietro i confini del 67”. La maschera è caduta: si chiede direttamente la distruzione dello Stato ebraico.
Per restare in Italia, è significativo l’appello lanciato l’11 novembre 2023 da ben 4000 fra docenti e ricercatori universitari di tutta Italia, dove si lamenta l’ingiustizia subita dai palestinesi “da oltre 75 anni”. Dunque dalla nascita stessa di Israele.
“Come docenti, ricercatori e ricercatrici della comunità accademica e di ricerca italiana – si legge nell’appello – da molti anni assistiamo con dolore e denunciamo ciò che accade in Palestina e Israele, dove vige, secondo Amnesty International, un illegale regime di oppressione militare e Apartheid. Ancora una volta, ci sentiamo atterriti e angosciati dal genocidio (sic! Lo chiamavano così già un mese dopo il 7 ottobre) che sta accadendo a Gaza, definito a ragione dalla scrittrice Dominque Eddé come ‘un abominio che bene esemplifica la sconfitta senza nome della nostra storia moderna’”.
Questo il punto dell’appello più incredibile: “In tutti i report messi a disposizione dalle Nazioni Unite e dalle numerose organizzazioni umanitarie (ad esempio Amnesty International e Human Rights Watch), è segnalata l’importanza di considerare e comprendere le determinanti e antecedenti a questa violenza, da ricercarsi nella illegale occupazione che Israele impone alla popolazione palestinese da oltre 75 anni attraverso una forma di segregazione razziale ed etnica. Comprendere e analizzare queste determinanti è l’unica possibilità per poterne riconoscere le radici, contrastare l’escalation e sperare e reclamare pace e sicurezza per tutti”.
Con una certa dose di ipocrisia, leggiamo inoltre che: “È possibile e necessario condannare le azioni di Hamas e, al contempo, riconoscere l’oppressione storica, disumana e coloniale che i palestinesi stanno vivendo da 75 anni”.
Questo manifesto ha fornito la cornice entro la quale si sono mosse tutte le successive manifestazioni e occupazioni universitarie, miranti soprattutto a interrompere ogni rapporto con le università di Israele. Non con le università “dei territori occupati” come nelle precedenti campagne di boicottaggio, ma proprio con quelle di tutto Israele: “Chiediamo inoltre di pronunciarsi con chiarezza sulla necessità da parte dei singoli atenei italiani di procedere con l’interruzione immediata delle collaborazioni con istituzioni universitarie e di ricerca israeliane fino a quando non sarà ripristinato il rispetto del diritto internazionale e umanitario, cessati i crimini contro la popolazione civile palestinese da parte dell’esercito israeliano e quindi fino a quando non saranno attivate azioni volte a porre fine all’occupazione coloniale illegale dei territori palestinesi e all’assedio di Gaza”. Occupazione illegale di quali territori, a questo punto? Se nel documento stesso si parla di un peccato originale risalente al 1948, è facile intuire che Israele, in sé, sia considerato “occupazione coloniale”.
Le manifestazioni studentesche e gli appelli dei docenti non galleggiano nel vuoto, ma si appoggiano a un’ormai vasta letteratura del nuovo anti-colonialismo. Il nuovo anti-colonialismo non c’entra nulla con la liberazione nazionale da una potenza occupante. Israele stesso è nato, appunto, il 14 maggio 1948 dichiarando la propria indipendenza dalla potenza coloniale britannica. Il nuovo anti-colonialismo è puramente etnico-razziale. Si rivolge contro i comuni cittadini discendenti di chi è andato ad abitare terre “non native”. Se la prende con il “settler colonialism”, il colonialismo di insediamento, condannando, dalla nascita, Usa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e soprattutto Israele. Secondo Noam Chomsky, il settler colonialism è “la forma più estrema e spietata di imperialismo”, perché si basa sulla sostituzione delle popolazioni native con quelle europee di cultura occidentale. La frase più frequentemente citata nella letteratura sul colonialismo è quella dello studioso australiano Patrick Wolfe: “L’invasione è una struttura, non un evento”. Wolfe si riferiva specificamente all’insediamento britannico in Australia, ma viene adattata anche a Israele.
Se l’invasione è “struttura”, tutto Israele diventa occupazione e tutti gli israeliani bersagli legittimi di un movimento di “liberazione”. Tutti, anche i bambini che dormono nei loro letti in un kibbutz di confine, anche adolescenti (che magari hanno studiato gli stessi autori anti-colonialisti) che ballano in un festival, anche anziani scampati alla Shoah e pacifisti che credono alla convivenza di due popoli in due Stati.
(L'informale, 14 maggio 2026)
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I partiti della coalizione di Netanyahu avviano l’iter per sciogliere la Knesset
La crisi politica si inserisce nel contesto delle crescenti tensioni tra Netanyahu e i partiti ultra-ortodossi della coalizione riguardo alla controversa legge sull’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot. Nei giorni precedenti, il leader spirituale del partito ultra-ortodosso Dov Lando aveva chiesto di procedere “il prima possibile” allo scioglimento della Knesset, dopo che Netanyahu aveva comunicato ai partner ultra-ortodossi che la legge non sarebbe stata approvata prima di eventuali elezioni.
di Anna Balestrieri
I partiti della coalizione guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu hanno avviato il procedimento per lo scioglimento della Knesset, aprendo formalmente la strada a possibili elezioni anticipate in Israele.
La proposta di legge presentata dalla coalizione non indica una data precisa per il voto. Secondo il testo, la decisione verrà presa successivamente dalla Commissione della Knesset competente.
• Le tensioni sulla legge sull’esenzione militare
La crisi politica si inserisce nel contesto delle crescenti tensioni tra Netanyahu e i partiti ultra-ortodossi della coalizione riguardo alla controversa legge sull’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot.
Nei giorni precedenti, il leader spirituale del partito ultra-ortodosso Dov Lando aveva chiesto di procedere “il prima possibile” allo scioglimento della Knesset, dopo che Netanyahu aveva comunicato ai partner ultra-ortodossi che la legge non sarebbe stata approvata prima di eventuali elezioni.
La mancata approvazione della legge avrebbe ridotto gli incentivi dei partiti haredi a mantenere in vita la coalizione.
• Le diverse posizioni sulle date del voto
Secondo quanto riportato dai media israeliani, la fazione ultra-ortodossa Degel Hatorah spingerebbe per elezioni il 1° settembre, mentre il partito Shas preferirebbe il 15 settembre, durante il periodo delle festività ebraiche.
L’obiettivo, secondo le ricostruzioni, sarebbe favorire una maggiore partecipazione degli elettori religiosi e tradizionalisti.
In ogni caso, la legislazione israeliana prevede che eventuali elezioni si tengano entro cinque mesi dall’approvazione definitiva dello scioglimento della Knesset. La scadenza naturale della legislatura resta fissata al 27 ottobre 2026.
• Un iter parlamentare ancora lungo
La proposta di scioglimento deve ancora superare diverse fasi parlamentari: lettura preliminare, prima, seconda e terza lettura.
Questo lascia alla coalizione la possibilità di rallentare o accelerare il processo a seconda degli sviluppi politici delle prossime settimane.
Secondo le regole parlamentari israeliane, inoltre, una proposta di scioglimento respinta non può essere ripresentata per sei mesi, elemento che sta influenzando le strategie sia della coalizione sia dell’opposizione.
• Una maggioranza sempre più fragile
Mercoledì la coalizione ha ritirato dall’agenda parlamentare tutte le proprie proposte di legge previste per il voto preliminare, dopo che l’opposizione aveva annunciato mosse analoghe per evidenziare la perdita della maggioranza parlamentare del governo.
Il ritiro dei provvedimenti ha evidenziato la crescente fragilità della coalizione nella Knesset.
Secondo diversi sondaggi recenti, i partiti di opposizione potrebbero ottenere la maggioranza dei seggi in caso di nuove elezioni. Tuttavia, alcuni leader dell’opposizione, tra cui l’ex primo ministro Naftali Bennett, hanno escluso la possibilità di formare un governo sostenuto dai partiti arabi, circostanza che potrebbe complicare la formazione di una maggioranza alternativa.
• Le reazioni politiche
Diversi leader dell’opposizione hanno accolto positivamente la prospettiva di elezioni anticipate.
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha dichiarato sui social media che il fronte anti-governativo sarebbe “pronto”, mentre Benny Gantz ha definito l’attuale esecutivo “il peggior governo della storia di Israele”.
Nel frattempo, osservatori politici israeliani sottolineano che non è ancora chiaro se la crisi rappresenti una rottura effettiva tra Netanyahu e i partiti ultra-ortodossi oppure una strategia coordinata per controllare tempi e modalità di eventuali elezioni anticipate.
Secondo alcune fonti parlamentari citate dalla stampa israeliana, i partiti haredi continuerebbero infatti a coordinarsi strettamente con Netanyahu sul processo di scioglimento della Knesset.
(Bet Magazine Mosaico, 14 maggio 2026)
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Scandalo nell’IDF: un soldato si trova dietro le sbarre per la scritta «Messia»
Un soldato del Nahal tornato dal Libano, dove ha combattuto per il suo Paese, ora si trova in carcere militare per 30 giorni perché aveva sull’uniforme un distintivo con la parola “Messia”. Genitori, rabbini e membri della Knesset sono sbalorditi.
di Michael Selutin
L’incidente ha scatenato un acceso dibattito politico: genitori, rabbini e deputati della Knesset chiedono l’immediato rilascio del soldato e accusano il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir di applicare due pesi e due misure.
• Cosa è successo in Giudea e Samaria
Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha scoperto il distintivo “Messia” associato al movimento Chabad-Lubavitch durante una visita in Giudea e Samaria e ha ordinato un processo. Il tribunale militare ha condannato il soldato a 30 giorni di prigione militare; il caposquadra ha ricevuto 14 giorni con la condizionale, il comandante di compagnia un richiamo ufficiale e il comandante di battaglione un richiamo.
Particolare scottante: i soldati erano stati espressamente avvertiti prima della visita del capo di Stato Maggiore – eppure indossavano comunque la toppa. Già il mese precedente, in occasione di una conferenza con alti ufficiali dell’esercito, Zamir aveva definito la comparsa di simboli non autorizzati come una “ribellione contro i valori dell’IDF”.
• Genitori: «Uno schiaffo in faccia a migliaia di soldati»
I genitori dei soldati della Brigata Nahal hanno reagito con una lettera di protesta indirizzata a Zamir e al comandante della brigata, il colonnello Arik Moyal. Hanno definito «draconiana» la pena detentiva di 30 giorni e ne hanno chiesto l’immediata revoca. Nella lettera si legge: «Vedere il capo di Stato Maggiore mandare un soldato in prigione perché esprime la sua fede ebraica è uno schiaffo in faccia a migliaia di soldati». I genitori hanno criticato aspramente il fatto che, nel bel mezzo della guerra, si stia operando una sorta di «polizia dei distintivi», mentre le vere mancanze disciplinari ai livelli più alti rimangono impunite.
Il deputato della Knesset Boaz Bismuth (Likud), presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa, ha definito la punizione «grave e scandalosa» e ha affermato: «Il capo di Stato Maggiore deve spiegare cosa è cambiato da allora e se vengono esercitate pressioni esterne, mediatiche e politiche, sulla leadership dell’IDF alle quali non riesce a resistere. Rilasciate subito i soldati!»
La deputata Tally Gotliv (Likud) ha rincarato la dose: «Se il capo di Stato Maggiore manda un combattente in prigione per 30 giorni a causa di un distintivo messianico, lo manderei a casa per questa grave distorsione del pensiero».
Il fenomeno dei distintivi non autorizzati sulle uniformi dell’IDF non è nuovo. Già nel gennaio 2025, due riservisti di Givati sono stati pubblicamente contestati mentre indossavano distintivi del Messia. All’epoca, una fonte militare del Comando Nord dichiarò a Walla: «I soldati di riserva non hanno rimosso la toppa del Messia e non la rimuoveranno. Si tratta di un distintivo legato alla loro fede. I comandanti di alto rango hanno fallito il 7 ottobre e non sono stati condannati – quindi volete punire i soldati per un distintivo?»
(Israel Heute, 14 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Silenced No More: il rapporto sulle violenze del 7 ottobre è un macigno su silenzi e distinguo
Il rapporto Silenced No More riporta al centro del dibattito le violenze sessuali del 7 ottobre, sottraendole alla vergognosa rimozione politica e morale. Un corpus così ampio ed esaustivo certifica che il silenzio selettivo di una parte del femminismo militante è stata ed è una scelta deliberata per coprire i crimini di Hamas.
di Filippo Piperno
La narrazione del massacro del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas ai danni di circa 1200 israeliani ha ricevuto un trattamento singolare. Ogni atrocità è stata contestualizzata in una cornice attenuante. Il massacro è diventato “reazione”. Il terrorismo è diventato “resistenza”. La presa di ostaggi è diventata “conseguenza del conflitto”. E la violenza sessuale, la più difficile da assorbire nella narrazione, è stata dolosamente espunta dal campo visivo.
È qui che un rapporto come Silenced No More, pubblicato dalla Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas Against Women and Children , assume il suo significato più rilevante perché sottrae quelle violenze alla zona di silenzio in cui erano state confinate.
Le nomina, le ordina, le documenta. Le riconduce a pattern ricorrenti, a testimonianze, immagini, archivi, analisi forensi, luoghi, sequenze. In altre parole: rende molto più difficile continuare a voltarsi dall’altra parte.
A oltre due anni e mezzo dal 7 ottobre 2023, il rapporto consegna al dibattito pubblico trecento pagine di documentazione: oltre 430 testimonianze, più di 1.800 ore di analisi visiva, tredici pattern di violenza sessuale e di genere commessa durante l’attacco e nella successiva prigionia degli ostaggi.
Viene indicato come il corpus probatorio più ampio finora raccolto su questi crimini. La sua utilità non è soltanto probatoria, ma morale e politica: costringe a misurare la distanza tra ciò che è stato documentato e ciò che una parte del discorso pubblico occidentale ha scelto di non vedere.
• Che cosa racconta il rapporto
Il rapporto ricostruisce i fatti seguendo due direttrici: i luoghi dell’attacco e le forme ricorrenti della violenza. La prima parte attraversa il Nova Music Festival, la Route 232 e le aree circostanti, poi i kibbutz, le basi militari e i luoghi in cui, dopo il massacro, furono identificati i corpi delle vittime.
Una sezione specifica è dedicata agli ostaggi: alla violenza subita durante il rapimento, durante il trasferimento e poi nella prigionia a Gaza.
Il quadro che ne emerge non è quello di una brutalità indistinta, ma di una serie di condotte ripetute in contesti diversi. Il rapporto elenca stupro, stupro di gruppo e altre forme di aggressione sessuale; tortura sessuale, comprese ustioni e mutilazioni intenzionali; colpi sparati alla testa, al volto e all’area genitale; uccisioni avvenute dopo o insieme ad atti di violenza sessuale; abusi post mortem, umiliazione e profanazione dei corpi; nudità forzata; legature, ammanettamenti e forme di immobilizzazione.
Elenca inoltre esposizione pubblica e parata di donne e bambini; rapimento di madri e figli; ripresa e diffusione digitale degli abusi; minacce di matrimonio forzato; violenze sessuali anche contro uomini e ragazzi.
Il rapporto ha messo insieme testimonianze di sopravvissuti, ostaggi rilasciati, familiari, soccorritori, personale medico, immagini, video, documenti ufficiali e materiali provenienti dai luoghi dell’attacco. Il risultato è una mappa della violenza: non un singolo episodio isolato, ma una costellazione di atti che, secondo la Commissione, mostra una logica ricorrente.
Uno degli aspetti più odiosi riguarda la dimensione pubblica e comunicativa dell’orrore. I perpetratori, scrive il rapporto, non si limitarono a compiere violenze: in molti casi le filmarono, le diffusero, le usarono come parte stessa dell’attacco.
La violenza non finiva con il corpo della vittima. Continuava nello sguardo imposto ai familiari, nella circolazione delle immagini, nella trasformazione della sofferenza in messaggio politico e psicologico. È questa la ragione per cui il documento parla di visibilità come arma: il terrore non doveva soltanto accadere, doveva essere visto.
La parte sugli ostaggi aggiunge un ulteriore livello. Il rapporto sostiene che la violenza sessuale e di genere non si esaurì il 7 ottobre, ma proseguì durante la prigionia a Gaza, attraverso aggressioni, umiliazioni sessuali, minacce, coercizione e forme di tortura psicologica.
Anche qui il punto non è solo il singolo atto, ma la continuità della violenza: dal massacro al rapimento, dal trasferimento alla cattività.
Il concetto di “kinocide” serve a descrivere proprio questa estensione del danno. Secondo la Commissione, in diversi casi la violenza fu diretta non solo contro l’individuo, ma contro i legami familiari: parenti costretti ad assistere, famiglie separate, madri e figli trasformati in strumenti di pressione, corpi e affetti usati per moltiplicare il trauma.
La famiglia, in questa lettura, non è solo vittima collaterale: diventa uno dei bersagli della violenza.
• Un documento che non ammette ambiguità
Il rapporto Silenced No More è dunque un lavoro di documentazione, archiviazione e analisi giuridica. La Civil Commission si presenta come organizzazione indipendente e non profit, nata per documentare i crimini di guerra e le violenze di genere commessi contro donne, bambini e famiglie durante il massacro del 7 ottobre e durante la prigionia degli ostaggi.
Il suo archivio intende essere al tempo stesso memoria, fonte storica e base giuridica per future azioni di responsabilità.
La tesi centrale non lascia spazio a interpretazioni: la violenza sessuale non fu un eccesso casuale né un episodio marginale. Fu una componente sistematica, diffusa e integrata nell’architettura del terrore del 7 ottobre.
Non sono note a margine, non sono dettagli propagandistici, non sono elementi da lasciare nell’indistinto: sono categorie analitiche del documento, ricorrenze documentate, sequenze che compongono una struttura.
Sheryl Sandberg, in una delle introduzioni, lo definisce il più ampio corpus probatorio finora raccolto su questi crimini. Ma ciò che colpisce non è solo la quantità. È la struttura. Il rapporto non accumula episodi: ricostruisce ricorrenze, modalità operative, sequenze. E proprio questa struttura rende più difficile continuare a usare la prudenza come alibi.
• Il silenzio selettivo e i distinguo di una parte del femminismo militante
È qui che si apre il nodo più rivelatore: non un generico silenzio, ma il silenzio selettivo di una parte del femminismo militante davanti alle violenze sessuali del 7 ottobre. Non tutto il femminismo ha taciuto: sarebbe falso e ingiusto sostenerlo.
Ma proprio le voci femministe che nel rapporto rivendicano una giustizia coerente e universale, senza gerarchie tra le vittime, misurano per contrasto il fallimento di quella parte del femminismo occidentale e italiano che, davanti agli stupri e agli abusi sessuali documentati contro donne israeliane ed ebree, non ha prodotto parole, mobilitazione e indignazione minimamente proporzionate alla gravità dei fatti.
In particolare, pesano i distinguo dell’area di Non Una di Meno, un femminismo che ha fatto della denuncia della violenza sui corpi uno dei propri fondamenti identitari.
Se la violenza sessuale è un crimine assoluto, resta tale anche quando le vittime sono israeliane ed ebree, anche quando disturbano la narrazione binaria tra oppressi e oppressori.
E invece quelle violenze non hanno ricevuto lo stesso rilievo politico, morale e simbolico che sarebbe stato preteso in qualunque altro contesto. Si è parlato di corpi, ma non di quei corpi. Si è denunciato il patriarcato globale, ma si è esitato davanti alla violenza sessuale commessa da uomini palestinesi contro donne israeliane.
Si è costruita per anni una grammatica pubblica del trauma, salvo sospenderla quando quel trauma non era conveniente.
Da oggi, dopo un rapporto di questa portata, espungere quelle violenze dal campo visivo non può più essere presentato come cautela. È una scelta.
Chi continua a non nominarle, chi non accusa Hamas anche per l’uso dello stupro come arma di guerra e di terrore, non sta più aspettando la verità. Sta scegliendo deliberatamente di tacerla.
(InOltre, 14 maggio 2026)
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Il sondaggio che smentisce molti stereotipi mentre crescono il sostegno al servizio civile e la volontà di restare nel Paese
di Rosa Davanzo
Mentre fuori da Israele si continua spesso a descrivere la minoranza araba come un corpo estraneo, distante o fatalmente destinato alla rottura con lo Stato ebraico, un nuovo sondaggio diffuso dall’istituto Afkar e anticipato dal canale pubblico arabo-israeliano Makan racconta una realtà molto più complessa e, per certi versi, sorprendente. La maggioranza degli arabi israeliani dichiara infatti di sentirsi profondamente legata al Paese e di non avere alcuna intenzione di lasciarlo, nonostante la guerra, le tensioni interne, la crisi economica e il deterioramento della sicurezza personale che colpisce in modo pesantissimo proprio molte città e comunità arabe.
Il dato più forte emerge subito e pesa come un macigno dentro il dibattito politico israeliano e internazionale. Il 70% degli intervistati afferma di sentirsi appartenente a Israele e di voler continuare a vivere nel Paese. Ancora più significativo il dettaglio delle risposte: il 40% si definisce “fortemente d’accordo” con questa affermazione, mentre un ulteriore 30% dice semplicemente di essere d’accordo. Soltanto il 14% esprime una posizione contraria.
L’indagine, condotta tra il 19 e il 25 febbraio 2026 su un campione di 402 cittadini arabi israeliani musulmani, cristiani e drusi provenienti dalla Galilea, dal Triangolo (in ebraico ‘haMeshulash’, parte centrale del Paese, vicino alla Linea Verde, tra la pianura costiera e la Samaria), dal Negev e dalle città miste, arriva in un momento molto delicato. Poche ore prima della pubblicazione dei dati, Mansour Abbas, leader della formazione islamica moderata RAAM ed ex partner della coalizione Bennett-Lapid, aveva sostenuto apertamente all’Università di Tel Aviv la necessità di un servizio civile nazionale aperto anche agli arabi israeliani, spiegando che una partecipazione condivisa potrebbe aiutare a risolvere diversi problemi strutturali della società araba.
Le parole di Abbas hanno provocato polemiche immediate negli ambienti più radicali, ma il sondaggio mostra che una parte molto consistente della popolazione araba israeliana sembra muoversi in una direzione diversa rispetto a quella raccontata per anni da una certa propaganda ideologica. Parallelamente, un’altra ricerca pubblicata dall’Università di Tel Aviv rivela che il 75% degli arabi israeliani si dichiara favorevole al volontariato nel servizio civile nazionale, percentuale che sale oltre l’83% tra coloro che sostengono le cosiddette “forze di difesa nazionali”.
Naturalmente il quadro non è idilliaco e sarebbe superficiale, per non dire ridicolo, presentarlo come tale. Proprio i dati del sondaggio fanno emergere un livello molto alto di inquietudine sociale. Il problema principale indicato dagli intervistati riguarda la sicurezza personale. Quasi la metà del campione, il 49%, ritiene che la criminalità, la violenza diffusa e l’assenza di sicurezza siano oggi il fattore che più potrebbe spingere gli arabi israeliani a emigrare. Negli ultimi anni le città arabe sono state travolte da un’ondata di omicidi, traffici criminali e regolamenti di conti che hanno provocato centinaia di morti, alimentando una crescente sfiducia verso le istituzioni e verso la capacità dello Stato di ristabilire l’ordine.
La questione economica pesa anch’essa in modo rilevante. Il 16% cita le difficoltà economiche come possibile motivo di emigrazione, mentre il 15% parla della ricerca di un futuro migliore per i propri figli. Seguono il senso di disuguaglianza, indicato dall’8% degli intervistati, e motivazioni sociali, educative o professionali.
Proprio qui emerge il nodo più interessante del sondaggio. Una parte significativa degli arabi israeliani sembra distinguere sempre di più tra il disagio verso alcuni problemi interni e il rapporto complessivo con Israele. In altre parole, la critica alle disuguaglianze o alla gestione della sicurezza non si traduce automaticamente in un rifiuto del Paese. Anzi, molti degli intervistati sembrano rivendicare il diritto a essere parte integrante della società israeliana chiedendo maggiore integrazione, più sicurezza e opportunità migliori.
Anche il dato sull’emigrazione va letto con attenzione. Il 64% afferma di non avere mai pensato di lasciare Israele. Il 17% dice di averci pensato in passato, mentre il 20% sostiene di prenderlo in considerazione oggi. Percentuali che raccontano inquietudine, certamente, ma che allo stesso tempo restituiscono un’immagine molto diversa da quella di una popolazione pronta a rompere ogni legame con lo Stato.
Dentro la società araba israeliana convivono identità differenti, tensioni politiche, appartenenze religiose e fratture generazionali profonde. Eppure, a quasi ottant’anni dalla nascita di Israele, il dato che emerge da questo sondaggio resta difficile da ignorare. Una larga parte degli arabi israeliani continua a vedere il proprio futuro dentro Israele, non altrove.
(Setteottobre, 14 maggio 2026)
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Israele - Nuove speranze per biglietti aerei economici
Dopo mesi di sospensioni dei voli, le compagnie aeree internazionali tornano a volare: Lufthansa e Wizz Air aprono la strada
di Sabine Brandes
È un segnale che i viaggiatori e il settore turistico attendevano da mesi: con il gruppo Lufthansa e Wizz Air, due nomi importanti tornano nel traffico aereo internazionale verso Israele. Dopo una lunga fase di cancellazioni di voli, potrebbe così delinearsi, in tempo per l’estate, uno sviluppo che fa sperare gli israeliani in più collegamenti e prezzi più convenienti.
Il ritorno delle compagnie aeree segna la fine di un'interruzione eccezionalmente lunga – e ripetutamente prorogata. A partire dalla guerra contro l'Iran e dalla conseguente situazione di sicurezza, numerose compagnie aeree internazionali avevano sospeso o rinviato i propri collegamenti verso Israele. Solo dopo che la situazione si è calmata e l'Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) ha allentato i propri avvertimenti, le prime compagnie stanno ora iniziando a tornare.
• Il gruppo Lufthansa intende riprendere i voli gradualmente
Il gruppo Lufthansa ha annunciato che riprenderà gradualmente i propri voli. La prima a ripartire sarà Austrian Airlines il 1° giugno. Un mese dopo seguiranno Swiss e la stessa Lufthansa, che intendono offrire nuovamente collegamenti da Monaco e Francoforte. Brussels Airlines dovrebbe essere l’ultima compagnia del gruppo a tornare in servizio il 24 ottobre.
L'importanza di questo annuncio va ben oltre i singoli collegamenti aerei. Prima della guerra di Gaza, iniziata dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, in Israele erano attive circa 100 compagnie aeree straniere. Oggi il loro numero è inferiore a due dozzine. Molte compagnie aeree internazionali si erano ritirate a causa dei persistenti rischi per la sicurezza o avevano sospeso ripetutamente le loro operazioni con breve preavviso. Di conseguenza, i prezzi dei biglietti sono aumentati in alcuni casi in modo significativo, mentre la scelta delle destinazioni si è ridotta.
Un fattore determinante per il ritorno delle compagnie aeree è stata una nuova valutazione dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA). L’autorità ha notevolmente allentato la sua precedente raccomandazione relativa allo spazio aereo israeliano. Invece di sconsigliare in linea di principio alle compagnie aeree i voli verso Israele, ora richiede semplicemente una «maggiore vigilanza». Per molte compagnie aeree questo è un segnale che la situazione di sicurezza si è almeno in parte stabilizzata.
Wizz Air, la prima grande compagnia aerea straniera, intende riprendere le operazioni già il 28 maggio. Il Chief Commercial Officer dell’azienda, Ian Malin, ha parlato di un ritorno «cauto e graduale» sul mercato israeliano. «La sicurezza rimane la priorità assoluta.» Allo stesso tempo ha sottolineato che l’allentamento delle linee guida EASA ha spianato la strada per ricollegare Israele agli hub europei della compagnia aerea low cost.
Wizz Air è oggetto di particolare attenzione. La compagnia aerea low cost ungherese è stata a lungo considerata la speranza per un cambiamento radicale nel trasporto aereo israeliano. Insieme al Ministero dei Trasporti, l’azienda aveva pianificato un hub permanente all’aeroporto Ben-Gurion, con l’obiettivo di creare maggiore concorrenza e ridurre le tariffe aeree.
I piani erano ambiziosi: Wizz Air voleva investire circa un miliardo di dollari, stazionare in modo permanente dieci aerei in Israele e creare circa 50 rotte aeree aggiuntive. Si sarebbero dovuti creare migliaia di posti di lavoro. Per rendere possibile il progetto, Israele ha persino modificato le norme esistenti: il divieto di stazionare aerei stranieri durante la notte all’aeroporto Ben-Gurion è stato revocato, nonostante l’opposizione delle compagnie aeree israeliane.
• Il progetto dell’hub Wizz in Israele è in stallo
Ma nel frattempo il progetto è in stallo. Il ministro dei Trasporti Miri Regev ha sospeso per il momento le discussioni su una base permanente di Wizz Air, dopo che la compagnia aerea aveva nuovamente rinviato il suo ritorno in Israele. Allo stesso tempo, l’aumento dei prezzi del carburante grava in modo particolare sulle compagnie aeree low cost. Si tratta di un ulteriore fattore di incertezza.
Ciononostante, si profila un cauto ottimismo. Il ritorno delle grandi compagnie aeree europee segnala che gli operatori internazionali stanno riprendendo fiducia nel mercato israeliano. Se questa tendenza dovesse continuare e altre compagnie aeree dovessero seguire l’esempio, la situazione per i viaggiatori potrebbe alleggerirsi sensibilmente. L’estate in Israele potrebbe alla fine rivelarsi più conveniente di quanto molti si aspettassero solo pochi mesi fa.
(Jüdische Allgemeine, 14 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Un centro di formazione porta il nome di uno dei mandanti dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco
Un centro di formazione palestinese porta il nome di uno dei mandanti dell’attentato alle Olimpiadi. Questa pratica commemorativa rende omaggio ai terroristi.
NABLUS – Il “Centro per la formazione dei giovani leader ‘Martire Salah Khalaf’”, situato in Cisgiordania, prende il nome da Salah Khalaf, ideatore dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco. Il Consiglio Supremo per la Gioventù e lo Sport, a cui fa capo il centro, ha pubblicato un post su Facebook in occasione della “Giornata dei prigionieri”. Ogni anno questa giornata è dedicata alla commemorazione dei palestinesi detenuti in Israele. Gli edifici del centro erano un tempo una prigione israeliana, prima di essere ceduti da Israele ai palestinesi.
Salah Khalaf – meglio noto come Abu Ijad – è stato per decenni uno stretto confidente del leader dell’«Organizzazione per la Liberazione della Palestina» (OLP), Yasser Arafat. Sotto la sua guida, Khalaf era capo della sicurezza e vicepresidente dell’OLP.
È inoltre considerato il fondatore dell’organizzazione terroristica «Settembre Nero», un sottogruppo di Fatah. Il gruppo terroristico è responsabile, tra l’altro, dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco. In quell’occasione, nel settembre 1972, i terroristi rapirono e uccisero undici membri della delegazione israeliana. Abu Ijad è stato inoltre cofondatore del gruppo guerrigliero armato Fatah, il predecessore dell’odierno partito Fatah.
• Essere martiri è la cosa più sacra
L’Autorità Palestinese (AP), alla quale fa capo anche il Consiglio Supremo per la Gioventù e lo Sport, intitola quindi il proprio centro di addestramento a un ideatore di atti terroristici violenti. Questo principio non è nuovo: l’Autorità spesso onora la memoria dei terroristi che perdono la vita nella lotta contro Israele, l’Occidente o altri nemici.
Jibril Rajoub, presidente del Consiglio Supremo e segretario generale del Comitato Centrale dell’attuale partito Fatah, ha commentato in un video la morte del terrorista palestinese Riyad al-Amur con queste parole: «La cosa più sacra agli occhi dei palestinesi sono coloro che sacrificano la propria vita e la propria libertà: i nostri martiri». Al-Amur ha guidato diverse cellule terroristiche, ha compiuto attentati e rapimenti. Dopo il suo arresto all’inizio degli anni 2000, ha trascorso 23 anni in carcere in Israele, è stato liberato grazie a uno scambio di ostaggi ed è morto all’inizio di aprile in Egitto. Al-Amur è responsabile della morte di nove israeliani.
Il post su Facebook relativo al centro mostra alcuni giovani del «campo profughi» di Far’a che hanno visitato il centro di formazione.
Il Consiglio Supremo ha scritto a tal proposito: «La visita è servita […] a trasmettere la storia del centro, che in passato è stato un luogo di sofferenza per i palestinesi e oggi funge da centro di formazione e promozione di giovani leader, bambini e apprendisti, offrendo molti programmi e attività rilevanti – in linea con la visione e gli obiettivi del Consiglio Supremo per la Gioventù e lo Sport».
Nel frattempo, ci sono almeno quattro centri che portano il nome di Abu Ijad. Lo riferisce l’osservatorio israeliano sui media “Palestinian Media Watch”, che ha richiamato l’attenzione sull’attuale denominazione.
(Israelnetz, 13 maggio 2026)
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Il Canada travolto dall’antisemitismo mentre sinagoghe e scuole ebraiche finiscono sotto attacco
Nel 2026 gli episodi violenti contro gli ebrei canadesi hanno già superato il totale dell’intero anno scorso. Spari contro fedeli a Toronto, scuole colpite, incendi e aggressioni alimentano la paura di una comunità sempre più isolata
di Paolo Montesi
Meno di cinque mesi sono bastati perché il Canada superasse già il numero totale di aggressioni antisemite violente registrate durante tutto il 2025. È un dato che fotografa qualcosa di molto più profondo di una semplice crescita statistica. Dentro il Paese che per decenni ha coltivato l’immagine di società multiculturale pacifica e tollerante, una parte crescente della comunità ebraica vive ormai con la sensazione concreta di essere diventata un bersaglio quotidiano.
L’allarme è stato lanciato da B’nai Brith Canada, una delle più importanti organizzazioni ebraiche del Paese, che venerdì ha diffuso dati preliminari eccezionali proprio per la rapidità con cui la situazione sta peggiorando. Secondo la League for Human Rights dell’organizzazione, dall’inizio del 2026 sono già stati registrati undici episodi di antisemitismo violento, superando i dieci casi documentati durante l’intero anno precedente.
L’ultimo episodio è avvenuto giovedì sera a Toronto, dove tre ebrei sono stati presi di mira all’uscita della sinagoga Chasidei Bobov, su Bathurst Street, da persone che hanno sparato da un’automobile utilizzando una gel blaster gun, un’arma che replica l’aspetto di un fucile reale e che può comunque provocare ferite. Anche se l’attacco non ha causato vittime gravi, il messaggio intimidatorio è apparso chiarissimo. E soprattutto si inserisce in una lunga sequenza di aggressioni contro sinagoghe e istituzioni ebraiche che sta colpendo soprattutto l’area di Toronto e Montréal.
Simon Wolle, amministratore delegato di B’nai Brith Canada, ha parlato apertamente di una crisi ormai fuori controllo. “Questi attacchi sfacciati contro gli ebrei canadesi mostrano un antisemitismo che è ormai esploso”, ha dichiarato, accusando le istituzioni di avere sottovalutato per troppo tempo il problema mentre l’odio antiebraico diventava sempre più normalizzato nello spazio pubblico.
Il termine usato da Richard Robertson, direttore della ricerca e dell’advocacy dell’organizzazione, è ancora più duro. Secondo lui gli ebrei canadesi “vengono terrorizzati”. Per questo B’nai Brith ha chiesto al governo federale la creazione immediata di una task force d’emergenza contro l’antisemitismo.
I numeri spiegano perché il clima sia diventato così pesante. Nel 2025 il Canada aveva già registrato il record storico di 6.800 episodi antisemiti, con una media di quasi diciannove incidenti al giorno. Era stato un aumento del 9,3 per cento rispetto al precedente record del 2024. Ma il salto qualitativo che preoccupa oggi riguarda soprattutto la violenza fisica e l’attacco diretto a persone, scuole e luoghi di culto.
Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra scatenata da Hamas contro Israele, il Canada è diventato uno dei Paesi occidentali dove l’escalation antisemita è stata più evidente. Una scuola ebraica femminile di Toronto è stata colpita da spari in tre occasioni diverse durante la notte, due istituzioni ebraiche di Montréal sono finite nel mirino di attentati incendiari, un uomo ebreo è stato aggredito davanti ai propri figli e in Nuova Scozia sono apparse scritte antisemite su diverse sinagoghe.
Negli ultimi giorni B’nai Brith ha inoltre denunciato la presenza online di una rete estremista che avrebbe diffuso una “mappa degli obiettivi” contenente l’indicazione di istituzioni israeliane ed ebraiche in Canada. Un salto ulteriore verso un clima di intimidazione organizzata che molte famiglie ebree descrivono ormai come una minaccia concreta alla propria sicurezza quotidiana.
Il problema sta assumendo anche una dimensione politica sempre più delicata. In diverse università canadesi le tensioni legate alla guerra di Gaza hanno prodotto proteste radicalizzate, occupazioni e slogan apertamente ostili agli ebrei e a Israele. Una parte della comunità ebraica accusa il governo e molti ambienti accademici e mediatici di avere tollerato troppo a lungo un linguaggio che, poco alla volta, ha contribuito a legittimare aggressioni e intimidazioni.
Per questo il dibattito canadese non riguarda più soltanto la sicurezza delle sinagoghe o la protezione delle scuole. Sempre più ebrei canadesi si chiedono infatti come sia stato possibile che un Paese considerato per anni uno dei modelli del multiculturalismo occidentale stia diventando uno dei luoghi dove l’antisemitismo appare oggi più aggressivo e visibile nello spazio pubblico.
(Setteottobre, 13 maggio 2026)
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Il Canada è Occidente. Occidente americano, in senso geografico e culturale. È di questo Occidente che Israele dovrebbe essere il baluardo difensivo? M.C.
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«Questo mi ha dato forza» - Noam Bettan ha cercato bandiere israeliane tra il pubblico
Quando l’israeliano si è esibito in semifinale, sono stati uditi chiari fischi da parte del pubblico.
Quando martedì sera Noam Bettan ha cantato la sua canzone «Michelle» all’Eurovision Song Contest di Vienna, oltre a forti applausi si sono levati anche fischi evidenti dal pubblico, e diversi spettatori hanno anche alzato in aria in modo dimostrativo bandiere palestinesi. Secondo quanto riportato dai media, la polizia ha dovuto accompagnare fuori dall’arena alcuni manifestanti. Ma l’israeliano non si è lasciato scoraggiare.
«Ho sentito i fischi», ha detto dopo essersi qualificato per la finale. Allo stesso tempo, però, ha percepito subito anche il sostegno di molti spettatori. «La gente ci ha incoraggiato e mi ha dato energia».
La fine della canzone è stata particolarmente emozionante per lui. Durante la frase «C'è qualcuno che ascolta», ha detto di aver pensato soprattutto alle persone in Israele. «Ho avuto davvero la sensazione di cantare per lo Stato di Israele».
Nonostante le tensioni, molti spettatori hanno cantato il ritornello di «Michelle». Bettan ha spiegato in seguito di aver cercato intenzionalmente le bandiere israeliane tra il pubblico durante l’esibizione. «Questo mi ha dato forza», ha detto.
Dopo la semifinale di successo, il cantante ha ringraziato i suoi sostenitori in Israele e in tutto il mondo. «Grazie a tutte le persone in Israele e alle comunità ebraiche in tutto il mondo», ha detto Bettan. «Grazie per aver votato per me. Vi amo.»
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Il capo della delegazione Yoav Tzafir con Noam Bettan
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Dopo l’accesso alla finale dell’Eurovision Song Contest a Vienna, la delegazione israeliana ha guardato con fiducia al futuro. Il capo della delegazione Yoav Tzafir ha parlato, dopo l’esibizione del cantante Noam Bettan, di un’importante vittoria di tappa – e ha già formulato il prossimo obiettivo: la vittoria finale all’ESC. Lo ha riportato «Ynet».
«La prima e più importante missione è alle nostre spalle. Ora vogliamo arrivare in cima», ha detto Tzafir dopo la qualificazione. Bettan si è «meritato il miglior piazzamento possibile». Il capo della delegazione è rimasto impressionato dall’esibizione di Bettan. «Le reazioni sono state fantastiche. È stata un’esibizione perfetta», ha spiegato Tzafir. Ha sottolineato in particolare che il cantante non si è lasciato influenzare dalle azioni di disturbo: «Noam è un vero professionista.»
(Jüdische Allgemeine, 13 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Smettetela di chiamarli coloni. Ebrei da sempre in Cisgiordania. Oggi si difendono dai terroristi»
Fiamma Nirenstein boccia le sanzioni Ue: «Intromissione arbitraria e sciocca. Giudea e Samaria, boom di attentati: da lì può arrivare un nuovo 7 ottobre».
di Luca Sablone
«È un'intromissione arbitraria e sciocca». _Fiamma Nìrensteìn - scrittrice, editorialista de Il Giornale e direttrice della sezione antisemitismo del Jerusalem Center for Foreign Affairs - ammonisce duramente l'Unione europea, che ha approvato sanzioni contro i «coloni israeliani violenti» in Cisgiordania. Ignorando la Storia e sottovalutando il terrorismo palestinese.
• Li chiamano «coloni» ...
«È arrivato il momento di smettere di usare questo termine, è diventato un insulto a delle persone che abitano in un'area che non può in nessun modo essere definita colonia: non sono mai entrati con le armi, non hanno mai sfruttato la manodopera locale. Era in gran parte deserto: di certo non è stato colonizzato, ma è stato abitato per una parte soltanto con l'intento di farlo fiorire».
• Cosa dice la Storia?
«La Giudea e la Samaria erano occupate dalla Giordania, e non sono mai state palestinesi. Nel 1967 la Giordania ha attaccato Israele, che si è difeso su quel terreno conquistandolo. Quando la guerra è finita, ha immediatamente offerto di dare indietro la terra in cambio della pace con i Paesi arabi, ma si è trovato subito di fronte tanti no assoluti. No alle trattative, no alla pace. La decisione di insediarsi in questo territorio fu senz'altro elemento di discussione, ma non fu mai illegale; si stabilì con due risoluzioni dell'ONU che l'assetto definitivo della Giudea e della Samaria andava deciso con un accordo tra le parti. Ma non ci fu proprio nessuna caratteristica di colonizzazione. La presenza in quelle aree è una presenza ancestrale. Gli ebrei sono sempre stati lì da tremila anni: se si gira con la Bibbia in mano, se ne ritrova la mappa precisa».
• Come sono suddivise le aree, secondo gli Accordi di Oslo?
«L'area A è tutta quanta sotto il controllo palestinese, e contiene tutte quelle aree e città da cui l'esercito israeliano se ne andò immediatamente all'inizio degli anni '90, quando ci furono gli accordi. Non c'è più traccia di presenza israeliana. L'area B è sotto il controllo delle due parti. L'Area C è quella sotto il controllo israeliano in cui si sono sviluppati gli insediamenti».
• Li chiama «insediamenti» tranquillamente, con leggerezza ...
«Certo. Però nell'area C si assiste ormai da anni - soprattutto dopo il 7 ottobre - a un'attività espansiva palestinese che è contro gli accordi di Oslo. Gli attacchi palestinesi nell'area C vanno in parallelo con dei tentativi di colonizzazione araba, e infatti la popolazione palestinese qui è cresciuta verticalmente, con un'autentica invasione della zona. La presenza dei palestinesi è aumentata del 504%, mentre quella degli ebrei del 58%».
• Però non possono essere negate le violenze di alcuni israeliani...
«Non ho nessun dubbio che possa esistere qualche testa calda e anche qualche criminale. E lungi da me difenderli, anche perché Israele si occupa molto attivamente dei propri criminali e li sbatte in galera. Ma c'è un'altra cosa di cui sono sicura: nel 2024 ci sono stati in Giudea e Samaria 6.228 attentati terroristici. 3.436 nel 2023. Nell'area C c'è un gruppo palestinese (la Fossa dei Leoni) che ha già compiuto molti attentati. La Cisgiordania è diventata l'altro possibile grande spazio abitato da palestinesi in cui, come Gaza, può albergare la possibilità di un'aggressione sanguinosa come quella del 7 ottobre, se Israele non la previene».
• Addirittura?
«Parlano i numeri. Nel 2025 sono stati sventati in quelle zone mille attentati. Questo è stato fatto con operazioni militari che probabilmente hanno salvato Israele da un nuovo 7 ottobre. Quando si chiede a Israele di lasciare ai palestinesi che lì venga costruito il loro Stato, prima di tutto occorre - come da accordi - una vera trattativa in cui i palestinesi dimostrino con una nuova leadership di essere pronti a un vero accordo con Israele, e quindi di accettarne l'esistenza. Ma fino ad ora l'unica volontà che si manifesta da quelle parti è quella di vedere sparire gli ebrei. Tant'è vero che quando ad Abu Mazen è stato chiesto come vedrebbe uno Stato palestinese, che secondo lui certamente dovrebbe comprendere anche la Cisgiordania, ha risposto che non vi deve vivere neanche un ebreo. Al momento non ho nessun segnale né che i palestinesi abbiano veramente intenzione di costruire uno Stato accanto a uno Stato ebraico, né che intendano pensare alla Cisgiordania come a un'area di pace».
• Allora cos'è la Cisgiordania?
«La chiamo Giudea e Samaria. La vedo come un'area da cui - se in mano palestinese - si potrebbe bombardare tutta la zona costiera, Tel Aviv e tutte le città più vivaci e più popolate di Israele. Soprattutto da lì si potrebbe tenere sotto controllo l'aeroporto internazionale. Mi domando come tutto questo passi inosservato agli occhi dell'Unione europea. Come verrebbe garantita l'esistenza di Israele in quel caso?»
(Il Riformista, 13 maggio 2026)
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L’ Università di Tel Aviv e il Technion nella top 10 mondiale per numero di founder di startup
di Jacqueline Sermoneta
Due università israeliane rientrano nella top 10 mondiale per numero di founder di startup tra i propri laureati, secondo l’ultima analisi basata sui dati di PitchBook e pubblicata dalla società di venture capital Andreessen Horowitz (a16z). L’Università di Tel Aviv si colloca al settimo posto con circa 865 imprenditori che hanno raccolto complessivamente circa 30 miliardi di dollari. Il Technion – Israel Institute of Technology è decimo, con 783 imprenditori e circa 23 miliardi di dollari raccolti. Israele è l’unico Paese, oltre agli Stati Uniti, a vantare due atenei nella top 10, elemento che evidenzia la forte densità di imprenditorialità high-tech rispetto alla popolazione. Lo studio si basa sull’analisi di oltre 170.000 founder di startup a livello globale che hanno ottenuto finanziamenti di venture capital tra il 2014 e il 2025. Secondo il report, le università israeliane, come anche quelle indiane, superano le prestigiose università americane della Ivy League per “efficienza imprenditoriale”. In cima alla classifica per numero assoluto di founder c’è l’Università della California – Berkeley (1.804), mentre l’Università della Pennsylvania guida per capitale totale raccolto dai laureati, con oltre 120 miliardi di dollari. Il rapporto individua, inoltre, tre poli chiave del boom dell’intelligenza artificiale: Stanford, definita la principale “fabbrica di IA”, il MIT, leader nell’integrazione tra IA, robotica e biotech, e l’Università di Toronto, principale hub AI al di fuori degli Stati Uniti. Il Technion e l’Università di Tel Aviv emergono come centri rilevanti nella formazione di imprenditori attivi in cybersecurity e computer vision. Nel complesso, il 2026 viene descritto come un’“età dell’oro” per giovani imprenditori grazie alla riduzione dei costi di accesso alla potenza di calcolo, che consente a piccoli team di sviluppare prodotti un tempo possibili solo con grandi strutture aziendali.
(Shalom, 13 maggio 2026)
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L’EUPAC chiede all’UE di sospendere gli accordi commerciali con Israele
Mentre i suoi dirigenti risultano sanzionati dagli USA per presunti legami con Hamas
di Rosa Davanzo
Nel cuore di Bruxelles, a pochi passi dalle istituzioni europee che decidono le politiche commerciali e diplomatiche dell’Unione, opera un’organizzazione che si presenta come un ponte politico tra Europa e causa palestinese, ma che secondo il Tesoro americano sarebbe guidata da figure centrali della rete internazionale di finanziamento di Hamas. E proprio questa organizzazione, l’European Palestinian Council for Political Relations, conosciuta come EUPAC, ha pubblicato nei giorni scorsi uno studio che invita l’Unione Europea a sospendere l’accordo di associazione commerciale con Israele, prospettando danni economici miliardari per lo Stato ebraico.
La vicenda rischia di aprire un nuovo fronte politico dentro l’Europa, perché mette in luce la distanza crescente tra il sistema sanzionatorio americano contro Hamas e l’approccio molto più ambiguo e lento adottato da alcuni Paesi europei, a cominciare dal Belgio.
Secondo il documento diffuso il 6 maggio da EUPAC, una sospensione parziale dell’accordo commerciale UE-Israele costerebbe all’economia israeliana circa 2,15 miliardi di euro all’anno, mentre una sospensione totale provocherebbe perdite superiori ai 14 miliardi già nel primo anno. Lo studio sostiene che Israele, definito “potenza occupante”, dovrebbe essere sottoposto alle normali tariffe doganali previste dalle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Fin qui potrebbe sembrare uno dei tanti documenti politici che circolano negli ambienti delle lobby europee. Il problema nasce guardando chi guida l’organizzazione.
Sul sito ufficiale dell’EUPAC compaiono infatti come presidente Majed Al-Zeer e come vicepresidente Mohammad Hannoun. Entrambi sono stati sanzionati dal Dipartimento del Tesoro americano il 7 ottobre 2024 con l’accusa di avere svolto ruoli di primo piano nella rete internazionale di raccolta fondi di Hamas.
Secondo il Tesoro statunitense, Majed Al-Zeer sarebbe stato “il principale rappresentante di Hamas in Germania” e avrebbe avuto un ruolo centrale nella raccolta di fondi europei per il movimento islamista palestinese. Israele lo aveva già indicato nel 2013 come operativo di Hamas, mentre i servizi tedeschi lo avevano pubblicamente identificato come rappresentante occulto dell’organizzazione sul territorio tedesco. Negli ultimi mesi il suo nome è emerso anche in relazione a un presunto mandato di arresto europeo emesso dalla Germania, riportato da diverse fonti giornalistiche tra cui il Jerusalem Post sulla base di informazioni provenienti dalla Svezia. Le accuse riguarderebbero attività di coordinamento di Hamas in Europa, comprese raccolte di fondi e supporto logistico.
Prima della nascita di EUPAC, Al-Zeer aveva guidato il Palestinian Return Centre di Londra, organizzazione dichiarata da Israele “associazione illegale” per presunti legami con Hamas. Sui social media, inoltre, Al-Zeer ha descritto il massacro del 7 ottobre 2023 come un’azione di “autodifesa”.
Anche Mohammad Hannoun è al centro di un’inchiesta pesantissima. Fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, conosciuta come ABSPP, Hannoun è stato indicato dal Tesoro americano come responsabile di una struttura che raccoglieva fondi apparentemente umanitari destinati in realtà all’ala militare di Hamas. Secondo Washington, nel corso di dieci anni sarebbero stati trasferiti almeno quattro milioni di dollari.
Il 27 dicembre 2025 Hannoun è stato arrestato in Italia insieme ad altre otto persone nell’ambito di un’indagine antiterrorismo che ipotizza il trasferimento di circa sette milioni di euro verso entità collegate a Hamas attraverso canali umanitari. Durante le perquisizioni sarebbero stati sequestrati oltre un milione di euro in contanti insieme a materiale di propaganda favorevole ad Hamas.
Nonostante tutto questo, EUPAC continua a operare regolarmente in Belgio come associazione senza scopo di lucro registrata a Bruxelles. Ed è qui che il caso assume un significato politico molto più ampio. Già nel febbraio 2024 il ministro della Giustizia belga Paul Van Tigchelt aveva ammesso davanti al Parlamento che nel Paese operavano gruppi impegnati in attività di lobbying e raccolta fondi per Hamas. Senza citare nomi specifici, Van Tigchelt aveva però spiegato che sciogliere organizzazioni di questo tipo risulta estremamente complicato secondo la legislazione belga.
Intanto EUPAC continua a pubblicare studi, organizzare incontri e tentare di influenzare il dibattito europeo su Israele proprio dalla capitale politica dell’Unione Europea. Una situazione che per molti osservatori sta trasformando Bruxelles in uno dei principali punti ciechi dell’infrastruttura europea legata al sostegno politico e finanziario di Hamas.
(Setteottobre, 12 maggio 2026)
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La Germania omaggia le sorelle Spizzichino
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Le sorelle Spizzichino: da sinistra, Grazia, Sara e Rivka
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ROMA – Rivka, Grazia e Sara Spizzichino sono tre sorelle, ebree romane. Discendono da Settimia Spizzichino, l’unica donna sopravvissuta alla razzia del 16 ottobre 1943. È anche in ragione di questo legame che hanno contribuito a plasmare l’associazione Ricordiamo Insieme, nata per volontà dei coniugi tedeschi Friederike e Tobias Wallbrecher e dall’incontro di due storie familiari diametralmente opposte: da una parte quella di chi la Shoah l’ha subita, dall’altra quella di chi alla Shoah ha preso parte in modo attivo. Un nonno di Friederike faceva parte dei gruppi di quartiere che, nella Germania nazista, davano la caccia agli ebrei e a chi li aiutava. L’obiettivo dell’associazione è lavorare da diverse prospettive all’elaborazione del trauma e tra gli appuntamenti che più ne segnano l’attività nel corso dell’anno c’è la commemorazione del rastrellamento nel cortile dell’ex Collegio militare, oggi Centro Alti Studi per la Difesa (Casd) dell’esercito, un appuntamento da tempo al centro del calendario memorialistico del 16 ottobre. Premierà questo sforzo l’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania, che le tre sorelle riceveranno durante una cerimonia in programma la mattina di mercoledì 13 maggio a Villa Almone, residenza ufficiale dell’ambasciatore tedesco a Roma. «Siamo molto onorate», racconta Rivka, che è vicepresidente di Ricordiamo Insieme. «Il periodo è purtroppo molto complicato per chi si occupa di temi come il nostro, con un ritorno di moda dell’antisemitismo davvero preoccupante. Più di quello dichiarato, per contrastare il quale ci sono le istituzioni, a me inquieta quello non esplicito». Il riconoscimento, spiega, «arriva in un momento difficile anche a livello familiare: a settembre abbiamo perso nostro padre Mario, ma a ottobre abbiamo comunque onorato il nostro impegno perché sentiamo di avere una responsabilità: tutto questo, purtroppo, mentre un numero crescente di docenti e scuole ci ha voltato le spalle». Il tema è stato sollevato durante la scorsa commemorazione, anche con una installazione artistica di denuncia con tante sedie vuote e un interrogativo: «Dove sono le persone che credevamo amiche?». E se è vero che «abbiamo perso vari pezzi per strada», l’onorificenza tedesca «ci ridà un po’ di motivazione». Concorda la sorella Sara, ideatrice dell’installazione: «È significativo che questo premio arrivi dalla Germania, anche per quella che è la genesi di Ricordiamo Insieme. Con quelle sedie vuote abbiamo evidenziato un vuoto che tocchiamo con mano e con dolore. Da allora quella ferita si è ampliata ancora, allargandosi a macchia di olio». Ci sono però anche stimoli positivi all’orizzonte. Come la nascita di una fondazione che «sarà alla base del centro di documentazione che apriremo prossimamente a Roma, in via Domenico Silveri», sottolinea Rivka. «Promuoveremo iniziative di Memoria, faremo incontrare storici con studenti e universitari, lavoreremo per promuovere stage e tirocini. Per la gestione dell’archivio, contiamo inoltre sulla collaborazione di docenti in pensione». Uno dei focus della fondazione sarà l’analisi delle radici dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo «perché le persone spesso si esprimono, non avendone coscienza, attraverso codici antisemiti». Ed è quindi fondamentale un impegno di studio e decostruzione. Intanto, per le Spizzichino, è arrivato l’apprezzamento della Germania.
(moked, 12 maggio 2026)
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«Vieni da Israele, che schifo» – Come la guerra mi ha raggiunto in paradiso
Ero andato in Thailandia per schiarirmi le idee – e ho dovuto constatare che nemmeno lì si può sfuggire alla realtà.
di Elad Schneider
Isole tropicali, spiagge bianche, libertà senza limiti: era questo che cercavo quando sono arrivato a Koh Phangan, in Thailandia. La sera volevo andare a una tradizionale festa nella giungla. Prima sono passato dall’ostello dove alloggiavano due amici che avevo conosciuto sull’isola: un ebreo francese e un’olandese che vive in Italia. Ci siamo seduti nella hall e, nella tipica atmosfera cosmopolita da backpacker, il nostro gruppo si è rapidamente allargato. Si sono unite a noi due turiste tedesche, un altro tedesco e una giovane americana.
La conversazione è iniziata in modo spontaneo. Dopo qualche minuto abbiamo fatto un giro di presentazioni. L'americana ha chiesto a ciascuno il proprio nome e il proprio paese di provenienza. Quando è stato il mio turno, ho risposto semplicemente: «Vengo da Israele».
La sua reazione è stata quasi istintiva: «Ew» – «Che schifo».
Si è diffuso un silenzio imbarazzante. Era chiaro a tutti che cosa fosse appena successo, ma la maggior parte ha abbassato lo sguardo e ha taciuto. Io, però, ho deciso di non tacere. Le ho chiesto di spiegare cosa intendesse dire. Non ha ritrattato nulla, anzi ha ribadito: «Israele, che schifo». Le ho fatto capire in modo inequivocabile che doveva sedersi da un’altra parte – per me la conversazione a quel punto era finita. Solo allora ha cominciato a balbettare e a relativizzare, dicendo che il suo problema aveva a che fare con «la situazione e la politica».
Ho guardato lei e gli altri e ho chiarito le cose. "Anch’io ho delle critiche nei confronti dei politici – ma dire “che schifo” a una persona come prima reazione, solo per la sua origine, è puro antisemitismo. È il modo di parlare di chi ha subito un lavaggio del cervello". In quel momento una delle tedesche ha cercato di difenderla, sostenendo che Israele agisce in modo sbagliato e “uccide i bambini”.
All’improvviso mi sono ritrovato in prima linea. Non era più una situazione da trattare con i guanti di velluto. «Voi europei state comodamente seduti su un continente senza guerre esistenziali e vi lasciate influenzare dai media che vi trasmettono un’immagine distorta di noi», ho ribattuto. Ho aggiunto che è vergognoso muovere accuse morali a una nazione a cui è stata imposta una guerra brutale. Ho concluso dicendo che erano dei “perdenti” nel modo in cui gestivano i propri problemi migratori – e che, se non si fossero svegliati, avrebbero pagato un prezzo alto. Le parole hanno colpito nel segno. Il silenzio nella hall dimostrava che erano arrivate.
Nonostante tutto, l’americana si è unita più tardi al nostro gruppo quando siamo partiti per la festa nella giungla. Per tutta la serata si percepiva che la situazione la metteva a disagio. Continuava a guardare nella mia direzione, evidentemente alla ricerca di un modo per colmare la distanza.
In quel momento ho deciso di mettere da parte il mio ego. Per quanto avessi percepito chiaramente il suo comportamento come antisemita, mi sono reso conto che si può perdonare una persona che giorno dopo giorno è esposta a un'influenza mediatica unilaterale.
Mi avvicinai a lei, le diedi un cinque e le dissi che speravo avesse davvero compreso la complessità della situazione.
La sua reazione fu immediata e sembrò sincera. Disse di aver capito. Poi si scusò e mi abbracciò in modo amichevole.
Tornai da quella serata con una chiara consapevolezza: La lotta per il nostro nome nel mondo è dura e logorante. Ma a volte è proprio questa combinazione – difendere con fermezza la propria verità ed essere allo stesso tempo pronti al perdono – che può abbattere i muri.
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All’articolo segue un appello del giornale ai lettori.
Cari lettori,
ora tocca a VOI. Conoscete persone o conoscenti nel vostro quartiere che la pensano come questi giovani? Molti traggono le loro opinioni dai resoconti dei media, che spesso sono contro lo Stato di Israele e tralasciano fatti importanti o distorcono la verità. Vorremmo ascoltare le critiche dei giovani nei confronti di Israele.
Quali domande si pongono queste persone, cosa le spinge, cosa rimproverano a Israele, perché odiano Israele, dove risiedono i malintesi? Scriveteci e inviateci proprio questi punti critici! Ne terremo conto e pubblicheremo sulla nostra rivista un articolo che tratterà proprio quelle domande, quelle accuse e quelle denunce. Perché è possibile rispondere ai giovani con le risposte giuste, come dimostra il caso di Elad. C’è speranza! Ancora oggi molte persone si lasciano convincere dai fatti. Scriveteci cosa avete vissuto o quali domande sono in sospeso.
(Israel Heute, 12 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Perché sono sionista
Oggi, per molti, «sionismo» è un termine dispregiativo, sinonimo di razzismo. Ma si tratta di un malinteso. L’antisionismo è razzismo. Il sionismo è la risposta più naturale a duemila anni di persecuzioni, espulsioni e genocidi. L'autore dell’articolo è presidente del consiglio di amministrazione di Axel Springer SE. Questo articolo è una versione stampata del suo discorso in occasione del 90° anniversario del World Jewish Congress, tenuto l'11 maggio 2026 a Ginevra.
di Mathias Döpfner
Non voglio più tenere né ascoltare un discorso «Mai più». «Mai più» è diventata una frase da discorsi di circostanza. Perché semplicemente non è vero. Se fosse vero, non ci sarebbe stato il terrorismo di Hamas il 7 ottobre. Se fosse vero, non ci sarebbero grida di «Juda verrecke» per le strade europee. Se fosse vero, non ci sarebbe la paura dei genitori ebrei di mandare i propri figli a scuola con la kippah.
Mai più è una dichiarazione d’intenti morale senza conseguenze. Mai più sarebbe adesso. Ma adesso non vale il «mai più». Vale: ancora e ancora. Ancora e ancora antisemitismo. Ancora e ancora violenza. Ancora e ancora inversione tra carnefice e vittima.
Il World Jewish Congress è stato fondato il 13 agosto 1936 a Ginevra. Mi congratulo di cuore per il 90° compleanno e auguro forza e successo per il futuro. Ma Ginevra è anche sede del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, in cui Israele è di gran lunga il Paese più condannato da anni – più spesso della Siria, della Corea del Nord, dell’Iran e del Venezuela messi insieme. Si preferisce occuparsi di presunte violazioni dei diritti umani in Islanda piuttosto che degli omicidi nelle dittature come la Russia, la Cina o l’Iran. L’organo delle Nazioni Unite è diventato un consiglio che stravolge i diritti umani.
• Esplosione dell’odio contro gli ebrei
Dal 7 ottobre 2023, dal pogrom più crudele contro gli ebrei dopo la Shoah, non assistiamo a solidarietà, ma a un’esplosione globale dell’odio contro gli ebrei. Il 7 ottobre non è stato un incidente militare. Non è stato un «conflitto». È stato un pogrom. Persone sono state uccise perché erano ebree. Uomini sono stati torturati in modo bestiale. Donne violentate. Bambini linciati. Famiglie sterminate. Perché erano ebrei.
Ciò che è seguito è stato inconcepibile. Appena sono state mostrate le immagini delle vittime, sono iniziate le relativizzazioni. Appena sono stati resi noti i nomi delle persone uccise, sono iniziate le giustificazioni. Israele è stato accusato mentre era ancora sotto attacco. Come ha affermato il segretario generale dell’ONU António Guterres: bisogna «riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto». Non nel vuoto. In altre parole: la colpa è di nuovo degli ebrei.
Contrariamente a quanto spesso affermato, queste reazioni non sono arrivate solo dopo mesi di rappresaglie israeliane a Gaza. È iniziato subito. Poche settimane dopo il 7 ottobre, la maggioranza dei giovani americani ha dichiarato di comprendere le azioni di Hamas. Un sondaggio rappresentativo dell’Università di Harvard ha rivelato che il 60 per cento degli americani di età compresa tra i 18 e i 24 anni riteneva che «l’uccisione di 1200 israeliani fosse giustificata dalle condizioni di vita dei palestinesi». E un sondaggio dell’«Economist» ha documentato che il 20% dei giovani americani tra i 18 e i 29 anni è convinto che l’Olocausto sia una menzogna.
• Successo di esportazione globale
Il 7 ottobre è stato il punto di svolta. Come se il terrore di Hamas avesse aperto una diga. L’antisemitismo non è più un’ombra nera proveniente dall’Austria e dalla Germania. Da allora è diventato un successo di esportazione globale. Particolarmente di successo tra i giovani. Modernizzato e ringiovanito, quasi come un fenomeno della cultura pop, si sta diffondendo a una velocità vertiginosa negli Stati Uniti, in tutta Europa, nelle università, nella scena artistica e culturale, sui social media e per le strade delle nostre città – nelle parole e nei fatti.
L’antisemitismo ha raggiunto una nuova dimensione a livello mondiale. È una nuova dimensione, inimmaginabile dal 1945, una nuova situazione che richiede un nuovo modo di pensare, un nuovo spirito e, soprattutto, un nuovo modo di agire.
Particolarmente perfido è il nuovo, ma antico antisemitismo proprio dove meno ce lo si aspetterebbe: nelle università d’élite, nei teatri, nei musei, nei circoli apparentemente colti. Proprio gli artisti, i musicisti, i pittori, gli scrittori, gli attori e gli intellettuali, che dovrebbero essere i sensori più sensibili nella lotta contro l’autoritarismo e l’intolleranza, sono diventati – non tutti, ma troppi – opportunisti spietati e sostenitori dell’oblio storico.
• Freddezza e mancanza di cuore
Forse è questo che mi sconcerta di più nelle reazioni e nelle dichiarazioni di tanti amici del mondo della cultura: la freddezza e la mancanza di cuore con cui gli esteti assecondano lo spirito del tempo dominato dall’islamismo. Se glielo si chiede, naturalmente lo negano con forza. Ovviamente non sono antisemiti. Ma si potrà pur criticare Israele, no? Proprio come se questa critica fosse qualcosa di proibito – e invece è all’ordine del giorno.
Solo in Germania ci sono ormai 17 responsabili per l’antisemitismo, a livello nazionale e a livello dei Länder, con schiere di collaboratori. Un’intera burocrazia si occupa a tempo pieno di placare le coscienze. Guardate quanto facciamo! In teoria funziona alla grande, nella pratica ci sono delle lacune.
Un esempio: il 13 aprile 2026 è stata pronunciata a Berlino una sentenza nel caso di Mustafa A., che aveva brutalmente picchiato lo studente Lahav Shapira. Il tribunale non ha potuto individuare alcun movente antisemita – poiché l’autore del reato avrebbe picchiato la sua vittima «così, senza motivo», mandandola all’ospedale; secondo il tribunale, però, il fatto sarebbe stato antisemita solo se avesse espressamente annunciato in precedenza il suo odio per gli ebrei. Come se l’odio dovesse compilare un modulo prima di colpire. Il fatto che sul cellulare di Mustafa A. sia stato trovato un video in cui si dice: «Musti ha picchiato a morte quel figlio di puttana ebreo», non è bastato al tribunale come indizio.
• Violenza fisica
Proviamo semplicemente – come esperimento mentale – a scambiare i nomi e le religioni. Quale sarebbe stata la reazione dei media? Sgomento. Scandalo. Solidarietà con la vittima Mustafa. In realtà – con Shapira come vittima – nulla. Silenzio.
In Francia, nel 2023, i reati antisemiti sono quadruplicati. Un anno dopo, lo stupro di gruppo di una ragazzina ebrea di dodici anni ha fatto notizia. In Inghilterra, le manifestazioni con contenuti antisemiti sono all’ordine del giorno. Poche settimane fa, due ebrei sono stati aggrediti con un coltello in strada. Alla violenza verbale segue regolarmente la violenza fisica. Siamo realistici: Germania, Francia o Inghilterra non sono più paesi veramente sicuri per gli ebrei.
In questo contesto penso spesso a Tommy Lapid. Lapid era un politico in Israele, a un certo punto l’unico sopravvissuto all’Olocausto nella Knesset. L’ho incontrato molti anni fa a Gerusalemme e mi ha raccontato perché era diventato un politico. «Da bambino» – raccontò davanti a un caffè sulla terrazza del King David Hotel – «in Ungheria sono sopravvissuto per un soffio a un’azione omicida dei nazisti; tutti i miei compagni di classe furono fucilati, solo me tralasciarono. In quel momento giurai a me stesso: se sopravvivo, farò di tutto affinché esista da qualche parte nel mondo un luogo in cui i bambini ebrei siano al sicuro. Per questo sono andato in Israele. Per questo sono entrato nella politica israeliana. Per questo ho fatto di tutto affinché Israele fosse un rifugio sicuro per i bambini ebrei». E poi ha aggiunto con le lacrime agli occhi: «Spero che lo sarà».
• Stessi diritti
Theodor Herzl fondò questa visione nel 1896 nella sua opera epocale «Lo Stato ebraico» – non solo per i bambini, ma per tutti gli ebrei. Questa era ed è l’idea profonda del sionismo: gli ebrei hanno lo stesso diritto di qualsiasi altro popolo di vivere nel proprio Stato in autodeterminazione, in pace e sicurezza.
Oggi il sionismo è per molti una parolaccia. In Inghilterra, i membri del Partito dei Verdi, che in modo del tutto infelice mescolano la protezione del clima e l’odio verso gli ebrei, affermano: «Il sionismo è razzismo». Deve esserci un malinteso. Non è il sionismo a essere razzista. È l’antisionismo ad essere razzista. Il sionismo è la risposta più naturale a duemila anni di persecuzioni, espulsioni e genocidi.
Ciò che non mi è chiaro è perché il sionismo debba essere un’idea e un obiettivo che solo gli ebrei possono fare propri. Io sono un goy. E sono sionista. Con tutto il cuore, per convinzione e con passione. Israele è l’unica democrazia imperfetta in una regione dominata da dittature piuttosto perfette, cioè molto brutali. Israele è una testa di ponte dei valori occidentali in Medio Oriente. Israele è una terra di conoscenza e scienza. Nonostante tutto, una terra di libertà e tolleranza. E di difesa consapevole e vincente dei valori dell’Illuminismo. Dei nostri valori.
• Conseguenza logica
Il sionismo non è una parolaccia. Il sionismo è la conseguenza logica della storia. Il diritto di un popolo a vivere in sicurezza. Il diritto di difendersi. Il diritto di non dipendere più dalla clemenza altrui. Chi mette in discussione questi diritti, non mette in discussione solo Israele, ma i principi su cui si fondano le società libere.
Ecco perché sono sionista. E anche perché, come figlio della generazione tedesca del dopoguerra, voglio che gli ebrei non debbano mai più temere per la propria vita, semplicemente perché sono ebrei. Voglio che gli ebrei, così come i cristiani, i musulmani, i buddisti, gli indù e i non credenti, siano fondamentalmente al sicuro e liberi. In tutto il mondo. E soprattutto sempre in Israele. Ecco perché sono sionista.
L’ho dichiarato pubblicamente per la prima volta vent’anni fa in una conversazione con lo scrittore e premio Nobel Günter Grass. Proprio con Grass. L’intellettuale preferito della sinistra tedesca, di cui solo poche settimane dopo la nostra conversazione si è saputo che era stato membro delle SS. Un nazista. Un nazista che dopo la fine del Terzo Reich è passato alla sinistra, quando la sinistra era diventata il nuovo Zeitgeist. Grass ha trovato naturalmente terribile la mia professione di fede sionista. Il che mi ha dimostrato definitivamente quanto io abbia ragione.
• Ebreo o non ebreo
Che si sia ebrei o non ebrei: chiunque abbia davvero a cuore la democrazia, la libertà e l’umanità deve essere sionista oggi. Chiunque abbia a cuore la società aperta e il nostro stile di vita dovrebbe professarlo con orgoglio. Dovremmo essere tutti sionisti!
Ma perché l’antisionismo è diventato la nuova forma di antisemitismo, l’odio verso gli ebrei, per così dire, politicamente corretto? Perché Israele è così odiato? Perché questo odio verso gli ebrei? Ci sono diverse cause e una motivazione particolarmente infondata. La motivazione infondata è l’affermazione che, dopo il 7 ottobre, con le sue misure di rappresaglia a Gaza, Israele abbia perso ogni misura e agisca in modo molto discutibile sia in politica estera che interna.
Il governo israeliano ha commesso degli errori? Credo di sì, certamente. Molti. È questo un motivo per essere antisemiti? Assolutamente no. È assurdo quanto giustificare la guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina sostenendo che in Ucraina la corruzione sia diffusa. L'una cosa non ha assolutamente nulla a che vedere con l'altra. Sarebbe assurdo quanto odiare il popolo americano solo perché non si è d'accordo con un governo e le sue misure. Ogni giorno vengono espresse critiche alla politica interna ed estera di Israele; addurre questo come motivo per un antisemitismo più o meno palese è quindi solo una scusa a buon mercato. Il motivo e le vere cause sono più profondi.
• Progresso ed eccellenza
La causa principale è l'invidia. Gli ebrei – nonostante tutte le persecuzioni, nonostante tutti i pogrom e nonostante la Shoah – hanno plasmato e arricchito la società occidentale come nessun altro. Nell'economia, nella scienza, nella cultura, nella medicina, nella tecnologia. Rispetto alle dimensioni ridotte della comunità ebraica a livello mondiale, il suo contributo al progresso e all'eccellenza in tutti questi settori è chiaramente sproporzionato.
È filosemitismo constatare questo fatto? No. È la conseguenza ovvia, dal punto di vista storico-culturale, di millenni di discriminazione e persecuzione. Chi viene sistematicamente emarginato e svantaggiato per così tanto tempo può solo soccombere o sopravvivere grazie a un’eccellenza particolare. Il successo, però, suscita invidia. L’invidia è la forma più sincera di riconoscimento.
Credo che non possiamo più tacere su questo. Dobbiamo cambiare la narrativa. L’unica reazione adeguata all’invidia è l’orgoglio. Solo un’identità ebraica sicura di sé e orgogliosa può aiutare a ridurre l’invidia e il nuovo antisemitismo.
• Cinque proposte
Cosa significa questo concretamente? Vorrei avanzare cinque proposte:
Primo: abbiamo bisogno di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’odio aperto verso gli ebrei. Tutti gli antisemiti nelle parole e nei fatti – indipendentemente dalla loro origine – devono essere espulsi, ovunque ciò sia legalmente possibile. La politica britannica e presidente del Conservative Party Kemi Badenoch lo ha formulato in modo chiaro e coraggioso: «Tutto ciò che incita alla violenza contro gli ebrei deve sparire». Abbiamo bisogno di questa frase e delle sue conseguenze non solo in Gran Bretagna, ma in ogni paese democratico.
Secondo: la Germania e l’Europa dovrebbero introdurre un regime preferenziale di immigrazione e naturalizzazione per le famiglie ebree. Negli Stati Uniti vivono circa 7,7 milioni di ebrei. Si tratta del 2,2% della popolazione. Nell’UE e nel Regno Unito sono circa un milione. Si tratta dello 0,2% e di dieci volte meno che in America. È nell’interesse egoistico dell’Europa cambiare questa situazione. È più di un semplice gesto. Se l’idea di una società multiculturale deve essere presa sul serio, nelle società europee, caratterizzate dal cristianesimo e sempre più dal musulmanesimo, c’è oggi un urgente bisogno di maggiore diversità. Anche per mettere alla prova le affermazioni sulla tolleranza, è importante rendere più visibile la cultura ebraica. L’Europa deve diventare più ebraica.
Terzo: l’antisemitismo sulle piattaforme dei social media deve essere sistematicamente arginato. Soprattutto TikTok è oggi una delle macchine di propaganda più pericolose per l’amplificazione di contenuti estremisti: vietato dalla censura in Cina, in avanzata quasi inarrestabile nelle democrazie occidentali, di gran lunga il mezzo di informazione più influente tra i giovani. Nei mesi successivi allo scoppio della guerra, i post filopalestinesi sulla guerra tra Hamas e Israele sono stati diciassette volte più numerosi di quelli filoisraeliani, molti dei quali apertamente antisemiti. Domina una propaganda piena di miti cospirazionisti, pullula di incitamenti alla violenza e di aperta incitazione all’odio contro gli ebrei. Ma perché non si fa nulla? Perché lo permettiamo – e la diffusione, amplificata dagli algoritmi, di contenuti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra? Ogni piccolo giornale locale deve assumersi la responsabilità legale se ha diffuso qualcosa di falso o illegale. Ma TikTok, pur raggiungendo oltre due miliardi di utenti, non deve praticamente assumersi alcuna responsabilità. In America, TikTok è stato costretto a essere venduto a proprietari non cinesi. L’Europa dovrebbe seguire questo esempio. Il fatto che i giovani vengano manipolati da un mezzo di comunicazione che deve trasmettere i dati dei propri utenti ai servizi segreti di una dittatura comunista è uno scherzo macabro della storia.
• Infiltrato dagli islamisti
Quarto: dobbiamo smascherare l’ideologia «woke» come cavallo di Troia dell’antisemitismo e dell’islamismo. Sotto la copertura della «decolonizzazione», «antirazzismo» e «giustizia sociale» e soprattutto dell’attivismo verde per il clima, oggi viene spesso diffuso puro odio contro gli ebrei. Greta Thunberg non si preoccupa quasi più dell’impronta di CO₂, ma sempre più appassionatamente di fomentare pregiudizi antisemiti.
Il movimento «woke» è da tempo infiltrato e influenzato dagli islamisti. Esso persegue la rivalutazione di tutti i valori. E la svalutazione dell’Occidente. Per secoli di civiltà è valso: avere successo è meglio che non averlo, essere ricchi è meglio che essere poveri, essere belli è meglio che essere brutti, essere forti è meglio che essere deboli. Il «woke» ora vuole farci credere il contrario – e idealizza le vittime come nuovi eroi. Nella società «woke», il potere è di chi decide chi è vittima. E il movimento tossico del “woke” ha deciso: le vittime sono gli antisemiti. Per questo vale: Be awake against woke! Dove, in nome di un ordine mondiale “woke”, si scandisce “From the river to the sea”, dove a Israele viene negato il diritto all’esistenza, dove gli studenti ebrei vengono molestati e aggrediti nei campus – lì finisce l’Illuminismo. Lì inizia l’inferno.
E infine, quinto: non dobbiamo smettere di ricordare. Dobbiamo trasmettere la nostra memoria e la nostra conoscenza della storia ai giovani. Dalla storia impariamo davvero solo che dalla storia non impariamo nulla? Non voglio crederci. I viaggi nel passato sono la migliore preparazione per il futuro.
• Omicidio industriale
Qualche anno fa ho fatto un viaggio del genere, nella Polonia orientale, in un passato terribile. Con un amico mi sono recato dove un tempo si trovava la Galizia. Nella terra degli shtetl. Nel triangolo di confine tra Polonia, Bielorussia e Ucraina. E nella terra in cui, sotto il nome di «Aktion Reinhardt», tra agosto e ottobre 1942 furono uccisi circa 1,3 milioni di ebrei. Un massacro meno conosciuto, ma la cui crudeltà industrializzata non era affatto inferiore a quella di Auschwitz, anzi, forse la superava.
Per prima cosa abbiamo cercato il campo di sterminio di Sobibor. Abbiamo seguito i binari del treno e, nascosta in una foresta buia, abbiamo trovato la stazione ferroviaria omonima. E un sentiero tra gli abeti, costellato da migliaia di nomi delle vittime. Lì, nascosti dietro gli alberi e circondati da un campo minato, oltre 200.000 ebrei furono portati direttamente nelle camere a gas e uccisi nel giro di pochi mesi da treni composti da dozzine di vagoni merci.
A un’ora di distanza, sempre lungo i binari, si trova Belzec. Il primo campo dell’«Aktion Reinhardt». Già all’inizio del 1942 qui entrò in funzione una camera a gas; in precedenza si era fatto pratica e si era testato l’omicidio industriale con i furgoni a gas. Il campo si trova direttamente sui binari. Era pratico. Perché così l’uccisione era più veloce. Non c’era bisogno di baracche.
• Sentimento contraddittorio
Ciò che rimane oggi: una moderna architettura commemorativa in cemento con un piccolo museo, un campo di detriti, pietre laviche bruciate, con travi d’acciaio arrugginite, finanziata dall’American Jewish Committee e da alcune famiglie ebree. Una domanda: perché in realtà così pochi donatori non ebrei partecipano al finanziamento dei luoghi della memoria dell’Olocausto e delle commemorazioni? È davvero in primo luogo responsabilità degli ebrei garantire che le azioni dei loro assassini non cadano nell’oblio?
La maggior parte delle tracce della più terribile frenesia di sterminio si trova ancora nel campo di concentramento di Majdanek. Situato proprio alla periferia di Lublino, fu istituito nell’ottobre 1941 inizialmente come campo di lavoro per gli ebrei deportati da Lublino. È rimasto in funzione fino al luglio 1944 e nel corso del tempo è stato in parte trasformato in campo di sterminio.
Qui i resti del campo costituiscono il vero e proprio memoriale. In fondo si trova una baracca dall’aspetto un po’ diverso. Una parte dell’edificio è in mattoni. «Bagno e disinfezione II» è scritto in bianco su una lavagnetta di ardesia. Siamo arrivati in quella che è probabilmente l’unica camera a gas ancora conservata, nella quale durante l’Olocausto furono uccisi migliaia e migliaia di ebrei.
È una sensazione contraddittoria. Volevamo assolutamente vedere questo luogo, siamo venuti qui proprio per questo, eppure esitiamo ad entrare. Poi all’improvviso ci troviamo nell’anticamera. Qui i prigionieri dovevano spogliarsi. Nella stanza successiva, al soffitto sono montati dei soffioni doccia su lunghi tubi di zinco. Ancora oggi i visitatori guardano in alto con timore. Ma da questi soffioni non usciva gas, bensì acqua vera e propria. Solo la sezione successiva è la vera camera a gas. Uno spazio angusto come una scatola da scarpe. La banalità del male in cemento. Sulla parte anteriore e su quella posteriore c'è una spessa porta di ferro arrugginita di colore rosso; una scritta indica il produttore, la Auert-Werke di Berlino. Cemento grigio. Sulle pareti depositi blu, probabilmente dovuti alla composizione chimica del gas. L'intera stanza sfuma tra il blu, il grigio e il marrone. Un buco di merda. Nelle porte, aperture vetrate, spioncini della camera a gas, affinché le guardie potessero osservare le vittime urlanti e contorte mentre morivano in agonia.
• Monumento commemorativo per eccellenza
Siamo giunti al punto più basso della civiltà umana. Non si possono immaginare più disprezzo per l’uomo, odio e crudeltà. L’uomo non può cadere più in basso. Questa camera a gas è il monumento commemorativo per eccellenza. Qui è silenzioso. Sento il vento estivo che fuori soffia tra le foglie degli alberi. E immagino come le urla dei morenti penetrassero nel campo e gettassero sempre più persone nella paura, nella paura della morte. E mentre mi trovo sulla soglia della camera a gas, smetto di pensare e provo solo qualcosa di travolgente: nausea.
Cosa possiamo quindi imparare dalla storia? Naturalmente: combattere il male fin dall’inizio! Naturalmente: l’individuo non deve mai nascondersi dietro il collettivo quando si tratta di giusto e sbagliato, di umanità e disumanità. Credo però che dovremmo imparare anche questo: l’antisemitismo non è solo un problema esistenziale della comunità ebraica. È un problema esistenziale dell’umanità.
Nell’antisemitismo l’Occidente odia e invidia se stesso. Se l’Occidente – inteso naturalmente non in senso geografico, ma come mondo libero –, se questo Occidente non sconfiggerà l’antisemitismo, finirà per autodistruggersi.
• La minaccia più grave
L’Olocausto tedesco ha causato la morte di sei milioni di persone tra il 1933 e il 1945 – spezzando così la spina dorsale morale e spirituale della nazione. Ancora oggi il mio Paese è sotto molti aspetti un Paese spezzato: privo di un sano patriottismo, privo di una vera volontà di rendimento ed eccellenza, intrappolato in un’eterna cultura del senso di colpa e della penitenza – senza, e questo è tragico, conseguenze per il presente.
Ma oggi non si tratta più solo della Germania. Oggi si tratta dell’intero mondo libero, che dovrebbe prendere la Germania di allora come monito e esempio negativo. L’islamismo è la più grande minaccia del nostro tempo. Il terrorismo islamista in nome di una religione strumentalizzata. La nostra passività nell’affrontarlo potrebbe essere il nostro errore più fatale. Il mondo libero rimarrà libero solo se si sveglia. Se trova il coraggio di rimanere fedele ai propri valori. Se combatte l’invidia, l’odio e l’odio verso se stesso.
E questo è soprattutto un compito per tutti i non ebrei. Oggi mi rivolgo principalmente ai non ebrei. È nel nostro comune interesse combattere efficacemente l’antisemitismo. E chi non vuole farlo per altruismo, dovrebbe farlo almeno per egoismo, per un ragionevole interesse personale.
• Patriottismo e sionismo
Per questo vorrei concludere il mio intervento con la convinzione che il patriottismo e il sionismo siano fratelli. Gli alleati del sionismo che non sono patriottici nel proprio paese sono falsi amici. Possono quindi esistere sionisti tedeschi? Io credo di sì. Sono forse quei pochi che hanno capito che possiamo dare un'altra svolta alla nostra storia recente, tragica, triste e, sì, a mio avviso anche miserabile. Una svolta verso una democrazia forte, una svolta verso la vera libertà, una svolta verso la vera tolleranza. Nella consapevolezza che la vera tolleranza non deve mai – mai più – essere tollerante nei confronti dell'intolleranza.
Dovremmo essere tutti sionisti!
(Jüdische Allgemeine, 12 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele teme un accordo sfavorevole con l’Iran
Il corrispondente di Israel Heute Itamar Eichner riferisce, a margine delle consultazioni del Consiglio di sicurezza, della cautela di Trump, delle gravi lacune nei negoziati e della preoccupazione di Israele per i miliardi destinati a Teheran.
di Itamar Eichner
Dalle valutazioni della situazione presentate al gabinetto di sicurezza emerge un quadro chiaro: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole apparentemente evitare una ripresa dei combattimenti. Per lui, un nuovo scontro militare sarebbe solo l’ultima risorsa. Trump non avrebbe accettato un cessate il fuoco per tornare ai combattimenti poco dopo, è emerso dalle consultazioni.
La questione centrale è ora se ci sarà effettivamente un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran – e, in caso affermativo, se sarà un accordo positivo o negativo. Dal punto di vista israeliano, la situazione attuale non è necessariamente svantaggiosa: secondo le valutazioni presentate, l’Iran perde ogni giorno circa 500 milioni di dollari a causa del blocco americano. Si tratta di un duro colpo per l’economia iraniana. Per questo motivo, alcuni in Israele considerano la situazione attuale decisamente vantaggiosa – indipendentemente dal fatto che i combattimenti riprendano o meno.
Alti rappresentanti israeliani sottolineano che Washington insiste attualmente su richieste decisive anche per Israele: la sospensione del programma nucleare iraniano e l’esportazione dell’uranio arricchito. Non è chiaro, tuttavia, se gli americani manterranno una posizione rigida fino alla fine. Al momento non ci sono segnali che facciano presagire un accordo sfavorevole nell’immediato. Ma non ci sono nemmeno indicazioni che un accordo sia imminente. Le distanze tra le parti sono molto ampie.
Pertanto, in Israele si prevede al massimo un accordo in due fasi o un accordo quadro – simile al modello graduale adottato nei rapporti con Hamas. In tal caso, gli americani revocherebbero il blocco, l’Iran da parte sua porrebbe fine al blocco dello Stretto di Hormuz e i colloqui proseguirebbero. Ufficialmente si parla di 30 giorni. Ma in Israele si dubita che entro un mese si possano effettivamente raggiungere degli accordi.
Tutti i segnali indicano che Trump non voglia tornare ai combattimenti. Allo stesso tempo, incontra delle difficoltà. Tra queste c'è il rifiuto del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman di consentire agli americani l'uso delle basi saudite per gli attacchi – per paura di una rappresaglia iraniana con missili e droni. In Israele ciò suscita notevole malcontento. Dietro le quinte, secondo la visione israeliana, l'Arabia Saudita spinge per un rovesciamento del regime di Teheran. Ma nel momento decisivo Riad si sarebbe tirata indietro e avrebbe frenato Trump.
La preoccupazione maggiore in Israele riguarda un accordo sfavorevole che porterebbe miliardi di dollari all’Iran. Un Iran del genere sarebbe, dal punto di vista israeliano, una tigre ferita in cerca di vendetta, che utilizzerebbe i fondi sbloccati per il proprio riarmo e per armare i propri alleati.
Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: «Non è certo che ci sarà un accordo. Se ciascuna parte rimane sulla propria posizione e non si verifica un cambiamento radicale, a quanto pare non ci potrà essere alcun accordo – oppure si tratterà di un accordo in due fasi. Trump non vuole riaprire il fuoco. Ma alla fine dovrà tornare con qualcosa. Gli iraniani non lo stanno aiutando a porre fine a questa vicenda».
In Israele cresce inoltre la preoccupazione che, in un possibile accordo, gli americani non affrontino in modo adeguato la questione dei missili balistici e del finanziamento dei proxy iraniani. Tutta la pressione si concentrerebbe attualmente sulla questione nucleare.
Anche in Libano la situazione rimane tesa. Gli iraniani insistono su un collegamento tra i vari fronti e chiedono la fine dei combattimenti in Libano. Dal punto di vista israeliano, tuttavia, la situazione è cambiata di poco. Un alto rappresentante israeliano ha dichiarato: «Se alla fine ci fosse un cessate il fuoco come prima dell’inizio della guerra e rimanessimo nella zona di sicurezza nel Libano meridionale, per noi sarebbe un ottimo risultato. La nostra situazione sarebbe migliorata. Abbiamo creato una zona di sicurezza e allo stesso tempo smantellato i villaggi sciiti in prima linea. Le case lì sono tutte infrastrutture di Hezbollah».
Israele vorrebbe al contempo riservarsi il diritto di agire contro ogni nuova minaccia – come già previsto nel precedente accordo di cessate il fuoco. «Se ci arrivassimo, il risultato sarebbe un successo», ha detto il rappresentante. Secondo i dati israeliani, sono già stati uccisi più di 2.000 terroristi di Hezbollah, di cui circa 250 dall’ultimo cessate il fuoco.
Nonostante la tregua, Israele continua le sue attività nel Libano meridionale. «Stiamo ripulendo l’area dei villaggi», ha detto il rappresentante israeliano. «Hezbollah è quindi sotto forte pressione perché capisce che, se viene espulso da lì, non potrà tornare. Allora ci spara per costringerci a smettere, e noi rispondiamo al fuoco». Secondo l’interpretazione israeliana, c’è sì una tregua, ma non funziona perché Hezbollah non accetta le continue attività di Israele. «Stiamo ampliando gradualmente la nostra libertà d’azione», è stato affermato.
Nella Striscia di Gaza, secondo le valutazioni presentate al gabinetto, Hamas non ha fornito una risposta formale. Sta eludendo la questione. Nel cosiddetto comitato di pace la sua posizione è stata interpretata come una risposta negativa, ma in realtà Hamas non ha dato alcuna risposta ufficiale. In Israele nessuno si fa comunque illusioni sul fatto che Hamas accetterà volontariamente il disarmo.
Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: «Era prevedibile che Hamas non si affrettasse a disarmarsi. La situazione in Iran e in Libano influenza la ripresa dei combattimenti a Gaza. La situazione attuale non è negativa per noi». L’IDF controlla circa il 60% della Striscia di Gaza e continua a colpire Hamas quotidianamente. Tra gli ultimi bersagli c’era anche il figlio di Khalil al-Hayya. L'attacco, tuttavia, non era diretto personalmente contro di lui, ma contro un terrorista che si muoveva insieme ad altri terroristi.
Per quanto riguarda il coordinamento con Washington, in Israele si afferma: «C'è un dialogo intenso con gli americani. Il coordinamento è buono. Ma non bisogna dimenticare: non siamo noi a guidare gli americani. Alla fine decidono in base agli interessi americani».
(Israel Heute, 11 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Hezbollah cambia guerra i droni invisibili mettono in difficoltà Israele
Fibra ottica, materiali che sfuggono ai radar e piccole unità autonome nel sud del Libano
di Costantino Pistilli
Secondo l’emittente israeliana Channel 12, sulla base delle valutazioni degli apparati di sicurezza, Hezbollah avrebbe oggi nel sud del Libano un’unità composta da circa 100 operatori dedicata esclusivamente ai droni. Non si tratterebbe di una struttura rigida o centralizzata, ma di una rete frammentata, fatta di piccoli gruppi distribuiti sul territorio, con compiti specifici e una certa autonomia operativa. Una configurazione leggera, difficile da colpire in modo diretto e pensata per adattarsi rapidamente alle condizioni sul campo. Sempre secondo queste stime, dall’inizio della fase più recente del conflitto il gruppo avrebbe lanciato circa 160 droni contro obiettivi israeliani. Di questi, circa 90 sarebbero collegati direttamente agli operatori tramite fibra ottica, una soluzione che sta diventando sempre più centrale nelle tattiche recenti.
Le informazioni diffuse dal quotidiano Al Ahed, vicino a Hezbollah, vanno nella stessa direzione e aggiungono un livello di dettaglio sullo sviluppo tecnologico del sistema. Il giornale parla infatti di un’accelerazione nella produzione e modifica dei droni nei mesi successivi al cessate il fuoco del novembre 2024. In particolare, il focus sarebbe stato sui sistemi FPV (First Person View), adattati per un utilizzo operativo sempre più aggressivo sul campo.
Il passaggio chiave è proprio questo: l’introduzione della fibra ottica. Si tratta di un cavo sottilissimo che si srotola durante il volo del drone e mantiene un collegamento fisico diretto tra operatore e mezzo. In pratica, viene eliminato il ricorso a radio, GPS o segnali wireless. Questo rende il sistema molto più difficile da disturbare o intercettare con le tradizionali contromisure elettroniche. Il drone diventa meno “tracciabile”, mantenendo però un controllo continuo e stabile fino al momento dell’impatto. Un approfondimento del Long War Journal evidenzia come le Forze di Difesa Israeliane stiano affrontando crescenti difficoltà legate proprio all’uso esteso dei droni FPV da parte di Hezbollah. Perché questi droni sarebbero stati modificati anche sul piano strutturale. L’impiego di materiali come fibra di carbonio e fibra di vetro avrebbe permesso di ridurre la firma radar, mentre la progettazione a bassa emissione termica li renderebbe meno visibili ai sistemi di rilevamento. In combinazione, questi elementi rendono il mezzo più difficile da individuare sia in fase di avvicinamento sia durante il volo a bassa quota.
Dopo la ripresa del conflitto nel marzo 2026, l’utilizzo di questi sistemi sarebbe aumentato in modo significativo. Gli FPV vengono impiegati soprattutto in attacchi rapidi e ravvicinati, spesso contro veicoli blindati o gruppi di fanteria, sfruttando la sorpresa e la difficoltà di reazione delle difese sul terreno. La logica è quella di colpire in modo preciso, con costi ridotti e alta adattabilità tattica.
Questa evoluzione non nasce in modo isolato, ma dentro un contesto operativo preciso. Dopo il 2024, Hezbollah ha dovuto affrontare una pressione crescente sulle proprie infrastrutture e sulle linee di approvvigionamento. Le difficoltà logistiche e il restringimento dei canali di supporto hanno spinto verso soluzioni più autonome, meno dipendenti da forniture esterne e più facili da produrre sul territorio.
In questo scenario, i droni FPV rappresentano una risposta diretta: sistemi economici, assemblabili localmente e basati su componenti civili facilmente reperibili. Non richiedono una filiera industriale complessa e possono essere adattati rapidamente alle esigenze del campo. Questo ne spiega la diffusione e l’intensificazione dell’uso nelle fasi recenti del conflitto.
Il risultato complessivo è un modello operativo sempre più frammentato. Non una struttura militare compatta, ma una rete distribuita, composta da unità piccole e mobili, difficili da localizzare e neutralizzare in modo centralizzato. Una forma di guerra che si basa meno sulla massa e più sulla dispersione, sulla rapidità e sull’adattabilità.
Israele, dal canto suo, ha reagito rafforzando le difese lungo il confine con il Libano. Le misure adottate combinano sistemi elettronici, intercettori e soluzioni improvvisate per contrastare i droni a bassa quota, che rappresentano oggi una delle principali difficoltà operative. Mentre sono stati intensificati gli attacchi contro siti produttivi, officine e infrastrutture legate alla catena logistica dei droni di Hezbollah, nel tentativo di rallentarne la capacità di adattamento e produzione.
(Setteottobre, 11 maggio 2026)
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Intervista di “60 minutes” a Netanyahu: renderemo Israele indipendente dagli aiuti USA
Un Netanyahu deciso ad andare avanti con l'ampliamento dei rapporti con i Paesi Arabi e, soprattutto, a sottrarre Israele dalla dipendenza dagli aiuti americani
di Maurizia De Groot Vos
Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu spera di rendere Israele indipendente dal sostegno militare statunitense entro un decennio, mentre il suo Paese si adopera per rafforzare i legami con gli Stati del Golfo, ha affermato in un’intervista andata in onda domenica.
«Voglio azzerare il sostegno finanziario americano, la componente finanziaria della cooperazione militare che abbiamo», ha dichiarato Netanyahu al programma «60 Minutes» della CBS News. Netanyahu ha affermato che Israele riceve circa 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari dagli Stati Uniti all’anno. Gli Stati Uniti hanno concordato di fornire un totale di 38 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele dal 2018 al 2028.
Ma è “assolutamente” il momento giusto per un possibile riassetto delle relazioni finanziarie tra Stati Uniti e Israele, ha detto Netanyahu.
“Non voglio aspettare il prossimo Congresso”, ha detto alla CBS. “Voglio iniziare ora.”
Israele ha goduto a lungo di un consenso bipartisan all’interno del Congresso degli Stati Uniti per gli aiuti militari, ma il sostegno dei legislatori e dell’opinione pubblica si è logorato dallo scoppio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023. Il 60% degli adulti statunitensi ha un’opinione sfavorevole di Israele e il 59% aveva poca o nessuna fiducia in Netanyahu per fare la cosa giusta riguardo agli affari mondiali, secondo un sondaggio Pew condotto a marzo. Entrambe le percentuali sono aumentate di sette punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Netanyahu ha affermato che il deterioramento del sostegno a Israele negli Stati Uniti «è correlato quasi al 100% all’ascesa esponenziale dei social media».
Ha aggiunto che diversi paesi, che non ha identificato, hanno «praticamente manipolato» i social media in un modo che «ci ha danneggiato gravemente», sebbene lui personalmente non creda nella censura.
Anche il sostegno al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, stretto alleato di Netanyahu, è diminuito da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra contro l’Iran il 28 febbraio. La guerra ha portato a un aumento dei prezzi della benzina, che ha contribuito a far salire l’inflazione statunitense su base annualizzata a marzo al livello più alto dal maggio 2023.
Un fattore significativo all’origine dell’aumento dei prezzi del carburante è stata la limitazione da parte dell’Iran del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, dove normalmente transita il 20% del petrolio mondiale.
Solo dopo l’inizio della guerra i pianificatori israeliani hanno riconosciuto la capacità dell’Iran di chiudere lo stretto, ha affermato Netanyahu. «Ci è voluto un po’ perché capissero quanto fosse grande quel rischio, cosa che ora comprendono», ha detto.
Nell’intervista a “60 Minutes”, Netanyahu ha rifiutato di discutere i piani militari o il calendario di Israele in Iran, ma ha affrontato le potenziali ramificazioni se la leadership iraniana dovesse cambiare.
«Se questo regime venisse davvero indebolito o magari rovesciato, penso che sarebbe la fine di Hezbollah, la fine di Hamas e probabilmente la fine degli Houthi, perché crollerebbe l’intera impalcatura della rete di proxy terroristici costruita dall’Iran», ha detto Netanyahu.
Alla domanda se fosse possibile rovesciare il regime iraniano, Netanyahu ha risposto: «È possibile? Sì. È garantito? No».
(Rights Reporter, 11 maggio 2026)
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Il procuratore della CPI Karim Khan ritira le accuse di genocidio contro Israele
di Nathan Greppi
Karim Khan, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), ha messo in dubbio le accuse rivolte a Israele di aver commesso un genocidio a Gaza, sostenendo in un’intervista che non è ancora stata raggiunta alcuna conclusione per quanto riguarda la battaglia legale in corso.
Secondo Algemeiner, l’intervista in questione è stata rilasciata al giornalista britannico Mehdi Hasan, noto per le sue posizioni fortemente antisraeliane. Khan si è rifiutato di sostenere la retorica dominante che etichetta come “genocidio” la campagna militare israeliana portata avanti contro i terroristi di Hamas a Gaza, iniziata dopo il 7 ottobre 2023.
Quando gli è stato chiesto se il comportamento di Israele costituisse un genocidio, Khan ha sottolineato la necessità di prove concrete per lanciare accuse contro il governo israeliano, e che i procuratori devono seguire degli standard legali ben precisi piuttosto che delle narrazioni politiche. “Quindi, non escludi che possa esserci un ordinanza in futuro?”, ha chiesto Hasan. “Tutto dipende dalle prove”, ha risposto Khan, sostenendo che accusare Israele di genocidio per scopi politici sarebbe “sconsiderato”.
Hasan allora gli ha chiesto: “Stai dicendo che negli ultimi tre anni non ci sono state prove di genocidio a Gaza?”. Khan ha denunciato la sofferenza patita dalla popolazione di Gaza, ma ha anche ribadito che la CPI non può emettere verdetti definitivi sulla natura dell’operazione militare israeliana a Gaza senza prove sufficienti. Ha affermato che i funzionari della CPI stanno analizzando il caso con rigore e che non può rivelare di più sulla natura dell’indagine. “Quindi, il genocidio non è fuori questione?”, ha insistito Hasan. “Nessun crimine è fuori questione se ci sono delle prove”, rispose Khan.
Khan è stato criticato per aver chiesto nel maggio 2024 dei mandati di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant (emessi nel novembre dello stesso anno), nello stesso giorno in cui aveva improvvisamente cancellato una visita pianificata da tempo sia a Gaza che in Israele per raccogliere prove di presunti crimini di guerra. Il viaggio avrebbe offerto ai leader israeliani una prima opportunità per presentare la loro posizione e delineare eventuali azioni da intraprendere per rispondere alle accuse di crimini di guerra.
All’epoca il mandato di arresto, che includeva anche il defunto leader dell’ala militare di Hamas Mohammed Deif, fece infuriare le autorità americane e israeliane, in quanto metteva sullo stesso piano dei leader democraticamente eletti con quelli di un’organizzazione terroristica. Inoltre, Israele ha sostenuto più volte di aver cercato di contenere le vittime civili, facendo evacuare le zone da colpire e inviando degli avvisi tramite messaggi e volantini per dare alla popolazione il tempo di mettersi al riparo.
In tempi recenti, Karim Khan si è ritrovato al centro di diverse polemiche: dopo che una donna lo ha accusato di abusi sessuali nei suoi confronti, ad aprile un articolo del Wall Street Journal ha sostenuto che il Qatar avrebbe promesso di aiutare il procuratore della CPI, attuando un’operazione di propaganda per diffamare la donna che lo ha accusato. Come rivelato dall’analista israeliano Yigal Carmon sul sito del MEMRI (Middle East Media Research Institute), nel 2013 proprio Khan ha pubblicato un saggio accademico di 43 pagine scrivendo che, per come era strutturata, la Corte Penale Internazionale non era in grado di garantire un giusto processo agli imputati, in quanto influenzata dalle pressioni di ONG e altri enti internazionali che tendono ad imporre la sentenza prima ancora che sia stata emessa.
(Bet Magazine Mosaico, 11 maggio 2026)
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Gesù ebreo in mostra
di Marco Cassuto Morselli
LECCE - Adi Kichelmacher è un’artista israeliana che da vent’anni vive a Roma, insieme al marito e ai tre figli. Il Museo Ebraico di Lecce ospita fino al 31 ottobre una sua mostra intitolata Le radici ebraiche di Gesù nei Vangeli. Come scrive nel catalogo: «Ho aspirato a creare dipinti che raccontassero in uno stile iconografico dieci momenti della vita di Gesù, e ho aggiunto ciò che mancava, la sua identità ebraica, e ho restituito le sue radici alla storia». I titoli delle dieci opere sono: Nascita, Circoncisione, L’infanzia, La strage degli Innocenti, Gesù discute con i Maestri nel Tempio, Il miqweh, Amerai il prossimo tuo come te stesso, Gesù nel Tempio, L’ultima cena, L’albero della vita. Il catalogo è presentato da Fabrizio Lelli, direttore del Museo Ebraico di Lecce, rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Yaron Sideman, monsignor Mauro Carlino, parroco di Santa Croce (LE), Serena Di Nepi, storica de La Sapienza Università di Roma, Nathania Zevi, giornalista Rai.
«Gesù nacque, crebbe, visse e morì come ebreo durante il periodo del Secondo Tempio» (Sideman); «Il Vangelo nasce dentro Israele, parla il linguaggio delle Scritture di Israele, si esprime attraverso segni, gesti, tempi liturgici e simboli propri dell’ebraismo del suo tempo… da un punto di vista teologico-pastorale, queste immagini possiedono anche una notevole forza catechetica: educano a non separare mai il Cristo della fede dal Gesù della storia» (Carlino); altre presentazioni richiamano la lunga storia dell’antiebraismo cristiano, le recenti riscritture ideologiche che attraverso post, video, meme alterano e strumentalizzano la figura di Yeshua/Gesù, la svolta rappresentata dal Concilio Vaticano II. L’auspicio di Adi Kichelmacher è che l’arte possa contribuire a «superare barriere storiche, promuovere la conoscenza reciproca e stimolare una riflessione profonda sull’unità spirituale che può emergere dal rispetto delle differenze».
(moked, 11 maggio 2026)
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Anche una tregua è guerra
Anche se in una guerra non si spara in quel momento, ciò non significa affatto che la guerra sia finita. La tregua può servire anche a preparare le mosse successive.
di Henning Danneberg
Ogni esercito tiene un elenco di obiettivi chiave relativi ai regimi nemici, la cosiddetta “Joint Prioritized Target List”. Gli obiettivi possono essere singoli individui, rampe di lancio, quartier generali, accademie militari, bunker, vie di trasporto, fabbriche di armamenti e molto altro ancora. Chi o cosa figura in questa lista e cosa no è naturalmente top secret.
Questi obiettivi vengono continuamente controllati. Ciò significa che si indaga su chi si trova dove e come si muove. Cosa è blindato, bunkerizzato o protetto? Chi comunica con chi e con chi no? Tutte le informazioni disponibili vengono collegate tra loro e vengono analizzati i modelli di movimento e comunicazione.
In caso di guerra, questa lista di obiettivi viene «elaborata». Ciò significa: attaccata in base all’importanza e alla disponibilità.
Nel caso dell’Iran, ciò ha significato circa 25.000 attacchi in 40 giorni. I primi tre livelli di comando del regime sono stati eliminati. La Guardia Rivoluzionaria (IRGC) opera ora in modo non coordinato e frammentato a livello locale sotto 32 signori della guerra provinciali. Il patrimonio missilistico iraniano è ancora significativo, ma disperso, proprio come l’uranio arricchito.
• Non sparare a casaccio senza coordinamento
Anche se la lista degli obiettivi per l'Iran è segreta, sembra plausibile che la parte rimanente della lista appaia molto vuota. Per non sparare a casaccio senza coordinamento, gli Stati Uniti e Israele devono quindi riempire nuovamente la loro lista di obiettivi. Per farlo hanno bisogno di informazioni:
Chi ricopre attualmente un certo ruolo? Dove si trovano i quartieri generali di riserva? Quali risorse rimanenti sono più importanti per il regime? Quali fabbriche di armi sono state completamente distrutte e quali solo in parte? Dove è sepolto l’arsenale missilistico rimanente? Dove viene addestrata la nuova generazione di signori del terrore?
Gli unici in grado di rispondere a queste domande sono i membri rimanenti dell’IRGC.
Purtroppo le persone – e anche i mullah e i membri dell’IRGC sono persone – hanno l’abitudine di nascondersi e di non emettere nemmeno un suono quando vengono bersagliati. Motivati dalla paura della morte che – come hanno dimostrato gli ultimi mesi - è molto fondata. Si nascondono persino dietro al gravemente ferito e in stato comatoso Mojtaba Khamenei.
• La tregua come soluzione
La risposta a questo problema si chiama «cessate il fuoco» – «Cease Fire».
Quando il fuoco cessa, tutte le teste dei mullah spaventati spuntano di nuovo dai loro nascondigli. Cominciano a parlare, a fare piani, a combattere lotte di potere, a cercare le loro armi e a sentirsi come se avessero vinto. Ora inizia la fase calda per i servizi segreti, le truppe di ricognizione e di rifornimento, per preparare il campo di battaglia per il “prossimo round”:
ricerca delle strutture di ripiego nemiche: dove si trovano i depositi di armi finora sconosciuti, i bunker di comando, i centri di addestramento e altre risorse? Ricerca della prossima guardia di comando: chi è ancora vivo, chi prevarrà nelle successive lotte di potere, chi assumerà quale funzione? Scoprire da quale nascondiglio strisciano fuori i funzionari.
È compito del livello politico indurre il nemico a cessare il fuoco a sua volta.
• Equilibrio precario
Questo equilibrio precario viene mantenuto finché le proprie truppe non si sono conquistate una posizione di partenza vantaggiosa. La disciplina regina in politica è quella di far credere al nemico che abbia appena preso il sopravvento e che si sia conquistato questa tregua. Un'eccessiva sicurezza di sé rende imprudenti e facilita il compito dei servizi segreti e della ricognizione militare.
Negli ultimi giorni, gli osservatori attenti di Flightradar hanno potuto assistere a un flusso incessante di aerei da ricognizione e da trasporto che andavano e venivano dall’America verso il Medio Oriente. Uno degli ultimi passi prima che la guerra “calda” possa riprendere è il dispiegamento di aerei cisterna nell’area operativa. Infatti, i rifornitori servono solo quando i caccia devono volare in luoghi dove non possono atterrare …
Nelle prime ore del mattino del 4 maggio è successo proprio questo.
Anche se in una guerra non si spara, ciò non significa affatto che la guerra sia finita. Le truppe americane sono pronte per la prossima escalation.
(Israelnetz, 11 maggio 2026)
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Il «Nuovo Patto»
Il «Nuovo Testamento» conferma il piano di salvezza di Dio anche nei confronti del popolo d’Israele. Infatti, testimonia che Dio adempie le promesse fatte ai profeti.
di Klaus-Dieter e Gisela Dreyer
I predicatori cristiani fanno spesso riferimento al «Nuovo Patto». Esso apre infatti agli uomini una relazione con Dio e la promessa della salvezza attraverso Gesù Cristo. Tuttavia, troppo raramente nella predicazione si fa riferimento al fatto che il fondamento di questo patto sta in una promessa fatta al popolo d’Israele durante l’esilio babilonese:
«Questo è il patto che io farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Metterò la mia legge nel loro intimo e la scriverò nei loro cuori. E io sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo» (Geremia 31,33).
Negli ultimi decenni si sono registrati buoni progressi nelle relazioni cristiano-ebraiche da parte delle chiese. Tuttavia, manca ancora la consapevolezza di quanto la «nostra» salvezza sia legata alla promessa di salvezza per il popolo ebraico. Dopo il patto con Noè, Dio ha stretto tutti i suoi patti con il suo popolo eletto: gli ebrei. E così anche il «Nuovo Patto». L’«Ultima Cena» fu un evento puramente ebraico. Yeshua di Nazaret la celebrò come sera del Seder della festa ebraica di Pesach con i suoi compagni di fede ebrei. Come cristiani consideriamo la “cena del Signore” come un’istituzione del «Nuovo Patto». Naturalmente l’ebreo Yeshua, che noi chiamiamo Gesù e veneriamo come Figlio di Dio, ha sofferto ed è morto per tutti gli uomini. I suoi contemporanei ebrei hanno fatto fatica ad accettare che Dio volesse donare la sua salvezza anche ai popoli pagani. Dopotutto, il rapporto di alleanza con Dio era una peculiarità ebraica! Allo stesso modo, noi cristiani, oggi come fin dai tempi dei Padri della Chiesa, facciamo fatica a comprendere che la promessa di salvezza di Dio continui a valere, in primo luogo, per il popolo d’Israele. Per entrambe le parti del popolo del patto, ebrei e cristiani, c’è stato e continua ad esserci un processo di apprendimento. Come cristiani, siamo responsabili dei nostri «compiti a casa». La salvezza del mondo non è separabile dalla salvezza del popolo d’Israele. Nel «Nuovo Patto» entriamo in relazione con il popolo ebraico come primo popolo del patto di Dio (Efesini 2,12-13). Possiamo riconoscerlo e ringraziare il popolo d’Israele per il fatto che da esso sono scaturiti il Vangelo e Cristo – l’Unto/Messia. Per i cristiani, l’«Antico Testamento», il Tanach ebraico, e il «Nuovo Testamento» formano un’unità che non può essere separata. Come cristiani viviamo sotto il potere di Yeshua – il «Re dei Giudei». Siamo innestati nell’ulivo, il popolo d’Israele. In questa parabola, il rapporto con la radice della nostra fede, Dio, va di pari passo con l’albero, il popolo d’Israele. Se coltivo questo rapporto, vengo nutrito – attraverso il rapporto con Dio, ma anche attraverso la testimonianza di fede e l’eredità spirituale del popolo ebraico, dai patriarchi, dai profeti e dagli apostoli fino ad oggi. Il «Nuovo Testamento» adempie e completa l’«Antico», ma non lo sostituisce. Al contrario, il «Nuovo Testamento» conferma il piano di salvezza di Dio anche con il popolo d’Israele – poiché testimonia che Dio adempie le sue promesse ai profeti. Se noi cristiani accogliamo i fratelli ebrei di Yeshua come nostro prossimo, questo lo onora e ci fa crescere insieme. Cominciamo ad apprezzare, amare e onorare il popolo di Dio, perché Yeshua è uscito da esso. A noi resta il compito di sostituire l’arroganza teologica dei secoli passati con l’umiltà e la gratitudine verso il popolo ebraico e di cercare il perdono. Sottolineare nella predicazione quanto la storia della fede e della salvezza cristiana sia legata a quella ebraica sarebbe un importante contributo delle Chiese cristiane alla lotta contro l’antisemitismo.
(Israelnetz Magazin, febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»” (Luca 13:34-35).
Il rifiuto della sovranità di Dio da parte di Israele non solo non ha portato al rifiuto di Israele da parte di Dio, ma ha permesso anzi il compimento del piano di grazia per tutto il mondo. Al popolo è stato annunciato il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo per chiunque si fosse ravveduto e avesse manifestato di credere in Gesù facendosi battezzare nel suo nome.
Ma come la grazia, per agire in modo positivamente efficace, deve essere liberamente accolta dal singolo, così anche la sovranità, per risultare benefica, deve essere liberamente accolta dal popolo. Questo un giorno avverrà, quando tutto Israele, sospinto dai suoi capi, dirà con convinzione a Gesù: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.
(da "La superbia dei gentili").
(Notizie su Israele, 10 maggio 2026)
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Altneuland, la casa editrice ebraica di Berlino che riapre la partita della letteratura israeliana
Fondata da Dory Manor e Moshe Sakal, pubblica in ebraico fuori da Israele e prova a costruire uno spazio culturale libero da boicottaggi, nazionalismi e dipendenza dai fondi statali
di Shira Navon
Una casa editrice ebraica che pubblica in ebraico da Berlino, con scrittori israeliani, lettori israeliani e nessun finanziamento del governo israeliano, sembra già da sola una provocazione culturale abbastanza forte da attirare sospetti da ogni parte. E invece Altneuland, fondata nel 2024 da Dory Manor e Moshe Sakal, prova a fare qualcosa di più sottile e più ambizioso: restituire alla lingua ebraica una geografia più ampia dello Stato che l’ha riportata al centro della storia moderna.
Il progetto nasce da due israeliani che vivono da anni tra Berlino e Parigi e che rifiutano le definizioni troppo strette. Altneuland non si presenta come una casa editrice israeliana all’estero, né come un marchio europeo dedicato a un’esotica nicchia linguistica. Manor, poeta, traduttore ed editor, e Sakal, scrittore ed editore, parlano piuttosto di una casa per la letteratura ebraica globale, capace di accogliere autori israeliani senza dipendere dal ministero della Cultura israeliano e senza consegnarsi alla logica dei boicottaggi che oggi attraversa una parte crescente del mondo editoriale.
La scelta del nome è già un programma. Altneuland rimanda al romanzo utopico di Theodor Herzl, pubblicato nel 1902, in cui il fondatore del sionismo politico immaginava una società ebraica moderna, aperta, multiculturale, costruita sulla convivenza tra ebrei e arabi. Manor e Sakal riprendono quel titolo con una torsione contemporanea, sostenendo che la loro “terra vecchia e nuova” non sia un territorio, ma la lingua ebraica stessa. È un’idea potente, perché sposta il baricentro dalla sovranità politica allo spazio culturale, senza negare Israele e senza rinunciare a dialogare con i suoi lettori.
In un momento in cui migliaia di scrittori e operatori culturali hanno aderito ad appelli di boicottaggio contro istituzioni israeliane, Altneuland sceglie una strada diversa. I suoi fondatori lavorano con autori che vivono in Israele, vendono nelle librerie israeliane e pubblicano opere che parlano direttamente alla società israeliana, ma lo fanno da una posizione autonoma, fuori dal circuito dei premi e dei finanziamenti pubblici. Per Manor, il problema non è Israele in sé, bensì l’attuale governo, che egli considera ostile allo spirito più profondo del Paese.
Questa distinzione è il punto più delicato e interessante del progetto. Altneuland non cancella Israele, non lo mette in quarantena culturale e non lo consegna ai suoi nemici. Prova invece a separare la letteratura ebraica dalla dipendenza politica, immaginando un luogo in cui gli autori possano continuare a scrivere, tradurre e circolare senza essere costretti a scegliere tra fedeltà nazionale e isolamento internazionale.
La linea editoriale si sta già allargando. Accanto ai testi in ebraico, la casa editrice pubblica autori ebrei in tedesco, francese, russo, yiddish e inglese. Il lancio negli Stati Uniti prevede un libro originale in inglese della giornalista Ruth Margalit e traduzioni di romanzi ebraici di Noa Yedlin e Itamar Orlev. In Germania, Altneuland pubblica anche The Future is Peace, il libro scritto dall’israeliano Maoz Inon, i cui genitori sono stati uccisi da Hamas il 7 ottobre 2023, e dal palestinese Aziz Abu Sarah, il cui fratello morì dopo un anno trascorso in una prigione israeliana per lancio di pietre.
Anche la scelta di Berlino pesa simbolicamente. La città ospita oggi una comunità israeliana ampia, fatta di scrittori, artisti, studenti, intellettuali e professionisti che spesso hanno lasciato Israele per ragioni politiche, economiche o personali. Ma Berlino porta con sé anche l’ombra della grande editoria ebraica spazzata via dal nazismo. Manor e Sakal guardano esplicitamente alla Schocken Verlag, la casa editrice che negli anni Trenta pubblicò Kafka, Heine, Leo Baeck e Shmuel Yosef Agnon, prima di essere costretta a chiudere nel 1939 e trasferirsi nella Palestina mandataria.
Non tutti, in Israele, sono convinti che l’esperimento possa reggere. Il mercato dei lettori ebraici fuori dal Paese è ristretto, e alcuni editori israeliani dubitano che possa sostenere una casa editrice vera e propria. Eppure Altneuland sta stampando in migliaia di copie per il mercato israeliano, avviando seconde tirature per alcuni titoli e costruendo, con edizioni più piccole, anche un pubblico in Germania.
Il caso Altneuland dice qualcosa di più ampio sul futuro della cultura ebraica. In un’epoca di boicottaggi, cancellazioni e pressioni identitarie, una casa editrice ebraica a Berlino che pubblica in ebraico senza chiedere permesso né al governo israeliano né ai suoi detrattori rappresenta una forma rara di libertà. Non pretende di sostituire Israele come centro della letteratura ebraica, ma ricorda che una lingua viva non appartiene mai a un solo luogo, soprattutto quando quella lingua ha attraversato secoli di esilio, rinascita, ferite e ostinazione.
(Setteottobre, 9 maggio 2026)
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Attivista di Fatah: «Abbas vuole instaurare una monarchia palestinese»
GERUSALEMME – «Non si può sostenere la soluzione dei due Stati e negare i diritti storici degli ebrei in questa terra». È quanto ha affermato giovedì l’attivista palestinese Samer Sinijlawi in un’intervista al quotidiano israeliano «Jerusalem Post».
Con ciò ha criticato il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) e leader di Fatah, Mahmud Abbas. Quest’ultimo ha affermato, tra l’altro, che gli ebrei provengono dall’Impero Khazaro e che gli antichi templi ebraici sorgono nello Yemen anziché a Gerusalemme.
L’Occidente, a sua volta, sarebbe troppo disposto ad accettare l’AP nel suo stato attuale come scenario migliore, ha criticato Sinidschlawi. Eppure, l’Autorità Palestinese è caratterizzata da corruzione, dittatura e una narrativa estremista persistente.
• Cambiamento di opinione in prigione
Sinidschlawi è nato a Gerusalemme nel 1972. È membro di Fatah. Durante la “Prima Intifada” alla fine degli anni ’80, lanciò pietre contro gli israeliani. Per questo motivo fu incarcerato per cinque anni.
Lì non solo ha imparato l’ebraico, come molti compagni di prigionia, ma si è anche aperto alla prospettiva israeliana. Ora ritiene che un simile cambiamento di opinione sia indispensabile anche nella società palestinese: «Questo conflitto non è più un conflitto israelo-palestinese. È un conflitto tra i moderati di entrambe le parti contro i radicali», ha dichiarato al «Jerusalem Post». Sia dal lato israeliano che da quello palestinese, negli ultimi anni i radicali avrebbero dominato la politica. Migliaia di palestinesi avrebbero pagato un prezzo per il loro estremismo, ha aggiunto Sinidschlawi.
«Per tutta la vita sono stato un attivista di Fatah. Ora sono la voce dell’opposizione», ha spiegato il presidente del Fondo di sviluppo di Gerusalemme. La riforma dell’Autorità palestinese sarebbe una battaglia persa. Solo un rinnovamento della leadership ormai logora potrebbe portare prosperità ai palestinesi.
«Per questo ci siamo mobilitati in un movimento che ha partecipato alle elezioni comunali ottenendo successo», ha aggiunto Sinidschlawi. «Questo potrebbe essere il fondamento, il punto di partenza per un nuovo partito palestinese liberale-democratico che crede nella democrazia, nel rispetto dei diritti dei palestinesi e nel diritto di partecipare alla vita politica».
• Per un dialogo diretto
È indispensabile un dialogo diretto con Israele – e il riconoscimento del fatto che la libertà palestinese dipende dalla sicurezza israeliana. «L’unico modo per ottenere risultati con gli israeliani sta nel tentativo di convincerli, di toccare i loro cuori e le loro menti e di far loro vedere che siamo un partner qualificato per raggiungere una soluzione a questo conflitto. E la soluzione è così semplice: sicurezza da una parte e libertà dall’altra.»
Ma questa «soluzione semplice» non sarebbe raggiungibile con Abbas. Egli si concentrerebbe sul preparare suo figlio come successore. Il 64enne Jasser Abbas è milionario, gestisce aziende nel settore del tabacco e dell’edilizia in Cisgiordania. Come ha riferito all’agenzia di stampa “Reuters” una fonte vicina alla questione, egli punta a uno dei 18 seggi nel Comitato Centrale di Fatah. Questo si riunirà dal 14 al 16 maggio.
Riguardo al presidente dell’Autorità Palestinese, Sinidschlawi ha aggiunto: “Vuole creare una monarchia palestinese degli Abbas.” Non si dovrebbe «continuare a dare a questo novantunenne il potere assoluto di determinare il nostro obiettivo». Infatti, per 21 anni ha svolto un pessimo lavoro. Ciò si manifesta giorno dopo giorno in tutti gli aspetti: economia, istruzione, assistenza sanitaria, infrastrutture, rispetto e dignità per i palestinesi, libertà di parola – nonché nella dinamica delle relazioni con Israele, con i paesi arabi e con gli americani.
«Non ho riserve nei confronti degli israeliani, assolutamente no. Ho molte riserve nei confronti dell’Occidente, che continua a non considerarci esseri umani al 100%, meritevoli di democrazia e diritti umani interni», ha affermato il palestinese. «Continua a sostenere e ad abbracciare un leader che da anni dimostra di essere un peso per il suo popolo». L’Occidente avrebbe aiutato Abbas a tenere il popolo palestinese in «ostaggio».
• Critiche alle «pensioni del terrore»
Egli ha attribuito la crisi economica anche alle «pensioni del terrore», che ha definito «una questione molto simbolica». A tal proposito, la leadership palestinese potrebbe tranquillamente dire: «Da oggi non paghiamo più nulla. Siamo totalmente contrari a qualsiasi forma di violenza. Se qualcuno vuole ricorrere alla violenza, è una sua scelta». Tuttavia, la maggior parte dei detenuti in carcere sarebbe stata istruita e mobilitata da Fatah a compiere i propri atti.
I leader politici del mondo occidentale ignorano le radici dell’estremismo, ha affermato Sinidschlawi. E anche se si modificassero i libri di testo, si agirebbe sugli aspetti sbagliati. «Chi può cambiare la discussione in classe? Nessuno.»
Non si tratta solo dei libri di testo, ha proseguito. «È la narrativa che questa leadership continua a perseguire. Non ha il coraggio di dire ai palestinesi che dovremmo pensare in modo diverso.»
Ha chiesto: «Dobbiamo liberare i palestinesi dal loro ostaggio durato 21 anni. Questo è derivato dai risultati elettorali che hanno portato Hamas al potere. Perché tutte le circostanze sono cambiate». Nulla osta a tenere le elezioni presidenziali, in sospeso dal 2009. «I palestinesi sono stanchi delle opzioni: che si tratti di Hamas, che ha portato la distruzione su di loro, o di Abbas, che ha portato la corruzione su di loro.»
Prima dell’intervista, Sinidschlawi aveva intrapreso un viaggio in Gran Bretagna. Lì ha parlato con gruppi ebraici e sionisti.
(Israelnetz, 8 maggio 2026)
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Solo con Israele lo stupido gesto di un soldato diventa la colpa di un intero popolo
Lo sdegno selettivo per il gesto osceno di un soldato israeliano diventa, in certa stampa, materia narrativa: non più un episodio da condannare, ma la prova simbolica di una malvagità collettiva. Così il fatto sparisce dietro la confezione politica dell’accusa.
di Iuri Maria Prado
Molti quotidiani e siti di cosiddetta informazione si sono occupati della fotografia del soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una Madonna in statuetta.
Un gesto disgustoso, ovviamente. Ma il fatto di darne conto nel modo in cui certa stampa ha ritenuto di darne conto (il Corriere della Sera, per esempio, parla del “nuovo oltraggio di un soldato israeliano in Libano”), ecco, il fatto di darne conto in questo modo riesce a essere più disgustoso del gesto stesso.
Perché quella dicitura — “nuovo oltraggio” — è adoperata con l’intenzione o almeno con l’effetto di alludere a una specie di fenomeno sistematico, sulla scorta delle divagazioni del ministro degli Esteri, che prende un caso di violenza di strada contro una suora per dire che in Israele e nel sud del Libano le comunità dei cristiani sono sistematicamente oggetto dell’ostilità israeliana.
Ma un’altra osservazione è necessaria su questa faccenda, che poi è esemplare nel generale romanzo anti-israeliano e anti-ebraico che ormai da anni si va scrivendo sulla guerra che Hamas e Hezbollah hanno scatenato contro Israele, ma che in quel romanzo ha un titolo opposto, cioè la guerra che Israele avrebbe scatenato contro Gaza e contro il Libano.
E l’osservazione è questa: a Gaza e in Libano sono passati e hanno operato decine di migliaia, centinaia di migliaia di soldati israeliani. Ecco, c’è qualche seria ragione per pensare che tra di loro non possa esserci qualche criminale, qualche malvagio, qualche pazzo, qualche sadico?
Non ce n’erano negli eserciti sbarcati in Normandia? Non ce n’erano tra i militari alleati che risalivano l’Italia? Non ce n’erano tra i partigiani italiani? E non hanno commesso atrocità decisamente incomparabili a quella del soldato israeliano che si prende gioco in quel modo insultante — senza dubbio — di una statuetta?
La realtà è che lo sdegno per il “nuovo oltraggio” non ha niente a che fare con la tutela, non ha niente a che fare con il rispetto per quel simbolo religioso: ha tutto a che fare con la confezione dell’immagine della malvagità sionista.
(InOltre, 9 maggio 2026)
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Alla Biennale va in scena la caccia al sionista
I manifestanti «anti-genocidio» tacciono sul padiglione russo e si scagliano contro Israele
di Aldo Rosati
Lunga vita al padiglione russo, ci interessa boicottare quello del "genocidio". Particolarissime geometrie lagunari: la polemica tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il quasi amico ministro della Cultura Alessandro Giuli ha infuocato il dibattito mediatico; la piazza, però, si anima solo sullo straripante feticcio: fuori i "sionisti". Insomma, dai David di Donatello alle calli, lo stesso film. Così ieri la Biennale ha vissuto un'altra giornata ad alta tensione per l'inaugurazione blindatissima dello spazio dedicato a Israele: polizia e carabinieri in tenuta antisommossa e ingresso nel padiglione riservato agli invitati e a pochissimi giornalisti. Tra i Giardini e l'Arsenale va in scena l'ennesima sfilata organizzata da 113 lavoratori del settore dell'arte, riuniti nella sigla Anga (Art Not Genocide Alliance), con un concentramento partito nel pomeriggio nel sestiere Castello per giungere proprio a ridosso della struttura con la stella di David.
Una ventina di padiglioni aderisce alla serrata contro Israele; tra gli altri, quelli di Austria, Belgio, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar e Regno Unito. Il messaggio è diffuso in mattinata: "I padiglioni rimangono chiusi per lo sciopero dei lavoratori della cultura contro la presenza degli israeliani e il genocidio ancora in corso in Palestina". In piazza anche l'Arei: "Pensiamo che non sia più rimandabile una presa d'atto, da parte dei governi occidentali, della propria complicità morale, politica e culturale rispetto
al genocidio in atto in Palestina". Alla faccia del doppio standard (avversione alla Russia e occhio di riguardo per Israele) criticato dai pro-Pal, una levata di scudi del genere non ha mai sfiorato l'area riservata a Mosca e organizzata da società legate al Cremlino.
"Le proteste non aiuteranno i palestinesi", commenta amaramente l'ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled, presente all'inaugurazione. Il diplomatico manda messaggi distensivi: "Siamo qui per costruire ponti, non per fare discussioni o conflitti. Siamo qui per esprimere il nostro desiderio di coesistenza e di accettazione tra le persone e tra i popoli". Poi, più netto: "Israele ha il diritto di esistere, di esprimersi e di essere qui in Italia, a Venezia, con tutti i popoli e tutti i Paesi". Infine il sogno: "Continueremo a lottare per la nostra libertà e per la nostra sicurezza - conclude - e magari per arrivare un giorno anche alla pace con i nostri vicini".
Per Belu-Sìmìon Fainaru, l'artista che rappresenta lo Stato di Israele alla Biennale, è il momento di fare il punto su una vittoria. La sua opera Rose of Nothingness è stata riammessa ai premi dopo le dimissioni della giuria internazionale e la nascita dei Leoni dei Visitatori. L'artista israeliano aveva inviato una diffida formale per "discriminazione razziale" e "antisemitismo" alla Biennale, minacciando un ricorso fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo. "È stata una vittoria della libertà di espressione", ha sottolineato Fainaru a proposito delle dimissioni. "Ogni artista ha il diritto di esprimere liberamente le proprie convinzioni e di mostrare la propria arte". Per lui, la battaglia principale è già fatta: "Rivendico il diritto di essere un artista israeliano e un artista ebreo. Il mio gesto qui è semplice: esserci".
A visitare i padiglioni nel pomeriggio, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, unico esponente del governo visto da queste parti, dopo la rinuncia del ministro della Cultura Alessandro Giuli, in segno di protesta per il ritorno della Federazione Russa. "Ci sono 100 nazionalità diverse che partecipano, quindi visiterò il padiglione americano, il padiglione cinese, il padiglione italiano, il padiglione israeliano e quello veneziano. E, certamente, anche quello russo", commenta il leader della Lega. Il paradosso resta tutto lì: la Russia divide i salotti culturali, Israele incendia le piazze. Altro che Biennale, molto più stimolante la "caccia" al sionista. Il fascino discreto del conformismo.
(Il Riformista, 9 maggio 2026)
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«Rivendico il diritto di essere un artista israeliano e un artista ebreo. Il mio gesto qui è semplice: esserci». Appunto. “Esserci o non esserci?” Questo è il problema. “Non esserci”, questa è la soluzione. Dicono. È la presenza dell’artista con la sfacciataggine di presentarsi come israeliano, e pure ebreo, ad aver gettato scompiglio nelle menti e nei cuori dei visitatori pro-palestinesi. E riappare in loro l’angosciosa domanda: che ci sta a fare qui uno che non doveva esserci e invece c’è? E il mostro riappare. Bisogna capirli, questi visitatori. Tutti hanno il diritto di essere capiti. Anche i mentecatti. M.C.
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La scomoda verità di Israele nei rapporti con i cristiani
Ci sono immagini che danneggiano un paese più delle sconfitte militari. Non perché siano strategicamente decisive, ma perché scuotono moralmente.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Il brutale attacco contro una suora a Gerusalemme. Il soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una statua della Madonna nel Libano meridionale. La statua di Gesù precedentemente distrutta nel villaggio cristiano di Debel. Questi non sono “piccoli incidenti”. Sono una realtà sgradevole che in Israele non può essere ignorata e che si manifesta ripetutamente, ad esempio in episodi come lo sputo contro i sacerdoti nella Città Vecchia di Gerusalemme. Proprio per questo bisogna parlarne senza mezzi termini.
Perché sì, in Israele esiste una minoranza radicale, piccola ma rumorosa, il cui comportamento nei confronti dei cristiani e dei simboli cristiani è vergognoso. Alcune di queste persone agiscono per arroganza nazionalista, altre per fanatismo religioso, altre ancora per una brutalità aggravata dalla guerra e dalle tensioni sociali. Chi ignora o minimizza la questione commette un errore. Perché immagini del genere si diffondono in tutto il mondo in pochi secondi e danneggiano non solo la reputazione di Israele, ma anche il fondamento morale su cui lo Stato ebraico stesso si basa.
Le scene di Gerusalemme hanno sconvolto ben oltre i confini della città. Una suora viene inseguita, brutalmente spintonata a terra e presa a calci anche mentre giaceva a terra. Pochi giorni dopo, il trentaseienne Yona Schreiber, di Gerusalemme, viene accusato: riprese video effettuate nei pressi del complesso della Tomba di Davide mostrano come egli attacchi la suora in modo apparentemente mirato, evidentemente perché era riconoscibile come cristiana. E le immagini provenienti dal Libano non sono state meno vergognose. Un soldato schernisce un simbolo cristiano, nonostante proprio Israele sottolinei ripetutamente di essere l’unico Stato del Medio Oriente in cui i cristiani possono vivere liberamente e praticare apertamente la loro fede. La vergognosa ripresa mostra un soldato israeliano mentre infila una sigaretta nella bocca di una statua della Madonna nel Libano meridionale. Anche questo soldato è stato identificato pochi giorni dopo e portato in tribunale – così come i due soldati che hanno danneggiato una statua di Gesù nel villaggio cristiano di Debel e sono stati condannati a pene detentive.
Eppure è proprio qui che sta la differenza che molti al di fuori di Israele ignorano consapevolmente. In Israele tali atti non vengono celebrati, ma condannati pubblicamente. I responsabili vengono accusati, arrestati, puniti o allontanati dal servizio militare. L'aggressione alla suora ha portato immediatamente a indagini e accuse.
Dopo la distruzione della statua di Gesù, anche i vertici dell'esercito hanno reagito con insolita durezza. Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha parlato apertamente di un «fallimento morale». I soldati sono stati puniti e sono state emanate nuove linee guida sul trattamento dei simboli religiosi. I media israeliani ne hanno dato notizia in modo critico, i rappresentanti della Chiesa hanno preso la parola e persino molti ebrei religiosi si sono mostrati indignati.
Di tanto in tanto compaiono anche video sui social network arabi in cui coloni ebrei vessano, insultano o provocano i palestinesi. Tali scene spesso fanno scalpore a livello internazionale e influenzano in modo duraturo l’immagine di Israele all’estero. Allo stesso tempo, però, si nota un notevole divario di percezione: quando sono coinvolti i cristiani, spesso l’attenzione è ancora maggiore, perché i simboli cristiani e il clero esercitano un particolare effetto emotivo e mediatico in tutto il mondo. La violenza o le umiliazioni nei confronti dei palestinesi, invece, spesso si perdono più rapidamente nel rumore di fondo del conflitto politico in Medio Oriente. Proprio in questo risiede una realtà problematica della percezione internazionale: alcune vittime suscitano più indignazione di altre.
Si nota anche una netta differenza nelle reazioni: gli episodi contro i cristiani vengono spesso condannati in modo rapido e chiaro dalle autorità ufficiali. Quando invece gli ebrei molestano o aggrediscono i palestinesi in Giudea e Samaria, le dichiarazioni e le misure adottate appaiono non di rado più esitanti o meno inequivocabili. I critici attribuiscono questa discrepanza anche all'impronta politica dell'attuale governo di destra religiosa, che in questi casi non sempre mostra la stessa urgenza di agire.
In ogni caso, ciò non rende nessuno degli episodi citati meno grave. Ma mostra la differenza tra uno Stato che combatte tali eccessi e una regione in cui i cristiani in Medio Oriente sono spesso sistematicamente perseguitati, espulsi o messi a tacere.
Infatti, mentre Israele viene messo alla gogna in tutto il mondo per tali episodi, in molti paesi arabi regna il silenzio su una realtà ben più brutale. In Iraq, antiche comunità cristiane sono state quasi completamente spazzate via. In Siria, gruppi islamisti hanno distrutto chiese e cacciato i cristiani da intere regioni. In Egitto, sono state incendiate chiese e uccisi cristiani. Nella Striscia di Gaza vivono ormai solo pochi cristiani, sottoposti a un'enorme pressione. Uno sguardo a Betlemme rivela una realtà spesso trascurata: gli abitanti cristiani della città natale di Gesù, a sud di Gerusalemme, riferiscono ripetutamente di tensioni e pressioni nella vita quotidiana che li opprimono più della presenza delle forze di sicurezza israeliane. Tuttavia, se ne parla a malapena, anche perché molti rimangono cauti per timore delle reazioni dell’ambiente musulmano. Nel Libano stesso, la popolazione cristiana si sta riducendo drasticamente da anni. E in molte parti del mondo islamico, cambiare religione significa ancora oggi essere emarginati dalla società o mettere a rischio la propria vita.
La reazione della Custodia di Terra Santa, che cura i luoghi santi cristiani per conto del Vaticano, ha espresso profondo sgomento per il continuo disprezzo dei simboli cristiani e ha esortato Israele e l’IDF ad agire con chiarezza e a dimostrare in modo inequivocabile che un simile comportamento non sarà tollerato. Tuttavia, in Israele i cristiani hanno interlocutori che li ascoltano, anche se purtroppo si verificano ripetutamente episodi in cui singoli israeliani si comportano in modo scorretto nei confronti dei cristiani. La grande maggioranza della società israeliana rifiuta chiaramente tale comportamento. Ciononostante, ci sono sempre pochi individui che con il loro comportamento danneggiano la reputazione di Israele a livello mondiale e appesantiscono inutilmente la convivenza. Ed è proprio questo il punto cruciale: Israele non deve mai normalizzare tali episodi. Non per ragioni diplomatiche. Non per la stampa internazionale. Ma per se stesso.
Questo non giustifica nulla in Israele. Al contrario. Proprio perché Israele vuole essere diverso, perché lo Stato ebraico si considera una democrazia e uno Stato di diritto, tali immagini hanno lì un effetto particolarmente distruttivo. Sono in contraddizione con la pretesa di essere un Paese che tutela la libertà religiosa.
Perché la vera forza di Israele non sta solo nel suo esercito o nella sua tecnologia. Sta nel fatto che questo Paese, nonostante la guerra, il terrorismo e le tensioni interne, è ancora in grado di mettersi in discussione in modo critico. È proprio questa capacità che distingue Israele da molti dei suoi vicini. Chi ama sinceramente Israele non ne nasconde i lati brutti. Li affronta apertamente, proprio perché non vuole che diventino più grandi.
(Israel Heute, 8 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele invia l’Iron Beam agli Emirati Arabi Uniti per intercettare missili e droni iraniani
di Nina Prenda
 Israele ha inviato una versione del sistema di difesa aerea basato su laser, l’Iron Beam, agli Emirati Arabi Uniti durante i recenti combattimenti con l’Iran per aiutare a proteggere la Nazione del Golfo dagli attacchi di missili e droni, secondo un rapporto di giovedì 30 aprile 2026, segnando così un passo significativo per i legami di difesa tra i due Paesi.
Secondo il Financial Times, Gerusalemme ha anche inviato un sistema di sorveglianza avanzato noto come Spectro per aiutare gli Emirati Arabi Uniti a rilevare i droni iraniani fino a 20 chilometri di distanza.
Citando una fonte che ha familiarità con la questione, il Financial Times ha riferito che Israele ha anche inviato sistemi d’arma aggiuntivi e non specificati agli Emirati Arabi Uniti. “Non è un piccolo numero di stivali a terra”, ha detto la fonte.
Il giornale ha riferito che oltre all’attrezzatura, Gerusalemme ha anche fornito agli Emirati Arabi Uniti informazioni in tempo reale sui lanci di missili dall’Iran diretti verso lo Stato del Golfo.
I rapporti secondo cui Israele ha fornito una significativa assistenza militare agli Emirati Arabi Uniti sembrano essere tra i primi casi di cooperazione divulgati pubblicamente al di là di esercitazioni di formazione congiunte.
Gerusalemme e Abu Dhabi hanno stabilito legami diplomatici, economici e di sicurezza nel 2020 nell’ambito degli accordi di Abramo, un accordo motivato in parte dalla minaccia condivisa dell’Iran.
Sebbene anche il Bahrein abbia firmato gli accordi nello stesso periodo e, come gli Emirati Arabi Uniti, sia stato attaccato dall’Iran durante i recenti combattimenti, non c’è alcuna indicazione sul fatto che questo Stato abbia ricevuto un sostegno simile da Israele.
Fonti a conoscenza dei fatti hanno riferito al Financial Times che i vari sistemi difensivi e offensivi forniti agli Emirati Arabi Uniti erano per lo più prototipi, o comunque non completamente integrati nei sistemi israeliani. Ciò fu fatto, è stato detto, per stare al passo con il ritmo incalzante della guerra.
• Cos’è l’Iron Beam
L’Iron Beam è un sistema di intercettazione laser ad alta potenza ed è stato solo recentemente integrato nella matrice di difesa delle forze di difesa israeliane, con il primo sistema operativo consegnato all’esercito nel dicembre 2025.
Il sistema è stato in fase di sviluppo per più di un decennio dopo la sua prima svendita nel 2014. È stato dichiarato operativo a settembre 2025 dopo aver completato lo sviluppo e i test finali.
All’interno di Israele, ha lo scopo di integrare l’Iron Dome e altri sistemi di difesa aerea, abbattendo proiettili più piccoli e lasciando quelli più grandi per le batterie basate su missili più robusti come i sistemi David’s Sling e Arrow.
Da quando la guerra è iniziata il 28 febbraio, funzionari israeliani ed emiratini hanno affermato che i due Paesi sono stati in stretto coordinamento militare e politico: l’aeronautica israeliana ha anche effettuato attacchi nel sud dell’Iran durante la guerra per neutralizzare i missili a corto raggio che minacciano gli Stati del Golfo.
Tra il 28 febbraio e l’8 aprile, quando è entrato in vigore un tenue cessate il fuoco, Teheran ha sparato circa 550 missili balistici e da crociera e più di 2.200 droni, secondo il ministero della difesa degli Emirati, rendendolo il Paese più preso di mira nella regione, incluso Israele.
Mentre la maggior parte dei proiettili sparati contro gli Emirati Arabi Uniti sono stati intercettati, alcuni hanno colpito obiettivi militari e civili, spingendo Abu Dhabi a cercare assistenza dagli alleati.
(Bet Magazine Mosaico, 8 maggio 2026)
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Molinari: «Israele leader del nuovo Medio Oriente. Ora la vera minaccia è l'asse tra Turchia e Qatar»
di Ruben Caivano
- Come sta vivendo Israele la tregua con l'Iran?
«Con una diffusa sensazione di bilico fra guerra e pace. Il vistoso indebolimento di Iran, Hezbollah e Hamas fa sentire gli israeliani più sicuri rispetto al 7 ottobre 2023 ma c'è anche la consapevolezza che tali e tanti nemici non sono scomparsi, restano determinati a riprendere la sfida, portare nuovi pericoli. E il regime iraniano, nonostante i colpi subiti, non rinuncia né al nucleare né ai missili balistici. Dunque Israele si sente sospesa: prevale la volontà di studiare una regione con nuovi attori e pericoli ma anche opportunità».
- Il Paese sta tornando alla normalità?
«Ero a Tel Aviv il giorno del cessate il fuoco con l'Iran. Mi ha colpito molto come nell'arco di poche ore milioni di israeliani siano passati da un modo di vita basato sulla protezione minuziosa dalla minaccia di missili e droni alla ripresa delle attività normali, di tutti i giorni. È stato un passaggio rapido, quasi istantaneo, che ha ribadito la forza della vita, l'energia interiore e l'ottimismo di fondo che accomuna gli israeliani, a dispetto delle molte differenze identitarie e politiche che li dividono».
- Le trattative per gli accordi di pace con il Libano e la fornitura di sistemi di difesa agli Emirati Arabi Uniti stanno delineando un diverso scenario regionale?
«Dietro i conflitti ancora in atto c'è un nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. L'intesa strategica con gli Emirati Arabi Uniti apre un robusto orizzonte ai "Patti di Abramo" così come gli accordi con i drusi in Siria e la convergenza con i sunniti in Libano pongono le premesse per intese con Beirut e Damasco, che possono portare a pacificare il confine Nord, completando gli accordi siglati con Egitto nel 1979 e Giordania nel 1994. Ma più in generale ciò che conta è il tramonto del progetto dell'egemonia iraniana sul Medio Oriente, basata su programma nucleare e sostegno a gruppi paramilitari, perché crea una nuova dinamica che vede i rapporti con Israele non essere più un tabù. Ciò che più conta è l'affermarsi, in maniere diverse, dell'idea di fondo che ha spinto il leader degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, a volere gli accordi di Abramo con Israele: costruire un Medio Oriente basato su cooperazione, connettività e infrastrutture fra popoli e fedi che vivono assieme dall'alba della civiltà».
- In Europa si parla con insistenza di «isolamento» di Israele. È veramente così?
«Israele sigla accordi su sicurezza, commercio ed energia con Emirati e Paesi sunniti, vede entrare il Kazakhstan nei Patti di Abramo, ha sull'alta tecnologia intese in crescita con Giappone e Corea del Sud, la partnership strategica con l'India è di dimensioni senza precedenti, le relazioni con l'Indonesia accelerano e con gli Stati Uniti l'intesa sul doppio binario hi-tech e Difesa è tale da consentire di prevedere che Gerusalemme nel 2028 rinuncerà ai 3,8 miliardi annuali di aiuti economici Usa. Ma non è tutto, perché c'è anche un'Europa che cerca più integrazione con Israele: dalla Germania che acquista l'Iron Dome a Repubblica Ceca, Slovacchia, Grecia e Cipro che moltiplicano le intese su sicurezza. Per non parlare degli "Accordi di Isacco", ovvero le intese con una dozzina di Paesi latino-americani, guidati dall'Argentina, che incontreranno a breve il presidente Herzog in un summit ad hoc. E nel Corno d'Africa il riconoscimento della sovranità del Somaliland ha fatto di Israele un protagonista degli equilibri regionali, d'intesa con Washington e Abu Dhabi. Nel complesso, lo Stato ebraico esce dalla sua guerra più lunga con le dimensioni di una potenza regionale grazie non solo alla potenza militare ma anche alla crescita tecnologica, scientifica ed energetica. Ciò che stride con questo scenario è il clima di crescente ostilità verso lo Stato ebraico che si respira in alcuni grandi Paesi europei - dalla Spagna alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Polonia - come anche in Canada e Australia, e sta contagiando perfino l'Italia. Sono Paesi dove il 7 ottobre e la conseguente guerra a Gaza hanno portato a un'ondata di forte ostilità nei confronti del governo e dello Stato di Israele, con conseguenze a pioggia nella vita quotidiana che troppo spesso degenerano nell'intolleranza».
- Con l'Iran degli ayatollah indebolito, chi è il maggiore avversario di Israele in Medio Oriente?
«È l'intesa strategica fra Turchia e Qatar, perché si tratta di due Paesi con molte risorse - militari, energetiche e finanziarie - che sono anche i grandi protettori e partner del movimento dei Fratelli musulmani che predica l'Islam politico ed è stato messo fuorilegge in più Stati sunniti, dall'Egitto alla Giordania fino agli Emirati Arabi Uniti, perché al suo interno ha a volte anche gruppi che predicano e praticano la violenza armata. Non a caso, Turchia e Qatar hanno un legame molto
forte con Hamas, espressione proprio della Fratellanza a Gaza e nella West Bank. Le conseguenze sono visibili: se Hamas ritarda il previsto disarmo a Gaza, è perché si sente sostenuto da Ankara e Doha».
- Qual è il fine del primo ministro spagnolo Sànchez nel chiedere uno scudo europeo per proteggere Francesca Albanese dalle sanzioni Usa?
Lo spagnolo Sánchez è il leader europeo più ostile a Israele. Le sue posizioni estreme, dalla scelta di sposare l'accusa di genocidio alla proposta di sanzioni economiche, si originano nell'ideologia di una sinistra sudamericana contaminata dal chavismo che poco ha a che fare con il socialismo europeo della Spd e di Glucksman in Francia. La scelta di chiedere alla Ue di sfidare le sanzioni Usa a Francesca Albanese e al Tpi rientra in questo approccio che in Spagna viene contestato dall'opposizione parlamentare, secondo cui sono i legami con Cina e Iran che spingono Sanchez ad assumere tali iniziative, al fine di diventare il capofila del fronte anti-Usa in Europa».
- Come possono rilanciarsi i rapporti tra l'Europa e lo Stato ebraico?
«Facendo prevalere gli interessi comuni. Israele ha nella Ue il suo partner commerciale più importante, e dunque ha interesse ad ascoltare Bruxelles anche quando solleva critiche all'operato del suo governo. Così come l'Ue ha in Israele un partner indispensabile nella sicurezza aerea, missilistica e cyber così come nello sviluppo delle tecnologie più avanzate nell'agricoltura e nella ricerca medica. E dunque è interesse della Ue mantenere un rapporto saldo con Gerusalemme, anche a dispetto di alcune divergenze politiche sull'assetto del Medio Oriente».
- Lapid e Bennett correranno insieme alle prossime elezioni in Israele. Che mosse politiche si aspetta dal premier Netanyahu?
«Israele è già immerso nella campagna elettorale in vista del voto di autunno. I sondaggi hanno evidenti oscillazioni ma disegnano un sostanziale equilibrio fra le attuali maggioranza e opposizione. Dunque, i giochi sono aperti. Nuovi protagonisti come il generale Eisenkot meritano attenzione al pari della popolarità di Netanyahu nell'elettorato più giovane, quello che ha subìto l'impatto emotivo più forte dal 7 ottobre. Giochi apertissimi dunque. Sarà una sfida all'ultimo voto».
- Ieri il segretario di Stato americano Rubio ha incontrato Leone XIV. Perché, alla vigilia, Trump ha alzato la tensione con nuovi aspri attacchi verso il Papa?
«Perché Trump ripete sempre lo stesso metodo negoziale: va all'attacco della controparte, provocandola, per poi aspettare la reazione e cercare un accordo a lui favorevole. In questo caso, credo che Trump sia andato all'attacco del Papa sull'Iran per cercare in realtà con lui un accordo sulla transizione a Cuba».
(Il Riformista, 8 maggio 2026)
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Quando le mie figlie mi chiederanno
L'8 maggio 1945 lo Stato nazista fu sconfitto, ma non la mentalità che lo aveva reso possibile. Oggi l'odio sta tornando a crescere. Potrò mai dire ai miei figli che non sono rimasto in silenzio, ma che ho espresso il mio dissenso?
di Andreas Albrecht *
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Andreas Albrecht, vicepresidente della Conferenza dei genitori della Renania Settentrionale-Vestfalia
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L'8 maggio è il giorno della liberazione dal nazionalsocialismo. Ricorda la fine della Seconda guerra mondiale in Europa, la liberazione dal terrore nazista e i milioni di persone che furono perseguitate, private dei diritti civili, deportate e uccise.
Per me l’8 maggio non è una data da archiviare. È una domanda: cosa facciamo con la consapevolezza di ciò che è accaduto?
Forse questa è stata una delle illusioni più amare dopo l’8 maggio: credere che con la sconfitta militare del nazionalsocialismo fosse stato sconfitto anche il pensiero che lo aveva reso possibile. Ma il disprezzo per l’umanità non muore in una data. Può continuare a covare come braci sotto la cenere: repressa, minimizzata, coperta dalla quotidianità e dalla rassicurante narrazione che non potrà mai più accadere. Ma le braci rimangono pericolose. Hanno solo bisogno di ossigeno: paura, rabbia, invidia, silenzio, indifferenza, incitamento all’odio. E se nessuno le soffoca, si fanno nuovamente strada attraverso ciò che ritenevamo sicuro.
Vorrei vivere in un mondo in cui la diversità non è un difetto, ma la normalità. Mi preoccupa quindi ancora di più il modo in cui l’odio riemerge oggi così apertamente. Il suo nucleo è sempre lo stesso: inizia là dove l’altro non viene più visto come un essere umano. Dove le persone diventano gruppi. Categorie. Problemi. Immagini nemiche.
• Le vittime non erano astratte
Quest'anno ricorre l'85° anniversario del massacro di Babi Yar. Il 29 e 30 settembre 1941, unità tedesche nei pressi di Kiev uccisero più di 33.000 ebrei di Kiev e dintorni. Anche a Esch-sur-Alzette, 85 anni fa, si è cercato di cancellare la vita ebraica. La vecchia sinagoga fu distrutta nel 1941 dagli occupanti tedeschi. Oggi a Esch c’è di nuovo una sinagoga – e con essa una vita ebraica visibile in città. Ricordare significa anche proteggere questa vita.
Questi ricordi mi portano allo stesso pensiero: le vittime non erano astratte. Erano madri e padri, figlie e figli, amiche e amici. Erano vicine e vicini. Persone con nomi, famiglie, speranze e storie. Vivevano in mezzo ad altre persone. E gli altri stavano a guardare.
Forse la memoria inizia proprio da lì: dalla consapevolezza che distogliere lo sguardo non è mai neutrale.
Anche oggi gli ebrei non sono «gli altri». L’antisemitismo colpisce i nostri concittadini ebrei: i nostri vicini, i nostri amici, i nostri compagni di scuola, i nostri colleghi, le nostre famiglie.
Forse il ricordo inizia proprio da lì: dalla consapevolezza che distogliere lo sguardo non è mai neutrale.
Non scrivo questo testo a nome di un’associazione né in veste ufficiale. La mia posizione è più personale, biografica e più antica di qualsiasi incarico io ricopra oggi.
• Quando una persona diventa una «anomalia»
Quando parlo di storia, penso alle mie due figlie. La più grande è affetta da autismo. È – come sua sorella – gioiosa, curiosa, aperta, piena di calore. Eppure proprio questa bambina non avrebbe avuto quasi nessuna possibilità durante il nazismo. Molto probabilmente sarebbe stata privata dei suoi diritti in quanto «vita indegna» – e presumibilmente uccisa.
Questo pensiero è per me dolorosamente concreto. Mi mostra quanto velocemente una persona smetta di essere vista come un essere umano e diventi solo una categoria: una deviazione, un problema, una vita su cui gli altri esprimono un giudizio.
La scuola non deve essere un luogo in cui i bambini imparano che la loro dignità è negoziabile.
È proprio a scuola che si vede se i bambini si sentono parte di qualcosa. Lì sperimentano se vengono protetti, se gli adulti li contraddicono o se distolgono lo sguardo. Lì imparano presto quale valore ha un essere umano. Per questo la scuola non deve essere un luogo in cui i bambini imparano che la loro dignità è negoziabile.
Oggi in Europa si creano di nuovo altre tombe a causa della guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina – proprio nel momento in cui commemoriamo i morti della Seconda guerra mondiale. Non si tratta di un’equivalenza. Ma è un monito a stare all’erta quando il nazionalismo, la violenza e il disprezzo vengono nuovamente anteposti alle vite umane.
Anche le guerre e i conflitti del nostro tempo non restano fuori dal cancello della scuola. Entrano con i bambini: attraverso le notizie, i social media, le storie di famiglia, la paura, la rabbia e talvolta anche come slogan. È in classe che si decide poi se ne nascerà una conversazione – o una nuova immagine del nemico.
• Contrastare quando succede di nuovo
Proprio per questo la memoria appartiene alla scuola: come esperienza, non come rituale. Ogni bambino dovrebbe, nel corso della sua carriera scolastica, trovarsi in un luogo in cui l’orrore nazista non rimanga astratto – in un memoriale di un campo di concentramento o in un altro luogo di persecuzione nazista. Non come programma obbligatorio, ma come missione contro l’oblio.
Ho paura che le mie figlie vivano in una società in cui non conta più chi sei, ma da dove vieni, quanto sei efficiente o in quale categoria ti inseriscono gli altri.
E so che un giorno le mie figlie potrebbero chiedermi se sono rimasto in silenzio o se ho obiettato.
Vorrei poter dire loro che ho cercato di vedere le persone accanto a me. Che non ho permesso che i vicini e le vicine fossero trasformati in «gli altri».
Forse è proprio questo il compito dell’8 maggio: non solo ricordare ciò che è stato, ma contraddire quando ricomincia. Oggi. Per i nostri figli. Per le persone accanto a noi.
* L’autore è padre di due figlie. È impegnato, tra l’altro, come vicepresidente della Conferenza dei genitori della Renania Settentrionale-Vestfalia, nell’associazione di gemellaggio tra le città di Colonia e Tel Aviv-Yafo e come membro del consiglio direttivo dell’associazione di gemellaggio tra le città di Colonia ed Esch-sur-Alzette. È inoltre membro della Kölsche Kippa Köpp. Il testo riflette la sua posizione personale.
(Jüdische Allgemeine, 8 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele. Il Bauhaus, quando la necessità diventa virtù
di Josef Oskar
Amazing Tel Aviv! La città bianca non finisce di sorprendere; oltre agli avveniristici grattacieli della zona High Tech e finanziaria, essa nasconde un tesoro architettonico raro al mondo: il quartiere Bauhaus (in tedesco:la costruzione della casa) derivante dalla famosa scuola di architettura di Walter Gropius, Staatliches Bauhaus fondata nel 1919 a Weimar e Dessau in Germania. Il Paese usciva distrutto politicamente ed economicamente dalla prima guerra mondiale. Gropius cercava un inizio nuovo per il popolo tedesco e in questo caso, era la sua impostazione, si partiva dalla casa. Ne nasce uno stile definito modernistico e razionalistico che si può riassumere in dieci linee guida: l’artista è un artigiano esaltato, la forma segue la funzione, l’edificio deve essere un’opera d’arte completa, devono essere usati dei veri materiali adatti al caso specifico, occorre prediligere forme lineari e geometriche, la tecnologia va messa in risalto, fare uso intelligente delle risorse, con semplicità ed efficacia, e a sviluppo costante.
Maestri e docenti famosi appartenevano al movimento Bauhaus, tra cui Hannes Meyer, Ludwig Mies van Der Rohe, Wassily Kandinsky, Paul Klee, Adolf Meyer e altri.
Tra i seguaci della scuola figuravano anche, ovviamente, architetti ebrei: Shlomo Bernstein, Munio Gitai (Weinraub), Edgar Hed (Hecht), Shmuel Mestechkin, Chanan Frenkel e Arieh Sharon. Nel 1933, con l’avvento del nazismo al potere, questi lasciarono la Germania e si trasferirono nella Palestina Mandataria. Qui adattarono il disegno prendendo in considerazione le condizioni climatiche del territorio. Tel Aviv, in quel momento, era inconsciamente alla ricerca di uno stile proprio e il design Bauhaus capitò al posto giusto nel momento giusto. Si fece, anzi, di necessità virtù.
Nel 1936 scoppiò in Palestina la rivolta araba durata fino al 1939; le tecniche Bauhaus non necessitavano della costruzione in pietra, nella quale gli operai arabi eccellevano, si passò invece al cemento armato che gli operai ebrei erano perfettamente in grado di padroneggiare. In questo caso, non dovendo più contare su mano d’opera araba, fu anche risolto un problema di sicurezza con la relativa diminuzione degli attentati.
Arriviamo ai giorni nostri. Oggi Tel Aviv, unica al mondo, vanta circa quattro mila edifici stile Bauhaus, concentrazione architettonica unica al mondo. Tant’è vero che UNESCO nel 2003 le conferì il titolo di patrimonio artistico dell’umanità. La Germania, che ha visto la distruzione di moltissimi edifici Bauhaus nel secondo conflitto mondiale, ha assunto un ruolo attivo, finanziando le varie ristrutturazioni rivolte a conservare questo tesoro, anche culturale. Nel 2019 furono festeggiati cent’anni dalla fondazione della scuola Bauhaus con il restauro della Max Liebling House (v. immagine). La data della ricorrenza fu scelta in perfetto stile razionalistico: 19.9.19, ovvero 19 settembre del 2019.
Nella storia del popolo ebraico gli eventi felici non sempre abbondano, ma il caso del quartiere Bauhaus è un gioioso esempio di come, anche nei momenti più tristi, la storia possa riservare delle piacevoli sorprese. Quanto basta per rincuorare gli ottimisti. Amazing Tel Aviv.
(Setteottobre, 8 maggio 2026)
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I terroristi palestinesi hanno occupato una chiesa. Dov'è l’indignazione?
I terroristi palestinesi hanno attaccato gli israeliani, hanno aggredito i cristiani locali e hanno occupato la loro chiesa. I soliti difensori dei cristiani in Terra Santa sono rimasti in silenzio.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Le voci anti-israeliane in Occidente colgono immediatamente ogni episodio in cui un ebreo maltratta un cristiano in Terra Santa. Tucker Carlson e altri ne hanno fatto un tema ricorrente: Israele, ci viene detto, sarebbe ostile al cristianesimo e indifferente al destino dei fedeli che vi risiedono.
Ma che dire della persecuzione effettiva dei cristiani locali da parte dei musulmani locali?
La settimana scorsa un giovane ebreo ha aggredito una suora cristiana nella Città Vecchia di Gerusalemme. L’incidente ha fatto notizia a livello internazionale e si è diffuso viralmente sui social media. Israele è stato condannato, sebbene le autorità avessero arrestato l’autore e trattato l’atto per quello che era: vergognoso, criminale e inaccettabile.
Giorni dopo, combattenti palestinesi hanno attaccato automobilisti israeliani e hanno poi usato cristiani locali come scudi umani. Eppure questa storia ha ricevuto pochissima attenzione. Non ci sono stati commenti virali, né condanne generalizzate della società palestinese, né richieste all’Autorità Palestinese di spiegare come uomini armati abbiano potuto usare dei cristiani come copertura dopo un attacco.
Secondo il Ministero degli Esteri israeliano, l’incidente è avvenuto martedì ad al-Khader, un villaggio arabo a ovest di Betlemme. Aggressori palestinesi avevano lanciato bombe incendiarie contro civili israeliani in Giudea prima di rifugiarsi nella chiesa di San Giorgio, dove i cristiani del luogo si erano riuniti per celebrare la festa di San Giorgio.
I terroristi non solo si sono nascosti in un luogo di culto cristiano, ma hanno anche usato le persone presenti come scudo per proteggersi. E non è la prima volta.
Le forze armate israeliane hanno deliberatamente evitato di entrare nella chiesa per risparmiare i civili e rispettare la sacralità del luogo. In altre parole: proprio quella moderazione che nei commenti occidentali viene regolarmente negata a Israele si è manifestata in tempo reale: gli aggressori hanno usato una chiesa come copertura, mentre le forze armate israeliane si sono trattenute per non mettere in pericolo i fedeli cristiani.
Poco dopo si sono verificati scontri tra cristiani locali e abitanti musulmani del villaggio, come si vede in alcuni video poi pubblicati sui social media.
Anche questo fa parte della storia che tanti commentatori preferiscono tacere. I cristiani palestinesi non si trovano solo nel campo di tensione tra Israele e il nazionalismo palestinese. Spesso sono intrappolati anche all'interno della stessa società palestinese, dove il loro numero è drasticamente diminuito e la loro vulnerabilità è vista come un fattore di disturbo per la narrativa preferita.
La realtà demografica è difficile da ignorare. Secondo stime del 2022, nelle tre città della regione di Betlemme vivono ormai solo circa 33.000 cristiani palestinesi. Nella stessa Betlemme, i cristiani costituiscono oggi circa un quinto della popolazione – un drastico calo rispetto al 1995, quando Israele trasferì il controllo della città all’Autorità Palestinese e circa l’80% degli abitanti di Betlemme si identificava come cristiano.
Per quasi 30 anni, dal 1967 al 1995, Betlemme aveva mantenuto la sua forte maggioranza cristiana sotto il dominio israeliano. Non appena l’Autorità Palestinese ha assunto il potere, i cristiani hanno iniziato a fuggire.
Questo crollo non è avvenuto perché gli ebrei a Gerusalemme sputavano sui cristiani, per quanto tali episodi siano ripugnanti e riprovevoli. È avvenuto sotto il dominio palestinese, in un contesto di pressioni sociali, politiche e religiose di cui gli opinionisti cristiani occidentali sono sorprendentemente restii a parlare.
Quindi, quando degli aggressori si rifugiano in una chiesa dopo aver attaccato civili israeliani, mettendo in pericolo i cristiani locali, il silenzio non è casuale. È editoriale, è ideologico, ed è proprio per questo che questa storia è significativa.
L'unica conclusione onesta è che a molti esperti occidentali non interessano realmente i cristiani in Terra Santa, ma piuttosto strumentalizzarli contro Israele. Se davvero fosse così, condannerebbero gli abusi in modo coerente e adeguato. Sputare o aggredire una suora è riprovevole e dovrebbe essere perseguito penalmente. Ma uomini armati che lanciano pietre contro i cristiani e occupano una chiesa sono più di una semplice nota a margine. Si tratta di un crimine ben più grave. Il silenzio la dice lunga: la sofferenza dei cristiani viene tematizzata a gran voce quando si può attribuire agli ebrei, e in modo sommesso – se non del tutto ignorata – quando rivela la brutalità dei nemici di Israele.
(Israel Heute, 7 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Soli
di Daniele Scalise
Ti giri, e non c’è nessuno. Non perché non ci sia gente intorno, anzi: le stanze sono piene, le piazze affollate, le bacheche traboccano di parole. È che a un certo punto capisci che quelle presenze non reggono più, non tengono quando serve. Restano lì, ma dall’altra parte.
La solitudine non arriva all’improvviso. Si deposita. Una frase non detta, una presa di distanza elegante, una battuta ambigua che nessuno corregge. Poi il silenzio, che è la forma più onesta del disimpegno. E infine lo scarto: tu da una parte, loro dall’altra, con quella tranquillità di chi è convinto di stare nel posto giusto.
Succede quando dici una cosa semplice, elementare: che gli ebrei non si toccano, che l’odio ha un nome e una storia, che certe parole non sono opinioni ma residui tossici. E ti ritrovi a spiegare l’ovvio a persone che credevi vicine, affini, magari anche intelligenti. Ti guardano come se fossi tu ad aver esagerato, come se stessi spostando il discorso su un terreno improprio. Intanto, nelle piazze, qualcuno urla “saponette mancate” e nessuno interviene. Nessuno davvero.
Non sono ragazzini allo sbando. Sono adulti, integrati, colti quanto basta per sapere cosa stanno facendo. E proprio per questo è più grave. Si sentono dalla parte giusta, si raccontano una moralità a basso costo, si assegnano una patente che li mette al riparo da ogni responsabilità. È lì che capisci che la distanza non è temporanea, non è un equivoco: è una frattura.
La parola “tradimento” è grossa, ma a volte è l’unica che resta. Tradimento di amicizie, di legami costruiti nel tempo, di una certa idea di civiltà condivisa. Non c’è bisogno di gesti plateali. Basta il voltarsi dall’altra parte nel momento preciso in cui qualcuno dovrebbe dire: questo no.
E allora sì, soli. Senza retorica. Senza autocommiserazione. Una constatazione che arriva quando smetti di aspettarti qualcosa da chi non è disposto a darla. Non rende più forti, non consola. Porta con sé una specie di nausea che non passa, che resta lì, come un sapore cattivo che non riesci a mandare giù.
Però chiarisce. Taglia il rumore, elimina le illusioni, lascia in piedi quello che c’è davvero. Pochissimo, a volte. Ma reale. E da lì, volenti o nolenti, si riparte.
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(Setteottobre, 7 maggio 2026)
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Il nocciolo del problema.
«Da secoli esiste nel mondo una questione ebraica. In ogni tempo e ovunque si trovino, gli ebrei costituiscono un problema. Ed è un problema scivoloso, sfuggente, perché mentre davanti a un enigma normalmente ci si chiede “qual è la soluzione?” nel caso degli ebrei invece si è costretti a chiedersi “dov’è il problema?” E ogni volta che si crede di aver individuato la risposta, poco dopo l’enigma si ripresenta in forma nuova e inaspettata. Si ripresenta allora anche oggi la domanda: dov’è il problema? Risposta: Il nocciolo della questione ebraica sta nel fatto che gli ebrei ci sono. L’esserci degli ebrei è il vero problema» (da “Dio ha scelto Israele”).
Non è difficile allora spiegare il disagio creato da Scalise: intorno a lui si sono improvvisamente accorti che c’è. Non se l’aspettavano. E non sanno cosa dire. Che si può dire a uno che non doveva esserci e invece c’è? Non sono pronti. E allora, educatamente, tacciono. M.C.
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Rav Ariel Di Porto: L’amore nel Sefer HaChinukh
di Lucilla Efrati
Nella quattro giorni al Moked 2026, dedicato quest’anno all’amore (tema anche della prossima Giornata Europea della Cultura Ebraica), non poteva mancare un approfondimento sui testi rabbinici. Rav Ariel Di Porto ha dedicato il suo intervento allo studio delle regole sull’amore contenute nel Sefer haChinukh, dedicato allo studio delle mitzvot. Gli abbiamo chiesto qualche chiarimento.
• Crea imbarazzo il fatto che un testo di studio, come il Sefer haChinukh detti alcune regole sull’amore?
Nella tradizione ebraica non c’è nessun imbarazzo nel parlare di amore attraverso norme precise — anzi, è esattamente il contrario di come potrebbe sembrare dall’esterno. Il Sefer haChinukh parte da una visione del mondo in cui tutto, dalle emozioni al diritto, rientra nel servizio divino. E questa apertura nel trattare qualsiasi argomento, anche i più intimi, è in realtà una caratteristica distintiva dell’ebraismo. L’amore non è qualcosa di vago o incontrollabile: è un dovere morale, e come tale deve tradursi in azioni concrete.
• Ma di quale amore si parla? Quali sono i precetti dettati dal testo sull’amore?
In questo quadro si distinguono tre forme fondamentali di amore. La prima è l’amore per il prossimo — che significa avere per ogni membro del popolo d’Israele, e per i suoi beni, la stessa cura che si ha per sé stessi. Concretamente: non rubare, non ingannare, proteggere l’onore altrui, non gioire della vergogna di nessuno.
La seconda è l’amore per Dio, che si esprime impegnando pensiero e intelletto per comprendere le Sue azioni e trovare piacere nella Torah che ci ha donato. Ogni bene materiale deve essere considerato nullo rispetto a questo legame, che deve accompagnare ogni momento della giornata.
E poi c’è una terza forma, molto caratteristica: l’amore per i gherim (coloro che si sono convertiti), per chi ha lasciato la propria famiglia e religione per abbracciare l’ebraismo. Per loro esistono precetti specifici: è vietato affliggerli o rinfacciargli le origini passate, e anzi si è chiamati a mostrare loro un trattamento speciale.
(moked, 7 maggio 2026)
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Autorità Palestinese sotto accusa
I libri di scuola diffondono odio e l’Europa minaccia di tagliare i fondi
di Alessandro Carmi
Sette anni di condanne consecutive da parte del Parlamento europeo non bastano a cambiare una linea che, nei fatti, continua a formare generazioni di giovani palestinesi dentro un impianto ideologico in cui Israele viene delegittimato, gli ebrei ridotti a presenza estranea e la violenza inserita in un orizzonte di legittimità. Il punto non riguarda più soltanto il contenuto dei manuali scolastici dell’Autorità Palestinese, ma la credibilità stessa delle promesse di riforma avanzate a Bruxelles e Washington, promesse che nel tempo si sono accumulate senza produrre modifiche sostanziali.
L’ultima presa di posizione dell’Europarlamento segna un passaggio importante perché introduce, con maggiore chiarezza rispetto al passato, l’idea che i finanziamenti debbano essere condizionati a cambiamenti verificabili. Il richiamo ha una sua piccola storia. Già da anni organismi di analisi indipendenti come Impact-se segnalano come i manuali in uso continuino a includere riferimenti espliciti al jihad, alla glorificazione del martirio e a una rappresentazione degli ebrei che oscilla tra cancellazione storica e demonizzazione. Le revisioni annunciate dall’Autorità Palestinese risultano, secondo le verifiche più recenti, limitate, parziali e soprattutto cosmetiche.
Il nodo centrale è politico prima ancora che educativo. Dichiarazioni pubbliche di esponenti di primo piano dell’Autorità Palestinese, dal primo ministro al ministero dell’Istruzione, indicano una scelta consapevole di non intervenire in modo significativo sui contenuti. La resistenza alle modifiche non appare legata a difficoltà tecniche o mancanza di risorse, ma a una precisa linea ideologica che considera quei materiali parte integrante della costruzione identitaria.
Dentro i manuali, l’assenza è tanto rilevante quanto la presenza. La Shoah non viene trattata, la storia degli ebrei nella regione viene rimossa e, in alcuni casi, viene messa in discussione l’esistenza stessa di un popolo ebraico come soggetto storico. Parallelamente, il conflitto con Israele viene inserito in una chiave anticoloniale che assimila lo Stato ebraico a una potenza straniera da respingere, alimentando una visione che esclude in partenza qualsiasi forma di riconoscimento reciproco.
Il risultato emerge con particolare evidenza negli esempi concreti utilizzati nei programmi scolastici. Esercizi di matematica che introducono il concetto di numero attraverso il conteggio dei “martiri”, lezioni di scienze in cui la fisica viene spiegata ricorrendo all’immagine di una fionda puntata verso un bersaglio, materiali didattici che celebrano figure coinvolte in attentati contro civili israeliani trasformandole in modelli di riferimento. Non si tratta di episodi isolati, ma di un’impostazione che attraversa diverse materie e livelli scolastici, rendendo il messaggio coerente e pervasivo.
A questo si aggiunge un uso disinvolto di elementi giuridici e storici che finiscono per confondere i piani. Alcuni manuali presentano la “resistenza armata” come un diritto naturale, richiamando in modo distorto principi del diritto internazionale e lasciando intendere una legittimazione generale della violenza. In questo contesto, la distinzione tra conflitto politico e attacco a civili si dissolve, con effetti che vanno ben oltre l’ambito educativo.
Il problema, a questo punto, investe direttamente i Paesi donatori. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno continuato a finanziare il sistema educativo palestinese nella speranza di favorire un’evoluzione verso standard più compatibili con una prospettiva di coesistenza. Oggi quella scelta viene rimessa in discussione, perché il rischio è che fondi pubblici occidentali contribuiscano, anche indirettamente, a sostenere contenuti che alimentano ostilità e radicalizzazione.
Condizionare gli aiuti a risultati verificabili rappresenta una svolta che arriva tardi, ma che potrebbe avere effetti concreti se accompagnata da meccanismi di controllo indipendenti. Senza strumenti di verifica, ogni promessa resta sospesa e ogni dichiarazione perde valore nel momento in cui i libri di testo continuano a raccontare una realtà che esclude la possibilità stessa di una convivenza.
In questo quadro, la questione educativa diventa uno snodo decisivo per qualsiasi prospettiva politica futura. Una leadership che aspira a uno Stato e a un riconoscimento internazionale non può sottrarsi alla responsabilità di preparare le nuove generazioni a un orizzonte diverso da quello dello scontro permanente. Finché questo passaggio resta bloccato, ogni negoziato rischia di poggiare su fondamenta fragili, perché la distanza tra i tavoli diplomatici e le aule scolastiche continua a essere troppo ampia per poter essere ignorata.
(Setteottobre, 6 maggio 2026)
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La logica alla base dell'occultamento delle perdite da parte di Hezbollah
Nascondere l'entità delle proprie perdite non è solo una tattica mediatica, ma un meccanismo strategico fondamentale che permette a Hezbollah di mantenere la propria narrativa di “vittoria” e di prevenire l'erosione interna. L'occultamento è un tentativo di preservare un'immagine artificiale di vittoria di fronte a una realtà fatta di logoramento e distruzione, con l'organizzazione terroristica ben consapevole che rivelare la verità potrebbe portare al suo crollo.
di Yossi Mansharof *
Nel confronto strategico tra Israele e Hezbollah, il numero di vittime non è solo una misura statistica del lutto, ma una risorsa strategica nella battaglia per il controllo della narrazione.
Mentre Israele emette avvisi di evacuazione prima degli attacchi nelle aree civili nel tentativo di ridurre al minimo le vittime civili, anche Hezbollah sta adottando una politica di sistematica ambiguità nell'attuale guerra riguardo alla portata delle proprie perdite. Questa politica è un meccanismo di sopravvivenza, progettato per colmare il divario crescente tra le promesse dell'organizzazione e la sanguinosa realtà sul campo.
• Il mito della “vittoria divina”
Il nucleo della narrativa di Hezbollah si basa sull'ethos della “muqawama”, ovvero la resistenza, una forza imbattuta che opera sotto il patrocinio religioso. Rivelare la vera entità delle sue perdite potrebbe incrinare l'immagine della “vittoria divina” che l'organizzazione ha cercato di promuovere. Hezbollah ha anche nascosto l'entità delle perdite subite in passato, anche durante la seconda guerra del Libano del 2006, tra cui il numero di morti e feriti. Oggi, tuttavia, l’organizzazione è più sensibile che mai alle critiche. Dopo aver trascinato il Libano in una terza guerra devastante prima ancora che il Paese fosse riuscito a riprendersi dalle rovine della guerra e dal collasso economico, Hezbollah teme un’ondata di critiche da parte dello Stato e della società libanese, e in particolare da parte dell’opinione pubblica sciita. Sebbene l’organizzazione mantenga il controllo sulla propria base sciita attraverso la dipendenza economica e sociale, si possono individuare segni di agitazione anche nel sud del Libano. Nascondere l'entità delle proprie perdite è il modo in cui l'organizzazione impedisce che queste critiche diventino una vera minaccia alla sua stabilità.
A livello operativo, la pubblicazione di elenchi dei morti sarebbe un “regalo” di intelligence alle Forze di Difesa Israeliane. L'ambiguità permette a Hezbollah di preservare la nebbia di guerra che circonda l'efficacia degli attacchi israeliani. Ogni rivelazione di una vittima tra i ranghi del comando o nelle unità d’élite, come la Forza Radwan, permette a Israele di verificare l’accuratezza degli attacchi contro la struttura di comando e di identificare i punti deboli nell’assetto operativo dell’organizzazione. Per Hezbollah, l’ignoranza del nemico è un moltiplicatore di forza inteso a nascondere la profondità del danno alle sue proprie capacità.
Un elemento centrale di questa strategia, come emerge anche dalle analisi dell’Alma Research and Education Center, è l’inserimento degli agenti dell’organizzazione uccisi nelle liste delle vittime civili. Hezbollah sta mettendo in atto una doppia manipolazione: nasconde l’erosione della propria forza militare e allo stesso tempo gonfia le notizie sulle perdite civili. L'obiettivo è quello di generare pressione internazionale e legale su Israele, utilizzando la guerra cognitiva per forzare un cessate il fuoco che salverebbe l'organizzazione da una sfida significativa.
• La mancanza di responsabilità come espressione del carattere dell'organizzazione
In definitiva, questa politica riflette il carattere essenziale di Hezbollah come organizzazione totalitaria che non deve rendere conto a nessuno in Libano, né allo Stato né alla comunità sciita. Il suo unico obbligo di riferire la verità è verso il suo protettore a Teheran. Internamente, l’organizzazione continua a operare come un organismo chiuso che sopprime la trasparenza, consapevole che la verità è il nemico numero uno della narrativa che cerca di instillare.
In conclusione, l’ambiguità di Hezbollah non è un segno di forza, ma una prova della sua vulnerabilità.
Si tratta di un tentativo di preservare un'immagine artificiale di vittoria di fronte a una realtà di logoramento e distruzione, con l'organizzazione consapevole che rivelare la verità potrebbe portare al crollo del mito da cui dipende. In questa realtà, Israele farebbe bene a dedicare i propri sforzi a rivelare l'entità dei danni inflitti a Hezbollah e a radicare questa consapevolezza nell'opinione pubblica libanese, al fine di indebolire l'organizzazione e minarne ulteriormente la posizione.
Tale denuncia andrebbe anche a vantaggio di Israele di fronte alle voci in Occidente che protestano contro l’entità dei danni causati da Israele ai civili libanesi. Le crescenti richieste provenienti da vari ambienti in Libano di promuovere un accordo di pace con Israele riflettono il potenziale “partner” che esiste in Libano, che Israele deve impegnarsi a rafforzare. Rivelare la profondità del colpo inferto a Hezbollah contribuirà a servire questo chiaro interesse israeliano.
* Il dottor Yossi Mansharof è docente del programma di master in “Politica del Medio Oriente” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Haifa e ricercatore senior presso il Misgav Institute for National Security and Zionist Strategy.
(Israel Hayom, 6 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Le fake news su Israele dei “giovani turchi” della sinistra americana
Dalle accuse sui luoghi cristiani alle teorie sull’Iran, una parte della sinistra americana radicale scivola sempre più spesso nel complottismo anti-israeliano. Il caso di Ana Kasparian, Cenk Uygur e Hasan Piker mostra una convergenza tossica tra estremismi, propaganda e odio reso trendy.
di Nathan Greppi
Nel luglio 2025, ospite del conduttore di estrema destra Tucker Carlson, la commentatrice americana Ana Kasparian ha accusato Israele di voler cancellare i luoghi cristiani: “Non puoi negare il fatto che le chiese siano state prese di mira a Gaza e in Cisgiordania”, disse Kasparian, formatasi nella sinistra radicale e successivamente spostatasi su posizioni che in Italia verrebbero definite “rossobrune”.
• Un mito da sfatare
Queste tesi sono state smentite dall’archeologo israeliano Benjamin Adam Saidel, che sul “Times of Israel” ha scritto: “Se la premessa di Tucker Carlson e Ana Kasparian fosse corretta, perché Israele dovrebbe confinare questa presunta campagna alle aree palestinesi? Se Israele fosse davvero intenzionato a cancellare l’eredità cristiana, la logica vorrebbe che iniziasse in casa propria — dove non c’è controllo internazionale e potrebbe agire nell’impunità più totale. Quei siti non verrebbero regolarmente presi di mira e distrutti?”.
Saidel ha spiegato che “è vero il contrario. Entrando in quasi tutti i parchi nazionali israeliani costruiti attorno a un sito archeologico — ad esempio Avdat e Mamshit — troverai una chiesa chiaramente segnata, interpretata e integrata nell’esperienza del visitatore. Il sito web del Parco Nazionale di Avdat invita i visitatori a vedere la Chiesa bizantina di San Teodoro, una caratteristica di rilievo di questa antica città”.
Inoltre, ha aggiunto, “Israele ospita anche una vivace comunità cristiana di circa 180.000 persone, servita da quasi 400 chiese operative. È l’unico paese del Vicino Oriente dove il cristianesimo sta crescendo”.
Ironia della sorte, “lo scenario descritto da Tucker Carlson e Ana Kasparian si è effettivamente verificato — non in Israele, ma nel nord di Cipro occupato dalla Turchia. Dall’invasione turca del 1974, nel 2021 si stimava che circa 530 chiese e monasteri fossero stati distrutti o vandalizzati. Nel 2009, 48 chiese sono state convertite in moschee”.
• Un complottismo diffuso
Questo caso rappresenta un fenomeno più grande: negli Stati Uniti, così come in altri paesi, vi è una convergenza sempre più forte tra gli estremismi di destra e di sinistra per quanto riguarda l’odio verso Israele e le teorie del complotto.
In questo caso, tale convergenza ha portato dallo stesso lato della barricata un ex sostenitore di Trump come Carlson e un’ex sostenitrice di Bernie Sanders come Kasparian.
Quest’ultima è di origine armena e discendente di sopravvissuti al genocidio perpetrato dalla Turchia, ma ciò non le ha impedito di lavorare nel programma d’informazione “The Young Turks”, che prende il nome dal movimento dei Giovani Turchi, responsabile del genocidio armeno.
Il fondatore del programma, l’opinionista turco-americano Cenk Uygur, quando era uno studente all’Università della Pennsylvania scrisse un articolo sul giornale studentesco a favore del negazionismo di tale genocidio.
Secondo il sito “Stop Antisemitism”, pur presentandosi come un uomo di sinistra, nel 2015 Uygur ha ospitato nel suo programma David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, sostenitore di tesi secondo cui gli ebrei controllano il mondo.
Dopo il 7 ottobre, il conduttore ha adottato questa narrazione sostituendo “ebrei” con “Israele”, dicendo che “non è antisemita dire che Israele controlla il Congresso”, o che non importava se vincesse Trump o Biden perché “Netanyahu rimane al comando”.
Una volta Uygur ha detto che americani e israeliani “sostengono che Hamas e Hezbollah stiano attaccando Israele senza motivo […] ovviamente stanno combattendo l’occupazione tirannica”. Ha anche appoggiato negoziati diretti con Hamas, perché “Israele non vuole la pace, e pertanto devi lavorare alle loro spalle”.
• L’America “sottomessa” a Israele
Se in rare occasioni Uygur ha cercato di moderare i toni, come quando nel dicembre 2023 ha chiesto ai suoi compagni propal di non usare lo slogan “dal fiume al mare”, in quanto “è estremamente offensivo per i nostri fratelli e sorelle ebrei”, al contrario Kasparian non sembra avere nessun tabù.
Nel febbraio 2026, l’opinionista armeno-americana ha twittato: “Ehi, troie, i goyim si stanno svegliando. Fatevene una ragione”.
Quando le è stato fatto notare che usare il termine “goyim” sembrava contrapporre i gentili a tutti gli ebrei, e pertanto sconfinava nell’antisemitismo, anziché fare marcia indietro Kasparian ha rincarato la dose.
In un altro tweet, ha aggiunto: “Non mi pento di questo commento. Non mi scuso. Israele è malvagio, genocida e ha distrutto il nostro paese. Stanno per trascinarci in un’altra guerra e tutto ciò che sentiamo dagli israeliani e dai loro sostenitori senza cervello è ‘ANTISEMITA’ se non si è d’accordo con l’agenda d’Israele. […] Israele ama fare la vittima mentre bombarda sette paesi, ruba la terra ed espone apertamente le proprie intenzioni genocide. LORO sono quelli immorali. È una macchia per il nostro paese considerarli alleati”.
• Disinformazione sull’Iran
Se non hanno peli sulla lingua quando vogliono attaccare Israele e gli ebrei, quando si tratta invece del regime iraniano i commentatori di “The Young Turks” sono molto più accondiscendenti.
Come riporta il sito “HonestReporting”, tra dicembre 2025 e la prima metà di gennaio 2026 Uygur e Kasparian hanno detto poco o niente sulle proteste in Iran, salvo poi ricorrere a tesi complottiste.
Ospite del conduttore britannico Piers Morgan, Uygur ha sostenuto che le rivolte degli iraniani contro il regime erano pilotate da Israele.
Gli ha risposto per le rime l’attivista iraniano-canadese Goldie Ghamari, che nello stesso programma ha detto che Uygur “non ha idea di quello che sta succedendo nell’Iran occupato (dal regime)”, accusandolo di diffondere una “schifosa propaganda jihadista e islamista”.
• L’odio trendy di Hasan Piker
Cenk Uygur ha contribuito a lanciare la carriera di suo nipote, l’influencer Hasan Piker: diventato famoso inizialmente per i contenuti sui videogiochi su Twitch e YouTube, può contare milioni di follower sulle varie piattaforme dove è presente, e utilizza toni ancora più violenti di suo zio.
Come riporta il sito dell’AJC (American Jewish Committee), Piker, noto sui social anche con lo pseudonimo “HasanAbi”, ha collaborato con le deputate democratiche Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar, oltre ad aver ospitato sul suo canale i senatori dem Ed Markey e Ro Khanna.
Piker ha ottenuto tutti questi agganci politici nonostante il suo curriculum sia assai preoccupante: ha definito le violenze sessuali del 7 ottobre “fantasie di stupro”, aggiungendo che “non importa se quei cazzo di stupri sono avvenuti il 7 ottobre […] la resistenza palestinese non è perfetta”.
Si è persino messo a ridere mentre commentava in streaming la consegna da parte di Hamas delle bare dei piccoli Ariel e Kfir Bibas. E questi suoi contenuti sono fruiti da milioni di americani, principalmente giovani.
(InOltre, 6 maggio 2026)
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Dalla Foresta Nera a Israele: il CSI ringrazia per le 110 manifestazioni a sostegno di Israele tenutesi ad Altensteig
Ad Altensteig, una piccola località della Foresta Nera, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, per un totale di 110 domeniche, decine di persone si sono radunate nella piazza del mercato per manifestare la loro solidarietà agli ostaggi israeliani rapiti. Per questa fedeltà, alla fine di aprile il CSI (Christen an der Seite Israels - Cristiani dalla parte di Israele) ha espresso la propria gratitudine con un evento speciale, insieme a ospiti ebrei e israeliani.
di Dana Nowak
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Il presidente del CSI Luca Hezel, qui con il suo successore designato Christian Frach, ha condotto l’evento
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«La maggior parte degli ospiti presenti ha regolarmente preso posizione in pubblico a favore di Israele. Oggi, come Christen an der Seite Israels, vogliamo onorare coloro che, per amore di Sion, non hanno taciuto finché l’ultimo ostaggio non è tornato a casa. Vi esprimiamo la nostra profonda stima e il nostro rispetto. Questa serata è dedicata innanzitutto a voi», ha esordito il presidente della CSI Luca Hezel nel dare il benvenuto ai circa 130 ospiti presenti nei locali dell’associazione amica ZEDAKA a Bad Liebenzell. «Ma non festeggiamo solo voi, bensì anche Israele, che oggi compie 78 anni di giovinezza e 3000 anni di storia», ha aggiunto Hezel. Ha inoltre menzionato una coppia che ha dimostrato una fedeltà speciale, partecipando alla manifestazione per Israele in 109 delle 110 domeniche.
Tra gli ospiti c’era anche il rabbino Mordechai Mendelsohn di Karlsruhe. In alcune domeniche era stato lui stesso presente ad Altensteig e durante la serata di ringraziamento ha trovato parole commoventi: «È stato un onore per me vedere cittadini tedeschi cristiani che si sono incontrati ogni domenica – anche quando faceva freddo – per dimostrare il loro amore per il popolo di Israele. Questo ha dato forza a molte persone in Israele. Quando ero in Israele, dicevo sempre alla gente del posto: “Non siete soli, avete molti amici in Germania su cui potete contare”. In Isaia si dice: ‘Consolate, consolate il mio popolo’. Noi siamo consolati perché esiste il CSI, perché ci sono cristiani che pregano per noi.»
• Rabbi Mendelsohn: «Dio ama le vostre preghiere»
Durante il loro attacco a Israele, i terroristi di Hamas non avrebbero fatto alcuna distinzione, ma avrebbero ucciso sia ebrei laici che religiosi. «Mi rivolgo a voi come ebreo credente. Hitler ha gasato la famiglia di mio nonno, anche lui non ha fatto alcuna distinzione. Non potete immaginare quanto apprezziamo il vostro sostegno». È venuto da Israele a Karlsruhe per avvicinare nuovamente gli ebrei al loro Dio. «E qui ho conosciuto tanti cristiani che amano Israele. Non sapevo che esistessero persone del genere. Dio ama le vostre preghiere».
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«Qui ho conosciuto tanti cristiani che amano Israele. Non sapevo che esistessero persone del genere.» Il rabbino Mendelsohn di Karlsruhe
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La manifestazione di solidarietà domenicale è stata organizzata su base volontaria dalla collaboratrice del CSI Delly Hezel, coadiuvata da altre due donne. Markus Neuman, membro del consiglio direttivo di CSI, ha dichiarato nel suo discorso di ringraziamento: «Ci vogliono coraggio e determinazione per portare a termine ciò che avete messo in piedi. Fino a quando l’ultimo ostaggio non sarà tornato – non so se avreste pianificato le manifestazioni su base settimanale se all’inizio aveste saputo cosa significasse questa frase: ovvero alzarsi per 110 domeniche. Ma avete dato prova di fedeltà e per questo vi va il nostro più sentito ringraziamento.»
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Delly Hezel (a sinistra) e due volontarie hanno dato vita alle manifestazioni ad Altensteig e le hanno portate avanti per 110 domeniche. Markus Neumann, membro del consiglio direttivo di CSI, ha ringraziato le donne per la loro fedeltà
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Delly Hezel ha detto che per lei questa serata era come una grande riunione di amici e familiari. «Le nostre manifestazioni non riguardavano la destra o la sinistra, ma l’oscurità e la luce. Abbiamo potuto lanciare un segnale forte a favore di Israele e contro l’antisemitismo. Ne è valsa la pena, lo rifarei».
Alla serata di ringraziamento erano presenti anche ospiti provenienti da Israele. Si sono mostrati sopraffatti dalla solidarietà e dalla fedeltà dei cristiani presenti e hanno apprezzato lo scambio di opinioni davanti a vino e stuzzichini. «Non avrei mai pensato che al di fuori di Israele e della comunità ebraica ci fossero persone che stanno dalla parte di Israele», ha dichiarato commosso Roschel, un giovane uomo.
• «Voi ci date forza»
Avishai, un sopravvissuto al massacro di Hamas, giunto nella Foresta Nera per un periodo di riposo con la sua famiglia nell’ambito del programma di assistenza alle vittime del terrorismo del CSI, ha sottolineato: «Persone come voi ci danno la forza di andare avanti e di lottare per la verità. Non smettete di fare ciò che fate. Siete dalla parte giusta della storia».
Una menzione speciale da parte del CSI è andata quella sera anche all’attrice e doppiatrice Esther Brandt. In un progetto video congiunto del CSI con l’autore Ahmad Mansour e l’associazione WerteInitiative, si era occupata della presentazione di contenuti sul conflitto in Medio Oriente. Luca Hezel ha elogiato l’attrice per il suo coraggio nel mettersi davanti alla telecamera per i video.
A Maisenbach c’era ancora una sorpresa per gli amici del CSI: il successore designato del presidente del CSI Luca Hezel, Christian Frach, ha fatto la sua prima apparizione nella nuova carica proprio quella sera. Ha pronunciato le sue prime parole al microfono del CSI in ebraico, suscitando grande entusiasmo soprattutto tra gli israeliani presenti.
(Christen an der Seite Israels, 6 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Lag Ba’Omer – La tradizione di un giorno di gioia
di Morè Leone Chaim
Quando Rabbì Akivà vedeva Bar Kozivà diceva: – Questo è il Re Messia. – Rabbì Yochanan ben Tortà gli disse: – Akivà, l’erba crescerà sulle tue guance eppure il Figlio di David non sarà ancora venuto. – ( T. J. Ta’anit 4,6) Potrebbe essere racchiusa proprio in queste poche righe la spiegazione dell’origine di La”g Ba’Omer, il giorno 33 dell’Omer. Nella Torà, al cap. 23 del Levitico, vengono prescritti tutti i mo’adim. E, dal verso 15, l’ordine di contare i 49 giorni, le sette settimane, che vanno da Pesach Shavuot. Ma nessuno di questi giorni è indicato come diverso dagli altri. Oggi invece La”g Ba’Omer è diventato un giorno tradizionale di festa, soprattutto in Israele, con scuole chiuse e gite con gli “obbligatori” falò. Le sette settimane tra l’uscita dall’Egitto al giorno del Sinài – e sotto un altro aspetto, dalla raccolta delle prime spighe di orzo alla mietitura dei cereali – dovevano essere certamente per i nostri padri, giorni di trepida attesa. Per noi invece sono diventate settimane di restrizioni severe, quasi giornate di lutto. E torniamo così a Rabbì Akivà, uno dei grandi Maestri d’Israele. Vissuto tra il primo e il secondo secolo, epoca di dominazione romana, Rabbì Akivà aveva – si legge nel Talmud – 24.000 scolari. Improvvisamente morirono tutti, forse per un’epidemia. Gli storici ritengono invece che siano andati a combattere contro i Romani – ispirati dal Maestro – sotto il comando di Bar Kozivà, soprannominato Bar Kochbà, “figlio della stella”, insomma: il (presunto) Messia Redentore di Israele. Le cose andarono male e gli studenti-soldati furono sterminati proprio nei giorni tra Pesach e Shavuot. Il giorno 33, accadde qualcosa (fine della pestilenza o fine dei combattimenti) che fu festeggiato e tramandato come gioioso. E un altro grande Maestro, Shimon bar Yochai, il tradizionale autore dello Zohar e quasi contemporaneo di Rabbì Akivà, ha reso fausto questo giorno. Rabbì Shimon bar Yochai morì proprio nel giorno di La”g Ba’Omer. Ma, per sua stessa volontà, questo giorno da “giorno della morte” (yom she-mèt) si è trasformato in “giorno della felicità” (yom simchatò). Di qui i grandi festeggiamenti (yom Hillula) a Meron con migliaia di fedeli che visitano le tombe del Maestro e del figlio tra preghiere, canti e fiaccole. E il tradizionale primo taglio dei capelli dei bimbi di tre anni. Evento memorabile lungamente atteso. Resta comunque ancora non chiarito fino in fondo il lutto dell’Omer e la gioia di questo 33esimo giorno. Ma come augurano i Maestri ci auguriamo anche noi: Aumentino le gioie in Israele.
(moked, 5 maggio 2026)
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Diverse città israeliane aprono i rifugi – La tregua con l’Iran vacilla
I sindaci di Ashdod, Rishon LeZion e Haifa aumentano lo stato di allerta, mentre Teheran torna ad attaccare per la prima volta dalla tregua.
I comuni israeliani si preparano a una possibile escalation con l’Iran: diverse città hanno aperto e controllato i propri rifugi pubblici, temendo che la tregua tra Stati Uniti e Iran, in vigore dal mese scorso, possa rompersi.
• Ashdod e Rishon LeZion in stato di allerta elevato
La città di Ashdod, nel sud di Israele, ha aperto i propri rifugi pubblici già lunedì sera. Il sindaco Yehiel Lasri, la cui città conta circa 230.000 abitanti, ha dichiarato martedì mattina di aver ordinato di «aumentare lo stato di allerta e rafforzare la preparazione in tutti i sistemi municipali». Il centro di gestione delle emergenze è operativo e la hotline comunale è stata potenziata.
A Rishon LeZion, una città nell’area metropolitana di Tel Aviv con circa 260.000 abitanti, martedì mattina sono stati ispezionati tutti i rifugi. Il sindaco Raz Kinstlich ha dichiarato al portale di notizie israeliano Ynet: «Non c’è alcun cambiamento di politica, ma siamo in stato di massima allerta. Siamo abituati a passare da zero a cento – più velocemente di una Tesla». Ha sottolineato che circa 50.000 cittadini non dispongono di un rifugio privato – motivo per cui la città sta aprendo gli istituti scolastici, nei cui rifugi i cittadini possono anche pernottare.
Anche ad Haifa la situazione rimane tesa, sebbene la vita quotidiana per ora proceda come al solito. Il sindaco di Haifa Yona Yahav ha dichiarato a Ynet che la vita in città procede normalmente. «I cittadini hanno una disciplina ferrea. Non mi fido delle organizzazioni terroristiche e mi preparo a ogni sorpresa», ha detto Yahav. Allo stesso tempo ha rivolto aspre critiche al governo: «Non vengono qui e non mi chiamano, anche se sono uno dei politici più esperti del Paese. Sono profondamente indignato per questo». Inoltre, il 35% della popolazione di Haifa non dispone di rifugi propri.
• Contesto: escalation nello Stretto di Hormuz
L’escalation è stata innescata da un’operazione militare guidata dagli Stati Uniti, con cui il presidente Donald Trump intende garantire il libero passaggio delle navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz. In risposta, l’Iran ha attaccato navi militari e mercantili con missili, droni e motoscafi. Secondo i media, per la prima volta dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, Teheran ha sparato anche contro gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman, ferendo leggermente tre persone.
L'esercito statunitense ha inoltre affondato diverse imbarcazioni delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nello Stretto di Hormuz, dopo che una nave da carico sudcoreana era stata colpita dal fuoco iraniano.
In questo contesto, lunedì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha tenuto colloqui di sicurezza ad alto livello per prepararsi a un possibile crollo della tregua. Un funzionario della sicurezza israeliano, che ha preferito rimanere anonimo, ha dichiarato all’emittente Kanal 12: «Finora la palla era nelle mani di Trump – ora è nelle mani dell’Iran. Se decidono di combattere per il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, ciò significherà un ritorno alle ostilità».
(Israel Heute, 5 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Migliaia di fedeli alle celebrazioni sul Monte Meron
Ebrei ortodossi hanno violato le norme di sicurezza durante le celebrazioni di Lag BaOmer sul Monte Meron. A causa del conflitto con la milizia terroristica Hezbollah al confine settentrionale, il Comando del Fronte Interno aveva limitato a 200 partecipanti la capienza degli eventi pubblici all'aperto. La polizia ha dichiarato di aver impedito l'accesso a numerose persone. Secondo quanto riportato dai media, migliaia di fedeli sono comunque riusciti ad aggirare le barriere. Il Monte Meron si trova a soli otto chilometri a sud del confine con il Libano.
(Israelnetz, 5 maggio 2026)
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Iran. La guerra invisibile che manipola la verità online
Dalla disinformazione virale ai video generati con l’intelligenza artificiale, la strategia iraniana punta a confondere milioni di persone e a paralizzare la capacità di distinguere tra realtà e finzione
di Alessandro Carmi
Milioni di utenti scorrono video che mostrano Tel Aviv sotto attacco, folle in fuga da un aeroporto inesistente, soldati americani catturati da truppe iraniane. Scene credibili, costruite con cura, condivise a una velocità impressionante mentre scorrono sui social come se fossero cronaca in tempo reale. Il problema è che non è successo nulla di tutto questo, eppure quelle immagini hanno inciso, hanno orientato percezioni, hanno alimentato paure e convinzioni difficili da correggere anche quando la smentita arriva.
Durante quella che è stata definita Operation Epic Fury, tra febbraio e marzo 2026, l’Iran ha portato a un livello superiore la propria strategia di guerra informativa, trasformando la disinformazione in un’arma sistemica capace di operare su larga scala. Un recente studio accademico pubblicato nell’aprile 2026 sull’International Journal of Research and Innovation in Social Science, firmato dai ricercatori Mehran Hayat e Nazni Noordin, descrive questo fenomeno con un’espressione precisa, paralisi cognitiva, una condizione in cui il pubblico perde la capacità di distinguere tra informazione verificata e contenuti manipolati.
Il punto decisivo non riguarda la quantità di falsità diffuse, bensì la qualità del meccanismo che le rende credibili. Il ciclo individuato dai ricercatori si basa su tre passaggi interconnessi che funzionano con una precisione quasi industriale. Prima viene la costruzione del contenuto, dove elementi reali vengono mescolati a distorsioni calibrate per risultare plausibili; poi la distribuzione mirata attraverso piattaforme digitali che segmentano il pubblico; infine l’amplificazione, affidata agli algoritmi che premiano i contenuti emotivamente più coinvolgenti e li spingono verso una diffusione virale. In questo modo la verità perde peso specifico mentre l’impatto emotivo diventa il vero criterio di visibilità.
Non si tratta di un modello teorico. Le analisi di NewsGuard hanno individuato almeno diciotto affermazioni false diffuse da fonti iraniane in sole due settimane di conflitto, mentre centri di ricerca come quello della Clemson University hanno osservato un fenomeno ancora più significativo, cioè la riconversione immediata di reti di account già attivi su altri temi verso la propaganda filo-iraniana non appena la crisi è esplosa. Un sistema flessibile, pronto a cambiare obiettivo senza soluzione di continuità, capace di adattarsi al contesto in tempo reale.
A rendere più efficace questa macchina è l’uso crescente dell’intelligenza artificiale generativa, che consente di produrre immagini e video con un livello di realismo tale da ingannare anche osservatori esperti. Alcuni esempi sono diventati emblematici, come la presunta distruzione della base di Al-Udeid in Qatar pubblicata dal Teheran Times o le notizie diffuse da Tasnim su centinaia di soldati statunitensi uccisi, dati che il Central Command americano ha ridimensionato drasticamente. Anche la falsa notizia di un attacco alla portaerei USS Abraham Lincoln, rilanciata da Mehr, rientra nello stesso schema, dove l’obiettivo non è convincere tutti, ma saturare lo spazio informativo fino a rendere ogni verifica faticosa e tardiva.
Questo tipo di offensiva non si limita al piano mediatico, perché procede in parallelo con operazioni informatiche più tradizionali. Il team Unit 42 di Palo Alto Networks ha rilevato migliaia di domini utilizzati per campagne di phishing legate al conflitto, mentre gruppi associati a Teheran hanno rivendicato intrusioni in infrastrutture sensibili israeliane e di altri paesi della regione. La dimensione digitale e quella cognitiva si rafforzano a vicenda, creando un ambiente in cui la percezione del rischio può essere alterata prima ancora che il rischio si concretizzi davvero. In questo quadro si inserisce anche una componente ideologica esplicita, documentata da un rapporto del Simon Wiesenthal Center, che segnala come la propaganda iraniana utilizzi contenuti antisemiti per influenzare l’opinione pubblica occidentale, spostando il dibattito su un terreno emotivo e polarizzato.
Per Israele e per gli Stati Uniti la sfida assume contorni nuovi, perché la difesa non riguarda soltanto confini fisici o sistemi di sicurezza, ma la capacità delle società di mantenere un rapporto stabile con la realtà dei fatti. Quando la distinzione tra vero e falso si offusca, la vulnerabilità cresce in modo esponenziale e il conflitto si sposta dentro le percezioni individuali. In questa dimensione, la velocità conta più della verifica e la credibilità si costruisce attraverso l’impatto, non attraverso l’accuratezza, lasciando spazio a una guerra che non ha bisogno di conquistare territori per produrre effetti profondi e duraturi.
(Setteottobre, 5 maggio 2026)
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Libano: il prezzo della “ospitalità” a Hezbollah
di Franco Londei
Ogni guerra ha da sempre avuto i suoi sostenitori e i suoi oppositori e la guerra tra Israele ed Hezbollah non fa eccezione. Non ho deliberatamente parlato di “guerra in Libano” o di “guerra tra Israele e Libano” perché Hezbollah non è il Libano, Hezbollah è l’Iran.
La riprova sta nel fatto che sin dal giorno successivo al massacro del 7 ottobre 2023 Hezbollah ha sistematicamente e quotidianamente preso di mira il nord di Israele con un martellante lancio di missili ben sapendo che prima o poi avrebbe scatenato la reazione di Israele. Lo sapevano Hezbollah e i suoi sostenitori in Libano, lo sapevano i libanesi. Come sapevano che Hezbollah non attaccava Israele come parte integrante dell’esercito libanese ma come parte integrante delle forze armate iraniane.
Non è un caso che il Libano abbia un esercito armato e addestrato da Francia e Stati Uniti separato da Hezbollah che invece è armato e finanziato dall’Iran.
Per intenderci, l’esercito libanese non è minimamente comparabile a Hezbollah, né in termini di uomini, né in termini di potenza di fuoco e neppure in termini di esperienza in combattimento, visti gli anni di guerra in Siria ai quali ha partecipato Hezbollah.
È la storia a dirci che Hezbollah è un corpo estraneo al Libano, la storia di decenni durante i quali il Partito di Dio ha progressivamente preso le redini politiche del Paese dei cedri senza mai tuttavia fare gli interessi del Libano, preferendo fare quelli dell’Iran. Ma è anche la storia recentissima, quella delle ultime settimane durante le quali hanno messo formalmente fuorilegge il Partito di Dio è stato lo stesso governo libanese.
Il problema è che il Libano ha aperto gli occhi troppo tardi su Hezbollah, oppure li ha voluti aprire troppo tardi, perché la convivenza tra il Libano e quel corpo estraneo ha fatto comodo politicamente per troppo tempo a troppe persone.
Decenni di “ospitalità” a questa mano armata dell’Iran sono costati al Libano almeno due guerre con Israele, una progressiva regressione dei Diritti e l’espulsione de facto del Paese dei Cedri dal mondo arabo, costata carissimo in termini economici.
Oggi quella “ospitalità” costa al Libano la guerra in corso, la distruzione di interi villaggi sciiti, covi di Hezbollah a sud della Linea blu tracciata dalle Nazioni Unite, e di qualche villaggio cristiano, anch’essi trasformati in avamposti sciiti a sud del fiume Litani.
La narrazione comune, in Italia e non solo, tende ad invertire i fattori considerando Israele come «paese aggressore» e il Libano «come paese aggredito» senza fare nessuna distinzione tra Libano ed Hezbollah. Eppure è stato Hezbollah dall’8 ottobre 2023 a lanciare migliaia di missili dal Libano verso il nord di Israele provocando lo sfollamento di decine di migliaia di israeliani. È stato Hezbollah a trascinare il Libano in guerra con Israele su ordine di Teheran, senza minimamente curarsi per le conseguenze per il Paese dei cedri. È stato Hezbollah ad aggredire Israele, non il contrario.
Ora assistiamo al solito “piagnisteo” arabo che vuole Israele cattivo ed Hezbollah buono. Israele cattivo e il Libano, che ospita Hezbollah, buono e vittima di aggressione. Eppure i libanesi, dal più umile fino alle alte sfere, sapevano benissimo quale sarebbe stato il prezzo da pagare per l’ospitalità generosamente fornita a Hezbollah. E non credo che questa volta Israele si fermerà tanto facilmente, non prima di aver presentato il conto a chi di dovere.
(Rights Reporter, 5 maggio 2026)
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A Tel Aviv il summit della pace: migliaia in piazza per rilanciare la partnership israelo-palestinese
di Anna Balestrieri
Migliaia di persone si sono riunite a Tel Aviv per il terzo People’s Peace Summit, un grande incontro promosso dalla coalizione “It’s Time”, che riunisce oltre 80 organizzazioni israeliane impegnate nella coesistenza, nei diritti umani e nella costruzione della pace. Il messaggio centrale dell’evento è stato netto: la pace non deve più essere considerata un’utopia marginale, ma una necessità politica, sociale e morale.
All’Expo Tel Aviv si sono incontrati attivisti storici, studenti di scuole bilingui, famiglie, religiosi e laici, ebrei e arabi, donne con hijab, uomini con kippah e tzitzit, giovani dei movimenti socialisti e rappresentanti di organizzazioni come Standing Together, Women Wage Peace, Parents Circle-Families Forum, Rabbis for Human Rights e Breaking the Silence.
La giornata è stata articolata in panel, workshop, proiezioni e spettacoli musicali. I temi affrontati hanno incluso Gaza, la Cisgiordania, la violenza dei coloni, l’annessione, il futuro politico di Israele e la possibilità di costruire un nuovo ordine regionale non fondato sulla guerra permanente.
Il cuore politico del summit è stato il richiamo a una partnership ebraico-araba come condizione indispensabile per il futuro di Israele. Diversi interventi hanno insistito sull’idea che nessuna soluzione stabile possa nascere dall’esclusione dei cittadini arabi israeliani o dall’ignorare la leadership palestinese.
Particolarmente forti sono state le testimonianze dei familiari delle vittime del 7 ottobre e dei palestinesi colpiti dalla guerra a Gaza. Mai Peri, nipote dell’attivista pacifista Chaim Peri, ucciso dopo essere stato rapito da Hamas, ha spiegato che la pace non è una favola in cui “credere”, ma una condizione concreta di sicurezza in cui simili tragedie non debbano più ripetersi.
Dalla Striscia di Gaza, Wouroud Amir, madre di quattro figli, ha inviato un messaggio video in cui ha parlato della paura, della perdita del fratello e della stanchezza condivisa da madri e bambini israeliani e palestinesi. “Gli esseri umani sono più importanti della vittoria politica” è stato uno dei passaggi più significativi del suo intervento.
Sul palco sono intervenuti anche leader religiosi e attivisti che hanno denunciato l’uso della fede per giustificare la violenza. Rabbine, pastori e rappresentanti musulmani hanno richiamato ebraismo, cristianesimo e islam a un compito comune: difendere la dignità umana e opporsi alla vendetta.
La dimensione culturale ha avuto un ruolo centrale. Dana International ha cantato una versione techno di “Oseh Shalom”, mentre Achinoam Nini, Noor Darwish e il Rana Choir hanno eseguito una versione ebraico-araba di “Bella Ciao”. La musica è diventata parte del messaggio politico: trasformare il dolore in mobilitazione collettiva.
Il summit ha mostrato anche le tensioni interne al campo pacifista. La partecipazione palestinese è rimasta limitata, soprattutto a causa delle restrizioni di movimento imposte dopo il 7 ottobre. Tuttavia, gli organizzatori e diversi partecipanti hanno sostenuto che proprio questa difficoltà renda ancora più urgente costruire fiducia dentro e oltre i confini.
In vista delle prossime elezioni israeliane, molti interventi hanno indicato la necessità di un’alternativa politica concreta. Alcuni parlamentari hanno sostenuto che senza cooperazione con i partiti arabi non sarà possibile formare una maggioranza né cambiare rotta rispetto a guerra, occupazione e annessione.
Il messaggio conclusivo del summit è stato insieme fragile e ambizioso: rendere di nuovo popolare la parola “pace”. In un contesto segnato da anni di guerra, ostaggi, lutti e distruzione, l’incontro di Tel Aviv ha cercato di dimostrare che esiste ancora una parte della società israeliana e palestinese disposta a immaginare un futuro diverso.
(Shalom, 4 maggio 2026)
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Il pacifismo a intermittenza dell’International Solidarity Movement
Dietro la retorica della non violenza dell’International Solidarity Movement emergono dichiarazioni, collaborazioni e prese di posizione che raccontano un pacifismo selettivo: severissimo contro Israele, molto più indulgente verso la lotta armata palestinese e verso figure legate al terrorismo.
di Nathan Greppi
In un precedente articolo, abbiamo illustrato come la figura di Vittorio Arrigoni, attivista filopalestinese ucciso a Gaza nel 2011 da jihadisti salafiti, presentasse molte ombre dietro all’immagine del pacifista che ne è stata veicolata dopo la morte. Tuttavia, meno conosciuti sono i lati oscuri che si celano dietro all’organizzazione di cui faceva parte, l’ISM (International Solidarity Movement).
Fondato nel 2001, l’ISM dice di essere un movimento pacifista e non violento, i cui volontari spesso ostacolano le attività dell’esercito israeliano nei territori palestinesi come parte di una forma di “resistenza”. Tuttavia, se si scava a fondo nelle loro azioni e parole, emerge un quadro ben più fosco.
Pur presentandosi come fautori della non violenza, nel 2002 i fondatori dell’ISM, i coniugi americani Huwaida Arraf e Adam Shapiro, scrissero un’editoriale sul sito “The Palestine Chronicle” nel quale dichiararono: “La resistenza palestinese deve assumere una varietà di caratteristiche — sia non violente che violente.
Ma soprattutto, deve sviluppare una strategia che coinvolga entrambi gli aspetti. Nessun altro movimento non violento di successo è riuscito a raggiungere il proprio obiettivo senza che ce ne fosse uno violento simultaneo”.
In un’intervista rilasciata nel luglio 2003 al giornale giordano “The Star”, Shapiro dichiarò che, pur non essendo favorevole agli attentati suicidi, giustificava la “lotta armata palestinese contro Israele” fintanto che i bersagli erano i soldati israeliani o gli abitanti degli insediamenti.
Sempre nel 2003, l’impostazione “gandhiana” del movimento venne smentita anche da Saif Abu Keshek, coordinatore dell’ISM a Nablus, il quale a febbraio disse in un’intervista online per il sito della loro sezione di Londra che “sicuramente vi è un sostegno alla resistenza armata. È uno dei diritti dei palestinesi per reagire contro l’occupazione”.
Nel febbraio 2006 la Arraf, avvocatessa di origini palestinesi, ammise in una lettera pubblicata sul “Washington Post” che il suo movimento collaborava con Hamas, la Jihad Islamica palestinese e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per giustificarsi, sostenne di voler “offrire esempi concreti dei modi in cui questi gruppi ingaggiano una resistenza non violenta”.
Come riportato dal sito “HonestReporting” nel 2021, quando la Arraf si è candidata senza successo per un seggio nel Congresso USA, l’ISM ha una lunga storia di connivenza con i terroristi.
Nel 2002, mentre infuriava la Seconda Intifada, durante la quale diversi attentatori suicidi palestinesi fecero strage di civili israeliani, l’ISM inviò diversi attivisti a proteggere dei terroristi della Brigata Martiri di Al-Aqsa che si nascondevano all’interno della Chiesa della Natività a Betlemme. La stessa Arraf organizzò personalmente una missione per portare cibo e acqua ai terroristi asserragliatisi all’interno della chiesa.
Il 30 aprile 2003, un bar sul lungomare di Tel Aviv, il “Mike’s Place”, venne colpito da due cittadini britannici di religione musulmana in un attentato terroristico che fece tre morti e 50 feriti. I kamikaze, che operavano sotto la guida di Hamas e delle Brigate Martiri di Al-Aqsa, erano arrivati in Israele dalla Giordania e, pochi giorni prima dell’attacco, avevano visitato l’ufficio dell’ISM a Gaza.
Circa un mese prima, il 27 marzo 2003, nell’ufficio dell’ISM a Jenin venne arrestato dall’IDF Shadi Sukiya, membro della Jihad Islamica che aveva pianificato diversi attentati suicidi. Alcuni attivisti avevano cercato di nasconderlo e di impedirne l’arresto.
Prima della vicenda di Arrigoni, l’ISM aveva già acquisito una certa fama dopo che un’altra loro attivista, l’americana Rachel Corrie, morì a Rafah il 16 marzo 2003 schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano, difronte al quale si era messa per impedire la distruzione di un edificio utilizzato come postazione dai terroristi.
Dopo che i genitori dell’attivista sporsero denuncia, venne avviata un’inchiesta da parte della magistratura israeliana. Questa si concluse solo nell’agosto 2012, quando il Tribunale di Haifa decretò che l’IDF non era responsabile della morte della Corrie, in quanto il conducente del bulldozer non l’aveva vista mentre si piazzava proprio sotto di esso.
Oltre che con le azioni sul campo, l’ISM ha difeso i terroristi anche con dichiarazioni pubbliche. Nel gennaio 2017, hanno pubblicato su Facebook un comunicato per chiedere la liberazione di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Da notare che Sa’adat venne incarcerato dopo che la sua organizzazione rivendicò l’omicidio del Ministro del Turismo israeliano Rehavam Ze’evi, avvenuta il 17 ottobre 2001.
Nel dicembre 2016, l’International Solidarity Movement ha pubblicato anche delle dichiarazioni su Facebook e Twitter in difesa della terrorista Rasmea Odeh, incarcerata in Israele per aver pianificato nel 1969 un attentato dinamitardo a Gerusalemme nel quale persero la vita due studenti universitari.
(InOltre, 5 maggio 2026)
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Indagini dell'USAID: altri dipendenti dell'UNRWA coinvolti il 7 ottobre
Tre insegnanti dell'UNRWA e un assistente sociale dell'organizzazione sono accusati di aver preso parte ad attività terroristiche o di aver trattenuto ostaggi
Nuove informazioni provenienti dagli Stati Uniti mettono gravemente sotto accusa l'agenzia delle Nazioni Unite UNRWA. Secondo l'autorità di controllo USAID Office of Inspector General, vi sono indizi che altri dipendenti dell'organizzazione potrebbero essere stati coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 o avere avuto legami con l'organizzazione terroristica.
Secondo gli investigatori, sono state identificate altre quattro persone – tra cui tre insegnanti e un assistente sociale – che lavoravano o lavorano per l’UNRWA. Sono accusate di aver partecipato ad attività terroristiche o di aver trattenuto ostaggi rapiti da Israele.
Le persone coinvolte sono state segnalate al Dipartimento di Stato americano. Qui si sta ora valutando se imporre loro sanzioni che impedirebbero loro in futuro di lavorare nei programmi di aiuto finanziati dagli Stati Uniti.
• Sospensioni o esclusioni
Le indagini hanno già conseguenze di ampia portata: finora sono state prese di mira in totale più di 20 persone, accusate di partecipazione diretta agli attacchi o di legami con Hamas. In diversi casi si è già giunti a sospensioni o esclusioni a lungo termine dai progetti finanziati dagli Stati Uniti.
Viene sottolineato in particolare un caso esemplare: un preside dell’UNRWA, identificato anche come membro di un’unità di Hamas, è stato escluso per dieci anni da tutti i programmi sostenuti dal governo statunitense. Gli investigatori lo accusano di aver coordinato i contatti con altri presunti membri di Hamas durante gli attacchi dell’ottobre 2023.
L’autorità statunitense ha sottolineato che le indagini non sono ancora concluse. L’obiettivo è garantire che i fondi di aiuto americani non vadano indirettamente a beneficio di organizzazioni terroristiche.
• Critiche di lunga data all’UNRWA
Un portavoce ha dichiarato: «I contribuenti americani non dovrebbero finanziare gli stipendi di persone che partecipano ad attività terroristiche e allo stesso tempo impediscono che gli aiuti raggiungano chi ne ha bisogno».
Da anni le autorità israeliane accusano l’UNRWA di non intervenire con sufficiente determinazione contro le strutture di Hamas all’interno dell’organizzazione. Le nuove accuse potrebbero inasprire ulteriormente il dibattito sul ruolo dell’agenzia umanitaria nella Striscia di Gaza.
(Jüdische Allgemeine, 4 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il caso Bondì e il processo mediatico all’ebraicità
Un caso di cronaca minore diventa prova generale di un processo pubblico: non per la gravità del gesto, ma per l’identità di chi lo avrebbe compiuto. Nel rumore indignato sul “ragazzo ebreo” affiora così qualcosa di più antico e più torbido della semplice cronaca giudiziaria.
di Iuri Maria Prando
Come l’orrore dei vagoni piombati non dipendeva dall’innocenza o dalla rettitudine delle vittime, così l’oscenità del pubblico linciaggio di Eitan Bondì – responsabile dell’”attentato” del 25 aprile con un aggeggio caricato a granelli di plastica – non dipendeva dalle presunte responsabilità delittuose del ragazzo.
Un gesto di micro-delinquenza che, se commesso da altri, non avrebbe potuto ambire ad altro che al trafiletto, è diventato il caso esemplare e nazionale della “violenza ebraica” e delle “derivazioni” che essa avrebbe generato, come ha scritto il primo quotidiano d’Italia.
È stata l’ebraicità di quel ragazzo, non ciò che ha fatto, ad adunare in una solerte e allarmata requisitoria il pensoso editorialismo italiano e la malvissuta coscienza del Paese che fa dello sparatore di bussolotti di plastica il brigatista giudeo impegnato a far saltare la democrazia repubblicana. Un impegno di monitoraggio della temperie civile della società italiana che non si registra per una sparatoria vera a Bergamo o per un accoltellamento in un bassofondo napoletano.
Il marcio della campagna, la ripugnanza del chiasso per la vicenda risiedevano ed erano evidenti già lì, in quell’interesse infoiato per un caso che ha meritato tanta attenzione e ha suscitato tanto sdegno non per ciò che era, ma per chi ne era protagonista: un ebreo.
Caratteristica che infatti – senza che avesse qualsiasi interesse giornalistico, senza che avesse qualsiasi rilievo per le indagini – era opportunamente e immancabilmente sottolineata non solo nei resoconti di cronaca, ma anche da parte di esponenti politici punti dall’urgenza di condannare il “criminale appartenente alla comunità ebraica di Roma”.
La scelta di pubblicare il nome della madre del ragazzo, la fornitura abbondantissima di indicazioni di esattezza quasi millimetrica dell’indirizzo di abitazione della famiglia, compreso il piano dell’appartamento, le divagazioni sulla “ideologica esasperazione” di cui sarebbe preda il “cecchino”, l’indugiare sulla stanza del ragazzo foderata di bandiere israeliane, sorta di corpo del reato, sono solo i dettagli più appariscenti e i corollari più infami dell’orrenda gazzarra anti-ebraica organizzata nel Paese che scrisse le leggi razziali.
(InOltre, 4 maggio 2026)
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La saga criminale della Flotilla
di Davide Cavaliere
La saga della flottiglia per Gaza iniziò nel maggio 2010, quando la Mavi Marmara, nave ammiraglia della Freedom Flotilla organizzata dall’IHH — una ONG turca legata al mondo musulmano conservatore —, tentò di forzare il blocco navale israeliano. Il blocco era in vigore dal 2007 per contrastare il contrabbando di armi nella Striscia gestito da Hamas. A bordo non c’erano pacifisti con medicinali: c’erano militanti armati di spranghe, coltelli e giubbotti antiproiettile, pronti ad aggredire i soldati israeliani che avrebbero logicamente abbordato la nave.
Quando i militari salirono a bordo, infatti, furono accolti con granate stordenti e gas lacrimogeni da una trentina di turchi armati di mannaie e bastoni. Nella stiva furono rinvenute decine di altre armi bianche, giubbotti antiproiettile dell’esercito turco e quintali di farmaci scaduti. È utile rileggere la trascrizione del contatto radio avvenuto prima dello scontro:
Marina israeliana: «Vi state avvicinando a un’area che è sotto blocco navale. L’area di Gaza, la zona costiera e il porto di Gaza sono chiusi al traffico marittimo. Vi ordino di cambiare immediatamente rotta e di rinunciare a entrare nell’area. Se ignorate questo ordine e tentate di entrare nell’area sotto blocco, la Marina israeliana sarà costretta a prendere ogni misura necessaria per far rispettare il blocco. Capitano, ignorando questo ordine lei sta mettendo a rischio il suo equipaggio e la sua imbarcazione. Capitano, lei è il solo responsabile per le conseguenze delle sue azioni».
Risposta 1: «Negativo, negativo. La nostra destinazione è Gaza, la nostra destinazione è Gaza».
Risposta 2: «State zitti, tornatevene ad Auschwitz».
Il bilancio finale dello scontro fu di dieci soldati israeliani feriti e nove «attivisti» morti. La narrativa internazionale li trasformò immediatamente in martiri della libertà. Nessuno si interrogò sull’IHH — İnsani Yardım Vakfı —, organizzazione turca con documentati legami con Hamas e al-Qaeda, classificata come organizzazione terroristica da Israele e monitorata dai servizi di intelligence di mezzo mondo. Nessuno si chiese perché una missione umanitaria avesse bisogno di militanti addestrati al combattimento corpo a corpo.
Da quel precedente nacque un mito e dal mito un’industria umanitaria: quella delle flottiglie per Gaza, periodicamente rilanciate con nuovi nomi, nuove navi e nuovi volti, ma con la medesima struttura politica e la medesima funzione propagandistica.
La Global Sumud Flotilla — sumud è il termine arabo per «resilienza», la parola d’ordine dell’idiozia conformista globale — è l’ultima incarnazione di questa vicenda.
Organizzata da una coalizione di gruppi che include la Freedom Flotilla Coalition, Ship to Gaza e numerose altre organizzazioni, si propone ufficialmente di «rompere il blocco illegale di Gaza» e consegnare aiuti umanitari alla popolazione civile. Ma la realtà è decisamente diversa.
Tra le organizzazioni promotrici figurano gruppi con legami documentati con Hamas e con la Fratellanza Musulmana. L’IHH turca — la stessa della Mavi Marmara — è ancora tra i finanziatori e gli organizzatori. Associazioni europee di facciata, finanziate in parte con fondi pubblici di paesi come Svezia, Norvegia e Paesi Bassi, fungono da copertura rispettabile per un’operazione politica il cui unico obiettivo, quello non esplicitamente dichiarato, è la delegittimazione di Israele. Lo dimostra un fatto elementare: quando Gerusalemme ha offerto di far consegnare gli aiuti attraverso i canali ufficiali, previa ispezione, le flottiglie hanno sistematicamente rifiutato. Un’organizzazione genuinamente umanitaria accetterebbe qualsiasi canale pur di far arrivare medicine e cibo alla popolazione civile. Al contrario, un’organizzazione politica preferisce la provocazione alla consegna.
Il banco di prova morale e definitivo per valutare la natura della Global Sumud Flotilla e del movimento che la sostiene è arrivato il 7 ottobre 2023. Quel giorno, Hamas ha compiuto il peggior massacro di ebrei dalla Shoah: oltre milleduecento morti, donne stuprate e mutilate, bambini bruciati vivi, anziani trascinati a Gaza come ostaggi. Un pogrom pianificato nei dettagli e filmato con orgoglio dai suoi esecutori. La risposta della rete internazionale che sostiene la flottiglia è stata immediata: non la condanna, ma la giustificazione. Sui social media degli organizzatori sono apparsi post che celebravano la «resistenza», che inquadravano il massacro come risposta inevitabile all’«occupazione» e che si rifiutavano di riconoscere come vittime i civili israeliani assassinati. Anzi, Ana Alcalde, leader della Flotilla, meglio nota come la «Barbie di Gaza», protagonista di balletti e sculettamenti sul pontile di una delle navi, ha pubblicamente negato gli stupri compiuti dai miliziani di Hamas il 7 ottobre.
Nessuna flottiglia, ça va sans dire, è mai stata organizzata per protestare contro la tirannia islamica di Hamas. La «solidarietà» dei marinai «per Gaza» riguarda i palestinesi in quanto strumento di pressione su Israele, non in quanto esseri umani il cui destino meriterebbe attenzione indipendentemente dalla sua utilità alla causa antisionista.
Inoltre, è bene sottolineare che tra gli organizzatori e i simpatizzanti della Flotilla, la retorica antiebraica non è un’eccezione occasionale: è una presenza costante, che si manifesta in forme diverse a seconda del contesto e del pubblico. La forma più comune è quella che Jean Améry aveva già identificato e denunciato mezzo secolo fa: l’«antisemitismo rispettabile», che non attacca gli ebrei in quanto tali ma «il sionismo», «l’entità sionista», «il regime coloniale». Questa distinzione — «non siamo antisemiti, siamo antisionisti» — è la stessa che Améry smontò con precisione chirurgica: quando l’antisionismo nega il diritto di Israele a esistere, quando equipara il sionismo al nazismo, quando usa il lessico della «pulizia etnica» e del «genocidio» per descrivere l’unico Stato ebraico del mondo mentre ignora i reali crimini contro l’umanità che si consumano altrove, allora l’antisionismo è antiebraismo con la coscienza tranquilla.
Tra gli episodi documentati: esponenti di Ship to Gaza hanno condiviso materiali che negavano o minimizzavano la Shoah; oratori invitati agli eventi di raccolta fondi della Flotilla hanno fatto riferimento a «lobby sioniste» che controllano i governi occidentali — tropo classico della propaganda antiebraica —; manifesti e striscioni nelle manifestazioni di supporto alla Flotilla hanno accostato la stella di David alla svastica. Quando queste manifestazioni vengono segnalate, la risposta degli organizzatori è invariabilmente la stessa: si tratterebbe di «elementi isolati», di «provocatori» o di episodi «non rappresentativi». Dopo che questi episodi si ripetono sistematicamente per oltre quindici anni, la spiegazione degli «elementi isolati» comincia a sembrare quello che è: una menzogna di comodo.
La pretesa umanitaria della Flotilla non regge a un esame minimamente serio. La popolazione di Gaza riceve aiuti internazionali attraverso molteplici canali: UNRWA, Croce Rossa e organizzazioni internazionali di ogni tipo. Il blocco navale israeliano — legale ai sensi del diritto internazionale, come stabilito dalla commissione Palmer dell’ONU nel 2011 — mira a impedire l’ingresso di armi, non di aiuti umanitari. Israele ha più volte offerto di facilitare la consegna dei carichi delle Flotilla attraverso i valichi terrestri, dopo le necessarie ispezioni. L’offerta è stata sistematicamente rifiutata.
Perché? Perché l’obiettivo non è consegnare aiuti. L’obiettivo è la provocazione, la rottura del blocco come atto simbolico, la produzione di immagini utilizzabili nella guerra mediatica contro Israele. I civili gazawi, in questa strategia, come già detto, sono solo uno strumento — esattamente come lo sono per Hamas, che da diciassette anni li governa con il pugno di ferro, li priva delle risorse internazionali che dovrebbero raggiungerli e li usa come scudi umani, «martiri» involontari da gettare in pasto ai mass media occidentali, sempre alla ricerca di corpi straziati dai «perfidi giudei» da esibire a un pubblico ribollente di acredine giudeofobica.
Esiste una cinica convergenza tra Hamas e la Flotilla: la tragedia della popolazione civile è un’arma tattica indispensabile per isolare Israele. Senza quel dolore, che svanirebbe qualora Hamas fosse sconfitto e i «palestinesi» accettassero una forma di autogoverno sotto la sovranità israeliana, la ragion d’essere di tutta la facoltosa impresa marinaresca verrebbe meno.
La Global Sumud Flotilla non è una missione umanitaria. È un’operazione politica al servizio di una narrativa — quella della «resistenza palestinese» come lotta di liberazione universale — che serve gli interessi degli islamisti della Fratellanza Musulmana e del suo ramo palestinese: Hamas.
(L'informale, 3 maggio 2026)
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Un mistero vecchio di 2.100 anni svelato grazie allo smantellamento di un muro dell'epoca asmonea a Gerusalemme
Una fortificazione nel cuore della capitale fu probabilmente costruita poco dopo gli eventi di Hanukkah; ma perché fu sistematicamente demolita, e da chi?
di Rossella Tercatin
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Eilat Lieber, direttrice e curatrice capo del Museo della Torre di Davide, nella Città Vecchia di Gerusalemme
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Nuove ricerche fanno luce su un mistero vecchio di millenni: perché gli abitanti di Gerusalemme, 2.100 anni fa, smantellarono con cura una grande muraglia fortificata – più imponente delle attuali mura della Città Vecchia – e seppellirono quel sito sotto un palazzo reale?
Un imponente tratto delle mura di Gerusalemme risalente al II secolo a.C. è stato scoperto all’interno del complesso della Torre di Davide, nella Città Vecchia, come annunciato lunedì dall’Autorità israeliana per le Antichità (IAA) e dal Museo della Torre di Davide a Gerusalemme.
Lunghi oltre 40 metri e larghi circa 5 metri, questi resti sono stati scoperti nell’area nota come complesso Kishle, che fungeva da prigione durante il mandato britannico, in particolare per i membri della resistenza ebraica.
Intorno al 134 a.C., ovvero tre decenni dopo la storia di Hanukkah e l’instaurazione della dinastia asmonea, Gerusalemme fu nuovamente attaccata da un altro re greco di nome Antioco, che portava lo stesso nome del malvagio di Hanukkah. Secondo lo storico ebreo Flavio Giuseppe, vissuto nel I secolo d.C., per salvare Gerusalemme, il capo asmoneo Giovanni Ircano I accettò di distruggere le fortificazioni della città e di versare ad Antioco VII Sidetes 3.000 talenti d'oro, che prelevò dal sepolcro del re Davide.
«Egli distrusse le fortificazioni che circondavano la città. E in tali circostanze, Antioco levò l’assedio e se ne andò», scrive Giuseppe nel libro XIII delle «Antichità giudaiche» (8:3).
Secondo il dottor Amit Reem, condirettore degli scavi dell’IAA e capo archeologo per il distretto di Gerusalemme, il racconto di Flavio Giuseppe potrebbe spiegare la distruzione storica dei resti delle mura rivelati durante gli scavi.
«Ciò che abbiamo constatato durante gli scavi, ed è davvero interessante, è che il muro, questa massiccia fortificazione, è stato deliberatamente distrutto fino alle fondamenta», ha dichiarato Reem durante un’intervista telefonica.
«È sopravvissuto solo il resto del muro. Non si è trattato di una distruzione casuale, né delle conseguenze di una gigantesca battaglia o dell’usura del tempo. La grande domanda è quindi: chi l’ha fatto? »
Negli anni '80, centinaia di pietre da catapulta, punte di freccia, pietre da fionda e pallini di piombo sono stati scoperti durante gli scavi in un'area adiacente al muro. I ricercatori hanno interpretato questa scoperta come una prova dell'assedio di Antioco VII.
Reem e il suo team propongono un'altra interpretazione della distruzione intenzionale del muro. Dato che la sezione riportata alla luce si trovava esattamente nel punto in cui il re Erode avrebbe fatto costruire il suo palazzo, circa un secolo dopo il regno di Ircano su Gerusalemme, è possibile che egli abbia ordinato la demolizione del muro.
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Dr. Amit Reem, archeologo presso l’Autorità israeliana per le Antichità
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«Sappiamo che il palazzo reale privato di re Erode si trovava nell’area dove oggi si trovano la Porta di Jaffa, la Torre di Davide e il quartiere armeno, come descritto chiaramente negli scritti di Flavio Giuseppe», ha dichiarato Reem.
«Il nostro muro è stato deliberatamente sepolto in profondità nelle fondamenta del palazzo di Erode, e la domanda è: [se fosse ancora in piedi], perché il re Erode non ha utilizzato questo immenso muro per il suo palazzo o per le mura della sua città?»
«Penso che la risposta potrebbe essere che il re Erode volesse all’epoca trasmettere un messaggio al popolo ebraico: niente più re ebrei, niente più dinastia asmonea. Ci sono io. »
Erode, che regnava sulla Giudea come re vassallo dell’Impero romano, discendeva da Idumei convertiti al giudaismo da parte di padre, mentre sua madre era un’araba di origine probabilmente nabatea.
Secondo Reem, gli archeologi hanno datato il muro al periodo asmoneo basandosi sul contesto archeologico.
«Innanzitutto, il muro è costruito con pietre molto tipiche che si trovano spesso negli edifici asmonei di Gerusalemme e in Israele in generale. Anche la tecnica di costruzione è caratteristica [di quel periodo]», ha dichiarato.
«Inoltre, abbiamo trovato piccoli oggetti come ceramiche e monete risalenti al periodo asmoneo che sono collegati a questo muro. Un altro argomento è la stratigrafia del ritrovamento: il muro è sepolto sotto il palazzo di Erode, il che significa che è antecedente a quest’ultimo, e al di sopra si trovano resti risalenti al periodo del Primo Tempio [1200-586 a.C.]. »
Tuttavia, i ricercatori non sono riusciti a ottenere campioni adatti alla datazione al carbonio 14.
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Gli archeologi hanno portato alla luce una parte delle mura di Gerusalemme costruite in epoca asmonea (II secolo a.C.) nel complesso del Museo della Torre di Davide, nella Città Vecchia, una scoperta annunciata l'8 dicembre 2025
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Infatti, capita spesso che resti organici come semi, paglia o altri materiali simili, che consentono di datare le mura o gli edifici, vengano ritrovati intrappolati nella malta o nel cemento utilizzati per costruire le strutture. Tuttavia, Reem ha spiegato che la muraglia degli Asmonei era stata eretta con una tecnica a secco, senza cemento né malta.
Secondo Reem, date le dimensioni della struttura, il muro deve essere stato costruito quando la dinastia degli Asmonei era già ben consolidata, ovvero al più presto intorno al 140 a.C.
«Giuseppe Flavio ha descritto questa fortificazione con grande precisione, con le sue torri e le sue porte», ha affermato.
«Una larghezza di cinque metri è davvero enorme, e riteniamo che l’altezza originaria del muro fosse forse superiore a quella dell’attuale muro ottomano.»
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Punte di freccia e pietre da catapulta risalenti al periodo asmoneo esposte al Museo della Torre di Davide, nella Città Vecchia di Gerusalemme.
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Altre parti del muro asmoneo erano già state portate alla luce nella città, ma questa nuova scoperta è particolarmente importante per le sue dimensioni, il suo stato di conservazione e il fatto che permette agli archeologi di vedere l’intera larghezza della struttura, ha spiegato Reem.
«Nella maggior parte dei casi, è visibile solo la facciata esterna del muro, ma qui abbiamo scoperto la parte interna, il che è molto interessante per la ricerca», ha osservato.
Durante gli scavi, gli archeologi hanno anche scoperto una parte di un muro più antico, che, secondo loro, risalirebbe al periodo del Primo Tempio.
«Per questo muro stiamo attualmente effettuando una datazione al carbonio 14; le ricerche sono ancora in corso», ha dichiarato Reem.
Gli scavi sono stati condotti mentre il Museo della Torre di Davide si preparava ad aprire il complesso Kishle, che ospiterà la sua nuova ala Schulich dedicata all’archeologia, all’arte e all’innovazione.
«Ci impegniamo a preservare questo sito impressionante e unico e a consentire al grande pubblico di scoprire questo legame tangibile con il passato millenario di Gerusalemme», ha dichiarato Eilat Lieber, direttrice del Museo della Torre di Davide, in un comunicato.
«Nella nuova ala, i visitatori cammineranno su un pavimento trasparente sopra queste pietre antiche e, grazie alle creazioni di artisti contemporanei, questa ala creerà un nuovo legame con la storia e il patrimonio della città».
(The Times of Israel, 4 maggio 2026)
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Tel Aviv: Anu, presentato un libro di preghiere del XVI sec per Lag Ba Omer
di Jacqueline Sermoneta
In occasione della festività di Lag Ba Omer, un rarissimo libro di preghiere del XVI secolo è stato esposto per la prima volta ad Anu – Museo del popolo ebraico, che ha sede nel campus dell’Università di Tel Aviv.
Il prezioso manoscritto si basa sugli insegnamenti del rabbino Isaac Luria, noto come Ha’ari, grande mistico di quel periodo originario di Safed. Fu proprio rav Luria a trasformare Lag Ba Omer, inizialmente considerata una semplice pausa nel conteggio del periodo dell’Omer, in un’importante ricorrenza spirituale.
Scritto a mano con inchiostro su carta e rilegato in una copertina di cuoio ornata con inserti in pelle e foglia d’oro, il libro riflette la tradizione spirituale di Luria, in cui la preghiera è vista come strumento di ‘riparazione’ del mondo e di elevazione spirituale. Compose le ‘Kavanot’, intenzioni mistiche concepite per guidare i pensieri durante la preghiera, basandosi sulla convinzione che tali intenzioni potessero influenzare il divino e il cosmo.
Il manoscritto raccoglie istruzioni dettagliate per queste intenzioni meditative, arricchito da elementi visivi quali evidenziazioni, diagrammi e tabelle. Fu trascritto dallo scriba Israel ben Raphael Segal nel 1749 nella città di Stanov (allora in Polonia, ora considerata parte dell’Ucraina).
Nonostante la stampa fosse già diffusa all’epoca, gli insegnamenti di Luria erano soggetti a restrizioni che ne vietavano la pubblicazione. Tuttavia, nei circoli mistici, i testi dai contenuti controversi venivano riprodotti in forma manoscritta. “Questo libro di preghiere incarna la tensione tra il nascosto e il rivelato – ha affermato Orit Shaham Gover, curatrice capo di ANU – I visitatori sono invitati a entrare in un mondo in cui la preghiera non è semplicemente un testo, ma un’esperienza spirituale profonda e intenzionale, capace di connettere l’umanità, la fede, la tradizione e il mondo della cabala”.
(Shalom, 4 maggio 2026)
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Il dono reciproco: la Parola vivente
La preghiera regale e sacerdotale - un dono insondabile: sguardi incoraggianti dietro le quinte. «Ora hanno riconosciuto che tutto ciò che mi hai dato viene da Te. Le parole che mi hai dato, io le ho date a loro; ed essi le hanno accolte e hanno veramente compreso che sono venuto da Te, e hanno creduto che Tu mi hai mandato» (Giovanni 17,7).
di Bernd Maulbetsch
Con l'espressione «tutto ciò che tu mi hai dato» si intende, prima di tutto, la Parola di Dio - la relazione vivente che il Padre ha affidato al Figlio e che Gesù, a sua volta, ha trasmesso ai suoi discepoli. Non si tratta di una conoscenza teorica o di un testo religioso come tanti altri, ma di una realtà spirituale che contiene vita, verità e potenza trasformante. Gli apostoli compresero bene questo significato, come leggiamo nella seconda lettera a Tìmoteo:
«Ogni Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per convincere, per correggere e per educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.»
In queste parole si racchiude un principio essenziale: la Parola di Dio è la fonte di ogni cosa, il fondamento che sostiene la fede, la guida che illumina il cammino dell'uomo e la risposta definitiva a ogni domanda del cuore. È in essa che troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere con senso, per affrontare le difficoltà, per amare con purezza e perfino per morire con speranza. Non stupisce, dunque, che i discepoli, quando molti si allontanarono da Gesù perché scandalizzati dalle sue parole troppo dirette e scomode, abbiano pronunciato una delle frasi più vere e più profonde di tutta la Scrittura: «Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna!» Queste parole esprimono l'essenza stessa della fede cristiana: la consapevolezza che nessun'altra voce, nessun altro insegnamento, nessun altro maestro può dare vita come Gesù. Tutto il resto passa, si consuma o si rivela illusorio; solo la Parola del Signore rimane in eterno. Dal versetto in esame emergono quattro affermazioni fondamentali, che rappresentano i pilastri della fede autentica:
- Hanno riconosciuto che tutto ciò che Gesù Cristo possiede proviene dal Padre. In questo c'è la consapevolezza che ogni autorità, sapienza e potenza del Figlio è radicata in Dio stesso.
- Hanno accolto la sua Parola, cioè non si sono limitati ad ascoltarla, ma l'hanno interiorizzata, facendola diventare parte del proprio essere.
- Hanno compreso da dove viene Gesù Cristo, riconoscendo la sua origine divina e la sua missione come inviato del Padre.
- L'hanno accolto nella fede, cioè con fiducia sincera e obbedienza interiore.
La fede, infatti, non è solo un sentimento o un consenso intellettuale: è una conferma, una risposta personale alla voce di Dio, un atto che coinvolge tutto l'essere. Credere significa dire "sì" a Dio e al suo operare, accettare che Egli ha l'ultima parola sulla nostra vita. Anche chi rifiuta la fede, in fondo, prende posizione: l'incredulità è anch'essa una forma di scelta, un "no" alla verità rivelata. Nessuno può restare neutrale davanti alla Parola di Dio. E tuttavia, è fondamentale comprendere che la fede non è un merito umano né il risultato di una nostra conquista. Dio, nella sua infinita misericordia, si rivela a ciascuno come vuole, nei modi e nei tempi che solo Lui conosce. La fede è un dono, un privilegio offerto per grazia, affinché nessuno possa vantarsi davanti a Dio. È un atto di amore da parte sua, e un atto di gratitudine da parte nostra. Per questo il vero credente non si innalza sugli altri, ma rimane umile e riconoscente, consapevole che ogni passo nel cammino della fede è possibile solo perché Dio lo permette. Egli è l'autore, la fonte e il compimento della fede. Tutto inizia e finisce in Lui. Per chi crede, la vita quotidiana diventa così un continuo ringraziamento. La fede non si limita a un'esperienza privata o a una dimensione interiore: essa si manifesta concretamente, nella gioia, nella fiducia, nel perdono, nella capacità di amare. È un cammino che si traduce in gratitudine e lode, in gesti semplici che glorificano Dio. I discepoli ebbero Gesù tra loro solo per un breve periodo; noi, invece, possiamo essere in comunione con Lui in ogni momento, perché il suo Spirito è presente in noi e in mezzo a noi. Va sottolineato anche che la fede non è un affare personale da custodire nel silenzio della propria coscienza. È una forza viva, destinata a trasformare chi crede e a irradiare la sua luce verso gli altri. Una fede autentica non può rimanere nascosta, perché porta frutto, e quel frutto si manifesta in amore, in servizio, in testimonianza. Gli uomini hanno diritto di vedere la differenza che Cristo produce in chi lo segue: hanno diritto di conoscere la sorgente della speranza che abita nel cuore del credente. Spesso, però, tendiamo a ridurre la fede a un elenco di rinunce - a ciò che non facciamo più da quando abbiamo creduto. Ma la fede non è privazione: è pienezza. Non è un "non fare", ma un "fare per amore". È seguire l'esempio di Gesù, che disse: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.» In queste parole non c'è orgoglio, ma missione: la chiamata a essere strumenti di bene, segni visibili di un Dio invisibile. Perciò, lasciamoci incoraggiare ogni giorno a vivere una fede più profonda, più coraggiosa, più generosa. È una strada che richiede costanza, ma porta frutti di pace e di gioia. Vale davvero la pena, perché ogni atto di fede, ogni gesto di amore, ogni parola di verità avvicina il mondo a Dio e Dio al mondo. Vivere nella fede significa vivere alla presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo - ed essere, in mezzo a un mondo incerto, testimoni del suo amore che non tramonta mai. Lasciamoci dunque incoraggiare sempre di nuovo - ne vale davvero la pena.
(Chiamata di Mezzanotte, luglio/agosto 2025)
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I re biblici e Netanyahu
I cristiani spesso vedono una differenza tra l’Israele biblico e quello odierno. Ma chi osserva con attenzione si rende conto che, in realtà, non è cambiato poi così tanto.
di Elisabeth Hausen
I cristiani hanno tutte le ragioni per astenersi dal condannare il primo ministro israeliano Netanyahu
«L’odierno Stato di Israele è ancora l’Israele biblico?» È una domanda che sentiamo ripetere spesso su Israelnetz. Come motivi di dubbio vengono citati la politica del capo del governo Benjamin Netanyahu e la secolarizzazione dello Stato ebraico. Ma ai tempi della Bibbia era così diverso?
Dio respinge il primo re, Saul, a causa della sua disobbedienza. Dopo solo altri due mandati, il regno viene diviso a causa delle discordie in Israele e Giuda. Entrambi i regni vanno in rovina, finendo con la deportazione e l’esilio. Riguardo ai re si dice o: «Fece ciò che era gradito al Signore», oppure: «Fece ciò che era sgradito al Signore».
Davide è considerato il modello di pietà; così, ad esempio, in 2 Re 18,3 si dice di Ezechia: «E fece ciò che era gradito al Signore, proprio come suo padre Davide». Qui «padre» va inteso nel senso di «antenato». Chi legge la Bibbia vede che Davide era un adultero e un assassino. Ciononostante è considerato «un uomo secondo il cuore di Dio». Non è diventato un modello per la sua rettitudine, ma perché ha confessato i suoi peccati e si è pentito.
I re che lo seguirono, che facevano ciò che piaceva al Signore, si distinguevano per lo più per la distruzione dei luoghi di culto idolatra. A quanto pare, il popolo si lasciava ripetutamente trascinare ad adorare qualcun altro al posto del proprio Dio.
Dal periodo dei patriarchi, invece, leggiamo di diffidenza, menzogne e intrighi. I fratelli di Giuseppe lo vendono come schiavo. Durante il viaggio nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana, il popolo d’Israele si distingue per i mormorii e l’incredulità, arriva persino a fabbricarsi un vitello d’oro e ad adorarlo. Il periodo dei giudici è caratterizzato dal caos e dalle guerre.
• Elezione per amore
Cosa caratterizza quindi il popolo biblico d’Israele? In Deuteronomio (7,7 sgg.) si legge: «Non è perché siete più grandi di tutti i popoli che il Signore vi ha scelti e vi ha preso con sé – poiché voi siete il più piccolo di tutti i popoli –, ma perché vi ha amati e per mantenere il giuramento che aveva fatto ai vostri padri». L'elezione non ha quindi nulla a che vedere con il fatto che Israele sia particolarmente grande o anche santo. Eppure è proprio questo il metro di giudizio che applichiamo volentieri al popolo ebraico – e poi rimaniamo delusi quando gli ebrei si rivelano essere persone peccatrici.
Invece di puntare il dito contro Israele e mettere in dubbio la sua elezione permanente, noi cristiani dovremmo piuttosto porci la domanda: la Chiesa odierna è equiparabile alla comunità primitiva del Nuovo Testamento? Di essa si dice in Atti 2,44: «La moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola». In questa prima comunità, tra l’altro, gli ebrei erano in maggioranza.
• Una Chiesa lontana dalla sua missione originaria
Da allora, la Chiesa si è allontanata molto da ciò che il suo Signore Gesù Cristo formulò in una preghiera prima della sua crocifissione (Giovanni 17,20): «Non prego solo per loro, ma anche per quelli che crederanno in me attraverso la loro parola, affinché tutti siano uno».
Non solo i cristiani si sono divisi in così tante confessioni e denominazioni che persino i credenti perdono la visione d’insieme. In nome della Chiesa, gli uomini hanno commesso crimini terribili, anche contro gli ebrei. Solo pochi seguaci di Gesù hanno alzato la voce a favore degli ebrei durante il Terzo Reich. Eppure, secondo Romani 11, i cristiani sono rami d’ulivo innestati che esistono grazie alla radice ebraica.
Dopo tutti questi fallimenti e l’odio verso Israele, è legittima la domanda: l’elezione dei cristiani è ancora valida? Chi ha tante macchie sulla coscienza come noi, non solo nei confronti di Israele, dovrebbe mostrarsi cauto nel giudicare l’odierno Stato ebraico e il suo governo. Una cosa rimane come ai tempi biblici: spetta solo a Dio giudicare se Israele e i suoi capi di governo agiscano secondo la Sua volontà. Ciò vale anche per la Chiesa e i suoi responsabili.
(Israelnetz, 2 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Congresso FIFA. Il palestinese Rajoub rifiuta la stretta di mano all’israeliano
di Shira Navon
Quando Gianni Infantino, presidente della FIFA (Federazione Internazionale di Calcio), ha posato la mano sul braccio di Jibril Rajoub e con un gesto lo ha invitato ad avvicinarsi a Basim Sheikh Suliman, vicepresidente della Federcalcio israeliana, Rajoub si è tirato indietro, ha lasciato il palco e ha voltato le spalle a quella che avrebbe dovuto essere una stretta di mano simbolica davanti alle delegazioni di tutto il mondo, momento immortalato dalle agenzie fotografiche internazionali e rimbalzato immediatamente sui social media.
Il presidente della Palestine Football Association ha spiegato le ragioni del suo rifiuto senza lasciare margine a interpretazioni: Suliman era lì, a suo avviso, per rappresentare un governo che definisce criminale, e una foto sorridente avrebbe contraddetto ogni parola pronunciata nel suo intervento precedente, in cui aveva chiesto con forza che la FIFA sanzionasse Israele per la presenza di club israeliani nei territori occupati della Cisgiordania. Susan Shalabi, vicepresidente della PFA presente in sala, ha dichiarato ai microfoni di Reuters di non poter stringere la mano a qualcuno portato lì, sempre a suo avviso, per coprire quello che ha chiamato genocidio, aggiungendo che la sofferenza palestinese meritava ben altro che una foto di circostanza sul palco di un congresso sportivo. Israele ha fermamente respinto l’accusa di genocidio a Gaza.
Suliman è una figura che incarna una complessità tutta sua: è un cittadino arabo-israeliano, il che rende il rifiuto di Rajoub ancora più carico di significati politici, perché la sua presenza sul palco non era evidentemente casuale ma calibrata per rendere più difficile alla parte palestinese giustificare un rifiuto al dialogo senza apparire contraddittoria agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Infantino ha tentato di ricucire con la consueta formula diplomatica, invitando entrambi a lavorare insieme per dare speranza ai bambini e liquidando la situazione con un “sono questioni complesse” che a molti è parso insufficiente. Rajoub, a margine del Congresso, ha detto di rispettare il tentativo del presidente FIFA di fare da mediatore, aggiungendo però che forse Infantino non comprende fino in fondo la profondità della sofferenza palestinese. Shalabi ha rincalzato osservando che mettere Rajoub nella condizione di stringere una mano subito dopo un discorso articolato sui diritti delle federazioni associate equivaleva a svuotare di senso l’intero intervento, a trattare parole pronunciate davanti al Congresso come se fossero soltanto un’esibizione retorica destinata a evaporare non appena qualcuno avesse prodotto l’immagine pacificatrice giusta.
La settimana precedente la PFA aveva fatto ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport contro la decisione della FIFA di non sanzionare Israele per i club con sede in Cisgiordania, territorio che i palestinesi rivendicano come parte di un futuro Stato. FIFA aveva dichiarato che non avrebbe preso provvedimenti contro la IFA o i club israeliani, citando lo status giuridico irrisolto della Cisgiordania nel diritto internazionale pubblico, una risposta che i palestinesi considerano un’elusione travestita da prudenza legale e che solleva una domanda legittima: se FIFA può sanzionare federazioni per questioni di governance interna, perché la presenza di club negli insediamenti occupa una zona grigia che l’organizzazione si rifiuta di esplorare?
All’uscita dal Vancouver Convention Center, Rajoub e Shalabi si sono trovati davanti a un gruppo di manifestanti che chiedeva però tutt’altro: volevano che FIFA bandisse l’Iran dal Mondiale, sostenendo che la nazionale rappresentasse i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica. Uno di loro ha chiesto direttamente a Rajoub se questo lo convincesse a sostenere i Pasdaran, al che il presidente palestinese ha risposto di non sostenere nessuno, volendo soltanto il sostegno della comunità internazionale per la causa palestinese. La scena ha aggiunto un ulteriore strato di paradosso a una giornata già carica di tensioni simboliche, con i palestinesi accusati di solidarizzare con Teheran mentre cercavano sanzioni sportive contro Israele, in un intreccio in cui ogni gesto viene politicizzato e riletto secondo chiavi precostituite.
Quello che è accaduto a Vancouver rivela quanto FIFA si trovi in una posizione sempre più difficile: vuole mantenere un’immagine di universalità e di spazio al di sopra delle parti, ma il conflitto israelo-palestinese non si lascia addomesticare da una stretta di mano fotografata davanti a uno striscione con il logo dell’organizzazione. Rajoub ha preferito la coerenza con la propria presa di posizione politica all’immagine televisiva che Infantino sperava di consegnare al mondo come prova che il calcio può, almeno in apparenza, superare ogni divisione. Quella stretta di mano mancata resterà probabilmente come il momento più emblematico di questo Congresso, non perché abbia cambiato qualcosa, ma perché ha reso visibile con brutale chiarezza quanto poco sia cambiato.
(Setteottobre, 2 maggio 2026)
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Moja Mama!
La «yiddishe mamme» è protagonista di molte barzellette. Eppure è molto di più. Un omaggio dal punto di vista di un figlio
di Jan Feldmann
Me lo immagino come in un film: siamo nel 1999, poco prima della partenza, davanti al nostro appartamento – in un corridoio sovietico, con l'intonaco che si sbriciola dalle pareti. In due valigie c'è una vita intera. Eppure: quando guardo mia madre, capisco subito – andrà tutto bene.
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«Moja Mama», la mia mamma: l’autore con sua madre il giorno dell’inizio della scuola a Tashkent nel 1996. Tre anni dopo si trasferirono in Germania.
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Presto sarà la Festa della Mamma. Spesso si sostiene che sia un'invenzione dei nazisti.
In effetti, questi ultimi dichiararono la giornata festa nazionale e la strumentalizzarono a fini propagandistici – ma non l'hanno inventata. La sua forma moderna è nata negli Stati Uniti. La poetessa e femminista Julia Ward Howe invocò già nel 1870 una «Festa della Mamma della Pace». In Germania la Festa della Mamma è stata celebrata per la prima volta nel 1923, su iniziativa dell’«Associazione dei fioristi tedeschi» per motivi commerciali. La Festa della Mamma può quindi continuare a essere celebrata con la coscienza pulita.
Nella tradizione ebraica non esiste una data del genere. Il che però non significa che la madre non abbia un ruolo centrale nella nostra cultura. Al contrario! La «mamma yiddish» compare continuamente nelle barzellette ebraiche: «Qual è la differenza tra un terrorista e una mamma yiddish? Con il terrorista si può negoziare.»
Tuttavia, è molto più di un semplice motivo umoristico. Senza la mamma non ci sarebbe la cultura ebraica, né la religione ebraica – né il popolo ebraico. Nelle opere teatrali, nei romanzi, negli aneddoti, nei film di Hollywood e nello stand-up ebraico, la madre ebrea sembra apparire più spesso della figura del rabbino. E non di rado, siamo onesti, assume anche il ruolo del rabbino all’interno della famiglia.
La mamma yiddish non parla più solo yiddish: la si trova nei circoli ashkenaziti, sefarditi e mizraiti, in quelli religiosi e secolari. La mamma yiddish è allo stesso tempo tenera e seria, spiritosa e sacra.
Già la Torah sottolinea chiaramente l’importanza della madre. Sara, Rebecca, Rachele e Lea non erano solo madri del popolo ebraico in senso teologico. Il Talmud le annovera tra le profetesse d’Israele. E i saggi dell’antichità vanno ancora oltre: «Grazie al merito delle donne virtuose (ovvero delle madri) i nostri padri furono liberati dall’Egitto», si legge nel trattato Sota. Tanta forza e potere spirituale attribuiscono quindi i commentatori talmudici alla mamma yiddish.
Nell’era moderna questo rispetto a volte va perso. La mamma yiddish viene interpretata in modi culturalmente molto diversi. Nella cultura popolare statunitense viene spesso rappresentata in modo esagerato – ad esempio nelle vesti della madre di Howard Wolowitz nella serie The Big Bang Theory: nevrotica, esigente, controllante. Un cliché che purtroppo si è radicato nel mondo occidentale.
Nel mondo dell’esperienza sovietica o post-sovietica da cui provengo, invece, la mamma yiddish non è mai stata una caricatura, ma una figura calorosa e portante della famiglia. Scrivo questo testo consapevolmente da questa prospettiva personale, e allo stesso tempo lo scrivo in definitiva su tutte le madri – indipendentemente dalla fede o dall’origine. La mamma yiddish è un termine generico per tutte le emozioni e le caratteristiche che associo a mia madre.
Nella famosa canzone di Jack Yellen si dice della mamma yiddish: «In Vasser in Fayer volt zi gelofn far ihr Kind» – «Nell’acqua e nel fuoco correrebbe per il suo bambino». E questa figura non esiste solo nel testo. Tutti conoscono una mamma yiddish del genere. Lei vive oggi, e la sua disponibilità al sacrificio è a volte dolorosamente reale.
Davanti ai miei occhi appare l’immagine di Shira Bibas e dei suoi due figli piccoli, Kfir e Ariel – mentre li stringe disperatamente a sé per proteggerli dai terroristi che il 7 ottobre fanno irruzione nella sua casa. Shira Bibas, una mamma yiddish, è un’eroina.
Penso alla Rebbetzin Shterna Wolff, che ad Hannover, dopo la morte improvvisa di suo marito, il rabbino Benjamin Wolff, ha trovato la forza di portare sulle spalle un'intera comunità.
E infine c’è la mia mamma yiddish: la primario di Tashkent che in Germania, senza esitare, a oltre 40 anni ha studiato di nuovo medicina perché la sua laurea uzbeka non era riconosciuta – e oggi continua a esercitare come ginecologa.
Presto ricomincerà lo Shabbat, e so che chiamerò mia madre – come ogni volta – poco prima. «Mamulja, ja na Shabbat idu, vsjo choroscho, Shabbat Shalom» – «Mamma, vado in sinagoga per lo Shabbat, va tutto bene, Shabbat Shalom». Perché lo faccio? È un riflesso. E perché so che c’è questa persona che non si aspetta nulla – se non la certezza che io stia bene. Per questo mi sembra giusto.
Forse il vero dono della mamma yiddish è che ci insegna ad amare senza porre condizioni. E che, per quanto cresciamo, non smettiamo mai di sentire la sua voce in sottofondo – a volte preoccupata, a volte severa, sempre calorosa. Per quanto possa sembrare patetico – e forse anche un po’ kitsch – finché sul display del mio telefono compaiono queste quattro lettere: MAMA, il mio mondo è integro e al sicuro.
(Jüdische Allgemeine, 1 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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25 aprile, Ottolenghi: “Serve abbassare i toni. Possibile un dialogo costruttivo”
Dopo un 25 aprile segnato da tensioni, violenze e polemiche, la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Livia Ottolenghi, lancia un appello al dialogo, senza nascondere la preoccupazione per il clima che si è creato. Intervistata da La Stampa, Ottolenghi ha confermato la disponibilità a incontrare l’Anpi dopo l’apertura arrivata dall’associazione partigiani: “L’Ucei non si tira indietro e accetta l’incontro, senza ignorare le diversità di vedute”. Un passo che, nelle intenzioni, deve servire a ricostruire un confronto civile: “Qualunque iniziativa che tenda a rasserenare gli animi, a smorzare i toni e a respingere un linguaggio violento e spesso antisemita non può essere elusa”. Il 25 aprile di quest’anno ha lasciato un segno profondo. Le immagini dei cortei, in particolare a Milano, Roma e Bologna, sono per la presidente UCEI “difficili da dimenticare”, segnate da “frasi antisemite irripetibili” e da un clima che ha superato ogni limite: “Nel 2026 non pensavo si arrivasse a evocare saponette o Hitler”. A rendere ancora più delicata la situazione è stato anche l’episodio avvenuto a Roma, dove un giovane della comunità ebraica è accusato di aver sparato con una pistola ad aria compressa contro due attivisti dell’Anpi. Ottolenghi ha espresso “sgomento e tristezza”, ribadendo al tempo stesso la necessità di attenersi ai fatti, ricordando che, come dichiarato dal Direttore del relativo Museo, il giovane non è un rappresentante della Brigata ebraica. Il tema del disagio giovanile emerge come uno degli elementi centrali della riflessione. “È una piaga sociale che si è acuita dopo la pandemia – spiega – e non riguarda solo i giovani della comunità ebraica, ma un’intera generazione”. Un fenomeno che, sottolinea, va affrontato con strumenti adeguati da parte di istituzioni, scuola e sistema sanitario. Sul piano della sicurezza, Ottolenghi evidenzia una condizione anomala che riguarda le comunità ebraiche: “Altre confessioni religiose non devono ricorrere alla sicurezza per andare a pregare o a scuola. Noi sì, da sempre”. A preoccupare è anche il ruolo dei social network, dove “le escalation a notizie non ancora verificate” e i “commenti al vetriolo” contribuiscono ad alimentare tensioni e ostilità. In questo contesto, la presidente UCEI torna a chiedere un impegno concreto sul piano legislativo: “È importante che il Parlamento approvi il disegno di legge sull’antisemitismo, che punta soprattutto alla formazione e alla cultura del rispetto”. Alla possibilità di una frattura insanabile con il mondo della sinistra risponde con un segnale di apertura: “Voglio credere che sia possibile discutere in maniera costruttiva con tutte le forze politiche”. E conclude con un richiamo al valore delle parole e del confronto: “Possiamo anche non essere d’accordo, ma dobbiamo poterlo esprimere liberamente, senza scadere negli insulti”.
(Shalom, 1 maggio 2026)
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Flotilla fermata al largo di Gaza, diffusa lista presunti affiliati ad Hamas
Sembra finita a molte centinaia di chilometri dalla meta la nuova edizione della Global Sumud Flotilla. Nella notte tra mercoledì e giovedì motovedette israeliane hanno intercettato varie imbarcazioni della spedizione “umanitaria” a ovest dell’isola di Creta, in acque internazionali. Secondo quanto dichiarato da funzionari di Gerusalemme, gli attivisti fermati saranno prima identificati e poi espulsi.
E mentre la Global Sumud Flotilla chiama alla mobilitazione di piazza, con molte iniziative in programma nelle prossime ore anche in Italia, il ministero degli Esteri israeliano informa che «circa 175 attivisti, provenienti da oltre 20 imbarcazioni, stanno raggiungendo pacificamente Israele». Dalle autorità di Gerusalemme la spedizione viene definita ironicamente “condom flotilla” per via dei molti preservativi trovati a bordo. Il ministero ha anche diffuso un breve video in cui attivisti «si divertono» sulle navi israeliane tra risate e capriole. Tra i fermati ci sono vari cittadini italiani. In una nota Palazzo Chigi «condanna il sequestro delle imbarcazioni» e «chiede al governo d’Israele l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo».
Contestualmente al blocco della spedizione le autorità israeliane hanno diffuso del materiale informativo su alcuni membri della spedizione. Tra loro c’è Saif Abu Keshk, «membro del comitato direttivo e portavoce della Global Sumud Flotilla, coordinatore e portavoce dell’iniziativa Global March to Gaza», che viene presentato come contiguo a «Yahia Sarri, religioso algerino legato ad Hamas e in capo all’Associazione degli Studiosi Musulmani Algerini (affiliata ai Fratelli Musulmani) e al suo Comitato di Soccorso, tramite cui sono stati trasferiti aiuti dall’Algeria a Gaza».
Si parla poi di Muhammad Nadir Al-Nuri, «cittadino malese nato in Scozia nel 1987, membro del comitato direttivo della Global Sumud Flottilla e fondatore e amministratore delegato di Cinta Gaza Malaysia (CGM)», che avrebbe sostenuto «il finanziamento di iniziative a beneficio di entità a Gaza affiliate ad Hamas, come la costruzione di un edificio per l’Ufficio per lo Sviluppo Sociale, istituzione operante sotto il controllo del gruppo terroristico». Viene inoltre menzionato tra gli altri Zaher Birawi, «giornalista e attivista palestinese-britannico di Londra originario di un villaggio vicino Nablus, tra i fondatori della Freedom Flotilla Coalition, presidente dell’EuroPal Forum e del Comitato Internazionale per rompere l’assedio di Gaza». Nel 2012, accusa Israele, è apparso “insieme al leader di Hamas Ismail Haniyeh in diversi eventi».
(moked, 1 maggio 2026)
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La Meloni accusa Israele e non condanna la flotilla
di Giovanni Giacalone
La Premier Giorgia Meloni sembra non avere gradito l’operazione della marina israeliana di mercoledì sera, al largo delle coste greche, nei confronti dell’ennesima flotilla diretta a Gaza e Palazzo Chigi ha subito condannato “il sequestro delle imbarcazioni” chiedendo a Israele “l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo”.
Immediata la risposta del governo israeliano che ha evidenziato come dietro all’azione provocatoria della flotilla vi sia Hamas, con lo scopo di sabotare la transizione del piano di pace del Presidente Trump alla sua successiva fase.
Il Ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha poi reso noto:
“Tutti i partecipanti alla flottiglia provocatoria che sono stati sbarcati dalle navi lo sono stati senza subire danni. In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle navi della flottiglia alla nave israeliana saranno sbarcate su una spiaggia greca nelle prossime ore. Ringraziamo il governo greco per la sua disponibilità ad accogliere i partecipanti alla flottiglia. Chiediamo a chiunque non sia interessato a provocazioni ma piuttosto all’aiuto umanitario a Gaza di farlo attraverso il BOP, che ha anche rilasciato una dichiarazione in merito oggi. Israele non permetterà la violazione del blocco navale legale su Gaza.”
Il governo greco, a differenza di quello italiano, ha attivato una collaborazione costruttiva ed efficace con Israele per disinnescare sul nascere un’iniziativa che non aveva assolutamente nulla di umanitario.
Del resto nel settembre del 2025 il governo israeliano aveva rilasciato un report dettagliato sulla regia di Hamas dietro alle iniziative della flotilla che include anche documenti rinvenuti a Gaza. Chissà se in Italia sono stati avviati accertamenti al riguardo?
Il governo italiano parla di “sequestro” e di “detenzione illegale”, ma in base alla Convenzione di Sanremo (paragrafo 67A), le navi possono essere intercettate se sono state avvertite e manifestano la chiara intenzione di violare un blocco navale dichiarato.
Inoltre, non vi è stato alcun “sequestro” visto che, come già illustrato dal Ministro degli Esteri israeliano, i membri della flotilla saranno sbarcati in territorio greco. Cosa si aspettava la Meloni? Che i naviganti fossero accolti a Gaza? Israele e Grecia si sono di fatto mossi preventivamente per evitare rischi maggiori a ridosso delle coste israeliane.
Forse il governo italiano farebbe bene a tutelare il rispetto del diritto internazionale e la sicurezza dei propri cittadini evitando di fare salpare dalle proprie coste imbarcazioni con personaggi che hanno il solo scopo di provocare la reazione israeliana, boicottare il delicato processo di pace mettendo tra l’altro a repentaglio la propria incolumità. La Premier Meloni condanna l’iniziativa della Flotilla? Perché su questo non c’è chiarezza.
In un’eventuale prossima iniziativa della flotilla il governo italiano potrebbe facilmente coordinarsi con quello israeliano, come già fatto nel caso greco, in modo da disinnescare sul nascere la cosa. Il punto è, c’è la volontà politica? Difficile crederlo.
(L'informale, 1 maggio 2026)
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Immensa vergogna
La banalità del male sembra tornare proprio così: non con il volto dichiarato dell’odio, ma con quello rassicurante della buona coscienza, dell’indignazione selettiva e della superiorità morale
di Marco Agnoletti
Scrivo da cittadino italiano profondamente amareggiato e indignato per l’indegno spettacolo offerto da una parte di quei “democratici antifascisti” da salotto impegnato che, nei fatti, hanno dimostrato un’intolleranza inquietante.
Una signora ebrea, presente al corteo e visibilmente scioccata, ha segnalato che anche padri e madri con bambini al seguito si sono distinti nel proferire minacce e slogan che si pensava appartenessero ormai ad altri tempi.
Nei filmati circolati in queste ore si vedono persone apparentemente “normali” insultare, urlare e quasi trasfigurarsi contro chi sfilava con le insegne della Brigata Ebraica o con cartelli di solidarietà nei confronti del popolo iraniano e ucraino.
È un’immagine che colpisce e preoccupa: non la violenza di pochi estremisti riconoscibili, ma l’odio esibito da persone che si percepiscono — e probabilmente vengono percepite — come “per bene”, civili, democratiche, progressiste.
La banalità del male sembra tornare proprio così: non con il volto dichiarato dell’odio, ma con quello rassicurante della buona coscienza, dell’indignazione selettiva e della superiorità morale.
Da italiano provo vergogna. Da cittadino democratico provo allarme. Perché quando l’antifascismo diventa pretesto per insultare e minacciare ebrei, dissidenti iraniani, ucraini o chiunque non rientri nella narrazione dominante, allora non siamo più davanti a una manifestazione civile, ma a una deriva culturale e morale che va denunciata senza ambiguità.
(Setteottobre, 1 maggio 2026)
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Se l’allarme sull’antisemitismo non suona più
La violenza del 25 aprile impone una riflessione che non può fermarsi alla cronaca. Tra antisemitismo mascherato da antisionismo, silenzi istituzionali e comunità ebraiche costrette a vivere sotto protezione, l’Italia sembra accettare come normale ciò che normale non è.
di Stefano Piperno
A forza di battere sullo stesso tasto, la musica prima o poi stona.
Un giovane ebreo della comunità romana viene fermato per gli spari contro una coppia che recava al collo il fazzoletto dell’ANPI.
Peggio di così non poteva andare: il male ha prodotto altro male, l’ignoranza avviluppata dall’ideologia ha stravolto la storia e, alla fine, si è trovato lo sconsiderato esasperato che si è messo in proprio, rendendo un pessimo servizio alla causa per cui credeva di combattere.
Le reazioni della comunità ebraica romana sono state immediate e sgomente: nessuna giustificazione, nessuna ambiguità, ma una presa di distanza netta da un gesto definito inaccettabile e contrario ai valori stessi della comunità.
In Italia, sondaggi di varia fonte accreditano le diverse forme di avversione verso gli ebrei — dall’antisionismo di recente conio all’antisemitismo tout court — intorno al 26%, una percentuale molto più alta di quella presente nel 1938, al momento della promulgazione delle leggi razziali.
Allora la percezione antisemita era alimentata soprattutto dall’atteggiamento di una Chiesa cattolica che non aveva ancora rinunciato all’espressione “perfidi giudei” e nella quale sopravviveva, in molti ambienti, l’antica accusa di deicidio.
Solo una minoranza, soprattutto nelle città dove esistevano comunità ebraiche, aveva reale cognizione della loro presenza. E tuttavia, dove vivevano, gli ebrei italiani erano spesso integrati nel tessuto sociale, anche per il loro numero esiguo: nulla a che vedere con la condizione degli ashkenaziti dell’Europa orientale.
Le leggi razziali furono accolte dai più senza particolare convinzione né entusiasmo. Lo dimostra anche l’aiuto prestato da molti italiani a famiglie ebree prima e durante l’occupazione nazista.
Certo, vi furono anche i delatori a pagamento e i fascisti irriducibili, come la banda Koch a Roma, che catturava ebrei e li consegnava ai tedeschi. Ma non vi fu mai, in Italia, un compatto e convinto movimento popolare antiebraico.
Diamo per noti i fatti che hanno condotto alla situazione presente. Preme invece puntualizzare due aspetti allarmanti, entrambi gravi e forieri di ulteriori sventure.
Il primo riguarda il sionismo, che è stato ed è una teoria politica fondata sulla rivendicazione, da parte degli ebrei, del ritorno alla loro terra d’origine, poi sfociata nella nascita dello Stato d’Israele sull’onda della Shoah.
Chi si dichiara apertamente antisionista nega a Israele il diritto di esistere. Distinguo e ambiguità sono inammissibili, a meno che non si ignori il significato della parola.
Accusare Israele di aver sottratto e occupato illegalmente terra altrui, rincarando la dose con le accuse di neocolonialismo, espansionismo, genocidio e pulizia etnica, non è soltanto una variante del vecchio antisemitismo razzistico: è qualcosa di peggiore, perché si ammanta di lessico politico e morale.
Tra costoro, nessuno dice che cosa si dovrebbe fare degli otto milioni di ebrei che vivono tra il Giordano e il Mediterraneo.
La seconda questione è tutta italiana: l’assordante silenzio della politica. Passi per gli anti-israeliani dichiarati, che siedono per lo più a sinistra in Parlamento: almeno non si nascondono.
Ma le autorità di governo, fino alla massima magistratura dello Stato, perché avallano sostanzialmente le storture storiche del 25 aprile? Perché, senza esercitare una vera moral suasion, costringono le comunità ebraiche a vivere blindate intorno a scuole e luoghi di culto?
La protezione armata delle forze dell’ordine, a ben guardare, è l’ammissione che si è in presenza di cittadini comunque “particolari”.
Coscienze a posto, accettando senza adeguata riprovazione le aggressioni contro chi espone, come suo diritto, i simboli della propria appartenenza.
Nessun’altra minoranza etnica o religiosa è soggetta a una situazione simile, qualcosa su cui riflettere.
La recente approvazione al Senato del disegno di legge sull’antisemitismo, che recepisce una formulazione internazionale, ha mostrato una sinistra riluttante e ambigua.
Insomma, sembra di capire che vada bene così.
(InOltre, 1 maggio 2026)
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La nuova «normalità» che incute timore
Quali sono state le ripercussioni del 7 ottobre 2023 e dei recenti sviluppi in Medio Oriente? Il nuovo rapporto sulla situazione del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania
di Katrin Richter
Erano circa le 3.30 di lunedì mattina, quando una pattuglia della polizia a Cottbus ha scoperto una svastica di 1,50 metri per 1 metro sulla sinagoga. Il simbolo di estrema destra è stato ricoperto e nel corso della giornata è stato rimosso. Già tre giorni prima erano state trovate scritte antisemite sulla sinagoga.
Nel quartiere berlinese di Pankow, domenica scorsa, un graffito incitava all’omicidio degli ebrei; nel dicembre 2025 un uomo ha minacciato attentati davanti alla sinagoga di Hanau; una settimana dopo, il rabbino della comunità è stato insultato da un gruppo di persone. Alla fine di settembre 2025, un ventiquattrenne è stato aggredito e insultato su un tram di Erfurt a causa della sua collana con la stella di David ben visibile.
Sono notizie come queste, che si accumulano con triste regolarità e a un ritmo sempre più rapido, a spaventare gli ebrei in Germania.
Una vita comunitaria in modalità di crisi. È questa la conclusione del terzo rapporto sulla situazione del Consiglio centrale degli ebrei, ora pubblicato.
Il sondaggio, a cui hanno partecipato 102 comunità ebraiche e associazioni regionali e che è stato condotto per la prima volta dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 in Israele e la guerra che ne è seguita, mostra, secondo il rapporto: «Le comunità ebraiche operano in condizioni di sicurezza rafforzate in una situazione che non lascia presagire alcun allentamento della tensione. La situazione di sicurezza ha profonde ripercussioni sulla vita quotidiana, sul comportamento e sulla stabilità psichica degli ebrei in Germania.»
Si constata un aumento del senso di insicurezza, una diminuzione della solidarietà nella società civile, un calo della visibilità della vita ebraica e un peggioramento dei rapporti con le associazioni musulmane.
• La guerra con l’Iran ha portato «a un peggioramento della situazione di sicurezza».
Il rapporto sulla situazione presentato fornisce anche spunti su come la situazione in Medio Oriente influisca sulla percezione della sicurezza: ad esempio, secondo il 66% degli intervistati, il cessate il fuoco tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas nell’ottobre 2025 «non ha portato a un miglioramento della percezione della sicurezza». «Il 13% riferisce addirittura di un peggioramento». La guerra in Iran ha portato, secondo circa il 62% degli intervistati, «a un peggioramento della situazione di sicurezza».
Questo dato, afferma il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster, dimostra chiaramente: «La guerra in Medio Oriente è sempre stata solo un pretesto, mai una ragione per gli attacchi antisemiti e l’incitamento all’odio in Germania. La guerra di Israele contro il regime dei mullah è un nuovo pretesto di questo tipo per un antisemitismo dilagante».
Dal massacro perpetrato dall’organizzazione terroristica Hamas il 7 ottobre 2023, gli episodi antisemiti contro le comunità sono aumentati continuamente. Se nel 2023 le comunità colpite erano ancora 32, il numero è salito a 43 nel 2024 e a 46 nel 2026.
La maggior parte di questi episodi (64%) è costituita da insulti antisemiti o comportamenti provocatori, seguiti da ostilità o commenti di odio sui social media (62%), telefonate minacciose o lettere antisemite (49%) e danni alla proprietà o scritte sui muri degli edifici (49%). Le proteste contro le comunità o le manifestazioni che si svolgono consapevolmente nelle loro vicinanze rappresentano il 28% degli episodi.
Molti aspetti dei risultati del rapporto sulla situazione sono allarmanti: il fatto che i giovani e i bambini debbano nascondere la propria identità, che la vita ebraica venga estromessa dallo spazio pubblico, che la solidarietà da parte della popolazione civile stia diminuendo. Il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster sottolinea questo calo: «Il sostegno percepito da parte della società civile è crollato dal 62% a un allarmante 35% dal 7 ottobre. Laddove sarebbe necessario un maggiore coraggio civile, assistiamo a un calo.»
• La richiesta di sostegno psicosociale è aumentata nel 63% delle comunità.
C'è grande soddisfazione (91%) da parte delle comunità per quanto riguarda la collaborazione con le autorità di sicurezza. Nel 2026, la vita religiosa e sociale potrà continuare nel 95% delle comunità «nonostante limitazioni puntuali come la cancellazione di eventi». Nel 2023, secondo la prima indagine, questo era il caso nel 73% delle comunità.
Si registra un rafforzamento del senso di comunità, tuttavia la situazione stressante causata dai continui episodi di antisemitismo si ripercuote sulla salute mentale dei collaboratori delle comunità ebraiche. Oltre il 90% sarebbe visibilmente stressato dalla situazione, molti dirigenti adatterebbero la loro vita quotidiana alla crescente minaccia, non indosserebbero simboli ebraici riconoscibili o sarebbero più vigili nel loro ambiente. La richiesta di sostegno psicosociale è aumentata nel 63% delle comunità.
È una «nuova normalità», afferma Josef Schuster, che si sta sviluppando in «una grave situazione di sicurezza». Una situazione in cui le comunità ebraiche devono essere protette costantemente e l’antisemitismo, come parte dello spazio pubblico, ha subito una normalizzazione. Ora nemmeno i graffiti che nel centro di Berlino incitano apertamente all’omicidio degli ebrei scatenano una tempesta di indignazione. Queste condizioni sono insostenibili.
(Jüdische Allgemeine, 1 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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