L'Eterno è giusto in tutte le sue vie
e benigno in tutte le sue opere.
L'Eterno è vicino a tutti quelli che lo invocano,
a tutti quelli che lo invocano in verità.
Salmo 145:17-18  

Attualità



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Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Come cerva che assetata

Dalla Sacra Scrittura

SALMO 42
  1. Come la cerva desidera i corsi d'acqua,
    così l'anima mia anela a te, o Dio.
  2. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;
    quando verrò e comparirò in presenza di Dio?
  3. Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,
    mentre mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  4. Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla
    verso la casa di Dio, tra i canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa.
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
  6. L'anima mia è abbattuta in me; perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,
    dai monti dell'Ermon, dal monte Misar.
  7. Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;
    tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.
  8. Il Signore, di giorno, concedeva la sua grazia,
    e io la notte innalzavo cantici per lui come preghiera al Dio che mi dà vita.
  9. Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?»
  10. Le mie ossa sono trafitte dagli insulti dei miei nemici
    che mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  11. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
SALMO 43
  1. Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente malvagia;
    liberami dall'uomo falso e malvagio.
  2. Tu sei il Dio che mi dà forza; perché mi hai abbandonato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?
  3. Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino,
    mi conducano al tuo santo monte e alle tue dimore.
  4. Allora mi avvicinerò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia e della mia esultanza;
    e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio!
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015


In questa pandemia la scienza rinnega se stessa

di Vincenzo Vitale

Il primo aspetto che qui esamino attiene al modo in cui virologi, infettivologi, medici in genere si son proposti sui giornali e in televisione durante questi due anni di pandemia. Quasi tutti, con qualche eccezione – probabilmente Andrea Crisanti – mostrano una spavalda sicurezza che a volte sconfina nella arroganza e nella sicumera, le quali, come è noto, sono la negazione di ogni possibile metodologia scientifica.
  Lo scienziato che sia e intenda rimanere fedele allo statuto proprio della scienza (anche della medicina, che non è una scienza esatta) sa bene invece che il solo atteggiamento consono è quello dettato da una profonda umiltà, per il semplice motivo che il sapere scientifico procede sempre per via di successive approssimazioni e perciò è sempre revisionabile, anche nelle parti che sembravano in principio più oggettivamente certe. Per questa ragione, ogni scienziato pur affermando la correttezza di una determinata teoria – anche quella in tema di vaccini – la presenta pubblicamente, avvertendo sempre che si tratta di una acquisizione del tutto provvisoria, modificabile, integrabile e perfino falsificabile. Per questo, egli evita accuratamente di farne un feticcio sull’altare del quale sacrificare altre teorie di segno opposto e perfino, come è accaduto, i rapporti con i colleghi.
  Come dimenticare, infatti, la veemenza arrogante con la quale Fabrizio Pregliasco apostrofò, alcune settimane or sono, il collega Claudio Giorlandino, il quale, in una nota trasmissione televisiva, gli faceva notare che, dopo la mutazione del virus ormai effettiva da diversi mesi, la terza dose non andrebbe fatta, perché gli anticorpi, sensibili al virus pre-mutazione, non si attiverebbero sulle sue varianti? Toni di voce da fiera paesana, interloquire tronfio e proteso a zittire il collega, irrisione pubblica delle sue teorie, insomma l’esatto contrario del comportamento del vero scienziato: ecco come reagì Pregliasco, invece di farsi carico delle osservazioni critiche per accettarle o confutarle razionalmente. Egli non era affatto mosso dall’ansia per la ricerca della verità, ma dalla esigenza assoluta di evitare che i dubbi esternati dal collega potessero aver presa sul pubblico televisivo. Questa non è scienza.
  In secondo luogo, il vero scienziato non nasconde, neppure in parte, la verità delle cose e per questo non teme neppure di confessare pubblicamente la propria ignoranza, nel caso sia necessario. E tanto egli è disposto a fare per fedeltà alla propria vocazione scientifica: perché sa che ammettere di non sapere – socraticamente – è il solo modo di poter sapere; e che questo è un insegnamento di incalcolabile significato anche per la massa di telespettatori, i quali saranno portati a comprendere le ragioni della scienza più da una ammissione di (temporanea) ignoranza di chi, non sapendo, potrà aspirare a sapere, che dal trionfalismo di chi afferma di sapere, nulla invece sapendo. Per questo, egli dice al pubblico la verità, tutta la verità, anche se sgradevole, dal momento che di dire la verità ha un preciso dovere, essendogli precluso ogni atteggiamento mistificatorio, di occultamento o di imbonimento.
  Come dimenticare tuttavia il tono di malcelato paternalismo con il quale molti dei tele-virologi ogni sera ci ammanniscono la loro pedagogia spicciola, fondata su una verità da loro proclamata, ma che rimane arcana, inaccessibile, inesplicabile per noi tutti, che – poveretti ! – mai potremo attingerla? Questa non è scienza. Ancora. La vaccinazione a tappeto, omnicomprensiva, indifferenziata, universale – come predicata da indistintamente tutti i nostri bravi tele-virologi – estesa anche ai bambini sotto i dodici anni (in attesa di quella da riservare ai piccolissimi da zero a 5 anni e infine della non più rinviabile vaccinazione intrauterina presto da loro auspicata) è quanto di più assurdo si possa immaginare, ponendosi in contrasto con ogni criterio scientifico di correttezza metodologica.
  Si pensi che Papa Leone XII, dopo che il suo predecessore Pio VII aveva reso obbligatorio e gratuito il vaccino antivaioloso, abolì la obbligatorietà nel 1823, mantenendo la gratuità: ciò facendo, mostrò uno spirito scientifico di gran lunga più raffinato degli attuali tele-virologi. Infatti, egli delegò ai medici, e soltanto ai medici, di decidere caso per caso se inoculare il vaccino oppure no, così come deve essere per ogni scienza che sia degna di tale nome. Oggi, impera invece la universalità vaccinale indiscriminata e pervasiva. Questa non è scienza.
  Ancora. Quando si trattò da parte dell’Ema di verificare gli effetti deleteri e perfino letali che Astrazeneca aveva causato in vari Paesi – Italia, Norvegia, Olanda, Francia – il vaccino fu sospeso, ma Ema se la sbrigò in appena tre o quattro giorni, compresi sabato e domenica. Si trattò dunque di un controllo, a tutto voler concedere, soltanto formale, forse cartaceo, comunque estrinseco. In appena tre o quattro giorni è infatti impossibile un controllo non formale, ma capace di verificare realmente la potenzialità nociva del vaccino sugli esseri umani. La cosa fu tanto spregiudicata, da risultare perfino offensiva del buon senso: non occorreva essere medici o scienziati per sentirsi presi in giro da un controllo tanto fasullo quanto ostentato. Questa non è scienza.
  Infine. Praticamente tutti i tele-virologi, in compagnia di giornalisti e politici, chiedono ossessivamente a tutti noi, da due anni, nientemeno che di aver “fede” nella scienza, al punto che manifesti enormi campeggiano lungo le strade italiane, mostrando sorridenti pargoli che appunto si affidano a benevolenti medici in camice bianco altrettanto sorridenti. Si può mai ripetere impunemente una simile corbelleria? Eppure, la ripetono come nulla fosse, auspicando la fede dei semplici, che sono ovviamente i più numerosi. Peccato che la scienza sia per definizione il regno della conoscenza oggettiva e sperimentale e nulla abbia a che spartire con la fede e neppure con la fiducia che, casomai, va riposta nel medico e non certo nella medicina.
  Ma chi si cura di esercitare il pensiero con questa piccola riflessione? Pochissimi. Tanto basta per crocifiggere la scienza, ormai moribonda per mano dei tele-virologi, a quello che sembra essere il suo peccato originale: pretendere la sperimentazione e la conoscenza oggettiva e universale. In tal modo, della vera scienza rimane solo la sua grottesca controfigura: quella di un sapere che, non potendo esibire fondamenti oggettivi, invoca la fede dei semplici per ragioni di pura sopravvivenza. Questa non è scienza. Potrei continuare, ma mi fermo qui. Per ora.

(l'Opinione, 30 novembre 2021)


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Censura, bugie, contraddizioni: la scienza al servizio della «guerra»

La confessione di Monti: il sapere non è più ricerca della verità ma gestione del potere.

di Boni Castellane

Perché in tempo di guerra la verità va «somministrata al popolo dosandola dall'alto anche ricorrendo a metodi meno democratici» e questa cosa si può dire senza che il loden faccia una piega anzi con le teste degli astanti che annuiscono come se si trovassero di fronte a una figura spirituale? La risposta è la seguente: perché in guerra esiste un «fine superiore» in base al quale la società umana solitamente accetta di subordinare ogni altro valore e ogni altra consuetudine, finanche la libertà. Questo fine è la vittoria o, per usare termini più inclusivi e meno patriarcali, garantirsi la sopravvivenza. La sopravvivenza è il bene supremo di ogni essere vivente e, per estensione, di ogni consesso sociale. Primum vivere. Qui però nasce una prima obiezione sulla quale non insisteremo: la guerra è la guerra o è anche tutta una serie di cose che «assomigliano» alla guerra?
  Ai tempi del terrorismo brigatista in Italia alcuni dicevano che eravamo in guerra, e quindi erano lecite le misure eccezionali, e altri invece lo negavano recisamente. George W. Bush dichiarò che gli Usa dopo l'11 settembre erano in uno stato simile alla guerra e promulgò una serie di limitazioni della libertà sulle quali si accese un ampio dibattito che, paradossalmente, vedeva i contestatori e complottisti di ieri trasformati nei più zelanti e obbedienti normalizzatori di oggi. Ma lasciamo stare per carità, Giorgio Agamben e altri scrivono di queste cose ormai da anni. Noi siamo realisti e constatiamo che il Covid, più o meno legittimamente, è considerato dai governi alla stregua di una «guerra». Ne conseguono tutte quelle strane cose che sentiamo dire da mesi: chi non si vaccina è un disfattista, ci vuole il lasciapassare, se non ti vaccini metti in pericolo mio nonno vaccinato, hai paura di andare al fronte, i ragazzi devono sacrificarsi per la patria, eccetera. E naturalmente non deve stupire la finestra di Overton aperta da Mario Monti: basta alimentare i dubbi, filtriamo le notizie. Ma di ciò che successe a Caporetto nel 1917 si seppe o le notizie furono nascoste «per il supremo bene della patria» ?
  Eccoci giunti alla considerazione decisiva che può spiegare tutte queste incongruenze: ma in base a quale presupposto si puo sapere in anticipo quali notizie sono da filtrare, quali nascondere, quali edulcorare e quali sottolineare? Perché posso consigliare il vaccino Astrazeneca ai minori di 60 anni salvo poi sconsigliarlo fino a renderlo introvabile? Perché prima parlo di immunità di gregge, poi dico che non è raggiungibile? Perché i richiami non finiscono mai? E come è possibile che tutte queste contraddizioni convivano tranquillamente, anzi, come auspica il presidente Monti, non debbano essere in alcun modo fatte rilevare? Perché se è vero che la scienza deve seguire il metodo scientifico e quindi procedere per prova ed errore senza stabilire mai una risposta definitiva ma sempre «fino a prova contraria», la moderna gestione del potere non è scientifica ma segue le leggi del materialismo scientifico che si chiama «scientifico» ma che non lo è. In base al materialismo scientifico noi possiamo interpretare in anticipo gli eventi sociali e sappiamo quindi fin dall'inizio cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Conoscere la verità non è il frutto della ricerca ma è il presupposto della gestione del potere. Il potere non deve cercare, il potere deve guidare. E se le cose non vanno come ci aspettiamo? Tanto peggio per i fatti, risponderebbe Johann Gottlieb Fichte. E se il popolo non è d'accordo? Bisognerà sostituire il popolo, direbbe Bertolt Brecht.
  Quindi ricapitoliamo: siamo in guerra, il Cts (stato maggiore) decide cosa fare, se le cose non vanno come si pensava è un problema dei fatti e se si cambia idea non bisogna dirlo perché in guerra ogni dubbio crea una debolezza. E qual è la cosa che stupisce più di ogni altra? Stupisce scoprire che alcuni materialisti scientifici provengano proprio dalla Bocconi. O forse non stupisce affatto?

(La Verità, 30 novembre 2021)


Addio Israele, Eitan torna in Italia. La Corte: è sempre stata la sua casa

La decisione sul bimbo sopravvissuto alla tragedia del Mottarone

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Ora è definitivo: Eitan Biran, l'unico sopravvissuto alla strage del Mottarone, tornerà in Italia. La Corte suprema israeliana ha dichiarato inammissibile il ricorso del nonno materno, Shmuel Peleg, che l'11 settembre l'aveva condotto in Israele con un jet privato via Lugano, per cui è stato spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale per sequestro di minore. La Corte di Gerusalemme conferma, come i due precedenti gradi di giudizio, che "il luogo normale di vita del minore sia in Italia dove ha trascorso quasi tutta la sua esistenza", nella casa nel Pavese della zia Aya Biran. Ed è lì che deve proseguire la procedura giudiziaria sul suo affidamento, secondo i criteri stabiliti dalla Convenzione dell'Aja sulla sottrazione dei minori. Convenzione il cui principio fondante - scrive il giudice Alex Stein nelle 17 pagine - è "tolleranza zero verso i rapimenti e necessità di restituzione immediata". 
  Decaduta la sospensiva, il bambino può fare rientro in Italia in qualsiasi momento, "non oltre il 12 dicembre". Il passaporto di Eitan, custodito dal tribunale, verrà consegnato alla zia paterna, che da oltre due mesi è in Israele con il marito e le due figlie per seguire il processo. Secondo un portavoce dei Biran, il rientro avverrà in pochi giorni, cercando di mantenere il riserbo per non esporre il bambino a ulteriore stress. Fino ad allora, non è ancora chiaro in che modalità Eitan si separerà dal ramo materno della famiglia, che dalla sentenza di primo grado, il 25 ottobre, ha potuto vederlo solo sotto la supervisione dei servizi sociali. "Una sentenza legalmente, moralmente e umanamente corretta che mette fine a un evento dannoso e inutile", hanno dichiarato i legali dei Biran, Avi Chimi e Shmuel Moran, auspicando che ora i Peleg "abbandonino le battaglie legali e la campagna diffamatoria. E consentano di tornare a un percorso di riabilitazione e di pacificazione". 
  La famiglia Peleg invece anticipa che continuerà "a lottare con ogni via legale per riportare Eitan in Israele". Lo stesso Israele che, comunicano, "oggi ha rinunciato a un bambino ebreo indifeso, cittadino israeliano, senza che la sua voce fosse ascoltata, preferendo farlo vivere in una terra straniera". Per mesi i Peleg hanno ripetuto di aver perso fiducia nella giustizia italiana, contestando le procedure con cui Aya è stata nominata tutrice di Eitan il 25 maggio, due giorni dopo la tragedia, all'ospedale di Torino, nomina confermata poi dal tribunale di Pavia. Su tutte, le presunte irregolarità e vizi di forma sollevati dai difensori del nonno materno, si sono soffermati lungamente anche i giudici israeliani dei diversi gradi, ribadendo che la materia è di competenza dei tribunali italiani. 
  Il 9 dicembre inizierà il dibattimento al Tribunale minorile di Milano sul ricorso presentato dai Peleg per reclamare la tutela conferita ad Aya, che nel frattempo ha avviato la domanda di adozione in Italia. La zia materna Gali, che aveva presentato ad agosto la stessa domanda in Israele, potrebbe ora spostare la pratica in Italia aprendo un'ulteriore ramificazione della vicenda. Shmuel Peleg invece si chiede se e quando potrà rivedere il nipote: non può lasciare Israele, dove è sottoposto a un'indagine parallela per sequestro, né mettere piede in Europa, dove lo attende un mandato di cattura (già eseguito nei confronti del complice Gabriel Abutbul Alon, che guidò l'auto verso Lugano, rilasciato ieri a Cipro su cauzione con obbligo di firma). Eitan torna in Italia, ma sul suo futuro restano ancora molte incognite.

(la Repubblica, 30 novembre 2021)


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«Eitan deve vivere in Italia». Da Israele sentenza definitiva

La Suprema Corte ha respinto il ricorso del nonno materno e ha deciso che il piccolo superstite del Mottarone dovrà ritornare dalla zia paterna entro il 12 dicembre. Ma i Peleg non si arrendono: “continueremo a lottare per lui”.

di Luciano Moia

«Eitan dev'essere riportato in Italia entro il 12 dicembre». In una sentenza di 17 pagine - non appellabile -la Corte Suprema israeliana ha scritto la parola fine per la vicenda del bambino di 5 anni, unico superstite della tragedia del Mottarone. I giudici hanno confermato le precedenti sentenze già pronunciate in Israele, respingendo il ricorso del nonno. Il giudice della Corte Suprema, Alex Stein, ha ricordato che il principio base della Convezione dell'Aja prevede «tolleranza zero verso i rapimenti ed evidenzia la necessità di una restituzione immediata. Non è discutibile - ha sottolineato - che il luogo normale di vita del minore sia l'Italia dove ha trascorso quasi tutta la sua esistenza». Smentita la principale tesi del nonno, secondo cui il ritorno di Eitan in Italia «rischia di provocare» al minore «danni mentali e fisici significativi». Una decisione «legalmente, moralmente e umanamente corretta». Così Shmuel Moran e Avi Chimi legali della famiglia Biran hanno definito la decisione: «È la fine di un episodio sfortunato, per lo più dannoso e inutile per il piccolo Eitan», Ora il piccolo, hanno aggiunto «potrà ora tornare alla sua famiglia in Italia, compresi i suoi nonni, i genitori del suo defunto padre, e a tutte le strutture da cui è stato tolto: mediche, psicologiche ed educative». E a proposito della strenua opposizione mostrata dalla famiglia materna Peleg, l'auspicio degli avvocati «è che ora, in considerazione delle loro azioni e delle conseguenze penali delle loro azioni, sapranno fermare le battaglie legali».
  Ma dalla famiglia materna sono invece arrivate parole durissime contro la sentenza e contro lo «Stato d'Israele che ha rinunciato a un bimbo ebreo indifeso e a un cittadino israeliano senza che la sua voce - hanno commentato - venisse ascoltata, lasciandolo in terra straniera, lontano dalle sue radici, dalla sua amata famiglia e dal posto dove sono sepolti i suoi genitori e il fratello». Da qui un proposito chiaro: «Combatteremo con ogni mezzo legale - hanno annunciato - per riportare Eitan in Israele e impedire la rottura del legame, imposta da sua zia, con la famiglia della sua defunta madre Tal».
  II 25 ottobre la giudice Iris llotovich Segal del tribunale della Famiglia di Tel Aviv aveva riconosciuto la violazione della Convenzione dell'Aja da parte del nonno materno, che ha portato segretamente Eitan in Israele all'inizio di settembre, e aveva ordinato il rientro del bimbo in Italia. Ma la famiglia Peleg non aveva mollato e aveva presentato ricorso alla corte distrettuale di TelAviv, che tuttavia l'aveva respinto, confermando la sentenza del tribunale della Famiglia. I nonni materni avevano giocato l'ultima carta, presentando appello alla Corte Suprema ma anche questa ha dato loro torto. Sull'adozione del bimbo - ha ribadito la Corte Suprema israeliana - sarà la magistratura italiana a decidere.
  I Peleg hanno sempre respinto la tesi del rapimento, sostenendo che i genitori del piccolo, ora deceduti, volevano riportarlo in Israele. Opposta la posizione di Aya Biran secondo cui è l'Italia la "residenza naturale" dove il bimbo è cresciuto, l'italiano è la sua lingua madre ed è lì che si svolgeva il suo percorso riabilitativo dopo la tragedia, prima che venisse prelevato dal nonno.
  Shmuel Peleg è indagato in Italia per sequestro di minore, insieme a Gabriel Abutbul Alon l'autista del van che l’11 settembre ha condotto nonno e nipote in Svizzera per imbarcarsi alla volta di Tel Aviv. Alon, arrestato a Cipro, è stato scarcerato ieri ma con obbligo di firma e si attende una decisione delle autorità locali sulla richiesta della sua estradizione. Mentre il mandato d'arresto internazionale nei confronti del nonno materno non è stato finora eseguito.

(Avvenire, 30 novembre 2021)


Eitan deve rientrare in Italia: "Qui è dove ha sempe vissuto". La Corte di Israele respinge ricorso del nonno Shmuel Peleg

Entro il 12 dicembre il ritorno nel Pavese con la zia paterna. I nonni materni: "Israele rinuncia così a un bimbo ebreo indifeso in terra straniera". Scarcerato Alon, il paramilitare arrestato a Cipro con l'accusa di aver aiutato il nonno a rapirlo.

di Luca De Vito

La Corte Suprema israeliana ha rigettato il ricorso di Shmuel Peleg, nonno di Eitan Biran. Lo rende noto la famiglia secondo cui il bambino torna ora in Italia come disposto dalle prime due sentenze israeliane. Il piccolo, unico sopravvissuto alla tragedia della funivia del Mottarone, dovrà rientrare in Italia entro due settimane, la data ultima è il 12 dicembre, con la zia paterna Aya Biran, nella casa in provincia di Pavia dove la donna vive con la famiglia, non lontano da quella dove Eitan, 6 anni, viveva con i genitori e il fratellino, tutti morti nella sciagura che lo scorso 23 maggio provocò 14 vittime. La residenza di Eitan Biran è "l'Italia dove ha vissuto quasi tutta la sua vita": è quanto sostenuto dai magistrati della Corte Suprema che hanno respinto l'appello. Il nonno materno Shmuel Peleg "non ha fornito una base fattuale che faccia temere che il ritorno in Italia posso causare al minore danni psicologi o fisici", si legge nella sentenza, che ne ordina il rientro in Italia entro due settimane.
  "Lo Stato d'Israele ha rinunciato a un bimbo ebreo indifeso e un cittadino israeliano senza che la sua voce venisse ascoltata, lasciandolo in terra straniera, lontano dalle sue radici, dalla sua amata famiglia e dal posto dove sono sepolti i suoi genitori e il fratello". E' il primo commento della famiglia Peleg.
  Una decisione "legalmente, moralmente e umanamente corretta". Così invece Shmuel Moran e Avi Chimi, legali della famiglia Biran, hanno definito la scelta della Corte Suprema: "Sebbene sia un sospiro di sollievo è la fine di un episodio sfortunato, e per lo più dannoso e inutile per il piccolo Eitan, che potrà ora tornare alla sua famiglia in Italia, compresi i suoi nonni, i genitori del suo defunto padre, e a tutte le strutture da cui è stato tolto: mediche, psicologiche ed educative". Sui Peleg, "speriamo che ora, in considerazione delle loro azioni e delle conseguenze penali delle loro azioni, sapranno fermare le battaglie legali". Dopo aver evocato che "forse, solo forse, le cose possano tornare a una traiettoria ottimistica di riabilitazione e riconciliazione", i legali della famiglia Biran hanno augurato al "piccolo Eitan una vita avvolta dall'amore, che cresca su chi riposa, e che conosca bei giorni di pace e tranquillità".

• Scarcerato con obbligo di firma l'uomo che aveva aiutato il nonno nel rapimento
  Nel frattempo proprio oggi è stato scarcerato Gabriel Abutbul Alon, il mercenario che era stato arrestato lo scorso 25 novembre con l'accusa di aver aiutato il Shmuel Peleg a rapire Eitan. L'uomo è a casa, con l'obbligo di firma, in attesa di una nuova udienza prevista per il prossimo 2 dicembre: i giudici ciprioti avranno fino a novanta giorni di tempo per decidere sulla richiesta di estradizione da parte della procura di Pavia che ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti del paramilitare e di Peleg. A confermare la notizia è Paolo Sevesi, avvocato difensore di Alon: "I tempi sulla decisione adesso dipenderanno dai giudici ciprioti", ha commentato il legale.
  Alon era stato arrestato a Limisso, città dell'isola di Cipro. Secondo le indagini, l'11 settembre scorso Alon avrebbe aiutato il nonno di Eitan a rapire il bambino dopo averlo prelevato, durante uno degli incontri periodici autorizzati dal tribunale dei minori, in casa della zia paterna che lo aveva in affidamento. L'uomo è un paramilitare che farebbe parte del gruppo Blackwater "compagnia militare privata tra le più importanti al mondo tanto da essere annoverata tra i contractor di riferimento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti" come ha scritto il giudice per le indagini preliminari che ha firmato l'ordinanza di custodia cautelare.
  Dopo la prima udienza di oggi a Cipro, il 50enne - destinatario assieme a Shmuel Peleg dell'ordinanza di custodia in carcere firmata dal gip di Pavia per sequestro di persona aggravato, sottrazione e trattenimento all'estero di minore e appropriazione del passaporto del bambino - è stato scarcerato e per lui è stata disposta la misura dell'obbligo di firma. A riferirlo l'avvocato Paolo Sevesi, legale italiano sia di Alon che di Peleg.
  Nel procedimento sull'eventuale estradizione, sulla base del mandato d'arresto europeo eseguito quattro giorni fa in un albergo a Limassol, è stata fissata un'altra udienza per il 2 dicembre e la procedura ha un termine massimo di 60 giorni (prorogabili di altri 30). Dall'Italia è già arrivata a Cipro, dopo che gli atti sono passati per la Procura generale milanese e per il Ministero della Giustizia, la richiesta di estradizione per Alon, su cui dovranno esprimersi i magistrati ciprioti. Per ora è stato eseguito solo il mandato a carico del 50enne, che era alla guida della macchina, noleggiata da Peleg, che portò il bimbo da Pavia, dove il nonno era andato a prenderlo a casa della zia per una delle visite autorizzate, fino a Lugano.
  Per il gip pavese Villani è "pressoché certa" anche la presenza dell'uomo sull'aereo privato che poi ha portato "l'ignaro Eitan" e il nonno fino in Israele. Come "il suo allontanamento, a bordo dello stesso velivolo, alla volta di Cipro", dove Alon, cittadino israeliano, risiede. Su Peleg pende un mandato d'arresto internazionale, non eseguito al momento, e dall'Italia, come riferito dal procuratore facente funzione di Pavia Mario Venditti, è stata inoltrata a Israele richiesta di estradizione. Sul rientro in Italia del piccolo, sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, deve decidere la Corte Suprema israeliana, dopo due provvedimenti favorevoli alla zia paterna e tutrice legale Aya Biran.

(la Repubblica, 29 novembre 2021)


Una decisione "legalmente, moralmente e umanamente corretta", così hanno definito i legali della famiglia Biran la sentenza della Corte Suprema israeliana sul caso Eitan. E non si può che essere d'accordo. Onore a Israele per la decisione presa dalla sua Corte Suprema su un tema scottante e scivoloso. Chi pensava, o forse pensa ancora, di mettersi dalla parte di Israele difendendo i rapitori di un bambino così duramente colpito come Eitan, dovrebbe vergognarsi. Ma forse potrebbero sentirsi in imbarazzo anche i molti che hanno preferito "sorvolare" su un tema all'apparenza spinoso, ma che da un certo momento in poi divenuto molto chiaro. Sia l'affetto parentale, sia l'«amor patrio» espressi dalla parte rapitrice hanno fatto emergere un'oscura morbosità di sentimenti e pensieri che poi hanno portato alla riprovevole azione del "ratto del bambino". Questo non può giovare né al bambino, né alla causa di Israele. Fa piacere quindi poter esprimere pieno apprezzamento della decisione del supremo organo della magistratura israeliana, sia per il contenuto operativo della sentenza, sia per la forma chiara e netta in cui è stata espressa. E all'ambasciatore d'Israele che è stato esaudito da Dio quando ha pregato affinché il bambino potesse risvegliarsi dal coma in cui si trovava dopo l'incidente, si può far sapere che Dio ha esaudito anche chi ha pregato affinché il bambino risvegliato fosse riconsegnato dopo il rapimento nelle mani della zia Aya. M.C.


Il 29 novembre 1947, quando la comunità internazionale decise che poteva nascere di nuovo uno stato degli ebrei

di Ugo Volli

La fondazione dello Stato di Israele, si sa, avvenne il 18 maggio 1948, con la firma della Dichiarazione di Indipendenza, proclamata a Tel Aviv da David Ben Gurion. Ma sei mesi prima circa, a New York, fu approvato l’atto che la rese politicamente possibile, con l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu del piano di Partizione del mandato britannico di Palestina. Era il 29 novembre 1947, esattamente settantaquattro anni fa.
  La premessa fondamentale di questo atto era la decisione della Società delle Nazioni (l’antecedente diretto dell’Onu, le cui deliberazioni erano state recepite integralmente alla fondazione di quest’ultimo) che nel 1922 decise l’istituzione di un Mandato (cioè un’organizzazione transitoria semistatale, sotto il controllo internazionale, destinata a un compito specifico) il cui scopo era organizzare la costruzione di una “National home” (espressione che di solito si traduce buffamente come “focolare”, ma significa semplicemente “patria”) per il popolo ebraico, favorendone l’immigrazione e lo stanziamento. La Gran Bretagna, attenta solo a salvaguardare propri declinanti interessi coloniali, tradì quasi subito l’incarico ottenuto, favorendo a scapito degli ebrei le pretese arabe di ottenere per loro anche le terre del mandato, oltre alla Transgiordania e il resto del Medio Oriente. Per questa ragione l’Inghilterra limitò progressivamente sempre più l’immigrazione ebraica, anche quando si trattava di ebrei che cercavano di fuggire dal nazismo. Raramente si parla della complicità britannica nella Shoà, ma su questo punto essa è chiara: degli ebrei tedeschi e dell’Europa orientale si salvarono quasi solo quelli che riuscirono a emigrare, in particolare in Terra di Israele.
  Questa politica antiebraica della Gran Bretagna continuò anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando pure gli ebrei del Mandato avevano cessato ogni opposizione e si erano arruolati nell’esercito inglese, costituendo la Brigata Ebraica. Ma di fronte al respingimento sistematico dei deportati che cercavano una casa amica dopo l’orrore dei Lager, come nel caso della nave “Exodus”, l’opposizione ebraica riprese anche con forma molto dure di guerriglia. Contemporaneamente gli arabi continuarono nei loro pogrom contro gli insediamenti ebraici. La situazione era insomma insostenibile e la Gran Bretagna nel febbraio 1947 decise di rimettere il mandato all’Onu.
  L'ONU designò il 13 maggio 1947 i membri di un Comitato, l'UNSCOP, composto dai rappresentanti di 11 Stati (Australia, Canada, Guatemala, India, Iran, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Cecoslovacchia, Uruguay, Jugoslavia) a fare proposte per risolvere il problema. L'UNSCOP considerò due possibili decisioni. La prima era la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo indipendenti, con Gerusalemme sotto controllo internazionale (secondo quanto previsto del piano di spartizione proposto nel 1937 dalla Commissione Peel). La seconda prevedeva la costituzione di uno Stato federale, che avrebbe compreso sia una zona ebraica, che una araba (secondo quel che aveva previsto il Libro Bianco accettato nel 1939 dal governo britannico). A maggioranza (sette voti contro tre più un astenuto), l'UNSCOP adottò la prima opzione. Nel settembre del 1947 il piano fu portato a una prima votazione all’Assemblea Generale dell’Onu, che in maggioranza lo approvò, ma non raggiunse il quorum dei due terzi necessario; ci fu poi una seconda votazione il 25 novembre, con lo stesso risultato; finalmente il 29 novembre il testo fu approvato con 33 voti a favore contro 13 e con 10 astensioni. Fra i favorevoli vi erano sia gli Usa che l’Urss, una convergenza allora rarissima, e poi i principali paesi europei. Contrari erano i paesi musulmani. Fra gli astenuti si schierò la Gran Bretagna.
  La delibera dell’Assemblea generale dell’Onu (che è un voto politico, senza capacità di creare obblighi giuridici) divideva il Mandato in due zone. Agli ebrei andava la pianura costiera da poco a sud di Tel Aviv fino a Haifa, la Galilea orientale intorno al lago di Tiberiade, il Negev orientale a sud di Beer Sheva, ma senza la costa e parte del confine dell’Egitto. Gerusalemme doveva essere amministrata da un corpo internazionale; agli arabi andavano Giudea, Samaria, Galilea orientale fino ad Acco e la zona di Gaza, molto più ampia di oggi. Era un disegno cervellotico, con due strozzature che dividevano sia la parte araba che quella ebraica in tre zone. Essa riduceva di molto il territorio che il Mandato del ‘22 destinava al popolo ebraico. Ma l’Agenzia Ebraica, che governava allora l’Yishuv, l’insediamento ebraico, su spinta di Ben Gurion decise di accettare. Come racconta Amos Oz in una celebre pagina di Una storia di amore e di tenebra in tutti i quartieri ebraici del paese la decisione dell’Onu fu attesa con ansia e festeggiata con entusiasmo chi rifiutò questo piano (come tutti i tentativi di pace precedenti e successivi) fu la parte araba. Il giorno stesso ricominciarono gli assalti contro le posizioni ebraiche, con la tacita complicità degli inglesi. Quando questi ultimi finalmente si ritirarono, nel maggio dell’anno successivo, e fu proclamato lo stato ebraico nei termini approvati dall’Onu, immediatamente arrivò l’aggressione di sei eserciti arabi, che pensavano di poter facilmente uccidere il nuovo stato nella culla. Ma le cose, come sappiamo, sono andate diversamente. E il 29 novembre resta una data da ricordare, quella in cui la comunità internazionale decise che poteva rinascere dopo venti secoli uno stato degli ebrei.

(Shalom, 29 novembre 2021)


Scontri tra Idf e palestinesi dopo la visita del presidente di Israele alla moschea di Ibrahim

Nella notte si sono verificati scontri tra le Forze di sicurezza di Israele (Idf) e palestinesi, in seguito alla visita del presidente israeliano, Isaac Herzog, alla moschea di Ibrahim, a Hebron, in Cisgiordania. Lo riferisce l’agenzia di stampa palestinese “Wafa”.
  La decisione delle autorità di consentire l’accesso al luogo sacro solo agli ebrei durante il mese di dicembre (in concomitanza con la festività ebraica di Hanukkah) ha scatenato l’ira dei palestinesi e i conseguenti scontri tra manifestanti e Idf. La reazione dei palestinesi alla visita del presidente Herzog alla moschea di Ibrahim (chiusa ai palestinesi durante il periodo della Hanukkah, festività ebraica, ha coinvolto diverse città.
  A Betlemme, dove gli scontri sono durati tutta la notte, decine di persone sono stato ricoverate con difficoltà respiratorie legate all’inalazione di gas lacrimogeni. Un giovane di 23 anni è stato arrestato dalle forze di polizia israeliane. A Hebron, invece, gli arresti sono stati sei. Intanto il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mohammed Shtayyeh, ha risposto alle dichiarazioni di Herzog, che aveva parlato del “diritto storico degli ebrei sulla città di Hebron”, definendole false e un ennesimo tentativo di “giudaizzazione” del territorio. Secondo il premier palestinese, il fatto che gli ebrei abbiano vissuto a Hebron in antichità è un falso storico inventato dal capo dello Stato ebraico solo per aprire la strada alla giudaizzazione (trasferimento di coloni ebrei) del territorio.

(nova.news, 29 novembre 2021)


Antisionismo e antisemitismo non aiutano per nulla i palestinesi

Nella ricorrenza del 29 novembre i sedicenti amici dei palestinesi dovrebbero capire che il sostegno alle rivendicazioni massimaliste e contro ogni concessione serve solo a perpetuare l’illusoria intransigenza che portò alla nakba.
L’anniversario dello storico piano di spartizione delle Nazioni Unite approvato il 29 novembre 1947 (risoluzione 181) non ci ricorda soltanto che fu il rifiuto palestinese a impedire la nascita di uno stato palestinese accanto a Israele. Ci ricorda anche che coloro che oggi sostengono una posizione intransigente e senza compromessi non fanno che rifilare ai palestinesi la stessa merce avariata che già allora fu una disgrazia per i palestinesi....

(israele.net, 29 novembre 2021)


A piazza Barberini una festa delle luci

Ieri si è celebrata la ricorrenza ebraica dell'Hanukkah. Tantissimi in piazza per l'accensione della Chanukkah La presidente della comunità ebraica: «Ogni piccola fiamma ci aiuta a combattere contro l'oscurità»

di Laura Bogliolo

Bambini con il naso all'insù a piazza Barberini per la tradizionale accensione della Chanukkah, il grande candelabro a nove bracci che celebra la ricorrenza ebraica dell'Hanukkah, una delle feste più sentite dalla comunità in tutto il mondo. Una luce di speranza e di impegno per cancellare il buio, un momento per ricordare la lotta per la difesa della propria identità e del proprio credo, una lotta che affonda le sue radici nel passato, ma che è sempre presente. La "Festa delle Luci" iniziata ieri durerà otto giorni, come vuole la tradizione.

• L’EMOZIONE
  La festa celebrata ieri commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la libertà conquistata dagli elleni nel II secolo a.e. Riuscirono a liberare il Tempio dove si celebrò il miracolo dell'olio. «La comunità ebraica - ha detto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri - è la più antica di Roma, la più romana insomma, si festeggia la difesa dell'identità di un popolo, ma anche il suo essere cosmopolita, è la festa per recuperare la speranza anche di riaccendere le luci della nostra città». Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha spiegato: «È la festa che ricorda l'arrivo dei primi ebrei a Roma per chiedere aiuto al Senato perché quella luce che rischiava di essere cancellata doveva essere rinnovata e da allora tra Roma e Gerusalemme, ma anche con Israele c'è un legame indissolubile che la nostra comunità mantiene viva con i nostri sentimenti di pace, luce e convivenza in un epoca di buio in cui le sofferenze sono all'ordine del giorno: siamo convinti - ha concluso - che ogni piccola fiamma aiuti a combattere l'oscurità in cui viviamo e a portare luce dove non c'è». ·

• IL RICORDO
  Ad accogliere gli ospiti ieri pomeriggio dalle 17.30 in poi è stato il Rabbino Shalom Hazan: «I nostri avi hanno dovuto lottare per inseguire le proprie convinzioni, questa luce che festeggia la loro vittoria rimane sempre attuale, le lotte sono state molte ed esistono ancora oggi, le luci vogliono rappresentare non soltanto la libertà di professare la propria religione senza paura, ma soprattutto di condividere il calore con il mondo intero, vogliamo ringraziare il comune di Roma che da più di trenta anni ci aiuta ad organizzare questo evento, l'Hanukkah indica una festa ma il significato della parola è educazione e inaugurazione, quest'anno l'inaugurazione assume un ulteriore senso perché inauguriamo un nuovo sindaco, cogliamo l'occasione per augurare successo nella guida della città di Roma». Alla festa erano presenti anche Tom Smitham, charges d'affaires dell'ambasciata degli Stati Uniti, il professor Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, Rav Yitzchak Hazan, Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma.
  «Ogni anno dobbiamo sentire il miracolo, il buio non puoi sconfiggerlo con le armi, ma con la luce dello spirito, con le buone azioni, o semplicemente chiedendo "come stai?". Roma - ha detto Rav Yitzchak Hazan - è una città che accoglie tutti, ma noi non siamo ospiti, siamo cittadini e dobbiamo pregare per il luogo dove viviamo». Di Segni ha ricordato l'attualità della lotta «contro chi vuole imporre da fuori il proprio pensiero». Tanti.

(Il Messaggero, 29 novembre 2021)


Israele - Prove generali dello scenario apocalittico 

Al via un'esercitazione. Subito stop ai turisti e restrizioni per chi torna dalle aree a rischio.

di Sharon Nizza 

TEL AVIV -  L'avevano chiamato Omega, l'ultima lettera a disposizione, a simboleggiare lo scenario da giorno del giudizio. «Ci stiamo preparando per una variante che ancora non esiste, in grado di raggirare i vaccini», annunciava il 3 ottobre il premier israeliano Naftali Bennett, anticipando la più grande esercitazione nazionale, formulata come un gioco di guerra, «un evento senza precedenti». Quando questo giovedì all'una di mattina è squillata la linea rossa per riportargli il primo caso di variante sudafricana in Israele, le conclusioni dell"'esercitazione Omega" sono diventate più rilevanti che mai. La simulazione dei possibili scenari di fronte a una "variante letale" si era tenuta a Gerusalemme nella situation room del governo l'11 novembre - due giorni dopo la scoperta della prima infezione da variante Omicron. Nessuno sa ancora dire se Omicron incarni lo scenario descritto da Omega, «ma l'obiettivo è innescare una reazione immediata, a differenza di quanto accaduto con la Delta, i cui primi casi in Israele erano stati rilevati a inizio maggio, ma un'azione risoluta era subentrata con almeno un mese di ritardo», ci dice il professor Nadav Davidovitch, direttore del Dipartimento di Salute pubblica dell'Università Ben Gurion e membro del comitato degli esperti che assiste il governo. Allora, la risposta era consistita nell'avvio della campagna vaccinale per gli over 12 e nella scelta pionieristica di somministrare il booster prima ancora dell'approvazione della Fda. Oggi, una delle lezioni principali apprese nella" situation room Omega" rìguarda la necessità di velocizzare il sequenziamento genetico del virus, che ha portato Israele a scovare nell'immediato il primo caso Omicron.L'esercitazione non è una novità, spiega Davidovitch, ne avvengono ciclicamente per fare fronte a scenari di attacchi cyber o biologici. Ma Omega è stato il primo scenario di guerra in tempi di Coronavirus, supervisionato in prima persona dal premier alla presenza di tutti gli uffici governativi.
  Le conclusioni di due settimane fa sono state tradotte nel corso del weekend in: acquisto di 10 milioni di tamponi Per in grado di identificare la nuova variante; quarantena negli hotel Covid per chi (anche immunizzati) rientra da Paesi rossi (principalmente Stati africani, ma la lista potrebbe essere estesa anche a Emirati e Turchia, gli hub principali di voli di connessione); avvio di un pilot per l'installazione di purificatori dell'aria nelle scuole. Inoltre, per due settimane (il tempo in cui si prevedono risposte sul comportamento di Omicron di fronte al vaccino), divieto di ingresso per i turisti (erano stati riammessi solo a novembre dall'inizio della pandemia) e tre giorni di quarantena anche per gli israeliani di ritorno da qualsiasi Paese. Nel frattempo, la protezione civile sta rintracciando tutti quanti siano tornati dall'Africa nell'ultima settimana: dovranno sottoporsi a isolamento e tampone. Le prossime due settimane stabiliranno se si è trattato di falso allarme o di prevenzione critica, ribadiscono gli esperti e in questo limbo la vaccinazione (in Israele ora accessibile dai 5 anni in su) rimane lo strumento più efficace a disposizione.

(la Repubblica, 28 novembre 2021)


Israele: manifestanti marciano contro le restrizioni Covid

Centinaia di manifestanti anti-lockdown si sono riuniti a Tel Aviv, al fine di denunciare le restrizioni messe in atto contro la diffusione del coronavirus.
Molti hanno affermato che la democrazia viene attaccata da regole rigorose.

(Sputnik Italia, 28 novembre 2021)


Il patto tra Israele e Marocco

di Lorenzo Vita

L’accordo concluso tra Israele e Marocco non è un accordo come gli altri. Il memorandum d’intesa firmato dal ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, e l’omologo marocchino, Abdellatif Loudiyi, è un patto che cambia il volto del Nord Africa, con lo Stato ebraico che per la prima volta sugella le relazioni con Rabat non solo a livello di intelligence, ma con canali diretti e cristallini da parte delle rispettive forze armate. Israele ha già accordi con Egitto e Giordania che stabiliscono relazioni in ambito militare e securitario. Ma questa memorandum of understanding con il Marocco è costruito su un piano diverso, che avvicina più agli Accordi di Abramo che a normali accordi di pace. Il patto di Rabat, infatti, rappresenta soprattutto una virata verso una partnership bilaterale che se da un lato mostra l’interesse marocchino ad aprirsi a Israele, dall’altro lato conferma la volontà israeliana di penetrare in Africa settentrionale, costruendo una politica estera che non guarda solo al Medio Oriente. Una svolta che indica la rottura forse definitiva degli schemi che hanno caratterizzato tradizionalmente i rapporti tra Nord Africa e Medio Oriente, e che non può non essere considerata un significativo giro di boa anche per la politica israeliana.
  “L’accordo consentirà di stringere legami tra le industrie della difesa e di avviare esercitazioni congiunte”, ha detto Gantz. E la visita in Marocco del titolare della Difesa israeliana è stata segnata anche da un primo contratto che conferma l’asse industriale tra Rabat e Gerusalemme. L’esercito marocchino ha infatti annunciato, poche ore prima dello sbarco di Gantz, l‘accordo per l’acquisizione del sistema antidrone israeliano Skylock Dome. Un sistema che, a detta degli esperti, servirebbe soprattutto per arrestare la minaccia di droni da ricognizione. Un problema che per le forze armate marocchine si traduce inevitabilmente nel Fronte Polisario, avversario che da tempo utilizza velivoli senza pilota commerciali per individuare l’eventuale presenza di truppe di Rabat e che ci spiega anche il triangolo che è sorto tra Algeria, Israele e Marocco. Alcuni osservatori parlano anche di un’intesa sulla co-produzione di droni kamikaze: ma i dettagli non sono stati confermanti né tantomeno resi noti.
  Il Fronte Polisario e l’Algeria sono i due veri obiettivi strategici del Marocco nella stesura di questi accordi di difesa e intelligence con Israele. Le tensioni tra Rabat e Algeri sono aumentate negli ultimi tempi e non è un caso che il presidente del Consiglio della nazione, Salah Goudjil, abbia reagito all’accordo tra Israele e Marocco dicendo che “l’Algeria è stata presa di mira”. Parole che riguardano non solo l’ultimo accordo concluso da Gantz e Loudiyi, ma anche la visita del ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, e le accuse nei confronti di Rabat di avere utilizzato il software israeliano Pegasus per spiare personalità algerine e di avere utilizzato droni di fabbricazione israeliana per colpire un gruppo di autotrasportatori dell’Algeria. Imputazioni che il Marocco ha rispedito al mittente, ma che dimostrano la tensioni crescenti tra i due Stati così come il motivo del coinvolgimento di Israele in questo scontro solo apparentemente nordafricano.
  Per il Marocco la partita è molto importante. Rabat ha ottenuto, ai tempi di Donald Trump, il sostegno degli Stati Uniti per la sovranità sul territorio conteso ai ribelli del Polisario, ma la conferma di questo supporto Usa si fondava anche sulla politica marocchina nei confronti di Israele. Lo Stato ebraico non ha particolari questioni aperte con l’Algeria, ma ha necessità di uscire dal “guscio” mediorientale per muoversi in modo più libero e ufficiale anche nel grande scacchiere nordafricano. Per fare questo, occorre un riconoscimento internazionale che non è mai apparso scontato. La stabilizzazione delle relazioni con il Marocco può essere un passaggio fondamentale.

(Inside Over, 28 novembre 2021)


Festa delle luci

La celebrazione ebraica di Hanukkah

di Marco Cassuto Morselli

La festa di Hanukkah ricorda un piccolo miracolo relativo all'olio della Menorah, il candelabro d'oro del Tempio. Nel 165 avanti Cristo, Yehudàh ha-Makkabì riesce a sconfiggere l'imponente esercito dei seleucidi, entra a Gerusalemme, si reca al Tempio e costruisce un nuovo altare al posto di quello che era stato profanato. Ebbene, di questa importante vittoria militare cosa viene ricordato ogni anno? Un dettaglio apparentemente marginale: era rimasta soltanto un'ampolla di olio puro, contenente quanto era sufficiente per illuminare la Menorah per un giorno, che durò invece per otto giorni, il tempo necessario per preparare il nuovo olio. La festa è ricordata nel Nuovo Testamento: «Ricorreva in quei giorni la festa di Hanukkah (enkainia, dedicazione) in Gerusalemme, era inverno, e Yeshùa passeggiava nel Tempio sotto il portico di Shelomòh» (Giovanni, 10, 22-23).
  Per comprendere l'importanza di questa festa dobbiamo ricordare qual è la funzione della Menorah e come essa abbia avuto origine: «HaShem parlò a Moshèh dicendo: "Ordina ai figli d'Israele di portarti olio puro di olive schiacciate per l'illuminazione, per far ardere un ner tamìd, un lume perenne. Al di fuori della cortina della testimonianza, nella tenda dell'incontro, lo preparerà Aharòn dalla sera alla mattina davanti ad Ha-Shem, legge perenne per le vostre generazioni. Sulla Menorah pura preparerà i lumi davanti ad Ha-Shem perennemente"» (Levitico, 24, 1- 4). L'illuminazione della dimora di Ha-Shem è stata sempre avvertita come qualcosa di molto importante, a cui provvedere con particolare cura. Essa non è legata soltanto alla necessità concreta di fare luce, ma esprime anche la persuasione che questa luce sia un'epifania del divino. In un orizzonte segnato dalla convinzione che le realtà terrene non sono altro che un riflesso delle realtà celesti, il culto terreno è visto come sèlem e demùt, immagine e somiglianza del culto che si attua nel Tempio dei cieli, quel Tempio descritto nella visione di Yeshayàhu/Isaia (Isaia, 6,1 e seguenti) e nell'Apocalisse. Per questo c'era bisogno di un ner tamid, di un lume che splendesse ininterrottamente davanti al Santo dei santi come segno del kavòd/ gloria e dell'èsed/grazia di Ha-Shem.
  In Esodo, 25, 31-40 troviamo precise istruzioni per la costruzione della Menorah: «Farai una Menorah di oro puro; la Menorah, il suo piede e il suo fusto saranno lavorati a martello, i suoi calici, i suoi boccioli e i suoi fiori saranno tutti d'un pezzo con esso. Sei bracci usciranno dai suoi lati, tre bracci della Menorah da un lato e tre bracci della Menorah dal secondo lato. Tre calici in forma di fior di mandorlo sopra un braccio con bocciolo e fiore, tre calici in forma di fior di mandorlo sopra l'altro braccio, con bocciolo e fiore. Così per i sei bracci uscenti dalla Menorah. Nella Menorah ci saranno quattro calici in forma di fior di mandorlo con i loro boccioli e i loro fiori: un bocciolo sotto due bracci che escono da essa e un bocciolo sotto due altri bracci che escono da essa; così per i sei bracci uscenti dalla Menorah. I suoi boccioli e i suoi bracci saranno tutti d'un pezzo con essa, il tutto d'un solo pezzo di oro puro lavorato al martello. Farai anche le sue lampade in numero di sette. Si metteranno le lampade in alto, in modo che essa faccia luce sul davanti. I suoi smoccolatoi e i suoi piattini saranno di oro puro. Di un talento di oro puro lo si farà, essa e tutti questi utensili. Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte». La così minuziosa descrizione di questo splendente candelabro ci fa comprendere l'importanza simbolica dell'oggetto, che va ben oltre la sua funzione concreta. Si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un albero fiorito, pieno di boccioli e di calici, che evoca l'es ha-ayìm, l'albero della vita piantato nel Gan Eden.
  La Menorah può essere considerata una sorte di sineddoche del Bet ha-Miqdàsh, ossia una parte che rinvia al tutto. L'oggetto in sé non è più visibile da secoli e secoli, è stato distrutto o nascosto, eppure proprio dal momento in cui le sue tracce si perdono, la sua immagine, pregna di tutta la sua forza simbolica e spirituale, si imprime ancora di più nel cuore d'Israele, ed è divenuta un riferimento fondamentale per l'identità del popolo ebraico e per la sua speranza di restaurazione messianica. L'immagine della Menorah si è moltiplicata in innumerevoli creazioni artistiche, non solo ebraiche ma anche cristiane, dai primi secoli ai nostri giorni. Da quando il Tempio non esiste più, le luci della Menorah non sono più state accese. Però per otto giorni l'anno in molte parti del mondo vengono accese le luci della Hanukkiyah, un candelabro a nove bracci. Il nono lume, lo shammàsh, è stato aggiunto perché la luce di Hanukkah non può servire ad alcuno scopo pratico, e dunque nessun lume può essere acceso da un altro lume: il nono lume serve per accendere gli altri. Ciò su cui è però importante riflettere è perché sia stato aggiunto l'ottavo lume. In una settimana, l'ottavo giorno è per così dire un tempo al di fuori del tempo, un tempo escatologico, messianico. Se il sette è il naturale, l'otto rappresenta il sovrannaturale, l'aldilà del tempo. Vi è una luce che precede in Bereshìt/Genesi la creazione del sole, della luna e delle stelle: è una luce che proviene dall'origine, una or ganùz, una luce che è stata nascosta ma che è conservata per i giusti nel mondo a venire. E questa la luce di Hanukkah, memoria e speranza dei giorni in cui la luce di Ha-Shem illuminerà di nuovo il mondo. Si potrebbe dire che la Hanukkiyah è una Menorah che porta in sé la memoria del miracolo degli otto giorni, un oggetto impregnato di ricordo e di speranza. E un testimone dello splendore della Menorah che si manifesterà in tutta la sua pienezza nell'olàm ha-ba, nel mondo a venire. All'inizio dell'inverno, nei giorni più bui e freddi dell'anno, piccole luci si accendono, ogni giorno di più. La speranza d'Israele risplende nelle tenebre della storia, luce per illuminare le genti.

(L'Osservatore Romano, 28 novembre 2021)


Ridiamo una storia agli ebrei di Libia 

Inizia oggi a Roma un convegno internazionale che riapre una pagina dimenticata del nostro passato. Con ferite da sanare. 

di Lara Crinò 

«Nel 2002 mi serviva il certificato di nascita di mia madre perché potesse rinnovare il passaporto. Ho chiesto aiuto all'ambasciata italiana a Tripoli. Così abbiamo scoperto che in un ospizio della città c'era una donna con il suo stesso cognome. Era una sua cugina, che pensavamo fosse morta. Era l'ultima ebrea rimasta in Libia. Ho scritto a Gheddafi, mi hanno concesso un visto umanitario e sono andato a trovarla. Era chiusa nel silenzio, in una sorta di letargia psichica. Quando sono arrivato le ho parlato ma non ha mostrato nessuna reazione. Solo quando siamo rimasti soli ho tirato fuori dalla camicia la mia medaglietta con la stella di Davide gliel'ho messa al collo. Lei ha alzato la testa, mi ha chiesto in arabo che cos'era, mi ha chiesto chi ero, di chi ero figlio. Non vedeva la sua gente da quarant'anni. E mi ha detto portami via, non posso essere sepolta qui, perché hanno distrutto i nostri cimiteri». 
  In questo ricordo, che lo psicanalista David Gerbi evoca nel suo studio romano di Trastevere mentre racconta come è nato l'impegno per salvaguardare la memoria della sua comunità, c'è in nuce la storia degli ebrei di Libia nel Novecento: minoranza antichissima in quella terra, costretta alla diaspora e all'esilio da una discriminazione sempre più manifesta, da pogrom e uccisioni, fino alla fuga definitiva dal Paese nel 1967, dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei sei giorni. 
  Non sono rimasti ebrei in Libia, le loro proprietà sono state confiscate dal governo libico alla fine degli anni Sessanta e sui cimiteri sono state volutamente costruite autostrade, edifici, pompe di benzina. Non esiste più un luogo dove pregare per i propri morti. Ed è per questo che uno degli obiettivi del convegno internazionale che si svolge a Roma fino al 5 dicembre, dal titolo Storie di rinascita: gli ebrei di Libia, è proprio restituire virtualmente a chi è partito uno spazio dove ricordare i propri defunti. Organizzato da Astrel, l'associazione per la salvaguardia e la trasmissione del retaggio degli ebrei di Libia, di cui Gerbi è presidente, il convegno vedrà la presentazione del sito con una ricostruzione virtuale dei cimiteri dissacrati in Libia e la possibilità per i discendenti di aggiungere i nomi dei propri parenti sepolti laggiù; al cimitero romano del Verano verrà posta l'anno prossimo una lapide con gli stessi nomi. Ma sarà soprattutto un'occasione, attraverso i tanti testimoni che parteciperanno ai lavori, di dare volto e voce a un pezzo di storia che si è incrociata più volte con quella d'Italia. 
  Come spiega lo storico Maurice Roumani, autore di Gli ebrei di Libia. Dalla coesistenza all'esodo (Castelvecchi) che è tra gli ospiti del convegno e che ha fatto della vicenda degli ebrei nei paesi arabi il focus della sua carriera accademica, dagli Stati Uniti all'università Ben-Gurion, il rapporto della minoranza ebraica col potere nelle terre libiche conobbe nei secoli un andamento altalenante. «Se sotto gli ottomani gli ebrei erano soggetti a discriminazioni rispetto ai musulmani, dalle tasse a uno status inferiore, l'arrivo degli italiani nel 1911 sancì la loro emancipazione e l'integrazione nella nuova colonia. Pur restando legati alle loro tradizioni, gli ebrei si europeizzarono; per questo le leggi razziali del 1938, imposte anche nella colonia, furono un colpo durissimo». Il primo di una serie: allo scoppio della Seconda guerra mondiale gli ebrei libici con passaporti inglesi e francesi vennero considerati traditori. Deportati in Italia e nei territori francesi d'Oltremare, molti finirono nei lager; chi rimase fu preso di mira dalle autorità italiane, come racconta uno dei sopravvissuti che interverrà a Roma, Moshe Labi, con deportazioni nei campi libici, razzie, minacce di morte. Coloro che dopo il conflitto tornarono in Libia non si trovarono però al sicuro: «l'Amministrazione Militare Britannica che si instaurò nel 1943 non fu migliore» spiega ancora Roumani, ricordandone l'incapacità di difendere gli ebrei dai pogrom arabi (nel 1945 a Tripoli, con 130 morti, poi nel 1948). Un clima di terrore che spinse molti a emigrare; tra il 1949 e il 1951, il 90% dei circa 36 mila ebrei di Libia scelse di andare in Israele. Chi rimase, per necessità familiari o motivi economici, si rese conto che le promesse fatte dalla nuova monarchia instauratasi nel 1951 venivano disattese: gli ebrei non potevano frequentare l'università, le scuole ebraiche erano chiuse (molti studiarono infatti in scuole italiane) il panarabismo rendeva la loro posizione sempre più precaria. 
  Ascoltando le tante interviste, oltre 50, che David Gerbi ha realizzato a chi allora era bambino o ragazzo (visibili su www.astrelorg e su youtube, sono parte del patrimonio del Museum of the Jewish People di Tel Aviv), e che in questi giorni interverrà al convegno, c'è una nota comune: il crescendo di abusi che portò alle violenze del 1967. La guerra dei Sei giorni e la vittoria di Israele scatenarono la furia popolare: le grida della folla nelle strade dei quartieri ebraici, i portoni dati alle fiamme, i parenti rapiti, uccisi, scomparsi. Fino ai ponti aerei e via nave verso l'Italia che tra giugno e luglio di quell'anno trasportarono gli ebrei libici in salvo. Da quel momento inizia un'altra storia: di esilio, di nostalgia, ma anche di rinascita. Chi è fuggito - con "una valigia di cartone e 20 sterline", ricordano tutti, perché così dettava il governo libico - si è ricostruito una vita. Integrandosi nel Paese che l'ha accolto, Italia, Stati Uniti, Israele, e talvolta tacendo su quella tragedia. Ora invece molti progetti di Astrel sono per i ragazzi delle scuole. Perché passare il testimone serve anche a questo. A curare le ferite dei profughi, a non far scomparire la loro storia nel buio dei drammi del XX secolo. 

(la Repubblica, 28 novembre 2021)


Accordi di Abramo, il ruolo del Marocco e di Israele

Gli Accordi di Abramo, fortemente voluti e siglati con la mediazione dell’amministrazione U.S.A. fra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan hanno portato alla luce delle nuove potenzialità di sviluppo sia a livello economico che culturale.

di Gabriele Mele

Gli accordi di Abramo, inizialmente siglati tra Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Israele (con la regia di Washington) il 13 agosto del 2020, che hanno dato il via alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra questi stati, il 10 dicembre del 2020 sono stati sottoscritti anche dal Marocco. In cambio, e contestualmente, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. Quest’area, un tempo controllata dalla Spagna, è sempre stata rivendicata dal Marocco, nonostante l’opposizione internazionale e la resistenza del Fronte Polisario.
  Secondo le fonti giuridiche, delle scuole sunnite marocchine, il re del Marocco Mohammed VI della dinastia alauita è l’unico sovrano arabo che possa vantare una discendenza diretta dal Profeta in quanto discendete dal matrimonio tra Fatima (la figlia di Maometto) ed Alì il quarto Califfo “ben guidato”. Questo fattore, seppur poco noto all’opinione pubblica occidentale, ha invece determinato una fondamentale influenza nel mondo islamico tanto più che il “rifiuto di Israele” sia scaturito anche da una motivazione di matrice religiosa. 
  Come è stato specificato nella dichiarazione congiunta tra Israele e Marocco, sono state concesse licenze alle compagnie aeree israeliane per il trasporto di membri della comunità ebraica marocchina e di turisti israeliani in Marocco a partire dal prossimo dicembre. Inoltre, i due Paesi daranno nuova linfa ai contatti diplomatici e ufficiali e incoraggeranno delle misure volte ad una cooperazione economica in diversi settori tra cui: commercio, finanza e investimenti, innovazione e tecnologia. A testimonianza di questi fattori sulla sicurezza è stato siglato un accordo dai ministri della difesa il 24 Novembre scorso contestualmente alla visita di Gantz e inoltre anche nell’ambito dello scambio culturale come statuito da una nota congiunta dello scorso 7 Novembre.

• IL RUOLO DI MOHAMMED VI
  Un ruolo decisivo è stato svolto da Mohammed VI. Nel sistema costituzionale marocchino, infatti, il monarca ha la qualifica di Emiro dei Credenti (quindi dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei) e svolge un ruolo primario nelle scelte di politica estera che attengono anche alla religione. In questo modo viene rimarcata la piena legittimità costituzionale a deliberare un accordo che porti il nome Abramo, il Profeta riconosciuto dalle tre Religioni del Libro. Questo cambiamento è avvenuto dopo che negli anni Cinquanta e Sessanta decine di migliaia di ebrei, perseguitati, erano stati costretti a fuggire dal Marocco verso Israele.
  D’altro canto, Hassan II nel 1991 aveva nominato André Azoulay, di religione ebraica, consigliere della Corona rappresentando una novità clamorosa tra i paesi islamici. Inoltre, Mohammed VI aveva indicato un’ebrea marocchina Audrey Azoulay, figlia di André, alla direzione dell’Unesco nel 2011 e aveva promosso con forza innovativa una nuova costituzione che riconoscesse gli ebrei come parte integrante del popolo marocchino: «L’Unità del Regno del Marocco, forgiata dalla convergenza delle sue componenti arabo-islamiche, berbere e sarahawi si è nutrita e arricchita delle sue affluenze africane, andaluse, ebraica e mediterranee».

• LA CONTRAPPOSIZIONE CON TEHERAN
  Non stupisce peraltro che il Marocco apprezzi in particolar modo la dichiarata matrice in contrapposizione a Teheran dell’Accordo di Abramo. Da anni esisteva una forte polemica con il regime degli ayatollah mentre Rabat era tradizionalmente in sintonia con l’Arabia Saudita.
  Il monarca marocchino ha difatti interrotto le relazioni diplomatiche tra Marocco e Repubblica Islamica dell’Iran nel maggio del 2018 come risposta al riconoscimento da parte di Teheran della Repubblica Democratica Araba del Sarahawi, governata dal Fronte del Polisario.
  Tutti questi elementi hanno costituito per Israele un ulteriore rafforzamento non solo geopolitico ma anche di penetrazione economica in Africa come emblema della strategia prioritaria di politica estera.
  Il Re del Marocco ha ribadito chiaramente la sua posizione in merito alla questione palestinese, cioè strutturata sulla soluzione dei due Stati in grado di far convivere fianco a fianco, in pace e sicurezza, israeliani e palestinesi. In questo scenario il monarca Mohammed VI, in quanto presidente del Comitato di Gerusalemme, ha promesso di preservare il carattere islamico della Città Santa.
  In conclusione, lo scorso 11 agosto il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid è volato verso Rabat diventando così il primo ministro degli Esteri a visitare il Marocco dal 1999 e con il suo omologo marocchino ha firmato numerosi accordi sulla base di quello già stipulato lo scorso dicembre per inserire un ulteriore tassello verso la lunga e complicata normalizzazione delle relazioni politiche.

(Africa, 27 novembre 2021)



Naaman il Siro
Dalla Sacra Scrittura

2 RE, cap. 5
  1. Or Naaman, capo dell'esercito del re di Siria, era un uomo in grande stima ed onore presso il suo signore, perché per mezzo di lui l'Eterno avea reso vittoriosa la Siria; ma quest'uomo forte e prode era lebbroso.
  2. Or alcune bande di Sirî, in una delle loro incursioni, avean condotta prigioniera dal paese d'Israele una piccola fanciulla, ch'era passata al servizio della moglie di Naaman.
  3. Ed ella disse alla sua padrona: 'Oh se il mio signore potesse presentarsi al profeta ch'è a Samaria! Questi lo libererebbe dalla sua lebbra!'
  4. Naaman andò dal suo signore, e gli riferì la cosa, dicendo: 'Quella fanciulla del paese d'Israele ha detto così e così'.
  5. Il re di Siria gli disse: 'Ebbene, va'; io manderò una lettera al re d'Israele'. Quegli dunque partì, prese con sé dieci talenti d'argento, seimila sicli d'oro, e dieci mute di vestiti.
  6. E portò al re d'Israele la lettera, che diceva: 'Or quando questa lettera ti sarà giunta, saprai che ti mando Naaman mio servo, perché tu lo guarisca dalla sua lebbra'.
  7. Quando il re d'Israele ebbe letta la lettera, si stracciò le vesti, e disse: 'Son io forse Dio, col potere di far morire e vivere, che colui manda da me perch'io guarisca un uomo dalla sua lebbra? Tenete per cosa certa ed evidente ch'ei cerca pretesti contro di me'.
  8. Quando Eliseo, l'uomo di Dio, ebbe udito che il re s'era stracciato le vesti, gli mandò a dire: 'Perché ti sei stracciato le vesti? Venga pure colui da me, e vedrà che v'è un profeta in Israele'.
  9. Naaman dunque venne coi suoi cavalli ed i suoi carri, e si fermò alla porta della casa di Eliseo.
  10. Ed Eliseo gl'inviò un messo a dirgli: 'Va', lavati sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana, e tu sarai puro'.
  11. Ma Naaman si adirò e se ne andò, dicendo: 'Ecco, io pensavo: Egli uscirà senza dubbio incontro a me, si fermerà là, invocherà il nome dell'Eterno, del suo Dio, agiterà la mano sulla parte malata, e guarirà il lebbroso.
  12. I fiumi di Damasco, l'Abanah e il Farpar, non son essi migliori di tutte le acque d'Israele? Non posso io lavarmi in quelli ed esser mondato?' E, voltatosi, se n'andava infuriato.
  13. Ma i suoi servi gli si accostarono per parlargli, e gli dissero: 'Padre mio, se il profeta t'avesse ordinato una qualche cosa difficile, non l'avresti tu fatta? Quanto più ora ch'egli t'ha detto: - Lavati, e sarai mondato'? -
  14. Allora egli scese e si tuffò sette volte nel Giordano, secondo la parola dell'uomo di Dio; e la sua carne tornò come la carne d'un piccolo fanciullo, e rimase puro.
  15. Poi tornò con tutto il suo séguito all'uomo di Dio, andò a presentarsi davanti a lui, e disse: 'Ecco, io riconosco adesso che non v'è alcun Dio in tutta la terra, fuorché in Israele. Ed ora, ti prego, accetta un regalo dal tuo servo'.
  16. Ma Eliseo rispose: 'Com'è vero che vive l'Eterno di cui sono servo, io non accetterò nulla'. Naaman lo pressava ad accettare, ma egli rifiutò.
  17. Allora Naaman disse: 'Poiché non vuoi, permetti almeno che sia data al tuo servo tanta terra quanta ne portano due muli; giacché il tuo servo non offrirà più olocausti e sacrifizi ad altri dèi, ma solo all'Eterno.
  18. Nondimeno, questa cosa voglia l'Eterno perdonare al tuo servo: quando il mio signore entra nella casa di Rimmon per quivi adorare, e s'appoggia al mio braccio, ed anch'io mi prostro nel tempio di Rimmon, voglia l'Eterno perdonare a me, tuo servo, quand'io mi prostrerò così nel tempio di Rimmon!'
  19. Eliseo gli disse: 'Va' in pace!'

*  *  *

IL GENERALE NAAMAN

Lettura fantastica di II Re 5.1-19

di Marcello Cicchese

C'era nel paese di Siria un generale che si chiamava Naaman. Quest'uomo era potente e famoso, e il Re di Siria lo stimava molto e lo teneva in grande considerazione perché per mezzo suo la nazione aveva vinto molte guerre e si era guadagnata il timore e il rispetto dei vicini.
  Ma questo generale potente e famoso, che sul piano militare aveva raggiunto le più alte vette del successo, sul piano personale aveva un piccolo cruccio: era lebbroso.
  Il generale Naaman, che davanti a un normale nemico avanzante con un regolare esercito di uomini armati di lance e spade non aveva mai avuto né dubbi né timori, davanti a un nemico subdolo e inafferrabile come la lebbra si sentiva impotente e sprovveduto.
  Che fare? In famiglia ne parlavano spesso.
  Avvenne così che un giorno una serva della moglie del generale si rivolse alla sua padrona e disse: «Ah, se il signor generale potesse incontrare il profeta che c'è al mio paese! Sono certa che lui lo guarirebbe.»
  La signora ne parlò al marito. Ma il generale non restò del tutto convinto. La serva era una ragazzetta ebrea avuta in dono da alcuni predoni siri che a loro volta l'avevano rapita nel paese d'Israele durante una delle loro solite scorribande. Per il generale non era facile mandar giù l'idea che un personaggio del suo rango dovesse ricorrere ai buoni consigli di una ragazzina ebrea per riuscire ad avere ragione di quel suo particolare nemico che era la lebbra. Una serva! Donna! Serva di sua moglie, un'altra donna! Ebrea! E quanto al guaritore, anche lui un ebreo, cioè un abitante di quell’odiato e disprezzato paese che da tempo la Grande Siria teneva in posizione di vassallaggio. Non era possibile. Per motivi di principio, di prestigio.
  Così pensava il generale, in certi momenti. In altri però, quando la lebbra si faceva particolarmente sentire, fastidiosa e tenace, il generale si chiedeva se per caso, chissà, forse, in mancanza di meglio, non valesse la pena di tentare anche la carta del guaritore ebreo.
  Stretto da un lato dall'intenso desiderio di guarire e dall'altro dalla responsabile consapevolezza che per un uomo del suo rango ogni fatto privato è sempre anche un fatto politico, decise di seguire la via gerarchica e si rivolse al suo diretto superiore, Sua Maestà il Re di Siria.

«Mio caro Naaman», gli rispose il Re dopo averlo ascoltato con benevolenza, «capisco il tuo problema personale e per i servizi che hai reso alla nazione ben volentieri vedrei soddisfatti i tuoi desideri. Temo però che la tua più che comprensibile voglia di guarire ti abbia un po' oscurato il giudizio e impedito di avere una visione lucida e realistica della situazione. Ti farò allora qualche domanda, e tu rispondimi.
  Da quand'è che in quello squallido paese d'Israele si trovano uomini capaci di guarire dalla lebbra? Guarire un lebbroso è come risuscitare un morto! E sarà proprio in Israele che andremo a cercare chi è capace di risuscitare i morti? La servetta di tua moglie va dicendo che al suo paese c'è un profeta che è capace di farlo! E si capisce! Lui è un profeta, e quindi può mettere in movimento la forza del suo dio. Così veniamo a sapere che in Israele ci sono divinità così potenti da riuscire a risuscitare i morti. In Israele! Nella Grande Siria, invece, no! E il Capo Supremo dell'Esercito del Re di Siria dovrebbe andare di persona ad implorare uno stregone samaritano di convincere il suo dio a guarirlo dalla lebbra! Dovremmo dunque ammettere pubblicamente che il dio che protegge Israele è più grande e potente del dio di Siria? Non è questo un affronto blasfemo al nostro dio, l'eccelso, temuto e venerato Rimmon? E poi spiegami: se il dio degli Ebrei è così potente, più potente del nostro, com'è che noi possiamo andare e venire nel paese d'Israele quando e come ci pare? Com'è che possiamo imporgli tutte le tasse che vogliamo? Com'è che ci possiamo prendere tutto quello che ci pare e piace senza chiedere il permesso a nessuno? E quella tua ragazzetta ebrea che va facendo propaganda allo stregone di Samaria, come spiega che il suo grande profeta non è stato capace di impedire ai nostri uomini di prendersela e portarsela via? Mio caro Naaman, mi sorprendi! Proprio tu, il Capo Supremo dell'Esercito del Re di Siria, vorresti offendere i nostri dèi e umiliare la nostra grande nazione andando a mendicare i favori del miserabile dio di quel miserabile paese?»

Il generale stava sulle spine. «Ha ragione, ha ragione», seguitava a ripetere tra di sé, «si può essere più stupidi di così? Ma che idea m'è venuta di stare a sentire le chiacchiere di quelle donne! Io, il Capo Supremo dell'Esercito del Re di Siria. Che figura!»
  Il Re, che a parlare del prestigio della Grande Siria si era infervorato, stava fissando intensamente il generale. D'improvviso s'accorse dello stato di cupa prostrazione in cui era sprofondato il povero Naaman e si pentì un po' della durezza con cui aveva parlato. Il fedele servitore di mille battaglie stava lì, davanti a lui, a capo chino, con la sua lebbra e la sua umiliazione.
  «Tuttavia», continuò il Re in tono più disteso, «mi rendo conto che per chi, come te, cerca disperatamente una via d'uscita dalla sua sofferenza, anche i ragionamenti più semplici e lineari possono essere poco convincenti. E poiché non vorrei che tu mi accusassi in cuor tuo di ingratitudine, voglio mostrarti la mia buona volontà tentando tutto quello che è possibile tentare. Dicono che in Israele si può avere la guarigione? Benissimo, allora andremo lì e ce la prenderemo. E' un nostro diritto. Siamo o non siamo i più forti? In Israele ci siamo sempre presi tutto quello che volevamo: terre, denaro, schiavi. Perché non dovremmo prenderci anche la guarigione dalla lebbra? Si potrebbe imboccare subito la via della forza, ma forse è più saggio tentare prima una via più morbida. Israele è un paese vassallo e i paesi vassalli vanno, sì, spremuti, ma per quanto è possibile è bene evitare il nascere di pericolose reazioni. Andremo per via diplomatica. Ma faremo valere tutto il peso politico della nostra forza militare. Scriverò io stesso una lettera al Re d'Israele, in tono gentile ma fermo, e senza mezzi termini gli chiederò di guarirti dalla lebbra. E sarai proprio tu, il Capo Supremo dell'Esercito del Re di Siria, a portargliela in forma ufficiale. Quando ti avrà visto arrivare e dopo che avrà letto la mia lettera, sta tranquillo che se davvero in Israele c'è qualcuno capace di guarirti, ci penserà lui a farsi in quattro per trovarlo. Naturalmente mi guarderò bene dal menzionare la serva di tua moglie o lo stregone samaritano. Il Re di Siria non può rischiare di esporsi al ridicolo. Sono affari del Re d'Israele: se lo cerchi lui, il guaritore, se veramente ce l'ha. Tu arriverai lì in forma ufficiale, accompagnato dal tuo seguito, portando una formale richiesta del Re di Siria. E poiché abbiamo scelto la via diplomatica, non arriverai a mani vuote ma, secondo il protocollo, consegnerai opportuni regali al Re che ti ospita. A questo punto i casi sono due: o torni guarito, oppure... oppure, e questo forse è il lato più interessante della faccenda, il Re d'Israele sarà costretto a commettere uno sgarbo verso di noi. E gli sgarbi verso il Re di Siria si pagano sempre, non è vero, caro Naaman? Chissà che alla fine di questa strampalata vicenda la Grande Siria, condotta dal suo prode generale Naaman, non riesca ad annettersi un' altra fetta di territorio a spese d'Israele. Eh, Naaman, che te ne pare?»
  Naaman stava ascoltando, ammirato, sorpreso dai fini risvolti politici che il suo acuto sovrano sapeva sempre trovare e che a lui, uomo d'armi, non passavano mai nemmeno per la testa. Ma davanti al lucido quadro presentatogli dal Re, per la prima volta in vita sua cominciò a sperare che la Siria non riuscisse a ingrandirsi.

Quando il maestoso convoglio entrò in città, la popolazione di Samaria si mise subito in subbuglio. Immediatamente si sparse la voce che si trattava di un altissimo personaggio: nientedimeno che il famoso generale Naaman, il temutissimo capo dell'esercito di Siria. Che era venuto a fare? La gente stava con il fiato sospeso, temendo il peggio: da un po' di tempo dalla Siria arrivavano solo cattive notizie. Non sarà mica una dichiarazione di guerra?
  Se questo era lo stato d'animo della popolazione, quello del Re non era migliore. Con trepidazione aperse il plico che il messaggero siriano gli aveva messo tra le mani, e dopo averlo letto sbiancò in volto. Ma cercò di contenersi. Con poche parole congedò il messaggero dicendogli che avrebbe fatto avere al più presto una risposta e immediatamente diede ordine di convocare il Gran Consiglio.
  «La situazione è gravissima», comunicò il Re, concitato, ai membri riuniti del Gran Consiglio. «La Siria comincia a muoversi, e dopo questo primo passo c'è solo da chiedersi quale sarà il successivo. Sentite che cosa mi scrive il Re di Siria:

Caro Collega,
spero che tu stia bene con tutta la tua famiglia. Mi permetto di disturbarti per un piccolo favore che vorrei chiederti. Si tratta di Naaman, il mio fedele e valoroso condottiero. Ha la lebbra. Ti prego di guarirlo. Grazie.
Cordiali saluti,
Il Re di Siria

Preparati al peggio, ai Consiglieri la lettera non sembrò così tragica: qualcuno si arrischiò perfino a dire che, dopo tutto, il Re di Siria chiedeva soltanto un favore, e anche in modo molto garbato. A questo punto il Re, che aveva già i suoi buoni motivi per essere nervoso, andò su tutte le furie.
  «E voi sareste i Consiglieri del Re? Quelli che mi dovrebbero aiutare a governare la nazione? Si può essere così ingenui, così ottusi, così privi di senso politico da non capire che il Re di Siria mi chiede, nella forma più gentile, una cosa semplicemente impossibile? Sono forse il Padreterno, io? Ho forse il potere di far morire e vivere, da riuscire a guarire un uomo dalla lebbra? E credete che il Re di Siria non lo sappia? Credete davvero che si aspetti che io gli guarisca il suo scagnozzo dalla lebbra? E' chiaro come la luce del sole: cerca solo un pretesto per aggredirci e invadere il nostro paese.»
  E al colmo dell'indignazione si stracciò le vesti e abbandonò rabbiosamente la sala del Gran Consiglio.

I giorni passavano e la situazione non si sbloccava. Il Re, non sapendo come rispondere e temendo di far precipitare la situazione, cercava di prendere tempo. Ma da Naaman arrivavano ormai segnali di impazienza. Il Re era sull'orlo della disperazione.
  Inaspettatamente, quando ormai l'incidente diplomatico sembrava inevitabile, si aprì un piccolo spiraglio di salvezza nella forma di un messaggio che il Re trovò sul suo tavolo. Era di Eliseo, il profeta di Samaria.
  «Perché ti disperi?» diceva il messaggio «E' vero che tu non sei Dio e non hai il potere di far morire e vivere, ma sei il Re di una nazione che ha come Dio Colui che ha il potere di far morire e vivere, il Dio che ha dimostrato la sua potenza e la sua misericordia liberando il suo popolo dalle mani del Re d'Egitto. Manda pure da me il tuo temuto personaggio, e così vedrà e potrà riferire al suo sovrano che in Israele ci sono davvero i profeti del Dio vivente.»
  Al Re d'Israele non parve vero di poter dare finalmente una risposta a Naaman, anche se, a dire la verità, non capiva bene che cosa esattamente si proponesse di fare Eliseo. Non avrebbe scommesso su una conclusione positiva di tutta la faccenda, ma almeno poteva far mostra di buona volontà e prendere un altro po' di tempo.

La risposta del Re però non piacque al generale. Aveva l'impressione di non essere trattato con tutti i dovuti riguardi. Il profeta, e non lui, avrebbe dovuto spostarsi. Il Re avrebbe dovuto convocare a corte l'esperto di guarigioni e offrire all'ospite i suoi servizi. In fin dei conti, lui era andato in visita dal Re d'Israele e non da un anonimo profeta.
  Tuttavia, anche se infastidito, non considerò opportuno rompere a questo punto i rapporti diplomatici col Re straniero. La cosa non gli sembrava conveniente né per il bene della sua nazione, né per il bene suo personale. In fondo, un po' di speranza ce l'aveva ancora. Ma era mischiata a incertezza e irritazione; e il risultato era un confuso stato d'animo di risentita attesa e trepido nervosismo.
  Alla fine il Capo Supremo dell'Esercito del Re di Siria si decise, e l'imponente carovana di carri, cavalli, bagagli e uomini si mosse alla volta della casa del profeta.

Dopo un viaggio né breve né facile, il convoglio si arrestò davanti alla casa di Eliseo. Qui il generale ebbe un nuovo motivo per innervosirsi: ad aspettarli non c'era nessuno. Nessuna accoglienza, nessun ricevimento ufficiale, nessun discorso, niente. E del profeta neppure l'ombra.
  Passò un po' di tempo, e finalmente dalla casa uscì qualcuno.
  «Alla buon'ora», pensò Naaman. «il profeta si è deciso a venire fuori.»
  L'uomo si avvicinò al convoglio e chiese di parlare col capo della spedizione. Lo condussero subito al carro del generale.
  «Il profeta Eliseo manda a dire che oggi è molto occupato», comunicò l'uomo allo sbigottito Naaman, «e purtroppo non può riceverla. Però dice che non importa perché sa già tutto. E’ sufficiente che Lei raggiunga il fiume Giordano e vi si immerga per sette volte di seguito. Vedrà che poi starà subito bene.»
  Detto questo salutò, si girò, tornò indietro e sparì dentro la casa.
  Dopo qualche attimo di silenzioso smarrimento il convoglio ebbe modo di assistere a una delle famose, formidabili scenate di furore del generale.
  «Basta!» prese a urlare il generale facendosi udire distintamente anche da quelli dell'ultimo carro. «Quello che è troppo è troppo! Qui mi si prende in giro! Qui si vuole coprire di ridicolo il nome del Re di Siria che io rappresento. Il Re samaritano mi spedisce dal profeta e il profeta senza nemmeno guardarmi in faccia mi spedisce al fiume. E io qui a fare la figura dell'allocco! Basta! La storia è finita, la faccenda è chiusa. Si torna a casa. Aveva visto giusto il mio Re: può forse venire qualcosa di buono da questo lurido paese? Andiamo via, andiamo via subito! Ma torneremo, ah se torneremo! E non più a portare regali e chiedere favori. Se ne accorgeranno!»
  Il convoglio si era ormai incamminato sulla via del ritorno, ma il generale non riusciva ancora a calmarsi.
  «E' mai possibile», diceva a quelli che gli stavano intorno, «trattare in questo modo il rappresentante del Re di Siria? Tutto mi potevo aspettare fuori che una cosa come questa! M’aspettavo che lui uscisse fuori, che mi venisse incontro con i suoi servi e mi ricevesse con tutti gli onori. E poi pensavo: si fermerà lì, davanti a me, mi esaminerà con attenzione, dirà le sue preghiere, invocherà il suo dio, agiterà la mano, la poserà lentamente su di me e, tra lo stupore di tutti, farà avvenire il prodigio: l'inguaribile lebbroso guarisce. Gridi di meraviglia, lacrime di commozione, abbracci, regali, manifestazioni di reciproca simpatia fra le due nazioni, progetti di scambi culturali fra i due popoli. E invece niente. “Vatti a lavare nel Giordano.” Come se ci mancassero i fiumi, a noi, in Siria! Non bastano i fiumi di Damasco? No, quelli non vanno bene! Per guarire bisogna venire in Israele! Ci vuole il Giordano! Ci ha le acque miracolose, il Giordano! Cialtroni, pezzenti!»

I servi di Naaman ascoltavano, in silenzio, non osando interrompere quel fiume infocato di parole. Erano abituati a subire gli scoppi d'ira del loro collerico generale; eppure, nonostante tutto, gli volevano bene.
  Perciò pensavano che era un peccato sprecare in quel modo una buona occasione come quella. Loro, le questioni di principio non le capivano. Capivano solo che il loro generale se ne tornava a casa con la lebbra e che invece, dopo tutto, si poteva anche tentare.
  Alla fine uno dei servi si fece coraggio e ci provò.
  «Signor generale», cominciò con cautela «Lei ha tutte le ragioni e quello che dice è giustissimo. Ma supponiamo che il profeta le avesse chiesto di portargli una pelle di leone, Lei che avrebbe fatto?»
  «Dieci gliene avrei portate. Li avrei ammazzati io stesso, i leoni, con le mie proprie mani.»
  «E se le avesse chiesto la testa di dieci nemici?» Il generale scoppiò in una risata.
  «Cento, duecento gliene avrei portate. Sarebbe stato per me un vero piacere ammazzare qualche centinaio di nemici con la speranza di guarire dalla lebbra.»
  «Vede dunque che in questi casi Lei avrebbe seguito le indicazioni del profeta. E l'avrebbe fatto anche senza essere sicuro al cento per cento che poi sarebbe veramente guarito. Anche adesso Lei non è sicuro di poter guarire; però, solo perché il profeta le ha chiesto una cosa facile facile, Lei si offende, torna a casa e rinuncia anche a provare! Ci pensi, signor generale! In fondo, che le costa? Male che vada, avrà solo fatto un bagno in più per niente.»
  A sentire queste parole così prive di ogni senso dell'onore, così piene di basso e servile utilitarismo, il generale si sentì fremere. Stava per sbottare un'altra volta, ma poi si trattenne. La voglia di guarire c'era ancora; e l'indignazione non riusciva a coprire del tutto la delusione.
  «In fondo, che le costa?» aveva detto il servo.
  «Ma è mai possibile», pensò il generale ricominciando a fremere, «che qui per venire fuori da questa faccenda bisogna stare a sentire solo donne, ebrei e servi? Ma com'è potuto succedere che io, il Capo Supremo dell'Esercito del Re di Siria, mi sia andato a ficcare in un affare basso e meschino come questo?»
  Alla fine però il basso utilitarismo dei servi ebbe il sopravvento e il generale andò al fiume.
  Quando, dopo la settima immersione, uscì dall'acqua, Naaman si sentì un uomo nuovo: rinnovato non solo nella pelle, ma anche sotto la pelle, dentro. Una sensazione nuova, strana: non era più un generale, era un uomo. Un uomo che prima era stato lebbroso e adesso era sano, pulito.
  L'imponente convoglio ripartì immediatamente in direzione della casa del profeta.

Quando Naaman vide Eliseo, si gettò senza alcun ritegno ai suoi piedi. Era felice, e la felicità gli aveva fatto dimenticare il senso dell'onore. Ai piedi del profeta gli uscirono di bocca parole che mai avrebbe pensato di pronunciare in vita sua:
  «Ora riconosco che soltanto in Israele e in nessun altro posto della terra si trova l'unico vero Dio.»
  Detto questo però, da uomo d'azione qual era, fu preso dalla voglia di fare qualcosa, non sembrandogli possibile che lui dovesse soltanto ricevere senza riuscire a fare o a dare niente. Si ricordò dei regali che aveva portato, e ad uno a uno li tirò fuori e li mostrò al profeta, scongiurandolo di accettarne qualcuno. Ma Eliseo rifiutò tutto.
  «Io sono un servo dell'Eterno», rispose pacatamente, «e quello che ti ho dato non è mio, ma del mio Signore. Come potrebbe un servo accettare qualcosa in cambio di un dono che il suo padrone ha fatto ad altri? Com'è vero che il Signore vive e che io sono suo servo, non accetterò nulla.»
  Naaman provò a insistere in tutte le maniere, ma Eliseo fu irremovibile.
  Non riuscendo a lasciare niente in dono, Naaman pensò di lasciare almeno una promessa.
  «Prometto solennemente», proclamò con voce grave, «che mai più in vita mia offrirò sacrifici a dèi di altri paesi. Concedimi, ti prego, ch’io possa caricare due muli con sacchi di terra d’Israele, in modo che anche in Siria io possa adorare l’unico vero Dio su terra benedetta. Solo l'Eterno d’ora in poi voglio adorare, e nessun altro.»
  Eliseo lo stava ascoltando, assorto. Naaman lo guardò e, chissà perché, si sentì a disagio. Improvvisamente il generale si ricordò della sua posizione di uomo di Stato e, un po' imbarazzato, si sentì in dovere di fare una precisazione.
  «Ecco, però, vedi, c'è una cosa che devo dire. Come certamente saprai, la mia carica pubblica m'impone degli obblighi a cui, anche con tutta la più buona volontà, non mi posso sottrarre. Come sai, il Re di Siria, nella sua ignoranza, adora ancora il dio Rimmon. Io invece no, non più. Io adesso ho capito che il Dio d'Israele è l'unico vero Dio, però quando il Re di Siria entra nel tempio di Rimmon per inchinarsi davanti a lui, s'appoggia al mio braccio, e quando s'inchina lui mi devo inchinare anch'io. Ma t'assicuro che anche se m'inchino, in quel momento è solo l'uomo pubblico che s'inchina, non l'uomo privato. Io m'inchino solo di fuori, non di dentro, capisci?»
  «Capisco», rispose dolcemente Eliseo con un impercettibile accenno di sorriso sul volto, «capisco. Va', va' in pace.»

La maestosa carovana riprese lentamente la via del ritorno. Sui carri gli uomini erano silenziosi: c'era una strana calma nel convoglio. Uno dei servi dell'ultimo carro, riandando con la mente ai fatti accaduti, pensava:
  «Abbiamo seguito il nostro generale in questa sua strana battaglia contro Israele alla conquista della guarigione dalla lebbra. Abbiamo provato a intimorire il nemico col nostro prestigio, e non ci siamo riusciti. Abbiamo provato a comprarlo col nostro oro, e non ci siamo riusciti. Ce ne torniamo a casa col nostro oro e senza il nostro prestigio. Mi sbaglierò, ma questa volta il nostro eroico generale ha perso una battaglia.
  Però è strano. Di solito chi perde una battaglia ne esce fuori con le ossa rotte, ferito, trucidato, maciullato. Per la prima volta vedo un uomo che comincia una battaglia da malato, la perde, e ne esce fuori sano. Sì, in questo strano paese d'Israele c'è un Dio strano e succedono cose strane.»



Considerazioni aggiuntive dell'autore

Questo racconto è stato scritto circa trent'anni fa quando non m'interessavo ancora di sionismo. La finale del racconto: "Sì, in questo strano paese d'Israele c'è un Dio strano e succedono cose strane", fa capire che è proprio dalla fede nel Dio della Bibbia che nasce il mio particolare interesse per Israele. La storia del sionismo mi ha attratto proprio per la divina "stranezza" di quello che negli ultimi anni è accaduto a questo "strano" popolo.
  Dico subito allora che questo racconto non è un'opera letteraria che trae spunto da un racconto biblico.  Opere di questo tipo ce ne sono in giro fin troppe, e purtroppo in molti casi sono deleterie. Tanto più deleterie quanto più sono belle, perché portano i lettori ad ammirare l'arte dell'uomo e a trascurare la verità di Dio.
  Questo racconto vuol essere "esegesi narrativa", cioè un uso della fantasia umana per attirare l'attenzione sulla verità dei fatti di Dio. Il racconto è ironico perché ritengo che questo sia lo stile usato dal Signore per far avvenire questo fatto e farlo arrivare fino a noi in forma scritta.
  Si fa fatica a capire e gustare l'ironia di Dio. Quando il beffardo incredulo parla di Dio con ironica leggerezza, pensa forse di elevarsi su di Lui usando forme canzonatorie, ma non sa che sta cercando miseramente di imitare Dio nei suoi rapporti con gli uomini, quindi anche con lui.
  Un esempio di ironia divina si trova poco dopo il fatto di Naaman. Il re di Siria sta cercando affannosamente Eliseo; gli viene riferito che si trova a Dotan; allora manda un grande esercito di soldati, cavalli e carri con l'ordine di accerchiare la città. Ma Dio acceca i soldati e Eliseo li avverte che sono sulla strada sbagliata, che non è questa la città dove devono andare, e si offre di condurli dall'uomo che cercano. E li conduce ... al centro di Samaria. Lì il re d'Israele vorrebbe cogliere la ghiotta occasione per trucidare i soldati nemici, ma Eliseo lo ferma e gli dice che cosa deve fare: "Metti davanti a loro del pane e dell'acqua, affinché mangino e bevano, e se ne tornino al loro signore". Così fece il re, e la conclusione fu che "le bande dei Siri non vennero più a fare incursioni sul territorio d'Israele".
  Ma forse la prima occasione in cui appare l'ironia di Dio nella Bibbia si trova nel racconto della torre di Babele. Quante profonde riflessioni sono state fatte su questo episodio, indubbiamente di enorme importanza, perché costituisce uno snodo della storia umana, ma non ho mai visto sottolineato l'aspetto ironico dell'agire di Dio.
  Dopo il diluvio gli uomini avevano ricevuto da Dio l'ordine di crescere, moltiplicarsi e riempire la terra. Ma col passar degli anni evidentemente  avevano dimenticato quell'ordine, anzi si direbbe che avevano proprio dimenticato che esiste un Dio che dà ordini. E si diedero da soli l'ordine di tenersi tutti uniti al fine di costruire insieme, d'amore e d'accordo, una società gloriosa in un mondo perfetto. Si vedono allora questi industriosi uomini che si incitano l'un l'altro, e nel loro incitarsi ripetono due volte l'esortazione havà (הבה) che solo nella vecchia Riveduta viene tradotta intelligentemente con un Orsù. "Orsù  (הבה), facciamo dei mattoni e cuociamoli col fuoco" (v.2), cioè usiamo la nostra intelligenza per costruirci strumenti adatti, manipolati dall'uomo, e non semplici pietre tratte così come sono dalla terra. E poi: "Orsù (הבה), edifichiamoci una città che giunga fino al cielo, e acquistiamoci fama" (v.4), poniamo cioè la nostra umanità nel posto più alto che ci sia, in modo che nulla e nessuno possa gloriarsi più di noi.
  E che fa Dio? Manda giù fulmini per annientare i ribelli? No. Agli industriosi uomini che si dicevano l'un l'altro: Orsù (הבה), saliamo verso il cielo, Dio dal cielo risponde: Orsù  (הבה), scendiamo... sulla terra. E sappiamo come va a finire.
  Se abbiamo anche noi un senso dell'ironia come trasmessoci da Dio, saremo in grado di capire che questa è una presa in giro degli uomini da parte di Dio. Una presa in giro benevola, come quella usata verso il re di Siria, perché serve a impedire che gli uomini, nella loro stupida sicumera arrivino davvero a costruirsi una torre sotto le cui macerie sarebbero poi rimasti sotterrati dopo il suo crollo. Dio non li punisce, non li combatte, non li rimprovera, non si fa nemmeno sentire. Tacitamente si limita a confondere i loro linguaggi. E non è detto che gli uomini si siano accorti che era stato Dio. Chissà quali intelligenti teorie avranno elaborato i dotti di quel tempo per spiegare il fenomeno senza far intervenire "l'ipotesi Dio", perché evidentemente non scientifica.
  E l'ironia di Dio continua ad aleggiare sugli uomini anche oggi. Il progetto della Torre di Babele è stato ripreso. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole.

(Notizie su Israele, 28 novembre 2021)


 

Piazza Barberini risplende per la festa di Hanukkah

Domani alle 17.30 appuntamento per l'accensione del candelabro Alla cerimonia inaugurale sarà presente anche il sindaco Gualtieri

di Emiliano Bernardini

Per la trentaquattresima volta a Roma si accenderà domani pomeriggio (ore 17:30) a piazza Barberini la Chanukkia: il candelabro a nove bracci testimone della festa che ricorda la miracolosa vittoria dei Maccabei contro l'occupazione ellenica dell'antica Giudea e la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme profanato dai pagani. La cerimonia è organizzata dal movimento ebraico Chabad-Lubavitch. Il candelabro a nove braccia non verrà acceso soltanto nella piazza della capitale, ma si illuminerà in contemporanea con molte altre città di tutto il mondo (da Londra a New York, da Mosca a Rio de Janeiro). Ovunque sarà presente un emissario del Movimento Chabad - Lubavitch ci sarà un candelabro acceso. Gli otto lumi della Chanukkià saranno accesi, uno ogni sera della festa di Hanukkah che dura quest'anno dall'28 fino al 6 dicembre. Detto anche il Festival delle luci, è una celebrazione di otto giorni che cade ogni anno nella data del calendario ebraico del 25 Kislev, che generalmente cade a dicembre nel calendario gregoriano. All'evento centrale saranno presenti il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, l'Ambasciatore di Stati Uniti Lewis Eisenberg, l'Ambasciatore di Israele Dror Eydar, il Questore di Roma, Mario della Cioppa, L'On. Pier Ferdinando Casini. il Dr. Gianni Letta, il Rabbino Yitzchak Hazan (organizzatore dell'evento), Noemi Laufer Presidente Unione delle Comunità Ebraiche, Ruth Dureghello Presidente della Comunità Ebraica, e altri Autorità.

• LA STORIA
  La grande festa delle luci (o dei lumi) commemora la nuova consacrazione di un altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la riconquistata libertà da Antioco IV, che nel II secolo avanti Cristo lo aveva trasformato in un luogo di culto pagano. E tentato anche di sradicare elementi fondamentali della religione ebraica, proibendo la pratica della Legge sacra fino a una rivolta guidata da un anziano sacerdote, Giuda Maccabeo. Dopo la riconquista di Gerusalemme, Maccabeo ordinò di purificare il Tempio, di ripristinare l'Arca dell'Alleanza e che le luci del candelabro fossero riaccese. Le candele avrebbero dovuto ardere per otto giorni di fila, alimentate da olio di oliva puro, ma purtroppo si trovò l'olio sufficiente per un solo giorno. Gli ebrei prepararono un candelabro di stagno e ferro e accesero ugualmente i lumi. Miracolosamente, l'olio durò per tutti gli otto giorni dei festeggiamenti. Un miracolo che a distanza di millenni si continua a commemorare, tra lo stupore e il fascino di fedeli e laici.

(Il Messaggero, 27 novembre 2021)


Perché Schwarz (Lidl) compra la XM Cyber di un ex-Mossad

La società di sicurezza informatica israeliana XM Cyber, co-fondata dall’ex capo del Mossad Tamir Pardo, sta essere acquisita dal gruppo tedesco Schwarz. Ecco numeri e ragioni dell’accordo.

di Giuseppe Gagliano

La società di sicurezza informatica israeliana XM Cyber, co-fondata dall’ex capo del Mossad Tamir Pardo, è in procinto di essere acquisita per 700 milioni di dollari dal gruppo tedesco Schwarz, un rivenditore multinazionale con un fatturato annuo di affari pari a circa 140 miliardi di dollari.
  Il più grande rivenditore d’Europa, Schwarz Group, gestisce grandi catene alimentari come Lidl e Kaufland. L’anno scorso, la multinazionale è entrata nello spazio del cloud computing, annunciando che stava costruendo la propria piattaforma di cloud computing per i rivenditori, chiamata Stackit, per competere con AWS (Amazon Web Services), Microsoft e altri importanti fornitori di cloud.
  Per quanto riguarda la società Informatica israeliana XM Cyber, (XM sta per ex-Mossad) è stata fondata nel 2016 da Pardo, Noam Erez, un esperto della comunità dell’intelligence israeliana da 25 anni, e Boaz Gorodissky, un veterano della comunità di intelligence da 30 anni.
  L’azienda, con sede a Herzliya, ha affrontato le minacce informatiche dal punto di vista di un hacker e la sua piattaforma automatizzata di simulazione delle minacce persistenti avanzate lavora per trovare nuove esposizioni, vulnerabilità e credenziali sfruttabili, configurazioni errate e attività degli utenti che potrebbero potenzialmente mettere le organizzazioni a rischio di attacco.
  Ebbene, non solo i clienti di XM Cyber includono grandi istituzioni finanziarie, organizzazioni sanitarie e società di infrastrutture critiche in Europa e negli Stati Uniti ma la società è recentemente entrata nel mercato degli Emirati Arabi Uniti come parte di un consorzio guidato da Rafael per fornire soluzioni che soddisfano le “esigenze di infrastrutture e servizi critici a livello nazionale, per fornire difesa contro attività dannose, guerra informatica da parte di attori statali, nonché hacker indipendenti, per proteggere beni come trasporti, petrolio e gas, produzione, acqua e fognature, infrastrutture energetiche”.
  Quale valutazione possiamo dare di questa acquisizione? In primo luogo, sia negli Stati Uniti sia in Inghilterra e soprattutto in Israele ex funzionari dell’intelligence – secondo la logica delle porte girevoli – passano dal pubblico al privato; in secondo luogo le agenzie di intelligence e informatica israeliane stanno ormai diventando le più importanti a livello globale e tutto ciò comporta un rischio evidente per la sicurezza nazionale: cosa garantisce infatti che queste società private non trasmettano agli apparati di sicurezza governativi di Israele tutte le informazioni sensibili ricavate?

(Startmag, 27 novembre 2021)


L'asta nazista scuote la Germania. La comunità ebraica: "Fermatela"

di Tonia Mastrobuoni

BERLINO - Vanno via come il pane. Il banditore in completo color fumo e cravatta rossa batte un cimelio dopo l'altro. Gli acquirenti sono collegati in streaming, ma per partecipare bisogna farsi autorizzare via mail. Per vedere anche le foto serve un secondo via libera. E poi si parte col martelletto che batte ogni pugno di secondi la galleria degli orrori. E il prezzo che aumenta di cento, trecento, cinquecento euro mentre sfilano oggetti di dubbio valore storico e alto valore feticistico, letti dal banditore con voce neutra.
  Bum. Via i sei bicchierini da liquore di Hermann Goering a tremila euro. Bum. Via lo schizzo di Adolf Hitler "L'opera in Linz" a 1.400 euro. Bum. Via la dichiarazione firmata dal Führer sulla questione dell'Alto Adige a 5.400 euro. Bum. Via un cucchiaio d'argento della cancelleria del Reich a mille euro. Bum. Via una valigia di Eva Braun a 4.000 euro. Bum, via elmetti e berretti della Wehrmacht, uniformi delle SS, baionette, pugnali, modellini di panzer, stemmi della Gioventù hitleriana, simboli dei Freikorps, medaglie, croci di ferro. Decorati invariabilmente con svastiche, rune, aquile naziste.
  La casa d'aste di Monaco "Hermann Historica" non demorde. Dopo il putiferio scatenato dalle precedenti aste di memorabilia nazisti, ha organizzato una nuova vendita di oggetti provenienti dal dodicennio più atroce della storia. E anche stavolta ha ignorato le proteste indignate della Comunità ebraica europea (EJa). «È disgustoso», ha commentato il capo dell'Eja, Rabbi Menachem Margolin. «Non riesco a capire come un'asta del genere possa essere organizzata proprio in Germania». E proprio a Monaco, si potrebbe aggiungere, dove cominciò, per usare la famosa definizione di Brecht, la "resistibile ascesa" di Adolf Hitler con il putsch del 1923 e che rimase una delle incrollabili roccaforti delle camicie brune.
  Per Margolin «questi oggetti sono macchiati col sangue di milioni di persone. Non possono essere venduti. "Hitler vende" non è una scusa». L'obiettivo «sarà quello di far bandire questi memorabilia dal mercato e limitare queste aste alle istituzioni culturali come i musei. È un lavoro lungo, ma una condanna dal governo per un commercio così disgustoso dovrebbe essere il punto di partenza, in attesa di una legge».
  Il governo, precisa a Repubblica Alex Benjamin, direttore dell'Eja, «ci ha detto che non può fare nulla contro l'asta; è legale e hanno le mani legate». Ma Benjamin insiste: «Se gli oggetti d'avorio sono banditi dalle aste, perché non accade lo stesso con questo tipo di oggetti?». Da anni l'Eja sta tentando di sensibilizzare diversi governi europei perché facciano qualcosa. E fonti della Comunità ebraica riportano che ci sono contatti con la maggioranza "semaforo" del futuro governo Scholz perché promuova una legge che limiti queste aste. Oliver Bradley, portavoce della Europe Israel Press Association, spiega che «sappiamo di non poter puntare al divieto, ma speriamo che si riescano a mettere paletti a questa oscenità». L'anno scorso un'asta simile aveva provocato la reazione della Comunità ebraica. Nell'autunno 2019, il libanese Abdallah Chatila aveva investito centinaia di migliaia di euro per strappare i memorabilia ai feticisti anonimi e li aveva donati allo Yad Vashem, il museo della Shoah in Israele. Ma non si può sempre contare su un colpo di fortuna del genere. È arrivato il momento che se ne occupi finalmente la politica.

(la Repubblica, 27 novembre 2021)


Sguardo sulla cultura ebraica con il festival “Nessiah”

di Roberta Galli

PISA. Sette appuntamenti live, gratuiti, legati dal filo conduttore dell’esodo e del ritorno alla normalità, e quattro concerti-spettacolo in versione streaming. È questo il cuore del Festival Nessiah, giunto alla 25ª edizione, organizzato dalla Comunità ebraica pisana e sostenuto dalla Fondazione Pisa, dal Comune di Pisa, dalla Rete toscana ebraica e dalla Regione. Quest’anno la rassegna, diretta come sempre dal maestro Andrea Gottfried, torna in presenza, lasciando comunque aperta una finestra digitale, per una edizione che si apre ulteriormente alla città ampliando le collaborazioni e abbracciando ulteriori spazi: la sinagoga, il teatro Nuovo, la Gipsoteca di arte antica, il Cineclub Arsenale e l’auditorium di Palazzo Blu. Si parte domenica, alle 11, alla sinagoga di Pisa, con una conferenza sull’umorismo nel mondo ebraico con la partecipazione del professor Fabrizio Franceschini e dell’artista Enrico Fink in un dialogo che parte dal bagitto, lingua degli ebrei livornesi, per arrivare fino ad Hollywood. Si proseguire poi alle 18 al teatro Nuovo, con il concerto del Kinder Klezmer Quartet che propone un viaggio nella musica klezmer.
  La presentazione del festival è avvenuta ieri a Palazzo Blu, con la partecipazione dell’assessore comunale alla cultura Pierpaolo Magnani, del presidente della Fondazione Pisa, Stefano Del Corso, e del maestro Andrea Gottfried. «Nessiah – ha sottolineato Magnani – rappresenta un punto di riferimento di grande rilievo non solo nel calendario delle manifestazioni della nostra città, ma anche all’interno del panorama nazionale e internazionale». Soddisfatto anche il presidente della Fondazione Pisa. «Siamo felici di rinnovare l’impegno e la collaborazione – ha sottolineato Stefano Del Corso – anche per questa 25ª edizione. Per la Fondazione Pisa Nessiah rientra tra i progetti sostenuti con carattere continuativo».
  Ricco il cartellone degli eventi in presenza: martedì 30, alle 18,30, in Gipsoteca, si terrà la presentazione del libro “La tigre di Noto” a cura di Simona Lo Iacono che dialogherà con l’ex sindaco e già parlamentare Paolo Fontanelli. Un incontro con il sostegno di Università di Pisa, il Cise e la libreria Ghibellina. Il 1° dicembre, alle 18,30, al cineclub Arsenale, il film “Train de vie”, in lingua originale con sottotitoli in italiano. Si prosegue giovedì 2 alle 20,30, sempre in Gipsoteca, con lo spettacolo “Arsa” con Martina Benedetti e la regia di Andrea Buscemi. Mentre gli ultimi due eventi si terranno il 5 dicembre, alle 18, al Teatro Nuovo con lo spettacolo “Canterò per il Re”, con regia di Pamela Villoresi, con Evelina Meghnagi, e l’8 dicembre, alle 18, nell’auditorium di Palazzo Blu con il concerto “Mosè”, musica di Giacomo Orefice a cura di FuoriOpera. Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero con prenotazione obbligatoria sulla piattaforma eventbrite.
  Interessanti anche gli eventi online, tutti musicali, con Epele Trio in New Israeli Klezmer (il 13 dicembre) , Liron Meyuhas (Israele) in La Gitana Project (il 14 , il duo Tazoish in The Latin Exodus (il 15) e Mosè per Fuoriopera di Giacomo Orefice (il 16).

(Il Tirreno, 27 novembre 2021)


La differenza tra scienza e scientismo

di Raffaello Savarese

Purtroppo molti negano anche l’evidenza. Confondono Scienza con Ricerca: la Ricerca è un percorso, la Scienza il suo consolidamento. Hanno un atteggiamento fideistico che gli impedisce di esercitare il pensiero critico e interrogarsi sulla validità di questa o quella proposizione, di vedere le differenti gradazioni e sfumature tra una tesi e il suo contrario.
  Ma la verità del momento è assoluta e incontestabile. Anche se smentita, poi, dai fatti in un batter di ciglia. Quella imposta con più autorità – ma non sempre con altrettanta autorevolezza – è l’indeformabile, indefettibile e assoluta verità. Il sole gira intorno alla terra, si diceva, perché sostenere il contrario è blasfemia. Punto. Il dubbio non va indagato, argomentato, dibattuto ma silenziato e irriso.
  La Scienza allora diventa Scientismo. E prefigura un’umanità fatta non di individui ma di masse indistinte che delegano a una élite il proprio pensiero critico e le scelte che riguardano la propria esistenza. Questo dogmatismo è il presupposto del totalitarismo collettivista. Eppure, chi vi soggiace è convinto di essere più libero degli altri.

(l'Opinione, 26 novembre 2021)


Eitan, zia Aya resta la tutrice del bimbo

Il tribunale rigetta il reclamo dei nonni materni sulla nomina della zia Aya come tutrice del bambino. L’istanza di estradizione per Shmuel Peleg è arrivata in Israele.

PAVIA. Il tribunale di Pavia ha rigettato la richiesta di revocare la nomina della zia Aya come tutrice di Eitan, presentata dai nonni materni: Aya resta dunque la tutrice del bimbo sopravvissuto alla strage del Mottarone. Intanto la richiesta di estradizione delle autorità italiane nei confronti di Shmuel Peleg, nonno materno di Eitan su cui pende un mandato di arresto internazionale per il sequestro del nipote portato a Tel Aviv l'11 settembre, "è arrivata alle autorità israeliane" secondo quanto risulta alla Procura di Pavia: ora spetta ad Israele decidere cosa fare anche se pare difficile che si possa arrivare all'esecuzione dell'arresto e all'estradizione del 58enne.

(la Provincia pavese, 26 novembre 2021)


Eitan, arrestato a Cipro l'uomo che aiutò il nonno nel rapimento del bimbo

Sospettato di essere un contractor impegnato in zone di guerra

di Giuseppe Guastella

Lo hanno arrestato a Llmisso, la cittadina sul mare a Sud nella parte greca dell'isola di Cipro, in cui Gabriel Abutbul Alon risulta risiedere. La polizia cipriota non deve aver faticato poi così tanto per trovarlo: ha semplicemente seguito le tracce del suo telefonino.
  Finisce così, fin troppo banalmente per un personaggio sospettato di aver fatto parte di un'agenzia americana di contractor impegnati in teatri di guerra come Iraq ed Afghanistan ed abituati a muoversi con le tecniche più sofisticate di copertura e anonimato, la latitanza del misterioso Alon, inseguito da un Mandato di arresto europeo (Mae) attivato dal procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti e dal pm Valentina De Stefano per il sequestro del piccolo Eitan Biran, l'unico sopravvissuto della tragedia della funivia del Mottarone. Secondo le indagini, l'11 settembre scorso Alon aiutò il nonno di Bìtan, Shmuel Peleg, ex militare israeliano di 58 anni, a rapire Eitan dopo averlo prelevato, durante uno degli incontri· periodici autorizzati dal tribunale, in casa della zia patema, Aya Biran, che lo aveva in affidamento dall'incidente del 23 maggio in cui il piccolo perse i genitori (la madre era figlia di Peleg), il fratellino di 2 anni e un bisnonno. Il bambino fu portato in auto in Svizzera e da lì in Israele a bordo di un aereo privato noleggiato nei giorni precedenti da Alon per 46 mila euro, che nel tardo pomeriggio atterrò a Tel Aviv. I sospetti degli investigatori della squadra mobile di Pavia, guidata da Giovanni Calagna, si focalizzarono immediatamente su Peleg e Alon.
  Appena due giorni dopo il rapimento, su richiesta dei pm, il gip Pasquale Villani emise un'ordinanza di custodia nei loro confronti alla quale seguì il Mae per Alon e un mandato di cattura internazionale per Peleg che, però, è poco probabile venga mai eseguito dalle autorità di Tel Aviv. Alon era già apparso sulla scena di questa storta tragica, in cui la contrapposizione tra i familiari patemi e materni di Eitan è diventata motivo dominante. Ora il piccolo è stato affidato definitivamente anche in Israele ad Aya e presto tornerà in Italia, come potrebbe avvenire anche per Alon con la procedura rapida del Mae. L'uomo si era prima presentato ad agosto come «legale israeliano» tra gli avvocati di Peleg e della ex moglie Esther Cohen (indagata per il sequestro) in un'udienza a Pavia sull'affidamento di Eitan. Non essendo avvocato, fu allontanato. Usa l'indirizzo mail gabriel@blackwater.army, dominio che fino al 2011 era il nome della società di mercenari Usa «Academi».
  Dalle indagini la sua figura emerge al momento come quella di braccio operativo di Peleg. Localizzato dalla polizia in Italia più volte prima del sequestro, potrebbe aver preparato le basi dell'azione dell'11 settembre. La Golf noleggiata da Peleg il giorno prima, varcò il confine italo-svizzero di Chiasso senza subire controlli. Nessun approfondimento neanche quando alle 14.10 venne fermata dalla polizia cantonale nei pressi dell'aeroporto Lugano-Agno che, identificati i passeggeri, li fece proseguire nonostante fosse stato denunciato lo smarrimento del passaporto israeliano di Eitan e il piccolo fosse con due adulti che non risultavano suoi parenti. Tutto liscio anche al check-in, nonno e nipote decollarono per Israele su un volo privato nel quale non risulta la presenza di Alon ma che, guarda caso, prosegue per Cipro.

(Corriere della Sera, 26 novembre 2021)


Draghi crea l'apartheid di Natale ma persino questo sembra normale 

Il premier annuncia che le festività saranno tali soltanto per gli italiani con il certificato verde. Gli altri, dice, non fanno «parte della società». Se avessimo ascoltato queste parole due anni fa saremmo insorti. E oggi? 

di Mario Giordano 

Sarà il Natale dell'apartheid. Gesù Bambino potrà nascere, sempre ammesso che abbia il green pass in regola, ma lo farà solo per qualcuno. Cioè solo per i fortunati. Gli eletti. In poche parole: i vaccinati. Non guardatemi male perché non sono stato io a dirlo, nemmeno il condirettore Massimo de' Manzoni, né Francesco Borgonovo e neppure Maurizio Belpietro o nessun altro della Verità. A dirlo è stato lo stesso Mario Draghi, nella conferenza stampa dell'altro ieri: «Per i vaccinati questo sarà un Natale normale», ha dichiarato papale papale. Per i non vaccinati di conseguenza no. Per i vaccinati non sarà un Natale normale, e dunque sarà un Natale da segregati. Da rinchiusi. Da reietti. E dunque non sarà nemmeno Natale. Possono anche rimettere in cantina l'albero e il presepe: se tutto va bene potranno festeggiarlo il prossimo anno. Quando, ha spiegato il premier nella sua infinità bontà «anche coloro che oggi sono oggetto di restrizioni, speriamo possano tornare a essere parte della società con tutti noi».
  Avete letto bene. E se non vi fidate, andate a risentirlo: ha detto proprio così. «Speriamo che possano tornare a essere parte della società». Significa, dunque, che oggi non lo sono. Significa che per il presidente del Consiglio 8 milioni di italiani «non sono considerati parte della società» anche se non hanno infranto nessuna regola, non si sono macchiati di alcun reato e non hanno commesso nessuna illegalità. Proprio così: non sono considerati parte della società. Cioè sono esclusi dal consesso civile. Deportati nel bantustan sanitario. E tutto questo non in base alla violazione di una legge, ma semplicemente in virtù di una loro scelta, che la legge, per altro, consente loro di fare. Non so come possano, tanti sedicenti liberali che stanno nelle fila della maggioranza, accettare un orrore di questo tipo senza sentirsi ribollire il sangue nelle vene. Il precedente, in effetti, rischia di essere devastante. In questo modo si fa passare, come se fosse normale, l'idea che in un Paese liberale e democratico (almeno fino a inizio pandemia) si possa dividere la popolazione in cittadini di serie A e cittadini di serie B, in bramini e paria, in esseri superiori e inferiori, in base semplicemente ai loro gusti, alle loro caratteristiche o alle loro preferenze. L'aberrazione è dietro l'angolo. Il pericolo è di trovarsi nel giro di qualche anno con premier che faranno solenni annunci del tipo: «"Questo Natale sarà normale soltanto per quelli che sono magri, quelli obesi speriamo che facciano una cura dimagrante così saranno riammessi in società». Oppure: «Questo Natale sarà normale solo per quelli che hanno i capelli biondi, quelli che li hanno castani speriamo che se li tingano così saranno riammessi in società». Paradosso? Può darsi. Ma se due anni fa ci avessero annunciato: nel novembre 2021 alcuni milioni di italiani saranno «esclusi dalla società» in seguito al loro rifiuto di assumere un farmaco (per altro non obbligatorio), che cosa avremmo detto? Stupisce che un premier sempre attento alla comunicazione arrivi ad affermazioni del genere senza accorgersi che sono aberranti. Com'è possibile che un uomo cresciuto in occidente e imbevuto dei sacri principi della libertà e dell'uguaglianza pensi davvero che qualche cittadino italiano, senza commettere nessuna illegalità, possa essere «escluso dalla società»? Come fa lui a escludere qualche essere umano dalla società? Chi gliene dà il diritto? In base a che cosa? Come minimo suggeriremmo al presidente del Consiglio di cambiare chi lo aiuta a preparare le conferenze stampa. Già a luglio era scivolato paragonando i non vaccinati agli assassini («Non ti vaccini. Ti ammali. Muori o fai morire») e dicendo che i vaccinati avrebbero avuto la «garanzia di non contagiare e di non contagiarsi» (cosa quest'ultima che si è palesemente rivelata una fake news, meglio detta bufala, seppur propalata da cotanto pulpito istituzionale). E adesso ci ricade con l'apartheid di Natale. Un modo di esprimersi come dicevamo non solo infelice. Ma inquietante. 
  Tanto più che va a toccare il Natale. Proprio il Natale. Vi pare? Così la festa dell'inclusione diventa la festa dell'esclusione, la festa dell'incontro diventa la festa dello scontro, la festa della famiglia diventa la festa che divide le famiglie. Ditemi: c'è qualcosa di più inclusivo del 25 dicembre? E infatti hanno passato anni a darci lezioni al riguardo. Ricordate? Nel presepe bisognava inserire anche immigrati, rom, carcerati, sbandati, cinesi, afghani e financo venusiani, perché, dicevano, nessuno deve restare fuori. E poi fanno restare fuori chi, per motivi suoi, non si vaccina? Come si passa dal Bambin Gesù che abbraccia tutti ai profeti dell'apartheid sanitario che scartano quasi fossero subumani dei cittadini che non hanno altra colpa se non quella di rispettare la legge che garantisce loro la possibilità di non vaccinarsi? Che poi con l'apartheid, quello vero, per lo meno nei bar e nei ristoranti in qualche modo anche i cittadini di serie B ci potevano entrare: c'erano le odiose «stanze per neri», ma non si restava fuori. Qui invece nemmeno quelle. I cittadini di serie B rimangono sulla strada. Tra un po' li legheranno al palo e chiederanno loro di scodinzolare. E tutto questo, come ha spiegato Draghi, per continuare a difendere la «normalità». Normalità? Dice sul serio? Davvero tutto questo può essere normale?

(La Verità, 26 novembre 2021)


C’è da sperare che qualche superdemocratico, qualche superliberale, qualche superdraghiano (ma tra questi la speranza è minima) che si è lanciato nella difesa appassionata della campagna vaccinale antivirus ed abbia appoggiato con ferma decisione  l’energico condottiero che impavidamente la conduce, cominci a sentirsi un po’ a disagio davanti al procedere degli avvenimenti nella nostra Italia. Si capisce la difficoltà di fare non dico retromarcia, ma anche soltanto  passi indietro, ma l’andare avanti senza scosse sarebbe grave. Il silenzio parla.
L’articolo che segue può essere particolarmente interessante per gli ebrei. Ma non solo naturalmente. M.C


Quando non tutti abbiamo gli stessi diritti

Un lettore, che qui pubblicamente ringraziamo, ci ha segnalato il video di un'intervista fatta a Primo Levi nel 1975. Ne riportiamo alcune parole. Nell'intervista Levi dice tra l'altro che il nazismo tedesco è la metastasi di un tumore che ha allignato prima in Italia. Sta avvenendo qualcosa dello stesso tipo oggi in Italia? Le parole di Primo Levi possono aiutarci a riconoscere un elemento rivelatore della presenza in Italia del germe di un nuovo fascismo.

«Dove un fascismo, non è detto che sia identico a quello di una volta, dove un nuovo verbo, come quello che amano i fascisti in Italia, cioè che "non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno dei diritti altri no", dove questo verbo attecchisce, alla fine c'è il lager, questo io lo so con precisione, e non mi stanco di girare le scuole, e non solo le scuole, di raccontarlo: fate attenzione, alla fine del fascismo c'è il lager.»
L'intervista

(Notizie su Israele, 26 novembre 2021)


Caro Draghi, basta con i ricatti sulla pelle di noi giovani 

Lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri

Caro Mario Draghi, sono Martina una ragazzina che ha appena compiuto 13 anni, amo fare molte cose nella mia giovane vita, ma una più di tutte, amo fare karate.
  Sono in un momento cruciale della mia vita, ho solo 13 anni e con la mia giovane mente guardo al futuro, non mi sono vaccinata. A giugno avete chiamato in causa noi minorenni, avete chiesto a noi bambini di 12 anni di andarci a vaccinare per proteggere gli anziani, cosa strana anche questa: se un anziano è protetto da un vaccino non ha bisogno di essere protetto.
  Non c'è stato un obbligo effettivo, c'è stato un ricatto, se ti vaccini potrai fare sport senza problemi, altrimenti per poter entrare in palestra dovrai farti un tampone. Ho deciso di farmi i tamponi, a spese dei miei genitori, ora volete togliere anche quelli perché ci sono casi in aumento, volete rinchiudere i non vaccinati in casa, lo farete sicuramente anche se, mi dispiace informarvi, ma questo non cambierà l'andamento della pandemia: in Israele dopo anche aver fatto la terza dose si stanno infettando ancora tutti, ormai tutti vaccinati.
  Caro Draghi, il punto è questo : ho 13 anni, ho davanti una vita intera, molti miei coetanei dopo il vaccino non sono stati bene, alcuni di loro sono morti. Già, notizie che nessun tg riporta, hanno riportato il caso di Camilla, morta dopo l'Astrazeneca, ai tempi se ne è parlato, oggi invece non si parla di nulla, è tutto un tabù. Il mese scorso un ragazzo di Genova di 18 anni, dopo il vaccino, è stato ricoverato in ospedale, non è riuscito a camminare, i medici hanno ammesso che è un possibile evento avverso del vaccino. Morale della favola, questo ragazzo non avrà più una vita normale, come quella che ha avuto lei o Speranza a 18 anni .
  Molti miei coetanei non potranno più giocare a pallone a causa di queste miocarditi o pericarditi. Ora lei mi dirà che molti stanno
  bene, la verità è che né lei, né Speranza, né nessuno può esserne sicuro, le case farmaceutiche non garantiscono per i futuri danni avversi del vaccino a lungo o breve termine. Vuol dire che magari i miei coetanei tra 5, 6, o 10 anni potrebbero anche non esserci più, o magari si ammaleranno di qualcosa che limiterà la loro vita, se accadrà questo, vorrà dire che voi avete vissuto una vita appieno, per noi non c'è futuro.
  Dai miei 13 anni volevo chiederle una cosa: può togliere l'obbligo del green pass a noi ragazzi? La maggior parte di adolescenti ha fatto il vaccino, barattando la propria salute con delle partite di calcio, per poter andare all'università, per poter andare a ballare in discoteca o per poter andare in palestra.
  Noi siamo il futuro d'Italia, ma siamo stati barattati come topolini di laboratorio. Se nei medicinali troviamo il bugiardino, e leggendolo decidiamo di prendere o meno quel farmaco, perché non ci ha dato la stessa possibilità con questo? Se alla nostra età le avessero chiesto di decidere se trasformarsi in una cavia per la libertà (che durava qualche mese) o di lottare per il suo futuro, cosa avrebbe scelto? E se non le avessero lasciato scelta?
  Sono tempi bui per noi adolescenti, non possiamo neppure andare a votare, ma ci avete chiesto di sacrificarci in nome di una libertà che ad oggi non ha nessuno, neanche i vaccinati, perché il vaccino non è l'unica arma contro il Covid, bisogna pensare alle cure, quelle già approvate e funzionali, rivorrei la mia vita, vorrei tornare ad essere spensierata con i miei 13 anni. Spero che lei si riveli un grand'uomo e che abbia a cuore il futuro di noi giovani, non siamo numeri, siamo giovani persone con sogni e speranze, vorremmo tornare a vivere nella normalità.
  Spero di avere una sua risposta e spero che si faccia chiarezza.

(La Verità, 26 novembre 2021)


Israele pensa già alla quarta dose: “Verso la vaccinazione agli under cinque”

Israele si prepara ad affrontare una possibile quinta ondata. Il ministro della Salute, Nitzan Horowitz, ha già ipotizzato una quarta dose di vaccino: “Non è irragionevole pensare che avremo bisogno di un quarto vaccino”.
  C’è stata una riunione tra gli esperti che fanno parte del comitato che consiglia il governo israeliano. “In questa realtà – è emerso in una sintesi dell’incontro – i vaccini non sono sufficienti per fermare l’ondata Covid”.
  Per il professor Eran Segal, del Weizmann Institute: “Bisogna continuare a utilizzare tutti i metodi efficaci che riducono al minimo l’infezione senza danneggiare l’economia. Ciò include il rafforzamento della consapevolezza pubblica e l’applicazione efficace delle linee guida Green Pass e delle mascherine negli spazi chiusi, nonché il rinnovo degli sforzi per garantire la quarantena alle persone esposte al virus”.
  Il governo israeliano sta pensando di vaccinare anche gli under 5. “Ci stiamo avviando verso la vaccinazione dei bambini sotto i 5 anni” ha detto a LaPresse il responsabile del piano vaccinale di Tel Aviv, Arnon Shahar.
  “Ci sarà bisogno di tempo per valutare e per capire, ma nel futuro prossimo dovremo decidere se immunizzare i più piccoli, sono riflessioni che bisogna fare, dobbiamo adattarci all’evolversi della pandemia”.
  Da lunedì è iniziata la somministrazione delle dosi per i bambini tra i 5 e gli 11 anni. Il capo della task force Israele ha parlato anche di obbligo vaccinale: “Prima inizierei con l’obbligo per le forze dell’ordine, gli insegnanti e i sanitari”.

(Oltre.tv, 26 novembre 2021)


"... i vaccini non sono sufficienti per fermare l’ondata Covid" QUINDI "ci stiamo avviando verso la vaccinazione dei bambini sotto i 5 anni". E' la logica perversa del vaccinismo: più si vede che i vaccini non funzionano, più aumenta la paura del virus, più si spinge a nuove vaccinazioni. E' come una droga. M.C.


Vita ebraica, Israele, antisemitismo

L’impegno del nuovo governo tedesco

Promozione della vita ebraica nel paese, lotta all’antisemitismo e tutela della sicurezza d’Israele. Sono gli impegni messi nero su bianco dalla nuova coalizione di governo – Socialdemocratici, Liberali e Verdi – che si appresta a guidare la Germania. Mondo ebraico e Israele trovano infatti un proprio esplicito collocamento nelle 177 pagine dell’accordo siglato dai tre partiti della coalizione semaforo (in riferimento ai colori che li caratterizzano). Un accordo che tocca moltissimi punti di carattere economico, sociale, educativo, con una particolare attenzione alla lotta alla povertà, al cambiamento climatico e agli investimenti sulla digitalizzazione. Un’intesa che per il Consiglio centrale degli ebrei in Germania “esprime la volontà di fermare l’ulteriore deriva della società e di rafforzare la fiducia nella democrazia” e in cui si parla della necessità di “promuovere una cultura del rispetto”. E per questo, dichiara l’organo che rappresenta l’ebraismo tedesco, costituisce un passo importante, “soprattutto per le minoranze sociali del nostro paese”.
  Commenti dunque positivi, in particolare in riferimento all’esplicito inserimento del tema della promozione della vita ebraica. “È la prima volta che questo argomento ottiene un proprio paragrafo in un accordo di coalizione”, sottolinea l’autorevole Jüdische Allgemeine. Un passaggio in cui si ricorda la secolare storia dell’ebraismo tedesco e in cui si promette il rafforzamento “delle iniziative che promuovono la vita ebraica nella sua diversità”. Per quanto riguarda l’antisemitismo, si parla di lotta a tutte le sue forme, prendendo come riferimento la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). “Garantiremo la protezione degli ebrei e delle loro istituzioni insieme ai Länder”, dichiarano i tre partiti della coalizione che sarà guidata dal cancelliere Olaf Scholz, leader della Spd. Sulle sue spalle l’eredità pesante dell’era Merkel, rimasta alla guida della Germania per 15 anni e fortemente legata al mondo ebraico e a Israele. Saranno ora Scholz e il suo governo a dover “combattere con successo l’estremismo di destra e l’antisemitismo”, evidenzia il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi Josef Schuster. Sfide fondamentali, spiega, “per il futuro della Germania”.
  Nell’accordo si parla poi della necessità di rafforzare l’ufficio del commissario per la lotta all'antisemitismo del governo federale, guidato attualmente da Felix Klein. A riguardo, il Consiglio Centrale ha rinnovato la sua richiesta che il posto di Klein sia in futuro situato nell’ufficio del Cancelliere, spostandolo dall’attuale collocazione nel ministero federale dell’Interno. Un riposizionamento che ne rimarcherebbe la centralità.
  Nel paragrafo dedicato al mondo ebraico si parla inoltre di impegno per la formazione alla Memoria, per l’assistenza ai sopravvissuti alla Shoah, per una “documentazione più risoluta degli incidenti antisemiti”.
  Specifico spazio viene dato al tema Israele. La sua sicurezza, ribadiscono i tre partiti, “è una ragione di stato per noi. Continueremo a lavorare per una soluzione negoziale dei due stati basata sui confini del 1967. Condanniamo la continua minaccia allo Stato d’Israele e il terrore contro il suo popolo. Accogliamo con favore la normalizzazione delle relazioni che è iniziata tra altri stati arabi e Israele. Ci opponiamo fermamente ai tentativi di condanna antisemita di Israele, anche all’ONU”. Un linea dunque che sembra seguire quanto già costruito in questi anni dalla cancelliera Merkel, definita dal Primo ministro israeliano “un faro per l’Europa”.
  Rispetto al tema dei negoziati tra israeliani e palestinesi, la nuova coalizione chiarisce che ogni passo unilaterale deve essere evitato. “Ci aspettiamo che i palestinesi facciano progressi in materia di democrazia, stato di diritto e diritti umani. Questo vale anche per la rinuncia a qualsiasi forma di violenza contro Israele”. Dall’altra parte c’è anche la richiesta “di fermare la costruzione di insediamenti, che è contraria al diritto internazionale”. Una posizione che anche il precedente governo Merkel aveva espresso e che non appare preoccupare gli uffici della politica estera israeliana. Il passaggio sull’Unrwa invece potrebbe sollevare più di un sopracciglio, con l’esplicita decisione di continuare a finanziare l’organizzazione Onu per i rifugiati palestinesi, fortemente criticata da Gerusalemme per ripetuti comportamenti scorretti nei confronti di Israele. A riguardo, il messaggio di Berlino vuole essere rassicurante. “Appoggeremo – si legge nell’intesa – un processo di monitoraggio indipendente per contrastare sviluppi indesiderati” in riferimento all’Unrwa.
  C’è poi nell’accordo un paragrafo dedicato all’Iran. Molto attuale considerando che la Germania sarà, il prossimo 29 novembre, tra i paesi a sedersi a Vienna al tavolo dei negoziati con Teheran legati all’intesa sul nucleare. “Ci aspettiamo che tutti gli stati firmatari attuino l’accordo. – scrivono Spd, Liberali e Verdi – L’Iran deve tornare al pieno e duraturo rispetto dei suoi obblighi nei confronti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA). Ci aspettiamo che il governo iraniano migliori significativamente la precaria situazione dei diritti umani e che rilasci tutti i prigionieri politici. La minaccia allo stato d’Israele, il programma missilistico, l’aggressiva politica regionale e l’armamento, così come il sostegno alle attività terroristiche, mettono in serio pericolo la pace e la sicurezza”. Molte richieste che con ogni probabilità rimarranno inascoltate. Rimane però per iscritto il riconoscimento da parte tedesca di quanto l’Iran sia un pericolo per il Medio Oriente.

(moked, 26 novembre 2021)


Covid, Israele: rischio quinta ondata, si ipotizza una quarta dose di vaccino

"Non è irragionevole pensare che avremo bisogno di un quarto vaccino" ha detto il ministro della Salute Horowitz, secondo cui il 9% dei casi diagnosticati ieri aveva ricevuto il booster.

Il ministro della Salute di Israele Nitzan Horowitz ha dichiarato che è prevedibile si debba pensare a una quarta dose per affrontare la quinta ondata di contagi da coronavirus, scrive i24 news."Non è irragionevole pensare che avremo bisogno di un quarto vaccino", ha detto dopo aver svelato che il 9% dei casi diagnosticati ieri aveva ricevuto il booster. Secondo il ministro Israele non è ancora entrato nella "quinta ondata" nonostante il numero crescente di contagi.
  Ieri il comitato di esperti che consiglia il governo israeliano non ha escluso che lo stato ebraico si trovi alla vigilia di una quinta ondata Covid. Questo perché i contagi stanno risalendo, sia pure lentamente, come hanno riportato i media israeliani, in quanto l'efficacia del vaccino tende a declinare col tempo e sembra non sia sufficiente neppure la recente decisione di vaccinare i bambini dai 5 agli 11 anni. Gli esperti raccomandano quindi di non abbandonare misure di contenimento come le mascherine.

• Si valuta vaccinazione per under 5
  "Ci stiamo avviando verso la vaccinazione dei bambini sotto i 5 anni. Ci sarà bisogno di tempo per valutare e per capire, ma nel futuro prossimo dovremo decidere se immunizzare i più piccoli, sono riflessioni che bisogna fare, dobbiamo adattarci all'evolversi della pandemia" ha detto a LaPresse Arnon Shahar, responsabile del piano vaccinale di Tel Aviv, a pochi giorni dell'inizio della somministrazione del vaccino anti-Covid nel Paese ai bambini tra i 5 e gli 11 anni.
  Sull'ipotesi di obbligo vaccinale, in particolare per i più piccoli Shahar dice: "Prima inizierei con l'obbligo per le forze dell'ordine, gli insegnanti e i sanitari". Poi sottolinea che "il ruolo del medico è quello di raccomandare di avere più vaccinati possibile" e che "il metodo per fare questo spetta al governo, allo Stato. In Israele non abbiamo mai forzato le vaccinazioni e abbiamo lo stesso tassi elevati di vaccinati". "Sarà difficile forzare le persone", ha aggiunto.
  In Israele, spiega "i casi crescono, l'indice di contagiosità cresce", e "qualcuno parla di quinta ondata ma in realtà non penso che la quarta sia mai finita" e "faccio più fatica a spiegare perché i casi siano diminuiti in precedenza piuttosto che il perché siano aumentati ora con molti non vaccinati o che non hanno fatto il richiamo, e le scuole aperte", afferma Shahar.

(RaiNews, 25 novembre 2021)


Dopo la vaccinazione.


Gibilterra, centro più vaccinato al mondo annulla il Natale: “Troppi contagi”

Secondo il governo dell'enclave britannico a sud della Spagna le celebrazioni natalizie saranno annullate nell'area più vaccinata del mondo a causa dell'aumento dei casi di Covid.

Gibilterra, piccolo enclave britannico a sud della Spagna, ha raggiunto la cifra record del 119% di vaccinati tra i suoi 33mila residenti. Alla totalità dei cittadini del centro dello Stretto vanno aggiunti oltre circa 7mila lavoratori che sono o domiciliati in quel territorio o pendolari dalla Spagna.
  Un dato che lo pone tra i centri al mondo più vaccinati. Teoricamente si può affermare che non ci sono no-vax. Ma nonostante questo elevato tasso di inoculazioni, l’amministrazione di Gibilterra ha annullato le celebrazioni ufficiali del Natale per l’elevato tasso di contagiati e ricoverati, che sono tutti vaccinati coi sieri commerciati in Europa.
  Il territorio sta attualmente lanciando il suo programma di ripresa e ha ribadito di sconsigliare grandi assembramenti sociali informali in questo periodo, riporta Newsweek. Il governo di Gibilterra ha fornito nuovi consigli in vista del periodo festivo di Natale.
  Il piccolo territorio britannico ha invitato i residenti a limitare la socialità e le aggregazioni al chiuso e a prendere in considerazione lo stato di vaccinazione degli ospiti prima di andare a degli eventi. Un consiglio bizzarro, visto che i contagiati finora sono tutti super vaccinati.
  I funzionari del governo hanno affermato che i cittadini dovrebbero “esercitare il proprio giudizio” sullo svolgimento di eventi natalizi, tuttavia lo ha “fortemente sconsigliato”.
  Secondo il tracker del coronavirus della Reuters, Gibilterra ha somministrato finora almeno 94.469 dosi di vaccini Covid. Supponendo che ogni persona abbia ricevuto 2 dosi, è sufficiente per aver vaccinato circa il 140,2 per cento della popolazione del territorio britannico. Ma ciò evidentemente non è stato sufficiente, visto che i cittadini vaccinati nello Stretto che separa il Mediterraneo dall’Oceano Atlantico si ammalano più di quanto dovessero eventualmente ammalarsi il cosiddetto covid. Paradossale, ma tant’è!
  A dare sponda al governo di Gibilterra è “Our World in Data”, un sito consultabile qui ha indicato “che Gibilterra è la parte più vaccinata del mondo con una percentuale della popolazione completamente vaccinata superiore al 99%”.
  Gibilterra ha visto un aumento dei casi e la media di 7 giorni di infezioni segnalate era di 66 il 18 novembre. Ciò equivale al 52% del suo picco di gennaio, secondo Reuters.
  Ciò si traduce in 1.379 infezioni ogni 100.000 persone segnalate negli ultimi 7 giorni. Complessivamente nel territorio sono stati registrati 6.721 contagi e 98 decessi legati al coronavirus (post-vaccinazione).
  Venerdì in una dichiarazione l’amministrazione di Gibilterra ha affermato che “dato l’aumento esponenziale del numero di casi, il governo intende annullare una serie di eventi, tra cui feste di Natale ufficiali, ricevimenti ufficiali e incontri simili.
  “Il pubblico, in questa fase, è chiamato in ultima analisi ad esercitare il proprio giudizio al riguardo tenendo conto dei consigli attualmente forniti”.
  “Diventerà anche necessario a questo punto assicurarsi che l’uso dei locali ufficiali sia attentamente esaminato e, ove necessario, gli eventi siano rinviati a data da destinarsi”.

(Secondopiano, 22 novembre 2021)


Super green pass: nella migliore tradizione di tutte le dittature

di Stefano Montanari 

Tra nausea (tanta) e ilarità (poca e amara) ho cercato d’informarmi a proposito delle novità introdotte nella migliore tradizione di tutte le dittature che non usurpino la definizione.
  Non sono i “politici” a stupirmi, e nemmeno i gestori di quella che, chissà a quale titolo, ci si ostina a chiamare informazione. Posso solo domandarmi quali sarebbero i politici senza virgolette se li si eleggesse secondo gli articoli 56 e 58 della povera Costituzione, e se non godessero del sostegno dei cosiddetti media foraggiati dichiaratamente a spese pubbliche per raccontare ciò che fa comodo al salottino sempre più affollato e a tacere o a negare o a falsificare il resto. Si veda l’operato di Joseph Goebbels in proposito.
  A stupirmi sono i giornalisti ormai pensionati che, almeno in apparenza, non avrebbero alcuna ragione per calpestare la propria dignità, se non, magari, la tenera vanità di ritrovarsi ancora alla ribalta e, vedi mai, qualche elemosina per riscaldare l’inverno della vita. Ma forse anche il semplice applauso di chi sta seduto nelle posizioni di comando accontenta quei poveri vecchi, dando loro l’illusione di essere qualcuno. Naturalmente io non ho idea delle ragioni reali del loro mortificante squallore, e mi limito a fare supposizioni. Resta il fatto che sentire tali e tante idiozie starnazzate pretendendo, e ottenendo il più delle volte, consenso mi preoccupa un po’. Più che la loro abissale ignoranza in campo scientifico ed epistemologico mi preoccupa il fatto evidente che quelli non abbiano la più pallida idea di che cosa significhi il vivere civile e che cosa sia la dignità umana, la loro in primis.
  Più che a stupirmi, è a deludermi la posizione di regime dei medici e dei farmacisti. Questi non hanno solo cancellato la chimica, la fisica, la fisiologia e la farmacologia, ma rifiutano pervicacemente di applicare le regole riportate dai loro codici deontologici, arrivando perfino ad impedire di operare ai loro confratelli i quali, quanto meno, credono che la loro sia una missione a favore dell’umanità, e come tale la svolgono.
  Pare che a nessuno di costoro venga in mente il più ovvio dei ragionamenti e si ponga poi la più ovvia delle questioni: se è vero che l’86% degl’italiani è “vaccinato”, a che cosa si deve la recrudescenza del morbo tanto strombazzata? Qualunque sperimentatore dotato di un minimo di esperienza e di capacità sa perfettamente che un dato del genere, se veritiero, dimostra con chiarezza che si è intrapresa una strada fallimentare. Il che, almeno in campo scientifico, costituisce un’informazione utilissima perché indica che quella strada è sbagliata e non si perde più tempo a percorrerla. Invece…

• Come in tutte le dittature
  Invece il grado di violenza, tra rozzezza e raffinatezza, al quale siamo arrivati era, almeno per me, impensabile fino a pochi giorni fa. Ora non solo ci si lambicca il cervello per escogitare nuove torture sociali a carico degli adulti, ma nemmeno i bambini sono risparmiati, essendo riconosciuti come la preda più ambita su cui investire. Da padre e da nonno inorridisco. Ora chi non si presta a fare da cavia per la più assurda sperimentazione di massa della storia, magari offrendo la prole come agnello sacrificale, viene discriminato crudelmente in barba a tutta la bava versata componendo regole di cui ci si prende gioco ogni giorno di più. Le gerarchie religiose? Lasciamo perdere: forse qualcun altro provvederà, anche se qualche dubbio lo conservo. Il popolo? Ormai animali da reddito.
  Dove arriveremo? Io ho paura di dare la risposta che sento essere quella giusta. Certo è che si sta premendo sull’acceleratore come fa un pilota in prova che cerca d’individuare quale sia la velocità massima alla quale può entrare in una determinata curva. Ad oggi, pare, quel limite non è stato ancora raggiunto e, dunque, aspettiamoci qualche chilometro all’ora in più. La domanda che mi pongo è che cosa accadrà quando la macchina uscirà di strada. Dove sbatterà?

(Imola Oggi, 25 novembre 2021)


Il Green pass come strumento di coercizione

di Vincenzo Vitale

Fra le tantissime sciocchezze che televisioni e giornali ogni giorno sciorinano a chi guardi le prime e legga i secondi, una va in particolare presa in considerazione e riguarda il Green pass. Si ripete infatti in modo ossessivo, da parte di tutti, che il Green pass sarebbe uno strumento di libertà, messo a disposizione di chi ne possa usare di volta in volta. Per meglio far digerire questa sesquipedale sciocchezza, politici e giornalisti ribadiscono che con il Green pass si può andare al cinema, a teatro, in pizzeria, a ballare. E tutti ad applaudire, ad approvare, a festeggiare perché finalmente si potrà tornare a incontrarsi, a mangiare insieme, a sbevazzare, ad allenarsi in palestra.
  A latitare purtroppo qui è il pensiero, vale a dire la capacità di capire come stanno davvero le cose, limitandosi invece la maggior parte degli italiani ad accontentarsi di ciò che viene detto loro, senza nessuna lettura critica appena avvertita: una specie di gregge che desidera soltanto di essere ciecamente teleguidato. Se invece si scomoda appena l’uso del pensiero, si scoprirà che le cose sono esattamente al contrario di come viene affermato a gran voce dagli imbonitori del popolo: il Green pass non è affatto uno strumento di libertà, ma un sottile e raffinato mezzo di asservimento. Infatti, la certificazione verde concede alcune libertà – per l’uso delle quali tutti esultano come bambini davanti a un giocattolo nuovo – ma supponendo implicitamente che la libertà di tutti sia a disposizione del Governo, cioè di chi abbia il potere, il quale può a suo piacere concederla o revocarla, secondo tempi e modalità assolutamente insindacabili.
  Nell’ottica del Green pass, infatti, la libertà non è un diritto naturale di cui ogni essere umano è dotato fin dalla nascita, e che il potere costituito – qualunque esso sia – è tenuto a riconoscere e a tutelare, ma un bene che il Governo può a sua discrezione concedere o non concedere, limitare o perfino autorizzare in certi casi, pronto poi – il medesimo potere – a revocare quella stessa libertà che aveva appena autorizzato. Per questa ragione, il retto uso del pensiero ci conduce a ribaltare l’illustrazione che ogni giorno ci viene offerta in modo martellante: nessuno di noi dovrebbe essere contento perché ci viene concessa la libertà, tramite il Green pass, di andare in pizzeria con gli amici, se non altro perché chi ce la concede potrà domani mattina revocarcela di nuovo; dovrebbe invece essere costernato e preoccupato, perché la libertà originaria di cui tutti siamo titolari, tramite il Green pass, viene limitata, collocata a disposizione del Governo e perfino annullata: anche quella di andare in pizzeria con gli amici.
  Il Governo, insomma, dispone di ciò che non gli appartiene, la nostra libertà: niente male, anche perché pare che la maggioranza degli italiani, che sono sordi a queste critiche, preferisca un immemore asservimento a una pensosa libertà. Ma, come scrive Stefan Zweig, “per le anime servili, ogni servitù appare blanda”. Coraggio! Non è poi tanto difficile da capire. Giorgio Agamben e Massimo Cacciari ce lo ripetono da mesi.

(l'Opinione, 24 novembre 2021)


Potremo un giorno tornare ad essere parte della società con tutti gli altri?

Il Presidente del Consiglio rassicura i novax: Sì, forse il prossimo Natale.

di Marcello Cicchese

«Spero un Natale normale. Se abbiamo un po' di restrizioni, per i vaccinati questo Natale è normale. E speriamo che la pandemia si evolva in maniera tale che il prossimo sia veramente un Natale per tutti. Questo è quello che vogliamo riconquistare, che lo sia per tutti. Bisogna che anche coloro che da oggi saranno oggetto di restrizioni o a cui saranno riservate le restrizioni possano essere, tornare, ad essere parte della società con tutti noi».
  Così si esprime il nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi nella sua conferenza stampa. E dice delle buone parole anche a noi, i recalcitranti novax. Dice che si augura di poterci riammettere in società prima del Natale del prossimo anno, ma per il momento ci invita ad accettare, per motivi di emergenza, di non far parte della società da lui presieduta, che poi sarebbe la nazione Italia, in cui siamo nati. In essa ora ci sono due tipi di cittadini: i sivax e i novax. I primi hanno i pieni diritti di cittadinanza, i secondi no. Ma bisogna abituarsi, è bene procedere per gradi: cominciamo col Natale. Nelle prossime feste la gente comincerà ad assuefarsi all'idea dei due tipi di cittadini, ma si cercherà di mantenere viva la speranza che alla fine ne possa rimanere uno solo: i sivax. Questi saranno la stragrande maggioranza, ma per far sì che si arrivi alla totalità bisognerà provvedere a sistemare in qualche modo lo scarto residuo. In qualche modo si farà: nella storia gli esempi non mancano.
  Uscendo dall'ironia, come responsabile di un sito che da vent'anni s'interessa di Israele, ci sono due cose che mi colpiscono in questa pandemia:
  1. la politica sanitaria di Israele
  2. il silenzio della comunità ebraica in Italia.
  Sul primo punto ho già scritto nell'articolo "Dal sionismo al globalismo". Vorrei dire allora qualcosa sul secondo.
  Ho detto silenzio ma, per essere precisi, dalla comunità ebraica italiana si è levata una sola voce di piena approvazione delle scelte di governo. In un ambiente in cui è proverbiale la presenza di continue discussioni e dissidi, la cosa è sorprendente. E' venuta meno la consueta dialettica destra-sinistra e anche Israele-diaspora. Su temi delicati e controversi come il valore dei dati scientifici, i diritti irrinunciabili della persona, i pericoli di sistematiche schedature dei cittadini, l'inaccettabilità della creazione di categorie distinte di cittadini e il susseguente pericolo di mettere gli uni contro gli altri non si sono sentite voci pubbliche. Questi temi, con particolare riguardo agli ultimi due, avrebbero dovuto sollecitare l'interesse, anzi la sensibilità, di una comunità particolare come quella ebraica. Invece, per quello che finora si è sentito, niente. O meglio, si è sentito qualche intellettuale unirsi al discredito dei novax appoggiando con vari argomenti e toni la lettura mainstream governativa, ma non di più.
  Il mondo ebraico si è giustamente risentito quando qualcuno ha voluto paragonare i novax agli ebrei, e questo è disdicevole, come quasi tutti i paragoni che ripetutamente si fanno con Hitler, la Shoah, i nazisti, i campi di sterminio e così via. Ma i motivi di fondo e i modi in cui alcuni avvertono l'esclusione dal resto della società avrebbe dovuto, a parer mio, essere valutata con più empatia da chi ha sofferto qualcosa di simile.
  Farò allora un paragone, non fra i novax di oggi che non possono andare in palestra e gli ebrei di ieri che dovettero andare in camere a gas, ma tra alunni ebrei di un tempo e alunni non vaccinati di oggi. Quando in una classe il professore chiede: chi sono i vaccinati? e tutti alzano la mano tranne due, quali saranno i sentimenti e i pensieri dei due alunni? e quelli dei loro compagni, e del professore, e dei genitori? Certo, anche in questo caso le differenze tra ieri e oggi sono molte, e tuttavia quando il male si presenta in forma debole non ci dovrebbe essere qualcuno in grado di avvertire, per l'esperienza fatta, che il male può diventare giù grande? Si dovrà aspettare che si facciano divisioni non solo tra chi può andare al ristorante e chi no, ma anche tra chi può fare scuola in presenza e chi no? Dovremo forse aspettare che il governo decida, "per motivi di sicurezza", di distinguere tra scuole per vaccinati e scuole per non vaccinati? Beh, se si dovesse davvero formare una scuola privata per soli novax, mi offro come docente di matematica a titolo gratuito.

(Notizie su Israele, 25 novembre 2021)


Israele: entro il 2050 un cittadino su quattro sarà ultraortodosso

Quasi un quarto della popolazione israeliana sarà ultra-ortodossa entro il 2050, secondo le proiezioni del Consiglio economico nazionale israeliano.
  Si prevede che l’attuale popolazione israeliana di 9,2 milioni crescerà del 70% fino a quasi 16 milioni entro il 2050. Di questi 16 milioni, circa un quarto, o 3,8 milioni, secondo le proiezioni del Consiglio economico nazionale israeliano saranno ultra-ortodossi. Gli ebrei ultraortodossi rappresenteranno quasi un terzo della popolazione ebraica di Israele.
  La popolazione araba salirà a 3,24 milioni e continuerà a rappresentare circa il 20% della popolazione totale.
  I nuovi dati sulla popolazione indicano un futuro in cui la popolazione ebraica di Israele continua a costituire circa l‘80% della popolazione nazionale, ma in cui quella popolazione ebraica è molto più ultra-ortodossa di prima.
  Attualmente, la popolazione ultra-ortodossa di Israele costituisce il 12,6% della popolazione. Entro il 2050, questa cifra salirà al 24% della popolazione totale, ha affermato il consiglio.
  La maggior parte di questa crescita deriverà dal tasso di natalità della comunità ultra-ortodossa di 6,7 bambini per donna, molto più alto delle famiglie ebree non ultra-ortodosse. In tutti i settori della popolazione, gli israeliani di età pari o inferiore a 19 anni costituiranno oltre un terzo della popolazione.
  Si prevede che la maggior parte degli ebrei ultra-ortodossi di Israele rimarrà concentrata a Gerusalemme e nei suoi dintorni, nonché nella città di Beit Shemesh. Ma si prevede che la popolazione ultra-ortodossa crescerà anche nel sud di Israele, dove è in fase di progettazione una nuova città ultra-ortodossa, e in misura minore nel nord.
  Tel Aviv e le città e i sobborghi circostanti continueranno a essere l’area più popolosa del paese. Quella zona vedrà anche un forte aumento del numero di persone anziane, con il numero di persone di età superiore ai 65 anni che raddoppierà circa.
  Si prevede che la crescita della popolazione del paese in tutti i settori porrà maggiori richieste al patrimonio abitativo del paese, già considerato insufficiente per le attuali esigenze della popolazione, nonché ai sistemi di trasporto e al sistema educativo.
  Lo studio, un aggiornamento di uno pubblicato nel 2017, è stato pubblicato ad agosto ed è stato riportato da Haaretz questa settimana.

(Bet Magazine Mosaico, 24 novembre 2021)


Il Marocco acquista il sistema anti-drone di Israele per proteggere lo spazio aereo

Il Marocco ha acquisito il sistema di difesa aerea anti-drone Skylock Dome di Israele, lo hanno annunciato martedì in un comunicato le Forze armate reali (FAR).
  Il sistema, rivelato per la prima volta a febbraio all’International Defense Exhibition and Conference nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, è in grado di rilevare e mettere fuori combattimento i droni (aerei senza pilota), secondo lo Skylock Systems.
  Il CEO di Skylock, Itzik Huber, ha affermato che la sua azienda offre sistemi di difesa relativamente economici che sono estremamente efficaci e forniscono un’ampia protezione contro la crescente minaccia dei droni d’attacco.
  Secondo The Globe, 27 paesi, tra cui il Marocco, gli Emirati Arabi Uniti e diversi Stati dell’Asia orientale, hanno acquistato il sistema Skylock Dome. Attualmente, circa il 70 percento delle vendite dell’azienda è destinato a clienti militari.
  “Questa acquisizione fa parte del rafforzamento delle capacità delle FAR di proteggere le strutture critiche e sensibili del regno, sia civili che militari”, si legge nella dichiarazione delle forze armate marocchine.
  “Il regno sta intensificando i suoi acquisti di sistemi antiaerei senza pilota, o droni, che sono diventati una minaccia in termini di impossibilità ad essere rilevati o attaccati dai sistemi di difesa convenzionali”, ha aggiunto.
  Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, dovrebbe visitare oggi, mercoledì, il Marocco e firmare accordi di cooperazione per la sicurezza con il regno nordafricano.
  Nel dicembre dello scorso anno, in cambio della ripresa delle piene relazioni diplomatiche con Israele, l’allora amministrazione statunitense di Donald Trump accettò di riconoscere le rivendicazioni territoriali del Marocco e sostenne il suo “Piano di autonomia” sul Sahara occidentale.

(Infopal, 24 novembre 2021)


La Malesia vieta alla squadra israeliana di squash l’ingresso per i campionati mondiali
  
La Malesia ha vietato l’ingresso alla squadra israeliana di squash che dovrebbe partecipare al campionato mondiale il prossimo 7 dicembre. Inizialmente avrebbe dovuto tenersi in Nuova Zelanda, ma a causa delle restrizioni Covid, è stato spostato.
  Tuttavia, Israele e Malesia attualmente non hanno relazioni diplomatiche formali e gli israeliani non possono visitare il paese del sud-est asiatico poiché i passaporti malesi recano la scritta “Questo passaporto è valido per tutti i paesi tranne Israele”.
  La Squash Racquets Association of Malaysia (SRAM) ha ignorato l’ISA quando ha chiesto informazioni sulla possibilità di ricevere visti speciali in modo che i suoi giocatori potessero partecipare, secondo quanto riportato dal Jerusalem Post.
  Il Ministero della Cultura e dello Sport israeliano e il Ministero degli Esteri hanno cercato di fare pressione sulla World Squash Association per includere Israele nella competizione, ma quest’ultimo sostiene che la responsabilità spetta alla Malesia. Il ministro della Cultura e dello Sport ha anche inviato una lettera in particolare al presidente dell’Associazione mondiale, ma per il momento non è stata ricevuta alcuna risposta. Anche la Israel Squash Association, guidata da Aviv Bushinsky, ha chiesto che la World Squash Federation costringa la Malesia ad approvare l’ingresso della squadra israeliana.
  “Porteremo il messaggio ai vertici. Se la Federazione Mondiale non ci aiuterà, ci rivolgeremo al Tribunale Arbitrale dello Sport. Ho chiarito loro che se ospiteremo il prossimo torneo, la Malesia sarà la benvenuta” , ha detto a Canale 12. “Al recente campionato mondiale di eSport di Eilat, Israele ha permesso ai concorrenti della Malesia di partecipare”, ha ricordato.
  “Un’associazione mondiale che sostiene l’uguaglianza e la guerra al razzismo non può dare una mano a discriminare Israele e affermare che il problema è con i malesi. Non vogliamo che i campionati del mondo vengano cancellati a causa nostra, ma non possiamo tollerare questo discriminazione”, ha concluso.

(Bet Magazine Mosaico, 24 novembre 2021)


Israele, bambina scopre una moneta d’argento di 2.000 anni

di Jacqueline Sermoneta

Una rara moneta di 2.000 anni, risalente al periodo della grande rivolta ebraica contro i Romani, è stata ritrovata nel Parco Nazionale Emek Tzurim di Gerusalemme, nei pressi della Città di David.
  La scoperta, annunciata dalla Israel Antiquities Authority, è avvenuta durante il lavoro di setacciatura da parte dell’undicenne Liel Krutokop, nell’ambito di un’iniziativa promossa dal Parco Tzurim, aperta alle famiglie e ai bambini appassionati di storia e archeologia.
  La moneta è d’argento puro e ha un peso di 14 grammi. Secondo gli esperti fu coniata intorno al 67-68 d.C., con molta probabilità, da uno dei Sacerdoti del Tempio, che si unì alla rivolta degli Ebrei contro i Romani, poco prima della distruzione del Tempio.
  Su un lato la moneta reca una coppa e le scritte “Israeli Shekel” e “Anno due”, il secondo anno della grande rivolta, sull’altro lato presenta un’incisione che gli studiosi indicano come la sede del Sommo Sacerdote e accanto ad essa la dicitura in ebraico antico “Gerusalemme santa”.
  Secondo Robert Kool, direttore del Dipartimento di numismatica per la IAA, “questa è una scoperta rara. Finora sono state scoperte solo 30 monete d'argento di questo periodo".
  Gli studiosi, inoltre, ipotizzano che l’argento, utilizzato per la moneta, provenga dalle grandi riserve del metallo prezioso presenti nel Tempio, dove sembra sia stata coniata.
  “La moneta è un segno di sovranità – ha affermato Kool – È un evidente simbolo d’indipendenza. L’iscrizione rappresenta chiaramente le aspirazioni dei ribelli”.
  La moneta sarà mostrata al pubblico durante la festa di Chanukkà nel Parco Nazionale Emek Tzurim a Gerusalemme.

(Shalom, 24 novembre 2021)


Israele vaccina bambini tra 5 e 11 anni. È il secondo Paese dopo gli Usa

In Israele comincia la vaccinazione dei bambini dai 5 agli 11 anni come deciso dalle autorità di governo su indicazione del comitato nazionale per la lotta al Covid.
Salman Zarka, alla guida del comitato, ha parlato di "un giorno di celebrazione per i bambini e i genitori che possono ora proteggere i loro figli".
Israele è il secondo paese al mondo, dopo gli Usa, ad avviare questa vaccinazione.

(RaiNews, 23 novembre 2021)


Dopo la vaccinazione.


Il Presidente Draghi ha incontrato il Presidente esecutivo del World Economic Forum

ROMA, 22 nov - Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha incontrato oggi pomeriggio, a Palazzo Chigi, il Fondatore e Presidente esecutivo del World Economic Forum (WEF), Klaus Schwab. Il colloquio si è incentrato sul prossimo Meeting Annuale del WEF previsto a Davos a gennaio del 2022 e sui principali dossier globali oggetto anche della Presidenza italiana del G20, con particolare riferimento al tema della ripresa economica e sociale post pandemica.

(Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 22 novembre 2021)


Dunque il Presidente del Consiglio italiano ha concesso in veste ufficiale un colloquio ad un privato cittadino tedesco di nome Klaus Schwab. Perché? Il comunicato è molto stringato. Certo, la persona onorata dall'incontro è ben nota, perché è l'autore del libro "Covi-19: The Great Reset". Ma non erano i "complottisti" ad essere accusati di suscitare paure inconsistenti parlando dell'esistenza d un "Grande Reset mondiale", e suscitando le ironie pungenti degli antinovax? Perché allora questo colloquio presidenziale con un teorico del Grande Reset? Ma che dice Klaus Schwab a questo proposito? M.C.
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La Corte di giustizia Ue: Hamas è terrorista, avanti con le sanzioni

Ribaltata la sentenza del Tribunale europeo che aveva bloccato il provvedimento: «Il congelamento dei fondi resta in vigore.

di Emanuele Bonini

BRUXELLES. Hamas è e resta un’organizzazione terroristica, e le misure restrittive adottate dagli Stati membri dell’Unione europea vanno mantenute. La Corte di giustizia dell’Ue difende l’impianto politico-giuridico del Consiglio Ue nei confronti dei combattenti palestinesi, ribalta la sentenza del Tribunale che aveva bocciato le sanzioni, e ne conferma legittimità e validità.
  Le sanzioni, avendo portata individuale e non carattere generale, non rispondono a regole e procedure classiche. Fare un paragone tra procedura legislativa vera e propria e atti specifici non è possibile, sostiene la Corte Ue, perché gli iter sono diversi in ragione della diversa natura del carattere delle decisioni. Motivo per cui i vizi di forma contestati dal Tribunale non hanno ragion d’essere. Avanti con le sanzioni ad Hamas, dunque.
  Hamas è inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche di Ue, Unione degli Stati Americani, Stati Uniti, Israele, Canada e Giappone, mentre Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito operano una distinzione tra organizzazione politica e ala militare, adottando una politica intransigente solo nei confronti della seconda.
  Nel 2018 il Consiglio dell’Ue decise di mantenere Hamas nel registro comunitario delle organizzazioni terroristiche. Di conseguenza il braccio armato dei nazionalisti palestinesi poteva essere colpito da misure restrittive quali congelamento di capitali e di risorse economiche. Esattamente quello venne deciso dal club dei Ventisette.
  Il 4 settembre 2019 il Tribunale di Lussemburgo si pronunciò contro queste disposizioni, bocciando quattro atti adottati dal Consiglio per vizi di forma. Si contestò la mancata autenticazione da parte del Consiglio, mediante una firma, delle motivazioni alla base degli atti impugnati.
  Oggi la Corte di giustizia dell’UE annulla la decisione che aveva annullato l’operato del Consiglio. «Il Tribunale ha commesso un errore di diritto», spiegano i giudici di Lussemburgo. Non c’è alcuna necessità che i documenti in questione siano firmati dal presidente e dal segretario generale del Consiglio. I documenti oggetto di contestazione «non rientrano nella natura generale» degli atti ufficiali, e per questo «è sufficiente che la motivazione sia debitamente autenticata con altri mezzi». Per il documento che accompagna le sanzioni non è dunque indispensabile la firma dei vertici del Consiglio.
  Nell'esame del caso si rilevano altri elementi che consentono di stabilire la legittimità dell'operato dell'Unione europea. Innanzitutto la Corte di giustizia fa notare che le motivazioni delle sanzioni contro Hamas «erano state adottate dal Consiglio contemporaneamente ai suddetti atti, e la loro autenticità non era stata validamente messa in discussione». A questo si aggiunge il fatto che Hamas «non ha validamente contestato» le decisioni dell’Unione europea. Il congelamento dei fondi resta dunque in vigore.

(La Stampa, 23 novembre 2021)


Allarme antisemitismo. Gli ebrei d’Europa sempre più preoccupati

di Paolo Castellano

La principale minaccia per l’esistenza degli ebrei europei è l’antisemitismo. A dirlo è un sondaggio pubblicato il 18 novembre e condotto dall’American Jewish Joint Distribution Committee. I sondaggisti hanno intervistato i rappresentanti delle comunità ebraiche d’Europa con l’obiettivo di comprendere le necessità e le preoccupazioni degli ebrei europei.
  Dunque, la sicurezza delle comunità è fondamentale. Per la prima volta – da quando è stato creato il sondaggio nel 2008 – l’antisemitismo è in cima alla lista delle preoccupazioni degli ebrei europei.
  Tanto che il 26% dei leader intervistati ha dichiarato di considerare l’idea di fare l’aliyah, trasferendosi definitivamente in Israele. Soltanto il 3% ha dichiarato di essersi attivato per lasciare l’Europa. Il 67% ha detto di non volersi trasferire e un altro 8% non ha risposto alla domanda.
  Come riporta The Times of Israel, i due terzi del campione hanno poi sostenuto di aspettarsi un amento degli atteggiamenti antisemiti nel continente europeo nei prossimi 10 anni. Un pessimismo in aumento rispetto alle risposte registrate nei precedenti sondaggi. Allo stesso tempo, il 22% dei rappresentanti ebrei ha affermato di non sentirsi al sicuro nelle proprie città.
  Oltre l’aumento dell’antisemitismo, le comunità ebraiche sono tormentate dalle difficoltà finanziarie. La pandemia di Covid-19 ha danneggiato il reddito dei membri e i budget si sono ridotti, inclusi i proventi dei musei.
  Tra l’altro, il sondaggio dell’American Jewish Joint Distribution Committee ha riscontrato ulteriori preoccupazioni. I leader ebrei hanno espresso disagio per gli sforzi di diversi paesi europei nel vietare la macellazione Kasher e la circoncisione maschile non medica.
  A parte questo, è cresciuto il sostegno allo Stato d’Israele. Il 66% dei rappresentanti ebrei ha dichiarato di “sostenere pienamente Israele, indipendentemente da come si comporti il suo governo”. Nel 2015 questa affermazione era stata accolta soltanto dal 48% dei leader.

(Bet Magazine Mosaico, 23 novembre 2021)


Israele-Giordania firmano accordo: acqua in cambio di energia solare

di Simona Lazzari

Israele e Giordania firmano un accordo che prevede acqua desalinizzata in cambio di energia solare. I due Paesi hanno siglato l’accordo a Dubai grazie alla mediazione degli Emirati Arabi Uniti e degli USA. Israele-Giordania firmano accordo: cos’è successo?
  Israele e Giordania hanno siglato un accordo preliminare per scambiare acqua desalinizzata con l’energia solare. L’accordo prevede che la Giordania esporti circa 600 megawatt di elettricità generata dall’energia solare. Mentre Israele esporti fino a 200 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata.
  L’intesa è stata raggiunta con la mediazione degli Emirati Arabi Uniti e degli USA. Funzionari del governo di Israele, Giordania e Emirati Arabi Uniti hanno firmato una lettera di intenti all’Expo di Dubai, aprendo la strada alla futura esportazione di energia solare giordana in cambio di acqua desalinizzata israeliana.
  Alla cerimonia della firma era presente anche l’inviato speciale per il clima USA, John Kerry. Kerry ha affermato: “Il Medio Oriente è in prima linea nella crisi climatica. Solo lavorando insieme i paesi della regione possono raccogliere la sfida. L’accordo di oggi è un esempio positivo di come la cooperazione possa accelerare la transizione energetica e costruire una maggiore resilienza”.

(Periodico Daily, 23 novembre 2021)


La grande storia degli Ebrei d'Oriente

di Simona Verrazzo

Sulla sponda sud-orientale del Mediterraneo la presenza della lingua araba è in grado di estendere il significato di espressioni come "vicino Oriente" o "medio Oriente", arrivando a spingersi fino al Marocco, il più occidentale di paesi arabi, e Mashreq è la parola araba utilizzata per indicare l'Ovest. La premessa aiuta a comprendere la mostra presso l'Istituto del Mondo Arabo di Parigi: "Ebrei d'Oriente. Una storia plurimillenaria". L'esposizione conclude la trilogia dedicata alle religioni monoteistiche nate in quello che oggi è il mondo arabo, cominciata nel 20 14 con "Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca" e proseguita ne120l7 con "Cristiani d'Oriente, 2000 anni di storia".
  Da domani fino al 13 marzo la mostra punta a far conoscere la secolare presenza delle comunità ebraiche nei paesi arabi, fatta di convivenza e persecuzioni, scambi culturali, intellettuali e commerciali così come di ghettizzazioni. Ed ecco che torna la lingua come collante, poiché è vero che la mostra si intitola Ebrei d'Oriente, ma è anche vero che si concentra pure verso l'Ovest, coinvolgendo il Marocco e prima ancora il regno spagnolo dell'Andalusia, che proprio durante la dominazione araba raggiunse il suo massimo splendore grazie all'importante presenza delle comunità ebraiche. Di quell'epoca il nome che su tutti spicca è Moshe ben Maimon, più noto come Mosè Maimonide, medico e giurista ebreo, nato a Cordoba nel 1135 e morto al Cairo nel 1204. Tra sezioni tematiche e un percorso tra geografia e storia, una delle date spartiacque è il 1492, anno della cacciata di ebrei e musulmani dagli odierni Spagna e Portogallo, una diaspora approdata prima in Marocco e poi in tutto il nord Africa, fino ad arrivare alla sponda orientale del Mediterraneo' toccando anche Italia e Grecia. Sono i sefarditi, da Sefard, il nome con cui gli ebrei chiamavano la penisola iberica. Da Fez a Beirut passando per Alessandria d'Egitto, le comunità ebraiche nei paesi arabi bagnati dal Mediterraneo hanno convissuto per secoli con musulmani e cristiani mantenendo costumi, tradizioni culinarie, luoghi di culto e soprattutto la lingua. A differenza degli ebrei del resto del mondo arabo, loro si distinguono per l'utilizzo di una propria lingua, il "ladino mediterraneo" che nei secoli ha consentito di mantenere i rapporti tra le diverse comunità presenti sulle sponde meridionale e orientale.
  Dai reperti archeologi agli oggetti liturgici e di uso quotidiano, dai manoscritti alle installazioni multimediali, l'esposizione punta anche a promuovere e conservare un patrimonio di enorme ricchezza e che arriva fino ai nostri giorni. È il caso del recupero delle sinagoghe che da secoli fanno parte del contesto urbano delle città arabe. In Tunisia il tempio sull'isola di Jerba è uno dei maggiori luoghi di culto ebraici di tutta l'Africa ed è meta di pellegrinaggio. In Libano è sottoposta a restauro la principale sinagoga di Beirut, pesantemente danneggiata dopo l'esplosione dell'agosto 2020. In Iraq e Siria sono in corso progetti di censimento delle sinagoghe devastate durante il regime del Daesh. Preziosa è l' attenzione data alla comunità ebraica dello Yemen, tra le più antiche del mondo e oggi, composta da neanche cinquanta persone, vittima di persecuzioni da parte dei ribelli sciiti Houthi.

(Avvenire, 23 novembre 2021)


Due amiche ebree divise dai nazisti si rivedono a 91 anni

Nel 1938 si erano dette addio a Berlino. L'archivio fondato da Steven Spielberg ha messo in contatto Betty e Ana Maria

Quando Betty Grebenschikoff e Alla Maria Wahrenberg si sono riabbracciate, dopo 82 anni, hanno fatto quello che fanno le amiche: «Abbiamo riso tanto che piangere era impossibile, e bevuto un sacco di champagne». E un bicchiere dopo l'altro, per quattro giorni di fila, «abbiamo parlato e parlato».
  C'erano da raccontare, del resto, otto decenni da amiche del cuore separate. Si erano dette addio a 9 anni nel cortile di scuola, a Berlino, all'indomani della Notte dei Cristalli. Le loro famiglie, ebree, sarebbero partite. Ciascuna era certa che l'altra, come molti dei loro cari, fosse morta.
  Le ex bambine Lise (ora Betty) e Annemarie (ora Ana Maria, avendo entrambe cambiato nome all'epoca dell'espatrio, e ripreso il proprio cognome solo all'estero) si sono incontrate per la prima volta cinque giorni fa a St. Petersburg in Florida, a casa di Betty; da febbraio, quando si sono ritrovate, si chiamavano su Zoom ogni domenica; e appena le restrizioni anti-Covid lo hanno reso possibile Ana Maria, che vive in Cile, ha preso un aereo ed è volata dalla sua amica. Hanno 91 anni.
  Amiche dai 6 ai 9, in classe insieme, frequentavano la stessa sinagoga e giocavano negli stessi cortili. Ricordano «le proibizioni che si infittivano, improvvisamente non potevamo più giocare a palla, né in bicicletta, come gli altri»; e ricordano il pomeriggio dell'addio, a novembre 1938, nel cortile di scuola. Ricordano bene anche la notte prima: mentre fuori le vetrine andavano in frantumi e le sinagoghe bruciavano, la famiglia di Betty stava chiusa in casa a luci spente, per far credere ai nazisti di essere via; quella di Ana Maria fu perquisita, e il padre portato per 29 giorni a Sachsenhausen, da cui poi fu rilasciato perché aveva il visto per l'espatrio.
  La famiglia di Betty sarebbe fuggita in nave verso Shanghai, uno dei rari porti ancora aperti, mesi dopo; dopo il 1948 Betty volò con il marito in Australia e poi in Florida. I Wahrenberg arrivarono in Cile, unici tra i loro parenti a sopravvivere alla Shoah.
  Il loro ritrovamento si deve a una ricercatrice della Usc Shoah Foundation, archivio fondato da Steven Spielberg che conserva 55 mila testimonianze audiovisive di sopravvissuti alla Shoah. Ita Gordon, la ricercatrice, aveva seguito un seminario in cui una dei relatori, Alla Maria, l'aveva toccata nel profondo. Era novembre 2020. Gordon - che di lavoro indicizza le testimonianze con parole chiave, come i nomi delle persone e dei luoghi menzionati - cerca subito nell'archivio testimonianze di Wahrenberg. Non ne trova. Cerca il nome della sua scuola, del quartiere, della sinagoga. Trova un video del 1997 in cui un'altra sopravvissuta, Betty Grebenschikoff, dice di aver cercato per decenni la sua amica Annemarie. Così, ora, l'ha ritrovata.

(Corriere della Sera, 23 novembre 2021)


Germania: un'inchiesta rivela la presenza di ex nazisti nella magistratura tedesca del dopoguerra

di David Di Segni

Uno studio, commissionato dal procuratore generale tedesco Peter Frank nel 2017, ha rilevato che nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale il sistema giudiziario del paese era in gran parte composto da ex-membri del partito nazista.
  Nell’inchiesta di seicento pagine, intitolata "La sicurezza dello Stato nella guerra fredda", lo storico Friedrich Kiessling e lo studioso di diritto Christoph Safferling hanno analizzato il periodo compreso fra gli anni Cinquanta e Settanta, rilevando un’iniziale significativa presenza nazista nella magistratura, che solo a metà degli anni Settanta è diminuita in maniera concreta.
  L’ufficio era dunque la "continuazione perfetta di quanto praticato sotto il nazionalsocialismo”, e fu così fino al 1992 quando, due anni dopo la riunificazione nazionale della Germania, l'ultimo procuratore legato al nazismo lasciò l'ufficio. “Non c'è stata alcuna rottura con il passato” scrivono gli autori dell’inchiesta.
  La presenza di ex nazisti nella Germania del dopoguerra era stata giustificata dalla necessità del paese di dover costruire un baluardo capitalista contro la minaccia comunista. Un obiettivo che ha permesso di chiudere un occhio sul precedente coinvolgimento dei propri funzionari nel Terzo Reich.
  L'ufficio del procuratore Frank, che ha commissionato l’inchiesta, è una delle istituzioni più potenti del paese che gestisce casi di sicurezza nazionale, compresi terrorismo e spionaggio. Per l’inchiesta, i ricercatori hanno avuto accesso illimitato a centinaia di file classificati ed hanno scoperto che il perseguimento dei criminali di guerra nazisti all'epoca era minimo.

(Shalom, 22 novembre 2021)


Caso Eitan, il Tribunale del Riesame conferma l’ordinanza di arresto per il nonno

È valida l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Pavia a carico di Shmuel Peleg, 58enne accusato di aver sequestrato e portato, lo scorso 11 settembre, in Israele il nipote Eitan, l’unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone. Lo ha deciso il tribunale del Riesame di Milano respingendo il ricorso presentato dalla difesa del nonno materno del bambino contro il provvedimento del 30 ottobre concesso dal gip Pasquale Villani su richiesta del procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti e del pm Valentina De Stefano. Le motivazioni della decisione saranno depositate nei prossimi giorni.
  La difesa di Peleg, con l’avvocato Paolo Sevesi, al momento preferisce non commentare e si riserva di farlo dopo che avrà letto le motivazioni in vista di un eventuale ricorso per Cassazione. I legali, nell'udienza di cinque giorni fa davanti al Riesame, avevano contestato le accuse di sequestro di persona, sottrazione e trattenimento di minore all'estero e in particolare la qualificazione giuridica dei fatti. Per la difesa il trasferimento da Lugano a Tel Aviv con un volo privato non sarebbe un sequestro in quanto non ci fu costrizione sul bimbo. L'ordinanza del gip riguarda anche Gabriel Alon Abutbul, "soldato di ventura" dell'agenzia di contractor statunitense BlackWater, che avrebbe aiutato Peleg a portare via il piccolo.
  Sulla base del provvedimento di custodia cautelare la procura generale di Milano ha chiesto l'estradizione dei due indagati, trasmettendo gli atti al Ministero delle Giustizia che è in dialogo con la controparte israeliana. Peleg si trova attualmente a Tel Aviv dove ha intrapreso una battaglia legale per tenere con sé il nipote.

(La Stampa, 22 novembre 2021)


Un attentato sanguinoso a Gerusalemme, vigliacco e molto preoccupante

di Ugo Volli

Ieri c’è stato un nuovo attacco terroristico a Gerusalemme, con un bilancio molto pesante: un morto e tre feriti molto gravi da parte israeliana, oltre all’attentatore, a quanto pare solitario, liquidato per far cessare l’assalto. Vi sono diversi elementi preoccupanti. Il primo è il fatto che l’attentato sia stato condotto con un’arma da fuoco, e neanche una pistola ma una mitraglietta da guerra. Negli ultimi anni i terroristi avevano usato piuttosto coltelli o eventualmente automobili mandate ad alta velocità contro le vittime, cioè strumenti facili da trovare e giustificabili per i loro possibili altri usi. Questo per aggirare la vigilanza delle forze dell’ordine, ma anche per mostrare che il terrorismo nasceva autonomamente, era un “movimento popolare di resistenza”, e dunque doveva essere limitato un livello di “bassa intensità”. L’uso di armi da guerra cambia completamente questo quadro e apre scenari di conflitto militare vero e proprio. La seconda ragione di preoccupazione è che questo attentato è la nuova tappa di una serie di attacchi recenti ormai abbastanza nutrita: l’altro giorno c’era stato l’accoltellamento alle spalle di due poliziotti, e prima ancora altri assalti. Sembrerebbe il segnale di un ritorno alla serie di assalti terroristici di tre o quattro anni fa, che alcuni avevano presentato come “intifada dei coltelli”. Solo che oltre ai coltelli è entrata in gioco anche il mitra.
   La terza ragione di preoccupazione è che l’attacco è avvenuto nel quartiere ebraico della città vecchia, a due passi dal Kotel: le vittime su cui il terrorista ha scelto di sparare erano anche ebrei religiosi ben riconoscibili che tornavano dalle preghiere, oltre che soldati e poliziotti. Siamo nel centro della vita ebraica della capitale, non al confine con la zona islamica, come era accaduto con gli attacchi precedenti alla Porta di Damasco e dintorni.
   La quarta ragione infine è che il terrorista era un membro di Hamas, un insegnante di religione (la religione della pace, come qualcuno la definisce…) ma soprattutto uno dei dirigenti dell’organizzazione terrorista a Shuafat, un quartiere arabo “difficile” compreso nel territorio municipale di Gerusalemme. L’attentatore aveva dunque una carta di identità di residente che gli consentiva di muoversi liberamente e non aveva ostacoli o barriere di protezione a fermarlo. Hamas ha rivendicato ufficialmente l’attentato, ha patrocinato la solita cerimonia rivoltante della distribuzione di dolcetti ai passanti a Gaza, ed è stata anche in grado di organizzare un corteo a Shafuat sotto la casa dell’attentatore, condotto con uno slogan ritmato che promette altro sangue: “milioni di jihadisti stanno arrivando a Gerusalemme”. Di questa sfilata vi sono anche dei video che mostrano manifestanti numerosi, ben organizzati e giovanissimi. Tutto ciò mentre Hamas conduce trattative col governo di Israele, avvalendosi della mediazione egiziana, per ottenere la scarcerazione di centinaia o migliaia di terroristi condannati al carcere in cambio dei due civili che tiene sequestrati a Gaza: negoziati che secondo le voci che corrono sono in uno stato avanzato.
   Insomma vi è una rinnovata aggressività del terrorismo, che potrebbe preludere anche a un nuovo ciclo di lanci di razzi e di scontri intorno a Gaza. E’ molto probabile che la responsabilità di questa nuova fase di attentati sia dell’Iran, che cerca di distogliere l’attenzione dal proprio armamento atomico e di impegnare in attività antiterrorista l’esercito israeliano, disturbando la preparazione di un possibile attacco ai propri impianti atomici. Tutto ciò serve anche a mettere alla prova un governo israeliano assai diviso al suo interno, che comprende un partito islamico vicino alla Fratellanza Musulmana di cui anche Hamas è espressione, e che forse non reggerebbe alle tensioni di un nuovo conflitto aperto col terrorismo.

(Shalom, 22 novembre 2021)


Il ritorno del sangue di Hamas. Attacco al cuore di Gerusalemme 

Il terrorista palestinese Shkahydem fa una vittima e tre feriti nella città vecchia. Il terrorismo fa paura.

di Fiamma Nirenstein 

GERUSALEMME - È bellissima la Città Vecchia alle 9 di mattina vicino al Muro del Pianto, i negozi chiusi, le stradine vuote. Vuote, fuorché per il terrorista che cerca la preda, Faadi Abu Shkahydem, di mestiere educatore religioso, un fanatico colto conosciuto dalla polizia, un imam di Shuafat nella periferia di Gerusalemme. il video di un telefonino mostra tutto: i colpi dell'arma automatica risuonano sulle pietre antiche, un ferito chiama disperato aiuto, gente per terra, fuga. Girano già foto che lo rappresentano in cattedra, mentre insegna a file di studenti concentrati e attenti, e altre riprese che lo mostrano furioso contro gli ebrei. E, già impaginata e pronta nel santino con la bandiera verde sulla Moschea di Al Aqsa, la faccia barbuta dell'assassino ispirato dal piacere di essere uno shahid, un martire di Hamas. Tutto nerovestito è uscito col mitra e i coltelli e ha sparato, uccidendo un ragazzo israeliano, una guida, e ferendone almeno altre tre, uno è grave. Poi due poliziotte lo hanno fermato, e le forze dell' ordine sono riuscite a sparargli fermando la strage. È la seconda volta in una settimana che Hamas colpisce a Gerusalemme, la volta precedente un attacco col coltello, sempre in Città Vecchia. 
  Stavolta il terrorista aveva 42 anni e poiché anche a Giaffa poco più tardi un palestinese, probabilmente di Hamas, è stato bloccato dopo aver assalito e ferito un uomo, si comincia a pensare a un' ondata terrorista. Che Shkhaidem avesse progettato i' attacco sembra evidente, aveva fatto partire la moglie da Israele. 
  Quella dell'aggressione terroristica palestinese è una vicenda che si rinnova portando lutto con ritmo implacabile: Hamas è alla ricerca di consensi nel suo conflitto interno con Abu Mazen e cerca di rafforzarsi ulteriormente dopo che il presidente americano Ioe Biden, oltre all'Egitto e altre forze mediorientali, hanno di nuovo spinto un rinnovato sforzo di unità fra Hamas e Abu Mazen. 
  Adesso, poi, la mossa prende un sapore internazionale, perché la ministra degli Interni inglese Priti Patel ha messo nella lista delle organizzazioni terroriste Hamas, per intero, non solo per la parte armata. E ha anche spiegato che lo ha fatto anche in virtù del fatto che si tratta di una «rabbiosa organizzazione antisemita» che mette a rischio al vita di tutti, e che tollerare l’antisemitismo crea delle pessime condizioni per la sicurezza del popolo ebraico e di ciascuno, dando la possibilità di spargere il veleno della violenza in tutti i Paesi occidentali, oltre che in Israele. Patel segnala una lungimirante visione strategica quando aggiunge che bisogna combattere senza risparmio di forze dato che Hamas «ha significative capacità terroriste, incluso i' accesso a quantità estesa di armi sofisticate e a strutture di training terrorista». Ovviamente qui il riferimento è ai rapporti con Fratellanza Musulmana, Erdogan e Qatar, oltre che dell'Iran della Guardia Rivoluzionaria. 
  Hamas ha reagito dicendo che l'Inghilterra «di nuovo sostiene gli aggressori invece delle vittime». Quello che qui Hamas intende, e stavolta risulta d'accordo con Abu Mazen, è la completa delegittimazione e criminalizzazione del fondamento stesso dello Stato d'Israele, e quindi la determinazione a cancellarlo. Una risoluzione di morte, cui manca qualsiasi spazio per una politica di pace e soprattutto di miglioramento della condizione palestinese, destinata alla predicazione d'odio che gli viene somministrata dalla parole e dai gesti di gente come Shkaidem.

(il Giornale, 22 novembre 2021)


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Chi ha il coraggio di parlare ancora di pace tra israeliani e palestinesi?

di Franco Londei

L’ennesimo vile attacco da parte di un palestinese di Hamas nei confronti di civili israeliani (sottolineo civili) avvenuto ieri a Gerusalemme Est, ha lasciato sul terreno un civile israeliano morto e altri quattro feriti.
  Ora, gli attentati di Hamas contro civili israeliani sono purtroppo nell’ordine delle cose in Medio Oriente visto l’odio che gli arabi cosiddetti “palestinesi” nutrono nei confronti di Israele, ma ieri è avvenuto qualcosa di veramente diverso.
  Prima di tutto si dimentica di rimarcare con forza che gli attacchi palestinesi contro gli israeliani avvenuti numerosi negli ultimi tempi (quello di ieri era il secondo in quattro giorni), avvengono con la componente araba al Governo in Israele.
  Se qualcuno credeva, come spesso ho sentito dire, che la presenza del partito arabo Ra’am nel Governo israeliano avrebbe favorito la pace tra israeliani e palestinesi, si sbagliava di brutto. Fino ad ora ha favorito l’Autorità Palestinese e Hamas, ormai praticamente libero di fare attentati senza che nessuno possa rispondere come si deve altrimenti cade il Governo.
…i palestinesi si sentono liberi di fare quello che vogliono compreso marciare per le strade di Gerusalemme, la capitale di Israele…
  Ma ieri si è andati oltre perché proprio grazie alla presenza del partito arabo Ra’am nel Governo israeliano, i palestinesi si sentono liberi di fare quello che vogliono compreso marciare per le strade di Gerusalemme, la capitale di Israele, inneggiando al “martire” che ieri ha ucciso un israeliano e ne ha feriti quattro.
  Per la cronaca, l’attentatore palestinese era un insegnante di 42 anni di nome Fadi Abu Shkhaydam, non quindi un ragazzino ideologizzato, che sapeva perfettamente di andare a morire ma sapeva anche che con la sua morte la sua famiglia avrebbe preso un vitalizio che, visto il risultato, sarà anche piuttosto cospicuo perché Abu Mazen paga a seconda dei morti e dei feriti.
  «I martiri stanno andando a Gerusalemme a milioni» scandivano i manifestanti palestinesi nella capitale di Israele senza che nessuno sentisse il dovere quantomeno di disperderli.
  E quello di ieri è il quadro perfetto per descrivere l’attuale governo israeliano, letteralmente ostaggio degli arabi che chiaramente tacciono o denunciano con poca forza gli attentati mentre il figlio del killer si dice «orgoglioso del padre» e Hamas glorifica il suo “martire” promettendo una guerra senza quartiere.
  E qualcuno ha ancora il coraggio di parlare di pace tra Israeliani e palestinesi? Qualcuno ha ancora il coraggio di dire che gli arabi nel governo di Israele possono favorire la pace? Ma per favore…

(Rights Reporter, 22 novembre 2021)


Piogge torrenziali in Israele, allagamenti in diverse città

Piogge torrenziali hanno colpito Israele, provocando allagamenti, feriti e anche una vittima: l'acqua fuoriusciva dalle rocce nel Deserto della Giudea.

Dopo una lunga e calda estate e un clima piacevole che si è esteso all’autunno, negli ultimi giorni Israele è stato colpito da un forte maltempo, che ha prodotto piogge torrenziali. Il Servizio Meteorologico Israeliano aveva avvisato che il weekend 20-21 novembre sarebbe stato caratterizzato da piogge e temporali in tutto il Paese, con il rischio di alluvioni lungo le coste e nel Deserto della Giudea.
  Proprio nel Deserto della Giudea, a causa delle forti piogge, grandi quantità di acqua fuoriuscivano dalle rocce. Diversi fiumi sono esondati nei deserti del Negev e Arava, mentre una forte grandinata si è verificata nella città meridionale di Kiryat Malakhi.
  Le alluvioni hanno portato alla chiusura delle strade in una serie di città costiere, incluse Holon, Bat Yam e Netanya. Le piogge hanno creato problemi e purtroppo anche vittime a causa delle strade scivolose. Sabato 20 novembre, due giovani di circa 20 anni sono rimasti feriti quando la loro moto è scivolata lungo l’autostrada vicino Gerusalemme: uno di loro è morto a causa delle ferite riportate, mentre l’altro è stato portato in ospedale. Sempre sabato, un uomo di circa 85 anni ha ricevuto cure di emergenza dopo essere stato trovato privo di sensi e senza battito nella città di Ramle. Probabilmente è scivolato ed è caduto in una pozza d’acqua, dove è stato trovato solo mezz’ora dopo la caduta. L’uomo è stato portato in ospedale, dopo essere stato rianimato. Una donna è stata salvata dal suo veicolo nella città di Netanya, a causa dell’alto livello raggiunto dall’acqua. 9 persone, tra cui 3 bambini, hanno riportato ferite da lieve a moderate quando due veicoli sono usciti fuori strada a causa della pioggia nella città settentrionale di Tiberiade.

(MeteoWeb, 22 novembre 2021)


Attentato a Gerusalemme: ucciso un israeliano

Un israeliano è stato ucciso e altri quattro sono stati feriti stamattina in un attentato terroristico avvenuto nella Città Vecchia a Gerusalemme.
  Gli agenti di polizia avevano sparato contro l’assassino, un palestinese di Gerusalemme est. I media hanno identificato il terrorista come Fadi Abu Shkhaydam (42) residente a Shuafat. Il ministro della pubblica sicurezza Omar Barlev ha affermato che l'attentatore era affiliato ad Hamas e che l'attacco terroristico sembrava essere stato ben pianificato in anticipo.
  “Il terrorista era un membro del ramo politico di Hamas che pregava regolarmente nella Città Vecchia. Sua moglie è fuggita all'estero tre giorni fa. Lui ha usato armi standard che non sono comunemente disponibili in Israele", ha detto Barlev in un commento dalla scena dell’attentato terroristico. Tra le persone colpite nell’attentato vi sono due civili, uno è deceduto, secondo il servizio di ambulanza Magen David Adom. Gli altri due feriti sono poliziotti.
  L’attacco è avvenuto intorno alle 9 del mattino vicino alla Porta delle Catene nella Città Vecchia, uno degli ingressi al Monte del Tempio. La polizia ha immediatamente chiuso il sito.
  Nel video della scena, si può sentire una voce fuori campo che grida ripetutamente "aiuto" in ebraico, seguita da una raffica di armi da fuoco. Si possono quindi sentire altri spari mentre la polizia insegue l'aggressore.
  L'incidente è avvenuto diversi giorni dopo l’attacco nella Città Vecchia in cui sono rimaste ferite due guardie di frontiera. Il portavoce di Hamas, Hazim Qasim, ha esultato per l'attacco terroristico definendolo "lotta legittima".

(Shalom, 21 novembre 2021)


La svolta di Londra: "I politici di Hamas nella lista dei terroristi"

La decisione dopo l'incontro di Glasgow tra Johnson e Bennet. La ministra Patel: "Una scelta dovuta".

Sharon Nizza

Il Regno Unito si accinge a dichiarare Hamas “organizzazione terroristica nella sua interezza”, ponendo fine alla distinzione tra ala politica e militare e allineandosi alle designazioni con cui già Stati Uniti e Unione Europea hanno inserito nelle rispettive liste nere il movimento fondamentalista che governa la Striscia di Gaza dal 2007. «Una distinzione artificiale: Hamas ha significative capacità terroristiche, che comprendono l’accesso a ingenti e sofisticati armamenti », ha dichiarato venerdì la ministra degli Interni Priti Patel nell’annunciare il provvedimento, che in settimana passerà al voto parlamentare e potrebbe diventare esecutivo già dal 26 novembre. Vittoria per Israele, che premeva da tempo, e determinante l’incontro tra i premier Boris Johnson e Naftali Bennett a margine della Cop26 di Glasgow. Un atto dovuto alla comunità ebraica britannica, che «non si sente sicura», ha specificato Patel. «Hamas è una organizzazione veementemente antisemita e l’antisemitismo è un male duraturo che non tollererò mai».
  Se il decreto diventerà esecutivo, ogni espressione di sostegno a Hamas, incontri con i suoi rappresentanti, sventolarne la bandiera, saranno reati punibili con pene fino a 14 anni di carcere. Ma l’implicazione più preoccupante per Hamas riguarda la stretta alle donazioni, conseguenza diretta dei congelamenti di beni e conti correnti prevista con la designazione. L’anno scorso lo stesso provvedimento era stato approvato anche per i libanesi di Hezbollah. Per entrambe le organizzazioni, l’Inghilterra è considerato un campo fertile di raccolta fondi attraverso numerose associazioni caritatevoli. Un’inchiesta del quotidiano Haaretz a maggio tracciava il percorso di milioni di fondi che raggiungono Hamas dalla Malesia passando per banche turche e attraverso enti benefici di stanza a Londra.
  «Un atto inutile che non avrà nessun effetto deterrente sul nostro movimento, continueremo a difendere la nostra gente con ogni metodo di confronto stabilito dalla resistenza », è la reazione del capo di Hamas Ismail Haniyeh da Doha. Ma le fazioni palestinesi hanno convocato una riunione di emergenza a Gaza, dove proprio ieri si commemorava l’86mo anniversario della morte di Izzaddin al Qassam, l’ideologo siriano che dà il nome all’ala militare di Hamas che la Gran Bretagna aveva messo fuorilegge già nel 2001: «Chiediamo al Parlamento britannico di rigettare la decisione», contro cui è invocata una “campagna internazionale”, si legge in una nota. «Una mossa che diminuirà il ruolo del Regno Unito nel promuovere gli sforzi per la pace», è la condanna che arriva dalla missione permanente palestinese a Londra. Una dichiarazione non scontata, considerato che la diplomazia internazionale è gestita dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) guidata dagli esponenti del Fatah, acerrimi nemici di Hamas, con cui non si è mai saldata la frattura nata dopo la guerra civile a Gaza del 2007. Solo venerdì, gli apparati di sicurezza dell’Anp hanno aperto una mega operazione per “ripristinare la governabilità” nell’area del campo profughi di Jenin dove bande legate a Hamas e alla Jihad Islamica sollevano la testa. E mentre il premier Naftali Bennett ringrazia Londra – dove oggi atterrerà il presidente dello Stato Itzhak Herzog – su un canale parallelo invia al Cairo gli uomini delle ombre: il capo della Sicurezza nazionale Eyal Hulata e il direttore dello Shin Bet Ronen Bar hanno incontrato nei giorni scorsi il potente capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel per formulare una nuova proposta di accordo con Hamas (fuorilegge in Egitto come parte della Fratellanza Musulmana) nel tentativo di cementare la tregua raggiunta a maggio dopo 11 giorni di conflitto. Un accordo che, secondo indiscrezioni della stampa israeliana, comprenderebbe “significativi passi avanti” anche rispetto a uno scambio di prigionieri Israele-Hamas in discussione da anni.

(la Repubblica, 21 novembre 2021)


Educare alla Torah, oltre ogni barriera

Anche di fronte alle difficoltà, il mondo ebraico ha sempre tramandato l'impegno allo studio

Stando al Talmud di Gerusalemme la prima grande rivoluzione si ebbe ai tempi di Shimon ben Shatach un secolo prima della distruzione del Tempio, con l'istituzione di un sistema di istruzione pubblico "perché tutti i bambini andassero a scuola". Non di minore rilievo è la testimonianza che proviene dal Talmud babilonese, secondo il quale fu essenziale la riforma scolastica completata, nel I secolo, dal sommo sacerdote Yehoshua ben Gamla, ricordato come colui che evitò "che venisse dimenticata la Torah da Israele", allargando a tale scopo la rete di scuole in tutto il paese a partire dall'età di sei, sette anni, a favore di chi non poteva permettersi insegnanti privati (Greenberg 1960; Botticini, Eckstein 2012). L’elevato grado di alfabetizzazione presso gli ebrei deve il suo successo, quindi, alla determinazione con cui, in ogni contesto, le prescrizioni bibliche che imponevano lo studio della Torah e della letteratura rabbinica tradizionale a ogni livello furono tenute in considerazione. Non deve stupire il fatto che, contemporaneamente alla fondazione delle comunità fra Quattrocento e Cinquecento, prendesse corpo l'organizzazione di una struttura più o meno complessa di pubblica gestione che rispondesse all'esigenza di dare una formazione ebraica ai bambini. Anche nei centri più piccoli ci si preoccupava di garantire almeno la presenza di un istruttore pagato dalla collettività - figura che sovente coincideva con quella del rabbino - a favore dei più poveri, mentre le famiglie più abbienti assoldavano precettori personali, a servizio di più nuclei o addetti alla formazione dei rampolli delle famiglie più benestanti (Bonfil 1991). Non è un caso che proprio per la duplice funzione di luogo di preghiera e di studio, la sinagoga in Italia, come in altre realtà, venisse chiamata "Scola". Fino al Seicento, quando ancora la popolazione ebraica era frammentata in insediamenti di ridotte dimensioni, era consueto che un giovane lasciasse presto la propria casa per recarsi ad apprendere la dottrina e la lingua ebraica presso collegi privati. Non era affatto raro che i primi fondamenti si cominciassero ad assimilare fin dall'età di tre anni, in gruppi di bambini e bambine insieme, dove il gioco era il veicolo attraverso il quale si iniziavano a imparare brevi preghiere, i precetti quotidiani e a familiarizzare con le lettere ebraiche.
  La divisione fra maschi e femmine avveniva per lo più intorno ai sei anni con la previsione di esperienze diversificate.
  Le ragazze, sebbene nella maggior parte delle realtà non fosse previsto un percorso di studi articolato come per i maschi, grazie alla rete dei precettori acquisivano pur sempre un'istruzione di base che consentiva loro di apprendere almeno i rudimenti dei testi sacri così come i precetti a loro destinati, ma sarebbe un errore considerare preclusa del tutto per loro la strada dell'istruzione superiore, nonostante le barriere dell'ambiente culturale e le limitazioni che l'interpretazione degli scritti sacri imponevano. È proprio attraverso la voce dei maestri che apprendiamo l'esistenza di numerosi casi di giovani la cui spiccata attitudine per gli studi era ripagata con la previsione di percorsi che premiavano il genuino interesse e le particolari capacità femminili (Weinstein 2007). Un'opera rivolta alle giovinette già grandicelle e proiettate a formare presto una famiglia trovò fortuna in Italia, al pari di altre simili al di là delle Alpi, e poté contare su svariate edizioni nel corso del Seicento e del Settecento. I Precetti da esser imparati dalle donne ebree, scritto in Yiddish da Binyamin Aharon Slonik nella seconda metà del Cinquecento e tradotto in italiano da Jacob Alpron che aveva maturato una lunga esperienza come istruttore presso case ebraiche, dichiarava già nel frontespizio l'intento di "mostrare la via di vivere secondo il dat yisrael (la legge di Israele), e di reggere la casa e allevar i figlioli israelim (ebrei) con il timor di Dio" (Settimi 2017).
  Con maggiore puntualità siamo in grado di conoscere il programma di studi previsto per i maschi, declinato quasi ovunque almeno su due livelli distinti, in modo da preparare i giovani all'ingresso nella società previsto con il rito di passaggio del Bar Mitzvah a tredici anni. Il Talmud Torah (studio della Torah), era questo il nome generico con cui era nota la scuola, era previsto in ogni realtà ebraica persino di ridotte dimensioni. Lì si apprendeva innanzitutto a leggere e scrivere in caratteri ebraici e molto spesso anche l'italiano, a prescindere da quale fosse la comunità di appartenenza: tedesca, spagnola-portoghese o italiana. Specifica attenzione era rivolta alla lettura delle preghiere e della Torah, in modo che i fondamenti fossero acquisiti in maniera significativa e che potessero accompagnare il giovane per tutto il percorso della vita. La fisionomia giuridica che assumeva l'istituzione mutava a seconda delle realtà e in alcuni casi era parte del sistema delle confraternite che garantivano i servizi ai membri della comunità. A Roma, già nel 1602, la compagnia del Talmud Torah aveva personalità giuridica autonoma di associazione e dal regolamento della seconda metà del XVIII secolo apprendiamo l'esistenza di una biblioteca propria a servizio degli studenti (Ferrara, Franzone 2011). A Livorno, con la haskamà 65 del 1664, i maggiorenti decidevano di rendere obbligatoria la scuola pubblica messa a disposizione della comunità e di renderne proibita, salvo eccezioni, la gestione privata attraverso precettori dell'istruzione elementare (R. Toaff 1990).

(Pagine Ebraiche, novembre 2021)



Il sogno del tiranno

“L’epidemia è il sogno del tiranno … è una tirannia triste dove la gente per paura obbedisce ciecamente al tiranno dicendo: non è il tempo di pensare, è il tempo di obbedire!" (Miguel Benasayag)


impauriti, ingannati, sedotti e schiavizzati
il diavolo sta preparando il mondo
ad accogliere l'anticristo

 

La Turchia ha rilasciato la coppia israeliana accusata di spionaggio

Mordi e Natalie Oknin già rientrati a Tel Aviv con un volo privato organizzato dal ministero degli esteri israeliano. Prevista una telefonata tra Bennett ed Erdogan, la prima del presidente turco con un primo ministro israeliano dal 2013.

GERUSALEMME - È stata rilasciata e la coppia di turisti israeliani arrestati a Istanbul martedì scorso con l'accusa di spionaggio per aver fotografato uno dei palazzi residenziali del presidente Recep Tayyip Erdogan. La vicenda che ha tenuto col fiato sospeso l'opinione pubblica israeliana per i nove giorni della detenzione di Mordi e Natalie Oknin, entrambi conducenti di autobus della città di Modiin, si è conclusa con una soluzione tutta mediata sottobanco e tenuta in grande riserbo.
  Mentre ancora ieri sera i telegiornali riportavano della preoccupazione per il destino della coppia, solo oggi è emerso che gli Oknin erano stati rilasciati dalle autorità turche nel pomeriggio di mercoledì e trasferiti al consolato israeliano a Istanbul. Durante la notte si sono imbarcati su un volo del ministero degli Esteri israeliano e la notizia del rilascio è stata diffusa solo al momento dell'atterraggio all'aeroporto Ben Gurion nel primo mattino.
  Il motivo di tanta segretezza è il coinvolgimento delle massime autorità di Gerusalemme (la presidenza dello Stato, l'ufficio del premier, il ministero degli Esteri e il Mossad) nell'affrontare una situazione che in realtà si è svolta su un doppio canale: da un lato, l'obiettivo del rilascio di "ingenui cittadini che non hanno nulla a che fare con i servizi", come si erano affrettati a specificare il premier Naftali Bennett e il capo dello Stato Itzhak Herzog in dichiarazioni pubbliche della prima ora. Dall'altro lato però, una finestra di opportunità verso un Paese con cui Israele intrattiene un rapporto ambivalente, segnato da grande instabilità nel corso di ormai due decenni di leadership Erdogan, il cui partito appartiene alla sfera di influenza dei Fratelli Musulmani e sostiene apertamente Hamas, che dal 2007 governa nella Striscia di Gaza.

• Un'occasione di dialogo tra Ankara e Gerusalemme 
  Quella che aveva il potenziale di sfociare in una nuova crisi diplomatica israelo-turca, potrebbe invece trasformarsi ora in un'occasione per riscaldare i rapporti. "Si intravede in questa crisi e nel modo in cui si è risolta un'opportunità per promuovere le relazioni tra i due Paesi", ha commentato di primo mattino il ministro per le costruzioni Ze'ev Elkin, considerato un falco in politica estera. "Il presidente turco va ringraziato per la positiva conclusione di questa vicenda".
  Poco dopo, è arrivata una telefonata ufficiale tra il presidente Herzog e l'omologo Erdogan, in cui il leader turco ha "enfatizzato l'importanza delle relazioni con Israele per la pace, la stabilità e la sicurezza del Medioriente" e il capo dello Stato israeliano "ha accolto con favore la volontà di intrattenere un ampio dialogo su questioni bilaterali e regionali". Poco prima, in un comunicato congiunto, il premier Bennett e il titolare degli Esteri Lapid avevano anche loro espresso "ringraziamenti per il Presidente turco e il suo governo per la loro cooperazione". Tante esternazioni positive da Gerusalemme verso Ankara non si sentivano da tempo. A stretto giro è prevista anche una prima telefonata tra Bennett e Erdogan, che segnerà il primo colloquio diretto con un primo ministro dello Stato ebraico dal 2013.
  La stampa israeliana si interroga se vi sia un "gesto di ricompensa" offerto al premier turco per avere sbloccato la situazione, che si suppone possa concretizzarsi in qualche misura distensiva verso la Striscia di Gaza - le autorità israeliane negano che sia stata fatta qualsivoglia promessa. Quello che invece sembra emergere è che la coppia di turisti sia stata una sorta di "vittima sacrificale" del tentativo di Erdogan di riavvicinarsi a Israele. Un tentativo che va avanti da parecchio, cercando di ricucire dopo l'ultimo smacco, quando, nel 2018, sullo sfondo di scontri violenti al confine della Striscia di Gaza, Ankara espulse nel giro di poche ore l'ambasciatore israeliano (Israele in risposta cacciò il console).

• Gli accordi di Abramo e il problema della Fratellanza musulmana 
  Un anno fa, Erdogan dichiarava pubblicamente che "la Turchia vuole migliorare le relazioni con Israele". A luglio, dopo l'elezione del nuovo presidente israeliano Itzhak Herzog, Erdogan fu tra i primi capi di Stato a sollevare la cornetta per complimentarsi, in una conversazione durata oltre 40 minuti. Altri tentativi di riconciliazione più o meno sottobanco non avevano incontrato però una risposta calorosa da parte di Israele: diversamente dal passato, con la firma degli Accordi di Abramo e l'avvicinamento alla sfera di influenza dei Paesi del Golfo - avversi al sostegno turco della Fratellanza musulmana molto più di quanto lo siano verso i pasdaran iraniani - Gerusalemme ormai deve tenere conto delle nuove alleanze e giostrarsi tra tutti gli attori regionali (compresi i Greci e i Ciprioti). 
  Certo è che Israele non può accettare che i propri cittadini rischino di cadere "ostaggio" (è questo il termine che la stampa israeliana ha utilizzato per tutta la settimana) delle controversie politiche con un Paese che continua a figurare tra le mete turistiche principali per gli israeliani. Gerusalemme si è astenuta dall'inserire la Turchia tra le "destinazioni a rischio" per i propri cittadini, e c'è chi considera questo gesto come parte della "ricompensa" per il rilascio degli Oknin. Gli stessi Oknin che, viaggiatori abituali in Turchia, pochi momenti prima dell'arresto avevano mandato un video per convincere degli amici a non temere di visitare il Paese: "In Turchia si sta benissimo ed è sicuro, parliamo ebraico senza problemi: adorano gli israeliani qui!". Quando si dice le ultime parole famose.

(la Repubblica, 18 novembre 2021)



Pregi e autorità della saggezza

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 8.
  1. Io, la saggezza, sto con l’accorgimento
    e ho trovato la scienza della riflessione.
  2. Il timore del SIGNORE è odiare il male;
    io odio la superbia, l’arroganza, la via del male e la bocca perversa.
  3. A me appartiene il consiglio e il successo;
    io sono l’intelligenza, a me appartiene la forza.
  4. Per mio mezzo regnano i re,
    e i prìncipi decretano ciò che è giusto.
  5. Per mio mezzo governano i capi,
    i nobili, tutti i giudici della terra.
  6. Io amo quelli che mi amano,
    e quelli che mi cercano mi trovano.
  7. Con me sono ricchezze e gloria,
    i beni duraturi e la giustizia.
  8. Il mio frutto è migliore dell’oro fino,
    il mio prodotto vale più dell’argento selezionato.
  9. Io cammino per la via della giustizia,
    per i sentieri dell’equità,
  10. per far ereditare ricchezze a quelli che mi amano,
    e per riempire i loro tesori.
  1. Io, la saggezza, sto con l’accorgimento
    e ho trovato la scienza della riflessione.

    L'accorgimento può essere la capacità di capire come stanno effettivamente le cose, e può anche essere una qualità neutra, usabile nel bene come nel male. Ma la saggezza , che sta costantemente (lett. abita) con l'accorgimento, arriva alla scienza mediante la riflessione. Con l'accorgimento si possono dunque fare diagnosi realistiche di una data situazione, ma è con la riflessione che si trova la giusta terapia, cioè si diventa capaci di intervenire in modo utile ed efficace nella realtà.

  2. Il timore del SIGNORE è odiare il male;
    io odio la superbia, l’arroganza, la via del male e la bocca perversa.

    Poiché Dio odia il male, chi si comporta deliberatamente in modo malvagio si mette dalla parte del male e quindi cade sotto l'odio di Dio. Se questo fatto non provoca alla persona alcun disagio, vuol dire che non ha timore del Signore. E la mancanza di questo salutare sentimento si manifesta proprio nel fare ciò che Dio odia: cioè avere un atteggiamento interiore di falsa sicurezza di sé che in realtà è superbia e arroganza; praticare la via del male, avendo una condotta che segue vie scorrette e disoneste; usare la bocca per farne uscire parole che pervertono la giustizia e ingannano o calunniano il prossimo (cfr. 6:16-19).

  3. A me appartiene il consiglio e il successo;
    io sono l’intelligenza, a me appartiene la forza.

    Nelle considerazioni dei fatti storici e politici qualche volta si dice che i tiranni e i dittatori hanno "la ragione della forza", ma non "la forza della ragione". Ma che forza è, quella della ragione, se alla resa dei conti deve cedere davanti alla prepotenza della stoltezza? Si tende a dire che è una forza ideale, ma non si capisce in quale mondo alla fine avrà successo. Nel mondo delle idee? Ma esiste un simile mondo? E se, come molti sospettano, non esiste, il parlare di "forza della ragione" in realtà finisce per essere soltanto la magra consolazione dei vinti.
    Qui però si parla di una sapienza che sempre più assume le caratteristiche della divinità. A lei appartiene non soltanto il consiglio, ma anche il successo; non solo l'intelligenza, ma anche la forza. Non per nulla sono caratteristiche che la Scrittura attribuisce al Messia (Isaia 11:2), una Persona divina che regna fin dall'eternità, e che un giorno manifesterà pubblicamente la sua sapienza e la sua forza nel regno messianico annunciato dai profeti di Israele.

  4. Per mio mezzo regnano i re,
    e i prìncipi decretano ciò che è giusto.

    Usando un linguaggio moderno, si può dire che qui si parla di due poteri: il potere di governo e il potere giudiziario. Nell'antichità i due poteri venivano molto spesso esercitati dalla medesima persona, perché l'esercizio della giustizia era una prerogativa della sovranità. Anche in una società decaduta, Dio mette a disposizione di coloro che sono in autorità la necessaria sapienza per governare e amministrare la giustizia, così come dona ai genitori la capacità di allevare ed educare i figli.

  5. Per mio mezzo governano i capi,
    i nobili, tutti i giudici della terra.

    Purtroppo l'esercizio del potere da parte degli uomini è  in varia misura deturpato dalla loro natura peccatrice, ma proprio per questo la Scrittura afferma che un giorno il Messia divino mostrerà concretamente al mondo come si amministra il potere in modo perfettamente conforme alla volontà di Dio.

  6. Io amo quelli che mi amano,
    e quelli che mi cercano mi trovano.

    La saggezza divina non comunica soltanto conoscenze tecniche su come stanno le cose, ma desidera anche trasmettere amore. D'altra parte, l'amore non è soltanto effusione di sentimenti, ma anche comunicazione di una parola di verità proveniente da Dio. Questo spiega perché molti rifiutano l'amore di Dio. Tutti sono disposti a lasciarsi amare, se questo significa soltanto essere aiutati a risolvere i propri problemi, ma pochi sono disposti ad accettare l'amore di Dio quando questo si manifesta nella forma di una parola che invita ad abbandonare il peccato, a ravvedersi e a credere in Colui che è sapienza e amore infiniti. Chi rifiuta la parola di sapienza che gli arriva da parte di Dio,  respinge il Suo amore. Chi invece si apre alla Parola di Dio e cerca la Sua sapienza, la trova. E in questo modo mantiene aperto quel flusso d'amore di cui Dio è stato l'iniziatore.

  7. Con me sono ricchezze e gloria,
    i beni duraturi e la giustizia.

    I beni in possesso della sapienza vengono presentati - si potrebbe quasi dire propagandati -  soprattutto per sottolineare che essi sono a disposizione di coloro che amano la sapienza. Ricchezze e gloria erano già state promesse in 3.16. I beni duraturi che qui vengono aggiunti sono doni che evidentemente non spariscono con la persona, ma si prolungano sui discendenti e sull'ambiente circostante. Infatti i doni della saggezza, proprio perché hanno le caratteristiche della giustizia, non sono dati per essere goduti soltanto nel privato e in un determinato momento, ma estendono i loro benefici effetti tutto intorno, nello spazio e nel tempo.

  8. Il mio frutto è migliore dell’oro fino,
    il mio prodotto vale più dell’argento selezionato.

    Il paragone con oro e argento è già stato fatto in 3.14 e 8.10. In tutti i casi l'oro di cui si parla è sempre oro fino, e in questo versetto anche l'argento è selezionato. Come in 3.14, anche qui l'accento viene messo non tanto sul valore in sé di questi due metalli, quanto sul frutto o prodotto che procurano. Il termine qui tradotto con prodotto, in 3.14 viene infatti tradotto con profitto. Si tratta dunque di un interesse, un vero e proprio utile finanziario. In linguaggio attuale si potrebbe dire che l'interesse procurato dalla sapienza è di gran lunga maggiore di quello che potrebbero dare le migliori azioni presenti sul mercato finanziario mondiale.

  9. Io cammino per la via della giustizia,
    per i sentieri dell’equità,

    La sapienza ha degli obiettivi e porta dei benefici a chi la possiede. Qui si precisa che per lei non sono importanti soltanto gli obiettivi, ma anche i metodi usati per raggiungerli. Per lei non vale il detto: il fine giustifica i mezzi. La furbizia cammina per la via della menzogna, ma la sapienza cammina per la via della giustizia, per i sentieri dell'equità.

  10. Per far ereditare ricchezze a quelli che mi amano,
    e per riempire i loro tesori.

    Nella saggezza popolare spesso si mettono in contrasto i metodi con gli obiettivi. Il furbo - si pensa - è uno che usa metodi spregiudicati e disonesti, ma ottiene risultati vantaggiosi; il galantuomo invece è uno che usa metodi leciti e corretti, ma molto spesso quello che ottiene è soltanto l'autocompiacimento per la sua integerrima condotta. L'onesto partecipa al concorso per un posto pubblico senza farsi raccomandare, ed è moralmente encomiabile, ma non vince. Il furbo invece è moralmente riprovevole, perché si fa raccomandare, ma vince il concorso e ottiene il posto. Le conclusioni però si tirano alla fine. I beni donati dalla sapienza, che cammina per la via della giustizia, sono duraturi (8.18), ma "La ricchezza male acquistata va diminuendo" (Proverbi 13.11) e "Chi acquista ricchezze, ma non con giustizia, è come la pernice che cova uova che non ha fatte; nel bel mezzo dei suoi giorni egli deve lasciarle; quando arriva la sua fine, non è che uno stolto" (Geremia 17.11).


M.C.

 

Hamas è troppo antisemita per Londra

Il governo inglese abbandona la montatura dell’“ala politica”

di Daniele Raineri

ROMA -  Ieri la ministra dell’Interno britannico, Priti Patel, ha annunciato da Washington che il Regno Unito inserirà la fazione palestinese Hamas nella lista dei gruppi terroristici senza più fare distinzione fra ala politica e ala militare. Questo vuol dire che appoggiare in pubblico Hamas, incontrare i suoi membri o sventolare la sua bandiera diventerà un reato che secondo l’Uk Terrorism Act potrà essere punito con la reclusione fino a dieci anni. Non sono ipotesi di scuola, perché Hamas nel Regno Unito gode dell’appoggio di un numero di simpatizzanti. Negli ultimi anni si è assistito soprattutto a Londra a una progressiva normalizzazione di Hamas e del gruppo libanese Hezbollah.
  Le bandiere dei due gruppi sono state avvistate durante manifestazioni e comizi e queste simpatie hanno creato momenti di imbarazzo politico nel partito Labour quando il leader era Jeremy Corbyn.
  “Hamas – ha spiegato Patel – è fondamentalmente ed estremamente antisemita. L’antisemitismo è un male permanente che non tollererò mai. A causa di esso gli ebrei si sentono in pericolo a scuola, nelle strade, nelle sinagoghe, nelle loro case e online”.
  L’Unione europea aveva già fatto cadere la distinzione tra ala militare e ala politica di Hamas nel 2010. Il gruppo ha poi fatto ricorso due volte per ottenere il ritorno al doppio sistema, ma senza successo. I giudici hanno stabilito che Hamas non è uno stato quindi non gode del principio di non interferenza e che la separazione fra combattenti e politici è fittizia, il gruppo agisce come un’entità unica senza divisioni interne.
  Alcuni governi invece la mantengono. Nel 2001 Londra designò le brigate Ezzedin al Qassam – i reparti armati di Hamas – come gruppo terrorista, ma creò una distinzione tra combattenti e leadership politica, che restò fuori dalla designazione. Vent’anni dopo “quella distinzione non è più difendibile – ha detto Patel ai giornalisti – perché non riusciamo a disaggregare il lato politico da quello militare. E’ una decisione che si basa su un’ampia mole di informazioni, di intelligence e di collegamenti con il terrorismo”. Hamas aspira a governare tutti i palestinesi, è piazzata bene nei sondaggi di voto, contende il potere politico e militare alle altre fazioni, soprattutto ai rivali di Fatah, e controlla l’intera Striscia di Gaza, abitata da due milioni di persone. Il gruppo ha perso la capacità di compiere grandi attentati suicidi nelle città israeliane, sponsorizza invece attacchi casuali compiuti da volontari e a volte spara razzi contro le città di Israele. Mercoledì sera un sedicenne palestinese ha tentato di accoltellare due poliziotti nella Città vecchia di Gerusalemme ed è stato ucciso. Hamas ha emesso un comunicato per celebrarlo come “uno dei nostri martiri”.

Il Foglio, 20 novembre 2021)


Israele vaccina i bambini tra 5 e 11 anni

A partire da martedì, in Israele sarà possibile vaccinare contro il Covid i bambini fra i 5 e gli 11 anni. Lo ha annunciato il primo ministro Naftali Bennett. «Sono consapevole che c'è una certa sensibilità in materia - ha scritto Bennett su Facebook, promettendo totale trasparenza e la diffusione di tutte le informazioni scientifiche necessarie per prendere una decisione consapevole -. Molte persone hanno paura a vaccinare i figli, e non sono per forza anti-vax o complottisti». Per domani è atteso l'arrivo del primo carico di dosi per i bambini del vaccino Pfizer BioNTech, che registra un tasso di protezione del 90,7%: per questa fascia di età sono già previste vaccinazioni negli Stati Uniti, in Cambogia, Colombia e Cuba.

(Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2021)


Dopo la vaccinazione


Il canarino ebraico

Drammatico sondaggio sull’antisemitismo: “Un ebreo su quattro pensa di lasciare l’Europa”. Il presidente della Conferenza dei rabbini europei: “In pochi anni persi 300 mila ebrei”.

di Giulio Meotti

ROMA - Un sondaggio dell’American Jewish Joint Distribution Committee tra i leader delle comunità ebraiche in Europa ha rilevato che il 23 per cento sta pensando di emigrare. Più di due terzi degli intervistati hanno affermato di aspettarsi un aumento dell’antisemitismo in Europa nel prossimo decennio e il 22 per cento degli intervistati ha affermato di non sentirsi al sicuro nelle proprie città, rispetto al 7 per cento del 2008. C’è il rabbino capo olandese, Benjamin Jacobs: “Dobbiamo andarcene in Israele”. Cinque dei suoi figli lo hanno già fatto. E quando andrà in pensione, li seguirà anche lui. Il rabbino capo della Catalogna, Meir Bar-Henha, ha espresso lo stesso desiderio: “Gli ebrei non saranno qui in modo permanente. Dico da tempo ai membri della mia congregazione: non pensate che staremo qui per sempre. E li incoraggio a tornare e comprare proprietà in Israele. Questo posto è perduto. Non rifate l’errore degli ebrei dell’Algeria, del Venezuela. Meglio andarsene via subito prima che sia troppo tardi”.
  Nei giorni scorsi, parlando al Point, Pinchas Goldschmidt, il presidente della Conferenza dei rabbini europei, alla domanda se si senta più al sicuro per strada, a Mosca, dove vive, o a Parigi o Bruxelles dove va regolarmente, ha risposto: “Mi sento molto più al sicuro a Mosca. Tanto più che sono stato personalmente aggredito a Bruxelles. Ho incontrato tre mesi fa a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ebrei che si sono trasferiti lì perché si sentono più al sicuro che a Parigi o Bruxelles. In un paese arabo!”.
  Poi Goldschmidt ha sciorinato numeri impressionanti: “Alcuni anni fa, in Europa erano rimasti 1,6 milioni di ebrei. Oggi quel numero è diminuito di almeno 300 mila”. Nelle scorse settimane c’è stata una conferenza internazionale sull’antisemitismo a Malmö, in Svezia. Se la congregazione ebraica della terza città svedese contava duemila persone negli anni 70, oggi ce ne sono meno di cinquecento. La situazione è tale, rivela l’Expressen, che “una coperta è stata messa sui libri nella vetrina degli Archivi della città di Malmö. O meglio, i libri con caratteri ebraici. Un rischio per la sicurezza”. La giornalista ebrea svedese Paulina Neuding ha scritto: “Così nessuno avrebbe rotto la finestra e lanciato una bomba incendiaria”.
  La scuola materna ebraica all’apparenza è normalissima. Ma i bambini giocano dietro a un vetro antiproiettile. Prima dell’attentato di Copenaghen del 2015, nell’asilo nido ebraico c’erano 23 bambini: oggi sono rimasti in cinque. La comunità ebraica di Malmö potrebbe dissolversi entro il 2029. “La congregazione ebraica sparirà presto”, si legge in una nota comunitaria.
  Nizza è stata un paradiso per gli ebrei per quasi mille anni. Fino a quindici anni fa ospitava la quarta più grande comunità ebraica in Francia con ventimila membri. Oggi tremila. Secondo l’Aftenposten, il venti per cento delle due più grandi comunità norvegesi (Oslo e Trondheim) se n’è andato nell’ultimo decennio. “La Norvegia potrebbe essere il primo paese in Europa a diventare jüdenfrei”, ha scritto la giornalista Julie Bindel. La comunità ebraica danese ha perso il 25 per cento dei membri negli ultimi quindici anni, ha detto il presidente Finn Schwarz al quotidiano Jyllands-Posten.
  Il rabbino capo olandese Jacobs, durante una recente conferenza a Nimega, ha rivelato che lui e sua moglie se ne sarebbero già andati se non fosse per senso del dovere. “Sono come il capitano in servizio su una nave che affonda”.

Il Foglio, 20 novembre 2021)


Viaggi in Israele: le istruzioni per l’uso dell’Ente del turismo

di Roberta Moncada

L’ ufficio nazionale Israeliano del Turismo continua il suo lavoro di formazione e comunicazione con gli operatori italiani, e in un webinar dedicato ad agenti ed operatori spiega nel dettaglio le nuove regole di ingresso, anche alla luce della recente apertura – dal 1° novembre – ai turisti individuali (dopo l’esperimento di un programma pilota a settembre per accogliere i gruppi organizzati).
  Israele è quindi aperta da ottobre ai viaggiatori (individuali o gruppi) che abbiano completato il ciclo vaccinale da almeno 2 settimane (tutti i vaccini approvati in italia sono riconosciuti da Israele), con regole diverse per chi ha superato 180 giorni di validità del vaccino.
  Prima di partire, bisognerà eseguire un tampone Pcr in Italia con risultato in Inglese sul quale sia indicato il numero di passaporto. Il tampone deve essere fatto entro le 72 ore dalla partenza per Israele. Entro 24 ore dalla partenza bisognerà invece compilare l’Entry Statement Form del Ministero della Salute Israeliano, (nel modulo vanno inserite le date di somministrazione di entrambe le dosi). Necessaria anche  la stipula di un’assicurazione sanitaria con copertura Covid prima della partenza.
  All’arrivo in Israele, i viaggiatori dovranno eseguire un tampone Pcr in aeroporto Ben Gurion (il tampone si può prenotare in anticipo, al costo di circa 23 euro) e attendere l’esito presso la struttura obbligatoriamente dove si soggiorna la prima notte. L’esito arriva al massimo entro 24 ore, ma solitamente entro le 6-8 ore (qui il link per prenotare il tampone).
  E’ importante notare che 180 gg dal ciclo completo non possono scadere durante il soggiorno in Israele, e che coloro che hanno fatto la 3° dose da almeno 14 gg, sarà considerato un completo vaccinato.
  Chi è vaccinato da più di 180 giorni, invece, può comunque andare in Israele, ma facendo parte dei gruppi organizzati, che avranno regole specifiche. Innanzitutto, l’operatore italiano che organizza il gruppo dovrà procedere alla richiesta attraverso un DMC israeliano che si occuperà di svolgere tutte le pratiche attraverso il Ministero del Turismo che a sua volta inoltrerà richiesta definitiva al Ministero della Salute israeliano. Questo, perché il progetto prevede l’ingresso giornaliero di massimo 2.000 persone da tutto il mondo vaccinate da oltre 180 gg.
  Inoltre, chi è vaccinato da oltre 6 mesi sarà tenuto ad effettuare un tampone PCR ogni 72 ore durante il soggiorno in Israele, e gli sarà consentito spostarsi solamente attraverso la “bolla” del gruppo: non potrà cioè girare autonomamente, ma solamente seguire l’itinerario del gruppo. Infatti, per i gruppi che abbiano al proprio interno persone vaccinate da più di sei è mesi obbligatorio anche l’uso di una guida turistica.
  Come sottolinea Pietro De Arena, marketing manager dell’ente, «se prima per qualsiasi tipologia di gruppo bisognava per forza passare da un tour operator e quindi per forza da un dmc israeliano che si occupava di tutta l’organizzazione, e di tutta la gestione delle regolamentazioni, adesso questo vale soltanto per i gruppi al cui interno ci sia qualcuno vaccinato da più di 180 giorni. Quindi è una grande apertura al turismo».
  Gli fa eco Mariagrazia Falcone, responsabile turismo religioso e direttore comunicazione, secondo la quale queste nuove regole offrono «una grande possibilità per tutti i gruppi che sono già stati programmati soprattutto per le prossime festività natalizie e anche dopo».
  Per quanto riguarda nello specifico i luoghi santi, sottolinea Falcone, è stato costruito uno specifico punto informazioni (il Christian Information Center), che tra le altre cose organizza ingressi contingentati nei luoghi medesimi, quindi in tutta sicurezza.
  Confini aperti anche con la Giordania, adesso raggiungibile anche via terra oltre che via aerea. Una volta arrivati in Israele, le regole per usufruire delle varie attrazioni, e per girare nei luoghi pubblici sono molto simili all’Italia: obbligo di mascherina nei luoghi chiusi e possibilità di entrare in ristoranti, musei, ecc.. mostrando il green pass. I bambini non vaccinati non possono entrare nel Paese.
  Nonostante le regole per la sicurezza, quindi, Israele è sempre più aperta al turismo, in particolare a quello dall’Italia, dimostratasi una delle Nazioni a maggior potenziale verso Israele nel 2022. Infatti, con 4.551.600 presenze nel 2019, quello Italiano è il 6° mercato mondiale del turismo per Israele ed è tra i 5 mercati con il miglior trend di crescita per la destinazione.
  «L’Italia è un mercato molto importante per noi- ha dichiarato Kalanit Goren Perry, direttrice dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo per l’Italia- e la nostra aspettativa è che per il 2022, anche grazie ai molti collegamenti, alla vicinanza, e al mutuo riconoscimento del sistema di green pass, sarà sempre più importante per la nostra destinazione».
  Roberta Moncada: Sinologa ed esperta di turismo cinese. Ha vissuto diversi anni in Cina, per poi tornare in Italia, dove attualmente lavora per diversi Tour Operator come accompagnatrice turistica ed organizzatrice di tour ed attività enogastronomiche per turisti cinesi.

(L'Agenzia di Viaggi, 19 novembre 2021)


Al via a Tel Aviv la sesta edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo

Ricco programma di appuntamenti per valorizzare e promuovere il patrimonio enogastronomico e culturale dell’Italia.

Prenderà il via a Tel Aviv il 22 novembre la sesta edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, iniziativa promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzata in Israele dall’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e dall’ Agenzia Nazionale del Turismo (ENIT), in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, ICE, la Camera di Commercio e Industria Israel-Italia e l’Accademia italiana della Cucina. Una ricca selezione di eventi virtuali e in presenza per valorizzare la tradizione culinaria come una delle eccellenze del Made in Italy e simbolo dell’identità e della cultura italiana.
  La cucina italiana è infatti espressione di tradizione, strettamente legata ai territori e alla passione che si è sviluppata intorno alla qualità dei singoli ingredienti, ma anche di continua innovazione; un connubio che rende il nostro Paese sinonimo di eccellenza e qualità nel mondo in questo settore, incluso in Israele. “Puntiamo a far crescere il nostro agroalimentare, un settore che in Israele, nonostante gli ottimi risultati in termini di esportazioni (171 milioni di euro nei primi otto mesi del 2021, +12,9%) ha ancora margini di crescita e che, anche per effetto della pandemia COVID, necessita di ulteriore impulso a beneficio e tutela delle nostre aziende", ha dichiarato l'Ambasciatore d'Italia in Israele Sergio Barbanti.
  “Dopo le difficoltà che abbiamo vissuto lo scorso anno nel settore turistico, siamo pronti a ripartire a pieno ritmo. Gli israeliani amano andare in Italia così come gli italiani amano venire in Israele. L'Italia ha riaperto ai viaggi di affari e di turismo e sono tanti i voli disponibili e le destinazioni italiane raggiungibili direttamente da Tel Aviv”, ha sottolineato Clelia Di Consiglio, Rappresentante dell’ Agenzia Nazionale del Turismo in Israele.
  Gli eventi in programma puntano a valorizzare, da diverse prospettive, non solo la qualità delle ricette e della ristorazione italiana, ma l’unicità dei prodotti e degli ingredienti originali italiani, con la partecipazione di Chef italiani e israeliani, visite virtuali nelle Regioni italiane, laboratori di cucina sul vino, il cioccolato, la pizza, la pasta e la pasticceria italiana. Il filo conduttore sarà quello della sostenibilità alimentare e del riuso e la promozione integrata della cucina italiana di qualità e dei nostri prodotti agroalimentari autentici nel solco della sostenibilità, cultura, sicurezza alimentare, diritto al cibo, educazione, identità e biodiversità.
  La conferenza scientifica di apertura, che si terrà nella prestigiosa cornice del Weizmann Institute, sarà incentrata sull’evoluzione della Dieta Mediterranea nei secoli, partendo dagli studi di archeologia fino ad arrivare alla ricerca e al recupero di varietà antiche di olio, vite e grano, oggi utilizzate per ampliare lo spettro dei sapori e i valori nutrizionali della Dieta Mediterranea.
  A chiusura della settimana, si terrà in collaborazione con la Municipalità di Tel Aviv un autentico mercato italiano a Giaffa.
  Tutti gli eventi saranno trasmessi in diretta streaming sulle pagine Facebook “Be Italia” e “Italian Lifestyle Israel-Italy”.

(Ambasciata Italiana a Tel Aviv, 19 novembre 2021)


Come e perché il "macellaio di Damasco" Assad è tornato nelle grazie degli ex nemici arabi

Nelle ultime settimane alti rappresentanti di Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti si sono incontrati con le loro controparti siriane e hanno persino visitato Damasco.

Dieci anni di guerra, morte, distruzione. Un Paese ridotto in macerie, un popolo ad una moltitudine di profughi. Un inferno in terra: la Siria. E sulle macerie regna un burattino manovrato dai suoi protettori esterni- Russia, Iran, Hezbollah – senza i quali Bashar al-Assad non sarebbe al potere e forse neanche in vita.

• MEMORIA CORTA
  Ma la memoria dei rais e autocrati che dominano in Medio Oriente, è labile. E chi ieri era un nemico mortale, oggi può diventare un alleato prezioso. 
  Di grande interesse, in merito, è l’articolo di Anshel Pfeffer, direttore editoriale di Haaretz, tra i più autorevoli analisti di geopolitica israeliani. 
  “Nelle ultime settimane – scrive Pfeffer – alti rappresentanti di Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti si sono incontrati con le loro controparti siriane e hanno persino visitato Damasco. Il presidente Bashar Assad è ancora persona non grata nelle capitali arabe, e probabilmente rimarrà tale per il prossimo futuro. Ma il suo regime, dopo lunghi anni di isolamento durante la guerra civile siriana, viene lentamente fatto rientrare dal freddo.
  È interessante notare che i paesi che prendono l’iniziativa, a nome del resto della Lega Araba, sono quelli con cui Israele ha sempre più forti legami di sicurezza e anche diplomatici.
  Il riavvicinamento arabo non ha avuto alcuna risposta da parte di Israele, almeno non in pubblico. In privato, gli alti funzionari israeliani sono piuttosto blasé al riguardo. Ufficiosamente, esprimono la speranza che questo serva almeno da contrappunto all’influenza iraniana in Siria. L’atteggiamento israeliano non dovrebbe sorprendere.
  In nessun momento dei 10 anni di guerra civile siriana Israele è intervenuto in modo decisivo. Infatti, all’inizio della guerra, l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ha consigliato nei suoi incontri con i leader occidentali di non fornire ai ribelli armi avanzate, soprattutto non missili antiaerei, che temeva potessero cadere nelle mani sbagliate ed essere usati contro gli aerei israeliani. Israele ha fornito piccole quantità di armi leggere – insieme ad aiuti medici e forniture alimentari – ai gruppi ribelli sulle alture del Golan. Ma questo era principalmente per assicurare che l’area vicino al confine di Israele non diventasse un’enclave dell’Isis.
  Nei primi anni dello scorso decennio, quando in vari punti della guerra civile siriana sembrava che il futuro di Assad fosse in pericolo, circolavano alcune voci serie all’interno dell’establishment di sicurezza israeliano che sostenevano che Israele dovesse cogliere l’occasione e affrettare la sua fine. C’era un argomento sia strategico che morale: Israele non doveva rimanere in disparte mentre, appena oltre il confine, un dittatore assetato di sangue massacrava centinaia di migliaia di civili.
  Mentre nessuno chiedeva un colpo diretto contro il cuore del regime, c’erano altre linee d’azione sostenute. Uno era per la creazione di un ampio “corridoio umanitario”, o “no-fly zone”, sul confine israeliano del Golan, in cui i civili sarebbero stati protetti dalle forze di Assad e dall’Isis, dalla potenza aerea israeliana. Un altro suggerimento, che è stato anche espresso pubblicamente dal Magg. Gen. (res.) Amos Yadlin, era che Israele lanciasse attacchi aerei per distruggere i jet e gli elicotteri d’attacco dell’aviazione siriana che venivano usati per bombardare le aree civili.
  Netanyahu ha spazzato via tutti questi suggerimenti. Ha insistito sul fatto che Israele non sarebbe stato risucchiato nella tragedia siriana, e che l’attenzione sarebbe rimasta solo sugli obiettivi legati all’Iran. Le basi del regime sarebbero state colpite solo se avessero ospitato elementi della Forza Quds iraniana o se fossero state usate per immagazzinare armi destinate a Hezbollah. Comunque, il dibattito in Israele su cosa fare di Assad è diventato irrilevante il 30 settembre 2015, quando l’aviazione russa ha effettuato il suo primo attacco aereo contro i ribelli siriani come parte della sua campagna di successo per salvare il regime di Assad.
  Dal momento in cui il primo jet da combattimento russo Sukhoi è atterrato nella base aerea di Khmeimim vicino a Latakia, Assad ha avuto l’ombrello di una superpotenza. Poiché l’amministrazione Obama aveva già chiarito due anni prima che non importava quanti civili siriani Assad avesse ucciso con armi chimiche, gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti, Israele non aveva altra scelta che fare i suoi accordi con la Russia. In pochi giorni, Netanyahu era su un aereo per incontrare il presidente Vladimir Putin.
  L’accordo con i russi era chiaro: il loro cliente siriano non sarebbe stato toccato finché Israele avrebbe continuato ad avere campo libero per attaccare obiettivi iraniani. Putin era e rimane d’accordo con questo accordo.
  Gli iraniani possono aver fornito alla causa pro-Assad carne da cannone sotto forma di decine di migliaia di poveri miliziani sciiti dell’Iraq e dell’Afghanistan che l’Iran ha fatto volare per combattere e morire in Siria, ma Putin non voleva nemmeno che prendessero il controllo della Siria. Era perfettamente felice di vedere Israele frenare le loro aspirazioni.
  Ma la linea di fondo rimane che Israele ha acconsentito, all’inizio, che Assad rimanesse al potere. Infatti, un dittatore indebolito e screditato a Damasco è l’opzione preferibile per Israele. In un esito alternativo e piuttosto improbabile in cui i ribelli avessero avuto successo e un nuovo regime meno radicale avesse preso il potere, Israele avrebbe subito nuove pressioni per ritirarsi dalle alture del Golan. Assad è intoccabile ora al di fuori della regione, quindi nessuno sosterrà la sua rivendicazione della terra ora.
  E avere Assad sotto controllo è anche preferibile all’altra alternativa, più probabile, che sarebbe stata la Siria che diventa una caotica terra di nessuno e una base per l’Isis. Questo è lo stesso calcolo fatto dagli alleati arabi di Israele.
  C’è un precedente recente per questo. Il regime sudanese del presidente Omar al-Bashir era macchiato di sangue come quello di Assad, ma è stato riaccolto nell’ovile arabo sunnita quando ha accettato di tagliare i legami con l’Iran, che usava il suo territorio per il contrabbando di armi. L’aiuto finanziario saudita e il tranquillo sostegno israeliano e statunitense hanno assicurato questa transizione. Bashir è stato poi deposto e messo sotto processo, ma questa non era una precondizione.
  Per diritto, Assad dovrebbe essere all’Aia, seduto sul banco degli imputati della Corte penale internazionale, di fronte a molteplici accuse di genocidio. Grazie a Putin e alla leadership iraniana, questo non accadrà. I leader della Giordania e degli Emirati Arabi Uniti lo sanno e sono più preoccupati ora di stabilizzare una parte del mondo arabo e cercare di minimizzare l’influenza dell’Iran lì.
  Non si tratta di riabilitare Assad. Questo non accadrà mai. Si tratta di salvaguardare gli interessi pragmatici e cinici dei regimi arabi sunniti. E in questo caso, coincidono anche con quelli di Israele”, conclude Pfeffer.

• UNA MATTANZA SENZA FINE
  In dieci anni di conflitto sono oltre 350 mila le persone uccise nel conflitto in Siria: è l’ultimo calcolo dell’Onu. Ma il dato, che copre il periodo tra il marzo 2011 ed il marzo 2021, è “sicuramente una sottostima” del numero effettivo di persone uccise ed include solo i decessi di persone identificabili con un nome, la data e il luogo del decesso. Il dato di 350.209 uccisi “è basato su un lavoro rigoroso. Ma non è e non dovrebbe essere visto come un numero completo delle uccisioni nel conflitto in Siria durante questo periodo. Indica solo un numero minimo verificabile”, ha spiegato a Ginevra l’Alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet .I dati relativi a persone uccise, ma con informazioni solo parziali e quindi esclusi dall’elenco, “indicano l’esistenza di un numero più ampio. Tragicamente, ci sono anche molte altre vittime che non hanno lasciato testimoni o documenti sulla loro morte e le cui storie non siamo ancora stati in grado di scoprire”, ha sottolineato Bachelet.
  Tra le 350.209 persone uccise più di una persona su 13 era una donna, per un totale di 26.727. Inoltre, quasi una su 13 era un bambino pari per un numero complessivo di 27.126 bambini uccisi, riferisce la ricerca dell’Onu.
  Il maggior numero di uccisioni documentate è stato registrato nel Governatorato di Aleppo, (51.731), ha precisato l’Alto commissario nel suo aggiornamento orale sulle morti legate al conflitto in Siria (2011 al 2021) presentato al Consiglio Onu dei diritti umani. Per l’Onu, la documentazione dei decessi fa parte degli sforzi per stabilire le responsabilità. E’ inoltre complementare a quella per rendere conto delle persone scomparse: “dato il vasto numero di persone scomparse in Siria, ribadisco il mio appello per la creazione di un meccanismo indipendente, con un forte mandato internazionale, per chiarire il luogo in cui si trovano le persone scomparse; identificare resti umani; e fornire supporto alle famiglie”, ha concluso Bachelet.

• TRAGEDIA SILENZIATA
  Di grande interesse, per la sua puntigliosità analitica e documentarista, è il report scritto da Asmae Dachan per Vita
  “«Le organizzazioni umanitarie e i donatori devono mantenere la Siria in cima alla nostra agenda condivisa, per evitare che un’intera generazione vada perduta»: sono le parole che Martin Griffiths, nella sua prima missione in qualità di coordinatore per le emergenze delle Nazioni Unite, ha pronunciato al termine del suo viaggio in Siria, Libano e Turchia. La sua visita ha coinciso con la prima operazione umanitaria transfrontaliera nel nord-ovest della Siria dal 2017, che ha accolto come un passo importante per raggiungere più persone che necessitano un’assistenza ormai indispensabile. Finora, l’Onu e i suoi partner hanno ricevuto solo il 27% dei finanziamenti necessari per il piano di risposta umanitaria del 2021 per la Siria, che prevede 4,2 miliardi di dollari.

• CRISI UMANITARIA
  Secondo gli ultimi dati dell’Onu, l’80% della popolazione siriana ormai vive sotto la soglia della povertà. Grave anche la situazione sanitaria, con metà degli ospedali del Paese distrutti o resi inagibili dai bombardamenti. Mancano farmaci e strumentazione medica, mentre la pandemia continua a diffondersi. I dati sul Covid-19 arrivano a macchia di leopardo, non essendoci un’unica cabina di regia per affrontare l’emergenza e nemmeno per il programma di distribuzione dei vaccini Covax. Secondo gli ultimi dati della Johns Hopkins Univeristy and medicine, solo lo 0,93% della popolazione avrebbe completato il ciclo di vaccinazione e nelle aree sotto il controllo governativo si registrano oltre 28mila casi. Nella regione di Idlib, dove la maggior parte dei casi sono della variante delta, sono stati registrati 1417 nuovi casi negli ultimi giorni. Tra i malati ci sono anche bambini e ragazzi e le infrastrutture ospedaliere, in quest’area devastata dalle violenze, non reggono il peso di una crisi simile. «Il Salqin Hospital, che è finanziato dalla Syrian American Medical Society, sta lottando per tenere il passo con l’aumento dei pazienti Covid-19 che riempiono la sua unità di terapia intensiva da trenta posti letto», ha dichiarato il direttore dell’ospedale Issa Qassem. «Spesso, dobbiamo smettere di accogliere pazienti fino a quando qualcuno non viene dimesso. La maggior parte degli ospedali intorno a noi funziona a pieno regime. Altri centri o ospedali per la cura del Covid-19 devono essere preparati al più presto». Mancano bombole di ossigeno, farmaci, apparecchiature e con circa quattro milioni di persone, tra residenti e sfollati nell’area, praticare il distanziamento risulta impossibile. «Il tasso di incidenza di Covid-19 nel nord-ovest della Siria è in aumento dall’inizio di agosto, a seguito di un aumento dei movimenti transfrontalieri dopo le festività del Eid alla fine di luglio», ha reso noto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), aggiungendo che i nuovi casi giornalieri hanno superato le mille unità nell’area dall’ultima settimana di agosto». E nei mesi a seguire la situazione è ulteriormente peggiorata. 

• UNA GENERAZIONE CHE CONOSCE SOLO LA GUERRA
  Ci sono statistiche difficili da riportare, ma altrettanto drammatiche, come il numero delle bambine costrette a matrimoni precoci e dei bambini costretti all’arruolamento. L’Unicef denuncia che sono sempre i bambini a pagare le conseguenze più pesanti delle violenze, rimanendo uccisi, feriti, venendo privati del diritto allo studio, alle cure mediche, al gioco. A questa generazione manca ogni tipo di sostegno, affettivo, economico, culturale e psicologico. «La continua escalation di violenza in Siria, soprattutto nel nord, ha ucciso e ferito almeno 45 bambini dall’inizio di luglio» si legge in un comunicato diffuso nei giorni scorsi. «Pochi giorni fa, un attacco ha ucciso quattro bambini della stessa famiglia nella città di Al-Qastoun a Hama, nel nord della Siria. Dieci anni dopo l’inizio del conflitto in Siria, l’uccisione di bambini è diventata una costante. Troppe famiglie sono rimaste nel dolore per una perdita insostituibile: i loro figli. Niente giustifica l’uccisione di bambini» continua la nota”.
  Ma l’artefice principale di questa mattanza immane, il “macellaio di Damasco” può ancora restare sul suo scranno insanguinato e pericolante. Un rais “azzoppato” è più vulnerabile. Una considerazione condivisa a Tel Aviv e nelle capitali arabe. Il resto, non conta. Non contano mezzo milioni di morti, 5 milioni di profughi, un’economia distrutta, il futuro di generazioni a venire ipotecato. Assad è un criminale ma finché serve…

(globalist, 19 novembre 2021)


A Roma un convegno internazionale sugli ebrei di Libia

Con una serie di appuntamenti dal 28 novembre al 5 dicembre

ROMA - Un convegno internazionale a Roma dal 28 novembre al 5 dicembre per commemorare la giornata del 30 novembre, dedicata ai profughi ebrei espulsi dai Paesi arabi: è l'iniziativa dell'associazione Astrel, presieduta da David Gerbi e fondata per la raccolta dei nomi delle persone seppellite nei cimiteri dissacrati in Libia e dei fondi per la ricostruzione virtuale dei cimiteri ebraici distrutti.
  L'obiettivo del convegno, come spiega la stessa Astrel in un comunicato, è di "trasmettere le testimonianze degli ebrei nati in Libia e delle successive generazioni nate in Italia".
  L'evento prevede il coinvolgimento delle scuole ebraiche di Roma. In tale occasione, inoltre, sarà presentato il sito della ricostruzione virtuale dei cimiteri ebraici dissacrati in Libia e si avrà la possibilità di lasciare i nomi dei propri parenti sepolti nel Paese africano per la loro aggiunta nel cimitero virtuale e alla lapide che sarà apposta presso il Cimitero del Verano a Roma nel 2022.
  Tra i temi trattati si segnala anche quello delle sinagoghe distrutte in Libia e ricostruite a Roma con i sefarim (libri) salvati. Si parlerà poi del futuro della cultura ebraico-libica tra processi d'integrazione e di assimilazione, a livello sia locale sia globale. Un ulteriore appuntamento sarà lo scoprimento di una nuova lapide al Cimitero del Verano in memoria delle vittime della Shoah e dei pogrom del 1945-1948-1967, ma anche dei rabbini e di tutti coloro che hanno contribuito alla ricostruzione dell'ebraismo libico in Italia.
  All'iniziativa parteciperanno ebrei di Libia provenienti da Roma, Milano e Livorno, da Israele e non solo, sia in presenza sia in streaming, e ci sarà la traduzione simultanea in ebraico.
  Il convegno, cui si accede solo su prenotazione, si aprirà alle 9.00 del 28 novembre al Roma Scout Center, in Largo dello Scoutismo.

(ANSAmed, 19 novembre 2021)


Frej, ministro musulmano nel governo israeliano: "Noi e gli ebrei abbiamo molto in comune"

Nipote di un sopravvissuto del massacro di Kfar Qassem nel 1956, è a capo del ministero della Cooperazione regionale: "L'integrazione è possibile"

di Sharon Nizza

KFAR QASSEM - Un monumento nel centro della cittadina araba ricorda le 49 vittime uccise dalla polizia chiamata a fare rispettare un coprifuoco di cui la popolazione non era stata aggiornata per tempo: fu il massacro di Kfar Qassem, nel 1956. "A 18 anni mi iscrissi all'università a Gerusalemme. Fino ad allora conoscevo solo la tragedia della mia famiglia, la sofferenza del popolo palestinese. Lì ho incontrato per la prima volta ebrei, ho scoperto che avevamo molto in comune. È stata una svolta".
  Nipote di un sopravvissuto al massacro, oggi Issawi Frej, 57 anni, è il ministro per la Cooperazione Regionale, il secondo ministro musulmano nella storia d'Israele, dopo dieci anni passati all'opposizione con la sinistra di Meretz, uno degli otto partiti che forma l'eterogenea coalizione di Naftali Bennett che a giugno ha messo fine a 12 anni consecutivi di governi Netanyahu.

- Che cosa significa essere un ministro musulmano nello Stato ebraico?
  "In Israele vivono 2 milioni di arabi, palestinesi del '48 li chiamiamo noi. Come si conciliano le due identità? È come avere due madri: biologica e adottiva. Ti avvicini a quella adottiva e la biologica ti ricorda che è stata lei a portarti al mondo. Aiuti quella biologica, e quella adottiva di dice che sei una quinta colonna, che guardi al passato. Ma io credo che l'integrazione sia possibile proprio in Israele, perché qui quasi tutti hanno una doppia identità e sta a noi capire qual è quella che vogliamo fare prevalere. Ci unisce un destino comune".

- Fino a che non ci si trova di fronte al voto per approvare una guerra con Gaza...
  "La vita è piena di decisioni difficili. Israele è il mio Stato e io sono parte del popolo palestinese. È un dilemma. Ma bisogna guardare le cose dalla giusta angolazione. Prima di tutto, il mio Stato, di cui sono un rappresentante pubblico. E ogni Stato ha il diritto di difendersi. Ma come politico, il mio compito è costruire le alternative all'opzione militare".

- Recentemente ha incontrato il presidente palestinese Abu Mazen. Esiste un'alternativa al prossimo scontro?
  "Meretz ha una missione all'interno di questo governo: vigilare perché la soluzione a due Stati rimanga in vita. Siamo qui per migliorare il presente, rafforzare la cooperazione sulla quale si fonda l'avanzamento di una soluzione politica".

- E con Gaza?
  "Le probabilità di un nuovo scontro con Gaza sono inferiori a quelle di un non-scontro. Non è nel loro interesse. Negli ultimi mesi abbiamo aumentato i permessi di lavoro in Israele, inclusi nell'high tech per la prima volta, esteso la zona di pesca e l'entrata di beni attraverso i valichi. In tutti i vertici alla luce del sole degli ultimi mesi, non solo con Abu Mazen, ma anche tra Bennett e al-Sisi e Re Abdullah, la questione di Gaza e dei palestinesi è parte fondamentale. E finché si parla è un ottimo segno".

- Come si muove Meretz in questo governo con una forte presenza della destra nazionalista?
  "Per 22 anni Meretz è stata fuori dai governi, era il momento di influenzare da dentro. Ogni componente di questa coalizione congela parte dei suoi sogni: Bennett l'annessione, noi i due Stati. Questo non significa tacere: il mio compito è trovare le strade per avvicinare israeliani e palestinesi, ripristinare il dialogo. Se guardiamo agli ultimi dieci anni caratterizzati dal blocco delle visite ministeriali di alto livello, qui c'è una novità".

- Gli Accordi di Abramo possono aiutare la causa palestinese?
  "Gli Accordi sono un dato di fatto e ne beneficerà anche la causa palestinese, che per anni era caduta nell'oblio ed è riemersa proprio quando sono subentrate le nuove alleanze".

- Che bilancio fa a un anno dagli Accordi?
  "Si sono create sinergie a ogni livello: turismo, commercio, agricoltura, cooperazione scientifica, energie rinnovabili. E anche una consapevolezza popolare che cambia la percezione della società civile. Sto lavorando per rafforzare queste alleanze perché possano rappresentare un modello vantaggioso per chi ci guarda, e sono in molti. Tunisia, Algeria devono poter dire: questi accordi sono un modello che ci conviene adottare, una win-win situation. E questo implica anche fare dei passi con i palestinesi".

- E quelli che state facendo sono soddisfacenti per i Paesi arabi?
  "Non c'è dubbio e ci porteranno ad aperture che non abbiamo visto prima con più di uno Stato arabo. Oggi abbiamo rapporti alla luce del sole con sei Stati arabi. Ma sottobanco ce ne sono tanti altri. Io dico che in un anno vedremo i frutti".

- Voli diretti Tel Aviv - Mecca?
  "È un grande sogno che spero riusciremo a realizzare nella nostra cadenza. Non è così distante dalla realtà, se ci ricordiamo che prima della pace con la Giordania, i pellegrini musulmani da Israele viaggiavano per Mecca via Amman. E ora i voli per Dubai sorvolano l'Arabia Saudita, senza accordo...".

- C'è chi dice che se Trump e Bibi fossero stati rieletti, Riad avrebbe aderito agli Accordi di Abramo e non ci sarebbe stato il riavvicinamento che vediamo ora con l'Iran.
  "Speculazioni. L'Arabia Saudita ha uno status speciale nel mondo arabo. Ci vuole tempo. La minaccia iraniana ha un peso molto rilevante negli equilibri regionali, lavoriamo per minimizzarla e includere quanti più Paesi in questo sforzo. Noi e i sauditi non siamo nemici, aldilà dell'Iran".

- Perché gli Emirati non aiutano Gaza subentrando al ruolo del Qatar?
  "Gli Emiratini vogliono dare aiuti concreti, non puro assistenzialismo che alimenta disoccupazione e miseria. Stiamo lavorando insieme alla realizzazione di aree industriali intorno alla Striscia, come il Parco Arazim, che offrano opportunità professionali, aiuto concreto per dare alla gente di Gaza un orizzonte".

- Come riassume i primi mesi del governo Bennett?
  "Tutti dicevano: otto partiti ai poli opposti non reggeranno e invece ci stiamo affermando come il governo del cambiamento: abbiamo stabilizzato il sistema, approvato la finanziaria dopo tre anni, contenuto la quarta ondata Covid senza lockdown. C'è il disgelo con i palestinesi. È la prima coalizione che include un partito arabo. La strada è ancora in salita, ma il bilancio è positivo".

- Avrebbe mai pensato di sedere nello stesso governo con Lieberman e Bennett?
  "No."

- Com'è?
  "È la politica. Fare parte della coalizione ha un prezzo. Come Meretz, la condizione è che il prezzo non cancelli la nostra identità e dai nostri ministeri (oltre al suo, Salute e Ambiente, ndr) riusciamo a controbilanciare. Sulla questione palestinese, che è il nodo centrale su cui siamo divisi, non vedo Bennett fare un cambiamento drastico che porti a una ripresa dei colloqui di pace per una soluzione politica. Ma dà pieno sostegno ai nostri passi di riavvicinamento a livello civile ed economico".  

- Che cosa pensa di Mansour Abbas (leader del partito islamista Ra'am)?
  "Entrambi crediamo che Israele sia il nostro Stato, ma Mansour viene da un approccio religioso, più simile a quello dei haredim. Aderendo al governo, ha fatto un passo storico di cui si parlerà ancora molto: ha dato la legittimazione alla minoranza araba di essere parte dello Stato a ogni livello, ha rotto un tabù. Credo sia la strada vincente che la maggior parte dei cittadini arabi d'Israele auspica. Ma come per gli Accordi di Abramo, anche qui quello che farà la differenza saranno i risultati sul campo".

- E ha speranza?
  "Se non l'avessi, non sarei qui".

(la Repubblica, 19 novembre 2021)


La strana storia di un collaboratore domestico del Ministro della Difesa di Israele pregiudicato e aspirante traditore

di Ugo Volli

Che il Medio Oriente sia il teatro di elezione per improbabili affari di spionaggio, fa parte dei luoghi comuni almeno dai tempi delle “Mille e una notte” se non degli “esploratori” mandati a spiare la terra di Canaan di cui parla la Torà. Ma in questo campo qualche volta possono avverarsi anche i luoghi comuni e le storie più improbabili. E’ proprio quel che è venuto fuori ieri in Israele con molto clamore giornalistico. La storia è questa: il ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Benny Gantz, aveva in casa un uomo delle pulizie di nome Omri Goren, un trentasettenne proveniente dalla città di Lod, poco lontano dall’aeroporto Ben Gurion. Fin qui niente di strano, almeno per le abitudini israeliane, che non riservano le rare collaborazioni domestiche quasi solo alle donne come accade in Italia.
  Sennonché Goren, qualche settimana fa, è stato arrestato dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, dopo aver cercato di contattare un gruppo di hacker legati all’Iran proponendo loro di usare la sua libertà di movimento a casa del ministro per spiare Gantz e magari per inserire nel suo computer qualche programma capace di compromettere i più importanti segreti di Israele. Sembra che nulla di tutto ciò sia davvero accaduto, perché i servizi si sono accorti del tentato tradimento prima che il contatto fosse stretto. Probabilmente Goren non ha mai parlato con gli iraniani veri, ma solo con un gruppo civetta, messo su per intrappolare quelli come lui. Comunque non è successo niente di concreto.
  Tutto bene quel che finisce bene? Non proprio, perché risulta che questa non sia la prima disavventura giudiziaria per il colf di Gantz. Anzi, fra il 2002 e il 2013 Goren è stato condannato cinque volte per crimini decisamente gravi, fra cui due rapine in banca, un furto e una violazione di domicilio. Che ci facesse un personaggio del genere a piede libero è una domanda ovvia. Ma ancora più ovvia e più grave è la questione di come un pregiudicato con una fedina penale così sporca sia arrivato a entrare in casa di una delle persone più potenti di Israele e del custode di segreti così importanti come il Ministro della Difesa. Chi l’ha assunto? Per quali ragioni? E non vi è stato un filtro dei servizi sul suo passato? I servizi che hanno lavorato così bene scoprendo il tradimento, non avrebbero potuto prevenirlo impedendo che fosse assunto? Tutto ciò lascia molto perplessi e autorizza addirittura il dubbio che ci sia stato un tentativo interno di compromettere Gantz, che è il punto debole dell’attuale maggioranza, come lo era nel governo precedente. Sono domande che per ora non hanno risposta e che probabilmente non l’avranno mai in pubblico.
  È importante comunque che ciò che si è scoperto non sia un tentativo di infiltrazione dall’esterno, che dovrebbe far temere un’organizzazione più vasta, ma lo sciagurato e fin grottesco sforzo di un criminale di trovare qualche cliente esterno per il suo tradimento. Anche Israele ha dunque i suoi traditori, o aspiranti tali. Resta una consolazione importante: è chiaro che nella guerra con l’Iran lo spionaggio e l’azione clandestina di Israele sono molto più efficaci di quella del nemico e i traditori trovano la strada sbarrata da una vigilanza ben organizzata.

(Shalom, 19 novembre 2021)


EnelX e Mastercard, al via il FinSec Lab in Israele

Un laboratorio per promuovere l'innovazione nel fintech in Israele. EnelX, la business line di Enel dedicata alle soluzioni energetiche avanzate del gruppo, e Mastercard hanno inaugurato ieri il FinSec Innovation Lab nel Parco Hi-tech "Gav-Yam Negev" a Be'er Sheva in Israele. L'iniziativa ha l'obiettivo di trasformare in prodotti e servizi commerciali le idee e soluzioni generate dalle startup del Paese. «L'inaugurazione del FinSec Lab è un traguardo importante che ci consente di continuare il viaggio nella promozione dell'innovazione nel settore fintech, facendo leva sull'eccellente ecosistema israeliano di startup», ha affermato Francesco Venturini, ceo di Enel X. «Collaborare con startup provenienti da uno degli ecosistemi più innovativi del settore Fintech, ci consentirà di integrare le loro soluzioni nel portafoglio di attività di Enel X Financial Services, ampliando i servizi che possiamo offrire ai nostri clienti, sostenendo e accelerando la crescita di queste innovative startup-,
  Per Ernesto Ciorra, head of innovability di Enel, «il FinSecLab è la più recente tappa del percorso di innovazione di Enel in Israele, il Paese che ospita il primo Innovation Hub del Gruppo, inaugurato nel 2016 a Tel Aviv. Finora abbiamo incontrato oltre 1.200 startup e lavorato con più di 50. Israele offre un incredibile eçosistema di innovazione e siamo lieti di farne parte. E grazie all'Israel Innovation Authority e al ministero delle finanze del Paese che stiamo lanciando FinSecLab. Per noi è fondamentale unire le forze con attori che condividono il nostro impegno a spingere i confini dell'innovazione, sfruttando le opportunità offerte dalle tecnologie innovative per creare valore sostenibile per tutti»,
  Enel X e Mastercard hanno investito nella costruzione e nell'infrastruttura tecnologica del FinSec InnovationLab, che misura 480 metri quadrati e che fornirà alle startup ambienti all'avanguardia che simulano siti di produzione reali basati su dati del mondo reale. Inoltre, il laboratorio offrirà alle startup l'opportunità di sviluppare nuovi prodotti con l'ausilio professionale di mentori israeliani e internazionali.

(ItaliaOggi, 19 novembre 2021)


Israele, quel discusso concorso di bellezza che incorona “Miss sopravvissuta all’Olocausto”

La vincitrice si chiama Salina Steinfeld, ha 86 anni, è bisnonna ed è di origine romena. La gara è stata istituita nove anni fa per celebrare le donne scampate alla Shoah

di Letizia Tortello

In realtà, tutto è avvenuto come la più tradizionale elezione di una miss. Parrucchieri ed estetisti, stilisti ed abiti luccicanti sotto gli occhi della giuria e delle telecamere, pianti, applausi a fiumi, coriandoli e fiato sospeso.
  A fare la differenza, in questo concorso di bellezza sul palco di un teatro di Gerusalemme che non ha mancato di attirare su di sé numerose critiche, erano le partecipanti. Le miss erano tutte tra i 79 e i 90 anni, e tutte sopravvissute all’Olocausto. Come Salina Steinfeld, una signora dai capelli rossi di origine rumena, scampata alle retate di massa degli ebrei nel suo Paese, e trasferita in Israele nel 1948.
  Quando è stata incoronata dalla giuria di «Miss Holocaust Survivor 2021», miss sopravvissuta all’Olocausto, è scoppiata in un grido di gioia: «Non ho parole per descrivere la mia felicità», ha detto martedì sera al Museo degli Amici di Sion, dove si svolgeva la manifestazione, nata nel 2012 e sospesa l’anno scorso per il Covid.
  Il suo titolo di reginetta stride senz’altro con la memoria della Shoah: come si può festeggiare il titolo di campioni di bellezza in memoria dei sei milioni di ebrei uccisi e delle altre minoranze vittime dello sterminio? Quando la gara è stata lanciata, nove anni fa, sponsorizzata dalla fondazione «Yad Ezer L'Haver» di Haifa che si prende cura dei reduci dell'Olocausto, la presidente del Centro delle organizzazioni dei sopravvissuti della Shoah, Colette Avital, si era lamentata sulla rivista tedesca «Der Spiegel» del fatto che le donne fossero «utilizzate per un evento non dignitoso».
  Gli organizzatori, invece, la vedono diversamente: rivendicano di voler portare gioia ai superstiti e dicono che l'obiettivo è «dare fascino e rispetto a un numero sempre minore di donne ebree la cui giovinezza è stata rubata durante la seconda guerra mondiale, che poi si sono costruite una nuova vita in Israele».
  Della stessa opinione è la prima vincitrice del concorso, Chava Herschkovitz: «Ho solo paura che le nostre storie saranno dimenticate se presto non saremo più vivi», aveva commentato all’epoca.
  E anche Steinfeld, la nuova «Miss Holocaust Survivor», oggi bisnonna a 86 anni con tre figli, sette nipoti e 21 pronipoti, ha accolto come un onore la sua elezione. Lascia che la collega Kuka Palmon spieghi per lei come si sente: "Dopo tutto quello che ho passato durante l'Olocausto, non avrei mai immaginato che sarei arrivata dove sono ora, con una grande famiglia attorno. È una cosa divina, è indescrivibile", spiega la candidata, selezionata tra centinaia di concorrenti per partecipare alla finale. Il concorso di Gerusalemme, che ogni anno solleva gli stessi dubbi di opportunità, quest’anno ha anche allargato l’orizzonte delle dieci aspiranti “miss sopravvissute all’Olocausto” proponendo un’anziana signora croata, scampata all’eccidio della guerra nell’ex Jugoslavia. "Queste donne straordinarie sono già nei loro anni del tramonto e non saranno qui con noi ancora per molto", spiega Shimon Sabag, amministratore delegato della fondazione. Israele ospita una popolazione di circa 175.000 reduci della Shoah, che progressivamente invecchiano. "I sopravvissuti all'Olocausto sono i veri eroi di tutti noi, e grazie a loro oggi siamo qui", concludono dal concorso. Destinato per forza di cose a scomparire, man mano che le aspiranti candidate, testimoni dei peggiori orrori del Novecento, moriranno.

(La Stampa, 19 novembre 2021)


"La caccia al no vax è utile solo a coprire gli errori fatti

"Tra Pfizer, Moderna, e AstraZeneca abbiamo fatto una zuppa inglese". Intervista ad Andrea Crisanti

di Alessandro Mantovani

"La Gran Bretagna ha il 73 % di vaccinati, l'Irlanda l'84% con punte del 93% sopra i 18 anni, ma i contagi esplodono. La battaglia non si deve fare sui non vaccinati. Ci sarà sempre chi non vuole vaccinarsi per ragioni ideologiche o per fobia, non ha senso accanirsi creando una spaccatura del Paese e facendo leggi che intaccano le libertà democratiche. Il  5 o il 10 per cento in più o in meno di vaccinati in questo momento non fa la differenza. Abbiamo 45 milioni di persone vaccinate, potenzialmente disposte a fare la terza dose, su queste dobbiamo fare leva. Questa è la battaglia", dice Andrea Crisanti, professore di Microbiologia a Padova.

- Lei osserva che in Italia è mancato uno studio sulla durata della protezione, ma si dice che misurare gli anticorpi non basta.
  Non basta, ma bisognava fare studi prospettici per capire come ci si reinfetta dopo la vaccinazione e quanti anticorpi venivano prodotti.

- Altri Paesi li hanno fatti? Forse solo Israele.
  Israele sì, ma ha avuto la fortuna di aver usato solo Pfìzer, Noi abbiamo fatto una zuppa inglese: Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Az più Pfìzer, Az più Moderna, Johnson più Pfizer, Johnson più Moderna. E ora non si conosce il livello di protezione della popolazione.

- Quelli erano i vaccini.
  Questo non impediva di fare gli studi.

- La vaccinazione con Pfizerr dei bambini dai 5 agli 11 anni è in corso di valutazione all'Ema, alcuni Paesi hanno già detto no.
  Sono convinto che non succederà nulla di grave, ma il trial non ha la potenza statistica per ricapitolare possibili effetti collaterali. Hanno vaccinato tremila bambini, se la frequenza delle complicazioni è uno su 10 mila il trial non lo dice. La cosa buona è che Israele ha cominciato e quindi tra poco avranno vaccinato tre-quattrocentomila bambini. Useremo i dati di Israele.

- È sempre Israele il vero trial, un favore ai produttori dei vaccini?
  No, a priori non si può sapere quanto dura un vaccino. L'errore che hanno fatto nel nostro Paese, pur sapendo da maggio-giugno che in Israele c'erano 10 mila casi al giorno nonostante le due dosi, è continuare a raccontare che eravamo protetti, i migliori del mondo. Dicevano che avremmo raggiunto l'immunità di gregge a settembre. Dov'è? Sono stato il primo a dire che non si sarebbe mai raggiunta.

- Dovremo vaccinarci una volta l'anno o di più?
  Non lo sappiamo. Speriamo che la terza dose induca un'immunità più duratura.

- Lei ha ricordato che in Gran Bretagna non ci sono restrizioni e l'equilibrio si è raggiunto con 40 mila casi al giorno. Dovremo convivere anche con un minimo di restrizioni?
  Sì, altrimenti il virus galoppa. Secondo me qui un equilibrio si può raggiungere attorno ai 20-25 mila casi se si mantengono le mascherine, se si induce la popolazione a fare la terza dose prima possibile, se si mantiene qualche forma di distanziamento. Anche nelle manifestazioni dei no vax. Non ho nessuna simpatia per i no vax, ma non sono la fonte di tutti i mali. Non vorrei che questa caccia alle streghe fosse una foglia di fico per coprire l'errore di non dire subito che sarebbe servita la terza dose.

- A noi il Green pass per lavorare non piace. Molti però si sono vaccinati perché c'è il Green pass. Lei lo manterrebbe?
  È servito, ma dev'essere allineato alla protezione.

- Lo porterebbe da 12 a 9 mesi?
  Sì lo farei.

- Ridurrebbe la possibilità di accedere al Green pass con i tamponi, per premere su chi non ha fatto neanche una dose?
  Per me bisognerebbe passare dai tamponi antigenici a quelli molecolari.
 
  - Con il sistema attuale, restrizioni vere, cioè la zona arancione, ci saranno solo con il 20% delle terapie intensive e il 20% dei reparti d'area medica occupati.
  Penso che quella soglia sia troppo alta.

(il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2021)


Dice il microbiologo: "L'errore che hanno fatto nel nostro Paese, pur sapendo da maggio-giugno che in Israele c'erano 10 mila casi al giorno nonostante le due dosi, è continuare a raccontare che eravamo protetti, i migliori del mondo. Dicevano che avremmo raggiunto l'immunità di gregge a settembre. Dov'è?"
Non è un errore, è un inganno. Un inganno che si appoggia sulla menzogna. O per meglio dire, su un atteggiamento sistematicamente menzognero. A cominciare dall'uso dei termini. Tot percento protetti; è falso, e si sapeva, esempio di Israele. Tot percento immunizzati; è falso, perché ci sono vaccinati con doppia dose che si sono di nuovo contagiati. Tot percento in sicurezza; è falso, perché ci sono vaccinati che pochi giorni dopo sono stati sicuramente peggio di prima. Questo si chiama inganno. Inganno governativo sostenuto dai media. E questo è più inquietante dello stesso virus, perché i danni prodotti dalle menzogne umane sono più temibili di quelli prodotti dalle cose. Questo per rispondere a chi dice che "dobbiamo opporci al male e non allo strumento per combatterlo". Il male più temibile adesso viene da chi dice di voler combattere il male e, senza riuscirci, sposta la battaglia sempre più avanti portandola contro coloro che sollevano dubbi, non solo sul loro operato ma, soprattutto, sul traballante castello di menzogne che hanno costruito per difenderlo. Hanno cominciato col dire che la vaccinazione avrebbe risolto il problema con l'immunizzazione, e dopo si è visto che non ci sono riusciti, ma invece di ammettere la sconfitta si accaniscono a dire che bisogna vaccinarsi sempre di più, sempre più a lungo, e sempre di più sotto il ricatto di essere duramente colpiti se non lo fanno, o anche se solamente si azzardano a sollevare obiezioni, a dire che, forse, sarebbe il caso di riguardare un po' il programma. Siamo arrivati al punto che le autorità, più che preoccuparsi dei movimenti del virus, si preoccupano dei movimenti dei cittadini, avendo cura di soffocare lo scontento di chi è contrario con intimidazioni e l'uso della forza, e viceversa di "mettere in sicurezza" la soddisfazione di chi è favorevole con elogi e privilegiate concessioni. Si procede così con il classico uso del bastone e della carota. La carota per i bravi vaccinati, il bastone per i cattivi novax.
Il combattimento contro il virus per debellare la malattia è oggi secondario rispetto all'uso che si fa della malattia per sottomettere il popolo. M.C.


Eitan, i giudici di Israele congelano il ritorno a Pavia

I legali di zia Aya: «Il nonno rapitore faccia la cosa giusta e lasci libero il nipotino» La Corte suprema discuterà alla fine del mese l’ultimo ricorso dei Peleg

di Sandro Barberis

Eitan Biran, sei anni unico superstite della strage del Mottarone del 23 maggio in cui ha perso genitori, due bisnonni e il fratellino di due anni, non tornerà in Italia almeno fino a novembre. Ieri la corte suprema israeliana ha sospeso l'esecutività delle due sentenze con cui, negli scorsi giorni, è stato ordinato il rientro del bambino a Travacò Siccomario. Un ordine confermato in due gradi di giudizio a Tel Aviv applicando la convenzione internazionale dell'Aja che regola il caso di minori contesi tra famiglie in due stati. La richiesta di applicare la convenzione dell'Aja era stata avanzata da Aya Biran, 44 anni zia paterna pavese e affidataria in Italia del nipote Eitan. Ma le sentenze sono state impugnate dai nonni Peleg, ramo materno della famiglia di Eitan. I nonni che vivono in Israele e sono accusati di rapimento aggravato dalla procura di Pavia per la sottrazione di Eitan avvenuta lo scorso 11 settembre.
  Ma cosa accade ora? La corte suprema israeliana ha dato tempo fino al 21 novembre agli avvocati della pavese Aya Biran, zia paterna del piccolo e sua affidataria, per far giungere le proprie osservazioni e fino al 23 novembre a quelli di Peleg - se vogliono - per ulteriori osservazioni. I Peleg attraverso i loro legali hanno fatto sapere di «aver fiducia che la corte affronti questo caso senza precedenti e che ordinino che Eitan resti in Israele così come volevano i suoi genitori. Ci aspettiamo che la corte disponga un esame immediato da parte di esperti per chiarire quale sia la reale volontà del bambino e il suo bene». «Speravamo che il signor Peleg facesse la cosa giusta e liberasse Eitan affinché torni alla sua casa e alla sua routine, dopo che tutte le argomentazioni sono state respinte - replicano i legali israeliani di Aya Biran -. Purtroppo il signor Peleg ha dimenticato che occorre occuparsi del bene del bambino e continua ad impedire ad Eitan di tornare al tessuto sociale ed educativo da cui è stato rapito. Su Peleg gravi sospetti penali per aver rapito
  Eitan dal suo luogo di residenza. Due altri nonni, di parte paterna, anelano a ricongiungersi con lui. I tempi stretti della corte suprema danno il senso di urgenza per una decisione avvertito dai giudici».
  Ieri il caso è stato affrontato anche dal punto di vista penale in tribunale in Italia. Nello specifico al tribunale del Riesame di Milano competente per il ricorso contro il mandato d’arresto internazionale spiccato la settimana scorsa dal tribunale di Pavia. Mandato che riguardava Shmuel Peleg, nonno materno di Eitan. Al momento non c’è una decisione sul ricorso.
  I legali ieri hanno sostenuto che «Peleg non ha rapito il nipote, quando l'ha portato a Tel Aviv l'11 settembre, e non si è trattato, dunque, di un sequestro di persona, anche perché la zia paterna Aya, tutrice del bambino, non è affidataria e non ha diritti di custodia sul minore».

(la Provincia di Pavia, 18 novembre 2021)


Turchia, rilasciata la coppia israeliana accusata di spionaggi

Mordechai e Natalie Okhnin sono rientrati stamane a Tel Aviv con un volo privato organizzato dal ministero degli esteri israeliano.

La Turchia ha rilasciato due coniugi israeliani, Mordechai e Natalie Okhnin, che erano stati arrestati otto giorni fa per aver fotografato il palazzo del presidente Erdogan ad Istanbul ed erano stati poi sospettati di spionaggio. I due sono rientrati stamane a Tel Aviv con un volo privato organizzato dal ministero degli esteri israeliano.
  Messaggi di ringraziamento al presidente Erdogan e al governo turco sono stati subito pubblicati dal capo dello Stato Isaac Herzog, dal premier Naftali Bennett e dal ministro degli esteri Yair Lapid. «Ringrazio il presidente della Turchia ed il suo governo per la loro cooperazione» ha scritto su Twitter Herzog subito dopo il ritorno a Tel Aviv dei coniugi Okhnin dalla Turchia , dove si erano recati per turismo due settimane fa.
  «Ringrazio anche il premier Bennett ed il ministro degli esteri Lapid per il loro impegno nella liberazione dei detenuti». Parole di ringraziamento nei confronti del presidente turco e del suo governo sono state espresse anche in un comunicato congiunto di Bennett e Lapid che hanno così voluto segnalare la conclusione delle giornate di tensione vissute fra i due Paesi.
  Natalie e Mordi Oknin, entrambi conducenti di bus, erano a Istanbul per festeggiare un compleanno e hanno pubblicato su Facebook un selfie davanti al palazzo Dolmabahce che non ospita più la residenza presidenziale dal 1923, da qui era scattata l'accusa: sospetto spionaggio.
  Il fermo era arrivato dopo la denuncia di un cameriere del ristorante dell'imponente torre Çamlica, il punto panoramico più elevato della città inaugurato nei mesi scorsi, da dove la coppia avrebbe scattato il selfie incriminato. La vicenda era emersa solo giovedì scorso quando la figlia degli Oknin da Israele ha allertato le autorità locali, avendo perso le tracce dei genitori.

(La Stampa, 18 novembre 2021)


Le esercitazioni che svelano il nuovo Medio Oriente

di Lorenzo Vita 

Le esercitazioni militari sono il miglior termometro per capire lo stato delle relazioni tra Paesi. E quelle tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain, con la regia degli Stati Uniti, sono un fatto da non sottovalutare. Cinque giorni di manovre militari nel Mar Rosso che servono non solo a migliorare le capacità di coordinamento tra le rispettive forze navali, ma anche (e soprattutto) a mandare un segnale nei confronti di tutta la regione.
  Per i quattro Paesi coinvolti nelle esercitazioni, quanto avvenuto in questi giorni nel Mar Rosso è la certificazione di quel processo iniziato in via sotterranea negli anni passati e reso pubblico con la stipula degli Accordi Abramo. Quel patto, con la regia di un Donald Trump che aveva puntato tutto sulla ricomposizione parziale delle relazioni tra Stati arabi e Israele, ha significato una svolta formale a un avvicinamento sostanziale che già era chiaro agli analisti ben prima che fosse ufficializzato l’accordo. Una sinergia che per i Paesi che prendono parte agli accordi ha una differente utilità a seconda della propria agenda, ma che almeno per il momento si fonda su un unico vero obiettivo strategico: l’Iran. Un nemico comune, collante perfetto per un’alleanza che certamente non poggia su solide basi strategiche e tantomeno di obiettivi comuni, ma che in questo momento è una soluzione tattica ideale per tutti i Paesi che vogliono fermare Teheran.
  L’esercitazione di cinque giorni nel Mar Rosso da parte di Israele, Bahrain, Emirati e Stati Uniti è quindi il simbolo di un’armonizzazione dei rapporti regionali che ha come obiettivo quello di mostrare a tutti gli attori regionali che questi Paesi si muovono in sintonia. Ed è una questione che è importante non soltanto per l’Iran. La Repubblica islamica è certamente il primo indiziato dal momento che con lo Stato ebraico persegue una guerra ombra che ha proprio nel mare uno degli scenari più inquieti, al pari dei Paesi del Golfo. Sequestri e attacchi alle petroliere, esercitazioni a fuoco vivo nel Golfo Persico, sabotaggi in tutte le acque che circondano la Penisola arabica e una serie di operazioni delle unità di intelligence condizionano quel settore marittimo da ormai diversi anni. E la scelta di far partire queste esercitazioni proprio con le flotte è un segnale di costante interesse per il Mar Rosso, il Mare Arabico e il Golfo. Segnale che serve anche gli Emirati Arabi Uniti per ribadire che l’importanza del dominio marittimo non è solo una questione iraniana, ma anche delle forze militari dall’altra parte del mare. Specialmente mentre anche l’Iran si esercita con la sua flotta e un drone sorvola le navi della Marina americana.
  Se l’intento è avvertire l’Iran di quanto sia sempre più chiara una sinergia delle forze israeliane ed emiratine – già evidenziata in altri settori, in particolare nel Mediterraneo orientale – non va però dimenticato anche un altro attore regionale interessato a quanto avviene in Medio Oriente: la Turchia. Un Paese che con gli Stati coinvolti nelle esercitazioni, e negli Accordi di Abramo ha un rapporto molto complesso.
  Dal lato israeliano, in questi giorni la tensione con Ankara è salita per l’arresto e il rilascio in una coppia di cittadini dello Stato ebraico, accusati di spionaggio dopo aver fotografato la residenza presidenziale. Con Recep Tayyip Erdogan, i rapporti tra Ankara e Gerusalemme non sono mai apparsi idilliaci, anzi, il Sultano ha spesso sfruttato la questione palestinese per sostenere le sue velleità di leadership del mondo arabo-musulmano. Tuttavia non va dimenticato che i due Stati non sono sempre stati avversari. E lo dimostra il fatto che questa sinergia è stata confermata anche sul fronte del Caucaso, con il sostegno di entrambi all’Azerbaigian. Questo pur essendo discordi sia per quanto riguarda le rotte del gas, sia i rapporti con altri attori regionali. Dal lato emiratino, invece, la Turchia è in aperta contrapposizione da quando ha cementato la sua alleanza con il Qatar. Una sfida che si è proiettata anche in Africa e nel Levante ma che adesso vede primi spiragli di aperture. Il quotidiano filo-governativo turco Daily Sabah ha rivelato che il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, andrà presto in Turchia per una visita ufficiale. È la prima in dieci anni e rappresenta sicuramente una svolta. I due Paesi vogliono migliorare le loro relazioni, e mentre Ankara necessita degli investimenti arabi, Abu Dhabi sembra molto interessata all’industria della difesa della Mezzaluna e a operare in territorio turco con i suoi finanziamenti. Le esercitazioni segnalano che Israele ed Emirati sono già uniti nel sostenere una politica comune nella regione e la Turchia non può certamente fare a meno di riflettere su questi nuovi equilibri in cui Erdogan può tentare una nuova svolta tattica.

(Inside Over, 18 novembre 2021)


Anche Israele non è più tanto cyber-sicura

di Arturo Di Corinto

Il mito dell'invincibilità cyber israeliana comincia a vacillare. Negli ultimi mesi un'ondata di attacchi informatici causata da incursori politicamente motivati ha infatti esposto grandi quantità di dati relativi a cittadini ed aziende israeliane.
  Sono le stesse aziende di cybersecurity del paese a denunciarlo. Check Point Software ha riportato che un gruppo noto come "Moses staffs" ha attaccato e cifrato i server di una dozzina di aziende senza chiedere riscatto, ma solo per "procurare il maggior danno possibile ai sionisti" come il gruppo ha dichiarato spavaldo su Twitter.
  Negli stessi giorni è giunta la notizia di un'incursione nei database di una grande azienda di cybersicurezza, Cynet, che ha potenzialmente esposto i dati degli stessi clienti che avrebbe dovuto difendere.
  Cynet ha divulgato l'allarme al pubblico dopo che un annuncio di vendita dei dati sottratti è apparso sul famigerato sito RaidForums, offerti da un sedicente hacker di "buona reputazione" nel mercato illegale. In questo caso le ragioni sarebbero solo di criminalità economica. Il mese scorso invece, un altro gruppo politicamente motivato, noto come BlackShadow, e collegato, pare, al governo iraniano, aveva attaccato i server di una società israeliana contenente il sito di Atraf, punto di riferimento della vivace comunità Lgbtq di Tel Aviv, divulgando successivamente i dati sensibili degli utilizzatori del sito e dell'app usata per incontri e feste notturne.
  Non è stato il primo né l'ultimo di questo tipo nella storia del lungo conflitto cibernetico che vede Iran e Israele combattersi a colpi di cyber-katiuscia.
  In precedenza attori di presunta provenienza israeliana avevano bloccato con cyber-attacchi le pompe di benzina del paese islamico e perfino i suoi porti come ritorsione per gli attacchi agli impianti di desalinizzazione del paese guidato da Naftali Bennett.
  In aggiunta a questo nei giorni scorsi l'amministrazione del commercio Usa ha messo lo spyware Pegasus dell'israeliana Nso Group nella blacklist dei prodotti software che richiedono autorizzazione per la vendita dopo averne accertato l'uso nello spionaggio, politicamente motivato, di leader politici, giornalisti e attivisti per i diritti umani in circa 50 paesi in tutto il mondo.
  L'immagine della cyber-potenza ne esce piuttosto appannata. Insomma anche Israele, paese virtuoso per la capacità di mettere in relazione la ricerca pubblica e privata nel campo della cybersecurity e per il forte sostegno governativo alle aziende del settore, è a rischio cvber, nonostante il paese mediterraneo rimanga uno dei maggiori attrattori al mondo degli investimenti nella sicurezza cibernetica.
  I motivi sono tanti e diversi. Il primo è l'aumento dell'ampiezza della superficie da difendere considerata la digitalizzazione di tante attività di studio, svago e di lavoro a cui la pandemia ha costretto tutto il mondo e che in questo caso sono bersaglio di gruppi di guerriglia digitale molto ideologizzati che sfruttano il risentimento dei vicini verso Israele. Un altro è che Israele ha un'opinione pubblica informata e abituata a pretendere non solo la sicurezza fisica dei suoi cittadini ma anche la tutela dei dati personali.
  Per questo non vanno sottovalutate le previsioni fatte a livello mondiale dalla stessa Check Point: il 2022 sarà l'anno del ransomware in affitto, del phishing veicolato dalle fake news sul Covid, e del cryptojacking, il furto di potenza computazionale da pc e cellulari per estrarre cryptomonete.
  Il rischio zero non esiste perciò "la domanda non è se si verrà attaccati, ma quando". E vale per tutti.

(il manifesto, 18 novembre 2021)


Nucleare iraniano: Biden peggio di Obama. E Israele rimane fregato

Denaro (che alimenterà il terrorismo islamico) in cambio di vaghe promesse. Questa è l’idea americana per risolvere il problema del nucleare iraniano

di Franco Londei

Quando il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha iniziato a discutere di nucleare iraniano con la sua controparte israeliana, Eyal Hulata, prima della ripresa dei colloqui di Vienna, a Gerusalemme già sapevano che tirava aria di fregatura.
  La conferma, purtroppo, non è tardata ad arrivare. Sullivan non ha iniziato i colloqui con la sua controparte israeliana per discutere con l’alleato di nucleare iraniano e decidere insieme cosa fare, ma lo ha fatto per notificare una decisione già presa.
  Gli Stati Uniti proporranno all’Iran un accordo temporaneo secondo il quale Teheran smetterà di violare gli accordi presi in precedenza, come arricchire l’uranio al 60% e in cambio riceverà lo sblocco di miliardi di dollari al momento sequestrati.
  Questo accordo “temporaneo” servirebbe per prendere tempo in attesa di un accordo più dettagliato che verrà raggiunto (sperano) più avanti.
  Questa cosa ricorda molto da vicino l’accordo che fece a suo tempo Barack Obama con il JCPOA che portò fiumi di denaro nelle casse degli Ayatollah, denaro che finì quasi totalmente per finanziare il terrorismo islamico.
  La differenza è che allora Obama ottenne in cambio un accordo che in teoria doveva fermare la corsa iraniana al nucleare (anche se poi si è visto che non lo fece). In questo caso non c’è nemmeno quella contropartita.

• Ferma opposizione israeliana
  Israele si oppone fermamente ad un accordo temporaneo che, secondo Gerusalemme, potrebbe diventare permanente e non solo riversare miliardi di dollari nelle casse iraniane che andranno a finanziare il terrorismo islamico, ma anche influire in maniera minima nella corsa iraniana verso la bomba.
  L’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite (AIEA) ha dichiarato mercoledì nel suo ultimo rapporto che l’Iran ha aumentato le sue scorte di uranio altamente arricchito anche se l’AIEA non è in grado di quantificare quanto sia l’uranio altamente arricchito a causa delle limitazioni imposte dagli Ayatollah agli ispettori.
  E intanto secondo il Wall Street Journal l’Iran ha ripreso a produrre parti per centrifughe avanzate in un sito nucleare presumibilmente un tempo preso di mira da Israele. Alla faccia della correttezza.

(Rights Reporter, 18 novembre 2021)


Israele - I rabbini chiedono l'istituzione di un'unità di artiglieria tutta maschile

Il corpo di artiglieria è una delle più importanti forze di combattimento a cui partecipano anche le donne israeliane, anche se quasi tutte le funzioni di combattimento sono già aperte a loro.
  È un posto per donne? I rabbini dicono di no, ma l'esercito israeliano dice di sì. I rabbini rappresentanti le accademie premilitari religiose sioniste hanno chiesto all'IDF di creare un'unità di artiglieria per soli soldati di sesso maschile.
  Molti religiosi ebrei si rifiutano di servire in unità militari con le donne. La maggior parte di loro teme il contatto inappropriato che deriva dal vivere insieme in uno spazio ristretto; mentre altri non vedono bene il fatto che le donne svolgano "lavori da uomini".
  Channel 12 News ha riferito lunedì che il capo di stato maggiore dell'IDF Aviv Kochavi ha respinto la richiesta dei rabbini e non istituirà un'unità di artiglieria tutta maschile.
  Quasi tutte le posizioni di combattimento nell'IDF sono ora aperte alle reclute donne. L'Artiglieria è stata una delle prime unità da combattimento ad accettare combattenti di sesso femminile e si stima che adesso circa il 20% nei corpi sia femminile. Questo significa che quasi tutte le unità di artiglieria hanno probabilmente soldati di sesso femminile.

(israel heute, 18 novembre 2021 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


L'Israel Antiquities Authority ritrova un antico edificio fortificato simbolo reale della storia di Channukà

di Michelle Zarfati

Martedì scorso è stata annunciata un’interessante scoperta nella foresta di lachish, casualmente in concomitanza con l'imminente festività ebraica di Channukà. “La devastazione dell'edificio è probabilmente correlata alla conquista della regione da parte del re Asmoneo Hyrcanus intorno al 112 a.C.", spiegano gli archeologi dell'Israel Antiquities Authority che dirigono gli scavi.
  Armi, travi di legno bruciate, dozzine di monete e una struttura fortificata ellenistica - prova tangibile di una battaglia tra Asmonei e Seleucidi circa 2.100 anni fa - sono attualmente ancora in corso le ricerche archeologiche presso la foresta di Lachis. Gli scavi sono condotti nell'ambito del progetto Kings of Judah Road, in collaborazione con il Jewish National Fund, finanziati dal progetto del Ministero di Gerusalemme e dei beni culturali. I lavori di ricerca sono assistiti da studenti delle scuole superiori che si specializzano presso il Ministero della Pubblica Istruzione attraverso un programma di studio dell’archeologia della terra d’Israele. Ma non solo, a prendere parte al progetto anche gli studenti del programma premilitare Asher Ruach Bo a Mitzpe Ramon.
  Secondo Saar Ganor, Vladik Lifshits e Ahinoam Montagu, direttori degli scavi per conto della Israel Antiquities Authority, “Il sito di scavo fornisce prove tangibili delle storie di Hanukkah. Sembrerebbe infatti che l’edificio rinvenuto faceva parte di una linea fortificata eretta dai comandanti dell'esercito ellenistico per proteggere la grande città di Maresha da un'offensiva degli Asmonei. Tuttavia, i reperti del sito mostrano che le difese seleucide non ebbero successo. L'edificio scavato fu gravemente bruciato e devastato dagli Asmonei”.
  Lo scavo ha riportato alla luce un edificio di 15×15 metri. Le mura perimetrali, larghe non meno di 3 m, erano costruite con grosse pietre e presentavano un parapetto esterno inclinato per evitare che il muro venisse scalato. L'interno della struttura era suddiviso in sette ambienti, conservati ad un'altezza eccezionale di circa 2 m.
  Inoltre, è stato rinvenuto un vano scala che conduceva ad un possibile secondo piano, non conservato. Si stima che l'edificio fosse alto totalmente circa 5 m.
  Il sito archeologico si trova sulla sommità di un'alta collina che domina la vista dell'antica strada principale, che correva lungo il letto del torrente Nahal Lachish e collegava la pianura costiera alla cresta centrale dell'altopiano. L'edificio si affaccia su Maresha, la più grande città ellenistica della zona e capitale dell'Idumea.
  Gli studenti, che hanno preso parte al progetto, hanno assistito allo scavo come parte di un programma dell’Israel Antiquities Authority volto a coltivare la consapevolezza del patrimonio del paese nelle comunità più giovani. I ragazzi hanno così la possibilità di apprendere la storia, attraverso l'esperienza pratica nell'ambito dei loro studi futuri, trasformando così lo scavo archeologico in un laboratorio scientifico e didattico estremamente stimolante.
  Durante lo scavo sono state rimosse migliaia di grosse pietre crollate dalla parte superiore dell'edificio. Sotto le pietre è stato scoperto un enorme strato di terra distrutta spesso circa mezzo metro. Lo strato ha prodotto centinaia di reperti, tra cui ceramiche, fionde, armi di ferro, travi di legno bruciate e dozzine di monete databili alla fine del II secolo a.C. "Sulla base dei reperti e delle monete, la distruzione dell'edificio può essere attribuita alla conquista della regione dell'Idumea da parte del re Asmoneo Ircano intorno al 112 a.C.", condividono gli archeologi.
  Gli Asmonei, la cui ribellione contro il dominio ellenistico e la dinastia seleucide seguì i decreti antiebraici di Antioco IV, condussero molte battaglie contro l'esercito seleucide. Le conquiste di Giovanni Ircano, descritte nei Libri dei Maccabei e nei resoconti dello storico Giuseppe Flavio, portarono all'espansione dello stato Asmoneo verso sud.
  "Le storie dei Maccabei stanno prendendo vita davanti ai nostri occhi, e questa è la parte più affascinante del lavoro dell'Israel Antiquities Authority - ha detto direttore generale dell'Israel Antiquities Authority, Eli Eskozido - tra pochi giorni celebreremo Channukà, il cui tema centrale è la sconfitta degli Asmonei, che porta alla costituzione della prima entità ebraica sovrana indipendente. Gli Asmonei non potevano avere idea che 2000 anni dopo, gli studenti residenti oggi in Israele avrebbero condotto le ricerche proprio qui. Questo è veramente emozionante per noi.”

(Shalom, 18 novembre 2021)


 Perle antinovax
«A Natale non andiamo a casa dei non vaccinati. E non invitiamoli a cena da noi».
E' la raccomandazione dell'epidemiologo di grido che al Corriere della Sera spiega:
«Così facendo ho la presunzione di fare pressione, di far sentire i novax fuori luogo, la loro presenza sconveniente».
Ricorda qualcosa?



Israele, con la terza dose zero morti 

Lo Stato ebraico all'avanguardia nella campagna di immunizzazione: approvate le punture anche ai bambini dai 5 anni 

di Claudia Osmetti

Terza dose, zero morti: modello Israele. Ché non devi mica dirglielo, agli israeliani, come si affrontano le emergenze, è gente preparata. Hanno iniziato loro, nel mondo, a somministrare le punturine salva-pelle numero tre. Non l'hanno fatta troppo lunga con gli annunci, a Tel Aviv: si son messi in fila e sotto a chi tocca. Ecco, tocca che ieri (e non è nemmeno la prima volta nell'ultima settimana) le statistiche nazionali nello Stato della Stella di David han rilevato zero decessi per coronavirus. Zero, zero spaccato. Cioè neanche uno. Da noi son stati 74, per dire. Vogliamo davvero mettere in dubbio l'importanza di farcelo, questo benedetto secondo richiamo? No, perché l'esempio israeliano è n da vedere: la campagna vaccinale, in Israele, viaggia talmente bene (pochi giorni fa hanno incassato pure il via libera per le inoculazioni ai bambini fino ai cinque anni) che la quarta ondata, da quelle parti, l'han vista di sfuggita. «Ci troviamo in una situazione eccellente», dice soddisfatto il premier Naftali Bennett, «siamo sul punto di uscire dalla variante Delta». 

• LO STUDIO 
  Capito come va, a dar credito alla scienza? Non a caso il Jerusalem Post rende noto uno studio (israeliano, ça va sans dire), fresco fresco di pubblicazione sulla rivista Nature Communications, il quale sostiene che chi si è sottoposto alla vaccinazione anti-sars-cov2 con Pflzer a gennaio, oggi ha una probabilità maggiore del 51% di contrarre il virus rispetto a chi il braccio, per lo stesso motivo, ce l'ha messo a marzo. 
  Significa che è meglio correre ai ripari, che è meglio fare come Israele. Tra l'altro son stati i primi, gli israeliani, a riempirsi gli ambulatori con i vaccini di Pflzer: qualcosa l'avran capita. 
  A febbraio, mentre l'Europa cercava di portare a casa contratti accrocchio sulle scorte comunitarie che abbiam visto che fine han fatto, l'allora Primo ministro Benjamin Netanyahu alzava la cornetta, chiamava direttamente il Ceo dell'azienda di New York Albert Bourla e, offrendogli il doppio del prezzo di mercato, si assicurava venti milioni di fiale. Tanto per cominciare. 
  C'è poco da fare, le crisi si risolvono col pragmatismo. Ora, per l'avvio della campagna di massa siamo arrivati tardi e oramai è andata come è andata, però la lezione israeliana possiamo ancora impararla. La Delta, la Delta+: il rimedio c'è. Santiddio, usiamolo. E se proprio vogliamo dare i numeri, almeno diamoli con criterio: da Haifa a Eilat, nel fine settimana scorso si contavano complessivamente 6.450 persone affette da coronavirus. Israele, per estensione territoriale e popolazione è paragonabile alla Lombardia, dove invece il numero del totale dei positivi si aggira intorno ai 13mila. Martedì scorso le autorità ebraiche hanno registrato 475 nuovi casi, in netto calo rispetto ai circa 6mila giornalieri di appena due mesi fa: quando la dose booster non aveva ancora fatto capolino. I ricoverati in terapia intensiva da loro sono 147 e, finora, il bilancio delle vittime è fermo a 8.133. 
  «Israele è un Paese sicuro», non fa che ripetere Bennett, «ma per mantenere questo status, e per salvaguardare la continuità della vita normale, dobbiamo monitorare da vicino la situazione e prepararci a qualsiasi scenario». Leggi alla voce: alla Knesset sono stufi di rincorrere bollettini e scorrere statistiche. Per carità, fanno anche quello. Però son convinti che senza prevenzione si finisca (di nuovo) a gambe all'aria. Così si sono inventati la prima esercitazione nazionale anti-covid del mondo. Sissignori, come per un qualsiasi pericolo imminente o attentato terroristico: una sala operativa, una simulazione, un nuovo ceppo immaginato per l' occasione. 

• LA OMEGA 
  L'annuncio l'ha fatto Bennett mercoledì scorso, giovedì è scattata l'ora ics e lui, assieme ai suoi assistenti, si è rintanato in un bunker nella periferia di Gerusalemme, mentre fuori funzionari, militari e "organi di alto livello" cercavano di sbrogliare i nodi chiave di una nuova variante letale (l'hanno soprannominata "Omega"). Pare sia andato tutto bene, ma d'altronde non si possono pretendere fughe di notizie dal Paese del Mossad. Scherzi a parte, dicono fonti governative che i risultati verranno «condivisi con i nostri partner stranieri». Chi è rimasto coinvolto nella maxi simulazione ha dovuto affrontare diversi scenari e lavorare in gruppo, prendendo decisioni e facendo scattare le misure che oramai abbiamo imparato a conoscere anche qui: quarantene, distanziamenti, obblighi di dispositivi per la protezione personale, blocchi aerei e navali. 
  Non han lasciato niente al caso: ma ci sono abituati, in Israele.

Libero, 17 novembre 2021)


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Dal sionismo al globalismo

di Marcello Cicchese

"... le statistiche nazionali nello Stato della Stella di David han rilevato zero decessi per coronavirus". Nei media di solito la "Stella di David" è associata a qualche "brutalità" commessa dall'esercito di Israele; nell'articolo precedente invece è messa in relazione con un fatto esemplare per tutto il mondo: "zero decessi per coronavirus". Anzi, "zero, zero spaccato", accentua l'autrice con candido entusiasmo. E seguono lodi all'efficacia pragmatica di Israele.
  Dunque la questione Israele si è ormai collegata alla questione pandemia. Israele è diventato un modello positivo per le nazioni. Il metodo da lui usato per combattere il morbo pandemico funziona, così almeno appare, e questo è quanto. Poche storie! tagliano corto adesso i ringalluzziti provax: coi vaccini si guarisce e Israele ci dice come si fa.
  Se Israele è un campione in fatto di vaccinazioni, è probabile che tra i nemici dei vaccini si annidino anche diversi nemici di Israele; ma è un effetto collaterale della cura che certamente gli israeliani sono disposti a sopportare. Tra questi nemici qualcuno forse potrebbe mettere dentro anche noi, e anche noi siamo disposti a sopportarlo come effetto collaterale dell'anticura.
  I motivi per cui il sito "Notizie su Israele" ha appoggiato fin dall'inizio la nazione ebraica non sono né pragmatici, né genericamente politici, ma biblici. Il sionismo è un movimento storico che Dio ha usato e guidato per mandare avanti il suo progetto di riportare il popolo ebraico, raccolto nella sua nazione, sulla terra che era stata promessa ad Abramo fin dal momento della sua chiamata. Il movimento sionista è stato ostacolato in mille modi, sia con la forza sia, in misura ancora più forte, con la menzogna. Il nostro si può dunque definire come un sionismo cristiano che affianca il sionismo secolare per amore della verità. Una verità biblica che si accorda con quella giuridica perché il diritto di Israele a risiedere e governare su quella terra si ricava sia dalla Bibbia, parola di Dio, sia dal diritto internazionale, accordo codificato fra uomini.
  L'era pandemica in cui il mondo è entrato all'inizio del 2020 ha portato rivolgimenti di vario tipo, alcuni solo all'inizio, altri già in uno stato abbastanza avanzato.
  In Israele il rivolgimento principale potrebbe essere presentato come un lento e graduale passaggio dal sionismo al globalismo. In termini più tradizionali, si potrebbe parlare della dialettica fra particolare e universale, sempre presente nel mondo ebraico, ma i termini sopra usati la presentano nella forma politica adatta a come oggi si presenta.
  Due fatti segnalano questo lento movimento.
  • Il primo governo "universale" che guida oggi lo Stato d'Israele.
    Al governo "sovranista" di Netanyahu è succeduto, inaspettatamente, un governo "globalista" che tenta di mettere d'accordo un po' tutti, con l'emarginazione della parte più nazionale del paese e il consenso dell'opinione mondiale;
  • Il plauso inaspettato che questo governo globalista riceve dalle nazioni.
    Il successo che sembra ottenere nella lotta alla peste pandemica spinge i popoli a presentarlo come modello per tutte le nazioni.
Diciamo allora che se il sionismo si è mosso lungo una linea positiva voluta da Dio, il globalismo si muove invece lungo una linea negativa, non corrispondente alla "buona, gradita e perfetta volontà di Dio" (Romani 12:2), e tuttavia da Lui permessa per il compimento dei suoi piani, entro cui è sempre presente una parte lasciata all'uomo.
  Israele sembra pronto ad accettare di essere posto al centro di un movimento di salvezza mondiale ecosanitaria autogestita, nel totale disprezzo della volontà originaria del Dio creatore e legislatore. Come è accaduto più volte nella storia d'Israele, e come sa bene chi conosce la Bibbia, il Signore non impedirà al suo popolo storico di muoversi lungo questa linea, ma non impedirà neppure che ne arrivino le conseguenze.
  Al pari dell'antisionismo, il globalismo si sostiene su un'impalcatura di menzogna organizzata a vari livelli, ed è questo uno dei motivi che ci spinge a contrastare questo movimento. Il fatto grave è che se la menzogna antisionista aveva trovato in Israele e nei suoi amici chi vi si contrapponeva, la menzogna globalista è riuscita ad inglobare anche Israele e parte dei suoi amici. Le linee di separazione sono divenute dunque trasversali, e anche in questo consiste la novità del tempo presente.
  Per quel poco che conta, non seguiremo Israele lungo questa via, ma certamente non smetteremo di vivere la vicinanza con lui nei fatti che verranno.

(Notizie su Israele, 17 novembre 2021)


Targa in Ghetto per la Finanza: qui siamo a casa

VENEZIA - Vorremo che il controllo del territorio non fosse così stringente, ma i tempi in cui viviamo sono questi e il terrorismo è una triste realtà con cui ci siamo abituati a convivere». Questa la riflessione di Dario Calimani, presidente della Comunità Ebraica di Venezia, che ieri mattina in campo del Ghetto ha ringraziato la Guardia di Finanza con una targa per il presidio che monitora costantemente il campo. «La nostra comunità, che una volta contava 5 mila persone, oggi arriva a 400 e per la maggior parte non vivono più qui - ricorda -. Dopo l'11 settembre 2001, il ghetto è diventato zona sensibile, non eravamo pronti ad avere militari qui. E da dieci anni, il reggimento dei lagunari dell'esercito è qui a fare la guardia». E con loro, le fiamme gialle. «Siamo in un periodo in cui non mancano turbolenze e episodi di antisemitismo, la memoria è un baluardo perché certi periodi non tornino più - ha detto Bruno Buratti, comandante dell'Italia nord-orientale della guardia di finanza -. Qui ci sentiamo a casa nostra, il nostro contributo è doveroso».

(Corriere del Veneto, 17 novembre 2021)


Due israeliani arrestati per spionaggio a Istanbul: l’accusa non è credibile, ma il rischio è grave.

di Ugo Volli

Israele sta vivendo un nuovo dramma degli ostaggi. Un nuovo problema con la Turchia si aggiunge ai due civili da anni sequestrati da Hamas, per la cui liberazione il movimento terrorista chiede la scarcerazione di migliaia di condannati per delitti di sangue e al dramma di alcune migliaia di ebrei in Iran, la cui condizione di ostaggi è ormai chiarissima. Ecco i fatti. Venerdì scorso una coppia di israeliani in vacanza a Istanbul, Natali e Mordy Oknin di Modin, entrambi guidatori di pullman, sono stati arrestati da poliziotti turchi per aver fotografato il palazzo di rappresentanza di Erdogan sul Bosforo. In realtà la residenza ufficiale e di lavoro del presidente turco è un sontuosissimo palazzo nuovo ad Ankara e Erdogan non viene praticamente mai a Istanbul, città che appoggia l’opposizione. Il palazzo di Dolmabahçe è oggi un edificio turistico, un museo: è stato il primo palazzo in stile europeo di Istanbul, costruito dal sultano Abdul Mejid I tra il 1843 e il 1856. Si trovano molto facilmente sue immagini in rete e gli è dedicata addirittura una voce di wikipedia.
  Non è ben chiaro che cosa è esattamente accaduto. La ricostruzione più estesa si deve alla BBC, secondo cui “l'agenzia di stampa statale turca Anadolu ha riferito venerdì che una coppia israeliana e un cittadino turco sono stati arrestati dopo che il personale del ristorante della torre televisiva e radiofonica Camlica, alta 369 metri, ha detto alla polizia che stavano scattando foto della residenza del presidente Erdogan. I coniugi Oknin sono stati interrogati dai pubblici ministeri prima di essere deferiti a un tribunale, dove un giudice li ha accusati di ‘spionaggio politico e militare’ e ha prolungato la loro detenzione per almeno 20 giorni. Un avvocato israeliano della coppia, Nir Yaslovitzh, ha respinto le accuse, dicendo [...] che ‘il loro unico reato consiste nel fotografare il palazzo di Erdogan [...]. Ha identificato l'edificio come il Palazzo Dolmabahce sul lungomare. Esso non è utilizzato come residenza presidenziale da decenni. [...] L'attuale residenza, l'Huber Mansion, si trova in un'altra parte della città.”
  Insomma, come riportato dai giornali israeliani, “è chiaro che questa è stata una decisione politica, piuttosto che legale.” Israele si è affrettato a scagionare i due: sia Bennett che Herzog hanno dichiarato che non hanno nessun rapporto con organi di sicurezza dello stato ebraico. Ma la Turchia insiste: martedì il ministro dell'Interno turco Süleyman Soylu ha accusato di nuovo la coppia israeliana di "spionaggio politico e militare". Israele ha tentato di non dare rilievo ufficiale alla vicenda e di trattare dietro le quinte, per evitare che si crei una questione di principio, ma questa tattica non sembra funzionare. Si attenuano insomma le speranze di risolvere la situazione in fretta anche se l’accusa è chiaramente insensata: che spia fotograferebbe un palazzo dalle finestre di un ristorante in cima a una torre alta 300 metri? Ormai è chiaro che l’arresto è pretestuoso e corrisponde a un tentativo del governo turco di mettere sotto pressione Israele, secondo tattiche che in Medio Oriente sono diffuse. Per esempio l’Iran ha agito in maniera analoga con la Francia e anche con gli Usa.
  Nei confronti di Israele Erdogan pratica una politica di ambiguità: gli ha proposto più volte grandi alleanze nel Mediterraneo, ma intanto ospita ostentatamente i capi di Hamas, ha promosso un paio di edizioni della flottiglia per Gaza, fra cui quella finita malissimo con la Mavi Marmora, si sforza di esercitare un’influenza crescente nella parte araba di Gerusalemme alimentando il conflitto, di recente ha denunciato con grande clamore di aver arrestato una dozzina di studenti dell’Autorità Palestinese come spie del Mossad.
  È probabile che agli Oknin toccherà pagare queste tensioni. La Turchia perderà quel tanto di turismo israeliano, una volta importantissimo economicamente, che stava ripartendo e probabilmente ne soffriranno anche le sue linee aeree, molto utilizzate in passato dagli israeliani. Ma la politica di Erdogan di contrastare tutti i suoi vicini che non si piegano ai suoi piani di dominio neo-ottomano, è indifferente anche all’economia. Per non parlare della verità giudiziaria e dei diritti umani.

(Shalom, 17 novembre 2021)


«Il concorso si svolge in Israele». E il governo sudafricano toglie l'appoggio alla miss

di Chiara Bruschi

• LA POLEMICA
  Che le miss volessero 'la pace nel mondo" è sempre stato uno sketch piuttosto gettonato, volto a ironizzare sulle frivole ambizioni espresse dalle partecipanti. Almeno in Italia, perché in Sudafrica anche i concorsi di bellezza possono diventare una faccenda molto seria a giudicare dall'ultima presa di posizione del Governo di Johannesburg, che ha deciso di rinnegare la sua miss neoeletta Lalela Mswane. Il motivo? Gareggerà a Miss Universo in Israele, accusato di «atrocità contro i palestinesi».

• L'ANNUNCIO
  Il Dipartimento di arte e cultura ha infatti annunciato che l'esecutivo si dissocia dalla scelta di Miss Sudafrica di partecipare a Miss Universo, gara prevista per il prossimo 12 dicembre nella città di Eilat Una decisione presa in seguito ai continui appelli rivolti alla reginetta affinché boicottasse la manifestazione, arrivati dalla politica e dalla società civile. E dopo un braccio di ferro con gli organizzatori di Miss Sudafrica che si sono rifiutati di riconsiderare la partecipazione alla gara.
  Per il dipartimento di Arte e Cultura quella di ritirare il proprio supporto alla candidata è stata una scelta dettata dall'«intransigenza» degli organizzatori del concorso nazionale per i quali invece la neo-reginetta dovrebbe essere libera di partecipare, poiché la competizione, hanno riferito, non è una faccenda politica. «Le atrocità commesse da Israele contro i palestinesi sono ben documentate - si legge invece nel documento diffuso alla stampa - e il Governo, come rappresentante legittimo della · popolazione sudafricana non può in coscienza associarsi a ciò». Una linea dura che continua da tempo. Nel 2019 il Sudafrica aveva declassato la propria ambasciata a Tel Aviv in segno di protesta.

• I SOCIAL
  Appena impugnato lo scettro di Miss Sudafrica, Lalela non ha avuto molto tempo per festeggiare perché è stata bersagliata sui social da centinaia di attacchi molto duri per convincerla a cancellare la sua presenza a Miss Universo, sotto l'hashtag #NotMyMissSouthAfrica. Tra gli appelli anche quello di Mandla Mandela, il nipote di Nelson Mandela, che ha criticato gli organizzatori di Miss Sudafrica per il supporto fornito a uno stato «che pratica l'Apartheid» contro i Palestinesi. Ha citato i diritti delle donne che vivono nella «Palestina occupata» e che vengono «quotidianamente molestate, picchiate, umiliate, incarcerate e uccise da questo regime brutale. Le donne della Palestina non hanno diritti umani?», si è chiesto in un lungo post.
  Il parallelismo tra il presente palestinese e il passato sudafricano è stato anche utilizzato nelle trattative del governo con gli operatori del concorso nazionale. Nel corso del dialogo tra le due parti, gli esponenti dell'esecutivo hanno citato le parole di Desmond Tutu: «L'umiliazione dei palestinesi è familiare a tutti i Neri sudafricani che sono stati rinchiusi, molestati, insultati e aggrediti dalle forze di sicurezza del governo dell'Apartheid». «A questo punto la partecipazione della cosiddetta Miss Sudafrica diventerà irrilevante i ha dichiarato Bram Hanekom, membro del gruppo Africa4Palestine - nessuno può dire che rappresenta il suo paese... sarà sola con gli organizzatori che sembrano favorevoli a procedere».
  Silenzio da parte di Israele che per il momento non ha commentato la notizia mentre a dire la sua è stata la South African Zionist Federation, per bocca del. suo presidente Rowan Polo/vin. «Siamo sconvolti dalla decisione del governo sudafricano di autosabotare le speranze e i sogni del nostro paese di splendere su un palco internazionale, soltanto perché si terrà in Israele. Lasciatela andare - ha spiegato a The South African - cosicché possa testimoniare la bellezza della democrazia israeliana, il suo multiculturalismo e la coesistenza tra i popoli, e poi possa riportare questo esempio da seguire al nostro governo e alla nostra amata nazione». Tutto tace anche da parte della reginetta 24enne, che per il momento sembra più che intenzionata a salire sul palco.

(Il Messaggero, 17 novembre 2021)


Rinviato il processo per presunta corruzione a carico di Netanyahu

GERUSALEMME - Il processo per presunta corruzione a carico del leader dell’opposizione israeliana e capo del partito Likud, Benjamin Netanyahu, è stato rinviato di una settimana. Lo riferisce il quotidiano israeliano “Jerusalem Post”. Oggi era attesa la testimonianza di uno stretto collaboratore di Netanyahu, Nir Hefetz, in seguito a nuove rivelazioni apparse ieri, 15 novembre, sui media in ebraico. Gli avvocati dell’ex premier avevano chiesto che la testimonianza fosse rinviata per ricevere e riesaminare il materiale.
  In occasione della sessione, per la terza volta dall’avvio del processo, Netanyahu si è recato oggi presso il tribunale distrettuale di Gerusalemme. La sessione rinviata oggi riguarda il cosiddetto "caso 1000", in cui l’accusa sostiene che Netanyahu e sua moglie avrebbero illecitamente ricevuto doni (champagne e sigari) da Arnon Milchan, un produttore di Hollywood e cittadino israeliano, e dall’imprenditore miliardario australiano James Packer. In precedenza, l’accusa ha annunciato di aver raccolto nuove testimonianze nel cosiddetto caso da parte di Hadas Klein, assistente personale di Milchan, uno dei testimoni chiave del processo.
  Una fonte a conoscenza dei fatti citata dal quotidiano israeliano “Haaretz” avrebbe reso nota la testimonianza di Klein, secondo cui Milchan e il magnate australiano James Packer avrebbero consegnato alla moglie dell’ex premier, Sara Netanyahu, tre braccialetti, tra cui uno del valore di 45mila dollari. Inoltre, Klein avrebbe dichiarato che Sara Netanyahu avrebbe chiesto i monili.

(Agenzia Nova, 16 novembre 2021)


Gli Stati Uniti e Israele formano un’importante partnership per la sicurezza informatica

Questa nuova partnership si basa sulla relazione di lunga data tra il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e il Dipartimento del Tesoro israeliano. I due paesi non solo lavoreranno insieme per interrompere le operazioni di ransomware, ma formeranno anche una task force congiunta per combattere la sicurezza informatica.
  In un comunicato stampa che annuncia la nuova partnership, il vice segretario al Tesoro Wally Adeyemo ha spiegato come gli Stati Uniti e Israele lavoreranno insieme per proteggere l'economia globale da ransomware e attacchi informatici:
  “Sfruttare sia il potere della collaborazione internazionale che l’innovazione tecnologica ci consentirà di sostenere la competitività e la prosperità economica e di combattere le minacce globali, incluso il ransomware. Mentre l’economia globale si riprende e il ransomware e altre minacce finanziarie illecite rappresentano una grande sfida per Israele e gli Stati Uniti, una maggiore condivisione delle informazioni, lavoro collaborativo e collaborazione su politiche, normative e applicazione sono vitali per i nostri obiettivi economici e di sicurezza nazionale “.

• TASK FORCE CONGIUNTA
  Come primo mandato, la nuova task force inizierà a redigere un memorandum d’intesa che includerà la condivisione di informazioni relative al settore finanziario, la formazione del personale e le visite di studio per promuovere la collaborazione e lo sviluppo di competenze come esercizi di sicurezza informatica transfrontalieri.
  Tuttavia, la task force lancerà anche una serie di scambi tecnici, normativi e di sensibilizzazione per supportare le innovazioni nel fintech che sia gli Stati Uniti che Israele hanno deciso di promuovere. I due paesi mirano ad aiutare il settore fintech a sviluppare solide salvaguardie di sicurezza informatica in grado di promuovere la conformità alle normative antiriciclaggio, finanziamento del terrorismo e antiproliferazione.
  Nell’ambito della nuova partnership, il Dipartimento del Tesoro statunitense prevede anche di partecipare alla CyberTech Global Tel Aviv Conference, che si terrà in Israele il prossimo gennaio.
  Contrastare il ransomware e altre minacce informatiche è una priorità assoluta per il governo Biden e questa nuova partnership con Israele contribuirà a far avanzare ulteriormente questo obiettivo.

(hitechglitz.com, 16 novembre 2021)


Israele: iniziata la revisione dei brani ricevuti per l’Eurovision 2022

È iniziata la revisione dei brani ricevuti per rappresentare Israele all’Eurovision Song Contest 2022.
  Il comitato professionale incaricato di revisionare e selezionare, tra le 130 ricevute, le otto canzoni che verranno eseguite alla finale di X Factor Israel, ha iniziato il proprio lavoro. Il comitato è formato da sei membri: Ofri Gopher (il direttore delle stazioni radio musicali di KAN), tre rappresentanti radio, un rappresentante della TV e un rappresentante di Channel 13. Secondo il sito Euromix, il comitato impiegherà due/tre settimane per completare il lavoro.
  Quest’anno, rispetto agli anni precedenti, l’emittente ha deciso di non rivelare i nominativi dei membri del comitato per impedire ai compositori di esercitare pressioni e ricevere favoreggiamenti.
  Una volta che le otto canzoni saranno determinate, i rispettivi compositori verranno contattati e potranno iniziare a preparare una nuova versione del brano più adatta al quartetto finalista di X Factor Israel.

(Eurovision IN, 16 novembre 2021)


L’Iran lancia attacchi cyber contro il Marocco (e non solo)

Gli hacker iraniani del gruppo Lyceum hanno attaccato le reti di almeno una società di telecomunicazioni e fornitori di servizi Internet in Marocco

di Giuseppe Gagliano

Tra luglio e ottobre, gli hacker iraniani del gruppo Lyceum hanno attaccato le reti di almeno una società di telecomunicazioni e fornitori di servizi Internet in Marocco, secondo i ricercatori di sicurezza informatica di Accenture Cyber Threat Intelligence (ACTI) e Prevailion Adversarial Counterintelligence (PACT).
  Il gruppo di attacchi informatici Lyceum, con sede in Iran (noto anche come Hexane, Siamesekitten e Spirlin), ha preso di mira il Marocco, ma anche Israele, Arabia Saudita, Tunisia e altri paesi africani. Due società – Accenture, che ha una filiale in Israele, e Prevailion, con sede negli Stati Uniti – hanno pubblicato una ricerca in tal senso il 9 novembre, che ha tracciato attacchi informatici tra luglio e ottobre.
  Mentre le società di sicurezza informatica Clearsky e Kaspersky avevano già pubblicato informazioni sui ripetuti attacchi del Lyceum dal 2017, in particolare contro gli interessi strategici in alcuni paesi, il nuovo rapporto rivela “dettagli sulle ultime operazioni, tra cui nuove vittime, aree geografiche e industrie mirate” analizzando in modo più dettagliato l’infrastruttura operativa e il targeting degli hacker iraniani.
  Il nuovo studio conferma le conclusioni precedenti “indicando che l’attenzione principale è rivolta agli eventi di intrusione nelle reti informatiche per i fornitori di telecomunicazioni in Medio Oriente”. Identifica anche obiettivi aggiuntivi all’interno dei fornitori di servizi Internet (ISP) e delle agenzie governative nei suddetti paesi.
  Lyceum ha ampliato il suo obiettivo per includere ISP e agenzie governative. Uno dei motivi per cui le società di telecomunicazioni e gli ISP sono obiettivi di alto livello per gli attori del cyberintelligence è che il loro “compromesso dà accesso a varie organizzazioni e file di abbonati oltre a sistemi interni che possono essere utilizzati per sfruttare ancora di più comportamenti dannosi”, osserva la ricerca.
  Inoltre, le aziende di questi settori possono anche essere “utilizzate dagli attori delle minacce o dai loro sponsor per monitorare le persone di interesse”. Lyceum, secondo il gruppo Cyber Threat Intelligence (ACTI) di Accenture e l’Adversarial Counterintelligence Team (PACT) di Prevailion, ha utilizzato due principali famiglie di malware, chiamate Shark e Milan (alias James).
  Tra luglio e ottobre 2021, gli attacchi di Lyceum sembrano aver preso di mira ISP e operatori di telecomunicazioni in Israele, Marocco, Tunisia e Arabia Saudita, nonché un Ministero degli Affari Esteri in Africa.
  Lo scorso febbraio, il ministro degli Esteri Nasser Bourita ha riferito sulla minaccia iraniana alla regione e al Marocco in particolare. Queste parole riecheggiano quelle che lui stesso ha usato nel 2018, quando il Marocco ha accusato l’Iran e Hezbollah di finanziare e cooperare con il Fronte Polisario.

(Startmag, 16 novembre 2021)


Oltremare – Tende

di Daniela Fubini

In Israele ci sono due momenti che portano a costruire strutture temporanee in giardino o in cortile, o se necessario nel parcheggio del condominio, previo consenso dei condomini. Il primo è la festa di Sukkot, in occasione della quale notoriamente si costruiscono capanne fatte di tre muri spesso di stoffa e un tetto di frasche, per poter vedere il cielo e lasciare che la pioggia piova dentro, quelle rare volte che piove già in una stagione qui ancora quasi estiva. Mi è sempre piaciuto molto quel sentirsi esposti, ma anche protetti, e il fatto che alla fine la Sukkah la si usa soprattutto per mangiare, quindi ci si dimentica quasi subito che in fondo è una casa da “Via dei matti numero zero”, senza tetto e senza molte altre cose utili.
  L’altra occasione in cui si esce dalle mura di casa ma si resta nelle immediate vicinanze è invece molto meno festosa ed è solo una soluzione pratica per un problema logistico: quando c’è un lutto e secondo la tradizione la famiglia attraversa la shivà, cioè i sette giorni di lutto stretto, stando in casa e ricevendo visite, spesso invece di occupare il salotto di casa si mette su una tensostruttura, cosa che permette alla famiglia di ospitare più visitatori ma di non avere il salotto sotto assedio per sette giorni.
  Non ho indagato i risvolti halakhici della questione, ma mentre scrivo mi viene il dubbio che tecnicamente l’idea della shivà abbia proprio a che fare con l’avere la casa piena di persone in un momento altrimenti pieno di vuoti, ma si sa che una delle meraviglie d’Israele è proprio che gli usi religiosi vengono spesso interpretati in modi nuovi e inattesi. Per dire, a Pesach ci si mette scarponi e zaino in spalla e si va a percorrere lo “shvil Israel”, il sentiero che permette di vedere tutto il paese da nord a sud – e questa non è proprio una delle cose richieste nella Haggadah insieme al mangiar erbe amare ma in qualche modo ha perfettamente senso. Resta il fatto che quando si sta seduti nella Sukkah si vede il cielo, e quando invece si sta seduti nella tenda allestita da una famiglia in lutto, ugualmente piena di biscottini e torte e piatti di frutta, e bibite, no. Sarà un caso.

(moked, 15 novembre 2021)


Miss Universo in Israele, Sudafrica chiede a sua candidata di boicottare l'evento

Miss Sudafrica, Lalela Mswane, si accontenti del titolo conquistato. E rinunci, boicottando l’evento, a partecipare a Miss Universo, che quest’anno si svolge il 12 dicembre a Elat. Questo l’appello che il governo del Sudafrica ha rivolto alla ”sua più bella”, incoraggiata a non concorrere in Israele ”per le sue atrocità commesse ai danni dei palestinesi”. Un invito rivolto a Lalela anche dal partito di governo del Sudafrica, l’African National Congress, che ha invitato gli organizzatori del concorso sudafricano a scoraggiare Mswane dal partecipare in Israele, che per la prima volta ospita l’evento.
  “Si è rivelato difficile convincere gli organizzatori del concorso di Miss Sudafrica a riconsiderare la loro decisione di partecipare all’evento Miss Universo”, ha dichiarato il ministero delle Arti e della cultura del Sudafrica in una nota. Un concorso di bellezza ”non è un evento politico”, hanno risposto gli organizzatori del concorso in Sudafrica alle pressioni del governo. ”Sappiamo tutti che il boicottaggio non sarà il modo in cui faremo la differenza, non credo che non partecipare e non andare in quel Paese, facendo sentire la propria voce, sia davvero la cosa giusta”, ha detto Stephanie Weil, Ceo del concorso Miss Sudafrica, citata da Eye Witness News.
  Convinte della loro partecipazione all’evento che si svolge in Israele sono la Miss degli Emirati Arabi Uniti e quella del Marocco, che per la prima volta da decenni parteciperanno al concorso. I due Paesi hanno firmato accordi per la normalizzazione dei rapporti con Israele durante l’Amministrazione Trump.

(Adnkronos, 15 novembre 2021)


Manovre navali tra Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti

Sono in via di conclusione le manovre navali che per cinque giorni hanno impegnato nelle acque del Mar Rosso le unità della Marine di Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti.
  Le manovre sono state svolte insieme all’US Navy che ha coordinato le esercitazioni previste tramite NAVCENT, il Comando centrale delle forze navali statunitensi.
  NAVCENT ha afermato che fattori comuni condivisi dalle quattro Marine sono la libertà di navigazione ed il libero flusso delle merci, elementi essenziali per la stabilità e la sicurezza della regione.
  Le manovre includono l’addestramento in mare con tattiche di ricerca ed abbordaggio, impiegando la nave da assalto anfibio LPD 27 USS Portland.
  L’attività è volta a migliorare l’interoperabilità tra le squadre di interdizione marittima delle forze partecipanti.
  La Marina Israeliana ha partecipato successivamente con la INS Hanit, una corvetta classe Sa’ar 5, ad una PASSEX (passing exercise) con la USS Portland.
  La Marina Statunitense è presente nel Mar Rosso, Mar Arabico e Golfo Persico con la Quinta Flotta alla quale sono aggregate unità provenienti dagli Stati Uniti o da altre Flotte, a seconda delle necessità.
  Per le Marine di Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti è la prima esercitazione navale congiunta, dall’avvenuta stesura e firma degli “Accordi di Abramo” con cui sono state risolte le controversie in atto tra Tel Aviv e buona parte del mondo arabo.
  Insieme agli Stati Uniti, questi Paesi hanno interesse a contrastare l’Iran, acerrimo nemico dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati , nonché nemico di Israele.
  Da diverso tempo è in corso una guerra non troppo celata che vede protagoniste unità mercantili e petroliere colpite da mine, esplosioni ed attacchi di droni “kamikaze” mai rivendicati.
  Teatro dello scontro il Mar Arabico ed il Mar Rosso con epicentro il Golfo di Aden; nel corso di questi attacchi mirati sono state colpite navi civili iraniane, israeliane e di altri Paesi del Golfo Persico, alimentando le tensioni e le minacce di possibili scontri armati nella regione.

(Area Osservatorio Difesa, 15 novembre 2021)


Polonia: corteo antisemita a Kalisz, tre persone arrestate

VARSAVIA - La polizia ha arrestato tre persone in relazione al corteo antisemita tenutosi a Kalisz, in Polonia centroccidentale, giovedì scorso, in occasione della giornata dell’indipendenza del Paese. Lo ha reso noto attraverso il suo profilo Twitter il ministro dell’Interno, Mariusz Kaminski. “Non c’è assenso nei confronti dell’antisemitismo e dell’odio a sfondo nazionale, etnico o religioso. Contro gli organizzatori di questo vergognoso evento a Kalisz lo Stato polacco deve mostrare la propria forza e risolutezza”, ha scritto il ministro. Giovedì 11 novembre i partecipanti al corteo hanno intonato slogan antisemiti e si sono diretti nella piazza principale, dove hanno dato alle fiamme una copia dello statuto cittadino del 1264, che garantiva alla popolazione ebraica tolleranza per decisione del duca di Grande Polonia, Boleslao il Pio. Lo statuto garantiva agli ebrei il diritto di ricorrere a magistrati ebraici e a magistrati specifici nelle cause che coinvolgevano ebrei e cristiani. Assicurava inoltre la libertà personale e la sicurezza degli ebrei, oltre alla libertà religiosa, di circolazione e di commercio.

(Agenzia Nova, 15 novembre 2021)


“Revolution In Warfare” – Israele Presenta Il Nuovo Sistema Di Guerra Elettronica Scorpius

Israele ha capito che il campo di battaglia moderno non può essere combattuto solo in aria, in mare e nello spazio. Per prepararsi meglio a nuove aree di guerra, Israele ha sviluppato un’arma rivoluzionaria per la guerra elettromagnetica.
  Israel Aerospace Industries (IAI), il principale produttore israeliano di prodotti aerospaziali, ha sviluppato la famiglia di sistemi Scorpius che scansionano una sfera dell’ambiente operativo alla ricerca di obiettivi ed emettono un raggio strettamente focalizzato per interrompere molteplici minacce attraverso lo spettro elettromagnetico. L’arma ad alta tecnologia è classificata come “protezione morbida” perché non provoca alcun danno fisico. Al contrario, interrompe il funzionamento di sistemi elettromagnetici come radar, sensori elettronici, navigazione e comunicazione dati.
  Gideon Fustick, Marketing VP EW Group presso IAI, ha dichiarato a Forbes: “Noi li chiamiamo [die Scorpius-Systemfamilie] “Protezione morbida”. È un’arma offensiva che non spara missili. Non è un sistema hard-kill, “aggiungendo che” è molto efficace quando si tratta di attaccare e abbattere i sistemi nemici”.
  Fustick descrive che la nuova arma ha un enorme vantaggio rispetto alle armi elettromagnetiche convenzionali, in quanto può emettere raggi mirati senza disturbare bersagli indesiderati. Ha chiamato questa una “rivoluzione in guerra”.
  “Il nemico sta cercando di utilizzare il dominio elettromagnetico per tutte queste attività”, ha detto. “Cerchiamo anche di usarlo. E ognuno di noi sta cercando di impedire all’altra parte di utilizzare il dominio elettromagnetico. ”Aerei, droni, missili e altre armi da guerra usano sensori magnetici elettromagnetici per navigare e comunicare, negando al nemico l’accesso al dominio elettromagnetico. Questo può compromettere seriamente la loro capacità di fare la guerra.
  “È il primo sistema in grado di tracciare davvero tutto nel cielo e attaccare più bersagli in direzioni diverse e su frequenze diverse allo stesso tempo”, ha aggiunto Fustick, sottolineando che le precedenti tecnologie di guerra elettronica non erano in grado di colpire più bersagli in combattimento contemporaneamente.
  Fustick ha affermato che lo Scorpius era già stato esportato a “diversi clienti importanti” mentre la corsa per la supremazia nella guerra elettromagnetica si intensificava.

(Green Pass News, 15 novembre 2021)


Perché Israele ha ragione a voler sciogliere le Ong che finanziano il terrorismo

di Ugo Volli

Da molto tempo Israele ha molti motivi di contrasto politico con l’Unione Europea, ma di recente le stesse cause lo dividono anche dagli Stati Uniti di Biden. In termini generali, il problema deriva da una visione opposta dei problemi politici del Medio Oriente: Israele, come i paesi sunniti del Golfo e l’Egitto, subisce la pressione militare e la sovversione terroristica dell’Iran, percepisce la possibilità imminente di una suo armamento militare come un pericolo mortale, ritiene che la priorità politica assoluta debba essere la repressione delle minacce iraniane. L’Europa e (di nuovo, come ai tempi di Obama) gli Usa vogliono trattare con l’Iran, non sono particolarmente spaventati per la prospettiva che esso ottenga l’atomica, sono disposti a riconoscergli un’egemonia regionale ai danni di Israele e dei paesi arabi. All’inverso Europa e Usa vedono come particolarmente urgente il problema palestinese, vogliono evitare che Israele consolidi il suo controllo di Giudea, Samaria e perfino di Gerusalemme, cercando di rafforzare la corrotta e decadente Autorità Palestinese e magari di proteggere anche Hamas. Israele, con l’accordo sostanziale dei paesi arabi vicini, pensa invece che la strada della pace non passi oggi per l’Autorità Palestinese, ma per gli accordi di Abramo.
  Vi sono poi i problemi specifici, per esempio la volontà americana di riaprire a Gerusalemme (non a Ramallah) la sua rappresentanza diplomatica per l’autorità Palestinese: un modo indiretto per rimangiarsi in sostanza la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. C’è poi l’eterno problema della necessità che le cittadine e i villaggi di Giudea e Samaria hanno di costruire nuovi appartamenti per la popolazione in crescita: Usa ed Europa vogliono impedirlo e aiutare invece a costruire case per i sudditi dell’Autorità Palestinese anche nella zona C, che gli accordi di Oslo riservano all’esclusivo controllo ebraico.
  Ma il caso più clamoroso delle ultime settimane riguarda sette organizzazioni non governative palestiniste (Ong) che sono state dichiarate terroriste e bloccate dal ministero della difesa israeliano - pur notoriamente poco propenso all’estremismo e che con la sua amministrazione di Giudea e Samaria (COGAT) si sforza soprattutto di garantire i diritti e il benessere dei residenti arabi, sulla base di un ragionamento pragmatico, anche se certamente discutibile: una popolazione soddisfatta e ben considerata è meno tentata ad adottare comportamenti violenti. Il provvedimento è inoltre stato firmato da un politico che ha certamente poche simpatie per il nazionalismo come Benny Gantz, ministro della difesa. Ma ne sono nate grandi polemiche. Gli Usa hanno protestato di non essere stati informati preventivamente, come se Israele avesse bisogno del loro consenso per difendersi dai terroristi. I paesi europei e la loro Unione, che finanziano massicciamente tutta la galassia palestinista e anche queste Ong, ha sostenuto che il provvedimento israeliano era ingiustificato.
  Tutto ciò la dice lunga sul rispetto che oggi gli occidentali hanno per la sovranità israeliana: figuriamoci se ci fosse qualche paese straniero che volesse mettere il becco nelle scelte italiane di sciogliere o meno Forza Nuova o le Brigate Rosse. Il diritto internazionale permette a ogni stato di combattere il terrorismo e chi lo assiste; inoltre Israele come l’Italia è una democrazia e ha una magistratura indipendente che può annullare i provvedimenti del governo che non hanno basi giuridiche o fattuali.
  Ma c’è di più: è chiarissimo che le sette Ong hanno legami organizzativi e personali fortissimi con il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” (FPLP), fondato da Ahmed Jibril e George Habash, che ha firmato centinaia di azioni terroristiche, dirottamenti, omicidi, attentati suicidi, già dichiarata organizzazione terroristica dagli Usa, dall'Unione europea e dal Canada. Il loro gruppo dirigente è formato quasi interamente da uomini del FPLP, per cui servono come canale di finanziamento (https://fathomjournal.org/palestinian-ngo-terror-links-assessing-the-implications-of-israels-designations/). Per esempio, Shawan Jabarin, direttore generale di una di queste Ong, “Al-Haq”, è stato condannato nel 1985 per aver reclutato e organizzato corsi di formazione per i membri del FPLP; Khalida Jarrar, ex vicepresidente di un’altra, “Addameer”, è stata condannata a due anni di carcere nel marzo 2021 per appartenenza al FPLP; Ubai Abudi, direttore esecutivo di una terza, il “Centro Bisan”, è stato condannato a 12 mesi di carcere nel 2020 per appartenenza al FPLP.
  Solo l’altro giorno, Juana Ruiz Rashmawi, attivista spagnola di una quarta di queste Ong, “Health Work Committees”, ha ammesso in tribunale che i soldi che raccoglieva con pretesti sanitari, andavano a finanziare le operazioni del FPLP (https://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/316683): tutte cose che l’UE dovrebbe conoscere, dato che finanzia queste organizzazioni, e che sono state documentate nei dettagli agli Usa. E allora perché le proteste? Perché lo stesso ministro della difesa di Israele è stato costretto a difendere di persona una decisione ovvia come tagliare i canali di rifornimento ai terroristi? Vi è una ragione specifica e una più generale: la prima è il tentativo dell’Unione Europea di nascondere la propria complicità col terrorismo, che contrasta con le sue stesse norme. La seconda è un pregiudizio, purtroppo fondato nella burocrazia americana come in quella europea: che i palestinesi sono vittime di Israele e dunque hanno il diritto di difendersi in tutti i modi, anche violenti; e che, secondo la morale “woke” oggi dominante fra i democratici, in ogni conflitto fra Israele e l’Autorità Palestinese non conta chi ha ragione e chi ha torto, ma bisogna stare sempre “dalla parte degli oppressi e delle vittime”.

(Shalom, 15 novembre 2021)


La terra di Israele è sempre stata degli ebrei

di Indro Montanelli

“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta.
  Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.”
  La terra di Israele è sempre stata la terra degli ebrei. Se leggiamo le descrizioni di Gerusalemme fatta nel 1800 da Marx e Mark Twain, leggiamo di “una città povera e miserabile abitata nella parte Est, interamente, da ebrei poveri e miserabili che erano sempre vissuti lì, da tremila anni”. Gli arabi erano sì in leggera maggioranza numerica ma in gran parte erano nomadi senza terra, l’unica vera comunità stanziale era quella ebraica che abitava le stesse case da migliaia di anni.

(Notiziecristiane.com., 13 novembre 2021)


Dror Eydar, ambasciatore d’Israele in Italia: “Israele non è il problema numero uno in Medio Oriente, ma la soluzione in molti settori

di Marina Pupella

Era il 13 agosto 2020 quando alla Casa Bianca, un esultante Donald Trump proclamava la formalizzazione delle relazioni diplomatiche attraverso gli Accordi di Abramo fra Israele e gli Emirati Arabi. Di lì a poco si aggiunsero pure il Bahrein, il Marocco, all’inizio del 2021 anche il Sudan e a breve si aggiungerà un nuovo Paese. Ma nel quadro geopolitico mediorientale, che vira verso un nuovo ordine, la persistente divisione dei due blocchi – quello dell’asse sciita a guida iraniana con la Siria di Bashar al-Assad, le forze pro-Iran in Iraq, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e quello dell’asse sunnita a guida saudita – rischiano di minare quel percorso già avviato fra Paesi che hanno interessi comuni in tema di sicurezza, cooperazione e sviluppo. In mezzo, il ruolo della Turchia nella regione: convinta paladina della causa palestinese da un lato, respinge il piano di pace a meno che non venga accettato da Ramallah, e dall’altro non disdegna la cooperazione con Gerusalemme in diversi campi. Di accordi di normalizzazione delle relazioni con Israele, di equilibri in Medio Oriente, di rapporti fra Roma e Gerusalemme, non trascurando le risoluzioni Onu contro lo Stato ebraico abbiamo parlato con l’ambasciatore di Israele in Italia, Dror Eydar.

– Il 24 settembre scorso a Erbil nel Kurdistan iracheno, 312 fra leader sunniti e sciiti si sono incontrati, chiedendo a Baghdad di aderire agli Accordi di Abramo. L’iniziativa non è piaciuta all’autorità centrale, che ha reagito con ordini di arresto contro i partecipanti. Crede ci siano ancora margini per una normalizzazione dei rapporti fra Israele e Iraq? 
  Da collega a collega, la sua è una domanda originale. I curdi sono un popolo molto interessante, che il mondo non tiene nella giusta considerazione, se facciamo un paragone con gli enormi sforzi messi in campo per il conflitto israelo-palestinese. È uno fra i popoli più antichi al mondo, con una lingua e una tradizione lontane nei tempi e malgrado questo non abbiamo ancora assistito in sede Onu, in Unione europea e anche qui in Italia a confronti sui diritti di questa gente. Vorrei che i vostri lettori riflettessero su questo tema: perché tutto il mondo si occupa di Israele e Palestina senza avere la capacità di arrivare ad una soluzione, mentre nessuno parla della questione curda? Una risposta possibile è illustrata in un manifesto che ho visto nel 2014, quando il Daesh ha massacrato il popolo yazida, violentando le donne e uccidendo gli uomini che si rifiutavano di convertirsi all’Islam. Dov’era il mondo in quel momento? Quell’insegna, che mi ha molto colpito, recitava in inglese “the problem of the Yazidian people is that their enemy is not Jewish” (il problema del popolo yazida è che i loro nemici non sono gli ebrei). Questo è antisemitismo. Quanto a Baghdad, noi siamo aperti ad estendere gli accordi siglati a Washington anche a loro, perché non è un interesse esclusivo d’Israele. Gli accordi rompono un vecchio paradigma, che era dominante e non permetteva un avanzamento nella normalizzazione delle relazioni con i Paesi arabi, senza che prima venisse risolta la questione palestinese. E questo ha bloccato il Medio Oriente. 

- Cosa lega Israele all’Iraq, esiste ancora una comunità ebraica nel Paese dopo la repressione di Saddam?
  Baghdad storicamente ci ricorda l’antica Babilonia, dove 2600 anni fa viveva la più numerosa comunità ebraica al mondo e lì vi rimase nel corso dei secoli. Il Talmud babilonese, un testo fondamentale per la nostra cultura, fu scritto proprio in quella città. Gli ebrei hanno dato un forte contributo alla formazione dell’Iraq moderno in ogni campo: culturale, sociale, economico e anche giuridico e politico. Ma questo non li ha aiutati quando le gang volevano farli fuori, quando gli arabi iracheni si sono uniti ai nazisti. Alla fine, tutta la comunità è stata costretta a lasciare l’Iraq per trovare rifugio nel neonato Stato d’Israele. Gli ebrei iracheni hanno vissuto per dieci anni in tende e baracche nei campi profughi. Vorrei aggiungere che non sono solo i palestinesi a vivere questa condizione, perché anche gli esuli ebrei purtroppo hanno raggiunto cifre non indifferenti (recenti studi stimano che nel secolo scorso dai soli Paesi arabi e dall’Iran ne furono cacciati 850mila, di cui 135mila dall’Iraq, ndr). Fuggendo dal territorio iracheno hanno lasciato ingenti patrimoni, miliardi di dollari, oro e quant’altro e gli è stato confiscato tutto. I miei genitori, esuli dall’Iran, hanno vissuto per dieci anni nelle baracche in condizioni estreme. Malgrado ciò non si sono lamentati e hanno costruito una casa, se pur modesta, ma da lì hanno posto le fondamenta per cominciare una nuova vita. I palestinesi non hanno agito allo stesso modo e hanno usato i loro profughi per alimentare l’odio contro Israele. Il risultato è che abitano ancora nei campi profughi, mentre gli ebrei sono riusciti a risollevare le loro sorti. Il mondo parla dei profughi palestinesi, ma questi ultimi non possono pensare che siano i Paesi occidentali a risolvere ciò che è nelle loro responsabilità. Hanno rifiutato ogni proposta, anche la più generosa. Potevano fare tanti errori e non pagare per questo, hanno sostenuto Hitler, Saddam Hussein e i Fratelli musulmani. Sono uomini che hanno una dignità, un cervello: al momento delle rimostranze devono far seguire quello dell’impegno proattivo al cambiamento delle proprie vite.  

- La Turchia, sostenitrice della causa palestinese tanto che Erdogan l’ha definita “la nostra linea rossa”, è critica del piano di pace, allineandosi a Teheran. Cosa risponde alle loro critiche?
  La Turchia non ha sostenuto gli accordi, come gli iraniani e i palestinesi. Rappresenta uno Stato molto importante in Medio Oriente, con il quale abbiamo relazioni commerciali molto forti. Sappiamo cosa sta accadendo nel Vicino Oriente, che sta attraversando un cambiamento epocale, che non può essere ignorato. E la Turchia gioca un ruolo in questo processo. Altri Stati, invece, hanno capito la propaganda contro Israele, che non è il problema numero uno in Medio Oriente, ma la soluzione per la stabilità in tanti settori. A cominciare dalla sicurezza, specialmente alla luce del programma egemonico dell’Iran nella regione. Quindi, le monarchie arabe che per tanti anni hanno dato ai palestinesi privilegi diretti, hanno finito poi per cambiare la loro opinione sulla necessità di edificare rapporti normali con Gerusalemme. Io stesso ho avuto il piacere di ospitare l’amico Yussuf Balla, ambasciatore del Marocco in Italia, e ho pensato alle tante radici comuni, compresa quella della comunità di ebrei marocchini presenti a Rabat. Ho pensato, perché per 70 anni non hanno avuto rapporti con Israele? 

- Anche il Sudan, che ora deve affrontare le conseguenze del colpo di Stato, ha firmato l’accordo lo scorso 6 gennaio
  Sì, allora non potevamo pensare a quel che sta accadendo oggi. Vedremo quali saranno gli sviluppi, noi speriamo per il meglio. Se c’è un Paese che intende normalizzare i rapporti con noi, perché no? Noi siamo disponibili. La pace è un vantaggio per tutti. Anche per l’Iraq, saremo lieti di stabilire rapporti di pace e di commercio e sono certo che ci saranno tanti ebrei desiderosi di visitare Baghdad, alla ricerca delle loro radici, me compreso. Questa terra ha dato i natali al primo patriarca, Abramo, ed esistono rapporti storici, lunghi 3000 mila anni.

- Secondo lei, a parte la componente sciita non interessata a questi accordi, perché Baghadad si è rifiutata di incontrare Israele? 
  Ottima domanda, ma deve rivolgerla agli iracheni. Tante volte, specialmente l’élite della società araba di un paese, ha una posizione contraria ad intrattenere relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. L’Iraq può avere rapporti con l’Iran o con Israele, dipende da loro. 

- La vedo dura… Parlando dei palestinesi, ha utilizzato il pronome “loro”. Non crede che questa espressione possa indurre molti a mettere Hamas, Autorità nazionale palestinese e profughi tutti nello stesso calderone?
  In tanti non distinguono Hamas dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). Sono due entità completamente differenti l’una dall’altra, il nome palestinese è in comune anche con gli ebrei che vivevano prima della formazione dello Stato d’Israele nel 1948. “Palestina” è il nome che l’imperatore Adriano diede alla Giudea nel II secolo dopo Cristo, dopo le rivolte degli ebrei contro l’Impero romano. Quanto ad Hamas, è un’organizzazione estremista che ha preso il controllo della Striscia di Gaza nel 2007, ha cacciato l’Autorità palestinese uccidendo decine di poliziotti della stessa Anp, instaurando un regime teocratico come in Iran, non lasciando alcun margine al rispetto delle libertà e dei diritti umani e civili. La invito a leggere lo statuto di Hamas, il manifesto ideologico e politico di questa organizzazione terroristica. Un documento molto importante, perché testimonia la cecità del mondo occidentale di fronte al fenomeno dell’islamismo radicale. Nel documento ci sono due principi centrali: il primo è la dedizione totale volta a distruggere lo Stato ebraico e il secondo incita ad uccidere gli ebrei ovunque si trovino. Da storico, vorrei dire che negli ultimi 100 anni, conosco solo un altro documento, quello scritto in tedesco. Questa è Hamas, che ha preso i suoi cittadini come ostaggi, usando i loro bambini come scudi umani, perché sanno che i soldati israeliani non sparerebbero su di loro. E nell’ultima operazione a Gaza, quella del maggio scorso, Hamas ha lanciato 4000 razzi su Israele e un quarto di questi è piombato sulla Striscia di Gaza, causando molte vittime fra la loro stessa gente. Abbiamo diverse prove video, che ho mostrato al Senato qui a Roma. L’Autorità palestinese è un’altra cosa, distinta da Hamas, ma anche lei ha rifiutato qualsiasi programma. Il nostro ministro degli Esteri, Yair Lapid, ha proposto un piano per la ricostruzione che possiamo definire con la formula “economia per la sicurezza”: proponiamo di ristrutturare la Striscia di Gaza con sistemi elettrici e idrici innovativi, distillatori d’acqua, miglioramento dei servizi sanitari e infrastrutturali. Proponiamo ai cittadini che vivono in quell’area una vita migliore e se Hamas rifiuta, gli abitanti della Striscia sapranno che i terroristi preferiscono uccidere gli ebrei piuttosto che cambiare la loro condizioni sociali. 

- Chi finanzia Hamas?
  L’Iran, che sostiene anche Hezbollah in Libano, Siria e gli sciiti in Iraq. Quando in una regione del Medio Oriente troviamo instabilità, scopriamo anche tracce di Teheran. Il Libano doveva essere un porto sicuro per i cristiani, adesso purtroppo abbiamo tutti gli Stati della mezzaluna sotto influenza sciita e iraniana: vedi l’Iraq, che era sunnita e la Siria, con una minoranza alawita e adesso sotto influenza iraniana sciita. In Libano, come in tutto il Levante, per la prima volta la comunità cristiana si trova nelle condizioni degli ebrei nel medioevo in Europa, perseguitati con metà della popolazione che è fuggita. L’unica comunità cristiana che prospera e vive in pace si trova in Israele, questa è l’amara ironia della storia. 

- A che punto sono i negoziati fra Israele e Libano nella risoluzione della delicata questione delle Zone economiche esclusive?
  Stiamo attenti al passaggio di armi dall’Iran a Hezbollah e alla Siria. Anche questo è un esempio di teatro dell’assurdo in Medio Oriente: Beirut oggi sta attraversando forse una delle peggiori crisi del paese. Non c’è benzina, elettricità, hanno l’opportunità di usare i campi di gas nel Mediterraneo orientale per aiutare i propri cittadini. Israele è disposta a raggiungere un compromesso per il bene della popolazione, ma a bloccare il tavolo dei negoziati è ancora Hezbollah, cioè l’Iran. Il Paese degli ayatollah non intende aiutare Beirut, ma vuole destabilizzare e controllare per circondare Israele. 

- Gli Accordi di Abramo andranno avanti pure con Biden e anzi il segretario di stato Usa Anthony Blinken ha rilanciato, chiedendo ad altri Paesi di riconoscere Israele.
  Questi accordi non dipendono dalla volontà di un singolo leader, ma sono il risultato di un lungo processo e gli Stati arabi moderati che vi hanno aderito, lo hanno fatto in virtù dei vantaggi derivanti dalla collaborazione con il nostro Paese, che si traducono in investimenti, turismo, energia, tecnologia, agricoltura. Gli americani hanno sponsorizzato gli Accordi, che proseguono e forse a breve si aggiungerà un altro Paese. 

- Cosa ci dice dei rapporti con l’Italia?
  Le relazioni fra i nostri Paesi sono profonde e in alcuni casi intime. Ci sono collaborazioni in diversi settori: intelligence, cyber security, acqua, hi-tech. In piena pandemia abbiamo portato una delegazione di medici dall’ospedale Sheba in Piemonte, per promuovere uno scambio di conoscenze e condividere la nostra esperienza nella lotta al Covid con gli amici italiani, cui siamo legati da un forte rapporto d’amicizia e mutuo sostegno. Il nostro augurio è che la solidità di questo legame possa manifestarsi anche nell’arena internazionale. Ogni anno al Palazzo di Vetro assistiamo a votazioni specifiche contro Israele. Le do alcuni dati: negli ultimi sei anni dal 2015, sono state accettate 5 Risoluzioni contro l’Iran, 6 contro la Corea del Nord, 8 sulla Siria, paesi governati da regimi. Nello stesso periodo sono state 112 quelle su Israele, una delle poche democrazie in Medio Oriente. Proprio a breve, il Quarto Comitato dell’Assemblea generale dell’Onu voterà per il rinnovo del mandato di alcuni organi onusiani, la cui unica ragione d’essere è quella di promuovere un’agenda anti-israeliana. Ci auguriamo che l’Italia voti contro queste risoluzioni, che consentono  ai suddetti organi di continuare ad operare senza ostacoli all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Inoltre, auspichiamo che l’Italia si esprima contro i riferimenti a Gerusalemme che, ignorando la connessione storica tra i luoghi sacri e la fede ebraica, omettono il nome ebraico di questi ultimi (“Monte del Tempio”), riportando soltanto quello islamica,  (“al-Haram al-Sharif”). La mia speranza è che si opponga a queste risoluzioni, invertendo l’attuale tendenza. 

- L’ultima decisione delle Nazioni Unite, riguarda l’istituzione di una commissione d’inchiesta volta a far luce sulle presunte violazioni dei diritti umani in Israele, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania prima e dopo il 13 aprile scorso. Cosa si aspetta adesso?
  Quella risoluzione è stata la più dolorosa per noi. L’Italia si è astenuta e da parte nostra l’astensione significa trattare Israele e Hamas allo stesso modo e questo ci rammarica, perché il mio popolo ama l’Italia più di qualsiasi altra nazione in Europa.

- Desidera lanciare un appello al nostro governo?
  Abbiamo parlato con loro, questo è un fatto che va chiarito fra famiglie, perché Italia e Israele sono come fratelli. La sicurezza del vostro Paese ci sta a cuore e se c’è un pericolo incombente, noi lo segnaliamo.

(Diggita, 15 novembre 2021)


Israele lancia “Scorpius”: nuova famiglia di sistemi difensivi da guerra elettronica

di David Di Segni

La Israel Aerospace Industries (IAI) ha presentato “Scorpius”, la famiglia dei nuovi sistemi da guerra elettronica (EW) in grado di combattere minacce come UAV, navi, missili e sistemi radar. Capace di scansionare l'intera area circostante alla ricerca di bersagli e di interrompere efficacemente il funzionamento dei sistemi elettromagnetici, il sistema ha una sensibilità del ricevitore e una potenza di trasmissione senza precedenti.
  Come riporta il Jpost, la famiglia Scorpius è composta da cinque sistemi: G (terra), N (navale), SP (aria - autoprotezione), SJ (aria - dissuasore) e T (allenamento). Ognuno di questi ha una funzione specifica nel settore di riferimento. Quello da terra, ad esempio, viene utilizzato per rilevare ed interrompere le minacce terrestri ed aeree: è un sistema di difesa aerea "soft-kill" che crea una cupola elettronica di protezione sopra un'ampia area. Lo Scorpius N, invece, difende le navi da minacce avanzate, mentre quello SP è un pod di autoprotezione per aerei da combattimento.
  "Il moderno campo di battaglia dipende dal dominio elettromagnetico per il rilevamento, le comunicazioni e la navigazione - ha detto Adi Dulberg, direttore generale della Divisione Intelligence della IAI - La nuova tecnologia, sviluppata dai talentuosi ingegneri della IAI, fornisce capacità rivoluzionarie al mondo per la difesa elettronica e la distruzione dei sistemi nemici".

(Shalom, 14 novembre 2021)


Iran - Cyber attacco contro Israele per umiliare gli Lgbtq

di Karimamoual

Anche nella moderna guerra cibernetica tra Israele e Iran, sembrano proprio i civili a dover pagare il prezzo più alto. Senza far scorrere una goccia di sangue, quel che è ormai lo strumento per eccellenza per colpire uno Stato nemico - il cyberattacco - si è diretto stavolta sui dati dei cittadini Lgbtq. L'ultimo colpo è stato sferrato nell'ultima settimana da un gruppo di hacker iraniani che si fa chiamare "Black Shadow": si è infiltrato nei server del sito di hosting on line Cyberserve, prima di diffondere dati da una piattaforma di incontri LGBTQ.
  «Sessantanove anni, ben portati per la mia età», scrive un utente, pensando di essere al sicuro. E come questo tanti altri messaggi, alcuni anche più personali, quelli dei centinaia di iscritti a "Atraf', sono finiti sulla pubblica piazza digitale: nomi, numeri di telefono, password, orientamento sessuale, in qualche caso informazioni sanitarie riservate. I dati, da quello che riferiscono i giornali israeliani, sono stati rubati da un'entità sconosciuta che chiedeva un riscatto di un milione di dollari come prezzo da pagare perché non fossero divulgati. Dopo 48 ore dall'ultimatum degli hacker, in assenza di pagamento, hanno provveduto alla pubblicazione di una parte di questi dati.
  Insomma, la guerra cibernetica tra Iran e Israele si fa sempre più infida e spietata. Era cominciata nel 2010 con l'attacco a un sito di arricchimento nucleare iraniano di Stuxnet, virus informatico prodotto da una collaborazione israelo-americana, che ha inaugurato un ciclo di attentati e contrattacchi tra i due Paesi. Ma, mentre gli apparati statali di sicurezza militare hanno perfezionato i loro sistemi di difesa nel corso degli anni, le popolazioni civili invece, si trovano sempre più scaraventate in prima linea, senza gli strumenti per difendersi.
  Questi attacchi informatici cercano di inviare messaggi politici umiliando le popolazioni dei paesi nemici. Non tutti sono necessariamente collegati all'intelligence iraniana e israeliana. Alcuni potrebbero essere stati commessi da gruppi isolati, forse a volte contrari al proprio governo. Ma l'eccezione non invalida la regola: gli specialisti ritengono che gli hacker inviati dalle Guardie rivoluzionarie iraniane, dal Ministero dell'intelligence iraniano o dal Mossad israeliano abbiano effettivamente cercato in più occasioni di seminare discordia nell'altro campo, a volte rivendicandolo. Operazioni non sanguinose come quelle della guerra convenzionale, ma altrettanto devastanti.

(Specchio, 14 novembre 2021)


La manifestazione antisemita in Polonia al grido di «Morte agli ebrei»

Il governo israeliano: «Inorridito»

«Morte agli ebrei», ma anche «No a Polin (Polonia in ebraico, ndr), sì a Polska (Polonia in polacco, ndr)»”. Sono alcuni degli slogan che sono stati ripetuti a gran voce dai partecipanti alla manifestazione di estrema destra organizzata giovedì scorso, 11 novembre, in Polonia, dai forti accenti antisemiti. Un evento per il quale il ministro degli esteri Yair Lapid – figlio di un ebreo sopravvissuto alla Shoah – si è detto «inorridito». E ha chiesto alle autorità di Varsavia (che già hanno condannato l’episodio) di agire attivamente contro gli organizzatori. Per celebrare la Giornata nazionale dell’Indipendenza durante il raduno è stata data alle fiamme una copia dello “Statuto di Kalisz” con cui otto secoli fa fu regolarizzata la presenza ebraica in Polonia.
  Episodi come questi, come spiega Haaretz, sono esacerbati dalle crescenti tensioni tra Israele, Polonia e la comunità ebraica polacca per l’approvazione di una legge del 2018 che limita la possibilità di richieste di restituzione per le proprietà rubate agli ebrei dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e nazionalizzate dai comunisti del Dopoguerra. Una legge molto criticata da Israele, e che ha spinto entrambi i paesi a richiamare i rispettivi ambasciatori.
  Il giornale ha poi raccontato che condanne per l’episodio sono giunte dai ministri polacchi degli esteri e degli interni. Yari Lapid, ministro degli Esteri israeliano, ha sollecitato il governo polacco ad agire «senza compromessi contro quanti hanno preso parte a questa sconvolgente manifestazione di odio».

(Open, 14 novembre 2021)


Una panoramica sull’antisemitismo, report della FRA

di Gianmarco Pisa

È stato pubblicato lo scorso 9 novembre l’importante report della Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali avente ad oggetto «Antisemitismo: panoramica degli incidenti di natura antisemita riportati nell’Unione Europea nel periodo 2010-2020» (Antisemitism: Overview of antisemitic incidents recorded in the European Union 2010-2020), messo a disposizione, online sul sito dell’Agenzia, per gli attori pubblici e, più complessivamente, l’opinione pubblica. Come viene indicato sin nella breve presentazione del documento, nella consapevolezza che «incidenti di natura antisemita e crimini di odio costituiscono violazione dei diritti fondamentali, in particolare il diritto alla dignità umana, il diritto alla parità di trattamento e, chiaramente, la libertà di coscienza, di pensiero e di religione», il rapporto interviene a fornire un «quadro generale dei dati disponibili sull’antisemitismo così come registrati da fonti ufficiali e non ufficiali negli Stati UE più Serbia, Albania e Macedonia del Nord». Tale panoramica lo rende interessante, non solo per l’aggiornamento che fornisce, ma anche per lo sguardo che getta in ottica europea complessiva, non limitata quindi al quadro UE.
  Sin nella premessa il documento illustra, infatti, alcuni risultati dell’indagine. In primo luogo, «l’ancora inadeguata registrazione dei casi di crimini di odio, compresi quelli di natura antisemita, insieme con la reticenza delle vittime a segnalare alle autorità tali casi, contribuisce ad una ampia sottostima della portata, della natura e delle caratteristiche dell’antisemitismo all’interno dell’Unione Europea» (p. 5). Né la situazione internazionale legata alla diffusione della pandemia da coronavirus ha mancato di determinare impatti sul fenomeno, se è vero che «nel corso della pandemia, la narrazione antisemita ha ripreso vigore, e nuovi miti antisemiti e teorie cospirative, che ad esempio incolpano gli ebrei per la diffusione della pandemia, sono venute emergendo» (p. 8). Il rafforzamento della cornice di diritto è, ovviamente, solo uno degli aspetti della questione: a tal proposito, il rapporto passa in rassegna gli strumenti di diritto volti alla prevenzione e al contrasto delle emergenze antisemite, con specifico riferimento alla Direttiva sulla non-discriminazione (2000/43/EC), alla Direttiva sui diritti delle vittime (2012/29/EU), nonché la Decisione Quadro del Consiglio (2008/913/JHA) del 28 Novembre 2008 per il contrasto a forme ed espressioni di razzismo e xenofobia.
  La raccolta dei dati, nella quale il rapporto propriamente si cimenta, è un altro degli aspetti importanti della questione, sia nel senso di mettere a disposizione degli attori pubblici una panoramica aggiornata in senso qualitativo e quantitativo a supporto della progettazione e delle misure di intervento, sia nel senso di fornire uno strumento di conoscenza e sensibilizzazione delle opinioni pubbliche. Esplorando, in particolare, i dati sulla diffusione di tali casi e fenomeni di natura antisemita, Paese per Paese, emergono una serie di aspetti. Ad esempio, in Germania (p. 45), Paese dove non è bassa l’attenzione nei confronti del fenomeno, «le forze dell’ordine hanno registrato, nel 2020, ben 2.351 reati a sfondo politico con motivazione di natura antisemita; si tratta del numero più alto registrato nell’intero periodo 2010-2020 e corrisponde al quinto anno consecutivo in cui si verifica un incremento nel numero dei casi registrati di reati di natura antisemita». In generale (p. 47), «la tendenza complessiva nel periodo 2010-2020 mostra un incremento negli episodi registrati di violenza con motivazione antisemita». Tendenza analoga, seppure con specifiche differenze anno per anno, si registra, del resto, anche nel nostro Paese, in Italia, dove gli episodi registrati di crimini di natura antisemita sono passati da 16 nel 2010, a 68 nel 2014, a 56 nel 2018, a 101 nel 2020, sulla base dei dati forniti dalle forze di sicurezza e dall’Osservatorio per la Sicurezza contro gli Atti di Discriminazione (OSCAD). Secondo tale riscontro, «nel 2020 … sono riportati … 30 crimini legati alla diffusione dell’antisemitismo online».
  La diffusione dell’antisemitismo in Europa resta, quindi, un fattore preoccupante, non solo perché allude alla diffusione e alla moltiplicazione di casi di discriminazione e di violazione dei diritti umani, ma anche perché spesso risulta legata alla crescita di pulsioni o di organizzazioni di ispirazione nazionalista, fascista o neo-fascista nel corpo della società. È spesso una spia non solo della manifestazione e della diffusione di forme specifiche di razzismo e di discriminazione, ma anche dell’avanzata di miti e stereotipi, di pseudo-culture e residui fascisti presenti nelle società. Nel richiamare, pertanto, le misure da intraprendere per contrastare la diffusione del fenomeno (p. 82), il rapporto richiama, in particolare, la Dichiarazione del Consiglio dell’Unione Europea del 6 dicembre 2018 per il contrasto dell’antisemitismo e l’adozione di un approccio comune tra i Paesi Membri UE, nonché la recentissima (5 ottobre 2021) Strategia UE, presentata dalla Commissione Europea, di contrasto dell’antisemitismo, assunta, peraltro, anche alla luce del fatto che in generale, nell’Unione Europea, il 90% degli ebrei ritiene che l’antisemitismo sia aumentato nel proprio Paese e che l’85% lo considera un problema grave.
  Al netto di misure più specifiche – o iniziative più controverse, come quella legata all’adozione della definizione internazionale dell’IHRA – tre sono i nuclei di questo approccio condiviso: prevenire e contrastare tutte le forme di antisemitismo; assicurare protezione e sviluppo della vita ebraica in Europa, al fine di garantire piena partecipazione dei cittadini ebrei alla vita nei singoli Paesi e in Europa; sviluppare istruzione, ricerca, memoria della Shoah. Non è un caso che il report sia stato pubblicato nella data simbolica del 9 Novembre: a 83 anni dalla Notte dei Cristalli (Kristallnacht), l’ondata di pogrom e devastazione del 9 novembre 1938, quando i nazisti distrussero centinaia di sinagoghe, uffici e negozi ebraici in Germania, in Austria e in parti della Cecoslovacchia. Un modo ulteriore per ricordare che, per l’appunto, «l’antisemitismo non è un retaggio del passato».

(Pressenza, 14 novembre 2021)


Selfie al palazzo di Erdogan, arrestata coppia di israeliani: «Non sono turisti ma spie»

Altro che turisti, sono spie. Con questa motivazione una coppia israeliana sposata, entrambi autisti di bus per lavoro, è stata arrestata venerdì con l'accusa di «spionaggio politico e militare» dopo avere scattato foto della residenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Istanbul. Un caso che rischia di incrinare ulteriormente le relazioni tra i due Paesi.
  È l'agenzia di stampa ufficiale turca, Anadolu, a riportare la notizia aggiungendo che insieme a marito e moglie è stato arrestato anche un cittadino turco. L'arresto da parte della polizia è avvenuto a seguito di una soffiata da parte di un impiegato che lavora nella torre radio televisiva Camlica nel lato asiatico di Istanbul. L'impiegato sostiene che la coppia abbia scattato foto della vicina residenza di Erdogan dal ristorante della torre questa settimana, anche se il palazzo non è più da tempo la residenza ufficiale del presidente ma un museo. Un museo che non si può fotografare, però. Il giudice non li ha lasciati andare ed ha prolungato la custodia per altri venti giorni perché i due avrebbero documentato anche i posti di blocco intorno al palazzo. Informazioni che, si sospetta, avrebbero girato a terzi.
  Il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha negato che la coppia lavori per una «agenzia israeliana». Il suo dipartimento è in regolare contatto con i due e sta provando a organizzare il loro rilascio. Il quotidiano israeliano Haaretz identifica la coppia come Natalie e Mordi Oknin. Citando i loro avvocati, scrive che hanno scattato foto del palazzo Dolmabahce di era ottomana mentre erano su un traghetto. Alcune parti dell'edificio, che si trova sul lato europeo della città, vengono usate come ufficio di lavoro del presidente.

(il Giornale, 14 novembre 2021)


Italia-Israele - Manfredi: alimentare l'amicizia fra popoli

NAPOLI - "Ci sarà un forte impegno della comunità napoletana e della città che rappresento per far sì che i rapporti di amicizia siano ulteriormente stimolati e rafforzati. Dobbiamo sempre alimentare l'amicizia tra i popoli per sconfiggere i semi dell'intolleranza che ogni tanto riemergono nei comportamenti e nelle azioni di alcuni". Lo ha detto il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, intervenuto ai lavori di apertura del XXXII Congresso nazionale della Federazione Italia Israele in corso di svolgimento a Napoli a cui partecipa anche l'ambasciatore dello Stato d'Israele in Italia, Dror Eydar. Manfredi ha sottolineato che aver scelto la città di Napoli per questo appuntamento ''sottolinea ancora una volta il legame storico, profondo e solido che c'è tra la comunità ebraica e la nostra città dal punto di vista culturale, sociale ed economico".
  "Penso - ha aggiunto il primo cittadino - che in questo momento molto particolare a livello globale in cui sempre di più stiamo attraversando una fase di trasformazione, anche accelerata dagli effetti della pandemia, abbiamo la necessità di rafforzare rapporti solidi tra gli Stati che hanno sempre messo dalla loro parte il tema della democrazia, dello sviluppo e della crescita e pertanto ritengo che Napoli possa rappresentare un luogo dove la cooperazione italo-israeliana possa essere continuamente rafforzata dal punto di vista della crescita, della cultura, della ricerca per lo sviluppo soprattutto attraverso le nuove tecnologie e loro applicazione''.
  Proprio sul fronte della ricerca, il sindaco Manfredi ha evidenziato quanto sia ''salda'' la cooperazione tra il sistema della ricerca napoletano e campano e il sistema israeliano che ''potrà essere ulteriormente rafforzata anche in virtù di tanti nuovi progetti che dovranno partire tra il grande progetto dell'applicazione della tecnologia all'agricoltura con l'istituzione a Napoli del Centro nazionale''.

(ANSA, 14 novembre 2021)


Mantova - Trovato l'accordo sul cimitero ebraico. Adesso si riparte per tutelare l'area

Rivisto tutto il progetto relativo alla zona di San Nicolò. Il rabbino Kalmanowitz referente tecnico della comunità

di Sandro Mortari

MANTOVA - Dopo la lunga disputa con la parte ultra-ortodossa della comunità ebraica sulle sorti dell'antico cimitero, riparte il progetto di Mantova hub. Sul tavolo due fatti importanti hanno risolto, si spera definitivamente, la contrapposizione tra il Comune, intenzionato ad andare avanti con il suo progetto di rigenerazione urbana dell'area di San Nicolò, e i rabbini, che puntavano a tutti i costi ad una salvaguardia del suolo sacro. Il primo fatto è la variante al progetto di San Nicolò che implica la rinuncia ai soppalchi in quattro capannoni su cinque e, quindi, la necessità di spostare alcune funzioni sempre nel perimetro del piano, ma in altri spazi. «È il motivo - spiega l'assessore all'urbanistica Andrea Murari - per cui proponiamo al consiglio comunale l'acquisizione della parte di ex ceramica adiacente alla nuova scuola».
  L'altro fatto importante è la convenzione siglata tra il Comune e Palazzo Chigi per l'utilizzo dei 6,5 milioni erogati dallo Stato e destinati alla tutela dell'antico cimitero ebraico. La variante progettuale relativa a San Nicolò si basa su alcune linee guida condivise, «che sono frutto - dice Murari - di un lavoro a quattro mani sottoscritto dall'architetto Corvino, progettista di Mantova hub, e dal referente tecnico del mondo ebraico, il rabbino Kalmanowitz. È la base, a mio avviso, di un ottimo accordo che era stato sollecitato anche dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, e che permette il recupero dell'area, nel rispetto della regola religiosa. Uno sforzo - precisa l'assessore - che ha richiesto uno slittamento dei tempi del cantiere e un significativo aumento dei costi. Credo, però, che ne valesse la pena, e che ci siano ora i presupposti per un progetto migliore del precedente». Con la variante al piano della società Vecchia Ceramica, già adottata dalla giunta, è stata anche tolta l'edificabilità a quella porzione dell'antico cimitero che è fuori da San Nicolò e che sfiora l'area della scuola, dove, durante gli scavi, furono fatti alcuni importanti ritrovamenti archeologici.Le linee guide che hanno ispirato il nuovo progetto modifica l'accordo raggiunto con l'Ucei nel 2018. L'idea portante è quella di non interferire con il suolo dell'antico cimitero. «Non verrà realizzato nulla di nuovo - dice Murari - ma solo recuperato l'esistente, e cioè i cinque capannoni, la polveriera e la casa del custode.
  Il recupero degli edifici che insistono sull'area cimiteriale avverrà senza intervenire sulle fondazioni con tecniche invasive per il suolo. Al contrario, sia l'interno dei capannoni che le strade saranno rialzate dal piano del suolo attuale, in modo da determinare una netta separazione. Inoltre, le aree esterne ai capannoni, nel perimetro del cimitero, saranno recintate e non si potranno calpestare. Altri dettagli saranno oggetto di successive progettazioni, i cui tempi - assicura l'assessore - saranno strettissimi per rispettare gli impegni presi con la Presidenza del Consiglio».
  Un punto importante su cui insiste Murari è la condivisione, da parte dei rabbini ultra-ortodossi e dell'Unione delle comunità ebraiche, delle nuove linee guida per la tutela del cimitero: «Stiamo lavorando tutti insieme per ottenere lo stesso obiettivo. Continueremo a condividere i prossimi fondamentali passaggi progettuali, sui quali, non va mai dimenticato, è determinante anche il punto di vista della Soprintendenza, visto che si tratta di un'area vincolata e dal grande valore storico».

(Gazzetta di Mantova, 14 novembre 2021)



La schiavitù della paura della morte

di Marcello Cicchese

    Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure [Gesù] vi ha similmente partecipato, per annientare con la sua morte colui che aveva il potere della morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dalla paura della morte erano per tutta la vita soggetti a schiavitù (Ebrei 2:14-15).

Nel libro della Genesi, dopo aver dato all'uomo l'ordine di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, Dio conclude: "perché nel giorno che ne mangerai, di morte tu morrai" (Genesi 2:17). Così si potrebbe tradurre letteralmente quello che di solito viene tradotto con un "certamente morrai". E' nell'uso biblico accentuare il significato di una parola ripetendo due volte la radice di un termine in accezioni diverse; mot tamut (מות תמות), così suona il secco avvertimento di Dio, che ai nostri orecchi  ricorda un po' il tedesco kaput.  
  Poco dopo il verbo creare, nella Bibbia compare dunque il verbo morire. E poco più avanti compare il verbo temere, che in italiano in certi casi viene tradotto più efficacemente con avere paura. Nelle traduzioni italiane dunque il termine paura compare per la prima volta in bocca ad Adamo, che dopo aver peccato dice a Dio: "Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura" (Genesi 3:10).  
  Sta dunque qui l'origine della paura: la voce di Dio. Quella voce ricorda ad Adamo quello che poco prima aveva sentito dalla stessa voce: "Nel giorno che ne mangerai, di morte tu morrai". La sua paura è la sgradevole sensazione provocata dall'attesa del compiersi di quella parola di Dio, che da avvertimento si è trasformata in giudizio.  
  Si dirà che le paure sono di tanti tipi ed hanno le cause più diverse; per noi questo adesso è vero, ma l'origine è sempre la stessa: paura della morte, come compimento del giudizio di Dio.
  E' questo il motivo per cui  l'illuminato uomo occidentale si oppone così tenacemente alla permanenza in ogni legislazione della condanna a morte: perché non sopporta l'idea che la morte possa essere intesa come giudizio per il peccato. Secondo lui la morte è un triste destino o uno spiacevole incidente  che si deve cercare in tutti i modi di allontanare o evitare, ma mai e poi mai una morte deve essere intesa come condanna per il peccato. E se Dio lo fa, se ne deduce che noi uomini siamo più buoni di Dio.
  "Che cos'è la morte?" ha chiesto una volta un predicatore a un funerale; e ha dato la risposta biblica: è l'esecuzione di una sentenza. "L'anima che pecca, quella morrà" (Ezechiele 18:20).
  Va detto allora, e sottolineato, che il tema centrale della fede e della predicazione cristiana ruota intorno alla morte, e che al suo centro si trova la morte di Gesù Cristo. E’ questo che si sottolinea nel passaggio della lettera agli Ebrei citato all'inizio, dove il termine morte compare ben tre volte.  
  I due gesti fondamentali con cui i credenti in Cristo esprimono pubblicamente la loro fede,  Battesimo e Cena del Signore, fanno riferimento esplicito alla morte:

    “O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita” (Romani 6:3,4).

    “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».” (1 Corinzi 11:26).

Il messaggio cristiano consiste proprio nell'annuncio  della buona notizia che il problema della morte è stato risolto con la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Nella spiegazione di questo fatto e delle sue conseguenze consiste tutta la predicazione cristiana agli increduli e l'insegnamento ai credenti.  
  In questa sede ci limiteremo ad esaminare le possibilità del diavolo in relazione alla morte. 
  Dopo l'originaria caduta dell'uomo e prima di Cristo, il diavolo aveva il potere della morte (Ebrei 2:14) perché con il suo peccato Adamo ha dato autorità alla parola del diavolo in opposizione a quella di Dio. Il diavolo poteva dunque rivolgersi a Dio e fargli giuridicamente osservare che l'uomo ha scelto di ascoltare lui, quindi deve restare sotto il suo potere. La decisione definitiva sul morire e vivere di ogni uomo resta comunque nelle mani di Dio, perché sta scritto che "L'Eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nello Sceol e ne fa risalire"  (1Samuele 2:6), ma Satana mantiene un  potere sugli uomini che come lui permangono nella ribellione a Dio, e può contrattare col Signore la possibilità di colpire con la morte coloro che sono sotto la sua autorità. E Dio può concederglielo, se lo ritiene opportuno per i Suoi piani. Un esempio si trova nel libro di Giobbe, quando Dio concede a Satana il potere di far morire tutti i suoi figli (Giobbe, cap. 1).  
  Dio può addirittura usare spiriti satanici per far morire qualcuno:

    «Allora Micaia disse: «Perciò ascoltate la parola dell'Eterno. Io ho visto l'Eterno assiso sul suo trono, mentre tutto l'esercito celeste stava alla sua destra e alla sua sinistra.  L'Eterno disse: "Chi sedurrà Acab, re d'Israele, perché salga contro Ramot di Galaad e vi perisca?". Chi rispose in un modo e chi in un altro. Allora si fece avanti uno spirito che si presentò davanti all'Eterno e disse: "Lo sedurrò io". L'Eterno gli disse: "In che modo?". Egli rispose: "Io uscirò e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti". L'Eterno gli disse: "Sì, riuscirai  a sedurlo; va' e fa' così". Ecco dunque, l'Eterno ha posto uno spirito di menzogna in bocca a questi tuoi profeti, ma l'Eterno pronuncia sciagura contro di te» (2 Cronache, 18:18-22).

Quando il diavolo dice a Gesù nel deserto: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni; perché essa mi è stata data, e la do a chi voglio» (Luca 4:6), dice una mezza verità,  perché Gesù stesso lo riconosce come "il principe di questo mondo" (Giovanni 12:31, 14:30, 16:11), ma dice anche che "il principe di questo mondo è stato giudicato". Però, fino al compimento della sua piena disfatta, che condurrà al suo confinamento eterno nello stagno di fuoco (Apocalisse 20:10), al diavolo è permesso ancora di colpire l'uomo in vari modi, anche mortali.
  In conclusione si può dire che Satana mantiene un ampio potere su tutti coloro che glielo permettono, consapevoli o no. L'unico modo per sottrarsi a questo dominio è porsi sotto le ali della chioccia Gesù, accogliendo il suo invito al pentimento e alla fede. Al di fuori di questa possibilità, nessuno s'illuda di poter resistere alle pressioni e agli adescamenti di Satana. E' lui che usando il suo potere di morte può spingere l'uomo a decidere di porre fine alla sua esistenza con un colpo di pistola alla tempia o con la "libera scelta" di invitare medici disponibili a praticare quella particolare forma di omicidio consenziente che si chiama suicidio assistito o eutanasia. E' un potere che Dio  concede ancora oggi a Satana, il quale certamente vorrà usarlo fino all'ultimo istante che gli sarà concesso. 
  Il desiderio più grande del diavolo però non è  di far morire le persone, e neppure di mandarle all'inferno, anche perché vede che all'inferno le persone ci vanno da sole senza problemi. Più che all'eternità, che non gli riserva grandi soddisfazioni (lo sa, perché anche lui conosce la Bibbia), Satana è fortemente interessato alla gestione del presente, alle cose di "questo secolo", alla politica insomma, nel senso più ampio del termine: vuole sfruttare fino in fondo il tempo che gli resta nel tentativo di ottenere quello che aveva chiesto a Gesù: essere adorato.

    «Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori» (Matteo 4:8,9).

L'adorazione richiede un popolo che si prostra davanti al sovrano e lo innalza come un dio.  Per ottenere questo a livello mondiale Satana sa che bisogna lavorare su popoli, nazioni e governi; in altre parole, bisogna fare politica. E nessuno, fra le creature, sa farlo meglio di lui. 
  I metodi usati dal principe di questo mondo sono sostanzialmente di due tipi: seduzione e paura, che corrispondono a due movimenti: attrazione e repulsione, abilmente alternati. 
  Tutto comincia nell'Eden. La seduzione prodotta dalle parole del serpente produce attrazione: "la donna vide che il frutto dell'albero era buono a mangiarsi, che era bello a vedere, e che l'albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito che era con lei, ed egli ne mangiò" (Genesi 3:6). A ciò segue nell'uomo la paura che produce repulsione della presenza di Dio: "... ho avuto paura... e mi sono nascosto" (Genesi 3:10). Da quel momento la paura, che nella sua essenza è paura del giudizio di Dio, è stata assunta da Satana come strumento di dominio sugli uomini.
  Dopo il diluvio, nel patto con Noè, Dio ha previsto la costituzione di autorità umane a cui concedere deleghe condizionate di potere in forma di governo e punizione. Questo implica un ineliminabile e salutare elemento di paura nei governati.  Lo spiega bene l'apostolo Paolo nel noto capitolo 13 della sua lettera ai Romani:

  1. Ogni persona sia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono stabilite da Dio. 
  2. Perciò chi resiste all'autorità si oppone all'ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; 
  3. infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l'autorità? Fa' il bene e avrai la sua approvazione, 
  4. perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. 
  5. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza.
  6. E' anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. 
  7. Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l'imposta a chi è dovuta l'imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l'onore a chi l'onore.

Si può dire allora che la Scrittura nella sua totalità si oppone a ogni forma di anarchismo "spirituale" che in nome di Dio contesta l'esistenza stessa di un'istituzione che ponga limiti alla volontà del singolo o di una comunità. Ma poiché si parla di "ministri di Dio", è ovvio che sarà la mia comprensione di chi è Dio a determinare la misura in cui sono disposto, o devo essere pronto, a sottomettermi all'autorità. E naturalmente dovrò risponderne alla mia coscienza  e a Dio.
  Poiché Dio delega parte della sua autorità a istituzioni gestite da uomini, e poiché gli uomini si trovano ancora sotto il potere del principe di questo mondo, è chiaro che le autorità umane sono sempre sotto il tiro di Satana, il quale cerca continuamente di agire su di loro per i suoi fini, con i suoi metodi di seduzione e paura, usando armi di inganno e menzogna. Soffermiamoci su uno dei due suoi metodi di azione preferiti: la paura.
  Dicendo che "il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene" Paolo presenta il quadro entro cui Dio vuole che si svolga la vita sociale tra gli uomini, senza entrare nella discussione, comunque inevitabile, di come si deve agire quando questa autorità non si comporta come ministro di Dio, ma piuttosto come strumento di Satana. Il testo dice che bisogna essere sottomessi "anche per motivo di coscienza", e la coscienza non può essere consegnata come un pacco sigillato nelle mani dell'autorità. Fare questo non significa ubbidire all'ordine di Dio. 
   L'autorità deve lodare chi fa il bene e punire chi fa il male, ma poiché è un ministro di Dio, il senso ultimo di quello che significano bene e male resta nelle mani di Dio, non del ministro. Bisogna dunque chiedersi qual è l'interpretazione che di fatto sta facendo il ministro umano della volontà di Dio. Per un credente in Cristo quindi non è soltanto lecito, ma doveroso interessarsi di quello che avviene nel campo della politica. E non soltanto quando si tratta di sale di culto o di tasse.
  Non bisogna avere paura dell'autorità, ma temere Dio. Non rientra tra i mandati concessi all'autorità quello di infondere paura nei cittadini e di usarla come strumento di governo. L'autorità ha il compito di organizzare la vita sociale per il bene di tutti; soltanto i trasgressori devono aspettarsi di avere paura. Lo dice chiaramente Paolo: "Non vuoi temere l'autorità? Fa' il bene e avrai la sua approvazione... ma se fai il male, temi".
  Nell'ordine voluto da Dio, ma anche in un sano ordinamento democratico, l'autorità umana non può usare l'intimidazione come sistematico strumento di governo. Quando questo accade, vuol dire che l'autorità umana è entrata nella sfera del diabolico, che è caratteristico dei regimi tirannici. Satana ambisce ad inserirsi nelle autorità riconosciute istituzionalmente da Dio per sostituirsi ad esse o agire surrettiziamente attraverso di loro per svolgere la sua azione  su popoli e nazioni. E il suo strumento preferito è, appunto, la paura. Una paura che compare all'inizio e alla fine del percorso di governo, passando attraverso forme di inganno e seduzione, con il risultato di tenere tutti in posizione di schiavitù. 
  L'esempio più evidente della recente storia è il regime nazista. Sintetica e significativa è la risposta che diede Hermann Göring nel processo di Norimberga a chi gli chiedeva come avessero fatto i nazisti a sottomettersi il popolo tedesco: "L’unica cosa che devi fare per rendere schiave le persone è impaurirle. Se riesci a trovare un modo per impaurire le persone, puoi fargli fare quello che vuoi".
  Qualcosa di simile sta avvenendo oggi in Italia. La paura della morte provocata dal diffondersi della pandemia è stata afferrata dall'autorità e usata come minaccioso strumento per costringere i cittadini a sottomettersi alla volontà di chi governa. E' stata proprio la paura della morte  ad essere agitata per costringere i cittadini.

    «L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire. Non ti vaccini: ti ammali, muori. Oppure, fai morire. Non ti vaccini: ti ammali, contagi, lui, lei, muore».


Sono  parole di un capo di governo, mai smentite anche dopo che ne è stata dimostrata la falsità. Perché la paura della morte deve continuare a mantenere il suo effetto sui cittadini, e nella tattica di Satana il supporto migliore alla paura è la menzogna. 
  La paura della morte è stata alimentata non soltanto con le parole, ma anche con l'imposizione di norme che se non osservate possono condurre alla morte. Minacciare di far perdere lo stipendio a qualcuno che magari ha solo quello per vivere, significa infondere in lui la paura di morire di fame. E anche se questo non dovesse avvenire, in ogni caso l'effetto è raggiunto, perché il governo non minaccia di mettere a morte i trasgressori, lascia soltanto che la paura della morte si impadronisca dei cittadini e li induca a sottomettersi "spontaneamente" agli ordini dell'autorità. 
  Tutto questo non fa sorgere il dubbio che questa autorità umana, con il suo minaccioso maneggiare questioni di vita e di morte, si stia muovendo come se fosse Dio? Come si permette un capo di governo, che è soltanto un uomo, di dichiarare in forma apodittica e pubblica a un generico cittadino: "Non ti vaccini, ti ammali, muori"? E' un'affermazione gravissima, che in altre circostanze sarebbe bastata per far dire che chi parla così non è adatto a guidare una nazione. Ma si può anche pensare che il Signore abbia voluto che la cosa si scoprisse, affinché ciascuno si regoli e stia in guardia.
  Ripetiamo allora la citazione che sta all'inizio dell'articolo:
    Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure [Gesù] vi ha similmente partecipato, per annientare con la sua morte colui che aveva il potere della morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dalla paura della morte erano per tutta la vita soggetti a schiavitù (Ebrei 2:14-15).
La paura della morte è un'arma con cui il diavolo vuole tenere gli uomini "per tutta la vita soggetti a schiavitù". Chi usa quest'arma per tenere sottomessi gli uomini, quali che siano le sue sbandierate buone intenzioni, è uno strumento di Satana. Gesù con la sua morte ha annientato colui che aveva il potere della morte, cioè il diavolo, e chi crede in Gesù non è liberato soltanto dal potere della morte che conduce alla perdizione eterna, ma anche dalla schiavitù della paura della morte che incatena gli uomini per tutto il tempo della loro vita. Chi crede in Gesù morto per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione può convivere con una simile schiavitù?
  Nella presente situazione di mondiale insicurezza e paura cronica, il credente in Cristo che vuole testimoniare al mondo la sua fede ha come primo compito quello di manifestare concretamente, nelle sue scelte, di essere stato liberato dalla schiavitù della paura della morte. Può essere maltrattato, ma non ricattato.  
  E per quanto riguarda il contrastato tema della vaccinazione e di ciò che ne consegue, ciascuno può e deve fare la sua scelta responsabile; e portarne le conseguenze. Può sembrare che la scelta sia soltanto di ordine pratico, sanitario, e per questo non determinante sul piano spirituale. Ma è proprio così? Se così non è, se al di là delle stesse attuali intenzioni dei governanti lo scopo ultimo dell'Avversario è quello di abituare gli uomini a vivere sotto ricatto, le richieste delle autorità potrebbero diventare presto molto più pesanti. E la scelta più difficile.
  Si può comunque dire con certezza che nessuna scelta è cristianamente difendibile se è frutto di paura della morte, sia in senso fisico come malattia, sia in senso sociale come perdita di beni e sicurezze, perché questo significa permanere in uno stato di schiavitù indegno del nome di  Cristo di cui ci si professa discepoli.
    Cristo ci ha affrancati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù” (Galati 5:1).

(Notizie su Israele, 13 novembre 2021)

 

Israele, startup offre soldi digitali ai volontari che raccolgono rifiuti

Ricompensa in cleancoin da spendere per acquisti

di Maicol Mercuriali 

Guadagnare raccogliendo rifiuti, semplicemente buttando nel bidone una cartaccia abbandonata per strada. Senso civico, rispetto per gli spazi comuni e per l'ambiente, in Israele saranno premiati: ogni buona azione, documentata con lo smartphone, sarà ricompensata con clean coin, valuta virtuale lanciata dall'omonima startup israeliana che si è inventata questo sistema. 
  La moneta digitale clean coin si accumula in un portafoglio virtuale e può essere spesa per acquistare merci e servizi fisici messi a disposizione dai marchi partner dell'iniziativa. Inoltre, come ha riportato l'Agenzia France Presse, presto si potrà fare anche la spesa con i Clean Coin, e dunque, sistemare la spazzatura abbandonata dagli incivili sarà davvero conveniente.Può capitare di vedere un rifiuto abbandonato mentre si è in auto o in bici, o quando si è impossibilitati a raccoglierlo. In questi casi gli utenti possono segnalare la sua presenza sull'App, così altre persone sanno dove entrare in azione. 
  «Ogni punto nero sulla mappa rappresenta una zona segnalata da un utente per la presenza di rifiuti», ha detto Adam Han, 35 anni, cofondatore e ceo di Clean Coin, mostrando i punti sul telefonino. 
  «Abbiamo già più di 16mila utenti di cui 1.200 attivi ogni settimana», ha continuato Gal Lahat, 21 anni, cofondatore e direttore tecnico della giovane startup di Haifa, città portuale nel nord di Israele. La piattaforma è stata pensata come una caccia al tesoro, con diversi livelli e punti. «Puoi vedere i tuoi progressi contro altri utenti. Vogliamo che assomigli a un gioco». 
  C'è quindi il motore della sfida affinché le persone prendano a cuore la pulizia del territorio e poi il desiderio della ricompensa. Più di 25 brand sensibili alle tematiche ambientali hanno già aderito alla rete, ha fatto sapere Ran. Gli utenti possono acquistare oggetti ma anche «pagare» per attività come l'arrampicata indoor o le notti in hotel. «E presto potranno fare la spesa al supermercato», ha evidenziato lo startupper. 
  La valuta virtuale è sovvenzionata da diverse organizzazioni private e pubbliche, ha spiegato l'Afp, in particolare comuni e i consigli regionali che la vedono come uno strumento per ottimizzare la gestione rifiuti, un vero problema in Israele. Il Paese produce una media di 1, 7 chilogrammi di rifiuti pro capite al giorno rispetto a una media europea di 1,4 kg. A venire abbandonati per strada e nelle aree verdi, dove poi si accumula, sono soprattutto i rifiuti di plastica, dai sacchetti ai contenitori.

(ItaliaOggi, 13 novembre 2021)


I giudici israeliani: ecco perché Eitan deve tornare in Italia

«Non si può dire che Eitan abbia una doppia residenza. Al contrario, un esame approfondito delle intenzioni dei genitori sulla base delle prove presentate fa pendere la bilancio verso l'Italia». Lo scrivono i giudici di Tel Aviv che hanno respinto il ricorso dei nonni materni del bimbo contro la decisione di primo grado che ne aveva stabilito il ritorno in Italia. Dagli atti, secondo i giudici, «emerge che l'intenzione dei genitori non era quella di tornare in Israele ma di rimanere in Italia per un periodo indefinito».
  Eitan, spiegano, «è stato istruito in scuole italiane, conosce e parla l'italiano, i parenti dalla parte del padre vivono stabilmente in Italia, ha stretto legami con gli amichetti della sua età». Nel corso degli anni «è venuto in Israele solo per delle visite ai familiari, ma non ha mai frequentato una scuola israeliana e i nonni materni sono venuti a trovarlo in Israele, altro indizio che non è questo il suo luogo di residenza ma è l'Italia». Non escludono però che in futuro possa vivere in Israele, sottolineando che i giudici italiani terranno conto anche delle aspettative dei nonni nel decidere su tutela e affido del bambino. Mercoledì il Tribunale del Riesame di Milano discuterà del ricorso presentato dalla difesa di Shmhuel Peleg contro l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Pavia. L'uomo è accusato di avere sequestrato il piccolo sopravvissuto all'incidente del Mottarone. Per Peleg è stata chiesta l'estradizione.

(Il Giorno, 13 novembre 2021)


Il mare l'ha coperto per secoli: così riaffiora un immenso tesoro

Il Mediterraneo racchiude segreti custoditi gelosamente per secoli. Relitti, spade, anfore, effetti personali, che a volte il fato o semplicemente la ricerca dediziosa le conducono nelle mani dell'uomo contemporaneo

di Lorenzo Vita

Il mare racconta storie antiche e moderne. E le onde hanno coperto per molti secoli, come un infinito tappeto cristallino, alcune di queste vicende umane trasformate in miti o leggende. Un vero e proprio mondo sommerso, in cui il passaggio dell'uomo è documento da relitti, oggetti abbandonati, a volte veri e propri tesori che nel tempo riaffiorano dal mare e che narrano una storia dimenticata. A volte anche riscrivendo pagine di storia umana che il mare ha inghiottito trascinando con sé una parte di verità che nessuno in tempi in cui non c'erano satelliti e internet, avrebbe potuto conoscere.
  In questi mesi, il mare sta riportando alla luce il suo mondo sommerso. Singoli subacquei, squadre di ricerca, fortunati nuotatori e fotografie dall'altro hanno fatto scoprire all'uomo tesori che il tempo aveva lasciato coprire dal fragore del mare. In Israele, una statua appartenuta a un crociato e incastonata in conchiglie posate lì nel corso dei secoli, è stata fotografata nelle mani di un uomo che nuotava a 150 metri dalla costa del Carmelo. Shlomi Katzin, il cittadino israeliano che ha scoperto la spada, l'ha consegnata immediatamente alle autorità, scoprendo che si trattava di un'arma di circa nove secoli prima, del tempo delle crociate. Un ritrovamento unico che ci riporta a quell'epoca di cavalieri, spade, fede e sangue che ha caratterizzato la Terra Santa. E che il mare riconsegna nelle mani dell'uomo dopo averla cullata per quasi un millennio.
  Negli stessi giorni, davanti Otranto, un ritrovamento ancora più incredibile. Un carico di anfore di 2600 anni fa che secondo gli studiosi già può riscrivere la storia della Magna Grecia. Questa volta scoperto non per la fortunata coincidenza di un subacqueo attento ai dettagli, ma per una campagna di ricerca durata anni e che ha visto l'utilizzo di una delle migliori tecnologie per la ricerca sottomarina. Così, a quasi 800 metri di profondità, il canale di Otranto ha mantenuto intatte anfore e ceramiche di un'era in cui l'Italia stava diventando la culla di una delle più importanti civiltà del mondo. Quei recipienti cullati dal mare contenevano cibo, olio, vino e altri materiali che descrivono (e riscrivono) la vita dei nostri antenati. Tutti provenienti dall'area di Corinto, e tutti utili - insieme a quelli ancora sommersi - per dirci cosa accadeva davvero nell'Italia ellenizzata.
  Un mare che ha offerto altri tesori. Più a nord di Otranto, a Torre Santa Sabina, è custodito, immerso a pochi metri di profondità, un relitto che molti studiosi ritengono la testimonianza di una nave romana meglio conservata di tutto Mediterraneo. Per gli archeologi subacquei, quella di Torre Santa Sabina è un'imbarcazione commerciale del III/IV secolo dopo Cristo, lunga circa 26-28 metri e proveniente dall'odierna Tunisia. Sono anni che il relitto regala dettagli della vita di bordo. Come racconta Repubblica, si trovano gomene, ossa di animali, effetti personali dei marinai: tutto questo mantenuto da una sottile coltre di sabbia, vegetali e pietre che il mare ha posato sul relitto prima che venisse scoperto.
  E sempre risalendo l'Adriatico, è la costa croata, dell'isola di Ilovik (o dell'Asinello), ad avere consegnato al mondo contemporaneo un'altra "fotografia" dell'era antica. Un ritrovamento casuale, come racconta Il Piccolo, che però sembra abbia dato al mondo il relitto più antico di una nave romana. Un'imbarcazione del secondo secolo prima di Cristo che si trovava lì, a quattro metri di profondità, circondata dai bagnanti, ignari di nuotare sopra un immenso tesoro di legno incastonato nelle acque del Carnaro. Gioielli che riaffiorano dalle sabbie e che ricordano all'uomo che il mare, come la terra, è un'immensa custodia del suo passaggio.

(il Giornale, 13 novembre 2021)


Dagli scudetti firmati da Weisz al pallone del Napoli di Ascarelli: gli ebrei che furono eroi nel calcio

Avvicinare le nuove generazioni all'ebraismo, alla storia d'Israele e alla tragedia della Shoah parlando di sport. È l'obiettivo principale del progetto "Il Calcio e la Shoah" che verrà presentato domani durante il congresso nazionale della federazione delle associazioni Italia-Israele, che si svolgerà a distanza e in modalità informatica.
  L'idea - lanciata dall'associazione di Foggia in collaborazione con Renato Mariotti, presidente dell'International Football Museum - punta a realizzare l'obiettivo che il presidente nazionale della federazione, Giuseppe Crimaldi, si è posto sin dall'inizio del suo mandato: rieducare le nuove generazioni avvicinandole a una storia entusiasmante e tuttavia anche tragica, quella che racconta le vite dei tanti ebrei che subirono l'onta delle leggi razziali.
  La mostra, grazie anche alla collaborazione e al sostegno dell'ambasciata d'Israele a Roma, sarà itinerante e coinvolgerà i ragazzi delle scuole primarie e medie inferiori: «1945-2020: 75 anni dalla scomparsa dei campioni del calcio nei campi di sterminio». Con l'aiuto del calcio - e grazie al prezioso patrimonio di cimeli custoditi da Mariotti - si potrà spingere a riflettere ancora di più i bambini, i ragazzi, sulla tragedia della Shoah: in particolare sullo sterminio attuato dai nazisti persino dei propri campioni dello sport, in particolare di quelli del calcio nella Germania degli anni terribili; campioni con alto senso di appartenenza alla bandiera, "usati" come veicolo di promozione dei regimi totalitari dell'epoca. Sfruttati per "la facciata" e poi barbaramente uccisi solo perché ebrei. Una storia poco approfondita e che va invece divulgata a giovani e giovanissimi.
  La mostra si avvarrà dunque di strumenti diretti (i palloni originali utilizzati per alcune finali della Coppa del mondo, gli scarpini e le magliette dei calciatori tedeschi che militavano nella massima serie in Germania, poi deportati e morti nei lager), sia interattivi, con proiezioni e altro materiale informatico. Tra i personaggi ricordati nella mostra il fondatore dell'Ac Napoli Giorgio Ascarelli, che costruì a proprie spese lo stadio nel Rione Luzzatti (venne inaugurato 17 giorni prima della scomparsa dell'imprenditore), e il tecnico Arpad Weisz, che vinse tre scudetti con Inter e Bologna.

(Il Mattino, 13 novembre 2021)


Israele un polo dell'innovazione

Motivo per cui il suo settore hi-tech ha finito per attirare sempre più investimenti internazionali.

di Federico Piazza 

Nuovo record nel 2021 per gli investimenti esteri in imprese israeliane. Raggiunti nei primi 10 mesi dell'anno i 10 miliardi di dollari, ben oltre i 7,7 miliardi del 2019 (notizia ICE, fonti Calcalist e PWC Israel), con 28 nuovi unicorni e 20 quotazioni a Wall Street di società israeliane. Trainante è il settore hi-tech, eccellenza del Paese, dove ci si aspetta che lo stock di investimenti esteri raggiunga quest'anno i 30 miliardi di dollari. Fenomeno che è tra le principali ragioni del progressivo rafforzamento della valuta israeliana, lo shekel, che ha raggiunto in questi giorni il massimo storico in 25 anni sul dollaro e in 20 anni sull'euro. Nel 2021 è aumentato il numero di operazioni di investimento, ma con taglio medio minore, e anche meno rilievo mediatico rispetto a casi precedenti come Mobileye e Mellanox. Le vendite più grandi quest'anno sono state quelle del social network di genealogia per famiglie Myheritage acquisito da Francisco Partners per 600 milioni di dollari e della start-up cloud Epsagon diventata Cisco per 500 milioni di dollari. Commenta Carlo Benigni, presidente dell'Unione Associazioni Italia-Israele (http://www.uaii.eu), profondo conoscitore del Paese: «Anche grazie alle start-up, Israele ha attirato importanti investimenti internazionali, ed è in eccellenti posizioni sul mercato borsistico USA». I principali investitori sono infatti statunitensi, in 40 casi su 86 nel 2021. Ma cresce anche l'attenzione dei giapponesi: nella microelettronica con la recentissima acquisizione del produttore israeliano di chip wi-fi Celeno per 315 milioni di dollari da parte del gruppo Renesas, nella finanza con le attività di SoftBank, nelle telecomunicazioni con il centro R&D di NTT. 
  Opportunità anche per l'Italia? «La forza di Israele sta nell'innovazione applicata in tutte le discipline, dall'agricoltura all' aerospazio, dalla salute all'energia sino all'automotive», nota Fabrizio Camastra, responsabile del desk di Tel Aviv di ICE. «Mentre l'Italia è una superpotenza industriale globale, con imprese che producono ed esportano una vastissima gamma di prodotti nei cinque continenti. In questo connubio vanno colte al meglio le opportunità offerte dalla complementarità dei due sistemi economici; un ecosistema manifatturiero d'eccellenza in Italia, e un ecosistema di ricerca e d'innovazione d'avanguardia in Israele». 
  Gli fa eco Benigni: «L'economia israeliana e quella italiana sono complementari, con ampi margini di sviluppo dal settore agricolo all'alta tecnologia all'automotive. I principali centri di ricerca israeliani scambiano regolarmente informazioni con i centri italiani». 
  Esempi recenti di avvio di collaborazione tra imprese italiane e hi-tech israeliano sono quelli di A2A, Stellantis-Fca e Cnh Industrial. È di inizio novembre l'annuncio della firma di un memorandum d'intesa tra A2A e l'agenzia governativa IIA - Israel Innovation Authority per progetti di collaborazione tra aziende israeliane e Life Company A2A mirati all'innovazione in ambito economia circolare e transizione energetica. Mentre Stellantis ad aprile 2021 ha siglato con IIA un accordo per lo sviluppo di collaborazioni con start-up israeliane per la mobilità sostenibile. E sulla stessa scia, qualche mese dopo, accordo tra IIA e CNH Industrial. 
  E nell'automotive sono molti i player internazionali che hanno investito in R&S in Israele. Spiega Camastra: «Nell'immaginario collettivo Israele difficilmente viene associato a questo mondo, non avendo un'industria automobilistica propria nel senso tradizionale del termine. Ma i grandi costruttori internazionali hanno capito da tempo che il Paese è molto avanzato nell'innovazione tecnologica pure in questo campo, e hanno quindi trasferito qui parte della loro R&S. 
  Innescando un processo simile anche tra i fornitori di componenti: per esempio, il gruppo italo-francese STMicroelectronics e quello italiano Adler hanno inaugurato in Israele i rispettivi Poli di innovazione».

(ItaliaOggi, 13 novembre 2021)


Sanguinano ancora gli ebrei a fumetti di Spiegelman

Torna dopo trent'anni, con alcune tavole inedite in Italia, l'opera che ha rivoluzionato il modo di raccontare l'Olocausto.

Attribuì ai nazisti fattezze cli cani, pesci agli inglesi e maiali ai polacchi Per il trentennale sono stati inclusi materiali inediti e lavori preparatori

di Massimiliano Panarari

Un graphic novel sconvolgente e commovente (anche se l'autore ha sempre preferito, dal punto di vista della definizione del suo lavoro, direttamente la parola fumetto). E che ha fatto epoca.
  Torna in libreria uno dei romanzi grafici che hanno rivoluzionato il linguaggio della letteratura a fumetti, e la modalità di raccontare e tramandare la memoria dell'evento abissale del Secolo breve, l'Olocausto. A trent'anni dalla prima pubblicazione, Einaudi Stile Libero manda sugli scaffali un cofanetto contenente l'edizione originale in due volumi ("Mio padre sanguina storia"; "E qui sono cominciati i miei guai") di Maus. Racconto di un sopravvissuto di Art Spiegelman, integrata per l'occasione dall'inserto di inediti Il passato incombe sul futuro. Un'opera con la quale l'autore aveva vinto il premio Pulitzer nel 1992 (primo fumetto a ottenere questo riconoscimento), e che è stata salutata alla stregua di un capolavoro. Di cui, per portare un esempio assai illustre, Umberto Eco, profondo conoscitore dell'arte del fumetto, ha scritto che "Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d'amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell'Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico".
  A ulteriore testimonianza di un lavoro che ha saputo rivoluzionare il linguaggio e i format narrativi intorno a uno dei momenti storici più terribili, uno dei punti di non ritorno della storia dell'umanità. A partire dall'intuizione zoomorfa di attribuire alle vittime le sembianze di topi ( da cui, naturalmente, il titolo dell'opera) e ai carnefici le fattezze di gatti (e, ancora agli americani quelle di cani, agli inglesi di pesci, ai polacchi - con le conseguenti polemiche-di maiali), restituendo così attraverso un teatro, al medesimo tempo, «domestico» e surreale la compresenza in questa mostruosa pagina di storia dell'arendtiana banalità del male e dell'indicibile. La forza narrativa di questo romanzo grafico risiede molto, infatti, nelle storie private e personali che si fanno parabola della tragedia novecentesca, racchiudendo e riproponendo la Storia, e che si intrecciano con l'oggi - gli anni Cinquanta - del protagonista-autore. "Maus" è la biografia di una famiglia devastata dalla Shoah e l'autobiografia di Spiegelman, il quale cerca di fare i conti con il dramma assoluto e il gorgo nero in cui i suoi parenti sono stati risucchiati. Un confronto tra un padre (Vladek) e un figlio (Art) - difficile, delicato, complesso come lo sono spessissimo (e inevitabilmente) i rapporti dentro le famiglie - sullo sfondo della fatica di raccontare da parte del primo e del bisogno, invece, del secondo di sapere dopo il suicidio della madre Anja - e, a sua volta, di provare a narrare l'abisso attraverso i propri codici espressivi.
  Ad arricchire e rendere ancora più complicato questo incontro-scontro ci pensa la scelta linguistica effettuata dal fumettista, che fa parlare il papà, col quale giunse da emigrato negli Stati Uniti negli anni Cinquanta, con un inglese intriso di influenze yiddish e della sintassi del polacco, il suo idioma d'origine. Producendo un effetto di spaesamento e incertezza che risalta molto una volta messo a confronto con il suo modo di esprimersi nei flashback che ci riportano al passato felice, prima dell'internamento nel campo di sterminio. Emozioni che fluiscono, e si interrompono, e sanguinano proprio attraverso il linguaggio disegnato e verbale delle strisce, dando all'autore la consapevolezza - che viene perfettamente trasmessa ai lettori, molti dei quali non coincidenti con il pubblico abituale dei fumetti - del significato dell'essere un figlio di deportati. Ed è proprio questa la rivoluzione spiegelmaniana, che illustra il dolore in modo asciutto e con delicatezza, rifiutando la spettacolarizzazione al punto di chiedersi se sta rendendo il giusto servizio alla causa della memoria dell'Olocausto. E la risposta è straordinariamente sì, dal momento che la sua opera costituisce una pietra miliare delle grandissime testimonianze - come quella di Anna Frank e di Primo Levi sulla Shoah.
  Per il trentennale, Spiegelman ha scelto di accompagnare alla nuova edizione un inserto con vari inediti in Italia e materiali preparatori, che contiene tra gli altri alcune litografie da lui realizzate in 100 esemplari: "La vendetta di Maus" (1979) e "Incroci" (1991). Ci sono poi i fumetti "Mouse, nascita di una nozione" (alcune pagine tratte da "Crolli. Ritratto dell'artista da giovane") e "Maus, una storia in 3 pagine" creata nel 1972 per la rivista di fumetti underground Funny Aminals, sei anni prima che cominciasse a lavorare sul suo capolavoro. E, infine, un frammento del ramificato progetto genealogico intorno alla famiglia Spiegelman (pubblicato nel 2011 su "Meta-Maus").

(La Stampa, 13 novembre 2021)


Si riparla di bombe

di Daniele Raineri

In Israele si parla di raid aerei contro l'Iran per bloccare il programma nucleare avanzato

ROMA - In Israele sì parla sempre dì più dì possibili raid aerei contro l'Iran per bloccare il programma nucleare perché i negoziati internazionali a Vienna - che dovrebbero portare a un accordo che sospenderà il programma nucleare iraniano-sono fermi da mesi e non hanno ottenuto finora alcun risultato. Martedì il capo dì stato maggiore israeliano, il generale Aviv Kohavi, ha detto che l'esercito "sta accelerando i piani operativi e lo stato d'allerta per fronteggiare l'Iran e una minaccia nucleare", davanti alla commissione Difesa della Knesset- il Parlamento d'Israele. Martedì 19 ottobre il ministro della Difesa, Benny Gantz, era apparso davanti alla stessa commissione e aveva menzionato anche lui un possibile attacco aereo contro l'Iran e la rete tv Channel 12 aveva rivelato che il governo israeliano ha stanziato un fondo di un miliardo e mezzo di dollari per coprire le spese dell'operazione militare. Sui giornali si è speculato che l'ondata di raid aerei potrebbe non prendere di mira soltanto i siti del programma nucleare, ma anche comandanti militari e leader politici dell'Iran, in modo da azzerare la catena di comando e diminuire la capacità di reazione. I sondaggi dicono che la popolazione israeliana reagisce con scetticismo. Queste dichiarazioni da parte di Israele confezionate in modo che siano riprese dai media fanno parte di una guerra di nervi contro il governo dell'Iran, che per mesi dopo l'elezione del nuovo presidente Ebrahim Raisi ha rifiutato di tornare al tavolo negoziale di Vienna e ora ha acconsentito a riprendere i colloqui a fine novembre. Intanto produce uranio arricchito al sessanta per cento.
  Dal punto di vista dell'uso civile è un'operazione senza senso (è sufficiente l'uranio arricchito sotto al dieci per cento come combustibile nelle centrali nucleari, che l'Iran non ha) ed è invece vicino alla soglia dell'uso militare, attorno al novanta per cento. Secondo un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica di fine settembre, in teoria all'Iran mancava soltanto un mese per essere in grado di costruire una bomba atomica. Era un allarme basato sulla teoria, perché poi l'Iran dovrebbe anche prendere la decisione politica di varcare quella soglia mai varcata prima e produrre davvero un'arma atomica ma dal punto di vista tecnico ormai è una possibilità alla portata dei militari iraniani.
  L'Iran risponde per le rime alle dichiarazioni che arrivano da Israele. Ieri il generale iraniano Amir Ali Hajizadeh ha detto che se Israele attaccherà l'Iran allora il risultato sarà soltanto accelerare la propria fine - la linea ufficiale dell'Iran è che Israele è destinato a scomparire, presto o tardi. Il generale Hajizadeh comanda l'aeronautica delle Guardie della rivoluzione ed è uno dei comandanti più in vista del regime - alcuni lo considerano l'erede del generale Qassem Suleimani.
  Per anni durante il doppio mandato del presidente George W. Bush alla Casa Bianca si è parlato di possibili raid aerei contro i siti del programma nucleare iraniano - che nel corso del tempo per questo motivo sono diventati grandi complessi sotterranei a decine di metri di profondità. Poi la questione era sparita dalle conversazioni, fino a quest'autunno. Suona teorica, ma c'è da ricordare che la guerra fra Iran e Israele è una questione concreta. In questi giorni Israele accelera i bombardamenti aerei in Siria proprio per contenere gli iraniani, che vogliono trasformare il paese a nord di Israele in una piattaforma militare per lanciare attacchi. Prima i raid israeliani in Siria avvenivano circa una volta ogni due settimane, nell'ultimo mese ce ne sono stati sette. Israele è preoccupato dal trasferimento clandestino di missili e anche di droni armati, che gli iraniani spostano in Siria nell'eventualità di una guerra.

Il Foglio, 12 novembre 2021)


No al ricorso del nonno, più vicino il ritorno di Eitan in Italia

di Sharon Nizza

TEL AVIV - Sentenza lampo della Corte distrettuale di Tel Aviv: a poche ore da un'unica, breve udienza, ieri in serata i giudici hanno respinto il ricorso di Shmuel Peleg, nonno materno di Eitan Biran, sul quale da mercoledì pende un mandato di arresto internazionale, confermando la decisione di primo grado: Eitan deve tornare in Italia. «Con tutta la comprensione per il dolore del ricorrente, non c'è alternativa al rigetto del suo ricorso», si legge nella sentenza emessa dal collegio presieduto dal giudice Shaul Shohat, che ha stabilito che il piccolo superstite della tragedia del Mottarone dovrà fare rientro in Italia entro 15 giorni.
  Tuttavia, come avvenuto nel primo grado, la sentenza è sospesa per una settimana, il tempo che viene garantito alla famiglia Peleg per appellarsi alla Corte Suprema. «Studiamo le carte per considerare il ricorso. Si tratta di un caso straordinario, unico e tragico», fanno sapere i legali dei Peleg. «Speriamo che, sebbene il ricorrente abbia illegittimamente prelevato il minore, la sua colpa non ricada sul nipote, e che al minore verrà permesso di incontrare suo nonno anche in Italia», scrivono i giudici a conclusione del verdetto di undici pagine, che conferma inoltre che Shmuel potrà vedere
  Eitan in Israele solo con la supervisione dei servizi sociali, anche per «gli incontri in vista della separazione». Peleg in una battuta rubata dai cronisti si è detto «preoccupato» per il mandato di cattura, ma «se ne occuperanno ora i legali».
  In Israele non risulta pervenuto ancora nessun atto formale di arresto. L'ordinanza non è arrivata «né a noi, né tantomeno ai legali italiani», dice Ronen Dalyahu, legale israeliano di Peleg. Si ipotizza che una eventuale domanda di estradizione da Roma terrà conto del fatto che il nonno è tuttora sotto indagine penale per rapimento anche a Tel Aviv: la polizia ha trasmesso il fascicolo alla procura, che si dovrà esprimere in tempi non definiti. Israele non prevede l'arresto di propri cittadini sulla base di mandati di cattura internazionale senza un rinvio a giudizio. Perché Israele proceda con l'arresto dovrà ricevere una richiesta di estradizione da parte dell'Italia, che verrà valutata dalle autorità competenti (giuridiche e politiche) in tempistiche non immediate. Allo stato attuale risulta chiaro che, con il mandato di arresto pendente, Shmuel Peleg- che fino alla chiusura delle indagini in Israele non può lasciare il Paese - non potrà essere presente alle udienze in Italia, considerata finora anche dai giudici israeliani la sede competente per discutere il futuro del piccolo Eitan.

(la Repubblica, 12 novembre 2021)


Manovre Usa, Israele, e amici arabi nel Mar Rosso, avvertimento all’Iran

Una flotta poderosa, esibizione di potenza. Ed esercitazione di cinque giorni che già svelano le loro intenzioni. Tattiche di abbordaggio, perquisizione e sequestro di navi sospette o ostili. Messaggio chiaro a  Tehran, che questa alleanza militare entrerà in azione in caso di guerra. Mentre in Israele crescono le tentazioni di attacco aereo preventivo alle strutture nucleari iraniane.

• Esibizione di forza per quale obiettivo?
  Stati uniti, Israele, Emirati e Bahrein, il ‘Patto di Abramo’ voluto da Trump, con l’Arabia saudita di riserva, alleato non ufficiale ma schierato. Mega flotta quasi tutta Usa nelle acque già cariche di tensione del Mar Rosso, avvertimento al loro comune avversario, l’Iran, alla vigilia della ripresa -il 29 novembre-, dei negoziati indiretti tra Washington e Tehran su un nuovo accordo sul nucleare iraniano. ‘Bullismo diplomatico’ si potrebbe definire, esibizione di forza a sollecitare diverse disponibilità a trattare, mentre minacce più concrete vengono del cielo di Israele, raid aerei pianificati a colpire  tutti gli impianti iraniani di lavorazioni nucleari noti e occulti. Badget di spesa già previsto, di un miliardo e mezzo di dollari.

• Accordi di Abramo alleanza militare
  «Gli accordi di Abramo, proposti al mondo come un importante trattato di pace, si svelano invece come alleanza militare», segnala Michele Giorgio, Nena News. A guidare le quattro marine è ovviamente la V flotta degli Stati uniti, che opera in tutto il Medio Oriente e che ha la sua base nelle isole davanti al Bahrain, un piccolo arcipelago di eccezionale importanza strategica per Washington. «Proprio la rilevanza della sua posizione nel Golfo garantisce una sorta di immunità al regno di re Hamad bin Isa al Khalifa che è accusato di violazioni dei diritti umani a danno degli oppositori politici e degli sciiti che formano la maggioranza della sua popolazione».

• Obiettivo ufficiali e intenzioni nascoste
  Esercitazione su tattiche di abbordaggio, perquisizione e sequestro di navi sospette o ostili, ed il messaggio è chiaro. Chiarendo a Tehran che questa alleanza militare entrerà in azione – assieme all’Arabia saudita – in caso di guerra. Per il momento siamo ai dispetti incrociati. Esercitazioni navali contrarie avviate lunedì da Tehran nel Golfo di Oman, a dimostrare che l’Iran è in grado di bloccare lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quarto del petrolio mondiale. Ovviamente il comandante americano Brad Cooper, sostiene appunto di voler salvaguardare la libertà di navigazione e il libero flusso degli scambi.

• Usa-Israele continuità Biden-Trump
  «Pur affermando di preferire la via diplomatica per la soluzione dei conflitti con Tehran, l’Amministrazione Biden negli ultimi mesi si è avvicinata molto alle posizioni israeliane, sia nei confronti dell’Iran che dei palestinesi», la valutazione di molti osservatori internazionali. Tentazioni di resa dei conti militare di parte israeliane nota, meno noto l’invio di bombardieri pesanti B-1, capaci di sganciare bombe nucleari, in volo sulla regione con la scorta di F-15 israeliani e di velivoli di altri paesi alleati. Esibizione contro esibizione,  Israele ha ospitato una massiccia esercitazione aerea multinazionale con la presenza anche dell’Italia.

• Biden flette i muscoli, Israele di più
  «Per bloccare il programma nucleare di Tehran che procede rapido, mentre i negoziati internazionali a Vienna per ora non hanno ottenuto un nuovo accordo», segnala il Foglio. «In Israele si parla sempre di più di possibili raid aerei contro l’Iran per bloccare il programma nucleare perché i negoziati internazionali a Vienna – che dovrebbero portare a un accordo che sospenderà il programma nucleare iraniano – sono fermi da mesi e non hanno ottenuto finora alcun risultato». E martedì il capo di stato maggiore israeliano, il generale Aviv Kohavi, ha detto che «l’esercito sta accelerando i piani operativi e lo stato d’allerta per fronteggiare l’Iran e una minaccia nucleare», davanti alla commissione Difesa della Knesset.

• Minaccia di raid aereo con molti bersagli
  Meno di un mese fa il ministro della Difesa, Benny Gantz, aveva confermato al parlamento di un possibile attacco aereo contro l’Iran (svelato lo stanziamento di un miliardo e mezzo di dollari per le spese dell’operazione militare). E sui giornali si è scritto che l’ondata di raid aerei potrebbe non prendere di mira soltanto i siti del programma nucleare, ma anche comandanti militari e leader politici dell’Iran, ad azzerare la catena di comando e diminuire la capacità di reazione. Ma tante minacce via tv sembrano per il momento far parte di una guerra di nervi contro il governo dell’Iran. Speriamo.

(Remocontro, 12 novembre 2021)


Libia, il generale Haftar potrebbe normalizzare i rapporti diplomatici con Israele

di Paolo Castellano

La Libia potrebbe normalizzare i suoi rapporti diplomatici con Israele. Questo è ciò che emerge da alcune indiscrezioni diffuse dall’entourage del generale Khalifa Haftar, uno dei candidati alla presidenza della nazione nordafricana.
  Nell’ultimo decennio, la Libia è stata devastata da due guerre civili e ora è alle prese con una campagna elettorale molto attesa e complicata.
  Come riporta Israel National News, secondo alcuni alti funzionari libici legati ad Haftar, il generale avrebbe intenzione di aderire agli Accordi di Abramo, seguendo le orme di Emirati Arabi uniti, Bahrein, Marocco e Sudan.
  «Solo un accordo di normalizzazione con Israele, che porterà la Libia negli Accordi di Abramo, può catalizzare il piano di riabilitazione della Libia, che ammonta a centinaia di milioni di dollari», avrebbe dichiarato Haftar ai suoi consiglieri.
  Tale scenario potrebbe concretizzarsi se Haftar riuscisse a vincere le prossime elezioni libiche previste per il 24 dicembre.
  Per di più, da fine ottobre una società di consulenza israeliana starebbe collaborando sia con Haftar che con il suo principale rivale, Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex dittatore Muammar Gheddafi. Lo ha rivelato Israel Hayom. 

(Bet Magazine Mosaico, 12 novembre 2021)


Il capo del piano vaccinale israeliano ci dice come convincere ì No vax

di Annalisa Chirico

ROMA - "Contro il Covid dobbiamo giocare d'anticipo, per questo in Israele abbiamo deciso di vaccinare anche i bambini tra i 5 e gli 11 anni e presto valuteremo l'estensione agli under 5". Parla così al Foglio il professore Arnon Shahar, responsabile del piano vaccinale di Tel Aviv. "L'Italia sta facendo bene, è un modello in Europa e noi siamo lieti di poter fornire consigli e assistenza per agire in anticipo contro la quarta ondata che divampa in tutto il continente. Se si interviene con prontezza, accelerando su vaccini e booster, l'ondata sarà un'ondina", dice il capo della task force anti Covid del Maccabi Healthcare Services.

- Professor Shahar, avete appena approvato la vaccinazione per i piccoli tra i 5 e gli 11 anni. Il rischio di miocardite ha alimentato obiezioni anche autorevoli.
  "Alcuni casi di miocardite si sono verificati, è vero, ma tale rischio è di gran lunga superiore nei giovani malati di Covid. Quando negli scorsi mesi abbiamo vaccinato i ragazzi nella fascia tra i 12 e i 15 anni, anche individui gravemente malati, gli effetti collaterali si sono dimostrati non pericolosi. Questi sono i fatti".

- In Israele avete somministrato il cosiddetto "booster" a 4 milioni di cittadini, oltre il 40 per cento della popolazione. Come si fa a superare la diffidenza di chi era già recalcitrante alla prima dose?
  "Bisogna spiegare che il richiamo è ciò che si fa normalmente per diversi vaccini, come l'antinfluenzale. Dobbiamo dire chiaramente che i rischi connessi alla malattia sono di gran lunga superiori a quelli legati alla inoculazione".

- Esiste il rischio di avere "troppi anticorpi"?
  Assolutamente no. Dall'esperienza sappiamo che con il passare dei mesi e, in particolare, dal sesto mese dopo la somministrazione il numero degli anticorpi cala sensibilmente, perciò il booster si rende necessario. Lo scetticismo delle persone va superato guardando ai fatti. Laddove aumentano i decessi e i ricoveri nelle terapie intensive, si assiste a una 'pandemia dei non vaccinati': sono persone prive di protezione. Chi si vaccina potrà forse contagiarsi ma sarà al riparo dal rischio di malattia grave".

- Quando potremo fare a meno del green pass?
  "Non rimarrà a lungo, in ogni caso va considerato come un mezzo, non come un fine. Sulla necessità del green pass molto dipenderà da quanto saremo bravi a somministrare vaccini e booster alla platea più ampia possibile, bambini inclusi. Nei prossimi mesi noi prenderemo in considerazione anche la fascia sotto i 5 anni".

- Israele è diventato un blueprint mondiale per l'efficacia della campagna vaccinale: merito di cosa?
  "Sicuramente ha contribuito il nostro essere pratici e digitali, la digitalizzazione applicata alla salute è stata una componente essenziale".

- Proverbiale la determinazione dell'ex premier Benjamin Netanyahu che, prima di ogni altro, ha tempestato di telefonate il ceo di Pfizer Albert Bourla per assicurare l'approvvigionamento nazionale.
  "E' stata una scelta saggia, abbiamo giocato d'anticipo contro un virus che ha una crescita esponenziale. L'attuale premier Naftali Bennett è stato ugualmente saggio nel dare l'avvio alla somministrazione del booster prima degli altri".

- La tecnologia dell'Rna messaggero, alla base dei vaccini Pfizer e Moderna, quali ricadute avrà nella lotta contro il cancro?
  "Grazie a questa tecnica rivoluzionaria, che negli ultimi due anni ha ricevuto investimenti record, potremo compiere enormi passi avanti nella lotta contro il tumore. Per la medicina è una frontiera importantissima, per l'umanità un cambiamento epocale".

- A quando il vaccino contro ogni tipo di tumore?
  "I tempi saranno tanto più brevi quanto più investiremo in questo campo della ricerca. Dobbiamo augurarci che le case farmaceutiche Pfizer e Moderna, che hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta al Covid, continuino a investire. Oggigiorno il contributo dei privati è irrinunciabile, gran parte delle risorse destinate al progresso della scienza provengono da loro, non dai budget governativi".

- Lei conosce bene l'Italia, ha studiato a Bologna e adesso ha trascorso alcuni giorni a Roma per dare consiglio al governo di Mario Draghi.
  "Ho un bel ricordo del vostro paese. Crede fermamente nella collaborazione tra Italia e Israele, che hanno molto in comune. Insieme possiamo farcela".


Far vaccinare un bambino sotto gli 11 anni che sta bene in salute e ha davanti a sé tutta la vita, sapendo che "alcuni casi di miocardite si sono verificati" ma non sono poi tanti, è da criminali. Più precisamente, è criminalità organizzata. Non è questa la priorità israeliana da ammirare. Netanyahu prima e Bennet hanno messo Israele alle dipendenze del dio Mammona, lo stesso dio da cui dipende oggi l'Italia. E quella frase finale: "Crede fermamente nella collaborazione tra Italia e Israele, che hanno molto in comune. Insieme possiamo farcela" ha un suono macabro. M.C. Dopo la vaccinazione


Riscaldamento globale e migrazione della fauna marina

Lo studio dell’Università di Tel Aviv

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Global Ecology and Biogeography dai ricercatori dell'Università di Tel Aviv, decine di specie marine nel Mar Mediterraneo stanno cambiando i propri habitat migrando in acque più profonde e quindi più fredde. Ma perché?
  La ricerca, condotta dagli studenti Shahar Chaikin e Shahar Dubiner sotto la supervisione del Professor Jonathan Belmaker, ha individuato le cause della migrazione nel riscaldamento globale degli ultimi anni. La modalità di spostamento, inoltre, non è uniforme per tutta la fauna marina, poiché le specie di acqua fredda raggiungono maggiore profondità rispetto a quelle d’acqua calda.
  Questo fenomeno è stato significativamente più evidente nel Mar Mediterraneo che “era caldo in primo luogo - ha spiegato il professor Belmaker – Si sta raggiungendo il limite della capacità di molte specie. Anche se queste scendono in profondità per sfuggire alle acque calde e riescono a adattarsi, c'è comunque un limite: il fondo del mare". La temperatura del Mediterraneo aumenta di un grado Celsius ogni trent'anni: un rapporto che, finora, sta solamente accelerando.
  All'inizio del mese, l'Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) ha affermato che gli ultimi sette anni - dal 2015 al 2021 - sono stati i più caldi mai registrati da quando esistono le rilevazioni scientifiche della temperatura. Il rapporto preliminare sullo stato del clima, esposto all'apertura della conferenza sul clima COP26 delle Nazioni Unite, ha affermato che il riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra minaccia "ripercussioni di vasta portata per le generazioni attuali e future".
  Segnali significativi che, da anni ormai, ribadiscono la necessità di introdurre misure concrete per riassestare l’ecosistema. L'accordo di Parigi del 2015 aveva impegnato i paesi nel limitare il riscaldamento globale, ma da allora il mondo ha assistito ad una serie di disastri meteorologici, tra cui gli incendi Australia e le piogge estreme che hanno causato massicce inondazioni in Asia, Africa, Stati Uniti ed Europa. Perciò la COP26 ha un’importanza essenziale per quella che sarà non più solo la sopravvivenza degli animali, ma di tutti gli esseri viventi, all’interno del globo.

(Shalom, 12 novembre 2021)


«Per Eitan niente pietà trattato da oggetto» Nonno a rischio arresto

Chiesta l'estradizione. Accusa di sequestro pure ali' autista: azione militare pianificata

di Tiziana Paolucci

Si intrecciano le battaglie legali attorno al piccolo Eitan, l'unico sopravvissuto nella tragedia del Mottarone. La procura generale di Milano ha firmato un mandato di cattura internazionale e l'estradizione per il nonno materno, Shmuel Peleg, e per Gabriel Alon Abutul, il dipendente della società Blackwater alla guida dell'auto che ha portato l'uomo e il nipote a Lugano. Il provvedimento e l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Pavia su richiesta dei pm Mario Venditti e Valentina De Stefano sono sul tavolo del ministero della Giustizia. I due uomini sono chiamati a rispondere di sequestro di persona, sottrazione e trattenimento di minore all'estero e inosservanza dolosa di provvedimento del giudice in pregiudizio del minore e della zia tutrice Aya. Ma il legale di Shmuel, Paolo Sevesi, ha già depositato il ricorso «con riserva di motivazioni».
  Tutto mentre oggi a Tel Aviv inizia il processo d'appello per decidere, in base alla Convenzione dell'Aja, se Eitan debba tornare in Italia. «Shmuel non commenta il mandato d'arresto - spiega il portavoce della famiglia, Gadi Salomon - . Ma con le mani giunte ha espresso il desiderio che arrivino buone notizie sul futuro di Eitan». In queste ore l'ufficio Affari internazionali di via Arenula prenderà contatti con il ministero della Giustizia israeliano, che dovrà valutare la richiesta di estradizione di Shmuel e Alon Abutul. Israele applica la Convenzione europea di estradizione del 1957 di Parigi, ma ha già apposto una riserva, in base alla quale non estrada i propri cittadini.
  Eppure la Procura di Pavia è convinta che il nonno materno e il complice abbiano messo su un «piano strategico premeditato» per rapire Eitan. «Dalle indagini scrupolose fatte dalla squadra mobile di Pavia, risulta che tutto è stato studiato nei minimi particolari a partire dal momento in cui Peleg si è reso conto che non sarebbe più riuscito ad ottenere in Italia l'affidamento del nipote» spiega il procuratore di Pavia Mario Venditti.
  «A ulteriore conferma della pianificazione del sequestro - si legge nelle carte - vi sono inoltre i numerosi viaggi in Svizzera effettuati nelle giornate precedenti l'11 settembre, giorno del rapimento, e accertati grazie all'analisi del traffico telefonico, dove sia Peleg sia l'autista avevano definito le fasi finali del progetto criminoso». Gli ex coniugi Peleg, poi, secondo i pm avrebbero tentato di corrompere una israeliana, residente in Italia, contattata della nonna materna per portare il bambino in Israele in cambio di denaro. «Eitan è stato trattato dal nonno come un oggetto da trasbordare - scrive il gip - era invece una persona in condizioni di indicibile fragilità, non per la tenera età, ma per gli eventi tragici occorsigli», Anche se l'intento dei Peleg era «che il piccolo crescesse in una più stretta connessione verso le proprie radici ebraiche», il nonno considerava «l'inerme Eitan come una proiezione delle sue ambizioni e dei suoi intendimenti». Per l'accusa lui e l'ex moglie avevano maturato ostilità nei confronti della zia paterna tutrice del minore, Aya Biran Nirko, in quanto contrariati dalla decisione del giudice di affidarle il nipote. Da qui l'idea del sequestro: giunti all'aeroporto di Lugano-Agno, grazie al complice autista, si sono imbarcati noleggiando un charter per 42mila euro, con destinazione Tel-Aviv. Un piano che potrebbe essere ripetuto e per questo hanno chiesto l'arresto dei due uomini.
  Sull'affidamento, invece, si gioca anche in Italia una doppia battaglia giudiziaria: a Milano si discute dell'opposizione al provvedimento concesso alla zia, mentre a Pavia ieri i legali dei nonni materni hanno chiesto al tribunale che venga rimossa dall'incarico di tutrice con immediata sospensione e che venga nominato pro-tutore un avvocato «terzo».

(il Giornale, 11 novembre 2021)


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Caccia al nonno di Eitan, «Arrestatelo, è pericoloso»

Un sequestro ben pianificato. Nei guai anche l'autista che organizzò il trasporto verso l'aeroporto. Poi il volo su un jet privato.

di Manuela Marziani

PAVIA - Alla vigilia dell'udienza d'appello in cui a Tel Aviv si deciderà se Eitan dovrà vivere in Italia con la famiglia paterna o in Israele con quella materna, la procura della Repubblica di Pavia ha emesso due mandati di cattura internazionali. I provvedimenti riguardano nonno Shmuel Peleg e il 50enne israeliano, che guidava l'auto con cui il bambino fu portato a Lugano per essere imbarcato su un aereo privato, destinazione Tel Aviv. Da mesi il bimbo, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone è al centro di una contesa familiare. Del suo sequestro devono rispondere il nonno, Shmuel Peleg, 58 anni e Gabriel Abutbul Alon, israeliano residente a Cipro. «Aspettiamo la risposta delle autorità israeliane sul mandato d'arresto internazionale e poi procederemo con la chiusura indagini e con la richiesta di processo» ha detto il procuratore aggiunto Mario Venditti. Solitamente Israele non estrada i propri cittadini e in patria è già stato aperto un procedimento analogo a quello italiano a carico di Shmuel Peleg.
  Nel frattempo la procura generale di Milano ha già inoltrato la richiesta di estradizione da Israele verso l'Italia del nonno materno del piccolo e dell'autista. Nell'ordinanza cautelare a carico del nonno di Eitan, il gip ha scritto che Peleg è così «furentemente ostile» nei confronti della zia Aya, da far «temere anche iniziative di attentato alla stessa incolumità personale della tutrice». Quanto a Gabriel Abutul Alon, l'uomo che l'11 settembre era alla guida dell'auto per accompagnare il nonno ed Eitan all'aeroporto di Lugano (da cui poi sono partiti con un volo privato costato 42mila euro), secondo i magistrati pavesi apparterrebbe «alla compagnia militare Blackwater, assunto dai nonni materni per assisterli e aiutarli nel loro progetto di trasferimento del piccolo Eitan in Israele».
  E dalle indagini emerge anche il ruolo della nonna materna Esther Cohen che avrebbe tentato di corrompere una cittadina israeliana chiedendole di aiutarla «a portare Eitan in Israele in cambio di una cospicua ricompensa in denaro». Nel corso del rapimento di Eitan sono state usate tecniche di intelligence parallela - ha scritto il gip di Pavia, Pasquale Villani, nell'ordinanza di custodia cautelare di 25 pagine-. Shmuel Peleg è riuscito a far superare al bambino il controllo al posto di frontiera aerea di Lugano a dispetto del fatto che sul passaporto israeliano del minore pendesse, visibile sugli archivi telematici in uso alle forze di polizia di vari Paesi, una denuncia di smarrimento del documento presentata dalla zia Aya e che dovesse essere stato già inserito il divieto di espatrio se non accompagnato dal tutore». Peleg ha già presentato ricorso contro il provvedimento al Riesame di Milano.

(La Nazione, 11 novembre 2021)


«Il Facebook dei palestinesi»: la app di sorveglianza dell'esercito israeliano

Premi ai soldati per scattare foto e seguire ogni passo della vita dei cittadini di Hebro

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il Cyber intelligence, controllo elettronico, spywar. Sono le armi del terzo millennio in possesso delle forze occupanti israeliane per sorvegliare, seguire e sapere quanto più possibile della vita e gli spostamenti di ogni singolo palestinese. Proprio mentre si parla dei sei attivisti e difensori dei diritti umani palestinesi sorvegliati per mesi dallo spyware israeliano Pegasus installato nei loro telefoni, un'inchiesta del Washington Post, svolta in collaborazione con Breaking the Silence, ong di veterani israeliani, ha portato alla luce un progetto delle forze armate dello Stato ebraico per comporre un database di sorveglianza digitale dei palestinesi, in particolare quelli di Hebron, che chiede ai soldati di scattare foto con i cellulari, anche ai bambini.
  Il piano di riconoscimento facciale, ha scritto il quotidiano Usa, è partito due anni fa e si basa in parte su una tecnologia per smartphone chiamata Blue Wolf: è una app che fotografa i residenti di Hebron. Così migliaia di palestinesi sono già stati inseriti nel database. Collegato al database, Blue Wolf indica se un palestinese può passare o va interrogato.
  Alcuni ex soldati, senza rivelare la loro identità, hanno riferito di essere stati incentivati a scattare un gran numero di foto in cambio di premi e ricompense e di essere stati impegnati in una sorta di gara a chi catturava il maggior numero di volti. L'esercito ha anche installato telecamere a scansione facciale ai checkpoint di Hebron per consentire ai soldati di identificare i palestinesi prima ancora che presentino le loro carte d'identità.
  Il sistema si integra con una rete più ampia di telecamere a circuito chiuso nota come Hebron Smart City che, secondo una testimonianza, rintraccia i palestinesi anche nelle loro case. Un «Facebook per i palestinesi», ha ironizzato uno dei militari intervistati. «Non mi sentirei a mio agio se lo usassero nel centro commerciale ( della mia città natale). Le persone si preoccupano delle impronte digitali ma questo è qualcosa di più grande», ha detto un altro soldato di un'unità di intelligence aggiungendo di aver parlato perché si tratta di «una totale violazione della privacy di un intero popolo». La rete di sorveglianza include anche White Wolf, app usata da agenti della sicurezza negli insediamenti ebraici in Cisgiordania per ottenere informazioni sui palestinesi prima che entrino nelle colonie per lavorare. Le forze armate israeliane non hanno smentito l'esistenza del programma ma lo hanno descritto, come spesso avviene, come «un'operazione di sicurezza di routine» e «parte della lotta contro il terrorismo e degli sforzi per migliorare la qualità della vita della popolazione palestinese». Non di rado le autorità israeliane descrivono metodi e tecnologie, che non sarebbero tollerate nei paesi democratici, come «miglioramenti» a vantaggio dei palestinesi. A loro dire renderebbero più rapide le operazioni di identificazione ai posti di blocco favorendo il transito di migliaia di persone in tempi inferiori rispetto al controllo manuale. Ma tacciono sull'aspetto centrale della sorveglianza capillare di ogni individuo nei Territori occupati.
  L'Ue ha proposto una legge per limitare l'uso da parte della polizia di tale tecnologia che è stata vietata in diverse città degli Stati uniti. Nel marzo 2020 Microsoft ha ritirato il suo investimento dalla società AnyVision: l'esercito israeliano aveva installato i suoi scanner facciali ai valichi dove i palestinesi entrano dalla Cisgiordania.

(il manifesto, 11 novembre 2021)


«I novax sono la nostra rovina»

Il fenomeno dell'antinovaxismo

di Marcello Cicchese

C'è stato un grosso scandalo quando dei novax o nogreenpass hanno voluto manifestare mascherati da ebrei, operazione di indubbio cattivo gusto, personalmente offensiva per qualcuno, ma proprio per la sua inappropriata evidenza, poco incisiva e anche poco scandalosa.
  L'analogia da fare non è tanto tra ebrei e novax, quanto tra antinovax e antisemiti. Non si tratta, per il momento, di concrete azioni persecutorie contro le persone, ma di modi di valutare, ragionare, giudicare. Se Wilhelm Marr è passato alla storia con il conio del termine "antisemitismo", io mi limito oggi a far sorridere coniando il termine "antinovaxismo". Spero che non abbia lo stesso successo di quello di Marr.
  Come persona che da anni riporta, esamina, valuta opinioni, riflessioni, giudizi di persone e movimenti che si pongono contro ebrei o contro Israele, sono sorpreso nel ritrovare atteggiamenti e modi di pensare simili in persone che si scagliano contro i novax. Farò qualche esempio.
  Per molti ci sono gli ebrei. E basta. Tutti sanno chi sono gli ebrei, che bisogno c'è di fare altre specificazioni? A che serve voler conoscere e distinguere tra i vari gruppi di ebrei e le loro posizioni? Basta il nome. Il giudizio è complessivo, sintetico, e di solito complessivamente negativo.
Così per molti ci sono i novax. E basta. Tutti sanno chi sono i novax, che bisogno c'è di altre specificazioni? A che serve voler conoscere i loro argomenti e distinguere le loro posizioni? Basta il nome. Il giudizio è complessivo sintetico, e tende a diventare sempre più estesamente negativo.
Per questo chi pone qualche obiezione correttiva alla pratica della vaccinazione sente sempre l'obbligo di precisare: "Ma io non sono un novax". Perché non contano gli argomenti, le opinioni, le differenze fra di loro, ormai è un fatto ontologico: novax si è. Quindi è bene distinguersi subito da loro, se non si vogliono correre rischi.
  Un altro effetto comune è quello che si potrebbe chiamare "arresto sinaptico". Più volte ho dovuto constatare che persone preparate e intelligenti, che hanno opinioni serie e calibrate su fatti importanti, una volta messi a confronto con qualche tema spinoso riguardante ebrei o Israele, subiscono una sorta di parziale arresto delle funzioni cerebrali che manifestano rifiutandosi ripetutamente di compiere semplici deduzioni logiche, come sarebbe stato normale aspettarsi da loro.
Qualcosa di simile si verifica in certi antinovax, soprattutto di sinistra. Argomenti che riguardano la costituzione, i diritti inviolabili della persona, il potere tirannico della finanza vengono tranquillamente ignorati come se non se ne fosse mai parlato. E si rimane così in uno stato di emergenza sinaptica di durata indefinita, come quella annunciata a più riprese dal nostro governo.
  C'è infine una dichiarazione, che non è stata ancora pronunciata nei termini in cui compare nel titolo, ma già si presenta in diverse circonlocuzioni che si leggono sui media:
«I novax sono la nostra rovina».
Una frase di questo tipo è stata già detta diverse volte nel passato: basta mettere "ebrei" al posto di "novax". Non sono dunque i novax a paragonarsi agli ebrei, sono gli antinovax ad essere paragonabili agli antisemiti.

(Notizie su Israele, 11 novembre 2021)


Non chiamatelo stato d’emergenza

Quello che qui riportiamo non è un articolo di politica come usualmente intesa, ma è piuttosto una riflessione sul distacco che sta avvenendo in Italia tra politica e potere. Qualcuno ha detto che questa non è un'epoca di cambiamenti, ma un cambiamento di epoca. Infatti è un periodo di transizione tra un sistema di convivenza sociale finora presente e noto, ad un altro che sta formandosi ed è ancora ambiguo e oscuro. Una riflessione di questo tipo riguarda tutti ed ha a che vedere con ogni attività che si svolge in ambito sociale. Se ne possono fare altre, ma non si può smettere di pensare. E per chi si dice cristiano questo è un dovere. NsI

di Cristofaro Sola

Siamo parecchio turbati. La causa del disagio non è più il Covid in sé, né lo sono i potenziali effetti catastrofici della malattia. Ciò che allarma è l’uso strumentale che il potere fa del probabile rischio di una ripresa consistente del contagio. Badate bene: il potere, non la politica. Già, perché quest’ultima, almeno in Italia, ha deciso di ritirarsi a vivere in un’altra dimensione, dove alberga il DdlZan”, lasciando i comuni mortali a sbrigarsela da soli con gli accidenti della vita quotidiana. La politica: malconcia divinità di un wagneriano Götterdämmerung (Crepuscolo degli dei).
  Il potere, oggi impersonato da Mario Draghi, uomo solo al comando, ha superato la fase di surroga del decisore politico per assurgere al ruolo, più consono a un monarca assoluto, di regolatore di tutte le cose. Anche di quelle finora gelosamente custodite nelle sacre Tavole del Pactum societatis, che sono le libertà individuali (un tempo) incomprimibili. Com’è stato possibile che ciò accadesse, quando vi era la diffusa convinzione che la forma di Governo democratica fondata su un solido impianto costituzionale d’ispirazione liberale non fosse in alcun modo scalfibile? La parola di passo che è servita a spalancare le porte a un nuovo ordine sociale è “stato d’emergenza”.
  La speciale condizione, che spinge una comunità a vivere per un tempo breve in quella che giuridicamente si potrebbe definire la “terra di nessuno”, tra la legge e la sospensione della sua validità, è stata giustificata dal diffondersi della pandemia e, nella fase acuta, dal crescere a dismisura della contabilità dei morti. Poi però il “tempo breve”, requisito inderogabile per legittimare la compressione delle libertà, ha tradito se stesso trasformandosi, di proroga in proroga, in “tempo perenne”. Si è cominciato il 31 gennaio 2020 con la prima delibera del Consiglio dei ministri che dichiarava lo stato d’emergenza sanitaria per 6 mesi “in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. Siamo quasi alla fine del 2021 e, con l’approssimarsi il prossimo 31 dicembre della scadenza dell’ennesima proroga, dalle stanze del Palazzo fuoriescono voci che ne danno per scontato il prolungamento fino alla primavera del 2022. Eppure, le stesse fonti assicurano che la campagna vaccinale sta funzionando bene; i dati sulla pandemia forniti dalle istituzioni preposte delineano un quadro confortante sulla capacità del Sistema sanitario nazionale di fare fronte ai contagi circolanti; le attività lavorative sono totalmente riprese, sebbene con qualche limitazione circoscritta al comparto produttivo dell’intrattenimento e dello spettacolo artistico e sportivo; le scuole sono state riaperte in ogni ordine e grado; le università idem; il traffico aereo è ripreso con regolarità; i trasporti pubblici non hanno smesso di funzionare fino al massimo della capienza consentita, anche quando non avrebbero dovuto. Perché mai si avverte il bisogno di prorogare lo stato d’emergenza?
  La verità è che esso non è più tale, già da molto. La verità, che nessuno osa ammettere pubblicamente ma che tutti conoscono a cominciare da coloro che quel potere straordinario se lo sono preso, è che siamo immersi – meglio: sprofondati – nello “stato d’eccezione” di schmittiana memoria. La differenza tra la condizione generata da quest’ultimo rispetto a quella che si configura con lo “stato d’emergenza” non è roba di poco conto. Al contrario: ci cambia la vita. Ricorrendo alla diversificazione formulata da un noto giurista (Gustavo Zagrebelsky quotidiano La Repubblica del 28 luglio 2020): “All’emergenza si ricorre per rientrare quanto più presto è possibile nella normalità (salvare i naufraghi, spegnere l’incendio). All’eccezione si ricorre invece per infrangere la regola e imporre un nuovo ordine”. La nostra Comunità nazionale sta scivolando gradualmente nella nuova condizione che assicura agli individui protezione in cambio di libertà, un pacifico conformismo nell’agire collettivo al posto dell’urticante confronto democratico; l’ortodossia del pensiero unico, politicamente corretto, contro le fughe e le deviazioni dell’eterodossia; pensiero convergente che scaccia dal campo delle interazioni umane ogni forma di pensiero divergente.
  Al concetto di stato d’eccezione si associa la figura del sovrano al quale è attribuito il potere supremo della decisione. Ora, domandiamoci: non è così che siamo messi in Italia? Non è forse vero che qualsiasi cosa faccia il premier Draghi o, su sua delega, il Governo sia giusta e incontestabile essendo la decisione presa non in nome ma per il bene del popolo sovrano rimasto tale solo sulla carta? Opporvisi è da negazionisti, da credenti d’una religione o di una setta che non oscillano di fronte alle smentite della realtà (Zagrebelsky). Ciò non è soltanto sbagliato ma è velleitariamente antiscientifico, antitetico alla linea di flusso del divenire della Storia. Scioperare, protestare pacificamente, disubbidire in forma non violenta, violano il nuovo ordine. Su un punto Zagrebelsky ha ragione: “L’emergenza non è l’eccezione e l’eccezione non è il grado ultimo dell’emergenza. Sono due cose diverse.
  Ma da noi quello steccato è stato saltato da un pezzo. La gente comune, asfissiata dagli affanni quotidiani, neanche se n’è resa conto. Non bada a certe sottigliezze da intellettuali. Se si sente dire dai megafoni di Stato (i media) a ogni ora del giorno e della notte che le cose funzionano e il Pil cresce come mai accaduto prima, ci crede. Forse si dirà che da quando c’è Draghi i treni arrivano in orario. Ma lo si diceva anche di qualcun altro che, per un ventennio lo scorso secolo, ha sequestrato la libertà degli italiani. A breve si terrà l’elezione del presidente della Repubblica e c’è chi ipotizza un approdo di Mario Draghi al Quirinale per essere capo dello Stato con poteri rafforzati: un modo ipocrita per non definirlo monarca assoluto. C’è da gestire fino al 2026 il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finanziato dall’Unione europea con oltre 200 miliardi di euro. C’è la controversa transizione ecologica da realizzare entro il 2050. Ci sono le grandi riforme strutturali il cui compimento è atteso da decenni. Sussurrano a mezza voce i cantori dello stato d’eccezione: “Per queste cose servono uomini forti, credibili presso la comunità internazionale e i mercati finanziari, che prendano decisioni rapide. Non serve il chiacchiericcio inconcludente dei partiti”. Mario Draghi, con un pugno di uomini e donne fidati, guiderebbe lo Stato dal Colle in una sorta di presidenzialismo de facto; lascerebbe a Palazzo Chigi un suo plenipotenziario; surrogherebbe con il proprio carisma la funzione legislativa finora attribuita dalla norma fondamentale a quel reperto archeologico che è il Parlamento. E le leggi non si limiterebbe a firmarle ma le detterebbe. E al diavolo la Carta costituzionale. Ma non era la più bella del mondo?
  La cosa sorprendente è che i più convinti assertori della prosecuzione dello stato d’eccezione stiano nel centrosinistra. D’altro canto, perché stupirsi? È da dieci anni che, in un modo o nell’altro, i “compagni” stazionano al potere a dispetto dei verdetti elettorali. Al riguardo: perché sprecare denaro pubblico in quelli che il qualcuno di cui sopra chiamava spregiativamente “ludi cartacei”, visto che c’è tanta gente che alle urne neanche ci va più? Perché infastidire i sudditi con inutili liturgie partecipative? C’è Draghi e, presumibilmente, nel 2023 vi sarà da qualche parte in Italia un malato di Covid o si troverà un’altra variante del virus in circolazione tale da giustificare la prosecuzione dello stato d’eccezione. Conveniente allora sospendere le elezioni: lasciamo tutto com’è adesso. Saranno contenti i parlamentari grillini che continueranno a ricevere lo stipendio. E saranno contenti quegli italiani che apprezzeranno il fatto che i treni arrivino in orario e che non vi siano più scioperi in strada a turbare la pace, dal discutibile retrogusto cimiteriale, delle persone perbene. Tutto giusto e perfetto. Ma a una sola condizione: che ci venga risparmiata la pagliacciata, tutta di sinistra, delle manifestazioni contro il fascismo che torna.

(l'Opinione, 10 novembre 2021)


Eitan, mandato di cattura internazionale per il nonno Shmuel Peleg: «Potrebbe rapirlo di nuovo»

Caso Eitan, la procura di Pavia ha emesso due mandati di cattura internazionali nei confronti del nonno materno del bimbo, Shmuel Peleg, e dell'uomo di 50 anni, Gabriel Alon, israeliano, che era alla guida della macchina con cui il bambino fu portato a Lugano per essere imbarcato su un aereo privato con destinazione Tel Aviv. Il piccolo sopravvissuto alla tragedia del Mottarone è al centro di una contesa tra due rami familiari.

• Pm Pavia: attesa risposta Israele
  «Aspettiamo di vedere cosa succederà a livello internazionale, ossia la risposta delle autorità israeliane sul mandato d'arresto internazionale e poi procederemo con la chiusura indagini e con la richiesta di processo», ha detto il procuratore facente funzioni della Procura di Pavia Mario Venditti a proposito dei mandati di cattura internazionali nei confronti del nonno materno del piccolo Eitan, Shmuel Peleg, e dell'autista. Il procuratore ha precisato che l'ordinanza di custodia cautelare che attiva il mandato d'arresto dovrebbe essere già stata «trasmessa» dalla Procura generale di Milano al ministero della Giustizia.

• Il nonno ricorre al riesame
  I legali di Shmuel Peleg, rappresentato sul fronte penale in Italia dall'avvocato Paolo Sevesi, hanno già depositato ricorso al Tribunale del Riesame di Milano contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip di Pavia con conseguente mandato d'arresto internazionale e richiesta di estradizione, a carico dell'uomo accusato del rapimento del nipote. Il ricorso è stato depositato oggi con riserva di motivazioni, anche perché i legali non hanno ancora avuto accesso agli atti e all'ordinanza.
  I legali del nonno, dopo la notizia del mandato d'arresto internazionale, hanno deciso di depositare già stamani un ricorso al Riesame di Milano (che è competente sui provvedimenti cautelari di Pavia) riservandosi di depositare anche i motivi alla base della loro richiesta di revocare l'ordinanza nei confronti del nonno del bimbo di 6 anni, anche perché ancora non hanno avuto a disposizione l'ordinanza e gli atti del procedimento. Atti che dovrebbero essere messi a disposizione della difesa nei prossimi giorni, quando i giudici fisseranno pure l'udienza per la discussione del ricorso della difesa. I legali dei nonni, tra l'altro, sul fronte civile ieri hanno chiesto al Tribunale di Pavia che la zia paterna Aya venga rimossa dall'incarico di tutrice con immediata sospensione e che venga nominato come pro-tutore un avvocato "terzo". E ciò nell'ambito del reclamo contro la nomina che ha originato anche un procedimento davanti al Tribunale per i minorenni di Milano (udienza l'1 dicembre). I legali dei nonni hanno pure chiesto ai giudici civili di Pavia che gli atti su quella nomina della zia vengano inviati alla Procura di Torino per presunti profili di falsità.

• Nonno potrebbe rapirlo ancora
  Shmuel Peleg potrebbe rapire ancora Eitan, se rimanesse in libertà. Il pericolo di reiterazione del reato è contestato nell'ordinanza emessa dal gip di Pavia, su richiesta della Procura, e che ha portato al mandato d'arresto internazionale a carico del nonno materno e di un autista. Contestato anche il pericolo di inquinamento probatorio, mentre dai primi accertamenti risulta che l'autista israeliano Gabriel Abutbul Alon lavorava per una agenzia di contractor con sede negli Usa. 
  La nonna materna Esther, anche lei indagata nell'inchiesta dei pm pavesi, non è destinataria della misura cautelare perché, a quanto si è saputo, gli inquirenti hanno accertato che non era più in Italia l'11 settembre, giorno del sequestro, ossia era tornata in Israele prima che l'ex marito e il suo «aiutante» rapissero il piccolo. Avrebbe, comunque, partecipato alla pianificazione del rapimento assieme ai due uomini e per questo è indagata in concorso.

• Procura di Milano: estradare in Italia nonno e autista
  La Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, a cui è stata inoltrata l'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip di Pavia a carico di Shmuel Peleg e del suo «aiutante» Gabriel Alon Abutbul sul caso del rapimento di Eitan, l'ha già trasmessa al ministero della Giustizia con «richiesta di estradizione» da Israele verso l'Italia del nonno materno del piccolo e dell'autista.

• I viaggi prima del rapimento
  Il rapimento di Eitan, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, è stato pianificato nel dettaglio come dimostrano «i numerosi viaggi in Svizzera effettuati nelle giornate immediatamente precedenti l'11 settembre e accertati grazie all'analisi del traffico telefonico» del nonno paterno Shmuel Peleg e di Abutbul Gabriel Alon, l'autista («verosimilmente appartenente alla compagnia militare privata Blackwater») assunto dai nonni materni «per assisterli e aiutarli nel loro progetto di trasferimento del piccolo Eitan in Israele». 
  Da quanto ricostruito dagli investigatori, il nonno non riconsegnò alla zia tutrice il piccolo, ma insieme al 50enne suo connazionale varcò il confine elvetico a bordo di un'auto «presa a noleggio dallo stesso Peleg per giungere all'aeroporto di Lugano-Agno, da dove si sono poi imbarcati su un volo privato, noleggiato da una compagnia tedesca di noleggio charter al costo di 42.000 euro dall'Alon, con destinazione Tel-Aviv in Israele». 
  La ricostruzione di quanto accaduto, spiegano in procura, non è stata semplice: «attesi i presunti trascorsi di appartenenza militare degli indagati, nonché il fatto che gli stessi si muovessero in modo "ombroso" sul territorio italiano con l'utilizzo anche di più autovetture a noleggio e comunicando tra loro con utenze telefoniche estere». 

• Il mandato d'arresto in apertura sui siti d'Israele
  Il sito del quotidiano israeliano Yediot Ahronot (Ynet), quello di Haaretz e il Times of Israel hanno deciso di mettere in apertura la notizia del mandato di arresto internazionale spiccato dalla procura di Pavia nei confronti di Shmuel Peleg. La notizia è tra «le più importanti» anche per il Jerusalem Post e il sito dell'emittente televisiva N12. I media israeliani spiegano nel dettaglio le accuse mosse nei confronti del nonno di Eitan, dell'autista Gabriel Alon e della moglie di Shmuel, Etty, che risulta indagata. Mentre Haaretz e Ynet si limitano a ricordare i fatti e a citare le accuse formulate dalla Procura di Pavia, il Times of Israel ricorda come Shmuel Peleg abbia sempre negato di aver rapito il nipote e sia stato rilasciato con la condizionale dalla polizia israeliana dopo essere stato interrogato. Sempre parlando del nonno, il Times of Israel sottolinea il fatto che gli siano stati affidati i figli in modo congiunto dopo il divorzio dalla prima moglie e nonostante la condanna a 15 mesi in libertà vigilata per violenza privata.
  L'emittente N12 ricorda anche come la nonna di Eitan abbia definito «un disastro nazionale» la decisione del tribunale della famiglia di Tel Aviv di far tornare Eitan in Italia con la zia paterna Aya, alla quale era stato affidato dal Tribunale di Torino. Il Jerusalem Post afferma che l'affidamento del bambino continua a essere al centro di una battaglia legale sia in Israele, sia in Italia. «La maggior parte degli esperti legali concorda sul fatto che le possibilità per Shmuel Peleg di ottenere la custodia erano già scarse - scrive il Jerusalem Post - Dopo aver preso il bambino illegalmente sono diventate ancora più esigue».


(Il Messaggero, 10 novembre 2021)


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Mandato di cattura internazionale per il nonno di Eitan e il suo autista

Il gip di Pavia; piano premeditato per rapire il piccolo. Spunta un'agenzia di contractor US3.

di Giuseppe Guastalla

Mandato di cattura internazionale per Shmuel Peleg, 63 anni, e per Gabriel Abutbul Alon, 50 enne residente a Cipro: in appena due mesi di indagini serratissime, la Procura di Pavia accusa i due israeliani di aver ordito e realizzato il «piano strategico premeditato» con cui hanno rapito nel Pavese, per portarlo con loro in Israele, Eitan Biran, il nipotino di 6 anni di Peleg, unico sopravvissuto della tragedia della Funivia del Mottarone.
  L'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Pavia Pasquale Villani e trasmessa alla Procura generale di Milano viaggerà verso Israele, dove un giudice ha già restituito Eitan alla zia patema Aya Biran, e in tutta l'Unione Europea. Le lunghe e complesse indagini dirette dal Procuratore facente funzioni di Pavia Mario Vendittl svelano i particolari di un'azione portata a termine con tecniche paramilitari e di Intellìgence, ma anche, è questo il forte sospetto, grazie a complicità determinanti.
  L'11 settembre scorso, Shmuel Peleg, 63 anni, tenente colonnello in pensione dell'esercito israeliano e consulente di una società di telecomunicazioni, alle 11,30 preleva Eitan dalla casa di Travacò Siccomario (Pavia) in cui vive con la famiglia della zia Aya, alla quale era stato affidato dal giudice tutelare Michela Fenucci dopo l'incidente in cui il 23 maggio ha perso il padre, la madre Tal (figlia di Peleg), il fratellìno di 2 anni e due bisnonni. Ma dall'incidente del Mottarone, in cui morirono 14 persone, la famiglia si è spaccata tra i parenti della madre, i Peleg, che vorrebbero che Eitan, che da quando ha due mesi vive in Italia, venga tolto alla zia ed affidato a loro e tornare in Israele, e quelli del padre, Aya Biran e il marito, ai quali il piccolo è stato affidato affinché continui a crescere con le due cuginette. La contrapposizione si è incattivita nelle udienze a Pavia (ed anche a Tel Aviv dopo il rapimento) al punto che il giudice ad agosto aveva vietato che Eitan potesse essere portato fuori dall'Italia senza il consenso di Aya obbligando anche il nonno a riconsegnare il passaporto israeliano del nipote (ha doppia nazionalità).
  Alle 11,26 Peleg fa salire Eitan su una Golf che ha noleggiato il giorno prima alla Malpensa ed in cui si trova anche Alon. Un personaggio già identificato ad agosto in un'udienza dal giudice Fenucci. Si era prima presentato come «legale israeliano» tra gli avvocati di Peleg e della ex moglie Esther Cohen (indagata per il sequestro), ma quando il giudice gli aveva chiesto il tesserino, «il balzano avventore, traccheggiava per poi definirsi con formula più vaga come il "consulente legale di una società di Tel Aviv"», annota il gip. Fu fatto uscire dall'aula ed identificato. La polizia ha accertato che è stato più volte in Italia negli ultimi mesi con Peleg e Cohen. Usa l'indirizzo mail gabriel@blackwater.army, un dominio che fino al 2011 era il nome di «Academi», compagnia militare privata Usa impiegata in Iraq ed Afghanistan. Gli investigatori della Squadra mobile diretta da Giovanni Calagna hanno ricostruito i movimenti della Golf da Travacò Siccomario fino al confine italo-svizzero di Chiasso, superato senza subire controlli. Il divieto di espatrio era stato diramato a livello Shenghen ma agli svizzeri non risultava «visibile» a causa di un problema tecnico.
  Nessun approfondimento neanche quando l'auto viene fermata alle 14,10 dalla Polizia cantonale elvetica vicino all'aeroporto Lugano-Agno. Gli agenti identificano i passeggeri e li fanno proseguire «in maniera del tutto inopinata», sottolinea il gip, anche se risulta una denuncia di smarrimento del passaporto israeliano di Eitan, bimbo che è in compagnia di adulti che nemmeno emerga dai documenti che siano suoi parenti. Via libera anche in aeroporto. I tre si imbarcano su un Cessna 680 della società tedesca Aronwest proveniente da Hannover noleggiato per 42 mila euro che alle 15 decolla per Tel Aviv e proseguirà per Cipro. Eitan ha tentato di «abbarbicarsi - scrive il gip Villani - a quel che rimaneva del suo mondo: la zia tutrice, lo zio, i cuginetti, i piccoli amici di Travacò. E in questo contesto, che Peleg, col determinante apporto di Alon, lo rapisce strappandolo alle relazioni più care, prossime e rassicuranti». A chi «sta compiendo un così grave torto a un bambino già percosso dagli eventi e dalla malasorte» va detto in maniera «semplice e diretta: non ti è lecito».

(Corriere della Sera, 10 novembre 2021)


Firenze non dimentica i deportati ebrei del novembre '43

Commemorazione al binario 16 della stazione di Santa Maria Novella

FIRENZE - «È un dovere istituzionale e civico venire al binario 16, ogni anno, per ricordare i fatti drammatici del passato. I temi della discriminazione e del razzismo, che in passato hanno portato a tragedie, non vanno dimenticate. Più si raccontano le nostre memorie e più si riuscirà a far crescere le giovani generazioni con principi saldi». Lo ha detto il presidente del consiglio comunale Luca Milani, intervenendo ieri alla cerimonia commemorativa che si tiene ogni anno al binario 16 della stazione di Santa Maria Novella da dove il 9 novembre 1943 partì il primo convoglio di deportati ebrei, con più di 300 persone, compreso bimbi e anziani, ammassate su alcuni vagoni di un treno diretto ad Auschwitz. Solo in 15 fecero ritorno.
  Alla commemorazione erano presenti, oltre al presidente Luca Milani, il prefetto Valerio Valenti, il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, il Presidente della Comunità ebraica Enrico Fink, il Rabbino Gadi Piperno, i sindaci della Città metropolitana con i Gonfaloni dei loro comuni, i rappresentanti delle associazioni Aned, Anpi, associazioni antifasciste e numerose altre autorità civili, militari e religiose, oltre alle consigliere e consiglieri comunali Bundu, Dardano, Innocenti e Palagi.
  Nel suo intervento il presidente Milani ha ringraziato i presenti e ha sottolineato «l'importanza del valore della memoria da coltivare perché dobbiamo assolutamente evitare ciò che abbiamo visto in alcune manifestazioni no green-pass nelle quali è stato accostato il dramma disumano dei deportati nei campi di sterminio alla 'privazione di libertà' nella gestione della pandemia. E questo - ha concluso il presidente Milani - è inaccettabile».

(la Nazione-Firenze, 10 novembre 2021)


L’avventurosa storia dell’esplorazione delle Tombe dei Patriarchi

di Ugo Volli

Israele è fra le zone archeologiche più interessanti del mondo. Mai centro di grandi imperi, ma sede permanente di una civiltà, quella ebraica, le cui tracce risalgono a 35 secoli fa, e poi soggetto a molteplici invasioni, che hanno a loro volta lasciato resti e monumenti. Forse per questo l’archeologia è una passione diffusa in Israele e i ritrovamenti fanno sempre notizia. Spesso però la ricerca è ostacolata dai palestinisti, che fanno il possibile per distruggere i resti ebraici, per cercare di nascondere le prove che smentiscono le loro pretese politiche. È così molto difficile condurre esplorazioni scientifiche dei luoghi che per una ragione o per l’altra sono sotto il loro controllo. Questo vale per il Monte del Tempio, dove gli archeologi hanno dovuto accontentarsi di studiare i resti abbandonati in discarica dei lavori edilizi di scavo condotti dal Wafq, la fondazione giordana che lo gestisce.
  Lo stesso problema riguarda anche le Tombe dei Patriarchi a Hebron. Quel che si vede dalla città è un edificio monumentale costruito da Erode ventun secoli fa. Essa ospita su una piattaforma coperta elevata le tombe monumentali dedicate ad Abramo, Isacco e Giacobbe e alle loro mogli, cui però gli ebrei non avevano avuto accesso dal tempo dei Mamelucchi (1270 circa) per lunghi secoli: solo i musulmani potevano entrare, agli “infedeli” era proibito superare il settimo gradino della scala esterna che vi portava. Dopo la Guerra dei Sei Giorni l’accesso fu diviso da Moshé Dayan fra una sezione riservata ai musulmani e una per gli ebrei (e le persone di altra religione). Ma le tombe che si visitano sono vuote, servono solo da ricordo. I veri sepolcri si trovano sotto l’edificio nella grotta, che, come racconta anche la Torà, fu comprata da Abramo a un ittita che possedeva quel territorio, continuano a non essere accessibili né ai fedeli né agli studiosi. Ma qualche tentativo di infiltrazione nei sotterranei dell’edificio erodiano che nascondono le sepolture c’è stato: è una storia affascinante e romanzesca che è stata ricostruita in una tesi di dottorato recentemente discussa, che ha sollevato molto interesse nella stampa israeliana.
  Questo è ciò che si sa oggi della cava di Macpelah dove probabilmente le vere tombe dei Patriarchi sono ancora protette come le voleva Abramo 3500 anni fa e le racconta la Torà. Ma nel 2017 l’Unesco ha dichiarato l’edificio parte del “patrimonio culturale palestinese”, un popolo di cui nessuno aveva sentito parlare prima del 1960.

(Shalom, 10 novembre 2021)


"La monocultura ideologica oggi è una grande minaccia in occidente"

Intervista al filosofo Alexander Grau della rivista Cicero

di Giulio Meotti

ROMA - "Quelle menti che restano ancora indipendenti adesso stanno emigrando, abbandonano definitivamente le università, come ha fatto il filosofo Peter Boghossian, che per anni ha combattuto invano contro la cultura del divieto di pensare alla Portland State University, L'esempio più recente di questa crescente cultura inquisitoria nelle università sono le dimissioni della filosofa Kathleen Stock dall'Università del Sussex". Lo scrive nella sua "Grauzone" sul mensile tedesco Cicero il filosofo Alexander Grau, che è anche editorialista dello Spiegel e della Neue Zürcher Zeitung, "Stock è una classica femminista di sinistra e tradizionale. Ecco perché insiste sul fatto piuttosto banale che ci sono due sessi biologici. Questo da solo è bastato, però, a creare un clima di odio al quale ora si è arresa e minacciata. L'accusa: trans-ostilità". Ora, scrive Grau, "c'è la minaccia di una monocultura ideologica".
  A quale scopo? "L'obiettivo di questa repressione è il potere", dice Grau al Foglio. "E' di conquistare la sovranità del discorso nelle società occidentali attraverso alcune questioni chiave, dalla forte carica morale: genere, clima, razzismo. E' fondamentalmente una strategia rivoluzionaria per capovolgere completamente le società europee. E funziona: quasi nessuno osa essere seriamente in disaccordo. C'è solo un'opzione: ignorare queste persone. Ad esempio, se minacciano di boicottare qualcuno perché pensano che sia un razzista, allora lasciamo che lo facciano, che rimangano a casa. E' meglio comunque. Ma penso che sia troppo tardi per questa forma di resistenza".
  Gran parte di questa ideologia è ben nota: fondamentalismo, fanatismo, negazione della realtà, moralismo. "Sappiamo tutto questo dalla storia delle religioni e delle ideologie", ci dice ancora Grau. "Ciò che¨s è veramente nuovo è l'odio per se stessi. Non conosco alcuna ideologia che abbia mostrato un tale disprezzo per le conquiste e le tradizioni della propria storia. Il mainstream di genere, la bianchezza critica e gli studi postcoloniali non riguardano realmente la giustizia e l'umanesimo, ma denunciano la cultura occidentale come sessista, razzista e imperialista. Inoltre ho l'impressione che gli attivisti non siano effettivamente a favore di qualcosa, ma che invece siano contro qualcosa. Sono guidati da un estremo risentimento. Risentimento contro la propria cultura. E' un fenomeno singolare. Inoltre, costoro rivoltano l'Illuminismo contro se stessi perché l'intera retorica di questi attivisti sembra illuminata, ma la loro causa è profondamente anti illuminista. Stiamo assistendo a una rinascita del sofisma fondamentalista, che cerca di dimostrare con argomenti sofisticati che la Terra è piatta nelle (ex) migliori università del mondo. Tutto questo è radicato in un moralismo così esagerato che non puoi davvero credere che qualcuno faccia sul serio".
  Da tedesco, Grau ha una duplice memoria di una società che opprime la libertà di espressione. "Nel mondo occidentale si sta diffondendo sempre di più un clima di non libertà. Le persone non hanno più il coraggio di esprimere la loro opinione e sono minacciate da autodafé mediatici. C'è un'enorme pressione per muoversi all'interno di un corridoio di opinione fissato". Ma il corridoio si restringe ogni anno di più.

Il Foglio, 10 novembre 2021)


Israele: rinvenuto antico anello usato per “prevenire i postumi della sbornia”

La scoperta è avvenuta presso la città di Yavne.

Le autorità per le Antichità di Israele, attraverso un comunicato stampa, hanno diffuso la notizia del ritrovamento avvenuto negli scavi nella città di Yavne, città del distretto centrale di Israele. L’archeologo Amir Golani afferma che il reperto è stato rinvenuto a 150 metri di distanza da un magazzino che conteneva anfore utilizzate per la conservazione del vino. Gli esperti hanno datato il sito intorno al VII secolo ma secondo le ipotesi, l’anello potrebbe essere più antico. “Anelli d’oro con ametista incastonata erano conosciuti già al popolo romano. Non si esclude che possa appartenere all’élite del III secolo d.C.” afferma Golani.
  Secondo gli archeologi, questa pietra in particolare poteva essere associata a diverse religioni perché citata nella Bibbia. Con molta probabilità l’anello apparteneva a una persona benestante, forse proprio al proprietario del magazzino ovvero la cantina dove sono state rinvenute le anfore. In tempi antichi, si credeva che una delle cure contro gli effetti della sbornia era proprio l’ametista. “Non sapremo mai se effettivamente il proprietario dell’anello voleva evitare l’intossicazione causata dal bere troppo vino, però non è da escludere come ipotesi” conclude Elie Haddad, direttrice dello scavo.

(Scienze Notizie, 10 novembre 2021)


83 anni dalla “Notte dei cristalli”

La European Jewish Association ad Auschwitz contro il virus dell’antisemitismo

di Luca Spizzichino

In concomitanza con quello che è l'83esimo anniversario della Kristallnacht, la European Jewish Association ha voluto organizzare un importante incontro con i rappresentanti delle diverse Cancellerie ed associazioni, ebraiche e non, a Cracovia per discutere su come combattere un virus, che è cresciuto parallelamente con la pandemia, quello dell’antisemitismo.
  “Vi chiediamo di partecipare non solamente per commemorare la memoria delle vittime, ma per porre l’attenzione sulla lotta all’antisemitismo. – ha dichiarato Rabbi Menachem Margolin – E in questo l’Europa sta fallendo.”
  Diversi saluti istituzionali, tra cui quelli della Primo Vicepresidente del Parlamento Europeo Roberta Matsola e il Presidente dell’Assemblea Nazionale della Slovenia Igor Zorčič, il Presidente del Parlamento del Montenegro Aleksa Bečić, hanno anticipato quelli che sono le principali tematiche su cui l’associazione ebraica ha voluto porre l’attenzione, ovvero tutte quelle sfaccettature dell’educazione contro l’antisemitismo.
  Due le grandi tematiche toccate nella prima parte del convegno: l’importanza nel raccontare la Shoah nel 2021 e le misure adottate dai Ministeri dell’Istruzione dei diversi Paesi membri per contrastare l’antisemitismo nelle scuole e nei campus.
  “La Shoah è stata un tragedia per l’umanità, e per questo è parte imprescindibile dei nostri programmi scolastici” ha dichiarato il Segretario di Stato per l’Educazione inglese Nadhim Zahawi rimarcando il fatto che “bisogna avere tolleranza zero riguardo tutte le forme di antisemitismo che si manifestano nelle classi. È necessario che le università adottino la definizione IHRA.”
  Ma il vero strumento per contrastare l'odio antiebraico è tramandare la memoria della Shoah attraverso le parole dei sopravvissuti nelle scuole, come ha voluto ricordare Regina Suchowolsky-Sluszny, Presidente del Forum delle Organizzazioni Ebraiche, che da decenni si occupa di questo, visitando centinaia di istituti nel Paese. “Lo farò fino a quando il mio corpo me lo permetterà” con queste parole la sopravvissuta ha voluto rimarcare l'importanza della testimonianza diretta.
  A chiudere il Simposio organizzato dall’EJA una sessione incentrata sulla sicurezza, in particolare gli strumenti utilizzati dalle diverse Cancellerie, ma anche dai colossi come YouTube, per contrastare i discorsi d’odio e soprattutto l’antisemitismo. E proprio per il ruolo avuto dalle forze dell'ordine nel prevenire ogni possibile minaccia alle comunità ebraiche italiane l’associazione belga ha voluto insignire il Capo della Polizia di Stato, il prefetto Lamberto Gianni, del King David Award.

(Shalom, 9 novembre 2021)


Israele, la migrazione dei grandi pellicani bianchi

Gli esemplari vengono nutriti grazie ad un progetto finanziato dalle autorita' israeliane

La migrazione dei grandi pellicani bianchi, che si nutrono di pesce come parte del progetto Israele. I grandi pellicani bianchi migratori, noti anche come pellicani bianchi orientali, si nutrono di pesce scaricato da un serbatoio d'acqua come parte di un progetto finanziato dall'Autorita' israeliana per la natura e i parchi, che mira a impedire ai pellicani di nutrirsi da piscine commerciali di allevamento ittico.

(ANSA, 9 novembre 2021)


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Start-up italiane, il futuro passa da Tel Aviv

Offrire alle start-up italiane opportunità di business e partnership e immergersi completamente in uno degli ecosistemi dell'innovazione più all'avanguardia a livello mondiale. Questo l'obiettivo di "Accelerate in Israel", il programma di accelerazione per start-up italiane in Israele, giunto alla sua terza edizione e promosso dall'ambasciata d'Italia e dall'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane con la collaborazione di Intesa Sanpaolo Innovation center e della camera di commercio Israele-Italia. Questa terza edizione è stata presentata dal nuovo ambasciatore d'Italia in Israele Sergio Barbanti che ha sottolineato come innovazione e trasferimento tecnologico siano diventati punti di riferimento fondamentali per la crescita delle imprese italiane in Israele e non solo. Secondo l'ambasciatore, "Accelerate in Israel guiderà, col prezioso supporto di qualificati acceleratori israeliani, le start-up italiane in un percorso di sviluppo delle competenze necessarie al successo delle loro tecnologie e del loro business pian".
  Accanto alle opportunità offerte dall'ecosistema israeliano, è importante promuovere la diffusione di una nuova cultura dell'innovazione anche in Italia, il punto di vista di Carlo Ferro, presidente di Agenzia ICE. "Negli ultimi tre anni i nostri stanziamenti dedicati a iniziative che hanno coinvolto le start-up sono triplicati". In questa direzione, il coinvolgimento in Accelerate in lsrael.
  "La terza edizione del programma di accelerazione aprirà nuove opportunità di crescita per le start-up italiane selezionate,- ha continuato Ferro - che saranno ospitate per un periodo di 10 settimane presso acceleratori israeliani che, oltre a fornire tutoraggio, metteranno a disposizione la loro rete di partnership con venture capital, multinazionali, centri di Ricerca e Sviluppo, Università e startup locali". Il programma nasce nell'ambito delle attività previste dall'accordo di cooperazione tra Italia e Israele nel campo della ricerca e dello sviluppo industriale, scientifico e tecnologico e ha l'intento di sviluppare l'esposizione internazionale delle start-up italiane in quello che viene considerato il Paese più innovativo al mondo e con il più alto numero di start-up pro-capite.
  "Dopo lo stop imposto dalla pandemia, - la valutazione di Ronni Benatoff, presidente onorario della camera di commercio Israele-Italia - il progetto ha acquisito, a mio avviso, ancora più importanza. Negli ultimi due anni, quando gli ecosistemi innovativi hanno subito importanti rallentamenti, alcuni persino scomparendo, in Israele è accaduto esattamente il contrario".

(Pagine Ebraiche, novembre 2021)


La guerra in Etiopia sta creando un problema con l'immigrazione in Israele

Circa 8 mila persone che rivendicano radici ebraiche vivono ancora nel Paese africano. La ministra per l'Immigrazione israeliana Pnina Tamano-Shata chiede che "vengano salvati dal massacro". Ma sulle identità di molti di loro ci sono dubbi. Nelle ultime settimane 61 etiopi tigrini sono entrati in Israele "perché in grave pericolo", secondo le autorità non avrebbero nessun legame con l'ebraismo né erano a rischio.

di Sharon Nizza

TEL AVIV - Nei drammatici giorni dell'escalation in corso in Etiopia, con l'avanzata dei ribelli del Tigray verso la capitale Addis Abeba, in Israele è in corso un acceso dibattito su una possibile azione di salvataggio di membri della comunità di origine ebraica che tuttora vivono nel Paese africano. Si stima che circa 8 mila persone che rivendicano radici ebraiche o legami familiari con cittadini israeliani sarebbero in attesa di immigrare per scampare alla guerra in corso. In Israele a oggi vivono circa 160 mila cittadini di origine etiope, di cui poco più della metà nati in Etiopia e in gran parte giunti nello Stato ebraico in avventurose operazioni di salvataggio operate dai servizi israeliani principalmente negli anni '80 e '90.
  La ministra per l'Immigrazione e Integrazione Pnina Tamano-Shata - arrivata in Israele a tre anni nel 1984 con l'operazione Moshè e a oggi prima esponente di governo di origine etiope della storia del Paese - minaccia le dimissioni se l'esecutivo non adotterà una chiara politica volta a "salvare gli ebrei rimasti in Etiopia che rischiano il massacro". Appelli al governo arrivano anche da numerosi rabbini e da esponenti della comunità etiope israeliana. "Un'operazione di alyià ("ascesa", come viene chiamata l'immigrazione degli ebrei verso Israele, ndr) di massa è necessaria immediatamente dall'Etiopia" si legge in una lettera dell'Ong 'Lotta per l'alyià degli ebrei etiopi'. "Il governo israeliano deve evacuare quanti stanno aspettando ad Addis Abeba e a Gondar, prima che sia troppo tardi". Diversi cittadini di origine etiope raccontano dei famigliari in pericolo. "I ribelli stanno arrivando ovunque, arruolano con la forza i giovani", ci dice Gashau Aventa, arrivato in Israele anni fa da Gondar, dove ha lasciato parte della famiglia. "Hanno preso mio nipote e mia sorella non sa più cosa fare".
  Ma la vicenda ha risvolti più complessi. In Israele da anni vi è un acceso dibattito intorno alla comunità etiope che richiede di immigrare in Israele, per la maggior parte confluita in centri di accoglienza istituti da associazioni ebraiche a Gondar, nel nord del Paese. Per lo Stato ebraico l'operazione di assorbimento della comunità ebraica locale si è conclusa all'inizio degli anni 2000. Chi attende nei centri in questione rivendica di far parte della comunità dei Falashmura, ossia ebrei costretti a convertirsi al cristianesimo nel corso delle generazioni, accolti in Israele in diverse ondate migratorie negli ultimi 20 anni. Oppure si tratterebbe di persone che richiedono un ricongiungimento familiare, molto spesso impossibile da documentare, rallentando il processo di esame delle domande. Nel corso dell'ultimo anno, da quando è esplosa la guerra tra i ribelli tigrini e il governo centrale etiope, circa 2mila persone sono state portate in Israele con un ponte aereo. Ma le polemiche sull'autenticità delle storie personali si moltiplicano.

• Il caso dei tigrini che non erano ebrei 
  Ieri il quotidiano Haaretz ha reso noti i dettagli di un'operazione segreta che ha portato nei mesi scorsi all'ingresso nel Paese di 61 etiopi tigrini "perché in grave pericolo". Giunti in Israele e dopo settimane di indagini, l'Autorità per l'immigrazione ha rilasciato un rapporto contestando le informazioni fornite dai nuovi immigrati, che, salvo quattro casi, non avrebbero nessun legame con l'ebraismo né provenivano da situazioni a rischio - secondo quando si legge nel rapporto - e che avrebbero quindi sfruttato il canale - immediato - della naturalizzazione, piuttosto che quello della richiesta di asilo (che con ogni probabilità non avrebbe mai avuto esito).
  In serata, il giornalista Raviv Drucker di Channel 13 ha riportato che il caso in questione è stato oggetto di un'animata conversazione tra il primo ministro etiope Abiy Ahmed e l'omologo israeliano Naftali Bennett nelle settimane scorse. Ahmed avrebbe informato Bennett che come parte di quel gruppo vi erano anche "4 ribelli tigrini che hanno partecipato a massacri contro la popolazione etiope". Elementi che potrebbero confermare quanto trapelato ieri da un rapporto classificato del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano secondo cui "non è chiaro fino a che punto gli 8mila ebrei rimasti siano effettivamente ebrei e fino a che punto siano effettivamente in pericolo. Portarli in Israele senza un'adeguata indagine potrebbe essere un errore demografico" - si legge nel documento - "e potrebbe creare tensioni con le autorità etiopi". Tutti gli sviluppi delle ultime 24 ore sono adesso al vaglio del governo che dovrà decidere come procedere. Secondo fonti dell'ufficio del primo ministro citate da Drucker "al momento qualsiasi operazione di immigrazione è per ora sospesa". Resta da vedere se la ministra Tamano-Shata darà corpo alla minaccia di dimissioni.
  In Israele vivono inoltre circa 9mila tigrini, parte di una comunità di circa 50 mila immigrati africani clandestini, per la maggior parte arrivati nel Paese con visti turistici poi scaduti, o giunti dall'Africa in viaggi disperati tramite il Sinai, prima che Israele completasse la barriera al confine con l'Egitto che ha troncato i flussi migratori illegali. A causa della degenerazione del conflitto in Etiopia - per cui ieri Israele ha iniziato ad evacuare i familiari dei propri diplomatici ad Addis Abeba - e in una mossa straordinaria che non accedeva da anni, l'Autorità per l'immigrazione ha deciso di concedere ai tigrini certificati di asilo temporanei in vista della valutazione della situazione umanitaria della commissione competente.

(la Repubblica online, 9 novembre 2021)


Lotta all’antisemitismo, alla Polizia Italiana il premio “King David”

di Francesco Puddu

Anche quest’anno l’European Jewish Association ha voluto ricordare coloro che si sono distinti per iniziative a favore dei cittadini. In particolare a Cracovia, nella giornata di ieri, è stato consegnato al Capo della Polizia, Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, Prefetto Lamberto Giannini, il prestigioso premio “King David Award”. La candidatura per il conseguimento dell’importante riconoscimento, come spiega il fondatore e presidente dell’anzidetta associazione, Rabbino Menachem Margolin, è legata all’attività svolta per la tutela della comunità ebraica italiana, per la prevenzione del terrorismo e per l’impegno della Polizia di Stato nella lotta contro l’antisemitismo.
  Il prefetto Giannini, nel suo intervento in occasione del ritiro del premio, ha sottolineato come “questo è un riconoscimento al costante lavoro svolto dalla Polizia di Stato e dalle altre forze di polizia a tutela della sicurezza della Comunità ebraica italiana attraverso la prevenzione ed il contrasto di ogni fenomeno criminale discriminatorio. Questi risultati sono anche il frutto del consolidato rapporto tra gli apparati di sicurezza della Comunità ed il Dipartimento della pubblica sicurezza, all’interno del quale è stato istituito l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, grazie al quale viene effettuato un monitoraggio quotidiano di tali fenomeni”.
  Nel 2022 Roma, come annunciato dall’Associazione Ebraica Europea, ospiterà, non a caso, la Conferenza Annuale nella quale si riuniranno i Capi delle Polizie dei Paesi Europei per discutere e mettere a fattor comune le strategie capaci, in futuro, di arginare, in maniera sempre più incisiva, episodi di odio e violenza nei confronti degli ebrei.

(Sardegnagol, 9 novembre 2021)


La storia degli ebrei in Italia

di Elisa Latella

Oltre il ghetto. Dentro e fuori è il titolo dell'esposizione aperta il 29 ottobre e visitabile fino al 15 maggio 2022, al Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah-Meis di Ferrara.
  Una mostra a cura di Andreina Contessa, Simonetta Della Seta, Carlotta Ferrara degli Uberti e Sharon Reichel e allestita dallo Studio GTRF Giovanni Tortelli Roberto Frassoni.
  La storia degli ebrei in Italia è la storia di diritti civili negati o riconosciuti a seguito di cambiamenti istituzionali.
  La loro esperienza nei ghetti dura secoli: a partire dal 1516 con l'istituzione del primo, quello di Venezia, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale.
  Nel 1870, con la fine del potere temporale dei Papi, si aprono le porte del ghetto di Roma: gli ebrei potranno vivere da cittadini liberi, fino all'arrivo delle sciagurate leggi razziali del 1938.
  Una lunga storia, secondo l'iter narrativo "Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni" curato da Anna Foa, Daniele Jalla e Giancarlo Lacerenza e "Il Rinascimento parla ebraico", a cura di Giulio Busi e Silvana Greco. Due mostre temporanee riunite adesso in una permanente.
  L'esposizione comprende opere d'arte - ci sono quadri come "Ester al cospetto di Assuero" (1733), in prestito dal Quirinale, e "Interno di sinagoga" di Alessandro Magnasco (1703), proveniente dalla Galleria degli Uffizi - ma anche documenti d'archivio, oggetti rituali. Troviamo la chiave di uno dei portoni del ghetto di Ferrara (XVIII secolo), il "Manifesto di Sara Copio Sullam" (1621) della Biblioteca del Museo Correr e la porta dell'Aron Ha-Qodesh, l'Armadio sacro (fine del XVIII- inizio del XIX secolo) donato nel 1884 dalla Università Israelitica locale al Museo Civico di Torino.
  Gli ebrei in Italia ci sono da sempre: sono forse l'esempio massimo che un popolo ha potuto dare di resilienza. L'esposizione è un viaggio tra l'identità di gruppo e quella individuale: ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica, ed e 'stata realizzata con il sostegno di Intesa San paolo, The David Berg Foundation, Fondazione Guglielmo De Lévy, TPER e il patrocinio del ministero della Cultura, della Regione Emilia-Romagna, del comune di Ferrara, dell'Unione delle Comunita' Ebraiche Italiane e della Comunità 'Ebraica di Ferrara. Un ringraziamento particolare è stato espresso nei confronti della Fondazione Cdec Centro di documentazione ebraica e all'ambasciatore Giulio Prigioni, scomparso nel 2021.
  Ferrara, come nel romanzo Il giardino dei Finzi Contini, continua ad essere un luogo di confine: tra la memoria collettiva e la Storia.

(Conquiste del Lavoro, 9 novembre 2021)


Traduzione del Talmud babilonese, il Rabbino Capo di Roma ad Ancona

Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, sarà ad Ancona all’incontro “Il Progetto di Traduzione del Talmud  Babilonese: Umanesimo e tecnologia in favore del dialogo interculturale”.

Giovedì 11 Novembre 2021 il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, sarà ad Ancona all’incontro “Il Progetto di Traduzione del Talmud  Babilonese: Umanesimo e tecnologia in favore del dialogo interculturale”, che si svolgerà alle  ore 17:00 presso la sala Boxe della Mole Vanvitelliana. All’evento, patrocinato dal Comune di Ancona, parteciperanno: Rav Riccardo Di Segni, Rabbino  Capo della Comunità Ebraica di Roma e Presidente del Progetto Traduzione Talmud  Babilonese, Paolo Marasca, Assessore alla Cultura di Ancona, Marco Ascoli Marchetti,  Vicepresidente della Comunità Ebraica di Ancona, Roberto Lambertini, Professore di Storia  Medievale all’Università di Macerata e David Dattilo, Responsabile Ricerca e Sviluppo Progetto  Traduzione Talmud Babilonese e Responsabile Progetto YESHIVA’.  Si tratta di un evento particolarmente importante, testimoniato dalla partecipazione di Rav Riccardo  Di Segni, nel quale sarà presentato, per la prima volta ad Ancona, il Progetto di Traduzione italiana  del Talmud Babilonese, frutto di un protocollo d’intesa tra Consiglio dei Ministri, MUR, CNR e  UCEI-CRI, che rappresenta oggi il più̀ importante, per ampiezza e complessità, progetto di  “Umanesimo Digitale”. Un enorme lavoro di studio e ricerca che coinvolge 90 studiosi e personalità̀ di spicco della cultura ebraica in tutto il mondo e che offre l’opportunità, finalmente anche Italia, di  accedere e conoscere il Talmud, l’opera più importante dell’ebraismo. Questo imponente lavoro di traduzione viene realizzato attraverso una piattaforma digitale dal nome  “Traduco”, un software a base semantica, creata appositamente in collaborazione con l'Istituto di  Linguistica Computazionale “A. Zampolli” del CNR di Pisa.  
  Il primo volume “Rosh Hashanah”, pubblicato nel 2016, è stato donato alla Library of Congress  degli Stati Uniti d’America e consegnato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al  Presidente Israeliano, Reuven Rivlin. Durante la 73esima Assemblea Generale alle Nazioni Unite il Progetto Traduzione Talmud Babilonese è stato presentato in un side event come best practice  nell’uso di nuove tecnologie applicate alla cultura che incoraggia il dialogo interculturale e  l’inclusione sociale di minoranze.
  Ad oggi sono stati pubblicati cinque trattati tutti editi La Giuntina, che hanno riscosso l’interesse di  numerosi studiosi e appassionati nazionali e internazionali. 
  Durante l’evento, questo importante patrimonio culturale verrà presentato finalmente anche ad  Ancona, città con una delle più antiche e significative comunità ebraiche in Italia.   

(AnconaToday, 9 novembre 2021)


Israele invia aiuti sanitari alla Romania per l’emergenza Covid-19

di Paolo Castellano

La scorsa settimana, il Ministero della Salute di Israele ha inviato aiuti sanitari alla Romania che in questi giorni è alle prese con una nuova ondata di Covid-19. Lo Stato ebraico ha donato 40 bombole d’ossigeno e ha promesso l’invio di un team di medici esperti che questa settimana dovrebbero raggiungere le strutture ospedaliere rumene.
  Come riporta il Jerusalem Post, l’ambasciata israeliana a Bucarest si è attivata per ricevere la consegna delle bombole d’ossigeno che sono state donate sia dal settore pubblico sia dal settore privato israeliano. Il materiale sanitario è stato infatti offerto da Elbit Systems ed Effie Europe.
  Invece, a breve, arriverà in Romania un team di esperti medici guidati dal Dottor Rami Sagi, vice capo del dipartimento ospedaliero del Ministero della Sanità dello Stato ebraico.
  «La Romania è uno dei migliori e più cari amici di Israele e le buone relazioni tra i due paesi hanno una lunga storia. Siamo orgogliosi dell’assistenza che stiamo fornendo», ha sottolineato l’ambasciatore israeliano a Bucarest David Saranga.
  «Tra le due nazioni ci sono relazioni strategiche che includono una stretta cooperazione economica, sanitaria e culturale. L’assistenza fornita e l’equipe di medici che arriverà questa settimana hanno lo scopo di fornire supporto al sistema sanitario rumeno e sollievo ai pazienti, istruendo i team medici che stanno affrontando la pandemia».

(Bet Magazine Mosaico, 8 novembre 2021)


Israele, il governo agli Usa: "No al consolato per gli affari palestinesi a Gerusalemme"

Il primo ministro Bennett e il responsabile degli Esteri Lapid hanno comunicato all'amministrazione Biden che sono contrari alla riapertura della sede nella città santa, dove la sovranità "è solo di Israele". L'Anp: "Lì è la nostra capitale". La chiusura venne decisa da Trump.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Non si placano le polemiche intorno alla possibile riapertura del consolato americano per gli affari palestinesi a Gerusalemme. Ieri, rispondendo alle domande dei cronisti in una conferenza stampa dopo il passaggio della legge di bilancio, il premier Naftali Bennett ha ribadito l'opposizione del governo israeliano alla mossa annunciata in campagna elettorale dal presidente Joe Biden. "Non c'è posto per un consolato americano destinato ai palestinesi a Gerusalemme. Lo abbiamo comunicato a Washington", ha detto Bennett, "abbiamo espresso la nostra posizione coerentemente, con calma e senza drammi e spero sia capita. Gerusalemme è la capitale di un solo Stato, Israele". Posizione confermata anche dal ministro degli Esteri, il centrista Yair Lapid (destinato a succedere alla presidenza del Consiglio nell'agosto 2023 secondo l'accordo di rotazione in vigore): "Se gli americani vogliono aprire un consolato a Ramallah, per noi non è un problema. Ma la sovranità a Gerusalemme è solo d'Israele".

• LA REAZIONE PALESTINESE
  Le affermazioni dei capi dell'esecutivo israeliano sono state duramente attaccate dall'Autorità nazionale palestinese (Anp). "La leadership palestinese accetterà la riapertura del consolato americano solamente a Gerusalemme Est, la capitale dello Stato di Palestina", ha dichiarato Nabil Abu Rudeineh, vicepremier e portavoce della presidenza dell'Anp. "L'amministrazione americana ha riaffermato il suo impegno a ripristinare il consolato a Gerusalemme Est e ci aspettiamo che questa decisione venga implementata presto", ha aggiunto. Tuttavia, il 28 ottobre, il sottosegretario di Stato Usa Brian McKeon, durante un'audizione al Senato, aveva specificato che gli Stati Uniti "necessitano del consenso del governo ospitante per aprire qualsiasi sede diplomatica", lasciando intendere che il parere dell'esecutivo Bennett-Lapid continuerà ad avere un certo peso.

• LA SVOLTA DI TRUMP NEL 2019
  Il consolato generale americano a Gerusalemme è stato chiuso come entità diplomatica separata nel 2019, inglobato nella nuova ambasciata statunitense nella città santa e rinominato "Unità per gli affari palestinesi", in seguito alla decisione dell'allora presidente Donald Trump di spostare la sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme nel 2017. La sede consolare in questione si trova in un palazzo storico in un quartiere di Gerusalemme ovest, ovvero quella parte della città riconosciuta dalla comunità internazionale come territorio sovrano israeliano, a differenza della parte orientale della città - una divisione che Israele rigetta, considerando l'intera città sua "capitale unica e indivisibile" dopo averla catturata dai giordani in seguito alla guerra dei Sei giorni del 1967.

• L'IPOTESI ABU DIS
  Pertanto, non è ancora chiaro se il nuovo consolato generale - se verrà aperto - tornerebbe in quella sede o piuttosto traslocherebbe in uno dei quartieri orientali della città. Tra le varie proposte discusse sottobanco vi è anche la possibilità che la nuova sede riapra ad Abu Dis, cittadina adiacente a Gerusalemme esclusa da Israele dai propri confini municipali attraverso il muro di separazione. Anche questa opzione è rigettata dalla leadership palestinese, nonostante sia proprio ad Abu Dis che nel 2000 i palestinesi avevano iniziato la costruzione di un nuovo parlamento, lavori poi sospesi con lo scoppio della Seconda Intifada.

• LA PROMESSA DI BIDEN E BLINKEN
  Joe Biden, già durante la campagna elettorale, aveva invocato la riapertura della sede consolare. Promessa ribadita anche dal segretario di Stato Antony Blinken il mese scorso durante la visita di Lapid a Washington. In conferenza stampa con il ministro degli Esteri israeliano, aveva risposto ai giornalisti che l'amministrazione "andrà avanti con il processo di apertura di un consolato come parte del consolidamento delle nostre relazioni con i palestinesi". Relazioni che durante l'amministrazione Trump avevano registrato i minimi storici e che la nuova leadership americana vorrebbe rivitalizzare, senza però farne una priorità della propria politica estera. Sempre durante la missione statunitense di Lapid era emerso che, in conversazioni a porte chiuse, questi aveva avvertito l'amministrazione Biden del potenziale esplosivo della riapertura del consolato per la tenuta della fragile coalizione di governo - che da giugno vede alleati otto partiti agli antipodi con una maggioranza risicata. Per risollevare l'argomento, gli americani si erano impegnati ad attendere il superamento dello scoglio critico dell'approvazione della legge di bilancio, arrivato venerdì.

• ASPETTANDO IL NUOVO AMBASCIATORE
  È opinione comune che una decisione in merito non verrà presa prima dell'insediamento del nuovo ambasciatore Usa a Gerusalemme. La sede è tuttora vacante da gennaio, nonostante la nomina presidenziale a giugno di Thomas Nides, già sottosegretario di Stato durante il primo mandato Obama. La nomina di Nides è stata ratificata dal Senato due giorni fa. Con ogni probabilità questo sarà il primo serio banco di prova con cui vagliare la sinergia nelle relazioni israelo-americane nell'epoca post Netanyahu-Trump.

(la Repubblica, 8 novembre 2021)


Cybersicurezza: sei attivisti palestinesi hackerati da spyware israeliano Pegasus

GERUSALEMME – Alcuni ricercatori nell’ambito della sicurezza hanno rivelato oggi che lo spyware Pegasus della società israeliana Nso è stato rilevato nei cellulari di sei attivisti palestinesi per i diritti umani, metà dei quali affiliati a gruppi che il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato legati al terrorismo in una dichiarazione controversa. Si tratta del primo caso noto di attivisti palestinesi presi di mira da Pegasus. Il suo uso contro giornalisti, attivisti per i diritti umani e dissidenti politici, dal Messico all’Arabia Saudita, è stato documentato dal 2015. Un ‘contagio’ riuscito da parte di Pegasus dà alle intrusioni accesso a qualunque cosa una persona immagazzini e faccia sul suo telefono, incluse le comunicazioni in tempo reale.
  Non è chiaro chi abbia messo lo spyware Nso sui telefoni degli attivisti, riferisce il ricercatore che per primo ne ha rilevato la presenza, Mohammed al-Maskati dell’organizzazione no profit Frontline Defenders, con sede in Irlanda. Poco dopo che le prime due intrusioni sono state identificate a metà ottobre, il ministro israeliano della Difesa Benny Gantz ha dichiarato organizzazioni terroristiche sei gruppi palestinesi della società civile. Sia Frontline Defenders, sia due delle vittime ritengono Israele il principale sospettato e credono che la designazione possa essere avvenuta per provare a mettere in ombra la scoperta degli hackeraggi, ma non hanno fornito prove per comprovare queste affermazioni.

(LaPresse, 8 novembre 2021)


Il drone kamikaze israeliano Harop ha distrutto il complesso TOR-M2KM

Il sistema missilistico antiaereo TOR-M2KM di fabbricazione russa è stato distrutto dal velivolo senza pilota israeliano Harop durante il conflitto armato nel territorio del Karabakh. Questo è il secondo sistema missilistico antiaereo di questo tipo, perso durante un conflitto armato di 44 giorni: il primo complesso TOR-M2KM è stato distrutto da un attacco aereo senza pilota Bayraktar TB2.
  Sui fotogrammi video presentati, puoi vedere il momento di colpire il complesso TOR-M2KM. A quanto pare, quest'ultimo non è stato attivato ed è quindi diventato un semplice bersaglio per il drone israeliano. Dato che la maggior parte dei complessi distrutti sono stati distrutti in uno stato attivato, sorge la domanda su come l'esercito azero sia riuscito a trovare questo sistema di difesa aerea.
  L'Armenia non commenta ufficialmente la perdita del secondo sistema di difesa aerea TOR-M2KM. Allo stesso tempo, tenendo conto dei rapporti ufficiali, la perdita del complesso non è stata ancora segnalata, sebbene in precedenza si ritenesse che i complessi della famiglia "TOP" fossero i più efficaci nella lotta contro i droni kamikaze.
  Va notato che, secondo dati non ufficiali, durante il conflitto di 44 giorni in Karabakh, solo un sistema di difesa aerea TOR-M2KM è rimasto in servizio con l'Armenia - tutti gli altri veicoli da combattimento sono stati distrutti.
  I militari della Repubblica popolare cinese si sono avvicinati all'attuazione del loro progetto di un sistema missilistico ipersonico, che può confrontare nelle sue capacità di combattimento con il sistema missilistico russo Avangard. Secondo i dati forniti dai media cinesi, nell'ambito dei test effettuati nell'agosto di quest'anno, i militari sono riusciti ad accelerare il missile ipersonico a una velocità di 19720 km/h, che supera la cifra di 16 MAX.
  La RPC ha già in servizio missili ipersonici, uno dei quali è di natura più tattica, poiché la loro portata non supera i 3mila chilometri. Tuttavia, i test di agosto indicano che la RPC ha già raggiunto la Russia, accelerando il missile ipersonico a una velocità di oltre 16 MAX. Il raggio di volo del missile era di oltre 18 mila chilometri, che supera persino gli indicatori dell'avanguardia russa, tuttavia, con un tasso di sviluppo russo di oltre 20 MAX, la Cina è ancora in ritardo rispetto alle tecnologie ipersoniche russe.
  In precedenza, l'agenzia di stampa Avia.pro ha già pubblicato filmati video, che presumibilmente hanno catturato un missile ipersonico testato dai militari della RPC - a giudicare dall'enorme coda di fiamma, il razzo è stato davvero in grado di sviluppare una velocità incredibile, tuttavia, Pechino ufficiale ha finora negato informazioni sui test.

(Avia.pro, 8 novembre 2021)


Lo spartiacque dell’ebraismo italiano

di Ariela Piattelli

La prima riunione di Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che si è svolta ieri a Roma, e in cui è stata riconfermata Noemi Di Segni come Presidente dell’Ucei, anticipa e ritrae il duello in seno all’ebraismo italiano nei prossimi quattro anni.
  La formazione di una giunta, presentata dalla Presidente, che sostanzialmente esclude i rappresentanti delle liste di maggioranza delle grandi comunità di Roma e Milano, e la convergenza in essa dei delegati delle piccole comunità, esprimono uno spartiacque politico. Uno spartiacque in cui le maggioranze che governano le grandi comunità ebraiche italiane di Roma e Milano, guidate rispettivamente da Ruth Dureghello e Walker Meghnagi, nel consiglio dell’UCEI passano all’opposizione, e la scelta di affidare la giunta a liste di minoranza nelle grandi città e ai rappresentanti delle piccole comunità, prefigurano uno scenario politico in cui non sono soltanto i temi e le istanze a dividere ma anche l’anatomia territoriale dell’Italia ebraica.
  La necessità dell’unità auspicata dagli schieramenti, si è rivelata il suo esatto opposto. E gli schieramenti, sempre più lontani tra loro, sono destinati a confrontarsi sui temi e le urgenze dell’Italia ebraica. Si annuncia un dialogo difficile, in cui i consiglieri che rappresentano l’espressione alle urne del 58% dell’ebraismo romano ed il 75% di quello italiano, dovranno far sentire la loro voce fuori dal coro della Giunta, cercando di continuare ad esprimere e realizzare le idee dei loro elettori.

(Shalom, 8 novembre 2021)


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“Escluse Roma e Milano. È inaccettabile"

L’intervento di Ruth Dureghello al primo Consiglio Ucei

La giunta dell’UCEI, appena formata dalla neopresidente Noemi Di Segni, non vedrà la presenza di Per Israele: la lista romana, guidata da Ruth Dureghello, aveva registrato più del 40% alla tornata elettorale del 17 ottobre, confermandosi la più votata dagli ebrei romani.
  Sull’esclusione dei consiglieri Per Israele eletti è intervenuta la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello: “È inaccettabile la proposta di giunta per i prossimi quattro anni – ha affermato Dureghello – È una decisione scellerata. L’attuale statuto vuole dare pari dignità a tutte le comunità, ma quello statuto è diventato lo strumento per affermare una divisione, una spaccatura evidente, per mettere all’angolo, in modo antidemocratico, e assolutamente non ebraico, una larga fetta degli ebrei italiani che si è espressa a Milano e a Roma per la lista Per Israele e in altre liste a Roma e Milano una rappresentanza autorevole fatta da persone che si sono messe a disposizione nel tentativo di trovare formule di dialogo e condivisione, scambiate in questa sede come segno di debolezza. L’esclusione di Rav Alfonso Arbib dal Consiglio UCEI è un attacco gravissimo all’ebraismo. Continuerò a proporre il metodo di Roma in una modalità di visione di futuro di priorità, in un ebraismo fatto di piccoli numeri, di pochi giovani, di problematiche sociali, davanti alle quali non ci siamo mai tirato indietro. Continuerò a lavorare per l’ebraismo italiano, ma non a queste condizioni, quando si vede esclusa la componente eletta degli ebrei romani e milanesi, che non si vedono in alcun modo rappresentati.”

(Shalom, 7 novembre 2021)


Gli ebrei italiani: un panda da proteggere?

di Rav Scialom Bahbout

L’attuale situazione demografica dell’Ebraismo italiano e la progressiva diminuzione del numero degli iscritti e la scomparsa di alcune comunità, al di là della loro presenza “ufficiale” sulle pagine dei lunari odierni, è un dato che fa riflettere. Le comunità italiane hanno accolto nel dopoguerra molti immigrati soprattutto ma non solo dai paesi orientali, cosa che ha permesso di mantenere un certo equilibrio demografico e “religioso”.
  Comunque c’è una naturale tendenza a non voler vedere in faccia la verità: con questo trend varie comunità saranno destinate a scomparire, e anche le due comunità maggiori nel giro di pochi anni saranno progressivamente ridimensionate. In genere la responsabilità della situazione viene addossata ai rabbini “incapaci” di avvicinare gli ebrei alla tradizione e insensibili alle richieste di conversione provenienti da varie persone e alla richiesta di facilitazioni nell’osservanza delle mizvoth, alla mancanza di lezioni ecc.
  E’ facile scaricare tutto sulle poche persone che svolgono un’opera molto difficile, spesso in assoluto isolamento, mentre sarebbe  necessario disporre di molte più persone: rabbini, educatori, madrikhim …. Tra coloro che si allontanano dall’ebraismo troviamo i figli di madre ebrea, che ha contratto matrimonio misto, e sono considerati sic et simpliciter come ebrei, ma che spesso vengono dimenticati e non vengono seguiti con la stessa attenzione con cui avviene per le persone che chiedono di convertirsi. Dai dati a disposizione, risulterebbe che spesso i figli di sola madre ebrea vengono dimenticati e finiscono per assimilarsi più facilmente dei figli di padre ebreo (anche quando questi passano attraverso un atto di conversione). Le scuole ebraiche si sono dimostrate comunque un grande strumento per rafforzare l’identità ebraica dei giovani, ma esistono altre vie che vanno utilizzate specie per coloro che non frequentano le scuole ebraiche: in questi casi bisogna studiare dei percorsi educativi e culturali alternativi.
  Inoltre, sarebbe necessario monitorare con attenzione cosa accade sia nelle comunità grandi (dove la percentuale di assimilazione è certamente più bassa) che in quelle più piccole dove i numeri sono appunto preoccupanti: è un’attività che non può essere svolta dai pochi rabbini già impegnati in altre cose.
  Il problema è in realtà molto più complesso e le responsabilità sono molteplici. I rabbini, ma anche i consigli delle Comunità, interessati a risolvere i problemi, spingono per ricorrere a conversioni più semplici e paventano la possibilità di rivolgersi ai riformati (una specie di spauracchio!). Una conversione “riformata” non risolve la situazione: se paradossalmente facilita chi vuole fare l’aliyà perché la conversione riformista viene riconosciuta dal governo di Israele per la ‘aliyà, in pratica finisce per aggravarlo in quanto crea l’illusione di avere risolto il problema: questi nuovi convertiti non possono iscriversi a una Comunità ebraica italiana. Insomma chi ha intenzione di trasferirsi in Israele, può percorrere una strada in apparenza più vantaggiosa perché conosce la durata del percorso della sua conversione e preferisce sistemare le cose una volta arrivato in Israele, ma anche lì incontrerà non poche difficoltà.

• UN GRUPPO DI EBREI PUO' DIVENTARE COMUNITA': COME?
   Intanto bisogna chiedersi cosa fa di un gruppo di ebrei una Comunità: una tefillà con minian almeno nei sabati e nelle feste, lezioni regolari di Talmud Torà per ragazzi e adulti, un mikvè funzionante e usato, servizi di kasheruth e di assistenza sociale. Vi sono realtà riconosciute come Comunità che mancano di queste caratteristiche essenziali, ma vengono dichiarate erroneamente Comunità. La mancanza di certi servizi non impedisce certo di organizzare attività come conferenze, visite alla sinagoga ecc. per evidenziare una presenza, un “presidio” ebraico nel territorio: chi si dedica a queste attività e rimane in località dove di fatto la comunità non può svolgere la sua piena funzione è una specie di “eroe” che rinuncia a molto. E’ assimilabile a quegli inviati di Habad che vengono spediti nei luoghi più sperduti per aiutare altri ebrei a rimanere tali. Loro però godono di un supporto internazionale che non li abbandona mai e li aiuta costantemente anche nel provvedere all’educazione dei figli.
  Vi sono viceversa realtà con una popolazione e un’attività ebraica più ampia che non vengono considerate comunità, perché l’Intesa non ne contempla l’esistenza. Insomma l’uso del termine Comunità non richiede il riconoscimento ufficiale dello Stato, ma quello di una base che si riconosce nel progetto, dove i partecipanti si impegnano con tutto se stessi perché credono che l’Ebraismo abbia valori da proporre all’uomo moderno e alla società in cui vivono.  
  Se si vuole modificare l’attuale trend, le Comunità (attraverso i rabbini e ogni altro ebreo idoneo) devono andare alla ricerca di iscritti e non iscritti per offrire un’assistenza che non può limitarsi alle ufficiature. Bisogna andare a cercare ogni ebreo e non aspettare che riceva l’ispirazione ad avvicinarsi; bisogna creare occasioni di incontro per creare gruppo e creare anche nuove famiglie (non deve essere un tabù parlare di questa necessità e opportunità!), bisogna impegnarsi affinché il livello della cultura ebraica delle persone non si limiti alla conoscenza dei programmi per il Bar e Bat mizvà. E’ soprattutto l’ignoranza che allontana le persone dall’ebraismo: rav Adin Steinzalz z.z.l. – che ha scritto un nuovo commento al Talmud e non solo – proveniva da una famiglia non religiosa, ma il padre gli disse: un ebreo può essere un eretico, ma non un ignorante, e lo mandò a studiare dal nonno….
  L’ebraismo italiano e quindi le Comunità e l’Unione delle Comunità devono investire molte più risorse nell’insegnamento della Torà e della cultura ebraica in generale, devono dedicare molto più tempo ad elaborare progetti e attività culturali che non siano solo la storia della Shoà, l’antisemitismo ecc.
  E’ quindi necessario proporre una nuova visione per rilanciare il messaggio ebraico oggi, elaborando una proposta con delle idee che possano costituire un riferimento per ogni ebreo e per chiunque voglia affiancare il popolo ebraico, secondo i principi di Noè. In fondo nella Bibbia troviamo gli Irè hashem, i timorati del Signore: questi vengono ricordati nell’Hallel (Salmi 114 – 118) tra coloro che lodano il Signore e sappiamo che nell’Impero romano c’erano molte persone vicine alle idee espresse nella Torà, pur non avendo intenzione di convertirsi, perché consapevoli dei problemi cui sarebbero andati incontro.

• LA RESILIENZA EBRAICA SECONDO J.J. ROUSSEAU
  Una spinta ottimistica che questo possa ancora accadere potrebbe venire dalle parole di Jean Jacques Rousseau, un illuminista certamente non vicino al mondo ebraico, che scrive a proposito del popolo ebraico:

    «… questa singolare nazione, così spesso soggiogata, così spesso – all’apparenza – dispersa e distrutta …. si è tuttavia conservata fino ai giorni nostri sparsa tra le altre senza confondervisi; e che i suoi costumi, le sue leggi, i suoi riti, sussistono e dureranno quanto il mondo, nonostante l’odio e le persecuzioni del resto del genere umano. …
      Ma è uno spettacolo stupefacente e veramente unico vedere un popolo senza patria, privo di tetto e di terra da circa 2000 anni, un popolo misto di stranieri, forse senza più un solo discendente delle primitive razze, un popolo sparso disperso sulla terra, asservito e perseguitarlo, disprezzato da tutte le nazioni che, nondimeno, conserva le sue caratteristiche, le sue leggi, i suoi costumi, il suo amore patriottico per l’originaria unione sociale, quando tutti i legami sembrano spezzati.
      Gli ebrei ci danno un sorprendente spettacolo: le leggi di Numa, di Licurgo, di Solone sono morte; quelle di Mosè, ben più antiche sono sempre vive. Atene, Sparta e Roma sono perite e non hanno più lasciato figli sulla terra; Sion distrutta non ha perso i suoi. Essi si mescolano tra tutti i popoli e non si confondono mai; non hanno più capi e sono sempre un popolo; non hanno più patria, e sono sempre cittadini.
      Quale deve essere la forza di una legislazione capace di operare simili prodigi, capace di sfidare le conquiste, le dispersioni, le rivoluzioni, gli esili, capace di sopravvivere ai costumi, alle leggi, all’autorità di tutte le nazioni, che, infine, per queste prove promette loro di continuare a sostenerli tutti, di vincere le umane vicissitudini, e di durare quanto il mondo? …. Chiunque deve riconoscervi una meraviglia unica, le cui cause, divine o umane, certamente meritano lo studio  e l’ammirazione  dei saggi più di tutto quello che la Grecia e Roma offrono di ammirabile in materia di istituzioni politiche e di insediamenti umani.»
A distanza di oltre due secoli, dopo gli eventi che hanno caratterizzato la storia del popolo ebraico dalla rivoluzione francese in poi, cosa direbbe oggi J.J. Rousseau e, soprattutto, cosa abbiamo da dire noi, che abbiamo attraversato la Shoà prima e la nascita dello Stato d’Israele dopo?La persecuzione, la deportazione e la faticosa rinascita del dopoguerra, dopo la fondazione dello Stato ebraico, dove oggi risiede una Comunità ebraica italiana che si è sviluppata e notevolmente rafforzata negli ultimi due decenni, ma che non gode di alcun riconoscimento da parte dell’Unione. E’ lecito domandarsi se l’ebraismo italiano possa identificarsi con le parole di Rousseau e quali sono le strategie che mette in campo per garantire quella fedeltà così ben descritta da Rousseau? In che misura la Comunità ebraica italiana, così ridotta nei ranghi sta elaborando nuove strategie per garantire il proprio sviluppo futuro?   

• COSA HA CONTRIBUITO ALLA RESILIENZA EBRAICA…
  La domanda è cosa ha contribuito a formare il carattere “resiliente” del popolo ebraico e che potrebbe spingerci a rinnovare e riaffermare con forza il patto? Cosa ha impedito che gli ebrei potessero continuare a creare cultura e a partecipare alla vita del mondo, senza fare la fine di altri popoli ben più grandi e potenti, che crescevano e poi arrivavano a un declino per scomparire poi dalla scena della storia.Una risposta “tecnica” a questa domanda proponeva rabbi Nachman Krochmal (1785-1840). L’autore della Guida degli smarriti del nostro tempo sostiene che la teoria di Giambattista Vico secondo la quale tutti i popoli sorgono e tramontano nel tempo, non può essere applicata al popolo d’Israele: infatti costituisce una eccezione alla teoria vichiana della storia. A questa contraddizione, risponde rabbi Krokhmal: esistono due modalità secondo le quali si sviluppa la storia: gli altri popoli sorgono e tramontano nel tempo, Israele, per avere accettato e stipulato il patto alle pendici del Sinai, gode della protezione divina e vive sotto il segno dell’eternità e non può tramontare whatever it takes.Ma non possiamo appoggiarci solo sulla promessa, dobbiamo anche fare e reinventare qual è oggi il senso dell’identità ebraica e come può porsi nella linea del patto stipulato ai piedi del Sinai. 

• COSTRUIRE UNA NUOVA ARCA DI NOE'
  Penso che nel corso della storia la capacità critica che possiamo far risalire alla scelta antiidolatrica di Abramo, alla capacità di accoglienza, alla lotta contro l’idea di un Dio che ama il sacrificio degli esseri umani e considera il dolore un privilegio; un sistema di vita che ha sempre rispettato il valore della vita umana e di quella degli altri esseri viventi, animali o vegetali, stabilendo che è una mizvà piantare nuovi alberi, e aiutare il prossimo senza aspettare che lo faccia lo Stato.
  Questa capacità critica deve essere corroborata dallo studio dell’ebraismo, assieme a quello dello studio delle scienze, inteso come parte integrante dei doveri di ogni uomo, e soprattutto da un sistema di vita attento non solo alle dichiarazioni, ma impegnato nell’applicazione giorno per giorno a rispettare la legge non per dovere, ma per piacere (fino a ballare con la Torà).
  La presenza ebraica serve non solo agli Ebrei, ma alla società tutta perché ogni componente dell’umanità ha una sua funzione: non c’è nessun bisogno di trascinare gli altri verso l’ebraismo, ma di educarli ad accettare i principi universali di Noè.  
  Ciò che ha meravigliato gli altri è stata l’unità del popolo ebraico, un esempio da imitare per affermare e raggiungere l’unità del genere umano, per la soluzione dei problemi che abbiamo in comune: da quello della povertà, a quello del clima, prevenendo e rinunciando all’uso delle cose che la tradizione ebraica considera Motaròt, cioè inutili e superflue, che possono servire solo il singolo e non la collettività. L’unità deve essere perseguita e raggiunta anche da noi senza creare discriminazioni verso coloro che si ispirano al Hassidimo, al mondo haredì, a una visione universalista che sia anche sempre rispettosa della specificità e identità ebraica.
  Non dobbiamo aspettare di essere costretti a risolvere un problema, solo quando siamo con l’acqua alla gola. Se pensiamo all’emergenza clima, possiamo rifarci a Noè e alla costruzione dell’Arca,  che simboleggia la Terra intera, la cui distruzione, nonostante gli allarmi di Noè, nessuno prese sul serio, come nel caso del clima.
  Le guerre e le controversie furono eliminate nell’Arca: per tutto il periodo del Diluvio, il lupo e l’agnello condivisero gli stessi spazi e vissero d’amore e d’accordo. In quel caso non avevano alternative, ma ci sarà un tempo in cui i popoli si avvieranno per salire sul Monte di Sion e la convivenza sarà automatica e convinta, e la Terra sarà piena della conoscenza del Signore, gli uomini spezzeranno le proprie spade per farne aratri, nessun popolo alzerà la spada verso l’altro e non si imparerà più a fare la guerra (Isaia cap. 2).  
  Nel frattempo gli ebrei devono impegnarsi a rafforzare le proprie basi, che sono nella Torà, dove ognuno può e deve avere una sua parte, come diciamo nelle preghiere. “Ten chelkènu betoratèkha”, dacci la nostra parte nella tua Torà: una parte che comprende studio, applicazione della zedakà, dell’amore per il prossimo, dell’insegnamento all’osservanza delle mizvoth e molte altre cose ancora, ognuno secondo le sue inclinazioni.

(Kolòt, 7 novembre 2021)


Chi sono gli ebrei che vivono oltre la linea armistiziale del 1949?

Lo spiegano loro stessi in un libro di interviste

di Ugo Volli

Anche senza contare i quartieri di Gerusalemme, oggi ci sono almeno seicentomila israeliani che vivono oltre le linee armistiziali del 1949 in Giudea e Samaria, cioè in quella zona, che ha la dimensione della metà dell’Abruzzo, che spesso viene definita con un nome inventato “Cisgiordania”. I media e buona parte dei politici internazionali si ostinano a chiamarli “coloni”, richiamando ricordi ottocenteschi di sfruttamento di popolazioni asiatiche e africane da parte delle potenze europee. Ma la situazione è del tutto diversa, perché la nazione ebraica proviene proprio da queste terre e vi è stata sovrana per oltre un millennio, prima di essere espulsa con la forza. E poi perché gli abitanti ebrei di queste zone non vivono affatto sfruttando gli altri, semmai li arricchiscono con la loro industriosità; né si sono impadroniti di materie prime che qui mancano.
  I “coloni” comunque sono la categoria di israeliani più diffamata dai media, anche peggio dei charedim (quelli che vengono chiamati di solito “ultraortodossi”) con cui essi sono anche impropriamente confusi. Essi sarebbero il principale ostacolo alla pace, il nemico implacabile degli arabi, violenti, visionari, “messianici”, magari “fascisti” - così ci viene detto ogni volta che se ne parla. Vengono boicottati; si cerca di impedire che i loro prodotti, per esempio l’ottimo vino che producono, sia marchiato come israeliano; le loro istituzioni universitarie e di ricerca, per esempio la buona università di Ariel frequentata anche da parecchi arabi, sono oggetto di boicottaggio accademico. Ma nessun giornalista internazionale, a mia memoria, si è sforzato onestamente di capire chi sono e che cosa pensano.
  L’ha fatto finalmente in un libro un giornalista italiano esperto di Medio Oriente, Pietro Frenquellucci, già all’Ansa e al Messaggero. Frenquellucci condivide alcune delle opinioni critiche contro gli abitanti delle comunità insediate oltre la linea armistiziale, tant’è vero che ha intitolato il suo libro Coloni (LEG Edizioni, Gorizia), pur aggiungendoci un sottotitolo positivo: “gli uomini e le donne che stanno cambiando Israele e cambieranno il Medio Oriente”. Spesso nel corpo del libro avanza l’obiezione che l’esistenza di ebrei oltre la linea armistiaziale sia il principale ostacolo alla pace. Ma fa una cosa semplice e importante, un lavoro giornalistico vero che mancava: dà voce a queste persone, li ascolta e riporta onestamente la loro posizione. Il libro si compone di una dozzina di lunghe interviste, riportate a racconto, cioè senza le domande, più due interviste finali vere e proprie, in cui parlano due fra gli israeliani di origine italiana più noti, l’ex vice sindaco di Gerusalemme, David Cassuto e il demografo dell’Università ebraica di Gerusalemme, Sergio Della Pergola, sentiti come esperti.
  Più che dalle loro opinioni, certamente utili, il libro trae interesse dalle testimonianze di persone come Fabio Anav, che abita a Shekev; Jonathan Segal, a Neve Daniel; Noam Arnon, portavoce della Comunità di Hebron; Elyakim Haetzni, che l’ha fondata e ora sta nella collina accanto, a Kiryat Arba; Annalia Della Rocca, che abita a Bet El; Ariel Viterbo a Alon Shvut e diversi altri ancora. Non solo tanto discussioni geopolitiche o storiche, ma racconti di vita: l’immigrazione in Israele, l’insediamento da qualche parte nelle città e nei villaggi, la scelta di venire in Giudea e Samaria, talvolta la difficile fondazione delle nuove comunità, il lento passaggio dalle prime baracche alle cittadine ben costruite d’oggi, le regole di funzionamento delle comunità, i rapporti personali e collettivi con i vicini arabi, gli ostacoli che la politica e il pregiudizio internazionale pongono alla vita e allo sviluppo economico dei villaggi, le ragioni ideali, religiose, politiche o pratiche che hanno guidato la scelta di questo insediamento, l’amore per la terra e la sua bellezza.
  Da tutte queste storie, spesso molto belle e partecipate, sempre espresse con grande onestà, senza paura di dar fastidio o essere posti all’indice, esce un quadro interessante e frastagliato. Il primo dato, che non è una sorpresa per chi conosce almeno un po’ Israele ma per molti altri lo sarà, è che non c’è un “movimento dei coloni”, unitario e compatto. Le esperienze sono molto differenziate, c’è chi per spiegare le proprie scelte apre le Scritture e cita i viaggi di Abramo o le battaglie dei Giudici, e chi semplicemente parla del costo della vita e del prezzo delle case o della possibilità di vivere meglio che in città; chi parla della storia del Novecento, dei pogrom di Hebron o delle ripetute distruzioni subite da chi si era insediato già sotto gli inglesi al Gush Etzion, e chi indica ragioni strategiche, il bisogno di difendere il paese. La seconda cosa che emerge con chiarezza è che nessuna di queste persone è fanatica, millenarista o “messianica”, che nessuno è nemico degli arabi in quanto tali o tanto meno razzista, che l’atteggiamento è in genere dialogico, lucido, colto e maturo. La terza cosa è la rivendicazione di una continuità con il periodo di fondazione dello stato di Israele, l’insediamento (Yishuv) che durò per la prima metà del Novecento: la stessa volontà di intraprendere, di radicarsi, di essere utili, di risolvere i problemi con le proprie mani, di affrontare i sacrifici necessari per stare sulla terra che si ama. L’ultimo dato rilevante è l’idea diffusa che gli insediamenti siano lì per restare. Se il governo di Israele decidesse di smantellarli molti accetterebbero l’ordine, altri proverebbero a resistere. Ma nessuno crede che sia possibile, nel medio termine, un accordo con l’Autorità Palestinese che comportasse il loro sradicamento, perché ciò sarebbe, nell’opinione generale, non la fine di questi villaggi, ma la resa di Israele a chi lo vuole distruggere.

(Shalom, 7 novembre 2021)


Memoria della deportazione degli Ebrei di Firenze Cultura

FIRENZE – La Comunità di Sant’Egidio ricorderà martedì 9 novembre 2021 a Firenze, alle 18.15, nel piazzale della sinagoga, insieme alla Comunità Islamica e i rappresentanti di associazioni e altre religioni e confessioni, accolti dalla Comunità Ebraica, la deportazione degli Ebrei fiorentini, avviata il 6 novembre 1943 dal comando nazista. Vennero arrestate oltre 300 persone. Il 9 novembre furono caricate sui treni diretti verso Auschwitz, dove arrivarono il 14 novembre. Solo 107 superarono la selezione per l’immissione nel campo: gli altri vennero immediatamente eliminati.
  Nell’elenco dei deportati figuravano anche otto bambini nati dopo il 1930 e 30 anziani, nati prima del 1884. I tedeschi avevano completato l’occupazione di Firenze nel settembre 1943. Qui i nazisti poterono contare per la razzia sul sostegno attivo dei fascisti, in particolare su quello della banda Carità.
  Degli Ebrei deportati nei lager dal 6 novembre del ’43 in poi, solo 15 tornarono indietro: otto donne e sette uomini.

(Stamp Toscana, 7 novembre 2021)


Sir Frank Lowy: da figlio della Shoah a filantropo internazionale

Dall’Ungheria a Israele all’Australia. Dopo un’infanzia di fughe, persecuzione e sofferenze, è iniziato il formidabile percorso verso il successo. Co-fondatore della Westfield, impresa multinazionale e multimiliardaria, Frank Lowy è stato nominato Cavaliere del Regno Unito dalla Regina Elisabetta. Un tycoon dalla vita rocambolesca.

di Marina Gersony

La storia della vita di Frank Lowy rappresenta una significativa espressione del riscatto del popolo ebraico dopo l’Olocausto. Lui non si è mai arreso al destino né autocompatito, e questo è il motivo perché è riuscito con successo a trasformare una tragedia personale in un successo fenomenale», ha dichiarato Reuven Rivlin, ex presidente di Israele. E ancora: «La storia di Frank è la storia dell’Australia» ha ribadito a sua volta il media tycoon Rupert Murdoch. Sono solo alcuni dei commenti nei confronti di Frank Lowy, uomo d’affari australiano-israeliano con un patrimonio personale da capogiro (basta googlare per avere un’idea) e una vita da romanzo. Dopo un’infanzia di fughe e sofferenze, è iniziato il formidabile percorso verso il successo tra battaglie commerciali, squadre di calcio, polemiche, impegni nel sociale, l’appassionato appoggio a Israele e la politica internazionale. Filantropo, co-fondatore della Westfield di cui è stato presidente di lunga data (impresa multinazionale e multimiliardaria oggi diffusa in mezzo mondo), un invidiabile elenco di acquisizioni – case sontuose, aerei e barche, – Sir Lowy è stato tra l’altro nominato cavaliere per il suo contributo all’economia del Regno Unito dalla Regina Elisabetta. Scrive a proposito la sua biografa Jill Margo: «Non c’erano limiti all’energia che Frank avrebbe impiegato per andare avanti. Lui era l’azienda e qualsiasi cosa fosse capitato all’azienda sarebbe capitata lui».
  Qual è la storia di questo ultimogenito di una pia famiglia ebraica di origine slovacca che è riuscito a fondare un impero? Come ha fatto il ragazzo di bottega che preparava panini, cresciuto in povertà e vissuto in pericolo costante, a diventare un multimiliardario grazie alle proprie forze e al proprio intuito? Cosa si cela dietro la personalità di questo abile negoziatore amato ma anche invidiato, capace di essere duro e intransigente e soprattutto mai disposto a perdere? E infine, quanto ha influito nella sua vita il suo passato di figlio della Shoah, celato per anni nel cuore per paura di farsi travolgere da ricordi devastanti? Ritroviamo la parabola umana di questa leggenda vivente del business mondiale nel libro fresco di stampa Frank Lowy. Oltre il limite. Una vita di Jill Margo, pubblicato e curato dall’editore Moretti & Vitali (traduzione Marisa La Greca e Pier Andrea Bongiorno; pp. 408; € 25,00).

• L’infanzia in Slovacchia, la fuga, la Soluzione Finale
  Nato nel 1930 a Fiľakovo, nel Sud della Slovacchia, ultimogenito di Hugo e Ilona Lowy, Frank visse i primi anni in una minuscola comunità ebraica composta da una quarantina di famiglie di fede saldissima e legate alle tradizioni. Pur essendo molto amato, il bambino si rese presto conto della ferocia del mondo esterno, dei sentimenti antisemiti diffusi e della necessità di non far mai trapelare debolezze ed emozioni. Quando iniziarono i trasporti nei campi di concentramento, i suoi genitori decisero di trasferirsi con i figli a Budapest dopo la notizia della sparizione di alcuni parenti. Ma la sopravvivenza per i cittadini ebrei non era garantita neppure nell’Ungheria sotto occupazione tedesca. In quei giorni gli ebrei erano facilmente riconosciuti da una marcata lettera «Z», che stava per Zsidó, ebreo in ungherese. Dopo un interludio di illusorio benessere, la famiglia Lowy, così come gli ebrei in città, dovettero fare i conti con le restrizioni e poi le persecuzioni, culminate con l’agghiacciante massacro compiuto dai miliziani del Nyilaskeresztes Párt – Hungarista Mozgalom, il «Partito delle Croci Frecciate – Movimento Ungarista» che sotto la guida di Ferenc Szálasi governò l’Ungheria dal 15 ottobre 1944 al gennaio 1945 collaborando con i nazisti nella deportazione e nello sterminio di migliaia di ebrei. Non ultimi quei disgraziati legati a gruppi di tre e uccisi con un colpo alla nuca e poi gettati nelle acque gelide del fiume (Oggi, un’installazione raffigura delle scarpe poste sul ciglio del Danubio a Budapest per ricordare quell’atto infame).

• Alla ricerca del padre
  Una sorte tragica toccò anche a Hugo, il padre dell’allora piccolo Frank, rinchiuso nel campo di concentramento di Kistarcsa delle SS per prigionieri politici gestito dalla polizia ungherese, situato a una ventina di chilometri da Budapest. Dopo aver scritto qualche lettera ai famigliari, Hugo scomparve senza lasciare traccia e la famiglia non lo vide più. L’infanzia di Frank, František, Ferike, Feri o Tata, come lo chiamavano affettuosamente in casa, si spezzò così per sempre. L’allora tredicenne non avrebbe mai più dimenticato il canto malinconico del rabbino al Tempio: «Chi vivrà e chi morirà; chi morirà dopo una lunga vita e chi prima del suo tempo; chi perirà per il fuoco, chi per l’acqua; chi per la spada e chi per la belva». Solo molti decenni dopo Frank Lowy venne a sapere grazie a un’incredibile casualità che il padre era stato portato ad Auschwitz dove, rifiutandosi di consegnare una borsa contenente il suo Tallet, fu picchiato a morte all’arrivo: «La scomparsa di mio padre ha avuto un impatto enorme su di me e in particolare la scoperta del suo destino – ha raccontato emozionato in un’intervista a The Australian –. Ricordo quando è stato portato via, non avevamo idea di dove fosse, e stavo a guardare alla finestra, giorno dopo giorno aspettando il suo ritorno. Ricordo distintamente ogni minuto di quei giorni». Quell’esperienza traumatica contribuì a forgiare la personalità di quel giovane precocemente segnato dagli eventi tragici del XX secolo portandolo a una vita di incredibili successi e soddisfazioni nonostante il peso di un passato impossibile da metabolizzare.

• Palestina, Australia, Israele, una corsa verso il successo
  Ricostruire la vita di questo uomo fuori dal comune deve essere stata un’impresa tutt’altro che facile a sentire Jill Margo, tra le giornaliste australiane più autorevoli che gradualmente è riuscita a guadagnarsi la fiducia di Lowy portandolo ad aprirsi e ad affrontare il passato. Nascosto dietro il suo accento dell’Est europeo, i modi di fare impeccabili, i vestiti accurati e le maniere affabili, nessuno avrebbe mai immaginato il dramma che si portava dentro come sopravvissuto alla tragedia del Ventesimo secolo più ripugnante e indegna che si possa immaginare.

• Una vita, mille vite
  Non basta un articolo a raccontare la sua vita pirotecnica e movimentata. Dopo la fuga da un’Europa stretta nel fuoco incrociato tra il nazionalsocialismo e lo stalinismo, Frank emigrò in Palestina che si trovava a sua volta in un momento di grandi turbolenze ma anche di idealismo; si unì all’Unità 12, nel battaglione Barak della Brigata Golani e partecipò da giovanissimo soldato all’epica creazione dello Stato di Israele. Successivamente raggiunse il resto della famiglia, come lui scampata ai rastrellamenti nazisti ed emigrata a Sydney, in Australia, dove Frank cominciò da zero un’altra vita preparando prima sandwich, aprendo quindi un negozio di Delikatessen fino a co-fondare la società Westfield che con un percorso vertiginoso arrivò in qualche decennio a diventare una multinazionale che costruisce e gestisce centri commerciali in tutto il mondo. Accanto a lui c’è sempre stata Shirley – amata moglie da poco scomparsa – nonché centro della sua vita. Frank e Shirley si conobbero meno di un anno dopo il suo arrivo in Australia e da allora non si separarono più. Lei aveva 19 anni, lui 21. Si sposarono 18 mesi dopo, nel 1954, mettendo al mondo tre figli e formando una famiglia allargata che ora abbraccia quattro generazioni che Frank fa il possibile per proteggere e tenere unita. L’amore sconfinato per i suoi cari, la fierezza per la sua appartenenza al popolo ebraico, il business travolgente, l’impegno nei confronti di Israele, la conservazione della memoria della Shoah, degli ebrei ungheresi sterminati dai nazisti, di suo padre e delle sue origini, questa è la storia di Frank Lowy, una storia avvincente che si legge d’un fiato. E per non dimenticare.

(Bet Magazine Mosaico, 7 novembre 2021)


Sky Dew, il nuovo aerostato israeliano a difesa dello spazio aereo

di David Di Segni

Si chiama Sky Dew ed è il nuovo aerostato, dotato di avanzato sistema di rilevamento missili-aerei, che l'aeronautica israeliana si sta preparando a lanciare nel cielo. Lo scopo è quello di intensificare la copertura dello spazio aereo, in particolare quello della zona nord che è più sensibile a presenze ostili. A riportare la notizia è il The Times of Israel.
  Il sistema ha lo scopo di integrare e migliorare le tecnologie già esistenti, posizionando i sensori ad alta quota al fine di rilevare missili a lungo raggio, missili da crociera e droni. “Offre un significativo vantaggio tecnologico e operativo per il rilevamento tempestivo e preciso delle minacce - spiega Boaz Levy, CEO di Israel Aerospace Industries - Aumenta l'affidabilità della sorveglianza aerea e l'efficienza di risposta contro gli obiettivi".
  Sky Dew, uno degli aerostati più grandi nel proprio genere, è stato sviluppato in una joint venture tra l'Organizzazione per la difesa missilistica israeliana e l'Agenzia per la difesa missilistica degli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, il sistema è stato sottoposto agli esami finali e preparato per lo spiegamento definitivo. Una campagna di test atta a dimostrare “le eccezionali capacità della difesa missilistica d’Israele, anche contro i missili da crociera” ha riferito il direttore dell'Organizzazione per la difesa missilistica israeliana, Moshe Patel. Il capo dell'aeronautica israeliana Amikam Norkin ha accolto il nuovo aerostato, sottolineando che la IAF (Israel Air Force) ha sistemi difensivi ed offensivi per difendere lo Stato e la sua sovranità.
  Una difesa, quindi, che dovrà fare i conti coi droni e missili da crociera di fabbricazione iraniana che inondano il Medio Oriente e che rappresentano una minaccia maggiore rispetto alle armi usate in passato dai gruppi terroristici. Alla luce di questa minaccia, l'IDF intende disporre una copertura difensiva completa e permanente sullo spazio aereo del nord di Israele entro i prossimi due anni, con l'intenzione di estenderla eventualmente all'intero paese.

(Shalom, 6 novembre 2021)


Gerusalemme: le donne chiedono di pregare al Muro del Pianto, ma gli ortodossi si oppongono

Nella città sono scoppiati violenti scontri tra la polizia e i manifestanti che non vogliono aprire gli accessi alle fedeli

di Vittorio Sabadin

La polizia di Gerusalemme si è scontrata con centinaia di manifestanti ortodossi che volevano impedire a un gruppo di donne dell’associazione Women of the Wall di pregare vicino al Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo. Non è la prima volta che accade: nei pressi del Muro, alle donne è vietato pregare a voce alta, leggere la Torah e indossare il tallìt, lo scialle di preghiera.
  Il divieto perdura dal 1967, quando Israele conquistò nella Guerra dei Sei Giorni la città vecchia di Gerusalemme dalla Giordania.
  Una delle manifestanti è stata brevemente arrestata per avere portato con sé di nascosto un rotolo della Torah, il libro che contiene gli insegnamenti e i precetti di Dio rivelati da Mosè. Le modalità della preghiera al Kotel, il Muro Occidentale, sono definite dal suo custode, il rabbino ortodosso Shmuel Rabinowitz.
  «Ci sono 100 rotoli della Torah a disposizione degli uomini al Kotel – dicono le Women of The Wall - e il rabbino Rabinowitz respinge continuamente le nostre richieste anche solo per uno. Ha pure vietato che i rotoli siano portati da fuori. E’ una pratica discriminatoria che tiene la Torah fuori dalla portata delle donne in uno spazio pubblico e sacro in Israele».
  Secondo gli ortodossi, i servizi di preghiera organizzati da Women of The Wall sono «una profanazione contro il luogo più sacro del giudaismo», in quanto si ritiene che qualunque gruppo di preghiera femminile sia proibito dalla Halakhah, la legge ebraica. La Suprema Corte israeliana ha dato invece ragione alle donne, ordinando nel 2012 di realizzare almeno uno spazio loro riservato all’estremità sud del Muro, ma ancora oggi restano in vigore molti altri divieti e restrizioni che si chiede vengano aboliti. La piazza del Kotel è di fatto una sinagoga ortodossa che mantiene una rigida separazione dei sessi. Le preghiere mensili organizzate dalle Women of The Wall finiscono molto spesso con l’arresto di donne che leggono la Torah o indossano gli scialli da preghiera.
  Il governo è preoccupato, anche perché gli ebrei della diaspora, e in particolare la potente comunità americana, sostengono i movimenti che si battono contro le discriminazioni e chiedono un maggiore egualitarismo anche nelle pratiche religiose. Il nuovo presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato l’intenzione di riesumare l’accordo di compromesso raggiunto nel 2016, poi abbandonato dall’allora primo ministro Benjamin Netanyahu proprio a causa delle pressioni dei partiti ultra-ortodossi.
  Il progetto prevedeva che l’area che correva lungo il Muro Occidentale fosse divisa in tre parti uguali: maschile, femminile ed egualitaria. Il ministro per gli Affari della diaspora Nahman Shai ha confermato che il rilancio dell’accordo è nell’agenda del governo e gode di un ampio sostegno nella coalizione, compreso quello del primo ministro Naftali Bennett, anche lui ebreo osservante.
  Le Donne del Muro manifestano dal 1988 e lo faranno finché i loro diritti non saranno riconosciuti dal governo, ma sarà più difficile convincere gli ebrei ortodossi che la legge dell’uomo valga di più di quella di Dio. Il ruolo subordinato delle donne è una caratteristica di tutte e tre le grandi religioni monoteiste, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo, ma chi si batte per porre fine alle discriminazioni lo fa spesso solo nei confronti dell’Islam, o si concentra sull’abolizione della desinenza maschile e femminile, facendo finta di dimenticare che i problemi sono anche altrove.

(La Stampa, 6 novembre 2021)



La saggezza chiama

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 8.
  1. La saggezza non chiama forse?
    L’intelligenza non fa udire la sua voce?
  2. Essa sta in piedi in cima ai luoghi più elevati,
    sulla strada, agli incroci;
  3. grida presso le porte della città,
    all’ingresso, negli androni:
  4. «Chiamo voi, o uomini nobili,
    la mia voce si rivolge ai figli del popolo.
  5. Imparate, o semplici, l’accorgimento,
    e voi, stolti, diventate intelligenti!
  6. Ascoltate, perché dirò cose eccellenti,
    le mie labbra si apriranno a insegnar cose rette.
  7. Infatti, la mia bocca esprime la verità,
    le mie labbra detestano l’empietà.
  8. Tutte le parole della mia bocca sono conformi a giustizia,
    non c’è nulla di ambiguo o di perverso in esse.
  9. Sono tutte rette per l’uomo intelligente, giuste
    per quelli che hanno trovato la scienza.
  10. Ricevete la mia istruzione anziché l’argento,
    e la scienza anziché l’oro scelto;
  11. poiché la saggezza vale più delle perle,
    tutti gli oggetti preziosi non la equivalgono.

  1. La saggezza non chiama forse?
    L’intelligenza non fa udire la sua voce?

    Quello che era stato detto affermativamente in 1.20 viene qui ripetuto in forma interrogativa, forse per provocare la riflessione. La voce della saggezza continuava a parlare anche quando il giovane ascoltava le parole suadenti della donna estranea. Ha dovuto forse, il ragazzo, cedere alla tentazione perché a un certo punto la saggezza ha smesso di parlare? Ha forse l'intelligenza smesso di far udire la sua voce? Certamente no.

  2. Essa sta in piedi in cima ai luoghi più elevati,
    sulla strada, agli incroci;

    No, anzi, al contrario della donna adultera, che ama scegliere accuratamente le sue prede e isolarle dagli altri per poterle meglio circuire, la saggezza per essere ben visibile sta in piedi, si mette in cima ai luoghi più elevati e ovunque ci sia movimento di persone, in modo da trovare le occasioni per essere ascoltata.

  3. grida presso le porte della città,
    all’ingresso, negli androni:

    Viene ripetuto (cfr. 1.20-21) che la sapienza grida, non sussurra in un orecchio, e lo fa  in luoghi a tutti noti perché in essi si svolge la vita sociale. La sapienza che viene da Dio ha sempre un carattere pubblico, e anche se Gesù per un certo tempo l'ha affidata ad una particolare cerchia di persone, lo scopo è sempre stato quello di far giungere il messaggio a tutti (Matteo 10.27).

  4. «Chiamo voi, o uomini nobili,
    la mia voce si rivolge ai figli del popolo.

    Oltre al carattere pubblico, la sapienza ha un carattere universale. Si rivolge a tutti: agli uomini di potere e alle persone comuni. Tutti ne hanno bisogno, anche e proprio perché quasi tutti credono di essere già molto saggi. Chi sta in alto è convinto che la sua elevata posizione sia una chiara dimostrazione della sua saggezza; e chi sta in basso si convince di essere saggio perché sa indicare e illustrare con precisione tutte le sciocchezze che fanno quelli che stanno in alto. E' proprio necessario che la sapienza interrompa questi compiaciuti pensieri gridando a tutti: "Chiamo voi", non qualcun altro.

  5. Imparate, o semplici, l’accorgimento,
    e voi, stolti, diventate intelligenti!

    Il fatto che la saggezza si rivolga a tutti è sottolineato da un'altra contrapposizione: semplici e stolti. I primi hanno bisogno di accorgimento, cioè di accortezza, discernimento, perché pur essendo meno responsabili in quanto inesperti, rischiano di adagiarsi sulla loro inesperienza per non assumersi il peso della responsabilità. I secondi, al contrario, credono di essere già molto esperti, e quindi vanno avanti pienamente convinti di sapere più di altri "come si sta al mondo". Diventate intelligenti, dice loro la saggezza, colpendoli così nella loro presunzione. Letteralmente il testo dice: "Siate intelligenti di cuore", e l'espressione è adatta, perché la stoltezza è un atteggiamento del cuore, più che della testa.

  6. Ascoltate, perché dirò cose eccellenti,
    le mie labbra si apriranno a insegnare cose rette.

    Affinché una comunicazione avvenga, devono essere presenti due elementi: qualcuno deve parlare, altri devono ascoltare. Molti sono convinti che il problema stia nella mancanza del primo elemento: per loro non c'è nessuno che parla, cioè non esiste una fonte unica e universale di saggezza; ciascuno deve arrangiarsi con quello che ha: intelligenza personale, buon senso, tradizioni ricevute. E' evidente che in questo modo le varie "saggezze" si incrociano e si scontrano. L'educata soluzione da molti proposta ha un nome attraente: dialogo! Per la Bibbia invece il problema è un altro, e sta nel secondo elemento. La sapienza unica e universale esiste e comunica, non resta a bocca chiusa, apre le labbra, dice cose eccellenti e insegna cose rette, ma manca chi riceve la comunicazione. La soluzione offerta dalla saggezza è semplice, e proviene anch'essa dalla sua bocca: Ascoltate!

  7. Infatti, la mia bocca esprime la verità,
    le mie labbra detestano l’empietà.

    Ma perché bisogna ascoltare? Forse perché le parole della saggezza sono dolci e gradevoli? Possiamo chiederci allora perché ascoltiamo le parole di un medico di cui abbiamo fiducia, anche se forse temiamo che ci possa dire cose sgradevoli? Evidentemente perché crediamo che ci dica la verità. E per guarire abbiamo bisogno di verità, sia per la diagnosi che per la terapia, non di parole che allentino la tensione e ci distendano i nervi soltanto per qualche ora. Ma la verità della saggezza non è soltanto tecnica, non si oppone all'errore scientifico, ma all'empietà, cioè alla menzogna e alla malvagità che sono conseguenze dell'allontanamento da Dio.

  8. Tutte le parole della mia bocca sono conformi a giustizia,
    non c’è nulla di ambiguo o di perverso in esse.

    Dire la verità sui fatti che riguardano i rapporti fra uomini, o fra gli uomini e Dio, significa parlare secondo giustizia. La saggezza fa questo, e si sottolinea che tutte le sue parole sono giuste, non soltanto una parte. Per far capire poi che cosa questo significhi, si nomina il  contrario: ambiguità e perversione. La seconda forma di ingiustizia è più chiara, perché si presenta in modo esplicito, spesso come violenza e sopraffazione. La prima è più sfumata, e assume spesso la forma della diplomazia: quel parlare tortuoso che dice e non dice, che vuol far arrivare a certe conclusioni senza esporsi apertamente.

  9. Sono tutte rette per l’uomo intelligente, giuste
    per quelli che hanno trovato la scienza.

    Si conclude con questo versetto una serie di dichiarazioni sulle parole della sapienza che potremmo dire "propagandistiche". Esse sono rette, cioè lineari, semplici, comprensibili, e giuste, cioè adeguate alla realtà che descrivono. Ma affinché queste qualità siano percepite, è necessario che chi le riceve sia un uomo intelligente, cioè uno che ha già gli strumenti spirituali per capire, uno che ha trovato la scienza, perché l'ha cercata. Vengono in mente le parole di Gesù: "Attenti dunque a come ascoltate: perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, anche quello che pensa di avere gli sarà tolto (Luca 8:18).

  10. Ricevete la mia istruzione anziché l’argento,
    e la scienza anziché l’oro scelto;

    Un abile venditore, dopo aver illustrato le qualità della sua merce si rivolge al compratore e cerca di indurlo all'acquisto facendo il paragone con altri prodotti in circolazione. In modo simile si comporta la sapienza, con la differenza che non chiede nessuna forma di pagamento.

  11. poiché la saggezza vale più delle perle,
    tutti gli oggetti preziosi non la equivalgono.

    L'istruzione, la scienza e la saggezza vengono offerte in dono e valgono molto più dell'argento, dell'oro, delle perle e di qualsiasi altro oggetto che si possa desiderare (cfr. 3.14-15). 


    M.C.

 

Israele ha un governo stabile

L'esecutivo degli ex mette fine all'era Bibi e riesce a far approvare il budget.

Negli ultimi anni Israele si era abituato allo strambo e ripetitivo susseguirsi di nuove elezioni dopo il fallimento dell'approvazione del budget nazionale. La sequenza è stata interrotta giovedì quando la Knesset, il Parlamento israeliano, dopo tre anni, ha approvato il nuovo bilancio che è anche il bilancio del governo più eterogeneo della sua storia e al suo interno comprende partiti che vanno dall'estrema destra all'estrema sinistra, con molte sfumature al centro, tutti tenuti assieme dalla volontà di allontanare l'ex primo ministro del paese, Benjamin Netanyahu, leader del partito di centrodestra Likud. I membri della coalizione hanno dimostrato che la loro capacità di stare assieme è più forte delle aspettative, hanno dato un segnale importante e hanno indicato che questo esecutivo pieno di forze centrifughe è più stabile del previsto. Il premier Naftali Bennett, ex alleato e pupillo di Netanyahu, ha scritto su Twitter che finalmente Israele è tornato in carreggiata. E in effetti il paese sembra essersi liberato dalle crisi politiche incessanti, dai governi traballanti, e anche dall'ossessione della politica israeliana per Netanyahu, il premier che ha governato il paese per dodici anni con meriti indiscussi, ma che ormai era diventato sinonimo di instabilità.
   L'approvazione del budget indica anche che la rotazione dei premier prevista per il 2023 ci sarà, dopo Bennett sarà il turno di Yair Lapid, ora ministro degli Esteri, anche lui un ex di Netanyahu. Bibi adesso dovrà vedersela con chi dentro al Likud è pronto a fargli la guerra, a chi lo accusa di debolezza per non essere riuscito a far cadere il governo. Ma la verità più dolorosa per il leader dell'opposizione è che i suoi ex stanno imparando a convivere sul serio e a porsi degli obiettivi importanti per il paese e insieme, obiettivo dopo obiettivo, stanno mettendo fine all'era Netanyahu, prendendo anche il meglio dei suoi insegnamenti. E per la prima volta da tempo, Israele ha finalmente la certezza di avere un governo.

Il Foglio, 6 novembre 2021)


Dopo due anni la Israel Start-Up Nation è tornata... a casa

Per la prima volta da quando è iniziata la crisi sanitaria legata al Covid-19 l’intera squadra della Israel Start-Up Nation si troverà insieme in Israele. Il team, che in questa stagione ha ottenuto 17 vittorie, ha scritto un nuovo primato entrando nella top ten delle migliori squadre del World Tour.
  Tutti i corridori, Froome compreso, sono arrivati ieri e, dopo aver ricevuto i saluti dei rappresentanti dello Stato, hanno cominciato il loro ritiro a Tel Aviv dopo un esilio di due anni.
  Il team resterà in Israele per una settimana, l’obiettivo principale sarà quello di stare insieme e creare un gruppo forte e incontrare i giovani ciclisti della Academy per avere un confronto costruttivo con loro.
  Ci saranno appuntamenti sportivi e con i fan, ma anche una festa per celebrare questo rientro: i due proprietari del team, Sylvan Adams e Ron Baron, insieme a corridori e membri dello staff saranno ricevuti presso la residenza del presidente israeliano Isaac Herzog.
  Grande emozione per Chris Froome, che proprio nei giorni scorsi ha dichiarato di voler continuare a lavorare duramente per tornare protagonista al Tour de France: «Non vedo l'ora di poter finalmente visitare Israele e incontrare quei tifosi che nell’ultimo anno mi hanno fatto sentire la loro vicinanza. Sono veramente contento per quello che andremo a fare in questi giorni».
  Il Covid-19 aveva cancellato tutti gli impegni in Israele e, a distanza di quasi due anni dall’inizio della crisi sanitaria che ha colpito il mondo intero, finalmente il team si riunirà nella sua sede principale.
  «Ci consideriamo ambasciatori del nostro Paese e in ognuna delle nostre gare cerchiamo di portare un messaggio in ogni angolo del mondo - ha detto Sylvan Adams -. Penso che sia molto importante che adesso tutti i nostri corridori e lo staff siano venuti qui e per alcuni di loro questa sarà la prima volta».
  Oggi la squadra sarà impegnata in un giro in bici sulle strade israeliane e sarà questo un modo per farsi conoscere e allo stesso tempo verrà data ai corridori la possibilità di conoscere il territorio e incontrare gli appassionati.
  «La squadra pedalerà da Gerusalemme alla vetta di 'Nes Harim' nelle colline della Giudea - ha detto Il manager dell'ISN Rik Verbrugghe -. Faremo un incontro con i nostri tifosi e i giovani ciclisti potranno parlare e pedalare per la prima volta con i nostri corridori».
  Molto emozionato è Guy Niv, primo corridore israeliano che nel 2020 ha portato a termine il Tour de France. «È molto importante che i giovani corridori israeliani sappiano che possono andare lontano con il ciclismo, grazie al loro talento e all’impegno».
  Sarà proprio Niv, a guidare la squadra in un giro sulle alture del Golan. La squadra visiterà anche il velodromo Sylvan Adams che ospiterà l’ultima tappa dell’UCI Track Champions League. La presentazione ufficiale ci sarà proprio oggi: a salire sul palco ci saranno 26 corridori provenienti da 14 nazioni diverse e tra le new entry più importanti ci sono Jakob Fuglsang e Giacomo Nizzolo.

(Tuttobiciweb, 6 novembre 2021)


La lezione di Israele. Dopo i richiami mortalità azzerata

Riportiamo questo articolo che riguarda il nostro sito perché si riferisce "a quello che tutto il pianeta guarda come 'caso pilota' della pandemia, ovvero Israele". Nello stesso tempo è un altro esempio di come in fatto di pandemia i media più diffusi sono quasi totalmente allineati con la versione governativa dei fatti. Chi vuole può credere alla "scientificità" dei dati riportati e alla loro interpretazione. In fondo, è una questione di fede. Fede nella nuova religione sanitaria che il nostro paese si avvia, nei fatti, a riconoscere come prossima Religione di Stato. E non è detto che sul sacro terreno della salute ci potranno essere dei "culti ammessi", come sotto il fascismo. NsI

di Lorenzo Mottola

Una conferenza stampa per illustrare alcune decisioni prese dal governo sulle misure anti-Covid. I dati dai territori non sono buoni: a seconda delle Regioni, si assiste a bruschi aumenti del numero contagiati (fino al 50% in Veneto). E la responsabilità secondo gli esperti sarebbe da attribuire al calo delle difese immunitarie nelle prime persone sottoposte a vaccino all'inizio della campagna, in particolare negli anziani. Dopo sei mesi la forza dei prodotti Moderna e Pflzer cala significativamente. E il virus torna a colpire. Era prevedibile che ciò accadesse, in altri Paesi era già stato visto. Questo però ci dà buone speranze anche riguardo al funzionamento della soluzione proposta: il cosiddetto richiamo "booster".
  Il riferimento è a quello che tutto il pianeta guarda come "caso pilota" della pandemia, ovvero Israele. Come noto, il governo di Gerusalemme grazie ad accordi particolari con la Pflzer ha bruciato tutte le nazioni occidentali sul tempo, riuscendo ad anticipare di mesi le nostre campagne vaccinali. Ad inizio agosto, a Tel Aviv è stato registrato un forte aumento di ricoverati e morti. Quasi pari alle prime ondate. Proprio come in questi giorni in Italia. Ma la reazione è stata tempestiva: subito terze dosi a tappeto. Oggi il 45% della popolazione israeliana ha già fatto il richiamo. E gli effetti sono esattamente quelli auspicati: la media dei decessi per Coronavirus oggi è stata ridotta a tre al giorno. Secondo uno studio pubblicato da Lancet questa settimana ( e realizzato da ricercatori di Harvard sulla popolazione che ha ricevuto la terza dose ad agosto), a sette giorni dal richiamo il rischio di ricovero ospedaliero si abbassa del 93%. In parole povere, l'Italia ha un sentiero tracciato. Anche se c'è qualche differenza c'è tra noi e loro.
  Prendiamo prima gli aspetti positivi. Per certi versi, le cose sono andate meglio dalle nostre parti: i no vax israeliani sono più numerosi dei nostri e ben rappresentati soprattutto nelle comunità ortodosse e in quelle arabe immigrate. Il che probabilmente spiega come mai da noi l'aumento di contagi è meno marcato rispetto a quello visto nel paese mediorientale. Le buone notizie, però, per noi finiscono qui. Prima di tutto a chi dice che la nostra campagna per la terza dose procede a gonfie vele tocca sottoporre alcuni dati: siamo poco oltre il 3% di nuove iniezioni sul totale della popolazione, dietro a nazioni come la Cambogia o El Salvador, che non rappresentano certo un faro per i sistemi sanitari del nostro pianeta. E c'è anche da dire che buona parte dei centri vaccinali italiani in queste settimane sono stati chiusi, quindi procedere con somministrazioni di massa potrebbe comportare qualche difficoltà. Riguardo agli approvvigionamenti, le scorte ci sono (circa 9 milioni di dosi in magazzino). Ora però bisogna usarle. La conferenza stampa di ieri aveva proprio questo obiettivo: annunciare che è necessario un cambio di passo sui richiami. Speranza chiede di "accelerare". Le Regioni, tuttavia, restano in attesa che da Roma arrivino indicazioni su come partire, perché al momento non è chiaro neanche quale saranno le fasce d'età da puntare. Infine, bisogna tener presente quale è stato l'andamento della "curva" dei decessi in Israele. Dopo l'inizio della campagne per le terze dosi, ci sono volute alcune settimane per vedere degli effetti positivi sui bollettini. Anche in Italia, quindi, le cose potrebbero peggiorare, prima di migliorare. Ultima nota: non è affatto detto che con il "booster" sia tutto finito. In Israele c'è anche chi parla di quarta dose. Per fortuna, però, per allora potremmo avere anche altre armi, ovvero il farmaco antivirale in grado di curare i malati, già sperimentato da due case: Merck e Pflzer.

Libero, 6 novembre 2021)


Qualche riflessione potrebbe venire dall'articolo che segue. L'autore è regolarmente vaccinato e in una posizione di disponibilità e apertura. M.C.


Nella sfida al Covid il fallimento è vistoso e il dubbio legittimo: sanno quello che fanno?

Quarta ondata, terza dose, immunità di gregge ... Visto l'andazzo, si può insinuare il dubbio che i poteri pubblici, politici e sanitari, e i loro corifei mediatici, abbiano fallito clamorosamente la sfida dei contagi e delle terapie? Continua ad alzarsi l'asticella e si rimanda sempre la salvezza. Facendo ricadere la colpa sui pochi che non osservano i diktat.

di Marcello Veneziani 

La quarta ondata del Covid annunciata con grande allarme dai media; il terzo vaccino nell'arco di sei mesi prescritto praticamente a tutti con una campagna martellante; il 90 per cento di vaccinati indicata come nuova soglia d'immunità, dopo il 70 e dopo l'80 per cento dei mesi scorsi; il terzo anno di pandemia e di emergenza che si annuncia con certezza e apprensione: si può insinuare il dubbio che qualcosa non stia funzionando, che i poteri pubblici, politici, amministrativi e sanitari, e i loro corifei mediatici, abbiano fallito clamorosamente la sfida dei contagi e delle terapie, considerando che si alza sempre l'asticella e si rimanda sempre la salvezza? O si deve per forza concentrare ogni responsabilità, ogni attenzione e ogni condanna sulla esigua minoranza che non si è vaccinata e si ribella al green pass, con manifestazioni che gli stessi media giudicano di poco rilievo e con quattro gatti? 
  Avevo deciso in questa pandemia di sospendere ogni giudizio, non ritenendomi in grado di esprimere pareri netti e autorevoli in merito o indicare soluzioni alternative; con tutte le perplessità che ho sempre coltivato, ho continuato a seguire di malavoglia le prescrizioni e le proscrizioni imposte. Con una sola raccomandazione: allargare e non restringere i campi di ricerca e di sperimentazione, non limitarsi ai vaccini ma investire di più sulle cure per debellare o neutralizzare il virus. Insomma, aggredire il Covid su vari fronti, a monte e a valle. Personalmente ho usato come strategia di sopravvivenza quella di evitare tutti i programmi televisivi sul tema e cambiare canale o media quando appariva il santino del virologo di turno e dei centouno virologi di complemento. Sottrarmi, senza nessuna pretesa di insegnare a nessuno il mestiere. Non ho dunque alcuna tesi precostituita, nessuna soluzione alternativa, nessuna propensione al complotto. 
  Però quando ti alzi la mattina del 5 novembre 2021 e vedi che il titolo principale dei principali giornali e media italiani è incentrato sulla quarta ondata, sull'euroterrorismo, sul pericolo che viene dall'Est (dove peraltro sono già sotto osservazione i 12 Paesi europei colpevoli di voler ripristinare i confini per arginare l'immigrazione), allora dici: basta, non se ne può più, non potete tenere l'umanità così a lungo in una gabbia di terrore, di obblighi e divieti, spostando continuamente gli obbiettivi da raggiungere, e facendo ricadere ogni colpa sui pochi che non seguono le vie obbligate. 
  Se dopo venti mesi un virus non viene debellato nonostante l'80% di popolazione sia vaccinata, e anche due volte, se il Covid è ancora virulento e pericoloso, vogliamo dirlo che siamo davanti a una sconfitta, anzi un fallimento delle classi dirigenti e delle forze sanitarie, farmaceutiche e amministrative senza precedenti? La moltiplicazione dei dubbi a questo punto è più che legittima: la strada intrapresa senza se e senza ma, imposta ai quattro quinti della popolazione, considerando che il restante quinto e per meta costituito da bambini, è stata davvero quella giusta? Un virus che supera il biennio, ditemelo voi perché io non lo so, ha precedenti? O se volete riformulo la domanda: è concepibile che all'entrata nel terzo anno di Covid, si debbano ancora allestire, intensificare e amplificare vaccini, controlli e allarmi, senza contemplare soluzioni alternative o supplementari? E sfiorando la blasfemia, la bestemmia contro il dio vaccino: e se ci fosse un nesso tra le varianti e i vaccini, nonostante le dimostrazioni che il contagio riguarda in particolare chi non si è vaccinato? Dobbiamo considerare normale che i virologi si portino avanti con il lavoro e si proiettino non nell'anno venturo ma addirittura nel 2023, che era un modo proverbiale per indicare il futuro lontano, predicendo che in quell'anno ci faranno un vaccino multitasking, onnicomprensivo, prodigioso, incluso di anti-influenzale? Se dopo sei mesi siamo al terzo vaccino, dopo ventiquattro mesi saremo alla dodicesima dose? Siamo entrati in un serial horror, in un raggiro universale, in una truffa colossale o che? A fronte di un fallimento così vistoso sono legittimi i dubbi, anche quello di aver imboccato una strada sbagliata, oltre che esserci affidati a percorsi sanitari e farmaceutici errati o inadeguati. 
  Il dramma, lo ammetto onestamente, è che non siamo in grado di opporre un' altra soluzione organica, né abbiamo poteri, voce in capitolo, mezzi e condizioni per poter indicare altri percorsi o correggere quelli presenti. 
  Dobbiamo però vigilare con la massima attenzione su quel delicato passaggio in cui il regime della sorveglianza sanitaria si estende automaticamente ad altri ambiti civili, culturali, politici, sociali. 
  E' impressionante l'ondata repressiva e liberticida che c'è in giro che esonda dai confini sanitari e si allarga ovunque. Oscuramenti sui social, intimidazioni, censure dappertutto e nuove restrizioni si annunciano in ogni campo. Lo dico anche per esperienza personale. 
  Considerando che i social sono, bene o male, l'unico luogo in cui il privato dissenso si fa pubblico, è di una gravità enorme. Se solo tocchi certi temi «sensibili» o presunti tali, anche argomentando, non insultando nessuno né semplificando con tesi «oltraggiose», sei subito censurato e punito. E non puoi prendertela con nessuno perché ti dicono che il mandante è l'algoritmo, dunque la censura è anonima, come la banda dei sequestri. Anonimo, come il Covid. 
  La colpa in ambo i casi non è di chi usa questi agenti anonimi per veicolare e controllare la gente ma del caso o della tecnica. Se non possiamo fare e dire molto in ambito sanitario, sorvegliamo almeno le linee di frontiera della nostra libertà, della nostra dignità e dei diritti. Occhio alla dogana, alle mascherine ideologiche e agli sconfinamenti delle «ondate» sanitarie. Cantava Bruno Lauzi: «onda su onda il mare ci porterà alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva». 

(La Verità, 6 novembre 2021)


Il dubbio maggiore potrebbe venire da una delle osservazioni conclusive dell'autore: "E' impressionante l'ondata repressiva e liberticida che c'è in giro che esonda dai confini sanitari e si allarga ovunque". Ma forse è proprio questo che si vuole. E' quasi patetico dire "... sorvegliamo almeno le linee di frontiera della nostra libertà, della nostra dignità e dei diritti", quando questa frontiera è già stata chiaramente oltrepassata. "Oscuramenti sui social, intimidazioni, censure dappertutto e nuove restrizioni si annunciano in ogni campo", questo non è uno "sconfinamento", ma piuttosto un obiettivo raggiunto. Da cui ripartire per andare oltre. Sanno quello che fanno? Forse sì, e questo è il guaio. M.C.


Israele sostiene le forze armate sudanesi

Il governo israeliano ha ammesso che a fine settembre 2021 una delegazione militare sudanese è stata inviata dal generale Dagalo, alias Hemidti, a Tel Aviv. Israele ha riconosciuto anche che, dopo i fatti del 26 ottobre, definiti da Washington «colpo di Stato militare», Israele ha inviato a Khartum una delegazione di alto livello del ministero della Difesa e del Mossad.
  Già a febbraio 2020 l’allora primo ministro israeliano in carica aveva incontrato il generale al-Burhan a Entebbe (Uganda).
  Gli Occidentali hanno ufficialmente rotto con i generali Dagalo e al-Burhan, ma questi ultimi sono tuttora finanziati dall’Arabia Saudita e sono tuttora gli interlocutori di Israele.
  Il 4 novembre il segretario di Stato USA, Antony Blinken, ha telefonato al primo ministro, in libertà, Abdallah Hamdok, nonché al generale al-Burhan. Al termine dei colloqui sono stati liberati quattro ministri in precedenza assegnati a domicilio coatto.

(Réseau Voltaire, 6 novembre 2021 - trad. Rachele Marmetti)


Sally Rooney non si fa tradurre. Israele la bandisce

Guerra di libri tra Israele e la scrittrice Sally Rooney. A cominciarla è stata l'autrice irlandese, che non intende autorizzare la traduzione in ebraico dell'ultimo romanzo A Beautiful World, Where Are You come sostenitrice del boicottaggio verso lo Stato ebraico, in sostegno alla causa palestinese. Ma adesso lei stessa sarà boicottata in Israele dalle due principali catene di librerie, Steimatzky e Tzomet Sfarim: con un provvedimento senza precedenti e dopo un appello web sottoscritto da migliaia di lettori, le due catene hanno deciso di rimuovere dai propri siti internet e scaffali i due libri della Rooney tradotti in ebraico (Parlarne tra amici e Persone normali).

(Nazione-Carlino-Giorno, 6 novembre 2021)


Addio a Pasqualina Perrella, l’ultima delle “ragazze dell’anagrafe”

Falsificò i documenti per gli ebrei in fuga

di David Di Segni

Il 25 ottobre scorso si è spenta all’età di 99 anni Pasqualina Perrella, una delle dipendenti comunali di San Donato Val di Comino (Frosinone) che, durante la Seconda guerra mondiale, rischiò la propria vita per salvare quella degli ebrei confinati in città. Perella, il podestà Gaetano Marini ed altri quattro dipendenti comunali - Donato Coletti, Maddalena Mazzola, Rosaria De Rubeis, Carmela Cardarelli – falsificarono i documenti d’identità degli ebrei per scamparli alle deportazioni nei campi di sterminio.
  Tra i confinati c'erano anche Margaret Bloch - ex compagna di Franz Kafka - che diventò vicina di casa dei Perrella, e l'attrice del cinema muto Grete Berger. "Gli ebrei venivano a chiederci aiuto e noi rilasciavamo a ciascuno di loro documenti falsi per farli risultare cittadini italiani. - raccontò Pasqualina Perrella – Ricordo che a una donna ebrea attribuii lo stesso nome e cognome di mia sorella".
  Per l’attività di falsificazione lei rischiò persino la vita, quando il 6 aprile 1944 Pasqualina venne prelevata dai tedeschi e interrogata. “Venne condotta presso il locale Comando, dove fu interrogata. – spiega il sindaco di San Donato Val di Comino, Enrico Pittiglio - Riconosciuta come una delle artefici delle falsificazioni, venne condotta presso il camion dove furono stipati gli ebrei arrestati. La fortuna di Pasqualina fu che nel camion non c’era posto e quindi rimase a terra, scampando così alla deportazione ad Auschwitz".
  Questo valoroso gruppo di persone verrà ricordato nel Museo del Novecento e della Shoah, attualmente in fase di realizzazione nel piccolo centro della provincia di Frosinone, che riprodurrà anche il luogo di lavoro delle rinominate “ragazze dell'anagrafe”.
  Con Pasqualina Perrella se ne va un’eroina della storia, che ha basato la propria esistenza proprio su quell’eterno principio che è il fondamento dei giusti: chi salva una vita, salva il mondo intero.

(Shalom, 5 novembre 2021)


Israele approva la prima finanziaria dal 2018

Tiene la nuova maggioranza

Prima vittoria del nuovo governo israeliano guidato da Naftali Bennett: il Parlamento, la Knesset, nella notte tra mercoledì e giovedì ha approvato la legge finanziaria, per la prima volta dal 2018, evitando così la scadenza del 14 novembre che avrebbe portato il Paese alle quinte elezioni in tre armi.
  Il premier Bennett detiene una maggioranza stretta, che aveva fatto sperare all'ex primo ministro Benjamin Netanyahu, ora all'opposizione, di poter rientrare in gioco nel caso in cui non ci fossero stati i numeri per approvare la legge di bilancio.
  Bennett ha subito celebrato su Twitter, scrivendo: «Dopo anni di caos abbiamo formato un governo, sconfitto la variante Delta e ora, grazie a Dio, approvato un bilancio per Israele». Il budget, che riguarda l'anno in corso ed è di 195 miliardi di dollari, ha avuto il via libera dopo una serie di votazioni durate tutta la notte con 61 voti a favore contro 59 contrari che rappresentano l'esatta fotografia della divisione tra la composita maggioranza guidata da Bennett e l'opposizione di Netanyahu. Ora la Knesset tornerà a riunirsi per l'approvazione della finanziaria 2022.
  Il voto permetterà di sbloccare l'azione di governo necessaria ad affrontare la crisi del debito pubblico che nell'anno della pandemia è aumentato del 21% raggiungendo quota 72,4% del Pil. Il target di deficit nella finanziaria è stato posto al 6,8% del Pil, Includendo le spese per la lotta alla pandemia e il sostegno all'economia.
  La bozza di legge finanziaria per il 2022 prevede una spesa di 184 miliardi di dollari e una riduzione del rapporto deficit-Pil fino al 3,9 per cento. Il bilancio dello stato e la crescita economica nel difficile periodo della pandemia sono stati ostaggio del caos politico che ha attraversato il paese dal dicembre 2018 fino alla formazione dell'attuale coalizione di governo, cinque mesi fa quando è nata la Grande Coalizione che mette insieme otto formazioni di tutti gli schieramenti.
  Sempre sul fronte mediorientale, ieri il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen è stato ricevuto dal Papa, che ha auspicato un rilancio del dialogo per la «soluzione dei due Stati».

(Il Sole 24 Ore, 5 novembre 2021)


Quell'esempio di Israele: rinato coi sieri

di Fiamma Nirenstein

Si deve fare? Sì. Lo si deve però scegliere liberamente, essendo in democrazia? Ancora sì. Ci sono i No Vax, e quelli sono duri come il granito. Non si parla a loro. Ma per spiegarsi fra gente normale, di buon senso, occorre discussione, consapevolezza sull'oggetto in questione, la vaccinazione: i pro, i contro, i pericoli, le risorse, senza spazi per stupide teorie della cospirazione o movimenti rivoluzionari social-politici. Così dopo un periodo di crisi, Israele si riposiziona come esempio per la lotta al Covid, guardiamolo bene: ieri la squadra di esperti che affianca il ministero della Sanità nelle decisione, ormai imminente dopo quella americana, di vaccinare i piccoli, ha tenuto la sua seduta in pubblico, sui social, sulla pagina Facebook del ministero, con tutti gli esperti, i medici, i politici, e con venti cittadini ciascuno con il diritto a parlare per tre minuti. Alla fine deciderà la commissione, e non la folla, si capisce: ma il vaccino ai bambini oltre i 5 anni è un pezzo di cuore e richiede tutto il cervello. Difficile decidere, ma messe tutte le carte in tavola, basta, si soppesa, si decide, forti del fatto che dopo un momento di panico, di nuovo i vaccini hanno salvato il Paese, e senza ombra di dubbio. Su questo, anche un governo e un'opposizione che si odiano come quelle di Bennett e di Netanyahu, sono insieme. Pochissimi usano la chiave No Vax in una dimensione politica. Si sa, qualcuno dei vaccinati si è ammalato di nuovo, ma non è morto; e il vaccino ogni tanto ha reazioni indesiderate anche estreme. Perciò un Paese allenato come Israele ha bisogno di inspirare profondamente prima di decidere sui numerosissimi, onnipresenti piccoli cittadini. Ma è chiaro a tutti gli opinion maker, i giornalisti, i politici, gli intellettuali, come dovrebbe esserlo in Italia. Chiedi: «Hai fatto la terza dose?». E la risposta è sempre: «Certo». Sei un fratello nella scelta della libertà per tutti. Dopo il booster la crisi della quarta ondata è stata superata, a settembre c'erano 80mila casi attivi, ora sono 7.388; i casi seri erano 740, ora sono 201; i nuovi casi quotidiani 663 ed erano 2.500. Prima di rendersi conto, a maggio, che si era ben proceduto a salvare la vita degli adulti e degli anziani, ma si doveva vaccinare veloci anche i ragazzi nelle scuole pena una moria generale; adesso si sa che i bambini fra i 5 e gli 11 anni, più di un milione e 200mila, sono il 45% dei portatori del virus della settimana scorsa. E allora, se i dati sono questi, se il vaccino preserva dal contagio, e quando non lo fa comunque salva la vita, e rende la libertà, che dire, per esempio, alla folla triestina? Quando si ammala rischia la vita, e appare anche un po' scema.

(il Giornale, 5 novembre 2021)


" ... i No Vax, quelli sono duri come il granito", ".. stupide teorie della cospirazione", "... la folla triestina? appare anche un po' scema". Anche Fiamma Nirenstein non ha resistito dunque alla tentazione di sostenere le sue ragioni pro-vaccino screditando gli oppositori. E' manifestazione di pacato buon senso trattare gli oppositori come gente anormale, priva di buon senso, che merita di essere considerata "anche un po' scema"? O manifesta invece insicurezza per le scelte fatte e fastidio nel vedere che altri fanno scelte diverse? Da dove viene tutta questa stizza? E' solo una domanda, e non si formula una risposta.
E' innegabile che la pandemia ha ridisegnato linee trasversali di separazione in quasi tutti gli ambienti, non è strano quindi che questo avvenga anche tra gli amici di Israele. Per il sito su Israele che gestisco da vent'anni devo allora precisare che, ferma restando la vicinanza a Israele in tutto quello che riguarda il suo posto fra le nazioni, questo non significa e non ha mai significato approvazione indiscussa del costume della sua società e delle scelte del suo governo. In particolare, è inquietante che proprio Israele si sia messo a capo, o sia considerato avanguardia, della campagna di vaccinazione mondiale. Le nazioni applaudono, e proprio questo è il guaio. Almeno su questo argomento e in questo tempo. Se ne dovrà riparlare. M.C.


I «Protocolli» antisemiti venduti dalla Feltrinelli

di Alberto Giannoni 

E intervenuta la Comunità ebraica, e a sostegno la coordinatrice nazionale della lotta all' antisemitismo Milena Santerini, docente all'Università Cattolica: «Davvero incredibile - ha scritto - che si possa diffondere un libro così pericoloso scrivendo che i Protocolli potrebbero essere "veri o falsi" senza avvertire che sono un falso e l'uso che se ne è fatto nella storia». 
  Sì perché il libro in questione, i Protocolli dei savi di Sion; è un falso conclamato, redatto ad arte oltre un secolo fa, e da allora usato a piene mani dalla peggiore propaganda antisemita, tanto da ispirare i deliri di Adolf Hitler nello sterminio di massa degli ebrei. Il volume, prodotto probabilmente dalla polizia segreta russa, mirava ad accreditare l'esistenza di un piano ebraico occulto per impossessarsi del mondo, e da cento anni calamita le attenzioni morbose dei razzisti di tutte le categorie (è molto diffuso in certe piazze arabe). 
  L'editore del volume, oggi, è una piccola casa ultrareligiosa, la friulana «Segno», che ha compilato la scheda che viene caricata sempre uguale, in automatico, nelle varie piattaforme di vendita ordine. «Fin dall'inizio - si legge - sono stati bollati di essere un geniale falso e le motivazioni pro e contro sono tante». «Veri o falsi che siano ormai non conta più - prosegue incredibilmente la presentazione - perché questi misteriosi protocolli, persino fuori dal loro tempo si sono rivelati laicamente profetici». 
  La Comunità ebraica ha subito chiamato in causa via twitter La Feltrinelli, perché il volume compariva proprio negli «store» online di quella (come di altre) case editrici. «Ehi, La Feltrinelli, attenzione qui - il tweet della Comunità - Davvero pensate si possa proporre i Protocolli dei Savi di Sion - libro chiave della propaganda antisemita - senza una nota che ne evidenzi la falsità?». Prima ancora era stata la traduttrice Ilaria Pipemo a sollevare il caso: «È sconvolgente - ha scritto - che Ibs e La Feltrinelli vendano questo nel 2021 nel mio Paese». 
  Feltrinelli ha replicato direttamente sul social: «Grazie per la segnalazione. La descrizione del volume è di competenza esclusiva della casa editrice che lo ha pubblicato e non dei canali di vendita presso i quali questo risulta disponibile». La precisazione non è bastata ai molti che hanno continuato a protestare, manifestando indignazione verso i distributori. Qualcuno ha pubblicato pure la risposta di Feltrinelli: «Le confermo che, grazie alle numerose segnalazioni, la sinossi dell' editore Segno è stata opportunamente rimossa». 
  Raggiunta dall'Huffington, l'editrice Cristina Mantero ha garantito: «Non era nostra intenzione urtare la sensibilità di nessuno». «Siamo profondamente dispiaciuti - ha assicurato - Siamo disponibili a specificare che si tratta di un documento di cui è dubbia la veridicità». Intanto Mosaico, portale della Comunità ebraica milanese, ha fatto notare come nel catalogo dell' editore friulano compaia un altro titolo, L'ombra di Samael. Gli ultimi sviluppi della questione ebraica, che pretende di «arrivare a una conclusione definitiva della querelle sull' autenticità dei Protocolli», definendo «patetico» il «tentativo di farli passare per falsi». 

(il Giornale, 5 novembre 2021)


Le loro case un riparo per le famiglie ebree perseguitate dai nazisti

Ora sono Giusti tra le Nazioni, le cerimonie a Firenzuola e a Firenze. I nomi impressi nel Memoriale della Shoah di Gerusalemme. Così sono stati ricordati Armando e Clementina Matti, Pietro e Dina Angeli e il giorno prima Giuseppe Dani e i genitori, Giovanni e Maria.

di Azzurra Giorgi

Finché è stato in vita, Alessandro Smulevich sentiva di non aver fatto abbastanza per ringraziarli. Ma adesso, Armando e Clementina Matti e Pietro e Dina Angeli, che per un anno avevano aiutato lui, la sorella Ester, il cugino Leone e i genitori Sigismondo e Dora Smulevich, nascondendoli dai nazisti nelle loro case di Firenzuola e Ponte Roncone, sono Giusti tra le Nazioni. A onorarli lo Yad Vashem, il Memoriale della Shoah di Gerusalemme, dove saranno impressi i loro nomi, insieme con quelli di Giuseppe Dani e dei suoi genitori, Giovanni e Maria, diventati Giusti il giorno prima per aver salvato la famiglia Cividalli dai rastrellamenti nella campagna pisana. A Firenzuola, il figlio di Alessandro Smulevich, Ermanno, ha ricordato la storia della famiglia, di come il nonno Sigismondo, ebreo nato in Polonia, avesse conosciuto la moglie Dora, ungherese, a Fiume, dove era rimasto dopo essere stato imprigionato dall'esercito ungherese, di come lì avesse cominciato a fare il sarto, mettendo su famiglia, ottenendo la cittadinanza italiana e vivendo una vita moderatamente benestante.
   Poi erano arrivate le leggi razziali, l'Italia era entrata in guerra, e Sigismondo fu internato in provincia di Salerno. Riuscì a farsi trasferire prima a Firenze poi a Prato come internato libero, con obbligo quotidiano di firma, fin poco dopo l'8 settembre' 43, quando fuggì con la famiglia a Firenzuola, rifugiandosi prima a casa dei Matti e poi, quando la situazione peggiorò, in quella degli Angeli. Allora quella zona, così vicina alla Linea Gotica, aveva una massiccia presenza di soldati tedeschi e milizie fasciste: Ermanno ha ricordato la fuga del padre sulla canna di una bicicletta da Firenzuola a Ponte Roncone, i nascondigli e le altre famiglie di Firenzuola che «aiutarono e nascosero ebrei perseguitati, nonostante questo le esponesse a rischi gravissimi. Purtroppo non ci sono più testimonianze dirette per promuovere la loro causa allo Yad Vashern». Alla cerimonia, erano presenti anche Lisa Matti e Pellegrina Angeli, discendenti dei Giusti, il sindaco di Firenzuola Giampaolo Buti, il presidente della Comunità ebraica fiorentina Enrico Fink, il rabbino Gadi Piperno, l'assessore al Comune di Firenze Alessandro Martini e altri discendenti della famiglia Smulevich. Presente anche l'ambasciatore d'Israele in Italia, Dror Eydar, che in questi giorni sta girando la Toscana, visitando realtà economiche e accademiche dopo ad aver partecipato alle cerimonie dei Giusti, ovvero «persone che si sono opposte alle sofferenze inflitte al popolo ebraico.
   L'orrore della Shoah si è potuto verificare perché non c'erano abbastanza persone di buon cuore pronte ad opporsi alle leggi antisemite e perché gli ebrei non avevano un focolare nazionale che potesse difenderli. Ora - racconta Eydar - sono venuto come rappresentante dello Stato ebraico per onorare queste grandi anime e le loro grandi azioni, che hanno consentito al popolo ebraico di mantenere la fiducia nella bontà umana». Prima di Firenzuola, Eydar ha partecipato alla cerimonia nella Sinagoga di Firenze in cui sono stati riconosciuti Giusti Giuseppe Dani e i genitori, che protessero Giorgio Cividalli, la moglie Wanda e le tre figlie: Carla, Anna e Miriam, che hanno ricordato come «quando si cominciò a parlare di un riconoscimento per i salvatori degli ebrei perseguitati, il Dani rifiutò: «È stato fatto solo quello che si doveva fare», sosteneva. Sono passati anni dalla sua scomparsa prima che riuscissimo a dirci che era venuto il momento di disubbidire».

(la Repubblica - Firenze, 5 novembre 2021)


 La lunga storia del “cacio all’argentina”

di Giulia Gallichi Punturello

Nel 1492 gli ebrei sono espulsi dalla Spagna; e il 18 giugno dello stesso anno viene dato l’ordine di espulsione anche dalla Sicilia, ordine che viene eseguito, dopo una breve dilazione, entro il 1492. Neppure un ebreo rimane in Sicilia; la maggioranza degli ebrei siciliani si rifugia nelle comunità ebraiche del meridione.
  Ma anche le Comunità ebraiche dell’Italia Meridionale sono destinate a scomparire. Nel 1500, con il Trattato di Granada, il Regno di Napoli viene diviso fra Luigi XII di Francia e Ferdinando il Cattolico di Spagna; nella lotta che ne segue fra francesi, e spagnoli, questi ultimi prevalgono: nel 1505 gli spagnoli entrano a Napoli; da questo momento le Comunità ebraiche del Regno di Napoli (Napoli, Trani, Nola, Bari) vanno rapidamente scomparendo. Una parte degli ebrei provenienti da queste Comunità si stabilisce a Roma, dove sorgono in tal modo piccole sinagoghe (siciliana, aragonese).
  I Siciliani che approdano a Roma portano con loro non soltanto tradizioni e riti antichi, ma anche un’abitudine culinaria fatta di ricette profondamente ebraiche ma che all’apparenza sembrano non esserlo.
  Nel tentativo di sfuggire al tribunale dell’inquisizione gli ebrei siciliani avevano sviluppato un’incredibile capacità di nutrirsi di cibi consentiti che sembrassero assolutamente taref (non kasher).
  Un ingrediente che utilizzavano moltissimo erano le melanzane. Il modo di prepararle e condirle dava l’impressione che si trattasse di carne.
  La stessa preparazione di alcuni formaggi, uno per tutti il cacio, tanto famoso anche nella tradizione romana, che insaporito e bruciato sulla griglia sprigionava lo stesso odore del maiale.
  Il cacio all’Argentiera, le melanzane in agrodolce (concia) ed anche le sarde a beccafico sono sicuramente tre tra i più clamorosi esempi di cucina cripto-giudaica.

INGREDIENTI: 

  • formaggio caciocavallo 500 gr.
  • aglio, due spicchi
  • aceto, una spruzzata
  • origano, un pizzico
  • olio di oliva quanto basta

PREPARAZIONE:

  • Mettete l’olio in una padella antiaderente e fate imbiondire l’aglio. Appena avrà cambiato colore eliminatelo.
  • Tagliate il formaggio a fette di un certo spessore e mettetelo nell’olio ben caldo.
  • Giratelo velocemente con una paletta e fatelo  dorare dall’altro lato.
  • Spruzzare con l’aceto e spolverizzare con l’origano. Servitelo immediatamente con contorno di insalata fresca

(Shalom, 5 novembre 2021)


Gerusalemme riapre ai pellegrini in vista del Natale

Dal 6 novembre via libera ai pernottamenti anche a Betlemme. L'essere vaccinati contro il Covid-19 è un requisito essenziale.

Prima solo i gruppi, ora anche singoli visitatori potranno entrare in Israele seguendo un rigido protocollo sanitario. Dal 6 novembre via libera ai pernottamenti anche a Betlemme. Dopo i lunghi mesi di sostanziale chiusura dei flussi di pellegrini verso Gerusalemme e la Terrasanta riparte quasi a pieno regime, anche in vista del Natale, il flusso dei pellegrinaggi. Sono stati due anni durissimi, in cui è venuto a mancare anche il sostegno rappresentato per l'economia locale da questa forma di viaggio. Ora si spera che il peggio sia alle spalle. I no vax - non pochi tra i cattolici tradizionalisti - dovranno comunque rinunciare al viaggio. L'essere vaccinati contro il Covid-19 è, infatti, un requisito essenziale (salvo eccezioni autorizzate, su esplicita richiesta, da un'apposita commissione) e le autorità israeliane, molto sensibili all'argomento, non sembrano disponibili al lassismo. Per intenderci: il viaggiatore non deve aver soggiornato (o transitato) nei 14 giorni precedenti all'ingresso in Israele in un Paese considerato zona rossa dal governo dello Stato ebraico.
  La testata specialistica "Terrasanta" sottolinea che tutti i vaccini usati in Italia sono riconosciuti anche da Israele. Devono essere trascorsi almeno 14 giorni dall'inoculazione della seconda, o terza, dose (dalla prima, in caso di Johnson & Johnson). L'uscita da Israele deve avvenire entro sei mesi dall'ultima dose di vaccino. Tutti dovranno essere in possesso di green pass e sottoporsi a un tampone molecolare (Pcr) - con esito negativo - non piu' di 72 ora prima di imbarcarsi sul volo per Israele. Dovranno anche compilare un apposito modulo online con i propri dati anagrafici ed altre informazioni.
  Unica via d'accesso consentita è l'aeroporto internazionale Ben Gurion, di Tel Aviv. Nell'aerostazione i passeggeri saranno sottoposti a un altro tampone molecolare, a loro spese, e dovranno autoisolarsi in albergo, o nel loro primo alloggio, fino a quando non riceveranno l'esito negativo del test, che consentirà loro di circolare liberamente per il Paese. Lo straniero non positivo al Covid-19 che non rispetti l'isolamento imposto dalle norme israeliane verrà bandito dal Paese per 3 anni. Chi presentasse documentazione falsificata sarà bandito per 5 anni.
  Chi dovesse risultare positivo durante il soggiorno verrà isolato in un Covid-hotel e le spese saranno a carico della sua assicurazione. Il custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, ha accolto con soddisfazione la riapertura: "un luogo che, piu' di ogni altro, esorta a superare la paura è il Santo Sepolcro", ha dichiarato ad Asianews. Sorridono commercianti e piccoli imprenditori a Gerusalemme, come a Betlemme in Palestina. Nella maggior parte dei casi si tratta di palestinesi, appartenenti alla minoranza cristiana come musulmani, che hanno pagato direttamente il prezzo delle chiusure decise in passato.
  Negli ultimi mesi, precisa il Custode di Terra Santa, "abbiamo registrato un piccolo volume di turismo interno", ma quello che cambia adesso è la possibilità "non solo per i gruppi, ma anche per singoli individui di entrare con visto turistico. "La speranza - sottolinea - è che a novembre si possa assistere a una graduale ripresa", da consolidare a dicembre con "l'ingresso di un numero maggiore di pellegrini".

(AGI, 4 novembre 2021)


L’ultimo saggio di Fiamma Nirenstein: così è cresciuto l’odio per Israele

di Gianni Vernetti

Fiamma Nirenstein ha scritto il libro Jewish Lives Matter nei giorni successivi all’ennesima aggressione subita da Israele con il lancio di migliaia di razzi dalla striscia di Gaza verso la popolazione civile, lo scorso mese di maggio. Un libro scritto “di getto” a Gerusalemme, fra una sirena e una corsa al più vicino rifugio.
  Il titolo è efficace e mette in chiaro, fin dalle prime battute, che la tragedia dell’antisemitismo, che ha profondamente segnato tutto il Novecento, non solo non è conclusa, ma si è evoluta ed è mutata in qualcosa di nuovo, insidioso e pericoloso. Per prima cosa l’antisemitismo si è definitivamente sovrapposto all’antisionismo: l’odio per gli ebrei è diventato odio sistematico per lo stato di Israele, che, per i suoi crescenti detrattori, non solo non ha diritto di difendersi e di vivere in sicurezza, ma non ha diritto di esistere.
  Fiamma Nirenstein coglie però un passaggio in più e ci racconta di come l’antisemitismo abbia allargato ulteriormente i propri confini: non è più solo prerogativa della residuale sottocultura neo-fascista e neo-nazista (mai scomparsa però e che riemerge nella goffaggine sciagurata di quel candidato a sindaco di Roma che ci ha tenuto a farci sapere che ricordiamo troppo la Shoah solo perché gli ebrei controllano la finanza mondiale…), ma neanche più soltanto programma politico del jihadismo internazionale nelle sue varie declinazioni.
  C’è un passaggio ulteriore che Fiamma Nirenstein è fra i primi a cogliere e svelare: la descrizione di Israele come uno stato “oppressore” nel quale è stato insediato un regime di “apartheid”. Israele come il Sudafrica e gli ebrei i nuovi “suprematisti bianchi” Un “mondo alla rovescia”, dunque, nel quale l’unica democrazia del Medio Oriente diventa uno stato di apartheid e i terroristi di Hamas dei novelli Nelson Mandela. E questa narrazione cancella facilmente la realtà.
  Si dimentica così in un attimo che Israele è una democrazia compiuta e avanzata, dove la minoranza araba gode di diritti impensabili in qualunque altro stato mediorientale; dove la libertà di stampa, di pensiero e di culto sono le fondamenta di uno stato di diritto, tollerante e aperto; dove la libertà di ricerca scientifica e un innovativo sistema di venture capital lo hanno trasformato in breve tempo in una “start-up nation”.
  E contemporaneamente si può soprassedere sul fatto che nella striscia di Gaza viga una dittatura islamista e oscurantista, nella quale non c’è spazio per le opposizioni (ben se lo ricordano i dirigenti di Fatah trucidati e costretti alla fuga dopo la presa al potere di Hamas); dove gli omosessuali vengono uccisi a decine e giustiziati in modo sommario, gettati dai tetti dei palazzi di dieci piani a Gaza; dove gli aiuti internazionali vengono utilizzati non per il welfare, l’istruzione, la sanità ma per costruire tunnel sotto gli ospedali e basi di lancio missilistiche nei condomini civili, militarizzando e mettendo a rischio la vita di un’intera popolazione. L’odio antisionista e dunque antisemita diventa, come rileva la Nirenstein, sempre più “intersezionale”: se Israele è uno stato di apartheid e gli ebrei dei “suprematisti” è doveroso, quasi obbligatorio, nel nome della giustizia globale e della tutela universale dei diritti umani, cose ovviamente buone e giuste, battersi contro lo stato di Israele e gli ebrei che vi abitano.
  Un odio nuovo che si fonda però su tecniche antiche e Fiamma Nirenstein ricorda le “3d” di Natan Sharansky, ebreo dissidente perseguitato in Unione Sovietica e poi fuggito in Israele: la demonizzazione, il doppio standard e la delegittimazione dello stato di Israele.
  Ma Fiamma Nirenstein coglie anche il fatto che c’è una speranza. E questa prende il nome da Abramo, colui che ebrei, cristiani e musulmani considerano il patriarca del monoteismo. Sì, perché gli Accordi di Abramo siglati fra Israele e diversi paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan) sono la dimostrazione che c’è una parte di mondo arabo e islamico che vuole chiudere la stagione del conflitto e scommettere su pace, dialogo e sviluppo. E non è una “pace fredda”, come fu quella con Egitto e Giordania: l’entusiasmo in tante capitali arabe e l’esplosione in pochi mesi delle relazioni politiche, economiche, commerciali, turistiche fra i paesi firmatari degli Accordi e Israele, lo dimostrano.

(la Repubblica, 4 novembre 2021)


Nasce il polo della Memoria con il centro studi sulla Shoah

Il Cdec (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) porterà al Memoriale del Binario 21 l'immensa mole di documenti sull'eccidio degli ebrei Trentamila i libri su persecuzioni e antisemitismo a disposizione in nuovi spazi di consultazione. Luzzatto: "Ci saranno aula didattica e auditorium aperti a tutti.

di Zita Dazzi

Il grande archivio della memoria del Cdec cambia casa. Verrà ospitato al Memoriale della Shoah, dove oggi si visita il tristemente noto Binario 21, dove venivano formati i treni destinati a portare i deportati verso i campi di concentramento. Il Centro di documentazione ebraica, che raccoglie le testimonianze della comunità milanese e italiana a partire dagli Anni '30 e che offre testimonianze e informazioni sia sulle persecuzioni legate alle leggi razziali sia sull'antisemitismo contemporaneo, si sposta a dicembre. Da gennaio 2022 sarà operativo nella nuova sede. Un grande unico polo dedicato alla Memoria della Shoah, con il percorso museale che porta al Binario 21, l'anfiteatro, la biblioteca e tutti gli spazi e i servizi del Centro di documentazione ebraica (Cdec), fondazione che studia e conserva tutto quel che racconta cosa successe a partire dagli anni '30 con l'avvento al potere di Hitler e di Mussolini. Si trasferisce da metà dicembre in piazza Safra 1, accanto al Memoriale della Shoah, il Cdec, una delle più importanti fondazioni a livello europeo, che fra le molte iniziative culturali, divulgative e di ricerca, ogni anno pubblica un importante rapporto sull'antisemitismo in Italia.
  L'annuncio l'ha dato l'altra sera, durante il presidio dopo il corteo no vax di Novara, il presidente dell'istituto che stava in via Eupili, Giorgio Sacerdoti. Ed è il direttore del Cdec, Gadi Luzzatto Voghera, a raccontare il progetto che trasformerà l'ente in un avamposto aperto sulla città, in comunicazione concreta non solo con tutti i milanesi, ma anche con chi vorrà venire qui a studiare o a vedere un evento pubblico, arrivando con un treno da altre città italiane. Rete ferroviaria italiana ha concesso in comodato d'uso al Cdec uno spazio di 250 metri quadrati che verranno collegati e annessi al Memoriale e ai suoi 7 mila metri quadrati circa di percorso che porta al Binario 21, da dove partivano i vagoni blindati carichi di ebrei e prigionieri politici destinati ai campi di concentramento e di sterminio tedeschi. Del Cdec è anche la biblioteca dentro al Memoriale e l'archivio che custodisce 30 mila volumi specialistici sulla storia ebraica e sulle persecuzioni, sia nazionali che internazionali. «È la più completa che c'è in Italia in questo momento e un importante punto riferimento anche europeo — spiega Luzzatto Voghera — . Ci sono oltre 2.200 riviste di cui un centinaio correnti. Abbiamo 600 metri di scaffali con libri, documenti video, testimonianze e molto materiale, che ora è stato anche digitalizzato e messo a disposizione del pubblico, degli studiosi, dei cittadini che volessero documentarsi».
  Insomma, da gennaio, quando la nuova sede del Cdec diventerà operativa, Milano si arricchirà di un luogo che farà memoria, celebrerà le date simboliche come il 27 gennaio, ma sarà anche un'istituzione culturale aperta tutto l'anno, dove si andrà a riflettere, a studiare, ad ascoltare esperti. Dal 2015 la fondazione ha creato la Digital library, un portale integrato in cui sono stati inseriti i dati di ogni singolo documento dell'archivio Cdec, messo in collegamento con altre centinaia di archivi "fratelli" in Italia o nel mondo sullo stesso argomento. Una grande "nuvola" che contiene tutto lo scibile accumulato sui temi della persecuzione degli ebrei e sulle storie di chi visse quegli anni bui. Una rete di intelligenze e di documentazione che servirà a partecipare a bandi per ottenere fondi e collaborazioni europee. «Si aprono tante nuove possibilità — riassume Luzzatto — . Sono in via di allestimento spazi diversi, l'aula didattica per le scolaresche e gli insegnanti, l'auditorium che con il nostro arrivo verrà usato di più di oggi. Siamo felici di andare in un'area in grande sviluppo urbanistico, dove le nostre due fondazioni unite si salderanno idealmente con le nuove funzioni del quartiere. Per esempio con i magazzini che vengono usati durante il Salone del mobile e che in futuro saranno riqualificati».
  La biblioteca avrà grandi vetrate affacciate sulla strada e 22 postazioni per lo studio e sarà aperta al pubblico, non solo a chi viene per la collezione libraria del Cdec, ma anche per chi vuole stare in questo luogo a studiare. «Diventa uno spazio per la cittadinanza e per gli studenti, un posto dove si organizzeranno eventi culturali e anche manifestazioni politiche come quella di martedì, perché la memoria non è solo storia ma anche politica», conclude il direttore del Cdec.

(la Repubblica, 4 novembre 2021)


Vaccino Covid, Arnon Shahar (responsabile piano vaccinale Israele) a Tgcom24: "Dopo la terza dose, sarà necessario farne altre"

"Noi siamo stati i primi a introdurla. Grazie all'ulteriore richiamo abbiamo salvato migliaia di persone", ha aggiunto.

Sarà necessario fare altri richiami di vaccino anti Covid dopo la cosiddetta "terza dose". Lo dice a Tgcom24 il responsabile del piano vaccinale di Israele Arnon Shahar, ospite del direttore Paolo Liguori a "Fatti e Misfatti". "E' necessario per salvare vite", spiega. "Nei mesi di giugno e luglio, in Israele abbiamo rilevato un calo drammatico dell'immunità, della capacità del vaccino di proteggerci. Visto l'arrivo della quarta ondata, abbiamo così quindi deciso di dare una copertura in più. E così facendo abbiamo salvato migliaia di persone", aggiunge.

"Siamo stati i primi nel mondo ad avviare una campagna per la terza dose, da soli e anche duramente criticati. Ma è stata necessaria. L'antinfluenzale non dura anni - dice ancora, supportando le sue parole -. Non è una novità che si è inventata ieri la medicina. Questa pandemia ci sta facendo capire che dobbiamo essere umili nei confronti del virus. Il Covid è intelligente, riesce a sfuggire alle nostre strategie".

"Dobbiamo fermare il motore della contagiosità - continua Shahar -. Se non riusciremo a fermarlo con i vaccini ci saranno altre ondate. La pandemia finirà quando saremo vaccinati tutti. Vaccinarsi è una responsabilità sociale. E personalmente, ogni volta che avrò un farmaco che saprò che salverà la vita del mio paziente insisterò e andrò in guerra per utilizzarlo".

Per quanto riguarda il Green pass, dice: "Dobbiamo continuare a utilizzarlo fino a fine pandemia". Infine, una riflessione sui no vax: "La quarta ondata è stata un'ondata di non vaccinati. Loro alimentano il motore della pandemia".

(tgcom24, 4 novembre 2021)


Prima dose, seconda dose, terza dose, quarta dose ... e così procedendo in una serie illimitata di dosi. "La pandemia finirà quando saremo vaccinati tutti". Sembra una profezia. Quanto al Green Pass: "Dobbiamo continuare a utilizzarlo fino a fine pandemia", cioè per sempre. Quanto ai no vax: "Loro alimentano il motore della pandemia", cioè il problema ben presto non sarà più la permanenza della pandemia, ma la permanenza dei no vax. E tutto questo ha il suo centro in Israele. Primi nelle vaccinazioni, primi nei certificati, primi... in che cos'altro? M.C.


Effetti negativi del vaccino oscurati dal ministro israeliano

Il Ministro della Salute israeliano è stato sorpreso a cancellare migliaia di testimonianze scritte in risposta a un post che affermava che non vi erano quasi effetti negativi per il vaccino.

(Notizie su Israele, 4 novembre 2021)


Israele e le cicliste afghane in salvo “Aiutare gli altri è una benedizione”

“Aiutare gli altri è una benedizione”. Dice così Sylvan Adams, il mecenate israelo-canadese a capo della Israel Start-Up Nation protagonista di molte iniziative umanitarie intrecciate al mondo dello sport. L’ultima in ordine di tempo collegata proprio al ciclismo, la disciplina in cui la sua squadra si è imposta come un modello non soltanto agonistico ma anche valoriale.
  Sua infatti la regia di un’operazione segreta promossa dall’Unione Ciclistica Internazionale che ha permesso la fuga di vari cittadini afghani a rischio sotto il nuovo regime: tra loro cicliste e professioniste in vari campi minacciate in quanto donne emancipate, oltre a studenti, giornalisti e attivisti. Uno sforzo reso pubblico di recente che ha messo in gioco vari governi, con Israele punto di riferimento al pari di Svizzera, Francia, Canada, Emirati Arabi Uniti e Albania.
  Ed è proprio in Albania che Adams si è recato per incontrare faccia a faccia un gruppo di donne che avevano fatto del ciclismo la loro passione, impossibilitate non solo a perseguirla ma anche a proseguire la loro esistenza senza il timore di soprusi e violenze. Abbracci, commozione e poi tutti insieme sui pedali per le vie di Tirana, con addosso la divisa di un team che anche i tifosi italiani hanno imparato ad apprezzare sulle strade del Giro. Nell’occasione Adams ha rivelato qualche dettaglio sulla rete di soccorso: “La dinamica – ha spiegato – è stata molto simile alla trama di un romanzo o film di spionaggio. Ci sono persone che, per portare a termine la missione, hanno rischiato la vita”.

(moked, 3 novembre 2021)


Cosa fanno Israele ed Emirati sulla cybersicurezza

L’accordo con Israele è l’ultimo di una serie di partnership per Beacon Red. L’articolo di Giuseppe Gagliano

di Giuseppe Gagliano

A Dubai, alla GITEX Technology Week 2021, svoltasi dal il 17 al 21 ottobre è stata siglata una nuova intesa nel contesto della cybersicurezza frutto degli accordi di Abramo.
  In un ulteriore riavvicinamento con il settore informatico israeliano, la Beacon Red, una filiale della società di difesa degli Emirati Arabi Uniti EDGE Group, ha collaborato con l’israeliana XM Cyber, guidata dall’ex capo del Mossad Tamir Pardo.
  Queste due società hanno siglato una nuova partnership che si concentrerà sulla gestione delle vulnerabilità, con Beacon Red che attingerà all’esperienza di XM nei metodi di attacco per identificare le vulnerabilità più a rischio. La partnership sarà supervisionata dal capo della sicurezza delle informazioni di Beacon Red, Rogerio Lemos, e dal capo dei mercati emergenti di XM Erez Jacobson.
  L’azienda israeliana, che sta andando bene in Europa e negli Stati Uniti è desiderosa di rafforzare il suo marchio in Medio Oriente, dove deve ancora ottenere contratti importanti. Ma cosa è la Beacon Red? Red è un’impresa che ha preso il posto della pionieristica società cyber-offensiva degli Emirati Arabi Uniti DarkMatter, dove in precedenza lavoravano un certo numero di dirigenti Beacon Red, tra cui l’amministratore delegato dell’azienda Mauricio de Almeida.
  La società emiratina, specializzata nella consulenza sulla guerra ibrida con una forte attenzione al cyber, ha precedentemente fatto affidamento sulle competenze informatiche australiane e statunitensi assumendo un gran numero di veterani del settore dell’intelligence e della difesa come il capo della sua divisione difesa e cyber, Eric Eifert, che in precedenza era con ManTech.
  L’accordo è l’ultimo di una serie di partnership che Beacon Red ha stabilito con società informatiche israeliane dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Emirati Arabi Uniti-Israele, anche con la società di simulazione di attacchi informatici israelo-statunitensi.

(Startmag, 3 novembre 2021)


Israele, personale hi-tech cercasi

Infografica che mostra i dati del rapporto della Israel Innovation Autority

Nell'anno della profonda crisi pandemica, l'industria hi-tech israeliana, in controtendenza con gli altri settori, ha resistito. Lo racconta un report pubblicato in estate dall'Autorità israeliana per l'innovazione, in cui emerge chiaramente il ruolo centrale di questa realtà nell'economia israeliana. Per esempio, il report dice che il 15 per cento del prodotto interno lordo di Israele è generato dal mondo dell'alta tecnologia. O ancora che le esportazioni high-tech sono aumentate costantemente nel corso degli ultimi anni e hanno raggiunto quasi 50 miliardi di dollari nel 2020, rappresentando oltre il 40 per cento del totale delle esportazioni israeliane.
  Il documento però non è solo un'autocelebrazione, ma mette in luce le criticità per il futuro di questo settore. In particolare viene evidenziato come un quarto degli studenti universitari stia studiando materie scientifiche e potenzialmente possa essere poi impiegato nell'hi-tech. Il problema è che solo il 45 per cento dei datori di lavoro è disposto ad assumere impiegati junior, cioè senza esperienza. "Quindi, - si legge - senza un cambiamento di percezione da parte dei datori di lavoro del settore, il problema dei giovani non potrà che peggiorare". Ovvero arriveranno sul mercato, ma non troveranno offerte di lavoro. Questo perché i profili che mancano in Israele sono quelli più specializzati: sono attualmente 16mila i posti vacanti e che l’industria sta cercando di coprire.
  Per far fronte a questa mancanza di risorse umane, si è guardato all'estero. Negli ultimi tre anni circa mille lavoratori sono stati pescati fuori dai confini nazionali, in particolare negli Usa, in India, in Germania e in Cina. E il nuovo governo israeliano, in particolare attraverso gli sforzi del ministro della Scienza e della Tecnologia Orit Farkash-Hacohen, sta mettendo in piedi un intero sistema per portare in Israele lavoratori da impiegare nell'alta tecnologia. Per facilitare le assunzioni sono state previste delle agevolazioni fiscali, iter burocratici semplificati per i permessi di lavoro, incentivi per l'immigrazione ebraica. Su quest'ultimo elemento il governo israeliano punta in modo particolare: il presupposto è che chi fa l'aliyah viene in Israele per rimanerci. E questo è importante per stabilizzare il mercato del lavoro, che altrimenti potrebbe vedere gli impiegati rimanere un periodo circoscritto per poi lasciare nuovamente vacanti le proprie posizioni e trasferirsi altrove.
  Per il futuro però non basta l'importazione di know how, segnala l'Autorità israeliana per l'innovazione, ma e necessario costruire percorsi di formazione per gli studenti del paese che siano poi in grado di rispondere alla domanda del settore, con una flessibilità dei datori di lavoro. Inoltre, è necessario aumentare la quota di donne (già significativa perché rappresenta un terzo del totale), dei haredi (sono solo il 3 per cento) e arabi (il 2 per cento) con competenze utili per questo mercato. A maggior ragione considerando che l'hi-tech sembra essere sempre più la colonna portante dell'economia nazionale.

(Shalom, novembre 2021)


3 novembre ’43, cominciò in via Bertora la tragica retata degli ebrei genovesi

Oggi da Galleria Mazzini la partenza della marcia della memoria

di Mario Paternostro

GENOVA - Oggi, da Galleria Mazzini alla Sinagoga sfileranno i genovesi (speriamo siano in tanti) per ricordare il 3 novembre del 1943, quando avvenne da parte delle SS occupanti il rastrellamento degli ebrei. Me lo racconta, con la sua innata sobrietà, Piero Dello Strologo, presidente del circolo Primo Levi e la sua intervista è diventata una puntata di “Terza”.
  Di fronte a quell’ orrenda sceneggiata di no green pass novaresi, che hanno sfilato in strada vestiti come i deportati nei lager nazisti, sono andato a rivedere la puntata della trasmissione di Primocanale
  Vale la pena, oggi di ricordarlo quel giorno. Anche nella nostra città e per fortuna che la Comunità di Sant’Egidio con il Primo Levi e la Comunità Ebraica, promuove da anni questa importante celebrazione. Mi spiegava Dello Strologo che la comunità ebraica genovese nata nel Settecento (ma nel 1492 ormeggiarono al Molo tre caravelle con gli ebrei che fuggivano dalla Spagna, restarono segregati per un mese e poi furono ospitati da Alfonso di Borbone a Napoli) diventт una delle piщ importanti in Italia, dopo quelle di Roma e di Milano.
  “Per lo più dediti a piccolo commercio, cominciando da quello del tabacco, si insediarono al Molo e vicino alle Mura della Malapaga costruirono la prima Sinagoga che restò in funzione fino al 1935, quando fu realizzata quella attuale di via Bertora”.
  ”Nel Novecento, con la crescita del porto – ricorda ancora Dello Strologo nell’intervista – avvenne il grande sviluppo della comunità. Allora erano circa duemila persone e in via Roma aprirono alcuni tra i più importanti negozi della città, da Issel a Cabib a Abolaffio”.
  Quando la sinagoga fu inaugurata vi fu una grande partecipazione della città, anche delle autorità fasciste.
  Tre anni dopo cambiò tutto. Gli ebrei, dopo la guerra etiopica, diventarono una “razza diversa” fino a quel terribile 5 settembre del 1938 quando i bambini ebrei furono cacciati dalle scuole.
  Ricorda il presidente del Primo Levi: “Noi bambini vivemmo cinque anni in una bolla. Finché il 16 ottobre del 1943 vi fu la tremenda retata nel ghetto di Roma. Ma il 3 novembre la Sinagoga di Genova era ancora aperta. Improvvisamente arrivarono alcune SS, portarono via tutti i registri degli iscritti e andarono a cercarli nelle case. Ricordo una signora che abitava in fondo a via Bertora e vide dalla finestra di casa quello che stava accadendo. Con coraggio diede l’allarme. I tedeschi arrestarono anche lei. In conclusione furono deportati 262 ebrei e alla fine della guerra ne tornarono soltanto dodici”.
  E’ giusto, quindi, essere tutti anche sotto la pioggia, in Galleria Mazzini, dove fu arrestato il rabbino capo Riccardo Pacifici, morto nel campo di concentramento di Auschwitz con la moglie, a ricordare e soprattutto a non dimenticare mai. Tanto più in questi giorni, di fronte a manifestazioni che, invocando un presunto diritto alla libertà, offendono la storia. Quella purtroppo vera.

(Primocanale, 3 novembre 2021)


I residenti di Sheikh Jarrah si oppongono al compromesso della Corte suprema israeliana

GERUSALEMME - I residenti arabi del quartiere Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, hanno respinto all’unanimità l’accordo di compromesso proposto dalla Corte suprema israeliana in merito alla proprietà delle abitazioni. Lo riferisce una nota stampa ripresa dalla stampa israeliana. In precedenza, la Corte suprema israeliana ha proposto ai residenti arabi di restare nelle loro case per almeno 15 anni, in cambio del riconoscimento della proprietà a un gruppo di coloni e del pagamento di un affitto simbolico. Oggi, durante una conferenza stampa, Muna el Kurd, ha espresso la posizione delle famiglie. “Rifiutiamo all’unanimità l’accordo proposto dal tribunale dell’occupazione (Israele, ndr)”, ha detto El Kurd, sottolineando che l’accordo “prepara la strada per l’espropriazione dei diritti sulle nostre terre”.
  Secondo la proposta, le tre famiglie che rischiano lo sfratto sarebbero riconosciute come inquilini protetti di prima generazione, mentre una quarta famiglia sarebbe considerata di “seconda generazione”. Gli sgomberi pianificati a Sheikh Jarrah lo scorso maggio hanno concorso, insieme all’annullamento delle elezioni palestinesi, allo scoppio di un conflitto tra Israele e i gruppi armati presenti nella Striscia di Gaza, capeggiati da Hamas.

(Agenzia Nova, 2 novembre 2021)


“Süss l’ebreo”, il film antisemita voluto da Goebbels riproposto nelle edicole di Milano

GERMANIA - 1940. È l’anno in cui nei cinema tedeschi uscì “Süss l’ebreo”, una pellicola nazista e antisemita, divenuta caposaldo della propaganda antiebraica del Terzo Reich.

Milano, 2021. È l’anno in cui nelle edicole milanesi è possibile acquistare il dvd di “Süss l’ebreo”, senza una critica iniziale, senza un commento, senza una qualsiasi contestualizzazione in aiuto per chi non conosce un film chiaramente antisemita.
  A cura di “A&R Productions”, specializzata nel recupero di vecchi film, la distribuzione della pellicola sta creando diverse polemiche, che presto sfoceranno in una interrogazione parlamentare.
  Ad annunciarla è stato il deputato del PD Emanuele Fiano:

    “È così come se niente fosse, in edicola a Milano si può comprare Süss l’ebreo la più importante opera di cinematografia nazista antisemita. Senza un’introduzione, senza una spiegazione, senza una storicizzazione. Così come se niente fosse. Come se i nazisti fossero ancora tra noi e vendessero liberamente i loro prodotti. Quel film che proiettavano nei cinema in Germania, per preparare il popolo all’attuazione della Soluzione Finale. Così come se niente fosse. E poi ci meravigliamo di Novara? Presenterò domani un’interrogazione ma anche una denuncia alla procura per i reati descritti dalla Legge Mancino. Non sarò mai indifferente”.

La denuncia per la distribuzione nelle edicole milanesi del film antisemita è stata fatta dall’Osservatorio democratico sulle nuove destre che ha espresso “sconcerto”:

    “La pellicola fu commissionata dal ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, che intervenne (come dichiarò lo stesso regista) anche personalmente sulla sceneggiatura, il montaggio e la selezione degli attori. Per parte sua Heinrich Himmler ordinò che tutti i membri delle SS e della Gestapo vedessero il film. Nel personaggio di Süss, il regista, Veit Harlan, che fu al termine della guerra anche sottoposto a processo con l’accusa di “crimini verso l’umanità”, cercò di condensare tutti gli stereotipi possibili dell’ebreo, anche fisici: con il naso adunco e la barba sudicia, avido e usuraio, imbroglione e immorale, ostile verso i non-ebrei”.

2021, Milano: a 81 anni dall’uscita, un film contro gli ebrei viene riproposto in una delle città guida del nostro paese, come niente fosse.

(Progetto Dreyfus, 2 novembre 2021)


Caso Eitan Biran, nonno Peleg fa ricorso contro il ritorno del bimbo in Italia

In primo grado la giudice del tribunale di Tel Aviv aveva dato ragione alla zia paterna Aya ordinando il rientro a Pavia dell'unico sopravvissuto della strage del Mottarone.

di Sharon Nizza

TEL AVIV - Shmuel Peleg, nonno materno di Eitan, ha presentato ricorso alla Corte distrettuale di Tel Aviv, impugnando la sentenza del tribunale della famiglia che una settimana fa aveva dato ragione alla zia paterna Aya Biran. In primo grado, la giudice Iris Ilotovich-Segal ha stabilito che “Eitan è stato allontanato illegittimamente dal suo luogo di residenza abituale” e ha ordinato il rientro in Italia del piccolo, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, secondo i termini della Convenzione dell'Aja sulla sottrazione dei minori. “Sfortunatamente, il tribunale della famiglia ha scelto di non tenere conto delle circostanze eccezionali che si sono presentate e ha ignorato le azioni unilaterali intraprese apparentemente con astuzia dalla zia per ottenere la tutela, alle spalle della famiglia Peleg mentre era in lutto”, si legge in una nota diffusa dalla famiglia materna.
  “Ci auguriamo che il Tribunale distrettuale di Tel Aviv respinga il ricorso”, hanno risposto i Biran tramite gli avvocati Shmuel Moran, Avi Himi e Alon Amiran. “La sentenza del tribunale della famiglia parla da sé: è completa, ben fondata e approfondita”, hanno sottolineato i legali, augurandosi che Eitan possa tornare “il più rapidamente possibile alla sua famiglia, alla sua scuola, alle strutture terapeutiche da cui era stato rapito”.
  Nell’emettere la sentenza, la giudice ne aveva tuttavia sospeso l’esecutività immediata, per consentire la presentazione dell’appello. Saranno ora i giudici della Corte distrettuale di Tel Aviv, che si riunirà a stretto giro, a stabilire se mantenere questa decisione in piedi o ordinare l’immediato rientro del piccolo anche durante il dibattimento di secondo grado, che si stima durerà circa un mese, secondo le tempistiche serrate stabilite dalla Convenzione.
  Nel frattempo, la tensione tra i due rami della famiglia continua a essere alta. Dopo la sentenza lunedì scorso, Aya Biran non ha consegnato Eitan al ramo materno, facendo saltare l’accordo stabilito precedentemente dalla stessa giudice che garantiva la custodia congiunta del piccolo fino al termine delle procedure legali in Israele. Nei giorni successivi, la giudice ha accolto la richiesta dei legali dei Biran che il bambino rimanesse sotto la loro custodia esclusiva (Aya si è trasferita in Israele da oltre un mese con marito e le due figlie per seguire il processo), con possibilità di incontrare i Peleg solo alla presenza dei servizi sociali. Opzione che proverebbe “che per Aya il suo bene viene prima di quello di Eitan”, accusa la famiglia materna, che ha presentato ricorso anche contro questa decisione. “Non vediamo Eitan da una settimana”, dice a Repubblica Etty Cohen, la nonna materna. “Aya ha deciso che la famiglia della mamma di Eitan deve essere esclusa dalla sua vita e come ha cercato di impedirci di vederlo in Italia, ora sta facendo la stessa cosa qui”.
  “Non c’è motivo per cui si svolga in Italia il dibattimento sul futuro della vita di Eitan, cittadino israeliano la cui maggior parte dei familiari (da entrambe le parti) si trova in Israele e parla ebraico”, prosegue il comunicato della famiglia Peleg. Va specificato che il processo in corso in Israele non affronta la questione del futuro di Eitan, bensì quale sia la sede giudiziaria dove si debba svolgere questo dibattimento, determinata, secondo la Convenzione dell’Aja, da alcuni criteri specifici. Tra questi, quale sia il “luogo di residenza abituale” del minore. La giudice Ilotovich-Segal ha per l’appunto stabilito che si tratti dell’Italia ed è “in quella sede che devono continuare i procedimenti già avviati sul futuro del bambino” ha scritto.
  Un altro criterio fondamentale della Convenzione stabilisce che chi ne richieda l’attivazione sia l’ente o la persona che esercita il “diritto di affidamento” del minore e “in particolare il diritto di decidere riguardo al suo luogo di residenza”. Dalla sentenza di primo grado – di cui sono stati resi pubblici ampi stralci, nonostante il processo si svolga a porte chiuse – è possibile dedurre che il ricorso della famiglia Peleg verterà in particolare su questo punto, contestando che la zia Aya avesse la facoltà di “decidere riguardo al luogo di residenza di Eitan”.
   Per avallare la propria tesi, i legali dei Peleg hanno portato di fronte alla giudice i pareri di due esperti di diritto italiano, l’avvocato Luca Passanante, professore ordinario di diritto processuale civile dell'Università degli Studi di Brescia e il professor Mauro Paladini, ex magistrato del Tribunale di Piacenza. Negli estratti delle loro deposizioni resi pubblici, essi rilevano quelli che potrebbero essere dei vizi di forma nelle procedure legali che hanno conferito ad Aya la tutela del piccolo, avvenute a Torino due giorni dopo la tragedia e a Pavia il 9 agosto (ricorso). Nel primo caso, la mancata richiesta di applicazione dell’articolo 371 del codice civile che conferisce al tutore la facoltà di decidere il luogo dove il bambino deve vivere (il prerequisito della Convenzione). In sostanza – è la strategia legale dei Peleg – Aya in quanto “tutrice” aveva un ruolo puramente amministrativo e non di “affidatario” (termini peraltro scritti in italiano e lungamente dissertati nelle 79 pagine della sentenza, per appurarne le differenze rispetto agli equivalenti nel diritto israeliano). Nel secondo caso, viene invece contestata dai legali dei Peleg la mancata attivazione dell’articolo 741 del codice civile, che dispone che un decreto abbia efficacia immediata, nonostante l’impugnazione. Se la decisione del giudice tutelare di Pavia di agosto non è definitiva – si vuole sostenere – non si tratta di sottrazione illegale.
  La giudice israeliana  - che ha sentito anche il parere della dottoressa Maria Cristina Canziani, ex giudice del Tribunale dei minori di Milano, portato dai legali dei Biran - ha respinto queste argomentazioni sostenendo che “non si possa negare in nessun modo che lo Stato di Israele abbia l'obbligo di rispettare i procedimenti nei Paesi che hanno aderito alla Convenzione” e “il solo fatto che una sentenza sia stata impugnata non significa che il procedimento in corso sia inesistente e deve essere consentito ai tribunali competenti, nel Paese di origine, di portare a termine il loro lavoro fino alla pronuncia di una sentenza definitiva”.
  I presunti vizi di forma reclamati dagli avvocati dei Peleg che emergono dalla sentenza di primo grado sembrano essere l’appiglio legale su cui si basa la ripetuta contestazione della famiglia materna per cui hanno “perso fiducia nella giustizia italiana”. Secondo diversi esperti israeliani di diritto, le probabilità che la corte distrettuale di Tel Aviv ribalti la sentenza di primo grado sono basse. Ma quanto emerge ora dagli atti del processo in corso in Israele sono alcuni dei nodi che a breve passeranno al vaglio del tribunale dei minori di Milano, che ai primi di dicembre si riunirà nuovamente per discutere il ricorso dei Peleg sulla tutela conferita ad Aya. Se la corte distrettuale di Tel Aviv confermerà la decisione di primo grado (e salvo ulteriore appello alla Corte Suprema), è in quella sede che si deciderà il futuro di Eitan.

(la Repubblica, 2 novembre 2021)


Il Negev come Marte: conclusa l'esercitazione astronautica nel cratere Ramon

di David Di Segni

Sembra di essere su Marte, ma è nel cratere Ramon del Negev Meridionale d’Israele che, settimane fa, sei astronauti provenienti da diversi paesi hanno iniziato il progetto di simulazione della vita sul pianeta rosso. Per un mese hanno condotto esperimenti per rendere sempre più vicino e concreto il viaggio dell’uomo verso Marte.
  Il programma di un mese, intitolato AMADEE-20, è stato l’epilogo di una collaborazione quadriennale tra centinaia di ricercatori provenienti da venticinque paesi diversi. L'iniziativa è stata guidata dal Forum Spaziale Austriaco in collaborazione con l'Agenzia Spaziale Israeliana, attraverso l'organizzazione israeliana D-MARS.
  I sei astronauti “analogici” - così chiamati perché operano in ambienti analoghi allo spazio - hanno trascorso tre settimane isolati dal mondo esterno, in condizioni fedeli a quelli riscontrabili su Marte. Comunicazioni con il centro di controllo - situato in Austria - veicolate con un ritardo di circa dieci minuti, doccia con acqua limitata e risoluzione di tutti i problemi in corso d’opera senza aiuti esterni. Gli astronauti hanno condotto numerosi esperimenti al fine di avvicinarsi sempre più all’inizio di una missione con equipaggio su Marte. Tra questi, il test delle tute spaziali - pesanti più di 50 chili- di cui sono stati equipaggiati.
  Perché è stato scelto proprio il Negev come sito d’esercitazione? Il paesaggio roccioso color ruggine del cratere Ramon e le sue condizioni climatiche sono stati considerati come una sostituzione valida alle condizioni atmosferiche di Marte. “Una formidabile analogia - ha detto Gernot Gromer, direttore del Forum spaziale austriaco, durante la cerimonia di chiusura del programma - Gli astronauti non erano su Marte, ma nemmeno completamente sulla Terra".
  L’esperienza, sostengono gli scienziati, è stata realistica. "Non è difficile entrare in questa mentalità - ha detto Anika Mehlis, unica donna della squadra - La mattina, quando ti svegli e guardi fuori dalle piccole finestre, e vedi questo paesaggio rosso, e non c'è nessuno, e non puoi uscire, e le uniche comunicazioni sono con un ritardo, inizi a sentirti davvero isolato”.
  Un piccolo passo verso la conquista di Marte. Gli astronauti coinvolti nell’esperimento sono fiduciosi delle proprie scoperte, ed il sogno sembra non essere troppo futuro. Addirittura, è probabile che “il primissimo essere umano a camminare su Marte sia già nato” ha detto Gromer. Le imprese pubbliche e private stanno correndo verso Marte. Sia l'ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che il fondatore di SpaceX, Elon Musk, hanno dichiarato che gli esseri umani avrebbero camminato sul Pianeta Rosso in pochi decenni. Nel frattempo, nuovi sfidanti come la Cina si sono uniti agli Stati Uniti e alla Russia nella corsa verso Marte. 

(Shalom, 2 novembre 2021)


Israele riapre le frontiere ai turisti vaccinati di tutto il mondo, dal 1° novembre 2021.

Israele è stato tra i primi paesi a lanciare la campagna di vaccinazione all'inizio di quest'anno e alla fine dell'estate ha iniziato a somministrare la terza dose di vaccino.
  Ad oggi, più di 3.9 milioni di israeliani (circa il 42% della popolazione) hanno già ricevuto la dose di richiamo e le autorità hanno ripreso i colloqui per riaprire il turismo, una delle principali industrie della Terra Santa.
  Dopo lunghi dibattiti e analisi avvenuti nei giorni scorsi, il Ministero del Turismo israeliano ha confermato domenica sera la riapertura delle frontiere dei turisti stranieri vaccinati contro il Covid-19 a partire da oggi, 1° novembre.

• Dal 1 novembre, i turisti vaccinati da tutto il mondo hanno di nuovo accesso in Israele
  Le autorità di Gerusalemme hanno recentemente emesso un'ordinanza che sancisce la ripresa del turismo internazionale, oltre a nuove regole secondo cui i turisti di tutto il mondo potranno visitare Israele, a più di un anno e mezzo dalla chiusura delle frontiere del 9 marzo 2020.
  L'accesso è consentito da oggi, 1 novembre 2021, a tutti i cittadini stranieri vaccinati a regime completo negli ultimi 180 giorni con uno dei sette vaccini riconosciuti dall'OMS (Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson, AstraZeneca, Sinovac, SinoPharm, Covishield), così come coloro che hanno avuto il COVID negli ultimi sei mesi, sono stati curati e possono dimostrare la malattia con documenti giustificativi ufficiali.  
  Questa decisione è stata presa dopo che circa il 65% della popolazione israeliana ha già ricevuto il programma di vaccinazione completo e il 41% dei cittadini è immunizzato anche con la dose di richiamo, con Israele tra i primi paesi ad adottare la terza dose di vaccinazione.

• Condizioni di viaggio in Israele dal 1 novembre 2021: certificato di vaccinazione o prova di malattia, test COVID PCR e test PCR eseguiti all'ingresso nel paese, più PLF
  Il Ministero del Turismo israeliano ha annunciato ufficialmente che, a partire dal 1 novembre 2021, i turisti di tutto il mondo potranno di nuovo viaggiare liberamente in Israele. Ci sono, infatti, restrizioni per coloro che sono stati in una lista rossa negli ultimi 14 giorni, ma in questo momento nessun paese è classificato come rosso nella lista. La maggior parte dei paesi è considerata arancione (livello di rischio medio), inclusa la Romania.
  Pertanto, i turisti rumeni potranno entrare in Israele se soddisfano le seguenti condizioni:

  • Essere vaccinati con un programma completo almeno 14 giorni prima di entrare in Israele e un massimo di 180 giorni prima della fine del viaggio in Terra Santa OPPURE essere in grado di dimostrare il passaggio attraverso la malattia negli ultimi sei mesi OPPURE avere il dose di richiamo eseguita;
  • Presentare un test PCR negativo eseguito con un massimo di 72 ore prima dell'imbarco per Israele;
  • Esegui un altro test PCR all'ingresso in Israele a tue spese e attendi in isolamento per un massimo di 24 ore fino a quando non ricevi il risultato negativo. Il valore equivalente del test è di circa 100 NIS (circa 130 RON);
  • Compilare un modulo sanitario da presentare all'imbarco per Israele, oltre che all'ingresso nel Paese, un modulo contenente informazioni quali la data e il tipo di vaccino somministrato, le persone con cui viaggiano o i Paesi visitati negli ultimi 14 giorni.

Tutte le informazioni ufficiali sono disponibili sul sito web del Ministero della Salute israeliano: corona.health.gov.il 

(AirlinesTravel.ro, 2 novembre 2021)


Via alla raccolta di firme contro i cortei "No pass". Oggi presidio bipartisan

Una doppia rivolta contro i deliri no vax. La prima, firmata Confcommercio Milano, è una petizione-appello per dire basta ai cortei selvaggi che da 15 sabati consecutivi tengono in scacco cittadini e commercianti. La seconda è il presidio organizzato oggi alle 18 dalla Comunità Ebraica davanti al Memoriale per dire «basta alle strumentalizzazioni della Shoah». La misura era già colma prima delle immagini choc arrivate da Novara, dove un gruppo No green pass ha osato sfilare per le vie del centro storico piemontese indossando pettorine a strisce verticali bianche e grigie, alcune con un numero identificativo appuntato addosso, e tenendosi a una corda che ricordava un filo spinato, chiaro riferimento ai lager nazisti. I gruppi politici parteciperanno in maniera bipartisan, hanno aderito e saranno presenti esponenti di Pd, Lega, Forza Italia.
  Partendo dal primo atto di ribellione, Confcommercio ha lanciato la raccolta firme on line sul sito change.org. «Milano produttiva - si legge - vuole dire con chiarezza che la città non può e non vuole dividersi sulle soluzioni per combattere la pandemia; che la città dà spazio e ascolta da sempre le opinioni di tutti e che tutti hanno diritto di manifestare le proprie idee ma nel rispetto delle regole democratiche e della legge».
  Milano, prosegue il testo, «vuole far sentire la voce pacifica ma ferma della grande maggioranza dei propri cittadini che non condivide la paralisi ogni sabato della città per cortei ripetitivi che spesso non rispettano le regole creando disagi crescenti e rischi per la collettività. Se non c'è condivisione sullo strumento dei vaccini e sull'utilizzo del green pass ci sono tutte le modalità democratiche per far sentire le proprie ragioni e per individuare propri rappresentanti da eleggere nelle istituzioni. Ma una minoranza, qualunque essa sia, non può imporre la propria volontà e tenere sotto scacco una grande città». E «in vista del periodo natalizio Milano non può accettare, dopo tutta la sofferenza di questo lungo anno e mezzo di pandemia, che si crei un clima di contrapposizione dannoso per la società civile e per il mondo delle imprese».
  Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli sottolinea che «la probabile estensione dell'emergenza sanitaria dimostra che la pandemia resta ancora un problema aperto e una fonte di preoccupazione. Proprio per questo è fondamentale ricordare che è il Covid il nemico comune e non le soluzioni per combatterlo. La petizione che lanciamo è un appello forte alla responsabilità da parte di tutti, nel rispetto della libertà di tutti. Dopo un anno e mezzo drammatico Milano, e il nostro Paese, hanno assoluto bisogno di tornare a crescere in sicurezza. Tutti insieme per il bene comune e per la libertà».
  La Comunità ebraica dice invece «basta con le stelle gialle, le casacche a righe dei prigionieri dei campi e i simboli di Auschwitz usati dai no vax. Non accettiamo paragoni tra le cure contro il virus e lo sterminio di persone innocenti. La nostra coscienza civile si ribella al confronto tra la distruzione degli ebrei d'Europa e norme che proteggono i cittadini. Chiediamo rispetto per le vittime, coscienza della storia del nostro Paese e difesa della memoria che ci unisce». Prima del delirio a Novara c'erano stati gli attacchi a Liliana Segre, gli striscioni «Ora e sempre Resistenza» alla testa dei cortei. Alle 18 davanti al Memoriale hanno già annunciato la presenza il Pd, il capogruppo milanese della Lega Alessandro Verri e quello di Forza Italia Alessandro De Chirico che ha «invitato la commissaria cittadina e altri esponenti azzurri a venire numerosi, è importante partecipare per ricordarsi di dove la follia umana possa arrivare. É gravissimo che qualcuno paragoni il Green pass alla deportazione, sintomo di una società malata e superficiale. Chi oggi si dimentica della gravità della Shoah non è degno di alcuna solidarietà». Il capogruppo Fdi Andrea Mascaretti invia la «vicinanza e solidarietà del partito alla comunità ebraica che incontreremo a breve. C'è diritto di manifestare ma va condannato l'uso improprio di simboli della sofferenza e della deportazione nei campi di sterminio».

(il Giornale, 2 novembre 2021)


... ma va condannato l'uso improprio di simboli della sofferenza e della deportazione nei campi di sterminio». D'accordo. Con tutto il resto no. Ma è inutile parlarne. Le scelte ormai sembrano fatte e ai benpensanti non interessa certo ascoltare qualcuno che si lascia collocare nella categoria dei "no vax" per motivi di coscienza e si colloca spontaneamente in quella dei "no green pass" per motivi di ragione. E se le cose sono arrivate a questo punto, ciascuno deve fare personalmente i conti con la propria coscienza e la propria ragione. E poi scegliere. M.C.


"Se lo storico non indaga vincono le notizie false"

L’ex rettore Stefano Pivato di nuovo in libreria con un saggio sulla vicenda di Bartali e il salvataggio degli ebrei.

di Tiziano V. Mancini

Probabilmente nessuno meglio di uno storico di professione può comprendere il valore del tempo quale apportatore di verità. Perché non sempre il suo trascorrere deposita polvere e spessori di ombre sui fatti, ma consente invece che la tentazione vanità delle ideologie, della politica, dell’opportunismo sbiadisca a favore dell’emergere della sostanza delle cose.
  La storia di Bartali e del suo presunto "salvataggio di migliaia di ebrei" che gli valsero il titolo postumo di “Giusto delle Nazioni“ da parte dello Yad Vashem e la medaglia d’oro al valore civile da parte del Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, è un caso emblematico e viene ricostruita dettagliatamente dalle voci di David Bidussa, John Foot, Gianluca Fulvietti, Carala Marcellini, Stefano Pivato e Nicola Sbetti nel volume “Il caso Bartali e le responsabilità degli storici“ (Castelvecchi, 2021) che fa da naturale e si spera definitiva conclusione alla vicenda sollevata dal libro di Stefano Pivato “L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata“ anch’esso edito quest’anno da Castelvecchi.
  Ma piuttosto che una difesa della casta o un j’accuse generalizzato, il libro vuole essere una rara ammissione di colpa degli storici che offre l’occasione per riflettere sul ruolo della memoria e sul rapporto di questa con i documenti e infine con i fatti, a partire dalla testimonianza di don Aldo Brunacci, che, come si legge nella prefazione "fu stretto collaboratore del vescovo di Assisi Giuseppe Placido Nicolini, nell’opera di salvataggio di ebrei fra il 1943 e il 1944, sostituito poi da Bartali nei racconti di Alexander Ramati, scrittore e regista, allo scopo di rendere la trama del romanzo Assisi Underground (Harper and Collins, 1978) più avvincente. Un equivoco incredibilmente rimasto senza traccia fino a che, nel 2017, Michele Sarfatti non si è servito proprio di quella testimonianza per smontare tutta la leggenda. La “falsa notizia“ del ruolo di Bartali nell’opera di salvataggio degli ebrei è diventata leggenda perché, nel corso degli anni, non è mai stata indagata da nessuno storico", tanto da sfociare in una vulgata degna di quello che Pivato definisce nel suo intervento "il Paese di Vanna Marchi" nel quale neppure il positivismo che dovrebbe essere proprio degli storici, ne abbiamo avuto riprova anche questi giorni, riesce a sottrarsi a scivoloni da avanspettacolo.

(il Resto del Carlino, 2 novembre 2021)


Eitan: la famiglia della madre ricorre contro il ritorno in Italia

Secondo il nonno, Shmuel Peleg, la sentenza ha ignorato le "azioni unilaterali" della zia Aya Biran

La famiglia della madre di Eitan Biran, il bimbo di sei anni unico sopravvissuto della tragedia del Mottarone, ha fatto ricorso contro la decisione del tribunale di Tel Aviv che ha stabilito il suo ritorno in Italia presso la zia italiana. Lo riferisce l'emittente israeliana Canale 2.
  Dopo aver perso i genitori, il fratellino di un anno e i bisnonni nell'incidente della funivia lo scorso maggio, Eitan era stato sequestrato e portato in Israele dal nonno materno, Shmuel Peleg, lo scorso settembre. La battaglia legale tra i due rami della famiglia si era conclusa in prima istanza con un pronunciamento a favore della zia Aya, la sorella del padre, residente in Italia, con la sentenza del Tribunale della famiglia  che ha riconosciuto le ragioni della zia paterna nell'ambito della Convenzione dell'Aja sulla sottrazione dei minori.
  Il nonno materno ora ha presentato ricorso alla Corte distrettuale di Tel Aviv contro la sentenza. Il portavoce della famiglia, Gadi Solomon, ha fatto sapere che nel ricorso si denuncia che il Tribunale nella sua sentenza non ha tenuto conto "delle circostanze eccezionali di fronte alle quali si trovava" ed ha ignorato "le azioni unilaterali della zia Aya Biran".
  "Ci auguriamo che il Tribunale distrettuale di Tel Aviv respinga il ricorso". Questa la reazione  di Shmuel Moran, Avi Himi e Alon Amiran, legali di Aya Biran. "La sentenza del tribunale della famiglia - hanno sottolineato - parla da sé ed è completa, ben fondata, approfondita e accademica". I legali si augurano che "come determinato" dal Tribunale della famiglia" di Tel Aviv, Eitan torni "il più rapidamente possibile alla sua famiglia, alla sua scuola, alle strutture terapeutiche da cui era stato rapito".

(RaiNews, 1 novembre 2021)


Iran ed Hezbollah spingono il Libano sempre più nel baratro

Che il Libano sia ormai oltre la linea del baratro è evidente a tutti, ma che nel bel mezzo della più grande crisi mai attraversata dal Paese dei cedri un Ministro di Hezbollah, pur di fare il gioco dell’Iran, rischi di mettere a repentaglio le relazioni con gli unici paesi che possono aiutare il Libano è davvero incredibile.
  Il ministro dell’Informazione libanese, George Kordahi, vicino a Hezbollah e al regime siriano, nei giorni scorsi ha rilasciato dichiarazioni nelle quali equiparava i ribelli Houthi dello Yemen a Hezbollah sostenendo che ambedue i gruppi terroristici lottavano contro la prepotenza saudita e degli altri Paesi del Golfo Persico.
  Tali dichiarazioni hanno provocato l’immediato ritiro dal Libano degli ambasciatori dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti (EAU), del Kuwait e del Bahrain, cioè di quei Paesi arabi che stavano cercando una soluzione per il Libano.
  Il Qatar non ha ancora preso questa decisione ma ha invitato il Governo libanese a “pari passi verso i paesi fratelli” invece di perseguire gli obiettivi di Teheran che lo hanno portato sull’orlo del default finanziario.
  Da più parti, anche dall’interno del Libano, sono arrivate richieste di dimissioni per George Kordahi il quale però le ha respinte al mittente confermando quanto detto precedentemente.
  Sabato, persino tre ex primi ministri libanesi hanno invitato Kordahi a dimettersi per aiutare a risolvere la crisi diplomatica con le nazioni del Golfo indispensabili per l’economia del Libano, ma anche in questo caso le richieste sono cadute nel vuoto.
  Orami è evidente la volontà da parte dell’Iran e quindi di Hezbollah di non volere che siano i Paesi del Golfo a salvare il Libano dal baratro del default finanziario, ma né Teheran né tantomeno Hezbollah hanno i mezzi per farlo e quindi preferiscono che il Libano vada in default piuttosto che a salvarlo siano gli arabi.
  Un modo di pensare davvero criminale anche se non ci si può aspettare nulla di diverso dall’Iran e da Hezbollah.

(Rights Reporter, 1 novembre 2021)


L'oscena sfilata di No Pass che infanga la memoria della Shoah

di Fiamma Nirenstein

Non c'è affatto da stupirsi se il movimento dei No Green Pass, creatura artificialmente impallidita del movimento No Vax, produce una schifosa manifestazione antisemita come quella che ieri la povera città di Novara ci ha offerto. L'antisemitismo è un largo arcipelago, una moneta di uso comune: travestendolo un po' la puoi smerciare ovunque, il rischio è solo che riveli la miseria di chi la pratica. Qui, se c'era bisogno di rivelare la volgarità, l'ignoranza, il disprezzo per la libertà e anche per la vita umana già peraltro contenute nelle posizioni antivaccino, beh, stavolta lo spettacolo è plateale.
  Gli animali che non sanno come sono stati uccisi due milioni di bambini, per esempio, nell'ambito di sei milioni di ebrei torturati e trucidati, non sono soli. Ci sono antisemiti consapevoli, «mild», nostalgici, noncuranti, antisionisti, anticapitalisti, anticomunisti, travestiti da difensore dei diritti umani. Ma sempre antisemitismo è. Se «il loro migliore amico è ebreo», beh si svegli. Una recentissima indagine su tutti i Paesi UE ci dice che l'89 per cento degli ebrei sente la pressione, 1 su 4 ha subito aggressioni. Il 51 per cento degli intervistati pensa che gli ebrei hanno troppo potere; il 71 che gli ebrei fanno ai palestinesi quello che gli hanno fatto i nazisti; il 43 che gli ebrei sfruttano la memoria della Shoah. In Texas per insegnare la Shoah devi dare spazio a libere interpretazioni contrapposte: è davvero accaduto o no? A Boston il centro Elie Wiesel, dal nome del famoso scrittore della Shoah, per la sua lettura annuale ha ospitato uno speaker che ha accusato Israele di prendere di mira i bambini palestinesi solo perché vogliono la libertà. Il gruppo «green» Sunrise per l'azione sul clima si è ritirato da un rally perché c'erano tre organizzazioni ebraiche. Da destra a sinistra, sono tutti troppo confusi per capire di essere dei vergognosi antisemiti. O è di moda?

(il Giornale, 1 novembre 2021)


"Qui, se c'era bisogno di rivelare la volgarità, l'ignoranza, il disprezzo per la libertà e anche per la vita umana già peraltro contenute nelle posizioni antivaccino", dice l'autrice. Lasciamo che queste parole risuonino nell'aria senza indagare, come ormai molti fanno, sui motivi profondi di chi le scrive. L'analogia visiva con i fatti di Auschwitz è gravemente offensiva per chi ha ricordi legati a quei fatti, ma il rigetto avrebbe dovuto fermarsi lì. Perché i fatti mostrano che ormai dire "no vax" è come dire ai bambini "cattivo". E basta. Non c'è più nulla da aggiungere, se non elencare vari tipi di cattiveria che si possono manifestare. La menzogna istituzionale ormai ha guadagnato terreno e non le resterà più molto da fare: saranno i convinti si vax a fare il lavoro che rimane. M.C.


Novara: “Giusto denunciare, ma non facciamo il loro gioco” – Intervista a Ruth Dureghello

di Ariela Piattelli

Il macabro corteo di manifestanti “no green pass” che ha sfilato a Novara, con il filo spinato e i vestiti che imitavano quelli degli internati nei campi di sterminio, ha sollevato molte reazioni del mondo politico, dell’opinione pubblica e delle comunità ebraiche. Farsi sentire, d’accordo, ma non sempre, perché quando i paragoni tra Shoah, green pass e vaccini diventano una pericolosa forma di linguaggio per attirare l’attenzione, l’indignazione a voce alta può essere rischiosa. Così la pensa la Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello: «Ho l’impressione che l’utilizzo dei simboli della Shoah da parte dei No Green Pass sia diventato lo strumento per ottenere una visibilità che altrimenti non avrebbero. Giusto denunciarne la gravità, ma dovremmo interrogarci sull’opportunità di non cadere nella loro provocazione» scrive Dureghello in un tweet, aprendo così un dibattito. Shalom l’ha intervistata.

- Presidente, lei sostiene che quella dei fatti di Novara sia una provocazione diversa rispetto a tante altre a cui abbiamo assistito.
 Temo che la provocazione dei no Green Pass sia strumentale per attirare un’attenzione che altrimenti non ci sarebbe. Da un lato l’indignazione è tanta, dall’altra dovremmo chiederci se cinquanta ignoranti in un mini corteo non usino i simboli della Shoah consapevoli che quella provocazione è l’unica che gli permette di finire sui giornali. In questo senso non dobbiamo cadere nella loro trappola.

- La Comunità Ebraica di Roma in genere è molto reattiva, e fa sentire la sua voce davanti agli episodi di antisemitismo. Perché stavolta, davanti alle vicende di Novara, come presidente ha deciso di non intervenire?
 Noi siamo intervenuti nell’immediato, ma poi abbiamo avuto la netta impressione che dare eco e risalto alle immagini di Novara sia molto pericoloso e possa creare una dinamica perversa di emulazione rispetto a un tema che sposta l’attenzione su altri temi.

- Dunque c’è una differenza sostanziale tra l’episodio isolato di antisemitismo e la messa a sistema dei paragoni tra Shoah, green pass e vaccini. Quali sono i pericoli di questa deriva?
 Si tratta di una banalizzazione della memoria che diventa lo strumento per avere voce in un dibattito in cui non si riesce ad argomentare le ragioni di un dissenso. In poche parole, richiamo di sdoganare la vergogna.

(Shalom, 1 novembre 2021)


Vogliono segregare i non vaccinati

Guido Rasi (consulente del generale Francesco Figliuolo) chiede di «restringere le maglie»: chi è senza puntura verrà chiuso in casa, A Capodanno cenone con mascherina, Roberto Speranza: altri mesi di stato d'emergenza. E sono pronti a vietare le manifestazioni.

di Maurizio Belpietro

Guido Rasi, ex direttore dell'Ema e consulente del commissario straordinario all'emergenza Covid, vuoi chiudere in casa gli italiani che non si sono vaccinati, copiando l'idea lanciata dall'Austria, Secondo l'ex numero uno dell'Agenzia europea del farmaco è urgente prendere provvedimenti restrittivi contro i no vax. «Non si può tornare indietro», ha spiegato, «sarebbe oltraggioso per chi si è vaccinato». Il suggerimento dell'uomo che sussurra al generale Francesco Paolo Figliuolo in pratica è «più green pass per tutti». Anzi: più tamponi per chiunque (ovviamente a pagamento), perché il test ogni 48 ore «non è abbastanza protettivo: si dovrà imporlo a chi va al lavoro o a chi partecipa ad un evento» nel caso non si sia sottoposto al siero anti coronavirus. La ragione di questo ennesimo giro di vite, nonostante i «successi» della campagna vaccinale (l'Italia è uno dei Paesi che può vantare il maggior numero di adulti trattati con prima e seconda dose e il generale Figliuolo non si stanca di promettere il raggiungimento a breve dell'immunità di gregge), si spiega con un'escalation di contagi, che anziché decrescere aumentano. «Vanno identificati i focolai e se nascono nei luoghi di lavoro si devono restringere le maglie attorno ai non vaccinati», assicura Rasi. Insomma, si è aperta la caccia grossa ai renitenti al siero, ritenuti responsabili della diffusione della malattia, Colpa loro se il virus continua a circolare più di quanto ci si sarebbe attesi. Dunque, urge rinchiudere in casa chi rifiuta l'iniezione e, se del caso, cioè se non basta sospenderlo dal lavoro e levargli lo stipendio, proibirgli di andare al ristorante, bisogna punirlo in qualche altro modo, magari rinchiudendolo in casa e, se occorre, privarlo della gratuità del sistema sanitario nazionale, che obbliga a curare a spese della collettività anche i clandestini.
    Peccato che, come abbiamo spiegato nei giorni scorsi, il Covid-19 continui a infettare anche chi si è vaccinato e non in Paesi dove imperversano i no vax, ma in città dove si è raggiunto un tasso di vaccinazione che rasenta il cento per cento, Waterford, in Irlanda, è un esempio che dovrebbe far riflettere i pasdaran del siero, quelli che sono convinti che basti un certificato verde per sentirsi al sicuro dal coronavirus. Nonostante il 99,7% della popolazione abbia ricevuto sia la prima che la seconda dose, gli ospedali della provincia registrano il più alto tasso di contagiati che si sia visto da un anno a questa parte, Segno evidente che qualche cosa non ha funzionato e che la narrazione ufficiale (più vaccini e meno malati) non sempre coincide. La realtà forse è quella descritta da Carlo La Vecchia, epidemiologo e ordinario di igiene dell'Università statale di Milano, che in un'intervista a Repubblica (non a L'eco dei no vax, ma all'organo che più si è speso nell'attacco contro gli anti green pass) ha spiegato: «La tendenza della curva dei contagi Covid-19 si è invertita», nel senso che invece di calare aumenta, e per fermare il virus «andrebbe anticipato il richiamo del vaccino da 6 a 4 mesi», Il professore ha citato uno studio appena uscito sul New England journal of medicine, in cui, in base a quanto accaduto in Israele, si spiega come le coperture del vaccino tendano a calare 3 o 4 mesi dopo la somministrazione della seconda dose. 
    Come qualsiasi persona in buona fede può comprendere, se il professore La Vecchia non si sbaglia, il green pass non solo è inutile, ma è addirittura pericoloso, perché ingenera nelle persone una falsa sensazione di sicurezza. «Sono vaccinato, dunque non ho bisogno di proteggermi» è il pensiero comune, Ma se, come ormai la maggioranza degli esperti testimonia, il siero garantisce una protezione limitata, a che serve un certificato che per un anno assicura un'esenzione dal contagio che non c'è? Perché discriminare chi si è sottoposto a un tampone (con la certezza di non aver contratto il virus nelle ultime ore) rispetto a una persona che si sia vaccinata sei o otto mesi fa e può essere portatrice del virus anche se asintomatica? Secondo la narrazione imposta da gran parte della stampa e dai principali talk show, se i contagi sono tornati a risalire la colpa è da attribuirsi a chi non si è vaccinato e per questo con insistenza i giornali raccontano le storie di persone finite in terapia intensiva perché non immunizzate. Tuttavia è ancora La Vecchia - che è favorevole ai vaccini tanto da consigliare a tutti di sottoporsi a prima e seconda dose - a spazzar via le consolanti convinzioni: non sono i non vaccinati «ad aver invertito la tendenza, visto che sono diminuiti anche i green pass per lavorare». Tradotto, è il vaccino che protegge meno di quel che ci aspettavamo. Il professore smonta anche un'altra certezza, quella della cosiddetta quota 90, che non c'entra con le pensioni, ma con la percentuale di vaccinati ritenuta congrua per evitare la diffusione del virus: «Ormai abbiamo capito che l'immunità di gregge non la raggiungeremo». Ma chi lo farà capire a Speranza e compagni, i quali, come i tori, si agitano solo di fronte al drappo rosso dei no vax, senza rendersi conto che stanno per essere infilzati da ciò che non avevano previsto? Sono quasi due anni che il ministro della Sanità le sbaglia (quasi) tutte: non sarebbe ora di congedarlo, decidendo che la salute degli italiani è più importante di un calcolo politico che, per la sopravvivenza del governo, considera indispensabile l'apporto del capo di un minuscolo partitino post comunista?

(La Verità, 1 novembre 2021)


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