O Eterno, insegnami la tua via;
io camminerò nella tua verità;
unisci il mio cuore al timore del tuo nome.
Io ti celebrerò, Signore, Dio mio, con tutto il mio cuore,
e glorificherò il tuo nome in eterno.
Salmo 86:11-13  

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Ofir Ben Shitrit
























Israele-Russia: colloquio telefonico fra Netanyahu e Putin, focus su Siria e Iran

GERUSALEMME - Il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno discusso telefonicamente di Iran e Siria. Lo ha riferito l'ufficio stampa del governo israeliano sul suo profilo Twitter. "Netanyahu ha avuto un colloquio con il presidente russo Vladimir Putin. I due hanno discusso dell'Iran, della situazione in Siria, delle esigenze di sicurezza di Israele e della prevenzione di possibili scontri involontari fra le Forze di difesa israeliane e le Forze aerospaziali russe", si legge nel tweet.

(Agenzia Nova, 8 dicembre 2019)


Raid aerei israeliani su Gaza dopo lancio missili. Non si finisce più

Nuovi attacchi dalla Striscia di Gaza verso il sud di Israele. La popolazione allo stremo chiede soluzioni

Nuovo lancio di missili sul sud di Israele e nuovi raid israeliani su Gaza come risposta all'attacco. Non si finisce più e la popolazione chiede una soluzione.
Ieri sera il sistema Iron Dome è entrato in azione quando i terroristi islamici hanno lanciato quattro missili dalla Striscia di Gaza. Tre missili sono stati abbattuti in quanto si dirigevano verso centri abitati.
La risposta israeliana non si è fatta attendere. Aerei ed elicotteri israeliani hanno attaccato diversi obiettivi di Hamas tra i quali un campo di addestramento composto da uffici, magazzini e depositi di armi e un centro militare sul mare appartenente alle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, l'ala militare di Hamas.
Secondo fonti palestinesi gli attacchi israeliani avrebbero provocato almeno due feriti.
Nessun gruppo palestinese ha rivendicato il lancio dei quattro missili, ma Israele ritiene Hamas responsabile di tutto ciò che avviene nella Striscia di Gaza e per questo ha attaccato obiettivi appartenenti al Gruppo che tiene in ostaggio l'enclave araba.

 I residenti del sud chiedono una soluzione
  I residenti del sud di Israele chiedono a gran voce una soluzione per porre fine a questo stillicidio di attacchi che condiziona fortemente le loro vite.
Un residente che non vuol essere nominato ha detto a RR che ormai la misura è colma, che non si può vivere per anni costantemente sotto attacco e che il Governo deve trovare per Gaza una soluzione definitiva.
Nei giorni scorsi alcuni dirigenti di Hamas e della Jihad Islamica si sono recati al Cairo per discutere con i servizi segreti egiziani di una tregua di lungo periodo (almeno cinque anni secondo fonti egiziane), ma per il momento le richieste arabe non sono accettabili da Israele.
Per porre fine in maniera definitiva e con qualsiasi mezzo alla minaccia proveniente dalla Striscia di Gaza servirebbe che a Gerusalemme ci sia un governo in grado di prendere anche decisioni difficili, ma per ora anche la politica israeliana è in stallo.
"Non ci interessa come fanno il governo, ci interessa che ci sia qualcuno in grado di decidere e di trovare una qualsiasi soluzione" ci dice ancora il residente.

(Rights Reporters, 8 dicembre 2019)


L'antisemitismo? Fa paura in Europa ma l'Italia ha gli anticorpi. Parla Meotti

Conversazione con Giulio Meotti, giornalista de il Foglio, saggista (tra i più recenti 'Il suicidio della cultura occidentale - Lindau e 'Notre Dame brucia. L'autodistruzione dell'Europa - Giubilei & Regnani), profondo conoscitore della cultura ebraica e strenuo difensore dello stato d'Israele.

di Francesco De Palo

Inneggiare a Hitler è una vergogna, ma colpiamo anche chi esalta Stalin. Così Giulio Meotti, giornalista de il Foglio, saggista (tra i più recenti 'Il suicidio della cultura occidentale - Lindau e 'Notre Dame brucia. L'autodistruzione dell'Europa - Giubilei & Regnani), profondo conoscitore della cultura ebraica e strenuo difensore dello stato d'Israele commenta con Formiche.net la vicenda di Emanuele Castrucci, il professore di Filosofia autore di una serie di post filonazisti e antisemiti, e non solo.

- Sul caso del docente dell'università di Siena Emanuele Castrucci che inneggia a Hitler come colui che "difendeva l'intera civiltà europea", che idea si è fatto?
  Sul caso in sé ci sono numerosi elementi: da antifascista e anticomunista, da persona democratica, provo vergogna. Una vergogna intellettuale. Penso che solo uno come Goebbels potesse sostenere che Hitler fosse il salvatore dell'Europa. È una frase talmente grave che muore nel momento in cui la si dice. Il problema però sono i provvedimenti che adesso si vorrebbero applicare al professore. La categoria dei docenti è tutelata dall'aver vinto un concorso pubblico. Dunque non esiste oggi una sanzione reale per punire un docente. Al di là di questo però, a me infastidisce che si faccia gran cassa su questa faccenda (pur grave come detto) ma non si criminalizzi allo stesso modo l'elogio dello stalinismo fatto da tanti professori italiani negli anni. Sul comunismo e sui suoi crimini purtroppo, c'è carta bianca e si può dire di tutto, specie nel mondo accademico.

- A suo giudizio, il fatto di condannare i tweet di Castrucci può essere identificabile come violazione della libertà di espressione?
  Io sono un fanatico della libertà di espressione e, proprio per questo, mi chiedo chi può essere in grado di giudicare le idee altrui. È chiaro che in questo caso parliamo di un'aberrazione. Fa parte del senso comune (o quantomeno dovrebbe esserlo): ci sono cose che è naturale non dire. Nelle università, però, questo tema è affrontato ed è un terreno piuttosto scivoloso. Spesso ci sono tentativi, a mio giudizio fallimentari e dannosi, di istituire i comitati etici. Credo comunque, in definitiva, che il caso Castrucci sia ultra minoritario.

- Qual è lo stato dell'arte dell'antisemitismo in Italia e in Europa?
  L'Italia è uno dei paesi meno antisemiti d'Europa. Il fenomeno è calato dell'11% negli ultimi 2-3 anni (secondo le stime dell'Anti - Defamation League), mentre è enorme in tutta Europa. Si può dire che noi abbiamo ancora gli anticorpi perché siamo un paese meno ideologizzato. Ora, l'antisemitismo in Europa ha sostanzialmente tre matrici: quella islamica (specie in Francia, Inghilterra, Germania e Svezia). La seconda matrice è l'estrema sinistra militante. Questa tipologia la si riscontra soprattutto nella sinistra di Jeremy Corbyn, Quel tipo di sinistra vede Israele come malvagio e per legami storico- morale considera gli ebrei alla stregua di criminali. Il rabbino capo del Regno Unito ha detto peraltro che Corbyn costituisce un pericolo per l'Inghilterra e per gli ebrei. La terza matrice è quella legata ai rigurgiti neo nazisti, in Europa centro orientale in particolare in Polonia, Ungheria e Austria. Questa è la matrice meno pesante a livello politico, sia a livello di numeri, sia a livello di influenza. In Italia la più attiva è quella legata al sistema della sinistra militante. La dimostrazione plastica dell'antisionismo.

- Qual è il confine tra antisemitismo e antisionismo oggi?
  Antisionismo e antisemitismo coincidono: l'antisionismo è la maschera degli antisemiti ripuliti. Dopo Auschwitz fa paura dichiararsi antisemita. Però così, con la maschera dell'antisionismo, molti riescono ad accanirsi contro lo stato ebraico che è l'unica democrazia del Medio Oriente.

- È normale che in un Paese come il nostro si faccia tanta canea sulla costituzione ad esempio della commissione Segre?
  Personalmente sono contrario alla commissione Segre. Ritengo che sia uno strumento politico nato su iniziativa partitica, quando la questione dell'antisemitismo dovrebbe essere bipartisan. Al di là delle opinioni dovrebbe essere una questione che unisce non che divide. Perciò a mio giudizio anche Forza Italia ha fatto bene a votare contro nonostante abbia una storia di antisemitismo importante. In quella commissione c'erano degli importanti passi falsi ideologici: l'antisemitismo in quel caso era diventato un modo per fare politica. Basti pensare che c'era la volontà di assimilare concetti totalmente diversi come antisemitismo, razzismo, islamofobia e intolleranza.

- Spesso, specie per giustificare l'incapacità di gestire il flusso migratorio, i fini gauchisti accostano i migranti agli ebrei vittime dell'Olocausto. È tollerabile un paragone in questo senso?
  No, è una vergogna morale. Vuol dire negare l'Olocausto. È un cattivo servizio alla causa ebraica ed è volto a non voler fare altro che distruggere la continuità storica dell'Europa. È una posizione politica terzomondista e dannosa.

(formiche, 8 dicembre 2019)



Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Dal libro dell'Esodo cap. 20

--> Predicazione
Marcello Cicchese

 


Israele: il 52 per cento dei cittadini vuole le dimissioni di Netanyahu

GERUSALEMME - Il 52 per cento degli israeliani ritiene che Benjamin Netanyahu dovrebbe dimettersi da primo ministro dopo essere stato incriminato per tre casi di corruzione. Lo rivela un sondaggio reso pubblico dall'emittente televisiva "Channel 12". Un altro 38 per cento degli intervistati ritiene invece che Netanyahu possa proseguire alla guida del governo nonostante l'inchiesta, mentre il restante 10 per cento si dice indeciso. A ritenere che il premier debba lasciare l'incarico è anche il 34 per cento tra gli elettori di destra che hanno partecipato al sondaggio. Sempre in base a quest'ultimo, se nuove elezioni si tenessero a stretto giro di posta la coalizione di centro-sinistra Kahol Lavan guidata dal generale in congedo Benny Gantz otterrebbe un seggio in più rispetto al Likud di Netanyahu (rispettivamente 34 e 33). La Lista congiunta dei partiti arabi sarebbe la terza forza della Knesset con 13 seggi, seguita da Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman e dai partiti ultra-ortodossi Shas e Giudaismo unito nella Torah (otto seggi ciascuno).

(Agenzia Nova, 7 dicembre 2019)


Ministro degli Esteri israeliano Katz s Roma

Incontro con leader ebraici

di Giacomo Kahn

Si è conclusa ieri la visita a Roma del ministro degli Esteri israeliano Israel Katz. Giunto in Italia per partecipare al forum Med Dialogues, il capo della diplomazia israeliana ha incontrato il segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti e il leader della Lega, Matteo Salvini. E' stato lo stesso Katz a renderlo noto, postando su Twitter le foto degli incontri. "Ho incontrato Matteo Salvini, fra i leader influenti in Italia e grande amico d'Israele. Ho chiesto sostegno per riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele, frenare la minaccia iraniana e l'antisemitismo. Abbiamo parlato di collaborazione in iniziative economiche bilaterali e regionali", ha sottolineato Katz sul suo profilo con un messaggio in italiano. In un secondo tweet, in ebraico, il capo della diplomazia israeliana ha aggiunto che Salvini "ha ascoltato con orecchio attento e ha promesso di agire di conseguenza". Alcune ore dopo Katz ha incontrato Zingaretti: "Abbiamo discusso delle minacce iraniane e della necessita' di intensificare la lotta contro l'antisemitismo.... (Zingaretti; ndr) ha chiarito che, nonostante i disaccordi sull'Iran e i palestinesi, lui e i suoi amici sosterranno sempre il diritto di Israele a difendersi".
   Nella fitta agenda Katz ha anche inserito un importante incontro con i vertici dell'ebraismo italiano, insieme all'ambasciatore Dror Eydar, il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, il presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.
   Nella sua breve missione Katz ha anche concesso una intervista al Corriere della Sera nella quale ha spiegato che bombardare l'Iran è un'opzione che Israele sta considerando, per impedire che Teheran sviluppi un'arma nucleare. "Sì, è un'opzione. Non permetteremo all'Iran di produrre o ottenere armi atomiche. Se fosse l'ultima cosa possibile per impedirlo, agiremo militarmente", dice il capo della diplomazia israeliana. "Noi riteniamo che le pressioni degli Stati Uniti e le sanzioni siano efficaci, ci aspettiamo che funzionino e riducano i tentativi dell'Iran sia di procurarsi armi atomiche che di sostenere gruppi terroristici, ma questo avverrà più facilmente se c'è il sostegno dei Paesi europei. Finché gli iraniani si illudono di avere l'appoggio dell'Europa, sarà più difficile che si pieghino", aggiunge Katz. Le azioni contro l'Arabia Saudita e le petroliere ci fanno capire che l'Iran si sente ancora forte, le nostre informazioni di intelligence ci dicono che ha intenzione di colpire di nuovo i Paesi del Golfo. La minaccia delle sanzioni non è sufficiente. L'unico deterrente è una minaccia militare diretta contro il regime. Se l'Iran supererà la linea rossa, scoprirà un fronte comune tra sauditi, Emirati, Stati Uniti, e vedrà la potenza americana quando lanceranno mille Tomahawk su Teheran", conclude il ministro degli Esteri israeliano.

(Shalom, 7 dicembre 2019)


"Simonino da Trento, una fake news che ha ancora molto da insegnarci"

Il mondo cattolico e i conti con la storia

di Adam Smulevich

 
Il caso di Simonino da Trento, dichiarato vittima di un omicidio rituale ebraico e venerato per secoli come martire innocente, fu una delle più grandi fake news del passato. È però vicenda che si riverbera in modo tangibile anche nel nostro presente. Intanto perché è di appena pochi decenni fa il riconoscimento da parte ecclesiastica di una verità storica troppo a lungo negata, affermatasi solo grazie ai frutti del Concilio Vaticano II e della Nostra Aetate. E poi perché il caso è un simbolo sempre valido delle drammatiche conseguenze cui portano costruzione di un nemico e propaganda spietata volta a colpirlo.
  Non sorprende quindi che il Museo Diocesano Tridentino abbia scelto "L'invenzione del colpevole" come titolo di un'attesa mostra su questa vicenda che sarà inaugurata a Trento tra una settimana. Una significativa presa di coscienza da parte cattolica dell'urgenza di confrontarsi con responsabilità ancora recenti. Fin quando cioè l'azione di monsignor Iginio Rogger, primo artefice di una revisione storica su Simonino avvenuta anche su spinta di una caparbia insegnante ebrea triestina, Gemma Volli, pose fine a questo culto e a una stagione di antisemitismo istituzionalizzato. Era il 28 ottobre 1965, nelle stesse ore veniva promulgata la Nostra Aetate.
  L'accusa di questa vicenda tardo-medievale, viene affermato nel percorso museale, si fondava sulla convinzione che gli ebrei compissero sacrifici rituali di fanciulli cristiani "con lo scopo di reiterare la crocifissione di Gesù, servendosi del sangue della vittima per scopi magici e religiosi". Incarcerati per ordine del principe vescovo di Trento Johannes Hinderbach, gli ebrei vennero processati, costretti a confessare sotto tortura e infine giustiziati. Simonino divenne da allora oggetto di una venerazione che, si ricorda, fu costruita "utilizzando due potenti mezzi di comunicazione: le immagini e il nuovissimo strumento della stampa tipografica". Fu una piccola cerchia di specialisti a dare nel '65 il via alla storica svolta. Un contesto forse però troppo ristretto per una diffusa presa di coscienza di errori e orrori. Di qui, è stato spiegato, "la necessità di riprendere il filo della storia per riannodarlo a un presente segnato dal preoccupante riemergere di pulsioni antisemite e razziste".
  Curata da Domenica Primerano con Domizio Cattoi, Lorenza Liandru e Valentina Perini e la collaborazione di Emanuele Curzel e Aldo Galli, la mostra si avvale della collaborazione dell'Università degli Studi di Trento, dell'Archivio Diocesano Tridentino e della Fondazione Museo Storico del Trentino. Numerose e autorevoli le voci di studiosi che hanno contribuito con un loro testo nel ricco catalogo realizzato.
  A riassumere il senso di questo impegno è la direttrice Primerano, che in un suo saggio osserva: "L'applicazione di un'imparziale coscienza critica all'ampia documentazione su cui si fondò l'accusa nei confronti degli ebrei portò a cogliere la reale configurazione dei fatti, facendo riemergere la verità storica. Una 'verità' che impone a tutti noi una responsabile riflessione circa le terribili conseguenze che pregiudizi, stereotipi, meccanismi di esclusione del 'diverso' comportarono e comportano tuttora. La storia, questa storia, ci consegna un severo monito che sarebbe colpevole ignorare".
  Scrive invece Anna Foa: "Nel 1475, quando gli ebrei di Trento vengono accusati di aver ucciso ritualmente il piccolo Simone, l'accusa del sangue era una conoscenza diffusa nel mondo cattolico, un sospetto che aleggiava con grande facilità sugli ebrei alla prima scomparsa di un bambino e nelle circostanze della Pasqua ebraica, i giorni in cui secondo questa accusa gli ebrei erano soliti uccidere bambini cristiani allo scopo di utilizzarne ritualmente il sangue e in odio al mondo cristiano". Nell'area tedesca, prosegue Foa, "le accuse si erano moltiplicate nel corso del Quattrocento, in alcuni casi portando sangue e morte agli ebrei, in altri sancendo assoluzioni e onerosi riscatti". Era una credenza che circolava frequente fra i cristiani, "una voce popolare che riecheggiava la paura della diversità e le ansie derivate da usanze e ritualità inconsuete e quindi di per sé sospette".
  Massimo Giuliani propone uno sguardo letterario attraverso un capolavoro del Novecento che ha riproposto questo tema in chiave moderna: L'uomo di Kiev, di Bernard Malamud. Un'opera che, sottolinea, "dà voce agli incubi di tutti gli ebrei e le ebree che nel corso dei secoli sono stati accusati di assurdi omicidi rituali che non si sarebbero mai sognati di compiere; ma dà voce anche a tutte le ingiustizie e le oppressioni di innocenti cui capita di essere investiti dalle sempre più sofisticate macchine mitologiche delle ideologie e dei sistemi totalitari, teocratici o atei che siano". L'uomo di Kiev è un romanzo storico sull'accusa di omicidio rituale ma può o forse deve essere letto anche, scrive Giuliani, "come un commento ebraico, quasi cinque secoli dopo, a quel che avvenne, loro malgrado, agli ebrei di Trento nel 1475 sotto il governo del vescovo-principe Johannes Hinderbach".
  Diego Quaglioni illustra come i processi contro gli ebrei di Trento siano decisivi, nella transizione alla prima modernità, "per la fissazione degli stereotipi antigiudaici in un nuovo paradigma, miscela efficacissima di parole e immagini, di testi di propaganda e di scritti di dottrina". A questo proposito, ricorda Quaglioni, "si è parlato di una 'giudeofobia' nascente da una tipica combinazione di odio teologico e di odio sociologico, fenomeno soggiacente, imponente e vario come l'antigiudaismo premoderno, radicato nella mentalità e nella cultura europee, nel quale ad un tempo bisogna ricercare le origini del processo di emancipazione e le radici dell'antisemitismo moderno, del sinistro miscuglio di semi-verità e di superstizioni, che dopo il 1914 fece degli ebrei europei il bersaglio di tutti coloro che la società respingeva".
  Gaia Bolpagni sviluppa un altro tema di notevole interesse, passando in rassegna il registro dei "miracoli del beato Simonino" conservato presso l'Archivio di Stato di Trento. Racconta la studiosa: "Le opere letterarie dedicate al presunto martirio di Simone, in funzione della campagna per la sua canonizzazione, contribuirono in modo fortissimo a promuoverne e diffonderne il culto, ancora prima che si fosse concluso il processo di beatificazione del bambino, che da quel momento e per secoli verrà venerato come San Simone da Trento". Tanto grande era stato il risalto dato alla vicenda e così forte il suo impatto sull'opinione pubblica, che intorno ad essa, prosegue Bolpagni, "si materializzò sin dai primi momenti un'aura salvifica e taumaturgica, al punto che all'immagine e all'intercessione del piccolo santo furono attribuiti diversi avvenimenti prodigiosi".
  La svolta del '65 ha chiuso un capitolo lacerante. Restano però da rafforzare consapevolezza e anticorpi. Questa mostra, grazie a quel che è stato possibile vedere in anteprima, si candida ad essere uno strumento più che valido.

(moked, 7 dicembre 2019)


Ebrei, una storia tra speranza e tragedia

Arriva in Italia il secondo volume della monumentale "Storia" di Simon Schama che copre il periodo dal 1492 al 1900 Centrale è quell'alba del 5 gennaio 1895, quando andò in scena il "rito" di umiliazione dell'innocente capitano Alfred Dreyfus, in realtà ebreo e buon francese.

di Franco Cardini

Il periodico affiorare, per fortuna sporadico e limitato, di un antisemitismo che ha come sua unica origine l'idiozia non è degno nemmeno di commento: lo si nobilita perfino inserendolo in un di per sé già condannabile razzismo antisemita. L'insulto e lapidi tombali non è nemmeno barbarie terroristica: è pura bestialità. Lo si nobiliterebbe perfino attribuendole un sia pur sinistro movente ideologico-politico. Ciò non toglie che riguardo ad esso ci si debbano porre dei problemi: dalla profondità dell'incultura degli autori di certi atti, all'indifferenza e al sostanzialmente scarso rigore con il quale essi sono perseguiti, fino al pericolo che essi alimentino un circolo vizioso tra infami pulsioni di qualche maniaco e tentazioni strumentalizzatrici.
   Anche per questo giunge davvero opportuna la pubblicazione dell'edizione italiana del secondo volume della monumentale La storia degli ebrei di Simon Schama. L'editrice Mondadori va sul serio ringraziata per la generosità e il coraggio con i quali ha sostenuto questo impegno. Il primo volume, dal sottotitolo In cerca delle parole (2014), ha affrontato il problema delle origini dell'ebraismo e dell'identità religioso-nazionale ebraica, della problematicità costituita dal suo sempre difficile convivere con altri popoli e altre culture, della difficoltà perfino di poter concepire e definire un "popolo ebraico", una "nazione ebraica'' (non parliamo di una "razza ebraica'', scellerata invenzione settenovecentesca), al di là di una lingua, di una cultura e quindi in ultima analisi di una tradizione e di una identità ebraiche (sostantivi, gli ultimi due, già di per sé ambigui ed ardui a gestirsi).
   Ed ecco che ora giunge il secondo volume della fatica di Schama, dal titolo L'appartenenza. Dal 1492 al 1900 (pagine 808, euro 40,00). Già le coordinate cronologiche scelte dicono di per sé tutto: dal fatidico e forse fatale 1492, al punto d'arrivo formale dell'indagine, lo splendido 1900 del culmine della Belle Époque e dei fasti spensieratamente osceni del "Ballo Excelsior". Ma il momento clou della sua erudita e drammatica ricerca è il 5 gennaio del 1895: un' «alba tragica» dell'incipiente Novecento, il punto d'arrivo dei pogrom russi, della lucida e pacata follia del signor de Gobineau, dell'erudita e implacabile sapienza del Maurras. Ora, quel giorno e il suo contesto sono mirabilmente narrati nell'ultimo, avvincente capolavoro di Roman Polanski.
   Quel 5 gennaio del 1895, nella gelida spianata dell'École Militaire di Parigi, uno spietato rito cavalleresco mise fine alla carriera del capitano Alfred Dreyfus, ebreo e buon francese, ingiustamente condannato all'espulsione dall'esercito, alla prigione e all'infamia in quanto ritenuto (a torto) reo di alto tradimento. Il cerimoniale di degradazione, una vera e propria morte civile, prevedeva che gli fossero strappate dalla giubba le spalline e le insegne di grado, mentre un suo collega spezzava sul ginocchio la sua spada. Il livello raggiunto dalle polemiche relative a quel personaggio e a quell'episodio chiarisce come quel che di lì a una trentina circa di anni dopo avrebbe detto e scritto Adolf Hitler non fosse il frutto solitario e inatteso di un genio malvagio, bensì la feroce farfalla nata da un'infame crisalide: l'antisemitismo in parte generato purtroppo senza dubbio dall'antigiudaismo cristiano e quindi peggiorato, degenerando, in razzismo antisemitico.
   Vorremmo poter affermare che tra l' atteggiamento puramente religioso e culturale dell'antigiudaismo e la pesante volgarità dell'antisemitismo materialistico e deterministico non c'è alcun rapporto. Ma purtroppo i fatti già abbondantemente rilevati da altri autori (da Norman Cohn a Ruggero Calimani) parlano un linguaggio differente. Già nella Spagna dei Re Cattolici si era parlato della limpieza de sangre, del "sangue puro" dei cristianos viejos, devoti da generazioni alla vera fede, e della corruzione del sangue dei cristianos nuevos convertiti di fresco e magari per forza, che erano rimasti - come moriscos o marranos - ostinati nel loro vecchio credo musulmano o ebraico. Martin Lutero tornava poi sul tema del caratteristico del foetor iudaicus proveniente dalla pelle e dagli abiti del "popolo deicida''. Voltaire dal canto suo rovesciava sugli avidi e sporchi figli d'Israele tutto l'odio e il disprezzo che aveva represso in anni di pareri e di scritti dedicati a sostenere la tolleranza. Da lì attraverso Marx e Wagner si sarebbe sviluppato un antisemitismo intellettuale e perfino "scientifico" che dalla Russia e dalla Polonia, soprattutto a causa del crescer del numero dei migranti, si sarebbe di lì a poco radicato soprattutto nella Francia dei Maurras, dei Daudet, dei Drumont e dei Barrès: ben più micidiali delle sfuriate di Céline o del sistematico razzismo filosemita dei collaborazionisti francesi durante la Seconda guerra mondiale, a esaminare i quali il libro di Schama non arriva.
   Ma la tragedia è proprio questa. Per almeno quattro secoli gli ebrei avevano continuato a vivere tra i cristiani affrontandone ora i sarcasmi ora le violenze, cercando a loro volta di mantenersi puri attraverso non solo l'incrocio, bensì anche il contatto. Eppure, a loro volta, nel momento stesso nel quale essi ambivano allo Ha-Makom, un luogo futuro al quale potersi sentire al sicuro e appartenere, una patria che fosse "terra senza popolo" per loro, "popolo senza terra'', lo squallore e la prigionia dei ghetti poteva apparir loro quasi gradita: una cuccia calda nella quale mantenersi al riparo dalla contaminazione dei goim. D' altronde, specie con l'avanzare della Modernità, l'attrazione per un'appartenenza diversa poteva lasciarsi sentire, e molti ne erano conquistati. Lo stesso nascente movimento sionista - un movimento sorto nell'Ottocento, quindi scaturito da un desiderio di patria condiviso in tutta Europa -, quando si profilò la possibilità di un ritorno all'autentico Eretz Israel, non per questo abbandonò l'ammirazione nonostante tutto per l'Europa e per le sue conquiste scientifiche e civili. L'appartenenza divergeva dalla tentazione assimilatrice: eppure, appartenenza e assimilazione potevano sia pur problematicamente convivere, ci si poteva sentir ebrei (Jvri anokhi, "noialtri ebrei") e sinceramente patrioti del Paese ospitante. Come il capitano Dreyfus, ebreo e alsaziano d'origine eppure buon patriota francese; come più tardi Mare Bloch; come i tanti giovani patrioti tedeschi d'appartenenza ebraica che nel 1914 avevano risposto all'appello del Kaiser e della patria accorrendo volontari sotto le armi, e molti dei quali erano caduti e decorati di croce di ferro. È sulla tragedia di quegli anni che Simon Schama, studioso illustre, celebre accademico e giornalista pluripremiato, arresta la sua narrazione.

(Avvenire, 7 dicembre 2019)


Casellati e Segre visitano il memoriale della Shoah

MILANO - La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha visitato questa mattina il Memoriale della Shoah, che si trova sotto i binari della Stazione Centrale, accompagnata dalla senatrice a vita Liliana Segre e da Roberto Jarach, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano Onlus. Nel corso della visita, durata quasi un'ora, hanno osservato un momento di raccoglimento al binario 21, davanti a uno dei carri bestiame che, nel 1943, deportarono migliaia di ebrei da Milano verso i campi di concentramento e di sterminio nazisti. Tra loro c'era proprio Liliana Segre, che ha raccontato alla presidente del Senato la terribile esperienza vissuta in quei giorni insieme con la sua famiglia.
   "Qui si preserva la memoria di quella che e' stata una delle pagine piu' buie della nostra storia - ha detto al termine della visita la presidente Casellati - e mi auguro che proprio qui dentro si maturi quella consapevolezza di solidarieta' e di fratellanza che puo' nascere soltanto considerando quelle aberrazioni che sono successe e che non dovranno piu' succedere".

(Italpress, 7 dicembre 2019)


«Noi israeliani collaboriamo coi sauditi contro l'Iran»

Il ministro Katz: no al dialogo con Assad «finché la Siria presterà il suo territorio all'Iran». Katz ha visto Di Maio, Salvini e Zingaretti.

di Viviana Mazza

«Il dialogo con Bashar Assad non può essere ripreso finché la Siria consentirà all'Iran di usare il proprio territorio contro Israele e gli Stati arabi moderati», ci dice il ministro degli Esteri e dell'Intelligence israeliano Israel Katz a margine del forum MED, dopo che Di Maio in un'intervista con il Corriere ha suggerito che è tempo che l'Europa dialoghi di più con Damasco.«L'incontro con Di Maio è andato molto bene», assicura Katz, che ha visto anche Salvini e Zingaretti. «Abbiamo parlato della comune lotta all'antisemitismo, della promozione del commercio bilaterali, ed espresso il desiderio che l'Italia si unisca all'iniziativa regionale di connettere attraverso una rete ferroviaria i Paesi del Golfo a Haifa e ai porti del Mediterraneo». Un progetto «strategico» al quale Katz, già ministro dei Trasporti, lavora «da anni»: «Ci libera della necessità di passare da due stretti facilmente attaccabili, Bab El-Mandeb (nel Mar Rosso ndr) e Hormuz, e ci risparmia 6.500 chilometri via mare. In un momento in cui la minaccia iraniana tocca sia Israele che l'Arabia Saudita, ci siamo trovati a collaborare».

- Che tipo di collaborazione, anche militare, vede possibile con i sauditi e i Paesi del Golfo?
  «Non posso scendere in dettagli per quanto riguarda la trasmissione di dati, però abbiamo interessi comuni. Questo ci permette di individuare e di sventare eventuali minacce di cui siamo al corrente. Ma la minaccia dell'Iran non è solo contro l'Arabia Saudita o Israele, parliamo di missili a lunga gittata con testate con potenzialità nucleari. Non per nulla Germania, Francia e Gran Bretagna si sono rivolti all'Onu l'altro ieri dicendo che l'Iran ha contravvenuto agli accordi. Comincia ad esserci un fronte ampio contro la minaccia iraniana».

- Bombardare l'Iran è un'opzione che Israele sta considerando?
  «Sì, è un'opzione. Non permetteremo all'Iran di produrre o ottenere armi atomiche. Se fosse l'ultima cosa possibile per impedirlo, agiremo militarmente. Noi riteniamo che le pressioni degli Stati Uniti e le sanzioni siano efficaci, ci aspettiamo che funzionino e riducano i tentativi dell'Iran sia di procurarsi armi atomiche che di sostenere gruppi terroristici, ma questo avverrà più facilmente se c'è il sostegno dei Paesi europei. Finché gli iraniani si illudono di avere l'appoggio dell'Europa, sarà più difficile che si pieghino. Le azioni contro l'Arabia Saudita e le petroliere ci fanno capire che l'Iran si sente ancora forte, le nostre informazioni di intelligence ci dicono che ha intenzione di colpire di nuovo i Paesi del Golfo. La minaccia delle sanzioni non è sufficiente. L'unico deterrente è una minaccia militare diretta contro il regime. Se l'Iran supererà la linea rossa, scoprirà un fronte comune tra sauditi, Emirati, Stati Uniti, e vedrà la potenza americana quando lanceranno mille Tomahawk su Teheran».

- Netanyahu è stato incriminato per corruzione. Può continuare ad essere il leader del Likud e di Israele?
  «Il processo politico e quello legale sono cose separate. Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha determinato che Netanyahu può continuare ad essere il premier».

- Nel 2016 Di Maio visitò Israele: riconobbe che Hamas è un gruppo terroristico, ma vi invitò a «superare la politica dei muri».
  «Anche in Europa mi sembra vogliano costruire muri contro i migranti. Qualche anno fa, insieme a Netanyahu ho incontrato Tsipras che era appena diventato premier greco. Viene dalla sinistra, ma il primo consiglio che chiese fu come costruire un muro contro i rifugiati. E lì si trattava solo di una minaccia civile, non di sicurezza come da noi».

(Corriere della Sera, 7 dicembre 2019)


Di sinistra sì, ma con Corbyn no

Nella redazione del New Statesman che non vota questo Labour e si sente sollevata

di Gregorio Sorgi

LONDRA - Nel giorno in cui la storica rivista della sinistra britannica annuncia ai lettori che non sosterrà il Labour alle elezioni della settimana prossima, la redazione sembra sollevata. I giornalisti del New Statesman sfogliano l'edizione appena uscita in edicola mentre ascoltano in silenzio il discorso del direttore. "Siamo stati criticati e insultati in rete per il nostro ultimo editoriale", annuncia Jason Cowley con un tono solenne ma rassicurante: "Perderemo lettori nel breve termine ma ne guadagneremo nel lungo periodo".
  Non è una giornata come tutte le altre questa, per la redazione del New Statesman. Alcuni vecchi lettori si sono sentiti traditi dal mancato endorsement al Labour - non era mai successo negli ultimi cento anni - e hanno inviato messaggi di indignazione al direttore. "Sono stato insultato personalmente in rete", dice Cowley: "Ma sono contento di avere dato vita a un dibattito acceso, questo è l'obiettivo del New Statesman. Siamo stati tra gli hashtag più popolari su Twitter, vorrei che fosse così ogni settimana". Il direttore ha spiegato in un lungo editoriale che il problema dei laburisti non è il programma economico radicale. Il problema è Jeremy Corbyn. Il leader dell'opposizione "non è adeguato a fare il primo ministro", e lo ha mostrato nella gestione disastrosa dell'antisemitismo nel suo partito. Questo è il principale argomento di discussione nella riunione di redazione. "E' un problema di competenza", dice Stephen Bush, il capo della redazione politica: "Un partito che non riesce a estirpare l'antisemitismo non può governare un paese". "E' stato tutto uno scontro interno al Labour", spiega una giovane redattrice: "Chi critica il comportamento di Corbyn viene visto come un traditore, come un 'blairiano"'.
  Pur essendo un settimanale progressista, il New Statesman ha criticato Corbyn fin dall'inizio della sua leadership. "L'editoriale rispecchia ciò che abbiamo scritto negli ultimi cinque anni", spiega il direttore alla redazione: "Ho l'impressione che molti detrattori non ci leggono nemmeno, sono rimasti indietro". Cowley ha riformato quello che per anni era stato l'organo del Labour. "Prima del mio arrivo il settimanale apparteneva al deputato laburista Geoffrey Robinson - ci spiega - Non avevo alcun interesse a dirigere un giornale di partito, e ho accettato l'incarico quando è cambiato il proprietario. Da tempo sono un critico del Labour e per questo ho voluto rendere la rivista più indipendente e irriverente, sapendo che ci avrebbe portato nuovi lettori. E' stato un percorso lungo, ma stavolta ho pensato che eravamo pronti a togliere il nostro sostegno ai laburisti".
 
  Nella redazione del New Statesman si pensa già al dopo Corbyn. In caso di sconfitta il leader sarà costretto a farsi da parte e inizierà la corsa alla successione. "Corbyn non si dimetterà, resterà in carica il più a lungo possibile - ci spiega Stephen Bush - Cercherà di fare eleggere un successore che porti avanti il suo programma". Si profila una sfida tra diverse sfumature di corbynismo, che ormai rappresentano il pensiero dominante nel Labour. La sinistra controlla gli organi del partito e ha un grande seguito tra i militanti che dovranno scegliere il nuovo leader. "Corbyn ha vinto la battaglia delle idee contro i moderati", ripetono molti redattori. Qualunque sia il risultato delle elezioni, il nuovo leader non si allontanerà dalla linea massimalista. "La speranza della sinistra è avere 'un corbynismo senza Corbyn"', spiega Jason Cowley: "L'attuale leader ha messo in moto il cambiamento nel Labour ma ormai il partito può fare a meno di lui. Le sue idee resteranno e verranno portate avanti dal suo successore. Nelle primarie del 2015 Corbyn ha innescato un meccanismo che era sempre stato represso nel Labour. E' stato il primo a ripudiare il neoliberismo e a parlare una lingua che i giovani non avevano mai sentito. Questo avrà degli effetti irreversibili". Se il Labour dovesse perdere le elezioni i corbynisti se la prenderanno con le debolezze del leader, non con le sue idee. "Non la vedranno come la seconda sconfitta di fila in due anni, ma come un nuovo inizio - dice il direttore - Non dimentichiamoci che sono degli idealisti, non hanno una visione lucida dei fatti". Ma la resilienza del corbynismo è il sintomo di un paradigma che sta cambiando in Gran Bretagna. "La politica inglese segue dei cicli - spiega Cowley - il dominio del neoliberismo negli ultimi quarant'anni è stato spazzato via dalla crisi economica, e oggi ci troviamo in un interregno. Il vecchio sta morendo e stiamo aspettando che nasca qualcosa di nuovo".
  Al New Statesman hanno un'idea chiara di cosa riserva il futuro, e di quale sarà la "posizione vincente" che il Labour dovrà occupare per tornare al governo. "Bisogna andare a sinistra sull'economia e a destra sulla cultura", ripete Cowley. I cittadini chiedono un ritorno dello stato dopo anni di austerity, ma sono diffidenti verso la società multiculturale. Il direttore teme che i conservatori siano i primi a scoprire e a impadronirsi del nuovo consenso. "L'ex premier Theresa May aveva respinto il pensiero unico liberista, e al New Statesman l'abbiamo seguita con grande interesse. Anche Boris Johnson si sta spostando a sinistra perché vuole vincere nelle roccaforti laburiste. E' furbo, opportunista, divertente e viene visto come un uomo del popolo pur essendo un figlio dell'élite. Lo abbiamo tutti sottovalutato".

(Il Foglio, 7 dicembre 2019)


Storia e tradizioni. Essere ebrei oggi

Riccardo Calimani: le parole per capire identità e cultura. Ricordati i tratti storici più violenti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo.

di Francesco Chiamulera

Sottotitolo
«Anche i nostri sono cambiati. Se appena hanno studiato a Oxford o a Cambridge, o guadagnano più di centomila sterline l'anno, non sono più ebrei, ma "di origini ebraiche". Che non è la stessa cosa». Lo fa dire al suo Barney Panofsky il grande Mordecai Richler in La versione di Barney. Caustica presa in giro dei ricchi liberal inglesi da parte di un ebreo conservatore canadese, la battuta di Barney è anche un modo per significare la complessa relazione con l'identità ebraica delle generazioni che si susseguono. Appartenenza o rifiuto, orgoglio oppure vergogna, fino all'odio di sé. Singer ne mette in scena i differenti impulsi con La Famiglia Karnowski, Zweig le dedica pagine dolci e strazianti nelle sue memorie del mondo di ieri, in questi anni ci si è divertito l'inglese Howard Jacobson, in L'enigma di Finkler. Siamo solo sulla soglia di una vastissima letteratura, insomma. E a confermare che «c'è bisogno di raccontare le cose serie con ironia» è lo storico veneziano Riccardo Calimani, con un piccolo, prezioso libro, Non è facile essere ebreo, che esce ora con La Nave di Teseo in versione riveduta e ampliata dopo la prima pubblicazione, nel 2004. Calimani, già presidente della Comunità ebraica di Venezia, si rivolge esplicitamente ai non ebrei.
  «Che cosa è un ebreo? È uno che quando gli racconti una storiella ebraica ti risponde che la sapeva già e te la ripete migliorandola. Non potrei quindi spiegare a un ebreo che cosa significa essere ebreo: non soltanto lo sa benissimo, o crede di saperlo, ma sarebbe capace di spiegarlo molto meglio di me». L'autore, che appartiene a un'antica famiglia passata attraverso la Repubblica di Venezia, lo Stato unitario e poi nel fuoco delle persecuzioni novecentesche (il nome Riccardo gli viene dato in memoria del fratello della madre, deportato e assassinato dai nazifascisti), fa un compendio di nozioni bibliche, storiche, sociali, letterarie, ad uso evidente dei molti lettori italiani che, ancora nel 2019, coltivano grandi lacune. Dalla Torah al Talmud, dalle grandi scomuniche rabbiniche ai profeti, come Shabbatai Zevi, e ai liberi pensatori, come Baruch Spinoza, al gusto intrinsecamente ebraico per la contraddizione: «Dio non esiste, e noi siamo il suo popolo eletto», come ha detto Woody Allen. Calimani ricorda i tratti storici più violenti dell'antigiudaismo cristiano e poi dell'antisemitismo e del razzismo, gli stessi che costrinsero i suoi genitori a scappare insieme da Venezia dopo il 16 settembre 1943, appena sposati, mentre il presidente della comunità ebraica, Giuseppe Jona, si suicidava avvelenandosi per non dover consegnare ai tedeschi la lista con i nomi degli ebrei veneziani. Ma non c'è solo l'ostilità sbandierata e ufficiale.
  Il libro smonta tutti i banali eppure diffusi pregiudizi antiebraici che fanno sì che ancora oggi non sia facile essere ebreo, le domande più o meno innocenti o più o meno maligne che i «gentili» periodicamente rivolgono e che costituiscono forse la vera necessità del libro: il rapporto con il denaro; il tema della doppia lealtà, ti senti più ebreo o più italiano? («è come dire: vuoi più bene a tua madre o a tuo padre? È noto a tutti che la stupidità umana purtroppo è infinita»); gli ebrei come esseri particolarmente intelligenti, anzi furbi («quando volete sarò lieto di presentarvene molti che sono stupidi»); il considerare l'ebreo come «straniero», come maldestramente ha definito Calimani stesso l'organizzatore di un evento veneziano al quale l'autore era stato invitato (la sua risposta alla platea: «Quanti di voi possono dire che la loro famiglia è veneziana da almeno duecento anni? La mia famiglia è qui da cinquecento, perciò io sono veneziano e voi siete gli stranieri»). E infine la stolta eppure perenne idea che l'ebraismo sia un monolite, una totalità indistinta: «se ci sono quattro ebrei, ci sono sette partiti. Domanderete: perché sette e non otto? Perché c'è sempre l'ebreo deficiente che ha un'idea politica sola».

(Corriere del Veneto, 7 dicembre 2019)


Oggi lo Yemen, domani Israele? Dove può spingersi la guerra iraniana

L'influenza dell'Iran cresce in Medio Oriente, e tra deterrenza militare e dimostrazioni di forza, Israele è uno dei Paesi che più teme la crescita regionale dei Pasdaran. Tutte le opzioni sul tavolo a Gerusalemme.

di Emanuele Rossi

A poche ore dall'incontro tra il primo ministro israeliano uscente, Benjamin Netanyahu, e il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, il tema che coinvolge le riflessioni in Israele è tornato a essere l'Iran. La penetrazione in Medio Oriente della Repubblica islamica, che con lo stato ebraico ha un'inimicizia comune, è un fattore di rischio enorme per Gerusalemme - che da tempo combatte con pezzi di quella galassia di proxy con cui i Pasdaran hanno rafforzato negli anni la presenza iraniana nella regione.
  In cima ai nemici israeliani tra le milizie sciite con cui Teheran ha penetrato il tessuto socio-politico, ed economico-militare, di alcuni paesi ci sono la libanese Hezbollah e la palestinese Hamas. Da tempo le intelligence israeliane denunciano il tentativo iraniano di trasformare parti della regione, come per esempio la Siria, in una piattaforma avanzata per attaccare lo stato ebraico. Da anni Israele ha iniziato una campagna di operazioni preventive per impedire ai Pasdaran di sfruttare il contesto caotico siriano, ma anche iracheno, per passare armi alle proprie forze collegate.
  Oggi il Jerusalem Post ha pubblicato un articolo analitico che sembra la sintesi di un seminario militare. La domanda iniziale è piuttosto chiara: cosa succederebbe se Israele venisse colpito da un attacco simile a quello di settembre contro la Saudi Aramco? Flashback: a metà settembre una salva sofisticata di missili e droni kamikaze ha colpito due impianti petroliferi dell'Arabia Saudita, producendo un danno pazzesco che ha dimezzato le produzioni petrolifere di Riad. L'azione è stata rivendicata dai ribelli yemeniti Houthi, contro cui i sauditi sono in guerra da quattro anni.
  Gli Houthi hanno collegamenti con l'Iran. Quanto meno ricevono da Teheran - o meglio: dai Pasdaran - supporto negli armamenti. Due giorni fa un cacciatorpediniere americano ha bloccato un peschereccio nel Mar Arabico, e quando i Marines sono scesi a bordo per un controllo hanno trovato componenti per missili spediti dall'Iran verso lo Yemen. La guerra civile yemenita è di fatto un dossier che l'Iran ha sfruttato per guerreggiare per procura contro l'Arabia Saudita - e viceversa.
  Tornando alla domanda del Jerusalem Post, due le opzioni di risposta. Israele potrebbe agire direttamente contro i responsabili dell'attacco, pur sapendo che dietro c'è la mano iraniana. Per esempio, se subisse un attacco dagli Houthi (eventualità piuttosto remota, ma non del tutto impossibile) potrebbe rispondere attaccando in Yemen. Ma questo lascerebbe spazio all'Iran, che troverebbe una risposta tutto sommato morbida: per un attacco di cui sarebbe responsabile ultimo, o mandante, non subirebbe ritorsioni dirette.
  Da qui la seconda opzione: un attacco diretto contro l'Iran. L'opzione aerea è chiaramente quella preferita - il J-Post riporta anche le possibili rotte di azione dei bombardieri - e si sofferma su quella missilistica. Oggi la forza aerea israeliana ha testato un nuovo vettore dalle aree centrali del paese, e non sfugge che questo genere di prove militari sono anche un messaggio di deterrenza.
  Certamente l'Iran potrebbe rispondere, e quella che si scatenerebbe sarebbe una guerra totale. Israele, i regni del Golfo, e gli Stati Uniti nell'arco degli ultimi sei mesi hanno fortemente implementato la costruzione di un blocco con cui contrastare la diffusione - e conseguente crescita di influenza - iraniana nel Medio Oriente. Gli Usa hanno dispiegato migliaia di militari in più nella regione, andando contro una delle promesse del presidente - ossia il disingaggio dal quadrante. Israele ha costantemente colpito i traffici di armi con cui i Pasdaran finanziano le milizie collegate.
  Ma nonostante questo, Teheran non si ferma. C'è un motivo esistenziale: l'Iran sa che se arretra i suoi nemici possono prevaricarlo. C'è la volontà di giocare influenza geopolitica comunque, per un paese che da sempre ha mire espansionistiche. Poi c'è anche una ragione di carattere economico, sostanzialmente collegata alle prime due. Questa l'ha spiegata uno dei saggi dietro al gruppo militare teocratico (i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, sono direttamente collegati alla Guida suprema).
  Hassan Abbasi ha detto in televisione (non senza spinta propagandistica, ci si arriva. Ndr) che il ritorno di investimenti come quello che il capo delle operazioni estere dei Pasdaran, il generale Qassem Soulimani, ha progettato in Siria è di "uno a mille". E ancora: i 70 milioni di euro investiti per combattere l'IS in Iraq attraverso la creazione di un raggruppamento di quelle milizie, dice Abbasi, hanno portato all'Iran 14 miliardi di contratti commerciali con Baghdad. Se fossero veri i dati sarebbero di certo investimenti proficui - tralasciando il sacrificio di sangue a cui molti iraniani sono stati chiamati.
  Val la pena sottolineare che però queste parole arrivano in un momento delicato. In Iraq come in Iran da settimane migliaia di persone protestano anche contro questo piano di influenza, giocato come una potenza con mire egemoniche, quando in casa la situazione economica stalla. In Iraq chi è sceso in strada ha più volte cantato "fuori l'Iran", esasperazione contro quella presenza pressante nel paese. In Iran si marcia contro il caro del carburante e si finisce per contestare certe scelte del governo.
  In entrambe le situazioni i Pasdaran hanno avuto un ruolo nel reprimere le proteste. Risultato: cecchini delle milizie filo-iraniane avrebbero sparato sulla folla in diverse città irachene (dove il bilancio dei morti durante le manifestazioni ha superato i quattrocento); in Iran la polizia e l'esercito hanno aperto il fuoco contro i manifestanti (e secondo Brian Hook, che per la Casa Bianca gestisce il dossier Iran, i morti sarebbero altri mille). Teheran spinge la propria politica estera velenosa ed è disposto a esporsi con la repressione per difenderla. Anche questa è una forma di deterrenza sul convincimento con cui i Pasdaran difendono questa traiettoria. Una forza che preoccupa Israele e non solo.

(formiche, 6 dicembre 2019)


Repubblica Ceca - L'esercito acquista radar 3d da Israele

L'esercito ceco acquisterà otto radar 3d da Israele per 3,5 miliardi di corone (135,7 milioni di euro). Come riferito dall'emittente radiofonica "Cesky rozhlas", nella giornata di ieri 5 dicembre, è stato firmato un accordo intergovernativo tra Repubblica ceca e Israele alla presenza di rappresentanti israeliani e del ministro della Difesa ceco, Lubomir Metnar. I radar saranno consegnati in tra il 2020 e il 2023. Metnar ha commentato positivamente l'operazione, affermando che aumenterà in modo significativo le capacità difensive della Repubblica Ceca. I radar israeliani sostituiranno tecnologie russe ormai obsolete già in dotazione all'esercito ceco.

(Agenzia Nova, 6 dicembre 2019)


L'Australia mette in allerta Israele sulla Cina

Davide Bartoccini

Andrew Hastie
Un ex delle forze speciali australiane, oggi a capo della commissione d'intelligence del governo di Canberra, avverte Israele: "Guardatevi dalla minaccia cinese". Complice di questa preoccupazione, la vicenda oscura di un uomo di Pechino - una spia - che è misteriosamente morto dopo aver rivelato le intenzioni dell'intelligence cinese che stava "finanziando" la sua ascesa in politica.
  Non è un segreto che la Cina, potenza in ascesa in Oriente come in Occidente, stia usando tutte le strategie possibili, e stia investendo miliardi di dollari per aumentare la sua influenza economica, politica e militare in tutto il globo. Nonostante la prudenza delle democrazie occidentali, e la contrapposizione degli Stati Uniti, Pechino è arrivata, con i suoi programmi economici e i suoi investimenti, a "colonizzare" importanti aree dell'Africa, e vendere o "acquisire" in molte parti dell'Europa, rivolgendo il suo interesse e portando le sue proposte anche in Medio Oriente. Dunque anche in Israele. Secondo quanto riportata dal sito israeliano Haretz , che si è avvalso dell'opinione di Andrew Hastie, ex membro dello Special Air Service australiano (omologo del corpo d'élite britannico), sceso nel campo della politica ed eletto presidente della Commissione per l'intelligence e la sicurezza, Israele dovrebbe "guardarsi le spalle" da avere Pechino così vicina, e nel concederle appalti di rilievo che lambiscono siti d'importanza strategica per l'apparato di Difesa di Tel Aviv.
  Da sempre detrattore di Pechino e antagonista della crescente influenza che la Repubblica popolare cinese vuole imporre nella regione del Pacifico - operando anche attraverso "interferenze nella politica e nell'economia" australiana, come in quelle e di altre nazioni occidentali -, il politico australiano a cui è stato recentemente negato il visto per presenziare nella capitale comunista date le sue critiche sulla politica cinese e sulle violazioni dei diritti umani perpetrate contro gli uiguri nella provincia dello Xinjiang, ha "allertato" Israele ai margini di una conferenza incentrata sulla strategia politica. Quella che viene definita "la minaccia cinese" deve essere necessariamente monitorata; a parer suo, Israele sta concedendo troppo spazio agli investimenti cinesi e nella concessione di appalti che riguardano il porto di Haifa - a pochissima distanza dalle basi che custodiscono i sottomarini con armamenti nucleari (si suppone); quella per la costruzione dei tunnel della metropolitana leggera di Tel Aviv - che si trovano a poche decine di metri dalla sede dello stato maggiore e dell'intelligence militare (l'Anam); e quella appena annunciata della costruzione della prima centrale elettrica privata.

 L'avvertimento australiano
  "Le agenzie di intelligence australiane ci hanno dimostrato come negli ultimi due anni l'Australia sia stata il bersaglio di livelli senza precedenti di spionaggio e interferenze straniere", ha riportato il politico australiano. Motivo per il quale il suo Paese - membro della famosa rete d'intelligence occidentale nota come Five Eyes - ha vietata l'adesione alla tanto discussa rete ad alta velocità 5G, e ha monitorato con la massima attenzione gli investimenti esteri sul suolo patrio. "Si tratta di costruire la resilienza nel nostro sistema; gli stati autoritari usano la coercizione economica, la guerra politica, gli attacchi informatici e lo spionaggio per creare leva", ha detto Andrew Hastie ai suoi interlocutori israeliani, invitandoli a seguire la linea del suo Paese: "I Paesi democratici devono adottare misure interne per proteggersi da queste minacce. L'Australia ha aperto la strada in questo senso."
  Sul fronte israeliano questa "preoccupazione" sembra iniziare a circolare nei corridoi della Knesset solo dopo gli ultimi moniti e dopo le ultime riflessioni: dato che il premier Benjamin Netanyahu ha aperto le porte alla Cina nell'ultimo decennio, permettendole di aumentare la sua presenza nell'economia israeliana, e di accedere come forza lavoro e portatrice di know-how in molte infrastrutture sensibili - apertura che sarebbe stata ripagata, secondo alcune voci, dal lavoro di spie e hacker cinesi che avrebbero sottratto segreti militari ai principali appaltatori della difesa israeliana con cui hanno avuto la possibilità di lavorare. Ora che questo monito è stato raccolto dall'intelligence australiana, ed è stato sommato ad altre "perplessità" riscontrate negli ultimi tempi, Israele sembra essersi accorta del rischio, e alcune settimane fa la Knesset (tutt'ora oggetto dell'impasse politico) ha deciso comunque di istituire "un comitato speciale guidato dal ministero delle finanze per riesaminare la politica di investimento estera". Hastie ha elogiato la decisione commentando: "Meglio tardi che mai".

 La morte della "talpa" australiana
  Intanto nella "Terra dei canguri" le autorità, ben più preoccupate nell'ingerenza cinese a causa della vicinanza regionale, continuato a indagare sulla misteriosa morte di Bo Zhao, un imprenditore rampante di origine cinese che è stato trovato morto nella sua stanza d'albergo di Melbourne. Mr. Zhao aveva mostrato delle forti ambizioni politiche, ma anche dietro questo "interesse" spassionato aleggiava lo spettro di Pechino. Secondo le rivelazioni dello stesso Zhao - che si era rivolto ai servizi segreti australiani - l'intelligence cinese lo aveva abbordato per reclutarlo segretamente e farlo eleggere in parlamento. Nei palazzi del potere di Canberra avrebbe dovuto fare la "spia" e riferire tutto a Pechino; in cambio avrebbe ricevuto un milione di dollari australiani. Dopo essersi rifiutato e aver rivelato tutto all'Asio (servizi segreti interni australiani) Pechino lo avrebbe accusato di tradimento, e nonostante sia ancora un'ipotesi, lo avrebbe in seguito eliminato. Un atteggiamento senza dubbio poco affabile, che se confermato, non farebbe altro che mostrare come i vecchi regimi autoritari agiscano ancora in maniera molto differente rispetto alle nostre "nuove" democrazie occidentali.

(Inside Over, 6 dicembre 2019)


Ecco perché ora nel Labour sono tutti contro Corbyn

di Pasquale Ferraro

Secondo il filosofo francese Francois Félicité-Robert de La Mennais "il passato è come una lampada posta all'ingresso del futuro". Ne sa qualcosa Jeremy Corbyn, leader del partito laburista, trascinato nell'occhio del ciclone proprio dai sospetti derivanti dal suo passato: ciò accade a pochi giorni dal voto più importante per la storia recente del Regno Unito.
   Dopo essere andato nettamente al tappeto nel duello contro il rampante - e sempre più in ascesa - Primo Ministro Boris Johnson, su Corbyn sono ripiombate come una valanga le gravi accuse, secondo le quali sarebbe un "fottuto antisemita", per dirla con le colorite parole utilizzate dalla deputata Laburista Margareth Hodge e riportate, in Italia, dal Corriere della Sera. Il sospetto di antisemitismo ha sempre aleggiato sulla figura di Corbyn, il quale pare essersi sempre impegnato a confermare i sospetti con le proprie azioni, tanto da spingere 67 esponenti del Labour Party ad acquistare una pagina sul The Guardian, per denunciare i comportamenti del leader.
   Tuttavia, a porre di nuovo sotto i riflettori la problematica non sono state le accuse dei colleghi di partito, né le numerose fughe di intellettuali e finanziatori storicamente legati ai laburisti, ma due interventi che vanno ben oltre l'orizzonte tout court del dibattito politico. Infatti, a parlarne, è stato in un editoriale sul The Times il Rabbino Ephraim Mirvis, Capo del Regno Unito e del Commonwealth, rivolgendo ai lettori e a se stesso una domanda netta e devastante per i laburisti, ossia: "che ne sarà degli ebrei e dell'ebraismo britannico se i laburisti formeranno il prossimo governo?". Fatto ancora più sorprendente è l'adesione alla preoccupazione di Mirvis dell'Arcivescovo di Canterbury - Capo spirituale della Chiesa d'Inghilterra - Justin Welby.
   Questo deriva dalle ben note simpatie di Corbyn verso organizzazioni come Hamas o Hezbollah, ampiamente dimostrate anche dalla sua partecipazione ad una cerimonia in onore di uno dei terroristi responsabili del sequestro e dell'uccisione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, per non parlare di un incontro con il leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, poco prima che la stessa organizzazione effettuasse un attentato alla sinagoga di Gerusalemme in cui rimasero uccisi quattro rabbini di cui uno Inglese. Non pago di tutto ciò partecipò anche ad una conferenza al fianco di Khaled Meshaal, leader di Hamas e già sulla "Black list" del Regno Unito. Sempre Corbyn definì "fratello" un certo Abu Azizi Umar condannato a sette ergastoli per aver cercato di realizzare un attentato in un ristorante di Gerusalemme. Tutto ciò deve essere sommato ad una derivante visone della politica internazionale nettamente contraria allo stato ebraico e accondiscendente verso le organizzazioni terroristiche di matrice araba. L'antisemitismo talvolta nascosto sotto la patina di un più sdoganato politically correct "antisionismo", nasconde invece nel profondo un odio verso il popolo ebraico e verso le sue legittime aspirazioni storiche di cui troppo spesso ambienti della sinistra radicale si macchiano nel totale oblio della stampa e del mondo intellettuale. Sicuramente tutto ciò danneggerà - e non poco - la campagna elettorale dei laburisti. A ciò potrebbe aggiungersi anche la palesata ostilità di Corbyn verso la monarchia, essendosi sempre dichiarato repubblicano.
   Questo dà la misura del dramma shakespeariano in cui si è infilata la sinistra britannica. Non rimane che attendere il risultato delle urne, rammentando le parole di W. Shakespeare nel suo "Giulio Cesare": "gli uomini in certi momenti sono padroni del loro destino, la colpa, […], non è delle nostre stelle, ma nei nostri vizi".

(l'Occidentale, 6 dicembre 2019)


«Se la sinistra non è antisemita faccia due cose per Israele»

Il ministro degli Esteri di Netanyahu chiede al governo giallorosso di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato ebraico e di sostenere le sanzioni Usa all'Iran.

di Andrea Morigi

 
Yisrael Katz
Qualcuno inizia a sfilarsi dalla raffica annuale di risoluzioni anti-Israele approvate dalle Nazioni Unite. Durante le votazioni all' assemblea generale del Palazzo di Vetro, martedì 4 dicembre, una serie di Paesi europei, undici per l'esattezza, nello specifico Germania, Repubblica Ceca, Austria, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Romania e Slovacchia, oltre a due delegazioni dell'America Latina, il Brasile e la Colombia, invece di astenersi come facevano di solito, hanno espresso il loro voto contrario alla condanna degli insediamenti ebraici nel Golan. È solo un inizio, ma Yisrael Katz, il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, si rallegra della «posizione espressa da un gruppo significativo di Paesi contro la discriminazione nei confronti di Israele». Lo giudica un progresso nella lunga lotta contro l'avversione verso Gerusalemme ed esprime la speranza che «gli altri membri dell'Unione Europea adottino presto la stessa posizione».

 Cambio di rotta
  L'Italia, la Francia e il Regno Unito ancora non hanno trovato il coraggio di opporsi, mentre Malta e, inspiegabilmente, Cipro si sono schierati con i Paesi islamici che chiedono di cancellare «l'entità sionista» prima dalla storia e poi dalle cartine geografiche.
  Ci vorrà del tempo prima di ribaltare la politica filo-araba iniziata negli anni '70 del secolo scorso dai governi democristiani in Italia. Ma lo Stato ebraico ha tutta la pazienza necessaria e sa cogliere tutti i segnali positivi.
  In visita a Milano, presso l'associazione culturale Noam, Katz anticipa i contenuti della sua offensiva diplomatica che coinvolgerà Roma. Oggi chiederà innanzitutto al suo omologo Luigi Di Maio di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi anche l'ambasciata italiana, come hanno già fatto gli Stati Uniti per primi. Sarebbe un atto simbolico, sebbene di grande significato politico, per combattere quella forma di razzismo che tenta di negare il legame fra il popolo ebraico e Israele e fra quest'ultimo e la sua capitale. In Francia da pochi giorni è stata approvata dal Parlamento una mozione che condanna l' antisionismo. «È un passo importante nella lotta all'antisemitismo e mi auguro - ha detto Katz - che altri paesi seguano l'esempio della Francia».
  Se esista una maggioranza a Montecitorio e a Palazzo Madama in grado di esprimersi in termini chiari sulle nuove dinamiche politiche e ideologiche dell'odio antiebraico, è tutto da vedere. Magari la Commissione Segre sul razzismo potrebbe provare a verificarlo. Se può servire a sensibilizzare gli animi tiepidi, è rinata in Italia l'Udai, Unione democratica amici di Israele, per combattere l'antisemitismo, soprattutto di matrice fondamentalista islamica, come tengono a sottolineare i promotori dell'iniziativa.

 Stato terrorista
  Intanto Katz incalza l'Italia ad accettare una nuova sfida: sostenere, affinché siano più efficaci, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all'Iran per esercitare la massima pressione contro uno Stato che, oltre a minacciare Israele, spara contro i propri cittadini. I rinnovati tentativi di Teheran di costruire armi atomiche e il sostegno al terrorismo internazionale dovrebbero essere sufficienti a convincere anche i più scettici. Sconfitto lo Stato Islamico, la minaccia non si è estinta: ora occorre anche «un'efficace azione militare di una coalizione arabo-occidentale guidata dagli Stati Uniti che scoraggi l'aggressione iraniana. Questi sono momenti critici», osserva Katz.
  La collaborazione con l'unica democrazia del Medio Oriente, a quel punto potrebbe proseguire con la partecipazione a un progetto per collegare i Paesi del Golfo, e anche la Libia, con una ferrovia fino all'Europa. Katz è stato ministro dei Trasporti in passato e ha reinventato le infrastrutture del Paese. Ci si può affidare alla sua competenza. E si potrebbe continuare a sviluppare la cooperazione bilaterale in settori come l'high tech, la sanità, la sicurezza, l' agricoltura.

 Corbyn
  Infine, un avvertimento ai nemici di Israele: Katz si è augurato inoltre che Jeremy Corbyn perda le prossime elezioni politiche nel Regno Unito e ha invocato come motivo le accuse rivolte al leader laburista inglese di antisemitismo. «Non voglio immischiarmi in elezioni interne - ha detto ieri alla Radio militare, citata dai media - ma personalmente spero che non sia eletto, con tutta questa ondata di antisemitismo ... Spero - ha concluso - che a vincere sia l'altra parte».
  In visita in Italia in occasione dei Med Dialogues, la conferenza internazionale organizzata da Ministero degli Esteri e Ispi, il ministro è in queste ore a Roma dove ha in agenda diversi incontri tra cui quelli odierni con il leader della Lega Matteo Salvini e il leader del Pd Nicola Zingaretti, mentre sempre oggi incontrerà una delegazione formata dalla presidente Ucei Noemi Di Segni, dal rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni e dalla presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello.

(Libero, 6 dicembre 2019)


Angela Merkel ad Auschwitz per la prima volta

Prima visita ad Auschwitz per la cancelliera tedesca Angela Merkel per celebrare il decimo anniversario dell'ente finanziato da Berlino che ha il compito di gestire il sito.

di Roberto Vivaldelli

Il Campo di sterminio nazista di Auschwitz è diventato, per il mondo, il simbolo dell'Olocausto, dello sterminio e del terrore.Venne creato dai tedeschi alla metà del 1940, nei dintorni di O?wi?cim, città polacca annessa dai Tedeschi al Terzo Reich. Il nome della città venne modificato in Auschwitz e questo divenne anche la denominazione del campo. Oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel, per la prima volta da quando è in carica, è arrivata per una visita ufficiale all'ex campo di concentramento, in occasione del decimo anniversario dell'ente finanziato da Berlino che ha il compito di gestire il sito, la Fondazione Auschwitz-Birkenau. La cancelliera ha raggiunto Auschwitz in compagnia del presidente polacco Mateusz Morawiecki e osservato un minuto di silenzio davanti la Muro della Morte dopo aver varcato il cancello con la tristemente celebre scritta "Arbeit macht frei". A metà giornata pronuncerà un discorso in memoria delle vittime dell'Olocausto.
   Come spiega l'Agi, Merkel ha annunciato la concessione di 60 milioni di euro alla Fondazione Auschwitz-Birkenau per la manutenzione del sito. Successivamente, la cancelliera visiterà anche Birkenau, a tre chilometri dal campo principale, in particolare la rampa in cui i deportati venivano "selezionati" quando scendevano dai treni trasporto animali. La causa diretta della creazione del campo, ricorda il sito ufficiale della fondazione, fu l'aumento del numero di polacchi arrestati dalla Polizia tedesca e la conseguente saturazione delle carceri. All'inizio doveva trattarsi solo di un altro dei campi di concentramento creati nell'ambito del sistema di terrore nazista fin dall'inizio degli anni Trenta. Infatti, il campo svolse questa funzione per tutto il periodo della sua esistenza, anche quando, dal 1942, divenne gradualmente il principale centro di sterminio di massa degli ebrei. La localizzazione del campo, praticamente al centro dell'Europa occupata dai nazisti, insieme al buon collegamento infrastrutturale fecero sì che le autorità tedesche decidessero di ingrandirlo a dismisura e vi deportassero persone da quasi tutto il continente europeo.
   Per tutto il suo periodo di esistenza, Auschwitz ricoprì la funzione di campo di concentramento, diventando, nel corso degli anni, il più grande dei campi tedeschi. Le forze di occupazione, nel primo periodo di esistenza del campo, vi spedirono soprattutto polacchi e persone ritenute particolarmente pericolose, quindi: membri dell'élite della nazione polacca, i principali esponenti politici, sociali e spirituali, rappresentanti degli intellettuali, della cultura, della scienza, partecipanti ai movimenti di resistenza, ufficiali militari. Col tempo, le autorità tedesche cominciarono ad inviare al Campo anche gruppi di prigionieri provenienti da altri paesi occupati, così come rom e prigionieri di guerra sovietici. Venivano registrati e marchiati con un numero. Dal 1942, all'elenco del campo vennero aggiunti e registrati anche gli ebrei dei trasporti di massa inviati allo sterminio ma che, all'atto della selezione, venivano considerati dai medici delle SS idonei al lavoro oppure scelti per esperimenti medici criminali.

(il Giornale, 6 dicembre 2019)


"Quel gran pericolo di Corbyn"

Dal ministro degli Esteri d'Israele all'ex capo delle spie inglesi. Una rivolta

Il ministro degli esteri israeliano Israel Katz si è augurato che Jeremy Corbyn perda le prossime elezioni politiche e ha invocato come motivo le accuse rivolte al leader laburista inglese di antisemitismo. "Non voglio immischiarmi in elezioni interne - ha detto Katz alla Radio militare - ma personalmente spero che non sia eletto, con tutta questa ondata di antisemitismo... Spero che a vincere sia l'altra parte". Si fatica ormai persino a tenere il conto delle voci ebraiche che scongiurano una elezione del Labour. La scorsa settimana era stato il rabbino capo d'Inghilterra, Ephraim Mirvis, a scendere in campo parlando di un'eventuale elezione di Corbyn come di una sciagura per gli ebrei. Anche l'ex capo dell'MI6 ha definito il leader laburista come un pericolo per la sicurezza nazionale. Sir Richard Dearlove ha spiegato che Corbyn rappresenterebbe un "pericolo per il nostro paese" se avesse accesso a documenti top secret. "Oggi, nella casa della democrazia parlamentare, ci troviamo di fronte alla possibilità che un leader del Partito laburista che una volta preferiva il modello politico ed economico della Germania dell'est possa diventare primo ministro" ha scritto Dearlove. "Non penso nemmeno al rischio di consegnare a questo politico le chiavi del numero 10". E qui le due denunce, di parte ebraica e dell'establishment di sicurezza, convergono. Corbyn, infatti, ha abbracciato organizzazioni terroristiche come Hamas e Hezbollah, ha prestato il suo volto alla tv del regime iraniano Press Tv e sostiene regimi come il Venezuela di Maduro o, negli anni Novanta, la Serbia di Milosevic. "Corbyn ha le opinioni più radicali sulla sicurezza nazionale di qualsiasi leader nella storia del Partito laburista" scrive l'Economist. Non ha soltanto flirtato con i nemici degli ebrei e di Israele, ma anche della democrazia occidentale.

(Il Foglio, 6 dicembre 2019)


Poveri ma kosher alla mensa ultraortodossa

Gestita dal movimento Chabad Lubavitch, è l'unica a Milano a fornire piatti cucinati secondo la tradizione ebraica. Un presidio aperto a tutti, ovviamente musulmani compresi.

di Luigi Mastrodonato

 
MiLANO. Beteavòn, "buon appetito". È questo il nome che nel 2014 la scuola del Merkos di via delle Forze Armate, a Milano, ha dato a quella che è la prima e al momento unica cucina sociale kosher in città. Un nome che è anche un auspicio per tutte quelle persone bisognose che qui possono trovare dei pasti pronti e gratuiti.
  L'associazione del Merkos è il ramo educativo del movimento ebraico Chabad Lubavitch, dottrina ultra ortodossa nata in Bielorussia e diffusissima nel mondo. Chabad è l'acronimo di Chochmah, Binah, Da'at, cioè saggezza, comprensione e conoscenza, mentre Lubavitch significa "città dell'amore" ed è il nome del villaggio russo dove tutto iniziò a metà del 1700.
  La scuola milanese esiste dal 1959 e quest'anno festeggia i suoi cinquant'anni. Da piccolo asilo nido si è trasformata in un grande istituto che arriva fino al liceo e che conta oltre 200 alunni. Ebrei soprattutto, ma non solo, che studiano le materie scolastiche classiche e dedicano anche qualche ora alla preghiera. All'inizio l'alimentazione dell'istituto era curata da servizi di catering, ma i costi si sono rivelati insostenibili. Da qui la scelta di dotarsi di una mensa interna. Poi , però, si è deciso di andare oltre. «Ci siamo resi conto che con un piccolo sforzo ulteriore potevamo incidere sul territorio: così è nata l'idea di creare una cucina sociale», spiega il rabbino Rav Igal Hazan, direttore dell'iniziativa. «Peraltro mancava un'offerta kosher a Milano e abbiamo voluto colmare questo vuoto». Così i volontari del Merkos hanno preso postazione dietro ai fornelli e si sono messi a cucinare, fedeli alle regole della Kasherut: carne e latticini non possono essere mescolati, carni come il maiale e il coniglio non sono consentite e la macellazione va eseguita da un rabbino. Dalla cucina escono pietanze della tradizione ebraica, come la Challah, tipico pane intrecciato, o lo Shakshuka, una mistura di uova e verdure.

 Cl vorrebbe un amico
  Una parte finisce sui tavoli degli alunni, un'altra entra nel circuito dell'assistenza sociale. Quello della povertà è infatti un problema molto sentito a Milano: nel solo 2018, rivela la Caritas, sono state 18 mila le famiglie che hanno chiesto un qualche tipo di aiuto alimentare. Ogni mese alla Beteavòn vengono cucinati 1.500 pasti, 50 mila nei primi quattro anni di attività. Cinquanta volontari cucinano, impacchettano e distribuiscono casa per casa insieme alla Caritas. La mensa, infatti, sorge nel Municipio 7 di Milano, ma grazie alla donazione di una macchina i volontari hanno ampliato il loro raggio d'azione e portano cibo anche in altre zone della città.
  Spesso il disagio economico non è l'unico criterio di aiuto. «In una metropoli come Milano esiste anche un problema di solitudine» sottolinea il rabbino. «Il pasto è il momento conviviale per eccellenza, a tutti piace arrivare a casa e avere qualcosa di caldo che ci aspetta, ma per molti non è possibile. I volontari parlano e aiutano le persone a sentirsi meno sole». Come i ricoverati in ospedale, i disoccupati, gli anziani. Con una coppia sopravvissuta alla Shoah i volontari hanno creato un legame molto stretto. «La distribuzione del cibo è diventato un modo per conoscerli, gli ha permesso di raccontare la loro storia, di aprirsi e liberare emozioni forti», sottolinea il rabbino. Il pasto può diventare un pretesto per aiutare le persone». Il lavoro dei volontari, poi, non si esaurisce nel servizio a domicilio. Due volte a settimana si spostano in piazza, in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio.
  È una fredda serata autunnale e diverse decine di persone stanno ordinatamente in fila davanti alla stazione ferroviaria di Porta Garibaldi. Attendono di ricevere il piatto kosher cucinato dai volontari della Beteavòn. Ci sono cinesi, ecuadoregni, magrebini, egiziani, italiani. Nessuna discriminazione religiosa. Molti di coloro che sono in fila sono di fede musulmana. La natura kosher delle pietanze li tutela, perché l'alimentazione ebraica ha tratti comuni con i cibi halal islamici.ad esempio il divieto di mangiare maiale.

 In strada con i City Angels
  In piazza l'aria è rilassata, le persone si conoscono, scambiano battute. «Vengono più o meno sempre gli stessi, in maggioranza senza dimora», spiega Marco, uno dei volontari della mensa. «Si passano la voce e si ritrovano qui. Non ci sono liste: vieni, ti metti in coda e ritiri il piatto». Terminata la distribuzione del cibo, i volontari tirano fuori i vestiti. Una signora chiede se c'è una taglia più grande di un impermeabile, un ragazzo tunisino prova un paio di scarpe. «È gente che ha bisogno di aiuto e noi cerchiamo di dargli una mano sotto tutti i punti di vista», racconta Marco.
  Presto la cucina sociale Beteavòn si arricchirà di un ulteriore progetto. Si chiama "Una mano per …" e riguarderà la distribuzione di cento pasti al giorno ai migranti che si trovano a Milano. Verranno coinvolti i City Angels e le istituzioni, ma il centro di tutto sarà ancora una volta la scuola del Merkos, dove i volontari prepareranno i pasti. «Vogliamo essere un modello per altre realtà pubbliche e private affinché mettano le loro strutture al servizio della società, come è per la nostra cucina», conclude il rabbino. «Siamo una briciola nel contesto sociale milanese, nel nostro piccolo sentiamo però di stare facendo qualcosa di importante».

(Venerdì di Repubblica, 6 dicembre 2019)


«In Cisgiordania giovani imprenditori che hanno voglia di fare. Oltre la politica»

La vice-ministra agli Esteri Marina Sereni: «C'è pessimismo sul percorso negoziale, ma una nuova generazione vuole tirarsi fuori». L'incontro con l'omologa israeliana Tzipi Hotove]y: «Un dialogo franco, come si fa tra amici».

di Barbara Uglietti

 
Marina Sereni
E' appena rientrata da una missione in Medio Oriente, la vice-ministra degli Esteri Marina Sereni, e, con (rara) franchezza, prova a fare spazio tra i problemi che da anni bloccano la regione per spostare il ragionamento su quello che «intanto» si può fare. Il suo viaggio è iniziato da Ramallah in Cisgiordania - dove ha aperto il Joint Business Forum: summit italo-palestinese che punta a rafforzare la partnership economica tra i due Paesi - e si è concluso a Gerusalemme.

- Voi siete andati a parlare di business e sviluppo e il premier palestinese Mohammed Shtayyeh ha chiesto che l'Italia riconosca la Palestina come Stato.
  Sì. E noi abbiamo ribadito la nostra posizione: non siamo contrari al riconoscimento dello Stato palestinese, ma pensiamo che questa carta vada giocata sul tavolo del negoziato. Shtayyeh ha però impostato il suo discorso soprattutto sulle prospettive economiche. Mi è sembrato particolarmente ricettivo su un punto: creare ricchezza e lavoro può essere la chiave per far ripartire il processo di pace, dentro l'orizzonte dei "Due Stati".

- Una prospettiva cui i palestinesi per primi sembrano non credere più.Perché non c'è continuità territoriale in Cisgiordania. E perché gli interlocutori non sono due ma tre, visto ci sono di mezzo pure gli estremisti di Gaza, non esattamente in sintonia con l' Anp.
  È nostro preciso dovere sostenere la soluzione dei "Due Stati", che ha una sua logica sotto il profilo della legalità internazionale. Detto questo, è vero: sul territorio l'idea sta perdendo concretezza, soprattutto tra i ragazzi palestinesi, che sembrano più tentati da una "One State Solution" realizzata con pari diritti per tutti. Obiettivo interessante sulla carta, ma irrealistico. Al netto di un pessimismo diffuso sul percorso negoziale, c'è però molta voglia di fare, in Cisgiordania. C'è molta determinazione. C'è una generazione di giovani imprenditori che vuole tirarsi fuori. E che ci chiede collaborazione.

- In quali settori?
  I tradizionali: agricoltura, turismo e infrastrutture. Ma cresce molto l'hi-tech. Il premier Shtayyeh si è detto pronto a predisporre regole amministrative per facilitare le aziende straniere. Sappiamo che qui si viene a fare un "business unusual", ma è un'opportunità. Soprattutto adesso che stiamo assistendo alla nascita di una "nuova" Europa, più flessibile.

- Poche settimane fa la "vecchia'' Europa ha fatto infuriare Gerusalemme sul tema delle etichettature dei prodotti provenienti dai Territori (non dovranno più recare la dicitura «Made in lsrael»). Tanta solerzia è stata letta come una presa di posizione politica contro un Paese peraltro già costretto a confrontarsi con inaccettabili operazioni di boicottaggio internazionale. Lei ha incontrato la sua omologa israeliana, Tzipi Hotovely (Likud). Ne avete parlato?
  Certo. Ho ribadito che non è stata una decisione contro Israele ma a tutela dei consumatori europei. E ha manifestato con limpidezza il suo dissenso. Ricollocando al centro dell'attenzione i gravi problemi di sicurezza che Israele deve affrontare ogni giorno, a cominciare dalla minaccia iraniana. Ma è chiaro che non si può andare d'accordo su tutto. Una divergenza di opinioni è inevitabile in un dialogo sincero tra amici. E Israele, su questo non ci sono dubbi, è nostro amico.

(Avvenire, 6 dicembre 2019)


Gli israeliani senza burro, lo yogurt rende di più

Se ne produce meno perché i prezzi sono bloccati

di Marta 0liveri

 
In Israele il blocco dei prezzi del burro ha determinato il calo della produzione e gli israeliani ripiegano sugli yogurt. I panetti latitano sugli scaffali dei negozi. Oggi è diventato davvero difficile trovare un panetto di burro al supermercato o in un negozio di alimentari a Gerusalemme come a Tel Aviv. Chi riesce a comprarlo è come se avesse vinto la lotteria. I rifornimenti sono lasciati in balia della sorte e i panetti spariscono appena vengono esposti. Alcuni negozi preferiscono razionarli, limitando l'acquisto a 200 grammi di burro per cliente. La carenza di burro da temporanea, com'era inizialmente, è diventata poi, nel corso dei mesi, ormai cronica oggi, secondo quanto ha riportato Le Figaro.
   Il fenomeno è collegato a una pluralità di fattori: il calo della produzione locale, la diminuzione delle importazioni e l'aumento dei consumi a scapito della margarina, prodotto considerato di bassa qualità. Alcuni specialisti vi vedono una conseguenza del controllo dei prezzi e della posizione dominante sul mercato dello storico gruppo Tnuva, cooperativa che raggruppa persone dei kibbutzim e dei mochavim di Israele (villaggi formati da aziende familiari riunite in cooperativa). Pretendono che i fornitori di prodotti lattieri ignorino la richiesta di burro con l'obiettivo di protestare contro il controllo dei prezzi dal momento che è proprio a causa di questo blocco dei prezzi che, dicono, subiscono perdite finanziarie. Questi produttori preferiscono utilizzare il latte per produrre yogurt perché i prezzi di questo alimento non sono bloccati dal governo.
   Sebbene Tnuva, che controlla il 50% del mercato lattiero-caseario, abbia aumentato la propria produzione di burro del 28%, non ha risposto alla domanda complessiva. Il gruppo agroalimentare dovrà fare un altro sforzo supplementare in una terra, che secondo la Bibbia, va avanti con latte e miele.

(ItaliaOggi, 6 dicembre 2019)


Tikkun Olam, dalla tradizione alla contemporaneità

Storia e complessità di un valore ebraico, attualmente di moda

di Silvia Gambino

Un ebreo americano va in vacanza in Israele, sale su un taxi e tra una chiacchiera e l'altra domanda al conducente: "Com'è che si dice tikkun olam in ebraico?". Questa barzelletta fa il verso alla popolarità - o meglio, a un presunto abuso - dell'espressione tikkun olam negli ambienti ebraici progressisti. Di tikkun olam si sente effettivamente parlare spesso, e in un modo che alle volte suggerisce quasi un suo appartenere ai must have dell'ultima stagione: dove vai oggi senza lo zenzero, lo spazzolino di bambù e il tikkun olam? Naturalmente, chi utilizza questa espressione nel contesto contemporaneo non lo fa certo con l'intenzione di inflazionare il suo valore. Ma rimane vero che le parole, quando diventano molto popolari, corrono il rischio di essere impiegate a sproposito, o comunque di dover rinunciare a una parte della loro storia e complessità. Perché ciò non accada, può essere utile fare un piccolo viaggio alla scoperta delle origini del concetto e della sua evoluzione.

 Tikkun Olam: le origini dell'espressione
  Nella Bibbia e nel Talmud di tikkun olam non si parla. L'espressione mipnei tikkun ha-olam (dove mipnei si tradurrebbe con "a favore, per la giusta causa di") compare per la prima volta nella Mishnah (200 e.v. circa) e, come spiega My Jewish Learning, "si riferisce a norme di politica sociale volte a garantire una protezione supplementare alle categorie potenzialmente più deboli: sono norme di tikkun olam quelle, ad esempio, che stabiliscono le condizioni per la stesura dei documenti di divorzio e per l'affrancamento degli schiavi".
  L'espressione tikkun olam si traduce letteralmente come "riparazione del mondo", ma - precisa Tzvi Freeman su Chabad.org - le due parole che la compongono includono una molteplicità di significati: "Tikkun è spesso tradotto come riparazione. Ma nella Bibbia ebraica e nell'antico codice normativo della Mishnah può significare anche "migliorare, aggiustare, preparare, o semplicemente, "fare qualcosa con". Tikkun poteva essere usato per descrivere il raddrizzamento di un bastone storto, la manutenzione di una strada, il taglio delle unghie, l'apparecchiatura di una tavola, o l'atto di escogitare una parabola per spiegare un concetto complicato. Olam in ebraico biblico significa "di tutti i tempi, di sempre". Nell'ebraico più tardo, ha assunto il significato di "mondo". Tikkun olam perciò letteralmente significa fare qualcosa al mondo che non solo ripari i suoi danni ma anche che lo migliori, preparando il suo accesso allo stato ultimo per il quale esso fu creato".
  Rabbi Jeremy Schwartz su Reconstructing Judaism aggiunge: "Talvolta i primi rabbini utilizzavano l'espressione più in generale col significato di "rendere il mondo un luogo abitabile e abitato". Così descrivevano il dono divino della pioggia come un atto di tikkun olam e una femmina di uccello che covava nel suo nido come un'agente di tikkun olam. Il primo uso attestato dell'espressione si trova nella preghiera di Aleinu e in particolare nel verso che riflette la speranza di l'taken olam b'malhut Shaddai, "riparare il mondo con la maestà dell'Onnipotente". Considerati gli altri usi che i rabbini del tempo facevano dell'espressione, l'intento originale della preghiera sembrerebbe quello di sperare nella venuta di un tempo in cui il mondo sarà ordinato, abitabile e abitato, grazie all'accettazione e alla fedeltà universale al governo divino".

 Il Tikkun Olam nella Cabala luriana
  Il concetto di tikkun olam viene ad assumere una valenza centrale nel pensiero della Cabala luriana, secondo la quale Dio, quando creò il mondo, "contrasse" il suo essere divino (tzimtzum) per potergli permettere di esistere. La luce divina arrivò nel mondo all'interno di speciali contenitori chiamati kelim (nel prosaico ebraico moderno la stessa parola indica le stoviglie dei pasti, o un insieme generico di utensili), che in parte andarono in frantumi e si dispersero. Parte della luce riuscì a far ritorno alla fonte divina, ma un'altra parte rimase impigliata ai frammenti dei kelim. Le scintille divine incapaci di liberarsi dai frammenti rappresentano il bene e il male che nel mondo si mescolano. "Secondo la tesi luriana", continua l'articolo di My Jewish Learning, "il primo uomo, Adamo, era destinato a liberare queste scintille divine attraverso la pratica mistica, ma il suo peccato si mise di mezzo. Il risultato fu che il bene e il male rimasero accuratamente mischiati nel creato e che anche le anime umane (prima contenute in quella di Adamo) caddero prigioniere dei frammenti".
  Tikkun olam indicherebbe perciò il compito di liberazione doppia a cui ognuno è chiamato: liberazione delle scintille divine e delle anime dai frammenti in cui sono imprigionate (il mondo materiale), attraverso un'azione di birur, ossia di separazione del bene dal male. Le scintille possono trovarsi ovunque e saperle riconoscere richiede un vero e proprio allenamento dello spirito. "Il racconto lurianico delle scintille ci insegna che il tikkun olam non è solo un'attività comunitaria, sociale o politica; riguarda anche un lavoro interiore e spirituale. Coinvolge la capacità di riconoscere la "luce" in noi stessi e negli altri e imparare come farla splendere", continua Rabbi Schwartz. A ciò è legato il racconto della creazione del mondo in cui si dice a più riprese che Dio, osservando il completamento di ogni opera, conclude che essa è "cosa buona": "Penso che il messaggio più importante del racconto ebraico della creazione, in riferimento ai nostri tentativi di migliorare il mondo, è che ci insegna a guardare a esso come intrinsecamente o potenzialmente buono. La nostra tradizione non incoraggia il pensiero ingenuo che nessuno voglia fare del male a nessuno, ma allo stesso tempo considera che le cose possano essere buone. Lo stato di natura non è la "legge della giungla" o "ci odiano tutti" o "loro (chiunque questi "loro" siano) capiscono solo le maniere forti". Siamo tutti creati a immagine divina e lo stato di natura è buono. Il nostro compito è muoverci verso quella buona direzione".

 Il tikkun olam nella contemporaneità
  L'uso dell'espressione tikkun olam nel contesto dell'impegno per la giustizia sociale prende piede durante gli anni Cinquanta. Come per i rabbini del tempo della Mishnah, si tratta sempre di rendere il mondo "più abitabile e abitato", ma non più (o non più solo) attraverso le mitzvot e lo studio della Torah, ma portando avanti battaglie a favore dell'uguaglianza, dell'ambiente, dell'aiuto ai più deboli. Il legame con la tradizione, lungi dall'essere stato dimenticato, è ben presente. Scrive Andrés Spokoiny su Jewish Funders Network: "Tikkun olam [nel suo significato contemporaneo] è collegato a un'idea fondamentale e intramontabile della teologia ebraica: che gli esseri umani abbiano la responsabilità di completare la creazione di Dio e migliorare il mondo. Il concetto attinge anche abbondantemente dalla Torah e dalle visioni profetiche di giustizia e pace che evidenziano la capacità umana di farle divenire realtà".
  Nel processo di trasposizione dalla tradizione alla modernità, tuttavia, secondo alcuni è avvenuto che il concetto finisse banalizzato, inflazionato, usato a sproposito. Soprattutto, che diventasse la bandiera di un'unica corrente ideologico-politica, quella progressiva e liberale. Secondo David Bernstein su Jewish Journal, molti movimenti ebraici che si dicono ispirati al tikkun olam tendono a escludere o scoraggiare la partecipazione di voci diverse (nel caso americano, dei conservatori), e questo è controproducente per l'unità delle comunità ebraiche e il raggiungimento del tikkun olam stesso.
  Bernstein cita alcuni esempi di tentativi di tikkun olam inclusivo. Tra questi, quello portato avanti da Rabbi David Stern della sinagoga reform Emanu-El di Dallas, che ha creato nella comunità un gruppo formato da liberali e conservatori che ha il compito di discutere e prendere decisioni su materie di impegno sociale. Rabbi Stern dichiara: "Nel momento in cui limitiamo l'idea di tikkun olam a una particolare visione politica, non solo diventiamo meno effettivi, ma soprattutto non siamo ciò che dovremmo essere in quanto comunità".
  Secondo Spokoiny, il segreto per non svuotare di significato il tikkun olam è fuggire l'approccio riduzionistico: "Il tikkun olam è un aspetto importante dell'ebraismo, ma non è l'ebraismo. Ogni tentativo di ridurre l'ebraismo a una delle sue componenti è problematico e in ultima analisi controproducente. (…) Oggi, quelli che credono nell'importanza del tikkun olam devono portarlo avanti nella ricchezza e complessità della tradizione ebraica. Ciò richiede anche il coraggio di affrontare quegli aspetti dell'ebraismo che per la modernità sono problematici".
  E, conclude, è importante capire che tikkun olam è un valore ebraico che trascende gli schieramenti ideologici e politici della società laica: "Conservatori e liberali devono guardare alla fonti ebraiche con onestà intellettuale. I valori ebraici non sono né conservatori né liberali: sono ebraici e basta. Sono evoluti attraverso i millenni e portano un carico di contraddizioni e tensioni intrinseche. In effetti, l'ebraismo riguarda in gran parte la ricerca dell'equilibrio tra valori confliggenti, ma egualmente importanti. La ricchezza dell'ebraismo è che offre "una casa con molte stanze" nella quale persone con convinzioni diverse possono trovare ispirazione e saggezza".

(JoiMag, 5 dicembre 2019)



Israele: probabili elezioni per la terza volta

In seguito all'annuncio del capo del partito di destra Yisrael Beytenu, Avigdor Lieberman, diventa sempre più probabile per Israele l'opzione di indire nuove elezioni entro due o tre mesi.
In particolare, il 5 dicembre, Lieberman ha affermato che non è disposto a creare alleanze volte a formare un governo ristretto di destra né un governo di unità nazionale, che vedrebbe eventualmente a capo il primo ministro Benjamin Netanyahu, del partito Likud. Allo stesso modo, Lieberman ha rifiutato qualsiasi coalizione anche con i partiti religiosi e di opposizione, tra cui Blue and White di Benny Gantz, il secondo vincitore alle ultime elezioni del 17 settembre scorso.
   Yisrael Beytenu detiene otto seggi parlamentari e risulta svolgere un ruolo rilevante per la formazione del prossimo esecutivo di Israele, in quanto sue eventuali alleanze determinerebbero equilibri e giochi di potere. Precedentemente, il 3 dicembre, Lieberman aveva affermato che sarebbe stato disposto a partecipare ad un governo ristretto di destra guidato da Netanyahu, nel caso in cui Blue And White non avrebbe lasciato spazio al premier per continuare ad esercitare il mandato per primo anche nel futuro esecutivo.
   Di fronte al fallimento sia di Netanyahu sia di Gantz nel raggiungere un'alleanza volta a presentare un nuovo governo per Israele, si era inizialmente deciso di creare un'alleanza tra i partiti delle due parti, in cui la carica di primo ministro sarebbe stata assunta a rotazione per un determinato periodo di tempo. Netanyahu ha fin da subito insistito per essere il primo. Tuttavia, un incontro tenutosi tra i due contendenti, il 3 dicembre, nel tentativo di raggiungere un'intesa, ha messo nuovamente in luce le numerose e ampie divergenze tra le parti.
   Alla luce della situazione di stallo creatasi, Lieberman ha altresì dichiarato che le prossime elezioni potrebbero creare un clima altrettanto difficile da affrontare, in cui la società israeliana potrebbe assistere a fratture pericolose. Anche nell'eventualità in cui Netanyahu si tiri indietro, il panorama politico non cambierebbe e qualsiasi futuro premier, a detta di Lieberman, avrà numerosi ostacoli davanti a sé.
   Il capo di Stato, Reuven Rivlin, ha commentato il quadro attuale, evidenziando come Israele si ritrovi in una situazione strana ed imbarazzante, a causa di una persistente crisi politica. Inoltre, il presidente si è altresì detto pronto a concedere l'assoluzione a Netanyahu, nel caso in cui dovesse essere definitivamente incriminato a causa delle accuse precedentemente presentate di frode, corruzione e abuso d'ufficio.
   È del 20 novembre scorso la notizia con cui Benny Gantz aveva annunciato di non essere stato in grado di formare coalizioni in vista di un nuovo governo. Lo stesso, era accaduto per Netanyahu, il quale aveva ricevuto l'incarico il 21 ottobre scorso. Il partito di Gantz, di centro-destra, è risultato il maggiore vincitore nelle elezioni di settembre, con 33 seggi, rispetto ai 31 di Likud. Tuttavia, anche Blue and White era lontano dai 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza parlamentare e, di conseguenza, dall'incarico di formare un governo da solo.
   Nel caso in cui dovessero essere confermate nuove elezioni, queste sarebbero le terze da aprile 2019. Prima di ritornare alle urne, vi è, però, un'altra strada da poter intraprendere. Nello specifico, uno dei 120 membri della Knesset dovrebbe raggiungere 61 firme da parte degli altri deputati, dopodiché avrebbe 14 giorni per formare un nuovo esecutivo.
   Anche precedentemente, in seguito alle elezioni del 9 aprile 2019, Netanyahu non era stato in grado di formare una coalizione da porre alla guida di Israele, nonostante il suo partito, Likud, insieme agli alleati di destra, avesse ottenuto la maggioranza dei seggi. Ciò aveva portato il parlamento, il 30 maggio, a indire nuove elezioni.
   In tale quadro, Netanyahu, è stato formalmente incriminato, il 21 novembre, con le accuse di frode, corruzione e abuso d'ufficio. Si tratta del primo caso nella storia di Israele in cui un premier è accusato di reati penali. La decisione potrebbe porre fine alla carriera di Netanyahu, il cui governo è considerato il più longevo del Paese.

(Sicurezza Internazionale, 5 dicembre 2019)


L'Europa si sveglia e critica (finalmente) il programma balistico iraniano

Gran Bretagna, Francia e Germania scrivono al Segretario Generale dell'ONU per denunciare il programma balistico iraniano e come tale programma violi una risoluzione ONU del 2015

di Sarah G. Frankl

 
L'Europa ha finalmente scoperto che gli iraniani stanno lavorando a un programma balistico direttamente legato al suo programma nucleare.
  Francia, Germania e Regno Unito hanno denunciato il fatto che "lo sviluppo iraniano di missili balistici a capacità nucleare" va contro una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che invita Teheran a non intraprendere alcuna attività relativa a tali missili.
  Gli ambasciatori delle tre nazioni europee hanno scritto una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nella quale denunciano che il programma balistico iraniano è "incoerente" con una risoluzione delle Nazioni Unite del 2015 sul programma nucleare iraniano nella quale si vieta esplicitamente all'Iran di produrre missili in grado di trasportare armi nucleari.
  La lettera cita un test iraniano dello scorso 22 aprile 2019 nel quale Teheran ha usato una variante dei missili Shahab-3 equipaggiata con componentistica indicata per il trasporto di armi nucleari e chiede al Segretario Generale dell'ONU di riferire al Consiglio di Sicurezza.
  La lettera cita anche un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) del 2015 nel quale si esprimono dubbi su test condotti con missili Shahab-3 giudicati "potenzialmente in grado di trasportare testate atomiche".
  Lo stesso rapporto della AIEA cita testualmente "prove estese" che indicano come l'Iran tra il 2002 e il 2003 abbia condotto test balistici sullo Shahab-3 mirati a configurare il missile al trasporto di armi nucleari.
  Ora viene da chiedersi dov'era l'Europa quando il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, denunciava (anche alle Nazioni Unite) che l'Iran stava eseguendo test missilistici volti ad implementare vettori in grado di trasportare armi nucleari.
  Dov'era l'Europa quando l'AIEA produceva i suoi allarmanti rapporti sui test svolti sui missili Shahab-3?
  Ma soprattutto, cosa vuol dire questa lettera di Gran Bretagna, Francia e Germania? Che l'Unione Europea intende cambiare il suo atteggiamento servile verso Teheran, oppure è solo un contentino giusto per far vedere che sono attenti a quello che fa l'Iran? Attenti per modo di dire visto che ci sono voluti mesi da quel 22 aprile 2019 per arrivare a una denuncia che non riguarda nemmeno tutta la UE.
  Per esempio, perché il nuovo "ministro degli esteri europeo" Josep Borrell non ha controfirmato la lettera inviata ad Antonio Guterres? Significa che comunque, nonostante le evidenze, l'Unione Europea intende continuare con la linea genuflessa verso Teheran impostata da Federica Mogherini? Di certo Borrel è un amico degli Ayatollah iraniani e questo non lascia ben sperare.
  Rimane il fatto che ormai è chiaro a tutti che il programma balistico iraniano è volto essenzialmente a produrre vettori in grado di trasportare armi atomiche ed è strettamente legato al programma nucleare iraniano. Solo chi è in malafede continua a negarlo.

(Rights Reporters, 5 dicembre 2019)


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Medio Oriente: Iran vs Israele, con la complicità dell'Ue

di Davide Racca

L'acuirsi delle tensioni tra Iran e Israele sembra non interessare i banchieri di Bruxelles, sempre più impegnati nella condanna delle politiche "espansionistiche" del governo di Tel Aviv e nel tentare in più modi di opporsi a un irrigidimento delle sanzioni contro Teheran.
In questo senso vanno le dichiarazioni dell'ex Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini, rese il 19 novembre scorso. Lady Pesc ha tenuto a sottolineare, casomai ce ne fosse bisogno, che la posizione dell'Unione europea sulla politica degli insediamenti israeliana "è chiara e rimane invariata: tutte le attività di insediamento sono illegali ai sensi del diritto internazionale ed erodono la fattibilità della soluzione a due Stati e le prospettive di una pace duratura, come ribadito dalle Nazioni Unite nella risoluzione del Consiglio di sicurezza 2334".
   Per la Mogherini, il cui ruolo di sostegno a qualunque fazione sia impegnata in funzione anti-israeliana non sembra venire meno, l'Ue continuerà a sostenere una ripresa dei negoziati a due Stati che, a suo dire, rappresenterebbe l'unico soluzione "realistica e praticabile" improntata a soddisfare le legittime aspirazioni di entrambe le parti.
   Tutto questo mentre a Bruxelles, in apparenza, si persiste nel tentativo di mediazione che porti alla stabilizzazione dell'area mediorientale che coinvolga innanzitutto l'Iran. Secondo la Mogherini, "siamo pronti a supportare qualsiasi iniziativa che consideri la regione stessa come attore chiave per l'avvio di un percorso pacifico di sviluppo e cooperazione".
   Ma i buoni propositi palesati dall'ex Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza sembrano non interessare la leadership di Teheran che, secondo quanto annunciato dal presidente Hassan Rouhani, avrebbe ripreso il processo di arricchimento dell'uranio per consentire la prosecuzione del piano di sviluppo del nucleare ufficialmente a scopo civile. Appare banale sottolineare che tale decisione si scontri con l'Accordo sul nucleare iraniano in cui l'Unione Europea si impegnò con Russia, Cina e Nazioni Unite allo scopo di ammorbidire il regime sciita di Teheran sul programma di proliferazione nucleare del Paese che si registra, comunque, in costante evoluzione. L'atteggiamento intransigente degli iraniani non ha comunque smosso la Mogherini dalle sue posizioni, peraltro incomprensibili, spingendola a dichiarare: "Sappiamo perfettamente come comportarci nei momenti di tensione come questo. Sono convinta che la regione abbia acquisito sufficiente consapevolezza per aprirsi verso ogni iniziativa di cooperazione".
   Sarà anche come dice lei, ma dal Medio Oriente le notizie non sembrano percorrere la stessa linea di pensiero seguita da Bruxelles.
   Solo nelle ultime ore, infatti, l'aviazione israeliana ha dovuto rintuzzare l'ennesimo tentativo di aggressione da parte delle milizie sciite nel nord del Paese condotta con il lancio, ormai quasi quotidiano, di missili dalle basi in territorio siriano. L'attacco dei cacciabombardieri con la Stella di David è stato condotto nei pressi dell'aeroporto militare di Al Bochmal, nella Siria orientale con circa 20 obiettivi colpiti, tra i quali il quartier generale e i depositi di munizioni della forza Quds .
   Nel mese scorso, a seguito delle varie aggressioni perpetrate nel territorio israeliano, sono stati numerosi i raid compiuti dall'aviazione di Gerusalemme che hanno preso di mira le aree circostanti l'aeroporto di Damasco dove sono ospitate le basi di Hezbollah e delle Guardie rivoluzionarie iraniane e le rampe di lancio dei missili puntati su Israele.
   A seguito delle continue provocazioni iraniane, verrà probabilmente esaudita la formale richiesta del generale americano Frank McKenzie, supportata dalle autorità di Israele, avanzata al Dipartimento di Stato Usa in relazione all'invio di ulteriori navi, piattaforme di difesa antimissile e truppe. La decisione rispetto al possibile dispiegamento di circa 14,000 soldati, in aggiunta ai circa 15,000 già operanti nell'area, sarà presa entro i prossimi giorni dall'amministrazione Trump, venendo incontro alle pressanti richieste di Israele relative a un più deciso contrasto alla politica aggressiva dell'Iran rivolta allo Stato ebraico. Ma di tutto questo la Mogherini non si è accorta.

(ofcs.report, 5 dicembre 2019)


In Francia l'antisemitismo ora divide il Parlamento

Varata, ma senza la maggioranza dell'Aula, una risoluzione che vuole includere nel fenomeno sempre più diffuso le critiche al sionismo e alla politica del governo israeliano Gerusalemme: «Passo importante».

541
sono gli atti antisemiti recensiti in Francia nel 2018 dal Ministero dell'Interno
74%
è l'aumento rispetto al 2017 degli attacchi a esponenti di fede ebraica in Francia
107
il numero di tombe profanate, martedì, nel cimitero ebraico di Westhoffen, in Alsazia

di Daniele Zappalà

PARIGI - Le ricerche recenti lo attestano: il virus dell'antisemitismo continua a propagarsi nelle contrade francesi, obbligando le autorità transalpine a correre ai ripari con nuovi mezzi di lotta. Ma persino gli esiti di questa doverosa azione pubblica possono talora suscitare controversie, come si è visto nelle ultime ore a proposito dell'aspro dibattito, non solo politico, suscitato dal varo di una risoluzione della maggioranza presidenziale di Macron (La République en marche) che vuole includere le critiche delle teorie sioniste e della politica del governo israeliano nel novero dell'antisemitismo. La risoluzione integra la definizione di antisemitismo proposta dall'Alleanza internazionale per la memoria della Shoah (Ihra), criticata però dal mondo universitario che contesta una presunta "confusione" fra gli atti d'antisemitismo e le opinioni contrarie al sionismo.
   Promossa dal deputato macroniano Sylvain Maillard, la risoluzione è stata alla fine approvata senza la maggioranza assoluta dei parlamentari all'Assemblée Nationale: 154 deputati favorevoli e 72 contrari, a fronte di 577 poltrone. In primis, del resto, solo un terzo dei deputati della maggioranza aveva firmato la bozza, sullo sfondo di critiche piovute dal mondo intellettuale e associativo, oltre che dall'opposizione. La mozione ha ricevuto ieri il plauso di Israel Katz, capo della diplomazia israeliana: «Questa decisione conferma la dichiarazione del presidente Macron che l'antisionismo è una formula reinventata dell'antisemitismo». Definendo il testo come «un passo importante nella lotta all'antisemitismo», il ministro israeliano ha pure auspicato «che altri Paesi seguano l'esempio della Francia». In occasione dell'ultima cena annuale del Crif (Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia), Macron aveva promesso «atti incisivi», sullo sfondo pure di un'accelerazione negli ultimi anni delle partenze di cittadini ebrei francesi verso Israele (Aliyah). Un fenomeno spesso associato dagli studiosi alla recrudescenza dell'antisemitismo in Francia. Ieri, recandosi presso il cimitero ebraico alsaziano di Westhoffen appena profanato, il ministro dell'Interno Christophe Castaner ha inoltre annunciato la creazione di un «Ufficio nazionale di lotta contro l'odio» per coordinare «l'insieme delle inchieste sugli atti antisemiti, antimusulmani, anticristiani» commessi nel Paese. Secondo gli esperti, l'odio antireligioso può avere moventi sociali e ideologici molto diversi. Ma nel caso dell'antisemitismo, le preoccupazioni si concentrano in Francia su due tronconi: un antisemitismo di matrice storica, più o meno intriso d'ultranazionalismo, accanto a un'avversione verso la politica recente d'Israele che in casi non marginali può tramutarsi in aperta ostilità verso la cultura ebraica nel suo insieme.
   E se distinguere tra antisemitismo e antisionismo può essere per qualcuno un "esercizio intellettuale", è nei fatti che il calderone dell'odio sperimentato sul campo tende a mescolare le due dimensioni. Nasce da qui la scelta dell'Eliseo, fortemente criticata anche da chi riesce a vederla come lesiva della libertà d'espressione.

(Avvenire, 5 dicembre 2019)


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Undici paesi UE hanno votato per la prima volta contro l'automatismo anti-israeliano dell'Onu

Israele: "Un passo importante nella lunga lotta contro il pregiudizio verso Israele alle Nazioni Unite". Oltre all'Ungheria, che lo aveva già fatto l'anno scorso, quest'anno anche Germania, Repubblica Ceca, Austria, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Romania e Slovacchia hanno votato contro una risoluzione faziosa anti-Israele.

da Jerusalem Post, Israel HaYom, 4.12.19

Undici paesi dell'Unione Europea e due latinoamericani (Brasile e Colombia) hanno votato per la prima volta, martedì scorso, contro una risoluzione Onu che viene automaticamente approvata ogni anno dal 1977 per imporre l'esistenza di una speciale "Divisione per i diritti dei palestinesi" all'interno del Segretariato delle Nazioni Unite dedicata a promuovere la narrativa palestinese contro Israele.
   La risoluzione è stata comunque approvata con 87 voti a favore, 23 contrari (tra cui Stati Uniti, Canada, Australia, Guatemala, Honduras, Micronesia, Isole Marshall e Nauru) e 54 astensioni. Ma ciò che è significativo è che undici paesi dell'Unione Europea che in passato si erano astenuti (Germania, Repubblica Ceca, Austria, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Romania e Slovacchia) quest'anno hanno votato contro, cosa che l'anno scorso aveva fatto solo l'Ungheria tra tutti i membri UE. Solo due paesi UE hanno votato a favore della risoluzione (Malta e, sorprendentemente, Cipro), mentre i restanti 14 (tra cui Francia, Regno Unito e Italia ) si sono astenuti.
   "Sono lieto che un significativo gruppo di paesi abbia deciso di dare voce con chiarezza a una posizione morale contro la discriminazione nei confronti di Israele alle Nazioni Unite - ha dichiarato il ministro degli esteri israeliano Yisrael Katz - Si tratta di un passo importante nella lunga lotta contro il pregiudizio anti-Israele alle Nazioni Unite. Ciò che spicca in particolare è il cambiamento di posizione di diversi stati dell'Unione Europea, e spero che anche gli altri membri dell'UE adottino presto questa posizione".
   Ogni anno le risoluzioni anti-israeliane proposte da palestinesi e paesi arabi vengono sottoposte all'Unione Europea prima d'essere presentate all'Assemblea Generale. Di solito l'Unione Europea modifica un paio di frasi e finisce per votarle. Ciò vale per tutte e 20 le risoluzioni del pacchetto che viene approvato automaticamente dall'Assemblea Generale (si consideri che, a fronte delle 20 risoluzioni anti-israeliane, c'è n'è una sola che tratta della Siria, una sola del Venezuela e due della situazione russo-ucraina). Di queste 20 risoluzioni, 17 sono dichiarative ma le altre tre non sono semplicemente declamatorie, bensì istituiscono organismi effettivi che dispongono di personale e budget. Uno di questi organi è la Divisione speciale dei palestinesi all'interno del Segretariato Generale, ben nota agli addetti ai lavori per le posizioni pregiudizialmente faziose contro Israele che promuove utilizzando staff e risorse di bilancio delle Nazioni Unite. Secondo i funzionari israeliani, da tempo l'Unione Europea riconosce l'esistenza di un grave pregiudizio anti-israeliano nell'esistenza stessa di questi organismi. Tuttavia, ad eccezione dell'Ungheria, finora i paesi europei non avevano mai votato contro, limitandosi all'astensione. Il voto di martedì è il primo segnale di un vero cambiamento in questo meccanismo che si auto-perpetua in modo sclerotico.
   Anche se il pacchetto annuale di risoluzioni anti-israeliane all'Onu sostanzialmente non ha mai cambiato nulla sul terreno, esse esercitano un impatto cumulativo in quanto determinano la percezione di Israele all'interno delle Nazioni Unite come di un paese che non viene trattato allo stesso degli altri 193 membri, bensì come una sorta di stato-paria. Il che costringe sulla difensiva i suoi rappresentanti, che devono impiegare tempo ed energie a difendersi dalle risoluzioni faziose anziché promuovere programmi positivi.

(israele.net, 5 dicembre 2019)


Amici d'Israele: rinasce l'Udai già promossa da Aldo Aniasi

Rinasce l'Udai. Il ministro degli Esteri israeliano Yisrael Katz, con l'ambasciatore Dror Eydar, ha partecipato ieri a Milano a una cena - circa 400 i presenti nella sede di Noam - in cui è stata presentata la nuova Unione Democratica Amici di Israele. L'associazione, a suo tempo nata su spinta socialista (tra i promotori, il sindaco Aldo Aniasi) oggi intende riprendere la sua attività di promozione delle relazioni tra Italia e Israele. Tra gli altri hanno preso la parola il rabbino capo Alfonso Arbib, il presidente della Comunità ebraica Milo Hasbani, il suo predecessore Raffaele Besso, il presidente della Nuova Udai Enrico Mairov, quello di Noam David Nassimiha e Marcello Di Capua, tra i promotori dell'Udai: «I nemici della democrazia, così come quelli di Israele, sono gli stessi di un'Italia matura». Nemici che sanno «crescere in ambienti culturali e politici molto eterogenei, talvolta apparentemente in antitesi». Oggi il ministro Katz incontrerà a Roma Luigi Di Maio e Matteo Salvini in rappresentanza dell'opposizione. M.Cre.

(Corriere della Sera - Milano, 5 dicembre 2019)


L'antisemitismo secondo Jeremy Corbyn e le polemiche sul Labour Party

di Ilaria Ester Ramazzotti

A pochi giorni dalle prossime elezioni politiche, il 12 dicembre, non si placano in Gran Bretagna le accuse di antisemitismo rivolte contro appartenenti al Labour Party e il suo leader Jeremy Corbyn. L'antisemitismo incuneatosi fra alcuni membri del partito laburista britannico suscita da tempo discussioni e polemiche, che risuonano dal mondo della politica alle testate giornalistiche.
   Dalla politica estera a quella interna, gli orientamenti di Corbyn hanno di recente fatto sì che il rabbino capo del Regno Unito e del Commonwealth Ephraim Mirvis si chiedesse che cosa sarà degli ebrei e dell'ebraismo britannico se il Labour Party formerà il prossimo governo del Regno Unito. A fargli da eco, ci ha pensato persino l'arcivescovo di Canterbury Justin Welby.
   La contrarierà alle politiche dello Stato di Israele e il sottile sostegno a organizzazioni come Hamas e Hezbollah hanno portato molti interni ed esterni al suo partito a sospettare che dietro le opinioni di Corbyn ci possa essere un chiaro sentimento antisemita.
   Del tema ha parlato anche il Corriere della Sera in un commento dello scorso 1 dicembre. Paolo Mieli elenca una serie di fatti che hanno alimentato le riflessioni e le accuse contro Corbyn: la sua "partecipazione, nel 2014 a Tunisi a una cerimonia in onore di uno dei terroristi che nel 1972 alle Olimpiadi di Monaco avevano sequestrato e ucciso atleti israeliani; l'amichevole incontro con il leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina alla vigilia di un attentato a una sinagoga di Gerusalemme in cui sarebbero rimasti uccisi quattro rabbini (uno dei quali inglese: Avraham Shmuel Goldberg); la conferenza con Khaled Meshaal, il leader di Hamas già sulla «lista nera» del Regno Unito; la protesta contro il sindaco di Londra reo di aver fatto cancellare un dipinto murale di Mear One - un nome d'arte - da lui, non a torto, ritenuto antisemita; la prefazione a sua firma alla ristampa di un libro del 1902 in cui John Atkinson Hobson sosteneva essere il capitalismo internazionale «controllato da uomini di una singola razza particolare» (analisi «corretta e lungimirante» l'ha definita Corbyn); il capo laburista ha altresì chiamato «fratello» Abdud Aziz Umar condannato a sette ergastoli per aver fatto esplodere a Gerusalemme un ristorante, provocando la morte di sette persone. E si potrebbe continuare… Intendiamoci presi uno per uno tutti questi casi (alcuni più, alcuni meno) potrebbero trovare delle giustificazioni. Ma nel loro insieme non possono non suscitare perplessità".
   Perplessità che si riflettono e vengono rilanciate da episodi come quelli capitati alla deputata laburista Luciana Berger, che in febbraio ha denunciato di aver subito minacce e aggressioni fisiche. Un documentario della BBC dello scorso luglio ha poi messo drasticamente in luce l'antisemitismo esistente nel partito laburista, partendo da alcune testimonianze di discriminazioni rivolte a militanti ebrei. Lo scorso luglio, ben 67 membri del Labour hanno pubblicamente accusato Jeremy Corbyn da una pagina di The Guardian di "aver permesso all'antisemitismo di crescere all'interno del partito". Tutt'oggi gli animi non sembrano placarsi, mentre nel mondo ebraico crescono le preoccupazioni per le pieghe che stanno prendendo certe pagine della storia. E l'antisemitismo guadagna terreno nel Regno Unito come in molti altri paesi europei.

(Bet Magazine Mosaico, 5 dicembre 2019)


Israele chiede all'ONU di riconoscere profughi ebrei cacciati dai paesi arabi e dall'Iran

In occasione della sessione dell'Assemblea Generale dedicata ai 72 anni dal voto del 29 novembre 1947 sulla spartizione in due stati della Palestina Mandataria, l'ambasciatore d'Israele all'Onu Danny Danon ha annunciato che intende promuovere una risoluzione volta a riconoscere gli 800mila profughi ebrei cacciati dai paesi arabi e dall'Iran. Ogni anno, nella ricorrenza del voto sulla spartizione, arabi e palestinesi promuovono una serie di risoluzioni anti-israeliane. "Israele accolse i profughi ebrei che vennero integrati nella nostra società - ha detto martedì Danon - La comunità internazionale invece li ha ignorati e ha creato istituzioni corrotte che servono solo i cosiddetti profughi palestinesi.Al fine di correggere l'ingiustizia storica che è stata fatta ai profughi ebrei di questo conflitto proporrò all'Assemblea una risoluzione che riconosca il torto fatto ai profughi ebrei dimenticati, e corregga l'ingiustizia che hanno subito. Si stima che nel XX secolo, 850.000 ebrei furono costretti a lasciare paesi arabi e Iran divenendo profughi - ha continuato l'ambasciatore - Quegli ebrei furono soggetti a brutali aggressioni e molestie e furono costretti a fuggire da Iraq, Egitto, Marocco, Iran e altri paesi lasciandosi tutto alle spalle. Eppure non si sente mai la comunità internazionale parlare di loro quando si discute dei profughi del conflitto, forse perché non fanno comodo alla narrazione palestinese".

(Osservatorio Sicilia, 5 dicembre 2019)



Netanyahu-Gantz, l'intesa non c'è Israele verso nuove elezioni

Israele sembra destinato a dover tornare ancora una volta alle urne. Ieri sera si è concluso con un nulla di fatto l'incontro tra Benny Gantz e Benjamin Netanyahu, ultimo tentativo di formare un governo di unità nazionale per evitare un ennesimo ricorso al voto. Dopo la riunione però, il Likud di Netanyahu ha attaccato Blu-Bianco il partito del rivale accusandolo di non aver accettato «concessioni importanti». «Il partito di Gantz ha detto il Likud continua a rifiutare di formare un governo di unità nazionale per il veto imposto da Yair Lapid (numero 2 del partito, ndr)».
   Tra otto giorni scade il termine che la legge assegna alla Knesset - dopo il doppio fallimento di Netanyahu e Gantz nel formare un esecutivo - per indicare un parlamentare qualsiasi che goda dell'appoggio di almeno 61 deputati su 120. Le elezioni potrebbero svolgersi o il 25 febbraio o il 3 marzo.
«Netanyahu - ha detto il partito di Gantz - non ha portato nessuna proposta che prenda atto della sua situazione legale o riconosca che ha perso le elezioni e si è rifiutato di impegnarsi nelle linee di fondo del governo e di non cercare la sua immunità (dall'incriminazione, ndr). In breve, Netanyahu ha scelto le elezioni».

(Il Sole 24 Ore, 4 dicembre 2019)


Svastiche sulle tombe del cimitero ebraico di Westhoffen

di Leonardo Martinelli

Tombe profanate nel cimitero ebraico di Westhoffen
Ancora tombe ebraiche profanate in un cimitero. Ancora svastiche su quelle steli o un numero tracciato a ripetizione, il 14, che fa riferimento a uno slogan suprematista bianco, in inglese, composto di quattordici parole. Quelle scritte sono state scoperte ieri nel cimitero ebraico di Westhoffen, villaggio di appena 1700 anime, non lontano da Strasburgo. Si tratta di una delle comunità di ebrei più antiche di tutta l'Alsazia. 107 in tutto le tombe profanate, anche quella della famiglia di Jean-Louis Debré, che oggi ha 75 anni, noto politico francese, che fu molto vicino a Jacques Chirac. Ma in quel cimitero riposano pure gli antenati di Léon Blum, socialista, uno dei miti della «gauche»: fu tra i principali leader del Fronte popolare negli anni Trenta.

 Fenomeno dilagante
  Ad avvertire la polizia, all'inizio del pomeriggio, è stato il sindaco di Westhoffen, Pierre Geist. «Quando ho visto quelle tombe profanate —ha sottolineato -, ho avuto un tonfo al cuore. Sono deluso che esistano persone così miserabili da poter sporcare la memoria degli uomini in quel modo: è una vergogna». Nella mattina scritte a carattere antisemita erano già apparse a Schaffhouse-sur-Zorn, a una ventina di km da Westhoffen, e in particolare sui muri della sinagoga. Si tratta di un fenomeno ormai dilagante negli ultimi mesi nel Basso-Reno, il dipartimento alsaziano che ha Strasburgo come capoluogo. Si associa all'aumento di atti di antisemitismo in tutta la Francia.
  Pochi giorni fa, il 26 novembre, nel villaggio di Rohr, a una quindicina di km da Westhoffen, un misto di svastiche, scritte antisemite, altre di tipo razzista, contro i profughi, e simboli del suprematismo bianco erano stati trovati sui muri esterni di una scuola elementare. Lì era riportato anche a più riprese il nome del paesino di Westhoffen, associato alla siglia Ewk (che sta per «European white Knights of the Ku Klux Klan): preludio all'oltraggio successivo. Ma sono mesi che atti del genere si ripetono in un'area assai ristretta, compresa la profanazione di 96 tombe nel quartiere ebraico di Quatzenheim, lo scorso 19 febbraio (l'11 dicembre 2018 era stata invece la volta di quello di Herrlisheim). Chi c'è dietro quest'ondata di odio? Le forze dell'ordine indagano da tempo, ma non sono ancora riuscite a scoprirlo.

(La Stampa, 4 dicembre 2019)


Nuovo antisemitismo

La Francia discute di antisionismo. Corbyn dubita del "diritto di Israele di esistere".

di Giulio Meotti

ROMA - Lo scorso 16 febbraio, a margine di una manifestazione dei gilet gialli, il filosofo ebreo francese Alain Finkielkraut venne aggredito per strada: "Merda sionista" gli dissero, e lo minacciarono di morte. Pochi giorni dopo l'aggressione a Finkielkraut, Emmanuel Macron dichiarò che l'antisionismo rappresenta "una delle forme moderne dell'antisemitismo". L'episodio ha spinto il deputato macroniano Sylvain Maillard a convincere i colleghi parlamentari a votare una proposta di risoluzione sull'antisemitismo. Il test intende affermare che "gli atti antisionisti possono talvolta nascondere realtà antisemite".
   Il deputato di Parigi propone di adottare la definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per il ricordo dell'Olocausto (Ihra). Non ostante il sostegno del presidente, l'iniziativa divide la maggioranza in Assemblea. Maillard ha così riscritto la risoluzione attenuandola: l'antisionismo ora è "a volte" e non "spesso" la maschera dell'antisemitismo. La proposta è firmata da un terzo del gruppo della République en marche, pochi considerando che il presidente del gruppo, Gilles Le Gendre, e il capo del partito, Stanislas Guerini, ne sono i firmatari. Contraria alla risoluzione la leader del Rassemblement national Marine Le Pen. "Questa definizione dovrebbe consentire di stabilire un quadro per insegnanti, magistrati e polizia", ha detto Francis Kalifat, presidente del Consiglio delle comunità ebraiche di Francia, per il quale la negazione dell'esistenza di Israele è "uno dei fattori essenziali dell'antisemitismo nel nostro paese". In un appello sul Monde, 127 esponenti della sinistra ebraica chiedono ai parlamentari di non votare la risoluzione, perché inibirebbe la critica a Israele, sebbene sia stata adottata nel 2017 dal Parlamento europeo, nel 2018 dal Consiglio della Ue e sia considerata la carta fondamentale contro il nuovo antisemitismo contemporaneo.
   "La risoluzione non proibisce le critiche a Israele", dice Frédéric Potier, delegato interministeriale per la lotta al razzismo e all'antisemitismo. La discussione arriva a poche settimane dalla visita di Macron in Israele e un voto positivo da parte della Francia verrebbe accolto favorevolmente a Gerusalemme, dove il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva già assicurato al presidente francese la sua "stima" quando quest'ultimo lo aveva informato del suo desiderio che la Francia adottasse la definizione di antisemitismo.
   "Possiamo criticare il confine, le colonie, ma non possiamo mettere in discussione lo stato di Israele, per noi questo è antisemita", continua il parlamentare parigino Maillard, promotore della risoluzione. Che è proprio quello di cui, in Inghilterra, viene accusato il leader del Labour, Jeremy Corbyn.
   Ieri è uscita la clip di un'intervista rilasciata da Corbyn alla tv del regime iraniano Press Tv. In un documentario che esaminava le accuse di pregiudizio della Bbc nei confronti di Israele, Corbyn, allora deputato laburista, si domandava se Israele avesse il "diritto di esistere". "Penso che ci sia un pregiudizio nel dire che Israele è una democrazia in medio oriente, che Israele ha il diritto di esistere e che Israele ha i suoi problemi di sicurezza" ha detto Corbyn, che non a caso si era duramente opposto alla risoluzione dibattuta a Parigi.
   Intanto, dall'Ihra, ci si aspetta che anche l'Italia adotti la risoluzione contro l'antisemitismo dopo che è stata già approvata da quindici paesi europei. "In data 4 ottobre 2018, la Camera dei deputati della Repubblica italiana, mediante apposite risoluzioni, ha impegnato il governo ad adottare la definizione Ihra di antisemitismo. Malgrado la convergenza di tutti i partiti su tale impegno, il governo non ha ritenuto di dargli alcun seguito".
   La volontà delle democrazie europee di combattere l'antisemitismo si misura anche dalle famose "tre D" indicate da Nathan Sharansky nel test per distinguere la critica legittima a Israele dall'attacco antisemita: la delegittimazione, ovvero negare agli ebrei il diritto all'autodeterminazione; il doppio standard, cioè applicare a Israele una morale differente rispetto ad altri paesi, e la demonizzazione, dove si fa dello stato ebraico l'oggetto di un complotto malvagio. Quante delle critiche a Israele oggi supererebbero questo test?

(Il Foglio, 4 dicembre 2019)


L'Europa e i cortocircuiti del nuovo antisemitismo

La speranza sta nei pochi «Giusti» che richiamano la fiammella accesa di fronte al buio della coscienza.

di Roberto Della Rocca*

Rav Roberto Della Rocca
Caro direttore, in un recente articolo, Ernesto Galli della Loggia ha messo bene in luce non solo le responsabilità della civiltà occidentale nella persecuzione e nell'odio verso gli ebrei, ma anche il senso di colpa conseguente che ne è derivato e che, a suo parere, sarebbe una delle chiavi principali per comprendere l'antisemitismo contemporaneo. Ne scaturisce che per liberarsi da quel senso di colpa, una certa parte dell'Europa ha bisogno adesso di liberarsi dei suoi ebrei. Il prezzo più dannoso derivante dalla Shoah è costituito dalla centralità che essa finisce per acquisire nella stessa identità ebraica che per molti ebrei rischia di essere un modo per non assumersi la responsabilità di costruirsi un'identità proattiva e consapevole. Se, il compito della società civile è quello di riconoscere le proprie responsabilità, quello del popolo ebraico consiste nel saper uscire dalla contingenza del dolore canalizzando il proprio trauma nella dimensione della memoria storica. Secondo della Loggia questa centralità della Shoah offrirebbe altresì una sorta di sponda alle tendenze devianti che albergano in Occidente. Tendenze che attribuiscono all'ebraismo, secondo l'autore, una «straordinaria valenza simbolica agli occhi degli europei». In Europa l'ebraismo è sempre stato relegato a un ruolo subalterno rispetto alla cultura dominante cristiana in base a una logica di banale, quanto antropologicamente pericolosa, gerarchia identitaria: la cultura di minoranza deve assoggettarsi a quella di maggioranza. E l'equazione è bella e fatta: l'ebraismo va identificato «solo» con un Vecchio Testamento (o con un Testamento ormai vecchio).
   Ancora oggi e in molti ambienti, l'identità Torah uguale Antico Testamento e Antico Testamento uguale Legge, porta a vedere nel Vecchio Testamento - cioè nella nostra Torah - solo legalismo e vendicatività. Nulla a che fare con una nuova Alleanza dispensatrice di amore, perdono e universalismo di cui la Tradizione ebraica sarebbe priva. Tesi diffuse, e spesso rispolverate anche da maìtre à penser del nostro còté intellettuale in molti dei luoghi comuni che nutrono teorie antisemite. Basti vedere i libri scolastici su cui si formano le nostre nuove generazioni, testi nei quali gli ebrei compaiono con le civiltà antiche per poi ricomparire soltanto nella Shoah come vittime disincarnate. O reliquie archeologiche o vittime da santificare.
   Una sorta di celebrazione mistica del popolo ebraico come vittima della Shoah procede spesso parallelamente al misconoscimento dell'ebreo come attore e protagonista nella storia contemporanea. Un'immagine semplice e alla portata di tutti, destinata ad altri scopi, strumentalizzata per sostenere quelle tesi negazioniste e antisemite, e, in alcuni casi, contrarie alla legittimità dello Stato di Israele. Congetture e sillogismi che in alcuni casi si moltiplicano al fine di alleggerire i sensi di colpa per un passato con cui si continua a non voler fare i conti. Ma la Shoah, pur avendo decimato un terzo del popolo ebraico ed eliminato la parte più propulsiva dell'ebraismo in Europa, non costituisce il «Golgota» della storia e della cultura ebraica. Per gli ebrei resta infatti una «Shoah», letteralmente «una catastrofe», e non un «Olocausto» (un sacrificio cruento e che si consuma totalmente) concetto che non ha diritto di cittadinanza nella nostra cultura. La Shoah non è neppure il martirio, semmai l'apice di un antigiudaismo con radici cristiane ben piantate che ha visto spesso assassini e delatori di ebrei che erano appena usciti dalla Chiesa per la Messa mattutina o carnefici che nella stessa Auschwitz piantavano l'albero di Natale. Nonostante la Shoah, l'ebraismo ha tuttavia continuato a esprimere una resilienza culturale e identitaria che ha visto gli ebrei continuare a esercitare quel ruolo di minoranza che vive e che lotta affinché ci siano sempre culture di minoranza. Gli ebrei oggi si esimerebbero ben volentieri dal ruolo scomodo di «sentinelle» della società civile se il tessuto sociale non fosse silente qual è e se non si assistesse a una demolizione progressiva di tutti quei tabù e di quegli argini che hanno retto, pur con sfumature ambigue, per tanti anni.
   Oggi, lo Stato di Israele costituisce in effetti il punto nodale dell'insofferenza degli antisemiti, come segnala Galli della Loggia, il quale scrive che Israele mortificherebbe l'Europa «contrapponendo alla nostra pavida debolezza una rude fiducia e familiarità con la forza per noi inconcepibili», mettendo in luce un concetto che, nell'ottica di uno Stato minuscolo accerchiato da nemici numerosi e potenti, fa la differenza fra vita e morte. Ma la forza di Israele continua a essere più interiore che militare, sulla base di quei principi etici e democratici, del pluralismo, del garantismo giuridico che lo caratterizzano fin dalla sua nascita. La vecchia Europa della libertà, dell'uguaglianza e della fraternità, che di fraternità ne offre in realtà sempre meno, fatica a reggere il confronto con un Paese minuscolo che è riuscito a canalizzare la rabbia e il dolore nel costituirsi come un laboratorio politico, sociale e culturale pressoché unico al mondo e come tale, ancora una volta, osteggiato proprio per ciò che è riuscito a divenire. E' l'ambiguità di un approccio di comodo a far sì che l'Europa voglia credere che lo Stato d'Israele sorga per via della Shoah anziché, come invece sarebbe palese, suo malgrado; come dire che, se la catastrofe dell'ebraismo europeo non ne è la premessa, Israele non saprebbe esserne la conseguenza. Israele non costituisce, peraltro, un risarcimento per una tragedia che è tale proprio perché non risarcibile, ma è uno Stato plurietnico, che ha raccolto, nel corso di più di cento anni di evoluzione, persone, storie, culture e identità accomunate dal richiamo a un ebraismo plurale e diversificato quanto a origini e prospettive. Quale democrazia moderna, Israele vive le frizioni, le difficoltà, le tensioni, le speranze come anche le delusione di una società pluralista in costante trasformazione e si confronta con gli effetti della globalizzazione, dove la crisi dei vecchi ordinamenti geopolitici ma anche l'erosione delle sovranità nazionali, costituiscono elementi dell'agenda politica quotidiana, che al primo posto reca l'esigenza della sua legittimazione internazionale. L'esilio della coscienza che sembra sempre più pervadere la nostra Europa va riempito di coscienza presente. La speranza sta nei pochi «Giusti» (secondo una Tradizione, ve ne sono 36 in ogni generazione) che, seppure «antipatici» come scrive della Loggia, richiamano alla mente la fiammella accesa di fronte al buio e all'oscurità della coscienza e della barbarie.

* Rabbino, direttore del Dipartimento Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(Corriere della Sera, 4 dicembre 2019)


E’ senz’altro vero che la Shoah non è un Olocausto, ma dire che l’Olocausto, cioè un sacrificio cruento che si consuma totalmente, è un concetto “che non ha diritto di cittadinanza” nella cultura ebraica appare abbastanza strano a chi legge la Bibbia, al punto di chiedersi che rapporto c’è tra questo tipo di cultura e il testo a cui fa riferimento: la Torah scritta. Il libro del Levitico è pieno di esempi di “olocausti”, cioè di sacrifici interamente bruciati dal fuoco. Per dirne solo uno: Levitico 1:13 “... il sacerdote presenterà tutto e lo brucerà sull’altare: è un olocausto (sacrificio mediante fuoco, עלה הוא אשה)". M.C.


«C'è l'ossessione del nazismo e sfuggono nuovi antisemiti»

Il monito del coordinatore del tribunale rabbinico: «Lo Shoahismo non ci fa capire islamismo e sinistra».

Anti-Israele
Le accuse antisioniste ricalcano e aggiornano i vecchi stereotipi
L'allarme
Nei laburisti e in Francia gravi focolai. Commissione Segre strumentalizzata

di Alberto Giannoni

- Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del tribunale rabbinico del Centro-Nord-Italia, cosa pensa del caso di Siena e delle deliranti esternazioni antisemite del professor Castrucci?
  «Intanto mi chiedo come sia possibile che nelle sedi accademiche non vi sia stato un vaglio critico, che non siano stati mai segnalati né verificati questi deliri. Nessuno si è mai reso conto di nulla? Non è mai venuto fuori nulla? Mi sembra molto strano».

- Come valuta questo caso?
  «È inquietante che in un' accademia accada una cosa del genere, così come inquietante che nelle università vi siano trend intellettuali di un antisemitismo che si esprime come antisionismo. Questo signore ha espresso un antisemitismo filonazista. In una misura più diffusa e spesso più difficile da indagare e contrastare si trova un antisemitismo che si esprime nell'anti-Stato di Israele e nel suo boicottaggio. C'è una recrudescenza e serve una presa di coscienza della comunità accademica. Se non si interviene su entrambi i fenomeni, l'intervento è monco».

- Martin Luther King scrisse che «quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei». E il rabbino Giuseppe Laras considerava l'antisionismo una «ambigua forma» di antisemitismo. Ma c'è chi sostiene che debbano essere considerate due cose diverse.
  «Oggi Alain Finkielkraut e Georges Bensoussan, con altri, pongono il problema di questo antisemitismo che cova anche grazie al terzomondismo e al globalismo di certi ambienti. È un problema serio che vediamo in Francia nella sinistra soprattutto radicale e in Inghilterra nei laburisti. Cose distinte? Le accuse antisioniste ricalcano e aggiornano vecchi stereotipi: il crimine rituale si ritrova nella narrazione degli israeliani che uccidono i bimbi palestinesi; l'ebreo che succhia il sangue nell'idea di sfruttamento del mondo arabo; l'ebreo che sotto-sotto è il peggiore razzista si ritrova nell'accusa di apartheid. Ci sono vignettisti che ripropongono orrori antigiudaici. L'antisemitismo è anche un problema degli intellettuali».

- Cosa intende?
  «Quando si è strutturata la teoria della sostituzione si è proposto il mito dell'ebreo errante. Oggi si vede l'Ue, con Paesi che hanno avuto connivenze e gravi corresponsabilità passate, non riconoscere il nome ebraico del Muro occidentale e del Monte del tempio, e utilizzare esclusivamente quello islamico. Significa negare l'ebraicità dei luoghi più santi dell'ebraismo, è negazione del passato, del presente e del futuro ebraico, cancella la storia ebraica. Se non è antisemitismo questo ... È istituzionale, culturale, ma resta antisemitismo che si traduce anche nella negazione della radice biblica, e quindi anche cristiana, dell'Europa».

- Sono però vicende diverse da quelle deliranti di Siena
  «Certo, non siamo sullo stesso livello. Sono cose diverse, sofisticate. Ma c'è un'ossessione per alcuni aspetti e una sottovalutazione di altri. Faccio un esempio. Un professore, Alessandro Barbero, scrive che non sa se sia corretto considerare genocidio quello armeno. Non entro nella questione ma la parola genocidio è stata inventata da un ebreo pensando proprio agli armeni. Mi chiedo: e se fosse stato detto della Shoah?»

- Il genocidio armeno è considerato la vicenda più tragicamente prossima alla Shoah.
  «Certo, e ispirò i nazisti, questo è documentato. Se qualcuno lo avessero fatto con la Shoah sarebbe stato sommerso dalle accuse. Allora la Memoria e la giusta e capillare attenzione per Shoah rischiano di avere questo effetto imprevisto. Si condanna solo il nazismo e non l'antiebraismo. Con lo "Shoahismo" non si comprende l'antisemitismo islamista e quello di sinistra. Gli ebrei sono stati fatti oggetto d'odio con pretesti anche opposti fra loro».

- La tragedia degli ebrei nei Paesi islamici. Ne ha scritto
  «Parte della mia famiglia viene dalla Libia. Gli ebrei c'erano da prima degli arabi. Di questa presenza là oggi non è rimasto niente, solo silenzio riempito raramente di nostalgia, più spesso dalla propaganda e dall'odio, alimentato anche dai classici del nazismo tradotti col favore prima dei nazisti e poi dei comunisti. Non è tutto l'islam, ma è tanta parte, sia nei Paesi islamici sia ora in Europa, con ammiccamenti a sinistra. In Italia il fenomeno è attenuato».

- In Europa la situazione è diventata preoccupante
  «L'aggressione dei gilet gialli a Finkielkraut, e la deriva del Labour inglese, dicono che c'è il rischio che a sinistra si formino covi di antisemitismo. Diversamente in Italia, ma qualcosa nel tessuto europeo si è già rotto. Il rabbino capo d'Inghilterra ha invitato a non votare Corbyn. Le destre serie, i liberali e le sinistre laiche, compreso il Pd e Renzi, devono affrontare ciò in modo efficace e magari in sinergia».

- La commissione Segre?
  «Se si fosse evitato di strumentalizzare una questione così importante per andare contro Salvini si sarebbe rispettata la biografia di Liliana Segre, che arricchisce il nostro universo democratico e civile. Poi ci sono anche persone che, pur rispettando Liliana come persona e come senatrice, possono legittimamente dissentire. Speriamo che produca strumenti utili, ma la possibilità di intervenire esiste già, anche in casi come quello di Siena».

(il Giornale, 4 dicembre 2019)


Israel Cycling Academy, assemblate 30 bici in 36 ore

Il mese di dicembre è davvero molto frenetico per le squadre professionistiche, che si stanno preparando per affrontare al meglio una stagione che è quasi alle porte. Per le formazioni World Tour, ad esempio, la stagione inizierà già tra un mese e mezzo, con il Tour Down Under che darà il via alla stagione in Australia.
In questo mese di lavoro così intenso non sono coinvolti solo i corridori, ma anche lo staff delle squadre. Non sappiamo se è un record, ma possiamo di certo testimoniare che il lavoro svolto dalla Israel Cycling Academy è stato davvero febbrile: i 6 meccanici che sono al seguito del team hanno assemblato 30 bici in 36 ore, in quanto tutto il materiale è stato consegnato solo due giorni fa, ed oggi era prevista la prima uscita di gruppo con i nuovi mezzi.
La Israel Cycling Academy sta aspettando l'ufficialità dell'UCI per entrare nel World Tour nel 2020: la commissione licenze dovrebbe esprimersi l'11 dicembre. Nel frattempo, la squadra ha già ufficializzato il cambio di fornitore di biciclette, che dal 2020 non sarà più De Rosa ma Factor.
La squadra sta svolgendo tre giorni di ritiro in Croazia, al Valamar Diamant Hotel di Porec, prima di andare in Israele per la presentazione ufficiale e per svolgere il ritiro invernale.

(InBici, 4 dicembre 2019)


Anniversario delibera spartizione Onu

Le parole di un leader della sinistra israeliana a Ramallah

di Ugo Volli

Giovedì scorso, nel palazzo della Mukata a Ramallah, si è svolto un evento rievocativo della votazione dell'Assemblea Generale dell'Onu che ne 1947 stabilì la partizione del mandato britannico (già suddiviso nel '21 dalla Gran Bretagna).
   Come è noto Israele accettò la divisione, anche se era tracciata in maniera da rendere difficilissima la sopravvivenza della parte ebraica, gli arabi la rifiutarono, il giorno stesso con la complicità britannica iniziarono attacchi terroristici agli insediamenti ebraici e ad aprile del '48, quando Israele proclamò finalmente il suo stato alla vigilia della partenza degli inglesi, le armate di tutti gli stati arabi circostanti tentarono di invadere e distruggere il neonato stato di Israele; ma con grandi sacrifici furono sconfitte dall'esercito israeliano e nel '49 dovettero ritirarsi dietro una linea armistiziale ben più arretrata, la cosiddetta linea verde.
   Da questa storia l'evento della Mukata, amministrato dal noto filoterrorista Jibril Rajoub, non ha tratto motivi di riflessione sulla necessità di un accordo, ma al contrario ha voluto rilanciare la narrativa palestinista sull'«occupazione israeliana». L'aspetto più curioso di questa riunione è la presenza di circa 300 ebrei israeliani. Erano i soliti ultraortodossi antisionisti di Naturei Karta, che hanno usato l'occasione per dichiarare che l'"entità sionista" non rappresenterebbe il popolo ebraico, sarebbe odiata da "Allah" (questo è il nome con cui il loro leader Meir Hirsh ha scelto per l'occasione di chiamare la Divinità) e costituirebbe la violazione di tutte le leggi internazionali: un piccolo gruppo di estremisti che frequenta con piacere tutti gli antisemiti da Corbyn a Achamadinedjad, e la cui presenza non poteva meravigliare.
   Dall'altro lato, però, c'era una folta rappresentanza di militanti di sinistra: alcuni cani sciolti, ma soprattutto Mosi Ratz l'ex leader e ancora influente dirigente del partito israeliano di sinistra Meretz, l'unico che abbia ufficialmente abiurato il sionismo, alla guida di una delegazione di alto livello.
   Raz ha parlato avendo alle spalle una foto di Yasser Arafat e ha detto: "Siamo venuti qui per esprimere la nostra solidarietà con il popolo palestinese nei territori occupati, in esilio nella speranza che i ministri palestinesi entrino presto nel prossimo governo. Sostengo uno stato palestinese entro i confini del 67 con uno scambio di territori concordato a fianco dello Stato di Israele, la cui capitale dev'essere Gerusalemme est. Questo marzo andremo alle elezioni in cui Netanyahu sarà sconfitto e Gantz sarà eletto."
   E' una dichiarazione molto significativa, non solo per il luogo e l'occasione, ma anche per il contenuto. Meretz, pur avendo pochi seggi, è un pezzo centrale della coalizione di Gantz che certamente non può farne a meno. Si è molto parlato del pericolo di un accordo fra il partito bianco-azzurro e gli arabi filoterroristi, ma non abbastanza dell'influenza dell'estrema sinistra ebraica.
   La dichiarazione di Raz spiega molto sulle ragioni reali del braccio di ferro che è in corso nella politica israeliana da un anno. Non è detto che Ganz sia d'accordo, ma è chiaro che il progetto di alcune forze che lo appoggiano e di cui egli avrà certamente bisogno consiste nel cancellare o minimizzare la natura ebraica dello stato di Israele, rovesciando le scelte di settant'anni fa.

(Progetto Dreyfus, 4 dicembre 2019)


I tweet deliranti del professore: ''Hitler difendeva la nostra civiltà''

Il docente insegna Filosofia del Diritto a Siena. Il rettore: via dall'Ateneo. Lui: libertà di pensiero.

di Flavia Amabile

ROMA - Ha rifiutato di incontrare il suo capodipartimento e ha rivendicato la libertà di pensare e dire quello che vuole. «Il re è nudo, ma da sempre guai a chi lo dice», è la sua unica reazione ufficiale affidata a Twitter dopo ore di polemiche e attacchi.
   Sono le parole di Emanuele Castrucci 67 anni, l'ultimo di una ormai troppo lunga serie di nostalgici revisionisti, sostenitori di tesi tra apologia del fascismo, antisemitismo e neonazismo. A differenza di chi lo ha preceduto in questa inquietante galleria, è un professore universitario: ordinario di filosofia del diritto all'Università di Siena. Qualcuno potrebbe ricordare che, oltre a insegnare, come molti professori di università, scrive libri e collabora con riviste, e che ha firmato anche un articolo su Primato Nazionale di Casapound. Oppure che è vero che ha scritto su Twitter: «Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo», accompagnato da una foto di Hitler. Ma è anche vero che il suo profilo è zeppo di frasi del genere e che finora nessuno sembrava essersene accorso, nemmeno i suoi studenti, i colleghi di università o il rettore.
   Al termine di una riunione del Senato accademico convocata d'urgenza, il rettore dell'Università di Siena, Francesco Frati, annuncia che presenterà denuncia alla procura per apologia di fascismo nei confronti del prof e che sarà avviato «un procedimento disciplinare interno» e sarà richiesta la sua destituzione dalla cattedra.
   «Siamo intervenuti subito con tutti i mezzi a nostra disposizione», rivendica il rettore. Impossibile farlo prima, spiega: «Si conoscevano i suoi orientamenti politici ma non era mai arrivato a esternazioni come quella che ha scatenato la polemica». Quando si fa notare al rettore che i post che strizzavano l'occhio al nazismo sono stati invece molti, il rettore si difende: «Per gli obblighi che ho nei confronti dell'ateneo devo intervenire quando sono sicuro che quello che oppongo al docente abbia un fondamento giuridico sia da un punto di vista di regolamento dell'ateneo sia sotto il profilo penale».
   Emanuele Castrucci insegna da circa venti anni a Siena, possibile che non ci siano stati altri episodi simili? Il rettore ne è sicuro: «Ho chiesto sia ai docenti sia agli studenti: non hanno mai sentito nulla di simile durante le lezioni».
   Il ministro dell'Istruzione, Lorenzo Fioramonti, è intervenuto, anche se sulla vicenda non ha potere: «Ho sentito il rettore Frati, mi ha comunicato la sua intenzione di prendere provvedimenti. Bene. Su queste cose non si scherza. Mai». Il governatore Enrico Rossi ha dato mandato all'avvocatura regionale di «denunciare per apologia di fascismo il signor Emanuele Castrucci» e la comunità ebraica di Firenze, competente anche per Siena, ha annunciato un esposto alla procura.

(La Stampa, 3 dicembre 2019)


Ma gli ebrei hanno paura della sinistra

L'allarme lanciato dal presidente dei rabbini europei. Pinchas Goldschmidt: l'antisemitismo oggi emerge in chi appoggia l'immigrazione.

di Giovanni Sallusti

Rav Pinchas Goldschmidt
Le castronerie del professor Castrucci (quasi un caso di nomen omen) vanno prese sul serio e sbugiardate, ovviamente. Operazione del resto di una facilità rara: Hitler non fu il il "difensore della civiltà europea", come vaneggia l'oscuro prof su Twitter, ma piuttosto colui che provò a distruggerla in tutto ciò che la contraddistingueva per rifondarla ex-novo, su basi totalitarie. In ogni caso: non sminuire, agire, adottare provvedimenti, come oggi diranno tutti. Quel che ( scommettiamo") non dirà quasi nessuno, è che bisognerebbe prendere altrettanto sul serio l'allarme lanciato da Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europei, non un accademico sciroccato di provincia. In un'intervista al network israeliano Arutz Sheva, ha messo in fila alcune verità che sono altrettanti ceffoni al politicamente corretto, quell'ideologia pigra strumentalmente imbalsamata nel culto degli ebrei morti, ma indifferente o nemica esplicita degli ebrei vivi. Stando sull'antisemitismo contemporaneo, dice il capo dei rabbini continentali, occorre partire dalla presa d'atto che «siamo davanti ad un fenomeno completamente nuovo». Ce lo racconta la quotidiana cronaca nera: «Negli ultimi anni nessun ebreo è stato ucciso dai neonazisti in Europa», scandisce Goldschmidt, e figuratevi quanta simpatia possa provare costui per gli esaltati rottami della Storia in svastica e braccio teso. L'uomo però è anche assai affezionato al principio di realtà: «Questa è la verità ed il dato da cui partire». E la prima conclusione a cui porta è già un colpo da Ko per tutti gli antifa di professione, per tutti gli integralisti della Commissione Segre, per tutti i Piano e i Lerner, per tutte le Sardine e le specie ittico-mediatiche allevate negli acquari radical: «Oggi i maggiori problemi li abbiamo dalle sinistre, questa è la grande novità sul fronte dell'antisemitismo». Gioco, partita, incontro.
   Agli occhi di un importante leader ebraico europeo, uno come Jeremy Corbyn, che si candida a premier di un Paese decisivo per la civiltà occidentale quale il Regno Unito, e che nel suo curriculum ha la presenza a una cerimonia in onore di due membri del commando che fece strage di atleti israeliani a Monaco, è assai più inquietante della nostrana Miss Hitler, che al massimo va bene per una pellicola nazi-pecoreccia di serie C. Ma anche i personaggi(ni) di casa nostra confermano il teorema-Goldschmidt, basti pensare al ministro dell'Istruzione pentagretino Lorenzo Fioramonti, che nel 2016, quando era docente in Sudafrica all'Università di Pretoria, partecipò attivamente al «boicottaggio accademico internazionale contro gli ufficiali israeliani», rivendicando anche la scelta in un'intervista a Daily Vox. O alla piddina Federica Mogherini, che nella veste di Alto rappresentante per la politica estera Ue è stata la migliore amica e protettrice del regime nazislamico iraniano, una "collaborazionista", si sarebbe detto ai vecchi tempi.
Ma non è finita: di fronte alla domanda precisa «Cosa è successo per questo cambio di scenario?», il rabbino nomina l'innominabile, spezza il dogma fondamentale del multiculturalismo acefalo del Vecchio Continente. «La causa è l'immigrazione di milioni e milioni di persone dal Medio Oriente. È molto semplice».
   Semplice e tragico, nella sua ineluttabilità: l'Europa ospita dissennatamente frotte di fedeli in Allah (lasciando circolare perfino gentiluomini già condannati per terrorismo come l'attentatore del London Bridge). La sinistra nella sua versione millennial, iperimmigrazionista e antioccidentale, diventa il loro partito di riferimento. Il virus antisemita prende sempre più possesso del corpaccione della sinistra, il che significa che viene anche sempre più sdoganato dentro tutto i suoi megafoni mediatici, accademici, intellettuali, quel sistema che Gramsci chiamava le «casematte» del potere.
Capite che se per le orride boutade di un Castrucci dobbiamo preoccuparci, di fronte all'antisemitismo montante dei compagni siamo, appunto, in pieno allarme rosso.

(Libero, 3 dicembre 2019)


Amazon choc. Vendeva oggetti del Natale con foto di Auschwitz

di Letizia Tortello

Un apribottiglie colorato, un tappetino per il mouse, c'erano perfino le formelle da appendere all'albero di Natale. Tutto in versione gadget colorato con vischio e fiocchettini, souvenir di viaggio in finta ceramica con la scritta «Krakow, Poland»
. L'immagine stampata sugli oggetti tranquillamente messi in vendita su Amazon raffigurava il paesaggio della morte e dell'orrore del Novecento, le baracche e i caseggiati di Auschwitz
.

 Ritirati dopo la denuncia del museo
  È la scoperta denunciata domenica dal memoriale del lager nazista, che con un tweet ha invitato il colosso dell'e-commerce a rimuovere immediatamente gli ornamenti dalle pagine dei prodotti acquistabili. «Commercializzare oggetti del Natale con le foto di Auschwitz è inappropriato - hanno detto i vertici del museo-. Auschwitz su un apribottiglie è inquietante e irrispettoso». Nel giro di poche ore, il post è stato condiviso migliaia di volte, e ha radunato commenti indignati e pieni di rabbia contro Amazon e contro i mancati controlli dei prodotti venduti attraverso la sua piattaforma. Alle 13,30, in un altro tweet, sempre il memoriale ha fatto sapere che le pagine erano state rimosse. Di quelle foto agghiaccianti, provocazioni di pessimo gusto, che non fanno che infiammare i pericolosi rigurgiti neonazisti diffusi qua e là in Europa, per fortuna non v'era più traccia. «Tutti i venditori devono seguire le nostre linee guida e coloro che non lo faranno saranno sottoposti ad azioni da parte nostra, inclusa la potenziale rimozione del loro account», ha reagito Amazon. Ma non è ancora chiaro per quanto tempo la merce sia stata pubblicizzata online. Su questo punto, il colosso dell'e-commerce non risponde. Un ex dipendente dell'azienda, Chris McCabe, ha tenuto a spiegare ai media internazionali che «il portale è solitamente molto reattivo, prima con algoritmi che filtrano i prodotti non conformi alle policy, poi con la valutazione umana, nel cancellare gli annunci inopportuni», ma non sempre gli è possibile controllare tutto, soprattutto sotto Black Friday, quando il traffico della compravendita aumenta. Purtroppo, i casi come quello accaduto domenica non sono isolati. Non è infrequente trovare cimeli nostalgici del nazismo sulle pagine dello shopping online. A inizio anno scorso, aveva fatto scandalo la Lidl, che in Polonia aveva messo in vendita camicie della sua linea di moda Esmara, somiglianti in modo inquietante alle casacche dei detenuti dei lager.

(La Stampa, 3 dicembre 2019)


Scoperti frammenti di un mosaico dell'antica comunità di Majdolia

E' stata annunciata, lunedì, la scoperta di frammenti di un mosaico negli scavi di una sinagoga dell'antica comunità di Majdolia, sulle alture del Golan. Secondo i ricercatori la sinagoga, attiva dal I secolo e.v. (dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme) sino alla fine del III secolo, rappresenta la più antica testimonianza nella zona di un mosaico a colori relativamente ricercato.
La scoperta getta nuova luce su una comunità ebraica poco conosciuta, ma fiorente, nell'estremo nord della Terra d'Israele. Alcuni anni fa gli archeologi hanno scoperto nel sito i resti di una sinagoga rettangolare di 13 metri per 23: un rinvenimento assai rilevante poiché la maggior parte degli esperti ipotizzava che la presenza ebraica sulle alture del Golan fosse venuta meno dopo la prima guerra ebraico-romana e la distruzione nel 67 e.v. di Gamla, importante centro commerciale della zona in quell'epoca.
I mosaici appena scoperti, nonostante il cattivo stato di conservazione, sembrano indicare che non solo la presenza ebraica era continuata, ma era abbastanza fiorente da arricchire di decorazioni lo spazio pubblico. Gli scavi a Majdulia, vicino all'odierna Natur, sono iniziati nel 2014 sotto la guida di Mechael Osband, membro del Dipartimento Studi in Terra d'Israele dell'Ohalo College e dello Zinman Institute of Archaeology dell'Università di Haifa. Negli ultimi anni è stato affiancato da Benjamin Arubas, dell'Università di Gerusalemme.

(israele.net, 3 dicembre 2019)


Cartelli per strada

In Ungheria c'è una campagna antisemita da parte dei sostenitori di Orbàn contro due giornalisti

ROMA - Sono apparsi dei cartelli per le strade di Budapest che mostrano i volti di due giornalisti, Gàbor Miklós e Andràs Dezsö, dietro di loro la bandiera di Israele e, sotto, la scritta: "Anche noi venivamo dall'altra parte del confine". I due giornalisti sono bersaglio della propaganda di estrema destra, orbaniana e antisemita che dopo la sconfitta elettorale dello scorso ottobre ha ricominciato a farsi sentire nel partito del primo ministro. Incastrato tra un problema interno più piccolo ma bruciante e da uno più grande ed europeo, Fidesz ha deciso di attaccare. Di riprendere il ritmo, senza sosta, e l'aggressività, senza tentennamenti, che mesi fa aveva utilizzato contro gli alleati europei e che aveva portato alla sua sospensione all'interno del Partito popolare europeo, dove ancora oggi vive da sorvegliato speciale. Andràs Dezsö viene attaccato ormai da tempo dai media vicini a Viktor Orbàn, circa quattrocento testate, ma Gàbor Miklósi è un nuovo bersaglio e la sua esperienza è iniziata allo stadio, nella congiuntura, sempre più stretta, tra tifoserie, estrema destra e una passione sconfinata da parte del primo ministro per il calcio e i suoi templi. Agli stadi Orbàn ha dedicato molta cura, una recente inchiesta del New York Times aveva anche dimostrato che il governo ungherese destina più fondi agli stadi che agli ospedali, e per l'apertura del Puskàs Aréna, un simbolo del passato, demolito e ricostruito in modo che desse lustro al calcio ungherese, il primo ministro ha voluto una grande festa, una acclamazione sontuosa, degna del denaro e delle energie impiegate. Durante la celebrazione Miklósi assisteva dalla tribuna vip, impressionato dalla bellezza dello stadio, un po' arrabbiato per la sua ricchezza, è rimasto seduto nel momento in cui veniva intonata una canzone, "l'inno non ufficiale" della FC DAC, una squadra di una città slovacca in cui il 75 per cento della popolazione è ungherese. I versi, che il giorno dell'inaugurazione venivano eseguiti da un coro di bambini, sono dedicati alla purezza del sangue ungherese, che va ben oltre i confini del trattato di Trianon, ben oltre Budapest, ma si estende a tutta la popolazione ungherese che vive al di fuori dell'Ungheria. I versi sono stati scritti da un gruppo rock che ha preso ispirazione da Albert Wass, uno scrittore controverso, considerato in Romania colpevole di crimini di guerra.
   Non è un caso se spesso le canzoni della band vengono cantate da gruppi di estrema destra, dai quali Fidesz non si è dissociato negli ultimi tempi, e se i testi delle canzoni non fanno altro che parlare dell'importanza di avere "lo stesso sangue", della grandezza dell'Ungheria, e se rievocano concetti pericolosi legati a regimi del passato come la Germania nazista. Mentre il coro intonava la canzone, dagli spalti gli spettatori sono scattati in piedi, hanno iniziato a cantare e a evocare la purezza del sangue che scorre nelle vene degli ungheresi e Miklósi di fronte a un tale spettacolo e cogliendo la gravità delle parole ha deciso di rimanere a sedere. Il suo atteggiamento è stato notato da tutta la stampa, da televisioni e giornali che hanno detto che non si poteva di certo parlare di un comportamento patriottico: quale patriota si rifiuterebbe di alzarsi in piedi durante l'esecuzione "dell'inno della coesione ungherese?". Il giornalista ha risposto ai commenti dicendo che lui si alza in piedi soltanto per l'inno, ma quello vero, non certo per la canzone di un gruppo rock che trae ispirazione dagli scritti di un criminale di guerra. Sulla questione giornali e televisioni si sono infervorati e la discussione tra commentatori, politici, tutti del mondo di Orbàn, si è conclusa con una constatazione: se Miklósi non si è alzato evidentemente era perché "non è dei nostri", è altro. E ancora: "E' un miserabile signor nessuno, un vero ungherese si sarebbe alzato", è "un mostro". Ovviamente il tema dell'altro, del diverso ha iniziato a diventare sempre più specifico, fino a quando alcuni giornalisti non hanno parlato del problema degli "ebrei galiziani" che hanno invaso l'Ungheria. Racconta il sito Hungarian Spectrum che in pochi hanno preso le difese di Miklósi, soltanto un giornale vicino al partito Jobbik, così Gàbor Miklósi ha ritrovato il suo volto accanto a quello di Andràs Dezsö per le strade di Budapest.
   La scorsa settimana l'Anti Defamation League riportava un sondaggio in cui si registrava un ritorno degli atteggiamenti antisemiti nell'Europa orientale sempre più prominente, vecchi e nuovi stereotipi si fondono e aumentano a causa di una politica che non soltanto non fa nulla per punire il fenomeno, ma ne è parte. Un esempio è arrivato proprio dal vicepresidente del partito Fidesz che ha accusato "gli ebrei" del risultato elettorale in una contea in cui Fidesz ha perso. Come fa notare su Twitter la giornalista di Politico Lily Bayer, in quella contea non esiste più nessuna comunità ebraica, sono stati deportati tutti nei campi di sterminio 75 anni fa. Da parte di Orbàn nessun commento, nessuna presa di posizione. Micol Flammini

(Il Foglio, 3 dicembre 2019)


L'ambigua sinistra inglese

Tra i laburisti casi dii minacce e aggressioni. Corbyn sotto accusa, denuncia pubblica di 67 esponenti del partito

Indignazione
Critiche severe sono arrivate dal rabbino capo Mirvis ma anche dall'arcivescovo di Canterbury Justin Welby
Abbandoni
John le Carré e Frederick Forsyth, tra gli altri, hanno annunciato che non voteranno più per il Labour

di Paolo Mieli

 
Justin Welby e Ephraim Mirvis
Impossìbìle valutare quanto influirà sulle imminenti elezioni inglesi l'atto terroristico compiuto da Usman Khan venerdì scorso sul London Bridge. Poco, secondo la maggior parte degli osservatori e per quel poco a vantaggio di Boris Johnson che i sondaggi danno in ogni caso come vincitore. Del resto il partito di Nigel Farage ha deciso di facilitare il partito di Johnson non presentando propri candidati nei seggi in cui i conservatori prevalsero nel giugno 2017. Ma è vero altresì che proprio nel giugno 2017 Theresa May, data per iperfavorita dalle rilevazioni demoscopiche, perse inaspettatamente tredici seggi e con essi la maggioranza assoluta nel Parlamento inglese. Un identico passo falso - quello di provocare le elezioni sicuro di vincerle - lo aveva fatto nel 197 4 il conservatore Edward Heath a tutto vantaggio del laburista Harold Wilson. La Gran Bretagna ci ha abituato a questo genere di sorprese. Anche grandi.
   Il laburista Jeremy Corbyn si mostra perciò ottimista anche in virtù di un programma davvero ambizioso: tassazione super per le imprese - a cominciare dalle multinazionali come Amazon, Google e Facebook - e per coloro che guadagnano più di ottantamila sterline l'anno (il 5% degli inglesi); nazionalizzazione di ferrovie, acqua, energia e poste (rimborsando le società mediante titoli di Stato, come fece tra il 1946 e il 1948 Clement Attlee. E non solo.
   Jeremy Corbyn prevede anche un aumento della spesa pubblica di 83 miliardi, settimana lavorativa accorciata a 32 ore, aumento del 5% dei salari, controlli odontoiatrici gratuiti una volta l'anno, abolizione delle tasse universitarie, 150 mila nuove case popolari, banda larga per tutti entro il 2030.
   L'insieme in una visione della politica internazionale dai forti connotati antiatlantici corroborati da una più che decisa simpatia per organizzazioni come Hamas e Hezbollah ( definite «amiche») e di spiccata antipatia nei confronti «delle politiche dello Stato di Israele». A tal punto evidente che in molti, anche dall'interno del Partito laburista, hanno identificato in essa i caratteri di un'ostilità a Israele tout court, sconfinante per di più in un (magari involontario) sentimento antisemita.
   Ne ha parlato in un editoriale sul Times (in termini assai più decisi di quelli che ho testé usato), il rabbino capo del Regno Unito e del Commonwealth Ephraim Mirvis domandandosi e domandando ai lettori: «Che ne sarà degli ebrei e dell'ebraismo britannico se il Labour formerà il prossimo governo?». Ma ancor più clamoroso è che l'appello di Mirvis sia stato fatto proprio e rilanciato - con parole ugualmente impegnative - dall'arcivescovo di Canterbury Justin Welby.
   Corbyn, alla guida dei laburisti inglesi dal 2015, non è nuovo a questo genere di rilievi. Non si contano, nella sua biografia, episodi che anche in Italia avrebbero sollevato (immaginiamo) commenti aspri non soltanto da parte ebraica: la partecipazione, nel 2012 a Tunisi, a una cerimonia in onore di uno dei terroristi che nel 1972 alle Olimpiadi di Monaco avevano sequestrato e ucciso atleti israeliani; l'amichevole incontro con il leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina alla vigilia di un attentato a una sinagoga di Gerusalemme in cui sarebbero rimasti uccisi quattro rabbini (uno dei quali inglese: Avraharn Shmuel Goldberg); la conferenza con Khaled Meshaal, il leader di Hamas già sulla «lista nera» del Regno Unito; la protesta contro il sindaco di Londra reo cli aver fatto cancellare un dipinto murale di Mear One - un nome d'arte - da lui, non a torto, ritenuto antisemita; la prefazione a sua firma alla ristampa di un libro del 1902 in cui John Atkinson Hohson sosteneva essere il capitalismo internazionale «controllato da uomini di una singola razza particolare» (analisi «corretta e lungimirante» l'ha definita Corbyn); il capo laburista ha altresì chiamato «fratello» Abdud Aziz Umar condannato a sette ergastoli per aver fatto esplodere a Gerusalemme un ristorante, provocando la morte di sette persone. E si potrebbe continuare ...
   Intendiamoci, presi uno per uno tutti questi casi (alcuni più, alcuni meno) potrebbero trovare delle giustificazioni. Ma nel loro insieme non possono non suscitare perplessità. Del resto Corbyn non è stato certo il primo nel mondo laburista a manifestare sentimenti del genere. L'ex sindaco di Londra Ken Livingstone provocò un grande trambusto allorché sostenne l'ardita tesi secondo cui; «quando Hitler vinse le elezioni, la sua politica era che gli ebrei dovessero spostarsi in Israele ... Hitler era di fatto un sostenitore del sionismo prima che perdesse la testa e finisse per uccidere sei milioni di ebrei». Un candidato alle amministrative di Peterborough, Alao Bull, aveva poi più sbrigativamente sostenuto essere l'Olocausto «una bufala».
   Recentemente l'atmosfera si è fatta ancora più calda. In febbraio la deputata Luciana Berger ha strappato la tessera dopo che a un congresso del Labour aveva subito minacce e aggressioni fisiche a seguìto delle quali le era stata assegnata una scorta. Joshua Garfield ha lamentato di essere stato qualificato come «sporco sionista». La deputata laburista Margaret Hodge si è ribellata e ha accusato il leader del suo partito di essere un «fottuto antisemita». Dopo di lei 67 esponenti del Labour hanno acquistato una pagina sul Guardian per rilanciarne le denunce.
   In maggio la Commissione per l'eguaglianza e i diritti umani ha aperto un'inchiesta sul Labour Party per «aver illecitamente discriminato, importunato e perseguitato persone appartenenti alla comunità ebraica». Appresa questa notizia, il celebre autore britannico di spy story John le Carré (nome d'arte di David John Moore Comwell) ha annunciato che non voterà più per i laburisti: una sorpresa dal momento che le Carré è un convinto anti-Brexit, anti-Trump e un protagonista del suo ultimo libro, «La spia corre sul campo», definisce Boris Johnson un «maiale ignorante». In molti si sono uniti a le Carré, tra i quali un altro grande scrittore, Frederick Forsyth, nonché l'attrice Ioanna Lumley. Alan Sugar, tradìzìonale finanziatore del partito della sinistra britannica, ha annunciato che non darà più un soldo.
   In luglio un documentario della Bbc ha reso pubbliche otto testimonianze che dall'interno del Labour denunciavano in modo circostanziato alcuni casi di cui si è detto. Corbyn ha replicato sostenendo che gli episodi accertati vedevano coinvolti lo 0,06 degli iscritti, che lui stesso aveva ordinato l'inchiesta interna per esaminare trecento denunce in merito a episodi di ostilità nei confronti degli ebrei, provvedendo all'espulsione dei colpevoli (la metà degli indagati). L'indagine era stata condotta dall'avvocatessa Shami Chakrabartì, secondo la quale il partito soffriva soltanto di una «occasionale atmosfera tossica». Gideon Levy, un celebre giornalista della sinistra israeliana, ha poi difeso su Haaretz il leader laburista. Ma Corbyn è rimasto sotto tiro.
   L'Anti-Defamation League, in una rilevazione quinquennale sull'antisemitismo compiuta in diciotto Paesi, ha denunciato l'aumento vertiginoso del fenomeno in Europa orientale - con punte record in Russia, Polonia e Ucraina - e la consistente diminuzione in Italia (-11 punti) ma anche, sia pure meno vistosa, nel Regno Unito in cui hanno fin qui dominato i conservatori (-1 punto),
   Stupisce che la sinistra politica e culturale del nostro Paese (con alcune - purtroppo poche - lodevoli eccezioni) pur particolarmente attenta agli slittamenti antisemiti nel discorso pubblico italiano non abbia ritenuto meritevole di attenzione queste particolarità di Corbyn che hanno suscitato allarme persino nell'arcivescovo di Canterbury.

(Corriere della Sera, 2 dicembre 2019)


Ricordare per preservare la convivenza da rigurgiti e violenze

La sintesi delle vicende umane e dei soprusi e delle violenze subite dagli ebrei nel nostro Piemonte deve servirci non solo per ricordare, ma per riflettere..

di Sergio Favretto

Momento difficile, fatti inattesi, troppi motivati allarmi: la senatrice Liliana Segre bersaglio di offese e scortata per necessità, sfilate e raduni con svastiche e saluti romani, richiami ideologici sollecitanti razzismo o antisemitismo, un revisionismo storico anticamera per sdoganare l'esperienza fascista.
E' necessario riflettere.
Anche se è vero che al momento della emanazione delle leggi razziali del 1938, ben pochi furono coloro che presero le distanze dal regime, è poi altrettanto vero che, viceversa, allorché si attuò, a partire dal 1943, la "caccia" vera e propria agli ebrei, non pochi furono gli esempi di aiuto, soccorso e protezione che vennero messi in atto da molti cittadini, a prescindere dal ceto, dall'impiego e dal credo religioso.
Un esempio luminoso di ciò è rappresentato da Bartali, il più famoso corridore ciclista dell'epoca, che contribuì, per quanto possibile, a salvare dalla deportazione e dallo sterminio centinaia di ebrei, che avevano trovato rifugio in strutture di religiosi cattolici in Umbria.
I casi analoghi, in tutta l'Italia allora occupata dai nazisti che, con l'aiuto succube dei repubblichini, premiavano addirittura i delatori e comminavano pene severissime a chi aiutava, in qualunque modo, gli ebrei, sono stati in effetti molti e molti sono e saranno forse per sempre coperti dal segreto.
Altri casi dei quali sono venuto a conoscenza meritano invece di essere conosciuti dal pubblico dell'Incontro.
Nella città di Casale Monferrato e nell'intero Monferrato, in una sola notte, a febbraio 1944, vennero catturati 15 ebrei e portati a Fossoli di Carpi, alle Nuove di Torino e poi nei campi di concentramento in Germania.
Ad inizio '44, il commissario di PS Maiocco, con la collaborazione del segretario politico fascista Bacco e del console Imerico, con l'inganno, aveva raccolto l'elenco completo dei pochi ebrei ancora residenti, anziani, ammalati, ai quali venne promessa l'eesclusione dalla deportazione.
Il prezioso aiuto di semplici casalesi, coordinati dal Vescovo Angrisani, da Francesco Triglia del CLN di Casale, e la generosità di alcuni parroci, diedero vita ad un'alleanza operativa, discreta, ad un'efficiente rete di sensibilizzazione antifascista e di sostegno agli ebrei, anche per le necessità economiche ed assistenziali, con ospitalità in canoniche e cascine isolate in campagna.
Un altro caso emblematico di correlazione e solidale aiuto fra cattolici ed ebrei si ebbe a Moransengo, piccolo paese collinare in provincia di Asti e diocesi di Casale Monferrato.
Don Martino Michelone, nato a Morano e parroco a Moransengo nel '43-'45, nascose nella propria canonica la famiglia degli ebrei Segre di Casale Monferrato.
La famiglia di Segre Riccardo, composta dalla moglie Angela, il figlio Luciano e la zia Elvira, gestiva a Casale, in via Roma, un negozio di tessuti. I tedeschi diedero la caccia, i fascisti sequestrarono beni e negozio. Don Michelone conobbe i Segre acquistando tessuti. Offerse subito ospitalità, coinvolgendo in modo riservato la popolazione. Per mesi sottrasse la famiglia Segre alla cattura ed alla deportazione. Luciano (nato a Casale nel 1933) fungeva anche da chierichetto a Don Michelone.
Ed ancora, significativa ed emblematica del contributo, anche di sangue, che diedero alla Resistenza molti ebrei, sia sotto un profilo operativo, sia di collegamento ed assistenza, fu la vicenda di Sergio Morello, ebreo casalese, nato il 18 giugno 1922 ed ucciso dai nazifascisti a Castellamonte Canavese, il 1o maggio 1945.
Tutta la famiglia Morello, con i fratelli Sergio ed Armando, lasciò Casale dopo l'8 settembre, in quanto erano stati informati dei prossimi arresti dal capitano e dal tenente dei carabinieri, un certo Marino. Essi si stabilirono nel Canavese, a Muriaglio.
Armando era medico e, grazie ad alcuni documenti falsi, poté esercitare la professione, coperto dal medico di Castellamonte, De Rossi Nigra, pronipote di Costantino Nigra, ambasciatore di Cavour. Venne ospitato da un prete locale, antifascista, don Cossavella.
Sergio Morello, viceversa, s'inserì nella formazione partigiana Matteotti, comandata da Davito Giorgio. Nella zona, operavano a Cuorgnè la brigata partigiana comandata da Rossi e la brigata Giustizia e Libertà di Bellandi, il pittore Viano.
Le formazioni della zona condussero alcune azioni di disturbo ed attacco ai tedeschi e il medico Armando Morello dovette intervenire più volte a curare feriti, fino in Valchiusella.
Nei giorni della Liberazione, Sergio Morello venne incaricato dai leader locali di gestire la fase di transizione, verso la nuova democrazia. Dal 20 aprile 1945, il CLN gli affidò l'incarico del Comando della SAP di Castellamonte. Rimase a Castellamonte, mentre gli altri partigiani andarono a Torino.
Il 1o maggio, un gruppo consistente di nazifascisti tornava da Grugliasco; si muoveva verso Milano, in fuga. Attaccarono Castellamonte. Il tenente Sergio Morello, ebreo casalese e partigiano, venne catturato e fucilato dai nazi-fascisti.
La sintesi delle vicende umane sopraesposte e dei soprusi e delle violenze subite dagli ebrei nel nostro Piemonte deve servirci non solo per ricordare, ma per riflettere.
Non sono stati solo fatti drammatici, accaduti in un clima di regime e di arroganza del potere e nell'ignoranza, ma sono stati eventi che hanno, di contro, dato linfa ad una nuova coscienza civile. La popolazione del Monferrato, così come in tutto il resto del paese occupato dai nazifascisti non poté reagire, perché inerme e succube per decenni; ma grazie all'osservazione di questi fatti, si decise poi ad organizzare la lotta partigiana e motivare l'antifascismo.
Le violenze contro gli ebrei, contro le persone, contro l'uomo, diedero sostanza argomentativa ed emozionale alle scelte della nuova democrazia e della Costituzione.
Anche oggi, le violenze e i torti ai quali assistiamo possono venire letti, a converso, come nuovi argomenti per confermare la giustezza delle opzioni democratiche e di grande tolleranza.
Il sostegno che tutta la società civile riconosce a Liliana Segre non è affatto costruzione mediatica o simbolismo eccessivo, è solo un dovere dell'intelligenza e della storia.
Ricordare ciò che avvenne 75 anni fa, non è consuetudine, è chiara volontà di preservare la nostra convivenza da rigurgiti superati e impedire che altre e nuove violenze si affaccino.
Doppia attenzione: il nuovo fascismo è l'attuale volgarizzazione della politica, la diffusione sistematica delle false news sui media e sui social, la semina di odio e di contrasto a prescindere, le condotte aggressive verbali e comportamentali, le inefficienze volute che negano ad anziani e malati il corretto servizio pubblico, la massificazione dei messaggi pubblicitari che condizionano adolescenti e deboli, la privazione dei sogni per i giovani, le piazze agitate per mere illusioni ottiche ingannatrici.
Per tutti, c'è l'obbligo di rappropriarsi della libertà di scelta, c'è il diritto alla corretta informazione, c'è il dovere di ricercare una dimensione etica collettiva, di ragionare e non di seguire i miraggi grotteschi. La storia e la Costituzione ci aiutano.

(L’Incontro, 2 dicembre 2019)


La morte del cristianesimo negli Stati Uniti è altamente esagerata

Hoss Douthu: sostiene che la vera eccezione è la secolarizzazione europea. In America il cristianesimo mostra segni di resilienza.

Scrive il New York Times (29/1)

Cinquanta anni fa molti osservatori religiosi americani assumevano che la secolarizzazione avrebbe spazzato via il cristianesimo tradizionale", scrive Ross Douthat sul New York Times: "Venti anni fa il cristianesimo ha mostrato una resistenza sorprendente, e quindi il modo di pensare è cambiato: forse esiste un'eccezione americana alle tendenze antireligiose o forse il secolarismo dell'Europa è la vera eccezione alla regola. Oggi è girata la ruota, e il nuovo consenso è che la secolarizzazione in America è stata solamente ritardata e quindi la destinazione finale è la deriva antireligiosa che vediamo in Europa da molti anni. Questa linea di pensiero viene condivisa da conservatori religiosi, anticlericali ferventi e giornalisti miscredenti che però sospettano di sentire la mancanza della religione organizzata quando non ci sarà più. Le tendenze che hanno dato vita a questo punto di vista sono reali, ma il cambiamento repentino nella sostanza del pensiero dominante dovrebbe consigliare maggiore cautela. Bisogna specificare innanzitutto che il declino delle istituzioni cristiane e l'indebolimento della religione può dare vita a spiritualità post cristiane - panteiste, agnostiche, pagane - anziché degenerare in una cultura atea e senza Dio. Ma il possibile avvento di una cultura post cristiana non è l'unica ragione per dubitare della narrazione laicista. Ecco tre ragioni specifiche al cristianesimo americano che andrebbero considerate a fianco dei dati catastrofisti sulla fine della religione.
  Il declino dei cristiani tiepidi è molto più marcato rispetto al calo dei religiosi ferventi. I dati del sondaggio Pew mostrano un netto declino nei tassi di partecipazione alla messa domenicale, oltre a un crescente allontanamento da parte di coloro che un tempo sarebbero stati legati alle denominazioni. I numeri di un altro sondaggio Gallup indicano che i tassi di partecipazione alla messa sono calati di recente, passando dal 42 per cento del 2008 al 38 per cento del 2017. Lo stesso sondaggio mostra che il calo recente è stato molto più tenue rispetto al netto declino degli anni Sessanta - e i dati di oggi non sono molto diversi da quelli degli anni Trenta e Quaranta, prima del boom religioso del dopoguerra. Anche i sociologi Landon Schnabel e Sean Bock hanno sostenuto in uno studio del 2017 che il declino delle istituzioni religiose è stato causato dall'allontanamento dei cristiani tiepidi. Il numero di cristiani ferventi invece è rimasto stabile negli ultimi trent'anni. Questa tendenza non è molto rassicurante per la Chiesa, la cui influenza culturale dipende dall'abilità di coinvolgere il maggior numero di persone e di suscitare simpatia e interesse anche da coloro che non vanno a messa ogni giorno.
  Invece il combinato disposto tra uno zoccolo duro di credenti che resta costante e una minore influenza sociale potrebbe rendere la posizione dei cristiani sempre più problematica. Ma per ora la resistenza del cristianesimo gli consente di esercitare un importante ruolo politico all'interno della coalizione conservatrice, e di agire da argine alla secolarizzazione completa della coalizione liberal.
  Inoltre, la perdita di influenza del cristianesimo potrebbe essere un fenomeno causato dalla generazione dei baby boomer e non dai millennial. Stando ai dati, i giovani sono meno credenti rispetto agli adulti. Ma il fervore religioso cambia nel corso della vita, tende a calare quando lasci casa e ad aumentare nel momento in cui nascono i figli o invecchi. E l'analisi del politologo Ryan Burge ha rilevato che la partecipazione religiosa dei ventenni di oggi è maggiore rispetto ai ventenni degli anni Novanta. Il calo più marcato era stato tra gli adulti e gli anziani. Quindi le attuali tendenze sarebbero state causate dalla generazione dei sessantenni e settantenni piuttosto che dai millennial. Adesso il terzo fattore. Ci sono buoni motivi per credere che la crisi a cui si trovano di fronte le istituzioni cristiane sia più una crisi cattolica che protestante. Solitamente la storia religiosa dell'America non viene raccontata in questi termini dato che, guardando solamente al numero di adesioni, il più grande calo dopo gli anni Sessanta coinvolge i protestanti, con i cristiani evangelici e i cattolici piuttosto stabili. Ma tuttavia i numeri della coalizione protestante sono rimasti costanti, dato che l'aumento degli evangelici ha compensato le perdite degli altri gruppi protestanti. Invece il cattolicesimo ha subito un declino molto maggiore, ed è stato salvato dall'immigrazione ispanica. Il calo nei tassi di partecipazione alla messa dopo il Secondo concilio vaticano è stato superiore a ogni altro fenomeno sul versante dei protestanti. Dopo un lungo periodo di stabilità causato dall'immigrazione, il numero dei fedeli cattolici è in caduta mentre quello dei protestanti è in leggero aumento. Se dovessimo fare delle previsioni basate sulla situazione attuale del cristianesimo americano, potremmo dire che il futuro della scristianizzazione, il suo progresso o l'inversione, verrà definito in base al tipo di cattolico che emergerà dalle attuale controversie nella Chiesa: dall'agonia per lo scandalo degli abusi sessuali, dalla rinascita di un programma liberal con Papa Francesco, dalla battaglia dei cattolici conservatori, dalla polarizzazione teologica e generazionale nella Chiesa. Gli osservatori cattolici alle prese con la deriva post cristiana del liberalismo occidentale amano citare la profezia di Alexis de Tocqueville secondo cui 'i nostri discendenti tenderanno a dividersi in due campi, alcuni abbandoneranno il cristianesimo e altri entreranno nella Chiesa romana'. Questa previsione non descrive l'America del 2019, dove il protestantesimo evangelico appare un'alternativa più forte rispetto alla Chiesa di Joe Biden, Papa Francesco e me stesso. Ma se volessimo aggiungere una piccola modifica la frase di Tocqueville avrebbe più senso. Quel che succederà a Roma determinerà la misura in cui i nostri discendenti si divideranno, e il numero di americani che lasceranno il cristianesimo".

(Il Foglio, 2 dicembre 2019 - trad. Gregorio Sorgi)


Accademici palestinesi negano le prove archeologiche della presenza degli ebrei in Israele

La tv di Abu Mazen bombarda i suoi ascoltatori con la menzogna secondo cui gli ebrei non sono altro che "colonialisti" e "occupanti" arrivati solo nel 1948.

L'Autorità Palestinese insiste con la sua propaganda volta a negare qualunque legame storico fra ebrei e Terra d'Israele, mandando in onda sulla sua televisione accademici e politici che contestano persino le più evidenti prove archeologiche.
La ong Palestinian Media Watch ha segnalato tre nuovi casi di accademici palestinesi apparsi in ottobre e novembre sulla tv ufficiale dell'Autorità Palestinese per negare le evidenze archeologiche che collegano gli ebrei al paese. In tutti e tre i casi, gli accademici hanno spudoratamente negato l'esistenza di qualunque testimonianza di vita ebraica in Terra d'Israele prima del 1948, descrivendo l'attuale popolazione ebraica come fatta di occupanti e usurpatori.
"Gli ebrei affermano di essere stati in Palestina 2000 anni fa" ha affermato lo scorso 6 novembre Riyad al-Aileh, docente palestinese di scienze politiche dell'Università Al-Azhar, in un programma tv intitolato "L'autorità suprema". "Se guardiamo alla storia - ha continuato al-Aileh - vediamo che non ce n'erano in Palestina in passato, ma solo come invasori meno di 70 anni fa. In questi 70 anni sono stati degli invasori come gli hyksos, i bizantini, i persiani e il colonialismo [britannico]. Il popolo palestinese cananeo è riuscito da allora a sconfiggere gli invasori e a persistere su questa terra"....

(israele.net, 2 dicembre 2019)


Netanyahu esorta l'Europa ad unirsi alle sanzioni degli USA contro l'Iran

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha richiamato i paesi europei ad incrementare la pressione sull'Iran ed unirsi alle sanzioni degli USA nei confronti di Teheran.

"I paesi europei lavorano sui modi di aggirare le sanzioni americane all'Iran. E' giunto il momento di invertire la rotta. E' giunto il momento di incrementare la pressione e non di ridurla. E' giunto il momento di unirsi agli USA ed accentuare le pressioni nei confronti dell'Iran", riferisce il comunicato di Netanyahu diffuso oggi dal suo ufficio stampa.
Secondo il premier israeliano, "mentre l'Iran si sbriga ad arricchire l'uranio per la produzione delle arme atomiche, i paesi europei cercano di favorire l'Iran, facendo ulteriori concessioni".
"Questi paesi europei dovrebbero vergognarsi. Non hanno imparato nulla dalla storia? A quanto pare, no. Essi autorizzano il regime terroristico di sviluppare i propri armamenti atomici e i missili balistici, il che porterà a conseguenze terribili sia per loro, che per il resto del mondo", ha aggiunto Netanyahu.
Ieri è stato reso noto che sei paesi europei, tra cui Belgio, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, hanno aderito allo Strumento a sostegno degli scambi commerciali, ovvero Instex (Instrument in support of trade exchanges). Instex è un meccanismo instaurato da Francia, Germania e Gran Bretagna che facilita le transazioni commerciali legali tra gli operatori economici europei e l'Iran. Secondo i paesi fondatori di tale meccanismo, questa iniziativa aiuterà a preservare il Piano d'azione congiunto globale sul nucleare iraniano (JCPOA), dopo l'abbandono di esso da parte degli USA.

 Accordo sul nucleare iraniano del 2015
  Il JCPOA è stato firmato nel 2015 da Iran, Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, insieme all'Unione Europea. L'Iran avrebbe dovuto ridimensionare il suo programma nucleare e ridurre drasticamente le sue riserve di uranio in cambio dell'annullamento delle sanzioni. Tuttavia, nel 2018 il presidente americano Donald Trump ha annunciato la fuoriuscita unilaterale dall'accordo, proclamando la strategia di sanzioni rigide nei confronti dell'Iran.

(Sputnik Italia, 1 dicembre 2019)


Israele. 11 dicembre 2019, dieci giorni per un regolamento di conti

di Luciano Assin

ISRAELE - Mancano esattamente 10 giorni prima che l'elettorato israeliano venga richiamato alle urne per la terza volta consecutiva. Dopo che sia l'attuale premier israeliano Benjamin Netanyahu che il suo rivale politico Benny Gantz non sono riusciti a formare una coalizione di governo, il regolamento politico del paese prevede la possibilità che qualsiasi deputato che riesca a raccogliere almeno 61 firme, su un totale di 120 componenti la Knesset, abbia l'opportunità di ricevere una deroga di 14 giorni dal Presidente dello stato per formare un governo.
   Ma il teatro dell'assurdo che si sta svolgendo in questo momento nel mondo politico israeliano è al di là di qualsiasi aspettativa e soluzione. Lo stesso Ionesco non ne potrebbe venire a capo. Non è soltanto una questione di potere o di Ego, ci sono dei veri e propri dilemmi procedurali che nessun legislatore aveva mai pensato di dover affrontare che stanno portando il paese in una situazione intricata e a prima vista irrisolvibile.
   Il primo scoglio da affrontare sono le firme, secondo un'interpretazione diciamo così "elastica", nulla vieta ad un deputato a firmare a favore di più candidati. Secondo dilemma, a chi andrebbe dato l'incarico? Al primo che raccoglie le firme necessarie o a chi ne raccoglie il maggior numero? E non siamo ancora entrati nel vivo del discorso, vale a dire: può un primo ministro in carica continuare a governare dopo essere stato accusato di corruzione e abuso di potere?
   Secondo i sostenitori di Netanyahu, Bibi è innocente fino ad una sentenza definitiva. Secondo l'opposizione, e probabilmente anche un numero non indifferente dei votanti il partito likud, un'accusa tale è più che sufficiente per esigere le dimissioni o perlomeno la sospensione dall'incarico dell'attuale premier.
In definitiva chi dovrà togliere le castagne dal fuoco sarà il tanto odiato potere giudiziario. Le richieste di impedire a Netanyahu di continuare a governare il paese nella sua personale situazione sono numerose, e sono molti i deputati dell'attuale partito al potere, sperduti e confusi passeggeri sulla diligenza di "Ombre rosse", che aspettano l'arrivo del decimo cavalleria.
Il problema che ancora non è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi.

(alganews.it, 1 dicembre 2019)


Le preoccupazioni di noi israeliani laici

di Mady Moriel medico

Quarant'anni fa ho cominciato il mio viaggio professionale alla facoltà di medicina dell'Università La Sapienza a Roma, mi sono poi laureata alla scuola di medicina dell'Università di Tel Aviv e ora sono cardiologa all'ospedale Shaare Zcdek, a Gerusalemme. Roma e l'Italia sono rimaste nel mio cuore per sempre, nel ventricolo in cui si trova l'amore. Recentemente mi sono imbattuta nella pagina web di Moked, dove trovo l' opportunità di ravvivare la mia dormiente lingua Italiana, e dove scopro il significato di essere ebrei in Italia nel ventunesimo secolo, e leggo i vostri pensieri sull'ebraismo, sulla politica italiana e su quella israeliana. Ho letto con grande interesse l'articolo di rav Michael Ascoli 'Israele e l'identità dei laici' (26/9/2019).
  Nel suo articolo rav Ascoli tratta due argomenti diversi e, a mio parere, non necessariamente correlati. Il primo è il processo di 'Hadatà ', il processo di irreligiosimento della società e dello spazio pubblico in Israele, il secondo è invece l'identità dei laici israeliani. Rav Ascoli afferma che non esiste Hadatà, e tuttavia credo che i fatti contraddicano la sua conclusione. Darò solo alcuni esempi.
Il 'Potenziamento della cultura e dell'identità ebraica', un programma del Misrad haHinukh (Ministero dell'Istruzione) per l'espansione degli studi religiosi che è stato imposto alle scuole pubbliche non religiose, a spese degli studi generali. Negli esami PISA (Programma per la valutazione internazionale degli studenti) di lettura, matematica e scienze previsti dalla OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) gli allievi israeliani hanno riportato punteggi bassi, inferiori alla media mondiale, e inferiori alla maggioranza degli stati occidentali e dell'Asia. Questo mette il futuro d'Israele a grave rischio. Nell'esercito è stata proibita la partecipazione di cantanti donne nelle cerimonie e nelle celebrazioni, per non offendere i sentimenti dei soldati religiosi maschi. I sentimenti delle soldatesse non hanno evidentemente la stessa importanza.
  In certe città, i volti di bambine e donne nei tabelloni pubblicitari vengono con frequenza deturpati, mentre quelli dei maschi rimangono intatti. Ci sono linee di autobus pubblici sovvenzionati dal governo in cui le donne sono costrette, anche con violenze verbali, a prendere posto nella parte posteriore dell'autobus, mentre gli uomini prendono posto nella parte anteriore. Questi sono solo alcuni esempi di come avviene il processo di Hadatà che si sta verificando in Israele, un processo che si aggiunge a uno status quo, in atto da settant'anni, per il quale non sono ammessi matrimoni civili e sepolture civili, non funziona il trasporto pubblico di sabato e gli ortodossi sono esenti dal servizio militare.
  Nella seconda parte del suo articolo rav Ascoli si chiede chi sia l'ebreo laico israeliano: "ora che non è più pioniere dello stato e che non è neanche laico-ma-studioso-del-Tanakh alla Ben Gurion, chi è? E cosa ne fa degli "ideali dei profeti di Israele" sanciti nella Dichiarazione di Indipendenza?' Allora, chi siamo noi laici israeliani? La maggioranza di noi è fatta di 'sabra', nati in Israele e cresciuti nel sionismo di Ben Gurion. la minoranza nel revisionismo di Jabotinski. Noi e i nostri genitori, spesso sopravvissuti alla Shoah, siamo considerati da una parte degli ortodossi "L'asino del Messia". Siamo umanisti, liberali e pluralisti. Vorremmo vivere e lasciar vivere, e ci preoccupa il benessere di tutti coloro che vivono in Israele, inclusi gli arabi che sono il 21% dei cittadini israeliani e anche qualche dozzina di migliaia di immigranti che non hanno nessun effetto sulla demografia ebraica in Israele. La nostra etica è basata sul pensiero razionale, non dipende dalla paura di ricompense o punizioni di Dio. Abbiamo una ricca cultura rappresentata da pensatori, scrittori, poeti, drammaturghi, pittori, scultori e musicisti. La nostra cultura ha meno di cento anni, ma è sorprendente. Siamo aperti alla cultura dei 'goim', si può imparare anche da loro. La nostra identità è israeliana, basata sulla nostra storia e sulla nostra tradizione ebraica, ma non deve essere necessariamente religiosa. Nel suo libro "The Philosophic Roots of the Secular-Religious Devide" Micah Goodman scrive che "come il modernismo sfida la tradizione e le dà equilibrio, così la tradizione deve sfidare il modernismo e dargli equilibrio."
  I laici credono che l'emunà, la fede, in Dio non regga alla prova della scienza. Forse, allora, perdono il loro ebraismo? Io credo di no, perché per me essere ebrea significa appartenere a un popolo che condivide una lunga storia, cultura e tradizione.

(Pagine Ebraiche, novembre 2019)


Israele vuole ampliare la presenza ebraica a Hebron

Il ministro della difesa israeliano Naftali Bennett ha ordinato oggi la progettazione di un nuovo rione ebraico nella zona del mercato all'ingrosso di Hebron (Cisgiordania), i cui edifici saranno distrutti per far posto ad altri nuovi con negozi.
I diritti dei commercianti arabi saranno garantiti, assicura il ministero della difesa: essi riceveranno locali nuovi al piano terra del nuovo progetto edile.
L'obiettivo - spiega il ministero - è di creare continuità territoriale fra la Tomba dei Patriarchi (un luogo di culto sacro ai musulmani e agli ebrei) e il vicino rione ebraico Avraham Avinu. In questo modo, secondo il ministro, sarà possibile raddoppiare il numero degli israeliani residenti in città.
Hebron è suddivisa in due settori: H1, sotto controllo dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), con oltre 200'000 abitanti; e H2, sotto controllo israeliano, dove abitano 750 ebrei e alcune migliaia di palestinesi. I progetti in questione riguardano il settore H2.

(swissinfo.ch, 1 dicembre 2019)


Il Mediterraneo e l'identità ebraica, storia di un incontro in musica

di Gisèle Lévy

Esemplare di oud
Le biblioteche si muovono, non sono più uno statico punto di riferimento per l'educazione formale.
Come centro di formazione di cultura devono anche promuovere iniziative di aggregazione e spunto per diversificare le proprie conoscenze, soprattutto oggi che i social diffondono notizie sparse senza dare la possibilità di collocarle in contesti spazio-temporali corretti.
La biblioteca deve quindi avvicinarsi al cittadino, promuovere iniziative per approfondire temi, stimolare tramite spunti la curiosità che altrimenti resterebbe inascoltata.
La prossima settimana offrirà quindi un evento culturale sul format già sperimentato: "Guida all'ascolto musicale".
La tradizione musicale mediterranea sta prendendo via via uno spazio che fino a qualche decennio fa era impensabile. L'apertura di orizzonti più vasti ha permesso di conoscere vari aspetti di antiche culture, e di apprezzare tradizioni, filosofia, poesia e sonorità.
Per quanto riguarda le civiltà mediterranee, quella ebraica è sicuramente una tra quelle che hanno lasciato più il segno.
Dall'espulsione degli ebrei dalla Spagna, per volontà di Isabella La Cattolica, alla successiva dispersione nei territori balcanici sottoposti all'Impero Ottomano, alla Turchia stessa, al Nord Africa, vi è stato tutto un fiorire di canti e cantillazioni, spesso accompagnate dall'uso di strumentazioni costruite con materiali semplici provenienti da parti di animali già utilizzati per il nutrimento.
E così pare ovvio che il drum degli ebrei e la darabukka fossero provvisti di una membrana tesa proveniente da pecora o capra, così come le corde di un kanun potevano essere le budella di un ovino.
Nel Nord Africa, terra d'elezione per molti ebrei sefarditi che avevano lasciato la Spagna per essere accolti in Marocco, uno strumento d'elezione era l'oud, sorta di liuto ad 11 corde.
Gli ebrei fecero loro molte tra le usanze delle popolazioni con cui convissero.
Oggi, sono maestre della musica popolare varie cantanti israeliane (es. Mor Karbasi, Yasmin Levy) note a livello internazionale, che hanno perfezionato i propri studi in prestigiose Accademie statunitensi, britanniche e in Israele. Il loro merito è quello di aver riportato attraverso la loro vocalizzazione, ululazione, canti di gola piyutim e canti antichi, facendo rivivere - e scongiurando l'estinzione della lingua ladina o del judeo-arabe - poesie nostalgiche di una terra amata e perduta per sempre.
È quello che si potrà ascoltare in un unico evento, giovedì 5 dicembre presso il Centro Bibliografico UCEI.

(moked, 1 dicembre 2019)


Gaza: polemiche per un nuovo ospedale da campo americano

GAZA - Personale americano è impegnato nelle ultime settimane nella costruzione a nord di Gaza di un ospedale da campo che servirà i palestinesi nella zona in casi di complicazioni mediche che non possano essere superate negli altri ospedali della Striscia. Lo riferiscono fonti locali secondo cui questo ospedale proviene dalla Siria, dove pure è stato gestito da personale americano. Gli addetti ai lavori entrano da Israele a Gaza da un cancello messo a loro disposizione, a lato del valico di Erez. Secondo le fonti "una cortina di mistero" circonda il progetto. Sul web si sono diffuse perplessità sul fatto che i macchinari dell'ospedale da campo avrebbero potuto essere installati in altri nosocomi di Gaza. Aspre critiche sono giunte anche dalla ministra per la sanità dell'Anp, Mai al-Kaila, che afferma di essere stata tenuta all'oscuro del progetto. L'Anp sospetta che l'iniziativa rientri nel cosiddetto 'Accordo del secolo' elaborato dall'amministrazione Trump e in quel caso, si opporrebbe.

(ANSAmed, 1 dicembre 2019)


F-16, il Falco da guerra prediletto da Israele

di Davide Bartoccini

 
F-16 dell'aviazione israeliana
L'F-16, soprannominato "Fighting Falcon", o "Sufa" (Tempesta) come lo chiamano gli israeliani che lo impiegano assiduamente nelle loro ultime missioni, è un velivolo multiruolo in configurazione monoposto/biposto monomotore sviluppato nei distanti anni '70 per l'aeronautica degli Stati Uniti, che allora cercava un velivolo da combattimento di nuova concezione. E il Falco, come capostipite di una nuova generazione di aerei da guerra, ha saputo dimostrare sono solo il suo valore come mezzo tattico, ma la sua indiscutibile longevità: consegnato nella sua prima versione all'Usaf nel 1978, sfiorerà le nuvole almeno fino al 2025. Oltre sessantacinque anni trascorsi nei cieli dei più differenti teatri di combattimento, in forza a 25 aeronautiche di altrettanti paesi, anche in lotta tra loro.
  Quando lo Stato Maggiore dell'Aeronautica giunse alla conclusione che la "guerra aerea" era cambiata, e che non era più tempo di duelli e manovre quando già nei cieli del Vietnam tutto veniva deciso dai missili aria-aria e dalla velocità dei velivoli che li trasportavano, il Pentagono si rivolte alla General Dynamics Corporation (poi acquisita da quella che oggi è la Lockheed Martin) per sviluppare il nuovo aereo da combattimento che avrebbe dovuto servire l'Usaf e altre 12 forze aeree della Nato e di quel blocco di nazioni sparse per il mondo che erano alleate di Washington. L'F-16 venne perciò formalmente ordinato nel distante 1972, quando il velivolo più simile in linea nell'Us Air Force era l'F-4 Phantom II: un velivolo che rappresentava appieno la cosiddetta "terza generazione" di aerei da guerra.
  L'F-16, lungo 15 metri con un'apertura alare di 9,45 metri, fu sviluppato per alloggiare singolo motore turbofan Pratt & Whitney, capace di generare una spinta da 102 a 130 kilonewton, e raggiungere un'accelerazione che lo avrebbe portato a doppiare la velocità del suono. L'abitacolo avrebbe accolto tutte le più sofisticare strumentazioni sviluppate a quel tempo, e sui suoi piloni alari e quelli posti sotto la fusoliera, avrebbe trasportato già nell'anno del suo battesimo dell'aria una vasta gamma di bombe e missili. Dal comune munizionamento a caduta libera ai missili guidati tramite un innovativo telemetro laser per la soppressione delle difese antiaeree/radar e, per i dog-fight che aveva proprio spinto l'intelligence a commissionare all'industria bellica il falco, missili aria-aria di lungo, corto e medio raggio. Era stato mantenuto, per ogni evenienza, un cannone da 20 mm M61 Vulcan. L'F-16 è configurato per trasportare e lanciare munizionamento nucleare.
  Appena pronto al combattimento, il Falcon entrò in forza negli Stati Uniti nei primi anni '80 e a seguire nelle forze aeree di Egitto e Giordania - come in quelle di Israele - e poi in Pakistan, in Belgio, nei Paesi Bassi, in Turchia e Corea del Sud, a Singapore. L'Italia, ma solo del 2003, ne ricevette 34 velivoli da impiegare come intercettori. Il Giappone ne fece la base per sviluppare una sua propria versione: il Mitsubishi F-2. Attualmente si considerano 4.500 velivoli sviluppati nei vari "block" (da 1 a 70) su base e licenza del Falcon. Come velivolo da combattimento mostrò subito la sua efficacia, sia nel combattimento aereo e che nell'attacco al suolo, durante il conflitto israelo-siriano del 1982, e poi fu ampiamente impiegato nella Golfo Persico del 1990-1991. Proprio una formazione di F-16 "Sufa" dell'Aviazione israeliana fu protagonista nel 1981 dell'Operazione "Babilonia": il raid sul reattore nucleare siriano di Osiraq.
  Nel 1995 il primo F-16 dell'Usaf venne abbattuto nei cieli della Bosnia da un missile Sam. Un secondo F-16 americano venne abbattuta nei cieli della Serbia nel 1999, durante l'operazione "Allied Force". Nonostante l'aereo fosse stato letteralmente tranciato in due dalle schegge, il pilota riuscì a lanciarsi e venne recuperato. Più recentemente invece, un F-16 della forza aerea israeliana è stato abbattuto da un missile S-200 sparato dai sistemi di difesa siriani. Il velivolo biposto era stato impiegato in uno dei raid che Israele continua a condurre imperterrito su obiettivi sciiti in tutto il Medio Oriente. L'aereo cadde in territorio israeliano e l'equipaggio riuscì a lanciarsi. L'F-16 fu anche protagonista, questa volta come velivolo abbattitore, del duello aereo che vide contrapposte Turchia e Russia durante la crisi siriana, quando un Sukhoi Su-24 russo cadde preda di un missile aria-aria per via di uno "sconfinamento".
  Secondo i piani dell'Usaf, il Falcon servirà l'aeronautica americana per un altro quinquennio. Dopo di allora i 941 velivoli verranno radiati. Ad eccezione, forse, di quelli che vengono impiegati come "aggressori" nelle esercitazioni di duello aereo che addestrano i piloti al combattimento, e quella nella loro ultima versione a pilotaggio remoto. Una serie di velivoli "falcon", i Qf-16, è stata infatti modificata per essere pilotata a distanza, come droni, e per essere impiegati come sofisticato "bersaglio" in diversi tipi d'esercitazione. Gli altri paesi, come Israele e Giordania, e come tutte le forze aeree orientali che spesso schierano questo velivolo come punta di diamante delle loro forze aeree, potrebbero concedere ancora molto carriera a questo longevo velivolo da combattimento che ha fatto senza dubbio epoca.

(Inside Over, 1 dicembre 2019)


«Hitler uno di noi, odiava gli ebrei». I deliri di Khan, l'aspirante martire

Indottrinato da un imam radicale vicino ad al Qaeda, sognava attentati su vasta scala Faceva parte del gruppo di Stoke-on-Trent dal quale in passato sono arrivati altri killer

di Cristina Marconi

LONDRA - Ai giudici che lo condannarono nel 2012, la pericolosità di Usman Khan era apparsa in modo evidente. Non solo all'epoca il ragazzo, appena ventunenne, era già parte di una cellula di nove persone, i «nove leoni», con una lista di obiettivi lunga e variegata, dalla creazione di una madrassa in Kashmir per addestrare terroristi da finanziarsi con \i sussidi di disoccupazione britannici all'uccisione dell'allora sindaco di Londra Boris Johnson, di cui avevano l'indirizzo personale, ma in questa distinta comitiva Khan era subito apparso come uno degli elementi più aggressivi e ambiziosi. Tanto che il giudice non vedeva di buon occhio una sua possibile uscita dal carcere.

 Il pericolo
  «A mio giudizio, questi criminali rimarrebbero, anche dopo un periodo lungo di detenzione, un tale pericolo che il pubblico non può essere adeguatamente protetto qualora gli dovesse essere data una licenza nella comunità, soggetta a condizioni, con riferimento a una data prestabilita di rilascio», aveva scritto, aggiungendo che «la sicurezza del pubblico rispetto a questi criminali può essere protetta adeguatamente solo se la loro uscita su licenza è decisa, al massimo, alla fine del periodo minimo che stabilisco oggi». Ossia otto dei sedici anni di condanna. E invece nel dicembre del 2018 è uscito, grazie a un appello del 2013 in cui l'avvocato cercò di insistere sulla natura velleitaria e giovanilistica delle attività di Khan.

 A piede libero
  E quindi l'attentatore di London Bridge, uno che aveva progettato di far saltare in aria il London Stock Exchange mettendo una bomba nei bagni e che sognava attentati su larga scala sul modello di quelli a Mumbai, poteva girare a piede libero, ma con l'obbligo di portare una cavigliera elettronica per essere controllato. Sebbene anche un altro dei «nove leoni», appena uscito dal carcere fosse stato subito ripescato a ordire trame terroristiche, a riprova che il programma di deradicalizzazione non aveva funzionato. Quello seguito da Usman Khan si intitolava «desistenza e disimpegno» - in una lettera alle autorità chiedeva aiuto per diventare «un buon cittadino britannico» - ma poco aveva potuto contro l'influenza del noto imam radicale Anjem Choudary, a cui il ventottenne era vicino da anni tanto da avere il suo numero di cellulare ai tempi dell'arresto.

 Il proselitismo
  A Stoke-on-Trent, dove era nato, faceva proselitismo per al-Muhajiroun, il gruppo ispirato ad al Qaeda e vicino a Choudary da cui, negli anni, sono arrivate varie persone che hanno compiuto attacchi nel Regno Unito, tra cui gli attentatori del 7 luglio del 2005. Nel 2008, in un'intervista alla BBC, il giovanissimo Usman, con una kefiah in testa, rassicurava il pubblico: «Sono nato e cresciuto in Inghilterra», «la comunità mi conosce», «non sono un terrorista». *** Dalle intercettazioni nella casa di Usman erano emersi elogi a Adolf Hitler, considerato dalla stessa parte dei musulmani per il suo odio antisemita.

 L'ideologia radicale
  I «nove leoni» non volevano però fermarsi agli insegnamenti del loro maestro, che nel frattempo nell'ottobre scorso è uscito dal carcere dopo una condanna a cinque anni e sei mesi per aver incoraggiato musulmani a unirsi ai ranghi di Isis. Ritenevano al-Muhajiroun poco radicale, non abbastanza estremista. E avevano scelto la strada della violenza rispetto a quella dell'ideologia radicale. Dopo il fallimento dei grandi piani del decennio passato - assassinii mirati, bombe, progetti all'estero - la parabola nera di Usman è finita con un piano omicida di piccolo cabotaggio e facile organizzazione: due coltelli e una cintura esplosiva finta indossata, forse, per assicurarsi il martirio per mano degli agenti britannici.

(Il Messaggero, 1 dicembre 2019)



Il giorno della prosperità e il giorno dell'avversità
    Vale più la fine di una cosa, che il suo principio;
    e lo spirito paziente vale più dello spirito altero.
    Non ti affrettare ad irritarti nello spirito tuo,
    perché l'irritazione riposa in seno agli stolti.
    Non dire: «Come mai i giorni di prima erano migliori di questi?»,
    poiché non è da saggio domandarsi questo.
    Considera l'opera di Dio;
    chi potrà raddrizzare ciò che egli ha reso curvo?
    Nel giorno della prosperità godi del bene,
    e nel giorno dell'avversità rifletti.
    Dio ha fatto l'uno come l'altro,
    affinché l'uomo non scopra nulla
    di ciò che sarà dopo di lui

    (Ecclesiaste 7:8-10,13-14)



    "Vale più la fine di una cosa che il suo principio."
Ogni inizio è accompagnato da speranza. Chi comincia qualcosa ha in mente un obiettivo che spera di raggiungere. Spesso l'inizio è promettente, sia perché chi ha cominciato l'impresa è sorretto dal forte desiderio di ottenere quello che ha in mente, sia perché i veri grossi ostacoli non si sono ancora presentati.
   E quando le cose vanno bene lo "spirito altero" è portato a inorgoglirsi. I successi ottenuti nel recente passato lo spingono a mostrare sicurezza anche per il futuro. "Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo" (Giacomo 4:13). L'uomo sicuro di sé è convinto di riuscire a raddrizzare molte cose che prima erano storte (Ecclesiaste 1:15); è convinto di poter riuscire là dove altri hanno fallito. E pensa così perché paragona i suoi successi dell'inizio con i fallimenti di tanti che si trovano alla fine delle loro imprese. Se altri hanno fallito, nel matrimonio o nel lavoro, lui è convinto di riuscire. E il suo promettente inizio sembra dargli ragione.
   Ma l'Ecclesiaste avverte che il valore autentico di un'opera si riconosce alla fine, e non all'inizio. Anche il valore di una vita, che in gioventù non si può ancora capire, risalta molto meglio al tempo della vecchiaia, quando tutti i nodi vengono al pettine e la trama dei fili con cui è stata intessuta la vita è molto più facilmente riconoscibile.
    "...e lo spirito paziente vale più dello spirito altero"
   Prima o poi chi è partito con l'orgogliosa sicurezza di riuscire a raddrizzare ciò che è storto deve prendere atto che anche a lui le cose possono "andare storte". E a questo punto lo "spirito altero" si "irrita". Si irrita perché è convinto che se le cose vanno male, non dipende da lui: la colpa è della moglie, del marito, dei figli, dei genitori, dei fratelli, dei colleghi, del padrone, dei dipendenti, dei politici, del governo. E se proprio non può attribuire a nessuno la causa delle sue disgrazie, allora la colpa è del destino, della sfortuna, e quindi, in ultima analisi, di Dio.
   Lo spirito altero si irrita perché gli sembra che la sua saggezza si scontri con l'insipienza degli altri e la cecità del destino. Si ricorda che all'inizio, quando tutto girava come voleva lui, le cose andavano bene, ma poi gli altri hanno smesso di starlo a sentire, fatti imprevisti e spiacevoli sono accaduti, e adesso si trova nei guai. Come si fa a non essere irritati?
   L'Ecclesiaste risponde:
    "Non ti affrettare ad irritarti nello spirito tuo, perché l'irritazione riposa in seno agli stolti".
La tua irritazione - sembra dire l'Ecclesiaste - non è dovuta alla tua sapienza, ma alla tua stoltezza. Quindi:
    "Non dire: 'Come mai i giorni di prima erano migliori di questo?' poiché non è da saggio domandare questo".
Ti lamenti dei giorni di adesso e rimpiangi i giorni di prima, ma si può capire come hai vissuto i giorni di prima dal modo in cui vivi i giorni di adesso. Se adesso dici che prima era meglio, vuol dire che prima non vivevi con saggezza e adesso devi prenderne atto. Se vedi nero nel presente e nel futuro, e vedi rosa solo nel passato, vuol dire che hai vissuto il passato con uno spirito altero e non con uno spirito paziente, perché la pazienza produce speranza (Romani 5:4), e non disperazione. Tu pensi di star male perché ti sembra che le persone e le cose ti resistano, e invece è Dio che ti resiste, perché "Dio resiste ai superbi, e dà grazia agli umili" (Giacomo 4:6).
   La pazienza biblica non è ottusa rassegnazione davanti a un destino cieco e crudele, ma è la capacità di sopportare patendo, nell'umile e fiduciosa attesa del compimento dell'opera di Dio. Per questo l'Ecclesiaste invita chi si trova nel giorno dell'avversità ad essere saggio adesso, se non lo è stato prima, dicendogli:
    "Considera l'opera di Dio".
Qual è l'oggetto delle nostre considerazioni quando siamo nei guai? A che cosa pensiamo? "Ai miei problemi", risponderà subito qualcuno. Certo, è naturale e comprensibile che nel momento della difficoltà la nostra mente sia spinta a considerare tutti gli aspetti del problema che ci turba: ne cerchiamo le cause nel passato, ne valutiamo gli effetti nel presente, tentiamo di prevedere le conseguenze nel futuro, distribuiamo responsabilità e colpe a chi si deve, cerchiamo possibili vie d'uscita. E' comprensibile, come già detto, ma la Scrittura ha qualcosa di diverso da dirci. Nel giorno dell'avversità l'Ecclesiaste ci invita come prima cosa a considerare l'opera di Dio. Questo significa che quando le cose "mi vanno storte", il mio primo pensiero non deve essere: "Che cosa devo fare io per raddrizzarle?", ma: "Che cosa si propone di fare Dio attraverso quello che mi accade?" Devo pensare all'opera che Dio vuol fare ricordando le parole dell'Ecclesiaste:
    "chi potrà raddrizzare ciò che egli ha reso curvo?
Se nel Suo piano di grazia e di misericordia Dio ha deciso di "rendere curve" certe cose che a me piacerebbe tanto fossero diritte, sarebbe da stolti insistere nel tentativo di raddrizzarle. Dio mi invita a riflettere, e a occupare il posto (forse a me non molto gradito) in cui è già pronta per me la Sua particolare benedizione.
   Ma allora, penserà qualcuno, è proprio vero che il responsabile dei miei guai è Dio: se le cose vanno male è colpa sua. Quando attribuiamo a Dio la colpa del male, non facciamo che proseguire la velata accusa di Adamo a Dio: "La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell'albero, e io ne ho mangiato" (Genesi 3:12). Si parla di colpa là dove c'è trasgressione, reato: colpevole, quindi, è soltanto l'uomo, che con il suo peccato ha volontariamente interrotto la comunione d'amore e di vita con il suo Creatore. Naturalmente Dio non vuole il peccato, ma vuole che il peccato abbia certe conseguenze. Dio aveva avvertito Adamo che il peccato avrebbe prodotto la morte, e così è stato, con tutto il seguito di corruzione, disordine, sofferenze. Ma queste conseguenze, nonostante il loro aspetto sgradevole, rientrano nel piano misericordioso predisposto da Dio per la salvezza degli uomini, e il loro significato salvifico si esprime nel modo più completo nelle sofferenze e nella morte del Signore Gesù. L'"opera di Dio" che l'uomo deve dunque considerare è, innanzitutto, l'opera di redenzione che Egli ha fatto in Cristo, con la quale ha veramente "raddrizzato" ciò che era stato "reso curvo" dal peccato dell'uomo.
   Ma fino a che il piano di redenzione non sarà stato portato a termine, fino a che durerà il tempo della grazia, gli uomini non devono illudersi di riuscire a "raddrizzare ciò che è curvo" con i soli loro sforzi.
   Per questo Dio ha stabilito che sulla terra ci sia un giusto equilibrio di gioia e dolore, di riso e pianto, di luce e tenebre, di vita e morte. Dio concede all'uomo la prosperità, affinché arrivi a conoscerlo come un Dio d'amore e a confidare in Lui; e permette l'avversità, affinché non si adagi nella fiducia in sé stesso e nelle sue capacità.
    "Nel giorno della prosperità godi del bene".
Quando tutto fila liscio e le cose vanno bene, ricordati che tutto questo è dono di Dio. Ringrazialo dunque, e godi del bene che ti viene concesso, senza morbosi complessi di colpa, perché "Dio ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo" (1 Timoteo 6:17). Se dunque Dio vuole farti conoscere la Sua bontà permettendoti di godere dei Suoi doni, sarebbe colpevole ingratitudine disprezzare la gioia che ti viene offerta rimanendo triste e preoccupato.
    "... e nel giorno dell'avversità rifletti".
Quando tutto gira storto e le cose vanno male, rifletti. C'è un tempo per godere e un tempo per pensare, un tempo per cantare e un tempo per pregare (Ecclesiaste 5:13). Ricordati che se nel giorno della prosperità la bontà di Dio è manifesta, nel giorno dell'avversità la bontà di Dio è nascosta, ma è sempre lì, a tua disposizione. Rifletti dunque, e non dire che il giorno della prosperità l'ha fatto Dio e il giorno dell'avversità l'ha fatto il diavolo, perché
    "Dio ha fatto l'uno come l'altro".
Se oggi ti viene tolto un bene che possiedi e conosci, certamente Dio te ne vuol dare uno maggiore che ancora non possiedi e non conosci. Rifletti dunque, e prega, affinché tu sappia riconoscere il bene che Dio ha in serbo per te, e tu possa goderne e ringraziarlo.
   Rifletti anche sul peccato degli uomini e sul tuo peccato, per non dimenticare mai che la causa originaria di ogni male, la sua radice profonda, sta proprio nella ribellione della creatura contro il suo Creatore. Medita sulla persona di Cristo, considera la Sua opera e le Sue sofferenze, e ricordati che Gesù ha sofferto prima di noi e più di noi, anche Lui a causa del peccato, ma del peccato nostro, non del Suo.
   Ricordati infine che Dio ha fatto il giorno della prosperità e il giorno dell'avversità
    "affinché l'uomo non scopra nulla di ciò che sarà dopo di lui".
Questo significa che devi smettere di voler uscire dai tuoi guai cercando affannosamente di prevedere, programmare, assicurare il tuo futuro. Così facendo, ti assumi responsabilità che non ti competono e ti carichi di pesi che Dio vorrebbe risparmiarti. Dio ti promette la forza per sopportare il peso dell'avversità di oggi, ma non ti promette nulla per quanto riguarda il peso della preoccupazione del domani. La tua preoccupazione deve essere l'ubbidienza a Dio oggi: il domani è un problema Suo.
   Gesù ha detto: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia" (Matteo 6:33). Questo si può fare ogni giorno, sia esso bello o brutto ai nostri occhi. Se ubbidiremo a questa parola, ogni giorno sarà per noi un giorno benedetto, perché riconosceremo la fedeltà di Dio anche nella conclusione delle sue parole: "... e tutte le altre cose vi saranno sopraggiunte". M.C.

(Notizie su Israele, 1 dicembre 2019)


 


I laburisti britannici: se vinciamo stop alla vendita di armi a Israele e Arabia Saudita

Il partito laburista britannico giovedì scorso ha messo nero su bianco in manifesto politico sulla politica estera del partito la sua intenzione di smettere di vendere armi a Israele se arriva al potere.

Già l'anno scorso, i laburisti avevano approvato una mozione che criticava fortemente Israele e con cui si impegnavano a fermare tutte le vendite di armi del Regno Unito allo stato ebraico una volta arrivati a Downing Street.
"Sospenderemo immediatamente la vendita di armi all'Arabia Saudita per l'uso nello Yemen e a Israele per la violazione dei diritti umani dei civili palestinesi, e condurremo una riforma radicale del nostro sistema di esportazioni di armi in modo che i ministri non possano mai più chiudere un occhio sulle armi di fabbricazione britannica utilizzate per colpire civili innocenti ", afferma il documento.
Israele ha insistito sul fatto si impegna per ridurre al minimo qualsiasi perdita di vite umane civili nelle sue azioni contro i palestinesi e altre "entità terroristiche" e ostili.
Corbyn in passato ha sostenuto un boicottaggio generale di Israele da quando è stato eletto leader del Labour, ha affermato di aver cambiato idea sul boicottaggio di tutti i prodotti israeliani e ora promuove il boicottaggio solo per i prodotti delle colonie.

(La Luce, 30 novembre 2019)


Israele colpisce struttura militare di Hamas a Gaza in risposta a lancio di razzi

La tensione a Gaza continua a restare ai massimi livelli, specie dopo l'eliminazione da parte delle forze armate israeliane del comandante del gruppo Jihad Islamica, Baha Abu al-Atta.

Le forze armate israeliane hanno lanciato un attacco missilistico contro una struttura militare di Hamas situata nella zona settentrionale della striscia di Gaza.
Stando a quanto riportato dalla IDF (Israel Defense Forces) su Twitter, l'operazione è stata condotta in risposta al lancio di un razzo contro le posizioni israeliane da Gaza.
Si tratta del quarto attacco nel giro di una settimana da parte di Hamas, dopo che lo scorso giovedì le sirene avevano risuonato lungo tutto il perimetro della striscia di Gaza e a Sderot
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che lo stato ebraico avrebbe risposto "con decisione" ad ogni sorta di attacco.

 L'eliminazione di Baha Abu al-Atta
  Nel corso di questo mese la tensione tra israeliani e palestinesi è tornata a salire in seguito all'eliminazione da parte dell'esercito israeliano del leader del movimento Jihad Islamica, Baha Abu al-Atta.
A tale evento, i militanti palestinesi hanno reagito con il lancio di numerosi razzi dalla striscia di Gaza, che sono però stati intercettati dai sistemi di difesa israeliani Iron Dome.
Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato di vedere "la mano dell'Iran" dietro gli attacchi provenienti da Gaza verso Israele.

(Sputnik Italia, 30 novembre 2019)


Grazie a Trump, i mullah si avviano al fallimento

Il 12 novembre, il presidente iraniano Hassan Rohani ha riconosciuto per la prima volta che "l'Iran sta vivendo uno degli anni più difficili dalla rivoluzione islamica del 1979" e che "la situazione del Paese non è normale".

di Majid Rafizadeh*

I critici della politica di Trump nei confronti dell'Iran sono stati smentiti: le sanzioni americane stanno imponendo un notevole carico di pressioni sui mullah iraniani e sulla capacità di finanziare i loro gruppi terroristici.
   Prima che il Dipartimento del Tesoro statunitense livellasse le sanzioni secondarie nel settore del petrolio e del gas naturale, Teheran esportava oltre due milioni di barili di greggio al giorno. attualmente, l'esportazione di petrolio iraniano è scesa a meno di 200 mila barili al giorno, il che rappresenta un calo di quasi il 90 per cento delle esportazioni.
   L'Iran detiene le seconde riserve mondiali di gas naturale e le quarte di petrolio, e la vendita di tali risorse rappresenta più dell'80 per cento dei proventi delle sue esportazioni. Pertanto, storicamente, la Repubblica islamica dipende fortemente dalle entrate petrolifere per finanziare il suo avventurismo militare nella regione e sponsorizzare le milizie e i gruppi terroristici. Il bilancio presentato nel 2019 è stato di circa 41 miliardi di dollari, mentre il regime si aspettava di realizzare 21 miliardi di dollari dalle rendite petrolifere. Ciò significa che circa la metà delle entrate pubbliche dell'Iran proviene dall'esportazione di oro nero verso altre nazioni.
   Anche se la Guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, si vanta dell'economia autosufficiente del Paese, molti leader iraniani di recente hanno ammesso la terribile situazione economica che il governo si trova a dover affrontare. Parlando nella città di Kerman, il 12 novembre scorso, il presidente iraniano Hassan Rohani ha riconosciuto per la prima volta che "l'Iran sta vivendo uno degli anni più difficili dalla rivoluzione islamica del 1979" e che "la situazione del Paese non è normale".
   Rohani ha inoltre recriminato:
"Anche se abbiamo altri redditi, le uniche entrate che possono fare andare avanti il Paese sono i soldi del petrolio. Non abbiamo mai avuto così tanti problemi nel vendere petrolio e nel consentire la navigazione alla nostra flotta di petroliere. (...) Come possiamo gestire gli affari del Paese, quando abbiamo problemi nel vendere il nostro greggio?"
Grazie alla politica statunitense di "massima pressione", anche l'economia complessiva della Repubblica islamica ha subìto un duro colpo. Recentemente, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha di nuovo modificato le sue previsioni per l'economia iraniana, rilevando che quest'ultima dovrebbe contrarsi del 9,5 per cento, anziché del 6 per cento, entro la fine del 2019.
   Uno dei motivi alla base del quadro a tinte fosche dell'economia iraniana delineato dal Fondo Monetario Internazionale è collegato alla decisione dell'amministrazione Trump di non rinnovare le esenzioni concesse agli otto maggiori acquirenti del greggio iraniano: Cina, India, Grecia, Italia, Taiwan, Giappone, Turchia e Corea del Sud. Invece di mostrare una crescita nel 2019, l'economia iraniana entro la fine di quest'anno sarebbe del 90 per cento inferiore come volume complessivo rispetto al dato dei due anni precedenti, come si legge in un recente rapporto della Banca mondiale.
   Anche la valuta nazionale dell'Iran, il rial, continua a perdere valore: è scesa ai minimi storici. Un dollaro statunitense, che nel novembre 2017 equivaleva a circa 35 mila rial, ora è quotato a circa 110 mila rial.
   Inoltre, la Repubblica islamica sembra cercare di compensare la perdita di entrate. Alcuni giorni fa, ad esempio, i leader iraniani hanno triplicato il prezzo del carburante. Sembra essere un segno di disperazione finalizzato a generare introiti per finanziare il suo avventurismo militare nella regione e sostenere i loro emissari e i gruppi terroristici.
   Questo aumento ha indotto immediatamente la gente a ribellarsi al governo. Negli ultimi giorni, diverse città iraniane sono diventate teatro di proteste e manifestazioni. Le proteste sono inizialmente scoppiate ad Ahvaz per poi diffondersi in molte altre città della provincia del Khuzestan, nella capitale Teheran, a Kermanshah, Isfahan, Tabriz, Karadj, Shiraz, Yazd, Boushehr, Sari, Khorramshahr, Andimeshk, Dezful, Behbahan e a Mahshahr.
   La diminuzione delle risorse di Teheran ha inoltre indotto i leader iraniani a tagliare i fondi al gruppo terroristico palestinese Hamas e al gruppo militante libanese Hezbollah. Hamas è stato costretto a introdurre dei "piani di austerità", mentre Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, emissario di Teheran, ha inoltre invitato l'ala del suo gruppo che si occupa della raccolta fondi a "offrire l'opportunità di jihad con il denaro e a contribuire a questa battaglia in corso".
   Con probabile sgomento dei critici di Washington, la politica del presidente Trump nei confronti dell'Iran si sta muovendo nella direzione giusta. Aumentando le sanzioni economiche, i mullah al potere e i loro emissari si avviano al fallimento. Altri Paesi ora devono unirsi agli Stati Uniti perseguendo altresì una politica di "massima pressione" - anche se preferirebbero continuare a fare affari con l'Iran e minare l'amministrazione del presidente Trump - "due piccioni con una fava", per loro. Se l'Iran riuscisse a sviluppare la capacità di produrre armi nucleari, questa finirà per essere utilizzata proprio per ricattarli e intimidirli.

* Majid Rafizadeh, accademico di Harvard, politologo e uomo d'affari, è anche membro del consiglio consultivo della Harvard International Review, una pubblicazione ufficiale della Harvard University, e presidente del Consiglio internazionale americano sul Medio Oriente. È autore di molti libri sull'Islam e sulla politica estera statunitense.

(Gatestone Institute, 28 novembre 2019 - trad. Angelita La Spada)


Il Likud senza Bibi perderebbe seggi, ma forse darebbe a Israele un governo

Un sondaggio (molto ipotetico) e i dilemmi di un partito che vorrebbe riformarsi ma non sa né come farlo né-come dirlo

di Micol Flammini

ROMA - Del Likud senza Benjamin Netanyahu potrebbe rimanere qualcosa, ma non molto. Non tutto, di certo. Il premier ha aperto alla possibilità di tenere delle primarie all'interno del partito, timidamente qualcuno si è fatto avanti, spiegando che forse, dopo dieci anni, è arrivato il momento di cambiare. Il futuro del governo israeliano sembra così rimanere appeso alla figura del primo ministro incriminato la scorsa settimana che potrà rimanere in carica fino a quando non sarà incriminato in via definitiva. Nel frattempo all'interno del partito, in una Knesset che fatica a trovare un candidato che piaccia a molti se non a tutti, a cui affidare l'incarico per formare un governo, ci si inizia a contare. mancano dieci giorni, c'è chi spera ancora che il favore di almeno sessanta deputati riesca a convergere su qualcuno, si fanno prove di strane geometrie, altri invece sperano ancora che Likud e Blu e bianco si accordino finalmente per un governo di unità nazionale, il prima possibile. Ma questi sono i desideri dei partiti minori, di chi vuole evitare un terzo voto, per cui già esiste una data: il 20 marzo. Chiedono di unirsi per la sicurezza, con l'Iran sempre più minaccioso e il jihad islamico pericoloso il senso di instabilità e di accerchiamento cresce, ma per i principali sfidanti non c'è rischio, la macchina della sicurezza riesce ad andare avanti da sola, anche senza un governo. Le convergenze sono molte tra il Likud e Blu e bianco, ma rimane lui, Benjamin Netanyahu, a rendere questa unione impossibile. Lo sanno tutti, lo sa anche il partito del premier che inizia a mostrare più di una spaccatura. Sono mormorii sommessi, ma esistono e nella Knesset si sentono, tradire Netanyahu non si può, bisogna sfidarlo apertamente, ma spetta a lui dichiarare la sfida aperta. Intanto iniziano le previsioni e i giochi, se ci sei tu non ci sono io, se tradisci tu, non tradisco io. Malumore e disamore ci sono, ma non soltanto tra i deputati, anche tra gli elettori e il primo problema, in un Likud senza Bibi, è proprio quello dei voti. Un sondaggio condotto da Channel 12 mostra quali risultati produrrebbe una terza elezione. Se Benjamin Netanyahu fosse ancora il candidato del partito, il Likud guadagnerebbe un seggio in più, da 32 a 33. Blu e bianco di Benny Gantz passerebbe da 33 a 34. Il terzo partito si confermerebbe la Lista comune dei partiti arabi. E poi partiti di varia grandezza, orbitanti attorno ai due maggiori, Likud e Blu e bianco, sempre l'uno contro l'altro. Nemmeno una terza elezione permetterebbe di risolvere la situazione, visto che le alleanze rimarrebbero uguali, distante dal numero magico, 61, che garantisce la maggioranza.
   Channel 12 ha poi realizzato un secondo sondaggio con un ipotetico Likud senza Benjamin Netanyahu, il risultato cambierebbe e a rimetterci sarebbe il partito del premier che da 33 seggi arriverebbe invece ad averne 26. Blu e bianco crescerebbe di poco, arriverebbe a 35, e a guadagnare dai voti persi dal Likud sarebbero Shas e Nuova destra. Nulla però impedirebbe a Benny Gantz e a Gideon Sa'ar, nuovo ipotetico leader del Likud, di formare un governo di unità nazionale che avrebbe il numero necessario per esistere da solo, 61. A questi potrebbero aggiungersi i seggi di Ysrael Beytenu di Avigdor Lieberman e anche Nuova destra e il partito Labour-Gesher. L'esecutivo starebbe in piedi, senza ostacoli, senza Netanyahu. Ma per il Likud si chiuderebbe una fase storica e si troverebbe a dover rispondere a una domanda che può generare ancora più fratture: senza Bibi, cos'è questo nuovo partito?

(Il Foglio, 30 novembre 2019)


Quegli inaccettabili distinguo su Israele

di Daniele Manca

I danni provocati dalla cultura del sospetto nel nostro Paese non sembrano diminuire. E questo nonostante sia diffusa ormai da qualche decennio ed evidentemente non abbia prodotto alcun risultato. Se non quello di alimentare non tanto discussioni e prese di coscienza quanto il continuo prendere le distanze, i distinguo, la delegittimazione di chi la pensa in modo diverso. Nel caso dell'accordo con la Israelian Innovation Authority siglato giovedì scorso, con il sapore sgradevole della delegittimazione. E c'è da sperare non all'odio.
   L'intesa firmata dalla sindaca Chiara Appendino permetterà alle aziende italiane ed estere che appartengono al circuito di Torino City Lab di avviare e rafforzare i rapporti con le start up israeliane nel mondo dell'hi tech. E questo anche grazie alla possibilità di accedere a dei finanziamenti stanziati dall'Israel Innovation Agency guidata da Ami Appelbaum. Un'intesa per la città, che può contribuire allo sviluppo, a ridare il ruolo che merita Torino.
   I timori e le preoccupazioni che le tecnologie possano essere usate per scopi bellici arrivano a essere persino comprensibili. Ma quello che non è accettabile è che ogni volta che Israele è parte di attività o di intese, immediatamente arrivino i distinguo. La richiesta di prese di distanza. E non può essere un caso. È sin troppo facile ricordare che tutto questo non accade nei confronti di altre nazioni.
   Si fanno affari con estrema tranquillità e nel silenzio più assoluto con Stati nei quali è prevista la lapidazione delle donne adultere o dove è tollerato il fenomeno delle spose bambine costrette a matrimoni con adulti. Ma appena c'è di mezzo l'unica democrazia in Medio Oriente che con fatica, in un ambiente sicuramente ostile, tiene alti i valori delle persone a prescindere del genere e delle etnie, ecco che si fanno interpellanze e si chiedono rassicurazioni.
   Si sono siglati accordi a livello nazionale come quello della Belt and Road Initiative, romanticamente denominata in italiano «Nuova via della Seta» senza nemmeno porsi il problema di quale regime ha dato vita a quel processo. Non vogliamo andare indietro nel tempo ricordando i dissidenti in galera in Cina o il Tibet occupato, basta leggere le cronache quotidiane da Hong Kong.
   Intendiamoci quello che è accaduto nei giorni scorsi a Torino non è un episodio isolato. L'Unione europea è arrivata nel 2015 a «marchiare» i prodotti di aziende israeliane sfornati dalle fabbriche dei territori sotto il controllo dell'Autorità palestinese. Quasi fosse da riprovare il fatto che avessero sede impianti di società israeliane in Cisgiordania dove lavoravano palestinesi regolarmente assunti.
   E così non bastano le rassicurazioni della ministra come Paola Pisano che è stata assessora in questa città e che era presente alla firma di quell'accordo. Tantomeno della sindaca. Anzi, arriva il fuoco amico dalla stessa maggioranza in consiglio comunale.
   Attorno a Israele c'è un clima tale che ha spinto negli anni passati addirittura a boicottare prodotti, persino spettacoli lì ideati e organizzati. Ecco perché le tante cause nobili in giro per il mondo, come scriveva Bernard-Henry Lévy sul Corriere del giugno del 2015 in piena campagna di boicottaggio, rendono stonati gli allarmi preventivi che si sono ascoltati in città.

(Corriere Torino, 30 novembre 2019)


Polanski fotografa l'essenza della Francia tra odio antisemita e battaglie civili

L'altro Polanski

di Bernard-Henri Levy

E se si parlasse di Polanski? Ma davvero, di Polanski. Non del caso di stupro su una minore per cui è stato processato quarantadue anni fa e per il quale ha scontato una condanna a quarantasette giorni di carcere nel penitenziario di Chino, vicino a Los Angeles.
   Né di questo nuovo caso di cui la presunta vittima ha parlato nel momento in cui l'eventuale reato è prescritto da ventidue anni e non può più essere oggetto del contraddittorio senza il quale non esiste giustizia possibile (Roman Polanski, quindi, per questo crimine è presunto innocente).
   E ancora meno di questo eterno dibattito sul rapporto tra l'uomo e la sua opera, i cui termini sono stati posti poco più di un secolo fa nel suo «Contre Sainte-Beuve» da un certo Marcel Proust (delle due cose, l'una, stabilisce questo testo che, secondo me, non è per nulla invecchiato: o concediamo un minimo di credito all'ipotesi di un secondo ego, relativamente estraneo all'ego sociale dell'artista, e da cui nasce il suo lavoro - o possiamo bruciare Aragon, Celine, Brecht, Marx, il Marchese de Sade e, quindi, Polanski).
   No.
   Voglio parlare dell'altro Polanski, quello di «Rosemary's Baby», di «Per favore non mordermi sul collo!», di «Il pianista» e Proust ha dimostrato che non ha senso distinguere tra l'uomo e la sua opera dell'«Uomo nell'ombra» e oggi del nuovo film, «L'ufficiale e la spia», dedicato al Caso Dreyfus e che ho visto di ritorno da un reportage.
   Se dovessi fare un'obiezione, riguarderebbe il trattamento del personaggio di Alfred Dreyfus stesso, sottotono, insipido, schiacciato dal suo destino, poco simpatico: come se il regista, assumendo il punto di vista di Picquart, prendesse per oro colato la leggenda, creata da Clemenceau («Picquart è un eroe, Dreyfus è una vittima»), da Blum (se Dreyfus non fosse stato Dreyfus, «sarebbe stato ugualmente dreyfusardo?») o da Peguy (Dreyfus, questo povero «abitante» della grande «Idea» dreyfusarda), di un antieroe Dreyfus, deludente, non all'altezza della sua causa.
   E così rimane il mio desiderio di un film ulteriore: il Dreyfus che dimostrando sangue freddo e un temperamento d'acciaio resiste sull'isola del Diavolo e accetta la grazia solo per potersi subito dopo battere, senza cedere nulla o lasciarsi andare, per la sua riabilitazione - e il Dreyfus, di cui non si parla affatto, che dopo, negli anni che seguirono l'Affare, ha partecipato alle lotte della nascente Lega per i diritti dell'uomo - lottando per un portuale francese ingiustamente condannato a morte; per il soldato Emile Rousset, ingiustamente processato da un consiglio di guerra in Algeria; o, ancora, per gli anarchici italoamericani sogno un film ulteriore: il Dreyfus d'acciaio che resiste sull'isola del Diavolo, Sacco e Vanzetti condannati alla sedia elettrica ...
   Ma, espressa questa riserva, è ammirevole l'affresco, in questo «L'ufficiale e la spia», di un apparato militare ripiegato sul suo errore giudiziario e che confida su falsi grossolani: gli antenati delle bufale ...
   Ammirevole la descrizione di una Francia che puzza di antisemitismo, rosa dal suo veleno come il colonnello Sandherr dalla sifilide e che urla il suo odio per gli ebrei, nei corridoi dei tribunali come sulla stampa, con un'isteria tranquilla e gelida: la Francia ammuffita, diceva Philippe Sollers; l'ideologia francese, mi sono detto ...
   Ammirevole e illuminante, è la scena in cui vediamo, a Parigi, un autodafè de «L'Aurore» in cui è appena apparso il «J'accuse ...!» di Emile Zola, così come un attacco a un negozio preso a sassate e imbrattato con la scritta omicida «Morte agli ebrei»: non siamo più nella Francia dal 1906, ma a Berlino, nel 1938, nel pieno della Notte dei cristalli - e non si potrebbe raccontare meglio l'onda d'urto dell'Affare, il modo in cui apre il ventesimo secolo, la sua dimensione trans-storica.
   Ammirevole è ancora, parlando come Peguy, la restituzione di un clima di guerra civile e intima in cui le famiglie si spezzano «come paglia», dove ci si separa da un fratello o da un amico come ci si «amputa un braccio» e dove ciascuno, a sinistra come a destra, tra i socialisti non meno che tra i nazionalisti, è in guerra contro se stesso.
   Ammirevole, ovviamente, il ritratto di Marie-Georges Picquart, il colonnello che, diventato capo del controspionaggio francese, fu il primo a capire che l'autore della famosa nota da cui nacque il caso non era Dreyfus ma Esterhazy. In che modo questo soldato, partendo da una certa idea dell'esercito, e dalla convinzione che un simile aborto di giustizia avrebbe macchiato il suo onore per sempre, finì per abbracciare la causa della verità e della giustizia? In che modo questo antisemita a pelle, come dicevano allora i maurrassiani, è giunto a questo incontro con Joseph Reinach, Mathieu Dreyfus, Emile Zola, in altre parole i sostenitori del «partito ebraico», che è il punto di svolta del film e fa di lui il primo informatore nella storia della Francia? E al culmine di quale travaglio interiore questo ufficiale, superbamente incarnato da Jean Dujardin, arriva, alla fine, durante il suo duello alla spada contro il burocrate criminale Henry, a questa simbolica riparazione dell'altra spada: quella del capitano degradato, che, nella panoramica iniziale del film, aveva visto, come tutti i suoi colleghi, andare in rovina senza farsi scrupoli? Questo è il vero nucleo del film. E tutto ciò, sì, è ammirevole.
   Emmanuel Levinas ha raccontato come ha deciso di venire a vivere in Francia il giorno in cui, dal profondo della sua nativa Lituania, ha capito che c'era, molto, molto lontano, uno strano paese che per metà urlava il suo odio per un piccolo capitano ebreo innocente, ma dove l'altra metà stava lavorando alla sua riabilitazione, come se si desse da fare per la propria salvezza. Bene, questo è ciò che mostra il film ed è per questo che è necessario, contro tutti i Sainte-Beuve, mollare tutto e correre a vederlo.

(La Stampa, 30 novembre 2019 - trad. Carla Reschia)


I nemici di Dreyfus

Da Claudel a Valéry, anche la "cupola" della cultura francese processò il capitano ebreo. Il nuovo film di Polanski e l'eredità culturale dell'affaire.

di Giulio Meotti

Una famosa vignetta, pubblicata sul Figaro del 14 febbraio 1898, mostra una famiglia a tavola che finisce per litigare selvaggiamente non appena iniziano a parlare dell'affaire Dreyfus. L'ufficiale d'artiglieria francese accusato di tradimento è stato oggetto di infiniti studi. che ne hanno esaminalo l'impatto politico, sociale e storico. Adesso c'è anche il film di Roman Polanski, "L'ufficiale e la spia". L'affaire fu un grande campo di battaglia in cui si confrontavano due visioni del mondo, due prospettive culturali, due atteggiamenti verso il potere, due sistemi di valori che coinvolse anche tutto il pantheon della cultura francese del tempo....

(Il Foglio, 30 novembre 2019)


A Roma deputati della Knesset discutono di Iran, Siria e Medio Oriente

ROMA - L'Iran, presente con la Forza Quds in Siria e appoggiando il movimento sciita libanese Hezbollah e il Partito del Jihad islamico (Pij) nella Striscia di Gaza, sta costruendo una capacità simile anche in Siria, e di fatto è in grado di minacciare Israele sia sul fronte settentrionale che sud-occidentale. Nel corso del dibattito è emerso che Mosca rappresenta l'unico attore in grado di arginare il ruolo dell'Iran in Medio Oriente, sottolineando la necessità che i russi dicano all'Iran di andare via dalla Siria". Israele e Russia hanno raggiunto un accordo negli anni scorsi per garantire la sicurezza delle rispettive operazioni militari in Siria. A tal proposito, Kahana - ex pilota dell'Aeronautica - ha dichiarato: "Noi collaboriamo con i russi in Siria e avvertiamo i russi prima di attaccare. Ciò nonostante, contiamo solo sulle nostre forze". Allargando l'orizzonte verso l'area del Golfo, il rappresentante di Kahol Lavan si è detto "deluso dall'amministrazione di Donald Trump per il ritiro dalla Siria e del sostegno ai curdi, oltre che per non aver reagito all'attacco iraniano contro le infrastrutture petrolifere di Aramco in Arabia Saudita lo scorso settembre".

(Agenzia Nova, 29 novembre 2019)


Il ministro israeliano Bennet: occorre rafforzare la campagna militare in Siria

GERUSALEMME - Il ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennet, ha sottolineato la necessità per lo Stato di Israele di intensificare la campagna militare in Siria. Citato dal quotidiano israeliano "Jerusalem Post", Bennet ha rivelato che vi è attualmente una "finestra di opportunità per colpire l'Iran in Siria". Per il responsabile della difesa israeliano, la forza militare dell'Iran è ancora debole, quindi il pericolo rappresentato per Israele è inferiore. Secondo Bennett, l'attuale politica utilizzata da Israele negli ultimi anni e conosciuta come "campagna tra le guerre", dovrebbe essere cambiata per ostacolare la presenza iraniana in Siria e in altre regioni.

(Agenzia Nova, 29 novembre 2019)



Beersheba, intelligence israeliana

 
Beersheba
Beersheba, a circa 100 chilometri a sud di Tel Aviv, è molto più che la porta del deserto del Negev. Questa città ospita il cervello del paese.
La società tecnologica accoglie e crea le principali società di sicurezza informatica al mondo. La sede del Computer Emergency Response Team (CERT) nei prossimi anni riceverà tutto il supporto dell'intelligence militare
È il secondo paese più attaccato attraverso la rete (dopo gli Stati Uniti), germe di un'area che raggruppa 430 aziende, impiega 19.000 persone, monopolizza il 5% del settore mondiale, genera ricavi per 6.000 milioni di euro e da cui provengono 65 nuove aziende ogni anno.

 Centro di intelligence
  Nell'edificio 2 del parco tecnologico di Beersheba, c'è il CERT, uno dei centri informatici più sconosciuti; Benjamin Netanyahu, che espone questo complesso come un successo personale, poiché è stato creato dal 2002 di sua iniziativa e come sequel della National Security Agency (NSA) che ha visto negli Stati Uniti.
Il centro di controllo di risposta immediata non può essere inserito con nessun dispositivo elettronico; come cellulari, registratori o telecamere che sorvegliano una biglietteria vicino a una cucina per i lavoratori. Al cuore del CERT si accede da tre corridoi senza finestre di circa 10 metri ornati solo da fotografie di invenzioni israeliane. Tutto è non inquinato e nascosto. Non ci sono porte aperte e devi aspettare nella sala per i tecnici di spegnere gli schermi di lavoro prima di dare il via alle visite.
Uno dei nove team di risposta alle emergenze riposa in un'aula sfalsata con 23 monitor. Sono studenti, frequentano con curiosità l'arrivo di uno sconosciuto ed evitano qualsiasi conversazione oltre la cortesia obbligatoria.
Su una parete monitorata mostra una mappa del mondo in cui si osservano frecce dirette verso Israele dagli Stati Uniti, dalla Spagna, dalla Francia settentrionale, dal Regno Unito e dalla Malesia.

 Attacchi al secondo
"Riflette al secondo gli attacchi che stiamo ricevendo, ma è più un orientamento perché le frecce mostrano dove è registrato l'ultimo IP (identità del computer), gli attacchi possono essere ordinati da qualsiasi parte del mondo" spiega Lavy Shtokhomer.
Un'altra parte dello schermo mostra ogni centesimo di secondo indirizzo di rete da cui vengono registrati gli avvisi per attacco, per un totale di oltre 100.000 al giorno. "Principalmente", afferma Shtokhomer, sono furti di informazioni (20%), intrusioni (14%) e programmi dannosi (il malware, 11%).
Una parte dello schermo è riservata a Cibernet, una rete di esperti associati che fornisce soluzioni ai problemi di sicurezza del computer.
Al momento della visita, lo scambio di dati era monopolizzato da un ingegnere israeliano le cui iniziali sono N. T., un altro specialista con le iniziali R. B e un'entità con l'acronimo di un'agenzia spaziale.
"Ogni settore (finanziario, sicurezza, trasporti, telecomunicazioni, energia e altri) è minacciato e ha i suoi protocolli. Il nostro obiettivo è assistere e proteggere tutti, non solo le entità governative. E la nostra missione di promuovere l'alta tecnologia ", conclude Shtokhomer.


 Ecosistema
"Ci sono voluti 10 anni per scoprire che la strategia politica di cui avevamo bisogno aveva una struttura operativa" aggiunge Igal Unna
Igal Unna un direttore generale della Israel Cyber Directorate (INCD). Da qui il modello israeliano unico.
Dalle esigenze di difesa, che assorbono oltre il 4% del PIL, è nata l'idea di capitalizzare tale spesa generando una rete universitaria e aziendale, nella maggior parte dei casi (un esempio è Cyberark, una delle principali società di sicurezza) , seguendo le unità di controllo dei computer militari.
Questo è ciò che chiamano "ecosistema", un'organizzazione che combina governo, esercito, ricerca universitaria e tessuto imprenditoriale.
O Santo è uno dei responsabili di questo trasferimento in una città già situata a livello dei principali centri tecnologici del mondo.
Il parco tecnologico, spiega, prevede di ospitare 15.000 nuove sedi in 200.000 metri quadrati (ora ne ha tre), 300.000 lavoratori, 3.000 militari (6.000, quando il trasferimento dell'intero campus di intelligence dell'esercito è completato) e 20.000 studenti. "È la nostra Silicon Valley", afferma Shtokhomer.

(Funzen, 29 novembre 2019)


Ripresi in Israele i negoziati sul governo

I negoziatori del partito di destra Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu e del partito centrista Blu e Bianco di Benny Gantz si sono incontrati ieri sera per tentare di superare lo stallo sulla formazione del nuovo governo israeliano ed evitare di dover tornare alle urne per la terza volta. «Questa sera inizierà il tentativo di ripristinare la salute d'Israele» ha detto il presidente del Parlamento, Yuli Edelstein, annunciando la ripresa dei colloqui. «Israele è nel pieno di una emergenza di governo che potrebbe portare a un collasso economico e sociale. Quel che è troppo è troppo» ha aggiunto il presidente della Knesset. Quello annunciato da Edelstein sembra l'ultimo, estremo, tentativo di trovare un'intesa per la formazione di un governo di unità nazionale entro l'11 dicembre, data oltre la quale sarà necessario convocare nuove elezioni dopo quelle di aprile e settembre. Tuttavia, secondo gli analisti, le possibilità di riuscita appaiono esili.

(L'Osservatore Romano, 29 novembre 2019)


Accordo hi-tech con Israele, M5S contro la sindaca

Polemica nella maggioranza. Sganga: «Il Comune non metta soldi». La replica: «Sono progetti civili»

di Giulia Ricci e Andrea Rinaldi

 
                                             Chiara Appendino                                                                                           Valentina Sganga
Le aziende torinesi utilizzeranno l'innovazione delle startup israeliane. Ma ancora una volta la maggioranza prende le distanze dalle scelte della propria sindaca. Ieri mattina la prima cittadina Chiara Appendino, appoggiata dalla ministra ed ex assessora all'Innovazione Paola Pisano, ha firmato un accordo con la Israel Innovation Authority, l'ente governativo che ha accordi con 75 Paesi e investe ogni anno mezzo miliardo di euro in tutto il mondo.
   Ma ancor prima che prendesse in mano la penna, il Movimento 5 Stelle in Sala Rossa l'aveva già attaccata: «La Città di Torino - ha scritto la capogruppo Valentina Sganga - si oppone a qualsiasi forma di oppressione del popolo palestinese. Quindi non ci dev'essere nessun contributo da parte dell'amministrazione a progettazione e sperimentazione di tecnologie che possano avere un risvolto bellico, né lì, né nel resto del mondo. Appendino conosce bene questa posizione e ci auguriamo ne abbia tenuto conto prima della sottoscrizione». Una linea condivisa dalla maggior parte dei suoi. Il consigliere Aldo Curatella ha ribadito il concetto: «Spero che nell'accordo sia compresa l'esplicita esclusione di ogni collaborazione se l'attività svolta avrà ricadute e impatti diretti o indiretti in relazione ai possibili usi bellici»; mentre la grillina Daniela Albano non si fida: «Facciamo un'interpellanza perché ci siano garanzie in tal senso».
   E’ così ancora una volta Appendino si è ritrovata attaccata dal «fuoco amico». E ancora una volta ha rispedito le parole al mittente: «Condivido la sensibilità dei miei sulla Palestina, ma gli accordi sono necessari. E riguarderanno solo l'ambito civile di aziende che lavorano per tecnologie al servizio delle persone, non contro le persone. Oggi serve un approccio cooperativo, non competitivo». Al suo fianco, Pisano: «Monitoriamo che le tecnologie e il loro utilizzo siano etiche, tanto che anche come ministero vogliamo creare un gruppo apposito».
   Ma le opposizioni pretendono che Appendino prenda le distanze dalle parole dei suoi. «E evidente - ha commentato il capogruppo della Lega Fabrizio Ricca - che non basti firmare un giorno sì e l'altro pure delle dichiarazioni d'intenti contro l'odio, se poi si finisce per appoggiare campagne di boicottaggio e delegittimazione di uno Stato amico come quello di Israele». E se per il leader di Forza Italia in Sala Rossa, Osvaldo Napoli, le parole di Sganga «svergognano e disonorano non solo chi le ha scritte, ma l'intera città di Torino che non può riconoscersi in queste manifestazioni violente», per la deputata di Italia Viva Silvia Fregolent «si tratta di un cortocircuito istituzionale gravissimo».
   L'accordo, firmato alla presenza del ministro Pisano, da Ami Appelbaum, presidente dell'Israel Innovation Authority e chief scientist del ministero dell'Economia israeliano e dalla sindaca ha l'obiettivo di rafforzare e promuovere lo sviluppo di progetti innovativi tra le start -up israeliane high-tech le aziende Corporate italiane e internazionali appartenenti al network di Torino City Lab, grazie alla possibilità di accedere a dei finanziamenti stanziati dalla Israel Innovation Authority. L'accordo bilaterale prevede uno stanziamento di 2,5 milioni di euro all'anno.
   Già ieri pomeriggio 30 aziende del Torinese - Lavazza, Sabelt, Fca, Reale Mutua solo per citarne alcune - hanno incontrato le 13 startup provenienti da Israele alle Ogr. Si tratta di neoimprese specializzate soprattutto nei settori automotive, cybersecurity, It e cleantech. «Siamo la porta di ingresso per l'Europa e lo scale up. Siamo al servizio per espandere la leadership e migliorare la produttività», ha detto Appelbaum.

(Corriere Torino, 29 novembre 2019)


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I Cinque stelle, a Torino contro Israele, dimostrano la loro natura

L'ipocrisia sulla Segre e il fardello dell'antisemitismo

di David Allegranti

L'antisionismo è un riflesso pavloviano classico, una maschera usata per celare abbondanti rigurgiti antisemiti. Il non argomento di lorsignori - certa sinistra e i populisti - è noto: essere contro Israele non significa essere contro gli ebrei. Sbagliato: Israele è lo stato nato per accogliere e proteggere gli ebrei. Una dimostrazione pratica, e di grande evidenza, della pretestuosità degli attacchi a Israele si è vista ieri a Torino. Prevedibile, verrebbe da dire, conoscendo i soggetti in questione. Il gruppo consiliare del M5s, per bocca della sua capogruppo Valentina Sganga, ha violentemente attaccato Israele, cogliendo come occasione, o meglio come scusa, la firma da parte del comune di Torino guidato da Chiara Appendino di un protocollo d'intesa fra Torino City Lab e Israel Innovation Authority, istituto governativo che promuove ricerca e sviluppo per conto di uno stato che, secondo il Global Competitiveness Report del World Economie Forum 2016-2017, è il secondo più innovativo al mondo. "La Città di Torino", ha detto la capogruppo del M5s, "si oppone a qualsiasi forma di oppressione del popolo palestinese e anche l'accordo di oggi (ieri, ndr) è occasione per sottolineare la nostra contrarietà alla guerra che Israele fa contro la popolazione, guerra in cui sempre più la tecnologia è messa al servizio dei sistemi di sorveglianza e oppressione di Israele sui palestinesi".
   Questa sortita non deve stupire. Il M5s resta pur sempre il partito che ha eletto senatore Elio Lannutti, propugnatore via Twitter di bufale (ricorderete il famigerato tweet sui "Protocolli dei Savi di Sion") e insulti antisemiti: "Le ong finanziate da Soros e altri ideologhi della sostituzione etnica, oltre a essere bandite dovranno essere affondate. Tolleranza zero". A poco dunque serve applaudire Liliana Segre, votare a favore della commissione contro l'odio e darle la cittadinanza onoraria (anche a Torino). I Cinque stelle, semplicemente, non riescono a liberarsi del pesante fardello che condiziona una parte importante del movimento. Ma se questo è vero in termini generali, il caso dei Cinque stelle di Torino, espressione anche del peggior movimentismo da centro sociale, è pure più grave. Col risultato assurdo sotto il profilo politico di votare, in odio a Israele, contro il proprio stesso sindaco. "Il tentativo dei Cinque stelle di Torino di impedire un pacifico accordo scientifico fra la città e un'università israeliana", dice al Foglio il semiologo Ugo Volli, "non mostra solo la reazionaria ideologia antiscientifica e antindustriale che caratterizza questo movimento, ma testimonia soprattutto il loro odio, tante volte espresso, per Israele, che si spiega solo con l'antisemitismo. I Cinque stelle sono amici e apologeti delle peggiori dittature, dal Venezuela all'Iran e alla Cina e detestano e diffamano chi in esse rischia la vita per avere un po' di democrazia. Nessuna meraviglia che odino Israele, la sola democrazia del medio oriente". Tutto questo accade a Torino, sede della terza comunità ebraica italiana, la città di Primo Levi, nonché quella che diede ospitalità alla famiglia Ginzburg, la città dove i primi ebrei giunsero nel XV secolo, in seguito all'espulsione degli ebrei dalla Francia, la città della Mole Antonelliana. Una storia lunga, forte e complessa, inevitabilmente dolorosa, che non merita certi falsificanti distinguo su Israele. Un ulteriore segnale della inconsistenza culturale del nostro populismo quando si tratta di maneggiare temi non negoziabili della nostra convivenza e dell'identità europea. Appare brutale la pretesa dei Cinque stelle di straparlare a nome di una città che forse amministrano, ma che certo non rispettano.

(Il Foglio, 29 novembre 2019)


L'eccesso di cittadinanze onorarie strumentalizza Liliana Segre

Che va onorata e difesa ma non certo usata

di Gianfranco Morra

Un nuova moda si è imposta nei nostri comuni. Tutti vogliono conferire a Liliana Segre la cittadinanza della propria città. Che la senatrice a vita vada onorata, rispettata e protetta dagli antisemiti (come ebrea e italiana) è cosa ovvia, basta pensare alle sue sofferenze. Ma questa mania del «prendi Liliana e sbattila in prima pagina» non è solo una demenza, ma anche una offesa a una vittima della persecuzione nazista. Ciò che più conta, per il comune, non é l'onorificenza, ma il credito e prestigio che ne andrà al municipio, insieme con la fama, oggi preziosa, di antirazzista.
   E' così che Liliana ha avuto la cittadinanza a Palermo, Genova, Torino, Savona, Novara, Varese, Nombino, Pescara, Vasto. E tante altre sono in coreo. Un po' turbolenta è stata quella di Biella: il sindaco, di centrodestra, l'aveva in un primo momento negata, e girata all'attore Ezio Greggio, nato in provincia di Biella e impegnato per l'assistenza ai neonati prematuri. Ma Greggio, per rispetto alla Segre, l'ha rifiutata. E il sindaco ha poi capito l'errore, «sono stato un cretino», ha detto in Tv. Alla fine l'hanno data alla senatrice. Ma possibile che nessuno si sia chiesto: che cosa mai la Segre ha avuto in comune con quelle città, visto che la concessione della cittadinanza dovrebbe onorare chi in qualche modo abbia fatto ad essa del bene.
   Come si è espresso il sindaco di Sesto San Giovanni, Roberto Di Stefano (Lega), che ha motivato il rifiuto della cittadinanza con argomenti non politici: «La Segre non ha niente a che fare con la nostra storia e darle la cittadinanza sarebbe svilente, perché sarebbe una strumentalizzazione politica». Ripeto: pensare a ciò che ha sofferto nel lager fa venire la pelle d'oca. Era una bambina di 13 anni. Doveva pensare a salvare la propria vita e, per fortuna, c'è riuscita. A quell'età non poteva essere né Padre Kolbe, né Salvo d'Acquisto. Che sia onorata, rispettata e anche protetta, è nella logica, purtroppo un certo numero di antisemiti li abbiamo, di destra che verniciano le tombe e di sinistra che bruciano le bandiere di Israele.
   Che però se ne faccia una icona massmediatica per esaltare città che con lei nulla hanno avuto a che fare non è un omaggio per la vittima onorata, ma una offesa. E nata una stupida competizione, una gara da talk show, che la Signora non ha certo chiesto, non poteva rifiutarla e la sopporta. Ma certo quel «Santa subito» anche a lei sembrerà superficiale e fuori luogo.

(ItaliaOggi, 29 novembre 2019)


Omaggio a Amedeo Modigliani nel centemario della morte

 
La Sinagoga di Livorno
Sarà dedicata all'artista Amedeo Modigliani, nel centenario della sua morte, la seconda edizione del Festival Livorno Ebraica, la manifestazione sulla storia della comunità Ebraica livornese che si svolgerà a partire da oggi, venerdì 29 novembre, fino al 22 dicembre. Promosso dalla Comunità Ebraica di Livorno e Amaranta servizi, in compartecipazione con il Comune di Livorno, il Festival proporrà visite guidate nei siti ebraici di maggior interesse, spettacoli ed eventi vari legati all'arte, al cibo, alle tradizioni ed in particolare saranno approfonditi i legami di Modigliani con le sue radici ebraiche. Un giusto tributo ad un figlio della comunità ebraica livornese, sicuramente il più conosciuto al mondo, ma anche per offrire una ulteriore opportunità turistico culturale ai tanti visitatori che in queste ore visitano la mostra "Modigliani e l'avventura di Montparnasse" al Museo della Città. Numerose le iniziative tese a mettere in luce le radici ebraiche dell'artista: Modigliani è frutto di quella borghesia Ebraica molto colta, liberale, cosmopolita presente a Livorno nella metà del IXX secolo. Qui Modigliani è nato, ha studiato, ha raggiunto la maggiorità religiosa, bar mitzvà, nell'antica sinagoga il 12 luglio del 1897, qui si è formato nelle scuole di pittura, ha tessuto le sue amicizie giovanili. Livorno è pertanto centrale per l'approfondimento di questo artista.
   A partire da oggi la Sinagoga rimarrà aperta straordinariamente per venti giorni con visite guidate che consentiranno di conoscere uno dei monumenti più affascinanti della città, il più interessante e rappresentativo dal dopoguerra. Oggetto di visita anche il Museo Ebraico di via Micali, un vero gioiello che custodisce preziosi oggetti di culto sinagogale, tessuti, argenti, frutto di quella manifattura ebraica operosa, ricca e raffinata presente a Livorno dalla fine del '500. Meta di visite anche i due Cimiteri, quello monumentale di Viale Ippolito Nievo e quello ancora attivo della Cigna, dove riposano i nonni ed il padre di Amedeo Modigliani. Gli interventi artistici in programma , curati dalla Compagnia degli Onesti, avranno come teatro la casa natale di Amedeo Modigliani (via Roma, 38), dove si alterneranno gli attori Michele Crestacci ed Emanuele Barresi con il musicista Massimo Signorini. Ogni evento a casa natale Amedeo Modigliani sarà accompagnato da dolcetti o salatini kasher preparati dalle cuoche della Comunità e dal vino kasher della Cantina Giuliano di Casciana, che nel giro di pochi anni è divenuto un'eccellenza mondiale nell'enologia. Il 15 dicembre alcune rappresentanti dell'Aei (Associazione Donne Ebree Italiane), ispirandosi alla festa di Channukkià , allestiranno una tavola, alla maniera delle tavole imbandite nella casa dove Eugénie, Gabriella, Laura e Margherita ospitavano gli amici ed i parenti.

(Shalom, 29 novembre 2019)


Basket - Strapotere offensivo del Maccabi, battuto di forza l'ASVEL

Dopo due sconfitte consecutive torna a sorridere la formazione di Sfairopoulos

Con una straordinaria prestazione offensiva, il Maccabi Tel Aviv dimentica le due sconfitte consecutive e torna a sorridere superando in casa l'ASVEL alla terza sconfitta di fila. 93-62 il punteggio finale, che evidenzia lo strapotere dei padroni di casa.
Continuità israeliana nel corso dei quaranta minuti, i ragazzi di Sfairopoulos segnano sempre più di venti punti a quarto e alla lunga la pressione francese si affievolisce. Yovel Zoosman e Scottie Wilbekin puniscono da lontano, con Jake Cohen che è autore di una prova praticamente perfetta uscendo dalla panchina.
L'ASVEL ha soltanto due giocatori in doppia cifra (Maledon e Kahaudi con dieci punti) e non resiste ai continui strappi del Maccabi. Bandiera bianca alzata definitivamente nella ripresa, settimana prossima la sfida allo Zenit per risollevarsi dopo tre sconfitte consecutive.

(sportando.basketball, 28 novembre 2019)



Ospedale israelitico: una targa in memoria di Giuseppe Noccioli, medico dal cuore d'oro

Si è tenuta nella mattinata di giovedì 28 novembre presso l'Ospedale Israelitico di Roma, alla presenza della Consigliera dell'Ospedale Israelitico di Roma, Avv. Antonella Di Castro, della Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Dott.ssa Ruth Dureghello, della Direttrice del Museo Ebraico di Roma, Dott.ssa Olga Melasecchi e dei parenti, l'inaugurazione della targa commemorativa in ricordo del Prof. Giuseppe Noccioli (1871-1953), storico Direttore Sanitario dell'istituzione ebraica "Maternità Di Cave", costituita nel 1915 e attiva fino al 1968 come Casa di Ricovero per puerpere povere israelite di Roma. Un ente ebraico che ebbe lo scopo di assolvere sin da subito un ruolo assistenziale nei confronti delle indigenti della Comunità e dar loro un luogo in cui assisterle durante il parto.
   Nel 1930 la "Maternità Di Cave" si trasferì nel quartiere di Testaccio incrementando il suo ruolo assistenziale ed accogliendo non più solo donne di religione ebraica, ma anche cattoliche residenti nel rione.
   E' in questo contesto che emerse la figura del Prof. Giuseppe Noccioli, uomo colto e altruista, il quale con spirito di pura filantropia decise di prestare la sua opera per oltre trent'anni a titolo completamente gratuito presso la struttura ebraica. Un incarico complesso e rischioso che assunse, in quanto cattolico, anche durante gli anni terribili del nazifascismo. Sotto la sua guida la Maternità Di Cave divenne un luogo centrale per le donne gravide del territorio durante e dopo la seconda guerra mondiale, fino alla sua liquidazione, avvenuta negli anni '60.
   "Ci sono persone che lasciano il segno del loro passaggio in una comunità. Il Prof. Giuseppe Noccioli è, certamente, una di queste. Il ricordo della grande coscienza e impegno che ha profuso nel suo lavoro è ancora vivo nella Comunità di Roma - ha sottolineato Antonella Di Castro - ricordarlo con un piccolo gesto come questa targa vuole testimoniare tutta la nostra gratitudine per un uomo che ha fatto tanto, al servizio degli altri".

(Shalom, 28 novembre 2019)


Israele con il rabbino capo Mirvis nella lotta contro l'antisemitismo UK

Israele è al fianco del rabbino capo di Gran Bretagna Ephraim Mirvis nella sua lotta contro l'antisemitismo. Incontrando a Londra rav Mirvis, il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha voluto esprimere il suo sostegno alla guida dell'ebraismo britannico in questi giorni complicati. Mirvis ha infatti scelto di esprimersi pubblicamente sulle colonne del Times - "con cuore pesante" - per denunciare l'antisemitismo interno al partito laburista guidato da Jeremy Corbyn e invitato gli elettori d'Oltremanica a votare secondo coscienza il prossimo 12 dicembre alle elezioni nazionali. Un intervento senza precedenti, motivato da una preoccupazione diffusa tra gli ebrei britannici per le posizioni di Corbyn e dei suoi e per la percezione che il Labour abbia fatto poco o nulla per combattere seriamente l'antisemitismo al suo interno. A rav Mirvis, il Presidente Rivlin ha offerto il proprio sostegno "per il suo lavoro ispiratore contro il crescente antisemitismo e razzismo. La sua voce chiara e la sua leadership, soprattutto negli ultimi giorni, ci riempie tutti di orgoglio". "Tolleranza zero per l'antisemitismo significa dare sicurezza alle comunità ebraiche e contrastare l'estremismo religioso. Significa insistere sul fatto che non c'è spazio per l'antisemitismo nelle stanze del potere e non c'è spazio per l'incitamento sui social media. Significa una legislazione efficace e un'efficace educazione sulla Shoah", ha dichiarato Rivlin, intervenendo a un incontro organizzato dall'associazione United Jewish Israel Appeal. "Dalla Dichiarazione Balfour, - ha aggiunto il Presidente - Israele ha condiviso con la Gran Bretagna una storia e valori democratici comuni. È a causa di questi forti legami che siamo estremamente preoccupati per l'aumento dell'antisemitismo nel Regno Unito". Riguardo alla minaccia antisemita, la presidenza israeliana ha organizzato a Gerusalemme per gennaio un grande conferenza a cui parteciperanno capi di Stato e di governo di tutto il mondo, tra cui il Presidente italiano Sergio Mattarella. Per la Gran Bretagna bisognerà vedere chi vincerà tra i conservatori di Boris Johnson e i laburisti di Corbyn. Il leader della sinistra ha avuto l'occasione per scusarsi con il mondo ebraico per l'antisemitismo interno al suo partito in un'intervista sulla BBC ma ha scelto di non farlo: il giornalista Andrew Neil ha chiesto a Corbyn quattro volte se voleva scusarsi per il dolore causato agli ebrei britannici. Ogni volta, ha eluso la domanda, rispondendo: "Quello che dirò è che sono determinato a far sì che la nostra società sia sicura per le persone di tutte le fedi". dr

(moked, 28 novembre 2019)


I dèmoni antisemiti dell'est Europa

Una ricerca americana spiega quanto soffia forte il vento della giudeofobia

L'ultimo sondaggio globale condotto dall'Anti Defamation League rileva che gli atteggiamenti antisemiti sono sempre più prominenti in Europa centrale e orientale, che prima della Shoah ospitava la maggior parte degli ebrei al mondo. La percentuale della popolazione adulta che esprime un alto livello di opinioni antisemite è passata dal 37 al 48 per cento in Polonia, dal 32 al 46 per cento in Ucraina e dal 23 al 31 per cento in Russia.
   L'Ungheria ha registrato un aumento più modesto di due punti, ma partendo da una base elevata del 40 per cento. "E' profondamente preoccupante che circa un europeo su quattro nutra le stesse idee antisemite che si rilevavano prima dell'Olocausto", ha detto Jonathan Greenblatt, a capo dell'Anti Defamation League, parlando di un "potente campanello d'allarme".
   In Italia l'antisemitismo scende invece "in maniera significativa". Gli stereotipi sono sempre gli stessi: il controllo della finanza (in Ungheria lo pensa il 71 per cento) e la slealtà (gli ebrei sono più leali a Israele che alla propria nazione).
   Da giorni, la comunità ebraica inglese è sotto una forte pressione dopo la presa di posizione senza precedenti del rabbino capo del Regno Unito, Ephraim Mirvis, su Jeremy Corbyn unfit a guidare il paese e percepito come una minaccia dalla comunità ebraica.
   In Francia, l'antisemitismo ha una matrice in gran parte islamica. Nell'est, dove non esistono grandi comunità di immigrati, l'odio antiebraico è bianco. Siamo di fronte, come abbiamo spesso spiegato, a una "tempesta perfetta" di vecchie e nuove congiunzioni antisemite. Non esiste campo politico di appartenenza che possa esimersi dal prendere sul serio questo fenomeno che, nella storia europea, ha di solito coinciso con il crollo della vitalità democratica e uno choc di civiltà. Agire, e subito, contro questo fenomeno è dunque un dovere non soltanto verso gli ebrei europei, ma verso la stessa democrazia liberale che, dopo la Shoah, aveva qui garantito una faticosa rinascita della vita ebraica.

(Il Foglio, 28 novembre 2019)


La settimana nera di Corbyn fra gaffe e accuse di antisemitismo

di Alessandra Rizzo

Settimana da dimenticare per il leader laburista Jeremy Corbyn: accusato dal Rabbino capo del Paese di aver consentito al veleno dell'antisemitismo di aver messo radici nel partito; preso in giro per aver detto che in caso di secondo referendum sulla questione epocale della Brexit si manterrebbe «neutrale»; e infine strapazzato in un'intervista televisiva vista da tre milioni di persone che un giornale ha bollato in prima pagina come un «film dell'orrore». Mancano due settimane alle elezioni del 12 dicembre e se Corbyn, già indietro nei sondaggi, sperava di recuperare il terreno perduto, ha ancora molto lavoro da fare.

 «I Tory vendono la sanità agli Usa»
  Ieri ha cercato di riprendere in mano la campagna accusando i Conservatori di avere messo il servizio sanitario nazionale sul tavolo dei negoziati per l'accordo commerciale post-Brexit con gli Usa. «Stiamo parlando di trattative segrete per un accordo con Donald Trump dopo la Brexit», ha detto Corbyn, brandendo in una conferenza stampa le pagine di documenti ufficiali governativi ottenuti dal Labour. Dimostrano, secondo lui, che la sanità pubblica, o Nhs come è universalmente noto nel Regno Unito, è merce di scambio, e un accordo con Trump aprirebbe le porte degli ospedali ai colossi farmaceutici americani, con conseguente aumento dei prezzi delle medicine. «Adesso abbiamo le prove che con Johnson l'Nhs è sul tavolo dei negoziati e sarà messo in vendita». Ma di prove certe non se ne vedono, e il governo ha smentito, parlando di mossa diversiva di un leader in crisi. «Assurdità totali», ha detto Johnson.
   Non è bastato comunque a distogliere l'attenzione dalla questione dell'antisemitismo, all'indomani dell'attacco del Rabbino Ephraim Mirvis, che ha messo in guardia gli elettori sulle conseguenze di un voto per questo Labour («è in ballo l'anima del Paese», ha detto). Nella disastrosa intervista alla BBC.
   Corbyn è apparso impreparato e irritabile e ha rifiutato per quattro volte di scusarsi con la comunità ebraica (non a caso Johnson si è affrettato ieri a scusarsi per i casi d'islamofobia imputati ai Tory). Corbyn si aggrappa alla speranza che il voto giovanile possa venirgli incontro come era stato alla precedente tornata elettorale. Circa 4 milioni di cittadini, tra cui molti under 34, si sono registrati per votare entro la scadenza prevista, in aggiunta ai 45 milioni già presenti sulle liste. Un dato incoraggiante, ma il cui impatto sull'affluenza resta da accertare. E comunque probabilmente non abbastanza per rovesciare le sorti di una campagna che per Corbyn sembra essersi messa davvero male.

(La Stampa, 28 novembre 2019)


Raid aerei israeliani contro obiettivi di Hamas

Dopo il lancio di razzi dal territorio palestinese

Raid aerei contro obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza sono stati condotti da Israele nella notte e all'alba in risposta ai due razzi lanciati ieri sera dal territorio palestinese. Lo ha confermato un portavoce dell' esercito dello stato ebraico, citato dal sito del «Jerusalem Post».
   Nel corso degli attacchi è stato preso di mira anche un sito sotterraneo usato dai miliziani del movimento palestinese, ha precisato il portavoce. L'esercito israeliano - ha sottolineato il portavoce - considera Hamas «responsabile di quanto accade all'interno della Striscia e di ogni attacco lanciato contro Israele». «Israele non riuscirà ad imporre alla resistenza palestinese nuove regole nel nostro confronto» ha dichiarato il portavoce del movimento che controlla Gaza dal giugno 2006.
   Ieri pomeriggio due missili sono stati lanciati da Gaza contro Israele, senza provocare danni. Secondo le forze armate, un missile è stato abbattuto dal sistema di difesa Iron dome mentre l'altro è precipitato in un terreno aperto del sud d'Israele. Le sirene d'allarme sono suonate a Sderot e nelle aree circostanti.
   Episodi di tensione sono stati registrati ieri in tutti i Territori palestinesi (Striscia di Gaza e Cisgiordania). L'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) aveva infatti indetto una giornata di protesta, con lo stop di tutte le attività. Obiettivo dell'iniziativa era protestare contro le recenti dichiarazioni del segretario di stato americano, Mike Pompeo, a favore della legalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Pompeo ha dichiarato gli insediamenti «non contrari al diritto internazionale» e ha detto che questa decisione può promuovere la pace.

(L'Osservatore Romano, 28 novembre 2019)


Torino - M5s contro l'accordo hi-tech con Israele: «Appendino non firmi»

La capogruppo Sganga: «Tecnologie usate contro i palestinesi». La replica della sindaca: «Intesa in ambito civile, impianti d'avanguardia al servizio delle persone»

 
I membri dell'Isreal Innovation con la ministra Pisano e la sindaca Appendino
TORINO - «Nessun accordo per le tecnologie usate contro il popolo palestinese». A parlare è Valentina Sganga, la capogruppo del Movimento 5 Stelle, mentre la sindaca Chiara Appendino insieme alla ministra per l'Innovazione Paola Pisano sta sottoscrivendo un accordo di collaborazione tra Torino City Lab e l'Israel Innovation Authority per lo sviluppo di progetti high-tech tra start up israeliane e italiane. "La collaborazione - continua Sganga - e la cooperazione con altri Paesi è sempre benvenuta ma, come abbiamo già ribadito in altri casi, la Città di Torino si oppone a qualsiasi forma di oppressione del popolo palestinese e anche l'accordo di oggi è occasione per sottolineare la nostra contrarietà alla guerra che Israele fa contro la popolazione, guerra in cui sempre più la tecnologia è messa al servizio dei sistemi di sorveglianza e oppressione di Israele sui palestinesi. Per questo è importante ribadire in modo chiaro un concetto: non ci dev'essere nessun contributo da parte di Torino, e della sua amministrazione, a progettazione e sperimentazione di tecnologie che possano avere un risvolto bellico, né in Palestina, né nel resto del mondo. La sindaca Appendino - conclude - conosce bene questa posizione e ci auguriamo ne abbia tenuto conto prima della sottoscrizione».
   La prima cittadina torinese ha replicato: «È importante che il Comune governi la tecnologia, la sensibilità della maggioranza in Consiglio comunale sulla Palestina è nota però gli accordi sono necessari per migliorare la nostra società. Ribadisco che si tratta di un'intesa in ambito civile e che si tratta di tecnologie al servizio delle persone»
   Contro l'accordo anche un altro consigliere grillino, Aldo Curatella: «Quello che spero è che nell'accordo siano state inserite clausole chiare ed esplicite che dicano come sia esclusa ogni collaborazione che possa avere delle applicazioni/implicazioni dirette o indirette in ambito militare, con cessazione immediata di ogni effetto dell'accordo se dovesse dimostrarsi il contrario nelle applicazioni sul campo».
   Presente, come detto, anche la ministra Pisano: «Questo - spiega - è un accordo importante per Torino e abbiamo altri accordi bilaterali in arrivo: siamo nel momento giusto per crescere. Ma credo che si debba comunicare e spiegare bene le cose».

(Corriere Torino, 28 novembre 2019)


Viva Israele che manifesta contro il golpe giudiziario

di Michael Sfaradi

Ieri sera, a Tel Aviv, probabilmente per la prima volta nella storia della democrazia, dalle ventimila alle trentamila persone sono scese in piazza per manifestare contro la magistratura e i media. Sì, avete letto bene, migliaia di persone sono scese in piazza per urlare forte il loro sdegno verso la magistratura, che fino a pochi anni fa era il fiore all'occhiello della democrazia israeliana, e contro i giornali, canali televisivi e media in generale, anche loro fino a pochi anni fa altro fiore all'occhiello della libertà di parola sempre garantita dalla democrazia israeliana.
  Questa manifestazione, che è solo la prima di una serie di raduni che vedremo in molte città israeliane, è la prova che questi due fiori sono inesorabilmente appassiti sotto la pressione di una sinistra politica ricca di denaro e intellighenzia ma povera di appoggio popolare. Una sinistra che ha fatto e sta facendo di tutto, e in tutto il mondo, per ottenere il potere politico con ogni mezzo e se non ci riesce alle urne lo fa sfiancando la gente con la complicità dei media che non risparmiano continui articoli e servizi televisivi dove il buono è sempre a sinistra e il cattivo sempre a destra. La prova è che tutti i giornalisti non allineati, compreso il sottoscritto, da anni non riescono a trovare neanche la più piccola collaborazione e anche quando hanno degli importanti scoop in mano vengono ignorati. Ma questa è un'altra storia.
  La sinistra si avvale anche di una complicità ancora più importante: quella di una parte della magistratura che siede nel suo personale Olimpo e si sente intoccabile, di alcuni magistrati che come una
Dal palco i vari oratori hanno fatto i nomi di quei magistrati e di quei poliziotti che, come pretoriani, durante le indagini avrebbero, secondo gli oratori, piegato la legge e le procedure pur di dimostrare la corruzione dell'attuale Premier.
divinità possono fare e disfare, a loro piacimento, la vita di un politico o anche di un cittadino qualsiasi, senza che ogni loro decisione o sentenza possa essere commentata o criticata. Ieri sera però qualcosa è cambiato perché dal palco organizzato dal partito del Premier Netanyahu i vari oratori hanno fatto i nomi di quei magistrati e di quei poliziotti che, come pretoriani, durante le indagini avrebbero, secondo gli oratori, piegato la legge e le procedure pur di dimostrare la corruzione dell'attuale Premier. Dal palco sono stati anche raccontati alcuni casi di testimoni forzati, con minacce da parte di alcuni dirigenti della polizia, a dire ciò che non volevano o che non sapevano ma che serviva ad incriminare il Premier. Persone che poi avevano denunciato il trattamento subito, denunce che erano poi state insabbiate e non avevano avuto seguito, denunce che ora sono state gridate ad alta voce sulla pubblica piazza.
  Il perfetto tempismo con il quale sono state pubblicati i rinvii a giudizio nei confronti del Premier Netanyahu, notizia di una risonanza tale che ha rallegrato le sinistre di tutto il mondo, è sintomatico della presenza di una regia che per farle uscire aspettava solo il fallimento del giro di consultazioni per formare un nuovo governo senza Netanyahu. Giro di consultazioni condotto da Benny Ganz, ex capo delle forze armate di Israele, leader della sinistra e di tutti coloro che pur di non vedere mai più Benjamin Netanyahu accetterebbero come capo di governo anche un cretino qualsiasi. Il "No Bibi" è il mantra di coloro che hanno dimenticato dei particolari importanti che per dovere di cronaca è giusto ricordare. La carriera di Netanyahu è solo il frutto di un programma di vita che Bibi dette a se stesso all'indomani dal congedo come ufficiale della Sayeret Matkal, il più decorato corpo antiterrorismo al mondo. Studi all'estero, Laurea e Master in alcune fra le più importanti Università statunitensi. Da Ministro del Tesoro scrisse a quattro mani con Stanley Fischer, uno dei più importanti banchieri al mondo e già dirigente della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, la riforma economica del paese che ha portato grandi benefici al punto che Israele può vantare crescite di P.I.L. da record.
  Mai prima di Netanyahu, neanche con Rabin o Peres, il ruolo dello Stato Ebraico nello scacchiere medio-orientale ha acquisito un'importanza come quella attuale, i contatti con le monarchie del Golfo e il
Oggi Israele, e questo non lo possono negare neanche i più feroci detrattori dello Stato Ebraico, è una nazione più forte economicamente, militarmente e politicamente, di come poteva essere dieci anni fa.
riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale eterna di Israele e dello status delle alture del Golan, sono solo i risultati della sua politica in campo internazionale. Ma non è tutto perché a questo vanno aggiunte anche le alleanze e cooperazioni con nazioni come l'India e la Cina. Oggi Israele, e questo non lo possono negare neanche i più feroci detrattori dello Stato Ebraico, è una nazione più forte economicamente, militarmente e politicamente, di come poteva essere dieci anni fa. Proprio partendo da questo punto di forza e pur di non trascinare Israele in una guerra aperta, nonostante le enormi pressioni da parte della popolazione del sud sempre dentro al mirino dei missili di Hamas e della Jihad Islamica, popolazione che in grande maggioranza vota proprio per il partito del Premier, Benjamin Netanyahu ha sempre usato il bastone e la carota, lasciando la guerra aperta, casa per casa vista l'alta densità di popolazione civile, come ultima opzione.
  Secondo le accuse Netanyahu si sarebbe fatto corrompere con dei regali, bottiglie di vino e scatole di sigari da parte di imprenditori che sono anche suoi amici personali di vecchia data, è anche accusato di aver avuto contatti con imprenditori dei media per cercare di convincerli, peraltro senza risultati, ad adottare una linea editoriale meno ostile. Non esiste al mondo un politico che non abbia contatti particolari con i media pur di non essere costantemente messo alla berlina giorno dopo giorno davanti alla nazione così come a lui è stato riservato tutte le sere negli ultimi anni. Alan Dershowitz uno dei più importanti giuristi americani, invitò pubblicamente il procuratore di Stato Mendelbit a far cadere le accuse perché in tutte le democrazie occidentali non avrebbero avuto rilevanza penale. Ma, cosa ancora più grave e che dovrebbe far riflettere, è stata un'esternazione della professoressa Ruth Gavison, già Premio Israele per la Giustizia, che in una discussione sviluppatasi sulla sua pagina Facebook ha dubitato sulle possibilità di Netanyahu di ottenere un giusto processo.
  La professoressa ha scritto: "Sono preoccupata che Netanyahu non abbia la possibilità di ottenere un
"Sono preoccupata per il processo contro Netanyahu. Ci sono stati così tanti processi sulla stampa che ora un processo vero non riuscirebbe ad avere una sentenza diversa da quella già decisa sui media."
processo giudiziario. Ci sono stati così tanti processi sulla stampa che ora un processo vero non riuscirebbe ad avere una sentenza diversa da quella già decisa sui media. Questa è una tragedia per Bibi ma anche una brutta pagina per il paese e per la società". Il procuratore di Stato Mendelbit, perché convinto delle sue idee o perché tirato per i capelli, sarà la storia a scrivere la verità, non ha ascoltato né l'appello di Alan Dershowitz, che conosce personalmente, né i dubbi della professoressa Ruth Gavison, ed è andato dritto per la sua strada fino ai rinvii a giudizio pur sapendo che nulla può accadere nei prossimi mesi fino alle elezioni e alla formazione di un nuovo governo e alla costituzione della commissione per le autorizzazioni a procedere contro i parlamentari.
  Solo chi non vuole vedere non può accorgersi che non si tratta di un attacco diretto a un leader corrotto, ma del tentativo di distruggere una linea politica. Le magistrature, non solo in Israele ma un po' in tutto il mondo democratico, da diversi anni invadono il campo politico e questa non è una buona notizia sia per la democrazia che per la libertà tout court. Basta cambiare il nome dei politici, sempre di quelli non allineati al pensiero comune unico e politicamente corretto, e spostare geograficamente le vicende, e ritroviamo lo stesso accanimento dei giudici che corrono dietro ai politici per farli decadere e, di fatto, far decadere il volere popolare.
  Quella di ieri sera a Tel Aviv potrebbe essere, anzi speriamo che lo sia, la prima di tante manifestazioni del libero pensiero che dovrebbero essere organizzate anche in altre nazioni e in altri contesti, perché i media debbono nuovamente imparare a riportare le notizie per come sono e dare lo stesso tempo e dignità a tutti i punti di vista, mentre i magistrati hanno il dovere di mettere sotto inchiesta tutti i politici ladri con accuse fondate, non solo chi non è "simpatico" a un certo sistema. Perché la libertà è necessaria come l'aria e se siamo arrivati al punto che per difenderla bisogna scendere in piazza, significa che qualcosa non funziona più e deve essere aggiustata.

(Nicola Porro, 27 novembre 2019)



Israele: l'inchiesta su Netanyahu diventa un caso politico

Quello di Netanyahu non è un semplice caso giudiziario, è un conflitto politico per il futuro di Israele

di Ugo Volli

Nessuno sa al momento come finirà la vicenda politica israeliana, se ci sarà un terzo ciclo di elezioni (come sembra probabile), se Netanyahu manterrà la leadership del Likud e dello schieramento di centrodestra (probabile anch'esso), per non parlare di come finiranno queste possibili elezioni e il processo a Netanyahu (se ci sarà, perché in Israele esiste l'immunità parlamentare, che può essere però superata con un voto parlamentare).
La tentazione forte è di vedere in questa vicenda gli aspetti piccini ed eticamente discutibili. Netanyahu è certamente un uomo che tiene al potere e che maltratta i suoi collaboratori, suscitando forti sentimenti di vendetta come quelli nutriti da Lieberman. I capi fra i suoi avversari mostrano scarso peso intellettuale e strategico (Gantz), sono vanesi e poco responsabili (Lapid), vendicativi (Ya'alon); erano disposti a fare alleanze con i partiti arabi sostenitori del terrorismo e non con i religiosi o i nazionalisti, o almeno non con i religiosi e nazionalisti alleati a Netanyahu, anche se questo blocco è chiaramente maggioritario nell'elettorato. Il sistema elettorale israeliano funziona male, perché privilegia la rappresentanza dei piccoli gruppi sociali alla loro fusione e conseguente governabilità: invano i maggiori leader dai tempi di Ben Gurion hanno cercato di correggerlo...

(Progetto Dreyfus, 28 novembre 2019)


Roma - Raggi: «Imbrattate le targhe delle vittime delle leggi razziali. Ripuliamo subito»

Dedicate a Nella Mortara e a Mario Carrara, erano state messe al posto di altre due con i nomi dei firmatari del Manifesto della razza.

di Rinaldo Frignani

 
Imbrattate con vernice nera nella notte di martedì a Torrevecchia le targhe stradali intitolate alla fisica Nella Mortara e al medico e accademico Mario Carrara, vittime delle Leggi razziali, ai quali il Campidoglio ha intitolato un largo e una via al posto di quella ad Arturo Donaggio, psichiatra e accademico, fra i firmatari del Manifesto della Razza.

 Un palloncino pieno di vernice nera
  Secondo i primi accertamenti sembra che contro le targhe sia stato lanciato un palloncino pieno di vernice che è esploso sulla parete del palazzo, imbrattando anche una telecamera di vigilanza. «Imbrattate le targhe delle strade intitolate la settimana scorsa a chi ha combattuto contro fascismo e razzismo, prima erano dedicate a firmatari del Manifesto della razza. Gesto vergognoso. Ripuliamo subito», ha twittato la sindaca Virginia Raggi.

(Corriere della Sera - Roma, 27 novembre 2019)



Più di 200 rabbini affermano: "Trump ha adempiuto alla profezia di Geremia"

Più di 200 rabbini hanno inviato una lettera di ringraziamento alla Casa Bianca dopo che il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha annunciato lunedì scorso che l'amministrazione Trump avrebbe invertito la politica sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania. La lettera è stata scritta dal rabbino Shmuel Eliyahu, membro del Consiglio del Grande Rabbinato, e firmata da oltre 200 rabbini provenienti da Israele. Nel documento, pubblicato dal sito web israeliano Srugim News, i leader ebrei affermano che l'amministrazione Trump sta contribuendo all'adempimento della "profezia di Geremia".
   Secondo i rabbini più di 2.500 anni fa, il profeta Geremia dichiarò, infatti, che la nazione di Israele sarebbe tornata sulle colline della Samaria e vi avrebbe piantato i suoi vigneti. "Così parla il SIGNORE degli eserciti, Dio d'Israele: «Si dirà pure questa parola nel paese di Giuda e nelle sue città, quando li avrò fatti tornare dalla deportazione: Il SIGNORE ti benedica, territorio di giustizia, monte santo!" (Ger. 31:23).
   Gli insediamenti israeliani nella cosiddetta Cisgiordania, la regione biblica della Giudea e della Samaria, sono comunità stabilite da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Gli insediamenti sono considerati illegali ai sensi del diritto internazionale, ma con la decisione dell'amministrazione Trump, gli Stati Uniti li riconoscono. I rabbini hanno dichiarato che la profezia biblica su sta adempiendo "parola per parola".
   130 anni fa, ebrei di tutto il mondo iniziarono a tornare in Israele. 72 anni fa, la nazione era libera dal dominio straniero. 52 anni fa siamo tornati a Gerusalemme, Hebron e il resto della Giudea e della Samaria; i nostri nemici non l'hanno accettato e stanno ancora cercando di fermare il processo ma Dio ha promesso ad Abramo che "i suoi discendenti espugneranno le città dei loro nemici" e hanno visto con i loro occhi come "cinque di voi perseguiteranno cento, cento di voi inseguiranno diecimila e i vostri nemici cadranno di spada davanti a voi", hanno affermato i rabbini.
   Nella seconda parte della lettera, i rabbini ringraziano Trump per le sue azioni e il suo sostegno a Israele: Gli Stati Uniti sono stati uno dei primi paesi a sostenere la fondazione dello stato di Israele. I presidenti degli Stati Uniti hanno avuto l'onore di sostenere Israele e di far parte dell'adempimento delle previsioni del profeta sul ritorno di Sion e sulla fondazione dello Stato di Israele. È un raro onore essere il primo presidente a guidare questo riconoscimento. "Dio ha fatto una promessa ad Abramo: Benedirò quelli che ti benediranno". Promise al profeta Isaia che 'per amor di Sion non mi riposerò; le nazioni vedranno la sua giustizia e tutti i re la sua gloria; Sarai chiamato con un nuovo nome dalla bocca del Signore.
   Il presidente Trump, è benedetto nel vedere l'adempimento di questa profezia", hanno aggiunto i rabbini. La lettera conclusa affermando che Trump" sarà ricordata nella storia israeliana come il leader che l'ha sostenuto Israele senza paura.

(notiziecristiane.com, 27 novembre 2019)


Israeli Rabbis Thank Trump: "Fulfilling Jeremiah's Prophecy"


Ebrei contro Corbyn: non votate per gli antisemiti

Il rabbino di Londra si schiera contro i laburisti, nemici di Israele. Conservatori al 42% nei sondaggi, però forse non basta.

di Daniel Mosseri

Ephraim Mirvis e Jeremy Corbyn
«Il modo in cui la leadership del Labour ha affrontato il razzismo anti-ebraico è incompatibile con i valori britannici di cui siamo così orgogliosi, ossia dignità e rispetto per tutte le persone».
  A due settimane dalle elezioni anticipate in Gran Bretagna, il rabbino capo del Regno Unito e del Commonwealth, Ephraim Mirvis, ha scritto un editoriale di fuoco al Times per porre una domanda agli elettori britannici: «Che ne sarà degli ebrei e dell'ebraismo britannico se il Labour formerà il prossimo governo?»
  Entrato a gamba tesa nell'agone politico in piena campagna elettorale, il religioso si è detto ben consapevole delle convenzioni secondo cui il rabbino capo deve stare lontano dalla politica dei partiti «ed è giusto che sia così». Tuttavia, ha anche scritto Mirvis, «affrontare il razzismo non è una questione strettamente politica».

 Minoranza stalinista
  Nel suo editoriale, il rabbino ortodosso stila una lunga lista delle situazioni imbarazzanti in cui il partito laburista si è cacciato negli ultimi quattro anni. Da quando cioè il suo leader Jeremy Corbyn, mai citato nell'articolo, è diventato padre e padrone della formazione politica grazie all'appoggio di Momentum, ieri minoranza stalinista del partito e oggi cordata pigliatutto particolarmente insofferente con i dissenzienti.
  «La comunità ebraica ha assistito incredula alla sistematica cacciata di tutti quei parlamentari e funzionari che abbiano riconosciuto l'esistenza del pregiudizio antiebraico in seno al Labour», ha scritto Mirvis. Pronto alla reazione furiosa del clan di Corbyn, il rabbino ha anche messo le mani avanti: «Abbiamo imparato a caro prezzo che farsi sentire significa essere demonizzati da troll senza volto sui social media che ci accuseranno di essere in malafede».
  I fatti tuttavia danno ragione al religioso: se Corbyn ha più volte solidarizzato con la peggiore schiwna del terrorismo antiebraico su scala globale, difeso murales antisemiti, definito Israele uno Stato razzista, suggerito di mettere fuori legge la circoncisione maschile e di richiamare i poliziotti che oggi garantiscono la sicurezza delle scuole ebraiche in Gran Bretagna, i suoi compagni nel partito si sono a lungo opposti all'adozione della definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) provocando il fuggi fuggi di deputati ebrei e simpatizzanti. «E lo hanno fatto dai banchi dell'opposizione: cosa dovremo aspettarci dal prossimo governo?», ha scritto Mirvis.
  Il rabbino, che ha chiesto agli inglesi di farsi un esame di coscienza prima di andare a votare il 12 dicembre, vanta fra l'altro un curriculum antirazzista invidiabile. Nato in Sudafrica, è figlio d'arte: suo padre Lionel Mirvis, era un rabbino attivo contro l'apartheid ed era solito visitare i prigionieri politici del regime a Robben Island, il carcere di massima sicurezza dov'era imprigionato anche Nelson Mandela; sua madre, Freida Katz Mirvis, era la direttrice dell'unico college per la formazione di maestre d'asilo nere in tutto il Sudafrica razzista. Diventato rabbino capo del Commenwealth nel 2013, Mirvis si è impegnato nel dialogo interreligioso.

 Fuga da Londra
  E il suo editoriale ha subito incassato il sostegno dell'arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, secondo cui le parole del rabbino capo «dovrebbero farci capire il profondo senso d'insicurezza e di paura provato da tanti ebrei britannici». Molti fra di loro si dicono pronti a lasciare il Paese se il Labour di Corbyn dovesse prevalere. I sondaggi al momento dicono il contrario.
  Secondo l'ultima rilevazione YouGov condotta, i Tories del premier uscente Boris Johnson dovrebbero ottenere il 42% dei voti contro il 30% dei laburisti di Corbyn mentre l'istituto Opinium per il giornale The Observer indica una differenza di 17 punti percentuali fra i due partiti a favore dei conservatori: il partito del premier Boris Johnson raccoglierebbe il 47% dei voti (+3 punti), fagocitando i voti dei no Brexit di Nigel Farage, in calo vertiginoso, contro il 28 (invariato) dei Laburisti e il 12% dei LibDem. Stessa tendenza nell'inchiesta BMG per The Independent che vede il Partito conservatore al 41 %, il Labour al 28%, i LibDem di Jo Swinson al 18%. Labour, Libdem e Verdi insieme si attesterebbero poco al di sotto del 50 per cento.

(Libero, 27 novembre 2019)


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"Corbyn, un pericolo per l'Inghilterra e gli ebrei". J'accuse del rabbino capo

Parla Gerstenteld. "Quell'uomo è il male, chiama Hamas e Hezbollah 'amici'. Blair e Mili band dovevano cacciarlo".

di Giulio Meotti

ROMA - Non era mai successo che il rabbino capo del Regno Unito intervenisse così apertamente contro un candidato a entrare al numero 10 di Downing Street. Lo ha fatto ieri, dalle colonne del Times, Ephraim Mirvis: "Che ne sarà degli ebrei in Gran Bretagna se il Labour formasse il prossimo governo?". Una bomba a mano morale e politica. "La domanda che mi viene posta più frequentemente è: che ne sarà degli ebrei e dell'ebraismo in Gran Bretagna se il Partito laburista formasse il prossimo governo? La comunità ebraica ha sopportato il profondo disagio di essere al centro dell'attenzione nazionale per quattro anni. Alcuni politici hanno mostrato coraggio, troppi sono rimasti in silenzio. Il modo in cui la leadership laburista ha affrontato il razzismo antiebraico è incompatibile con i valori britannici di cui siamo così orgogliosi. Un nuovo veleno sanzionato dall'alto ha messo radici nel Partito laburista".
   Storicamente, gli ebrei inglesi hanno sempre votato Labour. Il prossimo 12 dicembre non sarà più così. Anche l'arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, ha dichiarato ieri che "se il rabbino capo è costretto a rilasciare una dichiarazione senza precedenti, questo ci dovrebbe allarmare per il profondo senso di insicurezza e paura provato da molti ebrei britannici". Appena un anno fa, il predecessore di Mirvis, Jonathan Sacks, aveva definito l'ascesa di Corbyn una "minaccia esistenziale" per gli ebrei. "Non conosco altre occasioni in questi 362 anni in cui gli ebrei si sono chiesti 'questo paese è sicuro per allevare i nostri figli?"', aveva detto Sacks. E Pinchas Goldsmith, presidente della Conferenza europea dei rabbini, aveva avvertito: "Gli ebrei potrebbero fuggire se Corbyn venisse eletto". Nei giorni scorsi, un candidato laburista, Gideon Bull, ha chiamato Shylock un collega ebreo, un riferimento all'usuraio del "Mercante di Venezia" di William Shakespeare. Il Labour è attualmente sotto inchiesta da parte della Equality and Human Rights Commission. Solo un'altra volta un partito inglese era stato indagato da questa commissione e si trattava del Partito nazionale britannico di estrema destra. "Corbyn ha una lunga storia di anti israelismo che è vicinissimo al classico antisemitismo", dice al Foglio Manfred Gerstenfeld, studioso di antisemitismo europeo e già direttore del Jerusalem Center for Public Affairs. "Ha finanziato un negazionista della Shoah. Ha definito Hamas e Hezbollah 'amici' e 'fratelli'. Sotto la sua presidenza nel Labour sono venuti fuori un gran numero di antisemiti che non c'erano prima di lui. Questo Corbyn rappresenta il male. Viene dalla sinistra radicale e il Labour di Tony Blair e David Mili band si sono dimenticati di metterlo alla porta. Gli ebrei non vogliono vivere in un ambiente anti israeliano, in una nuova Svezia, il capolinea dell'ultra liberalismo antidemocratico e di sinistra. Prima di Corbyn, gli ebrei inglesi avevano un profilo basso. Oggi si fanno sentire come non era mai successo prima. E' un cambiamento radicale". E mai prima d'ora uno dei due grandi partiti in Gran Bretagna aveva considerato la creazione di Israele come un peccato coloniale, come pensano Corbyn e il suo entourage. E l'antisemitismo laburista si salda ora al destino della Brexit. E' la domanda che si fanno gli ebrei inglesi: cosa ci accadrà in una eventuale Inghilterra a guida corbyniana e fuori dall'Unione europea?

(Il Foglio, 27 novembre 2019)


"Università e Stato di Israele uniti per contrastare i focolai di antisemitismo"

Presentato il progetto "Ambasciatori di verità" che prevede incontri formativi con gli studenti per contrastare l'odio

di Leonardo Di Paco

L'Università di Torino e lo Stato di Israele uniti contro l'antisemitismo. Negli scorsi giorni, nel salone del rettorato, una delegazione del "Maccabi World Union", una delle organizzazioni maggiormente coinvolte nella lotta alla delegittimazione dell'esistenza dello Stato d'Israele in tutto il mondo, ha incontrato il rettore dell'ateneo torinese Stefano Geuna per promuovere la già consolidata sinergia tra Israele e il mondo accademico del capoluogo piemontese.
   Il meeting, svoltosi alla presenza di Itai Fischer, senior analyst del ministero per gli Affari Strategici di Israele, e di Fabrizio Ricca, assessore all'Internazionalizzazione e alle Politiche Giovanili della Regione Piemonte, è stato l'occasione per presentare l'iniziativa "Ambasciatori della Verità" che attraverso una serie di incontri in tutta Italia promossi proprio dal "Maccabi World Union" «mira a informare in modo obiettivo su Israele e sul conflitto arabo-israeliano».
   «L'Università di Torino - ha sottolineato il rettore Geuna - è un luogo di libera ricerca e di dialogo. Con questo incontro rafforziamo la reciproca collaborazione con Israele e l' attenzione al fenomeno dell'antisemitismo, purtroppo ritornato d'attualità». ll vice direttore generale del "Maccabi World Union", Rav Carlos Tapiero, ha definito la presentazione dell'iniziativa "Ambasciatori della verità" ai vertici dell'ateneo torinese «di importanza strategica per sconfiggere odio e antisemitismo». «Inoltre - ha aggiunto ancora Tapiero - per la nostra organizzazione questo appuntamento è stato molto utile per consolidare i già ottimi rapporti con l'Università di Torino».
   «È stato un piacere conoscere il nuovo rettore Geuna - ha dichiarato Itai Fischer, senior analyst del ministero per gli Affari Strategici dello Stato di Israele - al quale abbiamo illustrato i progetti che il ministero che rappresento sta mettendo in campo. Stiamo anche pensando a ulteriori collaborazioni che in futuro possano far incontrare le eccellenze accademiche del Piemonte con quelle israeliane». Secondo l'assessore Ricca «la Regione è fiera di aver partecipato e promosso questo incontro tra l'Università degli Studi di Torino e vertici accademici e istituzionali dello stato d'Israele». «Questo incontro - ha aggiunto Ricca - è stato un passo importante che testimonia amicizia e rispetto tra la nostra Regione e Israele. È nostro interesse fare in modo che i rapporti di ricerca e commercio tra i nostri Paesi siano sempre più stretti e volgiamo tenere sempre alta la guardia contro il rischio di antisemitismo».

(La Stampa, 27 novembre 2019)


Indignatevi anche per l'israelofobia in doppiopetto

di Fiamma Nirenstein

Apprezzo il tentativo del mio caro amico Ernesto Galli della Loggia di fornire ai lettori del Corriere della Sera un'approfondita lettura dell'antisemitismo contemporaneo, ma manca il bersaglio. Il distacco storico e morale - invece di chiarire - complica, e invece di combattere l'antisemitismo, invita a considerarlo un fenomeno oggi sventolato da gruppi sociali e culturali che hanno interesse a farsene bandiera contro le loro falle.
Condivido il fastidio per l'uso strumentale che «personaggi politici non ebrei fanno spesso e volentieri dell'ebraismo, quando per attestare il proprio impeccabile status etico ideologico si affrettano a cogliere strumentalmente la minima occasione per manifestare a gran voce la propria vicinanza». Ha detto benissimo: ma faccia attenzione. Non ha mai notato che gli stessi, e anche intellettuali, si guardano bene dall'intervenire quando si dichiara che Israele è uno Stato di apartheid, genocida, usurpatore di terre arabe? Ogni analisi che prescinda da questo punto è irrilevante. Israele è l'hic Rhodus dell'antisemitismo contemporaneo. Ernesto non capisce che il suo interessante ragionamento si completa solo quando si comprende che i «sionisti» - per comunisti, neonazisti, islamisti - sono l'ultima testa dell'idra.
   È l'odio europeo contro lo Stato nazione e contro la guerra, anche quando è di difesa. Ma è anche il solito antisemitismo, e essendo l'ebraismo l'alpha e l'omega della storia del Vecchio Continente, qui sta il cuore della crisi dell'Europa. È un capitolo imprescindibile per spiegare l'odio antiebraico, e Galli vi accenna solo: Israele ce l'ha fatta e dalle ceneri europee la vita rinasce proprio per lo sforzo ebraico e con valori invisi all'Europa stessa, come lo Stato nazione e la difesa militare. Che vergogna per l'Europa: il vero segnale che i suoi valori di libertà, di democrazia, di identità, sono vivi, è Israele. Qui si innesta «l'odio più antico» che ha tante origini e tante storie diverse, da Hitler al comunismo al '67 e all'odio per i "sionisti".
   Qui è l'antisemitismo contemporaneo: reale e non simbolico. Galli fa un accenno all'imbarazzo europeo. Ma non trova una parola per dire che la malattia è proprio questa, capisce bene che i movimenti di sinistra e di destra giocano sui sensi di colpa, ma non vede che proprio l'antisemitismo è un grandioso veicolo di unione politica intersectional. Tutti gli «oppressi» contro Israele. Galli parla di «simboli», ma l'ebraismo è uscito da tempo dalla valle dei simboli, e lo ha fatto dotandosi di una realtà che ha un reddito pro capite di 40mila dollari, conquiste tecnologiche e scientifiche senza pari, un'incredibile capacità di resistere. Questa è la faccia dell'antisemitismo nostrano, e onestamente la schiera dei politici e degli intellettuali che si sbracciano senza notare che esso è diventato israelofobia è poco interessante. Galli, che odia le chiacchiere, lo sa benissimo e sa che l'Europa ha con l'antisemitismo un conto non simbolico ma reale. C'è da bloccare l'Iran, abolire il labeling, accettare la definizione internazionale di antìsemitìsmo, IHRA ... Avanti.

(il Giornale, 27 novembre 2019)


Nella scuola segreta degli ebrei

Vecchi studenti tornano a villa Celimontana. “Si studiava qui al tempo delle leggi razziali''

"Diventò un istituto d'eccellenza, il preside Cimmino ebbe un gran coraggio" "Sogno sempre la mia aula, cerco di aprire il cancello e tutti quelli che stanno fuori"

di Ariela Piattelli

C'è una villa a Roma, nel cuore del rione Celio, a pochi passi dal Colosseo, dove oggi si trova la residenza degli studenti della University of Notre Dame. La fece costruire una nobildonna nel 1909, la Contessa Benilde Rossignano, moglie di Pasquale Loschiavo, Conte di Pontalto, Senatore del Regno d'Italia. La villa in via Celimontana tra il 1938 e il 1940 diventò una scuola in cui gli studenti ebrei, cacciati dagli istituti statali a causa delle leggi razziali, hanno potuto continuare a studiare: la Comunità ebraica infatti, prese in affitto dalla famiglia nobile l'edificio e nell'ottobre del '38 mise in piedi una scuola media ed un liceo, con ben sette indirizzi.
   Alcuni ex studenti della scuola sono tornati a visitarla dopo 80 anni in occasione di una visita organizzata dal Notre Dame Rome Global Gateway assieme all'Ascer Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma). «All'indomani delle leggi del '38 a Roma circa 500 studenti ebrei vengono espulsi dalle scuole - spiega la responsabile dell'ascer Silvia Haia Antonucci -. Anche gli insegnanti ed i professòri universitari di religione ebraica sono espulsi. Così la comunità deve riorganizzarsi per affrontare questa emergenza. ll governo autorizza la scuola a patto che il preside sia un «fascista». Venne indicato Nicola Cimmino, un uomo buono, giovane insegnante, lontano dal razzismo di quegli anni, che aiutò anche gli studenti ebrei della cosiddetta «università clandestina».
   Cimmino si impegnò molto nell'insegnamento, diceva spesso: «Quando si chiude la porta questa è una scuola come tutte le altre, e come tale deve funzionare». Oggi a villa Celimontana in quelle che allora erano le aule della scuola media israelitica ci sono i dormitori dei ragazzi che frequentano la Notre Dame. Le ex studentesse, che ormai hanno più di novant'anni, ricordano bene in quale aula hanno vissuto quella breve parentesi di normalità. «Non potevamo smettere di studiare- ricorda Mirella Fiorentini - per noi lo studio era essenziale, come mangiare e bere. La scuola in Via Celimontana iniziò ad ottobre inoltrato, ricordo benissimo la mia classe. lo ero in primo ginnasio, avevo 11 anni. Mi ero già iscritta al Liceo Mamiani ma con le leggi razziali non fui accettata. Fu un periodo normale, non sentivamo di essere discriminati, ma ricordo che mia madre, quando al mattino prendevamo la circolare, ci diceva di non dire che andavamo alla scuola ebraica».
   Mirella, protagonista del docufilm di Claudio Della Seta Una giornata particolare presentato agli studenti dopo la visita della villa, ricorda perfettamente l'attimo in cui capì che tutto era cambiato: «Era il primo settembre del '38. Durante la mia festa di compleanno una mamma ebrea telefonò a mia madre: era disperata, e disse di aver sentito alla radio che non potevamo più andare a scuola. Così seppi delle leggi razziali, poi ci organizzammo. Villa Celimontana diventò una scuola d'eccellenza, Cimmino ebbe un gran coraggio. Avevamo insegnanti ebrei di ruolo delle scuole statali, anche professori universitari, tutti epurati dal regime. Ricordo la professoressa di matematica, Emma Castelnuovo (figlia del matematico Guido Castelnuovo): spiegava talmente bene la materia che a casa non avevo bisogno di studiare. Lei prese da giovanissima la cattedra in una scuola statale, ma la perse per le leggi». Mirella Fiorentini poi si laureò in chimica, ed insegnò matematica per molti anni alla scuola ebraica. Varcando per la prima volta la soglia della Villa l'ex studentessa Mirella Di Castro indica subito la sua aula e ricorda il sogno ricorrente di tutta la sua vita: «Sogno sempre questa scuola - dice Mirella Di Castro -. Sogno di andare verso l'uscita, ma non riesco ad aprire il cancello, e vedo tutti gli altri che sono fuori in strada. E stato davvero un brutto periodo, avevamo paura, il regime impediva agli ebrei di vivere serenamente. Con la scuola ci organizzammo molto bene, dopo due anni però ci spostammo, perché eravamo davvero troppi».
   A Villa Celimontana arrivarono anche alcuni studenti da altre città, come Fernanda Di Cave: «Vivevo a Velletri dove frequentavo il Ginnasio Mancinelli - racconta -. Avevo la media dell'8, ero molto brava. Poi ci cacciarono dal liceo e mia madre mi mandò a Roma per frequentare questa scuola.
   Quando chiuse Villa Celimontana tornai a Velletri, e mamma dovette convincere una professoressa a farmi lezioni private, perché anche lei aveva paura del regime».
Dal 1940 la villa è stata poi occupata da varie unità dei Carabinieri. Notre Dame l'ha acquistato nel 2015 e l'architetto Anthony Wingfield ha eseguito un restauro nel rispetto del valore storico del luogo. Nel 2008, in occasione del settantesimo anniversario dalla promulgazione delle leggi razziali, l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha posto una targa nel giardino della villa per ricordare la scuola, gli insegnanti e gli studenti ebrei che la frequentarono.

(La Stampa, 27 novembre 2019)


Viaggio in Israele organizzato dal Gruppo Sionistico Piemontese


Per informazioni rivolgersi a Emanuel Segre Amar via messenger



Ariel "Arik" Sharon, il falco d'Israele

di Sergio De Benedetii

Ariel "Arìk" Sharon, nato Scheinermann, venne alla luce il 26 febbraio 1928 a Kefar Malal da una famiglia di ebrei lituani immigrati in Palestina. Alla fine del 1969 divenne Capo del Southern Command Staff. Congedato nel giugno 1972, allo scoppio improvviso della "Guerra dello Yom Kippur" del 6 ottobre 1973, venne richiamato con il grado di Generale di Brigata. Truppe egiziane e siriane infatti, sostenute da missili terra-aria sovietici, travolsero inizialmente le truppe israeliane colte di sorpresa a causa di una delle loro festività più importanti ma già pochi giorni dopo la situazione si era praticamente capovolta al punto che le truppe del Generale Sharon, tra il 15 e il 16 ottobre, riuscirono ad oltrepassare il Canale di Suez e circondare la terza armata egiziana, iniziando la marcia verso Il Cairo. Ma le diplomazie americana e sovietica nel frattempo, avevano preso il sopravvento nei confronti degli eventi bellici poiché il Presidente egiziano Anwar al-Sadat, rafforzato il suo prestigio personale con la dimostrazione che le forze israeliane non erano imbattibili, aveva già sospeso le azioni militari. A loro volta, gli americani imposero ad Israele «il cessate il fuoco» e Sharon, sul punto di ottenere uno straordinario successo militare, si vide costretto a rientrare in Patria senza gloria ma meritandosi comunque l'appellativo imperituro di "Falco".
   La pace bilaterale israelo-egiziana ( e non degli altri Paesi arabi) verrà ratificata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 22 ottobre dello stesso anno. Dimessosi platealmente nel 197 4, Sharon fondò un movimento politico di destra denominato "Shlomzion" che nel 1977 confluirà nel Partito nazionale "Likud". Ministro dell'Agricoltura nel Governo di Menachem Begin e in seguito Ministro della Difesa nel 1981, nel giugno del 1982 fu l'artefice della invasione del Libano ma l'anno dopo fu costretto a dimettersi dopo lo scandalo provocato nei campi profughi di Sabra e Chatila.
   Tornato in auge nel 1989, divenne Ministro per l'Edilizia nel secondo governo di Itzhak Shamir del 1990 e si mise in luce favorendo la costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati che provocarono tumulti tra i Palestinesi. Nel 1998, con Primo Ministro Benjamin Nethanyahu, ottenne il dicastero degli Esteri e dopo il ritiro di questi, nel 1999 divenne leader del Partito "Lìkud". Il 28 settembre 2000, consapevole di creare tensioni, si recò in visita alla Spianata delle Moschee, un gesto che i Palestinesi giudicarono provocatorio e che creò scontri sfociati nella cosiddetta seconda Intifada, insurrezione che provocò il "confino" di Yassir Arafat ed oltre 4 mila morti tra israeliani e palestinesi. Vinse le elezioni del 2001 con una coalizione che ottenne oltre il 60% e divenne Primo Ministro. Costretto alle elezioni anticipate per la defezione dei Laburisti, nel 2003 stravinse con oltre il 72%. Fondato nel novembre 2005 il nuovo Partito "Kadima" (avanti!), il mese dopo ebbe un leggero ictus ma venne dimesso due giorni dopo. Il 4 gennaio 2006 venne colpito da un'emorragia cerebrale. Uscito dal coma farmacologico, nel marzo il suo Partito vinse le elezioni ma l'11 aprile, permanendo lo stato di coma, venne ufficialmente destituito in favore di Ehud Olmert "ad interim". Morì l'11 gennaio 2014 a Ramat Gan.

(Libero, 27 novembre 2019)


A Tel Aviv manifestazione pro Netanyahu

Questa sera in piazza al grido di 'Blocchiamo il golpe'

TEL AVIV - "Difendiamo lo Stato. Blocchiamo il golpe": questo lo slogan con cui varie organizzazioni di destra hanno convocato per stasera a Tel Aviv una manifestazione in appoggio al premier Benyamin Netanyahu dopo la sua incriminazione da parte del Procuratore Generale Avichai Mandelblit. Alla dimostrazione, che si svolge al Museo di Tel Aviv e non in piazza, sono attesi - secondo gli organizzatori - circa 10mila persone da tutto il paese: è ancora incerto se sarà lo stesso premier a tenere il discorso principale. Gli slogan scelti per la manifestazione ricordano le parole usate dallo stesso Netanyahu nel suo attacco, dopo l'incriminazione, alla magistratura e alla polizia sulle quali - disse - "occorreva indagare". "E' in corso - spiegò - "un tentativo di ribaltamento dei poteri" del premier.

(ANSAmed, 26 novembre 2019)


Minaccia alla leadership di Netanyahu per la guida del Likud

 
MILANO - Mentre il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, lotta per la sopravvivenza politica, la minaccia più immediata per lui emerge dal suo stesso partito, il Likud, che vede l'ascesa di un rivale politico più giovane che sta tentando di destituire il presidente dal suo ruolo di capo del partito. La possibilità di una deposizione potrebbe porre fine a mesi di dispute dopo che due successivi turni elettorali hanno dato vita a uno stallo politico, in cui né Netanyahu né il rivale dell'opposizione, Benny Gantz, sono riusciti a dar vita a un Governo di coalizione. L'impasse ha provocato una crisi interna al partito conservatore, il Likud, mettendo in discussione la gestione e leadership da parte del primo ministro per la prima volta. L'uomo che sta tentando di destituire Benjamin Netanyahu è Gideon Saar, ex ministro degli Interni e dell'Educazione, a lungo considerato figura di spicco di una generazione emergente di politici.
  Nel fine settimana Saar ha rotto le fila del partito e ha lanciato una sfida al primo ministro, una mossa audace se si considera l'esperienza politica e il duraturo supporto di cui gode tuttora Netanyahu nel Paese. Saar ha fatto appello ai membri del partito stanchi degli scandali e del calvario giudiziario che ha colpito il leader del Likud, accusato la scorsa settimana di corruzione, frode e abuso d'ufficio, che, tuttavia, respinge. Le trattative tra il Likud e il partito Blu e Bianco di Gantz sono più volte fallite. Gantz si rifiuta di presiedere un Governo in coalizione con un leader oggetto di un processo. Netanyahu, da parte sua, non accetta di farsi da parte dal ruolo di primo ministro, un incarico che può continuare a servire anche se incriminato. La posizione di primo ministro rafforza la sua difesa nel caso. Per Saar e i suoi sostenitori, dare una scossa al Likud è il modo più semplice per superare la situazione di stallo. Per questo motivo, premono affinché vengano indette le primarie per la guida del partito prima dello scadere del termine dell'11 dicembre, quando una maggioranza di 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, dovrà fare il nome di un candidato. Saar ha detto che il cambio ai vertici potrebbe scongiurare la possibilità di arrivare in meno di un anno a un terzo turno elettorale, che probabilmente si terrebbe a marzo, e che rappresenta la migliore occasione per il Likud di restare al potere.
  "Netanyahu non sarà in grado di dar vita a un esecutivo anche se si dovesse tenere il terzo, il quarto o il quinto appuntamento elettorale", ha dichiarato ieri Saar in un'intervista radio. Il rivale di Netanyahu ha comunicato che il partito conservatore israeliano ha raggiunto un'intesa per un voto sulla leadership nelle prossime sei settimane ma che questo non si terrà necessariamente entro quel termine, quando il Knesset dovrà decidere sul nuovo leader. Il voto del Likud dovrebbe arrivare nelle prossime settimane ma molti membri del partito ritengono che è altamente improbabile che si tenga prima dell'11 dicembre in parte per l'opposizione di Netanyahu a quella tabella di marcia. "E' difficile o quasi impossibile", ha chiarito il ministro del Likud, Ze'ev Elkin, durante un'intervista ieri. Il partito conservatore israeliano ha indetto l'ultima volta un voto sulla sua leadership nel 2014, quando Netanyahu vinse nettamente con il 75% delle preferenze.
  Gli analisti politici dicono che Saar gode di popolarità tra i 130.000 membri del Likud che voteranno alle primarie e potrebbe, dunque, porre una sfida ardua. Saar è stato eletto per la prima volta al Knesset nel 2003 ed è stato subito considerato come un astro nascente della politica israeliana. Quest'anno è stato rieletto come membro del parlamento dopo essersi preso una pausa dalla politica di tre anni, soprattutto dovuta alle tensioni con il primo ministro, il quale ha tentato di far approvare una misura tesa a impedire a chi non è a capo del partito di porsi alla guida di un Governo, una mossa interpretata come tesa a bloccare l'ascesa di Saar. Il giovane rivale conservatore ha posizioni politiche che si collocano a destra rispetto a quelle di Netanyahu e ha dichiarato di voler procedere immediatamente a estendere la sovranità dello Stato d'Israele ai territori della West Bank. Inoltre, si è detto pronto ad annettere la Valle giordana prima di guardare ad altre aree.
  I sostenitori di Saar ritengono che, sebbene Netanyahu sia un leader capace, egli sia stato troppo a lungo al potere e che Saar sia il migliore esponente della nuova generazione politica in grado di prendere le redini del partito. "Netanyahu, nonostante le sua ottime capacità, non si trova nella posizione di formare un Governo in questo momento", ha detto il capo del Likud della città di Netanya, Alon Elroy, il quale ha detto di essere un attivista del partito sin dagli anni '70 e che Saar gli ricorda come era il partito a suoi tempi, cioè un movimento nazionalista e conservatore. Saar, tuttavia, deve affrontare una dura lotta per riuscire a rovesciare Netanyahu, il quale rimane tuttora popolare nel Likud e nel resto della popolazione. "Quello che Saar sta mettendo in atto nei confronti del primo ministro è un colpo di Stato", ha detto un cittadino di Tel Aviv, aggiungendo che "gli israeliani piangeranno per generazioni se si libereranno di un leader come lui in questo modo". Il partito è notoriamente fedele ai suoi leader. Infatti, dalla fondazione di Israele nel 1948, ne ha avuti soltanto 4 e nessuno è mai stato destituito. Netanyahu è ampiamente riuscito a mantenere la sua popolarità tra i suoi sostenitori e li ha convinti che le indagini di corruzione nei suoi confronti sono parte di un complotto contro di lui.

(Economia - TgCom, 26 novembre 2019)


«Netanyahu non è obbligato a dimettersi»

di Fiammetta Martegani

Il vaso di pandora si è aperto giovedì scorso con l'incriminazione, da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit, del primo ministro Benjamin Netanyahu, imputato per reati di corruzione, frode e abuso d'ufficio in tre inchieste distinte. La sera stessa Gideon Sa'ar, da sempre voce fuori dal coro del Likud, ha proposto di convocare immediatamente le primarie, candidandosi come leader del partito. Dopo giorni di trattative con le varie anime del Likud, ieri Bibi ha dovuto cedere, acconsentendo alle primarie, che si dovrebbero tenere entro sei settimane. Non prima, però, dell' 11 dicembre, giorno in cui, se la maggioranza della Knesset non riuscisse a formare un governo trovando un leader a cui affidarlo - dopo i tentativi falliti di Netanyahu e del rivale Benny Gantz, leader del partito centrista Blu Bianco -, il Parlamento verrà sciolto, e il Paese andrà a votare per la terza volta in meno di un anno, probabilmente a febbraio.
   Se Bibi potrà candidarsi alla formazione di un nuovo esecutivo è cosa che dovrà essere stabilita nei prossimi giorni dal procuratore Mandelblit insieme al collegio di esperti costituzionalisti di cui fa parte. Per ora il procuratore ha confermato solo che sotto il profilo legale Netanyahu, essendo premier di un governo di transizione, «non è tenuto a dimettersi né è costretto a prendere un congedo a causa delle incriminazioni». Di certo, per lui le difficoltà aumentano. Anche all'interno del suo partito. «I tempi sono maturi per un cambio radicale», ha ribadito Sa'ar. Mentre Avigdor Lieberman, kingmaker, con il suo Israel Beitenu, di ogni futuro governo, ha sottolineato che «dare l'immunità al primo ministro offenderebbe la fiducia della gente». «Spero che alla fine di questo processo ne verrà fuori pulito come la neve - ha dichiarato il leader del partito ultranazionalista -, ma l'unico posto in cui può difendersi è un tribunale».

(Avvenire, 26 novembre 2019)


La realtà profonda dell'antisemitismo

di Ernesto Galli della Loggia

Ernesto Galli della Loggia
Per capire la realtà profonda dell'antisemitismo, oggi più forte che mai, che cosa in esso si nasconda davvero in Italia come altrove, è necessario innanzi tutto partire da un dato: dalla straordinaria valenza simbolica acquisita dall'ebraismo agli occhi degli europei. Una tale valenza si è costruita su due capisaldi, il Cristianesimo e la Shoah. Grazie a essi l'Ebraismo oggi si presenta virtualmente come il momento iniziale e al tempo stesso il punto d'arrivo dell'intera storia d'Europa, in certo senso l'alfa e l'omega di tale storia, il principio e la fine.
  Il principio, allorché l'emanazione religiosa neotestamentaria del giudaismo uscì dalla Palestina e si diffuse su questo continente dando forma e sostanza a quella civiltà europea che è ancora la nostra; e insieme però anche il punto terminale della vicenda che ebbe allora inizio. La fine da cui l'Europa non si risolleverà più, segnata dal suo suicidio storico tra le fiamme dell'Olocausto. Per l'Europa, insomma, l'Ebraismo è divenuto una sorta di luogo simbolico dell'Origine e contemporaneamente della Catastrofe.
  Non basta. Proprio in ragione della Shoah, l'Ebraismo ha assunto — oggi soprattutto — anche il carattere di luogo simbolico di un giudizio sull'Europa che evidentemente non può che essere di irrimediabile condanna. Un giudizio che dal 1945 in avanti — e ben a ragione — esso ha rivendicato ed espresso in una molteplicità di forme. Attraverso le innumerevoli testimonianze autobiografiche, i tanti racconti, le smaglianti analisi e i bellissimi libri dei suoi storici e intellettuali, aventi tutti per argomento la persecuzione e lo sterminio; così come attraverso una richiesta incessante di risarcimento simbolico che ha come momento centrale la rievocazione instancabile, l'enfasi sulla memoria. La medesima funzione ha avuto in un certo senso anche la presenza di Israele. Una presenza ingombrante, che tuttora condiziona ogni mossa dei Paesi europei in quell'area cruciale del mondo costringendoli a una continua scelta, sempre difficile e imbarazzante, tra l'obbligatorio ricordo del passato e le ragioni della realpolitik presente. Una presenza, quella di Israele, che per giunta non si stanca di mortificarci contrapponendo alla nostra pavida debolezza una rude fiducia e familiarità con la forza per noi inconcepibili.
  In mille modi insomma l'Ebraismo sta lì, piantato come un fastidioso memento che impedisce all'Europa di dimenticare le proprie colpe legate indissolubilmente alla tragedia di un declino storico ormai a un passo dall'irrilevanza. Ma essere chiamati in giudizio non piace a nessuno. Anche se a farlo sono le Vittime, i Giusti per definizione: che proprio per questo, però, quasi sempre non sono amati per nulla, e anzi come si sa, risultano assai spesso antipatici. È per l'appunto questa sorda antipatia, è l'insofferenza per quanto detto finora, ciò che si muove nel fondo dell'odierno antisemitismo. Lo si può dire in un modo ancora più crudo: è l'insofferenza verso chi sentiamo aver acquisito una sorta di oggettiva superiorità morale ma a spese delle nostre disgrazie e delle nostre vergogne.
  Se un tale sentimento può avere lo spazio che ha, ciò avviene, tuttavia, anche per la responsabilità della cultura democratica europea. La quale, quasi vergognandosi di sé e della propria tradizione storicista, si è arresa ai canoni del multiculturalismo, dell'eticismo, del pacifismo di principio, dell'approccio «postcoloniale», egemoni nelle università degli Stati Uniti e nella loro cultura. Sicché — a cominciare dalla fine della Seconda guerra mondiale e sempre di più avvicinandoci ai giorni nostri — essa ha offerto una narrazione della storia europea virata progressivamente in negativo. La terribile vicenda novecentesca con l'ombra cupa delle sue guerre e dei suoi massacri è stata in un certo senso proiettata all'indietro su tutto il nostro passato, finendo per costruirne una versione dominata di fatto dalla negatività. Soprattutto nei manuali scolastici, nella divulgazione e nel sentire comune, si è così affermata un'immagine della storia d'Europa — cioè alla fine un'immagine della nostra identità — fatta in massima parte di élite inadeguate, di risorgimenti falliti, di inutili stragi, di religioni causa per antonomasia di guerre e violenze, di disprezzo per le donne, di discriminazione nei confronti di ogni genere di diversità, di razzismo, di traffici di schiavi, di masse oppresse, di bellicismi sempre delittuosi, di sopraffazione e sfruttamento ai danni dell'universo mondo. In una prospettiva dove a prevalere sembra essere sempre stato il dato dell'interesse materiale. E dove, per converso, viene messa una sordina su tutta quella parte della storia che invece ha fatto dell'Europa odierna, guarda caso, il luogo dove milioni di dannati della terra cercano disperatamente asilo.
  Ne risulta che l'atteggiamento diciamo così censorio che l'Ebraismo non può non avere verso il passato europeo (o che comunque come ho già detto esso per così dire oggettivamente incarna agli occhi degli stessi europei) cada sul terreno già in precedenza concimato da una lezione di autostima negativa quotidianamente impartita agli abitanti del continente. È facile supporre allora come l'antisemitismo che oggi rialza la testa dappertutto, più che la manifestazione di un'effettiva avversione diretta nei confronti degli ebrei, rappresenti in realtà qualcos'altro. Vale a dire l'effetto aggressivo di un avvilimento, una forma di ottusa rivalsa per la capillare mortificazione che l'identità europea si trova a subire da tempo. Di rivalsa, e insieme diciamo pure d'invidia: nei confronti di un'identità storica che appare circonfusa della luce fulgida del martirio e della vittoria agli occhi di chi, invece, ha un'identità di cui non sa bene che cosa farsi e a proposito della quale sa solo che di certo non ha motivo di menare alcun vanto.
  È una sorta di antisemitismo «indiretto», «di risulta», ad alimentare il quale gioca — sto parlando in particolare dell'Italia — un ultimo fattore: l'uso politico dell'Ebraismo da parte dei non ebrei. Cioè l'uso che gli esponenti politici non ebrei — solo loro, solo e sempre esponenti della politica, e dunque perlopiù, ahimè, personaggi agli occhi dell'opinione pubblica largamente screditati — fanno spesso e volentieri dell'Ebraismo. Quando per attestare il proprio impeccabile status etico-ideologico si affrettano a cogliere strumentalmente la minima occasione per manifestare a gran voce la propria vicinanza/solidarietà/amicizia/stima, ecc, ecc. nei riguardi dell'Ebraismo. Mostrando quasi una sorta d'interesse personale a enfatizzare oltremisura ogni più insignificante miserabile gesto antisemita per esibire quanto su quel piano sia irreprensibile la propria immagine e reprensibilissima invece quella dei loro avversari. Che un comportamento di tal genere sia davvero di vantaggio alla lotta contro l'antisemitismo, anche di questo, però, mi pare lecito dubitare moltissimo.

(Corriere della Sera, 26 novembre 2019)


"Ho comprato i cimeli di Hitler. Per farli custodire in Israele"

L'imprenditore libanese Chatila: non volevo finissero in mani sbagliate

Un'ora prima dell'«asta della vergogna» Mr. Abdallah Chatila non aveva ancora il via libera per partecipare. «Ci hanno messo 24 ore per accertare la mia affidabilità e capire se non ero un finanziatore dei neonazisti», racconta l'imprenditore milionario libanese. Ma a decidere di comprare lui tutti i cimeli di Hitler e del Terzo Reich, messi in vendita il 20 novembre da Hermann Historica a Monaco, ci ha messo poco più di un secondo. «Stavo leggendo il giornale, ho trovato l'appello dell'Associazione Ebraica Europea per fermare il commercio di questi oggetti che offendono l'Olocausto. Ho sentito che avrei dovuto impossessarmene, per distruggerli, prima che finissero nelle mani sbagliate». Poi, ci ha ripensato: «Li donerò agli ebrei. La memoria è l'unica arma che abbiamo contro gli orrori della Storia».
   Mr. Chatila ha 45 anni, è nato a Beirut e scappato con la famiglia dalla prima guerra civile in Libano nel '76, è di religione cristiana. Dopo aver vissuto dieci anni in Italia, a Valenza (suo padre era commerciante di gioielli), si è trasferito in Francia, poi in Svizzera, dove ora vive. Laureato in gemmologia e appassionato di diamanti, oggi è uno dei 300 uomini più ricchi del Paese, con un fatturato annuo di 250 milioni. Fa l'imprenditore immobiliare, investe in alberghi e ristoranti a Ginevra ed è diventato un filantropo, con l'associazione Sesam Foundation che si occupa tra il resto di rifugiati in Siria, Giordania e Palestina. «Ho speso 600 mila euro per dieci memorabilia su 12 e lo rifarei mille volte - racconta -, ho solo il rimpianto di non essere riuscito a comprarli tutti». Dalla casa d'asta ha acquistato il cilindro del Führer, prodotto da JA Seidl nei primi Anni 30, trovato nella residenza di Prinzregentenplatz a Monaco, e un «Mein Kampf» in edizione limitata del '39, appartenuto a Göring, che include una storia del Partito nazional socialista. E ancora, lettere e foto autografe, la scatola dei sigari e una macchina da scrivere del Führer. I cimeli, lui, non vuole nemmeno vederli: «Andranno dritti in Israele alla organizzazione no profit Keren Hayesod. Decideranno loro che uso fame, io spero che vengano esposti al museo dello Yad Vashem». E confessa: «Non l'ho fatto per gli ebrei, ma per tutta l'umanità. Credo che sia importante che la gente non dimentichi che Hitler è veramente vissuto. In un'epoca di razzismo e rigurgiti neonazisti, se bastassero 600 mila euro per cancellare le storie più nere dell'umanità, li spenderei ogni mese».

(La Stampa, 26 novembre 2019)


Forze di difesa israeliane in allerta per Giornata della rabbia palestinese

GERUSALEMME - Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno rafforzato la loro presenza nella Cisgiordania e lungo la barriera difensiva con la Striscia di Gaza in vista della Giornata della rabbia prevista per oggi. La leadership dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha annunciato ieri, 25 novembre, una giornata di protesta in tutti i Territori per protestare contro la posizione degli Stati Uniti in merito agli insediamenti israeliani. La scorsa settimana, infatti, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha annunciato che l'amministrazione di Donald Trump sta modificando la sua posizione sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania. "L'istituzione di insediamenti civili israeliani in Cisgiordania non è di per sé incompatibile con il diritto internazionale", ha affermato Pompeo parlando dal dipartimento di Stato. Pompeo ha affermato che gli Stati Uniti non stanno soppesando la legalità di alcun singolo insediamento, lasciando il compito ai tribunali israeliani, e aggiungendo che la posizione statunitense non deve comunque essere letta come una dichiarazione sulla sovranità della Cisgiordania, sul quale spetta "agli israeliani e ai palestinesi negoziare".

(Agenzia Nova, 26 novembre 2019)


Arredi sacri ebraici più antichi della Toscana: la mostra a Pisa

 
Dora Liscia e Maurizio Gabbrielli
Un tesoro ritrovato. Uno dei tanti che raccontano la Comunità ebraica pisana e che in un futuro abbastanza prossimo potrebbero confluire in uno spazio museale adiacente alla Sinagoga. Ad annunciarlo - durante il festival Nessiah - Viaggio nell'immaginario culturale ebraico (in corso a Pisa fino al 1o dicembre, www.festivalnessiah.it) è stato il presidente della Comunità ebraica di Pisa Maurizio Gabbrielli.
   L'occasione: la conferenza della professoressa Dora Liscia (Università di Firenze) dedicata, appunto, alla scoperta nella Sinagoga di Pisa dell'Aron ha-Qòdesh (arredo sacro) più antico della Toscana (metà del XVI secolo), in questi giorni esposto e visibile ai piedi della grande scala in via Palestro ed appena rientrato dalla Galleria degli Uffizi di Firenze dove è stato uno dei pezzi più importanti della mostra "tutti i coloro dell'Italia Ebraica" la più importante esposizione mai dedicata agli arredi liturgici ebraici nel nostro paese.
   "Tutto è iniziato un anno e mezzo fa - ha raccontato la professoressa Dora Liscia, che ha avuto al suo fianco in questa avventura Federico Prosperi, della Comunità ebraica - quando sono arrivata a Pisa per selezionare alcuni pezzi da esporre nella mostra 'Tutti i colori dell'Italia ebraica' che si è svolta agli Uffizi, esposizione che è stata un vero evento nell'Ebraismo italiano e che ci ha permesso di restaurare numerosi oggetti. All'ingresso della Sinagoga era presente un mobile, piuttosto malmesso, appesantito da ridipinture posticce in bianco e marmorino e le cui ante superiori apparivano visibilmente rifatte probabilmente utilizzando pezzi di recupero di uno stipo da cucina. Un oggetto sul quale sono emersi subito diversi dubbi. Sottoposto a un restauratore fiorentino, dopo una serie di saggi, ci ha confermato che si trattava in realtà di un pezzo antico probabilmente di epoca rinascimentale. Fatto confermato poi da Vittorio Pandolfino, restauratore romano, che ha condotto un accurato restauro in tempi record affinché l'Aron arrivasse in mostra". Rimaneva il problema delle ante, "false, fatte di un legnaccio".
   "A 20 giorni dall'inaugurazione, quando la notizia dell'Aron ritrovato si era ormai diffusa, mi è arrivata la telefonata di David Cassuto da Gerusalemme. Le ante - rivela la professoressa Dora Liscia - erano lì. Presentavano sull'esterno decorazioni con le tavole della legge e all'interno iscrizioni di salmi e proverbi. L'intento adesso è chiederle indietro". Intanto le ante sono state riprodotte e nel frattempo la ricerca è andata avanti. Probabilmente l'armadio sacro è lo stesso che era stato prestato dalla Comunità Ebraica di Pisa alla Scola italiana di Firenze , al momento della fondazione del ghetto nel 1570, e che fu chiesto indietro dagli ebrei pisani insieme ad un Sefèr Torah per essere collocato, nel settembre del 1595, in coincidenza del Capodanno Ebraico, nella nuova Sinagoga.
   "Pisa ha moltissimi tesori e ritengo giusto - ha concluso la professoressa Liscia - creare un museo perché i pisani, e non solo, ne possano essere partecipi".

(gonews, 25 novembre 2019)


«Promuove il boicottaggio di Israele»: espulso il direttore di Human Right Watch

Israele, «come ogni paese sensato» ha il diritto di decidere «chi può entrare e lavorare nei suoi confini». Lo ha detto il ministero degli esteri israeliano sull'espulsione - decisa dalla Corte Suprema israeliana dopo una lunga battaglia legale - di Omar Shakir direttore di Human Right Watch (Hrw) per Israele e Territori Palestinesi. Shakir, partito oggi da Israele, è stato - ha ribadito il ministero - «un attivo sostenitore del Bds e, con zelo, ha promosso il boicottaggio di Israele. Proprio alcuni giorni prima della decisione finale sul suo caso, ha di nuovo espresso aperto sostegno al boicottaggio e all'isolamento dell'intero stato di Israele». Il ministero ha ricordato che Israele «assegna grande importanza alle attività delle ong dei diritti umani a cui ogni anno concede centinaia di visti. Hrw è benvenuta se vuole nominare un altro coordinatore che, al posto di Shakir, si occupi della protezione dei diritti umani più che delle politiche contro i cittadini israeliani». Shakir - secondo i media - resterà nell'incarico occupandosi delle attività dell'ong da Amman in Giordania.

(Il Messaggero, 25 novembre 2019)


Netanyahu: rischio di nuovi attacchi iraniani

In precedenza il comandante delle forze americane in Medio Oriente, il generale Kenneth McKenzie, aveva fatto affermazioni simili, definendo l'Iran "bullo di quartiere".

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato durante il suo intervento all'apertura del consiglio dei ministri di oggi che l'Iran sta pianificando "ulteriori attacchi", non solo contro i Paesi vicini, ma anche contro i suoi stessi cittadini.
   Il politico non ha specificato ulteriormente le sue affermazioni, inclusa l'informazione sui Paesi che potrebbero essere colpiti, ma ha esortato la comunità internazionale ad unirsi alle pressioni contro l'Iran, definito come il "più grande regime terroristico nel mondo".
"Chiedo a tutti i Paesi del mondo che ambiscono alla pace nella nostra regione, e in tutto il mondo in generale, di unirsi agli sforzi per esercitare maggiori pressioni sull'Iran e per sostenere Israele che contrasta questa aggressività", ha affermato.
Parlando dei presunti attacchi dell'Iran ai propri cittadini, Netanyahu ha fatto riferimento a notizie non confermate della Ong Amnesty International, che ha denunciato l'uccisione di 100 persone nelle proteste contro il rincaro del carburante che hanno scosso il Paese. Teheran ha riferito che solo un civile è rimasto ucciso durante le agitazioni.
   I commenti di Netanyahu sono arrivati in risposta alle dichiarazioni del comandante delle forze statunitensi in Medio Oriente, il generale Kenneth McKenzie, secondo cui "è molto probabile che l'Iran attaccherà di nuovo", riferendosi al bombardamento effettuato dai droni sugli impianti petroliferi in Arabia Saudita e le petroliere nel Golfo Persico, di cui Washington incolpa Teheran. La Repubblica Islamica ha respinto con decisione le accuse.
   McKenzie ha inoltre osservato che l'Iran, sotto la "massima pressione" dalle sanzioni statunitensi, potrebbe cercare di "rompere la campagna" nel tentativo di provocare Washington.

(Sputnik Italia, 25 novembre 2019)


Libano: Hezbollah attacca i manifestanti a Beirut. Decine di feriti

Su Hezbollah l'Europa deve ora prendere una decisione definitiva. Non può più continuare a tenere un profilo ambiguo come quello attuale che considera legale la parte politica e illegale l'ala militare.

Uomini di Hezbollah armati di bastoni, di verghe metalliche, catene ed esplosivi hanno attaccato questa mattina presto nel centro di Beirut i manifestanti che ormai da settimane protestano contro il Governo.
  Arrivati all'improvviso a bordo di motociclette (come i Baji iraniani) sventolando le bandiere di Hezbollah e inneggiando al gruppo terrorista, hanno dato addosso ai giovani manifestanti picchiandoli molto duramente, tanto che la polizia libanese ha dovuto formare un muro per difenderli.
  Testimoni dei fatti hanno raccontato che l'attacco è stato improvviso, brutale e violentissimo. Al grido di «sciiti, sciiti» e di «Hezbollah, Hezbollah» in perfetto stile Baji le motociclette sono passate in mezzo ai manifestanti falcidiandone diversi.
  I giovani libanesi hanno risposto urlando «Hezbollah terrorista» e tirando sassi contro i miliziani pagati dall'Iran scatenando un breve ma intenso scontro che solo l'intervento della polizia è riuscito a fermare.
  Gli attacchi di Hezbollah sono iniziati dopo che i manifestanti avevano bloccato un grande incrocio noto come Ring Road che collega i quartieri orientali della capitale con la parte occidentale della città. I manifestanti avevano contemporaneamente chiuso le strade nelle aree a nord di Beirut e nella valle orientale della Bekaa.

 L'Europa non può continuare ad esser complice di questi criminali
  Su Hezbollah l'Europa deve ora prendere una decisione definitiva. Non può più continuare a tenere un profilo ambiguo come quello attuale che considera legale la parte politica e illegale l'ala militare. Hezbollah è un unico organismo terrorista, uno Stato nello Stato che tiene in ostaggio una intera nazione e che non si fa scrupolo di usare violenza contro chi lo contesta.

(Rights Reporters, 25 novembre 2019)


Islam, l'ora delle rivoluzioni laiche

"Iran, Libano, Iraq, Algeria, Sudan: cresce un'opportunità per la democrazia"

Per la prima volta c'è un movimento sociale e culturale che non risponde alle linee del confessionalismo I manifestanti hanno imparato la lezione delle primavere arabe: sono in qualche modo gandhiani, più efficaci

di Giordano Stabile

L'Iran fronteggia la «crisi più seria» dalla rivoluzione islamica del 1979. Per la prima volta è alle prese in contemporanea con una insurrezione interna e rivolte nella sua sfera di influenza, dal Libano all'Iraq, Questo spiega la «ferocia senza precedenti» con cui il regime ha represso le manifestazioni. Il «Crescente sciita» è ancora una volta a un bivio. Le «rivoluzioni non violente» possono cadere negli stessi errori delle primavere arabe ed essere schiacciate. Oppure possono condurre a un Medio Oriente più democratico. Gilles Kepel, direttore della cattedra Moyen-Orient Méditerranée alla Scuola Normale Superiore di Parigi e della piattaforma Medio Oriente Mediterraneo all'Università della Svizzera italiana, è tutto sommato ottimista. Nel suo ultimo saggio Uscire dal caos, tradotto per Raffaello Cortina, ha anticipato la possibilità di una svolta positiva e adesso coglie segnali di speranza.

- Dal Libano all'Iran, siamo di fronte a rivolte come non si vedevano dal 2011. Che cosa ci dobbiamo aspettare?
  «Partiamo dall'Iran. La Repubblica islamica affronta la crisi più grave dalla sua fondazione nel 1979 . Il problema per il regime è che le sanzioni americane hanno raggiunto la "massima efficacia" nel dividere la popolazione dalla dirigenza islamica».

- Perché i tradizionali alleati sciiti adesso si ribellano?
  «In Libano l'alleato principale dell'Iran, Hezbollah, è alle prese con una doppia perdita di legittimità. Un primo pilastro era la resistenza a Israele. Hezbollah l'ha ereditata negli anni Ottanta dai palestinesi, l'ha ristrutturata con l'aggiunta dell'aggettivo "islamico". In questo modo ha potuto giustificare la pretesa di conservare le armi mentre le altre milizie venivano disarmate alla fine della guerra civile 1975-1990. Il secondo pilastro era basato sulla protezione dei "diseredati", i moustadafin, cioè gli umili, gli oppressi. La prima legittimità è finita quando Hezbollah, nel 2012, è andato a combattere in Siria a fianco di Bashar al-Assad contro l'insurrezione sunnita. Ora il Partito di Dio è caratterizzato più come un movimento sciita anti-sunnita che come anti-israeliano. Anche il secondo pilastro, la protezione dei deboli, cristiani compresi, non funziona più per la crisi economica catastrofica e la distruzione della classe media istruita. Hezbollah ha fatto un patto con il sistema politico settario libanese. Un patto neofeudale che ha finito col proteggere i milionari invece che i diseredati e soprattutto i giovani diplomati senza prospettive, anche sciiti»,

- Sono gli stessi giovani che manifestano in Iraq, dove però il bilancio è pesante, oltre 300 morti. Come spiega questa differenza?
  «Bisogna allargare lo sguardo. In Algeria, Sudan, notiamo come i manifestanti abbiano imparato la lezione della primavera araba del 2011. Se usi la violenza, il potere, l'esercito, le milizie possono sempre sovrastarti con una violenza molto più grande. Questi movimenti di occupazione pacifica delle piazze sono in qualche modo "gandhiani", più efficaci. In Libano ha funzionato. Il premier Saad Hariri si è dimesso. Un possibile successore, il miliardario Mohammed Safadi, ha rinunciato a prenderne il posto. In Iraq è diverso. E un Paese strano. E sotto il doppio controllo dell'Iran e dell'America, diciamo un 85% agli iraniani e un 15%agli americani. Ma anche qui il sistema settario non funziona più. La stessa classe sociale, le masse giovani istruite, soffre per il clientelismo, che aiuta soltanto gli amici di Teheran. La stessa popolazione sciita irachena è stanca dell'egemonia iraniana, tanto da arrivare a un gesto inaudito: il saccheggio del consolato dell'Iran a Karbala, la Gerusalemme sciita. Il rischio di contagio verso l'Iran era molto più forte e per questo la repressione è stata terribile».

- Il contagio non è però stato fermato e adesso tocca all'Iran. Che cosa possiamo aspettarci?
  «In Iran la base sociale della rivolta è più povera, potremmo paragonarla ai gilets jaunes. La scintilla è stata la stessa, l'aumento del prezzo dei carburanti. La fine dei sussidi è un segno del successo della politica americana delle sanzioni. Il regime non ha più i mezzi per sovvenzionare i prezzi dei carburanti. Ha bisogno di far pagare di più la popolazione. Appena la gente si è ribellata abbiamo assistito al compattamento tra ala oltranzista, i Pasdaran, e ala riformista del regime. Lo Stato profondo ha ancora i mezzi per restare al potere, ma in un mondo musulmano che sta cambiando rapidamente».

- In che senso?
  «Per la prima volta vediamo che le rivoluzioni non sono prese in ostaggio da divisioni settarie. C'è un movimento sodale, culturale, che non risponde alle linee del confessionalismo. In Sudan c'è un rifiuto dei Fratelli musulmani, la base che sosteneva l'ex dittatore Omar al-Bashir. In Algeria c'è il ricordo dei gruppi jihadisti della guerra civile degli anni Novanta, e la piazza rigetta violenza ed estremismo. A quarant'anni dalla rivoluzione islamica in Iran e dalla svolta conservatrice in Arabia Saudita, per la prima volta gli islamisti, sciiti e sunniti, sono in difficoltà. Teheran ha meno mezzi a disposizione, a Riad il principe Mohammed bin Salmam ha prosciugato i canali delle ricche famiglie che alimentavano il salafismo. Cresce l'opportunità di rivoluzione non violenta, non settaria, democratica. I primi segnali si vedono già».

(La Stampa, 25 novembre 2019)


Il filo sottile che circonda Manhattan

È utilizzato dagli ebrei ortodossi e funziona come una sorta di recinto, per aggirare i divieti previsti dallo Shabbat.

Nell'isola di Manhattan, a New York, c'è un filo sottile che parte dall'Upper West Side, scende verso Midtown, poi arriva al Greenwich Village, passa per l'East Village, risale passando vicino all'East River, arriva fino alla fine di Central Park, poi ancora fino a Harlem e infine torna al punto di partenza. Se siete stati a New York una volta nella vita, sapete che è molta strada, 28 chilometri circa, e il filo la percorre in modo ininterrotto. Camminando per le strade della città probabilmente in pochi lo notano, eppure è un filo importantissimo per molti cittadini newyorkesi: gli ebrei ortodossi. Quel filo è infatti quello che in ebraico si chiama eruv, una recinzione rituale che permette agli ebrei osservanti di svolgere alcune attività anche durante lo Shabbat.
   Lo Shabbat, il giorno sacro per le persone di religione ebraica, che si celebra ogni sabato, è la festa del riposo: il sabato gli ebrei dovrebbero evitare qualsiasi tipo di lavoro e dedicarsi solo alla preghiera di Dio che, come dicono le Sacre Scritture, in sei giorni creò il mondo e il settimo si riposò (nella religione cattolica il settimo giorno è invece la domenica). Gli ebrei ortodossi applicano questi dettami con grande rigidità, soprattutto rispetto al divieto di compiere 39 tipi di azioni chiamate melachot: gesti fisici specifici come cucinare, cucire, accendere o spegnere un fuoco, seminare o arare la terra, e anche trasportare qualsiasi oggetto fuori dalla propria abitazione.
   A differenza di altri divieti, per cui un giorno di riposo può essere tollerabile, proprio quest'ultimo può causare notevoli disagi: non si possono spingere i passeggini, per esempio, non si può fare la spesa, non si possono usare bastoni e non si possono acquistare medicinali. Per evitare questi inconvenienti, nel corso del tempo gli ebrei ortodossi hanno utilizzato quello che in ebraico si chiama eruv (o eruvin, al plurale): una recinzione reale o simbolica che serve a estendere il proprio domicilio privato anche agli spazi pubblici, permettendo di eludere il divieto. La parola eruv significa "mescolanza" ed è un'abbreviazione di eruv chatzerot, cioè "mescolanza di domini": l'unione di più domicili privati in un unico domicilio comune. L'area coperta dal filo vale domicilio privato, insomma: e se l'area coperta dal filo copre mezza Manhattan, gli ebrei possono spostarsi e fare cose in mezza Manhattan anche di sabato.
   Gli eruv si trovano in molte città di tutto il mondo, e sono presenti soprattutto dove ci sono consistenti comunità ebraiche: in alcuni casi gli eruvin sono delimitati da vere e proprie recinzioni, mentre in altri si utilizzano come punti di riferimento i cavi dell'elettricità o le mura cittadine. A volte sono puramente simbolici, come a Venezia, l'unica città italiana con un eruv, o meglio: l'unica città italiana a essere un eruv. Nel 2016, infatti, il rabbino capo della comunità ebraica di Venezia, Scialom Bahbout, ha firmato un'intesa con il sindaco, Luigi Brugnaro, per dichiarare la città un'unica grande "casa" per gli ebrei.
   L'eruv di Manhattan non si nota facilmente in mezzo ai tanti cavi dell'elettricità che corrono tra le strade, ma gli ebrei ortodossi della città sanno bene dove si trova. Se ne occupa la comunità ebraica locale, che ogni giovedì invia due rabbini a ispezionare lo stato del filo lungo tutto il percorso: se ci sono cedimenti o rotture, provvedono immediatamente a ripararlo, in modo che sia pronto per il sabato. Il regolamento cittadino impone che il filo sia spesso al massimo 6 millimetri e che sia appeso ad almeno 4,5 metri da terra, quindi è per lo più attaccato ai pali della luce. Fu inaugurato per la prima volta nel 1999, e all'inizio era limitato all'Upper West Side, ma negli anni si è ampliato finendo per includere quasi tutta l'isola, estendendosi per quasi 30 km, come ha raccontato a Business Insider il rabbino Mintz, che gestisce l'eruv della città.
   «Non è mai mancato, mai. Nemmeno per uno Shabbat. Lo abbiamo sempre salvato all'ultimo minuto», ha detto il rabbino Mintz, che gestisce l'eruv della città, secondo cui il momento più difficile per la stabilità del cavo è la parata di Macy's del giorno del Ringraziamento. In tutto, ogni anno, il mantenimento del filo costa alla comunità tra i 125mila e i 150mila dollari (tra i 112mila e i 135mila euro), divisi tra le varie sinagoghe ortodosse. C'è anche un account Twitter, chiamato Manhattan Eruv, che segnala ogni volta che l'eruv è pronto, e una mappa su Google Maps in cui si può visualizzare l'esatta posizione del filo.

(il Post, 25 novembre 2019)


Perché il riconoscimento della legalità degli insediamenti aiuta la pace

In base a diritto internazionale e accordi firmati, israeliani e palestinesi devono negoziare il destino di un territorio conteso e il futuro confine: prenderne atto è ciò che serve per avviare un vero negoziato.

Lunedì scorso il Segretario di stato americano Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti non considerano più gli "insediamenti" civili israeliani in Cisgiordania come "non conformi al diritto internazionale".
In effetti, era sempre stato un errore per gli Stati Uniti trattare i territori contesi in Cisgiordania come "occupati".
Innanzitutto, era impossibile che Israele "occupasse" dei territori "palestinesi" per il semplice fatto che uno stato palestinese non è mai esistito. Gli israeliani versarono molto sangue quando catturarono la Cisgiordania in una guerra d' autodifesa, prendendola alla Giordania che nel 1967 si era unita a Egitto e Siria nel tentativo di annientare Israele. E la Giordania non aveva nessun titolo legale da rivendicare su quel territorio, che aveva illegalmente occupato allo scadere del Mandato Britannico nel 1948. Subito dopo la guerra dei sei giorni del '6,7 Israele si offrì di cedere fino al 98% della Cisgiordania, e avanzò analoghe offerte in numerose occasioni successive. Sempre rifiutate....

(israele.net, 25 novembre 2019)


Musica d'esilio, musica di speranza

 
Dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Giardino dell'Eden nei primi capitoli della Genesi, la storia di Israele è segnata dalle peregrinazioni e dalla nostalgia per il Paradiso perduto. Per non parlare della deportazione a Babilonia e dell'avventuroso ritorno dall'esilio egiziano attraverso il deserto, fisico e metaforico, ricordato ogni anno nella solenne festa di Pesach che ritualmente si conclude con l'augurio: "L'anno prossimo a Gerusalemme". Appuntamento ormai tradizionale per il Giorno della Memoria, il concerto all'Auditorium Parco della Musica tocca quest'anno il tema della musica d'esilio. "Là dove giace il cuore" il titolo dell'evento, in programma il prossimo 23 gennaio, organizzato come di consueto da Viviana Kasam e Marilena Citelli Francese per conto dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e nell'ambito delle iniziative promosse dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
   Sul palco diversi artisti di fama: Cristina Zavalloni, già voce nel 2019 di "Libero è il mio canto - Musiche di donne deportate", l'ARC Ensemble del Royal Conservatory di Toronto, specializzato in musiche scritte in esilio e nominato per tre Grammy Awards, Raiz, protagonista della scena napoletana e interprete del film "Passione" di John Turturro e i Lagerkapelle Ensemble, eccezionali solisti jazz.
   Al centro della performance artistica il percorso del popolo ebraico "che ha sancito la propria identità nelle peregrinazioni in Medio Oriente seguite alla cacciata dalla Spagna, dal Portogallo e dai regni spagnoli in Sud Italia, nella fuga dai pogrom dell'Europa dell'Est, per finire con la Shoah, che per alcuni, i più fortunati, fu esilio, dalla propria lingua, l'yiddish, dalle proprie famiglie, dagli amici, persino dai ricordi". Una lacerazione proseguita anche dopo la nascita dello Stato di Israele con l'esilio, "spesso dimenticato, degli ebrei che vivevano in Medio Oriente, Iran, Iraq, Libano, Tunisia, Libia e i falascià d'Etiopia".
   Ma l'esilio, si ricorderà nel corso del concerto, è una esperienza condivisa da tutta l'umanità, ieri come oggi. E se i protagonisti hanno storie diverse, volontari o costretti, in fuga dalla morte o dalla miseria, sospinti dalla guerra o dalla fame o tratti in schiavitù, la condizione degli esuli è ovunque e comunque molto simile. L'esilio - si sottolinea - è morte del passato, delle abitudini, degli affetti, degli oggetti che ci erano cari, della lingua madre. È sentirsi estranei e mal tollerati, considerati inferiori e indesiderati". Paradossalmente però è anche "rinascita, creatività, possibilità di una nuova vita".
   Il concerto, affermano Kasam e Citelli Francese, è dedicato "a tutti gli esuli, di ieri e di oggi, gli ebrei askenaziti e gli ebrei sefarditi, gli armeni, gli africani deportati come schiavi, gli italiani e gli irlandesi che si imbarcavano a cercare fortuna in continenti lontani, i profughi contemporanei che scappano per sopravvivere, gli yazidi, i sudamericani respinti alla frontiera e separati dai loro figli, gli apolidi, i migranti ai quali viene negato l'approdo, come successe alle navi cariche di ebrei in fuga durante la seconda guerra mondiale".
   Dalle diverse tradizioni sono stati selezionati i canti che saranno eseguiti al Parco della Musica. Testi di celebri scrittori e poeti in esilio, letti da Manuela Kusterrnann e Alessandro Haber, si alterneranno alle canzoni. Sono stati scelti in collaborazione con Edmund de Waal, che ha creato Psalm, la Biblioteca dell'esilio, una raccolta di 2000 volumi per raccontare le diaspore dell'umanità promossa a Venezia dallo International Center for the Humanities and Social Change dell'Università Ca' Foscari.
   Anche per l'evento del prossimo 23 gennaio, come nel passato concerto, sarà possibile "adottare" una canzone attraverso una donazione a sostegno del progetto.

((Pagine Ebraiche, novembre 2019)


Netanyahu parla di Gaza e Iran nella prima riunione di governo dopo l'incriminazione

GERUSALEMME - Nella prima riunione del gabinetto di governo dopo la decisione del procuratore generale Avichai Mandelblit di incriminare Benjamin Netanyahu di corruzione, frode e abuso d'ufficio, il primo ministro ha parlato della minaccia iraniana e dei droni utilizzati dai movimenti estremisti nella Striscia di Gaza, ma non delle accusa mosse contro di lui. Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano "Jerusalem Post", Netanyahu ha rivelato un tentativo di incursione di droni in Israele dalla Striscia di Gaza che è stato contrastato con successo. Per il premier il lancio di droni da Gaza rappresenta una "nuova" e "significativa" minaccia alla sicurezza dello Stato di Israele. "Stiamo sviluppando strumenti tecnologici e altri mezzi per sradicare e contrastare questa minaccia", ha dichiarato Netanyahu citando lo sviluppo in passato del sistema di difesa antiaerea Iron Dome per colpire i missili provenienti dall'enclave palestinese.

(Agenzia Nova, 24 novembre 2019)


Turismo in Israele, al top con Gerusalemme e Tel aviv

Per il turismo in Israele il 2018 è stato un anno da record. Le più visitate Gerusalemme e Tel Aviv e si prevedono numeri in crescita per il 2019

di Agnese Petrosemolo

 
All'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv atterrano ogni anno milioni di turisti provenienti da tutto il mondo. Secondo dati diffusi dal Ministero del turismo, in Israele si parla di un 2018 che ha visto più di 4 milioni di turisti pari a 5,8 miliardi di dollari, cifre da record che sono possibili solo grazie ad un forte impegno da parte del Ministero stesso. Nonostante il conflitto arabo-israeliano che da sempre caratterizza quest'area geografica il turismo in Israele cresce a dismisura, conseguenza di una forte sicurezza interna garantita dal governo israeliano. Tensioni a parte, visitare questo paese è un'esperienza incredibile ed indelebile che vi rimarrà per sempre nel cuore.
  Le città più visitate sono sicuramente Tel Aviv e Gerusalemme ma l'interesse verso la crescita del turismo ha fatto si che si sviluppassero con gli anni anche altri luoghi più orientati ad un tipo di vacanza di relax. Come Eilat, località marittima che affaccia sul Mar Rosso situata a Sud Est tra le dune del deserto. Israele è infatti conosciuta come una "Terra Santa" inserita tra il mondo occidentale e quello orientale. è da sempre meta di pellegrinaggio, viaggi culturali o ritiri spirituali.
  Della forte attenzione verso questa branca del settore terziario ne è prova l'inaugurazione recente dell'aeroporto Ramon International Airport, nuovo scalo internazionale israeliano che servirà i turisti diretti ad Eilat. Si tratta dello scalo più blindato del mondo, vista la delicata posizione geografica.

 Turismo in Israele: perché visitarlo
  Oltre alla vicinanza con i principali aeroporti europei (da Roma il volo per Tel Aviv dura circa 3 ore 30 minuti) l'altra caratteristica di questo magico paese è la sua trasversalità. Si presta a viaggi di breve o lunga durata e oltre ad offrire un'immensa offerta culturale è anche perfetto per una vacanza all'insegna della movida di cui Tel Aviv ne è la culla.
  Dopo aver visitato le due città principali, Gerusalemme e Tel Aviv, spesso i turisti si dilungano per trascorrere un momento di benessere sul Mar Morto o per visitare la bellissima fortezza di Masada risalente al I secolo a.C, a circa 100 chilometri da Gerusalemme. Ma le attrazioni di questo paese sono infinite come lo è la sua storia, e qui la curiosità trova sempre pane per i suoi denti. Andare a visitare la città di Betlemme in Cisgiordania implica l'attraversamento del muro che divide la Palestina dall'Israele, ed è necessario organizzarsi per tempo con una guida turistica ben preparata.

 Gerusalemme
  Essendo Tel Aviv la città di sbarco dei turisti si tende a visitarla prima di spostarsi nella capitale Gerusalemme, per una gita in giornata (le due città sono lontane 70 chilometri) o per intraprendere un viaggio itinerante. Il fascino di Gerusalemme, la città delle tre religioni, non è descrivibile a parole. Vi coesistono pacificamente Fedi opposte all'interno di una roccaforte retta da secoli di storia.
  Non si può lasciare la città senza aver attraversato la città antica percorrendo il Mahane Yeuhda Market e la Via Crucis passando tra le 9 porte della città. D'obbligo è assistere alle preghiere dei fedeli ebrei davanti al Muro del Pianto (muro occidentale), Visitare il Santo Sepolcro e il Museo della Memoria Yad Vashem nato nell'architettura di Moshe Safdie.

 Mangiare a Gerusalemme
  Fuori dalle mura la città si espande senza perdere il filo con la magia e l'architettura del suo cuore antico. Gerusalemme accoglie più di un milione di abitanti, ha un'ampia offerta alberghiera di ogni categoria e una vasta scelta gastronomica. Quando si parla del turismo in Israele si fa meno riferimento al cibo rispetto alla realtà: Gerusalemme propone una cucina tradizionale con una forte impronta vegetariana (visto il clima mediterraneo del paese) in location allo stesso tempo trendy. Hummus, falafel, agnello o manzo (rigorosamente carne Kosher), pane pita servito con varie salse, melanzane alla brace. Sono solo alcuni dei piatti tipici israeliani. Tra i ristoranti più amati sia dai turisti che dai locali a Gerusalemm e ci sono: The Eucalyptus, Machneyuda e Chakra

 Tel Aviv
  Tel Aviv è conosciuta principalmente come meta del divertimento, contribuisce alla grande crescita del turismo in Israele e il suo plus è il bellissimo Mar Mediterraneo su cui affaccia e la densa presenza di ristoranti, hotel e club alla moda. Famoso per la movida è il Rothschild Boulevard, un lungo viale continuamente in movimento fitto di discoteche e cocktail bar, il cuore della vita notturna.
  Anche a Tel Aviv tira aria di fascino antico con il quartiere dell'antica Città di Jaffa, oggi a presenza prevalentemente araba e quartiere dell'arte contemporanea. Tel Aviv riesce ad essere una città medio orientale con elementi culturali tipicamente occidentali. Qui l'inverno e l'autunno non sono di casa, l'estate e la primavera sono la stagioni prevalenti. Il Mercato rimane un tratto distintivo anche a Tel Aviv, da non perdere è il Carmel Market.
  Andare in spiaggia fa parte degli usi comuni e sul lungo mare ci sono stabilimenti balneari e ristoranti aperti tutto l'anno. Molta attenzione è data anche al fitness: praticare sport fronte mare è una prerogativa degli abitanti della città. Il mezzo di trasporto preferito è il monopattino elettrico, per moda e per funzionalità anche per andare a lavoro. Ce ne sono a migliaia ad ogni angolo della città e si possono utilizzare scaricando semplicemente un'applicazione sul proprio smartphone.

 Mangiare a Tel Aviv
  La scelta culinaria è così ampia da mandare in confusione vista la presenza internazionale che ha permesso a tutte le cucine del mondo di inserirsi in questo contesto. La potenza dei fatti storici passati avvenuti a Gerusalemme ha garantito una maggiore influenza delle tradizioni israeliane, diversamente da Tel Aviv dove cucine come quella giapponese non hanno faticato ad insediarsi.
  L'alta qualità delle materia prima israeliana abbassa già di molto le possibilità di rimanere insoddisfatti. A Tel Aviv è comunque possibile andare a mangiare come si suol dire "alla cieca"camminando per le strade della città . Si può trovare la cucina kosher, araba (nel quartiere di Jaffa), giapponese, greca, messicana ed internazionale (soprattutto nei grandi alberghi). Tra i locali più in voga del momento ci sono il Topolopompo (asiatico) Aria (cucina israeliana in chiave internazionale) e il Tyo (sushi).

(Radio Colonna, 24 novembre 2019)


Gli ebrei ad Asolo

«Messaggi in bottiglia» ripercorre la vicenda di 80 persone in fuga dagli ustascia durante la Seconda Guerra Mondiale.

di Alessandro Tortato

«Sono stato cacciato dal mio paese. Insegnavo In una scuola per bambini internati, ricevevo le notizie della BBC dalla nostra padrona di casa, la signora Malipiero, moglie inglese del celebre compositore. Ho letto Dos Passos e Steinbeck in italiano, giocato a calcio con monaci armeni. Ho scritto manifesti politici, li ho messi in alcune bottiglie e li ho seppelliti nei campi. E stato un interludio di puro romanticismo giovanile nel mezzo di una guerra terribilmente crudele.».
   Questa Ode ad Asolo fu composta in lingua inglese da Jasha Levi, giornalista e scrittore ebreo di successo, nato a Sarajevo, americano dal 1956, internato ventenne nello storico borgo della Marca. Non sappiamo se quei messaggi in bottiglia siano mai stati trovati ma, in qualche modo, il loro contenuto è comunque riemerso grazie al prezioso lavoro di Vittorio Zaglia, autore del volume Messaggi in bottiglia. Ebrei stranieri ad Asolo (Cleup, 150 pp., 20 euro).
   Uno degli aspetti meno indagati della persecuzione ebraica prima e durante la Seconda guerra mondiale è il cosiddetto «internamento libero» a cui furono costretti quasi 4.000 ebrei stranieri, in massima parte croati, che, cercando la salvezza dai nazìsti e dagli ustascia, loro feroci emuli, s'erano trasferiti nei territori occupati dall'esercito italiano. Di lì furono condotti in Italia, sottoposti ad obbligo di domicilio coatto e privati di molte libertà personali. Per le leggi italiani erano infatti solamente degli apolidi, una condizione che toglieva loro ogni protezione e diritto. Di essi ben 1.240 giunsero in Veneto, soprattutto in provincia di Vicenza (più di 600), Rovigo (120) e Treviso (356). Quasi 80, per la massima parte provenienti da Zagabria, furono alloggiati ad Asolo. Il primo scaglione di 50 persone arrivò in città il 30 novembre del 1941 a bordo di un autocarro. Tra essi vi era la famiglia dell'avvocato Ziga Neumann, eminente rappresentante della comunità ebraica zagabrese, membro della locale Organizzazione Sionista e capo del Jewish Foundation Fund. A rìceverli in Municipio fu il podestà Ernesto Pasini. Pasini apparteneva ad una delle famiglie asolane più in vista. Iscritto al Partito Fascista sin da giovane era comunque un moderato, di formazione liberale. Suo figlio, Angelo, fu peraltro uno dei protagonisti della Resistenza nella Pedemontana con il nome di battaglia «Longo».
   Nelle sue memorie Joseph Konforti, genero di Neumann, descrive Pasini come «un uomo alto e grassoccio, vestito elegantemente, che ci interrogò, ci spiegò la nostra posizione ufficiale, elencando quali sarebbero stati i nostri diritti ed i nostri doveri». Gli internati non potevano uscire di casa prima dell'alba, né rincasare dopo il tramonto; potevano circolare solo nei confini del centro storico e non era permesso loro trattenersi a lungo in esercizi pubblici. Per l'alloggio era preferibile l'ospitalità in case private. E gli asolani? Come accolsero gli abitanti di Asolo questi ospiti così sfortunati? Ricorda il figlio di Konforti: «Dopo anni di persecuzione da parte di tedeschi e croati, per la prima volta i miei genitori trovarono ad Asolo persone che li rispettarono e che diedero loro finalmente l'impressione di essere ancora considerati esseri umani. Nonostante una serie di pesanti limitazioni, solo il fatto di uscire per strada e sentirsi dare il «buongiorno» dai vicini di casa rappresentò un grande cambiamento. Il fornaio quando poteva allungava ai miei una pagnotta in più o una fetta di focaccia». La tragica vicenda degli internati ad Asolo ha un lieto fine: guidati da Ziga Neumann, tutti riuscirono a salvarsi dall'arresto dopo l'8 settembre del 1943, chi fuggendo al Sud, chi verso la Svizzera. Neumann scriverà nel testamento: «Noi ci siamo dati un solo compito: sopravvivere!» E sopravvissero, ricordando per sempre quell'isola di umanità veneta, in un mondo dilaniato dagli orrori della Shoah.

(Corriere del Veneto, 24 novembre 2019)


Il dilemma di Hamas: far sviluppare la Striscia di Gaza o distruggerla

Hamas si trova di fronte a una decisione non più rinviabile. O "azzera" la Jihad Islamica separandosi così da Teheran, oppure sceglie la via della guerra e della immancabile distruzione di Gaza

di Maurizia De Groot Vos

In tanti, praticamente tutti, pensano che il problema più grosso per Hamas sia solo Israele. Sbagliato. Uno dei problemi più grossi per Hamas si chiama Egitto. E al Cairo non sono affatto contenti di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza.
  L'ultima esplosione di violenza tra Israele e la Jihad Islamica ha messo in evidenza come Hamas non controlli più il gruppo terrorista legato all'Iran.
  Secondo l'intelligence israeliana dopo l'uccisione del capo della Jihad Islamica a Gaza, Bahaa Abu al-Atta, Hamas aveva accettato che la Jihad Islamica rispondesse con un attacco limitato al lancio di pochi missili e solo contro le comunità israeliane di confine (ben protette).
  Ma la Jihad Islamica, probabilmente seguendo gli ordini di Teheran, ha deciso di fare diversamente andando contro quanto "concesso" da Hamas.
  Così ha scatenato un attacco di vaste proporzioni con centinaia di missili che sono arrivati a mettere in allerta persino Tel Aviv, andando quindi molto oltre quanto concordato con il gruppo terrorista che governa la Striscia di Gaza.
  Una decisione che ha fatto scattare i campanelli di allarme su chi realmente controllasse l'enclave palestinese, dubbi per altro espressi da diverso tempo.
  Ed è qui che entra in gioco l'Egitto. Come ormai da prassi ad ogni escalation, una delegazione dei servizi segreti egiziani si è recata quasi subito nella Striscia di Gaza per mediare con Hamas un cessate il fuoco o comunque una de-escalation. Solo che Hamas, a differenza di altre volte, non poteva parlare anche per la Jihad Islamica che stava andando per conto suo.
  È stato così che l'Egitto ha capito che Hamas non aveva più il controllo sulla Jihad Islamica che invece prendeva ordini direttamente da Teheran.
  Report di intelligence riferiscono di uno scontro durissimo tra gli inviati egiziani e i capi di Hamas, accusati dagli egiziani di aver dato troppa corda ai proxy iraniani e di mettere a serio rischio la popolazione di Gaza.
  Sulla Striscia incombeva infatti la possibilità che Israele desse il via ad una operazione su vasta scala.
  Solo allora la leadership terrorista ha deciso di alzare la voce con la Jihad Islamica e di "imporre" un cessate il fuoco.
  Ma i dubbi su chi controlla la Striscia di Gaza rimangono tutti. Soprattutto gli egiziani chiedono ad Hamas di dimostrare di essere ancora i governanti della Striscia e di "bloccare" anche con la forza la Jihad Islamica e addirittura di espellere i proxi iraniani dalla Striscia.
  Ed è qui che nasce il grosso dilemma per Hamas. È stato infatti il nuovo leader dei terroristi che tengono in ostaggio la Striscia di Gaza, Yahya Sinwar, ad andare a chiedere aiuto finanziario e militare a Teheran spostando l'asse d'influenza su Gaza dalle potenze sunnite alla più grande potenza sciita.
  È stato Sinwar ad accettare il denaro e le armi iraniane e a far dire che Hamas era "la prima linea di difesa dell'Iran".
  Ora i terroristi palestinesi si trovano tra l'incudine sunnita e il martello sciita. Devono decidere in fretta se continuare a beneficiare della generosità sunnita che arriva soprattutto dal Qatar (con il placet di Israele che mensilmente autorizza il trasferimento a Gaza di milioni di dollari) o schierarsi con l'Iran rinunciando però anche alle concessioni egiziane, che non sono pochissime e che includono tra le altre cose la possibilità (seppur limitata) per gli abitanti di Gaza di recarsi in Egitto anche per curarsi.
  Non solo. Gli indispensabili aiuti a Gaza entrano solo attraverso Israele, dall'Egitto non entra praticamente nulla. E gli aiuti sono chiaramente condizionati al fatto che la situazione sia tranquilla.
  In poche parole, Yahya Sinwar deve decidere se rinnegare i suoi accordi con Teheran e bloccare militarmente la Jihad Islamica, oppure continuare con questo giochino e mettere a repentaglio la stessa esistenza di Gaza che, ricordiamolo, sarebbe territorio egiziano donato alla "causa palestinese".
  Il Cairo su questo punto appare più irremovibile di Gerusalemme anche se la cosa non sembra interessare molto i media che coprono il Medio Oriente.
  Ora la palla è nelle mani di Hamas. È molto improbabile che Israele possa continuare ad accettare la presenza di un proxy iraniano, qual è la Jihad Islamica, senza reagire. E se dovesse esserci una nuova escalation questa volta si potrebbe arrivare davvero ad una azione militare israeliana su vasta scala.
  Cosa faranno i terroristi di Hamas? Sceglieranno la pace e quindi lo sviluppo di Gaza come vorrebbero l'Egitto e il Qatar, oppure sceglieranno di seguire la via iraniana portando la Striscia di Gaza alla distruzione?

(Rights Reporters, 24 novembre 2019)


Netanyahu e il Likud, una leadership in bilico

 
Gideon Sa'ar e Benjamin Netanyahu
Primarie il prima possibile per vedere se il Likud è ancora dalla parte del Primo ministro Benjamin Netanyahu. A chiederle è, non c'è da stupirsi, Gideon Sa'ar, ovvero il membro del Likud considerato l'avversario interno più credibile alla leadership di Netanyahu. Tra i due non corre buon sangue - Netanyahu nelle scorse primarie di partito aveva accusato Sa'ar di aver cospirato con il Presidente Reuven Rivlin per rovesciarlo - e l'incriminazione del leader del Likud per corruzione, abuso d'ufficio e frode ha riacceso lo scontro. In un'intervista al Canale 12, Sa'ar ha definito irresponsabile il Premier per aver parlato di colpo di stato rispetto alla decisione del procuratore generale Avichai Mandelblit di rinviarlo a giudizio. "Chiunque diriga il ramo esecutivo non può dire che la decisione di Mandelblit sia un tentativo di colpo di stato. Non è giusto, non è responsabile. Stiamo creando un'atmosfera di caos nel paese a cui mi oppongo", ha dichiarato Sa'ar, accusando Netanyahu di non voler "riparare il sistema" ma di volerlo "distruggere". Poi la richiesta di primarie immediate per decidere chi deve guidare il Likud: Sa'ar vuole che siano indette prima che scadano i 19 giorni ancora a disposizione della Knesset per scegliere al suo interno un candidato in grado di avere la maggioranza di 61 seggi, formare un governo e quindi evitare le sempre più probabili terze elezioni. "Non credo che in una terza o quinta elezione (Netanyahu) sarà in grado di formare un governo. Non siamo così lontani dal perdere il controllo del paese a favore dei nostri avversari. - ha detto Sa'ar, affermando che Netanyahu, visti i risultati delle elezioni di aprile e di settembre, non sarà in grado anche in futuro di ottenere la maggioranza alla Knesset - Se oggi andiamo alle primarie e prendiamo una decisione democratica, possiamo salvare il governo del Likud". Sa'ar spera di ottenere la leadership e di formare un governo con Kachol Lavan ma è fortemente improbabile che accada.
  Dura intanto la replica, affidata ai social, del Likud nei confronti del suo stesso parlamentare. "Il presidente del Likud è il primo ministro Netanyahu, che ha dato 32 seggi al Likud tramite schede elettorali che recitavano 'Il Likud guidato da Netanyahu'. È un peccato vedere che mentre il Primo Ministro Netanyahu mantiene la sicurezza di Israele su tutti i fronti e lavora per preservare il potere del Likud, Gideon Sa'ar, come al solito, non mostra nessuna lealtà e massima sovversione". Secondo l'emittente Kan Netanyahu starebbe lavorando per evitare che vi siano primarie, mossa che non piace al presidente del comitato centrale del Likud Haim Katz. Quest'ultimo, dopo l'appello di Sa'ar, ha dichiarato che bisogna "permettere a chi lo desidera di competere nelle primarie" di partito. Katz ha annunciato che prenderà in considerazione la richiesta di Sa'ar così come quella più diplomatica di un altro membro di partito, Nir Barkat. L'ex sindaco di Gerusalemme ha infatti proposto di fare sì le primarie ma per decidere solamente la riserva di Netanyahu. L'idea di Barkat è quella di nominare un vice-capo del Likud che, in caso l'attuale Premier dovesse essere costretto a congedarsi dalla politica per affrontare i tre processi contro di lui, ne prenderebbe il posto. Un piano per non mettersi contro Netanyahu e i suoi sostenitori nel partito - che sono molti - e al contempo per garantire una possibile successione non traumatica in caso l'era di Bibi dovesse finire. A riguardo sarà importante capire cosa annuncerà Mandelblit nel fine settimana: il procuratore ha infatti formato una commissione che determinerà se esistono ostacoli legali che impediscono a un Primo ministro incriminato di formare un governo.

(moked, 24 novembre 2019)


Da Usa garanzia di 430 milioni di dollari per il ripristino del gasdotto Egitto-Israele

IL CAIRO - Gli Stati Uniti si impegnano a fornire una garanzia di 430 milioni di dollari per far avanzare la sicurezza energetica in Egitto, riabilitando l'Arab gas pipeline della East Mediterranean Gas Company (EMG) che collega Al Arish ad Ashkelon. Lo ha annunciato l'amministratore delegato della Us International Development Finance Corporation (Dfc), Adam Boehler, durante il forum Investment for Africa organizzato al Cairo. Alla cerimonia per la firma dell'accordo per la concessione della garanzia hanno preso parte il premier egiziano Mustafa Madbouli, il ministro degli Investimenti e della Cooperazione internazionale Sahar Nasr e dell'ambasciatore degli Stati Uniti in Egitto Jonathan Cohen. La garanzia consentirà alla statunitense Noble Energy di ripristinare il gasdotto lungo 90 chilometri di proprietà di Emg che parte dalla città costiera israeliana di Ashkelon e attraverso il Mar Mediterraneo raggiunge la città egiziana di Al Arish. I contratti assicurativi sono stati firmati questa settimana dopo che Noble Energy e i suoi partner hanno raggiunto una chiusura finanziaria per il progetto. "Il rafforzamento della sicurezza energetica - che sostiene gli scambi commerciali, gli investimenti e migliora la qualità della vita - è fondamentale per garantire prosperità e stabilità durature in Egitto", ha affermato Boehler. "Questo progetto aiuterà il paese a soddisfare la crescente domanda di affidabilità, basso costo dell'energia per alimentare una crescita economica sostenuta e creare opportunità che abbiano un impatto stabilizzante in Egitto e in tutta la regione ", ha aggiunto.

(Agenzia Nova, 24 novembre 2019)


Il Fatebenefratelli ricorda la difesa degli ebrei romani

Nel decennale della morte di fra Maurizio Bialek, negli anni della seconda guerra mondiale economo del Fatebenefratelli, il 20 novembre, nell'ospedale dell'Isola Tiberina si è tenuto il convegno "La comunità del Fatebenefratelli nell'ora delle tenebre — La difesa degli ebrei romani", per ricordare la «generosità con cui la famiglia religiosa ha nascosto ebrei e ricercati per motivi politici o disertori», come ha sottolineato il priore fra Agel Lopez. Spicca la figura del dottor Giovanni Borromeo, che dopo essere stato escluso dagli ospedali pubblici per aver rifiutato di iscriversi al Partito fascista, il 27 aprile 1934 iniziò a lavorare al Fatebenefratelli dove inventò il famoso "morbo di K", l'inesistente malattia (con riferimento a Kesserling e Kappler), «contagiosissima», con sintomi singolari, che avevano i rifugiati ricoverati. Indimenticabile pure «la Sora Lella — ha rimarcato fra Giuseppe Magliozzi —, che non aveva ancora il ristorante ma cucinava a casa e vendeva i piatti; poi quello che avanzava lo portava per gli ebrei nascosti nel locale che raccoglieva l'acqua reflua dell'ospedale, situata sotto una botola all'interno della stanza da 4 letti di isolamento».

(Avvenire - Roma, 24 novembre 2019)



«Perché siete così ansiosi?»

Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio e a Mammona. Perciò vi dico: Non siate ansiosi per la vita vostra di quello che mangerete o di quello che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non siete voi assai più di loro? E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito? E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede? Non siate dunque ansiosi dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo? Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Dal Vangelo di Matteo, cap. 6

 Predicazione
Marcello Cicchese

 


Finale di partita?

di Niram Ferretti

Infine è giunto quello che era ampiamente previsto. Benjamin Netanyahu è stato rinviato a giudizio per abuso di ufficio e corruzione in tre casi diversi che hanno a che fare, uno con costosi regali, sigari e champagne e altri due con presunti accordi sottobanco per ottenere una copertura di stampa a lui favorevole. Tutto da dimostrare, naturalmente, e la presunzione di innocenza resta intatta fino a prova contraria, nonostante la sete di giustizia sommaria delle tricoteuses che considerano i processi che lo aspettano un inutile orpello a fronte di una colpevolezza per loro già evidente. Al di là di ciò, e della prevedibile difesa di Netanyahu, che le accuse a lui rivolte fanno parte di una manovra politica con l'obbiettivo di scalzarlo dal premierato, il più lungo che Israele abbia mai avuto dopo quello del padre della patria Ben Gurion, resta il fatto che Melech Bibi, Re Bibi, sembra entrato definitivamente, come il Riccardo terzo shakesperiano, nel suo più profondo inverno di scontento.
   E' vero che non vi è un astro politico che sia sorto all'orizzonte, nessun "sole di York" che possa rimpiazzarlo, certamente non lo è l'anodino Benny Gantz, e non vi è alcuna altra figura in grado di stargli al passo per competenza, carisma, abilità, ma il rinvio a giudizio in un frangente in cui, dopo due inconcludenti tornate elettorali non è riuscito a tornare in auge con un mandato netto, ce lo mostra vistosamente logorato. Non che non combatterà cercando di restare in sella nonostante le contingenze avverse, ma per quanto il Likud gli sia ancora apparentemente fedele-un partito che Netanyahu ha, negli anni, sempre più trasformato in una sorta di guarnigione personale-sono pochi a scommettere sulla sua sopravvivenza politica.
Quello di Netanyahu è sicuramente un grande futuro dietro alle spalle, in cui la consumata abilità di promoter di Israele e di infaticabile tessitore di relazioni ai massimi livelli istituzionali internazionali, sono stati due degli ingredienti più smaglianti della sua parabola politica. La questione non è qui quella della sua innocenza o della sua colpevolezza (i reati che avrebbe eventualmente commesso sono risibili per lo standard disincantato di qualsiasi adepto della Realpolitik), ma il fatto che, data la mancanza di una nuova coalizione di governo salda e l'indebolimento politico della sua figura dopo il rinvio a giudizio, il finale di partita, se non immediato, appare solo differito.

(L'informale, 24 novembre 2019)


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