Chi rapisce un uomo, sia che lo venda, sia che gli si trovi fra le mani, sarà messo a morte.
Esodo 21:16

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Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Come cerva che assetata

Dalla Sacra Scrittura

SALMO 42
  1. Come la cerva desidera i corsi d'acqua,
    così l'anima mia anela a te, o Dio.
  2. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;
    quando verrò e comparirò in presenza di Dio?
  3. Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,
    mentre mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  4. Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla
    verso la casa di Dio, tra i canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa.
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
  6. L'anima mia è abbattuta in me; perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,
    dai monti dell'Ermon, dal monte Misar.
  7. Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;
    tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.
  8. Il Signore, di giorno, concedeva la sua grazia,
    e io la notte innalzavo cantici per lui come preghiera al Dio che mi dà vita.
  9. Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?»
  10. Le mie ossa sono trafitte dagli insulti dei miei nemici
    che mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  11. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
SALMO 43
  1. Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente malvagia;
    liberami dall'uomo falso e malvagio.
  2. Tu sei il Dio che mi dà forza; perché mi hai abbandonato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?
  3. Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino,
    mi conducano al tuo santo monte e alle tue dimore.
  4. Allora mi avvicinerò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia e della mia esultanza;
    e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio!
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015


Arabia Saudita-Israele: oggi primo volo diretto tra Riad e Tel Aviv

Si tratta di un ulteriore passo verso la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi

Il primo volo diretto tra Arabia Saudita e Israele, operato dalla compagnia emiratina Emirati Royal Jet airline, partirà questo pomeriggio dall’aeroporto di Riad e atterrerà in serata a Tel Aviv. Lo riferisce il sito web d’informazione israeliano “Kan News”. Il volo, il primo diretto tra i due Paesi, rappresenta un ulteriore passo verso la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Secondo il sito di analisi “Axios” , a fine settembre il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan ha posto il dossier della normalizzazione con Israele durante il suo incontro con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il quale non l’avrebbe rifiutata a priori, ponendo una serie di condizioni, tra cui un miglioramento delle relazioni tra l’amministrazione di Joe Biden e la Casa reale saudita.
  Qualsiasi mossa saudita per normalizzare le relazioni con Israele sarebbe molto probabilmente parte di un accordo più ampio che potrebbe includere passi da parte israeliana, sulla questione palestinese, e da parte Usa per ripristinare le relazioni tra l’attuale presidenza Biden con il principe ereditario saudita che, a differenza dell’amministrazione di Donald Trump, è visto dall’attuale inquilino della Casa Bianca con sospetto a causa delle accuse di violazione dei diritti umani e per il suo presunto coinvolgimento nell’omicidio dell’editorialista del quotidiano “Washington Post”, Jamal Khashoggi.
  Secondo i media statunitensi, il tema della normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico sarebbe stato affrontato anche nell’incontro tra il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan e il segretario di Stato Usa, Antony Blinken lo scorso 14 ottobre a Washington, il giorno dopo l’incontro trilaterale a Washington tra i responsabili della diplomazia di Usa, Emirati e Israele.

(Nova News, 25 ottobre 2021)


Bennett annuncia grossi investimenti nel settore arabo

Il governo israeliano ha approvato un piano quinquennale con cui intende chiudere il divario fra il settore ebraico e quello arabo in Israele. A questo fine sono stati stanziati 30 miliardi di shekel (8,6 miliardi di franchi) da investire negli anni 2022-2026.
  Il governo israeliano ha approvato un piano quinquennale con cui intende chiudere il divario fra il settore ebraico e quello arabo in Israele. A questo fine sono stati stanziati 30 miliardi di shekel (8,6 miliardi di franchi) da investire negli anni 2022-2026.
  Lo ha reso noto il premier Naftali Bennett secondo cui il suo governo è determinato a far avanzare il settore arabo. «Tanto più investiremo nell'educazione, nella matematica, e nelle scienze nel settore arabo – ha osservato fra l'altro – tanto più la partecipazione araba nel mercato high-tech crescerà e tutti ne beneficeremo».
  Il piano prevede investimenti per 1,4 miliardi di shekel da destinarsi a corsi di aggiornamento professionale e di istruzione dell'ebraico. Altri fondi saranno dedicati al potenziamento dei servizi medici e della prevenzione delle malattie. Il governo sosterrà inoltre nel settore arabo progetti edili che già nel 2022 riguardano la costruzione di 5000 alloggi.
  Queste decisioni giungono mentre il governo è impegnato in parallelo a misurarsi con una forte ondata di criminalità sviluppatasi nel settore arabo ed imputata fra l'altro a radici sociali.

(blue News, 25 ottobre 2021)


"Felice per Eitan”: zia Aya esulta dopo la sentenza del tribunale israeliano

di Anna Ghezzi

La zia paterna, che abita a Travacò, aveva sempre detto che la casa del nipote era Pavia. La soddisfazione dei legali.

TEL AVIV. Ha manifestato tutta la sua «felicità» per Eitan la zia paterna Aya Biran, tutrice legale del bimbo di 6 anni, parlando coi suoi legali italiani, dopo la decisione del Tribunale israeliano. Soddisfazione per il verdetto, che ha disposto il rientro del piccolo sulla base della Convenzione dell'Aja sulla sottrazione internazionale di minori, è stata espressa dagli avvocati italiani della zia, i legali Cristina Pagni, Grazia Cesaro e Armando Simbari.
  «Eitan è cittadino italiano, Pavia è la sua casa dove è cresciuto, dove ha i suoi amici e a Pavia i suoi genitori lo hanno iscritto a scuola», aveva spiegato Aya già poche ore dopo che il nonno materno Shmuel Peleg, accusato dai pm di Pavia di sequestro di persona assieme alla nonna Esther e a un autista, aveva portato il piccolo (nella tragedia del Mottarone ha perso padre, madre, fratello e bisnonni) a Tel Aviv con un volo privato partito dalla Svizzera, l'11 settembre scorso.
  In varie dichiarazioni alla stampa sia la zia che il marito, lo zio paterno Or Nirko, si erano augurati che il Tribunale israeliano decidesse per il ritorno di Eitan sulla base dei principi internazionali. «I giudici israeliani devono toglierlo dalle mani dei suoi rapitori e riconsegnarlo alla sua tutrice Aya», aveva spiegato Or a più riprese.
  Intanto, davanti al Tribunale per i minorenni di Milano è fissata per l'1 dicembre l'udienza del procedimento, già iniziato nei giorni scorsi, sul reclamo dei nonni materni contro le decisioni dei Tribunali di Torino e Pavia che stabilirono, in sostanza, la nomina di Aya come tutrice del piccolo.

(la Provincia Pavese, 25 ottobre 2021)


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Tragedia della funivia, Eitan deve tornare in Italia. La sentenza della corte israeliana

Il bambino era stato portato in Israele dal nonno materno, che nel nostro Paese è indagato per rapimento

di Sharon Nizza

Eitan deve tornare in Italia: è la decisione della giudice Iris Ilotovich-Segal del tribunale della famiglia di Tel Aviv. La sentenza è stata emessa oggi, nel rispetto delle tempistiche stabilite dalla Convenzione dell'Aia su minori sottratti. 
  "Il nonno ha allontanato illecitamente il bambino dal suo luogo di residenza abituale, violando i diritti di custodia della zia del minore" ha scritto la giudice, stabilendo quindi che il piccolo Eitan dovrà tornare in Italia sotto la tutela della zia paterna Aya Biran
  "Pur accogliendo con favore la sentenza della giudice, in questa vicenda non c'è vincitore né perdente. C'è solo Eitan", hanno dichiarato i legali della famiglia Biran, Shmuel Moran e Avi Chimi. "Tutto ciò che chiediamo ora è che Eitan ritorni presto a casa sua, dai suoi amici a scuola e dalla sua famiglia, e soprattutto nelle strutture terapeutiche ed educative di cui ha disperatamente bisogno".
  Ancora non è chiaro se il bambino dovrà fare rientro immediato in Italia, o se l'esecutività della sentenza verrà sospesa in vista di un ricorso che potrebbe essere presentato al Tribunale distrettuale di Tel Aviv dai legali di Shmuel Peleg, il nonno materno che l'11 settembre ha prelevato il nipotino dalla casa di Pavia, conducendolo in Israele all'insaputa della tutrice legale. La Corte ha ordinato a Peleg di pagare le spese legali per un importo di 70.000 Nis (circa 20.000 euro).
  La giudice ha rigettato tutte le contestazioni della difesa dei Peleg. Ha respinto la possibilità che Israele potesse essere considerato un secondo luogo di residenza abituale del bambino - uno dei prerequisiti richiesti dalla Convenzione dell'Aia così - come l'affermazione dei Peleg per cui proprio in considerazione della morte dei genitori del minore, andrebbe attribuita particolare importanza alla loro intenzione di tornare a vivere in Israele ai fini di determinare il normale luogo di residenza del minore.  Il luogo di residenza "abituale" del minore è Pavia, insieme a sua zia, dove vive da quando aveva un mese. 
  Ricostruendo la vicenda dal tragico incidente del 23 maggio scorso che ha portato alla morte di 14 persone sulla funivia del Mottarone, tra cui i genitori, il fratellino e i bisnonni di Eitan, la giudice si sofferma sulle contestazioni da parte dei legali dei Peleg circa la legittimità dell'affidamento del piccolo alla zia paterna due giorni dopo la tragedia, mentre le parti si trovavano all'ospedale di Torino dove Eitan allora era in rianimazione. La decisione dell'affidamento alla zia è stata presa da due tribunali in Italia, scrive la giudice, ed è tuttora in discussione nelle corti italiane (venerdì si è svolta la prima udienza del ricorso dei Peleg al Tribunale dei Minori di Milano, e le udienze sono state aggiornate ai primo di dicembre). "Pertanto, va consentita la prosecuzione della controversia legale in Italia. Il tribunale in Israele non si riunisce come Corte d'appello su decisioni e sentenze rese in una corte italiana". 
  L'11 settembre ha continuato scrivendo: "Nell'ambito dei tempi di visita che il nonno aveva con il minore, e senza il consenso o la conoscenza della zia, il nonno guidava con il minore nella sua auto, attraversando il confine tra Italia e Svizzera". 
  "Il caso è insolito nel panorama di tali cause perché le parti non sono i genitori naturali del minore ma sua zia, e la persona che lo ha 'rapito' - a sua detta - è suo nonno", ha scritto il giudice.
  La giudice si è anche detta non convinta "dalle affermazioni del nonno secondo cui il rientro del minore in Italia viola il dovere di protezione del minore". In chiusura di sentenza la giudice auspica il raggiungimento di una conciliazione tra i due rami della famiglia, per adempiere a quella che sarebbe "l'eredità spirituale dei suoi genitori defunti" nell'interesse del bambino.
  Intanto l'avvocato Cristina Pagni, che assiste la zia paterna Aya, tutrice del piccolo ha dichiarato di non sapere ancora "con certezza la data del rientro di Eitan in Italia" poiché la sentenza del Tribunale della Famiglia di Tel Aviv "può essere impugnata".

(la Repubblica, 25 ottobre 2021)


E' una bella notizia per Israele. E naturalmente anche per Eitan, anche se in questo caso la soddisfazione è mitigata dall'indignazione che si prova per l'ignobile strumentalizzazione, affettiva o finanziaria, che si è fatta di un ragazzo così fortemente colpito dai fatti. M.C.


Israele, sei ong "umanitarie" sotto indagine per terrorismo

Le organizzazioni, finanziate da Onu e Ue, sono il volto presentabile del Fronte popolare di liberazione palestinese

di Fiamma Nirenstein

La disputa in atto dovrebbe far tremare tutto il mondo: tu chiamalo terrorismo, io lo chiamo organizzazione per i diritti umani, e lo finanzio coi nostri soldi. Il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha collocato sei fra le maggiori organizzazioni non governative palestinesi nella lista delle organizzazioni terroriste. Questo significa che i loro traffici bancari e i movimenti dei loro leader e affiliati sono adesso sotto controllo. Le informazioni: molto accurate. L'accusa è servire da mano pubblica all'organizzazione terrorista Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fplp, fornendole un'identità ibrida, e rastrellare così consenso e denaro dall'Onu e dall'Unione europea. Questi soldi alimentano, secondo Gantz, il fiume di sangue; le organizzazioni accusano Israele di persecuzione e rivendicano un ruolo caritativo. Certo, anche gli Hezbollah, Hamas, i talebani si prendono cura di bambini, vedove, vecchi. Così sorride il professor Gerald Steinberg, che con costanza ha indagato il tema col suo Ngo Monitor. Sul sito troviamo tutti i particolari: «Dieci anni fa presentammo i risultati all'Unione europea, la Mogherini ci disse che le prove non bastavano». E oggi il Dipartimento di Stato Americano, protesta di non essere stato informato. Israele nega l'accusa.
  Le organizzazione nella lista terrorista sono: Adameer, Al Haq, Bisan, Difesa dei bambini-Palestina (Dci-P) Unione delle donne (Upwc); Unione degli Agricoltori (Uawc). Il punto di partenza è l'Fplp, un vulcano di attività terrorista, che ha ucciso il ministro israeliano Rehavam Ze'evi nel 2001, ha compiuto sei attacchi suicidi nell'Intifada con 13 vittime, tre al mercato a Gerusalemme; ha tentato di uccidere il rabbino capo Ovadya Yossef; ha ucciso a colpi d'ascia cinque persone alla sinagoga Har Nof nel 2014. Terribile anche l'assassinio della 17enne Rina Shnerb nell'agosto del 2019, in cui il padre e il fratello vennero feriti. Gli assassini sono parte dell'organizzazione degli agricoltori, finanziata dall'UE. L'Fplp, paleomarxista, radicata a Ramallah, in competizione con Fatah che non osa metterla ai margini, è stata, come spiega bene Steinberg, capace di mettere in piedi, priva dei finanziamenti di Abu Mazen, una rete autonoma di organizzazioni non governative che l'alimenta autolegittimandosi. Così che i documenti provano, dice Steinberg, con le foto, che i diplomatici in visita dei vari Paesi, di fatto si incontrano con leader del Fplp.
  Un paradosso per cui negli ultimi dieci anni gli sono stati dati dall'Europa circa 200 milioni euro del contribuente, sostiene Steinberg.
  Il direttore amministrativo degli «agricoltori» è stato arrestato, e così anche il contabile, per bombe, attentati, reclutamento di terroristi. Hashem Abu Maria, il leader dell'organizzazione per i bambini, è morto in uno scontro a fuoco con l'esercito, il presidente dell'assemblea dei soci è stato direttore della rivista dell'Fpl. Questa organizzazione è finanziata anche direttamente dall'Italia. Le leader dell'Unione femminile sono quasi tutte membri del comitato centrale e del direttivo dell'Fplp; il Centro palestinese per i diritti umani, già nella lista, ha un vicepresidente che è stato capo dell'ala militare dell'Fplp di Gaza, condannato all'ergastolo: Al Haq ha un direttore, Shawan Jabarin, che fu accusato di reclutare e organizzare il training dei membri del Fplp. L'Italia finanzia direttamente anche al Haq.
  La lista è lunga, ma parla chiaro: ammantarsi di diritti umani è un'abitudine consolidata per chi vuole distruggere Israele, e il cinismo della politica internazionale fa finta di non capire, anzi, aiuta questo sistema. Per cui il diritto va in polvere, la vittima diventa persecutore, il terrorista che ignora ogni principio democratico diventa il protagonista dell'era delle organizzazioni non governative.

(il Giornale, 25 ottobre 2021)


Spy story. 007 turchi arrestano 15 presunte spie al soldo del Mossad

L’organizzazione d’intelligence turca MIT, dopo quasi un anno di indagini, pedinamenti, rilievi ambientali e il coinvolgimento di 200 agenti è riuscita a far arrestare il 7 ottobre scorso 15 persone con l’accusa di spionaggio a favore dei servizi israeliani del Mossad. L’obiettivo del sodalizio segreto era quello di spiare studenti palestinesi residenti in Turchia.
  Venerdì scorso, il quotidiano turco Sabah ha pubblicato una lunga intervista fatta ad una delle 15 presunte spie. Il giornale, che è politicamente allineato con il governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha fatto riferimento alla presunta spia usando le sue iniziali “M.A.S.“, affermando che è un cittadino turco reclutato dal Mossad. La spia ha detto, durante l’intervista, di essere stata contattata per la prima volta nel dicembre 2018 da “un agente chiamato A.Z.” tramite l’applicazione del telefono WhatsApp. Dopo aver fornito a questa persona informazioni sulle università turche, gli sono stati inviati fondi tramite bonifici Western Union. Altre volte è stato pagato da un uomo in un mercato di Istanbul, dopo avergli mostrato la sua carta d’identità, insieme ad una ricevuta che gli era stata inviata da A.Z.
  Alla fine, M.A.S. è stato incaricato di recarsi in Svizzera, dopo aver ottenuto un visto da una società chiamata European Student Guidance Center. Il quotidiano Sabah sostiene che il viaggio di M.A.S. in Svizzera sia stato pagato dal Mossad. Mentre era lì, M.A.S. ha incontrato i suoi presunti coordinatori, che gli hanno insegnato come utilizzare la crittografia avanzata per l’invio di documenti e altre informazioni tramite applicazioni di posta elettronica sicure.
  Secondo il Sabah anche altri turchi appartenenti al gruppo di spie hanno incontrato i loro capi all’estero, principalmente in Svizzera e Croazia. La maggior parte di loro è stata pagata con criptovaluta, trasferimenti di denaro con bonifici internazionali e talvolta con gioielli preziosi o valuta estera.
  Il popolare giornale turco Sabah non ha spiegato però come i suoi giornalisti siano stati in grado di intervistare M.A.S. dopo il suo arresto da parte delle autorità turche mentre Istambul non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali su questi arresti.
  Venerdì scorso personaggi pubblici israeliani, uno fra tutti Ram Ben-Barak, ex vicedirettore del Mossad e attuale presidente della commissione per gli affari esteri e la difesa della Knesset, hanno affermato che “nessuno dei nomi pubblicati in Turchia appartenevano a spie israeliane“. Ben-Barak ha anche messo in dubbio la professionalità e le capacità del controspionaggio turco.

(PRP Chanel, 25 ottobre 2021)


Miss Iraq invita le concorrenti di Miss Universo a Eilat a non ascoltare gli attacchi sui social
  
L’ex Miss Iraq Sarah Idan ha detto ai concorrenti dell’imminente concorso Miss Universo che si terrà a dicembre a Eilat, in Israele, di non lasciarsi scoraggiare dalle molestie che potrebbero ricevere sui social media per aver visitato lo stato ebraico. Lo riporta The Algemeiner.
  “Vorrei avvertire le reginette di bellezza di prepararsi per un esercito di bot che probabilmente molesteranno i loro post sui social media mentre [sono] in Israele con hashtag ‘fine dell’occupazione’ e ‘Palestina libera’. Non dovrebbero preoccuparsi, quelle non sono nemmeno persone reali, ma account falsi usati da alcuni propagandisti per intimidirli”, ha detto venerdì a The Algemeiner. “Questa è una tattica a buon mercato per cercare di metterli a tacere. Continuate a fare quello che state facendo. Restate fiduciosamente belle.”
  I commenti di Idan sono arrivati dopo che il nipote dell’ex presidente del Sudafrica e il defunto attivista per i diritti civili Nelson Mandela ha invitato i paesi a boicottare il 70° concorso di Miss Universo perché si terrà in Israele. Nkosi Zwelivelile “Mandla” Mandela ha iniziato a sostenere il boicottaggio del concorso di quest’anno mercoledì, giorni dopo che Lalela Mswane, 24 anni, è stata incoronata Miss Sudafrica 2021, mettendola in rotta per rappresentare il suo paese nella competizione. In una dichiarazione che ha condiviso su Instagram, Mandela ha accusato Israele di un’“occupazione atroce” e ha affermato che il Paese “viola i diritti umani fondamentali del popolo palestinese e commette crimini contro l’umanità”.
  “Tutto quello che posso dire è: come osi?” ha detto Idan nella clip, rivolgendosi a Mandela. “Come osi, come uomo, provare a dire a un’organizzazione per le donne e l’emancipazione femminile cosa fare? Questa è un’opportunità che milioni di donne sognano di avere, di salire sulla scena mondiale e rappresentare la loro gente, la loro nazione e la loro cultura. Non i governi, non la politica e sicuramente non la tua agenda politica”.
  Idan ha anche criticato Mandela per aver usato il termine “apartheid” per “attaccare Israele”, sostenendo che la parola è stata usata contro Israele da “islamisti radicali, organizzazioni terroristiche e il regime iraniano, tutti quanti odiano le donne e i diritti delle donne”.
  “Per favore, permetti a Miss Sudafrica di andare a vivere Israele da vicino, sul campo, e lascia che sia lei stessa a decidere”, ha aggiunto. “Sono sicuro che, proprio come me, sarà scioccata nel vedere che il governo israeliano è composto da musulmani, ebrei, arabi e cristiani. Quelle persone non solo possono votare sulle politiche, ma fanno anche parte della Knesset, hanno partiti politici e alcuni di loro sono persino ambasciatori israeliani nel mondo”.
  Idan ha concluso il suo video dicendo a Mswane: “Spero che ti godrai il tuo viaggio e imparerai non solo su Israele, ma su altri bellissimi paesi. Ecco di cosa tratta il concorso di Miss Universo”.

• Bandita dal paese per un selfie con Miss Israele
  La Miss Sarah Idan era stata bandita dall’Iraq dopo che, nel novembre del 2017, aveva pubblicato una foto con Miss Israele Adar Gandelsman, con un messaggio che auspicava “pace e amore”. Per questo – e per alcuni scatti in bikini – era stata presa di mira dalle contestazioni. Nel luglio del 2019 Sarah Idan ha pronunciato un vigoroso discorso contro i pregiudizi antisemiti del mondo arabo durante un incontro al Consiglio dei diritti umani alle Nazioni Unite (UNHRC) presso la sede di Ginevra. La Idan ha inoltre accusato i media del suo paese di manipolare la realtà per scopi propagandistici e diffamatori nei confronti dello Stato ebraico.

(Bet Magazine Mosaico, 25 ottobre 2021)


Processo Bensoussan: ''La guerra ideologica non è mai stata così violenta"

Il suo crimine? Aver denuncialo l'antisemitismo arabo-musulmano. Messo in croce e trascinato davanti alla giustizia: per razzismo. La libertà ha un prezzo angosciante e costoso, è il coraggio. Il magistero mediatico ora appare seriamente contrastato. 

Scrive Valeurs Acruelles (30/9)

Lo storico Georges Bensoussan analizza gli anni di processo che ha subìto e spiega perché sono stati il riflesso di un male francese. Il suo crimine? Aver denunciato nel 2015, durante una trasmissione di France Culture, l'antisemitismo arabo-musulmano. Per aver denunciato ancora una volta una spiacevole verità, Bensoussan è stato messo in croce e trascinato davanti alla giustizia per razzismo. Un'esperienza dolorosa raccontata nel suo ultimo libro "Un exil français" (L'Artilleur).

- Valeurs Actuelles - La sua opera racconta le tappe del processo intentato contro di lei nel 2017, dopo le dichiarazioni del 2015, i quattro anni di procedure e la sua assoluzione definitiva (nel 2019). Quale motivo l'ha spinta a raccontare questo episodio della sua vita?
  Georges Bensoussan - Questo processo è stato lo specchio di un certo numero di crisi (. .. ). Crisi delle associazioni di difesa dei diritti dell'uomo, che si sono unite al Collectif contre l'islamophobie en France (Ccif) sul banco delle parti civili. Un Ccif dissolto dopo l'assassinio di Samuel Paty e che depone la sua "segnalazione" soltanto cinque mesi dopo i fatti, quando si pensava che l'affaire fosse già chiuso. Infine una procura che dà seguito alla segnalazione del Ccif e fa ricorso in appello dopo la prima assoluzione. Questo processo mette anche in luce le spaccature all'interno della società ebraica di Francia. Se da una parte la stragrande maggioranza del mondo ebraico ha manifestato nei miei confronti una solidarietà costante, dall'altra una piccola parte delle élite ebraiche, piuttosto sconnessa dalla realtà sociali del paese, ha preso paura e si è "separata da me". Né sospensione né licenziamento, piuttosto il non rinnovo del contratto che stava per scadere. Quindi, sembrava dare ragione a quelli che mi accusavano di razzismo, come ha notato di recente e non senza malizia il giornalista Dominique Vidal: "Il Mémorial de la Shoah di Parigi ha deciso di fare a meno dei servizi di Georges Bensoussan". Una frase che suona come la conferma della fondatezza delle accuse di razzismo. Di questi anni, resta un'irreparabile negazione di giustizia. Vincitori al termine della prova giudiziaria, sarete tuttavia considerati con sospetto, e nei milieu della postura del Bene vi considereranno come una figura "divisiva", parola che da sola vale come una dissuasione dall'invitarvi e dal leggervi. Resta anche il ricordo della rabbia epuratrice di questi ardenti delatori, "progressisti" con tutta evidenza, che René Char chiamava nel 1962 "petainisti invertiti". Questi settari del goscismo culturale hanno definitivamente dimenticato le parole di Rosa Luxembourg, secondo cui "la libertà è sempre la libertà di colui che la pensa diversamente".

- Qual è la sua opinione sul dibattito pubblico a vent'anni dall'uscita del libro "Les Territoires perdus de la République"?
  Si è un po' sbloccato grazie a un lungo lavoro di riconquista condotto dalla società e da una parte del mondo intellettuale. Nel 2002, i media della borghesia culturale "di sinistra" non erano lungi dal qualificare "Les Territoires perdus de la République" come un libro "razzista" e "vicino al Front national". Oggi, non è più così, anche perché la guerra ideologica non è mai stata così violenta, una guerra dove il goscismo culturale che impregna una parte della classe politico-mediatico-giudiziaria è irritato per l'apparizione di nuovi poli di parola. Che vuole dunque vietare. Infatti conduce una campagna dietro le quinte per cancellare Répliques, l'emissione di Alain Finkielkraut su France Culture, per impedire a Marcel Gauchet di esprimersi ai Rendez-vous de l'histoire di Blois, per mettere alla gogna Kamel Daoud e Olivier Pétré-Grenouilleau ... E' la sua vera natura, quella di un ordine morale che, di natura clericale ieri, riguarda oggi le questioni di società (maternità surrogata, "scrittura inclusiva", "migranti"), che stigmatizza, condanna al silenzio con l'invettiva ("estrema destra!"), dissuade dall'invitare certe persone ("divisive") e sterilizza il dibattito intellettuale, ossessionato non dalla ricerca della verità, ma dalla sua unica preoccupazione che è quella di sapere se i vostri discorsi fanno o no il "gioco del Rassemblement national".

- Come si lotta contro il terrorismo intellettuale?
  La libertà ha un prezzo angosciante e costoso, è il coraggio. Tanto più necessario perché il magistero mediatico della borghesia culturale "di sinistra", ancora potente, inizia a inalberarsi perché, per la prima volta, appare seriamente contrastato. Bisogna dunque avere il coraggio di parlare.

Il Foglio, 25 ottobre 2021)


Israele: tornano a soffiare i venti di guerra con l’Iran

L’aviazione israeliana ha ripreso quelle che vengono descritte come esercitazioni “intense” per esercitarsi ad attaccare i siti nucleari iraniani, dopo aver interrotto questa pratica per due anni. Una mossa che probabilmente darebbe inizio a una grande guerra.
  Questa notizia arriva pochi giorni dopo la notizia secondo la quale il governo israeliano ha approvato un aumento del budget da 1,5 miliardi di dollari in spese militari per pagare esplicitamente i preparativi bellici con  l’Iran. Il ministro della Difesa Benny Gantz ha difeso la spesa, affermando che è necessario prepararsi per l’attacco pianificato all’Iran. Ciò dovrebbe includere l’acquisizione di nuovi aerei per partecipare all’attacco.
  Alla base della pianificazione del nuovo  attacco di Israele,  ci sono decenni di sforzi per convincere gli Stati Uniti ad attaccare invece l’Iran. Di solito l’aumento delle proprie opzioni unilaterali da parte di Israele è un mezzo per   fare pressione sugli Stati Uniti.
  Non molto tempo fa il segretario Anthony Blinken aveva aderito alla richiesta della diplomazia israeliana di valutare l’intervento militare contro Teheran. Sembrava che questo avesse già realizzato i desideri di Gerusalemme, ma ora Israele si prepara all’intervento autonomo.
  Nel frattempo il primo ministro israeliano Naftali Bennett è a Mosca per discutere di Siria e Iran con il presidente Putin. Sicuramente il tema iraniano avrà fatto parte dei colloqui.
  Israele teme che, una volta che l’Iran abbia raggiunto l’armamento nucleare, si scateni una vera e propria corsa, fra le medie e piccole potenze nell’area, a procurarsi un’arma nucleare. Questo fenomeno sicuramente farebbe avvicinare, e di molto, il momento del loro utilizzo.

(Scenarieconomici, 24 ottobre 2021)


Israele fa un altro passo avanti verso le macchine volanti (e senza ali)

Macchine volanti che sembrano macchine, non aerei. In Israele scaldano i motori, e sono pronti a fare sul serio a partire già dal 2022.

Quasi ogni volta che parliamo di concept di VTOL (velivoli a decollo e atterraggio verticale), ci troviamo davanti la versione ridotta di un aereo che può trasportare quattro-cinque persone e alcune merci. Una società con sede in Israele, Urban Aeronautics, è determinata a creare la prima tra le macchine volanti che sembrano automobili, senza ali. E sembra stiano facendo un ottimo lavoro.
  L’anno scorso mi sono passati davanti alcuni modelli di VTOL: SkyDrive, City Hawk e Cyclocar. La caratteristica che li accomuna è che la loro forma ricorda il design tradizionale di un’automobile. A parte la promessa di trasportare più persone per viaggi più brevi, il più grande vantaggio di queste macchine volanti sarebbe che non richiedono piste specifiche per l’atterraggio.

(Futuro Prossimo, 24 ottobre 2021)


Cosa si muove dentro l’intelligence di Israele

di Giuseppe Gagliano

Ronan Bar è stato nominato capo del servizio di intelligence interno israeliano, Shin Bet, in sostituzione di Nadav Argaman, il 13 ottobre.
  Il servizio è alle prese con un importante passaggio dalla tradizionale raccolta di informazioni umane verso un uso molto più ampio della cyber intelligence. Oltre a supervisionare questa trasformazione, che è stata evidente nella riuscita cattura di prigionieri evasi da parte di Israele il mese scorso, Bar dovrà affrontare anche una serie di sfide, tra cui la crescente violenza nella popolazione araba israeliana.
  Bar, 55 anni, ha prestato servizio nell’unità d’élite delle forze speciali delle forze di difesa israeliane Sayeret Matkal nel 1983-1987, insieme al suo amico e vicino David Barnea, che è stato nominato capo del Mossad il 1 giugno. Agente dello Shin Bet dal 1991, Bar ha trascorso molti anni nel dipartimento operativo, di cui è stato nominato capo nel 2005, con la responsabilità di monitorare le fazioni palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.
  Durante la sua carriera, ha preso delle pause per studiare politica all’Università di Tel Aviv e amministrazione pubblica ad Harvard. È diventato vice capo del servizio nel 2018 dopo due anni alla guida delle risorse umane.
  La scelta di Bar da parte del nuovo primo ministro israeliano Naftali Bennett, che, a differenza di lui, non è religioso, è un’ulteriore indicazione della crescente preminenza delle forze israeliane alla guida dell’apparato di sicurezza del Paese, insieme ad Aharon Haliva, il nuovo capo di Aman, il servizio di intelligence militare e Aviv Kochavi, capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane.
  Dopo i suoi molti anni nella parte operativa dello Shin Bet, Bar continuerà il delicato monitoraggio dei gruppi palestinesi come Hamas, che ha rivelato l’identità di Bar il 27 settembre nei media , garantendo nel contempo che la cooperazione in materia di sicurezza con le autorità palestinesi continui. Questa partnership è regolarmente messa in discussione, nonostante la sua natura essenziale a causa della fitta rete di risorse umane che la Sicurezza Preventiva, guidata da Majed Faraj ha a sua disposizione in Cisgiordania.

(Startmag, 24 ottobre 2021)


Spunti dal lunario 1934 per il “Modello ebraico Italiano”

di Rav Scialom Bahbout

Da qualche tempo ho tra le mani un Lunario ebraico per l’anno 5694, corrispondente all’anno 1934, pubblicato a Venezia per la Comunità locale (vedi figura).  E’ opera abbastanza pregevole e soprattutto contiene molte notizie sulle quali vale la pena fare una riflessione. Accanto all’anno dell’Era volgare, viene ricordato anche l’anno dell’Era fascista e più avanti tra le feste civili e nazionali vien segnalata anche la data della Marcia su Roma: così si usava allora!
  Sfogliando il lunario della  Comunità di Venezia scopriamo che: si facevano ancora i digiuni di Shovavim (12 tra Gennaio e Febbraio!), si segnalavano l’ora della Luna nuova e della Luna piena  e il giorno e l’ora esatta della Tecufà. Inoltre per ogni mese veniva segnalato un breve midrash.
  Troviamo ancora che la cerimonia per la confirmazione religiosa delle  giovinette aveva luogo il 1° giorno di Sciavugnod alle ore 15 e che la benedizione dei bambini veniva fatta il settimo giorno di Pasqua, il 2° giorno di Sciavuot e Sceminì Atzeret. Vi sono poi le annotazioni sugli orari delle tefillot per i giorni feriali (Shachrit variava tra le 8 e le 7 a seconda delle stagioni) e per il sabato e le feste,  oltre agli orari per la Levantina e la Spagnola, veniva segnalato che alla Scuola Canton, di rito tedesco, si ufficiava i Sabati, le feste solenni, Purim e Tishnà beav. Vi sono poi informazioni su pensioni e ristoranti kasher in Italia  (a Venezia Lido c’era la Pensione Kirschbaum).
  Numerose sono le pubblicità lungo tutto il lunario e,  tra queste, quella della Fabbrica di Taledot di Seta di prima qualità a Milano (in Italia si producevano Taledot!) e naturalmente quella dei Fratelli Canal che offrivano carni macellate secondo rito ebraico con prosciutti e salumeria d’oca, nonché grasso d’oca puro colato.
  A parte una breve nota sulla storia della Comunità di Verona, l’attenzione è dedicata soprattutto a Venezia e alle altre Comunità italiane: una prima lista è dedicata alle Comunità corredate delle relative consistenze numeriche e dei rabbini capi, e una seconda lista ai Templi Israelitici, in parte funzionanti regolarmente e in parte saltuariamente.  
  Sia la pima lista che la seconda sono piene di sorprese. Scopriamo località in cui non si ufficiava più regolarmente, ma ve ne sono molte in cui le ufficiature avvenivano regolarmente.
  La situazione demografica merita particolare attenzione: siamo alla vigilia delle leggi razziali e della Shoà e la popolazione ebraica italiana subirà un tracollo dal quale non si rialzerà senza una immigrazione postbellica da altri paesi: deportazione nei campi di sterminio nazisti e eliminazione da parte dei fascisti della Repubblica di Salò; emigrazione verso la Palestina e le Americhe; conversioni per sfuggire alle leggi razziali. Non ho i numeri precisi, ma ritengo che l’ebraismo italiano abbia perso con quanto accadde prima e durante la Shoà circa il 50% dei suoi membri. Lo sforzo per ricostruire le Comunità nel dopoguerra è stato immane, ma la verità che noi osserviamo oggi è che di fatto molte comunità o non esistono più o sono oggi virtuali. Purtroppo la mancanza di una massa critica di iscritti ha cancellato di fatto alcune comunità, la cui esistenza è solo sulla carta, in quanto non si svolgono preghiere di shabbath e anche in molte festività, non ci sono corsi di studio regolari ecc.
  Questa situazione, lungi dall’abbatterci, dovrebbe essere un’occasione per rilanciare e ridefinire gli obiettivi che dobbiamo proporci. Vista la meticolosità dei numeri indicati nella lista l’autore doveva essere bene informato (probabilmente per “merito” delle autorità fasciste): esisteva una presenza capillare nelle regioni del Centro e Nord Italia ed è probabile che anche in diverse località minori ci fosse una qualche vita ebraica seppure limitata.
  Pur se in condizioni disperate, spesso per la mancanza di una guida, quegli ebrei cercavano di resistere. Arrigo Levi mi raccontava che quando lasciarono Scandiano, dove secondo la lista vivevano 5 ebrei, portarono via in Argentina la lampada a olio della Sinagoga.
  Cosa è possibile fare oggi? Ecco alcune iniziative che dovrebbero essere prese dalle Comunità assieme all’Unione delle Comunità:

  1. Adottare un deportato. La Memoria è sempre uno degli argomenti che attira la nostra attenzione. Il libro della memoria di Liliana Picciotto raccoglie i nomi di tutte le persone che sono state deportate dall’Italia: ognuno potrebbe assumersi l’onere di conservarne la memoria con azioni positive per affermare la continuità ebraica.
  2. I Media: Utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione digitale per fare una indagine per cercare quanti si sono allontanati a causa delle leggi razziali per scoprire dove esistono ancora focolari ebraici, e cercare di attivarli mettendoli in contatto con altri centri più grandi: questo lavoro di ricerca rafforzerebbe anche coloro che, hanno una solida identità ebraica, perché li costringerebbe a mettersi in gioco, escogitando nuove strategie per valorizzare i messaggi dell’identità ebraica.
  3. Ottopermille: L’Unione delle Comunità riceve il contributo dell’Ottopermille: da un’analisi anche superficiale si rimane esterrefatti per il numero dei contribuenti e per le località da cui provengono le dichiarazioni. Sarebbe utile fare un’analisi accurata per intervenire in quelle località e per  cercare di capire il motivo di tanto interesse.
  4. Torà ‘im derekh eretzUna società ebraica con una identità forte non solo può essere più accogliente, ma può costituire un punto di riferimento esemplare per chi vuole avvicinarsi alla Torà e alla mizvoth. La società moderna ha un’influenza enorme soprattutto sui più giovani e sulle famiglie attraverso i media, la strada e i gruppi di pressione. I modelli culturali dell’ebraismo sono ovviamente le mizvoth che permeano tutta la vita: così come è importante lo studio per la professione che si vuole praticare, altrettanto vale per lo studio dei modelli ebraici e del loro significato, per evidenziare la differenza con quelli della società in cui viviamo. Molti ebrei hanno una cultura generale di buon livello, ma dal punto di vista della propria cultura ebraica sono quasi analfabeti: infatti la loro cultura si è fermata a quanto appreso per il Bar e Bat Mizvà, e sarà difficile che riescano a identificarsi con i contenuti e i messaggi ricevuti a quell’età.
  5. Hazòn: visione. Il successo di un progetto dipende innanzi tutto dal fatto di avere una propria visione, un proprio Hazon, che non si limita a ciò che si vede con i propri occhi, hic et nunc, ma essere capaci di rischiare e andare molto oltre. Tuttavia, accanto al Hazòn è necessario possedere una preparazione specifica: anche il leader migliore ha bisogno di seguire dei corsi professionali. Quindi bisognerà investire di più in corsi di alto livello e preoccuparsi di formare un maggior numero di maestri e animatori, magari appoggiandosi a quanto si fa in altri paesi europei e in Israele, per trasmettere un ebraismo che dia risposte adeguate ai tempi.
  6. Vincere l’immobilismo: Il problema dell’Italia ebraica è simile a quello della società italiana: un sostanziale immobilismo per cui ogni tentativo di innovazione non viene visto di buon occhio e non viene discusso nel merito, perché sembra quasi un attentato di lesa maestà.  La domanda è quali potrebbero essere gli strumenti per rafforzare quelli che sono comunque già vicini e per richiamare gli ebrei più lontani. E’ quindi necessaria innovazione nel campo della cultura e della sua trasmissione, non solo con nuovi strumenti, ma con iniziative nel campo sociale, del gioco, della creazione di tornei a distanza ecc.
  7. Allargare le comunità. Un ridotto numero di membri di una Comunità è uno dei problemi che fa spesso naufragare un progetto, motivo che dovrebbe indurre i capi delle Comunità a trovare momenti di incontro e collaborazione. Uno dei temi che è in un certo senso tabù è quello della creazione di incontri per facilitare la creazione di nuove famiglie. Anche in questo caso, siamo profondamente influenzati dall’ambiente e dalla tendenza a non formare nuovi nuclei famigliari (al massimo “si convive”, si ha “un compagno/a), a non avere figli ecc. E’ necessario un progetto educativo e occasioni ad hoc sia in Italia che all’estero per facilitare la conoscenza di persone in generale e di persone che possano anche essere a loro volta interessate alla ricerca di un partner. Nella società di oggi questo è un tabù difficile da superare, ma è necessario trovare nuovi sistemi…
  8. Gli ebrei di passaggio. Ci sono molti docenti e studenti ebrei che passano per l’Italia, bisogna trovare il modo per trovarli e coinvolgerli nei nostri progetti. Spesso si tratta di docenti di materie ebraiche che potrebbero fornire una visione diversa e sempre interessante.
  9. I Musei. Ogni comunità cerca di creare un proprio museo, ma purtroppo il più delle volte si finisce per trasformare la comunità stessa in Museo. Per essere ebraico un museo deve essere uno strumento attraverso cui un ebreo scopre e recupera la propria identità: per questo motivo ogni museo dovrebbe avere degli animatori – docenti capaci di fare questo lavoro di recupero e di scoperta maieutica delle radici.
Infine, qualcosa sull’epidemia di Covid 19 che ha colpito noi assieme a tutto il mondo. Come ogni triste evento, sta all’uomo cercare di trasformare quella che è una disgrazia in un qualcosa di positivo, cioè sta a noi fare quello che si chiama il Tikun, cioè la riparazione. Sarebbe un vero peccato, una colpa, se noi non imparassimo che anche quando si sta lontani si può e si deve essere vicini: usiamo quando è possibile la strumentazione per celebrare insieme quelle feste in cui l’uso dei mezzi elettronici è permesso, facciamo partecipare a un minian qualcuno che non vi può partecipare perché abita in un posto dove non c’è un minian regolare. Si possono portare molti esempi, e in questo caso le Comunità che posseggono ancora una struttura funzionante hanno delle responsabilità verso i dispersi o i piccoli nuclei.
  Chiudo quindi raccontando una storia. C’era a Lippiano (una piccola cittadina tra la Toscana e l’Umbria) un piccolo nucleo che non ce la faceva a fare minian (mancavano un paio di persone per completarlo): per celebrare le feste si rivolsero a Pisa, che a quel tempo (siamo nel 1800) era una comunità importante. La risposta che ricevettero fu che loro non avevano mezzi e tempo per occuparsi degli ebrei di Lippiano. Noi oggi sappiamo che ci sono molte piccole Comunità e piccoli nuclei nella situazione di Lippiano: le Comunità maggiori hanno una responsabilità e devono aiutarle: kol Israel ‘arevim ze bazè, tutti gli ebrei sono garanti gli uni per gli altri. Ai tempi dell’episodio narrato non c’erano strutture nazionali (come l’Unione delle Comunità e l’Assemblea dei Rabbini): quindi le possibilità di assistenza oggi sono certamente più disponibili.
  Ci vuole Hazòn, volontà di vincere l’immobilismo e capacità di accogliere e allargare la Comunità nazionale.

(Kolòt, 24 ottobre 2021)


Pietro Frenquellucci dà voce ai Coloni

ROMA – Il conflitto israelo-palestinese visto in un’ottica nuova e originale, dando voce ai “Coloni” che vengono considerati uno dei principali ostacoli alla pace tra israeliani e palestinesi. È questo l’obiettivo del libro “Coloni. Gli uomini e le donne che stanno cambiando Israele e cambieranno il Medio Oriente” (LEG edizioni, collana La Clessidra, pagine 272) frutto di un complesso lavoro svolto sul campo dal collega Pietro Frenquellucci – giornalista professionista ed ex caposervizio del Messaggero – tra il 2018 e il 2021 e aggiornato agli eventi legati all’ultimo sanguinoso conflitto di Gaza del maggio 2021.
  Nel corso di tre lunghi soggiorni in Israele, Frenquellucci – che segue e studia da oltre quarant’anni i problemi mediorientali – ha raccolto testimonianze, riflessioni e altro materiale originale e inedito, incontrando direttamente i “Coloni” che vivono nei territori occupati della Cisgiordania. Dalle montagne che circondano Nablus, alle colline a sud di Gerusalemme, “Coloni” è un viaggio nel cuore di una delle realtà più controverse, forse la più controversa, e dibattute del Medio Oriente.
  L’obiettivo del lavoro è quello di far conoscere come vivono e cosa pensano, quali sono le ragioni che spingono uomini, donne, giovani e meno giovani, intere famiglie a trasferirsi negli insediamenti costruiti nei territori conquistati da Israele con la guerra dei sei giorni del 1967 e che vengono chiamati ancora con i nomi biblici di Giudea e Samaria.
  «Dopo l’inattesa e fulminea vittoria di Israele su Egitto, Siria e Giordania nella guerra dei sei giorni del giugno 1967, un crescente numero di ebrei israeliani si è trasferito nei territori occupati – esordisce così la prefazione del libro - Una situazione che Israele non aveva mai preso in considerazione e che, riferita ai territori conquistati (della Cisgiordania, ndr) avrebbe portato allo scoperto quello spirito messianico, rimasto sopito fino ad allora in una parte minoritaria della popolazione, che sarebbe poi esploso dando il via al processo degli insediamenti nei territori occupati. All’inizio furono coinvolte alcune decine di persone, poi centinaia, quindi migliaia, e oggi gli ebrei israeliani che abitano in Giudea e Samaria hanno raggiunto l’importante numero di 463mila».
  Frenquellucci affronta il tema senza filtri e intermediazioni, con un linguaggio al tempo stesso ricco di suggestioni e riferimenti, ma chiaro e accessibile. Nel libro, i “Coloni” parlano liberamente anche dei rapporti con i palestinesi, della situazione politica attuale, delle prospettive della pace e dell’eventualità della nascita di uno Stato palestinese indipendente.
  A raccontare le loro storie, i pensieri, le convinzioni e le motivazioni delle loro scelte sono i leader attuali e i padri fondatori dei movimenti dei coloni, oltre a imprenditori, intellettuali, uomini e donne che vivono negli insediamenti costruiti nei territori occupati.
  Dalle loro parole emerge un complesso di convinzioni che parte dal rapporto storico con la terra di Israele, così come definita nella Bibbia, prosegue con il legame millenario con la religione dei padri, si consolida con il prezzo in termini di vite e di sangue pagato oggi da chi vive negli insediamenti ebraici in Cisgiordania.
  «Terra, fede e sangue – sottolinea Pietro Frenquellucci – si ritrovano in ogni valle, su ogni rilievo, dietro ogni curva delle sinuose strade che collegano luoghi e storie, contemporanee e antiche come l’uomo, dietro ogni panorama struggente che scopre i colori e le infinite prospettive di un fazzoletto di terra a cui il mondo intero guarda. Da sempre».
  Chi conosce quell’angolo di mondo, nel racconto di Frenquellucci – ricco di suggestioni e riferimenti storici, culturali e naturalistici – riscopre emozioni e scenari conosciuti, chi non ha ancora avuto modo di visitarlo non può non sentire il forte richiamo della terra culla delle tre grandi religioni monoteiste dove la storia dell’umanità ha avuto inizio.
  Il libro contiene una dettagliata cronologia e alcune mappe che agevolano la lettura e la comprensione degli eventi storici e di quelli attuali, insieme ad una bibliografia che fornisce utili riferimenti per l’approfondimento dei temi trattati.
  Concludono il lavoro due approfondite interviste all’ex vice sindaco di Gerusalemme, David Cassuto, e al professor Sergio Della Pergola, massimo esperto mondiale di demografia ebraica.

(Giornalisti Italia, 18 agosto 2021)



Ammonimenti a considerare le conseguenze dell'adulterio

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 7.
  1. Or dunque, figlioli, ascoltatemi, 
    state attenti alle parole della mia bocca.
  2. Il tuo cuore non si lasci trascinare
    nelle vie di una tale donna; 
    non ti sviare per i suoi sentieri;
  3. perché molti ne ha fatti cadere feriti a morte, 
    e grande è il numero di quelli che ha uccisi.
  4. La sua casa è la via del soggiorno dei defunti, 
    la strada che scende in grembo alla morte.

  1. Or dunque, figlioli, ascoltatemi, 
    state attenti alle parole della mia bocca.

    Dopo aver raccontato il fatto, il maestro si rivolge ai suoi discepoli e ancora una volta li invita non solo ad ascoltare le sue parole, ma anche ad essere attenti (4.1), perché le parole di chi mette in guardia contro qualcosa che piace e attira vengono facilmente ricevute come un rumore di fondo da sopportare con pazienza ma da non prendere in seria considerazione.

  2. Il tuo cuore non si lasci trascinare
    nelle vie di una tale donna; 
    non ti sviare per i suoi sentieri;

    Il maestro torna ad usare il singolare per rendere più diretto e personale il suo ammonimento, che potrebbe suonare così: "Sorveglia il tuo cuore, non permettere che i tuoi sentimenti siano il punto di aggancio che altri potranno usare per trascinarti verso una sciagura; non deviare dalla via che ti ho indicato, non permettere cioè che i tuoi pensieri e le tue decisioni si indirizzino verso obiettivi diversi da quelli che hai imparato".

  3. perché molti ne ha fatti cadere feriti a morte, 
    e grande è il numero di quelli che ha uccisi.

    Il ragazzo potrebbe rispondere: "Ma fanno tutti così!", rifacendosi in sostanza al sottinteso principio che se molti fanno una certa cosa, questa non può essere sbagliata. Ma la verità di una parola e la giustizia di un atto non dipendono dal numero delle persone che dicono quella parola o eseguono quell'atto. E' vero che molti "fanno così", ma è anche vero che per questo motivo molti sono stati feriti a morte e grande è il numero di quelli che sono rimasti uccisi. L'alto numero delle persone in gioco non deve quindi costituire una spinta, ma un deterrente.

  4. La sua casa è la via del soggiorno dei defunti, 
    la strada che scende in grembo alla morte.

    Una donna che pratica l'adulterio vive nel peccato e la Scrittura afferma che "il salario del peccato è la morte" (Romani 6.23). Chi cammina sulla via della morte di solito non vuole restare solo e quindi cerca quasi sempre la compagnia di qualcuno. Spesso l'argomento usato per indurre un altro ad avvicinarsi è quello del "cuore", dell'"amore". Ma si tratta di menzogna, anche se non sempre chi la usa ne è chiaramente consapevole. Anche se per un certo tratto il cammino percorso su quella via può apparire piacevole, la realtà è che esso conduce verso la morte (2.18-19, 5.5).


    M.C.

 

Caso Eitan, i giudici prendono tempo. Unica decisione: far calare il silenzio 

Il Tribunale per i minorenni valuta il reclamo dei nonni materni sulla nomina a tutrice della zia paterna. Il loro avvocato: ci sono diverse questioni da sollevare. Udienza a porte chiuse, poi la consegna ai contendenti. Restano in sospeso le conclusioni sul rientro o meno del bambino nel Pavese.

di Manuela Marziani 

PAVIA - È tornato in un'aula di tribunale il caso Eitan, l'odissea del bambino di 6 anni unico superstite della tragedia del Mottarone conteso dalla famiglia materna e dal ramo paterno. Ieri i giudici del tribunale per i minorenni di Milano hanno discusso il reclamo presentato dai nonni materni Shmuel ed Ester Peleg contro la nomina della zia Aya Biran come tutrice legale del minore. Secondo i legali dei Peleg nel procedimento ci sarebbero una serie di irregolarità, dai tempi alle modalità, che hanno portato il giudice di Torino a nominare in 20 minuti, la zia come tutrice e senza nemmeno la presenza di un interprete. 
  «Allora - ha detto la nonna Etty Cohen Peleg presenziando alle udienze che si sono tenute fino al 10 ottobre al tribunale della famiglia di Tel Aviv - ero a lutto per mia figlia e non mi hanno dato possibilità di esprimermi». Nonno Shmuel che chiede di essere nominato lui tutore del bambino che sulla funivia ha perso i genitori, il fratellino e i bisnonni, contesta anche la gestione che la zia ha avuto del piccolo, perché in quanto tutrice, e non affidataria, non avrebbe potuto portarlo a casa a vivere con lei a Travacò Siccomario.
  Da qui la richiesta presentata prima al tribunale di Pavia (che l'ha respinta) e poi a quello per i minorenni di Milano di rivedere la decisione. «Siamo qui per evidenziare la verità giudiziaria di questo procedimento - ha spiegato l'avvocato Sara Carsaniga che tutela gli interessi del nonno materno prima dell'udienza a porte chiuse -, ci sono diverse questioni da sollevare». 
  A rappresentare zia Aya e a dare battaglia l'avvocato Cristina Pagni che ha puntato l'attenzione su quanto è accaduto l’11 settembre, quando il nonno materno è andato a prendere il barnbino per una visita concordata e lo ha portato a casa sua in Israele a bordo di un volo privato. Da quel momento, Eitan che a Pavia aveva iniziato l'inserimento alla prima classe della scuola primaria all'istituto delle Canossiane, si trova nel suo Paese d'origine in attesa della decisione del giudice del tribunale della famiglia chiamato a stabilire se il nonno abbia o meno violato la Convenzione dell'Aja e se il bambino debba o meno rientrare in Italia. 
  In attesa del verdetto israeliano, l'udienza davanti al tribunale dei minori di Milano è stata rinviata al primo dicembre. Nel frattempo i giudici del tribunale per i minorenni di Milano (presidente Maria Stella Cogliandolo, giudice a latere Paola Ortolan e due esperti) hanno invitato gli avvocati e i famigliari di Eitan a non parlare con i giornalisti. E i legali dei due schieramenti familiari non hanno rilasciato dichiarazioni rispettando l'invito dei giudici a mantenere il silenzio stampa sul procedimento in corso.

(Il Giorno - Pavia, 23 ottobre 2021)


Israele preoccupato che gli ebrei haredim fuggano in Iran

Il gruppo ebraico ultraortodosso Lev Tahor, con base in Guatemala, continua ad essere perseguitata dai sionisti e dai loro gruppi di pressione. 
  La pressione contro i membri di questa comunità ha costretto un gran numero di seguaci ad emigrare in Canada e poi in Guatemala nel 2005. Altri gruppi di questi ebrei sono presenti negli Stati Uniti e in Giordania e affrontano problemi simili.
  Il media israeliano in lingua spagnola Yedioth Ahronot nei giorni scorsi ha riferito che decine di famiglie di quel gruppo sono state viste all'aeroporto del Guatemala, apparentemente progettando di recarsi nella regione di confine tra Iraq e Iran, e ha evidenziato preoccupazioni per il trasferimento di centinaia di membri di questo credo nel paese persiano.
  The Times of Israel, dal canto suo, ha raccontato che "la scorsa settimana, è stato riferito che Israele e gli Stati Uniti stavano cercando di impedire ai membri della setta ortodossa di emigrare in Iran perché temevano che Teheran li possa usare come moneta di scambio." .
  "Raggiungere il confine tra Iran e Kurdistan iracheno potrebbe segnare un importante evento politico e di sicurezza", hanno avvertito i parenti dei membri della setta alle autorità di Israele, Stati Uniti e Guatemala, chiedendo di impedire la partenza di queste famiglie.
  A tal proposito, funzionari aeroportuali guatemaltechi hanno reso noto che nei giorni scorsi le autorità del Paese centroamericano hanno arrestato diversi ebrei haredi, su richiesta degli Usa, che erano cittadini statunitensi e che avrebbero avuto intenzione di recarsi in Iran. Secondo quanto riferito, inizialmente la setta aveva pianificato di recarsi nella regione irachena di Erbil, che confina con il paese persiano.
  "La polizia lavora per Israele e per gli Stati Uniti, il governo guatemalteco è d'accordo con tutto ciò che vogliono i sionisti ", ha dichiarato uno dei membri della setta in un'intervista al quotidiano El Espectador .
  Il primo gruppo ha già viaggiato nella regione e molti altri membri stanno ora cercando di volare dal Guatemala, o prima in Messico ed El Salvador, e da lì nell'area dell'Asia occidentale.
   

(l'AntiDiplomatico, 23 ottobre 2021)


Il certificato ci costringe a scegliere tra la necessità e i nostri principi

Di questo articolo riportiamo soltanto l'inizio e la fine. La parte intermedia porta esempi che rafforzano la tesi dell'autore. NsI

Martedì 19 ottobre, per poter accedere agli studi televisivi dove registro un mio programma, ho dovuto sottopormi a un tampone. Il motivo è noto a tutti: un governo tirannico e oppressivo, che scatena idranti e lacrimogeni contro pacifici cittadini che manifestano pubblicamente il loro dissenso, ha emanato una legge ingiusta e infame che impone una certificazione sanitaria come requisito per godere del diritto costituzionale al lavoro. Siccome io non sono vaccinato né mai mi vaccinerò (ci tengo alla pelle), la mia unica opzione, se volevo lavorare, era il tampone. Non è stata una decisione facile e, sebbene non sia né interessante né opportuno dilungarsi qui sulle specifiche considerazioni di carattere personale che l'hanno determinata, credo sia invece interessante e opportuno portare alla luce i parametri e fattori generali che inquadrano ogni decisione del genere. In un articolo precedente avevo spiegato che nella nostra tradizione esistono due tipi di teorie etiche: teleologico e deontologico. Il primo identifica un fine ultimo e, in ogni circostanza, definisce giusta l'azione che, meglio di ogni altra opzione disponibile, ci permette di approssimare il fine; l'etica teleologica di gran lunga più popolare oggi è l'utilitarismo, per cui il fine ultimo è il miglior saldo possibile fra piacere e dolore per tutti gli esseri senzienti. Il secondo stabilisce invece norme di comportamento e chiede, in ogni circostanza, di applicare la relativa norma. Io, avevo detto, non sono un utilitarista e in generale non ho un' etica teleologica; per me conta fare la cosa giusta, quali che ne siano le conseguenze. Nel caso in questione, dunque, sembrerebbe che la decisione sia semplice: obbedire a una legge ingiusta è a sua volta un atto ingiusto, quindi non si obbedisce, punto e basta. Purtroppo però non è così semplice; vediamo perché.
[...]
Chi è chiuso in un dilemma è costretto a scegliere un male. Spera che sia il male minore ma, anche se avesse ragione, un male per essere minore non diventa un bene e bisogna comunque farsene carico, assumersene la responsabilità. Per mantenere aperto il mio spazio di comunicazione con migliaia di persone e offrire loro strumenti per affrontare l'orrore che stiamo vivendo io ho scelto il male di obbedire a una legge ingiusta. Voglia il fato (non dico «dio» perché non ne ho uno) che sia davvero il male minore. Ma, comunque vada, per me un governo che mette i suoi cittadini davanti a scelte simili vale quanto l'ufficiale nazista di La scelta di Sophie, o gli altri nazisti (e fascisti) contro cui si armavano i partigiani.

(La Verità, 23 ottobre 2021)


Nel mitico anno 1968 della contestazione giovanile, un gruppo di cattolici del dissenso si presentò davanti al suo vescovo enumerando i misfatti della Chiesa Cattolica a cui appartenevano, sostenendo di dover trasgredire certe regole della loro istituzione rivendicando il loro diritto morale ad agire secondo coscienza. " Ma che coscienza e coscienza... - replicò alla fine il vescovo - cos'è tutto questo parlare di coscienza. La vostra coscienza sono io!" E aveva ragione, stando alla dottrina cattolica. Lui era il vescovo, quindi l'ultima parola in fatto di coscienza non poteva che essere la sua. Noi italiani facciamo ancora un po' di fatica a capirlo, ma quello che l'attuale governo vuol farci intendere è che per la salvezza della nazione abbiamo bisogno di avere tutti una sola coscienza unita: Draghi. E chi avesse qualche difficoltà ad accettarlo può trovare rimedio nelle parole di Trilussa: "... e poi, pensava, in fatto coscienza, male che vada se ne po' fa senza". M.C.


Israele afferma che la Russia ha accettato di non ostacolare la campagna aerea dell’IDF in Siria

di Tacito Udinese 

Il primo ministro Naftali Bennett e il presidente russo Vladimir Putin hanno concordato durante il loro incontro a Sochi venerdì che i due paesi continueranno ad attuare il cosiddetto meccanismo di deconflitto che funziona per impedire alle forze israeliane e russe di impegnarsi in Siria, ha detto un alto funzionario israeliano.
  Il ministro degli alloggi Ze’ev Elkin, che ha accompagnato Bennett a lavorare come traduttore e consulente, ha affermato che i colloqui ruotavano attorno al tema del mantenimento della continuità delle relazioni tra i due paesi dopo che Bennett è stato sostituito dal primo ministro Benjamin Netanyahu all’inizio di quest’anno.
  Secondo Elkin, ciò includeva assicurarsi che i paesi continuassero a lavorare per evitare il conflitto sulla Siria, dove la Russia svolge un ruolo chiave nel sostenere il governo siriano e dove Israele ha condotto una campagna di attacchi aerei durata anni contro i combattenti filo-iraniani.
  Elkin ha affermato che ci sono stati colloqui “molto ampi” sulla situazione in Siria volti a “proteggere il meccanismo di coordinamento”.
  “Il primo ministro ha presentato al mondo la sua visione sui modi per fermare gli sforzi nucleari dell’Iran e il trinceramento dell’Iran in Siria”, ha affermato in una nota. “Si è deciso di mantenere in vigore le politiche nei confronti della Russia (per quanto riguarda gli attacchi aerei sul territorio siriano).”
  “La Russia è un attore molto importante nella nostra regione, ed è una specie di vicina al nord”, ha detto Bennett dopo che i leader si sono incontrati in una località del Mar Nero. Da quando Bennett è entrato in carica quest’anno, in riferimento alla grande presenza militare russa in Siria.
  “In quanto tale, il nostro rapporto con la Russia è strategico, ma anche su base quasi quotidiana, e dobbiamo mantenere questo discorso diretto e intimo”, ha scritto Bennett in un post su Facebook.
  Il primo ministro Naftali Bennett parla con il presidente russo Vladimir Putin accompagnato dal ministro degli alloggi Ze’ev Elkin che ha lavorato come interprete presso la residenza di Putin a Sochi, in Russia, il 22 ottobre 2021 (Kobi Gidon/GPO)
  Negli ultimi anni, Israele e Russia hanno istituito una cosiddetta linea diretta di deconflitto per evitare che le parti si impiglino e si scontrino accidentalmente sulla Siria. L’ex primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Putin in diverse occasioni per discutere la questione e ha affermato che il loro rapporto personale è stato un fattore chiave nel mantenimento del meccanismo.
  Israele ha effettuato centinaia di attacchi aerei all’interno della Siria nel contesto della guerra civile del paese, prendendo di mira quelli che si dice siano sospettati spedizioni di armi destinate al gruppo libanese sostenuto dall’Iran Hezbollah, che sta combattendo a fianco delle forze governative siriane. Israele raramente riconosce o discute tali operazioni.
  Nel frattempo, la Russia è uno stretto alleato di Bashar al-Assad, ha forze di stanza e opera in Siria, e fornisce anche alla Siria le sue difese aeree cercando di abbattere aerei e missili israeliani.
  I funzionari israeliani generalmente non discutono l’intera portata di questo coordinamento, ma sottolineano che l’IDF non chiede il permesso russo prima di svolgere le operazioni.
  Lo stato della hotline per la prevenzione dei conflitti è incerto dal 2018, quando i mitraglieri della difesa aerea siriana, prendendo di mira gli aerei israeliani mentre li bombardavano, hanno invece preso dal cielo un aereo militare russo, uccidendo tutte e 15 le persone a bordo.
  La Russia ha risposto fornendo alle forze siriane batterie avanzate di difesa aerea S-300, che si ritiene abbiano il potenziale per limitare in modo significativo la libertà di Israele di operare nei cieli del Paese.
  Mosca mantiene gli ultimi sistemi di difesa aerea S-400 per proteggere i suoi beni in Siria, ma non li ha mai trasferiti su aerei israeliani.
  Gli analisti militari israeliani di Channel 12 e 13 hanno detto venerdì che Putin ha concordato durante l’incontro che Israele manterrà la sua libertà d’azione in Siria, ma ha richiesto un ulteriore preavviso di attacchi.
  Non ci sono state conferme dal Cremlino o commenti russi dopo l’incontro.
  La Russia in passato non ha nascosto di non essere soddisfatta degli attacchi israeliani in Siria.
  In una dichiarazione riassuntiva congiunta di Russia, Turchia e Iran dopo la 16a Conferenza di Astana di giugno, le tre parti hanno condannato i continui attacchi militari israeliani in Siria che violano il diritto internazionale, il diritto umanitario internazionale e la sovranità della Siria e dei paesi vicini e mettono in pericolo la stabilità e sicurezza nella regione.
  La Russia ha anche ripetutamente accusato Israele di usare aerei civili come “scudo” contro le difese aeree siriane, tra la rabbia continua per l’incidente del 2018.
  Di norma, Israele non commenta attacchi specifici presumibilmente effettuati in Siria, ma generalmente riconosce che sta effettuando operazioni contro gruppi legati all’Iran nel Paese al fine di impedire il trasferimento di armi avanzate e prevenire attacchi contro Israele. Dalla Siria.

(SDI Online, 23 ottobre 2021)


Bennett incontra Putin a Sochi sul Mar Nero. Un colloquio delicato e importantissimo per Israele

di Ugo Volli

Poche settimane dopo aver incontrato Biden a Washington, il primo ministro israeliano Bennett ha avuto oggi il suo primo incontro con Vladimir Putin a Sochi, la località sul Mar Nero dove il presidente russo ha una residenza. Non si è trattato di un incontro più facile dell’altro e non sembra che abbia maggiori risultati concreti. Nella conferenza stampa finale si è parlato del tradizionale rapporto fra i due popoli, in particolare Bennett ha lodato Putin per la sua amicizia, si è sottolineato l’obiettivo dell’aumento dell’interscambio commerciale, si è accennato a uno scambio di opinioni su Iran e Siria, ma nulla di più. E però dopo molti anni di intensi rapporti di stima e amicizia personale fra Putin e Netanyahu, era naturalmente importante per Bennett cercare innanzitutto di annodare una conoscenza e discutere dei problemi operativi fra i due paesi.
  Già prima di partire, Bennett aveva distribuito alla stampa una dichiarazione che spiega le ragioni dell’importanza della relazione con la Russia, che è assai diversa ma quasi altrettanto importante di quella con gli Usa: “I legami tra Russia e Israele sono un pilastro significativo della politica estera di Israele, sia per la posizione speciale della Russia nella regione e il suo status internazionale, sia perché ci sono un milione di russofoni in Israele che sono un ponte tra i due paesi." E anche questo tema è tornato nella conferenza stampa: “Israele, ha detto Bennett, ha un milione di suoi ambasciatori per la Russia.”
  La presenza di molti cittadini israeliani che parlando russo, in realtà di ebrei fuggiti prima dalle persecuzioni zariste e soprattutto poi dalla dittatura comunista, è naturalmente importante, perché la Russia si considera protettrice di tutti coloro che appartengono in qualche modo alla sua cultura anche se cittadini di altri stati. Ma il punto significativo è l’altro, la grande presenza della Russia in Medio Oriente. Vi sono qui dei punti di attrito e degli accordi, soprattutto delle ambiguità politiche significative.
  La Russia è stata tradizionalmente, già da settant’anni fa quando era URSS, la protettrice della Siria e l’ha considerata la sua base più sicura nel Mediterraneo. Questa politica continua oggi, con l’insediamento della flotta russa nel porto di Lataka e l’uso di molte basi aeree nell’Ovest del paese (mentre gli americani sono insediati a Est e i turchi a Nord). Su questo Israele non ha obiezioni. Il problema viene dal fatto che il regime siriano è stretto alleato (o meglio subordinato) dell’Iran e ospita truppe iraniane, di Hezbollah e di Hamas, che sono state - almeno le prime due - essenziali per la vittoria di Assad nella guerra civile. Inoltre la Siria costituisce l’anello centrale tanto del “ponte terrestre” che l’Iran cerca di stabilire col Mediterraneo, quanto dell’offensiva strategica che l’Iran cerca di portare contro Israele. Dunque è il territorio della controffensiva aerea israeliana (la “guerra fra le guerre”, come si usa dire) che tenta di impedire i rifornimenti iraniani di armi missilistiche di precisione a Hezbollah e in generale il dispiegamento militare iraniano ai confini dello stato ebraico. Di qui i bombardamenti molto frequenti che Israele compie su obiettivi militari iraniani in Siria. Ma essi pongono quantomeno in imbarazzo la Russia, che non solo è protettrice del regime di Assad, ma è anche la sua fornitrice di armi antiaeree e deve dimostrare che queste servono a qualcosa, anche perché l’esportazione di armamenti in tutto il mondo è una delle poche voci positive della bilancia russa dei pagamenti, quasi altrettanto importante degli idrocarburi. Di qui i numerosi annunci di parte russa che i siriani sarebbero riusciti a sventare con i suoi sistemi antimissile bombardamenti israeliani - annunci spesso smentiti dalle foto satellitare dei danni provocati dall’aviazione israeliana.
  A complicare le cose vi è la relazione della Russia con l’Iran, che è un grande acquirente delle sue armi e anche un partner politico-militare: non proprio un alleato, però, perché sulla Siria vi è competizione e anche rispetto a Egitto, Libia, Caucaso le posizioni non coincidono. La Russia ha dunque tenuto un atteggiamento ambiguo sulla difesa israeliana in Siria: non usando le proprie armi, i propri radar e i propri aerei per impedirla, ma aiutando la Siria a contrastarli, rinnovando le sue attrezzature e fornendo esperti e consulenti. In questo quadro complicato vi sono stati parecchi problemi, come l’abbattimento di un aereo di ricognizione russo da parte dell’antiaerea siriana che cercava di contrastare i bombardieri israeliani, alcuni anni fa. I militari russi avevano dato la colpa a Israele, minacciando rappresaglie. Per evitare altri incidenti in questo difficile gioco è stata istituita una “linea rossa” di comunicazione immediata e diretta su cui spesso gli israeliani avvertono delle missioni in corso sui cieli siriani; ma era decisivo il rapporto di fiducia fra Putin e Netanyahu. Il primo compito di Bennett è ora confermare questi accordi informali e mantenere la libertà d’azione di Israele in Siria. Il secondo è quello di convincere Putin che l’armamento atomico che l’Iran sta preparando è pericoloso per tutti, anche per la Russia e persuaderlo dunque a moderare l’appoggio al regime degli ayatollah.
  Sono temi delicatissimi, accordi informali non scritti, in buona parte tenuti segreti agli occhi degli altri soggetti politici, innanzitutto degli Usa e dell’Iran. Bisogna sperare che Bennett sia riuscito ad essere convincente e affidabile agli occhi di Putin come lo fu Netanyahu, perché su questo rapporto si gioca una fetta consistente della sicurezza di Israele. Ma proprio per la delicatezza del tema, era impossibile trovarne le tracce in comunicati e dichiarazioni. La controprova reale sarà il comportamento russo sul terreno nei prossimi mesi.

(Shalom, 22 ottobre 2021)


Israele, la Difesa aumenta il budget per possibili operazioni contro il nucleare iraniano

di Francesco Paolo La Bionda

Martedì 19 ottobre il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz si è presentato in audizione davanti alla Commissione affari esteri e difesa della Knesset per spiegare le ragioni della richiesta da parte del governo di aumento del budget della Difesa.  Quest’estate infatti il governo aveva annunciato di aver trovato un accordo per fissare il budget per la Difesa nel 2022 a 17,5 miliardi di dollari, in aumento dal precedente fissato nel 2019 e che era rimasto in vigore poiché l’esecutivo non era riuscito a farne approvare uno nuovo.
  Nel suo intervento, Gantz ha dichiarato che la principale minaccia a Israele, per la quale le Forze di difesa israeliane devono con più urgenza allocare i nuovi fondi, è rappresentata dall’Iran e dal suo programma nucleare.  “Vediamo che l’Iran sta avanzando verso la capacità di arricchimento [dell’uranio] che gli permetterebbe, se volesse, di diventare uno stato nucleare, e stiamo facendo ogni sforzo per prevenirlo”, ha spiegato il ministro.
  Gantz ha poi aggiunto che il budget è necessario anche per preparare l’esercito a una potenziale guerra su due fronti, per rinforzare le difese interne e per aumentare i salari dei soldati di leva e per fornire migliore assistenza ai militari di professione.  “Stiamo aumentando e migliorando i nostri esercizi bellici, definendo blocchi di obiettivi, sviluppando capacità contro Hezbollah e Hamas, tutte cose che rafforzeranno la deterrenza dello Stato di Israele e la sua abilità nel sconfiggere i nemici se necessario”, ha aggiunto.
  L’audizione si è svolta il giorno dopo che il canale televisivo Channel12 aveva riportato indiscrezioni secondo cui il governo progetta di destinare 1,5 miliardi di dollari specificatamente per attaccare l’Iran, di cui 620 milioni presi dal nuovo budget e il resto dal rimanente. 
  Sempre secondo le fonti, questi fondi sarebbero destinati in particolare all’acquisto di diverse tipologie di aerei, droni da ricognizione e armamenti specializzati per queste operazioni, che dovrebbero colpire siti sotterranei pesantemente fortificati. 
  Il Capo di Stato Maggiore Aviv Kohavi aveva dichiarato a gennaio che le forze armate stavano approntando nuovi piani operativi per un attacco militare di grande potenza, e ad agosto aveva aggiunto che i progressi del nucleare iraniano avevano impresso un’accelerata a questi sviluppi, contando appunto su un nuovo budget dedicato.
  Nel suo discorso alle Nazioni Unite dello scorso mese, il premier israeliano Naftali Bennet aveva avvertito: “il programma nucleare iraniano è arrivato a un punto critico, così come la nostra pazienza. Le parole non fermano le centrifughe. Non permetteremo che l’Iran si doti di armi nucleari”.

(Bet Magazine Mosaico, 22 ottobre 2021)


Nella Gomorra d'Israele in mano alle gang arabe: "Siamo in guerra"

Tra le madri coraggio di Umm al-Fahm nel cuore di una comunità che ha visto morire 104 persone per omicidio. La criminalità organizzata qui prospera grazie al pizzo.

di Sharon Nizza

UMM AL-FAHM – Per Kifah Aghbariah questa è la sesta volta in due anni che la sua famiglia allargata siede a lutto. Khalil Ja’u, 25 anni, è l’ultimo parente freddato martedì in pieno giorno a Umm al-Fahm, così come altri due uomini che nel giro di una settimana si sono aggiunti al tragico conteggio tra gli abitanti di questa città sovraffollata, capoluogo del Triangolo, il distretto dove vive una grande fetta della minoranza arabo-israeliana, il 21% della popolazione del Paese. Le strade sono semi deserte per lo sciopero generale convocato in segno di lutto: 104 morti in dieci mesi (113 vittime nel 2020, un aumento del 20% dei casi rispetto all’anno precedente); 8 erano figli di questa città e per le loro morti, finora, non c'è stato nessun arresto. Le statistiche indicano che solo il 20% degli omicidi di cittadini arabi israeliani sono risolti, a fronte di un 60% tra i cittadini ebrei e che il coinvolgimento degli arabi nei crimini gravi (in primis omicidi con armi da fuoco ed estorsioni) supera il 40%, il doppio della loro percentuale demografica.

• La promessa elettorale
   “Una guerra”, nelle parole del ministro della Giustizia Gideon Saar nell’ultima riunione del gabinetto speciale volto a contrastare la piaga del crimine organizzato nella società araba. Una delle sfide principali della variegata coalizione guidata da giugno dal premier Naftali Bennett, che per la prima volta comprende un partito islamico, Ra’am di Mansour Abbas, che ha fatto dello sradicamento del fenomeno la sua promessa elettorale ai cittadini che gli hanno dato il mandato di unirsi a un governo guidato da un leader della destra nazionalista.
   Kifah Aghbariah è una delle donne coraggiose che ha aderito al “Forum Madri per la Vita”, nato l’anno scorso quando Mona Khalil, il cui unico figlio è rimasto vittima di un omicidio ancora irrisolto, ha percorso a piedi i 145 chilometri che separano Haifa da Gerusalemme per chiedere giustizia. A oggi fanno parte del Forum 20 madri, che manifestano senza sosta in tutto il Paese, sensibilizzano l’opinione pubblica e incalzano i politici per chiedere soluzioni concrete, “per restituire la sicurezza personale ai cittadini arabi, che si sentono abbandonati dallo Stato”, ci spiega Maisan Jaljuli, tra le fondatrici del Forum, direttrice del board dell’associazione ebraico-araba Sikkuy, attiva nella promozione delle pari opportunità tra i cittadini arabi israeliani. “Ci siamo rivolte a tante famiglie, ma molte rifiutano. I criminali sono ancora in circolazione, c’è paura di ritorsioni”. La mancanza di cooperazione con la polizia viene menzionata dagli addetti ai lavori come uno dei problemi principali che mina la risoluzione dei casi. Ma si tratta solo di uno degli ostacoli. “Bisogna andare a fondo: il dilagare della criminalità è il risultato di anni di negligenza verso la minoranza araba in Israele da parte delle istituzioni”. Il 40% dei cittadini arabi tra i 18 e i 23 anni è considerato “nullafacente”: l’esenzione dal servizio militare e civile, la bassa percentuale di accesso all’istruzione accademica, la mancanza di opportunità lavorative sono fattori che creano quel bacino ideale per le organizzazioni criminali che offrono ai giovani soldi facili e l’illusione di un riscatto sociale, spiega Jaljuli. “La maggior parte della criminalità che oggi inonda le strade arabe è innescata da questioni economiche: il basso tasso di prestiti concessi dalle banche ai cittadini arabi fa si che in molti si rivolgono al mercato nero”. Un altro campo fertile per la criminalità organizzata è quello della “protezione”, il pizzo nel gergo mafioso, per cui non manca giorno che in Galilea non vada in fiamme un business.
   “Dopo decenni in cui lo Stato ha mancato di fare il suo dovere nel settore arabo, solo nel 2007, quando era in trattativa per l’ingresso all’Ocse, ha cominciato a capire che era necessario fare investimenti significativi e ha creato l’Autorità per lo sviluppo economico delle minoranze”, ci dice Jalal Banna, editorialista del quotidiano Israel Hayom. “La riduzione del divario sociale con la popolazione ebraica è necessaria per contrastare il crimine, ma è un percorso ancora in salita. Quello che va fatto nell’immediato è portare il colpo di grazia alle organizzazioni criminali, così come è stato fatto con i boss ebrei”. Nei primi anni 2000 un’ingente operazione di polizia ha sradicato con successo le mafie ebraiche che detenevano il primato del racket locale, e il vuoto è stato immediatamente occupato dalle famiglie arabe che fino ad allora erano principalmente gli esecutori del lavoro sporco.
   Il governo mercoledì ha approvato un piano interministeriale per il contrasto del fenomeno su più fronti, che si aggiunge ai 30 miliardi di Nis (circa 8 miliardi di euro) nella finanziaria a beneficio della minoranza araba (in primis infrastrutture, educazione e mancanza di alloggi). Tra le misure approvate, alcune hanno diviso l'opinione pubblica (ma ottenuto l’approvazione degli esponenti dei partiti arabi al governo, oltre ad Abbas anche del ministro Issawi Frej della sinistra di Meretz): la possibilità di perquisire senza mandato in casi eccezionali e l’introduzione di strumenti tecnologici dello Shabak (l’intelligence interna) per localizzare le armi illegali – che si stimano siano centinaia di migliaia, per la maggior parte rubati dalle basi militari nel sud del Paese o contrabbandati dalla Giordania.

• Un problema per tutto il Paese
   “Il crimine non paga”. Nel 2009, Shahir Kabaha sintetizzava così il messaggio di Ajami, acclamato film candidato all’Oscar che lo ha visto protagonista. Ajami è un quartiere di Giaffa, il sobborgo storico di Tel Aviv, ribattezzato allora la “Gomorra” del Medioriente: auto di lusso con musica a tutto volume, droga, sparatorie in pieno giorno, regolamenti di conti, il tutto a tre chilometri dal cuore pulsante della “Start up Nation”. Voleva essere un campanello d’allarme contro l’indifferenza – ci dice oggi Kabaha – trasportare sul grande schermo storie di vita quotidiana che sarebbero potute diventare le vite di tutti. Ed è esattamente quello che è successo: dodici anni dopo, la piaga della criminalità colpisce la società araba israeliana come mai in passato. “Le cose cambieranno solo quando qui capiranno che non è un problema ‘degli arabi’, ma è una piaga sociale che riguarda il futuro di tutti. C’è ancora strada da fare”.

(la Repubblica, 22 ottobre 2021)


Putin, durante il suo incontro con Bennett

Ha detto che mira a continuare le calde relazioni che sono state stabilite sotto Netanyahu

di Ovidio Casto 

Il primo ministro Naftali Bennett e il presidente russo Vladimir Putin si sono incontrati venerdì mattina a Sochi per i loro primi colloqui faccia a faccia da quando Bennett è entrato in carica a giugno.
  Putin ha detto a Bennett che la coppia aveva “molte questioni problematiche” da discutere, ma anche molti “punti di contatto e opportunità di cooperazione, in particolare quando si tratta di antiterrorismo”.
  Ha anche detto al presidente russo Bennett – che è diventato primo ministro a giugno e ha estromesso Benjamin Netanyahu 12 anni dopo – che spera e si aspetta che le relazioni israelo-russe continuino senza intoppi.
  “Spero davvero che, nonostante le inevitabili battaglie politiche interne in ogni Paese, il vostro governo persegua una politica di continuità nelle relazioni russo-israeliane”, ha detto Putin, riferendosi ai suoi stretti rapporti con l’ex governo israeliano.
  Nei suoi commenti, Bennett ha osservato che la coppia stava per “discutere della situazione in Siria e degli sforzi per fermare il programma di armi nucleari dell’Iran”. Il Primo Ministro ha aggiunto che i colloqui tra i due Paesi “saranno basati sulla profondità delle relazioni tra i due Paesi. Ti consideriamo un vero amico del popolo ebraico”.
  Bennett ha detto a Putin che si aspetta di “discutere con voi di tutta una serie di questioni attuali, per rafforzare i legami tra le nazioni in materia economica, tecnologica, scientifica e culturale”. Il primo ministro ha anche informato il presidente russo sugli sforzi per costruire un museo in Israele per commemorare i soldati ebrei che hanno combattuto in vari eserciti durante la seconda guerra mondiale, inclusa l’Armata Rossa russa.
  Bennett è partito per la Russia da Israele alle 5 del mattino di venerdì, è atterrato circa tre ore dopo e trascorrerà circa cinque ore nel paese prima di tornare in Israele prima che inizi il sabato al tramonto. I suoi colloqui con Putin dovrebbero concentrarsi su Iran e Siria, e sarà accompagnato dal consigliere per la sicurezza nazionale Eyal Holata, dal consigliere diplomatico Shimrit Meir e dal segretario militare generale del primo ministro Avi Gil. Anche il ministro degli alloggi Zeev Elkin, di lingua russa, ha accompagnato il primo ministro per fornire traduzioni e consigli.
  “Le relazioni tra Russia e Israele sono una componente importante della politica estera dello Stato di Israele sia per il posto speciale della Russia nella regione e il suo ruolo internazionale, sia per i milioni di russofoni in Israele, che formano un ponte sull’asfalto prima della sua partenza venerdì mattina. In generale, la politica, la posizione estera e internazionale di Israele è notevolmente migliorata. C’è grande energia e la direzione è molto buona”.
  Putin e Bennett hanno parlato due settimane fa quando Bennett si è congratulato con Putin per il suo 69° compleanno.
  “I due discuteranno una serie di questioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche che coinvolgono i due Paesi, oltre a importanti questioni regionali, primo fra tutti il programma nucleare iraniano”, ha dichiarato l’ufficio del Primo Ministro all’annuncio della visita alcuni giorni fa. Il suo portavoce ha detto che il viaggio è avvenuto su invito di Putin.
  Netanyahu si vantava di una stretta relazione con Putin, che secondo lui aveva creato lo spazio per consentire a Israele di lanciare una campagna aerea di anni contro i combattenti sostenuti dall’Iran in Siria. Quella campagna continuò sotto la guida di Bennett. Rapporti recenti hanno indicato tensioni nelle relazioni israelo-russe sulle politiche verso la Siria.

• Secondo Rapporto
  All’inizio di questa settimana, Netanyahu ha promesso a Putin che sarebbe “presto tornato” in carica dopo essere stato estromesso a giugno. Netanyahu, che ha ripetutamente cercato di delegittimare Bennett e il suo nuovo governo, ha a lungo sostenuto che solo i suoi rapporti personali con Putin hanno impedito a Israele di scontrarsi con la Russia in Siria, dove operano i loro militari.
  La Russia è anche un membro del gruppo cinque più uno di paesi che hanno negoziato l’accordo nucleare iraniano e i colloqui sull’adesione degli Stati Uniti all’accordo moribondo probabilmente riprenderanno presto, secondo i funzionari.
  Israele ha fatto pressioni contro la ripresa dell’accordo e ha fatto pressione per uno sforzo internazionale concertato per impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari. Giovedì, il ministro delle finanze Avigdor Lieberman, la cui base politica è costituita in gran parte da portavoce russi dell’ex Unione Sovietica, ha affermato che uno scontro militare con l’Iran “era solo una questione di tempo”.
  L’altro punto all’ordine del giorno dovrebbe essere il riconoscimento israeliano del vaccino russo Sputnik tra i turisti in arrivo. Giovedì Israele ha annunciato che i turisti saranno vaccinati Per entrare in Israele dal 1 novembre, ma solo coloro che hanno vaccini approvati dall’Organizzazione mondiale della sanità, che non includono il vaccino Sputnik.
  La visita di Bennett segue quella del ministro degli Esteri Yair Lapid a Mosca il mese scorso, dove ha incontrato il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Il sito di notizie Walla ha poi riferito che durante quell’incontro, Lavrov ha chiesto a Israele di spingere gli Stati Uniti ad accettare di tenere colloqui a tre sul conflitto in corso in Siria.
  Israele ha effettuato centinaia di attacchi aerei all’interno della Siria nel contesto della guerra civile del paese, prendendo di mira quelli che si dice siano sospetti spedizioni di armi destinate al gruppo libanese sostenuto dall’Iran Hezbollah, che sta combattendo a fianco delle forze governative siriane. Israele raramente riconosce o discute tali operazioni.

(Telecentro di Bologna, 22 ottobre 2021)


La prima metropolitana di Tel Aviv completa il test drive

Dopo oltre sei anni di lavoro, la nuova metropolitana leggera ha completato la sua prima corsa di prova lungo la Linea Rossa. La linea in questione avrà 34 stazioni su 24 km, di cui 10 stazioni saranno completamente sotterranee.
  La metropolitana andrà da Petah Tikva a Bat Yam passando per Bnei Brak, Ramat Gan, Tel Aviv e Jaffa. La data ufficiale dell’apertura è prevista per novembre 2022, dopo 13 mesi di ritardo. E sebbene sia prevista la figura di un macchinista, nei tunnel, il treno si guiderà da solo. Il progetto però non si ferma qui e ambisce a competere con le grandi capitali europee. Ci sono infatti altre due linee attualmente in costruzione: le linee Verde e Viola, che dovrebbero aprire nel 2026-2028, con treni autonomi nelle gallerie. Saranno dotate di 109 stazioni e 150 km di tunnel. La Linea Rossa dovrebbe avere oltre 70 milioni di passeggeri all'anno
  I due treni, gestiti dalla NTA - Metropolitan Mass Transit System, hanno lasciato mercoledì sera il complesso del deposito di Petah Tikva alle 00:30, si sono fermati su Jerusalem Boulevard e sono arrivati allo stadio Bat Yam alle 3:00, su un percorso di 24 chilometri.
  L'operazione notturna è stata accompagnata da un anello di sicurezza della polizia, il cui compito era impedire ai residenti di avvicinarsi al treno. Tuttavia, anche la tarda ora notturna non ha impedito a molti residenti di scattare foto per condividere il singolare evento.
  Per quanto riguarda il test drive, sono stati testati numerosi componenti dell'intero treno, comprese le comunicazioni, la segnalazione, l'elettricità, i binari, le telecamere, le carrozze stesse e i meccanismi di propulsione e sicurezza."Oggi abbiamo fatto la storia, viaggiando da Petah Tikva a Bat Yam. Per la prima volta abbiamo aperto la linea da un capo all'altro attraverso un sistema perfetto in termini di elettricità, auto e binari - ha spiegato Haim Glick, CEO di NTA - abbiamo ancora molto lavoro di coordinamento da fare, ma questo è un giorno storico per noi"
   Nella fase successiva, che verrà fatta nei prossimi giorni, la metropolitana leggera inizierà una serie di corse di prova a Bat Yam, e tra circa due settimane per le strade di Jaffa. Con la sua piena operatività tra circa un anno, questo viaggio diventerà di routine, con un treno che passerà con la frequenza di 3,5 minuti in 24 stazioni sopraelevate e dieci stazioni della metropolitana, tra cui la stazione di Allenby, scavata a una profondità di circa 35 metri. Ogni treno potrà trasportare un numero di circa 500 passeggeri.
   Tre mesi fa, NTA ha iniziato a organizzare viaggi di prova su metropolitana leggera per la prima volta. La corsa si è dipanata tra le strade Orlov e Shenka, città stata scelta per la corsa iniziale, una tratta accolta con applausi dai residenti increduli per la nuova attività di trasporto.

(Shalom, 22 ottobre 2021)


Riconoscere Israele, l'Arabia ci pensa

Gli Usa stanno discutendo con l'Arabia Saudita la possibilità che aderisca agli Accordi di Abramo e normalizzi le relazioni con Israele. Lo ha riferito il giornalista Barak Ravid su Walla News, precisando che il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Jake Sullivan, ha sollevato la questione con il principe ereditario Mohammed bin Salman il 27 settembre durante la sua visita a Riad.
   MbS non ha respinto in modo assoluto la possibilità ma ha sottolineato che una simile mossa richiede tempo e ha dato a Sullivan una lista di passi che dovrebbe essere presi prima; alcuni di questi riguardano un miglioramento delle relazioni tra Washington e Riad. L'eventuale adesione agli Accordi di Abramo del Regno custode dei luoghi santi dell'islam sarebbe una svolta per Israele.

Libero, 21 ottobre 2021)


Israele: Herzog lancia il Forum israeliano sul clima

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato la formazione del Forum israeliano sul clima , che si occuperà del potenziale ruolo di Israele nella risoluzione dei problemi causati dal cambiamento climatico.
   “La creazione del forum simboleggerà l’impegno dello Stato di Israele a stare in prima linea nella discussione globale sulla crisi climatica”, ha affermato l’annuncio del presidente, secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano Walla.
   Il forum lavorerà per aumentare la consapevolezza della crisi tra i leader israeliani e comprenderà rappresentanti di tutte le parti della società israeliana, inclusi il governo, la Knesset, il mondo accademico, le autorità locali e la comunità imprenditoriale.
   Il forum sarà guidato dall’ex MK Dov Khenin, che ha commentato: “Noi, nel mondo e in Israele, siamo in una corsa contro il tempo per affrontare una crisi climatica che mette in pericolo la vita di tutti noi. Qui, il presidente sta facendo quello che può con il potere del suo ufficio: coinvolgere tutte le autorità per una discussione onesta e seria delle sfide e delle soluzioni”.
   Ha invitato tutti i decisori israeliani a “imparare da questo esempio, a chiedersi cosa possono fare ed esercitare la propria autorità per portare avanti i cambiamenti urgenti di cui abbiamo bisogno ora”.
   Il primo ministro israeliano Naftali Bennett parteciperà al prossimo vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Glasgow, a cui si uniranno il ministro dell’Energia Karine Elharrar e il ministro dell’Ambiente Tamar Zandberg.

(Bet Magazine Mosaico, 21 ottobre 2021)


Stati Uniti e Israele sono in trattativa per la riapertura del consolato americano a Gerusalemme

di Tacito Udinese 

Gli Stati Uniti e Israele hanno in programma di formare una squadra congiunta per discutere la riapertura del consolato americano a Gerusalemme [una specie di "ambasciata" degli Usa presso l’Autorità Palestinese, ndr], secondo un nuovo rapporto.
   Durante il loro incontro a Washington la scorsa settimana, il ministro degli Esteri Anthony Blinken e il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid avrebbero discusso della questione del consolato chiuso dall’ex presidente Donald Trump nel 2019, Secondo Axios, Che ha citato funzionari israeliani.
   Gli alti funzionari del primo ministro israeliano Naftali Bennett sarebbero preoccupati per la riapertura del consolato, suggerendo che potrebbe destabilizzare la loro coalizione ideologicamente diversificata.
   “Non so come tenere insieme questa coalizione se riapro il consolato”, ha detto Lapid la scorsa settimana, nel rapporto.
   Secondo quanto riferito, Blinken avrebbe detto al Segretario di Stato di essere a conoscenza della loro posizione e di voler avviare una discussione verso una soluzione. Il segretario di Stato ha suggerito di creare una squadra composta da lui e Lapid e uno o due assistenti da entrambe le parti per ulteriori discussioni, secondo il rapporto. La squadra avrà “massima libertà di azione”.
   Mentre Lapid presumibilmente era d’accordo, sta cercando di fermare le discussioni sul consolato fino a quando Israele non avrà approvato il bilancio federale a novembre.
   Le discussioni arrivano nel mezzo di un anno di divisione in Israele, in particolare tra israeliani e palestinesi a Gerusalemme.
   Gli Stati Uniti si sono impegnati a ripristinare l’impegno diplomatico con i palestinesi, che in precedenza aveva sede fuori dal consolato. La mossa ha sollevato le preoccupazioni degli israeliani, che credono che la mossa possa violare la loro sovranità su Gerusalemme, mentre i palestinesi stanno cercando di rafforzare le loro pretese su una parte della città.

(SDI Online, 21 ottobre 2021)


Tensioni tra Israele e Usa - Gli israeliani hanno una pessima opinione delle politiche di Biden

di Ugo Volli

La maggior parte degli israeliani non è affatto contenta dell’Amministrazione Biden. Lo rivela un sondaggio appena uscito: “Solo il 10,9% degli israeliani, e in particolare il 9,9% degli ebrei israeliani, afferma che Israele sta meglio con la presidenza Biden, rispetto al 52,9% degli israeliani (e al 58,2% degli ebrei israeliani) che affermano che Israele stava meglio con l'amministrazione Trump. Poco più di un terzo (36,2%) degli israeliani afferma che non ci sono cambiamenti significativi dalla fine dell'amministrazione Trump.”).
  È una notizia significativa, perché segnala una tensione fra Israele e il suo principale alleato non solo al livello del governo, ma dell’opinione pubblica. Ma non è una sorpresa: a differenza degli ebrei americani, sempre in maggioranza democratici, gli israeliani col doppio passaporto, che nella popolazione di Israele non sono pochi, l’anno scorso avevano votato assai più per Trump che per Biden.
  Al di là delle buone parole, le politiche della nuova amministrazione hanno confermato il giudizio negativo degli israeliani, soprattutto su due punti. Il primo e più importante è l’Iran. In dieci mesi l’amministrazione Biden non ha fatto nulla per fermare la corsa degli ayatollah verso l’armamento atomico, a parte qualche vuoto ammonimento. La diplomazia americana ha cercato in tutti i modi di rimettere in piedi il disastroso accordo JCPOA concluso da Obama sei anni fa e poi abbandonato da Trump. E se non sono ripresi i finanziamenti americani e non sono stati tolte la sanzioni, ciò dipende solo dal fatto che gli ayatollah ora hanno interesse a realizzare il loro armamento nucleare prima di riaprire le trattative. Questa politica di sostanziale accondiscendenza mette Israele in grave difficoltà, anche perché i promessi aiuti militari americani necessari per attaccare le istallazioni nucleari di Teheran (bombe anti-bunker, aerei cisterna per rifornire in volo i bombardieri) non sono mai arrivati. E, a proposito, non sono arrivati neppure i rifornimenti per il sistema Iron Dome, nonostante tutte le promesse bipartisan. La causa in apparenza è il dissenso di un solo senatore, contrario a tutti gli aiuti all’estero.
  Il secondo punto è il rapporto col mondo arabo. L'amministrazione Biden ha in sostanza rigettato la rivoluzione strategica di Trump, che privilegiava il rapporto con i paesi arabi come via alla pace, trovando inefficace la ripetizione dei vecchi inutili tentativi di portare l’Autorità Palestinese al tavolo della trattativa. Ha mostrato dunque poco interesse per lo sviluppo degli “accordi di Abramo”, che - bisogna ricordare - si erano realizzate grazie al sostanzioso intervento dell’America di Trump. E insiste invece sui soliti temi: blocco degli insediamenti, finanziamenti all’Autorità Palestinese e all’UNRWA. C’è un punto di scontro che sta diventando acuto, che è la riapertura del consolato americano a Gerusalemme, che in sostanza fungeva da ambasciata degli Usa presso l’Autorità Palestinese. Trump l’aveva chiusa, Biden vuole riaprirla, la maggior parte degli israeliani e perfino Bennett non vuole assolutamente farlo, perché non si tratta di fornire servizi diplomatici agli arabi dell’Autorità Palestinese, ma in sostanza di tornare indietro rispetto al riconoscimento che Trump aveva garantito di Gerusalemme come capitale di Israele. Gli americani infatti si sono categoricamente rifiutati di riaprire il consolato a Ramallah, come sarebbe logico, e perfino ad Abu Dis, un sobborgo di Gerusalemme escluso dal territorio municipale.
  Sembra che il ministro degli esteri israeliano e uomo forte del governo Lapid avesse personalmente promesso agli americani che l’apertura del consolato a Gerusalemme si sarebbe potuta fare, ma solo dopo l’approvazione del bilancio, per evitare che cadesse il governo: il suo solo voto di maggioranza non sarebbe bastato perché certamente qualche deputato di destra si sarebbe rifiutato di votarlo di fronte a un atto simbolico così grave. Ora, “secondo fonti americane citate dal giornale palestinese Al Quds, la sede diplomatica sarà aperta ‘poco’ dopo l'approvazione del bilancio il prossimo mese, cioè già a novembre o all'inizio di dicembre. Sembra che l'amministrazione Biden ‘sia furiosa con le politiche israeliane’ sull'espansione degli insediamenti in Giudea e Samaria e preoccupata per le tensioni sulla sicurezza in Cisgiordania[...]. Secondo queste fonti, in una prima fase la Casa Bianca prevede di raggiungere un accordo con Israele sulla questione. Se questi sforzi dovessero fallire, il governo potrebbe fare il passo unilaterale di riaprire il consolato una volta che il bilancio sarà approvato.” () Ma Lapid non ha fatto i conti con l’opposizione di Bennett (che si è detto “sconvolto” dalla posizione americana) e anche di Saar e dunque c’è il rischio di uno scontro diplomatico molto duro. In nessuna capitale al mondo un paese straniero ha mai aperto un consolato per gli abitanti di un terzo paese. E certamente un paese può aprire una sede diplomatica senza il consenso del paese dove essa è collocata. Farlo sarebbe violare la sovranità del paese, trattarlo come una colonia.
  Non a caso nel sondaggio citato sopra, Lapid ottiene un giudizio estremamente negativo dal pubblico israeliano: “Il governo ha ricevuto un punteggio netto di 5,29 su 10 in politica estera: solo il 24% gli ha attribuito un punteggio soddisfacente. In confronto, l'anno scorso, il governo Netanyahu aveva ricevuto un punteggio di 6,05. Lapid ha ricevuto un punteggio di 4,88, con il 36% degli intervistati insoddisfatti del suo lavoro, rispetto al 24% che si è detto soddisfatto.

(Shalom, 21 ottobre 2021)


“Diritto ed ebraismo. Italia, Europa, Israele. Sessant’anni di interventi e battaglie civili” di Giorgio Sacerdoti

Prof. Giorgio Sacerdoti, Lei è autore del libro "Diritto ed ebraismo. Italia, Europa, Israele. Sessant’anni di interventi e battaglie civili" edito dal Mulino: come si sono sviluppati i rapporti tra l’ebraismo e la società italiana dal Risorgimento ai giorni nostri

È opportuno distinguere tre periodi. Il primo dall’Unità d’Italia al 1938 è stato caratterizzato dalla piena partecipazione degli ebrei italiani, anche se pochi di numero, alle vicende civili, sociali e politiche dalla nazione. Dopo un’attiva partecipazione al Risorgimento molti di loro sono entrati a far parte della classe dirigente del regno d’Italia, contribuendo allo sviluppo del paese, nella guerra 1915-18 e anche durante il primo periodo del fascismo.
   Il secondo periodo è purtroppo quello triste delle persecuzioni razziste, iniziate nel 1938, con cui gli ebrei italiani sono stati relegati al ruolo di cittadini di seconda classe, esclusi dalle scuole, dalle professioni, dagli impieghi pubblici. Con l’occupazione nazista dopo l’8 settembre 1943, è iniziato il periodo più buio, con la caccia all’ebreo, complice il regime di Salò. Dopo la Resistenza, che ha visto molti ebrei nei suoi ranghi, gli ebrei sono stati evidentemente tra i sostenitori della Repubblica e dell’assetto costituzionale.

- Quale appello giunse, da parte dei giuristi ebrei, al diritto internazionale contro le persecuzioni razziali?
  All’epoca la tutela dei diritti dell’uomo da parte del diritto internazionale era praticamente inesistente. La resistenza alle discriminazioni avrebbe dovuto venire dal ceto dei giuristi italiani, nel rispetto dei principi di uguaglianza sanciti da quasi un secolo dallo Statuto del Regno d’Italia. Ma, come noto, resistenza e opposizione non ci furono.

- Quali vicende hanno segnato la reintegrazione nei diritti e le riparazioni economiche per gli ebrei dopo il 1945?
  La reintegrazione formale nella parità dei diritti fu immediata dal 1944 (nel Sud Italia) e poi in tutta Italia con la Liberazione il 25 aprile 1945, solennemente sancita infine dalla Costituzione repubblicana del 1948. La reintegrazione economica fu invece timida e i risarcimenti avari, difficili da ottenere e richiesero molto tempo. Si pensi che gli ultimi “aggiustamenti” alla legislazione sono stati fatti nel…2020, con poche vittime ancora in vita. Per molto tempo non ci fu la coscienza della peculiarità e della incidenza della persecuzione, rispetto, per fare un esempio, ai danni di guerra.

- Quale contributo hanno fornito gli ebrei alla nascita della Costituzione repubblicana?
  Ci furono parecchi ebrei alla Costituente (si pensi al suo presidente Umberto Terracini) che agirono però come cittadini italiani, rappresentanti del popolo, eletti nei vari partiti. L’Unione delle Comunità ebraiche fece però sentire la sua voce nel senso che fossero eliminata ogni discriminazione (in particolare quelle derivanti dal concordato del 1929) e si espresse anche contro l’uso della parola “razza” all’art. 3 del testo..

- Come si sono articolati i rapporti tra ebrei e Chiesa cattolica a partire dal papato di Pio XII?
  Solo col Concilio Vaticano II indetto da Giovanni XXIII e la Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate” del 1965, la Chiesa ha cambiato registro, ha ripudiato la dottrina del “deicidio” e l’ “insegnamento del disprezzo” verso gli ebrei. È così iniziato un percorso di rispetto e approfondimento delle radici ebraiche del cristianesimo, di cui le visite dei papi successivi alla sinagoga di Roma, fraternamente accolti, sono stati un segno pubblico evidente.

- Quale posizione mantenne l’ebraismo italiano nel processo di revisione del concordato lateranense?
  L’Unione delle Comunità, ed io personalmente come suo esponente, è intervenuta pubblicamente ripetutamente e in molte sedi, politiche e culturali, perché la revisione abolisse ogni privilegio per la religione cattolica e segnatamente cessasse il regime dell’ora di religione cattolica di fatto obbligatoria che discriminava gli alunni ebrei.

- Quale regime giuridico possiedono le Comunità israelitiche nel nostro Paese e come si sono andati definendo i rapporti con lo Stato italiano?
  In base alla intesa, cioè l’accordo stipulato dallo Stato con l’Unione delle Comunità ebraiche nel 1987, in parallelo con analoghe intese con altre confessioni non cattoliche, una volta sostituito il concordato del 1929 con nuovi accordi del 1984, è stato garantito il pieno rispetto della religione e dei riti ebraici nell’ambito dello Stato italiano all’insegna del pluralismo dei culti.

- Quale attuazione ha ricevuto l’intesa del 1987?
  La sua attuazione non ha dato luogo a problemi di sostanza. Va dato atto della crescente attenzione delle autorità pubbliche alle particolari esigenze, specie in tema di sicurezza, delle Comunità ebraiche e alla lotta all’antisemitismo.

- Come si è evoluta la normativa per il contrasto di razzismo, antisemitismo e negazionismo?
  La normativa chiave anti-discriminatoria in genere è quella del 1993, la così detta legge Mancino, successivamente completata da ultimo nel 2016 con la estensione della sanzione penale al negazionismo della Shoah, in attuazione di una direttiva europea del 2008.

- Quali questioni di diritto internazionale coinvolgono lo stato di Israele?
  Sono parecchie. Lo Stato d’Israele da un lato è tra i pochi nati proprio sulla base di una decisione della comunità internazionale, la risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU del 1947 sulla suddivisione della locale amministrazione britannica in uno stato ebraico, proclamato nel 1948, e in uno arabo, che non venne mai ad esistenza. Dall’altro lato per molti anni l’ONU ha assunto un atteggiamento antiisraeliano fomentato dall’Unione sovietica e dai paesi arabi mentre si sono ripetute delle guerre tra Israele e i vicini nel 1956, 1967, 1973.. Solo di recente si assiste ad atteggiamenti più equilibrati ma essendo il Medioriente un’area di tensioni geopolitiche, infestato dal terrorismo, è inevitabile che le contrapposizioni abbiano un’eco più vasta. La questione palestinese, cioè il pieno riconoscimento dei diritti di questo popolo, attende ancora una definizione.


Giorgio Sacerdoti, avvocato, professore emerito dell’Università Bocconi, dove ha insegnato Diritto internazionale ed europeo, è stato giudice all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dal 2001 al 2009. Già presidente della Comunità ebraica di Milano, presiede attualmente la Fondazione CDEC-Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano e l’AGE-Associazione Italiana Giuristi e Avvocati Ebrei. 

(Letture.org, 21 ottobre 2021)


Gli Usa accelerano. In Israele serve per il Green Pass

Israele è stato il primo Paese, il 30 luglio, a dare il via alla terza dose, estendendola a tutti. Oggi l'hanno ricevuta in 3,8 milioni e il Paese ha deciso che sarà obbligatoria per avere il Green Pass e accedere ai luoghi pubblici al chiuso come bar e ristoranti. In Europa l'Ema ha dato il via libera a inizio ottobre, mentre la Gran Bretagna è partita il 16 settembre con over 50, sanitari e fragili. Negli Usa è autorizzata per gli over 65 ma il governo si prepara a estenderla agli over 40 che hanno ricevuto Moderna o Pfizer.

(La Stampa, 21 ottobre 2021)


Miracolo della rivoluzione pandemica: per il green pass tutto il mondo adesso guarda a Israele. Se ne vantano gli israeliani? M.C.


Covid Israele, scoperto primo caso di mutazione variante Delta

E' stato scoperto in Israele il primo caso della nuova mutazione della variante Delta del coronavirus (Ay4.2), riscontrata in un numero crescente di casi nel Regno Unito. Lo ha riferito il ministero della Salute di Tel Aviv, secondo quanto riportato dal Times of Israel. La mutazione è stata individuata su un ragazzo di 11 anni tornato da un viaggio in Moldavia ed al momento, secondo le autorità israeliane, questo è l'unico caso accertato.

(Adnkronos, 20 ottobre 2021)


Hamas rivela le sue vere intenzioni sul territorio di Israele: uno stato islamico, stragi, schiavitù

di Ugo Volli

Un movimento politico si giudica dalla propria ideologia, che spesso si trova iscritta nel suo statuto, e dai programmi che produce per applicarla. Nel caso di movimenti rivoluzionari o terroristi, spesso però questi programmi non sono elaborati o resi espliciti, per non scontentare o allarmare nessuno. Capita così anche coi movimenti “palestinisti”, che lasciano scritto nei loro statuti che il loro obiettivo è la distruzione di Israele e la sostituzione con uno stato arabo musulmano, o addirittura con la nazione araba unificata, ma poi spesso fanno intendere che sono disponibili ad accordi di pace. In questa maniera la sinistra anche israeliana e la “comunità internazionale” possono illudersi che ci sia un “processo di pace” e sostenere che Israele debba compiere “gesti di buona volontà” ed essere disponibile a “dolorosi sacrifici”, pur di sgomberare la strada a quella prospettiva di pace che si attribuisce ai “palestinisti”.
  Ma qualche volta capita che essi raccontino quali sono i loro programmi effettivi, al di là della propaganda e allora la prospettiva cambia. Lo fece Arafat in un celebre discorso in arabo tenuto in Sud Africa dopo la firma degli accordi di Oslo, spiegando di ispirarsi a Maometto, quando, avendo meno uomini e armi dei suoi nemici, strinse una tregua con i politeisti che tenevano la Mecca, ma la ruppe appena si trovò in situazione migliore, conquistando la città. Lo fanno i libri di scuola e la televisione dell’Autorità Palestinese, che spesso indica i confini del futuro stato di Palestina comprendendo tutto il territorio che oggi è di Israele.
  E l’ha fatto Hamas un paio di settimane fa, andando al di là del suo statuto che già prevede la distruzione di Israele e tenendo una conferenza programmatica sulle “Promesse del futuro”, in cui stabiliva i programmi per il tempo successivo alla prossima “vittoria” sull’ “Entità sionista”. Anche se viene da trattare questa cose come sogni o piuttosto incubi, bisogna invece considerare tali piani, perché rendono esplicite le intenzioni di Hamas, fanno capire quale sarebbero le conseguenze di una sconfitta. Ci sarà un nuovo stato pienamente islamico, dice Hamas, che erediterà tutto ciò che oggi appartiene a Israele e che, sostengono, è stato già completamente inventariato da loro: case, fabbriche, campi, paesi, infrastrutture. Tutta questa ricchezza sarà espropriata dal nuovo stato, che deciderà che cosa farne sulla base dei principi dell’Islam e stabilirà anche quali trattati internazionale conservare e quali annullare, a quali organizzazioni internazionali aderire e così via.
  Per quanto riguarda la popolazione di Israele, come si legge nel documento finale, "nel trattare con i coloni ebrei in terra palestinese, ci deve essere una distinzione nell'atteggiamento a seconda delle categorie: i militari devono essere uccisi; un [ebreo] che fugge può essere lasciato andare o essere perseguito per i suoi crimini; a un individuo pacifico che si arrende e può essere concessa una forma di integrazione o lasciato il tempo di andarsene. Questo è un problema che richiede una profonda riflessione e una dimostrazione dell'umanesimo che ha sempre caratterizzato l'Islam. Gli ebrei istruiti e gli esperti nei settori della medicina, dell'ingegneria, della tecnologia e dell'industria civile e militare dovrebbero però essere trattenuti [in Palestina] e non dovrebbero essere autorizzati a lasciare e portare con sé la conoscenza e l'esperienza che hanno acquisito vivendo nella nostra terra e godendo della sua generosità, mentre noi ne pagavamo il prezzo in umiliazioni, povertà, malattie, privazioni, uccisioni e arresti".
  Insomma lo scenario è quello di una strage generale, dato che la grande maggioranza dei cittadini ebrei di Israele fa il servizio militare, con l’eccezione di qualcuno cui sarà consentito scappare e del soggiorno obbligato (cioè la schiavitù) per tecnici, medici, ingegneri. Magari ci sarà spazio anche per la sottomissione di qualcuno, secondo i modelli tradizionali islamici dei “dhimmi”. Tutto ciò naturalmente non ha alcuna probabilità di realizzarsi, ma è il progetto di Hamas, il suo obiettivo politico. Coloro che pensano che si tratti di un “movimento di liberazione” o di un “partito popolare” con cui bisognerebbe parlare e che innanzitutto andrebbe “liberato dall’assedio israeliano”, farebbero bene a pensarci. Ma è assai improbabile che lo facciano.

(Shalom, 20 ottobre 2021)


4.000 immigrati privi di documenti in Cisgiordania ricevono documenti di identità

di Cirillo Lombardi

I palestinesi il cui status è stato legalizzato appartengono a diversi gruppi. Alcuni sono nati nel paese ma non sono mai stati registrati perché i loro genitori non avevano un permesso di soggiorno. Altri sono emigrati dalla Striscia di Gaza in Cisgiordania prima che il movimento islamista Hamas prendesse il potere nel 2007 e non ottenesse l’approvazione delle autorità israeliane per cambiare indirizzo. Persone coinvolte non potevano andare all’estero, perché non potevano tornare. Non sono stati in grado di trovare lavoro o sponsorizzazione nello stesso Israele ed erano spesso riluttanti a recarsi anche in altri luoghi della Cisgiordania, perché rischiavano la deportazione a Gaza o in Giordania se fossero rimasti bloccati in un posto di blocco.
   L’iniziativa di riforma è arrivata dopo un incontro tra il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ad agosto.
   L’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha favorito Hamas a Gaza durante i suoi 12 anni al potere, a spese dell’autonomia di Abbas a Ramallah. L’idea era che Hamas, che rifiuta di riconoscere Israele e rifiuta di negoziare, è innocuo per Israele, diplomaticamente parlando. Abbas, che combatte il terrorismo, è aperto al negoziato ed è sostenuto dal mondo esterno, pone una sfida ancora più difficile al campo nazionalista israeliano, nell’analisi di Netanyahu.
   La nuova coalizione israeliana ha cambiato e affinato il suo atteggiamento nei confronti di Hamas e ha cercato di rafforzare l’impopolare regime di Abbas. Il razionamento è una delle numerose misure in questa direzione.
   Un aspetto importante dell’occupazione è che il registro della popolazione palestinese è sotto il controllo di Israele. Ogni bambino nato nella Striscia di Gaza o in Cisgiordania deve essere registrato in Israele. Secondo il cosiddetto processo di Oslo, i negoziati di pace degli anni ’90, ai palestinesi verrà gradualmente affidata la responsabilità di un numero sempre maggiore di posti di lavoro gestiti dal governo militare israeliano. Ma il processo di Oslo è stato interrotto nel 1998 e molte delle previste autorità statali palestinesi rimangono sotto il controllo israeliano.

(TecnoSuper.net, 20 ottobre 2021)


Odessa, il massacro dimenticato

Sono passati 80 anni esatti dallo sterminio di gran parte della popolazione ebraica nella città ucraina «I miei nonni sono riusciti a sfuggire. Siamo qui per testimoniare come hanno provato a cancellarci».

di Francesca Ghirardelli

ODESSA - E una pagina nera della storia europea del Novecento, una di quelle pressoché dimenticate, mai veramente conosciute. Sono passati ottant'anni esatti da uno dei più feroci episodi dell'Olocausto, e per l'anniversario, nella città ucraina di Odessa, c'è chi con ostinazione non rinuncia a raccontare. È la storia collettiva a venire rievocata, ma anche quella individuale, di due vite risparmiate proprio mentre altre decine di migliaia andavano perdute: la storia di Galis Manya, ragazzina ebrea di 15 anni, e di Kris Gersh, anche lui ebreo, di tre anni più grande di lei. Il loro nipote Pavel Kozlenko, oggi direttore del Museo dell'Olocausto della città, racconta del destino che li ha uniti, e intanto accompagna i visitatori sala dopo sala. Mentre fa loro da guida, cerca di incrociare lo sguardo di ciascuno, per assicurarsi che abbiano davvero compreso la portata della tragedia. «La gente non sa granché di questo capitolo della Seconda Guerra mondiale», ci spiega il direttore. «Qui però viene in visita gente da tutto il mondo e qui invitiamo gli studenti locali, soprattutto nel mese di ottobre per l'anniversario dei massacri». Il riferimento è alla data del 23 ottobre 1941, ottant'anni esatti questa settimana, e alla terribile strage messa in atto dagli occupanti rumeni insieme ai nazisti tedeschi, dopo lo scoppio di una bomba che aveva ucciso 130 dei loro soldati: «Quel giorno in ogni strada di Odessa si potevano incontrare morti impiccati. A venti minuti d'auto da qui sorgevano nove depositi di armi: al loro interno l'esercito rumeno aveva concentrato 25mila ebrei, donne, vecchi e bambini, oltre a 3mila prigionieri di guerra», racconta, scandendo ogni parola. «I soldati sono arrivati con taniche di carburante, l'hanno versato attorno ai depositi, e hanno appiccato il fuoco. Testimoni hanno raccontato che l'odore dei corpi bruciati era talmente intenso da non permettere di rimanere nelle vicinanze. Quella è stata la Babij Jar di Odessa», dice, riferendosi al più noto massacro nazista avvenuto qualche settimana prima nella capitale Kiev. Nei mesi successivi altre stragi sono seguite, nella vicina Dalnik e lungo la cosiddetta Strada della Morte: «La nostra regione non aveva camere a gas come Auschwitz, così la gente veniva forzata a camminare anche 200 chilometri al gelo, verso il campo di Bogdanovka. Si moriva di fame, di malattie o uccisi a colpi di arma da fuoco. Così sono scomparsi altri 56.000 ebrei, da dicembre fino ad aprile». È in quella primavera del 1942 che troviamo i due giovanissimi Galis e Kris rinchiusi in un ghetto fuori città. «Allora i miei nonni non si conoscevano. A distanza di qualche giorno l'una dall'altro, riuscirono a sfuggire ai rastrellamenti dei soldati rumeni e delle SS tedesche, messi in salvo e tenuti nascosti dentro una chiesa da due preti ortodossi», racconta il direttore.
   Gli chiediamo della ricostituita comunità ebraica e se oggi abbia trovato pace: «Si assiste a qualche caso di antisemitismo, ma non in percentuali significative. Gli ucraini sono in generale rispettosi nei confronti degli ebrei», risponde. «Certo resta complessa la questione del collaborazionismo della polizia ucraina con i nazisti. La società oggi non è pronta ad ammettere questo tipo di responsabilità. Occorre il lavoro degli storici, a loro deve essere affidata questa materia, ed è un bene che i politici non si siano addentrati troppo in queste vicende». Nel 1939 un terzo della popolazione di Odessa, circa 200mila persone, era costituito da ebrei. Alla fine del conflitto, tra esodi e massacri, nell'area urbana «ne rimanevano solo 600», conclude il direttore. «Per questo siamo qui, per mostrare alle nuove generazioni in che modo la comunità ebraica, ottant'anni fa, qui, sia stata quasi del tutto cancellata». È rifiorita grazie a persone come Galis e Kris, ai tanti che sono rimasti o rientrati in città. E anche la memoria di chi non c'è più torna a rivivere non appena Pavel Kozlenko incomincia a raccontare.

(Avvenire, 20 ottobre 2021)


“Collaboriamo con Roma per il bene dell’ebraismo italiano”

Intervista a Walker Meghnagi, neopresidente della Comunità Ebraica di Milano

di Ariela Piattelli

«Bisogna trovare risorse per i giovani e riacquistare l’armonia all’interno della nostra comunità. Walker Meghnagi dosa bene franchezza e diplomazia mentre parla con Shalom a poche ore dalla sua elezione come Presidente della Comunità Ebraica di Milano (CEM). La sua lista “Beyachad” ha vinto con 300 voti di scarto, mentre “Milano Ebraica”, guidata dal Presidente uscente Milo Hasbani, è arrivata seconda. «Abbiamo vinto con uno scarto minimo, ma che ci permette di governare» commenta Meghnagi, nato a Tripoli nel 1950, imprenditore immobiliare, con 3 figli, e impegnato nelle istituzioni comunitarie da più di un decennio. Meghnagi ha già guidato la CEM dal 2012 al 2014, e adesso torna in pista con nuovi obiettivi, perché le sfide, come ci spiega, sono cambiate.

- Come considera il risultato dalle elezioni della CEM?
  Noi siamo chiaramente contenti del risultato raggiunto. Siamo preoccupati però per la scarsa affluenza, sintomo di allontanamento degli iscritti alla comunità. Questo lo consideriamo un grave sintomo al quale bisogna porre rimedio.

- Da cosa è causato l’allontanamento degli iscritti alla comunità milanese?
  La comunità di Milano è diventata troppo “politica” in questi anni. È una comunità spaccata. Una parte di essa tiene prima alla politica, poi all’ebraismo. E la politica c’è chi la fa anche su Israele, mettendo in discussione le sue scelte, lo abbiamo visto anche in tempi recenti. Io credo che chi entra nella dirigenza comunitaria debba mettere da parte la politica e portare avanti i valori ebraici. E l’appoggio a Israele è per me un valore ebraico. Insomma, bisogna recuperare l’unità attorno a questi valori.

- Questa sua visione ha a che fare con il fatto che lei sia un ebreo di origine libica? Cosa le ha insegnato la storia in questo senso?
  Assolutamente sì. Io sono andato via prima del ’67, quando ci fu la cacciata degli ebrei dalla Libia con la Guerra dei Sei Giorni, ma la storia ci ha insegnato che l’antisemitismo e l’antisionismo sono la stessa cosa. In Libia abbiamo perso molto, e tanti di noi hanno perso tutto e tutti, affetti, sentimenti, luoghi. E abbiamo ancora le ferite, in tutti i sensi, anche sul corpo, io per esempio ne ho molte.

- Come è il dialogo con Milano Ebraica, lista arrivata seconda alla tornata elettorale?
  Siamo molto distanti, c’è all’interno una deriva politica. Non voglio governare da solo, e gli offrirò dei posti in giunta, perché è giusto così. Io credo che il dialogo aiuti a crescere. Per questo parlo con tutti i politici, tranne con quelli che si esprimono contro Israele.

- La sua famiglia è impegnata molto nella vita comunitaria. Ad esempio suo nipote Ilan Boni è appena entrato con Beyachad nel nuovo Consiglio. Da dove arriva questa volontà di mettersi in gioco?
  Si tratta di un’eredità di mio padre, che metteva sempre Israele e l’ebraismo al primo posto. Mi ha insegnato i valori che deve avere un ebreo. È un impegno in cui credo, e che ho cercato di trasmettere a figli e nipoti.

- La comunità milanese, come quella di Roma, è composta da varie anime. Anche a Milano c’è una presenza molto importante dei Chabad.
  I Chabad per me sono importantissimi, nell’aiuto del prossimo, nella cucina sociale, sono sempre presenti nelle ricorrenze, nell’educazione dei giovani, sono impegnati in prima linea. Oggi è una presenza essenziale, senza di loro non ci sarebbe una vita veramente ebraica in questa città.

- Lei è già stato Presidente della CEM. Quali sono le nuove sfide della Milano ebraica rispetto al suo primo mandato?
  Bisogna ritrovare la concordia, spegnere l’animosità tra i diversi gruppi, recuperare chi si è allontanato. Vorremmo aumentare i servizi sociali, sono molte le famiglie che non ce la fanno. I giovani non sanno cosa fare, e dobbiamo occuparcene, facendo ritrovare i ragazzi anche tra diverse comunità, come Torino, Milano, Genova etc. Servono risorse per i giovani, per aiutarli a crescere, e qui entra in gioco l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che stanzia pochi fondi: bisogna investire sul futuro, questo è l’importante. L’Unione ha realizzato alcuni progetti, ma non è abbastanza. Bisogna fare di più.

- La lista Beyachad è vicina, sia per visione che per valori condivisi, a Per Israele, che a Roma è arrivata prima alle elezioni del nuovo Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Come vede questo risultato?
  Noi siamo vicini a coloro che condividono i nostri ideali e i nostri valori. Il successo di Per Israele e di Dor va Dor, alla sua prima tornata elettorale in Ucei, è molto importante, e credo che insieme possiamo fare molto. Il contesto dell’Ucei è fondamentale per l’ebraismo, perché ci rappresenta tutti, e proprio per questo andrebbe “restaurato” nei suoi meccanismi. Io vorrei alleggerire la burocrazia e creare un sistema più snello e più rappresentativo. Dovremmo guardare a modelli organizzativi più moderni, e spero di trovare una sponda negli amici romani.

(Shalom, 20 ottobre 2021)


In Israele le startup si scoprono «circolari» 

di Fiammetta Martegani 

La chiamano Startup Nation perché è la nazione con la più alta percentuale di startup pro-capite e il cui governo contribuisce in modo sostanziale allo sviluppo dell'innovazione e dell'hi-tech. Non sorprende che negli ultimi anni stia indirizzando parte dei propri investimenti nell'economia circolare, a cui è stato dedicato anche un insegnamento apposito presso l' Afeka Academic College of Engineering di Tel Aviv. Avi Blau, responsabile del Corso, nonché consulente governativo per lo sviluppo di questo nuovo settore in espansione, ci racconta che sono tre i progetti principali a cui Israele, assieme anche ad altri partner stranieri, sta dedicando le proprie risorse. Nell'Imminente, l'Istituto per cui insegna, in collaborazione con la Camera del Commercio Israele-America, ha creato un programma internazionale per connettere imprese israeliane (da multinazionali a compagnie di bandiera, fino ad aziende a conduzione familiare) con circular innouators e circular designer provenienti da tutto il mondo, alfine di adottare competenze specifiche già sviluppate all'estero e adattarle alle esigenze locali. Sul medio termine, il ministero del Tesoro ha già messo in atto un progetto di industriai symbiosis con lo scopo di connettere settori diversi in modo che gli scarti degli uni possano essere al meglio sfruttati dagli altri, creando così una micro-economia su scala nazionale. Inoltre, sul lungo periodo, il Ministero dei Beni Ambientali sta sviluppando un piano di no waste strategy, da implementare entro il 2030, per garantire che l'intero sistema di rifiuti del Paese sia organizzato per potersi rigenerare da solo, garantendo l'ecosostenibilità come modus vivendi. 
   Se l'esecutivo sta principalmente investendo sull'innovazione e sul flusso dei materiali tecnici, alcuni imprenditori privati, invece, si stanno specializzando su quelli biologici. Un esempio di successo, che ha già varcato i confini nazionali ottenendo numerosi investimenti stranieri, è sicuramente UBQ: «Sta per "ubiquitous": un materiale unico con un'infinita possibilità di adottarlo. È sia il nome della nostra compagnia che del nostro prodotto - spiega la vicepresidente Rachel Barr -. Si tratta di una "plastica organica" realizzata al 100% da rifiuti, di ogni sorta. Una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione i materiali di cui è composto vengono nuovamente reintrodotti nel ciclo economico e possono essere continuamente riutilizzati all'interno del ciclo produttivo generando ulteriore valore». Ciò che rende unica questa tecnologia carbon neutral è il fatto che, a differenza di altri prodotti simili, può essere combinata con qualsiasi altro tipo di plastica per poi essere nuovamente riciclata in un processo potenzialmente illimitato, garantendo una scalabilità senza precedenti e, di conseguenza, anche un notevole abbassamento dei costi che li rende competitivi su scala globale. A questo si aggiunge il significativo impatto sociale di questa tecnologia, poiché implementata in un kibbutz collocato a pochi chilometri da Gaza, Tse' elim, dove la maggior parte di chi ci lavora fa parte delle comunità beduine locali, da sempre oberate dal problema dei rifiuti. «Adottare UBQ in un contesto come quello della Striscia (uno dei luoghi con la più alta densità di popolazione al mondo per chilometro quadrato, ndr) sarebbe un sogno che diventa realtà - continua - permettendo di attivare circuiti virtuosi di riciclo e riuso». Barr sottolinea anche come la circular economy, in un contesto conflittuale come quello del Medio Oriente, oltre ad essere un eccellente modello di produzione e consumo, attento alla riduzione degli sprechi delle risorse naturali, porti con sé anche un enorme potenziale sul piano sociale e politico, in quanto basato su condivisione e cooperazione. 
   In questa cornice si colloca un programma pilota, che sta prendendo piede proprio in questi mesi, con un duplice scopo: da un lato incentivare la collaborazione tra cittadini israeliani arabi ed ebrei, dall'altro accelerare, soprattutto all'interno della comunità araba, l'imprenditoria femminile, specie nel settore del tessile, dove sono molte le donne a essere già coinvolte. 
   Si tratta del progetto guidato dall' AEJI (Association of Environmental Justice in Israel) e messo in piedi dalla Direttrice Esecutiva Carmit Lubanov, con il patrocinio di alcune istituzioni sul territorio, in particolare la municipalità di Um El Fachem, villaggio arabo della Galilea - assieme ad altri partner stranieri, tra cui l'Università belga di Gent Belgio - già coinvolta in questo pilot, poiché particolarmente interessata a questo modello economico di gender e local empowerment. 
   Come spiega Lubanov, «la maggior parte delle Organizzazioni non governative che lavorano per il processo di pace si occupano quasi sempre della risoluzione del conflitto. Ma prima ancora è necessario creare ponti. Questo è uno degli scopi principali del nostro progetto, indipendente da fondi governativi, e volto, in modo pratico, ad incentivare dialogo, eguaglianza e partnership. Perché la terra in cui viviamo - prosegue - è la stessa per entrambi i popoli. E il rispetto degli uni verso gli altri deve cominciare dal rispetto per l'ambiente che ci circonda. In questo processo di presa di coscienza e valorizzazione delle risorse, le donne sono, e saranno sempre più, le figure chiave per questa svolta non solo economica, ma anche politica». 

(Avvenire, 20 ottobre 2021)


"Bimba, sai leggere? Niente gelato agli ebrei"

Livorno: la testimonianza di Edi Bueno che fuggì dai campi di sterminio. La sua storia in un libro a fumetti di Emmanuel Pesi

di Michela Berti

"Ero andata a prendere il gelato con una mia amica. Ero ghiotta di gelato. Avevo una piccola stella di David sul golfino e la commessa mi disse che non poteva darmi il gelato. Allora andai dal proprietario per lamentarmi ma lui disse con fare brusco ’Bimba sai leggere? Guarda cosa c’è scritto su quel cartello: non si dà gelato agli ebrei". Da questo rifiuto la piccola Edi Bueno, oggi arzilla 91enne, prese consapevolezza di cosa stava accadendo. "La mia è stata una vita in fuga – racconta Edi mentre in compagnia di alcune amiche frequenta il circolo Arci Colline per partecipare al torneo di tombola – dal 1943 quando con i miei genitori e i miei due fratelli Sirio e Dino siamo fuggiti da Livorno per raggiungere Santa Caterina a Marlia. Pensavo di essere al sicuro invece un giorno di dicembre arrivò l’ordine che tutti gli ebrei dovevano radunarsi nel centro del paese".
  Piano piano, mentre il nastro della memoria si riavvolge, gli occhi di Edi si velano di una grande tristezza. "Mio padre mi fece nascondere con il mio fratellino Sirio in uno stanzino – ricorda – mentre mia madre e Dino salirono su quel treno diretto ad Auschwitz. Mia madre pensava che sarebbe andata a lavorare, invece non sono mai più tornati a casa". Un dolore infinito che Edi si è portata dietro per tutta la via: "Nascosta nello stanzino, sentivo una grande confusione – riprende il racconto – poi il camion è partito e allora ho detto a Sirio scappiamo, corriamo più velocemente e lontano possibile. Ci siamo tolti le scarpe per correre meglio e porto ancora i segni di quella fuga".
  Una fuga per la vita, in una fredda notte di dicembre. "Sì, ricordo che faceva un grande freddo, ci siamo nascosti sotto un ponticello. Era buio e ad un certo punto abbiamo visto spuntare due occhi che ci guardavano. Impaurita ho detto ’non siamo ebrei’. Ma erano i partigiani che ci hanno portato a Marlia. Ci hanno salvato la vita". Edi da bambina viveva con i genitori in via della Coroncina, dove ora ci sono le pietre d’inciampo con i nomi della sua famiglia, a ricordare il dramma che hanno vissuto tanti ebrei anche nella nostra città. "Siamo stati sempre perseguitati. Le bimbe non volevano giocare con me perché avevo la stella di David". Edi si è sposata, ha una bella famiglia con figli e nipoti. Vive da sola in un piccolo appartamento in centro. Ci accoglie con il grembiule, sta cucinando la pasta mentre aspetta i nipoti. Sorride, ma gli occhi si inumidiscono con il ricordo di quello che ha passato. Una storia, che Edi ama raccontare alle scolaresche: "Io vado nelle scuole perché i nostri ragazzi devono sapere. Devono sapere che io ho sofferto tanto. Io sono ebrea ma siamo tutti uguali e quando accadono purtroppo episodi di razzismo io dico sempre ai ragazzi ’Pensate a Edi’".
  La sua storia non poteva non diventare un libro. Ci ha creduto Emmanuel Pesi prof di storia contemporanea che ha pubblicato il libro ’Come into my house. Nove storie di fuga e resistenza’ immagini di Luca Lenzi, editore Pacini Fazzi. L’obiettivo è quello di far conoscere queste storie ai più giovani; Edi è diventata uno del testimonial del periodo più drammatico del secondo scorso.
  "La memoria – dice Eni – è importante perché non dobbiamo dimenticare cosa è successo. E dobbiamo far crescere i nostri ragazzi in maniera consapevole perché certe cose non devono più accadere". A rendere ancora più ricco e toccante il libro sono i disegni di Lenzi, spesso crudi, ma molto significativi come l’immagine dei piedi nudi di Edi che corrono e si feriscono. Ferite che raccontano la sua storia, la persecuzione di un popolo, l’emarginazione, il dolore, la morte.

(Il Telegrafo, 20 ottobre 2021)


Israele, un sub trova la spada appartenuta a un cavaliere crociato

Il ritrovamento dopo oltre 900 anni nei fondali marini

di Alessia Benincasa

Una spada appartenuta a un cavaliere crociato è stata ritrovata da un sub dopo essere rimasta 900 anni in fondo al mare. Con un’elsa di 30 centimetri e una lama lunga un metro, l’arma è stata rinvenuta. Si è conservata in perfette condizioni, è un ritrovamento bello e raro.

• I tesori delle acque della costa del Carmelo
  Le acque della costa del Carmelo sono ricche di tesori archeologici, grazie alle numerose calette dove le navi si rifugiavano dalle tempeste sin dall’antichità. L’arma è stata trovata per caso dal sub Shlomi Katzin che l’ha portata a riva temendo che altri potessero rubarla o che la sabbia potesse di nuovo nasconderla. Katzin l’ha poi consegnata alle autorità, che gli hanno dato un certificato di “buon cittadino”. Il sito del ritrovamento era probabilmente usato come ancoraggio fin dall’età del bronzo, 4mila anni fa.

• 150 metri al largo in acque profonde
  Il sub si trovava a circa 150 metri al largo della costa in acque profonde cinque metri quando ha rinvenuto i reperti. “È emozionante incontrare un oggetto così personale, che ti riporta indietro nel tempo di 900 anni in un’era diversa, con cavalieri, armature e spade”, ha detto Distelfeld, sottolineando che sulla spada, fatta di ferro, erano incrostati organismi marini. La spada deve essere pulita e ulteriormente analizzata.

(L'Occhio, 19 ottobre 2021)


Per mettere in sicurezza 

E' ormai evidente a chi non vuole autoimbrogliarsi che l'imposizione del green pass non è dovuta a preoccupazioni di salute pubblica, ma all'intenzione di questo governo a trazione Draghi di piegare i cittadini abituandoli a sottomettersi ad una sorveglianza invasiva, estesa e costante. Ma quanto più questo diventa chiaro, tanto più il governo diventa deciso nell'imporre le sue regole senza preoccuparsi troppo di essere convincente. Quanto durerà la carta verde? chiede qualcuno: "Resterà valida finché serve" ha detto un sostenitore autorevole di questo governo. Serve a che cosa? In un articolo del Corriere della Sera di oggi si trova scritto [risalto aggiunto]:
"Di fatto, dopo il voto di ieri si apre, non si chiude una nuova fase. Se ne cominceranno a vedere i contorni a partire dall’elezione del presidente della Repubblica, a febbraio del 2022. In quel momento si materializzeranno altre alleanze. E si capirà se il premier Mario Draghi potrà mettere in sicurezza gli aiuti europei senza essere frenato o, peggio, boicottato da partiti a caccia di rivincite o di scorciatoie elettorali".
Ecco dunque che cosa vuol "mettere in sicurezza" il nostro capo di governo, di certo non la salute dei cittadini. Del resto, il nostro premier è un tecnico dei soldi, non delle malattie. Tutta l'operazione è un imbroglio. Qualcuno dirà che è a fin di bene, e così l'imbroglio si raddoppia. In politica le menzogne sono moneta corrente, ma quando la menzogna diventa alta, unitaria a livello governativo, e sostenuta da una buona parte della popolazione, per la nazione le cose si mettono male. Che l'imposizione del vaccino, con l'annesso obbligo di green pass, sia un ricatto, è stato riconosciuto abbastanza presto da alcuni, ma la cosa è stata negata da molti. Ma più il ricatto è diventato chiaro, più alto è diventato il numero di coloro che si sono adeguati alle imposizioni del governo.

PARABOLA
Al telefono.
• Non pago, non è giusto, gli accordi non erano questi.
- Come non paghi? Perché non vuoi pagare? E' giustissimo. L'accordo è conveniente anche per te.
• Non pago, tu cerchi di imbrogliarmi.
- Ti avverto però che se non paghi ne avrai conseguenze spiacevoli.
• Che vuol dire spiacevoli? Io sono a posto, sono nel mio diritto. Non pago.
- Guarda che se non paghi potrebbe capitarti qualcosa di molto, molto brutto!
• Che vuoi dire con questo? E' un ricatto quello che mi fai? Eh! E' un ricatto?
- Sì, è proprio un ricatto!
• Va bene, allora pago. Non avevo capito, pensavo che fosse un'altra cosa.
M.C.

(Notizie su Israele, 19 ottobre 2021)


Il tesoro culturale ebraico

I nazisti non deportarono solo gli ebrei di Roma ma saccheggiarono le idee della comunità  Chi avesse tentato di salvare un libro sarebbe stato fucilato 

di Arnaldo Benini 

Dopo l'armistizio, l'8 settembre 1943, dell'Italia con gli Angloamericani lo stato maggiore tedesco intendeva ritirarsi dall'Italia del Sud. Joseph Goebbels, capo della propaganda nazista e teorico, dal 1943 in poi, della «guerra totale», scrisse nel diario il 10 settembre che «Non siamo in grado di difendere l'Italia del Sud, dobbiamo ritirarci a Nord di Roma». Hitler ordinò invece la resistenza. 
   Da Roma in su l'Italia era sotto l'arbitrio dei tedeschi, che l'avevano invasa dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio del 1943. Ufficialmente l'Italia del centronord, a partire dal 23 settembre 1943, era una Repubblica sociale, nel cui manifesto programmatico Mussolini decretava che «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». La legge antiebraica del 1938 aveva emarginato gli ebrei, che, dall'asilo infantile in su non avevano accesso ad istituzioni pubbliche e private ma, tranne rare eccezioni, non c'erano state violenze verso di loro. L'11 settembre 1943 il feldmaresciallo Albert Kesserling dichiarò l'Italia, Roma compresa, territorio militare sotto controllo tedesco. La Repubblica fascista di Mussolini non aveva alcun potere. Il 23 settembre 1943 il capo delle SS Ernst Kaltenbrunner ordinò alle truppe d'includere gli ebrei italiani nelle misure antirazziali stabilite nelle conferenza dei capi nazisti a Wannsee il 21 gennaio 1942. Dovevano essere sterminati. La decisione di Hitler di resistere in Italia ha comportato la morte di migliaia di ebrei: il loro tributo di sangue, dal 1943 al 1945, è stato enorme. Nel Corriere del Ticino del 27 aprile scorso si è parlato del libro 16 ottobre 1943 dell'ebreo Giacomo Debenedetti sullo spietato rastrellamento di milleduecento ebrei nel ghetto di Roma, trasferiti ad Auschwitz, da dove ne tornarono una decina. Fu l'inizio della tragedia. 
   I nazisti alla caccia di libri ebraici. La comunità ebraica pagò un tributo d'altro genere al furore antisemita, non paragonabile alla perdita di vite umane ma nondimeno pesante. Nel 1940, su mandato di Hitler, il «filosofo» del nazismo e feroce antisemita Alfred Rosenberg istituì una squadra di una trentina di persone per coordinare la confisca in Germania e nei paesi occupati di materiale librario ebraico. Serviva, si disse, per confermare che gli ebrei erano sempre stati e continuavano ad essere una minaccia per la Germania e per il mondo. 
   I membri della squadra indossavano una divisa, descritta da Giacomo Debenedetti: «attillata, di un'eleganza schizzinosa, astratta e implacabile, che inguaina la persona, il fisico ma anche e soprattutto il morale, con un ermetismo da chiusura lampo». Alla fine del 1941 la Historische Zeitschrift (Rivista di storia) poteva annunciare che a Francoforte era sorta la più grande biblioteca del mondo per lo studio della Judenfrage (problema ebraico) con circa 350mila volumi, rastrellati in Germania e continuamente alimentata da saccheggi in tutta Europa, specie a Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Belgrado, Salonicco, Vienna, Riga, Vilnius, Ferrara, Roma. Fra il 1943 e il 1945 nell'Europa occidentale furono razziati circa 3 milioni di libri. Nel gennaio 1944, all'approssimarsi del fronte, per impedire che finisse sotto uno dei frequenti bombardamenti, una parte della biblioteca fu trasferita nel vicino castello di Hungen. Si salvò, come anche il resto rimasto in città. Fu presa in consegna dagli Americani. Una parte del patrimonio librario era finito anche nella biblioteca della polizia nazista a Berlino, che voleva documentarsi circa i «nemici» del nazismo. Alla fine del '43 una parte dei libri fu evacuata da Berlino e conservata in Slesia e nei Sudeti. 

• IL SACCHEGGIO A ROMA
  Il 30 settembre e il 1° ottobre 1943 due azzimati tedeschi, membri della squadra di Rosenberg, che si qualificarono come orientalisti e uno come professore di lingua ebraica, esaminarono la biblioteca comunitaria ebraica di Roma, che comprendeva manoscritti, 4.728 volumi, 28 incunaboli, 183 cinquecentine, alcune delle quali provenienti da Costantinopoli, e testi sei e settecenteschi da Venezia e Livorno, in tutto 7 mila opere, non catalogate. Poi i «professori» misero le mani nella biblioteca del Collegio Rabbinico, nello stesso edificio. Conteneva circa 10 mila volumi di testi liturgici, di Talmud, di filosofia e bibliografia, catalogati a metà degli anni '30. Gli aguzzini ammonirono che l'asportazione anche di uno solo dei libri sarebbe stata punita, racconta Giacomo Debenedetti, «secondo la legge di guerra tedesca», cioè con la morte. L’11 ottobre iniziò il saccheggio. Dall'11 al 14 ottobre 1943 la squadra di Rosenberg vuotò la biblioteca comunitaria ( con l'eccezione di codici biblici, alcuni libri e sette incunaboli, conservati nella cassaforte della Sinagoga) e asportò buona parte della biblioteca del Collegio Rabbinico. I libri furono sigillati in due carri ferroviari e spediti a Monaco d.B. Un terzo vagone, con i libri dal Collegio Rabbinico, partì in dicembre. 

• DOPO LA GUERRA
  Che cosa ne è stato dopo la guerra di quell'immenso patrimonio culturale? Nel marzo 1946 gli Alleati, di fronte all'enormità del saccheggio, crearono a Offenbach un deposito-archivio in cui storici, bibliotecari, curatori di musei e archivisti erano impegnati a recuperare, identificare, e restituire libri, incunaboli, manoscritti. Il compito era arduo perché moltissimi libri, durante i traslochi, s'erano mescolati senza conservare traccia della provenienza. Fino alla chiusura, nel 1949, l'archivio trattò circa 3 milioni e mezzo di pubblicazioni in 35 lingue, restituite a più di 14 nazioni. Gli Americani mandarono alla Biblioteca del Congresso a Washington circa diciannovemila pubblicazioni antisemitiche provenienti da biblioteche e istituti tedeschi. Da Offenbach tornò a Roma nel 1948 la biblioteca del Collegio Rabbinico. Arrivarono 6.580 volumi e 1760 brossure. Non si rintracciò il catalogo, per cui non si sa esattamente quanto materiale sia scomparso. Le tracce della biblioteca comunitaria si sono in parte perdute. Nel 2002 fu istituita presso la Presidenza del Consiglio italiana una commissione per il recupero del patrimonio bibliografico della comunità ebraica di Roma, che nel 2009 ha pubblicato un rapporto dettagliato. Di una parte del materiale, depositato a Berlino nella zona russa, se ne è perduta ogni traccia. Le ricerche, con le immaginabili difficoltà, continuano.

(ItaliaOggi, 19 ottobre 2021)


Alla sbarra l'ex segretaria nazista: è accusata di complicità in migliaia di omicidi

Alla fine, è stata portata di fronte ai giudici in ambulanza e su una sedia a rotelle Irmgard Furchner. La 96enne ex segretaria del campo di concentramento nazista di Stutthof è stata prelevata dalla stessa casa di riposo a nord di Amburgo da cui era fuggita alla fine di settembre, per evitare l'apertura del processo, nel quale pesano su di lei oltre 11mila capi di imputazione. Tanti sono gli omicidi nei quali, secondo l'accusa, la donna avrebbe avuto un ruolo importante tra il giugno del 43 e l'aprile del 45.
  Nel lager polacco, non lontano da Danzica, Furchner - prima donna alla sbarra per crimini nazisti dopo decenni - era responsabile di dattilografare e siglare gli ordini di condanna a morte di ebrei, partigiani polacchi e prigionieri di guerra sovietici, oltre a contabilizzare gli strumenti utilizzati per la loro soppressione.
   Il mese scorso la sua fuga avvenuta nel giorno dell'apertura del processo era durata appena 5 ore: dichiarata latitante, la polizia l'aveva rintracciata e messa in arresto mentre vagava per la città di Amburgo. Rimasta in detenzione per 5 giorni, prima di essere rimandata nella struttura assistenziale in cui risiede, ai giudici Furchner aveva spiegato in una lettera di "non voler essere messa alla gogna dall'umanità".

(euronews, 19 ottobre 2021)


Da arabo dico agli arabi: bisogna abbandonare l’odio

Troppe volte la decisione araba di scendere in guerra appare guidata non dalla necessità ma da odio irrazionale, confermando una celebre citazione attribuita a Golda Meir.

Di recente mi sono sorpreso a pensare al giorno in cui l’allora neoeletto presidente libanese Bashir Gemayel venne assassinato. Accadde il 14 settembre 1982, ma non ne seppi nulla fino alla mattina dopo, quando accesi la radio. Ero devastato. Non che fossi un sostenitore del partito guidato da Gemayel né di nessuna delle parti coinvolte nella guerra civile (che imperversava in Libano ndr). Ma Gemayel aveva promesso la pace e aveva promesso di unire il popolo libanese. Dopo sette anni di guerra civile, il Libano sembrava voler voltare pagina sotto la sua guida, fare pace con Israele e fare pace con se stesso. Speravo che avrebbe mantenuto le sue promesse. La sua morte pose fine a tutto questo.

(israele.net, 19 ottobre 2021)


Il 16 Ottobre e la bomba atomica

di Rav Riccardo Di Segni

Tra gli ebrei romani catturati il 16 ottobre, e gassati all’arrivo ad Auschwitz, vi sono tre nomi di persone anziane che forse si conoscevano, ma che a loro insaputa rimangono legati tra di loro per un’altra vicenda drammatica, quella della fabbricazione della prima bomba atomica. Sono Lionello Alatri, Augusto Capon e Amelia Treves in Segré.
  Il progetto Manhattan fu la grandiosa operazione con la quale gli Stati Uniti d’America arrivarono a costruire i primi ordigni nucleari, due dei quali furono sganciati sul Giappone costringendolo alla resa e mettendo fine alla seconda guerra mondiale. A promuovere il progetto furono per primi dei fisici ebrei profughi dall’Ungheria, con l’appoggio di Einstein; convinsero molto lentamente il governo americano del rischio che la Germania nazista fabbricasse le bombe e che bisognava precederla; con il progredire del conflitto gli USA intensificarono le operazioni, concentrando nel massimo segreto il fior fiore degli scienziati di allora nel deserto del New Mexico, a Los Alamos. Un’altra ampia rete di scienziati e tecnici collaborò a distanza a varie fasi dell’operazione, spesso del tutto ignara della destinazione dei loro sforzi.
  In questa grande operazione ebbero un ruolo non indifferente tre italiani, fuggiti a causa delle leggi razziali e approdati negli Stati Uniti: Enrico Fermi, fisico, premio Nobel nel 1938, sposato all’ebrea Laura Capon; Emilio Segré fisico nucleare, che il Nobel l’avrebbe ricevuto negli anni ’50; Marco Giorgio Salvadori, geniale ingegnere. Fermi e Segré furono isolati a Los Alamos, insieme alle famiglie, e fu loro interdetto, come agli altri, qualsiasi contatto con l’esterno. Salvadori fu consultato e collaborò ad alcuni progetti specifici senza sapere la loro utilizzazione reale.
  Il padre di Laura era un ammiraglio di carriera deposto a causa delle leggi razziale, costretto su una seggiola a rotelle; rimaneva di simpatie fasciste (ha lasciato un diario) e conservava una lettera di lodi di a lui scritta da Mussolini. Avvisato per telefono dell’imminente arrivo dei tedeschi per catturarlo, mentre la sorella fece in tempo a scappare, lui si rifiutò di farlo, e quando bussarono alla porta mostrò la lettera del Duce, che fu assolutamente inutile. Arminio Wachsberger, preso anche lui nella retata e usato dai nazisti come interprete (cosa che gli permise di aiutare molte persone) raccontò a Enrico Fermi, durante un suo viaggio in Italia agli inizi degli anni ‘50, le circostanze della morte di Capon, sulla quale la famiglia sapeva ben poco.
  Emilio Segré racconta nelle sue memorie che nell’estate del 1944 a Los Alamos fu convocato da Julius Hoppenheimer, che dirigeva i laboratori, e da lui ricevette la notizia della cattura della madre Amelia e del salvataggio del padre Giuseppe (che pochi mesi dopo sarebbe morto di malattia). Evidentemente Segré aveva fatto chiedere notizie sulla famiglia quando l’esercito americano era arrivato a Roma ai primi di Giugno 1944. I Segré, suoi genitori, avevano abitato a Tivoli, dove i loro famigliari si erano insediati come imprenditori nella fabbricazione della carta, che Tivoli facilitava per la sua abbondanza di acque. Durante la guerra abitavano a Roma a Corso Vittorio. C’è una lettera indirizzata in Vaticano nella quale Giuseppe Segré all’arrivo dei nazisti a Roma chiese rifugio, che effettivamente ottenne molto rapidamente nel convento delle Oblate Agostiniane di S. Maria dei sette dolori in via Garibaldi; per rendere un’idea della situazione, che non era ancora quella dei fuggiaschi disperati, i Segré si portarono in convento una dama di compagnia e una domestica. Non si sa perché, probabilmente perché quel giorno era uscita dal nascondiglio, Amelia fu comunque catturata dai nazisti. Era nata a Firenze nel 1869. Una via a Tivoli ne ricorda il nome.
  La terza corrispondenza riguarda Marco Giorgio Salvadori, di padre non ebreo ma di madre ebrea, Ermelinda Alatri (di Marco e Elvira Cave), e sposato con Giuseppina Tagliacozzo (di Pio Sabatino e Laura Uzielli). Il nonno di Ermelinda era Samuele Alatri, mitica guida dell'ebraismo romano dell'ottocento.
  Ermelinda si salvò dalla razzia, ma non si salvò suo fratello Lionello, nato nel 1878, catturato il 16 ottobre insieme alla moglie Evelina Chimichi (anch’essa gassata all’arrivo); un’altra sorella di Ermelinda, Vittoria sposata Sacuto, fu catturata nel febbraio del 1944 a Firenze, deportata e uccisa ad Auschwitz.
  Gli intrecci della storia sono a volte incredibili. Qui i tre protagonisti italiani del progetto Manhattan sono stati colpiti nei loro affetti più cari e vicini dalla razzia del 16 ottobre.

(Shalom, 18 ottobre 2021)


Chi sono gli ebrei? Che posto hanno nella storia e nella vita della società contemporanea?

A queste domande, Amos Luzzatto, scomparso un anno fa, ha risposto con il saggio “Il posto degli ebrei”, che Garzanti ha recentemente ripubblicato.

di Eliana Pavoncello

Una scelta felice per un saggio imperdibile (scritto nel 2005 e ora saggiamente riedito) che ci conduce per mano nella comprensione non solo della multisfaccettata identità del popolo ebraico, della diaspora e delle sue conseguenze, ma anche dei fenomeni di antisemitismo che da tutto ciò derivano.
   Il che rende “Il posto degli ebrei” attualissimo, visto il tentativo di far risorgere i peggiori fantasmi della storia da parte di una destra che si dice moderna, ma che in realtà stenta a fare i conti con un passato scomodo e ad allontanare le frange più estreme e pericolose.
   Diciamo subito che Luzzatto (1928-2020) ha utilizzato sapientemente le sue competenze di medico e politico di alto livello. Ne viene fuori una trattazione agile, chiara e determinata, senza fronzoli e ammiccamenti, che apre squarci nella conoscenza della storia, così come è codificata sui libri di storia, e nella coscienza di molti.
   Alla base di tutto c’è un problema di metodo, che sfugge ai più e che porta troppo spesso a generalizzazioni dalle tragiche conseguenze. Per esempio, come definire chi è ebreo, visto che non tutti gli ebrei hanno le stesse caratteristiche fisiche, come ad esempio il famigerato naso grosso, non tutti provengono direttamente dal Medio Oriente, non tutti sono rispettosi delle regole religiose in ugual misura.
   Luzzatto svela, tra l’altro, che molte delle credenze su cui si basa l’antisemitismo, provengono proprio dall’impossibilità di approcciarsi a questo tema in modo più aperto e flessibile. E da lì nasce l’antisemitismo, da una definizione (non solo in termini etimologici) che mette un confine tra un noi percepito come nucleo separato da chiunque abbia caratteristiche diverse. Da lì ad attribuire complotti e azioni malevole agli “altri” il passo è breve, come mostrano i famigerati Protocolli dei Savi di Sion, ovvero la base dell’antisemitismo europeo.
   Luzzatto porta a ridiscutere la validità del mantra delle radici ebraico-cristiane da cui sarebbe nata l’Unione Europea, tema anch’esso di grande interesse, proprio alla luce della nostra storia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alle nuove derive, come le leggi antiebraiche e le campagne antisemite di molti Paesi dell’est.
   Insomma, un saggio che isola gli stereotipi ai quali siamo purtroppo abituati, li individua e li identifica in una prospettiva utile per leggere la storia e la cronaca attraverso un occhio più vigile e disincantato.

(Riflessi Menorah, 18 ottobre 2021)


Israele - Consegne, cibo e medicine li porta il drone

di Fabio Scuto 

Tra lo stupore dei bagnanti nel fine settimana dei droni hanno consegnato sushi, birra e gelato ai rappresentanti di stampa e tv in attesa sulla spiaggia di Hatzuk - a nord di Tel Aviv - come parte di un'iniziativa guidata dal governo per creare una rete nazionale di droni per consegne in tutto Israele. La "National Drone Initiative" è entrata nella terza delle otto fasi previste nel programma pilota, con una dimostrazione di 10 giorni per testare i voli dei droni sopra le aree urbane di Tel Aviv, Jaffa, Ramat Sharon, Herzliya e Hadera, dove la seconda fase del progetto è stato avviato a fine giugno. 
   In questa nuova fase, i droni hanno effettuato circa 300 voli al giorno sopra aree aperte per diversi compiti come testare i sistemi autonomi, analisi del comportamento in aria, trasportare cibo in un determinato punto e persino consegnare sangue donato dalla banca del sangue Magen David Adom nell'area di Tel Aviv allo Sheba Medical Center. L'obiettivo è mettere a punto la tecnologia e le procedure dei droni e, in definitiva, aiutare a ridurre la congestione stradale e migliorare la qualità dell'aria creando una rete di corridoi aerei per le consegne di medicinali, esami medici e attrezzature, abbigliamento, cibo e merce in genere. Il programma è nato lo scorso anno come collaborazione tra il Centro israeliano per la quarta rivoluzione industriale (C4IR) presso l'Autorità per l'innovazione, l'Autorità per l'aviazione civile (ICAA) e la Smart Transportation Authority, il Ministero dei Trasporti attraverso società private israeliane e straniere. Al momento, i droni hanno un raggio di 5 km con un carico di circa 2,5 kg. In futuro potranno trasportare merci più pesanti e percorrere distanze maggiori. 
   Secondo l'Israel Innovation Authority il prossimo anno i droni saranno in grado di effettuare missioni con un raggio di 100 km. I voli sono attualmente gestiti da otto compagnie che lavorano a stretto contatto con la polizia israeliana, i servizi antincendio e di soccorso e il comando dell'esercito dell'IDF Home Front Command. 

(il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2021)


Esercitazione Blue Flag nel deserto del Negev per due settimane

Blue Flag 2021, la più grande e avanzata esercitazione aerea multinazionale mai ospitata dall’aeronautica israeliana, ha preso avvio domenica con un simbolico sorvolo congiunto sopra la Knesset effettuato da aviazione israeliana e Luftwaffe tedesca col titolo “Ali della storia”. E’ stata la prima volta che aerei militari tedeschi hanno sorvolano Gerusalemme dopo la prima guerra mondiale. “Il sorvolo esprime la forte partnership tra le due forze aeree e i due paesi e l’impegno per la cooperazione futura”, hanno dichiarato le Forze di Difesa israeliane. L’esercitazione Blue Flag si svolgerà nel deserto del Negev per due settimane, fino al 28 ottobre, con la partecipazione di otto forze aeree: oltre a Israele e Germania, vi prendono parte Italia, Gran Bretagna, Francia, India, Grecia e Stati Uniti. E’ la prima volta che caccia britannici prendono parte a un’esercitazione in terra d’Israele dopo la fine del Mandato Britannico. Lanciata nel 2013, l’esercitazione aerea Blue Flag si tiene ogni due anni per rafforzare la cooperazione tra i paesi partecipanti.

(israele.net, 18 ottobre 2021)


Aria nuova in Medio Oriente

Gli Accordi di Abramo un anno dopo

di Lorenzo Vidino*

Il Medio Oriente è più tranquillo. Non è certo quello che siamo abituati a sentire in riferimento a quella che da decenni è la regione più turbolenta del mondo. E non vuole assolutamente dire che i conflitti e le tensioni da cui è endemicamente flagellato siano evaporati. Ma negli ultimi mesi è ben visibile una generale tendenza che sta portando pressoché tutti i governi mediorientali ad adottare politiche estere meno aggressive e a dirimere le mutue divergenze attraverso la diplomazia.
   Anche tra nemici storici si urla, ci si minaccia e ci si attacca meno. È cosi tra Arabia Saudita e Iran, la cui rivalità politica e settaria (si erge a rappresentante dei sunniti la prima, degli sciiti il secondo) ha spaccato il Medio Oriente negli ultimi 40 anni. Dall'inizio dell'anno Riyadh e Teheran hanno per la prima volta in anni iniziato a dialogare e si parla della riapertura delle reciproche ambasciate. Hanno riaperto le relazioni anche Egitto e Turchia, per anni divise alacremente dal supporto dato da Ankara alla Fratellanza Musulmana. Quasi tutti i Paesi arabi hanno riallacciato i rapporti con il regime di Bashar al Assad, constatandone la capacità di essere sopravvissuto alla guerra civile siriana. Ed è poi finito l'embargo del Qatar, con il quale gli altri Paesi del Golfo hanno riaperto relazioni diplomatiche e commerciali dopo anni di tensioni dovuti ai rapporti di Doha con la Fratellanza e con l'Iran.
   Ed è proprio lo sviluppo commerciale la molla che spinge i Paesi della regione. Creare economie sostenibili per una regione che oltre alla drammatica situazione attuale negli anni a venire dovrà affrontare nuove criticità, tra cui boom demografico, diminuzione della produzione petrolifera e cambiamento climatico e conseguente desertificazione, è la priorità. E ciò porta ad accantonare o perlomeno a gestire differenze ideologiche per cercare accordi commerciali. In tal senso, anche chi nella regione vi si oppone non può non notare che uno degli effetti principali degli Accordi di Abramo, che hanno appena festeggiato il primo anniversario, è stato il boom di affari in ogni settore tra Israele e i Paesi arabi che li hanno sottoscritti. Gli Emirati Arabi Uniti incarnano perfettamente questa nuova stagione politica della regione. Se nella scorsa decade si erano guadagnati l'appellativo di "piccola Sparta" per l'impegno militare in vari teatri, dalla Libia allo Yemen, ora mirano dichiaratamente a diventare la Singapore del Medio Oriente - in pace con tutti e hub mondiale di commercio e innovazione.
   In questo "nuovo" Medio Oriente potrebbe giocare un maggior ruolo anche l'Italia. Il nostro Paese ne ha le potenzialità: una vicinanza geografica e culturale maggiore rispetto ad altri Paesi europei, i quali scontano anche un passato coloniale tendenzialmente più pesante del nostro; un appeal del "brand Italia" che va dalla moda e il cibo a industrie più pesanti; e buoni rapporti con pressoché tutti i governi della regione (al netto di alcuni passi falsi diplomatici degli ultimi mesi, quali le tensioni inutilmente create con Arabia Saudita ed Emirati). Manca però la capacità di "fare sistema", di proporsi come un attore univoco con una partnership attiva tra pubblico-privato, come invece fanno bene francesi, inglesi e tedeschi.
* L'autore è il direttore del Programma sull'Estremismo alla George Washington University.

(la Repubblica, 18 ottobre 2021)


«Antisemitismo? L'ho subìto da sinistra» 

Il portavoce della sinagoga di Milano: «Inutile sciogliere le sigle come Fn» . Intervista a Davide Romano

di Alberto Giannoni

MILANO -  Davide Romano, lei è portavoce della sinagoga Beth Shlomo ed è stato assessore alla Cultura della Comunità di Milano, cosa pensa di questo «allarme fascismo» che torna a essere agitato dopo l'assalto di estrema destra alla Cgil di Roma?
  «Penso che in questo momento la situazione sociale sia problematica. Che sfoci in violenza è grave, la violenza va fermata in modo rapido ed efficiente, che sia di destra o di sinistra è meno rilevante.

- Il suo mondo è molto attento a questa minaccia. Sta dicendo che non è rilevante ciò che sono quei gruppi ma ciò che fanno.
  «Dico che non mi interessa la battaglia simbolica. Mi interessa che le persone violente vengano fermate, isolate, eventualmente punite per quel che fanno. Poi certo, io provo odio per fascisti e nazisti, per quel che hanno fatto ai miei nonni e bisnonni, ma se penso a mente fredda dico: facciamo ciò che è utile, non per istinto o partito preso. Se li chiudo cosa succederà».

- Cosa succede secondo lei?
  «Magari andiamo a letto tranquilli se sciolgono una sigla, ma se cambia nome o i militanti si aggregano ad altre siamo punto e a capo. Forse la priorità è un canale preferenziale e veloce per perseguire i fatti di violenza politica».

- Meglio far emergere le realtà estremiste?
  «Le forze dell'ordine, dicono che è meglio sapere chi si ha di fonte. Se finiscono in clandestinità non sai dove sono, dov'è la sede. Anni fa non c'erano social, oggi esistono canali irraggiungibili. Mi interessano risultati concreti e non si ottengono facendo scomparire le sigle».

- La rassicura di più una realtà polverizzata?
  «Sono ben contento che l'estrema destra sia divisa in mille gruppi. Invece potrebbe esserci un' eterogenesi dei fini, magari i militanti di Forza Nuova vanno su altre formazioni rafforzandole. Parafrasando Andreotti, meglio avere venti gruppi dello 0,1% che uno del 2».

- Parlarne tanto è utile?
  «La sinistra è forte su questo tema e insiste pensando che sia sentito da tutti in Italia. Non so, è stato molto usato».

- Una destra integrata nelle istituzioni è un bene? Fini?
  «A Fini, all'epoca della svolta l'intero ebraismo strinse la mano. Ma non voglio parlare di politica. Posso dire che il Pdl di Berlusconi era una cosa, FdI un'altra. Dentro Fdi ci sono personalità democratiche e amiche di Israele e delle comunità, ma anche frange più inquietanti. Meloni dovrebbe accelerare le "pulizie", è interesse suo e del Paese. Di Salvini, tutto si può dire tranne che non sia amico di Israele».

- Comunque, l'antisemitismo non è solo di destra.
  «Se devo essere sincero, io nella mia vita sono stato aggredito sempre dai centri sociali, gente di sinistra o estrema sinistra. Parlo di Milano. Alla fine degli anni Ottanta da qualche fascista, poi tutti gli attacchi, al Gay pride con la bandiera israeliana o al 25 aprile con la Brigata ebraica, sono arrivati da sinistra».

- Un sondaggio, due anni fa, ha rilevato che l'antisemitismo alberga più nell'elettorato di sinistra e «grillino».
  «Non mi sorprende. Nelle istituzioni no, ma sui social, dietro certi svarioni su Israele tipici di una certa sinistra ci sono stereotipi sulla Shoah. Mi dispiace ma è così».

(il Giornale, 17 ottobre 2021)


Discutere in nome del cielo

Una prospettiva originale sul rapporto incandescente tra ebraismo, cristianesimo e islām. Il dialogo nasce in Grecia e la sua polifonia è una regolata forma di lotta. Nella Bibbia non incontriamo una teoria del dialogo, ma una sua particolare pratica, non conoscitiva ma etica, tesa a interpellare l’interlocutore, chiamandolo in causa. Tuttavia, i primi dialoghi che troviamo nella Torah sono quelli con il serpente, sotto forma di seduzione, l’inquietante dialogo ‘abortito’ tra Caino e Abele e il celeberrimo e serrato confronto tra Dio e Abramo, un appello a un’assunzione reciproca di responsabilità. Vi è poi la forma caratteristica di dialogo strutturante l’identità ebraica: la disputa rabbinica, con discussioni, opposizioni e dissensi. Esplorando i testi antichi con uno sguardo rivolto alla tesa attualità dei nostri giorni, Ugo Volli e Vittorio Robiati Bendaud prendono per mano il lettore e lo guidano su sentieri che la contemporaneità ci impone di riscoprire e comprendere.

AUTORI:
Vittorio Robiati Bendaud coordina il Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia e da numerosi anni è impegnato nel dialogo ebraico-cristiano a livello internazionale. Allievo di Giuseppe Laras, approfondisce lo studio del pensiero ebraico e dei rapporti tra genocidio armeno e Shoaḥ Autore e traduttore, collabora con numerosi giornali e riviste. Per Guerini e Associati ha scritto La stella e la mezzaluna. Breve storia degli ebrei nei domini dell’Islām (2018).
Ugo Volli, semiologo e filosofo del linguaggio, è stato docente di Semiotica all’Università di Torino. Ha scritto di teatro, comunicazione, cultura su la Repubblica, L’Europeo, Epoca, l’Espresso, Il Mattino. Fra le sue opere si ricordano Manuale di semiotica (2002), Lezioni di filosofia della comunicazione (2008), Il resto è interpretazione. Per una semiotica delle scritture ebraiche (2019). Per le nostre edizioni ha curato, con Martina Corgnati, Il genocidio infinito (2015).

(goWare, 17 ottobre 2021)


Incontrarsi a Gerusalemme

Il mondo è piccolo e Israele lo è sicuramente ancora di più. Così capita che un padovano che vive da moltissimi anni a Gerusalemme, grande amico del Magen David Adom, possa imbattersi in una delle moto mediche arrivate sulle strade di Israele grazie al Maghen David Adom - MDA - Italia, e proprio quella dedicata a un uomo straordinario che conosceva bene. È successo a Alessandro Viterbo, fondatore e dirigente di Tsad Kadima che da decenni si occupa di aiutare i bambini israeliani che soffrono di lesione cerebrale.
  “C’era una festa per l’inaugurazione di un nuovo giardino proprio vicino a casa nostra - racconta Viterbo, che tutti conoscono come Alex - mio figlio ed io abbiamo deciso di fare un salto. Lì abbiamo incontrato il volontario del MDA che presta servizio nel nostro quartiere, è stata una bella occasione per raccontargli chi fosse Rav Elio Toaf z.l. a cui era dedicato il mezzo su cui era in sella”.
  Lo scooter utilizzato dal volontario è un Piaggio MP3, donato proprio dall’azienda di Ponterdera nel 2020 tramite Magen David Adom Italia ETS. Per la sua versatilità e capacità di portare i primi soccorsi dove servono è uno dei mezzi più impiegati da MDA in Israele che ne ha in forza circa 500. “Il rabbino Toaff z.l. era scomparso già da qualche anno quando abbiamo avuto l’opportunità di inviare questa moto medica in Israele, ricorda Sami Sisa, Presidente di MDA Italia ETS - ci è sembrato importante che fosse ricordato su un mezzo destinato a salvare quotidianamente la vita delle persone in Israele.
  Magen David Adom Italia si sta impegnando ora per inviare un altro mezzo fondamentale per l’attività di MDA, un’ambulanza che anche questa volta sarà dedicata a una figura fondamentale dell’ebraismo rav Elia Richetti z.l..

(Shalom, 17 ottobre 2021)



Il peso della libertà

«Senza di noi essi non sapranno sfamarsi mai, mai! Nessuna scienza potrà dare loro il pane, finché saranno liberi; ma finirà che deporranno la loro libertà ai nostri piedi e ci diranno: 'Fateci schiavi, ma sfamateci!' Alla fine lo capiranno da sé, che libertà e pane terreno in abbondanza per tutti sono due cose che non possono stare insieme... e alla fine diventeranno anche docili. Essi ci ammireranno e ci guarderanno come dèi, per aver accettato di metterci alla loro testa e di dominarli, sopportando il peso di quella libertà che a loro faceva paura... tanto diventerà terribile per loro, alla fine, essere liberi!»
(Fëdor Dostoevskij, "I fratelli Karamazov"


impauriti, ingannati, sedotti e schiavizzati (ma contenti)
il diavolo sta preparando il mondo
ad accogliere l'anticristo



Papa Bergoglio, la lettera di Paolo Apostolo ai Galati e il mondo ebraico

di Tommaso Todaro

La Galazia, provincia romana aspra e montuosa nel cuore dell’antica Anatolia, era stata raggiunta dal Vangelo molto prima della distruzione di Gerusalemme, avvenuta ad opera delle falangi romane comandate da Tito, nell’anno 70.
  In quell’occasione Gerusalemme fu devastata, il Tempio raso al suolo e il vessillo dei legionari innalzato sulla Porta Orientale (checché ne vogliano dire le solite Jene ridens che imperversano sul web).
  La Provincia era stata attraversata da Paolo Apostolo nel corso del suo secondo viaggio missionario, che lo aveva condotto ad Atene e a Corinto (Atti 16:6) e ancora nel terzo viaggio, quando aveva percorso «di luogo in luogo il paese della Galazia e la Frigia, confermando tutti i discepoli». (Atti 18:23)
  Il Nuovo Testamento contiene una lettera di Paolo indirizzata alle Chiese della Galazia, composta di sei capitoli, presumibilmente scritta intorno alla metà del primo secolo....

(Nuovo Monitore Napoletano, 17 ottobre 2021)


Tecnicamente kashèr, ma vietato

L’Impossible pork e l’ebraismo. La strana storia del maiale vegetale

di Rav Scialom Bahbout

La prima rivoluzione industriale, con lo sviluppo economico e ambientale che ha prodotto, ha creato molti problemi di cui oggi lentamente i governi si rendono conto: quale impatto ha avuto questa rivoluzione sul mondo ebraico e sulla Halakhà, che è il modo ebraico con cui l’ebraismo risponde ai cambiamenti. La rivoluzione digitale e le nuove tecnologie, assieme alla creazione di nuovi prodotti alimentari, hanno creato non pochi problemi, ma hanno anche permesso di risolverne altri e creare nuove opportunità. Gli ambiti in cui la Halakhà è stata chiamata a cercare una soluzione ai problemi che via via sono sorti sono vari: lo shabbath, la kasheruth, Pèsach, l’utilizzazione dei sistemi di comunicazione nelle riunioni di Beth din, partecipazione alle tefilloth, l’alimentazione ecc.
   Per quanto concerne l’alimentazione, gli ebrei sono stati i primi a occuparsi in maniera professionale della certificazione degli alimenti: la Orthodox Union – l’azienda di certificazione alimentare più nota e maggiormente diffusa di cui si occupa da oltre cento anni, ha rifiutato recentemente di certificare una richiesta di kasheruth da parte di un’azienda che produce, tra l’altro, ciò che chiama “Impossible pork”: un prodotto che ha il sapore del maiale, ma che contiene solo ingredienti che sono tutti kasher. Quale principio ha indotto i responsabili della OU a rimandare al mittente la richiesta?
   Penso che possano essere applicati in questo caso, il concetto “ Simanà miltà hi ”:  cioè un simbolo può avere un’influenza pratica sulla vita. Questo è il senso dei vegetali che si mangiano la sera di Rosh hashanà, come simbolo che possa influenzare l’anno che sta per iniziare, oppure il principio “ Halakhà veen morim ken ”, cioè una certa cosa potrebbe essere permessa, ma viene proibita perché può generare confusione tra il pubblico.
   Per quanto concerne il primo principio, non c’è dubbio che nell’esperienza ebraica di tutti i giorni, mangiare qualcosa che porta su di sé il nome Pork ha un’influenza sul linguaggio e sulla fantasia di chi ne fa uso. Insomma sembrerebbe quasi che si voglia mangiare quell’alimento in quanto non si può fare a meno di mangiare carne di maiale: esiste il pericolo che si possa andare ben oltre l’alimentarsi dell’Impossible pork, per sentirsi completamente simili agli altri.  Insomma i Maestri non si soffermano solo sugli aspetti tecnici, ma guardano anche agli aspetti psicologici, collegati con ciò che si mangia: il nome non è “kasher” e ciò è che lo rende immangiabile. Si accusa la Halakhà di essere formalista, mentre vediamo che la Halakhà si occupa anche degli aspetti spirituali e psicologici delle persone.
   Il concetto “ Halakhà veen morim ken ” ha un’applicazione ampia in vari ambiti e ha lo scopo di evitare che le persone, a partire da qualcosa che viene permesso, possano poi arrivare a essere più indulgenti nell’osservanza dello shabbat, nell’impegnarsi a studiare o insegnare Torà. Alcuni esempi: in linea di principio si potrebbe rispettare l’obbligo di studiare Torà anche con la sola lettura dello Shemà, alla sera e al mattino, ma questo non si insegna perché questa idea potrebbe diffondersi ed essere applicata anche all’educazione dei figli; sarebbe permesso mettere i Tefillin anche alla sera, ma non lo si fa perché ci si potrebbe addormentare e la cosa sarebbe disdicevole per la santità dei Tafillin.
   L’uso della tecnica e le nuove tecnologie che la scienza mette a nostra disposizione sono viste con favore dall’ebraismo. Ecco alcuni esempi in cui c’è stata (e c’è ancora) discussione.
   A) La produzione delle mazoth con macchinari ad hoc: la produzione fatta a mano è essenziale per garantire la kavvanà (ricordo che la signora che faceva le mazzoth a Tripoli mentre le lavorava diceva sempre mazzà mazzà); le impastatrici e le altre macchine usate non potevano garantire la pulizia necessaria per evitare che grumi di hamez rimanessero nelle macchine (motivo per cui a rigore bisogna fermare e pulire le macchine ogni 18 minuti per evitare la formazione di hamez); l’uso dei macchinari avrebbe ridotto il numero delle persone (specie donne) che si occupavano della preparazione delle mazzot, che per molte famiglie costituiva un’importante entrata economica che le avrebbero messe in grave difficoltà;
   Che i Maestri non si occupavano solo di aspetti tecnici, è  quanto viene raccontato a proposito della produzione di mazzoth in una cittadina lituana: Gli allievi di Rabbi Israel Salanter (fondatore del movimento Musar, “morale”) chiesero al loro maestro che era malato e non poteva assistere di persona alla preparazione delle mazzoth, a cosa dovevano fare attenzione durante la lavorazione per evitare di fare hamez, rispose: Non sgridate quella signora anziana che fa le mazzot! A questo dovete stare attenti!
   Lo shabbath (e il giorno di festa) è stata l’istituzione in cui le nuove tecnologie hanno avuto un impatto più importante. Intanto bisognava decidere se l’energia elettrica poteva essere paragonata al fuoco. E’ chiaro l’energia elettrica veniva a sostituire quella prodotta dalla legna o dal carbone e che in sostanza al suo uso dovevano essere applicate le stesse norme del fuoco, ma questo doveva essere il prodotto di una analisi approfondita del fenomeno. Analisi successive hanno richiesto approfondimenti sulla natura della produzione della luce, sulle lampadine con filamenti incandescenti, le lampade al neon, le lampadine Led, i sensori di ogni tipo e i piani cottura che funzionano con induzione magnetica di più recente produzione.  La situazione si è via via complicata a seguito dell’introduzione dei semiconduttori (ampiamente usati nei sensori e nelle lampade Led): in certi casi si potrebbero trovare elementi per permettere determinate azioni; tuttavia in questi casi si applica il principio per cui il pericolo che il sabato possa divenire una giornata simile agli altri giorni della settimana impone la cautela e non viene permesso, secondo il principio “ Halakhà  veen morim ken ” o meglio ancora non si fanno di shabbat cose che possono essere considerate feriali (Uvda dekhulin), in modo da trasformare l’atmosfera dello shabbat.
   Tuttavia, l’uso dell’energia elettrica – se preparato prima dello shabbat – ha permesso di sostituire i forni a carbone con la platta, la piastra che funziona con l’energia elettrica per tenere in caldo i cibi, cosa decisamente più semplice; riscaldare o arieggiare gli ambienti con l’uso di un timer cosa che ha reso lo shabbath più piacevole (ma che taluni avevano proibito). Ricordiamo che, accanto alla mizvà  Shamòr   – osserva – e quindi astieniti dalle opere proibite di shabbat – c’è anche la mizvà  Zakhòr  (ricorda) che ci chiede di trasformare lo shabbath anche in una giornata piacevole (Vekaràta lashabbat ‘onegh).     
   L’applicazione della Halakhà presuppone una conoscenza ampia di molti aspetti e soprattutto una sensibilità tale da impedire di incorrere in facilitazioni o rigori che non sono necessari e possono creare danni all’insieme delle mizvoth.
   Uno degli aspetti non trascurabili della mancata approvazione dell’Impossible pork è il messaggio che si vuole dare a ebrei e non ebrei: l’ebraismo viene spesso criticato per essere troppo formalista. Questo e molti altri esempi dimostrano che i Maestri della Halakhà (i Poskim) hanno a cuore l’immagine della Torà e che le scappatoie non sono sempre percorribili. Le relazioni tra le singole mizvoth sono innumerevoli: solo chi non ha una visione parziale, ma una visione completa della Torà e dell’Halakhà sia nel suo insieme che nei particolari, è in grado di dare una risposta corretta ai nuovi problemi.
   Non solo le azioni, ma anche le parole hanno una loro valenza, superiore agli ingredienti: la storia di una parola non può essere stravolta e perdere quei connotati negativi che l’avevano contraddistinta.

(Kolòt, 17 ottobre 2021)



Le trappole della donna estranea

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 7.
  1. Ero alla finestra della mia casa,
    dietro la mia persiana, e stavo guardando;
  2. vidi, tra gli sciocchi,
    scòrsi, tra i giovani, un ragazzo privo di senno,
  3. che passava per la strada, presso l’angolo dov’essa abitava,
    e si dirigeva verso la casa di lei,
  4. al crepuscolo, sul declinare del giorno,
    quando la notte si faceva nera, oscura.
  5. Ecco farglisi incontro una donna
    in abito da prostituta e astuta di cuore,
  6. turbolenta e proterva,
    che non teneva piede in casa:
  7. ora in strada, ora per le piazze
    e in agguato presso ogni angolo.
  8. Essa lo prese, lo baciò
    e sfacciatamente gli disse:
  9. «Dovevo fare un sacrificio di riconoscenza;
    oggi ho sciolto i miei voti;
  10. perciò sono uscita per incontrarti e poterti vedere,
    e ti ho trovato.
  11. Ho abbellito il mio letto con morbidi tappeti;
    con coperte ricamate con filo d’Egitto;
  12. l’ho profumato di mirra,
    di aloè e di cinnamomo.
  13. Vieni, inebriamoci d’amore fino al mattino,
    sollazziamoci in amorosi piaceri;
  14. poiché mio marito non è a casa;
    è andato in viaggio lontano;
  15. ha preso con sé un sacchetto di denaro,
    non tornerà a casa che al plenilunio».
  16. Lei lo sedusse con le sue molte lusinghe,
    lo trascinò con la dolcezza delle sue labbra.
  17. Improvvisamente egli le andò dietro, come un bue va al macello,
    come uno stolto è condotto ai ceppi che lo castigheranno,
  18. finché una freccia gli trapassi il fegato;
    come un uccello si affretta al laccio,
    senza sapere che è teso contro la sua vita.
  1. Ero alla finestra della mia casa,
    dietro la mia persiana, e stavo guardando;

    Gli ammonimenti che il giovane sta ricevendo non sono il frutto delle paure immotivate di una persona che vede rischi e pericoli da tutte le parti. Il padre saggio può raccontare quello che ha visto con i suoi occhi e che potrebbe accadere a ogni giovane che pensa di poter fare a meno degli avvertimenti di chi ha più esperienza e più saggezza di lui.

  2. vidi, tra gli sciocchi,
    scòrsi, tra i giovani, un ragazzo privo di senno,

    Nell'originale il termine tradotto con sciocchi viene anche reso con "semplici" (1.4), "ingenui" (1.22), "insensati" (1.32). Come in 1.4, anche qui vengono nominati contemporaneamente gli sciocchi (o "semplici") e i giovani. In questo contesto quindi il termine non esprime un giudizio, ma indica l'inevitabile inesperienza di chi è giovane di età. In questo gruppo di inesperti il saggio ne individua uno che è privo di senno, perché non vuole rendersi conto della sua inesperienza e crede di non avere bisogno del consiglio di nessuno. La sua colpevole insensatezza sarà resa evidente dal racconto delle sue azioni.

  3. che passava per la strada, presso l’angolo dov’essa abitava,
    e si dirigeva verso la casa di lei,

    La mancanza di senno del ragazzo viene fuori. Parlando della donna estranea, il padre saggio aveva detto al figlio: "Tieni lontana da lei la tua via e non ti accostare alla porta della sua casa" (5.8). E' proprio quello che il giovane fa. Dall'atteggiamento che assumerà la donna non sembra che l'incontro sia stato premeditato. Forse il giovane non aveva una precisa cattiva intenzione, ma resta il fatto che il suo ozioso bighellonare a tarda ora lo porta proprio nelle vicinanze di una persona pericolosa. Qualcuno ha detto: "Al pigro che se ne sta senza far niente, Satana trova sempre qualche tranquillo peccato da commettere".

  4. al crepuscolo, sul declinare del giorno,
    quando la notte si faceva nera, oscura.

    Scende la notte sul giovane, e non solo in senso fisico. Le tenebre spirituali l'avvolgono sempre più strettamente. E' privo di senno perché privo di pietà, quindi empio nel vero significato del termine. Per lui si compie letteralmente la parola: "La via degli empi è come il buio; essi non scorgono ciò che li farà cadere" (cfr. 4.19).

  5. Ecco farglisi incontro una donna
    in abito da prostituta e astuta di cuore,

    L'abito da prostituta può essere diverso a seconda dei tempi e dei paesi, ma un fatto li accomuna: deve rendere il corpo sessualmente provocante. L'elemento esterno dell'abito ha poi un importante collegamento interno: la donna è astuta di cuore. Il contrasto tra l'astuzia della donna e l'ingenuità del giovane verrà messa in evidenza dal successivo svolgimento dei fatti.

  6. turbolenta e proterva,
    che non teneva piede in casa:

    E' l'immagine di una donna che oggi si direbbe "emancipata". In casa si annoia, non vuole subire passivamente il suo destino. Quindi si muove, discute, decide, contrasta, aggredisce. Potrebbe sembrare un quadro positivo, se non ci fosse il seguito del racconto. Quello che la donna sostanzialmente rifiuta è la sua posizione di moglie. Tutto il resto non è che una conseguenza di questa fondamentale ribellione all'ordine stabilito da Dio.

  7. ora in strada, ora per le piazze
    e in agguato presso ogni angolo.

    La donna "emancipata" è anche inquieta. Il vuoto che è dentro di lei le impedisce di rimanersene tranquillamente a casa; si agita freneticamente perché è alla ricerca di qualcosa che non ha; crede di trovare un rimedio alla sua insoddisfazione assumendo l'atteggiamento del cacciatore. Sembra una persona decisa che sa come muoversi; ma in realtà non conosce "la via della pace" (Romani 3.17).

  8. Essa lo prese, lo baciò
    e sfacciatamente gli disse:

    Per conquistare la sua preda la donna non segue le consuete vie femminili: non cerca di attrarre l'attenzione su di sé e di affascinare il ragazzo. Con energica decisione prende l'iniziativa: lo afferra, lo bacia e sfacciatamente (lett. "con faccia impudente") gli rivolge per prima la parola. Si verifica "una cosa nuova sulla terra: la donna che corteggia l’uomo" (Geremia 31.22)

  9. «Dovevo fare un sacrificio di riconoscenza;
    oggi ho sciolto i miei voti;

    Il sacrificio di riconoscenza (Levitico 3; 7.11-36) aveva come caratteristica di essere accompagnato da un pasto comune che si consumava in presenza del Signore. La carne della vittima doveva essere mangiata il giorno stesso o al massimo il giorno dopo. Era un'occasione festosa a cui si invitavano parenti e amici. Considerate le reali intenzioni della donna, non è il caso di prendere in seria considerazione le circostanze che descrive, potendo essere tutte o in parte inventate. La vernice religiosa del suo discorso doveva servire soltanto ad aggirare eventuali resistenze morali del giovane. Poco dopo gli argomenti persuasivi della donna diventeranno di altra natura. Per arrivare ai sensi in certi casi bisogna prima ingannare la spiritualità. Purtroppo spesso questo viene capito meglio e prima da chi serve il peccato che non da chi vuole servire Dio.

  10. perciò sono uscita per incontrarti e poterti vedere,
    e ti ho trovato.

    Dopo il riferimento pio al dovere religioso, la donna si avvicina all'obiettivo assumendo toni più personali. Seduce il giovane lusingando il suo amor proprio, facendogli credere che proprio lui, e non altri, è l'oggetto dei suoi desideri e delle sue attenzioni. In realtà quello che probabilmente stava cercando era qualcuno che fosse abbastanza ingenuo da farsi irretire dalle sue moine. E in quel senso l'ha trovato. Ma il giovane non avrebbe nessun motivo di rallegrarsene.

  11. Ho abbellito il mio letto con morbidi tappeti;
    con coperte ricamate con filo d’Egitto;

    L'azione seduttiva della donna si rivolge a tutti gli aspetti della persona: spirito, anima e corpo. Dapprima parla allo spirito del giovane accennando al dovere religioso del sacrificio di riconoscenza (7.14); poi si rivolge all'anima inducendolo a credere di essere persona molto desiderata e ricercata (7.15); e infine aggredisce direttamente il corpo attraverso lo stimolo dei sensi. L'immaginazione visiva viene sollecitata con la rappresentazione di un'alcova lussuosa e accogliente.

  12. l’ho profumato di mirra,
    di aloè e di cinnamomo.

    La sensualità del giovane inesperto viene poi risvegliata dal riferimento a profumi esotici e costosi: mirra, aloè e cinnamomo. Trattandosi di aromi che sono nominati anche in quell'inno all'amore che è il Cantico dei Cantici (Cantico dei Cantici 4.14), forse la donna con le sue parole voleva far credere al giovane inesperto che i piaceri sensuali che stava per proporle erano giustificati dal loro "amore".

  13. Vieni, inebriamoci d’amore fino al mattino,
    sollazziamoci in amorosi piaceri;

    Terminata la cauta e progressiva marcia di avvicinamento, il linguaggio della donna diventa esplicito e diretto: Vieni, andiamo a letto insieme. Non dice proprio così, ma solo perché la crudezza della proposta deve ancora una volta essere attenuata da parole che si riferiscono a qualcosa di superiore e più nobile: l'amore. Il giovane non deve essere trattenuto da scrupoli di coscienza che potrebbero indurlo a credere che i piaceri a cui è invitato siano peccaminosi. No, la donna lo invita a sollazzarsi in amorosi piaceri. Il piacere che proverà sarà frutto dell'ebbrezza d'"amore" che i due sperimenteranno insieme. Il riferimento all'amore, che nella Bibbia non è mai disgiunto dalla verità, viene qui usato come efficace strumento di menzogna.

  14. poiché mio marito non è a casa;
    è andato in viaggio lontano;

    Superati gli scrupoli di coscienza davanti all'offerta di inebrianti piaceri, il giovane potrebbe ancora essere trattenuto da comprensibili timori di conseguenze spiacevoli provenienti dal marito. La donna, confermando in questo di essere "astuta di cuore" (7.10), previene queste paure assicurando che l'uomo (così si deve tradurre letteralmente il testo originale) è in viaggio. Dopo aver eccitato la parte sensuale del giovane, la donna si preoccupa di rassicurare la sua parte razionale con argomenti rassicuranti.

  15. ha preso con sé un sacchetto di denaro,
    non tornerà a casa che al plenilunio».

    Il marito è andato lontano, ha detto la donna, ma il ragazzo potrebbe temere di vederselo ritornare a casa da un momento all'altro. La donna lo rassicura dicendogli che sa quando tornerà: non prima del plenilunio; e come prova concreta porta il fatto che ha preso con sé molto denaro: segno evidente che doveva rimanere fuori casa per molto tempo.

  16. Lei lo sedusse con le sue molte lusinghe,
    lo trascinò con la dolcezza delle sue labbra.

    L'originale del termine lusinghe viene anche tradotto con "dottrina" (4.2), "sapere" (9.9, 16.21, 16.23), "istruzione" (Isaia 29.24). Bisogna quindi immaginare una donna che si intrattiene a lungo con il giovane uomo per "istruirlo", dall'alto della sua esperienza di donna navigata, su come vanno le cose nel mondo e convincerlo, con parole dolci e rassicuranti, che la sua proposta è nello stesso tempo ragionevole e attraente. Il suo atteggiamento non è diverso da quello dei falsi dottori che "con dolce e lusinghiero parlare seducono il cuore dei semplici" (Romani 16.18).

  17. Improvvisamente egli le andò dietro, come un bue va al macello,
    come uno stolto è condotto ai ceppi che lo castigheranno,

    Il continuo parlare della donna, la sua ricerca di argomenti convincenti, il suo tono dolce e suadente fanno pensare che il giovane abbia resistito a lungo all'opera di seduzione. Ma improvvisamente il ragazzo cede e decide di andarle dietro. Il termine "improvvisamente" nell'originale viene usato quasi sempre in relazione a catastrofi  e sciagure (ved. 24.22; Isaia 47.11;  Geremia 4.20, 6.26, 51.8). E di questo infatti si tratta, anche in questo caso.
      La donna aveva detto che doveva fare un sacrificio di riconoscenza, e in un certo senso questo avviene. Per il sacrificio di riconoscenza infatti la legge prescriveva di offrire un bue o un montone (Levitico 9.4). In questo caso la vittima sacrificale è il ragazzo stesso, che viene trascinato dalla donna come un bue va al macello.
      Il riferimento ai ceppi non è del tutto chiaro, ma in ogni caso vuol far capire che il giovane sta dirigendosi verso un luogo in cui riceverà il suo meritato castigo.

  18. finché una freccia gli trapassi il fegato;
    come un uccello si affretta al laccio,
    senza sapere che è teso contro la sua vita.

    Le parole con cui si chiude il racconto non sono certo come quelle che normalmente vengono usate per descrivere una piccante "avventura". Il linguaggio è tragico. Il giovane sta per essere ferito in punti vitali e imprigionato in modo irreversibile. La sua vita è in pericolo, ma lui procede inconsapevole senza sapere quello a cui va incontro. Ancora una volta viene quindi sottolineata la mancanza di sapienza. Non ha voluto ascoltare la voce del padre saggio, non ha chiamato la sapienza "amica mia" (7.4), e di conseguenza la falsa amica è diventa la sua "sapienza". Chi non ascolta la voce della saggezza è condannato ad ascoltare prima o poi la voce della follia.


    M.C.

 

La lite per Eitan, la nonna in Israele denuncia per furto la zia italiana 

Il tentativo di ostacolare il ritorno del bimbo 

di Davide Frattini

GERUSALEMME - La giudice ha ascoltato i testimoni per tre giorni di fila la settimana scorsa, fino a notte fonda e anche il sabato sera alla fine del giorno di riposo sacro per gli ebrei. I legali hanno presentato le memorie giovedì, ora il tribunale si è dato una settimana per decidere. Una procedura accelerata perché la vita di Eitan possa tornare per quel che è possibile a una piccola stabilità quotidiana. 
   Così gli strateghi che consigliano la famiglia Peleg, lato materno, hanno ideato un'altra mossa che toglie alla battaglia per l'affidamento del bambino qualsiasi possibilità di compromesso o intesa, un ultimo colpo per provare a dirottare - o almeno a rinviare - dove e con chi il bimbo di sei anni vada a vivere. 
   La nonna Esther Cohen Peleg (tutti la chiamano Etty, è la madre di Tal morta nell'incidente sul Mottarone) ha sporto denuncia alla polizia di Tel Aviv contro Aya Biran: sostiene - racconta il telegiornale del Canale 12 - che la zia patema avrebbe rubato gioielli, un tablet e macchine fotografiche dall'appartamento dei genitori di Eitan (il padre Amit, anche lui scomparso nella strage del 23 maggio, è fratello di Aya) e che avrebbe usato il loro computer e i telefonini illegalmente. La accusa anche di aver utilizzato i soldi raccolti con il crowdfunding in Italia per l'assistenza legale invece che per le cure psicologiche a Eitan. L'obiettivo sembra chiaro: gli avvocati della famiglia Biran - che respingono la denuncia come ìnfondata - si sono rivolti alla Corte per la famiglia a Tel Aviv e hanno chiesto che applichi la Convenzione de L'Aia e ciò che prevede sul sequestro di minori: Eitan è stato portato in Israele l'11 settembre dal nonno materno Shmuel, ex marito di Esther, su un volo privato via Lugano senza avvertire e avere avuto il consenso di Aya che è tutrice legale del bimbo dopo una decisione del tribunale italiano. 
   Su questo punto - spiegano gli analisti locali - è difficile che la giudice Iris Ilotovich Segal non dia ragione ai Biran. Ecco allora la denuncia alla polizia contro Aya che rischierebbe di non poter lasciare il Paese con un'indagine in corso, mentre tra le richieste al tribunale di Tel Aviv c'è il ritorno immediato di Eitan in Italia con lei. 
   I Peleg e i loro consulenti cercano di controllare la narrativa attorno alla storia. È stato il nonno Shmuel - indagato in Italia per sequestro di persona e interrogato anche dalla polizia israeliana - ad andare in tv per una lunga intervista in cui ha detto di aver portato via il nipote «dopo aver perso la fiducia nella giustizia italiana». Ancora più pesante la nonna Etty che uscita dal tribunale ha urlato: «L 'Italia ha ucciso mio padre, mia figlia e l'altro mio nipote, adesso non può prendersi Eitan». In queste settimane il piccolo ha passato metà del tempo a casa del nonno - «è felice e non vuole andarsene» ha detto lui - e metà con Aya che è arrivata da Travacò Siccomario, provincia di Pavia - dove il bambino è cresciuto, è anche cittadino italiano - per partecipare alle udienze e stargli vicino. Prima di questa condivisione il fratello di Aya era riuscito a vederlo una volta: i legali dei Biran avevano dichiarato che Eitan «era in buona salute» ma che era in atto «un lavaggio del cervello» da parte dei Peleg. 

(Corriere della Sera, 16 ottobre 2021)


La notte del ghetto di Roma: il grande racconto di Alberto Angela

Il 16 ottobre 1943 le SS invadono il Portico di Ottavia e catturano più di 1000 persone tra cui 200 bambini. Solo in 16 si salveranno. Ecco il racconto di quelle ore. Per non dimenticare mai.

di Alberto Angela

ROMA - 15 ottobre 1943, poco prima della mezzanotte cade una pioggia sottile sulle strade vuote. L'umidità si srotola sul selciato come un tappeto sottile e si arrampica sui muri delle case. Dietro quei muri, occhi spalancati di persone - donne, uomini, bambini - spaventate dal rumore improvviso di spari e di detonazioni. Più della paura è l'incredulità a stringere una morsa al collo degli abitanti dell'ex ghetto di Roma.
  Un cattivo presentimento inquieta più di una tragica consapevolezza, soprattutto se si fa parte di un popolo che da tempi antichissimi ha dovuto scendere a patti col dolore, le persecuzioni, gli addii forzati. Persone che dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia non possono andare a scuola e hanno forti limitazioni sul lavoro. Cittadini di serie b, privati delle libertà che noi tutti riteniamo fondamentali e naturali. Una comunità così stanca di stare all'erta, che forse quella terribile notte ha sperato di non dover fare nuovamente i conti con un destino infausto.
  Eppure in giornata, una donna in preda al panico giunta all'ex ghetto da Trastevere sotto la pioggia, aveva raccomandato agli abitanti di fuggire. Era venuta a sapere, nella casa di una signora dove sbrigava le faccende domestiche, che i tedeschi avevano stilato una lista di duecento capifamiglia ebrei da portar via insieme ai loro cari. Nessuno ha creduto a quella sorta di Cassandra vestita di nero, adesso però le sue parole riecheggiano come un presagio inascoltato tra le vie del Portico di Ottavia.
  Che succede? Perché drappelli di soldati stanno sparando all'impazzata verso un cielo senza stelle? Sono tedeschi? E contro chi sparano se per strada non c'è nessuno? Di dormire non se ne parla. Un neonato scoppia a piangere per via del trambusto. La mano della mamma posata sulla dolce curva del suo capo lo rassicura e lui ricade nel sonno profondo e vulnerabile delle piccole creature.
  Dalle fessure delle persiane qualcuno cerca di scrutare fuori e subito si ritrae, le schegge dei proiettili stridono troppo vicino ai telai delle finestre e il loro bagliore getta una luce effimera nelle stanze fredde. Poi d'improvviso il fracasso viene inghiottito dal silenzio della notte. Cos'è stato? Cercavano dei balordi? Allora noi non c'entriamo niente? Forse, per un attimo, gli ebrei tirano un sospiro di sollievo e l'ansia smette di premere sui loro ventri. Meglio accarezzare l'idea di stendersi qualche ora, convincersi che la donna vestita di nero altro non è che un'esagitata.
  Purtroppo la Cassandra inascoltata non si sbagliava. Quello che accadrà qualche ora dopo è noto. Il destino di migliaia di vite segnato. La lucidità e la brutalità delle azioni commesse, implacabili e ingiustificabili. L'unico modo per rendere nelle nostre coscienze meno atroce il rastrellamento degli ebrei a Roma è continuare a raccontarlo. Sembra una contraddizione, ma sui ricordi, maggiormente su quelli più bui, va gettata la luce del presente. Per tenerli vivi, per evitare che nessuno dimentichi oppure osi emularli, contestarli o distorcerli.
  Di sicuro, ripensando agli spari improvvisi e al monito della donna, ci si chiede perché nessuno abbia preso la via della fuga. Forse in quella mancanza di reazione c'entravano i fatti accaduti circa un mese prima. Era accaduto infatti che due rappresentanti della comunità ebraica erano stati invitati a villa Wolkonsky, allora sede dell'ambasciata tedesca e oggi residenza dell'ambasciatrice inglese, e lì erano stati ricevuti dal maggiore Herbert Kappler, il responsabile delle SS a Roma. Dopo i primi convenevoli, Kappler aveva accusato gli ebrei di essere doppiamente traditori. Innanzitutto perché erano italiani e, dopo l'8 settembre del 1943, tutti gli italiani erano considerati dei traditori. E poi perché erano ebrei e quindi ostili alla Germania. Con questo pretesto Kappler aveva imposto una sorta di riscatto, cinquanta chili d'oro da raccogliere e consegnare entro trentasei ore, altrimenti duecento ebrei della comunità di Roma sarebbero stati catturati e inviati in Germania. Sembra un'impresa impossibile, ma gli ebrei si mettono subito all'opera.
  Scelgono come centro di raccolta dell'oro un locale adiacente alla sinagoga. Chi può accorre e porta con sé oggetti d'oro, gioielli e monete. A dare una mano anche persone che non sono di religione ebraica. Poi, col cuore in gola, quanto raccolto viene portato a villa Wolkonski, dove il maggiore Kappler non si fa trovare e fa dire alla sua segretaria che il tutto va portato in via Tasso, sede della polizia di sicurezza tedesca. Con la consegna dell'oro gli ebrei si credono in salvo. Ma il mattino seguente reparti delle SS si presentano al ghetto e sequestrano archivi, registri, manoscritti rari e documenti appartenenti alla Comunità. In tal modo viene portata via la memoria storica degli ebrei romani. Un altro duro colpo da digerire. Però, forse, questo ennesimo oltraggio può garantire almeno per un po' una relativa tranquillità. E invece no!
  Prima dell'alba del 16 ottobre del 1943, qualche ora dopo gli spari della notte, gli ebrei dell'ex ghetto, ma anche quelli di altre zone di Roma, sentono dei rumori che stavolta non sono equivocabili. Quelli dei passi cadenzati e dei calci dei fucili contro le loro porte. Il suono di una lingua straniera che non parlano ma che riconoscono benissimo: raus, fuori! Chi non apriva si ritrovava con la porta di casa sfondata. Un'intrusione violenta e inflessibile volta a scovare donne e uomini, bambini e vecchi. E allora mentre la paura comincia a rosicchiare i nervi, non rimane che uscire, con gli occhi sbarrati, il cuore che batte forte nel petto. Venti minuti di tempo soltanto. Non uno di più per l'umiliazione di vestirsi davanti ai soldati, raccogliere le proprie cose, viveri per almeno otto giorni, chiudere a chiave l'appartamento dove si è vissuto per anni e ricordarsi che nessuno, nemmeno gli ammalati gravi, deve rimanere indietro.
  Nessuno ha saputo raccontare quei tragici momenti come Giacomo Debenedetti nel suo 16 Ottobre 1943: "Le madri o talvolta i padri, portano in braccio i piccini, conducono per mano i più grandicelli. I ragazzi cercano negli occhi dei genitori una rassicurazione, un conforto che questi non possono più dare. Ed è anche più tremendo di dire non ce n'è ai figli che chiedono il pane". Il tutto avviene molto velocemente, in una maniera accuratamente pianificata. Vengono rastrellate le persone che si trovano in casa, sfuggono alla cattura quei pochi che si trovano già per strada. Nonostante la metodicità, la concitazione è palpabile. Si levano grida, avvisi e raccomandazioni. In pochi secondi ci si può mettere in salvo o sparire per sempre.
  Il destino decide di sfilacciare la sua maglia in fili così ingarbugliati da sovvertire qualsiasi logica. E del resto che logica si potrebbe trovare in un inferno da dove non si alzano fiamme ma lamenti? Dove gli sguardi impietriti e rassegnati fendono l'aria pungente del mattino e i silenzi parlano? Allora accade che la salvezza giunga inaspettata su chi era in pericolo e la condanna piombi invece su chi aveva una condizione all'apparenza più favorevole. Come quella di una donna avvisata per tempo, ma che risale in casa per vestire il suo bambino. Entrambi verranno catturati. Entrambi moriranno.
  Durante le fasi di preparazione di una puntata di Ulisse - Il piacere della scoperta, dedicata a questa pagina infausta della nostra storia, mi hanno lasciato attonito le parole di chi quel mattino era lì. Un atto di solidarietà inaspettato ha messo in salvo Emanuele di Porto, all'epoca solo un bambino. "Mia madre era uscita, era andata ad avvisare mio padre che facevano la retata. Quando è ritornata, da casa mia io stavo in finestra e ho visto un tedesco che se la prendeva. Allora sono sceso e sono andato là, da mia madre. Lei mi faceva cenno di andarmene, ma io non mi volevo muovere. Poi il tedesco se ne è accorto e ha preso pure me. Mi ha portato sul camion e, non so come ha fatto, mia madre m'ha dato una spinta e io me ne sono andato. E so' arrivato a piazza Monte Savello e so' montato sul tram, c'era quello che spezzava i biglietti là e gli ho detto guarda, so' ebreo me stanno a cerca' i tedeschi. Questo me fa: "mettete qua vicino a me". Poi, a 'na cert'ora me dà pure un pezzo de pane. Due giorni so' stato sul tram, e questi dell'Atac m'hanno aiutato. Se vede che se l'erano detti uno coll'altro, insomma, che io stavo là. E giravo sempre co 'sto tram, era la circolare. Pensavo a mia madre, il pensiero mio stava su mia madre, insomma. È morta lì ai campi di sterminio. Però io volevo anna' co lei".
  Sono parole che ci raccontano l'ultimo, straziante gesto d'amore di una madre verso il figlio e della solidarietà dei tranvieri verso Emanuele. Solidarietà che non era affatto scontata, visti i tanti delatori che in quei giorni denunciavano gli ebrei. Qualcun altro non conosce invece il nome di chi lo ha salvato da una morte certa. È il caso di Mario Mieli: "Al momento di montare sul camion, è passata una signora che era andata al mercato, aveva fatto la spesa e stava con dei fagotti. Ha detto "questo è figlio mio, io l'ho lasciato perché, sa, abitiamo vicino ...". E questo tedesco non capiva, non sapeva. A un certo punto ha acconsentito a darmi in braccio a questa donna".
  La zia del bambino che ha assistito alla scena si avvicina per prendere lei il nipote. La sconosciuta la mette in guardia: i tedeschi capirebbero che quello non è suo figlio e che lei ha mentito. Allora la zia fa un passo indietro, andrà a prendere il nipotino solo più tardi e gli farà da mamma per il resto dei suoi giorni. Della sconosciuta invece si perdono per sempre le tracce. Purtroppo in tanti, più di mille e duecento, non trovano nessuno che li aiuti a fuggire. In fila vengono spinti verso la palazzina che oggi è quella dell'Antichità e delle Belle Arti e poi radunati ai piedi del Portico d'Ottavia. Lì ci sono parcheggiati dei camion color fango, sormontati da teloni scuri. Gli abitanti dell'ex ghetto vengono fatti salire con la forza, le spinte e le minacce. Intanto, continua a scendere una pioggia sottile, la luce cruda di una mattina senza sole illumina lo scempio. I bambini vengono lanciati sui camion come pacchi postali, i vecchi sospinti da mani impazienti, un disabile scaraventato con tutta la sua carrozzina.
  Da quel momento non sono più persone. Sono un materiale umano da usare a proprio piacimento, da smaltire secondo un piano tanto folle quanto vergognosamente lucido. E quando i camion accendono i motori, la vita di queste persone si arresta senza essere preceduta da una brusca frenata del mezzo che le trasporta. Perché la morte in certi casi comincia prima di emettere l'ultimo respiro. Dalle strette fessure dei camion getteranno impaurite un'ultima occhiata verso il cielo sotto il quale erano vissute, avevano amato, costruito una famiglia.
  Poi, al Collegio Militare di Trastevere, gli uomini vengono separati dalle donne, tra queste due partoriranno in un cortile perché portarle in clinica per i tedeschi significava una possibilità di fuga. Dopo due giorni tutti, anche i neonati, vengono trasferiti alla Stazione Tiburtina e per loro comincerà un viaggio senza ritorno. Un viaggio verso Auschwitz. Un viaggio verso le camere a gas. Solo in sedici si salveranno. E per loro vivere non sarà meno difficile che morire. Così come per tutti coloro che in Europa, su altri treni, in altre nazioni, stipati come bestie, vanno verso quei campi di morte travestiti da campi di lavoro. Ebrei, zingari, oppositori politici, omosessuali. Tutti quegli individui che non rientravano nel Gleichschaltung nazista, l'allineamento volto a esercitare il totale controllo degli esseri umani a ogni livello pubblico e privato.
  Il regime nazista inizialmente voleva liberarsi degli ebrei favorendone l'espatrio in altri Paesi. Ma quando alcune nazioni chiusero le loro frontiere, decise di sterminarli. Una "soluzione finale", presa nel 1942 durante la Conferenza di Wannsee, un lago vicino a Berlino. Una decisione che riguardava anche gli ebrei italiani. Tra essi una bambina che non è partita da Roma, ma da Milano. Oggi ha novantuno anni: Liliana Segre. Da anni, da molto prima di essere stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha raccontato la sua tragica storia nelle scuole, nei convegni, nelle piazze. La sua voce, così come quella degli altri sopravvissuti alla tragedia della Shoah, è una voce che non bisogna smettere di udire mai.
  È la voce della coscienza di tutti: di chi ha patito e di chi ha ferito, di vittime e aguzzini. Una voce che ha denunciato non solo il dolore ma l'indifferenza sotto la quale la tragedia dell'Olocausto si è svolta. E le domande, le riflessioni, non sembrano cessare nella sua mente: "Sento tutto il peso degli anni oggi, ho milioni di domande a cui in realtà non ho trovato risposta e questo è forse il tormento più grande della mia vita", ha dichiarato dopo aver ricevuto dall'ambasciatore Viktor Elbing l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica tedesca, per lo straordinario impegno nel ricordare la Shoah e l'instancabile lotta contro l'odio e l'intolleranza.
  Stati d'animo i cui germi rivivono ogni giorno: in un'azione squadrista volta a intimidire, in un bullo che vessa una persona fragile, in una minoranza sociale schiacciata da una maggioranza di idioti. La violenza è violenza. L'odio è odio, senza sfumature. E come nei versi della poetessa Wislawa Szymborska meglio non sottovalutarlo mai: "Guardate come è sempre efficiente, come si mantiene in forma nel nostro secolo l'odio/ Lo dicono cieco. Cieco? Ha la vista acuta di un cecchino". Sì è vero, l'odio vede bene, non è cieco di rabbia. Valuta e premedita. E lascia fuori dal suo campo visivo solo quello che non gli conviene vedere.
  Noi però abbiamo gli occhi: teniamoli aperti! Andiamo nei luoghi di questa tragedia, di tutte quelle perpetuate da tutte le dittature. Leggiamo i libri e le testimonianze di chi ha vissuto questa terribile esperienza. Una volta di più facciamo un giro al ghetto, guardiamo in basso, verso quelle pietre d'inciampo dove ci sono i nomi e i cognomi di chi è stato strappato alla vita senza avere colpa alcuna. Per capire meglio, per dare abbrivio al cuore, per comprendere che il passato è fondamentale se si vuole leggere il presente. Per mettere a fuoco che i tanti oggetti custoditi nelle teche del museo di Auschwitz non sono oggetti. Sono ricordi. E i ricordi hanno un'anima. Perché sono appartenuti a gente che stava vivendo come noi adesso. L'onta bruna sotto le suole delle scarpe accatastate ci racconta di passi che non avrebbero voluto fermarsi. Le valigie vuote erano pronte per riempirsi di speranza, di sogni nati morti fatti a occhi aperti da donne e uomini un tempo felici.

(la Repubblica, 16 ottobre 2021)


In Israele ora il sushi lo consegna il drone 

di Maicol Mercuriali 

Siete in spiaggia a Tel Aviv e vi viene un certo languorino? Il pensiero corre a quei gustosi hosomaki e vorreste assaggiare anche temaki e uramaki? Niente paura, un ordine online e a stretto giro vicino al vostro lettino atterrerà un drone con tutte le prelibatezze che avete prenotato. In Israele sta prendendo forma la nuova frontiera del sushi delivery e i protagonisti sono proprio i velivoli a guida autonoma, come è stato mostrato nei giorni scorsi durante un'esercitazione su larga scala, la terza tappa delle otto in programma, nell'ambito dell'Israel's National Drone Initiative, un'iniziativa congiunta tra diversi soggetti tra cui l'Autorità per l'innovazione di Israele, il ministero dei trasporti e che gode del supporto del Forum economico mondiale. 
   «Stiamo cercando di creare una rete nazionale. Non è un drone che vola da un punto all'altro.Vogliamo creare un sistema di gestione che permetta a molti droni appartenenti a molte aziende di volare insieme in area urbana per usi diversi», ha spiegato a Franceinfo Daniella Partem, dell'agenzia di innovazione israeliana. Sciami di droni per effettuare consegne dal cielo ed alleggerire in questo modo la congestione del traffico stradale, migliorando la qualità dell'aria (i droni sono elettrici) e riducendo i rischi di incidenti a terra. Il percorso a tappe è propedeutico a testare il sistema. «Lo stiamo facendo in modo incrementale per verificare la tecnologia, per dimostrare che è sicura e sotto controllo», ha affermato Eyal Billia, responsabile dei sistemi di trasporto intelligenti alla Ayalon Highways, società che gestisce il progetto. 
   Il food delivery è sicuramente un campo di applicazione interessante per questo tipo di logistica: un mercato in crescita su cui i droni possono essere competitivi. 
   Ma i piccoli veicoli controllati a distanza potranno avere altri compiti in futuro, dalla consegna di medicinali e dispositivi medici, fino al trasporto di merci più pesanti. Al momento i viaggi sono limitati ad un raggio di cinque chilometri dal punto di decollo e con un carico da 2,5 chilogrammi, ma entro il prossimo anno, secondo i piani della Israel Innovation Agency, i droni potranno coprire un raggio di cento chilometri e avere carichi maggiori. 
   «Stiamo lavorando su questa opzione e sarà la prossima fase di questo progetto», ha detto un entusiasta Reut Borochov, che all'interno della Ayalon Highway sovrintende alla divisione dei droni. Ciò renderebbe questa forma di trasporto competitiva e commercialmente interessante: poter volare cento metri sopra il traffico, senza code e semafori a rallentare le consegne, sarebbe un bel passo avanti nel servizio. Almeno fino a quando il cielo non sarà affollato di droni. 

(ItaliaOggi, 16 ottobre 2021)


Cari scrittori, noi israeliani non ci suicideremo per farvi contenti"

Intervista al giornalista Ben-Dror Yemini

di Giulio Meotti

ROMA - "Hanno mai boicottato la Cina? Perché boicottano solo un paese, l'unico stato ebraico al mondo?". Ben Dror Yemini, giornalista di punta del principale quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, è orripilato dall'ipocrisia del ceto letterario che decide di non farsi tradurre in Israele. Il primo caso di una lunga serie è quello di Sally Rooney, romanziera irlandese best seller nel mondo anglosassone, che ha chiesto che il suo ultimo libro, "Beautiful World. Where are you", non uscisse nello stato ebraico. "Ma anche se Israele avesse commesso delle violazioni e la Cina ne avesse commesse di più gravi, non è questo il punto", dice al Foglio Ben-Dror Yemini, che è anche scrittore e commentatore di origine yemenita.
   "Il punto è che dicono che Israele è uno stato apartheid. Ma non lo è. Ha giudici della Corte suprema che sono musulmani, il 40 per cento dei suoi medici non è composto da ebrei, ma da arabi e musulmani. Non puoi chiamarlo così quando il presidente della più grande banca israeliana è un arabo. Dire che Israele è uno stato di apartheid significa ignorare completamente la storia. Mi auguro che in Irlanda, in Francia, in Inghilterra gli arabi abbiano gli stessi diritti che hanno da noi in Israele. Negli anni Trenta c'erano molte menzogne contro gli ebrei e oggi ce ne sono molte contro lo stato ebraico. Troppi cosiddetti 'illuminati' preferiscono credere alle proprie menzogne contro lo stato ebraico. E sta diventando pericoloso. I fatti sono solo uno scomodo fastidio per gli opinionisti politicamente corretti, e in occidente i manifestanti rivolgono la loro rabbia contro Israele".
   Rooney e gli altri risponderebbero che loro boicottano la presenza israeliana nei Territori conquistati da Israele nella Guerra dei Sei giorni. Ma anche questo argomento è orrendo secondo Ben-Dror Yemini. "Non possiamo dimenticare che, a seguito delle trattative, noi israeliani abbiamo offerto molto ai palestinesi, da Bill Clinton a John Kerry e Barack Obama tutti hanno sempre detto di no. Quindi, Israele non può ritirarsi dai Territori perché nel momento stesso in cui lo farà l'unico risultato sarà uno stato jihadista, come a Gaza o in Afghanistan dopo il ritiro degli americani. Quando lasci un territorio ai talebani nasce sempre uno stato jihadista. Quindi questi scrittori cosa vogliono? Un altro stato iraniano davanti a Tel Aviv? L'occupazione è un fatto positivo? No, ma l'alternativa è peggiore. Qui parliamo sempre del nostro paese, ma non ci suicideremo perché alcuni 'illuminati' dicono che dovremmo farlo. Noi sosteniamo la pace, questi scrittori no. Sono i nemici della Palestina, vogliono solo sterminare gli ebrei".
   Ben-Dror Yemini dice che il Boycott, Divestment and Sanctions (Bds), il movimento per il boicottaggio di Israele, ha un obiettivo poco nobile: "Lo sterminio di Israele. Fateci un favore, non servite il jihad, ma i diritti umani. Io vorrei che i palestinesi vivessero in pace e prosperità, ma ogni volta che i jihadisti prendono il controllo il risultato è la distruzione e la morte. Questi scrittori occidentali sono gli utili idioti del jihad. Non vedono la realtà? Preferiscono essere ciechi, come negli anni Trenta. Allora si chiamavano nazisti, oggi woke".

Il Foglio, 16 ottobre 2021)


Ebrei, metamorfosi dell'odio 

L' antisemitismo è sempre più globale e riguarda anche chi lotta per i diritti umani e la libertà. La denuncia nel pamphlet di Fiamma Nirenstein: contro Israele disinformazione, pregiudizi e bugie. 

di Simone Innocenti 

Jewish Lives Matter. Diritti umani e antisemitismo è il titolo dell'ultimo libro che giornalista Fiamma Nirenstein ha scritto per la casa editrice Giuntina nella collana Schulim Vogelmann. Un libro che porta avanti una tesi ben precisa: l'odio per gli ebrei è diventato l'odio per Israele. 
   Il volume - che sarà presentato domani alle 17 alla Fondazione Spadolini - è in realtà un pamphlet nato quasi di getto, dopo il secondo attacco che la Palestina ha mosso nei confronti di Israele. «Dopo aver già scritto tanti libri ho notato che le cose sono peggiorate - spiega Nirenstein - Da episodi di antisemitismo tutto sommato locali, siamo passati a un momento storico in cui sono diventati globali: si va dagli Stati Uniti all'Europa. E il problema è che dal popolino alle élite istituzionali fino alle istituzioni più importanti si sta andando verso quella direzione. Io penso all'Onu che nonostante sia uscita con un protocollo con antisemitismo, non riesce a salpare le ancore da questo mondo». Quello che la Nirenstein descrive è un problema profondo che tocca, ad esempio, «tutte le classi sociali che si proclamano per i diritti umani - e penso anche al popolo dei Me Too - e ritengono di poter rendere parte della loro guerra quella allo stato del popolo ebraico, a Israele che è la sua più importante espressione», spiega la giornalista. Sembra dunque quasi automatico lo schema usato da chi odia Israele: «Collezionano mostruose bugie, non c'entra nulla la vicenda di due Stati: si vuole la distruzione dello stato ebraico accusandolo di essere uno stato di apartheid dove si pratica la pulizia etnica che occupa illegalmente il territorio. Lo si paragona a quello che era il Sud Africa anni fa: solo che quello lo era davvero ma Israele è tutto il contrario. È un Paese che cerca soltanto di difendersi da terribili nemici, sono quelli che hanno messo in piedi questa macchina propagandistica che produce menzogne senza senso». 
   Di antidemocratico in Israele non c'è nulla. E non si può dire che sia razzista. Spiega la Nirenstein: «Uno dei tre giudici che condannarono il presidente israeliano Katsav era arabo. Negli ospedali israeliani ci sono malati arabi. E ci sono medici arabi e ebrei che sono fianco a fianco nella battaglia contro la malattia: sono tutti assieme quando lo Stato salva i siriani da Assad o rifugia i perseguitati del Medio Oriente. C'è una tale pulizia etnica verso i palestinesi che sono quintuplicati...». L'odio verso gli ebrei che viene da lontano, continua con le sue metamorfosi. «Durante la Shoah hanno ucciso sei milioni di ebrei ... Nel mio libro si spiega perché tutto questo odio», continua l'autrice che ha deciso di dare alle stampe il pamphlet dopo «l'ultima operazione di Gaza- 4.500 missili di Hamas in pochi giorni. Piovevano missili in mezzo alle solite dichiarazioni nei confronti di Israele, successe come durante la seconda intifada: ondata di odio non per i terroristi ma per le vittime del terrorismo. Ci furono manifestazioni in tutto il mondo contro questo popolo. E mozioni che chiedevano a Israele di smettere di difendersi: siccome c'erano pochi morti tra gli israeliani allora lo Stato doveva smettere di usare lo scudo di difesa per far pari con gli aggressori». 
   La Nirenstein è «stanca» di tutta questa disinformazione: «Il New York Times ha pubblicato le foto dei palestinesi dei bambini morti sulle quali io per prima piango. Ma nessuno dice che quei razzi erano gli stessi usati dai terroristi o che quei bambini sono stati usati da Hamas come scudi umani». A livello europeo non va meglio:«Dopo gli accordi di Oslo, anche l'Unione Europea stabilisce linee guida per spingere i palestinesi a negoziare situazioni che devono essere negoziate, ma condanna sempre Israele». 
   E in Toscana c'è antisemitismo? «Non vedo ancora delle manifestazioni di antisemitismo folgorante ma sento questa cosa del senso comune delle classi intellettuali, vale a dire che Israele abbia elementi di indegnità. Indegnità che poi si trasferisce sugli ebrei. Mi sembra circoscritto come fenomeno e spero che questo libro serva in qualche modo ad eliminarlo». Se si arriverà a un cambiamento è presto per saperlo: «Certo è che questo nuovo pensiero ha disegnato un universo di oppressori, dove Israele è accomunata con i suprematisti bianchi. Fa parte del circolo dell'oppressione bianca, imperialista, capitalista e colonialista. Questa è la visione alla rovescia che non deve diventare dilagante perché destruttura il nostro mondo democratico». 

(Corriere fiorentino, 16 ottobre 2021)


Privacy addio, con il decreto Capienze libero accesso ai dati degli italiani per centinaia di enti pubblici

La norma che regola l’accesso a cinema e teatri semplifica il trattamento dei dati personali per centinaia di enti della pubblica amministrazione. Blengino: «La tutela dei dati degli italiani è a rischio». Pizzetti (ex Garante): «Modificato il ruolo dell’Autorità».

di Silvio Puccio

Non solo Agenzia delle Entrate. Le modifiche introdotte dal decreto Capienze permettono a un vasto insieme di società pubbliche di accedere ai dati personali dei cittadini. Senza che una norma di legge o l’autorizzazione del Garante ne disciplini il trattamento.
   Il lungo elenco comprende le aziende più varie, dalle agenzie fiscali alle istituzioni sanitarie, che necessitano di informazioni per poter offrire servizi ai cittadini. Ma ci sono anche enti che d’improvviso possono trattare i dati e comunicarli ad altri soggetti pubblici con meno restrizioni di prima. Come fondazioni o società in liquidazione in cerca dei creditori, oppure istituti che lavorano estraendo informazioni a partire dal reddito.

SEMPLIFICAZIONE
  A preoccupare è l’indebolimento dei vincoli sulla comunicazione dei dati personali tra soggetti pubblici nei limiti dell’esercizio dei loro poteri. «Facciamo l’esempio – prosegue Blengino – di un cittadino che non paga una bolletta dell’acqua perché insolvente. Non si tratta di un dato riservato, ma può essere indice di una sofferenza economica. Con le modifiche introdotte, un altro soggetto pubblico interessato al trattamento dei dati può estrarre quell’informazione per decidere se concedere un mutuo o un finanziamento. Oppure non farlo».
   La platea coinvolta è sterminata: si va dall’Istituto culturale cimbro all’Azienda forestale della Calabria, in liquidazione come la società Terme di Sciacca, presente nella lista. Tutte amministrazioni pubbliche che potranno operare sui dati degli italiani in maniera meno vincolata rispetto al passato.

LA NORMA
  Come si legge nel decreto, «il trattamento dei dati personali da parte di un’amministrazione pubblica è sempre consentito se necessario per l'adempimento di un compito svolto nel pubblico interesse, o per l'esercizio di pubblici poteri a essa attribuiti». La gestione delle informazioni era disciplinata da una norma di legge o dalle prescrizioni del Garante della privacy, che poteva normare il trattamento dei dati più sensibili. Adesso la responsabilità è rimessa alle società pubbliche stesse. Il cui trattamento dei dati verrà limitato o sanzionato solo dopo dagli organi di tutela. Misura che antepone le finalità delle società pubbliche alla protezione dei dati dei cittadini.
   Non sono le uniche modifiche: Il nuovo decreto abroga il comma 5 dell’art. 132 del Codice della Privacy. Una parte del testo che disciplina il trattamento e la conservazione dei tabulati telefonici per le finalità di accertamento e repressione dei reati. Attività rimesse al rispetto delle misure prescritte dal Garante Privacy e non più previste.

I DIRITTI
  Una semplificazione delle procedure nata con l’obiettivo di sveltire le attività della pubblica amministrazione. Ma che desta l’allarme degli esperti di settore: «Siamo di fronte a uno squilibrio che indebolisce in modo significativo del diritto alla protezione dei dati nei confronti del potere dello Stato», spiega Carlo Blengino, avvocato e associato del Nexa Center for internet society del Politecnico di Torino.

IL RISCHIO PER I CITTADINI
  «Questa misura diminuisce la privacy del cittadino e le tutele che il Garante della privacy può assicurare», spiega Francesco Pizzetti, ex Garante della privacy, professore emerito all’Università di Torino e docente alla Luiss di Roma. «Una modifica rilevante nelle competenze dell’Autorità. Cui rimane il potere di sanzionare le modalità del trattamento solo dopo che questo ha avuto luogo. In sostanza, è come punire un automobilista che ha avuto un incidente per eccesso di velocità. Ma senza stabilire il limite sopra il quale non è sicuro procedere. E se prima il garante era un colegislatore in merito al trattamento dei dati, il suo ruolo adesso è quello del poliziotto. Chiamato a intervenire caso per caso».
   Una trasformazione delle competenze che rischia di lasciare i cittadini con meno tutele di prima, messe da parte per favorire l’efficienza della pubblica amministrazione: «Si espone così il cittadino a ulteriori rischi – conclude Pizzetti - Una semplificazione che comporta costi potenziali rilevanti e più responsabilità della pubblica amministrazione. Non parliamo solo delle sanzioni, ma di lesioni dei diritti degli interessati dal trattamento dei dati. Cosa ben più importante».
   Ulteriori modifiche riguardano il contrasto alla pratica del revenge porn. Le uniche, forse, di segno positivo contenute nel decreto. Che con l’articolo 10 riconosce al Garante il ruolo di interlocutore per le vittime, potendo intervenire d’urgenza - dopo la segnalazione - per limitare la diffusione di materiale considerato privato.


All'articolo segue il commento di un lettore:
Ennesima e gravissima violazione dei diritti fondamentali del cittadino. Un decreto legge, quindi un provvedimento legislativo del Governo, emesso in totale assenza dei presupposti costituzionali di necessità ed urgenza e che passerà in Parlamento con il voto di fiducia, quindi senza nessuna discussione, esame e possibilità di modifica, elimina qualsiasi tutela della nostra privacy di fronte alla P.A. Nessuna forza politica proferisce verbo. Da oggi qualsiasi pubblica amministrazione potrà, per qualsiasi fine, raccogliere e scambiare i nostri dati, anche quelli più sensibili (ad esempio quelli sanitari). Il Green pass non era e non è un mezzo per difenderci dal virus, il green pass è  il loro fine ultimo, costituisce lo strumento con il quale il nostro governo di banchieri ci potrà controllare e sanzionare digitalmente. Vi hanno terrorizzato con un'influenza, vi hanno chiuso in casa e serrato le vostre attività, vi hanno ricattato con il vaccino sperimentale, hanno subordinato i vostri diritti ed il vostro lavoro al possesso di una identità digitale tracciabile ed ora fanno man bassa di ogni nostra informazione e dato. Il loro modello, il loro fine ultimo era ed è la società del controllo, la dittature digitale cinese. Bravi bravi continuate a gridare al fascismo. Aprite gli occhi, chiedetevi: dove stanno i fascisti. Tra coloro che contestano questo sistema e questo governo o tra coloro che ne fanno parte per legiferare in questo modo? La risposta è semplice e chiara.

(La Stampa, 15 ottobre 2021)


Il motivo per cui compaiono su questo sito articoli di questo tipo non è ovviamente per cercare di avere influenza su ciò che avviene a livello politico. Il governo a trazione Draghi è riuscito ormai a fare notevoli passi avanti e marcia decisamente verso una forma irreversibile di nuovo totalitarismo, detto da alcuni "totalitarismo liquido", o "totalitarismo della sorveglianza", che per sua natura sarà sempre più invasivo e richiederà scelte sempre più impegnative, a tutti i livelli. Anche per noi credenti in Cristo si sta avvicinando il tempo, o forse è già arrivato, in cui non potremo più facilmente cavarcela dicendo che "tutti possono avere le loro idee" e "l'importante è mantenere l'unità". Nei momenti critici di svolta la vera unità spirituale nel servizio a Dio si mantiene facendo di pari consentimento le stesse scelte. M.C.


Eitan: nonna Peleg denuncia in Israele Aya Biran Nirko

'Uso illegale di cellulari, furto gioielli e Ipad'

Etty Peleg Cohen, nonna materna di Eitan, ha denunciato alla polizia di Tel Aviv Aya Biran Nirko, zia paterna del piccolo sopravvissuto alla tragedia del Mottarone e sua affidataria. Lo ha riferito la tv N12 secondo cui la denuncia si riferisce all' "uso illegale di cellulari ritrovati nell'abitazione dei genitori" di Eitan morti sul Mottarone e anche "al furto di gioielli, Ipad, macchine fotografiche e all'uso illegale" dei contenuti del computer nella causa in corso in Israele. Nella denuncia - secondo la stessa fonte - si afferma anche che "la famiglia Biran Nirko ha attivato una raccolta di fondi in rete destinati presumibilmente al benessere e al trattamento psicologico di Eitan, ma che sarebbero stati utilizzati" per le spese legali.
   L'emittente ha ripreso una dichiarazione della donna all'uscita dal posto di polizia di Tel Aviv. "Sono la nonna di Eitan - ha detto nel servizio - e faccio di tutto per proteggerlo. Spero che riusciremo a tenerlo qui in Israele e che il bambino viva nella sua patria e con il suo popolo". N12 ha riportato anche una reazione degli avvocati di Aya Biran Nirko secondo cui la "denuncia è infondata. Quando una persona è sconvolta non bisogna giudicarla".
   Intanto, il giudice del Tribunale della famiglia di Tel Aviv si appresta ad emettere la sentenza sulla causa intentata dalla stessa Aya, in base alla convenzione dell'Aia, per il rientro immediato in Italia di Eitan. La decisione è attesa nei prossimi giorni. 

(ANSA, 15 ottobre 2021)


Migliaia di palestinesi di Gaza vogliono lavorare in Israele 

Hamas ha fallito, il popolo prova solo ad arrivare in pace a fine mese 

di Anna Mahjar-Barducci 

GERUSALEMME - Migliaia di palestinesi si sono presentati alle Camere di commercio di Gaza per ottenere il permesso di lavoro in Israele. Questo mese, le autorità israeliane hanno infatti aumentato a 7mila il numero di permessi per gli abitanti della Striscia (2mila in più rispetto ad agosto). Le immagini che arrivano da Gaza mostrano calche di palestinesi disperati che si spingono l'uno con l'altro per potere accedere agli uffici e ricevere la tanto desiderata documentazione per attraversare il valico di Erez ed entrare finalmente in Israele. 
   Le lunghe file di palestinesi fuori dalle Camere di commercio sembrano però surreali. Solo pochi mesi fa, Hamas aveva lanciato da Gaza migliaia di missili sullo Stato ebraico per undici giorni consecutivi, mostrando video della popolazione festante ogniqualvolta un target veniva colpito a Tel Aviv o nel sud del Paese. Nonostante la propaganda sponsorizzata da Hamas, il popolo sembra volere semplicemente arrivare in pace a fine mese. La realtà infatti è che la maggior parte dei palestinesi lascerebbero molto volentieri la Gaza governata dal movimento islamista per la possibilità di poter vivere in Israele, dove ci sono libertà di parola, opportunità di impiego, diritti lavorativi, stipendi più alti e previdenza sociale. 
   Le foto delle decine di migliaia di palestinesi accalcati per andare in Israele mostra chiaramente come Hamas a Gaza abbia fallito. Negli ultimi sei anni, il Qatar ha destinato solo a Gaza più di 1,4 miliardi di dollari, mentre dal 2008 al 2016 Ue, Usaid, Nazioni Unite e altri enti internazionali hanno dato 20,3 miliardi di dollari per Gaza e la West Bank. Se consideriamo soltanto i finanziamenti dati dall'emirato qatarino, otteniamo un aiuto di circa 234 milioni di dollari all'anno per una popolazione di circa 2 milioni di persone (molto meno di Roma città), con un numero di famiglie calcolato intorno a 5.600. Se questi aiuti qatarini fossero dati per famiglia, ciascuna otterrebbe un budget di circa 42mila dollari all'anno. Gli aiuti però sembrano avere arricchito soltanto i leader di Hamas. Secondo il sito israeliano "Globes", nel 2016 l'ex capo del movimento Khaled Mashaal avrebbe accumulato dai 2 ai 5 miliardi di dollari. Inoltre, il quotidiano saudita "Asharq Al-Awsat'' ha riportato che a Gaza ci sarebbero 600 milionari in dollari, molto probabilmente legati a Hamas. Nel 2018, Avigdor Lieberman, allora ministro della Difesa di Israele, aveva detto che Gaza avrebbe «il potenziale per diventare la Singapore del Medio Oriente» se gli investimenti e gli aiuti economici fossero destinati a migliorare la condizione dei residenti dell'enclave palestinese «invece di promuovere il terrorismo». Si calcola infatti che, solo per costruire la rete di tunnel utilizzati per spostare armi e miliziani, Hamas abbia speso più di 90 milioni di dollari. Per molti palestinesi di Gaza il permesso per entrare in Israele rappresenta pertanto quell'opportunità di avere accesso a un lavoro dignitoso che fino a ora è stata negata loro da Hamas. 

(la Ragione, 15 ottobre 2021)


Eilat 2021, il benvenuto del primo cittadino israeliano

Il commento del primo cittadino di Eilat.

di Matteo Mattei

Manca meno di un mese all'Esports World Championship di Eilat 2021. Il mondiale si disputerà finalmente dal vivo il 13-14 novembre e la città israeliana di Eilat si appresta ad ospitare la kermesse. Online il commento del primo cittadino di Eilat, Eli Lankri:
    "Per la prima volta in Israele il World Gaming Championship, qui a Eilat. Il presente è impressionante e il futuro promette bene! Il mese prossimo, la città di Eilat ospiterà 500 giocatori provenienti da 85 paesi nella prestigiosa competizione di gioco internazionale. Milioni di occhi guarderanno l'evento festoso e storico che rafforzerà ulteriormente lo status di Eilat come città sportiva internazionale e una destinazione turistica e attraente per l'intrattenimento e lo svolgimento di grandi eventi e grandi conferenze. Ringrazio i membri della World Gaming Federation che hanno scelto la città di Eilat per ospitare la prestigiosa competizione ed essere una vetrina per l'intero Stato di Israele".

L'obiettivo della fase finale ai mondiali dal vivo è stato raggiunto egregiamente dall'Italia. La nostra nazione verrà rappresentata nel titolo eFootballPES grazie al talento di Carmine Liuzzi. L'ex campione d'Europa del 2020 e due volte campione BeSports ha ottenuto il pass per le finali con due partite di anticipo alle Regionals Europa poi concluse con la grande vittoria finale. La spedizione italiana curata e seguita dalla FIDE Federazione Italiana Discipline Elettroniche con il suo player, sono pronte per essere protagoniste in Israele.
   IESF Esports World Championship è la competizione di punta di IESF e funge da unico torneo di Esports multi-gioco al mondo che include squadre nazionali. IESF è un'organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 2008 che promuove costantemente gli Esports come un vero sport al di là delle barriere linguistiche, razziali e culturali. IESF è composta da più di 100 membri in tutti i continenti, organizza campionati mondiali annuali e si impegna a garantire la sinergia tra le parti interessate garantendo i diritti degli atleti.

(ESports Web, 15 ottobre 2021)


Hezbollah tenta raid contro un giudice, finisce in guerriglia

Il partito di Dio vuole bloccare l'inchiesta sull'esplosione del porto che sta arrivando troppo vicino. Sei morti nelle strade.

di Daniele Ranieri

ROMA - Ieri a Beirut, capitale del Libano, una spedizione punitiva del gruppo Hezbollah che in teoria avrebbe dovuto devastare un quartiere cristiano per mandare un messaggio di intimidazione ai rivali politici è finita sotto il fuoco di uomini armati che difendevano le strade dai tetti degli edifici.Nello scontro a fuoco sono morte sei persone, i miliziani di Hezbollah hanno avuto la peggio e si sono ritirati, poche ore dopo molti veicoli con la bandiera gialla del partito e mitragliatrici montate sui cassoni sono stati visti entrare nella capitale libanese-erano i rinforzi che arrivavano in caso di altre violenze.
   La spedizione di Hezbollah (in italiano: il partito di Dio) era un tentativo di fermare l'inchiesta di un giudice istruttore efficiente, Tarek Bitar, che da sei mesi indaga sull'esplosione che il 4 agosto 2020 ha devastato la capitale del Libano. Lunedì l'avvertimento era arrivato dallo stesso Hassan Nasrallah, capo del movimento, che durante un discorso di un'ora trasmesso in televisione aveva detto: "Vogliamo un giudice sincero e trasparente. Quello che sta succedendo è un grande, grande, grande, grande errore che non porterà alla verità e alla giustizia". Nasrallah è nervoso, l'inchiesta sta arrivando troppo vicino a Hezbollah e del resto era difficile che fosse altrimenti: da molti anni il partito di Dio esercita un controllo forte su tutto quello che succede nel paese, fa parte con una quota importante di ogni governo ed è perlomeno corresponsabile nelle decisioni più importanti. E' implicato nella storia delle migliaia di tonnellate di nitrato d'ammonio abbandonate in un hangar del porto che, a causa di un incendio, esplosero con effetti devastanti sui quartieri più vicini al mare. C'è il sospetto che quel nitrato d'ammonio arrivato a bordo di una nave in avaria fosse stato conservato nel caso servisse anche come esplosivo e quindi sarebbe stato un peccato gettarlo via.
   Era inevitabile che Bitar cominciasse a guardare in direzione di Hezbollah ed era altrettanto inevitabile che la milizia avrebbe provato a rispondere con la forza. Martedì, il giorno dopo l'avvertimento di Nasrallah, il giudice aveva ordinato l'arresto di un ex ministro delle Finanze, Ali Hassan Khalil, che appartiene al movimento sciita Amal, alleato stretto di Hezbollah. Khalil per ora non è stato arrestato e ha chiesto a un tribunale di rimpiazzare il magistrato, ma lo spettacolo è sorprendente per i partiti e per i leader libanesi: c'è un giudice che ha preso davvero a cuore l'inchiesta e firma veri ordini di arresto, dopo che per un anno e mezzo l'inchiesta era rimasta nelle mani di un altro giudice senza fare progressi decisivi.
   E arriviamo a ieri, due giorni dopo il mandato d'arresto. Hezbollah ha tentato una protesta violenta in una strada del quartiere cristiano di Ain al Remmaneh, proprio davanti a Chiya, il quartiere del movimento Amal - quello del ministro che il giudice Bitar vuole arrestare. Tra i due quartieri passa una strada che un tempo segnava la cosiddetta Linea verde, che negli anni della guerra civile faceva da demarcazione tra la Beirut occidentale a maggioranza musulmana e la Beirut orientale a maggioranza cristiana. I miliziani hanno sfasciato quello che trovavano a tiro e hanno cantato slogan, fino a quando non è cominciato il fuoco dai tetti. Come spesso succede in Libano, le fazioni armate dei partiti hanno cominciato ad agire al posto della politica.

Il Foglio, 15 ottobre 2021)


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Gli scontri in Libano spiegati semplice semplice

Una provincia iraniana non può non obbedire agli ordini di Teheran

di Franco Londei

In tanti si chiedono come e perché sono iniziati gli scontri armati di ieri in Libano che per ore hanno fatto temere lo scoppio di una nuova guerra civile.
  In realtà non c’è molto da scoprire. La verità è che una provincia iraniana non può ribellarsi a Teheran. E il Libano è ormai a tutti gli effetti una provincia iraniana, checché ne dicano i difensori ad oltranza delle interferenze iraniane in Medio Oriente.
  Hezbollah non è altro che un corpo speciale dei Guardiani della Rivoluzione iraniana (IRGC), uno dei tanti gruppi terroristici legati alla galassia jihadista sciita.
  Ed è Hezbollah che controlla politicamente e militarmente il Libano. Se quindi Hezbollah dice (ordina) di cambiare il giudice cristiano incaricato di indagare sulla terribile esplosione che devastò Beirut, nessuno vi si può opporre.
  Se qualcuno si oppone poi succedono i fatti accaduti ieri, i terroristi sciiti prendono le armi gentilmente e generosamente offerte dall’Iran e cominciano a sparare incuranti di dove colpiscono.
  E se qualcuno dovesse anche solo minimamente pensare alla possibilità di una guerra civile in Libano, si metta il cuore in pace. Durerebbe solo poche ore tanto è lo strapotere militare di Hezbollah rispetto a qualsiasi altro gruppo e persino all’esercito libanese (per altro strapieno di uomini sciiti).
  Poi ci si potrebbe interrogare sul perché Hezbollah non gradiva un giudice cristiano famoso per essere incorruttibile ad indagare su quella terribile esplosione.
  Chissà, magari avrebbe potuto scoprire che oltre a una gran quantità di nitrato d’ammonio da quelle parti gli iraniani riconvertivano i missili di Hezbollah per renderli intelligenti.
  Cambierebbe il quadro e, soprattutto, cambierebbero le responsabilità che ricadrebbero totalmente su Hezbollah e i loro padroni iraniani.
  E allora meglio metterci un giudice sciita e facilmente corruttibile ad indagare su quell’incidente piuttosto che un giudice cristiano famoso per essere onesto.
  Ecco, spiegato semplice semplice, i motivi per cui ieri a Beirut sono scoppiati gli scontri tra Hezbollah e quei pochi che hanno avuto il coraggio di opporsi alla loro prepotenza.

(Rights Reporter, 15 ottobre 2021)


La Comunità ebraica alle urne in anticipo

Domenica le elezioni

di Zita Dazzi

È election day anche per la Comunità ebraica milanese domenica prossima, in contemporanea con i ballottaggi delle amministrative. Dopo una crisi improvvisa che ha portato alle dimissioni dell'intero Consiglio in via Sally Mayer, i settemila ebrei milanesi sono chiamati al rinnovo degli organi elettivi nello stesso giorno in cui si vota anche per l'Ucei, l'Unione delle Comunità ebraiche italiane.
   È anticipato di due anni rispetto alla scadenza naturale il voto per il Consiglio milanese, decaduto dopo le polemiche dimissioni dei consiglieri di opposizione. Le ragioni di questa rottura interna sono legate soprattutto alla mancanza di reciproca fiducia fra le due liste che hanno governato assieme la comunità in questi anni. E a norma di statuto, il venir meno del 51% dei consiglieri comporta automaticamente la crisi del parlamentino, il ricorso alle urne e la formazione di una nuova giunta e un nuovo Consiglio.
   Da diversi anni a Milano l'area progressista non vince le elezioni e anche questa volta le due liste che si presentano sono entrambe di orientamento moderato, se non conservatore. Una più laica (con l'appoggio anche di alcuni esponenti di sinistra) è quella del presidente uscente Milo Hasbani; l'altra è più marcatamente religiosa ed è guidata da Walker Meghnagi. I due leader politicamente sono comunque entrambi vicini al centrodestra.
   Diciassette sono i candidati della lista "Milano ebraica", guidata da Milo Hasbani, classe 1948, imprenditore, cittadino israeliano, nato a Beyrouth e attuale presidente della Comunità ebraica di Milano, il quale nei due mandati precedenti ha fatto parte delle commissioni Kasheruth e Rapporti con Israele. Hasbani ha raccolto il sostegno di nomi molto conosciuti in città. Fra questi Roberto Jarach, imprenditore milanese nato in Svizzera nel '44, attivissimo presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di piazza Sraffa, ex assessore, ex vicepresidente e presidente della Comunità milanese, oltre che vicepresidente dell'Ucei dal 2012 al 2016.
   Con Hasbani si candidano otto membri della squadra precedente, che ha riportato in attivo i bilanci della Comunità, dopo gli scandali finanziari che avevano fatto cadere la giunta diversi anni fa. Fra le conferme anche Gadi Schoenheit, ex assessore alla Cultura, l'organizzatore di tutte le ultime Giornate Europee della Cultura Ebraica e i festival "Jewish in the City'', oltre che del ciclo "Incontri in Guastalla", per creare occasioni di dialogo e confronto con la città, le sue istituzioni, i cittadini.
   La seconda lista che si presenta è Beyachad (Insieme) e il candidato presidente è Walker Meghnagi, 70 anni, storico membro della Comunità meneghina, fratello del noto rappresentante dei commercianti, imprenditore immobiliare, ex presidente della Comunità una decina di anni fa. Meghnagi fu già protagonista di clamorose dimissioni nel 2014, a seguito degli scontri interni per la scoperta che lui stesso fece di episodi di malversazione, che portarono a uno scoperto bancario e suscitarono tante polemiche anche fuori dalle mura della Comunità milanese. Con lui, si candida il nipote, Han Boni: «Vorrei occuparmi soprattutto di giovani, in un clima di serenità e partecipazione».

(la Repubblica - Milano, 15 ottobre 2021)


I libri resistono a tutto: riapre in presenza il Salone del libro di Torino

di Michelle Zarfati

“Ogni lettura è un atto di resistenza. Di resistenza a cosa? A tutte le contingenze” diceva Daniel Pennac, per questo i libri resistono e hanno ancora tanto da comunicare e donare. A Torino torna, con la sua trentatreesima edizione il Salone Internazionale del Libro, un’edizione particolare dedicata a Dante: “Vita Supernova” è il titolo dell’evento, un omaggio al poeta ed alle stelle.
  C’era anche Shalom, presente per raccontare come l’editoria e la letteratura ebraica sia attiva nel panorama librario. Una rinascita dopo un fermo della fiera di quasi due anni a causa della pandemia Covid-19. Appuntamento culturale ormai consolidato nella città torinese, che ha aperto ieri mattina le sue porte all’interno del Lingotto Fiere a grandi, e soprattutto piccoli amanti della lettura. 400 scuole arrivate a Torino per partecipare all’evento, 1025 classi provenienti da 613 paesi hanno passeggiato tra gli stand ricchi di libri. Giovani, adulti e un pubblico variegato ha partecipato all’evento a dimostrazione di come la lettura resista nonostante tutto, riuscendo a trovare sempre nuove vie di comunicazione.
  L’evento si è aperto, con un video messaggio del premio Nobel Giorgio Parisi e i ministri Dario Franceschini, Ministro della Cultura e Patrizio Bianchi Ministro dell’istruzione.  File lunghissime e tante proposte interessanti con oltre 715 editori. Un tripudio di parole e libri e tra questi anche la narrativa ebraica e israeliana, che rappresenta una proposta ricca e amata dal pubblico italiano. “Siamo felicissimi di essere tornati in contatto diretto con i lettori, qualcosa che ci è mancato sebbene abbiamo cercato sempre di trovare altre vie per raggiungere il nostro pubblico.  Vedersi dal vivo, raccontare i nostri libri ai lettori è qualcosa di straordinario- spiega Sabine Schultz, Foreign Editor di Neri Pozza Editore- Siamo molto felici del successo della narrativa israeliana: Eshkol Nevo, ad esempio, lo pubblichiamo da anni, abbiamo creduto in lui sin dall’inizio. Un autore che ci porta a conoscere Israele parlando delle passioni umane e della vita in Israele. In generale i lettori conoscono le nostre pubblicazioni e sanno quanto abbiamo a cuore divulgare la letteratura ebraica e israeliana”.
  Una narrativa portata fieramente avanti da tante case editrici, come La Nave di Teseo, che ha pubblicato libri di enorme successo come “Il pane perduto” di Edith Bruck, vincitore del Premio Strega Giovani.  “Per noi è un enorme piacere pubblicare testi di narrativa ebraica, che riscuotono successo e arrivano dritti al pubblico. Abbiamo tanti nuovi progetti in uscita, come il nuovo libro di Elena Loewenthal” dice Stefano Losani- Direttore Commerciale della casa editrice La Nave di Teseo.
  Tra i coloratissimi e ricchi stand di libri presenti al Lingotto c’era anche la casa editrice ebraica Giuntina, con le nuove uscite, già acclamatissime dalla critica e con i grandi classici della letteratura ebraica, da Kafka a Wiesel, passando per Sacks. “Abbiamo aspettato tanto, ed è molto importante per noi tornare al salone perché il luogo in cui ci si confronta con i lettori, si comprende cosa hanno letto e apprezzato. Una manifestazione in cui si rinsalda il rapporto tra editore e lettore che è fondamentale per il nostro lavoro- condivide Shulim Volgemann, editore della casa editrice Giuntina. “Noi cerchiamo di pubblicare libri che partano da un particolare ebraico, che siano profondamente ebraici ma che al contempo possano interessare ogni lettore e inserirsi nel dialogo culturale italiano generale. Facciamo una ricerca attenta sia di autori già affermati, come nel caso di “Dove gli ebrei non ci sono” oppure cercando la grande qualità della narrativa ebraica completamente sconosciuta, come ad esempio Chaim Grade, che abbiamo riscoperto. Un autore completamente dimenticato in tutto il mondo ma che è di fatto uno dei più grandi autori yiddish- aggiunge Volgemann- tutto questo lavoro viene fatto proprio per arrivare al Salone e verificare assieme ai lettori se tutto ciò è stato apprezzato. Venire qui è un lavoro molto gratificante per noi”.
  Un panorama culturale vasto in cui anche la cultura ebraica si ritaglia la sua parte, tra gli incontri del primo giorno anche Elena Loewenthal è intervenuta spiegando “Bereshit- Genesi” un toccante focus letterario sulla prima parte della Torah. “La comunità di Torino è una realtà viva e vivace, ed è inserita nella vita culturale di questa città. In eventi come questo, che caratterizzano la città, siamo senza dubbio coinvolti. Molti libri del salone afferiscono proprio alla letteratura ebraica o israeliana” dice Dario Disegni Presidente della Comunità Ebraica di Torino.
  Un calendario fitto di incontri interessanti, che si protrarranno fino al 18 ottobre 2021. L’occasione perfetta per celebrare la lettura in tutte le sue forme, dalle grandi alle piccole realtà editoriali, tutti uniti per dimostrare all’unisono l’importanza dei libri.

(Shalom, 15 ottobre 2021)


L'antifascismo corrotto dalla sinistra 

di Fiamma Nirenstein 

L 'antifascismo è una battaglia sacrosanta, le leggi che ci conservano la democrazia contro i cosiddetti «rigurgiti» (che strana espressione) sono la cassaforte che ne proteggono l'universalità. L'antifascismo, però, deve appunto essere propagato e protetto in nome della democrazia, tutta. Invece non funziona così quando l'antifascismo diventa «militante». 
   In quest'ottica, il nemico è stato storicamente di destra. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la sinistra ha avuto buon gioco a lavare i suoi crimini e i suoi errori tingendo solo di «nero» le acque della violazione dei diritti umani. La battaglia antifascista e l'esaltazione dell'epopea partigiana si sono sviluppate lasciando che al sogno della libertà si sovrapponesse quello di una società socialista o comunista. L'antifascismo ha così perso la sua universalità, ed è stato un peccato. 
   Una parte della Resistenza, quella cattolica di Dossetti, Gorrieri, Tina Anselmi e dei preti fuggiti in montagna, è stata cancellata dalla figura del partigiano rosso. Inoltre, per la narrazione antifascista la vittoria russa sui tedeschi è stata mitizzata nonostante il comunismo mostrasse sin dal principio molte somiglianze con il totalitarismo di destra: ipernazionalismo, militarismo, glorificazione e uso della violenza, feticizzazione della giovinezza, della mascolinità, del culto del leader, della massa obbediente, gerarchica e militarizzata, e anche razzismo e odio antisemita. 
   Il doppio standard è da sempre una caratteristica dell'antifascismo militante. La Brigata Ebraica, che in un miracolo di eroismo, in piena Shoah, portò dei giovani «palestinesi» ebrei a combattere sul nostro suolo contro i nazifascisti, è stata sconfessata e vilipesa nelle manifestazioni Anpi perché Israele non è gradita a sinistra. Non erano antifascisti? E non era invece nazi-fascista il muftl Haj Amin Al Husseini che con Hitler progettava lo sterminio degli ebrei? Quanti sono stati tacciati di fascismo solo perché non di sinistra? 
   Il lavoro di bonifica dell'unità nazionale intorno alla Resistenza è stato valoroso, ma il termine antifascista deve prescindere dall'appartenenza politica, perché la genesi della Repubblica Italiana deve diventare finalmente patrimonio comune. Ma quanto è duro mandare giù questo rospo quando le radici culturali affondano nel terreno comune, acquisito, politicamente stratificato, del socialismo. 
   La cosa vale per l'Europa intera, ambigua e ammiccante: dici democrazia, ma alludi a un'utopia socialista, almeno sospirata. Molte delle difficoltà della Ue, infatti, risiedono nel sogno palingenetico post bellico, quando l'antifascismo caricò a bordo il sogno socialista invece di fare i conti con la soggettività dei Paesi europei. Perché anche «nazione» può non essere una parolaccia, se non ha mire oppressive ed espansive. Occorre deporre sul serio le ideologie del Novecento per restare antifascisti veri. Cioè, amanti della democrazia. 

(il Giornale, 14 ottobre 2021)


Ebrei e arabi, mondiale condiviso, la Fifa tra sogno e megalomania 

Dopo la proposta di Infantino la Palestina annulla l'incontro di Ramallah con il presidente. «Aspetto candidature che parlino di pace, come Israele ed Emirati insieme».

di Giulia Zonca 

Prendi il Mondiale ogni due anni e buttalo nella mischia del dibattito sul futuro del calcio. Potenzialità contro equilibrio, Fifa contra Uefa, con ragioni e problemi su ogni tavolo e pochissima voglia di trovare un'intesa. Poi prendi il dissidio più profondo che ci sia e fallo rotolare su un campo dove tutto sembra possibile. 
   Gianni Infantino, presidente della Fifa, esporta la sua visione e propone addirittura un potenziale Mondiale organizzato da Israele ed Emirati, da ebrei ed arabi insieme: un incrocio tra un sogno e una botta di megalomania. 
   L'idea non arriva per caso, ma in un discorso studiato (e studiato bene) letto all'inaugurazione del Museo della tolleranza a Gerusalemme, davanti al premier israeliano Bennett e all'ex segretario di stato americano Pompeo. Inizia così: «Il calcio ha giocato e può giocare un ruolo nella diplomazia mondiale. Può riportare le donne allo stadio in Iran per esempio e può anche aiutare ebrei e musulmani a giocare insieme. La Fifa si aspetta candidature che parlino di pace, la Palestina deve essere parte della nostra comunità. Le proposte devono essere coraggiose, perché Israele non pensa a un Mondiale con altri Paesi della Regione? Perché non con gli Emirati Arabi? », Una candidatura ai futuri Mondiali da raddoppiare, in teoria dal 2028, e anche al Nobel per la pace. Se funziona. 
   Per ora Israele sorride educatamente, gli Emirati valutano un'opportunità che, dopo il caos con l'edizione assegnata al Qatar, difficilmente avrebbero a breve in altro modo e la Palestina annulla l'incontro programmato a Ramallah con Infantino. Offesi dall'ipotesi e dal fatto che sia stata fatta in presenza della cerchia di Trump (compresi Ivanka e il marito). Il capo della Fifa non voleva raccogliere conferme, solo seminare scenari futuri. 
   Ci sta, magari è tutto un po' eccessivo, ma ammesso l'approccio visionario ci sarebbero anche questioni più gestibili da risolvere. Due giorni fa, a Wembley, gli ultrà ungheresi hanno dato l'ennesima prova di inciviltà: cori razzisti e rissa con gli addetti alla sicurezza. Nuova squalifica per i tifosi, partite da giocare a porte chiuse e multe. Non serve, è ora di tentare un altro approccio, magari più radicale. Quanto un mondiale biennale che lisci ogni conflitto geopolitico.

(La Stampa, 14 ottobre 2021)


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«Mondiali in Israele ed Emirati, ora si può» 

La proposta di Infantino per il 2030, coinvolgendo anche i Palestinesi: «Dobbiamo pensare in grande, sognare e avere ambizioni

ENORME OPPORTUNITA'
Il numero 1 della Fifa: «Milioni di biglietti e miliardi di spettatori in tv»
UN CALCIO AI CONFLITTI
Gli Accordi di Abramo dello scorso anno la base per avviare una pace

E se fosse il calcio a riconciliare due mondi e a spianare la strada della pace e della reciproca comprensione? Gianni Infantino, numero uno della Fifa, ci crede e da alfiere di un pallone globalizzato che rotola rapido superando ogni steccato propone per il 2030 - praticamente dopodomani - il Mondiale in Israele e in Medio Oriente. 
   Fino a poco tempo fa, assodato per l'appunto quanto la passione per questo sport travalichi ormai ogni confine, la massima ambizione possibile sembrava quella di fissare la sede della massima kermesse nei continenti storicamente meno coinvolti anche a livello di business. Il Mondiale in Corea e Giappone nel 2002 è stato il primo in Asia, otto anni dopo l'edizione del Sudafrica ha sancito un altro debutto assoluto a livello continentale. L'anno prossimo il Qatar costituirà un'ulteriore novità visto l'inedito della Penisola Araba. 
   Ora però l'ambizione si alza di un bel paio di tacche. Perché fa leva sulla certezza che il pallone possa abbattere contrasti sedimentati nella storia, dando poi un inequivocabile messaggio a chi, lo scontro, lo alimenta quasi fosse una ragione d'essere. 
   Durante la sua prima visita ufficiale in Israele, parlando degli "Accordi di Abramo" siglati un anno fa per normalizzare i rapporti di Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrain, Infantino ieri ha suggerito di coinvolgere anche i Palestinesi nell'organizzazione del maxi evento del 2030. «Niente è impossibile - ha detto - dobbiamo pensare in grande. Oggi ospitare un Mondiale è un'avventura molto grande, è qualcosa di più di un evento sportivo, è un evento da milioni di biglietti venduti e miliardi di telespettatori. Bisogna avere visione, sogni e ambizione. Ne abbiamo parlato tanto negli ultimi mesi dopo l'accordo fra Emirati e Israele, per cui una candidatura congiunta è un'opzione. Dopo il Qatar, i Mondiali si giocheranno in Canada, Messico e Usa, tre Paesi enormi. E allora perché no Israele?». 
   Quella del presidente della Fifa non è parsa affatto una boutade. La velocità con cui questo mondo cambia offrendo nuove opportunità e mettendo in soffitta certezze che parevano assolute è sotto gli occhi di tutti. E anche conflitti scolpiti nei libri possono essere spazzati via da un nuovo modo di essere. Non a caso, poi, Infantino parla apertamente di audience planetaria e di vendita di prodotti (i biglietti, ma pure le partite in tv ... ) come elementi fondanti di un Mondiale. E anche per questi motivi si potrebbe mettere in discesa un percorso che visto da altre prospettive parrebbe non percorribile. 
   Gli stessi Accordi di Abramo dello scorso anno sono stati a livello geopolitico un bel passo avanti, con la normalizzazione di una ostilità che era permanente: ora potrebbero rivelarsi il trampolino per qualcosa di ancora più grande. 
   La storia dei Mondiali è inscindibile da quella dell'umanità da 91 anni a questa parte. Come poche altre serve anche a descriverla, fissando fotogrammi più potenti di tanti trattati. 
   Le tensioni non sono estranee a una manifestazione che diventa fulcro di miliardi di singole passioni. Pensiamo solo ad Argentina '78 - non certo una vita fa - i Mondiali nella terra del dittatore Videla e con il Cile che scese in campo contro nessun avversario nelle qualificazioni perché l'Unione Sovietica boicottò lo spareggio, quello che le mise di fronte il Cile di Pinochet. Agli antipodi, dodici anni dopo, la magia di Italia '90 che non ci fece purtroppo gioire sportivamente, ma per il nostro Paese fu un incanto. I Mondiali sono di per sé un miracolo, ce ne possono concedere un altro. 

(Nazione-Carlino-Giorno, 14 ottobre 2021)


Gli ebrei col burqa in fuga verso l'Iran

Gli Stati Uniti cercano di fermare l'esodo dei Lev Tahor verso lo Stato islamico.

di Mario Dergani

Una setta estremista ebraica sta cercando di trasferirsi in Iran. Ma le autorità americane e israeliane, allertate dai parenti angosciati, temono che Teheran ne prenda in ostaggio gli appartenenti, eventualmente per usarli come merce di scambio. Il gruppo si è stabilito da alcuni anni in Guatemala e le autorità locali, su richiesta di Washington, hanno fermato alcune famiglie che stavano imbarcandosi per il Kurdistan iracheno, con l'obiettivo di raggiungere l'Iran, stando a quanto raccontano i media israeliani. Secondo Ynet la setta LevTahor (cuore puro), fondata da Shlomo Elbames una ventina d'anni fa, conta circa 280 membri, di nazionalità israeliana, americana e canadese. Nato nel 1980 a Gerusalemme, il gruppo è emigrato inizialmente in Canada e poi si è trasferito in Guatemala nel 2014. Ogni volta l'obiettivo del trasferimento era sfuggire alle autorità, che indagavano sugli abusi nei confronti dei bambini.
   Descritti come i «talebanì ebrei», i LevTahor obbligano donne e bambine, fin dall'età di 3 anni, a coprirsi il capo e indossare lunghe vesti nere, lasciando scoperto solo il viso. Gli uomini passano gran parte del tempo in preghiera e a leggere la Torah. I figli vengono fatti sposare fra loro da bambini, oppure le ragazzine vengono date in sposa ad adulti.
   I Lev Tahor avevano chiesto asilo politico all'Iran nel 2018, promettendo fedeltà al leader supremo religioso, Ayatollah Ali Khamenei. Un'avanguardia è già arrivata nel Kurdistan iracheno, con l'obiettivo di insediarsi prima a Erbil, identificata come la Babilonia biblica, per poi traversare il confine e trasferirsi in Iran. Dopo i fermi all' aeroporto in Guatemala, apparentemente una parte del gruppo ha intenzione di raggiungere El Salvador o il Messico per poi partire verso l'Iraq.

Libero, 14 ottobre 2021)


16 ottobre 1943: Una mappa digitale illustra la geografia della deportazione degli ebrei di Roma

Una mappa interattiva, un viaggio nel tempo e nel tessuto urbano di Roma, per raccontare, illustrare, e comprendere come avvenne la razzia degli ebrei romani per mano dei nazifascisti, che si consumò tra il 16 e il 18 ottobre del 1943. La Fondazione Museo della Shoah, in occasione dell’anniversario del 16 ottobre, presenta il progetto “16 ottobre 1943. Geografia della Deportazione” a cura di Marco Caviglia, Isabella Insolvibile e Amedeo Osti Guerrazzi.
  La mappa digitale, che ricostruisce la razzia dei 1022 ebrei deportati da Roma in quei terribili giorni, da cui iniziarono i rastrellamenti in Italia, permette di “navigare” nella città, per esplorare i luoghi degli arresti, i comandi della polizia nazista, le tappe della deportazione. Arricchita da contenuti multimediali, dunque interviste a sopravvissuti e testimoni, assieme ad immagini e documenti, la mappa mostra come i rastrellamenti coinvolsero buona parte della città, e non solo la zona del vecchio ghetto.
  Marco Caviglia, che ha curato il progetto, frutto dei più recenti studi storico scientifici, spiega a Shalom gli obiettivi e le finalità: «Fino a gennaio la mappa sarà fruibile sul Totem presso Casina dei Vallati, sede espositiva della Fondazione Museo della Shoah, da febbraio sarà anche on line e messa quindi a disposizione di tutti, e soprattutto, delle scuole. Abbiamo già prenotazione di scuole dove faremo, nell’aula magna, lezione in presenza davanti a studenti utilizzando la mappa». Un progetto innovativo rivolto soprattutto agli studenti, che con un linguaggio a loro congeniale e contemporaneo possono conoscere la storia. «Siamo anche riusciti ad aggiungere informazioni biografiche di 16 sopravvissuti. – continua Caviglia – La caratteristica principale della mappa è quella di avere tante fonti diverse tra loro in un unico ambiente, e queste sono geolocalizzate in 3D su una mappa d’epoca».

(Shalom, 14 ottobre 2021)


Verso la normalizzazione i rapporti tra Iran e Arabia Saudita

L’Arabia Saudita e l’Iran potranno firmare “entro le prossime settimane” un accordo per normalizzare le loro relazioni, dopo anni di tensione nell’area del Golfo. Lo hanno detto fonti diplomatiche citate stamani dai media panarabi.
   Nei giorni scorsi il portavoce del ministero degli esteri iraniano Saeed Khatibzadeh aveva riferito, citato dall’agenzia Tasnim, che negli ultimi mesi si sono tenuti cinque incontri tra rappresentanti sauditi e iraniani: quattro incontri a Baghdad, in Iraq, e un quinto a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York.
   L’Arabia Saudita, principale alleato degli Stati Uniti nella regione, e l’Iran avevano interrotto i loro rapporti diplomatici nel 2016 in corrispondenza dell’innalzamento della tensione regionale. “I due Paesi hanno già firmato una serie di accordi”, aveva detto Khatibzadeh. Mentre le fonti diplomatiche affermano che nelle prossime settimane si attende la firma di un accordo per la normalizzazione dei rapporti bilaterali.
   Dopo questo passo, proseguono le fonti, potranno riaprire le rispettive ambasciate a Teheran e Riad.

(Giornale di Rimini, 13 ottobre 2021)


In Israele emerge la più grande area per la produzione di vino di epoca bizantina

Il “Vino di Gaza” era esportato in tutto il Mediterraneo

In Israele, nel sud del paese vicino alla città di Yavne (30 chilometri a sud di Tel Aviv) è emerso un sito di epoca bizantina per la produzione di vino. Si stima che la produzione di vino potesse essere dell’ordine dei due milioni di litri. Il complesso ha le dimensioni di un moderno campo da calcio e si ritiene che abbia circa 1.500 anni. 
   Sono presenti ben 5 vasche per la pigiatura ciascuna da 225 metri quadri, due grandi tini ottagonali per il mosto e quattro forni adibiti alla “cottura” dell’argilla, per la realizzazione di anfore o giare utilizzate per l’invecchiamento ma anche per il trasporto del vino. Sono state rinvenute, inoltre, decine di migliaia di frammenti di vasi e strumenti per la vinificazione.
   Il direttore degli scavi Jon Seligman ha affermato che il vino prodotto nell’area, noto come “vino di Gaza”, veniva esportato in tutta la regione, inclusi Egitto, Turchia, Grecia e, forse, nel sud Italia.
   Nel medesimo sito sono state ritrovate anche delle presse ancora più antiche, risalenti a 2300 anni fa.
   Le autorità israeliane hanno assicurato che l’area sarà tutelata e che il complesso di Yavne farà parte di un futuro parco archeologico accessibile al pubblico.

(La Fillossera, 12 ottobre 2021)



Il sedimento della crisi

di Marcello Cicchese

Nel febbraio del 2011, quando in nazioni come Italia e Grecia imperversava la crisi dello spread, Mario Monti ebbe a dire in un suo discorso:

    «Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario
       È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle, perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. [...]
       Abbiamo bisogno delle crisi come il G20 e degli altri consessi internazionali per fare passi avanti, ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, leggi e altro per cui non è pienamente reversibile. […]. 
       Certamente occorrono delle autorità di enforcement rispettate che si facciano rispettare, che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati [l’élite finanziaria internazionale, ndr]. 
       Oggi abbiamo in Europa troppi governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata, la capacità di azione, le risorse, l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in una economia anche solo liberale” [sempre la medesima élite finanziaria internazionale, ndr].

Pochi mesi dopo, nel novembre 2011, le "autorità che si sposano al mercato" ebbero modo di rallegrarsi nel vedere che la crisi in Italia era diventata  talmente grave da spingerle a fare pressioni affinché  l'ultimo presidente del consiglio eletto dal popolo italiano fosse sostituito da un esponente indicato dalle autorità di enforcement: Mario Monti, per l'appunto. 
   Il governo Monti non fece molta strada, forse perché le crisi di cui aveva bisogno il mercato internazionale non erano sufficientemente gravi e anche perché si era sviluppato in Italia un confuso movimento antieuropeista che si rifiutava di vedere la soluzione dei problemi della nazione in "cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario". Molti infatti vedevano proprio in questo "livello comunitario", cioè in un'Europa guidata dalle "autorità di enforcement" finanziarie, un aggravamento dei problemi. 
   I tempi evidentemente non erano ancora maturi. Ma poi avvenne quello che inaspettatamente portò ad una accelerazione del processo di "maturazione" verso il globalismo europeo: il Covid19. E dopo un certo tempo arrivò lui, Draghi. Si può dire allora che il pimpante governo Draghi di oggi è l'adempimento tardivo del debole governo Monti di dieci anni fa. 
   Passiamo al setaccio le parole di Monti.
    «Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. »

Non ci si deve dunque aspettare che l'obiettivo europeo sia raggiunto alla fine di un graduale processo di maturazione delle democrazie nazionali, che vedono l'utilità di una democrazia europea entro cui fondersi . No, le democrazie nazionali sono lente e sorde, non capiscono, restano attaccate a valori e interessi particolari, non si muovono. Non vogliono cedere parti della loro sovranità, forse perché si chiedono in quali mani andranno a finire. Ecco allora ciò di cui hanno bisogno le collettività nazionali recalcitranti:

    «È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle, perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. »

Le collettività nazionali insomma per procedere verso l'obiettivo europeo devono andare in crisi, devono star male. Ma così male da arrivare al punto di pensare che si soffre meno cedendo parti di sovranità nazionale a non ben precisate autorità poste "a un livello comunitario", designate da Monti come "autorità di enforcement" o più delicatamente come "autorità che si sposano al mercato", modi diversi per indicare quelli che una volta a sinistra venivano chiamati popolarmente "i padroni", e oggi costituiscono l'élite finanziaria che detta le regole a popoli e nazioni.

    «Abbiamo bisogno delle crisi come il G20 e degli altri consessi internazionali per fare passi avanti...»

"Abbiamo bisogno delle crisi", sottolinea con decisione l'emissario della finanza internazionale. E a un certo momento è stato esaudito: un inaspettato miracolo deve aver soddisfatto pienamente il bisogno di Monti, un fatto davvero "provvidenziale" per le "autorità di enforcement": è arrivato il Covid19. Sotto il suo imperversare è avvenuto proprio ciò che Mario Monti aveva  auspicato: "una crisi in atto, visibile, conclamata". Meglio di così... 
   Non è che le  autorità che si sposano al mercato siano la causa della pandemia, ma è certo che in questo flagello le suddette autorità devono aver visto un'ottima occasione. E dal loro punto di vista è normale: è dovere professionale di operatori abili saper cogliere al volo le occasioni favorevoli, quando queste inaspettatamente si presentano. E il Covid è indubbiamente un'occasione d'oro (letteralmente per le case farmaceutiche).
   Ma l'interessante è il seguito della frase:

    «... ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, leggi e altro per cui non è pienamente reversibile

Ed è ciò che oggi sta avvenendo sotto i nostri occhi. La crisi sanitaria c'è stata, c'è ancora in qualche misura; non è stata inventata ad arte, ma è stata ed è maneggiata e strumentalizzata fino ai limiti del possibile. Qualcuno dice che la crisi si avvia a sparire, ma in ogni caso per il governo questo non avverrà mai prima che abbia lasciato sul terreno un sedimento irreversibile. E questo sedimento per l'Italia è il green pass.    
   Se il green pass è servito all'inizio a spingere alla vaccinazione, adesso è la vaccinazione che spinge all'obbligo del green pass. E' il controllo sulle persone che si vuole, esteso nel numero e costante nel tempo, per poter gestire a modo proprio, con ampie possibilità di costrizione e ricatto, l'inevitabile mole di problemi sociali, psicologici e finanziari che si abbatteranno sul paese. E' inutile allora sottolineare tutte le disfunzioni a cui sta portando e può portare ancora l'obbligo del green pass, perché forse queste sono state già messe in conto. E viene il dubbio che al timoniere non interessi poi tanto il buon andamento della barca, e che le disfunzioni facciano parte del progetto politico. Forse nella logica "montiana" che ispira il nostro premier la crisi dovrà andare avanti in tutti i suoi aspetti dolorosi fino a che altri pezzi importanti di sovranità nazionale non vadano a cadere nelle mani di autorità finanziarie sovranazionali, ben rappresentate alla guida del nostro governo. Non si notano già ora i pezzi di sovranità pubblica, intesa anche come sovranità personale, cioè libertà di muoversi senza dover rendere conto dei propri movimenti, che sfuggono ai cittadini e passano in altre mani? In mani di chi vorrebbe anche farci credere che lo fa per il nostro bene, per il bene della nazione, dell'Europa e di tutto il mondo.
   Perché dire tutto questo? Il credente in Cristo biblicamente fondato sa che nulla sfugge al controllo di Dio, e sa anche che la storia andrà incontro a tempi molto peggiori di questi. Non è il caso dunque di farsi illusioni e coltivare ingannevoli speranze fondate sulla sincerità e la buona volontà degli uomini. Né si deve sentire il dovere di unirsi ad agitatori di acque politiche con l'intento di riuscire a "fermare il pazzo", come diceva Bonhoeffer riferendosi a Hitler, cosa non approvabile e che comunque Dio non ha voluto che riuscisse. Al premier è dovuto il rispetto per la funzione che ricopre, ma ai cittadini compete il dovere civile di rilevare, anche pubblicamente, quello che appare in contrasto con la posizione che occupa.
   E ai credenti in Cristo compete anche il dovere spirituale di scrutare attentamente i tempi e saperli leggere con la sapienza che la Parola di Dio promette (Giacomo 1:5-8). Certo, tutti possono avere le loro idee e tutti devono essere rispettati. Ma non tutte le idee meritano rispetto. 

"Guardate dunque con diligenza a come vi conducete; non da stolti, ma da saggi; ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi" (Efesini 5:15-16).
(Notizie su Israele, 13 ottobre 2021)


 

Israele fornirà alla Giordania il doppio dell’acqua

di Piera Laurenza

Israele e Giordania hanno siglato un accordo, il 12 ottobre, con cui Tel Aviv si è impegnata a raddoppiare le forniture di acqua dolce per Amman. Il patto va a sostegno di un Paese, il Regno hashemita, considerato uno dei più poveri al mondo in termini di risorse idriche.
  Nello specifico, Israele fornirà 50 milioni di metri cubi in più ogni anno, al di fuori di accordi precedenti, andando, così, a raddoppiare la quantità già destinata gratuitamente ai territori giordani, pari a 55 milioni. Il Regno hashemita potrà acquistare acqua a 65 centesimi al metro cubo per un anno, con l’opzione di ottenere la stessa quantità per altri due anni, ma a un prezzo leggermente più alto. L’acqua aggiuntiva proverrà dal Mar di Galilea. L’intesa è stata firmata nel corso di un incontro che ha visto protagonisti la ministra israeliana delle Infrastrutture, dell’Energia e delle Risorse idriche, Karine Elharrar, e i rappresentanti del Joint Water Committee, responsabile della gestione delle relazioni bilaterali tra i due Paesi in materia di risorse idriche. “L’accordo è la prova che vogliamo relazioni di buon vicinato”, ha affermato Elharrar, la quale ha dato seguito al patto, firmato, l’8 luglio scorso, dai ministri degli Esteri israeliano e giordano, rispettivamente Yair Lapid e Ayman Safadi.
  “Si tratta della più grande vendita di acqua nella storia dei due Paesi”, ha invece aggiunto Gidon Bromberg, direttore israeliano del gruppo ambientale regionale EcoPeace Middle East. A detta di Bromberg, l’intesa riflette altresì la crescente consapevolezza delle problematiche a livello ambientale e climatico e del loro impatto sulla regione mediorientale, il che richiede una cooperazione sempre maggiore.
  Sebbene Israele sia un Paese caldo e secco, la tecnologia di desalinizzazione di cui si è dotato gli consente di esportare acqua all’estero. La Giordania, invece, da territori aridi e quasi completamente priva di sbocchi sul mare, affronta una situazione difficile in termini di risorse idriche, a causa dell’aumento della popolazione e delle temperature. Secondo le cifre rilasciate dal Ministero dell’Acqua giordano, la quota pro capite di acqua è inferiore allo 0,8% rispetto alla quota globale. Ciò significa che ciascun individuo non riceve più di 100 metri cubi d’acqua all’anno, mentre le quote pro capite nei Paesi limitrofi superano circa i 1.300 metri cubi all’anno. Parallelamente, un centro di ricerca americano, “Century”, ha dichiarato, in un rapporto di dicembre 2020, che la Giordania è il secondo Paese più insicuro al mondo in termini di risorse idriche e si prevede che il fabbisogno idrico supererà le risorse disponibili di oltre il 26% entro il 2025.
  Ai sensi di un accordo raggiunto nel 1994, Israele fornisce da anni acqua alla Giordania. Tuttavia, nel mese di marzo scorso, le gravi carenze, pari all’incirca a 500 milioni di metri cubi, hanno portato Amman a chiedere a Tel Aviv forniture aggiuntive. Inoltre, secondo l’intesa del 1994, Israele dovrebbe fornire alla Giordania circa 50 milioni di metri cubi di acqua all’anno, ma Bromberg ha affermato che Israele non ha mai esportato più di 10 milioni di metri cubi fino a marzo scorso.
  L’inizio della “diplomazia sull’acqua” tra Israele e Giordania risale, in realtà, al 1921, con la costruzione di una centrale idroelettrica alla confluenza del fiume Yarmouk con il fiume Giordano. Negli anni successivi, le iniziative sono continuate, sebbene i due Paesi siano stati, per alcuni momenti, in guerra fra loro. Ora, gli accordi dell’8 luglio e del 12 ottobre sono stati visti come un segnale del miglioramento delle relazioni tra la Giordania e il nuovo esecutivo israeliano, rispetto al precedente governo guidato da Benjamin Netanyahu.
  Ad ogni modo, proprio in occasione del meeting dell’8 ottobre, Safadi aveva messo in guardia il proprio interlocutore dalle decisioni di sfratto a Gerusalemme Est, e, in particolare, nel quartiere di Sheikh Jarrah. Inoltre, era stato il medesimo ministro giordano a condannare gli “attacchi razzisti” israeliani all’origine delle tensioni verificatesi dal 10 al 21 maggio, chiedendo “un’azione internazionale”. A tal proposito, l’8 luglio, Safadi ha ribadito la necessità di rispettare lo status quo storico e legale della moschea di Al-Aqsa e il diritto delle famiglie di Sheikh Jarrah a rimanere nelle proprie abitazioni, in quanto la loro espulsione costituirebbe un crimine di guerra, secondo il diritto internazionale. Inoltre, il ministro ha riferito a Lapid che l’unico modo per raggiungere una pace tra israeliani e palestinesi è una soluzione a due Stati.
  La Giordania è storicamente connessa alla questione palestinese, e, prima dell’accordo Abraham del 15 settembre 2021, rappresentava l’unico Paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, quello del 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi dopo due conflitti. Il primo risale al 1948 e portò allo stanziamento di Israele nelle aree occidentali della Palestina, mentre la Giordania prese il controllo delle zone orientali palestinesi. Il secondo conflitto è del 1967 e risultò nella sconfitta della Giordania, con il conseguente ritiro da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania, pur continuando a mantenere la sovranità in questi territori. Nonostante il trattato di pace di Wadi Araba del 1994, che ha posto le basi per la pace dopo decenni di guerra tra Giordania e Israele, il popolo giordano continua a considerare Israele un nemico e, a tal proposito, si è altresì opposto al cosiddetto piano di pace presentato dall’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump, il 28 gennaio 2020.

(Sicurezza Internazionale, 13 ottobre 2021)


Antisemitismo: c’è chi lo cerca da una parte sola (e ne vede, inevitabilmente, solo la metà)

di Emanuel Segre Amar

In occasione della Giornata della Cultura Ebraica, Shalom ha effettuato alcune interviste al Portico d’Ottavia: assolutamente perfetti, per i contenuti e per i toni, sono apparsi gli interventi di Ruben Della Rocca e del giornalista Polito, uno dei non numerosi giornalisti che non temono di mostrarsi amici di Israele oltre che degli ebrei - e le due amicizie vanno a braccetto; non altrettanto, purtroppo, si può dire per le parole pronunciate da Piero Fassino che, non va dimenticato, è anche Presidente della Commissione Esteri della Camera.
  Sicuramente condivisibile la presa di posizione nei confronti delle parole pronunciate dal candidato sindaco Enrico Michetti, definite “parole fondate sull’ignoranza e sul pregiudizio” e non esenti da “pregiudizi antisemiti”; è tuttavia impossibile non rilevare che anche nella sinistra PD si “continua a non fare i conti con la storia e con la verità storica” (quei conti che Fassino chiede – con piena ragione – alla destra), a proposito dell’URSS e del PCI (del quale Fassino fu parlamentare) che, pure, furono anti-semiti prima, e anti-sionisti successivamente (come dimenticare, per fare un solo esempio, le innumerevoli, violente accuse a Israele di Massimo D’Alema, difficilmente interpretabili come semplici “legittime critiche”, in cui non si sa se sia più grande l’ignoranza dei fatti o la mistificazione degli stessi?).
  Quanto allo sconfessare e rigettare il passato, continuamente preteso nei confronti della destra nella sua qualità di vera o presunta erede del fascismo, Niram Ferretti ha recentemente ricordato queste parole pronunciate nel 1978 dal “riformista” Berlinguer:
  “Chi ci chiede di emettere condanne e di compiere abiure nei confronti della storia, ci chiede una cosa che è al tempo stesso impossibile e sciocca. Non si rinnega la storia: né la propria, né quella degli altri. Si cerca di capirla, di superarla, di crescere, di rinnovarsi, nella continuità… i nostri critici pretendono che noi buttiamo a mare non solo la ricca lezione di Marx e di Lenin, ma anche le innovazioni ideali e politiche di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. E poi, di passo in passo, dovremmo giungere fino a proclamare che tutta la nostra storia - che ha anche le sue ombre - e stata solo una sequela di errori”.
  Sarebbe dunque opportuno che la sinistra, prima di fare i pur sacrosanti conti in casa d’altri, provvedesse a farli in casa propria, e a estromettere chiunque indulga in atteggiamenti e sentimenti antisemiti e antisionisti nella stessa misura in cui lo chiede alla destra. Gli ebrei romani, ad ogni buon conto, presteranno un orecchio molto attento alle esternazioni dei candidati su questi temi, sia in campagna elettorale che durante la successiva amministrazione, cercando di scegliere, magari turandosi il naso, il meno peggio.
  L’antisemitismo nell’estrema destra, inutile negarlo, è tuttora ben presente, ma fortunatamente, come spesso ripete Georges Bensoussan nelle sue interviste, sembra oggi relegato in frange di gran lunga minoritarie rispetto a quello di altri partiti politici (pur con le meritorie eccezioni), nei quali si preferisce ignorarlo.

(Shalom, 13 ottobre 2021)


L'odio dell'autrice per Israele: rifiuta la traduzione in ebraico 

Polemiche su Sally Rooney 

di Daniel Mosseri 

Il primo romanzo, Parlarne tra amici, del 2017, è andato bene e ha venduto in dodici paesi. Dal secondo, Persone normali, del 2018, la Bbc ha tratto una serie televisiva in dodici episodi. Un doppio successo condito da una serie di premi vinti dalla giovane autrice, Sally Rooney, in Gran Bretagna e in Irlanda, sua terra natale. La notizia è che la terza opera letteraria della scrittrice classe 1991, Beautiful World, WhereAre You?, non sarà tradotta in ebraico. È stata la casa editrice israeliana Modan Publishing House a far sapere che Rooney ha vietato la traduzione del libro nella lingua della Bibbia. La ragione? 
   L'autrice è una convinta sostenitrice del boicottaggio culturale di Israele. Culturale e, come i testi della stessa Rooney lasciano immaginare, anche politico ed economico. Assieme a Roger Waters dei Pink Floyd, acceso sostenitore del movimento Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), a Patti Smith e ad alcune centinaia di altri artisti e intellettuali delle due sponde dell'Atlantico, lo scorso maggio la trentenne Rooney ha firmato un documento appellandosi ai colleghi di tutto il mondo «affinché rifiutiate di esibirvi con la complicità culturale delle istituzioni israeliane». 

L'APPELLO 
  Nelle ore in cui lo Stato ebraico veniva travolto dal maggior numero di missili esplosi da Hamas nella sua storia, l'appello è sembrato ai 600 firmatari il miglior contributo alla pace in Medio Oriente. E a riprova che l'ostilità della scrittrice irlandese non è passeggera, il Jerusalem Post riporta alcuni passaggi dei suoi due primi libri che Rooney ha permesso venissero tradotti nella lingua degli odiati sionisti. In Normal People, i personaggi principali partecipano a una protesta contro Israele durante la guerra di Gaza del 2014. E nel romanzo di debutto, un personaggio di nome Babbi disquisisce su come Israele abbia più potere dei suoi vicini. 

IL COMUNICATO 
  È stato invece il Guardian a riportare un comunicato dell' autrice in cui Rooney si dice convinta di sostenere il Bds, perché «il sistema israeliano di dominazione razziale e di segregazione contro i palestinesi soddisfa la definizione di apartheid secondo il diritto internazionale». Frase che Rooney ricava da un comunicato stampa di Betselem, ong israeliana di estrema sinistra. A Rooney come a Betselem sarà sfuggito che la grande maggioranza dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania è governata, o meglio oppressa, da altri palestinesi, mentre fra gli arabi israeliani si contano insegnanti, medici, giudici, deputati e da alcuni mesi anche ministri che lavorano fianco a fianco di altri insegnanti, medici, giudici, deputati e ministri ebrei. Il paragone con il Sudafrica del passato dove bianchi, neri e indiani avevano giardini, fontane e assemblee parlamentari separate non sta in piedi. Eppure anche Rooney nel suo comunicato usa l'esempio del vecchio Sudafrica razzista per convincere il mondo - o se stessa? -di non detestare solo lo Stato degli ebrei. 
   Israele, al pari di tanti altri paesi del mondo, è perfettibile e Sally Rooney, dal canto suo, resta libera di odiare chi le pare. Ma da un'autrice che si fa tradurre in arabo, in cinese e nelle tante lingue di questo brutto mondo pieno di guerre e dittature non si può accettare il ragionamento per cui si pretende di contestare un governo impedendo a tutti i cittadini di quel paese (arabi ed ebrei, di destra e di sinistra) di leggere un romanzo. Una mossa del genere non è protesta politica ma delegittimazione tout court. In una parola: odio. 

Libero, 13 ottobre 2021)


In Europa i pregiudizi antisemiti presenti soprattutto in Grecia e nell'Europa dell'Est

I risultati di un sondaggio condotto in 16 stati pubblicato martedì 12 ottobre per la conferenza annuale dell'Associazione ebraica europea (Eja).

Gli stereotipi e le voci contro gli ebrei (di cui ultimamente ne sappiamo qualcosa anche in Italia) sono presenti in alcuni paesi più che in altri, e non stupisce che alcuni di questi stati siano governati da delle potenze estremiste.
Grecia, Polonia e Ungheria sono i paesi europei in cui il pregiudizio antisemita è più diffuso, rileva un sondaggio condotto in 16 stati pubblicato martedì 12 ottobre per la conferenza annuale dell'Associazione ebraica europea (Eja).
Secondo questo sondaggio commissionato dalla Action and Protection League (APL), organizzazione partner dell'Eja, più di un terzo di greci e polacchi (36%) e il 30% degli ungheresi intervistati ritengono che "gli ebrei non saranno mai in grado di integrarsi pienamente nella società".
  La credenza in una "rete ebraica segreta che influenza gli affari politici ed economici nel mondo" è condivisa dal 58% dei greci, dal 39% degli ungheresi e dal 34% degli slovacchi intervistati.
Circa il 36% dei greci, il 27% degli ungheresi e il 23% dei polacchi intervistati nutrono "sentimenti piuttosto negativi" nei confronti degli ebrei, una percentuale dell'11% in Germania, dell'8% in Francia e che scende al 3% in Svezia e nel Regno Unito, e 2% nei Paesi Bassi. Questi tre Paesi del nord Europa sono anche quelli dove la relativizzazione dell'Olocausto è meno forte, secondo il sondaggio che conta 70 domande.
  "I risultati inquietanti dell'indagine mostrano che l'antisemitismo è profondamente radicato in Europa", ha affermato il rabbino Menachem Margolin, presidente dell'Eja, che prevede di adottare alla sua conferenza un piano d'azione in 10 punti. Il presidente del Concistoro Centrale di Francia e del Centro europeo dell'ebraismo, Joël Mergui, ha denunciato attacchi alla libertà di culto ebraico, in particolare facendo riferimento a una sentenza della Corte costituzionale belga di vietare la macellazione rituale senza previo stordimento.
"Se non possiamo più mangiare kosher, se non possiamo più circoncidere i nostri figli, se non possiamo più rispettare le nostre tradizioni, non abbiamo più futuro nei paesi che ce lo impediscono", ha avvertito.
  L'indagine è stata condotta dall'istituto Ipsos a dicembre 2019 e gennaio 2020 in Germania, Austria, Belgio, Francia, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

(globalist, 13 ottobre 2021)


Gli Stati Uniti avvertono Israele di non intervenire nel conflitto con l'Iran per i suoi nuovi missili

Nuovi missili iraniani minacciano Israele e non c'è difesa contro di loro.

Il capo della direzione dell'intelligence militare degli Stati Uniti ha rilasciato una dichiarazione in cui ha avvertito la parte israeliana della necessità di ridurre l'escalation della situazione con l'Iran, poiché la Repubblica islamica ha ricevuto nuovi missili, che non solo sono molto precisi, e i complessi sono altamente mobili, ma anche i sistemi di difesa aerea e missilistica israeliani semplicemente non saranno in grado di farlo.
   Secondo la parte americana, le informazioni di cui dispongono le forze di difesa israeliane non coincidono molto con la realtà e negli ultimi anni l'Iran ha notevolmente rafforzato la sua difesa con vari mezzi di distruzione. Inoltre, l'esercito iraniano potrebbe essere armato con migliaia di missili da crociera e balistici, che la difesa antimissilistica dello stato ebraico non può nemmeno respingere fisicamente allo stesso tempo.
   Considerando la dichiarazione resa dal capo della Direzione dell'intelligence militare statunitense, Washington non solo teme possibili scontri tra Israele e Iran, ma esprime anche fiducia che l'Iran possa facilmente distruggere le truppe israeliane, tanto più che la Russia può fornire assistenza alla repubblica islamica in questa regione come uno dei loro alleati, ad esempio, fornendo dati operativi sui voli dei caccia dell'aeronautica israeliana.

(Avia.pro, 12 ottobre 2021)


Israele aggiorna i suoi F-35I "Adir"

di Aurelio Giansiracusa

L’Israeli Air Force (IAF) ha in corso un programma di aggiornamento e potenziamento dei suoi F-35I “Adir” che stanno affluendo ai reparti operativi.
  Come noto, Israele con le sue principali industrie militari e tecnologiche è ben presente nel programma F-35 Lightning II, da IAI che produce set alari ad Elbit Systems che fornisce il sofisticato casco HMDS dei piloti.
  Altra forte presenza israeliana (quasi sempre sottaciuta e dimenticata) è nello sviluppo e programmazione del software, elemento indispensabile per un velivolo così sofisticato come l’F-35.
  Ma v’è di più; infatti, Israele impiega una versione “customizzata” del F-35, l’Adir, che è “tagliata su misura” per le esigenze della IAF.
  Questa versione impiega sistemi di comunicazioni protette, il sistema IFF e di guerra elettronica (EW) in esclusiva dotazione alla IAF, messi a punto dall’industria nazionale per far fronte alle esigenze delle IDF.
  La IAF ha ordinato in prima istanza cinquanta F-35I; tra questi vi è un velivolo particolare impiegato esclusivamente per lo sviluppo e l’integrazione di nuove tecnologie.
  Tale velivolo sperimentale ha un valore strategico perché permette alla IAF di sviluppare, provare ed eventualmente installare aggiornamenti “dedicati” in settori sensibili. E’ interessante notare che si tratta dell'unico velivolo sperimentale F-35 che opera al di fuori degli Stati Uniti.
  Secondo la stampa israeliana, al momento, la IAF sta sviluppando e testando nuovi sistemi altamente classificati ed armamenti di nuovo tipo. Questi ultimi permetterebbero al F-35I di portarne un maggior numero all’interno delle baie, ottimizzando il rapporto carico/missione operativa, permettendo l’attacco di precisione a più bersagli.
  Attualmente, sono in via di completamento le dotazioni di tre Squadron, il 116°, 117° e 140° che formano sulla base di Nevatim la “Divisione Adir”, un vero e proprio “maglio” strategico a disposizione delle IDF, in grado di operare sul tutto il Medio Oriente.

(Area Osservatorio Difesa, 12 ottobre 2021)


Israele - Nel 2021 l’Aliyah è aumentata del 31%

di Michelle Zarfati

Sebbene le restrizioni nei confronti dei viaggi internazionali, causate dalla pandemia, siano ancora in vigore in tutto il mondo, il graduale rallentamento delle misure di sicurezza aeroportuali ha permesso l’immigrazione verso Israele di circa 20.360 ebrei; atterrati all'aeroporto di Ben Gurion, da gennaio a settembre, tutti con l'obiettivo di iniziare una nuova vita nella terra d’Israele.
  I dati ministeriali, pubblicati domenica dal ministero dell’Integrazione e dall’Agenzia Ebraica, confermano infatti che lo stato ebraico ha registrato quest’anno un aumento del 31% di Aliyot (immigrazione ebraica). "Israele ha continuato a vedere un massico aumento di Aliyot nonostante la pandemia di Covid-19", indica il rapporto ministeriale.
  Domenica il Presidente Isaac Herzog e il Ministro dell’Aliyah e dell’integrazione Pnina Tamano-Shete hanno consegnato insieme il "Premio del ministro dell'integrazione agli Olim Chadashim (nuovi immigrati) per gli eccezionali contributi alla società e allo Stato d’ Israele”, in una cerimonia di premiazione presso la residenza ufficiale del Presidente.
  Herzog ha parlato del grande coraggio mostrato nel fare l'Aliyah, e delle sfide che si trovano ad affrontare coloro che cominciano una nuova vita in Israele: "Le restrizioni legate alla pandemia, le difficoltà, la quarantena, la lingua e la cultura: tutto ciò rappresenta qualcosa di complesso per chi sceglie di cominciare una nuova vita qui, eppure non vi siete fatti intimorire. Tutti noi siamo davvero orgogliosi di voi.”
  Nonostante le cifre promettenti, il numero di nuovi arrivi in ​​Israele rimane relativamente basso rispetto agli anni precedenti al Covid-19. Solo nel 2019 vennero registrati circa 33.500 Olim Chadashim, ovvero nuovi immigrati.
  Secondo il rapporto ministeriale, il primo Paese di origine di Olim Chadashim finora nel 2021, è la Russia, con 5.075 nuovi arrivati ​​nonostante un calo del 5% rispetto al 2020. Al secondo posto gli Stati Uniti con 3.104 nuovi israeliani, in crescita del 41% rispetto ai primi nove mesi del 2020.
  L'immigrazione dalla Francia è aumentata del 55%, con 2.819 immigrati francesi, mentre il numero di immigrati dall'Ucraina è aumentato del 4%, con 2.123 immigrati diretti in Israele.
  I dati mostrano inoltre che 780 immigrati sono arrivati ​​dalla Bielorussia, segnando un aumento del 69%. Mentre l'immigrazione dall'Argentina è aumentata del 46%, con 633 nuovi israeliani che hanno attraversato l'Oceano Atlantico.
  Altri paesi includono: il Regno Unito con 490 immigrati più 20% rispetto al 2020 e il Brasile con 438. Per finire il Sudafrica con 373 Olim Chadashim, più del 56% rispetto agli anni precedenti.
  Un totale di 1.589 immigrati è arrivato ​​dall'Etiopia rispetto ai 285 dell'anno precedente, come parte dell'Operazione Zur Israel, un'iniziativa del governo per riunire gli ebrei etiopi con le loro famiglie che hanno fatto l’Aliyah precedentemente. Dati speranzosi che il governo auspica di vedere aumentare con un graduale ritorno alla normalità.

(Shalom, 12 ottobre 2021)


Nasce a Gerusalemme il museo della tolleranza

Diciassette anni dopo l'avvio del progetto, e dopo aver superato numerosi ostacoli (fra cui un blocco dei lavori imposto a suo tempo dalla Corte Suprema israeliana) il "Museo della Tolleranza" apre finalmente al pubblico. Situato nel pieno centro di Gerusalemme, il maestoso edificio ospiterà oggi i partecipanti ad un convegno organizzato dal Jerusalem Post a cui presenzieranno il capo dello Stato lsaac Herzog, il premier Naftali Bennett e dirigenti del Centro Wiesenthal ( che hanno concepito e realizzato l'opera). Ma la Autorità nazionale palestinese ha subito espresso dure critiche. Il suo ministero degli esteri ha definito l'avvio delle attività del Museo «un attacco provocatorio ad uno storico cimitero islamico, nonché una violazione palese del diritto e delle convenzioni internazionali». L'ideatore del progetto, il rabbino Marvin Hier, ha spiegato che «il Museo è un regalo alle nuove generazioni» nell'intento di diffondere i valori della dignità umana.

(Il Messaggero, 12 ottobre 2021)


Gli ebrei, Israele: una storia difficile. Benvenuti alla fiera dei pregiudizi

Esce per l'editrice Giuntina il pamphlet «Jewish Lives Matter» di Fiamma Nirenstein

La denuncia
«Da tremila anni si considerano gli ebrei un ospite speciale di questo mondo»
L’allarme
Per la scrittrice l'odio per gli ebrei è diventato odio per Israele. E dilaga in Occidente

di Giorgio Montefoschl

Farà discutere Jewish Lives matter. Diritti umani e antisemitismo, il pamphlet di Fiamma Nirenstein pubblicato dalla Casa editrice Giuntina. È un tema caldo. L'autrice confessa di averlo affrontato scrivendolo di getto, e con «rabbia nutrita di dolore». Perché, rabbia e dolore? «Ho già spiegato in lungo e in largo - scrive - come l'antisemitismo sia diventato odio per Israele, ma questa è la prima volta che vedo i miei stessi amici cadere in preda, lentamente e senza accorgersene, di un alieno spirito antisemita, uno spirito che si è fatto strada in loro proprio in nome delle buone cose in cui credono: i diritti umani».
   Il libro prende le mosse dalla ricostruzione delle cause che hanno portato all'ultimo scontro fra Israele e Hamas (l'evacuazione delle case di Gerusalemme Est abitate da famiglie arabe, l'impedimento della libertà religiosa sulla Spianata delle Moschee, il cambiamento dello status quo a Gerusalemme), e prosegue con il racconto di quanto è accaduto (4.500 razzi sparati da Gaza, la ritorsione israeliana, consistita nella distruzione delle basi di lancio e dei missili e delle gallerie sotterranee, il numero diseguale dei morti: 260 a Gaza, 13 in Israele - ma, sottolinea l'autrice, di quei 260, 200 erano capi operativi di Hamas, quindi terroristi). Undici giorni di sangue, di paura, di bambini usati come scudi umani, che invece, secondo Fiamma Nirenstein, hanno origine da una volontà che precede le cause suddette e sta tutta intera scritta nella geopolitica mediorientale, dominata in questo momento dall’Iran e dalla Turchia, e nella strategia di Hamas, la cui Carta del 1987 esplicitamente proclama che Israele dovrà scomparire dalla faccia della terra. ·
   Ma l'origine del problema - scrive Nirenstein - è sempre la stessa: «Il misterioso impulso che da tremila anni considera gli ebrei un ospite speciale di questo mondo. Un ospite privilegiato, vittimizzato, diverso ... ». Dunque, come tutti i diversi che fanno le vittime e sono invece privilegiati (dal danaro, dalla ricchezza, dal potere; leggere i Protocolli dei savi di Sion), ospiti da estinguere. Questo è l'antisemitismo: quello storico, quello dei ghetti, quello dei pogrom nell'Europa dell'Est, quello di Stalin, quello di Hitler, quello dei sei milioni bruciati nei campi di concentramento nazisti non più tardi di ottanta anni fa.
   Ora - sostiene Nirenstein - questo odio per gli ebrei si è trasformato in odio per Israele. Un odio che sta dilagando in Occidente, nelle università, nei giornali, addirittura nei videogiochi (è di adesso la notizia di un nuovo game pronto a dicembre, il cui vincitore è quello che stermina più israeliani possibile), e a poco a poco si sta insinuando nell'opinione pubblica, benedetto dalla conferenza del 2001 dell'Onu a Durban, nella quale le parole «antisemitismo» e «Olocausto» non compaiono, mentre i palestinesi vengono considerati «vittime del razzismo israeliano».
   Israele non è un Paese razzista. Basterebbe visitare i suoi ospedali, dove malati arabi sono curati e stanno accanto a pazienti israeliani; o sottolineare che uno dei tre giudici che hanno condannato l'ex presidente della repubblica Moshe Katzav a cinque anni di carcere per molestie sessuali, è arabo. Israele, sostiene Fiamma Nirenstein - ed è difficile darle torto - è l'unico Paese democratico del Medio Oriente. Dunque, «la logica su cui poggia l'attuale insorgenza ideologica contro lo Stato degli ebrei è una spaventevole destrutturazione della nostra stessa natura democratica e antifascista, è una logica suicida perché oblitera il senso critico su cui si è costruita l'etica democratica».
   In poche parole, è un vulnus che procuriamo a noi stessi. Così come è un vulnus che Israele provoca in primo luogo a sé stesso e alla sua credibilità, la sciagurata (a giudizio di chi scrive) proliferazione degli insediamenti nei Territori occupati. Questo, tanto per smentire la favoletta che non si può criticare Israele perché si corre il rischio di essere tacciati di antisemitismo.

(Corriere della Sera, 12 ottobre 2021)


Forse per non sembrare troppo a favore di Israele, l’autore ha voluto citare “la sciagurata proliferazione degli insediamenti nei Territori occupati”. Come se questo potesse bastare a bilanciare tutto quello che l’autrice dice nel suo libro. M.C.


Nel 2021 cresce del 31% l’immigrazione ebraica in Israele

Calano gli arrivi dalla Russia, in aumento da Stati Uniti, Sud Africa ed Etiopia nel quadro dell’operazione Tzur Israel. Un'immigrazione in larga maggioranza giovanile. Il flusso in entrata non si è mai fermato, nemmeno durante la fase più acuta della pandemia di Covid-19. Per il ministro israeliano sono cifre “positive”.

GERUSALEMME - Nei primi mesi del 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è cresciuta del 31%, con un numero crescente di ingressi da Stati Uniti, Francia, Ucraina, Bielorussia, Sud Africa ed Etiopia, mentre si registra una lieve flessione dalla Russia. È quanto emerge dai dati ufficiali forniti dal ministero israeliano dell’Immigrazione e dall’Agenzia ebraica, alla vigilia della festa di domani in ricordo delle persone che hanno intrapreso il viaggio verso la “terra promessa”.
  Secondo le statistiche ufficiali, anche per quest’anno il maggior numero di immigrati ebrei proviene dalla Russia (5.075), a dispetto di una diminuzione del 5% nel numero rispetto al 2020. Vi sono stati 3.104 nuovi ingressi dagli Stati Uniti, con una crescita del 41% rispetto ai primi nove mesi dell’anno passato.
  Almeno 2.819 nuovi immigrati si sono trasferiti dalla Francia (+55%), 2.123 dall’Ucraina (+4%), 780 dalla Bielorussia (+69%), 633 dall’Argentina (+ 46%), 490 dal Regno Unito (+20%), 438 dal Brasile (+4%) e 373 dal Sudafrica (+56%). Dall’Etiopia si registrano 1.589 immigrati nel quadro dell’operazione Tzur Israel, una iniziativa voluta dal governo per favorire l’immigrazione di membri della comunità ebraica dal Paese africano.
  In base all’età, oltre la metà degli immigrati ebrei in Israele giunti nel 2021 ha meno di 35 anni, con il 23,4% di età compresa fra 0 e 17 anni; il 33,4% ha fra i 18 e i 35 anni. Il 16,3% rientra nella fascia 36-50 anni, il 13% ha fra 51 e 64 anni e il 13,9% ha più di 65 anni. Il ministero dell’Immigrazione aggiunge che 2.184 nuovi immigrati si sono trasferiti a Gerusalemme, 2.122 a Tel Aviv, 2.031 a Netanya, 1.410 ad Haifa e 744 ad Ashdod. Il titolare del dicastero Pnina Tamano-Shata parla di cifre “positive”, sottolineando il grande contributo fornito dagli immigrati ebrei alla società israeliana in un’ottica complessiva di sviluppo.
  In una nota scritta in inglese, ma usando i termini ebraici per riferirsi all’immigrazione e agli immigrati, il ministro ha detto: “Sono lieto di lanciare la settimana Aliyah per il 2021, dove salutiamo e accogliamo gli immigrati per il loro contributo allo Stato di Israele. Ho lavorato nel governo per garantire che l’immigrazione non si fermasse, nemmeno durante la pandemia di Covid-19, e perché l’aliyah possa essere la realizzazione del sogno sionista”.
  Lo scorso anno, durante il periodo più acuto dell’emergenza sanitaria innescata dalla pandemia di nuovo coronavirus, il dato relativo all’immigrazione ebraica in Israele è calato di circa il 40%. Il dato nel 2020 si è fermato a 21.200, rispetto ai 33.500 dell’anno precedente, con un calo complessivo del 36,7%.

(AsiaNews, 11 ottobre 2021)


Caso Eitan: legali, decisione giudice Tel Aviv forse già mercoledì

MILANO – “E’ attesa in tempi brevi forse già mercoledì,”, secondo quanto apprende l’Adnkronos da fonti legali, la decisione del tribunale della famiglia di Tel Aviv chiamato a decidere se Eitan, il bambino sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, potrà restare in Israele o dovrà tornare in Italia dove è stato affidato, in via provvisoria, alla zia paterna Aya, tutrice legale. Il giudice israeliano -che non ha dato indicazioni temporali- prenderà la sua decisione in base alla Convenzione dell’Aja al termine di una tre giorni intensi di udienze in cui sono state sentite le parti e alcuni esperti anche di diritto italiano.

(Adnkronos, 11 ottobre 2021)


Israele : giovani scettici sulla necessità del richiamo del vaccino contro il Covid

Il risalto in colore è stato aggiunto. NdI

MILANO (MF-DJ)--Israele è tra i Paesi più aggressivi al mondo nella somministrazione del richiamo del vaccino contro il Covid-19 e molti giovani qui si chiedono perché.
  Alla fine di questo mese il Governo inizierà a far rispettare nuove regole che richiedono alle persone di avere il richiamo del vaccino contro il Covid-19 o di presentare un test negativo per andare in ristoranti, bar o altri luoghi di intrattenimento al chiuso. I richiami sono necessari per mantenere validi i Green Pass, cosa che le autorità considerano efficace per spingere il maggior numero possibile di persone a ottenere la terza dose del vaccino in modo da aumentare l'immunità e ridurre la diffusione del virus tra la popolazione.
  Eppure, mentre molti giovani israeliani erano felici di ricevere le dosi iniziali del vaccino di Pfizer/BioNTech, questa volta non sono così bendisposti a farsi somministrare il richiamo. Alcuni affermano di sentirsi obbligati a fare ricevere la terza dose prima che il nuovo programma del Governo inizi il 17 ottobre e dicono che preferirebbero aspettare, sottolineando che credono di essere ancora protetti dai casi gravi di Covid, nonostante gli sforzi dei funzionari sanitari per convincerli che la terza dose può prevenire il cosiddetto Long Covid.
  Poco più di un quarto dei giovani tra i 16 e i 19 anni ha ricevuto il richiamo insieme al 40% dei giovani tra i 20 e i 29 anni e al 47% dei giovani tra i 30 e i 39 anni, secondo il ministero della Salute di Israele. Questo rispetto al 65% degli adulti tra i 50 e i 59 anni e al 75% di coloro che hanno tra 60 e 69 anni. I numeri sono in parte appesantiti dalla maggiore esitazione tra i giovani arabi e gli israeliani ultraortodossi.
  Gli esperti affermano che i dubbi dei giovani sui richiami potrebbero essere un presagio di ciò che altri Paesi potrebbero aspettarsi quando inizieranno a lanciare la somministrazione della terza dose e sollevano la possibilità che la trasmissione del virus possa continuare.
  "I giovani hanno meno paura del coronavirus", ha affermato Tamar Hermann, che ha condotto sondaggi di opinione sulla politica dei vaccini presso l'Israel Democracy Institute con sede a Gerusalemme, sottolineando che "alcuni sono confusi e sconcertati e non capiscono se sono davvero a rischio o se la mossa fa parte della propaganda del Governo".
  L'autorità di regolamentazione sanitaria europea, l'Ema, lunedì scorso ha raccomandato il richiamo per chiunque abbia dai 18 anni in su e abbia ricevuto la seconda dose del vaccino sviluppato da Pfizer/BioNTech. Il Regno Unito ha iniziato a somministrare il richiamo a chiunque abbia più di 50 anni, mentre gli Stati Uniti lo stanno offrendo agli over 65 e alle persone ad alto rischio.
  In Israele, che ha iniziato a vaccinare ampiamente la popolazione prima di molti altri Paesi, alcuni giovani questa volta dicono di sentirsi costretti a fare il richiamo. "Tutti dicono che stanno ricevendo la terza dose solo per mantenere i loro diritti", ha detto Dan Rushansky, 33 anni, che possiede un bar nel quartiere giovane e alla moda di Florentine, a Tel Aviv. Rushansky ha detto che lui e 10 dei suoi 20 dipendenti non hanno ancora ricevuto la terza dose e lo stesso vale per gran parte della sua clientela.
  Inizialmente, il Green Pass di Israele doveva essere collegato alla terza dose a partire dal 7 ottobre ma l'entrata in vigore del nuovo programma è stata rinviata a causa di problemi tecnici. Nel frattempo, i tassi di chi accetta di farsi somministrare il richiamo stanno accelerando con l'avvicinarsi della data di applicazione della misura ma questo non avviene perché i giovani vogliono ottenerli o credono che miglioreranno la loro protezione contro il Covid-19. Avviene solo perché vogliono continuare ad avere i loro pass. "Tutti vogliono avere una vita normale, quindi le persone stanno facendo la terza dose", ha detto Shon Weizman, di 27 anni, che lavora in un wine bar a Tel Aviv.
  La strategia di Israele contro il Covid-19 è seguita da vicino nel resto del mondo. La scorsa settimana, il dottor Anthony Fauci, capo consigliere medico del presidente Usa, Joe Biden, e direttore dell'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, ha dichiarato in un'intervista alla Radio dell'Esercito israeliano che i regolatori statunitensi stanno aspettando i dati dall'Esercito israeliano per comprendere l'analisi rischio-beneficio derivante dalla somministrazione del richiamo ai giovani.
  Il dottor Fauci ha affermato che i regolatori sono particolarmente interessati a comprendere il rischio per i giovani di sviluppare un raro effetto collaterale connesso all'infiammazione del muscolo cardiaco, la cosiddetta miocardite, dopo la terza dose del vaccino di Pfizer. Fauci ha aggiunto che credeva che gli Stati Uniti alla fine avrebbero seguito l'esempio di Israele sui richiami.
  Il ministero della Salute israeliano ha pubblicato i dati indicando che il richiamo causa meno effetti collaterali rispetto alle prime dosi e fornisce un significativo aumento della resistenza al virus per le persone che hanno ricevuto la seconda dose cinque mesi o più prima. Funzionari e professionisti medici attribuiscono alla campagna di richiamo il merito di aver represso un'ondata di infezioni e malattie gravi dovute alla variante Delta.
  Alcuni hanno suggerito che il Governo dovrebbe essere più flessibile nell'applicare le nuove regole sul Green Pass e concentrarsi maggiormente sulla comunicazione dei benefici della terza dose.
  Nadav Davidovitch, a capo dell'Associazione israeliana dei medici della sanità pubblica e direttore della Scuola di salute pubblica presso l'Università Ben Gurion di Bèer Sheva, ritiene che ciò sia particolarmente vero tra i giovani arabi e ultraortodossi che sono stati più lenti a ricevere il richiamo, perché i tassi di infezione sono stati più alti in quest'ultimo gruppo e molti si stanno ancora riprendendo dal virus. "Penso che forse abbiamo bisogno di dedicare più tempo e investire di più nella promozione della salute rivolgendosi a gruppi specifici", ha detto Davidovitch.


Capito perché i giovani israeliani devono andare presto a prendere la terza dose di vaccino? Perché "i regolatori statunitensi stanno aspettando i dati dall'Esercito israeliano per comprendere l'analisi rischio-beneficio derivante dalla somministrazione del richiamo ai giovani". Perché dall'Esercito israeliano? Forse perché si tratta di una guerra. Forse perché per sferrare il suo deciso Blitzkrieg anticovid, Netanyahu ha dovuto pagare profumatamente, e in anticipo su tutti gli altri, una grande mole di vaccini, e per poterlo fare ha fatto ricorso anche a fondi destinati a spese militari. Andate dunque, o giovani israeliani, ne va della salute. Forse anche vostra, ma certamente - dicono - dell'umanità. Tra i primati di Israele ci sarà anche quello di essere stato il primo paese ad essersi offerto come terra di esperimenti per le multinazionali farmaceutiche? E di essere diventato in questo un esempio per tutti gli altri? M.C.


Angela Merkel in Israele: “la sicurezza dello Stato Ebraico sarà sempre una priorità per la Germania”

di Michelle Zarfati

La cancelliera tedesca uscente, Angela Merkel, è in visita in Israele, un viaggio “d’addio” a conclusione dei suoi 16 anni di mandato, in cui ha assicurato, che “la sicurezza di Israele rimarrà una priorità assoluta per ogni governo tedesco". Merkel ha il memoriale della Shoah Yad Vashem definendo “commovente” come lo stato ebraico sia riuscito a fidarsi della Germania nel dopoguerra.
  La Merkel ha inoltre avuto un colloquio con il Primo Ministro Naftali Bennett. "Dopo i crimini contro l'umanità della Shoah, è stato possibile ripristinare e ristabilire le relazioni", ha ricordato Merkel - "Voglio sfruttare questa opportunità per sottolineare che il tema della sicurezza di Israele sarà sempre una priorità centrale e un argomento importante per ogni governo tedesco", ha aggiunto.
  Bennett ha sottolineato come, durante il mandato di Merkel il legame e l’intesa i tra i due paesi siano stati senza precedenti.
  In una dichiarazione congiunta prima del loro incontro privato, Bennett ha definito la Merkel "una cara amica d’Israele" e ha insistito sul fatto che, grazie alla sua collaborazione, i legami tra Israele e Germania possono definirsi più forti di quanto non fossero mai stati. “Non vediamo l'ora di rafforzarli ancora di più, negli affari, nella scienza, nell'istruzione, nella salute e, naturalmente, nella sicurezza", ha condiviso Bennett.
  Sempre durante la conferenza stampa congiunta a Gerusalemme, Bennett ha anche affrontato i disaccordi tra lui e la Merkel su un futuro stato palestinese. "Non stiamo ignorando i palestinesi", ha detto Bennett in risposta a una domanda durante la conferenza stampa. “Sono i nostri vicini e non andranno da nessun’altra parte- ha spiegato il Primo Ministro- Allo stesso tempo, abbiamo imparato dall'esperienza che uno stato palestinese significherebbe avere probabilmente un stato terroristico emergente a sette minuti dalla propria casa” ha proseguito. “Sono una persona molto pragmatica. Stiamo intraprendendo una serie di azioni sul campo per rendere le cose più facili per tutti, per gli ebrei e per gli arabi. In Giudea e Samaria e a Gaza", ha detto Bennett.

(Shalom, 10 ottobre 2021)


GECE 2021. I saluti istituzionali e il collegamento con il vicesindaco di Tel Aviv

di Paolo Castellano

Grande successo per gli eventi mattutini della Giornata Europea della Cultura Ebraica (GECE) che si sono svolti domenica 10 ottobre alla Sinagoga Centrale di Milano. Sin dalle 9 del mattino, i partecipanti hanno potuto assistere alla visita guidata della sinagoga curata da Esther Nissim Abdollahi attraverso cui hanno conosciuto e approfondito la storia dell’edificio religioso e i principi generali della religione ebraica.
   Al termine dell’intervento di Nissim Abdollahi, hanno preso la parola i rappresentanti della Comunità ebraica di Milano (CEM) per dare il benvenuto ai partecipanti e agli ospiti dell’evento culturale. L’assessore alla Cultura Gadi Schoenheit, il presidente della CEM Milo Hasbani e il rabbino capo della Comunità ebraica Rav Alfonso Arbib.
   Prima dei saluti istituzionali è avvenuto un collegamento virtuale con il vicesindaco di Tel Aviv, Yael Dayan, per confrontarsi sul valore del dialogo, tema centrale della GECE 2021. Dayan ha evidenziato quanto Tel Aviv sia una metropoli progressista e liberale, sottolineando come la fratellanza sia una “dato irrinunciabile” per creare dignità tra gli israeliani.
   «Uno dei valori portanti di Tel Aviv è l’appartenenza. Un valore portante per realizzare una città pluralista che crei solidarietà tra i cittadini. Mettere in collegamento le autorità e la società civile per ridurre i sentimenti di sfiducia e creare forte solidarietà», ha dichiarato Dayan. Gli altri valori basilari per promuovere il dialogo sono l’uguaglianza e l’intersezionalità. Con il termine intersezionalità, il vicesindaco di Tel Aviv ha inteso lo sforzo di garantire i diritti della maggioranza e delle minoranze, offrendo coinvolgimento e uguali opportunità a tutti i cittadini israeliani.
   Dayan ha poi sottolineato quanto la municipalità di Tel Aviv si sforzi nel costruire un dialogo con i suoi residenti, per creare servizi mirati con l’obiettivo di risolvere i problemi della gente. Dunque, si tratta di una forma di cittadinanza attiva in cui si vuole costruire un canale comunicativo con chi fa le leggi e amministra la città. «Io stessa incontro i cittadini, e ho uno stretto rapporto con le persone per capire le loro problematiche», ha commentato il vicesindaco di Tel Aviv.
   Con lo scoppio della pandemia si sono implementati gli strumenti digitali per interagire con la cittadinanza. A causa delle passate restrizioni sanitarie, ogni mese il comune di Tel Aviv ha organizzato incontri su Zoom per raccogliere le richieste degli israeliani, soprattutto di quelli più anziani. Un vero e proprio esempio di “accessibilità” e inclusione per stare più vicini alle persone.
   Dopo l’intervento di Dayan, ha preso la parola Gadi Schoenheit, assessore alla Cultura della CEM. Schoenheit ha sottolineato che “quando finiscono le parole, arriva la violenza”, citando il saggio Discutere in nome del cielo (Guerini e Associati) di Vittorio Robiati Bendaud e Ugo Volli, e specificando l’estrema importanza di promuovere il dialogo tra religioni e culture diverse. Tuttavia, Schoenheit ha dichiarato che non sia possibile dialogare con tutti. Non è infatti proponibile cercare di interagire con chi vuole la distruzione del popolo ebraico e di Israele, come nel caso dell’organizzazione terroristica palestinese Hamas e del regime iraniano. Infine, l’assessore alla Cultura CEM ha invitato il pubblico a non sottovalutare recenti affermazioni antisemite emerse nel mondo politico italiano che negano e insultano la memoria della Shoah.
   Dopo l’intervento di Schoenheit, il microfono è passato al Rabbino Capo di Milano, Rav Alfonso Arbib. «Per la tradizione ebraica, il principio di tolleranza è un principio fondamentale. Determina la sopravvivenza. Pensiamo al passo della Torah in cui viene descritto il diluvio universale. Alla fine la promessa divina si manifesta con un arcobaleno, formato da colori diversi, un simbolo della coesistenza delle diversità». Secondo Rav Arbib, “il contrario del dialogo è proprio la chiacchiera” e “avere il diritto di dire tutto non significa parlare per forza”. Alcune volte è opportuno tacere. Parlare senza aver riflettuto produce superficialità, slogan e idee senza significato. La chiacchiera elimina il pensiero critico e di conseguenza non consente di conoscere il prossimo. Come ha sottolineato il Rabbino capo, il Talmud è una dimostrazione di tolleranza e dialogo poiché ospita discussioni tra uomini, presentando sia le posizioni di maggioranza che di minoranza. «Dialogo non significa essere tutti d’accordo. Alcune volte, dialogare significa andare oltre al politicamente corretto, al pensiero comune. Significa avere il coraggio di esprimere le proprie opinioni perché soltanto nei totalitarismi sono tutti d’accordo», ha commentato Rav Arbib.
   Anche il presidente della CEM Milo Hasbani ha voluto ringraziare il pubblico accorso alla Sinagoga Centrale di Milano per partecipare agli eventi in programma. Hasbani ha ricordato il gemellaggio tra il capoluogo lombardo e Tel Aviv, e ha sottolineato l’importanza delle iniziative organizzate con il COREIS per la promozione del dialogo tra le comunità islamiche e le comunità ebraiche.
   I saluti istituzionali sono terminati con i ringraziamenti di Carlo Borghetti, vicepresidente del Consiglio della Regione Lombardia, Stefano Bolognini, assessore regionale allo Sviluppo Città metropolitana, Giovani e Comunicazione, e il neo-consigliere della città comunale Daniele Nahum. Quest’ultimo ha celebrato l’impegno di Roberto Jarach nella gestione del Memoriale della Shoah di Milano.

(Bet Magazine Mosaico, 10 ottobre 2021)


“La cristianità sta svanendo in Europa. La nuova religione è pagana”

La filosofa Chantal Delsol spiega che una società non si secolarizza mai. Una religione muore e ne nasce un’altra.

Scrive il Figaro (27/9)

E’ stata varcata una soglia simbolica: ormai più di metà della popolazione si dichiara atea”, scrive la filosofa Chantal Delsol. “E’ tutto il vecchio continente e l’occidente che vede la cancellazione della religione dei suoi padri. Il movimento, che ora sta esplodendo sotto i nostri occhi, è iniziato molto tempo fa, senza dubbio con i filosofi del Settecento e anche prima. Il giudeo-cristianesimo porta con sé il dubbio, perché porta con sé l’idea di verità. Così avanza nella storia abitata dal suo stesso interrogarsi. Tuttavia, dobbiamo distinguere tra cristianesimo e cristianità. Il cristianesimo non sembra affatto essere sull’orlo dell’estinzione. Si sta diffondendo in vaste aree dell’America Latina e dell’Asia. E’ in occidente che svanisce. Ma la cristianità si traduce come qualcos’altro: il cristianesimo come civiltà, come potere sui costumi e sulle leggi dei paesi.
   Possiamo dire che il cristianesimo in quanto tale è scomparso dai nostri territori dagli anni Sessanta o dalle leggi sull’aborto. Da allora, non sono più i dogmi religiosi a determinare ciò che la morale proibisce o consente, sono i comitati etici composti da una moltitudine di correnti diverse. La cristianità è durata sedici secoli, dalla fine del IV secolo. E’ oggi che va in frantumi. Di qui l’angoscia, e il panico, di alcuni cristiani di oggi. Avendo perso il potere sulla società, pensano di aver perso del tutto, come se la loro stessa esistenza fosse legata alla loro egemonia. Stanno per diventare, o sono già diventati, una minoranza e non sanno cosa sia. Dovrebbero andare a prendere lezioni dagli ebrei o dai protestanti. Non sono sicuro che i nostri chierici abbiano capito questo nuovo status di minoranza, che richiede un atteggiamento di verità. I casi di pedofilia, dove vediamo che il peccato cerca di nascondersi più che di combattere se stesso, hanno inferto un colpo terribile a un’istituzione già molto malata, e che continua la sua caduta nei paesi più cattolici del vecchio continente: Spagna, Irlanda, Polonia.
   Tuttavia, non si deve immaginare che il vecchio occidente diventerà ‘ateo’, come ci dicono gli studi. A dire il vero, ‘ateo’ non esiste, tranne forse tra pochi intellettuali di lingua tedesca, non sempre onesti con se stessi. L’uomo è un animale religioso, perché si confronta sempre e ovunque con il male, la sofferenza e la morte, e non può vivere senza cercare di dar loro un senso. Quando André Malraux dice che ‘il XXI secolo sarà religioso o non sarà’, sta enunciando un truismo: tutti i secoli sono religiosi! I paesi occidentali non sono diventati ‘atei’: hanno adottato altre credenze, altre religioni o spiritualità, altre morali. Non sto parlando dell’islam. La religione dell’occidente viene gradualmente sostituita dal suo surrogato, dai suoi sostituti, dai suoi echi. Una religione non muore mai. I suoi resti sono recuperati da quel che segue. I primi cristiani si stabilirono in templi pagani, di cui trasformarono i significati. Non ci fu tabula rasa. Tutta la cultura è un palinsesto. Così è la modernità con il cristianesimo. La fede nella trascendenza crolla, ma l’edificio non scompare, ma viene riciclato diversamente.
   Uno storico americano, Joseph Bottum, ha descritto il riciclaggio della trascendenza nell’immanenza nel corso del XX secolo e come i cieli si siano virtualmente schiantati sulla terra. La preoccupazione per la salvezza si è trasformata in preoccupazione per la salvezza sociale. La religione tradizionale dell’occidente trascendente e monoteista non è stata semplicemente cancellata e sostituita dal nulla. E’ stata lentamente soppiantata da politeismi immanenti. Oppure da molteplici spiritualità, a volte ereditate dalle nostre tradizioni (stoicismo, epicureismo), a volte ricevute da altre culture (buddismo). L’uomo è un essere spirituale e religioso. Ecco perché oggi in occidente abbiamo discendenti degli epicurei, seguaci di Buddha, persone che baciano alberi e adoratori delle balene, per esempio. L’ecologia prende il posto di una nuova religione e in questo caso è il panteismo. Ha i suoi riti, il suo catechismo obbligatorio, le sue proibizioni, i suoi profeti, i suoi sacerdoti, i suoi anatemi e le sue scomuniche.
   Ciò che i popoli occidentali hanno già iniziato a perdere sono i fondamenti del giudeo-cristianesimo, i presupposti culturali su cui si basava l’edificio. Il primo è la fede nell’esistenza della verità, che ci viene dai greci. Poi è l’idea del tempo lineare, che storicamente ci ha dato l’idea del progresso, così si torna al tempo ciclico con l’annuncio di catastrofi apocalittiche. Infine, è la fede nella dignità sostanziale dell’essere umano che viene cancellata per far posto a una dignità conferita dall’esterno, sociale e non sostanziale, come avveniva prima del cristianesimo. Dobbiamo convivere con questi nuovi presupposti”.

Il Foglio, 11 ottobre 2021 - trad. Giulio Meotti)


La caduta della cristianità visibile e trionfante non è qualcosa che dovrebbe sorprendere chi ha una formazione cristiana evangelica di base, dove la "preccupazione per la salvezza" non è mai stata sostituita (o non avrebbe dovuto esserlo) dalla "preoccupazione per la salvezza sociale". Per certi aspetti gli evangelici si trovano in una posizione simile a quella degli ebrei: in minoranza, dispersi e non dipendenti in modo essenziale dai poteri costituiti. E' certo però che i "politeismi immanenti" possono attrarre entrambi gli ambienti. M.C.


Bennett: Iran più vicino che mai ad arma nucleare

GERUSALEMME - L’Iran è più vicino che mai alla realizzazione di un’arma nucleare. Lo ha dichiarato il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, durante una riunione del gabinetto di governo a Gerusalemme, alla quale ha partecipato anche la cancelliera tedesca Angela Merkel. In questa occasione, il premier ha dichiarato che agirà per impedire a Teheran di ottenere la bomba, mentre la cancelliera ha sottolineato che la sicurezza di Israele ricoprirà sempre un “ruolo centrale”. "Un'arma nucleare nelle mani di un regime così violento cambierà il volto della regione e del mondo", ha affermato Bennett, evidenziando che il problema “non è strategico, ma piuttosto esistenziale”. “Negli ultimi tre anni l'Iran ha fatto un enorme balzo in avanti nella sua capacità di arricchire l'uranio", ha proseguito il primo ministro israeliano, invitando i ministri presenti a concentrarsi sui rapporti bilaterali con la Germania, come il rafforzamento dei legami economici. "Voglio cogliere questa opportunità per esprimere il profondo ringraziamento di Israele per esserci stata accanto nel corso degli anni”, ha concluso Bennet rivolgendosi alla cancelliera Merkel.

(Agenzia Nova, 10 ottobre 2021)


Un piccolo tesoro che testimonia una comunità fiorente ora scomparsa

La sinagoga di Asti apre alle visite per la Giornata Europea della Cultura Ebraica

di Carlo Francesco Conti

«Sappi, davanti a chi tu stai, questa è la porta del Signore, i Giusti entreranno in essa». Questa scritta si trova nella sinagoga di Asti che oggi, domenica 10 ottobre, aprirà alle visite nell’ambito della Giornata Europea della Cultura Ebraica. Una testimonianza importante, forse non dal punto di vista architettonico, ma sicuramente da quello storico. Perché la prima considerazione da fare è che una comunità fiorente come quella ebraica di Asti, è completamente scomparsa a causa delle persecuzioni razziali di matrice fascista. E mentre in altre città comunità anche piccole si sono mantenute, ad Asti le ultime presenze ebraiche sono state le sorelle Elda ed Enrica Jona, testimoni e vittime della politica razzista attuata in Italia: Enrica fu deportata a Birkenau, poi a Ravensbruck e Neustadt-Glewe. Enrica Jona, morta nel 2000, fu una dei tre ebrei che riuscirono a tornare ad Asti sui 30 deportati. Non ce la fecero invece i genitori. I nomi delle vittime sono su una lapide commemorativa nel cortile della sinagoga.

• GLI EBREI AD ASTI

  Gli ebrei astigiani erano perfettamente integrati nel tessuto sociale e politico della città. Lo testimonia l’importanza della famiglia Ottolenghi, e il rilievo dei suoi interventi a favore della città (la creazione di piazza Cairoli, o del Cavallo, l’acquisto di Casa Alfieri donata alla municipalità, il palazzo della famiglia, divenuto punto di riferimento per attività culturali). Tra i personaggi eminenti della comunità astigiana si possono ricordare il senatore Isacco Artom, segretario del conte Camillo Benso Conte di Cavour, Zaccaria Ottolenghi, costruttore e finanziatore del Teatro Vittorio Alfieri, e Lazzaro Artom. Su numerosi edifici e targhe commemorative si trovano i nomi di importanti famiglie ebraiche astigiane come De Benedetti, Clava, Treves e Levi Montalcini (basti ricordare che il futuro premio Nobel Rita Levi Montalcini fu rifugiata in una cascina alle porte di Asti). Un racconto storicamente fedele e ampiamente godibile della comunità astigiana è il romanzo «I giorni del mondo» di Guido Artom, recentemente ripubblicato da Morcelliana a cura di Paolo De Benedetti, ultimo grande cantore di una tradizione inestimabile. Un approfondito studio storico è invece «Il ghetto, la sinagoga. Viaggio attraverso la cultura ebraica ad Asti» di Maria Luisa Giribaldi e Maria Paola Villani (Lindau).
   È probabile che una sinagoga esistesse già nel ’400 con l’arrivo dei primi ebrei in città. Quella attuale risale al ’700, accanto al luogo di culto vi era anche un centro che svolgeva funzioni civili e assistenziali. Quando caddero le mura del ghetto (l’ingresso era in via Aliberti) nel 1848, si rese necessaria una ristrutturazione. Questa fu affidata a Carlo Benzi, finanziato dalle famiglie Artom e Ottolenghi. Alcune delle case vicine furono espropriate per realizzare il sagrato chiuso dal cancello. Fu anche innalzata un’ala destra per ampliare il matroneo, la loggia sopraelevata riservata alle donne. Degno di nota è l’«Aròn» o Arca Santa, opera dell’atelier dell’ebanista di Casa Savoia, l’astigiano Giuseppe Maria Bonzanigo, costruito nel 1809 e dorato, come testimoniano alcune iscrizioni, nel 1816. È un armadio a muro composto da otto pannelli scolpiti e dorati, ognuno dei quali raffigura un simbolo differente.

• IL RITO «APAM»
  A testimoniare l’importanza delle comunità ebraiche nell’Astigiano, si ricorda che qui si sviluppò un rito peculiare, noto come «Apam» (o Appam). Di fatto è una sigla dovuta alle iniziali delle tre comunità ebraiche che lo praticavano: Asti, Fossano (in ebraico F e P sono la stessa lettera) e quella di Moncalvo. È una combinazione del rito tedesco e dell’antico rito francese, che scomparve dalla Francia dopo l’espulsione degli ebrei nel 1394. Qualcuno ritiene che il rito, anche se più recente di quello italiano, avendo origini medioevali, sia più autentico di quello italiano, che è stato spesso contaminato da varie influenze. Questo rito, non ha solo peculiarità dottrinali, ma è caratterizzato anche da melodie proprie, raccolte nel 1955 da Leo Levy all’accademia di Santa Cecilia a Roma.

• LA GIORNATA
  Oggi si svolge la 22ª Giornata Europea della Cultura Ebraica. L’iniziativa, coordinata e promossa dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha come tema «Dialoghi» per sottolineare l’importanza dell’incontro e del confronto interculturale. Nel programma piemontese, curato dalla Comunità ebraica di Torino, vi è l’apertura della sinagoga di Asti in via Ottolenghi a cura della cooperativa Artefacta. Le visite, condotte da Donatella Andriolo, operatrice didattica museale e sommelier, si svolgeranno ogni ora dalle 10 alle 13 e dalle 14,30 alle 18. Si potrà visitare anche il Museo ebraico. La sinagoga è visitabile anche su appuntamento: info@torinoebraica.it, 011/65.08.332.

(La Stampa, 10 ottobre 2021)


Proteggiamo la morbidezza dell'ebraismo italiano

di Massimiliano Boni

Simonetta Della Seta, nella Giornata europea delle cultura ebraica,  spiega a Riflessi perchè è importante per gli ebrei italiani dialogare, e tornare a farlo con l’ebraismo europeo.

- Simonetta, ci parliamo al telefono con il Mediterraneo a dividerci. Il tuo trasferimento in Israele è definitivo?
  Per noi in realtà è un ritorno. Abbiamo vissuto in Israele moltissimi anni, poi per un periodo siamo tornati in Italia per stare vicini alla famiglia, e poi c’è stata la bellissima esperienza di costruire il MEIS [Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, n.d.r.]; terminata quella, siamo tornati a Gerusalemme.

- Che cosa fai ora in Israele?
  Mi dedico finalmente alla ricerca, su alcuni temi che avevo messo da parte, tra cui quello del sionismo italiano. Sto lavorando a diverse pubblicazioni. Sono inoltre attiva nella International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA –  l’Alleanza intergovernativa che si occupa di Shoah), nella quale sono membro della delegazione italiana. In particolare, sto lavorando sulle problematiche legate alla distorsione della Shoah, che ormai viene espressa a tantissimi livelli.

- Hai fatto prima riferimento alla direzione del MEIS, ma già in passato, per molti anni, hai collaborato con varie istituzioni per promuovere la cultura italiana, tra cui quella ebraica. Oggi la giornata europea della cultura ebraica è dedicata ai “dialoghi”. Innanzitutto, c’è un tratto caratteristico della cultura ebraica italiana?
  Sono stata direttrice di chiara fama dell’Istituto Italiano di Cultura in Israele, e poi, in seguito, sono rimasta diversi anni consigliere dell’ambasciatore italiano. Ovviamente promuovevo tutta la cultura italiana e non solo quella ebraica, ma nel 2007 ho organizzato in Israele una grande mostra – con più di 200 oggetti –  dal titolo ITALIA EBRAICA, che ha fatto conoscere la specificità del nostro ebraismo a moltissimi israeliani. L’ebraismo italiano è caratterizzato da un aspetto fondamentale e unico: è radicato nel territorio da molto più tempo di quanto qualsiasi altra comunità della diaspora. Questo elemento ha un peso notevole. Il fatto che gli ebrei siano in questa penisola da 2200 anni ci rende una comunità e una cultura molto speciali.

- In che modo?
  Perché ne forgia un carattere tipico: credo infatti che l’ebraismo italiano sia di fondo un ebraismo moderato.

- Cosa intendi?
  Questo lungo incontro tra noi e la cultura italica – la chiamo così perché stiamo parlando di un processo cominciato ben prima della nascita della nazione moderna – ha creato una influenza reciproca. Certo non è stato sempre un abbraccio: c’è stata la persecuzione cattolica di matrice cattolica, c’è stata l’espulsione degli ebrei dal meridione sotto gli spagnoli, ci sono stati i ghetti, fino al trauma della discriminazione e della persecuzione sotto il regime fascista. Però, in definitiva, la lunga e continuativa convivenza ha trasmesso all’ebraismo italiano un carattere moderato, mediterraneo. Non a caso, gli ebri italiani si definiscono italiani anche nel rito, né ashkenaziti, né sefarditi, sebbene le nostre comunità abbiano accolto nei secoli sia ebrei sefarditi che ashkenaziti. Nella nostra cultura ebraica c’è più morbidezza rispetto alle altre culture ebraiche: come se avessimo assorbito la bellezza poetica di paesaggi italiani ed alcuni tratti di un carattere mediterraneo in cui viviamo da due millenni.

- Questa tua espressione, “morbidezza”, mi piace molto. Come la declineresti?
  Essa si esprime nei canti, nel modo di vivere, nell’ambito familiare, nella vita dentro la sinagoga, nello studio, nella solidarietà, nei rapporti tra sessi, nei rapporti tra noi e gli altri. Da direttrice del MEIS ho visitato moltissimi musei ebraici: sono stata in Olanda, in Polonia, in Francia, in Austria, in Germania ecc. Lì mi sono resa conto ancora di più di quanto il carattere dell’ebraismo italiano sia antico, intersecato con la cultura italiana e per certi versi rimasto per tradizione anche vicino all’ebraismo di Eretz Israel, della Terra di Israele, con la quale c’è stato nei secoli uno scambio continuo, grazie alla vicinanza geografica. Per questo l’ebraismo italiano, pur piccolo nei numeri, ha dato un contributo sia alla cultura italiana che a quella ebraica generale. Già nel medioevo e nel rinascimento si vede questo scambio. Recentemente ho riletto i diari del rabbino David Prato, che presto saranno pubblicati: un esempio di un bagaglio ebraico ricco, aperto, umanista. Insomma, noi ebrei italiani siamo in fondo degli umanisti.

- Ritrovi questi caratteri anche nell’attuale rabbinato italiano?
  Intanto sono contenta che la grande maggioranza delle nostre comunità sia guidata da rabbini italiani e che esista una scuola rabbinica italiana capace di formare nuove generazioni di rabbini con la nostra cultura. Il collegamento stretto con il rabbinato israeliano è secondo me frutto di due fenomeni: uno storico collegamento tra l’ebraismo italiano e quello della Terra d’Israele – ci sono sempre stati scambi e viaggi nelle due direzioni – e poi l’effetto della globalizzazione. Quando una comunità piccola entra in contatto con il mondo intero, e ad esempio i nostri ragazzi viaggiano, e incontrano altri ebraismi, si pone un problema di riconoscimento e legittimazione. Questo fa sì che il rabbinato italiano cerchi di garantire degli standard più internazionali, per permetterci di viaggiare e avere contatti con tutto l’ebraismo mondiale. Io perciò ho letto questa tendenza come una conseguenza del mondo globale. Si è cercato di dare all’ebraismo italiano degli istrumenti per agire alla pari ed essere riconosciuti.

- Non rischiamo così però di vedere appannare quei tratti distintivi dell’ebraismo italiano che dicevamo prima?
  Io credo sia importante ricordarsi che l’ebraismo italiano ha una sua autorevolezza riconosciuta tale nel mondo, anche se poggiata su piccoli numeri. Abbiamo sempre espresso una nostra identità. Ad esempio, in Israele si studiano i testi dei chakamim italiani. Ho avuto la grande fortuna di essere vicina al Rav Adin Steinsaltz zzl, il quale aveva una grandissima considerazione dell’ebraismo italiano, che nasceva dal fatto che l’ebraismo italiano ha dato la luce a tante correnti e pensieri importanti. Per certi versi, nel mondo ebraico si pensa che l’ebraismo di Roma non potrà mai estinguersi, non solo per le sue antiche radici, e per il fatto che è nato dalla distruzione della Gerusalemme ebraica e dunque ha portato con sé tanta di quella Gerusalemme immaginaria, ma perché ha un ruolo storico nella città capitale mondiale del cattolicesimo. Certo, per mantenere questa autorevolezza è importante che gli ebrei italiani – intendo di tutta Italia, mentre a Roma a volte non si considera quanto sia importante il resto dell’ebraismo italiano, anche come contribuito alla nostra storia e cultura – si ricordino sempre chi sono, pur confrontandosi sempre con il resto del mondo ebraico, non solo con quello israeliano.

- A cosa pensi?
  È importante avere contatti con l’ebraismo francese, olandese, tedesco, spagnolo, con tutto l’ebraismo d’oltralpe. Credo che alla fine, nel mondo, ci sarà l’ebraismo di Israele, quello delle due Americhe e quello dell’Europa. L’Italia ebraica potrebbe avere un ruolo da giocare non solo nei confronti dello Stato di Israele, ma anche rafforzando il proprio sguardo verso l’Europa.

- Torniamo al tema della giornata: i dialoghi. Questo è anche l’anno dantesco. Ci sono legami tra gli ebrei italiani e Dante?
  Certo. Come direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a Tel Aviv mi sono occupata molto di Dante. La Commedia è stata tradotta in ebraico prima ancora che nascesse lo Stato di Israele, e Dante è tuttora studiato e letto, non solo nelle università. Sicuramente la sua poesia influenza noi ebrei a vari livelli. Dante ha parlato di un mondo universale e con una lingua universale, e come sempre, gli ebrei sono attenti a questo tipo di comunicazione. La Commedia è un’opera universale, e gli ebrei colgono sempre per primi questi messaggi. L’ebraismo stesso contiene messaggi universali, per cui sono mondi, quello di Dante e quello ebraico, che si sono parlati e si parlano. Dante ha scritto del bene e del male, dell’amore, del successo e della decadenza; è chiaro che sono temi che coinvolgono l’intera umanità. E poi Dante ha messo al centro l’uomo, e anche l’ebraismo ha al centro l’uomo – naturalmente in dialogo con Dio –, come emerge già nel libro della Genesi che abbiamo ricominciato a leggere: le acque di sopra e le acque di sotto, Adamo ed Eva creati per stare nelle acque terrene ma obbedire e tendere verso quelle celesti. C’è un mondo superiore che possiamo tentare di capire, di questo in fondo parla anche Dante. Dante in Israele è noto e studiato con molte traduzioni, ma ci sono stati ebrei che hanno studiato Dante nei secoli precedenti, a partire dal nostro poeta dantesco, Immanuel Romano.

- E nel dialogo tra noi ebrei italiani e il resto del paese? Cosa sanno gli italiani dell’ebraismo?
  E’ la domanda che mi sono posta dirigendo il MEIS, specie quando all’inizio bisognava concepirne e costruirne il percorso museale. Per oltre un anno ho chiesto ad interlocutori non ebrei perché dovesse essere rilevante costruire un museo nazionale dell’ebraismo italiano. Le risposte sono state diverse. Alcuni mi hanno risposto che non sapevano nulla della cultura ebraica: chi sono gli ebrei? Altri mi hanno detto di percepire che nell’ebraismo ci sono valori che, se capiti e studiati, possono essere rilevanti e dare benefici per la vita di tutti. Ho capito allora che era importante raccontare e far parlare la cultura ebraica, la nostra cultura. Ho cercato così di fare del MEIS un luogo significativo per tanti, e oggi è un museo frequentato soprattutto da non ebrei. Se si parla solo di Shoah si creano equivoci: occorre sempre partire dalla vita ebraica, dalla cultura e dai valori. Nella Shoah stessa c’è stata tanta vita ebraica, soppressa ma anche resistente. Per questo siamo ancora qui.

- A proposito, vedi il rischio di una concorrenza tra il MEIS e il Museo della Shoah di Roma?
  Assolutamente no, perché hanno due vocazioni diverse. Il MEIS parla della Shoah, in quanto capitolo della lunga storia dell’ebraismo italiano che esso racconta; il Museo della Shoah di Roma tratterà della Shoah in generale, come un capitolo della storia dell’umanità, come l’Holocaust Museum di Washington. Non vedo perciò contrapposizione tra Ferrara e Roma, come non ne vedo con il Memoriale di Milano, che un luogo testimone della sua stessa storia.  Anzi, spero che queste tre istituzioni saranno alleate e creeranno una rete didattica. Sono persuasa che la Shoah vada raccontata parlando anche della vita.

- Cioè?
  Gli ebrei hanno sempre cercato di reagire secondo i loro valori. E anche dopo la Shoah, la vita è ripresa grazie ai valori e ai principi dell’ebraismo, che vanno conosciuti. Ecco perché è importante costruire un museo dell’ebraismo oltre a un museo della Shoah.  Il governo italiano ha fortemente voluto il MEIS perché racconta una parte della storia italiana, della cultura italiana e della vita italiana, anche oggi.  C’è una grande richiesta di conoscere la cultura ebraica.

- Perché, secondo te?
  Innanzitutto, come ho detto, perché dentro l’ebraismo ci sono valori che sono universali e che possono essere rilevanti anche ad affrontare alcune tematiche attuali: l’incertezza, la migrazione. E poi perché l’ebraismo è una cultura che si basa sulle domande ed è abituata a stare nell’incertezza, l’appartenenza a culture multiple, solo per citarne alcune. Sapere come gli ebrei vivono e salvaguardano la loro cultura attraverso i secoli è una lezione per tutti.

- Un’ultima domanda. Tu sei stata per anni giornalista in medio oriente e ora vi sei tornata da privata cittadina. Che ti sembra dell’aria che si respira oggi in Israele?
  Sono stata giornalista in Israele per trent’anni. Oggi non faccio più quel lavoro, però da semplice osservatrice posso rispondere che mi pare ci sia una buona atmosfera, in cui se non altro si cerca di dialogare tra ebrei e arabi israeliani, si cerca un linguaggio nuovo, non di contrasto. Vivo a Gerusalemme, vicino al parco della ferrovia, che attraversa anche quartieri arabi, e per la prima volta vedo mescolarsi musulmani ebrei e cristiani sullo stesso percorso. È una bella sensazione vedere che arabi ed ebrei vivono negli stessi luoghi e frequentano perfino gli stesi caffè. M sembra che l’atmosfera sia positiva, che i toni siano meno acuti e aggressivi. Quello che viviamo è un tempo sperimentale, per via della pandemia, in tutto il mondo. Chissà che frutti porterà. Al momento percepisco meno avversità tra le parti, come tra chi cerchi di fare dei passi per un dialogo.

(Riflessi Menorah, 10 ottobre 2021)


Spy story: cosa è successo tra Israele e Iran, insolito cablogramma della Cia

Due storie di spionaggio che riguardano Israele e l’Iran e la Cia.

di Giuseppe Gagliano

1) Israele ha accusato l’Iran di essere dietro un complotto per uccidere cittadini israeliani nella Repubblica di Cipro, in seguito all’arresto di un uomo che sarebbe stato trovato con una pistola dotata di silenziatore nella capitale cipriota Nicosia. Secondo quanto riferito, l’uomo è entrato a Cipro con un volo che è atterrato all’aeroporto internazionale di Larnaca la scorsa settimana. Si ritiene che sia un cittadino azero di 38 anni, che sarebbe entrato a Cipro utilizzando un passaporto russo.
  Secondo quanto riferito dal Times la polizia cipriota ha tenuto d’occhio il sospetto assassino non appena è entrato a Cipro. È probabile che il Mossad potrebbe essere stata dietro una soffiata data ai ciprioti sulla presenza dell’uomo sull’isola. Nei giorni successivi al suo arrivo, il sospettato ha attraversato più volte la regione settentrionale di Cipro occupata dai turchi, usando il suo passaporto russo e “cercando di mantenere un basso profilo”, secondo i resoconti dei media israeliani.
  L’uomo azero è stato infine arrestato a Nicosia, poco dopo essere entrato dal nord di Cipro al checkpoint di Agios Dometios. Alcuni notiziari locali suggeriscono che è stato scoperto che trasportava una pistola dotata di silenziatore e che stava progettando di prendere di mira un certo numero di importanti uomini d’affari israeliani che vivono sull’isola. Rapporti in Israele affermano che l’obiettivo principale del presunto assassino era Teddy Sagi, un investitore israeliano che possiede piattaforme di gioco d’azzardo online, nonché proprietà nel Regno Unito e a Cipro. Si crede che sia tra i cittadini più ricchi di Israele.
  L’Iran ha negato con veemenza l’affermazione di Israele secondo cui la polizia cipriota ha evitato “un atto di terrore [che] è stato orchestrato dall’Iran contro gli uomini d’affari israeliani” a Cipro. Tuttavia, l’annuncio del governo israeliano non è entrato nei dettagli, mentre i funzionari israeliani si sono rifiutati di confermare che Teddy Sagi fosse l’obiettivo della presunta operazione.

2) In un cablogramma descritto dagli osservatori come “insolito”, la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti ha avvertito i suoi agenti di dare priorità alla sicurezza quando reclutano spie in paesi stranieri. I trattamenti fittizi del lavoro di spionaggio di solito si riferiscono al personale della CIA come “spie”. Nel lavoro di spionaggio nella vita reale, tuttavia, questo termine è in realtà riservato ai cittadini di paesi stranieri reclutati dai funzionari della CIA per lavorare come informatori.
  Secondo il New York Times, negli ultimi anni un gran numero di questi informatori stranieri della CIA è stato “catturato o ucciso”. Secondo quanto riferito, il numero è così alto che il centro di missione di controspionaggio della CIA ha inviato “un insolito messaggio top secret” la scorsa settimana a ogni stazione della CIA in tutto il mondo, attirando l’attenzione su questo fatto. Il cablogramma ha fatto menzione specifica di informatori che sono stati neutralizzati in paesi come Pakistan, Iran, Cina e Russia.
  Il cablogramma top-secret ha continuato sottolineando l’importanza di porre la sicurezza al centro della missione della CIA, soprattutto quando si reclutano nuovi informatori, ha affermato il Times. Ma il cablogramma top-secret “ha ricordato ai funzionari della CIA di concentrarsi non solo sul reclutamento di fonti, ma anche su questioni di sicurezza, tra cui il controllo degli informatori”, Il giornale ha aggiunto che la lingua del cablogramma implicava che i funzionari della CIA avessero spesso sottovalutato gli avversari dell’agenzia all’estero.
  Il Times ha affermato di aver contattato la CIA con domande sul memo top-secret, ma “un portavoce della CIA ha rifiutato di commentare”.

(Startmag Web magazine, 10 ottobre 2021)


Studi sul vaccino Pfizer in Israele: “aumento dell’incidenza di miocardite dopo la seconda dose, rischio maggiore tra i giovani maschi”

I risultati di due diversi studi israeliani sul rischio di miocardite a seguito della vaccinazione con il siero Pfizer: rischio maggiore tra i giovani maschi.

Durante la campagna di vaccinazione contro il coronavirus SARS-CoV-2 nel mondo, è emersa un’associazione tra lo sviluppo di miocarditi e la ricezione dei vaccini a mRNA contro il Covid-19. “Di recente, i ricercatori in Israele hanno riportato che la vaccinazione ha aumentato il rischio di miocardite a 42 giorni di un fattore di 3,24 rispetto al rischio tra le persone non vaccinate, eventi che erano prevalentemente concentrate tra i giovani pazienti maschi”, si legge in un nuovo studio, pubblicato su The New England Journal of Medicine, che ha analizzato la frequenza e la gravità delle miocarditi a seguito della vaccinazione. Lo studio è stato condotto sulla base dei dati di Clalit Health Services, la più grande organizzazione sanitaria in Israele. I ricercatori hanno cercato nel database dell’organizzazione le diagnosi di miocarditi in pazienti che avevano ricevuto almeno una dose del vaccino sviluppato da Pfizer-BioNTech.
  “Tra gli oltre 2,5 milioni di membri vaccinati della Clalit Health Services, che avevano almeno 16 anni, 54 casi hanno soddisfatto i criteri per la miocardite. L’incidenza stimata ogni 100.000 persone che avevano ricevuto almeno una dose di vaccino era di 2,13 casi, che includeva un’incidenza di 4,12 tra i pazienti di sesso maschile e 0,23 tra le pazienti di sesso femminile. L’incidenza di miocardite più alta (10,69 casi ogni 100.000 persone) è stata riportata in pazienti maschi tra i 16 e i 29 anni”.
  “Un totale del 76% dei casi di miocardite è stato descritto come lieve e il 22% come intermedio; 1 caso è stato associato a shock cardiogeno”, una grave condizione medica, in cui il cuore (solitamente il ventricolo sinistro) è incapace di pompare in circolo quantità adeguate di sangue, si legge nello studio. “Dopo un follow-up medio di 83 giorni dall’insorgenza della miocardite, 1 paziente è stato ricoverato in ospedale e 1 è morto per una causa sconosciuta dopo le dimissioni. Dei 14 pazienti che aveva una disfunzione ventricolare sinistra all’ecocardiografia durante il ricovero, 10 avevano ancora tale disfunzione al momento delle dimissioni dall’ospedale. Di questi pazienti, 5 sono stati sottoposti a test successivi che hanno rivelato una normale funzione cardiaca”, continua ancora lo studio.
  Le caratteristiche dei pazienti con miocardite, descritte nello studio, indicano una “età media dei pazienti di 27 anni, il 94% erano maschi. Due pazienti avevano contratto il Covid-19 prima di ricevere il vaccino (125 e 186 giorni prima). La maggior parte dei pazienti (83%) non aveva patologie mediche coesistenti; il 13% riceveva cure per malattie croniche. Tra i pazienti con miocardite, 37 (69%) ha ricevuto la diagnosi dopo la seconda dose di vaccino, con un intervallo medio di 21 giorni tra le dosi”, si legge nello studio, che riporta un “aumento dell’incidenza dopo la seconda dose”.
  I tassi di miocardite emersi da questo studio, inoltre, possono essere messi a confronto con quelli emersi da un altro studio, pubblicato sempre su The New England Journal of Medicine, in cui sono stati rivisti retrospettivamente i dati ottenuti dal 20 dicembre 2020 al 31 maggio 2021 su tutti i casi di miocardite riportati sui circa 5,1 milioni di israeliani che fino al 31 maggio 2021 avevano ricevuto la seconda dose del vaccino Pfizer. Durante il periodo di tempo considerato, “il Ministero della Salute israeliano ha registrato 136 casi di miocardite definitiva o probabile che si sono verificati in prossimità della somministrazione delle due dosi del vaccino” di Pfizer, “un rischio che era oltre il doppio rispetto alle persone non vaccinate”, si legge nello studio. “Questa associazione era più alta nei giovani di sesso maschile entro la prima settimana dopo la seconda dose.  Nel nostro studio, i casi di miocardite definitiva o probabile tra persone tra 16 e 19 anni entro 21 giorni dopo la seconda dose di vaccino si sono verificati in circa 1 su 6.637 riceventi di sesso maschile e 1 su 99.853 riceventi di sesso femminile”.
  “Nella maggior parte dei casi, i sintomi di miocardite si sono sviluppati entro pochi giorni dopo la seconda dose di vaccino. L’incidenza di miocardite è calata mentre il numero di persone appena vaccinate diminuiva nel tempo. Questo risultato suggerisce una possibile relazione causale tra le due dosi di vaccino e il rischio di miocardite. In generale, abbiamo stimato che i casi di miocardite certa o probabile si sono verificati nella popolazione generale israeliana ad un tasso di circa 1 su 26.000 uomini e 1 su 218.000 donne dopo la seconda dose di vaccino, con il rischio più alto tra i giovani maschi”, si legge nello studio, che evidenzia come l’incidenza di miocardite nello studio sui dati della Clalit Health Services sia un po’ più basso, “forse a causa dei diversi metodi utilizzati”. “Nel nostro studio, è stata registrata ogni data di vaccinazione per assicurare un follow-up di 21 giorni dopo la prima dose e 30 giorni dopo la seconda dose”, mentre l’altro studio “ha seguito i vaccinati per 42 giorni dopo la prima dose”, fattore che “potrebbe aver portato ad una sottostima dei casi di miocardite a causa di un follow-up più breve per la seconda dose”, spiegano i ricercatori.
  “Nel nostro studio, il tasso di miocardite nella popolazione generale non vaccinata era di 1 su 10.857 e può essere confrontato con i risultati che indicano che la miocardite era più comune dopo l’infezione da SARS-CoV-2 che dopo la vaccinazione. Sulla base dei dati da un database nazionale israeliano, l’incidenza di miocardite dopo due dosi del vaccino Pfizer era bassa ma più alta rispetto all’incidenza tra le persone non vaccinate e tra i controlli storici. Il rischio di miocardite è stato guidato principalmente dalla maggiore incidenza dopo la seconda dose di vaccino e nei riceventi giovani di sesso maschile”, conclude lo studio.

(MeteoWeb, 10 ottobre 2021)


La teoria scientifica che conferma uno dei racconti più famosi della Bibbia

Nuove ricerche sembrano confermare il racconto biblico di Sodoma e Gomorra: l'impatto con un asteroide potrebbe aver distrutto le due città giordane.

La città di Tall El Hammam, nella valle del Giordano, è oggetto di scavi approfonditi da circa vent’anni. Le evidenze portate alla luce dagli archeologi sembrano concordi: l’immensa città dell’età del bronzo riportata alla luce pochi chilometri a nord del Mar Morto corrisponde alle descrizioni bibliche della città di Sodoma.
   Un nuovo studio, pubblicato su Nature, sembra confermare la versione biblica della "pioggia di zolfo e di fuoco" che distrusse le città di Sodoma e Gomorra.

• LA DISTRUZIONE DI SODOMA E GOMORRA 
   Nella Genesi è scritto che "Il Signore fece cadere dal cielo su Sodoma e Gomorra una pioggia di zolfo e di fuoco" che distrusse le città, uccidendone tutti gli abitanti e incendiandone la vegetazione.
   Gli antichi interpretarono tale atto di distruzione come una punizione divina: le più recenti indagini sul sito di Tall El Hammam confermano il racconto biblico della "pioggia di fuoco", e rivelano che tale immane distruzione potrebbe aver avuto tutt’altra origine.
   L’analisi dei materiali trovati durante gli scavi della città giordana, infatti, indicano che il sito fu colpito da temperature superiori ai 2000°C, ovviamente impossibili da produrre con la tecnica disponibile all’epoca.
   La distruzione di Tall El Hammam avvenne attorno al 1650 a.C.: in quegli anni, la città individuata come Sodoma era un fiorente centro abitato, tra i più grandi dell’area del Giordano, più grande addirittura della ricca Gerusalemme.
   La città, rilevano gli archeologi, sembra essere stata completamente abbandonata attorno a quella data, insieme almeno ad altri 25 centri abitati minori nell’area del Sud del Giordano, ad indicare che l’evento distruttivo descritto dalla Bibbia potrebbe riferirsi ad un reale evento catastrofico che spazzò via la popolazione di Sodoma e Gomorra.
   Dopo aver escluso, tra le cause, l’attività vulcanica e tettonica dell’area di riferimento, gli scienziati sembrano oggi propendere per una spiegazione precisa: Sodoma fu distrutta dall’esplosione di un meteorite.

• L’IMPATTO DEL METEORITE
   La ricerca pubblicata su Nature indaga le caratteristiche dei singolari ritrovamenti emersi durante gli scavi del grande sito archeologico di Tall El Hammam: oltre alle evidenze che indicano l’esposizione ad altissime temperature, i ricercatori hanno individuato del cosiddetto "quarzo da impatto".
   Come spiega James Kennett, geologo dell’Università di Santa Barbara, l’esistenza di tale formazione rocciosa si può spiegare esclusivamente ipotizzando una variazione di pressione estremamente elevata, del genere di quella causata dall’esplosione di un asteroide in aria.
   L’asteroide che deve aver provocato la distruzione di Sodoma e Gomorra deve essere stato ancora più grande del bolide che provocò nel 1908 l’esplosione di Tunguska in Russia, rilasciando circa 1000 volte l’energia della bomba atomica che colpì Hiroshima.
   L’asteroide che provocò la fine di Tall El Hammam fu ancora più distruttivo, secondo gli scienziati: con l’esplosione morirono oltre 8mila persone, e la "frammentazione degli scheletri" individuata dagli archeologici sembrerebbe indicare un evento dalla violenza inaudita.
   Parrebbe addirittura che lo sbalzo di pressione provocato dall’immane esplosione dell’asteroide nei cieli di Sodoma possa essere la causa della particolare salinità del vicino Mar Morto: le prove sembrano indicare che notevoli quantità di sale si siano alzate dal terreno, provocando anche la desertificazione delle zone circostanti.
   Tall El Hammam fu dunque distrutta da un asteroide, le evidenze sono concordi. Purtroppo non esistono testi coevi alla Genesi che confermino la tradizione orale della grande distruzione di Sodoma e Gomorra.
   La tentazione di credere che si tratti proprio della spiegazione scientifica di un racconto biblico non lascia però indifferenti gli archeologi, che concludono "la descrizione dell’evento catastrofico potrebbe essere arrivato a noi tramite una tradizione orale che, nel tempo, può aver preso la forma del racconto scritto nella Bibbia a proposito della distruzione di Sodoma".

(Libero Tecnologia, 10 ottobre 2021)


Articoli come questo possono essere interessanti, ma non aggiungono né tolgono nulla alla verità del racconto biblico. M.C.



Esortazione alla saggezza

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 7.
  1. Figlio mio, custodisci le mie parole,
    fa’ tesoro dei miei precetti.
  2. Osserva i miei precetti e vivrai;
    custodisci il mio insegnamento come la pupilla degli occhi.
  3. Légateli alle dita,
    scrivili sulla tavola del tuo cuore.
  4. Di’ alla sapienza: «Tu sei mia sorella»,
    e chiama l’intelligenza amica tua,
  5. affinché ti preservino dalla donna altrui,
    dall’estranea che usa parole seducenti.
  1. Figlio mio, custodisci le mie parole,
    fa’ tesoro dei miei precetti.

    E' benedetto quel figlio che dal padre riceve non soltanto soldi e cose, ma anche parole di saggezza. E' pazzo quel figlio che avendo ricevuto tali parole, le getta via o le accantona in qualche remoto angolo della sua memoria come un oggetto privo di valore. Il padre saggio sa che purtroppo questo può avvenire e per questo insiste ancora una volta nella sua raccomandazione: custodisci le mie parole, non permettere che siano annullate e sostituite da altre parole ingannatrici; fa' tesoro dei miei precetti, sappili apprezzare, non svalutarli considerandoli poco importanti.

  2. Osserva i miei precetti e vivrai;
    custodisci il mio insegnamento come la pupilla degli occhi.

    Il bene promesso non è un abbellimento della vita, ma è la vita stessa. Ecco perché si paragona l'insegnamento da custodire ad una parte così delicata e preziosa come la pupilla degli occhi. Le parole che seguono non sono consigli utili: sono comandamenti vitali.

  3. Légateli alle dita,
    scrivili sulla tavola del tuo cuore.

    Per capire il valore dell'uso di termini come "legare" e "scrivere" può essere utile considerare due esempi negativi: "La follia è legata al cuore del bambino (Proverbi 22.15); "Il peccato di Giuda è scritto con uno stilo di ferro, con una punta di diamante; è scolpito sulla tavola del loro cuore (Geremia 17.1). Il verbo "legare" esprime una indissolubile vicinanza spaziale e il verbo "scrivere" una immodificabile durata temporale. L'uomo lontano da Dio è schiavo del peccato (Giovanni 7.34, Romani 8.14) e il tempo non può cambiare la sua situazione. Soltanto la Parola di Dio porta salvezza e guarigione. Per questo il discepolo viene invitato a legarla alle sue dita, per tenerla sempre vicina alla sua attenzione, e a scriverla sulla tavola del suo cuore, per non dimenticarne mai il valore e l'importanza.

  4. Di’ alla sapienza: «Tu sei mia sorella»,
    e chiama l’intelligenza amica tua,

    Nel Cantico dei Cantici lo sposo si rivolge alla sposa chiamandola "sorella mia, amica mia" (Cantico dei Cantici 5.2). Il giovane, non essendo ancora vincolato dal matrimonio, potrebbe pensare di essere libero di gestire come meglio crede gli impulsi del suo proprio corpo. Il padre saggio lo invita allora a considerarsi "sposato" alla sapienza, e a trattarla con la dolcezza dovuta ad una sposa di cui si è profondamente innamorati.

  5. affinché ti preservino dalla donna altrui,
    dall’estranea che usa parole seducenti.

    Il padre saggio potrebbe dire al giovane: "Se la sapienza non diventerà tua sposa, l'estranea diventerà la tua sapienza". Perché l'estranea non attira solamente con la sensualità del corpo, ma anche con parole seducenti, cioè con discorsi che vogliono convincere, prima ancora che indurre a compiere degli atti.  Chi si lascia sedurre dall'estranea divorzia dalla sapienza e si unisce alla follia. "Resta fedele alla sapienza - sembra dire il padre - e non arriverai a fornicare con la donna altrui, perché non sarai sedotto da quella donna turbolenta che è la follia  (9.13).


    M.C.

 

La nonna di Eitan accusa l'Italia: "Ha ucciso i miei cari, lui resti qui"

Lo sfogo di Etty Cohen davanti all tribunale di Tel Aviv durante l'udienza per l'affido.

di Sharon Nizza

TEL AVIV - Otto ore di udienza a porte chiuse, nessuna dichiarazione. Ieri è ripartito il processo presso il tribunale della famiglia di Tel Aviv sul caso di Eitan, unico superstite della tragedia del Mottarone, condotto in Israele dal nonno materno Shmuel Peleg l'll settembre all'insaputa della zia patema e tutrice legale Aya Biran. A rompere il silenzio stampa al termine della seduta, descritta come estremamente tesa, è stata la nonna materna Esther (Etty) Cohen, ex moglie di Peleg. I legali cercano di trattenerla quando passa di fronte ai giornalisti, ma Etty si lascia andare a uno sfogo drammatico: «La giudice non mi ha permesso di presenziare in aula, mi ha equiparata al console italiano che non è stato fatto entrare. Ma io sono la nonna! Ho perso cinque membri della famiglia! Eravamo quattro generazioni, tre se ne sono andate. L'Italia ha ucciso mio padre, mia figlia e mio nipote, non possono prendere Eitan, è l'unico che mi rimane».
   Ieri il dibattimento si è concentrato sui testi convocati dai Biran, che hanno intentato la causa richiedendo l'applicazione della Convenzione dell' Aja sui minori condotti illecitamente all'estero. Nell'aula erano presenti solo Shmuel e Aya - che è stata raggiunta in Israele dal marito Or Nirko e dalle figlie nei giorni scorsi - oltre a uno stuolo di avvocati e l'interprete, che ha tradotto diversi collegamenti video, tra cui il parere di un'esperta di diritto internazionale italiana che ha servito in passato come giudice. Sono stati sentiti anche amici residenti in Italia di Tal e Amit - i genitori di Eitan rimasti uccisi nella tragedia - per confutare la tesi della famiglia Peleg secondo cui la coppia fosse intenzionata a tornare in Israele entro un anno. È infatti questo uno dei punti cardine della strategia legale della famiglia materna, che contesta la definizione dell'Italia come "residenza abituale" di Eitan - uno dei criteri su cui si basa la Convenzione dell'Aia per stabilire il rientro del minore.
   Nel tardo pomeriggio, Etty arriva improvvisamente in tribunale, molto agitata. Fuori dall'aula ha un alterco con Avi Himi, legale dei Biran. «Sento che ora stanno distruggendo l'immagine di mia figlia, che non può reagire», e lo ripete più tardi ai cronisti forse riferendosi a elementi delle testimonianze ascoltate in aula poco prima.
   L'udienza riprenderà questa sera al termine dello shabbat e proseguirà domani. Secondo fonti legali, la giudice Iris Ilotovich-Segal ha intenzione di chiudere la fase dibattimentale domenica «anche facendo le ore piccole». La sentenza è prevista nel giro di un paio di settimane. Se la giudice delibererà a favore dell'applicazione della Convenzione e del conseguente rientro di Eitan in Italia - che potrebbe protrarsi in caso di appello - significa che sarà la giustizia italiana a stabilire il futuro del bambino e nello specifico a quale ramo della famiglia verrà affidato in via definitiva. Il 22 ottobre a Milano verrà discusso il ricorso presentato dalla famiglia Peleg contro l'affidamento ad Aya. Nel frattempo, Eitan continua a trascorrere le sue giornate in Israele alternato tra le due famiglie, un'intesa che rischia di non reggere alla tensione tra le parti.

(la Repubblica, 9 ottobre 2021)


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Eitan, seconda udienza a Tel Aviv. La nonna: "L'Italia mi ha sterminato la famiglia, lasciatemi Eitan"

Il 23 settembre era stato stabilito, in attesa di una decisione, che il bimbo avrebbe trascorso tre giorni con una famiglia e tre con l'altra.  I giudici devono decidere se il bambino deve tornare in Italia.

di Sharon Nizza

TEL AVIV, 8 ottobre - Oggi si è tenuta la seconda udienza presso il tribunale della Famiglia di Tel Aviv sul caso di Eitan Biran, il bambino di 6 anni unico superstite della tragedia del Mottarone condotto in Israele dal nonno materno Shmuel Peleg l'11 settembre.
   Oltre al nonno sono presenti in aula anche Aya Biran, la zia paterna giunta in Italia per seguire il processo, e suo fratello Hagai. La giudice Iris Ilotovich-Segal dovrà decidere se applicare al caso la Convenzione dell'Aja sui bambini portati illecitamente all'estero e di conseguenza ordinare il rientro di Eitan in Italia, dove sarà la giustizia italiana a stabilire il futuro del bambino e nello specifico a quale ramo della famiglia verrà affidato in via definitiva. Il 22 ottobre verrà discusso presso il tribunale minorile di Milano il ricorso presentato dalla famiglia Peleg sulla decisione di affidare Eitan alla zia paterna Aya Biran, residente in provincia di Pavia.
   Come la prima udienza, del 23 settembre, anche il dibattimento di oggi si è svolto a porte chiuse e così sarà anche per le future sedute, previste per sabato sera e domenica. Lo svolgimento di un processo nel week end, in concomitanza con il giorno dello shabbat, è estremamente inusuale e indice dell'urgenza che il giudice riserva al caso. 
   Fonti legali confermano a Repubblica che nella mattinata è stato ascoltato il parere di un'esperta di diritto internazionale italiana che ha servito in passato come giudice. Anche Aya Biran è sul banco dei testimoni. La zia paterna è stata anche ascoltata dalla polizia nei giorni scorsi, nell'ambito dell'indagine penale a carico del nonno Shmuel Peleg per rapimento di minore in corso in Israele, in parallelo a quella aperta dalla procura di Pavia, in cui risultano iscritti nel registro degli indagati anche la nonna Esther Cohen (ex moglie di Peleg) e un cittadino israeliano che ha condotto in auto Shmuel e Eitan da Pavia a Lugano, da dove è partito il jet privato affittato dal nonno per condurre il nipotino in Israele, all'insaputa della tutrice legale Aya Biran. Shmuel Peleg è stato interrogato il 14 settembre dalla polizia di Tel Aviv e trattenuto ai domiciliari per cinque giorni. Un portavoce della polizia conferma a Repubblica che il nonno materno verrà sentito nuovamente dalla polizia, a seguito della testimonianza di Aya. Fino al completamento delle indagini, non gli è consentito lasciare il Paese.
   In attesa della sentenza, che potrebbe arrivare nelle prossime due settimane secondo fonti legali, la giudice aveva stabilito il 23 settembre che Eitan trascorrerà le sue giornate in Israele diviso tra le due famiglie. Nel frattempo, anche Or Nirko, il marito di Aya, è giunto nei giorni scorsi in Israele con le due figlie piccole. Dopo l'udienza preliminare la giudice ha imposto un rigido silenzio stampa riguardo alle condizioni fisiche e psicologiche del bambino. Il bambino avrebbe dovuto iniziare a settembre la prima elementare a Pavia. La giudice ha respinto la richiesta del ramo materno di iscriverlo nel frattempo a una scuola israeliana.
   L'udienza è durata da ore. L'atmosfera nell'aula era descritta come molto tesa. Il polso del clima infiammabile si ha nel pomeriggio quando Esther Cohen, la nonna materna, arriva improvvisamente in tribunale, molto agitata. Non le è consentito entrare nell'aula. Incrociando Avi Himi, uno dei legali dei Biran, Esther lo attacca: "Sapete perché ero seduta fuori? Mi hanno equiparato al console italiano che non hanno fatto entrare. Ma io sono la nonna! Io ho perso cinque persone! Nessuno infangherà il nome di mia figlia, né qui né in Italia e voi lo avete fatto. Non mi fanno entrare nell'aula, in Italia non mi hanno dato spazio, nemmeno qui? Eravamo 4 generazioni, tre se ne sono andate. Dovete ricordarvi, non si tratta di una coppia divorziata ma di una famiglia colpita dal lutto, abbiamo perso 5 membri della famiglia. L'Italia ha ucciso mio padre, mia figlia e mio nipote, cosa mi rimane? Non possono togliermi anche Eitan". 
   Le udienze riprenderanno domani sera, sabato, alla fine del riposo ebraico. Gli avvocati di entrambe le parti, al termine della sessione di oggi, non hanno voluto rilasciare alcun commento.

(la Repubblica online, 8 ottobre 2021)


Pfizer: nessuno si aspettava una confessione dall’amministratore delegato

di Osvaldo Lasperini

Continua la campagna vaccinale in Italia cercando di raggiungere quota 80% di soggetti protetti. A circa nove mesi dal suo inizio, nessuno avrebbe mai pensato che l’amministratore delegato di Pfizer avrebbe parlato. È arrivata inaspettata la sua confessione sul vaccino anti Covid-19 Comirnaty. Parole importanti e di un certo peso hanno ammesso clamorosamente la durata e l’efficacia dell’antidoto più inoculato in Italia. Scopriamo insieme tutti i dettagli.

• Pfizer: ecco la verità sul vaccino anti Covid-19 Comirnaty
  Tuonano le parole di Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, azienda produttrice – insieme a BioNTech – del vaccino anti Covid-19 Comirnaty. Un’ammissione inaspettata che però conferma quanto detto in merito alla durata e all’efficacia dell’antidoto:

    Il nostro vaccino protegge molto bene contro malattie gravi e contro il ricovero durante i primi 6 mesi. Dopo c’è una diminuzione dell’immunità. Il declino inizia sempre con una lieve infezione, e poi cala anche la protezione contro infezioni gravi e la protezione dai ricoveri ospedalieri e purtroppo anche la protezione dalla morte“.
Questi dati non sono stati rilevati solo da Pfizer, ma anche dal Ministero della Salute Israeliano che aveva condotto precisi esperimenti, monitorando costantemente il vaccino. Grazie al lavoro certosino di Israele, oggi abbiamo accesso a dati importantissimi visto anche il loro vantaggio, sulla campagna vaccinale, rispetto all’America di circa tre mesi.
  Ecco cosa ha ancora dichiarato Bourla in merito al vaccino anti Covid-19 di Pfizer proprio legato a Israele che lo ha testato in maniera più completa con un discreto anticipo:
    Israele aveva un vantaggio di 3 mesi sugli Usa nella campagna vaccinazioni e soprattutto ha un sistema di cartelle cliniche sanitarie molto completo e del tutto digitalizzato. Per questo è in grado di elaborare dati con rapidità. Il loro sequenziamento dei pazienti vaccinati ha indicato una chiara caduta della protezione. Prima con infezioni asintomatiche, poi con malattia lieve. E subito dopo ricoveri e infezioni gravi. È stato lì che Israele ha deciso di dare la terza dose prima agli over 65, poi sopra i 50 anni, sopra i 40 e ora credo dai 16 in su“.
Vi ricordiamo che queste dichiarazioni arrivano dopo la confessione di BioNTech su Pfizer. Insomma, ora si capisce il perché sia necessaria la terza dose di vaccino anti Covid-19.

(tecnoandroid, 9 ottobre 2021)


Certo che si capisce perché è necessario che molti si lascino inoculare la terza dose di vaccino anti Covid: perché  i ricercatori di Pfizer hanno bisogno di altri dati sperimentali per vedere quanto dureranno i suoi effetti  in modo da preparare una quarta dose per quando questi finiranno. E poi dicono che questi vaccini non sono sperimentali! E che i vaccinati non sono trattati come cavie. Ma intanto le multinazionali farmaceutiche fanno soldi. E se la pandemia è considerata come una guerra, perché a sinistra non c'è nessuno che prova a parlare di "mercanti di vaccini" come una volta si parlava  di "mercanti di cannoni"? M.C.


“Il reato di paura”

di Lorenza Morello

Il diritto, lo sa bene chi lo ha studiato, ha tra le proprie caratteristiche quello di giungere sempre dopo i fatti. In altre parole, il diritto non è (quasi) mai anticipatorio della realtà ma altro non fa che disciplinare e codificare ciò che nella vita quotidiana si è già verificato in modo tanto ripetuto e diffuso da necessitare, appunto, di essere regolato.
   Ecco, in qualità di giurista credo sia giunto il momento di prendere atto dell’introduzione da parte di vari governi (ma del nostro in particolare) di una nuova fattispecie di reato, il “reato di paura”. I fatti parlano chiaro, chiunque nel nostro staterello, manifesti timore nei confronti di quello che volgarmente è conosciuto con il nome “vaccino” deve essere punito. E le punizioni passano dalla sospensione del diritto al lavoro, al divieto dell’esercizio di vari diritti tra i quali: il diritto di manifestare; la libertà di espressione; il diritto allo studio; il diritto di disporre del proprio corpo e molti altri ancora.
   Ma il reato di paura non si integra in tutte le fattispecie, laddove infatti questa paura abbia come oggetto il virus del Covid a questo timore pone rimedio il buon sovrano che, nella propria magnanimità, provvede a lenire i timori di una malattia non - come sarebbe logico pensare - rassicurando il popolo dicendo che la stessa uccide lo 0,01 dei contagiati (che è cosa ben diversa dallo 0,01 della popolazione mondiale che sarebbe comunque un dato ben inferiore rispetto altre malattie alla lotta delle quali nessuno stato si è mai prodigato con solerzia nemmeno paragonabile) ma bensì dispensando gratuitamente i famosi vaccini (quelli verso i quali è reato provare timore). E come si chiama uno Stato che decide per noi cosa dobbiamo temere e cosa dobbiamo bramare se non stato totalitario? L’analfabetismo funzionale è poi l’anello di congiunzione che fa funzionare il meccanismo perché, come spiegava Hannah Arendt, il suddito ideale di un regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.
   D’altronde quando un presidente del consiglio afferma che: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente: non ti vaccini, ti ammali e muori. Oppure, fai morire: non ti vaccini, contagi, lui o lei muore’. L’assioma ‘non ti vaccini, fai morire’, peraltro contraddetto, per come formulato, dalla scienza stessa che oggi dice che anche i vaccinati possono trasmettere il virus perché questo vaccino non crea immunità ma solo attenuazione dei rischi di morte (che peraltro con le cure domiciliari sarebbero ridotti a zero), è stato subito politicizzato, snaturato quindi di ogni veste ‘neutrale’ - ammesso la avesse per il presidente del Consiglio - e applaudito dalla maggioranza che oggi governa il Paese. Non solo: ha immediatamente spalancato le porte alla rabbia più profonda e viscerale che da sempre alberga nell’animo umano, poi amplificata nei gruppi organizzati.
   ‘I non vaccinati fanno morire!’ Questo terribile dogma, apodittico in base alle conoscenze scientifiche per le quali chiunque (magari in forma minore ma non nulla, come dimostra la quotidiana necessità per i vaccinati di fare il tampone per salire su un aereo o molte altre attività), può trasmettere il virus, ha aperto un mondo.
   Quella frase, al di là di come legittimamente la si pensi sui vaccini, al di là della decisione di sottoporsi o meno alla puntura, ha legittimato di fatto la caccia al nemico, rappresentato appunto dal non vaccinato.
   E a poco pare essere servito aver ascoltato le parole di pensatori autorevoli come il premio Nobel Montagnier o il filosofo Agamben, recentemente ascoltato dalla prima commissione affari costituzionali del senato (che a ragion veduta pare avergli dato la parola proprio perché “così non possono dire che non lo abbiamo fatto”) laddove invece le decisioni sul da farsi da molto tempo vengono prese molto lontano dal parlamento. E quindi le parole dei pensatori resteranno ad epigrafe della cronaca di troppe morti già annunciate.
   Perché, vedete, l’assurdità di ogni regime sta nel fatto che ciò che non si piega alla sua volontà viene direttamente etichettato come “Male”. Ma solo la storia a distanza di secoli dimostra che ogni tentativo di coercizione ha sempre avuto fini e metodi deplorevoli.
   Un esempio? Nel XVII secolo Parigi vedeva i poveri spaccati in due -guarda un po’- dal regime sanitario che all’epoca aveva diviso i poveri in “poveri buoni” e “poveri cattivi”. A quel tempo, la Francia cercava di risolvere il problema dei mendicanti fondando un sistema di strutture che avevano come scopo quello di internare con la forza i poveri che comportavano un rischio di rivolta per la borghesia.
   Si tratta de “La strana repubblica del bene che è imposta - con la forza - a tutti quelli sospettati di appartenere al male” narrata magistralmente da Foucault.
   L’Ospedale Generale aveva quindi creato due opposte fazioni che servivano entrambe il medesimo scopo: l’internamento.
   Da una parte c’erano i poveri buoni: “Pazienti, umili, modesti, contenti del loro stato e degli aiuti che l’amministrazione elargisce loro.”, coloro che accettavano spontaneamente le misure discutibili di queste strutture d’internamento; dall’altra i poveri cattivi definiti: “Nemici del buon ordine”, coloro che lottando per i propri diritti non sopportavano l’idea di dover essere letteralmente imprigionati, e rappresentavano una minaccia per nobili e borghesi. Questo modus operandi aveva una duplice funzione: da un lato offriva un (almeno apparente)”beneficio”, dall’altro reprimeva e puniva. In entrambe i casi, comunque, i poveri venivano internati.
   “Se si è riusciti a mettere al giogo taluni animali feroci, non si deve disperare di correggere l’uomo che si è fuorviato “recitava il motto dell’Ospedale d’Internamento di Mainz.
   Potrebbero essere quasi le parole di Mario Draghi a Confindustria, senza nemmeno sforzare troppo l’immaginazione.

(Il Paragone, 9 ottobre 2021)


“Evitare allenamenti e attività fisica dopo vaccino”. Israele: “Si rischia la miocardite”

Visti alcuni casi di miocardite collegati al vaccino anti covid, il ministero della salute israeliano starebbe pensando di chiede di non svolgere attività fisica intensa nella settimana successiva.

Il ministero della salute israeliano starebbe pensando di chiedere ai nuovi vaccinati di evitare di allenarsi, quindi di fare palestra e uno sforzo fisico importante, per almeno una settimana dopo aver ricevuto il vaccino. Stando a quanto riferisce il Jerusalem Post, la proposta sarebbe da associare ad un piccolo numero di casi di miocardite comparsi appunto subito dopo la somministrazione del siero anti covid, e che rischierebbe di creare problemi seri se associati ad un’attività fisica intensa.
   Secondo un documento redatto dal ministero, alcuni funzionari sanitari Divisione di epidemiologia del Ministero della Salute, una sorta di nostro Comitato tecnico scientifico, avrebbero raccomando alle persone di evitare “attività faticose per una settimana dopo la loro seconda dose di i vaccini mRNA COVID-19”. Sarebbero accettabili lavorare stando in piedi, fare i mestieri domestici, camminare e fare stretching, ma se lo sforzo fisico aumenta allora in quel caso sarebbe meglio evitarlo.
   La raccomandazione della Salute israeliana giunge a seguito di uno studio che è stato pubblicato mercoledì scorso, 6 ottobre 2021, e che mostra come una dose di vaccino Pfizer aumenti il rischio di infiammazione cardiaca, anche se i casi emersi sono stati molto pochi, e tutti riguardanti giovani maschi. “Raccomandiamo a tutti – si legge ancora nel documento del Ministero – in particolare agli adolescenti e ai giovani di età inferiore ai 30 anni, di evitare attività faticose, come l’esercizio fisico intenso, per una settimana dopo la prima e la seconda dose”.
   Nel documento viene inoltre specificato che gli atleti professionisti potrebbero pensare di “ridurre il loro livello di esercizio” durante la settimana successiva il vaccino, considerando esercizi di bassa intensità. In ogni caso, un membro della Divisione di epidemiologia del Ministero della Salute ha spiegato che la maggior parte dei colleghi del comitato risulta contraria a questo divieto, di conseguenza è probabile che questa raccomandazione possa non trovare applicazione concreta.

(ilsussidiario.net, 9 ottobre 2021)


Operatrice vaccinata contagia 14 disabili: tutti asintomatici e in quarantena

Un focolaio Covid è scoppiato alla Residenza sanitaria per disabili San Germano di Varzi. Una operatrice, nonostante fosse stata vaccinata nella primavera scorsa, ha contagiato quattordici ospiti disabili di età compresa tra 18 e 50 anni. Anche costoro tutti vaccinati. Ad oggi la dipendente Asa si trova a casa in quarantena e gli ospiti, tutti asintomatici, sono isolati all’interno della struttura. Ats, che ha avviato l’indagine epidemiologica, sta monitorando la situazione di giorno in giorno. Quello della residenza per disabili San Germano, che assiste 40 persone e si aggiunge alla casa di riposo, che conta 107 anziani, è uno dei tre focolai che hanno colpito la provincia di Pavia. Gli altri due 2 si trovano in due imprese lavorative. Il numero complessivo di casi associati ai tre focolai è 23 (minimo di 4 e massimo 15).

• La dipendente positiva al virus
   Non aveva sintomi l’operatrice Asa (che fa assistenza agli disabili) in forza alla Residenza San Germano di Varzi. Ha scoperto di essere positiva al virus in seguito a un controllo come tanti, che la Rsd promuove puntualmente. «Facciamo screening quotidiani, sia al personale che agli ospiti – spiega Nicoletta Marenzi, direttrice della struttura –. Anche in questo caso la dipendente è stata sottoposta a tampone rapido, materiale che ci viene fornito da Ats anche per i ricoverati e, con sua sorpresa, è risultata contagiata dal Covid. L’operatrice era stata vaccinata nel marzo scorso, quindi il virus l’ha colpita in modo lieve. Il vaccino si è rivelato comunque importante, se non indispensabile per evitare una situazione ben peggiore».

• Tamponi a tappeto
   Non appena è arrivato il risultato del test sulla operatrice Asa, la struttura ha provveduto a sottoporre a tampone (che attraverso un apposito processore può comunicare subito l’esito) tutti gli ospiti disabili. E 14 sono risultati contagiati. Si tratta di persone di età tra 18 e 50 anni, ma prevalentemente ragazzi: tutti vaccinati e asintomatici. Al tampone rapido è seguito quello molecolare, che ha confermato la diagnosi. La situazione è stata subito comunicata ad Ats, che ha avviato l’indagine epidemiologica. La dipendente è stata mandata a casa, dove si trova tuttora in quarantena (fra 10 giorni dovrà ripetere il tampone), mentre le persone contagiate sono state isolate in un’ala della struttura, pure loro in quarantena.
   «La situazione è sotto controllo: ad oggi facciamo tamponi quotidiani sia al personale che alle persone a cui garantiamo assistenza – assicura Marenzi –. Gli ospiti non corrono alcun rischio. Fortunatamente, grazie al vaccino, a cui sono stati sottoposti tutti quanti, possiamo sentirci tutelati da un eventuale aggravamento delle condizioni. Se sottoporremo alla terza dose i nostri ricoverati e sanitari? Certamente, ma non prima di averne valutato il titolo anticorpale».

(la Provincia Pavese, 8 ottobre 2021)


Conclusione: i vaccinati possono contagiare ed essere contagiati. Secondo la direttrice (e non solo) il beneficio del vaccino sarebbe che senza di esso la situazione dei contagiati sarebbe stata "ben peggiore". Ma questo è tutto da dimostrare. Soprattutto pochi giorni dopo che è stato riscontrato il contagio. Potrebbe anche essere che i vaccinati siano stati contagiati da una vaccinata proprio perché anche loro erano vaccinati. Per "simpatia" tra vaccini. Chi può "scientificamente" escluderlo? Tra le congetture degne di una scienza sperimentale che si rispetti c'è anche quella che un non vaccinato avrebbe potuto non essere contagiato. M.C.


Lo strano caso dei “malori improvvisi

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

Oggi Svezia e Danimarca hanno fermato la vaccinazione con Moderna dei giovani a causa del numero e gravità dei “casi avversi”. Evidentemente la” correlazione” tra i problemi cardiaci dei giovani e i vaccini Covid nei paesi scandinavi esiste per davvero e viene presa sul serio.
   Anche l’Irlanda in agosto aveva fermato la vaccinazione con Johnson & Johnson lo stesso giorno in cui un noto calciatore, Roy Butler, era morto improvvisamente 4 giorni dopo l’iniezione.
   Nel caso di Butler si era trattato di una emorragia cerebrale. Nel caso della studentessa ligure Camilla Canepa (diciotto anni) l’autopsia ha stabilito che la causa era  una emorragia cerebrale.
   Ogni giorno ci sono nel mondo e anche in Italia se uno spulcia le cronache locali, casi di giovani sani morti per “malore improvviso”, spesso in casa o anche nel sonno. Nel caso del giovane di Biella di 17 anni morto nel sonno, il magistrato di turno prima ha ordinato una autopsia e poi l’ha cancellata perché il malore era “compatibile con le condizioni di vita del ragazzo.
   Si tratta di morti improvvise di giovani privi di patologie, che hanno in comune una cosa sola: si erano vaccinati negli ultimi due mesi. E se allarghiamo ai 30enni, 40enni e 50enni la lista è molto più lunga, ogni singolo giorno nei puoi trovare.
   Non c’è correlazione? La “correlazione” esiste innanzitutto statisticamente, perché non è mai successo che si vedessero dozzine di morti per “malore improvviso”. In UK è possibile trovare una statistica dei morti sotto i 19 anni nel 2021 e sono maggiori di circa 150 rispetto al 2020. In un precedente su questo sito abbiamo evidenziato che a livello europeo secondo EuroMoMo (osservatorio europeo) la mortalità sotto i 60 anni è maggiore di quasi 16mila decessi rispetto al 2020.
   Ci sono famiglie che pubblicano l’epitaffio online e citano espressamente la vaccinazione come causa di morte, come nel caso della trentenne Jessica Berg Wilson, di cui si è parlato online perché era una donna che si era espressa contro il vaccino, è stata obbligata a farlo per lavoro ed è morta subito dopo.

(nicolaporro.it, 8 ottobre 2021)


Hamas pensa a cosa fare "quando Israele sparisce"

Una conferenza di Hamas a Gaza per decidere cosa fare con gli ebrei "dopo la vittoria".

di Daniele Raineri

ROMA - Alla fine di settembre c'è stata a Gaza una conferenza sponsorizzata dal gruppo palestinese Hamas per parlare di "cosa fare quando Israele sparirà". La conferenza ha pubblicato un documento finale per spiegare con una lista di punti che è necessario prepararsi alla fine dell'esistenza di Israele sotto l'aspetto pratico e amministrativo.
   Alcuni dei punti riguardano la moneta corrente, che sostituirà quella israeliana, i trattati internazionali con i vicini come Egitto e Giordania, che per qualche tempo non saranno modificati perché è più comodo lasciarli cosi come sono, e i criteri per ridistribuire edifici, case e proprietà fra i palestinesi. Una dichiarazione, dice il testo che riassume i lavori della Conferenza, sarà inviata alle Nazioni Unite per annunciare che lo stato palestinese prende il posto di Israele secondo la Convenzione di Vienna del 1978 che regola la successione degli stati.
   Altri punti della lista riguardano cosa fare con gli ebrei e distingue tra quelli che devono essere uccisi e quelli che non devono essere uccisi. Gli ebrei che combattono devono essere uccisi. Quelli che non combattono e fuggono possono essere lasciati in vita per poi se è il caso essere perseguiti con accuse penali. Gli ebrei pacifici che si consegnano di loro spontanea volontà possono restare e integrarsi oppure possono godere di un po' di tempo per lasciare il paese. Non tutti però, perché, come dice il testo finale della Conferenza: "Gli ebrei istruiti e gli esperti in medicina, ingegneria, tecnologia e industria civile e militare devono essere trattenuti in Palestina per qualche tempo e non gli si può permettere di partire e di portare con sé la competenza e l'esperienza che hanno acquisito mentre vivevano nella nostra terra".
   Il documento continua: "Nel minuto stesso del collasso di Israele, gli apparati di sicurezza ad interim devono mettere le mani sui dati. Quelli che riguardano gli agenti dell'occupazione in Palestina, nella regione e in tutto il mondo, e scoprire i nomi dei reclutatori, ebrei e non ebrei, nel paese e all'estero. Queste informazioni preziose non devono essere perse, per ripulire le terre palestinesi, arabe e musulmane da questa schiuma che sparge corruzione". In breve: gli organizzatori della Conferenza raccomandano di impadronirsi dei dati e degli archivi dell'intelligence israeliana, che interessano a molti. Se si considera che Hamas riceve finanziamenti diretti da parte dell'Iran, è facile vedere perché si allarga il discorso "a tutte le terre musulmane". E' molto probabile che a ispirare la Conferenza ci sia anche il collasso brutale dell'Afghanistan, dove il governo è scappato ed è stato rimpiazzato dai tal ebani - collasso che del resto Hamas ha celebrato con messaggi di congratulazioni. Tuttavia questa conferenza è organizzata da un istituto "per il dopo Israele" di Gaza che è stato fondato nel 2014.
   La dichiarazione finale è un evento interessante perché di Hamas si parla soltanto durante gli occasionali round di guerra, ma questo concetto - che non c'è da negoziare con Israele perché sarà distrutto dalla guerra - è il pilastro ideologico del gruppo. Secondo i sondaggi, Hamas in alcune aree palestinesi gode di un buon consenso fra gli elettori in caso di voto.

Il Foglio, 8 ottobre 2021)


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Così Hamas si prepara alla distruzione di Israele: "Questi ebrei andranno uccisi, quelli possono rimanere"

Il 30 settembre a Gaza una Conferenza per pianificare i passi da compiere dopo la "conquista" dei territori israeliani. Chi non ha combattuto potrà lasciare il paese, "ma gli esperti in medicina, ingegneria, tecnologia e industria civile devono rimanere in Palestina e non può essere permesso loro di partire portando con sé le competenze che hanno acquisito mentre vivevano nei nostri territori”.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Il 30 settembre a Gaza c’è stata una conferenza organizzata con la sponsorizzazione di Hamas, “La promessa dell’Aldilà – La Palestina dopo la liberazione”. Il tema era prepararsi al momento in cui Israele sparirà perché evidentemente la lotta armata condotta dalla stessa organizzazione avrà avuto la meglio. La conferenza ha pubblicato poi un lungo elenco di atti e passi da compiere, una guida al mondo post-Israele. I lavori hanno definito anche una agghiacciante lista dei comportamenti da tenere con i cittadini di Israele, “cosa fare con gli ebrei”: quelli che hanno combattuto devono essere uccisi. Quelli che non combattono e scappano via possono essere lasciati in vita, magari in un secondo momento andranno processati. Infine, quelli pacifici che si arrendono possono rimanere nei territori conquistati da Hamas e integrarsi, oppure attendere del tempo e lasciare poi il paese. Ci saranno però alcuni ebrei che saranno costretti a restare, perché utili al governo del territorio, “gli ebrei esperti in medicina, ingegneria, tecnologia e industria civile: devono rimanere in Palestina e non può essere permesso loro di partire portando con sé le competenze che hanno acquisito mentre vivevano nei nostri territori”.
   Issam Adwan, il presidente del comitato che ha preparato la conferenza, ha detto che le conclusioni della conferenza verranno presentate alla leadership di Hamas. E uno dei leader di Hamas, ha portato ai lavori il saluto di Yahia Sinwar, capo del movimento nella Striscia di Gaza. “Noi sosteniamo questa conferenza perché è in linea con le nostre valutazioni secondo cui la vittoria è vicina, la liberazione totale della Palestina dal mare al fiume (dal Mediterraneo al fiume Giordano, ndr) è al centro della visione strategica di Hamas.”
   Al punto 18 dei 20 punti che riassumono le conclusioni finali della conferenza, ci sono anche le istruzioni su come comportarsi “nel momento in cui Israele collassa”: l’idea è che “dobbiamo mettere le mani sui dati degli agenti dell’Occupazione in Palestina, nella regione e in tutto il mondo, dobbiamo scoprire i nomi dei reclutatori, ebrei e non-ebrei, nel paese e nella regione. Queste informazioni essenziali non devono essere perdute, per ripulire la Palestina e il mondo arabo e il mondo islamico dalla schiuma ipocrita che ha diffuso corruzione nella nostra terra”.
   I ricercatori di Memri, il centro israeliano che esamina i documenti prodotti nel mondo arabo e palestinese, fanno notare anche che Mahmoud al Zahar, membro dell’ufficio politico di Hamas, in una intervista al quotidiano Filastin ha ripetuto che “il popolo palestinese e l’intera nazione islamica sono alla vigilia della battaglia finale in cui Libano, Siria e Giordania dovranno partecipare. La loro partecipazione metterà fine all’occupazione in un solo giorno. Il contrasto con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas e Fatah è che loro vogliono un accordo con la parte occidentale della Palestina per gli ebrei e quella orientale per i palestinesi. Noi non vogliamo cedere un solo centimetro della nostra terra”. Un’ennesima conferma del fatto che Hamas continua a mantenere nei suoi piani la distruzione dello Stato di Israele come obiettivo strategico.

(la Repubblica, 8 ottobre 2021)


Israele, cluster in corsia: il 95% era vaccinato

Il contagio, partito da un paziente, ha coinvolto 41 persone. Cinque i ricoverati morti. I fatti risalgono a luglio. Asintomatici gli operatori sanitari.

di Sarina Biraghi

C'è un caso emblematico che conferma come, malgrado vaccino e mascherina, il Covid possa essere contagioso addirittura in ospedale. E accaduto lo scorso luglio al Meir MedicaI Center di Kfar Saba, in Israele dove un paziente in dialisi ha dato il via a un focolaio che ha coinvolto 41 persone, tra pazienti, personale ospedalìero (che indossava la mascherina) e familiari. Ben 39 dei contagiati (il 95%) erano completamente vaccinati, tutti da oltre cinque mesi. Soltanto tre non erano stati inoculati. Gli operatori sanitari sono rimasti asintomatici mentre cinque pazienti con malattie pregresse sono morti. L'ospedale israeliano dispone di 780 posti letto e la maggior parte delle stanze può ospitare tre o quattro pazienti.
   Da marzo del 2020, ai pazienti è stato suggerito di indossare la mascherina chirurgica e, benché non tutti lo abbiano fatto, durante le visite mediche era obbligatorio sia per il paziente che per il personale medico. Infatti nei reparti Covid i sanitari hanno sempre indossato mascherine N-95, visiera, camice, guanti e copertura per capelli. A raccontare quanto è successo nel Meier Medicai Center uno studio pubblicato su Eurosurveillance. La rivista europea sulla sorveglianza, l'epidemiologia, la prevenzione e il controllo delle malattie infettive. Secondo l'analisi, non significa che i vaccini non funzionano ma è evidente che a soffrire di più sono stati i pazienti anziani, ospedalizzati e con malattie pregresse, mentre medici e infermieri, più giovani, sono rimasti per lo più asintomatici. Lo studio spiega nel dettaglio come è stata condotta l'indagine epidemiologica per identificare il caso indice e le altre persone rimaste contagiate dopo che un operatore sanitario era risultato positivo. Il caso indice era un paziente in emodialisi completamente vaccinato di 70 anni ricoverato a metà luglio con febbre e tosse, ospitato in una stanza con altri tre pazienti.
   «Nonostante la popolazione esposta al virus fosse altamente vaccinata, l'infezione si è diffusa molto rapidamente e molti casi sono diventati sintomatici entro due giorni dall'esposizione, con carica virale elevata» scrivono gli autori dello studio che confermano come il vaccino sia meno efficace contro l'infezione da Delta e l'immunità cali nel tempo, arrivando a smentire che il mix tra vaccini e mascherine possa bastare per proteggerli dal Covid. «Non possiamo escludere che le misure di protezione non siano state indossate in modo ottimale, tuttavia, la trasmissibilità nell'estate 2021 differisce dalle nostre esperienze nei 18 mesi precedenti» aggiungono gli autori, che concludono: «I dati provenienti da Israele segnalano che la ragione principale dell'aumento dei casi di Covid-19 in estate può essere attribuito alla diminuzione dell'immunità e una terza dose di vaccino, cinque mesi dopo la seconda dose, potrebbe comportare un'inversione di tendenza in particolare negli individui con fattori di rischio grave».

(La Verità, 8 ottobre 2021)


Israele, Ministero Salute ai neo vaccinati: “Non fate attività fisica”. Sono a rischio miocardite

Nelle ultime ore, il Jerusalem Post ha riportato che, a causa dell’aumento del rischio miocardite dopo la vaccinazione mRna, il Ministero della Salute israeliano potrebbe chiedere ai neo vaccinati di non praticare attività sportiva ed esercizi faticosi per almeno una settimana. Dopo l’ultimo studio, pubblicato mercoledì sera, sull’aumento del rischio miocardite dopo la vaccinazione Pfizer, infatti, alcuni funzionari sanitari della Divisione di epidemiologia del Ministero della Salute ritengono sia opportuno raccomandare che le persone “evitino attività faticose per una settimana dopo la loro seconda dose di vaccini COVID19”.
   Secondo l’orientamento dei funzionari del comitato consultivo ministeriale, sarebbero invece ammesse attività non troppo faticose come camminare, fare stretching, lavorare in piedi e i lavori domestici. La proposta verrà esaminata nella prossima riunione del comitato consultivo ministeriale.

(stopcensura.online, 8 ottobre 2021)


L'Ucraina ricorda la "Shoah dei proiettili", 100mila ebrei e oppositori politici massacrati dai nazisti

A mezz'ora da Kiev c'è la più grande fossa comune d'Europa, testimonianza di una delle pagine più nere del genocidio nazista nell'Europa dell'Est che i sovietici fecero di tutto per tenere nascosto. "Siamo qui per ricordare non solo il crimine del massacro, ma anche quello dell'obliterazione della memoria", dice il presidente israeliano Herzog nella cerimonia per l'ottantesimo anniversario del massacro.

di Sharon Nizza

KIEV - "Ci hanno portato in una zona fuori Kiev, un viaggio di circa mezz'ora. Ho notato enormi pile di vestiti. Siamo scesi e ci hanno fatto bere alcol. Poi ho visto un gigantesco fossato, sembrava un fiume prosciugato, in cui giacevano diversi strati di cadaveri. Gli ebrei si dovevano sdraiare sui cadaveri e li fucilavamo alla nuca. Io sono stato di turno cinque o sei volte, ogni volta per dieci minuti. Siamo andati avanti fino alle 15:00, poi siamo stati riportati ai nostri alloggi e abbiamo pranzato. È possibile che quel giorno abbia sparato a circa 150, 250 ebrei. L'intera sparatoria si è svolta senza incidenti. Gli ebrei erano rassegnati al loro destino come agnelli". Le parole sono di Viktor Trill, membro cecoslovacco della Gestapo, durante il processo per crimini di guerra a Darmstadt, Germania Ovest, nel 1967.

- L'eccidio alla vigilia dello Yom Kippur 
  Assolto, come quasi tutti tra i pochi nazisti che vennero portati in giudizio per il loro ruolo nella "Shoah dei proiettili". Padre Patrick Desbois ha così rinominato la pagina nera del genocidio nazista che ha sterminato 2,5 milioni di ebrei nell'Est Europa e con i suoi studi ha documentato anche "la partecipazione di soldati italiani, accanto alla Wermacht, alle fucilazioni di ebrei in Ucraina orientale. Alcuni tra questi soldati furono poi fucilati dai nazisti dopo il '43 e dimenticati in fosse comuni". Il presbitero francese è il direttore accademico del Memoriale della Shoah che sta prendendo forma a Babij Jar, in quello stesso fossato della morte descritto da Trill, una delle testimonianze scoperte da Desbois in un lavoro trentennale volto a dare un nome e un viso a migliaia di vittime mai identificate e ai loro carnefici.
   La più grande fossa comune d'Europa oggi è un parco in un'area residenziale della Kiev moderna, luogo di svago per i locali, risultato dell'operazione sovietica di annichilimento della memoria della Shoah. Un doppio crimine che mercoledì è stato al centro di una cerimonia senza precedenti sul suolo ucraino, alla simbolica presenza dei presidenti ucraino, israeliano e tedesco, nel ricorrere degli 80 anni dall'eccidio.
   Era il 29 settembre 1941, vigilia dello Yom Kippur, quando i nazisti - da poco occupata Kiev, già abbandonata da 100,000 ebrei con l'inizio dell'operazione Barbarossa - massacrarono nell'arco di 48 ore, scandite da fucilazioni senza sosta, 33,771 ebrei. Un numero che emerge dai rapporti nazisti che con burocrazia maniacale registravano i propri crimini e che rappresenta l'inizio della fase attuativa della soluzione finale.
   In tre anni, a Babij Jar furono fucilate altre 70mila vittime: ebrei, oppositori politici, zingari e disabili. Poi, il silenzio. "Siamo qui per ricordare non solo il crimine del massacro, ma anche quello dell'obliterazione della memoria", ha detto il neopresidente israeliano Itzhak Herzog, che ha scelto Kiev per la sua prima missione estera. "Sono nato e cresciuto a un miglio da questa enorme fossa comune, di cui non sapevamo nulla. Venivamo qui a giocare", testimonia Natan Sharansky, direttore del board del Memoriale, nove anni recluso in un gulag da dissidente politico nell'Urss. A rompere il codice del silenzio nel 1961 il poema - subito censurato dai sovietici - di Yevgeny Yevtushenko (Non c'è nessun monumento a Babij Jar), tradotto poco dopo da Dmitri Shostakovich della Sinfonia n. 13, sulle cui note si è aperta la cerimonia. "Questo luogo più di ogni altro simboleggia lo sforzo sovietico di cancellare l'identità ebraica. Ma dopo Yevtushenko, mio padre mi disse: "finalmente posso raccontarti'", continua Sharansky. Il suo primo arresto avvenne proprio mentre si stava recando a Babij Jar per una commemorazione clandestina organizzata da giovani sionisti.

- La cancellazione sovietica dell'identità ebraica 
  Il silenzio è il tema ricorrente nei racconti di tanti presenti alla cerimonia. Rimma Kushnir accende in un angolo una candela commemorativa davanti ai ritratti dei suoi bisnonni. "Una volta all'anno vengo a Babij Jar a ricordare la mia famiglia. In genere c'è gente che fa yoga, jogging, nessuno sa cosa è accaduto qui. Ma le cose stanno cambiando. Questo evento è incredibile, mi commuove nel profondo". Marina Elgart Vorobeichik è nata a Kiev e in età adulta si è trasferita in Israele.
   Suo padre Ilia (all'epoca 6 anni) e sua nonna Nadia furono tra i pochissimi superstiti (se ne contano meno di 30) dell'eccidio di Babij Jar. La loro testimonianza è riportata ne Il Libro nero in cui Vasilij Grossman documentò le atrocità dei nazisti e dei collaborazionisti dopo l'invasione dell'Unione Sovietica - che ne vietò subito la pubblicazione. Il proiettile li schivò e nella notte trovarono la forza di riemergere dalla massa di cadaveri - tra cui 26 membri della loro famiglia - sotto cui erano sepolti. "Da bambina non sapevo nulla, mio padre ci portava a Babij Jar per i grandi eventi. Ho una foto di mia sorella in abito da sposa poco prima della cerimonia. Solo più tardi ho capito che era la sua vittoria sui nazisti". A piazza Maidan, simbolo della rivoluzione arancione, c'è in questi giorni una piccola mostra che racconta l'orrore di Babij Jar. Anche se in pochi si soffermano, Marina non nasconde le lacrime. "Pannelli del genere nel centro di Kiev? È un evento senza precedenti".
   Sullo sfondo della commozione, un altro silenzio, sul ruolo dei collaborazionisti e dei delatori ucraini, che per ora resta un tabù. "Il fatto che l'Ucraina incoraggi la memoria della Shoah non è scontato", ci dice Dani Dayan, presidente di Yad Vashem. "L'Ucraina è entrata 30 anni fa nella famiglia delle democrazie. Ma uno dei principi di una democrazia fervente è guardare al proprio passato con consapevolezza e senza sconti e su questo fronte c'è ancora strada da fare. L'Ucraina non è l'unica".

(la Repubblica, 8 ottobre 2021)


Condannata per frode e falso Hanin Zoabi, la pasionaria anti-israeliana della Knesset

di Ugo Volli

Chi segue un po’ la politica israeliana certamente si ricorda di Hanin Zoabi, che è stata per una decina d’anni, dal 2009 al 2019, la più nota deputata alla Knesset del partito arabo Balad, nazionalista di sinistra, dal 2015 confluito nella lista araba unitaria. Laureata all’Università di Gerusalemme in comunicazione, la Zoabi ha sfruttato la sua competenza sui media per richiamare l’attenzione su di sé e sulla propaganda antisraeliana che le interessava. Ha più volte fatto scandalo, sostenendo l’armamento nucleare iraniano, incontrandosi pubblicamente con le famiglie dei terroristi, dando la sua approvazione del rapimento dei tre studenti del 2014, che poi si concluse con la loro uccisione. Il suo gesto più clamoroso fu la partecipazione nel 2010 alla flottiglia turca che cercò di forzare il blocco navale di Gaza, proprio sulla nave “Mavi Marmora” che fu teatro del tentativo di linciaggio dei militari israeliani saliti a bordo per prenderne il controllo secondo la legge internazionale. Le sue provocazioni portarono due o tre volte a un voto della commissione di controllo delle candidature alla Kneset che decise di escluderla dalle liste elettorali secondo la legge, in quanto legata al terrorismo; ma poi questa decisione venne sempre annullata dalla Corte Suprema. Alla fine Zoabi non venne più ripresentata dal suo partito nelle elezioni dell’aprile del 2019, né a quelle successive. Molti se ne chiesero la ragione, senza che emergesse una risposta precisa.
  Adesso però la storia si è chiarita. Zoabi e altri 12 imputati, alcuni dei quali ex alti funzionari del partito Balad, sono stati condannati lunedì dalla corte distrettuale di Nazareth per reati di frode e falso, relativamente ai finanziamenti elettorali della loro lista.. La condanna è il risultato di un patteggiamento in cui gli imputati si sono dichiarati colpevoli dei reati loro contestati e accettando condanne concordate con l’accusa, comprese pene detentive che saranno eseguite nei servizi sociali, libertà vigilata e sanzioni pecuniarie varie. Le accuse di corruzione si riferiscono ad azioni fraudolente commesse durante la campagna elettorale del partito politico arabo-israeliano del 2013, dopo la quale i fondi raccolti dal partito sono stati riportati in maniera scorretta.
  Il partito Balad è stato riconosciuto colpevole di aver riferito che poco meno dell’equivalente di un milione di euro era stati donati da centinaia di donatori in Israele, quando in realtà i fondi vennero ricevuti da altre fonti, sia in Israele che all'estero, compresi dei paesi arabi. Il tribunale non ha reso pubblici quali siano questi stati, ma è facile immaginarlo: un leader precedente del partito e deputato alla Knesset, Azmi Bishara, cui Zoabi è molto legata, indagato per spionaggio fuggì da Israele ed è vissuto fra Siria e Qatar. Secondo la condanna, i funzionari del partito hanno falsificato migliaia di ricevute e fabbricato un elenco di donatori inesistenti per rispettare le leggi finanziarie elettorali. La maggior parte delle attività fraudolente ha avuto luogo nel 2013, ma la contraffazione è continuata per tutto il 2016.Oltre alla violazione della legge elettorale, i membri del Balad hanno commesso una serie di reati finanziari, tra cui riciclaggio di denaro, false segnalazioni, contraffazione, e numerose violazioni della legge sul finanziamento dei partiti politici. Altri 35 funzionari sono stati arrestati e interrogati in relazione al caso di corruzione.

(Shalom, 8 ottobre 2021)


La missione di mettere ordine: l’imitatio dei del Nobel Giorgio Parisi

di Rav Scialom Bahbout

Le polemiche che hanno accompagnato la pandemia e poi la somministrazione dei vari vaccini prodotti da vari centri di ricerca e l’attribuzione del Nobel per la Fisica a Parisi hanno nuovamente rilanciato la riflessione su quale debba o possa essere la relazione tra Ebraismo e Scienza. Per quanto riguarda l’ultimo premio Nobel per la Fisica, mi sembra che l’argomento che lo ha appassionato sia nell’alveo di quella che possiamo considerare una tradizione ebraica. Scrive Giorgio Parisi, che ebbi la ventura di incrociare anni fa nei miei studi alla Facoltà di Fisica di Roma, che “la passione della mia vita è stata mettere ordine nel caos”. Da qui la passione per la ricerca. Proprio in queste settimane abbiamo appena letto nel testo biblico “ la terra era tohu vavohu”, cioè un caos. Viene quindi da pensare che l’uomo, la cui creazione a “immagine divina”  viene narrata successivamente abbia tra l’altro tra i propri compiti anche che quello di mettere ordine nella natura. Questo vale per il mondo fisico, ma anche per quello della società dove ci sono spesso cellule impazzite che creano disordine. L’interesse dell’ebraismo per la scienza è dovuto proprio alla missione iniziale assegnata all’uomo: penso che la presenza di molti ebrei tra i vincitori del premio Nobel, specie nel campo della Fisica, sia in parte dovuta a una delle caratteristiche fondamentali della tradizione ebraica: lo studio della Torà come prioritario rispetto a molti altri precetti.
   E’ innegabile che l’uscita dai Ghetti sia stata vissuta come una opportunità proprio per entrare a pieno titolo nel mondo in generale e in quello della scienza in particolare. Il fatto di porre lo studio al centro della vita quotidiana ha fatto sì che l’applicazione continua allo studio influisse nelle scelte e poi nei successi delle persone che si sono dedicate alle scienze.
  Quando si parla di studio tuttavia la domanda che si pongono i Maestri è se si debba intendere solo “studio della Torà” o anche studio delle altre materie e in particolare delle scienze e delle arti che non sono immediatamente riconducibili alla Torà. Il dibattito su questo tema è sempre stato molto ampio e dura tuttora.
  Già Rabbi Ishmael e Rabbi Shimon Bar Yochai discutono (Talmud Berakhot 35b) su questo tema ed esprimono due posizioni contrastanti: il primo sostiene che lo studio della Torà debba essere accompagnato anche dalle attività “profane” per le quali bisogna comunque avere acquisto le capacità tecniche necessarie per avere successo; il secondo ritiene che se l’uomo dedicasse tutto il proprio tempo al soddisfacimento delle esigenze mondane, non gli rimarrebbe tempo per lo studio della Torà. La conclusione del Talmud è che comunque poche sono le persone che hanno seguito l’insegnamento di Rabbi Shimon Bar Yochai e che abbiano avuto successo nella propria vita: mentre per la maggior parte delle persone lo studio deve essere accompagnato sempre da un’attività e quindi dallo studio necessario per poterla applicare.
  Questa divisione in due settori dello studio e della sua applicazione non può essere giustificata da chi ritiene invece che la Torà debba dare risposte a tutti gli aspetti dell’esistenza. Questa è un’altra faccia di quella che viene considerata la distinzione tra cioè che è considerato kòdesh (sacro) e ciò che definiamo per comodità chol (mondano, profano). Tutti i settori della vita ebraica che trovano espressione nella Halakhà necessitano di una conoscenza ampia in tutte le direzioni e per questo lo stesso Sinedrio doveva conoscere tutte le scienze per poter prendere la decisione giusta caso per caso. La conoscenza dei principi della Fisica è necessaria per decidere se e a quali condizioni determinati strumenti che funzionano utilizzando l’energia elettrica, possono essere usati di shabbat.
  Quindi anche oggi un Posèk, un Maestro che risponde a quesiti di Halakhà, per dare un parere su questioni che riguardano la fisica, l’astronomia, la botanica, ecc, si rivolge ad esperti, che è opportuno siano ebrei e osservanti, in quanto più consapevoli e sensibili alle decisioni che verranno assunte.
  Tutto ciò che viene classificato come chol, in realtà è una manifestazione a un livello diverso di santità e sta all’uomo elevarlo.  Dedicare il proprio tempo a quelle che la tradizione classifica come Hochmòth hizzoniòt (sapienze esterne) sarebbe quindi non solo legittimo ma doveroso.
  Lo studio delle leggi che regolano la natura è quindi essenziale per creare le condizioni necessarie per garantire un miglioramento delle condizioni di vita, secondo quanto è scritto nella Genesi “Dio li benedisse e disse loro prolificate e moltiplicatevi, riempite la terra e conquistatela.” Questa ultima operazione è possibile solo se si è in grado di conoscere le leggi che regolano il creato e la possibilità di riprodurle.
  Dedicare il proprio tempo allo studio e allo sviluppo delle scienze è in ultima analisi una forma di Kiddush Hashem,  santificazione del Nome, in quanto è proprio ciò che Hashem si aspetta dall’umanità.

(Kolòt, 7 ottobre 2021)


Nella molto discussa relazione tra Torà e scienza in campo ebraico, e tra fede e scienza in campo cristiano, il problema si pone quando si presenta la cosiddetta "scienza" (nome che pronunciato da solo può dare l'idea di un'entità sovrumana) come se fosse il sostituto di Dio, anzi come l'unico vero dio a cui sottostare. L'idolatria ha molte forme. M.C.


Se i razzisti, quelli veri, parlano da antirazzisti

Nirenstein smonta le tesi di chi alimenta l'odio per gli ebrei in nome dei diritti umani.

di Alessandro Gnocchi

L'accusa di razzismo è forse la più infamante e comporta l'esclusione dal dibattito pubblico. Ma... Un tempo l'antirazzismo era la sacrosanta protezione delle razze perseguitate. Ora ha cambiato direzione, si è espanso, ha conquistato territori sempre più ampi e dai confini generici. I razzisti veri parlano oggi la lingua degli antirazzisti (falsi). In nome dei diritti umani, gli antirazzisti falsi si comportano proprio come i razzisti veri più violenti: linciaggi mediatici, cause giudiziarie, distruzione della libertà d'espressione... Per questo è così difficile combattere il razzismo, specie l'antisemitismo. Nella agenda dei falsi antirazzisti, è razzista rifiutare il burkini, è razzista chiedersi quali siano i benefici dell'immigrazione, è razzista difendere il diritto alla continuità storica per l'Italia e l'Europa. Tutti argomenti sui quali si può (si deve) dibattere senza correre il rischio di essere squalificati come razzisti. \
  Gli antisemiti oggi si nascondono dietro all'antirazzismo. Ci dicono: Israele è razzista nei confronti dei palestinesi. Israele è lo Stato degli ebrei. Quindi gli ebrei sono razzisti ed eredi del vecchio colonialismo europeo. È un falso sillogismo. Ma funziona e scatena l'antisemitismo. Così l'Europa diventa un posto sempre meno sicuro per gli ebrei, un posto dove sedicenti associazioni per la pace bruciano la bandiera di Israele nelle piazze. Nel frattempo, in America, movimenti come Black Lives Matter, partendo da una giusta rivendicazione, deragliano nell'odio per il bianco e non ripudiano certo le maniere spicce.
  In Francia, autori come Pascal Bruckner, Pierre-André Taguieff e Alain Finkielkraut, figlio di sopravvissuti alla Shoah, ma comunque accusato di sionismo razzista, hanno cercato di smontare questo micidiale meccanismo linguistico, costruito per celare, appunto, il vero razzismo dietro alle litanie sui diritti umani. Ad esempio, Taguieff ha detto a questo giornale parole illuminanti: «Essere antirazzista nella vita sociale ordinaria significa prendere posizione contro gli incitamenti all'odio, al disprezzo, all'esclusione o alla violenza nei confronti di certe persone, a causa delle loro appartenenze o delle loro origini. Ma il presunto nuovo antirazzismo, chiamato anche antirazzismo politico dagli ideologi del decolonialismo, non è altro che una macchina da guerra contro i bianchi e la società bianca». L'antirazzismo politico esercita una critica radicale ma suicida contro l'Occidente. È erede di Karl Marx, non di Martin Luther King, perfino quando crede il contrario.
  Ora anche l'Italia, finalmente, porta un contributo al dibattito con il prezioso libro di Fiamma Nirenstein, Jewish Lives Matter. Diritti umani e antisemitismo (Giuntina, pagg. 126, euro 10). Non è una difesa d'ufficio di Israele, semmai è una difesa ben argomentata, passo dopo passo, data dopo data, guerra dopo guerra. Terminata la lettura, non si possono mettere in discussione l'esistenza di Israele e il suo diritto a difendersi, anche con la deterrenza. Il libro va ben oltre, alla radice del problema. Come è possibile che gli ebrei siano accusati di razzismo, dopo aver subito l'oltraggio della Shoah? Spiega Nirenstein: «Molte delle manifestazioni di odio antiisraeliano che hanno un evidente aspetto antisemita hanno il loro motivo nel fatto che i movimenti filopalestinesi odierni hanno trovato, specie in America ma anche in Francia tramite il nesso islamico, un legame concettuale col tema dell'ingiustizia razziale, del razzismo coloniale, della persecuzione dei neri e delle donne nella storia. Per quanto gli ebrei solo da un osservatore molto distratto e manipolatore possano essere identificati con l'oppressore bianco o maschio, questo è proprio ciò che è accaduto. È stata la cosiddetta intersezionalità per i diritti umani il concime dell'ondata di antisemitismo attuale». Ecco qua, la saldatura errata, il trucco linguistico, la confusione lessicale fra il biasimo verso gli ebrei e l'esaltazione dei diritti umani: in un battibaleno i veri razzisti si camuffano da (falsi) antirazzisti. In realtà, per trovare un desiderio esplicito di genocidio, non si deve cercare in Israele ma tra i suoi nemici. Il Consiglio per i diritti umani dell'Onu ha condannato Israele in totale 95 volte. Uguale attenzione non è stata riservata all'abuso dei diritti, all'oppressione islamista, allo Statuto di Hamas, che invita a spazzare via Israele, prima tappa per soggiogare l'Occidente. Cosa sarebbe oggi la Striscia di Gaza se i leader politico-religiosi, invece di comprare missili, avessero investito nello sviluppo le centinaia di milioni di aiuti internazionali?
  Il libro di Nirenstein è anche rivolto agli amici, che tentennano di fronte al pericolo di essere indicati come fiancheggiatori di uno Stato accusato di non rispettare i diritti umani. Sono amici di destra e di sinistra, a ulteriore riprova che antichi schemi sono saltati. Ma il problema è ancora vivo e non riguarda soltanto gli ebrei e il risorgere dell'antisemitismo. La battaglia culturale, per i veri diritti umani, riguarda tutto l'Occidente.

(il Giornale, 7 ottobre 2021)


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Quei combattenti per i diritti umani che vogliono la distruzione di Israele

“Jewish Lives Matter”, il nuovo libro di Fiamma Nirenstein

di Nicoletta Tiliacos

Nella lunga storia dell’antisemitismo sta accadendo qualcosa di nuovo. L’ostilità verso Israele (non verso la sua politica che, come tutte le politiche, può essere aspramente criticata, ma verso l’esistenza stessa di Israele come stato che ha diritto di figurare tra le nazioni del mondo e di difendersi e difendere i propri cittadini) coinvolge apertamente anche chi mai avremmo immaginato. Gli anni appena trascorsi sono stati quelli “in cui l’antisemitismo sarebbe dovuto sparire, e invece è cresciuto e si è fatto esplicito. Abbiamo fallito”. Parte da questa amara constatazione l’ultimo libro di Fiamma Nirenstein, Jewish Lives Matter. Diritti umani e antisemitismo (Giuntina). Poco più di cento pagine, una sorta di lettera aperta a chiunque voglia ascoltare, in cui della nuova “Israelofobia”, professata senza imbarazzo o vergogna in occidente si spiegano radici, motivazioni, fenomenologia e soprattutto esiti, che ci riguardano tutti.
  Il libro è dedicato “a chi combatte davvero per i diritti umani, senza farsi imbrogliare”. Perché – è questa la novità – sono ora gli strenui lottatori per i diritti umani, i benintenzionati, i combattenti dell’antirazzismo alla “Black lives matter”, a gareggiare con l’Iran degli ayatollah nel giudicare Israele come “una radice ammarcita che deve sparire”. Sono loro a trovarsi in stupefacente assonanza con il ministro degli Esteri nordcoreano, quando definisce lo Stato ebraico “sponsor del terrorismo che cerca di obliterare altre nazioni” (gran pulpito, non c’è che dire). Israele terrorista, razzista, che pratica l’apartheid? Bisogna davvero arrampicarsi sugli specchi, per associare all’apartheid la circostanza che del collegio che ha giudicato e condannato per crimini sessuali un ex presidente di Israele faccia parte un giudice arabo, o che arabi siedano alla Knesset, regolarmente eletti e votanti. Ma nulla ferma lo zelo del nuovo antisemita che nega di esserlo, perché ottime sono le sue intenzioni. A scandire “dal mare al fiume la Palestina sarà libera” nelle manifestazioni a Londra, a New York, a Parigi, vediamo campioni dei diritti umani di cui sopra. Chissà, si chiede Fiamma Nirenstein, se chi urla quello slogan sa di inneggiare alla realizzazione del sogno di Hamas, predicato fin dai libri di scuola per i piccoli palestinesi: la cancellazione di Israele, dal Mediterraneo al Giordano. Il nuovo antisemitismo non trova contraddittorio commuoversi per la Shoah o indignarsi per la leggenda nera dei Protocolli dei Savi di Sion, e sostenere allo stesso tempo che difendersi con il sistema antimissilistico Iron Dome dai lanci di razzi, pianificati a freddo da Hamas, fa di Israele uno stato terrorista. Nel caso di Israele, la legittima difesa è sempre una colpa, e la colpa è quella di esistere.
  Jewish Lives Matter parte dalla guerra dello scorso maggio, l’Operazione guardiano delle mura, per descrivere l’ondata antisraeliana che, come sempre è accaduto per analoghi momenti di conflitto, ha “assordato di cacofonie e dissonanze l’informazione e le piazze”. Ma questa volta, come non mai e senza alcun ritegno, “ha avuto un carattere specificamente antisemita”. Ebrei con la kippà sono stati aggrediti in America e in Canada, nella progressista New York e nella multietnica Toronto, mentre a Londra, nei quartieri abitati da ebrei, manifestanti urlavano al megafono “fuck the Jews, scopa le loro mogli, violenta le loro figlie e libera la Palestina”. “Nella cultura occidentale odierna – scrive Fiamma Nirenstein – l’antisemitismo più estremo, ovvero il desiderio di veder sparire gli ebrei dal mondo, trova le sue ragioni in un castello di menzogne costruite intorno alla figura dell’ebreo come oppressore. E’ il modo postmoderno di giustificare l’odio più antico. E’ la nuova versione dell’antisemitismo, che si arrampica fino all’identificazione dell’ebreo col ‘suprematista bianco’”. Pazienza per gli ebrei etiopi o yemeniti, suprematisti bianchi pure loro. Precariamente aggiornata, dilaga nuovamente tra di noi l’antica leggenda della sete di dominio che anima “ontologicamente” l’ebreo, a prescindere dalla sua storia, dalle sue azioni, da ciò che concretamente è.
  Nel suo libro, Fiamma Nirenstein condensa e fa dialogare la sua lunga esperienza di giornalista che segue sul campo, da decenni, le vicende di Israele e del conflitto con i palestinesi, con quella di attenta studiosa dell’antisemitismo per come si è storicamente espresso dall’antichità fino ai nostri giorni. E quando afferma che “l’odio per Israele getta il mondo nel caos”, che è poi la tesi centrale di Jewish Lives Matter, non pensa solo alla tragedia passata del nazismo, che ha devastato l’Europa pur di perseguire l’annientamento degli ebrei. Pensa anche al presente e al futuro, perché la logica “su cui poggia l’attuale insorgenza ideologica contro lo stato degli ebrei è una spaventevole destrutturazione della nostra stessa natura democratica e antifascista, ed è una logica suicida, perché oblitera il senso critico su cui si è costruita l’etica democratica”. Quando questo accade, nessuno è più al sicuro.

Il Foglio, 7 ottobre 2021)


Perché gli arabi non si fidano più dei Fratelli Musulmani

Le popolazioni di Egitto, Tunisia, Marocco e Sudan, che hanno offerto ai Fratelli Musulmani la possibilità di governare, hanno scoperto che l'organizzazione è corrotta e incompetente quanto i regimi laici e i capi di Stato arabi. Questo mese, il Partito islamista per la Giustizia e lo Sviluppo al governo in Marocco ha subito una schiacciante sconfitta alle elezioni parlamentari.

di Khaled Abu Toameh*

Fin dalla loro fondazione nel 1928, il principale motto dei Fratelli Musulmani è stato "l'Islam è la soluzione" (a tutti i problemi). I seguaci dell'organizzazione hanno usato questo slogan negli ultimi dieci anni per salire al potere in un certo numero di Paesi, tra cui Egitto, Tunisia, Marocco e Sudan.
  Queste ultime settimane, tuttavia, hanno dimostrato che molti arabi e musulmani non credono più nella capacità di governare dei Fratelli Musulmani o nello slogan "l'Islam è la soluzione".
  Saeed Nashed, uno scrittore marocchino, ha affermato che "i Fratelli Musulmani hanno portato il Marocco in un decennio di oscurità".
  Le popolazioni di Egitto, Tunisia, Marocco e Sudan, che hanno offerto ai Fratelli Musulmani la possibilità di governare, hanno scoperto che l'organizzazione è corrotta e incompetente quanto i regimi laici e i capi di Stato arabi.
  Negli ultimi ì mesi, i Fratelli Musulmani hanno subito due gravi battute d'arresto, prima in Tunisia e più recentemente, in Marocco.
  L'estromissione di luglio del Partito tunisino Ennahda, movimento islamista moderato, è stata accolta con favore non solo dai tunisini, ma anche da molti altri arabi che hanno accusato gli islamisti, in particolare i Fratelli Musulmani, di diffondere caos e instabilità nel mondo arabo.
  A settembre, il Partito islamista per la Giustizia e lo Sviluppo (PJD) al governo in Marocco ha subito una schiacciante sconfitta alle elezioni parlamentari. Il PJD, che era stato un partner della coalizione nei due precedenti governi, ha ottenuto solo 12 dei 395 seggi del Parlamento. Per gli islamisti è stata una sconfitta umiliante perché il numero dei loro seggi è sceso da 125 a 12.
  Come per gli islamisti in Tunisia, numerosi arabi marocchini celebrano la caduta del partito affiliato ai Fratelli Musulmani. Gli arabi affermano che gli islamisti non hanno portato altro che corruzione e miseria nei Paesi da loro governati e che non si fideranno più degli islamisti e dei loro "slogan vuoti".
  L'entità di questa sconfitta mostra che gli islamisti che hanno governato dopo la cosiddetta "Primavera araba" hanno fallito, offrendo soltanto slogan e dichiarazioni religiose.
  Sami Brahem, un ricercatore islamico tunisino, ha commentato che i partiti affiliati ai Fratelli Musulmani non sono riusciti a produrre programmi e progetti per la loro gente. "Hanno fallito a tutti i livelli", ha dichiarato Brahem. "Questo è anche un fallimento politico e morale. Si sono associati a partiti corrotti".
  L'analista politica libanese Hoda Rizk ha sottolineato che i Fratelli Musulmani hanno cercato di dimostrare ai decisori a Washington che solo loro, in quanto organizzazione politica moderata, sono in grado di affrontare il mondo della politica con pragmatismo ed efficacia.
  "Sapevano che Washington era più preoccupata della questione della sicurezza che della democrazia nei Paesi arabi, specialmente durante il governo del presidente Obama", ha dichiarato la Rizk. Ha aggiunto che gli islamisti in Tunisia e Marocco hanno mostrato molto pragmatismo e flessibilità, che li hanno aiutati a diventare una componente più integrata dei sistemi politici nei loro Paesi.
  "L'era dell'Islam politico è finita nei Paesi arabi, 10 anni dopo la Primavera Araba?" si è chiesta l'analista. "Indubbiamente le ragioni che hanno portato al fallimento sono state dovute all'inerzia e a una reale riluttanza a prendere il potere".
  Amr Al-Shobaki, ricercatore dell'Egyptian Al-Ahram Center for Studies, ritiene che non sia possibile riunire tutte le esperienze dell'Islam politico in un unico paniere, anche se ci sono denominatori comuni per il fallimento della loro esperienza nei Paesi arabi.
  Al-Shobaki ha detto ad Al-Hurra TV che uno dei principali motivi della caduta dei Fratelli Musulmani è legato alla componente ideologica dei gruppi dell'organizzazione, compresa la mancanza di separazione tra religione e politica, il loro presunto monopolio sulla verità assoluta e la loro pretesa di rappresentare il vero Islam.
  Secondo al-Shobaki, gli arabi "hanno rigettato l'idea di essere custodi che cercavano di imporre loro in nome della religione e hanno iniziato a distinguere tra la religione sacra e i programmi dei partiti politici e la loro capacità di perseguire i loro obiettivi".
  Secondo il ricercatore egiziano, uno dei motivi del fallimento degli islamisti era dovuto al fatto che, sulla scia della cosiddetta Primavera araba, dicevano alla gente che dopo il fallimento del sistema socialista e capitalista era ora il momento di attuare il progetto islamico per risolvere tutti i problemi.
  "Ma dopo 10 anni il progetto [islamico] è fallito e non sono riusciti a risolvere i problemi economici e sociali delle persone", ha aggiunto al-Shobaki.
  Marwan Shehadeh, un esperto giordano di gruppi islamici, è stato citato da Al-Hurra TV per aver detto che la ragione del fallimento degli islamisti è la mancanza di esperienza politica e l'incapacità di passare all'opposizione al governo.
  Shehadeh ha aggiunto che gli islamisti hanno fallito perché hanno adottato le stesse politiche e tattiche dei governi e dei regimi che hanno rimpiazzato.

    "I gruppi e i partiti [islamisti] sono stati infettati dagli stessi mali di cui soffrivano altri partiti, in particolare la corruzione (...) Non sono riusciti a gestire gli affari dei loro Paesi né a risolvere i problemi e nemmeno a fornire alle persone ciò di cui avevano diritto. Inoltre, non hanno preparato quadri adatti al lavoro dello Stato".

Amin Sossi Alawi, ricercatore marocchino di geopolitica, ha descritto la sconfitta degli islamisti in Marocco come "un terremoto che spezzerà la schiena dei Fratelli Musulmani nel mondo islamico".
   Dieci anni di governo islamista in Marocco, ha affermato Alawi, ha alla fine permesso alla popolazione di "scoprire la falsità degli slogan populisti che il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha sfruttato per infiltrarsi nel governo".
  Lo scrittore libico Milad Omer Mezoghi ha scritto che gli arabi che in passato hanno votato per i partiti affiliati ai Fratelli Musulmani possono aver commesso un errore, ma "hanno saputo punire coloro che li hanno delusi".

    "I Fratelli Musulmani in Nord Africa non si sono presi cura della loro gente. Hanno compiuto gli atti più atroci, hanno legato il destino del loro popolo alla Turchia, importato tutto da essa per rilanciare la sua economia (turca) e, di conseguenza, svuotato le casse dei loro Paesi e impoverito la loro gente, portando a un'impennata della disoccupazione e della criminalità. (...) Le persone a volte commettono errori nelle loro scelte a causa della mancanza di chiarezza di visione, e i candidati forniscono informazioni false, ma sicuramente faranno correggere il loro errore alla prima occasione. Le elezioni parlamentari marocchine hanno mostrato con franchezza che l'opinione pubblica marocchina aveva rinunciato ai Fratelli Musulmani. I Fratelli Musulmani sono una pianta malvagia che è stata mangiata dall'oscenità".

Lo scrittore e analista politico saudita Fahd Al-Shoqiran ha affermato che la caduta dei Fratelli Musulmani in Marocco è attribuita "all'oltraggiosa diffusione della corruzione, che ha scatenato la rabbia popolare".
  Al-Shoqiran ha sottolineato che molti elettori in Marocco considerano i Fratelli Musulmani un'organizzazione opportunista che si apre una strada verso il potere con l'aiuto di molti slogan vuoti.

    "Ciò era evidente nel massiccio livello di corruzione, nell'incapacità di combattere la disoccupazione e nella mancanza di una strategia per combattere la povertà. È risaputo che l'organizzazione dei Fratelli Musulmani riesce quando è all'opposizione, ma fallisce sempre al governo. Sono bravi a distruggere, ma falliscono nel costruire."

Osservando che gli islamisti hanno fallito in un certo numero di Paesi arabi, lo scrittore ha avvertito che se i musulmani non imparano dalle "esperienze mortali" dei Fratelli Musulmani, l'esperienza del fallimento si ripeterà ogni pochi decenni.
  Al-Shoqiran ha proseguito dicendo:

    "Dopo un decennio di dominio degli islamisti in Tunisia e Marocco, i Fratelli Musulmani hanno solo contribuito alla diffusione della corruzione, al disprezzo per lo Stato e per le sue istituzioni e al furto della vita e del denaro delle persone".

Nadim Koteish, un importante scrittore e personaggio mediatico libanese, ha affermato che gli islamisti del Marocco sono stati duramente puniti dopo aver trascorso 10 anni nel governo senza produrre cose buone per il loro popolo.
  "I marocchini hanno votato per il successo, non per la retorica", ha scritto. "Le recenti elezioni in Marocco offrono a questo Paese l'opportunità di liberarsi dall'estorsione islamista".
  Anche il direttore di giornale palestinese ed editorialista Hafez Barghouti si è pronunciato sulla caduta dei Fratelli Musulmani in Marocco.

    "I partiti dei Fratelli Musulmani hanno sempre sostenuto di non avere la possibilità di governare per attuare i loro programmi. Ma sono stati al potere in Marocco per dieci anni e non hanno fatto nulla per i marocchini, che sono stati solo ingannati da slogan religiosi".

Secondo Barghouti, "l'esperienza dimostra che i partiti dei Fratelli Musulmani sono abili nel demolire, non nel costruire, e la prova è data dal fatto che governano senza fornire alla popolazione altri servizi che non siano vittorie illusorie e corruzione".
  L'editorialista palestinese ha affermato che la Tunisia si è sbarazzata degli islamisti perché hanno distrutto l'economia e "rubato i soldi della gente". In Marocco, ha aggiunto, i Fratelli Musulmani sono al potere da molti anni, facendo precipitare il Paese in una crisi economica e sociale.
  I partiti islamisti, ha scritto Barghouti, pensano che il loro governo durerà fino a quando brandiranno slogan religiosi. "Ma prima si concentrano sui loro interessi di parte e soddisfano solo i loro sostenitori", ha dichiarato l'editorialista. "Questo è il motivo della rapida caduta dei Fratelli Musulmani, un gruppo senza una storia di costruzione e tolleranza".
  Mounir Adib, un esperto egiziano di gruppi islamici, ha affermato che la caduta degli islamisti in Marocco è un riflesso del crollo dell'organizzazione in Egitto, Tunisia e altri Paesi arabi.

    "Questa caduta non è politica, ma piuttosto è il crollo dell'ideologia del gruppo, che è diventata indesiderabile nei Paesi arabi. La grande caduta dei Fratelli Musulmani, sia a livello politico sia intellettuale, è iniziata in Egitto, per poi proseguire in Sudan, in Tunisia e infine in Marocco. A causa del loro spettacolare fallimento in quei Paesi, si prevede che cadranno anche in Libia durante le prossime elezioni legislative e presidenziali".

La caduta dei Fratelli Musulmani in alcuni Paesi arabi non significa che l'organizzazione rischia di scomparire presto. Tuttavia, gli arabi in questi Paesi dicono di averne abbastanza degli islamisti, che hanno dimostrato di essere incapaci di curare gli interessi della loro popolazione. La domanda, quindi, rimane: in Occidente, anche i sostenitori degli islamisti si renderanno conto di questo fatto e smetteranno di trattarli come se fossero bravi ragazzi che cercano di migliorare le condizioni di vita di arabi e musulmani?


* Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme. È Shillman Journalism Fellow al Gatestone Institute.

(Gatestone Institute, 6 ottobre 2021 - trad. di Angelita La Spada)


La preghiera ebraica è legale sul Monte del Tempio, decide un giudice di Gerusalemme

di Ugo Volli

Una sentenza della corte distrettuale di Gerusalemme ha stabilito che non vi è nessuna legge o regolamento che impedisca a un ebreo di pregare in maniera tranquilla e senza ostentazione sul Monte del Tempio. Sembra una cosa ovvia, un diritto umano elementare: in uno stato democratico come Israele chiunque ha diritto pregare civilmente dappertutto. A maggior ragione per un ebreo sul luogo più sacro della sua religione. E però qualche giornale ha definito questa decisione giudiziaria una “notizia bomba” che potrebbe portare alla caduta del governo.
  Ecco il perché. Alla preghiera ebraica sul Monte del Tempio si oppongono due ostacoli principali. Uno è il fatto che numerose autorità rabbiniche vi si oppongono, perché ritengono che non sia possibile ai fedeli garantirsi il grado di purezza rituale necessario per accedere sul Monte e inoltre che vi possa essere un dubbio sulla collocazione delle aree più sacre del Santuario che vi era edificato, il cui accesso è ritualmente limitato. Ma vi sono altre autorità che invece ritengono che questi spazi siano abbastanza noti per essere evitati e che la preghiera vicino al luogo dove sorgeva il Tempio sia permessa, anzi doverosa. Dunque su questo punto vi è incertezza e ognuno deve regolarsi secondo i suoi riferimenti religiosi.
  Il secondo punto è politico. I musulmani ritengono di avere il monopolio di quell’area che chiamano “spianata delle moschee” e cercano con determinazione e spesso con violenza di impedire ogni altra presenza religiosa. Questo monopolio è stato rivendicato ufficialmente dalla Giordania, a una cui fondazione Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni e la liberazione della città vecchia lasciò la gestione amministrativa del Monte (senza però mai rinunciare alla sua sovranità, che è segnata anche dalla presenza di una stazione di polizia). Questo è un compromesso deciso da Moshè Dayan, nella speranza di trovare un accordo col mondo islamico. La teoria, certamente intollerante, del monopolio musulmano sul Monte è sostenuta anche dalla forza politica araba che è determinante per la maggioranza del governo attuale; è oggetto di incitamento da parte dei predicatori islamici che gestiscono al moschea di Al Aqsa costruita nell’ottavo secolo sulla sezione più meridionale del Monte; ha provocato in passato vere e proprie sommosse da parte dei fedeli, ed è difesa con occhiuta sorveglianza da parte delle guardie della fondazione giordana. Tutti ricordano come l’ondata terroristica del 2000-2002, già programmata da Arafat, fu lanciata dall’Autorità Palestinese, prendendo a pretesto una visita di Ariel Sharon sul Monte del Tempio. Come se in Italia un primo ministro non potesse venire in visita alla Piazza del Ghetto di Roma, perché cattolico.
  Per decenni questa politica discriminatoria è andata avanti con poche eccezioni. Era la polizia israeliana ad arrestare e espellere i pochi coraggiosi che provavano ad sostenere la libertà di religione nell’area del Monte. E poi magari costoro erano oggetto di vendette terroristiche, come il rabbino Yehudah Joshua Glick, molte volte fermato e poi anche vittima di un attentato che quasi lo uccise. E’ dal 2018 che la pratica di salire al Monte del Tempio per le feste o anche tutti i giorni si è molto allargata, coinvolgendo migliaia di persone. La polizia è più tollerante, ma cerca di impedire violenze e spesso ancora ferma i fedeli. Ad aprile ci fu una sentenza che annullò il bando amministrativo dall’area inflitto a tre ragazzi sorpresi a pregare. Ora c’è stata una sentenza più importante. Il rabbino Aryeh Lippo ha sporto un reclamo giudiziario contro l’allontanamento stabilito dalla polizia, chiedendo alla giustizia di stabilire il suo diritto di pregare tranquillamente sul Monte ed è stato accontentato. Nel sistema della common law, in vigore in Israele, una sentenza del genere fa precedente e vale fino a nuovo ordine. Bisognerà ora vedere come reagiranno i difensori del monopolio islamico: alla Knesset, in piazza e nella diplomazia.

(Shalom, 6 ottobre 2021)


La guerra segreta tra Israele e Iran fatta di spionaggio e colpi proibiti

Lo scontro a distanza tra Israele e Iran si è arricchito di un nuovo capitolo: il premier Naftali Bennett ha rivelato in Parlamento che agenti del Mossad hanno preso parte “a una coraggiosa missione per raccogliere informazioni su Ron Arad“, il navigatore israeliano sconfitto nei cieli libanesi nel 1986 e da allora ufficialmente disperso.    
  Il leader ultra-nazionalista non ha fornito particolari sull’operazione ma secondo il quotidiano in lingua araba Rai al-Youm, gli 007 dello Stato ebraico il mese scorso hanno rapito un generale iraniano in Siria per cercare di ottenere informazioni proprio su Arad, ritenuto deceduto da oltre trent’anni.
  L’uomo di Teheran sarebbe stato portato in un Paese africano e interrogato prima di essere liberato.    
  Il sequestro sarebbe legato alle recenti notizie provenienti da Cipro: lo Stato ebraico lunedì ha denunciato che è stato sventato un complotto iraniano volto a colpire uomini d’affari israeliani sull’isola; secondo il quotidiano arabo, il piano potrebbe essere una ritorsione della Repubblica islamica per l’operazione del Mossad.
  Da anni, gli 007 israeliani lavorano per avere informazioni sulle sorti di Arad ma né la cattura di miliziani di Hezbollah né una ricompensa di 10 milioni di dollari sono mai riusciti a portare risultati. Sia l’intelligence che le forze armate ritengono che il navigatore sia deceduto nel 1988, due anni dopo la sua cattura. 
  Ma lo scontro tra Israele e Iran si sta consumando anche su un altro teatro: venerdì scorso le forze armate della Repubblica islamica hanno tenuto esercitazioni militari su larga scala vicino alla frontiera con l’Azerbaigian, Paese musulmano a stragrande maggioranza sciita ma alleato di Ankara, Washington e Tel Aviv.
  Israele è tra i principali fornitori di armi al regime di Baku, in particolare droni, ampiamente utilizzati nella guerra dello scorso anno in Nagorno-Karabakh contro l’Armenia.    
  Secondo funzionari iraniani, Teheran con le esercitazioni ha voluto “mandare un messaggio” a Israele, lasciando intendere di essere pronta ad agire, se necessario, per difendere i suoi confini.
  Lo stesso nome in codice delle operazioni – “i Conquistatori di Khaybar” – è un segnale: rimanda alla memoria la battaglia di Khaybar del 628 d.C. quando i musulmani, guidati da Maometto, presero il controllo dell’oasi a nord di Medina, abitata prevalentemente da ebrei, e imposero loro un tributo.    
  Avvertimenti nei confronti di “interferenze straniere” nella regione sono stati lanciati dall’ayatollah Ali Khamenei, che ha esortato i Paesi vicini a evitare il ricorso a forze militari estere.
  “Non tolleriamo presenza e attività del regime sionista vicino ai nostri confini”, ha ribadito da parte sua il ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian.    
  Nei giorni scorsi il presidente azero, Ilham Aliyev, ha negato la presenza di militari israeliani vicino al confine durante le esercitazioni iraniane; tuttavia, di fronte all’aumentare delle tensioni, si è fatto ritrarre in posa accanto a un drone israeliano Harop.      
  Non hanno contribuito a rasserenare gli animi le misure adottate da Baku contro i camion iraniani che percorrono l’unica strada che collega l’Armenia alla Repubblica islamica, protettrice di Erevan.
  Infine, l’ultimo ‘sgarbo’ nei confronti di Teheran martedì, all’indomani della rivelazione del complotto a Cipro: secondo media israeliani, le autorità azere hanno lanciato un’operazione contro esponenti filo-iraniani nel Paese caucasico, chiudendo uffici e una moschea legati alla Guida Suprema.

(AGI, 6 ottobre 2021)


L’Onu impedisce a Israele di mostrare il post filo-Hitler di un’insegnante Unrwa

L’ambasciatore Erdan: “Un precedente molto pericoloso che pregiudica la libertà di espressione e nasconde la verità agli occhi dell’Assemblea Generale".

All’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Gilad Erdan è stato impedito, lunedì, da funzionari Onu di portare in Assemblea Generale un pannello illustrativo che documentava come un’insegnante di Gaza dipendente dell’Unrwa abbia espresso on-line posizioni antisemite ed esaltato il dittatore nazista Adolf Hitler.
L’ambasciatore Erdan intendeva mostrare il cartello durante il suo intervento a un dibattito sull’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, allo scopo di evidenziare il problema dell’istigazione all’odio verso Israele ed ebrei nelle scuole palestinesi gestite dalle Nazioni Unite.

(israele.net, 6 ottobre 2021)


Israele inasprisce le regole del “corridoio verde” per COVID-19

Ordina una dose di richiamo Pfizer, scatenando la protesta

di Arrigo Cafaro

Israele ha aggiornato i suoi requisiti per la carta verde COVID-19 per consentire solo a coloro che hanno ricevuto una dose di richiamo del vaccino, o recentemente guariti dal coronavirus, di entrare in spazi chiusi.

I punti principali:

  • Il Ministero della Salute israeliano ha alzato il livello di quella che considera vaccinazione completa
  • I cittadini dovranno ottenere una dose di richiamo da Pfizer per poter beneficiare di una “carta verde”
  • Negli ultimi mesi, i casi di COVID-19 sono aumentati tra la popolazione non vaccinata in Israele

I nuovi standard significano che gli attuali passaporti vaccinali saranno disabilitati per quasi due milioni di persone nei prossimi giorni.

Israele è il primo paese a rendere il vaccino di richiamo un requisito per un passaporto di vaccinazione digitale, per incoraggiare la vaccinazione di richiamo tra coloro che non hanno ancora ricevuto una terza dose.
  Secondo le nuove linee guida, le persone devono aver ricevuto una dose di richiamo per poter beneficiare del green pass.
  Coloro che hanno ricevuto due dosi del vaccino e coloro che si sono ripresi dal coronavirus riceveranno permessi di ingresso validi per sei mesi dalla data della terza iniezione di richiamo o del recupero.
  A partire da questa settimana, i proprietari di negozi e gli organizzatori di eventi saranno tenuti a scansionare il codice a barre digitale di un cliente prima di concedere l’ammissione, ma musei e biblioteche sono tra i pochi esentati.
  Israele si è precipitato fuori dal cancello all’inizio di quest’anno per vaccinare la maggior parte della sua popolazione adulta dopo aver stretto un accordo con Pfizer per condividere dati medici in cambio di una fornitura costante di dosi.
  È stata anche una delle prime ad adottare i colpi di richiamo Pfizer COVID-19 e li ha dati ai membri dei gruppi a rischio a luglio e a chiunque abbia più di 12 anni entro la fine di agosto.
  Oltre il 60% della popolazione israeliana ha ricevuto due dosi del vaccino Pfizer COVID-19 e quasi 3,5 milioni dei 9,3 milioni di cittadini israeliani hanno ricevuto una dose di richiamo del vaccino.
  Ma almeno due milioni di persone hanno ricevuto solo due dosi e molti perderanno i vantaggi conferiti dal Corridoio Verde.
  Problemi tecnici hanno ostacolato la pubblicazione da parte del Ministero della Sanità della carta verde aggiornata, poiché milioni di israeliani hanno tentato di ristampare i propri documenti digitali.
  Decine di israeliani hanno organizzato manifestazioni in tutto il paese contro il sistema dei corridoi verdi, con i convogli di auto intasati al mattino mentre molti israeliani tornavano al lavoro.
  Gli oppositori del regime hanno affermato che si trattava di una forma di vaccinazione forzata.
  Quest’estate, Israele ha lanciato una vigorosa campagna di promozione per aumentare l’efficacia del vaccino tra la sua popolazione.
  Negli ultimi mesi, i casi di COVID-19 sono aumentati in Israele, con oltre il 70% dei 588 casi critici di persone non vaccinate.
  Il comitato consultivo del governo sul coronavirus si riunirà questa settimana per discutere le attuali restrizioni e linee guida.

(NbaRevolution, 6 ottobre 2021)


La Ue lancia un piano contro l’antisemitismo: “La lotta è un dovere”

di Claudio Tito

BRUXELLES - Un piano contro l'antisemitismo. Un progetto per difendere e promuovere la vita ebraica in Europa. È in assoluto la prima volta che l'Unione europea mette in campo un'azione esplicita e formale per fermare e contrastare uno dei fenomeni più aberranti che si siano mai verificati nel nostro continente.
   L'operazione è stata presentata ieri da Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione con delega allo stile di vita europeo. L'esponente greco dell'esecutivo comunitario ha spiegato che troppo spesso nell'Unione si assiste a un incredibile rigurgito di antisemitismo. "Non voglio più vedere sinagoghe in Europa sorvegliate dalla polizia. L'antisemitismo non è un problema degli ebrei ma degli antisemiti. L'antisemitismo è incompatibile con tutto ciò che rappresenta l'Unione europea. Prendiamo l'impegno di combatterlo in tutte le occasioni". Come dice la presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, "oggi ci impegniamo a promuovere la vita ebraica in Europa in tutta la sua diversità. Vogliamo che la vita ebraica torni a prosperare nel cuore delle nostre comunità. L'Europa può prosperare soltanto se le comunità ebraiche si sentono sicure".
   La storia, del resto, è per gli europei un monito perenne. E anche solo la percezione di certe derive si trasforma in un elemento inaccettabile per la democrazia continentale. Ci sono alcuni dati che, secondo il governo europeo, parlano da soli. "Durante la pandemia - ha osservato ancora Schinas - si è assistito all'insorgenza di teorie cospirative antisemite. Nove ebrei su 10 considerano l'antisemitismo in crescita e il 78% pensa di emigrare perché non si considera sicuro nell'Ue". Percentuali che richiamano alla memoria epoche che nessuno vorrebbe più rivivere. Timori non compatibili con le fondamenta democratiche dell'Unione e con il suo passato: "La linea rossa dell'antisemitismo è oltrepassata quando si mette in discussione il diritto allo Stato di Israele di esistere. È il capitolo più buio nel libro di storia europea".
   L'obiettivo della Commissione è dunque quello di lavorare con le comunità ebraiche costruendo una rete di tutti i luoghi legati a quella cultura. Superando l'idea che la memoria si possa fondare solo ed esclusivamente sui campi di concentramento. E nello stesso tempo combattere contro tutte le forme di discriminazione, in particolare quelle online che frequentemente prendono la forma torbida degli hater, degli odiatori. Di chi incita all'odio anche attraverso la vendita di oggetti, simboli o richiami all'ignominia del nazismo.
   Nel piano, dunque, si prevedono 24 milioni per la protezione degli spazi pubblici e di quelli per i fedeli. Uno degli obiettivi, ad esempio, è tutelare i cimiteri ebraici in Europa, creare un polo di ricerca europeo e istituire una rete di giovani ambasciatori europei incaricati di promuovere la memoria dell'Olocausto.
   L'iniziativa della commissione ha trovato la risposta positiva del Congresso ebraico europeo: "Questo - ha detto Moshe Kantor, presidente del Congresso - è un documento vitale e senza precedenti che fungerà da tabella di marcia per ridurre significativamente l'antisemitismo in Europa e oltre. Siamo pronti ad aiutare in qualsiasi modo per l'attuazione di questa importante strategia".

(la Repubblica, 6 ottobre 2021)


Graffiti antisemiti trovati ad Auschwitz, dice il museo

di Tacito Udinese 

Vandalismo, in parte antisemita, è stato spruzzato sia in inglese che in tedesco su nove baracche di legno in Auschwitz-Birkenau Posizione. È stato scoperto martedì e segnalato alla polizia. Nella sua dichiarazione pubblicata su Twitter, il museo ha affermato che sono in fase di analisi anche le riprese delle telecamere di sorveglianza.
  “Un tale incidente – un crimine contro il memoriale – è, soprattutto, un oltraggioso attacco a un simbolo di una delle più grandi tragedie della storia umana e un colpo molto doloroso alla memoria di tutte le vittime di Auschwitz Birkenau, il campo nazista tedesco.”
  “Speriamo che la persona o le persone che hanno commesso questo atto atroce vengano trovate e punite”, continua la dichiarazione, insieme a un appello affinché i testimoni oculari condividano le informazioni.
  Auschwitz-Birkenau, fondato nella Polonia occupata dai nazisti, era il più grande campo di concentramento gestito dal regime di Hitler. Più di 1,1 milioni di uomini, donne e bambini sono stati sistematicamente assassinati lì, molti nelle camere a gas del campo. Circa 6 milioni di ebrei furono uccisi nell’Olocausto.
  Il museo ha affermato che la sicurezza nel sito di 170 ettari viene ampliata “continuamente”, ma è finanziata dal budget del museo, che è stato colpito dalla pandemia di coronavirus.
  Deutsche Welle ha riferito a febbraio che il numero di incidenti antisemiti in Germania è in costante aumento negli ultimi anni.
  Ha sottolineato che ci sono stati almeno 2.275 crimini antisemiti nei 12 mesi fino alla fine di gennaio 2021, di cui 55 erano crimini violenti.
  In tutta Europa, gli attacchi antisemiti sono stati in aumento da anni. I cimiteri ebraici dalla Francia alla Polonia vengono regolarmente profanati e nove ebrei europei su dieci ritengono che l’antisemitismo sia in aumento, secondo un sondaggio della Commissione europea.

(sdionline, 6 ottobre 2021)


Delegazione ufficiale del Bahrein in visita a Yad Vashem

Per la prima volta, una delegazione ufficiale composta esclusivamente da cittadini del Bahrein ha visitato martedì Yad Vashem, l’istituto israeliano per la memoria della Shoà a Gerusalemme.
  Secondo un portavoce di Yad Vashem il gruppo, che includeva influencer del Bahrain nonché un rappresentante del Ministero dell’Istruzione del paese del Golfo, ha seguito una visita guidata del museo in arabo. La visita è stata organizzata da Sharaka, una partnership Golfo-Israele per l’imprenditoria sociale.
  Il presidente di Yad Vashem, Dani Dayan, ha twittato che questa è stata la prima visita di un’intera delegazione del Bahrein, anche se singoli cittadini del Bahrein avevano visitato il centro in precedenza insieme a cittadini degli Emirati Arabi Uniti. Alla fine del 2020, il King Hamad Global Center for Peaceful Coexistence del Bahrain ha firmato un Memorandum d’intesa con gli Stati Uniti in cui si è impegnato a “operare congiuntamente per condividere e promuovere le migliori pratiche volte a combattere tutte le forme di antisemitismo, compreso l’anti-sionismo e la delegittimazione dello stato di Israele”.

(israele.net, 6 ottobre 2021)


Un nuovo corso tra Israele e il mondo islamico

"La contrapposizione israelo-palestinese non si è mai realmente attenuata. È in tale realtà deludente e pericolosa che questa intesa è il vero game changer; un paradigma completamente nuovo se si guarda a quanto avvenuto da quarant'anni a oggi”.

di Giulio Terzi di Sant'Agata*

Gli accordi di Abramo sono importanti perché raggruppano un insieme di Stati che hanno il forte interesse per un impegno a cooperare a tutto campo nei settori più rilevanti, anche strategicamente, dell'lntelligence, dello sviluppo economico-scientifico, agricolo e delle risorse idriche. Israele ribadisce così il proprio ruolo fondamentale nella regione del Grande Mediterraneo e del Medio Oriente (BMena) e rafforza i collegamenti con le monarchie del Golfo minacciate dall'Iran
   Dalla creazione dello Stato di Israele, la causa palestinese e lo spirito di rivalsa per le sconfitte subite nei quattro maggiori conflitti contro Israele - e in numerosi altri attacchi di natura terrorista dal Libano e da Gaza - ha sempre alimentato un "fronte panarabo", nonostante controversie e rivalità tra molti dei Paesi che ne facevano parte. Nel 1979, l'Iran di Khomeini ha trovato nell'odio antisemita contro Israele una ragione per inserirsi in questa lotta, così da affermare la sua leadership sul mondo musulmano.
   La contrapposizione israelo-palestinese non si è mai realmente attenuata. È in questa realtà deludente e pericolosa che gli accordi di Abramo sono il vero game changer; un paradigma completamente nuovo se si guarda a quanto avvenuto da quarant'anni a oggi. Di più, gli accordi di Abramo non sono la conclusione di un conflitto - come quello dello Yom Kippur, del 1973 - ma di un'azione straordinaria di soft power e di capacità diplomatica americana, israeliana, emiratina e sudanese, con l'Arabia Saudita in posizione riservatamente collaborativa, ma attendista.
   Alcuni Paesi vicini a Israele si sono dichiarati assolutamente contrari all'intesa: tra questi spiccano, oltre all'Autorità nazionale palestinese, l'Iran e il suo "suddito" siriano. Con riguardo all'Iran, la propaganda anti-israeliana e antisemita del Paese è stata da anni appannaggio dell'attuale presidente della Repubblica islamica, Ebrahim Raisi. Basata su di una strategia mediatica, violentemente antisemita, la propaganda iraniana ha rappresentato il leit-motiv che ha preceduto e preparato gli attacchi sferrati da Gaza contro la popolazione civile di Israele. Anche in relazione a questi recenti sviluppi, è chiaro che gli accordi di Abramo sono importanti perché raggruppano un insieme di Stati che hanno il forte interesse per un impegno a cooperare a tutto campo nei settori più rilevanti, anche strategicamente, dell'Intelligence, dello sviluppo economico-scientifico, agricolo e delle risorse idriche. Israele ribadisce così un proprio ruolo fondamentale nella intera regione del Grande Mediterraneo e del Medio Oriente (BMena) e rafforza i collegamenti con le monarchie del Golfo (Eau, Bahrain e Arabia Saudita) minacciate dall'Iran. Il presidente Biden, d'altra parte, ha sin dall'inizio del suo mandato rimosso i dubbi che si erano affacciati sulla priorità che l'amministrazione democratica avrebbe riservato a questa così importante svolta impressa da Trump. In Afghanistan, inoltre, l'insediarsi di un governo con molti dei suoi principali membri sanzionati quali pericolosissimi terroristi dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sono un grave problema per un Paese, Israele, che si sente minacciato dal radicalismo jihadista, sia sunnita sia sciita. Il precipitoso ritiro americano da Kabul ha dato occasione all'ex presidente israeliano Netanyahu di rivendicare la necessità per Israele di decidere in modo autonomo della propria sicurezza regionale. La presa di potere dei talebani in Afghanistan apre nuovi spazi a Cina, Iran, Turchia, Qatar, Pakistan e anche alla Russia, nonostante le ferite del passato. Tutto ciò si riflette quindi sugli interessi regionali dei Paesi membri dei patti di Abramo, come si sta vedendo anche nei contatti, diretti o mediati, tra alcuni di loro - e Arabia Saudita - con l'Iran. La normalizzazione dei quattro Paesi arabi con Israele nasce da una visione condivisa di valori, di interessi nazionali e di sicurezza contrapposti all'aggressività esasperata del regime iraniano: aggressività di natura ideologico-religiosa, militare, che fa ampio ricorso al terrorismo. L'onda lunga degli accordi di Abramo favorisce - ed è questa una grande opportunità per l'Italia - un netto salto di qualità nella collaborazione scientifica e industriale nelle alte tecnologie.
   È passato solo un anno da questa straordinaria svolta geopolitica; le iniziative a essa riconducibili, non solo sul piano politico e della sicurezza, ma anche e soprattutto di natura scientifica, economica e culturale, si dimostrano già senza precedenti nel contesto regionale. L'Unione europea farebbe bene a riservare a questi accordi un'attenzione e una priorità assai più marcata di quanto non sia per ora sembrato.


* Presidente del Comitato Globale per lo Stato di Diritto "Marco Pannella"

(Formiche.net, 6 ottobre 2021)


Un programma televisivo per raccontare Israele in modo originale ed inaspettato

Giovedì 14 ottobre alle ore 22.30 andrà in onda sui canali Lombardia 119 e 634 e Veneto 91 e sul canale 2 una speciale trasmissione dedicata a Israele, che ha recentemente annunciato l’apertura al turismo organizzato. Durante il programma, della durata di un’ora, verranno messi in luce tutti gli aspetti della destinazione, dalla cucina alle più recenti innovazioni in ambito medico. Ad introdurre l’evento, Kalanit Goren Perry, direttrice dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo, che presenterà il nuovo video promozionale incentrato sulla variegata offerta turistica del paese. A seguire il cooking show della chef Daniela Di Veroli, esperta di cucina e vini israeliani, che cucinerà la shakshuka, piatto tipico a base di uova, pomodoro e peperoni, spiegando come realizzarlo al meglio a casa.
  Il programma Inizierà con una panoramica sul turismo in Israele da parte di Ivan Pertusi Sturniolo, esperto viaggiatore, che racconterà una Tel Aviv ‘pet e LGBTQ+ friendly’, mentre Mariagrazia Falcone, Direttrice Ufficio Stampa & Pr dell’Ente, presenterà il turismo spirituale e archeologico, due pilastri importanti della destinazione.
  Dopo un piccolo break dedicato alla creazione e presentazione del cocktail SABABA Tel Aviv da parte di Alejandro Daniel Mazza, Spirits & Mixology expert, sarà il turno della dottoressa Hen Ifrach, medico chirurgo israeliano, che illustrerà dettagliatamente l’efficacia di un soggiorno sul Mar Morto, tanto per la cura di disturbi cutanei e reumatici, quanto indirizzati ad accrescere il benessere delle persone.
  Chiuderà il programma Kalanit Goren Perry con un saluto e un invito a visitare Israele per scoprire una destinazione vivace e dinamica, sotto ogni punto di vista.
  Supervisione del programma e regia della trasmissione a cura di Pietro de Arena, Direttore Marketing, Ufficio Nazionale israeliano del Turismo.
  “Volevamo sperimentare un modo diretto per avvicinarci al nostro pubblico. Abbiamo messo in campo tutte le nostre competenze e la oltre ventennale esperienza di tutto lo staff sulla destinazione. Abbiamo ricercato contenuti originali e speriamo di essere riusciti a comunicarli con leggerezza, ingolosendo lo spettatore, tenendo vivo il desiderio di viaggiare” ha dichiarato Kalanit.
  Il programma, di produzione Daninvest, avrà poi successive 10 repliche nelle regioni Lombardia, Emilia Romagna, Veneto.

(Travelnostop.com, 6 ottobre 2021)


Il mistero di Ron Arad e ciò che ci insegna sul Medio Oriente

di Ugo Volli

È tornata d’attualità la vicenda di Ron Arad, un ufficiale di volo dell’aviazione israeliana nato nel 1958, studente di ingegneria chimica al Technion di Haifa, sposato e padre di una figlia, Yuval, perduto in azione. Nel 1986, durante una missione sul cielo del Libano, Ron Arad fu costretto a eiettarsi dal suo aereo danneggiato dall’esplosione prematura di una bomba, insieme al suo pilota Yishai Aviram. Mentre un elicottero israeliano riuscì a recuperare quest’ultimo sotto il fuoco nemico, Arad fu catturato dal gruppo terrorista sciita Amal.
  A quanto pare fu Arad ceduto da Amal a Hezbollah, portato in Iran e poi riportato in Libano. Fino al maggio del 1988 i suoi sequestratori fecero pervenire in Israele alcune lettere e fotografie, nel tentativo di ottenere un cospicuo riscatto. Da quella data invece di Arad non si sa più nulla. Da tempo le autorità israeliane ritengono che Arad sia morto molti anni fa, probabilmente già nel 1988, sebbene i rapporti dell'intelligence differiscano per quanto riguarda le circostanze, i tempi e il luogo della sua morte. Nel 2016, un rapporto indicava che Arad era stato torturato a morte e sepolto nel 1988 vicino a Beirut. Ma una commissione dell'esercito israeliano del 2004 ha concluso che Arad era morto negli anni '90 dopo che, ammalato o ferito, gli erano state negate le cure mediche. Nel 2006, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha detto che il suo gruppo, sotto forte pressione internazionale per rivelare che cosa avesse fatto del militare in suo possesso, credeva che Arad fosse morto e il suo luogo di sepoltura sconosciuto. Nel 2008, il negoziatore tedesco Gerhard Konrad disse a Israele che Hezbollah gli aveva detto che Arad era morto durante un tentativo di fuga del 1988.
  In questi decenni si sono succeduti molti tentativi israeliani di ottenere e magari di comprare informazioni su quel che era successo ad Arad e di recuperare la sua salma, ma senza successo. L’ultimo di questi tentativi è stato rivelato tre giorni fa dal primo ministro Bennett alla Knesset: “una vasta, coraggiosa e complessa operazione del Mossad”, che però non ha ottenuto il suo scopo, come ha spiegato il direttore dell’agenzia di informazione David Barnea, evidentemente scontento che il tentativo fosse stato divulgato al pubblico. Ci sono delle indiscrezioni che dicono che addirittura il Mossad “abbia rapito un generale iraniano dalla Siria, secondo quanto riportato dai media arabi a-Rai al-Yom Hapoel a Londra. Secondo il rapporto, il generale è stato trasferito in un Paese africano, dove è stato interrogato e poi rilasciato.”
  La partita non è chiusa, sicuramente Israele cercherà ancora di scoprire la sorte del suo ufficiale e magari di recuperare qualche sua traccia, come di recente è riemerso, a quanto pare con l’aiuto dei russi, l’orologio di Eli Cohen, la spia israeliana che fu impiccata a Damasco nel 1965 e le cui spoglie non sono mai state recuperate.
  Al di là della cronaca di questi tentativi, che potrebbero ispirare un romanzo di spionaggio, riemergono ancora una volta due dati che dovrebbero far riflettere. Il primo è questo: i nemici di Israele, che si tratti di stati o movimenti terroristi, hanno spesso l’obiettivo di rapire gli israeliani, soldati e civili, o anche solo le loro salme. Ricordiamo tutti il caso di Gilad Shalit, tenuto prigioniero fra il 2006 e il 2011 da Hamas. Lo stesso gruppo oggi detiene due civili israeliani probabilmente con difficoltà mentali, che hanno superato la barriera di separazione e non sono mai stati rilasciati e processati, ma anche i resti di due soldati uccisi nella guerra del 2014, Hadar Goldin e Oron Shaul. Da anni cerca di farne commercio per ottenere in cambio la liberazione di migliaia di terroristi detenuti.
  Si tratta di un’evidente, programmatica e diffusa violazione della convenzione di Ginevra del 1949 sui prigionieri di guerra; ma né il tribunale dell’Aja né l’Onu né tutti quelli che amano condannare Israele per violazione dei diritti umani se ne sono mai occupati.
  Il secondo è che Israele sente l’imperativo etico e religioso di recuperare quasi a ogni costo i suoi prigionieri e i corpi dei suoi caduti. Questa missione spesso è difficile e può produrre difficoltà e portare anche alla liberazione di terroristi criminali, ma è un dovere che tutti gli israeliani condividono e che segna la differenza fra uno stato civile e la barbarie così diffusa in Medio Oriente.

(Shalom, 6 ottobre 2021)


“Hezbollah, Hamas e Jihad Islamica palestinese sono eserciti iraniani”

Lo ha detto un alto generale iraniano spiegando che Teheran ha creato un corridoio militare che si estende fino alle coste del Mediterraneo.

In un comizio trasmesso dalla televisione iraniana IRINN lo scorso 25 settembre, il generale Gholam Ali Rashid, capo del quartier generale delle forze armate iraniane Khatam al-Anbiyah, ha esplicitamente affermato che l’Iran ha creato “sei eserciti” al di fuori dei confini del paese, tra cui Hamas e Jihad Islamica palestinese oltre a Hezbollah, pronti a combattere per suo conto in un “corridoio” che si estende dall’Iran fino al mar Mediterraneo.
   Generale Gholam Ali Rashid: “Negli anni ’80 [durante la guerra Iran-Iraq] non avevamo alleanze di difesa e sicurezza con altri governi e paesi. Ora questo lo abbiamo cambiato collegandoci con altre nazioni e alcuni governi e creando in questo modo forze regionali popolari religiosamente devote. Che Dio abbia misericordia del martire Hajj Qasem Soleimani [ucciso in un attacco Usa in Iraq nel gennaio 2020]. Tre mesi prima del suo martirio, in una riunione del quartier generale Khatam Al-Alanbiya con i comandanti delle forze armate, Soleimani disse: miei cari, con il sostegno del comando dell’IRGC [Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica], del Comando dell’esercito, del Comando generale delle forze armate e del Ministero della Difesa, ho assemblato per voi sei eserciti al di fuori del territorio iraniano, e ho creato un corridoio lungo 1.500 km e largo 1.000 km che si estende fino alle coste del mar Mediterraneo. In questo corridoio ci sono sei divisioni popolari religiosamente devote. Qualsiasi nemico che decidesse di combattere contro la Rivoluzione Islamica, e contro il sacro regime della Repubblica Islamica d’Iran, dovrà passare attraverso questi sei eserciti. Non sarà in grado di farlo. Un esercito è in Libano. Si chiama Hezbollah. Un altro esercito è in Palestina, e si chiama Hamas e Jihad Islamica. Un esercito è in Siria. Un altro esercito è in Iraq, e si chiama PMU [Unità di Mobilitazione Popolare], e un altro esercito è nello Yemen e si chiama Ansar Allah [Houthi]. Ciò ha creato deterrenza al servizio del nostro amato Iran. La rabbia dei violatori americani e del regime sionista per il potere regionale iraniano deriva dalla loro consapevolezza che la Repubblica Islamica d’Iran possiede due elementi di potere: il primo è una potente forza armata pronta alla battaglia e pronta a difendersi dall’interno del territorio iraniano contro qualsiasi invasore straniero, e la seconda è una forza regionale al di fuori del territorio iraniano”.

(israele.net, 5 ottobre 2021)


Gerusalemme, trovato un gabinetto di 2700 anni fa

Era in un cubicolo, con vicino una fossa settica e alberi profumati

Un elegante gabinetto privato risalente a 2700 anni fa è stato scoperto da archeologi israeliani a Gerusalemme. Era situato dentro a un cubicolo che faceva parte di un lussuoso edificio eretto nel tardo periodo dei re di Giudea su un'elevazione da dove si ammirava la vista del Monte del Tempio. Lo ha reso noto la Autorità israeliana per le antichità (Iaa) che presenterà domani al pubblico il raro reperto, venuto alla luce due anni fa.
   Il gabinetto aveva al centro un foro e nelle sue immediate vicinanze c'era un giardino con alberi da frutta e piante acquatiche. In un livello sottostante è stata trovata una profonda fossa settica al cui interno c'erano cocci di ceramica e ossa di animali.
   Il terreno sarà sottoposto ad analisi nella speranza di ricavare informazioni addizionali sulla dieta dell'epoca o su eventuali malattie. Fra gli studiosi la scoperta ha destato emozione: «Un cubicolo con un gabinetto privato - ha notato il direttore degli scavi, Yaakov Billig - era molto raro nell'antichità. Finora ne abbiamo trovati solo alcuni. Solo persone molto ricche potevano permettersi un lusso simile».

(La Stampa, 5 ottobre 2021)


Israele, da giovedì al via nuovo green pass

di Michelle Zarfati

L'applicazione dei nuovi Green Pass entrerà in vigore questo giovedì, lo ha deciso domenica il Governo, mentre Israele intensifica gli sforzi per frenare la diffusione del virus e delle sue varianti.
   La necessità di un nuovo Green Pass è stata largamente discussa e decisa domenica. Il Governo, tuttavia, ha posticipato l'applicazione della legge, dopo che il sistema online del Ministero della Salute è andato in crash a causa dell'elevata domanda, impedendo a molti di ottenere i nuovi Pass.
   Il Ministero della Salute ha spiegato che, a causa delle difficoltà tecniche i vecchi Green Pass, revocati da giovedì, potranno essere utilizzati ancora per qualche giorno.
   Come parte delle nuove restrizioni, i locali al chiuso e le aziende che richiedono il Green Pass per l'ingresso dovranno scansionarlo attraverso un QR code. Sebbene questa modalità di scansione già esisteva dal primo modello dei Green Pass, le autorità si auspicano di garantire in maniera più severa l’osservanza delle regole e dei requisiti necessari.
   Il codice QR di ogni titolare del Green Pass dovrà essere scansionato utilizzando un'app del Ministero della Salute e confrontato con i propri documenti per verificare l’accesso. Il codice ha lo scopo di rendere i passaggi più difficili da falsificare.
   Le persone non ancora vaccinate, potranno ottenere un Green Pass temporaneo se presenteranno un test negativo, valido per 72 ore. Tale test deve essere pagato privatamente e non è a carico del datore di lavoro.
   Tra i provvedimenti del Ministero della Salute, si è inoltre deciso che gli studenti che visitano musei attraverso le uscite didattiche organizzate, non avranno bisogno di alcun Green Pass. Anche le biblioteche comunali saranno esentate dall'obbligo del Green Pass per l'ingresso.
   Durante l'incontro di domenica, i funzionari del Ministero della Salute hanno presentato i dati sull'attuale situazione legata al Covid-19 in Israele, sottolineando la morbilità nelle comunità arabe. È stato presentato anche un piano d'azione per affrontare l'argomento, lo ha condiviso in una nota il Ministero.
   Venerdì, il numero di israeliani ricoverati in gravi condizioni a causa del Covid-19 è sceso sotto i 600 per la prima volta dal 17 agosto, secondo i dati rilasciati dal Ministero della Salute. Lunedì mattina il numero è ulteriormente sceso a 564. Tuttavia, la stragrande maggioranza dei pazienti in condizioni più gravi risultano essere non vaccinati.
   Secondo i dati del Ministero della Salute, oltre 6 milioni di israeliani hanno ricevuto almeno una dose del vaccino Covid. 5,6 milioni hanno ricevuto due dosi e oltre 3,5 milioni hanno ricevuto una vaccinazione di richiamo. Tuttavia, sembrerebbe ci siano ancora circa 800mila israeliani non vaccinati.

(Shalom, 5 ottobre 2021)


Sarà anche vero che "la stragrande maggioranza dei pazienti in condizioni più gravi risultano essere non vaccinati", ma è anche vero che una minoranza di vaccinati si ritrova oggi a trascorrere il resto della vita con le conseguenze disastrose provocate dalla loro vaccinazione. Ma sembra che di questa minoranza non si voglia parlare e non si voglia dar loro diritto di parola. E quanto alla maggioranza dei vaccinati che si sentono "in sicurezza" per l'inoculazione subita, qualcuno dovrà pur dire loro che nessuno potrà mai "scientificamente" liberarli dal timore che una di queste disastrose conseguenze un giorno possa colpire anche loro. E anche questo dovrebbe pur essere detto dalle autorità premurose del bene dei cittadini. Estremamente significativo è invece uno degli obblighi imposti dalle autorità: "Il codice QR di ogni titolare del Green Pass dovrà essere scansionato utilizzando un'app del Ministero della Salute e confrontato con i propri documenti per verificare l’accesso. Il codice ha lo scopo di rendere i passaggi più difficili da falsificare." Chiaro, no? Col Green Pass potrai liberamente andare al cinema o allo stadio, dove vuoi, ma dovrai farlo sapere al "Ministero della Salute", che tramite un efficientissimo sistema di schedatura di tutti i vaccinati e dei loro movimenti, te ne darà il permesso. E naturalmente riporterà il tuo passaggio sui suoi registri e ne manterrà per sempre la traccia a futura memoria. Non a caso si chiama il "Ministero della Salute", perché veglia notte e giorno sulla tua salute e quella di tutti i cittadini. Israele forse presto potrà vantarsi di essere stata la prima nazione a passare da una società della disciplina a una società del controllo. Un controllo che per sua natura dovrà inevitabilmente subire la spinta interna a diventare un controllo totale. Libertà? Ma quale libertà? l'importante è la salute. Quando c'è la salute c'è tutto. M.C.


Piero Stanig e Gianmarco Daniele: «Che errore chiuderci tutti a casa»

di Fabio Dragoni

Due professori della Bocconi contro il lockdown: «Nessun piano pandemico prevedeva la reclusione. Era noto che favorisse il virus e i precedenti erano falliti. I colpevoli? Politici e media guidati dal panico».
Piero Stanig, politologo, si occupa di sistemi comparati, opinione pubblica e comportamento di voto nelle economie avanzate. Gianmarco Daniele - economista - di selezione e performance della classe politica, criminalità organizzata ed economia pubblica. I due docenti universitari hanno scritto un saggio per Egea Uni-Bocconi. Titolo e sommario parlano da soli: Fallimento Lockdown. Come una politica senza idee ci ha privati della libertà senza proteggerci dal virus.

- Libro controverso!
  Stanig: «In realtà analizziamo queste politiche partendo dalla nostra competenza accademica e professionale. L'emergenza è stata gestita male».

- Eravamo impreparati?
  S: «Fosse stata un'invasione di dinosauri replicanti creati in laboratorio, sì! Ma tutti i Paesi erano preparati a una pandemia. Dopo la Sars, l'Oms aveva dato un forte impulso alla preparazione di piani pandemici nazionali».

- E ve li siete letti tutti.
  S: «Fatti molto bene. Improntati a criteri di razionalità, flessibilità e proporzionalità negli interventi; con analisi costi-benefici e soluzioni suggerite o sconsigliate in base alla possibile gravità degli scenari».

- È stato scritto che il piano italiano non fosse aggiornato con tanto di inchieste giudiziarie.
  S: «No. L'errore è stato piuttosto non aver seguito il piano gettandolo nel cestino. In preda al panico i nostri politici non lo hanno letto ed hanno semplicemente improvvisato».

- In tutto il mondo si è fatto così.
  S: «"La Cina è un regime comunista, ci siamo detti. Non avremmo mai potuto chiudere l'economia. Poi lo ha fatto l'Italia e ci siamo resi conto che potevamo farlo anche noi". Sono parole di Neil Ferguson, influente epidemiologo inglese che ha avuto un forte peso nella gestione della pandemia. "Le scelte italiane hanno pesato moltissimo nel portare le altre democrazie occidentali ad adottare queste politiche". Lo conferma il filosofo australiano Godfrey Smith».

- Mi faccia capire. I piani pandemici che non abbiamo seguito non prevedevano le chiusure? «È una crisi economica senza precedenti nella storia recente. Una recessione causata in gran parte da decisioni prese consapevolmente dai governi». Parole di Mario Draghi.
  S: «È proprio questo il punto. In tutti i piani pandemici la chiusura non era mai contemplata come scelta deliberata ma come conseguenza della pandemia. I documenti descrivevano programmi operativi volti ad assicurare la continuità della vita economica e sociale anche in presenza di tante persone ammalate e impossibilitate a lavorare. Si prevedevano interventi straordinari volti a non "a chiudere l'economia" ma "ad aprirla nonostante il virus". La filosofia di fondo non era "fermare il virus ad ogni costo" bensì "che la vita continui" nonostante il virus».

- Magari l'effettiva gravità della pandemia ha reso quei piani impraticabili.
  S: «No. Tutti i piani prevedevano diversi livelli di gravità in base ai decessi. Il Covid è una malattia terribile. Ma il livello di gravità effettivamente registrato ex post è sempre stato inferiore a quello massimo previsto. L'Irlanda, ad esempio, è arrivata al secondo dei tre livelli previsti. La Spagna al secondo di cinque. I piani cioè erano stati ancor più prudenziali nelle previsioni».
  Gianmarco Daniele: «Da nessuna parte mai si prevede di ordinare alla gente di stare "in" casa e non uscire se non per motivi di necessità e urgenza. Mai. La bizzarra idea del lockdown era stata precedentemente sperimentata per pochi giorni e due sole volte durante l'epidemia di Ebola in Sierra Leone (2014 e 2015). Esperienze duramente criticate. Medici senza frontiere dichiarava che un lockdown "distruggerebbe il rapporto di fiducia tra medici e popolazione aiutando la diffusione della malattia". E i mezzi di informazione ci hanno messo del loro».

- Mettiamoli sul banco degli imputati. A lei la parola.
  D: «Ci hanno più o meno consapevolmente preparati al panico. Ricorderà i primi video amatoriali cinesi a fine 2019: persone in giacca e cravatta che stramazzavano a terra. Se c'è una cosa che abbiamo appreso è che di Covid si muore soffocati e dopo lunghe sofferenze respiratorie, non certo per fulminanti arresti cardiaci».

- Su questo hanno forse più responsabilità i social network.
  D: «Le responsabilità nello stravolgimento del messaggio da parte dei media mainstream sono devastanti. Lo stare "a" casa diventa stare "in" casa. L'esaltazione della clausura quando invece vi è un ampio consenso scientifico sul fatto che stare all'aperto è la cosa da fare. Il piano pandemico giapponese evidenziava con tre C gli errori da non commettere in pandemia: evitare "closed spaces" (luoghi chiusi), "crowded places" (spazi affollati) e "close contacts" (contatti ravvicinati). Ha mai riflettuto sul perché in estate ci si ammala di meno?».

- Ehm sì ... ma lo dica lei.
  D: «La letteratura scientifica in proposito è sterminata. L'abbiamo presa a riferimento. Ci si ammala di meno perché si fanno molte più cose all'aperto. Gli studiosi di tubercolosi lo sanno fin dalla fine dell'Ottocento. Chicago rimase praticamente indenne nella seconda ondata dalla fine dell'Ottocento. Chicago rimase praticamente indenne nella seconda ondata di spagnola del 1918 grazie a tutta una serie di accorgimenti: ovunque finestre aperte anche se l'inverno lì è rigido. Gli abitanti indossavano panni molto caldi. I locali dovevano essere ben riscaldati proprio perché le finestre erano spalancate e con molta meno energia di noi oggi. Non sarebbe affatto un'idea bislacca far viaggiare i mezzi pubblici in superficie con i finestrini aperti».

- Come aveva ipotizzato la ministra De Micheli. Pensavo fosse una sciocchezza.
  D: «E un'opzione intelligente. Invece si sperperano montagne di risorse in rituali rassicuranti, forse, ma senza senso. Atm a Milano impiega 400 persone per la sanificazione - anzi san(t)ificazione - di bus, tram e vagoni due volte al giorno. Uno dei candidati a sindaco vorrebbe estenderle addirittura a cinque. Non mi fraintenda. A tutti piace stare in ambienti puliti. Ma questo non sconfigge il virus. Meglio i finestrini aperti. Cosa peraltro complicata nei mezzi di ultima generazione».

- Allora domando ... perché i politici fanno cose senza senso? Se fossero in buona fede sarebbero degli incapaci. Ma non credo siano stupidi. Quindi dico che sono in malafede e vado di complottismo.
  Stanig: «Sa perché non siamo complottisti e lo spieghiamo - credo bene - nel nostro libro? Perché essere complottisti significa sopravvalutare la classe dirigente ritenendola capace di pensare e soprattutto realizzare piani sofisticati. Insomma, dei geni del male. Sia chiaro. La tentazione di utilizzare scientemente la pandemia per ridurre gli spazi di libertà è forte. In un paper uscito sul British Medicai Journal la tesi di fondo è che la democrazia sia incompatibile con l'eradicazione del virus e quindi occorre superarla affidando pieni poteri a un organismo tecnocratico (nazionale o addirittura sovranazionale) con facoltà di reprimere gli spazi di libertà. Ma al netto di tali deliri, vi è un numero straordinario di incentivi che inducono i politici a fare cose senza senso. Perché incapaci più che malvagi».
  Daniele: «Più semplicemente, e lo spieghiamo in dettaglio, una volta che l'informazione ha alimentato il panico nella gente, il politico ha tutto l'interesse a fare cose. A mostrare i muscoli. Non pagherà pegno per scelte draconiane. Si parla di salute. E se c'è la salute c'è tutto. Mettere l'esercito per strada o il coprifuoco sono azioni che non costano nulla anche se senza alcun razionale scientifico. Ma il consenso per chi governa in quel momento aumenta fisiologicamente qualunque cosa straordinaria faccia. Anzi, più grossa la si fa, e meglio è. Sarebbe stato più saggio, ad esempio, individuare i luoghi dove il virus si propaga con grande facilità facendo danni e regolarsi di conseguenza. Ad esempio le Rsa. Ma era più teatrale chiudere le scuole invocando un malinteso senso di precauzione. Senza alcuna idea dei danni attuali e prospettici sulle abilità cognitive dei nostri giovani. A questo si aggiunga una crassa ignoranza. Ha presente la demenziale sanificazione delle spiagge. Pure lì si fa vedere alla gente che si sta "facendo qualcosa". Poi la popolarità televisiva dei monsignori virologi. Perché privarli di questa ebbrezza? Infine, come avete dato conto su questo giornale, con l'emergenza arrivano faccendieri senza scrupoli capaci di lucrare su commesse e appalti. Per controllare servono dati. Ma questi devono essere prodotti in tempo reale e con sufficiente grado di dettaglio. Un database rilevante è stato consegnato all'Accademia dei Lincei che però si è rifiutata di renderlo pubblico».

- Con quale motivazione?
  S: «Archivio troppo pesante a loro dire. Per la cronaca, era un giga. Nella mia cartella Dropbox ne gestisco 700».

- Il green pass è arrivato quando il vostro libro era in stampa. Ma siete stati quasi profeti nel prevedere un'assuefazione a metodi autoritari. Paventate in futuro «nuove tipologie di punizione» per «supposte ragioni di salute pubblica» e che diventano «tecniche di coercizione per orientare le decisioni delle persone»,
  S: «Esatto. E premetto che non sono in linea di principio contrario all'obbligo vaccinale. Ma la Costituzione è chiara. "In nessun caso", dice la Carta, deve venire meno il "rispetto per la persona umana". Più semplicemente significa che un vaccino non può essere imposto a categorie di persone che non corrono alcun rischio e quindi non trarrebbero alcun beneficio. È il caso dei più giovani. Mentre il green pass impone un obbligo surrettizio anche e soprattutto in capo a loro».

(La Verità, 4 ottobre 2021)

*

Mental danger!

Mi sia concessa, dopo la lettura dell'articolo che precede, una divagazione di carattere personale. Ho vissuto il tempo degli "arresti domiciliari" pandemici in modo tutto sommato confortevole. Ho potuto fare con mia moglie piccole passeggiate quasi giornaliere lungo una piccola via di campagna senza sbocco, poco lontana da casa nostra, chiusa alla fine da una graziosa fattoria. Soltanto una volta, nelle prime settimane, ci è venuto incontro un energumeno gridando a tutta voce: "State a casa! ma state a casa! la gente muore! E voi siete pure senza mascherina!". Incurante del fatto che non era un poliziotto, che anche lui in quel momento era fuori casa, che anche lui era come noi senza mascherina (cosa che cortesemente gli ho fatto notare), ci ha inseguiti vociando per qualche metro poi ci ha lasciati andare. Ma al ritorno l'abbiamo di nuovo incontrato; ci ha gridato dietro ancora qualcosa, ma in tono meno esaltato.
   Ed è lì che ho cominciato a riflettere e mi son detto: "Ma questa pandemia sta mandando le persone fuori di testa!" Il guaio grosso però è venuto quando ho cominciato a sospettare che ad andare fuori testa fossero per prime le nostre autorità. A un certo punto, quando si è cominciato a parlare di quanti metri si potevano fare fuori di casa; e quanti chilometri si potevano fare con la macchina; e se il comune di arrivo era più o meno grande di quello di partenza; e se per andare nella seconda casa si potevano portare amici o solo parenti; e se si potevano portare fuori i bambini e in quale ore e quanti; e a quale distanza da casa si potevano portare a passeggio i cani; e altri simili premurosi precetti sanitari di governo, mi sono detto costernato: "Ma qui stiamo rimbecillendo tutti!" E allora, più che cercare di non essere contagiato dal virus ho cominciato a cercare di non essere contagiato dal rimbecillimento. E ho messo alcuni fermi paletti mentali. Va bene - mi son detto - indossare la mascherina in luogo pubblico chiuso; va bene calcolare la distanza massima a cui il prossimo ti si può avvicinare; va bene essere esortati ad aprire ogni tanto le finestre in casa, ma quanto al resto, evita di pensare troppo intensamente ai motivi che ti presentano per convincerti perché c'è il rischio che arrivi a pensare che siano ragionevoli. E questo sarebbe il primo segnale che stai uscendo fuori di testa.
   Mi sembra di essere riuscito a scansare il pericolo. Ma resta lo sconforto di dover prendere atto che tutto questo era non solo inutile, ma addirittura nocivo. E in più adesso c'è il campanello del mental danger che si è rimesso a vibrare con la venuta del green pass. Qui lo sforzo interpretativo richiesto dalle norme governative per capire non tanto la portata pratica della loro applicazione quanto la ragionevolezza della loro motivazione, può essere fatale per qualche mente non bene attrezzata. Forse qualcuno si ribella proprio a questo: che prima ancora di costringerti ad agire in un certo modo, vogliono costringerti a pensare in un certo modo. E se ci riescono, la cosa si fa seria. M.C

(Notizie su Israele, 4 ottobre 2021)


Bici e Jazz, Giornata ebraica nel segno dei dialoghi

Il 10 ottobre in 108 città, Padova capofila. Ebraismo non è solo shoah.

di Silvia Lambertucci

ROMA - A Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria, si potrà andare alla scoperta della più antica Sinagoga calabra, datata tra il IV e il V secolo d.C; nella romagnola Cesena, invece, irrompe il ritmo irresistibile del Jewish Jazz, mentre a Roma la visita al quartiere ebraico è l'occasione per una passeggiata in bici. Torna il 10 ottobre la Giornata Europea della cultura ebraica, con eventi di ogni tipo organizzati quest'anno in 16 regioni e ben 108 città italiane, capofila Padova. Storia e memoria, certo, ma anche tanta vivace cultura: musica, dibattiti, presentazioni, mostre, persino incontri dove si parlerà delle serie tv cult, da Shtisel a Unorthodox. Per spiegare ai tanti che si avvicineranno che l'ebraismo "non è solo Shoah", dolore, segregazioni. Ma anche per incentivare la conoscenza reciproca e quindi il dialogo, anzi "i dialoghi", che è appunto il tema scelto per l'edizione 2021.
  "Accanto alle diaspore forzate , ai secoli di discriminazione e subalternità, all'Inquisizione, ai ghetti, all'antisemitismo moderno e alle sue tragiche conseguenze nella prima metà del 900 - sottolinea la presidente Ucei Noemi Di Segni - è sempre esistito un fiume carsico di dialogo e di scambio con le altre religioni e con l'intera società, che ha portato anche a luminosi esempi di convivenza". La storia del popolo ebraico, dice, "è anche la storia di uno scambio costante e fluido con il mondo circostante". Ed ecco quindi che in tempi "non facili, ma ricchi di possibilità e di opportunità" come quelli che stiamo vivendo, prosegue la presidente delle Comunità Ebraiche Italiane citando il dramma dell'Afghanistan ma anche la sentenza della magistratura italiana contro l'ex sindaco Lucano e la sua politica per i migranti a Riace, "la grande sfida è trovare modalità di convivenza nella diversità". Il dialogo ancora di più nella sua accezione corale, spiega, servono proprio a questo, a conoscere l'altro da sé per accettarlo e conviverci.
  Scelta come città capofila, Padova, racconta Gina Cavalieri, vicepresidente in città, conta oggi una comunità piccola ma assai bene integrata nel tessuto sociale della città. Qui le origini della convivenza risalgono almeno al 1200 e "l'integrazione è stata fortissima e continua anche nei momenti di segregazione". Un grande peso lo ha avuto in questo senso anche la presenza dell'Università (di cui proprio quest'anno ricorrono gli 800 anni) con tanti professori ebrei che ne hanno segnato la storia. E non solo: è stato un giovane avvocato ebreo, Giacomo Levi Civita (1846-1922) a salvare dalla distruzione nel 1879 la Cappella degli Scrovegni, oggi Patrimonio dell'Umanità, escogitando un cavillo per salvarla dalla speculazione dei privati e consegnarla alla città. Tant'è, domenica a Padova si potranno visitare tutti i luoghi della cultura ebraica, dalla sinagoga al museo ai due cimiteri, ma anche partecipare - dopo l'inaugurazione nazionale della Giornata alle 10 con le autorità - ai tantissimi eventi organizzati per l'occasione. Tra questi, alle 16 nell'auditorium San Gaetano, anche un interessante dibattito sull'Importanza del dialogo tra uomo e donna nell'ebraismo con Nathania Zevi che ne parla con Gheula Canarutto Nemni, scaturito, spiega Cavalieri, proprio dalle tante domande e curiosità aperte dalle fortunate serie tv.
  Il ministro della Cultura Franceschini applaude, ricorda anche l'esempio di Ferrara, sua città natale "dove la comunità ebraica è da sempre molto forte e integrata nel tessuto sociale", invita a partecipare alla visita guidata del Meis, il nuovo museo dell'ebraismo ormai in dirittura d'arrivo. "La globalizzazione ha portato tante paure e a far spavento è soprattutto la diversità", ribadisce il ministro che cita Umberto Eco e torna a battere sull'importanza della cultura: "Il riconoscimento della diversità è il fondamento per un dialogo reciproco importante per tutto il Paese".

(ANSAmed, 5 ottobre 2021)


Per Hamas la kefìah non è più di moda

di Fabio Scuto

E' negli Anni Trenta che la kefiah - il copricapo dei contadini arabi - diventa un simbolo del patriottismo palestinese. I britannici durante il loro mandato -scaduto nel 1948 - cercarono di vietarla nella città di Jenin in Cisgiordania. Più tardi, negli Anni Sessanta diventò il simbolo di "al Fatah", la più vasta organizzazione della galassia palestinese fondata da Yasser Arafat. Il leader dell'Olp la portò alla ribalta mondiale indossandola anche quando pronunciò il celebre discorso all'Onu a New York nel 1974. Arafat aveva un modo tutto suo di piegarla: visto di spalle i lembi della sua kefiah disegnavano la Palestina mandataria che all'epoca l'Olp rivendicava come propria terra. Dagli Anni Ottanta a ogni scontro con le forze israeliane in Cisgiordania o a Gerusalemme è sempre sventolata come una bandiera, il vessillo di uno Stato che non c'è. Oggi solo una vecchia fabbrica a Hebron tesse ancora kefieh, il resto nei suk è tutto Made in China. Ma nonostante ciò per la gente di Fatah è sempre un simbolo intoccabile.
   E questo ad Hamas - che governa Gaza - non piace. La scorsa settimana a Gaza le forze di sicurezza di Hamas hanno malmenato studenti e personale universitario che indossavano la kefiah all'Università Al-Azhar. L'attacco ha scatenato violenti scontri tra poliziotti di Hamas e studenti. L'ateneo, fondato nel 1991, è una delle maggiori università palestinesi pienamente affiliate al movimento Fatah, il principale rivale di Hamas. I sostenitori di Fatah mandano i loro figli all'Al-Azhar per il sostegno finanziario che ricevono, come sovvenzioni e prestiti. Il presidente del CdA dell'ateneo è nominato dal presidente Abu Mazen.
   Il Centro per i diritti umani "Al Mezan" ha denunciato la messa al bando della kefiah da parte della polizia di Hamas, l'assalto all'ateneo e il pestaggio degli studenti. Hamas - che controlla la Striscia dal 2006 - in un comunicato ha negato i fatti, attribuendoli a coloro che vogliono discreditare il governo della Striscia. Resta il fatto che, adesso, portare la kefiah a Gaza è diventata anche una sfida ad Hamas.

(il Fatto Quotidiano, 4 ottobre 2021)


«Stermina gli israeliani». Gerusalemme si infuria per il videogame jihadista 

Il protagonista è un terrorista palestinese che vuole vendicare la famiglia uccisa dai bombardamenti 

L'autore è figlio di un militante di Al Fatah fuggito in Brasile dopo la guerra in Libano Gli appelli al governo perché intervenga Il centro Wiesenthal chiede il boicottaggio

di Raffaele Genah 

ROMA Non ci sono possibilità di equivoci né di ammiccamenti. Tutto è esplicito. Fin troppo. A partire dalla copertina che raffigura un palestinese inginocchiato col volto coperto dalla kefia che impugna un mitra sullo sfondo della Moschea di Aqsa. E' l'ultimo videogame che sta per approdare (uscirà a dicembre) sulla più grande piattaforma mondiale di giochi in streaming, Steam. Un concentrato di odio, violenza e propaganda, che in Israele è diventato un caso. 
   Vince, naturalmente, chi uccide il maggior numero di soldati israeliani. Lo ha realizzato in quasi dieci anni di lavoro, Nidal Nijm, uno sviluppatore brasiliano, figlio di un ex militante di Al Fatah riparato nel Paese sudamericano dopo la guerra del Libano nel 1982. 

• LA STORIA
  Protagonista del gioco da cui tutto parte è un giovane, chiamato Ahmad al Falastini che dopo 5 anni di carcere e annesse torture vuole vendicarsi della morte dei propri familiari sotto un bombardamento dell'esercito israeliano. Da qui si dipana tutta una gamma di possibili esiti, a cominciare dall'arma usata: non solo fucili a ripetizione, ma anche coltelli, granate, razzi, con il grido in sottofondo di "Allahu akbar" con cui solitamente i terroristi accompagnano le loro azioni. Ma anche l'esito dell'operazione non è sempre lo stesso: si va dai colpi che riescono a raggiungere la testa del bersaglio, cui fanno seguito messaggi di congratulazioni, per arrivare anche al fallimento della stessa operazione. In questo caso si apre una schermata, sempre nel medesimo stile, che presenta una mano insanguinata, una pistola e un coltello sulla bandiera palestinese e la didascalia che con toni oltre il limite dell'entusiasmo annuncia: "Sei diventato un Martire. Rallegrati o madre del martire, prepara tuo figlio per il matrimonio (in paradiso), diffondi la rabbia contro l'oppressore; la sua ingiustizia deve essere fermata". 
   Per l'inventore, il gioco si prefigge di consentire a chi prenda in mano il joystick il ruolo di combattente per la libertà rimuovendo in questo modo- a suo dire- lo stereotipo che vuole gli arabi rappresentati come terroristi. E a sostegno di questa acrobatica affermazione arriva la prova inoppugnabile: «Il 
   gioco non è in alcun modo discriminatorio o antisemita, in questo gioco non si spara a civili, a donne o bambini, anziani ma solo ai soldati. La trama di questo gioco è una storia fittizia ispirata a fatti reali. Contiene - conclude - soltanto la rappresentazione virtuale del movimento di resistenza palestinese contro l'occupazione». 

• LE POSIZIONI
  Se questo gioco tra qualche settimana dilagherà sulle consolle e andrà ad infoltire la schiera già nutrita dei video che trasudano violenza, alimentando ulteriormente il dibattito infinito sulle possibili ricadute sulle menti più fragili, in Israele la vicenda è diventata un caso e da più parti si sollevano allarmi e polemiche da parte di chi coglie anche il rischio che questo nuovo mezzo possa alimentare un clima già altamente infiammabile. Basti pensare che nel passato i giochi di ruolo sul conflitto israelo-palestinese, come "Peace maker" si limitavano a simulare strategie in cui i giocatori cercavano di raggiungere la soluzione pacifica dei "due Stati" gestendo decisioni sociali, politiche e militari. E altri piccoli giochi che incitavano alla violenza, durante la guerra di Gaza nel 2014, erano invece rapidamente abortiti. 
   I commenti non mancano. Il deputato della destra estrema Ben Gvir chiede al governo di costringere le autorità brasiliane a bloccare il gioco, mentre il noto sviluppatore di videogames Luc Bernard sentenzia senza appello: «Incoraggia la violenza, noi siamo il pilastro dell'industria dell'intrattenimento e dunque responsabili di ciò che potrebbe ispirare una ricaduta nel mondo reale». Il Simon Wiesenthal Center, un gruppo di controllo dell'antisemitismo, ha chiesto il boicottaggio di Steam. 

(Il Messaggero, 4 ottobre 2021)


Israele inasprisce le regole del “corridoio verde” per COVID-19

Ordina una dose di richiamo Pfizer, scatenando la protesta

di Arrigo Cafaro

Israele ha aggiornato i suoi requisiti per la carta verde COVID-19 per consentire solo a coloro che hanno ricevuto una dose di richiamo del vaccino, o recentemente guariti dal coronavirus, di entrare in spazi chiusi.
I punti principali:

  • Il Ministero della Salute israeliano ha alzato il livello di quella che considera vaccinazione completa
  • I cittadini dovranno ottenere una dose di richiamo da Pfizer per poter beneficiare di una “carta verde”
  • Negli ultimi mesi, i casi di COVID-19 sono aumentati tra la popolazione non vaccinata in Israele

I nuovi standard significano che gli attuali passaporti vaccinali saranno disabilitati per quasi due milioni di persone nei prossimi giorni.
Israele è il primo paese a rendere il vaccino di richiamo un requisito per un passaporto di vaccinazione digitale, per incoraggiare la vaccinazione di richiamo tra coloro che non hanno ancora ricevuto una terza dose.
Secondo le nuove linee guida, le persone devono aver ricevuto una dose di richiamo per poter beneficiare del green pass.

(Nba Revolution, 4 ottobre 2021)


Suggestiva la metafora del corridoio. Una volta gli uomini si muovevano e andavano dove volevano; ma poi è arrivato lui, il malefico virus. E all'improvviso tutti fermi, tutti a casa. Ma Israele, geniale e determinato come sempre, ha trovato il rimedio: ha costruito un corridoio. Un corridoio magico. Di color verde, il colore della speranza, E dice a tutti che se vogliono rientrare a vivere in società devono passare prima per quel corridoio. Non è un obbligo, ma un'opzione, dicono. Chi vuole continuare a vivere ci entra, gli altri no. E il mondo, ammirato, imita. Il primato di Israele. M.C.


Giappichelli 100 anni

"Cerchiamo i libri bruciati dei nostri autori ebrei cacciati dall'Università"

Siamo la più antica casa editrice torinese ancora di proprietà della stessa famiglia. Niente instant book, la nuova sfida è l'istruzione digitale Tra i titoli icona c'è "Teoria generale del diritto" di Bobbio tradotta in spagnolo e portoghese. Abbiamo cinquemila volumi in commercio

di Nicola Gallino

La Giappichelli compie cent'anni. Oggi è probabilmente la più antica casa editrice torinese ancora di proprietà della famiglia fondatrice. E in Italia una fra le pochissime rimaste indipendenti, in un mondo come l'editoria universitaria dominato dalle multinazionali. I portafortuna che l'hanno accompagnata a questo traguardo sono almeno due: il numero 21 e la lettera G. Ventuno è l'anno del Novecento in cui il 5 ottobre alza la serranda su via Vasco la cartolibreria che Modesto, bidello dell'Università stimato dai professori e amico di Luigi Einaudi, apre per il figlio Giuseppe. Ventuno è il civico di via Po dove hanno sede da sempre gli uffici. E Ventuno - anzi, giappichelliventunoit - è il portale online da cui il prossimo 5 ottobre parte l'avventura multimediale di Giappichelli Edu. La G invece è l'iniziale di Giuseppe. Quel "G. Giappichelli" che campeggia sulle migliaia di copertine e sull'insegna nera e oro della libreria, ormai chiusa ma ancora lì. Da cent'anni l'hanno scelta come iniziale dei nomi di famiglia, così la ragione sociale funziona sempre. A Giuseppe succede nel 1968 il figlio Giorgio. Dal 1983 il figlio di questi, Giuliano, attuale ad e anima dell'impresa assieme alla moglie Rosalba. E ora Giulia, la loro figlia trentenne che ha appena lasciato l'incarico di direttore generale per costruire la nuova creatura digitale.

- Giulia Giappichelli, dalle dispense affidate al bidello a leader nell'editoria di diritto ed economia. Quali sono stati i passaggi?
  «Numerosi. Giorgio ha dovuto affrontare il Sessantotto, gli anni della contestazione e la crisi dell'Università. Con l'ingresso di Giuliano nel 1983 abbiamo riconsiderato la strategia. Volevamo restare sul territorio, editrice di riferimento dell'Università di Torino, oppure crescere su scala nazionale? Di qui la virata. Abbiamo abbandonato le materie umanistiche per concentrarci su quelle giuridiche e le scienze sociali, e conquistando il piano nazionale. Altre riflessioni sono venute con la riforma "triennio più biennio". E ora l'istruzione digitale pone nuove sfide. Di sicuro continueremo nella nostra tradizione di serietà e approfondimento affidandoci a luminari delle materie. Non ci dedicheremo mai agli "instant book'».

- È vero che in catalogo avete diecimila autori e cinquemila volumi?
  «Questi sono solo quelli disponibili in commercio! Se consideriamo i titoli storici sono molti di più ... Ogni anno sono 300mila i nostri libri acquistati da studenti, avvocati, magistrati, professionisti. Molti sono "long seller'' continuamente aggiornati e ristampati. Fra i titoli icona c'è senza dubbio la ''Teoria generale del diritto" di Norberto Bobbio, tradotta anche in spagnolo e portoghese e adottata in America Latina. Il "Diritto processuale civile" di Crisanto Mandrioli, arrivato alla ventisettesima edizione. E decine di manuali diventati classici come il "Diritto Costituzionale" di Giovanni Pìtruzzella».

- Specializzati ma con un sacco di autori superstar: Sabino Cassese, Elsa Fomero, Raffaele Cantone ...
  «La ministra Marta Cartabia cura per noi la collana intitolata "Per una Koiné Costituzionale". E Giuseppe Conte ha pubblicato con noi una raccolta di saggi. È una lunga tradizione iniziata fin dagli inizi con Luigi Einaudi, Gioele Solari, Francesco Ruffini e proseguita in tempi più recenti con Massimo Mila e Gianni Vattimo».

- Ci sono però state anche pagine drammatiche.
  «La memoria storica è affidata a mia nonna Olimpia, 94 anni, moglie di Giorgio. Molti studiosi di diritto ed economia erano ebrei. Attilio Cabiati, Roberto Bachi, Gino Olivetti hanno scritto per noi negli anni 1936-38. Nel 1939 con le leggi razziali sono stati costretti a dimettersi dall'Università. I loro libri non sono solo stati ritirati dal commercio ma anche dati alle fiamme. Mandati letteralmente al rogo. Di alcuni non se n'è conservata nemmeno più una copia nel nostro archivio. Ci piacerebbe poterli rintracciare e ristampare come testimonianza, oltre che per il loro valore».

- Didattica online, esami da remoto. li Covid sta cambiando anche l'editoria universitaria?
  «Ha fatto soprattutto emergere problematiche e vuoti del sistema, come l'ancora insufficiente capacità dell'Università a fornire allo studente non solo conoscenze ma soprattutto competenze. Per questo ci siamo affidati per la prima volta a un direttore generale esterno, Antonio Macrillò, che proviene dalle multinazionali del largo consumo. Per noi è un arricchimento nel coniugare cultura manageriale e tradizione familiare. Per la stessa sfida è nato il progetto Giappichelli Edu, che ambisce a sintetizzare i contenuti con gli strumenti più idonei a veicolarli. Test cognitivi dimostrano che le informazioni apprese sul cartaceo restano più di quelle digitali. Forniremo un servizio che integra video, app e digitale ma sempre a supporto di un testo scritto. Restiamo convinti che il testo non sia obsoleto, che svolga una funzione ancora primaria».

(la Repubblica - Torino, 4 ottobre 2021)


In Israele scoperti i cunicoli dell’ultimo assedio ai Templari

L'ultimo lembo della Terrasanta latina e cristiana giace alcuni metri sotto il manto stradale di un quartiere di Acco, in Israele, vicino al porto e a quel mare da cui i Franchi - come li chiamava all'epoca la popolazione locale - erano giunti molto tempo prima a portar la guerra nel nome di Cristo. Acco è l'attuale nome di San Giovanni d'Acri, che a sua volta fu l'ultima città crociata a capitolare, cent'anni di resistenza dopo la caduta di Gerusalemme, sotto la spada dell'Islam. E cedette, notano come se fosse scritto nel grande libro del Destino gli storici arabi di quei tempi, proprio nello stesso giorno in cui era andata perduta nelle mani degli infedeli, venerdì 17 del mese di giumada secondo. Dimostrazione più grande della grandezza del Compassionevole e Misericordioso non poteva esservi. Da mesi una spedizione del National Geografic è andata scandagliando quei luoghi, dove una volta sorgevano i quartieri dei pisani e dei genovesi, noti per attaccar briga fra di loro e infiammare il resto della città, ma anche i fortilizi dei monaci guerrieri che della difesa dei santi luoghi avevano fatto la propria ragion d'essere.
  Ecco allora che i raggi infrarossi dei ricercatori americani - usati come principale metodo di scavo perché la città israeliana ha necessità di continuare a vivere, anche a dispetto della sua stessa storia - hanno individuato un groviglio di passaggi e cunicoli scavati nella pietra locale dai colori caldi: partono dal molo e arrivano, sorpresa ma non più di tanto, alla base ormai sepolta di un gran torrione. E qui inizia un'altra storia. Quei cunicoli, quel torrione infatti fecero da teatro all'ultimo, grande assedio all'estrema fortezza cristiana d'Oltremare, che si concluse tragicamente ma non senza gloria. Ma gloria che non spetta ai rissosi italiani delle città di mare, quanto semmai ai monaci guerrieri del santo Tempio di Re Salomone. I Templari: che qui scrissero letteralmente con il sangue, sulle pareti di pietra viva, il loro motto: Non nobis Domine. Da quei passaggi, per i mesi dell'assedio, passarono alla parte della città che resisteva all'assedio i viveri e gli uomini di rinforzo. Sempre meno, perché i Re di Gerusalemme ormai stabiliti a Cipro davano la partita per perduta.
  Quando si capì che anche la speranza era disperata si decise lo sgombero della popolazione civile, e fu una scena da tregenda. Le gallerie, spesso dei veri e propri budelli, si riempirono di vecchi donne e bambini, ricchi mercanti e avventurieri che cercavano una sola cosa: salire sulle navi ancora alla fonda nel porto. Navi italiane, si', ma anche navi templari perché l'Ordine aveva la sua flotta personale e sapeva come farne uso. Anche troppo, se e' vero quel che si disse in quei giorni, e cioè che ci fu un capitano templare, tale Giovanni da Fiore, che avrebbe permesso l'imbarco solo a chi aveva i soldi per pagare, e per questo fu dichiarato rinnegato. Avrebbe finito la sua carriera e la sua vita come primo dei grandi capitani di ventura, alla corte di Bisanzio. Le navi partirono, lasciando sulle banchine di San Giovanni d'Acri un piccolo popolo di gente senza futuro. Tornarono, per quelle gallerie, alla fortezza che, si sapeva, prima o poi avrebbe ceduto. Ed ecco che, dopo la pagina della vergogna, si apre la pagina della gloria. Secondo le ricostruzioni che circolano in queste settimane, il bastione identificato con gli infrarossi sarebbe la Torre del Tesoro, dove il Tempio manteneva intatte le sue cospicue sostanze.
  Tesi fascinosa, ma che non regge all'esame se non altro perché il loro tesoro i Templari, nel 1291, lo avevano da tempo trasferito a Parigi, in un'altra torre detta del Tempio, ed è lì infatti che Filippo il Bello avrebbe allungato le mani dopo aver fatto arrestare il Gran Maestro e i suoi confratelli. Più facile che il torrione di Acri sia, piuttosto, un'altra fortificazione. Quella che i cronisti dell'epoca chiamavano, quasi profetizzando, la Torre Maledetta. Fu infatti, secondo alcune ricostruzioni, nella Torre Maledetta che l'ultimo gruppo di templari, con quanti non erano riusciti a imbarcarsi, si asserragliarono pronti a vender cara la vita. E siccome in fatto d'armi avevano pochi in grado di far loro da maestri, resistettero più a lungo di ogni previsione. Il Sultano, al-Ashraf, forse ricordando che il Saladino stesso aveva promesso e accordato clemenza alla popolazione di Gerusalemme, mandò i suoi ambasciatori a trattare. Ma questi si dettero piuttosto a molestare donne e ragazzi, e non senza gagliardia i templari li rimandarono dal loro padrone per le spicce: giù dal torrione con la gola tagliata. Non ci sarebbe stato più scampo per nessuno.
  Così fu: se la conquista con le armi fallì, riuscì il tradimento: una seconda offerta di pietà venne questa volta accolta, ma a salvarsi alla fine furono solo le donne e i bambini (ottimi per il mercato degli schiavi). Gli uomini tutti passati per le armi, a cominciare dai monaci del Tempio. Del resto anche Saladino, nei loro confronti, aveva fatto sempre un'eccezione alla sua proverbiale clemenza. Ma quando i vincitori, terminato il macello, salirono su per la torre magari anche loro in cerca di un tesoro già nascosto a Parigi, questa d'improvviso scricchiolo', tremo' e crollo' su se' stessa portandosi dietro nella rovina, essa stessa, un migliaio di nemici. Terribile rivincita di quella maledetta torre. O forse solo il segno che anche il cuore più misericordioso era stanco di tanta carneficina.

(La Stampa, 3 ottobre 2021)


Ivrea, la gioia di un Bar Mitzvah

Sei anni fa la sezione di Ivrea della Comunità ebraica di Torino ha celebrato l’ingresso di un nuovo Sefer Torah in Sinagoga, un Sefer restaurato grazie a una donazione di Omer Goldstein, medico israeliano, che ad Ivrea ha risieduto durante l’infanzia insieme alla sua famiglia e che ora abita in Israele.
   Fu una cerimonia per il piccolo nucleo di ebrei di Ivrea molto significativa. Ora la famiglia Goldstein è tornata da Israele nella città piemontese per un’altra cerimonia dal grande valore simbolico: il Bar Mitzvah di Raz, figlio di Imanuel, fratello di Omer Goldstein.
   I festeggiamenti sono iniziati nella sinagoga di Torino, per la cerimonia della Hanachat Tefillin, guidata da rav Ariel Di Porto, e sono proseguiti durante lo Shabbat per il Bar Mitzvah, celebrato nel Tempio piccolo di Ivrea.
   Erano davvero in molti a voler partecipare (in trenta venuti appositamente da Israele e diversi ebrei di Ivrea), tanto che si sarebbe reso necessario aprire la Sinagoga grande sita a fianco del Tempio piccolo, al momento inagibile, ma la funzione si è svolta nel migliore dei modi.
   È stato così ancora una volta rinsaldato un legame antico della famiglia Goldstein con la comunità ebraica di Ivrea, iniziato negli anni ‘70, quando il nonno di Raz, Doron Goldstein, venne chiamato a lavorare alla Olivetti. Un legame mai più spezzato tra una grande famiglia israeliana e una piccola comunità ebraica italiana: i Goldstein ritornano periodicamente in Piemonte e hanno deciso di festeggiare proprio qui, nell’antico Beth haKnesset di Ivrea, il Bar Mitzvah di Raz.
   “Noi Ebrei di Ivrea – ha dichiarato Guido Rietti, delegato della Sezione di Ivrea – siamo onorati della stima e perdurante amicizia della famiglia Goldstein, che con generosità e affetto ci ha permesso di tenere vivo il rituale ebraico e, collegando a noi anche le nuove generazioni, ci sosterrà nelle future sfide.”

(moked, 3 ottobre 2021)


Per la prima volta un aereo della EgyptAir atterrerà a Tel Aviv, in Israele

Per la prima volta un aereo della compagnia di bandiera egiziana EgyptAir atterrerà oggi a Tel Aviv, in Israele. E’ quanto appreso “Agenzia Nova” da fonti al Cairo. I voli diretti tra Egitto e Israele, in verità, ci sono sempre stati dopo la firma del Trattato di pace del 1979, ma gli aerei di proprietà dello Stato egiziano che volavano nello Stato ebraico si chiamavano Sinai Air per evitare un boicottaggio di EgyptAir da parte di altre nazioni arabe e islamiche. “L’Egitto ha deciso di operare voli per Tel Aviv perché altre compagnie concorrenti turche ed emiratine stavano raccogliendo grandi profitti, soprattutto dopo la firma dei recenti Accordi di Abramo”, aggiungono le fonti.

(Nuova News, 3 ottobre 2021)


All'ebraismo italiano serve un nuovo modello

Rav Michel Ascoli incoraggia a guardare ai maestri e a quello che avviene in tutto il mondo ebraico, per trovare le risposte al nostro futuro. Senza paure.

di Massimiliano Boni

- Rav Ascoli, cosa fai oggi in Israele?
   Sono un ebreo romano, vissuto a Roma fino a 33 anni, quando poi ho deciso, insieme a mia moglie, di venire in Israele. La mia formazione rabbinica è perciò italiana: ho preso la Semichà a Roma nel 2004. Subito dopo sono andato in Israele per tre anni, per poi tornarci dal 2010. Nella mia vita professionale sono infatti un ingegnere meccanico: ho lavorato in Italia per 8 anni, adesso sono Projects manager in un’azienda israeliana. Questa oggi è la mia attività lavorativa principale, come del resto è quasi sempre stato da che mi sono laureato, nel 1996.

- A Roma hai lavorato anche come rabbino.
   Sì, dal 2007 al 2010. Ho avuto l’opportunità, in quei tre anni, di lavorare all’ufficio rabbinico, come assistente del rabbino capo. L’esperienza è nata dalla considerazione che dopo i primi anni in Israele, volevo svolgere un ruolo attivo per la mia comunità. Quando poi ho deciso di tornare in Israele è perché è stato più forte il bisogno di vivere là, altrimenti avrei proseguito, perché lavorare al fianco del rav è stato interessante e appassionante. È prevalsa però in me la componente sionista.

- Però non hai interrotto i rapporti col mondo ebraico italiano
   Certo che no! Ancora oggi sono infatti legato all’ebraismo italiano: collaboro tra le altre cose al Progetto Talmud, insegno a distanza al corso di laurea in studi ebraici.

- Visto da Israele, che ti sembra dell’ebraismo italiano?
   Adesso lo vedo a distanza, non solo perché sono in Israele, ma anche perché, rispetto ai tanti ebrei italiani in Israele, io ho una posizione defilata. Vivo infatti ad Haifa, dove la presenza italiana è scarsa. Detto questo, la mia impressione è che dobbiamo metterci d’accordo su cosa s’intende quando parliamo di ebraismo italiano. Nel corso della storia la definizione è infatti cambiata.

- Che intendi dire?
   Spesso siamo portati a pensare che noi ebrei italiani rappresentiamo una realtà particolare e differente da tutti gli altri; io invece credo che siamo dentro l’ebraismo mondiale, come una sua espressione. Abbiamo tratti peculiari? Sì, certo, non solo in riferimento a minaghim e tefillot, ma probabilmente e soprattutto per un certo modo di affrontare e di vivere l’ebraismo e di affrontare i problemi della nostra esistenza. Tuttavia credo che dovremmo riscoprire quelle correnti dell’ebraismo italiano che ci mettono in contatto con quello che succede oltre confini.

- A che modello ti riferisci?
   Personalmente penso a una delle possibili espressioni dell’ebraismo italiano, quella che riconduco a Shadal, ossia Shmuel David Luzzatto, fondatore nella seconda metà dell’Ottocento del Collegio rabbinico, quello in cui, oltre un secolo dopo, mi sono formato. Tale modello ha un approccio col mondo, non è affatto chiuso e referenziale. Mi riferisco a un modello che guarda sia all’ebraismo europeo, sia al mondo fuori dell’ebraismo. È un modello che non ignora le sfide della critica e della scienza, pur rimanendo bene ancorato alla tradizione.

- Cosa si ricava da questo modello?
   Questo modello è oggi poco rappresentato in quello che definiamo l’ebraismo italiano. Io credo che invece dovremmo riscoprirlo, e che ci dovremmo spingere a unirci più verso quello che a livello mondiale si definisce modern orthodox. Mi riferisco al mondo dell’ortodossia moderna, che fa capo a istituzioni come la Yeshiva University americana, o si richiama a rabbanim come rav Soloveitchik, o rav Lichtenstein. Oppure pensiamo a una figura come quella di rav Sacks. Questi sono tutti modelli differenti da quelli del rabbinato israeliano.

- Eppure mi sembra che, oggi, l’ebraismo italiano, e in particolare il rabbinato, perlomeno quello istituzionale, guardi più a Israele che all’Europa o agli Stati Uniti.
   È vero, perché siamo un ebraismo diasporico, fatto di piccoli numeri, e invece che guardare all’Europa tendiamo a seguire il modello israeliano. Eppure il rabbinato israeliano non è corpo monolitico, ha tante sfumature; noi conosciamo solo i rabbanim più politicizzati, che però non necessariamente sono quelli più significativi.

- E allora cosa bisognerebbe fare?
   Io parlo facile, perché non ho incarichi ufficiali. Capisco perciò la possibile critica alle mie parole, vista ad esempio la difficoltà poi di farsi riconoscere i ghiurim da un’autorità israeliana. Eppure la mia posizione è un po’ differente da quella oggi preponderate nel rabbinato italiano. È una posizione, quella del rabbinato italiano, che deriva da un atteggiamento di chiusura, di protezione. Si teme cioè di perdere il riconoscimento del rabbinato centrale israeliano, essenziale per una comunità ebraica italiana che purtroppo sta perdendo peso, almeno numerico. Detto questo, penso però che si dovrebbe prestare più attenzione per movimenti come Tzohar, che sta pienamente nell’ortodossia avendo un’apertura maggiore verso il mondo non osservante, o per figure come rav Lichtenstein z”l, assolutamente sconosciuto in Italia, o rav Benny Lau, con il suo progetto 929. Ci sono cioè modelli alternativi dentro l’ebraismo religioso ortodosso, che non sono sufficientemente considerati nell’ebraismo italiano e dal rabbinato europeo in generale.

- Insomma che destino ha l’ebraismo italiano secondo te?
   Criticare il rabbinato italiano dall’esterno è troppo semplice, me ne rendo conto. In realtà, ripeto, siamo condizionati da un problema numerico. Se i nostri numeri fossero diversi, probabilmente avremmo più coraggio nel prendere posizione. Abbiamo quindi bisogno di fare più figli, di mandarne di più alle scuole ebraiche, ma anche di avviare più ebrei agli studi rabbinici; non necessariamente con la finalità di farne rabbini, ma per aumentarne la cultura e la consapevolezza. Dobbiamo allora rafforzare il movimento dei gruppi di studio di Torà per adulti. Dobbiamo proporre un modello per cui lo studio di Torà va fatta in modo regolare. Non solo: dobbiamo dare opportunità ai ragazzi, che studiano l’università, di affinare lo studio della Torà. Dobbiamo leggere, studiare, tradurre di più. Questo potrebbe portare a migliorare la quantità di persone competenti, nonché poi di rabbini, che può anche consentire di avere più coraggio e autonomia.

- Quanto siamo lontani dal modello che auspichi?
   Oggi è già un miracolo se si riesce a coprire i buchi che abbiamo. Ti faccio un esempio: anni fa c’era stato un certo interesse rispetto alla riscoperta delle presunte radici ebraiche del sud Italia. Oggi vedo che questa è una cosa tralasciata completamente, credo perché non si hanno le forze per seguire queste strade. Ci sono cioè dei potenziali che non vengono sfruttati; non gli viene data una possibilità perché non ce la facciamo ad arrivare fin lì, e così poi lì arrivano altri, che intercettano quella domanda, pur non avendo alcun ruolo nelle istituzioni ufficiali dell’ebraismo italiano.

- In questo percorso, pensi che l’ebraismo italiano debba confrontarsi anche con il movimento reform?
   Non saprei rispondere in termini politici, non sono sufficientemente al dentro delle dinamiche interne all’UCEI né conosco abbastanza la situazione sul territorio. A prescindere dal merito del rapporto con il movimento reform, una cosa mi sento di dirla: non consentiamo alla politica di distrarci rispetto al nostro obiettivo. Abbiamo in Italia un problema di numeri, gli sforzi perciò vanno rivolti nella direzione di avvicinare le persone lontane, di rafforzare la presenza e la partecipazione degli ebrei vicini, di far crescere il numero degli ebrei italiani.

- Da dove dobbiamo cominciare per ottenere questi risultati?
   C’è molto da fare. Per esempio, nelle città universitarie non ci sono punti di ritrovo per i nostri studenti, non ci sono pasti kasher, non ci sono attività ebraiche che li coinvolgano lì dove loro si trovano. Potremmo poi pensare a sviluppare il confronto tra di noi. Abbiamo visto in questi due anni, con zoom, le potenzialità della tecnologia. Potremmo rafforzare allora il dialogo con Israele e tra ebrei italiani e israeliani; produrre delle occasioni di incontro, scambio di idee, di discussione. Rav Laras aveva a cuore questo aspetto, lo disse nel suo ultimo intervento pubblico, quasi un testamento spirituale. Oggi abbiamo un numero significativo di sinagoghe di rito italiano in Israele, abbiamo il dovere di includerle in un sistema unico dell’ebraismo italiano. Pensa a quanto potremmo a rafforzare i nostri giovani se si organizzassero scambi tra Ugei, Ugn e la giovane kheillà che c’è in Israele. Sono tutti modi che potrebbero rafforzare la nostra comunità ebraica italiana.

- Quali sono allora le priorità della prossima Ucei?
   Dobbiamo mettere la cultura e la conoscenza avanti alle divisioni politiche, rafforzarla a tutti i livelli. Deve crescere la nostra conoscenza della Torà. Dobbiamo fare tanti sforzi in questa direzione, specie adesso che cominciamo ad avere i mezzi: la traduzione del Talmud – di cui ho curato il Trattano Ta’anit – deve essere uno strumento per avvicinarsi al testo. Il mio sogno è di ricevere domande e obiezioni su quello che ho scritto. Occorre dialogare intorno al testo. Dobbiamo innalzare il livello dello studio, dalla scuola agli adulti. E poi dobbiamo rafforzare il rapporto e i legami, già presenti a livello viscerale, tra chi vive in Israele e chi vive in Italia. Inoltre dobbiamo cercare gli ebrei che ci perdiamo, che sono lontani. So che è difficile trovare la soluzione, però dobbiamo raggiungerli e coinvolgerli. Abbiamo bisogno di una gran quantità di energie vive, perfino a scapito dell’attività politica, come i rapporti con l’esterno, che certo sono importanti, ma secondari. Se dobbiamo scegliere, dico, come ci insegnano i maestri: “i tuoi poveri hanno la precedenza”, in termini reali e spirituali.

(Riflessi Menorah, 3 ottobre 2021)


Expo Dubai, Sgarbi: “Italia che oscura David umiliazione inaudita, inaccettabile, intollerabile”

“L’Italia oscura il David di Michelangelo a Dubai in ossequio alla tradizione islamica: un’umiliazione inaudita, inaccettabile, intollerabile. Lo Stato italiano umiliato e l’arte italiana mortificata. Un vero e proprio schifo”. E’ la ‘stroncatura’ netta di Vittorio Sgarbi che all’Adnkronos commenta così la vicenda del David di Michelangelo all’Expo di Dubai dove l’iconica riproduzione in grandezza naturale del capolavoro è presentata in modo tale da non mostrare le parti intime della statua.
   “Ci troviamo di fronte all’umiliazione dell’arte italiana. La prova del fallimento dell’Italia all’Expo, dopo che Di Maio era andato qualche mese fa a dire che era un capolavoro”, affonda il critico d’arte. Che incalza: “O tu dici che è un problema tecnico per spendere, di meno, o altrimenti è come quando Renzi fece coprire le sculture per la venuta di Rouhani dall’Iran, mentre Rouhani è persona raffinatissima e sa distinguere fra arte e pornografia. E’ ridicolo”.
   “Si tratta di un tema biblico: è un tema biblico, non è un tema pagano. Pertanto, ‘cancellare’ una parte del David di Michelangelo al Padiglione Italia dell’Expo di Dubai è proprio piegare la testa alla religione e alla loro cultura”, prosegue Sgarbi. “Grottesco e ridicolo - aggiunge Sgarbi - Questo è un tema vero su cui pronunciarsi. Non certo quello della Spigolatrice di Sapri, che è una donna e fa parte della scultura italiana, in cui ci sono i nudi, c’è Canova, c’è Botticelli, e non c’è nulla da dire”.

(Entilocali-online, 2 ottobre 2021)


Forse tra i meno scontenti di vedere un David di Michelangelo con le pudenda coperte ci sono proprio gli ebrei. Perché Michelangelo sembra essersi dimenticato che Davide è ebreo, e presentarlo al pubblico come incirconciso (come si vede nella statua) è come dire al mondo che il re d'Israele non è ebreo. Strano che un filologo d'arte come Sgarbi non l'abbia sottolineato. M.C.


I media statali israeliani ammettono: il vaccino contro il Covid non ne riduce la diffusione

di David Sidman

ISRAELE - Giovedì 26 settembre il rapporto sanitario di Kan 11 News, Nov Reuveny, ha rilasciato quella che molti definiscono una "bomba". Secondo il rapporto, i vaccinati possono diffondere e prendere il covid con lo stesso livello di rischio dei non vaccinati.
   Kan News è l'emittente pubblica israeliana, e questo rende la cosa ancora più sorprendente, perché il governo sta promuovendo una delle campagne di vaccinazione più aggressive del mondo.
   Secondo il rapporto, su 279 casi Covid di coloro che hanno 60 anni e oltre, 250 di loro erano completamente vaccinati o parzialmente vaccinati. Questo significa che il 90% era completamente vaccinato, mentre solo il 10% era non vaccinato o parzialmente vaccinato. La conclusione di Reuveny è che "non c'è stata praticamente alcuna differenza tra farsi vaccinare e non farsi vaccinare. In tutti i casi si hanno le stesse probabilità di contrarre il virus”.
   Reuveny ha anche citato un rapporto del Center for Disease Control (CDC) secondo il quale, per quanto riguarda la variante Delta, i vaccinati non sono stati più protetti dei non vaccinati.
   “In poche parole: coloro che sono stati vaccinati possono diffondere il virus allo stesso modo di coloro che non sono stati vaccinati”.
   Reuveny ha anche criticato la politica israeliana di esentare dalla quarantena coloro che hanno ricevuto la terza dose di richiamo, e l'ha definita "strana".
   Ha comunque detto che i tassi di vaccinazione dovrebbero rimanere alti perché riducono la gravità della carica virale, e ha chiesto di riesaminare l'autoquarantena.
   All'inizio di settembre, Israel365 News ha riferito che, nonostante i dati presentati dal Ministero della Salute israeliano, la FDA non ha appoggiato la raccomandazione di vaccinare tutti i bambini di 12 anni e oltre con il richiamo di Covid.

(Israel365 News, settembre 2021 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


«L’obbligo ostacola noi carabinieri e aiuta i ladri: sicurezza a rischio»

Antonio Nicolosi, segretario del sindacato Unarma: «Con una lettera a Draghi e all'Ue chiediamo la revoca della carta verde e tamponi gratis. È una legge incostituzionale e molti potrebbero seguire l'esempio del vicequestore Schilirò». 

di Federico Novella

«Siamo usi a obbedir tacendo e tacendo morir, ma a tutto c'è un limite. Viviamo pur sempre in una democrazia». Antonio Nicolosi è il segretario generale dell'Unarma, la più antica associazione sindacale dei carabinieri. In anteprima rivela alla Verità i contenuti della lettera che in queste ore è stata spedita a Mario Draghi e alla Corte europea dei diritti dell'uomo. «Il green pass è un provvedimento discriminatorio, la sicurezza del Paese non è mai stata così a rischio». Nella lettera si chiedono tamponi gratuiti per i militari dell'Arma; si parla di vaccinazione come «scelta personale che in quanto tale va rispettata e tutelata», in mancanza di un obbligo vaccinale erga omnes. 

- Nicolosi, nei secoli fedeli ma non al green pass? 
  «Siamo e resteremo fedeli alla Costituzione, ma quella sul green pass è una legge inaccettabile e incostituzionale».

- Perché questa lettera? 
  «Chiediamo la revoca del provvedimento, o perlomeno un confronto. Siamo assolutamente favorevoli ai vaccini, che hanno ridotto i casi gravi e decongestionato gli ospedali, e questo sindacato ha sempre appoggiato fin dall'inizio la campagna vaccinale. Ma dal 15 ottobre il decreto sul pass causerà problemi enormi». 

- Parla del divieto di accedere al lavoro per chi non ha il lasciapassare? 
  «Ci saranno paradossi assurdi. Un esempio? Al carabiniere non vaccinato è vietato mangiare in mensa con i vaccinati, però può dormire nella stessa stanza in caserma, e condividere lo stesso bagno. Così com'è scritto, riteniamo che questo strumento, oltre che insensato, non sia in grado di garantire la sicurezza sanitaria dei cittadini. Prima di parlare abbiamo investito del tempo a informarci. Nella nostra lettera citiamo le evidenze scientifiche maturate con la sperimentazione: esse mostrano chiaramente e in maniera inoppugnabile che anche i vaccinati possono contrarre il virus e trasmetterlo». 

- Quanti sono i carabinieri non vaccinati? 
  «In base a quanto ci risulta sono 15.000, circa il 14% del totale. Considerando polizia, forze armate di pattuglia in città e vigili urbani, possiamo arrivare fino a 70.000 uomini e donne non vaccinati. Ma al ministero non vogliono fare uscire ufficialmente numeri chiari. Hanno paura. Quei numeri potrebbero alimentare dubbi e proteste». 

- Perché una parte delle forze dell'ordine non si vaccina? 
  «I più anziani, che spesso soffrono di patologie cardiache, non possono. Gli altri hanno liberamente deciso di non farlo, opzione consentita dalla legge». 

- C'è sempre la possibilità del tampone, o no? 
  «Non è così semplice. Ci sono compiti che non si possono interrompere per eseguire il tampone. Se faccio il servizio radiomobile per 48 ore no stop, non posso certo fermarmi. Come devo comportarmi se la validità del tampone è scaduta? Come posso interrompere il lavoro sul territorio? Nessuno ce lo ha spiegato. Anzi, spesso siamo percepiti come un fastidio. Ogni tanto arriva qualche circolare ministeriale che sollecita la vaccinazione, ma nulla più. E poi c'è il discorso del prezzo». 

- Il prezzo del tampone? 
  «Leggo che i parlamentari avranno accesso ai tamponi gratis. Bene, allora qualcuno dovrebbe spiegarmi perché uomini dello Stato che rischiano ogni giorno la vita debbano pagarsi il tampone di tasca propria, intaccando il loro stipendio». 

- Avrete problemi di organico? 
  «Sicuramente sì, visto che già siamo impegnati anche nel controllo dell'identità sul green pass. Ricordo a tutti che non siamo l'ufficio postale, dove alla peggio si forma un po' fila. Rischia di saltare l'intero sistema di sicurezza del Paese. Se in una stazione di provincia impediamo di lavorare a tre carabinieri su sei, come possiamo garantire il servizio? Il green pass rischia di essere un favore ai delinquenti, che sono gli unici a lavorare indisturbati anche senza lasciapassare. Ma le dirò di più». 

- Cioè? 
  «Se l'organico entra sotto pressione non possiamo neanche garantire il servizio vigilanza al vaccino. Le forze dell'ordine si occupano anche del trasporto, e del pattugliamento nei centri vaccinali. Ci rendiamo conto?», 

- Ci saranno episodi di disobbedienza civile, come nel caso della vicequestore Schilirò? 
  «Non posso escluderlo. Del resto siamo esasperati. Il green pass fa sì che si viva uno contro l'altro: vaccinati contro non vaccinati. Quel vicequestore ha ragione quando parla di green pass, e comunque ha il diritto di esprimere la sua opinione nel rispetto di tutti». 

- Il Viminale ha negato al sindacato di polizia Cosap di fare volantinaggio anti green pass davanti al ministero dell'Interno il prossimo 6 ottobre. I rappresentanti sindacali dei poliziotti dovranno spostarsi in un'altra piazza romana, e lamentano di non poter esprimere il loro dissenso davanti ai loro vertici. Solidale? 
  «Certamente, esprimo solidarietà. Bisognerà capire le motivazioni dietro al rifiuto della piazza, e mi auguro che siano ragionevoli. Spero non sia stata una lesione del diritto di manifestare, che spetta a tutti i cittadini, compresi i lavoratori della sicurezza». 

- Che strumenti avete per protestare? 
  «Oltre alla famosa moral suasion, intende? Continueremo a scrivere a tutti i livelli, alle istituzioni europee, al comando generale. Sulla direttiva del ministero della Salute riguardante le mense siamo pronti a sporgere denuncia all'autorità giudiziaria». 

- In quanto forze dell'ordine, non dovreste obbedire e basta? 
  «Qualcuno concepisce ancora i carabinieri come se esistessero solo i generali. Questo è un modo di vedere le cose di stampo napoleonico. Ma in realtà i generali sono pochi e la truppa è vasta. E ammetto che farsi ascoltare è più complicato quando quasi tutti i partiti sono al governo, e praticamente non c'è opposizione». 

(La Verità, 3 ottobre 2021)



Conseguenze dell'adulterio

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 6.
  1. Figlio mio, osserva i precetti di tuo padre,
    e non trascurare gli insegnamenti di tua madre;
  2. tienili sempre legati al cuore
    e attaccati al collo.
  3. Quando camminerai, ti guideranno;
    quando dormirai, ti proteggeranno;
    quando ti risveglierai, ti parleranno.
  4. Il precetto è infatti una lampada, l’insegnamento una luce,
    le correzioni della disciplina sono la via della vita,
  5. per guardarti dalla donna malvagia,
    dalle parole seducenti della straniera.
  6. Non desiderare in cuor tuo la sua bellezza,
    non ti lasciar prendere dalle sue palpebre;
  7. poiché per una donna corrotta uno si riduce a un pezzo di pane,
    e la donna adultera sta in agguato contro una vita preziosa.
  8. Uno si metterà forse del fuoco in petto
    senza che i suoi abiti si brucino?
  9. Camminerà forse sui carboni accesi
    senza scottarsi i piedi?
  10. Così è di chi va dalla moglie del prossimo;
    chi la tocca non rimarrà impunito.
  11. Non si disprezza il ladro che ruba
    per saziarsi quando ha fame;
  12. se viene sorpreso, restituirà anche il settuplo,
    darà tutti i beni della sua casa.
  13. Ma chi commette un adulterio è privo di senno;
    chi fa questo vuol rovinare sé stesso.
  14. Troverà ferite e disonore,
    la sua vergogna non sarà mai cancellata;
  15. perché la gelosia rende furioso il marito,
    il quale sarà senza pietà nel giorno della vendetta;
  16. non avrà riguardo a riscatto di nessun tipo,
    e anche se tu moltiplichi i regali, non sarà soddisfatto.
  1. Figlio mio, osserva i precetti di tuo padre,
    e non trascurare gli insegnamenti di tua madre;

    Il termine genitori non viene mai usato nei libri dell'Antico Testamento. Si parla invece, secondo lo stile pratico e concreto dell'ebraico, di padre e madre e, come in questo versetto, si usano termini diversi in relazione alle due figure: dal padre provengono precetti (lett. precetto), dalla madre insegnamenti (lett. insegnamento). Inoltre, come in 1.8, l'esortazione riferita al padre ha forma positiva (osserva), mentre quella riferita alla madre ha forma negativa (non trascurare). La molteplicità delle espressioni usate sottolinea la diversità dei ruoli dei due genitori e l'insostituibilità di ciascuno di essi. Il figlio saggio non si limiterà ad ascoltare le norme di vita trasmesse dal padre, ma si preoccuperà di metterle in pratica. E per quanto riguarda la madre, starà ben attento a non sottovalutare e trascurare le sue parole soltanto perché provengono dalla figura che, tra i due genitori, appare essere la più debole.

  2. tienili sempre legati al cuore
    e attaccati al collo.

    Tornano i riferimenti al cuore e al collo (cfr. 3.3). Non basta aver udito una volta gli insegnamenti giusti e averli anche approvati: è necessario che "non escano dal cuore" (Deuteronomio 4.9). Si deve dunque tenerli legati al cuore attraverso un continuo esercizio di memoria che viene facilitato dal portarli sempre attaccati al collo, cioè in bella vista e a portata di mano.

  3. Quando camminerai, ti guideranno;
    quando dormirai, ti proteggeranno;
    quando ti risveglierai, ti parleranno.

    Alle esortazioni seguono, come sempre, le promesse. Vengono considerati tre momenti della vita di tutti i giorni: il tempo del lavoro (quando camminerai), il tempo del riposo (quando dormirai), il momento del risveglio (quando ti risveglierai). Per ognuno di questi momenti le parole di saggezza del maestro hanno una precisa promessa da trasmettere: ti guideranno durante il giorno nelle scelte che continuamente devi fare; ti proteggeranno durante la notte, quando il sonno ti rende debole e indifeso; ti parleranno nel momento in cui riaprirai gli occhi e ricomincerai a pensare, correndo il rischio di lasciarti prendere da inutili preoccupazioni.

  4. Il precetto è infatti una lampada, l’insegnamento una luce,
    le correzioni della disciplina sono la via della vita,

    Al buio della notte segue la luce del giorno, e l'uomo riprende la sua vita attiva. Ma se la luce del sole serve a fugare le tenebre della notte fisica, per le tenebre morali è necessaria un'altra luce: quella della Parola di Dio (Salmo 119:105). La via della vita, della vera vita, quella che mantiene la creatura in comunione con il suo Creatore, è illuminata dal precetto e dall'insegnamento che provengono dalla sapienza di Dio. Le sue indicazioni possono anche essere correzioni che provengono da una severa disciplina, ma chi le osserva diligentemente non avrà mai da pentirsene. Leggere la Scrittura e pregare all'inizio della giornata significa permettere alla Parola di Dio di essere per la vita spirituale quello che il sole è per la vita fisica: una luce che fuga le tenebre.

  5. per guardarti dalla donna malvagia,
    dalle parole seducenti della straniera.

    La donna malvagia, la straniera che vuole invadere un focolare domestico non suo, per adescare la sua vittima non fa leva soltanto sull'attrazione sensuale del corpo, ma ricorre anche con maestria all'arma delle parole seducenti (cfr. 2.16, 5.3). A queste si può resistere soltanto se in precedenza si sono ascoltate le parole della sapienza di Dio. Come nel caso della salute corporale, le difese preventive sono le più efficaci, e in certi casi sono anche le uniche possibili.

  6. Non desiderare in cuor tuo la sua bellezza,
    non ti lasciar prendere dalle sue palpebre;

    L'originale del verbo desiderare è lo stesso compare nel decimo comandamento (Esodo 20.17, Deuteronomio 5.21). La donna straniera può essere veramente bella, come nel caso di Bat-Sceba (2 Samuele 11.2), e la bellezza è un dono di Dio. Ma davanti a questo fatto positivo, due cose sbagliate possono avvenire: 1) l'uomo può essere indotto a peccare desiderando in cuor suo un bene che non è destinato a lui (Matteo 5.28); 2) la donna può essere indotta a peccare usando maliziosamente il bene ricevuto attraverso l'uso accattivane delle palpebre (2 Re 9.30) per prendere, cioè legare a sé in modo illegittimo, un altro uomo. All'atteggiamento tipicamente maschile del desiderare corrisponde quello tipicamente femminile del farsi desiderare. Entrambi sono forme di peccato quando il desiderio, coltivato o sollecitato, è rivolto al di fuori del campo indicato dalla Parola di Dio.

  7. poiché per una donna corrotta uno si riduce a un pezzo di pane,
    e la donna adultera sta in agguato contro una vita preziosa.

    Qualcuno ha voluto mettere in risalto la differenza tra la donna corrotta (una prostituta) e la donna adultera (una donna sposata). Ma fare una differenza tra le conseguenze che si possono avere dal rapporto peccaminoso con due diverse persone, stabilendo addirittura una gerarchia di gravità, non sembra essere in armonia con l'intero insegnamento di questo libro, che pone continuamente il discepolo davanti ad una scelta tra la vita e la morte. Come nel versetto precedente, lo sguardo si posa una volta su di lui e una volta su di lei. Il maestro sembra dire al discepolo: "Sta attento perché lei è in agguato contro la tua vita preziosa, e tu, per la tua insipienza e debolezza, corri il rischio di sciupare la tua vita per una donna corrotta".

  8. Uno si metterà forse del fuoco in petto
    senza che i suoi abiti si brucino?

    Qualcuno potrebbe credere che chi ubbidisce al comandamento di Dio ottiene una medaglia e chi disubbidisce ottiene il piacere. Chi pensa così commette un errore mortale: non si tratta di scegliere tra l'onore e il piacere, ma tra la vita e la morte. E' vero, non sempre le conseguenze del peccato si avvertono immediatamente, ma proprio per questo è importante la parola d'avvertimento. Il fuoco potrebbe attrarre qualcuno e fargli credere che metterselo in petto gli procurerebbe piacere. Ma chi ha conoscenza avverte: "La realtà è un'altra: i tuoi abiti si bruceranno". Si tratta di fatti, non di opinioni.

  9. Camminerà forse sui carboni accesi
    senza scottarsi i piedi?

    L'avvertimento continua con un altro esempio dello stesso tipo. Anche in questo caso si fa riferimento alla realtà. Si può liberamente decidere di camminare sui carboni accesi, ma non si è liberi di scegliersi le conseguenze. La frase è in forma ironica di domanda: "E' possibile farlo senza scottarsi i piedi?" Evidentemente no. La conclusione segue immediatamente dopo.

  10. Così è di chi va dalla moglie del prossimo;
    chi la tocca non rimarrà impunito.

    Così è...": è importante sottolineare concretezza dell'espressione. La parola di Dio è una lampada (Salmo 119.105) che illumina la realtà. Si può decidere di chiudere gli occhi e credere che le cose stiano come si preferisce, ma è un'illusione mortale. L'avvertimento è questo: "Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà; poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adùlteri" (Ebrei 13.4). La punizione può cominciare già su questa terra attraverso l'ira del marito, ma certamente si compirà nel giorno del giudizio attraverso l'ira di Dio, su tutti coloro che non si saranno ravveduti.

  11. Non si disprezza il ladro che ruba
    per saziarsi quando ha fame;

    Nei versetti che seguono si pone un confronto fra il ladro e l'adultero, sottolineando la maggiore gravità delle negative conseguenze che si abbatteranno sul secondo. Chi ruba per placare la sua fame non viene per questo disprezzato, perché le sue motivazioni gli fanno trovare comprensione. L'adultero invece quando viene scoperto perde anzitutto il suo onore, perché "la sua vergogna non sarà mai cancellata" (v.32). Si noti tuttavia che qui si parla di disprezzo, non di condanna. Il ladro che ruba perché ha fame sarà compreso, ma non assolto.

  12. e viene sorpreso, restituirà anche il settuplo,
    darà tutti i beni della sua casa.

    Infatti in questo versetto si parla di una pena che il ladro dovrà subire. Per evitare contraddizione logiche, in alcune traduzioni compare un "ma" all'inizio della frase. Il senso potrebbe quindi essere questo: anche se il ladro affamato potrà trovare comprensione negli altri, dovrà tuttavia darsi da fare per un risarcimento del danno, arrivando fino al punto, se necessario, di vendere la sua casa. In questo modo, però, anche se a prezzo di grandi sacrifici, il danno potrà essere risarcito e la colpa rimossa. La stessa cosa non potrà avvenire per l'adultero, per il quale non sarà possibile nessuna forma di riscatto (v.35).

  13. Ma chi commette un adulterio è privo di senno;
    chi fa questo vuol rovinare sé stesso.

    Proprio per questo al discepolo viene detto chiaramente che chi commette un adulterio è privo di senno. Se il ladro può arrivare a perdere la casa, l'adultero finirà per rovinare sé stesso; e solo un pazzo può comportarsi in questo modo. L'adulterio ha degli elementi di irreversibilità che lo fanno avvicinare a un suicidio.

  14. Troverà ferite e disonore,
    la sua vergogna non sarà mai cancellata;

    La differenza tra il ladro e l'adultero sta soprattutto in questo: che il ladro sottrae al prossimo degli oggetti mentre l'adultero sottrae una persona. La punizione per l'adultero dovrà dunque arrivare a toccare la sua persona, sul piano corporale (le ferite) e su quello morale (il disonore). E mentre le ferite corporali dopo un certo tempo si rimarginano, la stessa cosa non accadrà per quelle morali. E' detto infatti che la sua vergogna non sarà mai cancellata.

  15. perché la gelosia rende furioso il marito,
    il quale sarà senza pietà nel giorno della vendetta;

    L'adulterio è un fatto che non riguarda mai soltanto due persone. Il peccato dell'adultero lo fa entrare in una relazione irreversibile con il coniuge tradito. La gelosia e l'ira del marito sono reazioni giuste (27.4): l'amore autentico è sempre suggellato da un patto, e chi con la sua azione fa sì che questo patto venga infranto non può pensare di rimanere impunito. L'adultero non deve sperare in sentimenti di pietà da parte del marito: il giorno della vendetta arriverà.

  16. non avrà riguardo a riscatto di nessun tipo,
    e anche se tu moltiplichi i regali, non sarà soddisfatto.

    In Israele il marito tradito non aveva l'autorità di perdonare l'adultero, perché l'adulterio compiuto introduceva un male nella società che doveva essere tolto con la morte dei colpevoli (Deuteronomio 22.22-24). Nessun riscatto materiale in forma di "risarcimento danni" poteva essere preso in considerazione; anche se avesse voluto, il marito non avrebbe dovuto accettare regali di nessun tipo. L'adulterio introduce la morte nella relazione vitale tra due coniugi, e ciò che distrugge la vita deve essere pagato con la vita. La severità della legge data da Dio al popolo di Israele deve quindi tanto più spingere gli uomini ad apprezzare la grandezza dell'opera compiuta dal Signore Gesù Cristo, che ha preso su di sé le conseguenze che spettano a chi trasgredisce la legge di Dio e ha offerto, anche per l'adultero pentito, una possibilità di riscatto che nessun altro uomo sulla terra avrebbe potuto offrire.

    M.C.

 

Expo Dubai 2020, Israele: “Un padiglione aperto in segno di speranza

Un simbolo di speranza verso un futuro unito e migliore. Questo è il Padiglione Israele a Expo Dubai 2020, raccontato da Menachim Gantz.

di  Andrea Eusebio

Expo Dubai 2020 ha aperto le sue porte ieri, venerdì 1 ottobre, con un anno di ritardo a causa della pandemia da Covid-19. Ad accogliere i visitatori giunti per l’Esposizione Universale c’è anche il Padiglione Israele. Un simbolo di “speranza”, come ha raccontato Menachim Gantz, portavoce del Padiglione di Israele a Expo Dubai 2020.
   “È un padiglione aperto: immaginavamo ci sarebbe stato scetticismo da parte dei visitatori arabi verso la nostra presenza. Per questo motivo non ci saranno file per l’accesso né porte. Saremo uniti su una distesa di sabbia, laddove entrambi i nostri popoli, Ebrei e Musulmani, derivano“.

• Expo Dubai 2020, il messaggio del Padiglione di Israele
   Ognuno, quindi, può entrare e sedersi, come in una tenda, simbolo del Medio Oriente. Un luogo dove tutti sono benvenuti e possono sentirsi al sicuro. “Il messaggio è proprio questo: insieme si può creare un domani migliore“. Le aziende israeliane, come ha spiegato Gantz, non pensano di cambiare solo una realtà locale. L’obiettivo è quello di “rispondere a necessità globali”. “Si va verso un domani, come scritto nell’orizzonte nel padiglione in diverse lingue, per sottolineare quanto siamo simili e uniti“.
   Come raccontato dal portavoce del Padiglione di Israle questo è un “simbolo di speranza“. In questo modo chi arriverà a Expo Dubai 2020 potrà dire: “Se le persone si mettono insieme e trovano ciò che le unisce, il futuro veramente può essere migliore. Non è uno slogan poetico, è una dimostrazione reale e concreta di come l’unione può far crescere i popoli“.

• Gantz: “Dati pazzeschi, nonostante il Covid”
   Nonostante il Covid, ha raccontato Gantz, i dati sono stati pazzeschi. “Nell’ultimo anno 300mila israeliani hanno visitato gli Emirati. Con il commercio abbiamo raggiunto un miliardo di dollari di scambi commerciali“. “Spero che l’Expo sia un’occasione per andare nella direzione dell’unione. La diversità non è una cosa che ci fa paura, ma è una forza. Ognuno deve essere diverso dall’altro, l’importante è rimanere uniti per creare cose straordinarie“.
   Per quanto riguarda la pandemia, a Expo Dubai 2020 sono comunque attese moltissime persone da tutto il mondo. “Le questioni di salute ed epidemia saranno il centro dell’umanità. L’uomo non dovrà fermarsi, ma cercare di capire come vivere al fianco di queste sfide. Ad Expo Dubai 2020 ci sarà spazio anche per questo, perché dovremo essere responsabili, intelligenti e creare opportunità per andare avanti“.

(Newsby, 2 ottobre 2021)


Gli ebrei non hanno inventato il capitalismo ma la leggenda ha creato l'antisemitismo 

Un'indagine sulla nascita dei due stereotipi - prestatori & mercanti - che hanno provocato danni immensi 

Dare denaro a pegno era vietato ai cristiani e le comunità ebraiche facevano gioco In due testi del '600 un passaggio cruciale nella percezione della minoranza in Europa

di Elena Loewenthal 

Che cosa potrà mai tenere insieme la piattaforma Rousseau (nel senso di Casaleggio & Co.), un naufragio di massa nel golfo di Biscaglia a metà gennaio del 1627 ( due mercantili portoghesi e cinque galeoni armati di scorta), l'invenzione delle lettere di cambio e la numerosa, per quanto sottotraccia, comunità di conversos a Bordeaux, fra il XVI e il XVII secolo? 
   Più che una domanda sembra un rompicapo, e forse lo è. Eppure Francesca Trivellato, Andrew W. Mellon Professor presso l'lnstitute for Advanced Studies di Princeton, docente e ricercatrice di storia economica in età moderna, allieva di Giovanni Levi, fondatore insieme a Carlo Ginzburg della microstoria nonché grande studioso di storia moderna, crea in questo suo libro, Ebrei e Capitalismo. Storia di una leggenda dimenticata, un tessuto perfettamente coerente di tutto questo e tanto altro. 
   E un saggio storico che si legge praticamente come un romanzo, che avvince e illumina - nel senso originario, quasi letterale della parola. L'obiettivo di questo saggio è, certo, quello di sfatare una leggenda tanto comune quanto scivolosa, che di fatto sta alla radice dell'antisemitismo moderno, secondo cui si attribuiscono ai figli d'Israele un uso morboso e malefico del denaro e l'invenzione del capitalismo più spregiudicato. 
   Sta di fatto che, attraverso i lunghi secoli del Medioevo - età per molti versi tutt'altro che buia - il prestito su pegno o a interesse era vietato ai cristiani per il semplice motivo che si fondava, e si fonda, su un uso «economico» del tempo, che è Dio e non può per questo diventare profitto. Per questa ragione le comunità ebraiche facevano gioco, e a loro fu imposto l'esercizio di questa professione tanto sgradita quanto necessaria. 
   Etienne Cleirac (1583-1657), autore di Us et coustumes de la mer, un trattato di diritto marittimo pubblicato a Bordeaux nel 164 7 che a suo tempo ebbe un gradissimo successo, offre a Trivellato lo specchio di un passaggio cruciale nella percezione della minoranza ebraica d'Europa, e dei danni immensi che questo passaggio provocò, pure a secoli di distanza. 
   L'indagine di Trivellato si sofferma anche su un altro testo, di pochissimo più tardo: il Parfait négociant di Jacques Savary che, uscito nel 1675, costituisce un vero e proprio «manifesto della società mercantile francese del Seicento». Ebbene, il Parfait négociant riprende l'associazione negativa, di lunga data, tra ebrei e credito e la variante introdotta da Cleirac: la figura dell'ebreo prestatore su pegno lasciava ora il passo a quella dell'ebreo mercante internazionale con tentacoli dappertutto e capacità superiori. Di primo acchito i due archetipi sembrano l'uno opposto all'altro, in quanto il primo è legato a un'economia di scarsità e al credito al consumo, mentre il secondo all'abbondanza e al credito commerciale. In realtà, sia nella cultura alta che nell'immaginario comune, il concetto di «usura» era connaturato a entrambi gli stereotipi. 
   Lungo un'indagine estremamente interessante che spazia sempre con grande acribia dalla filologia dei testi all'analisi dei dati, Trivellato conduce il lettore lungo la storia di questi due stereotipi, spiegandone per un verso l'eziologia, per l'altro le deleterie conseguenze sul piano sociale, culturale, materiale. In sostanza, non sono stati gli ebrei a inventare né l'usura né il credito, né tanto meno il capitalismo. Ma all'Europa ha fatto sempre molto comodo additare il «colpevole», tanto nefasto quanto necessario alle complesse dinamiche della storia. 
   Ne risulta un saggio storico interessante per molti versi. In primo luogo perché sfata un pregiudizio. Poi perché lo fa con un'analisi tanto ampia quanto minuziosa: il lettore può a tratti avere l'impressione che questa disamina si concentri essenzialmente su un periodo storico molto preciso (la metà del Seicento) e un particolare contesto geografico e politico (Francia), ma in realtà non è affatto così perché gli orizzonti entro cui spazia l'indagine sono ben più ampi, nel tempo e nello spazio. 
   E al di là di una doverosa «revisione» della storia europea in questo contesto, l'invito di Trivellato è anche quello di ripensare la vicenda ebraica per come è stata scritta e percepita dalla seconda metà del Novecento in poi. Tutto va insomma connesso con la disponibilità a rimettere in discussione i punti fermi, che per definizione stessa fanno molto in fretta a diventare luoghi comuni. Magari perniciosi. 

(Corriere della Sera, 2 ottobre 2021)


Antisemitismo nel calcio, tifosi dell’Union Berlino insultano quelli del Maccabi Haifa

Quando nel calcio non si parla del risultato, qualcosa è andato storto. Se a interessare di più sono i comportamenti vergognosi di alcuni tifosi, a sgonfiarsi non è solo la credibilità del pallone, ma dell’intera società.
   Perché se a decenni di distanza, la Germania continua a essere teatro dell’antisemitismo, la storia sembrerebbe aver insegnato molto poco.
   Talmente poco che la partita tra Union Berlino e Maccabi Haifa verrà ricordata per gli ignobili insulti antisemiti di alcuni supporters tedeschi rivolti contro quelli israeliani.
   E pensare che questo secondo incontro di Conference League era stato presentato come un evento storico, visto che per la prima volta una squadra israeliana avrebbe giocato all’Olympiastadion di Berlino, chiamato “stadio di Hitler” e impianto che ospitò i Giochi Olimpici nel 1936, davanti a un soddisfatto Führer.
   E, invece, l’idiozia umana mischiata all’odio antiebraico ha fatto sì che alcuni tifosi tedeschi alzassero il braccio destro verso il settore ospite a suon di slogan antisemiti.
   “Fottuti ebrei, vi cancelleremo tutti” e ingiurie nei confronti dello Stato d’Israele hanno raggiunto il proprio culmine dopo il doppio vantaggio della squadra di casa, in particolare nei confronti del Gruppo Giovanile della Società Germanico-Israeliana, la “Deutsch-Israelische Gesellschaft”.
   Un tifoso dell’Union Berlino ha addirittura tentato di bruciare una bandiera israeliana, prima di esser bloccato dagli steward.
   Il club tedesco si è prontamente scusato per quanto accaduto e ha annunciato piena collaborazione possibile per aiutare la polizia a identificare i responsabili.
   Una presa di posizione netta, quella dell’Unione Berlino, che però non ha incontrato altrettanta prontezza nelle stanze del potere dell’Uefa, che al momento non ha proliferato parola su quanto successo.
   Molto strano, visto che il massimo organo calcistico europeo è noto per sua la campagna contro il razzismo.
   In attesa che il mancato intervento dell’Uefa sia solo in ritardo, dobbiamo registrare la vittoria per 3-0 dell’Union Berlino contro il Maccabi Haifa. Sul campo, perché sugli spalti il risultato è stato ben diverso.

(Progetto Dreyfus, 1 ottobre 2021)


Bahrein: la comunità ebraica accoglie con favore la visita del ministro degli Esteri israeliano

ABU DHABI - La comunità ebraica del Bahrein ha incontrato ieri il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, a un anno di distanza dalla sigla degli Accordi di Abramo che ha normalizzato i rapporti tra i due Paesi. I membri della comunità ebraica hanno partecipato anche all’inaugurazione dell’ambasciata israeliana nella capitale Manama. Al termine della cerimonia, fa sapere l’emittente televisiva emiratina “Al Arabiya”, la comunità ha donato al ministro israeliano una mezuzah, una pergamena su cui sono riportati passi della Torah, che è stata poi posizionata all’entrata dell’ambasciata dello Stato ebraico. “Oggi è un giorno storico per il Bahrein e Israele e un momento importante per la nostra comunità ebraica”, ha dichiarato Ebrahim Daoud Nonoo, capo della comunità ebraica del Bahrein. La comunità ebraica bahreinita è l’unica autoctona nella regione e la sua presenza nel Paese risale al 1880.

(Agenzia Nova, 1 ottobre 2021)


Bennett, Herzog e partito Ra’am: le scelte “distensive” di Israele

A un anno dagli accordi di Abramo prosegue la normalizzazione dei rapporti di Israele con i paesi arabi. Ci sono segnali positivi anche rispetto ai palestinesi.

di Caleb J. Wulff

Il 15 settembre dell’anno scorso venivano firmati gli Accordi di Abramo, il trattato promosso da Donald Trump che normalizzava le relazioni di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e Bahrein.
  I risvolti positivi di questi accordi si cominciano a notare anche sotto gli aspetti economici, in particolare con gli Eau. Come riporta The Jerusalem Post, questi accordi stanno portando a un forte sviluppo delle relazioni commerciali tra i due Paesi, delineando anche una strategia di più ampio respiro. Per Israele, gli Emirati rappresentano una rilevante porta di ingresso verso gli altri Paesi del Golfo e i mercati dell’Asia del Sud e dell’Africa Orientale; per gli Emirati, Israele rappresenta un utile canale per raggiungere più efficacemente l’esteso mercato statunitense.
  Il nuovo governo israeliano, succeduto nello scorso giugno ai dodici anni di Benjamin Netanyahu, sta cercando di ampliare ad altri Paesi arabi la stabilizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali. Gli Accordi sono stati firmati anche dal Sudan, con sviluppi limitati anche per la critica situazione interna del Paese, e con il Marocco. Le buone relazioni instaurate con Rabat hanno però comportato la rottura con l’Algeria, che ha accusato Israele di appoggiare il Marocco nella controversia per la sovranità sul Sahara Occidentale, regione contesa anche dal Fronte Polisario che ne ha proclamato l’indipendenza. Yair Lapid, ministro degli Esteri israeliano, durante la sua recente visita in Marocco, ha a sua volta accusato l’Algeria di essersi sempre più avvicinata all’Iran.
  La situazione non semplice del Medio Oriente e del Nord Africa pone quindi all’allargamento degli Accordi di Abramo diversi problemi, e uno dei maggiori rimane la irrisolta questione palestinese. Non a caso, i palestinesi hanno accettato piuttosto male gli Accordi , ritenendoli un tradimento della loro causa. La questione palestinese rimane tuttora un problema anche per la politica interna israeliana, particolarmente per un governo complesso come l’attuale, esito di quattro elezioni generali in poco più di due anni, e costituito da 8 partiti che vanno dalla destra alla sinistra. L’inclusione nel governo, per la prima volta nella storia di Israele, anche di un partito degli arabi-israeliani, il Ra’am, ha portato in un certo senso la questione palestinese all’interno del governo stesso.
  Gli arabi rappresentano più del 20% della popolazione israeliana e si sentono messi da parte dalla politica del Paese, invisi alle destre e loro stessi divisi nei confronti della questione palestinese. L’inclusione di uno dei loro partiti nel governo è un segnale di distensione, ma ha provocato ulteriori opposizioni nella destra e tra gli elettori di Yamina, il partito del primo ministro Naftali Bennett. La perdita di consenso di cui sta soffrendo Bennett è probabilmente una concausa della sua rigida posizione, che lo ha portato a rifiutare la soluzione dei due Stati. Bennett ha affermato che uno Stato palestinese rischierebbe di trasformare anche la Cisgiordania in una nuova Gaza, rendendo impossibile la vita in Israele. Si è anche rifiutato di parlare con il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, accusandolo di fiancheggiare i terroristi, ma ha offerto aiuto economico per sollevare le condizioni di vita dei palestinesi.
  Isaac Herzog, il laburista capo dello Stato da questo giugno, ha tenuto invece un atteggiamento completamente diverso, con un paio di cordiali colloqui telefonici con Abbas. Anche Benny Gantz, ministro della Difesa, ha incontrato Abbas alla fine di agosto a Ramallah, promettendo le misure di aiuto economico poi fatte proprie anche da Bennett. Da notare che in queste proposte economiche è compresa anche Gaza. Non è da escludere che si tratti di una politica tesa a portare avanti una comune strategia di stabilizzazione dei rapporti interni ed esterni, cercando di “tener buoni”, per così dire, i rispettivi elettorati. D’altra parte, se cade questo governo diventano molto probabili nuove elezioni, per la quinta volta dall’aprile del 2019.
  Tutti e tre gli autorevoli politici, Herzog, Bennett e Gantz, hanno invece avuto contatti diretti con il re di Giordania, Abdullah, pur avvolti in un certo alone di segretezza. Appare comunque chiaro l’intento di ristabilire relazioni positive con un Paese molto importante nella questione palestinese e con il quale esistono rapporti diplomatici dal 1994. Le relazioni con Amman si erano deteriorate con il governo di Netanyahu e la situazione era precipitata all’inizio di quest’anno con gli ostacoli posti da Netanyahu alla visita del principe ereditario di Giordania alla moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme.
  Per quanto riguarda invece l’Egitto, primo firmatario di un trattato di pace con Israele nel 1979, i rapporti sempre costanti con Israele hanno avuto un rafforzamento nel recente incontro di Bennett con Al Sisi. I due Paesi collaborano nella lotta alle organizzazioni islamiste nel Sinai e hanno un comune interesse a normalizzare la situazione nella Striscia di Gaza, combattendone le fazioni più estremiste. Sotto il profilo economico, importanti sono le esportazioni di gas da Israele verso l’Egitto e, per quest’ultimo, è rilevante l’afflusso di turisti  israeliani.
  Rimane quindi confermato che, piaccia o meno, Israele rimane un punto centrale per ogni sviluppo nella regione e che la sua stabilità interna e la normalizzazione dei rapporti con gli Stati vicini sono nell’interesse di tutti.

(ilsussidiario.net, 1 ottobre 2021)


Razzismo e insulti antisemiti a Berlino e Praga

Nella serata di Conference League e Europa League

Il razzismo non è un problema esclusivamente italiano. L’ennesima dimostrazione è arrivata dalla seconda giornata di Conference League e di Europa League, competizioni macchiate da inquietantissimi episodi sugli spalti. A dimostrazione di quanto lavoro ancora ci sia da fare per non cadere in gravissimi e tragici errori del passato.
  Il più clamoroso, almeno mediaticamente parlando, è quello accaduto nel corso del match di Conference tra Union Berlino e Maccabi Haifa. Una gara che già alla vigilia era stata presentata come storica, essendo la prima di una squadra dello Stato d’Israele all’interno dell’Olympiastadion, da molti ritenuto lo ‘stadio di Hitler’, quello che ospitò gli storici giochi olimpici del 1936, diventati leggenda grazie a Jesse Owen.
  Sul terreno di gioco la partita non è stata equilibrata. I padroni di casa si sono imposti con un nettissimo 3-0. Ma a fare tantissimo rumore non è quanto accaduto in campo, bensì quanto successo sugli spalti. I tifosi dell’Union hanno infatti salutato i rivali del Maccabi con il braccio teso, ricoprendoli d’insulti da brividi.
  Dopo la seconda rete, in particolare, sarebbero volati diversi oggetti verso gli appartenenti al Gruppo Giovanile della Società Germanico-Israeliana, accompagnati da questi cori: “Fottuti ebrei, vi cancelleremo tutti“. Un tifoso dell’Union avrebbe tentato anche di bruciare una bandiera israeliana, prima di essere bloccato dagli steward. Episodi gravissimi, che potrebbero portare a un intervento da parte dell’Uefa. Che intanto, però, deve osservare anche quanto accaduto in un altro stadio…
  Non meno grave quanto avvenuto durante il confronto di Europa League tra Sparta Praga e Glasgow Rangers. Qui non si è trattato d’insulti antisemiti, ma di un altro episodio di razzismo preoccupante. Vittima nell’occasione Glen Kamara, nazionale finlandese originario della Sierra Leone, insultato con ululati per buona parte del match.
  Purtroppo una triste abitudine da parte di alcune tifoserie. Ma qui c’è un’aggravante. Il settore che ha lanciato gli ululati era infatti occupato da 10mila bambini e adolescenti di massimo 14 anni, in quanto chiuso ai tifosi abituali per precedenti episodi di discriminazione durante una gara col Monaco. Deluso l’allenatore dei Rangers, Steven Gerrard: “Abbiamo giocato a porte apparentemente chiuse per una ragione. Non è la prima volta che succedono queste cose qui, ma non è stato fatto abbastanza“. Difficile dargli torto.

(Udinese Blog, 1 ottobre 2021)


Il caso del piccolo Eitan: a che punto siamo e cosa si dice in Israele

Il bambino di sei anni è l'unico sopravvissuto alla strage della funivia del Mottarone dello scorso 23 maggio. Circa tre settimane fa il nonno materno l'ha portato in Israele senza avvisare il resto della famiglia paterna che aveva in custodia il piccolo e da allora è iniziato un caso diplomatico e mediatico, soprattutto in Italia. Vediamo però come la storia viene raccontata in Israele.

• La situazione attuale
  C'è stata una prima udienza in Israele per decidere sulla custodia del bambino e giudicare il nonno materno Shmuel Peleg accusato di aver rapito Eitan. Durante questa udienza, hanno comunicato i legali delle parti, è stata raggiunta un'intesa provvisoria per la gestione condivisa del piccolo che resterà in Israele almeno fino alla seconda udienza, prevista per l'8 ottobre.
   Secondo quanto stabilito Eitan starà tre giorni con una parte della famiglia e tre giorni con l'altra.

• La narrativa in Israele è diversa, dice il Times of Israel
  Una ''tragedia straziante'' che più di altre ''sembra aver toccato una corda particolarmente profonda''. E che allo stesso tempo ''mette in evidenza questioni che sono al centro delle interpretazioni nazionali di Israele e dell'Italia''. Perché ''è difficile far capire agli italiani'' che la ''casa è l'unico luogo a cui appartieni veramente e dove puoi essere certo di mantenere una piena identità ebraica''. Così il Times of Israel torna sul caso del piccolo Eitan Biran, il bambino di sei anni unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone del maggio scorso dove perse i genitori, il fratellino e i bisnonni. Con doppia cittadinanza italiana e israeliana, dopo la tragedia del maggio scorso il piccolo è stato accolto da una ''maternità nazionale'' in Italia e riconosciuto pubblicamente come ''il piccolo Eitan'', scrive il giornale israeliano. Dal giorno dello schianto della funivia allo stato di salute in ospedale, fino al suo ritorno a casa, la vicenda di Eitan è stata una notizia da prima pagina nei giornali italiani. Vicenda alla quale si è poi aggiunta la battaglia legale tra due famiglie per la sua custodia e che, ''con le sue profonde basi emotive, ha affascinato l'opinione pubblica in entrambi i paesi''.
   Il Times of Israel afferma quindi che si è ''creata una sorta di soap opera nella vita reale'' con ''l'opinione pubblica italiana che chiaramente ha simpatie per la zia che vive in Italia'' e che ''è stata in grado di comunicare la sua posizione in un italiano fluente'' e senza usare toni accusatori nei confronti delle autorità locali. ''L'indignazione pubblica è aumentata'' in Italia con il trasferimento in Israele di Eitan per opera del nonno materno, Shmuel Peleg, ''vista come un rapimento'' scrive il giornale, ma anche come un affronto alla ''sovranità legale italiana''. La vicenda ha tenuto banco ''nei talk show e in apertura dei telegiornali'', ma ''qui in Israele la narrativa è molto diversa'', spiega.

• "Difficile far capire in Italia il senso di identità ebraica"
  Citando il messaggio inviato dal nonno alla zia paterna Aya in Italia all'arrivo a Tel Aviv, ''Eitan è a casa'', il Times of Israel afferma che ''quella nozione di patria ebraica, e il senso di sicurezza che offre, è infatti difficile da afferrare per molti italiani'' perché ''casa è intesa non solo come il luogo in cui risiedi, ma anche come l'unico luogo a cui appartieni veramente e dove puoi essere certo di mantenere una piena identità ebraica''. Anche sulla stampa ebraica sono state espresse posizioni diverse, ma ''molti israeliani possono quantomeno simpatizzare con il nonno, che in Italia è visto in gran parte con occhio critico. Dopotutto, la paura dell'assimilazione è reale, e Peleg ha sottolineato più volte che Eitan avrebbe frequentato una scuola cattolica a Pavia''.
   Con il progredire della saga, il Times of Israel spiega che sono stati invocati riferimenti al racconto biblico del 'Giudizio di Salomone' ''in cui il saggio re d'Israele discerneva quale delle due donne che gli stavano davanti fosse la vera madre di un bambino suggerendo che il ragazzo venga tagliato a metà. A differenza di quella storia qui non c'è nessun impostore'', ma ''due parti afflitte, con eguali pretese familiari su Eitan'', ma che partono da ''principi diversi che li portano a concezioni diametralmente opposte di ciò che è nel suo migliore interesse''.

(News UK, 1 ottobre 2021)


No comment.


Vaccino Covid. Perché i media italiani hanno nascosto il venerdì nero di Big Pharma?
   Articolo OTTIMO!

Negli Usa c’è stato un duro braccio di ferro sui vaccini tra lobby farmaceutiche e agenzie federali taciuto dai media nostrani, puntualmente allineati.

di Alberto Contri

Se gettiamo lo sguardo di là dall’oceano, scopriamo che in questi ultimi giorni sul fronte dei vaccini stanno accadendo cose piuttosto interessanti. 
   Mentre in Italia giornalisti, conduttori tv, virologi, ministri, politici sembrano diventati tutti rappresentanti di un’unica azienda farmaceutica, negli Stati Uniti si stanno raccogliendo venti che potrebbero alimentare un tifone. Ho letto questo post sul social network Linkedin: “È un segnale: una brezza da ovest può diventare una tempesta se si incontra con correnti del nord”.

- A cosa si riferisce?
  Al “venerdì nero” (il 15 scorso, per i superstiziosi) che ha sconvolto le aspettative di Biden e di Big Pharma. Per rispondere alla richiesta del presidente americano di fare una terza dose di vaccino a tutta la popolazione, la Fda ha convocato la Commissione consultiva, come da prassi per decisioni così importanti. A differenza delle misteriose riunioni delle istituzioni sanitarie italiane, la riunione era pubblica.

- In sintesi, cosa è successo? 
  Che durante il dibattito sono emersi molti elementi in grado di avallare l’ipotesi che l’aumento degli effetti indesiderati sia dose-dipendente: per cui un soggetto esposto a ulteriori inoculazioni rispetto alle due previste, può vedere aumentare significativamente gli effetti collaterali
   Sicché alla fine, dopo ore di accesa discussione, la Commissione ha votato “no” alla richiesta di Biden con 16 voti contro 2, consentendo la terza dose solo agli ultra 65enni e agli individui ad alto rischio di contrarre l’infezione.
   Scatenando il panico nelle istituzioni, per il diniego a dare seguito alle richieste di Biden, mentre la bocciatura ha provocato cali in borsa delle aziende coinvolte, ma non così forti come si poteva immaginare, semplicemente perché i contratti di vendita erano già stati firmati da tempo.
   Ma la pressione di Big Pharma non ha mollato, e venerdì 24, fatto davvero inconsueto, il Cdc, l’agenzia federale gemella della Fda, ne ha sovvertito le decisioni con uno stratagemma: ha deciso che potranno ricevere la terza dose le persone sopra i 18 anni a rischio di infettarsi per motivi di lavoro. Il che significa tutti coloro che sono a contatto con il pubblico o con i clienti; quindi quasi tutta la popolazione che lavora.
   Mentre si svolge il braccio di ferro tra lobby e agenzie federali, la comunità scientifica seria ha preso in grande considerazione le affermazioni di alcuni esperti convocati.
   Durante l’udienza della Commissione consultiva, il prof. Steve Kirsch, direttore del Covid-19 Early Treatment Fund, ha affermato che le iniezioni stanno uccidendo più persone di quante ne stiano salvando: “Oggi concentrerò le mie osservazioni sull’elefante nella stanza che nessuno vuole vedere: parliamo sempre di vite salvate e di efficacia dei vaccini perché abbiamo voluto credere che i vaccini fossero completamente sicuri, e questo non è vero per niente … il Vaers (il sistema di rilevazione passiva di effetti collaterali, nda) mostra che gli attacchi di cuore si sono verificati 71 volte più spesso a seguito di questi vaccini rispetto a qualsiasi altro vaccino. Più in generale possiamo dire che abbiamo ucciso due persone per salvare una vita”.
   Ora, si tratta indubbiamente di affermazioni molto gravi, che però circolano già da tempo nella comunità scientifica non solo americana. Con una sola differenza rispetto all’Italia: una simile presa di posizione negli States viene discussa, e i suoi sostenitori invitati a partecipare alla Commissione consultiva dell’Fda. Da noi i medici che osano esporsi pubblicamente con dubbi sui vaccini molto meno gravi di questi, vengono sospesi o addirittura radiati. Mentre i medici delle terapie domiciliari stanno aspettando da un anno di essere ricevuti dal ministro Speranza, che ha fatto ricorso al Consiglio di Stato per far confermare il suo assurdo protocollo “Paracetamolo e vigile attesa”, unanimemente stroncato dalla letteratura scientifica internazionale, dai medici sul campo, e in Italia messo fortemente in dubbio anche dal prof. Giuseppe Remuzzi, direttore scientifico dell’Istituto Mario Negri. A proposito del Mario Negri, con un commento che ha fatto molto rumore, il suo presidente, il prof. Silvio Garattini, in una trasmissione televisiva ha dichiarato che al momento l’unico vantaggio della terza dose è per i fatturati delle aziende farmaceutiche.
   Tornando alla riunione della Commissione consultiva della Fda, l’immunologa e biologa Jessica Rose ha osservato che, sulla base dei dati Vaers, “i rischi del vaccino superano i benefici nei giovani, e in particolare nei bambini, a causa di un aumento di mille volte delle reazioni avverse all’iniezione nel 2021 rispetto agli ultimi decenni. C’è un aumento di oltre il 1000% nel numero totale di eventi avversi per il 2021 (nei bambini per i vaccini nel loro complesso) e il 2021 non è ancora finito”, ha detto Rose.
   Chi avesse voglia e tempo, e conosce bene l’inglese, può guardarsi l’intera registrazione di 8 ore dell’evento
   Personalmente suggerirei in primis al ministro della Salute, ai vertici del Cts, ai giornalisti scientifici e a quelli generalisti che scrivono di virus senza adeguato background, ai virologi televisivi e ai conduttori di talk show così fermamente convinti dell’efficacia e sicurezza di questi vaccini, a guardarsi almeno tre volte di fila questo video. Perché ci impongono da mesi l’ascolto del loro disco rotto, che contiene delle vere e proprie falsità: “questi vaccini non sono più sperimentali perché sono già stati sperimentati su due miliardi e mezzo di persone. E sono efficaci e sicuri”. Ma se vengono “sperimentati” significa che sono sperimentali: o no? I documenti ufficiali parlano di autorizzazione condizionata fino alla fine della sperimentazione sul campo prevista per il 2023. Come si può affermare che non sono sperimentali?
   Sulla sicurezza, vedi sopra. Sull’efficacia, la stessa Pfizer ha dichiarato che essa già dopo 4-6 mesi può diminuire fortemente, fino a quasi scomparire dopo 7 o 8 mesi, mentre il green pass dura 12 mesi; ma allora, come la mettiamo? Ad un certo punto diventa una licenza di infettare? Senza dimenticare che oramai è accertato che i vaccinati possono anch’essi ammalarsi e contagiare.
   In particolare, i vertici delle istituzioni della salute dovrebbero mandare a memoria l’appello del dott. Robert Malone, lo scienziato che ha rivestito un ruolo chiave nella scoperta e nella realizzazione dei farmaci a Rna messaggero: “I medici sono sempre più scoraggiati dall’impegnarsi in un discorso professionale aperto e nello scambio di idee su malattie nuove ed emergenti, non solo mettendo in pericolo l’essenza della professione medica, ma soprattutto, più tragicamente, le vite dei pazienti. I medici e le persone di coscienza di tutto il mondo devono agire con una sola voce per fermare il comportamento autoritario diretto verso la professione medica”.
   Naturalmente di tutto questo in Italia i media non ci hanno fatto sapere quasi nulla, o al massimo qualche mezza verità, che è pure peggio. Il che dimostra che nel Belpaese vige un clima sempre più asfissiante, in quanto a una sorta di dogmatismo scientifico spinto più che altro dal marketing dei produttori, si aggiunge il dogmatismo mediatico favorito dai diffusi investimenti in pubbliche relazioni (è un eufemismo) messi in campo sempre dagli stessi produttori. Altro grave problema che riguarda gli onnipresenti virologi è che nessuno chiede mai loro di dichiarare eventuali conflitti di interesse, cosa che un tempo si faceva abitualmente. 
   Il fondo lo si tocca poi con i cosiddetti siti di debunking, che guarda caso molto raramente entrano nel merito, preferendo concentrarsi sulla delegittimazione di chi sostiene tesi ritenute “pericolose”. Nel caso di Kirsch, uno di questi siti si è dilungato nel sostenere che non è affatto un membro dell’Fda. È vero, ma che importanza ha? È stato invitato a presentare le sue tesi alla Commissione consultiva dell’Fda. Pare poco? 
   Mala tempora currunt. Perché il dogmatismo scientifico e mediatico ha convinto pure presidenti del Consiglio e della Repubblica a fare affermazioni talmente improponibili da essere imbarazzanti, oltre che a firmare decreti come quello che adotta o estende il green pass che non hanno decenti basi scientifiche. Nessuno si stupisce del fatto che la certificazione verde, oltre a Francia e Italia, non sia stata introdotta in nessun altro paese civile.
   Intanto, nonostante le dichiarazioni trionfalistiche, le vaccinazioni hanno di fatto cominciato a rallentare (lo dimostra il traguardo da raggiungere spostato sempre più avanti), probabilmente perché la gente comincia a rendersi conto che i vaccini “leaky” (imperfetti) come li ha definiti il presidente della Fondazione Hume, il sociologo Luca Ricolfi, rendono impossibile il raggiungimento di quell’immunità di gregge che sir Andrew Pollard (Head of Oxford Vaccine Group) ritiene semplicemente “un mito”. 
   Mito con cui virologi, conduttori e giornalisti ci hanno riempito i tubi da molto tempo, come se fosse l’unica meta da raggiungere ad ogni costo.
   Ogni giorno sempre più autorevoli personalità del mondo scientifico internazionale esprimono dubbi sia su efficacia e sicurezza, sia sull’interpretazione delle statistiche sui morti. Qualche giorno fa Norman Fenton, matematico britannico, professore di gestione delle informazioni sui rischi presso la Queen Mary, Università di Londra, e, Martin Neil, docente in Informatica e Statistica presso la stessa Università, hanno affermato che i dati del governo del Regno Unito non supportano le affermazioni fatte riguardo all’efficacia e alla sicurezza del vaccino. E che facendo e rifacendo i calcoli, il tasso di mortalità risulta attualmente più alto tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati, come sta succedendo anche in Israele.
   C’è anche il fatto che sempre più medici, sia pure sottovoce, parlano di crescenti effetti collaterali non ufficialmente dichiarati per il troppo lavoro burocratico ad essi correlato e per una assai sgradevole “moral dissuasion”.
   In tutta questa faccenda, è sempre più vero ciò che disse l’eroe di Chernobyl Valerij Alekseevič Legasov: “Ogni volta che si dice una menzogna, si contrae un debito con la verità. Prima o poi quel debito va saldato”.

(ilsussidiario.net, 1 ottobre 2021)


L'aspetto più evidente dell'asfissiante campagna di spinta alla vaccinazione universale è proprio la menzogna. Una menzogna presente in tutte le gradazioni, dalla più sfacciata alla più sfumata, ma soprattutto estesa, tenace, martellante, al punto da indurti a credere che se la metti in dubbio sei uno fuori di testa. E in qualche modo te lo suggeriscono. C'è qualcosa di diabolico in questo clima. Il primo obiettivo ad essere preso di mira è la mente. La Scrittura invita a rimanere attenti "affinché non siamo raggirati da Satana, perché non ignoriamo le sue macchinazioni" (2 Corinzi, 2:11). M.C.


Il ministro degli Esteri israeliano Lapid in Bahrain per inaugurare l'ambasciata

Dopo la firma degli Accordi di Abramo lo scorso anno. La compagnia Gulf Air inuagura il volo diretto tra Manama e Tel Aviv. Nei dintorni della capitale proteste e copertoni bruciati: "No ai sionisti".

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Dopo gli Emirati Arabi Uniti e il Marocco, oggi è il Bahrein a ospitare per la prima volta una visita ufficiale di un membro di governo israeliano, a un anno dalla firma degli Accordi di Abramo che hanno segnato la normalizzazione delle relazioni tra questi Paesi Arabi e lo Stato ebraico. Il ministro degli Esteri Yair Lapid è atterrato oggi a Manama per una fitta agenda di incontri nel corso di un’unica giornata. Lapid è stato ricevuto dall’omologo Abdullatif bin Rashid Al Zayani e ha incontrato il reggente del Regno del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa, nonché il principe ereditario e primo ministro Salman bin Hamad Al Khalifa. “Israele e Bahrein hanno tanti aspetti in comune: una storia antica e la capacità di adattarsi alla modernità con tecnologie all’avanguardia. Entrambi abbiamo fatto fiorire la vita nel cuore del deserto”, ha detto Lapid nel suo discorso davanti al monarca, che ha ringraziato per la sua “leadership e visione senza le quali non saremmo qui oggi”. Il piccolo e strategico arcipelago che si affaccia sul Golfo persico, ha aderito nell’agosto 2020 agli Accordi di Abramo, poco dopo l’annuncio fatto dall’allora presidente americano Donald Trump sull’avvio delle relazioni diplomatiche tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. In agenda per Lapid anche l’inaugurazione dell’Ambasciata israeliana in Bahrein – operativa già da novembre – e un incontro con la comunità ebraica locale con radici centenarie nell’isola: oggi conta solo una quarantina di esponenti, ma dall’avvio relazioni con Israele sta vivendo un significativo revival.
   In parallelo, si è svolta all’aeroporto israeliano Ben Gurion una cerimonia ufficiale per l’inaugurazione della linea aerea diretta tra Manama e Tel Aviv, con il primo volo commerciale della Gulf Air atterrato oggi, che si aggiunge alle nuove rotte che nell’ultimo anno hanno creato nuovi collegamenti da Tel Aviv a Abu Dhabi, Dubai, Casablanca, Marrakesh e Rabat.
   L’arrivo del ministro israeliano ha suscitato alcune proteste a Manama: dei manifestanti hanno dato alle fiamme delle gomme e respinto la nuova alleanza sotto lo slogan “il Bahrein respinge i sionisti”, diventato anche un hashtag su Twitter. “Sono voci marginali che non riflettono l’opinione pubblica”, dice a Repubblica la giornalista Ahdeya Ahmed al-Sayed, già presidente dell’ordine dei giornalisti del Bahrein. “Il dibattito sui social media riflette invece la positività con cui è stata accolta la normalizzazione. È un percorso, ma è evidente da quanto abbiamo potuto vedere nell’ultimo anno che c’è sempre più consapevolezza che non si possa più ignorare la presenza di Israele, un Paese forte di questa regione e un legittimo membro delle Nazioni Unite”. 
   Lapid ha siglato diversi accordi di cooperazione nei settori finanziario, turistico, agricolo. “Abbiamo opportunità in comune, così come minacce congiunte, non lontano da qui”, ha aggiunto il capo della diplomazia israeliana durante l’incontro con il Re Hamad bin Isa Al Khalifa - con un chiaro riferimento al dirimpettaio iraniano dall’altra parte del Golfo. Per Israele – e per l’area intera – il Bahrein ha una rilevanza strategica di primo piano per tutti gli attori in campo. Con una maggioranza della popolazione musulmana sciita, ma la casa reggente sunnita, è visto da Teheran come un Paese ribelle appartenente alla sua orbita, la “quattordicesima provincia”, come spesso vi si riferiscono i Pasdaran iraniani. “Il Bahrein è un altro snodo della battaglia tra estremisti e moderati”, dice a Repubblica Dore Gold, già ambasciatore israeliano all’Onu, presidente del think tank Jerusalem Center for Public Affairs, che di recente ha ospitato in Israele il centro studi Derasat del Bahrein con cui ha avviato una cooperazione accademica. Le mire dell’Iran su Manama sono chiare, spiega Gold, solo nel 2018 è stata sventata una cellula affiliata a Hezbollah che tentava di consolidarsi nel Paese. D’altro canto, dal 1995, Manama ospita il quartier generale della Quinta Flotta della marina militare Usa, che ha competenze strategiche che spaziano dall’Oceano indiano al Corno d’Africa, passando per l’intera arena mediorientale. Uno dei risultati più significativi degli Accordi di Abramo è stata l’inclusione d’Israele nell’area di competenza del CentCom, il comando centrale dell’esercito statunitense che opera dall’Egitto all’Afghanistan e di cui Manama costituisce una base di primo piano, soprattutto nella difesa delle rotte marittime che negli ultimi mesi sono state protagoniste di numerosi sabotaggi, uno dei fronti della guerra delle ombre tra Israele e Iran.
   “Il ritiro degli Usa dall’Afghanistan e il progressivo abbandono del Medioriente avranno conseguenze critiche per l’area”, continua Gold. “Ci sono voci negli Stati Uniti che chiedono il ritiro anche dal Bahrein e se questo dovesse accadere, sarebbe un regalo per le mire espansionistiche dell’Iran”.
   Anche rispetto all’opposizione al rientro degli Stati Uniti nell’accordo sul nucleare iraniano Jcpoa Israele e Bahrein sono in sintonia, così come gli altri Paesi del Golfo. “Il Gcc (Consiglio di cooperazione del Golfo, ndr) ha espresso agli Usa la propria preoccupazione per il fatto che allo stato attuale il Jcpoa non faccia riferimento al programma balistico iraniano o altre condotte maligne nella regione”, ha detto al Jerusalem Post il sottosegretario agli Esteri del Bahrein, Abdullah bin Ahmed Al Khalifa, durante la sua missione in Israele ad agosto. “L’Iran ha superato tutte le linee rosse”, ha detto lunedì il premier israeliano Naftali Bennett nella sua prima apparizione di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Le parole non fermano le centrifughe. Israele non permetterà all’Iran di acquisire l’arma nucleare”.  Fino a dove si spinge l’alleanza di Israele con i nuovi partner regionali è una domanda che rimane ancora aperta.

(la Repubblica, 1 ottobre 2021)


Ad 80 anni dal massacro di Babi Yar riemergono le immagini sconvolgenti

di Michelle Zarfati

Una serie di scatti inediti è riemersa prima dell'80° anniversario del massacro di Babi Yar. Immagini forti, che mostrano i primi sforzi degli attivisti negli anni '60 di identificare ossa e resti umani nel sito in cui quasi 35.000 ebrei furono assassinati in soli due giorni.
  Tra il 29 e il 30 settembre 1941, i nazisti e i loro collaboratori uccisero decine di migliaia di ebrei nel burrone di Babi Yar, appena fuori Kiev. Nonostante l’evento rappresenti uno dei più grandi massacri della Shoah, il sito e la vicenda storica sono stati in gran parte ignorati per decenni. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, più di 100.000 persone furono infine uccise nella fossa.
  Nel 1966, nel 25° anniversario del massacro, un gruppo di attivisti iniziò a lavorare per identificare le decine di migliaia di resti umani lasciati a Babi Yar, e per commemorare ufficialmente tutti coloro che furono uccisi lì. Spiega in una nota la Biblioteca Nazionale di Israele.
  Gli sforzi di quei primi attivisti sono stati documentati da Joseph Schneider, un sopravvissuto alla Shoah e dissidente antisovietico. Le fotografie scattate da Schneider nel 1966 sono state trovate nell'Archivio Emmanuel (Amik) Diamant. Il materiale è stato a sua volta consegnato all'Archivio centrale della Biblioteca Nazionale di Israele e le foto sono così state pubblicate ora per la prima volta.
  Negli ultimi decenni, gli attivisti hanno lavorato per portare in primo piano la storia di Babi Yar e per stabilire un ampio ed educativo centro commemorativo nel sito. L'ultima iniziativa, chiamata Babi Yar Holocaust Memorial Center, è guidata dal “Refusnik” e dall'ex politico israeliano Natan Sharansky.
  Mercoledì, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha visitato il luogo del massacro di Babi Yar per celebrare il suo 80° anniversario. “La tragedia di Babi Yar non dovrebbe mai ripetersi", ha detto Zelensky - anch’esso ebreo - alla cerimonia di deposizione dei fiori. “Non in Ucraina. Non altrove in Europa. Da nessuna parte nel mondo", ha aggiunto.
  Il presidente Isaac Herzog dovrebbe recarsi a Kiev la prossima settimana, nella sua prima visita di stato da quando è entrato in carica quest'estate, per prendere parte a una cerimonia di commemorazione che segna gli 80 anni dal massacro di quasi 35.000 ebrei
  "È imperativo continuare a parlare di questo orribile evento e impararne le lezioni", ha condiviso Herzog in una dichiarazione martedì- Il Babi Yar Holocaust Memorial Center è un luogo importante per la commemorazione di questo doloroso ricordo e per dimostrare che dobbiamo continuare a lavorare insieme affinché non avvenga mai più”.

(Shalom, 1 ottobre 2021)


Le avventure di Moishe, il pirata ebreo

di Nathan Greppi

Tutti noi, da piccoli, abbiamo sognato almeno una volta di lasciare il luogo dove siamo cresciuti per vivere un’avventura che vada oltre la nostra immaginazione. Oggi magari sogniamo più di andare un giorno nello spazio, mentre secoli fa la massima aspirazione era quella di scoprire terre e mari inesplorati in quello che veniva chiamato il “Nuovo Mondo”. Questo sogno è alla base del romanzo Yiddish for Pirates, scritto dall’autore canadese Gary Barwin e pubblicato nel 2016 dalla Random House.
   La storia è ambientata intorno al 1492; mentre Cristoforo Colombo scopre l’America, la corona spagnola dà inizio alla cacciata e alla persecuzione degli ebrei nei suoi territori. Moishe è un giovane ebreo che un giorno decide di lasciare il suo shtetl nell’Europa orientale per diventare un marinaio; da qui, accompagnato dal vivace pappagallo Aaron, inizierà tutta una serie di avventure che lo porteranno a darsi alla pirateria, a innamorarsi della bella Sarah, e a cercare la leggendaria Fonte della giovinezza.
   La storia è narrata in prima persona proprio da Aaron, il cui racconto mescola un inglese gergale con parole tratte dallo yiddish: lo sentiamo così incitare a dare calci nei beizim (“uova” in ebraico e yiddish, un modo per dire i genitali), gridare oyvey come esclamazione di stupore, o chiamare il suo giovane amico boychik, come vezzeggiativo.
   Sebbene Barwin, nato a Belfast da genitori ashkenaziti e canadese d’adozione, si prenda molte libertà nel narrare il periodo storico in questione, vi è un fondo di verità nel suo racconto: come spiegava nel 2008 il saggio di Edward Kritzler Jewish Pirates of the Caribbean, nei secoli successivi alla cacciata degli ebrei dalla Spagna alcuni di questi, rifugiatisi nei regni musulmani e nelle colonie nel Nuovo Mondo, si diedero alla pirateria attaccando principalmente le navi spagnole, sia per il semplice desiderio di arricchirsi che per difendere la propria libertà. Non a caso, al termine del romanzo Barwin cita il libro di Kritzler tra le opere che lo hanno ispirato.
   Sebbene fuori dal suo paese sia poco conosciuto, in Canada Yiddish for Pirates è stato acclamato dalla critica e ha ricevuto numerosi premi, compreso il Canadian Jewish Book Award per la Narrativa.
    

(Bet Magazine Mosaico, 1 ottobre 2021)


La fuga in taxi (a 96 anni) della ex segretaria nazista 

Amburgo, voleva evitare il processo per complicità nella morte di 11mila persone  In aula ad attenderla anche 50 giornalisti. Arrestata dalla polizia dopo poche ore 

di Flaminia Bussotti 

BERLINO L'ex segretaria di un campo di concentramento nazista, imputata in uno degli ultimi processi sul nazismo in Germania, è stata protagonista di un colpo di scena spettacolare al tribunale regionale di Itzehoe, nello Schleswig-Holstein, vicino Amburgo, dove avrebbe dovuto rispondere ieri dell'accusa di complicità in oltre 11.000 omicidi nel Lager di Stutthof presso Danzica, in Polonia. La donna, Irmgard Furchner, ex dattilografa e segretaria del comando del campo di concentramento, che ha oggi 96 anni, non si è presentata all'udienza ed è fuggita con un taxi in direzione di Amburgo. Qualche ora dopo la polizia l'ha rintracciata e fermata, secondo quanto reso noto dalla portavoce del tribunale, Frederike Milhoffer. In giornata sarebbe stata portata davanti alla sezione penale del tribunale che dovrà decidere se procedere all'arresto o soprassedere data la sua età. Un medico dovrà accertare se le sue condizioni sono compatibili con la detenzione. 

• IL RINVIO 
  Il processo è stato aggiornato al 19 ottobre. «Posso confermare che l'imputata è stata ritrovata, un medico stabilirà se può essere detenuta e la corte deciderà se il mandato di arresto può essere eseguito o le sarà risparmiato», ha detto la portavoce dopo la fuga rocambolesca e il ritrovamento della donna. Ha precisato inoltre che la donna, che vive in una casa per anziani, ha lasciato ieri fra le 06:00 e le 07:20 la sua residenza e ha preso un taxi diretto a una stazione della metropolitana di Norderstedt, alla periferia di Amburgo. Secondo Bild online, verso l'ora di pranzo, la polizia ha visto la donna che camminava lungo la Langenhorner Strasse ad Amburgo, si è insospettita e l'ha fermata. L'imputata deve rispondere dell'accusa di complicità nell'uccisione di oltre 11.000 prigionieri del campo di concentramento di Stutthof. In qualità di segretaria e dattilografa del comando del Lager, fra giugno 1943 e l'aprile 1945, avrebbe fornito aiuto ai responsabili del campo nelle operazioni di eliminazione sistematica dei detenuti. Secondo l'Ufficio Centrale di Ludwigsburg che indaga dall'inizio degli anni '60, con competenza per tutti i Lander, sui crimini nazisti, nel campo di concentramento di Stutthof, negli altri circostanti e nelle cosiddette marce della morte ordinate dai nazisti verso la fine della guerra sono morte circa 65.000 persone. All'inizio della guerra venivano internati a Stutthof civili polacchi. Dal 1942.vi arrivavano anche i trasporti dagli altri territori occupati dai nazisti e dal giugno 1944 dìvenne parte della macchina di stermino della "soluzione finale". 

• LE DONNE EBREE 
  Secondo il memoriale israeliano di Yad Vashem vi venivano deportate in prevalenza donne ebree dai Lager di lavoro nel Baltico e da Auschwitz. Le condizioni di detenzione erano terribili e simili a quelle dei campi di sterminio: i detenuti morivano di malattie, maltrattamenti, ma anche tramite fucilazioni, impiccagioni, camera a gas e iniezioni di fenolo al cuore. Trattandosi di uno degli ultimi a ex responsabili e complici dei crimini nazisti, il processo ha catalizzato molta attenzione di media e opinione pubblica e all'udienza di ieri nell'aula del tribunale ubicato nella sede dell'Industria c'erano oltre 50 fra giornalisti e pubblico, più 12 rappresentanti dei 30 avvocati di parte civile, della difesa, e collaboratori vari. Nel primo giorno del processo sarebbe stata data solo lettura dei capi di accusa. 

• LA CONFERMA 
  La portavoce Milhoffer ha confermato che prima dell'inizio del processo la 96/enne aveva indirizzato al tribunale una lettera in cui annunciava che non si sarebbe presentata in aula. Il giudice competente le aveva risposto informandola delle misure che sarebbero state prese in caso di non comparizione. «Contro una imputata assente non può notoriamente svolgersi un'udienza», ha detto il presidente del collegio dei giudici, Dominik Grofs, una ventina di minuti prima dell'inizio dell'udienza: «L'imputata è fuggita, nei suoi confronti è stato emesso un mandato di arresto». Processo rinviato. L'avvocato della difesa, Wolf Molkentin, era in aula ma non ha rilasciato dichiarazioni.

(Il Messaggero, 1 ottobre 2021)


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