Noi non siamo antisemiti, sono loro che sono ebrei
di Stefano Magni
Rod Dreher, da due anni, è una voce che grida nel deserto. In questo caso, nel deserto di Giuda, visto che si trovava a Gerusalemme, la settimana scorsa, per seguire la NatCon, conferenza annuale dei nazionalisti conservatori americani. Da due anni, Rod Dreher, che è stato uno degli intellettuali che maggiormente hanno influenzato il vicepresidente JD Vance, sta assistendo a una deriva inarrestabile della destra americana verso l’antisemitismo. Lo ha riscontrato in un suo viaggio, in stile Tocqueville, in giro per l’America profonda, soprattutto negli Stati del sud, quelli meno influenzati dal pensiero dominante progressista. E ha toccato con mano quanto i ragazzi e ragazzini, quasi sempre imbottiti di nozioni che arrivano da podcaster di successo, stiano auto-radicalizzandosi e abbiano in testa un solo nemico: l’ebreo globalista, altrimenti detto “neocon” (anche se non tutti i neocon sono ebrei) nella politica americana.
L’iniziativa di portare la NatCon a Gerusalemme è del su co-fondatore Yoram Hazony, filosofo politico israelo-americano, autore dell’acclamato “Le virtù del nazionalismo”. Hazony è uno di quelli convinti che non ci siano nemici a destra e ha deciso di portare tutte le anime della nuova destra americana a Gerusalemme, proprio per mostrare anche agli israeliani che non c’è nulla da temere. Infatti i primi interventi pare siano stati rassicuranti, a partire da quello del pur controverso Kevin Roberts, direttore della Heritage Foundation, che aveva difeso Tucker Carlson e perso diversi collaboratori ebrei. Ma poi hanno preso la parola i giovani. E il messaggio, riassunto da Rod Dreher, dalle colonne di The Free Press, si può riassumere in una frase: “noi non siamo antisemiti, sono loro che sono ebrei”. E per di più, degli ebrei che si ostinano a difendere Israele.
Il più esplicito degli oratori è un tal William Wolfe, direttore del Center for Baptist Leadership dunque cristiano battista ed uno che si definisce un “nazionalista cristiano”. A suo dire, gli ebrei sono un corpo estraneo dell’America: “non mi risulta che ci fossero ebrei nella firma della Dichiarazione di Indipendenza” di 250 anni esatti fa, ha detto al suo pubblico. Suggerendo poi che “gli ebrei conservatori dovrebbero stare al loro posto. E non lo dico in modo scortese”. Non scortese, ma “naturale”, dal punto di vista di un nazionalista per cui, evidentemente, l’ebreo è straniero, estraneo alla storia americana. A suo dire l’antisemitismo non esiste, ma “viene usato per cercare di restituire il potere ai neocon dopo l’era Trump”.
Un altro oratore per cui l’antisemitismo non esiste è stato Jonathan Keeperman, podcaster, noto col nome d’arte di Lomez. Dopo essersi detto ebreo, ha apertamente dichiarato di non amare affatto Israele e di non condividere il sentimento provato dagli ebrei americani della generazione precedente. A suo dire, gli americani della sua generazione e quelli ancora più giovani sono “stanchi della guerra”, “stanchi dell’immigrazione incontrollata” e dei “cambiamenti culturali e demografici”. E che c’entrano gli ebrei, con tutto questo? A suo dire, “In questo nuovo paradigma, che ci piaccia o no, Israele è diventato il simbolo perfetto dell’eccesso in politica estera”. Perché gli interventi americani, secondo la nuova destra, sono dettati dagli interessi di Israele e non dell’America. Ma l’immigrazione? E i cambiamenti culturali di cui i giovani di destra sarebbero terribilmente stanchi? “Israele difende i propri confini e mantiene il carattere ebraico del suo Stato, mentre gli ebrei americani progressisti spingono per una migrazione di massa verso gli Stati Uniti”. Ricorda qualcosa, questo ragionamento? E poi un avvertimento giunge dal podcaster: “I tentativi di mantenere l’Olocausto al centro della vita ebraica non ravviveranno l’impegno verso Israele nelle giovani generazioni e, a mio avviso, potrebbero addirittura peggiorare la situazione”.
Amanda Milius, figlia del regista John, quello di “Un mercoledì da leoni”, di “Il vento e il leone” e di “Alba rossa”, è stata ancora più esplicita su questo punto. Parlando di immagine e di comunicazione politica, ha fatto l’elogio di Tucker Carlson, uno che ritiene che se Hitler avesse vinto la guerra oggi staremmo meglio e di Nick Fuentes, un altro apologeta esplicito del nazismo. Dal punto di vista comunicativo, la Milius li ritiene “estremamente carismatici, divertenti e spassosi”. Mentre “Le lezioni dei soliti noti della destra ebraico-americana, con le loro accuse isteriche e la tendenza a vedere un antisemita dietro ogni post su Twitter, non sono nessuna di queste cose”. Insomma, messaggio che deve essere recepito dagli ebrei americani di destra: stai zitto e fatti insultare. O come dice William Wolfe, “impara a stare al tuo posto”.
Dopo tutti questi interventi, Dreher era giustamente costernato ed è giunto alla conclusione che, sotto i 40 anni, nessun americano di destra ama Israele e pochi accettano anche gli ebrei americani stessi. Per Yoram Hazony, invece, va sempre tutto bene, purché sia a destra. Questo il suo commento raccolto da Rod Dreher: “ha difeso l’invito rivolto a queste persone, affermando che gli israeliani, in genere, incontrano solo americani che sono ferventi sostenitori di Israele. Ma questa parte del conservatorismo americano – la fazione di Nikki Haley e Mike Pompeo – rappresenta solo una piccola minoranza dell’attuale coalizione repubblicana. Secondo Hazony, la “corrente centrale” del Partito Repubblicano odierno è rappresentata dalla Nuova Destra nazionalista”. E quindi? Oltre al mero accertamento degli attuali rapporti di forza, che si deve fare? “Alla NatCon di Gerusalemme, molti conservatori israeliani stanno incontrando da vicino per la prima volta la corrente principale del partito”, ha scritto Hazony in un messaggio. “Non tutte queste conversazioni sono facili. Ma entrambe le parti sono chiaramente convinte della loro importanza, e per questo motivo sospetto che ne deriveranno molti aspetti positivi”.
Certo, finché lui stesso non andrà a sbattere contro la realtà.
(L'informale, 17 ottobre 2026)
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Il 16 ottobre e i nuovi tamburini dell’antisemitismo
Nel ricordo di nonno Pio, sopravvissuto con la famiglia all’occupazione nazista di Roma, un ammonimento per il presente: anche mentre gli eventi precipitano, la vita quotidiana può continuare come se nulla stesse accadendo. A ottantatré anni dal rastrellamento del 16 ottobre 1943, quelle parole interrogano la nostra capacità di riconoscere il pericolo e il ritorno dell’antisemitismo.
di Filippo Piperno
Ho scritto un’altra volta di mio nonno Pellegrino (Gershon in ebraico, con la G dura), detto Pio.
Gli debbo molto sotto il profilo fisionomico, ma anche per la scuola di vita.
Era nato nel 1894, sua madre Matilde nel 1870, esattamente nell’anno della fine del potere temporale dei papi e della definitiva emancipazione degli ebrei romani, finalmente assurti a cittadini con pari diritti nel Regno d’Italia.
Pio era stato allievo del prestigioso liceo Visconti, ufficiale del Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale e tra i primi ebrei della sua famiglia a potersi laureare.
Ieri era il 16 ottobre 2026 e a ottantatré anni dallo stesso giorno del 1943, non voglio raccontare la vicenda del rastrellamento, ad opera delle SS tedesche tra le 5.30 e le 14, e della deportazione di oltre mille ebrei, compresi anziani, donne e centinaia di bambini.
Oggi desidero fare la mia parte riportando un ammonimento di mio nonno Pio, alla luce dei tempi che stiamo vivendo.
È il compendio di varie occasioni di racconto che metto in forma compiuta, sintetizzando le sue parole, perché è quello che concede lo spazio di un articolo.
“Già durante la visita di Hitler a Roma nel maggio del ’38, e ancor più dopo il discorso del 18 settembre di Mussolini sulla razza, in piazza Unità d’Italia a Trieste, ebbi la certezza che fosse il momento non solo di temere, ma anche di fare qualcosa.
Dalla Germania arrivavano notizie di vessazioni e sparizioni di persone e, nel novembre dello stesso anno, giunse l’eco della Notte dei cristalli. Chi aveva parenti e amici in quel Paese metteva in guardia, ma noi in Italia facevamo spallucce, convinti di essere al sicuro.
Decisi così di tramutare i modesti risparmi che avevo in banca in brillanti, di facile e immediato smercio, che hanno consentito di sopravvivere e salvare tutta la famiglia durante i terribili nove mesi dell’occupazione nazista, dal settembre del ’43 al 4 giugno del ’44, quando tu avevi due mesi.
Feci l’operazione appena in tempo. Vittorio Emanuele III aveva già firmato il primo decreto delle leggi razziali riguardante la scuola, il 5 settembre.
In verità, i fatti presero molti di sorpresa. Solo da quel momento tanti iniziarono a fuggire all’estero, soprattutto in America.
Quello che avvenne, caro nipote, lo sai. Quello che è difficile da spiegare è come, pur vedendo giorno per giorno precipitare gli eventi, continuavamo a fare la nostra vita, seguendo il tran tran quotidiano, senza realizzare la catastrofe che si stava abbattendo su di noi”.
Mi fermo qui con due riferimenti.
Il primo è alla banalità del male teorizzata da Hannah Arendt, che mi richiama, per analogia, anche il suo sopraggiungere nella quotidianità, senza clamore.
Il secondo è un richiamo, per contrasto, a Mr. Tambourine Man, il celebre brano di Bob Dylan.
Oggi troppi tamburini sono seguiti da una schiera sempre più numerosa, mentre spacciano il veleno dell’antisemitismo.
(InOltre, 17 ottobre 2026)
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Cipro si avvicina a Israele con un nuovo gruppo parlamentare
(JNS) Mercoledì Cipro ha istituito un nuovo gruppo parlamentare con l’obiettivo di promuovere i legami e rafforzare le relazioni con Israele.
La decisione, insieme alla creazione di un altro gruppo parlamentare avvenuta appena un giorno prima in Grecia, si inserisce in un contesto di crescente cooperazione tra i due stretti alleati del Mediterraneo orientale, che si sono uniti contro la loro storica rivale, la Turchia, dopo un periodo di instabilità regionale.
«Il rafforzamento delle relazioni e lo sviluppo di legami di alleanza tra Cipro e Israele sono oggi più vitali che mai, non soltanto per la vicinanza geografica dei due Stati democratici, ma anche per i rischi comuni che devono affrontare da parte degli Stati vicini e delle organizzazioni terroristiche», ha dichiarato il deputato cipriota Chrysis Pantelides durante il lancio del nuovo gruppo parlamentare trasversale, di cui sarà presidente presso il Parlamento di Nicosia.
«Cipro è ancora per metà occupata dalla Turchia da 52 anni, mentre Israele è costantemente preso di mira dall’Iran e dalle organizzazioni terroristiche che controlla, le quali godono anche del sostegno della Turchia», ha affermato.
«Le minacce turche devono essere affrontate con solidarietà, non con il silenzio», ha dichiarato Leo Van Doesburg, direttore per l’Europa della Israel Allies Foundation. «Ankara non ha alcun diritto di veto sulle nostre partnership o sulla nostra sicurezza».
L’organizzazione di advocacy basata sulla fede religiosa ha creato una rete di quasi 70 gruppi parlamentari in tutto il mondo, che riunisce oltre 1.700 legislatori e si impegna a contrastare la condanna internazionale di Israele seguita all’attacco del 7 ottobre 2023.
«Mentre alcuni Paesi europei stanno vacillando, Cipro e Grecia restano salde», ha dichiarato Josh Reinstein, presidente della Israel Allies Foundation.
Israele e Cipro mantengono una stretta partnership strategica e diplomatica, che comprende i settori della difesa, dell’energia, della sicurezza e del turismo.
«I governi gettano le fondamenta, ma sono i parlamenti, i leader della società civile, i rappresentanti religiosi e le altre organizzazioni a costruire una struttura destinata a durare per generazioni», ha dichiarato Shuli Davidovich, ambasciatrice israeliana a Cipro, durante l’evento.
«Le democrazie fondate sulla fede non sono semplici sentimenti, ma radici», ha affermato John Breslow, ambasciatore degli Stati Uniti a Cipro. «Le persone affondano le proprie radici in una storia che è ancora viva».
(HaKol, 17 ottobre 2026)
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Marocco, inaugurato a Fès il Museo della cultura ebraica
Voluto da re Mohammed VI, racconta 2.500 anni di presenza ebraica nel Paese e riafferma il ruolo dell’ebraismo nell’identità marocchina
di Shira Navon
A Fès, una delle città più antiche e prestigiose del Marocco, è stato inaugurato il Museo della cultura ebraica marocchina, un’istituzione voluta personalmente da re Mohammed VI per custodire e valorizzare oltre 2.500 anni di storia ebraica nel Paese. L’iniziativa assume un significato particolare in una regione nella quale le comunità ebraiche, un tempo numerose e profondamente radicate, sono quasi completamente scomparse. Il Marocco ha scelto di riconoscere quella presenza come parte integrante della propria identità nazionale, affidando a un museo il compito di conservarne le testimonianze e trasmetterle alle nuove generazioni.
La decisione del sovrano si inserisce in una politica culturale avviata da tempo. Già nel 2011, con la riforma costituzionale, il Marocco aveva riconosciuto ufficialmente la componente ebraica tra le radici della propria identità, accanto a quelle arabo-islamiche, amazigh, sahariane e africane. Un riconoscimento significativo per un Paese musulmano, accompagnato negli anni dal restauro di sinagoghe, cimiteri e altri luoghi della memoria ebraica.
La scelta di Fès è tutt’altro che casuale. Per secoli la città fu uno dei maggiori centri della vita intellettuale e religiosa degli ebrei del Maghreb. Vi soggiornò anche Mosè Maimonide, il grande filosofo e giurista ebreo del XII secolo, prima di trasferirsi in Egitto. Nel 1438 vi fu istituito uno dei primi mellah, i quartieri riservati alla popolazione ebraica, mentre l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 portò in Marocco nuove comunità sefardite, destinate a influenzarne profondamente la cultura, la liturgia e le tradizioni.
Il nuovo museo ripercorre questa lunga vicenda attraverso oggetti rituali, manoscritti rari, reperti archeologici e testimonianze della vita quotidiana. L’esposizione permanente, distribuita su due livelli, accompagna il visitatore dalle origini della presenza ebraica nel territorio marocchino fino all’età contemporanea, restituendo la ricchezza di una civiltà che ha contribuito alla storia del Paese ben oltre la propria consistenza numerica. Il progetto, annunciato nell’aprile 2019 e completato sul piano edilizio nel marzo 2023, occupa una superficie di circa 1.700 metri quadrati messa a disposizione dalla comunità ebraica. L’edificio riprende gli elementi dell’architettura tradizionale marocchina, con piastrelle decorative zellige, legni intagliati e dipinti e una fontana centrale in marmo.
All’inaugurazione hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni marocchine e della comunità ebraica. Il ministro degli Affari religiosi islamici, Ahmed Toufiq, ha sottolineato il valore dell’iniziativa come espressione dell’impegno del Marocco per la convivenza, mentre Mehdi Qotbi, presidente della Fondazione nazionale dei musei, l’ha definita un «inno alla pace, alla fratellanza e alla vita comune».
Tra i presenti figurava anche Serge Berdugo, presidente della Fondazione per il patrimonio culturale ebraico-marocchino, che ha insistito sull’importanza di trasmettere ai giovani la conoscenza di una storia condivisa. Un obiettivo che assume un peso ancora maggiore considerando che, alla vigilia della nascita di Israele, in Marocco vivevano centinaia di migliaia di ebrei, mentre oggi la comunità conta soltanto poche migliaia di persone.
La particolarità dell’iniziativa riguarda anche il suo finanziamento. Secondo la Fondazione nazionale dei musei, si tratta del primo caso in cui un Paese arabo-musulmano destina fondi pubblici alla creazione di un museo interamente dedicato alla cultura ebraica. Una scelta che acquista ulteriore significato alla luce delle tensioni che attraversano il Medio Oriente e che dimostra quanto la tutela di un patrimonio storico possa diventare una precisa responsabilità dello Stato.
A pochi passi dal nuovo museo sorge il Palazzo Al Batha, trasformato in Museo delle arti islamiche e aperto nel 2025. La vicinanza dei due istituti restituisce un’immagine della storia marocchina nella quale le differenti tradizioni religiose hanno contribuito alla formazione di una cultura comune.
Per il Marocco, la sfida comincia adesso. Il museo dovrà diventare un luogo frequentato soprattutto dai giovani, capace di far conoscere una componente fondamentale della storia nazionale che molti rischiano di ignorare. In un mondo arabo nel quale il patrimonio ebraico è stato spesso abbandonato o cancellato, la decisione di Mohammed VI rappresenta un precedente significativo. E ricorda che la storia degli ebrei del Marocco appartiene anche al futuro del Paese.
(Setteottobre, 17 ottobre 2026)
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La Colombia apre un’ambasciata a Gerusalemme, diventando il decimo paese a farlo
Mercoledì 14 ottobre la Colombia ha aperto la sua ambasciata a Gerusalemme. È il decimo Paese a compiere questo passo simbolico nel sostenere la sovranità israeliana sulla Città.
di Nina Prenda
All’apertura dell’ambasciata hanno partecipato il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e il ministro degli Esteri colombiano Omar Bula Escobar. “Oggi, stiamo facendo un passo concreto verso il ripristino delle relazioni diplomatiche tra di noi – relazioni che non avrebbero mai dovuto essere interrotte. Israele è un partner strategico – lo è sempre stato, e d’ora in poi, lo sarà ancora di più”, ha detto Escobar. L’ambasciatrice colombiana Tania Gilinski ha fatto eco a quel sentimento nelle sue osservazioni, dicendo che i legami dei Paesi continueranno con “una determinazione e forza ancora maggiore”. Sa’ar ha definito il gesto “un riconoscimento del semplice fatto politico che Gerusalemme è la capitale di Israele”.”Questo è l’inizio di un’età dell’oro nelle relazioni tra i nostri due Paesi”, ha detto. Il nuovo presidente di destra della Colombia, Abelardo de la Espriella, ha annunciato la sua intenzione di aprire l’ambasciata dopo le sue elezioni mesi fa, dicendo che i due paesi avrebbero avuto un rapporto “come mai prima d’ora” una volta entrato in carica. Le relazioni di Bogotà con Gerusalemme sono crollate sotto il primo governo di sinistra della Colombia, guidato dal presidente Gustavo Petro, un ardente critico della guerra di Israele contro Hamas a Gaza, prima che le elezioni di de la Espriella rinnovassero i legami. La Colombia è il decimo paese ad aprire un’ambasciata a Gerusalemme, insieme a Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Kosovo, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Figi, Somaliland e Nauru. Altri Paesi, tra cui l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, mantengono filiali dell’ambasciata della capitale. La maggior parte delle ambasciate delle Nazioni in Israele si trova a Tel Aviv, e i Paesi sostengono che la posizione di Gerusalemme può essere decisa solo come parte di un accordo di status finale tra Israele e i palestinesi, che rivendicano Gerusalemme Est come capitale di un futuro Stato. Israele ha preso il controllo di Gerusalemme Est – che comprende la Città Vecchia e i suoi luoghi sacri – dalla Giordania durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Israele ha annesso il territorio nel 1980 e considera l’intera città la sua capitale.
(Bet Magazine Mosaico, 16 ottobre 2026)
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Un carro armato, un caccia e una Bibbia: la formula di Netanyahu per l’ambasciata colombiana a Gerusalemme
L’America Latina conta ormai quattro delle dieci ambasciate presenti a Gerusalemme. La formula di Netanyahu, basata su “forza e fede”, spiega perché.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Benjamin Netanyahu conserva nel suo ufficio i modelli di un carro armato Merkava e di un caccia F-35. Accanto a essi c’è una Bibbia.
Mercoledì sera ha spiegato il significato di questa disposizione durante un ricevimento al Ministero degli Affari Esteri in occasione dell’inaugurazione dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme, avvenuta lo stesso giorno.
«Forza e fede… È questo che determina e protegge il nostro futuro», ha affermato il primo ministro. Ha aggiunto che Israele apporta proprio questo alla sua alleanza con la Colombia.
• Una svolta che si profilava già da due anni
Mercoledì la Colombia ha inaugurato la propria ambasciata a Gerusalemme, diventando così il decimo Paese a compiere questo passo. Il nuovo presidente Abelardo de la Espriella ha annullato la rottura con Israele voluta dal suo predecessore e ha ripristinato anche un accordo di libero scambio tra i due Paesi. Non molto tempo fa ciò sarebbe stato difficilmente immaginabile. L’ex presidente Gustavo Petro aveva interrotto le relazioni con Israele nel maggio 2024 a causa della guerra nella Striscia di Gaza, chiudendo successivamente l’ambasciata colombiana a Tel Aviv e richiamando l’ambasciatore. In seguito, Petro aveva annunciato l’intenzione di aprire un’ambasciata a Ramallah, cosa che però non è mai avvenuta. De la Espriella aveva fatto del trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme una promessa elettorale. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha dichiarato di aver incontrato de la Espriella a Buenos Aires nel novembre 2025, ancora prima delle elezioni. Il futuro presidente avrebbe allora promesso di trasferire l’ambasciata. Sa’ar ha sottolineato che l’ambasciata è stata inaugurata due mesi dopo il suo insediamento. Il suo governo ha inoltre revocato il divieto di esportazione di carbone imposto da Petro, ha avviato le procedure per il ritiro dal procedimento intentato dal Sudafrica contro Israele dinanzi alla Corte internazionale di giustizia e ha lasciato il Gruppo dell’Aia. Il ministro degli Esteri colombiano Omar Bula Escobar ha dichiarato che le relazioni «non avrebbero mai dovuto essere interrotte».
Netanyahu ha definito la decima ambasciata un minyan, il quorum di dieci persone necessario per una preghiera ebraica collettiva.
• Il carro armato non è una decorazione
De la Espriella ha dichiarato di voler ottenere l’accesso a nuove armi, droni e intelligenza artificiale provenienti da Israele e dagli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale ha inoltre affermato che punterà a una più stretta collaborazione con Israele nella lotta contro i gruppi di guerriglia finanziati dal traffico di droga. Netanyahu ha indicato la sicurezza, l’agricoltura, l’acqua e l’intelligenza artificiale come settori in cui entrambi i Paesi potrebbero crescere insieme.
La Colombia non apre la propria ambasciata solo per un legame emotivo. Il Paese vuole ciò che il Merkava e l’F-35 rappresentano: uno Stato in grado di difendersi da solo e di aiutare i propri amici a fare lo stesso.
L’altra metà della formula, la «fede», è Gerusalemme stessa. Netanyahu ha descritto la città come il centro dell’identità nazionale ebraica da tremila anni, definendola il passato, il futuro, la speranza e la fede del popolo ebraico.
• Carri da guerra e cavalli
Alcuni lettori, sentendo che Bibi ha menzionato i carri armati e le Sacre Scritture nello stesso respiro, penseranno al Salmo 20: «Questi confidano nei carri e quelli nei cavalli, ma noi ricordiamo il nome del Signore, nostro Dio».
Ma il Salmo 20 è una preghiera per un re nel giorno della battaglia. Una battaglia che lui e il suo esercito devono comunque combattere. Il salmo pone la domanda su cosa il re riponga la sua fiducia. Ed è proprio con questa domanda che Israele continua a lottare.
Un parallelo ancora più calzante si trova in Neemia. Quando gli ebrei, tornati dall’esilio, ricostruivano le mura di Gerusalemme sotto minaccia, Neemia scrisse: «Allora pregammo il nostro Dio e mettemmo delle sentinelle contro di loro, di giorno e di notte» (Neemia 4,3; Schlachter 2000). I muratori lavoravano con una mano e con l’altra impugnavano un’arma.
Sa’ar riprese un’immagine simile quando disse a de la Espriella: «Lei ha inserito una pietra nelle mura di Gerusalemme».
• L’America Latina fa pendere l’ago della bilancia
I rappresentanti palestinesi hanno immediatamente condannato l’inaugurazione, sottolineando che la maggior parte degli Stati continua a non riconoscere la sovranità israeliana su tutta Gerusalemme.
Ma gli equilibri stanno cambiando. E l’America Latina svolge un ruolo importante in questa inversione di tendenza.
La Colombia è il quarto Paese latinoamericano, dopo Guatemala, Honduras e Paraguay, ad avere un’ambasciata a Gerusalemme. Ciò significa che quattro delle dieci ambasciate si trovano ormai in questa regione.
Presto potrebbero essere ancora di più. Il presidente argentino Javier Milei ha promesso di trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme e ha dichiarato che la decisione è definitiva. Il trasferimento è stato rinviato a gennaio a causa di una controversia relativa alle attività commerciali israeliane nelle Isole Falkland. In Brasile, Flávio Bolsonaro ha promesso di trasferire l’ambasciata entro sei mesi, qualora vincesse il ballottaggio del 25 ottobre.
Se entrambi mantenessero le loro promesse, metà delle ambasciate a Gerusalemme apparterrebbe a paesi latinoamericani.
(Israel Heute, 16 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Roma ricorda, contestata presenza Anpi
Ci sono stati dei momenti di tensione a Roma durante la commemorazione in ricordo delle vittime della razzia del 16 ottobre 1943, il “sabato nero” degli ebrei romani. Alla comparsa di una delegazione della sezione provinciale dell’Anpi, con gonfalone, alcuni presenti hanno invocato la loro “cacciata” da Largo 16 Ottobre. Qualcuno si è anche rivolto al presidente della Comunità ebraica Victor Fadlun, al quale pure è stato chiesto di lasciare la piazza in caso di permanenza della delegazione dell’Anpi. «Chi ha contestato la presenza delle bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 Aprile, chi non ha saputo difendere senza ambiguità il diritto degli ebrei e di tutti gli italiani a ricordare il contributo della Brigata Ebraica alla Liberazione, chi nelle piazze si è mostrato compiacente verso la violenza propal, non può pretendere di presentarsi da noi il 16 ottobre come se tutto questo non significasse nulla e non avesse lasciato traccia nelle nostre comunità», aveva dichiarato negli scorsi giorni Fadlun, mentre la presidente Ucei, Livia Ottolenghi, aveva spiegato come fosse «legittimo aspettarsi che chi partecipa a un lutto cittadino debba essere sinceramente solidale e rispettoso verso la Comunità di Roma».
Nutrito lo spiegamento di polizia. L’Anpi ha poi dovuto lasciare l’area e sono state deposte le corone. Erano tra gli altri presenti anche il sindaco Roberto Gualtieri, il rabbino capo della città Riccardo Di Segni, il presidente della Comunità ebraica milanese Walker Meghnagi, il presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati, Federico Mollicone, il vicepresidente della Commissione Difesa della Camera, Piero Fassino. «Siamo riusciti a escludere l’Anpi dalle commemorazioni del 16 Ottobre, ottenendone l’allontanamento», ha dichiarato Fadlun in una nota diffusa dopo la cerimonia. «È stato giusto estrometterli dalla cerimonia, per non turbare un momento di sofferenza profonda, il dolore che si rinnova per un’immensa ferita». Le iniziative in ricordo del 16 ottobre proseguiranno domenica mattina alle 10 con una “camminata silenziosa” per le vie del quartiere con partenza da Largo Stefano Gaj Taché, organizzata da Elvira Di Cave, Daniel Di Porto ed Elio Limentani con il patrocinio di Ucei e Comunità ebraica locale. Alle 19.45 di domenica è poi in programma la cerimonia a Largo 16 Ottobre promossa dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alla Comunità ebraica. Interverranno il sindaco Gualtieri, il rabbino Di Segni, i presidenti Fadlun e Ottolenghi e con loro anche Baldo Reina, cardinale vicario di Roma, e il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. a.s.
(Pagine Ebraiche, 16 ottobre 2026)
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Israele: cresce l’economia del 4,5%, record tra i Paesi OCSE. Ultime Francia e Irlanda
L’economia israeliana si prepara a registrare una crescita del 4,5% nel 2026, la più elevata tra i 38 Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). È quanto emerge dall’ultimo aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), pubblicato a ottobre, che rivede al rialzo le prospettive economiche dello Stato ebraico nonostante le conseguenze di tre anni di guerra. La nuova stima segna un miglioramento significativo rispetto alle previsioni di luglio, quando il Fondo indicava una crescita del 3,5%. Per il 2027, l’istituzione prevede un’ulteriore espansione del prodotto interno lordo pari al 4,4%. Secondo le proiezioni riportate, Israele si colloca davanti a economie come Danimarca e Polonia, mentre la Francia (+ 0,4%) e l’Irlanda (-1,0%) figurano rispettivamente nella penultima e nell’ultima posizione della classifica OCSE. Il dato assume particolare rilievo alla luce delle difficoltà affrontate dall’economia israeliana dal 7 ottobre 2023: dalle ingenti spese per la difesa alle ripercussioni del conflitto sul mercato del lavoro, fino alle difficoltà di reclutamento incontrate da diversi settori produttivi. Il miglioramento delle stime segnala una prospettiva di ripresa più robusta del previsto. Anche gli altri indicatori macroeconomici delineano un quadro relativamente favorevole. Il FMI prevede un’inflazione dell’1,8% nel 2026, destinata a salire moderatamente al 2% nel 2027. Il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi al 3,1% quest’anno e al 3,2% il prossimo. Positivo anche il saldo delle partite correnti, stimato all’1,1% del PIL nel 2026 e all’1,7% nel 2027. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha commentato le nuove previsioni con una breve dichiarazione: “Ancora buone notizie”. Il quadro economico delineato dal FMI evidenzia un divario marcato tra Israele e diversi altri Paesi della regione, in particolare quelli maggiormente esposti alle conseguenze del conflitto e alle perturbazioni dei flussi energetici. La situazione più critica è quella dell’Iran. Dopo una contrazione dello 0,9% nel 2025, il PIL iraniano dovrebbe diminuire del 7,6% nel 2026, mentre l’inflazione potrebbe raggiungere il 78,6%. Per il 2027 è atteso un recupero parziale della crescita, pari al 3,6%, accompagnato tuttavia da un’inflazione ancora molto elevata, stimata al 42%. Pesanti contrazioni sono previste anche per diversi esportatori di petrolio del Golfo. Secondo le stime riportate, l’economia dell’Arabia Saudita dovrebbe arretrare del 3,3% nel 2026, prima di rimbalzare del 7,9% l’anno successivo. Per gli Emirati Arabi Uniti è prevista una contrazione del 3,9%, seguita da una crescita del 7,7% nel 2027. Tra i fattori che pesano sulle prospettive regionali figura la crisi dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa un quarto del petrolio trasportato via mare a livello globale. Il FMI sottolinea che lo shock sull’offerta è stato in parte contenuto dalla possibilità di reindirizzare alcune forniture verso porti alternativi e dall’aumento della produzione al di fuori del Golfo, cresciuta di circa due milioni di barili al giorno.
(Shalom, 16 ottobre 2026)
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«Israele mi è più vicino di ogni altro paese al mondo»
Il cantautore Wolf Biermann
compie 90 anni. Una conversazione sulla lotta contro l’oppressione, i suoi genitori, il 7 ottobre e il nuovo fascismo
di Tobias Kühn
- Signor Biermann, per tutta la vita lei si è impegnato nelle controversie politiche del suo tempo. Se fosse di nuovo giovane, per cosa si batterebbe oggi?
La lotta del mondo è diversa in ogni generazione. Ma è e rimane sempre la stessa guerra di libertà che infuria da quando esiste l’umanità. In essa mi immischierei, per come sono stato educato dai miei genitori, nel miglior modo possibile. Ho ripreso l’espressione «guerra di libertà» da Heinrich Heine. Fu lui a coniare questo termine, utilizzando la parola al singolare in un’epoca in cui si conosceva solo al plurale, in riferimento alle «guerre di libertà» contro Napoleone. E «la guerra di libertà» al singolare significa qualcosa di completamente diverso. È la lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia, che infuria sin dagli albori dell’umanità; è una battaglia che va vinta continuamente e che viene persa continuamente.
- E la sua guerra di libertà, quella personale – a che punto è?
Ci sono nato per caso. Nessun uovo può scegliere il nido in cui verrà covato. Sono nato durante il periodo nazista, nel periodo di massimo splendore di Adolf Hitler, nel 1936, come figlio di comunisti ed ebrei. Così sono finito automaticamente coinvolto nella guerra per la libertà dell’umanità, in un’epoca in cui era molto pericoloso essere figlio di comunisti ed ebrei. Questo ha segnato la mia vita.
- Lei è cresciuto ad Amburgo, ma quando aveva 16 anni, nel 1953, sua madre lo mandò nella DDR.
No, ci sono andato di mia spontanea volontà! Dovevo solo fare un piccolo favore a mia madre. Dovevo salvare l’umanità e costruire il paradiso in terra, il paradiso comunista, ovviamente. Per questo sono andato nell’Est. Tuttavia mi stupiva che così tante persone mi venissero incontro...
- Sua madre, Emma Biermann, l’ha influenzata profondamente – e a quanto pare anche suo padre, Dagobert Biermann, sebbene lei lo conoscesse a malapena.
Non è vero! Lui non mi ha «influenzato fortemente», ma è stato lui a influenzarmi più di tutti – lui, che non ho mai visto, tranne una sola volta, quando avevo quattro anni. In quell’occasione mia madre riuscì a portarmi con sé al carcere di Brema-Oslebshausen, dove restammo seduti di fronte a lui per mezz’ora.
- E quella singola visita ha avuto un effetto così grande?
Non solo quella visita. Mia madre mi parlava di mio padre ogni mattina. Ogni mattina, quando mi alzavo, andavo alla porta di casa, la aprivo e lì, sulle scale, c’era il mio carrellino con un biscotto o una biglia – qualcosa di bello per me. Mia madre mi raccontava poi a colazione come quel biscotto fosse riuscito, in modo avventuroso, ad arrivare da Brema-Oslebshausen fino a me. In questo modo sono cresciuto a stretto contatto con mio padre, probabilmente più di quanto abbiano fatto la maggior parte dei bambini. Ma mia madre mi ha anche raccontato fin da piccolo della lotta di mio padre contro i nazisti. Lo abbiamo aspettato per molti anni, mentre lui era in prigione.
- Oggi lei è molto più anziano di quanto suo padre sia diventato. Che cosa significa per lei suo padre oggi?
Mio padre è rimasto per sempre un trentottenne, a volte parlo con quel giovane uomo. È stata questa la mia macabra fortuna, assassinato dai suoi nemici mortali ad Auschwitz e non dai suoi falsi compagni a Workuta nel Gulag.
- Sembra un po’ cinico. Cosa intende dire?
Non è una battuta cinica, ma tristezza sarcastica. Il fatto che sia stato assassinato dai suoi veri nemici e non dai suoi falsi compagni ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Altrimenti forse non avrei avuto il coraggio di entrare in un conflitto così profondo con i rappresentanti della dittatura di partito nella DDR. Ma così ho potuto scrivere le mie poesie e le mie canzoni con tutta l’audacia dell’erede legittimo di un operaio, comunista ed ebreo, in contrapposizione ai pezzi grossi del partito.
- In cosa crede oggi, signor Biermann? Alcune persone diventano religiose con l’avanzare dell’età.
La mia fede è ancora più assurda della fede in Dio, perché io credo nell’uomo. Questa fede, però, si può acquisire o conservare solo se si ha la fortuna di vivere con le persone giuste. In questo senso è ingiusto, in senso tragico, che alcune persone nascano in una situazione difficile. Se mio padre non fosse stato Dagobert Biermann, il fabbro di Amburgo, ma Rudolf Höß, il comandante di Auschwitz, non sarebbe stata colpa mia. Ma avrebbe avuto delle conseguenze.
- Un problema filosofico antico quanto l’umanità.
A questo proposito ho imparato una frase interessante da Jean-Paul Sartre. Sono andato a trovarlo a Parigi. Voleva che gli cantassi qualche canzone. Era poco dopo la mia espulsione nel 1976. Eravamo seduti nel suo appartamento a bere tè – che ci serviva una donna di servizio. Non mi accorsi né capii che si trattava di Simone de Beauvoir, sua moglie, la famosa scrittrice. Eravamo lì seduti, e dopo aver risolto tutti i problemi dell’umanità, lui disse: « Non giudichiamo le persone in base a ciò che è stato fatto di loro, ma in base a ciò che hanno fatto di ciò che è stato fatto di loro.»
- Una frase saggia. E lei, signor Biermann, cosa ne ha fatto di ciò che è stato fatto di lei?
Subito. Voglio raccontarle ancora cosa risposi a Sartre: «Signore, conosco questa frase. L’ho già letta in uno dei suoi libri.» A quel punto si arrabbiò e mi sbottò: «Ma lei canta sempre le stesse canzoni!» E ora la sua prossima domanda, per favore!
- Che cosa ha fatto di ciò che è stato fatto di lei?
Quando avevo 46 anni, sono finalmente riuscito a rompere con la fede infantile con cui ero stato cresciuto – la fede infantile nel paradiso comunista. Per me è stato molto più difficile che per altre persone. Perché avevo paura di uccidere ancora una volta mio padre, il comunista assassinato.
- Ha parlato molto di suo padre come comunista e partigiano. Che ruolo ha avuto per lei il fatto che fosse ebreo?
Molto e niente. Mio padre voleva, più che essere ebreo, essere semplicemente un essere umano. Proprio un comunista. Che fosse anche ebreo, glielo ricordò Adolf Hitler. I suoi genitori, i suoi fratelli e sorelle, i miei cugini e le mie cugine, l’intera famiglia ebrea fu portata in treno a Minsk nel 1941, e lì furono tutti fucilati in una fossa. Sono l’unico della famiglia ad essere sopravvissuto all’Olocausto.
- Dopo tutto questo – quanto si sente ebreo?
Sono un cosiddetto «ebreo di padre». Mio figlio Felix si è convertito all’ebraismo. Quando mi ha detto che voleva convertirsi, gli ho detto: «Sei già abbastanza ebreo. Non devi diventare un convertito». Ma per fortuna non mi ha dato retta, ha studiato con un rabbino qui ad Amburgo ed è diventato ebreo.
- Suo figlio ora vive con la sua famiglia in Israele. Che cos’è Israele per lei?
Non c’è nessun altro Paese, a parte la Germania, a cui io sia così profondamente legato come a Israele. Mia moglie Pamela ed io ci andiamo ogni anno. Abbiamo molti amici intimi lì, purtroppo molti sono già morti: Amos Oz, Nathan Zach, Meir Shalev, Benny Katzenelson. Ho tenuto dei concerti lì – Israele mi è più vicino di tutti gli altri Paesi del mondo.
- Tre anni fa il Paese è stato sconvolto in modo atroce. Che effetto ha avuto su di lei quel giorno, il 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha perpetrato nel sud di Israele i più terribili massacri di ebrei dai tempi dell’Olocausto?
È stato uno dei più grandi traumi della mia modesta esistenza. È stato più di quanto potessi sopportare. Ho avuto spesso paura nella mia vita, ma in quel momento è stata la paura ad avere la meglio su di me. Non ero in grado di affrontarlo.
- Signor Biermann, la sua vita incarna soprattutto la storia della Germania unita. Nella sua autobiografia scrive: «La maggior parte dei tedeschi della mia generazione si vergognava della propria famiglia nazista, che si trattasse di assassini o semplici seguaci». Se si osservano i risultati elettorali dell’AfD, viene da chiedersi: dove è finita quella vergogna?
Nella DDR si diffondeva l’interpretazione secondo cui si fosse sconfitto il fascismo tedesco al fianco dell’esercito sovietico. Per questo motivo, per i tedeschi dell’Est è stato ancora più difficile fare i conti con la propria storia rispetto ai tedeschi dell’Ovest. A ciò si aggiungeva il fatto che i tedeschi dell’Ovest non dovevano pagare il conto del terrore nazista, poiché ricevevano gli aiuti economici dagli americani. Così i tedeschi dell’Est hanno pagato il conto, dovendo vivere nella dittatura successiva. In questo senso trovo giusto che i tedeschi dell’Ovest abbiano pompato così tanti soldi nell’Est dopo la riunificazione. Ma chi improvvisamente deve così tanto all’Ovest, anche se in realtà è solo giusto, spesso lo percepisce come umiliante. Chi si rende conto di non poter mai ricambiare, infatti, diventa facilmente astioso, persino perfido. Sminuisce l’aiuto ricevuto e gli attribuisce motivazioni malvagie.
- Cosa si potrebbe fare, secondo lei, affinché non ci siano più così tanti elettori dell’AfD che cadono nella trappola?
Non lo so. Nell’AfD non ci sono nazisti, ma fascisti. Fanno parte della corrente fascista che sta riemergendo nel mondo occidentale. E ne fanno parte anche i ministri di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir.
- Alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt all’inizio di settembre, l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento. Grazie a sua nonna, originaria di Halle an der Saale, lei ha un legame particolare con questo Land e con gli attuali avvenimenti che vi si stanno verificando.
Se mia nonna Meume non fosse già sotto terra, piangerebbe a dirotto per questa situazione. A proposito, parlava un dialetto sassone della Sassonia-Anhalt dal forte accento locale. Per me quel dialetto sassone, disprezzato e considerato «sporco», era la lingua più bella del mondo.
- Presto compirà 90 anni. Nell’ebraismo si augura per il compleanno: «Masel tov, fino a 120!» Quindi le resterebbero ancora 30 anni da vivere.
Oh, non mi minacci!
(Jüdische Allgemeine, 16 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Sono davvero queste le elezioni più importanti dalla fondazione dello Stato?
Uno sguardo personale su un Paese sospeso tra la vita quotidiana, l’incertezza e un panorama politico profondamente diviso.
di Dov Eilon
GERUSALEMME - «Saranno le elezioni più importanti dalla fondazione dello Stato di Israele».
È una frase che ho sentito ripetere sempre più spesso nelle ultime settimane. La pronunciano i politici, la ripetono i commentatori e in molti media non si mette quasi più in dubbio che le elezioni alla Knesset del 27 ottobre saranno tra le più importanti della storia di Israele. Tuttavia, più sento questa affermazione, più mi chiedo se sia effettivamente vera – o se piuttosto non rifletta qualcos’altro: la profonda divisione politica che oggi caratterizza Israele.
• Elezioni decisive
Vivo in Israele da esattamente 38 anni. Sono arrivato qui all’inizio di settembre del 1988. All’epoca non avrei mai potuto immaginare che questo Paese sarebbe diventato la mia patria. In questi quasi quattro decenni ho vissuto guerre, negoziati di pace, attentati terroristici, intifada, attacchi missilistici e crisi politiche. Ho visto primi ministri andare e venire, partiti fondarsi e poi scomparire dalla scena politica. E ho assistito a molte elezioni. Quasi tutte sono state definite da qualcuno come «elezioni decisive». Per questo sono diventato cauto quando si parla ancora una volta delle «elezioni più importanti dalla fondazione dello Stato».
Chi oggi si reca in Israele, probabilmente ne rimarrà inizialmente sorpreso. L’immagine che molte persone all’estero hanno del nostro Paese spesso differisce notevolmente dalla realtà. I bambini sono in vacanza estiva. I caffè sono pieni. Le famiglie trascorrono le serate nei parchi, sulle spiagge o nei ristoranti. I centri commerciali sono affollati e chi passeggia per Gerusalemme o Tel Aviv vive a prima vista un’estate israeliana del tutto normale.
È proprio questo che mi affascina ogni volta.
Perché sotto questa apparente normalità si nasconde un’insicurezza che non si vede, ma che quasi tutti qui avvertono. Non determina la nostra vita, ma la accompagna. Forse è qualcosa che si capisce solo se si vive in Israele per un periodo prolungato.
Il cellulare è sempre a portata di mano. Non per paura, ma per abitudine. Tutti sanno che la situazione può cambiare nel giro di poche ore. Una notizia su un attentato terroristico in Giudea e Samaria, un razzo degli Houthi, nuove tensioni con l’Iran o una decisione a sorpresa da Washington: tutto questo può stravolgere improvvisamente la routine quotidiana.
Gli occhi sono sempre puntati sugli Stati Uniti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu incontra il presidente Donald Trump. Si parla dell’Iran, della futura strategia americana e della questione se la pressione su Teheran aumenterà o se si cercheranno nuovamente soluzioni diplomatiche. Nessuno oggi sa come si evolverà la situazione tra poche settimane.
Ciononostante, la vita va avanti.
Questa è probabilmente una delle caratteristiche più notevoli di questo Paese.
• La vita quotidiana
Chi vive in Israele impara prima o poi ad accettare l’incertezza non come un’eccezione, ma come parte della vita quotidiana. Si pianifica una vacanza in famiglia, anche se nessuno può garantire che l’orario dei voli sarà ancora lo stesso tra qualche settimana. Si celebrano matrimoni, si aprono negozi e si mandano i bambini a scuola. La vita non viene rimandata a più tardi.
Gli amici dalla Germania a volte mi chiedono se sia possibile abituarsi a questa costante incertezza.
La mia risposta è sempre la stessa: non ci si abitua. Si impara semplicemente a non lasciarsi dominare da essa.
Forse è proprio questo che spiega perché guardo alle imminenti elezioni con occhi diversi rispetto a molti commentatori.
Sì, queste elezioni sono importanti.
Si svolgono in un momento in cui Israele deve affrontare sfide straordinarie sul piano militare e politico. La guerra contro Hamas ha cambiato il Paese. La minaccia dell’Iran non è affatto scomparsa. Anche in Giudea e Samaria la situazione della sicurezza si è recentemente aggravata. Allo stesso tempo, le questioni economiche e le tensioni sociali preoccupano molte famiglie.
Tutto ciò costituisce lo sfondo di questa campagna elettorale.
Eppure mi chiedo se queste elezioni siano davvero così straordinarie come si sostiene attualmente.
• Punto di vista
La risposta dipende da chi si interroga.
Per gli oppositori di Benjamin Netanyahu queste elezioni rivestono effettivamente un’importanza storica. Dopo anni di manifestazioni, sperano di riuscire finalmente a determinare un cambio di governo. Molti affermano apertamente che Israele debba riorientarsi politicamente e che il Likud abbia ormai fatto il suo tempo al governo.
D’altra parte, incontro altrettante persone convinte che Netanyahu vincerà di nuovo. Non danno molto credito ai sondaggi pubblicati e ricordano quante volte i sondaggisti in Israele abbiano già sbagliato. Dopo le precedenti elezioni, si è discusso ripetutamente se alcuni elettori dei partiti di destra abbiano deliberatamente nascosto la loro effettiva scelta elettorale nei sondaggi. Non so se sia davvero così. Ma a volte mi chiedo se la divisione politica nel nostro Paese sia ormai diventata così profonda che alcuni preferiscano tenere per sé le proprie convinzioni politiche.
Ciò che mi interessa meno è chi alla fine otterrà il maggior numero di seggi. Trovo molto più interessante quanto sia diversa la percezione della stessa realtà.
• Due mondi
A volte ho l’impressione che molti israeliani vivano oggi in due mondi diversi. Leggono giornali diversi, seguono canali televisivi diversi e attingono le loro informazioni da fonti completamente diverse. Di conseguenza, le loro conclusioni sono altrettanto diverse.
Osservo questo sviluppo con preoccupazione.
Non perché le persone abbiano opinioni diverse – in Israele è sempre stato così. Ma perché la fiducia reciproca sta svanendo sempre di più.
Sui social network circolano già oggi affermazioni su presunte manipolazioni o possibili brogli elettorali. Finora non sono state presentate prove concrete a sostegno di tali affermazioni. Ciononostante, tali affermazioni si diffondono a una velocità sorprendente e trovano molte persone disposte a crederci.
Il vero problema non è nemmeno il contenuto di tali notizie.
La questione è piuttosto che sempre più persone valutano le informazioni solo in base alla loro compatibilità con la propria visione del mondo. Ciò che conferma le proprie convinzioni politiche viene spesso creduto immediatamente. Tutto il resto viene liquidato come propaganda della parte avversa.
Non si tratta di un fenomeno che riguarda solo Israele.
Ma in Israele è particolarmente evidente.
Di recente ho sentito un attivista del movimento di protesta affermare, in sostanza, che la lotta contro Netanyahu sarebbe ovviamente proseguita anche nel caso in cui questi dovesse vincere nuovamente le elezioni. Ho riflettuto a lungo su questa frase.
Naturalmente la protesta fa parte di una democrazia. Da decenni le manifestazioni fanno parte della vita politica di Israele. Sono espressione di una società viva.
Ma alla democrazia appartiene anche la disponibilità a riconoscere il risultato di elezioni libere ed eque – indipendentemente dal partito che vince. È proprio in questo che si manifesta, in definitiva, la forza di uno Stato democratico.
Forse è questa la vera questione di queste elezioni.
Non se Benjamin Netanyahu rimarrà primo ministro o se l’opposizione formerà il prossimo governo.
Ma se noi, come società, riusciremo a mantenere la fiducia nelle nostre istituzioni democratiche nonostante tutte le divergenze politiche.
• La vita continua
Nessuno può dire con certezza oggi se queste elezioni passeranno davvero alla storia come le più importanti dalla fondazione dello Stato.
Ciò che ho imparato, tuttavia, dopo quasi 38 anni in Israele, è ben altro.
La mattina dopo le elezioni, i primi autobus torneranno a circolare per Gerusalemme. I caffè apriranno. I soldati staranno in piedi con i loro zaini alle fermate degli autobus. I commercianti apriranno i loro negozi. Al Muro del Pianto la gente pregherà, mentre alla Knesset si negozierà già sul prossimo governo.
Israele continuerà a vivere – proprio come ha sempre fatto dopo ogni elezione, dopo ogni crisi e dopo ogni guerra. I governi vanno e vengono. I politici cambiano. Le maggioranze mutano.
Ma Israele rimane.
(Israel Heute, 15 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’IDF rafforza la presenza militare in Giudea e Samaria con la 98ª Divisione e promette tolleranza zero verso la violenza
(JNS) Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dispiegato la 98ª Divisione in Giudea e Samaria per rafforzare la sicurezza e mantenere la stabilità regionale, in risposta a un aumento delle segnalazioni di intelligence. Lo ha annunciato mercoledì il capo di Stato maggiore dell’IDF, il tenente generale Eyal Zamir.
Durante un briefing operativo presso il Comando Centrale, insieme ai comandanti dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (Shin Bet) e della Polizia di Frontiera israeliana, Zamir ha avvertito che è aumentato il rischio di un’escalation su più fronti. Ha inoltre sottolineato che le truppe sono pronte a neutralizzare rapidamente le minacce terroristiche.
«L’IDF è in stato di elevata prontezza operativa per avviare vaste operazioni offensive contro chiunque tenti di danneggiare i civili israeliani», ha dichiarato Zamir.
Zamir ha approvato i piani per proseguire le operazioni in Giudea e Samaria. Ha affermato che le forze sono state rafforzate in tutte le aree e che si stanno preparando a possibili tentativi di coglierle di sorpresa.
Affrontando i recenti episodi di tensione nella regione, Zamir ha inoltre espresso una dura condanna della violenza esercitata da individui che agiscono al di fuori della legge contro i civili.
«Gli attacchi e la violenza contro persone innocenti non rispecchiano i valori israeliani né quelli ebraici», ha dichiarato Zamir, sottolineando che tali atti devono essere eliminati. Ha inoltre promesso che le forze dell’IDF manterranno l’ordine pubblico e garantiranno la sicurezza di tutte le popolazioni durante la stagione della raccolta delle olive.
• Netanyahu: Israele è pronto a ogni scenario
Martedì, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele è pronto ad affrontare qualsiasi scenario, compresa quella che ha definito una possibile «inversione delle canne dei fucili» da parte dell’Autorità Palestinese. Ha avvertito i nemici di non mettere alla prova lo Stato ebraico.
«I nostri nemici stanno pensando di metterci alla prova in questi giorni che precedono le elezioni», ha dichiarato Netanyahu durante una visita nell’area della linea di separazione lungo la barriera di sicurezza della Samaria, riferendosi alle elezioni della Knesset previste per il 27 ottobre.
«Non consiglio ai nostri nemici di metterci alla prova», ha affermato il premier. «Qui incontrerete una forza che non avreste mai immaginato».
Con alle spalle l’ex campo profughi di Tulkarem, Netanyahu ha osservato che la città era stata in passato una roccaforte terroristica, prima che l’IDF la «bonificasse sotto la nostra direzione».
«Dovete capire che siamo a pochi minuti da Netanya, a pochi minuti dalla costa. La stretta fascia centrale di Israele non sarà più così stretta», ha proseguito.
«Garantiamo la sicurezza dal fiume Giordano fino al Mar Mediterraneo: il nostro Paese, il nostro controllo.
A ovest del fiume Giordano non ci sarà alcun esercito arabo: ci saranno le Forze di Difesa Israeliane», ha dichiarato con fermezza Netanyahu.
• Smotrich chiede di impedire il ritorno degli sfollati nei campi della Samaria settentrionale
Lunedì, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto a Netanyahu e al ministro della Difesa Israel Katz di ordinare all’IDF di non collaborare con l’Alta Corte di Giustizia in merito all’eventuale ritorno dei palestinesi sfollati nei campi della Samaria settentrionale, né di consentire la ricostituzione di quelli che ha definito «campi terroristici».
Domenica, la Corte aveva richiesto un calendario delle misure che potrebbero consentire agli abitanti di tornare nei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, dopo le vaste operazioni israeliane antiterrorismo.
La Corte ha concesso allo Stato tempo fino al 23 novembre per presentare una risposta, senza ordinare l’immediato ritorno degli abitanti.
• Arrestato un palestinese sospettato di coinvolgimento in attentati
Nel frattempo, martedì la polizia ha dichiarato di aver arrestato un palestinese di 32 anni, sospettato di essere coinvolto in precedenti attentati terroristici, dopo che lunedì era stato visto filmare all’interno della stazione della metropolitana leggera Aharonovich, a Bnei Brak.
Secondo la polizia, l’uomo, residente in Giudea e Samaria e presente illegalmente in Israele, avrebbe dichiarato falsamente di essere un cittadino israeliano proveniente da Tayibe.
• Arrestati quattro membri della Jihad Islamica Palestinese
Separatamente, martedì l’IDF ha comunicato che le proprie truppe hanno arrestato quattro membri della Jihad Islamica Palestinese che stavano pianificando un attacco nella Samaria settentrionale.
Gli arresti sono stati effettuati a Qabatiya e Arraba, località vicine a Jenin, sulla base di informazioni di intelligence fornite dallo Shin Bet.
(HaKol, 15 ottobre 2026)
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Anniversario del 16 Ottobre, Fadlun: “ANPI non partecipi alle nostre commemorazioni”
di Nina Prenda
Con queste parole il presidente della comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, ha chiesto all’ANPI di non partecipare alle commemorazioni del 16 Ottobre:
«Il 16 Ottobre è il giorno più doloroso nella storia degli ebrei romani. Il giorno in cui 1.022 persone furono strappate dalle loro case dai nazi-fascisti, trascinate via e deportate in treno verso i campi di sterminio. Soltanto sedici tornarono e nessun bambino. Dietro quei numeri ci sono famiglie spezzate per sempre, case rimaste vuote, affetti cancellati, un dolore che attraversa le generazioni e appartiene innanzitutto ai familiari delle vittime. Un dolore che, come comunità ebraica di Roma, abbiamo il dovere di rispettare e proteggere.
Il 16 Ottobre non può diventare il luogo di nuove lacerazioni. Per questo chiediamo all’ANPI di non partecipare alle nostre commemorazioni. Chi ha contestato la presenza delle bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 Aprile, chi non ha saputo difendere senza ambiguità il diritto degli ebrei e di tutti gli italiani a ricordare il contributo della Brigata Ebraica alla Liberazione, chi nelle piazze si è mostrato compiacente verso la violenza Pro-Pal, non può pretendere di presentarsi da noi il 16 Ottobre come se tutto questo non significasse nulla e non avesse lasciato traccia nelle nostre comunità che vivono dal 7 Ottobre una terribile recrudescenza dell’antisemitismo», ha scritto Fadlun nella dichiarazione.
«A Milano, siamo arrivati all’assurdo di vedere contestata la Brigata Ebraica e di sentire il presidente nazionale dell’ANPI giudicare inopportune le bandiere di Israele, arrivando persino a definire una vergogna la loro presenza, invece di rivolgere la propria indignazione contro chi cercava di impedire agli ebrei di sfilare. È una ferita profonda, tanto più grave perché viene da un’associazione che dovrebbe custodire i valori della Resistenza e della lotta contro il fascismo e l’antisemitismo.
Non intendiamo trasformare il ricordo dei nostri cari in una polemica politica. Ma proprio per questo dobbiamo essere intransigenti: non vogliamo che il dolore delle famiglie dei deportati, vivo e incancellabile soprattutto in questi giorni, venga turbato dalla presenza di chi ha assunto posizioni che consideriamo incompatibili con il rispetto dovuto alla nostra storia. L’ANPI rifletta sulle proprie responsabilità e abbia la sensibilità, se non il pudore, di fare un passo indietro.
Il 16 Ottobre appartiene alla memoria di Roma, ma soprattutto a chi porta ancora il nome, il volto e l’assenza di una persona che non è mai tornata. Quei morti non abbiamo potuto riportarli a casa. Possiamo però difendere la dignità del loro ricordo. E su questo non faremo passi indietro», ha concluso il presidente.
(Bet Magazine Mosaico, 15 ottobre 2026)
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Sfida sui social: «Non sono ebreo, sono sionista
di Rosa D’Avanzo
«Non sono ebreo. Sono francese. E sono sionista». Oppure «Sono ateo, sono olandese e sono sionista». Bastano poche parole, pubblicate sui social network, per sfidare uno dei tabù politici più radicati degli ultimi anni. Da diversi giorni, centinaia di persone che non appartengono al popolo ebraico stanno dichiarando pubblicamente la propria adesione al sionismo, rivendicando una parola che una parte crescente del dibattito politico internazionale ha trasformato in un’accusa.
Il fenomeno, segnalato dalla giornalista Guitel Benishay sul sito francese IsraJ, ha cominciato a diffondersi all’inizio di ottobre, acquistando particolare visibilità dal giorno 9, subito dopo il terzo anniversario del massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Nato su X, si è progressivamente esteso ad altre piattaforme, coinvolgendo utenti americani, britannici, irlandesi, canadesi e di numerosi altri Paesi.
La formula è sempre simile, con qualche variazione legata alla nazionalità, alla religione o alle convinzioni personali di chi la utilizza. Il significato, invece, rimane identico. Essere sionisti significa riconoscere al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione nella propria terra storica e sostenere la legittimità dell’esistenza dello Stato di Israele. Un principio che può essere condiviso indipendentemente dalle proprie origini e dalla propria fede religiosa.
L’aspetto più interessante dell’iniziativa riguarda proprio l’identità dei partecipanti. Per anni, soprattutto nei dibattiti più accesi sul conflitto israelo-palestinese, il sionismo è stato presentato come una questione esclusivamente ebraica, quasi fosse una forma di solidarietà etnica riservata agli appartenenti a una stessa comunità. Le dichiarazioni che circolano in questi giorni contestano apertamente questa interpretazione. Chi si definisce sionista senza essere ebreo afferma che il diritto di Israele a esistere riguarda anche i principi universali di libertà e autodeterminazione dei popoli.
La scelta delle parole assume un significato ancora più forte nel clima seguito al 7 ottobre. In molte manifestazioni, università e discussioni pubbliche, il termine «sionista» viene utilizzato come un insulto, talvolta come sinonimo di criminale o sostenitore di politiche oppressive. In certi ambienti, dichiararsi sionisti comporta il rischio di essere esclusi, contestati o sottoposti a campagne di ostilità.
Rivendicare pubblicamente quella definizione diventa quindi un gesto politico che rompe una convenzione sempre più diffusa. Ed è significativo che a compierlo siano persone che, per appartenenza religiosa o familiare, potrebbero facilmente considerare la questione estranea alla propria vita.
Naturalmente, il sostegno al sionismo non implica necessariamente l’approvazione delle decisioni di ogni governo israeliano. Il movimento sionista, nato nell’Ottocento e sviluppatosi attraverso correnti politiche e culturali differenti, ha sempre conosciuto al proprio interno contrasti profondi. Anche oggi è possibile sostenere il diritto all’esistenza di Israele e criticare duramente le scelte dei suoi dirigenti. La distinzione, spesso cancellata dalle polemiche, costituisce uno degli elementi fondamentali per comprendere il significato dell’iniziativa.
Il fenomeno richiama inoltre una tradizione storica frequentemente dimenticata. Il sionismo ha avuto sostenitori non ebrei fin dalle sue origini, in particolare in alcuni ambienti cristiani europei e americani. La solidarietà con il progetto nazionale ebraico ha attraversato epoche e culture differenti, assumendo motivazioni religiose, politiche e morali.
Oggi quella solidarietà trova nei social network una forma di espressione immediata, accessibile a chiunque voglia partecipare. Non esistono, almeno per ora, dati sufficienti per stabilire quanto il fenomeno sia esteso o se possa trasformarsi in un movimento organizzato. La sua visibilità, tuttavia, indica la presenza di persone disposte a esporsi pubblicamente su un tema diventato particolarmente divisivo.
In un periodo in cui molti ebrei della diaspora denunciano un crescente isolamento, queste dichiarazioni hanno anche un valore umano. Significano che la difesa del diritto all’esistenza di Israele può trovare alleati oltre i confini delle comunità ebraiche, persino in ambienti nei quali quel sostegno sembrava essersi indebolito.
La novità, forse, sta proprio nella semplicità di una frase pronunciata senza esitazioni. Chi scrive «Non sono ebreo, sono sionista» rivendica la libertà di sostenere Israele senza dover giustificare la propria identità. E ricorda che un principio universale, per essere davvero tale, deve poter essere difeso anche da chi non ne è direttamente beneficiario.
(Setteottobre, 15 ottobre 2026)
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Antisemitismo: il 2025 segna il record di aggressioni
di Michelle Zarfati
Il 2025 è stato l'anno più "violento" per le comunità ebraiche della diaspora da oltre trent'anni. A lanciare l'allarme è il rapporto annuale della J7 Large Communities' Task Force Against Antisemitism, organismo che riunisce le principali organizzazioni ebraiche di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Australia e Argentina. Il documento descrive un fenomeno che non viene più considerato un'emergenza temporanea, ma una condizione strutturale: "L'antisemitismo non è più un'ondata passeggera, è diventato la nostra nuova normalità". Secondo il rapporto, nel corso del 2025 venti persone sono state uccise in attacchi antisemiti nei sette Paesi monitorati, mentre sono stati registrati circa 23.000 episodi di antisemitismo, tra aggressioni fisiche, vandalismi, minacce, molestie e campagne d'odio online. Si tratta del numero più elevato mai rilevato dalla task force e di un incremento significativo rispetto agli anni precedenti. L'analisi evidenzia come il clima di ostilità verso gli ebrei sia cresciuto in maniera costante dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Se nei mesi immediatamente successivi il fenomeno era stato interpretato come una reazione contingente al conflitto, oggi gli esperti parlano di una radicalizzazione ormai consolidata, alimentata anche dalla diffusione di contenuti d'odio sulle piattaforme digitali e dall'incapacità, secondo gli autori del rapporto, di governi e socia! network di contrastare efficacemente il fenomeno. Tra i dati più significativi emerge la situazione della Germania, che registra il maggior numero assoluto di episodi, mentre l'Australia ha fatto segnare l'incremento percentuale più elevato tra i Paesi analizzati. Anche negli Stati Uniti e in Canada si conferma una crescita delle aggressioni e delle intimidazioni nei confronti di cittadini e istituzioni ebraiche. Il rapporto chiede ai governi di adottare un approccio più incisivo: rafforzare la sicurezza delle comunità ebraiche, aggiornare gli strumenti legislativi contro i crimini d'odio e imporre alle piattaforme digitali un'applicazione più rigorosa delle proprie regole contro l'incitamento all'odio. "I governi devono smettere di intervenire dopo che gli ebrei vengono attaccati e iniziare ad agire prima", afferma la dichiarazione congiunta della task force. Anche Ynet sottolinea come il nuovo rapporto rappresenti un campanello d'allarme per la diaspora ebraica. L'analisi mette in evidenza che il problema non riguarda soltanto la sicurezza fisica, ma anche il crescente senso di isolamento vissuto dalle comunità ebraiche, in particolare nelle università, negli spazi pubblici e sui social media, dove episodi di intimidazione e discriminazione sono diventati sempre più frequenti. Gli autori del documento avvertono che la normalizzazione dell'antisemitismo rischia di compromettere non solo la sicurezza delle comunità ebraiche, ma anche la qualità della convivenza democratica. Per questo chiedono una risposta coordinata delle istituzioni, delle piattaforme digitali e della società civile, sostenendo che contrastare l'odio non rappresenti soltanto una tutela di una minoranza, ma un banco di prova per la tenuta delle democrazie contemporanee.
(Shalom Magazine, settembre-ottobre 2026)
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La Grecia istituisce un gruppo parlamentare per Israele
L’iniziativa arriva in un contesto di crescenti relazioni e cooperazione strategica tra Israele, Grecia e Cipro, incentrate sull’integrazione energetica, la cooperazione in materia di difesa e la sicurezza regionale.
di Etgar Lefkovits
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Il 13 ottobre 2026 è stato istituito un nuovo gruppo parlamentare per Israele presso il Parlamento greco. Foto: Etgar Lefkovits
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ATENE — Martedì il Parlamento greco ha istituito un gruppo di lavoro su Israele, rafforzando così una partnership storica tra gli alleati del Mediterraneo orientale e contrastando le minacce regionali.
Questa iniziativa, seguita a breve da un’altra analoga a Cipro, si inserisce nel contesto di relazioni sempre più strette e di cooperazione strategica tra Israele, Grecia e Cipro, incentrata sull’integrazione energetica, la cooperazione in materia di difesa e la sicurezza regionale, e funge da contrappeso alle tensioni con la vicina Turchia, storica rivale.
«La Grecia e Israele rappresentano civiltà antiche e libere, radicate ad Atene e a Gerusalemme, che condividono valori comuni e interessi di sicurezza regionale», ha affermato il viceministro degli Esteri greco Harry Theoharis. «L’inaugurazione del Gruppo parlamentare per gli alleati di Israele nel Parlamento greco costituisce una pietra miliare significativa nell’amicizia profondamente radicata tra i nostri due Paesi, mettendo in contatto i legislatori con le comunità religiose e traducendo concretamente la fede in azione per affrontare le sfide regionali e globali condivise».
A tre decenni e mezzo dall’instaurazione ufficiale delle relazioni diplomatiche tra Grecia e Israele, i due paesi intrattengono oggi profonde alleanze strategiche, militari ed economiche.
«Nel Mediterraneo affrontiamo le stesse sfide e gli stessi pericoli legati al radicalismo islamico e abbiamo una grande opportunità per rafforzare ulteriormente le nostre relazioni», ha dichiarato a JNS il deputato greco Konstantinos Tsiaras, che presiederà il nuovo gruppo.
Il nuovo gruppo parlamentare è l’ultimo di una rete di quasi 70 gruppi di sostegno a Israele in tutto il mondo, gestiti sotto l’egida della Israel Allies Foundation con sede a Washington, D.C., e che comprendono oltre 1.700 legislatori.
Mercoledì è previsto il lancio di un ulteriore gruppo di sostegno a Israele nel parlamento cipriota.
L’iniziativa arriva dopo un periodo turbolento nel Mediterraneo, a seguito di tre anni di guerre regionali scatenate dall’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas contro il sud di Israele.
«Il lancio del gruppo parlamentare “Israel Allies Caucus” nel parlamento ellenico invia un messaggio chiaro: Grecia, Israele e Cipro sono uniti per un Mediterraneo sicuro», ha affermato Leo Van Doesburg, direttore per l’Europa della Israel Allies Foundation.
Il gruppo di sostegno a Israele, fondato quasi due decenni fa, è diventato famoso a livello internazionale come un punto di riferimento della diplomazia basata sulla fede.
«Questo segna un momento decisivo per il Mediterraneo orientale», ha affermato Josh Reinstein, presidente della Israel Allies Foundation. «Tre antiche nazioni con profonde radici nella Bibbia e nella civiltà occidentale sono di nuovo unite».
(JNS, 14 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele e Marocco, l’intesa militare entra nelle fabbriche
Elbit Systems produrrà in Marocco torrette per i blindati dell’esercito. Le prime consegne sono previste nel marzo 2027
di Rosa Davanzo
La cooperazione militare tra Israele e Marocco compie un nuovo passo, destinato a trasformare i rapporti industriali tra i due Paesi. Dal marzo 2027 Moroccan Military Industry (MMI), società marocchina controllata dal gruppo israeliano Elbit Systems, dovrebbe cominciare a consegnare all’esercito di Rabat torrette destinate ai veicoli blindati a otto ruote prodotti localmente dall’azienda indiana Tata. Il progetto, annunciato in occasione del Salone aeronautico di Marrakech, rappresenta un passaggio importante per un Paese che punta a costruire una propria industria nazionale della difesa.
Per il Marocco si tratta di una scelta strategica. Rabat ha avviato da tempo un programma di modernizzazione delle forze armate, accompagnato dall’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle importazioni e acquisire competenze tecnologiche avanzate. La presenza diretta di un grande produttore israeliano sul territorio marocchino consente di avvicinare questi due obiettivi, creando le condizioni per sviluppare capacità industriali locali.
Elbit Systems è uno dei principali gruppi israeliani specializzati in elettronica militare, sistemi d’arma, droni e tecnologie per la protezione dei mezzi terrestri. Le torrette destinate ai blindati marocchini permetteranno di integrare armamenti e sistemi di controllo del tiro sui veicoli assemblati nel Paese. I dettagli tecnici e le quantità previste dalle forniture non sono stati resi noti.
Il programma comprende anche un altro settore particolarmente importante alla luce delle guerre più recenti, quello della difesa contro i droni. MMI intende sviluppare sistemi che combinino radar e strumenti di intercettazione relativamente economici, rispondendo alla necessità di contrastare velivoli senza pilota il cui costo è spesso assai inferiore a quello dei mezzi impiegati per abbatterli.
L’intesa si inserisce nel processo avviato con la normalizzazione delle relazioni tra Israele e Marocco nel dicembre 2020, nell’ambito degli Accordi di Abramo. Da allora i rapporti bilaterali hanno conosciuto un’espansione significativa soprattutto nel settore della sicurezza, con forniture militari e collaborazioni tecnologiche che hanno consolidato la posizione israeliana nel mercato marocchino. Secondo i dati riportati dalla stampa francofona israeliana, negli ultimi cinque anni Israele avrebbe rappresentato circa il 24 per cento degli acquisti marocchini di armamenti, diventando il secondo fornitore del regno. Una quota che testimonia il peso assunto dalla cooperazione militare nelle relazioni tra Gerusalemme e Rabat.
L’aspetto più significativo riguarda tuttavia il cambiamento del modello industriale. Fino a pochi anni fa la collaborazione si concentrava prevalentemente sull’acquisto di equipaggiamenti realizzati all’estero. Adesso le aziende israeliane partecipano direttamente alla costruzione di capacità produttive marocchine, con possibili ricadute sull’occupazione specializzata e sulla formazione di tecnici e ingegneri.
La scelta risponde anche a un’esigenza di lungo periodo. Un esercito che dispone sul proprio territorio di strutture industriali capaci di produrre e mantenere componenti militari può ridurre i tempi di approvvigionamento e affrontare con maggiore autonomia eventuali difficoltà nelle catene internazionali delle forniture.
Per Israele, l’investimento conferma l’importanza del Marocco come partner economico e strategico nel Nord Africa, in una fase in cui le tensioni regionali rendono particolarmente preziose le relazioni costruite attraverso gli Accordi di Abramo. Se il calendario delle consegne sarà rispettato, il marzo 2027 segnerà dunque l’avvio di una collaborazione industriale concreta, destinata a rafforzare la presenza tecnologica israeliana e le ambizioni del Marocco nel settore della difesa.
(Setteottobre, 14 ottobre 2026)
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A Gerusalemme: scoperto un acquedotto di duemila anni fa
Un capolavoro della fisica antica. Gli archeologi trovano un tratto di un antico acquedotto lungo 300 metri vicino a Gerusalemme. Dovrebbe essere integrato in un nuovo quartiere e reso accessibile al pubblico.
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La parte appena scoperta dell'acquedotto si trova a sud di Gerusalemme e probabilmente portava direttamente al Monte del Tempio
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GERUSALEMME - Durante gli scavi a sud del kibbuz Ramat Rachel vicino a Gerusalemme, gli archeologi hanno scoperto una sezione dell'acquedotto inferiore lunga circa 300 metri. La scoperta è avvenuta prima dei lavori di costruzione di un quartiere residenziale di nuova costruzione.
L'antica struttura risale al periodo degli Asmonei. Per secoli, fu utilizzata per trasportare acqua fresca dalle sorgenti "Stagni di Salomone" a sud di Betlemme, fino al Monte del Tempio a Gerusalemme.
I capi degli scavi dell'Agenzia israeliana per l'antichità (IAA), Benjamin Storchan e Gil Freid, sottolineano l'eccezionale risultato: "L'acquedotto inferiore è stato un impressionante capolavoro di ingegneria".
Il sistema era progettato con tale precisione che l'acqua scorreva solo attraverso la gravità sulla distanza di circa 21 chilometri, senza pompe. I progettisti dovevano adattare esattamente la pendenza al paesaggio collinare: il livello del canale diminuiva di appena un metro per chilometro. Grazie a questo design, l'acquedotto rimase in funzione con interruzioni fino a circa 100 anni fa.
Diverse fasi possono essere lette nella sezione. All'inizio, l'acqua scorreva in un canale in muratura e intonacato. Circa 500 anni fa, durante l'era ottomana, i tubi di ceramica venivano inseriti nel canale. Inoltre, l'esterno è stato intonacato e decorato con piccole pietre. Queste riparazioni testimoniano l'enorme importanza che l'approvvigionamento idrico aveva per Gerusalemme.
• Storia nel paesaggio urbano moderno
L'IAA e l'Autorità Terrestre Israeliana (ILA) hanno concordato una cooperazione. Invece di costruire il canale dell'acqua, l'acquedotto deve essere integrato nell'ingresso principale del nuovo quartiere e reso accessibile al pubblico. L'archeologo distrettuale dell'IAA- Amit Re'em ha dichiarato che la visione è un parco continuo. Questo dovrebbe consentire ai visitatori di seguire a piedi il corso dell'acquedotto dal sud di Gerusalemme fino al centro storico.
Anche Jehuda Elijahu dell'autorità fondiaria sottolinea il ponte tra modernità e antichità, mentre il ministro del patrimonio nazionale, Amichai Elijahu, elogia la lungimiranza della leadership antica. I nuovi risultati della ricerca saranno utilizzati per la prima volta il 19. Conferenza "Nuovi studi in archeologia a Gerusalemme e dintorni" presentato. La conferenza di tre giorni è iniziata mercoledì ed è una collaborazione tra l'Università Ebraica di Gerusalemme, l'Università di Tel Aviv e la IAA.
(Israelnetz, 14 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dall’amputazione al traguardo dell’Ironman: l’impresa dell’israeliano Boris Shtonda
di Jacqueline Sermoneta
Un traguardo che sembrava impossibile. Boris Shtonda ha completato il Campionato del Mondo Ironman di Kona, nelle Hawaii, affrontando 3,8 chilometri a nuoto, 180 chilometri in bicicletta e una maratona di 42,195 chilometri. Con il tempo di 16 ore, 33 minuti e 54 secondi, è entrato nella storia, diventando il primo israeliano con un’amputazione a completare il percorso. Quando si è avvicinato al traguardo, l’annunciatrice della gara lo ha salutato con le parole che celebrano gli atleti capaci di portare a termine la competizione: “Boris Shtonda, sei un Ironman”. Ha poi sottolineato il significato della sua impresa, compiuta rappresentando Israele. Shtonda ha tagliato il traguardo con la bandiera israeliana tra le mani, suggellando una sfida sportiva e personale incredibile. Dietro questo risultato c’è una storia di sopravvivenza e riabilitazione. Shtonda è un ex soldato israeliano che, nel novembre 2023, è rimasto gravemente ferito durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Ha perso la gamba destra e ha dovuto affrontare un lungo percorso di cure prima di tornare a camminare e, successivamente, a praticare sport. Nato in Ucraina, si è trasferito in Israele all’età di 12 anni. Ha prestato servizio come riservista nell’unità d’élite Duvdevan. Il 7 ottobre 2023 si trovava in Giappone, in vacanza dopo aver scalato il Monte Fuji. In seguito all’attacco di Hamas contro Israele, è rientrato nel Paese per ricongiungersi alla propria unità. Il 10 novembre, durante i combattimenti a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, un’esplosione ha ucciso quattro suoi commilitoni e lo ha ferito gravemente. Per salvargli la vita, i medici lo hanno sottoposto a 19 interventi chirurgici nell’arco di 68 giorni. È così cominciato un lungo e doloroso percorso di recupero, durante il quale ha dovuto fare i conti con l’amputazione e imparare nuovamente a camminare con una protesi. La riabilitazione ha significato anche adattarsi a una quotidianità completamente diversa. In quel periodo ha ritrovato l’amore: ha sposato Anna a Gerusalemme nel luglio 2025. Durante le nozze, ha rotto il tradizionale bicchiere con la propria protesi, trasformando anche quel gesto simbolico in un segno della sua rinascita. La perdita della gamba non lo ha allontanato dallo sport. Al contrario, Shtonda ha trasformato il recupero fisico in un percorso costellato di obiettivi sempre più ambiziosi. Ha scalato due volte il Kilimangiaro, ha nuotato per 4,5 chilometri in acque libere e ha partecipato alla mezza maratona di Tel Aviv. Nell’aprile 2026 ha inoltre completato l’Ironman 70.3 di Valencia, in Spagna, una competizione che prevede distanze pari alla metà di quelle dell’Ironman completo. Un risultato che gli ha permesso di qualificarsi per il Mondiale alle Hawaii. Per arrivare a Kona ha affrontato mesi di allenamento, adattando la preparazione e l’attrezzatura alle proprie esigenze fisiche. Shtonda ha dedicato l’impresa ai quattro commilitoni uccisi nell’esplosione che lo aveva ferito: Moshe Yedidya Leiter, Yossef Haim Hershkovitz, Matan Meir e Sergey Shmarkin. Anche l’account ufficiale dello Stato di Israele su X, gestito dal ministero degli Esteri, ha celebrato la sua prova: “Ecco come si presenta la resilienza israeliana”.
(Shalom, 14 ottobre 2026)
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L’ostilità verso gli ebrei: in Italia quanti la condividono, quanti tacciono?
Un sondaggio aiuterebbe a capire quali sentimenti nutrano gli italiani verso gli ebrei e quanto il clima percepito rispecchi davvero l’opinione pubblica. Distinguere la critica a Israele dalla negazione del suo diritto a esistere e dall’ostilità verso gli ebrei italiani è necessario per valutare il peso delle minoranze più attive e le responsabilità di media, politica e istituzioni.
di Stefano Piperno
A questo punto sarebbe utile, anzi necessario, un sondaggio sul reale sentimento degli italiani nei confronti degli ebrei.
Lo suggeriscono una serie di episodi recenti: le divisioni del “campo largo” sul DDL sull’antisemitismo, le reazioni alla proiezione del documentario Naza, le manifestazioni di migliaia di filopalestinesi, la rinuncia di un gruppo di educatori ebrei a una visita di studio a Reggio Emilia, dopo le polemiche sulle loro presunte vicinanze all’esercito israeliano e la richiesta di aderire a una dichiarazione di valori contro la guerra e il genocidio.
E, da ultimo, l’acceso confronto su La7 tra il conduttore di Piazzapulita, Corrado Formigli, Francesco Giubilei e Luigi Marattin, sulla notizia, causa di controversia, dei bambini israeliani bruciati durante il massacro del 7 ottobre 2023.
Un sondaggio sarebbe necessario per capire se sia autentica la sensazione di una maggioranza schiacciante filopalestinese o se, invece, l’attivismo di una parte significativa dei media e dei social non stia distorcendo la percezione dell’opinione pubblica, attraverso un’informazione sbilanciata che concede pochissimo spazio a posizioni diverse, comprese quelle più equilibrate, che non dividono la realtà in bianco e nero.
Ci sono vari motivi per i quali una conoscenza il più possibile vicina alla realtà sarebbe di grande aiuto per sgombrare il terreno dalle macerie mentali che il 7 ottobre e la conseguente guerra di Gaza stanno lasciando nell’animo delle persone.
Il primo è indurre i media a un atteggiamento più accorto, meno incentrato sul proprio orticello da coltivare e più attento alla complessità dell’opinione pubblica. Non si tratta, naturalmente, di pretendere che l’informazione si adegui al sentimento della maggioranza, ma che non lo rappresenti attraverso il filtro delle proprie convinzioni.
Perché sorge il dubbio che vi sia più attenzione a compattare una parte politica che a scandagliare il più possibile la realtà dei fatti.
Il secondo è aiutare la microscopica minoranza ebraica italiana a sentirsi rassicurata e meno sotto attacco per presunte corresponsabilità in delitti orribili.
Il terzo è convincere le istituzioni dell’opportunità di dichiarazioni pubbliche e interviste sui giornali e nelle televisioni, incisive e non equivoche, sulla cittadinanza di pari diritti e rispetto degli ebrei italiani e sulla loro evidente estraneità alle responsabilità, in tutti i sensi opinabili, di Israele.
Ferma restando qualunque posizione critica nei confronti delle autorità israeliane, sia chiaro, e non dell’intera cittadinanza di quel Paese, che il prossimo 27 ottobre, attraverso il voto democratico, sarà chiamata a giudicare chi ha governato prima e durante la tragica guerra.
Del resto, nessuno sembra confondere Putin con l’intero popolo della Federazione Russa. Perché, allora, quando si parla di Israele, questa distinzione sembra così spesso venir meno? E perché le responsabilità di un governo dovrebbero ricadere anche sugli ebrei della diaspora e quindi su quelli italiani? È una delle domande che andrebbero affrontate in un’eventuale indagine demoscopica.
In una democrazia il popolo è sovrano, quindi, qualunque fosse il risultato, bisognerebbe prenderne atto. Ma nel caso emergesse una maggioranza che condanna il comportamento dello Stato ebraico, sarebbe fondamentale capire se, al contempo, gli nega anche la legittimità ad esistere e quali siano i sentimenti derivanti da tale convinzione nei confronti dei cittadini di origine ebraica.
Nel caso contrario, cioè se emergesse una maggioranza che, pur critica nei confronti di Israele, ne riconosce il diritto a esistere e non coinvolge i propri concittadini ebrei nelle responsabilità del suo governo, il risultato sarebbe certamente rassicurante.
Ma non necessariamente cambierebbe il clima che si respira, perché una minoranza fortemente ideologizzata, molto attiva e capace di occupare lo spazio mediatico, potrebbe continuare a esercitare un’influenza sproporzionata rispetto alla propria consistenza numerica.
Ecco perché sarebbe interessante conoscere non soltanto la distribuzione delle opinioni, ma anche la loro intensità. Una maggioranza silenziosa e moderata può risultare assai meno visibile di una minoranza rumorosa e determinata.
E per una comunità piccola come quella ebraica italiana, anche l’ostilità di una minoranza può essere sufficiente a creare un clima di insicurezza, se non di vero timore.
In questi tempi così difficili, i più complessi e carichi di rischi dal 1945, un po’ di chiarezza su questo argomento, come del resto sul conflitto russo-ucraino, sarebbe assolutamente auspicabile, anche in vista delle prossime elezioni.
Non si tratta soltanto di conoscere meglio gli orientamenti degli italiani, ma di capire quanto il dibattito politico sia ancora capace di distinguere tra fatti, responsabilità e appartenenze, senza trasformare ogni questione internazionale in uno strumento di contrapposizione interna.
La collocazione internazionale dell’Italia non è un problema qualsiasi: è il problema. Su Ucraina e Israele si gioca una partita dirimente, che riguarda non soltanto le nostre alleanze, ma la credibilità e il ruolo futuro del Paese.
E quello che sta avvenendo nei due schieramenti che si contenderanno la possibilità di governare, guardando il proprio ombelico, è desolante.
(InOltre, 14 ottobre 2026)
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Israele, tre anni dopo il 7 ottobre un cittadino su cinque vive ancora nel trauma
Un nuovo studio rivela le conseguenze psicologiche della guerra. Le donne giovani sono le più colpite e migliaia di persone faticano a ritrovare una vita normale
di Alessandro Carmi
Tre anni dopo il massacro del 7 ottobre 2023, un israeliano su cinque continua a soffrire di difficoltà psicologiche tanto gravi da compromettere la vita quotidiana. È il risultato più allarmante di una nuova ricerca nazionale pubblicata domenica 11 ottobre, che fotografa una società impegnata a ricostruire la propria normalità mentre una parte consistente della popolazione continua a convivere con le conseguenze del trauma.
L’indagine, realizzata nell’ambito del National Mental Health Barometer, un progetto sostenuto dall’istituto di ricerca dei servizi sanitari Clalit, dall’American Jewish Joint Distribution Committee e dal Myers-JDC-Brookdale Institute di Gerusalemme, si basa su un campione rappresentativo della popolazione israeliana e raccoglie dati aggiornati fino al maggio 2026.
I risultati mostrano una situazione complessa. La maggioranza degli israeliani manifesta segnali di ripresa, mentre una quota significativa presenta sintomi persistenti di ansia, depressione e stress post-traumatico. Secondo il professor Ran Balicer, dirigente di Clalit, per una parte della popolazione la sofferenza psicologica sta assumendo caratteristiche croniche, accompagnate da una profonda compromissione delle capacità di funzionamento quotidiano.
Particolarmente preoccupante è la condizione delle donne tra i 18 e i 35 anni. In questa fascia d’età il 32 per cento riferisce difficoltà significative nello svolgimento delle attività abituali, contro circa il 20 per cento della popolazione complessiva. Quasi una donna su tre presenta inoltre sintomi di ansia, depressione o stress post-traumatico superiori alle soglie cliniche considerate dai ricercatori.
Il dato assume un significato ancora più rilevante se confrontato con l’esposizione della popolazione israeliana agli eventi traumatici. Circa il 15 per cento degli intervistati dichiara di essere stato direttamente coinvolto negli avvenimenti del 7 ottobre oppure di conoscere personalmente qualcuno rimasto ucciso o ferito nei combattimenti successivi. Per comprendere le proporzioni, gli studiosi ricordano che dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti l’esposizione diretta aveva interessato circa il 4 per cento della popolazione.
Anche le immagini hanno lasciato conseguenze profonde. I ricercatori hanno riscontrato un’associazione significativa tra l’esposizione a filmati e contenuti particolarmente violenti e la presenza di disturbi psicologici. Lo studio, tuttavia, non permette di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto.
La ricerca ha esaminato anche le conseguenze sulle relazioni personali. Il 50 per cento degli intervistati riferisce difficoltà nelle attività del tempo libero, mentre il 35 per cento fatica a costruire o mantenere rapporti affettivi e sociali. Molti continuano a lavorare e a occuparsi della famiglia, pur incontrando ostacoli crescenti nella vita di relazione.
Un altro elemento riguarda l’accesso alle cure. Circa un terzo della popolazione ha avvertito la necessità di ricevere assistenza psicologica, eppure la metà di quanti hanno riconosciuto questo bisogno non si è rivolta ai servizi disponibili. Tra le ragioni indicate figurano il desiderio di affrontare autonomamente le difficoltà e la scarsa fiducia nelle forme di trattamento offerte.
Il sostegno familiare e comunitario emerge come uno dei principali fattori di protezione. Due terzi degli intervistati giudicano elevato l’appoggio ricevuto dalla famiglia, mentre soltanto il 39 per cento esprime la stessa valutazione riguardo alla propria comunità. Il 31 per cento dichiara di non disporre di un sostegno adeguato da nessuna delle due.
Per Hadar Samuel, ricercatrice del Myers-JDC-Brookdale Institute, questi risultati indicano che la risposta alle conseguenze psicologiche della guerra deve coinvolgere anche le reti familiari e sociali, rafforzando i legami che aiutano le persone a recuperare stabilità e fiducia.
Il quadro delineato dallo studio restituisce così una delle eredità più difficili del 7 ottobre. La ripresa procede, e per molti israeliani è già una realtà. Per centinaia di migliaia di altri, invece, le conseguenze degli attacchi e dei successivi anni di guerra continuano a incidere sulla possibilità di lavorare, amare, progettare il futuro e vivere serenamente. Una ferita collettiva la cui guarigione richiederà ancora tempo, risorse e un impegno sanitario e sociale di lungo periodo.
(Setteottobre, 13 ottobre 2026)
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Berlino, ripetute aggressioni contro un negoziante in sedia a rotelle: aveva esposto manifesti contro l’antisemitismo
Il caso si inserisce in un quadro di crescita degli episodi antisemiti nella capitale tedesca. Secondo i dati della polizia di Berlino, nel 2025 sono stati registrati 2.268 reati di questo tipo, il 24,3% in più rispetto all’anno precedente e oltre sei volte il numero rilevato nel 2022.
di Nina Prenda
Un commerciante di 67 anni, che si sposta in sedia a rotelle, è stato aggredito ripetutamente da gruppi di giovani nel quartiere berlinese di Kreuzberg, dopo aver esposto nel proprio negozio manifesti contro l’antisemitismo, in occasione del terzo anniversario del massacro del 7 ottobre. A riferirlo, sabato 10 ottobre, è stata la polizia di Berlino.
L’uomo, Hans-Georg Lindenau, gestore del negozio M99 in Falckensteinstrasse, ha contattato le forze dell’ordine venerdì sera per denunciare una serie di episodi iniziati mercoledì 7 ottobre, secondo quanto riportato in una nota della polizia.
• Aggressioni ripetute e danni al negozio
Il primo attacco è avvenuto intorno alle 19:20 di mercoledì, quando un gruppo di circa sei giovani è entrato nel negozio, ha insultato il commerciante e gli ha spruzzato addosso dello spray al peperoncino. Il giorno successivo, intorno alle 19:00, un gruppo composto da un massimo di sei persone è tornato nel locale, colpendolo nuovamente con lo spray. Le grida di aiuto di Lindenau avrebbero spinto gli aggressori a fuggire.
I giovani sono però tornati poco dopo, mentre il negoziante si preparava a chiudere. In quest’occasione, lo hanno nuovamente aggredito con lo spray al peperoncino e picchiato. Al termine dell’aggressione, l’uomo ha riferito di provare dolore al volto.
Le intimidazioni sono proseguite anche venerdì. Diversi testimoni hanno raccontato alla polizia di aver visto fino a otto giovani raggiungere il negozio a bordo di monopattini elettrici, prendere a calci e pugni la porta d’ingresso e allontanarsi subito dopo. L’episodio ha provocato danni all’ingresso del locale. M99 è un negozio noto per la vendita di libri, manifesti e accessori legati ai movimenti di protesta della sinistra.
• La polizia indaga sull’ipotesi di matrice antisemita
In un’intervista al quotidiano tedesco Bild, Lindenau ha stimato che gli aggressori avessero un’età compresa tra i 10 e i 15 anni. Secondo il suo racconto, durante gli episodi gli hanno anche chiesto se fosse ebreo. Il commerciante ha inoltre riferito di essere stato colpito con una pistola a salve nel corso di una delle aggressioni.
La polizia ha affidato il caso alla Divisione per la sicurezza dello Stato della polizia criminale di Berlino, incaricata di indagare sui reati con possibili motivazioni politiche. Gli investigatori stanno valutando anche l’eventuale matrice antisemita degli attacchi. Al momento, non risultano arresti legati alla vicenda.
Il caso si inserisce in un quadro di crescita degli episodi antisemiti nella capitale tedesca. Secondo i dati della polizia di Berlino, nel 2025 sono stati registrati 2.268 reati di questo tipo, il 24,3% in più rispetto all’anno precedente e oltre sei volte il numero rilevato nel 2022.
(Bet Magazine Mosaico, 13 ottobre 2026)
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Non si può conoscere Israele se si tralasciano la Giudea e la Samaria
Le organizzazioni ebraiche stanno mettendo a rischio gli studenti negando loro un’esperienza completa di Israele.
di Rabbi Uri Pilichowski *
Non è possibile comprendere il conflitto israelo-palestinese da un’aula, da un feed di notizie o da uno slogan. Lo si comprende recandosi nei luoghi effettivamente contesi, ascoltando le persone che vi abitano e osservando il territorio con i propri occhi. Non si tratta di un argomento di discussione. È il requisito fondamentale per un giudizio serio.
È assurdo che i leader politici emettano verdetti generici su «occupazione», «apartheid» e «insediamenti» senza aver mai calpestato il terreno di cui parlano. È ancora più assurdo che gli educatori ebrei si aspettino che gli studenti padroneggino la stessa argomentazione a distanza. Non si insegna la storia nascondendo i luoghi. Non si insegna l’educazione civica proteggendo i giovani dai fatti che in seguito verranno usati contro di loro.
Il mondo ebraico ripete una semplice affermazione: gli ebrei devono vedere Israele per sentirsi legati ad esso. Così mettiamo gli adolescenti sugli autobus e li mandiamo da Eilat alla Galilea. Mostriamo loro la costa, il deserto, il nord, i musei e i memoriali. Poi tralasciamo il cuore della patria. La Giudea e la Samaria non sono una nota a piè di pagina. Sono la spina dorsale della memoria ebraica in questa terra.
Le stesse istituzioni ebraiche insistono affinché i giovani ebrei partecipino a programmi estivi delle scuole superiori, viaggi durante l’anno sabbatico e al programma Birthright, in modo che possano incontrare il vero Israele piuttosto che la versione da cartone animato che circola sui social media. Poi quei programmi evitano accuratamente proprio quei luoghi che vengono più spesso utilizzati per demonizzare Israele. Gli studenti tornano a casa dopo che è stato loro detto di aver visto «il vero Paese». Qualche mese dopo, un compagno di classe chiede perché non abbiano mai visto l’apartheid o l’occupazione. La risposta è già pronta per loro: ovviamente non l’hanno vista; il loro viaggio non li ha mai portati lì. Il viaggio che avrebbe dovuto immunizzarli li ha invece lasciati impreparati.
Gli educatori dicono agli studenti sionisti che la storia ebraica in questa terra risale a 3.000 anni fa e che è importante trovarsi nei luoghi in cui quella storia si è svolta. Poi tralasciano la regione in cui si è svolta la maggior parte di quella storia. Abramo camminò qui. I patriarchi furono sepolti qui. Il Tabernacolo sorse a Silo per secoli. Da qui regnarono i re e parlarono i profeti. Parlare delle radici ebraiche trattando la Giudea e la Samaria come uno scenario facoltativo non è educazione; è evasione.
Evitare quella zona trasmette anche un messaggio più sottile, e gli studenti lo colgono. Circa 750.000 ebrei vivono in Giudea e Samaria. Non sono astrazioni. Crescono i figli, vanno al lavoro, fanno la spesa, pregano e seppelliscono i propri defunti in comunità che, viste dall’interno, sembrano città normali. Quando i leader ebrei si rifiutano di portare gli studenti in quei luoghi, danno l’impressione di vergognarsi di quelle comunità. La vergogna è un pessimo sostituto delle argomentazioni. Se le ragioni a favore della vita ebraica nel cuore storico del territorio sono solide, possono reggere il confronto di una visita. Se sono deboli, nascondere quei luoghi non le rafforzerà.
Ci sono tappe concrete che cambiano il discorso perché sostituiscono la teoria con la realtà tangibile. Andate a Shiloh e fermatevi dove sorgeva il Tabernacolo per circa 360 anni, molto prima che Gerusalemme diventasse il centro politico. La regione montuosa smette di essere uno slogan e diventa un contesto reale.
Visitate Mishor Adumim, una zona industriale dove ogni giorno migliaia di israeliani e palestinesi lavorano fianco a fianco. L’immagine non è quella da cartolina di un’armonia idilliaca. È più utile di una cartolina: è un’economia funzionante in un territorio conteso, con persone che hanno tutte le ragioni per guardarsi con diffidenza eppure si presentano comunque al lavoro.
Osservate i posti di blocco e la barriera di sicurezza. Chiamateli muri se volete, ma osservate perché sono stati costruiti e a cosa servono. Non sono affermazioni metafisiche sulla razza. Sono risposte a una specifica campagna di attacchi. Potete opporvi, sostenerli o volerne lo spostamento. Non potete descriverli onestamente se non vi siete mai trovati accanto a essi.
Andate a Qasr al-Yahud, vicino al fiume Giordano, dove secondo la tradizione ebraica il popolo entrò per la prima volta nella terra. Guardate dall’altra parte del fiume e vedrete che la Giordania è abbastanza vicina da rendere concreta la questione della sicurezza. Neanche uno Stato palestinese con un confine orientale aperto sarebbe un’astrazione. Le armi non hanno bisogno di ideologia per circolare. Hanno bisogno di una via. La presenza di Israele lungo quella linea non è una rivendicazione teologica; è una rivendicazione geografica.
Poi visitate un insediamento. Non come un’esposizione politica, ma come una città dove si cammina per le strade. Osservate le scuole, i parchi giochi, il negozio di alimentari e la normale struttura suburbana.
Visitare la regione richiede agli educatori di smettere di affidare la propria comprensione a persone che non ci sono mai state. Il conflitto non è solo una contesa narrativa. È una contesa su colline, strade, fiumi, industria, memoria e paura. Queste cose non si rivelano in un feed dei social media.
L’educazione ebraica ha trascorso una generazione a dire ai giovani che Israele va visto per essere conosciuto. Quella frase, tuttavia, diventa falsa nel momento in cui l’itinerario tratta il cuore biblico del paese come se fosse radioattivo.
Uno studente che sia stato a Shiloh, abbia osservato una forza lavoro mista a Mishor Adumim, abbia guardato la recinzione senza didascalie, abbia affacciato lo sguardo sul Giordano da Qasr al-Yahud e abbia camminato attraverso una normale cittadina ebraica in Giudea o in Samaria dovrà comunque formarsi un’opinione. Questo è il punto: la politica dopo il contatto è diversa dalla politica prima di esso. Il mondo ebraico continua a dire di volere la prima, ma i suoi percorsi turistici propongono ancora la seconda.
Portate gli studenti ebrei in Giudea e Samaria e lasciate che ascoltino e osservino. Poi lasciate che discutano. Qualunque cosa di meno non è educazione; è un’innocenza costruita ad arte, e l’innocenza costruita ad arte non dura a lungo nei campus né nei cuori e nelle menti dei giovani.
* Rabbi Uri Pilichowski è docente senior presso numerose istituzioni educative. Autore di tre libri, insegna Torah, sionismo e studi su Israele in tutto il mondo.
(JNS, 11 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’insolita immigrata
Una ventottenne turca musulmana, diventata una convinta sostenitrice di Israele dopo l’attacco del 7 ottobre, ha ottenuto asilo nello Stato ebraico.
di Etgar Lefkovits
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Turku Avci con la sua carta d’identità israeliana a Tel Aviv l’11 ottobre 2026, dopo che le era stato concesso l’asilo. Foto: Etgar Lefkovits.
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È stato durante i suoi studi all’Università Ebraica di Gerusalemme che il mondo di Turku Avci è stato stravolto esattamente tre anni fa, in seguito all’attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele il 7 ottobre 2023.
La ventottenne musulmana turca, che dopo un’infanzia trascorsa in una famiglia laica e di sinistra in una località turistica della Riviera turca aveva vissuto per due anni a Gerusalemme la vita da sogno di una studentessa internazionale, rimase scioccata quando, il giorno dopo il peggior attacco contro il popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto, vide sui social media resoconti in cui Israele veniva dipinto come l’aggressore.
«Pensavo che questa sarebbe stata la prima guerra in cui tutti avrebbero sostenuto Israele», ha dichiarato questa settimana in un’intervista con JNS a Tel Aviv. «Mi sentivo tormentata psicologicamente. Questo mi ha fatto capire cosa significhi essere israeliana».
Ha raccontato ciò che le aveva detto allora un’amica israeliana: «Siamo ebrei. Cose del genere succedono. Ci siamo abituati».
«Questo mi ha sconvolta», ha detto Avci. «Da quel momento ho deciso di fare qualcosa».
• Attivista sui social media
Armata solo del suo cellulare, la studentessa di scienze politiche e della comunicazione è partita da zero e ha realizzato video per i social media in cui difendeva pubblicamente Israele e criticava il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che era diventato uno dei più feroci detrattori dello Stato ebraico.
Dopo aver raggiunto 30.000 follower su X in Turchia, Avci ha dovuto chiudere il suo account sui social media poiché la sua famiglia era stata minacciata in patria e lei rischiava un procedimento penale.
«Sapevo che ci sarebbero state reazioni negative, ma non mi sarei mai aspettata questo», ha detto.
Le autorità turche hanno emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. L’hanno accusata di «lesioni personali gravi e ripetute» e di aver offeso Erdoğan a causa dei suoi post sui social media e delle sue apparizioni sui media, in cui aveva criticato la copertura mediatica turca dell’attacco e il linguaggio provocatorio del presidente nei confronti di Israele.
Un avvocato turco da lei incaricato ha rinunciato al mandato e ha preso le distanze da lei dopo che era stata accusata di essere un’agente del Mossad.
«Ho capito che per me non c’era alcuna possibilità di difendermi in Turchia», ha raccontato. «Non avrei mai pensato che l’odio potesse raggiungere tali proporzioni».
Le sue foto e il numero della sua carta d’identità, così come quelli dei suoi genitori, sono stati pubblicati sui social media.
«Erano cose che pensavo si potessero vivere in Pakistan o in Iran, ma non in Turchia», ha affermato.
• Lasciata nel limbo
Mentre la guerra infuriava, la sua borsa di studio turca è stata revocata e ha dovuto lasciare la residenza universitaria. Si è così ritrovata in una situazione di incertezza in Israele, poiché possedeva solo un visto per studenti e non era legalmente autorizzata a lavorare nel Paese.
Il suo sogno idilliaco di studiare a Gerusalemme – e l’esperienza che le aveva cambiato la prospettiva, quella di studiare come musulmana insieme a ebrei e cristiani («Ecco com’è la pace») all’università cofondata da Albert Einstein – sembrò andare in frantumi per un attimo.
Era un sogno che aveva già coltivato in Turchia, dopo aver conosciuto degli israeliani nei bar locali e aver iniziato a provare un crescente disagio per l’islamizzazione del suo Paese.
Quando il suo caso è diventato di dominio pubblico, diverse organizzazioni e persone si sono mobilitate in suo favore, offrendo sostegno per risolvere i suoi problemi con il visto.
«Non mi aspettavo così tanto amore, ma l’intera nazione mi ha accolta a braccia aperte, da sinistra a destra, dai laici ai religiosi», ha detto.
«La campagna di odio che avevo vissuto in Turchia si è trasformata in Israele in una campagna d’amore».
Dopo aver ricevuto una donazione di quasi 7.000 dollari, quest’estate ha affittato un appartamento a Tel Aviv e ha atteso notizie riguardo al suo visto.
• «Lo rifarei al 100 per cento»
Poi, la settimana scorsa, è arrivata la notizia che Israele le aveva concesso l’asilo e le aveva rilasciato un visto di soggiorno e una carta d’identità israeliana, grazie ai quali ora può lavorare nel Paese.
«Senza lo spirito delle persone di qui, questo non sarebbe successo», ha affermato.
Ripensando al suo inaspettato percorso di vita, ha spiegato che prenderebbe di nuovo le stesse decisioni.
«Nei miei momenti di disperazione e nelle mie ore più buie mi chiedevo se, potendo tornare indietro, rifarei tutto da capo. E sapevo che lo rifarei al 100 per cento», ha detto. «Forse è qualcosa che ho dentro di me.»
(JNS, 12 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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I candidati a primo ministro di Israele: Benjamin Netanyahu
di Ugo Volli
Fra meno di un mese, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich e Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”), le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan, Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, nei precedenti articoli abbiamo raccontato i tre che vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman. La serie si conclude con l’attuale primo ministro che è il solo candidato della coalizione: Benjamin Netanyahu.
• Il più longevo leader israeliano
Primo ministro per quasi diciannove anni fra il 1996 e oggi, più di chiunque altro nella storia dello Stato ebraico. Benjamin Netanyahu è certamente il personaggio politico oggi più noto di Israele e anche il più polarizzante. La sua figura non solo è osteggiata all’estero, rappresentando per i nemici di Israele una specie di immagine dello Stato ebraico di cui si può volere la distruzione senza essere accusati di antisemitismo, ma divide radicalmente l’opinione pubblica in Israele. Bisogna aggiungere che, per quanto si capisce oggi dai sondaggi, è anche il più probabile candidato alla successione di se stesso, per la sua abilità politica e anche perché il blocco di centrodestra è tornato a superare gli avversari; inoltre, anche se nessuno dei due il 27 ottobre ottenesse la maggioranza parlamentare necessaria, il governo attuale continuerebbe probabilmente a gestire l’ordinaria amministrazione fino a nuove elezioni nella primavera del 2027.
• I primi anni
Nato nel 1949 a Tel Aviv, Benjamin, detto Bibi, è figlio di un importante intellettuale ebreo originario di Varsavia, Benzion Mileikovski, che cambiò il suo nome in Netanyahu nel 1920, quando immigrò in Terra di Israele; fu poi assistente di Jabotinsky e professore di storia ebraica alla Cornell University. Il padre di Benzion, Nathan, fu un rabbino sionista noto fra l’altro per aver partecipato al sesto congresso del movimento sionista a Basilea nel 1903, opponendosi al progetto di insediamento in Uganda sostenuto da Herzl. Benjamin era il secondo di tre fratelli; il maggiore, Yonatan, comandava il reparto speciale della Sayeret Matkal che liberò gli ostaggi detenuti dai terroristi a Entebbe e rimase ucciso nell’operazione. Anche Bibi si arruolò nello stesso reparto e fra il 1967 e il 1972 compì numerose missioni speciali come la liberazione di ostaggi e rischiosi combattimenti oltre le linee. Lasciò il servizio militare nel 1973 col grado di capitano. Seguendo la carriera universitaria del padre, trascorse l’infanzia e la prima giovinezza in parte in Israele e in parte negli Stati Uniti, dove si laureò nel 1975 al MIT (in architettura), studiò per il dottorato a Harvard (scienze politiche) e lavorò fino al 1978 come consulente aziendale.
• Vita politica
Tornò in Israele diverse volte per il servizio militare e per partecipare alla Guerra dei Sei Giorni e a quella del Kippur. Tra il 1982 e il 1984 fu vicecapo missione all’Ambasciata israeliana a Washington e dal 1984 al 1988 ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite. Rientrato in Israele, fu eletto alla Knesset nelle liste del Likud. Nel 1993 fu scelto come leader del suo partito. Tre anni dopo vinse le elezioni contro Peres e divenne il più giovane primo ministro di Israele, portando avanti un programma economico di liberalizzazione che è stato la premessa per l’emergere della “Start-up Nation”, oltre al tema della sicurezza e della resistenza alle politiche americane ed europee che puntavano alla costituzione di uno Stato palestinese, che è sempre stata il punto focale dei suoi programmi elettorali. Proprio l’aver dovuto cedere alle pressioni di Clinton per legittimare e dare spazio all’Autorità Palestinese provocò la caduta del suo governo e la sconfitta elettorale di fronte a Ehud Barak nel 1999. Scelse allora un periodo di ritiro dalla politica; nel 2002 però era di nuovo ministro delle Finanze nel governo Sharon, riprendendo la sua azione per la liberalizzazione dell’economia israeliana. Nel 2006 si dimise per il disaccordo con Sharon sul piano di ritiro israeliano da Gaza e tornò a fare il leader del Likud, da cui Sharon era uscito, e il capo dell’opposizione al suo governo e poi a quello di Olmert. Ritornò primo ministro nel marzo del 2009, quando iniziava anche il primo mandato presidenziale di Obama, di cui diventò il principale avversario politico internazionale, e restò a capo ininterrottamente di quattro governi di Israele fino al 2021. Dopo un anno di opposizione al precario governo Bennett/Lapid, riprese la guida dell’esecutivo per la sesta volta nel 2022 e l’ha tenuta fino a oggi.
• I problemi e i meriti
Non è possibile riassumere qui le vicende politiche di questo lungo periodo di governo di Netanyahu, perché in sostanza coincidono con la storia israeliana degli ultimi due decenni: l’innovazione tecnologica, la fine delle trattative con l’Autorità Palestinese, l’opposizione all’“appeasement” di Obama con l’islamismo e soprattutto con l’Iran, le operazioni contro Hamas e gli altri gruppi terroristici, la collaborazione con Trump e gli “accordi di Abramo”, il 7 ottobre con tutto quel che ne è seguito. Quel che Israele è oggi, uno Stato forte sul piano economico, tecnologico, scientifico e anche militare è certamente merito di Netanyahu, almeno per le condizioni politiche che hanno reso possibile questo successo.
Vale la pena ricordare però qui tre problemi che lo riguardano. Il primo è di ordine politico: tutti gli attuali avversari importanti di Netanyahu sono stati suoi collaboratori e in particolare due (Bennett e Lieberman) hanno lavorato come suoi assistenti personali. Anche altri personaggi indicati via via come suoi favoriti sono stati eliminati dalla vita politica o grandemente ridotti di peso. Netanyahu insomma non solo non ha saputo o voluto allevare degli eredi, ma ha visto spesso trasformare la fedeltà dei collaboratori in astio, tanto che lo schieramento dell’opposizione è unito praticamente nell’astio nei suoi confronti. Il secondo problema è la famiglia: la moglie Sarah e il figlio Yair sono spesso stati al centro delle polemiche e non piacciono all’opinione pubblica, anche se Netanyahu li difende sempre. Il terzo aspetto da ricordare è lo scontro con la magistratura. Netanyahu da anni è oggetto di un processo per corruzione, con capi d’accusa inconsistenti nelle prove (così li hanno definiti gli stessi giudici) e molto esili nel merito: aver ricevuto in regalo da amici facoltosi sigari e bottiglie di champagne, aver parlato coi proprietari di media avversi su come moderare il tono dei loro attacchi al governo. Nel frattempo, la sua maggioranza ha cercato, senza riuscirci davvero, di restaurare l’equilibrio dei poteri, che in Israele è sbilanciato a favore di una Corte Suprema interventista e chiaramente sbilanciata a sinistra e di una figura di “procuratore generale” che ormai funge da vero capo dell’opposizione.
• La missione
Ciononostante, Netanyahu non è affatto un estremista: è un politico per formazione e vocazione, tutt’altro che un demagogo. Quando ha potuto ha sempre cercato di avere maggioranze di centro-destra e non di estrema, il suo atteggiamento verso la religione è piuttosto laico e in politica interna come in quella internazionale ha sempre preferito la discussione alla forza. Ma le circostanze della storia hanno fatto sì che egli si trovasse nella posizione di dover difendere Israele da grandi minacce che si potevano e si possono dissipare solo con i mezzi della forza. È stato così l’avvocato dell’eliminazione del regime iraniano e soprattutto del suo armamento atomico, del rifiuto della costituzione effettiva di uno stato terrorista al fianco di Israele e della sconfitta radicale dei movimenti terroristici come Hamas e Hezbollah dopo il 7 ottobre. Questi fatti, insieme alla grande esperienza politica, alla profonda conoscenza della società americana e alla capacità di comunicazione, sono i principali punti forti della sua candidatura. I punti deboli su cui punta l’opposizione sono la necessità, per costituire un nuovo governo, di appoggiarsi anche sui partiti religiosi che rifiutano la leva per gli studenti talmudici e il fatto di essere stato primo ministro al momento dell’attacco di Hamas il 7 ottobre. I tentativi di mostrare che fosse stato avvertito dell’attacco e non ne avesse tenuto conto sono stati smentiti da tutti gli interessati e non sono convincenti alla luce dell’estremo segreto mantenuto da Sinwar anche coi suoi stessi collaboratori più vicini. Ma il primo ministro in Israele è responsabile innanzitutto della sicurezza del Paese e il fatto che l’irruzione di Hamas non fosse stata prevenuta dai servizi di sicurezza certamente indebolisce la sua posizione.
(Shalom, 12 ottobre 2026)
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Israele, la Borsa a + 120%
di Shira Navon
Tre anni di guerra, centinaia di migliaia di riservisti richiamati alle armi, intere comunità evacuate e un’economia sottoposta a pressioni eccezionali. Eppure, dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la Borsa israeliana ha registrato un rialzo del 120%, lo shekel si è rafforzato rispetto alle principali valute internazionali e il prodotto interno lordo è cresciuto di quasi il 10%. Sono i risultati, per molti versi sorprendenti, che emergono da un bilancio pubblicato dal quotidiano economico Calcalist in occasione del terzo anniversario della guerra.
L’indice TA-125 della Borsa di Tel Aviv, che comprende 125 delle principali società quotate, ha guadagnato il 120%, mentre il TA-35, composto dalle maggiori imprese del listino, è salito del 130%. Nello stesso periodo, secondo i dati riportati dal quotidiano, l’indice americano S&P 500 ha registrato un incremento di circa l’80% e il Nasdaq del 101%. Un confronto che colloca il mercato israeliano tra quelli che hanno offerto le migliori performance nel triennio.
A sostenere questa crescita è stata soprattutto la struttura particolare dell’economia israeliana, caratterizzata da un settore tecnologico fortemente orientato alle esportazioni e relativamente capace di continuare a operare anche durante le emergenze militari. Le imprese high-tech hanno mantenuto rapporti commerciali con clienti internazionali, garantendo un afflusso di valuta estera che ha contribuito alla stabilità finanziaria del Paese.
Le esportazioni di servizi risultano superiori di circa il 30% rispetto ai livelli precedenti alla guerra, secondo le valutazioni di Yoni Panning, responsabile delle strategie di mercato della banca Mizrahi-Tefahot. Una crescita significativa, considerando le difficoltà provocate dalla mobilitazione dei riservisti, che ha sottratto temporaneamente alle aziende una parte consistente del personale qualificato.
Particolarmente impressionanti sono i risultati dell’industria della difesa. Elbit Systems, uno dei maggiori gruppi israeliani del settore, ha visto crescere il valore delle proprie azioni del 200%, beneficiando sia delle commesse nazionali sia dell’aumento della domanda internazionale di armamenti. Ancora più spettacolare il rialzo di NextVision, specializzata in sistemi ottici miniaturizzati, il cui titolo è cresciuto del 965%.
La crescita ha interessato anche comparti meno direttamente collegati alle esigenze militari. L’indice delle compagnie assicurative è aumentato del 490%, mentre quello bancario ha superato il 140%, sostenuto dai risultati economici degli istituti finanziari.
Un altro indicatore della fiducia degli investitori è rappresentato dallo shekel. Nelle settimane successive al massacro del 7 ottobre, il dollaro aveva superato la soglia dei quattro shekel, inducendo la Banca d’Israele ad annunciare un programma straordinario di vendita di valuta estera fino a 30 miliardi di dollari. All’inizio di ottobre 2026 il rapporto di cambio si è attestato intorno a 3,08 shekel per dollaro, contro i circa 3,84 precedenti alla guerra.
L’apprezzamento della valuta israeliana è stato favorito dalle entrate derivanti dalle esportazioni, dagli investimenti internazionali e dalle operazioni finanziarie dei grandi fondi pensione e delle compagnie assicurative. Anche l’euro ha perso terreno, arretrando del 14,4% rispetto allo shekel nel periodo considerato.
Questi risultati convivono tuttavia con un costo economico della guerra estremamente elevato. Secondo la Banca d’Israele, tra ottobre 2023 e la fine del 2025 il Paese avrebbe perso circa 177 miliardi di shekel di produzione rispetto alle previsioni formulate prima del conflitto. Una cifra che misura quanto l’economia avrebbe potuto crescere in condizioni normali.
Anche i conti pubblici hanno subito un deterioramento significativo. Il rapporto tra debito e prodotto interno lordo, vicino al 60% prima della guerra, si avvicina ormai al 70%, conseguenza delle spese militari, degli interventi di ricostruzione e dei sostegni economici destinati ai riservisti e alle imprese. Le agenzie internazionali di rating hanno inoltre rivisto al ribasso il giudizio sul debito sovrano israeliano, rendendo più oneroso il finanziamento dello Stato.
La forza dei mercati finanziari riflette dunque soprattutto le aspettative degli investitori sulle capacità future dell’economia israeliana. Come osserva Alex Zabezhinsky, capo economista della società Meitav, le quotazioni reagiscono alle prospettive di sviluppo e ai cambiamenti delle previsioni, spesso anticipando il miglioramento delle condizioni economiche effettive.
Il bilancio di questi tre anni restituisce l’immagine di un Paese che, pur sostenendo costi umani e finanziari enormi, ha conservato una notevole capacità produttiva e un settore tecnologico competitivo sui mercati mondiali. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa solidità finanziaria in una crescita diffusa, recuperando gli investimenti sacrificati durante la guerra e riportando sotto controllo il debito pubblico.
Il dato politicamente ed economicamente più significativo rimane comunque la fiducia che gli investitori continuano ad accordare a Israele. Una fiducia che ha resistito a tre anni di conflitto e che costituisce, per il futuro del Paese, una risorsa preziosa quanto le sue capacità tecnologiche.
(Setteottobre, 12 ottobre 2026)
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Reggio Emilia, gli educatori ebrei americani esclusi se non prendono le distanze da Israele: il caso arriva sulla stampa israeliana
La delegazione del Paradigm Project ha rinviato il viaggio dopo le contestazioni e la richiesta di sottoscrivere una dichiarazione sulla guerra e sulle politiche israeliane. A Reggio Emilia arriveranno soltanto 25 educatori da Israele. La vicenda ha raggiunto il Times of Israel e Jewish Insider. Al centro della polemica, il confine tra la legittima critica a un governo e la pretesa di sottoporre insegnanti ebrei a un esame politico sulla loro identità e sulle loro convinzioni. Per Walker Meghnagi, Presidente CEM, “È una schedatura su base razziale. È la negazione totale dell’inclusione che a parole si dice di voler promuovere. È antisemitismo. Chiedo che l’amministrazione comunale di Reggio Emilia si dimetta”.
di Anna Balestrieri
Una visita di formazione pedagogica trasformata in una controversia sull’identità ebraica, sul sionismo e sul rapporto con Israele. È quanto è accaduto a Reggio Emilia, dove la delegazione di educatori delle scuole ebraiche americane attesa per il Reggio Emilia Approach ha deciso di rinviare il viaggio previsto dall’11 al 16 ottobre. Il gruppo israeliano, invece, ha confermato la partecipazione: dal 12 al 16 ottobre arriveranno in città 25 insegnanti ed educatori.
La vicenda, inizialmente circoscritta al dibattito locale, ha ormai superato i confini italiani. L’8 ottobre il Times of Israel ha pubblicato un intervento di Rivy Poupko Kletenik, educatrice ebrea americana e madre di Pesha Kletenik, dirigente della Manhattan Day School, una delle istituzioni coinvolte nel viaggio. Nello stesso giorno anche Jewish Insider ha ricostruito la vicenda, raccogliendo le testimonianze delle scuole interessate e le posizioni degli organizzatori.
Il dato più significativo è che un gruppo di insegnanti, intenzionato a studiare un modello educativo riconosciuto a livello internazionale, ha finito per rinunciare alla visita dopo che la propria appartenenza ebraica, i legami con Israele e le posizioni politiche attribuite ai partecipanti sono diventati oggetto di contestazione pubblica.
• Dalla formazione pedagogica alla controversia politica
Il viaggio era stato organizzato dal Paradigm Project, una rete professionale statunitense che riunisce educatori della prima infanzia. L’obiettivo era studiare direttamente il Reggio Emilia Approach, il modello pedagogico sviluppato nella città emiliana nel secondo dopoguerra e adottato da numerose scuole in tutto il mondo, comprese quelle ebraiche americane.
La visita avrebbe dovuto coinvolgere insegnanti provenienti dagli Stati Uniti e da Israele, accomunati dall’interesse per la formazione e lo scambio di esperienze. Ma l’annuncio della loro presenza ha suscitato contestazioni da parte di attivisti filopalestinesi e di settori del sindacato, con l’accusa che alcune delle istituzioni di provenienza dei partecipanti avrebbero sostenuto l’esercito israeliano.
La controversia è rapidamente uscita dal terreno della discussione pedagogica. Le identità dei partecipanti sono state rese pubbliche e i loro profili personali e istituzionali sui social media sono stati esaminati per individuare elementi interpretati come prova del loro sostegno a Israele e alle Forze di difesa israeliane.
Pesha Kletenik ha descritto così la situazione in una comunicazione alla propria comunità, riportata dal Times of Israel: «Purtroppo, la città si è opposta alla visita del nostro gruppo al centro e alle sue scuole dell’infanzia a causa della nostra identità di sionisti». Ha inoltre riferito di un’assemblea pubblica alla quale hanno partecipato diverse centinaia di persone e di una grande manifestazione davanti al centro.
Non si è trattato, dunque, soltanto di discutere le responsabilità del governo israeliano o di contestare una determinata politica. A essere messi sotto esame sono stati anche i partecipanti in quanto persone identificate come sioniste e legate a istituzioni ebraiche.
• La Carta per l’educazione democratica e la richiesta di una presa di distanza
Nel tentativo di gestire la controversia, Reggio Children ha fatto riferimento alla Carta «Per una educazione democratica e partecipata», elaborata insieme all’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune e alla Fondazione Reggio Children. Il documento richiama principi quali la tutela dei diritti umani, il contrasto a ogni discriminazione, il ripudio della guerra e il rifiuto della militarizzazione delle scuole.
La questione più controversa ha riguardato però la richiesta rivolta ai partecipanti di prendere esplicitamente le distanze dalle politiche del governo Netanyahu. Secondo la ricostruzione di Jewish Insider, agli educatori è stato chiesto di sottoscrivere una dichiarazione nella quale si afferma di prendere le distanze dall’occupazione di Gaza e dalle violazioni dei diritti dei bambini e degli esseri umani nei territori occupati e in ogni altra parte del mondo.
La presidente di Reggio Children, Maddalena Tedeschi, ha sostenuto che la richiesta riguardava un impegno personale ed esplicito contro la violenza e la guerra. L’organizzazione ha quindi presentato la Carta come un riferimento comune per chiunque partecipi alle attività del network.
Ma la distinzione è sostanziale: un conto è chiedere a tutti i partecipanti di rispettare principi universali contro la violenza e la discriminazione; un altro è introdurre, per una delegazione individuata anche in base alla propria appartenenza ebraica e ai legami con Israele, una richiesta di presa di posizione politica che rischia di trasformare una formazione professionale in un test di conformità ideologica.
Il punto non è sottrarre Israele o il suo governo alle critiche. Le politiche di qualsiasi Stato possono essere discusse, contestate e sottoposte a giudizio. Il problema emerge quando la partecipazione a un’attività educativa viene subordinata a una dichiarazione politica individuale e quando l’attenzione si concentra sull’identità dei partecipanti, sui loro legami comunitari e sulle loro convinzioni.
• «In questo clima non possiamo vivere l’esperienza prevista»
Il Paradigm Project ha comunicato agli educatori che il viaggio non si sarebbe svolto come programmato. Nella dichiarazione riportata da Jewish Insider, l’organizzazione ha ricordato che la visita era stata concepita per un unico scopo: conoscere il Reggio Emilia Approach e riportare gli insegnamenti acquisiti nelle proprie classi.
Il progetto richiedeva, secondo gli organizzatori, «un ambiente sereno e aperto». Alla luce del clima creatosi in città, hanno concluso di non poter garantire ai partecipanti l’esperienza per la quale il viaggio era stato organizzato.
La decisione è stata quindi quella di rinviare la visita, non di chiudere definitivamente ogni possibilità di collaborazione. Il Paradigm Project ha espresso la speranza che il rapporto con Reggio Children non sia compromesso in modo irreparabile e che in futuro si possa tornare a lavorare insieme.
Reggio Children, da parte sua, ha dichiarato di rispettare la decisione degli educatori americani e ha ribadito la volontà di proseguire il dialogo quando le condizioni lo consentiranno. Ha inoltre confermato l’arrivo dei 25 insegnanti ed educatori israeliani.
Resta però una contraddizione difficile da ignorare: un’istituzione che fa dell’apertura, della partecipazione e del riconoscimento delle potenzialità di ogni bambino i cardini della propria filosofia educativa si è trovata al centro di una vicenda nella quale alcuni educatori hanno ritenuto di non poter partecipare serenamente proprio a causa delle proprie identità e dei legami con Israele.
• Il caso arriva in Israele e negli Stati Uniti
L’intervento pubblicato sul Times of Israel ha dato alla vicenda una dimensione ulteriore. Rivy Poupko Kletenik ha raccontato il dolore della figlia, che avrebbe dovuto partecipare al viaggio, e la delusione di una comunità educativa che per anni ha guardato all’esperienza reggiana come a un modello da studiare e fare proprio.
Nel suo intervento ha richiamato anche la storia familiare della figlia, ricordando la nonna sopravvissuta ad Auschwitz, e ha espresso lo sgomento per il fatto che una discendente di una sopravvissuta alla Shoah si sia trovata a vivere una situazione percepita come una nuova forma di esclusione.
È un passaggio personale e doloroso, che non equivale a sostenere che la vicenda sia paragonabile alla persecuzione nazista. Ma rende evidente quanto la richiesta di rinnegare o prendere le distanze da una parte della propria identità politica e comunitaria possa essere vissuta da alcune persone ebree come un’esperienza di delegittimazione.
Anche Jewish Insider ha riferito le reazioni delle scuole coinvolte. Melissa Davis, dirigente della sede sud della Milton Gottesman Jewish Day School di Washington, ha definito la cancellazione una perdita per la comunità scolastica, sottolineando che gli insegnanti e, indirettamente, i loro alunni non potranno beneficiare dell’esperienza formativa prevista.
La vicenda ha quindi aperto una discussione che riguarda anche il mondo educativo americano: come mantenere rapporti professionali con istituzioni internazionali quando il dibattito politico rischia di trasformare le persone in rappresentanti forzati di uno Stato o di un governo?
• Quando l’antidiscriminazione diventa una prova di appartenenza
Il caso di Reggio Emilia pone una questione che va oltre la singola visita e che non può essere risolta semplicemente contrapponendo sostenitori e oppositori del governo israeliano.
Nessuna istituzione educativa è tenuta a rinunciare ai propri principi. È legittimo promuovere il ripudio della guerra, la tutela dei bambini, il rispetto dei diritti umani e il rifiuto di ogni forma di discriminazione. È altrettanto legittimo discutere delle conseguenze delle operazioni militari israeliane e chiedere conto delle responsabilità politiche e giuridiche degli Stati.
Ma questi principi devono valere per tutti, senza discriminazioni basate sulla religione, sulla provenienza o sulle convinzioni personali. La critica a un governo non può diventare automaticamente un sospetto nei confronti di chi appartiene alla comunità nazionale, religiosa o culturale associata a quel governo.
Gli educatori americani non erano una delegazione diplomatica israeliana, né rappresentavano il governo Netanyahu. Erano professionisti chiamati a partecipare a un percorso di formazione. Valutare la loro partecipazione sulla base di contenuti pubblicati sui social media o di posizioni politiche attribuite alle istituzioni di provenienza significa rischiare di confondere la responsabilità individuale con l’appartenenza collettiva.
Il paragone con il 1938, evocato da alcuni commentatori nel dibattito italiano, richiede prudenza: le leggi razziali e la persecuzione antiebraica fascista appartengono a una storia specifica e non possono essere equiparate meccanicamente a una controversia contemporanea. Il richiamo storico, tuttavia, può servire a ricordare un principio fondamentale: l’esclusione di persone dalla vita pubblica e culturale in ragione della loro appartenenza ebraica non diventa accettabile perché viene formulata nel linguaggio dei diritti o dell’antidiscriminazione.
La domanda che rimane è semplice: se una delegazione di insegnanti ebrei americani non può partecipare a un programma internazionale senza essere chiamata a chiarire preventivamente la propria posizione su Israele, quale idea di pluralismo si sta difendendo?
Reggio Emilia continuerà a ospitare gli educatori israeliani e Reggio Children ha dichiarato di voler mantenere aperto il dialogo con gli americani. Ma il viaggio rinviato ha già lasciato un segno. Non soltanto per le opportunità formative perdute, ma per il messaggio che rischia di trasmettere: che l’accesso a uno spazio di confronto professionale possa dipendere non da ciò che si viene a imparare o a insegnare, ma dalle convinzioni politiche che gli altri attribuiscono alla propria identità.
Un’educazione davvero democratica dovrebbe partire dal principio opposto: nessuno deve essere costretto a superare un esame di appartenenza politica per poter partecipare a un’esperienza di apprendimento.
(Bet Magazine Mosaico, 12 ottobre 2026)
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Il nuovo ghetto degli ebrei d’Europa
La condanna di Israele si riversa sugli ebrei della diaspora, ai quali viene chiesto di dissociarsi dallo Stato ebraico per sottrarsi a sospetti, esclusioni e ostilità. Mentre Israele affronta il conflitto sul piano militare e strategico, fuori dai suoi confini riemerge un antisemitismo che incrina amicizie e impone nuove separazioni. Sullo sfondo resta Tel Aviv, la Collina della Primavera.
di Stefano Piperno
È giunto il momento di una pausa nella strenua difesa di Israele e degli ebrei in generale. Non perché non sia necessario farlo, ma perché, nell’irrazionalità che ormai pervade tutto ciò che riguarda l’argomento, continuare ha il senso di una cantilena stonata e inascoltata.
Il quotidiano insistere di media e social su una narrazione unilaterale ha prodotto nell’opinione comune un sentimento di condanna senza appello di Israele, accusato di aver commesso un genocidio: una convinzione resistente a qualunque tentativo non di negazione, ma persino di messa in discussione.
Il sottoprodotto maligno di tale convinzione è stato l’aumento esponenziale dell’antisemitismo nei confronti degli ebrei, ovunque residenti.
Non è la prima volta che accade. Iniziò con il tam tam dei “territori occupati” e, lentamente ma inesorabilmente, gli ebrei – tutti gli ebrei, non solo gli israeliani – sono stati di nuovo inseriti dalla parte della lavagna dove si segnano i cattivi, dopo il breve periodo che va dalla scoperta della Shoah alla Guerra dei Sei Giorni, in cui erano scritti dalla parte dei buoni.
Questa volta, però, il fiume carsico dell’antisemitismo è riemerso tumultuosamente, in piena. La reazione di Israele al 7 ottobre 2023 ha inciso nelle coscienze, determinando uno stato d’animo di vicinanza a una “giusta guerra di liberazione” contro uno Stato e un popolo colonialisti che occupano indebitamente un territorio.
Dunque, dal fiume al mare, cacciamo gli ebrei dalla Palestina, o Terra Santa che sia: cioè deportiamo una popolazione superiore a quella svizzera o austriaca e uguale a quella belga.
In verità, i sostenitori di “due popoli, due Stati”, in particolare gli europei, non sono d’accordo con la tesi radicale della cancellazione dello Stato ebraico. Solo che non spiegano come e quando realizzare la soluzione, né fanno passi concreti per raggiungere lo scopo.
Siamo fermi al dopo Oslo, al rifiuto di Arafat delle proposte di Barak e alla cacciata da Gaza dell’Autorità Nazionale Palestinese da parte di Hamas.
L’allargamento del conflitto all’Iran sta terremotando tutto il Medio Oriente, con conseguenze che toccano il resto del mondo. Prevedere oggi quale sarà l’esito è complesso; è certo, però, che Israele si trova in una situazione strategica migliore di quando tutto ciò è iniziato.
Diversa e più chiara è la situazione degli ebrei della diaspora, oggetto di malanimo, esclusioni, rappresaglie e persino aggressioni. Per loro il torrente non solo è in piena, ma ha formato un’ansa, tornando indietro nel suo percorso.
Viene loro richiesta una dissociazione esplicita da Israele: non dal suo governo, ma dallo Stato nel suo insieme. Amicizie di lunga data traballano o cessano; le zone limitrofe alle sinagoghe sono sotto stretto controllo militarizzato, a Roma, a Parigi e via dicendo.
Una nuova forma di ghetto, più che giustificata per motivi di sicurezza, ma sempre separazione è.
Una notazione mostra la peculiarità tutta emozionale e irrazionale di questo atteggiamento nei confronti degli ebrei: nel discorso pubblico contemporaneo si tende a distinguere il popolo tedesco dal regime responsabile delle atrocità commesse durante la dittatura hitleriana, attribuendole ai nazisti anziché indistintamente ai tedeschi. Una distinzione che troppo spesso viene meno quando si parla di Israele e degli ebrei.
Le responsabilità di Israele e dei suoi cittadini le giudicherà la Storia, non la propaganda alimentata con capitali illimitati da paesi arabi e Iran.
Quanto agli ebrei della diaspora: da Alessandria d’Egitto alla cacciata dalla penisola iberica, ai pogrom del Nordest europeo e infine alla Shoah, hanno l’animo coriaceo…
E poi, finché esiste, c’è Tel Aviv, che significa Collina della Primavera.
(InOltre, 11 ottobre 2026)
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Perseverare con pazienza: segno di autentica fede
Un’interpretazione della lettera di Giacomo
GIACOMO 5
- Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Ecco, l'agricoltore aspetta il prezioso frutto della terra pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell'ultima stagione.
- Siate anche voi pazienti; rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
- Fratelli, non mormorate gli uni contro gli altri, affinché non siate giudicati; ecco, il Giudice è alle porte.
- Prendete, fratelli, per esempio di sofferenza e di pazienza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.
- Ecco, noi chiamiamo beati quelli che hanno sofferto con costanza. Avete udito parlare della costanza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso.
In questo meraviglioso brano troviamo: un incoraggiamento alla paziente perseveranza, un ammonimento contro l'impazienza e un conforto per la perseveranza paziente. Esso mostra che la pazienza non è l'arte di nascondere la propria impazienza. La pazienza non è una forma inferiore di disperazione travestita da virtù. La pazienza non è nemmeno la tendenza a sopportare le offese con mansuetudine mentre si pianifica segretamente una vendetta. Giacomo utilizza nella sua lettera due diversi termini greci per indicare la pazienza, strettamente connessi tra loro. Il primo è «makrothymia». Una parola composta da makro, che significa "lungo" o "esteso", e thymia, che significa "animo" o "ira". Makrothymia significa quindi letteralmente "animo prolungato" o "lontano dall'ira". La longanimità è l'atteggiamento interiore di chi non si adira facilmente, anche quando viene provocato, insultato o oppresso senza motivo e in modo ingiustificato. Si tratta quindi della pazienza nel sopportare e tollerare persone difficili - un lungo attendere davanti a chi ci fa del male. L'altro termine usato da Giacomo è «hypomoné». Anche questo è un composto: hypo significa "sotto", e moné significa "rimanere". Indica quindi letteralmente un atteggiamento del "rimanere sotto", una perseveranza paziente e salda in circostanze difficili. Paolo prega in Colossesi 1,11 affinché i credenti possano crescere proprio in questi due aspetti:
«Fortificati in ogni cosa con ogni forza, secondo la potenza della sua gloria, per ogni perseveranza (hypomoné) e longanimità (makrothymia), con gioia».
La pazienza è, in definitiva, un frutto dello Spirito (Galati 5,22), che caratterizza una persona rigenerata. La pazienza è quindi una caratteristica di chi non considera Gesù semplicemente come il "Bambinello Gesù", ma ha un rapporto vivo con Cristo, ha affidato la propria vita a Gesù e fonda la propria esistenza interamente su di Lui. Giacomo utilizza i versetti che consideriamo in questo contributo come il dodicesimo criterio di prova nella sua lettera, attraverso il quale i suoi lettori possono esaminare la propria fede. E insieme a loro, anche noi dovremmo fare proprio questo: perseverare con pazienza. Come ci comportiamo nei tempi di difficoltà, di sofferenza e di oppressione? La nostra fede si dimostra autentica? Ogni cristiano sperimenta l'afflizione. Gesù ha detto: «Nel mondo avrete tribolazione» (Giovanni 16,33). Paolo ha detto che dobbiamo «entrare nel Regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (Atti 14,22). E Pietro ha detto che non dobbiamo stupirci per la prova di fuoco che si verifica tra noi (1 Pietro 4,12). Non solo le circostanze difficili, ma anche le persone difficili possono essere una sfida. Oppressione e tribolazione sono ovunque. Come cristiani siamo spesso sotto pressione: al lavoro, a scuola, nel vicinato, forse persino nella nostra famiglia o nel matrimonio. Al tempo di Giacomo, i credenti erano talmente oppressi da venire persino uccisi dai ricchi di quel tempo. Come si può sopportare un'ingiustizia clamorosa e tuttavia mantenere la fede? Come dovevano comportarsi? Come potevano resistere? In questa situazione, i destinatari della lettera di Giacomo ricevono, come prima cosa:
• Esortazione a perseverare con pazienza
«Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore!» (Giacomo 5,7). Il tempo della tribolazione per i figli di Dio è limitato. Non durerà per sempre. Quando Gesù verrà, sarà finita. Allora inizierà la gloria eterna, in una comunione perfetta con il Signore, in quel luogo dove non ci saranno più lacrime, né dolore, né grida. Sì, Gesù è venuto: il primo Avvento. Ma questo testo mostra chiaramente che già la prima comunità attendeva il suo ritorno imminente, la sua seconda venuta. Questo è il secondo e allo stesso tempo l'ultimo Avvento. La Bibbia è attraversata dal tema del ritorno di Gesù Cristo. Solo nel Nuovo Testamento esso è menzionato oltre 300 volte. Ciò significa che un versetto ogni tredici tratta di questo immenso tema! Tutta la storia del mondo e della salvezza è orientata verso questo punto. Gesù è il principio e la fine. Egli ha la prima e l'ultima parola. E quando verrà, per la prima volta nella storia dell'umanità cesserà davvero l'oppressione e la sofferenza degli umili. Con la sua venuta finiranno ogni persecuzione, ogni ingiustizia e ogni oppressione. Che incoraggiamento alla paziente attesa! Ogni nuovo governo eletto promette di eliminare l'ingiustizia. Ma nessuno ci è mai riuscito. Questo, però, non deve portare alla rassegnazione, e ancor meno alla rivoluzione, bensì alla restituzione: il ristabilimento dell'ordine divino. E ciò avverrà con il ritorno di Gesù. Tuttavia, in questo passo non si parla del rapimento. Quel glorioso evento, in cui verrà dato il comando, si udrà la voce dell'arcangelo e la tromba di Dio, e Cristo scenderà dal cielo per rapirci con sé (1 Tessalonicesi 4,16-17), sarà rivelato dall'apostolo Paolo ai Tessalonicesi e ai Corinzi solo alcuni anni più tardi.
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La longanimità è l’atteggiamento interiore di non adirarsi facilmente,
anche quando si viene provocati o offesi senza motivo e ingiustamente.
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Nel nostro testo, invece, si fa riferimento a Matteo 24,30: quando Gesù Cristo ritornerà in Israele con grande potenza e gloria, quando giudicherà con giustizia separando i giusti dagli ingiusti, e quando stabilirà il suo Regno millenario. Come incoraggiamento alla paziente perseveranza, Giacomo porta un esempio e richiede particolare attenzione:
«Osservate come l'agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell'ultima stagione» (Giacomo 5,7b).
Da questo non si deve ricavare un significato spirituale riguardo a due particolari effusioni dello Spirito Santo - a Pentecoste e nel tempo della fine - come fanno alcuni. È piuttosto un'illustrazione semplice e ben comprensibile della pazienza nell'attesa. In Israele, la prima pioggia cade a fine ottobre/inizio novembre: essa prepara il terreno alla semina e favorisce la germinazione, seguita poi dalla pioggia invernale. I contadini attendevano con ansia la pioggia tardiva, in marzo/aprile, che faceva maturare il frutto, permettendo così un abbondante raccolto alla fine della primavera o inizio estate. Era un frutto prezioso, perché da esso dipendeva il benessere di tutta la famiglia. Naturalmente, il contadino non restava con le mani in mano, ma faceva tutto il possibile per favorire la crescita. Tuttavia, contro le intemperie e i parassiti era impotente. Non poteva nemmeno accelerare i tempi. Stress, fretta e preoccupazione non servono a nulla. La natura non si può forzare - e Dio nemmeno. «L'erba non cresce più in fretta se la tiri, ma con molta pazienza da quell'erba nascerà il latte.»
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Il tempo della tribolazione per I figli di Dio è limitato. Non durerà per sempre. Quando Gesù verrà, sarà finita.
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E così, come prima o poi il raccolto arriva di sicuro, altrettanto certa è la venuta di Gesù. Questa è l'applicazione del versetto 8: «Siate anche voi pazienti; fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina!» Caro amico, anche se sei oppresso e afflitto: non lasciarti abbattere. Aspetta la venuta di Gesù. Questo ti dà forza, resistenza e determinazione. Diventerai saldo e incrollabile. Questa è l'esortazione alla paziente perseveranza. Ma cosa succede se la pressione e le difficoltà non diminuiscono, o addirittura aumentano? Ed eccoci al secondo punto.
• Ammonimento contro l'impazienza
Giacomo dice al versetto 9: «Non mormorate gli uni contro agli altri, fratelli; affinché non siate giudicati; ecco il giudice è alla porta.» È lo stesso sguardo rivolto al ritorno imminente del Signore come nei versetti precedenti, ma qui viene evidenziato l'aspetto negativo. Sì, il ritorno di Gesù è vicino. Ma il Signore non verrà soltanto come atteso liberatore da ogni tribolazione: Egli verrà anche come giusto giudice di ogni azione. Nel testo greco originale, la parola «porta» è al plurale. Possiamo immaginare una doppia porta che conduce in un'aula di tribunale. Tutti sono seduti lì. Poi si sente che la prima porta si apre e si richiude, e si sa con certezza: tra poco si aprirà la seconda porta, entrerà il giudice, e sarà pronunciata la sentenza. Giacomo concentra la sua attenzione in particolare sul sospirare: «Non sospirate gli uni contro gli altri, fratelli, affinché non siate giudicati.» Il Signore non si aspetta che tu chiuda gli occhi davanti alla realtà. Non è vietato esprimere il proprio dolore per l'ingiustizia e la grande sofferenza, anche in modo chiaro. L'autore della Lettera agli Ebrei testimonia di Gesù:
«Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà.» (Ebrei 5,7).
E Pietro scrive di Lui:
«Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente» (1 Pietro 2,23).
Qui però non si parla di un lamento esplicito, ma di un borbottio interiore, silenzioso, di un sospiro, mugugno o risentimento coltivato nel cuore contro altre persone - accuse e rimproveri nutriti in segreto, a volte camuffati con un sorriso amaro. Come si suol dire: sorridere è sempre stato il modo migliore per mostrare i denti al prossimo. Quanto facilmente diamo la colpa agli altri quando le cose vanno male! Quanto rapidamente, nei tempi difficili, crescono in noi impazienza e irritazione, fino a sfociare in disprezzo e amarezza. Questi sentimenti occupano l'intero essere interiore: offuscano l'anima e induriscono il cuore. Ognuno di noi ha vissuto fasi simili. E spesso, solo dopo, ci rendiamo conto di quanto fossimo insopportabili in quei momenti. Ma ci sono anche tante altre situazioni che possono portarci a questo stato d'animo. Albert Barnes (1798- 1870), predicatore del XIX secolo, descriveva così - nel suo commentario su Giacomo - le cause del sospirare: «Forse perché altri godono di vantaggi che tu non hai. Questo ti rende insoddisfatto, persino infelice. Forse perché, senza motivo, supponi che gli altri ti disprezzino o ti trascurino. Forse perché ti offendi troppo facilmente per ogni piccola cosa.» «Ci sono persone che sospirano continuamente. Hanno un animo acido, insoddisfatto, inquieto. Non riescono a vedere nulla di buono negli altri. Sono infastiditi dal fatto che gli altri siano più rispettati, più amati, più stimati. Criticano ciò che fanno gli altri, non perché siano stati feriti, ma perché gli altri sembrano deboli e sciocchi ai loro occhi. Sembrano sentirsi obbligati a lamentarsi quando qualcosa non va esattamente secondo le loro aspettative.» «È superfluo dire che questo atteggiamento nasce dall'orgoglio e porta inevitabilmente a una vita miserabile, degna di compassione. Ed è altrettanto superfluo dire che un tale spirito è completamente contrario al Vangelo.»
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Anche se sei oppresso e afflitto: non lasciarti abbattere. Conta sul ritorno di Gesù. Così diventerai saldo e incrollabile.
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Per questo Gesù ha detto: «Non giudicate, affinché non siate giudicati!» (Matteo 7,1) Per noi cristiani, Gesù ha già preso su di sé il giudizio per tutti i nostri peccati e le nostre colpe: «In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono delle colpe secondo le ricchezze della sua grazia» (Efesini 1,7). Ma quando Gesù verrà, tutti dovremo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva ciò che gli spetta per le azioni compiute nel corpo, sia in bene che in male (2 Corinzi 5,10). Qui non si parla di punizione, ma di ricompensa o perdita della ricompensa nella gloria eterna. Perciò: "Non sospirate gli uni contro gli altri, fratelli." Se qualcuno, però, non ha una relazione viva con Cristo, allora il giudice è davvero alla porta. Egli giudicherà con giustizia in base ai peccati e alle colpe non confessati, non risolti, non perdonati attraverso il Suo sangue. «Il salario del peccato è la morte» (Romani 6,23) - la condanna eterna, la separazione eterna dalla presenza di un Dio santo. Per questo afferra oggi il dono di Dio per te: il dono di grazia del Golgota - la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore. Giacomo, però, non si ferma a questo ammonimento: vuole incoraggiarci attraverso esempi speciali del passato a sopportare i tempi difficili con lo sguardo rivolto al ritorno del Signore. E questo ci porta al terzo e ultimo punto.
• Consolazione per la paziente perseveranza
«Prendete, fratelli, come modello di sopportazione e di pazienza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.» (Giacomo 5,10).
L’intero Antico Testamento è pieno di loro, e in Ebrei 11 risplendono nei colori più vividi. Cosa hanno fatto questi uomini? Hanno fatto ciò che Dio aveva loro comandato. Nonostante le circostanze durissime, sono rimasti saldi. Sono stati fedeli. Fritz Griinzweig scrive nella Bibbia di studio di Wuppertal: «Se avessero taciuto, non sarebbe accaduto loro nulla. Se avessero detto ciò che la gente voleva sentire, avrebbero ricevuto applausi. Ma sono rimasti fedeli alla loro missione.» Geremia, ad esempio, perché proclamava senza timore la verità di Dio, fu messo ai ceppi (Geremia 20,2), gettato in prigione (Geremia 32,2), e infine affondato nel fango (Geremia 38,6). Eppure il Signore era con lui e gli diede la forza per sopportare tutto con pazienza. Non siamo soli nella sofferenza. Non siamo né i primi né gli ultimi a soffrire. Se i profeti hanno dovuto sopportare tali afflizioni, anche altri fedeli figli di Dio le sopporteranno. La loro pazienza è un esempio per noi. Le loro vite ci mostrano come affrontare le avversità, i tempi difficili, persino la persecuzione. Lo sguardo all'Avvento è una grande consolazione: la nostra sofferenza avrà una fine. I profeti ci hanno mostrato la via. Per questo Giacomo scrive: «Ecco, noi definiamo beati quelli che hanno sofferto con pazienza!» (Giacomo 5,11a). Qui Giacomo utilizza l'altro termine greco per pazienza: «hypomoné» - quell'atteggiamento del "rimanere sotto", una ferma perseveranza in mezzo alle difficoltà. Hiob: esempio supremo di perseveranza. Non esiste forse esempio più eloquente di sofferenza innocente e di paziente sopportazione di incredibili dolori quanto quello di Giobbe. Questa, peraltro, è l'unica menzione diretta di Giobbe in tutto il Nuovo Testamento - e non potrebbe essere più adatta:
«Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso» (Giacomo 5,11b).
Giobbe non fu sempre paziente, ma anche sotto la pressione più estrema non abbandonò mai la sua fede. Nemmeno quando non capiva più nulla, nemmeno quando sua moglie gli consigliava di rinnegare Dio. Egli rimase saldo - e diventò un grande esempio di perseveranza. Da Giobbe impariamo anche qual è lo scopo di Dio nelle nostre tribolazioni: conoscere meglio il Signore. Ogni vero figlio di Dio, attraverso la perseveranza nella sofferenza, impara a conoscere più profondamente il proprio Signore. Dopo tutto il suo dolore, Giobbe confessa: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora il mio occhio ti ha visto» (Giobbe 42,5). Essere benedetti ancora di più. Il Signore benedice coloro che perseverano. Così fu per Giobbe, e così ci è promesso anche in Romani 8,28: «Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio». Sì, il Signore è pieno di compassione e misericordioso. Egli conosce la tua sofferenza. Sa chi sei. Vede il tuo dolore. E ti sostiene con il suo amore. La fine dell'attesa. Aspettare con pazienza non ci è naturale. Eppure, l'attesa ha una fine - e questa fine sarà il ritorno di Gesù. «Ancora un brevissimo tempo, e colui che deve venire verrà, e non tarderà» (Ebrei 10,37). Forse accadrà oggi. Sei pronto quando Egli ritornerà? Che giorno glorioso sarà!
(Chiamata di Mezzanotte, gennaio-febbraio 2025)
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La Flotilla sbarca in Cisgiordania
La Global Sumud Flotilla recluta attivisti stranieri per la raccolta delle olive e prepara una rete internazionale destinata ad agire anche dopo il ritorno a casa
di Shira Navon
Dalle barche dirette a Gaza agli uliveti della Cisgiordania. La Global Sumud Flotilla ha aperto una nuova fase della propria mobilitazione internazionale e sta reclutando volontari stranieri disposti a trascorrere almeno due settimane nei territori palestinesi durante la stagione della raccolta delle olive. L’iniziativa viene presentata come una missione di «presenza solidale» accanto alle comunità palestinesi, esposte, secondo gli organizzatori, alla violenza dei coloni e dell’esercito israeliano.
Il programma è pubblicizzato direttamente sul sito della Global Sumud Flotilla, che invita gli attivisti a raggiungere la Cisgiordania tra ottobre e novembre. I candidati vengono sottoposti a una selezione in due fasi, prima dalla stessa organizzazione e successivamente dai partner palestinesi che gestiscono le attività sul terreno. Una volta arrivati, ricevono una formazione sui principi dell’intervento non violento, sulla de-escalation, sui diritti legali e sulla documentazione degli incidenti.
L’obiettivo dichiarato, tuttavia, va ben oltre la presenza negli uliveti. Ai partecipanti viene chiesto esplicitamente di utilizzare l’esperienza una volta rientrati nei rispettivi Paesi, intervenendo pubblicamente, scrivendo, testimoniando e organizzando nuove iniziative. Particolare interesse viene mostrato per giornalisti, documentaristi, personaggi pubblici, rappresentanti politici e collaboratori di parlamentari, cioè persone capaci di trasformare l’esperienza sul campo in pressione politica e mediatica.
È questo l’aspetto sul quale si concentra l’allarme delle autorità israeliane. Il ministero della Diaspora e della Lotta all’antisemitismo sostiene di avere individuato un tentativo di costruire una rete internazionale stabile di militanti, capace di continuare ad agire anche dopo la conclusione della missione. Secondo le informazioni raccolte dal centro operativo del ministero, il programma comprende infatti formazione politica e mediatica e punta a fare dei volontari dei moltiplicatori dell’attivismo nei Paesi di provenienza.
La stessa Global Sumud Flotilla descrive la propria presenza in Cisgiordania come parte di un progetto politico più ampio. Il suo sito spiega che il compito dell’organizzazione consiste nella preparazione, nella strategia politica e nel lavoro mediatico prima della partenza e dopo il ritorno, mentre le operazioni sul terreno restano affidate alle organizzazioni palestinesi partner.
La raccolta delle olive assume così una funzione che supera largamente quella agricola. È un terreno simbolico particolarmente efficace, perché consente di collegare la questione degli insediamenti, gli scontri tra palestinesi e coloni, la presenza dell’esercito e la mobilitazione internazionale in una campagna destinata ad avere risonanza soprattutto fuori da Israele.
Gli organizzatori avvertono inoltre i candidati della possibilità di essere respinti alla frontiera o espulsi e ricordano che precedenti partecipazioni alle missioni della Flotilla possono influire sull’ingresso nel Paese. Proprio per questo Israele sta cercando di identificare preventivamente attivisti, organizzazioni e strutture coinvolte.
Il direttore generale del ministero della Diaspora e della Lotta all’antisemitismo, Avi Cohen-Scali, ha annunciato una linea dura verso chi entrerà nel Paese nell’ambito di campagne organizzate considerate dirette a provocare disordini e a colpire Israele e la sua legittimità. Le informazioni raccolte, ha spiegato, saranno trasmesse alle autorità competenti affinché intervengano nei limiti previsti dalla legge.
La Global Sumud Flotilla, dunque, cambia terreno senza abbandonare il proprio metodo. Dopo il mare, arriva la Cisgiordania. E questa volta la posta in gioco dichiarata dagli stessi organizzatori è destinata a proseguire molto oltre gli uliveti palestinesi.
(Setteottobre, 10 ottobre 2026)
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L’IDF uccide un comandante di Hamas coinvolto nella detenzione di tre ostaggi israeliani
(JNS) Le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno annunciato giovedì di aver ucciso due terroristi di Hamas in due distinti attacchi aerei condotti questa settimana a Gaza City, tra cui un comandante coinvolto nella detenzione di tre ostaggi israeliani durante la guerra.
Muhammad Yazji, comandante del battaglione Shati di Hamas, è stato ucciso in un attacco aereo nella zona di Gaza City lunedì 5 ottobre, secondo quanto riferito dall’esercito.
L’IDF ha dichiarato che Yazji era stato coinvolto, durante tutta la guerra, nella detenzione di ostaggi israeliani nell’area operativa della Brigata di Gaza City, tra cui Emily Damari, Romi Gonen e Matan Angrest, tutti successivamente liberati dalla prigionia.
Damari era stata rapita dalla sua abitazione nel kibbutz Kfar Aza durante il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, mentre Gonen era stata sequestrata al festival musicale Nova, vicino al kibbutz Re’im. Entrambe le donne sono state liberate il 19 gennaio 2025, dopo 471 giorni di prigionia.
Angrest, soldato dell’IDF, era stato rapito dal suo carro armato nei pressi di Nahal Oz durante l’attacco di Hamas. I suoi tre compagni di equipaggio — il capitano Daniel Perez, il sergente maggiore Itay Chen e il sergente Tomer Leibovitz — erano stati uccisi. Angrest è stato liberato il 13 ottobre 2025, dopo oltre due anni di prigionia.
L’IDF non ha specificato quando, né per quanto tempo, Yazji fosse stato coinvolto nella detenzione di ciascuno dei tre ostaggi, e non ha chiarito se li avesse sorvegliati personalmente.
In un secondo attacco aereo, condotto martedì 6 ottobre, le forze israeliane hanno ucciso Muhammad Gamal, un terrorista che combatteva nel battaglione Daraj-Tuffah di Hamas, nel quartiere di Sabra, a Gaza City.
L’esercito ha dichiarato che entrambi gli uomini avevano recentemente portato avanti piani per attaccare le truppe israeliane e i civili e stavano lavorando per ricostruire le capacità operative di Hamas, in violazione sistematica dell’accordo di cessate il fuoco.
Secondo l’IDF, gli attacchi aerei sono stati condotti per eliminare le minacce rappresentate dai due terroristi. L’esercito ha affermato di aver adottato precauzioni per ridurre al minimo le vittime civili, tra cui l’impiego di munizioni di precisione e la sorveglianza aerea.
Le truppe israeliane che operano sotto il comando del Comando Sud restano schierate nella Striscia di Gaza in conformità con l’accordo di cessate il fuoco e continueranno a intervenire contro le minacce imminenti, ha aggiunto l’IDF.
(HaKol, 10 ottobre 2026)
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Una donna ebrea si è spacciata per palestinese per anni
Un’attivista filopalestinese e antirazzista negli Stati Uniti fa credere alle persone che la circondano di avere origini tunisino-palestinesi. In realtà, l’insegnante ebrea è imparentata con alcuni coloni della Cisgiordania.
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L’ebrea Hannah Gann ha partecipato a manifestazioni filopalestinesi spacciandosi per «palestinese»
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FILADELFIA – Un’attivista ebrea dello Stato della Pennsylvania ha ammesso di aver simulato una falsa identità. L’insegnante di scuola superiore Hannah Gann ha finto di avere origini palestinesi e tunisine. In questo ruolo si è impegnata a favore della «Palestina» e dei diritti delle persone di colore. Per anni ha nascosto di essere lei stessa ebrea, che i suoi parenti vivono come coloni in Cisgiordania e che, secondo la classificazione statunitense comunemente accettata, è considerata bianca.
• Dichiarazioni pubbliche
L’attivista era impegnata nelle organizzazioni «Philly Educators for Palestine» (PEFP) e «Committee for Racial Justice» (RJOC). Ha costruito la sua falsa identità all’insaputa dei colleghi. Dopo che alcuni membri dell’organizzazione PEFP hanno scoperto che Gann aveva simulato le sue origini palestinesi, l’hanno confrontata in merito. «Dopo un’ora di discussione, Hannah ha finalmente ammesso di aver mentito», scrivono i due gruppi in una dichiarazione congiunta del 19 settembre.
Si legge inoltre: «Siamo sconvolti, tristi e arrabbiati per questo tradimento». Le organizzazioni non collaboreranno più con Gann in futuro e lei non è più la benvenuta.
La stessa Hannah Gann ha commentato la vicenda sul suo account Instagram, ora cancellato. In un video ha spiegato di aver mentito a «tutti» nella sua cerchia di conoscenti. Aveva tenuto segreto il suo background familiare alla PEFP e il suo impegno alla sua famiglia. Le sue convinzioni, tuttavia, non sono cambiate.
«Continuo a credere in ogni causa che ho mai sostenuto, nella lotta incessante per la giustizia e nella legittimità della liberazione di tutti i popoli oppressi», ha affermato nel video. «Continuo a credere che quella sia la vera storia e che la mia sia solo una deviazione malata e illusa».
• Già sotto osservazione in precedenza
Gann si era già fatta notare in precedenza come attivista. Nel febbraio 2024 i critici avevano lanciato un allarme su di lei. Su uno schermo mobile avevano mostrato una sua foto con la kefiah e la scritta «Hannah Gann – insegnante di terza media e principale antisemita di Filadelfia». All’epoca non era ancora noto che nascondesse la propria identità ebraica.
Il «Nord American Values Institute» (NAVI), che secondo le proprie dichiarazioni si batte contro «l’ideologia estremista» e l’antisemitismo nel sistema scolastico, aveva inoltre già messo in guardia contro l’organizzazione PFEP nel dicembre 2025. Il NAVI ha pubblicato screenshot del gruppo di chat di Hannah Gann e dei suoi colleghi. Tra le altre cose, nei messaggi Gann invita a partecipare alle «marce di rabbia e resistenza» filopalestinesi del 7 ottobre, organizzate in memoria dei «martiri» palestinesi.
Gann non si è scusata per le sue posizioni, ma solo per l’inganno. A causa di questo inganno, le organizzazioni in cui era attiva hanno interrotto la collaborazione con lei. (jcf)
(Israelnetz, 9 ottobre 2026)
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«È grave»: in Israele regna l’incertezza sull’esito e sul periodo post-elettorale
Forse la più decisiva nella storia di Israele, questa elezione non offre alcuna via chiara verso la vittoria; il 27 ottobre, non aspettatevi una conclusione
di Ben Sales
Una delle ironie della politica israeliana vuole che, in quella che potrebbe essere l’elezione più contesa, più aspra e più decisiva della storia del Paese, tutti concordino su un punto fondamentale: nessuno sa davvero cosa accadrà il 27 ottobre, né nei giorni successivi.
Ogni giorno porta con sé la sua dose di sondaggi. Le promesse elettorali, le alleanze e le rivalità si moltiplicano. Ma a tre anni dalla peggiore catastrofe che Israele abbia mai conosciuto, e a sette anni dal momento in cui il Paese è precipitato in una polarizzazione estrema, nessuna soluzione sembra vicina. Al contrario, è l’incertezza a prevalere.
I sondaggi sono da sempre poco affidabili in questo Paese, il che non sorprende affatto vista l’estrema complessità del panorama politico israeliano. Negli Stati Uniti, i sondaggisti sono stati bersagliati da una valanga di critiche dopo le due vittorie di Donald Trump, nonostante dovessero prevedere solo i risultati dei due principali partiti. Immaginate cosa significhi farlo con tredici partiti, alcuni dei quali potrebbero non raccogliere voti sufficienti per entrare nella Knesset, dove una frazione di punto percentuale può stravolgere il risultato finale.
Negli ultimi decenni, i sondaggi hanno regolarmente sottovalutato chi oggi ricopre la carica di Primo Ministro. In numerose occasioni, Benjamin Netanyahu ha smentito i sondaggi, affermandosi proprio quando molti lo davano per perdente. Quando vinse il suo primo mandato nel 1996, gli israeliani scherzavano dicendo di essersi coricati con Shimon Peres, dato per vincitore dai sondaggi all’uscita dalle urne, e di essersi svegliati con Bibi, il vero vincitore. E la storia, evidentemente, non si è fermata qui.
Rimane l’ipotesi opposta: quella in cui, questa volta, i sondaggi si rivelerebbero esatti. Non sarebbe affatto rassicurante per nessuno dei due schieramenti. L’incertezza non riguarda solo l’identità del vincitore: sembra sempre più probabile che queste elezioni non ne abbiano semplicemente alcuno. Sia Netanyahu che il principale blocco dei suoi avversari rimangono molto lontani dai 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza. Secondo i sondaggi, i partiti arabi, che non hanno quasi mai fatto parte di una coalizione, potrebbero detenere la chiave di questa maggioranza.
Regna inoltre l’incertezza all’interno degli stessi blocchi. Gli oppositori di Netanyahu concordano sul fatto che egli non dovrebbe essere Primo Ministro, ma non sono d’accordo su chi dovrebbe ricoprire tale carica. In termini di politica concreta, le loro posizioni coprono l’intero spettro, dalla destra alla sinistra. E mentre i sostenitori di Netanyahu si schierano tutti sotto la sua guida, sono divisi su una delle questioni centrali di queste elezioni: bisogna sottoporre gli uomini ultraortodossi alla coscrizione?

È come un menu à la carte in una catena di ristoranti, solo che la posta in gioco è il futuro del Paese
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Tutto ciò ha dato vita a un incessante gioco di indovinelli tra politici e commentatori: come si ripartiranno i partiti dopo le elezioni, chi si alleerà con chi e chi occuperà la carica più alta? A questo punto, sembra un menu à la carte in una catena di ristoranti, solo che la posta in gioco è il futuro del Paese.
Ciò che spesso viene oscurato nel dibattito è il significato di tutto questo per la società israeliana e il modo in cui il governo – per non parlare dei cittadini – dovrà fare i conti con mesi di incertezza politica, con la possibilità molto concreta che questa campagna senza quartiere porti alla convocazione di nuove elezioni all’inizio del 2027. Si tratta di una prova che gli israeliani hanno già affrontato tra il 2019 e il 2022 – un periodo caratterizzato da cinque distinte tornate elettorali. E non hanno alcuna voglia di riviverla.
«Il giorno delle elezioni è semplicemente il giorno in cui si prepara il terreno su cui i politici si scontreranno», ha dichiarato al Times of Israel Shmuel Rosner, analista politico e direttore di Madad, un istituto israeliano specializzato in dati e sondaggi. «Ed è lì che inizia il vero processo. »
Rosner ha sottolineato che, se l’incertezza dovesse persistere, a due candidati potrebbero essere affidati a turno mandati di 42 giorni per formare un governo. Complessivamente, questi mandati rappresenterebbero quasi tre mesi, ovvero all’incirca la durata della stessa campagna elettorale ufficiale.
• Eisenkot può farcela? E come?
Una lezione che l’opposizione sembra aver tratto dagli ultimi sette anni di turbolenze politiche è che deve fare tutto il possibile per sconfiggere, o almeno detronizzare, il primo ministro.
Nel 1984, dopo un’altra elezione serrata disputata nel pieno di una crisi, i due partiti maggiori, che disponevano ciascuno di oltre 40 seggi sui 120 della Knesset, avevano concordato di formare un ampio governo di unità nazionale che si era rivelato straordinariamente stabile. Ma quei tempi sono finiti. Oggi i sondaggi danno il partito di opposizione centrista Yashar di Gadi Eisenkot, considerato favorito, al 20% circa. Il Likud di Netanyahu, che si colloca al secondo posto, è recentemente sceso fino al 18%.
Ancora più preoccupante per i quattro partiti di opposizione guidati da ebrei: sono rari i sondaggi che indicano che il loro blocco potrebbe raggiungere collettivamente il numero magico di 61 seggi. Lo scenario più realistico è che il campo di Eisenkot superi quello di Netanyahu, con, diciamo, un risultato di 55 contro 53, e formi un governo senza maggioranza. Una situazione del genere è rara in Israele, ma le regole della Knesset la consentono. Se i partiti guidati da arabi si astenessero dal voto e il blocco di Eisenkot contasse più deputati di quello di Netanyahu, allora il leader di Yashar potrebbe essere nominato primo ministro.
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«Cosa succederà se questi risultati si confermeranno e, il giorno dopo, l’Iran bombarderà Tel Aviv? Sarebbe peggio della situazione attuale, che è già ben lungi dall’essere ideale. La situazione è già grave.»
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Un governo del genere sarebbe ben lontano dalla coalizione di 64 seggi che Netanyahu aveva formato nel 2022, e sarebbe ancora più debole del governo di 61 seggi che l’anno precedente aveva brevemente estromesso Netanyahu – un governo ideologicamente incoerente, minato da lotte intestine e che è rapidamente crollato.
Secondo Gideon Rahat, direttore del dipartimento di scienze politiche dell’Università Ebraica di Gerusalemme, un governo di minoranza, che dovrebbe allearsi con l’opposizione per poter agire, potrebbe benissimo essere il motore di una nuova era nella politica israeliana, oggi caratterizzata da una forte polarizzazione.
«Un governo di minoranza avrà difficoltà a ottenere la maggioranza alla Knesset su molte questioni», ha dichiarato al Times of Israel. «Ma a mio avviso, questa situazione è una delle più democratiche che ci siano, poiché garantisce un sistema di controlli e contrappesi nei confronti del governo, che deve quindi formare una [nuova] coalizione per ciascuna delle sue iniziative.»
Questa situazione può anche essere vista come la ricetta per una perpetua instabilità. Tuttavia, il blocco anti-Netanyahu è in realtà più consistente di quanto la maggior parte dei sondaggi lasci generalmente intendere. Mentre questi ultimi presentano l’opposizione, o «blocco del cambiamento», come un gruppo di quattro partiti guidati da ebrei (Yashar, il Beyahad di Naftali Bennett, il partito bellicista Yisrael Beytenu e la formazione di sinistra HaDemocratim), il numero effettivo di oppositori di Netanyahu comprende anche i partiti arabi e detiene la maggioranza alla Knesset in quasi tutti i sondaggi.
Secondo gli esperti, questa maggioranza, lavorando di concerto, potrebbe portare rapidamente a termine alcune misure, anche durante la fase di formazione del governo.
Innanzitutto, hanno spiegato Rosner e Gayil Talshir, politologi dell’Università Ebraica, i partiti anti-Netanyahu possono far destituire il presidente della Knesset, Amir Ohana, vicino al primo ministro. Potrebbero così attuare le loro promesse elettorali, in particolare la creazione di una commissione d’inchiesta nazionale sul pogrom perpetrato dal gruppo terroristico palestinese Hamas il 7 ottobre 2023. Talshir ha accennato all’idea che la Knesset potrebbe persino introdurre un limite al numero di mandati per i primi ministri, o ancora vietare a chiunque sia oggetto di un’indagine preliminare – come Netanyahu – di ricoprire tale carica.
I partiti arabi sarebbero disposti a collaborare a queste votazioni se fossero esclusi dalla coalizione di Eisenkot? Sì, risponde Talshir, che sottolinea quanto la situazione degli arabi israeliani si sia deteriorata sotto il governo uscente, con tassi di omicidi estremamente elevati all’interno delle loro comunità e un ministro della Sicurezza interna di estrema destra, Itamar Ben Gvir, che li prende di mira.
«È evidente che adotteranno tutte le misure necessarie per impedire a Netanyahu e ai suoi partner di prendere decisioni relative a questi processi», ha affermato al Times of Israel.
Alla luce delle loro dispute interne, Eisenkot e i suoi alleati avranno difficoltà a governare, anche se riusciranno a costituire una maggioranza. Ma se vinceranno le elezioni, potranno vantarsi di aver mantenuto la loro principale promessa elettorale fin dal primo giorno: estromettere Netanyahu, almeno per il momento.
«È questa l’ambizione immediata di questo governo: avviare un processo di riconciliazione dopo un periodo di forte polarizzazione e cercare di rendere Israele un paese più avanzato sul piano politico», ha spiegato Rosner. «Questa impresa avrà successo? Non lo so.»
• Bibi, il re di TikTok?
Netanyahu, tuttavia, non si arrende. E se guardiamo ai precedenti, ha motivo di essere ottimista.
Nel 1996, appena pochi mesi dopo l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin, un atto che i suoi detrattori rimproveravano a Netanyahu di aver contribuito a provocare, nessuno si aspettava che vincesse… eppure vinse. Nel 2015, i sondaggi lo davano perdente per quasi tutta la campagna… e invece ha ottenuto una vittoria schiacciante. Nel 2019 e nel 2020 ha disputato tre elezioni senza esito, finché il suo principale rivale, Benny Gantz, non ha capitolato, consentendo così a Netanyahu di rimanere al potere ancora per un po’.
Netanyahu potrebbe benissimo smentire ancora una volta i sondaggi. Innanzitutto, il Canale 14 – filogovernativo – pubblica regolarmente sondaggi che lo danno vincitore. Se questi sondaggi fossero esatti e gli altri si sbagliassero, allora Netanyahu otterrebbe senza difficoltà un nuovo mandato.
Potrebbe inoltre beneficiare di un forte sostegno all’interno di una fascia demografica difficile da definire: i giovani elettori. La gioventù israeliana è da tempo più a destra rispetto alle generazioni più anziane; una tendenza che esisteva già prima del 7 ottobre. Uno studio condotto dal canale N12 rivela che Netanyahu, 76 anni, domina ampiamente la scena politica israeliana su TikTok, l’app di video preferita dalla Generazione Z.
Ma Netanyahu ha anche motivi di preoccupazione. Un altro studio del canale ha concluso che Netanyahu e i suoi rivali registrano un livello di coinvolgimento simile sui social media, almeno se si considerano solo gli account israeliani. E Talshir prevede che alcuni elettori del Likud, così come gli elettori haredim i cui partiti sostengono Netanyahu, potrebbero non recarsi alle urne, delusi dalle battute d’arresto, dalle tragedie, dalle guerre e dai conflitti interni degli ultimi quattro anni.
Sottolinea tuttavia che, a differenza di Eisenkot, Netanyahu non ha bisogno di ottenere la maggioranza. È già primo ministro: gli basta quindi non perdere per rimanere in carica.
Se il suo blocco non raggiungerà i 61 seggi, la sfida di Netanyahu consisterà nell’assicurarsi che Eisenkot non possa formare un governo di minoranza, persuadendo, ad esempio, uno dei partner del leader di Yashar a non appoggiare la formazione di una coalizione che dipenderebbe dal sostegno dei partiti arabi. Ciò potrebbe quindi aprire la strada a nuove alleanze e a un’eventuale vittoria di Netanyahu – oppure innescare nuove elezioni, in una ripetizione dello scenario del 2019-2022.
Netanyahu non cerca tanto di ottenere la vittoria, ha osservato Talshir, quanto di «assicurarsi che la fazione avversaria non prevalga ». E se alla fine non riuscisse a raccogliere una maggioranza da solo, ha aggiunto, «Netanyahu farà tutto ciò che è in suo potere per assicurarsi che ci siano nuove elezioni, il che gli darebbe una nuova possibilità di accedere al potere».
Come reagirebbe l’opinione pubblica israeliana a questa successione di eventi? Rahat ha ricordato che gli israeliani hanno già vissuto una situazione simile, il che rende questa meno scioccante questa volta.
«Abbiamo già varcato il Rubicone quando si tratta di considerare la possibilità di elezioni ripetute», ha dichiarato. «È molto più facile, dopo aver organizzato diverse elezioni di fila, ricominciare da capo».
Secondo un esperto, Netanyahu non cerca tanto di ottenere la vittoria quanto di «assicurarsi che la fazione avversaria non prevalga».
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Netanyahu è in ritardo nei sondaggi dopo un mandato segnato da un pogrom, una guerra senza fine e il caos nelle strade di Israele. Ma si è costruito una reputazione di genio politico, e questa elezione sembra essere la sua ultima battaglia. Senza contare che rischia una pena detentiva se verrà condannato nel processo per corruzione, il che rende la sua rielezione ancora più urgente.
«Netanyahu ha più forza, più potere, più determinazione di qualsiasi altro suo rivale sulla scena politica; questo scenario ha quindi concrete possibilità di verificarsi», ha osservato Talshir.
• Israele è come ovunque altrove – ma in modo più intenso
Alcuni scenari post-elettorali si spingono ancora oltre, ma rimangono comunque plausibili: Avigdor Liberman, il leader bellicista di Yisrael Beytenu, insisterà per diventare primo ministro, formerà un’alleanza con Ofer Winter, figura dell’estrema destra, e costringerà Eisenkot ad affidargli tale carica? Eisenkot tenterà di sottrarre deputati al Likud, o addirittura allo Shas, quel partito haredi sefardita che si presenta come moderato sulla questione del servizio militare? Netanyahu tenterà di accrescere il proprio sostegno tra le file dell’opposizione corrompendole con incarichi ministeriali?
Tutte queste ipotesi lasciano presagire un periodo post-elettorale caotico, con una Knesset polarizzata. Naturalmente, se un israeliano dovesse lamentarsi con un americano, un britannico o un francese del fatto che lo Stato ebraico è diventato così polarizzato da risultare disfunzionale, questi stranieri probabilmente gli risponderebbero: «Benvenuto nel club».
Numerosi studi dimostrano che negli Stati Uniti, in Europa e altrove, proprio come in Israele, la polarizzazione si sta accentuando sotto l’effetto di vari fattori. Ma qui la posta in gioco è più alta.
Israele ha soldati che combattono su quattro fronti: a Gaza, in Libano, in Siria e in Cisgiordania. Il Paese ha condotto due guerre contro l’Iran in due anni, e Teheran continua a opporsi a Washington, con un presidente imprevedibile alla Casa Bianca. Una settimana dopo le elezioni israeliane dovrà essere eletto un nuovo Congresso americano, che probabilmente conterà un maggior numero di democratici e sarà quindi meno favorevole a Israele.
A ciò si aggiungono un sistema educativo israeliano in difficoltà e un costo della vita esorbitante, una questione che gli elettori hanno indicato come la loro principale preoccupazione in vista delle elezioni.
«Non credo che la società israeliana sia sull’orlo del collasso», ha affermato Rosner. «Non credo che il Paese sia disfunzionale. Ma penso davvero che Israele sia, nel complesso, un Paese che deve affrontare gravi sfide, e che la coesione e la coerenza sociali siano essenziali per la nostra sicurezza. »
Pertanto, se non si riuscirà a formare alcun governo, gli israeliani affronteranno il tardo autunno e l’inverno senza una leadership organizzata. Anche se Eisenkot riuscisse a formare una coalizione, le probabilità che Netanyahu si faccia da parte senza sollevare polveroni – anziché cercare di far cadere il governo e imporre nuove elezioni come ha fatto nel 2021 e nel 2022 – sembrano scarse.
«Penso che ci siano buone probabilità che rimanga e combatta una battaglia accanita», ha affermato Rahat. «Cercherà di attirare persone [fuori dalla sfera di influenza di Eisenkot]. Cercherà di fare molte cose. È per il suo futuro che sta lottando. »
Nel frattempo, Israele rimarrà impantanato in una situazione di stallo politico, in questo periodo di guerra e di crescenti sfide, sia sul piano esterno che interno.
«Cosa succederà se otterremo questi risultati e, il giorno dopo, l’Iran bombarderà Tel Aviv?», ha dichiarato Rosner. «La situazione non è già ideale oggi, e non ci si può limitare a dire: “Beh, sarà molto peggio”. No, la situazione è già grave oggi, e la prospettiva di una nuova serie di elezioni significherebbe che prolungheremo questo periodo difficile fino al 2027.»
(The Times of Israël, 9 ottobre 2026)
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L’Italia che sta con Hamas. Gli apologeti del 7 ottobre
Non è l’Italia conformista e ipocrita che manifesta “per i civili palestinesi”, né quella che critica duramente il governo Netanyahu. È l’Italia che, nei giorni dell’anniversario del massacro, chiama il 7 ottobre “resistenza”, riduce la strage dei civili israeliani a una serie di “episodi marginali”, brucia la bandiera dello Stato aggredito e chiede agli ebrei un certificato preventivo di innocenza.
di Filippo Piperno
«In tutte le azioni di resistenza e di guerra ci possono essere stati episodi marginali sbagliati o che hanno prodotto effetti sbagliati». È una frase pronunciata la sera del 7 ottobre in un’aula dell’Università di Bologna, davanti a centinaia di persone, per descrivere il massacro di tre anni fa.
L’incontro non era stato autorizzato dall’Ateneo, ma si è svolto ugualmente. I Giovani Palestinesi hanno presentato il 7 ottobre 2023 come «un’importante azione della resistenza palestinese». Un loro esponente lo ha paragonato all’attentato partigiano di via Rasella. Il paragone con la Resistenza italiana è stato accolto dagli applausi.
Poco dopo, lo stesso criterio è stato formulato senza eufemismi: «In Palestina non ci sono civili israeliani. Chiunque decida di restare in quella terra occupata non può essere considerato un civile».
Non è un dettaglio linguistico. Chiamare «episodi marginali» le famiglie uccise nei kibbutz e i ragazzi del Nova significa assumere il principio sul quale Hamas ha costruito il massacro: ogni israeliano è un colono, ogni colono è un combattente, dunque ogni uomo, donna, anziano o bambino diventa un bersaglio legittimo. Prima si declassa la vittima a effetto collaterale, poi diventa più semplice ammazzare la gente.
La stessa sera, al Campus Einaudi di Torino, circa duecento persone hanno partecipato all’incontro «Tre anni di genocidio, tre anni di resistenza». Anche in questo caso l’Università aveva precisato che non era stata presentata né concessa alcuna autorizzazione e la rettrice aveva definito provocatoria la scelta della data. L’incontro si è tenuto lo stesso. Dopo l’assemblea è partito un corteo; ANSA riferisce del lancio di alcuni oggetti e di una torcia da segnalazione verso gli agenti, ai quali la polizia ha risposto usando l’idrante.
A Bologna e Torino le università hanno salvato formalmente la propria rispettabilità dichiarando gli eventi «non autorizzati». Ma un divieto che non impedisce nulla è soltanto una formula burocratica. I promotori hanno avuto le aule, il pubblico e l’autorità simbolica dell’istituzione. Agli atenei è rimasto il comunicato con cui spiegare di non essere responsabili di ciò che avveniva dentro i loro edifici.
A Roma, alla vigilia del 7 ottobre, alcuni studenti del liceo Cavour hanno steso nel cortile una bandiera israeliana e vi hanno acceso sopra alcuni fumogeni, bruciandola almeno in parte. Laura Teresi, rappresentante d’istituto e militante di Osa, ha rivendicato apertamente di avere «bruciato una bandiera israeliana» contro il disegno di legge sull’antisemitismo.
Il dirigente scolastico ha avviato procedimenti disciplinari contro due studenti minorenni. La risposta è stata l’occupazione della scuola e la sospensione delle lezioni. Le rivendicazioni comprendevano anche edilizia scolastica, spese militari e politiche del ministro Valditara: sarebbe scorretto ridurre l’intera mobilitazione alla Palestina. Ma resta il fatto politico dal quale è partita l’escalation: incendiare il simbolo dello Stato colpito il 7 ottobre e trasformare la reazione disciplinare in una ragione per occupare l’istituto.
Poi c’è Reggio Emilia, dove l’ostilità non si è rivolta contro una bandiera o un’ambasciata, ma contro persone in carne e ossa.
Un centinaio di manifestanti si è raccolto davanti al Centro internazionale Loris Malaguzzi per chiedere l’annullamento della visita di insegnanti provenienti in gran parte da scuole ebraiche statunitensi e, in parte, da Israele. Lo slogan era «Fuori il sionismo dalle scuole». La Cgil provinciale aveva chiesto di annullare la visita «al di là del merito e dei contenuti della partnership».
Alcune associazioni hanno accusato le scuole di appartenenza di promuovere incontri tra bambini e reparti militari, ma nessuna accusa riguardava una condotta personale dei singoli educatori. Il criterio di esclusione finiva così per essere l’appartenenza a quelle istituzioni, non una responsabilità individuale accertata.
Reggio Children ha chiesto al gruppo una presa di distanza esplicita dalle politiche del governo Netanyahu, con la referente del network a fare da garante, e a ciascun partecipante un impegno personale contro la guerra e la violenza. Il gruppo delle scuole ebraiche americane ha infine rinviato il viaggio; verranno soltanto venticinque educatori israeliani. Nessuno è stato formalmente espulso, ma la pressione ha ottenuto quasi il medesimo risultato.
È questo forse il passaggio più amaro. A un insegnante ebreo americano non viene più chiesto che cosa insegni, ma che cosa pensi di Israele. Per partecipare a una visita pedagogica deve esibire una dichiarazione politica, prendere le distanze, farsi garantire da qualcuno. La responsabilità torna a essere collettiva, salvo possibilità di abiura individuale.
A Lecco, per ragioni di ordine pubblico, la Questura ha vietato il presidio e il corteo convocati il 7 ottobre dal movimento Lecco Antisionista. Anpi e organizzatori hanno contestato la decisione, e il diritto di manifestare resta naturalmente un principio da difendere anche quando le idee espresse risultano sgradevoli. La stessa Anpi lecchese, però, ha avuto “la bontà” di riconoscere che il 7 ottobre non è la data più limpida per sostenere la causa palestinese. Non può essere considerata neutrale la scelta di occupare proprio l’anniversario del massacro per rovesciarne il significato.
Il 10 ottobre la mobilitazione proseguirà in diverse città italiane sotto lo slogan «La fine del genocidio è la fine del sionismo». L’appello, firmato da UDAP, Giovani Palestinesi d’Italia, Associazione dei Palestinesi in Italia e Movimento studenti palestinesi, annuncia solidarietà ai popoli che «resistono» alle aggressioni sioniste in Yemen, Libano, Siria, Iraq e Iran. Anche qui non esiste la prova di una regia occulta: è una campagna politica pubblica, coordinata e rivendicata.
Esiste anche quest’Italia. È quella che chiama «resistenza» la caccia ai civili, paragona Hamas ai partigiani, brucia la bandiera israeliana e sottopone gli ebrei a un esame politico prima di considerarli ospiti accettabili. Non ha bisogno di ricevere ordini da Gaza, né di esibire la bandiera verde dell’organizzazione: le basta adottarne la premessa morale, quella secondo cui di fronte a Israele non esistono innocenti.
Hamas non ha conquistato l’Italia. Ha ottenuto qualcosa di più sottile: che una parte dell’Italia imparasse a parlare la sua lingua senza provare alcuna vergogna.
(InOltre, 9 ottobre 2026)
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Quando il sangue dei bambini diventa un’arma
Perché le immagini di bambini morti in guerra svolgono un ruolo così potente nell’influenzare l’opinione pubblica – e perché il modo in cui gli ebrei trattano i defunti riflette un atteggiamento diverso.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Non c’è immagine più potente di quella di un bambino morto. Spezza il cuore, lascia senza parole e può cambiare l’opinione di milioni di persone. Proprio per questo la domanda è così inquietante: cosa succede quando il sangue di un bambino non viene solo pianto, ma diventa un’arma nella guerra per conquistare l’opinione pubblica mondiale? Israele conosce bambini morti, genitori in lacrime e un dolore incommensurabile. Ma nella concezione ebraica, il defunto non appartiene alla telecamera. Il suo sangue grida a Dio, non in cerca di indici di ascolto. E forse è proprio qui che ha inizio una delle differenze più profonde in questa guerra.
È una domanda scomoda: «Perché dal conflitto israelo-palestinese vediamo così tante immagini di bambini palestinesi morti e gravemente feriti, mentre immagini simili di vittime israeliane vengono diffuse pubblicamente molto più raramente?» Lo scrittore giordano Danny Burmawi
lo esprime in modo drastico nel suo video: «Dal 7 ottobre ad oggi, anzi, dal 1948 ad oggi, sorge una domanda: avete mai visto un video in cui un padre israeliano è seduto accanto al cadavere insanguinato di suo figlio, ucciso in un attacco con il coltello o in un altro attentato, e piange e si lamenta mentre la gente si raduna intorno a lui e le telecamere riprendono la scena? Avete mai visto qualcosa del genere? No. E probabilmente non lo vedrete mai. Da Israele abbiamo visto pochissime immagini di questo tipo: nessun bambino morto, nessuna donna morta, nessun anziano. Perché questa nazione non fa propaganda con il sangue del proprio popolo».
E continua dicendo: «È invece degno di nota il fatto che Israele non utilizzi tali immagini in modo analogo, sebbene potrebbe benissimo farlo. Israele potrebbe avvalersi di alcuni dei migliori esperti di cinema e media al mondo e produrre materiale emotivo che commuoverebbe le persone ovunque. Ma Israele non lo fa. Ed è proprio questo che dovrebbe dirci qualcosa sulle diverse posizioni morali».
«Non c’è alcun paragone tra l’atteggiamento di Israele e quello di quelle organizzazioni terroristiche che utilizzano in modo mirato immagini e video di sofferenza per suscitare compassione in tutto il mondo, spesso in persone che non comprendono veramente né la storia, né la teologia, né l’ideologia che sta dietro a tutto ciò. Proprio per questo è degno di nota il fatto che Israele non abbia scelto questo metodo».
Danny Burmawi è uno scrittore e analista di origine giordana specializzato in religione, teologia e Medio Oriente. Di fede musulmana di nascita, si è convertito al cristianesimo nel 2007 e ha dovuto lasciare la Giordania. Dopo circa 15 anni trascorsi in Libano, nel 2023 si è trasferito negli Stati Uniti, dove, in seguito al massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre, ha fondato l’Ideological Defense Institute (IDI) con l’obiettivo specifico di spiegare i retroscena religiosi e ideologici del conflitto mediorientale.
Alla base di tutto ciò c’è una concezione ebraica profondamente radicata, secondo cui anche la persona morta possiede dignità. Il corpo non diventa semplicemente un involucro di cui altri possono disporre a loro piacimento. La tradizione ebraica esige il «Kavod HaMet», ovvero «onore al defunto». Per questo motivo i defunti vengono immediatamente coperti, sepolti il più rapidamente possibile e trattati con grande cura. Dopo il massacro del 7 ottobre, i volontari di ZAKA hanno raccolto personalmente il sangue e i resti umani per dar loro una sepoltura dignitosa. Questo rispetto per il corpo è direttamente collegato alla visione biblica dell’uomo. Forse si può dire che, dopo il 7 ottobre, per la prima volta siano state pubblicate su larga scala immagini di defunti israeliani. Proprio questo dettaglio è determinante: in Israele si discute continuamente se tali immagini possano essere mostrate e dove finisca la documentazione e inizi la violazione della dignità del defunto.
Già nel primo capitolo della Bibbia si trova infatti la frase decisiva: «E Dio creò l’uomo a sua immagine» (Genesi 1,27). In essa risiede uno dei fondamenti del pensiero ebraico sulla vita umana. L’uomo non acquista valore solo quando la sua morte diventa politicamente utile. La sua dignità permane anche dopo la morte. È proprio qui che la critica di Burmawi a Hamas assume la sua vera acutezza.
Hamas non combatte solo con razzi, tunnel e uomini armati. Combatte anche per le immagini. In una guerra asimmetrica, l’immagine di un bambino ferito è dal punto di vista strategico estremamente efficace. Non serve alcuna spiegazione militare, nessuna mappa e nessuna conoscenza della storia. Un bambino sanguinante suscita una reazione emotiva in pochi secondi. La sofferenza dei bambini palestinesi è reale. Chi la ignora commette lo stesso errore morale che rimprovera alla parte avversa. Un bambino ucciso a Gaza è innanzitutto un bambino ucciso e non «propaganda».
Ma la domanda cruciale è piuttosto: cosa succede in seguito a questa sofferenza? Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi armati operano in un contesto civile densamente popolato. Le immagini della propria popolazione sofferente possono diventare parte della guerra dell’informazione. L’equilibrio di potere militare difficilmente potrà cambiare a favore di Hamas nei confronti di Israele. L’equilibrio di potere morale nell’opinione pubblica mondiale, invece, sì. Ogni isolato distrutto, ogni madre in lacrime e, in particolare, ogni bambino ferito possono influenzare il dibattito politico a Londra, Parigi, Berlino o New York. Si crea così una logica crudele: la propria sofferenza civile non è solo una conseguenza della guerra, ma allo stesso tempo diventa capitale politico.
Ed è proprio per questo che si dovrebbe distinguere tra le famiglie palestinesi e le organizzazioni che le controllano. Le madri palestinesi non «gridano» per suscitare compassione perché il loro dolore sarebbe meno autentico. Le persone gridano quando muoiono i propri figli. Il problema sorge quando attori politici e militari selezionano, mettono in scena, diffondono questa sofferenza e la trasformano in una narrazione strategica.
Il 7 ottobre ha mostrato in modo particolarmente chiaro l’altro lato di questo modo di gestire le immagini. Un’indagine delle Nazioni Unite ha accertato che durante gli attacchi i bambini israeliani non solo sono stati rapiti, ma in alcuni casi sono stati filmati da terroristi palestinesi mentre si trovavano in situazioni di vulnerabilità e le riprese sono state poi pubblicate. Anche la violenza e l’umiliazione delle donne sono state messe pubblicamente in mostra. Qui si scontrano effettivamente due concezioni: il corpo sofferente è qualcosa che va protetto o qualcosa che può essere utilizzato per trasmettere un messaggio?
La Bibbia offre a questo proposito un contrasto notevole. Quando Giacobbe crede che suo figlio Giuseppe sia stato sbranato da una bestia selvaggia, si strappa le vesti e piange (Genesi 37,34–35). La Bibbia non nasconde il lutto. Abramo piange per Sara. Davide piange per Saul e Gionatan. Giobbe si strappa le vesti. Israele non conosce una religione del lutto privo di emozioni. Ma il lutto ha un destinatario. Si rivolge alla famiglia, alla comunità e, ripetutamente, a Dio. I Salmi sono pieni di grida: «Fino a quando, Signore?». Il dolore non viene negato, ma portato davanti a Dio. Forse è proprio qui che risiede un’importante differenza tra lamento e strumentalizzazione.
La Bibbia conosce il grido di chi soffre. Ma non conosce l’idea che il valore di un bambino morto consista nell’efficacia con cui il suo corpo possa essere utilizzato a fini politici. Al contrario: «Chi versa il sangue dell’uomo, il suo sangue sarà versato dall’uomo, poiché Dio ha creato l’uomo a sua immagine» (Genesi 9,6). Ancor prima di parlare di nazioni, confini o guerre, la Bibbia dichiara sacra la vita umana.
Il messaggio più forte è un altro. Israele potrebbe esporre davanti alle telecamere in modo molto più incisivo i corpi carbonizzati di Be’eri, i bambini assassinati, le vittime mutilate di Nova e i morti delle sue guerre. A volte tali immagini sono state effettivamente mostrate per documentare al mondo la portata del massacro. Tuttavia, all’interno di Israele rimane presente la questione della dignità delle vittime. Forse è questo il significato più profondo delle parole di Burmawi: «Una società mostra ciò che per lei è sacro anche dal modo in cui tratta i propri morti».
Forse è proprio qui che sta la differenza decisiva: Israele non cerca la compassione del mondo per i propri morti, ma cerca di preservarne la dignità. Infatti, la Bibbia afferma fin dall’inizio: «Dio creò l’uomo a sua immagine». La sua dignità non cessa con la morte. Anche il sangue ha un significato particolare nella Bibbia: «Poiché l’anima della carne è nel sangue». Dopo l’omicidio di Abele, Dio dice a Caino: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra». Il messaggio biblico è potente. Il sangue versato non ha bisogno di essere messo in scena per essere ascoltato. Non ha bisogno di una telecamera per essere visto. Dio stesso ne sente il grido. Per questo nella Bibbia il sangue umano non è un mezzo per raggiungere un fine, ma l’espressione di una vita su cui Dio veglia.
È proprio qui il punto cruciale: il defunto va onorato, non commercializzato. Il suo corpo va protetto, non trasformato in un manifesto. Il suo sangue va pianto, non trasformato in un’arma politica. Israele documenta le sue vittime quando è necessario. Ma il lutto ebraico appartiene innanzitutto al defunto, alla sua famiglia e a Dio. L’uomo è a immagine di Dio, e il suo sangue rappresenta la sua vita. Entrambi sono troppo sacri per esserne fatti oggetto di propaganda.
(Israel Heute, 9 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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In camicia bianca contro i terroristi di Hamas
Avevano vent’anni, le camicie bianche dello Shabbat addosso, i fucili che per poco non avevano lasciato in caserma e una trentina di proiettili ciascuno. La mattina del 7 ottobre 2023 tre giovani soldati della Brigata Givati entrarono nella yeshiva Afikei Da’at di Sderot per celebrare Simchat Torah. Pochi minuti dopo erano in strada a combattere contro un gruppo di terroristi di Hamas.
di Shira Navon
A tre anni dal massacro, il tenente B., il tenente Matan e il sergente maggiore della riserva Nehorai sono tornati con Ynet nei luoghi di quella battaglia. Nel marzo 2023 si erano arruolati nel percorso hesder, che alterna lo studio religioso al servizio nell’IDF, ed erano a sole tre settimane dalla conclusione dell’addestramento nella Givati. Prima di andare in licenza avevano chiesto al comandante di poter lasciare i fucili alla base. Volevano ballare e festeggiare Simchat Torah senza le armi a tracolla. Il comandante aveva rifiutato. Bastava, aveva detto, «la possibilità, anche minima, di incontrare un terrorista».
Alle 6.29 cominciarono le sirene. A Sderot gli allarmi facevano parte da anni della vita quotidiana e inizialmente i tre ragazzi non si preoccuparono. Poi videro dal cielo una quantità di razzi mai osservata prima. Mentre tenevano i fucili pronti, un uomo entrò nella sinagoga gridando che fuori si sparava. Corsero in strada.
Percorsi circa duecento metri, si trovarono davanti una quindicina di uomini armati. Un pickup carico di terroristi era fermo nei pressi della stazione di polizia, uno degli epicentri dell’assalto alla città. «Quando abbiamo aperto il fuoco, per un attimo mi sembrava ancora di essere al poligono durante l’addestramento», ha raccontato Nehorai. La dimensione di quanto stava accadendo sarebbe diventata chiara soltanto nelle ore successive. Fino ad allora pensavano di essersi imbattuti in un commando isolato.
Sderot era invece sotto attacco. Decine di uomini di Hamas erano entrati in città e la stazione di polizia era stata presa d’assalto. Intorno all’edificio si combatté per ore; gli agenti rimasti intrappolati continuarono a resistere mentre altre unità cercavano di raggiungerli. Alla fine fu deciso di demolire la stazione per eliminare gli ultimi terroristi barricati all’interno.
Per i tre ragazzi la battaglia continuò altrove. Si divisero, aiutarono famiglie a uscire dalle abitazioni colpite dai mortai, indicarono a soldati e poliziotti le strade della città, spinsero i civili a rientrare nelle case. B. ricorda un uomo della yeshiva arrivato da lui piangendo: la moglie e il figlio piccolo erano nella zona del mercato, dove erano stati segnalati terroristi. B. corse con lui verso casa, poi si ritrovò solo, con il fucile in mano, mentre intorno vedeva feriti e cadaveri.
Quando i tre tornarono alla yeshiva, circa venti uomini armati proteggevano 250 persone. Il giorno seguente raggiunsero la loro unità e poco dopo si prepararono all’ingresso nella Striscia di Gaza. La guerra che per loro era cominciata in abiti da festa sarebbe diventata la loro vita per i mesi e gli anni successivi.
Matan è diventato comandante e ha formato altri soldati. B. ha comandato un plotone operativo nel battaglione Shaked. Nehorai, oggi riservista, ha combattuto fino all’ultima operazione della sua unità a Gaza, durante la quale quattro suoi compagni sono rimasti feriti dall’esplosione di un ordigno. La scelta di proseguire nel comando, raccontano, è stata segnata da quella mattina e dagli amici che nel frattempo hanno perso.
Resta un breve filmato girato da uno sconosciuto. Mostra Matan e Nehorai accovacciati sull’asfalto, i fucili puntati verso il pickup dei terroristi. Rivedendolo oggi, Nehorai riesce a ricostruire particolari che allora l’adrenalina aveva cancellato, chi era stato colpito, dove correva un poliziotto, la direzione da cui arrivavano gli spari.
È una manciata di secondi dentro l’immensità del 7 ottobre. Tre ragazzi usciti dalla preghiera convinti di avere davanti un solo pickup e quindici terroristi, mentre intorno a loro stava cominciando una guerra. La sera precedente avrebbero preferito lasciare i fucili in caserma. Un comandante aveva detto di no.
(Setteottobre, 9 ottobre 2026)
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Da Kfar Aza ad Altensteig – La calma dopo la tempesta
Sentirsi benvenuti: già questo, per molti israeliani, è un sentimento prezioso e incoraggiante. Soprattutto quando hanno vissuto esperienze terribili. Il soggiorno nella Foresta Nera, nell’ambito del programma di assistenza alle vittime del terrorismo di CSI, può essere breve, ma per gli ospiti significa tantissimo. È il caso anche di Ariel ed Elai Golan, che il 7 ottobre 2023 sono sopravvissuti per un soffio.
di Delly Hezel
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Ariel ed Elai nella loro casa distrutta a Kfar Aza. Foto privata
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È stato solo un breve messaggio su WhatsApp quello che Ariel mi ha scritto: voleva mettersi in contatto con me. Aveva sentito parlare del programma di assistenza alle vittime del terrorismo del CSI (Christen an der Seite Israels) e sperava di poter venire in Germania con la sua famiglia. Ci siamo telefonati e abbiamo concordato un incontro, dato che poco dopo mi sarei comunque recata in Israele.
Non conoscevo la famiglia Golan e non sapevo cosa avessero passato il 7 ottobre 2023. Quando mi hanno raccontato la loro storia, sono rimasta senza parole. Ariel, Elai e la piccola Yael, di un anno e mezzo, hanno vissuto un vero e proprio inferno: i terroristi di Hamas hanno cercato di bruciarli vivi. Ci sono quasi riusciti. Ma c’era qualcuno, dicono indicando verso l’alto, che ha protetto le loro vite.
Ma hanno pagato un prezzo altissimo. Elai ha riportato ustioni su oltre il 60% del corpo, Ariel sul 40% e la piccola Yael su oltre il 30%, mentre cercavano di fuggire dalle fiamme della loro casa in fiamme. I terroristi avevano lanciato bombole di gas nella loro abitazione, che in pochi secondi l’hanno avvolta nelle fiamme. Elai è una dottoressa e ha lottato per la vita della sua bambina, mentre lei stessa rischiava di soccombere alle ferite. Dopo essere sfuggite ai terroristi, si sono nascoste per diverse ore su un trattore in una tenuta agricola.
• Il lungo cammino verso una nuova vita
La loro salvezza è stata un vero e proprio miracolo, la loro guarigione rimane un lungo percorso. Tutte e tre sono state indotte in coma farmacologico. La sopravvivenza di Elai era incerta. È rimasta in ospedale per oltre un anno e porta ancora sul corpo gravi cicatrici dovute alle ustioni. Ancora una volta mi mancano le parole quando sono andata a trovarle a Ruchama, dove vivono attualmente. Davanti a me vedo una famiglia felice, con volti raggianti, che ama la vita.
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La famiglia Golan è sopravvissuta al massacro di Hamas con gravi ustioni.
Nella Foresta Nera ha vissuto una pausa rigenerante. Foto privata.
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Nel frattempo, Yiftach è diventato parte della famiglia – il loro piccolo raggio di sole. Il nome Yiftach significa «aprire». Ed è proprio quello che ha fatto: ha fatto loro riscoprire il valore della vita. Dicono di voler essere aperti all’amore, alla gioia e a tutto ciò che di nuovo la vita ha in serbo per loro. Ma conoscono fin troppo bene le valli oscure e le notti piene di incubi. Quei momenti in cui tutto l’orrore torna a perseguitarli. Per fortuna si hanno l’un l’altro. Yael e Yiftach danno ai loro genitori, Ariel ed Elai, la forza di non arrendersi, ma di riempire i momenti preziosi della vita di luce, calore e amore.
(Christen an der Seite Israels, 9 ottobre 2026)
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Il Nobel per la pace a Navi Pillay, la giurista che ha accusato Israele di genocidio a Gaza
di Anna Balestrieri
Il Nobel per la pace 2026 è stato assegnato a Navi Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. Una scelta che premia una carriera ai vertici della giustizia internazionale, ma che assume un significato particolarmente controverso per il suo ruolo alla guida della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e su Israele, autrice di alcune delle accuse più gravi formulate contro lo Stato ebraico durante la guerra a Gaza.
Il Comitato norvegese ha motivato la decisione sottolineando il contributo di Pillay al rafforzamento delle istituzioni internazionali e alla ricerca di strumenti giuridici per risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza. In un momento in cui il sistema multilaterale è sottoposto a crescenti pressioni, il premio vuole ribadire l’importanza del diritto internazionale come argine all’uso della forza.
Ma proprio il rapporto tra diritto internazionale e conflitto mediorientale rende questa assegnazione destinata a suscitare reazioni politiche molto forti. La figura di Pillay è infatti strettamente legata alle indagini dell’Onu sulle operazioni militari israeliane e alle conclusioni che hanno portato la commissione da lei presieduta ad accusare Israele di aver commesso un genocidio nella Striscia di Gaza.
• Dalla lotta all’apartheid ai tribunali internazionali
Nata nel 1941 a Durban, in Sudafrica, da una famiglia di origine indiana, Navanethem Pillay ha costruito la propria carriera giuridica durante gli anni dell’apartheid. Avvocata impegnata nella difesa dei diritti umani, ha rappresentato anche attivisti perseguitati dal regime segregazionista, tra cui Nelson Mandela e altri oppositori politici. È stata la prima donna non bianca a esercitare la professione di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica.
Dopo la fine dell’apartheid, il suo percorso l’ha portata sulla scena giudiziaria internazionale. Ha lavorato presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito per perseguire i responsabili del genocidio del 1994, ed è stata giudice della Corte penale internazionale. Dal 2008 al 2014 ha ricoperto inoltre l’incarico di Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Il Nobel riconosce dunque una carriera che ha attraversato alcuni dei principali tentativi della comunità internazionale di perseguire i crimini più gravi e di affermare la responsabilità individuale davanti alla legge. È anche un riconoscimento del ruolo delle istituzioni multilaterali, oggi contestate da governi che ne denunciano l’inefficacia o l’applicazione selettiva.
• La commissione su Gaza e le accuse contro Israele
È tuttavia soprattutto la sua attività più recente a collocare Pillay al centro del dibattito sul Medio Oriente. La giurista ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele.
Nel giugno 2024, la commissione ha pubblicato le conclusioni di un’indagine sugli attacchi del 7 ottobre 2023 e sulle successive operazioni militari israeliane a Gaza. Il rapporto ha attribuito a Hamas e ad altri gruppi armati palestinesi la responsabilità di crimini di guerra commessi durante gli attacchi in Israele, compresa la presa di ostaggi. Allo stesso tempo, ha accusato le autorità israeliane di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nella Striscia di Gaza.
Le conclusioni hanno riguardato, tra l’altro, le uccisioni di civili, il trasferimento forzato della popolazione, la tortura e l’impiego della fame come metodo di guerra. Pillay ha sostenuto che tutte le violazioni dovessero essere investigate e che i responsabili fossero chiamati a risponderne davanti alla giustizia.
La posizione della commissione è diventata ancora più netta nel settembre 2025, quando il gruppo di esperti guidato da Pillay ha concluso che Israele aveva commesso un genocidio a Gaza, individuando quattro delle cinque categorie di atti previste dalla Convenzione sul genocidio e sostenendo che fosse presente l’intento specifico di distruggere i palestinesi della Striscia in quanto gruppo. Il rapporto ha inoltre attribuito responsabilità ai vertici politici israeliani è importante precisare che si tratta delle conclusioni di una commissione d’inchiesta, non di una sentenza definitiva di un tribunale internazionale. Israele ha respinto con forza le accuse, definendo il rapporto distorto e falso e contestando l’imparzialità dell’organismo investigativo e del sistema del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. La commissione, dal canto suo, ha sostenuto le proprie conclusioni sulla base delle indagini e dell’analisi giuridica condotte.
• Un Nobel che è anche un messaggio politico
Il premio a Pillay non può essere interpretato soltanto come il riconoscimento di una lunga carriera professionale. La scelta del Comitato norvegese arriva in un contesto nel quale la Corte penale internazionale, le Nazioni Unite e altri organismi multilaterali sono al centro di un confronto sempre più acceso con governi che ne contestano le decisioni e l’autorità.
Il riferimento alla necessità di rafforzare il diritto internazionale assume quindi una portata che va oltre la biografia della vincitrice. Il Nobel afferma che la giustizia internazionale deve continuare a operare anche quando le sue indagini coinvolgono Stati potenti o alleati dei principali attori geopolitici.
Per Israele, tuttavia, il riconoscimento di una figura che ha guidato una commissione autrice di accuse tanto gravi rischia di apparire come una legittimazione politica di quelle conclusioni. Per i sostenitori di Pillay, al contrario, il premio rappresenta un sostegno alla possibilità di indagare sulle violazioni del diritto umanitario senza che la pressione politica impedisca l’accertamento delle responsabilità.
Il nodo resta quello della credibilità e dell’universalità del diritto internazionale: se le sue istituzioni debbano essere difese anche quando le loro conclusioni sono contestate, e come garantire che l’obbligo di rendere conto delle proprie azioni sia applicato con gli stessi criteri a tutti gli attori di un conflitto.
Con l’assegnazione del Nobel per la pace a Navi Pillay, il Comitato norvegese ha scelto di schierarsi a favore del ruolo delle istituzioni giuridiche internazionali. Ma, nel caso mediorientale, questa scelta non chiude la controversia: la porta direttamente al centro del dibattito.
(Bet Magazine Mosaico, 9 ottobre 2026)
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Tre anni dopo il 7 ottobre: Gaza in rovina e Hamas parla di vittoria
Mentre Gaza giace in rovina e la sua stessa popolazione ha pagato un prezzo altissimo, Hamas celebra il 7 ottobre come un trionfo storico. Dietro a tutto ciò c’è un’ideologia che trasforma persino la distruzione e la sconfitta in una vittoria.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - In occasione del terzo anniversario del 7 ottobre, il portavoce del braccio militare di Hamas, «Abu Obeida», ha pubblicato un messaggio che offre una visione approfondita della mentalità di Hamas. In esso si legge:
«Sono trascorsi tre anni dalla “sacra traversata”, quel giorno in cui le braccia dei combattenti hanno infranto una volta per tutte il sistema di sicurezza dell’occupazione. Per grazia di Allah, non ci sono più deterrenti, né decisioni, né preavvisi. Onore e orgoglio agli eroi della ‘grande traversata’ e ai loro martiri, ai comandanti e ai combattenti, nonché al nostro grande popolo, che è l’inizio e la fine di questa storia.
Abitanti della grande Gaza: il prezzo è stato alto, ma le vostre gesta sono state imponenti. Le generazioni vi ricorderanno come coloro che hanno forgiato la gloria, cambiato il corso della storia e gli equilibri di potere globali e che hanno montato la guardia per difendere l’onore della Umma e i suoi luoghi sacri. E tutto questo in questa piccola striscia di terra assediata, che ha risvegliato la coscienza degli uomini liberi e smascherato tutti coloro che hanno agito contro Gaza o l’hanno abbandonata.
Il 7 ottobre è stato, per grazia e con l’aiuto di Allah, un miracolo militare. Persino il nemico – e non solo l’amico – ha riconosciuto la grandezza della sua pianificazione e della sua esecuzione, nonché la raffinatezza dell’inganno strategico preparato con cura. La resistenza ha saputo sfruttare tutte le minacce e le opportunità, tra cui il narcisismo di Netanyahu, la sua arroganza e il suo disprezzo per gli avversari. La Palestina non dimenticherà coloro che le sono stati accanto – in particolare coloro che hanno versato il proprio sangue per essa. La profanazione della moschea di Al-Aqsa e la ferita sanguinante di Gaza invocano l’aiuto di tutti, senza eccezioni.
Il Sudan e la Libia non sono meno coraggiosi né meno legati alla Palestina rispetto allo Yemen, al Libano, all’Iraq e all’Iran. È emerso chiaramente che non ci sono scuse per chi non agisce, dopo che tutti hanno visto come semplici droni provenienti da diversi fronti abbiano privato il nemico del sonno. E cosa accadrà se contro di lui si aprisse anche un fronte in Occidente?»
Immagine propagandistica di Hamas in occasione del terzo anniversario del 7 ottobre. Il testo in arabo esalta gli aggressori: «Quanto sono gloriosi i giovani che hanno solcato le nuvole del cielo e sono venuti da te come testimoni. Si sono scagliati contro Sion come proiettili che scagliano fuoco e ti trasformano in un campo mietuto».
Questo testo è degno di nota, non tanto per le sue minacce quanto per la realtà che costruisce. Chi osserva Gaza a tre anni dal 7 ottobre potrebbe giungere a una conclusione quasi opposta. Gran parte della Striscia di Gaza è stata gravemente distrutta durante la guerra. Le strutture militari e politiche di Hamas sono state duramente colpite, numerosi dei suoi leader sono stati uccisi. La popolazione di Gaza ha pagato un prezzo terribile. Eppure Hamas parla di «gloria», di un «miracolo militare» e di un cambiamento nell’equilibrio di potere mondiale. Non si tratta semplicemente di propaganda nel senso comune del termine. Dietro a tutto ciò si cela una definizione fondamentalmente diversa di vittoria e sconfitta.
Nella logica strategica occidentale e israeliana, il successo viene solitamente misurato in base a risultati concreti: quale territorio è stato conquistato? Quali capacità militari sono state preservate o distrutte? La popolazione è stata protetta? La situazione politica ed economica è migliorata? Un’organizzazione ha raggiunto i propri obiettivi strategici? Secondo questi criteri, è difficile descrivere gli sviluppi a Gaza dal 7 ottobre come un trionfo di Hamas.
Ma Hamas ragiona in modo diverso. Per loro non è necessariamente determinante ciò che la Striscia di Gaza ha perso. Ciò che conta è il danno subito da Israele e l’impatto politico che il 7 ottobre ha avuto a livello mondiale. Secondo questa logica, anche perdite enorme subite dalla propria parte possono diventare parte integrante di una presunta vittoria. È proprio questo che rende il messaggio così rivelatore. Abu Obeida parla apertamente dell’«alto prezzo» che i palestinesi della Striscia di Gaza avrebbero pagato. Ma questo prezzo viene immediatamente trasformato in qualcosa di eroico. La sofferenza della propria popolazione non appare come prova del fallimento della strategia, ma come prova della disponibilità al sacrificio.
Ne risulta un bilancio quasi inverso: quanto più grande è il sacrificio, tanto più grande può diventare il mito. E in effetti c’è un punto su cui Hamas fonda il proprio successo. Il 7 ottobre ha scosso il senso di sicurezza di Israele. Ha trascinato Israele in una lunga guerra su più fronti. Ha riportato la questione palestinese al centro della politica internazionale e ha mobilitato enormi movimenti di protesta in tutto il mondo. Israele è stato sottoposto a pressioni diplomatiche e la sua reputazione internazionale è stata compromessa. Sono proprio questi sviluppi che Hamas interpreta come una vittoria strategica.
Da questa prospettiva, Hamas non considera Gaza solo come un territorio da preservare, ma anche come uno strumento di una lotta più ampia. La distruzione di Gaza, quindi, nella sua ideologia non smentisce automaticamente il successo del 7 ottobre. Può addirittura essere integrata nella narrazione secondo cui Gaza si è sacrificata affinché la causa palestinese fosse rilanciata a livello mondiale.
È proprio qui che risiede il pericolo, spesso sottovalutato in Occidente. Per un’organizzazione terroristica come Hamas, la sconfitta non significa necessariamente che le sue città vengano distrutte, i suoi comandanti uccisi e le sue strutture smantellate. Finché la lotta continua, finché Israele può essere isolato a livello internazionale e finché alle nuove generazioni viene raccontato il 7 ottobre come una storia eroica, il movimento può affermare di aver vinto. Ecco perché oggi esistono due immagini completamente diverse della stessa guerra.
E forse è proprio Gaza l’espressione più evidente di questa contraddizione.
Infatti, mentre Hamas parla di vittoria storica, è soprattutto la sua stessa popolazione ad aver pagato il prezzo della sua strategia. Dalle macerie nasce la gloria, dalla morte il martirio e da una catastrofe militare viene creato un mito. Ed è proprio qui che risiede uno dei problemi più difficili di questo conflitto. Come si fa a sconfiggere un nemico che riesce a spacciare persino la propria distruzione per una vittoria?
Anche la Bibbia conosce questo capovolgimento della realtà: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che trasformano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Isaia 5,20). È proprio qui che risiede la dimensione spirituale di questo racconto di vittoria. La distruzione diventa gloria, la morte trionfo e il sacrificio della propria popolazione prova di successo. L’ammonimento biblico è senza tempo: chi scambia il bene con il male può dichiarare vittoria persino di fronte a una catastrofe.
(Israel Heute, 8 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Mondiali judo: argento per l’israeliana Kerem Primo
di Jacqueline Sermoneta
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Kerem Primo e il suo allenatore Shany Hershko
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È arrivata in uno dei giorni più carichi di significato per Israele la prima medaglia della delegazione ai Mondiali di judo di Baku. Ieri, 7 ottobre, nel terzo anniversario dell’attacco del 2023, Kerem Primo ha conquistato l’argento nei – 63 kg, firmando a 21 anni il miglior risultato della sua carriera senior e la prima medaglia israeliana di questa edizione dei Mondiali. Primo ha costruito il suo risultato attraverso una giornata perfetta, superando una dopo l’altra avversarie di alto livello fino a guadagnarsi un posto nella finale. L’ultimo ostacolo è stata la giapponese Haruka Kaju, campionessa del mondo in carica, che ha imposto fin dall’inizio il proprio ritmo, riuscendo a vincere per immobilizzazione. L’argento, però, resta un risultato straordinario per Primo, alla sua prima finale iridata tra le senior. Il suo cammino era iniziato con la vittoria sull’italiana Carlotta Avanzato, poi contro la polacca Angelika Szymańska. Agli ottavi l’israeliana ha superato l’australiana Maeve Coughlan. Nei quarti è arrivata la sfida più impegnativa della giornata, contro la mongola Enkhriilen Lkhagvatogoo, indicata tra le principali protagoniste della categoria. Primo ha sovvertito i pronostici, conquistando l’accesso alle semifinali. A questo punto, contro l’ungherese Anna Kriza, Primo ha completato la sua impresa: dopo aver ottenuto uno yuko, ha chiuso il combattimento per ippon, assicurandosi la prima medaglia mondiale della carriera senior e l’accesso alla finale. La judoka israeliana era già salita sul podio al Grand Slam di Budapest poche settimane prima, conquistando il bronzo, ma a Baku ha compiuto un ulteriore salto di qualità arrivando fino alla finale mondiale. L’argento assume un significato particolare anche per la famiglia Primo. Kerem è infatti la sorella minore di Gefen Primo, anche lei judoka, già medagliata ai Mondiali, che a Baku è stata eliminata nei turni precedenti.
(Shalom, 8 ottobre 2026)
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Reggio Emilia, le scuole ebraiche americane rinunciano alla visita a Reggio Children dopo le polemiche: arriveranno soltanto 25 educatori da Israele
A contestare la presenza della delegazione ebraica sono stati un attivista dell’area filopalestinese e la Cgil. Il clima creatosi avrebbe spinto i partecipanti americani ad annullare il viaggio. A complicare ulteriormente la vicenda, la richiesta di sottoscrivere la Carta «Per una educazione democratica e partecipata», accompagnata, per il gruppo ebraico, da una richiesta aggiuntiva di prendere esplicitamente le distanze dalle politiche del governo israeliano.
di Anna Balestrieri
La delegazione delle scuole ebraiche statunitensi ha deciso di rinviare la visita di studio a Reggio Emilia prevista dal 12 al 16 ottobre presso il Centro internazionale Loris Malaguzzi, dedicata al Reggio Emilia Approach. Al loro posto arriveranno soltanto 25 educatori provenienti da Israele, rispetto al gruppo di circa cento partecipanti inizialmente previsto. La decisione arriva dopo giorni di contestazioni politiche e sindacali sulla presenza della delegazione ebraica in città. A complicare ulteriormente la vicenda, la richiesta di sottoscrivere la Carta «Per una educazione democratica e partecipata», accompagnata, per il gruppo ebraico, da una richiesta aggiuntiva di prendere esplicitamente le distanze dalle politiche del governo israeliano.
La rinuncia degli insegnanti americani è stata riportata l’8 ottobre dalla stampa locale. Reggio Children ha dichiarato di rispettare la decisione, auspicando che il dialogo con gli educatori possa proseguire in futuro sul terreno della formazione e del confronto pedagogico. Ma resta una domanda: come si è arrivati al punto in cui una visita internazionale di insegnanti ebrei, organizzata per ragioni professionali, è diventata oggetto di una controversia politica tale da indurre una parte della delegazione a rinunciare al viaggio?
• I fatti
Una delegazione di scuole ebraiche degli Stati Uniti sarebbe dovuta arrivare a Reggio Emilia dall’11 al 16 ottobre per partecipare a un programma di formazione presso Reggio Children. Ma la visita, secondo quanto riportato dalla stampa locale, era stata subito contestata. A pesare sulla decisione è il clima creatosi intorno all’arrivo degli insegnanti, oggetto di contestazioni e iniziative di protesta.
La delegazione avrebbe dovuto partecipare a un percorso di formazione legato all’esperienza educativa reggiana, nell’ambito di un programma internazionale rivolto a educatori e scuole. Un’occasione di scambio professionale che, nelle ultime ore, è stata però investita da una polemica politica.
A contestare la presenza della delegazione sono stati, secondo le ricostruzioni della stampa locale, un attivista dell’area filopalestinese e la Cgil. La protesta non riguarda dunque un’iniziativa politica della delegazione, ma la partecipazione di insegnanti e rappresentanti di scuole ebraiche a un programma di formazione educativa. Il clima creatosi avrebbe spinto gli organizzatori e i partecipanti americani a
interrogarsi sull’opportunità di procedere con il viaggio.
• La preoccupazione degli insegnanti
Il punto più significativo della vicenda è proprio questo: una delegazione internazionale chiamata a Reggio Emilia per occuparsi di educazione starebbe valutando se rinunciare alla visita perché teme che non vi siano le condizioni per vivere serenamente l’esperienza.
La questione assume un rilievo particolare considerando la natura dell’iniziativa. Il metodo educativo sviluppato a Reggio Emilia è da decenni un punto di riferimento internazionale e attira educatori da numerosi Paesi. La presenza di scuole ebraiche americane avrebbe dovuto inserirsi in questo contesto di formazione e confronto professionale.
• Il caso Reggio Children
Reggio Children, secondo quanto riportato dalla stampa locale, ha espresso il proprio sconforto per la situazione. La polemica rischia così di trasformare un programma internazionale di formazione educativa in un terreno di contrapposizione politica.
Il caso arriva inoltre in un momento nel quale la presenza di Israele e delle comunità ebraiche negli spazi pubblici italiani è sempre più frequentemente accompagnata da contestazioni legate alla guerra a Gaza. In questo caso, però, la vicenda presenta un elemento particolarmente significativo: a essere coinvolti non sono rappresentanti del governo israeliano né esponenti politici, ma insegnanti di scuole ebraiche americane venuti in Italia per una formazione professionale.
• Le pressioni e la libertà di partecipare
La domanda che emerge dalla vicenda è quindi più ampia della singola visita di ottobre: fino a che punto una delegazione educativa internazionale può essere sottoposta a pressioni e contestazioni sulla base della propria appartenenza ebraica?
Se una delegazione di insegnanti arriva in una città italiana per studiare un modello educativo e finisce per chiedersi se sia sicuro o opportuno partecipare a causa delle contestazioni politiche, il problema non riguarda più soltanto il programma di Reggio Children.
Al momento non è ancora chiaro se la delegazione confermerà definitivamente la propria partecipazione al programma dall’11 al 16 ottobre. Gli organizzatori americani sono stati contattati per conoscere la loro posizione e per verificare quali siano le valutazioni in corso.
Le loro dichiarazioni, così come quelle di Reggio Children e degli altri soggetti coinvolti nella vicenda, potranno chiarire nelle prossime ore se la visita verrà confermata o se le contestazioni avranno prodotto l’effetto di far saltare un’iniziativa internazionale nata con finalità esclusivamente educative.
(Bet Magazine Mosaico, 8 ottobre 2026)
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Reggio Emilia, dalla memoria della Resistenza all’antisemitismo
di Giuliano Cazzola
Reggio Emilia è una città che ha un posto importante nella storia del Paese. Colà è nato il tricolore. Alla Resistenza la città ha dato la vita dei fratelli Cervi. Reggio Emilia è stata la città della sollevazione popolare contro il governo Tambroni scrivendo nel libro dei martiri della libertà i nomi di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. A Reggio Emilia nel 1920 nacque Nilde Jotti, poi divenuta leggendaria presidente della Camera dopo una lunga militanza politica. Di questa città è stato a lungo sindaco Graziano Delrio, il parlamentare che ora rischia di diventare un eretico per il ddl di cui è stato promotore e che andrà al voto finale nei prossimi giorni.
Evidentemente, però, qualche cosa deve essersi rotto nella filiera delle tradizioni nobili di questa città. Nei mesi scorsi in un teatro cittadino si è consumata, tra le prime in Italia, la pagliacciata in (dis)onore di Francesca Albanese, nel corso della quale la festeggiata si permise di sfottere tra gli applausi della platea il sindaco perché aveva osato chiedere ad Hamas di restituire gli ostaggi. Ma non c’è limite al peggio, quando il ‘’palestinismo’’ offusca il lume della ragione. Nei giorni scorsi la città emiliana, medaglia d’oro della Resistenza, ha visto emergere tra le sue vie e sue piazze il germe di quell’antisemitismo che è sempre più difficile dissimulare e negare.
La città è famosa nel mondo per il suo sistema educativo dell’infanzia, tanto da aver ospitato nei mesi scorsi la principessa di Galles che si è profusa negli elogi. A Reggio Children (l’istituzione riconosciuta dal Comune di Reggio Emilia come soggetto incaricato di promuovere, valorizzare e tutelare l’esperienza delle scuole e dei nidi d’infanzia comunali della città) era prevista la visita di un centinaio di insegnanti israeliani e soprattutto statunitensi. AVS, REC, Possibile, l’Associazione Schierarsi e il Movimento per Reggio Emilia hanno chiesto che la visita venisse annullata.
La questione è stata sollevata – ha scritto la stampa locale – dall’attivista Cosimo Pederzoli, mentre un gruppo di genitori aveva avviato una raccolta di firme. In un comunicato stampa Casa Bettola (uno spazio autogestito) ha annunciato di aver promosso un’ Assemblea pubblica martedì 6 ottobre alle ore 16.30, presso il Dipartimento Educazione e Scienze Umane con lo slogan “Organizziamoci come educatrici, insegnanti, genitori per impedire che la guerra e chi la sostiene trovino legittimazione anche nei nostri contesti educativi”. Ad osservare la sfilata delle organizzazioni promotrici non c’è da stupirsi: è la feccia della sinistra. La ferita diventa più grave per la discesa in campo della Camera del Lavoro della Cgil, la quale in un comunicato chiede che la visita venga annullata perché “Chi si rende responsabile di violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario deve essere isolato. Al di là del merito e dei contenuti della partnership – prosegue il testo – esiste un tema di opportunità e di coerenza con la posizione che Reggio Emilia ha assunto con grande chiarezza nell’ultimo anno” con riferimento ad una manifestazione pro Pal molto partecipata. “Reggio Emilia – ora iniziano a suonare gli ottoni – ha scelto da che parte stare. Le ambiguità non giovano alla causa del popolo palestinese. Al contrario, anche piccoli gesti, quando assumono una forte valenza politica e simbolica, possono contribuire a tenere alta l’attenzione, a svegliare le coscienze e a isolare chi, da troppo tempo, ignora i principi fondamentali del diritto internazionale e del diritto umanitario”. Il diritto internazionale è il sistema di norme e principi che regola i rapporti tra gli Stati sovrani e gli altri soggetti della comunità internazionale (come le organizzazioni internazionali). Che siano dei singoli cittadini – per di più insegnanti – a violarne le regole è difficile da dimostrare. Tanto più che in Israele e negli Usa le scuole non svolgono una funzione paramilitare come in Russia. Nessuna scusa. Ai docenti il divieto della visita viene motivato soltanto dal fatto che si tratta di ebrei, la maggioranza dei quali non è neppure formata da cittadini israeliani ma di appartenenti alla diaspora Usa.
Che le responsabilità di un governo ricadano su di un’intera comunità sparsa nel mondo non è un caso di razzismo solo perché gli ebrei non sono una razza, ma è un esempio di antisemitismo allo stato puro, come tale soggetto alla sanzione morale implicita nel ddl accusato di liberticidio. Poiché il cursus honorum di Maurizio Landini ha preso il via dalla Fiom di Reggio Emilia sarebbe interessante conoscere che cosa pensa della presa di posizione del sindacato reggiano, il grande leader, santificato a Milano nei giorni scorsi in occasione del 120°anniversario della fondazione della Cgil (organizzato per celebrare la sua prossima uscita per raggiunti limiti di età), niente meno che alla presenza del capo dello Stato.
Non meritava l’onta dell’antisemitismo, la città che ha sostenuto la lotta delle Officine Meccaniche Reggiane (368 giorni di occupazione tra il 1950 e 1951) per la salvaguardia dei livelli di occupazione nel contesto dei massicci processi di riconversione industriale del dopoguerra.
(HaKol, 8 ottobre 2026)
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Israele chiude il consolato britannico a Gerusalemme Est
La decisione di Tel Aviv arriva in risposta al divieto imposto da Londra al commercio con gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Il governo del Regno Unito aveva accusato quello israeliano di chiudere un occhio sulla «pulizia etnica» dei palestinesi
Israele chiude oggi il consolato britannico a Gerusalemme Est in risposta al divieto imposto da Londra al commercio con gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri israeliano, precisando che il console generale e 20 membri del personale diplomatico «termineranno i loro incarichi e lasceranno Israele». La decisione arriva dopo che il governo britannico ha accusato quello israeliano di chiudere un occhio sulla «pulizia etnica» dei palestinesi. L'8 settembre, il ministro degli Esteri Ed Miliband aveva dichiarato alla Camera dei Comuni che era necessario un «nuovo approccio», perché i piani di sviluppo in Cisgiordania avrebbero reso «impraticabile» la soluzione a due Stati. «Il governo britannico concorda sul fatto che in alcune aree della Cisgiordania sia in corso una pulizia etnica dei palestinesi, perpetrata da coloni terroristi», aveva affermato Miliband. «Troppo spesso il governo israeliano ha chiuso un occhio e, peggio ancora, alcuni suoi membri hanno rilasciato dichiarazioni e intrapreso azioni a sostegno dello sfollamento forzato dei palestinesi». Le misure britanniche, criticate da Israele e dagli Stati Uniti, comprendono il divieto di importazione dagli insediamenti illegali in Cisgiordania e sanzioni contro persone e imprese che forniscono servizi ai coloni. Nella notte, giornalisti della Reuters hanno visto alcuni operai rimuovere dal consolato una targa con la scritta "Consolato generale britannico" e un'altra insegna della sezione consolare.
(Avvenire, 8 ottobre 2026)
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Come Rut
Ma Rut rispose:- "Non pregarmi di lasciarti, per andarmene via da te; perché dove andrai tu, andrò anch’io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio”.
La prima volta che andai dalla signora Maria, che faceva parte della comunità ebraica del mio paese natio, le dissi: “Mi chiamo Carmela, sono una cristiana evangelica ed amo Israele e il popolo ebraico!” Lei mi accolse con tanto affetto, aveva intuito che il mio amore dichiarato era genuino! Così da quella volta in poi, durante le vacanze estive, andare dalla signora Maria è stato un privilegio! Una volta mi disse: “Carmela, tu per me sei come Rut!” E’ stato il più bel complimento che abbia mai ricevuto! Lo porto nel cuore come un gioiello prezioso da custodire, perché lei non c’è più ma il suo ricordo permane! Così, come Rut, anche oggi sono con il popolo ebraico per commemorare questo giorno di grande dolore.
Carmela Palma
(Notizie su Israele, 7 ottobre 2026)
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7 ottobre, tre anni dopo: l’odio che non è mai scomparso
di Luigi Yitzhak Diamanti
Sono trascorsi tre anni da quella mattina del 2023 in cui Hamas e altri gruppi armati palestinesi penetrarono nel territorio israeliano, attaccando kibbutz, comunità, abitazioni e il festival musicale Nova. Circa 1.200 persone furono uccise e 251 vennero trascinate a Gaza come ostaggi. Numeri dietro i quali ci sono volti, famiglie, vite interrotte. Una ferita che appartiene anzitutto alla società israeliana, ma che ha segnato profondamente anche il mondo ebraico al di fuori di Israele.
E ciò che è accaduto negli anni successivi dovrebbe imporre una riflessione all’intera Europa. L’antisemitismo non è ricomparso improvvisamente il 7 ottobre. Non era mai realmente scomparso. Era rimasto nelle pieghe delle nostre società, talvolta marginalizzato, talvolta nascosto dietro linguaggi nuovi. Dopo il 7 ottobre ha trovato nuovamente spazi, parole e occasioni per manifestarsi apertamente. I dati italiani sono difficili da ignorare. Nel 2025 si sono verificati 963 episodi di antisemitismo in Italia. Nei primi sei mesi del 2026 ne sono stati registrati altri 401. E non stiamo parlando soltanto dei social network. Stiamo parlando di minacce, discriminazioni, scritte, vandalismi e aggressioni fisiche. Nel settembre di quest’anno, a Milano, un rabbino è stato insultato e aggredito mentre aspettava un autobus. A Roma sono state vandalizzate due pietre d’inciampo dedicate a Michele Ezio Spizzichino e Aurelio Spagnoletto, ebrei romani deportati e assassinati ad Auschwitz.
Sono episodi che pongono una domanda molto semplice. È accettabile che nel 2026 un ebreo debba domandarsi se sia prudente uscire di casa con una kippah? Che una ragazza debba chiedersi se nascondere il Maghen David? Che un israeliano debba preoccuparsi di parlare ebraico in una strada europea? La risposta di una società democratica non può che essere netta. Nessuno dovrebbe essere costretto a nascondere la propria identità per sentirsi al sicuro. Anche l’Europa istituzionale riconosce la gravità del problema. La Commissione europea afferma che, dopo il 7 ottobre 2023, l’Europa ha assistito a un significativo aumento degli episodi di odio e violenza contro gli ebrei, raggiungendo livelli di antisemitismo senza precedenti dalla fondazione dell’Unione europea. Questo dovrebbe preoccuparci tutti, e non soltanto gli ebrei. Perché quando una democrazia comincia ad accettare che un ebreo debba nascondere i propri simboli, evitare determinati luoghi o misurare le proprie parole per paura di essere aggredito, il problema non riguarda più soltanto il mondo ebraico. Riguarda la libertà dell’intera società. E c’è un altro elemento sul quale occorre riflettere. Sempre più spesso l’ostilità verso Israele e verso il sionismo finisce per utilizzare linguaggi, stereotipi e accuse che appartengono alla storia dell’antisemitismo. Nel 2025 si rileva che la principale matrice degli episodi registrati è stata collegata a Israele e che antichi pregiudizi antiebraici sono stati trasferiti sul sionismo. In questo clima è arrivato anche il discorso pronunciato da Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 24 settembre. Un discorso che, personalmente, ho trovato chiaro, preciso e puntuale. Il primo ministro israeliano ha scelto un linguaggio netto. Ha difeso le operazioni israeliane contro l’Iran e ha respinto con forza le accuse di genocidio rivolte a Israele per la guerra a Gaza.
Al di là delle profonde divisioni e delle contestazioni internazionali che accompagnano il conflitto, il punto centrale del suo intervento era inequivocabile, Israele considera la propria sicurezza una questione esistenziale. Ed è impossibile comprendere questa posizione senza ricordare il 7 ottobre. Per Israele quella data non appartiene soltanto alla storia. È entrata nella memoria nazionale ebraica come la dimostrazione di ciò che può accadere quando una minaccia dichiarata riesce a trasformarsi in una strage. Ricordare significa anche proteggere. Tre anni dopo, commemorare il 7 ottobre non dovrebbe significare soltanto deporre una corona, accendere una candela o pronunciare i nomi delle vittime. Significa anche interrogarsi sul presente. Significa chiedersi quale Europa vogliamo costruire. Un’Europa nella quale un ebreo possa camminare con la kippah senza paura. Nella quale una ragazza possa portare un Maghen David senza doverlo nascondere sotto la camicia. Nella quale un israeliano non venga aggredito per la propria nazionalità. Nella quale si possa dire apertamente e con orgoglio: «Sono sionista». Senza paura. Senza doversi giustificare. Senza essere trasformati per questo in un bersaglio. Il 7 ottobre ci ricorda quanto sia fragile la sicurezza quando l’odio viene sottovalutato. La memoria, allora, non può essere soltanto commemorazione. Deve diventare responsabilità. Responsabilità delle istituzioni, della politica, della scuola, dell’informazione e della società civile. Perché un ebreo non dovrebbe mai più essere costretto a scegliere tra la propria identità e la propria sicurezza. Né in Israele. Né in Italia. Né in Europa.
(HaKol, 7 ottobre 2026)
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«Anche nella morte continuo a vivere»
A tre anni dal 7 ottobre, 2.054 volti nella Biblioteca Nazionale di Israele raccontano di perdita, memoria e di una giovane generazione che è diventata improvvisamente difensore del proprio popolo.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Ieri, nella Biblioteca Nazionale di Israele a Gerusalemme, non lontano dalla Knesset, si è tenuta una cerimonia commemorativa per le vittime del 7 ottobre e i caduti in guerra. Lì i libri commemorativi raccontano delle persone che abbiamo perso. «Scriviamo la vita». Mi trovavo davanti a tutti quei volti, 2.054 volti sul muro commemorativo digitale, e improvvisamente sono stato pervaso da una strana e dolorosa sensazione: in qualche modo li conosco tutti. Naturalmente non li conoscevo tutti personalmente. Ma negli ultimi tre anni questi volti sono diventati parte della nostra vita. Li abbiamo visti sui social network, in televisione e sui giornali. Abbiamo ascoltato le loro storie, conosciuto i loro genitori, i loro partner, i loro figli. Abbiamo visto immagini di matrimoni, viaggi, del servizio militare e degli anni scolastici. Persone che tre anni fa ci erano del tutto sconosciute, oggi fanno parte della grande famiglia israeliana. E ogni volto ha un nome. Dietro ogni nome c’è un intero mondo che si è bruscamente interrotto. «Anche nella morte continuo a vivere». È proprio questa l’idea alla base di questi libri commemorativi. Le loro storie vengono messe per iscritto affinché rimanga qualcosa delle loro vite: le loro voci, i loro sogni, il loro amore, il loro umorismo e ciò che hanno significato per gli altri. Perché finché le loro storie vengono raccontate, continuano a far parte della nostra vita.
È particolarmente difficile guardare quei volti giovani. Venti, ventuno, ventitré anni. Giovani che hanno avuto a malapena l’occasione di assaporare davvero la vita. Molti non avevano ancora messo su famiglia, non avevano avuto figli, non avevano intrapreso una carriera professionale. I loro sogni, grandi e piccoli, erano ancora davanti a loro. E poi, tra tutti questi volti, improvvisamente si scopre qualcuno che si conosce davvero. Ho visto Dekel Swissa, che è cresciuto con il mio figlio più piccolo. 23 anni. I nostri vicini nel moshav. Poi ho visto Roi Nahari, anche lui di 23 anni. Frequentava la stessa classe di mio figlio e Dekel, fin dalla prima elementare. Tre ragazzi di quella classe sono caduti in guerra. Il padre di Roi, a sua volta, ha frequentato l’università con me a Gerusalemme.
In quel momento, il muro commemorativo non è più solo storia nazionale. Diventa la propria storia. La storia della famiglia, della scuola, del quartiere. Delle persone con cui si è cresciuti e dei bambini che sono cresciuti insieme ai propri figli. Ho visto il colonnello Assaf Hamami (41 anni), il comandante di mio figlio di mezzo. Mio figlio lo ammirava, perché Assaf era già una leggenda nell’esercito quando era ancora in vita. E ho visto Boaz Menashe Yogev, il figlio di Gil, che aveva lavorato con noi nel reparto informatico. Boaz è caduto in guerra. Aveva 21 anni.
Poi si vedono le foto di intere famiglie. La famiglia Sharabi. La famiglia Bibas. Nomi che ormai fanno parte della memoria israeliana. Dietro ognuna di queste immagini c’era un tempo una casa, le risate dei bambini, i pasti in famiglia, i litigi, le riconciliazioni, i programmi per il fine settimana e i sogni per il domani. Una vita del tutto normale, fino a quel sabato nero in cui tutto è andato in frantumi. Quando ci si trova di fronte a questi volti, si comprende qualcosa che i numeri non potranno mai trasmettere: le persone assassinate e cadute non sono una statistica digitale appesa al muro.
Ognuno aveva un volto. Una voce. Una madre che si preoccupava. Un padre che aspettava una telefonata. Fratelli e sorelle, amici, un amore, speranze e progetti per il giorno dopo.
Eppure, nel mezzo di questo dolore, la mostra racconta anche un’altra storia: quella della giovane generazione di Israele. I giovani sono fuggiti dall’inferno del Nova Festival e alcuni sono tornati indietro per salvare gli altri. Soldati di diciannove e vent’anni sono accorsi là dove i civili cercavano disperatamente di scappare. I riservisti hanno lasciato donne, bambini, studi e lavoro per indossare le loro uniformi. La gente si è diretta verso sud senza che nessuno avesse dato loro un ordine.
Combatte, seppellisce gli amici e torna alla propria unità. Siede al capezzale di un commilitone ferito e il giorno dopo è di nuovo in servizio. Vive tra matrimoni e funerali, tra la nascita di un bambino e la guerra. Questa generazione non voleva essere una generazione di guerra. Ma quando la guerra è arrivata, si è alzata in piedi e ha salvato il proprio popolo.
Il 7 ottobre ha messo a nudo un terribile fallimento. Ha distrutto le illusioni e ha rivelato sistemi che hanno fallito proprio nel momento in cui avrebbero dovuto proteggere i cittadini di Israele. Dovremo ancora a lungo indagare, discutere ed esigere risposte.
Ma il 7 ottobre ha rivelato anche qualcos’altro. Quando i sistemi sono crollati, le persone si sono alzate in piedi. Soprattutto i giovani. In poche ore, i bambini sono diventati combattenti. Non si sono chiesti chi fosse di destra o di sinistra, religioso o laico, proveniente da un kibbutz o da un insediamento. Nel momento decisivo c’era solo una domanda: chi ha bisogno di noi? Forse è per questo che le lacrime scorrono davanti a questi muri commemorativi. Non solo per le persone che abbiamo perso, ma anche per la consapevolezza di ciò che ci hanno dato. Ci hanno dato tempo. Ci hanno dato sicurezza. E molti hanno dato la vita affinché noi potessimo continuare a vivere la nostra.
Sono passati tre anni da quel sabato nero, e Israele non trova ancora pace. Alcune ferite probabilmente non guariranno mai del tutto. Per molti genitori, il proprio figlio avrà per sempre 21 o 23 anni. Ma ricordare non significa solo piangere i morti. Ricordare significa anche chiederci cosa facciamo della vita che ci hanno lasciato in eredità. Quando io e mia moglie Anat abbiamo lasciato la Biblioteca Nazionale, i loro volti mi hanno accompagnato: Dekel. Roi. Assaf. Boaz. La famiglia Sharabi. La famiglia Bibas. E tanti altri.
Persone che conoscevo e persone che non avevo mai incontrato, eppure avevo la sensazione di conoscerle tutte. Una nuova generazione nata in uno Stato ebraico già esistente e improvvisamente costretta a lottare di nuovo per la propria esistenza. Erano troppo giovani per morire. Ma quando il loro popolo ha avuto bisogno di loro, erano abbastanza grandi per alzarsi in piedi e salvarlo.
Forse in questo c’è anche qualcosa di profondamente biblico. È sempre e comunque la gioventù a farsi avanti nell’ora del pericolo. Davide era ancora un giovane quando affrontò Golia, Gedeone si considerava il più umile, e la generazione di Giosuè dovette infine attraversare il Giordano e difendere la terra. Anche dopo il 7 ottobre è accaduto qualcosa di simile: una giovane generazione, che credevamo di dover proteggere, si è improvvisamente alzata in piedi e ha protetto noi. Forse questa è una delle immagini più dolorose e al tempo stesso più piene di speranza di questi tre anni: i nostri figli sono diventati i nostri difensori.
(Israel Heute, 7 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Non avevo idea di quanto fossimo odiati»
La nostra autrice è cresciuta al confine con Gaza e oggi vive a Berlino. Qui descrive come il massacro di Hamas abbia cambiato la sua vita – e cosa significhi per lei il fatto che lei e il suo Paese siano improvvisamente diffamati in tutto il mondo come responsabili di un genocidio
di Adi Kaslasy-Way
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La scrittrice Adi Kaslasy-Way
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Mio nonno prestò servizio nella Legione straniera francese, quella sotto Charles de Gaulle. Vide l’Europa dal suo lato peggiore e, da giovane ebreo, capiva del mondo – e di come gli ebrei vengono visti e trattati – più di quanto io potrei mai capire. Dopo essersi trasferito in Israele negli anni ’50, ha vissuto per anni in una baracca di lamiera senza elettricità né acqua corrente e faceva la guardia davanti a casa sua, temendo che ladri o terroristi potessero fare del male alla sua famiglia.
Si è costruito una casa in Israele perché – come molti altri ebrei – aveva deciso di prendere in mano il proprio destino. È proprio questo, per me, l’essenza dell’essere israeliano.
Sono cresciuta in circostanze completamente diverse. Durante la mia infanzia mi sentivo molto al sicuro. Vivevo in un luogo dove gli ebrei costituivano la maggioranza, cosa che per le generazioni prima di me era stato solo un sogno. Trascorrevo ore da sola nei campi dietro casa nostra, e non mi passava mai per la mente che potesse succedermi qualcosa nella mia cittadina al confine con Gaza.
• Il mio senso di sicurezza si è incrinato per la prima volta
Nel 2005 le cose cambiarono. Sebbene vivessimo già da alcuni anni sotto il peso degli attacchi missilistici, il mio senso di sicurezza si incrinò per la prima volta quando un’amica d’infanzia fu uccisa da un razzo proprio davanti a casa sua. Quel giorno persi la convinzione che non mi sarebbe successo nulla – ma la mia fiducia nel mondo e nei nostri vicini oltre il confine rimase intatta.
Quindici anni fa mi sono trasferita a Berlino. Ho imparato la lingua e conosciuto la cultura, ho trovato amici e mi sono costruita una casa. Sapevo che l’antisemitismo esiste e ne ho fatto esperienza – a volte da parte di estranei, a volte da persone che consideravo miei amici. Ma era sempre chiaro che si trattava di una minoranza e che in Germania fossi al sicuro.
Poi è arrivato il 7 ottobre. Tutto ciò che credevo di sapere sul mondo è crollato. La visione del mondo che mi ero costruita nel corso della mia vita – plasmata da convinzioni sull’umanità, da Rousseau e dal Contratto sociale fino alla fede che gli esseri umani, se liberi di scegliere, opterebbero per il bene e contro il male – era crollata, e in un batter d’occhio.
Nella settimana successiva al 7 ottobre, all’inizio ho trattenuto il respiro finché i miei genitori non sono stati al sicuro. Solo allora ho compreso a quale pericolo fossero realmente esposti. Mi ero abituata all’idea che un razzo potesse colpire la nostra casa. Ma il pensiero che qualcuno potesse sparare loro proprio nella loro stessa casa era insopportabile. Ogni giorno mi svegliavo in un incubo sempre peggiore, man mano che mi rendevo conto di ciò che era accaduto ai miei amici, alla mia famiglia e alla mia comunità.
• Di nuovo …
Ogni giorno vagavo come uno zombie per le strade di Berlino, con lo sguardo fisso sul cellulare che mi trasmetteva notizie terribili.
Di nuovo il cadavere di un conoscente, di nuovo una perdita, di nuovo una testimonianza dell’orrore. La portata della violenza a cui dovevo assistere sul display del mio cellulare mi perseguiterà per sempre. È proprio qui che si è frantumata la mia convinzione più profonda: la fede che esistano limiti che non vanno superati e che, anche nel caos della guerra, valgano determinate regole.
Non avevo idea di quanto fossimo odiati. Nel corso degli anni avevo conosciuto persone provenienti dalla Striscia di Gaza: venivano a Sderot come operai edili, vendevano utensili da cucina al nostro mercato settimanale e, fino al 7 ottobre, un giardiniere di Gaza si occupava del nostro giardino insieme a mio padre. I rapporti tra di noi erano sempre stati amichevoli – come se il conflitto si svolgesse solo a livello politico e Hamas fosse un problema per entrambe le parti. Il 7 ottobre ha cambiato tutto questo per me, perché ho visto dei civili partecipare alle violenze e esultare per le nostre vittime e i nostri rapiti.
Il 7 ottobre è stato un evento che richiederà generazioni per essere elaborato. Ma non ci è rimasto tempo per il lutto. In Israele è iniziata la guerra, ma anche qui in Germania sono cambiate molte cose. All’inizio pensavo: se solo le persone sapessero cosa sta succedendo in Israele – ma anche nella mia stessa famiglia –, verrebbero a consolarmi e la mia fiducia nell’umanità verrebbe ripristinata. E alcuni sono davvero venuti – a loro sarò eternamente grata –, ma tanti altri sono rimasti in silenzio.
Allora ero convinta che il silenzio derivasse dal fatto che si trattava di un argomento delicato. Ma col tempo mi sono resa conto che a volte il silenzio aveva una ragione più profonda. Forse la gente non era entusiasta del 7 ottobre, ma non ci percepiva come vittime.
• Un massacro ingiustificabile come atto di violenza comprensibile
Qualche settimana dopo parlai con un conoscente di ciò che era accaduto: il massacro di bambini e anziani, le mutilazioni, la crudeltà di Hamas. La sua risposta fu: «Ma si possono pur capire – il fatto che vogliano opporre resistenza». Quella fu la prima volta che sentii la parola «resistenza» in relazione al 7 ottobre. Un massacro ingiustificabile come atto di violenza apparentemente comprensibile, condito da un tocco di eroismo ed empatia per i responsabili.
Se lo sentissi oggi, saprei cosa rispondere. Ma allora ero completamente smarrita nella nebbia del trauma – in quella fase dopo un’esperienza traumatica in cui non si vedono ancora le cose con chiarezza. La scelta delle parole non era casuale. Non si trattava di un malinteso né era dovuta a una mancanza di conoscenza del diritto internazionale o della terminologia corrente. Era un tentativo di riscrivere la storia: messo in circolazione da Hamas e dai suoi propagandisti e diffuso sui social network.
«Resistenza» faceva male, ma il termine «genocidio» è una pretesa maligna. Utilizzare contro di noi un’espressione coniata nel contesto del sangue ebraico è un perfido tentativo di sminuire la sofferenza che abbiamo patito. È un metodo manipolatorio per delegittimare il nostro dolore. La disponibilità ad attribuirci il peggio è una forma antica, ma purtroppo ben nota, di antisemitismo.
• Una lotta in cui ogni mezzo è giustificato e glorificato
Mi ci è voluto molto tempo per capire che i coltelli e le armi da fuoco di Hamas non erano le uniche armi in una lotta in cui ogni mezzo è giustificato e glorificato. Questa guerra non è stata combattuta solo in Medio Oriente, ma anche qui in Germania e nel resto del mondo libero. E sebbene fossi lontana da quel luogo pericoloso in cui sono cresciuta, ogni giorno mi sentivo insicura e sotto attacco.
Le parole con cui si parlava del Medio Oriente influenzavano la mia vita quotidiana qui a Berlino. Ho iniziato ad avere paura di parlare ebraico – la mia lingua, con cui non solo comunico, ma scrivo anche; una lingua profondamente radicata nel mio essere. E dopo che mio figlio, allora di due anni – a pochi metri dalla porta di casa nostra – era stato aggredito fisicamente perché avevo osato dirgli in ebraico che era il mio bambino meraviglioso, ho smesso di parlargli in ebraico. Una perdita nel nostro rapporto per la quale faccio fatica a trovare le parole. E intorno a me, per strada, tutti gli altri parlano con i propri figli con la massima naturalezza...
Allora mi resi conto che si applicavano due pesi e due misure: ci sono regole per gli israeliani e gli ebrei e altre per tutte le altre persone. Nel dicembre 2023 guidai una visita sulla Berlino ebraica per visitatori provenienti dagli Stati Uniti e improvvisamente mi resi conto di identificarmi con gli ebrei del XIX secolo: pur godendo dei diritti civili, non erano socialmente uguali agli altri. La Germania protegge gli ebrei per legge, ma permette che diventino un bersaglio in nome della libertà di espressione. Se la libertà di espressione viene utilizzata per diffondere odio, dovrebbe avere dei limiti.
Negli ultimi tre anni ho riscontrato pochissima empatia o comprensione per ciò che io e la mia comunità abbiamo dovuto affrontare. Quando dicevo di avere paura per me e per mio figlio, venivo ignorata o, quantomeno, trattata come una persona privilegiata che reagiva in modo esagerato.
L’odio, che non avrei mai pensato potesse esprimersi con parole così dure, si è trasformato in violenza fisica; la minaccia per gli ebrei – in Germania come nel resto del mondo – cresce costantemente. La violenza mira anche a zittirci. Per molto tempo sono rimasta in silenzio e ho cercato di comportarmi come tanti ebrei prima di me: superare la giornata e andare avanti in qualche modo.
• Gli ebrei hanno diritto a una vita in sicurezza, proprio come tutti gli altri
Un tempo avevo paura di ciò che mi sarebbe potuto accadere se avessi alzato la voce. Oggi temo ciò che potrebbe accadere se non lo facessi.
Ultimamente mi sono reso conto che – a differenza di mio nonno – sono nata in un luogo in cui l’essere ebreo viene celebrato. Dove posso andare in giro con una stella di David o semplicemente sorridere quando mio figlio dice che ama Israele – senza dovermi preoccupare di chi potrebbe sentirlo e attaccarci per questo.
Gli ebrei hanno diritto a una vita in sicurezza, proprio come tutte le altre persone. La mia identità non dovrebbe rendermi bersaglio di violenza per motivi politici. Questo non è un privilegio per cui bisogna lottare; è un dato di fatto. Questo è il luogo in cui mio figlio dovrebbe crescere, e un luogo del genere deve esistere in Germania.
L’autrice è una scrittrice nata a Sderot. Il suo ultimo libro, «BeSadot Chita» («Campi di grano»), è stato pubblicato in Israele dalla casa editrice Sifrei Niv.
(Jüdische Allgemeine, 7 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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7 ottobre 2023: il giorno in cui è tornato rispettabile odiare gli ebrei
di Filippo Piperno
Dagli archivi del ghetto di Varsavia alle immagini del 7 ottobre, gli ebrei hanno opposto documenti e testimonianze ad accuse capaci di sopravvivere a ogni smentita. Un percorso nella continuità del pregiudizio antiebraico e nella sua trasformazione: l’odio si riveste di parole nobili, la caccia diventa “resistenza” e Israele torna sul banco degli imputati prima ancora che siano esaminate le prove.
Gli ebrei hanno sempre avuto una debolezza per i documenti. Conservavano contratti di matrimonio, ricevute, lettere, cambiali, liste di nomi. Nel ghetto di Varsavia li seppellirono dentro bidoni del latte, mentre sopra la terra scomparivano le persone reali. Li confortava forse l’idea che un giorno qualcuno avrebbe aperto quei bidoni, letto quelle carte e ammesso che sì, erano esistiti e le cose erano andate proprio così.
A forza di essere accusati e di non essere creduti, hanno imparato che la parola dell’ebreo, da sola, non fa molta strada. Così aprono gli archivi, confrontano le date, contano i morti, portano registri, certificati, mappe, fotografie.
Se li accusano di non avere combattuto, mostrano le medaglie. Se li accusano di avere diffuso la peste, mostrano le tombe dei propri figli. Se li accusano di voler sterminare un popolo, ricostruiscono operazioni militari, ordini, avvertimenti, quantità di aiuti, occasioni nelle quali avrebbero potuto uccidere indiscriminatamente e non lo hanno fatto.
Provano a riportare la discussione sui fatti perché continuano a credere che chi li accusa lo faccia sulla base dei fatti.
Pensano che dall’altra parte qualcuno stia ascoltando, che esista una combinazione di parole capace di aprire la serratura, una prova decisiva, un numero definitivo, un documento finalmente incontestabile davanti al quale l’accusatore si fermerà, si toglierà gli occhiali, rileggerà con maggiore attenzione e dirà: forse abbiamo esagerato, forse ci siamo sbagliati.
Ma non c’è errore.
I fatti sono arrivati sempre dopo, convocati uno per volta per dare un’apparenza rispettabile a una colpa che aspettava gli ebrei già da prima. Un bambino cristiano scompariva e la voce sapeva già chi ne avesse raccolto il sangue. Un’ostia veniva sottratta a una chiesa e il racconto l’aveva già portata nella casa di un ebreo, trafitta, bruciata, fatta sanguinare.
Non si è partiti dal pozzo avvelenato per arrivare all’ebreo. Si è partiti dall’ebreo e lo si è visto avvelenare il pozzo. Non si è trovato il corpo del bambino per risalire al colpevole: si è scelto il colpevole e poi gli si è deposto il corpo tra le braccia.
Ma l’ebreo continuava a spiegare. Era quasi un mestiere, ormai. Spiegava che la religione gli proibiva di consumare sangue, che anche gli ebrei morivano durante le epidemie, che non possedevano la terra perché era stato vietato loro di possederla, che prestavano denaro perché ai cristiani non era concesso e perché erano di sovente esclusi da altri mestieri “rispettabili”.
Spiegava di non essere troppo ricco né troppo povero, troppo separato né troppo assimilato, che era illogico che fosse a un tempo il padrone del capitale e il regista della rivoluzione contro il capitale. Spiegava di non poter essere nello stesso momento il cosmopolita senza patria e il dominatore occulto di tutte le patrie.
Ogni spiegazione sembrava ragionevole. Era proprio questo il problema.
La menzogna antiebraica abita altrove. Non deve essere coerente, ma necessaria. C’era una malattia senza rimedio, una guerra perduta, un debito da pagare, una rivoluzione alle porte, una modernità incomprensibile? Da qualche parte, dietro la porta, sotto il pavimento, dentro la banca, accanto al trono o tra i rivoltosi che volevano abbatterlo, c’era certamente un ebreo.
Per duemila anni gli ebrei hanno risposto alle accuse senza comprendere che le accuse cambiavano proprio per sopravvivere alle risposte. Se dimostravano di non avere avvelenato i pozzi, allora diventavano usurai. Se dimostravano di essere cittadini leali, restavano apolidi e cosmopoliti. Se mostravano le medaglie conquistate al fronte, restavano traditori. Se sopravvivevano a un genocidio, prima o poi sarebbe toccato loro di diventare genocidiari.
Negli anni Venti del Novecento gli ebrei tedeschi avevano documenti perfetti. Conservavano le fotografie in uniforme, le decorazioni militari, le lettere spedite dalle trincee. I caduti non potevano presentarsi a testimoniare, naturalmente, ma i loro nomi erano incisi sulla pietra, in ordine alfabetico, tra quelli degli altri tedeschi morti per la stessa Germania.
C’erano il medico ebreo che aveva curato i feriti, il professore ebreo che insegnava Goethe, il commerciante ebreo che teneva sulla scrivania il ritratto del Kaiser, l’ex soldato ebreo che aveva lasciato una gamba nelle Fiandre e pensava che una gamba tedesca, perduta in una guerra tedesca, fosse una prova sufficiente della propria appartenenza.
C’era l’ebreo convertito, quello assimilato, quello patriottico, quello che parlava yiddish e quello che dello yiddish si vergognava, l’ebreo di Berlino che guardava con sospetto l’ebreo appena arrivato dall’Est. Perché anche gli ebrei, quando hanno paura, possono illudersi che la disgrazia distingua tra chi è entrato prima e chi è entrato dopo.
La Germania aveva perso la guerra. Ma la sconfitta era troppo vasta e troppo umiliante per rimanere solo una sconfitta. Doveva essere opera di qualcuno. Se la Germania era stata battuta sul campo, bisognava guardare i generali, gli eserciti nemici, gli errori, la sproporzione delle forze. Ma se invece era stata pugnalata alle spalle, tutto diventava più semplice e persino più dignitoso: la nazione non era debole, era innocente; non aveva perduto, era stata tradita.
Restava soltanto da individuare il traditore. E il traditore era lì.
Non erano ancora gli anni Trenta. L’antisemitismo non era ancora diventato legge dello Stato, espulsione dagli impieghi, cittadinanza revocata, proprietà confiscata. Negli anni Venti era ancora un rumore sociale, un abbassarsi di voci, una caricatura passata di mano in mano, il nome di un albergo che non desiderava ospiti ebrei, una panchina sulla quale sarebbe stato meglio non sedersi, una domanda sull’autentica lealtà di uomini che avevano lasciato i fratelli nelle trincee.
Prima delle leggi vennero gli sguardi. Prima delle leggi venne il permesso che la società concedeva a sé stessa: il permesso di sospettare gli ebrei senza prove, di escluderli dalla società senza alcun motivo.
Poi le leggi arrivarono davvero, e il vecchio amore ebraico per i documenti conobbe la sua beffa più feroce. I registri non servirono più a dimostrare che un ebreo era stato un buon tedesco, ma a stabilire che era un ebreo. Non contavano la conversione, la medaglia, la gamba lasciata nelle Fiandre: da qualche parte un certificato conservava il nome di un nonno e tanto bastava.
La burocrazia che avrebbe dovuto riconoscerli li trovò, li trasportò, li contò, li marchiò come bestiame e li accompagnò fino alle camere a gas.
Quando tutto fu finito, restavano ancora i documenti. Elenchi di deportati, registri ferroviari, ordini firmati, inventari di case svuotate, fotografie di persone che nessuno sarebbe venuto a reclamare.
Per una generazione quelle carte bastarono a rendere l’accusa indecente. Invero, gli ebrei non erano riusciti a confutarla, ma i milioni di ebrei sterminati avevano mostrato dove conduceva.
Il tempo si portò via chi aveva visto, e con i testimoni anche una parte della vergogna e del pudore.
Poi arrivò Israele. Per duemila anni l’ebreo era stato riconoscibile perché era indifeso: senza terra, senza esercito, errante e inerme. Ora aveva uno Stato, dei confini, dei soldati.
Il mondo, che aveva appena imparato a onorare l’ebreo morto, sembrò non gradire l’ebreo vivo quando lo vide armato. Si era abituato a deporre corone davanti alla sua impotenza, a leggere con commozione la memorialistica della giovane ebrea sommersa e quella dell’ebreo salvato.
Aveva costruito monumenti per persone che non avevano potuto reagire, ma cominciò a diffidare dell’ebreo che non intendeva più trasformarsi in una lapide. La scintilla non scoccò.
Fu allora che due rancori, arrivati da secoli diversi, si riconobbero. L’odio antico vide Israele e riconobbe l’ebreo che si era sottratto al destino assegnatogli. L’odio più giovane contro l’Occidente vide un confine difeso, un esercito, città moderne, tecnologia, ricchezza, legami con l’America: tutto ciò che aveva imparato a chiamare oppressione.
Per l’uno Israele era l’ebreo diventato Stato. Per l’altro era l’Occidente concentrato in una striscia di terra. Le due figure coincidevano: l’ebreo e l’Occidente riuniti nello stesso corpo, abbastanza vicino da poter essere colpito, abbastanza piccolo da poter essere circondato, abbastanza forte da essere dichiarato responsabile di ogni guerra.
Non occorreva che quei rancori raccontassero la stessa storia. Bastava che, al momento di indicare il colpevole, il loro dito cadesse nello stesso punto della mappa.
Intorno a Israele il pregiudizio imparò così a vestirsi dei valori che un tempo lo condannavano. Le stanze sono luminose, le pareti tappezzate di dichiarazioni contro il razzismo, gli scaffali pieni di libri sui diritti delle minoranze. Le persone conoscono le parole appropriate, firmano appelli contro l’odio, correggono il linguaggio degli altri.
Nessuno desidera passare per antisemita. È una parola vecchia, sporca, compromettente; evoca immagini dalle quali ogni persona perbene ha imparato a prendere le distanze.
Il 7 ottobre gli ebrei non dovettero nemmeno procurarsi tutti i documenti. Una parte del lavoro la fecero quelli che erano venuti a ucciderli. Portavano telecamere, riprendevano, lasciavano immagini. Questa volta non sarebbe stato necessario dissotterrare un bidone del latte. Le prove uscivano dalle case insieme agli assassini.
Si poteva pensare che almeno questo avrebbe risparmiato ai morti la fatica di giustificarsi.
Quella mattina si era tornati a cercare gli ebrei nelle case. A inseguirli mentre fuggivano, a stanarli nei luoghi in cui avevano cercato riparo. Per qualche ora lo Stato, l’esercito, i confini erano scomparsi dalla loro vita. Restavano una porta da tenere chiusa, una stanza nella quale non fare rumore, qualcuno da proteggere con il proprio corpo. L’ebreo che aveva creduto di essersi sottratto alla storia si ritrovava dentro una delle sue stanze più antiche.
Fuori da quelle stanze, intanto, cominciava il lavoro delle parole.
Chi aveva ucciso lasciava le immagini. Altri trovavano loro un posto nel discorso.
Nelle stanze luminose, per giustificare un uomo che entrava in una casa ad ammazzare una famiglia ebrea, bisognava prima allontanare la casa, togliere i nomi, guardare da un’altezza alla quale le persone diventavano figure di una “causa”.
La madre diventava una presenza coloniale. Il ragazzo un occupante. La porta sfondata un confine finalmente abbattuto.
Quando il racconto era pronto, si poteva tornare a guardare. Le immagini erano le stesse. Ora qualcuno riusciva ad applaudirle.
C’era chi chiamava quella caccia “resistenza”. La parola arrivava con un passato onorevole, pieno di uomini che avevano combattuto i nazisti. Ora veniva posata sulle immagini di altri uomini, entrati nelle case per uccidere ebrei.
Il permesso prendeva forma così. Nessuno doveva scrivere che fosse lecito dare la caccia agli ebrei. Bastava trovare una ragione abbastanza nobile perché chi lo aveva fatto potesse essere applaudito, giustificato, compreso. E perché a chi era sopravvissuto si chiedesse, prima ancora di ascoltarlo, di rendere conto delle proprie colpe.
L’ebreo poteva dunque uscire dal nascondiglio. Il banco dell’imputato era già pronto.
È questa, forse, la sua colpa imperdonabile: l’ebreo che non attende più mansuetamente i roghi dell’Inquisizione, gli stupri dei cosacchi, le camere a gas delle SS, l’ebreo che possiede un esercito, l’ebreo che risponde alla violenza con una forza sufficientemente efficace per far capire che non ci saranno più docili file sul ciglio di una fossa comune, che con gli ebrei non si scherza più, che la violenza agli ebrei non resterà impunita. Non più.
“Ecco, ti ricordi il povero garzone che la mattina ci portava il pane a casa e bussava garbatamente alla nostra porta con ossequio e deferenza? Papà gli concedeva sempre una mancetta extra, a quel povero cristo. E lui ringraziava levandosi il cappello”.
“Ora dovete sapere che il figlio di quel brav’uomo è diventato ricchissimo e, a dispetto delle sue origini e di quel bravo padre, oggi ha osato comprarsi una casa più bella della nostra e quando ci incontra per strada non si degna neanche di salutarci. Quanta arroganza! Quanto era meglio il padre”.
A una parte del mondo gli ebrei piacciono ancora così: poveri, riconoscenti, inermi e spesso morti. Israele ha commesso il torto imperdonabile di conservare la memoria del garzone ma senza ereditarne l’inchino.
Quell’arroganza è insopportabile. L’insolenza del figlio del garzone, ormai arricchito, va sanzionata con la massima severità. Non basta rimproverargli di avere dimenticato le buone maniere. Bisogna dimostrare che la sua ricchezza è un furto, la sua casa un’usurpazione, il suo rifiuto di inchinarsi una minaccia costante. Bisogna trovargli una colpa tanto grande da restituire dignità al nostro disprezzo.
Non basta accusare Israele di errori, brutalità, eccessi, crimini di guerra. Sono accuse gravi, ma ancora limitate; hanno bisogno di responsabili, fatti, intenzioni, prove. Possono condurre a una condanna, ma conservano la possibilità di un’assoluzione.
Occorre qualcosa di tremendo e definitivo.
Genocidio. Una parola che non descrive soltanto un crimine: ridistribuisce le parti.
Del resto, agli ebrei non sono mai state attribuite colpe modeste. Un bambino dissanguato per un rito. Una nazione pugnalata alle spalle. Oggi una guerra senza quartiere contro un nemico feroce che non conosce riguardi per la vita umana diventa lo sterminio di un popolo che resiste.
L’accusa deve essere enorme perché enorme è il sollievo che deve procurare. Una colpa comune richiederebbe prove, responsabilità, circostanze; una colpa assoluta permette a chi la pronuncia di sentirsi finalmente assolto.
Per decenni la Shoah aveva lasciato il mondo nella posizione poco confortevole del debitore. Si potevano costruire musei, pronunciare discorsi, deporre corone, promettere che non sarebbe accaduto mai più. Il conto, però, restava aperto e troppo spesso la notte toglieva il sonno.
Ma se Israele commette un genocidio, i conti finalmente ricominciano a tornare. Se i figli delle vittime commettono lo stesso crimine dei carnefici dei loro padri, se gli ebrei sono diventati i nuovi nazisti, allora il peso della memoria può finalmente dirsi espiato.
Anche il figlio del garzone acquista, visto da questa nuova prospettiva, un’aria diversa. Non è soltanto un arricchito che ha dimenticato di salutare. È uno che ha certamente costruito la propria fortuna sulla disgrazia di qualcun altro. L’arroganza, da sola, provocava irritazione; il delitto restituisce all’irritazione una dignità morale.
A quel punto l’ebreo può tornare con i suoi documenti. Può spiegare, distinguere, riempire il tavolo di carte. Ma il conto è stato chiuso e la sua contabilità da strapazzo non interessa più a nessuno. La volontà di sterminio degli israeliani è oggi un fatto assodato e indiscutibile come assodate e indiscutibili furono le altre colpe degli ebrei nei secoli precedenti.
E intorno al banco dell’imputato si ricompone una coalizione che altrove sembrerebbe impossibile. Persone che non condividerebbero un’idea, una patria, una preghiera, forse neppure lo stesso marciapiede, scoprono di avere qualcosa da dirsi.
Il nostalgico della razza e il teorico della decolonizzazione, l’islamista e l’ateo rivoluzionario, quello che detesta gli ebrei perché sarebbero stranieri ovunque e quello che li detesta perché hanno osato non esserlo più. Ciascuno arriva con la propria storia, la propria ferita, il proprio lessico, il proprio nemico.
Saranno meglio preparati gli ebrei questa volta? Forse sì. Riconoscono il rumore, persino quella particolare allegria che si diffonde quando l’accusa diventa quasi unanime. Hanno istituzioni, memoria, strumenti per rispondere. Esiste Israele, un luogo che non deve attendere l’autorizzazione altrui per difenderli.
Eppure tracce dell’antica impotenza sopravvivono.
Israele può intercettare un missile, ma non l’immagine che milioni di persone hanno già deciso di vedere nel cielo. Può distruggere un tunnel pieno di armi, ma non il racconto che lo trasforma in una forma giustificabile di resistenza. Può vincere sul terreno e scoprire che la battaglia per il significato era stata perduta prima ancora di cominciare.
La forza può forse fermare chi vuole ucciderti; non può persuadere chi ha già deciso che sei colpevole.
(InOltre, 7 ottobre 2026)
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“Israele nazista”: mezzo secolo di propaganda antisemita, dall’Urss ai social
Un tweet provocatorio e gli insulti ricevuti aprono una riflessione sull’equiparazione fra Israele e il nazismo. Dalle vignette sovietiche degli anni Settanta ai comunicati della RAF, emerge la storia di una retorica che rovescia la memoria della Shoah contro lo Stato ebraico. Criticare Israele è legittimo; trasformarlo nel Terzo Reich è deliberato antisemitismo.
di Filippo Piperno
Il 3 ottobre ho pubblicato un tweet volutamente provocatorio: “Senti l’impulso incontrollabile di accostare il nazismo a Israele? Sei un antisemita. Non riesci proprio a evitare di bestemmiare il genocidio con riferimento a Gaza? Sei un antisemita. Poi discutiamo pure”.
È arrivata una ridda di insulti antisemiti. Avevo contestato un modo di parlare di Israele; mi sono ritrovato a fare i conti con l’odio per gli ebrei. La provocazione poteva essere discussa, smontata, criticata. Gli insulti hanno scelto una strada assai più rivelatrice.
Fra le risposte c’è stato anche uno scambio civile, che merita attenzione proprio perché permette di uscire da quella palude maleodorante. Un interlocutore mi ha osservato che definire antisemita chi critica le politiche israeliane sarebbe una forzatura. Gli ho risposto che certamente lo sarebbe.
A quel punto mi ha chiesto se, dunque, fosse una forzatura anche l’esempio dell’IHRA che indica i paragoni fra le politiche israeliane contemporanee e quelle naziste come una possibile manifestazione di antisemitismo.
In quel “dunque” sta il problema. Avevo riconosciuto la piena legittimità della critica a Israele. Il mio interlocutore ne ricavava la legittimità dell’accostamento al nazismo. Come se fra contestare una decisione del governo israeliano e dipingere lo Stato ebraico come una reincarnazione del Terzo Reich non passasse alcuna differenza.
La definizione operativa dell’IHRA, peraltro, contiene entrambe le indicazioni: la critica a Israele analoga a quella rivolta ad altri Paesi non è antisemitismo; il paragone con i nazisti figura fra gli esempi che possono esserlo, considerando il contesto complessivo.
È uno strumento non vincolante, non una macchina che emette sentenze su ogni frase. Ma la distinzione che suggerisce è chiara: la libertà di criticare uno Stato non rende innocua qualsiasi retorica usata contro di esso.
Anche il mio tweet, nella sua deliberata brutalità, richiede una precisazione. La parola “genocidio”, presa da sola, non basta a diagnosticare l’antisemitismo di chi la pronuncia. Un’accusa va valutata per le prove, gli argomenti e il contesto. La sua eventuale infondatezza non dimostra automaticamente odio antiebraico.
Il punto che intendo discutere è l’uso di quell’accusa come marchio assoluto, specialmente quando si accompagna all’equiparazione fra Israele e il nazismo e alla trasformazione degli ebrei, ovunque vivano, in imputati collettivi.
Questa operazione ha una storia. E conoscerla aiuta a capire quanto poco ci sia di nuovo in certi slogan che si presentano come un risveglio della coscienza.
L’11 marzo 1970 il quotidiano sovietico Vecernjaja Moskva pubblicava una vignetta di V. Konstantinov. Un soldato israeliano armato, davanti a un paesaggio devastato, ripeteva la posa di un soldato nazista raffigurato in un quadro sopra di lui. Il messaggio era elementare: Israele proseguiva l’opera del nazismo.
Il 22 gennaio 1972, sulla Sovetskaja Moldavija, A. Zenin rendeva il concetto ancora più esplicito. Un uomo dai tratti della caricatura antisemita impugnava un’ascia insanguinata con la stella di David. La sua ombra era Hitler; nell’ombra, la stella diventava una svastica. Le due immagini, complete di riferimenti originali, sono riprodotte nel rapporto degli esperti su documenta fifteen.
Fra quelle due date, nel 1971, Evgenij Evseev aveva pubblicato a Mosca un libro dal titolo già eloquente: Fascismo sotto la stella azzurra. Come ricostruisce la studiosa Izabella Tabarovsky, l’equiparazione del sionismo al fascismo tedesco era uno dei temi del volume. Il paragone veniva confezionato anche in forma di presunta analisi ideologica.
Nel novembre 1972 ritroviamo quel rovesciamento nella Germania occidentale. Dopo il massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, la RAF diffondeva un documento scritto da Ulrike Meinhof. Il testo parlava di “nazifascismo d’Israele” e definiva Moshe Dayan “Himmler d’Israele”.
Arrivava ad accusare Israele di aver sacrificato i propri atleti come i nazisti avevano sacrificato gli ebrei. L’attacco di Settembre Nero veniva celebrato come un’azione antifascista. Il documento integrale è consultabile nel Social History Portal; lo storico Jeffrey Herf ne ha ricostruito il significato.
Fermiamoci su questo passaggio. Undici israeliani erano stati assassinati. Nel testo della RAF, il loro Stato diventava nazista e l’azione dei terroristi diventava antifascista. Il lessico aveva già disposto i ruoli: chi colpiva gli israeliani poteva rappresentarsi come un resistente; gli israeliani uccisi appartenevano al campo degli oppressori.
Non serve attribuire a ogni manifestante di oggi una lettura dei libri sovietici o dei comunicati della RAF. Il dato documentabile è che questa rappresentazione circolava già oltre mezzo secolo fa. Non è nata con Netanyahu, con la guerra attuale o con le immagini di Gaza. Quegli eventi possono alimentarla, ma non ne spiegano l’origine.
Il suo funzionamento è riconoscibile. Il crimine subito dagli ebrei viene rivolto contro di loro come un’accusa. La memoria della Shoah diventa il materiale con cui costruire la demonizzazione dello Stato ebraico. E chi opera quel rovesciamento può sentirsi investito dell’autorità morale dell’antifascismo.
Si può discutere ogni scelta di Israele. Si possono contestare un governo, una guerra, una decisione militare. Si possono denunciare responsabilità e chiedere accertamenti. Tutto questo comporta il confronto con fatti concreti.
La formula “Israele nazista” offre invece una comoda scorciatoia: assegna al nemico il volto del male assoluto e risparmia a chi la usa la fatica di distinguere.
Gli insulti ricevuti sotto il mio tweet non dimostrano che ogni oppositore di Israele sia antisemita. Dimostrano però quanto facilmente, in quella conversazione, l’ostilità verso Israele abbia trovato sbocco nell’odio antiebraico.
È questo che vorrei discutere con chi si è indignato per la provocazione. Perché, fra tutti gli strumenti disponibili per criticare Israele, sente il bisogno di scegliere proprio Hitler? E perché, quando una persona dal cognome notoriamente ebraico contesta quel paragone, tanti trovano naturale rispondergli con insulti antisemiti?
La libertà di critica non è in discussione. La pretesa che basti invocarla per rendere rispettabile qualsiasi odio, sì.
(InOltre, 6 ottobre 2026)
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«La nuova accusa del sangue»: la guerra dei dati e delle parole
di Olga Flori
Un libro per ricostruire i fatti e interrogarsi sulle cause. È questo l’obiettivo de La nuova accusa del sangue, il volume scritto dall’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yehiel Leiter, insieme al suo staff e presentato a Roma nella Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva, su iniziativa del senatore Giulio Terzi di Sant’Agata.
Il libro vuole rispondere a due domande: «Che cosa è successo?» e «Perché è successo?». Alla prima risponde attraverso dati e informazioni; alla seconda dedica una riflessione sulle dinamiche politiche, culturali e ideologiche che hanno accompagnato il conflitto con Hamas e il modo in cui è stato raccontato dai media e dalla propaganda.
Nella prefazione, l’ambasciatore Leiter mette in guardia il lettore dal rischio che i fatti vengano filtrati attraverso convinzioni consolidate: «Per quanti traggono piacere dal denigrare Israele, questo testo conterà poco. Come i prigionieri della caverna di Platone, continueranno a scambiare le ombre per la realtà e si rifiuteranno di lasciare che la luce del sole – la verità – li sconvolga».
L’incontro è stato moderato da Matteo Angioli, segretario generale del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, che ha definito il volume «un libro che vuole portare chiarezza nella marea di disinformazione che ha travolto il conflitto israelo-palestinese».
A sottolineare il significato della pubblicazione, a pochi giorni dal terzo anniversario del 7 ottobre, è stato il senatore Giulio Terzi. L’attacco del 7 ottobre, ha affermato, rappresenta «una delle più grandi atrocità commesse contro il popolo ebraico», indicandolo come l’innesco di una lotta finalizzata alla distruzione dello Stato di Israele e della nazione ebraica nel mondo.
Il libro, ha spiegato il senatore, offre dati utili alla ricostruzione del conflitto, in contrapposizione a quelli che definisce «dati falsi diffusi dalle autorità palestinesi di Gaza», accusando il sistema di Hamas di essere riuscito a far penetrare nei media, nell’opinione pubblica e nelle università «il concetto che esiste una risposta volta al genocidio del popolo palestinese».
L’ambasciatore Leiter non ha potuto partecipare al convegno, come inizialmente previsto. La ragione è legata alla sua stessa storia familiare, profondamente segnata dalla guerra. Uno dei suoi figli è morto a Gaza nel 2023, mentre un secondo figlio è rimasto gravemente ferito in un attacco terroristico in Cisgiordania a settembre 2026.
A rappresentare l’Ambasciata di Israele negli Stati Uniti è stato quindi Roi Berger, advisor presso la sede diplomatica israeliana a Washington. Berger ha combattuto sul campo contro i terroristi che avevano attaccato il kibbutz di Kfar Aza il 7 ottobre e ha riportato in sala la memoria di quelle ore: l’orrore della devastazione, l’odore indescrivibile delle case bruciate e dei cadaveri.
«Abbiamo ucciso oltre dieci terroristi e salvato più di cinquanta persone. Eppure, l’8 ottobre, mentre combattevo ancora a Kfar Aza, eravamo già accusati di genocidio», ha raccontato. «Cinque giorni dopo non sapevamo ancora quante persone erano state rapite o uccise e stavamo ancora pulendo il sangue dalle strade, quando alcuni accademici già ci accusavano di genocidio».
Berger ha ricordato anche Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, i due funzionari dell’Ambasciata israeliana a Washington uccisi all’esterno del Capital Jewish Museum nel maggio 2025 all’urlo di «Palestina libera». Secondo Berger, quella vicenda rappresenta la prosecuzione, su un altro terreno, dello stesso conflitto: «I due campi di battaglia sono diventati uno solo: quello fisico, a Kfar Aza, e quello antisemita, a Washington e in tutta Europa».
Il filo conduttore dell’incontro è stato proprio il rapporto tra fatti e narrazione. Un conflitto che, secondo i relatori, non si combatte solo sul terreno militare, ma anche attraverso le parole, i numeri e le immagini che arrivano all’opinione pubblica, soprattutto attraverso i social media e la stampa.
L’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, ha sottolineato che «non è solo una guerra combattuta con le armi, ma anche con le parole. La narrazione non può sostituire i fatti. Uno dei compiti fondamentali di noi diplomatici è cercare di prevenire guerre, ridurre tensioni e favorire condizioni per la pace».
Fiamma Nirenstein ha insistito sulla necessità di ristabilire la verità dei fatti. Ha spiegato come l’eliminazione degli ebrei non si sarebbe fermata alle atrocità del 7 ottobre, ma avrebbe assunto nuove forme dopo quella data: «L’eliminazione – shoah – è proseguita con l’eliminazione degli ebrei dalle gare ciclistiche, dai festival cinematografici, dalle università. È questo che sta accadendo sotto gli occhi di tutti».
La domanda, ha osservato Nirenstein, è come si sia arrivati a questo punto. La sua risposta parte da un processo culturale che, a suo giudizio, avrebbe sedotto «persone per bene che credono nei diritti umani e nel progresso» attraverso uno «svuotamento dei valori» e il loro trasferimento nella narrazione della lotta contro l’«imperialismo» e l’«oppressione». La conclusione è netta: «L’antisemitismo è solo responsabilità degli antisemiti. Gli ebrei non hanno responsabilità delle cose che vengono loro attribuite. Dobbiamo affermare la nostra verità. La verità è la nostra arma. Ecco i dati: ve li diciamo perché amiamo la verità».
Anche Monique Sasson, vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha posto l’accento sulla disinformazione, soffermandosi in particolare sui rischi legati all’intelligenza artificiale e sulle strategie adottate da alcuni Stati contro le fake news e la «tecnologizzazione» dei propri cittadini.
«Genocidio è una parola vera, usata in modo falso. È la parola più grave del diritto internazionale e oggi viene usata come slogan», ha affermato Sasson.
È intervenuto anche Claudio Velardi, direttore del Riformista, che ha ricordato che «il 27 ottobre Israele vota e da qui ad allora la campagna anti-israeliana e antisemita crescerà a dismisura. La risposta di Israele sarà la più semplice e forte: andare alle urne».
La traduzione è stata possibile anche grazie a Bonnie Rose, autrice del podcast cristiano L’Aquila in volo, che ha sottolineato come il lavoro dell’ambasciatore possa «restituire strumenti necessari per distinguere i fatti dalla propaganda e la realtà dalle narrazioni costruite ad arte».
Marco Carrai, console onorario di Israele in Italia, ha ripercorso i meccanismi attraverso i quali l’antisemitismo trasforma progressivamente gli ebrei in carnefici, legittimando l’ostilità nei loro confronti fino a rendere accettabile la loro persecuzione. «Prima arriva la menzogna, poi arriva il colpevole e poi l’odio si può trasformare in violenza». Secondo Carrai, quando si parla di antisemitismo si può discutere, ma esiste una responsabilità particolare nell’uso delle parole.
Lo psicoanalista David Meghnagi ha parlato di «psicosi di massa», richiamando anche una riflessione di Freud indirizzata a Thomas Mann: «Mi auguro che le parole del poeta tengano conto che le parole sono azioni. Le parole sono azioni e dobbiamo tenerlo presente».
Tra gli altri interventi anche quello di Benedetto Sacerdoti, già portavoce del Forum Famiglie degli Ostaggi, che ha ricordato alcune delle vittime e, in particolare, Oded Lifshitz. Ne ha richiamato l’impegno nel dialogo con i palestinesi e nell’aiuto ai malati oncologici palestinesi che necessitavano di cure in Israele. Lifshitz, ha ricordato Sacerdoti, è stato comunque rapito e assassinato dai terroristi a Gaza.
Il testo presentato si propone come un monito sulla necessità di tornare ai fatti. Dati e testimonianze diventano strumenti per affrontare una guerra che, secondo i relatori, non si combatte solo militarmente, ma anche nello spazio pubblico, nella società civile, nelle università e attraverso il linguaggio. L’obiettivo del volume è offrire informazioni utili a orientarsi nella complessità del conflitto in Medio Oriente e in una dinamica sempre più segnata da narrazioni contrapposte, propaganda e guerra dell’informazione.
(Shalom, 6 ottobre 2026)
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Sinwar avvertì Israele prima del 7 ottobre
Tre settimane prima del massacro il leader di Hamas fece arrivare allo Shin Bet un messaggio minaccioso. L’uomo che lo trasmise racconta oggi cosa accadde
di Alessandro Carmi
Un messaggio di Yahya Sinwar arrivò allo Shin Bet meno di tre settimane prima del 7 ottobre. Conteneva una minaccia, la richiesta di prepararsi a svuotare le carceri israeliane e persino una parola, «Zilzal», terremoto, che a posteriori appare sinistra. Eppure l’uomo incaricato dallo stesso Sinwar di trasmettere quell’avvertimento assicura oggi di non aver immaginato che Hamas stesse preparando un’invasione di Israele dalla Striscia di Gaza.
A raccontarlo all’emittente israeliana N12 è Sofian Abu Zaida, esponente palestinese conosciuto con il soprannome di «Occhi di carbone», che ha ricostruito in un’intervista realizzata in Svizzera i contatti avuti con Sinwar e con i servizi israeliani prima del massacro.
La storia comincia nel marzo 2022, quando Ghazi Hamad, dirigente di Hamas, contatta Abu Zaida per cercare di riavviare le trattative sulla restituzione dei corpi dei soldati Hadar Goldin e Oron Shaul e sui due israeliani allora trattenuti a Gaza, Avera Mengistu e Hisham al-Sayed. Hamad gli comunica che Sinwar si fida di lui. Abu Zaida diventa così uno degli intermediari di un negoziato che coinvolge indirettamente Hamas e Israele.
Il 1° agosto 2022 incontra anche Ronen Bar, allora capo dello Shin Bet. Secondo il suo racconto, sul tavolo ci sono il rilascio di centinaia di detenuti palestinesi e, in cambio di progressi sulla questione degli israeliani trattenuti a Gaza, concessioni riguardanti l’ingresso di lavoratori palestinesi in Israele, la ricostruzione della Striscia e le infrastrutture per acqua ed elettricità.
Poi arriva il 14 settembre 2023.
Sinwar convoca Abu Zaida con urgenza. Mancano ventitré giorni al massacro. Gli spiega che qualche progresso è stato compiuto, però la distanza tra le richieste di Hamas e ciò che Israele è disposto a concedere rimane troppo grande. A quel punto gli ordina di annotare il messaggio «parola per parola, lettera per lettera».
Nell’intervista Abu Zaida mostra il quaderno sul quale sostiene di aver trascritto quelle parole. Compare «Zilzal». Sinwar chiede a Israele di prepararsi a liberare tutti i detenuti palestinesi entro la fine di settembre.
Abu Zaida capisce di trovarsi davanti a una minaccia. Ciò che afferma di non aver compreso è la sua portata. Dopo l’incontro telefona a Mohammed Dahlan e Samir al-Mashharawi negli Emirati Arabi Uniti. Entrambi gli chiedono se Sinwar abbia davvero voluto che quelle parole fossero consegnate agli israeliani. Abu Zaida risponde che il messaggio gli sembra estremamente importante, pur ignorando che cosa nasconda.
Lo traduce quindi in ebraico e lo invia via WhatsApp al suo contatto nello Shin Bet. La reazione, stando al suo racconto, è immediata. Nel giro di mezz’ora viene richiamato e interrogato sullo stato d’animo di Sinwar, sul significato delle sue parole e sulle «carte» che il leader di Hamas potrebbe essere pronto a giocare. Il giorno successivo incontra anche il responsabile della regione meridionale dello Shin Bet, conosciuto con il nome operativo di «Oscar».
Il particolare decisivo è ciò che Abu Zaida dice di aver pensato allora. Immaginava che Hamas progettasse il rapimento di un soldato o di un civile in Cisgiordania per procurarsi una nuova merce di scambio. L’ipotesi di un’offensiva su vasta scala lanciata dalla Striscia, assicura, non gli passò per la mente.
La sua testimonianza complica quindi la discussione sugli avvertimenti che precedettero il 7 ottobre. Abu Zaida contesta in particolare le ricostruzioni secondo cui avrebbe trasmesso a Israele un avviso inequivocabile dell’imminente attacco. Il messaggio c’era, la minaccia pure. La sua interpretazione, sostiene, era diversa.
Rimane la domanda più pesante. Se un intermediario palestinese poteva non comprendere ciò che Sinwar stava preparando, quale lettura diedero di quel messaggio gli uomini incaricati professionalmente di decifrare le intenzioni di Hamas? È lo stesso Abu Zaida a formularla: se lui non aveva capito l’allusione, perché neppure l’intero apparato di sicurezza israeliano riuscì a comprenderla?
Tre anni dopo il 7 ottobre, quel quaderno mostrato davanti alle telecamere aggiunge così un altro tassello al dossier dei segnali raccolti e interpretati in maniera sbagliata prima della più grave catastrofe della storia di Israele.
(Setteottobre, 6 ottobre 2026)
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Metto la mia comunità prima del mio partito», afferma il democratico ebreo che appoggia Lawler
(JNS) Stacy Caridi, una democratica ebrea che è vicesindaca di Montebello, nello Stato di New York, ha dichiarato lunedì di sostenere il deputato Mike Lawler (R-N.Y.), elogiandolo per il suo sostegno a Israele e per il suo impegno nel contrastare l’odio antiebraico, ha riferito Jewish Insider.
Caridi, che ricopre il suo incarico nella contea di Rockland, nella Hudson Valley, ha annunciato il suo sostegno attraverso un video della campagna elettorale.
«Mike è al fianco di Israele e si batte contro l’antisemitismo», ha detto. «Lo denuncia quando proviene dalla destra e lo denuncia quando proviene dalla sinistra».
«Metto la mia comunità davanti al mio partito e sostengo un candidato che lavora per tutti noi», ha aggiunto, spiegando così la sua decisione di appoggiare un candidato di un altro partito.
Nel video, Caridi ha detto di conoscere Lawler, che non è ebreo, fin da quando quest’ultimo faceva parte dell’Assemblea dello Stato di New York. Ha sottolineato i suoi legami con la contea di Rockland, dove è cresciuto, ha frequentato la Suffern High School e dove oggi vive con la sua famiglia.
La contea di Rockland ospita circa 90.000 ebrei e, secondo lo Stato di New York, ha la più alta concentrazione di popolazione ebraica pro capite tra tutte le contee degli Stati Uniti.
Caridi ha attribuito al deputato il merito di aver portato oltre 120 milioni di dollari di finanziamenti federali nel distretto, compresi 5 milioni di dollari destinati alla realizzazione di marciapiedi e a progetti per la sicurezza stradale a Ramapo e nei suoi comuni.
«Nessuno conosce questa comunità meglio di Mike, e lui porta risultati», ha dichiarato.
Il deputato ha elogiato Caridi, affermando che lei «giudica le persone in base al loro operato, indipendentemente dal partito».
Anche Ally Chemtob, democratica e membro del consiglio comunale di New Castle, ha espresso il proprio sostegno a Lawler.
«Abbiamo assistito a un’esplosione dell’antisemitismo in ogni aspetto delle nostre vite», ha detto Chemtob. «Abbiamo anche visto molte persone che consideravamo nostre alleate abbandonarci, ma ci è stato anche ricordato chi sono i nostri veri amici, chi è disposto a stare al nostro fianco».
Il rapporto di Lawler con la comunità ebraica «trascende le considerazioni di carattere partitico», ha affermato Chemtob.
«Il mio sostegno a Mike è personale, perché quando guardo oltre le etichette di partito e penso a una persona che conosco e di cui mi fido, vedo qualcuno che si preoccupa della sicurezza e del benessere dei miei figli», ha detto.
Lawler è candidato contro Cait Conley, veterana dell’esercito che ha prestato servizio in Iraq e Afghanistan e che in seguito è stata direttrice per l’antiterrorismo nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale durante l’amministrazione Biden.
Anche Conley si è presentata come una democratica favorevole a Israele. AIPAC sta raccogliendo fondi per Lawler sul proprio sito web.
(HaKol, 6 ottobre 2026)
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Sulla libertà dell’uomo di decidere contro i propri istinti interiori – e sulla responsabilità che ne deriva
L’uomo è in balia della propria natura? Oppure può scegliere il bene anche quando il male è già in agguato alla sua porta? Questa domanda accompagna l’umanità sin dai tempi di Caino e Abele. La risposta di Dio a Caino consiste in un’unica, potente parola: תמשול – Timschol. Tu puoi dominare. Non sugli altri, ma su ciò che in te stesso reclama il dominio.
di Anat Schneider
Quando avevo sedici anni, lessi John Steinbeck La valle dell’Eden, un romanzo che si basa sulla storia biblica di Caino e Abele. Un pensiero tratto da quel libro mi è rimasto impresso nella memoria per molti anni e mi ha tormentato: la possibilità che una persona nasca senza coscienza e sia capace di atti crudeli senza provare il dolore che infligge agli altri. All’epoca interpretavo così il personaggio di Cathy, e facevo fatica ad accettare questa rappresentazione. Mi sembrava quasi una giustificazione delle sue azioni: era nata così, quindi non ci si poteva aspettare altro da lei.
Già allora volevo capire se un essere umano potesse scegliere il bene, anche se il male lo attirava a sé. Il pensiero che il suo destino potesse essere predeterminato dalla sua natura mi lasciava un profondo senso di inquietudine, al quale non riuscivo a trovare risposta. Allo stesso tempo, da ciò nacque il desiderio di comprendere l’anima umana e la sua capacità di cambiare. Nel corso degli anni, il tema della scelta della vita è diventato un asse centrale della mia vita, del mio operato e della mia scrittura, fino a trovare infine spazio anche nel mio libro E voi sceglierete la vita. Solo oggi riconosco il legame tra quella domanda che mi tormentava da adolescente e il percorso che la mia vita ha poi intrapreso.
Di recente è stato pubblicato su Netflix un nuovo adattamento di La valle dell’Eden, e sono stata nuovamente risucchiata nella storia che mi ha sempre affascinata. Nella serie compare anche quel momento centrale del romanzo: la profonda riflessione filosofica che Steinbeck sviluppa attorno alla parola ebraica «Timschol» – תמשול. Steinbeck pone l’interpretazione di questa parola al centro della sua opera. Per lui essa non promette né una vittoria definitiva sul peccato, né annuncia un destino ineluttabile. Piuttosto, offre all’uomo la possibilità di scegliere.
Questa riflessione mi ha ricondotta in quel luogo interiore in cui, sin dalla mia prima lettura, avevo cercato una risposta. Improvvisamente quella parola, che da adolescente avevo trascurato, ha acquisito una profondità del tutto nuova. Per comprendere la portata di questa scoperta, dobbiamo tornare al testo biblico stesso, alle parole che Dio rivolge a Caino, ancora prima che questi faccia del male a suo fratello.
Caino e Abele offrono un sacrificio a Dio. Caino offre i frutti del campo, Abele le primizie del suo gregge. Dio accetta il sacrificio di Abele, ma non quello di Caino. La Torah non spiega esplicitamente il perché. Ci pone piuttosto di fronte a una persona in cerca di riconoscimento che deve assistere al fatto che suo fratello lo riceve. «Allora Caino si adirò grandemente e il suo volto si abbatté».
Caino deve affrontare una delusione che colpisce la sua stessa autostima. Il riconoscimento di cui gode Abele può essere percepito da lui come la prova che lui stesso valga meno.
A questo punto, il risentimento e l’autostima ferita possono trasformarsi nel desiderio di ferire proprio colui che provoca questo dolore in noi. Dio si rivolge a Caino e gli chiede: «Perché ti sei adirato e perché hai abbassato il volto?». Poi Dio gli parla della possibilità di fare il bene e del peccato che è in agguato alle porte. Le sue parole si concludono con la frase: «Il suo desiderio è rivolto a te, ma tu dovrai dominare su di lui» (Genesi 4,7).
La parola ebraica תמשול – Timschol – deriva dalla radice משל (maschal) e in questo contesto significa dominare, guidare o esercitare controllo. Nell’interpretazione ebraica queste parole vengono intese, in sostanza, così: «Se vuoi, puoi superarlo». In questo discorso di Dio a Caino colgo una profonda fiducia nell’uomo. Dio si rivolge a Caino in un momento in cui egli può ancora fermarsi un attimo. Crede che sia in grado di ascoltare, di superare se stesso e di prendere una decisione, anche nel pieno della tempesta dei suoi sentimenti.
C’è una grande profondità nel fatto che questa storia si trovi proprio all’inizio della Bibbia. Fin dall’inizio della storia dell’umanità viene stabilito un legame tra il mondo interiore dell’uomo e la vita dell’altro. La nostra responsabilità verso l’altro inizia ancora prima dell’atto, in quel momento in cui diamo una direzione alla nostra ira. Alla fine Caino uccide Abele. Quando Dio gli chiede dove sia suo fratello, egli risponde: «Sono forse io il custode di mio fratello?»
Il sangue di suo fratello grida dalla terra e, ferendo suo fratello, Caino scuote al contempo il proprio posto nel mondo. Ma oltre al giudizio, Dio dà a Caino un segno che lo protegga, per impedire un’ulteriore spirale di violenza. Caino deve continuare a vivere e convivere con le conseguenze del suo gesto.
Tutti conosciamo quei momenti in cui una reazione offensiva ci sembra giustificata perché noi stessi siamo stati feriti. Fermarci proprio in quel momento ci richiede di percepire ciò che ci spinge interiormente e di scegliere azioni che potremo sostenere anche quando la tempesta sarà passata. Davanti allo schermo ho finalmente ricevuto una risposta a quella domanda che mi tormentava da quando avevo sedici anni.
Mi ha commosso rendermi conto di come una domanda, balenata nella mia mente durante la giovinezza, avesse contribuito a plasmare il mio percorso spirituale ed emotivo, proprio come altri libri che leggevo all’epoca e che lasciavano in me interrogativi il cui influsso sulla mia vita comprendo solo oggi, guardando indietro. Questo ponte tra la letteratura generale e il testo biblico ha chiuso per me un cerchio intellettuale ed emotivo. La Parola, che mi aspettava fin dalla mia giovinezza, mi ha dato una risposta: l’istinto è parte di me, ma la guida della mia vita è nelle mie mani.
Ora resta solo una domanda: come mi guiderò quando arriverà il momento in cui l’istinto vorrà decidere al posto mio?
(Israel Heute, 6 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Caino deve affrontare una delusione che colpisce la sua stessa autostima.... Fin dall’inizio della storia dell’umanità viene stabilito un legame tra il mondo interiore dell’uomo e la vita dell’altro.” E Dio che c'entra in tutto questo? Anche in Israele dunque si privilegia la lettura antropocentrica della Bibbia? Tutto gira intorno all’uomo: autostima, non adorazione; non è non è la stima di Dio che conta, ma quella che io do di me stesso. Si legga bene, Caino non soffre per uno sgarbo ricevuto da Abele, ma per il giudizio che Dio dà sull’atto di culto che liberamente i due gli hanno offerto. Commento nello stralcio che segue.
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Il primo peccatore
Da notare il comportamento di Dio con Caino, che è il primo peccatore al mondo, il primo omicida, il primo seguace di colui che “è stato omicida fin dal principio” (Giovanni 8:44). Nella Bibbia non è detto il motivo esplicito per cui Dio gradì l’offerta di Abele e non quella di Caino (Genesi 4:3-5). Non ci sta bene? Attenzione, perché corriamo il rischio di reagire come Caino, cioè essere irritati contro il Dio della Bibbia. Perché è lì che Dio si rivela. E per avere risposte convincenti dalla Bibbia occorre conoscerla in tutta la sua totalità (approccio olistico); chi ha fretta e non vuole leggere o ascoltare, eviti di chiedere. La Sacra Scrittura è un organismo vivo che non sopporta di essere squartato per estrarne un pezzo da esaminare al microscopio.
Il peccato di Caino non sta in quello che ha fatto prima del giudizio che Dio ne ha dato, ma in quello che ha fatto dopo. Con la sua irritazione ha fatto capire a Dio di “non essere d’accordo” con Lui. E il Signore è stato molto paziente con questo autentico “figlio degli uomini” - generato per primo da una donna con il seme di un uomo -, e gli ha rivolto buone parole di esortazione e ammonimento. Ma queste hanno finito per aumentare la sua irritazione, al punto che non potendo colpire Dio si è scagliato contro chi ai suoi occhi lo rappresentava: Abele.
Qui entra in gioco la terra:
“L’Eterno disse: ‘Che hai fatto? la voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra’” (Genesi 4:10).
La terra era stata maledetta, e tuttavia l’uomo poteva ancora trarne il frutto, anche se con affanno (Genesi 3:17), ma il sangue di quell’uomo ucciso grida a Dio e la maledizione che aveva subito la terra raggiunge ora anche l’uccisore, che non riceverà più alcun frutto dalla terra bagnata da quel sangue. Conseguenza:
“Ora tu sarai maledetto, condannato a vagare lontano dalla terra che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando coltiverai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti, e tu sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra” (Genesi 4:11-12).
La pena inflitta è davvero pesante.
“E Caino disse all'Eterno: “Il mio castigo è troppo grande perché io lo possa sopportare. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo, e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, e sarò vagabondo e fuggiasco per la terra; e avverrà che chiunque mi troverà mi ucciderà” (Genesi 4:13-14).
Sì, sarà vagabondo, perché dovrà sempre cercare una terra che gli dia frutto, e “fuggiasco”, perché dovrà continuamente scappare davanti a chi vuole ucciderlo.
Il Signore ascolta il lamento di Caino e stabilisce una protezione:
“E l'Eterno gli disse: ‘Perciò, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui’. E l'Eterno mise un segno su Caino, affinché nessuno, trovandolo, l'uccidesse” (Genesi 4:15).
A Caino però il segno di Dio non basta. Non volendo continuare a fuggire davanti agli uomini, riprende a fuggire davanti a Dio. Per non passare tutta la vita da eterno migrante, fa una cosa non prevista dal “piano regolatore” di Dio per il terreno: fonda una città. Sarà tutta sua. Gli darà il nome di suo figlio (Enoc) e ne diventerà il primo cittadino. Non il segno di Dio, ma le mura costruite dai cittadini saranno una difesa contro chi volesse ucciderlo.
E Dio “abbozza”. Permette al vagabondo e fuggiasco per la terra di diventare l’onorato abitante di una stabile città. Se questo non è amore… M.C.
(da "Perché Dio ha creato il mondo?" Notizie su Israele)
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Cinquecento leader cristiani a Gerusalemme per Israele
di Shira Navon
Sono arrivati in Israele in più di 550, provenienti da 51 Paesi, e rappresentano comunità cristiane capaci di raggiungere decine di milioni di persone nel mondo. Pastori, vescovi, responsabili di grandi organizzazioni religiose e personalità pubbliche si sono dati appuntamento a Gerusalemme in questi giorni di Sukkot, a ridosso del terzo anniversario del massacro del 7 ottobre. A guidarli è il vescovo Robert Stearns, fondatore e presidente di Eagles’ Wings, organizzazione cristiana impegnata da oltre trent’anni nel rapporto con Israele e con il popolo ebraico.
Il momento più visibile della visita sarà questa sera, 3 ottobre, alla Torre di David, dove si svolgerà Awake Jerusalem, una manifestazione di musica, preghiera e solidarietà con Israele. I biglietti, secondo Stearns, sono andati esauriti in quattro ore. Dietro il concerto c’è però un progetto assai più ambizioso. La delegazione resterà nel Paese dieci giorni, incontrando esponenti israeliani, rappresentanti dell’IDF e del ministero degli Esteri, leader religiosi, ostaggi tornati dalla prigionia di Hamas e famiglie che hanno perso i propri cari dopo il 7 ottobre.
Stearns insiste soprattutto su un punto. La solidarietà cristiana verso Israele deve uscire dal recinto delle dichiarazioni e tradursi in conoscenza, presenza e iniziativa. «Dobbiamo pregare, ma dobbiamo diventare la risposta alla preghiera che stiamo facendo», ha spiegato. Chi partecipa alla missione dovrà dunque tornare nel proprio Paese preparato a parlare di Israele, contrastare l’antisemitismo e intervenire nelle proprie comunità.
È un passaggio importante in un momento in cui, soprattutto tra le generazioni più giovani, il rapporto di una parte del mondo cristiano con Israele viene sottoposto alla pressione dei social network, delle mobilitazioni universitarie e di una rappresentazione del conflitto spesso radicalmente ostile allo Stato ebraico. Eagles’ Wings ha scelto da tempo una strada elementare e proprio per questo efficace. Portare le persone in Israele, farle incontrare con gli israeliani, mostrare loro il Paese reale.
Negli anni l’organizzazione afferma di avere accompagnato in Israele circa 45 mila persone. Di recente ha portato nel Paese anche cento studenti, puntando proprio sulla generazione più esposta alla propaganda antisraeliana. L’esperienza diretta, sostiene Stearns, riesce talvolta dove conferenze e discussioni falliscono. Visitare Gerusalemme, incontrare una famiglia israeliana, vivere uno Shabbat può modificare una percezione costruita a migliaia di chilometri di distanza.
Resta una distanza che lo stesso Stearns riconosce. Molti israeliani guardano con diffidenza al sostegno degli evangelici, anche per le profonde differenze teologiche che separano ebraismo e cristianesimo. Fingere che quelle differenze non esistano sarebbe inutile. Stearns propone invece di riconoscerle apertamente e costruire il rapporto su ciò che unisce. A suo giudizio, cristiani ed ebrei condividono una larghissima parte della loro visione morale e devono trasformarla in collaborazione concreta.
La portata potenziale è enorme. Le reti rappresentate dalla delegazione di questi giorni raggiungerebbero, secondo Eagles’ Wings, circa cento milioni di persone. E il 4 ottobre, con la ventiquattresima Giornata di preghiera per la pace di Gerusalemme, l’organizzazione prevede il coinvolgimento di comunità cristiane in 175 Paesi.
In un tempo nel quale l’isolamento internazionale di Israele è diventato uno dei terreni centrali dello scontro seguito al 7 ottobre, vedere centinaia di leader cristiani arrivare a Gerusalemme ha quindi un significato che supera quello religioso. Stearns lo ha riassunto ricorrendo a una parola imparata dall’ebraico e dallo yiddish, «tachles», andare al concreto. Dopo la preghiera, insomma, vengono i fatti. E la scelta di esserci.
(Setteottobre, 5 ottobre 2026)
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“La nuova accusa del sangue”: il convegno del Riformista al Senato sulla genesi del moderno antisemitismo
Si è tenuto oggi, alle ore 10, il convegno “La nuova accusa del sangue – La Genesi del Moderno Antisemitismo”, promosso da Il Riformista, nella Sala Capitolare presso il Senato. Al centro dell’incontro, le forme contemporanee dell’odio antiebraico e il modo in cui antichi pregiudizi tornano oggi a circolare nel dibattito pubblico. Sono intervenuti Claudio Velardi, Giulio Terzi di Sant’Agata, Matteo Angioli, Marco Carrai, Cristina Franco, Olimpia Galiberti, Ernesto Galli della Loggia, Roy Berger, David Meghnagi, Fiamma Nirenstein, Jonathan Peled, Bonnie Rose, Benedetto Sacerdoti, Monique Sasson, Bruno Spinazzola e Aldo Torchiaro.
(HaKol, 5 ottobre 2026)
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«Per motivi di sicurezza»: escluso un fondatore israeliano da un hackathon a San Francisco
La motivazione addotta per il rifiuto è stata la «sicurezza» dei partecipanti, ma nei messaggi scambiati con l’organizzatore il riferimento è esplicitamente alla vicenda dei cercapersone esplosi in Libano nel settembre 2024. La San Francisco Tech Week ha successivamente rimosso l’hackathon dal proprio calendario ufficiale, indicando una violazione dei propri termini di utilizzo.
di Anna Balestrieri
Un fondatore israeliano di una startup di intelligenza artificiale è stato escluso da un hackathon a San Francisco dopo che gli organizzatori hanno scoperto il suo passato nella Unità 8200 dell’esercito israeliano. La motivazione addotta per il rifiuto è stata la «sicurezza» dei partecipanti, ma nei messaggi scambiati con l’organizzatore il riferimento è esplicitamente alla vicenda dei cercapersone esplosi in Libano nel settembre 2024.
Il protagonista della vicenda è Adam Levi, fondatore della startup di intelligenza artificiale Stealth ed ex membro dell’Unità 8200. Levi aveva chiesto di partecipare al “Build Your Agentic Investment Bank – Hackathon”, un evento dedicato allo sviluppo di agenti di intelligenza artificiale per il settore finanziario, previsto per il 6 ottobre a San Francisco nell’ambito della Tech Week.
La sua partecipazione è stata inizialmente approvata, ma successivamente ritirata. In una conversazione privata resa pubblica dallo stesso Levi, l’organizzatore Mostapha Benhenda gli comunica che la sua partecipazione non può essere convalidata «per motivi di sicurezza». Alla richiesta di spiegazioni, però, il riferimento diventa molto più preciso.
«I partecipanti all’hackathon portano con sé cercapersone, smartphone e computer portatili», scrive Benhenda, secondo gli screenshot pubblicati da Levi, aggiungendo di non volere che l’«IGF» — acronimo dispregiativo utilizzato per riferirsi alle Israel Defense Forces — faccia esplodere quei dispositivi «in faccia» ai partecipanti. «Quello che è successo in Libano non deve succedere in California», scrive ancora l’organizzatore, spiegando che all’evento avrebbero partecipato anche cittadini libanesi e palestinesi.
Il riferimento è all’operazione del settembre 2024 nella quale migliaia di cercapersone e altri dispositivi utilizzati da Hezbollah esplosero simultaneamente in Libano. L’episodio, attribuito a Israele, provocò vittime e feriti e divenne uno degli episodi più controversi della guerra tra Israele e Hezbollah.
• La risposta di Levi: «Le cene di Shabbat sono l’unico posto in cui possiamo essere accettati»
Levi ha scelto di rendere pubblica la conversazione su X. In un primo post ha condiviso lo screenshot accompagnandolo con una domanda sarcastica: «Is that a threat?», taggando anche account ufficiali israeliani.
Poco dopo ha pubblicato una seconda battuta, diventata rapidamente virale: «Turns out shabat dinners is the only place we can get accepted to in sf», cioè: «A quanto pare le cene di Shabbat sono l’unico posto in cui possiamo essere accettati a San Francisco». Il post ha raggiunto centinaia di migliaia di visualizzazioni e ha trasformato una controversia inizialmente circoscritta in un caso molto più ampio nel mondo della tecnologia americana.
Nei post successivi Levi ha mantenuto un tono ironico. A chi gli chiedeva se fosse coinvolto nella progettazione dei cercapersone esplosivi ha risposto: «For everyone asking building explosive pagers was never my thing», precisando subito dopo che il suo lavoro riguarda invece il fintech e la ricerca sugli investimenti. Ha quindi invitato gli utenti che si trovano a San Francisco a contattarlo.
La scelta di Levi è significativa: invece di presentarsi esclusivamente come vittima dell’episodio, ha utilizzato la vicenda per rilanciare pubblicamente la propria attività professionale. In un’altra dichiarazione riportata dall’Algemeiner, ha spiegato di voler comunque andare a San Francisco per la Tech Week e di voler continuare a costruire la propria azienda. «What happened is exactly why I build», ha detto: ciò che è successo è esattamente il motivo per cui costruisco.
• L’organizzatore rilancia: «Non possiamo sapere se fosse coinvolto»
La controversia non si è però fermata alla pubblicazione degli screenshot. Benhenda ha continuato a rispondere a Levi su X, sostenendo che il suo passato nell’Unità 8200 rappresentasse un rischio.
«Hai comunque prestato servizio nell’Unità 8200 durante l’attacco dei cercapersone in Libano. Non c’è modo di sapere che non fossi coinvolto, dato che le tue attività sono classificate», ha scritto l’organizzatore.
Benhenda ha poi aggiunto che l’esercito americano e la CIA non condurrebbero attacchi sul territorio statunitense e ha sostenuto, con evidente tono provocatorio, che Levi sarebbe invece il benvenuto agli eventi organizzati in Israele, persino presso il centro Azrieli di Tel Aviv, «proprio di fronte» alla sede dell’Unità 8200. «Nessun rischio per la sicurezza in questa sede», ha scritto.
Il passaggio è importante perché sposta ulteriormente la questione: non si tratta più soltanto di una decisione organizzativa motivata genericamente dalla sicurezza, ma di un’associazione individuale tra un cittadino israeliano, il suo precedente servizio militare e un’operazione attribuita allo Stato di Israele.
• Lo sponsor si ritira e Tech Week rimuove l’evento
Le conseguenze sono arrivate rapidamente. Secondo quanto riferito da Levi all’Algemeiner, investitori di Andreessen Horowitz, uno dei principali nomi del venture capital della Silicon Valley, lo hanno contattato direttamente comunicandogli il ritiro della sponsorizzazione dell’evento.
Anche San Francisco Tech Week ha successivamente rimosso l’hackathon dal proprio calendario ufficiale, indicando una violazione dei propri termini di utilizzo. Secondo la stampa israeliana, l’evento era stato programmato per il 6 ottobre e contava circa 200 partecipanti registrati.
La vicenda ha inoltre assunto un’ulteriore dimensione dopo che è emerso che il luogo indicato dagli organizzatori, il Frontier Tower di San Francisco, non sarebbe stato effettivamente informato dell’evento. Un responsabile della struttura ha dichiarato pubblicamente di non aver ricevuto comunicazioni dagli organizzatori e che l’evento non si sarebbe tenuto lì.
• Un caso che va oltre il singolo hackathon
L’episodio riapre una questione sempre più presente nel settore tecnologico americano: fino a che punto il conflitto israelo-palestinese può trasformare l’identità nazionale, il passato militare o l’origine di un professionista in un criterio per stabilire chi può partecipare a uno spazio professionale internazionale?
Levi sostiene di aver incontrato nel settore tecnologico americano sia «un’ondata di odio» sia una quantità straordinaria di solidarietà. Ha raccontato all’Algemeiner di aver assistito anche a episodi estremi, citando il caso di un ricercatore di uno dei principali laboratori di intelligenza artificiale che gli avrebbe detto apertamente di sostenere Hamas.
Al tempo stesso, la vicenda mostra la rapidità con cui una controversia locale può diventare globale quando viene portata su X. Uno screenshot privato, una battuta ironica e una risposta dell’organizzatore hanno trasformato un’esclusione da un hackathon in un caso discusso da investitori, aziende tecnologiche e migliaia di utenti online.
Per Levi, almeno pubblicamente, la conclusione resta quella annunciata sui social: continuerà a lavorare e a partecipare alla Tech Week. L’episodio, dice, non lo farà arretrare. Al contrario, è diventato parte della sua stessa narrazione pubblica come imprenditore israeliano nella Silicon Valley.
(Bet Magazine Mosaico, 5 ottobre 2026)
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L’attentato che non avrebbe dovuto esserci
di Michail Kantor *
Immaginiamo per un attimo la scena, cosa che ho fatto più di una volta negli ultimi giorni: un volo da Dubai a Tel Aviv, di prima mattina, 174 persone a bordo, la maggior parte delle quali israeliane. Famiglie che tornano a casa, viaggiatori d’affari, forse qualche turista. E da qualche parte nella parte anteriore, dietro la porta chiusa della cabina di pilotaggio, due uomini stanno lottando tra loro mentre l’aereo perde quota.
Il 30 settembre è successo proprio questo sul volo FlyDubai FZ1073. L’aereo ha subito un forte calo di quota ed è stato costretto ad effettuare un atterraggio di emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita. I passeggeri hanno riferito fin da subito che il copilota avrebbe aggredito il comandante; le autorità israeliane hanno parlato del sospetto di un tentato attentato terroristico.
Non so come ci si senta ad avere paura in un momento del genere. Spero di non doverlo mai scoprire. Quello che so, però, è che mentre queste persone erano bloccate a Tabuk e gli investigatori avevano appena iniziato a raccogliere le prove, una parte di Internet aveva già risolto il caso.
• Un’ora per emettere il verdetto
Mossad, Benjamin Netanyahu, falsa bandiera, campagna elettorale. Come documentato dal «Jerusalem Post», i primi post che accusavano Israele di aver inscenato il tutto circolavano già circa un’ora dopo l’incidente. Poco dopo è apparso un video falso in stile BBC che suggeriva il coinvolgimento dei servizi segreti israeliani. A quel punto, nessun investigatore saudita aveva presentato risultati, né alcuno degli Emirati, e FlyDubai aveva appena avviato la propria indagine. Eppure, persone che a migliaia di chilometri di distanza fissavano i propri cellulari conoscevano già il colpevole, il regista e la sceneggiatura. Israele, chi altri?
In qualità di avvocato e difensore penale, gran parte del mio lavoro consiste nel diffidare delle certezze affrettate, comprese quelle delle procure e dei governi. Per questo affermo senza esitazione: le prime valutazioni israeliane potevano e dovevano essere verificate. Il 27 ottobre Israele eleggerà un nuovo parlamento, e un capo di governo in campagna elettorale non può pretendere che ogni sua prima interpretazione venga accettata senza verifica.
La preoccupazione che un incidente di sicurezza possa essere strumentalizzato a fini di politica interna è legittima. Ma da ciò non ne consegue, neanche lontanamente, che sia stato inventato. Chi confonde le due cose dovrebbe, per coerenza, attribuire ogni attentato, ogni guerra e ogni catastrofe naturale a chi, in seguito, vede aumentare i propri consensi nei sondaggi. Questo non ha più nulla a che vedere con l’analisi. È superstizione con il Wi-Fi.
• Un punto di atterraggio scomodo
Per la tesi del Mossad c’era fin dall’inizio un dettaglio piuttosto scomodo: l’aereo non è atterrato in Israele, ma in Arabia Saudita. Le prime indagini sono state quindi condotte da uno Stato che non è certo considerato un braccio armato della comunicazione governativa israeliana.
Il Ministero dell’Interno saudita ha comunicato, dopo le prime indagini, che a bordo c’era stata una colluttazione durante la quale il copilota aveva aggredito il comandante; entrambi sarebbero rimasti feriti. Le indagini sono state condotte in collaborazione con una squadra di sicurezza degli Emirati Arabi Uniti, alle cui autorità sono stati successivamente consegnati i piloti.
A questo punto, al più tardi, uno scettico onesto avrebbe dovuto fermarsi a riflettere: forse lassù è successo davvero qualcosa. Invece, la teoria ha semplicemente continuato a crescere, e la sua logica è tanto semplice quanto spaventosa. L’Arabia Saudita conferma l’aggressione? Allora Riad è coinvolta.
Gli Emirati partecipano alle indagini? Ci caschiamo. I passeggeri ne parlano? Ma sono israeliani. E probabilmente anche il capitano indiano ferito sta solo recitando una parte.
Le prove contrarie non danneggiano una narrazione complottista, anzi la alimentano. Il risultato finale è una visione del mondo in cui un’affermazione diventa tanto più vera quanto più le autorità indipendenti la smentiscono.
• Poi è intervenuta Abu Dhabi
Il 3 ottobre è arrivata la dichiarazione che avrebbe dovuto far crollare il castello di carte. Non proveniva da Gerusalemme. Come riporta il sito di notizie degli Emirati «The National», il procuratore generale degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato che le indagini avrebbero rivelato che il copilota avrebbe voluto compiere un atto terroristico. Avrebbe aggredito il comandante nella cabina di pilotaggio con un'ascia di emergenza e avrebbe tentato di prendere il controllo dell’aereo. Bisogna immaginare per un attimo questa scena: un’ascia, in una cabina di pilotaggio, in alto sopra il deserto, con 174 persone a bordo.
Per correttezza, va sottolineato ciò che hanno ribadito anche le autorità: le indagini sul movente, i retroscena e i possibili collegamenti sono ancora in corso. Non sappiamo se l’uomo abbia agito da solo, se qualcuno lo abbia influenzato, se siano stati motivi ideologici o personali a determinare la sua azione. In qualità di giurista, attribuisco grande importanza a questa precisazione e ritengo che sarebbe disonesto ometterla.
Una cosa, però, è ormai difficilmente sostenibile, ovvero che l’intera vicenda sia un’invenzione israeliana. FlyDubai è una compagnia aerea di Dubai. Un proprio pilota che diventa un attentatore non è una notizia che nessuna compagnia aerea al mondo vorrebbe diffondere, poiché solleva immediatamente interrogativi sulla selezione del personale, sui controlli di sicurezza e sui controlli interni. Se proprio le autorità di questo Paese parlano di un tentativo di atto terroristico, ci si potrebbe aspettare almeno una breve riflessione da parte di coloro che due giorni prima gridavano «Mossad!». Forse anche qualcosa che oggi sembra quasi esotico: che qualcuno cambi idea.
• Perché nessuno fa marcia indietro
Ma proprio questo non accade, ed è ciò che trovo più inquietante in questa vicenda. Che dopo un evento caotico circolino assurdità è una cosa vecchia quanto la notizia stessa. La novità sta nella rapidità con cui una dichiarazione diventa un’identità. Chi mercoledì ha postato «messa in scena del Mossad», sabato dovrebbe scrivere: «A quanto pare mi sono sbagliato». Il web non premia frasi del genere. Premia la certezza e l’indignazione, ma soprattutto le storie che mostrano il mondo esattamente come lo si è sempre immaginato.
Per alcune persone Israele non è più da tempo uno Stato il cui governo si possa criticare, le cui decisioni si possano esaminare e il cui primo ministro si possa affrontare con durezza. Per loro Israele è diventato una dichiarazione universale. Se gli israeliani vengono attaccati, potrebbe esserci Israele dietro. Se sopravvivono, a maggior ragione. E se gli Stati arabi confermano parti della versione israeliana, ciò dimostra solo quanto sia lunga la mano di Israele.
Un’ipotesi che non può essere confutata da nessun evento immaginabile, però, non è più un’ipotesi. È un credo.
• Dove passa il confine
Non voglio mescolare qui cose che non c’entrano tra loro. La critica a Israele non è di per sé antisemita, né lo è la diffidenza nei confronti di un governo israeliano. Naturalmente ci si può chiedere in che modo Benjamin Netanyahu sfrutti politicamente un simile episodio a poche settimane dalle elezioni. Il limite viene però superato quando non si ricorre più a prove per giudicare Israele, ma è Israele stesso a diventare la prova. «Israele ne trae vantaggio, quindi è stato Israele». «Il Mossad sarebbe in grado di fare una cosa del genere, quindi è stato il Mossad».
Chi ragiona in questo modo, consapevolmente o meno, segue le orme di una narrazione molto antica: quella di un potere ebraico occulto che guida gli eventi, controlla i media e tiene sotto controllo persino i fatti contraddittori. Oggi chi tira le fila ha un altro nome. Il modello di pensiero è rimasto lo stesso.
Forse a qualcuno di questa storia ha dato fastidio anche qualcosa che non direbbe mai apertamente: che le persone a bordo non sono rimaste impotenti. Che i passeggeri sono intervenuti, che un capitano gravemente ferito ha evidentemente continuato a lottare per l’aereo e che da una catastrofe incombente è nata una storia di sopravvivenza. Nessuno deve ricavarne un mito eroico. Ma non bisogna nemmeno deriderla solo perché i sopravvissuti erano israeliani.
• Domande a cui non c’è risposta
In aula, la tesi del Mossad non reggerebbe nemmeno cinque minuti. Nessun tribunale si accontenterebbe di un presunto movente privo di un piano d’azione, di prove e di una sequenza degli eventi comprensibile.
Quindi pongo le domande che qualsiasi difensore e qualsiasi pubblico ministero porrebbe: perché Israele avrebbe dovuto indurre un copilota omanita di una compagnia aerea di Dubai ad aggredire un comandante indiano con un'ascia? Come si sarebbe potuto pianificare un’operazione del genere? Perché si sarebbe dovuto far atterrare proprio in Arabia Saudita la prova più importante, l’aereo stesso? Perché Dubai avrebbe poi dovuto confermare un incidente che solleva domande scomode sulla propria compagnia aerea? E quale vantaggio politico avrebbe portato un complotto internazionale così rischioso, che non si sarebbe potuto ottenere a un costo molto inferiore con un normale discorso elettorale?
Non ho trovato da nessuna parte risposte convincenti a queste domande. C’è solo questa parola che ricorre continuamente: Mossad. E dovrebbe sostituire un’intera argomentazione probatoria.
• Il colpevole è già stato individuato
Ciò che non mi dà tregua riguardo al volo FZ1073 non è affatto il singolo caso. È il pensiero che questo schema si consolidi al punto che nessuno se ne accorga più. La prossima volta forse non ci vorrà più un’ora, ma solo pochi minuti. Un aereo si trova in difficoltà, in una città esplode un ordigno, a un confine si sentono degli spari, e ancora prima che il primo investigatore arrivi sul posto, il colpevole è già stato individuato. Non perché ci siano indizi a suo carico, ma perché è sempre lo stesso. Poi arrivano video, testimonianze, dati di volo e risultati delle indagini provenienti da diversi Stati, anche da quelli che non sono affatto vicini a Israele, e ormai non cambiano più nulla. In un procedimento penale, questo si chiama pregiudizio. In rete, ormai, è considerato un atteggiamento.
Abbiamo più telecamere, più dati e più testimoni di qualsiasi generazione precedente. Eppure cresce il numero di persone per le quali un’unica certezza rende superflua qualsiasi raccolta di prove: se da qualche parte accade qualcosa che riguarda Israele, allora è stato Israele.
L’antisemitismo non ha più bisogno di vecchie caricature né di opuscoli. Gli bastano uno smartphone, un account e qualche parola buttata lì: «Tipico del Mossad. Ovvio.» E se poi l’Arabia Saudita smentisce e due giorni dopo gli Emirati, la teoria non vacilla. Cresce solo la cospirazione.
Da qualche parte ci sono ora 174 persone che sono sopravvissute a una lotta nella cabina di pilotaggio. E devono sentirsi dire che erano solo comparse in uno spettacolo teatrale.
* L’autore, è avvocato a Düsseldorf
(Israelnetz, 5 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il discorso profetico di Gesù
Oggi il futuro è di moda. Abbondano in rete video e podcast che ne parlano, anche con riferimenti a concetti noti in campo evangelico come anticristo, grande tribolazione, rapimento della chiesa e altri. Al pubblico sono offerte tetre immagini di eccitanti futuri più o meno catastrofici. In questo scritto invece l'autore non eccita l'immaginazione, ma invita alla riflessione su quello che ne dice la Bibbia. Il tema è complesso, ma non può assolutamente essere accantonato: è Gesù che parla.
di Samuele Negri
• Guerre e rumori di guerre
Lo studio e l'esame del "Discorso profetico" di Gesù, contenuto in Matteo 24-25 suscita sempre molto interesse. Soprattutto colpiscono certe predizioni e rivelazioni che sembrano descrivere la situazione che stiamo vivendo. Per molti è motivo per confessare la propria fede e dimostrare che la Bibbia ha ragione. Tuttavia una lettura attenta ci mostra che siamo di fronte ad un testo che non è così semplice come sembra. Esso suscita delle perplessità, perché non è sempre facile capire a quale situazione Gesù si riferisca e per quando si debba attendere l'attuazione di questi avvenimenti.
D'altra parte queste perplessità non sono soltanto di chi si avvicina al testo biblico senza molta conoscenza di esso, ma si riflettono anche su tutti i Commentari che sono stati scritti su questo argomento. In un certo senso vi è da perdersi fra tutta la gamma di interpretazioni ed ipotesi che sono state formulate. Per esempio, la prima domanda che sorge spontanea è la seguente: "Questo discorso riguarda la chiesa, oppure Israele? Ci sono degli insegnamenti per noi credenti, oppure vi è solo un messaggio indiretto?"
Naturalmente, nel formulare questi interrogativi, non vogliamo lasciare l'impressione sbagliata che la Parola di Dio possa essere compresa solo dagli esperti. Il salmista dice: "Apri i miei occhi, e contemplerò le meraviglie della tua legge" (Salmo 119:18), e se facciamo nostra questa preghiera, il Signore non mancherà di rispondere.
Per evitare quella che può sembrare una difficoltà insuperabile, dobbiamo ricordare alcuni principi di interpretazione molto semplici, che ci saranno di aiuto e di grande utilità per comprendere quei testi che presentano una certa complessità, come lo sono i testi profetici, riguardanti gli eventi futuri.
- Bisogna sempre rispettare la legge del contesto.
Cosa significa questo? Prima di tutto dobbiamo evitare di leggere per trovare a tutti i costi un appoggio a quello che pensiamo. Ci vuole onestà e disponibilità all'ascolto. Perciò di fronte ad un testo dobbiamo sempre chiederci: "In quale ambiente, geografico, storico, sociale, queste parole sono state pronunciate? Chi erano e a che cosa pensavano gli ascoltatori in quel momento? Qual è il messaggio che l’autore sacro voleva comunicare?" La risposta a queste domande ci aiuterà ad inquadrare il testo.
- Ricordare che ogni Scrittura ha una interpretazione primaria.
Ossia vi è un significato principale e solo quando l'abbiamo capito bene, possiamo procedere ad applicazioni secondarie, sempre che queste non siano in contraddizione con il testo.
- Molte profezie contengono delle predizioni multiple.
Esse annunciano un primo evento, che è solo il preludio di quello che accadrà in seguito. Oppure si tratta di predizioni che non si attueranno tutte di seguito, ma prevedono diverse fasi che possono essere anche molto distanti fra di loro (cfr. Isaia 61:1-2 con Luca 4:17-21; Gioele 2:28-31 con Atti 2:16-21). Perciò nelle differenti predizioni bisogna distinguere ciò che si è già avverato da quello che invece è ancora futuro.
- Ricordare che la verità biblica è in armonia con tutta la rivelazione.
Per capire bene non è sufficiente fermarci ad un solo passo, o ad un solo autore, ma si devono armonizzare i diversi testi che parlano dello stesso argomento. Il salmista ci ricorda che "Il fondamento della tua Parola è verità" (Salmi 119:160; 139:17). - Essere consapevoli che qualsiasi interpretazione degli eventi futuri presenta difficoltà (2 Pietro 3:16).
Tuttavia questo non deve scoraggiarci, perché siamo espressamente invitati a: " ... prestare attenzione alla parola profetica, come ad una lampada splendente in luogo oscuro" (2 Pietro 1:19). Se da un lato è doveroso avere delle convinzioni (Romani 14:23), allo stesso tempo dobbiamo dare prova di sobrietà (Romani 12:3), sapendo che solo l'adempimento delle predizioni bibliche potrà dirci se abbiamo compreso rettamente il testo biblico.
Perciò, esamineremo questo testo di Matteo 24 tenendo presenti queste premesse, in uno spirito di umiltà ed ascolto. Il nostro scopo non è solo quello di aumentare le nostre conoscenze (1 Corinzi 8:1), ma in primo luogo quello di approfondire la nostra pietà (2 Pietro 3:11, 14), e di lasciarci coinvolgere da quegli insegnamenti che ci riguardano direttamente.
• Domande a Gesù
MATTEO 24
- Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si accostarono per fargli osservare gli edifici del tempio.
- Ma egli rispose loro: “Le vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra sopra pietra che non sia diroccata”.
- E mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si accostarono in disparte, dicendo: “Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?”
Prima di prendere in esame gli elementi che hanno originato il "Discorso profetico" di Gesù, è importante ricordare che in genere gli autori biblici sono stati condotti dallo Spirito Santo a sottolineare un determinato aspetto della verità. Per questo motivo abbiamo quattro evangeli e, pur avendo tutti quanti lo scopo di presentare la persona di Gesù, ciascun evangelista ne enfatizza un aspetto diverso: Matteo il re (Matteo 21:5); Marco il servo (Marco 10:45); Luca l’uomo perfetto (Luca 19:10); Giovanni la deità (Giovanni 1:1).
Quindi dobbiamo aspettarci che Matteo nel selezionare il materiale da riportare, abbia privilegiato gli elementi che presentano Gesù Cristo come il re di Israele. Perciò proprio in Matteo noi troviamo le parole e le rivelazioni riguardanti ciò che precederà e condurrà all’instaurazione del suo regno. Sebbene tutto questo, come membri della chiesa, che verrà "rapita" (Giovanni 14:1-3; 1 Tessalonicesi 4:13-18), prima che si scatenino i giudizi di Dio su questa terra (1 Tessalonicesi 1:10; Apocalisse 3:10), non ci coinvolga direttamente, abbiamo però dei precisi insegnamenti e dei principi che non possiamo ignorare.
Non vi è dubbio che molti elementi presenti in questo Discorso, corrispondono esattamente a quello che sta accadendo ai nostri giorni: Qualcuno ha detto che si tratta "Dell'ombra della notte della Grande tribolazione che si estende sulla fine del giorno della grazia". Perciò, indirettamente, molte cose· descritte qui divengono segni preannuncianti la prossima venuta di Gesù Cristo come sposo e costituiscono un invito ad essere testimoni della grazia di Dio.
Per comprendere bene il significato primario di questo Discorso è importante conoscere le ragioni che hanno condotto Gesù a questa importante rivelazione; Gesù, trovandosi nel recinto del tempio (Matteo 21:23), aveva dovuto affrontare tutta una serie di problematiche sollevate da capi sacerdoti, farisei e sadducei. C'era stata la "questione del battesimo di Giovanni” (Matteo 21:23-27); la "questione del tributo a Cesare" (Matteo 22:15-22); il fatto della risurrezione negata dai sadducei" (Matteo 22:23-33); ed ancora "qual è il gran comandamento”;” di chi è figlio il Cristo" (Matteo 22:34- 46). Non sempre quelle domande erano state fatte con il desiderio onesto di conoscere la verità. Ed allora Gesù aveva concluso quella giornata con la pesante requisitoria contenuta in Matteo 23. Il degrado morale dei farisei e degli scribi, guide spirituali del popolo giudaico, la loro ipocrisia, l'assenza di una pietà genuina e l'insensibilità di fronte ai richiami di Dio (Matteo 23:37), aveva costretto Gesù a pronunciare severe parole di giudizio. Egli dice: "Ecco, la vostra casa - cioè il Tempio, Gerusalemme - sta per esservi lasciata deserta" (Matteo 23:38). E per sottolineare concretamente questo pronunciamento, Gesù esce dal Tempio (Matteo 24:1).
Questo fatto deve aver sconvolto i discepoli che, dopo tutto, aspettavano l'instaurazione del regno. Difatti questa è la preoccupazione che li accompagnerà fino a pochi istanti prima dell'ascensione (Atti 1:6). Alcuni discepoli, quasi a voler fare gli scongiuri davanti a questa eventualità, gli fanno notare il carattere monumentale del Tempio. Per loro sembra impossibile che debba aver luogo una simile desolazione e distruzione. L'uomo resta attaccato alle cose esteriori (2 Timoteo 3:5) ed alle sue realizzazioni, ma il Signore conosce le cose a fondo. Perciò Gesù v. 2, ribadisce il giudizio che aveva preannunciato. Come dimostreranno i fatti di lì a poco, le parole di Gesù avevano una duplice valenza:
- Anzitutto
 Egli preannunciava la prossima caduta di Gerusalemme, che avrà luogo nel 70 d.C., ad opera dell’esercito romano. Come ci riferiscono gli storici, furono momenti inauditi che confermano la veracità delle parole di Gesù. - In secondo luogo
Gesù proclamava la situazione in cui sarebbe rimasta la città ed il tempio, finché fosse perdurato lo stato morale e spirituale in cui era caduta la nazione giudaica (2 Corinzi 3:14-15). Come dice il testo parallelo di Luca, sarebbe continuato il "tempo delle nazioni" (Luca 21:24).
Questo primo inquadramento del Discorso di Gesù ci permette di evidenziare altri due aspetti:
- Tutto il Discorso contenuto qui non concerne direttamente la chiesa in quanto tale, ma bensì Gerusalemme, il Tempio e la nazione ebraica così come è descritta in Matteo 23. Infatti il Discorso profetico è la logica prosecuzione dell’argomento affrontato precedentemente contenente una severa censura nei confronti di scribi e farisei.
- Questa predizione riguarda solo in parte ciò che gli ebrei soffriranno nel 70 d.C., perché il completo adempimento di tutto si avrà poco prima che "il Figlio dell'uomo venga sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria" (Matteo 24:30; Atti 1:11; Apocalisse 19:11-21). Questo è il tipico caso in cui ci troviamo di fronte ad una predizione multipla, riguardante il 70 d.C. e gli eventi della fine (Zaccaria 12-14).
Ora constatiamo che la conferma al v. 2 di quanto Gesù aveva predetto, ha lasciato i discepoli più che mai costernati. Perciò dopo essersi allontanati dalla città, mentre sono sulle pendici del monte degli Ulivi per un momento di pausa, quattro discepoli: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (Marco 13:3), interrogano Gesù in disparte. Vogliono essere sicuri di aver capito bene, soprattutto perché la speranza messianica del regno che il Signore avrebbe ristabilito era qualcosa che stava loro a cuore (Atti 1:6). Ed allora v. 3, gli fanno tre domande:
- Quando avverranno queste cose?
- Quale sarà il segno della tua venuta?
- Quale sarà il segno della fine dell'età presente?
La prima domanda aveva a che fare con il futuro abbastanza prossimo e la risposta ad essa la troviamo in Luca 21:20-24. Data la situazione politica di fermento che stavano vivendo in quel momento, i discepoli probabilmente si attendevano momenti difficili. Quasi certamente essi pensavano che la prossima caduta di Gerusalemme sarebbe stata la premessa per lo stabilimento del regno, secondo Zaccaria 14:1-4. Invece sarebbe stato solo il prosieguo del tempo delle nazioni (Luca 21:24). Soltanto la conclusione di questo periodo porterà all'instaurazione del regno, ma questa è ancora una cosa futura.
Perciò constatiamo che Matteo, conformemente al suo disegno di rivolgersi essenzialmente agli ebrei, dedica largo spazio alla risposta delle domande due e tre. Uno degli scopi di Gesù era quello di preparare adeguatamente il suo popolo.
• La venuta di tempi difficili
MATTEO 24
- E Gesù, rispondendo, disse loro: “Guardate che nessuno vi seduca.
- Poiché molti verranno nel mio nome, dicendo: 'Io sono il Cristo' e ne sedurranno molti.
- Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, perché bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine.
- Perché si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi,
- ma tutto questo non sarà che principio di dolori.
- Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome.
- E allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda.
- Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti.
- E poiché l'iniquità sarà moltiplicata, l'amore dei più si raffredderà.
- Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.
- E questo evangelo del regno sarà predicato per tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.
- Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge vi ponga mente),
- allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti;
- chi sarà sulla terrazza non scenda per togliere quello che è in casa sua
- e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste.
- Guai alle donne che saranno incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni!
- Pregate che la vostra fuga non avvenga d'inverno né di sabato,
- perché allora vi sarà una grande tribolazione, tale che non vi è stata dal principio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà.
- E se quei giorni non fossero stati abbreviati, nessuno scamperebbe, ma, a motivo degli eletti, quei giorni saranno abbreviati.
- Allora, se qualcuno vi dice: 'Il Cristo eccolo qui, eccolo là', non lo credete,
- perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti.
- Ecco, ve l'ho predetto. Se dunque vi dicono: 'Eccolo, è nel deserto', non vi andate; v’Eccolo, è nelle stanze interne', non lo credete, perché, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo.
- Dovunque sarà il cadavere, lì si raduneranno le aquile.
- Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, e la luna non darà il suo splendore, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno scrollate.
- Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria.
- E manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, da un capo all'altro dei cieli.
- Imparate dal fico questa similitudine: quando già i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina.
- Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte.
- Io vi dico in verità che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.
- Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
- Ma quanto a quel giorno e a quell'ora nessuno li sa, neppure gli angeli dei cieli, neppure il Figlio, ma il Padre solo.
- Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell'uomo.
- Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e si andava a marito, sino al giorno che Noè entrò nell'arca,
- e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell'uomo.
- Allora due saranno nel campo: l'uno sarà preso e l'altro lasciato;
- due donne macineranno al mulino: l'una sarà presa e l'altra lasciata.
- Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore stia per venire.
- Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe forzare la sua casa.
- Perciò, anche voi siate pronti, perché, nell'ora che non pensate, il Figlio dell'uomo verrà.
- Qual è mai il servo fedele e prudente che il padrone abbia costituito sui domestici per dare loro il vitto a suo tempo?
- Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà così occupato!
- o vi dico in verità che lo costituirà su tutti i suoi beni.
- Ma, se egli è un servo malvagio che dice in cuor suo: 'Il mio padrone tarda a venire',
- e comincia a battere i suoi conservi e a mangiare e bere con gli ubriaconi,
- il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se l'aspetta e nell'ora che non sa
- e lo farà punire a colpi di flagello e gli assegnerà la sorte degli ipocriti. Lì sarà il pianto e lo stridore dei denti”.
Non v'è dubbio che come ha detto Gesù, la sua seconda venuta, sarà una manifestazione di "gran potenza e gloria" (Matteo 24:30). Israele conoscerà la liberazione dai suoi nemici, ma questo grande evento sarà preceduto da tempi difficili che costituiranno i "segni della sua venuta". Gesù fa precedere la sua rivelazione da queste parole di avvertimento: "Guardate che nessuno vi seduca" v. 4.
Questo richiamo aveva un duplice scopo:
- Nessuno avrebbe dovuto nutrire una visione trionfalistica, pensando che l'avvento del regno potesse avvenire in maniera morbida, come il risultato di conquiste umane.
- Dovevano vigilare perché, di fronte all'attesa messianica, Satana, tramite i suoi travestimenti (2 Corinzi 11:14), cercherà, come sempre (Genesi 3:1), di ingannare e sedurre chi guarda più alle circostanze che non al Signore. Quindi è molto importante capire la descrizione fatta da Gesù, per poter avere un quadro preciso di quando queste cose avverranno.
- Primo ciclo di segni - v. 5-8 (cfr. Marco 13:5-8; Luca 21:8-11).
Si deve subito osservare che esiste un impressionante parallelismo tra i segni evocati da Gesù in questi versetti vv. 5-8, e quelli che troviamo enumerati in Apocalisse 6. In quest'ultimo testo si descrive l'apertura dei primi sei suggelli che riguardano l'apparizione dell'Anticristo. Perciò le parole di Gesù contenute in questi versetti vv. 5-8, ci dicono quello che accadrà soprattutto nella prima metà del periodo di sette anni che precederà la “venuta in gloria e potenza di Gesù".
Questo periodo, conosciuto come "tribolazione", viene indicato come la settantesima settimana di Daniele (Daniele 9:27), e proprio in Daniele ci viene spiegato che questo periodo è suddiviso in due parti. Una prima, in cui, sancita da un "patto", verrà mostrata una certa lealtà nei confronti di Israele. Poi, una seconda parte, in cui l'Anticristo, non solo rivelerà le sue reali intenzioni, ma scatenerà una persecuzione senza precedenti soprattutto nei confronti degli ebrei (Apocalisse 12).
Naturalmente questo periodo di "grande tribolazione" (Matteo 24:21; Apocalisse 7:14), sarà preceduto da un tempo di tensioni che andranno sempre aumentando. Esso sarà caratterizzato da:
- Falsi cristi, v. 5.
Cioè l'apparizione di personaggi che, ispirati dall'anticristo, avranno la pretesa di proporre compromessi e soluzioni diplomatico miracolistiche, facendo vane promesse. Questo corrisponde all'apertura del primo suggello (Apocalisse 6:1-2).
Guerre e rumori di guerre, v. 6-7.
Aumenteranno le tensioni che provocheranno contrasti ed incomprensioni. Infatti con l'apertura del secondo suggello, il cavaliere sul cavallo rosso, toglierà la pace dalla terra e gli uomini si uccideranno (Apocalisse 6:3-4).
Carestie e terremoti, v. 8.
Queste calamità saranno il risultato delle guerre e, probabilmente, ci saranno sconvolgimenti naturali prodotti dallo squilibrio ecologico. Questi avvenimenti sono collegati al terzo, quarto, quinto e sesto suggello (Apocalisse 6:5-17). Si creeranno delle situazioni sempre più difficili, ma come dice Gesù, "non sarà ancora la fine" v. 6b. "Tutto questo non sarà che principio di dolori" v. 8. Naturalmente questo accadrà ed Israele sarà il primo a subirne le conseguenze, perché ha rifiutato il soccorso offerto da Dio (Matteo 23:37).
- Secondo ciclo di segni - v. 9-14 (cfr. Marco 13:9-13; Luca 21:12-19).
Notiamo che Gesù prosegue con l'avverbio "allora” (v. 9), per mostrare chiaramente che ci sarà un aggravamento della situazione. Come abbiamo già osservato, giunti alla metà di questo periodo che precederà la venuta di Gesù Cristo, l'Anticristo infrangerà unilateralmente il patto che aveva stipulato con Israele (Daniele 9:25-27). In quel momento egli avanzerà le sue pretese, cioè il voler essere oggetto di culto, il presentarsi come Dio stesso (2 Tessalonicesi 2:3-4; Apocalisse 13:11-15).
Questa esplosione di apostasia provocherà quanto viene descritto nei versetti 9-12; aumenterà la persecuzione contro gli ebrei, perché l'antisemitismo è lungi dall'essere debellato. Le nazioni, nella loro maggioranza, saranno incantate dal potere e dalle promesse dell'Anticristo. Questo getterà nello scompiglio gli stessi ebrei. Alcuni si scandalizzeranno, si tradiranno, si odieranno ed altri apostateranno per sottrarsi alle difficoltà. Sarà veramente un tempo difficile, chiamato "un tempo di distretta per Giacobbe" (Geremia 30:5-7).
È evidente che questa descrizione non riguarda la chiesa. Proprio in questo contesto, parlando degli ebrei, viene detto: "Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato" v. 13 notiamo che qui non si parla della "salvezza dell'anima", come se questa riposasse sulla perseveranza e lo sforzo umano. La salvezza di cui si parla qui, contiene la promessa di entrare nel regno fatta a quegli ebrei che saranno rimasti fedeli e non si saranno lasciati condizionare dalle persecuzioni. Inoltre, dal v. 14, apprendiamo che nonostante questo periodo oscuro di forte persecuzione, vi saranno dei testimoni che proclameranno l'evangelo del regno che viene.
E infatti l'Apocalisse conferma che questo compito verrà portato avanti dai centoquarantaquattromila, che goderanno di una particolare protezione da parte del Signore, in quanto saranno segnati (Apocalisse 7:3-8). Ed anche dai due testimoni che profetizzeranno per milleduecentosessanta giorni (Apocalisse 11:3).
Naturalmente il contenuto di questo evangelo è sempre lo stesso, ma la prospettiva per quelli che lo riceveranno, non sarà più il rapimento come per noi oggi, ma l'ingresso nel regno, magari tramite il martirio, per cui questa porzione dell'evangelo è da mettere in parallelo con Apocalisse 7:1-17. Rallegra quindi il sapere che anche in quel periodo e nonostante la prova, "una folla immensa" crederà nel Signore. Quindi è sbagliato prendere questo passo (Matteo 24:14) ed applicarlo all'evangelizzazione dei nostri giorni.
- Considerazioni riassuntive - v. 15-27 (cfr. Marco 13:14-23; Luca 21:20-26).
In questi versetti Gesù dopo aver fatto una descrizione dei due periodi che compongono la "tribolazione", riprende il tutto con una duplice intenzione:
- Sottolineare ancora alcune caratteristiche di quel periodo.
- Offrire alcuni consigli di comportamento pratico durante questo tempo difficile di persecuzione ed incertezza.
Il Signore Gesù Cristo attira la nostra attenzione su uno degli aspetti più tragici che caratterizzerà il periodo della tribolazione. Poiché oggi, durante il tempo della "pazienza di Dio" (2 Pietro 3:9), gli uomini persistono nel respingere colui che è il "Principe della pace", verrà il momento in cui acclameranno l'Anticristo, colui che viene nel suo proprio nome (Giovanni 5:43). Questi, una volta che si sarà insediato, pretenderà di essere adorato come Dio (Daniele 9:27; 12:11; 2 Tessalonicesi 2:4; Apocalisse 13:14-15), e di sedersi niente meno che nel Tempio di Dio, raggiungendo il colmo della profanazione. Perciò Gesù dice appunto di stare attenti, perché quando si avrà "l'abominazione della desolazione posta in luogo santo" (v. 15), questo rappresenterà un evento che segnerà un aggravamento della situazione ed una recrudescenza dell'azione dell'Anticristo.
Ora, come sappiamo tutto questo è già divenuto una realtà, quando nel 167 av. C., Antioco Epifane fece immolare sull'altare del Tempio una scrofa (Daniele 11:31), cioè un animale impuro. Ma quando verrà l'Anticristo, supererà tutto questo. In quel momento getterà completamente la maschera di una certa diplomazia e, non avendo più apparenze da salvaguardare, scatenerà una persecuzione inimmaginabile.
Particolarmente significative sono le parole del v. 21, dove appunto si usa l'espressione "grande tribolazione", e si aggiunge che saranno momenti tremendi, mai vissuti e che non si ripeteranno mai più. Perciò Gesù suggerisce . che in quel momento l'unica soluzione sarà quella di fuggire vv. 16-20 (Apocalisse 12:6, 14), senza temporeggiare per salvare qualcosa. Particolarmente difficile, per ovvie ragioni, sarà la situazione delle donne incinte e di quelle che allatteranno, perché sarà un tempo di angoscia unica di tutta la storia umana (Daniele 12:1; Gioele 2:2; Geremia 30:7). Quello che accadrà avrà un carattere così repentino v. 21, che si deve pregare, perché questi eventi non accadano d'inverno, quando è più difficile muoversi v. 20, né di "sabato" quando in Israele tutto è bloccato. · L'insieme di questi riferimenti ci mostra con chiarezza che gli elementi qui richiamati non riguardano la chiesa a cui è stata promessa "la preservazione dall’ora della tentazione" (Apocalisse 3:10; 1 Tessalonicesi 1:10), ma bensì gli ebrei e la città di Gerusalemme, perché tutto il contesto di questo "Discorso" si svolge in un quadro giudaico.
Evidentemente queste parole di avvertimento avranno bisogno di essere recepite concretamente e sarà appunto il precipitare degli eventi che costringerà Israele a prenderle in seria considerazione. Oggi vediamo che Israele, sebbene si renda conto della precarietà della sua situazione, continua a nutrire la convinzione di avere la capacità umana, l'astuzia, l'appoggio della lobby ebraica internazionale, l'abilità diplomatica e la forza militare, per controllare le avversità. Ma non può essere sempre così. Dovrà andare incontro al fallimento totale per sapersi rivolgere al Signore. Dovrà essere capito quello che è detto: "Se quei giorni non fossero stati abbreviati, nessuno scamperebbe; ma a motivo degli eletti, quei giorni saranno abbreviati" (v. 23).
Ci sarà scampo solo perché Dio, nella sua grazia e compassione, non permetterà che questo periodo duri in maniera indefinita. Questo lo farà a "motivo degli eletti", cioè degli ebrei (1 Cronache 16:13; Isaia 45:4; 65:9, 22), di quelli cioè che amano il Signore. Perché solo questi sapranno resistere alla seduzione. Infatti, nei versetti 23-26, Gesù ricorda che in questo tempo difficile, in cui regnerà la confusione (Luca 21:24-25), prolifereranno i seduttori, i falsi cristi, che riusciranno ad avere un seguito, a motivo dei segni e dei prodigi che riusciranno a compiere v. 24.
Come spiega anche l'apostolo Paolo, il diffondersi del potere diabolico avrà luogo proprio tramite "ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi" (2 Tessalonicesi 2:9- 10). Questo deve appunto ricordarci che l'attuarsi di miracoli e di prodigi non è necessariamente una prova di verità e di autenticità. Gesù dice che· l'inganno sarà così sottile che quasi, quasi, anche gli "eletti" potrebbero essere sedotti. Ma egli ha predetto tutto questo v. 25, perché quelli che gli appartengono non siano travolti dalla seduzione e vedano in questi segni l’avvicinarsi del momento in cui il "Figlio dell'uomo", il Messia, verrà con "grande potenza e gloria”. Questo evento avrà luogo in maniera repentina e totalizzante proprio "come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente" v. 27, e questo è in perfetto. accordo con la descrizione che abbiamo in Apocalisse 19:11.
Tutto ciò che viene detto qui si inserisce in un preciso contesto che è appunto quello della tribolazione, quando la chiesa, la sposa di Cristo.. si troverà già alla presenza del Signore (1 Tessalonicesi 1:10; 2 Pietro 2:9; Apocalisse 3:10). Naturalmente questo non è un motivo per rimanere indifferenti di fronte a questo testo. Gli avvertimenti che esso contiene ci ricordano tre cose.
- Anche se la chiesa, per la grazia di Dio, non passerà per la Tribolazione, pure Gesù ci ha detto che nel mondo "avremo tribolazioni" (Giovanni 16:39; 2 Timoteo 3:12). Quindi prepariamoci a restare fedeli anche in mezzo alle prove (1 Pietro 4:1-2).
- Più andiamo avanti e più aumenteranno le seduzioni di Satana, perché non gli resta che "breve tempo" (Apocalisse 12:12). Impariamo quindi ad essere vigilanti, ad esercitare il discernimento (1 Giovanni 4:1), per non essere "sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina ... " (Efesini 4:14).
- Infine ricordiamo che la liberazione, la soluzione di tutti i problemi, risiede soltanto nel Signore. Questo è l'urgente messaggio che dobbiamo predicare oggi. Come ha detto Gesù, non ci può essere speranza per questo mondo, per gli ebrei, come per le nazioni, finché non saranno disposti a dire: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore" (Matteo 23:39).
(da "I cinque discorsi di Gesù in Matteo", MBG Rimini 1995)
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Un rapporto dell’ADL documenta esclusioni, boicottaggi e pressioni contro artisti, scrittori e opere legate all’identità ebraica e israeliana
di Alessandro Carmi
L’antisemitismo americano ha conquistato anche le stanze in cui si pubblicano libri, si scelgono gli artisti da esporre e si decidono gli spettacoli da mettere in cartellone. Un nuovo rapporto dell’Anti-Defamation League fotografa un fenomeno ormai esteso al mondo culturale degli Stati Uniti, dove autori e artisti ebrei o israeliani raccontano cancellazioni, esclusioni, boicottaggi e pressioni affinché la loro identità diventi meno visibile. In alcuni casi basta un legame dichiarato con Israele o il rifiuto di prendere le distanze dal sionismo.
Il rapporto mette insieme settori diversi e fa emergere una dinamica comune. Nei musei, secondo l’ADL, importanti collezioni ebraiche e israeliane vengono talvolta presentate all’interno di percorsi che ne rendono meno riconoscibile l’origine e l’identità. Nel mondo dello spettacolo artisti ebrei e israeliani hanno subito cancellazioni di eventi, contestazioni e campagne per impedirne la partecipazione. L’organizzazione ha documentato 65 episodi in 41 località degli Stati Uniti, comprendendo molestie, tentativi di silenziamento e cancellazioni.
È però l’editoria a offrire forse l’immagine più inquietante del cambiamento avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. L’ADL ha raccolto testimonianze di scrittori e professionisti del settore che parlano di manoscritti respinti, esclusioni da festival ed eventi letterari, boicottaggi e pressioni sui contenuti. Autori riferiscono di essere stati invitati a eliminare parole ebraiche o a modificare nomi di personaggi ebrei per aumentare le possibilità di pubblicazione. In altri casi il problema diventa esplicitamente il sionismo dell’autore o il modo in cui Israele compare nell’opera. Il fenomeno ha ormai prodotto anche una risposta interna al mercato editoriale. Negli Stati Uniti sono nate nuove realtà con l’obiettivo di offrire spazio ad autori e temi ebraici e israeliani che incontrano crescenti difficoltà nei circuiti tradizionali. Il Wall Street Journal ha recentemente raccontato questa reazione, registrando allo stesso tempo il dibattito tra chi denuncia una discriminazione sistematica e chi ritiene che parte dei conflitti debba essere ricondotta alle contrapposizioni politiche su Israele.
Un caso recente riguarda Alyssa Rosenheck, scrittrice e fotografa americana, autrice di White. Blonde. Jew., uscito nell’agosto scorso. Una libreria di Nashville che avrebbe dovuto ospitare la presentazione del volume ha cancellato l’evento dopo una campagna di proteste sui social legata alle posizioni filoisraeliane dell’autrice. La libreria ha richiamato ragioni di sicurezza; Rosenheck ha sostenuto di essere stata presa di mira per la propria identità e per il proprio sionismo.
Il quadro si inserisce in una situazione americana già pesantemente segnata dall’aumento dell’antisemitismo seguito al massacro del 7 ottobre. Secondo l’ADL, nel 2025 sono stati registrati negli Stati Uniti 6.274 episodi di aggressione, molestie o vandalismo antisemita. Il numero è diminuito rispetto al 2024, eppure resta il terzo più alto da quando l’organizzazione ha cominciato la rilevazione sistematica nel 1979. La novità segnalata dal rapporto sulla cultura riguarda soprattutto il modo in cui l’esclusione può presentarsi. Jonathan Greenblatt, amministratore delegato dell’ADL, denuncia un ambiente nel quale artisti ebrei vengono cancellati dai programmi, inseriti in liste di proscrizione informali o progressivamente emarginati dalla vita culturale. Il confine decisivo passa sempre più spesso dalla possibilità concessa agli ebrei di essere presenti a condizione di rendere invisibile una parte della propria identità.
Ed è proprio questo il segnale più difficile da ignorare. Quando un autore deve chiedersi se una parola ebraica danneggerà il suo libro, quando un artista rischia il boicottaggio per la propria nazionalità o un evento diventa problematico perché chi vi partecipa si dichiara sionista, la discriminazione ha già compiuto un salto di qualità. È entrata nei meccanismi attraverso i quali una società decide quali voci ascoltare e quali possono essere lasciate fuori.
(Setteottobre, 3 ottobre 2026)
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Chi ha dato l’ordine al pilota terrorista?
Dopo l’attacco sventato al volo FlyDubai FZ1073, gli investigatori stanno cercando eventuali mandanti e collegamenti del copilota dell’Oman.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Ciò che nel frattempo è considerato certo è già di per sé abbastanza drammatico. Durante il volo da Dubai a Tel Aviv, il copilota ha aggredito il comandante indiano Smit Machchhar. L’aereo ha perso quota in modo massiccio in pochissimo tempo. Il comandante, gravemente ferito, è riuscito infine ad aprire la porta della cabina di pilotaggio; i passeggeri e i membri dell’equipaggio hanno sopraffatto l’aggressore e un altro equipaggio a bordo ha portato l’aereo in sicurezza a Tabuk, in Arabia Saudita. A bordo c’erano 174 passeggeri, per lo più israeliani.
Ma è solo l’inizio delle indagini vere e proprie. In Israele si vuole soprattutto sapere chi possa aver guidato quell’uomo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha inizialmente dichiarato che era troppo presto per collegare l’Iran all’attacco. Allo stesso tempo ha annunciato che si sarebbe chiarito se l’autore avesse avuto complici e se esistesse un possibile collegamento con Teheran. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno avviato un’indagine formale volta a chiarire espressamente se vi fossero intenzioni terroristiche, una pianificazione preventiva o una guida dall’esterno.
Netanyahu ha poi affermato che, secondo le informazioni israeliane, il copilota omanita avrebbe subito un indottrinamento islamista radicale. Gli ambienti della sicurezza israeliani ritengono attualmente che possa aver agito da solo. Ma nemmeno questa è ancora una conclusione definitiva dell’indagine. Soprattutto, finora non è stata presentata pubblicamente alcuna prova che l’Iran fosse dietro all’attacco. Proprio per questo i dati dell’autore del reato assumono ora un’importanza cruciale: telefono, messaggi, contatti, flussi di denaro, viaggi ed eventuali collegamenti con ambienti estremisti. Se è stato effettivamente manovrato, deve esistere da qualche parte un collegamento con un mandante, un intermediario o un’organizzazione.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito l’incidente, subito dopo il verificarsi, un «attacco terroristico jihadista» e ha spiegato che, secondo le prime informazioni israeliane, il terrorista aveva un unico obiettivo: far precipitare l’aereo con tutti i passeggeri a bordo. Questa valutazione, tuttavia, non risponde ancora alla domanda cruciale se dietro di lui ci fosse un’organizzazione. Ed è proprio qui che il caso assume una rilevanza strategica per Israele. Un singolo autore radicalizzato nella cabina di pilotaggio rappresenterebbe già un grave problema di sicurezza. Un pilota infiltrato o reclutato da un’organizzazione terroristica o dall’Iran assumerebbe invece una dimensione completamente diversa. E se si potesse effettivamente dimostrare un coinvolgimento statale, un attacco a un aereo di linea si trasformerebbe in una crisi di sicurezza internazionale.
Una possibilità in particolare preoccupa Gerusalemme: l’Iran. Finora non vi è alcuna prova resa pubblica di un coinvolgimento iraniano. Ma se questa pista dovesse confermarsi, l’attacco a un singolo volo passeggeri potrebbe trasformarsi in una crisi internazionale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha comunque lasciato dubbi su come Washington potrebbe reagire in un caso del genere. Alla domanda di una giornalista se gli Stati Uniti avrebbero agito contro l’Iran nel caso in cui Teheran fosse dietro l’attacco, ha risposto: «Subiranno un colpo molto duro. Non si preoccupi».
Durante l’incidente, secondo quanto riportato, Israele ha dovuto quindi prendere in considerazione già scenari estremi. Cosa succede se un aereo passeggeri con numerosi israeliani a bordo si dirige effettivamente verso un’area densamente popolata? A partire da quale momento un aereo da salvare diventa esso stesso un’arma? Dall’11 settembre 2001, proprio questo scenario è uno degli incubi della moderna difesa aerea.
A ciò si aggiunge una seconda preoccupazione: gli emulatori. Ogni attentato spettacolare può ispirare altri estremisti. Particolarmente allarmante in questo caso è il fatto che la minaccia non provenisse da un passeggero che aveva dovuto eludere i controlli di sicurezza, ma, secondo lo stato attuale delle indagini, dalla stessa cabina di pilotaggio. Dopo l’11 settembre, l’aviazione internazionale ha investito somme enormi per proteggere le cabine di pilotaggio dagli intrusi. Il caso del volo FZ1073 mette ora in luce il problema opposto: cosa succede se il pericolo si trova già dietro la porta blindata della cabina di pilotaggio? Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, le porte delle cabine di pilotaggio sono state notevolmente rinforzate e, di norma, vengono bloccate durante il volo, poiché all’epoca i terroristi fecero irruzione nella cabina dall’esterno e presero il controllo degli aerei. Ora emerge il rovescio della medaglia di questo concetto di sicurezza. Cosa succede se il terrorista è lui stesso un pilota e si trova già nella cabina di pilotaggio? Il caso solleva quindi nuove questioni a livello internazionale riguardo ai controlli sul personale di volo e alle cosiddette minacce interne.
Gli Emirati Arabi Uniti stanno ora indagando ufficialmente sia su un possibile movente terroristico sia su una pianificazione preventiva. Secondo recenti notizie, il comandante ferito e il copilota accusato di terrorismo sono stati trasferiti dall’Arabia Saudita ad Abu Dhabi. L’indagine prosegue quindi, e la notizia inizialmente riportata secondo cui il sospettato sarebbe sotto il controllo saudita non è più aggiornata.
Per Israele, quindi, la posta in gioco va ben oltre la ricostruzione di un singolo volo drammatico. Le domande decisive sono: si è trattato di un autore solitario? Esiste una rete? Qualcuno ne era a conoscenza in anticipo? Ci sono altre persone all’interno del settore aeronautico internazionale che potrebbero essere reclutate per attacchi simili? E qualche indizio portava all’Iran? Su queste domande non ci sono ancora risposte definitive. Una cosa, tuttavia, il volo FZ1073 ha già cambiato: finora la sicurezza aerea israeliana si è concentrata principalmente sull’impedire ai terroristi di salire a bordo dell’aereo e di entrare nella cabina di pilotaggio. Ora Israele deve mettere in conto anche uno scenario ancora più difficile da prevenire: che il terrorista possa trovarsi già nella cabina di pilotaggio.
La questione non riguarda più solo ciò che è accaduto a bordo del volo FZ1073. A Gerusalemme ci si chiede se questo attacco si sia concluso con l’atterraggio sicuro a Tabuk o se sia l’inizio di una vicenda ben più ampia.
(Israel Heute, 3 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Copilota dell’Oman ha volato più volte verso Israele nonostante il divieto di ingresso
Perché non sono state applicate le norme di sicurezza?
L’attacco a un volo «Fly Dubai» con numerosi israeliani a bordo solleva anche interrogativi sui controlli di sicurezza dei piloti stranieri. Secondo un servizio dell’emittente israeliana Kanal 12, negli ultimi anni a decine di piloti dell’Oman è stato permesso di entrare in Israele, nonostante vigano restrizioni per i cittadini di Stati che non intrattengono relazioni diplomatiche con Israele.
L’attenzione non si concentra quindi solo sull’attacco in sé, ma anche sui controlli relativi agli equipaggi di volo. Mercoledì il copilota omanita avrebbe ferito con un coltello il comandante dell’aereo e avrebbe poi tentato di far precipitare il velivolo. I passeggeri, il comandante e altri piloti hanno sopraffatto l’uomo. Il Boeing 737 MAX ha infine dovuto effettuare un atterraggio di emergenza in Arabia Saudita. I passeggeri, quasi esclusivamente israeliani, sono stati successivamente trasferiti in Israele.
L’Oman non intrattiene relazioni diplomatiche con Israele. Secondo le disposizioni relative agli Accordi di Abramo, i piloti provenienti da Stati che non hanno relazioni con Gerusalemme non possono, in linea di principio, volare verso Israele. Il Canale 12 riferisce ora che questa disposizione non è stata forse controllata in modo rigoroso.
• Richiesta senza verifica
Secondo il servizio, Israele avrebbe lasciato il controllo in gran parte alle compagnie aeree straniere. Anche la provenienza dei piloti di «Fly Dubai» non sarebbe stata verificata sistematicamente dai servizi segreti interni dello Shin Bet. Il servizio si sarebbe limitato a chiedere alla compagnia aerea di non impiegare piloti provenienti da Stati che non intrattengono relazioni con Israele.
Un rappresentante del settore aeronautico, che ha preferito rimanere anonimo, ha criticato aspramente l’operato nei confronti di Canale 12: «Lo Shin Bet ha tutte le possibilità di sapere, nel giro di cinque minuti, chi siano tutti i piloti della compagnia aerea di Dubai, e ha semplicemente deciso di chiudere un occhio». In Israele si era riposto fiducia nell’affidabilità della compagnia aerea e per questo negli ultimi anni non erano stati effettuati controlli in tal senso, ha affermato il rappresentante del settore.
Il Ministero dei Trasporti ha invece dichiarato all’emittente che lo Shin Bet non aveva lanciato alcun avvertimento concreto prima dell’incidente riguardo a un pericolo rappresentato da «Fly Dubai». Il servizio segreto avrebbe semplicemente richiesto controlli più rigorosi sui bagagli.
La vicenda dovrebbe ora avere conseguenze anche per le autorità aeronautiche israeliane. Il Canale 12 ha fatto riferimento a una raccomandazione della Corte dei conti israeliana del 2024, secondo la quale dovrebbero essere riesaminate le procedure di sicurezza nell’intero settore del trasporto aereo.
Dovrebbe quindi essere esaminato anche il lavoro del Centro per il monitoraggio della sicurezza aerea, istituito alcuni anni fa. Tra le altre cose, è responsabile del controllo dell’ingresso in Israele degli equipaggi aerei.
Allo stesso tempo, si fa riferimento a un conflitto tra lo Shin Bet, da un lato, e le compagnie aeree israeliane El Al, Israir e Arkia, dall’altro. A luglio, a causa della situazione di sicurezza tesa durante la guerra con l’Iran, i servizi segreti avevano vietato alle tre compagnie di atterrare a Dubai. Secondo quanto riportato da Canale 12, una cautela analoga nei confronti delle compagnie aeree straniere avrebbe potuto far sì che il pilota dell’Oman venisse individuato già prima del suo volo.
• Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti
Parallelamente alle indagini israeliane, sono in corso indagini anche in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Lo Shin Bet e il Mossad collaborerebbero con i servizi di sicurezza di entrambi i paesi. Il capitano ferito ha potuto lasciare l’Arabia Saudita giovedì, dopo essere stato dimesso dall’ospedale, diretto ad Abu Dhabi.
Secondo le prime informazioni trasmesse alle autorità israeliane, il copilota avrebbe agito per «motivi nazionalistici». Questa valutazione si basa, tra l’altro, sulle dichiarazioni rese dall’uomo agli investigatori sauditi e su ulteriori informazioni emerse dalle indagini.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato giovedì che l’omanita avrebbe subito un «indottrinamento islamista radicale». Secondo quanto riportato da Canale 12, questa valutazione si basava su due fonti israeliane informate sullo stato delle indagini in Arabia Saudita. im
(Jüdische Allgemeine, 2 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Raccolta delle olive – Possibile aggressione ai palestinesi da parte di residenti degli insediamenti
I soccorsi segnalano un ferito nei pressi di Nablus, mentre i soldati disperdono i palestinesi con gas lacrimogeni in questo inizio di raccolta.
di Nurit Yohanan e Times of Israel Staff
Venerdì, un palestinese è rimasto ferito durante un attacco sferrato da residenti degli insediamenti nel villaggio di Beita, a sud di Nablus, nel nord della Cisgiordania, secondo quanto riferito dalla Mezzaluna Rossa, mentre i media palestinesi parlano di diversi scontri nella zona.
Le immagini provenienti da Beita mostrano un colono armato, apparentemente membro di una squadra di sicurezza di uno degli insediamenti vicini, mentre dice ai palestinesi e agli attivisti che li accompagnano che non hanno il diritto di trovarsi lì.
I soldati hanno poi allontanato i palestinesi; nelle immagini si vedono mentre lanciano granate di gas lacrimogeno.
Secondo i media palestinesi, alcuni residenti degli insediamenti avrebbero inoltre aggredito dei palestinesi intenti a raccogliere le olive nei pressi del villaggio di Asira al-Shamaliya, a nord di Nablus, mentre i soldati avrebbero impedito ai palestinesi di effettuare la raccolta nei pressi del villaggio di Ni’lin, nei dintorni di Ramallah.
Per il momento non sono stati segnalati feriti.
Giovedì, alcuni residenti degli insediamenti sono stati ripresi mentre vandalizzavano e rubavano olive dagli alberi appartenenti al vicino villaggio di al-Mughayyir, sotto gli occhi dei soldati israeliani che non sono intervenuti.
Atti di questo tipo si sono moltiplicati negli ultimi giorni, all’inizio della stagione della raccolta delle olive, che spesso dà luogo ad attacchi.
Ai palestinesi è vietato raccogliere le olive in alcune zone della Cisgiordania, sono liberi di farlo in altre e devono ottenere un’autorizzazione preventiva dall’Amministrazione civile israeliana in altri settori.
Al momento non è chiaro quali restrizioni fossero in vigore nelle zone in cui i palestinesi hanno tentato di raccogliere le olive.
La violenza dei coloni in Cisgiordania è aumentata notevolmente dopo il pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha scatenato la guerra a Gaza.
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Il presidente Isaac Herzog in visita al quartier generale della divisione Giudea-Samaria dell’esercito israeliano, in Cisgiordania, il 30 settembre 2026
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Giovedì, il Ministero della Salute dell’Autorità Palestinese ha dichiarato che Mashhour Yassin, 51 anni, è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco sparato da coloni non lontano dal villaggio di Yasuf, nel centro della Cisgiordania.
Secondo le forze di sicurezza israeliane, i soldati hanno aperto il fuoco contro alcuni palestinesi che lanciavano pietre contro gli israeliani: questi lanci di pietre hanno ferito lievemente un minore.
All’inizio della settimana, l’esercito israeliano (Tsahal) ha reso noto che il violento raid condotto da un centinaio di coloni nel villaggio di Jalud, nella zona di Nablus, aveva vanificato l’operazione militare volta a garantire il ritorno sulle proprie terre di una famiglia sfollata a causa delle violenze dei coloni.
I critici accusano il governo di chiudere gli occhi, se non addirittura di incoraggiare le violenze che hanno portato allo sfollamento di decine di famiglie palestinesi.
Mercoledì, il presidente Isaac Herzog ha dichiarato che la violenza dei residenti degli insediamenti «potrebbe essere fermata senza alcun problema» e ha accusato il governo di non fare quanto necessario per raggiungere tale obiettivo.
Giovedì, Herzog ha incontrato Ahmed al-Hussein, un palestinese di Gerusalemme Est aggredito da una folla ultraortodossa fuori dalla Porta di Damasco della Città Vecchia all’inizio della settimana.
L’aggressione a Hussein è stata trasmessa in diretta sui social media, con la persona che filmava l’incidente che esclamava con gioia: «Wow, stanno massacrando un arabo».
«Volevo esprimerle il mio profondo rammarico», ha dichiarato Herzog, secondo il resoconto fornito dall’ufficio della Presidenza. «Sono rimasto profondamente addolorato nel vedere ciò che le è accaduto, e credo che tutto il popolo di Israele sia rimasto profondamente addolorato nel vedere questo episodio. Non sarebbe mai dovuto accadere. Nessuna persona anziana, nessuna persona in assoluto, dovrebbe essere trattata in questo modo. Condanno fermamente le violenze di cui è stata vittima».
(The Times of Israël, 2 ottobre 2026)
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Il comandante di un volo Flydubai racconta la lotta per salvare un aereo diretto in Israele
Il comandante indiano rimasto gravemente ferito durante un attacco in volo a bordo di un aereo Flydubai diretto in Israele ha parlato pubblicamente per la prima volta della sua lotta per salvare l’aereo e le oltre 170 persone a bordo.
Il capitano Smit Machchhar ha raccontato i drammatici momenti vissuti durante una videochiamata dal suo letto d’ospedale negli Emirati Arabi Uniti con il primo ministro indiano Narendra Modi, venerdì.
«Avevo riportato numerose ferite, ma continuavo a ripetermi che dovevo rialzarmi e agire», ha dichiarato Machchhar. «In quel momento, mi sono fatto forza per aprire la porta della cabina di pilotaggio».
«Ho lottato per la mia vita», ha proseguito. «Ho capito che, se non avessi dimostrato coraggio, 170 passeggeri avrebbero perso la vita».
Mercoledì, Machchhar era ai comandi del volo FZ1073 di Flydubai, in partenza da Dubai e diretto a Tel Aviv, quando il suo copilota lo avrebbe aggredito, tentando di far precipitare il Boeing 737 MAX 8 mentre sorvolava l’Arabia Saudita.
Nonostante le gravi ferite riportate, Machchhar è riuscito ad aprire la porta blindata della cabina di pilotaggio, consentendo ai passeggeri e ai membri dell’equipaggio di entrare e sopraffare l’aggressore. Due piloti fuori servizio che viaggiavano a bordo dell’aereo sono poi intervenuti, contribuendo a riprendere il controllo del velivolo e ad atterrare in sicurezza all’aeroporto di Tabuk, nel nord-ovest dell’Arabia Saudita.
Secondo quanto riportato, l’aereo trasportava 174 passeggeri.
Durante la conversazione, Modi ha elogiato Machchhar, dicendogli che l’India stava pregando per la sua guarigione.
«Il tuo coraggio, la tua lucidità e la tua calma hanno salvato molte vite», ha dichiarato Modi. «Il Paese può affermare con orgoglio che gli indiani non sono persone che tolgono la vita, ma persone disposte a rischiare la propria per salvare quella degli altri».
Machchhar ha risposto: «Non avrei mai immaginato di avere l’opportunità di parlare con lei».
Il capitano, 38 anni, è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza a Tabuk dopo l’atterraggio ed è stato successivamente trasferito negli Emirati Arabi Uniti per ricevere ulteriori cure.
Secondo le ricostruzioni, Machchhar ha riportato gravi ferite al collo e alle mani durante l’aggressione. Nonostante le lesioni e la rapida perdita di quota dell’aereo, è riuscito a dare l’allarme e ad aprire la porta della cabina di pilotaggio, permettendo alle persone all’esterno di intervenire.
Modi aveva già definito pubblicamente Machchhar un «eroe», affermando che il suo «immenso coraggio e la sua incrollabile determinazione» avevano contribuito a scongiurare una grave tragedia.
Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha elogiato il pilota indiano, dichiarando che le sue azioni avrebbero impedito un attacco che avrebbe potuto assumere proporzioni simili a quelle dell’11 settembre.
Giovedì, Netanyahu ha affermato che il copilota sembrava essere stato sottoposto a un processo di «indottrinamento islamista radicale» e che «è molto probabile che volesse far precipitare l’aereo», precisando tuttavia che le indagini erano ancora in corso.
Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno avviato un’indagine sull’incidente, anche per verificare un eventuale collegamento con attività terroristiche. Flydubai ha invitato a non formulare ipotesi sulle motivazioni dell’aggressore prima della conclusione delle indagini.
Le azioni del comandante sono state elogiate anche nel suo Paese d’origine, l’India. Il governo dello Stato del Gujarat, sua regione natale, ha annunciato che gli conferirà un riconoscimento per il suo coraggio.
Machchhar, che in precedenza aveva lavorato come pilota per la compagnia SpiceJet, vanta oltre dieci anni di esperienza nell’aviazione commerciale e quasi 10.000 ore di volo.
Il volo di mercoledì è infine atterrato in sicurezza a Tabuk. Tutti i passeggeri sono sopravvissuti a un episodio che, secondo i leader israeliani e indiani, avrebbe potuto altrimenti trasformarsi in una catastrofe.s
(HaKol, 2 ottobre 2026)
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Nirenstein sul volo Dubai-Tel Aviv: “Di fronte al pericolo, gli israeliani sanno reagire”
di Michelle Zarfati
Il drammatico episodio sul volo diretto da Dubai a Tel Aviv ha riportato al centro dell’attenzione la sicurezza del trasporto aereo e, più in generale, la vulnerabilità dell’Occidente davanti alla minaccia terroristica. Nel suo articolo, la giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein ha definito la vicenda “l’11/9 di Israele sventato dagli eroi”, sottolineando il ruolo decisivo avuto dai passeggeri israeliani e dal personale di bordo.
- Che cosa ha colpito maggiormente di questa vicenda?
Una caratteristica che considero davvero unica è il modo in cui si sono comportati i circa 150 israeliani destinati, in quel momento, a una morte che sembrava ormai inevitabile. L’aereo era praticamente precipitato, aveva perso una quota enorme, eppure queste persone hanno reagito. È un fatto straordinario anche dal punto di vista della capacità di sopravvivenza. Quello che è accaduto mostra una caratteristica molto particolare di Israele: di fronte a un pericolo immediato, la reazione non è quella di arrendersi all’inevitabile, ma di cercare una strada per sopravvivere.
- La reazione richiama quella di chi è abituato a essere un soldato. Che cosa significa?
Non significa affatto che gli israeliani siano militaristi. Significa che in Israele esiste una cultura della responsabilità e della protezione della propria famiglia e del proprio Paese. Anche una persona completamente normale, quando si trova davanti a un pericolo di vita, può reagire con una rapidità e una determinazione sorprendenti. Uno di coloro che si è precipitato nella cabina di pilotaggio, per esempio, è un idraulico. Ma quell’idraulico fa anche il servizio di riserva, il miluim. Una famosa canzone israeliana recitava “Mia sorella è un’infermiera e ha prestato servizio sul campo”. In Israele può capitare che una maestra, un medico, un professionista qualunque si trovi a dover assumere, in una situazione drammatica, una responsabilità straordinaria. È una condizione che nasce dalla consapevolezza che, quando si è chiamati a proteggere la propria famiglia e il proprio Paese, bisogna essere pronti a farlo.
- Questa vicenda pone anche una questione più generale sulla sicurezza degli aeroporti?
Certamente. Il problema è che il mondo dell’aviazione è diventato un’enorme rete globale. Tutti possono entrare, uscire, viaggiare, pilotare. L’aria è una dimensione difficilissima da controllare e il problema non riguarda soltanto Israele. Già il massacro di Lod del 1972, con 26 vittime, contribuì a cambiare radicalmente il modo in cui venivano concepiti i controlli negli aeroporti. Da allora abbiamo costruito una vera e propria giungla di sistemi di controllo, dei bagagli e dei documenti. Ma episodi come questo ci ricordano che esiste una vulnerabilità che non può essere eliminata completamente.
- C’è dunque un limite alla possibilità di prevenire un attacco concepito dall’interno di un aereo?
È estremamente difficile prevenire un gesto individuale quando una persona riesce ad arrivare in una posizione dalla quale può mettere in pericolo centinaia di vite. La storia dell’aviazione ci ha mostrato diversi casi nei quali un singolo individuo ha trasformato un aereo in un’arma contro i passeggeri. In questo caso, però, c’è stata anche una grande fortuna. E c’è stata una capacità di reazione straordinaria. Una delle persone coinvolte aveva visto in una serie televisiva una situazione simile e aveva capito come tentare di riportare l’aereo in quota. Sono elementi che sembrano quasi incredibili, ma che insieme hanno contribuito a evitare una tragedia.
- C’è un legame tra questa capacità di reagire e ciò che è accaduto il 7 ottobre?
Sì, in parte. Di fronte a un pericolo enorme, la reazione del popolo ebraico è spesso quella di cercare una strada anche quando tutto sembra perduto. È una caratteristica che possiamo ritrovare, con tutte le differenze del caso, anche nella storia della Shoah: dopo una tragedia che sembrava destinare il popolo ebraico alla morte e alla cancellazione, siamo riusciti a ricostruire e a creare uno Stato. Anche in questa vicenda c’è qualcosa di simbolico: un gruppo di persone apparentemente normali, in vacanza con i propri bambini, si trova davanti alla possibilità concreta della morte e reagisce facendo cose straordinarie.
- Qual è allora la lezione più importante di questa vicenda?
Che di fronte a tragedie che sembrano dirci che siamo destinati alla morte, possiamo ancora trovare una strada. Questo è ciò che hanno fatto quelle persone sull’aereo. C’è poi anche una lezione sulla responsabilità. Quando si affidano a qualcuno le vite di centinaia di persone, la selezione e i controlli devono essere estremamente rigorosi. Non possiamo pensare che bastino i controlli dei bagagli o dei documenti: bisogna interrogarsi anche sulle persone che hanno accesso ai luoghi e ai ruoli più delicati. Questo episodio ci ricorda quanto sia fragile il nostro mondo. Ma ci ricorda anche che, in condizioni drammatiche, la capacità umana di reagire può essere straordinaria. E che, come ho sentito dire con un sorriso, se hai paura di volare, cerca sempre di sederti vicino a un israeliano. Questa è una parabola che il mondo deve imparare di nuovo. Pensiamo a come, solo pochi giorni fa, Israele ha aiutato il Regno Unito a scoprire e disinnescare un terribile attentato in preparazione. Eppure, proprio quel Paese ha colpito lo Stato ebraico con misure vergognose. Si chiama antisemitismo, una malattia mortale che sta infettando largamente anche l’Italia.
(Shalom, 2 ottobre 2026)
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«Meglio una cattiva stampa che un bel necrologio»
Da Masada al ghetto di Varsavia fino allo Stato moderno di Israele, un’amara esperienza attraversa la storia ebraica: la compassione dopo una catastrofe può onorare i morti, ma solo l’autodifesa può salvare vite umane.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Immaginiamo per un momento che l’attacco nella cabina di pilotaggio dell’aereo FlyDubai in volo da Dubai a Tel Aviv avesse avuto un esito diverso. L’aereo si sarebbe schiantato nel deserto saudita o avrebbe raggiunto un’area densamente popolata. A bordo c’erano 174 persone. Invece, i passeggeri e i membri dell’equipaggio sono riusciti a intervenire; l’aereo è stato stabilizzato ed è infine atterrato in sicurezza a Tabuk, in Arabia Saudita. Secondo resoconti concordanti, il copilota aveva aggredito il comandante. Il suo movente è ancora oggetto di indagini. Non ci sono state quindi centinaia di morti, né immagini di rottami, né telegrammi di condoglianze. Per fortuna. Eppure questo episodio solleva un’annosa questione israeliana: Come reagisce il mondo agli ebrei quando sono vittime e come reagisce agli ebrei che si difendono da soli?
Golda Meir ha espresso questa tensione già più di mezzo secolo fa con una frase che oggi suona quasi inquietantemente attuale: «Se dobbiamo scegliere tra morire ed essere compatiti o essere vivi e avere una cattiva immagine, allora preferiamo essere vivi e avere una cattiva immagine». La citazione è riportata in «As Good as Golda» del 1970.
Golda Meir non era sola in questo pensiero. Menachem Begin sottolineò in seguito che gli ebrei dovevano difendersi da soli, invece di affidarsi alla compassione del mondo. «Il mondo riderà di un ebreo perseguitato. Il mondo rispetta solo un ebreo che combatte.» Così fu citato Begin nel giugno 1981 durante un evento con i sopravvissuti all’Olocausto al Muro del Pianto. Decenni dopo, Benjamin Netanyahu sintetizzò lo stesso atteggiamento in una formula concisa: «Meglio una cattiva stampa che un bel necrologio». Netanyahu lo disse nel 2024 in un’intervista alla rivista statunitense TIME. Generazione diversa, stessa lezione: per Israele la sopravvivenza è sempre stata più importante degli applausi.
L’autodifesa ebraica dimostra come essa scateni inevitabilmente polemiche politiche e morali. È proprio questa tensione che accompagna il sionismo sin dai suoi esordi. Essa ha inizio molto prima della fondazione del moderno Stato di Israele. Masada è uno dei primi simboli di questa resistenza ebraica. Dopo la distruzione di Gerusalemme e del Secondo Tempio, gli ebrei si trincerarono nella fortezza rocciosa a picco sul Mar Morto. Lì resistettero alle forze d’assedio romane fino a quando, nel 72 o 73 d.C., i romani conquistarono la fortezza. La tradizione sulla loro fine proviene essenzialmente da Flavio Giuseppe ed è storicamente controversa nei dettagli.
È invece indiscusso il significato successivo di Masada: nel moderno Israele il luogo è diventato un simbolo dell’affermazione ebraica. L’UNESCO definisce Masada un simbolo dell’identità culturale ebraica e, al tempo stesso, della lotta umana tra oppressione e libertà. Nel giovane Stato di Israele, Masada assunse quindi un significato che andava ben oltre l’archeologia. I soldati prestavano giuramento proprio lì, accompagnando il giuramento con la famosa frase: «Masada non cadrà mai più». Quasi duemila anni dopo Masada, il tema della resistenza ebraica si ripeté in circostanze completamente diverse e incomparabilmente più crudeli.
Nell’aprile del 1943, nel ghetto di Varsavia, circa 700 combattenti ebrei, per lo più giovani, insorsero contro gli occupanti tedeschi. Disponevano di pistole, granate di fabbricazione artigianale e solo poche armi automatiche e fucili. Di fronte a loro c’erano unità tedesche dotate di artiglieria e carri armati. Dal punto di vista militare, l’esito era praticamente scontato. Ciononostante, i combattenti resistettero per quasi un mese. Lo United States Holocaust Memorial Museum definisce la rivolta del ghetto di Varsavia come la più grande rivolta ebraica durante la Seconda guerra mondiale e, al contempo, come la prima significativa rivolta urbana contro l’occupazione tedesca in Europa. Masada e Varsavia non sono storicamente equiparabili. Ma entrambi i luoghi sono entrati a far parte della stessa memoria ebraica: ci sono situazioni in cui la resistenza non garantisce la sopravvivenza. Significa innanzitutto rifiutarsi di affidare il proprio destino all’aggressore senza opporre resistenza.
Cinque anni dopo la rivolta nel ghetto di Varsavia nacque lo Stato di Israele. Con ciò cambiò qualcosa di fondamentale. Per la prima volta dall’antichità, gli ebrei possedevano nuovamente uno Stato sovrano con un esercito creato espressamente per difendere la vita ebraica. La resistenza individuale o disperata si trasformò in autodifesa organizzata dallo Stato. E con ciò sorse un nuovo problema morale. Infatti, una vittima suscita innanzitutto compassione. Uno Stato armato, invece, solleva interrogativi sulla responsabilità, sulla proporzionalità e sui limiti della forza militare.
Ciò è emerso con particolare chiarezza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Subito dopo, la solidarietà internazionale con Israele è stata grande. Tuttavia, con l’inizio e il protrarsi della guerra di Gaza, il dibattito si è spostato sempre più sulle conseguenze della condotta bellica israeliana per la popolazione civile palestinese. Il presidente francese Emmanuel Macron aveva già espresso questa posizione nell’ottobre 2023: Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo entro i limiti del diritto internazionale umanitario.
Allo stesso tempo, ha messo in guardia dai bombardamenti indiscriminati e dalle conseguenze di un’operazione di terra su larga scala per la popolazione civile. L’allora Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri, Josep Borrell, lo ha espresso in termini ancora più chiari: «Israele ha il diritto di difendersi, certo che ce l’ha». Ha poi aggiunto che anche questo diritto ha dei limiti e ha posto espressamente la domanda se Israele rispettasse effettivamente il diritto internazionale.
Dopo un massacro, la situazione morale per il mondo esterno è chiara. Ci sono carnefici e vittime. I politici si recano sul posto, depongono corone di fiori, parlano di solidarietà e assicurano che Israele ha il diritto di difendersi. Non appena Israele esercita concretamente questo diritto, la situazione si complica. Si parla allora di obiettivi militari, vittime civili, blocchi, proporzionalità e diritto internazionale. La solidarietà non scompare necessariamente, ma diventa condizionata. È proprio qui che risiede il nocciolo del disagio israeliano.
Israele non vuole solo avere il diritto teorico di difendersi. Vuole anche essere effettivamente in grado di farlo in una situazione di minaccia esistenziale. E l’autodifesa militare non è quasi mai pulita, astratta o moralmente comoda. Produce conseguenze di cui uno Stato è responsabile e sulle quali si deve discutere. La frase di Golda Meir tocca quindi un punto delicato. Dal punto di vista israeliano, l’alternativa non è: critica o nessuna critica. Una democrazia deve sopportare le critiche.
Lo Stato di Israele non è stato fondato affinché gli ebrei ricevessero più compassione. È stato fondato, tra l’altro, affinché la sopravvivenza ebraica non dipendesse più esclusivamente dalla disponibilità di altri Stati a proteggere gli ebrei in tempo. E proprio ora l’antisemitismo sta aumentando drasticamente in molti paesi europei. I leader europei condannano naturalmente gli attacchi contro gli ebrei. Ma è proprio qui che sta la contraddizione: quando gli ebrei diventano vittime, si mostra compassione. Quando gli ebrei si difendono, iniziano le critiche.
L’incidente di FlyDubai non è naturalmente né Masada né Varsavia né una guerra. Un confronto tra le dimensioni sarebbe inappropriato. Ma, in un senso limitato, tocca lo stesso tema. Alcune persone si sono trovate improvvisamente in pericolo di vita immediato. Non potevano aspettare i governi, la diplomazia o le organizzazioni internazionali. Hanno agito. Secondo le ultime notizie, diversi passeggeri sono intervenuti, aiutando a sopraffare l’aggressore e a stabilizzare l’aereo; successivamente, un equipaggio di sostituzione ha portato l’aereo in sicurezza in Arabia Saudita.
Il risultato non è stata una tragedia nazionale, ma una catastrofe scongiurata. Forse è proprio questo a spiegare perché, a distanza di oltre cinquant’anni, la frase di Golda Meir sia ancora compresa in Israele: meglio vivi e criticati che morti e compatiti. Ciò non significa che le critiche a Israele siano illegittime. Descrive piuttosto un’esperienza storica profondamente radicata nella coscienza israeliana: la compassione dopo una catastrofe può onorare i morti. Ma non può riportarli in vita. Difendere la vita è sacro, perché ogni vita che Dio ci dona è un dono sacro che dobbiamo proteggere.
(Israel Heute, 2 ottobre 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il Paese che amo sta scivolando verso un’ostilità sempre più profonda contro Israele, e il confine con l’antisemitismo si fa ogni giorno più sottile
di Daniel Bettini
Negli ultimi anni, per me, seguire la politica europea e lo stato dei rapporti tra Israele e l’Unione europea è diventato sempre più difficile. Sono cresciuto in Europa e ho sempre creduto nei valori liberali ed «europei»: per questo assisto con sgomento e profonda preoccupazione al drammatico deterioramento dei rapporti tra Israele e la maggior parte dei Paesi europei, sia a livello istituzionale, sia soprattutto nelle strade, sui social network, nel mondo della cultura e nelle università.
È il mondo illuminato del quale ho sempre sentito di fare parte e del quale ho sempre esibito con orgoglio la «buona educazione europea» ricevuta. Per le mie origini italiane, e per l’amore che provo verso l’Italia e il popolo italiano, sono naturalmente particolarmente sensibile all’ostilità che vedo crescere e inasprirsi di giorno in giorno in Italia nei confronti di Israele, degli israeliani e, con mio enorme dispiacere, degli ebrei in quanto tali.
La situazione è naturalmente grave in gran parte dei Paesi occidentali, e questo non è un segreto. Israele sta attraversando la più grave crisi della sua storia per quanto riguarda la propria immagine in Europa. Per me, però, l’Italia rappresenta un punto particolarmente sensibile. Eppure mi trovo costretto a constatare che proprio l’Italia, pur essendo governata da una coalizione di destra che ha cercato con grande attenzione di evitare di lasciarsi trascinare dalle critiche e dalle politiche anti-israeliane di molti Paesi del continente, è diventata uno dei Paesi più ostili a Israele. Lo dico con profonda tristezza. Dopo tre anni di osservazione, monitoraggio e lavoro giornalistico dal 7 ottobre, sento che qualcosa di profondamente brutto, qualcosa che fa davvero paura, sta accadendo a quell’Italia che si considera illuminata. E questo mi lacera dentro.
L’ultimo esempio riguarda la copertura mediatica del drammatico episodio del volo Flydubai e dell’incredibile gesto di coraggio che ha impedito il dirottamento e lo schianto dell’aereo, quello che sarebbe diventato senza alcun dubbio uno dei più terribili attentati contro israeliani, naturalmente dopo il massacro del 7 ottobre. La straordinaria prontezza di quattro passeggeri che si trovavano casualmente a bordo, insieme al coraggio del pilota indiano dell’aereo, ha evitato una tragedia di enormi proporzioni. Sì, sono israeliani coraggiosi, persone comuni, turisti che nel momento decisivo hanno dimostrato ancora una volta la forza degli israeliani quando sono uniti e determinati. Hanno agito rapidamente, hanno salvato la situazione e finalmente hanno regalato al nostro Paese ferito e lacerato, Israele, un po’ di orgoglio e qualche momento di felicità.
Poi seguo i media italiani e il modo in cui raccontano questo drammatico episodio e «oso» fare qualcosa che di solito cerco accuratamente di evitare: leggere i commenti dei lettori, degli utenti. Anzitutto devo dire che la maggior parte dei mezzi d’informazione italiani — almeno questa è la mia impressione, e sottolineo che si tratta soltanto di un’osservazione personale — ha quasi dovuto «sforzarsi» di presentare, questa volta, gli israeliani sotto una luce positiva. La copertura è stata molto prudente e distaccata e sembrava quasi che persino dare rilievo alla vicenda fosse qualcosa di forzato. Ogni cosa veniva riportata con cautela, quasi fosse scontato dover anzitutto dubitare quando agli israeliani succede qualcosa o quando degli israeliani fanno qualcosa di positivo.
A questo, però, mi sono ormai abituato. Potrei scrivere un libro sulla mia delusione nei confronti dei media italiani — e naturalmente anche di quelli di altri Paesi occidentali — per il modo in cui hanno raccontato il 7 ottobre e tutto ciò che è accaduto dopo. E attribuisco ai principali mezzi d’informazione italiani una parte considerevole della responsabilità per il drammatico deterioramento dell’immagine di Israele. Sì, accuso anche il governo israeliano e chi lo guida di molte responsabilità, soprattutto per alcune scelte politiche e per dichiarazioni prive di senso, a volte francamente stupide, che hanno arrecato un danno enorme al mio Paese sulla scena internazionale.
Questa volta, però, voglio concentrarmi su ciò che sta accadendo in Italia. Come dicevo, ho commesso l’errore di leggere i commenti sull’incidente aereo. È stato incredibile, anche se forse ormai non dovrebbe più sorprendermi. La stragrande maggioranza di coloro che commentavano o non credeva alla notizia del tentativo di dirottamento e dello schianto dell’aereo, oppure la minimizzava e la derideva. C’era chi accusava Israele di avere inscenato l’incidente per ragioni politiche, chi sosteneva che Israele avesse inventato tutto per distogliere l’attenzione dalle decine di migliaia di bambini uccisi a Gaza, chi affermava che Netanyahu avesse commissionato una produzione hollywoodiana per mettere in scena l’intera storia e vincere le elezioni. E così via.
Altri arrivavano addirittura a dispiacersi che il pilota omanita non fosse riuscito nella sua missione di uccidere gli israeliani. Pochissimi cercavano di opporsi a questi commenti. Persone coraggiose. Nel complesso, però, è stata un’esperienza di lettura davvero sconcertante. È vero, probabilmente i commenti online non andrebbero mai letti, su nessun argomento. Anche in Israele, e probabilmente nella maggior parte dei Paesi, le reazioni spontanee in rete fanno emergere soprattutto volgarità e stupidità. Sono rari i casi in cui qualcuno interviene in maniera pertinente e ancora più raro è che possa svilupparsi una vera discussione.
Eppure leggere commenti di italiani che, a giudicare dai loro profili, sono giovani che si considerano istruiti, oppure persone della mia età cresciute nella stessa atmosfera «illuminata» nella quale sono cresciuto io, e vederli scrivere cose tanto sconvolgenti sul mio popolo, sugli israeliani, è qualcosa con cui faccio davvero fatica a venire a patti. E naturalmente questa è soltanto la punta dell’iceberg.
Il dibattito dei media italiani su Israele è diventato insostenibile e, a mio giudizio personale, ha assunto un carattere ossessivo che oggi difficilmente trova eguali nel mondo occidentale. Una critica legittima, anche quando è estrema, aggressiva e rumorosa, resta perfettamente lecita e accettabile. In Italia, purtroppo, la situazione è uscita dai binari già da tempo. Passa a malapena un giorno senza che emerga qualche nuovo argomento capace di accendere gli italiani intorno alla loro ostilità verso gli israeliani e, sì, come ho già detto, verso gli ebrei in quanto tali. Soltanto di recente un mio collega, Giovan Battista Brunori della Rai, ha ricevuto insulti, improperi e persino minacce di morte per aver osato raccontare i fatti e presentare un quadro un po’ più complesso di ciò che sta accadendo in Giudea e Samaria.
Adesso, naturalmente, si è aperto anche un acceso dibattito sull’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA. Liliana Segre ha ragione quando dice che è inconcepibile che i partiti arrivino a spaccarsi su qualcosa che dovrebbe essere ovvio: la lotta contro l’antisemitismo. Anche questa battaglia, che dovrebbe essere sacrosanta, è ormai diventata una questione legata a Israele: sì o no. Qualunque cosa possa anche soltanto sembrare comprensione o, Dio non voglia, sostegno nei confronti di Israele è diventata tabù, qualcosa di illegittimo. E questa linea sottile emerge esattamente anche nei commenti degli utenti alla drammatica vicenda dell’aereo. Come ha scritto uno di loro: «Io agli ebrei non credo più, così come non credo più che ne siano morti sei milioni. Sicuramente erano molti meno».
Il mio pensiero va agli amici della comunità ebraica italiana, la cui vita è diventata molto difficile. Molti di loro sono convintamente sionisti, amano l’Italia e amano anche Israele. La cosa più naturale e normale del mondo. Eppure anche questo, nella nostra Italia, sembra ormai proibito. Guai a definirsi sionisti, di questi tempi. È davvero terribile.
Sono profondamente preoccupato per la crescita dell’antisemitismo e dell’antisionismo. Sì, esiste un legame tra i due, ed esiste una ragione per cui è importante adottare la nuova definizione di antisemitismo e recepirla nella legge. Quella definizione, infatti, lascia chiaramente spazio alla critica di Israele, mentre traccia una linea rossa molto netta proprio rispetto a ciò che oggi sta accadendo in settori fin troppo ampi della società italiana: un odio puro verso Israele, verso tutto ciò che appare israeliano o anche soltanto richiama Israele. E questo colpisce gli ebrei italiani di destra come quelli di sinistra. Ed è triste. Ed è spaventoso.
(Setteottobre, 2 ottobre 2026)
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La censura (per motivi di sicurezza…) che colpisce gli artisti ebrei e israeliani
Minacce e proteste inducono teatri, editori e istituzioni culturali a considerare ebrei, israeliani e sionisti un rischio da evitare. Si può discutere se il fenomeno sia già “sistemico”, come sostiene l’ADL. Non si può ignorare il meccanismo che lo alimenta: il facinoroso minaccia, l’istituzione si piega e il costo della sicurezza ricade sulla persona discriminata.
di Filippo Piperno
Si può discutere se l’esclusione degli artisti ebrei, israeliani o dichiaratamente sionisti dalla vita culturale americana sia già “sistemica”, come sostiene l’Anti-Defamation League. Si possono contestare la metodologia, alcuni criteri e la tendenza a riunire sotto la stessa categoria proteste, intimidazioni e cancellazioni. Tutto legittimo.
Ma esiste un modo comodo di discutere un rapporto scomodo: contestarne l’aggettivo per non guardare i fatti.
L’ADL ha raccolto 65 casi in 41 località americane: concerti cancellati, esibizioni interrotte, campagne per impedire spettacoli, minacce, inviti ritirati, artisti considerati professionalmente troppo rischiosi perché israeliani, ebrei o apertamente sionisti.
Ha intervistato inoltre più di trenta autori e professionisti dell’editoria, alcuni dei quali raccontano pressioni per eliminare parole ebraiche, ambientazioni israeliane e persino cognomi percepiti come troppo riconoscibili.
Sessantacinque episodi non dimostrano statisticamente che un intero sistema culturale sia discriminatorio. L’ADL è un’organizzazione impegnata contro l’antisemitismo e il BDS, non un osservatorio estraneo alla materia.
La parola “sistemico”, dunque, va usata con cautela. Ma la cautela non consiste nel trasformare ogni fatto in un’opinione. Un artista ebreo minacciato resta minacciato. Un concerto cancellato resta cancellato. Un autore invitato a rendere meno ebraico il proprio libro non diventa libero perché manca ancora una statistica definitiva sul pregiudizio nell’industria editoriale.
Il contributo più importante del rapporto è l’individuazione del “veto della sicurezza”. Un teatro non deve condividere il boicottaggio né proclamarsi antisionista. Gli basta concludere che ospitare un israeliano o un ebreo dichiaratamente sionista comporti proteste, disordini e danni reputazionali. A quel punto cancella l’evento per prudenza.
È una forma particolarmente vigliacca di censura, perché consente a tutti di dichiararsi innocenti. Gli attivisti sostengono di aver esercitato il diritto di protesta. Il teatro afferma di aver protetto pubblico e dipendenti. L’artista scompare senza che nessuno debba assumersi la responsabilità della sua esclusione.
Il facinoroso conquista così un diritto di veto: più appare disposto a creare problemi, più le istituzioni gli consegnano il risultato richiesto. Il costo della minaccia ricade sulla persona minacciata. L’intimidazione viene ripulita nel linguaggio amministrativo: non discriminazione, ma sicurezza; non boicottaggio, ma gestione del rischio; non ostilità verso un’identità, ma opportunità di evitare tensioni.
Qui nasce il disgusto. Non soltanto davanti a chi pretende di sottoporre un musicista, uno scrittore o un attore a un esame preventivo su Gaza. Il disgusto riguarda le istituzioni che traducono il pregiudizio nel lessico neutrale delle procedure. Non chiedono più: “È giusto escluderlo?”. Chiedono: “Quanto ci costa non escluderlo?”.
Si obietterà che anche la Russia e i suoi atleti sono stati esclusi dopo l’invasione dell’Ucraina. È vero. In alcuni casi la sanzione ha colpito persone prive di responsabilità individuali e poteva essere contestata come punizione collettiva. Ma il rapporto dell’ADL non parla soltanto di israeliani. Parla anche di ebrei.
Nessuno, per sanzionare Putin, ha proposto di cancellare il concerto di un musicista americano perché di origine russa, eliminare cognomi russi da un romanzo o considerare sospetto un attore francese perché la sua famiglia veniva da Mosca. Le misure contro la Russia, giuste o sbagliate che fossero, colpivano rappresentative nazionali, cittadini russi o persone legate allo Stato aggressore.
Nei casi documentati dall’ADL, invece, il bersaglio si allarga dall’israeliano all’ebreo, compreso l’ebreo americano, sulla base di una posizione politica reale, presunta o semplicemente dedotta dalla sua identità. Non si domanda più che cosa abbia fatto o detto: basta che non rinneghi il sionismo o non pronunci la formula assolutoria richiesta dal momento.
Quando la responsabilità passa dal passaporto all’origine, dalla condotta al cognome, dalla cittadinanza israeliana all’identità ebraica, non siamo più nel campo delle sanzioni geopolitiche. Siamo nella discriminazione antisemita. E la Russia, francamente, non c’entra più nulla.
L’ADL può aver formulato in modo troppo categorico la propria conclusione generale. Non siamo obbligati ad accettare ogni sua classificazione. Ma le imperfezioni del rapporto non cancellano ciò che ha documentato.
La parola “sistemico” può restare oggetto di discussione. Il sistema del veto è già davanti a noi: qualcuno minaccia, un’istituzione si spaventa, un ebreo o un israeliano viene rimosso.
I fatti restano fatti. Ed è la normalità con cui oramai vengono amministrati a renderli ripugnanti.
(InOltre, 2 ottobre 2026)
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Le lezioni dell’attentato al volo Dubai-Tel Aviv
di Ugo Volli
• Eroismo e fortuna
Il gravissimo attentato aereo di ieri sul volo flydubai da Dubai a Tel Aviv è finito senza vittime solo per una combinazione di eroismo e fortuna: l’eroismo del comandante indiano del volo Smit Machchhar, che ha resistito all’attacco del secondo pilota omanita e, benché accoltellato, è riuscito ad aprire la porta blindata della cabina prima di collassare; quello degli israeliani Yaniv, Assaf e Tzvika, per citare solo i loro nomi, che sono entrati nella cabina di pilotaggio e hanno sopraffatto a mani nude l’attentatore, armato non si sa ancora se di coltello o di ascia; la fortuna che giovani israeliani addestrati al combattimento fossero in prima fila, che uno di loro avesse imparato sul pilotaggio aereo da un film abbastanza per fermare la brusca perdita di quota, che stava già distruggendo l’aereo, e quella di avere a bordo dei piloti di riserva che hanno potuto far atterrare l’aereo anche se danneggiato. Tutto questo ha evitato una strage che sarebbe stata terribile anche se avesse riguardato solo i passeggeri (circa 175 israeliani di cui una trentina di bambini), ma che probabilmente nei piani dell’attentatore avrebbe dovuto provocare anche vittime a terra, sul modello dell’11 settembre: quando è iniziata la sua azione l’aereo distava solo alcune decine di chilometri da Tel Aviv e se nessuno l’avesse fermato avrebbe potuto abbattersi su uno dei suoi grattacieli, magari su quello del ministero della difesa, la Torre Matkal nel quartiere della Kiryà. Il che sarebbe stato, nelle intenzioni dell’attentatore, una ripetizione ancora più iconica dell’attacco terroristico del 7 ottobre, di cui a giorni ricorre l’anniversario.
 • Un grave problema di sicurezza a Dubai
L’attentato fallito merita di essere indagato attentamente. Lo stanno facendo i servizi di sicurezza israeliani ed emiratini e (non si sa quanto efficacemente) anche la magistratura saudita, che detiene l’attentatore e ha ricoverato in ospedale il comandante. Ma qualche riflessione si può fare anche da lontano. La prima è questa: fra Israele e Dubai c’è un traffico intenso (flydubai gestisce cinque voli al giorno in entrambe le direzioni) e l’aeroporto internazionale di Dubai è uno degli hub più importanti del mondo. Ma la sua sicurezza evidentemente non funziona. Non molto tempo fa i servizi israeliani avevano proibito al vettore nazionale El Al di continuare a svolgere i voli con gli Emirati proprio perché non erano ritenuti adeguati gli standard di sicurezza. Ora El Al li riprende in emergenza, perché flydubai è stato bloccato per una settimana e ci sono numerosi israeliani da riportare a casa non solo dagli Emirati, ma dall’Africa e dall’Estremo Oriente. Ma l’insicurezza resta grave: l’attentatore si è portato un’arma da taglio in aereo e ciò significa quantomeno che i controlli sugli equipaggi in quell’aeroporto sono pericolosamente rilassati, ma forse anche che vi può essere una rete di complicità terroristica capace di agire di nuovo. Inoltre, anche se non sappiamo nulla del primo ufficiale attentatore – neanche il suo nome, solo la sua provenienza dall’Oman – è naturale chiedersi se vi siano stati accertamenti adeguati sul suo passato, e naturalmente anche su quello di tutti i suoi colleghi. È improbabile che qualcuno possa radicalizzarsi al punto da tentare un attentato suicida da solo e senza contatti, dunque senza lasciare tracce. Il che di nuovo implica un’insufficienza nei controlli per un mezzo di trasporto come un aereo di linea, che è maneggiato da sole due persone mentre deve garantire la sicurezza di centinaia di persone e inoltre costituisce un’arma terribile, come ci hanno insegnato le Twin Towers di New York. Con la differenza che questa volta l’attentato non è venuto da dirottatori infiltrati fra i passeggeri, ma dai comandi stessi dell’aereo.
• Chi ha commissionato l’attentato?
Ma se l’attentatore non si è radicalizzato da solo, non è probabilmente un “lupo solitario”, come probabilmente non lo sono stati la maggior parte degli autori degli attentati islamisti di strada degli scorsi anni in Europa e ovviamente in Israele, bisogna chiedersi chi lo controllava. E qui la risposta è abbastanza facile. Se, come diversi hanno suggerito in Israele, l’attentato ha dietro un attore politico importante, il responsabile non può che essere l’Iran o (meno probabilmente) un soggetto comunque dipendente dall’Iran (Hamas, Hezbollah, Houthi) o impegnato a sostenerlo (i talebani, i servizi segreti pakistani, molto improbabile). Solo costoro al momento attuale hanno le reti; la volontà politica, cioè l’odio fanatico per Israele; il disprezzo per la legalità internazionale e la reazione occidentale, che servono per allestire un crimine del genere. Bisogna ricordare che il giorno prima dell’attentato Netanyahu si era recato negli Emirati per un incontro – il primo annunciato pubblicamente nella storia- non solo con il presidente emiratino Mohamed bin Zayed al Nahyan, ma anche con diversi alti funzionari di Stati arabi, dalla Libia fino a forse l’Arabia Saudita, la quale però ha prudentemente smentito la partecipazione. Che il 7 ottobre sia stato scatenato tre anni fa per impedire la normalizzazione fra Israele e il mondo arabo e l’estensione degli “Accordi di Abramo” è un fatto noto e confermato anche dalle carte sequestrate nei nascondigli di Hamas. Una strage compiuta su un aereo degli Emirati in circostanze che sarebbe stato molto difficile ricostruire dopo un’esplosione, avrebbe probabilmente condotto a una crisi dei rapporti fra Israele ed Emirati. È probabile che l’obiettivo politico dell’attentato fosse proprio questo.
• L’antisemitismo e la vita ebraica
Vale infine la pena di considerare questa vicenda dal punto di vista politico e morale più vicino a noi. Le prime stragi moderne in terra di Israele che hanno colpito gli ebrei in quanto ebrei risalgono agli anni Venti del Novecento (Gerusalemme, Hebron, Safed) e da allora non si sono mai fermate, fino al 7 ottobre e a questo nuovo episodio per fortuna abortito. Continua insomma da cent’anni una caccia all’uomo che riprende forme, temi e obiettivi del nazismo e prima delle persecuzioni religiose. Solo difendersi con la forza, come è accaduto dopo il 7 ottobre e in maniera ridotta ma decisiva anche sull’aereo, garantisce la vita ebraica in Israele e altrove. Oggi tutti gli ebrei del mondo che si riconoscono nel proprio popolo sentono sul collo questa caccia e non sempre (ma in Italia oggi certamente sì) possono fidarsi dello Stato che li ospita per avere la garanzia di vita e di libertà cui tutti i cittadini hanno diritto. Tuttavia, ci sono intellettuali, giornalisti, politici, che in Italia si oppongono a una legge sull’antisemitismo perché condannerebbe anche l’odio per gli israeliani, che sono la metà degli ebrei del mondo, più minacciati di tutti gli altri. Il pretesto è che gli israeliani si difendono e dato che impediscono la propria distruzione sarebbero “genocidi”. Voci di questi ambienti che abbiano condannato questo nuovo tentativo di strage non se ne sono sentite, o quasi. Senza questo “antisionismo” che è antisemitismo, non sarebbe stato possibile questo attacco e forse neanche il 7 ottobre.
(Shalom, 1 ottobre 2026)
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Flydubai sospende Israele dopo l’attacco sul volo FZ1073
l copilota omanita avrebbe tentato di far precipitare l’aereo. Salvi i 174 passeggeri, voli sospesi e controlli rafforzati
di Shira Navon
Quello che nelle prime ore sembrava un grave incidente a bordo del volo FZ1073 da Dubai a Tel Aviv ha assunto contorni molto più inquietanti. Il Boeing 737 di Flydubai con 174 passeggeri, in grande maggioranza israeliani, è precipitato rapidamente da circa 33 mila a 17 mila piedi dopo che il copilota, cittadino dell’Oman, ha aggredito e accoltellato il comandante indiano Smit Machchhar. L’aereo è stato infine portato a terra a Tabuk, in Arabia Saudita. Tutti i passeggeri sono sopravvissuti.
Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità israeliane, il copilota avrebbe cercato di prendere il controllo del velivolo e di farlo precipitare. Ferito, il comandante riuscì ad aprire la porta della cabina. Alcuni passeggeri e membri dell’equipaggio intervennero e sopraffecero l’aggressore, mentre altri piloti Flydubai che viaggiavano a bordo presero il controllo dell’aereo e riuscirono a condurlo in sicurezza a Tabuk. Il copilota è stato arrestato dalle autorità saudite. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato di un tentativo di provocare una catastrofe e ha elogiato il coraggio di quanti sono intervenuti.
Il movente resta però da accertare. Netanyahu ha dichiarato che è ancora troppo presto per stabilire eventuali responsabilità esterne e che prima dell’episodio non vi erano informazioni di intelligence su un possibile attacco. Le autorità israeliane stanno trattando il caso come un grave incidente di sicurezza e hanno rafforzato i controlli sui piloti delle compagnie straniere dirette nel Paese.
Al centro dell’inchiesta c’è anche la nazionalità del copilota. Israele e Oman non intrattengono relazioni diplomatiche e, secondo funzionari della sicurezza israeliana, le regole applicate ai vettori stranieri impediscono che sulle rotte verso Tel Aviv vengano impiegati piloti provenienti da Paesi privi di relazioni diplomatiche con Israele. La ministra dei Trasporti Miri Regev aveva chiesto già nelle ore successive all’incidente di sospendere i collegamenti della compagnia e di chiarire come il copilota omanita fosse stato assegnato proprio alla rotta Dubai-Tel Aviv.
Flydubai ha quindi sospeso tutti i voli da e per Israele per la durata dell’indagine. La compagnia ha spiegato che la decisione, presa in coordinamento con le autorità competenti, sarà riesaminata quando saranno disponibili ulteriori informazioni. La sospensione ha lasciato numerosi viaggiatori israeliani bloccati a Dubai e lo Shin Bet ha inviato propri uomini nell’emirato per predisporre le misure di sicurezza necessarie ai voli di rimpatrio.
I passeggeri del FZ1073, intanto, sono rientrati in Israele oltre dieci ore dopo l’emergenza, trasportati al Ben Gurion da un altro velivolo inviato da Flydubai.
La vicenda pesa particolarmente proprio per il ruolo conquistato dalla compagnia emiratina dopo gli Accordi di Abramo del 2020. Flydubai ha trasformato la rotta Dubai-Tel Aviv in uno dei collegamenti più importanti fra Israele e il Golfo e durante i lunghi periodi nei quali numerosi vettori internazionali sospendevano i voli verso il Ben Gurion ha continuato a operare. Prima della sospensione arrivava a effettuare fino a dieci collegamenti giornalieri sulla rotta.
Nata nel 2008 e operativa dal 2009, Flydubai è cresciuta fino a diventare uno dei principali vettori dell’aeroporto internazionale di Dubai. La sua storia era stata segnata soprattutto dalla tragedia del volo 981, precipitato nel marzo 2016 durante un secondo tentativo di atterraggio a Rostov sul Don, in Russia, con la morte delle 62 persone a bordo.
Il caso del FZ1073 pone ora un problema di natura completamente diversa: chi può entrare nella cabina di pilotaggio di un aereo diretto in Israele, quali verifiche vengono effettuate sul personale e come vengono applicati gli accordi di sicurezza fra Paesi che hanno fatto dei collegamenti aerei uno dei simboli della normalizzazione.
Israele ed Emirati hanno mostrato per ora la volontà di evitare che l’episodio comprometta i rapporti bilaterali. Netanyahu ha parlato con il presidente emiratino Mohammed bin Zayed, mentre il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e il suo omologo emiratino Abdullah bin Zayed hanno ribadito la volontà di cooperare contro chi tenta di colpire la stabilità regionale.
È questo, probabilmente, il punto politico più delicato della vicenda. Flydubai era diventata durante la guerra molto più di una compagnia aerea: rappresentava uno dei collegamenti più solidi nati dagli Accordi di Abramo. Adesso i voli sono fermi e il ponte aereo Dubai-Tel Aviv è sotto esame. Prima di riaprirlo bisognerà capire chi fosse realmente l’uomo entrato nella cabina del FZ1073, perché abbia agito e, soprattutto, come abbia potuto trovarsi ai comandi di un aereo con 174 persone diretto in Israele.
(Setteottobre, 1 ottobre 2026)
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Le star della musica ebraica si esibiscono al concerto di Sukkot organizzato da United Hatzalah
(JNS) Una folla di 6.400 persone, provenienti da Israele e dall’estero, ha riempito mercoledì sera la Sultan’s Pool di Gerusalemme per il concerto annuale di Sukkot organizzato da United Hatzalah, in occasione del 20° anniversario dell’organizzazione di volontariato per le emergenze mediche.
L’evento ha visto esibirsi alcune star della musica ebraica, tra cui Ishay Ribo, Avraham Fried, Yaakov Shwekey, Zusha e Yair Elaytzur.
Il sindaco di Gerusalemme, Moshe Lion, ha aperto il concerto ringraziando i volontari e i sostenitori di United Hatzalah per vent’anni di attività dedicate a salvare vite umane.
United Hatzalah fa risalire la nascita della sua attuale organizzazione nazionale al 2006, durante la Seconda guerra del Libano, quando il fondatore e presidente Eli Beer riunì in un’unica rete di soccorso i gruppi indipendenti di Hatzalah presenti in tutto il Paese.
Oggi l’organizzazione conta circa 10.000 volontari, distribuiti in quasi 100 sedi in tutta Israele, e dichiara di aver gestito oltre 8 milioni di emergenze.
Fried ha definito Beer un «vero eroe ebreo», mentre Shwekey ha reso omaggio ai volontari dell’organizzazione.
«United Hatzalah è ovunque», ha dichiarato Shwekey. «Il 7 ottobre e in ogni altra situazione, li vedete lì, pronti a dedicare il proprio tempo per salvare vite in tutta Israele».
Uno dei momenti più emozionanti della serata è arrivato quando la famiglia di Bar Kupershtein, ex ostaggio di Hamas, è salita sul palco durante un appello per raccogliere fondi destinati all’acquisto di 738 defibrillatori, uno per ogni giorno trascorso da Bar in prigionia nella Striscia di Gaza.
Kupershtein, rapito il 7 ottobre 2023 durante il festival musicale Nova, è stato liberato dopo 738 giorni di prigionia.
Ha un legame personale con il mondo del soccorso medico: suo padre era un volontario di United Hatzalah e, successivamente, Kupershtein e sua madre hanno iniziato un percorso di formazione per diventare soccorritori volontari della stessa organizzazione.
«Per 738 giorni abbiamo pregato affinché Bar tornasse a casa», ha dichiarato Beer rivolgendosi al pubblico. «Questa sera trasformiamo le vostre donazioni in battiti del cuore».
In seguito, Kupershtein è salito sul palco insieme a Elaytzur per un’esibizione legata alla sua esperienza durante la prigionia.
«Grazie a Dio, sono qui, vivo e in buona salute», ha dichiarato Kupershtein. «I defibrillatori donati questa sera offriranno a innumerevoli altre persone una nuova possibilità di vivere. Per me è qualcosa di profondamente significativo».
La campagna per l’acquisto dei defibrillatori ha ampliato l’obiettivo originario della raccolta fondi legata al concerto.
Quando l’evento era stato annunciato a settembre, United Hatzalah aveva comunicato che i proventi sarebbero stati destinati all’acquisto di defibrillatori per i nuovi volontari.
L’organizzazione fornisce assistenza medica d’emergenza gratuitamente, senza alcuna distinzione di provenienza o religione. I volontari vengono inviati sul luogo dell’emergenza secondo il principio per cui il soccorritore disponibile più vicino deve raggiungere il luogo dell’intervento nel minor tempo possibile.
United Hatzalah ha inoltre inviato squadre di soccorso in occasione di catastrofi internazionali, tra cui terremoti e crolli di edifici.
(HaKol, 1 ottobre 2026)
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