“Quando chiuderò il cielo in modo che non ci sarà più pioggia, quando ordinerò alle locuste di divorare il paese, quando manderò la peste in mezzo al mio popolo, se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia faccia e si converte dalle sue vie malvagie, io lo esaudirò dal cielo, gli perdonerò i suoi peccati, e guarirò il suo paese.”
2 Cronache 7:13,14

Attualità



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Kateřina Ghannudi
Esclava de Amor



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Salmo 121




















Predicazioni
Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
Settembre 2017

Filippesi 3:17-21
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
Giugno 2016

Romani 12:1-2
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
Gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dic 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 lug 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio e a Mammona. Perciò vi dico: Non siate ansiosi per la vita vostra di quello che mangerete o di quello che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non siete voi assai più di loro? E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito? E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede? Non siate dunque ansiosi dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo? Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Matteo 6:24-34

Marcello Cicchese


Coronavirus: Israele, oltre 9000 casi positivi, 59 decessi

Verso la chiusura generale del Paese

Il numero dei casi positivi di coronavirus ha raggiunto oggi in Israele la cifra di 9.006. Di questi i malati gravi sono 153, dei quali 113 in rianimazione. I decessi sono stati finora 59. Lo ha reso noto il ministero della sanità. Fra i contagiati, 700 sono ricoverati in ospedali, 6.400 si curano nelle loro abitazioni, 800 sono in cura in stanze di albergo messe a loro disposizione dalle autorità. Circa 700 sono guariti e sono stati dimessi. Per ridurre la diffusione della pandemia, il governo ha ordinato una chiusura generale da oggi fino a sabato a sera. In una prima fase sarà vietato lasciare le città di residenza, mentre sarà possibile spostarsi al loro interno. Ma domani sera, in concomitanza con la cena di apertura della Pasqua ebraica, sarà vietato allontanarsi dalle proprie abitazioni: questa limitazione non sarà tuttavia imposta nella località a maggioranza araba.

(ANSAmed, 7 aprile 2020)


Pasqua, Pesach, Ramadan, come si celebrano le feste religiose durante la quarantena

di Rolla Scolari

Cristiani, ebrei e musulmani si sono adattati al distanziamento sociale e hanno rinunciato a vivere i riti quotidiani della loro fede insieme agli altri, ma adesso arrivano le festività più importanti, e la rinuncia è ancora più grave
   
«Ci siamo adattati. Questo è un capitolo, non sarà così per sempre. Occorre essere pazienti e coraggiosi», ci dice Yoshi Zweiback, che racconta come in queste settimane difficili ai funerali i presenti non debbano essere più di otto, come Bar e Bat Mitzvah, le celebrazioni per il raggiungimento dei 13 anni per i maschi, 12 per le femmine, la maggiore età, siano stati invece posticipati.
   Il seder di Pesach, la consumazione di una cena in famiglia seguendo un ordine di preghiere e di portate particolari, sarà ovunque diversa dal solito. Per tradizione, è un momento che raccoglie e riunisce le famiglie. L'isolamento forzato imposto dalle autorità di molti paesi, le restrizioni che chiedono ai più giovani di non andare a trovare gli anziani lasceranno molti soli nella sera di festa.
   Così, in Israele, persino alcuni rabbini ultraortodossi - innescando polemiche e controversie - hanno dato il permesso alle famiglie di avvalersi di piattaforme di conference call come Zoom e Microsoft Teams, per accorciare le distanze con i propri cari la notte del seder pasquale. Le comunità ortodosse e ultraortodosse seguono alla lettera la legge religiosa che vieta l'accensione di dispositivi elettronici a shabbat e nei giorni delle festività (di accendere e spegnere un fuoco, nelle Scritture). La celebrazione senza concorso di fedeli accomuna in queste settimane di coronavirus ebrei, cristiani e musulmani.
   Polemiche attorno alle feste si sono scatenate anche in Italia, quando il leader della Lega Matteo Salvini ha chiesto la riapertura delle chiese a Pasqua. Sia il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, intervistato da Corriere della Sera, sia l'arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Maria Zuppi, dalle colonne di Repubblica, hanno risposto ricordando ai fedeli l'urgenza di rispettare le indicazioni delle istituzioni in questo periodo di celebrazione ma pur sempre di emergenza.
   Ovunque nel mondo i preti da settimane organizzano messe in streaming, seguendo l'esempio di Papa Francesco, che con la sua suggestiva preghiera in solitudine da piazza San Pietro ha indicato ai fedeli la strada da seguire.
   Le celebrazioni della Settimana santa in streaming, in diretta radio o tv non sono l'unico modo con cui i sacerdoti raggiungono oggi i fedeli. Dall'Italia all'Australia non è mancata ai parroci la fantasia. Dalle Filippine sono arrivate le immagini di un prete che nella domenica delle Palme ha benedetto i suoi fedeli attraversando in automobile le strade del quartiere, mentre le persone, mascherina sul volto, tentavano di mantenere le distanze di sicurezza.
   Una tradizione americana d'altri tempi - e con altri scopi - è stata riadattata alle esigenze religiose: è stata introdotta la messa in versione drive-in, con i membri delle congregazione, rinchiusi nelle loro automobili, riuniti in un parcheggio ad ascoltare il celebrante.
   Per prepararsi alla Pasqua, ai cattolici è chiesto da sempre di accostarsi al sacramento della confessione. Benché i leader religiosi cristiani abbiano consigliato di chiedere perdono a Dio in privato, c'è chi ha cercato altre vie, come padre Scott Holmer, della chiesa di Saint Edward the Confessor, a Bowie, Maryland, negli Stati Uniti.
   Una fotografia immortala il prete che, in una specie di drive-thru, attende in un parcheggio, a distanza di sicurezza e con gli occhi coperti da una mascherina da notte a sostituire la tendina del confessionale, i fedeli in arrivo sulle proprie automobili. L'iniziativa di don Giuseppe Corbari, vicario parrocchiale di Robbiano, a nord di Milano, di dire messa in diretta radio di fronte ai selfie stampati dei parrocchiani appoggiati sui banchi della chiesa vuota, è stata riproposta a migliaia di chilometri di distanza, in una chiesa di Sydney, Australia.
   In Libano, dove i cristiani di tutte le denominazioni hanno sospeso le funzioni della Settimana santa, circolano video di preghiere corali dai balconi delle case, mentre la popolazione è in isolamento.
   Anche il mondo islamico si prepara a celebrare il momento più sacro dell'anno: il Ramadan, il mese del digiuno dall'alba al tramonto. L'emergenza sanitaria non cambia nulla per chi si asterrà dai pasti quotidiani (a chi è malato non è richiesto di digiunare).
   Ramadan è però anche un momento pieno di socialità, di tempo passato assieme, in famiglia e con gli amici. E di preghiera condivisa. Nella maggior parte dei paesi musulmani, leader politici e religiosi hanno chiesto ai fedeli di pregare da casa. La preghiera del venerdì, quella che riempie le moschee, è stata sospesa un po' ovunque.
   Il regno saudita, chiudendo i suoi confini, ha interrotto il pellegrinaggio minore, umrah, che i fedeli possono intraprendere durante tutto l'anno. Il pellegrinaggio annuale, hajj, uno dei cinque pilastri dell'islam assieme al digiuno sacro, dovrebbe tenersi a luglio, ma l'attuale situazione sembra non permettere un evento di tali proporzioni e numeri.
   Durante il mese di Ramadan i musulmani si ritrovano in famiglia per rompere il digiuno nel momento dell'iftar serale, invitano amici diversi ogni sera. E in molti paesi aspettano assieme, vegliando lunghe ore, il suhur: un pasto consumato prima dell'alba, prima dell'inizio di un nuovo giorno di digiuno.
   In questo tempo, le città, i caffè e i ristoranti, le piazze si riempiono. In paesi come l'Egitto, dove è tradizione che istituzioni, privati cittadini, star del cinema e della televisione organizzino "tende" di Ramadan, o tavolate rionali in cui è servito un pasto, è stato già anticipato dalle autorità che con l'emergenza sanitaria in corso nulla di tutto ciò sarà possibile.
   Le famiglie durante il mese sacro trascorrono anche lunghe serata a casa. È il momento in cui tutte le emittenti del mondo arabo, a partire dal primo giorno di Ramadan, trasmettono serie televisive cui gli attori e i registi più celebri della regione hanno lavorato per mesi. Quest'anno, imam e leader religiosi hanno chiesto un po' ovunque alla famiglie di festeggiare senza raggruppamenti, di non andare a trovare o invitare parenti e amici.
   E di non uscire di casa. Le comunità musulmane si stanno così preparando alla possibilità di un Ramadan in cui si pregherà da soli: sarà difficile poter recitare in moschea la preghiera straordinaria e collettiva, tarawih, che riunisce milioni di persone attraverso il mondo ogni sera dopo la rottura del digiuno.

(Linkiesta, 7 aprile 2020)


*


Ma Dio, del coronavirus, che ne pensa?

La domanda è semplice. Troppo semplice. Puerile, penserà qualcuno. "Non sappiamo neppure se Dio esiste - dirà l'incredulo - figuriamoci se possiamo indovinare che cosa ha in mente adesso che sta succedendo tutto questo disastro!". Questo è comprensibile per chi dice di essere ateo o agnostico, ma per chi dice di credere in Dio la domanda si pone, perché che questo flagello sia voluto da Dio è indiscutibile. Qualcuno certamente dirà di saper dare la risposta esatta, ma non sono molti, e di solito sono poco considerati, se non del tutto irrisi e disprezzati. Perché non sembra serio porsi una domanda come questa. Altre sono le considerazioni che agli uomini ben disposti sembrano degne di rispetto: come trovare un equilibrio personale che non faccia uscire fuori di testa; come riscoprire l'importanza di relazioni familiari troppo poco coltivate; come prepararsi a ricostituire una nuova società che privilegi la solidarietà invece della concorrenza. E, per i religiosi di vario genere, come riuscire a mantenere in esercizio le proprie forme di culto nonostante i divieti imposti.
   Anche per i cristiani evangelici le cose non sono diverse. Si cerca di salvare il salvabile ricorrendo, con impegno e fantasia, ai soli mezzi oggi a disposizione: quelli telematici. Resta tuttavia la domanda iniziale: ma Dio, che ne pensa? In fondo, è a Lui che si vuole rendere onore. Siamo sicuri che il Signore gradisca tutto questo zelo? Ci interessa soprattutto quello che pensa Lui o quello che vogliamo noi? Ciascuno potrà dare la sua risposta, ma la domanda non può essere evitata.
   La Scrittura ci mette in guardia: al tempo di Isaia, le parole rivolte da Dio al suo popolo che continuava ad essere molto interessato al mantenimento delle sue tradizioni cultuali, sono particolarmente dure. Hanno qualcosa da dirci anche oggi?
   Dal libro del profeta Isaia, capitolo 1:
    Guai alla nazione peccatrice, popolo carico d'iniquità,
    razza di malvagi, figli corrotti!
    Hanno abbandonato l'Eterno, hanno disprezzato il Santo d'Israele,
    hanno voltato le spalle e si sono allontanati.
    Per quale ragione colpirvi ancora?
    Aggiungereste altre rivolte.
    Tutto il capo è malato,
    tutto il cuore è languente.
    Dalla pianta del piede fino alla testa non c'è nulla di sano in esso:
    non ci sono che ferite, contusioni, piaghe aperte,
    che non sono state ripulite, né fasciate,
    né lenite con olio.

    Ascoltate la parola dell'Eterno, capi di Sodoma!
    Prestate orecchio alla legge del nostro Dio, popolo di Gomorra!
    «Che m'importa la moltitudine dei vostri sacrifici?», dice l'Eterno;
    «io sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di bestie ingrassate;
    il sangue dei tori, degli agnelli e dei capri,
    io non lo gradisco.
    Quando venite a presentarvi davanti a me,
    chi vi ha chiesto di contaminare i miei cortili?
    Smettete di portare offerte inutili;
    l'incenso io lo detesto;
    e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni,
    io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne.
    L'anima mia odia i vostri noviluni e le vostre feste stabilite;
    mi sono un peso che sono stanco di portare.
M.C.

(Notizie su Israele, 7 aprile 2020)


È dura la vita dei boicottatori di Israele ai tempi del Coronavirus

di Sarah G. Frankl

 
Non sembra ma è dura la vita dei boicottatori di Israele, specialmente di questi tempi di pandemia globale da Coronavirus.
Già è difficile fare boicottaggio a Israele in tempi normali, specie se soffri di diverse malattie che per essere curate hanno bisogno delle scoperte israeliane, sei un cardiopatico, un malato di cancro o anche se sei solo un semplice amatore della frutta.
Ieri il fondatore del Movimento BDS, Omar Barghouti, con un triplo salto carpiato di cui è specialista, ha detto che se Israele dovesse scoprire un vaccino o una cura contro il Coronavirus i boicottatori di Israele sarebbero autorizzati a usarlo.
«Salvare vite umane è più importante di qualsiasi altra cosa» ha detto il fondatore del Movimento BDS per giustificare la capriola.
Provate a immaginare lo sgomento di questi poveri boicottatori di Israele che già sono costretti dal destino infame a usare quotidianamente tecnologia israeliana o medicine che arrivano da scoperte israeliane e che adesso devono affrontare anche questo tortuoso percorso di salvezza dal Covid-19.
Già e dura usare tutti i giorni i computer che hanno al loro interno una qualsiasi chip Intel, inventato in Israele. È dura soffrire di cuore o di una malattia vascolare e non poter boicottare lo Stent, inventato dai perfidi israeliani. È dura usare i cerotti e altri farmaci per il diabete, gli Spin per gli asmatici e decine di altri farmaci salvavita inventati in Israele. Adesso ci si mette anche questo maledetto Coronavirus.
Ma i boicottatori di Israele ormai sono abituati ad essere poco coerenti con se stessi. Lo stesso Omar Barghouti è "costretto" a godere quotidianamente della democrazia israeliana. Usano computer con tecnologia Intel per scrivere i loro deliri anti-israeliani, mangiano frutta coltivata con il sistema a goccia inventato da Israele, si curano con medicine made in Israel. Però se c'è da boicottare un pompelmo o una cremina per la pelle del Mar Morto non si tirano indietro una volta.
Stoici e duri sulle loro inflessibili posizioni i boicottatori di Israele non guardano in faccia niente e nessuno, nemmeno a quando a rimetterci sono proprio i loro protetti palestinesi, come per la vicenda della SodaStream o per il boicottaggio dei prodotti in Giudea e Samaria che ha ridotto alla fame decine di migliaia di palestinesi che hanno perso il lavoro.
Chissà quanto gli è costato psicologicamente ammettere pubblicamente che, nel caso, sarebbero disposti a derogare dalla loro dura lotta senza confini contro i perfidi israeliani, perché l'importante è boicottare Israele con il culo degli altri. Ipocriti senza vergogna.

(Rights Reporters, 7 aprile 2020)


«Un piccolo pensiero per voi!!!! Grazie sempre delle notizie»

Angelica Edna Calo Livne, che abbiamo avuto occasione di conoscere personalmente e che compare diverse volte sulle nostre pagine, ha voluto inviare anche a noi da Israele un messaggio di incoraggiamento per gli italiani. A nome di tutti, nel nostro piccolo, la ringraziamo di cuore. M.C.

Dal Teatro Arcobaleno di Beresheet LaShalom
Carissimi amici!!!!
Anche noi del Teatro Arcobaleno di Beresheet LaShalom abbiamo voluto preparare un messaggio di augurio, ringraziamento e incoraggiamento ai nostri amici italiani!!!!!
Un breve video colmo di affetto e ammirazione.

(Notizie su Israele, 7 aprile 2020)


Coronavirus: Netanyahu annuncia il lockdown per pasqua ebraica

di Giacomo Kahn

Il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato il lockdown totale per i primi giorni della settimana di festività di Pesach, la Pasqua ebraica, che avrà inizio al tramonto di mercoledì. Per evitare che si ripeta una diffusione di massa dei contagi, come avvenuto dopo la festività di Purim, all'inizio di marzo, gli israeliani non potranno allontanarsi dai propri quartieri dalle 20 di martedì fino alle 8 di venerdì. Gli israeliani non potranno invece lasciare le proprie abitazioni a partire dalle 19 di mercoledì, fino alle 8 del giorno successivo.
   Il divieto di uscire di casa per riunirsi con amici o parenti la sera di Pesach è una decisione che non ha precedenti non solo nella storia di Israele, ma anche nella storia trimillenaria del popolo ebraico.
   La cena del Seder è infatti uno dei momenti più importanti dell'anno per una famiglia ebraica, durante la quale le famiglie allargate si riuniscono intorno alla tavola per la lettura dell'Hagaddah, che narra l'uscita del popolo ebraico dell'Egitto. Tradizionalmente il più piccolo della famiglia pone una serie di domande rituali ai più anziani, ma quest'anno tutto sarà diverso: si vuole evitare di riunire nonni, nipoti, zii e cugini. "Vogliamo che ciascuno abbia un Seder con la famiglia con la quale vive, senza movimenti di famiglie", ha spiegato il ministro dell'Interno Arye Deri.
   Intanto il comune di Gerusalemme ha annunciato che mercoledì distribuirà in tutti i quartieri contenitori speciali per raccogliere il chametz, ovvero i cibi lievitati che, per tradizione, vanno eliminati da casa prima di Passover. Quest'anno è vietato bruciare il chametz, come è sempre stato uso, per evitare assembramenti. Sarà il comune di Gerusalemme ad assicurare che tutto venga poi incenerito.
   Intanto cresce il numero dei contagiati: con 102 nuovi casi di coronavirus, Israele ha superato la soglia di 9.000 contagi.

(Shalom, 7 aprile 2020)


Israele-Russia: colloquio telefonico Netanyahu-Putin, focus sul coronavirus

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha avuto un "cordiale" colloquio telefonico con il presidente russo, Vladimir Putin, incentrato sull'emergenza Covid-19. Lo riferisce l'ufficio stampa di Netanyahu. Le parti hanno discusso della cooperazione per l'acquisto di materiale sanitario nel quadro della lotta al virus Sars-Cov-2. Inoltre, Netanyahu e Putin "hanno concordato di consentire il movimento tra Russia e Israele in modo che i cittadini di entrambi i paesi possano tornare nei loro paesi di origine". Infine, secondo quando riferito dall'ufficio di Netanyahu, Putin ha augurato ai cittadini israeliani una felice Pasqua e buona fortuna nella lotta contro la pandemia.

(Agenzia Nova, 6 aprile 2020)


Santo Sepolcro chiuso dopo 700 anni

Solo pochi fedeli ammessi per i riti a Gerusalemme. Funzioni sospese anche in Egitto, Libano e Giordania

di Giordano Stabile

Le porte sbarrate all'ingresso della chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Un'immagine che non si vedeva da settecento anni, al tempo della grande peste del Trecento. E che riassume la portata epocale dell'epidemia di coronavirus. Il mondo si è fermato, l'economia rischia di crollare, e anche riti millenari rimangono in sospeso, nel vuoto delle città messe in quarantena. La Settimana Santa si è aperta senza processioni, con Papa Francesco da solo in mezzo a San Pietro a celebrare la domenica delle Palme. La stessa scena si è ripetuta con il patriarca cattolico nella Città Santa, priva delle migliaia di pellegrini che di solito l'affollano in questi giorni. Il governo israeliano ha autorizzato le celebrazioni, ma con una presenza minima di sacerdoti e religiosi, per evitare un'esplosione di contagi. E le misure restrittive riguardano tutti i Paesi mediorientali con una forte presenza di cristiani, dal Libano all'Egitto. Misure dolorose, che mettono tristezza, ma necessarie per salvare vite umane.
   Nella città delle tre religioni abramitiche la Pasqua si prolunga in tempi diversi, in base al calendario gregoriano cattolico e giuliano ortodosso, mentre la Pesach ebraica comincerà dopo il tramonto di mercoledì prossimo per concludersi il 16 aprile. La domenica delle Palme sarà celebrata il 12 aprile dagli ortodossi, la Pasqua cattolica lo stesso giorno, e il 19 aprile per gli ortodossi. Tutte le confessioni hanno concordato di ridurre al massimo la presenza di fedeli. Persino una delle cerimonie più suggestive a Gerusalemme, quella del Fuoco sacro, che si svolge nella notte fra la Vigilia e Pasqua, sarà quasi senza testimoni.
   L'accensione della lampada all'interno dell'Edicola, il luogo che custodisce la tomba di Gesù, è il culmine di una settimana di riti ortodossi. Migliaia di pellegrini dall'Europa orientale e Medio Oriente arrivano ogni anno per assistere, accalcati nella chiesa del Santo Sepolcro. La tradizione vuole che sia un angelo a scendere nell'edicola per riaccendere la fiamma spenta poco prima della cerimonia. Spetta poi al patriarca greco ortodosso Theofilo III raccogliere il fuoco e distribuirlo ai rappresentanti delle altre chiese. Quest'anno saranno ammesse soltanto una quindicina di persone. Dopo la cerimonia trasporteranno il Fuoco sacro, scortati dalla polizia israeliana, da Gerusalemme all'aeroporto di Tel Aviv, dove sarà distribuito alle delegazioni di ciascuna chiesa, senza che nessuno debba scendere dagli aerei, per evitare la quarantena obbligatoria per chiunque sbarchi in questi giorni in Israele.
   Stesso tono minore in Egitto, altro Paese dei cristiani d'Oriente, assieme a Territori palestinesi, Giordania, Siria, Libano, Iraq. La Chiesa copto-ortodossa ha deciso di sospendere le preghiere e funzioni e ha ordinato la chiusura delle parrocchie. La decisione di Papa Tawadros II, patriarca della chiesa copto-ortodossa d'Alessandria, è stata presa in accordo anche con il governo egiziano che sta imponendo restrizioni sempre più rigide. Una decisione «storica e senza precedenti», ma imposta dell'emergenza. Le stessa che ha spinto il Libano a vietare le processioni per la Domenica delle Palme, seguitissime e chiamate con l'espressione francese «Les Rameaux».
   I maroniti cattolici sono la confessione più importante nel Paese dei Cedri e si sono adeguati alle indicazioni del governo e della chiesa. Il premier Hassan Diab ha deciso che le «confinement», cioè il restare a casa, durerà almeno fino al 16 aprile ma è probabile che venga esteso a fin dopo la Pasqua ortodossa, il 19 aprile. Messe e funzioni liturgiche sono sospese nelle chiese di tutte le confessioni cristiane, undici in Libano. E misure simili sono state prese in Giordania, dove vige un coprifuoco totale, in Siria e Iraq.

(La Stampa, 6 aprile 2020)


La settimana santa nella Terra Santa tra lacrime dai balconi e baci su Skype

Gerusalemme è aperta nei cuori ma le strade prima piene di gente sentono ora il gelo dell'assenza di cristiani e ebrei.

di Fiamma Nirenstein

 
GERUSALEMME - Perché questa sera è diversa da tutte le altre? Quest'anno, mercoledì sera quando, come ogni anno, comincia la Pasqua ebraica con queste parole, ci verrà da piangere e da ridere insieme chiedendolo. E ci guarderemo in faccia; e certamente diremo l'uno all'altro «tutto». A tavola alla «grande» cena siederemo in pochi, pochissimi, distanziati, collegati su skype con le famiglie che avrebbero dovuto sedere con noi. Ma c'è poco da fare: questa è la Pasqua con Corona. Nella notte senza rumori di Gerusalemme, ognuno ripercorrerà sulla «Agadà» la via della libertà del popolo ebraico guidato da Mosè fuori dall'Egitto.
   A Gerusalemme, siamo in tanti: per i cristiani la Settimana Santa è stravolta. Chiusi dentro il Santo Sepolcro, nella Città Vecchia, gli 11 frati che possono uscire solo quando il custode musulmano fa girare la chiave millenaria nel portone, sanno che fuori non li attenderà la solita folla che viene da tutto il mondo, ma un gruppetto sparuto di clerici autorizzati, fra cui l'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, che cerca di tenere aperto col cuore ciò che non può col corpo, niente processioni o messe di folla.
   Povero Pizzaballa, è dalla peste del 1349 che il santo Sepolcro non veniva chiuso. È toccato a lui fronteggiare la pandemia. Le strade punteggiate dai negozietti arabi sono color pietra, niente cocci colorati, magliette, monili, arazzi ricamati. Gerusalemme è aperta nei cuori, ma le strade che sempre nei giorni di Pasqua, che quasi sempre coincidono, splendono, gridano, vendono, sentono il gelo dell'assenza di ebrei e cristiani, del vuoto, del silenzio, del pericolo del virus. La Via Crucis nei vicoli, la Città Vecchia ornata delle statuine che Papa Francesco ha voluto per segnare le stazioni, deve rinunciare alle folle, cattoliche adesso e fra una settimana greco ortodosse, che camminano cantando e pregando con croci di legno che ricordano la passione di Cristo. Le lacrime per Gesù sono rimandate, o sublimate.
   Il Santo Sepolcro è stato visitato ieri da Pizzaballa, al quale è concesso di dire messa nel luogo sacro. Guardando la grande, strana chiesa costruita a pezzi piuttosto discordanti nei secoli, il solo desiderio che si prova è lo stesso che si sente nel centro, nel quartiere tedesco, a Talpiot, a Mea Shearim, Amona, in tutta Gerusalemme: che torni il rumore, che viva la città delle meraviglie e dei millenni, la capitale d'Israele rinata, che i turisti fedeli cristiani infilino la mano nella fossa dove doveva stare la croce sul Golgota, che la pietra liscia della deposizione sia di nuovo un oggetto di carezze, che i preti cattolici e i greci fieri del loro potere, gli armeni, i copti, le 22 fedi cristiane che convivono in chiesa, ma che non si sono potuti accordare nemmeno nello spostare quella scaletta che da secoli sta ritta in bilico su un cornicione.
   Il dispositivo del ministero della Salute vale per tutti anche se il patriarcato latino si batte per ottenere una degna celebrazione del Triduo Pasquale al Santo Sepolcro, e cerca di sostituire alla processione della Domenica delle Palme una distribuzione da parte dei parroci di rametti già benedetti e di acqua santa, e ha spostato, per esempio, la messa del giovedì santo a Pentecoste.
   Gli ebrei puliscono incessantemente la capitale e curano i fiori di tutti in colori e profumi. La spazzatura è raddoppiata da quando tutti sono in casa, la polizia in moto va avanti e indietro e blocca i sospetti di essersi allontanati. Mascherine e guanti, che strano, non nascondono l'identità di nessuno. Se passa un amico sotto la finestra (le mie sono basse) ti sbracci contento, e urli «ciao come stai come va come te la cavi, come stanno i ragazzi...» La Pasqua ebraica è difficile piena di quesiti intellettuali, di significati, di ostacoli organizzativi. Gerusalemme sembra una dama viziata, sta là zitta, è invasa da una sabbia bianca e calda nel vento di Hamsin, non si trovano uova, ci sono molti gatti arancioni per la strada. Israele ha combattuto molto bene fino ad ora, essendo stata una dei primi Paesi che ha chiuso i voli; poi Netanyahu ha puntato sul senso di disciplina e di resistenza della popolazione per chiuderla in casa.
   Unica effrazione seria, a Gerusalemme e a Tel Aviv le grandi comunità religiose che aspettano il Messia ad ogni minuto e che non fanno il servizio militare, per settimane hanno seguitato a andare, otto, dieci figli quanti sono, ad ammucchiarsi nelle scuole di Talmud e di Torah, a frequentare vicini vicini le sinagoghe e a portare il malanno in giro senza rendersene conto. Gerusalemme per questo ora ha uno spazio irriso e misterioso, i quartieri religiosi, ormai ridotti a più miti consigli da ordini tassativi per cui la polizia piantona i quartieri come Meah Shearim. Intanto, Gerusalemme religiosa ma anche quella semplicemente tradizionale, è presa nella frenetica pulizia domestica dal pane e da ogni cibo lievitato, ma la padrona di casa spesso è ritardata dalla presenza fitta in casa della famiglia che non si esce al lavoro e dei tanti bambini. Le strade di pietra, di fiori profumati, di pini neri, sono indifferenti, belli, sembrano un segnale che dice «ok, siete nella città santa, adesso cavatevela da soli». E Israele, abituata alla guerra, alla solidarietà a tutti i costi, a considerare i vecchi come monumenti alla memoria della Shoah e della costruzione dello Stato, compie giravolte, batte il naso, ma alla fine i giovani nell'esercito vengono a fare i prelievi, gli hotel con tante stelle vengono trasformati in case assistite per i vecchi. A Gerusalemme un numero telefonico, il 104, è solo per gli anziani, e dalle organizzazioni di quartiere chiamano tutti, dai 60 in su, per sapere se abbiamo bisogno di qualcosa. In generale qui in tutto abbiamo 49 morti e 177 in gravi condizioni, 8258 infettati, 477 guariti. Non c'è male.
   La notte del «Seder» racconta come Moshe condusse gli ebrei fuori dall'Egitto verso la libertà e dette loro i Dieci Comandamenti, su cui si è costruito il mondo in cui viviamo. Ma chi legge l'Haggada vede che per arrivarci si sono attraversate persecuzioni, piaghe, stermini. A Gerusalemme, ciascuno nella sua casa, separati, gli ebrei almeno sanno che sono arrivati dove Moshe li conduceva. E i cristiani nel giorno di Pasqua, soffrono rinchiusi, ma almeno sanno che Cristo è risorto. A Gerusalemme. Bel posto anche col Coronavirus.

(il Giornale, 6 aprile 2020)


Una fucina di idee cultura e spiritualità

Kiev, Odessa, Dnipro sono oggi le tre comunità ebraiche più numerose e vitali dell'Ucraina. Un vero Rinascimento

di Anna Lesnevskaya

Quella dell'Ucraina ebraica è una storia ricca di cultura e di spiritualità, ma anche segnata da grandi sofferenze tra i pogrom dell'epoca zarista e l'annientamento di più della metà degli ebrei ucraini (1,5 milioni di persone) durante l'Olocausto. Con la perestrojka è cominciata una grande Aliyah, con decine di migliaia di "rimpatrianti" che lasciavano il Paese ogni anno. Ma parallelamente si attuava la rinascita della vita ebraica, soprattutto per mano dei chassidim di Chabad-Lubavitch. Ora, secondo calcoli diversi, la comunità ebraica del Paese conta tra 120 e 300 mila persone, e rimane comunque tra le più numerose al mondo.
   La rivoluzione del 2014 e la successiva guerra tra il governo ucraino e i separatisti filorussi all'Est del Paese hanno avuto profonde ripercussioni anche sugli ebrei dell'Ucraina. Nelle città di Donetsk e Lugansk, occupate tuttora dalle milizie separatiste, le due comunità ebraiche contavano prima del conflitto rispettivamente 15 mila e circa 8 mila persone. Una parte di esse continua a sopravvivere nelle zone controllate dai ribelli, ma moltissimi ebrei ucraini hanno scelto la strada dell'Aliyah. Infatti nel 2015 è stato raggiunto un livello record degli olìm ucraini, 7.500 persone. E nel 2019 l'Ucraina è stata al secondo posto per numero di olìm hadashim (5.247) dopo la Russia.
   Il presidente ucraino Vladimir Zelenskij, lui stesso di origini ebraiche, ha sostenuto recentemente che il livello dell'antisemitismo in Ucraina sia tra i più bassi in Europa, ma non tutti gli ebrei locali la pensano così, rimanendo cauti di fronte agli sporadici atti vandalici antisemiti e alla presenza di alcune forze nazionaliste nello spettro politico del Paese. Secondo i dati di una ricerca dell'Anti-Defamation League (ADL), nel 2019 gli atteggiamenti antisemiti in Ucraina sono cresciuti del 14% rispetto ai numeri del 2015 dello stesso studio. Se un secolo fa la quasi totalità dei 3 milioni di ebrei ucraini abitava negli shtetl della "zona di residenza", mondo totalmente scomparso, oggi la popolazione ebraica si concentra nelle grandi metropoli, in primis, nella capitale Kiev, la città che ha dato i natali, nel 1898, alla prima donna primo ministro di Israele, Golda Meir, e dove visse e lavorò, a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, Sholem Aleichem, uno dei classici della letteratura yiddish. La storia della Kiev ebraica è inseparabile dalla tragedia di Babij Jar, a lungo taciuta dai gerarchi sovietici. In questo enorme fossato tra la fine di settembre e la prima metà di ottobre del 1941 le SS e i loro collaboratori locali hanno sterminato quasi tutta la popolazione ebraica della zona, più di 50 mila persone.
   La seconda comunità ebraica più grande in Ucraina è quella di Odessa, città portuale che tra la seconda metà dell'Ottocento e il primo quarto del Novecento era la terza città al mondo per popolazione ebraica. Proprio in questo periodo d'oro sulla scena letteraria di Odessa erano attivi Mendele Moicher Sforim, "il nonno della letteratura ebraica" e Haim Nachman Bialik, il poeta nazionale di Israele. Ed è qui che i brutali pogrom hanno dato la spinta all'attività dei sionisti Leon Pinsker e Vladimir Zhabotinskij. Oggi Odessa sta vivendo un vero e proprio rinascimento ebraico. A testimoniarlo la riconsegna alla comunità nel 2016 della celebre Sinagoga "Brodskij".
   La terza comunità ebraica più grande dell'Ucraina è quella di Dnipro all'Est del Paese, dove l'oligarca di origini ebraiche, Igor Kolomojskij, finanziò la costruzione del gigantesco centro comunitario nel pieno centro della città, costato decine di milioni di dollari e pubblicizzato come il più grande al mondo (foto in alto).
   L'Ucraina è stata anche la patria dei grandi Tzadikkim chassidici. Tra gli anni 1740 e 1760 nel paesino di Medzhibozh visse e sviluppò il suo pensiero il fondatore del chassidismo Baal Shem Tov. Mentre nella cittadina di Uman', nella parte centrale del Paese, si trova la tomba del suo bisnipote e un altro saggio chassidico, Rebbe Nachman di Breslov, scomparso nel 1810. Ogni anno per Rosh HaShanà Uman' ospita circa 30 mila seguaci di questo maestro chassidico e diventa un fulcro pulsante della spiritualità ebraica.

(Bet Magazine Mosaico, 6 aprile 2020)


"Il mio cuore è vicino a questa gente meravigliosa, che sopporta il dolore e dignità"

L'ambasciatore d'Israele in Italia offre ai suoi connazionali uno sguardo dall'interno di uno dei paesi più colpiti dal coronavirus

Quando esattamente si è interrotta la routine della nostra vita? Non lo ricordo. Ho perso il senso del tempo. Non è una metafora, è proprio così che mi sento. Gli eventi della scorsa settimana sembrano di un anno fa, e il mese scorso sembra un'altra vita. Lavoriamo di giorno in giorno, e ogni sera ci porta una nuova realtà.
Ho iniziato il mio servizio diplomatico come ambasciatore d'Israele in Italia con cuore aperto e molta curiosità, confidando nel Signore. Indipendentemente da quello che poteva succedere, avrei fatto del mio meglio per il nostro popolo e il nostro paese. Ma una pandemia come questa, che sta sconvolgendo l'ordine mondiale e causando la morte di decine di migliaia di persone, molte delle quali nel paese in cui mi trovo ora, non mi aveva nemmeno sfiorato la mente.
La sera del 30 gennaio tornavo da due giorni a Torino pieni di impegni. Vi avevo incontrato leader locali, aziende, esponenti di comunità ebraiche. Avevo anche parlato alla riunione inaugurale di una nuova organizzazione chiamata "Avvocati per Israele". Il giorno successivo, 31 gennaio, venivano identificati i primi due casi da coronavirus in Italia: due cinesi con un'infezione importante....

(israele.net, 6 aprile 2020)


Serbia-Israele: presidente Rivlin, sostegno a Belgrado nella lotta al coronavirus

Il presidente israliano Reuven Rivlin con il presidente serbo Aleksandar Vucic (foto d'archivio)
BELGRADO - Il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, ha avuto oggi una conversazione telefonica con l'omologo israeliano Reuven Rivlin. Secondo quanto riferisce una nota della presidenza serba, Rivlin ha espresso il proprio sostegno a Vucic e alla popolazione serba nella lotta contro la diffusione del coronavirus. I due interlocutori hanno sottolineato l'importanza della cooperazione internazionale per combattere una sfida di tale portata. Vucic e Rivlin hanno auspicato che le misure intraprese dai due governi per contenere il virus possano portare presto ad una diminuzione dei contagi e delle vittime. Vucic ha infine auspicato un ulteriore avanzamento delle positive relazioni bilaterali fra i due paesi.

(Agenzia Nova, 6 aprile 2020)


Resta dissenso tra Netanyahu e Gantz sul nuovo governo

Tra i due storici litiganti resta maretta.

Acque agitate per la formazione del nuovo governo israeliano. Sembra ancora in alto mare l'accordo tra Benjamin Netanyahu e Benny Gantz, nonostante l'intesa per un governo di unità nazionale tra i due annunciata nei giorni scorsi.
Tanto che Gantz, come premier incaricato, ha preannunciato oggi al presidente Reuven Rivlin l'intenzione di chiedere una proroga al suo mandato che termina il 13 aprile, in piena Pasqua ebraica. Ma non è sicuro che Rivlin accetti la richiesta di altri 14 giorni, visto che ha detto di riservarsi di esaminare la vicenda a ridosso della scadenza.
L'impasse tra il Likud di Netanyahu e Blu-Bianco di Gantz (orfano dei suoi ex alleati Lapid e Yaalon) riguarda, secondo i media, alcuni punti e tra questi l'annessione di una parte della Valle del Giordano e degli insediamenti ebraici di Cisgiordania - favorita dal piano di pace di Trump - che il Likud vuole avviare da subito. C'è anche dissenso sul fatto che la carica di presidente della Knesset - ora occupata da Gantz - torni al Likud, come vuole Netanyahu.

(swissinfo.ch, 5 aprile 2020)



Israele: Unità 8200 impegnata nella guerra al Coronavirus

di Paola P. Goldberger

 
L'Unità 8200, un compartimento di altissimo livello della intelligence israeliana specializzata nella guerra cybernetica, è stata chiamata in causa dal Ministero della Sanità israeliano per contribuire nella guerra al Coronavirus.
Almeno una quindicina di ufficiali della Unità 8200 sono impegnati esclusivamente nell'analisi dei metadati relativi alla guerra al Coronavirus combattuta dai diversi paesi in tutto il mondo.
Questo, secondo il Ministero della Sanità, dovrebbe contribuire ad individuare la corretta metodologia per arginare e bloccare la pandemia di COVID-19 che ha colpito anche Israele.
Attualmente l'Unità 8200 è impegnata nella guerra cybernetica contro l'Iran, Hezbollah e Hamas e impiega circa 300 uomini e donne sia nell'analisi dei dati che nella vera e propria battaglia che si combatte a colpi di righe di codice.
Esattamente come avviene nella guerra cybernetica, il team che raccoglie i dati riguardanti la lotta al Coronavirus passa le informazioni a un secondo team dedicato unicamente alla loro analisi e allo studio delle soluzioni.
Gli algoritmi usati sono gli stessi che si usano in campo militare, adattati logicamente al problema specifico.
L'intervento degli specialisti dell'Unità 8200 serve anche ad aggiornare i sistemi informatici del Ministero della Sanità, giudicati un po' obsoleti. Quindi uno dei primi compiti affidati agli specialisti è stato quello di creare un pacchetto di software dedicato a permettere agli operatori sanitari di condividere i loro dati con gli altri operatori in tempo reale. Questo permette un continuo aggiornamento sui metodi di cura e di prevenzione più efficaci.
Non mancano logicamente sistemi per il controllo in tempo reale delle persone infette e di coloro che sono venuti in contatto con loro, il tutto al fine di prevenire il dilagare dell'epidemia.
Alcuni hanno sollevato critiche su questi sistemi di controllo che, secondo taluni difensori dei Diritti Civili, violerebbe la privacy delle persone infette. Ma se è vero che questa è un guerra allora vanno usati gli stessi sistemi che si utilizzano nelle guerre vere e proprie.

(Rights Reporters, 5 aprile 2020)


Israele e il problema dei partiti arabi

di Ugo Volli

Sia pure in mezzo alle difficoltà del coronavirus, la politica non perde il suo peso, anzi, dato che alla responsabilità politica, non ai medici o agli economisti, spettano in definitiva le scelte sui metodi di contrasto dell'epidemia e toccheranno poi le decisioni sul rilancio dell'economia. Così in Italia e così in Israele, in attesa della nascita del governo di unità nazionale, il dibattito è accesissimo: su come riuscire a indurre i charedim a rispettare le misure di isolamento, sulla scelta improvvisa di Gantz che ha diviso la sinistra, sui ministeri che toccheranno ai vari partiti. I temi di fondo sono però due: l'invadenza del sistema giudiziario ai danni delle scelte che in democrazia spettano alle istituzioni politiche, e sul ruolo della lista unitaria dei partiti detti "arabi". Il fallimento del tentativo di Gantz di soppiantare Netanyahu deriva dal fatto che per riuscirci avrebbe dovuto costituire un governo dipendente dal loro voto, che entrassero o meno nel ministero. Ciò è parso inaccettabile ad alcuni parlamentari del centrosinistra e anche all'elettorato, come hanno mostrato i sondaggi. Qualcuno ha accusato per questo di "razzismo" la politica israeliana, ma non è così. Il punto non è la base etnica prevalentemente araba di questi partiti. Ogni discriminazione razziale e ogni propaganda razzista in Israele è proibita e perseguita. Di fatto la lista "araba" ha gli stessi diritti degli altri partiti, vi sono numerosissimi giudici, sindaci, professori universitari, ufficiali di polizia di origine araba e di religione musulmana. Il punto è che i partiti che convergono nella lista, tutti, non solo il super-estremista Balad, sono contro i fondamenti della realtà di Israele: antisionisti, chi per panarabismo laico, chi per islamismo, chi per comunismo. Fra loro c'è chi è stato consigliere di Arafat, chi è stato condannato per spionaggio, chi per aver contrabbandato ai terroristi in carcere strumenti di comunicazione. Come può vivere uno stato se mette il governo sotto il controllo dei suoi nemici giurati? Certo, questo non vuol dire né che gli arabi vadano sempre esclusi dal governo, né che i loro interessi legittimi non vadano tutelati, né che debbano per forza diventare sionisti (c'è una differenza fra non essere sionisti e essere nemici dello stato). Per superare l'impasse, è urgente la nascita di un partito arabo davvero democratico, senza compromessi col terrorismo e disposto ad accettare il diritto degli ebrei al loro stato nazione.

(Shalom, 5 aprile 2020)


Israele concede riti al Santo Sepolcro ma solo a mini delegazioni e a porte chiuse

di Franca Giansoldati

 
 
GERUSALEMME - Forse il più impegnato durante la settimana santa sarà Adeb Jawad Alhousseini, il custode musulmano delle chiavi del portone del Santo Sepolcro. E' da lui che i leader religiosi devono obbligatoriamente passare per aprire e chiudere la basilica più sacra della cristianità, il luogo in cui, secondo la tradizione, è stato deposto il corpo di Cristo.
   La basilica era stata chiusa dal governo israeliano per impedire la pandemia di covid-19 causando choc in tutte le comunità cristiane. Erano sette secoli che non accadeva un fatto del genere. Alla fine, dopo un lungo tira e molla, dietro mille rassicurazioni sulle misure prudenziali da rispettare per evitare il contagio da coronavirus, le autorità israeliane hanno concesso alle comunità cristiane - armeni, cattolici, copti, greco ortodossi e siriaci, ossia coloro che si dividono la gestione del Santo Sepolcro - di celebrare a scaglioni, a porte chiuse, in forma ridottissima, rigorosa e senza ovviamente i fedeli, i riti della settimane santa, a cominciare dalla messa di stamattina, quella delle Palme.
   Per questo Adeb Javad - appartenente a una delle due famiglie musulmane che da secoli controlla l'accesso al Santo Sepolcro - ha dovuto prendere la scala facendosela passare da una botola e, secondo un rito antichissimo, procedere a rimuovere i due fermi, prima quello più alto e poi quello in basso, e aprire il portone. Una volta che gli autorizzati sono entrati, ha dovuto richiuderlo fino a celebrazione ultimata.
   «Alle otto di stamattina ha fatto ingresso padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa con alcuni frati. Compresi quelli che erano all'interno, eravamo in tutto una ventina. Una volta entrati abbiamo celebrato il rito, letto il vangelo, e poi siamo tornati fuori, rimettendoci le mascherine. Dentro non le abbiamo indossate ma abbiamo osservato almeno 2-3 metri l'uno dall'altro» spiega il francescano padre Ibrahim Faltas.
   L'autorizzazione per le chiese cristiane è stata ottenuta dal governo dopo un accorato appello e una lettera al premier Netanyahu.
   Armeni, greco cattolici, siriaci e copti, a seconda delle loro celebrazioni, ora potranno varcare la soglia della basilica del Santo Sepolcro giusto il tempo della celebrazione. La porta, di conseguenza si aprirà per fare passare i monaci per poi chiudersi dietro le loro spalle. Il custode terminato il rito riaprirà il portone e lo richiuderà. Questo per ogni giorno della settimana santa a seconda dei rispettivi calendari liturgici.
   Dentro la basilica vivono in una specie di convento 11 francescani, 4 armeni e 15 greco ortodossi, che possono entrare mediante un ingresso alternativo dai tetti, attraverso scale a chiocciola strettissime e controllate. Padre Sinisa Sbrebrenovic, il sacrestano del Santo Sepolcro ripete che le preghiere dentro non si sono mai fermate e si prega tanto per fermare la pandemia.
   I casi positivi di coronavirus in Israele hanno raggiunto la cifra di 8.018 casi. Lo ha reso noto il ministero della Sanità, secondo cui al momento 127 malati sono ricoverati in condizioni gravi e 106 di essi sono in rianimazione. I decessi sono stati complessivamente 46 e le guarigioni 477.
   Negli ultimi giorni i responsabili alla sanità lanciano continui appelli alla popolazione affinché quest'anno rinuncino a visitare parenti in occasione della Pasqua ebraica (che inizierà mercoledì) per non dare altro impulso alla diffusione della pandemia. «Israele si trova ad un bivio», ha affermato il premier Netanyahu e le giornate di Pasqua, ha ammonito, possono essere di importanza critica per il Paese. «Tutti devono quindi restare in casa e celebrare la Pasqua in forma intima».
   Fatta eccezione per le mini delegazioni dei cristiani autorizzate ad entrare nel Santo Sepolcro.

(Il Messaggero, 5 aprile 2020)


Uk, partito laburista: Starmer, il successore di Corbyn, vicino alle comunità ebraiche e sionista

di Nathan Greppi

Sabato 4 aprile il capo dei laburisti inglesi, Jeremy Corbyn, è stato sostituito a seguito delle elezioni interne che hanno visto la nomina di Keir Starmer a nuovo leader del partito. Le elezioni per il nuovo leader erano già state annunciate a gennaio dopo la sconfitta alle elezioni del 12 dicembre 2019.
   Secondo il Times of Israel Starmer, 57 anni e già deputato dal 2015, è stato eletto con il 56,2% dei voti dagli iscritti al partito, contro il 27,6% di Rebecca Long-Bailey, la candidata più vicina a Corbyn, e il 16,2% di Lisa Nandy.
   Nel corso del suo discorso per la vittoria, Starmer ha dichiarato: "Condurrò questo grande partito in una nuova era, con fiducia e speranza, così quando verrà il momento potremo di nuovo servire il nostro paese al governo." Ha aggiunto che la priorità al momento è di collaborare con il governo conservatore di Boris Johnson per affrontare insieme la minaccia del coronavirus.
   Starmer si è anche scusato pubblicamente con le comunità ebraiche britanniche per gli scandali legati all'antisemitismo che, sotto la guida di Corbyn, ha proliferato tra le file del partito. "A nome del Partito Laburista, mi dispiace… Ho visto il dolore che (l'antisemitismo) ha arrecato a così tante comunità ebraiche. Estirperò questo veleno dalle radici e lo giudicherò un successo solo con il ritorno dei nostri membri ebrei e di coloro che sentivano di non poterci più sostenere."
   La moglie di Starmer, Victoria Alexander, è di origini ebraiche e ha parenti a Tel Aviv. Starmer a febbraio aveva parlato in merito alla rivista inglese Jewish News: "Mia moglie viene da una famiglia ebraica. Suo padre è ebreo, la sua famiglia emigrò dalla Polonia. La famiglia estesa vive in Israele." Sebbene non ci sia mai stato, Starmer ha detto che "siamo regolarmente in contatto con loro, e abbiamo pianificato varie visite, in pratica per portarci i nostri figli per la prima volta." Ha aggiunto che in diverse occasioni ha partecipato alle cene di Shabbat con i parenti della moglie, oltre a recarsi in varie sinagoghe di Londra per i loro matrimoni e bar mitzvah.
   Sempre parlando a Jewish News, Starmer disse: "Io sostengo il sionismo. Io sono assolutamente a favore del diritto d'Israele a esistere come paese. La mia unica preoccupazione è che il sionismo può significare cose leggermente diverse per persone diverse, e in parte è stato strumentalizzato." Parlando invece con il Jewish Chronicle, ha dichiarato: "Se la definizione di 'sionista' indica qualcuno che crede nello Stato d'Israele, in quel senso sono sionista."
   Nonostante queste sue dichiarazioni, sono emerse alcuni dubbi sulla sua vicinanza al mondo ebraico: alcuni lo hanno accusato di non aver fatto niente di concreto per combattere l'antisemitismo nel Labour quando era membro del governo-ombra di Corbyn. C'è stato anche chi lo ha persino accusato di aver nascosto i suoi legami col mondo ebraico per non compromettersi la carriera politica: lo stesso giorno della sua elezione, il Daily Mail ha riportato alcune vecchie affermazioni di Rav David Goldberg, rabbino londinese deceduto l'anno scorso: un amico di Rav Goldberg avrebbe detto al Mail che questi era "veramente deluso da Keir Starmer. Soprattutto in quanto sua moglie e i figli frequentano la mia sinagoga. È la loro comunità ad essere minacciata e nonostante ciò ha fatto così poco al riguardo. È patetico."

(Bet Magazine Mosaico, 5 aprile 2020)


Firenze, le religioni insieme per un messaggio di speranza

Le religioni insieme per lanciare un segnale di fratellanza e speranza. È accaduto a Firenze, sull'arengario di Palazzo Vecchio, in una piazza della Signoria deserta, dove accanto al sindaco Dario Nardella si sono ritrovati l'arcivescovo Giuseppe Betori, l'imam Izzedin Elzir e il rabbino capo Gadi Piperno. L'iniziativa, voluta dal primo cittadino "nel segno della storia e della vocazione di Firenze al dialogo interreligioso", è stata caratterizzata da alcune riflessioni e da un momento di preghiera. Rav Piperno ha recitato in ebraico alcuni salmi e ha letto la preghiera recentemente riformulata, in queste circostanze eccezionali, dal rav Adin Steinsaltz. Parole di conforto, per un'umanità che soffre.
Una iniziativa simile si era svolta negli scorsi giorni a Bologna, con la partecipazione anche del presidente della Comunità ebraica bolognese Daniele De Paz e del rabbino capo rav Alberto Sermoneta.

(moked, 5 aprile 2020)


Laicamente una volta questo si chiamava “sincretismo”; biblicamente si chiamava e continua a chiamarsi “idolatria”, trasgressione del primo comandamento. M.C.


Israele, oltre 8.000 casi, 46 decessi

Autorità sanitarie preoccupate per imminenza della Pasqua ebraica

I casi positivi di coronavirus hanno raggiunto oggi in Israele la cifra di 8.018. Lo ha reso noto il ministero della Sanità, secondo cui al momento 127 malati sono ricoverati in condizioni gravi e 106 di essi sono in rianimazione. I decessi sono stati complessivamente 46 e le guarigioni 477.
Negli ultimi giorni i responsabili alla sanità lanciano continui appelli alla popolazione affinché quest'anno rinuncino a visitare parenti in occasione della Pasqua ebraica (che inizierà mercoledì) per non dare altro impulso alla diffusione della pandemia. "Israele si trova ad un bivio", ha affermato il premier Benyamin Netanyahu e le giornate di Pasqua, ha ammonito, possono essere di importanza critica per il Paese. "Tutti devono quindi restare in casa e celebrare la Pasqua in forma intima".

(ANSAmed, 5 aprile 2020)



La pazienza dl Dio e la nostra speranza

di Marcello Cicchese
    Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).
Il termine greco che in questo versetto è tradotto con "pazienza", in altri passi viene anche tradotto con "perseveranza" (Luca 8.15, 21.19) e con "costanza" (Giacomo 1.3-4; Ebrei 10.36; Apocalisse 3.10, 13.10, 14.12). In senso generale, esprime la capacità di resistenza e sopportazione di chi, colpito dalle avversità, tiene duro, non demorde, non molla. Faceva parte, infatti, anche del linguaggio militare. Stando ai sistemi morali dei grandi filosofi greci (di cui però non sappiamo quanto fossero effettivamente praticati dai comuni mortali), sembra che la capacità di sopportare con serenità afflizioni e tribolazioni fosse una nobile virtù, apprezzabile in se stessa, indipendentemente da ogni altro motivo.
   Noi, uomini moderni, che della ricerca del piacere abbiamo fatto l'unica ragione di vita, facciamo molta fatica a capire come si possa apprezzare questa antica virtù. Noi italiani, in particolare, non sentiamo proprio alcuna attrazione per la virtù della perseveranza: davanti al dubbio se tener duro o no, il pensiero "ma chi me lo fa fare?" è un argomento quasi sempre decisivo .
    In questo scarso apprezzamento della pazienza come virtù in se stessa, siamo però forse più biblici noi dei nobili virtuosi del mondo antico. Secondo le Scritture, la pazienza non ha senso se non c'è speranza. Il "paziente" Giobbe non si comporta certo da uomo saggio e virtuoso quando, nel buio della situazione in cui si trova, maledice il giorno in cui è nato, e davanti alla mancanza di ogni luce sul suo futuro, esclama:
    "Che è mai la mia forza perch'io speri ancora? Che fine m'aspetta perch'io sia paziente?" (Giobbe 4.17).
Se non si può sperare, non ha senso perseverare. Lo sanno molto bene tutti quei giovani che si lasciano andare, e vedono nella droga un mezzo per scendere da un treno che non si sa dove conduca.
   Ma la speranza c'è. La pazienza quindi è possibile. Essa è fondata sulla pazienza di Dio.
   Chi prima di ogni altro ha provato dolore "in cuor suo" per il male che è tra gli uomini, è stato Dio stesso (Genesi 6.7). E se anche ha avuto per un momento il pensiero di far sparire il male dalla terra annientando tutta l'umanità, dopo il diluvio cambia proponimento e dice "in cuor suo":
    "Io non maledirò più la terra a cagione dell'uomo, poiché i disegni del cuore dell'uomo sono malvagi fin dalla fanciullezza e non colpirò più ogni cosa vivente, come ho fatto" (Genesi 8.21).
Dio decide di sopportare il dolore che la malvagità degli uomini gli procura e con Abramo inizia un piano di intervento con il quale abolirà il male dalla terra, salvando nello stesso tempo gli uomini:
    "... in te saranno benedette tutte le famiglie della terra" (Genesi 12.3).
La pazienza di Dio si esprime dunque nel fatto che la sua opera di salvezza prevede che per un certo tempo il male possa agire nel mondo. Egli ne prova dolore, ma lo sopporta, al fine di non distruggere quegli uomini che ha creato a sua immagine e somiglianza. A chi domanda perché Dio tollera il male nel mondo bisogna rispondere: perché Dio ha misericordia di te.
   In Cristo la promessa fatta ad Abramo è adempiuta: Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi. Ma pur essendo già vinta la potenza del male, Dio ne sopporta ancora la presenza per lasciare tempo al "granello di frumento" che in Gesù è caduto in terra di "produrre molto frutto" (Giovanni 11.24). Verrà il tempo della mietitura: in quel tempo il male sarà tolto e con esso saranno tolte e bruciate anche quelle zizzanie che erano mischiate al frumento. La distruzione delle zizzanie non può essere anticipata senza sradicare anche il frumento.
   Dio aspetta. Dio concede spazio al peccato e tempo al peccatore.
   Ma Dio ha vinto il peccato, e il peccatore giustificato può aspettare con fiducia il tempo in cui Egli manifesterà la sua vittoria.
   La pazienza cristiana può allora essere definita come la capacità di inserirsi nei tempi di salvezza di Dio.
   Questi tempi non devono essere né anticipati né posticipati.
   C'è un'impazienza attiva che spinge gli uomini a ricercare soluzioni per i propri mali più sbrigative di quelle scelte da Dio. La speranza cristiana non sembra soddisfacente: richiede tempi indefinitamente lunghi e, soprattutto, richiede la conversione. Una speranza umana ben costruita risulta più maneggevole e consente di evitare attese e ravvedimenti. L'uomo non agisce come Dio, che prima soffre con la creatura che ha sbagliato, la salva e soltanto alla fine della sua opera di salvezza esegue il giudizio che toglie definitivamente il male.
   No, per l'uomo prima bisogna operare il giudizio, cioè togliere il male che è localizzato in alcuni uomini o categorie ben precise, in altre parole, prima bisogna tagliare qualche testa e giustiziare qualche responsabile; poi verrà il tempo di salvezza che porterà pace e giustizia agli uomini. A chi ha questo tipo di speranza non si può chiedere di riconoscere i tempi di Dio, di avere pazienza. Il decisionista ha trovato la soluzione giusta, e questa richiede tempi brevi. Per lui non è possibile adattarsi ad aspettare altri tempi di salvezza.
   C'è però anche un'impazienza passiva, che porta a dire che non esiste alcuna salvezza, né divina né umana. Il male è nel mondo, c'è sempre stato e sempre ci sarà. Non ci sono vie d'uscita. Ciascuno trova rimedi individuali ai problemi della propria esistenza, e nessuna aggregazione intorno a un grande progetto è possibile. Anche a queste persone non si può chiedere di riconoscere i tempi di Dio, di avere pazienza. Per loro non ci sono tempi di salvezza, non c'è nulla da aspettare.
   E' abbastanza usuale che a un periodo di impazienza attiva segua un altro di impazienza passiva, perché il maligno cerca in tutti i modi di distogliere l'attenzione degli uomini dai tempi di salvezza di Dio facendoli oscillare paurosamente tra entusiasmo e depressione.
   Il credente autentico invece è colui che ha riconosciuto i tempi della pazienza e della grazia di Dio. Egli è la buona terra che riceve il seme del regno di Dio e porta frutto con perseveranza (Luca 8.15). E di perseveranza c'è grande bisogno, perché non solo il male è tuttora presente, ma anzi spesso sembra essere l'unica vera realtà di questo mondo. La Parola di Dio invece invita a sperare senza vedere, sprona a combattere il buon combattimento serbando la fede (2 Timoteo 4.7); bisogna fare la volontà di Dio con costanza per essere partecipi delle promesse di Dio (Ebrei 10.36); bisogna accettare con perseveranza le persecuzioni da parte degli increduli , e guadagnare così la propria anima (Luca 21.19).
   Ma tutto questo viene effettivamente predicato e insegnato? Oppure si smercia ancora la formula: "Credi, e tutti i tuoi problemi saranno risolti"? Agli uomini bisogna dire: "Credi, e sarà risolto il problema della tua vita. Ma i tuoi problemi forse aumenteranno. Dovrai imparare a dire la verità, a cercare lavoro senza raccomandazioni, a lavorare sul serio, e non a fare finta, a pagare le tasse, a perdonare chi ti ha offeso, a preoccuparti di persone di cui adesso non t'importa nulla, a caricarti di pesi e problemi che di tutti ti sembrano meno che tuoi, a essere considerato come uno scioccherello con manie religiose. Conoscerai tempi di aridità e desolazione in cui forse rimpiangerai la vita 'senza problemi' di una volta. Ma non ti devi preoccupare, anzi puoi fin d'ora rallegrarti, perché 'la prova della fede produce costanza' (Ebrei 1.3), ed è proprio questa costanza che ti renderà perfetto e completo da ogni punto di vista (Ebrei 1.4)."
   Qualcuno dirà che questo è un insegnamento riservato ai credenti e non deve entrare a far parte del messaggio di evangelizzazione, con cui bisogna soltanto invitare gli ascoltatori ad accettare l'evangelo della grazia. Ma è ancora l'evangelo di Gesù Cristo quel messaggio che non presenta la santità di Dio, che non chiama al ravvedimento dal peccato e non invita alla perseveranza del discepolato? La mancanza di consistenza e di vigore di molte chiese non potrebbe forse dipendere dal fatto che siamo pronti a registrare le grida di allegrezza di chi riceve subito la Parola di Dio, senza chiederci se il seme ha veramente messo le radici (Luca 8.13), senza ricordare che l'unico terreno che si rivela buono per la Parola di Dio è quello che porta frutto con perseveranza (Luca 8.15)? E ci si può davvero sorprendere se colui che ha creduto nel "Gesù che risolve tutti i problemi" precipita in una crisi di fede non appena si accorge che tanti suoi problemi sono ancora lì, e a loro anzi se ne sono aggiunti anche degli altri?
   Le chiese devono essere luoghi in cui si insegna a sopportare afflizioni "come cristiani", non solo senza perdere la fede, ma anzi rafforzando la speranza.
    "... ma ci gloriamo anche delle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza" (Romani 5.3).
Il tempo della pazienza di Dio deve anche essere il tempo della nostra pazienza. Il male è stato vinto in Gesù Cristo, e un giorno tutti lo riconosceranno: questo fatto è il fondamento della nostra speranza e il motivo della nostra gioia.
   Ma in questo tempo di misericordia e di grazia, Dio permette ancora che il male sia presente e attivo fra gli uomini, credenti e non credenti. Da qui proviene l'afflizione, che per chi crede deve essere il tempo in cui si esercita la pazienza in un atteggiamento di perseverante speranza.
    "Siate allegri nella speranza, pazienti nell'afflizione, perseveranti nella preghiera" (Romani 12.12).
(Credere e comprendere, dicembre 1983)

--> Predicazione
Marcello Cicchese
dicembre 2017

 

Israele, si avvicina il momento del nuovo governo

di Mauro Indelicato

Israele appare sempre più paralizzato dall'emergenza coronavirus, nelle ultime ore lo Stato ebraico ha contato nuove vittime ed almeno mille casi in più di contagio. Un momento difficile che sta condizionando anche la politica, impegnata in una delicata fase che dovrebbe portare al varo di un nuovo governo Netanyahu. In Israele un esecutivo manca dal dicembre 2018, da quando le dimissioni dell'allora ministro della difesa Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, hanno aperto una crisi di governo che tre elezioni anticipate nel giro di 11 mesi non hanno contribuito a chiudere. Adesso il Paese si avvia verso la formazione di un esecutivo di (parziale) unità nazionale, formato in primo luogo dai due principali antagonisti nelle ultime consultazioni: il premier uscente Netanyahu, leader di Likud, ed il presidente del parlamento, Benny Gantz. Ci sarebbe, secondo fonti di stampa locali, già una data prefissata per il varo del nuovo esecutivo: il prossimo 6 aprile.

 L'accordo tra Netanyahu e Gantz
  La svolta politica è arrivata lo scorso 26 marzo: quel giorno, la Knesset (il parlamento israeliano) ha scelto quale suo nuovo presidente il numero uno di Blu&Bianco, Benny Gantz. Una mossa a sorpresa, che ha spiazzato molti analisti locali: il nuovo speaker del parlamento infatti, ha guidato fino a poche ore prima la principale forza di opposizione a Netanyahu. La sua elezione a capo della Knesset, è stato il primo segno tangibile di un accordo preso con il Likud per arrivare entro pochi giorni alla formazione di un governo guidato dai due principali partiti. Con Gantz numero uno del parlamento, si è dato sostanziale via libera alla riconferma di Netanyahu alla guida del prossimo governo. Ma non solo: i due principali protagonisti dello scacchiere politico israeliano, avrebbero già concordato diversi dettagli volti a definire il quadro politico per i prossimi anni.
  In primo luogo, alla testa dell'esecutivo dovrebbe tenersi una vera e propria staffetta: per 18 mesi il ruolo di premier spetterà a Benjamin Netanyahu, per i successivi 18 invece a guidare il governo sarà Benny Gantz. Quest'ultimo a breve dovrebbe dimettersi dalla carica di presidente del parlamento per entrare nel futuro esecutivo: per lui, molto probabilmente, è pronto già il ruolo di ministro degli Esteri. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, sarebbero stati decisi anche i nomi di diversi ministri anche se non mancano ancora alcuni nodi da sciogliere. A pendere, soprattutto, è il ruolo di ministro della Giustizia, forse l'incarico attualmente più delicato visto che Netanyahu dovrà a breve affrontare un processo per corruzione. Sempre secondo Haaretz, il Likud non sarebbe d'accordo con la nomina di Avi Nissenkorn, deputato di Blu&Bianco, preferendo al suo posto invece Chili Tropper. C'è anche la querelle relativa al successo di Gantz sulla poltrona più alta della Knesset: la lista dell'ex rivale di Netanyahu rivendica un proprio nominativo, ma il Likud vorrebbe rivedere il "decano" Yuli Edelstein.
  I nodi dovrebbero essere sciolti nei prossimi giorni, quando Gantz e Netanyahu torneranno ad incontrarsi. Il colloquio previsto per giorno 30 marzo, è stato posticipato in quanto il premier uscente, e molto probabilmente rientrante, è in autoisolamento dopo che una sua collaboratrice è risultata positiva al Covid-19. I due punterebbero ad un giuramento del nuovo esecutivo entro il 6 aprile, prima dunque della festività della Pasqua ebraica.

 I detrattori dell'accordo
  Benny Gantz, fino all'intesa che lo ha portato alla guida della Knesset ed alla designazione quale nuovo ministro degli Esteri, era il premier incaricato di formare il nuovo governo. Sul suo nome era confluito il via libera di 62 deputati su 120, dunque un numero sufficiente per porre in essere una nuova maggioranza. Quest'ultima sarebbe stata formata, oltre che da Blu&Bianco, anche dai Laburisti, dalla Lista Araba Unita e da Yisrael Beiteinu. I primi punti del possibile programma di governo, avrebbero riguardato una legge in grado di impedire a chi è sotto processo di diventare premier ed un'altra riforma volta ad istituire un limite di mandati come primo ministro. Sarebbero state queste norme in grado di mettere fuori dai giochi proprio Benjamin Netanyahu. Alla fine però, la scelta del leader di Blu&Bianco è stata radicalmente differente facendo virare il suo partito verso un governo di unità con il Likud. Questo in virtù delle attuali esigenze relative all'emergenza coronavirus, le quali secondo lo stesso Gantz richiederebbero sforzi importanti sul fronte politico.
  Ma non sono stati dello stesso avviso gli oramai ex alleati dell'ex capo di stato maggiore dell'esercito. Yair Lapid e Moshe Yàalon, gli altri due leader di Blu&Bianco, hanno espressamente parlato di "tradimento". Secondo loro l'attuale emergenza sanitaria non giustificherebbe un'alleanza con quello che, fino a pochi giorni fa, ha rappresentato il principale avversario politico. Lapid, in particolare, ha parlato, a proposito del nuovo esecutivo, non di un governo di unità nazionale bensì di un "nuovo governo Netanyahu". Appare probabile che sia Lapid che Yàalon lasceranno Blu&Bianco per formare propri gruppi parlamentari. Tuttavia, la nuova maggioranza dovrebbe ugualmente reggere: al momento, l'esecutivo della staffetta tra Netanyahu e Gantz dovrebbe avere una maggioranza di quasi 75 deputati.

(Inside Over, 4 aprile 2020)


Chiuso il Santo Sepolcro. Il pressing dei cristiani per salvare i riti di Pasqua

Gerusalemme, la decisione di Israele valida per tutti i luoghi sacri. I portoni serrati hanno un solo precedente nel 1349 per la peste nera.

di Franca Giansoldati

 
La Basilica del Santo Sepolcro
ROMA - Non accadeva dal 1349 quando la peste nera cominciò a diffondersi anche in Terra Santa. Fu allora l'ultima volta che il grande portone di legno del Santo Sepolcro venne chiuso sine die. Esattamente come è accaduto in questi giorni a Gerusalemme su disposizione del ministro israeliano della Salute, il rabbino Yaakov Litzam.
  La basilica più sacra della cristianità, dove si venera il luogo della sepoltura di Gesù Cristo dopo la sua crocifissione sul Golgota, si riaprirà in data da destinarsi. Il giorno della chiusura sono state avvisate le due famiglie musulmane che si tramandano, di padre in figlio, la custodia della porta e della chiave, un cuneo di ferro di 30 centimetri. Normalmente viene aperta ogni giorno la mattina prestissimo e al tramonto con lo stesso rito, prima si appoggia una scala che un monaco dall'interno fa passare all'esterno, poi viene bloccato il primo catenaccio in alto e, infine, quello più basso con il secondo cuneo. Da quel momento entra in vigore una specie di extra omnes.

 Choc
  Il coronavirus ha stravolto letteralmente anche le celebrazioni di Pasqua al Santo Sepolcro, comprese la via crucis sulla via dolorosa e la passione. La comunità cristiana è sotto choc ma spera ancora che il premier Netanyahu possa concedere una dispensa speciale. Su questo dovrà esprimersi il Comitato di Sicurezza Nazionale. Nel caso si tratta di autorizzare l'ingresso a un minuscolo gruppetto di capi religiosi - cattolici, armeni, ortodossi - per celebrare il Triduo Pasquale in versione ridotta, sottotono, a porte chiuse, senza pellegrini e naturalmente rispettando almeno due metri di distanza per evitare che le goccioline di saliva diffondano il contagio anche se, all'Interno del Santo Sepolcro, potrebbe risultare piuttosto difficoltoso per via delle dimensioni.
  Nel frattempo i leader cristiani si sono consorziati per fare pressioni sul governo. Il patriarca greco-ortodosso Theophilos III, il custode di Terra Santa, Francesco Patton e il patriarca armeno, Nourhan Manoughian hanno scritto al primo ministro e per conoscenza anche al presidente Rivlin e al procuratore generale, Avichai Mandelbllt per lamentarsi che il più sacro sito dei cristiani resta chiuso non solo per i fedeli, ma anche per i capi delle Chiese che vi vivono dentro» e che questo non corrisponde al rispetto della libertà di culto e dalla parità di trattamento con le altre componenti religiose della società israeliana. Insomma, un atto di guerra. Naturalmente la vita liturgica all'interno della basilica - sebbene a porte chiuse in ottemperanza ai divieti in vigore - continua regolarmente grazie ai monaci e ai frati che stabilmente presidiano il complesso da dentro (senza poter uscire).

 Il contenzioso
  Per il governo decidere se accontentare i leader cristiani e dare loro modo di celebrare la Pasqua significa aprire un contenzioso con ebrei e musulmani visto che il ministro della salute ha disposto la chiusura anche del Muro del Pianto, di tutte le moschee e delle sinagoghe. Anche i rabbini stanno facendo pressione per poter festeggiare Pesach, la pasqua ebraica che inizia l'8 di aprile.

(Il Messaggero, 4 aprile 2020)


Poiché nell’articolo si parla genericamente di “cristiani”, è bene precisare che in questa faccenda molti cristiani sono dalla parte del governo di Israele, non delle autorità religiose.


Rabbino capo di Safed parla di tempi messianici in arrivo

E c'è chi ordina "ricchi paramenti bianchi"

 
Shmuel Eliyahu
Shmuel Eliyahu non è "solo" rabbino capo di Safed (la famosa "città della Cabala") e membro autorevole del consiglio del Gran Rabbinato d'Israele ma appartiene a una dinastia di tutto rilievo (il padre Mordechai fu Rabbino Capo sefardita d'Israele dal 1983 al 1993).
Recentemente Eliyahu, come riportato tra gli altri dal Jersusalem Post, ha detto che il mondo si sta avvicinando ai "giorni del Messia" e che la pandemia porterà a una più stretta osservanza delle leggi, come il rispetto dello Shabbat.
Non solo: ora in quelle terre c'è pure chi vocifera di strani acquisti di oggetti liturgici. A riportare queste indiscrezioni è BreakingIsraelNews, un portale che dichiara apertamente che il coronavirus rappresenta l'inizio dell'era messianica.
Voci per nulla isolate se consideriamo che qualche giorno fa davamo la notizia in base alla quale Y. Litzman, ministro religioso israeliano, annunciava che il Messia sarebbe arrivato presto, forse entro Pesach. Un clima apocalittico in qualche modo condiviso pure in ambiente islamico, dal momento che non sono mancati teologi sciiti e sunniti che hanno legato l'arrivo del coronavirus alla fine dei tempi.

(Radio Spada, 4 aprile 2020)


Fase 2 dell'emergenza: si studia il caso Israele

Gallera: un'ipotesi di riapertura graduale in base a età e settori economici. Ma il Pd chiede a Fontana di essere coinvolto nelle scelte della ripartenza.

di Luca Bonzanni

Le cifre segnalano un leggero rialzo rispetto agli ultimi giorni, seppur all'interno di un trend complessivo indirizzato sulla strada giusta. "Numeri positivi", li ha definiti anche ieri Giulio Gallera, assessore regionale al Welfare, tant'è che la prospettiva su cui si lavora (assieme al governo) con sempre maggiore forza è quella della fase 2 dell'emergenza. Cioè su un doppio binario, con una gestione ordinaria dei contagi che ancora resisteranno (e l'eventuale ritorno della pandemia) e una riapertura graduale della vita sociale, all'interno di una road map che passa da precise valutazioni legate a età, condizioni di salute, settori economici. È il modello israeliano: «Sia per l'esperienza che stiamo acquisendo, sia perché tutti dicono che le pandemie arrivano a ondate varie, e qualcuno dice che a ottobre potrebbe essercene un'altra, stiamo maturando l'idea di fare come in Israele: ossia realizzare degli interi reparti, magari degli ospedali, in ogni provincia, pronti e attivati per le emergenze», ha spiegato Gallera. Strutture, queste, che possono servire a «scaricare alcuni ospedali dalla presenza dei pazienti Covid e consentirgli di tornare il prima possibile a una gestione ordinaria ma soprattutto per essere pronti per qualunque evenienza». Il metro di paragone con altri territori d'Italia o del mondo è la filigrana del dibattito più strettamente politico degli ultimi giorni. Gallera ha respinto il parallelo col Veneto (che avrebbe retto meglio, come criticato dalle opposizioni): «Quello che è successo in Lombardia non è accaduto in nessun'altra regione: dopo due mesi, in tutto il Veneto o nelle altre regioni hanno i casi che noi abbiamo avuto nell'arco dei primi dieci giorni. Nel caso del Veneto si è individuato immediatamente il focolaio in un comune molto piccolo di 3 mila abitanti (Vo', ndr) e l'hanno chiuso. È quello che abbiamo cercato di fare noi a Codogno, poi ci siamo resi conto che la falla era molto più ampia». Dalle opposizioni, il Partito democratico chiede un coinvolgimento nel disegno della strategia che tratteggerà il futuro dei prossimi mesi:«Da settimane abbiamo mandato comunicazioni in Regione con toni assolutamente collaborativi, per segnalare l'utilità di una gestione condivisa dell'emergenza. Purtroppo il governatore Fontana si è rifiutato di costituire una cabina di regia che a livello nazionale invece si è creata. A livello regionale c'è un uomo solo al comando, peraltro con grandi pecche, se pensiamo soprattutto alle Rsa. Auspichiamo che questo avvenga almeno sulla parte economica di ripresa - rimarca Pietro Bussolati, consigliere regionale dem -. Peraltro, va completamente rivisto il modello della sanità lombarda concentrato solo sugli ospedali».
   I dati di giornata raccontano di altri 1.455 casi (47.520 il totale), + 1.292 in 24 ore; giovedì erano stati+ 1.292, con sostanziale parità di tamponi. Proprio la cifra dei test resta comunque alta, e soprattutto riguarda molti operatori sanitari, i più esposti al contagio. La pressione ospedaliera si conferma in allentamento: 11.802 i ricoverati (+40), 1.381 le persone in terapia intensiva (+30). Stabile il quadro territoriale: a Milano e provincia i positivi sono 10.391 (+387), di cui 4.184 in città; la Bergamasca conta 9.315 contagi (+144), il Bresciano 9.014 (+257). I decessi ufficiali hanno raggiunto quota 8.311, +351: è l'incremento giornaliero più contenuto dal 26 marzo. Da oggi saranno al lavoro altri sei laboratori per l'analisi dei tamponi (il totale regionale sale a 31), e prosegue l'organizzazione dei test sierologici; nel frattempo, l'Istituto superiore di sanità ha "omologato" le mascherine che si stavano producendo il Lombardia (dall'azienda Fippi di Rho), che così potranno essere distribuite.

(Avvenire - Milano, 4 aprile 2020)


Paracadutisti nella zona rossa di Bnei Brak

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Per due battaglioni di paracadutisti della 98/a divisione dell'esercito da questa mattina il fronte non è alle frontiere del paese, ma a poca distanza da Tel Aviv: tra gli ortodossi di Bnei Brak (200mila abitanti), la cittadina diventata la prima 'zona rossa' di Israele. A loro - vera e propria unità d'elite - il governo ha infatti affidato il compito di portare "assistenza civile" in una zona dove il Covid-19 segna quasi 1000 casi sul totale di 7000 di Israele. Un compito non facile in un agglomerato affollato e particolare, segnato dalla presenza di sette di religiosi a volte contrarie alla stessa esistenza dello stato laico di Israele e in cui la religione spesso sovrasta la scienza. Se tocca alla polizia vigilare che nessuno entri o esca dalla città a meno di particolari motivi comprovati da un permesso, i soldati - secondo le regole di ingaggio - devono invece facilitare l'evacuazione da Bnei Brak dei malati da trasferire in residenze protette e di tutti quegli anziani che lo chiedano nel tentativo di sfuggire ad un eventuale contagio. Altro compito - oltre quello di rifornire di cibo e medicine ai residenti a rischio - è avviare una massiccia serie di test per mappare meglio la diffusione del virus che ha fatto di Bnei Brak un caso, visto le ripetute elusioni dei suoi abitanti, guidate in parte dai rabbini del luogo, delle direttive del ministero della sanità. Un compito che potrebbe diventare ancora più complesso durante la settimana di Pesach, la pasqua ebraica, che comincia mercoledì prossimo. Ma se Bnei Brak - come ha detto il capo del Comando del Fronte interno generale Tamir Yadai - è "il primo posto dell'intervento", con tutta probabilità non sarà l'ultimo. Già si parla di altre cittadine come Elad, Migdal Ha'Emek e parti di Gerusalemme, tutte ad alta intensità ortodossa.

(ANSA, 3 aprile 2020)



Un pranzo solidale a sostegno del personale sanitario che lotta contro il coronavirus

L'Ospedale Israelitico di Roma è al lavoro per sostenere il Sistema Sanitario Nazionale nella lotta al Coronavirus. Già da diversi giorni la sede di Via Fulda 14 è diventata un presidio COVID-19 per i pazienti che non necessitano di terapia intensiva. Il personale sanitario sta mettendo tutte le proprie energie in questa lotta per la vita, portando avanti un impegno gravoso con enormi sacrifici, come del resto stanno facendo tante altre strutture ospedaliere in Italia.
   Oggi per il personale del presidio COVID-19 dell'Ospedale Israelitico è stata organizzata una lieta sorpresa. I ragazzi della ditta Le Bon Ton Catering sono arrivati all'ingresso antistante la sede e hanno offerto a tutto il personale un piatto di pasta espresso. Un pranzo tenuto con le dovute distanze di sicurezza e in tempi rapidi per permettere a tutti di continuare l'assistenza in reparto, ma dal sapore unico di chi ha voluto allietare la fatica delle persone che ogni giorno devono fare la propria parte nella battaglia contro il Coronavirus.
   "Vorrei personalmente ringraziare Giovanni e Daniele Terracina di Le Bon Ton Catering , Dario Bascetta Greco e tutti i loro volontari che oggi sono venuti a offrirci questo pranzo speciale. Per chi vive da vicino la gestione dell'emergenza non è facile distrarsi dalla pressione. Sappiamo di avere il sostegno dei cittadini che confidano nel nostro lavoro, ma questi gesti regalano a tutti noi un po' di forza in più per continuare a dare il massimo in questa fase di crisi", ha detto il direttore sanitario Gabriella Ergasti.

(Shalom, 3 aprile 2020)


L'artista israeliana Noa: «Il mio concerto a sostegno di Bergamo»

Stasera in streaming la cantante dedica un live per l'ospedale: «Amo quella città».

di Luca Testoni

Se c'è un'artista internazionale che ama incondizionatamente il nostro Paese, questa è la 50enne cantante israelo-yemenita Achinoam Nini, nome d'arte Noa. «Siate forti, siate pazienti, il mondo ha bisogno di voi e vi ama», ha scritto sui suoi socia!, rivolgendo un messaggio di amore all'Italia in questi giorni di emergenza sanitaria. «Cari amici, non faccio che pensare a voi, ogni giorno, in ogni momento. Sono sicura che molto presto staremo insieme seduti in un bar, rideremo di tutto questo. Non vedo l'ora di vedervi di nuovo», ha poi aggiunto, firmandosi «your cantante». Nei giorni scorsi, Noa è andata oltre e ha espresso il suo personale dolore per il dramma di Bergamo, la città dei morti portati via nei camion militari, ma anche la provincia più colpita d'Italia, seconda solo alla città cinese di Wuhan per numero di morti e contagiati.
   Ha scritto di essere particolarmente legata al capoluogo orobico, ricordando quando, nel 2000, ha girato per le vie e le piazze della Città Alta il videoclip di La vita è bella, l'ormai celeberrima canzone scritta da Nicola Piovani per la pellicola Premio Oscar di Roberto Benigni, la cui versione inglese dal titolo Beautuful that way, ha fatto il giro del mondo e le ha regalato enorme visibilità: «Ho ancora un ricordo bellissimo di quei giorni trascorsi a Bergamo, anche perché ero in attesa da tre mesi del mio primo figlio, Ayehil, che tra poco compirà 19 anni».
   Non stupisce che sia dedicato proprio a Bergamo il suo concerto realizzato in esclusiva e che sarà trasmesso in streaming oggi alle 19 sui canali socia! del Bergamo Jazz Festival e di I-Jazz, l'associazione nazionale che raccoglie alcuni dei più conosciuti e seguiti festival jazz italiani. L'iniziativa, ribattezzata «Il jazz italiano per Bergamo», è stata lanciata nei giorni scorsi da Bergamo Jazz Festival (la kermesse che ha come direttore artistico Maria Pia De Vito è stata spostata a giugno) è organizzato da Fondazione Teatro Donizetti, insieme a I-Jazz, per sostenere, tramite l'onlus Cesvi, l'Ospedale Papa Giovanni XXIII, la più importante struttura ospedaliera cittadina, simbolo della strenua resistenza dei sanitari di fronte a una pandemia che ha a Bergamo ha colpito durissimo e in modo drammatico.
   Per la cronaca, l'artista di Bat Yam, a sud di Tel Aviv, che nell'esibizione online avrà al suo fianco con il suo autore e chitarrista di fiducia Gil Dor, ha invitato con un altro video a effettuare una donazione a sostegno dell'opera dei medici del nosocomio bergamasco e ad assistere a questo speciale concerto: La vita è bella" rappresenta un punto importante della mia carriera: nei nostri concerti eseguiamo sempre questa canzone. Ora Bergamo sta soffrendo moltissimo e abbiamo quindi deciso di organizzare questo concerto virtuale perché, e ne sono estremamente convinta, la musica era e resta la nostra estrema medicina d'amore».

(il Giornale - Milano, 4 aprile 2020)


L'arcobaleno e la vita dopo il diluviò. Le radici ebraiche del segno di speranza

Il fenomeno compare più volte nella Bibbia ed è sviluppato teologicamente dalla tradizione qabbalista Nello Zohar è immagine della redenzione futura, del riscatto messianico e della benevolenza divina sul mondo

di Massimo Giuliani

 
Sin dai primi giorni di questa surreale e drammatica emergenza sanitaria sono comparsi sui balconi, alle finestre e sulle porte delle nostre case molti striscioni, lenzuola o disegni con l'immagine dell'arcobaleno, accompagnato dalla scritta: ''Andrà tutto bene". Un gesto di incoraggiamento collettivo, di solidarietà nazionale ( come l' esposizione del tricolore) e, forse, inconsciamente anche una barriera simbolica, dal vago sapore apotropaico, tesa cioè a tener fuori casa e fuori paese quel demone o spirito maligno invisibile ma aggressivo che chiamiamo virus, che in latino significa "veleno", e che sta ammorbando le nostre vite. Mentre però le bandiere nazionali con i loro colori sono simboli convenzionali, adottati da comunità o da individui un po' come gli stemmi araldici, l'arcobaleno ha un'altra origine: si tratta di un fenomeno del tutto naturale, che accade solo a certe condizioni meteorologiche o climatiche, raffigurato come uno spettro di sette colori, e che viene caricato di significati culturali diversi (in Italia è prevalso nel tempo il suo impiego come segno di pace; nel continente americano indica la rivendicazione alla diversità sessuale, che sventola soprattutto nei quartieri più gay delle grandi città). In ebraico, arcobaleno si dice qesher che vuol dire sia "arco" sia "varietà". Il termine rimanderebbe dunque alla pluralità di colori che lo compongono e che appaiono in cielo in forma di arco.
  Il fenomeno compare nella Bibbia già ai primi capitoli della Genesi, nella saga di Noè, alla fine della storia del diluvio universale. Usciti dall'arca il patriarca, la sua famiglia e tutti gli animali, e dopo che Noè ebbe offerto un sacrificio, Dio promise che la terra non sarebbe più stata distrutta dalle acque e strinse un patto con ogni essere vivente "per le generazioni in perpetuo", dice il testo biblico. Come prova visibile di questo patto e relativa promessa, potremmo quasi dire come "sacramento", Dio pose tra le nuvole (in mezzo cioè a quanto aveva causato le acque del diluvio e la distruzione) un segno, un memento anzitutto per se stesso: "Io lo vedrò per ricordare il patto perpetuo esistente tra Dio e tutti gli esseri viventi".
  È a partire da questa storia che l'arcobaleno si carica di un significato simbolico-religioso, anzi squisitamente teologico: è il segno della riconciliazione divina con la terra, non solo con l'umanità ma con tutta la creazione. In forza di questo patto, Noè diventa un secondo Adamo, dal quale tutti noi siamo discendenti, ma anche il testimone privilegiato della promessa divina siglata dall'arco-incielo: la terra e i suoi abitanti non saranno più distrutti dalla giustizia divina. Ecco perché nella tradizione ebraica questo fenomeno naturale viene salutato recitando una speciale preghiera che benedice Dio perché "si ricorda del patto, è fedele e mantiene la Sua parola". Per il profeta Ezechiele, poi, l'arcobaleno è il termine di paragone della luminosità che emana dalla gloria divina, che gli appare in una visione straordinaria e pullulante di vita, tra fiamme di fuoco e creature angeliche, tra pietre preziose e lampi di pura energia, apparizione descritta in apertura del suo rotolo profetico, il capitolo chiamato della "visione del carro".
  Grazie alle interpretazioni di questo carro celeste, l'arcobaleno entra nell'immaginario dei mistici, specie dei qabbalisti: lo ritroviamo così in alcuni passaggi dello Zohar, o Libro dello splendore, elevato a segno della redenzione futura, del riscatto messianico e della benevolenza divina sul mondo. Simbolo del patto grazie al quale non vi sarà più un'altra distruzione globale della terra, quest'arco che appare subito dopo un temporale assurge per la mistica ebraica a sintesi visiva dell'esperienza spirituale più alta, durante la quale il qabbalista vive una specie di sinestesia, ovvero un convergere di sensazioni solitamente esperite dai sensi corporei in modo separato. Qui la vista, l'olfatto e l'udito sono combinati, i colori si percepiscono come profumi e i profumi come voci angeliche. Per questo le spezie, che veicolano i profumi più estatici, sono state inserite nella liturgia di commiato dallo shabbat, quale viatico che dovrebbe prolungare nei giorni profani l'odore e il sapore della santità del settimo giorno. Ma anche i colori fanno da sfondo alla liturgia, perché la luminosità - espressa dal bianco - è una delle manifestazioni del divino, la luce non essendo altro che la sintesi di tutti i colori, i quali nell'arcobaleno sono presentati nella loro distinzione. Sono sette, numero simbolico che rimanda a una pienezza che tuttavia non annulla la loro diversità, piuttosto la tiene insieme. Se li separassimo, l'arcobaleno svanirebbe. Ma non tutti i colori hanno qui la stessa forza simbolica: il rosso, ad esempio, nella cultura biblica rimanda al sangue, elemento fondamentale della vita: la vita sta nel sangue, secondo le Scritture. E non senza un certo realismo il rosso rimanda anche al peccato, mentre il color porpora, simile a un violetto, che sta all'estremo opposto dello spettro di questi sette colori, rimanda alla purificazione (la liturgia cristiana lo ha ereditato come colore della quaresima e dei riti penitenziali). Il blu, invece, è tradizionalmente il simbolo del cielo e del mare, e come tale diventa il colore più "trascendente", emblema stesso dell'esperienza spirituale. Di solito è associato al bianco, che nell'arcobaleno non c'è perché il bianco è luce, è perfezione e purità, dunque è sintesi di tutti i colori messi insieme, sublime punto di incontro tra umano e divino. Ecco perché il tallit, il manto della preghiera ebraica, che gli uomini indossano in sinagoga di shabbat di solito è bianco, a volte con strisce di blu o di nero: quest'ultimo per mistici è il colore dell'inchiostro cioè delle lettere della Torà, chiamate "fuoco nero su fuoco bianco". Bianca poi è quella speciale veste, il kittel, che i chassidim indossano a Kippur, giorno di digiuno per ottenere il perdono divino. E nel kittel, avvolti dal loro tallit, desiderano essere sepolti, fiduciosi che Dio li richiamerà alla vita. L'arcobaleno dunque è la rifrazione, la traduzione in colori comprensibili all'essere umano della santità più alta e del ricordo dell'impegno divino a preservare la vita del mondo, e la vita dell'uomo in esso. Non diceva Ireneo di Lione: "gloria Dei vivens homo"? I colori dell'arcobaleno erano presenti anche nelle vesti del sommo sacerdote, che nel tempio di Gerusalemme mediava tra cielo e terra, a favore del popolo, con sacrifici di espiazione: nel suo vestiario, prescritto da Mosè nel libro dell'Esodo, dovevano esserci il color oro, l'azzurro, la porpora, lo scarlatto (il rosso) e il lino (il bianco). azzurro in particolare era un colore estratto da un mollusco, forse il murex brandaris, e doveva comparire anche nelle frange rituali, le stesse che oggi si portano ai quattro angoli del tallit, il manto della preghiera. È per questo che, con antropomorfismo consapevole e molto rabbinico, Paolo De Benedetti diceva spesso che l'arcobaleno è il tallit di Dio, e quando lo vediamo è un segno che Dio sta pregando e si sta ricordando di noi.

(Avvenire, 3 aprile 2020)


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L'arcobaleno in cielo e quello sulle bandiere

L'arcobaleno compare nella Bibbia come segno del patto di Dio con Noè, che è un patto di conservazione temporanea del creato, non di redenzione. E' un segno della misericordia di Dio, non di pace. Per certi aspetti, dopo quel patto le cose sono peggiorate, perché prima del diluvio Dio aveva protetto l'omicida Caino dalla vendetta di altri uomini, come ben sanno i pacifisti di tutto il mondo che amano ripetere il versetto «Chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui» (Genesi 4:15); ma dopo il diluvio Dio disse a Noè: «Il sangue di chiunque sparge il sangue dell'uomo sarà sparso dall'uomo, perché Dio ha fatto l'uomo a sua immagine» (Genesi 9:6), autorizzando così, anzi richiedendo, la pena capitale per gli omicidi.
L'arcobaleno ricompare nella Bibbia soltanto nell'Apocalisse ed ha un significato tutt'altro che rassicurante per il mondo della ribellione a Dio: appare intorno a un trono "posto nel cielo" (Apocalisse 4:3) in cui siede Dio prima che comincino a scendere sulla terra le tre ondate di sette flagelli ciascuna con cui si chiude un’epoca della storia della salvezza e se ne annuncia un'altra.
L'arcobaleno di oggi invece ha assunto il significato di un emblema della finale, ecumenica religiosità mondiale con cui gli uomini completeranno la loro storica ribellione a Dio nel nome della pace fra gli uomini. Il fatto che tale simbolo sia stato usato negli oscuri ambiti della qabbala ebraica e in altre forme di religiosità occultistica pagana, ne accresce l'aspetto sinistro. Nessun autentico credente nel Gesù degli Evangeli dovrebbe usarlo.
Anche l'incoraggiamento che alcuni israeliani hanno voluto dare a noi italiani agitando quel simbolo, va accolto sul piano della solidarietà umana, ma senza far riferimento a quel sinistro simbolo. M.C.

(Notizie su Israele, 3 aprile 2020)



«Le nazioni si sono adirate, ma la tua ira è giunta»

Poi il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli».
E i ventiquattro anziani che siedono sui loro troni davanti a Dio, si gettarono con la faccia a terra e adorarono Dio, dicendo: «Ti ringraziamo, Signore, Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai preso in mano il tuo grande potere, e hai stabilito il tuo regno. Le nazioni si sono adirate, ma la tua ira è giunta, ed è arrivato il momento di giudicare i morti, di dare il premio ai tuoi servi, ai profeti, ai santi, a quelli che temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggono la terra».
Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca del patto. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
(Dal libro dell'Apocalisse, cap. 11)

 


Diaspora e Israele: così vicini, così (oggi) irraggiungibili

Ahavat Israel e solidarietà, nonostante il virus

di Paolo Salom

Riuscireste a immaginare un mondo - il nostro mondo - senza Israele? Quel che appare scontato non è detto che lo sia per sempre. L'epidemia che ha trasformato le relazioni domestiche e non solo nello spazio di poche settimane ci ha dato l'occasione di una riflessione basata su dati di fatto. Negli Stati Uniti, casa della più grande comunità ebraica all'infuori di Israele, è noto che le posizioni sul piano di pace presentato dall'amministrazione Trump sono per lo più sfavorevoli. Uno tra i concorrenti alla nomination tra i democratici, Bernie Sanders (ormai escluso dalla corsa), in passato ha più volte dichiarato di sentirsi "orgogliosamente ebreo", eppure si è circondato delle figure politiche più ostili a Israele: da Rashida Tlaib a Ilhan Omar, incarnazione del moderno antisemitismo: l'antisionismo. Eppure la popolarità di Sanders tra gli ebrei americani è sempre stata alta, nonostante le sue promesse (elettorali) di sospendere gli aiuti economici a Gerusalemme se non si ritirerà da Giudea e Samaria per "assicurare i giusti diritti umani ai palestinesi". Ora: nemmeno una parola sul terrorismo che ha costretto Israele a prendere misure necessarie per difendere i propri cittadini?
   Sappiamo bene cosa succederebbe in caso di ritiro unilaterale (o concordato: non fa differenza) da queste due regioni che sono il cuore della millenaria storia ebraica. Lo sappiamo perché è già accaduto: a Gaza. Dunque una siffatta politica rappresenterebbe un probabile suicidio dell'impresa sionistica, con l'impossibilità di arginare attacchi contro Tel Aviv, l'aeroporto Ben Gurion e la necessità di evacuare tutte le comunità che sono prosperate oltre la linea verde. Provate a immaginare che cosa vorrebbe dire questo non solo per gli israeliani (che sono nostri fratelli e sorelle) ma per noi tutti. Fate uno sforzo: sono sicuro che tutti a prescindere dalla posizione politica, in questi giorni ci avete fatto un pensiero. Comincio io, raccontandovi un episodio, banale ma esemplare: mio figlio Matteo (oleh ormai non più hadash) e sua moglie Tara sarebbero dovuti venire in Italia per trascorrere Pesach con la famiglia nella Golah (noi). Il coronavirus ha cancellato questa possibilità, di fatto tracciando un solco incolmabile. Loro lì, noi qui. Nessuna possibilità di incontro. Certo, esistono tutti gli strumenti per parlarsi e vedersi. E, soprattutto, Israele è ancora là e ci sarà anche al termine di questa crisi sanitaria. Ma questa lontananza forzata in un momento così importante del nostro calendario, la solennità che ricorda la fuga dall'Egitto, la ritrovata libertà nella propria Patria storica, spezza il cuore. E obbliga a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni, sulla necessità di non dare tutto per scontato. Molti di noi, in totale buona fede, si sforzano di immedesimarsi nelle "sofferenze altrui". Per carità, la mia non è una critica a questa disposizione d'animo. Al contrario: vorrei invitare tutti a considerare per un istante cosa sarebbe di noi se venisse un giorno a mancare la solidarietà, l'Ahavat Israel. Se un giorno le azioni di pochi portassero a un risultato paradossale ma reale: la scomparsa di Israele come Stato ebraico. Io dico che il futuro non si può prevedere. Ma nel presente si può e si deve agire per il meglio del nostro (piccolo) popolo: nel segno della solidarietà. Right or wrong, my Country.

(Bet Magazine Mosaico, 3 aprile 2020)


Prima o poi il coronavirus scompartirà, la paranoia antisemita no

Le teorie complottiste anti-ebraiche sul coronavirus non sono che l'ultima mutazione di una piaga che ha alle spalle una lunga tradizione.

La pandemia da coronavirus ha portato a una rapida proliferazione di una serie di teorie complottiste di stampo antisemita. Il fenomeno purtroppo non sorprende, giacché la tendenza a incolpare gli ebrei per ogni disgrazia generale è vecchia di secoli.
   Una delle prime teorie complottiste anti-ebraiche venne registrata dallo storico ebreo dell'epoca romana Giuseppe Flavio, il quale riferisce che, secondo l'odiatore di ebrei Apione, grammatico e sofista alessandrino, gli ebrei avevano rapito un greco, lo avevano tenuto prigioniero nel Tempio di Gerusalemme, lo avevano sacrificato e lo avevano mangiato. Siamo di fronte a un'anteprima della calunnia del sangue, una delle principali varietà della menzogna complottista antisemita.
   Saltiamo a oggi. L'ex presidente dell'Agenzia Ebraica Nathan Sharansky ha recentemente dichiarato: "Stanno incolpando gli ebrei, accusandoci di voler distruggere l'economia per fare soldi". Sharansky ha sottolineato che quest'ultima virulenta propaganda antisemita, che incolpa gli ebrei per l'epidemia da coronavirus, ha preso le mosse in Iran, in Turchia e altri paesi ostili a Israele e agli ebrei. In Iran, i mass-media controllati dallo stato accusano dell'epidemia "i sionisti" e avvertono le persone di non usare nessun vaccino contro il coronavirus che venisse sviluppato da scienziati israeliani (anche se poi il grande grande ayatollah iraniano Nasser Makarem Shirazi ha detto che l'uso di un eventuale vaccino israeliano sarebbe consentito se non ci fossero alternative)....

(israele.net, 3 aprile 2020)


Israele, ebrei ultra-ortodossi a rischio contagio

Con manganelli, mascherine e tute protettive, la polizia israeliana arresta gli ebrei ultraortodossi che non rispettano il divieto di pregare in sinagoga. Nel paese si contano 6808 casi confermati di infezione e 33 morti, almeno un quarto dei quali in ambienti ultra-religiosi.
Proprio gli stili di vita di queste comunità, formate da famiglie numerose, in cui non si leggono giornali né si guarda la tv ma si prega tre volte al giorno, allarmano gli esperti, per il forte potenziale di diffusione del contagio.
Secondo una ricerca pubblicata dai media, a Bnei Brak, località a maggioranza abitata da ebrei ultraortodossi, si registra un tasso di contagio del 34%, un terzo della popolazione locale, contro il 6% di Tel Aviv e il 10% di Gerusalemme.
In vista delle feste per la Pasqua ebraica, in cui è tradizione riunirsi in famiglia, le autorità hanno predisposto un inasprimento dei divieti e un aumento dei controlli.

(euronews, 3 aprile 2020)


La mostra "Ferrara ebraica" del Meis si visita online

di Ilaria Ester Ramazzotti

"Con la speranza di riaprire presto le porte del museo, il MEIS non si ferma e continua ad essere un luogo di libertà, scambio di opinioni e condivisione di idee". Così, in queste settimane di emergenza sanitaria, il Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara ha deciso di continuare l'attività espositiva in modalità virtuale, condividendo online con il pubblico la mostra "Ferrara ebraica", disponibile gratuitamente cliccando sul sito Ferrara ebraica.
   "In un momento di incertezza come quello che stiamo vivendo, il MEIS vuole condividere almeno in via digitale alcuni dei valori che hanno permesso agli ebrei di continuare a costruire la loro vita anche in momenti difficili", spiegano gli organizzatori, ricordando la nota Massima dei Padri: "Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?" (R. Hillel, Pirkei Avot I:14).
   Gli ebrei hanno con la città di Ferrara "un rapporto millenario e indissolubilmente intrecciato. Una storia conosciuta da tutto il mondo ebraico, che racconta momenti di incontro e integrazione alternati ad altri più bui". Il MEIS "ha voluto allestire la mostra 'Ferrara ebraica' per spiegare perché il museo sia nato proprio in questa città e oggi, in tempi di Coronavirus, vuole dare a tutti la possibilità di visitarla e di conoscere almeno una parte della grande ricchezza del patrimonio ebraico della città estense".
L'esposizione, organizzata pienamente dal MEIS, voluta dal direttore Simonetta Della Seta, curata da Sharon Reichel e allestita da Giulia Gallerani, è un viaggio tra passato e presente che racconta una delle comunità ebraiche più antiche d'Italia, con una eredità culturale e artistica unica. Oltre a valorizzare la straordinaria fattura di oggetti cerimoniali e ricostruire l'ambiente sinagogale, "Ferrara ebraica" si interroga anche sul rapporto tra gli ebrei e la città, portando alla luce racconti affascinanti intrecciati con la Storia.
   Il percorso è arricchito dal video introduttivo e dalle interviste agli ebrei ferraresi firmate da Ruggero Gabbai e dalle foto di Marco Caselli Nirmal.
   Le musiche della tradizione ebraica ferrarese, incise appositamente per il MEIS, sono curate ed eseguite da Enrico Fink.
   La mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione del Comune di Ferrara e della Comunità ebraica di Ferrara, che ha prestato al MEIS gran parte degli oggetti esposti e qui presentati ed è stata sostenuta da Holding Ferrara Servizi, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Il video introduttivo è realizzato in collaborazione con l'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con un contributo della Regione Emilia Romagna, legge Memoria del Novecento.

(Bet Magazine Mosaico, 3 aprile 2020)


Il leggendario Piano Immortale. "Andrà all'asta in Israele''

Costruito da Sebastiano Marchisio, in parte con il cedro del Libano del tempio di re Salomone, vale un milione e mezzo di dollari.

di Fabiana Magrì

 
Il Piano immortale
TORINO - Un milione e mezzo di dollari. Questo è il valore all'asta del Piano Immortale di Siena, lo strumento musicale, costruito a Torino 200 anni fa, in parte con legno di cedro del Libano proveniente dal tempio dire Salomone e che meritò il soprannome, preso in prestito dal Vecchio Testamento, di Arpa di Davide. È l'inizio dell'800, quando il piemontese Sebastiano Marchisio, nato in una famiglia di musicisti, noto per l'abilità nel fabbricare clavicembali e pianoforti, inizia la costruzione dello straordinario piano verticale a corde oblique poi completato dal figlio e dai nipoti, intorno al 1825. Sebastiano potrebbe davvero essere entrato in possesso del legno antichissimo (il tempio di Salomone risale al 1000 a.C.) recuperandolo da una chiesa colpita da un terremoto. Alcune cappelle pare fossero state costruite con i materiali portati in Italia dai romani che distrussero il tempio nel 70 a.C.. Chi crede nel destino potrebbe attribuire proprio al materiale le avventure del leggendario pianoforte, degne di una serie Netflix.
   Da Torino a Siena, lo strumento viaggiò con la dote di Rebecca Marchisio, nipote di Sebastiano. Fu a Siena che acquisì l'aspetto che ha ancora oggi, per mano del figlio scultore di Rebecca. Ritratti di Mozart, Handel e altri compositori ma anche l'arpa, i leoni e i cherubini di Davide sono alcuni dei decori. Era così magnifico da meritare un posto all'Esposizione Universale di Parigi del 1867 e, l'anno seguente, passò come regalo al principe Umberto I in occasione delle nozze con Margherita di Savoia. Le dita di Franz Liszt pigiarono i suoi tasti durante la cerimonia nuziale. Con l'incoronazione di Umberto re d'Italia nel 1878, lo strumento fu traslocato al Palazzo del Quirinale a Roma dove il re invitò a suonarlo Mattis Yanowski, pianista ebreo rifugiato della Russia zarista, ma il concerto rimase in sospeso, per l'assassinio del re, nel 1900.
   Il sogno incompiuto di Yanowski divenne eredità morale di suo nipote Avner Carmi, uno dei primi produttori di pianoforti nella Palestina sotto Mandato britannico. Allo scoppio della II guerra mondiale il Piano di Siena scompare per qualche tempo, forse trafugato dai nazisti. Proprio Carmi, arruolato nell'esercito britannico in Egitto, rinviene tra le macerie un vecchio e insospettabile pianoforte coperto d'intonaco e lo restaura. Tra gli Anni 50 e 60 il Piano Immortale è stato esposto nella Steinway Hall di New York, a disposizione di pianisti come Arthur Rubinstein e Pnina Saltzman. Nel 1955 il Time gli dedica un articolo e nel 1960 Carmi e la moglie pubblicano tutta la storia nel libro The immortal piano. Dopo la morte di Avner, nel 1966 il piano passa a un collezionista privato. In quell'occasione, La Stampa, lancia un appello per riportare lo strumento nella sua patria d'origine. Quel che è certo è che il viaggio del Piano di Siena non è ancora finito. La casa d'aste Winner's di Gerusalemme ha in carico la trattativa. Starà al futuro proprietario scrivere la prossima pagina della storia del Piano Immortale.

(La Stampa, 3 aprile 2020)


Nuovo raid contro la Siria: Damasco accusa Israele

di Futura D'Aprile

Mentre quasi tutti i Paesi del mondo sono alle prese con l'emergenza coronavirus, la tensione torna a salire nei rapporti tra Israele e Siria. Nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile, alcuni missili partiti dallo spazio aereo libanese si sono diretti verso la città siriana di Homs. A riportare la notizia del raid è stata l'agenzia di stampa siriana Sana, che non ha però fatto menzione di quale fosse il reale target dell'operazione militare.

 Il raid contro le forze iraniane
  Il primo a parlare dell'attacco durante la notte è stato il ministro della Difesa, che ha specificato che il sistema antiaereo era stato in grado di intercettare alcuni dei missili partiti dal Libano riducendo i danni che il raid avrebbe potuto causare in territorio siriano. Il Ministro non ha dato ulteriori informazioni circa la natura delle strutture colpite dai missili, ma ha assicurato che nelle prossime ore verrà lanciata un'indagine per valutare i danni causati da quella che è stata definita una vera e propria aggressione.
  Secondo il governo siriano tuttavia non c'è alcun dubbio su chi sia il responsabile di quest'ultimo raid. Damasco ha subito addossato la responsabilità al vicino Israele, accusandolo di aver usato ancora una volta il Libano per i suoi scopi militari: è la seconda volta in un mese che Israele avrebbe lanciato un raid contro la Siria dal territorio libanese. A sostenere la tesi dei siriani ha inoltre contribuito la notizia riportata dai media del Libano, secondo cui alcuni jet israeliani avrebbero sorvolato la zona a nord di Beirut, restando nello spazio aereo libanese il tempo necessario per condurre il presunto attacco contro la Siria. Anche sulla stampa israeliana sono ovviamente comparsi i primi articoli riguardanti il raid su Homs, ma manca ancora una conferma ufficiale da parte delle autorità di Israele circa la responsabilità dell'attacco: un'ammissione che difficilmente arriverà, come già successo in passato. Anche l'ultima operazione contro la Siria infatti è rimasta ufficialmente senza un mandante, nonostante Damasco avesse anche in quell'occasione puntato il dito contro Tel Aviv.
  Resta inoltre il mistero su quale sia stato il vero target di quest'ultimo attacco. Secondo quanto riportato dall'Osservatorio siriano per i diritti umani - la Ong con base a Londra - i razzi partiti dal Libano erano diretti contro le postazioni iraniane presenti sul territorio siriano. A confermare la tesi dell'Osservatorio è lo stesso Hezbollah, che tramite il canale tv Al-Mayadeen ha affermato che l'obiettivo dell'attacco erano proprio le basi che si trovano nella zona est di Homs. D'altronde le precedenti operazioni - rivendicate o meno da Israele - partite sempre dal Libano erano dirette contro le milizie sciite che sostengono il presidente Bashar al Assad e la cui presenza non è gradita al Governo israeliano. Israele infatti non ha mai fatto mistero della sua avversione nei confronti dei soldati filo-iraniani presenti in Siria e ha più volte fatto intendere ad Assad e Putin che non è disposto a tollerare un aumento dell'influenza di Teheran in Medio Oriente.

(Inside Over, 2 aprile 2020)


Unorthodox, la serie tv Netflix tra voglia di libertà e religione

Ispirato alle memorie di Deborah Feldman, racconta la storia di un'ebrea ultra-ortodossa che lascia il marito per cercare una nuova vita a Berlino.

di Elena Tebano

 
 
«Unorthodox» è una delle migliori serie tv di quest'anno. Prodotta da Netflix (e disponibile anche in Italia) racconta la storia di un'ebrea ultra-ortodossa che lascia di nascosto il marito e la comunità in cui vive a Williamsburg, a Brooklyn, New York, per cercare una nuova vita a Berlino. È ispirato alle memorie di Deborah Feldman «Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots» (pubblicate nel 2012) e scritto in collaborazione con lei. Visivamente bellissimo, ricostruisce alla perfezione la vita di una comunità chassidica di New York, governata dai suoi strettissimi rituali religiosi, che riservano alle donne il ruolo di mogli e madri, le preparano tutta la vita a quello, vietano loro di andare all'università, suonare musica o cantare. Per non parlare di Internet, interdetto a uomini e donne.
   La forza della serie però è mostrare come un simile sistema opprima la protagonista Esty (la bravissima attrice israeliana Shira Haas) senza condannare i valori e la religione che lo ispirano. Anche il marito che la insegue a Berlino è un personaggio pieno di umanità. Il senso di claustrofobia dell'universo chiuso su se stesso in cui vivono ha una strana eco in questi giorni di confino obbligato per la pandemia. La creatrice della serie, Anna Winger (la stessa di Deutschland 83 di Amazon) è un'ebrea americana che dopo essere cresciuta tra Massachusetts, Messico e Kenya al seguito dei genitori antropologi, si è trasferita a Berlino tirando su da sola — come l'autrice del memoir da cui è tratta, che ha conosciuto lì — un figlio. «Abbiamo parlato molto dell'esperienza di essere ebree in Germania» ha spiegato Winger al Guardian. «La dislocazione, un motivo per venire, fare i conti con la storia, l'atmosfera da metropoli di Berlino così simile a quella di New York» ha detto. «Vivo qui da 17 anni e penso che una delle cose che rende la città davvero sorprendente è il modo in cui gli strati di storia esistono contemporaneamente».
   Perché la storia di Esty porta con sé in ogni momento l'ombra della Storia. La sua comunità discende da sopravvissuti alla Shoah fuggiti in America, ognuno ha perso un familiare ucciso dai seguaci di Hitler e lei come tutti coloro che ne fanno parte si sente responsabile di quella eredità tragica: «Dobbiamo fare figli per recuperare i sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti», dirà a un certo punto. La Germania, nota Npr, ha fatto i conti con il proprio passato come nessun altro Paese, ma l'ascesa di partiti di estrema destra come Alternative für Deutschland, la recrudescenza della violenza antisemita e gli attacchi terroristici degli ultimi mesi mostrano che quei conti non sono ancora chiusi. «La serie — scrive ancora Npr — esplora cosa significa per una donna ebrea americana cercare la redenzione a Berlino».
   La riflessione sull'identità ebraica, e sul suo cosmopolitismo obbligato è una parte importantissima della serie: Winger e la co-sceneggiatrice tedesca Alexa Karolinski, anche lei ebrea, hanno cercato di coinvolgere attori e maestranze ebrei davanti e dietro la macchina da presa. La serie è girata in gran parte in yiddish(e per questo merita di essere guardata in originale con i sottotitoli): «Abbiamo deciso che avremmo scelto solo attori ebrei in ruoli ebraici, in parte a causa della lingua» ha detto Winger a Variety. «Volevamo persone che parlassero lo yiddish o che lo conoscessero, che avessero una certa dimestichezza con la lingua. Se i tuoi nonni lo parlavano, anche tu hai un sentimento per questa lingua». C'è in Unorthodox tutta la Diaspora ebraica: questa capacità di riconoscere e tenere vive radici comuni in un mondo sempre più ampio, globale e interconnesso, non importa se si è tedeschi, israeliani o americani che non sono mai usciti da Brooklyn.
   Ma quella di Esty è anche una storia universale(e questa è un'altra grandezza della serie): sulla capacità di trovare la propria strada, la libertà delle donne dai dettami di ogni religione, il ruolo salvifico dell'arte come espressione di sé, la determinazione a superare le avversità senza diventare più duri - oggi, con una parola un po' abusata, si direbbe resilienza -, il valore delle radici nonostante tutto. E la capacità di vedere possibilità dove sembrano esserci solo impossibilità. In questi giorni fa particolarmente bene.

(Corriere della Sera, 2 aprile 2020)


Coronavirus: Israele, in quarantena il capo del Mossad

Aveva incontrato ministro Sanità che è positivo. 30 i morti

Il capo del Mossad, Yossi Cohen, ha avuto istruzione di mettersi in quarantena avendo incontrato nei giorni scorsi il ministro della Sanità, Yaakov Litzman, che la scorsa notte ha appreso di essere risultato positivo al coronavirus. Lo riferiscono i media. Litzman (un rabbino ortodosso di 71 anni) è adesso in quarantena assieme alla moglie, secondo quanto ha precisato il ministero della Sanità israeliano.
Il direttore generale del ministero, Yaakov Barsimantov, è pure in quarantena in un locale apposito allestito all'interno del centro medico Sheba (Tel ha-Shomer) di Tel Aviv. "Avevamo preso in considerazione per tempo la possibilità di contagi", ha detto Barsimantov che ora porta avanti le proprie attività da quell'ospedale.
Il ministero della Sanità ha precisato che finora in Israele i decessi per coronavirus sono stati 30. I casi positivi sono 6211, di cui 107 versano in gravi condizioni.

(ANSA, 2 aprile 2020)


Rabbini Capo di Israele: Seder pasquale senza cellulari né pc

Le rigorose limitazioni dovute al coronavirus non ammettono deroghe, nemmeno in occasione della Pasqua Ebraica che iniziera' l'8 aprile. Lo hanno precisato i due rabbini capo di Israele, David Lau (ashkenazita) e Yitzhak Yosef (sefardita), rispondendo ai quesiti dei fedeli.
Di norma nella cena pasquale (Seder) le famiglie si riuniscono al gran completo per leggere assieme il testo che narra l'uscita degli ebrei dalla schiavitu' di Egitto. Ma in sintonia con le autorita' sanitarie di Israele, i rabbini Lau e Yosef hanno fatto adesso appello affinche' quelle cene si svolgano nella forma piu' ristretta possibile. Hanno anche vietato che si ricorra a sistemi di comunicazione a distanza, come cellulari o computer, perche' la loro attivazione sarebbe incompatibile con la solennita' festiva. Quegli apparecchi possono essere tenuti a disposizione "ma solo per emergenze", hanno precisato i religiosi. I due rabbini hanno insistito affinche' i fedeli preghino in totale solitudine e non piu' in gruppi di almeno 10 come vorrebbe la tradizione. Hanno invece autorizzato la apertura dei 'mikve', i bagni di abluzione rituale: ma solo per le donne.

(ANSAmed, 2 aprile 2020)


Cronache di disinformazione antisionista

Un caso recente confutato dal corrispondente dell'ANSA in Israele

di Nathan Greppi

Nemmeno in tempi di crisi come questi gli haters e i bugiardi della rete possono fare a meno di diffondere falsità e odio su contro Israele. Lo dimostra la recente pubblicazione di un articolo di stampo antisionista sul Dolce Vita Magazine, rivista bimestrale new age che conta oltre 220.000 follower su Facebook.
Nell'articolo si afferma che Israele ha sparato missili e cannonate contro postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza, in risposta a razzi lanciati da questi ultimi. La notizia sarebbe oggettiva, se non fosse che subito dopo si accusa Israele di cingere d'assedio la Striscia al punto da impedire l'arrivo nella Striscia di cibo, farmaci e attrezzature sanitarie, per concludere accusando lo Stato Ebraico di portare avanti una politica di Apartheid.
Sotto l'articolo, sulla pagina Facebook della rivista, proliferano commenti carichi di intolleranza quali: "Ebrei il popolo più perseguitato, chissà il perché…", o "Israele cancro del mondo".

(Bet Magazine Mosaico, 2 aprile 2020)


Israele, crescono i disoccupati

Per la prima volta nella storia d'Israele il numero di disoccupati ha superato il milione, pari al 24,1% della forza lavoro. Mercoledì mattina il numero totale di persone in cerca di lavoro è salito infatti a 1.004.316, con un aumento di 843.945 unità dall'inizio di marzo. Nella giornata precedente si erano registrate 35.668 persone in cerca di lavoro, circa il 49% in più rispetto a lunedì. In pratica, un lavoratore su quattro in Israele è attualmente disoccupato. All'inizio di marzo, il tasso di disoccupazione in Israele era solo del 3,9%. Complessivamente, l'89,7% delle nuove persone in cerca di lavoro si trova in congedo non retribuito, mentre il 6,4% è stato licenziato. Prima dell'inizio della crisi sanitaria, solo il 3% delle persone in cerca di lavoro era in congedo non retribuito

(israele.net, 2 aprile 2020)


Il 4 aprile alle 19 Noa canterà online per Bergamo

Sabato 4 aprile alle 19 la cantante israeliana Noa trasmetterà un concerto in streaming, con il chitarrista Gil Dor. In questo modo aderisce a "Il jazz italiano per Bergamo", l'iniziativa, lanciata nei giorni scorsi da I-Jazz insieme a Bergamo Jazz Festival e Fondazione Teatro Donizetti per sostenere tramite l'onlus Cesvi l'ospedale Papa Giovanni XXIII. Il concerto sarà trasmesso anche sui canali social di I-Jazz e dai suoi associati. Lo riporta l'ANSA.
Già nei giorni scorsi Noa ha espresso su Facebook il suo personale dolore per il dramma che sta vivendo Bergamo, città alla quale è particolarmente legata, per avervi girato nel 2000 il videoclip de "La vita è bella", la canzone scritta da Nicola Piovani per il film di Roberto Benigni: "Ho ancora un ricordo bellissimo di quei giorni trascorsi a Bergamo, anche perché ero in attesa da tre mesi del mio primo figlio, Ayehil, che tra poco compirà 19 anni".
Con un altro video l'artista israeliana ha invitato tutti gli utenti a effettuare una donazione a sostegno dell'opera dei medici dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII e ad assistere a questo speciale concerto, realizzato insieme a Gil Dor, suo partner artistico abituale: "La vita è bella rappresenta un punto importante della mia carriera: nei nostri concerti eseguiamo sempre questa canzone. Ora Bergamo sta soffrendo moltissimo e abbiamo quindi deciso di organizzare questo concerto virtuale", ha detto per poi concludere: "La musica è la nostra estrema medicina d'amore".

(Bet Magazine Mosaico, 2 aprile 2020)


Coronavirus - Israele, approvata la raccolta dati dello Shin Bet

GERUSALEMME - La commissione competente della Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato la raccolta di dati personali dei cittadini da parte dell'agenzia di intelligence interna, lo Shin Bet, per combattere l'epidemia Covid-19. All'inizio di marzo, il governo ha autorizzato lo Shin Bet a raccogliere informazioni da telefoni cellulari privati per facilitare la gestione dell'emergenza da parte delle autorità. La misura è stata ampiamente contestata dalle organizzazioni per i diritti umani. L'Alta Corte di giustizia ha emesso un'ingiunzione temporanea fino alla formazione della sottocommissione per i Servizi clandestini della Knesset per supervisionare la sorveglianza digitale. La sottocommissione ha approvato la decisione, consentendo allo "Shin Bet di aiutare negli sforzi per arrestare la diffusione del coronavirus per un mese" fino al 30 aprile, ha dichiarato la commissione Affari esteri e Difesa in una nota. Secondo i dettagli trapelati alla stampa, queste informazioni potrebbero consentire ai positivi al Sars-Cov-2 di essere inconsapevolmente identificati tramite la loro attività telefonica.

(Agenzia Nova, 1 aprile 2020)


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Coronavirus - Israele, una fabbrica di missili produrrà ventilatori

GERUSALEMME - Un impianto di produzione missilistica in Israele è stato convertito per produrre in serie ventilatori e compensare in tal modo la carenza di macchine salvavita, nel pieno dell'emergenza coronavirus. Lo ha annunciato oggi il ministero della Difesa israeliano. Finora, a causa della Covid-19 sono morte 17 persone, mentre i contagiati sono circa cinquemila. Il ministro della Difesa, Naftali Bennett, ha sottolineato che Israele ha solo 2.000 ventilatori, ma ne ha bisogno di molti più per salvare le persone che hanno contratto il Sars-Cov-19 e hanno bisogno di cure.

(Agenzia Nova, 1 aprile 2020)


Israele, gli ebrei ortodossi i soggetti più a rischio

Nella comunità tassi di contagio sei volte superiori alla media

di Valerio Sofia

 
La polizia israeliana esegue controlli ad un posto di blocco a Bnei Brak
 
 
Anche in Israele si guarda con molta preoccupazione all'epidemia di corona virus, nonostante che finora la situazione sembri sotto controllo. Ma è meglio non fidarsi.
A fronte delle 18 vittime e circa 4 mila contagi, il timore è che la situazione possa degenerare all'improvviso, magari esplodendo nelle aree palestinesi o nella Siria in guerra. Per questo israeliani e arabi stanno combattendo fianco a fianco per contenere il virus, e persino la litigiosa politica israeliana sta avvicinandosi ad un accordo dopo ben tre elezioni anticipate.
Si starebbero ormai mettendo a punto i dettagli per l'annuncio di un esecutivo di unità nazionale che veda fianco a fianco Netanyahu e Gantz, limitato al contrasto dell'emergenza sanitaria in corso. Netanyahu - che resterebbe premier prima di fare una staffetta con Gantz - ha adottato nuove misure restrittive a causa del corona virus, e ha incaricato i servizi segreti di individuare le persone contagiate. Proprio lui intanto si è messo in isolamento volontario dopo che una sua collaboratrice è risultata positiva.
Ma c'è un altro timore che riguarda Israele. Secondo le ultime stime la maggioranza degli ammalati di Corona virus apparterrebbe alla comunità degli ultra ortodossi (che rappresenta il 12% della popolazione israeliana).
Questo perché essi risulterebbero più vulnerabili in considerazione del loro stile di vita. La maggior parte non legge i giornali, non guarda la televisione e rifugge da Internet.
Hanno famiglie numerose, con tanti figli, pregano nelle loro congregazioni tre volte al giorno e, in alcuni luoghi, vivono in quartieri affollati.
E così un focus sulla città di Bnei Brak, una delle principali roccaforti degli ultra ortodossi, ha evidenziato un tasso di contagio del 34%, contro il 6% di Tel Aviv e il 10% di Gerusalemme. Per altro, a causa della loro chiusura non è neppure certo che tutti i casi di coronavirus siano davvero emersi.
La polizia sottolinea la mancata osservanza, da parte di molti membri di alcune di queste comunità, delle restrizioni imposte dal governo per frenare i contagi.
Questo nonostante il fatto che anche il ministro della Salute sia un ortodosso.
Nei giorni scorsi la polizia è dovuta intervenire per diradare assembramenti e poi per bloccare le proteste che ne erano scaturite.
Proprio a Bnei Brak, la cittadina più colpita all'epidemia, centinaia di persone si sono riunite senza alcuna precauzione per prendere parte a un funerale. A Gerusalemme, nel quartiere ortodosso di Mea Shearim, la popolazione si oppone quotidianamente alle restrizioni imposte. Un gruppo di giovani ha avuto uno scontro con la polizia urlando «nazisti andate via».
Ora le ulteriori preoccupazioni scaturiscono dall'imminenza della festa di Pesach, la Pasqua ebraica.

(Il Dubbio, 1 aprile 2020)


Attacco (israeliano?) alla base aerea di al-Shayrat in Siria

Otto missili lanciati da aerei sconosciuti, presumibilmente israeliani, hanno colpito nella notte scorsa la base aerea di al-Shayrat, nei pressi di Homs, in Siria.
Secondo fonti locali ci sono state diverse esplosioni che la TV di Stato siriana ha attribuito come sempre all'abbattimento dei missili mentre invece i testimoni rivelano che le esplosioni sarebbero avvenute a terra.
La TV di stato siriana e l'agenzia SANA sono note per raccontare lo storytelling che ogni volta la contraerea siriana abbatte tutti missili israeliani quando in realtà spesso spara a casaccio e non di rado combina guai, come quando ha abbattuto un aereo russo.
La base aerea di al-Shayrat, nei pressi della città siriana di Homs, è notoriamente uno dei principali terminali usati dall'Iran per trasferire uomini e armi in Siria, armi che poi vengono trasportate in Libano e consegnate ad Hezbollah.

(Rights Reporters, 1 aprile 2020)


Basket - Deni Avdija si arruola nell'esercito israeliano

L'ala del Maccabi approfitta del blocco dei campionati e dell'EuroLega per arruolarsi nell'esercito e svolgere il servizio di leva obbligatorio in Israele.

di Marco Novello

Deni Avdija, giovane promessa del basket israeliano ed ala del Maccabi, si è arruolato, stamane, nell'esercito del proprio paese; a riportare la notizia è stata la stessa squadra di Tel Aviv. Il talentuoso giocatore israeliano ha deciso di approfittare della sosta di campionato ed EuroLega per svolgere il servizio di leva obbligatorio per i ragazzi in Israele. Il giocatore voleva già unirsi alle forze armate l'estate scorsa; ma gli impegni con la nazionale U-20 del proprio paese, con cui ricordiamo ha vinto l'oro continentale, hanno rimandato tale impegno. "Sono felice e orgoglioso di arruolarmi nel IDF come previsto da ogni cittadino alla mia età. Come sul campo, anche in questa missione farò tutto quello che mi toglie" queste le dichiarazioni del ragazzo riportate sul sito del Maccabi Tel Aviv.

(Basketinside, 1 aprile 2020)


Israele. L'opportunismo di un generale rigoroso, un dono insperato a Bibi

di Umberto De Giovannangeli

 
Non basta essere stato un bravo generale, un discreto capo di stato maggiore, un uomo senza scheletri (giudiziari) nell'armadio. Non basta tutto questo per trasformarti in un politico di primo livello. Certo, l'effetto novità può pagare nel breve, portare a un incasso elettorale, ma poi, quando arriva il momento della verità, quando il gioco si fa duro, l'homo totus politicus finisce per surclassare l'"apprendista". È la storia di Benny Gantz. L'uomo che doveva porre fine all'"era Netanyahu", spodestare dal trono "King Bibi" e che ora si ritrova a dover condividere il probabile nuovo governo d'Israele con Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo nella storia dello Stato ebraico. Una longevità che, stando alle trattative in corso, dovrebbe prolungarsi fino a settembre 2021. Diciotto mesi: un'eternità per la volubile politica israeliana.
   Gantz ha perso un'occasione irripetibile. E ha perso perché è venuto meno alla stessa narrazione su cui aveva costruito la sua entrata nell'agone politico: quello di un uomo tutto di un pezzo, che fa quel che dice, coerente con i principi che hanno ispirato la sua vita militare (e in Israele questo conta molto). Insomma un uomo tutto d'un pezzo. Ma il generale Gantz non ha tenuto fede a questa narrazione: ha ondeggiato, ha fatto marcia indietro più volte, dimostrando alla fine un'assenza di rigore, proprio quella che era la sua qualità precipua. Ora: in una politica, come quella israeliana, dominata da vecchie volpi e da "pescecani", si può anche essere "ondivaghi" e magari anche contraddire se stessi, a una condizione, però: saperlo fare, dimostrare di essere capace di dare le carte al tavolo delle trattative, rilanciare quando è il caso e anche, quando è il caso, saper bluffare.
   A quel tavolo da poker il leader di Kahol Lavan (Blu-Bianco) ci si è seduto ma alla fine ha dovuto cedere al rilancio di un avversario, Netanyahu, che nel suo abile cinismo, dove l'accento cade sull'aggettivo, ha saputo utilizzare al meglio anche l'emergenza sanitaria.
   A ben vedere, quella israeliana è una storia che ai tempi del Covid-19 varca i confini nazionali e parla anche a noi. A noi italiani, a noi europei. In momenti tragicamente eccezionali, come quello che stiamo vivendo, i dilettanti in politica vanno allo sbaraglio e l'opinione pubblica, impaurita, insicura, cerca certezze affidandosi all'uomo forte, all'usato sicuro. In Israele, a Benjamin Netanyahu. È un discorso che va oltre la classica, e un po' andata, divisione destra/sinistra (Gantz, peraltro, di sinistra non è mai stato) e investe categorie metapolitiche.
   Ma non c'è solo la riconferma a capo del governo israeliano. La sua operazione, di Netanyahu, è stata un autentico capolavoro politico , concordano gli analisti politici a Tel Aviv, pur dando a quel "capolavoro" differenti giudizi di merito. Ma nessuno mette in discussione che il premier più longevo nella storia d'Israele, in un colpo solo abbia mantenuto la guida del nuovo governo, per diciotto mesi, certo, ma nella politica israeliana sono un'eternità, e mandato in frantumi l'alleanza che per tre elezioni consecutive gli ha sbarrato la strada per la vittoria.
   La coalizione Blu e Bianco non esiste più. I due partiti anti-Netanyahu della coalizione Blu e Bianco, Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, e Telem, capeggiato da Moshe Ya'alon, hanno annunciato il passaggio all'opposizione, lasciando gli alleati di Israel Resilience , il partito di Gantz. La comunicazione è stata formalmente data nelle sedi di assemblea e in aula c'è stato il voto contrario, insieme ai laburisti e alla destra nazionalista e laica, di Yisrael Beiteinu dell'ex ministro della difesa, Avigdor Lieberman.
Lapid ha spiegato che
la crisi causata dal coronavirus non ci dà il diritto o il permesso di abbandonare i nostri valori. Non si può strisciare in un governo del genere e dire che l'hai fatto per il bene del Paese.
E ancora:

Ciò che si sta formando oggi non è un governo di unità nazionale e non è un governo di emergenza. È un altro governo di Netanyahu. Benny Gantz si è arreso senza combattere. […] I risultati delle elezioni hanno dimostrato che Israele aveva bisogno di quell'alternativa come noi abbiamo bisogno dell'aria per respirare. Volevamo realizzare un cambiamento, creare una speranza, iniziare un nuovo percorso. E Gantz ha deciso di interromperlo,
ha concluso il fondatore di Yesh Atid, formazione centrista nata nel 2012 occupando un ruolo rilevante nel panorama politico con una precisa identità: contrastare Netanyahu.
   Per l'ormai ex alleato Ya'alon, quello di Gantz è un suicidio politico. Ancora più dura in aula la laburista Merav Michaeli:
Volevi essere Yitzhak Rabin ma sei finito come un altro ex capo di stato maggiore Shaul Mofaz, un uomo simpatico ma una caricatura di un politico che ha ceduto a Netanyahu e la cui carriera si è conclusa poco dopo.
Ma in politica, si sa, le affermazioni perentorie sono spesso "volatili". Tant'è che il segretario del Labor, Amir Peretz, si è affrettato a dichiarare la disponibilità del suo partito a entrare nella coalizione di governo se "Netanyahu e Gantz apriranno alle nostre proposte nel campo economico e sociale".
   Altra lezione che viene da Israele: confondere i propri auspici in realtà è qualcosa di esiziale, soprattutto in politica. E questo vale soprattutto per i circoli culturali progressisti israeliani e per il loro giornale di riferimento, Haaretz. La realtà è altra cosa rispetto alla sua percezione. E la realtà dice che è stata sottostimata la capacità di resilienza di Netanyahu, abile nell'identificare le maglie deboli della coalizione centrista Kahol Lavan, nata per spodestare prima di tutto Netanyahu e senza una reale volontà di leadership da parte di Gantz.
L'incapacità di superare l'impasse e formare un governo e la necessità di fronteggiare l'emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del coronavirus hanno spinto Gantz a dare prova di pragmatismo, invece che di rispetto della morale,
annota David Khalfa, ricercatore associato presso l'Institut prospective et Sécurité en Europe (Ipse), specializzato in Medio Oriente.
   Ma il pragmatismo senza visione si riduce a mero tatticismo, un terreno minato per l'"apprendista" Gantz. Per Khalfa,
Netanyahu, inoltre, non sarà totalmente dipendente da Gantz e manterrà i suoi rapporti con i partiti della destra religiosa. Netanyahu ha capito che doveva mantenere unita la sua base di sostegno, gestendo anche bene i media, ed è riuscito alla fine anche a dividere l'opposizione.
Altra lezione israeliana: la scorciatoia "giustizialista" non paga. E non può sostituirsi alla politica. I guai giudiziari di Netanyahu erano e restano sotto gli occhi di tutti gli israeliani. Gantz, in prima battuta, ha provato a farsene forza, invocando il rispetto dello stato di diritto, con la separazione dei poteri, e del principio che tutti i cittadini sono eguali davanti alla Legge, e non esiste uno più eguale degli altri, neanche se questo uno è il primo ministro. Gantz ha perso perché, al momento della verità, non ha retto il punto.
   Ma c'è un altro dato, non meno significativo, che spiega la sua sconfitta, perché tale rimane anche se Gantz sarà ministro degli esteri e, tra 18 lunghi mesi, subentrerà a Netanyahu alla guida del governo. Un dato tutto politico. Perché se sul terreno della sicurezza, nell'accettare il "Piano del secolo" di Donald Trump, con incorporate l'annessione della Valle del Giordano e delle Alture del Golan, con una modifica unilaterale dei confini di Israele, se sbraghi su tutto questo, allora è meglio l'originale, Netanyahu, che una "fotocopia", Gantz. Morale di una favola non a lieto fine: leader non ci s'improvvisa, tantomeno uomini della provvidenza. In passato, nei momenti di maggiore difficoltà, Israele si è rivolta a uomini in divisa diventati politici di lungo corso: Yitzhak Rabin e Ariel Sharon, solo per fare due esempi opposti rispetto agli orientamenti politici. Ma Benny Gantz ha avuto i gradi di Rabin e Sharon, ma non la statura politica. Quella non la si eredita, la si conquista sul campo.

(ytali, 1 aprile 2020)


Gerusalemme. Disinfezione «storica» del Muro

Sono arrivati con le tute bianche, con le mascherine, con i guanti di lattice, con tutti gli strumenti necessari per la disinfezione. E con i bastoncini lunghi e sottili, rigorosamente di legno, come richiesto dalla tradizione. Ieri mattina, per la prima volta nella storia di Israele, il Muro Occidentale (Kotel), è stato interamente sterilizzato, e i bigliettini posti dai fedeli tra le pietre sono stati rimossi con i legnetti e seppelliti ai piedi del Monte degli Ulivi. Un'operazione rituale, questa, che si fa una volta l'anno, in occasione del Capodanno ebraico, ma l'emergenza coronavirus ha imposto un intervento aggiuntivo. Il rabbino Shmuel Rabinowitz, responsabile del Muro, ha supervisionato l'intero processo, pregando per la fine della pandemia in Israele e nel mondo: «In questi giorni difficili - ha detto -, raccogliamo le preghiere di tutti coloro che si sono recati a questo Tempio».

(Avvenire, 1 aprile 2020)


Israele vira sull'autosufficienza

È allerta sui rifornimenti. Le scorte non mancano, ma pesa la dipendenza dall'import. E gli agricoltori lamentano i rincari del costo dell'acqua.

di Antonio D'Anna

Autosufficienza alimentare e in particolare nel campo di frutta, verdura, latte, uova pollame: Israele si risveglia sotto l'emergenza Covid-19 e per giunta nel periodo della Pasqua ebraica (8 aprile, quest'anno) con qualche domanda sulla possibilità di trovare riforniti i supermercati. Tutto a posto: il ministro per l'Agricoltura Tzachi Hanegbi ha tenuto una riunione di emergenza a metà marzo con i rappresentanti di categoria e le autorità politiche regionali per discutere dei rifornimenti.
   I segnali sono stati incoraggianti: tra l'8 aprile e il giorno dell'Indipendenza israeliana, weekend 28-29 aprile, non ci sarà alcun problema con le scorte. Tuttavia, ha osservato il capo del Consiglio regionale (l'equivalente delle regioni italiane, più o meno) di Merhavim, Shay Hajaj, ha sottolineato (fonte Times of Israel): «Per garantire cibo fresco a sufficienza in Israele, dobbiamo affidarci più al prodotto locale che alle importazioni e bisogna aumentare le quote per l'agricoltura nazionale». E ancora: «Gli agricoltori possono aumentare la produzione nazionale e ridurre la dipendenza dall'import. Insieme, costruiremo una politica agricola che permette di garantire la sicurezza alimentare nei rifornimenti di cibo fresco in Israele da ora in avanti».
   Il tema è particolarmente sentito. Il 22 marzo Israel Today ha sottolineato l'orgoglio degli agricoltori israeliani: «Se i prodotti della terra non mancano è merito nostro, non del governo che per decenni si è dimenticato di noi», ha dichiarato un agricoltore. E non è facile fare agricoltura in Israele di questi tempi: 4 mila agricoltori pagano lo scotto di un aumento annuale del prezzo dell'acqua, senz'alcun supporto da parte del Governo. Ecco perché spesso i grossisti preferiscono importare dall'estero, perché costa molto meno: un bel grattacapo che sta lentamente erodendo l'agricoltura nazionale. Inoltre l'hi-tech ha ristretto ulteriormente il ruolo dei contadini nel Paese. Il dibattito su questo tema stava andando avanti da un po': va bene essere all'avanguardia nelle nuove tecnologie, ma così dovrebbe essere anche per l'agricoltura e verrebbe da dire, come Dio comanda: il Deuteronomio 8:8 descrive Israele come «Paese di frumento, orzo, vigne, fichi e melagrani; paese d'ulivi da olio e di miele».
   Per il periodo pasquale si prevede un incremento del 10% nelle vendite dei supermercati. Quest'anno, particolarmente sentito. E con un governo uscente e un altro che ancora non c'è, i problemi degli agricoltori israeliani per adesso restano in stand-by.

(ItaliaOggi, 1 aprile 2020)


Romania-Israele: colloquio fra i presidenti Iohannis e Rivlin, focus su coronavirus

BUCAREST - Il presidente romeno, Klaus Iohannis, ha avuto un colloquio telefonico con l'omologo israeliano, Reuven Rivlin. Al centro delle discussioni la crisi epidemiologica generata dal nuovo coronavirus e i metodi di cooperazione per contrastare la sua diffusione. Lo riferisce l'amministrazione presidenziale di Bucarest con un comunicato. Iohannis ha presentato le misure adottate dalle autorità romene per l'identificazione e il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19, nonché per la prevenzione della diffusione del coronavirus. D'altra parte, è stata evidenziata la stretta relazione di amicizia tra i due paesi, che punta su interessi comuni. L'amministrazione presidenziale precisa che, in questo contesto, Iohannis ha ribadito l'invito al suo omologo israeliano a visitare la Romania dopo la fine della crisi generata dalla pandemia di coronavirus, invito accettato da Rivlin.

(Agenzia Nova, 1 aprile 2020)


Un calzolaio palestinese ha avviato l'unica fabbrica di mascherine della Cisgiordania

 
Dopo due giorni dalla comparsa del nuovo coronavirus a Betlemme, Amjad Zaghir, proprietario di una fabbrica di calzature nella città palestinese di Hebron (Al-Khalil), comprese che presto la Cisgiordania

 
sarebbe rimasta a corto di maschere. Quasi tre settimane dopo, è l'unico produttore di maschere del posto.
La fabbrica di Zaghir, avviata da un giorno all'altro, attualmente produce migliaia di maschere al giorno e lo ha reso un eroe nazionale per l'aiuto fornito ai palestinesi nella protezione dal virus.
Zaghir si mise al lavoro non appena giunsero notizie dei primi casi diagnosticati di COVID-19 a Betlemme. Comprò una maschera e iniziò a studiarla nel dettaglio.
Inizialmente pensò di poterle ricreare con alcuni dei materiali utilizzati nella fabbricazione di scarpe. «Mi sono rivolto a un amico, un farmacista, e gli ho chiesto quali materiali venissero utilizzati nella produzione di maschere», ha ricordato Zaghir. «Mi ha spiegato come i materiali normalmente usati nel manufatto calzaturiere siano inadatti e mi ha indirizzato verso la giusta direzione».
Zaghir cominciò a cercare l'apposito tessuto per tutta Hebron. Si imbatté in un venditore che un anno fa aveva comprato il materiale dalla Turchia, ma che lasciò inutilizzato, in quanto risultava più economico importare le maschere dalla Cina piuttosto che produrle a Hebron. Zaghir acquistò il tessuto, approvato dal suo amico farmacista.
«Inizialmente, ho provato a cucire le maschere usando lo stesso macchinario che utilizziamo per cucire le scarpe. Ma il tentativo non ebbe successo, poiché il tessuto risultava essere troppo sottile e tendeva a rompersi facilmente», ha detto Zaghir. «Ho cercato di stirare il tessuto per creare le pieghe, ma ho finito col bruciarlo».
Zaghir allora provò a farlo stirare in una tintoria. Ma anche questo tentativo fallì, il tessuto delicato non poteva sostenere le elevate temperature.
Ma Zaghir non si arrese, soprattutto quando venne a sapere che la disponibilità di maschere in Cisgiordania stava per terminare. Questa rappresentava un'occasione d'oro. In quanto discendente di una famiglia di mercanti il quale ereditò il commercio di calzature dal suo bisnonno, il trentenne ebbe un ottimo senso degli affari.
Non fu semplicemente il profitto che lo motivò. «Si tratta di aiutare la mia gente e di fornire opportunità di lavoro», ha detto. «C'è una crisi a Hebron, e molti sono disoccupati».
Zaghir attraversò la città, consultandosi con sartorie e farmacisti. Alla fine, trovò un macchinario in città in grado di piegare le maschere mentre le stirava. Per contenere il livello di calore a 400 gradi Celsius, inserì le maschere tra strati di carta. L'esperimento ebbe successo.
«Il primo giorno, sono riuscito a realizzare solo 500 maschere», ha detto. «Il giorno dopo, ne ho prodotte 1,000 in più. Successivamente ho assunto altri venti lavoratori per aumentare la produzione».
Il nome della fabbrica è Zaghir, che significa "piccolo" in arabo. E sebbene la fabbrica sia effettivamente piccola, è diventata la prima e l'unica attività del relativo genere in Palestina, in grado di produrre tra le 7.000 e le 9.000 maschere al giorno.
Zaghir non è soddisfatto delle quantità, però. A partire dalla prossima settimana, ha intenzione di aumentare ulteriormente la produzione per stare al passo con la domanda. Ha già trovato un laboratorio vuoto che presto riempirà di personale, ha aggiunto.
Le maschere sono state vendute più velocemente delle frittelle dolci, ha detto Zaghir. Le sta vendendo a impiegati governativi, ospedali e persino alla polizia palestinese; solo sabato ha fornito 5.000 maschere alla polizia di Nablus (Sichem). A queste istituzioni ufficiali vende le maschere ad un simbolico costo di NIS 1.50 per unità (0,38 euro), costo determinato dal governatore di Hebron. Mentre per le farmacie e gli altri venditori il prezzo è diverso.
«Ho iniziato a ricevere richieste dalla Giordania, Kuwait, Paesi del Golfo, e dal Canada», ha detto. «Anche i venditori israeliani mi hanno contattato per comprare le mie maschere, ma non ho abbastanza manodopera. Vorrei poter soddisfare tutti».
Ma il materiale utilizzato da Zaghir presto si esaurirà. Ne ha già ordinato altro, ma i paesi stanno chiudendo i confini per contenere la diffusione del coronavirus. La pandemia ha raggiunto anche la Turchia, da cui il materiale dovrebbe essere esportato.
Zaghir è sereno. «Sono sicuro di riuscirmi a procurare i materiali. Ho contattato la Camera di Commercio palestinese, che a sua volta ha fatto appello alla Camera di Commercio israeliana, la quale ha poi contattato le dogane e altre autorità in merito a questa questione», ha detto. «Questa è una crisi sanitaria, una pandemia globale, uno stato di emergenza. Non si tratta di ordinaria amministrazione, per questo sono abbastanza sicuro che mi lasceranno importare le merci».
Zaghir crede che nel giro di una settimana sarà in grado di produrre 100.000 maschere al giorno. «Oggi, ho testato una nuova tecnica di cucito/sistema di cucitura rivelatasi efficace, e abbiamo fatto 15.000 maschere. Questa è stata la quantità di produzione più elevata da quando abbiamo iniziato. La mia maschera è unica e diversa da qualsiasi altra al mondo. Chiunque si imbatta in questa maschera saprà immediatamente che è stata fatta ad Al-Khalil (Hebron)», ha concluso.

Articolo apparso sul sito 972mag

(DINAMOpress, 31 marzo 2020 - trad. Giulia Musumeci)


Andrà tutto bene

GERUSALEMME - Alcuni israeliani si sono adoperati per mandare un messaggio di solidarietà e amicizia all'Italia, colpita dalla pandemia del nuovo coronavirus, attraverso un video messaggio diffuso sul profilo Twitter dell'ambasciata di Israele a Roma.

(Agenzia Nova, 31 marzo 2020)


Il popolo Falasha tra passato e presente

Riportiamo un interessante articolo che ci è stato segnalato direttamente dall’autore, un fratello in fede che di cuore ringraziamo. NsI

di Tommaso Todaro

Nel quadro delle grandi esplorazioni geografiche, l'Africa ha cominciato ad assumere un ruolo significativo solo a partire dal XVI secolo, dopo che era già avvenuta gran parte della colonizzazione delle coste del Nuovo Mondo ad opera delle potenze europee.
Il continente africano sino a quel momento era rimasto pressoché sconosciuto, eccezion fatta per la regione a nord del Sahara, dove l'espansionismo arabo-musulmano del VII secolo aveva determinato la creazione di numerosi califfati e l'asservimento delle popolazioni della Somalia, del Mozambico e del Sudan con relativa tratta dei neri, conclusa ufficialmente nel XX secolo.
L'interno del continente rimaneva inesplorato a causa delle difficoltà di addentrarsi nelle immense foreste pluviali e nelle sconfinate savane, infestate da pericoli di ogni genere. [...]
Per la prima volta, attraverso gli scritti e la testimonianza di Bruce, il mondo apprese la sorprendente notizia che sulle alture inaccessibili dell'Abissinia viveva un popolo dalla pelle scura, i Falasha, che conservava il culto e le usanze degli israeliti.
Bruce racconta che «i Falasha sono un altro popolo dell'Abissinia, con una lingua e tradizioni proprie. Sono ebrei e il racconto che danno della loro origine è che venivano da Gerusalemme insieme a Menelik, figlio di Salomone e della regina di Saba»....

(Nuovo Monitore Napoletano, 31 marzo 2020)


Netanyahu in isolamento. Contagi tra ultraortodossi

Positiva una collaboratrice del premier. La comunità degli haredi viola spesso le restrizioni.

Anche il primo Benjamin Netanyahu finisce in quarantena. Il capo del governo israeliano sta bene ma da ieri è entrato in isolamento dopo che una sua consigliera, Rivka Pauluch, che si occupa delle questioni degli ultraortodossi, è risultata positiva al Covid-19. Aveva incontrato il premier giovedì.
   E a proposito di ultraortodossi, alcuni residenti del quartiere di Mea Sharim Gerusalemme hanno lanciato sassi contro una squadra sanitaria dei servizi d'emergenza del Magen David Adom (Mda) venuta per effettuare un test del coronavirus. Un volontario è stato ferito alla spalla e il parabrezza dell'auto di servizio è stato rotto, secondo quanto ha reso noto l'Mda. Il fatto avviene mentre aumentano in Israele gli episodi di tensione fra le autorità e una parte delle comunità ultraortodosse sul rispetto delle regole per il contenimento del contagio.
   Nello stesso quartiere, quattro israeliani sono stati arrestati e una trentina multati per non aver rispettato le regole. Gli agenti hanno trovato «raduni con decine e centinaia» di persone nelle sinagoghe e case di preghiere. A oltre 25 ultra-ortodossi sono state fatte multe di 5 mila shekel (1.260 euro) mentre ad altri cinque contravvenzioni da 500 shekel (126 euro) per essersi spinti oltre 100 metri lontano dalle proprie abitazioni. Una casa di preghiera è stata chiusa per 30 giorni su ordine della magistratura. Contro i poliziotti sono volati insulti e parole come «nazisti» e «criminali».
   Nel Paese cresce la tensione fra autorità e comunità ultra ortodosse, per le continue violazioni delle direttive per fermare la diffusione del coronavirus. Ed è proprio fra gli haredi (timorati di Dio) che si trova almeno la metà dei contagiati, secondo dati ufficiosi dei media israeliani. La questione preoccupa il governo, tanto che si è deciso di allestire in alcuni alberghi degli speciali centri di quarantena per gli ultra ortodossi, con un rigido rispetto delle prescrizioni alimentari e della separazione fra i sessi. Le famiglie degli haredi sono strettamente connesse, molto numerose e spesso abitano in case piccole di aree densamente popolate. In queste condizioni è molto difficile isolare chi ha sintomi lievi o deve stare in quarantena. Per questo si è pensato a speciali alberghi.
   In Israele le vittime di coronavirus sono 16 e si è registrata la più giovane: un uomo di 58 anni con «condizioni pregresse molto significative». I casi di contagio sono circa 5mila.

(il Giornale, 31 marzo 2020)


Il messaggio del Rabbino capo di Roma. "Un pensiero per questi giorni"

Sono questi giorni difficili per tutti. Persone care ci hanno lasciato, molti sono ammalati in gravi condizioni, altri sono isolati in attesa di guarigione, tutti quanti immobilizzati e isolati nelle proprie abitazioni. Le attività economiche sono in gran parte bloccate e anche quando usciremo dal tunnel i danni saranno gravi e la ripresa lenta e difficile.
   Le nostre comunità devono affrontare, in aggiunta a questi problemi comuni a tutta la cittadinanza, delle difficoltà specifiche. La macchina che è stata messa in moto in tempi brevi e con risorse limitate non è perfetta ma è esemplare per la dedizione di volontari e professionali. In preparazione a Pesach abbiamo affrontato e risolto il problema del reperimento e della distribuzione capillare degli alimenti; per assicurare carne kashèr abbiamo dovuto ogni momento rivedere i nostri programmi tra mille difficoltà. I mezzi digitali di comunicazione sono stati sfruttati al massimo. Esperti di varie discipline, a cominciare dai rabbini, sono in prima fila e continuamente in attività per assicurare la loro presenza con insegnamenti e consigli, e la risposta del pubblico è sorprendentemente positiva. Dobbiamo affrontare il tema della solitudine e dell'isolamento e cerchiamo di farlo con tutti gli sforzi possibili. Di solitudine purtroppo si tratterà specialmente nelle sere dei Sedarìm, ma non si può derogare all'esigenza di tutelare la salute.
   Davanti a situazioni nuove e di emergenza è inevitabile fare degli errori, ma bisogna essere cauti. Cauti nel dare informazione, cauti nel valutarla. Siamo bombardati di notizie di ogni tipo e qualcuno potrebbe pensare che se vengono da fonti ufficiali siano automaticamente attendibili. Non è così, anche per l'informazione ebraica. Quando riceviamo le notizie da "esperti" sull'epidemia in corso dobbiamo stare attenti. Abbiamo modi per difenderci. In primo luogo il buon senso. E poi le persone di fiducia. Se a Pesach dobbiamo prendere una medicina, prima chiediamo al nostro medico curante se è necessaria, poi giriamo la domanda al nostro rabbino di fiducia. Dovremmo fare lo stesso quando circolano notizie su quel tale rabbino che avrebbe permesso l'uso di Zoom per il Sèder o la vasca da bagno per il miqwè. L'esigenza di informare su tutto non può prevalere sull'etica dell'informazione completa, controllata e equilibrata e bisogna essere coscienti delle conseguenze, con senso di responsabilità. Molti poi si sono lamentati per la lentezza delle reazioni rabbiniche. Bisogna spiegare che la halakhà ha i suoi tempi di ragionamento ed espressione. E non ci si può approfittare di questo per seminare disinformazione e dire poi in una noterella finale che la halakhà la stabiliscono i rabbini.
   Nella nostra comunità e in tante altre comunità italiane siamo vigili, attivi e reattivi alle necessità di questa emergenza. Cerchiamo di aggiungere forze, di collaborare e difenderci dalle minacce di questa guerra. Ciascuno con le sue capacità, con senso critico e con responsabile uso del suo ruolo.
   Con l'augurio di refuà shelemà, di guarigione completa a tutti coloro che oggi sono colpiti, e di nechamà, di consolazione per chi ha avuto perdite,
Riccardo Shemuel Di Segni

(Shalom, 31 marzo 2020)


La rivolta degli haredim contro le restrizioni

Contagi quattro volte più veloci. Ma la polizia deve intervenire contro gli assembramenti.

di Fiammetta Martegani

Non hanno televisione, non hanno Wi-Fi, non usano i social. Sanno della pandemia perché il quartiere è tappezzato di avvisi - ed è questo il loro "telegiornale" -, e perché il contagio è arrivato anche lì: i casi sono già 300. Ma a Bnei Brak, sobborgo a pochi chilometri da Tel Aviv dove vive una delle più grandi comunità ultraortodosse in Israele, qualcosa ancora non funziona: domenica 400 persone hanno partecipato al funerale di un rabbino infrangendo tutte le misure di distanziamento sociale imposte dal governo israeliano per contenere l'emergenza coronavirus. Regole - rafforzate ieri dal premier Benjamin Netanyahu, che si è posto in isolamento volontario per aver avuto contatti con un persona positiva - che valgono anche, e soprattutto, per bar mitzvah, matrimoni e, appunto, i funerali.
   Lo stesso a Mea Shearim, il più grande quartiere di haredim (ultraosservanti) del Paese, alle porte di Gerusalemme, dove si contano tra i 350 e 400 casi e il rapporto tra contagi e popolazione è quattro volte superiore rispetto al resto della nazione. Secondo i dati del ministero della Sanità il 50% dei contagiati del Paese sono ultraortodossi, che costituiscono il 12% della popolazione israeliana (su circa 8 milioni di abitanti, ieri si sono registrati 4.695 contagi e 16 decessi). Il problema principale è che queste comunità, per tradizione, non accedono a risorse mediatiche (usano solo, ma con forti limitazioni, i cellulari) e non hanno ancora piena consapevolezza del rischio a cui sono esposti e a cui espongono gli altri.
   Dal 19 marzo, quando è entrato in vigore il lockdown in Israele, poco o nulla è cambiato nella quotidianità delle yeshivot (le scuole talmudiche). Da pochi giorni sono state chiuse, insieme alle sinagoghe, ma la resistenza della comunità è forte. Ieri la polizia è dovuta intervenire a Mea Shearim per disperdere centinaia di studenti che si erano riuniti, procedendo a quattro arresti e comminando una trentina di multe. È stata una battaglia: i poliziotti sono stati accolti al grido di «nazisti», «criminali». E quando nel quartiere sono entrate le squadre el Magen David Adom (la Croce Rossa israeliana) per fare i tamponi, i giovani hanno preso a sassate gli operatori, ferendone uno alla spalla. Tutto questo nonostante Eliyahu Abergel, figura di massimo rispetto della Corte rabbinica di Gerusalemme, abbia dato il via libera, per la prima volta dalla fondazione dello Stato, all'utilizzo di Zoom e di altri social per pregare e celebrare a distanza lo Shabbat con i familiari.

(Avvenire, 31 marzo 2020)


Da Israele all'India. La guerra al virus passa dal telefonino

Al ministero dell'Innovazione 60 esperti analizzano 319 proposte. Si pensa a un'applicazione su base volontaria e test in Lombardia.

di Bruno Ruffilli

Per combattere il coronavirus abbiamo tutti un'arma potente: lo smartphone. Molti Paesi hanno lo hanno usato per monitorare i movimenti delle persone e prevenire nuovi contagi, altri per informare la popolazione, altri ancora per controllare chi non rispetta l'obbligo di rimanere in casa. E non solo.
   Se qualcuno si ammala, si analizzano i suoi movimenti e si cerca di capire con chi è entrato in contatto, in modo da isolare queste persone e impedire che a loro volta diffondano il virus. Il contact tracing è adoperato anche in Italia, ma a farlo sono medici e addetti degli ospedali: è una procedura lunga e difficile, senza l'aiuto delle tecnologie. Forse il suo uso più aggressivo si è visto in Corea del Sud, dove il governo ha creato una mappa che ognuno può consultare per verificare se è venuto in contatto con persone infettate dal coronavirus.
   La Cina ha utilizzato anche il riconoscimento facciale e le telecamere a circuito chiuso, oltre ai dati provenienti da stazioni di treni e metropolitane, carte di credito e tutto quanto possibile tracciare. Lo scopo - raggiunto - era far rispettare le disposizioni che imponevano non uscire di casa. A Hong Kong, poi, le autorità hanno controllato alcuni cittadini in quarantena con braccialetti elettronici e un'app. Oggi nel primo focolaio della pandemia un'altra app serve da passaporto virtuale: mostra un codice QR che certifica lo stato di salute e consente di allontanarsi più o meno da Wuhan.
   In India c'è l'app Corona Kavach; prevede un questionario con quattro risultati: Tutto bene, Consultare il medico, Quarantena e contagiato. Ogni volta che si esce di casa, automaticamente avvisa se ci si trova in prossimità di un'altra persona a rischio: conviene attivarla perché in primo luogo protegge chi la usa. L'app di Singapore si chiama TraceTogether, ha un'interfaccia semplice e giocosa, e sfrutta i segnali del Bluetooth per identificare la prossimità con persone a rischio.
   La principale novità viene dall'app creata dal Ministero della salute israeliano che chiede ai cittadini l'accesso volontario ai dati di geolocalizzazione, li incrocia con quelli dell'indagine epidemiologica e informa in tempo reale gli utenti che sono a rischio o che costituiscono un rischio per gli altri. Il secondo pilastro del sistema israeliano è il controllo dei cellulari di tutti i cittadini da parte dell'agenzia Shin Bet che usa dati per verificare che i cittadini rispettino la quarantena.
Fra qualche giorno il governo irlandese metterà a disposizione un'app per il tracciamento volontario: si aspetta che il picco dei contagi sarà fra due settimane, quindi è importante sfruttare questo margine di tempo. Intanto, alcuni scienziati del King's CoIlege di Londra hanno realizzato COVIDradar. La usa un milione di volontari in tutto il Regno Unito per monitorare costantemente il proprio stato di salute: così è possibile capire dove i sintomi diventano più frequenti. I dati vanno al Ministero della Sanità, che decide risorse da allocare e provvedimenti da prendere, zona per zona. Queste informazioni arrivano prima che i volontari abbiano bisogno di cure speciali, così è possibile controllare i nuovi focolai fin dall'inizio.
   In Australia, l'app del governo serve solo per essere aggiornati sulla situazione, anche via Whatsapp; non traccia chi la usa, ma lo farà con un aggiornamento. Anche l'app ufficiale dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità oggi fornisce consigli, in futuro potrebbe essere usata per il contact tracking e aiutare gli studiosi di capire meglio come il virus si muove all'interno delle comunità. Utilizza i dati di Google Maps, un po' come Waze per il traffico. Negli Usa, Trump aveva annunciato una collaborazione con l'azienda di Mountain View (non confermata) e con Facebook (smentita da Mark Zuckerberg). Secondo il Wall Street Journal, tuttavia, funzionari governativi stanno già utilizzando i dati di milioni di smartphone per monitorare fino a 500 città e pianificare una risposta alla pandemia.

 In Italia
  A breve dovrebbe arrivare il via definitivo al progetto dell'app di tracciamento italiana. Non sarà facile scegliere tra le 319 proposte di monitoraggio arrivate al Ministero dell'Innovazione, ma il team di 60 esperti che dovrà valutarle c'è già. Il ministro Paola Pisano punta su una soluzione su base volontaria, da testare in un'area territoriale ristretta, magari la Lombardia. La Gdpr prevede già eccezioni alla normale tutela dei dati in ambito sanitario, proprio nei casi di epidemie, tuttavia per il varo dell'app potrebbe servire un decreto legge che garantisca il carattere temporaneo della raccolta e dell'uso di informazioni riservate.

(La Stampa, 31 marzo 2020)


Coronavirus: Netanyahu in quarantena volontaria

In attesa esami epidemiologici su collaboratrice positiva

Il premier Benyamin Netanyahu è entrato in quarantena volontaria in attesa degli esami epidemiologici su una sua collaboratrice risultata positiva all'infezione da coronavirus. Lo ha annunciato l'ufficio del premier spiegando che gli esami sulla sua collaboratrice servono a ricostruire gli spostamenti e i contatti con Netanyahu. La fine della quarantena sarà stabilita dal ministero della sanità e dal medico personale dello stesso premier.
L'allarme è scattato dopo che oggi è emerso che la consigliera del premier per le questioni degli ebrei ortodossi, Rivka Paloch, è risultata positiva al test del coronavirus. Era stata contagiata a sua volta dal marito, secondo i media. A quanto risulta giovedì Paloch era alla Knesset (parlamento) dove ha incontrato un certo numero di ministri e di deputati. Adesso vengono esaminate le telecamere di sorveglianza per stabilire con certezza se abbia avuto contatti ravvicinati con Netanyahu.
Questi, secondo anticipazioni raccolte dalla televisione Canale 12, sembra incline adesso a sottoporsi comunque ad un test di coronavirus, il secondo nelle ultime due settimane.

(ANSAmed, 30 marzo 2020)


Coronavirus: in Israele, vuote le spiagge di Tel Aviv

Nonostante le misure prese per contenere il contagio, i casi positivi continuano inesorabilmente a crescere, anche se ancora in maniera contenuta. La popolazione reagisce rispettando le nome e la più grande città del Paese si ritrova vuota.
Il governo israeliano ha da subito preso la decisione di mettere nelle mani dell'intelligence epidemiologica il controllo della diffusione del Covid-19
I numeri sono ancora contenuti ma non abbastanza da impedire alle autorità governative di procedere con il lockdown del Paese
A Tel Aviv, le restrizioni imposte in questi giorni, hanno resa la città praticamente deserta
Non ci si può infatti spostare se non per strette necessità: lavoro, cibo o assistenza medica
Questo comporta anche la chiusura delle spiagge, che in questo periodo dell'anno sarebbero comunque frequentate viste le belle giornate
il clima a Tel Aviv, infatti, è di tipo mediterraneo, con inverni molto miti che permettono alla popolazione, quando non piove, di correre o passeggiare in riva al mare
Qualcuno per strada c'è ma le nuove norme prevedono che non si allontani da casa per più di 100 metri, anche se si porta a passeggio il cane
Check point e controlli sono disseminati un po' dappertutto, sono tante le zone della città con posti di blocco deputati a controllare che le persone rispettino i divieti

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Il distanziamento sociale è la pratica più importante da seguire in questa emergenza ma tanti sono quelli che preferiscono uscire anche con la mascherina
Per strada è facile imbattersi nelle imprese dedite alla disinfezione degli ambienti. Immagini che ormai si vedono in tutto il mondo
Locali al chiuso, spazi all'aperto, auto e mezzi di trasporto vengono sanificati e disinfettati con cadenza regolare
Ai driver è concesso lavorare per portare il cibo o altri prodotti utili nelle case delle persone che sono chiamate a stare a casa
Al 29 marzo, il numero dei casi positivi di coronavirus in Israele è arrivato a 3.865, di cui 66 sono giudicati in condizioni gravi
Se nella capitale economica israeliana le norme attuate sembrano funzionare - dato appunto il basso numero di contagi - c'è invece l'intenzione di mettere in quarantena alcune cittadine di ebrei ortodossi, tra cui Bnei Brak, vicino Tel Aviv
La motivazione sarebbe che tra gli ortodossi i tassi di contagio sono più alti che nel resto della popolazione a causa del mancato rispetto del divieto di riunione

(skytg24, 30 marzo 2020)


Netanyahu verso la premiership. Fra 18 mesi staffetta con Gantz

di Giordano Stabile

Le trattative, con il manuale Cencelli in mano, sono andate avanti fino a notte. Israele, dopo un anno di impasse e tre elezioni consecutive è a un passo dall'avere alla fine un nuovo governo. E sarà ancora Benjamin Netanyahu a guidarlo, il premier più longevo nella storia dello Stato ebraico, sopravvissuto alla tempesta giudiziaria e agli assalti da destra e sinistra. Gli ha dato una mano l'emergenza coronavirus, uno dei fattori che ha convinto il rivale Benny Gantz all'accordo per un governo di grande coalizione. Il primo passo è stata l'elezione dello stesso Gantz a presidente della Knesset, giovedì scorso. Una mossa a sorpresa che ha dato all'ex generale le garanzie necessarie per accettare la staffetta con Netanyahu. Fra 18 mesi diventerà lui primo ministro, con "Bibi" vice, ma nel frattempo controllerà i lavori del Parlamento ed eviterà colpi mancini da parte dell'avversario. Dovrà però concedergli un parziale salvacondotto giudiziario, in modo che possa restare in politica nonostante il processo per corruzione.

 Le poltrone in ballo
  Lo schema elaborato la scorsa settimana, anche con il contributo del capo dello Stato Reuven Rivlin, deve però essere definito nei dettagli. E cioè la distribuzione dei ministeri. Agli uomini di Gantz andranno la Difesa, affidata a un altro ex capo delle Forze armate, Gabi Ashkenazi, gli Esteri, un portafoglio che piace allo stesso Gantz ma che gli costerebbe l'immediata rinuncia alla presidenza della Knesset, e la Giustizia, con Chili Tropper. Il Likud ottiene il ministero della Pubblica sicurezza, con l'attuale ministro alla Cultura Miri Regev, mentre il leader degli ultra-ortodossi askenaziti, Yaakov Litzman, mantiene il ministero della Salute. I sefarditi di Shas si tengono il ministero dell'Interno. All'altro partito di destra, Yamina, va l'Educazione, dove forse tornerà Naftali Bennet, sloggiato dalla Difesa.
  Ieri sera Netanyahu ha detto ai suoi alleati tradizionali che è essenziale "preservare il blocco di centrodestra". E la compagine ipotizzata è nel complesso spostata a destra. In compenso il partito di Gantz si è spezzato in vari tronconi. Il cofondatore Yair Lapid guiderà adesso l'opposizione, affiancato dal capo della destra laica Avigdor Lleberman, il grande perdente di tutta questa manovra. E' stato lui all'inizio dell'anno scorso a rompere con Netanyahu, già azzoppato dalle inchieste per corruzione, nella speranza di farlo fuori e sostituirlo alla guida del centrodestra. La vecchia volpe è stata più scaltra e manovriera dell'allievo. Adesso ha davanti il nemico forse più subdolo mai affrontato, l'epidemia Covid-19, che ha già contagiato 3800 persone,con 15 vittime.

(La Stampa, 30 marzo 2020)


L'Italia ebraica e il coronavirus, il racconto sui media israeliani

 
"Ci perdiamo spesso a parlare dei numeri delle vittime ma dietro a quei numeri ci sono delle persone, una vita, una famiglia e un mondo intero". Lo ha ricordato più volte in questi giorni Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nel corso di diverse interviste con alcuni dei principali media israeliani. Chiamata a raccontare come l'ebraismo italiano sta rispondendo alla crisi del coronavirus, parlando con le emittenti Kan e con Arutz 20, Di Segni ha spiegato che l'emergenza tocca tutti: "è entrata in ogni casa". E poi ha ricordato al pubblico israeliano come "non è vero che solo gli anziani vengono colpiti dal virus. Medici, polizia, esercito, chi sta in prima linea viene colpito, e non solo. Il nostro compito come comunità è seguire le indicazioni delle autorità e rimanere a casa, dove organizzare una nuova quotidianità", sottolinea la presidente UCEI che ricorda come il virus stia causando anche molte difficoltà economiche alle famiglie. "Nella nostra Comunità, come in tutto il paese, ci sono tanti esercizi commerciali che hanno chiuso e le persone non percepiscono reddito". L'Unione sta pensando a come dare un aiuto, sottolinea Di Segni. Tra le iniziative promosse, la decisione di devolvere una parte dell'Otto per mille agli enti impegnati nella lotta alla crisi sociosanitaria. "Il nostro compito come UCEI - aggiunge la presidente dell'Unione - è di stare al fianco alle famiglie, non farle sentire sole, organizzando iniziative comunitarie virtuali e a distanza. Lezioni di rabbini, attività culturali ma anche consulenze mediche e aiuto psicologico". In più una rete per portare a casa delle persone anziane i prodotti alimentari. "La situazione è ancor più complicata dall'arrivo di Pesach: qui è possibile andare solo al supermercato vicino a casa, la polizia ti ferma per chiederti dove stai andando e noi sensibilizzare le autorità sulla necessità delle persone di raggiungere i market casher per comprare i prodotti per Pesach".
  Il tema delle problematiche religiose e del rispetto della Halakha in questa situazione emergenziale è al centro di un'ampia intervista al rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, pubblicata dalla rivista israeliana Makor Rishon. Nello spiegare le misure adottate progressivamente per contenere il rischio del contagio e nel rispetto delle ordinanze governative, rav Di Segni sottolinea come "all'inizio abbiamo solo ridotto il numero dei fedeli nella sinagoga, in modo che ognuno mantenesse le distanze dall'altro. Li abbiamo fatti sedere fila per fila, e ci siamo anche assicurati che non fossero l'uno dietro l'altro, ma qualche posto a sinistra o a destra. Così la sera di Purim abbiamo letto la Meghillat ancora in pubblico ma in tutte le 15 sinagoghe di Roma c'erano in totale 800 fedeli, molto meno che negli anni scorsi. Di solito le famiglie vengono con i bambini, e quest'anno purtroppo non è successo. C'era molta meno gioia". "La mattina di Purim, il 10 marzo, la chiusura generale è stata imposta dallo Stato, e tutte le riunioni sono state vietate", il resoconto del giornalista di Makor Rishon Zvika Klein, che spiega come da allora rav Di Segni sia impegnato nel dare risposte a questioni molto significative per la Comunità: "come può una comunità ebraica continuare a funzionare senza sinagoghe e senza rapporti tra i suoi membri". "Nell'ultima settimana, ho ricevuto molte richieste da rabbini di tutto il mondo che vogliono sapere come comportarsi in una varietà di situazioni halachiche. Queste domande non sono solo legate alla questione dell'apertura o della chiusura delle sinagoghe", ha raccontato il rav, spiegando che le problematiche toccano vari ambiti e in particolare sono complicate quelle inerenti alle celebrazioni dei funerali (dalla cura della salma alla shiva) a causa delle tante restrizioni. "Quando le famiglie si avvicinano a me e mi chiedono come dire Kaddish per il defunto, purtroppo non ho molte risposte. - sottolinea rav Di Segni - Al cimitero non può essere raggiunto il minian, né nelle case private, così ci siamo rivolti alle sinagoghe ancora aperte in Israele, soprattutto agli immigrati italiani, e abbiamo chiesto loro di dire Kaddish in memoria del defunto".
  Tra i temi toccati nell'intervista anche il seder di Pesach e la discussione se sia permesso riunirsi virtualmente per l'occasione. "Alcuni ebrei non sanno come condurre la sera del Seder quindi di solito stanno con altri o frequentano un Seder pubblico. Quest'anno abbiamo una significativa pressione da parte di queste persone, che vogliono essere collegate a un grande e organizzato Seder in cui venga spiegato passo dopo passo cosa fare. Ovviamente, spiego che questo non è halakhicamente possibile, ma devo anche fornire loro una soluzione diversa. Abbiamo preparato Haggadot di Pesach dove il testo è tradotto in italiano e appare anche in ebraico traslitterato, in modo che possano leggerlo. Eppure, mi è chiaro che ci sarà chi vorrà partecipare a una serata virtuale".
  A proposito di mondo virtuale, il rav racconta degli scambi via whatsapp con altri rabbanim d'Europa per tenersi aggiornati sulla situazione negli altri paesi ed esprime la sua soddisfazione per i risultati delle lezioni di Torah online. "Tutti i nostri rabbini hanno preso confidenza con Internet e danno lezioni in continuazione. Una settimana fa ho fatto una lezione di mezz'ora online e l'hanno guardato oltre 2.600 persone - molto di più del numero di utenti che ho registrato in passato".

(moked, 30 marzo 2020)


Coronavirus: fra i palestinesi 115 casi positivi, 1 morto

Gli accessi di Hebron sigillati dall'Anp per prevenire contagi

Con la rilevazione di sei nuovi casi di coronavirus oggi a Biddo, un villaggio della Cisgiordania, il totale dei palestinesi risultati finora positivi è salito a 115, nove dei quali si trovano nella Striscia di Gaza. Lo ha reso noto il portavoce del Ministero degli Interni palestinese Ghassan Nimer, citato dall'agenzia di stampa Wafa. Finora fra i palestinesi si è avuto un decesso, quello di una donna di 65 anni.
Intanto, per impedire la diffusione del contagio, il governatore di Hebron ha ordinato il totale isolamento della sua città. Da adesso nessuno può entrarvi o uscirne. I negozi di alimentari vengono tenuti aperti per il tempo minimo necessario per i rifornimenti della popolazione. Ad allarmare le autorità palestinesi locali è stato il timore che in città, dove risiedono oltre 150 mila abitanti, si stia sviluppando un nuovo focolaio di contagio, che sarebbe il secondo di una certa rilevanza dopo quello già registrato a Betlemme nelle settimane scorse.

(ANSAmed, 30 marzo 2020)


Il medio oriente alle prese con il virus

Dall'Iran all'Egitto, le dittature rischiano di metterci nei guai

Scrive il Besa Center (18/3)

L'Iran si è rivelato il principale focolaio della maggior parte delle infezioni da coronavirus nel mondo arabo", scrive Edy Cohen. "Quasi ogni singolo caso ufficialmente registrato in Iraq, Siria e Libano ha avuto origine in Iran. Il regime iraniano non ha idea di come contenere l'epidemia. Il paese ha affrontato terremoti, guerre e rivoluzioni, ma sta trovando impossibile far fronte alla rapida diffusione del coronavirus. Sui social network arabi circolano alla grande foto e video (difficili da verificare) di sepolture notturne e di morti che giacciono nelle strade. Dieci membri del parlamento iracheno sono stati infettati dal virus. La gente che segue la diffusione del morbo nel mondo arabo afferma che, di fatto, solo l'Arabia Saudita è riuscita a gestire l'epidemia e a prevenire il diffondersi dell'infezione tra la sua popolazione.
   Alcuni paesi arabi negano semplicemente l'esistenza del virus. Decine di persone sono tornate infette al Cairo su voli dagli Stati Uniti e dall'Europa, ma il governo egiziano continua a insistere sul fatto che non ci sono casi di coronavirus nel paese, classificando coloro ne hanno i sintomi come affetti da 'normale influenza'. L'Egitto non ha ancora sospeso i voli in arrivo dalla Cina, a differenza di quanto hanno fatto da tempo la maggior parte dei paesi del mondo. Anche dopo che il ministro della Sanità egiziano si è recato in Cina per conoscere il nuovo virus, le morti a esso collegate hanno continuato a essere definite come 'infezioni polmonari'.
   L'Arabia Saudita è riuscita a prevenire una grave insorgenza locale chiudendo i suoi confini e bloccando i voli dal Libano, dall'Egitto, dall'Algeria e dall'Iraq. L'Iraq non ha ancora chiuso i suoi confini con l'Iran, che è infestato dal corona virus. Anche il Libano continua a effettuare voli commerciali da e per l'Iran, sebbene quel paese sia stato la fonte dei primi casi libanesi. Nei territori sotto l'Autorità palestinese, l'intera città di Betlemme è sotto coprifuoco a seguito dell'infezione di sette residenti locali, che avrebbero contratto il virus attraverso il contatto con un gruppo di pellegrini greci in seguito risultati infetti. A nessuno è permesso entrare o uscire dalla città. I residenti di Betlemme sono in preda al panico e accaparrano scorte, causando una grave carenza di generi alimentari. Un hotel nella vicina Beit Jala è pieno di palestinesi infetti che vengono tenuti in isolamento, insieme a 15 turisti americani contagiati. Si stima che in tutti i territori controllati dall'Autorità palestinese siano in circolazione migliaia di individui potenziali trasportatori del virus.
   Intanto, paesi come la Giordania e l'Egitto censurano la pubblicazione dei dati relativi al numero di vittime colpite dal coronavirus. Per la prima volta nella storia moderna, l'Arabia Saudita ha chiuso i luoghi santi della Mecca. Altri stati arabi, tuttavia, sopprimono e distorcono le informazioni e negano l'esistenza stessa del problema all'interno dei loro confini. Un comportamento che può comportare conseguenze estremamente gravi ma per l'intera regione".

(Il Foglio, 30 marzo 2020)


Nella Striscia di Gaza il coronavirus potrebbe fare più male che altrove

È una delle aree più densamente popolate al mondo, con un sistema sanitario fatiscente: i casi ufficiali sono 9, quelli reali potrebbero essere molti di più.

 
Il principale mercato scoperto della città di Gaza fotografato il 27 marzo
 
 
Nelle ultime settimane la pandemia di coronavirus sta colpendo soprattutto i paesi occidentali, risparmiando - in parte, e per ora - la gran parte dei paesi meno sviluppati. Gli esperti si stanno chiedendo cosa potrebbe succedere se il contagio raggiungesse aree più vulnerabili del pianeta, ma c'è un posto in particolare in cui la potenziale diffusione del coronavirus è stata descritta come «una catastrofe» e «un disastro»: la Striscia di Gaza.
   Le ragioni sono soprattutto due. La prima è che nel pezzo di terra fra Israele ed Egitto - controllato dal 2007 dal gruppo politico-terrorista Hamas - due milioni di persone abitano una superficie grande quanto un nono della Valle d'Aosta. La Striscia è uno dei posti più densamente abitati al mondo, dove isolarsi per fermare la catena di contagio del virus sarebbe assai complicato. La seconda ragione riguarda le condizioni fatiscenti del sistema sanitario locale: secondo i calcoli di Foreign Policy gli ospedali della Striscia dispongono soltanto di 70 posti letto di terapia intensiva - gli unici adatti a gestire un paziente in condizioni gravi - e oggi sono già in uso 45 dei 60 ventilatori disponibili, fa sapere l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
   «Non ci vuole molto perché il sistema, che per il momento sta reggendo, abbia notevoli difficoltà», ha detto a Foreign Policy Jamie McGoldrick, che coordina la task dell'OMS per la gestione del coronavirus in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
   Nelle scorse settimane l'embargo che Israele impone alla Striscia di Gaza dalla presa di potere di Hamas - e che secondo diversi pareri contribuisce a renderla uno dei posti più poveri e disagiati al mondo - era paradossalmente riuscito a proteggerla dal coronavirus. Le persone a cui le autorità israeliane permettono di entrare e uscire dalla Striscia sono pochissime, qualche migliaio di lavoratori in tutto e alcuni viaggiatori occasionali, e i punti di contatto col mondo esterno sono ridotti al minimo.
   I primi due casi ufficiali di coronavirus sono stati individuati soltanto una decina di giorni fa: sono due uomini di 79 e 63 anni tornati da una conferenza religiosa in Pakistan. Sono stati messi in quarantena, così come i loro compagni di viaggio. Più o meno una settimana fa Hamas aveva preso diverse altre misure, fra cui la chiusura dei mercati scoperti, dei caffè e delle moschee, cioè i principali luoghi pubblici di ritrovo. Le scuole sono sospese da tempo, mentre in questi giorni alcune strade della città principale della Striscia sono state pulite.
   Non tutti però sono convinti che gli sforzi delle autorità locali siano stati sufficienti. Una giornalista di 30 anni, Nima Amraa, ha raccontato ad Associated Press di essere stata messa in quarantena da Hamas dopo un recente viaggio in Egitto. Ha detto di essere stata portata in un centro di isolamento messo in piedi in tutta fretta dentro a una scuola, e di aver dormito per dieci giorni in una stanza con cinque altre donne, con cui ha anche diviso un bagno: «mangiavamo insieme, e non c'era alcuna possibilità di isolarsi», ha raccontato.
   In tutto Hamas ha attrezzato 18 centri di isolamento e ne sta costruendo due da zero, ma potrebbe già essere troppo tardi. Qualche giorno fa si è scoperto che sette guardie di sicurezza che lavoravano nel centro dove sono ospitati i primi due casi sono state trovate positive al coronavirus.
   Non c'è modo di sapere a oggi quante persone siano state infettate. Al momento i casi confermati rimangono 9, ma Associated Press stima che soltanto il 20 per cento delle circa 1.700 persone che si trovano in quarantena siano state sottoposte al test. I kit per fare i cosiddetti tamponi sono ancora piuttosto rari: ne sono arrivati circa 200 dalle autorità israeliane e un migliaio dall'OMS.
   Ci sono altre ragioni per pensare che gli abitanti della Striscia possano essere particolarmente vulnerabili durante un contagio, oltre alla scarsità di strumenti e alle condizioni elencate prima. Più di metà delle persone vivono al di sotto della soglia di povertà, anche se non è chiaro esattamente quante siano, e solo una famiglia su dieci ha accesso all'acqua potabile in casa. Il consumo di sigarette è molto più diffuso che altrove, il tasso di obesità piuttosto alto, ed è noto che nelle zone esposte a bombardamenti e altre violenze le persone soffrano più spesso di stress e altri problemi psicologici che possono indebolire le difese immunitarie.
   Dall'altra parte, va detto che l'età media della Striscia è molto, molto bassa - mentre è noto che il coronavirus colpisce soprattutto le persone adulte - e che l'adozione di misure relativamente stringenti quando i casi ufficiali erano ancora pochi potrebbe avere contenuto i danni.
   «La gente ha paura, le strade sono vuote», ha raccontato ad al Jazeera il nipote di uno dei due uomini risultati positivi di ritorno dal Pakistan: «A Gaza la situazione ricorda quella di una guerra».

(il Post, 30 marzo 2020)


Progressi nei colloqui tra Netanyahu e Gantz sulla formazione del nuovo governo

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo (ex) rivale Benny Gantz hanno compiuto "progressi significativi" nei negoziati per la formazione di un governo di unità nazionale nel pieno della crisi del nuovo coronavirus. Gantz, che ha condotto tre campagne elettorali in meno di un anno contro Netanyahu, è stato eletto presidente della Knesset (il parlamento israeliano) giovedì scorso, 26 marzo, dopo essersi unito al primo ministro uscente in un'inaspettata inversione di tendenza. I due hanno parlato nella notte tra sabato a domenica sull'istituzione di "un governo di emergenza nazionale per gestire la crisi del coronavirus e altre sfide che lo Stato di Israele deve affrontare", hanno indicato le parti in una dichiarazione comune. "Sono stati compiuti progressi significativi" e "durante la giornata si terrà un altro incontro per raggiungere un accordo finale", si legge nel testo condiviso dal partito Likud (destra) di Netanyahu e dalla formazione centrista Kahol Lavan (Blu e Bianco) di Gantz.

(Agenzia Nova, 29 marzo 2020)


La fine di Blu&Bianco e di un'alternativa a Netanyahu

di Futura D'Aprile

Dopo settimane di stallo, l'impasse politica israeliana sembra sia giunta al termine. I leader di Blu&Bianco e del Likud si sono infatti accordati per dar vita a un Governo di coalizione: Netanyahu - attualmente accusato di corruzione e frode - ricoprirà la carica di primo ministro fino al settembre del 2021, per poi cedere la premiership a Benny Gantz. Fino a quel momento, all'ex generale spetterà il Ministero degli Esteri, mentre gli altri Dicasteri saranno divisi tra i due partiti maggioritari. Nel giustificare la sua decisione, Gantz ha affermato di aver acconsentito alla formazione di un Governo con il suo rivale per il bene del Paese. Anche Israele infatti è alle prese con l'emergenza coronavirus e più volte Netanyahu aveva avanzato la proposta di creare in tempi brevi un esecutivo, fosse anche provvisorio, per far fronte alla diffusione del virus. La mossa di Gantz però ha portato alla morte di Blu&Bianco e salvato Netanyahu dalla sua fine politica.

 Lo scioglimento di Blu&Bianco
  La coalizione che aveva preso il nome di Blu&Bianco raccoglieva al suo interno tre diversi partiti guidati rispettivamente da Benny Gantz, Yair Lapid e Moshe Yaalon e il suo principale obiettivo era mettere fine alla premiership di Netanyahu - in carica per 11 anni - e offrire quindi un'alternativa politica al Paese. Nel corso delle ultime tre elezioni la coalizione aveva raggiunto risultati molto positivi: pur non essendo riuscita ad aver la maggioranza necessaria per creare un Governo, aveva messo in crisi l'egemonia del Likud e sottratto a Netanyahu una parte del suo elettorato, facendo così sperare nella reale possibilità di un cambiamento a livello politico. E in effetti lo spettro dei partiti che Gantz era riuscito a raccogliere intorno a sé per dar vita al prossimo Governo lasciava presagire importanti riforme - e altrettanti scontri interni. Da una parte, il leader di Blu&Bianco aveva dalla sua l'ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che da anni spinge per l'estensione della leva militare anche agli ultra-ortodossi; dall'altra l'ex generale aveva aperto alla Lista araba unita, che ad oggi è sempre stata seduta unicamente tra i banchi dell'opposizione. È vero che in molti non si aspettavano un significativo cambio di passo della politica israeliana nei confronti degli cittadini arabi o dei palestinesi - lo stesso Gantz in campagna elettorale si era più volte vantato delle operazioni da lui condotte contro la Striscia di Gaza e promesso di riportarla "all'età della pietra" - ma finalmente anche quella parte di popolazione avrebbe avuto voce in capitolo. Le aspettative degli elettori di Blu&Bianco però sono state presto disattese e la stessa coalizione ad oggi ha smesso di esistere. Gantz è tornato a guidare l'Israel Resilience Party, forte di 17 seggi, e ha detto addio ai suoi due alleati, profondamente delusi dalla sua decisione. Critiche sono giunte attraverso i social anche da buona parte dei cittadini che avevano dato il proprio voto a Gantz proprio per mettere fine al potere di Netanyahu.

 Perché allearsi con Netanyahu?
  In molti nelle ultime ore si sono interrogati sul perché di una simile mossa. Gantz avrebbe potuto allearsi con Netanyahu fin dalle prime elezioni, risparmiano al Paese altre due tornate elettorali in meno di un anno. Secondo alcuni analisti, l'ex generale - non essendo riuscito a garantirsi una solida maggioranza - non aveva alcuna intenzione di tornare al voto. Rispetto alle precedenti elezioni, questa volta i sondaggi davano la sua coalizione come perdente, con i cittadini stanchi di questa impasse e ormai disposti a riaffidarsi a Netanyahu piuttosto che sperare in un complicato processo di cambiamento. Il gradimento nei confronti del leader del Likud, sempre secondo i sondaggi, aveva ripreso a salire e in molti considerano Bibi come il politico più adatto a guidare il Paese in un periodo di difficoltà come quello attuale. Da qui la decisione di Gantz di creare un Governo con il leader del Likud e di lasciare proprio a Netanyahu il ruolo di primo ministro fino al 2021. Alcuni analisti ritengono infatti che l'ex generale non voglia governare Israele in piena emergenza coronavirus, preferendo assumere la premiership in un momento politicamente più semplice. Anche se Israele nelle prossime ore dovrebbe avere finalmente un Governo, le incognite sono tante: Netanyahu sarà incriminato? Lascerà il ruolo di primo ministro a settembre del 2021? E ancora: Gantz sopravviverà politicamente o l'alleanza con Bibi segnerà la fine della sua carriera? Di certo, ad oggi, non esiste più alcuna alternativa al potere del leader del Likud, destinato a diventare il premier in carica da più tempo. Superando anche il padre della patria, Ben Gurion.

(Inside Over, 29 marzo 2020)


Musica al tempo dell'emergenza, Una storia israeliana di creatività

di Simone Tedeschi

 
 
 
Il giovane pianista si siede e prima di iniziare si disinfetta le mani prendendo il flacone poggiato sul pianoforte. Il direttore d'orchestra è pronto e indossa la sua mascherina. Un altro giovane musicista, ironicamente, indossa una maschera di scena invece della mascherina anticontagio. Inizia così il nuovo video dell'esibizione musicale della Thelma Yellin High School, la scuola superiore d'eccellenza a Givataym che accoglie studenti da tutta Israele per lo studio della musica e delle altre arti.
   Si tratta dell'esecuzione per orchestra e coro di Psalms 42 di Felix Mendelssohn, realizzata in modo originale da cento ragazzi fra i 14 e i 17 anni. "Gli alunni avevano preparato il concerto di primavera per più di tre mesi" racconta a Pagine Ebraiche Yishai Steckler, qui in veste di maestro del coro. "Avrebbero dovuto esibirsi questa settimana, ma hanno dovuto smettere di venire a scuola una settimana e mezzo fa a causa del Covid-19. Eravamo tutti molto demoralizzati, perché avevamo lavorato sodo per realizzarlo."
   Così gli insegnanti hanno cercato una soluzione alternativa e hanno chiesto agli studenti di filmare ognuno individualmente, con i loro smartphone, la propria parte musicale. Poi hanno faticosamente assemblato i cento contributi in un video comune, che hanno condiviso on line riscuotendo un successo notevole e un numero molto alto di visualizzazioni online. "Il video dura cinque minuti, ma abbiamo lavorato intensamente tre giorni per realizzarlo. Siamo partiti dall'audio, che abbiamo dovuto ripulire. Prima abbiamo unito l'audio di ogni singola sezione dell'orchestra e coro, poi abbiamo effettuato il mix in modo che tutto fosse equilibrato e solo alla fine abbiamo montato le immagini", continua soddisfatto Steckler. "Ne è valsa la pena". Israele è abituata ad affrontare le emergenze e anche questa volta non si è arresa di fronte al Corona virus.
   Yonatan, il giovane pianista che vediamo disinfettarsi le mani all'inizio del video, ha 17 anni, vive a Ramat Gan ed è responsabile della produzione dell'intero progetto insieme all'insegnante: "Il virus significa anche qui niente scuola, niente amici, niente riunioni. Tutto si è spostato su un piano virtuale ed è deprimente". Aggiunge poi: "Questo progetto che ho curato con Yishai ci ha consentito, come si dice qui, 'di trasformare un limone aspro in una dolcissima limonata' e, seppure virtualmente, di portare avanti la nostra arte nonostante le avversità." Quella dell'insegnamento è una passione a cui Steckler non riesce a rinunciare da 16 anni, ma il musicista è soprattutto un affermato direttore d'orchestra con esperienza internazionale.
   Per i 70 anni di Israele ha diretto diverse opere liriche all'aperto, davanti a 40mila spettatori.
   Ha lavorato per undici stagioni per l'Israeli Opera di Tel Aviv ed è stato Maestro del Coro e assistente di molti direttori quali Zubin Mehta, Daniel Barenboim, Antonio Pappano e Daniel Oren.
   È proprio il lavoro con Oren, per diversi anni, che gli ha consentito di stabilire una connessione particolare con l'Italia. "Occupandomi principalmente di opera lirica - ci dice - è ovvio come il mio legame con l'Italia sia forte. Leggo con apprensione i quotidiani italiani e mi rendo conto di come siamo fratelli che combattono la stessa guerra. Speriamo di poter tornare alla nostra vita e alla musica. Siate forti e state a casa, mando un abbraccio a tutti".

(moked, 29 marzo 2020)


Confusi i sani con i malati. E il Mossad sbaglia i kit

Doppio errore in Israele

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il contagio corre anche in Israele dove il numero dei positivi al coronavirus è salito a 3.460, con 12 decessi. Il governo Netanyahu ha dato istruzioni di inasprire le restrizioni per i cittadini ed è pronto ad arrestare completamente il paese se nei prossimi giorni non ci sarà un calo delle infezioni.
   Il ministero della sanità da parte sua intende aumentare il numero dei tamponi a 30mila al giorno entro la fine di aprile. Ieri però ha dovuto congelare l'aggiornamento dei dati del contagio a causa di un banale ma grave errore di battitura avvenuto nei 20 laboratori abilitati ad analizzare i test. Si è scoperto, hanno riferito i media locali, che alcuni di quelli testati avevano ricevuto i risultati di altre persone. Quindi cittadini non ammalati sono stati o stavano per essere messi sotto terapia mentre persone che avevano bisogno di essere curate sono state rimandate a casa, con il pericolo di diffondere il virus in famiglia e tra gli amici. Non È chiaro quanti siano i coinvolti dall'errore. In serata le autorità hanno assicurato che solo otto risultati dei test sono stati riportati erroneamente. Ma la rete televisiva Canale 12 qualche ora prima aveva riferito che i risultati di circa 1.200 persone erano stati inseriti non correttamente nel sistema del ministero della sanità. «Siamo in uno stato di incertezza - ha detto un alto funzionario all'emittente tv- Sono solo i test di ieri (venerdì) o vanno indietro di alcuni giorni o più di una settimana?»,
   I tamponi sono stati un problema anche per il Mossad. Netanyahu ha coinvolto nell'emergenza coronavirus anche il famoso, per molti famigerato, servizio segreto con l'incarico di procurare ovunque macchinari per le terapie intensive e materiali per la lotta al Covid-19. Qualche giorno fa il Mossad aveva portato in Israele 100mila kit per i test. Poi si è scoperto che erano incompleti. «Nei kit ci sono vari componenti e mancano proprio quelli che non abbiamo. Il nostro problema è che non ci sono i tamponi», aveva detto il vicedirettore del ministero della sanità, Itamar Grotto.
   Al servizio di spionaggio è andata meglio nelle ultime ore poiché è riuscito a procurarsi i reagenti per 400mila kit per testare l'infezione, acquistati in un paese che non ha relazioni con lo Stato ebraico.
   L'impiego dei servizi segreti israeliani nella lotta al Covid-19 è cosa nota. Lo Shin Bet il servizio interno di sicurezza - è stato incaricato di tracciare i cellulari dei cittadini israeliani e di scandagliare i social per tenere sotto controllo chi viola la quarantena e seguire i movimenti dei positivi al virus, in modo da avvisare quelli che sono entrati in contatto con loro.

(il manifesto, 29 marzo 2020)


Il ruolo delle donne ebree italiane: online il bando per una borsa di studio

 
Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah e il "Centro Studi Maurizio Pontecorvo" istituiscono il bando per la borsa di studio "Maurizio e Clotilde Pontecorvo" volta alla realizzazione di un progetto di ricerca biennale riguardante il tema "Le donne nella storia, nella cultura e nella educazione degli ebrei d'Italia".
   Lo scopo è quello di contribuire tramite tale approfondimento alla conoscenza dell'ebraismo italiano, in particolare nell'ambito dello sviluppo, dell'esposizione e della divulgazione di tale tema da parte del MEIS. La ricerca potrà essere infatti la base per ulteriori elaborati adatti all'attività e alla divulgazione museale: pubblicazione di un libro, produzione di un film, o di un video, o di una installazione, o di una pièce teatrale, o di una esecuzione museale, o di un progetto didattico per il laboratorio museale.
   Il progetto di ricerca presentato dovrà essere originale, innovativo e non oggetto di altri elaborati già resi pubblici, pena l'esclusione. Al testo scritto possono essere abbinati anche schemi, immagini, video. L'importo della borsa di studi è pari a € 5.000 lordi. Il termine ultimo per la presentazione della domanda è il 29 Maggio 2020 entro le ore 13.00.
   Tutte le informazioni e il bando sono disponibili qui.

(com.unica, 29 marzo 2020)



«... e non si ravvidero»

  1. Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che recavano sette flagelli, gli ultimi, perché con essi si compie l’ira di Dio.
  2. E vidi come un mare di vetro mescolato con fuoco e sul mare di vetro quelli che avevano ottenuto vittoria sulla bestia e sulla sua immagine e sul numero del suo nome. Essi stavano in piedi, avevano delle arpe di Dio,
  3. e cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello, dicendo: «Grandi e meravigliose sono le tue opere, o Signore, Dio onnipotente; giuste e veritiere sono le tue vie, o Re delle nazioni.
  4. Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo; e tutte le nazioni verranno e adoreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati».
  5. Dopo queste cose vidi aprirsi in cielo il tempio del tabernacolo della testimonianza;
  6. e i sette angeli che recavano i sette flagelli uscirono dal tempio. Erano vestiti di lino puro e splendente e avevano cinture d’oro intorno al petto.
  7. Una delle quattro creature viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro piene dell’ira di Dio, il quale vive nei secoli dei secoli.
  8. E il tempio si riempì di fumo a causa della gloria di Dio e della sua potenza e nessuno poteva entrare nel tempio finché non fossero finiti i sette flagelli dei sette angeli.
  1. Allora udii dal tempio una gran voce che diceva ai sette angeli: «Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio».
  2. Il primo andò e versò la sua coppa sulla terra; e un’ulcera maligna e dolorosa colpì gli uomini che avevano il marchio della bestia e che adoravano la sua immagine.
  3. Poi il secondo angelo versò la sua coppa nel mare; esso divenne sangue simile a quello di un morto, e ogni essere vivente che si trovava nel mare morì.
  4. Poi il terzo angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti; e le acque diventarono sangue.
  5. Udii l’angelo delle acque che diceva: «Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, per aver così giudicato.
  6. Essi infatti hanno versato il sangue dei santi e dei profeti, e tu hai dato loro sangue da bere; è quello che meritano».
  7. E udii dall’altare una voce che diceva: «Sì, o Signore, Dio onnipotente, veritieri e giusti sono i tuoi giudizi».
  8. Poi il quarto angelo versò la sua coppa sul sole e al sole fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco.
  9. E gli uomini furono bruciati dal gran calore; e bestemmiarono il nome di Dio che ha il potere su questi flagelli, e non si ravvidero per dargli gloria.
  10. Poi il quinto angelo versò la sua coppa sul trono della bestia. Il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore,
  11. e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei loro dolori e delle loro ulcere, ma non si ravvidero dalle loro opere.
  12. Poi il sesto angelo versò la sua coppa sul gran fiume Eufrate, e le sue acque si prosciugarono perché fosse preparata la via ai re che vengono dall’Oriente.
  13. E vidi uscire dalla bocca del dragone, da quella della bestia e da quella del falso profeta tre spiriti immondi, simili a rane.
  14. Essi sono spiriti di demòni capaci di compiere dei miracoli. Essi vanno dai re di tutta la terra per radunarli per la battaglia del gran giorno del Dio onnipotente.
  15. io vengo come un ladro; beato chi veglia e custodisce le sue vesti perché non cammini nudo e non si veda la sua vergogna.
  16. E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Harmaghedon.
  17. Poi il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria; e dal tempio uscì una gran voce proveniente dal trono, che diceva: «É fatto».
  18. E ci furono lampi, voci, tuoni e un terremoto così forte che da quando gli uomini sono sulla terra non se n’è avuto uno altrettanto disastroso.
  19. La grande città si divise in tre parti, e le città delle nazioni crollarono e Dio si ricordò di Babilonia la grande per darle la coppa del vino della sua ira ardente.
  20. Ogni isola scomparve e i monti non furono più trovati.
  21. E cadde dal cielo sugli uomini una grandine enorme, con chicchi del peso di circa un talento; gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine; perché era un terribile flagello.
Dal libro dell'Apocalisse, capp. 15,16

 


I palestinesi annullano il secondo anniversario della "Grande marcia del ritorno"

GERUSALEMME - I movimenti palestinesi nella Striscia di Gaza hanno cancellato le marce di protesta previste per la prossima settimana contro Israele a causa dei timori della diffusione del coronavirus. Lo hanno annunciato gli stessi organizzatori. Una grande mobilitazione era prevista per lunedì 30 marzo, in occasione del secondo anniversario dell'inizio della "Grande marcia del ritorno" per cui i palestinesi manifestano ogni venerdì. "Chiediamo di rimanere a casa per proteggere il nostro popolo da questa pandemia mortale", ha detto il leader del Jihad Islamico, Khaled al Batch, invitando i residenti nella Striscia di Gaza a celebrare l'anniversario mostrando le bandiere palestinesi sui balconi e bruciando le bandiere israeliane. Nove dei 97 casi confermati di coronavirus nei Territori palestinesi si trovano nella Striscia di Gaza, enclave costiera di due milioni di abitanti. Secondo i funzionari medici di Gaza, le proteste hanno causato la morte di 215 palestinesi uccisi dai soldati israeliani di stanza oltre la barriera tra Israele e la Striscia. Un soldato israeliano è invece stato ucciso da un cecchino palestinese. Israele afferma che le proteste, per la verità sempre meno numerose nelle ultime settimane, servano da copertura per i tentativi di infiltrazione di attivisti palestinesi nel suo territorio.

(Agenzia Nova, 28 marzo 2020)


Bibi per sempre

Israele avrà un governo (di unità nazionale). E c'entra il coronavirus.

Sta per nascere un governo in Israele, ed è lo stesso che sarebbe dovuto nascere poco meno di un anno fa, ma che gli schieramenti politici hanno continuato a rifiutare, trascinando il paese al voto per tre volte: aprile e settembre del 2019 e poi marzo 2020. Gli schieramenti non sono mai cambiati, da una parte Benjamin Netanyahu, primo ministro dal 2009, attaccato alla sua carica anche per questioni di giustizia ma che è anche l'uomo a cui Israele sa di dovere molto in fatto di sicurezza. Dall'altra c'è Benny Gantz, l'ex generale a capo del partito Kahol lavan. A lungo le forze di opposizione hanno cercato di vedere in lui il volto della nuova politica israeliana. Ma Gantz non ha mai convinto la sinistra e neppure i moderati di destra, è stato incapace di sottrarre voti al premier, lui sì iperattivo, lui sì iperpresente. Eppure questa volta Benny Gantz ha fatto tutto da solo. Benché avesse il compito di formare un governo si è candidato come portavoce della Knesset, il Parlamento israeliano, dicendo che la decisione era fondamentale perché "i tempi di crisi necessitano di soluzioni inaspettate". E ha aggiunto: "Intendo esaminare e promuovere l'istituzione di un governo di unità nazionale". Il Likud gli ha dato il suo voto, il paese vede la prospettiva di un governo, ma Gantz sembra essere arrivato al suo tramonto politico. La maggioranza che si sta formando, e che potrebbe avere 78 seggi su 120, ha al suo interno i deputati di Netanyahu, quelli della fazione di Kahol lavan vicini a Gantz e il blocco della destra nazionalista e religiosa. Bibi rimarrà premier, così dicono le indiscrezioni dei media israeliani, per i primi diciotto mesi, poi sarà la volta dell'ex generale che nel frattempo avrà la carica di ministro degli Esteri. Kahol lavan avrà anche il ministero della Giustizia. I tempi straordinari di cui ha parlato Gantz sono determinati dall'emergenza sanitaria del coronavirus (più di 3.000 contagiati e 12 morti in Israele). Le logiche della politica di Gerusalemme si stanno riallineando. Rimangono le delusioni, tante, della sinistra che ha scommesso sull'uomo sbagliato. E rimane Netanyahu, senza il quale la politica israeliana sembra incapace di andare avanti.

(Il Foglio, 28 marzo 2020)


Israele a gamba tesa contro Covid

Mobilitate anche le forze armate. Dubbi costituzionali. Hamas dice di avere solo due infetti, ma minaccia Israele con i razzi nel caso in cui il virus dovesse diffondersi: è il loro modo di chiedere aiuto.

di Antonino D'Anna

Israele si blinda contro il Covid19 anche grazie alla tecnologia e i costituzionalisti insorgono: mai nella storia dell'unica democrazia del Medio oriente si era visto un tale esercizio del potere. Da una settimana è operativo il decreto varato dal governo di Tel Aviv che ordina allo Shin Bet, l'agenzia di sicurezza israeliana, di seguire i telefoni di chi è risultato positivo al coronavirus o dei casi sospetti. E stato votato all'alba del 17 marzo e i ministri stessi del governo guidato da Benjamin Netanyahu detto Bibi non ne hanno conosciuto il contenuto fino a quando la bozza è stata portata in Consiglio dei ministri (fonte: Los Angeles Times). Va detto anche che Netanyahu ha agito con delle mosse a sorpresa, ordinando la chiusura dei tribunali e congelando i lavori parlamentari. Il 17 marzo sarebbe dovuto cominciare il processo nel quale Bibi è accusato di corruzione e frode; è stato spostato a fine maggio. Tra due settimane il decreto del governo sarà rivisto: già sera del 18 marzo sui cellulari di 400 israeliani sono arrivati messaggi con questo testo: «Ciao, sei stato molto vicino a qualcuno che ha il coronavirus».
   Non c'è solo la tecnologia: Israele combatte il virus anche con il distanziamento sociale e il divieto di assembramenti sopra le 10 persone. Prima vittima la Knesset, il parlamento israeliano dove il presidente Yuli Edelstein non ha tenuto la prima seduta dopo le recenti elezioni causa lockdown ma si è limitato a far accedere i nuovi deputati a gruppi da tre per la cerimonia d'investitura.
   Nel frattempo le missioni diplomatiche israeliane nel mondo preparano gli elenchi dei cittadini che vogliano rientrare nel Paese (fonte: JNS). Voli gratuiti saranno messi a disposizione dalle destinazioni da cui gli israeliani non riescono a trovare voli per casa.
   Le Idf, le forze armate di Tel Aviv, hanno lanciato un'operazione nazionale per rifornire di cibo, medicine e assistenza gli anziani durante la quarantena sia pure a ranghi ridotti per non esporre i militari al contagio: per i militari confinati in caserma gli Amici delle ldf (Fidi) hanno preparato pacchi con kit per l'igiene, tappetini da yoga, materiale per fare palestra, snack ed altro. I soldati stanno donando sangue e gestendo due alberghi (presto saranno quattro) riconvertiti in centri di quarantena e riabilitazione per civili. Il Tesoro israeliano sta cercando i fondi per garantire un aiuto economico agli esodati per coronavirus. Anche i rabbini del Barkai Center hanno messo in piedi gruppi WhatsApp di vicinato per distribuire pacchi alimentari per i più poveri.
   Si può uscire di casa solo per necessità inderogabili o bisogni essenziali quali: servizi medici o veterinari, servizi sociali o di welfare, donazione del sangue, manifestazioni politiche, presenza in tribunale o alla Knesset. I genitori possono viaggiare per trasferire un bambino il cui altro genitore vive in un'altra casa. Si prega solo in uno spazio aperto (chiuse de facto moschee e sinagoghe). Sono aperti supermercati, farmacie, negozi di cibo per animali, ottici. Si entra nell'esercizio nella misura di quattro persone per ogni registro di cassa. Ok all'home delivery di cibo, giornali, medicine e materiale medico che va lasciato sulla soglia di casa.
   Matrimoni, funerali, brit milah (cerimonia della circoncisione) solo a porte chiuse, non oltre 10 partecipanti e almeno 2 metri di distanza l'uno dall'altra. Le donne possono visitare il mikveh, il bagno rituale post mestruazioni e parto, ma solo su appuntamento. In auto si viaggia in due salvo casi di emergenza. Temperatura rilevata prima di entrare al lavoro: sotto i 38 °C tutto ok. Un solo passeggero per taxi seduto dietro e se si trasporta qualcuno per motivi medici si viaggia con i finestrini aperti, mezzi pubblici ridotti del 75%. Nel frattempo, nella Striscia di Gaza, Hamas dice di avere solo due infetti, due palestinesi tornati dal Pakistan ma minaccia Israele con i razzi nel caso in cui il virus dovesse diffondersi: è il loro modo per chiedere aiuto.
   Al 25 marzo 65mila israeliani sono in quarantena, 2.030 sono risultati positivi al tampone (37 in gravi condizioni, 54 moderate, il resto lievi sintomi) e i morti sono già 5. Per adesso si tratta di anziani con problemi di salute pregressi. Riunitosi per telefono, il Governo ha deciso di stringere ancora: non ci si potrà allontanare oltre i 100 metri da casa propria. E si spera in un vaccino per il corona virus.

(ItaliaOggi, 28 marzo 2020)


Israele: come il Coronavirus diventa un'arma per i terroristi palestinesi

di Sarah G. Frankl

Regola numero uno per evitare di essere infettati dal Coronavirus: distanziarsi. E come fanno le persone a distanziarsi dentro a un rifugio antimissile? Semplicemente non possono.
È quello che si teme abbiano pensato i terroristi palestinesi quando ieri sera hanno lanciato un unico semplice razzo contro il sud di Israele, niente di più pericoloso del solito ma abbastanza per far suonare le sirene di allarme e costringere i civili ad andare nei rifugi.
Ed ecco probabilmente spiegato il perché della dura reazione israeliana a quel singolo lancio di un razzo, finito oltre tutto in aperta campagna.
L'IDF non è infatti andato tanto per il sottile. Aerei e carri armati hanno colpito diversi obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza ribadendo una volta per tutte che non verrà tollerato nemmeno un mortaletto in questo preciso momento.
La teoria di costringere la popolazione israeliana nei rifugi dove è impossibile distanziarsi come vorrebbe il protocollo contro il Coronavirus, non è propriamente di Hamas. L'intelligence israeliana aveva intercettato dialoghi che parlavano di questa vigliacca tattica nei giorni scorsi, dialoghi tra membri della Jihad Islamica legata all'Iran.
Lanci qualsiasi cosa che possa far scattare l'allarme, costringi i civili israeliani ad andare nei rifugi dove il contagio è molto più facile perché è impossibile distanziarsi, speri che tra i civili israeliani ci sia almeno uno inconsapevolmente infetto e il gioco è fatto. In pochi minuti hai infettato decine di persone.
È una tattica, vigliacca perversa e squallida, ma è pericolosissima e questo i terroristi palestinesi lo sanno benissimo. Per questo l'IDF ha l'ordine di reagire in maniera durissima anche per lanci insignificanti che però provocano l'attivazione delle sirene di allarme.

(Rights Reporters, 28 marzo 2020)


Israele, Haaretz critica l'Italia. L'ambasciata reagisce

L'ambasciatore italiano in Israele, Gianluigi Benedetti, ha reagito con fermezza alla pubblicazione di un articolo del quotidiano israeliano Haaretz in cui si sosteneva che in Italia «i pazienti anziani affetti da coronavìrus vengono lasciati morire». Benedetti ha definito «oltraggioso» il commento, e ricordato che «il nostro sistema sanitario, noto come uno dei più avanzati al mondo, non fa distinzioni in base all'età, e l'attuale emergenza non è un'eccezione».
   In Israele, sono saliti a dieci i morti a causa della pandemia di coronavirus e sono già più di 3.000 i casi positivi. Le autorità stanno implementando misure di contenimento sempre più severe. Domani verranno dispiegati in tutto il Paese i primi 500 soldati chiamati a far rispettare le direttive sanitarie. E se il governo dovesse decidere per un lockdown totale, sono già pronti altri 2--3mila militari che, spiega Tzahal, «sono ben addestrati per la loro missione e preparati per operare tra la popolazione civile».
   Da giorni l'esercito fornisce un essenziale servizio di supporto, anche nella gestione logistica dei malati. Come ulteriore misura di tutela, la compagnia nazionale El Al ha annunciato la sospensione, da ieri, di tutti i voli da e per Israele.

(Avvenire, 28 marzo 2020)


Pioggia di pipistrelli in Israele, è l'apocalisse?

Un misterioso fenomeno sta avvenendo in Israele: sciami di pipistrelli piovono giù dal cielo finendo senza vita al suolo. Apparentemente non mostrano alcun trauma, alcuna ferita, per cui la loro morte sembra inspiegabile. I corpi delle creature della notte sono stati ritrovati in tantissime località del paese e le loro foto sono apparse sui social.
   Il primo avvistamento è avvenuto al Parco Gan Leumi, nella città di Ramat Gan. Le foto sono state condivise per la prima volta da Adi Moskowitz su un gruppo Facebook, chiedendo ai suoi contatti una spiegazione al misterioso fenomeno.
   I media hanno mostrato altre foto simili, pubblicate da altri utenti nelle città vicine, suggerendo previsioni apocalittiche. Secondo Breaking Israel News si tratterebbe di una piaga che annuncia l'imminente fine dell'umanità, così come profetizzato dalle sacre scritture.
"Spazzerò via uomini e bestie; Spazzerò via gli uccelli del cielo e i pesci del mare. Farò inciampare i malvagi e distruggerò l'umanità dalla faccia della terra - dichiara Hashem".
Con queste parole del profeta Sofonia, il canale israeliano ha trovato una senz'altro autorevole spiegazione del misterioso evento.
   Sono in molti gli utenti che condividono questa visione apocalittica e che credono nell'arrivo del giorno del giudizio.
   Secondo alcuni esperti la spiegazione di questo insolito evento potrebbe essere riconducibile a più banali cause materiale, come il freddo inusuale dell'ultima settimana o l'installazione della tecnologia 5G nei dintorni. Ma queste ipotesi sembrano non avere altrettanta fortuna tra il pubblico israeliano.
   Sempre più diffusa, invece, soprattutto fra i credenti, la teoria secondo cui Dio starebbe punendo l'umanità per aver provocato l'epidemia da coronavirus. La scienza ritiene, infatti, il virus Sars-Cov2 si trovasse nel pipistrello, prima di passare all'uomo. E questo, per i credenti, sarebbe il segno inequivocabile.

(Sputnik Italia, 28 marzo 2020)


Fine dell’umanità, visione apocalittica: termini di un frasario giornalistico necessariamente vago e allarmante, a cui si contrappone il linguaggio tranquillizzante della scienza con la sua pacata spiegazione: “riconducibile a più banali cause materiali”. Potrebbe essere così, ma anche se così fosse, il fatto di porsi certe domande è significativo. A qualcuno certi dubbi cominciano a venire. E se il giorno del giudizio dovesse arrivare davvero, dopo il secolo dei diritti? La scienza può "scientificamente" escluderlo? M.C.


Tandem Israele-Cina, un laboratorio consentirà di fare oltre 10mila test al giorno

Collaborazione tra il colosso della genomica cinese BGI e la società israeliana del DNA MyHeritage, la struttura operativa entro il 9 aprile

di Fabiana Magrì

Un tandem tra il colosso della genomica cinese BGI e la società israeliana del DNA MyHeritage è in dirittura di arrivo per attrezzare un nuovo laboratorio, in Israele, che consentirà di potenziare i test sui pazienti sospetti di aver contratto il Covid-19. Secondo Gilad Japhet, il fondatore di MyHeritage, la struttura di emergenza sarà completata ed entrerà in funzione entro il 9 aprile e sarà in grado di eseguire, per cominciare, oltre 10.000 test al giorno. Una volta raggiunto il pieno regime, il laboratorio potrà raddoppiare il rendimento.
   Dopo aver donato, la settimana scorsa, 66 mila tamponi al Ministero israeliano della Salute, oggi MyHeritage ha annunciato di aver destinato un sostanzioso finanziamento per sostenere i costi dello speciale laboratorio, al quale la BGI cinese donerà le attrezzature e la forza lavoro. Le apparecchiature includono dozzine di macchine avanzate per il test qPCR - che permette di rilevare quantità anche minime di virus - oltre a robot per l'estrazione di RNA e altre tecnologie di supporto. Una squadra di circa 25 esperti cinesi atterreranno in Israele insieme con il carico, per addestrare 110 nuovi addetti di laboratorio, selezionati e assunti da MyHeritage per accelerare i tempi e avviare la struttura il prima possibile. I tecnici in arrivo dalla Cina saranno sottoposti al tampone prima della partenza, per certificare di essere negativi al Covid-19 ed evitare l'isolamento di due settimane a cui, diversamente, dovrebbero sottoporsi, con conseguente enorme ritardo per tutta l'iniziativa.
   Il centro è una replica esatta di quello che fu istituito, in soli cinque giorni, da BGI nella città di Wuhan, epicentro originale del coronavirus, e a Shenzhen.

(La Stampa, 27 marzo 2020)


Svolta in Israele. Gantz verso un governo di unità con Netanyahu

Il premier designato viene eletto presidente del Parlamento e spacca il partito Blu e Bianco. Gli ex alleati gridano al tradimento.

di Cecilia Scaldaferri

Dopo oltre un anno di stallo politico, Israele si avvia ad avere un governo. Ma il prezzo per voltare pagina è stato alto. Benny Gantz diventa presidente del Parlamento con i voti del blocco di destra, spacca Blu e Bianco, la coalizione tripartita alla guida della quale si era presentato alle elezioni promettendo di mandare a casa Benjamin Netanyahu, e si prepara a formare un governo di unità nazionale con il Likud.
Un vero e proprio tradimento per gli alleati, a cominciare da Yair Lapid e Moshe Ya'alon con i quali aveva formato Blu e Bianco poco piu' di un anno fa, unendo i loro partiti Yesh Atid e Telem alla sua formazione Israel Resilience (Hosen L'Israel) appena tenuta a battesimo. Indignato il partito di estrema sinistra Meretz: Gantz "ha costruito se stesso su una sola promessa: una leadership alternativa - sottolinea la sua leader Nitzan Horowitz - Entrare a far parte di un governo Netanyahu è sputare in faccia e tradire gli elettori di Blu e Bianco e l'intero blocco di centro-sinistra".
   Il punto di svolta è l'elezione del presidente della Knesset, dopo le dimissioni di Yuli Edelstein, deputato del Likud e alleato di Netanyahu, costretto ieri a lasciare sotto le pressioni di Blu e Bianco e un ordine dell'Alta Corte. Il nome che era stato fatto per sostituirlo era quello di Meir Cohen, fedelissimo di Lapid, ma per il Likud è inaccettabile e minaccia di far saltare i negoziati per un governo di unita' che negli ultimi giorni hanno fatto passi avanti. Il partito di Lapid infatti non fa parte dei piani di governo e non puo' quindi detenere quella carica, è il ragionamento che il capogruppo parlamentare del Likud Miki Zohar presenta all'ex capo di Stato maggiore. E Gantz, in nome della convinzione-slogan che "Israele viene prima di tutto", accetta. A spingere in questa direzione, l'emergenza coronavirus che finora ha fatto oltre 2.600 contagi e 8 morti nello Stato ebraico: il Paese è bloccato, vietati gli spostamenti non essenziali, ridotti all'osso i trasporti, chiusi gli esercizi commerciali cosi' come parchi e sinagoghe.
   La settimana scorsa Benny Gantz era stato incaricato formalmente dal presidente Reuven Rivlin di formare una coalizione di governo, forte del sostegno della maggioranza dei deputati (61): ad appoggiarlo, oltre a Blu e Bianco, la coalizione di centro-sinistra Labour-Gesher-Meretz e il partito ultranazionalista di destra russofono Yisrael Beitenu di Avigdor Liberman, insieme alla Lista Unita araba. Ma l'ipotesi di un governo di minoranza con l'appoggio esterno dei deputati arabo-israeliani aveva incontrato ostacoli e suscitato malumori, anche all'interno dello stesso partito centrista di Gantz. Riprende quota il progetto di un governo di unità, caldeggiato dallo stesso Rivlin.
   Con la sua elezione a presidente della Knesset, Gantz dà ossigeno ai negoziati con il Likud che ricambia votandolo insieme ai partiti del blocco di destra. La mozione passa con 74 voti a favore e 18 contrari, tra cui parlamentari di Yisrael Beitenu, Yesh Atid e Labor. A questo punto si lavora alla spartizione delle poltrone: indiscrezioni di stampa sostengono che Israel Resilience avra' pari ministri dell'intero blocco di destra nonostante il numero nettamente inferiore di deputati.
   Sempre secondo i media, a presiedere l'esecutivo per i primi 18 mesi sarà Netanyahu e al suo blocco di destra verrà data, tra le altre cariche, anche la presidenza del Parlamento che Gantz lascerà non appena verrà formato il governo. A lui infatti andrà il ministero degli Esteri, Yehiel Moshe Tropper sarà alla guida del dicastero della Giustizia e Gabi Ashkenazi alla Difesa; a settembre 2021 ci sara' la rotazione della premiership e Gantz assumera' la guida del governo.
   Per l'ormai ex alleato Ya'alon, il suo è un suicidio politico. Ancora più dura in aula la laburista Merav Michaeli: "Volevi essere Yitzhak Rabin ma sei finito come un altro ex capo di Stato maggiore Shaul Mofaz, un uomo simpatico ma una caricatura di un politico che ha ceduto a Netanyahu e la cui carriera si è conclusa poco dopo". Gantz tira dritto e, prendendo la parola dopo essere stato eletto alla guida della Knesset, rivendica la scelta: "Ha vinto la democrazia", afferma, celebrando quello che non è un giorno gioioso ma "importante". "Prometto a tutti gli israeliani di fare la cosa giusta in questo momento", aggiunge, assicurando che non scenderà a "compromessi sui principi per i quali hanno votato oltre un milione di cittadini".

(AGI, 27 marzo 2020)


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Gantz-Netanyahu accordo trovato. Saranno premier a rotazione

di Giordano Stabile

Benny Gantz trova l'accordo con Benjamin Netanyahu, si fa eleggere presidente della Knesset, e si prepara a subentrare al premier fra 18 mesi, in una staffetta dettata anche dall'emergenza coronavirus. Dopo oltre un anno di stallo politico, tre elezioni di seguito senza che emergesse una maggioranza chiara, Israele avrà nei prossimi giorni, salvo ulteriori colpi di scena, un governo di unità nazionale per affrontare l'epidemia e l'incombente crisi economica. Tempi straordinari che hanno convinto l'ex generale a rompere tutti gli schemi, anche a costo di frantumare il suo stesso partito, Kahol Lavan.
  L'accelerazione è stata favorita anche dall'irruzione in campo della Corte suprema. I giudici hanno ordinato al Parlamento di riprendere i lavori ed eleggere un nuovo speaker. Quello uscente, Yuli Edelstein, stretto alleato di Netanyahu, ha prima puntato i piedi, con il rischio di aprire una crisi istituzionale. Il timore del Likud era che con la perdita della presidenza si aprisse la strada all'approvazione di una legge anti-corruzione, tagliata su misura per far fuori il premier dalla vita politica, visto che fra due mesi dovrà affrontare la prima udienza in un processo per corruzione e abuso d'ufficio. Netanyahu ha fiutato la trappola mortale e ha reagito con la «mossa del cavallo».

 Niente legge anti-corruzione
  In totale segretezza ha costruito uno nuovo quadro per l'intesa con Gantz. Già dopo le precedenti elezioni, a settembre, aveva offerto al generale una staffetta alla guida del governo. Il rivale però non si fidava. Adesso, con la presidenza della Knesset, potrà controllare i lavori e impedire colpi di mano. Non ci sarà la legge anti-corruzione ma nemmeno un salvacondotto giudiziario in favore del premier. Il governo di unità nazionale si concentrerà sulla lotta al coronavirus e i sostegni all'economia. I contagi sono arrivati oggi a 2666, con otto vittime accertate, e 39 pazienti in fin di vita, mentre il tasso di disoccupazione è balzato dal 4 al 18 per cento in meno di un mese.
  Dati che hanno convinto il generale a sacrificare il suo stesso partito, per il bene del Paese. Ieri pomeriggio è stato eletto presidente della Knesset con 78 voti su 120, una maggioranza confortevole. Ma il cofondatore di Kahol Lavan, il centrista Yair Lapid, ha votato contro, come anche l'altro leader chiave, Moshe Yaalon. Gantz ha perso più di metà dei suoi deputati, mentre il Likud e gli alleati della destra religiosa hanno votato compatti per lui. Un capovolgimento totale. Ma siamo in un mondo nuovo, dettato dall'emergenza sanitaria, e servono scelte finora impensabili.

(La Stampa, 27 marzo 2020)


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Gantz dice sì: Netanyahu sarà premier

Da buon soldato, ha messo Israele sopra a tutto

di Davide Frattini

Come in un fidanzamento che finisce male, Yair Lapid si è tolto dalla chat con l'ormai ex alleato Benny Gantz. La separazione su WhatsApp prepara quella in parlamento e arriva a sorpresa dopo tre settimane convulse nella politica israeliana. L'ex capo di Stato Maggiore avrebbe trovato un accordo con Netanyahu per un governo di unità nazionale: è stato eletto presidente del parlamento e una volta finalizzato il patto diventerà ministro degli Esteri. Un paio di passi indietro per chi aspirava a guidare la nazione: Bibi gli promette che potrà sedere sulla poltrona di premier fra diciotto mesi. Dopo di lui. L'intesa è inaccettabile per Lapid che al governo con Netanyahu ci è già stato da ministro delle Finanze - e non si fida. il suo partito C'è Futuro è un pezzo importante dell'alleanza Blu Bianco creata proprio per spodestare il premier in carica da 11 anni senza interruzioni. Con Lapid se ne va anche Moshe Yaalon, altro ex capo di Stato Maggiore e fuoriuscito del Likud. Durante quasi un anno di campagne elettorali a ripetizione (gli israeliani hanno votato per tre volte, l'ultima il 2 marzo) l'ex generale aveva ripetuto di escludere una coalizione con Netanyahu: ne aveva fatto una questione etica, il premier è stato incriminato per corruzione e la prima udienza del processo è stata rinviata per l'emergenza coronavirus. Il governo di unità dovrebbe riuscire a mettere insieme una maggioranza di 78 deputati su 120: il blocco della destra guidato da Netanyahu, Gantz e i suoi, una parte dei laburisti. La giravolta di Gantz è ancora più imprevista considerato che era stato lui a ottenere il mandato per formare un governo: aveva ricevuto anche il sostegno della Lista Unita, che rappresenta gli arabi israeliani.
   I suoi consiglieri fanno notare che ancora una volta, da buon soldato, ha messo Israele sopra a tutto e ha accettato l'accordo per permettere al Paese di combattere l'epidemia. I critici lo accusano di aver tradito i suoi elettori.

(Corriere della Sera, 27 marzo 2020)


"L'Iran mente sui dati: le vittime per il virus sono 5 volte di più"

I dubbi di fonti vicine all'Oms sui numeri del regime: «Contagio in altri 10 Stati per colpa degli ayatollah».

di Giordano Stabile

La mappa di come si sta diffondendo il coronavirus giorno per giorno in tutto il mondo
In Iran le morti per coronavirus sono fino a cinque volte di più di quelle dichiarate e l'opacità nelle comunicazioni da parte del regime ha già causato il propagarsi dell'epidemia in almeno dieci altri Paesi, compreso il Canada e la Gran Bretagna. La denuncia arriva da fonti sanitarie vicine all'Oms a Ginevra. Secondo questi dati riservati, fino al 23 marzo i decessi legati al coronavirus erano 7493, contro i 1685 rilevati dal ministero della Salute iraniano, mentre le persone contagiate erano 52.310 invece che 21.638. Il conteggio alternativo si basa su notizie di intelligence all'interno del sistema sanitario locale, cioè medici e funzionari che hanno sotto mano la situazione reale.
   Le autorità hanno dapprima minimizzato i rischi, anche per non abbassare l'affluenza alle elezioni parlamentari del 21 febbraio. L'epidemia, con epicentro a Qom, forse in un seminario frequentato anche da ottocento studenti cinesi, era già in piena espansione. Poi gli ayatollah hanno frenato sulla chiusura dei grandi santuari sciiti, a partire da quello di Mashhad, altri veicoli dell'infezione per l'enorme numero di pellegrini, anche dei vicini Paesi arabi. I santuari sono fonte di prestigio internazionale e di reddito, con un giro d'affari di svariati miliardi. Infine sono arrivati i festeggiamenti per il capodanno persiano e soltanto ieri il governo del presidente Hassan Rohani si è deciso a proibire tutti gli spostamenti interni.
   
Non c'è però ancora un serrata totale, come in Italia. Ieri i casi ufficiali sono saliti a 29.000 e le vittime a 2.234, ma come abbiamo visto andrebbero moltiplicate per cinque. Uno scenario da incubo. La discrepanza dei dati, oltre alle reticenze del regime, si spiega anche, precisano le fonti, con il complesso sistema burocratico delle diagnosi. In Iran la diagnosi richiede una doppia analisi dei tamponi, una condotta dai medici nei laboratori locali e una seconda al Pasteur Institute for Public Health and Infectious Diseases. In questo processo gran parte dei casi «sospetti» non viene confermata a livello nazionale e il numero totale è sottostimato.
   C'è poi la carenza di strumenti per effettuare i test. E i pochi disponibili sono veicolati soprattutto alla dirigenza della Repubblica islamica. Anche perché almeno una decina di alte figure religiose, politici, parlamentari sono già morti di coronavirus. Ma la scarsità di tamponi effettuati e la sottovalutazioni dei casi sospetti favorisce l'espandersi incontrollato dell'epidemia, tanto più che è emerso come i primi contagiati risalgono addirittura ai primi di gennaio, proprio a Qom, dove però l'Università di medicina non è stata in grado di diagnosticarli in maniera corretta e tempestiva.
   Le autorità, è la denuncia, «danno la priorità alle motivazioni politiche rispetto a quelle scientifiche e stanno ostacolando la risposta globale all'epidemia». Il presidente Rohani e il ministro degli Esteri Javad Zarif hanno puntato il dito contro le sanzioni Usa, che rendono difficile procurarsi sui mercati internazionali medicine, dispositivi di protezione personale e kit per i test. Ma la Repubblica islamica ha respinto le offerte di aiuto da parte degli Stati Uniti, per motivi politici, e per «dare l'impressione di avere la situazione sotto controllo». In questo modo però l'epidemia e i tassi di mortalità «sono destinati a crescere e a porre una minaccia anche ad altri Paesi».

(La Stampa, 27 marzo 2020)


Coronavirus: Israele pronto a schierare l'Esercito

Mentre Benjamin Netanyahu anticipa che servirà il 'chiudere tutto', l'Esercito ha iniziato prepararsi per una partecipazione attiva, pronto alla gestione di vari livelli di emergenza fino al disastro di massa.

di Jeta Gamerro

Israele comincia temere che il coronavirus COVID-19 possa diffondersi in maniera incontrollata, il premier Benjamin Netanyahu, ieri, prendendo atto che «il numero di pazienti raddoppia ogni tre giorni», sino arrivare, ieri, a 2.369, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Salute, ha avvertito che «Israele non avrà altra scelta che attuare una chiusura completa».
   Il Governo ha messo in campo le stesse misure che dopo l'Italia gran parte dei Paesi stanno adottando, ma evidentemente non sono bastate se ieri Netanyahu ha dovuto dire che «se non vedessimo un immediato miglioramento nella tendenza, non ci sarebbe alternativa se non quella di imporre un blocco completo, ad eccezione dei bisogni essenziali come cibo e medicine», Assicurando che il Ministero della Difesa e il Mossad stanno lavorando insieme per procurarsi le necessarie attrezzature mediche dall'estero, oltre a considerare i modi per fabbricare tali apparecchiature in Israele. Nei prossimi giorni verrà lanciato un piano per allentare la tensione economica per le famiglie e le imprese israeliane.
   Secondo alcune fonti israeliane, l'allerta all'interno dell'Amministrazione sarebbe cresciuta dopo aver preso visione di un rapporto - acquisito prima da USA e Gran Bretagna- dell'Imperial College di Londra, pubblicato il 16 marzo, secondo il quale l'emergenza potrebbe durare 18 mesi.
   Di fatto, il rapporto, da quanto abbiamo potuto visionare, non prevede che la pandemia durerà 18 mesi, si limita a prendere atto, nel contesto di una analisi sulle possibili politiche da attuare contro il COVID-19, ragionando su come le misure di restrizione danno risultati, ma che il problema potrà ripresentarsi nel momento in cui tali misure saranno di mano in mano allentate, che il vaccino è previsto essere disponibile entro 18 mesi. Testualmente, si legge a pagina 2 del rapporto:
    «The major challenge of suppression is that this type of intensive intervention package - or something equivalently effective at reducing transmission - will need to be maintained until a vaccine becomes available (potentially 18 months or more) - given that we predict that transmission will quickly rebound if interventions are relaxed».

   In questo scenario di pericolo imminente, l'Esercito, l'IDF (Israel Defense Forces) ha iniziato prepararsi per una partecipazione attiva, perché, secondo gli analisti dell'Institute for National Security Studies (INSS), «la sfida potrebbe benissimo trasformarsi in una crisi protratta con conseguenze di vasta portata, fino alla possibile estensione a un disastro nazionale».
   L'IDF ha esperienza nella gestione delle emergenze di massa a livello nazionale ed è percepita dagli israeliani come istituzione molto affidabile, 'amica'. Secondo INSS, «il coinvolgimento dell'IDF nell'affrontare uno stato di emergenza derivante dall'epidemia di coronavirus sarà una vera manifestazione dell'IDF come 'esercito popolare' al servizio del popolo, che si raduna alla bandiera in un momento di straordinaria emergenza civile».
   Come si prevede di utilizzare, dunque l'Esercito?
   Posto che in primo luogo dovrà contenere e arrestare la diffusione del virus all'interno dei ranghi dell'Esercito in modo da consentirgli, in ogni circostanza, di compiere la sua missione difensiva nel miglior modo possibile, e il suo impegno di gestione dell'ordine in Cisgiordania e Striscia di Gaza, l'IDF può essere impegnato in svariati ruoli nella gestione della crisi, in base alle diverse fasi di gravità della medesima.
   Alla base, sempre e in primis l'intelligence dell'IDF e delle altre agenzie di sicurezza devono essere certi che gli avversari di Israele non tentano di sfruttare la situazione sanitaria e la confusione che regna in Israele per eseguire attività ostili di qualsiasi tipo.
   Il resto del personale, in una prima fase, potrebbe intervenire nel settore medico e logistico per supportare i civili nel caso i medesimi non riescano far fronte alla mole di lavoro.
   Nel caso di una ulteriore ampia diffusione del virus, potrebbe essere necessaria una sostanziale espansione delle attività dell'IDF nell'ambito civile. Il che potrebbe richiedere anche un coinvolgimento ampio dei riservisti.
   Non si esclude la necessità di schierare soldati come ausiliari per la Polizia israeliana che lavora per preservare l'ordine pubblico e garantire la piena attuazione di un possibile ampio blocco. «Un simile scenario darebbe luogo a un contatto diretto e potenzialmente ad attrito tra militari e civili, il che richiederebbe una grande sensibilità da parte dei militari nei modi di coinvolgimento con la popolazione civile». Ciò richiederà, fa notare ancora INSS, preparazione organizzativa, sociale e psicologica. Affrontare la sfida richiede quindi processi di attenta pianificazione, deliberazione e supervisione che integrino anche i partecipanti civili.
   In caso di un disastro di massa, e se/quando uno stato speciale di emergenza venisse dichiarato sul fronte interno, l'IDF potrebbe essere tenuto ad assumersi la responsabilità funzionale di gestire, almeno in parte, ampie componenti del sistema nazionale civile che saranno state compromesse, direttamente o indirettamente, dalle conseguenze dell'epidemia. «In sostanza ciò significherebbe la gestione dell'economia civile e pubblica da parte dell'IDF, in conformità con le direttive del Governo».
   INSS sottolinea che «l'attività militare deve essere soggetta a una stretta sorveglianza civile, condotta dal gabinetto e dal Comitato per gli affari esteri e la difesa della Knesset», «attraverso una supervisione specifica sull'intera gamma di operazioni nel settore civile». «In ogni momento, l'IDF deve operare all'interno di norme democratiche, che impongono la sua subordinazione al livello civile eletto».
   Altresì si richiama la necessità di una «grande sensibilità e comprensione» per quanto riguarda i bisogni dei sistemi civili, i bisogni del grande pubblico e soprattutto i bisogni di settori speciali della popolazione (ad esempio, ultra-ortodossi e arabi), cittadini in difficoltà e altri gruppi a rischio. Inoltre, è raccomandata «una adeguata rappresentanza delle donne soldato sul campo», nonché dei civili e dei professionisti pertinenti (inclusi psicologi, personale medico e figure pubbliche locali) in tutti i livelli di pianificazione ed esecuzione del coinvolgimento.
   «L'attivazione delle forze armate dovrebbe anche essere sincronizzata con la strategia e la pratica del Governo per la gestione di uno stato di emergenza, mentre si opera in stretta collaborazione con altre agenzie nazionali e locali» .
   INSS evidenzia poi il problema di fondo: «l'IDF non è preparato e addestrato per tali missioni, in cui i soldati sono costretti a cambiare modelli di condotta nei confronti del pubblico israeliano. Tale adattamento è molto impegnativo e comporta un cambiamento cognitivo, un alto livello di disciplina, moderazione funzionale e flessibilità. Tutto ciò richiede una pianificazione e una preparazione rigorose e complete, a un livello non sperimentato dall'IDF. In queste circostanze, l'IDF dovrà fare affidamento non solo sulle sue capacità, ma anche accettare una stretta supervisione civile e una guida civile professionale mentre opera in queste gravi circostanze». Tutto questo in tempi molto stretti, visto che il virus si sta moltiplicando, come ha sottolineato il premier, ogni tre giorni.

(L’Indro, 26 marzo 2020)



Coronavirus: cos'è il modello israeliano e come funziona

La chiave del modello israeliano per combattere il coronavirus parte da "i nostri nonni": ecco come potrebbe funzionare.

di Marco Ciotola

Ha fatto molto discutere negli ultimi giorni la descrizione del cosiddetto modello israeliano per far fronte alla pandemia di coronavirus in corso. La strategia è stata descritta da Naftali Bennet, ministro della Difesa del Paese mediorientale.
  Una tesi che ha catturato una discreta attenzione da parte dei media, soprattutto per l'apparente semplicità delle poche mosse che Bennet ritiene necessarie ad affrontare nel miglior modo possibile l'emergenza sanitaria.
  Va precisato in primo luogo che non si tratta - o almeno non ancora - di una vera strategia governativa, ma il ministro ha espresso le sue idee in quanto parte dell'esecutivo, e quello che ha indicato può ritenersi al momento solo una parte della discussione ancora in corso per fronteggiare la pandemia.
  Di fatto la mossa suggerita da Bennet è unica, e riguarda le fasce più anziane della popolazione. Vediamo allora come si articolerebbe il cosiddetto modello israeliano da lui illustrato e come potrebbe funzionare.

 Coronavirus: cos'è il modello israeliano e come funziona
  Come già accennato, a colpire del discorso di Bennet è soprattutto la semplicità, e il fatto che, nella sostanza, la mossa da compiere per affrontare il coronavirus è una sola: separare gli anziani dai più giovani.
  "La combinazione in assoluto più letale è una nonna che abbraccia il nipote. Per quale motivo? Perché questo è un virus unico, nel senso che è di gran lunga più letale per gli anziani rispetto ai giovani", afferma Bennet nel suo discorso.
  Passando in rassegna le percentuali nulle o quasi di morti tra le fasce più giovani delle varie popolazioni, spiega che l'isolamento "dei vostri nonni" è finalizzato alla loro protezione, ma soprattutto alla circolazione del virus nella maniera più indolore possibile:
  "In diversi Paesi non si è registrata nessuna morte tra i giovani, e in Paesi dove le morti sono state molte la percentuale di decessi nella fascia 20-30 è stata pari allo 0,1%. Per contro, nella fascia che va dai 70 agli 80 anni in media 1 su 5 o 1 su 7 muore."
  Per larghi tratti simile alla cosiddetta immunità di gregge, sbandierata e poi abbandonata dagli inglesi, il modello israeliano va però a individuare con precisione le fasce della popolazione da separare per garantire la più innocua circolazione del virus:
  "Quello che succederà nei prossimi mesi è che gradualmente il resto della popolazione - che lo voglia o no - contrarrà il virus, la maggioranza di loro in maniera asintomatica e senza neanche accorgersene. Nel giro di 4 settimane tutte queste persone diventeranno immuni. Partirà con piccole percentuali (di immuni): dallo 0,1% all'1%, poi 5%, poi 20%. Quando raggiungerà il 60-70%, l'epidemia sarà finita e i vostri nonni potranno uscire".

 Un modello israeliano in Italia?
  La semplicità di un simile schema ha portato anche ad ipotizzare un'applicazione della strategia in Italia.
  Una teoria più approfondita è stata analizzata durante la puntata di DiMartedì del 24 marzo, con un'ipotetica suddivisione italiana che rimetterebbe a lavoro la popolazione fino ai 55 anni d'età, lascerebbe ferma per un altro mese quella che va dai 55 ai 65 e fermerebbe in maniera drastica gli over 65.
  Questi ultimi dovrebbero essere soggetti alle più severe restrizioni, assistiti con spese a domicilio e servizi simili.
  Con uno schema del genere si potrebbe teorizzare una riapertura delle aziende il 14 aprile, una riapertura di bar, negozi e ristoranti il 21 aprile - ma col persistere dell'obbligo di distanziamento - e infine uno stop alle limitazioni degli spostamenti il 2 maggio, con concomitante rientro nelle scuole.
  Uno schema che rappresenta ovviamente una semplice congettura, e che lo stesso statistico Antonello Maruotti, presente nello studio di Giovanni Floris, bolla come non accostabile dall'attuale realtà italiana.

(Money.it, 26 marzo 2020)


Otto tecnologie israeliane per genitori e figli in quarantena

di Nathan Greppi

In tutto il mondo sono ormai 500 milioni le persone che devono stare chiuse in casa per via del coronavirus, e nel caso dell'Italia quasi tutte le famiglie ormai. Ciò può creare diversi problemi a quei genitori che devono stare con i figli piccoli mentre hanno problemi con il lavoro.
In Israele aziende e start-up hanno sviluppato diversi strumenti che possono tornare utili in questa situazione. Il sito Israel21c ne ha elencate 8 in particolare:
  1. JoyTunes: questa app per iphone e ipad installa dei tasti virtuali per imparare a suonare il pianoforte. La app ascolta la musica che suoni per darti dei feedback in tempo reale; inoltre, la app è disponibile in 11 lingue diverse e conserva nel suo database oltre 2.500 canzoni. Viene utilizzata da un milione di persone a settimana nel mondo, nonché dal 10% degli insegnanti di musica americani.
  2. Wix: una sorta di WordPress israeliano, che permette ai propri figli di creare gratuitamente quanti siti vogliono. È una delle start-up di maggior successo in Israele, tanto che solo nel 2018 ha guadagnato 8,8 miliardi di dollari.
  3. Lightricks: questa azienda con sede a Gerusalemme possiede varie app per modificare e riordinare le foto sul cellulare a proprio piacimento, e non richiede un accesso a internet. I servizi di base sono gratuiti, mentre altri aggiuntivi sono a pagamento.
  4. Snappers: questa è stata pensata per i giornalisti che vorrebbero fare dei servizi nelle zone rosse ma non possono per timore di finire contagiati. Se ti iscrivi a Snappers e uno dei suoi media partner, tra i quali vi è la CNN, vogliono un servizio da un posto in particolare, puoi essere contattato in modo da fornire una video-testimonianza della quarantena.
  5. Inception VR: soprannominato il "Netflix della realtà virtuale", permette di vedere tramite un casco vari programmi, di sport, cucina e documentari.
  6. eTeacher Group: utile per continuare le lezioni nonostante la chiusura delle scuole. Fondata nel 2000 per organizzare corsi telematici, ad oggi ha ospitato 100.000 classi con 302 insegnanti in 23 paesi. Le sue 4 scuole telematiche, con corsi in ebraico, inglese e cinese, ogni anno connettono 25.000 studenti.
  7. me: un altro sistema per creare corsi online, che permette ai docenti di aprire delle chat apposite per le lezioni, e senza che gli studenti debbano dare i loro numeri, in modo da mantenere un minimo di privacy.
  8. Verbit: tramite l'intelligenza artificiale, permette di trascrivere rapidamente le lezioni orali. Con l'isolamento attuale, molte università prestigiose, tra cui Harvard e Stanford, hanno annunciato che utilizzeranno questo sistema.
(Bet Magazine Mosaico, 25 marzo 2020)


Accadde oggi: 26 marzo 1942, ad Auschwitz arrivano anche le donne

di Barbara Serafini

 
Il 26 marzo 1942, presso il campo di concentramento di Auschwitz, fu aperta anche una sezione femminile, poi collocata in un settore di Auschwitz-Birkenau denominato BI. In tutto furono immatricolate ufficialmente circa 405.000 persone, di cui 32.000 donne, ma dato che molte migliaia di deportati non furono registrati, è difficilissimo stabilirne il numero complessivo reale. Le internate, in genere, erano obbligate a lavorare nelle industrie che, in quantità crescente, vennero aperte nei pressi del campo di sterminio. Furono recluse anche donne Rom, di nazionalità polacca o slave, donne attive nella Resistenza al nazifascismo in ogni paese e donne con disagi fisici o psichici prelevate dagli istituti in cui erano ricoverate.
  Furano ammassate oltre i limiti della sopravvivenza per giorni sui treni speciali, o su camion coperti, di mattina presto, al freddo e al buio, quando non c'era in giro nessuno. Trattando i dati sulla Shoah, emergono molteplici informazioni sul destino degli uomini nei campi; per quanto riguarda le donne le testimonianze sono minori: le madri separate dai figli; le figlie deportate insieme alle madri, senza la possibilità di aiutarsi; le donne che divennero madri in lager, che si affannavano ad allattare quei figli che presto avrebbero visto assassinare o morire di stenti; le vittime degli esperimenti chirurgici; le donne costrette alla prostituzione. "Nel lager ho sentito con molta forza il pudore violato, il disprezzo dei nazisti maschi verso donne umiliate. Non credo assolutamente che gli uomini provassero la stessa cosa" ha dichiarato Liliana Segre, deportata nel lager femminile di Auschwitz-Birkenau all'età di tredici anni.
  Alle donne nei campi di concentramento venivano consegnati vestiti maschili, mutande senza elastici, calze che si ripiegavano sulle gambe. Nei primi mesi, quando il ciclo mestruale ancora si riproponeva, non esisteva materiale per tutelare l'igiene; successivamente, a causa della scarsa alimentazione, della qualità del cibo e dell'estenuante lavoro, il flusso si bloccava per la maggior parte delle prigioniere: una delle prove che la femminilità scompariva. Il corpo perdeva le sue forme originali e si trasformava in uno scheletro di vecchia. Dai reparti femminili erano inoltre selezionate le donne destinate ad allietare il personale di guardia, gli internati criminali comuni e in generale gli uomini di razza ariana; erano donne tedesche, ucraine, polacche o bielorusse, ma non italiane o ebree, ritenute contaminanti per il loro sangue non ariano, tutte sotto i 25 anni di età, indotte a prostituirsi dopo un periodo di violenze e stupri, con la promessa, mai mantenuta, della concessione della libertà dopo sei mesi di "lavoro".
  Nonostante la prigionia, i maltrattamenti, la separazione dai propri cari, la fatica, il degrado, si continuò a tentare di preservare almeno la dignità di persone: molte internate crearono gruppi di mutua assistenza che permisero loro di sopravvivere grazie allo scambio di informazioni, cibo e vestiario; alcune donne furono leader o membri di organizzazioni della Resistenza all'interno dei campi di sterminio. Spesso le donne appartenenti a questi gruppi provenivano dalla stessa città o dalla stessa provincia, avevano lo stesso livello di istruzione o condividevano legami familiari. Altre donne furono in grado di salvarsi perché le SS le trasferirono nei reparti destinati al rammendo degli abiti, nelle cucine, nelle lavanderie o nei servizi di pulizia. Milioni di donne furono perseguitate e uccise durante l'Olocausto. Tuttavia, alla fine non fu tanto la loro appartenenza al genere femminile a farne dei bersagli, quanto il loro credo politico o religioso, oppure il posto da loro occupato nella gerarchia razzista teorizzata dal Nazismo.

(Fremondoweb, 26 marzo 2020)


In Israele sinagoghe chiuse, divieto di allontanarsi di oltre 100 metri da casa

Il governo israeliano ha ordinato la chiusura delle sinagoghe e vietato ai cittadini di allontanarsi più di cento metri dalle loro abitazioni, nell'ambito di una nuova serie di misure restrittive per contrastare il contagio del coronavirus, che entrano in vigore oggi alle 17 (le 16 in Italia). Al momento 2.170 israeliani sono stati contagiati, cinque sono morti e 37 sono in gravi condizioni.
I cittadini potranno uscire da casa solo per fare la spesa e nel caso siano autorizzati a recarsi al lavoro. Sono possibili poche altre eccezioni per motivi medici, di cura delle persone o delle emergenze. Per matrimoni, funerali e circoncisioni non possono esservi più di dieci partecipanti, con una distanza di due metri fra le persone per quanto possibile. Sono chiusi negozi non essenziali e parchi, si può passeggiare solo entro cento metri da casa e agli ultra sessantenni è raccomandato di non uscire.
La chiusura delle sinagoghe è una misura particolarmente importante perché vi sono state molte frizioni con comunità ultraortodosse, che hanno continuato a riunire fedeli in violazione delle direttive sulla distanza fra le persone. Secondo un'analisi del Centro nazionale per la lotta al Coronavirus il 29% di chi ha contratto il Covid-19 all'interno d'Israele e fuori dalla propria abitazione è stato contagiato in sinagoga o in una scuola religiosa.
A quanto riporta Times of Israel, il ministro della Salute, l'ultraortodosso Yaakov Litzman, si era opposto alla chiusura dei luoghi di culto.

(Adnkronos, 26 marzo 2020)


Roma - Anche l'Israelitico è Covid

L'ospedale israelitico che si trova alla Magliana trasformerà buona parte dei suoi cento posti letto in un altro ospedale per curare le persone risultate contagiate dal virus.

Gemelli
Sono già 249 le persone assistite: 190 al Policlinico e altre 59 invece al Columbus
Tamponi
Nelle ultime 24 ore ne sono stati effettuati e analizzati 448

di Antonio Sbraga

 
Anche l'ospedale Israelitico di Roma si trasforma in un «Covid Hospital». Come avvenne quasi 2 secoli fa quando, ai tempi dell'epidemia del colera, nel 1834, temendo la diffusione del contagio, le autorità concessero, anche se solo temporaneamente, l'istituzione di un primo Lazzaretto per gli ebrei romani, ubicato nel Palazzo Cenci. Ora, invece, è l'ospedale di via Fulda, alla Magliana, a trasformarsi dopo 50 anni, e per buona parte dei suoi cento posti letto, in una struttura dedicata alla cura delle persone affette da Coronavirus, ma solo per i degenti che non hanno bisogno della terapia intensiva e sub-intensiva.
   Già dai primi del mese il nosocomio aveva iniziato a lavorare in sinergia con l'Istituto Spallanzani e i Pronto Soccorso di tutta Regione. E, dall'8 marzo, ha bloccato i ricoveri provenienti da domicilio senza eccezione alcuna. Ora le ambulanze del 118 trasportano i pazienti-Covidl9 nel nosocomio, che non più tardi di un anno e mezzo fa ha avviato il «Network Ospedale Israelitico», con un potenziamento tecnologico e nuove apparecchiature mediche ad alta prestazione, soprattutto nel campo della diagnostica per immagini. Nelle 4 strutture del nosocomio sono oltre 40.000 gli esami radiologici effettuati ogni anno, anche se dal 10 marzo scorso «le attività ambulatoriali (in regime Ssn e in libera professione intramoenia, anche allargata) sono temporaneamente sospese, ad eccezione delle prestazioni con codice di priorità Urgente (U) e Breve (B) oltre a quelle con Esenzione (048), ai controlli chirurgici e ortopedici post-operatori». Invece sono già 249 i pazienti Covid ricoverati presso il Policlinico Gemelli (190) e il Columbus Covid-2 Hospital (59), che ieri ha attivato altri 45 posti letto singoli.
   Nelle ultime 24 ore sono stati 448 i tamponi effettuati e analizzati presso il Laboratorio di Virologia del Gemelli. Al cui Pronto Soccorso, invece, nella giornata di martedì sono giunte ben «82 ambulanze del 118, concentrate nell'arco di poche ore, soprattutto serali». Tutte immortalate nel parcheggio del policlinico da un video che ieri è diventato davvero «virale» nel vorticoso passaggio tra le varie chat sui telefonini, mostrando decine di mezzi di soccorso ferme da ore, con la voce fuori campo che denuncia con vibrante protesta: «Questa è la situazione al Gemelli di Roma! Tutti i pazienti in isolamento dentro le ambulanze perché non possono scendere, visto che dentro non ci sono posti. Tutti dentro le ambulanze!».
   Ma è lo stesso policlinico Gemelli a spiegare che la permanenza dei pazienti a bordo delle ambulanze è prevista dalla prassi per ragioni di sicurezza in casi come questi: «L'iper afflusso di ambulanze con pazienti sospetti Covid-19 a bordo prevede una gestione particolare in quanto ad alta contagiosità. Questi pazienti devono seguire un protocollo rigoroso di isolamento e distanziamento (almeno un metro dalle altre persone). In caso di affollamento all'arrivo in Pronto Soccorso, risulta più sicuro e prudente far permanere il paziente all'interno dell'ambulanza, in attesa che si renda disponibile la postazione di isolamento. Si tratta di una procedura ordinaria, dettata da criteri di prudenza e di protezione. Pertanto, se giungono più ambulanze insieme, occorre necessariamente accogliere un paziente per volta».

(Il Tempo, 26 marzo 2020)


Fatah: lo stato sui confini del 67 è solo una tappa verso la sostituzione totale d'Israele

Lo ha ribadito un alto esponente del movimento di Abu Mazen, e non poteva essere più esplicito

In un'intervista radio dello scorso 10 marzo, l'esponente di Fatah Tawfiq Tirawi, Commissario per le organizzazioni popolari e membro del Comitato Centrale del movimento guidato da Abu Mazen, ha ribadito il concetto che i "confini del 1967" non costituiscono l'obiettivo ultimo dell'Autorità Palestinese, giacché tutte le città israeliane come "Haifa, Giaffa, Acco" devono far parte della "Palestina"....

(israele.net, 26 marzo 2020)


Estrazioni del lutto

di Alan Davìd Baumann

ROMA - La "Febbre del Sabato sera" inizia con le "Estrazioni del lutto": Italia 792, Spagna 324, Francia 78, ecc. . Presto la ruota si amplierà e le estrazioni quotidiane si faranno agli angoli più disparati del mondo.
   Mi è parso di trascorrere lo Shabbat (il Giorno del Riposo Ebraico) in un quartiere religioso … almeno così sembrava Trastevere privo di macchine. I rumori si fanno rari e distinguibili. Un motorino che passa lontano, un treno che sibila, il tragitto di un'ambulanza lontana con la sirena che si avvicina poco a poco. Non è che se ne siano sentite più che d'abitudine essendo la zona vicina a molti ospedali, ma non essendoci il fracasso costante del traffico, si percepisce lo stridore prolungato della sua voce annunciarne il percorso: viene da Testaccio, sta attraversando il ponte sul Tevere, passa sotto Porta Portese … sicuramente si sta dirigendo verso il San Camillo, ma forse - temo - verso lo Spallanzani.
   Tutto lascia pensare solo al Coronavirus, come se le altre malattie fossero tramontate. Di positivo rimane solo l'assenza di incidenti stradali. Sono diminuiti anche gli omicidi dentro le mura familiari (ma non estinti), ma si è però creato un nuovo gruppo che di positivo ha solo il Covid-19: 4.821 "iscritti" oggi in Italia.
Prosegue - temo che durerà parecchio - l'esilio che tutti dobbiamo condividere a distanza per far decrescere queste macabre statistiche, sperando che i numeri che ancora oggi ci affliggono, siano dettati dalle misure lievi cui eravamo sottoposti due settimane or sono.
   Mi rincuorano gli scambi con i parenti lontani: mi chiamano dal Canada, da Londra … ricevo messaggi frequenti da amici in Germania, in Francia, … timorosi per noi qui e per loro domani.
Ecco: percepisco il passo di un uomo di mezz'età giù per strada col suo cane …. direi media taglia, un cucciolo di pastore. Lontano vedo la luce blu di un posto di blocco. Il pensiero corre veloce verso chi si prodiga per noi italiani, figli di poeti e navigatori, ma troppo spesso imbecilli che vogliono approfittare di questa splendida città vuota, per fare una passeggiata.

(Agezia Stampa Italia, 25 marzo 2020)


Israele rimane ancora senza governo

di Mauro Indelicato

Yuli Edelstein e Benjamin Netanyahu
Per adesso è il coronavirus a coprire gran parte dello spazio principale sui quotidiani israeliani. In questo martedì il Paese ha contato la terza vittima per via del Covid-19, con i contagi che appaiono sempre più in aumento ed una situazione che preoccupa sempre più i cittadini. La politica, con gli strascichi delle ultime legislative dello scorso 2 marzo, al contrario al momento sembra interessare molto meno. Del resto, Israele ad inizio mese è andato al voto per la terza volta nel giro di meno di un anno. I media e la popolazione sono oramai abituati alle crisi politiche ed alle varie difficoltà nella formazione di un nuovo governo. Ma i due temi, quelli cioè relativi al coronavirus ed alle nuove dinamiche politiche, da qualche giorno sono apparsi clamorosamente intrecciati. E potrebbe essere proprio l'epidemia in atto a dettare inattese svolte all'interno del nuovo parlamento.

 Le proposte di Netanyahu a Gantz
  Il quadro politico israeliano è contrassegnato dal tentativo di Benny Gantz di formare il governo. È a lui che il presidente Reuven Rivlin ha conferito l'incarico, dopo che nel primo giro di consultazioni post elettorale il leader di Blu&Bianco ha potuto contare su una potenziale maggioranza di 62 deputati su 120. Ma la strada per la costituzione di un nuovo esecutivo appare nettamente in salita: Gantz ha 28 giorni di tempo per portare a termine le trattative, difficile al momento capire se tutti i partiti che hanno garantito l'appoggio troveranno o meno in queste settimane le condizioni per un accordo. Nel frattempo però, il premier incaricato sta portando avanti diversi incontri nel tentativo di poter quanto meno avere un quadro più netto della situazione entro pochi giorni.
  Dall'altro lato però, in queste ultime ore sono stati registrati i tentativi del premier uscente Benjamin Netanyahu di rintracciare un'intesa con il suo rivale. Secondo il leader del Likud, partito che ha ottenuto la maggioranza relativa lo scorso 2 marzo e che ha registrato il più alto tasso di crescita in termini di voti, Israele dovrebbe adesso virare verso un governo di unità nazionale. E questo per via delle tante sfide che il Paese, secondo Netanyahu, ha davanti a sé: non solo sicurezza ed economia, negli ultimi giorni si è aggiunta l'epidemia da coronavirus. Tuttavia, Gantz ha rimarcato le nette distanze di vedute con il premier attuale, preferendo quindi provare a convincere i partiti a sé più vicini e formare con loro una nuova maggioranza.

 La disputa sulla nuova Knesset
  Quindici giorni dopo le elezioni, il nuovo parlamento israeliano ha preso forma ed è stata inaugurata la nuova legislatura. Il clima, così come riportato dai media locali, era surreale: le rigide disposizioni di sicurezza per prevenire il contagio da coronavirus, hanno provocato strappi al protocollo originale, con i deputati che hanno giurato tre alla volta. L'intreccio tra l'epidemia in corso ed il nuovo corso politico, si è fatto più marcato pochi giorni dopo, quando il presidente uscente del parlamento, Yuli Edelstein, ha deciso di chiudere il parlamento. La motivazione alla base di questa scelta è data proprio dai problemi relativi all'impossibilità di garantire le norme per il contenimento del coronavirus. Ma secondo i rappresentanti dei partiti vicini a Gantz, in realtà Edelstein ha voluto fare un favore al premier uscente Netanyahu, suo compagno di partito.
  La decisione del numero uno del parlamento, ha creato uno strappo istituzionale con pochi precedenti e che non lascia presagire nulla di buono. In particolare, è stato promosso un ricorso alla Corte Suprema contro la chiusura della Knesset, con i giudici che nelle scorse ore si sono espressi a favore di un'immediata ripresa dei lavori parlamentari, intimando ad Edelstein di convocare l'assemblea per far eleggere il nuovo presidente. In un contesto del genere, ben si nota quindi il divario tra i due principali partiti ed in particolare tra i due principali protagonisti dell'attuale scenario politico.
  Intanto lunedì Benny Gantz ha potuto registrare una parziale vittoria politica proprio in seno alla Knesset: Edelstein ha dato seguito a quanto previsto dalla Corte Suprema, convocando l'assemblea nuovamente anche se non per l'elezione del suo successore quale nuovo "speaker". Tuttavia, la votazione che si è tenuta è stata ugualmente importante sotto il profilo politico: con 61 voti favorevoli e 59 astenuti, il parlamento ha dato il via libera all'istituzione della Commissione per gli accordi, che si occupa di questioni procedurali e istituisce altre commissioni parlamentari chiave. I 61 Sì sono arrivati tutti dai deputati dei partiti vicini a Gantz, segno che una possibile maggioranza guidata dal leader di Blu&Bianco potrebbe non essere così lontana.

(Inside Over, 25 marzo 2020)



Netanyahu rinnova l’appello a Gantz: 'facciamo il governo'

Ma leader Blu-Bianco replica: 'Lo guiderò io'

Il premier uscente Benyamin Netanyahu è tornato oggi a chiedere al premier incaricato Benny Gantz di formare "subito" un governo di unità nazionale.
"Incontriamoci ora e - ha detto su twitter - facciamo il governo oggi stesso".
"Il popolo di Israele - ha aggiunto Netanyahu - ha bisogno di un esecutivo che salvi vite e benessere. Non è tempo per quarte elezioni". "Entrambi sappiamo - ha continuato - che le differenze tra noi sono piccole e che possiamo superarle dando vita ad un governo".
Ma l'appello non sembra essere stato accolto: "Il mandato - ha replicato Gantz - è nelle mie mani e il governo si farà da me guidato".
Il contenzioso maggiore tra i due è infatti chi sarà premier per primo: Netanyahu lo vuole, ma Gantz non solo ha avuto il mandato dal presidente Reuven Rivlin ma ha anche la maggioranza di 61 seggi alla Knesset.

(ANSAmed, 25 marzo 2020)


Scontro istituzionale in Israele fra Corte Suprema e presidenza della Knesset

Il sistema della democrazia parlamentare israeliana si è finora basato sul fatto che Knesset e carica di primo ministro siano controllati dallo stesso partito

La decisione della Corte Suprema, che lunedì sera ha ordinato al presidente della Knesset Yuli Edelstein di mettere ai voti la sua carica entro mercoledì, ha sollevato una questione cruciale in Israele: chi impersona la Knesset?
Dalla scorsa settimana, Edelstein e il partito Blu-Bianco si combattono intorno a questa domanda, che comporta implicazioni di ampio respiro in relazione allo stallo politico in cui si dibatte Israele da 16 mesi. Edelstein afferma che lui, in qualità di presidente, "incarna la Knesset" e ha l'autorità di decidere quando si debba tenere un voto per eventualmente sostituirlo. Blu-Bianco sostiene che chiunque abbia una maggioranza di 61 voti nella Knesset "è la Knesset" e prende le decisioni, mentre il presidente è solo un amministratore con limitati margini discrezionali, incaricato di promuovere la volontà di quella maggioranza....

(israele.net, 24 marzo 2020)


Emergenza coronavirus: il mondo ebraico in preghiera, ha indetto un digiuno

di Giorgia Calò

 
Viste le difficili circostanze che stiamo affrontando in questi giorni, è usanza fin dall'antichità, che il popolo ebraico si raccolga in un momento di preghiera, tzedakà e digiuno: per questo motivo il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni ha accolto l'invito del Rabbinato di Israele ad istituire una giornata di "mezzo digiuno" per mercoledì 25 marzo, la vigilia di Rosh Chodesh Nissan, giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera che ci introduce alla festività di Pesach.
Lo scopo di questo digiuno è quello di radunare il popolo ebraico in un momento di riflessione e tefillah affinché la malattia contagiosa, che ogni giorno si diffonde nel nostro Paese e in tutto il mondo, mietendo vittime, sia debellata.
Il fatto che il digiuno capiti nella stessa data dell'anniversario delle Fosse Ardeatine, rende ancora più significativo l'invito ad unirsi a questa iniziativa.
L'orario per il "mezzo digiuno" è orientativamente dalle 4:45 (prima dell'amud hashachar), alle 13:10 circa (le 12:53 è l'orario di minchà gedolà, quindi il tempo per recitare Minchà).
L'impegno a digiunare va preso entro l'orario del tramonto della sera precedente (prima delle 18:23) con una dichiarazione ad alta voce:
"Mi impegno a fare mezzo digiuno domattina".
Chi ha preso questo impegno può aggiungere "anenu" nella Amidà di Shachrit e di Minchà (finché resta a digiuno).
L'invito a digiunare è rivolto alle persone sane, adulte (sopra i 18 anni), in buona salute; sono escluse donne in gravidanza e che allattano, chi è in quarantena per contatto con infetti, e le persone più a rischio, come gli anziani al di sopra dei 65 anni.
Chi non può digiunare potrà fare tzedakà e leggere i theillim, in particolare i salmi 20, 22, 69, 118, 150.

(Shalom, 25 marzo 2020)


«In Iran situazione incontrollabile, oltre settemila morti»

In Iran la situazione è "incontrollabile": Negli ospedali "manca tutto", anche le mascherine, ed i morti a causa del coronavirus sono "più di settemila", ben oltre i quasi duemila dichiarati ufficialmente dal ministero della Sanità di Teheran. E' quanto sostiene l'attivista Taher Djafarizad, presidente dell'ong 'Neda Day', in un'intervista ad Aki-Adnkronos International. "In Iran non c'è nulla. Negli ospedali non ci sono dispositivi di protezione tanto che le persone producono artigianalmente le mascherine e le portano al personale sanitario perché lo Stato è assente", denuncia Djafarizad che parla di "più di 7mila morti" nella Repubblica islamica sulla base dei dati raccolti dalla sua organizzazione da fonti all'interno degli ospedali delle principali città del Paese, da Teheran a Mashad, da Qom a Rasht. Proprio nell'ospedale di Rasht, città di origine dell'attivista, lavora una sua fonte diretta. "Ha paura perché parecchi suoi colleghi sono morti - afferma l'attivista - Ma nessuno può rivelare quante siano le vittime e quale sia la situazione reale perché chi parla viene arrestato, messo in galera e rischia fino a tre anni di carcere". Lo stesso capitano del Gilan, la locale squadra di calcio, Mohammad Moktari, è stato arrestato per aver contestato la decisione del governo di non mettere in 'lockdown' Qom, la città da cui l'epidemia si è poi propagata in tutto il Paese.
  E la situazione in Iran rischia di aggravarsi in queste settimane di vacanza per il capodanno persiano (Nowruz), sottolinea Djafarizad, evidenziando come "milioni di persone prendono la macchina e vanno in ferie soprattutto al nord, dove portano la malattia. La situazione è incontrollabile". Oggi, tuttavia, il presidente Hassan Rohani ha annunciato un "calo" sia del numero dei ricoveri in ospedale che dei decessi, parlando di "importanti passi avanti fatti" nella lotta contro il coronavirus. Sui 20 milioni di euro in aiuti umanitari che l'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera, Josep Borrell, ha annunciato arriveranno in Iran nelle prossime settimane, Djafarizad chiede - infine - che vengano vincolati alla liberazione di "prigionieri politici in particolare le donne, a partire da Nasrin Sotoudeh", la nota attivista per i diritti umani vincitrice nel 2012 del premio Sakharov.

(Adnkronos, 25 marzo 2020)


Coronavirus, anche a Gaza si costruisce un ospedale da campo per i positivi

Anche a Gaza si sta costruendo un ospedale da campo per le persone affette da coronavirus. Sono due, al momento, i casi di Covid-19 registrati a Rafah, nella Striscia di Gaza. Altre centinaia di abitanti sono in quarantena: in parte al valico di Rafah e in parte nelle proprie abitazioni. Tutti potrebbero essere trasferiti nel nuovo presidio. Le autorità hanno ordinato due giorni fa la chiusura immediata dei ristoranti, dei caffè e delle sale per cerimonie. Limitazioni sono state imposte anche alle moschee: per il momento saranno annullate le preghiere del venerdì, che di norma richiamano moltitudini di fedeli.

(il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2020)



Gaza, dopo 14 anni di embargo adesso arriva anche il terrore di non sopravvivere al virus

La scoperta di due palestinesi tornati dal Pakistan positivi al Covid-19. La testimonianza: "Contenti di essere isolati dal resto del mondo, ma speriamo che il virus non si diffonda".

di Bianca Senatore

GAZA - Le stanze del centro giovanile Herak, nel cuore di Gaza, sono insolitamente deserte e tutta la vita che normalmente brulica lì intorno è sparita da un giorno all'altro. Solo gli uffici amministrativi sono ancora aperti e le operatrici indossano mascherine e guanti. Non ci sono ancora casi accertati nella "Striscia", ma domenica 22 marzo la minaccia è arrivata ai confini. Il ministero della sanità locale ha fatto sapere che due palestinesi tornati dal Pakistan sono stati trovati positivi al Covid-19 e sono stati bloccati al valico di Rafah. Ora sono in isolamento in un ospedale da campo e con loro anche un altro centinaio di palestinesi che sono venuti in contatto con loro. Alcuni sono in ospedali, attrezzati velocemente in scuole, altri nelle loro case.

 Gli ospedali non sono attrezzati per le terapie intensive
  "La maggior parte delle persone qui è veramente spaventata e per la prima volta nella storia, dopo 14 anni di embargo - racconta Rana Quffa, presidente del Centro giovanile Herak - siamo contenti di essere isolati dal resto del mondo, con la speranza che il coronavirus non si diffonda anche qui". Il timore è che l'epidemia possa scoppiare in un territorio già fortemente provato dalla povertà e dai problemi quotidiani. "Le possibilità di trattamento e isolamento del virus sono molto deboli a Gaza - ha spiegato Rana, insegnante e traduttrice, che da anni si occupa di infanzia e di donne - gli ospedali non sono attrezzati con le terapie intensive, non ci sono medicinali per tutti e sarebbe un disastro. Ma il presidente ha annunciato già delle misure". Le autorità di Gaza, infatti, hanno ordinato la chiusura immediata dei ristoranti, dei caffè e delle sale per cerimonie. Hanno vietato matrimoni e funerali e imposto anche limitazioni per l'accesso alle moschee: per il momento saranno annullate le preghiere del venerdì, che richiamano migliaia di fedeli, vicini gli uni agli altri.

 E' "stato di emergenza" ormai
  "Hanno imposto anche il coprifuoco - ha spiegato Rana - e la sospensione dell'orario di lavoro nelle scuole e nelle istituzioni educative, come il nostro centro. Anche le cliniche dell'UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione ndr) hanno dichiarato lo stato di emergenza, ci sono punti di isolamento obbligatori o una quarantena per coloro che mostrano qualche sintomo strano". Molti palestinesi sono rientrati negli ultimi giorni da Gerusalemme est, dopo aver avuto il permesso di recarsi in ospedali per cure specifiche e ora hanno paura di portare il contagio. "Proprio per questo - ha detto Rana - hanno creato anche al valico di Harez dei centri di quarantena".

 "Ci sarà un grosso lavoro da fare"
  Al centro Herak fanno riferimento centinaia di ragazzi di tutte le età che seguono corsi di formazione e tante donne che vengono seguite nel loro percorso di emancipazione, ma ora è tutto fermo. "Questo blocco ulteriore sarà ancor più faticoso per Gaza - ha raccontato una delle psicologhe del centro - perché vengono interrotte tutte le attività che normalmente servono proprio per non impazzire in una situazione come quella in cui vive la gente della Striscia. Ci sarà un grosso lavoro da fare". Il centro Herak sta lavorando per trasformare tutte le attività in contenuti video o audio, così da continuare tutto a casa. "Oggi - racconta la direttrice Rana - eravamo al centro solo per registrare una video guida su coronavirus per casalinghe e bambini".

 Casi accertati: 52 tra Nblus, Ramallah e Betlemme
  Intanto, nel resto della Palestina, i casi accertati sono 52 tra Nablus, Ramallah e Betlemme, che si conferma un focolaio, ormai sotto controllo. Ma il rischio di contagio è molto elevato. Molti lavoratori, infatti, continuano ad andare a lavorare in Israele e nelle colonie, con l'avallo del ministro della difesa israeliano Naftali Bennet, che ha invitato solo i lavoratori del settore edile a non muoversi. Gli altri continuano a fare avanti e indietro, pur consapevoli del rischio. "L'alternativa, purtroppo - raccontano - è non avere uno stipendio per vivere".

(la Repubblica, 24 marzo 2020)


Ebrei salvati a Villa Emma, Israele dedica un parco a Nonantola

Messaggi di solidarietà sui social e poi l'annuncio: sarà inaugurato appena possibile in segno di fratellanza.

di Gianluigi Casalgrandi

In questo momento di emergenza sanitaria in cui anche la popolazione di Nonantola soffre per le restrizioni causate dal Covid19, sono stati accolti con entusiasmo due messaggi di affetto pubblicati sulla pagina social 'Se di Nonantola se' e che testimoniano l'affetto di Israele. Il primo è di Tal Shneider: "Ciao a tutti - ha scritto -, vengo da Israele, sono figlia di Kurtzvi Shneider uno dei ragazzi di Villa Emma; vorrei mandare a tutti i Nonantolani un forte abbraccio e vi mando un saluto e solidarietà da Israele".
   Il secondo è di Yael Hayut Goldberg: "Anche io - ha scritto - sono figlia di un ragazzo di Villa Emma, Giaccobo Goldberg. In questo periodo difficile tutta la nostra famiglia (siamo in 32: Giaccobo, figli nipoti e bisnipoti) vuole mandarvi un forte abbraccio! Siamo sempre con voi". Poi la bella notizia. "Vorrei informarvi - si legge - che la città Rosh Haayin in Israele ha deciso di dedicare un parco agli abitanti di Nonantola. Quando finirà questa situazione globale, sarà inaugurato. Speriamo che questa notizia possa lanciare un raggio di luce per voi".
   Per il sindaco Federica Nannetti sono due messaggi che danno forza e speranza. "Non posso che ringraziare per questa manifestazione di solidarietà e vicinanza seppure a distanza" ha detto. Dopo più di 70 anni con questo messaggio si rinnova una dichiarazione di "fratellanza" senza confini e senza distinzioni politico-religiose. "L'abbraccio virtuale dei Ragazzi di Villa Emma e il loro gesto, quello cioè di realizzare un parco da dedicare agli abitanti del paese, è davvero un raggio di luce che scalda la nostra comunità in questo difficile momento". L'attaccamento di queste persone al paese che salvò da sicura morte i loro congiunti in fuga dalle persecuzioni della dittatura nazista, poi passato alla storia come "I Ragazzi di Villa Emma", l'elegante dimora estiva dove trovarono rifugio, si perpetua nel tempo.
   Già nel 2001 ad Haifa, i Ragazzi di Villa Emma, per rinsaldare l'antica amicizia dedicarono il parco "Gan Nonantola" dove è posto un monumento creato da Tilla Offemberger (altra Ragazza, ora scomparsa) con iscrizioni in italiano ed ebraico per ricordare tutti i nonantolani che li salvarono a scapito della loro vita.

(il Resto del Carlino, 24 marzo 2020)


Coronavirus: Israele, casi saliti a 1.656

Il numero dei casi positivi al coronavirus in Israele è salito oggi a 1.656, oltre 400 in più rispetto alla cifra divulgata ieri alla stessa ora. Lo ha reso noto il ministero della Sanità, secondo cui 39 malati versano in condizioni gravi, mentre 49 sono guariti e sono stati dimessi. Finora in Israele si è avuto un decesso accertato per coronavirus. Ieri, aggiunge il ministero, sono stati condotti 3.743 test. Oggi in quarantena si trovano oltre 70mila persone.

(ANSAmed, 24 marzo 2020)


Figuratevi se anche il virus non era colpa degli ebrei

Media turchi, algerini e iraniani avallano l'idea che il coronavirus «serve gli interessi del sionismo».

di Rodolfo Casadei

Da sempre le pandemie sono terreno fertile per le teorie cospirazioniste, a volte frutto di cliché culturali diffusi, a volte alimentate dai servizi segreti dell'uno o dell'altro paese per indebolire il proprio avversario: si pensi all'Aids, per molto tempo attribuito a esperimenti di guerra batteriologica americani da una campagna di disinformazione orchestrata dal Kgb sovietico nei primi anni Ottanta, come ebbe ad ammettere nel 1992 il suo direttore Evgenij Primakov (che poi sarebbe diventato ministro degli Esteri e primo ministro della Federazione Russa).
  L'epidemia del Covid-19 ha visto accuse incrociate fra Cina e Stati Uniti che non si sono limitate a post di utenti delle piattaforme social, ma che sono arrivate al livello dei pubblici ufficiali dei due paesi: come rappresaglia all'uso da parte del presidente Donald Trump e del segretario di Stato Mike Pompeo delle espressioni "virus cinese" e "virus di Wuhan", ritenute stigmatizzanti, la Cina ha incoraggiato la diffusione sui media di articoli che attribuiscono agli Stati Uniti la responsabilità della diffusione del virus. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha twittato: «Potrebbe essere stato l'esercito americano a portare l'epidemia a Wuhan. Siate trasparenti! Rendete pubblici i vostri dati! Gli Usa ci devono una spiegazione».

 Ebrei untori, una vecchia storia
  Premesso questo, potevano mancare, nell'era dei social media, teorie cospirative che attribuiscono agli ebrei la responsabilità dell'epidemia? Certamente no. Siamo di fronte al rinnovarsi di un fenomeno secolare, che in passato ha avuto conseguenze tragiche: negli anni della peste nera in Europa (1347-1351) le accuse contro gli ebrei di essere gli untori della malattia causarono pogrom che portarono alla completa distruzione di 200 comunità ebraiche su tutto il continente. La cosa si fa più preoccupante quando, come nel caso delle accuse cinesi agli Stati Uniti, ad alimentare la credenza nel complotto non sono più o meno sconosciuti utenti di Facebook, Telegram o Twitter, ma personalità istituzionali e organi di stampa mainstream. Ai tempi della peste nera papa Clemente VI emanò una bolla per attestare che gli ebrei non erano colpevoli della peste, oggi invece personalità politiche e organi di stampa incoraggiano le accuse.

 «Il sionismo è il batterio»
  In Turchia sui social media circolano video di gente comune che discute sull'autobus delle responsabilità degli ebrei nella diffusione del virus. Le discussioni echeggiano le parole pronunciate il 6 marzo scorso da Fatih Erbakan, leader della formazione islamista Nuovo Partito del Benessere (Yeniden Refah Partisi) e figlio dello storico leader islamista Necmettin Erbakan, del cui pensiero politico lo stesso presidente Erdogan è debitore. In un intervento pubblico costui ha affermato:
«Anche se non ne abbiamo la prova certa, questo virus serve gli interessi del sionismo, che sono quelli di diminuire il numero degli esseri umani e di impedire che cresca. Il sionismo è il batterio vecchio di cinquemila anni che ha causato la sofferenza di tanta gente».

 Armi batteriologiche
  In Iran vari organi di stampa hanno rilanciato i contenuti di un'intervista rilasciata dal noto complottista americano James Fetzer, professore di filosofia in pensione dell'Università del Minnesota, alla catena televisiva iraniana in lingua inglese Press TV, che è proprietà della Irib, la tivù di Stato iraniana. «Credo che quello a cui stiamo assistendo, sotto il mantello della pretesa epidemia di coronavirus, è un attacco con armi batteriologiche contro l'Iran da parte di elementi sionisti che sfruttano la situazione», dice Fetzer nell'intervista. «È per questo che l'Iran risulta essere colpito così duramente; in altre parole il coronavirus è usato come cortina fumogena per nascondere il fatto che i veri nemici dell'Iran stanno deliberatamente prendendo di mira il popolo iraniano».
  Poco dopo il sito di Press TV ha pubblicato un articolo di un altro cospirazionista americano, Kevin Barrett, il quale scrive che i lobbisti di United against a nuclear Iran (Uani), un gruppo di pressione americano favorevole alle sanzioni contro il governo di Tehran, «stanno cercando di amplificare la piaga del coronavirus in Iran, che sono sospettati essi stessi di avere messo a punto, perché altrimenti come potrebbe una compagnia (sic) israeliana pretendere di disporre di un vaccino contro il coronavirus in meno di due settimane, quando tutti gli scienziati dicono che di fronte a una nuova varietà di virus come questa ci vorrà almeno un anno per avere il vaccino?». Proprio così: il fatto che un laboratorio israeliano sia impegnato in prima fila nella ricerca e produzione di un futuro vaccino contro il Covid-19 non ha indebolito, ma rafforzato le tesi del complotto ebraico.

 Il complotto del vaccino
  Di fatti il giornale algerino Almasdar ha ripreso e fatta propria l'"inchiesta" del giornalista free lance francese di origine maghrebina Hicham Hamza secondo cui l'Istituto di ricerca israeliano Migal, che ha annunciato di poter sviluppare in tempi brevi un vaccino contro il Covid-19 perché ha appena messo a punto un vaccino contro un coronavirus dei polli ad esso molto simile, sarebbe finanziato da un miliardario francese «implicato nella creazione di un laboratorio ultrasensibile di virologia… a Wuhan, zona epicentro del virus». L'inchiesta tira in ballo una non meglio identificata associazione medica francese pro-sionista fondata da Simone Weil che sarebbe in rapporti col Migal e compare sul sito panamza.com, creato da Hicham Hamza. L'algerino Almasdar-dz (sito internet di Almasdar) ne dà notizia sotto il titolo "Una organizzazione sionista dietro il coronavirus e l'entità governativa che afferma di aver scoperto il vaccino".
  Naturalmente mettere a punto un vaccino non è la stessa cosa che disporre di un vaccino da somministrare alle persone: un vaccino messo a punto deve poi passare attraverso fasi di sperimentazione che durano mesi. Ma questa è una sottigliezza che ai fautori della cospirazione giudaica non interessa molto.

(Tempi, 24 marzo 2020)


In Polonia un'associazione ebraica supporta gli anziani che aiutarono gli ebrei

di Paolo Castellano

 
Quanti anziani a causa del Covid-19 non possono uscire di casa, neppure per fare la spesa? Per loro sono necessari servizi di consegna a domicilio che purtroppo non sono disponibili in breve tempo. Tuttavia, stanno nascendo dei servizi di volontariato per risolvere in parte il problema. Ad esempio a Varsavia in Polonia, un'associazione ebraica ha messo in piedi un progetto per fornire supporto a quegli anziani che durante la seconda guerra mondiale aiutarono gli ebrei a sopravvivere al nazismo.
   Come riporta JTA, i volontari di From the Depths si sono resi disponibili a effettuare un servizio gratuito di taxi per i polacchi che difesero gli ebrei durante la Shoah. La generosità di From the Depths ha messo a disposizione una piccola flotta di 4 auto che dal 15 marzo ha iniziato a distribuire la spesa a coloro che non possono uscire di casa per andare al supermercato. Per il momento i volontari stanno assistendo 20 anziani riconosciuti come Giusti tra le nazioni - un'onorificenza per coloro che rischiarono la vita proteggendo il prossimo durante il nazismo.
   Come ha raccontato il fondatore del gruppo, Jonny Daniels, i fattorini si occupano personalmente di andare ad acquistare il cibo nei negozi indossando guanti e mascherine. Dopo ogni consegna il taxi viene disinfettato. Per sanificare le automobili, l'associazione ebraica ha comprato disinfettanti molto costosi per garantire la sicurezza igienica dei propri impiegati: autisti, amministratori e dozzine di volontari. «Abbiamo consultato il personale medico e la tecnica che usiamo è sostanzialmente la stessa di quella che fanno nelle ambulanze», ha specificato il responsabile del progetto.

(Bet Magazine Mosaico, 24 marzo 2020)


Quando l'ostilità è evidentemente pregiudiziale

Sulla stessa pagina del quotidiano di Abu Mazen, Israele condannato per voler chiudere le moschee, Hamas condannata per non averle chiuse.

L'Autorità Palestinese ha pubblicato due messaggi opposti sulla prima pagina del proprio quotidiano ufficiale.
Un articolo del 22 marzo riportava con evidenza la condanna di Israele da parte del Consiglio islamico Waqf per aver multato un funzionario del Waqf che venerdì non aveva chiuso la moschea al-Aqsa ai fedeli. Contraddicendo le istruzioni dello stesso Ministero degli Affari Religiosi dell'Autorità Palestinese, che aveva detto ai palestinesi di pregare a casa e tenersi lontani dalle moschee, il quotidiano ufficiale dell'Autorità Palestinese dava voce alla reazione del presidente del Consiglio islamico Waqf, Abdul Azim Salhab, che accusava Israele di sfruttare la questione coronavirus per colpire i fedeli musulmani chiudendo la moschea al-Aqsa di Gerusalemme. Salhab sosteneva anche che il Waqf "è contrario alla chiusura della moschea". Due giorni dopo, lo stesso Waqf decideva di chiudere l'accesso di tutti i fedeli alla moschea al-Aqsa....

(israele.net, 24 marzo 2020)


Cronache della pandemia - Israele

Quarantena nei grandi alberghi per alleggerire gli ospedali

Nella lotta all'infezione da coronavirus anche gli alberghi, oggi totalmente privi di clienti, dovranno fare la loro parte. In Israele, il Fronte del Comando Interno - struttura militare che lavora in stretto contatto con le autorità civili nei casi di emergenza - ha deciso di destinare almeno quattro hotel di varie parti del Paese come luoghi di quarantena per pazienti con lievi sintomi da Covid-19 in modo da alleggerire gli ospedali.
   Ognuno di essi, ha spiegato il generale Tamir Yadai, dovrà ospitare circa 500 persone, per arrivare anche a 2.000 in caso di necessità. E non si tratta di alberghi di poco conto: quello scelto a Tel Aviv, ad esempio, è il 'Dan Panorama' che si trova sul lungomare della città e, in tempi normali, è una struttura di lusso. Lo stesso a Gerusalemme dove è stato scelto il 'Jerusalem's Dan Hotel', altra location di prestigio in centro.
   Gli altri due individuati si trovano nel sud e nel nord del Paese. Sono stati già effettuati i preparativi di sanificazione e di isolamento necessari: un'area totalmente sterile è stata realizzata all'ingresso e la sicurezza degli alberghi insieme alla polizia vigilerà che nessuno dei malati già ammessi nei luoghi lasci la quarantena.
   Anche a Gaza - dove finora non è segnalato alcun caso di infezione, contrariamente alla Cisgiordania, dove i positivi sono 44, soprattutto a Betlemme - si pensa alla stessa cosa. Secondo fonti locali, l'uomo d'affari Abdel Aziz alKhaldi, proprietario dell'hotel di lusso 'Commodore' a pochi passi dal mare, ha informato i responsabili della sanità locali che potranno usare il luogo per ospitare i convalescenti.

(ANSA, 23 marzo 2020)


Israele-Italia: voli speciali atterrati a Roma e Milano con persone bloccate per coronavirus

ROMA - Due voli speciali della compagnia israeliana Israir sono atterrati oggi a Roma e Milano riportando a casa decine di cittadini italiani che erano rimasti in Israele dopo lo scoppio dell'emergenza da nuovo coronavirus. Lo rende noto l'ambasciata d'Israele a Roma. "La complessa operazione è stata coordinata dall'ambasciata d'Israele in Italia e dall'ambasciata d'Italia a Tel Aviv, in stretta collaborazione con numerose filiali governative di entrambi i paesi", fa sapere la rappresentanza diplomatica. I due voli della Israir decolleranno a breve verso Tel Aviv con oltre 250 israeliani a bordo bloccati in Italia in seguito alle misure adottate per contenere la diffusione dell'epidemia. Il progetto è stato avviato da un'accademica israeliana, la dottoressa Nirit Ofir, dell'Università di Haifa, per fini umanitari. All'arrivo a Roma e Milano i passeggeri sono stati messi in quarantena. In seguito all'emanazione di provvedimenti restrittivi che hanno interessato il trasporto aereo numerosi cittadini si sono trovati nell'impossibilità di far ritorno a casa.

(Agenzia Nova, 23 marzo 2020)


Aiuti sanitari e visti: è "tregua del coronavirus" tra Israele e Palestina

Netanyahu ha concesso a 30mila lavoratori palestinesi di rimanere per due mesi

Qualcuno potrebbe definirla la "tregua del coronavirus": l'emergenza sanitaria che sta mettendo in ginocchio il mondo intero, segna un miglioramento, non si sa quanto temporaneo, delle relazioni tra Israele e Palestina. Dopo le ultime settimane di alta tensione, seguite alla presentazione del "piano del secolo" da parte dell'amministrazione Trump (piano che aveva suscitato lo sdegno dell'Autorita' Palestinese e innescato la ripresa della pioggia di razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele) sembra che ora si sia entrati in una fase diversa. Pur in assenza di un tregua ufficiale, la notevole propagazione, anche della pandemia di nuovo coronavirus, sta evidenziando una collaborazione piu' stretta tra Israele e Palestina. In particolare si assiste, in questi giorni, agli aiuti sanitari da parte di Israele verso i Territori Palestinesi e verso la Striscia di Gaza. Inoltre, a seguito di un accordo tra il Ministero palestinese delle Finanze, le forze di Sicurezza israeliane e il COGAT (coordination For government activities in the territories), Israele ha concesso a circa 30.000 lavoratori Palestinesi di rimanere in Israele per poter lavorare a condizione di non rientrare per due mesi. Il ministero dell'Interno israeliano ha stabilito che ad ognuno verra' dato vitto e alloggio e la necessaria assistenza sanitaria.
  In realta', i piu' scettici vedono nella decisione una mossa piu' legata alla convenienza economica che all'altruismo. Moltissimi infatti sono i lavoratori palestinesi che ogni giorno fanno i pendolari e che assicurano il funzionamento di fabbriche e cantieri in Israele e garantiscono la regolarita' della produzione. Se questi, bloccati nei Territori per la chiusura dei confini a causa del coronavirus, non potessero lavorare per un lungo periodo, questo creerebbe a Israele notevoli danni in termini economici. La convenienza economica e' pero' reciproca. L'occasione di trasferirsi a lavorare stabilmente per un paio di mesi in Israele e' stata infatti accolta e accettata dai palestinesi con favore perche' permette loro di continuare a guadagnare e a mandare soldi alle famiglie nei Territori, specie in un momento delicato come questo. L'Autorita' Palestinese ha deciso da ieri il blocco totale del Paese per bloccare il diffondersi del virus.
  A volere questo provvedimento che consente ai lavoratori palestinesi di rimanere in Israele e' stato in primis proprio il premier Benjamin Netanyahu, con l'appoggio del suo ministro della difesa, Naftali Bennett. Quali ne siano le radici e le motivazioni profonde, la decisione resta senza precedenti e sottolinea quanto i due Paesi, le due economie, siano collegate. Cosa che, forse anche piu' che agli altri, sembra ben chiara al presidente israeliano, Reuven Rivlin. Solo qualche giorno fa, infatti, Rivlin ha personalmente chiamato il presidente palestinese, Abu Mazen; e le sue parole sono state chiare: "La nostra capacita' di lavorare insieme in questo difficile momento sara' anche il testamento della nostra capacita' e abilita' di lavorare insieme in futuro per il bene di tutti". Dal punto di vista sanitario la preoccupazione maggiore riguarda la Striscia di Gaza il cui sistema sanitario non e' assolutamente in grado di coprire una eventuale epidemia in quella zona. Il maggiore Yotam Shefer, capo del dipartimento internazionale del Cogat, ha dichiarato in una conferenza con giornalisti stranieri che "i virus non conoscono confini". Grazie alla cooperazione tra il ministero della salute israeliano e le autorita' sanitarie palestinesi, sono stati inviati da Israele 400 kit per la rilevazione del virus e 500 kit completi per la protezione. Sono inoltre in corso incontri on line per effettuare la formazione degli operatori sanitari palestinesi nella prevenzione della pandemia, mentre dei campi attrezzati sono stati issati ai confini, dove ora sono ospitati i due casi di gazawi arrivati dal Pakistan.

(Il Dubbio, 23 marzo 2020)


Coronavirus: in Israele 1.238 casi

Ministro della sicurezza interna: necessaria la chiusura del Paese

Sono saliti oggi a 1.238 gli israeliani positivi al coronavirus. Lo ha reso noto il ministero della sanità secondo cui 24 di essi si trovano in condizioni gravi. Venerdì si è registrato il primo decesso per coronavirus: quello di un uomo di 88 anni affetto anche da altre malattie. Secondo i dati ufficiali, circa 75 mila israeliani si trovano adesso in quarantena. Ma oggi il ministro della sicurezza interna Gilad Erdan ha affermato che le misure cautelative non sono ancora soddisfacenti e che sarebbe necessario, a suo parere, passare ad una chiusura totale del Paese per almeno due settimane.

(ANSAmed, 23 marzo 2020)


Israele anticipa lo tsunami economico, 511 mila disoccupati in più in due settimane

di Giordano Stabile

Israele è in prima linea nella lotta al coronavirus e anticipa sia le strategie per il suo contenimento, che gli effetti sull'economia. Come in America, metà dei posti di lavoro in Israele sono legati alla gig economy, moltissimi nel settore turistico e della ristorazione, e quindi più sensibili alle restrizioni necessarie durante la pandemia. Per questo l'impatto è stato immediato. In due settimane i disoccupati sono saliti di 511.965 unità e il tasso di disoccupazione è balzato dal 4 al 16,5 per cento. Un sfida pesante anche per il premier Benjamin Netanyahu, che nell'ultimo decennio ha orientato il sistema economico verso la massima flessibilità. I risultati sono stati molto positivi, tanto che oggi il reddito pro capite in Israele è di circa 40 mila dollari all'anno, a livello di Olanda e Germania e più alto che in molte monarchie petrolifere del Golfo. Ma adesso il modello è sottoposto al massimo stress.

 Modello sudcoreano
  Il dato è sotto la lente degli analisti economici di tutto il mondo perché anticipa lo tsunami in arrivo negli Stati Uniti, dove le richieste di sussidi alla disoccupazioni sono esplose la scorsa settimana, e può dare un'idea dell'impatto economico globale della pandemia. Anche per questo il governo Netanyahu ha escluso per ora una serrata come quella decisa sabato in Italia. Punta invece sul modello sudcoreano, test a tappeto e tracciabilità di contagiati e sospetti contagiati, senza lo stop alle attività economiche principali. E' una corsa contro il tempo. I casi questa mattina sono saliti a 1238. Finora c'è per fortuna solo una vittima, una 88enne sopravvissuta all'Olocausto. I pazienti in rianimazione sono 24. Il sistema sanitario, di livello europeo, regge ma il problema sono i 3 mila operatori, compresi 814 dottori, messi in quarantena perché contagiati e venuti in contatto con contagiati. Anche l'esercito è stato mobilitato, con tre ospedali da campo a Gerusalemme, Tel Aviv e Ashkelon, dove ci sono già 120 persone ricoverate con sintomi "medi".

 Verso misure più rigide
  Il governo è però già pronto a una stretta più rigida, se il virus Sar-CoV-2 dovesse continuare a diffondersi alla velocità degli ultimi tre giorni, con incrementi quotidiani del 20-30 per cento. Il ministero per gli Affari strategici, Gilad Erdan, ha anticipato oggi che sono pronte "ulteriori restrizioni", verso un "graduale lock-down", cioè una quarantena generalizzata: "Ad altre centinaia di migliaia di persone verrà richiesto di stare a casa". Erdan ha ribadito che, a suo parere, "sarà necessaria una chiusura generalizzata per due settimane". Già nel weekend il governo ha ordinato la chiusura di parchi, spiagge, luoghi ricreativi, oltre a locali e ristoranti. Secondo il ministro, Israele "sarà divisa in quadranti" e polizia ed esercito "lavoreranno assieme per far rispettare le restrizioni". Una sorta di coprifuoco, anche se non rigido come quello nella vicina Giordania, dove è proibito uscire di casa a tutti, pena l'arresto e un anno di prigione.

(La Stampa, 23 marzo 2020)


Netanyahu arruola l'intelligence per bloccare il virus

Lo Shin Bet controlla gli spostamenti

di Fabiana Magrì

Una guerra senza regole d'ingaggio al Covid-19. Il primo ministro Benjamin Netanyahu mette in campo misure tecnologiche che sottopongono gli israeliani a controlli che, prima d'ora, erano stati autorizzati per tenere d'occhio i terroristi. Ora che i contagi in Israele hanno superato il tetto del migliaio, che è morto il primo paziente (Arie Even, un sopravvissuto alla Shoah, di 88 anni) e che casi si sono manifestati anche nella Striscia di Gaza, prende velocità la corsa contro il tempo per arginare la diffusione del virus. E l'emergenza si fa urgenza. In questo scenario, è nell'intelligence israeliana che il governo ripone la fiducia per un intervento efficace e con mezzi già disponibili. Il coinvolgimento dei servizi segreti interni, lo Shin Bet, era nell'aria. Specialmente dopo il via libera al pedinamento digitale della diffusione del virus in altre nazioni. A destare perplessità e proteste in un paese che fa della democrazia uno dei suoi valori fondanti, sono le circostanze ad interim in cui è stata presa la decisione.
   Le misure in mano allo Shin Bet integrano hardware e software. Ma sono l'analisi e l'incrocio dei dati e delle informazioni che possono aiutare le autorità sanitarie a identificare rapidamente un paziente infetto, gli spostamenti, il suo potenziale contagio. Tutto parte dallo smartphone. Ogni compagnia telefonica archivia i dati del suo abbonato: nome, documento di identità, carte di credito. E ciascuno lo usa per raccogliere foto, video e informazioni private. L'intelligence sa come incrociare i dati sulla persona tracciandone gli spostamenti tramite Gps e con le immagini registrate dalle telecamere stradali. E possono monitorare conversazioni telefoniche e chat. Altri elementi emergono dall'osservazione di comportamenti e post sui social. Non solo in tempo reale, ma indietro nel tempo fino a due settimane. L'obiettivo, annunciato da Netanyahu, è di aumentare prima possibile i tamponi fino a 5 mila test quotidiani. Per riuscirci, sono all'esame progetti pilota come quello di Tel Aviv, dove il Magen David Adom (il pronto soccorso israeliano) sta attrezzando aree di screening in modalità drive-in. E a Haifa un team congiunto dell'Istituto Technion e dell'ospedale Rambam ha messo a punto un sistema per esaminare con efficacia gruppi di 64 campioni per volta.
   Il cyber-monitoraggio verso i propri cittadini è considerata, in Israele, una misura eccezionale e come tale ha una scadenza. Non potrà rimanere in vigore per più di trenta giorni. Ma timori su privacy e archiviazione dei dati personali sono state sollevate dall'opposizione e sono all'esame della Corte Suprema israeliana. Se, entro martedì, una Commissione della Knesset non sarà coinvolta nell'approvazione dell'ordine del premier, il tribunale garante delle istituzioni bloccherà i provvedimenti.

(La Stampa, 23 marzo 2020)


Likud boicotterà la sessione di oggi alla Knesset

GERUSALEMME - Il partito israeliano Likud, guidato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, e il blocco religioso boicotteranno oggi la sessione della Knesset, il parlamento, perché la coalizione centrista Kahol Lavan (Blu e bianco) guidata da Benny Ganzt sta attuando una "condotta dittatoriale e distruttiva". Quest'ultimo lunedì scorso, 16 marzo, ha ricevuto l'incarico dal capo dello Stato, Reuven Rivlin, di formare il governo, in seguito alle elezioni del 2 marzo. La coalizione guidata da Gantz e i partiti alleati hanno una maggioranza di 61 sui 120 seggi all'interno del parlamento. Dopo l'interruzione dei lavori per quasi una settimana, oggi la Knesset si riunisce e la coalizione di Gantz proporrà una votazione per sostituire il presidente del parlamento, Yuli Edelstein. Inoltre, oggi è prevista la discussione per la formazione delle Commissione per gli accordi e dare il via alla legislatura, malgrado l'opposizione del governo attuale.

(Agenzia Nova, 23 marzo 2020)


Israele col freno a mano tirato e le quattro emergenze simultanee

di Aldo Baquis

TEL AVIV - Dopo tre tornate elettorali in meno di un anno (aprile e settembre 2019, poi marzo 2020) la politica israeliana ha ancora il freno a mano tirato, e all'orizzonte già si profila l'incubo di un quarto appuntamento alle urne. Certo, quando la notte del 2 marzo le televisioni hanno pubblicato gli exit poll, era apparso che il pubblico avesse espresso un sostegno nitido: a favore di Benyamin Netanyahu (malgrado la sua pesante incriminazione per corruzione, frode e abuso di potere), a favore del Likud, a favore del blocco delle destre. Quella era stata una nottata di euforia per il premier e per la consorte, commossi nel palazzo della Fiera di Tel Aviv di fronte al travolgente abbraccio notturno dei loro sostenitori del Likud. Per il suo rivale centrista Benny Gantz, leader del partito Blu Bianco, era stata una nottata di contrizione e anche di autocritica.
   Ma quando, giorni dopo, è terminato lo spoglio delle schede, è apparso in maniera incontrovertibile che il blocco delle destre si era fermato a 58 deputati su 120, e quindi non avrebbe potuto in alcun modo raggiungere la maggioranza di 61 seggi necessaria per presentare un governo. A meno che non fosse riuscito a convincere almeno tre deputati del centro-sinistra a passare dalla sua parte.
   Rispetto al voto di settembre, il partito Blu Bianco aveva perso terreno, ottenendo questa volta solo 33 seggi: tre in meno del Likud di Netanyahu. Ma a suo beneficio giocavano adesso due fattori. Il passaggio dalla sua parte di Israel Beitenu, il partito della destra radicale di Avigdor Lieberman, definitivamente determinato adesso a defenestrare Netanyahu. Ad ogni costo. E più significativo ancora: il poderoso balzo in avanti dell'elettorato arabo di Israele, che nelle ultime settimane era stato sistematicamente bersagliato da messaggi di ostilità da parte del Likud di Netanyahu e che aveva preso nota, con allarme, che il cosiddetto Piano Trump per il Medioriente prevedeva - sia pure a livello di ipotesi - la inclusione di 300 mila arabi israeliani in un futuro Stato di Palestina.
   Ecco così che, mentre alle elezioni dell'aprile 2019 due liste arabe avevano portato complessivamente alla Knesset 10 deputati, nel marzo 2020 il loro numero è balzato a 15, grazie alla partecipazione del 70 per cento dell'elettorato arabo (e grazie anche al sostegno di circa 20 mila votanti ebrei). Un record assoluto di deputati arabi negli ultimi 20 anni. I leader della Lista araba unita - Ayman Odeh e Ahmed Tibi - sono così entrati di diritto nel club della alta politica nazionale.
   In attesa che la classe politica superi i contrasti, da oltre un anno il Paese è privo di un parlamento funzionante, con ripercussioni evidenti per il mercato e per diversi strati sociali (particolarmente gravi per quelli inferiori). Israele è guidato da un governo di transizione che non dispone della fiducia del parlamento. In queste condizioni non è stato dunque possibile votare la legge finanziaria per il 2020. Le attività di diversi ministeri vanno gradualmente arenandosi.
   In questo stato di cose - che sarebbe comunque allarmante, anche senza tenere in considerazione le minacce alla sicurezza del Paese che incombono lungo i confini - Israele è stato attaccato dal coronavirus, e si è visto costretto ad adottare misure energiche. La politica ha intanto seguito il proprio corso e a metà del mese il Capo dello Stato Reuven Rivlin ha affidato a Gantz l'incarico di formare un nuovo governo. Dietro aveva il sostegno di 61 deputati: ma nei fatti pare quasi impossibile che possa includere nello stesso esecutivo sia il radicale di destra Lieberman sia la Lista araba unita. Da parte sua Netanyahu non si è dato per vinto, persuaso di essere lui il vero vincitore delle elezioni.
   Mentre Gantz e Netanyahu litigavano così per aggiudicarsi il controllo del timone, Israele ha dovuto affrontare quattro emergenze simultanee: la sanitaria, la politica, la economica e la sociale.
   L'annullamento dei voli dall'estero ed il crollo di tre compagnie aeree, la fuga immediata di 120 mila turisti, la chiusura in blocco di alberghi, ristoranti, caffè, teatri e cinema, hanno creato all'inizio di marzo una ondata di disoccupazione senza precedenti. Le difficoltà delle famiglie sono state aggravate dalla chiusura delle scuole e degli asili nido: chi anche aveva un lavoro, era spesso costretto a restare a casa per accudire i figli.
   Sono state giornate frenetiche in cui i responsabili sanitari del Paese hanno fatto il possibile per impedire, o almeno limitare, la diffusione del virus. Si è allora presentata una domanda drammatica: fino a che punto lo Stato avrebbe dovuto spingersi, pur di salvare vite umane?
   In un intervento alla televisione, Netanyahu ha spiegato che era ormai necessario "fare ricorso a tutti i mezzi, inclusi sistemi tecnologici messi a punto per la lotta al terrorismo, ed attivarli riguardo al pubblico civile". Uno sviluppo che ha subito destato preoccupazione fra i difensori dei diritti civili. Secondo l'ex parlamentare laburista Micky Rosenthal si tratta di un sistema segreto e pericoloso, che la censura vieta di menzionare in maniera esplicita. "È una tecnologia penetratrice - ha avvertito su twitter - che sa ricostruire con precisione dove eravate e chi avete incontrato; che riconosce i volti. Una svolta drammatica contro la nostra privacy e contro la democrazia''. Il concetto è che lo Shin Bet (il servizio di sicurezza interno) la vorrebbe attivare a fin di bene: "per salvare così decine di migliaia di vite", come ha spiegato il ministro Bezalel Smotrich.
   Una volta individuato un contagiato dal virus, sarebbe possibile avvertire con messaggi sms chiunque si trovasse nelle sue vicinanze, per allontanarlo. Si potrebbero anche ricostruire a ritroso nel tempo i suoi spostamenti, le sue conversazioni, le sue attività. Una mole di dati su privati cittadini che, secondo il progetto, sarebbe comunque distrutta dopo 30 giorni.
   Haaretz ha osservato che una svolta talmente allarmante non può di certo essere decisa da un governo di transizione, in pochi giorni, senza una approfondita valutazione. Comunque, ha aggiunto, dovrebbe essere seguita da vicino da una apposita commissione parlamentare, che fosse molto tenace e attenta, per evitare usi impropri. Ma al momento il parlamento è ancora in fase di organizzazione.
   Ad accrescere i sospetti verso il governo uscente è giunta la decisione del ministro della giustizia (ad interim) Amir Ohana di proclamare lo stato di emergenza nei tribunali, a causa del coronavirus.
   Una decisione a sorpresa, pubblicata a notte fonda, un giorno e mezzo prima dell'inizio del processo di Netanyahu per corruzione e frode, al tribunale distrettuale di Gerusalemme. La prima udienza è stata così rinviata alla fine di maggio. E se qualcuno pensava allora di organizzare manifestazioni di protesta, è sopraggiunta la misura - imposta dalle autorità sanitarie - di impedire assembramenti di più di 10 persone.
   Nel 1997 la psichiatra Hamotal Shabtay (figlia del celebre scrittore Yaakov Shabtay) pubblicò un allarmante romanzo intitolato 2020, che descriveva il diffondersi di una grave epidemia negli Stati Uniti e gli sforzi disperati di contenerla, anche al prezzo di calpestare i diritti civili. L'apparato di governo diventava gradualmente sempre più simile a un Grande Fratello, con continue selezioni fra persone "sane" - che potevano proseguire la propria vita, sia pure con separazioni fisiche molto severe fra di loro - e persone "malate" che venivano immediatamente scaraventate ai margini della società. Un incubo di 638 pagine che, in questi giorni, sta andando a ruba fra gli israeliani.

(Bet Magazine Mosaico, 23 marzo 2020)


Covid-19 nei territori palestinesi: Israele trasferisce 120 milioni di shekel

Il Ministro delle finanze israeliano, Moshe Kahlon, ha autorizzato il trasferimento di 120 milioni di shekel (quasi 33 milioni di dollari) alla Autorità Palestinese (AP) come aiuti umanitari in considerazione del fatto che la cosiddetta "Palestina" potrebbe essere colpita abbastanza duramente dal virus Covid-19.
   Tuttavia il il pur cospicuo trasferimento soddisfa solo in parte le richieste avanzate dal capo dell'IDF Aviv Kochavi e dal coordinatore delle attività governative nei territori (Cogat), il generale Kamil Abu Rukun, i quali preoccupati che l'avanzare dell'epidemia di Covid-19 nei territori palestinesi potesse pregiudicarne la sicurezza portando al collasso l'Autorità Palestinese, avevano chiesto di trasferire 650 milioni di Shekel, cioè la somma trattenuta da Israele relativa alle tasse che lo Stato Ebraico dovrebbe girare alla AP ma congelata in quanto in parte destinata alle famiglie dei terroristi palestinesi.
   Alla base della decisione di Khahlon di girare solo una parte del denaro richiesto dai palestinesi ci sarebbe proprio il rifiuto da parte della Autorità Palestinese di negare il pagamento del vitalizio ai terroristi palestinesi. «Se nonostante la minaccia del Coronavirus ancora pensano di sostenere le famiglie dei terroristi invece che il popolo palestinese bisognoso di cure, allora Israele non può rendersi complice di questo obbrobrio» ha detto un anonimo portavoce di Moshe Kahlon a RR.
   Secondo l'Autorità Palestinese al momento ci sarebbero 59 casi di Covid-19 nei territori palestinesi, tuttavia esperti israeliani ritengono che la cifra sia ampiamente sottostimata e temono soprattutto i cosiddetti "numeri in prospettiva" che potrebbero diventare davvero importanti.
   In questo momento i territori palestinesi si trovano letteralmente in quarantena visto che la Giordania ha chiuso le sue frontiere e non permette ai cosiddetti "palestinesi" di entrare in territorio giordano, mentre Israele limita fortemente l'ingresso di palestinesi in territorio israeliano.
   L'Autorità Palestinese ha ordinato di applicare le direttive dell'OMS, in particolare quelle che vorrebbero limitare al massimo le interazioni sociali, ma non sembra che soprattutto i giovani palestinesi stiano rispettando le direttive aumentando di molto la possibilità che l'epidemia di Covid-19 dilaghi nei territori palestinesi.

(Italian news platform, 23 marzo 2020)


Lo Schindler del calcio, allenatore salva ebrei

Inventò i ritiri. Dall'Italia tornò a Budapest. Travestito da gerarca, aiutava i deportati. Scoperto, venne fucilato.

La sua «squadra» ha portato centinaia di condannati all'estero grazie a documenti falsi. Nel nostro Paese era amato e rispettato, in campo e fuori. Tornò in patria solo per la guerra.

di Claudio De Carli

                            Géza Kertész                                                            Tóth-Potya
Quell'appartamento al primo piano è proprio come si deve. Si sono sistemati bene Rosa, Kate, Giovannino e Géza. Ha affittato dall'altra parte del Danubio nella zona pianeggiante di Pest in Zichy Jeno di fianco al teatro dell'Opera, a due passi dal quartiere ebraico dove sorge la sinagoga più grande d'Europa. Confortevole, ben arredato, c'è perfino un pianoforte, d'altronde prima di tornare a Budapest un po' di soldi li ha fatti. L'ha lasciata vent'anni prima per venire qui da noi e non sa neppure lui perché si sia lasciato convincere, aveva tutto, comunque in Italia c'erano già un mucchio di ungheresi suoi amici e quando li sentiva gli dicevano che stavano sognando: dai Géza, cosa fai ancora lì, sole, mare, cibo, brava gente, buon calcio, dai vieni.
   Negli anni Venti e Trenta di magiari da noi ce ne sono una trentina, fanno i giocatori-allenatori, hanno portato idee nuove, le squadre vincono e prendono pochi gol. Giocano con cinque difensori in linea o quasi, e non tutti allo stesso modo, ognuno la gira come vuole ma funzionano e il presidente Edoardo Agnelli stravede per il calcio danubiano, a centrocampo ha tesserato Jòszef Violak, davanti il cannoniere Ferenc
   Hìrzer, in panchina Jeno Karòly, e la Juventus domina. Karòly ha imposto il suo schema, fitta rete di passaggi brevi, in linea, e poi fulmineo l'attacco portato da due, massimo tre giocatori, il calcio gioco di squadra. Bella storia, raccontargliela a Géza però è complicato, ha talento da vendere, può giocare in ogni ruolo ma non la passa mai, alto come uno scandaglio, ha studiato un modo tutto suo per proteggere la palla fra i piedi, s'incurva, la fa sparire, spalanca i gomiti e non gliela portano mai via. I compagni aspettano, almeno tira gli urlano, niente, e allora l'allenatore lo sostituisce. Quanto tempo ha passato punito a bordo campo: Géza, non è così che si fa, ci sono anche gli altri! Intanto però gioca in nazionale e l'ha preso il Ferencvaros, il meglio in circolazione.
   Con Jòszef Violak si sente spesso: a La Spezia stanno cercando un nuovo allenatore, dai Géza è una grande occasione, non fartela sfuggire. Estate del '25, Rosa e Kate lo seguono, con loro c'è Lajos Politzer, il fratello di Rosa, e qui c'è Istvan Toth che ha organizzato il loro arrivo in Italia, sono amici inseparabili da quando giocavano nel Ferencvaros, li chiamano il bradipo e la carpa, perché Géza è di una lentezza esasperante, quando prende la palla sembra che si sieda e inizi a pensare. Mentre Toth è affezionato al soprannome che gli ha dato la madrina il giorno del battesimo, Potya, in ungherese carpa. Sono uno l'opposto dell'altro, Toth è basso e tarchiato, se Géza ha in sostanza introdotto il ritiro in Italia, Toth è il primo a compilare schede personalizzate di ogni giocatore, colloqui privati, informazioni dettagliate su vita e famiglia. Géza ha trentun anni, a La Spezia conquista subito la promozione, un po' gioca e un po' allena, lo prende il Carrara, nuovo trionfo, poi il Viareggio, schiera due difensori stretti davanti al portiere e poi altri tre in linea. In quegli anni Benito Mussolini ha cambiato la formula del campionato, girone unico con la nuova regola del fuorigioco, non più tre ma due difensori oltre al portiere e I' attaccante non è in off-side. Nascono i grandi club del Nord, presidenti con alle spalle industrie che fanno volare il paese, Agnelli alla Juventus, Pirelli al Milan, Borletti all'Inter, il conte Cinzano al Torino, ingaggiano i migliori perché hanno tanti soldi, ci vuole gente che sappia pensare il calcio in modo diverso, Géza Kertész capisce e cambia anche lui. Ha sempre studiato calcio, diventa un maestro, gira l'Italia, lo vogliono tutti, a volte va bene, altre meno, insegna, strega i tifosi e firma contratti impensabili. Salernitana, Catanzarese, Roma, Lazio, Atalanta, Taranto, a Catania conquista la prima storica promozione in serie A. Nella capitale è una celebrità, frequenta Vittorio Mussolini, è di una eleganza spaventosa, cravatta, gilet, doppio petto anche in panchina, sempre col sorriso, simpatico, occhi piccoli e rassicuranti, voce dolce, una presenza affascinante, serio, posato, passeggia con Rosa al braccio, re e regina, affitta ville enormi e lussuose, parco, piscina, campo da tennis, dove porta in ritiro le sue squadre. Chi non vorrebbe Géza Kertész e perché Géza Kertész dovrebbe tornarsene a Budapest?
   È Rosa che capisce prima di lui.
   La sera gli parla, le cose non stanno più andando così bene, da Budapest gli raccontano di rastrellamenti e deportazioni, gente impaurita. E l'Italia è in guerra, città bombardate, vie di comunicazione interrotte, fame: Gèza, andiamo via, torniamo. È l'estate del '43, il campionato è sospeso, la famiglia Kertèsz rientra in Ungheria immaginando una maggior sicurezza, adesso sono in quattro, in Italia è nato il secondogenito Giovannino: va bene Rosa, da noi è diverso, certe cose da noi non possono succedere, saranno solo voci.
   Ma non è così, a Budapest sono entrate in vigore nuove leggi antiebraiche per salvare la razza dalla scalata di chi ha messo le mani sull'amministrazione, nell'economia, sulla cultura, i treni partono per i campi di lavoro, gira la voce che siano di sterminio, ci portano gli ebrei poi li ammazzano con il veleno o un colpo di pistola alla nuca. Vero? Géza cerca di tranquillizzare Rosa, l'Ujpest lo ha ingaggiato, il campionato per ora prosegue ma giorno dopo giorno la situazione si fa sempre più pesante. Incrocia nuovamente Toth, si parlano a lungo lì nell'appartamento di Zichy leno, Rosa è in ansia perenne, nel baule ha trovato una divisa della Wehrmacht, intuisce. Toth vuole agire, Géza è d'accordo, occorre coraggio, bisogna salvare la gente dai Nylas, i nazisti delle croci frecciate, i più violenti. È un tenente colonnello dell'esercito, nazionalista convinto, ama l'Ungheria come la sua famiglia. Insieme a pochi altri costituisce la cellula Dallam, si traveste da soldato della Wehrmacht, entra nelle case degli ebrei e finge di arrestarli, invece li carica sui treni per farli espatriare con documenti falsi forniti dai servizi segreti americani. A Budapest comandano i tedeschi, girano i loro camion Opel Blitz, i sidecar Zundapp KS 750, Adolf Otto Eichmann si occupa personalmente delle deportazioni e ha fissato il suo comando a Schwabenberg sulle colline di Buda, il quartier generale è all'Astoria, SS e Gestapo sono al Majestic, agli ebrei è fatto obbligo di cucire sul lato sinistro del cappotto una stoffa gialla di dieci centimetri, raffiche di mitra.
   I clandestini del Dallam sono pochi, una ventina, quasi tutti calciatori o allenatori, ci si può fidare, e poi i russi stanno arrivando, hanno circondato Budapest, una speranza, l'unica. Hitler è per la difesa a oltranza ma intanto ordina che non rimanga traccia, eliminare ogni prova, documenti, nemici. Géza ha perso ogni precauzione, vestito da ufficiale nazista entra perfino nello scalo merci di Rakosrendezo da dove partono i treni per i campi di sterminio, parla correttamente il tedesco, raduna le famiglie in attesa di essere deportate e le carica sulla sua automobile e su camion di fortuna, in casa nasconde padre e figlia ebrei quando una pattuglia arriva in Zichi Ieno, un delatore è andato al comando tedesco: lì nascondono degli ebrei. Non lo trovano, quelli del Dallam già tutti arrestati compreso Toth, Géza lo prendono a dicembre nell'unico bar aperto sotto casa.
   Adesso sono tutti nelle celle dei sotterranei del castello sulla collina di Buda convinti che i russi siano in città, i tedeschi scappano, verranno liberati.
   Il 6 febbraio del 1945 vengono trasferiti nell'atrio di Palazzo Reale, contro il muro, una mitragliata e via.
   Una settimana dopo, il 13 febbraio, Budapest viene liberata dalla fanteria russa.

(il Giornale, 23 marzo 2020)


Israele, il primo morto è un sopravvissuto alla Shoah

di Davide Frattini

 
GERUSALEMME - Arie Even è il primo morto causato dal Covid-19 in Israele. Aveva 88 anni, era sopravvissuto all'Olocausto.

 I dati e le misure
  Gli israeliani risultati positivi sono 945 e il governo ha imposto la chiusura totale, con misure che per ora limitano l'assembramento di persone a dieci: superiore all'Italia e ad altri Paesi europei, nel calcolo del ministero della Sanità è stato considerato il fattore che il minyan, il numero minino per un gruppo di preghiera secondo le regole ebraiche è appunto di dieci uomini.

 Il monitoraggio
  Il premier Benjamin Netanyahu considera «l'epidemia come la peggiore dal Medio Evo» e il suo governo ha chiesto ai servizi segreti interni di monitorare i cellulari degli individui infettati, misure di solito utilizzate nelle operazioni anti-terrorismo.
L'emergenza sconvolge la vita politica, gli israeliani hanno votato una ventina di giorni fa. Il presidente del parlamento - che appartiene al Likud di Netanyahu - ha chiuso l'aula almeno fino a domani e i partiti che hanno conquistato la nuova maggioranza accusano la destra di mettere in pericolo la democrazia.
Nella Striscia di Gaza - oltre due milioni di palestinesi ammassati in 365 chilometri quadrati - sono stati individuati in primi casi di Coronavirus: l'esercito israeliano lascia entrare i kit per i test, gli ospedali nel corridoio di sabbia chiuso tra Israele, l'Egitto e il Mediterraneo non sono in grado di affrontare un'esplosione delle infezioni.

(Corriere della Sera, 22 marzo 2020)


La fame fa paura, operai palestinesi «scelgono» Israele

di Michele Giorgio

I filmati li mostrano sorridenti mentre tornano a casa. Sono i primi 17 palestinesi contagiati dal coronavirus. L'altro giorno hanno lasciato l'Angel Hotel di Beit Jala e il Paradise Hotel di Betlemure dove sono rimasti confinati per 14 giorni.
   Immagini che hanno dato speranza agli altri 35 contagiati in Cisgiordania e al resto della popolazione palestinese. Dopo l'annuncio a inizio mese che il virus era arrivato a Betlemme, i Territori occupati sono precipitati nell'angoscia.
   La paura ha serpeggiato nei campi profughi dove le famiglie vivono a stretto contatto. Il successivo isolamento dell'intero distretto di Betlemme, approvato dal ministro della difesa israeliano Bennett con il via libera dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), per giorni ha fatto temere il peggio. Poi il lima si è in parte tranquillizzato. Gli abitanti hanno smesso di assaltare i supermarket e le misure di contenimento del virus dell'Anp sono state giudicate adeguate. Prevale un cauto ottimismo di fronte ai pochi casi (52) registrati finora in Cisgiordania.
   Ma il coronavirus è molto insidioso e non pochi temono che possa usare come vettori i circa 100mila lavoratori pendolari palestinesi (con permesso e senza permesso) che, nonostante i provvedimenti annunciati, continuano a recarsi in Israele e negli insediamenti coloniali in Cisgiordania dove il contagio cresce velocemente (fino a ieri 833 casi). Il primo tampone positivo registrato fuori Betlemure è proprio di un manovale, di Tulkarem, che lavorava a Tel Aviv.
   Israele ha adottato misure sempre più severe per tenere in casa la popolazione e limitare al minimo i movimenti delle persone. Tuttavia di fronte all'economia in caduta libera a causa della pandemia, Bennett con approccio utilitaristico non ha proibito bensì contenuto l'ingresso in Israele e nelle colonie dei lavoratori palestinesi, restringendolo ad alcuni settori, come l'edilizia. Il ministro ha poi comunicato che i manovali palestinesi non potranno fare i pendolari e i loro datori di lavoro dovranno trovare alloggi dove ospitarli in Israele. Ai palestinesi sono stati concessi tre giorni per prendere una decisione: andare al lavoro ed essere separati dalle loro famiglie a tempo indeterminato o rimanere a casa.
   In 30mila avrebbero accettato le condizioni di Israele e deciso di non ascoltare l'invito del premier dell'Anp Mohammed Shtayyeh a non lasciare le loro case. I lavoratori si difendono. Sono coscienti, dicono, di correre dei rischi e di poter mettere in pericolo loro congiunti.
   Ma, spiegano, non sono nella condizione di rinunciare, per mesi, a una retribuzione giornaliera di circa 200 shekel (50 euro), l'unico di reddito per le loro famiglie. E l'Anp, se insiste per il rispetto delle misure anti-coronavirus, dall'altro sa che fermandoli porterebbe alla fame migliaia di famiglie, senza contare che il lavoro in Israele rappresenta il 14% del Pil palestinese.

(il manifesto, 22 marzo 2020)


Israele. Il Ministro della Difesa Bennett spiega come arginare il fenomeno Coronavirus

Naftali Bennett chiede un sacrificio alla sua popolazione

Naftali Bennett, classe 1972, è l'attuale Ministro della Difesa di Israele dal 12 novembre 2019.
«Per sconfiggere il coronavirus bisogna isolare gli anziani» È quanto dichiarato dal Ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennett, che ha pubblicato un video di condiviso dalle maggiori agenzie di stampa.
«La cosa piu importante per sconfiggere il virus non è la quarantena o fare test, test test, bensì isolare i vecchi dai giovani».
«Nulla è più letale di un abbraccio tra nonna e nipote» ha specificato Bennett. «Tenete i nonni lontani, parlate loro al telefono con Skype, Whatsapp, portate la spesa lasciandola fuori dalla porta». Nel giro di pochi "mesi", ha rassicurato il ministro, si sarà sviluppata l'immunità di gregge e potrete tornare ad abbracciare i vostri cari.
Israele ha registrato circa 700 contagi e ha al momento solo 12 persone in gravi condizioni.

(Positano Notizie, 22 marzo 2020)



*


"Vi spiego il video del ministro israeliano sul coronavirus e gli anziani"

Invervista a David Meghnagi

"La cultura ebraica, non solo per le tragedie di un recente passato, è particolarmente sensibile al problema della perdita improvvisa dei genitori e dei nonni, privati non solo di un funerale ma anche di una tomba". David Meghnagi, docente di psicologia clinica all'Università Roma 3 (dove ha ideato e dirige il Master internazionale di II livello in didattica della Shoah, l'unico in Italia e il primo in Europa), a colloquio con Agi sviscera il concetto di solidarietà tra generazioni contenuto nel messaggio video del ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett.
  Nell'emergenza anti-coronavirus Bennet ha appena invitato ad isolare gli anziani dai giovani ("nulla è più letale di un abbraccio tra nonna e nipote") suggerendo di limitarsi a messaggi via social e alla spesa lasciata fuori dalle loro porte, sicuro anche che gli anziani non dovranno restare isolati per sempre ma potranno uscire quando le altre generazioni avranno sviluppato la cosiddetta immunità di gregge "Buona fortuna, abbiate cura dei vostri nonni e non andategli vicino", conclude il suo messaggio video.

- Anziani a casa e ragazzi fuori per proteggerli, andrà davvero così in Israele?
  La dichiarazione di Bennett non costituisce una decisione governativa. È parte di una discussione che si sta sviluppando in un paese particolarmente attento al rapporto fra le generazioni, dove i nonni sono amati e rispettati, e i figli sono l'unico vero tesoro che i genitori hanno. Personalmente ritengo che la vera emergenza in questo momento è dire ai giovani e agli anziani di non uscire di casa, se non per necessità riconosciute. Ma non basta. Occorre anche saper aggredire il virus, cercandolo con le tecnologie di cui disponiamo, facendo in modo che la gente sia parte responsabile di un'azione rivolta alla protezione di tutti. Procedendo non solo con la quarantena e con la sospensione di attività non necessarie, ma anche con i tamponi e inseguendo dei contagi. In Israele lo si sta facendo, con un modello specifico situato a metà strada tra Oriente e Occidente.
  Quello che deve fare Israele, è di continuare quello che sta già facendo: rafforzare le misure di quarantena, sensibilizzare la popolazione e aggredire il virus più direttamente, con la consapevolezza che lo Stato di diritto è un valore in sé, da conservare e proteggere. Per tutto questo ci dovrà essere uno stretto rapporto tra l'azione delle istituzioni preposte a tale intervento e la vigilanza del Parlamento e della Corte.

- Il ministro della Difesa israeliana ha puntato a responsabilizzare i giovani, in Italia i ragazzi ci hanno messo un po' a capire…
  L'Italia ha dovuto fronteggiare per prima (e dunque non era preparata) la diffusione del virus in Europa, e all'inizio del contagio i media hanno contribuito senza volerlo a diffondere in parte un messaggio che rischiava di favorire per eterogenesi dei fini, l'idea che non essendo toccati in prima persona, i giovani potessero fare come gli pareva. Ma adesso persiste un altro errore…

- Quale?
  Quello di presentare, soprattutto ai giovani, la quarantena come "un sacrificio", e non invece come un atto normale di responsabilità e di cura verso le persone che si amano

- Non si può negare che soprattutto per i ragazzi stare in casa sia un grande sacrificio…
  Personalmente anziché il termine sacrificio avrei preferito si ricorresse a frasi come "Grazie per quello che fate per tutti noi, per la protezione che date ai vostri cari e alle vostre famiglie". Valorizzare gli aspetti positivi di un comportamento, è sempre meglio. Perdere i genitori (in Italia sono mediamente più anziani che nel resto d'Europa) o i nonni non è una passeggiata, ma una perdita incommensurabile, occorre sempre puntare su ciò che lega fra loro le generazioni

- Quanto può influire sulle battaglia sociale contro il Coronavirus il legame tra le generazioni?
  "Un filo a tre punte non si spezza facilmente", lo dice anche il Qoelet. Le tre punte sono le tre generazioni di figli, genitori, nonni, che hanno bisogno l'una dell'altra e che si rafforzano a vicenda. In Israele questo legame è forte. Lo si vede nell'abitudine conservatasi anche tra i più laici e distaccati dalla tradizione, di festeggiare lo Shabbath consumando insieme il pasto serale. Le persone rinsaldano legami importanti, che rendono possibile affrontare le sfide del futuro. In Italia, dove pure la solidarietà generazionale è fortemente presente, con i genitori che aiutano i figli in difficoltà economica, la narrazione dell'emergenza coronavirus deve evitare di mettere in competizione fra loro le generazioni.
  Il rischio che le generazioni più anziane corrono, va richiamato come un atto di responsabilità. È questo il messaggio che dobbiamo fare passare. Il canone biblico si chiude con la speranza che "Il cuore dei padri si avvicinerà a quello dei figli quello dei figli a quello dei padri", un concetto importante e profondo con cui ogni generazione, anzi ogni essere umano deve confrontarsi per potere immaginare e sognare un futuro migliore. In chiave non più distruttiva, dobbiamo introdurre l'idea che essere utili gli altri sia qualcosa può essere una grande gioia.

(Audiopress, 22 marzo 2020)


Emergenza Coronavirus. Goal-19: giovani ebrei romani lanciano una raccolta fondi

di Luca Spizzichino

 
Continua a crescere il triste primato raggiunto dall'Italia, quello del numero di decessi con il coronavirus.
In alcuni ospedali la mancanza di materiale e macchinari sanitari sta mettendo a rischio non solo la vita dei pazienti, ma anche quella dei medici e degli infermieri che devono curare i malati contagiati dal Covid-19.
Sui social networks non sono mancate le campagne per fronteggiare questa pandemia, tra cui Chiara Ferragni e Fedez, che tramite una piattaforma di crowdfunding sono riusciti a raccogliere quasi cinque milioni di euro, destinati all'Ospedale San Raffaele di Milano. Grazie all'enorme successo dei Ferragnez, sono aumentate queste campagne di beneficienza, dalla AS Roma, allo stesso Francesco Totti. Il mondo giovanile ebraico romano, in tal senso, ha sentito la necessità di dover fare qualcosa di utile, è nata così la campagna GOAL-19, lanciata da JewLead, il gruppo nato dalla Commissione Giovani della Comunità Ebraica di Roma, nato con l'intento di innovare l'aggregazione giovanile ebraica della Capitale non solo attraverso l'organizzazione di eventi, ma anche fornendo dirette su Facebook per intrattenere i ragazzi e scongiurare l'uscita da casa dei giovani della comunità romana. GOAL-19 è nata con l'idea di dare il proprio contributo per l'acquisto di materiale sanitario e macchinari per l'Istituto Nazionala Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma.
L'obiettivo che si è posto JewLead è quella di raggiungere 19mila euro da destinare allo Spallanzani, nelle prime ore sono stati raccolti un migliaio di euro, ma la strada è lunga, ed è necessario l'aiuto di tutti.
L'iniziativa è stata fatta tramite il portale di crowdfunding, Gofundme, il primo sito di raccolta fondi al mondo, tutte le informazioni riguardanti questa campagna realizzata dai giovani ebrei romani, la trovate nel seguente link: https://www.gofundme.com/f/GOAL-19.

(Shalom, 22 marzo 2020)


Anp, da stasera 14 giorni di quarantena

In Cisgiordania per tutta la popolazione

Il premier dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Mohammed Shtayyeh ha annunciato misure di emergenza nella lotta al coronavirus in Cisgiordania, tra cui la quarantena forzata per 14 giorni dalle 22 di stasera (ora locale) per tutta la popolazione. "Tutti i cittadini - ha detto citato dalla Wafa - non possono lasciare le loro case da questa sera". Il premier ha spiegato che da questo provvedimento sono esclusi i lavoratori nella sanità, nelle farmacie, nei forni e nei supermercati, ma senza al momento fornire altri dettagli sulla questione. Vietato anche ogni trasporto e movimento tra le varie zone della Cisgiordania. Shtayyeh ha anche spiegato che i palestinesi che lavorano "nelle colonie israeliane non potranno lavorare in questo periodo di emergenza". La polizia e le forze di sicurezza palestinesi - ha concluso - saranno poste a sorveglianza degli accessi e delle uscite di ogni città per vigilare sul rispetto delle direttive.

(ANSA, 22 marzo 2020)



Il mio aiuto viene dall'Eterno

Meditazione sul Salmo 121
    Io alzo gli occhi ai monti...
    Da dove mi verrà l'aiuto?
    Il mio aiuto viene dall'Eterno
    che ha fatto il cielo e la terra.
    Egli non permetterà che il tuo piede vacilli;
    colui che ti protegge non sonnecchierà.
    Ecco, colui che protegge Israele
    non sonnecchierà né dormirà.
    L'Eterno è colui che ti protegge;
    l'Eterno è la tua ombra;
    Egli sta alla tua destra.
    Di giorno il sole non ti colpirà,
    né la luna di notte.
    L'Eterno ti proteggerà da ogni male;
    egli proteggerà l'anima tua.
    L'Eterno proteggerà il tuo uscire e il tuo entrare
    da ora in eterno.
Si va a Gerusalemme. Natanaele si appresta a lasciare la sua casa e il suo villaggio per unirsi alla carovana dei pellegrini che si recano alla santa città. No, non è un viaggio turistico, il loro. Non vanno ad ammirare opere d'arte. Gerusalemme è la città che l'Eterno ha scelto come dimora del suo nome, la città del gran Re, il luogo a cui bisogna salire ogni anno per adorare il Signore e invocare il suo nome nel suo tempio santo. Il viaggio di un ebreo a Gerusalemme ha un valore di parabola: il senso di tutta la sua vita è contenuto nel significato di quel viaggio.
   Natanaele si è rallegrato quando gli hanno detto: "Andiamo alla casa dell'Eterno". Ma adesso, prima di partire, considera i pericoli del viaggio. Che non sia una gita turistica, lo sanno bene anche i nemici di Israele. I pellegrini in cammino verso Gerusalemme proclamano, in modo tacito ma chiaro, la loro fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, Colui che regna su tutti gli uomini e su tutti gli dèi. Ma questo, i nemici di Israele non vogliono sentirselo dire. Il loro odio per la stirpe d'Abramo può trovare una favorevole occasione nella debolezza dei pellegrini che, affaticati dal lungo cammino e dalle durezze del clima, possono facilmente essere colpiti e dispersi. Si vedrà, allora, se è proprio vero che un Dio benevolo e potente protegge Israele.
   Natanaele sa di essere debole, e nella sua debolezza "alza gli occhi ai monti". Sui monti ci sono i santuari delle divinità straniere. Sui monti adorano e ai monti guardano coloro che da quelle divinità sperano di ottenere aiuto e protezione. Natanaele guarda quei monti e si domanda: "Da dove mi verrà l'aiuto?"
   Nessuno risponde al posto suo. Nessuno si attenta a dare manate sulle spalle e a dire generiche parole di rassicurazione del tipo: "Coraggio, vedrai che andrà tutto bene!". E' Natanaele stesso a rispondere: "Il mio aiuto viene dall'Eterno, che ha fatto il cielo e la terra".
   Non è una vaga espressione di ottimismo: è una confessione di fede. Che ci sia un Dio che protegge Israele, è un fatto: nessuna parola o azione d'uomo potrà mai modificarlo; ma per diventare realtà vissuta sulla terra, questo fatto ha bisogno di essere creduto e apertamente dichiarato. Natanaele confessa la sua fede e si pone quindi sotto le ali di "Colui che protegge Israele".
   Solo adesso i suoi fratelli possono farsi avanti e sostenerlo con le loro parole. Non si possono anticipare i tempi; non ci si può sostituire all'altro e avere fede al posto suo; non si può promettere l'aiuto dell'Eterno a chi non spera in Lui; non si possono dare parole di rassicurazione a chi cerca aiuto presso dèi stranieri.
   Natanaele ha dichiarato davanti ai fratelli la sua fiducia nell'Eterno; i fratelli ricordano a Natanaele chi è Colui nel quale egli ha posto la sua fiducia. Poiché la fede è presente, essa può essere fortificata; poiché la speranza è viva, essa può essere ravvivata. A chi ha, sarà dato.
   "Egli non permetterà che il tuo piede vacilli". Non temere dunque, Natanaele: il viaggio sarà lungo e faticoso, ma il tuo piede non cederà. Proseguirai il cammino e arriverai alla meta. Ti sentirai spesso debole e avvertirai un acuto bisogno di aiuto. E ti sembrerà, talvolta, che l'aiuto tarda a venire, come se Colui in cui speri si fosse distratto, addormentato. No, non temere: "Colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà". Egli, che nella sua sovrana decisione d'amore ha scelto di proteggere Israele, proteggerà anche te, che sei del suo popolo. Ricorda la tua confessione di fede: tra tutte le divinità adorate sulle cime dei monti, tu hai scelto l'Eterno, che ha fatto il cielo e la terra. Ricorda dunque: "l'Eterno è colui che ti protegge", l'Eterno, non uno di quei tanti dèi che, non avendo fatto il cielo e la terra, "scompariranno di sulla terra e di sotto il cielo" (Geremia 10:11).
   Anche se non dubiterai di Lui, ti sembrerà talvolta che Dio se ne sta lontano, mentre vorresti saperlo e sentirlo più vicino. Non temere: "L'Eterno è la tua ombra"; e come la tua ombra, non si allontana mai da te. Egli è lì, "alla tua destra": sappilo riconoscere.
   Il sole, con i suoi raggi infocati, non ti arrecherà danno; e neppure la luna, con i suoi influssi dannosi. Né il sole, né la luna, né ogni altra creatura possono sottrarsi al dominio di Colui che ha fatto il cielo e la terra, sotto le cui ali tu hai trovato protezione.
   Non temere dunque: "l'Eterno ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà l'anima tua".
   Sì, ti proteggerà da ogni male. Ma tu imparerai durante il viaggio che cos'è vero bene e vero male. E capirai di essere protetto non da ciò che tu consideri male, ma da ciò che l'Eterno considera male. Egli proteggerà l'anima tua, cioè la tua vita, la tua vera vita, quella che Egli ha pensato per te prima ancora che venissi al mondo, non quella che tu hai in mente e stai tentando affannosamente di costruire.
   Ti proteggerà "nel tuo uscire e nel tuo entrare", in ogni tua impresa, dall'inizio alla fine, in ogni aspetto del tuo multiforme vivere su questa terra. E non lo farà solo per un limitato periodo di tempo, quello che forse interessa te in questo momento: Egli ti proteggerà "da ora in eterno", nei bisogni che riconosci e avverti perché riguardano l'oggi, e in quelli che forse non riconosci e non avverti perché riguardano l'eternità.
   Non temere, Natanaele:
   "L'Eterno è Colui che ti protegge".
M.C.

Shir Lammaalot
Salmo 121


(Notizie su Israele, 22 marzo 2020)

 


Coronavirus in Israele, misure per contenere il contagio: tamponi agli automobilisti.

Continua a salire il numero dei positivi nel Paese. Il governo sta effettuando operazioni di prevenzione come la sanificazione dei luoghi pubblici e controlli, tra cui il cosiddetto "drive through" con tamponi effettuati a bordo della propria vettura.

Continua a salire il numero dei positivi anche in Israele, con oltre 200 casi diagnosticati solo nelle ultime 24 ore.
Per far fronte all'emergenza il governo israeliano sta adottando misure di contenimento e controllo allo scopo di rallentare il contagio.
Tra le misure di controllo c'è il cosiddetto "drive through", che consente di effettuare un tampone dall'interno della propria vettura.
Lo scopo di questa modalità di controllo è innanzitutto quella di garantire la sicurezza nel fase diagnostica e, in secondo luogo, avere una copertura maggiore andando a testare gli eventuali positivi, ma asintomatici.
Equipe di vigili del fuoco, invece, si sono occupate della sanificazione dei luoghi pubblici.
A Tel Aviv sono state disinfettate e sanificate le aree a maggior concentrazione di persone dove il virus potrebbe diffondersi più facilmente.
Il governo israeliano ha varato e sta varando altre misure per far fronte. all'emergenza.
È stato approvato oggi, ad esempio, un provvedimento di emergenza che limita il numero di dipendenti che si possono trovare sul posto di lavoro
Il ministero delle Finanze israeliano ha spiegato che le aziende possono rimanere aperte a patto che rispettivo le direttive del governo.
L'idea del governo è cercare, nel limite delle condizioni attuali e della sicurezza dei cittadini, di mantenere attiva l'economia.
Nei giorni scorsi il ministero della Salute israeliano aveva esortato a chiudere tutto
Ciò che preoccupa il premier Netanyahu sono le eventuali ricadute economiche di una decisione di questo tipo.
Una notizia positiva, ad oggi, è che la Striscia di Gaza non conta ancora alcun caso di contagio.
Anche a Gaza sono state varate misure restrittive per cercare di evitare che il virus arrivi anche in quel territorio.
Le scuole sono chiuse, mentre negli istituti gestiti dall'Onu per i rifugiati palestinesi sono state adottate misure di contenimento come l'utilizzo delle mascherine e la distanza di sicurezza tra le persone.

(tg24.sky.it, 21 marzo 2020)


Israele si sta affidando ai servizi segreti per prevenire l'epidemia di coronavirus

Comprando test da paesi nemici e usando la tecnologia antiterrorismo per individuare i possibili contagiati

 
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una clinica di Ramat Gan
Il governo israeliano, guidato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, sta facendo molto affidamento sui propri servizi segreti per tentare di prevenire l'epidemia da coronavirus nel paese. Netanyahu si è rivolto sia al Mossad che allo Shin Bet, rispettivamente servizio segreto per l'estero e per l'interno, per comprare moltissimi test da paesi con cui Israele non ha rapporti diplomatici e per usare strumenti solitamente impiegati nell'antiterrorismo per sorvegliare i propri cittadini e imporre loro l'isolamento, se ritenuto necessario.
   Finora in Israele le persone risultate positive al test sono state 705, e c'è stato un morto.
Giovedì Netanyahu ha detto che i test per rilevare la positività da coronavirus sono stati acquistati dal Mossad e saranno impiegati su tutto il territorio nazionale con un approccio simile a quello adottato da alcuni paesi asiatici: cercare di fare migliaia di tamponi al giorno, per prevenire l'epidemia e individuare immediatamente i positivi e le persone entrate in contatto con loro.
   Secondo la televisione Channel 13 e il giornale Jerusalem Post, entrambi israeliani, il Mossad avrebbe acquistato circa 100mila test da paesi con cui Israele non ha rapporti diplomatici: l'obiettivo del governo è comprarne diversi milioni. La notizia non è stata confermata da fonti ufficiali, ma come ha scritto il Wall Street Journal non è una cosa rara che il Mossad faccia accordi segreti con paesi avversari, come gli stati arabi del Golfo Persico che non riconoscono Israele.
   L'esercito israeliano ha invece confermato che l'Unità 81, divisione dell'intelligence militare del paese, sta lavorando per rendere utilizzabile anche nei pazienti ricoverati in ospedale un tipo particolare di ventilatore per uso domestico.
   La notizia dell'acquisto dei test per coronavirus è arrivata pochi giorni dopo un altro importante annuncio di Netanyahu. Lo scorso fine settimana, il primo ministro israeliano aveva detto che gli agenti dello Shin Bet, agenzia che solitamente si occupa di antiterrorismo, sarebbero stati impiegati per individuare le persone contagiate dal coronavirus che non avevano dato sufficienti informazioni sui propri spostamenti alle autorità.
   Negli ultimi giorni lo Shin Bet ha iniziato ha usare i dati dei cellulari delle persone infette per identificare tutti quelli che erano entrati in contatto con loro e che potrebbero avere contratto il coronavirus. Le operazioni sono proseguite nonostante le obiezioni di una parte delle opposizioni, che hanno accusato il governo di avere approvato la misura senza passare per il Parlamento e di violare la privacy dei propri cittadini.
   Come risultato di questi primi giorni di sorveglianza, ha detto il ministro della Salute israeliano, mercoledì circa 400 israeliani hanno ricevuto un messaggio che diceva: «Da una ricerca epidemiologica risulta che sei stato vicino a qualcuno infettato dal coronavirus. Devi immediatamente metterti in quarantena per 14 giorni per proteggere i tuoi parenti e il resto della popolazione».
   Il governo israeliano ha introdotto restrizioni piuttosto rigide questa settimana, per esempio riducendo i servizi di trasporto pubblico, obbligando le persone che non possono lavorare a distanza a misurarsi la temperatura prima di uscire di casa, vietando assembramenti con più di dieci persone e imponendo limitazioni agli spostamenti. Secondo documenti ottenuti da Haaretz, comunque, il governo starebbe studiando un rafforzamento significativo delle misure, indicato come "fase 3" (ora Israele è nella "fase 1"): una rigida quarantena a tutti, con pochissime eccezioni, impiegando per i controlli sia la polizia che l'esercito.

(il Post, 21 marzo 2020)


Coronavirus, leader cristiano: Gerusalemme blindata, più paura dell'Intifada

La città santa è svuotata di pellegrini, visitatori e dei suoi stessi abitanti. Cancellate le prenotazioni alberghiere di marzo e aprile. Oltre 500 contagiati, quasi 50mila in quarantena. Il patriarcato studia le misure per svolgere le celebrazioni in sicurezza e secondo la legge. Sobhy Makhoul: il virus unisce "ebrei, cristiani, musulmani, arabi e israeliani". Preghiere e canti a Nazareth.

GERUSALEMME - Il blocco imposto dal governo israeliano per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus "mi fa ricordare l'inizio dell'Intifada, quando tutto era chiuso a Gerusalemme". Oggi, però, "la paura è ancora più forte" perché "non sai da dove arriva il virus e come possa colpire". È quanto racconta ad AsiaNews Sobhy Makhoul, della Chiesa maronita di Gerusalemme e amministratore del Christian Media Center, il quale conferma che "non c'è più niente di aperto: l'aeroporto è chiuso, non entrano più stranieri, solo gli israeliani di ritorno a casa o gli stranieri che hanno la residenza. E all'ingresso vengono sottoposti a quarantena".
   Entro oggi, prosegue il leader cristiano, dovrebbe entrare in vigore "il blocco totale del Paese. In un primo momento la popolazione non ha colto il pericolo. Da qualche giorno, invece, i mass media hanno iniziato a diffondere video dall'Italia per far capire quello che è successo e per sensibilizzare la popolazione, far capire loro che è necessaria la massima serietà".
   A causa dell'emergenza coronavirus, la città santa si è svuotata non solo di pellegrini e visitatori, ma dei suoi stessi abitanti soprattutto da che il governo ha ordinato la chiusura di scuole (comprese quelle cristiane), istituti e università. A questo si aggiunge la cancellazione di tutte le prenotazioni alberghiere per i mesi di marzo e aprile, in un periodo in cui il turismo religioso da tutte le parti del mondo - in concomitanza con la Quaresima e le celebrazioni della Pasqua - è ai massimi livelli.
   Molti ristoranti sono già chiusi, funziona solo il servizio di consegna a domicilio. In molte parti della città santa, fra cui la porta di Damasco, la via Dolorosa e la basilica del Santo Sepolcro sono in atto operazioni di disinfestazione. Il ministero della Sanità ha ordinato la chiusura di palestre, piscine, parchi giochi, zoo e aree ricreative. Lo stato di emergenza non si applica solo per supermercati, farmacie, banche ed enti assistenziali.
   In vista della Settimana Santa mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, conferma che sono allo studio le diverse modalità " di celebrazioni", in un contesto "tutto nuovo, sorprendente anche per noi". La chiusura del Santo Sepolcro, prosegue, "non è un'opzione" ma "dobbiamo trovare il modo di pregare, rispettando la legge". L'idea è di formare due o tre gruppi di massimo 10 persone, separati fra loro "lasciando perdere le tradizionali processioni, per andare all'essenza della celebrazione Eucaristica".
   "Nei primi giorni del blocco - racconta Sobhy Makhoul - le persone andavano al mare. Ma si sono resi ben presto conto che non è una festa, ma una situazione grave e bisogna stare attenti. La paura è che un Paese piccolo come il nostro possa avere pesanti ripercussioni: siamo già a oltre 500 infetti, quasi 50mila in quarantena, anche se sono più di 200mila i rientri dall'estero".
   Il virus, prosegue, "preoccupa ebrei, cristiani e musulmani, ebrei e arabi" perché "è un disastro che incombe sulla testa di tutti" e per una volta "siamo tutti uniti". In una sola settimana sono state fatte 450mila domande per l'indennità di disoccupazione, in un momento in cui l'economia israeliana "andava forte. Questo permette di assorbire meglio le difficoltà". Questo è "un nemico comune per tutti" e "la sanità è stata presa in contropiede, mancano maschere e kit per tamponi. Nessuno immaginava ne servissero in grande quantità".
   Le chiese di Gerusalemme invitano i fedeli a seguire le funzioni sui social o in televisione, sono proibiti i matrimoni e ai funerali partecipano solo i parenti stretti. La polizia vigila per le strade, facendo osservare la distanza fra persone e le norme di prevenzione. "I supermercati - racconta il leader cristiano - sono in gran parte svuotati, malgrado il governo abbia assicurato che vi sono riserve sufficienti per sei mesi. Ma la gente ha paura".
   La stretta durerà almeno fino alla Pasqua ebraica, dopo il 16 aprile, ma la speranza è che si possano trovare cure adeguate, anche se al momento non vi sono prospettive certe e anche le voci di uno studio israeliano sul vaccino "non hanno nulla di concreto al momento". Intanto i cristiani pregano: ieri a Nazareth, conclude, "un sacerdote ha tenuto una preghiera nella piazza e le persone si sono unite cantando dai loro balconi".

(AsiaNews, 21 marzo 2020)


La grande solitudine dello Shabbat senza sinagoghe

Il mondo ebraico si è in una situazione senza precedenti: Shabbat senza servizi, amici e parenti, i rabbini di tutto il mondo hanno ordinato la chiusura delle sinagoghe delle loro comunità a causa della continua diffusione del coronavirus.

di Yair Shalom

 
Operatori sanitari disinfettano la Grande Sinagoga di Tel Aviv
Il rabbino capo britannico Ephraim Mirvis ha ordinato la chiusura di tutte le sinagoghe."Questi tempi straordinari ci invitano a prendere misure straordinarie", ha detto Mirvis in una lettera.
Il Consiglio comunale ebraico del Marocco, Conseil des Communautés Israélites du Maroc (CCIM), ha inviato linee guida simili alle sue comunità, esortando a "sospendere le preghiere nelle sinagoghe fino a nuovo avviso".
Il Consiglio rabbinico di Australia e Nuova Zelanda (RCANZ) ha chiuso le sinagoghe di entrambi i paesi, definendolo un "dovere biblico".
Il rabbino capo Yitzhak Haliva della Turchia ha chiesto la chiusura di tutte le sinagoghe del paese. "Non dobbiamo dimenticare che le precauzioni che prendiamo", ha detto Haliva, "sono pensate per far fronte al sempre più strisciante e prossimo rischio per la salute e non per peggiorarlo. Abbiamo temporaneamente sospeso tutte le preghiere e gli incontri".,
I leader di Chabad a Brooklyn hanno deciso di chiudere la più grande casa di preghiera del movimento al 770 Eastern Parkway, noto anche come "770".
Il consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Avi Berkowitz, ha tenuto una conferenza telefonica urgente con i leader ultra-ortodossi in America, esortandoli seriamente alle restrizioni e alle linee guida. Berkowitz ha chiesto la chiusura di tutti gli yeshiva e la salvaguardia dei bambini.
A seguito dell'incontro, il capo del Satmar Rebbe Zalman Teitelbaum ha ordinato la chiusura di tutte le scuole e gli istituti di apprendimento della comunità fino a domenica prossima, quando avrà luogo una nuova valutazione.

(Italia Israele Today, 21 marzo 2020)


Coronavirus: in Israele 28 nuovi contagiati, il totale sale a 705 persone

GERUSALEMME - E' salito a 705 contagiati il bilancio della diffusione del nuovo coronavirus in Israele. Lo ha annunciato il ministero della Salute, facendo sapere che nelle ultime 24 ore si sono registrati 28 nuovi casi. Dieci persone che hanno contratto il Sars-Cov-2 sono in condizioni gravi, 18 in condizioni moderate, 15 sono state ricoverate e i restanti hanno lievi sintomi. Dopo la chiusura dei confini e il divieto di ingresso ai cittadini non residenti nel paese, ieri sera il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato l'inasprimento delle misure di quarantena in seguito alla diffusione di nuove infezioni da coronavirus e ora ha ordinato ai suoi cittadini di restare a casa. "Ho firmato diversi decreti di emergenza. Entreranno in vigore a partire da stasera. Tra queste vi è una restrizione al movimento. Voi, cittadini di Israele, siete tenuti a rimanere a casa. Questa non è una richiesta, non una raccomandazione, è un obbligo vincolante. So che sarà difficile, ma mi aspetto una collaborazione da parte vostra. Si tratta di salvare vite umane ", ha dichiarato Netanyahu in un messaggio alla nazione. "Tutti resteranno a casa tranne quelli il cui lavoro è consentito in situazioni di emergenza", ha sottolineato il premier israeliano.

(Agenzia Nova, 20 marzo 2020)


"Ognuno di voi può fare la differenza contro il Coronavirus"

Il messaggio dell'IDF agli israeliani


di Paolo Castellano

Il capo di stato maggiore israeliano Aviv Kochavi
Come sta succedendo in altri paesi del mondo, anche Israele sta affrontando l'emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Covid-19. Per impedire la propagazione del virus è fondamentale responsabilizzare i cittadini per fermare il prima possibile la crescita dei casi di Coronavirus.
  In questo senso, il 16 marzo l'IDF (l'esercito israeliano) ha pubblicato un video su Youtube appellandosi alla responsabilità del popolo israeliano per gestire al meglio l'emergenza Covid-19 che sta coinvolgendo Israele e tutta la Regione mediorientale.
  Nel video il capo di stato maggiore israeliano Aviv Kochavi illustra le linee guida da seguire per affrontare il Coronavirus. Durante il suo discorso, Kochavi spiega che il virus può fare gravi danni alla società d'Israele se non si adotteranno i giusti comportamenti sanitari come il lavarsi le mani, mantenere le distanze di sicurezza e non frequentare posti eccessivamente affollati.
  «L'intera nazione si sta mobilitando e l'IDF sta già aiutando laddove sia possibile e necessario», ha detto il capo di stato maggiore. «Ognuno di voi può fare la differenza». Kochavi termina infine il suo breve appello con una battuta, invitando gli spettatori a utilizzare il saluto militare al posto della stretta di mano.

 Terrorismo in calo con il Covid-19
  Come riporta Israel National News, le fonti militari israeliane hanno dichiarato che c'è stata una significativa riduzione delle attività terroristiche nei confronti dello Stato ebraico. L'analisi è stata rilasciata il 16 marzo dal portavoce dell'IDF, il generale di brigata Hadi Zilberman.
  «La pandemia di Coronavirus sta colpendo i paesi della Regione. C'è un calo delle attività ostili contro Israele. Queste nazioni sono state colpite duramente dalla pandemia e di conseguenza stanno riducendo le loro attività terroristiche», ha sottolineato il generale Zilberman.
  Inoltre, l'IDF ha fatto sapere di aver sospeso temporaneamente tutte le licenze di un mese per i soldati regolari che operano nelle basi segrete. Finora l'IDF ha messo in quarantena circa 3700 militari e funzionari, compresi alcuni colonnelli e un maggior generale.

(Bet Magazine Mosaico, 20 marzo 2020)



La linea dura di Israele. Contro l'epidemia come contro il terrorismo

Il premier Netanyahu ha utilizzato i mezzi dei servizi segreti per rintracciare i contagi.

di Roberto Bongiorni

Uno Stato efficiente, un modello per tutti gli altri Paesi, oppure un Governo che sta minando i principi dello Stato di diritto, nella fattispecie la privacy dei suoi cittadini?
   Al contrario degli atteggiamenti tentennanti, e dei comportamenti contraddittori di diversi Paesi europei, al Governo israeliano va riconosciuto un merito: aver preso sul serio la minaccia del coronavirus quando ancora il Paese non ne vedeva che pochissimi casi, ed avere agito subito con azioni concrete, tra cui severe quarantene e divieti agli ingressi di stranieri provenienti dai Paesi a rischio.
   Primo Paese al mondo per rapporto tra abitanti e numero di start up, Israele ha inoltre deciso di ricorrere al suo primato tecnologico nel tentativo di arginare il diffondersi del virus. Una strategia che sembra avergli dato ragione (finora i contagi sono stati contenuti e non sono stati registrati decessi), anche se negli ultimi giorni i contagi hanno evidenziato un'accelerazione. Ieri sono cresciuti di 100 unità raggiungendo i 529 casi. Per far fronte ad un nemico invisibile, il premier uscente - ma ancora in carica - Benjamin Netanyahu ha deciso di chiudere i Tribunali, rinviando gran parte delle cause a maggio, ed utilizzare in parte i mezzi dei servizi segreti interni (il noto Shin Bet) nella guerra al terrorismo al fine di tracciare le persone potenzialmente contagiate. E così lunedì il Governo - ad interim - ha dato il via libera alle nuove misure di emergenza, evitando di passare dal Parlamento (la cui sospensione, fino a lunedì prossimo, ha suscitato aspre polemiche tra partiti rivali).
   Tra le misure di emergenza spicca quella che consente alla polizia di tracciare i cellulari dei cittadini contagiati senza la necessità di un ordine di un tribunale. I dati sono poi utilizzati per informare le persone che potrebbero essere venute a contatto con un contagiato, anche per 15 minuti, e per far rispettare gli ordini di quarantena.
   Le ultime decisioni di Netanyahu, soprattutto la chiusura di Tribunali e la sospensione del Parlamento, sono state duramente criticate dai suoi rivali. Anche perché a beneficiarne è direttamente il premier, che pochi giorni fa doveva affrontare la prima udienza in tribunale per tre casi di corruzione. E che in Parlamento, dopo le lezioni del 2 marzo, non avrebbe più la maggioranza.
   Ora gli israeliani si domandano qual è il confine tra sicurezza e violazione della privacy. Nadav Argaman, il direttore dello Shin Bet, ha reso noto di aver risposto alle richieste precise di professionisti del ministero della Salute, aggiungendo che i dati saranno utilizzati solo per motivi sanitari.
   Lo Shin Bet non è stato il solo servizio di intelligence ad esser stato chiamato in causa da Netanyahu. Per fronteggiare la carenza di test per individuare il Covid-19, mercoledì notte gli agenti del Mossad sarebbero riusciti ad introdurre in Israele 100 mila kit. Si sarebbe trattato di un'operazione di acquisto molto delicata. Da Paesi che non avrebbero relazioni con Israele (quindi, probabilmente Paesi arabi del Golfo), ha fatto sapere la Tv Channel 13.
   L'operazione, però, non sarebbe andata a buon fine.
   Non completamente. Itamar Gratto, vicedirettore generale del ministero della Salute, ha precisato che i kit non contenevano le attrezzature di cui i funzionari medici avevano più bisogno: i tamponi. Altre fonti hanno invece precisato che a mancare sarebbero i liquidi reagenti per condurre il test. Il Ministero della Salute ha poi reso noto che sta valutando se il materiale fornito non sia scaduto e sia adatto all'uso. Dichiarazioni che non mettono in buona luce le nuove iniziative del Governo. Il quale ha assicurato che saranno recuperate le parti richieste o mancanti. Saranno ancora chiamati in causa gli agenti del Mossad? I migliori del mondo quando si tratta di individuare e annientare pericolosi terroristi, senza concorrenti quando c'è da sorvegliare e spiare, i servizi segreti si sono rivelati meno efficienti quando si è trattato di atipiche operazioni di business sanitario oltrefrontiera.

(Il Sole 24 Ore, 20 marzo 2020)


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Cellulari tracciati, app per tutti. Tecnologia per fermare il virus

L'esempio di Cina, Sud Corea e Israele. Sui telefonini messaggi avvertono: «C'è un positivo nelle vicinanze».

di Manuela Gatti

Nel tentativo di contenere l'epidemia da coronavirus, Regione Lombardia ha iniziato a tracciare gli spostamenti dei suoi 10 milioni di cittadini. La notizia, diffusa dalla giunta regionale, è stata accompagnata da una rassicurazione: i dati raccolti grazie alla collaborazione con le principali compagnie telefoniche sono in forma aggregata e anonima. Servono a visualizzare i flussi di persone, non a monitorare i singoli.
   Nel resto del mondo, però, non mancano i Paesi che nella lotta al virus stanno impiegando sistemi di sorveglianza invasivi, mettendo a rischio il delicato equilibrio tra privacy e diritto alla salute. L'ultimo è il caso di Israele, dove nel fine settimana il premier ad interim Benjamin Netanyahu ha dato il via libera allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, per tracciare i cellulari, attraverso una tecnologia utilizzata finora dall'antiterrorismo. L'obiettivo è monitorare i movimenti e i contatti sociali dei contagiati e dei presunti tali. I primi messaggi, firmati dal ministero della Salute, sono già partiti: i destinatari vengono avvertiti via sms di essersi trovati vicino a una persona positiva (senza riferirne il nome) in una certa data, e vengono invitati a mettersi immediatamente in quarantena per 14 giorni. La modalità non ha però convinto tutti: due Ong hanno fatto ricorso alla Corte suprema denunciando non solo una presunta lesione dei diritti civili dei cittadini, monitorati senza consenso, ma anche il fatto che il provvedimento sia stato approvato dal governo con una procedura d'emergenza senza passare dal Parlamento.
   Uno degli esperimenti su più larga scala è quello della Corea del Sud, all'inizio dell'emergenza il secondo Paese per contagi dopo la Cina. Le autorità di Seul hanno cominciato a tenere traccia degli spostamenti delle persone affette da Covid-19 attraverso quanto avevano a disposizione: il Gps del telefono, i pagamenti con carta di credito, le telecamere di sicurezza. Le informazioni dettagliate sui luoghi visitati dai contagiati, per esempio un bar o un hotel, vengono pubblicate su un portale apposito e inviate anche via sms agli abitanti della zona. Come ha ricostruito il Washington Post, lo scorso 20 febbraio nella città di Daejeon oltre un milione di cellulari hanno ricevuto contemporaneamente lo stesso avviso in cui si spiegava che una persona positiva al coronavirus aveva visitato un certo karaoke nel quartiere di Jayang-dong alla mezzanotte. Un aspetto controverso della vicenda è il fatto che questi dati vengano integrati con l'età e il sesso del diretto interessato.
   È quanto accade, in scala più piccola, anche a Singapore, dove le autorità locali hanno messo online un sito in cui vengono elencati età, sesso, occupazione e ultimi luoghi visitati dai pazienti affetti dalla patologia. Chi ha invece fatto subito marcia indietro è l'Iran, che a inizio marzo aveva invitato i connazionali a scaricare un' app che avrebbe dovuto aiutarli a capire se fossero o meno a rischio contagio: sollevati alcuni dubbi in fatto di privacy, I'app è stata ritirata e il ministro della Salute l'ha sconfessata.
   Ancora diverso è il caso della Cina, dove la popolazione ha già familiarità con i sistemi di sorveglianza di massa. Tuttavia ha fatto parlare di sé il software sviluppato da una controllata del gigante dell'e-commerce Alibaba insieme al regime di Pechino: a seconda della probabilità di essere stato infettato, il sistema assegna a ciascun cittadino un colore - verde, giallo o rosso - che ne determina la libertà di movimento e la necessità di mettersi in autoquarantena.
   A Occidente si guarda a metodi più soft, non solo in Lombardia. Negli Stati Uniti la Casa Bianca e i suoi esperti sanitari si stanno confrontando, tra gli altri, con Google e Facebook sulla possibilità di usare la geolocalizzazione degli smartphone per mappare l'epidemia e verificare se siano mantenute le distanze di sicurezza. Le informazioni, come nel caso lombardo, sarebbero aggregate e anonime.

(il Giornale, 20 marzo 2020)


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La privacy? meglio restare vivi

di Fiamma Nirenstein

E' molto difficile misurare sulla maledetta bilancia del coronavirus i due pesi del pericolo di vita e del pericolo per il sistema di vita che abbiamo costruito nei secoli e che si chiama democrazia. Un sistema che ha mostrato sovente limiti importanti, ma che adesso si presenta ai minimi termini, tant'è vero (peccato, ma siamo contenti per i cinesi) che l'unico Paese in cui il morbo dà tregua è la Cina, una dittatura spietata. Adesso diamo evidenti segnali di ammirazione per la sua abilità, come all'inizio e nel mezzo dell'espansione del morbo si è resa evidente la nostra soggezione. Sarebbe ora inutile negare che la segregazione e la violazione di tutti i diritti, fra cui quello della privacy, abbiano contribuito alla ripresa cinese.
   Per quello che ci riguarda, per ora Israele e il Sud Corea hanno messo in funzione misure draconiane di controllo degli spostamenti dei malati, e quasi tutti i Paesi occidentali, compresi l'Italia, la Germania, la Francia il Belgio prendono la stessa strada. Le proteste, le perorazioni perché queste misure di controllo siano lievi e definite del tempo sono molto comuni, ieri il garante della privacy Antonello Soro faceva il suo mestiere chiedendo su Huffington Post che il controllo sia «compatibile coi principi democratici» e saggiamente suggeriva che «i diritti possono subire limitazioni anche incisivi» purché, si capisce, «siano proporzionali». In Israele si va meno per il sottile e l'opposizione a Netanyahu suggerisce che egli abbia come scopo di imporre una dittatura e che la democrazia non sarà mai più restaurata. A ognuno le sue teorie della cospirazione.
   La verità è che l'intero sistema globale è stato sfidato da scelte affannose, tardive, a seconda delle politiche del luogo. Una crisi così enorme, che avrebbe dovuto essere il banco di prova del sistema globale su cui in tanti hanno strologato e fantasticato, ha messo in crisi le fondamenta di tutte le nostre teorie: non è forse una crisi verticale della democrazia quella per cui i cittadini non si possono più incontrare, non possono deliberare riunendosi, non è la fine dell'agorà originaria, delle mille invenzioni per cui le categorie, i gruppi, le manifestazioni, possono, oltre alla votazione online in stile Cinque Stelle, ai comunicati, anche scambiare opinioni, confidenze, congiurare, svelare...
Ci doveva essere il punto interrogativo? E se no, che vuol dire?

   La democrazia è questo. E non si pensi che i social media siano un mezzo sostitutivo: non possiedono le qualità di mediazione e di umanità necessarie. La privacy in tutto questo è uno degli elementi di riflessione fra i più facili, ma mentre dobbiamo ridefinire i limiti e i pregi delle nostre democrazie che hanno fallito nel proteggerci la vita, non si sa che farsene.
   Nell'ebraismo c'è una ragione riconosciuta per violare lo Shabbat, ed è il Pikuach Nefesh, il pericolo di vita. Anche chi non è religioso ne riconosce la saggezza. La risposta più logica oggi è: sì, violiamo la privacy e salviamo la vita. Violiamo la complessità barocca dei sistemi di regolazione, la complessità su cui lo Stato moderno nella sua complessità si basa. Gli Stati sono cresciuti all'impazzata, l'Unione europea li ha arricchiti di complicazioni. Oggi una famiglia o una persona sola si trova ridotta nello spazio domestico che è stato negli anni svuotato di significato a favore di un Leviatano tutto da rileggere, compresa la privacy quando diventa alternativa alla vita.

(il Giornale, 20 marzo 2020)


“E’ meglio un pedinato vivo che un democratico morto”, sembra essere il succo dell’articolo. Ma a parte questo, il resto è piuttosto confuso. M.C.


Peste 1630 - Coronavirus 2020. Allora come oggi stessa strategia: separazione sociale

di Piero Di Nepi

Gli ebrei romani la memoria del "contenimento" e del confinamento in spazi ristretti e delimitati, sottoposti al controllo delle guardie del papa re durante i 315 anni dei cancelli del ghetto, la portano stampata nel DNA. La modernità l'aveva scalfita, i giovani sono stati costretti a misurarsi di nuovo con la sicurezza degli spazi sorvegliati dopo i fatti del 1982. Il virus non ci spaventa neanche un po', siamo abituati alle emergenze. Non paragonabili per giunta a quella che hanno vissuto i nostri genitori e i nostri nonni e bisnonni tra il 1938 e il 1944. Ma la nostra è una comunità che vive di commercio medio e piccolo, che conserva i banchi del commercio ambulante, che ancora si batte per difendere la tradizione degli urtisti e dei cosiddetti ricordari. Che ha bisogno del turismo e dei viaggi di milioni di visitatori nella nostra seconda città eterna (la prima è Gerusalemme). Che vede gli abbienti -non molti in verità - aver convertito in case vacanza il proprio patrimonio immobiliare. Usciremo impoveriti da Covid19, sia come singoli che come Keillà.
   La Deputazione di Assistenza operava, infatti, con sacrificio e dedizione al limite delle proprie possibilità. Non illudiamoci, occorrerà molto tempo per tornare alle difficoltà già scontate e ben conosciute.
   Tuttavia non è di questo che intendo scrivere, quanto piuttosto della eterna coazione a ripetere che caratterizza le società umane, anche al tempo di internet. Esattamente come accade nelle famiglie, nella società l'insorgere di una malattia grave - epidemia, pandemia, o quel che volete - mette a nudo la natura vera e profonda dei rapporti, talora li smaschera, rivela conflitti come anche incoraggia riavvicinamenti insospettabili e gesti di eroismo altruistico.
   La grande letteratura ha fatto delle pestilenze la chiave d'interpretazione e descrizione dei comportamenti estremi, quelli abietti e quelli sublimi. Tucidide, Lucrezio, Virgilio (nelle Georgiche, con la morìa degli animali), Boccaccio, Defoe sono i grandi classici. Sempre citati, e ben conosciuti. Restiamo nella modernità, o meglio agli albori di essa: e dunque, inevitabilmente, Alessandro Manzoni. Ma c'è anche un insospettabile, e cioè Giacomo Leopardi. Il colera del 1836-1837 fu devastante nello Stato della Chiesa e soprattutto nel Regno di Napoli. In Sicilia si verificarono disordini gravissimi. Leopardi morì nell'estate del 1837. "Triste necessità…mi hanno trattenuto di giorno in giorno…fino alla più trista di tutte ch'è il cholèra, scoppiato prima nelle provincie del Regno e poi nella capitale." (da Napoli al padre Monaldo, 30 ottobre 1836). "L'assoluta mancanza di ogni riscontro…fino a oggi che dalla posta mi vengono 7 lettere…La confusione causata dal cholèra e la morte di 3 impiegati alla posta, potranno forse spiegarle questo ritardo."(a Monaldo, 11 dicembre 1836). "Intanto le comunicazioni col nostro Stato non sono riaperte…Anzi in questi ultimi giorni tali casi paiono moltiplicati, e più e più medici predicono il ritorno del contagio in primavera o in estate… (a Monaldo in Recanati, ancora da Napoli, 9 marzo 1837).
   Il grande classico è naturalmente Alessandro Manzoni. L'epidemia del 1630 si diffuse in tutte l'Europa continentale con gli eserciti assoldati per la Guerra dei trent'anni. "La peste…nel milanese, c'era entrata per davvero, come è noto…". "Arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e provvedere…presero in fretta e furia quelle misure che parver loro migliori; e se ne tornarono con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso". "Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo…Fu un sodato italiano al servizio di Spagna…" (paziente zero, si direbbe oggi). Il Protofisico Ludovico Settala è il medico più esperto, il più autorevole consulente del Tribunale della Sanità. Chiede misure che noi potremmo definire estreme, fin dall'inizio. "Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste…". All'arcivescovo cardinale Federigo Borromeo si chiede invece di far portare in processione solenne e poi esporre in Duomo la cassa dove erano conservate le reliquie di San Carlo. Il cardinale si oppone, intuisce che il contagio è favorito dagli assembramenti. Infine è costretto a cedere. E naturalmente "le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città…". (I Promessi Sposi, capitoli 36 e 37).
   Altre citazioni sarebbero non solo superflue, ma deprimenti. Per inciso, si deve notare e ricordare che la riapertura immediata del vecchio lazzaretto proprio in città, fuori Porta Orientale, fu cosa forse necessaria; però alla fine si rivelò controproducente.
   Di fronte a una malattia non curabile con i mezzi del nostro tempo, le strategie che mettiamo in campo sono esattamente uguali a quelle descritte nei Promessi Sposi per la peste di Milano del 1630. Non c'era e non c'è bisogno di riconoscere e sequenziare il DNA di virus e batteri. Basta sapere che la malattia passa da persona a persona, per contagio di prossimità. La prendono tutti, o quasi. Qualcuno sviluppa sintomi lievi, o nessun sintomo: a chi la tocca, la tocca. Dunque: negazione iniziale, caccia agli untori, cerimonie religiose, contenimento, autoreclusione dei sani nelle case, isolamento finale dei malati.
   La peste politica del secolo passato si è chiamata nazifascismo, e tanto per metafora - con Albert Camus - quanto per spietato realismo - con Primo Levi - ne è stata consegnata alla storia una testimonianza destinata a durare "finché il sole risplenderà su le sciagure umane" (Foscolo, I Sepolcri). Questa è un'altra storia, ma solo in apparenza: finito Covid19 il potere presenterà il conto. Saremo noi tutti a dover decidere chi, come, quanto si dovrà pagare. Ma il conto sarà molto salato, in ogni caso.

(Shalom, 20 marzo 2020)


Che la lezione serva

di Maria Rita Gismondo
Direttore microbiologia clinica e virologia del "Sacco" di Milano

Adesso che i buoi sono scappati, i politici passano la parola alla scienza, come colpiti da un fulmine improvviso. Sconosciuto sì, imprevisto no. Sono anni che sapevamo che sarebbe arrivata, la pandemia. Ci siamo riuniti decine di volte. Già nel dicembre del 2017 a Lione si è tenuto il meeting dei responsabili degli High Containment Laboratories (laboratori BSL4, di massimo livello di sicurezza). Abbiamo discusso e fatto simulazioni di lavoro. Ci siamo incontrati a Roma, durante il G7 e poi a New York per un piano di accesso globale alla salute all'Onu. Tutti sapevamo e sapevano. Ma mentre noi tecnici cercavamo di ottimizzare la risposta a un evento sconosciuto ma atteso, l'economia mondiale imponeva tagli alle spese sanitarie. Si è inseguita la politica dei tagli dei posti letto. Il paziente si cura a casa, in ospedale bisogna rimanerci lo stretto necessario. Ma non ha un senso che un ospedale pubblico non assicuri una risposta a un evento straordinario ma, ripeto, previsto. L'ultima pandemia si è verificata nel 2009, influenza suina. Modelli matematici ci avvisano che ogni 10, massimo 15 anni avremo una nuova emergenza. Sorge una domanda banale. Come si fa a pensare di rispondere a un evento infettivo grave senza un numero di stanze in isolamento e in rianimazione superiore alla richiesta routinaria? Non si possono lasciare centinaia di stanze vuote, ma si possono creare camere convertibili. I nuovi ospedali italiani non hanno alcuna progettualità del genere. Si parla di camere di degenza che, all'occorrenza, si trasformano in camere di isolamento. Non è impossibile. È una realtà. Chiedete cosa hanno fatto in Israele.

(il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2020)


Israele aiuta i palestinesi nella lotta contro il coronavirus e gli arabi li tradiscono

I palestinesi che vivono in Libano sono preoccupati che le autorità libanesi possano usare il coronavirus come un pretesto per rafforzare ulteriormente le restrizioni ai campi profughi, dopo che Samir Geagea, un eminente politico libanese, ha chiesto la chiusura immediata dei 12 campi profughi palestinesi del suo Paese.

di Khaled Abu Toameh*

Mentre Israele lavora alacremente per contrastare la diffusione del coronavirus tra i palestinesi, i Paesi arabi sembrano fare del loro meglio quando si tratta di aiutare i loro fratelli palestinesi, ossia non fanno assolutamente nulla.
   Nei giorni scorsi, le autorità israeliane hanno consegnato all'Autorità Palestinese, che governa in Cisgiordania, 200 kit di test del Covid-19. Per di più, team di professionisti israeliani e palestinesi lavorano insieme per arrestare il contagio del virus.
   Le autorità israeliane hanno altresì consegnato altri 200 kit di test a Hamas, al potere nella Striscia di Gaza, nonostante le migliaia di razzi e di aerostati esplosivi e incendiari lanciati verso Israele.
   Inoltre, le autorità israeliane hanno disposto il trasferimento di 20 tonnellate di materiale disinfettante dagli impianti israeliani a quelli palestinesi. Il materiale include cloro e perossido di idrogeno, sostanze impiegate per la disinfezione, la preservazione dell'igiene e la sanificazione. Questo materiale viene utilizzato per la pulizia delle superfici in spazi aperti e aiuta a pulire le aree chiuse, tra cui moschee e chiese.
   Va rilevato che l'Egitto, che condivide un confine con la Striscia di Gaza, non ha inviato alcun kit di test del coronavirus né materiale disinfettante ai palestinesi che vivono lì.
   Intanto, i palestinesi che risiedono in Libano sono preoccupati che le autorità libanesi possano usare il coronavirus come un pretesto per rafforzare ulteriormente le restrizioni ai campi profughi.
   Samir Geagea, un politico libanese e presidente delle Forze libanesi, un partito politico cristiano antipalestinese, è stato fortemente criticato per aver chiesto la chiusura immediata dei 12 campi profughi del suo Paese.
   Secondo l'UNRWA, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi, nel gennaio del 2019, in Libano c'erano 475.075 profughi palestinesi. "I palestinesi in Libano non godono di molti diritti importanti", ha rilevato l'agenzia dell'ONU.
   "Sono esclusi da ben 39 professioni e non hanno il diritto di possedere proprietà [immobiliari]. Poiché non sono formalmente cittadini di un altro Stato, i rifugiati palestinesi non sono in grado di rivendicare gli stessi diritti di altri stranieri che vivono e lavorano in Libano. Il conflitto in Siria ha costretto molti palestinesi della Siria a fuggire in Libano in cerca di sicurezza. Quasi 29 mila di loro stanno ricevendo assistenza nel Paese da parte dell'UNRWA, sotto forma di aiuti finanziari, istruzione, assistenza sanitaria e protezione".
   In Libano, ai profughi palestinesi è negato l'accesso a numerose professioni, tra le quali medicina, legge e ingegneria.
   "Dopo oltre settant'anni, il Libano continua a essere il Paese in cui i profughi palestinesi soffrono di più e sono privati di molti dei loro diritti economici e umani, incluso quello di svolgere la propria attività in determinati settori; hanno complicazioni procedurali a ottenere permessi lavorativi e si vedono negare il diritto alla proprietà", ha dichiarato Mohsen Saleh, direttore generale del Zaitouna Center for Studies di Beirut.
   "Le continue restrizioni imposte ai profughi palestinesi, che negano loro il diritto al lavoro, portano a sentimenti di ingiustizia e di oppressione. Ciò li lascia aperti all'estremismo e ai problemi sociali. Possono essere sfruttati, danneggiando il Libano, la sua sicurezza e la relativa stabilità. Pertanto, consentire ai profughi palestinesi di lavorare in condizioni dignitose è un imperativo politico, di sicurezza e sociale per il Libano, nonché un'esigenza economica".
   I palestinesi sono ora preoccupati che, oltre alle misure discriminatorie e di apartheid, le autorità libanesi possano confinarli nei loro campi profughi con il pretesto di combattere il coronavirus. Sono preoccupati che la pretesa "razzista" di Geagea di imporre la chiusura dei loro campi aggraverebbe notevolmente le condizioni umanitarie e sanitarie dei palestinesi.
   Tayseer Khaled, dirigente di spicco del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), ha definito la proposta di Geagea "razzista e inaccettabile". L'idea di imporre la chiusura dei campi profughi, egli ha detto, "è in violazione dei diritti e dei valori umani".
   Un'altra fazione dell'OLP, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), ha replicato asserendo che "devono essere messe in isolamento le menti razziste e non i campi profughi".
   Secondo l'attivista palestinese per i diritti umani, Mohammed al-Shuli, nella guerra al coronavirus non dovrebbero esserci discriminazioni tra libanesi e palestinesi. Al-Shuli ha rilevato che le autorità libanesi non hanno imposto alcun blocco a nessuna città o villaggio libanese né hanno vietato ai loro cittadini di uscire di casa.
   "La dichiarazione di Geagea non è una misura politica rivolta solo ai palestinesi", ha commentato l'attivista palestinese. "Nei campi profughi, non è stato registrato nessun caso di coronavirus e i palestinesi non si oppongono alle misure precauzionali. Non occorrono tali dichiarazioni estremiste".
   Anche un gruppo chiamato l'Alleanza delle Fazioni palestinesi in Libano ha condannato come "razzista" la proposta del politico libanese. "Questa epidemia globale colpisce Paesi e comunità, e speculare su questo a spese dei profughi palestinesi e del loro diritto alla vita è riprovevole e inaccettabile", ha scritto il gruppo in una nota diffusa. "La richiesta rispecchia la mentalità oscura del politico libanese".
   Mentre i palestinesi hanno espresso preoccupazione per le leggi discriminatorie e di apartheid del Libano, Assad Abu Khalil, un altro professore americano di origine libanese presso la California State University, Stanislaus se n'è uscito con un'altra calunnia del sangue contro Israele: l'unico Paese che sta aiutando i palestinesi nella guerra al coronavirus. L'8 marzo, il docente ha twittato: "Israele - ne sono certo - attiverà differenti procedure sanitarie per gli ebrei e i non ebrei. I non ebrei saranno messi in prigioni di massa".
   Il docente libanese, il quale afferma di essere "pro-palestinese", non sembra preoccupato delle severe restrizioni imposte ai palestinesi dal suo Paese: il Libano. Né sembra infastidito del fatto che un funzionario libanese (e non israeliano) sia quello che di fatto chiede di mettere i palestinesi in "prigioni di massa".
   Appare evidente che sarebbe imprudente per i palestinesi nutrire qualsiasi illusione che Libano, Egitto o la maggior parte dei Paesi arabi verrebbero loro in aiuto, in particolar modo alla luce della pandemia di coronavirus. Il Libano discrimina i palestinesi da decenni e difficilmente sembra che cambierà la propria politica solo a causa di un virus.
   L'Egitto, da parte sua, ha da tempo abbandonato i palestinesi, sigillando il suo confine con la Striscia di Gaza. I libanesi, gli egiziani e la maggior parte degli arabi considerano i palestinesi come un problema di Israele. Quando l'attuale crisi del virus sarà superata, si spera che i palestinesi ricorderanno che solo un Paese è intervenuto in loro soccorso: Israele. Potrebbero anche ricordare che i loro fratelli arabi li hanno traditi non per la prima volta e di certo non per l'ultima.

* Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme. È Shillman Journalism Fellow al Gatestone Institute.

(Gatestone Institute, 18 marzo 2020 - trad. di Angelita La Spada)



Israele, tutti sorvegliati attraverso lo smartphone

Monitoraggio di massa contro il virus

di Marta 0liveri

In Israele, Shin Bet, l'agenzia di intelligence per gli affari interni, potrà utilizzare i dati ricavati dai telefoni cellulari per rintracciare le persone contagiate che non hanno dato sufficienti informazioni sui propri spostamenti senza avere bisogno dell'autorizzazione della giustizia. Potranno verificare con chi sono venuti in contatto prima o dopo essere stati contagiati. E quello che è successo prima e dopo, secondo quanto ha riportato Le Monde.
   Il premier Benjamin Netanyahu ha autorizzato l'uso di metodi di sorveglianza elettronica di massa che di solito vengono riservati alla lotta contro il terrorismo. Questa volta, però, l'obiettivo è il tentativo di contenere l'epidemia di Covid-19. L'analisi di questi dati dovrà essere trasmessa al ministero della salute che dovrà avvisare, con un messaggio sms, le persone che potrebbero essere state contagiate, chiedendo loro di mettersi in quarantena a casa.
   L'iniziativa di Netanyahu è stata criticata dall'opposizione di sinistra, dai giuristi e dalle organizzazioni di difesa delle libertà. Daniel Friedmann, ex ministro della giustizia, ha espresso dubbi su fatto che questi provvedimenti normativi siano adeguati alla situazione sostenendo che rappresentano un serio attentato alla vita privata e che il parlamento non è in grado di governare per il momento (visto che è in corso il tentativo di formare un nuovo governo dopo le elezioni del 2 marzo scorso, ndr). Netanyahu ha fatto sapere che il governo applicherà questa misura d'urgenza senza l'accordo del parlamento. Cinque ministri hanno chiesto che i dati vengano cancellati 30 giorni dopo la fine dell'epidemia. Shin Bet non sarà autorizzato a fare un altro uso di questi dati.

(ItaliaOggi, 19 marzo 2020)


Primi scambi «costruttivi» tra Netanyahu e Gantz

Scambio di post fra i due rivali da tre elezioni: il premier in carica Benjamin Netanyahu e quello incaricato Benny Gantz. Il primo ha postato sul suo profilo Facebook le nuove drastiche regole per il contenimento del coronavirus. Gantz ha condiviso il post scrivendo: «Quando si tratta della vita della gente, non c'è politica che tenga. Israele viene prima di tutto. Salvaguardate voi stessi, le vostre famiglie e obbedite alle istruzioni». Il premier Netanyahu al volo ha condiviso il post dell'avversario e ha aggiunto: «Molto importante. Grazie, Benny», Rivlin - che da tempo tenta la mediazione tra i due - li ha subito condivisi entrambi e ha domandato: «Che ne direste amici di continuare tutto questo al tavolo di governo?».

(Avvenire, 19 marzo 2020)


Israele: Il controllo digitale dei movimenti dei sospettati è iniziato

Al momento sono stati emessi 400 primi messaggi di avvertimento

di Robert Krcmar

È iniziato il controverso 'controllo digitale' dei movimenti in Israele, che monitora coloro che sono sospettati di essere portatori di coronavirus.
Secondo quanto ha riferito la emittente pubblica Kan ieri sono stati emessi 400 primi messaggi di avvertimento. Altrettante persone hanno ricevuto un testo dal Ministero della sanità sul proprio cellulare, che ha informato: «Secondo nostre indagini epidemiologiche ti sei trovato nelle immediate vicinanze di un malato di coronavirus. Devi entrare subito in quarantena».
Il programma di controllo digitale degli israeliani è stato affidato dal Governo, con un provvedimento di emergenza, alla polizia e allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. Secondo la stampa, le misure non includono solo il monitoraggio degli apparecchi telefonici, ma anche di altre piattaforme elettroniche private.
Oggi alla Corte Suprema sarà discusso un ricorso urgente presentato da due Ong per la difesa dei diritti civili secondo cui il provvedimento lede in modo significativo i diritti civili, e comunque dovrebbe essere convalidato dal parlamento prima di entrare in vigore.

(tio.ch, 19 marzo 2020)


Israele, rabbino sefardita: telefonini accessi durante shabbat

Contrariamente alle regole, in Israele il telefonino dovra' restare accesso durante shabbat: a ordinarlo e' stato il rabbino Yitzhak Yosef, alla guida della comunita' sefardita d'Israele, stabilendo un'eccezione a causa dell'emergenza coronavirus nello Stato ebraico. La decisione e' stata presa per permettere al ministero della Salute di contattare le persone che potrebbero essere state esposte al contagio e devono entrare in quarantena. Il rabbino ha anche sostenuto che le sinagoghe negli ospedali dovrebbero essere chiuse perche' non si puo' mantenere la distanza di sicurezza di due metri tra le persone.
Gli ebrei sefarditi in Israele sono il 52% mentre gli ashkenaziti sono poco piu' del 30%, insieme al 12% della popolazione russofona arrivata dall'ex Unione Sovietica.

(AGI, 19 marzo 2020)


Così Israele prova a fermare la pandemia. Un modello per i paesi europei

Tamponi, controllo della popolazione, disciplina sociale

di Giulio Meotti

ROMA - Due piccoli paesi con vicini ostili, che subiscono l'isolamento diplomatico, dalle economie altamente sviluppate ed elevatissimi tassi di innovazione tecnologica, due paesi leader nella medicina e due società incentrate sul valore dell'identità collettiva. Era quasi naturale che Israele per affrontare la pandemia guardasse a Taiwan, un'isola di 23 milioni di abitanti dove gli arrivi da Wuhan sono stati sottoposti a controlli prima ancora che la trasmissione del virus da uomo a uomo fosse confermata il 20 gennaio, anche contravvenendo all'Oms per cui non erano necessari simili divieti. Taiwan oggi ha una sessantina di malati, come la Croazia. Israele, che finora non ha avuto morti da Covid-19 (cinque pazienti sono gravi) a fronte di cinquecento infezioni, è sia oriente sia occidente. E la sua peculiarità nel combattere l'epidemia è essere un ponte fra i due, come spiega Doron Matza: "Il modo in cui le nazioni stanno rispondendo al virus, il cigno nero del XXI secolo, illustra le differenze tra est e ovest. La Cina ha messo milioni di persone in isolamento, la Corea del sud si è concentrata su test approfonditi e Taiwan ha chiuso. Il modello di pensiero orientale è l'opposto di quello occidentale, in cui individualismo e libertà hanno la precedenza sulla collettività. La tradizione politica occidentale ha un basso adattamento e si è rivelata letale per Europa e Stati Uniti. Questo ha spinto i governi ad alzare le mani. Israele è da qualche parte tra la cultura dell"io' e del 'noi', ha interiorizzato il 'cigno nero' e adottato misure che andavano ben oltre i paesi occidentali ma con un approccio graduale a differenza dei paesi asiatici". E' questa gradualità a fare di Israele un modello per l'Europa. "C'è un solo paese al mondo che si è preparato a qualsiasi genere di catastrofe, che credo sia Israele", ha spiegato il professor Massimo Galli, infettivologo del Sacco di Milano. Ieri, il biofisico Nobel per la Chimica nel 2013, Michael Levitt, ha detto: "Sarò sorpreso se il numero di morti in Israele superasse i dieci", aggiungendo che lo stato ebraico "non è sulla mappa del mondo per la malattia". "All'inizio Israele doveva bloccare l'ingresso del virus nel paese e ha avuto un grande successo", dice al Foglio Ephraim Sneh, medico, ex ministro della Sanità sotto Yitzhak Rabin e già generale di brigata dell'esercito. "Ora le misure sono per evitare il contagio. Il virus dovrebbe essere contenuto. Il nostro modello è sia la Corea con i test, sia Taiwan, che ha tracciato i contagi. Da ieri la popolazione sta rispettando seriamente le regole. La disciplina della popolazione è la chiave del successo".Israele sta per aprire un centro per test "drive-in" nel Parco Ganei Yehoshua di Tel Aviv. Si ricevono i risultati via sms. Altri cinque centri saranno aperti a Haifa, Gerusalemme, Petah Tikva, Rishon Lezione Beersheba. Funzionano senza mai fermarsi e testeranno cinquemila persone al giorno. Israele ha autorizzato anche il servizio segreto interno (Shabak) a monitorare i cittadini tramite cellulare, uno strumento antiterrorismo mai usato al di qua della Linea verde. E' la geolocalizzazione per chiunque sia sospettato di essere entrato in contatto con il virus (una misura elogiata ieri da Roberto Burioni).
   Ci si sta preparando a eventuali violazioni della quarantena. L'esercito assumerebbe un ruolo chiave (Israele ha esercito e servizi segreti di una certa efficienza). "Dalla mia finestra vedo un grande centro per il test: le auto entrano, abbassano il finestrino, i medici prelevano il Dna e via" dice al Foglio Ron Ben Yishai, il più importante giornalista israeliano per la sicurezza che lavora al quotidiano Yedioth Ahronoth. "Il governo vuole usare le tecniche del servizio segreto per tracciare coloro che sono stati in contatto con chi è infettato per metterli in quarantena. Abbiamo imparato da Taiwan. E' una grande violazione della privacy, ma se non hai abbastanza test il controllo elettronico è l'unico modo per dire a chi potrebbe essere infettato di stare in isolamento. L'opinione pubblica ha visto cosa accade in Italia e ha deciso di agire radicalmente".
   E se la situazione sfuggisse di mano? Amit Huppert del Gertner Institute for Epidemiology dice che Israele potrebbe avere da 8.600 a 21.600 vittime. "Gli israeliani stanno rispettando le istruzioni che cambiano ogni giorno" dice al Foglio Isaiah (Shy) Arkin, biochimico dell'Università di Gerusalemme, la cui ricerca ha gettato nuova luce sul funzionamento dei virus. "Il problema sono gli asintomatici e stiamo parlando molto di questo. In Italia dovete fare molti più test, è fondamentale, ti fornisce una immagine più ampia. Ma c'è un costo. Israele ha un altro vantaggio, siamo un paese dove la tecnologia e la ricerca contano molto".
   "Non siamo una dittatura come la Cina, non possiamo usare i militari per cambiare il comportamento delle persone, abbiamo scelto una strada a metà fra l'Europa, ovvero bloccare l'interazione sociale, e la Corea, che fa test a tappeto", dice al Foglio Uzi Even, professore emerito di Chimica all'Università di Tel Aviv, già deputato laburista e che ha lavorato nella centrale atomica di Dimona. "La responsabilità sociale è molto forte qui. E in 70 anni di terrorismo e guerre siamo abituati alle emergenze". Israele è la nostra Taiwan.

(Il Foglio, 19 marzo 2020)


Lo Shin Bet arresta una finta cooperante nella Striscia di Gaza.

Usava i soldi delle organizzazioni umanitarie per finanziare Hamas

 
Aya Khatib
Lo Shin Bet l'agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, ha reso noto di aver arrestato ad Ar'ara, una città araba nella regione di Wadi Ara (nord di Israele), la 32enne Aya Khatib sposata e madre di due figli con la pesante accusa "di operare come agente di Hamas nella Striscia di Gaza". Il fermo è avvenuto il 17 febbraio 2020 dopo che le indagini hanno provato che la donna era attiva "nella raccolta di fondi per attività terroristiche e infrastrutture terroristiche, svolgere incarichi per Hamas e raccogliere informazioni di sicurezza per promuovere attività terroristiche contro obiettivi israeliani". Lo Shin Bet ha reso noto che Aya Khatib era stata reclutata da Mahmad Filfel, 29 anni, residente a Beit Lahia e Muhammad Halawah, 32 anni, di Jabalya entrambi appartenenti all'organizzazione terroristica Hamas e nello specifico alle "Brigate Izz ad-Din al-Qassam".
   Aya Khatib è riuscita a inviare centinaia di migliaia di shekel all'organizzazione truffando organizzazioni umanitarie e i donatori che gli avevano affidato il denaro affinché aiutasse i malati, e coloro che si trovano nell'indigenza nella Striscia di Gaza. I soldi invece, andavano a Mahmad Filfel e Muhammad Halawah che li dirottavano alle "Brigate Izz ad-Din al-Qassam" impegnate costruire tunnel, "costruire un tornio per fabbricare armi e costruire strutture che Hamas avrebbe usato".
   La 32enne Aya Khatib è anche accusata di anche fornito informazioni ad Hamas sui movimenti dell'IDF le forze di difesa israeliane spesso chiamate Tzahal o Tsahal, nella Striscia di Gaza.

(Confessioni elvetiche, 19 marzo 2020)


Covid-19, la necessità di cambiare comportamenti

Lettera di Riccardo Di Segni al Direttore di "Il Messaggero"

Caro Direttore,
la famosa peste manzoniana del 1630 risparmiò Roma grazie all'attenzione che i governanti di allora misero per impedire l'arrivo di gente infetta dal Nord. Non fu così durante l'ondata successiva del 1656, in cui la peste arrivò dal Sud, da Napoli, passando per Nettuno. Roma invece, grazie alle durissime misure messe in atto dalle autorità, fu colpita relativamente e registrò una mortalità del 14% della popolazione (assai inferiore di quanto si verificò altrove).
   L'unica eccezione negativa a Roma fu il Ghetto, la cui popolazione fu subito rinchiusa dentro i suoi cancelli e nel quale la peste ebbe maggiore diffusione per la promiscuità, e la mortalità arrivò ad almeno il 20%. Quando arrivano la peste o le altre epidemie, i batteri e virus di solito non fanno distinzione tra etnie e religioni. L'esperienza storica ebraica è pertanto ricca di storie di epidemie, a cominciare dalla Bibbia, e insieme alle storie abbondano le prescrizioni e le interpretazioni. In questi giorni tutti pensano, tutti si fanno domande, molti, che siano laici o religiosi, si propongono come consiglieri. E questo succede anche per gli ebrei. Non che non ci sia bisogno di buoni consigli, su come difendersi e su come fare buon uso del tempo libero. Ma il rischio è come sempre quello di dire banalità.
   C'è però un argomento non tanto banale sul quale l'ebraismo propone di riflettere. Ed è il tema del senso, del significato di quello che sta succedendo. Siamo tutti abituati al pensiero razionale e viviamo nella consapevolezza che mai come in questa epoca il progresso tecnologico e scientifico abbia dato all'umanità strumenti eccezionali di controllo della realtà. Tutto questo consolida una percezione della vita in cui tutto è controllato e non esistono possibilità di comprensione dei fenomeni al di fuori della dimensione del reale. L'epidemia del Covid-19 sta facendo saltare queste certezze.
   Al momento attuale, malgrado le speranze offerte da qualche farmaco e da un'imminente (ma non tanto) vaccinazione, siamo sostanzialmente indifesi e l'unica difesa reale, che oggi viene applicata su scala di massa, è purtroppo solo quella dell'isolamento, con un salto indietro della medicina al medioevo. E anche se si può spiegare la natura del virus, del contagio, della resistenza di alcuni e del soccombere di altri in puri termini scientifici, non tutto si spiega con la scienza. Come in ogni altro evento alcuni vengono colpiti e altri no, e non basta dire che si tratta del caso. Perché anche il caso (o il caos, e questo oggi lo sappiamo meglio) ha le sue leggi; e il caso non significa negazione o mancanza di dimensione religiosa.
   Anche il caso ha la sua spiegazione filosofica (dai tempi di Aristotele) o teologica (con Maimonide e prima e dopo). Se c'è qualcosa di non banale da dire oggi, è che il ritorno tecnologico al medioevo rappresenta tutta la nostra fragilità e che la pretesa di escludere altre dimensioni interpretative è scorretta. Per questo la ricetta religiosa tradizionale ebraica (e non solo) per queste circostanze, dopo l'ordine di seguire le prescrizioni mediche, si basa su tre punti: la solidarietà sociale (perché altri esseri umani sono più a rischio di noi), la preghiera (perché non si esaurisce tutto nella prospettiva umana) e la revisione del proprio comportamento. Che forse è la cosa più difficile da fare.
   In una situazione passata in cui un rabbino aveva ricordato questi tre doveri, un suo fedele gli disse che non sapeva proprio di cosa dovesse pentirsi. E il rabbino gli rispose che era proprio di questo che doveva pentirsi: dell'incapacità di comprendere che nessuno di noi è perfetto.

Riccardo Di Segni
Rabbino capo di Roma

(Il Messaggero, 19 marzo 2020)


Israele, knesset bloccata 'da misure sanitarie'

di Giacomo Kahn

 
Il coronavirus ha provocato oggi un duro confronto fra i partiti rappresentati alla Knesset dopo che il presidente uscente Yoel Edelstein (Likud) ha impedito di fatto l'avvio dei lavori della nuova legislatura basandosi sulle attuali limitazioni sanitarie. Ha sostenuto in particolare che non era possibile formare una importante commissione parlamentare in quanto il numero dei componenti, 17, avrebbe superato quello massimo di 10 persone che possono trovarsi adesso nello stesso ambiente. Edelstein ha così aggiornato i dibattiti a lunedì. Ma il premier incaricato Benny Gantz (Blu Bianco) ha replicato che quella difficoltà poteva essere facilmente superata. "Su incarico di Benyamin Netanyahu, Edelstein ci ha impedito di svolgere il nostro incarico - ha esclamato. - Non c'è scelta, andremo alla Corte Suprema". Gantz voleva procedere alla elezione di un nuovo presidente della Knesset e alla formazione di una commissione di vigilanza sul controverso permesso concesso da Netanyahu ai servizi segreti di raccogliere "informazioni elettroniche" su chi sia sospettato di contagio dal coronavirus.
   Il presidente dello Stato Rivlin, riferisce oggi la stampa dello Stato ebraico, "ha implorato" lo speaker della Knesset di assicurare l'attività parlamentare "durante la crisi del coronavirus". "Una Knesset fuori combattimento danneggia la capacità dello Stato di Israele di funzionare bene e responsabilmente in caso di emergenza. Non dobbiamo lasciare che questa crisi, per quanto grave, danneggi il nostro sistema democratico", ha avvertito Rivlin, parlando al telefono con Edelstein. "Dobbiamo fare di tutto per far fronte alla crisi, facendo attenzione a non danneggiare gravemente il nostro sistema democratico", ha aggiunto.
   Per il momento, però, lo speaker della Knesset non sembra voler compiere passi indietro e resta sulla sua posizione. "Il processo democratico e il controllo parlamentare" torneranno solo "quando saremo pronti per questo", ha commentato, giustificando la sua decisione con le forti preoccupazioni per la diffusione del coronavirus. D'altra parte, ha notato Edelstein, numerosi membri del Parlamento sono stati costretti alla quarantena dopo essere entrati in contatto con una persona contagiata. Così, verosimilmente, i lavori potrebbero essere ripresi solo la settimana prossima - ha fatto sapere ancora Edelstein - per consentire il voto sull'istituzione delle commissioni parlamentari.

(Shalom, 18 marzo 2020)


"In Iran e Turchia si dice che Israele ha creato il Coronavirus"

Il monito dell'attivista Sharansky

di Paolo Castellano

Come in passato, così nel nostro presente, si ripresentano teorie complottiste marcatamente antisemite che accusano Israele e gli ebrei di aver creato e diffuso il Covid-19. Un'antica forma di antisemitismo che si ripresenta a livello globale e che può mettere in pericolo le comunità ebraiche di tutto il mondo. A sollevare la questione è stato il Movimento per la lotta all'antisemitismo (CAM) che il 16 marzo ha organizzato una conferenza online per discutere degli atteggiamenti anti-ebraici e anti-israeliani legati alle teorie sulla diffusione del Coronavirus.
   Inizialmente la conferenza sull'antisemitismo al tempo del Covid-19 si sarebbe dovuta svolgere presso il National Museum of American Jewish History di Filadelfia negli Stati Uniti. A causa dell'emergenza sanitaria però si è svolta online: hanno partecipato alla diretta streaming circa 30mila utenti da tutto il mondo. Durante l'incontro hanno parlato Elan Carr, inviato speciale del governo USA per la lotta all'antisemitismo, e Natan Sharansky, noto attivista per i diritti umani.
   Come riporta Israel National News, Sharansky ha dichiarato che alcuni paesi, in particolare Iran e Turchia, stanno confezionando fake news ad arte per alimentare la loro propaganda antisemita legata all'epidemia di Covid-19. Sono frequenti le accuse rivolte a Israele e si invita la popolazione a non usare il vaccino israeliano qualora un giorno venisse prodotto e diffuso in tutto il mondo.
   «Stanno incolpando gli ebrei, accusandoli di cercare di distruggere l'economia per fare soldi. Incolpano anche Israele per aver creato il virus. Sappiamo che accusare gli ebrei di diffondere la peste non è una novità. Lo abbiamo visto nel Medioevo, durante la peste nera che ha investito l'Europa. Inoltre, accusarono gli ebrei di una diffusione volontaria della malattia», ha dichiarato l'attivista. «La differenza tra il presente e il passato è che oggi esiste un solido Stato di Israele e siamo determinati a combattere l'antisemitismo e a sconfiggerlo».
   A fargli eco il direttore del CAM Sacha Roytman-Dratwa: «L'epidemia di Coronavirus è un terreno fertile per la diffusione della propaganda antisemita. Per questo motivo, e alla luce di un generale aumento degli atti antisemiti negli ultimi mesi, esortiamo i governi a prendere una decisa posizione contro qualsiasi insorgenza di antisemitismo e consigliamo alle comunità ebraiche di prendere ulteriori precauzioni».

(Bet Magazine Mosaico, 18 marzo 2020)


1831, il rabbino di Venezia contro "il fatal morbo distruggitore"

Una preghiera nell'emergenza del colera venuto dall'Asia

di Ariela piattelli

Era «il fatal morbo distruggitore che imperversa con furia irresistibile» a spaventare gli ebrei veneziani nella prima metà dell'800, e la paura li spinse a tal punto che i rabbini elaborarono una preghiera per invocare da Dio la salvezza. Si trattava del colera, la «peste asiatica» che imperversava in tutta Europa, soprattutto nelle città portuali, come Venezia: «È la piaga che cammina e circola in questo tempo con crudeltà suscitando paura e timore».
   Adesso, mentre il rabbinato israeliano ha redatto una formula per l'emergenza del Covid-19, un gruppo di rabbini italiani ha fatto notare che nel nostro Paese le preghiere per le pandemie hanno radici lontane. A correre ai ripari dal colera fu Elia Aron Lattes, un rabbino molto importante nella storia ebraica italiana: nato a Savigliano, in provincia di Cuneo, fu prima delegato della comunità ebraica di Torino al Sinedrio di Parigi, l'assemblea di 111 personalità del mondo ebraico voluta da Napoleone, poi rabbino capo di Venezia dal 1815 al 1839, e fu lui a redigere la preghiera «nell'emergenza del pericolo del Cholera Morbus» nel 1831.
   La formula, in cui si invoca la guarigione di tutti i malati colpiti nell'intera popolazione, si basa su una serie di versi biblici legati alla malattia contingente: «Tu Dio, che guarisci coloro che hanno il cuor rotto, e ne fasci le doglie, risanali, scampali dal periglio che loro sovrasta», e ancora «se le nostre iniquità rendono testimonianza contro di noi, opera per amor del tuo Nome; perdona le nostre colpe, concedi guarigione e sollievo ai nostri mali, getta nel fondo del mare i nostri peccati».
   Nella storia dell'ebraismo esiste una tradizione tutta italiana in materia a partire almeno dal 1400 (e una di queste formule è conservata nella biblioteca Palatina di Parma): si tratta di preghiere che tornano poi nei secoli, in cui si chiede a Dio di far cessare epidemie di morbi che mietono vittime, persino tra gli animali domestici.
   Esiste anche una versione triestina, usata per l'epidemia di colera del 1855 che partì dalla Cina, e la stessa formula utilizzata dal rabbino Lattes è stata trovata in un foglio manoscritto conservato in una collezione privata: è probabile che la pagina, incollata su cartoncino, fosse affissa all'entrata della sinagoga veneziana per dar modo ai frequentatori di recitarla, forse senza entrare nel luogo di culto, con l'auspicio che arrivasse per tutti, e in fretta, la salvezza.

(La Stampa, 18 marzo 2020)


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Ma perché Dio dovrebbe risponderci?

Ma per quale ragione Dio dovrebbe esaudire le preghiere fatte nel nome di una generica umanità? Questa umanità, che si vanta della sua autonomia decisionale in tutto ciò che riguarda il bene e il male, il vivere e il morire, quale diritto ha di chiedere a un Dio di cui pregiudizialmente si disinteressa di venire in suo aiuto? E se proprio si vuole scomodare Dio, perché non farsi venire il dubbio che potrebbe essere proprio Lui a mandare certi flagelli sulla terra al fine di ottenere quel timore che in altra via non Gli è liberamente accordato?
    «Suona forse la tromba in una città, senza che il popolo tremi?
    Piomba forse una sciagura sopra una città, senza che l’Eterno ne sia l'autore?»
dichiara il profeta Amos (3:6). E più avanti aggiunge, riportando la parola di Dio:
    «Da parte mia, vi ho lasciati a bocca asciutta in tutte le vostre città; vi ho fatto mancare il pane in tutti i vostri villaggi;
      ma voi non siete tornati a me, dice l’Eterno.
    Vi ho anche rifiutato la pioggia, quando mancavano ancora tre mesi alla mietitura; ho fatto piovere sopra una città e non ho fatto piovere sull’altra; una parte del campo ha ricevuto la pioggia e la parte su cui non ha piovuto è inaridita. Due, tre città si trascinavano verso un’altra città per bere acqua, e non potevano dissetarsi;
      ma voi non siete tornati a me, dice l’Eterno.
    Vi ho colpito con ruggine e carbonchio; le locuste hanno divorato i vostri numerosi giardini, le vostre vigne, i vostri fichi, i vostri ulivi;
      ma voi non siete tornati a me, dice l’Eterno.
    Ho mandato la peste in mezzo a voi come in Egitto; ho ucciso i vostri giovani con la spada e ho catturato i vostri cavalli; vi ho fatto salire al naso il fetore dei vostri accampamenti;
      ma voi non siete tornati a me, dice l’Eterno.
    Vi ho sconvolti, come Dio sconvolse Sodoma e Gomorra, e voi siete stati come un tizzone strappato dal fuoco;
      ma voi non siete tornati a me, dice l’Eterno.
    Perciò, ti farò come ho detto, o Israele. Poiché farò questo contro di te, prepàrati, Israele, a incontrare il tuo Dio! Poiché, ecco, egli forma i monti, crea il vento, e fa conoscere all’uomo il suo pensiero; egli muta l’aurora in tenebre, e cammina sulle alture della terra. Il suo nome è l’Eterno, Dio degli eserciti»(Amos 4:6-13).
Ma ci sono anche altri passi nella Scrittura:
    "Cercate l'Eterno, mentre lo si può trovare; invocatelo, mentre è vicino. Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; si converta egli all’Eterno che avrà pietà di lui, al nostro Dio che non si stanca di perdonare. «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice l'Eterno. «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri. Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata».; (Isaia 55:6-11).
    “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero»” (Matteo 11:28-30).
Oggi abbiamo più tempo per riflettere su queste cose. Facciamolo! M.C.

(Notizie su Israele, 18 marzo 2020)


Simone Pianigiani: Grazie a Israele per il sostegno al mio paese

Simone Pianigiani
Simone Pianigiani, che in Israele ha vinto con l'Hapoel Gerusalemme: E' molto importante seguire le indicazioni dei medici e degli esperti su una situazione molto pericolosa
Dal sito Sports Rabbi Simone Pianigiani, che in Israele ha vinto con l'Hapoel Gerusalemme un campionato, ha parlato dell'emergenza Coronavirus:
«È molto importante seguire le indicazioni dei medici e degli esperti su una situazione molto pericolosa. Ho visto le mura della città vecchia di Gerusalemme con la bandiera italiana: un bel pensiero per il mio paese, sono grato e orgoglioso di avere tanti amici in Israele. Ringrazio per questo dal profondo del mio cuore per il loro sostegno».

(Sportando, 18 marzo 2020)


La Start-up Nation a corto di burro

di Aviram Levy economista

Nei mesi scorsi sono divampate le polemiche in Israele per la penuria di burro negli scaffali dei supermercati. Come ha potuto verificarsi questo fenomeno in un paese moderno con un grosso interscambio commerciale con l'estero? La risposta va cercata nelle politiche di protezionismo agricolo-alimentare che Israele adotta, come peraltro fanno i Paesi dell'Unione europea.
   Da molti anni in Israele le autorità scoraggiano l'importazione di prodotti derivati del latte come il burro, imponendo un dazio, una tassa relativamente elevata: un panetto di burro francese costa circa 8 dollari. L'obiettivo è quello di favorire i produttori agricoli israeliani. che così sono protetti dalla concorrenza estera. In Israele anche le importazioni di banane sono soggette a restrizioni e dazi e questo aiuta i produttori interni. Strategie simili vengono adottate nella UE, con le cosiddette quote latte" e i dazi sull'ortofrutta. Il meccanismo di questa politica protezionistica sul burro si è inceppato perché il prezzo del burro viene fissato e ''tenuto basso" tutti gli anni dal ministero delle Finanze, con l'obiettivo di evitare che i produttori locali approfittino del loro potere di mercato. Ora nell'ultimo anno Il prezzo "concordato" era stato fissato dal ministro delle Finanze Moshe Kahlon a un livello troppo basso, forse per calcolo elettorale e i produttori non hanno trovato conveniente produrre a quel prezzo. Da qui la penuria di burro sugli scaffali e una lunga trattativa per alzare questo prezzo, misura sgradita dal ministro per ovvi motivi. Solo lo scorso novembre Kahlon ha ceduto alle richieste del produttori e la situazione si è normalizzata.
   In conclusione la questione si è temporaneamente risolta ma potrebbe riproporsi in futuro, dato che a lungo andare i "prezzi amministrati" creano inevitabilmente eccessi di domanda o di Offerta. La considerazione più generale è che queste politiche agricole protezionistiche sono un interessante retaggio del passato, di quando l'economia israeliana (anni '60 e '70) vedeva una grossa presenza dello stato e dei sindacati nell'economia. Difficile prevedere per quanto tempo questo retaggio potrà convivere con l'anima più capitalistica di Israele, quella della Start-up Nation.

(Pagine Ebraiche, marzo 2020)


Immanuel Romano, il Dante ebreo, si racconta sui social network

"Vissi tra Duecento e Trecento, e fui il maggior poeta giudeo dell'età di mezzo. Fui ammirato per la vastità dell'opera mia in prosa ritmata e in versi, e con le Machbaròth feci anche io il viaggio nell'oltretomba. Nacqui attorno al 1265, figlio del rabbino Shlomò, della famiglia Zifronì. Ebbi come maestri Zerachyà Chen e il medico Benyamin ben Yechiel da cui appresi anche l'arte medica…".
   Noto anche come Manoello Giudeo, Immanuel Romano è stato uno dei più originali autori e sonettisti del Medioevo. Il Dante ebreo, l'ha definito qualcuno, ricordando come pure Immanuel, a imitazione del sommo poeta, immaginò in un suo testo una discesa agli inferi. Un autore un po' dimenticato, che il Museo ebraico di Venezia ha riportato "in vita" con un'iniziativa davvero originale, con il supporto di Umberto Fortis che ne è uno dei più autorevoli studiosi. Da qualche giorno infatti Immanuel Romano ha una propria pagina Facebook, leggera e goliardica, creata in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla nascita dell'illustre collega. Ci comunica dalla sua nuova tribuna: "Seppi, da dove l'anima mia ora risiede, che li sulla Terra si prepara il Dante die. Per sì fatta ratione tornerò lì tra di voi per raccontar ch'io pure vagai pel regno oltre la vita, e pel breve tempo di cotesta mia incursione ivi, racconterovvi la vera storia di Immanuel Romano, poeta giudeo che visse all'epoca del sommo Dante".
   Ascoltate allora il consiglio (in rima) di Michela Zanon, ideatrice dell'iniziativa, e dello staff del Museo: "Correte subito a seguirlo: che v'incanterà non serve dirlo!

(moked, 18 marzo 2020)


Giovedì la Corte suprema israeliana esaminerà il caso del monitoraggio dei telefoni

GERUSALEMME - La Corte suprema israeliana esaminerà giovedì la petizione contro il monitoraggio telefonico stabilito dal governo per arginare la diffusione del coronavirus. La misura consente ai servizi segreti e alla polizia di rintracciare i telefoni civili per monitorare il movimento dei pazienti affetti da coronavirus. La misura è stata contestata dalla coalizione centrista Kahol Lavan, il cui leader, Benny Gantz, ha ricevuto ieri l'incarico di formare l'esecutivo. "Il governo ha approvato a notte fonda e con una presa di potere regolamenti di emergenza, nonostante il fatto che la commissione Affari esteri e Difesa abbia iniziato a discutere la questione solo ieri e non sia stata in grado di sostenere la discussione in modo serio e completarla", ha affermato il deputato Gabi Ashkenazi di Kahol Lavan. "È inaccettabile approvare l'uso di tale misura in questo modo, senza controllo parlamentare o pubblico", ha affermato.

(Agenzia Nova, 17 marzo 2020)



Israele, chiusura modello Italia. Appello di Rivlin: "Restate a casa"

Il ministero della Sanità ha deciso in queste ore nuove restrizioni per contrastare il contagio da coronavirus, ordinando agli israeliani di non lasciare la propria casa salvo casi di necessità, come fare la spesa o comprare medicinali, o se si è impiegati in lavori considerati essenziali o ancora se si devono ricevere cure mediche. Le restrizioni vietano di uscire di casa per qualsiasi tipo di attività ricreativa, inclusi parchi, parchi giochi, spiagge, musei e altri spazi pubblici. "Miei concittadini, le restrizioni non significano vacanze! Vi prego, abbiate molta cura di voi stessi. So che essere chiusi in casa non è facile, che i bambini hanno bisogno di spazi aperti e i genitori hanno bisogno di un po' di respiro. Ma, tuttavia, non dobbiamo fare di queste giornate uno svago!", il monito del Presidente Reuven Rivlin, preoccupato per il comportamento degli israeliani davanti alle misure contro il contagio e ai diversi casi di assembramento di questi giorni.
  Sono al momento 324 gli israeliani risultati positivi al coronavirus, con la stragrande maggioranza dei casi lievi e 11 guariti; migliaia sono stati messi in isolamento. Diversi i punti previsti nell'ordinanza del ministero della Sanità legati ai comportamenti da tenere in questi giorni di quarantena: "Potete uscire di casa per una passeggiata di 10 minuti in luoghi isolati o in cortile. Prendere l'ascensore da soli o senza la vicinanza di altre persone", afferma uno dei punti. Sul badare ai bambini, viene specificato che "due famiglie possono badare l'una ai bambini dell'altra a condizione che si tratti sempre delle stesse due (famiglie)". Oltre alla distanza di due metri, per i lavoratori - parte di quelle categorie di lavori considerati essenziali - il ministero dispone che debbano "prendere la temperatura prima di andare al lavoro. Se avete la febbre o segni di malattie respiratorie, non andate al lavoro e seguite le regole dell'autoisolamento. Si raccomanda di tenere un registro della temperatura (prendere la temperatura mattina e sera). Lavarsi le mani all'arrivo e prima di lasciare il lavoro e ad intervalli non superiori a 3 ore. Fare del proprio meglio per non toccare la bocca e il naso. Lavarsi le mani dopo ogni volta che si stabilisce un contatto di questo tipo".
  Intanto i ministri israeliani del governo provvisorio guidato da Benjamin Netanyahu hanno approvato all'unanimità l'adozione di misure "d'emergenza" solitamente utilizzate nella lotta al terrorismo per combattere la diffusione del nuovo coronavirus, racconta su Haaretz la giornalista Noa Landau. Attraverso il gps dei cellulari, lo Shin Bet - il servizio di sicurezza interno d'Israele - documenterà ed esaminerà i luoghi in cui i pazienti contagiati dal Covid-19 sono stati prima di entrare in quarantena o di essere ricoverati in ospedale. Verificherà inoltre se hanno infranto le direttive governative relative alle misure anti-contagio. "La tecnologia permetterà allo Shin Bet - spiega Ynet - di rintracciare le persone che erano a distanza di contagio dal paziente lungo il suo percorso e di segnalare direttamente ai loro telefoni di essere stati esposti alla malattia e che devono entrare in quarantena o farsi testare per il virus. Speciali sistemi di intelligenza artificiale possono individuare rapidamente la posizione di tutte le persone a rischio di esposizione e la loro posizione dal punto di infezione. Le norme consentono alle autorità di raccogliere tutti i dati digitali, escluso il contenuto delle conversazioni, sia sui portatori che su coloro che sono stati esposti al virus. L'attuazione del provvedimento non richiede un mandato del giudice".
  La decisione del governo ha generato diversi contrasti sul fronte politico: Benny Gantz, leader di Kachol Lavan e incaricato da Rivlin per la formazione del prossimo governo, ha sottolineato come una misura così grave sia stata presa senza un passaggio parlamentare. In queste ore ha chiesto che le Commissioni della nuova Knesset - che ha giurato ieri - vengano istituite al più presto per supervisionare le decisioni del governo nella lotta contro il coronavirus. "Siamo in un periodo eccezionale in cui, purtroppo, è necessario adottare misure eccezionali per salvare vite umane - ha scritto Gantz su Twitter - Tuttavia, è vietato farlo sotto forma di presa di potere e senza supervisione".

(moked, 17 marzo 2020)


Il coronavirus e la ricerca medica israeliana

 
Siamo abituati alle meraviglie tecnologiche, scientifiche e l'innovazione in ambito di ricerca medica dello stato di Israele. Nella lotta alla nuova pandemia mondiale generata dal coronavirus lo stato di Israele potrebbe risollevare le vite dell'intero globo. Una squadra di esperti e scienziati israeliani ha dichiarato di essere vicino alla formulazione di un vaccino efficace per contrastare il nuovo virus globale. I tempi non sono brevi ma neppure molto lunghi, come ritenuto in un primo momento. Questo è quanto emerge dai laboratori di Ness Ziona, vicino a Tel Aviv, in Israele, dove i ricercatori stanno lavorando per ottenere un antidoto.
   L'Istituto israeliano per la ricerca biologica dovrebbe annunciare nei prossimi giorni di aver completato lo sviluppo, allo stato sperimentale, di un vaccino. Lo riferisce anche il quotidiano israeliano Haaretz, citando fonti mediche, secondo cui i ricercatori sarebbero riusciti a individuare il meccanismo biologico e le qualità del virus, tra cui una migliore capacità diagnostica e la produzione degli anticorpi in coloro che hanno contratto il virus.
   Il processo di sviluppo necessita di test ed esperimenti che potrebbero durare mesi prima che il vaccino sia ritenuto efficace e sicuro per essere utilizzato sull'uomo. L'Istituto per la ricerca biologica è stato istituito nel 1952 ed è inglobato nel corpo medico delle Forze di difesa israeliane.
   "Il numero di israeliani che risulta positivo al coronavirus è di 300 persone, ma i funzionari sanitari sostengono che il numero di positivi possa essere molto più alto", scrive il quotidiano israeliano Haaretz.
   Problematiche che spingono lo stato israeliano a correre il più velocemente possibile per la ricerca di una cura efficace per l'intero pianeta terra.
   Secondo quanto riferito dal quotidiano Yedioth Ahronot, cinque spedizioni di campioni di virus sono arrivate in Israele, dal Giappone, dall'Italia e da altri paesi alcune settimane fa. Secondo fonti sanitarie e della Difesa, dall'arrivo dei campioni, è stato svolto un intenso lavoro per sviluppare il vaccino.
   Il sistema sanitario dello stato di Israele continua a reggere la pressione e continua a garantire il normale svolgimento dei servizi, dal pronto soccorso agli ambulatori, dai reparti alle sale chirurgiche. Un sistema eccellente che ha il tempo di mettere a frutto l'esperienza e diffondere nuovi protocolli alla rete nazionale degli ospedali. Al timone c'è il ministero della salute, affiancato dall'ufficio del primo ministro. Accademie, centri di ricerca e start-up sono al lavoro per contribuire a perfezionare test, trattamenti e cure. Tutto il comparto civile sa di poter contare, all'occorrenza, anche sulle risorse militari.
   
Tuttavia, per gli italiani nel paese alcuni cambiamenti sono in atto. Per contenere la diffusione del Covid-19, l'Ambasciata d'Italia in Israele e il Consolato Generale d'Italia a Gerusalemme, hanno informato l'entrata in vigore delle nuove modalità di accesso e di erogazione dei propri servizi consolari. Presso l'Ambasciata, a Tel Aviv, sarà consentito l'ingresso esclusivamente su appuntamento, all'orario fissato e al solo utente prenotato. Eventuali familiari al seguito saranno ammessi solo se strettamente necessari all'erogazione del servizio richiesto.
   Intanto, la comunità scientifica mondiale guarda speranzosa la ricerca medica nel paese. La difesa israeliana è alla ricerca di un vaccino e gli scienziati dell'Institute for Biological Research, il centro a Ness Ziona vicino a Tel Aviv, stanno compiendo importanti progressi nella comprensione del virus. Progressi che potranno essere utili a tutta l'umanità.

(Imprese del Sud, 17 marzo 2020)


Israele, la start-up nation combatte il coronavirus a colpi di innovazione

di Nathan Greppi

Israele ha preso molto sul serio l'epidemia del Coronavirus che si sta diffondendo nel mondo, e in particolare in Italia. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu l'ha definita "la peggior epidemia in cento anni", e ha messo in quarantena 80.000 israeliani, sebbene i casi accertati di contagiati siano solo 58 [il numero non è aggiornato, ndr]. Inoltre, Israele ha già il terzo tasso di test da coronavirus più alto a livello globale (383 test per milione), dietro alla Corea e all'Italia.
   Come riporta Il Foglio, lo Stato Ebraico sta affrontando il problema con serenità ma al tempo stesso senza abbassare la guardia: i pazienti di cui si sospetta il contagio portano i dispositivi della start-up TytoCare, che permettono ai medici di ascoltarne da remoto cuore e polmoni. Sotto i materassi, un sistema di sensori della società israeliana EarlySense ne monitora la respirazione.
   Un'altra invenzione sono i tessuti creati dalla società Sonovia e inventati da due docenti di chimica dell'Università Bar-Ilan di Tel Aviv, in teoria per pazienti chemioterapici, che sono stati trasformati in maschere che potrebbero non solo bloccare, ma anche uccidere il Coronavirus. Un interesse verso questi tessuti è arrivato anche dalla Cina e da Orizzonte 2020, programma di investimenti in ricerca dell'Unione Europea.
   Per contrastare i contagi dei medici e infermieri che entrano in contatto coi pazienti, un problema molto diffuso sia in Cina che in Italia, gli israeliani hanno inventato il robot Temi, molto usato anche nei paesi dell'Estremo Oriente e annoverato dalla rivista Time tra le cento migliori invenzioni del 2019.
   Ma come farebbe Israele ha risolvere il problema dei posti insufficienti in terapia intensiva? L'ha spiegato Enrico Mairov, medico israeliano che vive in Italia, in un'intervista a Il Giornale: "Se una situazione del genere si verificasse in Israele la risolveremmo in tre ore con due mosse programmate da tempo. La prima è il raddoppio della capacità dei principali ospedali. La seconda è lo svuotamento dei reparti e il trasferimento dei pazienti all'assistenza domiciliare. Ma questi due obiettivi richiedono una programmazione e una mentalità abituata alle emergenze. Dopo l'esame degli errori della guerra del Kippur (1973, ndr) Israele ha rivisto prima il sistema sanitario militare e poi quello civile."
   Sulle differenze con l'Italia, Mairov ha aggiunto: "Il sistema sociosanitario è per una nazione l'equivalente di esercito o polizia. Quelli la difendono dai nemici esterni ed interni, la sanità dalle malattie. Ma tutti e tre esigono una leadership capace di decidere. Noi abbiamo avuto leader come Dayan, Rabin e Sharon formatisi sui campi di battaglia e abituati a comandare. Voi avete formato dei medici bravissimi, ma vi manca una politica in grado di decidere."

(Bet Magazine Mosaico, 17 marzo 2020)


Società ginevrina verso il test di un farmaco in Israele

La Relief Therapeutics accelera i tempi per un trattamento volto a combattere i problemi respiratori legati al coronavirus.

La società biotecnologica ginevrina Relief Therapeutics accelera i tempi per un farmaco volto a combattere i problemi respiratori legati al coronavirus. L'azienda prevede di lanciare d'urgenza i test degli studi clinici di fase 2, che saranno realizzati di concerto con Israele.
Il preparato in questione è il RLF-100 (Aviptadil), spiega l'impresa in un comunicato odierno. «Lo stato israeliano è ansioso di testare questo trattamento potenzialmente in grado salvare la vita dei pazienti che attualmente non hanno altre opzioni», afferma Miki Halberthal, direttore generale di un centro sanitario a Haifa, citato nella nota.
Aviptadil è stato originariamente sviluppato - ed è attualmente approvato in Europa - per far fronte alla disfunzione erettile. Alla molecola è stato inoltre concesso lo status di farmaco orfano (cioè potenzialmente utile per lottare contro malattie rare) per il trattamento di gravi danni polmonari e sarcoidosi.

(Corriere del Ticino, 17 marzo 2020)


Gantz alla ricerca di una maggioranza impossibile

II leader centrista dovrebbe unire destra e lista araba per mettere fine all'era Netanyahu

di Roberto Bonglorn

«Vi do la mia parola. Farò tutto ciò di cui sono capace per formare in pochi giorni un governo più ampio e patriottico possibile». Le prime parole del discorso con cui Benny Gantz, il leader del partito centrista Blu e Bianco, ha accettato l'incarico di formare il nuovo esecutivo israeliano infondono fiducia in una parte consistente dell'elettorato israeliano. Quella esasperata da tre elezioni in meno di un anno, e allarmata per l'emergenza del coronavirus.
   Il compito affidato dal presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, all'ex capo di stato maggiore è tuttavia molto più arduo di quanto Gantz voglia mostrare. Avrà 28 giorni (più eventuali altri 14) per consolidare il blocco dei deputati disponibili a far parte della maggioranza. E formare così quel governo che manca da tanto tempo a Israele. La strada, tuttavia, è ancora tutta in salita, e il fallimento, l'ennesimo, dietro l'angolo. È la seconda volta che il capo del partito Blu e Bianco si vede assegnato il mandato di formare una maggioranza. ln ottobre, però, era stato scelto dopo che il premier uscente, Benjamin Netanyahu, non era riuscito a ottenere il consenso di 61 parlamentari, la metà più uno dei membri della Knesset, il Parlamento israeliano (120 seggi).
   Questa volta, invece, le cose sono cambiate. E non solo politicamente. Anche in questo angolo del Medio Oriente non sono tempi normali. Israele deve fare i conti con il coronavirus, che finora ha contagiato 250 persone, ne ha costrette 50mila in quarantena e ha spinto le istituzioni a chiudere scuole, università, ristoranti, bar, vietando assembramenti con più di 10 persone.
   Rivlin ha dunque assegnato l'incarico a Gantz perché era lui il politico con più chances di successo. Dopo le consultazioni seguite al voto del 2 marzo sarebbero 61 gli onorevoli della Knesset ad aver offerto - qualcuno turandosi il naso - il proprio sostegno. Ma è anche vero che un solo seggio separa Gantz da un altro fallimento. E in questa inedita alleanza di Governo dovrebbero figurare partiti teoricamente inconciliabili, come quelli della lista araba (15 seggi in tutto), disponibili a sostenere un esecutivo di minoranza che vedrebbe al suo interno la partecipazione dei 33 deputati di Blu e Bianco (seconda forza del Paese dopo il Likud), i 6 di Labor-Meretz, ma anche i sette onorevoli di Israeli Beitenu, il partito di destra, filo-russo e laico, e soprattutto antiarabo, guidato dall'ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Improbabile. Se è nata solo l'idea di una simile variegata maggioranza ciò lo si deve soprattutto alla volontà di mettere fine ai 14 anni consecutivi di governo di Netanyahu. Fino a domenica sera il premier più longevo di Israele ha cercato di persuadere il presidente della Repubblica della necessità di formare o un governo di emergenza da lui guidato o un esecutivo di unità nazionale per far fronte al coronavirus. Tentativo non andato a buon fine. In alternativa, Gantz potrebbe prendere un'altra strada, quella di un governo di unità insieme ai conservatori del Likud, il partito di Netanyahu. Oggi si riunisce la nuova Knesset. In tempi di coronavirus la sessione sarà scaglionata in tante piccole sessioni per consentire al massimo dieci persone in aula. La prima mossa di Gantz sarà cambiare il presidente del parlamento, votando un leader diverso da Yuli Eldstein, alleato di Netanyahu. La maggioranza parlamentare dovrebbe poi permettere a Gantz di puntare a una legge che vieti a qualsiasi cittadino israeliano sotto processo di diventare premier. Sarebbe una legge ad hoc contro Netanyahu. Il quale, scampata per via del coronavirus la prima udienza del processo che lo vede incriminato per tre casi di corruzione, dovrà comparire in Tribunale il 24 maggio. Ma mai annunciare in anticipo la fine del regno di re Bibi. Il suo epitaffio non è ancora stato scritto. E il premier dalle sette vite è pronto a risorgere.

(Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2020)


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Israele - Nuove restrizioni e prima «vittima»: il governo Gantz

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il Ieri si è ufficialmente aperta la 23esima legislatura della Knesset e il presidente Rivlin ha affidato l'incarico di formare il nuovo governo israeliano al leader della lista centrista Blu Bianco, Benny Gantz.
   Sebbene al voto del 2 marzo sia giunto alle spalle del Likud, il partito del premier Netanyahu, Gantz ha l'appoggio di 61 deputati (su 120) del centro sinistra, della Lista araba e del partito del nazionalista xenofobo Lieberman. Sulla carta il rivale di Netanyahu ha i numeri per un governo di minoranza con l'appoggio esterno dei partiti arabi. Tuttavia la distanza ideologica tra Lieberman e la Lista araba rende questa soluzione improbabile. Rivlin vuole un esecutivo forte composto dai due partiti maggiori che affronti l'emergenza coronavirus ma Netanyahu esclude categoricamente che ne possano far parte anche i partiti arabo israeliani. In ogni caso anche questa soluzione è lontana. A infiammare ulteriormente lo scontro tra Gantz e Netanyahu è stato l'annuncio del rinvio a fine maggio della prima udienza del processo per corruzione a carico del primo ministro prevista per oggi.
   A Netanyahu conviene continuare a guidare un governo ad interim e puntare a nuove elezioni, portando avanti da premier le misure contro il virus. Anche in Israele cresce la paura del contagio di pari passo con l'aggiornamento quotidiano della sua diffusione - ieri si parlava di 2 77 casi positivi, decine di migliaia di persone sono in quarantena - e a gran parte dell'opinione pubblica nelle prossime settimane non interesseranno il quadro politico e le vicende giudiziarie di Netanyahu. Su questo punta il leader della destra. In queste ore conta sapere se ci sono sufficienti respiratori (Israele ne comprerà altri mille) e letti per le terapie intensive e se il sistema sanitario reggerà l'urto dell'ondata di contagi che il ministero della salute si attende nei prossimi giorni.
   Ieri sera Netanyahu era sul punto di annunciare nuove forti restrizioni, in aggiunta a quelle comunicate sabato. Saranno ridotti i trasporti pubblici e fermate molteplici attività economiche. Kiryat Ye'arim, una piccola comunità di ebrei religiosi, dove si sono registrati in un giorno otto casi positivi, probabilmente sarà il primo centro israeliano a essere isolato e dichiarato zona rossa.
   Tulkarem, nella Cisgiordania occupata, potrebbe essere dopo Betlemme la seconda città palestinese isolata per decisione dell'Anp (e di Israele). Il ministero della salute palestinese ha confermato all'Oms un totale di 39 casi positivi in Cisgiordania (37 a Betlemme e due a Tulkarem), di cui solo alcuni considerati gravi. Nessun contagio è stato segnalato a Gaza ma si attendono i risultati dei tamponi effettuati su un numero imprecisato delle 100 persone in quarantena al confine con Rafah o nelle scuole designate come strutture di isolamento. L'Oms sta varando un piano da 6,5 milioni di dollari in aiuto alla sanità palestinese.

(il manifesto, 17 marzo 2020)


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L'emergenza Covid 19 isola anche Netanyahu. E il governo va a Gantz

Compito non facile per il nuovo leader che deve unire partiti molti diversi. L'epidemia di coronavirus fa intanto slittare il processo di "Bibi".

di Valerio Sofia

Il coronavirus cambia le carte in tavola anche nella politica israeliana. Il nodo governo e maggioranza che non è stato sciolto da tre elezioni anticipate in un anno potrebbe forse sbrogliarsi ora con un governo di emergenza nazionale. Da un lato sono stati rinviati di due mesi i processi contro Netanyahu a causa dell'epidemia, sgombrando per il momento il campo da un tema pesantissimo, allo stesso tempo però il presidente della Repubblica Reuven Rivlin ha deciso di affidare l'incarico a Benny Gantz, leader del partito centrista Blu e Bianco che aveva sfidato il Likud nelle varie tornate elettorali. Nell'ultimo voto di pochi giorni fa era stata la coalizione di Netanyahu a fare un balzo in avanti a discapito dei rivali, ma non era riuscito comunque a mettere insieme una maggioranza.
   Dalle consultazioni sarebbe emerso che il leader del partito Blu e Bianco Gantz abbia ricevuto l'endorsement di 61 deputati contro i 58 ottenuti da Netanyahu. Una maggioranza di appena un seggio, molto variegata e fragile, che include tra quelli che hanno fatto il suo nome sia il falco dell'ultradestra Lieberman (oggi rivale giurato di "Bibi") che il capo della Lista araba unita Avman Odeh. Inoltre, a parte formare un governo con questa maggioranza, l'idea potrebbe essere partire da lì per arrivare a un governo di emergenza. Già Netanyahu da parte sua aveva proposto a Gantz un esecutivo di unità nazionale, ma i due rivali non sono arrivati a un accordo perché ciascuno voleva comunque imporre le proprie condizioni. Netanyahu voleva essere lui a guidare un governo ad interim di sei mesi. Gantz e il resto dell'opposizione hanno protestato contro il rinvio del processo al premier. In questo modo la frattura è rimasta aperta, e il presidente ha proceduto a una specie di conta deputato per deputato e ha sbloccato la situazione con un vantaggio di misura di Gantz.
   Da verificare se Gantz sarà in grado di tenere insieme parlamentari politicamente così diversi, magari riuscendo anche ad ammorbidire le posizioni se non di Netanyahu almeno di qualche singolo parlamentare dell'opposizione. Il tutto in una situazione sanitaria che non appare per nulla facile e contro la quale Israele sta mettendo in campo un grande sforzo politico e scientifico che comprende anche tanto i laboratori di ricerca medica più avanzati quanto l'intelligence.

(Il Dubbio, 17 marzo 2020)


"Amare gli ebrei. Odiare Israele"

di Emanuele Calò

Valentino Baldacci pubblica "Amare gli ebrei. Odiare Israele", con la prefazione di Noemi Di Segni, per i tipi di Aska, di Firenze, 2020, pagine 200, euro 15.00. Amare gli ebrei, odiare Israele, è il giusto corollario della visione di Alan Dershowitz e di Thomas Friedman, di Israele quale ebreo fra le nazioni, Stato reietto nella medesima misura in cui erano reietti gli ebrei sotto il fascismo ed il nazismo.
   Si tratta di una raccolta dei suoi articoli per Moked; per me che l'ho letto, è un libro affascinante. Anzitutto, se penso a quanto si trova in giro per l'Italia, anche negli editoriali (è tanta la mia voglia di fare nomi) è realmente un peccato che questi suoi scritti non siano pubblicati nei quotidiani di maggior diffusione, perché Valentino Baldacci ha una padronanza della lingua che ormai sono in pochi ad avere, unita ad una intelligenza, una cultura ed una precisione davvero introvabili.
   Forse il suo peccato d'origine è quello di appartenere ad una razza estinta, quella del pensiero democratico, laico, liberale e di sinistra, ormai soppiantato da garruli e molto presunti intellettuali che fanno a gara a chi scrive più sciocchezze; anzi, sparare apoditticamente delle atrocità prive di qualsiasi senso, è diventato uno status symbol che consente di ricevere la patente da intellettuale. Però non bisogna poi meravigliarsi se il web pullula di ignoranti/odiatori/antisemiti che si sono abbeverati alle vere e proprie idiozie che sono il marchio di fabbrica di tanti opinion makers (ossia, cattivi maestri).
   A Valentino Baldacci, in ciascun paragrafo, riesce la magia di fondere in poche parole storia, cultura ed opinione, unita a giudizi sferzanti, però mai sgarbati, dai quali anche un accanito lettore come me ha tanto da imparare.
   Consiglio caldamente questo volume pro israeliano, perché l'autore è un Maestro dell'opinione critica e mai un apologeta; si cercherebbe invano una goccia di livore e di acredine, si cercherà invece, con successo, il giudizio tecnico e morale, frutto del pensiero e della ragione.
   Perché non consigliare la lettura di questo libro nelle scuole, a partire dalle nostre? I giovani apprenderebbero l'arte di scrivere in un italiano perfetto (fiorentino, et pour cause), l'arte della ricerca, l'arte di collegare i dati (ossia, l'arte di ragionare).
   Soprattutto, nella comparazione, i giovani imparerebbero a riconoscere ed a scartare quella messe infinita di castronerie che tanti incapaci e plagiari sfornano periodicamente. Sono certo che la Presidente Ruth Dureghello sarebbe incantata dalla lettura di questo libro appena uscito, e sono più che sicuro che si unirebbe ai miei auspici di diffusione di un pensiero così elegante, preciso e sensibile.

(Bet Magazine Mosaico, 16 marzo 2020)



"Israele è sopravvissuto a guerre e missili, è pronto per superare anche questo"

Parla l'editorialista del Jerusalem Post

di Roberto Zadik

È un periodo decisamente tormentato per il mondo e per Israele e in questi giorni, massimo impegno governativo e sanitario, dalla politica alla medicina, per contrastare questa pandemia da Coronavirus, che sembra inarrestabile nella sua diffusione e nel crescente numero di contagi anche nello Stato ebraico. In tema di cifre "israeliane" alcuni media, come Ynet e Haaretz, attestano, riportando gli aggiornamenti forniti dal Ministero della Salute, oltre 200 contagi raggiunti, quasi raddoppiati rispetto ai 109 di giovedì sera e ai 164 di sabato. Giorni di precauzioni e restrizioni, di chiusura totale di scuole, musei e negozi, cinema come sottolinea il Times of Israel e Netanyahu, che invita la popolazione a "abituarsi a un nuovo stile di vita".
   In tutto questo, sul Jerusalem Post domenica 15 marzo è uscito un editoriale dell'autorevole giornalista ebreo americano naturalizzato israeliano Herb Keinon che si è approfonditamente espresso sull'attuale emergenza sanitaria. "Israele è sopravvissuto a guerre e missili, è pronto per superare anche questo" ha esordito il cronista che ha ricordato alcune importanti considerazioni. "Stiamo testimoniando un fondamentale cambiamento nelle nostre vite" ha aggiunto Keinon "rinunciando ad alcune abitudini come contatti sociali, viaggi, scuola, lavoro e preghiere, che sono state sospese". Con questo virus che secondo Keinon tutto è cambiato e "da giorni le nostre conversazioni, i nostri pensieri e perfino i sogni sono dominati da questa nuvola pesante che oscura tutto quanto".
   Nel testo del suo intervento egli ha evidenziato come "forse ci vorrà la scoperta di un vaccino o l'arrivo di un'estate umida e rovente per far scomparire questa piaga". In tema delle peculiarità di Israele rispetto alle società occidentali, il Paese , "avendo passato varie crisi nel suo passato, Israele e i suoi cittadini sono maggiormente preparati alle emergenze rispetto alle società occidentali che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non sono state più costrette a queste restrizioni Draconiane".
   Un editoriale lucido e schietto dove egli ha ricordato vari momenti di tensione della storia israeliana, la Guerra del Golfo del 1991 in cui il dittatore Saddam Huissein ordinava di lanciare i missili Scud e la gente viveva con maschere a gas, asserragliati nelle loro abitazioni tenendo i figli lontani dalle scuole e dagli asili. Il giornalista ha evidenziato però come, mentre a quei tempi, Nachman Shai, portavoce dell'esercito, cercava di tranquillizzare gli animi, l'attuale Ministro della Salute, Moshe Bar Siman Tov, invece alza il livello di tensione enfatizzando le misure preventive, la distanza di due metri fra le persone, il regolare lavaggio delle mani e la permanenza a casa quanto più tempo possibile. Nonostante questo ha elogiato l'impegno del Ministero e del sistema sanitario che sta cercando di "contrastare al meglio questa emergenza, evitando il collasso ospedaliero che porterebbe al disastro nazionale".
   Nella sua analisi ha ricordato altre fasi difficili del Paese come la Seconda Intifada e i terrificanti attacchi suicidi ma lì "la gente veniva incoraggiata a continuare con le loro vite e le attività commerciali e le strutture rimanevano aperti nonostante tutto". Successivamente Keinon ha puntualizzato come "qui si tratta di qualcosa di completamente diverso". "Quello che rende più difficile tutto quanto" ha affermato " è l'imprevedibilità di questo virus, brutale, nascosto e spietato che sta alterando le nostre vite come se fossimo in un film di fantascienza" anche se "forse la disciplina e la solidarietà mostrata nei momenti difficili possano aiutarci a superare questo momento".

(Shalom, 16 marzo 2020)


"Israele al fianco dell'Italia e delle comunità ebraiche"

Il colloquio tra il ministro della diaspora israeliano e la presidente Ucei

Immagine di solidarietà all'Italia proiettata sulle mura della città vecchia di Gerusalemme
Il sostegno d'Israele all'ebraismo italiano di fronte all'emergenza sanitaria. È il tema di cui hanno discusso la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e il ministro della Diaspora israeliano Tzipi Hotovely. Un colloquio tenutosi nelle scorse ore in cui Hotovely ha rimarcato la vicinanza d'Israele all'Italia e al suo mondo ebraico, offrendo il sostegno e supporto di Gerusalemme. La presidente Di Segni ha presentato le misure intraprese dalle Comunità nel rispetto delle disposizioni adottate dal governo, dando un quadro delle criticità di questa difficile lotta contro il coronavirus e contro l'espandersi del contagio. Israele negli scorsi giorni ha iniziato ad adottare misure sempre più severe e guarda con attenzione all'evolversi della situazione italiana.

(moked, 16 marzo 2020)


Incarico a Gantz. Israele tenta la strada del dopo Netanyahu

L'impasse del dopo le elezioni

di Davide Frattini

L'emergenza Coronavirus non ferma la politica israeliana, rinvia però a maggio l'inizio del processo per corruzione, frode, abuso d'ufficio contro Benjamin Netanyahu: il primo ministro in carica avrebbe dovuto sedersi domani davanti ai giudici, tutte le udienze sono sospese. Con un saluto gomito contro gomito, il presidente Reuven Rivlin ha incontrato ieri i leader dei partiti per individuare chi avesse le maggiori possibilità di formare un governo dopo che gli israeliani sono tornati a votare il 2 marzo perla terza volta in meno di un anno. Due settimane fa il capo del Likud è riuscito a ottenere tre seggi in più di Gantz, ma il blocco della destra non ha raggiunto la maggioranza di 61. E l'ex capo di Stato Maggiore che guida la coalizione Blu Bianco ha ricevuto il numero maggiore di consensi tra le formazioni in parlamento, così oggi riceve ufficialmente il mandato: oltre a quello del suo partito e della sinistra, ha ottenuto il sostegno della Lista Unita, che per la maggior parte rappresenta gli arabi israeliani, e di Avigdor Lieberman. E' la prima volta dai tempi di Yitzhak Rabin che i partiti arabi appoggiano un governo, anche solo dall'esterno. Adesso l'ex generale ha 21 giorni, più un'eventuale estensione, per presentarsi da Rivlin con i nomi dei ministri.

(Corriere della Sera, 16 marzo 2020)


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Israele, incarico a Gantz per un nuovo governo. Ora Netanyahu è in bilico

Il leader del partito Bianco e Blu ha una (stretta) maggioranza. L'ipotesi di un accordo di unità nazionale contro il coronavirus.

di Marco Ventura

Oggi a mezzogiorno, dopo che ieri sera le mura della città vecchia di Gerusalemme si sono illuminate con il Tricolore italiano in segno di solidarietà («Italia. Gerusalemme è con te»), il presidente di Israele, Reuven Rivlin, affiderà l'incarico di formare il nuovo governo, contro tutte le aspettative dell'immediato dopo-voto. al rivale di Benjamin Netanyahu, l'ex capo di stato maggiore della Difesa Benny Gantz, leader del partito "Blu e bianco". Ma e un percorso impervio quello che aspetta Gantz, perché sulla carta può contare su 61 seggi su 120 nella Knesset. il Parlamento israeliano, e almeno due potrebbero mancare al momento di votare il governo, perché il partito di Gantz ha bisogno non solo dei voti del parlamentari di Lieberman, ma anche di quelli del Partito arabo che potrebbe questa volta fare la differenza. Una prospettiva esclusa in passato proprio da Gantz.
   Dopo tre elezioni senza un risultato netto, e un governo ad interim di Netanyahu che ha comunque vinto le ultime elezioni con il Likud, si prospetta un altro periodo incerto. II presidente Rivlin punta oggi. consegnando a Gantz la possibilità di formare il governo, sul coinvolgimento di Netanyahu in un governo di unità nazionale cementato da una guerra diversa da tutte le altre che hanno funestato la storia di Israele: quella al coronavirus, che preoccupa con la previsione di un'estensione del contagio che non risparmia neppure il Paese «più sicuro del mondo». Netanyahu, dal canto suo, è impensierito dal processo per corruzione contro di lui che è stato rinviato a maggio per una decisione del ministro della Giustizia, proprio in ragione dell'emergenza coronavirus. Un rinvio che gli dà respiro, ma che gli ha procurato le critiche dell'opposizione. Che denuncia l'uso improprio dei poteri di governo per alleggerire il peso giudiziario sulla famiglia del premier. L'obiettivo del presidente Rivlin e quello dl far nascere un esecutivo forte, che fronteggi l'emergenza sanitaria, con Gantz al quale verrebbe affidato il governo almeno In una prima fase, e una successiva staffetta con Netanyahu nel momento in cui si sarà conclusa la sua vicenda giudiziaria. Tocca a Netanyahu accettare o no l'offerta. Intanto, Gantz può riprendere il controllo della Knesset attualmente in mano al Likud coi suoi alleati. E tanto per cominciare, può sostituire lo speaker del Parlamento, esponente del Likud, con un rappresentante Blu e Bianco. E allo stesso modo riscrivere la mappa delle commissioni e delle relative presidenze.

 Gli obiettivi di Benny
  Quindi il primo obiettivo di Gantz è la Knesset, poi il governo. Che a dispetto dell'incarico potrebbe non essere approvato da tutta l'assemblea. L'appoggio garantito questa volta (ed è una scelta storica) dal partito arabo che nelle ultime elezioni ha ottenuto un grande risultato, spinge verso una maggiore integrazione e il desiderio di strappare una parte da azionista nella guida del Paese. Gantz avrà 28 giorni per formare il nuovo governo. La politica israeliana resta però fortemente influenzata dalla crisi coronavirus. Netanyahu ha annunciato misure da mezzo blocco, e ha fatto approvare un "apparato elettronico" che consente fra l'altro di segnalare attraverso i cellulari la vicinanza a soggetti positivi. In molti contestano la misura sostenendo che violerebbe la privacy degli israeliani.

(Il Messaggero, 16 marzo 2020)


“Non baciate le pietre del Muro del pianto”

 
Shmuel Rabinowitz, rabbino per il Muro del pianto
Il rabbino per il Muro del pianto, Shmuel Rabinowitz, ha esortato i fedeli a non baciare le pietre del sito a Gerusalemme, il luogo più sacro per gli ebrei di tutto il mondo. La richiesta è arrivata dopo consultazioni con le autorità sanitarie, riferisce Ynetnews. L'accesso al Muro del pianto rimane aperto, ma vi sono controlli per assicurare che non entrino nel sito più di dieci persone alla volta e che sia rispettata la distanza di due metri fra le persone, come richiesto dalle direttive del governo.

(Adnkronos, 16 marzo 2020)


Il digitale "in deroga" alla privacy: così Israele punta a stanare il Coronavirus

Avviato un sistema di controllo di cellulari e computer per la raccolta dati sulla diffusione dei contagi. Il ministro dei Trasporti Smotrich: "Misura estrema ma nessun Grande Fratello". La piattaforma sarà utilizzata per 30 giorni, poi le informazioni saranno cancellate.

Il governo israeliano ha approvato l'adozione di un apparato elettronico di controllo degli spostamenti della popolazione per impedire la diffusione del coronavirus, che nel Paese, attualmente, conta 200 individui positivi al tampone e nessun deceduto. A renderlo noto, il ministro dei trasporti Bezalel Smotrich senza entrare nello specifico delle caratteristiche del dispositivo. Sulla stampa si è diffuso oggi il timore che il governo intenda utilizzare tecniche di monitoraggio di antiterrorismo messe a punto dallo Shin Bet (i servizi segreti interni) per controllare gli apparecchi cellulari di quanti siano sottoposti a quarantena.
"Posso tranquillizzare tutti", ha replicato lo stesso Smotrich su Twitter. "In Israele non c'è e non ci sarà un Grande Fratello. È una misura estrema giustificata da una situazione estrema e pericolosa, per salvare le vite di decine di migliaia di cittadini". Questo apparato, che presumibilmente è in grado di monitorare i contatti e gli spostamenti dei dispositivi cellulari, dovrebbe avere lo scopo di inviare messaggi sms di avvertimento a chi fosse entrato a sua insaputa in contatto con persone contagiate. Una volta approvato dalla Knesset, resterà in funzione solo 30 giorni. Poi, secondo la stampa, le informazioni saranno distrutte.

 Il punto di vista dell'esperto Jacob Perry
  Con un numero limitato di persone risultate positive ai tamponi (la popolazione conta nove milioni di abitanti), Israele sembra contrastare efficacemente l'espansione del contagio. Parlando con Agenzia nova, Jacob Perry, ex direttore dello Shin Bet dal 1988 al 1994, poi ministro della Scienza, della Tecnologia e dello Spazio nel 2013-2014 e deputato alla Knesset fino al 2018, avalla l'introduzione del nuovo sistema, che si aggiunge alle altre misure prese. "Per combattere la diffusione del virus sono state chiuse tutte le scuole, i ristoranti, sono stati annullati eventi pubblici e oggi circa 40 mila persone sono in quarantena. Il governo utilizza ogni mezzo di ispezione digitale per controllare, attraverso telefoni cellulari e computer, se le persone rispettano le misure di sicurezza e limitano i loro movimenti. È una penetrazione della privacy e c'è anche chi definisce antidemocratico questo sistema, ma penso che, in questo momento, la cosa più importante sia fermare la diffusione del virus".

(CorCom, 16 marzo 2020)


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La geo-localizzazione dei servizi segreti per tracciare i positivi. Polemiche in Israele

di Davide Frattini

«E' una guerra», proclama. E della guerra vuole usare gli strumenti «per combattere questo nemico invisibile». Quasi ogni sera all'ora della cena il premier Benjamin Netanyahu appare in diretta televisiva e comunica agli israeliani le ultime restrizioni per fermare la diffusione del Covid-19, fino a questo momento i casi sono 200: scuole, università, bar e ristoranti chiusi, proibiti i raggruppamenti con più di 10 persone, già nelle scorse settimane il governo aveva deciso di obbligare alla quarantena chiunque arrivasse dall'estero, la maggior parte dei voli sono stati cancellati. Come altri Paesi anche Israele si sta barricando per provare a rallentare la diffusione del virus.
   Netanyahu vuole poter utilizzare i sistemi di sorveglianza tecnologica che lo Shin Bet, i servizi segreti interni, usano «nella guerra al terrorismo, è la nostra nuova sfida». In sostanza monitorare chi sia risultato positivo: con la geo-localizzazione è possibile individuare i luoghi dove queste persone sono passate e controllare che non violino il periodo di isolamento a casa. La nuova contro-misura è stata approvata dal Consiglio dei ministri dopo sette ore di discussione e il governo assicura che «non ci sarà alcun Grande Fratello nello Stato di Israele».
   Il procuratore generale dello Stato ha dato l'approvazione alle tecniche speciali, mentre lo Shin Bet garantisce che non verrà violata la privacy e le informazioni non saranno sfruttate per imporre la quarantena. Per ora sono servite a ricostruire la mappa degli spostamenti degli infettati (anonimi), che è stata pubblicata sul sito del ministero della Sanità.
   Anche con queste limitazioni l'intervento dei servizi — di solito impegnati nella lotta contro gli estremisti palestinesi — preoccupa deputati della sinistra come Nitzan Horowitz: «Pedinare i cittadini con questi mezzi sofisticati è una violazione dei diritti civili. E per questa ragione che queste tecniche sono proibite nelle nazioni democratiche».
   Netanyahu e i suoi consiglieri sono stati sottoposti al test — «tutti risultati negativi», annunciano i portavoce — per «ragioni di sicurezza, non perché avessero sintomi, mentre il resto della nazione si prepara a settimane di zero rapporti sociali. Alcune scuole religiose ultraortodosse si rifiutano di chiudere e la polizia è dovuta intervenire per far rispettare il blocco.
   L a diffusione del virus ha spinto gli israeliani e i palestinesi alla cooperazione, di certo il Covid-19 non conosce confini o barriere. Dentro la moschea Al Aqsa e la Cupola della Roccia sono proibite le preghiere, i fedeli musulmani possono inginocchiarsi insieme sulla spianata all'esterno. Il più alto numero di colpiti in Cisgiordania è a Betlemme dove sono passati migliaia di pellegrini.

(Corriere della Sera, 16 marzo 2020)


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