Così parla Colui ch'è l'Alto, l'Eccelso,
che abita l'eternità, e che ha nome 'il Santo':
Io dimoro nel luogo alto e santo,
ma sono con colui che è contrito ed umile di spirito,
per ravvivare lo spirito degli umili,
per ravvivare il cuore dei contriti.
Isaia 57:15  

Attualità



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Ofra Haza

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Predicazioni
Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Come cerva che assetata

Dalla Sacra Scrittura

SALMO 42
  1. Come la cerva desidera i corsi d'acqua,
    così l'anima mia anela a te, o Dio.
  2. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;
    quando verrò e comparirò in presenza di Dio?
  3. Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,
    mentre mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  4. Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla
    verso la casa di Dio, tra i canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa.
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
  6. L'anima mia è abbattuta in me; perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,
    dai monti dell'Ermon, dal monte Misar.
  7. Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;
    tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.
  8. Il Signore, di giorno, concedeva la sua grazia,
    e io la notte innalzavo cantici per lui come preghiera al Dio che mi dà vita.
  9. Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?»
  10. Le mie ossa sono trafitte dagli insulti dei miei nemici
    che mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  11. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
SALMO 43
  1. Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente malvagia;
    liberami dall'uomo falso e malvagio.
  2. Tu sei il Dio che mi dà forza; perché mi hai abbandonato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?
  3. Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino,
    mi conducano al tuo santo monte e alle tue dimore.
  4. Allora mi avvicinerò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia e della mia esultanza;
    e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio!
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015


Tensioni tra Israele e Iran

«L'esercito agisce e agirà contro le minacce che lo mettono in pericolo, sia vicine sia lontane». Così si è espresso ieri il capo di stato maggiore israeliano, Aviv Kochavi, a pochi giorni dall'esplosione che ha colpito una nave commerciale di proprietà israeliana al largo dello stretto di Hormuz. Il fatto è avvenuto giovedì scorso. Israele ha immediatamente puntato il dito contro l'Iran. Dal canto suo, Teheran non ha commentato le dichiarazioni di Kochavi, ma la stampa ufficiale ha accusato la nave di «raccogliere informazioni d'intelligence nel Golfo Persico e nel Mare Arabico» si legge nel quotidiano «Kayhan», considerato vicino alle posizioni del governo. Intanto, una squadra di esperti israeliani di sicurezza è volata a Dubai, dove la nave ha riparato dopo l'esplosione, per esaminare da vicino la situazione. Gli esperti - dicono i media - non escludono la possibilità che a causare l'esplosione sia stato un missile.

(L'Osservatore Romano, 2 marzo 2021)


A proposito di "hamanismo"

di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

Uno spettro si aggira per il mondo ebraico, si direbbe con una frase famosa. In realtà ce ne sono molti di spettri circolanti. Ma stavolta c'è uno spettro nuovo, che è stato chiamato con un nome finora (a me) ignoto: hamanismo, da Hamàn, il protagonista negativo della meghillà di Ester. Sappiamo tutti chi era Hamàn e del suo proposito di sterminare tutto il popolo ebraico vivente nel grande impero persiano. Chi ha suggerito il neologismo "hamanismo" spiega che:
    «nella mente bigotta e contorta di Haman, le differenze devono essere soppresse. Haman sogna una distopia di uniformità, in cui tutti pensano allo stesso modo e tutti si attengono a un solo insieme di regole: le sue.»
  Di qui la definizione:
    «L'hamanismo è la paura della differenza, e sta alla base di ogni regime autoritario».
  In ogni processo antisemita le componenti sono varie e certamente c'è anche quella della paura della differenza. Ma dire che questa fosse il movente principale di Hamàn è un'interpretazione non molto solida. Haman era una personalità complessata, egocentrica, autoritaria, sanguinaria. Nell'impero persiano, ci racconta la meghillà, c'erano 127 province, ciascuna con la sua scrittura e la sua lingua; le diversità abbondavano e se Haman partiva dall'odio per la diversità avrebbe dovuto fare non uno ma parecchi genocidi. Haman ce l'aveva con una sola diversità, quella ebraica.
   È purtroppo vero che noi abbiamo, tra i tanti nostri problemi, quello della intolleranza e della aggressività interna, e che dobbiamo contrastarla. Ma attaccargli una definizione basata su una lettura parziale e tendenziosa dei fatti antichi è un errore. Una distorsione politica e ideologica che non aiuta a risolvere i problemi ma li esaspera. Tra l'altro "il perfido Hamàn" intendeva risolvere la questione ebraica con lo sterminio delle persone e il saccheggio delle proprietà. Oggi, tacciare di hamanismo gli intolleranti in mezzo a noi significa accusarli anche di propositi omicidi e di rapina. Forse qualche estremista ce li ha i propositi omicidi, purtroppo, e non sarebbe una novità nella nostra storia, ma un'etichetta di questo tipo è troppo generica e offensiva, e invelenisce la discussione.
   C'è un altro aspetto problematico in questa denuncia dell'hamanismo, anche questo legato a una lettura libera e parziale delle fonti della nostra tradizione.
   Si afferma questo:
    «I nostri saggi erano così spaventati dall'uniformità che hanno persino decretato che se un verdetto in un processo capitale è unanime, non è valido. Noi maneggiamo una cultura che vede la differenza come fonte di ricchezza. Duemila anni fa, quando i nostri rabbini proclamarono che "Ci sono 70 facce della Torah", avanzarono l'idea molto moderna che le nostre differenze non devono dividerci.
       Il nostro abbraccio della diversità non è semplicemente una caratteristica aggiunta all'ebraismo; è essenziale per la teologia ebraica. La grandezza di Dio, dice la Mishnah, può essere vista dal fatto che mentre "un uomo batte molte monete dallo stesso dado, tutte le monete sono uguali", mentre Dio "batte ogni uomo dal dado del Primo Uomo, e tuttavia nessun uomo è uguale al suo simile". (Sanhedrin 4:5) È in chi è diverso che vediamo la grandezza di Dio. Poiché le differenze sono un'espressione della volontà di Dio, non rispettare le differenze è un insulto a Dio.»
Tutte queste affermazioni sono vere, belle, commoventi, perfette per derashòt, tavoli di dialogo, apologie in differenti contesti, ma non esauriscono il quadro. È vero che tutto il Talmud si basa su discussioni tra opinioni differenti, che sono la sua vita e la vita dell'ebraismo rabbinico, ma bisogna vedere anche cosa succedeva alla fine delle discussioni a chi non accettava il parere e le regole della maggioranza. E se i Maestri discutevano tra di loro, non risparmiandosi anche insulti, nel frattempo eliminavano dalla discussione i pensieri che non si adeguavano al sistema, attaccandoli non solo con argomenti logici ma anche con durezza, scherno e disprezzo. E poi un conto è la ricchezza del creato e dell'umanità, il colore della pelle, dei capelli o degli occhi, e un conto la diversità delle opinioni. Se oggi va di moda il politically correct dobbiamo toglierci dalla mente che questo fosse la regola nei secoli passati e nei testi fondanti. Oggi, come tante volte in passato si cerca di trovare per le tesi e le mentalità prevalenti un supporto antico; ci si riesce sempre, tra le 70 facce della Torà, ma il risultato è sempre un po' traballante. La predica della tolleranza basata sulle fonti regge poco.
   In riferimento alla situazione comunitaria, la denuncia che viene fatta è questa:
    «Anche la comunità ebraica sta diventando così; abbiamo sempre meno in comune con "l'altro" e stiamo creando un clima in cui il dissenso è penalizzato e la diversità di opinioni scoraggiata. … Il risultato è che non abbiamo più una sola comunità ebraica, ma piuttosto una folla di sette in guerra. Stiamo sostituendo la ragione con la rabbia e la discussione con la diffamazione. Stiamo assistendo alla morte della civiltà - in America, in Israele e nelle nostre comunità - e quando il vivere civile muore, la civiltà segue.
    Ecco perché oggi, la principale linea di frattura nel mondo ebraico non è tra sinistra e destra, religiosi e laici, ortodossi e riformisti, progressisti e conservatori, falchi e colombe, israeliani e diasporici: è tra coloro che accettano e abbracciano la complessità e il pluralismo del mondo ebraico e coloro che non lo fanno.»
  L'analisi è corretta ma solo fino a un certo un punto. Gli ebrei sono sempre stati divisi, e se certe divisioni del passato oggi sono solo un ricordo, non vuol dire che non fossero accompagnate anche allora da rabbia e diffamazione e da tensioni. Gli schieramenti e l'oggetto della discussione cambiano continuamente, perché la storia e i suoi problemi cambiano; ma non cambia l'asprezza. Il tema divisivo di oggi sembrerebbe il "pluralismo", ma è solo la faccia nuova e il nome nuovo di qualcosa di molto antico. Il pluralismo c'è sempre stato, perché ognuno ha sempre scelto di vivere o non vivere il suo ebraismo come meglio gli pareva, o come gli poteva essere consentito, con scelta individuale o di gruppo, ma questo ha sollevato domande, dubbi e polemiche nel resto della collettività e la questione era, allora come oggi, se certe scelte individuali o di gruppo possono garantire la continuità e la sopravvivenza. Il pluralismo c'è sempre stato, qualche volta è stato rifiutato (per fare qualche esempio: ellenismo, cristianesimo, qaraismo, sabbatianesimo) altre volte ha suscitato divisioni profonde che sono state in parte metabolizzate e entrate con piena dignità nel "sistema" (ad esempio il chasidismo e il sionismo). Che cosa si intende oggi per pluralismo? Fermo restando che la rabbia e la diffamazione vanno combattute, non tutto ciò che è plurale è necessariamente buono e virtuoso.
   Una delle regole più difficili da osservare per un ebreo è quella della ahavàt Israel, l'amore per il suo popolo, senza riserve e malgrado tutto. Ma anche chi è animato dal più sincero sentimento di ahavà non rinuncia ai suoi valori e se li vede minacciati li difende, sempre con ahavà. Ci è stato insegnato di distinguere tra choteìm (peccatori) e chatàìm (peccati), invocando la fine degli ultimi e il pentimento dei primi, ma non di ammettere i "peccati" come realtà legittima da difendere.
   In conclusione. L'intolleranza e l'aggressività non dovrebbero inquinare la vita comunitaria ebraica. Ma definire tutto questo come hamanismo è improprio e fuorviante. Così come definire i nostri testi classici come campioni della diversità è una deformazione. Molte idee nuove e diverse sono state accettate nell'ebraismo, ma molte altre sono state rigettate. La discussione sul "pluralismo" di oggi deve basarsi sul rispetto, ma il pluralismo non deve essere un pilastro intoccabile.

(Shalom, 2 marzo 2021)


*


«Due ebrei, tre opinioni»

La reazione del Rabbino Capo all'articolo sulll'hamanismo appare un po' impacciata. Non è facile oggi per un ebreo religioso opporsi con argomenti cogenti a chi sostiene che il pluralismo è un elemento fondante dell'ebraismo. Dicono infatti gli ebrei anti-hamanisti: "Il nostro abbraccio della diversità non è semplicemente una caratteristica aggiunta all'ebraismo; è essenziale per la teologia ebraica". E' difficile negare questo quando si sente dire in ogni occasione che "dove ci sono due ebrei ci sono tre opinioni diverse". Qualcuno dirà che esiste un riferimento comune al "dono della legge", ma è davvero così? Non è forse vero che sull'interpretazione della legge i saggi si dividono, anche radicalmente, e che è considerato scorretto nelle controversie fare riferimento alla rivelazione di Dio come se qualcuno ne possedesse l'interpretazione autentica? Qualcuno potrebbe immaginarsi un Dio che dice al suo popolo: "Vi ho fatto un dono prezioso, l'ho fatto soltanto a voi, quindi questo vi mette in una posizione di privilegio e responsabilità. Abbiatene cura, parlatene fra di voi, discutete, litigate, praticatelo nel modo che vi sembra migliore, ma non venitemi a disturbare con le vostre domande e nessuno vada in giro a dire che ha saputo da me qual è l'interpretazione autentica dei miei ordini, perché non sarebbe vero. D'ora in poi ve la dovete sbrigare da soli, fra di voi. Shalom". Le cose comunque non stanno così. E se anche nel dire come effettivamente stanno non si troverebbe certo l'unanimità, c'è una frase del Rabbino Capo che è giusto sottolineare: "Una delle regole più difficili da osservare per un ebreo è quella della ahavàt Israel, l'amore per il suo popolo, senza riserve e malgrado tutto. Ma anche chi è animato dal più sincero sentimento di ahavà non rinuncia ai suoi valori e se li vede minacciati li difende, sempre con ahavà." E sulla ahavàt Israel anche qualche non ebreo potrebbe unirsi. M.C.

(Notizie su Israele, 2 marzo 2021)


S. Maria del Cedro, Perì 'etz hadarì' è il primo intervento urbano targato LAOS

LAOS, l'itinerante festival di arte urbana, prosecuzione e rigenerazione dell'originario e ormai noto street art festival OSA Aroud, ha ridipinto il centro storico di Santa Maria del Cedro, con una grandiosa opera d'arte dal forte valore simbolico.

 
COSENZA - "Perì 'etz hadarì", che tradotto letteralmente dall'ebraico significa "il frutto dell'albero più bello", è il primo intervento d'arte urbana del progetto LAOS: secondo la tradizione ebraica, infatti, fu proprio il cedro - e non la mela - a tentare Adamo ed Eva, provocando la loro espulsione dell'Eden. E fu così che Dio indicò a Mosè il cedro quale pianta da utilizzare per la tradizionale festa delle capanne o Sukkoth.
   
La coltura dei cedri ha una storia antichissima, risalente a oltre 2000 anni fa. I migliori cedri vengono attualmente coltivati nella zona identificata come la Riviera dei Cedri, proprio a Santa Maria del Cedro. Ed è qui che, sin dai tempi antichi, rabbini con barba e kippah provenienti da tutto il mondo, arrivano per selezionare il "frutto sacro" che verrà poi utilizzato per celebrare il Sukkoth, ricordando le capanne che gli ebrei costruirono durante il viaggio verso la Terra Promessa.
   "Perì 'etz hadar" è l'immagine dal quale il festival LAOS parte e prende vita, festeggiando lo sposalizio tra due culture estremamente differenti ma legate da secoli, da un indissolubile filo.
   Ideatore di entrambi i format (OSA e LAOS), promotore di una cultura volta a sensibilizzare attraverso l'arte sul rispetto dell'ambiente, sulla storia e sull'appartenenza al proprio territorio, Antonino Perrotta in arte Attorrep è il noto artista adamantino che, realizzando i primi due murales per la cittadina calabrese, dà inizio al nuovissimo e promettente festival d'arte urbana dal nome LAOS.
   Gli interventi artistici, fortemente voluti dall'amministrazione comunale, interessano il centro storico di Santa Maria del Cedro, inserendosi nel suo contesto urbano senza alterarne l'identità, creando un dialogo tra arte e architettura, tra spazio e ambiente, attraverso un percorso costituito da più tappe e da una serie di operazioni di street art realizzate nel corso dell'anno.
   Laos era un'antica città della Magna Grecia, un'importante colonia di Sibari che sorgeva nel territorio di Santa Maria del Cedro, valle dell'odierno fiume Lao, da cui prende il nome. Città fiorente, dall'elevato grado di civiltà, del V/VI secolo a.C., è tra gli insediamenti più antichi della zona identificata come la Riviera dei Cedri.
   Il festival LAOS nasce grazie alla collaborazione tra il Comune di Santa Maria del Cedro e l'Associazione Culturale Haz Art, ponendosi come continuazione e rigenerazione di OSA, ma allo stesso tempo differenziandosi dall'originaria kermesse: emblematico notare come la parola "laos" contenga in sé il termine "osa", anagramma di esso con l'aggiunta della lettera "l".
   Obiettivo di LAOS è dare forma e colore alle peculiarità geografiche di Santa Maria del Cedro, integrando le sue caratteristiche morfologiche con quelle storico-archeologiche, in continuità con le tradizioni culturali e con le specificità strutturali del paesaggio, che tramite l'arte prendono vita.
"Rigenerare il centro storico attraverso immagini che rievocano un flashback cronologico inverso, a partire dalla storia più recente fino ad arrivare alle primissime tracce storiche - spiega Antonino Perrotta - Santa Maria del Cedro possiede uno dei maggiori patrimoni storico-culturali del mezzogiorno ed è uno degli insediamenti più antichi presenti sul territorio. Il recupero e la valorizzazione degli usi, dei costumi e delle tradizioni locali, sono tra gli obiettivi essenziali che intendiamo perseguire col nostro festival".
Con il sostegno del Comune di Santa Maria del Cedro, con la collaborazione di Artemisia Paint, promosso dall'Associazione Culturale Haz Art sotto la direzione artistica di Antonino Perrotta, giovane artista diamantese e ideatore dei diversi festival, LAOS si propone di continuare il lavoro iniziato con OSA - Operazione Street Art e proseguito con OSA Around.
   Haz Art si è distinta sin da subito proponendo attività di riqualificazione e rigenerazione urbana attraverso questa particolare forma d'arte, collaborando con importanti street artist del panorama nazionale ed europeo (tra cui Sfhir, Man ò Matic, Solo, Diamond) e stringendo collaborazioni con importanti festival del settore, come Manufactory Project (Comacchio, Ferrara), Graffitea (Cheste, Spagna), Biennale MArteLive (Roma), Serpis Urban Art (Gandìa, Spagna).
   Gli obiettivi e le tematiche affrontate, la partecipazione sentita delle realtà locali, unitamente alla dimensione metropolitana del progetto e al respiro internazionale degli artisti coinvolti, fanno di OSA un festival senza precedenti e in linea con il fenomeno che si sta sviluppando nei grossi centri urbani: l'estensione più grande delle opere che arrivano a coprire l'intera facciata dei palazzi, l'uso delle moderne tecniche di realizzazione (spray, elevatori meccanici, pitture al quarzo) caratterizzate da stili più contemporanei, distinguono certamente i nuovi interventi dai precedenti.
   Portando avanti il concetto di muralismo, inteso come percorso di rigenerazione dell'arte pubblica contemporanea e di rivalutazione del territorio, OSA intende aprire un dialogo tra arte e architettura, tra spazio e ambiente, allo scopo di riscoprirne i luoghi, esaltandone la bellezza attraverso l'integrazione della street art nel complesso artistico di città e borghi del sud Italia.

(CosenzaPost.it, 2 marzo 2021)


Salvati dal Tas i judoka iraniani che non lottano con gli israeliani

La federazione di Teheran aveva impedito a Mollaei di sfidare un rivale di Israele causando la squalifica

di Vanni Zagnoli

Il tribunale di arbitrato per lo sport è sovrano, non solo per Alex Schwazer, e allora l'iraniano Saeid Mollaei (ex iraniano, è stato naturalizzato dalla Mongolia), che rifiutò di affrontare un atleta israeliano è stato riabilitato. O, meglio, è stata annullata la sospensione a tempo indeterminato imposta all'Iran dall'Intemational Judo Federation. Era l'ottobre del 2019, il confronto era tra atleti di primo piano e salta per obiezione di coscienza politica da parte del judo- ka di Teheran. Il Tas ritiene che la federazione iraniana abbia effettivamente commesso gravi violazioni e debba essere sanzionata, ma non a tempo indeterminato, poiché il provvedimento• non, ha base giuridica. Serve una giusta pena, insomma, come in tutte le cose. Così ha rinviato il caso al comitato disciplinare della federazione internazionale, che dovrà emettere un nuovo giudizio, ma intanto l'Iran può preparare Tokyo.

 La macchia
  Un anno e mezzo fa, il caso macchiò i mondiali, proprio in Giappone. Nella categoria 81 chili, l'iridato uscente Saeid Mollaei perse in semifinale e anche la finale per il bronzo, venne messo sotto pressione dal governo per rifiutare il confronto con Sagi Muld, medaglia d'oro. Tre giorni dopo, l'autorità mondiale del judo vietò ai persiani tutte le competizioni, sino alla garanzia del rispetto per gli statuti. E' molto semplice, l'Iran non riconosce Israele, che chiama "Grande Satana", al pari degli Stati Uniti. Anziché sulla materassina, i persiani preferiscono perdere a tavolino, essere squalificati o fornire certificati medici che dimostrano di non essere idonei a competere. Chi affronta Israele viene punito, in patria. Mollaei, però, non rientrò più a casa, si fece accogliere da rifugiato politico dalla Germania e poi naturalizzare dalla Mongolia. Non solo, è diventato amico dell'israeliano Sagi Muld con cui non combattè, amicizia che è diventata una fiction.
  Domenico Falcone, confermato alla presidenza federale di lotta e judo, è al terzo mandato, con il 63% su Felice Mariani, bronzo a Montreal, ritiene che «lo sport va oltre le barriere politiche, soprattutto il judo deve andare oltre. Non accada più in nessuna disciplina di rifiutare un combattimento per credo politico, di stato o di singolo».

(Il Messaggero, 2 marzo 2021)


Israele. Valide le conversioni all'ebraismo non ortodosse

Con una sentenza storica l'Alta Corte israeliana ha stabilito che chi si è convertito all'ebraismo in Israele in seno ai movimenti dei "Riformati" e dei "Conservatori" deve essere riconosciuto come ebreo ai fini della Legge del Ritorno, quindi ha titolo alla cittadinanza israeliana. Finora solo gli ortodossi potevano certificare le conversioni. due rabbini capo di Israele hanno attaccato la sentenza - le conversioni di conservatori e riformati «sono falsificazioni del giudaismo» ha detto il rabbino capo sefardita Yitzhak Yosef - sostenuti dai partiti dell'estrema destra. II verdetto, nato da una causa intentata 15 anni fa, è tema di scontro in vista del voto del 23 marzo.

(Avvenire, 2 marzo 2021)


Netanyahu: «l'Iran non avrà mai l'atomica, a prescindere da qualsiasi accordo»

Netanyahu a tutto campo in una intervista con l'emittente Kan, dal nucleare iraniano fino all'attacco subito da una nave israeliana nel Golfo Persico. Nel frattempo ennesimo attacco israeliano alle basi iraniane in Siria

di Sarah G. Frankl

«L'Iran non avrà mai l'atomica, a prescindere da qualsiasi accordo riesca ad ottenere con gli Stati Uniti o con chiunque altro».
È stato categorico il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, durante una intervista alla TV pubblica Kan.
Così come è stato categorico nell'attribuire all'Iran l'attacco alla nave di proprietà israeliana avvenuto qualche giorno fa nel Golfo Persico.
Netanyahu non ha tuttavia fornito alcuna prova sulle sue affermazioni limitandosi a sostenere la tesi che "non c'è altra soluzione logica".
"Gli iraniani non avranno armi nucleari, con o senza accordo. L'ho detto anche al mio amico Joe"
Parlando del programma nucleare iraniano, il Premier israeliano ha detto di averne parlato a lungo con "il suo amico Joe", intendendo il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Nel colloqui con il Presidente americano, Netanyahu avrebbe confermato con assoluta fermezza che Israele non avrebbe mai consentito all'Iran di dotarsi di armi nucleari, nemmeno se ci fosse un accordo tra Teheran, gli Stati Uniti e chiunque altro.

 Ennesimo raid aereo contro obiettivi iraniani in Siria
  Una prima risposta all'Iran sembra essere stata la serie di raid, presumibilmente israeliani, che hanno colpito basi di milizie iraniane posizionate nelle vicinanze di Damasco.
La TV siriana, come sempre, afferma di aver intercettato quasi tutti i missili. Ma testimoni sul posto riferiscono di aver visto e udito grandi esplosioni, il che farebbe intendere che, come sempre, l'antiaerea siriana ha fatto cilecca.
Teheran accusa Israele di aver ucciso il più importante scienziato nucleare iraniano, il dott. Mohsen Fakhrizadeh e di aver semidistrutto con un attacco informatico il sito di Natanz.
Per questo ha giurato vendette e alcuni analisti ritengono che l'attacco alla nave israeliana nel Golfo Persico rientri proprio nella "vendetta iraniana".

(Rights Reporter, 1 marzo 2021)


Il cancelliere austriaco con il primo ministro danese presto in Israele

Per cooperare alla ricerca farmaceutica sul Covid

di Ilaria Ester Ramazzotti

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha dichiarato il 27 febbraio su Twitter che si recherà in Israele insieme al primo ministro danese Mette Frederiksen il prossimo 4 marzo, per promuovere la cooperazione fra Stati nella gestione farmaceutica della pandemia di Covid 19. La notizia è stata riportata dalla stampa israeliana e dal Jerusalem Post.
   "Siamo stati in stretto contatto con i nostri partner Danimarca e Israele" ha scritto Kurz, spiegando che la partnership è in corso dalla scorsa primavera. La cooperazione è principalmente focalizzata sulla "ricerca e sulla produzione di vaccini e di farmaci", poiché accelerare la produzione e l'approvvigionamento di vaccini è la cosa prioritaria.
   "Con la vaccinazione torneremo alla normalità in estate", ha continuato Kurz nel suo tweet che riguarda i programmi per combattere il virus e per affrontare il futuro periodo post-Covid. "La pandemia continuerà a preoccuparci per via delle mutazioni che potrebbero richiedere ulteriori vaccini e trattamenti - ha aggiunto il cancelliere -. L'obiettivo deve essere quello di adattare i vaccini e le terapie esistenti il più rapidamente possibile o di produrne di nuovi il più rapidamente possibile".

(Bet Magazine Mosaico, 1 marzo 2021)


La mascherina israeliana protegge dal coronavirus al 99% (1)
Che significa? La facilità non cui si sparano percentuali ad uso giornalistico comincia ad essere stancante



di Ilaria Ester Ramazzotti

 
Un tipo di mascherina antivirale prodotta in Israele dall'azienda Sonovia neutralizza batteri, funghi e virus, proteggendo dal nuovo coronavirus con un'efficacia del 99,34%. Lo hanno stabilito dei test eseguiti dal laboratorio di ATCCR in Cina, come ha annunciato lo scorso 20 febbraio l'azienda produttrice di tessuti con sede a Ramat Gan. La notizia è riportata dal Jerusalem Post.
Si tratta di maschere antivirali lavabili e riutilizzabili, rivestite con nanoparticelle di ossido di zinco. I risultati dell'ultimo ciclo di test hanno rilevato la loro capacità di neutralizzare le tracce di SARS-COV-2 entro trenta minuti dal contatto con il tessuto. È stato inoltre dimostrato che mantengono le loro proprietà protettive anche dopo 55 lavaggi.
"A seguito di questo eccezionale risultato possiamo assicurare al pubblico che la nostra SonoMask funziona in modo continuo, permanente e rapido per neutralizzare la diffusione di Covid 19 - ha dichiarato Joshua Hershcovici, CEO di Sonovia -. Siamo orgogliosi del nostro ultimo risultato, che aiuterà le persone a sentirsi al sicuro e a proteggere i propri cari".
L'azienda israeliana, attiva nell'ambito del settore tessile, ha svolto test e collaudi con la società Adler Plastic in Italia all'inizio di quest'anno, lavorando alla creazione di tessuti, e collaborato con noti marchi come Gucci, Chanel e Adidas.

(Bet Magazine Mosaico, 1 marzo 2021)


Israele, Netanyahu accusa l'Iran per l'attacco alla nave Helios Ray

di Giampaolo Cadalanu

La tensione in Medio Oriente è alle stelle mentre nella sede viennese dell'Agenzia per l'energia nucleare il consiglio dei governatori si riunisce per discutere delle nuove limitazioni imposte dall'Iran alle ispezioni dei tecnici. Le conclusioni dell'Aiea potrebbero ulteriormente frenare il negoziato sul programma nucleare di Teheran, o magari garantire un nuovo impulso verso la ripresa dei colloqui, dopo che i primi segni di disponibilità della Casa Bianca sono stati - almeno in apparenza - respinti dal governo iraniano.
   Intanto Israele punta il dito contro la Repubblica islamica per l'attacco di giovedì alla Mv Helios Ray. Il cargo, che batte bandiera delle Bahamas ma è di proprietà israeliana, è stato colpito giovedì da uno o due missili mentre navigava nel golfo di Oman, poco lontano dallo stretto di Hormuz. La nave appartiene alla Ray Shipping, compagnia israeliana registrata all'isola di Man: era partita da un porto saudita ed era diretta verso Singapore, con 28 uomini di equipaggio, illesi dopo l'esplosione. Sabato un gruppo di ufficiali israeliani è partito per Dubai, dove la nave è ferma per le riparazioni, così da verificare danni e responsabilità.
   Benny Gantz, ministro della Difesa, crede che a organizzare l'attacco siano stati i Guardiani della Rivoluzione, "a giudicare dal contesto e dalla posizione". Per Benjamin Netanyahu, "che sia stata un'operazione dell'Iran è evidente": in un'intervista con la radio Kan Bet il premier dello Stato ebraico non ha indicato prove concrete, ma ha sottolineato che la Repubblica islamica "è il più grande nemico di Israele" e il suo governo intende mettere fine a questi atti di aggressione, "colpendolo in tutta la regione".
   Le accuse sono state respinte da Teheran. Saeed Khatibzadeh, portavoce del ministero degli Esteri, ha negato ogni coinvolgimento iraniano e ha sottolineato che Netanyahu "è ossessionato dall'Iran", che invece "tiene molto alla sicurezza nel Golfo". Domenica il premier israeliano ha ordinato le prime rappresaglie: i cacciabombardieri con la stella di Davide hanno colpito diverse volte nella zona di Damasco. I media siriani sostengono che i sistemi difensivi hanno intercettato gran parte dei missili, mentre la Difesa israeliana sostiene di aver colpito "numerosi obiettivi iraniani".
   Per ora i "duri" iraniani respingono gli inviti americani a riaprire il negoziato, ma contrariamente alle chiusure dell'era Trump sono evidenti i segnali di una diplomazia comunque al lavoro. Netanyahu preme perché Washington imponga ulteriori limiti alle disponibilità militari di Teheran, e vorrebbe che l'accordo sul programma nucleare sia allargato anche alle potenzialità missilistiche convenzionali. Quanto al tema centrale, non ci sono dubbi: "Con o senza accordo, l'Iran non deve avere armamenti nucleari: l'ho detto all'amico Joe Biden", ha tagliato corto il premier di Israele. Come dire: se la corsa degli ayatollah all'arma atomica non si ferma con la diplomazia, sarà fermata con le bombe.

(la Repubblica, 1 marzo 2021)


Covid, due donne incinte positive: i bimbi nascono morti

Si indaga sul caso di due donne che sono risultate positive al Covid durante la gravidanza e hanno partorito due bimbi nati morti

di Stefano Benzi

Due bambini nati morti sono risultati positivi al Covid: le mamme si erano contagiate durante la gravidanza.

 Bimbi nati morti e positivi
  La conferma arriva dalle autorità sanitarie di Israele che stanno cercando di appurare le cause della morte dei due bimbi, nati prematuri e senza vita.
I feti appartenevano a due mamme entrambe contagiate durante la gravidanza. La causa di uno dei due decessi è stata attribuita direttamente all'infezione da coronavirus mentre nel secondo caso non è stata ancora evidenziata la correlazione e si sta cercando di capire le cause della morte.

 Feti già contagiati dal Covid
  La notizia è stata diffusa dal quotidiano Times of Israel che ha raccolto fatti e testimonianze circa il caso di una donna che alla 36esima settimana di gravidanza aveva perso il suo feto. Ricoverata al Meir Medical Center di Kfar Saba dopo essersi ammalata, la donna è peggiorata e non è riuscita a portare a termine la gravidanza. Anche il feto era infetto. Un caso molto simile a quello di una donna di 29 anni che ha perso il figlio nella 25esimaa settimana di gravidanza. Anche lei era risultata positiva al coronavirus quando ormai era nel pieno della gravidanza.
In Israele la notizia ha registrato notevole scalpore: si tratta del primo caso del genere nel paese che è al primo posto nel mondo per il numero di vaccini somministrati.

(MeteoWeek, 1 marzo 2021)


Nazisti impuniti e "sazi di giorni"

di Elena Loewenthal

Sono morti come il biblico Giobbe, soddisfatti dalla vita e «sazi di giorni». Alfredo Stork e Wilhelm Karl Stark se ne sono andati rispettivamente a novantasette e cento anni senza aver mai scontato un solo giorno di carcere pur avendo ammesso le proprie responsabilità. Hanno massacrato centinaia di militari e civili italiani, a Cefalonia e sull'Appennino tosco emiliano. «Per ordine urgente del Führer» è stato sempre il loro alibi.
   Erano gli ultimi due criminali nazisti giudicati colpevoli sopravvissuti alla guerra. Sessanta ergastoli stanno nell'«armadio della vergogna» di quel tempo che sembra così lontano e invece non lo è affatto, tanto che davvero ci vuole il passato prossimo per raccontarlo, e solo due condanne rese effettive dalle, chiamiamole così, «circostanze»: comodità, coscienza tremendamente lavabile, una certa dose di «civile» complicità hanno permesso a tanti criminali nazisti di vivere normalmente per decenni. E di morire «sazi di giorni», come nel caso di quei due. Difficile, se non impossibile, trovare un perché alle loro storie, così come a quelle di tutti i criminali nazisti tornati indisturbati a una vita normale, dopo la guerra. C'è qualcosa di imperscrutabile nello squilibrio terribile di questo contrappasso in cui la colpa resta sospesa in un vuoto muto e incomprensibile. Oltre quel vuoto, oltre il silenzio delle vittime e l'indifferenza del resto del mondo, grida quella che è la parola ebraica per dire «giustizia», che abbraccia una vasta gamma di significati, ma soprattutto di valori umani traditi da queste storie: tzedaqah vuol dire infatti congruità del giudizio ma anche condivisione del bene. Perché la giustizia, cioè la corrispondenza fra merito e retribuzione, colpa e punizione, è alla base di ogni convivenza. È sintomo e segno di un bene che non è trascendentale, ma regola — anzi, dovrebbe regolare — ogni società, piccola o grande che sia.
   Nelle storie di questi due loschi figuri, schermate dalle solita litania — «erano ordini superiori, non potevo oppormi» — c'è tutta l'incongruità dell'ingiustizia. Tutta l'evidenza di quanto l'ingiustizia dovrebbe essere fuori posto nel mondo e invece non lo è. Non è questione di vendetta, beninteso: la protratta impunità di Stark e Stork non ha nulla a che vedere con una mancata occasione di ritorsione. È, in fondo, proprio il contrario: una terribile occasione mancata di mettere un poco di giustizia nel mondo. C'è davvero da domandarsi come e perché sia potuto succedere tutto questo. Dopo l'evidenza delle colpe, dopo la condanna. Dopo, soprattutto, l'evidenza che «erano ordini superiori, non potevo oppormi» non tiene, perché c'è e deve esserci sempre spazio per la coscienza, per l'umanità. E così è stato tante volte, durante quegli anni.
   L'ingiustizia di questa impunità e di queste due pacifiche e appagate morti ci dice, ancor oggi, che quella storia non è affatto chiusa. Che nel processo del tigqun olam, «riparazione del mondo» cui secondo l'ebraismo siamo tutti chiamati a collaborare perché questo è il vero senso della vita, c'è ancora tanto, decisamente troppo cammino da fare.

(La Stampa, 1 marzo 2021)


Elezioni israeliane del 23 marzo 2021

Rapida carrellata sulle formazioni che hanno più probabilità di entrare nella 24esima Knesset: nomi, profilo, strategia elettorale

Sono ben 39 le formazioni israeliane che hanno presentato una lista di candidati per le elezioni politiche del 23 marzo, la quarta tornata elettorale nell'arco di meno di due anni. Le precedenti elezioni anticipate della Knesset si sono tenute il 9 aprile 2019, il 17 settembre 2019 e il 2 marzo 2020. Delle 39 liste presentate, solo una dozzina sono quelle che hanno una realistica possibilità di ottenere dei seggi nella 24esima Knesset. Per la legge israeliana, i partititi non possono cambiare le liste dopo che le hanno registrate, ma possono sempre ritirarsi dalle elezioni lasciando che i loro potenziali elettori convergano su altre formazioni....

(israele.net, 1 marzo 2021)


Israele vaccinerà tutti entro marzo

55 per cento. E' la quota di israeliani che è stata vaccinata: in valori assoluti sono oltre 4,5 milioni di persone

Più di un cittadino su due: il 55% della popolazione. Vale a dire più di 4,5 milioni di persone vaccinate. Il modello Israele è quello a cui guarda il mondo per la capacità di immunizzare in tempi record la popolazione per fermare i contagi da Covid-19. Si vaccina di giorno e di notte. Nelle palestre così come nei bar. Nel Paese la campagna di vaccinazione è stata avviata insieme a un periodo di lockdown. Si è partiti dagli «over 80» e dalle categorie più a rischio, sanitari in primis. Scendendo poi con l'età. Secondo uno studio condotto su 1,2 milioni di " persone, e pubblicato sul New England Journal of Medicine, il vaccino Pfizer è risultato efficace al 94%. «E la prima prova convalidata dell'efficacia di un vaccino nelle condizioni del mondo reale», ha detto Ben Reis, uno dei co-autori dello studio che conferma il ruolo cruciale delle campagne di vaccinazione. Un altro studio ha calcolato una diminuzione dei contagi già dopo la somministrazione della prima dose L'obiettivo è ora quello di iniettare la doppia-dose a tutta la popolazione entro fine marzo.

(Corriere della Sera, 28 febbraio 2021)


Gilles Kepel: "Il Medio Oriente è cambiato"

Nel 2020 crollo del petrolio e pandemia hanno stravolto la geopolitica dell'area. Come spiega il grande intellettuale francese.

di Anais Ginori

 
Gilles Kepel
"La combinazione tra pandemia e crollo del petrolio ha provocato un cataclisma in Medio Oriente". Il 2020 è stato un anno di svolta nella regione più tormentata del pianeta come racconta l'intellettuale Gilles Kepel nel nuovo saggio Il Profeta e la pandemia appena pubblicato da Gallimard e in corso di traduzione da Feltrinelli. Rispetto al suo precedente libro, Uscire dal caos, nel quale tornava su mezzo secolo di storia della regione, Kepel firma adesso quasi un instant book, presentando la cronologia degli eventi del 2020 - dagli Accordi di Abramo alle nuove tensioni nel Mediterraneo - in una documentata analisi e una vasta cartografia. "Quello che mi ha affascinato è l'importanza degli sconvolgimenti geopolitici concentrati in un unico anno. Credo che nessuno li abbia ancora raccontati con la giusta prospettiva".
  Docente all'École Normale Supérieure e all'università italiana di Lugano, Kepel è ormai un punto di riferimento fisso nel dibattito francese sull'Islam. Viene citato sia da Emmanuel Macron che da Marine Le Pen. "Spesso a sproposito" aggiunge lui dopo che la leader dell'estrema destra si è appropriata di alcune sue teorie. Descrivendo i nuovi equilibri nel Medio Oriente lo studioso arriva fino alla Francia, ai recenti attentati, dall'attacco al professore Paty alla basilica di Nizza. La minaccia è ora secondo Kepel il "jihadismo di atmosfera", terroristi autoproclamati che non rispondono a una organizzazione strutturata ma seguono "fomentatori della rabbia come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan".

- La prima data chiave del 2020 è il 6 marzo. Perché?
  "È la riunione a Vienna dell'Opec +1, nella quale l'Arabia saudita e la Russia, il secondo e terzo produttore mondiale, decidono di far scendere i prezzi del petrolio per combattere l'egemonia che l'America ha riconquistato sul mercato. Il patto tra Riad e Mosca funziona ma non hanno immaginato l'effetto devastante della pandemia. Il prezzo del barile crolla molto di più di quanto avessero previsto, fino a 30 dollari in aprile. Putin riesce nella sua operazione ma con un costo economico e sociale considerevole sul Medio Oriente e il Nord Africa".

- Quali sono le conseguenze politiche?
  "È secondo me uno degli elementi chiave per capire perché gli Emirati arabi avviano il dialogo con Israele per concludere i Patti di Abramo. Le petro-monarchie capiscono che devono cominciare a proiettarsi in un mondo post-petrolio e quindi investire ed appoggiarsi sulle tecnologie israeliane. La pandemia funziona da acceleratore negli equilibri del conflitto israelo-palestinese che avevano già cominciato a modificarsi e porta a quello che ho chiamato, con una citazione indiretta della prima guerra mondiale, la "Triplice fratello-sciita", ovvero l'intesa fra Turchia, Qatar e, per la prima volta, l'Iran".

- Un'alleanza che spezza la tradizionale contrapposizione tra sunniti e sciiti?
  "Sono convinto che sia una contrapposizione ormai superata. L'asse tra Turchia, Qatar e Iran dimostra che non vale più la dimensione del nazionalismo arabo. Al tempo stesso, nel mondo sunnita la nuova linea di conflitto è tra chi è vicino o contrario ai Fratelli musulmani, che sono il collante del Qatar, della Turchia, ma anche - e molti lo ignorano - un modello intellettuale che ha ispirato i rivoluzionari iraniani".

- Accanto alla "Triplice" qual è l'altro blocco?
  "Di pari passo, si crea un blocco molto più vasto tra America, Israele, Emirati, Bahrein, Sudan e Marocco. Uno degli effetti più sorprendenti, ad esempio, è che Benjamin Netanyahu potrebbe essere rieletto grazie al voto degli ebrei di origine marocchina. La monarchia di Rabat ha fatto un colpo da maestro poiché, in cambio del riconoscimento di Israele, ha ottenuto la sovranità sul Sahara occidentale. È uno dei tanti casi di come ognuno abbia cercato di trarre il massimo vantaggio da questa fase di disordine".

- Come ha fatto Erdogan?
  "Per lui la data cruciale è il 24 luglio 2020 quando inaugura la preghiera del venerdì nell'antica basilica bizantina di Santa Sofia, riconsacrata al culto musulmano. Erdogan cancellando il gesto di Atatürk, seppellisce il laicismo kemalista e riesuma il califfato ottomano. E sceglie di farlo proprio nell'anniversario del trattato di Losanna che disegnava le frontiere della giovane repubblica turca alla fine della prima guerra mondiale. In un colpo solo Erdogan combina il turbante e la spada, per affermare le sue pretese neo-imperialiste, come aveva già cominciato a fare mandando i suoi soldati in Libia o in Siria, le sue navi a cercare gas nelle acque greche e cipriote. Tutto questo approfittando del disimpegno dell'America di Donald Trump".

- E di un'Europa divisa?
  "Dobbiamo renderci conto che il Mediterraneo è diventato la regione più esplosiva del Pianeta. Erdogan non è stato fermato dall'Ue perché può esercitare il ricatto dei flussi migratori e si fa forte della sua appartenenza alla Nato, anche se poi compra missili russi. La Germania lo teme perché può manipolare a distanza i voti di una forte comunità turca. L'Italia non vuole guastare il forte export verso la Turchia. Ora lo scenario cambia con l'arrivo del presidente Biden. Gli Stati Uniti saranno più esigenti sia sul comportamento all'interno della Nato che sul rispetto dei diritti umani. Erdogan l'ha capito e ha già cominciato a riposizionarsi".

- Come?
  "Dopo essersi trasformato in una replica dall'ayatollah Khomenei con la sua fatwa, non contro Salman Rushdie, ma contro il giornale francese Charlie Hebdo e poi Emmanuel Macron, il leader turco sta tentando di riaprire un canale di comunicazione con la Francia. Non a caso ha mandato a Parigi come nuovo ambasciatore un diplomatico turco che ha studiato all'Ena, la stessa scuola di Macron".

- La Russia aveva già conquistato un ruolo di primo piano in Medio Oriente. La novità del 2020 è una presenza sempre più forte della Cina?
  "C'è un dato globale: Pechino ha vinto la terza guerra mondiale senza sparare un colpo. È la potenza mondiale che esce più rafforzata dalla pandemia e ha usato l'onda di destabilizzazione per avanzare le sue pedine anche in Medio Oriente. Prendiamo l'Iran, paese al tracollo tra le sanzioni Usa e una pandemia particolarmente grave. La Cina ha proposto al regime di Teheran un trattato di investimenti pari a 400 miliardi di euro. Per adesso è stato fermato a sorpresa dall'ex presidente Mahmud Ahmadinejad che l'ha giudicato troppo rischioso. Ma non sappiamo cosa succederà in futuro. Intanto i vaccini cinesi sono distribuiti a molti governi della regione, come in Marocco. E vediamo che nelle petro-monarchie c'è una fascinazione per il modello cinese in quanto rappresenta un misto di sviluppo economico e assenza di democrazia".

(la Repubblica, 28 febbraio 2021)


Gasdotto israeliano per Gaza, pagano Qatar e Ue. Hamas tace e ringrazia

Doha e Bruxelles finanzieranno una estensione del gasdotto israeliano che dal giacimento Leviatano arriverà fino alla centrale elettrica di Gaza. Intanto resta inutilizzato il gas palestinese scoperto al largo della Striscia.

di Michele Giorgio

 
GERUSALEMME - «Ognuno avrà il suo tornaconto. Israele ci venderà il suo gas e vedrà Gaza più autonoma e separata dalla Cisgiordania, il Qatar dirà di aver aiutato la popolazione civile e gli europei si sentiranno con la coscienza a posto mentre noi restiamo sotto blocco (israeliano). Hamas intanto ringrazia». Rievoca le finalità dell'«Accordo del secolo» di Donald Trump il giornalista Tareq Hijazi commentando la prossima costruzione di un gasdotto da Israele alla Striscia di Gaza che dovrebbe mettere fine alla crisi energetica che paralizza questo fazzoletto di terra palestinese. L'umanitario che materializza i disegni politici dei più forti è uno dei pilastri del «piano di pace» per israeliani e palestinesi presentato dall'ex presidente americano. E non è detto che la nuova Amministrazione Usa lo abbandoni del tutto.
   Gaza disperata, stretta nel blocco israeliano da oltre dieci anni, quasi priva di acqua realmente potabile, con poche ore di elettricità al giorno, con livelli di disoccupazione record, ha bisogno di tutto. Di conseguenza, spiega Tareq Hijazi, «tanti hanno applaudito all'annuncio che il gasdotto si farà. Anche se compreremo il gas da Israele e non potremo usare il nostro, che è proprio qui davanti a noi, al largo di Gaza, inutilizzato da quasi trent'anni». Il via libera al progetto è apparso due giorni fa sul sito del ministero degli esteri del Qatar. Doha, che con aiuti finanziari per centinaia di milioni di dollari da anni garantisce l'ossigeno che fa respirare Gaza e puntella il potere di Hamas, ha annunciato che finanzierà con almeno 60 milioni di dollari la costruzione del gasdotto, da completare entro il 2023.
   Il gas proveniente dal giacimento sottomarino israeliano Leviatano pertanto arriverà a Gaza grazie ai milioni del Qatar. E non è marginale che Doha, che non ha approvato la recente normalizzazione arabo-israeliana (Accordo di Abramo), si prepari a investire nello Stato ebraico con cui formalmente non ha rapporti. L'Unione europea invece finanzierà i lavori dal lato di Gaza. Per il governo dell'Autorità nazionale palestinese non c'è un ruolo di primo piano, oltre alle firme e ai timbri sui documenti ufficiali. Ma fa buon viso a cattivo gioco. «L'annuncio è un'ottima notizia, il gasdotto risolverà il problema dell'elettricità a Gaza», ha commentato il premier Mohammed Shttayeh.
   Il gas raggiungerà l'unica centrale di Gaza alimentata con il gasolio industriale, costoso e inquinante, e al momento in grado di coprire solo un terzo del fabbisogno di elettricità. In questo modo dovrebbe raddoppiare, forse quadruplicare, la sua capacità. All'inizio i palestinesi acquisteranno da Israele 0,2 miliardi di metri cubi di gas all'anno che saliranno a un miliardo con l'espansione del progetto. Qualche giorno fa l'Ue ha stanziato i primi cinque dei 20 milioni di euro per la porzione di gasdotto all'interno di Gaza lunga quattro chilometri. Il segmento israeliano si estenderà per 45 chilometri. L'aumento del flusso energetico potrebbe garantire un miliardo di dollari al Pil palestinese.
   Grazie al Leviatano Israele già esporta gas in Giordania e in Egitto. Ora si aggiunge Gaza e in un futuro non lontano sarà il turno della Cisgiordania, stando a intese di cui si parla da tempo. Per Tel Aviv i vantaggi politici e di sicurezza sono evidenti. Le chiavi della fornitura sono nelle mani di Israele e Hamas, al di là dei suoi proclami battaglieri, dovrà evitare frizioni e scontri altrimenti il flusso del gas per Gaza rischierà l'interruzione. Un punto sul quale, ci si può giurare, hanno battuto i generosi donatori qatarioti (ed europei).

(il manifesto, 28 febbraio 2021)


Israele-Giordania: incontro "segreto" tra il ministro della Difesa Gantz e re Abdullah II

GERUSALEMME - Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz avrebbe recentemente incontrato in segreto il re di Giordania, Abdullah II. Lo riferisce oggi il sito di notizie israeliano "Ynet", senza citare fonti. L'incontro tra il leader del partito Blu e bianco con il re Abdullah II sarebbe avvenuto in territorio giordano, ma non si conosce la data della riunione. Venerdì scorso, riporta il quotidiano israeliano "The Times of Israel", Gantz ha parlato durante un evento su Zoom con gli attivisti del suo partito dei suoi contatti con la Giordania e ha criticato il rapporto del primo ministro, Benjamin Netanyahu, con Amman. "Penso che la Giordania sia una grande risorsa per Israele e penso che il nostro rapporto con la Giordania potrebbe essere 1.000 volte migliore. Sfortunatamente, Netanyahu è una figura indesiderata in Giordania e la sua presenza danneggia le relazioni tra i Paesi", ha detto Gantz. Il ministro della Difesa ha aggiunto: "Ho un contatto continuo con il re giordano e altri alti funzionari giordani e so che possiamo ottenere grandi risultati", ha detto. "Credo che sia possibile fare uno o due progetti civili ogni anno con la Giordania, ed entro 10 anni realizzarne fino a 20 o 30 progetti" per migliorare le relazioni con il Paese vicino, ha spiegato.
   Il quotidiano ricorda come il capo dell'esecutivo abbia provocato malumori tra i suoi partner della coalizione lo scorso anno tenendoli ripetutamente all'oscuro delle sue mosse diplomatiche con altri Paesi. Il riferimento è ai negoziati condotti da Netanyahu che hanno portato agli accordi di normalizzazione con Emirati Arabi Uniti e Bahrein e al successivo accordo con il Marocco, e al viaggio segreto a Neom, in Arabia Saudita, dove avrebbe incontrato il principe ereditario, Mohammad bin Salman. Giordania e Israele condividono forti legami di sicurezza, ma le relazioni politiche si sono inasprite di recente a causa delle politiche di Israele nei confronti dei palestinesi e del Monte del Tempio a Gerusalemme, che è sotto la custodia della Giordania.

(Agenzia Nova, 28 febbraio 2021)


Gli Usa vogliono tornare nel Consiglio per i diritti umani dell'Onu

di Ugo Volli

Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha annunciato mercoledì che gli Stati Uniti hanno presentato domanda di riammissione al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC). Parlando in un video discorso alle Nazioni Unite, Blinken ha detto all'organismo mondiale: "Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti cercheranno l'elezione al Consiglio dei diritti umani per il mandato 2022-24. Chiediamo umilmente il sostegno di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite nel nostro tentativo di tornare a un seggio in questo organo ()". E' l'ultima mossa di politica internazionale dell'amministrazione Biden, ormai in carica da un mese. Vale la pena di ricordare che del Consiglio fanno parte, oltre a qualche stato normale, campioni dei diritti umani come Cina, Costa d'Avorio, Cuba, Libia, Uzbekistan, Venezuela; che il suo alto commissario è Michelle Bachelet, implacabile nemica dell'Occidente e di Israele, che a partire dal 2006 l'UNHRC ha adottato più di 80 risoluzioni contro Israele (le trovate tutte elencate qui, sul sito ufficiale), che ha deciso anni fa di uscire dal Consiglio, seguiti due anni fa dagli Stati Uniti di Trump. Ora Biden "chiede umilmente" di rientrarvi, di seguito alla decisione di cercare di rientrare nel pessimo accordo del 2015 che ha rafforzato l'imperialismo iraniano senza arrestare la sua corsa alla bomba atomica, a quella di non fornire gli armamenti convenuti agli Emirati Arabi, boicottando così gli "Accordi di Abramo, o di smettere di appoggiare l'Arabia Saudita nella sua resistenza alla ribellione filoiraniana dello Yemen. Insomma le peggiori ipotesi pre-elettorali si avverano: l'amministrazione Biden è un terzo mandato di Obama senza neanche il glamour originale e la visione strategica (sbagliata ma fresca) del penultimo presidente. Puro ritorno dei fantasmi del passato, con tutta la puzza di marcio delle merci vecchie andate a male. Sarà molto difficile per Israele resistervi, ci vorrà tutta l'abilità e l'esperienza di Netanyahu. Ammesso che riesca a farsi rieleggere.

(Shalom, 28 febbraio 2021)


L'Anna Magnani d'Israele

Arriva in Italia «L'estate di Aviha», il libro in cui la grande attrice racconta la sua infanzia e i dolori di una generazione sfuggita ai lager, ma non ai traumi dei genitori.

di Cristina Battocletti

Anna Magnani
Gila Almagor aveva quarantotto anni quando si calò nei panni di sua madre nel film L'estate di Aviha (1988), tratto dall'omonimo bestseller a firma della stessa attrice israeliana. Quella che viene considerata l'Anna Magnani d'Israele ha dovuto aspettare la giusta distanza per recitare forse la parte più difficile della sua carriera costellata di successi, a partire dal suo esordio folgorante a diciassette anni con la La famiglia Antrobus di Thornton Wilder a teatro, fino a Munich per la regia di Steven Spielberg nel 2005.
   Ha dovuto rafforzare la sua impalcatura di donna e consolidare la sua identità artistica, piena di riconoscimenti in patria (per dieci volte ha vinto il Kinor David, il Donatello israeliano), e mettere nero su bianco Hakayitz shel Aviya, L'estate di Aviha, storia della sua infanzia e della malattia mentale della madre. Era il 1985 e il libro ebbe un successo immediato, fu adottato nelle scuole e trasposto in pellicola per la regia di Eli Cohen tre anni dopo. Il film però non restituisce il senso di sottrazione percepita tra le pagine del libro, oggi disponibile nella versione italiana per Acquario. Un volumetto snello che si legge in un sorso, come tutte le pubblicazioni di questa neonata e piccola casa editrice di alto artigianato. Nella pellicola sembra quasi che il regista si sia trovato in difficoltà a maneggiare una materia incandescente e si sia tenuto sul bordo della narrazione per non scottarsi. Avrebbe fatto bene Cohen a prendersi qualche libertà in più, perché la regia non è all'altezza delle notevoli interpretazioni delle due protagoniste, grazie a cui vinsero a Berlino l'Orso d'argento nel 1989. Kaipo Choen, Gila da piccola (anche se nel film il suo nome è Aviha, letteralmente Figlia di...), è massiccia nella sua magrezza e nell'imporre la sua presenza necessaria. Sa essere indomita, ostinata, passionale e sensibile quanto la stessa Gila doveva essere stata a quell'età. Il lavoro di Almagor è ancora più monumentale: pesca nella memoria personale e riesce a restituire senza retorica la figura materna nei cambi repentini d'umore, negli inneschi delle crisi isteriche e insieme la capacità di essere lucida e farsi leonessa, quando la figlia è in pericolo.
   Il film divenne emblematico per l'effetto di "terapia di gruppo" a beneficio della generazione dei sopravvissuti all'Olocausto, che, una volta arrivati nella Terra promessa, sentirono sulle proprie spalle un clima di sospetto, quando non addirittura la derisione da parte dei sabra, gli ebrei nati in Israele. Un atteggiamento crudele, esplicitato anche nel bel libro I bambini di Moshe (Einaudi, 2018), di Sergio Luzzatto, che ricorda l'espressione sabon, saponette, con cui venivano apostrofati i sopravvissuti. Il libro, L'estate di Aviha, ha una prosa comprensibile e piana, al servizio di un argomento combustibile, come può esserlo quello di una bambina costretta a passare gran parte del tempo in un villaggio-scuola insieme ai figli di immigrati e superstiti della Shoah. Almagor esplicita il fantasma dell'Olocausto attraverso il nomignolo Partizunke con cui veniva dileggiata la madre, nata in Polonia e poi emigrata in Israele, alludendo a un suo impegno nelle file della Resistenza.
   Su questa circostanza Almagor è tornata scrivendo nel 1992 un secondo libro autobiografico, Etz Ha-Domim Tafus, di cui nel 1995 Cohen realizzò un'ulteriore trasposizione cinematografica. Almagor chiarisce dettagli importanti, che rendono ancora più feroce la sua esperienza, circostanziati nell'edizione italiana nelle pagine finali a cura di Paola M. Rubini, anche traduttrice. Questo permette di non distrarre il lettore dall'urgenza e dalla verità della narrazione, dal rapporto di sostegno e di amore reciproco che si estrinseca tra le righe, senza essere formulato razionalmente dall'autrice. In ogni frase, ben soppesata, si sente la necessità di liberazione e insieme di pietà per la madre da parte di una ragazzina già mutilata dalla perdita del padre, un poliziotto di origini tedesche rimasto ucciso in Israele poco prima della nascita della figlia.
   L'estate di Aviha si inserisce nel filone letterario tracciato dai figli dei sopravvissuti, che ragiona sulle conseguenze de relato della persecuzione nazista. Forse l'esempio più delicato e dolente di questo tipo di riflessione rimane Lezioni di tenebra (Guanda, 1997) di Helena Janeczek, che non a caso ha confermato la sua abilità di narratrice vincendo poi lo Strega. Da poco, è uscita in Israele l'autobiografia di Galia Oz, secondogenita dello scrittore Amos, Qualcosa mascherato da amore, in cui denuncia le violenze psicologiche del padre, a sua volta colpito dal suicidio della madre, su cui ha scritto Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli, 2002). Gila Almagor, pseudonimo di Gila Alexandrowitz, ha convertito la sua profonda sofferenza in arte e in beneficenza attiva con una sua fondazione volta ad aiutare i bambini con malattie terminali. Continuare a recitare è il suo antidoto contro la morte e il male, imparato sin da bambina, come si intuisce già dalle prime pagine di questo intenso libro.

(Il Sole 24 Ore, 28 febbraio 2021)



Il quinto comandamento: Dio vuole essere onorato nei genitori
    «Onora tuo padre e tua madre, come l'Eterno, l'Iddio tuo, ti ha comandato, affinché i tuoi giorni siano prolungati, e tu sia felice sulla terra che l'Eterno, l'Iddio tuo, ti dà» (Deuteronomio 5:16).
Le questioni d'onore non godono oggi di buona fama. La qualifica di «uomo d'onore» non attira più nessuno; e quando si dice che «tutto è perduto fuorché l'onore», si vuol dire che proprio non si è riusciti a salvare niente. Le sole forme d'onore tuttora ambite sono quelle che si traducono nel potere politico di un posto di «onorevole» al Parlamento o nel valore economico dell'«onorario» di un libero professionista.
   Oggi si preferisce parlare di «rispetto» e «stima». Sono termini che in molti casi possono anche essere usati come sinonimi di «onore»; ma nell'uso corrente si sottintende che chi accorda stima e manifesta rispetto, lo fa sulla base di una sua propria valutazione. La persona viene letteralmente «stimata», cioè soppesata e valutata, prima di essere oggetto di quell'opinione favorevole che è la stima. E quanto
   al rispetto, si usa dire che «chi lo vuole se lo deve meritare».
   I genitori non fanno eccezione: se non si comportano in modo adeguato, perdono il diritto al rispetto e possono essere disprezzati.
   Ma il quinto comandamento esclude questa possibilità. Il motivo per cui la madre e il padre devono essere onorati non risiede nelle loro azioni, ma nelle azioni e nella volontà di Dio.
    «Rispetti ciascuno sua madre e suo padre, e osservate i miei sabati. Io sono l'Eterno, l'Iddio vostro» (Levitico 19:3).
Nel quinto comandamento è in gioco l'onore di Dio, e non solo quello dei genitori. Dio ha voluto darmi la vita attraverso due precise persone: ad esse dunque sono vincolato da un rapporto unico, dipendente soltanto dalla volontà di Colui che mi ha creato. Questa volontà di Dio, espressa nel mettermi al mondo attraverso i miei genitori, si esprime anche in una parola che mi è rivolta e mi dice:
    «Ascolta tuo padre che ti ha generato, e non disprezzare tua madre quando è vecchia» (Proverbi 23:22).
Non è dunque questione di gusti o di simpatie o di identità di vedute: i genitori devono essere onorati per il solo fatto che sono i genitori: se disprezzo loro, disprezzo la mia stessa vita e Colui che me l'ha data.
    «Maledetto chi disprezza suo padre e sua madre. E tutto il popolo dirà: Amen» (Deuteronomio 26:16).
Oltre al motivo che oggi diremmo (con linguaggio riduttivo) «biologico», per Israele c'era anche un motivo «storico» per osservare il quinto comandamento. I figli avevano l'obbligo di ascoltare i genitori e tenerli in grande considerazione perché attraverso di loro venivano a conoscere le azioni potenti operate da Dio nel passato e le sue promesse per il futuro. Inoltre, i genitori dovevano trasmettere ai figli tutti i precetti che Dio aveva ordinato e che il popolo doveva osservare se voleva «prolungare i suoi giorni ed essere felice» sulla terra che Dio gli aveva lasciato in dono.
    «Ricordati dei giorni antichi, considera gli anni delle età passate, interroga tuo padre, ed egli te lo farà conoscere, i tuoi occhi, ed essi te lo diranno» (Deuteronomio 32:7).
    «Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandamenti che oggi ti do, affinché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te, e affinché tu prolunghi in perpetuo i tuoi giorni nel paese che l'Eterno, l'Iddio tuo, ti dà» (Deuteronomio 4:40).
I genitori sono dunque i custodi di una promessa di Dio: una promessa di felicità anche per i loro figli. Questo implica per i genitori una responsabilità davanti a Dio: a loro compete l'incarico di trasmettere ai figli, perché le osservino e siano felici, le parole di Dio.
    «Prendete a cuore tutte le parole con le quali testimonio oggi contro di voi. Le prescriverete ai vostri figli; onde abbian cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. Poiché non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita; e per questa parola prolungherete i uostri giorni nel paese del quale andate a prendere possesso, passando il Giordano» (Deuteronomio 32:45- 47).
L'esplicita menzione della promessa di Dio ha fatto sì che il quinto comandamento venisse chiamato «il primo comandamento con promessa» (Efesini 6:2). Se il comandamento protegge i genitori, i quali hanno ricevuto l'incarico di trasmettere ai figli la vita e le parole di Dio, la promessa protegge i figli, mettendo in risalto che Dio vuole la loro felicità, e non la loro cieca e assoluta subordinazione.
   Davanti a disposizioni di Dio riguardanti due parti, come nel caso di genitori-figli, mariti-mogli, padroni-servi, autorità-cittadini, ci si chiede subito che cosa bisogna fare quando una delle due parti viene meno al suo dovere. Poiché il quinto comandamento si rivolge ai figli, e particolarmente ai figli adulti, è necessario dire con chiarezza che nulla, assolutamente nulla, può esimere un figlio dall'onorare i suoi genitori. Si tratta soltanto di capire che cosa significa «onorare».
   Onorare qualcuno significa riconoscere l'importanza del posto che occupa e del ruolo che è chiamato a svolgere nella comunità, e adoperarsi affinché il compito legato a tale ruolo sia svolto nel migliore dei modi.
   I miei genitori sono e restano coloro che mi hanno comunicato la vita. Se sono persone che temono il Signore, mi hanno anche comunicato le parole e la volontà di Dio. Per questi fatti, indipendentemente da ogni altra circostanza, a me spetta di rendere loro il dovuto onore. Nessuna parità di ruoli sarà mai possibile, e tanto meno nessuno scambio di ruoli. Nel Vecchio Testamento il padre poteva maledire il figlio, ma non viceversa:
    «Chi maledice suo padre o sua madre deve essere messo a morte» (Esodo 21:17).
Se ho incontrato il Signore vivente, se lo ringrazio della vita che mi ha data, allora devo ringraziarlo anche dei miei genitori, senza chiedermi se se lo meritino o no. Non è detto che i figli adulti debbano sempre ubbidire, e neppure che debbano per forza sentire particolari trasporti affettivi per i loro genitori; ma a loro è vietato proprio ciò che è più diffuso, cioè il dire male dei genitori, perché «dire male» è molto simile a «maledire». I figli possono anche incamminarsi per strade non approvate dai genitori, ma non hanno il diritto di giudicare, e tanto meno di disprezzare, il padre e la madre. Anche nel caso di vedute differenti, i figli dovranno fare in modo di non offuscare l'immagine dei genitori. L'osservanza del comandamento non dipende dal comportamento dei genitori, ma dalla volontà di Dio. Niente, quindi, può giustificare il disprezzo per il padre e la madre.
   In un passato non molto lontano si è parlato molto di contestazione giovanile e di conflitto tra generazioni. Adesso che l'ondata è passata, può essere facile demolire tutto e compiacersi dei fallimenti di quei movimenti giovanili. Se però analizzassimo con attenzione e onestà i vari tipi di contestazione che si sono susseguiti, dovremmo riconoscere che in molti casi i giovani avevano ragione. Quanti veli si alzarono in quegli anni di contestazione, e quanti spettacoli pietosi offrirono gli adulti! Tuttavia, anche se i giovani avessero avuto ragione in tutto, in una cosa certamente non avevano ragione: nel disprezzare padre e madre. Giudizi taglienti, inesorabili, definitivi si abbattevano da tutte le parti sui genitori. Certo, non fu così in tutti i casi, ma l'atmosfera generale era quella.
   Quei movimenti non ebbero alcun seguito, e la cosa non sorprende: non ci può essere «felicità e lunga vita» là dove vengono calpestati e irrisi gli istituti fondamentali che Dio ha posto a fondamento della società umana. Ma ciò che fa riflettere è che, in molti casi, quelli che una volta erano giovani rimproverano oggi ai loro genitori di non essere stati proprio ciò che allora contestavano, cioè dei genitori veri, capaci anche di essere autoritari se necessario, ma consapevoli di avere qualcosa da trasmettere, da inculcare, pronti ad affrontare ogni resistenza pur di svolgere il loro compito. La responsabilità fu dunque anche dei genitori, certamente. Ma questo non giustifica i figli. Chi disprezza padre e madre per i loro errori, si espone al giudizio di Dio, che non sopporta che i figli prendano, con senso di superiorità, le distanze dai loro genitori. Se si vuole evitare che le colpe dei padri ricadano sui figli (Deuteronomio 5:9), l'unico modo è quello di «vincere il male col bene» (Romani 12:21): si tratta cioè di rispondere all'eventuale comportamento riprovevole del genitore con un maggiore impegno nel manifestargli quel riconoscimento e quel rispetto che competono alla sua posizione di genitore. Solo così un figlio può impedire al male di espandersi e di trasmettersi anche a sé stesso, e può aiutare il genitore a diventare degno del ruolo che Dio gli ha dato.
   Una sera, in una grande città, un gruppo di giovani s'imbatté in un ubriaco che stentava a restare sulle sue gambe. Subito si radunarono intorno a lui e cominciarono a sghignazzare e a divertirsi alle sue spalle. Improvvisamente arrivò un altro giovane: si fece largo e, preso l'ubriaco sotto l'ascella, lo portò via. «E' mio padre», spiegò. Quel padre non si trovava certamente in una posizione degna di rispetto, ma quel figlio seppe osservare ugualmente il quinto comandamento.
   Un aspetto molto concreto dell'onore dovuto ai genitori consiste nel dovere di prendersi cura di loro quando sono vecchi. Come Dio protegge i bambini nella loro debolezza e incapacità, affidandoli ai genitori, così protegge i vecchi, che sovente sono altrettanto deboli e incapaci, affidandoli ai figli. E come i genitori devono prendersi cura dei loro bambini senza chiedersi se sono belli o brutti, così i figli devono prendersi cura dei loro genitori senza chiedersi se se lo meritano o no.
   L'Iddio che mi ha dato la vita mi ordina di prendermi cura di coloro attraverso i quali ho ricevuto la vita. E facendo questo non compio un atto facoltativo, degno di particolare lode, ma un atto dovuto, perché rendo il contraccambio di ciò che ho ricevuto quando ero bambino.
    «Ma se una vedova ha figli o nipoti, siano loro i primi a mostrarsi pii verso la propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché questo è gradito davanti a Dio» (I Timoteo 5:4).
L'opinione corrente è che i figli non sono tenuti a dare nulla ai loro genitori, perché non hanno chiesto di essere messi al mondo. Così, mentre da una parte i figli rendono responsabili i genitori della vita che hanno, dall'altra rivendicano il diritto di appropriarsi di questa vita e di spenderla come meglio credono, senza sentirsi in debito con nessuno. Proprio un atteggiamento come questo, così diffuso, cosi «normale», manifesta chiaramente la ribellione dell'uomo verso Dio. La vita che abbiamo, in realtà, non ci viene dai genitori, ma da Dio. È Dio che lega insieme genitori e figli; e quindi ogni volta che si parla di genitori si ha a che fare con Dio. Se vogliamo onorare Dio e manifestargli gratitudine per la vita che ci ha data, dobbiamo onorare i nostri genitori, assistendoli nelle loro necessità materiali e spirituali, «poiché questo è gradito davanti a Dio».
    «Se uno non provvede ai suoi, e in primo luogo a quelli di casa sua, ha rinnegato la fede, ed è peggiore di un incredulo» (I Timoteo 5:8).
Ma questi vecchi, con tutte le loro pretese, con la loro mentalità legata al passato, con le loro necessità talvolta opprimenti, non rischiano forse di soffocare la vita delle giovani generazioni e di impedire la loro felicità? Non hanno forse diritto, i giovani, a vivere la loro vita? Come si può notare, il collegamento tra genitori e vita è chiaramente avvertito in queste domande. Solo che i due termini vengono messi in contrapposizione: o i genitori o la propria vita felice. Il quinto comandamento invece fa esattamente il contrario: accosta i due termini e li fa dipendere l'uno dall'altro: per avere una vita felice bisogna onorare i genitori.
    «Onora tuo padre e tua madre ... affinché tu sia felice e abbia lunga vita sulla terra» (Efesini 6:2).
I comandamenti di Dio possono anche essere trasgrediti, ma è da pazzi pensare che ciò possa avvenire senza conseguenze. Se ci sentiamo oppressi e infelici, invece di andare dallo psicologo sarebbe meglio che ci specchiassimo nella legge di Dio e ci chiedessimo, tra l'altro, di che tipo sono i rapporti con i nostri genitori. I comandamenti di Dio non sono un'opinione, né una semplice proposta: chi disonora padre e madre disonora l'Iddio che ha dato il quinto comandamento, e quindi non può sperare di avere una vita felice e benedetta.
   Ma Gesù non ha forse detto: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me» (Matteo 10:37)? Non ci sono forse dei limiti all'onore che si deve dare ai genitori?
   La Scrittura è sempre molto realista, quindi non disconosce la possibilità di conflitti tra genitori e figli, causati qualche volta proprio dal messaggio di Gesù Cristo. Ma è chiaro che, posti davanti a un bivio, non è possibile scegliere i genitori in alternativa a Colui che ha dato il comandamento sui genitori. Chi segue Gesù contro il volere del padre e della madre, non per questo li disonora, ma accetta con serenità e speranza il fatto che essi non sanno ancora riconoscere il suo desiderio di onorarli profondamente in Dio.
   Seguire Gesù significa allora, anche in questo caso, «prendere la propria croce» (Matteo 10:38), accettare cioè la sofferenza di questa incomprensione e far di tutto per manifestare amore e rispetto anche e proprio quando non è possibile seguire i genitori nella loro volontà.
   Il quinto comandamento, dunque, resta sempre valido, ma la felicità che esso promette passa, in questo caso, attraverso la «comunione delle sofferenze di Cristo» (Filippesi 3:10). E poiché quando « abbondano le sofferenze di Cristo, per mezzo di Cristo abbonda anche la consolazione» (I Corinzi 1:5), anche la promessa legata al comandamento conserva tutto il suo valore.
    «Il figlio saggio rallegra il padre, ma l'uomo stolto disprezza sua madre» (Proverbi 15:20).
(da “Le dieci parole”, di Marcello Cicchese)

 


Laboratorio Israele, centri itineranti e birre gratis per vaccinare tutti

Metà della popolazione già raggiunta

di Sharon Nizza

TEL AVIV — Metà della popolazione israeliana (9,2 milioni) risulta già vaccinata con la prima dose, il 35% con la seconda. L'abbondanza di dati raccolti da quello che è definito un "laboratorio mondiale" sull'efficacia del siero Pfizer, ha portato alla prima pubblicazione scientifica su un campione di 1,2 milioni di persone (metà vaccinati e metà no), sulla rivista New England Journal of Medicine . I risultati mostrano come, a una settimana dal richiamo, vi sia un calo del 94% nei contagi sintomatici e del 92% nei ricoveri gravi. Rispetto al quesito se il vaccino sia efficace nella prevenzione dei contagi asintomatici, gli studi sono ancora in corso, ma «c'è un'indicazione che si possa parlare di efficacia al 92%», spiega a Repubblica il professore Ran Balicer, capo dell'unità ricerca di Clalit, che ha condotto lo studio con epidemiologi di Harvard.
   Clalit è la più grande delle quattro casse mutua che gestiscono la campagna vaccinazioni, determinanti per il successo dell'operazione. Sono enti semi-privati, in concorrenza tra loro, che ricevono sovvenzioni pubbliche in base al numero degli assicurati. «Hanno una rete logistica radicata capillarmente sul territorio e fondata sul rapporto diretto con il cittadino. Ci sono centri vaccinali in tutto il Paese, comprese postazioni itineranti che si spostano a seconda della necessità». Nell'ultima settimana, queste postazioni si trovano ovunque per intercettare gli scettici e i più pigri, da Ikea, ai mercati aperti, ai bar di Tel Aviv. L'iniezione si è trasformata in happening sociale: birra omaggio a chi si vaccina per accattivare i giovani, la tipica minestra cholent nei quartieri ultraortodossi e humus e knaffe in quelli arabi. Tra gli incentivi, spicca l'iniziativa della città di Safed, che offre un premio di 1000 euro a ogni classe che raggiunga il 90% di copertura vaccinale. E poi l'introduzione del "pass verde", che consente solo a vaccinati o guariti di assistere a eventi culturali e sportivi, accedere a palestre, hotel, piscine.
   Balicer spiega l'importanza della digitalizzazione del sistema, che consente di gestire in autonomia la prenotazione dei vaccini, ma anche di monitorare chi si è vaccinato e chi no. Nei giorni scorsi ha destato polemica l'approvazione della legge che consente di trasferire alle municipalità i dati di chi non si è ancora vaccinato, per accelerare la campagna di sensibilizzazione. Balicer parla poi di «agilità operativa», la capacità di convocare, in tempo reale, chi ancora non è stato vaccinato per usufruire di dosi residue a fine giornata.
   Le dosi non mancano in Israele, che aveva chiuso con largo anticipo contratti con Moderna e Pfizer. Per il premier Netanyahu, che si spinge a parlare di uscita dalla pandemia già ai primi di aprile, i vaccini sono il principale cavallo di battaglia in vista delle elezioni del 23 marzo, le quarte in due anni. E non solo sul fronte interno: Netanyahu ha tentato la strada della "diplomazia vaccinale", offrendo migliaia di dosi a una ventina di Paesi, tra cui alcuni che potrebbero considerare lo spostamento dell'ambasciata a Gerusalemme o la normalizzazione delle relazioni, come Niger e Mauritania. Honduras e Guatemala hanno già prelevato 10 mila fiale con un volo mercoledì, ma non è chiaro cosa ne sarà delle altre promesse: l'iniziativa è stata sospesa ieri dopo l'intervento di Benny Gantz, ministro della Sicurezza, che ha accusato il premier di speculare su un bene di proprietà pubblica.

(la Repubblica, 27 febbraio 2021)


Esplosione in un nave israeliana nel Golfo. Dietro c'è l'Iran?

di Franco Londei

 
Una nave di proprietà israeliana viene colpita nel Golfo Persico e, secondo quasi tutti gli esperti, sarebbe stata attaccata dagli iraniani. Se venisse confermato sarebbe un atto gravissimo che meriterebbe una adeguata risposta
Ci sarebbe Teheran dietro all'esplosione che ieri ha colpito una nave israeliana che navigava nel Golfo Persico.
A sostenerlo sono funzionari israeliani che hanno chiesto l'anonimato e lo stesso armatore della nave.
Secondo Channel 12, che cita fonti informate, sarebbe stato un missile sparato da una nave iraniana a provocare l'esplosione.
Si ritiene tuttavia che gli iraniani non sapessero che la proprietaria della nave fosse di proprietà di una azienda israeliana. La nave colpita è la MV Helios Ray, un cargo da carico battente bandiera delle Bahamas che trasportava veicoli e in transito dall'Arabia Saudita a Singapore.
La proprietaria della nave è la Ray Shipping Ltd, una società con sede a Tel Aviv che fa capo ad Abraham Ungar, 74 anni, considerato uno degli uomini più ricchi di Israele.

 Una pericolosa ritorsione iraniana?
  Molti analisti sostengono che questa sia una pericolosa ritorsione iraniana dopo che aerei americani avevano bombardato obiettivi iraniani in Siria. Pericolosa perché dimostra che gli iraniani possono facilmente bloccare il traffico navale nel Golfo Persico, una eventualità che nessuno può permettersi.
Un gesto del genere, se provato, potrebbe quindi innalzare ulteriormente la tensione tra Stati Uniti e Iran nel Golfo Persico, sempre ammesso che Biden non voglia seguire la timorosa politica militare di Trump nei confronti dell'Iran. Gli Stati Uniti non possono infatti permettersi il lusso di lasciare a Teheran il controllo del più importante tratto di mare del mondo.
Per la cronaca l'Iran ha negato qualsiasi coinvolgimento con l'esplosione sulla nave israeliana anche se dopo l'uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, il padre dell'atomica iraniana, gli Ayatollah hanno lanciato decine di minacce tra le quali c'era proprio quella di colpire navi israeliane nel Golfo Persico.
Le ultime volte che gli iraniani hanno compiuto atti di forza nel Golfo Persico, alcuni anche gravissimi, l'ex Presidente Trump non è mai andato oltre le minacce verbali, quasi fosse intimorito da Teheran. Ora vedremo se con l'Amministrazione Biden cambierà qualcosa.

(Rights Reporter, 27 febbraio 2021)


Le mani di Pechino su Israele. Il nuovo fronte di rivalità con Washington

La Shanghai International Port Group (SIPG), nell'ambito della Belt and Road Initiative, sta costruendo un nuovo terminal per container su un'area di 830mila metri quadrati, nel quale avrà diritto ad operare per 25 anni. Un'operazione che preoccupa gli Stati Uniti e che darà vita al "porto più avanzato del Mediterraneo". Ma da Washington suona il campanello d'allarme.

di Lorenzo Forlani|

Israele "sta diventando un obiettivo dell'espansionismo geo-economico della Cina", la quale "sta silenziosamente scavando un solco tra due partner strategici come Stati Uniti e Stato ebraico, che presto, quasi senza accorgersene, potrebbero ritrovarsi in disaccordo". Queste le allarmate parole che Blaise Mizstal, vice presidente del think thank Jewish Institute for National Security in America (Jinsa), con base a Washington, ha rilasciato a The Algemeiner, a margine della presentazione del rapporto realizzato dallo stesso Jinsa, dall'emblematico titolo "Countering Chinese Engagement with Israel".
   Che Pechino persegua una geopolitica indirizzata dall'ambizioso progetto di interconnessione globale della Belt and Road Initiative non è una novità, perché l'iniziativa coinvolge oltre una settantina di paesi. Quel che è passato finora sottotraccia è la potenziale centralità, nel quadrante asiatico del progetto, di Israele, principale alleato statunitense in Medioriente e goniometro delle sue politiche regionali.
   La presentazione del rapporto del Jinsa è arrivata quasi in contemporanea ad una notizia per certi versi inattesa, e che delinea un quadro problematico: lo scorso 1 febbraio, infatti, il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che alla fine dello scorso anno Israele ha rigettato una richiesta americana di ispezionare il porto di Haifa.
   Washington, infatti, guarda con preoccupazione a quanto sta accadendo da un anno nella città costiera israeliana: accanto al vecchio porto cittadino, infatti, la Shanghai International Port Group (SIPG) sta costruendo un nuovo terminal per container su un'area di 830mila metri quadrati, il cui completamento è previsto per quest'anno, e nel quale avrà diritto ad operare per 25 anni. Sono già tre i miliardi di dollari investiti, per quello che, a sentire il presidente di Sipg in una conferenza di gennaio 2020 in Cina, sarà "il porto più avanzato del Mediterraneo, semi automatizzato, con tecnologie 5g ed in grado a pieno regime di far transitare 1,86 milioni di container annuali.
   Due aspetti, interconnessi, preoccupano gli Stati Uniti: le tecnologie di sorveglianza impiegate dai cinesi e la posizione del nuovo terminal, che si trova a meno di un chilometro dai moli della base militare israeliana in cui attraccano le navi americane della sua Sesta flotta, le quali potrebbero essere oggetto delle attività di raccolta di intelligence dei cinesi. Preoccupazioni che erano state in qualche modo già formalizzate lo scorso anno, con la presentazione in Senato americano - dove tuttora si trova - del National Defense Authorization Act for the fiscal year 2020, nel quale si menzionano esplicitamente "le serie preoccupazioni in termini di sicurezza rispetto agli accordi di leasing al porto di Haifa" e si invita il governo israeliano a "considerare le implicazioni di investimenti stranieri nel Paese".
   Da parte sua, il governo israeliano ha specificato che tecnicamente la Sipg è una venture company registrata in Israele, pur con capitali e stakeholders cinesi, ma la posizione dello Stato ebraico è in realtà più complessa, perché gli investimenti in questione riguardano settori strategici. Israele non può che beneficiare dell'allargamento del porto di Haifa: specie considerando la diminuita servibilità del porto di Beirut, colpito lo scorso agosto da una devastante esplosione, il progetto cinese promette di convogliare enormi volumi di commercio verso Israele, e come ricorda Altay Atli su The Diplomat, maggiore commercio significa creazione di interconnessioni e interdipendenze, che finiscono per rendere i costi di un conflitto più alti, dispiegando quindi un effetto di "induzione alla pace".
   Se per la Cina il progetto di Haifa si inserisce nella Belt and Road Initiative, per Israele la parola chiave è MAGIC: Mediterranean Arabia Gulf International Corridor. Il porto di Haifa come ingresso principale della connessione tra Israele, Giordania e paesi del Golfo, con una parte dei quali sono stati appena sottoscritti gli "Accordi di Abramo". Un tentativo, insomma, di rafforzare sul piano commerciale una convergenza geopolitica, anche se ad oggi manca l'intera infrastruttura stradale o ferroviaria per connettere i diversi paesi. In un contesto regionale più stabile, tuttavia, è indubbio che Pechino continui ad investire in infrastrutture nell'ambito della Belt And Road, aprendo un nuovo e forse sottovalutato capitolo della rivalità con Washington.
   Da quando hanno allacciato rapporti diplomatici nel 1992, l'interscambio tra Cina e Israele è cresciuto molto: nel 2017, le esportazioni israeliane in Cina hanno toccato i 4 miliardi di dollari, mentre le importazioni da Pechino i 6 miliardi. Gli investimenti cinesi in Israele si attestano attorno agli 11 miliardi di dollari nello stesso periodo, anche se costituiscono solo il 3% degli investimenti cinesi all'estero.
   Israele, tuttavia, non ha ignorato i campanelli di allarme fatti risuonare da Washington: lo scorso ottobre, in seguito all'ennesima pressione americana, il governo ha annunciato l'istituzione del Committee for Approving Strategic Investments, un nuovo ente incaricato di monitorare investimenti stranieri in settori sensibili, e nello specifico di assicurarsi che alle aziende cinesi che operano in Israele non sia fornito accesso ai dati di cittadini israeliani o americani o informazioni sul settore della cybersicurezza.
   Va ricordato che all'inizio del nuovo millennio, Washington ha spinto Israele a tagliare ogni rapporto nell'ambito della Difesa con Pechino, mantenendo unicamente relazioni commerciali in ambito civile e cancellando diversi accordi già trovati con i cinesi. Dal 2004 i due paesi non hanno relazioni nell'ambito della industria della difesa.
   Da quando la Sipg ha iniziato a lavorare all'allargamento del porto di Haifa, Washington ha tenuto più di un occhio sulle attività di investimento cinesi in Israele, che da parte sua considera fondamentali i circa 4 miliardi di dollari in aiuti militari che gli Stati Uniti hanno fornito nel 2019: per questo, proprio lo scorso maggio, in sordina, Israele ha rimandato al mittente l'offerta da 1,5 miliardi di dollari di una azienda cinese di Hong Kong - Hutchinson Group - per sviluppare un impianto di desalinizzazione, appaltando il tutto alla IDE Technologies, basata a Israele. L'impianto, denominato Soreq B, sarà il più grande del Paese e sarà costruito non lontano dalla base aerea di Palmachim e, soprattutto, dal centro di ricerca nucleare Soreq.

(il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2021)


Da Londra a Israele: è il sovranismo che salva la vita

L’Unione sconta la sua lentezza e inefficienza. Invece chi ha fatto da sé è uscito meglio dalla pandemia. Non solo l’Inghilterra, anche Danimarca e Ungheria sono oasi felici

di Pietro Senaldi

Va di moda essere europeisti e il virus, che gli scienziati televisivi ci insegnano essere intelligente e opportunista, si è adeguato. Infatti prospera principalmente nell'Unione Europea mentre altrove inizia a battere in ritirata. La pandemia, nel molle corpaccione di Bruxelles, che ha ben più delle tre patologie gravi solitamente necessarie al Corona per mandarti al Creatore, ha trovato il suo habitat naturale. Burocrazia, lentezza, interessi in conflitto, incompetenza e arroganza al potere, scarsa responsabilizzazione politica, confusione istituzionale, insindacabilità delle scelte, incapacità di fare fronte comune: l'emergenza sanitaria ha dimostrato che l'Europa non è una cura ma una comorbilità perché l'Unione non fa la forza bensì la debolezza. Contro il Covid vincono il sovranismo e il motto «chi fa da sé fa per tre».
   Bruxelles nella lotta al virus ha sbagliato tutto quello che poteva, mal guidata da un capo, Ursula Von der Leyen, che è stata più confusionaria di Conte, più impreparata di Speranza, più inefficiente di Arcuri, più divisiva di Boccia, più presuntuosa di Casalino e più ideologica del Pd. Subalterna all'Organizzazione Mondiale della Sanità, istituzione che ha depistato gli Stati dall'inizio dell'epidemia, la Ue non è stata neppure capace di copiare i Paesi che da subito sono riusciti ad arginare il contagio, come Giappone o Australia. Ha chiuso tardi e senza la severità delle nazioni che sono riuscite a contenere la diffusione del virus e ha fallito sui tracciamenti e i tamponi. Quando poi ha riaperto, lo ha fatto senza regole né precauzioni e non si è più preoccupata di tenere sotto controllo i positivi, preparando la strada per nuove chiusure.
   Drammatica è stata anche la gestione del capitolo vaccini. Se in Europa scarseggiano le dosi, mentre grazie alla Brexit l'Inghilterra ha immunizzato circa il 25% della popolazione, è a causa di tre gravissimi errori. Prima l'Agenzia del Farmaco ha tardato nel concedere il via libera ai nuovi ritrovati, poi la Von der Leyen si è presentata buon ultima presso le case farmaceutiche produttrici per firmare i contratti d'acquisto e infine, quando lo ha fatto, non si è preoccupata di chiedere garanzie sufficienti sulle consegne.

 Nessuna garanzia
  La classe dirigente europea è stata incapace di studiare una strategia comune di contenimento del virus; anzi, non ha avuto neppure la velleità di provarci. Quando è stato il momento di finanziare le case farmaceutiche per la ricerca del vaccino, ha operato una selezione politica tesa a favorire gli interessi cli Francia e Germania, anziché> una scelta improntata a criteri di efficienza. Non si è preoccupata di pianificare una produzione alternativa comune delle dosi e ha comprato male, mercanteggiando sul prezzo e lasciando così strada aperta a nazioni più avvedute, che hanno ritenuto l'acquisto un investimento e non una spesa. Infine, dopo aver lasciato gli Stati membri scoperti, li ha pure diffidati dall'approvvigionarsi autonomamente, salvo consentire alla sola Germania di farlo.
   Il Covid ha dimostrato che l'Unione Europea di fatto ancora non esiste. È una Babele di popoli allo sbando, ammazzati dalla prosopopea dei loro leader, dove chi è piccolo e rapido ha più probabilità di salvarsi. La Danimarca e l'Ungheria sono le oasi felici, la prima perché ha acquistato più dosi di quante gli erano state assegnate dalla Ue, la seconda perché si è gettata sul vaccino russo Sputnik. Germania, Francia, Italia e Spagna invece sono i lazzaretti, oltre al Belgio, che non a caso è la sede della Ue.

 Abbaiare alla luna
  Tutti gli esempi virtuosi della lotta al virus sono nel segno del sovranismo. Meglio di noi sta non solo la Gran Bretagna, ma anche Israele, che ha vaccinato il 90% dei cittadini, o San Marino, che dopo aver stracciato il contratto con l'Italia si è rivolta a Mosca, o addirittura la Serbia, che ha immunizzato il 15% della popolazione. L'Europa è così vecchia e inadeguata che perfino Draghi, nel suo primo vertice da leader Ue e non da banchiere, è apparso non come il deus ex machina in grado di risolvere tutti i problemi ma come un cane che abbaia alla Luna. Il premier ha detto che dobbiamo essere inflessibili con le aziende in ritardo nel consegnare i vaccini e accelerare la profilassi. D'accordissimo signor presidente, ma come si fa?

(Libero, 27 febbraio 2021)


Chi era Golda Meir

di Giovanna Pavesi

 
Pubblicamente appariva come una donna modesta, dall'aspetto sobrio e dallo stile misurato: mai un filo di trucco, niente tacchi, abiti dalle forme essenziali e capelli quasi sempre raccolti. Come se volesse passare inosservata. Eppure, la personalità di Golda Meir determinante, non solo per aver ricoperto la carica di quarto premier d'Israele, ma anche per essere stata la prima (e unica) donna a guidare il suo Paese (a livello internazionale fu preceduta soltanto da Sirimavo Bandaranaike, nello Sri Lanka, e da Indira Gandhi, in India). Ebbe due grandi amori, il socialismo e la Terra promessa, per i quali si batté per tutta la vita. L'ambizione, il lavoro e probabilmente anche l'umiltà le fecero scalare negli anni i vertici dello Stato ebraico, fin dalla sua costituzione. Il futuro primo ministro nacque con il nome di Golda Mabovič e fu Ben Gurion a imporle un cognome che suonasse più "ebraico". Così lei scelse Meir, che significa "illuminato".
  Diresse la politica israeliana in periodi particolarmente incandescenti e complicati e si trovò ad affrontare conflitti interni, varie crisi internazionali (come quella successiva alla guerra dello Yom Kippur), i connessi contrasti militari con Egitto e Siria e, soprattutto, l'attentato ai Giochi olimpici di Monaco, nel 1972, dove i terroristi palestinesi di Settembre nero sequestrarono e uccisero 11 atleti e allenatori israeliani.
  Dal carattere risoluto e inflessibile, Ben Gurion la definì (in più di una circostanza) "il miglior uomo al governo". Oriana Fallaci, che la intervistò, la descrisse come una donna "dal viso stanco e grinzoso", con "un corpo pesante sorretto da gambe gonfie, malferme, di piombo", la cui ricchezza consisteva in una "semplicità disarmante, una modestia irritante e in una saggezza che viene dall'aver sgobbato tutta la vita". Perché Golda Meir lavorò molto (e forse più degli altri) per diventare ciò che era. E se Ben Gurion è considerato ancora oggi, a tutti gli effetti, il padre fondatore dello Stato ebraico, Golda Meir, oltre a essere una delle figure femminili più importanti del XX secolo, è sempre stata percepita dall'opinione pubblica come la "madre di Israele".

 Le origini, l'infanzia e la scuola
  Golda Meir nacque a Kiev, quando ancora l'Ucraina faceva parte dell'impero russo, il 3 maggio del 1898 da una famiglia estremamente modesta: il padre, Moshe Mabovič, era un carpentiere e la madre, Bluma Neidič, non aveva un impiego. Da bambina, conobbe con i propri occhi la violenza dei pogrom, termine con cui vengono identificati i gravi episodi di antisemitismo, che caratterizzavano la vita della comunità ebraica sotto l'impero russo tra Ottocento e Novecento. Nel 1903 il padre lasciò Kiev per emigrare negli Stati Uniti, con l'intenzione di farsi raggiungere anche dal resto della famiglia e nel frattempo, ciò che restava del nucleo familiare si trasferì a Pinsk, nell'attuale Bielorussia. Nel 1906, riuscì a raggiungere il padre a Milwaukee, nel Wisconsin, in America, dove completò il suo primo ciclo scolastico alla Fourth Street Grade School (che oggi porta il suo nome, in suo onore). Proseguì gli studi in città alla North Division High School e secondo quanto viene riportato, nonostante all'inizio non parlasse inglese, già a scuola, la giovanissima Golda Meir dimostrò spiccate capacità di leadership e si fece promotrice di diverse iniziative di solidarietà, soprattutto per le persone meno abbienti.

 L'emancipazione
  In base alle ricostruzioni storiche, ancora molto giovane Golda Meir lasciò il suo nucleo familiare, dopo essersi scontrata con i genitori, che volevano costringerla ad abbandonare gli studi da insegnante per sposarsi. Aveva poco più di 14 anni quando si trasferì dalla sorella a Denver, in Colorado. E fu proprio in quel luogo che iniziò a prendere parte a dibattiti culturali e a conoscere il mondo della letteratura, del femminismo e anche del pensiero sionista (che si stava diffondendo in tutto il mondo). Nella sua autobiografia, intitolata "La mia vita", Meir definì Denver "un vero punto di svolta" e scrisse: "A Denver la mia vita mi si aprì innanzi per davvero". E fu proprio durante la sua permanenza in Colorado che conobbe Morris Meyerson, che iniziò a frequentare nel 1913 e che sposò a 19 anni (il 24 dicembre del 1917). Si iscrisse poi alla Milwaukee Normal School e diventò insegnante. Venne assunta tempo dopo come docente in una scuola Yiddish e la sua personalità iniziò a distinguersi soprattutto per il continuo impegno sociale. Organizzò marce di protesta, frequentò i dibattiti pubblici e, infine, divenne un membro dell'organizzazione sionista laburista Poalei Zion (la stessa di cui faceva parte Ben Gurion). Nei due anni successivi, il suo impegno politico nell'associazionismo ebraico si intensificò a tal punto da partecipare, nel 1918, al Congresso degli ebrei americani in qualità di delegata di Milwaukee come la più giovane rappresentante dell'evento. Quel momento fu l'inizio della sua carriera politica.

 L'arrivo in Palestina e l'impegno sociale
  Come fecero in molti, nel 1921, insieme al marito, alla sorella e alla nipote, Golda Meir lasciò l'America per la Palestina, attraversando prima l'Oceano e poi il mar Mediterraneo. Al loro arrivo, lei e i suoi familiari riuscirono a unirsi a un kibbutz, nonostante l'iniziale diffidenza degli altri membri, che li percepivano non tanto come ebrei ma come stranieri (tutti erano cittadini americani). E fu proprio all'interno di questa comunità che Golda Meir iniziò ad avvicinarsi concretamente alla politica. Tre anni dopo, nel 1924, si trasferì con la famiglia a Gerusalemme, dove lavorò come tesoriere nell'ufficio generale della federazione dei Lavoratori dei territori di Israele, una delle più importanti organizzazioni economiche ebraiche. Dal 1928 divenne la segretaria dell'Unione delle donne lavoratrici e due anni dopo, nel 1930, aderì al partito Mapai, creato da Ben Gurion.

 L'attivismo e la carriera politica
  I primi impieghi in Palestina decretarono la sua indipendenza. Vent'anni più tardi, nel 1946, Golda Meir divenne capo del dipartimento politico dell'Agenzia ebraica per la Palestina, dopo essersi distinta per aver svolto un'ottima carriera nella centrale sindacale dell'Histadrut (ovvero l'Unione dei lavoratori israeliani). La sua passione politica emerse in quel preciso momento, quando iniziò a impegnarsi attivamente in attività politiche di tipo sionista. Come fece Gurion, anche Golda Meir, soprattutto poco dopo la Seconda guerra mondiale, organizzò l'immigrazione illegale di numerosi transfughi ebrei dall'Europa alla Palestina e si adoperò nell'istituzione di una realtà ebraica in Palestina. All'inizio del 1948 decise di tornare in America per cercare di raccogliere fondi per il progetto sionista e quando il 14 maggio dello stesso anno venne certificata la fondazione dello Stato, divenne membro del Consiglio provvisorio e una delle due donne tra tutti i firmatari della dichiarazione di indipendenza.

 Meir ministro del Lavoro
  Dopo la proclamazione dello Stato d'Israele e terminate le ostilità del primo conflitto arabo-israeliano, Golda Meir divenne la prima ambasciatrice del neonato Stato ebraico a Mosca. Nel 1949 venne eletta alla Knesset con il partito Mapai. Ben Gurion la propose come vice presidente del Consiglio, ma lei non accettò, accogliendo invece la proposta di diventare ministro del Lavoro. E nonostante il suo indiscusso impegno politico (consolidato anche nei tanti anni passati all'interno del kibbutz), molti laburisti e colleghi di partito, almeno all'inizio, consideravano molto rischioso e prematuro nominare una donna a quel dicastero. Meir, però, si impegnò a risolvere le questioni (e i problemi) legati alla sicurezza sociale dei nuovi coloni israeliani da subito e poco tempo dopo le ostilità verso di lei, all'interno del partito, cessarono. Nel 1955, su richiesta di Ben Gurion, Golda Meir si candidò a sindaco di Tel Aviv, ma in quella circostanza non venne eletta.

 Meir ministro degli Esteri
  Nonostante non ottenne la carica di primo cittadino, a Tel Aviv, Golda Meir venne nominata ministro degli Esteri e nel 1956 fu lei a dover affrontare la crisi di Suez. Tuttavia, negli anni in cui occupò il vertice di quel dicastero, non si lavorò soltanto per arginare i conflitti interni ed esterni al neonato Stato ebraico. Secondo quanto riportato da un articolo di Haaretz, pubblicato nel febbraio del 2009, Szymon Rudnicki, storico dell'università di Varsavia, avrebbe rinvenuto una corrispondenza risalente a quel periodo tra Meir e le autorità politiche polacche, in cui lei avanzava la possibilità di non permettere l'ingresso in Israele a ebrei anziani o disabili. Quella che in molti hanno definito un calcolo piuttosto cinico, ebbe un effettivo riscontro nella realtà, perché mentre prima veniva operata una selezione sulla base dalle professioni svolte dagli immigrati, a partire dal 1950, con la Legge del ritorno, Israele apriva i propri confini a tutti gli ebrei del mondo, garantendo loro la cittadinanza. Ma dal 1951, la norma subì alcune modifiche, che restrinsero il campo degli aventi diritto alla cittadinanza israeliana soltanto agli ebrei che correvano rischi nei loro Paesi o che fossero stati in grado di pagarsi da soli il viaggio (preferibilmente se giovani, in piena salute e con un'attività commerciale).

 La malattia e le scelte politiche
  Nel 1963, i medici le diagnosticarono un linfoma e Meir iniziò a pensare di abbandonare la politica (nel 1965, per esempio, rifiutò la proposta di diventare vice primo ministro di Levi Eshkol). Nel 1966 decise di lasciare il dicastero degli Esteri a causa della malattia, ma mantenne il suo seggio in parlamento. Il cancro, però, almeno all'inizio, non riuscì ad allontanarla troppo dalla sua attività politica, visto che nello stesso anno divenne segretario generale del partito laburista (che lei stessa aveva contribuito a tenere insieme, unendo il Mapai, l'Ahdur Ha'Ayodah e il Rafi). Il 2 giugno 1968, data in cui i tre grandi gruppi socialisti si unirono in un solo partito, Golda Meir decise di lasciare i suoi incarichi pubblici. Ma la morte di Levi Eshkol, improvvisa perché causata da un attacco cardiaco, e la ricerca di un suo successore rischiavano di causare una spaccatura all'interno dell'orbita socialista israeliana, che si era riunita da pochissimo.Il partito si divise a metà, tra chi sosteneva la candidatura di Yigal Allon, primo ministro reggente, e chi voleva il "leggendario" Moshe Dayan, che in quel momento era ministro della Difesa.

 Meir primo ministro
  In quella circostanza, l'incarico venne, però, affidato a Meir che, poco prima di aver compiuto 71 anni, venne eletta presidente del partito laburista e il 17 marzo 1969 fu nominata primo ministro di Israele. Fu il quarto presidente e la prima donna a ricoprire quel ruolo, rimanendo in carica per cinque anni e fu molto popolare. Al potere, Meir mantenne una certa continuità con le politiche del governo Eshkol, confermando anche diverse figure del precedente esecutivo. Come presidente del Consiglio, Meir incoraggiò l'immigrazione degli ebrei in Israele ed ebbe ottimi rapporti con gli Stati Uniti, in particolare con il presidente Nixon e con la comunità ebraica americana, la più grande del mondo.
  Nata per essere un'amministrazione di transizione e di unità nazionale, Meir fu costretta invece ad affrontare diverse crisi internazionali, come l'attentato di Monaco del 1972 e le conseguenze della guerra dello Yom Kippur.

 La crisi degli ostaggi di Monaco
  Nel 1972, un commando composto da alcuni terroristi palestinesi, appartenenti a Settembre nero, a Monaco di Baviera, nella Germania Ovest, prese in ostaggio (e uccise) l'intera delegazione di atleti israeliani che partecipavano a quelle Olimpiadi. In quello che fu uno degli attentati più mediatici del Novecento, i membri della cellula, come riscatto, chiesero al governo israeliano il rilascio di alcuni prigionieri politici palestinesi. Tuttavia, l'esecutivo di Meir mantenne una certa fermezza e non accettò di negoziare con i terroristi (che infatti uccisero tutti gli atleti). La morte degli sportivi israeliani colpì l'opinione pubblica di tutto il mondo, anche perché quelli furono i primi ebrei uccisi in Germania dal termine della Seconda guerra mondiale.

(Inside Over, 27 febbraio 2021)


Gli Stati Uniti hanno avvertito in anticipo Israele del raid in Iran

di Barak Ravid

È passato poco più di un mese dall'insediamento e Joe Biden ha già autorizzato il primo raid in Siria: sferrato un attacco nella zona orientale, al confine con l'Iraq, contro alcune infrastrutture delle milizie filo-iraniane. Sono morti 17 combattenti e secondo il pentagono si tratta di una risposta all'attacco missilistico del 15 febbraio in Iraq.
L'amministrazione Biden ha avvertito in anticipo Israele dell'attacco aereo contro una base della milizia sciita sostenuta dall'Iran al confine tra Siria e Iraq questa notte, secondo quanto riferiscono funzionari israeliani.
L'attacco aereo è stata la prima azione militare degli Stati Uniti in Medio Oriente da quando Biden ha assunto l'incarico, e i funzionari israeliani la interpretano come un segnale positivo sulla posizione della nuova amministrazione nei confronti dell'Iran.
La notifica degli Stati Uniti a Israele ha avuto luogo giovedì mattina in alcuni colloqui tra funzionari di livello operativo al Pentagono e il Ministero della Difesa israeliano.
A quanto dicono i funzionari israeliani si tratta di un aggiornamento standard che si verifica ogni volta che un'operazione militare degli Stati Uniti può influenzare Israele e viceversa.

 Dietro le quinte
  L'attacco è arrivato diverse settimane dopo un attacco missilistico contro una base statunitense a Erbil, nel nord dell'Iraq. La rappresaglia degli Stati Uniti è stata ritardata principalmente per coordinarla con il governo iracheno ed evitare di creare una crisi con l'Iraq.
Nelle ultime settimane, i funzionari israeliani erano preoccupati per le crescenti provocazioni dell'Iran e dei suoi delegati sia in Yemen che in Iraq.
Gli israeliani hanno condiviso le loro preoccupazioni con l'amministrazione Biden. I funzionari israeliani hanno detto che si aspettavano una risposta da parte di Biden.

 Tra le righe
  Un anno fa, un gruppo di esperti del "Center for New American Security" guidato dall'ex funzionario dell'amministrazione Obama Ilan Goldenberg ha pubblicato un documento intitolato "Contrastare l'Iran nella zona grigia".
Hanno parlato con numerosi funzionari della difesa israeliana per determinare ciò che gli Stati Uniti possono imparare dalla campagna militare israeliana contro il radicamento iraniano in Siria, che gli israeliani chiamano la "Campagna tra le guerre", o MABAM in ebraico.
La linea di fondo del rapporto era che gli Stati Uniti dovrebbero esaminare se possono adottare o meno la politica israeliana, sottolineando che gli attacchi mirati contro l'Iran o altri avversari in Medio Oriente non porterebbero sicuramente a un'ampia escalation, come invece temono molti nell'establishment della difesa.

 Cosa succederà
  Non è chiaro se l'attacco è stato un evento una tantum o se si trasformerà in una strategia più ampia, ma è un tentativo di Biden di inviare all'Iran un primo messaggio che non ha paura di usare la forza come rappresaglia contro gli attacchi alle forze statunitensi nella regione. Indica anche che il suo desiderio di tornare all'accordo nucleare del 2015 non lo dissuaderà dall'usare la forza militare quando necessario.

(Dagospia, 26 febbraio 2021)


E Israele regala i vaccini ai vicini

Oltre 9 abitanti su 10 hanno ricevuto almeno una fiala, così il governo vuole distribuire le eccedenze all'estero. Previsti premi per chi immunizza e hub allestiti anche all'Ikea.

di Antonio Grizzuti

Pizza gratis per chi si vaccina. Ma anche pasta e cappuccino, hummus e knafeh, la tipica pasta filata dolce della tradizione mediorientale, tutto gentilmente offerto dalla casa. E questa l'innovativa strategia messa in campo da Israele per convincere i più reticenti a farsi somministrare l'antidoto contro il Covid. Si tratta in prevalenza di ebrei ortodossi, notoriamente recalcitranti nei confronti delle vaccinazioni, e giovani, meno propensi a rispettare le rigide regole imposte dal governo per limitare i contagi. Proprio ieri, il ministro della Salute Yuli Edelstein si è scagliata contro le migliaia di ragazzi israeliani scesi in strada a bere e chiacchierare, approfittando dell'ultima notte prima del coprifuoco introdotto in occasione della festa di Purim: «Chi ha preso parte a queste "feste del contagio" sappia che una risalita dei casi, una nuova chiusura delle attività, e la perdita di altre vite umane avverrà solo per colpa loro».
   Polemiche a parte, la campagna di vaccinazione israeliana procede a gonfie vele. E anche l'idea di introdurre piccole gratificazioni ha sortito effetti positivi all'interno delle fasce di popolazione più scettiche. «Per convincere i no-vax a vaccinarsi sono stati anche istituiti dei premi: per esempio nei quartieri ultraortodossi pizza familiare per tutti, mentre per i giovani un thermos in omaggio, e ha funzionato», ha spiegato a Radio Capital la professoressa Francesca Levi Schaffer, epidemiologa dell'Università di Gerusalemme. Perfino alcuni punti vendita Ikea sono stati trasformati in centri vaccinali. Secondo gli ultimi dati forniti dal ministero della Salute, fino a mercoledì un israeliano su due (49,6%) era vaccinato, per un totale di 4,6 milioni di cittadini con la prima dose, e 3,2 milioni con la seconda. Numeri che confermano il Paese in testa alla classifica mondiale con 90,2 abitanti ogni 100 ad aver ricevuto almeno una dose, contro gli appena 6,3 su 100 dell'Italia.
   Grazie anche all'impegno profuso nella campagna vaccinale, Israele sta venendo a capo della terza ondata di contagi. La media mobile a 7 giorni si attesta intorno ai 3.500 casi, meno della metà rispetto al picco superiore agli 8.000 casi di metà gennaio, e intorno ai livelli raggiunti nel periodo natalizio. Un risultato di cui vantarsi. «Siamo riusciti ad aprire palestre, teatri e concerti, sempre con distanziamento e mascherina», ha aggiunto la Levi Schaffer, «abbiamo così tanti vaccini che alcuni li regaliamo ai Paesi vicini». E così, mentre in Italia non si riesce a immunizzare nemmeno le categorie più deboli ed esposte, a poche migliaia di chilometri da casa nostra hanno talmente tante dosi da non sapere che farsene. Tuttavia, a tal riguardo, il ministro della difesa, Benny Gantz, ieri ha chiesto al premier Benjamin Netanyahu di sospendere «immediatamente» l'invio di vaccini non essendo il tema «mai stato portato in discussione nelle sedi opportune».
   Il Parlamento israeliano, ha approvato mercoledì una controversa legge che consente per i prossimi tre mesi (e comunque fino al perdurare delle stato di emergenza) la trasmissione alle autorità locali delle generalità dei non ancora vaccinati. Ufficialmente, la misura servirà a «incoraggiare» i diretti interessati a procedere con la somministrazione. Protesta l' Associazione dei medici pubblici, ma il presidente della commissione competente, Haim Katz, difende la legge. «Molti si lamentano, ma io chiedo: la privacy è più importante della vita stessa, », argomenta Katz, «il prossimo step sarà impedire a coloro che non sono stati vaccinati di recarsi al lavoro».

(La Verità, 26 febbraio 2021)


Almagor, la lunga estate della "Loren" d'Israele

Parla Gila, la stella del teatro e del cinema israeliano. Il suo nome passa anche tra i banchi di scuola per aver scritto un romanzo autobiografico che è diventato un bestseller «Anna Magnani è stata la mia musa, il regista Gilberto Tofano, amico e figura fondamentale».

di Fiammetta Martegani

Gila Almagor
TEL AVIV - «Anche se il mio italiano non è un gran che, vorrei provare a leggere la prima pagina» propone, sorridendo un po' intimidita, Gila Almagor quando le viene consegnata la copia del suo capolavoro L'estate di Aviha, tradotto nella nostra lingua. Si è conquistata una fama internazionale la stella del cinema e del teatro, quella di "Sophia Loren israeliana". Una lunga carriera con alle spalle settant'anni tra palcoscenico e grande schermo, con oltre una cinquantina di film, tra i quali anche Life according to Agfa, di Asaf Dayan, figlio del celeberrimo Generale Moshe Dayan.
Ma la sua vera opera d'arte, sta nella Almagor scrittrice e un libro tradotto in più di venti lingue. Un caso letterario internazionale, diventato «il bestseller» in Israele e addirittura inserito a pieno titolo nei programmi scolastici come testo "didattico" di narrativa.
  Un "fenomeno" anche quello della Gilmor scrittrice di successo che sembra quasi il prodotto del caso. Lei cosa ne pensa? Non avrei mai pensato di poter scrivere e, soprattutto, di pubblicare un libro. L'estate di Aviha è cominciato come un processo catartico - racconta mentre sfoglia le pagine dell'edizione italiana-. In Israele venne pubblicato per la prima volta nel 1985, e il successo immediato la portò a trarne un monologo teatrale con cui ha poi girato i teatri di tutto il mondo, fino a produrre, in collaborazione con il celebre regista israeliano Eli Cohen, il film omonimo, vincitore dell'Orso d'argento al Festival di Berlino nel 1989.

- Da dove nasce l'esigenza di scrivere questa storia?
  Faccio parte della "seconda generazione" (facendo riferimento ai figli dei sopravvissuti alla Shoah). Con molti di loro sono cresciuta nelle case di accoglienza per orfani che negli anni Cinquanta, in Israele, erano moltissime. Ma a differenza dei miei compagni di infanzia io, almeno, una madre ce l'avevo, e per questo mi sono sempre sentita molto fortunata, anche se era malata mentalmente, a causa dei traumi subiti in Polonia. Pur non avendola al mio fianco, la sentivo sempre vicina e in quel contesto, correndo con i miei compagni tra i campi di gladioli, ho riscoperto la vita. Il mio processo di guarigione è cominciato proprio tra i fiori. - esclama, indicando il suo terrazzo fiorito - . Alla fine sono riuscita a sbocciare anch'io, grazie alla mia passione per il teatro.

- Com'è cominciato questo "processo di guarigione" attraverso il teatro?
  Sono arrivata a Tel Aviv in autobus, partendo dal piccolo villaggio di Petah Tikva, e dalla stazione centrale sono andata dritta all'Habima (il Teatro Nazionale). Non me ne sono andata fino a quando non mi hanno fatto un'audizione. Avevo solo 15 anni. Allora nessuno sapeva la storia di mia madre, non perché mi vergognassi a raccontarla, ma perché volevo proteggerla. Col tempo, la carriera mi ha dato sicurezza, e la forza per riconciliarmi con il mio passato, fino a spingermi a trascrivere le mie memorie in una storia al limite tra l'autobiografia e la fiction. Avevo ormai più di quarant'anni quando ho finalmente trovato il coraggio di farlo. E stata una necessità: ho scritto per dieci giorni, senza fermarmi, su un quaderno per gli appunti che avevo trovato tra i cassetti della scrivania di mia figlia.

- La scelta di cambiare il proprio cognome fa sempre parte di questo percorso?
  Assolutamente sì. Per fare i conti col mio passato avevo bisogno di dare un taglio netto con i traumi della nostra generazione, e il mio cognome ebraico, Alexandrowitz, mi ricordava anche la morte di mio padre, ucciso da un cecchino arabo ad Haifa quando mia madre era incinta di me. Quando sono nata, l'ostetrica aveva proposto a mia madre di chiamarmi Aviha, in memoria di mio padre (aviha in ebraico significa «il padre di lei», come la protagonista del romanzo). Invece mia madre decise di chiamarmi Gila che significa «gioia», e io ho scelto di chiamarmi Almagor, «senza paura», perché attraverso la mia carriera artistica ho ricominciato a vivere, senza paura.

- È la prima volta che il suo libro, già tradotto in oltre 20 lingue, viene pubblicato in italiano. Quale è il suo rapporto con l'Italia?
  Ho sempre avuto un legame speciale con il vostro Paese - racconta sorridendo mentre mostra con orgoglio le foto di Anna Magnani, appese alle pareti della sua casa di Tel Aviv - La Magnani è stata la mia musa a cui mi sono sempre ispirata nel mio lavoro. Un'altra figura fondamentale è stato Gilberto Tofano, regista italiano eccezionale, ma anche un grande amico. Lo ricorderò sempre con affetto per aver descritto in modo unico Israele durante la Guerra dei Sei Giorni, nel meraviglioso film The Siege (presentato al Festival di Cannes del 1969) di cui sono stata anche protagonista. Vedere il mio libro pubblicato in italiano è per me un grande onore e un omaggio a un Paese che amo così tanto.

(Avvenire, 26 febbraio 2021)


Lockdown alternati di una settimana: la proposta degli scienziati israeliani

Uno studio della rivista Nature Communications per mantenere le attività funzionanti al 50%

ROMA - Una proposta destinata a far discutere, ma che potrebbe coniugare la necessità di mantenere in vita le attività commerciali, con l'isolamento e la conferma delle restrizioni: un lockdown alternato. L'idea arriva da Israele: dividere la popolazione in due gruppi, ognuno dei quali alterna lockdown di una settimana. Questa la strategia proposta sulla rivista Nature Communications da alcuni ricercatori israeliani dell'università Bar-Ilan per ridurre i contagi da Covid-19 e far funzionare al 50% le attività socio-economiche. Un modello che, come spiegano, permetterebbe di isolare le persone positive che ancora non mostrano i sintomi e ha un'efficacia paragonabile a quella di un lockdown quasi totale (all'80%).
   L'idea è stata studiata nel dettaglio: la popolazione viene divisa in due gruppi, ognuno dei quali con turni settimanali di lockdown e attività di routine. Con l'isolamento dei sintomatici e l'adozione dei comportamenti di prevenzione, con questa strategia si riduce la diffusione dei contagi e si possono tenere isolati i positivi ancora nel loro periodo di incubazione. "Ad esempio se una persona si contagia durante la sua settimana 'attiva', in cui è presintomatico - spiega Baruch Barzel, coordinatore dello studio -, stando a casa la settimana seguente, inizierà probabilmente a mostrare i sintomi, e rimanendo isolato può curarsi". Se dopo sette giorni di lockdown i sintomi non sono sorti, è molto probabile che sia riuscito ad evitare il contagio. "In questo modo isoliamo non solo i malati, ma anche la maggior parte dei positivi ancora senza sintomi", continua Barzel. I ricercatori hanno calcolato che questa strategia può aiutare a ridurre i contagi con un'efficacia simile a quella di un lockdown all'80%.

(ANSA, 26 febbraio 2021)


Purim: una festa sempre attuale che ricorda la lotta del popolo ebraico contro l'antisemitismo

Le feste ebraiche molto spesso hanno un doppio significato, storico/politico ed etico/religioso; e inoltre hanno della caratteristiche espressive e pedagogiche, che le rendono facili da comunicare e da ricordare. Ma non bisogna confondere questa dimensione comunicativa della festa con il suo significato o i suoi significati.
   A Shavuot per esempio è d'uso mangiare cibi a base di latte e di formaggio; la spiegazione che se ne dà è spesso simbolica:
    "Il latte è sangue raffinato; infatti in un processo complesso e meraviglioso le ghiandole mammarie trasformano il sangue in puro latte bianco. C'è qualcosa di particolarmente soprannaturale in questo processo: prendere un liquido acre e spiacevole quanto il sangue e trasformarlo in cibo nutriente e commestibile è incredibilmente miracoloso. Anche noi possiamo simulare questo miracolo nelle nostre vite. Il sangue rappresenta la passione cruda e l'istinto indomito. Mentre il latte è simbolo di un carattere puro e raffinato. Fare latte dal sangue, ovvero raffinare i nostri istinti più bassi, è lo scopo della nostra vita".
   E però la festa celebra il dono della Torah, riassorbendo un'antica festa agricola.
   Così a Pesach con le matzot e il rituale del Seder; ma il senso della festa è la conquista della libertà collettiva del popolo ebraico e la riaffermazione del potere divino sull'oppressione umana; Chanukkà colpisce per i lumi esposti in pubblico per ricordare i miracoli, ma essi poi in sostanza sono la vittoria della resistenza ebraica sul dominio ellenistico e la sopravvivenza della cultura tradizionale di Israele in mezzo a un mondo assai più forte, insieme seducente e ostile.
 
I bambini del quartiere ultraortodosso di Mea She'arim a Gerusalemme indossano i costumi per la festa di Purim
   Così è soprattutto per Purim, la festa che inizia questo giovedì sera. C'è chi ritiene che il cuore della festa sia il mascheramento, il fracasso, il teatro e l'abbondante uso del vino - "come fosse Carnevale". Ma queste sono semplicemente le forme che la festa ha assunto nel corso del tempo per ragioni pedagogiche. In realtà si tratta della ricorrenza più politica del calendario liturgico ebraico. Basta leggere con attenzione la Meghillà per vederlo. Segnalo a questo proposito il bellissimo libro di Yoram Hazony, oggi forse il più importante filosofo ebraico: God and Politics in Esther, purtroppo disponibile solo in ebraico e in inglese. In sostanza la storia è quella di un complotto antisemita, del progetto di eliminare tutti gli ebrei dell'impero persiano, cioè tutti gli ebrei del mondo, dato che gli insediamenti ebraici di quel tempo (Israele, Egitto, Mesopotamia, Persia vera e propria) erano compresi nel territorio dell'impero. Il complotto viene sconfitto da una contro-congiura di palazzo, in cui ha parte essenziale Esther, una fanciulla ebrea che diventa avventurosamente regina senza rivelare la sua identità nazionale. Al culmine della storia i due complotti si scontrano in un confronto teatrale davanti al sovrano, in cui ha la meglio Esther; ma dopo avviene uno scontro armato, in cui ancora prevalgono gli ebrei e gli antisemiti vengono liquidati.
   Il senso religioso della festa ha a che fare col suo andamento apparentemente casuale (la parola Purim viene tradotta come "le sorti", ma non compare altrove nelle Scritture ed è probabilmente un prestito dal persiano). L'assenza del nome divino dalla versione ebraica del testo e l'aspetto profano della narrazione alludono all'azione nascosta della provvidenza. In ambienti segnati dalle persecuzioni, come gli ebrei della penisola iberica nel Cinquecento, Esther rappresenta la difficile resistenza di chi deve nascondere la propria appartenenza.
   Il piano politico o nazionale della festa è più chiaro. Si tratta dell'antisemitismo e della battaglia per sconfiggerlo, che si ripete continuamente nella storia, sempre con grandi difficoltà e sofferenze. Non a caso il cattivo della storia, il vicerè Haman, è presentato come un discendente del primo nemico del popolo ebraico nell'Esodo, Amalek. Per questo la considerazione del Talmud che la festa di Purim sarà celebrata anche quando tutte le altre feste saranno state abolite (in epoca messianica), non è affatto consolante, perché sembra alludere alla previsione della perennità dell'antisemitismo, come del resto si ritrova in un passaggio chiave della Haggadà di Pesach, dove si dice che tutte le generazioni future dovranno fare i conti con l'odio di chi vuole distruggere Israele.
   La lezione positiva della festa di Purim è che è possibile sconfiggere l'antisemitismo, anzi che bisogna farlo, combattendo sul piano politico-diplomatico ma anche su quello della prova di forza. Non è un caso che un grande antisemita come Martin Lutero abbia dichiarato di odiare il Libro di Esther e di preferire che fosse escluso dal canone biblico. E neanche che Julius Streicher. il direttore di "Der Sturmer" e il maggiore specialista, per così dire, di antisemitismo del regime nazista, proprio prima di essere impiccato a Norimberga per i suoi crimini, abbia accostato la sua sorte a quella di Haman, esclamando come ultima parola "Purimfest!"
   Come si vede non vi è nulla di infantile, nulla di "carnevalesco", di puramente "teatrale" in questa ricorrenza che pure è celebrativa e gioiosa. Si tratta solo di uno strato superficiale, che serve a coinvolgere i bambini e magari a confondere i nemici. Sentendo recitare la storia della persecuzione fallita, com'è precetto della festa, siamo invece invitati a pensare alle vie nascoste della provvidenza ma anche alla necessità di resistere all'oppressione, ai costi richiesti dalla sopravvivenza di un piccolo popolo "separato"; facendo i doni alimentari (e non) che sono un altro obbligo della festa, siamo richiamati al legame di solidarietà e di appoggio reciproco che sono alla base dell'esistenza collettiva del popolo. Va benissimo festeggiare, mascherarsi e cantare; ma bisogna anche sapere che questa gioia deriva dalla celebrazione di una vittoria difficile e imprevista contro un progetto di "soluzione finale".

(Progetto Dreyfus, 25 febbraio 2021)


Roma Cares festeggia Purim con la deputazione ebraica

 
Mattinata diversa dal solito nel quartiere ebraico: c'è un ospite particolare, noto ai tifosi della AS Roma, Romolo, il simpatico lupo mascotte della squadra giallorossa.
   In occasione di Purim Roma Cares ha donato alcuni gadgets alle famiglie indicate dalla deputazione ebraica.
   Alla consegna erano presenti il vice presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruben Della Rocca, il presidente della Deputazione Ebraica Piero Bonfiglioli, il direttore del Roma Department Francesco Pastorella e Alessandra Panzieri della Deputazione Ebraica.
   "Con Roma Cares portiamo un sorriso alle famiglie che in questo momento stanno attraversando un momento delicato - ha dichiarato a Shalom il Presidente della Deputazione Ebraica Piero Bonfiglioli - e il mio ringraziamento va a tutta la AS ROMA"
   Tra i promotori dell'iniziativa anche il vicepresidente CER Ruben Della Rocca che ha commentato: "Il gesto dell'AS ROMA è di grande sensibilità. In un momento come quello che stiamo vivendo riuscire a donare un sorriso ad un bambino o ad una persona anziana è una della cose più belle in assoluto. Con la speranza di farne tanti altri in futuro magari allo stadio. Un ringraziamento particolare al direttore del Roma Department Francesco Pastorella e al ristorante Bellacarne che ha ospitato l'evento."

(Shalom, 25 febbraio 2021)


Israele inaugura la "diplomazia dei vaccini": donate 100mila dosi a venti Paesi

Polemica per il fatto che si tratterebbe di Paesi che hanno o potrebbero considerare di trasferire la loro ambasciata a Gerusalemme.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Israele si appresta a donare 100mila dosi di vaccini anti Covid a una ventina di Stati, e tra questi alcuni con cui non intrattiene relazioni diplomatiche. "Alla luce del successo della campagna vaccinale in Israele, abbiamo ricevuto molte richieste di assistenza nella fornitura di vaccini", si legge in una nota diffusa dal primo ministro Benjamin Netanyahu. "Israele non produce i vaccini e le dosi ordinate sono destinate all'inoculazione della nostra popolazione. Tuttavia, nell'ultimo mese, si è accumulata una quota limitata di dosi in eccesso e quindi si è deciso di assistere con una quantità simbolica il personale medico dell'Autorità Palestinese e alcuni Paesi che si sono rivolti a noi".
   Secondo l'emittente israeliana Kan, tra i Paesi in questione vi sarebbe anche la Mauritania, con cui da mesi, sulla scia degli Accordi di Abramo, si prospetta la ripresa delle relazioni diplomatiche, avviate negli anni '90 in seguito al processo di Oslo e interrotte nel 2010. Tra gli altri Stati menzionati vi sono anche San Marino, Uganda, Kenya, Etiopia, Ciad, Maldive, Guatemala, Repubblica Ceca e Honduras. Gli ultimi due Stati recentemente hanno annunciato l'intenzione di aprire sedi diplomatiche a Gerusalemme, cosa che il Guatemala ha fatto nel 2018 in seguito al trasferimento dell'Ambasciata americana da parte di Trump. Netanyahu negli ultimi dieci anni ha investito molto nel rafforzamento delle relazioni diplomatiche con diversi Stati africani, nell'ambito di una strategia volta tra l'altro ad ampliare lo spettro delle alleanze a livello delle organizzazioni internazionali.
   La stampa israeliana parla quindi di una "diplomazia dei vaccini", sottolineando come il premier stia utilizzando il vantaggio acquisito con l'approvvigionamento anticipato di milioni di dosi dei sieri Pfizer e Moderna per avanzare gli interessi diplomatici del Paese nell'arena internazionale. Sempre secondo la stampa israeliana, la decisione è stata presa da Netanyahu senza coinvolgere né il ministero della Difesa né quello degli Esteri, un'altra dimostrazione delle tensioni politiche con cui il Paese va incontro alle elezioni del 23 marzo, le quarte in meno di due anni.
   Israele ha già vaccinato più di 4,5 milioni di persone (su una popolazione di 9 milioni di abitanti) con il siero Pfizer. Le donazioni invece provengono da una scorta di 100mila vaccini Moderna, giunta a gennaio e finora inutilizzata, se non per un invio di 2,500 dosi all'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) il mese scorso. Lunedì, il segretario di Stato americano Antony Blinken, in una telefonata con l'omologo israeliano Gabi Ashkenazi, ha invitato Israele ad assistere l'Anp nella campagna vaccinale "come segno positivo di cooperazione tra israeliani e palestinesi". Secondo un appello firmato da diverse organizzazioni internazionali, Israele sarebbe tenuta a garantire i vaccini anche ai palestinesi ottemperando "all'articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, per cui una forza occupante ha il dovere di assicurare l'adozione e l'applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie".
   Israele sostiene invece che a fare fede in ambito di questioni sanitarie è l'allegato 3, articolo 7 degli Accordi di Oslo firmati tra Israele e l'Anp nel 1995, che stabilisce che la questione sia di competenza del ministero della Salute palestinese, anche se lo stesso trattato invita le due parti a cooperare nella lotta contro le epidemie. Secondo quanto confermato a Repubblica dal portavoce del governo palestinese Ibrahim Milhem, l'Anp ha chiuso contratti con AstraZeneca e con la Russia, che nelle scorse settimane ha anche inviato una donazione di 10mila vaccini Sputnik.
   Giovedì scorso, una delegazione guidata da Hezi Levi, il direttore generale del ministero della Salute israeliano, si è recata a Ramallah per discutere con gli omologhi palestinesi la questione dei vaccini. I funzionari palestinesi hanno avanzato la domanda di assistenza da parte di Israele con altre 100mila dosi, che è in questi giorni all'esame del governo israeliano, mentre è stato concordato che Israele vaccinerà i circa 100mila lavoratori palestinesi che quotidianamente attraversano il confine per lavorare nelle città israeliane.
   Un altro esempio della potenza della "diplomazia dei vaccini" si è avuto la settimana scorsa quando, nell'ambito di una trattativa mediata dalla Russia per fare tornare in Israele una cittadina che aveva oltrepassato il confine con la Siria, il governo israeliano ha acquistato 250mila vaccini Sputnik per il valore di un milione di dollari, che saranno a breve consegnati da Mosca a Damasco.

(la Repubblica, 24 febbraio 2021)


Israele pronta a diventare una 'scale-up nation'

Paese di attrazione per centinaia di multinazionali interessate a ricerca e innovazione, Israele è la culla delle aziende straniere hi-tech e conta 6mila start-up. Le opportunità esistono in ogni settore in cui l'alta tecnologia è strumentale allo sviluppo: in particolare nei campi di aerospazio, energia, scienze della vita e intelligenza artificiale.




(Spreaker, 25 febbraio 2021)


Israele: dopo lo sversamento del greggio, bandita la vendita del pesce

Mossa del Ministero della Sanità. Finora raccolte 70 tonnellate catrame

Il Ministero della Sanità israeliano ha bandito, con effetto immediato e fino a nuovo ordine, la vendita al pubblico di pesci e frutti di mare del Mediterraneo. La decisione è legata - ha riferito Times of Israel - agli effetti della massiccia dose di greggio, sversata con molta probabilità da una nave ancora sconosciuta, che ha investito le coste del paese con gravi danni all'ecosistema.
La mossa - ha spiegato il ministero - è stata presa "alla luce dell'inquinamento ambientale del Mar Mediterraneo che si è manifestato tra le altre maniere in una quantità di catrame rinvenuto sulle spiagge".
Secondo dati aggiornati a ieri, finora sono stati raccolti sulle coste oltre 70 tonnellate di catrame.

(ANSA, 25 febbraio 2021)
   

In Israele il vaccino si fa (anche) all'Ikea

Fra poltrone e madie, i medici somministrano dosi di vaccino... a tappeto

 
Vaccinarsi all'IKEA
 
Un paramedico dei servizi medici israeliani, Magen David Adom, mostra una fiala del vaccino Pfizer-BioNTech COVID-19 in uno store IKEA di Beit Shemesh (22 febbraio 2021)
La campagna di vaccinazione anti-Covid 19 di Israele sta facendo il giro del mondo per qualità ed efficienza. Oltre a vaccinare a tappeto in tempi record, il governo ha trasformato ambulatori e centri in piccole arene dove radunare le persone, distribuire loro cibo gratuito e alternare esibizioni di dj fra una puntura e l'altra - come a voler ricordare la bellezza dello stare insieme. Il successo del programma vaccinale israeliano è oggi un dato di fatto: 41% in meno di contagi, e le misure di restrizione si allentano portando alla riapertura di molte attività. Yuli Edelstein, ministro della salute, ha aggiunto alla lista degli accorgimenti, una trovata tanto pop quanto geniale: coinvolgere Ikea nella campagna di vaccinazione. Così il colosso del design ha aperto alcuni dei suoi store, dove, fra poltrone e madie, i medici somministrano dosi di vaccino a tappeto.
   La collaborazione è partita domenica 21 febbraio - è stato proprio il gigante from Sweden a dichiararlo sul suo sito Web prima e a lanciarlo sui social poi. In pratica il governo israeliano e l'Ikea, insieme, stanno lavorando per rendere quanto più accessibile l'opportunità di vaccinarsi. Tanto che non c'è nemmeno bisogno di prendere un appuntamento: le stazioni anti-coronavirus sono aperte tutti i giorni dalle 10 alle 17 e ci si può recare secondo la propria agenda.
   Così Israele ha tagliato il nastro della fase 2 della sua campagna vaccinale: pensando già a come ripartire, ha anche concretizzato quel pensiero tanto comune - ovvero, che il design, oggi, possa essere utile in più modi. Questa volta e in questo luogo, lo è stato mettendo a disposizione i suoi spazi (privati). Non è da tutti.

(elledecor, 25 febbraio 2021)


«Israele e Italia più vicini grazie all'ambasciatore Meir»

L'addio

Gideon Meir, l'ambasciatore di Israele in Italia dal 2006 al 2011 appena scomparso a 74 anni, aprì le porte del suo Stato alla conoscenza del popolo italiano, conquistando stima e affetto che sono durati nel tempo. Attraverso l'arte, la musica, lo sport, riuscì a far capire a platee vastissime, non soltanto ai ristretti ambienti dei Palazzi o dei Salotti, che cosa stava avvenendo in Israele: il lancio delle start up e l'impulso politico, sociale ed economico all'innovazione. Tutto ciò che poteva attecchire, in Israele trovava l'humus e la semina di Meir in Italia è stata proprio la predisposizione culturale ad aprirsi al nuovo. Uno che aveva partecipato ai negoziati con l'Egitto di dodici anni conclusi con gli accordi di Camp David sapeva che doveva osare. Attraverso le vie della comunicazione e dei rapporti pubblici con tutta Roma e l'Italia, aprendo l'impresa all'impegno a tutto campo della moglie Amira, madre di tre figli, e del giovane nipote avvocato, Michele.
   Quando lasciò nel gennaio 2012, Roma e l'Italia lo festeggiarono con una serata all'Auditorium Conciliazione presentata da Fabrizio Frizzi alla quale parteciparono in centinaia: esponenti delle istituzioni e della politica (bipartisan, da Gianni Letta a Romano Prodi a Walter Veltroni, a Giulio Terzi di Sant'Agata, a Umberto Vattani), dell'arte, della musica, dell'imprenditoria, dello Sport con Roma e Lazio insieme in prima fila, il mondo di Israele in Italia e i diplomatici di decine di Paesi. Cantarono Noa, David D'Or e Raiz, il duo d'Opera d'Israele con le soprano Mirela Gradinaru e Hila Baggio.
   Un ambasciatore come Gideon Meir ha aperto finestre che nessuna morte potrà mai chiudere
   
(Corriere della Sera, 25 febbraio 2021)


Vaccinata oltre metà della popolazione. E in Israele ritorna la cultura col pubblico

Ma serve il certificato di immunità

I possessori del "Green pass" hanno assistito ieri sera a un concerto della cantante Nurit Galron a Tel Aviv. Le restrizioni sono state allentate per consentire a un massimo di 500 persone di frequentare all'aperto e fino a 300 al chiuso.
Dopo quasi un anno di chiusura a causa della pandemia di Covid-19, questa settimana in Israele molte istituzioni culturali hanno riaperto i battenti, accogliendo il pubblico. Non molte persone, e rigorosamente tutte provviste di «passaporto verde», cioè il certificato vaccinale o di immunità. Il ritorno alla cultura è stato possibile grazie al fatto che avendo già vaccinato quasi la metà della popolazione, i tassi di contagio in Israele sono precipitati. Oltre alle attività culturali, hanno riaperto molte attività economiche, i centri commerciali, le palestre, gli hotel.

(Avvenire, 25 febbraio 2021)


Bibi, colomba della pace per i palestinesi

Per Ramallah, Bibi è un capo di stato più conveniente di Saar e Bennett

Chi avrebbe mai detto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe stato visto come una colomba agli occhi dei palestinesi e non come un falco.
Secondo fonti palestinesi, il deputato del Likud e il vice ministro Fateen Mullah hanno trattato con il governo palestinese a Ramallah per indurlo ad esercitare la sua influenza sui cittadini arabi in Israele e li convincano a votare per Benjamin Netanyahu alle prossime elezioni e non per la lista araba. Il governo palestinese di Ramallah teme che con un’eventuale caduta di Netanyahu, alternative come Naftali Bennett o Gidon Saar possano essere ancora più pericolose. Rispetto a Bennett e Saar, Bibi è una colomba della pace. Per questo sono pronti a cercare di convincere i cittadini arabi israeliani che hanno diritto al voto a depositare nelle urne la scheda di Bibi.
Secondo Gidon Saar, il fatto che Netanyahu stia cercando di coinvolgere l'OLP nelle prossime elezioni in Israele è una linea rossa che il Likud ha attraversato ...

(israel heute, 24 febbraio 2021 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


La quinta mem di Purim: le maschere e lo strano rapporto con il carnevale

di Rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

 
A Purim si usa mascherarsi, ma perché? Da dove origina questo uso? Sappiamo che tradizionalmente vi sono quattro precetti da osservare a Purim, ognuno dei quali inizia con la lettera mem: meghillà, la lettura della meghillàda fare la sera e la mattina; mattanòt la evionim, doni ai poveri, un dono ciascuno a due poveri differenti; mishloach manòt, invio di due alimenti a un amico; mIshtè, il banchetto, nel senso di un pasto in cui si abbonda con il cibo e soprattutto con il vino. A questi precetti si è aggiunta un'altra cosa, che non è un precetto, ma una consuetudine, quella di mascherarsi; maschera in ebraico si dice massekhà, e così abbiamo la quinta mem.
   Tra gli obblighi sopra citati, che hanno origine nella meghillà stessa e sono discussi e regolati nel Talmùd, e le prime notizie che abbiamo nei testi rituali sull'uso di mascherarsi, è passato un bel po' di tempo. La notizia compare, sembra per la prima volta, in una raccolta di responsa firmati da rav Yehudà Mintz, che era un illustre maestro di origine tedesca (Magonza) che da giovane si trasferì a insegnare a Padova, dove creò una importante scuola di Torà. Rav Mintz fu molto longevo e morì nel 1508. Tra i pochi testi che di lui ci sono rimasti c'è la sua risposta sulla liceità di "indossare i partzufìm come usano fare ragazzi e vergini, anziani e giovani a Purìm". Partzùf è una parola che in ebraico indica la faccia o l'effigie, di probabile origine greca, pròsopon (che in greco indicava anche la maschera teatrale, da cui in italiano "persona" e "prosopopea"), e qui nel responso indica chiaramente una maschera, anche se non si usa un termine ebraico specifico per indicarla. Il quesito rituale si poneva soprattutto rispetto al divieto biblico: "non vi sia un oggetto maschile su una donna e non indossi un uomo l'abito di una donna" (Devarìm 22:5). Rav Mintz non solo dimostra che per un'occasione come Purìm e per lo scopo di divertimento innocente del travestimento non si fa alcuna trasgressione del divieto, ma testimonia la diffusione dell'uso, senza alcuna critica rabbinica, nella sua cerchia famigliare dai tempi della sua infanzia.
   In base a questo documento gli storici hanno dedotto che l'uso di mascherarsi a Purìm, che non esisteva nell'antichità, sia stato introdotto nell'ebraismo (con grande successo e diffusione) per tramite degli ebrei italiani del nord est, che l'avrebbero fatto a imitazione del Carnevale veneto. Una tesi più recente, che si basa sulle parole di Mintz quando aggiunge un suo ricordo di giovinezza, attribuisce l'inizio dell'uso delle maschere agli ebrei tedeschi, anche loro ad imitazione del carnevale locale; dalla Germania passò in Italia e poi nel resto del mondo (escluse alcune comunità di area islamica).
   Parlare del Carnevale accostato a Purim potrebbe far venire i brividi ai custodi dell'ortodossia e non solo. Sappiamo che cosa succedeva agli ebrei durante il Carnevale, in cui erano l'oggetto degli scherni della popolazione cristiana; rav Elio Toaff ha documentato quello che succedeva a Roma, compresa la tradizione dell'ebreo messo in una botte fatta rotolare dal monte di Testaccio, o la corsa degli ebrei seminudi per le vie del Corso. Rav Toaff ricordava questi fatti agli ebrei romani che si erano dimenticati della storia e festeggiavano i giorni di Carnevale ignari del suo significato. Che è quello di un periodo festivo di remote origini in cui ricorrono temi e celebrazioni di feste pagane come i Saturnali romani e le Dionisiache greche, nelle quali erano consentite tutta una serie di trasgressioni e inversioni dei normali rapporti sociali. Il cattolicesimo ha poi assorbito, regolato e reinterpretato le celebrazioni di questo periodo. In contrasto con tutto questo il Purìm per gli ebrei è il ricordo di un avvenimento storico e il simbolo della salvezza dalle persecuzioni, e ideologicamente non ha niente a che fare con una celebrazione che è legata a tutt'altri temi.
   Malgrado le differenze, esistono però dei punti di contatto. Il primo è il periodo. Purìm cade un mese prima di Pesach, e la fine del Carnevale, il mercoledì delle Ceneri, segna l'inizio della quaresima, i 40 giorni che precedono la Pasqua cristiana che nella maggioranza degli anni cade in prossimità di Pesach. Quindi Purim di solito cade pochi giorni dopo la fine del Carnevale e solo in qualche anno un po' più tardi. Inoltre le manifestazioni di allegria del Purìm (gli eccessi alimentari, gli scherzi, le barriere sociali un po' abbattute) sono, in forma concentrata in una giornata, per alcuni aspetti simili a quelle del Carnevale. In un editto del Cardinale Vicario di Roma del 1775 (recentemente riproposto su facebook da David Pacifici) si proibivano agli ebrei di Roma in occasione della loro festa "detta in ebraico Purim (e per abuso il Carnevale)" di usare maschere, fare festini, e invitare cristiani alla loro festa. L'analogia risaltava e anche se si parla di "abuso", c'era chi, tra ebrei e cristiani, lo chiamava Carnevale (degli ebrei). Qui si inserisce il tema delle maschere, che da un certo momento della storia caratterizza il Purim e lo rende simile al Carnevale.
   Secondo gli storici, gli ebrei italiani e/o tedeschi, avrebbero alla fine del medioevo copiato i modelli cristiani, cominciando a mascherarsi, ma chissà veramente chi ha copiato da chi. Perché qui si inserisce una riflessione ebraica sul significato del mascheramento, per dimostrare quanto questo tema sia essenziale nella festa di Purìm. Se le maschere sono entrate a un certo punto nella festa, non è stata un'ingerenza estranea ma un completamento organico.
   Per capire questo concetto teniamo presente che la maschera ha essenzialmente due scopi: cancellare l'identità di una persona nascondendola, e trasformarla in un'altra persona. Sono due temi molto presenti nella tradizione e specialmente ricorrenti a Purìm. Il nome della regina Ester, in ebraico contiene la radice samekh-tau-resh, che significa nascondere. La cosa viene interpretata nel senso del nascondimento divino, il volto divino che non si rende visibile lasciando che gli eventi abbiano il loro corso; ma è nascondimento apparente, perché la provvidenza continua ad agire. Lo stesso nome divino nella meghillà non compare mai, è nascosto. Ester non rivela, se non nel drammatico secondo banchetto, la sua identità. È un'ebrea nascosta e travestita. Mordekhai viene (tra)vestito con gli abiti regali. Tutta la storia della meghillà gioca sul tema del rovesciamento (wenahafòkh) e della trasformazione.
   E ancora: maschera è una parola di etimologia molto discussa, forse di origine tedesca. Ma è molto simile al termine ebraico che rav Mintz non usava e che dopo sarebbe stato di impiego comune: masekhà (oggi impiegato anche per le mascherine facciali di protezione dal Covid). Potrebbe sembrare una parola presa in prestito da altre lingue, ma la radice ebraica a cui è collegata (samekh-waw-khaf, o samekh-khaf-he) indica la copertura, e nella Torà è frequente la parola masàkh, che è la cortina sulla porta, e la sukkà che è la capanna che protegge. E forse già in Isaia 25:7 e 28:20 ha il significato di maschera (altrove massekhà è il getto della fusione, dalla radice nun-sàmekh-khaf, con cui si fabbricano idoli metallici).
   E a pensarci bene questo tema della copertura compare in altri importanti contesti: come accennato poco sopra, nella festa di Sukkòt, dove si celebra la copertura, nel senso della protezione divina; a Kippùr, dove il nome della giornata deriva dalla radice kaf-pe-resh, che significa espiazione, nel senso della cancellazione, ma anche della copertura: i peccati sono coperti e non si vedono più; in italiano, come già Shadàl notava, "coprire" e "coperchio" hanno le stesse consonanti di kpr. A Rosh ha Shanà è la luna che si nasconde (bakèseh leyom chaghenu) e a Pesach è il mare che ricopre gli inseguitori di Israele (waykhassù maym tzarehèm). Quindi abbiamo la copertura protettiva di Israele, la copertura dei peccati, la copertura della luna e la copertura dei nemici per non renderli effettivi; il tema comune è la protezione. DI Moshè si racconta che dopo essere stato in contatto con il Signore aveva il volto tanto luminoso che le persone avevano timore di avvicinarsi a lui, e era costretto a mettersi sulla faccia un maswè, un panno di protezione, in questo caso per proteggere gli altri (Shemot 34:33-35).
   E infine il grande modello del travestimento è nella storia (Bereshit 27) di Yaaqov che si traveste da Esav per carpire la benedizione paterna, prototipo di tante situazioni, anche del desiderio di Israele di cancellare la propria identità.
   In conclusione, quale che sia l'origine delle maschere a Purìm il corredo simbolico ebraico che le accompagna è tale il riferimento al Carnevale è solo quello di una pallida analogia.

(Shalom, 24 febbraio 2021)


L'atomica iraniana La carota di Biden

Prove di dialogo in Medio Oriente tra lo scetticismo generale. La novità è che Joe Biden ha cambiato posizione rispetto a quella di Donald Trump. Dopo 20 mesi dall'abbandono dell'accordo internazionale sul programma atomico iraniano da parte degli Stati Uniti, ora Washington si è dichiarata disponibile a riaprire una qualche trattativa con Teheran.

Giuseppe D'Amato

L'Iran ha sempre affermato che il suo programma ha scopi civili, ma i vicini - in primo luogo Israele - ne hanno sempre dubitato. La comunità internazionale e Gerusalemme in particolare non vogliono che Teheran si doti dell'arma atomica. Alle Nazioni Unite, nel 2010, furono approvate pesanti sanzioni anche grazie al voto di Russia e Cina. Proprio la posizione costruttiva del Cremlino di 6 anni fa ha facilitato l'accordo del 2015: l'Iran invia in Russia il materiale nucleare utilizzato, eliminando uno dei problemi maggiori.
   Basandosi su calcoli degli ultraconservatori israeliani, Donald Trump si rese conto che, comunque, Teheran in pochi anni avrebbe potuto avere la bomba atomica. Così, nel maggio 2018, gli Usa uscirono dall'accordo internazionale, pretendendo di siglarne uno nuovo, in cui inserire anche il programma missilistico balistico e l'impegno formale ad uscire dai conflitti regionali. Gli ayatollah risposero negativamente. Risultato? L'introduzione di nuove sanzioni Usa, che hanno peggiorato la crisi economica nel Paese mediorientale.
   Il presidente Biden è tornato alla carota dopo il bastone del predecessore. La ragione è semplice: l'accordo del 2015 è praticamente fallito e gli iraniani non rispettano più da mesi i limiti definiti alle attività nucleari. Il margine temporale per raggiungere la possibile bomba atomica si è assottigliato.
   Vi sono, però, anche fini calcoli politici nella scelta del nuovo inquilino della Casa bianca: a giugno sono previste le presidenziali iraniane. Il moderato Rouhani, favorevole all'intesa, non può più candidarsi. I «duri» del regime, invece, vorrebbero che l'accordo saltasse del tutto per meglio giustificare davanti alla popolazione l'attuale grave crisi economica provocata dalle sanzioni. Le proteste negli ultimi tempi sono aumentate contemporaneamente all'elevarsi del tasso di disoccupazione.
   L'Amministrazione Biden, in sostanza, spera di sfruttare a proprio favore la finestra temporale che si è spalancata. I repubblicani Usa sono al contrario dubbiosi: temono che concedere altro tempo agli ayatollah o allentare la presa sia un errore. Israele, preoccupato, osserva gli eventi, mentre i suoi mass media scrivono che il premier Netanyahu, assai vicino a Trump, sia stato uno degli ultimi leader mondiali ad essere chiamato da Biden dopo l'insediamento alla Casa Bianca.
   Come per il prolungamento del trattato Start-3 sulla riduzione degli arsenali nucleari, definito nell'arco di pochi giorni qualche settimana fa da Mosca e Washington, anche in questa partita il rapporto tra Russia e Stati Uniti è centrale per sperare di raggiungere un qualche risultato positivo. Nel momento in cui si passa dal litigare sui valori fondamentali al trattare le questioni geostrategiche, è necessario evidenziarlo, il mondo scopre tutta la sua fragilità.

(L’Eco di Bergamo, 24 febbraio 2021)


Uno dei peggiori disastri ambientali degli ultimi decenni in Israele

È stato trovato bitume su 170 chilometri di costa del paese, ma non si sa ancora da dove sia arrivato.

 
Una tartaruga ricoperta di bitume trovata nei pressi della riserva naturale di Gador, vicino a Hadera
 
Volontari puliscono la spiaggia di Hadera, 22 febbraio
 
Soldati puliscono una spiaggia della riserva di Sharon, vicino a Gaash, 22 febbraio
 
Una coccinella sulle rocce coperte di bitume nella riserva di A Tel-Dor, a Nahsholim, 23 febbraio
È passata una settimana da quando in Israele una fuoriuscita di petrolio in mare aperto ha fatto depositare almeno mille tonnellate di bitume sulle coste del paese. Il bitume - che è il materiale solido in cui si trasforma il petrolio a basse temperature - è stato trovato su circa 170 chilometri di costa (la costa mediterranea di Israele si estende per circa 195 chilometri) e da giorni migliaia di volontari, coordinati da ONG e autorità ambientali locali, sono al lavoro per cercare di ripulire le spiagge.
   Il bitume è però talmente tanto che secondo alcuni attivisti potrebbero volerci decenni per rimuoverlo davvero tutto. Shaul Goldstein, direttore dell'autorità israeliana che si occupa dei parchi naturali e che da giorni è impegnato a ripulire le spiagge, ha detto: «Mi viene da piangere. [Il bitume] è ovunque, in alcuni punti è spesso anche 10-12 centimetri». Diversi funzionari israeliani lo hanno definito uno dei peggiori disastri ambientali degli ultimi decenni in Israele.
   Cosa abbia causato la perdita di petrolio al momento non è chiaro: secondo il ministero della Protezione ambientale è probabile che si tratti di una petroliera, ma individuarla potrebbe non essere facile, perché è possibile che stesse operando illegalmente e quindi che non fosse monitorata. La ministra per la Protezione ambientale, Gila Gamliel, ha detto che sono state individuate 10 navi da cui potrebbe essere fuoriuscito il petrolio e ha detto di ritenere che l'incidente sia avvenuto al di fuori delle acque territoriali israeliane, a circa 31 miglia dalla costa. Nel frattempo è stata avviata un'indagine che sta cercando di individuare la causa della fuoriuscita anche con l'utilizzo di immagini satellitari.
   Domenica 21 febbraio il governo ha chiuso tutte le spiagge del paese sul Mar Mediterraneo e ha stanziato 45 milioni di shekels (11,3 milioni di euro) per la pulizia delle coste. Ad alcuni volontari che stanno lavorando per rimuovere il bitume sono state date delle bombole di ossigeno a causa delle difficoltà che avevano a respirare dopo averne inalato i fumi.
   Il bitume è arrivato fino alle coste meridionali del Libano, e le autorità libanesi hanno dato la colpa a Israele, senza però mostrare di averne le prove. Non sarebbe invece arrivato sulle coste della Striscia di Gaza, secondo Yasser al-Shanti, a capo dell'autorità marittima di Gaza.
   Nel frattempo in Israele stanno proseguendo anche le operazioni di soccorso agli animali che sono stati trovati coperti di bitume: quattro tartarughe marine sono morte, secondo le autorità locali, e giovedì è stata trovata la carcassa di una balena spiaggiata, i cui polmoni erano pieni di un liquido scuro. Haaretz scrive che l'esito dell'autopsia non è ancora noto e non si sa con certezza se quel liquido fosse petrolio.
   Il fatto che la notizia della fuoriuscita di petrolio sia venuta fuori solo quando mercoledì erano stati ritrovati sulla spiaggia alcuni animali ricoperti di bitume ha fatto dubitare della capacità del governo israeliano di monitorare eventi di questo tipo. Secondo Shaul Chorev, ammiraglio della marina israeliana in pensione e ora a capo di un centro di ricerca sulle politiche marittime dell'università di Haifa, Israele non si preoccuperebbe abbastanza del controllo del mare: «Le nostre attività sono sempre incentrate sullo sventare attività terroristiche, ma non è questo il quadro completo della sicurezza in mare», ha detto al New York Times.
   Secondo Chorev Israele non dovrebbe solo investire in satelliti e altri dispositivi di localizzazione, ma anche assegnare a un ente governativo la chiara responsabilità di monitorare la costa per eventuali disastri ecologici e contenerli.
   
(il Post, 24 febbraio 2021)


Ottant'anni fa lo sciopero di Amsterdam in difesa degli ebrei

La rivolta del 25 febbraio si estese ad Haarlem, Utrecht, Hilversum, Zaandam e fu repressa nel sangue dalle SS

di Roberto Brunelli

Erano stati presi alla sprovvista, i nazisti. Uno sciopero generale, a difesa degli ebrei di Amsterdam, convocato dopo il pogrom, i rastrellamenti e le prime deportazioni lanciate dal loro quartiere, completamente isolato dal resto della città, con tanto di filo spinato, chiusura di ponti mobili e i posti di blocco. Un atto di resistenza e di eroismo che prese di contropiede gli uomini delle SS e della Wehrmacht, con le fabbriche chiuse, i negozi che abbassarono le saracinesche, i ristoranti vuoti, il traffico fermo. E la protesta che finì per allargarsi ad altre città: Haarlem, Utrecht, Hilversum, Zaandam.
  Era il 25 febbraio 1941. Sembrò l'inizio di una rivolta in tutto il Paese, occupato dalle truppe di Hitler in soli cinque giorni neanche nove mesi prima. Ad Amsterdam era stata una rapida e drammatica sequenza di eventi, in quel febbraio di ottant'anni fa, a portare allo sciopero.
  Prima, il 12 febbraio, la 'Ordnungspolizei' aveva fatto irruzione nella gelateria Koco e alcuni agenti rimasero feriti, nei giorni seguenti seguirono altri atti di ostilità nei confronti della polizia tedesca. Infine la vendetta: una rappresaglia su larga scala, 425 uomini ebrei tra i 20 e i 35 anni letteralmente strappati dalle strade, arrestati e trascinati prima al campo di concentramento di Schoorl e da lì ai lager di Buchenwald. Di questi, 389 furono poi deportati a Mauthausen. Solo due riuscirono a sopravvivere. La maggior parte morì prima della fine dell'anno.
  Quel che le forze delle SS e i collaborazionisti olandesi non avevano previsto era stata la reazione della città. A prendere l'iniziativa fu il partito comunista, che ovviamente era stato dichiarato fuori legge. Furono due militanti, Piet Nak e Willem Kran, a proporre lo sciopero durante una riunione al Noordermarkt convocata per il 24 febbraio, alla quale parteciparono anche membri dei sindacati. Vennero stampati dei volantini che invasero tutte le strade: a grandi lettere c'era scritto "Sciopero! Sciopero! Sciopero!" ("Staakt! Staakt! Staakt! in olandese), e poi "chiudiamo tutta la città di Amsterdam per un giorno".
  La mobilitazione fu sostenuta anche dal Fronte Marx-Lenin-Luxemburg, fondata da Henk Sneevliet, già sodale di Trotsky.

 IL CRESCENDO DELLO SCIOPERO
  Quel che segue è la narrazione di una delle più straordinarie storie di resistenza della Seconda guerra mondiale.
  Lo sciopero del 25 febbraio iniziò con gli autisti dei tram ed il personale sanitario.
  Seguirono i lavoratori del porto, poi tanta gente comune percorreva le strade suonando i campanelli delle biciclette e fermando il traffico.
  Partecipò anche il personale delle scuole così come gli impiegati di società private, tra cui tra gli altri i grandi magazzini De Bijenkorf. Si calcola che almeno 300 mila persone abbiano partecipato allo sciopero. Il giorno dopo, la protesta si allargò ad altre zone vicine, da Utrecht al Kennemerland a Bussum.
  La repressione fu immediata. Gli ultimi focolai della protesta vennero stroncati nel sangue nel giro di due giorni, finanche le granate vennero lanciate, quando non erano stati sufficienti i mitragliatori: morirono nove partecipanti allo sciopero, a decine rimasero gravemente feriti, ed entro i primi giorni di marzo furono arrestate e fucilate altre 18 persone.
  Gli storici concordano: anche se la protesta era stata soffocata, il "Februaristaking" - lo "sciopero di febbraio", come lo chiamano gli olandesi - rappresenta un giorno cruciale nella storia della Resistenza al nazi-fascismo: per la prima volta in un Paese occupato dai tedeschi la popolazione si era ribellata in modo compatto e deciso a sostegno della comunità ebraica.
  Un evento, peraltro, a cui seguì lo sciopero studentesco del novembre 1941, e successivamente, quello dell'aprile-maggio 1943, a segnare l'inizio, nei Paesi Bassi, della resistenza armata su scala nazionale.

 I NON EBREI IN PIAZZA
  Eppure quella Amsterdam è una storia particolare: non-ebrei scesi in strada a rischiare la vita a sostegno dei loro vicini di casa e concittadini ebrei.
  Quella ebraica rappresentava a quel tempo il 10% della popolazione complessiva di Amsterdam, con circa 79 mila abitanti nel 1941, di cui circa 10 mila persone di origini straniere - tra questi Anne Frank e la sua famiglia - che qui avevano trovato rifugio negli anni trenta. Il fatto è che gli ebrei olandesi si erano trovati in un vicolo cieco, senza via di scampo: tutto congiurava contro di loro, compresa la geografia, chiusi dal mare a ovest e a nord, da una frontiera in comune con la Germania e un'altra con il Belgio occupato.
  Dopo la capitolazione delle forze armate dei Paesi Bassi il 14 maggio 1940 (e dopo la fuga della regina Guglielmina dall'Aja alla volta di Londra), le prime misure antisemite prese dagli occupanti non si erano fatte attendere: prima gli ebrei furono esclusi dal servizio di difesa contraerea, poi toccò a tutti quelli che occupavano posizioni pubbliche ad essere rimossi d'ufficio, a cominciare ovviamente dalle università.
  Ci furono tensioni e atti di sangue, con il Movimento nazional-socialista che lanciò provocazioni a non finire nei quartieri ebraici, a cui seguirono scontri armati tra il suo braccio armato - il 'Weerbaarheidsafdeling' - e i gruppi di autodifesa ebrei e i loro sostenitori.

 DAI NAZISTI IL TERRORE
  Episodi ai quali la risposta nazista fu il terrore, il pogrom e le prime deportazioni. All'indomani dello sciopero e dello scioglimento dell'intero consiglio comunale della città, la scelta di Hitler e delle SS fu la progressiva e sistematica organizzazione dell'annientamento.
  Affidate le forze di polizia a Sybren Tulp, che aveva servito nell'esercito coloniale nelle Indie orientali olandesi - e che si dimostrò rapidamente un collaborazionista prezioso per il Fuehrer - si spalancarono le porte del genocidio, come nel resto dell'Europa: dall'aprile del 1942 gli ebrei olandesi furono costretti a portare la stella di David, tre mesi dopo iniziarono le deportazioni verso i campi di sterminio, a cominciare da Auschwitz-Birkenau e Sobibor.
  Molti ebrei fecero il loro passaggio verso est - come Anne Frank - nel famigerato campo di transito di Westerbork.
  Mentre i tedeschi confiscarono le proprietà lasciate dagli ebrei deportati (solo nel 1942 il contenuto di quasi 10 mila appartamenti ad Amsterdam venne espropriato e spedito in Germania), e dopo che circa 25 mila ebrei, compresi almeno 4.500 bambini, erano riusciti a nascondersi per evitare la deportazione (un terzo di questi 'clandestini' fu scoperto, arrestato e deportato), nel settembre del 1943 i tedeschi arrivarono a dichiarare Amsterdam una città "judenfrei", ossia "libera dagli ebrei". L'efficienza del genocidio non conosceva soste. Oltre tre quarti della comunità ebraica d'Olanda del 1940 non sopravvissero all'Olocausto.

(AGI, 24 febbraio 2021)


Amazon fa sparire il bestseller contro l'ideologia gender

di Giulio Meotti

ROMA - "Ora che gli elettori hanno allontanato gli autoritari Repubblicani dall'esecutivo e dal Congresso, gli americani dovrebbero aspettarsi che lo scambio aperto di idee rifiorisca. Giusto?". Non proprio, scrive il Wall Street Journal. Lo studioso conservatore Ryan Anderson ha annunciato che Amazon ha eliminato il suo libro "Quando Harry divenne Sally", una critica delle idee progressiste sul genere e in particolare sulle procedure di cambio di sesso nei bambini. "Le aziende tecnologiche sono diventate sempre più esplicite sulla loro censura ideologica", commenta il Journal. Già alla Heritage Foundation, oggi presidente dell'Ethics and Public Policy Center, Anderson ha detto a Newsweek di aver scoperto che il suo libro era scomparso da Amazon e dai venditori di libri usati, così come l'eBook dal Kindle e il podcast da Audible. Né lui né il suo editore sono stati informati da Amazon. Nel 2018, il libro ha raggiunto il primo posto in ben due classifiche dei best seller di Amazon prima ancora che fosse pubblicato. "Dobbiamo rispettare la dignità delle persone che si identificano come transgender", scrive Anderson nel libro, "ma senza incoraggiare i bambini a sottoporsi a trattamenti sperimentali di transizione e senza calpestare i bisogni e gli interessi degli altri".
  Nella stessa settimana in cui la Camera dei Rappresentanti sta per lanciare un progetto di legge transgender radicale che modifica il Civil Rights Act del 1964, Amazon cancella il libro che si oppone all'ideologia di genere. La norma proposta aggiorna la legislazione contro il razzismo del 1964 mettendo di fatto orientamento sessuale e identità di genere sullo stesso piano della razza e punendo ogni forma di discriminazione sulla base di tali criteri. "La migliore biologia, psicologia e filosofia", scrive Anderson, "supportano la comprensione del sesso come realtà corporea e del genere come manifestazione sociale del sesso corporeo. La biologia non è bigottismo". Il transgender, scrive ancora Anderson, è un sistema di credenze che "assomiglia sempre più a una religione cultuale". Tra gli accademici che Anderson cita c'è Paul McHugh, professore di Psichiatria alla Johns Hopkins University School of Medicine, famoso per aver contribuito a chiudere un pionieristico programma transgender iniziato negli anni 70 e per aver fatto pressioni contro la copertura del Medicaid per la chirurgia di cambio di genere. Descritto in un profilo sul Washington Post come "il portavoce del movimento conservatore millennial e istruito della Ivy League", Anderson era oggetto di una campagna di boicottaggio. "Amazon sta dando credibilità a un libro anti trans permettendogli di farsi strada fino al primo posto", aveva scritto il giornalista Matt Baume.
  Non è la prima volta che Amazon censura la critica al gender. Ha respinto la pubblicità su un libro dedicato ai rischi delle ragazze sottoposte a un intervento chirurgico per il cambio di sesso. Titolo del libro di Abigail Shrier dall'inglese, "Danno irreversibile: la mania transgender che seduce le nostre figlie". Amazon le ha fatto sapere che non lo avrebbe promosso "perché mette in discussione l'orientamento sessuale". Abigail Shrier ha risposto: "Se scrivi un libro che celebra le adolescenti in difficoltà che improvvisamente si scoprono 'transgender' perseguendo un regime di ormoni e di interventi chirurgici, Amazon lo promuoverà felicemente. Ma se scrivi un libro che ne indica i rischi, Amazon non vuole avere niente a che fare con te". Ieri, la modella transgender Munroe Bergdorf ha chiesto alle società del tech di agire con la censura: "Non discuto con il Ku Klux Klan come con le femministe critiche del gender". Ecco. Ma è peggio di così. Su Amazon sono in vendita memorabilia naziste, ma non un libro che ricorda l'esistenza di XX e XY.

(Il Foglio, 24 febbraio 2021)



  ויברא אלהים את האדם בצלמו בצלם אלהים ברא אתו  זכר ונקבה ברא אתם

E Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina


 


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