Questo è il patto che farò con la casa d'Israele,
dopo quei giorni, dice l'Eterno:
io metterò la mia legge nell'intimo loro,
la scriverò sul loro cuore,
e io sarò loro Dio,
ed essi saranno mio popolo.
Geremia 31:33-34  

Attualità



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Waltraud Rennebaum
כאיל תערג, Come un cervo anela



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Predicazioni
Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Come cerva che assetata

Dalla Sacra Scrittura

SALMO 42
  1. Come la cerva desidera i corsi d'acqua,
    così l'anima mia anela a te, o Dio.
  2. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;
    quando verrò e comparirò in presenza di Dio?
  3. Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,
    mentre mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  4. Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla
    verso la casa di Dio, tra i canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa.
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
  6. L'anima mia è abbattuta in me; perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,
    dai monti dell'Ermon, dal monte Misar.
  7. Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;
    tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.
  8. Il Signore, di giorno, concedeva la sua grazia,
    e io la notte innalzavo cantici per lui come preghiera al Dio che mi dà vita.
  9. Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?»
  10. Le mie ossa sono trafitte dagli insulti dei miei nemici
    che mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  11. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
SALMO 43
  1. Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente malvagia;
    liberami dall'uomo falso e malvagio.
  2. Tu sei il Dio che mi dà forza; perché mi hai abbandonato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?
  3. Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino,
    mi conducano al tuo santo monte e alle tue dimore.
  4. Allora mi avvicinerò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia e della mia esultanza;
    e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio!
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015


Vaccino Pfizer: casi di miocardite tra i giovani, lo ha reso noto uno studio israeliano

Sotto i riflettori, sul tema vaccini, c'è anche Pfizer. Secondo uno studio israeliano, riportato anche dal quotidiano Il Messaggero, sarebbero 275 su oltre 5 milioni di vaccinati i casi di complicanze legate a miocarditi (infezione al cuore che provoca scompenso cardiaco) nei giovani (maschi) tra i 16 e i 30 anni.
   La Pfizer è stata interpellata e ha risposto di essere a conoscenza dello studio israeliano, ma che non è stato individuato nessun nesso causale tra vaccino e infiammazione. Dallo studio si apprende che sussiste il rischio di miocardite dopo la vaccinazione Pfizer. Nei giorni scorsi, alcune ricerche statunitensi avevano messo in guardia sui rari casi di miocardite emersi in soggetti giovani dopo la seconda dose di vaccini a mRna. "I benefici della vaccinazione anti-Covid" con i vaccini a mRna di Pfizer/BioNTech e di Moderna superano enormemente il raro e possibile rischio di complicanze cardiache, inclusa la miocardite". Lo hanno precisato, in una nota congiunta, l’American Heart Association (Aha) e l’American Stroke Association (Asa) che hanno aggiunto: "Esortiamo vivamente tutti gli adulti e i bambini di età pari o superiore a 12 anni a sottoporsi a vaccinazione anti-Covid non appena possibile, si legge in una nota. Le evidenze continuano a indicare che i vaccini COVID-19 sono efficaci quasi al 100% nel prevenire morti e ricoveri causati dall’infezione da Sars-CoV-2".
   Quando compaiono gli effetti di eventuali miocarditi? Entro 4 giorni dalla somministrazione, nei maschi più spesso che nelle femmine e dopo la seconda dose più frequentemente che dopo la prima. I cardiologi comunque rassicurano, confermando appunto che i benefici dell’iniezione-scudo superano di gran lunga i rischi.

(Team iLMeteo.it, 22 giugno 2021)


Covid, risalgono i contagi in Israele

Oltre 100 nuovi casi, prima volta da aprile. Il 70% delle nuove infezioni sono riconducibili alla variante Delta. Bennett: "Evitate viaggi non necessari"
   Per la prima volta da due mesi Israele segnala più di 100 nuovi contagi da Covid-19 confermati nell'arco di 24 ore. Secondo i dati del ministero della Salute, riportati stamani dal sito di notizie Ynet, ieri 125 persone sono risultate positive al Covid-19, il bollettino più alto dallo scorso 23 aprile.
   I dati ufficiali parlano di 397 casi attivi, con 51 pazienti ricoverati in ospedale, 25 dei quali in condizioni descritte come serie. Il tasso di positività rispetto al numero di test effettuati è salito ieri, sottolinea Ynet, a 0,3% da una media dello 0,1%. In tv, riferisce l'agenzia Dpa, il direttore generale del ministero della Salute, Chezy Levy, ha spiegato che circa il 70% delle nuove infezioni sono riconducibili alla variante Delta. Nella metà dei casi, ha precisato, si tratta di bambini, mentre un terzo delle persone contagiate è vaccinato contro il Covid-19.
   La scorsa settimana in Israele è stato revocato l'obbligo di indossare la mascherina, ma poi da domenica in due città è tornato l'obbligo nelle scuole dopo la scoperta di focolai negli istituti. Le autorità hanno anche deciso di potenziare la capacità di controllo con i test per i viaggiatori negli aeroporti.
   A causa del crescente numero di infezioni e della diffusione della variante Delta, in Israele si raccomanda la vaccinazione per la fascia d'età 12-15 anni. Nel Paese, con circa 9 milioni di abitanti, 5,5 milioni di persone hanno ricevuto almeno la prima dose del vaccino anti-Covid e più di 5,1 milioni hanno completato la vaccinazione.
   Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha esortato i suoi concittadini ad evitare i viaggi all'estero non essenziali. "Per ora non è un ordine, ma una richiesta", ha detto il premier, ricordando che il nuovo focolaio scoppiato a Binyamina ha avuto origine da una famiglia che si era recata a Cipro, paese non considerato ad alto rischio. All'aeroporto le mascherine sono obbligatorie e Bennett ha consigliato di tornare ad indossarle in tutti i luoghi chiusi.

(Adnkronos, 23 giugno 2021)


La sicurezza immunitaria dei vaccinati è paragonabile alla sicurezza finanziaria dei ricchi: i vaccinati temono di perdere la salute come i ricchi temono di perdere i soldi. Chi cerca sicurezza in questo modo, di una sola cosa può essere sicuro: che continuerà a vivere in uno stato di latente e cronica paura. M.C.


Alta tensione a Gerusalemme: scontri tra palestinesi e ebrei a Sheikh Jarrah

Lanci di pietre e Molotov. Gli agenti usano granate stordenti e gas lacrimogeni per disperdere la folla

Si riaccende la tensione a Sheikh Jarrah, il quartiere delle case contese a Gerusalemme est. La scorsa notte manifestanti palestinesi e residenti ebrei si sono scontrati più volte con la polizia intervenuta a fermare gli incidenti. Secondo i media, almeno 20 dimostranti e un agente sono rimasti feriti. Secondo i residenti ebrei, i manifestanti palestinesi hanno lanciato pietre e Molotov contro le case ebraiche ferendo leggermente una donna incinta colpita alla schiena. Il luogo - su cui è attesa una sentenza della Corte Suprema per quanto riguarda la permanenza nelle case di famiglie palestinesi - è da mesi teatro di scontri. Hamas ne ha fatto uno dei pretesti per il lancio di razzi verso Israele sfociato poi nel conflitto maggiore.

(CorriereTV, 22 giugno 2021)


La dimestichezza con Hezbollah & Co. del leader iraniano Raisi

di Tatiana Boutourline

ROMA - Alla sua prima conferenza stampa da presidente eletto, Ebrahim Raisi non ha detto una parola che non avrebbe potuto pronunciare la Guida suprema Ali Khamenei. "Il mondo deve sapere che la politica estera del nostro governo non inizierà con l'accordo nucleare e non si limiterà a esso", ha detto alla stampa internazionale l'apprendista di Khamenei, rigido e più che mai severo, senza un accenno di sorriso a indicare che è l'uomo del momento. Ha più microfoni davanti che voti nelle urne elettorali, era la battuta che girava tra i giornalisti iraniani su Telegram, ma c'era un clima mesto nella sala mentre la Cnn chiedeva a Raisi se avrebbe preso in considerazione l'idea di incontrare il presidente americano Joe Biden una volta eliminate le sanzioni, e lui replicava con un "no" che non avrebbe potuto essere più secco. L'esperienza dell'Iran con il Joint comprehensive plan of action, l'accordo nucleare, non è stata buona, ha spiegato Raisi elencando richieste, minacce e lagnanze di Teheran. Sono stati gli americani a tradire il deal, le sanzioni devono essere rimosse in modo verificabile, non rimarremo agganciati a colloqui che non portano risultati; le nostre alleanze regionali e il programma missilistico non sono negoziabili.
   Per cui alla fine della conferenza stampa l'impressione predominante, suffragata da una serie febbrile di annunci da parte del ministero degli Esteri di Teheran ancora targata Rohani, l'attuale presidente, era un po' quella del "cogliete l'attimo", firmate quel che dovete firmare (mancano solo le firme nelle capitali, ha ripetuto il plenipotenziario iraniano a Vienna, Abbad Arachci) prima che si insedi Raisi.
   Non c'è niente di nuovo nelle dichiarazioni del presidente eletto e la politica nucleare e strategica di Teheran notoriamente non la decide certo lui, ma il pupillo di Khamenei dovrà avventurarsi per un sentiero stretto, marcato da un lato dall'esigenza della discontinuità con Rohani e dall'altro dal bisogno di assicurare una ripresa economica difficile da immaginare senza il congelamento delle sanzioni. Se il deal fosse firmato entro agosto, Raisi potrebbe beneficiare dei risultati del team Rohani e allo stesso tempo rivendicare, senza paura di smentita, che la sua amministrazione avrebbe ottenuto di meglio. Muovendo lo sguardo oltre il dossier nucleare, la visione del mondo di Raisi è molto simile a quella di Khamenei. Pressoché digiuno di esperienze internazionali, l'apprendistato diplomatico di Raisi si è svolto a partire dal 2016 e tutto nell'alveo dell"'asse della resistenza", dopo l'inizio del suo incarico come custode del "sacro recinto" di Mashad. L'Astan Quds Razavi (Aqr), la fondazione che vigila sul santuario dell'imam Reza, è un impero economico da 20 miliardi di dollari che gestisce interessi che vanno dall'agricoltura, al settore energetico alle costruzioni e che, quando occorre, non disdegna la collaborazione con Hezbollah e con la pletora di milizie che più o meno convintamente fanno capo a Teheran. Nei suoi anni al vertice dell'Aqr (2016-2019), Raisi ha sostenuto e intensificato queste relazioni. Nel 2016, per festeggiare i suoi primi 200 giorni alla guida del santuario, ha dedicato una giornata alla "resistenza islamica" aprendo i lavori con un messaggio del segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah. La conoscenza tra i due si è approfondita nel gennaio del 2018 quando Raisi si è recato in Libano per incontrarlo. Alla fine del colloquio, il nuovo presidente iraniano ha magnificato la profonda consonanza "ideologica e sentimentale" tra Nasrallah e l'allora leader di al Quds, Qassem Suleimani. E in quell'occasione Raisi ha accantonato il proverbiale riserbo per farsi immortalare insieme ai familiari dei "martiri" di Hezbollah e in particolare con quelli del famigerato Imad Mughniyeh, numero due dell'organizzazione, coinvolto in alcune delle azioni più efferate contro obiettivi occidentali.
   In un altro rendez-vous, stavolta con il capo del consiglio supremo sciita, lo sceicco Abdul Amir Qablan, Raisi si è felicitato della crescente penetrazione culturale iraniana in Libano e ha incensato la logica della guerra asimmetrica di Teheran rispolverando la più ridicola delle teorie cospirazioniste. "Il regime sionista, per via della sua natura terroristica, si augurava che lo Stato islamico costituisse un secondo centro di potere con le medesime caratteristiche terroristiche nella regione, ma il fronte della resistenza ha neutralizzato questo disegno".

Il Foglio, 22 giugno 2021)


Hamas: incontro "negativo" con il coordinatore dell'Onu Wennesland

GERUSALEMME - Il leader del gruppo palestinese Hamas nella Striscia di Gaza, Yahya Sinwar, ha avuto un incontro definito "negativo" con il coordinatore speciale dell'Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland. Lo ha detto lo stesso Sinwar, sottolineando che l'incontro è stato "cattivo" e "non positivo nel risolvere la crisi nella Striscia di Gaza". "Non ci sono segni che sarà risolta la crisi umanitaria qui", ha aggiunto Sinwar, citato dal quotidiano panarabo "Asharq al Awsat", sottolineando che "l'occupazione (Israele) sta cercando di ricattare il popolo palestinese riguardo all'assistenza ai residenti della Striscia di Gaza". Hamas ha informato Wennesland, giunto ieri nell'enclave, che non accetterà il suo ruolo come mediatore, perché non ha esercitato pressioni sufficienti su Israele.

(Agenzia Nova, 22 giugno 2021)


Iran, Raisi sfida Biden: «Non lo vedrò, tolga le sanzioni»

Il nuovo leader iraniano: «Tornino all'accordo sul nucleare. E sui missili non negoziamo»

di Andrea Nicastro

L'Iran di cui parla Ebrahim Raisi non ha nulla del Paese piegato dalle sanzioni americane. È invece orgoglioso, assertivo, indisponibile a rinunciare alle vittorie ottenute sul campo e, anzi, ansioso di togliersi parecchi sassolini dalle scarpe. L'era della presidenza Raisi, il mullah diventato giudice, il giudice diventato presidente, il presidente che potrebbe diventare Guida Suprema comincia con una porta in faccia agli Stati Uniti.
  Se servisse a favorire il ritorno americano agli accordi nucleari del 2015, incontrerebbe Biden? Raisi assumerà l'incarico il 3 agosto, ma nella prima conferenza stampa da presidente eletto, non ha dubbi, la risposta è: «No». «Sono stati gli Usa a violare gli accordi liberamente firmati nel 2015. E, quando l'hanno fatto, gli europei non hanno saputo opporsi. Le nostre richieste alle trattative in corso a Vienna sono che Washington rispetti la propria firma, si comporti seriamente e tolga le sanzioni. Il mio team sta già ricevendo rapporti dai negoziatori a Vienna e la linea iraniana non cambierà. Noi siamo rimasti fedeli a quanto firmato. Perché gli Usa hanno tradito i loro impegni? Perché gli europei si sono ritirati? Il nobile popolo iraniano sta aspettando le risposte. Questo pensiamo a Teheran, con l'attuale governo e con il mio prossimo». Gli Usa vorrebbero inserire nel nuovo accordo anche altre questioni, dai missili alle milizie regionali che hanno allargato la sfera d'influenza iraniana. Ma anche su questo Raisi è categorico. «I nostri programmi missilistici non sono discutibili. Perché inserirli in un accordo che gli Usa hanno violato? Noi siamo per un nucleare pacifico che aiuti la scienza in medicina e nell'industria. Le verifiche internazionali hanno sempre dimostrato la nostra fedeltà ai patti fino a che erano rispettati da tutti».
  I dossier di guerra aperti sul tavolo iraniano sono tanti. Raisi ne ha toccati solo tre. Israele: «Il regime sionista viola i diritti dei palestinesi e noi staremo sempre con gli oppressi». Yemen: «Sauditi e altri devono smettere di ingerirsi e lasciare agli yemeniti la soluzione». Arabia Saudita con cui l'Iran ha riaperto contatti informali dopo 5 anni di gelo: «È nostra priorità stabilire buoni rapporti con tutti i nostri vicini. Riaprire le rispettive ambasciate non è un problema». I concetti sono quelli della Guida Suprema, Ali Khamenei, di cui Raisi è il possibile successore. Un indizio su questa ipotesi è arrivato proprio ieri quando, per la prima volta in un'occasione ufficiale, è stato presentato con il titolo di ayatollah. Il riconoscimento del massimo grado nella gerarchia sciita è essenziale per ambire alla poltrona di Guida Suprema.
  Il presidente ayatollah Raisi si altera solo quando un giornalista ricorda le tante condanne a morte comminate come giudice che hanno portato gli Usa a sanzionarlo due anni fa. «Sono un difensore dei diritti umani — dice — e della sicurezza del popolo. È stato un privilegio farlo da magistrato. Chi mi accusa, dovrebbe piuttosto processare chi ha creato l'Isis, lo Stato Islamico. Terroristi allevati nei Paesi accanto al nostro, per indebolirci, e poi andati ad uccidere in giro per il mondo. Non c'è pace senza giustizia».

(Corriere della Sera, 22 giugno 2021)


Il colosso tedesco dell'editoria digitale Axel Springer espone la bandiera israeliana

Proteste dei dipendenti

"Se siete contro Israele, non lavorate per noi", questa la risposta di Mathias Döpfner, CEO di Axel Springer, ai dipendenti che protestavano contro la decisione dell'azienda di esporre la bandiera israeliana fuori dalla sede berlinese, come riporta il Jpost.
   L'azienda Axel Springer, fondata nel 1946, è il colosso tedesco dell'editoria digitale con oltre 15mila dipendenti. Pubblica inoltre i quotidiani Die Welt e Bild e possiede il più grande sito web di annunci commerciali di Israele, Yad2.
   "Sosteniamo il popolo ebraico e il diritto dell'esistenza dello Stato d'Israele": è uno dei cinque dei principi fondamentali scritti sul sito di Axel Springer.
   Durante l'incontro con i dipendenti il CEO Döpfner ha ribadito che la bandiera israeliana è stata esposta insieme alla bandiera europea e a quella tedesca come gesto di solidarietà, dopo le violente manifestazioni avvenute le scorse settimane a Berlino, segnate da marce verso le sinagoghe, con cori antisemiti e roghi di bandiere israeliane.
   "Chiunque usi tali proteste per proclamare il proprio odio per gli ebrei sta abusando del proprio diritto di protestare", ha affermato la cancelliera tedesca Angela Merkel, nel periodo delle manifestazioni. "Chiunque diffonda odio antisemita sentirà tutta la forza della legge", ha aggiunto il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer.

(Shalom, 22 giugno 2021)


Ebrahim Raisi è il nuovo presidente dell’Iran, plauso di Hezbollah e Hamas

Ebrahim Raisi è il nuovo presidente dell’Iran. Il capo della magistratura prenderà il posto di Hassan Rouhani all’inizio di agosto. Con il 60enne Raisi, conservatore e intransigente, si è congratulato, tra gli altri, il segretario generale del movimento terroristico libanese Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e Hazem Qassem, portavoce di Hamas a Gaza, che in una nota ha scritto:
“Ci congratuliamo con la Repubblica islamica dell’Iran per il successo del processo democratico, lo svolgimento delle elezioni presidenziali e la vittoria di Ebrahim Raisi come presidente dell’Iran. Auguriamo alla Repubblica Islamica dell’Iran progresso e prosperità. L’Iran è sempre stato un sostenitore fondamentale e reale della causa palestinese e della resistenza palestinese”.
Di tutt’altro avviso Israele, che considera Ebrahim Raisi il “presidente più estremista dell’Iran fino ad oggi”. Lior Haiat, portavoce del ministero degli Esteri israeliano, ha ricordato che il neo presidente iraniano è considerato:
“Il macellaio di Teheran ed è stato giustamente denunciato dalla comunità internazionale per il suo ruolo diretto nelle esecuzioni extragiudiziali di oltre 30.000 persone. Una figura estremista, impegnata nel programma nucleare militare in rapido progresso dell’Iran, la sua elezione chiarisce le vere intenzioni maligne dell’Iran e dovrebbe suscitare grave preoccupazione nella comunità internazionale”.
Lior Haiat ha continuato a commentare la vittoria di Ebrahim Raisi alle presidenziali iraniane:
“Dopo che il Leader Supremo ha effettivamente dettato al pubblico iraniano chi poteva scegliere, meno del 50% dei cittadini iraniani aventi diritto al voto ha eletto il suo presidente più estremista fino ad oggi. Il nuovo presidente dell’Iran, è un estremista responsabile della morte di migliaia di iraniani. La sua elezione dovrebbe provocare una rinnovata determinazione a fermare immediatamente il programma nucleare iraniano e porre fine alle sue distruttive ambizioni regionali”.
A salutare con favore l’elezione di Ebrahim Raisi sono stati anche due gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah. Basterebbe questo per presentare chi è il nuovo presidente dell’Iran, considerato da più parti l’erede di Ali Khamenei. 

(Progetto Dreyfus, 21 giugno 2021)


La sicurezza di Israele e l’amministrazione Biden

Intervista all’analista americano Tony Badran

di Ugo Volli

Tony Badran è un ricercatore alla Fondazione per la difesa delle democrazie, un importante istituto di studi politici con sede a Washington. Il suo campo di ricerca è il Medio Oriente. In questo campo ha scritto per molte riviste, fra cui Tablet, una autorevole rivista di cultura ebraica negli Stati Uniti. Shalom l’ha intervistato per capire meglio la situazione di sicurezza di Israele in questo delicato momento.

- Tony Badran, partiamo dall’ultimo conflitto armato in cui è stato coinvolto Israele. Chi ha davvero iniziato gli scontri di Gaza e perché?
  Gli attori principali nella politica di potere del Medio Oriente sono gli stati. Di conseguenza, mentre il partito che ha iniziato la guerra lanciando razzi da Gaza era Hamas, il gruppo è uno strumento dell'Iran (come lo è, ancor di più, la Jihad islamica palestinese). È finanziato dall'Iran. I suoi razzi sono forniti dall'Iran. E i suoi quadri sono addestrati dall'Iran. Militarmente, infatti, Hamas dipende interamente ed esclusivamente dall'Iran. Questo è qualcosa che le persone tendono a dimenticare perché Hamas ha relazioni diplomatiche ed economiche con il Qatar e, in una certa misura, con la Turchia. Ma le capacità militari di Hamas sono esclusivamente iraniane. Inoltre, l'Iran tratta direttamente con i comandanti militari a Gaza, scavalcando le figure "politiche". Questo tipo di sostegno decisivo comporta un certo controllo da parte dello Stato patrono. Infatti, i tempi e il quadro strategico all'interno del quale si è svolta la guerra erano iraniani, come si è visto nelle dichiarazioni di Ali Khamenei e Hassan Nasrallah di Hezbollah alla vigilia e subito dopo la fine della guerra. Gli iraniani l'hanno inquadrata come un attacco al "progetto di normalizzazione" - con cui intendono gli Accordi di Abramo Il messaggio di Khamenei era che "l'equilibrio del potere è cambiato" dai giorni dell'amministrazione Trump che ha prodotto gli Accordi.

- C'è una responsabilità dell'amministrazione Biden in questa situazione?
  L'amministrazione Biden fornisce il contesto internazionale che spiega i tempi della decisione iraniana. Dopotutto, una domanda ovvia è: perché questa guerra non è scoppiata quando l'amministrazione Trump ha trasferito l'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, una mossa che tutti all'epoca dichiaravano con sicurezza avrebbe portato a una violenza diffusa? E perché l'ultima grande guerra a Gaza è avvenuta nel 2014? In contrasto con la politica di massima pressione dell'amministrazione Trump, l'amministrazione Biden è arrivata dopo aver già dichiarato la sua intenzione di rilanciare l'accordo nucleare iraniano e revocare tutte le sanzioni significative. Inoltre, l'amministrazione ha reso perfettamente chiara la sua opposizione agli accordi di Abramo, la cui logica è diametralmente opposta alla dottrina del gruppo intorno a Biden. Curiosamente, si riferisce a loro usando il vocabolario di Khamenei e Nasrallah: "normalizzazione". L'amministrazione ha segnalato inequivocabilmente ai sauditi, ad esempio, che per quanto riguarda Washington, la priorità è che i sauditi aprano canali con l'Iran, non con Israele. Inoltre, in concomitanza con l'abbandono degli Accordi di Abramo, l'amministrazione Biden fin dall'inizio ha annunciato che stava riportando i palestinesi al centro della scena. E parallelamente al 2014, l'ultima guerra di Gaza è scoppiata mentre i diplomatici americani e iraniani stavano negoziando a Vienna. Se letta contro questa posizione degli Stati Uniti - il privilegio dell'Iran, la revoca delle sanzioni, l'abbandono degli accordi di Abramo, la rinnovata attenzione sui palestinesi - la decisione iraniana di infiammare il fronte palestinese è facile da capire. Ciò che è inquietante è come la posizione dell'amministrazione Biden e le priorità dichiarate si allineino perfettamente con quelle dell'Iran.

- Qual è la grande strategia di Biden per il Medio Oriente?
  Per essere chiari, la "strategia di Biden" è in realtà la strategia di Obama, che l'amministrazione Biden sta completando e spingendo fino al traguardo. Quella strategia è ciò che io e Michael Doran abbiamo chiamato il riallineamento. Cioè, riallineare gli interessi degli Stati Uniti con l'Iran. Il JCPOA è stato il veicolo più ampio e completo per questo riallineamento. Obama ha immaginato un nuovo ordine in Medio Oriente e un nuovo atteggiamento degli Stati Uniti nei suoi confronti. Per Obama, non era nell'interesse dell'America guidare un sistema di alleanze regionali che si oppone all'Iran. Invece, Obama ha deciso che c'era bisogno di un nuovo equilibrio. Ha evitato l'architettura di sicurezza in cui l'America aveva precedentemente investito e si è riposizionato lontano dagli alleati tradizionali e più vicino all'Iran. Nella visione di Obama, la posizione di vecchi alleati come Israele e Arabia Saudita nei confronti dell'Iran rappresenta un ostacolo a un riavvicinamento americano-iraniano. Quindi, ha dichiarato Obama, questi alleati dovevano "adattarsi al cambiamento" e "imparare a condividere il vicinato" con l'Iran. In questa visione, l'Iran diventa un interlocutore e partner privilegiato degli Stati Uniti. Le sue “azioni” regionali – come Obama ha eufemisticamente chiamato il progetto espansionistico iraniano in tutta la regione – godranno del riconoscimento americano, come è accaduto in Yemen, Iraq, Siria e Libano. D'altra parte, i vecchi alleati degli Stati Uniti saranno spinti a sottostarvi. Gli Stati Uniti continueranno a professare un impegno ferreo per la sicurezza di questi vecchi alleati, all'interno dei propri confini. Ma si opporrà a qualsiasi tentativo di affrontare l'Iran in altri teatri, come lo Yemen e la Siria, per esempio. Questa politica di elevazione degli interessi iraniani e di declassamento di quelli degli ex alleati è presentata in termini alti, come "de-escalation". O "dialogo" e "diplomazia", ​​vale a dire l’espansione forzata dell'Iran e dei suoi tentacoli regionali dal Golfo al Mediterraneo. La nuova posizione privilegiata dell'Iran sarà coronata da un programma di armi nucleari senza restrizioni e capacità di arricchimento su scala industriale entro il 2031, alle condizioni del JCPOA, con protezione e assistenza internazionali.

- Il nuovo governo israeliano cambierà la strategia di Israele di fronte all'Iran e a Hamas?
  È troppo presto per dire qualcosa con certezza a questo punto. Ma bisogna chiedersi come questa instabile coalizione bilancerà gli imperativi di sicurezza nazionale di Israele nei confronti dell'Iran e le richieste dell'amministrazione Biden, la cui posizione nei confronti dell'Iran è antitetica alla sicurezza nazionale di Israele. Già, prima del cambio di governo in Israele, l'amministrazione Biden aveva fatto capire di essere contro le operazioni israeliane contro l'Iran, secondo il modus operandi dell'amministrazione Obama. L'intento era quello di scoraggiare Israele da tali operazioni e di segnalare agli iraniani la volontà degli Stati Uniti di opporsi alle azioni israeliane. All'epoca, gli israeliani hanno ignorato queste indiscrezioni. Ora, la nuova coalizione in Israele ha segnalato il desiderio di abbassare le tensioni e assumere un atteggiamento più cooperativo nei confronti dell'amministrazione Biden. Resta da vedere come faranno a quadrare quel cerchio. È difficile prevedere che Israele potrà smettere di agire, sia contro il programma nucleare iraniano o il suo programma missilistico, sia contro la sua infrastruttura militare ai confini dello stato. Tuttavia, sarà interessante vedere se c'è un cambiamento di ritmo, almeno temporaneamente, in accordo alle priorità degli Stati Uniti. Questo senza affrontare la potenziale longevità di questa coalizione. La questione di Hamas, sebbene correlata, è separata. L'amministrazione Biden voleva che Israele concludesse rapidamente la sua operazione a Gaza e disapprova l'"escalation". Inoltre, c'è un elemento interno negli Stati Uniti, dove abbiamo visto l'opposizione all'operazione israeliana a Gaza all'interno del Partito Democratico, dove Israele e i palestinesi sono stati inseriti nel dibattito di politica interna. La copertura negativa dei media statunitensi sulla guerra, o anche sulla recente risposta israeliana agli attacchi di Hamas con palloncini incendiari, riflette questa realtà nel partito democratico. Israele non può permettere ad Hamas, e dietro di esso all'Iran, di stabilire nuove regole di base. Ma tutti ora stanno regolandosi sulla bizzarra realtà in cui gli Stati Uniti effettivamente guidano il campo del rifiuto.

- L'Iran avrà armi nucleari? Cosa dovrebbe fare Israele a questo proposito?
  A suo modo, il JCPOA eliminerà tutte le restrizioni nucleari entro il 2031. Dunque, sì, le avrà. L'amministrazione Biden sta cercando di calmare i critici dicendo che cerca un accordo "più lungo e più forte", che affronti il ​​problema di queste clausole finali dell’accordo. Tuttavia, nessuno crede né alla sincerità dell'amministrazione, né alla credibilità di questa posizione, poiché essa nel frattempo avrà eliminato tutti gli incentivi per l'Iran ad accettare limiti. Resta da vedere se questa realizzazione spingerà Israele ad agire. Ci sono persone che credono che la politica dell’amministrazione Biden lascerà Israele senza altra scelta che agire per prevenire questa eventualità.

- Gli accordi di Abramo sopravviveranno?
  Ciò che la guerra di Gaza ha mostrato è stata la resilienza degli accordi con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, in primo luogo, ma anche con il Marocco e il Sudan. Nessuno di questi paesi vuole concedere all'Iran, tramite Hamas, una sorta di veto sulle sue scelte strategiche e di sicurezza nazionale. Il problema principale ora è che, mentre l'amministrazione Trump ha cercato di far culminare gli accordi di Abramo con una qualche forma di accordo tra Israele e Arabia Saudita, l'amministrazione Biden vuole tornare al quadro del 1967 e concentrarsi sui palestinesi. Il motivo è che, a parte l'ideologia, questo quadro consente all'amministrazione Biden di mantenere Israele preoccupato e sbilanciato. Qualunque cosa l'amministrazione potrebbe fare nel contesto di ciò che chiama promozione di "accordi di normalizzazione", se farà davvero qualcosa, sarà orientata verso il suo quadro alternativo, non quello previsto dall'amministrazione Trump. Alla fine, la dottrina del riallineamento dell'amministrazione è in diretta opposizione al quadro degli accordi di Abramo, poiché quest'ultimo si basa sull’idea di un campo guidato dagli Stati Uniti di alleati regionali che cooperano di fronte alle sfide comuni, in particolare quelle poste dall'Iran, mentre l'amministrazione Biden dà la priorità al riallineamento con l'Iran.

(Shalom, 20 giugno 2021)


Dal Vaticano a Bruxelles, i nuovi ambasciatori d'Israele

Sono 36 i nuovi ambasciatori e consoli generali nominati dal governo israeliano nelle scorse ore. Un rinnovamento importante del corpo diplomatico che tocca alcune posizioni chiave, come la missione israeliana presso l'Unione europea e l'ambasciata presso la Santa Sede. A capo della prima è stato scelto Haim Regev, già vicedirettore del ministero degli Esteri. Mentre il nuovo ambasciatore in Vaticano sarà Raphael Schutz, già alla guida delle ambasciate di Spagna e Norvegia. In Europa, anche le sedi di Danimarca, Polonia, Portogallo e Repubblica Ceca hanno visto un cambio al vertice, così come, in Medio Oriente, l'ambasciata di Giordania. Una realtà, quest'ultima, particolarmente importante per Israele visti i delicati rapporti con il re Abdullah II.
  "Lo Stato d'Israele ha bisogno di persone eccellenti per difendere il suo buon nome. - ha dichiarato il ministro degli Esteri Yair Lapid, annunciando l'approvazione delle nomine - Questi sono alcuni dei nostri migliori professionisti, che rappresentano una parte essenziale nel rafforzamento della posizione politica e di sicurezza di Israele nel mondo". Lapid in queste ore ha inoltre confermato che il 27 giugno intraprenderà la storica missione negli Emirati Arabi Uniti. Sarà il primo viaggio ufficiale di un ministro israeliano nel paese del Golfo. Oltre che il primo viaggio estero di Lapid nelle vesti di nuovo capo della diplomazia israeliana. Un passaggio chiave nei rapporti con gli Emirati, frutto degli storici Accordi di Abramo siglati nel settembre del 2020.
  Diplomazia israeliana in grande movimento dunque in queste settimane, con nuovi incarichi anche per due funzionari che l'Italia e il suo mondo ebraico conoscono molto bene: Naor Gilon e Ofra Farhi. Il primo, già ambasciatore a Roma, dopo un breve passaggio in Olanda è stato nominato per guidare la sede diplomatica in India; Ofra Farhi invece, che in Italia ha ricoperto il ruolo di addetto culturale e poi di viceambasciatore d'Israele, è stata scelta per la sede che raccoglie quattro paesi africani, Namibia, Botswana, Zimbabwe e Zambia.
  Si conclude invece la missione dell'ambasciatore Oren David presso la Santa Sede, iniziata nel 2016. Come anticipato sarà Raphael Schutz a prenderne il testimone. Dopo aver iniziato la sua carriera in Cile, Schutz è stato ambasciatore in Colombia e in Spagna nonché capo del Dipartimento Europa del ministero degli Affari Esteri israeliano. In una intervista a un sito d'informazione norvegese, Schutz ha raccontato che i suoi genitori fuggirono dalla Germania per trovare rifugio nella Palestina mandataria. "Sono arrivati con i miei nonni negli anni '30. - il racconto del diplomatico - E la sensazione di essere un rifugiato e di dover lottare per i propri diritti fondamentali, uno Stato proprio, è ciò che mi definisce principalmente. Sono un israeliano che non dà per scontata l'esistenza di Israele". Rispetto al suo percorso di studi, nella stessa intervista, spiega di essersi laureato all'Università Bar-Ilan. "Non sono un ebreo praticante. - prosegue - Ma a livello nazionale, mi definisco al 100% un ebreo, perché l'ebraismo non è solo religione". dr

(moked, 21 giugno 2021)


L'Iran: «Via le sanzioni e limitiamo il nucleare». Israele: «Non fidatevi»

Trattative senza fine per tornare all'intesa del 2015. Ma l'elezione di Raisi è un rischio

di Chiara Clausi

TEHERAN - I colloqui tra l'Iran e gli Usa, con la mediazione dei Paesi europei, Russia e Cina, per il ritorno di Washington nell'intesa del 2015 e la revoca delle sanzioni, sono ripresi ieri, il giorno dopo l'elezione dell'ultraconservatore Ebrahimi Raisi a presidente dell'Iran. Da aprile, Teheran e gli altri firmatari stanno cercando di trovare un terreno comune per mantenere vivo l'accordo. L'incontro di ieri rientra nella sesta tornata di colloqui iniziata il 12 giugno. Dopo l'annuncio ufficiale della vittoria di Raisi, Washington ha criticato il voto. Lo ha definito «né libero, né equo», anche per la scarsa affluenza, la più bassa dalla Rivoluzione islamica del 1979. Ma ha assicurato che continuerà a impegnarsi nei negoziati a Vienna.
  Il ministro degli Esteri uscente iraniano Javad Zarif ha espresso ottimismo e ha fatto trapelare che un accordo potrebbe essere possibile anche prima che il nuovo presidente si insedi ad agosto. «C'è una buona possibilità che raggiungeremo un accordo prima della fine del nostro mandato», ha detto Zarif. Il vice ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, capo negoziatore ha sottolineato: «Siamo vicini a un accordo», le parti hanno svolto finora «un lavoro intenso». «Tutti i documenti sono quasi pronti - ha poi aggiunto - e i negoziatori sospenderanno i colloqui per alcuni giorni per ritornare alle loro capitali per le decisioni da prendere».
  La nuova leadership oltranzista, tanto più se con il nuovo accordo le sanzioni saranno sospese, preoccupa Israele e il premier Naftali Bennett. L'elezione di Raisi alla presidenza dell'Iran «è un campanello di allarme» per il mondo intero, ha avvertito: «Per quelli che hanno dubbi, non è stata la gente a eleggerlo ma - ha aggiunto - la guida suprema ayatollah Ali Khamenei ha permesso la sua nomina. Hanno eletto il carnefice di Teheran». A giudizio di Bennett questa potrebbe essere l'ultima occasione per l'Occidente per «capire con chi ha a che fare» prima di ritornare «all'accordo sul nucleare». «Un regime di carnefici non può avere - ha concluso - armi di distruzione di massa».
  L'accordo del 2015 voluto dall'amministrazione Obama ha stabilito limiti al programma nucleare civile iraniano per impedire a Teheran di sviluppare bombe atomiche. In cambio la Repubblica islamica ha ottenuto la revoca delle sanzioni internazionali. Il ritiro degli Stati Uniti di Donald Trump nel 2018 e il ripristino delle sanzioni hanno inferto un duro colpo all'intesa e alla economia dell'Iran. Teheran ha risposto violando le parti dell'accordo. Un recente rapporto dell'Aiea ha confermato che l'Iran dispone già di circa 3.200 chilogrammi di uranio arricchito, invece dei 300 consentiti.
  Inoltre, Teheran è riuscita ad arricchire l'uranio fino a una purezza del 60%, ben al di sopra del consentito (3,67%) e vicino al livello necessario per realizzare ordigni nucleari (90%). Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, vuole rientrare nell'accordo, ma chiede che prima l'Iran rispetti tutti i suoi obblighi. Teheran invece chiede una revoca delle sanzioni prima di tornare a rispettare l'intesa. Su chi per primo farà la mossa per superare l'impasse vertono i colloqui in corso. Raisi, nonostante si sia schierato con le frange più estremiste del suo Paese fermamente contrarie all'accordo nucleare, nella sua campagna ha promesso di lavorare per la riduzione delle sanzioni e ha affermato che avrebbe rispettato qualsiasi impegno preso dalla precedente amministrazione, incluso l'accordo sul nucleare o Jcpoa.

(il Giornale, 21 giugno 2021)


Arabi: Hamas e l'Iran hanno trasformato Gaza in un cimitero di bambini

di Khaled Abu Toameh

L'affermazione di Hamas di aver "vinto" l'ultima guerra con Israele è diventata oggetto di scherno e derisione da parte di molti arabi, i quali sono consapevoli che l'unico interesse di Hamas è quello di rabbonire i mullah in Iran per ottenere più denaro e armi.
  L'affermazione di Hamas di aver "vinto" l'ultima guerra con Israele è diventata oggetto di scherno e derisione da parte di molti arabi, i quali non hanno paura di criticare pubblicamente il gruppo terroristico appoggiato dall'Iran per aver mentito ai palestinesi e al resto del mondo.
  Gli arabi non temono nemmeno di ritenere Hamas responsabile della distruzione massiccia e della morte di israeliani e palestinesi innocenti al fine di servire gli interessi dei suoi padroni in Iran.
  Le scene dei palestinesi che celebrano la "vittoria" di Hamas hanno suscitato un'ondata di condanne nel mondo arabo, soprattutto nei Paesi del Golfo. Le reazioni degli arabi all'autoproclamata vittoria di Hamas mostrano che molti nel mondo arabo non si lasciano ingannare dalla macchina di propaganda del gruppo terroristico. Gli arabi sono consapevoli che l'unico interesse di Hamas è quello di rabbonire i mullah di Teheran allo scopo di ottenere da loro più denaro e armi. Gli arabi capiscono che questa è solo un'altra farsa di Hamas, e in particolare dell'Iran.
  Il noto giornalista arabo Amjad Taha, esperto di affari internazionali e popolare commentatore nei media e sui social network nel Golfo, è scoppiato a ridere quando gli è stato chiesto durante un'intervista televisiva se pensava che Hamas avesse ottenuto una "vittoria" contro Israele.
  "Nella guerra nella Striscia di Gaza, nessuno ha vinto", ha detto Taha. "I bambini e le donne di entrambe le parti hanno perso. La vittoria significa l'utilizzo di donne e bambini come scudi umani? La vittoria significa la morte di 269 palestinesi e il ferimento di altri 8.900, nella Striscia di Gaza?"
  Taha ha rilevato che alcuni dei palestinesi uccisi durante la guerra di 11 giorni sono stati vittime dei razzi di Hamas: "Su 3.700 razzi lanciati da Hamas [contro Israele], 400 razzi sono caduti su aree residenziali della Striscia di Gaza e hanno ucciso donne e bambini".
"Che strano! Viviamo in un'epoca in cui la sconfitta è diventata vittoria. Buon appetito a Ismail Haniyeh [il leader di Hamas che vive in Qatar] per l'auto Mercedes, per l'orologio Rolex e per l'abito Armani. Buon appetito a Hamas per il traffico di sangue di palestinesi innocenti. Come al solito, Haniyeh ha vinto e il popolo ha perso."
Facendo eco alla diffusa convinzione nel mondo arabo che l'Iran stia usando i suoi delegati palestinesi, Hamas e la Jihad Islamica Palestinese, per ottenere concessioni dagli Stati Uniti e da altre potenze mondiali ai negoziati di Vienna per rilanciare l'accordo sul nucleare iraniano del 2015, Taha ha aggiunto:
"Le milizie di Hamas nella Striscia di Gaza appartengono all'Iran. Ciò che queste milizie hanno fatto di recente è stato servire il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione iraniana. Teheran vuole usare la questione palestinese come carta vincente ai negoziati di Vienna. Teheran vuole usare la questione palestinese per costringere gli Stati Uniti a revocare le sanzioni contro l'Iran in cambio della fine dell'escalation dei problemi di sicurezza che minacciano Israele. Il terrorista Ismail Haniyeh, che vive in Qatar, ha dichiarato: 'Ringraziamo l'Iran per averci fornito denaro e armi". Il denaro dell'Iran è destinato ad aiutare i mercenari a continuare a trafficare con la questione palestinese. Le armi iraniane sono armi di distruzione e non di costruzione".
I negoziati tra l'Iran e le potenze mondiali per l'accordo sul nucleare firmato nel 2015 sono ripresi la scorsa settimana a Vienna con l'obiettivo di riportare gli Stati Uniti nell'accordo.
  Il giornalista e scrittore degli Emirati Arabi Mohamed Taqi è stato ancora più schietto nelle sue critiche alla presunta vittoria di Hamas e alla sua alleanza con l'Iran.
  "La maledizione di Dio su tutti coloro che hanno sfruttato la Moschea di al-Aqsa, la questione palestinese e il popolo palestinese in cambio di gloria personale e denaro", Taqi ha detto in un video da lui postato su Twitter. "La maledizione di Dio sui traditori che hanno venduto la questione palestinese per offrirla su un piatto d'argento ai mullah iraniani".
  Come molti arabi, Taqi ha denunciato i leader di Hamas per vivere nel lusso in Qatar e in Turchia, sacrificando la propria gente nella Striscia di Gaza per rabbonire Teheran. "Di quale 'resistenza' parli, Haniyeh, quando tu e i tuoi figli soggiornate negli hotel del Qatar e della Turchia?", ha chiesto Taqi, rivolgendosi al leader di Hamas che vive in Qatar, il quale è stato visto viaggiare su una nuova Mercedes a Doha durante i combattimenti tra Israele e Hamas.
"Di quale 'resistenza' parli quando sacrifichi la tua gente mentre tu e i tuoi figli fate la bella vita? E poi chiedi agli arabi, che hai accusato di tradimento, di ricostruire la Striscia di Gaza mentre presenti la tua 'vittoria' all'Iran?"
Lo scrittore e analista politico marocchino Saeed Al-Kahel ha accusato Hamas di trasformare la questione palestinese in una "risorsa commerciale".
  Hamas, ha scritto Al-Kahel, "non vuole che il conflitto israelo-palestinese finisca perché desidera ottenere profitti politici e finanziari. Hamas ha trasformato la questione palestinese in una risorsa commerciale che genera fondi da varie fonti e assicura prosperità e ricchezza per i suoi leader".
  Anche Al-Kahel condivide l'opinione che l'Iran stia usando la campagna terroristica dei suoi alleati palestinesi contro Israele per convincere gli Stati Uniti a revocare le sanzioni contro l'Iran. "Hamas ha trasformato la 'resistenza' in una carta di pressione nelle mani dell'Iran, che la sta sfruttando nel suo conflitto con l'Occidente per revocare le sanzioni sul suo programma nucleare", ha scritto Al-Kahel.
"Pertanto, qualunque sia l'esito dello scontro armato con Israele, Hamas non dichiarerà la sua sconfitta. Piuttosto, ne farà una vittoria, anche se la celebra tra le rovine e le bare. Quanto più sono le uccisioni e la distruzione, tanto più aumenta il reddito di Hamas mentre i palestinesi continuano a soffrire di assedio e povertà. Ma quel che è peggio è che le organizzazioni politiche islamiche sono orgogliose della vittoria illusoria ottenuta da Hamas. Nessuna di queste organizzazioni si è interrogata sulla natura di questa vittoria e sui suoi guadagni a beneficio dei palestinesi e della loro causa: quanta terra è stata liberata, quanti prigionieri sono stati rilasciati e quanti rifugiati [palestinesi] sono tornati? Niente di tutto questo è stato ottenuto e non lo sarà finché Hamas controllerà il processo decisionale palestinese. Il sangue palestinese è diventato economico per Hamas, così come per il Movimento Islamico [in Marocco], i cui leader si sono affrettati a congratularsi con la leadership di Hamas per una 'chiara vittoria'".
Anche Samir Ghattas, ex parlamentare egiziano e direttore dell'Egyptian Middle East Forum for Strategic Studies, ha messo in guardia contro il tentativo dell'Iran di utilizzare Hamas per ottenere guadagni dagli Stati Uniti e da altre potenze mondiali durante i negoziati di Vienna.
  Ghattas ha osservato che l'Iran ha cercato dal primo giorno dei combattimenti tra Israele e Hamas di affermare la propria presenza sul campo di battaglia rilasciando dichiarazioni a sostegno dei gruppi terroristici palestinesi nella Striscia di Gaza. Tra le dichiarazioni, egli ha detto, c'era anche una lettera inviata dal generale maggiore Esmail Qaani, comandante della Forza Quds iraniana, all'arci-terrorista di Hamas Mohammed Deif, in cui si prometteva pieno sostegno alla guerra palestinese contro Israele.
  "L'Iran vuole ottenere qualitativi e notevoli progressi nei negoziati di Vienna e sta giocando la carta delle fazioni e delle milizie che gli sono fedeli nella regione, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, Hamas e la Jihad Islamica in Palestina, allo scopo di confermare la sua forza e il suo peso regionale", ha dichiarato Ghattas in un chiaro avvertimento all'amministrazione statunitense e alle potenze mondiali che negoziano con Teheran. "L'Iran ha sfruttato Hamas e la Jihad Islamica solo a proprio vantaggio e, se avesse voluto l'interesse dei palestinesi, avrebbe contribuito alla ricostruzione della Striscia di Gaza", ha aggiunto.
"Teheran non ha contribuito né ha fatto donazioni per scopi umanitari o progetti di ricostruzione a Gaza, ma ha piuttosto contribuito a finanziare l'acquisto di armi e altro per trasformare Gaza in un deposito di armi che minaccia la sicurezza della regione. La recente guerra di Gaza e le guerre simili che l'hanno preceduta nel 2008, nel 2012 e nel 2014 sono state delle mere opportunità che l'Iran ha sfruttato politicamente e militarmente solo per i propri interessi, e non per l'interesse del popolo palestinese e di Gaza, ma al prezzo del loro sangue".
Muhammad Mujahid Al-Zayyat, un consulente dell'Egyptian Center for Thought and Strategic Studies, ha affermato che l'appoggio offerto dall'Iran a Hamas durante la guerra con Israele mirava a inviare un messaggio all'Occidente che i gruppi terroristici palestinesi sono diventati una merce di scambio per Teheran nei suoi rapporti con i Paesi occidentali.
  La recente guerra di Gaza, ha argomentato Al-Zayyat, è un altro tentativo di mostrare la forza da parte di Teheran e fare capire che andrà ai negoziati di Vienna con una "vittoria" di Hamas nelle sue mani per revocare le sanzioni contro il Paese e raggiungere ciò che vuole dall'accordo sul nucleare iraniano.
  In altre parole, l'esperto egiziano si unisce ad altri arabi nel mettere in guardia l'amministrazione Biden e le potenze occidentali contro la possibilità di consentire all'Iran di essere ricompensato per la guerra al terrorismo di Hamas contro Israele.
  Anche l'analista politico saudita Abdul Rahman Altrairi si è fatto beffe dell'affermazione di Hamas di aver vinto la guerra. Ha rilevato che la milizia terroristica libanese di Hezbollah aveva precedentemente dichiarato la vittoria su Israele dopo aver causato una massiccia distruzione delle infrastrutture libanesi durante la guerra del 2006 con Israele.
  Altrairi ha rammentato a quegli occidentali che stanno lavorando sodo per rabbonire Teheran che gli iraniani sono responsabili di "distruzione e corruzione" in Iraq, in Libano, in Siria e in Yemen.
  Altrairi ha avvertito l'Occidente che uno degli obiettivi dell'Iran durante la guerra di Gaza era quello di distruggere i trattati di pace tra Israele e alcuni Paesi arabi e "riposizionare Israele come nemico degli arabi".
  Anche il predicatore degli Emirati Arabi, Waseem Yousef, ha condannato Hamas per la sua ipocrisia nel trattare con gli arabi:
"Hamas ha lanciato razzi dalle case della gente, e quando è arrivata la risposta [israeliana], Hamas ha pianto e gridato: 'Dove sono gli arabi, dove sono i musulmani'. Hamas ha trasformato Gaza in un cimitero di persone e bambini innocenti. Hamas ha bruciato le bandiere della maggior parte dei Paesi arabi, ha offeso tutti i Paesi arabi e non ha rispettato nessuno".
È confortante vedere voci del mondo arabo che ridicolizzano Hamas per aver dichiarato vittoria contro Israele mentre portava alla rovina i palestinesi nella Striscia di Gaza. È altresì confortante vedere quanti arabi sono consapevoli dei pericoli del coinvolgimento dell'Iran con i gruppi terroristici palestinesi che vogliono innanzitutto l'eliminazione di Israele e poi la loro.
  Il messaggio più importante che arriva da molti arabi, tuttavia, è quello che si rivolge all'amministrazione Biden e alle potenze occidentali, avvertendole del fatto che l'Iran sta cercando di approfittare della recente guerra nella Striscia di Gaza per intimidirle e indurle a fare ulteriori concessioni a Teheran. Resta ora da vedere se l'amministrazione Biden e le potenze occidentali daranno ascolto a questo monito o continueranno a nascondere la testa sotto la sabbia, facendo credere che i mullah iraniani, in cambio di enormi tangenti da parte degli Stati Uniti, cambieranno magicamente la loro mentalità crudele. L'ultima volta non l'hanno fatto; cosa accadrà alla regione se non lo faranno di nuovo?

* Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme. È Shillman Journalism Fellow al Gatestone Institute.

(Gatestone Institute, 18 giugno 2021 - trad. di Angelita La Spada)


Israele, prospettive di aperture delle frontiere con la Giordania

di Andrea Gussoni

Buone notizie sul fronte Covid e non solo da Israele. L’obbligo di indossare le mascherine in casa è stato revocato, segnando la fine di una delle ultime importanti restrizioni sul coronavirus rimaste in Israele. Tutte le attrazioni turistiche, i siti, i ristoranti, i caffè, gli eventi culturali e sportivi sono aperti. Senza limitazioni di capacità legate al COVID, al chiuso o all’aperto. Gli israeliani hanno dismesso le mascherine all’aperto fin dallo scorso 18 aprile.

 Israele e il Covid
  Le mascherine saranno ancora necessarie per i passeggeri sui voli e per i visitatori delle strutture mediche e delle case di cura. Il Ministero della Salute israeliano continuerà anche ad aggiornare il suo elenco di Paesi rossi proveniendo dai quali i viaggiatori dovranno rispettare un periodo di quarantena di 10 giorni.

 Vaccini
  La mossa arriva sei mesi dopo che Israele ha iniziato la sua campagna di vaccinazione per gli adulti, con oltre il 55% dei 9,3 milioni di abitanti di Israele completamente vaccinati e una campagna di vaccinazione attualmente in corso per i bambini di età compresa tra 12 e 15 anni. Il numero di casi giornalieri in Israele è sceso da 8.600 al culmine della crisi sanitaria a soli 19 all’inizio della settimana.

 Frontiere
  All’abbandono delle mascherine, si aggiunge un’altra notizia davvero confortante. Uno dei valichi di frontiera israeliani con la Giordania, chiuso da marzo 2020, riaprirà il mese prossimo, con l’attenuarsi della pandemia in entrambi i Paesi. Il terminal Yitzhak Rabin è stato infatti chiuso dall’inizio della pandemia di COVID-19. Da allora è rimasto chiuso. Gli israeliani potranno entrare e uscire dal regno hashemita attraverso il valico dal 4 luglio p.v.

(Time Magazine, 20 giugno 2021)


Israele. La bandiera LGBT sventola per la prima volta al ministero degli Esteri

Yair Lapid: "Un messaggio di tolleranza, fraternità e libertà". Venerdì la Gay Pride Parade

La bandiera LGBT sventola da oggi, per la prima volta, all'ingresso del ministero degli Esteri israeliano, accanto alla bandiera nazionale con la stella di Davide. "Su mia istruzione", ha spiegato il ministro degli Esteri Yair Lapid,"Abbiamo deciso di esporre quella bandiera in occasione degli eventi legati al gay pride". "Il ministero degli Esteri e i suoi dipendenti", ha aggiunto, "Sono in prima linea nel diffondere un messaggio di tolleranza, fraternità e libertà".
Il corteo del Gay Pride, appuntamento tradizionale per Tel Aviv, sfilerà venerdì 25 giugno. In previsione dell'evento che richiama usualmente migliaia di persone, il municipio ha predisposto la chiusura al traffico dell'intero lungomare e di numerose strade del centro. Tel Aviv ospita annualmente la Gay Pride Parade dal 1998. L'edizione di quest'anno è dedicata a quanti hanno dato espressione artistica di 'orgoglio gay' nel cinema, nella musica, nella letteratura e a quanti si sono mobilitati a favore della uguaglianza.

(RaiNews, 21 giugno 2021)


Ecco di che cosa si vanta l'Israele laico e democratico di oggi. Primi in tutto. Primi ad uscire dal Covid, primi a far sventolare la bandiera dei transgender accanto alla bandiera nazionale con la stella di Davide. Penoso. M.C.


Bennett, guai a chi gli tocca la sua kippah

di Fabio Scuto

Naftali Bennett, che si è insediato la scorsa settimana, è il primo premier nella storia di Israele ad indossare regolarmente la kippah, il copricapo rituale ebraico, a volte chiamato yarmulke o zucchetto. A differenza dei suoi predecessori laici, lui si identifica come un sionista religioso e pratica l'ebraismo ortodosso moderno, che richiede agli uomini di coprirsi il capo. Ma Bennett è anche calvo. Ciò rende una sfida mantenere il piccolo disco all'uncinetto fermo in cima alla sua testa. I metodi tradizionali per fissare una kippah - forcine e fermagli metallici per capelli - non sono utili a Bennett. Eppure la kippah rimane attaccata. Non importa dove sia Bennett - alla Knesset, durante un comizio o un incontro pubblico - la kippa è sempre lì, appoggiata sul suo cuoio capelluto, o talvolta sul sottile strato di capelli corti che circonda la sua zona calva. Naftali Bennett non usa il normale scotch. Il suo adesivo preferito è un prodotto inventato e venduto a partire dal 2013 da Haim Levin, un autista di autobus di 65 anni che vive in un sobborgo prevalentemente ortodosso di Tel Aviv. Il prodotto, chiamato Kippah Keeper, è realizzato con nastro medico biadesivo ipoallergenico riutilizzabile, che consente alla kippah di aderire a teste con pochi o nessun capello. È venduto in confezioni da 40 strip e costa 40 shekel (14 euro), compresa la consegna.
In Israele, dove la scelta della kippah spesso significa identità religiosa e politica, lo stile personale di Bennett - una piccola kippah all'uncinetto - segnala che è un sionista religioso. Al contrario, una kippah di velluto nero lo identificherebbe come Haredi, o ultra-ortodosso, mentre una più grande lavorata all'uncinetto o lavorata a maglia, che potrebbe stare più facilmente su un cranio calvo, è favorita da un sottogruppo di coloni che tendono ad essere più religiosi, apertamente spirituali e nazionalisti. Il fatto che la kippah di Bennett sia piccola e portata verso la parte posteriore della testa, suggerisce che appartenga alla parte più "moderna" della comunità ortodossa moderna.

(il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2021)


Bennett, elezione Raisi campanello d’allarme per il mondo

GERUSALEMME - Il primo ministro di Israele, Naftali Bennett, ha aperto oggi la prima riunione di gabinetto del suo nuovo governo condannando duramente l’elezione del neoeletto presidente iraniano, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi. “Tra tutte le persone che (il leader supremo iraniano Ayatollah Ali) Khamenei avrebbe potuto scegliere, ha scelto il boia di Teheran, l'uomo noto tra gli iraniani e in tutto il mondo per aver guidato i comitati di morte che hanno tolto la vita a migliaia di cittadini iraniani innocenti nel corso degli anni”, ha detto Bennett, spiegando che l’elezione di Rais dovrebbe essere un “campanello d’allarme” per il mondo.
   Il titolare dell’esecutivo israeliano ha detto che seguirà la politica della precedente amministrazione di Benjamin Netanyahu per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari. "Un regime di brutali boia non dovrebbe mai avere armi di distruzione di massa che gli consentirebbe di uccidere non migliaia, ma milioni di persone", ha detto il primo ministro, parlando brevemente in lingua inglese.
   L'Iran e le potenze mondiali riprendono proprio oggi colloqui indiretti a Vienna per ripristinare l’accordo sul programma nucleare di Teheran del 2015. Da settimane diplomatici iraniani e statunitensi stanno negoziando un ritorno degli Usa all'accordo nella capitale austriaca tramite intermediari europei. I colloqui odierni sono i primi dopo l'elezione di Raisi, che entrerà in carica il prossimo agosto.
   L'inviato iraniano, il viceministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha affermato che dopo l'incontro a Vienna i negoziatori si prenderanno una pausa per tornare nelle loro capitali, concludendo il sesto round di colloqui. Bennett ha affermato che l'elezione di Raisi a presidente iraniano, proclamata ufficialmente ieri, è "l'ultima possibilità per le potenze mondiali di svegliarsi prima di tornare all'accordo nucleare e di capire con chi stanno facendo affari. Queste persone sono assassini di massa".

(Agenzia Nova, 20 giugno 2021)


Tra esecuzioni di massa e elezioni farsa ora sarà corsa senza freni all'atomica

Il nuovo leader, che disprezza l'Occidente e vuole la morte di Israele, promette al mondo guai e bugie. E pugno di ferro a casa

di Fiamma Nirenstein

Dunque l'Iran ha da ieri il suo nuovo presidente dopo aver vissuto ancora la farsa che ogni quattro anni mette in scena di fronte al mondo: una cosa che il regime chiama «elezioni» e che la gente schiva per la grande maggioranza. Ebrahim Raisi era sin dall'inizio «il presidente eletto», dato che così aveva deciso Alì Khamenei, il leader supremo. Dei 500 candidati che si erano presentati per la selezione, incluse 40 donne, ne erano rimasti nel setaccio del comitato che scelgono i personaggi possibili solo 7, di cui solo 4 realmente eleggibili. Si dice di lui che è un «ultraconservatore»: ma è una definizione che lascia spazio all'idea che altrove dei riformatori aspettino il loro turno. Non è così. Solo la gente sarebbe la grande riformatrice del Paese, ed è messa a tacere con la forza a regolari puntate. Cerca di dimostrare il suo scontento non venendo a votare per quel che può, e così ha fatto anche stavolta. Il pane in Iran costa 40 dollari al chilo, il salario minimo è di 215 dollari al mese. Spesso i lavoratori non vengono pagati per mesi, l'obbedienza al regime è un obbligo che si paga con la vita, la libertà di opinione e di manifestazione è una barzelletta che finisce sempre in lacrime.
   Ebrahim Raisi, 60 anni, nei suoi vari ruoli determinanti nel sistema giudiziario iraniano è il diretto responsabile di migliaia di condanne a morte per i più svariati crimini di violazione delle sacre leggi del regime degli Ayatollah, quindi di violatore seriale di diritti umani. Questo dovrebbe creare un serio imbarazzo internazionale, anche adesso durante le trattative di Vienna cui gli Stati Uniti sembrano tenere tanto per il rinnovo del Jcpoa, l'accordo nucleare del 2015 per cercare, del tutto inutilmente di bloccare il progetto della bomba iraniana. Illusione. L'Iran infatti, dopo aver firmato l'accordo che poi il presidente Trump ha cancellato, ha seguitato a perseguire il suo piano di diventare una potenza atomica devota prima di tutto alla distruzione fisica di Israele e poi di tutto l'Occidente, secondo le prove asportate in faldoni originali di migliaia di pagine dal Mossad e anche secondo le difficoltose verifiche dell'Iaea, l'agenzia atomica internazionale sempre impedita nei movimenti dal regime.
   Intanto, al comando del generale Qasem Soleimani guerreggiava ovunque, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Gaza nel grande disegno imperialista di occupazione del Medio Oriente. Ora che è stato eliminato, il regime prosegue nel suo disegno. Così farà Raisi.
   Raisi sarà un altro presidente della serie: negli anni 90 Rafsanjani che probabilmente approvò l'esplosione del centro ebraico di Buenos Aires, è stato dipinto come una colomba; Mohammad Khatami, sospettato di essere moderato, fu rapidamente sostituito con l'invasato Mahmoud Ahmadinejad. Poi Hassan Rouhani e il suo ministro degli esteri sempre sorridente Javad Zarif diventarono grandi amici di Obama e anche dell'Unione Europea mentre programmavano il migliore imbroglio del secolo, l'accordo nucleare, e seguitavano a usare il terrorismo internazionale e la persecuzione interna come armi preferite del regime. Per la gente, le cose sono seguitate a cambiare in peggio. Ne ha goduto, nel tempo la crescita del rapporto con Russia e Cina. E si è anche consolidata l'amicizia con tutta la falce islamista estrema anche sunnita, da Erdogan a Hamas, regolarmente ospite di Teheran.
   Quali garanzie di mantenere la parola data sia sulla questione atomica che su qualsiasi altro patto con un Occidente disprezzato e vilipeso dia Raisi, un «guardiano» professo del sistema «velayat-e faqih», che determina la struttura giuridica e morale del mondo interiore ed esterno cui si ispira l'Iran odierno, è certo una domanda che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il resto del mondo si sta ponendo in queste ore. Il popolo iraniano sa la risposta, ed è certamente triste.

(il Giornale, 20 giugno 2021)


Mettiamo fine all’odio nell’educazione dei palestinesi

di Micol Ottolenghi

I libri scolastici hanno autorità unica nel comunicare i valori culturali e politici che la società vuole impartire alle nuove generazioni. Questo è specialmente vero in alcuni paesi del Medio Oriente dove l’educazione si interrompe dopo alcuni anni di elementari privando quindi i giovani di una formazione globale e diversificata che possa donare una prospettiva più ampia. Se da un lato i manuali possono rappresentare una barriera contro la violenza, dall’altro possono facilmente diventare un potente tramite per radicalizzare. Purtroppo è proprio a questo scopo che vengono utilizzati in molti paesi arabi. Si è svolta recentemente una conferenza sul tema della demonizzazione ebraica nei libri scolastici Palestinesi con l’eurodeputato Lukas Mandl e l’amministratore delegato di Impact-se Marcus Sheff.
  Marcus Sheff spiega che dal 1998 l’organizzazione Impact-se esamina i curriculum e i libri scolastici avvalendosi degli standard di pace e tolleranza stabiliti dall’UNESCO. Grazie al loro contributo effettivi miglioramenti sono stati ottenuti ad esempio con la riforma del curriculum nel 2006 degli Emirati Arabi Uniti o quella del 2014 della Giordania che hanno prodotto libri conformi alle norme europee. “Ma non è tutto rose e fiori” ammonisce Marcus, infatti le nuove pubblicazioni turche sono state radicalizzate in modo significativo per volere del presidente Erdoğan con un forte indottrinamento sulla visione nazionalista che combina neo-ottomanesimo e panturchismo per non parlare dei libri iraniani, siriani e qatariani che incitano alla Jihad. Il peggioramento più grave è quello del curriculum scolastico palestinese che è stato di recente revisionato. Trattati con Israele o possibili risoluzioni del conflitto pacifiche che inizialmente apparivano nei libri, ora non sono nemmeno accennati ai bambini palestinesi a cui viene insegnato che le negoziazioni non sono la via per ottenere uno stato indipendente. Sono stati sostituiti da rappresentazioni di ebrei nemici dell’islam, bugiardi che controllano la finanza i media e la politica. “I bambini di nove anni imparano matematica, non facendo addizioni di mele e arance ma sommando il numero di martiri delle intifada” espone Marcus, che aggiunge “la seconda legge di Newton che relaziona la forza necessaria per dare ad una massa una specifica accelerazione è insegnata con esempi di esperimenti che incoraggiano dodicenni a mettersi in pericolo, a sacrificare il proprio sangue per eliminare l’usurpatore, idee che non hanno spazio nella nostra moderna società pacifica”.
  Lukas Mandl interviene affermando che tutto ciò non è passato inosservato: il governo europeo ha condannato l’odio e l’antisemitismo nei curriculum palestinesi nell’agosto 2019 e in particolare, degna di nota è l’azione decisa del governo Norvegese che ha tagliato i fondi inviati alle autorità palestinesi. “Condizionalità è la parola chiave” dice Lukas che continua a lottare anche in veste di presidente del gruppo “Amici transatlantici di Israele” (TFI) per ottenere cambiamenti concreti e tagli di fondi anche da parte del Parlamento europeo.

(Shalom, 20 giugno 2021)


Gli ebrei nel Friuli Occidentale

Eugenio Gazzola, scrittore e regista, ha realizzato un bellissimo video dal titolo Gli ebrei nel Friuli Occidentale. Eugenio ha dedicato questo bellissimo lavoro a Teresina Degan. Donna illuminata, fu docente prima e dirigente scolastico nelle scuole superiori del Friuli Occidente. E fu Lei a scrivere un libro dedicato agli ebrei che conobbe a Pordenone e non solo prima durante e dopo l’introduzione delle leggi razziali.

(TVT Triveneta, 20 giugno 2021)


David Grossman a Taormina: "La letteratura aiuta a costruire la pace"

Lo scrittore, ospite di Taobuk, dialoga stasera con il direttore di "Repubblica" Maurizio Molinari

di Eleonora Lombardo

Pacato, sorridente, con una placida luce interiore che emerge in ogni parola pronunciata, David Grossman è arrivato a Taormina per ricevere al teatro antico il Taobuk Award for litterary excellence e per l'atteso incontro di oggi del festival letterario, alle 20, nel quale dialogherà con Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, partendo dagli spunti raccolti in "Sparare a una colomba" (Mondadori): una selezione di saggi e articoli su politica, società e letteratura.
Lo scrittore israeliano, autore di libri come "Che tu sia per me il coltello", "A un cerbiatto somiglia il mio amore" e "Applausi a scena vuota", è da sempre innamorato dell'Italia, Paese nel quale confessa di avere dei luoghi segreti prediletti nei quali, passeggiando, trae ispirazione, si dice molto contento che la destinazione del suo primo viaggio all'estero dopo il lockdown sia proprio la Sicilia e il Taobuk, festival del quale è già stato ospite nel 2015.

- Grossman, come si sente a ritornare a partecipare a un festival e a incontrare i suoi lettori dopo un anno e mezzo "a distanza"?
  "Sono proprio felice di tornare a incontrare i miei lettori, felice ed eccitato. Farlo in Sicilia poi è un privilegio. Amo molto quest'Isola, è la quarta volta che la visito e ogni volta mi sorprende. Purtroppo non sono un esperto della vostra ricchissima letteratura, ma ho letto diversi libri di Leonardo Sciascia e li ho amati molto".

- Nel suo ultimo romanzo, "La vita gioca con me", il personaggio principale è ispirato alla vita di Eva Panic Nahir, nata in una famiglia ebrea in Croazia e sopravvissuta ai gulag di Tito nell'isola di Goli Otok. Come è riuscito a bilanciare immaginazione e biografia?
  "È stato difficile, non solo perché si tratta di un personaggio reale, ma anche di una personalità molto forte. Le ho subito detto di non essere un documentarista, che avrei avuto bisogno di usare l'immaginazione. Che era necessario per me raccontare la sua storia in un altro modo. Purtroppo, Eva è morta prima di poter leggere il romanzo, ma sono convinto, e la sua famiglia me lo ha confermato, che lei avrebbe apprezzato come ho raccontato la sua vita, soprattutto le parti che non ho abbellito, in cui ho mostrato le sue contraddizioni. A lei mi ha legato un'amicizia ventennale e non è mai stata una sentimentalista: era una roccia in questioni politiche, una leonessa. E io, nel narrarla, non l'ho resa più morbida".

- Ha definito Eva una sorta di Shahrazad, la protagonista di "Mille e una notte": ci spiega perché?
  "Il nostro rapporto è cominciato con una telefonata, 25 anni fa. Era arrabbiata per un mio articolo e voleva discutere. Parlando, le ho chiesto dove fosse nata esattamente, così lei ha iniziato a raccontarmi la sua storia. A un certo punto si è interrotta e mi ha detto: "Basta, il resto te lo racconto un'altra volta". E così, per anni, mi ha chiamato una volta alla settimana per continuare il racconto. Come Shahrazad, mi ha tenuto sulla corda. Il potere della narrazione e della curiosità di sapere come una storia va a finire ha costruito la trama del nostro racconto. È stato come ballare un lungo tango, la stessa capacità di seduzione".

- Nei suoi libri spesso sono le donne le protagoniste: come fa a trovare la voce giusta per parlare attraverso i suoi personaggi femminili?
  "È molto interessante per me scrivere dal punto di vista di una donna. Non sempre è facile: per esempio, mentre scrivevo "A un cerbiatto somiglia il mio amore" mi ero bloccato, non capivo perché ed ero disperato. Finché ho deciso di scrivere una lettera alla protagonista, Orah. Allora ho proprio preso carta e penna e le ho scritto: "Orah, perché mi sfuggi? Perché mi resisti?". E subito, per magia, ho capito che ero io che facevo resistenza. Quindi la risposta alla domanda è: smetto di fare resistenza e scrivo".

- Per l'edizione italiana dei suoi saggi è stato scelto il titolo "Sparare a una colomba". È un'immagine forte che ha a che fare con l'uccisione dell'innocenza. È quello che sta accadendo? Stiamo uccidendo l'innocenza?
  "La colomba è simbolo di pace, anche se ho avuto modo di osservare i colombi che sono molto aggressivi fra di loro. Il riferimento è alla Bibbia e a Noè, ma si dovrebbe rivedere questo simbolo. Per me vuol dire uccidere il sogno, il sogno della pace ma anche di un mondo migliore. Un mondo dove l'idea della pace venga davvero presa in considerazione. Tutti i contendenti del conflitto tra Israele e Palestina scelgono la via della guerra dicendo che è l'unica strada: nessuno fa riferimento alla pace. Alle ultime elezioni nessuno ha neanche nominato la pace, perché nominarla vorrebbe dire aprire un'altra possibilità. È in atto una vera e propria distorsione della realtà che non riesce neanche a pronunciare la parola "pace"".

- Come può la letteratura aiutare a costruire la pace?
  "Nel modo di ri-raccontare la storia. Facendo vedere altre possibilità, ma soprattutto lottando contro lo stereotipo. Nel Talmud si dice: "Non c'è gioia più grande che liberarsi dai debiti". Io dico: "Non c'è gioia più grande che liberarsi dagli stereotipi". La letteratura riesce a fare vedere le cose da angolazioni diverse, contiene quella complessità che sfugge a qualunque altro tipo di narrazione".

- Amos Oz disse: "A volte troppa memoria non è una buona cosa". Cosa pensa di questa affermazione?
  "Sono molto d'accordo. Troppa memoria soffoca, impedisce il respiro. Noi israeliani siamo strozzati dall'eccesso di memoria, dovremmo guardare alla nostra storia con più misericordia e non rappresentarci sempre e solo come vittime. Credo che i siciliani possano capire il senso del peso di un'eccessiva memoria".

- Lei ambienta i suoi libri in Israele, perché dice che è il Paese che sa decodificare: ma c'è un altro Paese del quale ha mai desiderato scrivere?
  "Sì, finora ho scritto solo di Israele perché è l'unico Paese che capisco e conosco. Forse la mia risposta potrà sorprendere: se scegliessi di scrivere di un altro Paese, sceglierei la Siria. Perché è considerato nemico di Israele e spero che non sia più così in futuro. Perché fin da piccolo sono stato educato a considerare i siriani nemici e so molto poco di loro e di quel Paese nel suo profondo. Penso che è un Paese nel quale si è sofferto molto. Sono stato educato a essere spaventato dalla Siria e io sono attratto dallo scrivere di ciò che mi spaventa".

(la Repubblica, 20 giugno 2021)


Hamas ringrazia il Marocco per il sostegno alla causa palestinese

RABAT - Il capo politico del gruppo palestinese Hamas, Ismail Haniyeh, ha accolto con favore "gli sforzi profusi dal Marocco per sostenere la causa palestinese". Il leader del partito al potere a Gaza ha parlato nel corso di un incontro a Rabat con i rappresentanti delle organizzazioni non governative marocchine. Secondo una nota diffusa da Hamas, Haniyeh ha espresso il suo “apprezzamento per il sostegno del Marocco alla questione palestinese a tutti i livelli”.
  Venerdì 18 giugno il re del Marocco Mohammed VI ha ospitato una cena per il leader di Hamas in occasione della sua visita nel Regno. Haniyeh è arrivato mercoledì 16 giugno a Rabat per la sua prima visita nel Paese nordafricano su invito del partito al governo Giustizia e sviluppo. La visita giunge pochi mesi dopo che il Marocco ha ripristinato le relazioni con Israele nel dicembre 2020, a seguito della normalizzazione delle reazioni tra lo Stato ebraico con Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan, nell'ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo sponsorizzato dalla precedente amministrazione Usa di Donald Trump.

(Agenzia Nova, 19 giugno 2021)



Il segno del profeta Giona (10)

di Marcello Cicchese

La storia di Giona di solito piace. Può essere raccontata in forma gioiosa per bambini, o elaborata in forma pensosa per filosofi e psicologisti. E' stata rappresentata innumerevoli volte in forma pittorica e le sono stati attribuiti significati di vario genere. Gli studiosi della Bibbia si preoccupano di stabilire a quale "genere letterario" appartiene il racconto; dopo di che si cerca di trarne applicazioni interessanti.
  Ma già l'espressione "genere letterario", usata anche da tenaci difensori della Bibbia, tradisce l'ottica con cui si guarda il testo. Perché i generi letterari non esistono in natura, non sono oggetti della primordiale creazione come il sole e la luna, le piante e gli animali, ma oggetti del pensiero umano, data base entro cui si catalogano e ordinano modi di parlare e scrivere degli uomini. Nulla di più. Ma forse i pensatori postmoderni direbbero che non c'è nulla di più; che la realtà delle cose non è nulla di più che il nostro parlare delle cose: le nostre narrazioni.
  Seguendo questa linea di pensiero, il libro di Giona si presta meravigliosamente a servire come spunto per una varietà illimitata di nuove elaborate narrazioni, come si fa in musica: variazioni sul tema.
  In opposizione a questo fuorviante modo di pensare, ho elencato in altra sede tre cose che al di là di ogni opinione nel mondo ci sono: la Bibbia, Israele e la diaspora di Gesù. In questa sede, come membro della diaspora di Gesù intendo usare la Bibbia per trarre vantaggio da un bene prezioso appartenente al patrimonio storico di Israele.
  Il libro di Giona indubbiamente è un racconto, ma chi racconta è Dio. E per noi che leggiamo è il racconto di qualcosa che un giorno è veramente avvenuto. Dunque è storia. Ma non è storia che si esaurisce in un resoconto puro e semplice di fatti, in stile reportage, perché il Regista che sta dietro ai fatti, anzi che determina la forma dei fatti, vuole trasmettere a chi legge il significato che ad essi si deve dare; cioè il carattere di segno per altri fatti che avverranno in seguito. E' questo che si vuol intendere quando si dice che il racconto di Giona è una parabola profetica, raccontata da Dio stesso attraverso interventi concreti nella realtà storica degli uomini, prima che con la parola scritta.
  Resta allora per chi legge il compito di provare a ricercare i significati che stanno dietro ai vari particolari del racconto, ed è quello che qui si tenterà di fare, senza la pretesa di darne l'interpretazione autentica e definitiva, ma con il desiderio di individuare e offrire spunti di riflessione.
  Come già detto in precedenza, i personaggi principali della parabola storica di Giona sono anche i protagonisti fondamentali di tutta la Bibbia: Dio, Israele e le Nazioni. L'elemento con cui si apre e chiude la parabola presenta un Dio che parla. All'inizio parla a Giona trasmettendogli un ordine d'azione, alla fine parla di nuovo a Giona cercando di far capire al suo recalcitrante servitore i motivi per cui ha agito in quel modo. E stando a quel che è scritto, si direbbe che non ci sia riuscito.
  Ma è soltanto con Giona, rappresentante di Israele, che Dio entra in relazione verbale diretta; mentre le Nazioni, rappresentate da marinai e niniviti, vengono a conoscere la volontà di Dio soltanto attraverso Giona.
  Il senso della parabola va dunque ricercato nel gioco che si stabilisce fra questi tre elementi. E' vano dunque voler fare riferimenti generici a elementi universali come la misericordia di Dio verso tutti o la necessità per l'uomo di sottomettersi all'autorità divina. E quanto a misericordia, è bene ricordare che soltanto cento anni dopo Dio non mostrerà verso i niniviti la stessa delicatezza usata al tempo di Giona, come si legge nel libro del profeta Naum, interamente dedicato a il giudizio che ricadrà sulla città di Ninive: Tutti quelli che ti vedranno fuggiranno lontano da te, e diranno: Ninive è distrutta!” (Naum 3:7).
  Giona è la personificazione di Israele, servo del Signore. L'ordine che Dio dà Giona è una disposizione di tipo "militare", non un generico ordine di moralità personale. Dio ha un piano d'azione per quella che si potrebbe chiamare la riconquista del mondo, e Israele è parte del suo esercito.
  Che Giona rappresenti la parte di Israele si vede dal fatto che Dio si è rivolto a lui come profeta, cioè come riconosciuta controparte di Dio nel suo rapporto con Israele. La "disubbidienza" di Giona può essere paragonata al dissenso di un Generale sul campo di battaglia nei confronti di un ordine proveniente dal Comando Supremo. Il Generale dissente, ma per motivi che a lui sembrano validi: forse non ritiene giusto l'ordine ricevuto, per ragioni militari o umanitarie. E in qualche modo prende le distanze. Da notare inoltre che il dissenso tra Dio e Giona-Israele riguarda il rapporto da avere con il terzo degli elementi fondamentali della storia: le Nazioni.
  Ma la distanza che Giona ha voluto prendere da Dio era davvero pericolosa per lui. Proseguendo nel paragone militare, Dio avrebbe potuto passarlo per le armi, o quanto meno destituirlo, ma in questo modo la rottura sarebbe stata definitiva. Dio non poteva permettere che questo avvenisse, non perché Giona, o per lui Israele, lo meritasse, ma perché si era obbligato con Se stesso a non farlo mai. Aveva stipulato con Israele un patto, fin dal tempo di Abramo, ed era un patto unilaterale, dipendente soltanto dal Suo impegno.
  L'originario patto con Abramo, tuttora in auge, è stato stipulato al fine di riconquistare il mondo a Dio; e pur nell'unilateralità del Suo impegno, Dio si è imposto di far avanzare il suo progetto preparando occasioni che consentissero ogni volta all'uomo di dare una libera risposta positiva alla Sua parola. Perché per Dio riconquistare il mondo significa arrivare ad avere una creazione abitata da una umanità che lo accolga liberamente e con gioia come suo Creatore e Signore.
  Ma sarà mai possibile tutto questo? Non è forse vero che nella sua struttura l'uomo ha un cuore "insanabilmente maligno" (Geremia 17:9). Nel piano di Dio è prevista una soluzione anche a questo problema:
    Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne (Ezechiele 36.26).
Concedere all'uomo spazi di libertà per offrirgli la possibilità di rispondere a Dio, fa inevitabilmente correre il rischio di sentir rispondere no. Ed è quello che è accaduto molte volte in Israele. Ma il no "primordiale", quello che ha influenzato in modo determinante - anche se non definitivo - il suo successivo percorso, è la "caduta" dell'adorazione del vitello d'oro. E' questo l'autentico "peccato originale" di Israele. In quel punto iniziale della storia di Israele è stato violato il patto originario di Mosè; e la successiva forma che ha preso la legge dopo quella caduta porta tracce inconfondibili di questa violazione, insieme a segni anticipatori di una futura redenzione.
  Da quel momento si può dire che Israele è in fuga dall'Eterno. Dio però non demorde, e pazientemente lavora alla preparazione di un'occasione in cui il suo popolo arriverà a rispondergli liberamente . Questo è assolutamente necessario, perché non è possibile che Dio accolga un dall'umanità in generale senza aver ricevuto prima un decisivo dal Suo popolo particolare. E questo indubbiamente avverrà, anzi è già avvenuto, in una forma giuridicamente valida anche se ancora priva di effetti storici visibili.
  Se Giona rappresenta Israele tuttora in fuga dall'Eterno, si pongono osservazioni e domande interessanti, a cui si cercherà di dare qualche risposta in seguito. Ecco subito due spunti di riflessione.
  Osservazione - Nel racconto, l'allontanamento interiore di Giona dall'Eterno subisce un arresto e un mutamento con l'episodio del pesce, ma non si conclude. Alla fine Giona ubbidisce, ma resta sulle sue. Dio l'invita a riflettere ponendogli domande, ma non lo riprende, né gli dà nuovi ordini. Il racconto appare troncato, privo di un finale.
  Domanda - Che peso si deve dare, sia in riferimento a Giona nel racconto, sia in riferimento a Israele nella storia, alla straordinaria esperienza di Giona-Israele nel ventre del pesce?
(10) continua

(Notizie su Israele, 20 giugno 2021)


 

Karine Elharrar, in Israele si svolta

La nuova ministra delle Infrastrutture, che è figlia di ebrei immigrati dal Marocco, ha studiato Legge in Israele e si è specializzata negli Stati Uniti, si batte per le persone disabili.

di Paolo Lepri

Seduta sulla sua sedia a rotelle, Karine Elharrar è in prima fila nella foto del nuovo governo israeliano, accanto al presidente uscente Reuven Rivlin, al primo ministro Naftali Bennett e al premier supplente Yair Lapid, destinato a prendere il posto dell’ex leader dei coloni a metà legislatura se la coalizione che ha evitato le quinte elezioni in due anni riuscirà a sopravvivere con un solo voto di maggioranza. La neo ministra delle Infrastrutture nazionali, dell’Energia e delle Risorse idriche è malata di distrofia muscolare. Sulla scheda biografica del Parlamento — dove è entrata per la prima volta nel 2013 per essere poi sempre riconfermata — si legge che si è occupata tra l’altro di provvedimenti in favore delle persone disabili. «Le leggi ci sono — dice — ma siamo indietro nell’applicarle».   
  Quarantatré anni, figlia di ebrei immigrati dal Marocco, sposata e madre di due figli, Karine Elharrar ha studiato Legge in Israele, specializzandosi nella difesa dei sopravvissuti all’Olocausto e si è perfezionata negli Stati Uniti. Ha aderito fin dall’inizio a Yesh Atid (C’è un futuro), la formazione liberal-centrista fondata da Lapid, un uomo che è riuscito a creare movimento nella politica israeliana. Grazie soprattutto all’ex giornalista (e all’ottimo risultato ottenuto nel voto di marzo) si è finalmente chiusa l’epoca di Benyamin Netanyahu, rimasto attaccato al potere nonostante le sue disavventure giudiziarie. In un’intervista a Jewish Insider, rilasciata prima delle elezioni, la nuova ministra delle Infrastrutture sottolineava la coerenza di chi «non ha mai tradito le promesse» e si diceva ottimista sulla possibilità di una svolta. «Una combinazione di partiti diversi può rimpiazzare il premier». È andata proprio così.   
  Certo, un governo che va dall’estrema destra alla sinistra corre il rischio di essere paralizzato dalla necessità di continue mediazioni. Per quanto riguarda progressi sulla questione palestinese, le aspettative non possono che essere basse. Solo l’America di Biden è forse in grado di sbloccare la situazione, se lo vorrà, cercando di farsi ascoltare a Gerusalemme. Karine Elharrar ha sempre auspicato che un «cambiamento» in Israele potesse «rilanciare i rapporti con gli Usa». Una speranza di tutti.

(Corriere della Sera, 19 giugno 2021)


Germania - Più risoluti contro l'antisemitismo

I ministri degli interni del Bund e dei Länder hanno concordato un'azione più risoluta contro i criminali antisemiti. Lo hanno annunciato alla fine della loro conferenza di primavera a Rust, nel Baden. Vogliono elaborare standard uniformi a livello nazionale per limitare manifestazioni anti-israeliane contro sinagoghe e, se necessario, vietarle. Sarà aumentata inoltre la pena per i reati di antisemitismo. In futuro, atti antisemiti non chiariti non saranno più assegnati automaticamente alla destra. Quando lo sfondo non è chiaro, dovranno essere registrati in una categoria separata nelle statistiche sulla criminalità. Questo dovrebbe consentire una migliore prevenzione. Ma non si tratta di relativizzare l'estremismo di destra, ha affermato il ministro dell'Interno federale Horst Seehofer (CSU). Ha parlato di un riconoscibile "antisemitismo importato" che sta diventando evidente nelle strade.

(Die Welt, 19 giugno 2021 . trad. www.ilvangelo-israele.it)


Molto delicata l'espressione "antisemitismo importato" per non dire "antisemitismo islamico".


Dentro i misteri dei Fratelli musulmani. Così gli islamisti s'insinuano in Occidente

L'inchiesta di un super esperto sulla rete dell'estremismo e dell'islam politico.

di Gian Micalessin

«Ciò che resta è conquistare Roma. L'Islam tornerà in Europa per la terza volta dopo esser stato espulso due volte. Conquisteremo l'Europa, conquisteremo l'America! Non con la spada, ma con la predicazione». Parole di Yusuf Al Qaradawi, leader della Fratellanza Musulmana, che Lorenzo Vidino, studioso italo-americano dei movimenti islamisti e direttore del «Programma sull'estremismo» della George Washington University cita più volte nel suo nuovo Islamisti d'Occidente (Egea-Università Bocconi Editore). E lo fa per mettere in risalto non solo la volontà di conquista e di pretesa superiorità culturale-religiosa della Fratellanza Musulmana, ma anche la sua vocazione alla dissimulazione. Fondata in Egitto nel 1928 dall'Imam Hasan Banna, la Fratellanza oltre che portabandiera dell'Islam politico è il terreno di coltura, grazie ai testi dell'ideologo Sayyd Al Qutb, di idee e azioni di terroristi come Osama Bin Laden e Ayman Al Zawahiri.
  Unendo il rigore della ricerca accademica a un incisività di stampo giornalistico, Vidino offre un dettagliato e inedito resoconto delle attività svolte dalla Fratellanza in seno alle società europee e statunitensi. Vidino ha analizzato per oltre 20 anni le attività della Fratellanza diventandone uno dei pochissimi esperti occidentali, fin da quando all'indomani dell'11 settembre un'inchiesta statunitense svelò i rapporti tra la moschea milanese di viale Jenner, al tempo succursale europea di Al Qaida, e la banca ticinese di Al Taqwa gestita da un trio di facoltosi esponenti della Fratellanza trasferitisi a Milano dopo l'addio ai Paesi d'origine (Egitto, Eritrea e Siria). Vidino è oggi consulente del governo inglese per le attività della Fratellanza.
  Come fanno ben capire le interviste dell'autore ai fuoriusciti del movimento, le severe regole di segretezza dell'organizzazione e la rigida compartimentazione della sua filiera rendono difficile percepirne l'influenza. E così, mentre, paradossalmente, Paesi come Egitto, Emirati Arabi ed Arabia Saudita la equiparano alle formazioni terroriste in Europa, la Fratellanza diventa un punto di riferimento per governi e autorità ignari di affidarsi alle sue strutture. E il caso dell'Italia dove nel novembre 2015 l'Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche in Italia), evidente, ma non esplicita filiazione della Fratellanza, ottiene dal Ministero di Grazia e Giustizia l'incarico di selezionare gli imam autorizzati a entrare nelle carceri per amministrare il culto islamico e prevenire la radicalizzazione. Lo stesso Ucoii che tra il 2013 e il 2016 gestisce «25 milioni di euro di fondi» donati dal Qatar, grande padrino internazionale dei Fratelli Musulmani, per garantire «la costruzione di 43 moschee, tra cui quelle di Ravenna (la seconda più grande d'Italia), Catania, Piacenza, Vicenza, Saronno...».
  «La segretezza del movimento - scrive Vidino - rende difficile la maggior parte degli sforzi volti a comprendere il complesso meccanismo interno suo e dei suoi spin-off». Un meccanismo ben presente nel panorama italiano dove l'Ucoii continua a negare o celare i suoi legami con la Fratellanza. «Uno degli aspetti più problematici -sottolinea Vidino - è l'identificazione di quali organizzazioni e individui possono essere collegati al movimento». Un'ambiguità che permette alla Fratellanza di operare come una piovra invisibile usando le sue smisurate risorse finanziarie per creare intrecci di associazioni, enti o fondazioni dove la Fratellanza Pura, ovvero la rete riservata ai membri dell'organizzazione, non è distinguibile dalle sue emanazioni o dai gruppi che ne subiscono l'influenza. Un labirinto in cui si smarriscono anche magistrati, investigatori e politici.

(il Giornale, 19 giugno 2021)


Guida completa sull’apertura di un conto bancario e sulla gestione delle tasse in Israele

Gestire le finanze in Israele non deve essere una seccatura con la giusta preparazione. Non appena ti sarai sistemato, potrai facilmente aprire un conto presso una delle cinque principali banche israeliane. Quando lo fai, tieni presente che è pratica standard nelle banche israeliane addebitare quasi tutti i servizi. Assicurati di chiedere in anticipo le commissioni bancarie e di avere una chiara comprensione di quali saranno.
Comprendere i conti bancari e il sistema fiscale in Israele è qualcosa con cui ogni nuovo espatriato dovrà fare i conti una volta arrivato in Terra Santa. Ad esempio, sapevi che diverse banche in Israele offrono conti per non residenti? Il processo per aprire il tuo account potrebbe richiedere un po’ più di tempo poiché dovrai superare una serie di controlli. Tuttavia, questi tipi di conti spesso presentano vantaggi come tassi di interesse migliori ed esenzioni da determinate tasse e altre commissioni. Questa potrebbe essere una buona notizia considerando che le tasse in Israele sono tra le più alte al mondo, arrivando addirittura al 50% di tasse sul reddito!...

(Investimenti Magazine, 19 giugno 2021)


Tottenham. Radici ebraiche, ma ora il club è il più green

I tifosi sono affezionati a simboli e slogan ma non c'è più il carattere etnico-religioso.

di Andrea Antonioli

L'Hotspur Football Club (ribattezzato poi Tottenham Hostpur FC dal nome del sobborgo in cui nasce), viene fondato nel Nord di Londra, nel 1882, mentre si sta esaurendo l'epopea della rivoluzione industriale. Il XIX secolo d'altronde aveva portato la capitale dell'impero britannico dal milione di abitanti del 1800 ai 6.7 milioni dei primi anni del '900, e da qui dovrebbero partire i tanti che si interrogano sul numero spropositato di club londinesi: dall'Arsenal al Tottenham, dal Chelsea al West Ham, passando per QPR, Millwall, Charlton, Crystal Palace etc., nella Londra a cavallo tra i due secoli sono molti i borghi (e sobborghi) che trovano una propria squadra in cui riconoscersi.
  Così fa Tottenham Hale che, tuttavia, non offre rappresentanza solo ai residenti ma anche alla comunità ebraica, sempre più numerosa nella zona: stando a quanto raccontano Martin Cloake e Alan Fisher nel loro "A People's History of Tottenham Hotspur Football Club", inizialmente il club, pur avendo i primi tre presidenti ebrei, può contare su una sparuta minoranza di tifosi della comunità ebraica; poi però, soprattutto nei primi decenni del '900, il legame si consolida. Il Jewish Cronichle, giornale ebraico di Londra, afferma che negli anni `20 pressoché tutti gli appassionati di football ebrei tifano Spurs, un numero destinato a crescere negli anni `30. Nel 1935, addirittura, diversi quotidiani scrivono di circa 10mila tifosi ebrei a White Hart Lane, un terzo del pubblico totale. Un vero e proprio fattore di integrazione se come dichiara Anthony Clavane, docente, scrittore e giornalista inglese, sugli spalti «l'identità etnica si intreccia con quella nazionale». Il paradosso però sta qui: oggi la stima in percentuale dei tifosi del Tottenham ebrei raggiunge circa il 5%, numero simile a quello degli odiati cugini - a proposito di Nord di Londra - dell'Arsenal; eppure la squadra continua a essere indicata come espressione della comunità ebraica, in un rapporto che si è spogliato del suo carattere etnico-religioso ma ha mantenuto un tratto (post)identitario.
  Negli anni i tifosi Spurs sono diventati gli `Yids", termine dispregiativo che viene dal tedesco antico Jüde, ma che gli stessi supporter del Tottenham hanno fatto proprio: tra il vecchio e il nuovo White Hart Lane più volte si sono viste bandiere di Israele, stelle di David, pezze e bandiere con la scritta "Yid Army" (una sigla che ormai è passata, per sineddoche, a rappresentare l'intera tifoseria); e ancora più spesso abbiamo sentito cori quali we are the yids, we are we are we are the Yids!, nella rivendicazione di «un tratto identitario per distinguersi da altri tifosi [...] espressione di orgoglio e di appartenenza esclusiva al Tottenham. Ma privo di alcuna appartenenza religiosa», come scrivono Mauro Bolzoni e Matteo Grazzini in `T. H. La storia del Tottenham Hotspur".
  Oggi quindi molte cose sono cambiate, e la presunta identità ebraica è più che altro una risposta per cementarsi all'interno ma sprovvista di solide basi. Al contrario il tifo Spurs è molto variegato così come multietnica è la prima squadra, con calciatori di ben 16 nazionalità differenti. Anche per questo il club, recentemente nominato il più "green" e "sostenibile" del campionato (qualunque cosa voglia dire), è ormai a tutti gli effetti espressione di una Premier League sempre più globalizzata. Lo stesso borgo di Haringey, in cui si trova Tottenham, è un feudo ultralaburista nel quale i conservatori hanno conquistato 0 seggi contro i 42 dei Labour (elezioni 2018), e il "Remain" nel referendum sulla Brexit ha toccato quasi l'80% delle preferenze (uno dei tassi più alti di tutta l'Inghilterra). Anche qui vanno ricercate le cause dell'indignazione per le frasi di Gattuso: in un luogo dove la Calabria profonda, probabilmente, è più lontana di Marte.

(Corriere dello Sport, 19 giugno 2021)


Firma di un accordo tra Brasile e Israele

di Lia Boni

Giovedì 10 il Comitato per le relazioni estere e la difesa nazionale (CREDN) della Camera dei Rappresentanti ha ratificato l’Accordo sulla cooperazione scientifica e tecnologica firmato tra Brasile e Israele, a Gerusalemme, il 31 marzo 2019. Parere del Rappresentante Aroldo Martins (REPUBLICANOS-PR) è stata accettata a favore Convenzione.
   Il trattato firmato dal ministro Marcos Pontes prevede che i due Paesi conducano ricerche scientifiche e tecnologiche congiunte, sviluppino programmi e progetti, forniscano e scambino attrezzature per la ricerca. Inoltre, Brasile e Israele dovrebbero incoraggiare la partecipazione dei rappresentanti dei loro paesi a tavole rotonde, seminari, simposi, workshop e conferenze sui temi della cooperazione.
   Secondo Aroldo Martins, Brasile e Israele condividono una lunga storia di cooperazione nei campi scientifico e tecnologico, nel settore agricolo e nei campi della difesa e degli affari militari. Dagli anni ’60, Israele ha contribuito allo sviluppo dell’agricoltura semi-arida, applicando tecniche di irrigazione e diffondendole nelle regioni del nord-est del Brasile.
   Attualmente, il Brasile è al 71° posto nel Global Competitiveness Ranking del Global Competitiveness Report, mentre Israele è al 20° posto e al primo posto nel MENA Competitiveness Ranking e al 10° posto nel Global Innovation Index. .
   Inoltre, secondo i dati del Ministero degli Affari Esteri, Israele è anche il Paese che investe la quota maggiore del proprio PIL in ricerca e sviluppo (4,3%). Il Paese è anche il primo al mondo per numero di startup pro capite. Hanno attirato collettivamente investimenti per $ 6,47 miliardi nel solo 2018.

(Giornale di Siracusa, 18 giugno 2021)



La nuova barbarie digitale

Il dibattito sul ruolo dei social network

di Bernard-Henri Lévy

Il presidente della Repubblica Macron ha ragione. Esiste sul serio un imbarbarimento collettivo ascrivibile al successo dei social network. E ciò è dovuto a cinque motivi.

Il primo è l’istantaneità dei pensieri che vi si esprimono, il fatto che questi non conoscano più un minimo di distacco, di filtro e, letteralmente, di mediazione. Di conseguenza, i pensieri sui social sono affini a quel linguaggio troppo crudo, troppo presente a sé stesso, troppo intenso che Hegel considerava tra le cause di violenza e ferocia tra gli uomini.

Il secondo è l’inganno di questi social che, lungi dal farci socializzare come starebbe a indicare il loro nome, in verità non fanno altro che desocializzarci, con la conseguente illusione di presunti amici che ci amano con un click, che smettono di amarci con un altro click e il cui incremento è segno, come per i non-cittadini di Saint-Just, del fatto che non abbiamo davvero più amici… Falsa ricchezza di autentiche parole a vanvera che si misura in like e follower che dovrebbero apportare maggior valore alle nostre esistenze e, al contrario, ci confinano in una solitudine senza precedenti.
In sintesi, regno di un narcisismo che, con il pretesto della connessione, sottolinea la rottura rispetto a tutto quello che un tempo plasmava le comunità, la solidarietà, la fraternità.

Terzo: conosciamo la storia del famoso vescovo Dionigi, decapitato dai barbari e che nondimeno attraversò a piedi la collina di Saint-Denis tenendo sottobraccio la sua testa mozzata. Con i meccanismi della Rete, assistiamo a un fenomeno dello stesso tipo, ma su scala planetaria e che interessa tutti gli esseri umani. Oggi non si tratta più della nostra testa, certo, ma della nostra memoria. Non la portiamo più con noi sottobraccio, ma nel palmo delle nostre mani, oppure in fondo a una tasca, considerato che sui nostri smartphone ci alleggeriamo dell’attenzione che consente di risalire consapevolmente a informazioni, situazioni e frammenti di ricordi che dimentichiamo tanto più di buon grado quanto più la tecnologia ci consente di recuperarli a nostro piacimento. In questa dislocazione, in questa esfiltrazione, in questo scaricabarile della nostra facoltà di ricordare affidata alle macchine c’è un fatto antropologico che conduce all’inesorabile atrofizzazione di una facoltà della memoria che, dai tempi di Platone, sappiamo essere uno dei legami più solidi tra gli esseri umani e uno di quelli più adatti a scongiurare il peggio.

Quarto, la volontà di verità. Anch’essa crea un legame tra gli uomini. Nel riconoscimento di una verità – il cui amore, se non altro, è condiviso – vi è un’altra ragione concreta che impedisce loro di uccidersi a vicenda. E nondimeno, che cosa è un social network? È la sede di uno slittamento progressivo, di cui non si sono quantificate a sufficienza tutte le conseguenze. Si comincia con il dire: “Tutti hanno pari diritto di esprimere ciò in cui credono”. Poi si passa a: “Tutte le cose espresse in cui si crede godono del medesimo diritto a essere rispettate nello stesso modo”. E poi, ancora: “Se tutte sono rispettabili nello stesso modo, significa che sono tutte valide, importanti e apprezzabili nello stesso modo”. Ecco, è così che, a partire dal desiderio di democratizzare il “coraggio della verità” caro a Michel Foucault e pensando di offrire a tutti il mezzo tecnologico per contribuire all’avventura della conoscenza, si è creato un parlottio globale in cui nulla autorizza più a gerarchizzare o a distinguere tra intelligenza e delirio, tra informazione e fake news, tra ricerca della verità e passione per l’ignoranza. Si tratta di un ritorno, quasi ricalcando l’eleganza greca, di quei celebri sofisti che sostenevano che quella che un tempo chiamavano “la” Verità è un’ombra indistinta in una notte in cui tutte le illusioni sono grigie. E, in questa profusione oscura e assordante in cui si sono trasformati i social network, la verità di ognuno vale quanto quella del suo vicino e ha diritto a tutti i mezzi – assolutamente tutti, fossero pure violenti e financo feroci – atti a imporre la propria legge.

E, infine, quinto. Ricordiamo tutti la struttura panoptica teorizzata per le prigioni dal filosofo utilitarista inglese del XVIII secolo Jeremy Bentham, basata su un osservatorio collocato in una torretta centrale che permetteva alle guardie di osservare senza essere viste e ai detenuti, sistemati in celle individuali poste a raggiera attorno a essa, di vivere sotto il loro sguardo. L’originalità dei social consiste nel fatto che quell’occhio non si chiude mai, sorveglia i corpi e penetra nelle anime, viola la loro interiorità rendendola evidente a chiunque e non è più l’occhio di una guardia, di un superiore, di un padrone, bensì di ciascuno di noi. La novità è che questo progetto consistente nel voler vedere tutto, sapere tutto e penetrare nello spirito e nell’intimità altrui è alla portata di qualsiasi nostro vicino in Rete. Nella misura in cui permette ai superiori di spiare i sottoposti, ma anche ai sottoposti di spiare i superiori, e indifferentemente a tutti di controllare o condannare chiunque altro, questo meccanismo neobenthamiano crea un regime politico nuovo che non si può definire né seriamente democratico né distintamente autocratico; che si sarebbe tentati di chiamare scopocratico, in ragione di questa teoria dello sguardo e del voyerismo gaudente a cui esso dà vita; e che viola una delle leggi più antiche della Storia, enunciata dai tempi dei tragici greci a Epidauro e Olimpia: “Uomini, non andate a guardare troppo da vicino – con il rischio di essere accecati o, peggio ancora, imbrattati dal loro sangue – da quel lato dello specchio che è il corpo animale dei vostri simili.” I tragici greci non avevano torto. Da questo furore scopocratico, infatti, nasce depredazione. Una rabbia accusatrice osservata di rado nella storia del genere umano. Un clima di giustizia popolare che viaggia alla velocità della luce virale di una Rete che funziona a pieno regime e crea un’umanità assetata, come gli dèi di Anatole France, non di sangue ma di chiacchiericcio. E, al termine di questa mischia – in cui a ogni istante, o quasi, un’altra testa cade nella cesta panoptica dei nuovi corvi – è in corso una guerra di tutti contro tutti, la cui ferocia nessun Hobbes ha mai immaginato.
Come uscire da questo incubo? Lo ignoro.

(la Repubblica, 19 giugno 2021)


Dunque con i social "si è creato un parlottio globale in cui nulla autorizza più a gerarchizzare o a distinguere tra intelligenza e delirio, tra informazione e fake news, tra ricerca della verità e passione per l’ignoranza". Bellissima l'espressione sintetica con cui l'autore riassume l'essenza dei social: "un parlottio globale". Poco dopo l'uscita di Facebook, chi scrive lo definiva più pedestremente "un cortile". E dopo esserci entrato una volta quasi per sbaglio, ne è uscito subito dopo. Ma - dicevano e dicono ancora molti - nel cortile si possono dire, imparare e fare molte cose utili e interessanti. Pragmaticamente sarà anche vero, ma forse è anche vero che in questo modo si è soppressa la verità. In modo pratico, non filosofico. Chi si immerge nel chiacchiericcio dei social, ha già fatto sparire dal suo orizzonte il pensiero della verità. M.C.


 

Elezioni iraniane: ecco chi è Ebrahim Raisi, il prossimo Presidente iraniano

Ecco chi è il vincitore designato delle “libere” elezioni iraniane di oggi. Uno sterminatore di prigionieri politici e di oppositori del regime.

di Darya Nasifi

Oggi in Iran si tengono le discusse elezioni iraniane, mai così apertamente falsate per consentire la vittoria del candidato gradito al Grande Ayatollah Ali Khamenei, cioè Ebrahim Raisi.
Già il Consiglio dei Guardiani, cioè l’organismo che decide chi può o non può partecipare alle elezioni presidenziali, aveva tagliato tutti i candidati “riformisti” rendendo le elezioni una farsa.
Ma non è bastato al Grande Ayatollah Khamenei. Voleva essere così sicuro che vincesse Ebrahim Raisi che con una mossa senza precedenti ha praticamente costretto tre candidati a ritirarsi.
Giusto per capire chi è il prossimo Presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi è il capo intransigente della magistratura iraniana che nella sua lunga carriera da magistrato ha mandato a morte migliaia di prigionieri politici.
Giusto per capirci, in Iran non esiste un candidato Presidente moderato, esistono (o esistevano) candidati meno intransigenti e meno radicali.
Il termine “moderato” che veniva usato per il Presidente uscente, Hassan Rohuani, è in realtà un termine usato impropriamente in occidente specie da quella stampa che pur di nuocere a Israele preferisce definire “moderato” un assassino.
Ciò detto, Ebrahim Raisi è qualcosa di più di un semplice assassino, è uno sterminatore di prigionieri politici e di riformisti. Ha mandato a morte uomini e donne con le accuse più stravaganti solo perché non si conformavano alle intransigenti leggi coraniche imposte dagli Ayatollah.
È l’uomo che ha fatto sparire nel nulla centinaia di attivisti del Movimento Verde, ragazzi e ragazze dei quali da anni non si sa assolutamente più nulla.
Eppure diranno [avranno il coraggio di dire] che Ebrahim Raisi “è stato eletto in libere e democratiche elezioni” e che quindi è giustificato a guidare l’Iran per i prossimi anni.
Non vi fate ingannare. Le elezioni in Iran sono tutto fuorché democratiche e Ebrahim Raisi è tutto meno che il Presidente degli iraniani.
Lo sterminatore di giovani ragazzi e ragazze, il boia di migliaia di oppositori, non rappresenta l’Iran. Rappresenta Khamenei e i Guardiani della Rivoluzione, ma non gli iraniani.

(Rights Reporter, 18 giugno 2021)


Grazie, Bibi, per il tuo impegno

Da "The Washington Times", 10/06/2021

di Daniel Pipes

Seguendo l'esempio del primo ministro Benjamin "Bibi" Netanyahu, molti dei suoi sostenitori diffamano i tre capi dei partiti conservatori israeliani che hanno rifiutato la sua leadership, a favore di quello che viene chiamato il governo del cambiamento. Nonostante io sia un ammiratore di lunga data (ci incontrammo per la prima volta nel 1983) del premier, apprezzo Naftali Bennett, Avigdor Liberman e Gideon Sa'ar per le loro azioni di principio. Meritano consensi, non insulti.
  Quegli insulti fanno parte di una campagna per far cambiare idea al trio e ai membri dei loro partiti. Netanyahu si scaglia contro quello che erroneamente definisce un "pericoloso governo di Sinistra". Il suo alleato Itamar Ben Gvir ha denunciato "l'emergente governo estremista di Sinistra". Un altro alleato di Netanyahu, Aryeh Deri, ha prospettato che Bennett "distruggerà e rovinerà tutto ciò che abbiamo preservato per anni". Un altro ancora, May Golan, è andato oltre, paragonando Bennett e Sa'ar ad "attentatori suicidi". Manifestanti nelle strade hanno bruciato la foto di Bennett e lo hanno definito un "traditore". In un avvertimento molto insolito, il capo del servizio di sicurezza interna israeliano, lo Shin Bet, ha avvisato che l'aumento dell'istigazione e dell'incitamento potrebbe innescare la violenza politica.
  Quella campagna di pressione potrebbe funzionare perché la coalizione del cambiamento ha solo 61 seggi alla Knesset contro i 59 del partito di Netanyahu; una sola defezione farebbe fallire la formazione del governo e richiederebbe lo svolgimento delle temute quinte elezioni del Paese in poco più di due anni.
  Finora, tuttavia, la campagna è fallita, grazie a politici con dei princìpi. Sa'ar, membro di lunga data del partito di Netanyahu, esemplifica la loro linea d'azione. Netanyahu gli ha di recente offerto di diventare primo ministro, se solo avesse mantenuto ["ritirato", non "mantenuto", errore di traduzione, ndr] la sua promessa elettorale di non formare una coalizione con lui. Ma Sa'ar ha subito respinto la tentazione e ora è in lizza per ricoprire la carica decisamente più modesta di ministro della Giustizia nel governo del cambiamento. Se questo non è un principio, non so cos'altro lo sia.
  Spero quindi che la campagna di pressione fallisca. Sì, è vero, Netanyahu è stato un eccellente leader; ma più di quindici anni alla guida dell'Esecutivo di Israele lo lasciano alle prese con casi giudiziari che distorcono le sue priorità e con ex alleati che diffidano della sua leadership e la rifiutano. Inoltre, la campagna di pressione è immorale e pericolosa. Per questi (e per molti altri motivi) lo stesso Netanyahu è diventato il fulcro della disputa nazionale. L'attuale dramma di Israele non ha quasi alcun contenuto politico di fondo – non c'entra l'Iran, né l'annessione della Cisgiordania, né i palestinesi, né l'economia e nemmeno la pandemia – ma piuttosto è incentrato sul suo personaggio.
  Solo quando Netanyahu lascerà il premierato i partiti conservatori e centristi potranno unirsi e governare uniti. Con Netanyahu fuori dal governo, la disorganica e perfino bizzarra coalizione odierna di 61 membri provenienti da tutto lo spettro politico (Destra, Centro, Sinistra e islamista) potrebbe essere sostituita da un ragionevole blocco di centro-destra composto da un massimo di 81 membri, ossia più di due terzi dei 120 seggi del Parlamento. Ciò consentirebbe a Israele di ottenere finalmente il governo che questo Paese sempre più conservatore merita, uno che in particolare potrà affrontare le sue due questioni interne più importanti e a lungo termine: l'integrazione della crescente popolazione haredi (ultra-ortodossa) e di quella musulmana.
  La comunità degli Haredim è riuscita a diventare un pupillo del governo, dipendente dalla liberalità, pur sottraendosi al dovere militare, e in molti casi non riconosce lo Stato. Non sorprende affatto che questa combinazione generi un notevole risentimento tra i suoi connazionali che pagano le tasse e prestano servizio militare. Lieberman, il quale dovrebbe sovrintendere alle finanze statali, ha fatto dell'integrazione degli Haredim la sua massima priorità, promettendo di usare la sua posizione per "fare tutto il possibile per fornire loro un'istruzione e consentirgli di imparare una professione permettendo loro di essere indipendenti". E Lieberman è nella posizione ideale per svolgere questo compito.
  I musulmani di Israele sono ancora più problematici, e gli scontri del mese scorso sono serviti a ricordarlo vividamente. Come da me osservato quasi un decennio fa, la questione fondamentale è che la maggior parte degli arabi israeliani "vorranno continuare ad essere con convinzione dei cittadini non-fedeli dello Stato ebraico (in contrapposizione a essere cittadini fedeli di uno Stato palestinese)". Pur apprezzando i numerosi vantaggi di vivere in Israele, dal tenore di vita allo Stato di diritto alla copertura assicurativa, continuano a nutrire, tuttavia, una diffusa e profonda ostilità per l'integrazione nell'impresa sionista. Questa contraddizione è stata messa da parte per troppo tempo e necessita di uno sguardo onesto e sostenuto con l'obiettivo di trovare soluzioni creative: e l'autonomia comunale in stile mediorientale offre un possibile approccio.
  Finché Benjamin Netanyahu continuerà a essere primo ministro, la politica israeliana rimarrà nell'impasse, statica e bloccata. Pertanto, è giunto il momento di ringraziare Netanyahu per lo straordinario servizio da lui reso e, mentre la sua era volge al termine, di aspettare con impazienza che Israele passi oltre procedendo verso nuovi traguardi.

Pezzo in lingua originale inglese: Bibi, Thank You for Your Service

(danielpipes.org, 18 giugno 2021 - trad. Angelita La Spada)


In Iran si vota, tra minacce e dittatura

di Ugo Volli

Le elezioni non sono necessariamente sinonimo di democrazia. Anche molti paesi dittatoriali tengono elezioni: l’ha appena fatto la Siria, rieleggendo Assad col 96% dei voti, nel 2019 l’ha fatto la Corea del Nord, nel 2018 la Cina e Cuba. Forse solo l’Autorità Palestinese non tiene elezioni da quindici anni. Tutto sta naturalmente a come si svolgono le elezioni, chi ha diritto di candidarsi e di fare campagna elettorale, quanto libero e segreto è il voto, quanto contano poi davvero gli eletti. Nessuna meraviglia dunque che domani 60 milioni di iraniani siano chiamati alle urne per sostituire il presidente attuale Hassan Rouhani, ineleggibile in quanto ha già completato due mandati.
   In realtà il presidente iraniano non è affatto il massimo responsabile della politica iraniana, anche se formalmente è il capo dell’esecutivo come il presidente americano o quello francese. La vera autorità che ha il potere di comandare a tutti, compreso il presidente, in Iran è la “guida suprema” che governa a vita. Finora, a quarantadue anni dalla rivoluzione islamica, ce ne sono state solo due, prima per dieci anni, fino alla morte, l’ayatollah Ruhollah Khomeini; dal 1989 Ali Khamenei. La “guida suprema” è eletta da un’”assemblea degli esperti dell’orientamento” di 88 clerici islamici nominati per 8 anni da un “consiglio dei guardiani della costituzione” di 16 membri, la metà dei quali è scelta direttamente dalla guida suprema e l’altra metà dal capo del potere giudiziario che dipende sempre dalla guida suprema. Il “consiglio dei guardiani” ha anche il potere di selezionare i candidati alle elezioni. La regola è che “qualsiasi cittadino iraniano nato in Iran, purché sia maschio, credente in Dio e nell'Islam, e sia sempre stato sempre stato fedele alla Costituzione, alla tutela del giurista islamico [cioè, al potere clericale sulla società politica, una novità assoluta nella tradizione islamica stabilita da Khomeyni], al leader supremo, alla Repubblica islamica, può registrarsi come candidato presidenziale.” Poi però ci pensa il “consiglio dei guardiani” a decidere chi possa comparire davvero sulle schede elettorali, senza dover nemmeno spiegare le ragioni delle sue scelte; a ogni buon conto la “guida suprema” può firmare o meno il decreto di nomina, senza il quale l’eletto non diventa presidente.
   Valeva la pena di spiegare per bene questo circuito di nomine tutto clericale, maschile e autoreferenziale, da cui il popolo è del tutto escluso, perché esso rende assai poco significativa la votazione vera e propria. Le scelte delle candidature sono sempre molto unilaterali sul piano politico, escludono i democratici, coloro che vorrebbero cambiare il regime anche solo un po’, per non parlare delle donne o dei non islamici. Le scelte sono tutte interne e funzionali alla continuità del potere degli ayatollah.
   Quest’anno le candidature ammesse sono quattro. Il più giovane è con meno chances si chiama Amir Hossein Ghazizadeh Hashemi ha 50 anni, è stato deputato quattro volte ed è definito “conservatore”.
   Il successivo è Mohsen Rezaei, 66 anni, da 25 presidente del “consiglio per il discernimento dell'Interesse del sistema”, un organismo consultivo nominato dalla guida suprema. E’ stato per 16 anni comandante in capo della milizia del regime, le potenti e ricche “guardie rivoluzionarie”. E’ considerato un membro della “linea dura” della rivoluzione.
   Segue Abdolnaser Hemmati, 64 anni, l’unico che viene definito tecnocrate o moderato, avendo presieduto per un paio d’anni la banca nazionale dell’Iran. La sua elezione è considerata del tutto improbabile.
   Il candidato più accreditato è Ebrahim Raisi, 64 anni, attualmente capo della corte suprema dell’Iran e in generale dell’ordine giudiziario, anche lui esponente della linea dura. E’ considerato responsabile della pesantissima repressione del movimento di protesta giovanile degli anni scorsi, colui che in genere ha avallato e anzi guidato le migliaia di esecuzioni capitali eseguite in Iran ogni anno, le torture, gli imprigionamenti arbitrari di chiunque sia sospetto di scarsa adesione al regime.
   Se nessuno otterrà la maggioranza assoluta, vi sarà un secondo turno coi due candidati più votati. Come si vede, si tratta di candidati che non hanno affatto non solo la possibilità ma nemmeno l’ambizione di cambiare la politica iraniana. Tutti vogliono il nucleare, tutti appoggiano l’imperialismo iraniano, tutti odiano Israele e l’America, tutti appoggiano l’integralismo islamico. Forse solo Hemmati potrebbe presentare al mondo la faccia apparentemente tranquillizzante che era l’arma principale di Rouhani, anche se poi la sostanza non corrispondeva affatto alla sua affabilità.
   Gli altri, in particolare Raisi e Rezaei sono personaggi particolarmente esposti nell’attività repressiva e nell’imperialismo del regime. Durante i dibattiti televisivi che si possono vedere filmati e sottotitolati in rete grazie al lavoro meritorio dell’istituto MEMRI si sono minacciati l’un l’altro di processi per tradimento, condanne al carcere e peggio.
   Il regime traballante degli ayatollah evidentemente ha più bisogno di mano dura nel tenere sottomesso un paese impoverito e inquieto che di sembrare civile e democratico. Tanto hanno capito che all’amministrazione Biden e all’Unione Europea va bene chiunque si presenti in nome della rivoluzione islamica.

(Shalom, 17 giugno 2021)


 La Sfilata delle Bandiere

di Valentino Baldacci

E così anche la Sfilata delle Bandiere a Gerusalemme è passata senza dar luogo a incidenti particolarmente gravi. Ma è bene dire subito che la Sfilata di quest’anno è stata qualcosa di molto diverso da quelle che si sono tenute in passato in occasione di Yom Yerushalayim, il Giorno di Gerusalemme dedicato al ricordo della riunificazione della città con la guerra del 1967.
   Un discorso analogo va purtroppo fatto anche per la manifestazione che si è tenuta martedì 15 giugno: in passato la Sfilata delle Bandiere era l’occasione per una grande festa di popolo, che univa tutti i cittadini ebrei di Gerusalemme, con canti e balli, con una presenza preponderante dei giovani e in particolare delle ragazze delle scuole superiori che con le loro magliette multicolori davano il senso della festa, della gioia condivisa.
   Quest’anno la Sfilata ha avuto tutt’altro svolgimento e tutt’altro significato. Non è stata una festa unificante ma divisiva: da momento di unità si è trasformata in una manifestazione di parte, della parte più nazionalistica della popolazione di Gerusalemme, diretta essenzialmente contro il Governo appena insediato. Una manifestazione nazionalistica dove non sono mancati gli slogan anti-arabi dal contenuto razzista, come ha rilevato il ministro degli Esteri Yair Lapid.
   Ma anche visivamente la Sfilata ha avuto un carattere del tutto diverso rispetto al passato: è stata una manifestazione quasi esclusivamente maschile, le ragazze erano quasi del tutto assenti, i partecipanti indossavano in maggioranza la kippah per sottolineare la loro appartenenza politico-religiosa; l’unica cosa in comune con le precedenti Sfilate è stata il grande sventolio delle bandiere bianco-azzurre, usate però in questa occasione come segno di divisione, non di unità.
   La divisione è stata il segno non solo della parte ebraica ma anche di quella palestinese. Il leader di Ra’am Mansour Abbas, pur affermando che la Sfilata, tenuta in queste condizioni, appariva una provocazione, ha tenuto a sottolineare che essa era rivolta soprattutto contro il Governo appena insediato. Viceversa altri due membri della Knesset, appartenenti all’altra lista araba, la Joint List, si sono lasciati andare a dichiarazioni incendiarie, uno sostenendo che la bandiera palestinese un giorno sventolerà sulle mura di Gerusalemme, l’altro che Gerusalemme sarà un giorno la capitale della Palestina riconquistata. C’è solo da augurarsi che la Sfilata delle Bandiere del 2022 ritorni a essere ciò che era sempre stata, un momento di unità e di festa.

(Pagine ebraiche 24, 17 giugno 2021)


Era davvero unitaria la Sfilata che si faceva gli anni scorsi? Erano davvero uniti “tutti i cittadini ebrei di Gerusalemme”? Anche gli ultraortodossi? E che popolo era quello che si riuniva “per una grande festa di popolo”? Popolo ebraico? Popolo israeliano? Non appena si prova a definire che cos’è l’unità, escono fuori le divisioni. M.C.


La narrativa perdente di chi difende Israele

Le campagne di immagine pro-Israele che presentano una nazione di spiagge assolate e locali notturni sono destinate a far presa su pochi individui.

di Davide Cavaliere

Tutti i conflitti tra Israele e i suoi nemici, siano essi Stati arabi o gruppi terroristici, scatenano ondate di odio antisemita e antisionista. Sono poche le voci sui quotidiani, nei dibattiti televisivi e sui social media schierate con Israele. Fatto ancor più drammatico, molti e sinceri sostenitori dello Stato ebraico impiegano argomenti futili e inefficienti contro le menzogne dei filopalestinesi.
  La canonica campagna in difesa di Israele si risolve in un racconto composto da innovazioni tecnologiche, belle soldatesse in bikini, arabi con cittadinanza israeliana che servono nell’esercito, gay pride, diffusione della dieta vegana tra le truppe e medici ebrei che curano bambini arabi. Il tutto accompagnato dalla più scontata delle affermazioni: “Israele unica democrazia del medioriente”. Una tale narrazione non può che fallire.
  Intanto, richiamarsi alla democrazia è infruttuoso. I nemici di Israele, siano essi di estrema destra, estrema sinistra o islamisti, odiano Israele proprio in quanto democrazia. Dir loro che lo Stato ebraico è liberale e laico significa dargli un buon motivo per continuare a disprezzarlo. Islamisti e neofascisti vedono la democrazia come elemento di decadenza morale, mentre la sinistra radicale la intende come maschera dello sfruttamento capitalista.
  Una narrazione filoisraeliana incentrata sulla libertà, il pluralismo e i diritti umani non può rompere il muro della menzogna perché si appella ai fatti e alla ragione. Al contrario, i terroristi di Hamas e i loro alleati propongono all’opinione pubblica una storia avvincente, che fa leva su passioni rivoluzionarie: Gaza è sotto assedio da parte di Israele, ultima potenza coloniale ancora in vita. Milioni di persone affamate e disperate combattono in ogni modo possibile tra le macerie delle loro case. Sono un mucchio di bugie, ma non importa, sono appassionanti.
  Il problema non è che i terroristi islamici e i loro apologeti mentano, il nemico mente sempre, ma che Israele e i suoi sostenitori non sappiano più raccontare delle storie avvincenti. Hanno sostituito le peripezie dell’avventura sionista con un resoconto sulla prosperità economica e l’avanzamento dei diritti civili. Il ritratto di Israele come società festosa e tollerante, ricca e aperta, è poco più entusiasmante di un opuscolo turistico.
  Tutta l’epopea sionista è ricca di eventi avvincenti. Israele è uno Stato venuto alla luce contro tutte le probabilità. I suoi fondatori lo hanno edificato sfidando l’impero ottomano, quello britannico, il nazismo e le masse arabe. Scavando nel passato si rinvengono vicende di eroi e profughi in fuga, resistenze disperate e idee brillanti.
  Le uniche storie capaci di fare presa su un vasto pubblico sono quelle di lotta. Quando le società che hanno combattuto iniziano a esporre la ricchezza e la tranquillità che hanno ottenuto, dimostrano di avere paura di perderle. Non sempre tale timore rende più risoluti.
  Le campagne di immagine pro-Israele che presentano una nazione di spiagge assolate e locali notturni sono destinate a far presa su pochi individui. È quanto mai necessario raccontare la storia, vera, di milioni di persone che hanno combattuto e combattono per la propria vita contro nemici implacabili. I toni non dovranno essere né concilianti né sfumati, ma netti. Occorre anche parlare della prosperità economica di Israele, ma per opporla, in modo deciso, all’arretratezza araba. Lo Stato ebraico deve prima raccontare la storia di Daniel Gold e del sistema antimissilistico Iron Dome e, solo successivamente, la movida di Tel Aviv.
  Se Israele e i suoi fautori non riescono a narrare la lotta in cui si trovano perché cruda e politicamente scorretta o perché hanno troppa paura di affrontarla, allora non solo non l’affronteranno, ma insinueranno nei loro nemici il sospetto di non essere in grado di vincerla.

(Il Corriere Israelitico, 16 giugno 2021)


Il nodo palestinese è del 1918

Il Medio Oriente viene concesso agli arabi e la Palestina agli ebrei

di Gabriele Amore

Quando si parla del conflitto israelo-palestinese non si può ignorare il contesto storico all'origine di tutto: l'esito della Prima Guerra Mondiale. Nel 1918 ormai in ritirata su tutti i fronti e con l'esercito ridotto a un sesto della forza originaria, all'Impero ottomano non restò altro che trattare la propria resa: il 30 ottobre i suoi rappresentanti siglarono l'armistizio di Mudros e il 13 novembre una forza d'occupazione alleata si stabilì a Costantinopoli. Negli anni successivi, dopo le vicende della guerra d'indipendenza turca, che vede l'ascesa al potere del «padre della Turchia» Kemal Atatürk, con i vari mandati stabiliti dall'allora Società delle Nazioni i Paesi arabi facenti parte dell'Impero ottomano vengono assegnati a Francia e Regno Unito. La Francia ebbe il mandato sulla Siria e sul Libano, mentre il Regno Unito sulla Palestina, la Transgiordania e la Mesopotamia (l'odierno Iraq), seguendo le sfere di influenza definite negli accordi segreti di Sykes-Picot del 1916.
   Con le suddivisioni territoriali, gli Alleati della Prima Guerra Mondiale beneficiavano della vittoria attraverso un controllo diretto o indiretto di ampi territori, in questo caso, anche del Medio Oriente. Lo scopo della Società delle Nazioni era quello di guidare l'economia dei Paesi arabi, promettendo piani di sviluppo per migliorare le già allora precarie condizioni di vita di ampie fette della popolazione.
   La comunità ebraica era già presente in Palestina e nel 1915 contava 83 mila persone. Il progetto «sionista», già teorizzato nel diciannovesimo secolo, mirava a far sì che gli ebrei sparsi per il mondo potessero ritornare ad avere, dopo secoli, una propria nazione. Quando la Palestina fu assegnata al mandato britannico, il Regno Unito decise di avallare il progetto, anche per tenere sotto controllo la presenza araba. Lord Arthur J. Balfour nel 1917 disse: «Il governo di Sua Maestà vede con benevolenza l'istituzione in Palestina di una National Home per il popolo ebraico e farà del suo meglio perché tale fine possa essere raggiunto, rimanendo chiaro che niente deve essere fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina»
   Questo è un punto fondamentale per comprendere l'origine delle ostilità. Il punto di vista ebraico parte proprio da qui: dopo la Prima Guerra Mondiale gli arabi avevano diritto certamente ad avere dei propri Stati, ma in realtà ciò non sarebbe stato individuato nella Palestina, che sarebbe dovuta essere di pertinenza ebraica nella sua integralità. In effetti una versione della bandiera della Palestina durante il mandato britannico aveva impressa la «stella di David», così come appare oggi anche nella bandiera dello Stato di Israele. La possiamo vedere ritratta in una edizione del dizionario Larousse del 1939.
   È importante soffermarsi su questo punto. Gli inglesi avevano certamente promesso delle terre alle popolazioni arabe per aver supportato l'Alleanza nell'attacco decisivo contro gli ottomani, di cui loro stessi erano desiderosi di liberarsi definitivamente, ma anche leggendo la storica dichiarazione di Balfour è la versione ebraica che appare maggiormente avvalorata: l'intero mandato britannico sulla Palestina sarebbe dovuto passare sotto il controllo del popolo ebraico, mentre agli arabi sarebbero spettati gli altri Stati. Sarebbero sorti successivamente infatti il Libano, la Siria, l'Iraq, la Giordania, la stessa Arabia Saudita, tutti Paesi che nei piani dei vari mandati erano già stati assegnati alle popolazioni arabe. Se non si parte da questo dato storico fondamentale non riusciamo a capire perché la Palestina è stata da sempre una terra contesa sia dalle popolazioni ebraiche che da quelle arabe.
   Accade così che dagli 84 mila presenti nel 1922 si arriva a oltre 900 mila ebrei nella Palestina del 1947. La grande immigrazione viene coadiuvata dall'Agenzia ebraica Sochnut) che permetteva anche l'utilizzo di fondi per acquistare i terreni dagli arabi presenti in Palestina, per sistemare così l'arrivo dei nuovi coloni. L'efficace organizzazione spinse le autorità britanniche a consigliare agli arabi di fondare una Agenzia con le stesse finalità, proposta che però fu subito respinta dai leader delle comunità locali. La forte immigrazione non tardò ad alimentare le tensioni con le comunità arabe che si sentivano minacciate dal crescente arrivo dei coloni ebrei. Aggiungiamo pure le scarse risorse presenti e l'aumento della disoccupazione, in particolare tra gli arabi, e il quadro è completo. Nonostante l'Agenzia acquistasse regolarmente le terre dagli arabi, provocandone così l' allontanamento da diverse aree, si andò diffondendo l'idea di una invasione da parte degli ebrei in una terra la quale venne regolarmente assegnata dagli accordi successivi alla Prima Guerra Mondiale.
   Il sionismo ha fatto certamente comodo agli inglesi, che vedevano negli ebrei una presenza rassicurante in Medio Oriente, come baluardo e argine alla espansione araba. La proposta dei due Stati in Palestina in realtà nasce solo successivamente, lì dove fallisce il progetto di un unico Stato che avrebbe dovuto essere il perfetto continuum del mandato britannico, senza alterarne i confini. In sostanza gli arabi ivi presenti, certamente garantiti nei diritti civili e religiosi, avrebbero dovuto lasciarsi governare dalla comunità ebraica come in parte accade oggi nell'attuale Stato di Israele. Agli arabi sarebbe rimasto il governo diretto di tutti gli altri Stati sorti dalla caduta dell'Impero ottomano. Il popolo ebraico viene visto invece come una minaccia esistenziale da parte delle comunità arabe dall'accettazione si passa rapidamente al loro rifiuto. I nuovi assetti geopolitici in Medio Oriente sorti dalla Prima Guerra Mondiale furono quindi rifiutati dagli arabi. La Palestina divenne così il vero oggetto di scambio, quella eterna terra promessa sempre negata ad un popolo fiero ed orgoglioso delle sue origini e della sua storia.

(Atlantico Quotidiano, giugno 2021)


Lancio di palloni incendiari dalla Striscia di Gaza e risposta israeliana

Dopo meno di un mese dall'entrata in vigore della tregua

TEL AVIV - Dopo il cessate il fuoco del 21- maggio che ha messo fine a undici giorni di guerra, ieri sera sono avvenuti numerosi lanci di palloni incendiari dalla Striscia di Gaza verso il Sud di Israele e, nella notte, i caccia israeliani hanno colpito siti a est della città di Khan Younis e altri a Gaza. Secondo Israele, i jet da combattimento «hanno colpito complessi militari» appartenenti a gruppi palestinesi, in particolare «strutture e luoghi di incontro» delle Brigate alQassam. Sono state colpite diverse strutture appartenenti ad Hamas, il gruppo palestinese che controlla la Striscia di Gaza, considerato una organizzazione terroristica da molti Paesi. Non sono state segnalate vittime. Secondo le autorità israeliane, il lancio di palloni incendiari ha provocato più di 25 incendi nel Sud del Paese, senza però causare feriti.
  Questa risposta militare di Israele contro gli attacchi da Gaza è la prima dopo l'insediamento del nuovo governo di coalizione guidato da Naftali Bennett. Droni da ricognizione dell'esercito hanno sorvolato il territorio palestinese intorno a mezzanotte e successivamente sono state udite le esplosioni. L'esercito israeliano è «pronto a ogni scenario, compresa la ripresa delle ostilità a fronte delle continue attività terroristiche dalla Striscia» stando a quanto afferma un portavoce militare. «L'organizzazione terroristica di Hamas — ha spiegato il portavoce — è responsabile di tutti gli atti che originano dalla Striscia e porta le conseguenze per le sue azioni». Nei raid sono state colpite «strutture militari di Hamas usate come depositi e punti di raccolta per operativi terroristici a Khan Yunis e delle Brigate Gaza. Gli obiettivi colpiti erano usati per attività terroristiche».
  Come accennato, i militanti di Hamas avevano lanciato decine di palloni incendiari per protestare contro la cosiddetta "Marcia delle bandiere", una manifestazione che ha visto almeno cinquemila ultranazionalisti israeliani marciare a Gerusalemme est. La marcia, che ha attraversato la Città Vecchia, ma non il quartiere musulmano, per poi concludersi nell'area del Muro Occidentale, voleva ricordare la "giornata di Gerusalemme" che segna per gli israeliani la "riunificazione" della città nel 1967. Per i palestinesi, invece, questa giornata rappresenta l'occupazione di Gerusalemme est.
  La marcia, che in precedenza era stata rinviata due volte per motivi di ordine pubblico, si è svolta in un clima di relativa calma. Si sono tuttavia registrati alcuni episodi isolati, soprattutto da parte di giovani palestinesi. Questi si sono rifiutati di rispettare gli ordini della polizia, che ha cercato di disperderli prima e durante la marcia. Negli incidenti che ne sono scaturiti, 33 palestinesi sono rimasti leggermente feriti. Anche due agenti israeliani sono rimasti feriti nei lanci di pietre contro la polizia, che ha arrestato 17 persone.

(L'Osservatore Romano, 17 giugno 2021)


Bennett, la prima mossa. Notte di raid anti Hamas contro i palloni di fuoco

Scintille nel governo per la marcia delle bandiere. I nazionalisti: "Morte agli arabi"

di Sharon Nizza

GERUSALEMME — Non è trascorso nemmeno un mese dalla firma del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ma già si rinnovano le tensioni con cui le parti testano i parametri della nuova deterrenza, mentre i mediatori egiziani sono ancora al lavoro per consolidare la tregua. Si tratta anche del primo test per il nuovo governo di unità nazionale del premier Naftali Bennett, insediatosi domenica. Martedì, in vista della parata delle bandiere che ha sfilato in serata a Gerusalemme, sono scoppiati una ventina di incendi nel sud d’Israele causati dal lancio di palloni incendiari da parte di Hamas. In risposta, nella notte l’esercito israeliano ha effettuato una serie di attacchi aerei nella Striscia di Gaza, colpendo strutture militari di Hamas. Il portavoce dell’Idf ha precisato che l’«esercito è pronto ad affrontare tutti gli scenari, inclusa la ripresa delle ostilità». I raid sono arrivati al termine di una giornata di crescente tensione intorno alla manifestazione a Gerusalemme confermata dalla nuova coalizione, dopo che era stata posticipata dal governo uscente. Circa 5mila persone hanno sfilato in un tragitto diverso da quello con cui ogni anno celebrano la cattura della parte orientale della città dai giordani a seguito della guerra dei Sei giorni, ripercorrendo il percorso dei soldati israeliani fino al cuore della città vecchia nel 1967. La marcia era stata riprogrammata dopo che il 10 maggio, durante il Giorno di Gerusalemme, era stata interrotta dal lancio dei missili di Hamas.
  La richiesta di ripristinare la marcia è stata il primo banco di prova del nuovo governo Bennett. Mansour Abbas, leader del partito islamico Ra’am che sostiene la coalizione, ha detto che la marcia è una provocazione e approvarla è stato un errore. Alcuni manifestanti, legati al partito della destra nazionalista Sionismo religioso, hanno attaccato il nuovo premier per aver aderito a un governo con la sinistra e un partito arabo. Sono gli stessi manifestanti che hanno intonato "morte agli arabi" e altri cori razzisti, cercando di aizzare scontri con giornalisti e attivisti palestinesi presenti alla porta di Damasco. A poche centinaia di metri da lì, ci sono stati scontri tra manifestanti palestinesi e la polizia.
  Il ministro degli Esteri e premier alternato Yair Lapid ha difeso la decisione di autorizzare la manifestazione, elogiando il ministro della Sicurezza interna, ma ha condannato duramente i cori razzisti. «È inconcepibile che si possa sfilare con la bandiera d’Israele gridando al contempo ‘morte agli arabi’. Queste persone sono una vergogna per il popolo d’Israele», ha twittato. Il primo ministro Bennett non si è espresso pubblicamente, ma l’autorizzazione dei raid aerei a Gaza dice molto: raramente in passato Israele ha risposto agli ordigni incendiari lanciati da Hamas, mentre il neo-premier ha sempre sostenuto che «ai palloni incendiari si risponde come ai razzi». Hamas canta vittoria. Il portavoce da Gaza, Fawzi Barhoum, ha espresso soddisfazione perché «le azioni della resistenza hanno portato l’occupazione a cambiare il tragitto della marcia delle bandiere, a deviare le rotte dei voli e a dispiegare batterie di Iron Dome: tutto dimostra il nostro successo nell’imporre nuovi parametri nel confronto».

(la Repubblica, 17 giugno 2021)


Ra’am, un partito arabo nel governo israeliano

di Francesco Petronella

C’è una novità importante nel primo esecutivo di Israele senza Benjamin Netanyahu, esautorato dopo dodici anni ininterrotti di governo. Quella formata da Yair Lapid – incaricato di formare il nuovo governo ‒ è certamente una compagine complessa e, per certi versi, inorganica, di cui fanno parte partiti di destra come Yisrael Beiteinu e Yamina (il cui leader Naftali Bennett sarà premier), i centristi di Yesh Atid, Kahol Lavan, New Hope e partiti del centrosinistra come il Labour e Meretz. Ma la vera novità sta nella presenza, tra le forze politiche che sostengono l’esecutivo, del partito arabo Ra’am.
  Si tratta di uno dei movimenti che rappresentano i cittadini arabi di Israele, detti anche arabi israeliani o arabi del ’48 (in riferimento al fatto che dopo la nascita dello Stato ebraico nel 1948 sono rimasti entro i suoi confini e non sono finiti a vivere come rifugiati in Cisgiordania e nei Paesi arabi limitrofi). In un sistema elettorale proporzionale puro come quello di Israele è fisiologico che si formino alleanze composite tra partiti anche molto piccoli per ottenere la maggioranza alla Knesset, il Parlamento monocamerale di Gerusalemme. Nondimeno, il caso di Ra’am e del suo leader Mansour Abbas assume caratteristiche del tutto particolari.
  Il nome ufficiale del partito è Lista araba unita, ma è significativo che sia più noto con la dicitura in ebraico Ra’am (HaReshima HaAravit HaMe'uhedet). I partiti arabi in Israele rappresentano in teoria le istanze di 1.890.000 persone di nazionalità palestinese e cittadinanza israeliana, pari al 20,95% della popolazione totale dello Stato ebraico. Ra’am si inserisce nella storia di questi partiti, che iniziò nel momento in cui gli arabi in Israele decisero di partecipare attivamente alla vita politica dello Stato ebraico, operazione giudicata come negativa da altri, in quanto va implicitamente a legittimare lo Stato sionista. Nella storia della partecipazione araba alla politica dello Stato ebraico, tanto per dirne una, si inserisce anche il poeta nazionale palestinese Mahmoud Darwish, membro negli anni Cinquanta di Rakah (HaMiflega HaKomunistit HaYisra'elit), il Partito comunista israeliano.
  Quanto a Ra’am, il movimento vide la luce nel 1996 in un’alleanza elettorale con il Partito democratico arabo e la fazione meridionale del Movimento islamico, lo storico partito degli arabi musulmani in Israele la cui branca settentrionale è considerata più estremista (bandita dalla Knesset nel 2015 per la sua vicinanza a Hamas e alla Fratellanza musulmana). Negli ultimi due anni, Israele ha assistito a ben quattro tornate elettorali – nonostante la pandemia di Covid-19 – conclusesi con il primo governo anti-Netanyahu in 12 anni.
  Mansour Abbas, pragmatico leader di Ra’am, è un dentista originario di Maghar, nel cuore della Galilea. L’ascesa di Ra’am al governo è in gran parte frutto della sua personale spregiudicatezza, tale da non impedirgli di dialogare con leader sionisti intransigenti come Bennett. Secondo le indiscrezioni, nella fitta trama politica per le nomine nell’esecutivo e nel sottobosco governativo, Abbas punta ad ottenere la presidenza della Commissione Affari interni e Ambiente della Knesset, dove potrà agire su dossier considerati centrali come le politiche abitative e le demolizioni. Prima del voto di fiducia al nuovo governo, domenica 13 giugno 2021, Abbas ha pronunciato un discorso di fronte al Parlamento in cui ha definito con chiarezza la linea che intende adottare.
  Il leader di Ra’am ha promesso di reclamare la terra che è stata “espropriata” dagli arabi israeliani. «Reclameremo le terre che sono state espropriate al nostro popolo, questa è una causa nazionale di primo piano», ha detto Abbas in arabo, cosa che la legge israeliana gli consente dal momento che l’arabo è la seconda lingua ufficiale dello Stato. Passando all’ebraico, poi, ha osservato che «veniamo da nazioni diverse, religioni diverse e settori diversi. C’è una cosa che unisce tutti i cittadini di Israele ed è la cittadinanza».
  Sembrerebbero parole di un leader moderato, che riconosce in toto l’appartenenza della comunità araba a Israele. Ciononostante, vale la pena sottolineare che a livello ideologico Ra’am si colloca su posizioni conservatrici e vicine all’Islam politico e questo ne fa una sorta di “cugino di secondo grado” del movimento palestinese Hamas, che è innanzitutto un partito (anche se dotato di un’ala militare). Abbas è stato oggetto di aspre critiche all’interno del mondo arabo-islamico, soprattutto a mezzo stampa. Il quotidiano saudita Arab News vede nell’ingresso di Ra’am al governo di Israele una chiara dimostrazione della spregiudicatezza della Fratellanza musulmana e dei movimenti politici da essa discendenti nel cercare il potere a tutti i costi. Anche in uno Stato come Israele «la cui legittimità, e persino il diritto di esistere, è ancora così pesantemente contestata in gran parte del mondo arabo e musulmano», si legge sul quotidiano di Riyad.
  Il sito Middle East Eye, che adotta posizioni progressiste, critica Abbas definendolo «un’icona per i sostenitori del colonialismo israeliano», cioè il leader che, accettando di far parte del governo, ha legittimato le politiche dure e di occupazione sposate da molti altri esponenti della stessa coalizione (come ad esempio Ayelet Shaked, del partito Yamina).
  Non è facile capire quale piega prenderanno gli eventi, ma i numeri con cui il governo Lapid-Bennett è venuto alla luce parlano chiaro: i voti di Ra’am sono fondamentali per la tenuta dell’esecutivo e questo dà a Ra’am una leva negoziale piuttosto importante nelle future dinamiche politiche. Ciononostante, fuori dai corridoi della Knesset, molti arabi in Israele e, soprattutto, nei territori palestinesi, continuano a contestare l’opportunità stessa che un partito arabo prenda parte ad un esecutivo del genere, considerata soprattutto la sua nutrita componente sionista e nazionalista.

(Treccani, 17 giugno 2021)


Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale sotto pressione per inquisire Israele

Karim Asad Ahmad Khan prende il posto di Fatou Bensouda alla guida della Corte Penale Internazionale ma il discorso non cambia. L’importante è sempre attaccare Israele

di Franco Londei

Ieri Karim Asad Ahmad Khan è diventato il nuovo Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale (TPI). Prende il posto della discussa e discutibile Fatou Bensouda.
Karim Asad Ahmad Khan è un avvocato britannico specialista in diritto penale internazionale e diritto internazionale dei diritti umani e già dal suo primo giorno è sotto pressione per incriminare Israele per crimini di guerra.
La “grande” stampa ha chiesto sin da subito che il nuovo Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale segua le orme del suo predecessore è che proceda contro lo Stato Ebraico colpevole di legittima difesa.
Perché è questo il vero crimine di cui viene accusato Israele, quello di essersi difeso dagli attacchi di gruppi terroristici che vogliono il suo totale annientamento.
Secondo la “grande” stampa dopo l’ultimo conflitto tra Israele e Hamas il nuovo Procuratore Capo del TPI ha in mano le prove che Israele ha compiuto crimini di guerra.
Israele avrebbe deliberatamente bombardato edifici civili e annientato intere famiglie palestinesi. Non c’è nessun accenno al fatto che Hamas usi proprio questi edifici civili per nascondere i suo arsenali e che le famiglie che li abitano ne sono perfettamente consapevoli.
Non c’è nessun accenno al fatto che Hamas posizioni deliberatamente i lanciatori di missili in mezzo a obiettivi civili e che gli abitanti di quegli edifici sono perfettamente consapevoli del rischio che corrono ma li lasciano fare.
Secondo questi “esperti” di Diritto Internazionale queste cose vanno bene se a farle è un gruppo terrorista e Israele non dovrebbe quindi difendersi da questi attacchi.
Secondo questi “esperti” di Diritto Internazionale non è Hamas che dovrebbe essere accusato di crimini di guerra per usare i civili come scudi umani, per di più mentre attacca in maniera deliberata obiettivi civili con l’intenzione di farne strage.
Ormai il Tribunale Penale Internazionale è diventato come il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, diretto persino da Sauditi e Iraniani che vive solo per attaccare Israele mentre le violazioni dei Diritti Umani nel mondo proliferano.
E c’è da stare certi che Karim Asad Ahmad Khan non si farà pregare per inquisire Israele con le accuse più grave e infamanti, accuse false, ma in fondo cosa conta? L’importante è accusare Israele.

(Rights Reporter, 17 giugno 2021)


Così l'orrore delle leggi razziali mise al bando gli avvocati ebrei

Con la legge numero 1054 del 29 giugno 1939 sulla "disciplina dell'esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica" il regime completò la sua opera di persecuzione. Oggi l'iniziativa presso l'Ordine degli avvocati di Padova che ha voluto ricordare con una targa celebrativa i 15 colleghi radiati per effetto della normativa antiebraica.

di Francesca Spasiano

C'è una parte di storia rimossa che si può ancora salvare dall'oblio per tentare di riparare al torto più grande. È la storia, questa, che più di ottanta anni fa sconvolse il destino di centinaia di avvocati ebrei che nell'Italia fascista furono discriminati, perseguitati e infine banditi dalla professione per motivi razziali e religiosi.
   La loro vicenda è pressoché ignota, perduta tra le pagine buie del secolo scorso. Solo più di recente testimonianze e documenti dell'epoca sono tornati oggetto di studio e motivo di riflessione per chi doverosamente ancora si interroga sulla più grave lacerazione dei principi fondamentali dello Stato di diritto prodotta dalla normativa antiebraica. Per effetto di quelle leggi «abominevoli», per dirla con Piero Calamandrei, anche l'avvocatura si conformò all'indifferenza della società civile, contribuendo in parte alle persecuzioni perpetrate dal regime ai danni dei professionisti ebrei. Lo racconta bene il volume a cura di Antonella Meniconi e Marcello Pezzetti "Razza e inGiustizia: gli avvocati e i magistrati al tempo delle leggi antiebraiche", promosso nel 2018 dal Consiglio Superiore della Magistratura e dal Consiglio Nazionale Forense, con la partecipazione del Senato della Repubblica e dell'Unione delle Comunità Ebraiche, al fine di recuperare la memoria di quegli anni.
   In questo spirito si inserisce anche l'iniziativa dell'Ordine degli avvocati di Padova, che ha voluto ricordare con una targa celebrativa, affissa all'interno del Tribunale, i colleghi ebrei radiati dall'Albo per effetto delle leggi razziali del 1939. Si tratta di 15 avvocati - sui 187 che risultavano iscritti all'Ordine nel 1938-i cui nominativi sono stati individuati attraverso un'attività di ricerca sui verbali del Consiglio Direttivo di quegli anni: per cancellare la loro esistenza bastò un tratto di penna e l'apposizione della parola "ebreo" accanto al nome. Il graduale, ma inesorabile, processo di discriminazione avviato dalla propaganda fascista con il Manifesto della razza del 1938 culminò per gli avvocati ebrei nell'impossibilità di svolgere l'attività forense con la legge numero 1054 del 29 giugno 1939 sulla "Disciplina dell'esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica". La norma obbligava a denunciare la propria appartenenza alla "razza ebraica" entro 20 giorni dall'entrata in vigore della legge, pena l'arresto fino a un mese o l'ammenda, e sanciva la fine del libero esercizio della professione costituendo tre distinti Albi. Per primo, quello degli avvocati e procuratori di razza ariana, liberi di svolgere la propria attività. Per gli avvocati di razza ebraica, invece, la legge prescriveva l'iscrizione in "elenchi aggiunti", qualora avessero «ottenuto la discriminazione»: cioè la possibilità di esercitare con alcune limitazioni. In ultimo, gli avvocati ebrei «non discriminati» che rientravano negli "elenchi speciali" e potevano esercitare esclusivamente in favore di cittadini ebrei.
   Affinché simili aberrazioni non si ripetano «mai più», l'Ordine di Padova ha «deciso di riparare una ferita dolorosa della propria storia, riportando alla memoria dei propri iscritti quanto avvenuto, anche nella nostra Città, in un passato che appare lontano, ma che pericolosamente getta le sue ombre in un presente difficile e spesso caratterizzato da improvvise ventate di odio». Con lo stesso fine, il Coa ha deciso di commissionare e collocare all'interno della sala conferenze dell'Ordine un nuovo busto dedicato all'avvocato Giacomo Levi Civita: patriota, combattente agli ordini di Giuseppe Garibaldi in Aspromonte, senatore del Regno, già presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Padova, e sindaco della città dal 1904 al 1910. Il suo busto si trovava all'interno della sede del Consiglio dell'Ordine, ma fu rimosso nel 1939, e poi se ne persero le tracce, perché, si suppone, Levi Civita era ebreo e le leggi razziali non ne consentivano la conservazione. Sia il busto che la targa, con incisi i nomi dei 15 avvocati espulsi, saranno scoperti oggi durante una solenne cerimonia che si terrà presso la sala conferenze dell'Ordine alla presenza di numerose autorità cittadine e del mondo giudiziario padovano e veneto.

(Il Dubbio, 17 giugno 2021)


Da Rodi a Girifalco: la storia di Moshe morto nel manicomio

I nipoti sono arrivati a Girifalco per scoprire dove riposa il loro compianto bisnonno. La nonna è sopravvissuta ad Auschwitz.

Edoardo e Giuseppe non erano mai venuti in Calabria. Arrivano a Girifalco ieri. In un caldo pomeriggio di giugno. Zaino in spalla e kippah in testa. Sono ebrei, la loro famiglia lo è. Da mesi preparano il loro viaggio nel comune delle preserre. Hanno contattato gli uffici del Comune e, ieri, ci sono arrivati. Edoardo arriva da Roma. Giuseppe da Tel Aviv, dove vive da ormai qualche anno. In Calabria ci sono venuti per scrivere le pagine di vita del bisnonno rimaste vuote per troppo tempo.
  Lo fanno perché la nonna è anziana ed ha un desiderio: scoprire dove riposa il povero padre, il bisnonno di Edoardo e Giuseppe.
  I due giovani sono riusciti a recuperare la cartella clinica di Moshe, così si chiamava il loro bisnonno. Conoscono la data della morte: 30 settembre 1943, tre anni dopo il suo arrivo a Girifalco. Nell’ospedale psichiatrico.
  Moshe viene imbarcato su una nave perché depresso. Faceva il falegname a Rodi ma quando la sinagoga di famiglia viene chiusa, il giovane uomo sprofonda nel dolore più cupo. I genitori gli mettono tra le mani un libro di preghiere e lo mandano in Italia, in Calabria, a Girifalco. Nell’ospedale psichiatrico. Ci resta solo tre anni. Muore a poco meno di 60 anni. Nel 1944 gli ebrei della comunità ebraica di Rodi vengono deportati dai nazisti e la stragrande maggioranza muore nelle camere a gas di Birkenau.
  La moglie di Moshe e i figli vengono rinchiusi nel campo di concentramento; la donna muore in una camera a gas, i figli sopravvivono. Tra questi bambini, sopravvissuti al lager, c’è la nonna di Edoardo e Giuseppe.
  I due giovani le vogliono fare un regalo: dare l’ultimo saluto a Moshe nel luogo lì, dove nel lontano 1943, è stato sepolto. Arrivano a Girifalco nel primo pomeriggio. Visitano il cimitero, si fermano all’ossario e pregano. Promettono di ritornare presto a Girifalco per omaggiare, ulteriormente, la memoria del bisnonno. Alle 18 si rimettono in auto, qualche ora dopo mandano un messaggio all’Amministrazione Comunale.
  Il messaggio viene pubblicato sui profili social dell’Ente. Nella prima parte si parla del passato, nella seconda del presente:
    “Oggi – scrivono Edoardo e Giuseppe – abbiamo ripercorso i passi di Moshe, il nostro bisnonno, abbiamo visitato i luoghi in cui ha passato gli ultimi anni della sua vita e abbiamo cercato la sua tomba. Purtroppo, troppo tempo è passato, ma siamo riusciti a dire una preghiera presso l’ossario dove i suoi resti verosimilmente riposano. Un grazie di cuore per tutto l’aiuto va alla dott.ssa Delia Ielapi e alla dott.ssa Alessia Burdino che ci hanno accompagnato passo passo. E grazie a tutta la comunità di Girifalco che abbiamo potuto incontrare nella persona del sindaco dott. Pietrantonio Cristofaro. Grazie per l’accoglienza e l’attenzione dedicataci e per essersi presi cura tanti anni fa del nostro bisnonno quando era più fragile”.
(Catanzaroinforma, 17 giugno 2021)


«Netanyahu non c'è ma cambierà poco»

Intervista a Uzi Rabi. La coalizione guidata da Bennet e Lapid è fragile, rischierà il crollo ogni giorno

di Daniel Mosseri

Israele si cambia. Esce Benjamin Netanyahu e il suo Likud di solito sostenuto dai partiti ultraortodossi e nazionalisti, ed entra in scena Naftali Bennet, il primo premier israeliano con la kippah in testa. Leader dei nazionalisti religiosi (ma non ultraortodossi) della Nuova Destra, Bennet si porta dietro i nazionalisti russi mangiarabbini di Avigdor Lleberman, i nazionalisti di Yamina, i centristi di Yair Lapid, una costola del Likud, i laburisti, la sinistra arcobaleno, e una rappresentanza dei Fratelli musulmani guidati dal deputato arabo Mansour Abbas con tanti saluti alle accuse di apartheid. Un governo-macedonia con un ministro arabo, uno druso, tante donne, fra le quali una ministra disabile, e un ministro apertamente gay. Al professor Uzi Rabi, direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies dell'Università di Tel Aviv, abbiamo chiesto se e come cambia l'approccio del nuovo gabinetto nei rapporti con i palestinesi.
   «La tattica forse, non certo la strategia. Chi crede che questo esecutivo abbia la bacchetta magica per risolvere i problemi con Hamas si illude. Pensi alla marcia delle bandiere in programma oggi (ieri, ndr) a Gerusalemme: alle minacce di Hamas, Bennet ha risposto ridispiegando l'Iron Dome e allertando le forze armate».

- Quali saranno le novità?
  «Non escludo che questo governo, che è molto più fragile di quello precedente, possa raggiungere con Hamas un accordo sullo scambio dei prigionieri (Hamas trattiene le salme di due soldati delle lsraeli Defense Forces caduti nel 2014, e tiene prigionieri due civili israeliani: uno arabo e un israeliano nato in Etiopia, ndr). Allo stesso tempo temo che un esecutivo che si regge anche sull'appoggio di un partito arabo possa cadere alle prime avvisaglie di un conflitto con il movimento islamico che controlla la Striscia di Gaza. La vera differenza con i governi di Netanyahu è che la tenuta del gabinetto Bennet-Lapid verrà testata giorno per giorno».

-Gli accordi di Abramo firmati da Netanyahu con l'aiuto di Trump terranno?
  «È paradossale che questi accordi siano stati firmati con governi del Golfo che combattono contro la Fratellanza musulmana, un cui rappresentante oggi sostiene il governo d'Israele. Queste intese non sono però basate su simpatie personali ma su comuni interessi strategici (il contenimento dell'Iran e lo sviluppo nella regione, ndr). Netanyahu è uscito di scena, questi interessi no».

Libero, 16 giugno 2021)


Scontri alla Marcia nazionalista. Ma il governo di Bennett supera il primo «test»

di Luca Geronico

Già nel primo pomeriggio si erano registrati degli scontri al confine con la Striscia di Gaza tra militari israeliani e palestinesi. Un primo segno di tensione, nel giorno della Marcia delle Bandiere: i soldati hanno sparato lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere i manifestanti e, secondo quanto riferisce la stampa locale, ferendone leggermente uno alla gamba. Il lancio di palloni incendiari dall’enclave palestinese, sempre in giornata, definita dai miliziani palestinesi «una risposta iniziale», ha provocato incendi nel sud dello Stato ebraico. Questo mentre l'esercito è in allerta rafforzata in Cisgiordania e lungo la linea di separazione con la Striscia di Gaza e le batterie del sistema antimissile Iron Dome sono state viste dispiegate nella città meridionale di Netivot.
  Doveva essere il primo esame sul terreno, per il nuovo esecutivo di Naftali Bennett e, nonostante tafferugli violenti, la piazza è stata contenuta. Era stato il leader di Ràam, Mansour Abbas, partito arabo tra i sostenitori del nuovo esecutivo, a definire la Marcia delle Bandiere «una provocazione sfrenata, un tentativo di appiccare il fuoco alla regione per scopi politici». «Non c'è dubbio che l'obiettivo degli organizzatori della parata è di mettere alla prova il nuovo governo e logorarlo con una serie di eventi esplosivi nel prossimo futuro», ha affermato il capo del partito islamico.
  L’inizio della marcia, nel tardo pomeriggio, è avvenuto tra severe misure di sicurezza: duemila gli agenti schierati lungo il percorso che hanno bloccato il traffico ed eretto transenne. La marcia - indetta per celebrare la unificazione israeliana dei due settori di Gerusalemme avvenuta dopo la guerra dei sei giorni (1967) - erano presenti circa 5mila partecipanti: tra loro pure deputati della destra religiosa e alcuni del Likud. Prima del loro arrivo sono iniziati gli incidenti con i dimostranti palestinesi che, tenuti lontano dal luogo da un fitto cordone di poliziotti, protestavano contro l'iniziativa.
  Un paio di ore dopo le immagini, diffuse sui social, mostravano manifestanti che si scontravano con le forze dell'ordine: otto i palestinesi arrestati, almeno 33 i feriti in violenti tafferugli scoppiati due ore dopo l'inizio della marcia. Una cinquantina di giovani ebrei, secondo i media palestinesi, hanno visitato la spianata delle moschee, mentre il palazzo del ministero della Giustizia, a Gerusalemme Est, è stato colpito dal lancio di pietre.
  Dopo aver a lungo sventolato le bandiere israeliane la polizia ha cominciato a premere perché i manifestanti, come concordato, si incamminassero verso la Porta di Giaffa, ingresso nella parte cristiana e armena della Città Vecchia. Da qui il corteo si è diretto verso il Muro del Pianto fra non pochi slogan nazionalisti - «Morte agli arabi» e «Gerusalemme è nostra» - oltre che contro il premier Bennett accusato in alcuni cartelloni di essere un «bugiardo». La parata nazionalista, originariamente prevista per il 10 maggio quest'anno era già stata rinviata due volte. Un’iniziativa prevede che i manifestanti, sventolando bandiere israeliane, sfilino dalla Porta di Damasco per entrare a Gerusalemme Est, la parte della città che le risoluzioni delle Nazioni Unite hanno assegnato all'amministrazione palestinese e sono abitate in maggioranza da famiglie arabe.
  Hamas lunedì sera aveva avvertito che la manifestazione ultra-nazionalista ebraica «è come esplosivo che causerà una nuova campagna per proteggere Gerusalemme e la moschea al-Aqsa». La marcia ha pure sfiorato il quartiere di Sheikh Jarrah, dove i tentativi della magistratura israeliana di confiscare case a famiglie palestinesi per consegnarle a cittadini israeliani, è stata tra le cause dei disordini del mese scorso a Gerusalemme e del successivo conflitto nella Striscia di Gaza.

(Avvenire, 16 giugno 2021)


Palestinesi al governo del Paese che si descrive loro sopraffattore

di Andrea Molle

Con l'alleanza tra la destra del partito Yamina, il centro laico rappresentato da Yesh Atid e gli arabi Islamisti moderati di Raam si conclude il regno di Benjamin Netanyahu. La fine di una leadership durata 12 anni, permette ad Israele di aggiungersi alla lista dei paesi mediorientali nei quali una minoranza religiosa siede al governo del Paese.
Una lista così esclusiva che al momento non contiene nessun altro paese. Un evento inaspettato per la giovane democrazia che si aggiunge alla già impressionante serie di unicità dello Stato Ebraico.
  Tutte caratteristiche che ne fanno il principale nemico di una certa sinistra, che quanto ad antisemitismo ha forse troppo in comune con l'estremismo di destra. Vediamo di elencarne alcune, in modo volutamente ironico.
Prima di tutto, ça va sans dire, essere l'unica nazione al mondo accusata di occupare illegalmente un territorio nel quale il suo popolo, quello ebraico, vive da migliaia di anni ma che, ovviamente, non ha alcun diritto all'autodeterminazione.
  Secondo, il fatto di essere l'unico paese nella storia umana che ha creato una forma di apartheid così brutale che le minoranze hanno addirittura pieni diritti civili e persino una forte rappresentanza politica.
  Terzo, la curiosa caratteristica di essere l'unico Stato al mondo che abbia mai operato un genocidio così scientifico ai danni di un'altra popolazione, quella Palestinese, da ottenere il risultato di farla crescere in modo costante negli anni nella misura media del 2%.
Infine, avere l'ardire di offrire assistenza sanitaria agli occupati e persino garantire protezione contro Hamas alle donne vittime di abusi o alla minoranza LGTBQ+ oggetto continuo di violente persecuzioni.
  Tutto in barba al sacrosanto sovrano diritto dell'estremismo islamista, che governa di fatto i territori sotto controllo palestinese, di imporre la legge coranica.
Tutto questo mentre le forze di difesa di Tel Aviv, lo Tzahal, si permettono di avvisare la popolazione civile della Striscia di Gaza prima di un attacco aereo volto a eliminare la minaccia terroristica limitando il più possibile i danni collaterali. Un atto che rende difficile l'uso di scudi umani e gli abusi continui che i benpensanti fingono di non vedere.
  Insomma, se le cose stanno così: o Israele, che di errori in questo conflitto ne ha fatti molti, è incapace di essere uno stato criminale oppure i conti non tornano e i criminali, almeno a livello ideologico, sono altri.

(ItaliaOggi, 16 giugno 2021)


Islam e antisemitismo tedeschi

Per gli ebrei, gli aggressori sono in gran parte musulmani. Lo Stato, per quieto vivere, in genere tende a attribuire la violenza antisemita agli estremisti. In alcuni casi si giunge al paradosso di non criticare o denunciare gli atti compiuti dagli immigrati islamici per timore di essere accusati di razzismo.

di Roberto Giardina

Il 90% degli atti di antisemitismo è compiuto dagli estremisti di destra. Lo ha affermato il Bundeskriminalamt, l'ufficio federale per la criminalità, un dato ufficiale e dunque attendibile. Invece è falso, basta chiederlo agli ebrei vittime di aggressioni: in gran parte i colpevoli sono musulmani. Perché si vuole relativizzare e occultare l'antisemitismo degli immigrati islamici?
  I ministri degli interni della Nord-Renania Westfalia e del Baden Württemberg hanno riconosciuto il problema e hanno chiesto di analizzare l'antisemitismo a livello nazionale con più rigore e precisione. Se non è possibile identificare il colpevole, l'atto non dovrebbe essere attribuito automaticamente all'estremismo di destra.
  Ovviamente, gli aggressori sono anche tedeschi. Gli antisemiti in Germania sarebbero intorno al 20%, sempre troppi, ma nella media europea. E non sono tutti elettori dell'AfD, il partito dell'estrema destra.
  C'è un antisemitismo di sinistra che si manifesta negli attacchi a Israele.
  Le critiche possono essere fondate, ma dipende: non si può accusare ad esempio gli israeliani di compiere un genocidio, come i nazisti, a danno dei palestinesi. Negli ultimi trent'anni si sono triplicati. Se si commenta che finita l’era di Benjamin Netanyahu si potrà giungere alla pace, si insinua che fosse lui l'unico ostacolo, dimenticando Hamas.
  «Se proibiamo giustamente le manifestazioni dei neonazi, dovremmo logicamente proibire anche quelle degli islamisti», hanno sostenuto i ministri degli interni dei due Länder. Le statistiche vengono manipolate per dare l'impressione che l'antisemitismo dei musulmani sia una bagatelle.
  Secondo un'altra statistica, che tiene conto delle dichiarazioni delle vittime, il 62% delle offese verbali, e l’81% delle violenze fisiche è opera di musulmani. E questo dimostra, ha commentato Die Welt che nei rapporti della polizia, valutati dal Bundeskriminalamt, non si è ritenuto di dover tener conto delle testimonianze degli ebrei.
  Se a una manifestazione pro palestinesi, si grida Heil Hitler e non viene identificato il responsabile, il fatto viene registrato semplicemente come «di estrema destra». Le aggressioni a scuola a danno degli studenti ebrei non vengono denunciate da professori e presidi, e considerate «normali litigi tra ragazzi». Lo ha denunciato Uffa Jensen, vicedirettore del centro di ricerca sull'antisemitismo.
  Si giunge al paradosso di non criticare o denunciare gli atti degli immigrati musulmani per il timore di essere accusati di islamofobia, di razzismo. Ma si può avere paura di qualcuno o di qualcosa, sia pure irrazionalmente, senza essere razzisti.
  Fino a pochi anni fa, farsi riconoscere come ebreo per le strade di Berlino, non era un rischio, nonostante che i musulmani, in gran parte turchi, fossero oltre il 10% della popolazione. La situazione è cambiata dal 2015, con l'arrivo in pochi mesi di oltre un milione di profughi, non tutti siriani, come si vuole continuare a credere. Da quella data, inizia l'avanzata dell'Afd che, da meno del 5%, ha quasi triplicato i voti, e nelle regioni della ex Ddr, è diventato il secondo partito.
  Ci sono ovviamente anche altri motivi, e molti votano per protesta contro il governo federale, ma già a rivelare questa coincidenza si rischia l'accusa di antislamismo.
  Secondo un sondaggio, per il 43% dei tedeschi, non solo quelli della ex Germania Est, è l'AfD, il partito che si preoccupa del problema dell'immigrazione islamica, più di tutti gli altri partiti messi insieme, i cristianodemocratici giungono al 21%, i socialdemocratici al 9%, i verdi al 5%.
  Se si vuole bloccare il partito dell'estrema destra, bisognerebbe tenerne conto, e non accusare genericamente di razzismo i tedeschi orientali.

(ItaliaOggi, 16 giugno 2021)


L’ingegneria aerospaziale al servizio della medicina

Accordo tra Soroka Medical Center ed Elta System Ltd/Iai

Il Soroka Medical Center di Beersheba e la Elta System ltd, una filiale di Israel Aerospace Industries (IAI), la più grande azienda aerospaziale e di difesa militare israeliana, hanno firmato un accordo per creare un centro di innovazione che svilupperà nuove tecnologie mediche, grazie agli studi per la sicurezza e la difesa civile.
Come riporta il Times of Israel, l’idea di base è quella di avviare un processo di brainstorming, in cui i medici indicheranno le loro esigenze mediche e tecniche e gli ingegneri aerospaziali cercheranno di trovare soluzioni. Un comitato direttivo poi deciderà quali saranno i progetti che dovranno essere portati avanti. Radar, sensori, sistemi avanzati di comunicazione, di sicurezza informatica e software saranno impiegati in campo medico.
"L'innovazione è un valore strategico per noi", ha affermato il dott. Shlomi Codish, direttore generale del Soroka Medical Center.
Già durante la pandemia IAI, Microsoft e il Soroka Medical Center hanno sviluppato una cabina di monitoraggio che ha permesso alle equipe mediche di supervisionare i pazienti anche a distanza.
Il vicepresidente di IAI e amministratore delegato di Elta System ltd, Yoav Turgeman, ha affermato che la collaborazione aiuterà a promuovere gli sforzi di IAI "per convertire le tecnologie avanzate in campo civile e consentire un percorso aziendale per lo sviluppo di “tecnologie mediche uniche".

(Shalom, 16 giugno 2021)


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