Le parole dei saggi
ascoltate nella quiete
valgono più delle grida
di chi domina fra gli stolti.
Ecclesiaste 9:17  

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Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Come cerva che assetata

Dalla Sacra Scrittura

SALMO 42
  1. Come la cerva desidera i corsi d'acqua,
    così l'anima mia anela a te, o Dio.
  2. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;
    quando verrò e comparirò in presenza di Dio?
  3. Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,
    mentre mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  4. Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla
    verso la casa di Dio, tra i canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa.
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
  6. L'anima mia è abbattuta in me; perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,
    dai monti dell'Ermon, dal monte Misar.
  7. Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;
    tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.
  8. Il Signore, di giorno, concedeva la sua grazia,
    e io la notte innalzavo cantici per lui come preghiera al Dio che mi dà vita.
  9. Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?»
  10. Le mie ossa sono trafitte dagli insulti dei miei nemici
    che mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  11. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
SALMO 43
  1. Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente malvagia;
    liberami dall'uomo falso e malvagio.
  2. Tu sei il Dio che mi dà forza; perché mi hai abbandonato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?
  3. Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino,
    mi conducano al tuo santo monte e alle tue dimore.
  4. Allora mi avvicinerò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia e della mia esultanza;
    e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio!
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015


Gerusalemme: preghiere ebraiche sulla Spianata ancora vietate

Il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha annullato ieri una sentenza del tribunale di pace che sembrava consentire, almeno in forma implicita, la recitazione di preghiere ebraiche sul Monte del Tempio di Gerusalemme, ossia sulla Spianata delle Moschee. Accogliendo il parere della polizia e dei servizi di sicurezza, riferisce Haaretz, la giudice Einat Ebman-Muller ha stabilito che restano inalterate le limitazioni imposte finora ai visitatori ebrei, "data anche la particolare sensibilità del luogo".
  Alcuni giorni fa, dopo la sentenza del tribunale di pace (relativa all'allontanamento di tre giovani ebrei colti mentre recitavano una preghiera sulla Spianata) il premier Naftali Bennett aveva pubblicato una nota ufficiale in cui - per placare le apprensioni dei palestinesi e dei giordani - ribadiva che "Israele non ha cambiato e non intende cambiare in futuro lo status quo sul Monte del Tempio". La sentenza del tribunale distrettuale rientra negli sforzi di prevenire incidenti con la popolazione palestinese quando domenica migliaia di nazionalisti ebrei sfileranno a Gerusalemme est nell'anniversario della unificazione dei due settori della città seguita alla guerra dei sei giorni del 1967.

(ANSAmed, 26 maggio 2022)

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Israele, scoperto un insediamento agricolo di 2.100 anni fa

di Jacqueline Sermoneta

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Un insediamento agricolo di 2.100 anni fa, risalente al periodo degli Asmonei, è stato rinvenuto a Horvat Assad, in Galilea. I recenti lavori di scavo, condotti dalla Israel Antiquities Authority (IAA), hanno portato alla luce pesi da telaio utilizzati per la tessitura di indumenti, vasi in ceramica, monete e attrezzi agricoli in ferro, tutti perfettamente conservati. I reperti permettono di comprendere quelle che erano le attività sociali e agricole ancora poco note degli abitanti dell’epoca. 
  “Si tratta di un insediamento agricolo senza precedenti, che offre una visione inestimabile sulla vita quotidiana durante il periodo asmoneo” ha spiegato l’archeologa dell’IAA Amani Abu-Hamid – Siamo stati fortunati ad aver scoperto ‘una capsula del tempo’, ben conservata, in cui i reperti sono rimasti dove li avevano lasciati gli abitanti del luogo, che sembra siano fuggiti improvvisamente a causa di un imminente pericolo, forse per la minaccia di un attacco militare”. 
  “Sappiamo da fonti storiche – ha aggiunto Abu-Hamid – che in questo periodo il regno degli Asmonei si espanse nella regione della Galilea ed è probabile che il luogo sia stato abbandonato sulla scia di questi eventi. Sono necessarie ulteriori ricerche per determinare l’identità degli abitanti del posto”. Il direttore generale dell’IAA Eli Eskosido ha sottolineato che la Israel Antiquities Authority e la Compagnia idrica israeliana Mekorot stanno collaborando per preservare il sito. Gli scavi, infatti, sono stati effettuati in vista dell’attuazione del progetto promosso da Mekorot, volto al trasporto di acqua dagli impianti di desalinizzazione al Mare di Galilea, utilizzato come approvvigionamento idrico nei periodi di siccità.

(Shalom, 26 maggio 2022)
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Gli Stati Uniti sanzionano le società di Hamas che finanziano il terrorismo

di Paolo Castellano

Hamas preferisce fare investimenti milionari per finanziare le sue attività terroristiche piuttosto che aiutare il proprio popolo mentre è in difficoltà economica e sanitaria. Per questo motivo, il 24 maggio gli Stati Uniti hanno sanzionato un agente finanziario di Hamas e una rete di società riconducibile all’organizzazione militare palestinese.
  A emettere le sanzioni il Dipartimento del Tesoro che ha individuato 500 milioni di dollari sotto forma di diversi beni, comprese società che operano in Sudan, Turchia, Arabia Saudita, Algeria ed Emirati Arabi Uniti. Lo riporta il Jerusalem Post.
  «Hamas ha generato ingenti somme di entrate attraverso il suo portafoglio di investimenti segreti mentre destabilizza Gaza, che sta affrontando dure condizioni economiche e di vita», ha dichiarato Elizabeth Rosenberg, Assistente Segretario del Tesoro che si occupa dei finanziamenti al terrorismo e dei crimini finanziari.
  Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas, ha criticato le sanzioni degli USA: «Le accuse statunitensi non sono corrette e si schierano con l’occupazione israeliana e diffondono le sue false accuse».
  Il funzionario dell’organizzazione terroristica palestinese sanzionato dagli americani è Abdallah Yusuf Faisal Sabri, cittadino giordano con residenza in Kuwait che ha lavorato come contabile per il Ministero delle Finanze di Hamas.
  Le società multate sono Agrogate Holding con sede in Sudan, Sidar Company con sede in Algeria, Itaq Real Estate JSC con sede negli Emirati Arabi Uniti, Trend GYO con sede in Turchia e Anda Company con sede in Arabia Saudita.

(Bet Magazine Mosaico, 26 maggio 2022)

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Herzog: “Abbiamo un dialogo aperto e sincero con il presidente Erdogan”

Il presidente israeliano ha descritto il processo che hanno vissuto con la Turchia "non come quello di Romeo e Giulietta, ma come un processo in cui si sono riuniti e hanno testato sul campo molte questioni discusse"...

Herzog: “Abbiamo un dialogo aperto e sincero con il presidente Erdogan” Il presidente israeliano Isaac Herzog si è detto molto soddisfatto del dialogo aperto e sincero con il presidente Recep Tayyip Erdogan, un dialogo che si sta muovendo nella giusta direzione.
  In una sessione speciale del World Economic Forum (WEF), noto anche come “Summit di Davos”, Isaac Herzog ha risposto a una domanda del presidente del Forum, Borge Brende sulle relazioni con la Turchia e la visita del presidente israeliano in Turchia a marzo.
  Herzog affermando che lui e il presidente Erdogan hanno avviato insieme un "processo molto interessante e ben ponderato" a seguito del suo insediamento, ha dichiarato:
  "Il momento clou di questo processo è stata la mia storica visita ufficiale ad Ankara e Istanbul a marzo. Oggi siamo entrati in una nuova fase. Ieri e l'altro ieri il ministro degli Esteri (Mevlut) Cavusoglu ha effettuato una visita ufficiale in Israele. Cavusoglu ha avuto colloqui con il ministro degli Esteri israeliano Jair Lapid sulle relazioni tra i due Paesi in tutti i campi.
  La nostra visione è quella di dialogare con tutti i paesi vicini e amici del Mediterraneo, in particolare del Mediterraneo orientale", ha affermato Isaac Herzog, aggiungendo che i paesi del Mediterraneo orientale possono lavorare insieme su questioni come il clima, l'acqua pulita, il Mediterraneo e il Mar Rosso.
  Il presidente israeliano ha descritto il processo che hanno vissuto con la Turchia "non come quello di Romeo e Giulietta, ma come un processo in cui si sono riuniti e hanno testato sul campo molte questioni discusse".
  "Sono molto lieto di avere un dialogo aperto che si sta muovendo nella giusta e onesta direzione con il presidente Erdogan", ha affermato Herzog.

(TRT, 26 maggio 2022)


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Israele – Turchia: l’incontro a Gerusalemme fra i ministri degli esteri dei due paesi. Una svolta possibile

di Ugo Volli

• UNA VISITA STORICA Si è conclusa ieri la visita in Israele del ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Cavusoglu: un piccolo evento storico dato che una presenza del genere non si era avuta da quindici anni, dopo un lungo periodo di amicizia fra i due paesi. Cavusoglu è andato anche a Ramallah a parlare con Mohamed Abbas, ha visitato il Monte del Tempio (che per lui è la spianata delle Moschee, naturalmente), ha parlato con esponenti politici israeliani di primo piano, soprattutto con Yair Lapid, ministro degli Esteri di Israele e uomo forte del governo.

• UN PASSATO CHE PESA
  Esponenti turchi di primo piano non visitavano Israele da prima dell’incidente della Mavi Marmara, la nave battente bandiera turca che il 31 maggio del 2010, alla guida della flottiglia che cercava di rompere il blocco militare israeliano a Gaza, aveva rifiutato di fermarsi alle intimazioni della marina israeliana. Il piccolo gruppo di militari israeliani che era salito sulla nave per prenderne il controllo, secondo le procedure del diritto internazionale, era stato accolto a spari e coltellate e allora era scattato un contrattacco, che aveva provocato nove morti fra i miliziani turchi che avevano cercato di sequestrare e ferito gravemente i militari israeliani. Ne era seguita una durissima polemica fra Israele e la Turchia, poi terminata con un conguaglio economico alle famiglie dei morti grazie a una mediazione americana. Ma i rapporti erano rimasti molto ostili. Anche perché già un anno prima, nel gennaio del 2009, l’allora primo ministro turco e oggi presidente Erdogan aveva brutalmente attaccato Shimon Peres al convegno di Davos. E in generale Erdogan, che è molto vicino alla Fratellanza Musulmana il cui braccio “palestinese” è Hamas, ha sempre mostrato malanimo nei confronti di Israele, almeno da quando è andato al potere, nel 2003.

• UN GASDOTTO IN COMUNE?
  Nonostante questa distanza ormai consolidata, Erdogan ha chiaramente deciso che ora vuole riallacciare rapporti più stretti con Israele. A marzo ha ricevuto ad Ankara il presidente di Israele Herzog, più come segnale che per un negoziato politico concreto, dato che i presidenti israeliani non hanno poteri sulla politica estera. Ha offerto con insistenza allo Stato Ebraico una partnership energetica, proponendo un gasdotto che parta dai giacimenti marini che Israele ha valorizzato negli ultimi anni, passi dalla Turchia e arrivi in Europa. Ma il sottinteso di Erdogan era che a questo fine Israele avrebbe dovuto rinunciare all’alleanza con la Grecia e Cipro, nemici storici della Turchia e però essenziali alla sicurezza di Israele. E il gasdotto non è andato avanti. L’Unione Europea ha in corso trattative per il gas israeliano, di cui ha molto bisogno per sostituire quello russo, ma è probabile che il trasporto avvenga almeno per questa fase dall’Egitto, con gas liquefatto e non per via di un gasdotto, che andrebbe progettato e costruito.

• SIRIA, IRAQ, CAUCASO
  Vi sono altri due teatri in cui la Turchia ritiene di potersi coordinare con Israele. Uno è il Caucaso, dove Israele ha bisogno dell'Azerbaijan per contrastare l’Iran, e la Turchia considera gli azeri parte del suo retroterra storico. L’altro è il teatro della Mesopotamia, dove ancora l’avversario comune è l’Iran, la presenza che si sta indebolendo è quella russa, chi si è ritirato quasi del tutto sono gli americani. La Turchia vuole combattere i curdi in Iraq e Siria anche al di là suo territorio, ma Israele ha rapporti storici consolidati con loro e non è certamente favorevole agli sconfinamenti turchi. In generale la Turchia incomincia a temere l’armamento nucleare e l’imperialismo iraniano e a sentirsi più vicina ai paesi arabi sunniti che negli ultimi anni hanno normalizzato i loro rapporti con Israele. Questo è il punto centrale, ma bisogna vedere se e come si concretizza.

• L’ECONOMIA
  Vi è poi l’economia: la Turchia è in gravissima crisi finanziaria, avrebbe bisogno del commercio, degli investimenti e del turismo da Israele, che potrebbe trovare conveniente far ripartire dei traffici che hanno una storia lunga e importante. Ma il problema è che la Turchia, in questo come in altri campi, è inaffidabile, dipende dai colpi di testa di Erdogan, che per esempio ha combinato veri e propri disastri finanziari obbligando la sua banca centrale a una politica inflattiva.

• GLI INTERESSI DI ISRAELE
  Israele vuole che la Turchia smetta di essere una base logistica e una sponda politica per Hamas. Desidera anche che Erdogan smetta di interferire su Gerusalemme, come ha fatto negli ultimi anni, investendo molti soldi nell’acquisto di immobili, nel sostegno di organizzazioni “religiose” palestinesi, nella propaganda islamista. Ritiene anche necessario che sul piano diplomatico e politico la Turchia smetta di demonizzare Israele a ogni piè sospinto e appoggi invece gli “Accordi di Abramo”. Se deve esserci una ripresa di buoni rapporti, bisogna che essa sia pubblica, ufficiale, completa.

• IN CONCLUSIONE
  Queste sono le cose che devono essersi detti Lapid e Cavusoglu nel loro incontro. E’ improbabile che abbiano già trovato un punto di equilibrio. Ma in politica internazionale parlare con franchezza dei rispettivi interessi e dei punti di contrasto è già un risultato importante. Al di là delle dichiarazioni, vedremo nei prossimi mesi ed anni se la Turchia vorrà allinearsi, almeno in parte dalla parte dei paesi che intendono tutelare lo status quo del Medio Oriente contro i tentativi imperialisti dell’Iran e se ritiene di poterlo fare riaprendo con Israele quel dialogo che prima di Erdogan era importantissimo.

(Shalom, 26 maggio 2022)

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Cento Wanda Lattes: "La lezione di Mamma, donna del secolo"

di Fiamma, Susanna, Simona Nirenstein

Avrebbe compiuto oggi cento anni la nostra mamma Wanda Lattes, che invece ci ha lasciato quattro anni fa il 2 di giugno. E quanto le sarebbe piaciuto: anzi, la sua invincibile vitalità, se la natura glielo avesse permesso avrebbe ancora sfavillato fino a chissà quando, arricchendosi di idee e di avventure. Come piaceva a lei. La mamma ha fatto suo il secolo passato, lo ha abbracciato e fatto suo in ogni piega; tutte le battaglie che questo secolo ci ha proposto con l'emancipazione delle donne, la cultura di genere in drammatico cambiamento, le guerre, le persecuzioni antisemite l'hanno vista in prima fila. All'inizio del secolo scorso, Wanda e la sua sorella Rirì, sono due graziose figlie della borghesia ebraica beneducata nel buon gusto della nonna Rosina Volterra, figlia di una grande famiglia di antiquari, e nella rettitudine del Nonno Pinetto, funzionario di banca, ex volontario della guerra '15-'18, amico di Edoardo Spadaro e di Vamba.
  La mamma si è subito divincolata dal ruolo, e ha imparato la prima lezione, che poi ha insegnato ai suoi colleghi nella professione e ai suoi cari nella famiglia: studiare, lavorare, immergersi nella vita autonoma. Sarà così che quando, altra svolta del secolo, il fascismo con le leggi razziali fulmina la vita della famiglia e deporta ad Auschwitz due zii Volterra, mentre caccia dalle scuole le sorelle e dal lavoro la famiglia, la mamma approda alla Resistenza. Un temperamento come il suo che altro può fare se non scegliere il "no" più attivo, quello che la porta in bicicletta coi documenti arianizzati (Elena Lattanzi!) a consegnare le pistole ai partigiani, e dall'altra parte a formarsi nell'insegnamento dei leader di Giustizia e Libertà. Enriquez Agnoletti, Bruno Zevi, Calamandrei, e Romano Bilenchi. Quest'ultimo, mitico giornalista che divenne direttore del Nuovo Corriere, la assume dopo la guerra, segnandone per sempre il destino. La cronaca, la presenza, i rapporti umani, la denuncia della verità, l'osservazione appassionata e critica della sua Firenze nasce nell'insegnamento severo di Romano che le dice "Cambia, taglia, ricomincia da capo". "Devo fare un pezzo" è stato il suo magnifico leitmotiv letteralmente fino all'ultimo giorno della sua vita: Un pezzo di stile e di verità, ben scritto, in vero italiano-fiorentino, critico, approfondito. La sua perseveranza era stata messa alla prova durante le persecuzioni, il suo carattere si era formato quando era lei a condurre in salvo tutta la famiglia conducendola in campagna da un bravo prete: "e io e la Riri si dormì una da capo e una da piedi in un lettino da neonati". Lo sbarco degli alleati, un'altra svolta del secolo porta a Firenze con l'eroica Brigata Ebraica da Israele che sta nascendo il babbo "Alberto" Aron Nirenstein. Che grande amore è stato il loro, tutto intessuto di idee rivoluzionarie, di speranze di pace, della consapevolezza improvvisa del disastro che il mondo ebraico aveva subito con la Shoah, di cui gran parte della famiglia del babbo era stata vittima in Polonia, e dell'amore per Israele, che la mamma scopre con lui e che non l'ha mai più, neppure per un attimo, abbandonata. La nostra nascita e educazione sono state punteggiate dal sapore avventuroso di una vita molto naturale e diretta, informale e ironica, che cerca tuttavia sempre consolazione nella bellezza e nella cultura. Il babbo venne trattenuto dalla Polonia comunista per quattro anni quando era andato alla ricerca dei documenti che gli permisero poi di scrivere il suo fondamentale libro "Ricorda cosa ti ha fatto Amalek"sulla Shoah e la rivolta del Ghetto di Varsavia. Fu il compito della sua vita, ricordare da storico della Shoah. E quello della mamma, osservare, criticare, aprire le porte della nostra casa a chiunque avesse la ricchezza che a lei appariva quella fondamentale: il pensiero, non importa di quale colore politico.
  Non era una mamma che abbracciasse molto, se non i suoi adorati cinque nipoti Beniamino, Shira,, Avigail, Mimi, Itay; ma certo ci riempiva di mostre, di giri per Firenze, di storia, di concerti, di osservazioni pungenti che insegnavano un'autentica metodologia dell'osservazione della realtà. Ed erano anche un atto di passione. Noi tre ne siamo impregnate e consapevoli.
  E' magnifico che il Giardino di Borgo Allegri sia oggi intitolato al nome di Wanda e Alberto: il legame con Firenze della mamma è durato quasi un secolo, attraverso ogni traversia della storia, e proprio il formarsi e il perdurare qui del loro operoso amore è un segnale di speranza per tutti.

(Corriere Fiorentino, 25 maggio 2022)

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Biden media tra Arabia Saudita e Israele per riacquistare credibilità in Medio Oriente

Casa Bianca al lavoro per un accordo tra i due paesi e l'Egitto a proposito di due isole del Mar Rosso. Gli Usa puntano a rafforzare il proprio ruolo nella regione e indebolire l'asse Mosca-Riad.

di Amedeo Lascaris

Abbandonata l’idea di un rilancio dell’accordo nucleare con l’Iran, impossibile senza l’appoggio della Russia, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sta cercando di recuperare in extremis la propria influenza sui Paesi del Golfo e su Israele e correggere quelli che si sono rivelati errori strategici: mettere da parte l’Arabia Saudita e il suo potente principe ereditario Mohammed bin Salman per favorire Teheran; snobbare Israele e non fornire l’adeguato appoggio di fronte alle sue preoccupazioni ataviche.

• L’accordo tra Egitta, Arabia Saudita e Israele
  Secondo uno scoop del sito di informazione statunitense Axios, la Casa Bianca, tramite il veterano della diplomazia Brett McGurk, attuale coordinatore per le politiche in Medio Oriente e Nord Africa del Consiglio per la sicurezza nazionale, sta portando avanti una delicata mediazione tra Arabia Saudita, Egitto e Israele per la finalizzazione dell’accordo tra Il Cairo e Riad per la cessione a Riad della sovranità sulle Isole di Tiran e Sanafir.
  Ratificato dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi il 24 giugno 2017, l’accordo non è stato ancora finalizzato dato che necessita dell’approvazione israeliana. Le due isole del Mar Rosso sono situate davanti allo Stretto di Tiran, principale porta d’accesso per i porti di Aqaba (Giordania) e di Eilat (Israele).
  Formalmente cedute all’Egitto dall’Arabia Saudita nel 1950, le Isole sono state al centro delle guerre arabo-israeliane con Israele che le occupò durante la Guerra dei sei giorni del 1967. Le isole ritornarono sotto sovranità egiziana nel 1982, a seguito del trattato firmato nel 1979 da Egitto e Israele, nel quale Il Cairo garantì il passaggio sicuro di navi civili e militari israeliane attraverso lo Stretto di Tiran. La cessione delle due isole all’Arabia Saudita, annunciata da Al Sisi nel 2016 in cambio di ingenti finanziamenti da parte di Riad, è stata al centro di un lungo dibattito costituzionale in Egitto che si è risolto infine solo nel giugno 2017, che però non ha portato alla firma di un accordo finale.
  Egitto e Israele dovrebbero infatti modificare il trattato firmato nel 1979. In questi anni, lo Stato ebraico non si è opposto all’accordo tra Egitto e Arabia Saudita, ma ha chiesto alcuni passi importanti a Riad per consentire la finalizzazione dell’intesa, tra cui l’apertura dello spazio aereo saudita ai voli commerciali israeliani verso tutte le destinazioni e voli diretti tra Tel Aviv e gli aeroporti sauditi per i musulmani israeliani che intraprendono il pellegrinaggio alla Mecca e Medina.

• Il primo successo di Biden in politica estera?
  In caso andasse a buon fine, l’intesa tripartita rappresenterebbe il primo successo in politica estera in Medio Oriente dell’amministrazione Biden e potrebbe porre le basi per l’avvio di rapporti tra Israele e Arabia Saudita. Segnali di un cambiamento nell’approccio alla regione erano già emersi nelle scorse settimane. Lo scorso 17 maggio, la stampa israeliana ha diffuso la notizia della partecipazione degli Stati Uniti all’esercitazione dell’aviazione dello Stato ebraico che si terrà a fine a maggio in cui verrà simulato un attacco contro gli impianti nucleari iraniani.
  Lo scorso 19 maggio, l’emittente statunitense Cnn ha invece annunciato che la Casa Bianca sta organizzando per fine mese uno storico viaggio di Biden in Arabia Saudita, il primo del presidente degli Stati Uniti nel paese del Golfo. Infatti, la perdita di un alleato chiave come l’Arabia Saudita in un momento di prezzi di petrolio altissimi e di uno scontro con la Russia sarebbe divenuto ormai insostenibile per l’amministrazione degli Stati Uniti.

• L’Arabia Saudita usa l’arma del petrolio
  Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, lo scorso 24 febbraio, gli Stati Uniti, insieme ad altri partner come il Regno Unito, hanno cercato di convincere l’Arabia Saudita ad abbandonare l’asse con Mosca in seno all’alleanza Opec+ (l’alleanza che riunisce i membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e i produttori al di fuori del Cartello guidati dalla Russia) chiedendo un aumento della produzione petrolifera. Lo scorso 22 maggio, il ministro dell’Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, ha affermato in un’intervista al Financial Times, che il paese prevede di continuare la sua partnership in seno all’Opec+ con la Russia nonostante le pressioni occidentali su Mosca e un potenziale divieto dell’Ue sulle importazioni di petrolio russo.
  Riad sta utilizzando, come già fatto in passato, l’arma petrolifera per tentare di ottenere maggiore considerazione da parte degli Usa in particolare in chiave anti-Iran. L’obiettivo di Biden sarebbe dunque quello di giungere nel Golfo già forte di un accordo di massima tra Arabia Saudita, Egitto e Israele e poter così rilanciare la partnership strategica con le petro-monarchie e con lo storico alleato israeliano. Nel 2020, l’Arabia Saudita ha sostenuto gli Accordi di Abramo, rigettando però l’idea di farne parte a causa della recrudescenza del conflitto israelo-palestinese. La finalizzazione di un accordo sulle strategiche isole del Mar Rosso potrebbe convincere Riad a fare alcuni passi avanti, soprattutto in caso di un cambio di rotta dell’amministrazione Usa nei confronti dell’Iran.

(Tempi, 25 maggio 2022)

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Il ministro turco Mevlut Cavusoglu in visita in Israele

Il giorno prima firma accordi a Ramallah per aiuti a palestinesi

ROMA – Il ministro turco degli Affari esteri, Mevlut Cavusoglu, si è recato al memoriale della Shoah a Gerusalemme, lo Yad Vashem , nel corso della sua visita ufficiale in Israele. Nelle immagini di France Presse, Cavusoglu è accompagnato da Dani Dayan, presidente dello Yad Vashem.
  Alla vigilia della sua partenza, il capo della diplomazia turca ha annunciato martedì a Ramallah una serie di nuovi accordi per sostenere l’economia palestinese in difficoltà, in occasione della prima visita turca di questo livello in Cisgiordania [la Giudea-Samaria che Israele ha liberato dall'occupazione giordana, ndr].

(askanews, 25 maggio 2022)

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Pietra tombale sul nucleare iraniano? Biden non rimuove l'IRGC dalla lista nera del terrorismo

Un mancato accordo sul nucleare iraniano sarà presto il pretesto per USA e Israele per un nuovo conflitto. L'Iran ha ribadito più volte che, oltre alla revoca delle sanzioni, la rimozione del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica, IRGC, dalla lista nera del terrorismo è una delle sue principali richieste per rilanciare l'accordo nucleare del 2015.
  Dunque, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha deciso di mantenere il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nell'elenco delle organizzazioni terroristiche straniere (FTO), mettendo quasi la parola fine sui tentativi di rilanciare l'accordo nucleare del 2015.
  La mossa di Biden è stata svelata prima da un alto funzionario che ha parlato prima a condizione di anonimato a Politico e confermata dal primo ministro israeliano Naftali Bennett, che ha scritto un post su Twitter per salutare, o meglio dire, festeggiare la decisione.
  Secondo quanto riferito, Biden ha comunicato la sua decisione a Bennett durante una telefonata il 24 aprile, aggiungendo che era "assolutamente definitiva e la finestra per le concessioni iraniane era chiusa".
  Washington ha designato l'IRGC come FTO nell'aprile del 2019 come parte della campagna di "massima pressione" dell'allora presidente Donald Trump contro la Repubblica islamica. Questa è stata la prima volta che l'esercito di un paese è stato aggiunto alla lista nera.
  Questa campagna ha comportato anche il ritiro degli Stati Uniti dal Piano d'azione globale congiunto (JCPOA), che ha concesso all'Iran un significativo sollievo dalle sanzioni in cambio della limitazione del loro programma di energia nucleare.
  Israele, che è anche apertamente contrario al ripristino del JCPOA, è ossessionato che l'Iran rappresenti una minaccia per la sua sicurezza nazionale. Tuttavia, l'Iran ha sempre ribadito di non avere alcuna intenzione di attaccare Israele se non come rappresaglia contro l'aggressione di Tel Aviv.
  La scorsa settimana, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha compiuto un viaggio a Washington per scongiurare che il più stretto alleato di Tel Aviv stesse cercando di andare avanti nei colloqui di Vienna con l'Iran.
  La decisione di Biden arriva pochi giorni dopo che un comandante dell'IRGC è stato assassinato fuori dalla sua casa a Teheran.
  Funzionari della Repubblica islamica sono convinti che probabilmente dietro l'omicidio c'era il Mossad israeliano. Tel Aviv non ha né negato né confermato le accuse.
  Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha promesso una "vendetta definitiva" per l'assassinio del colonnello Hassan Sayyad Khodaei, che secondo quanto riferito era il vice R&S dell'Organizzazione per la difesa industriale, un sotto dipartimento chiave del ministero della Difesa iraniano e una delle menti chiave dietro la linea di produzione dei droni iraniani.
  Il 23 aprile nella regione del Sistan-Baluchestan è avvenuto un fallito attentato contro un generale dell'IRGC. Un giro di spie collegato al Mossad era stato arrestato dalle unità dell'intelligence iraniana nella stessa provincia pochi giorni prima del tentato omicidio. (l'AntiDiplomatico, 25 maggio 2022)

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«L’Occidente spinga l’Ucraina a scendere a patti con la Russia»

Per l'ex segretario di Stato americano Kissinger, capo dei realisti, è ora di puntare tutto sui negoziati. Anche perché l'Occidente rischia di disunirsi e la guerra nel Donbass si fa sempre più critica per Kiev.

La Russia non va spinta tra le braccia della Cina perché «per 400 anni è stata parte essenziale dell’Europa e garante dell’equilibrio del potere europeo in momenti critici». Lo ha ribadito al World Economic Forum Henry Kissinger, che parlando con il Financial Times aveva già raccomandato agli Stati Uniti di non trasformare il conflitto in Ucraina in una guerra contro la Russia dalle conseguenze catastrofiche.

• «L’Ucraina scenda a patti con la Russia»
  A Davos, l’ex segretario di Stato americano dei tempi di Richard Nixon, caposcuola dei “realisti” in materia di politica estera, ha aggiunto che l’Occidente dovrebbe ora convincere l’Ucraina a scendere a patti con Mosca, per quanto questo possa risultare doloroso.
  aI negoziati», ha detto, «devono iniziare nei prossimi due mesi prima che il conflitto crei sconvolgimenti e tensioni che saranno difficilmente superabili. Idealmente, bisognerebbe tornare allo status quo [ante 23 febbraio]. Spingere la guerra oltre quella linea non sarebbe più combattere per la libertà dell’Ucraina, ma contro la Russia stessa».

• L’Occidente rischia di disunirsi
  Kissinger ha aggiunto che Kiev deve ora dimostrare un grado di «saggezza» simile all’«eroismo» dei primi mesi di guerra. E vanno parzialmente in questa direzione le parole di Volodymyr Zelensky secondo cui «le prossime settimane di guerra saranno difficili». Il presidente ucraino ha anche riconosciuto che la Crimea va considerata persa, dal momento che riconquistarla «ci costerebbe centinaia di migliaia di morti».
  C’è un altro elemento che andrebbe considerato nel valutare gli obiettivi da inseguire nel conflitto ucraino. Fino ad oggi, l’Occidente si è schierato unito nei confronti di Kiev e contro la scellerata guerra di Vladimir Putin. Ma lo stallo che si registra in Unione Europea intorno al sesto pacchetto di sanzioni sul petrolio, bloccato dall’Ungheria, e le conseguenze del conflitto in termini di costi energetici e sicurezza alimentare, potrebbero presto spaccare il fronte. «Non sono sicuro che l’unità durerà», ha dichiarato al Telegraph Eric Cantor, politico americano che ha avuto un ruolo importante nel decidere le sanzioni da comminare all’Iran.

• L’embargo Ue sul petrolio è ancora fermo
  Il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha recentemente dichiarato che a breve potrebbero esserci novità sul fronte sanzioni e che «entro pochi giorni potremmo raggiungere la svolta: è a portata di mano». Ma i paesi riluttanti, capeggiati dall’Ungheria, non mollano la presa e continuano a chiedere indennizzi importanti per dare il via libera al pacchetto.
  Ieri Judit Varga, ministro della Giustizia ungherese, ha reiterato la posizione di Budapest: siamo aperti alle sanzioni, ma prima vogliamo vedere «le soluzioni proposte dalla Commissione». Il premier Viktor Orban, come spiega il Financial Times, chiede che Bruxelles seppellisca l’ascia di guerra sulla procedura d’infrazione aperta per violazione dello stato di diritto, sblocchi i fondi del Pnrr al paese e indennizzi in modo sostanzioso la spesa che l’Ungheria dovrà affrontare per rinunciare al petrolio russo (si parla di 15-18 miliardi in ammodernamento delle infrastrutture).

• La guerra va male nel Donbass
  Infine, come riporta Repubblica, fonti di intelligence occidentali confermano che «è molto probabile che le forze ucraine possano essere circondate in alcune zone del Donbass, come a Severodonetsk. Nel Donbass la Russia continua ad avanzare, seppur più lentamente di quanto avesse pianificato. I russi, in numero sempre superiore, stanno guadagnando terreno costantemente e potrebbero presto circondare e tagliare i collegamenti dei militari ucraini intorno a Severodonetsk».
  Il realismo politico di Kissinger è sicuramente duro da digerire, soprattutto quando afferma che l’Occidente deve convincere l’Ucraina che il suo ruolo «appropriato» è quello di essere uno Stato neutrale e non la frontiera dell’Europa. Dichiarare, come fatto ieri dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che «l’Ucraina deve vincere» è certamente più semplice. Ma senza un piano credibile per raggiungere l’obiettivo, parole simili se le porta via il vento.
  Se infatti l’Unione Europea non ha alcuna intenzione di fare entrare Kiev nel club, come apparso chiaro dalle dichiarazioni di alcuni tra i più importanti leader europei, dovrebbe iniziare almeno a lavorare per un vero negoziato. Non solo con l’Ucraina, ma anche con la Russia, che finora si è sottratta a ogni negoziato credibile.

(Tempi, 25 maggio 2022)

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Il Governo Bennett evita la crisi, per ora

di Janiki Cingoli

La nuova crisi innescata dalla deputata araba Ghaida Rinawie Zoabi, del Meretz (partito della sinistra pacifista israeliana) è durata davvero poco: giovedì mattina, in una lettera indirizzata ai capi del governo, annunciava il suo abbandono della coalizione, a causa dello spostamento a destra su questioni chiave per gli arabo-israeliani, quali gli scontri avvenuti sulla Spianata delle Moschee e il comportamento della polizia durante i funerali della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Akleh.
  Ma già domenica, dopo un incontro con l’Alternate Prime Minister Yair Lapid, altri ministri arabi e sindaci delle maggiori città arabe annunciava il suo rientro, per evitare un ritorno di Netanyahu e dell’estrema destra al governo. Secondo indiscrezioni, le sarebbero stati promessi tra l’altro finanziamenti per l’Ospedale Francese di Nazareth.
  L’abbandono della Zoabi avrebbe ridotto a 59 (su un totale di 120 membri della Knesset) i deputati favorevoli al governo, mettendolo in minoranza e aprendo la via a possibili elezioni anticipate, dopo che già all’inizio di aprile l’abbandono di un’altra deputata, Idit Silman, di Yamina, il partito di Bennett, lo aveva privato della maggioranza di 61.
  Il premier israeliano si trova di fronte a un autentico sfaldamento del suo stesso partito, dove, che, su 7 eletti, ha già assistito all’abbandono di 2 (la Silman e Chikli), mentre altri 3, guidati dal ministro degli Interni Ayelet Shaked, insieme al vice ministro Abir Kara e a Nir Orbach, hanno deciso di procedere in collegamento, mantenendo contatti con l’opposizione.
  Questo ha indotto il governo Bennett ad accentuare a destra la bilancia della coalizione, annunciando la creazione di circa 4.000 unità abitative negli insediamenti in Cisgiordania, accettando la proposta di Orbach di collegare alla rete elettrica numerosi avamposti illegali nell’area, ordinando l’espropriazione di terre per sviluppare piani di forestazione e la demolizione di abitazioni non autorizzate nei villaggi beduini del Negev.
  A ciò si è aggiunto lo sciagurato comportamento della polizia durante i funerali della famosa giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, una cittadina palestinese - americana uccisa mentre copriva un raid israeliano a Jenin. Le forze israeliane, pur di impedire l’esibizione di bandiere palestinesi e il lancio di slogan anti israeliani, hanno attaccato il corteo ed anche i giovani palestinesi che sorreggevano la bara, causandone quasi la caduta. Un episodio che ha persino provocato la reazione del presidente Biden.
  Infine, il ministro della polizia, Omar Bar-Lev, laburista, ha autorizzato lo svolgimento per il 29 aprile della “Flag March”, la marcia delle bandiere, che celebra la conquista di Gerusalemme Est, la sua parte araba, durante la Guerra dei sei giorni del ’67. Una marcia che partendo dalla Porta di Damasco attraversa i quartieri arabi per arrivare al Muro del Pianto. Un’occasione per l’ultra destra per sfidare la popolazione araba, urlare slogan razzisti e creare scontri e tumulti. Il 1° maggio dell’anno scorso, questa fu l’occasione che diede avvio alla guerra di 10 giorni con Gaza, e anche quest’anno si teme possa innescarsi una nuova spirale di violenza.
  Cresce perciò il disagio dei parlamentari arabi che sostengono la maggioranza, anche se la United Arab List (UAL) ha posto termine a fine aprile al congelamento del suo sostegno al governo, dopo un incontro con lo stesso Lapid, facendo così cadere il tentativo del Likud di far approvare una mozione per il dissolvimento della Knesset e la convocazione di nuove elezioni. La situazione della coalizione resta comunque fragile ed esposta ai ricatti di qualsiasi parlamentare della maggioranza.
  Con 60 voti, il governo è in grado di barcamenarsi per l’ordinaria amministrazione (anche perché sono ormai prossime le ferie estive), ma nel marzo 2023, per approvare la legge di bilancio, avrà comunque bisogno della maggioranza assoluta, pena il dissolvimento della Knesset e il ritorno alle elezioni anticipate. Dipenderà quindi dal voto della Silman, o di altri parlamentari arabi della Joint List, che potrebbero almeno astenersi, abbassando il quorum.
  D’altronde, se la Silman votasse contro il governo, potrebbe essere dichiarata “defettore” (come è già capitato al suo collega Amichai Chikli, anch’egli di Yamina, che già al momento della formazione del governo era passato all’opposizione, dichiarando di non poter accettare i voti della Lista Araba Unita - UAL), il che, in base ai regolamenti in vigore, le impedirebbe di presentarsi in future elezioni con altre liste, come il Likud, o di assumere incarichi di governo.
  Una situazione quindi intricata e precaria, acuita dai giochi di potere in corso tra Bennett e il suo “Alternate Premier” Yair Lapid, che in base agli accordi di rotazione stabiliti all’atto della formazione del governo dovrebbe succedergli come premier nell’agosto 2023 e fino al termine della legislatura, previsto per il novembre 2025.
  Secondo tali accordi, tuttavia, se la defezione di membri di uno dei partiti della destra provocasse la caduta del governo ed elezioni anticipate, la premiership del governo transitorio destinato a restare in sella fino alle elezioni ed alla formazione di un nuovo governo (un processo, come si è già visto con Netanyahu, che potrebbe durare anche anni) passerebbe a Lapid. Se invece a far cadere il governo fossero deputati dei partiti di centro e di sinistra o arabi, sarebbe Bennett a restare in carica come premier di transizione.
  Secondo una notizia riportata su Ha’aretz, Bennett a fine aprile si sarebbe consultato a casa sua con i suoi più stretti consiglieri, Aron Shaviv e Shimrit Meir (che entrambi si sono successivamente dimessi dall’incarico) sulle prospettive della coalizione, e dall’incontro sarebbe scaturita l’indicazione che l’opzione migliore per lui, date la precarietà della situazione, sarebbe che il governo cadesse per responsabilità della UAL o di altri deputati arabi, in modo che egli possa restare in carica come Primo ministro transitorio.
  Si assiste quindi in queste settimane a uno scambio del fiammifero, con Lapid che spegne i fuochi mentre Bennett si mantiene distaccato. Ne fa fede anche il suo gelido commento sul ritorno all’ovile della Zoabi, con cui si è detto fiducioso che la parlamentare sia “sulla via del ritorno”. Rivolgendosi alla riunione del Gabinetto, egli ha affermato che “se i deputati dell’ala sinistra pensano che il governo è troppo a destra, e i deputati dell’ala destra pensano che il governo è troppo di sinistra, questo è un segnale che il governo è nel posto giusto, in mezzo”.

(L'HuffPost, 24 maggio 2022)

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L'import di Israele dalla Cina sale del 42,4% nei primi quattro mesi del 2022

GERUSALEMME - In Israele le importazioni di beni dalla Cina, escluse quelle relative ai diamanti, sono aumentate di circa il 42,4% su base annua nei primi quattro mesi del 2022.
  È quanto emerge da un rapporto pubblicato ieri dallo Israel Central Bureau of Statistics.
  Stando a quest'ultimo, le importazioni israeliane dalla Cina nel periodo gennaio-aprile sono state pari a 4,41 miliardi di dollari, rispetto ai 3,10 miliardi di dollari registrati nello stesso periodo dell'anno precedente.
  I dati dell'ente mostrano che la Cina è stata la principale fonte di importazioni di Israele nel periodo gennaio-aprile, rappresentando il 13,2% di tutte le importazioni israeliane, esclusi i diamanti. Le importazioni dagli Stati Uniti, al secondo posto nella lista dell'import israeliano, hanno rappresentato l'8,8% del totale.
  Nel mese di aprile, le importazioni israeliane dalla Cina hanno totalizzato 1,01 miliardi di dollari, con un aumento del 44,5% rispetto ai 699,3 milioni di dollari della medesima mensilità del 2021.
  Le esportazioni israeliane in Cina sono aumentate invece dell'1,34%, passando da 1,49 miliardi di dollari nel periodo gennaio-aprile dello scorso anno a 1,51 miliardi di dollari quest'anno.
  Il totale delle importazioni israeliane nei primi quattro mesi del 2022 ammonta a 35,68 miliardi di dollari, con un aumento del 26,6%, mentre le esportazioni ammontano a 23,54 miliardi di dollari, con un incremento del 26,9%.

(ANSA, 24 maggio 2022)

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Un altro omicidio mirato a Teheran

Ucciso un colonnello. E’ la prima volta dalla riapertura del negoziato

Domenica pomeriggio due uomini in motocicletta hanno sparato al colonnello dei pasdaran Hassan Sayyad Khodaei nel centro di Teheran. E’ la prima volta, da quando Joe Biden è alla Casa Bianca e sono ricominciati i negoziati sul nucleare iraniano, che assistiamo a un’operazione di questo tipo (un omicidio mirato) sul territorio della Repubblica islamica. Era successa una cosa simile il 7 agosto del 2020: nella capitale iraniana due uomini in motocicletta si sono accostati all’auto di Abdullah Ahmed Abdullah, il numero due di al Qaida, e lo hanno ucciso. L’Iran, al Qaida, gli Stati Uniti e Israele non riconoscono ufficialmente l’accaduto, ma quattro fonti d’intelligence dicono al New York Times che sulla motocicletta c’erano due agenti israeliani: il Mossad ha degli uomini a Teheran e li ha già usati per omicidi mirati con un copione molto simile dal punto di vista operativo. Gli uomini del Mossad in Iran sono quelli che, a novembre dello stesso anno, hanno posizionato un robot killer comandato a distanza per uccidere Mohsen Fakhrizadeh, il padre del programma nucleare iraniano. C’erano ancora Donald Trump e Benjamin Netanyahu, l’omicidio era stato interpretato come una mossa per ostacolare i piani di apertura Biden, che voleva trovare un accordo con la Repubblica islamica. Quando in Israele e negli Stati Uniti sono cambiati i governi, si pensava che per un po’ di tempo non avremmo più visto questo genere di operazioni: fino a domenica.
  Khodaei era un colonnello delle forze Quds (le forze speciali dei Guardiani della rivoluzione che operano fuori dai confini) e aveva supervisionato rapimenti e attacchi contro cittadini dello stato ebraico in giro per il mondo. Adesso il presidente iraniano Ebrahim Raisi promette vendetta: l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin se l’aspettava e lo aveva anticipato dicendo: “Dobbiamo essere pronti per questa nuova escalation”.

Il Foglio, 24 maggio 2022)

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I Peleg: non rinunceremo mai a Eitan

Primo anniversario della strage del Mottarone. Il legale dei Biran: le indagini faranno emergere la verità

di Manuela Marziani

"La famiglia Biran è sicura che le indagini penali in corso raggiungeranno le conclusioni nel miglior modo possibile ed emergerà finalmente la verità". Nel giorno del primo anniversario della strage della funivia del Mottarone - l’incidente all’impianto di risalita sul lago Maggiore avvenuto il 23 maggio di un anno fa che provocò la morte di 14 persone - il loro legale, Emanuele Zanalda, ha chiesto ancora una volta di rispettare la privacy dei suoi assistiti e di Eitan (unico sopravvissuto) che, dopo la tragedia nella quale ha perso i genitori, il fratellino e i bisnonni, è stato protagonista di una contesa giudiziaria per il suo affidamento nella quale sono stati coinvolti gli zii paterni, che vivono in provincia di Pavia, e la famiglia materna, con il nonno Shmuel Peleg accusato del rapimento del piccolo per averlo portato in Israele violando la Convenzione dell’Aja.
  "Anche se siamo stati condannati ad essere distanti da Eitan e a limiti di tempo per parlargli – hanno fatto sapere i Peleg attraverso il loro portavoce Gadi Solomon – non abbiamo mai rinunciato e non rinunceremo mai al diritto di far parte della sua vita e alla possibilità che lui torni in Israele. Le discussioni legali in Italia sono ancora in corso e speriamo che la corte di Milano e le persone che si occupano degli affari di Eitan abbiano a cuore il suo bene e correggano la terribile ingiustizia causata a lui e a noi".
  A metà dicembre, dopo diverse udienze che si sono tenute in Israele dove il nonno materno aveva portato il piccolo Eitan, il bambino ha potuto tornare in Italia dove è cresciuto per ricominciare a vivere a casa degli zii paterni, circondato dall’amore di tutti. A causa dell’eccessiva conflittualità, però, la tutela legale del piccolo di 7 anni è stata affidata a un avvocato del foro di Monza.
  "La famiglia Peleg continuerà a lottare e a lavorare affinché possa crescere in Israele, la sua casa naturale – ha aggiunto il portavoce –. Da un anno a questa parte nella terribile oscurità che ha avvolto le loro vite, una luce di speranza ha continuato a brillare: l’amato Eitan, un bambino che si è rivelato essere un enorme guerriero". Ieri intanto, con gli occhi pieni di lacrime anche Aya Biran, la zia di Eitan ha partecipato all’inaugurazione del cippo dedicato alle 14 vittime della tragedia del Mottarone nel suo primo anniversario. Al termine della breve cerimonia la donna e gli altri congiunti si sono raccolti in silenzio davanti al cippo mentre il corteo si dirigeva verso la chiesa della Madonna della neve.

(euronews, 24 maggio 2022)

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La presidente dell’europarlamento Metsola alla Knesset: “Essere antisemiti significa essere antieuropei”

di Ugo Volli

Roberta Metsola
Nonostante i tentativi di bloccarlo da parte del terrorismo e dei movimenti palestinisti che cercano di dare la colpa a Israele di tutti gli incidenti di sicurezza da esso derivanti, continua il successo internazionale di Israele. Oggi arriva a Gerusalemme il ministro degli esteri della Turchia, Mevlüt Çavuşoğlu,  per consolidare la normalizzazione delle relazioni, dopo che il centro estero di Hamas è stato silenziosamente ma efficacemente sloggiato da Ankara.
  Ma soprattutto è in corso la missione del nuovo presidente del Parlamento Europeo, la maltese Roberta Metsola, la prima visita fuori dall’Unione Europea dopo quella in Ucraina, e come ha detto lei “la prima, ma certamente non l’ultima”. Metsola ieri ha tenuto un discorso alla Knesset, per molti versi sorprendente considerando l’antipatia per lo stato ebraico, diffusa nelle alte sfere dell’Unione Europea. “Mi addolora dire che oggi assistiamo all'aumento dell'antisemitismo. Sappiamo che questo è un segnale di avvertimento per l'umanità. È importante per tutti noi”, ha detto ai parlamentari israeliani. "Non sarò ambigua: essere antisemiti significa essere antieuropei. Ogni giorno assistiamo ancora ad attacchi agli ebrei, alle sinagoghe”, ha aggiunto. "Il Parlamento europeo è impegnato a combattere l'antisemitismo".
  Il discorso non ha riguardato solo l’antisemitismo, ma anche Israele: "Voglio essere chiara: l'Europa sosterrà sempre il diritto di Israele di esistere", ha detto tra gli applausi. "Sosteniamo una soluzione a due stati - con   Israele in piena sicurezza e uno stato palestinese indipendente, democratico, contiguo e vitale, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza", ha dichiarato fra gli applausi della maggioranza e le proteste del gruppo arabo. Metsola sembrava preparata per le reazioni contrastanti, e ha aggiunto: “So che ci sono state molte false partenze in questo processo. So che non tutti vedono la pace come un obiettivo. E so quanto deve essere difficile dire a una madre il cui figlio è stato ucciso che la pace è la risposta. E ci sono troppe madri del genere”. Ha indicato gli Accordi di Abramo, che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti fra Israele e diversi stati arabi, come prova che "la pace è possibile: questi accordi potevano sembrare inconcepibili solo poco tempo fa, ma hanno dimostrato che la storia non deve sempre ripetersi. Che il ciclo può davvero essere interrotto".
  Al discorso vi sono state reazioni miste: Tibi, deputato della lista araba all’opposizione, ha rimproverato a Metsola di non aver mai pronunciato la parola “occupazione” e dunque di averla avallata. Il presidente della Knesset Levy le ha chiesto di condizionare la continuazione delle ricche donazioni che l’Unione Europea fa all’Autorità Palestinese (circa 214 milioni di euro l’anno) alla cessazione dell’incitamento al terrorismo di cui essa si rende continuamente responsabile.
  Prima dell’inizio della visita c’era stato un incidente che aveva fatto temere sul suo successo, perché Israele aveva deciso di impedire l’ingresso a un deputato spagnolo, Manu Pineda, presidente del gruppo di sostegno ai palestinesi del Parlamento Europeo, che aveva espresso il progetto di recarsi con una delegazione a Gaza e in Giudea e Samaria per “indagare sul campo la situazione creata dalla morte della giornalista Shireen Abu Akleh”. La delegazione del gruppo ha annullato tutto il suo viaggio chiedendo a Metsola di fare altrettanto; ma lei si è limitata a chiedere informazioni sul tema ai suoi interlocutori israeliani. La visita insomma è andata bene, molto meglio di quanto ci si potesse attendere sulla base del passato.

(Shalom, 24 maggio 2022)
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“Essere antisemiti significa essere antieuropei”. Si spera che non ci sia qualcuno che rivolti la frase e dica: «Essere antieuropei significa essere antisemiti». Così potrebbe apparire se gli ebrei dovessero vedere nell'Unione Europea un baluardo a loro difesa. L'esternazione della appresentante europea in questo particolare momento potrebbe anche essere interpretata come un invito a Israele a staccarsi dalla Russia per legarsi all'Europa nella guerra americano-europea contro i russi sul terreno ucraino. La cosa conviene certamente agli Stati Uniti, ma conviene a Israele? E conviene all'Europa? M.C.

sopravv
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«Guerra da imbecilli che nasconde la fine degli Stati Uniti»

L'ex leader sessantottino: «E’ l'anticipo dello scontro con la Cina, che sta già stravincendo il conflitto vero: quello commerciale».

«Ce n'est qu'un début», è solo l'inizio. La voce però non è più rabbiosamente allegra come ai tempi dei Campi Elisi, ora è pensosamente grave quasi ad annunciare «l'inizio della fine del mondo come l'abbiamo conosciuto finora. Sparano a fianco dell'Ucraina e non si rendono conto che il vero bersaglio sono loro, la loro idea di superiorità». Mario Capanna è tornato nella terra dove tirano le radici natie: tra i grumi di catrame di Alberto Burri, «medico come il vero eroe che ho tenuto come fratello: Gino Strada, uno che faceva la guerra alla guerra» e l'arte assoluta, ieratica, pacifica di Piero della Francesca. A Città di Castello dove ruscella un Tevere, che non è il Piave, ancor timido, ma già fiume universale coltiva l'unico albero che gli s'addice, ma non in senso politico: l'ulivo. Che è pace e luce, nutrimento ed energia «del naturale», specifica. Produce un extravergine di pregio e si dedica a un paio di ettari di orto biologico. Guai però a figurarselo come un Cincinnato della sinistra, a 77 anni si nutre ancora del potere della fantasia. Il mondo va in direzione ostinata e contraria e capita che un reduce mazziniano (come chi scrive) e un vessillifero del marxismo (come chi parla) di fronte a una guerra con troppi tifosi si trovino nella stessa trincea a sperare pace. Di questo qui si ragiona.

- Sorpreso da questa sinistra atlantista, bellicista?
  «Sorpreso? E perché mai. È da parecchio tempo che ci lotto dentro e contro. Pier Paolo Pasolini aveva visto giusto. Quando parlava del processo di omologazione non era campata per aria la sua analisi, e quel processo ha lavorato a fondo. Oggi l'atteggiamento prevalente è: se non penso credo di vivere meglio. Siamo passati dal cogito ergo sum al digito ergo sum il che è una catastrofe».

- Eppure il Pd continua a esercitare la sua pretesa superiorità morale ed egemonia culturale e porta la sinistra al fronte ...
  «Perché, il Pd è di sinistra? Io non l'ho capita così. Nell'attuale maggioranza Enrico Letta è il più atlantista, è stato il primo a dire sì all'aumento al 2% delle spese militari, è il primo a inneggiare alla Nato. C'è un appiattimento che è il pasoliniano processo di omologazione. La controprova sta nel fatto che il Pd sopisce sistematicamente chi esercita il dubbio. La questione fondamentale è questa: è necessario che menti libere lavorino per creare spirito critico nelle persone che è il grande assente del nostro tempo».

- Inciso: per questo ce l'hanno con gli studi classici? Le lauree in filosofia come la sua?
  «Logico, non vogliono che la gente ragioni. Prevale il tecnicismo, a scuola come nel lavoro».

- A proposito di lavoro. La sinistra «sua» aveva a riferimento gli operai. E oggi?
  «Oggi il mondo del lavoro, il mondo reale delle persone nella loro difficoltosa quotidianità non sono minimamente rappresentati. Non è un caso che a capo del governo ci sia un banchiere».

- In questo pezzo di Umbria convivono la ragion pratica con Draghi a Città della Pieve, e la ragion critica a Città di Castello. Quale prevarrà?
  «Per ora comanda il sistema, ma non è affatto vero che i giovani sono tutti bolliti. Ce n'è una gran parte che si interroga sull'assetto del mondo. Coloro i quali s'impegnano, e sono tanti, in una battaglia nella difesa dell'ambiente e dell'ecosistema hanno una funzione profondamente critica. Ci sono molti carboni accesi sotto la cenere. Il problema è che però non riescono a darsi una prospettiva. E la sinistra in questo mostra tutti i suoi limiti».

- E però l'Europa con la guerra ha rimesso nel cassetto il Green deal. Ora che si spara viene buono anche il carbone. Non è così?
  «È la più evidente prova di quella che chiamo l'imbecillità italo-europea. Mi diletto di filologia e dico imbecille senza offesa: in baculum, senza bastone, debole. Avrebbero bisogno di un sostegno, ma siccome sono stupidi non lo trovano e si inventano le sanzioni. Un disastro».

- Le sanzioni, dicono, sono un disastro per Vladimir Putin. Non è così?
  «Mettono le sanzioni perché sono stupidi ignorando che fanno più male a noi. Noi italiani lo sappiamo bene. Dopo il '35 e la conquista dell'Etiopia, misero le sanzioni a Mussolini. Che le usò per inventarsi l'oro alla patria, l'autarchia e raggiungere il culmine della sua popolarità. Cuba da 70 anni sotto sanzioni ha tirato avanti, anzi in alcuni settori come la medicina dà lezioni al cosiddetto Occidente. L'Iran tira dritto da decenni, ora gli vanno a chiedere il petrolio per fregare Putin».

- Allora qual è la verità?
  «Che in Europa e in Italia le sanzioni stanno determinando una miscela esplosiva di inflazione e recessione che porta alla stagflazione. Una tragedia per tutti, mortale per chi sta peggio. Si può essere più stupidi? Per mascherare tutto questo s'inventano le bischerate sul filo-putinismo. Questa guerra non è Russia-Ucraina, è Russia-Ucraina-Nato-Usa. Non rendersi conto da parte dell'Europa che Joe Biden sta prendendo due piccioni con una fava è drammatico. Gli Usa vogliono indebolire l'Europa dal lato economico e questa guerra è una manna dal cielo e vogliono ingabbiare la Russia».

- Siamo obnubilati dal sì alle armi?
  «Il provincialismo misero che ottenebra le menti italiche, soprattutto quelle governative, fa sì che non si prenda atto che è cominciata l'era postamericana. Che è cosa diversa dalla fine della globalizzazione. C'entra il fatto che gli Usa non vogliono dirsi la verità: il loro ruolo di dominatori mondiali acquisito dopo la seconda guerra mondiale, per quanti sforzi facciano per non farlo tramontare, sta esaurendosi».

- Ma se tutti vogliono entrare nella Nato?
  «Partiamo da un dato: sommando tutti gli aderenti presenti e futuri prossimi della Nato si arriva all'11% della popolazione mondiale. Sono ricchi, ma sono quattro gatti, metà dei cinesi o degli indiani! Non rendendosi conto che il loro tempo sta finendo, gli americani cosa fanno? Entrano in guerra contro la Russia. Non è vero che armano solo l'Ucraina, stanno partecipando in modo attivo alla guerra. Ma non si limitano a questo. Nel Pacifico hanno fatto una Nato bis con il patto con Gran Bretagna e Australia dopo che la Cina ha fatto l'accordo con le isole Salomone. Sono un migliaio di isole, sono una diga nel Pacifico che consente ai cinesi di controllare le rotte di navigazione. Hanno fatto un'altra Nato in America centrale, un patto con la Colombia che definiscono Paese principale alleato, ma non aderente. Sono andato - a volte mi comporto da pazzo! - a leggermi tutto il trattato Nato, non è prevista la condizione di non aderente. Dunque c'è uno scopo politico».

- La Nato si occupa di armi, non di politica ...
  «E invece gli Usa si preparano a contrastare con la Nato la prossima probabile vittoria di Lula in Brasile, si schierano contro l'Argentina che è entrata nella Via della seta, contro il Venezuela che vogliono ora sfruttare il petrolio in chiave anti-russa. La guerra russo-ucraina-Nato-Usa è una tragedia immane ed è da considerarsi come antesignana dello scontro tra Stati Uniti e Cina».

- Scenario da guerra mondiale?
  «La guerra mondiale è già in corso da tempo; è una guerra commerciale che per il momento non ha bisogno di attivare le testate nucleari, ma non è meno devastante. Anche in seguito alla guerra russo-ucraina-Nato-Usa siamo in presenza di una crisi alimentare che sta uccidendo tre quarti del mondo, ma il problema secondo i nostri astuti governanti è continuare a mandare armi. Gli Stati Uniti hanno il complesso del gallo presuntuoso. È convinto che il sole sorge perché lui canta. Pensano di poter continuare a dominare quando non ne hanno più né la forza né la comprensione del mondo».

- C'è anche uno scontro di civiltà?.
  «Come c'è il fondamentalismo islamico c'è quello dell'Occidente che sostiene: non c'è miglior ragione della mia perché ho la democrazia, i valori, la cultura. Questo fondamentalismo distrugge la capacità di confronto tra sistemi politici, tra economie con la pretesa di egemonia. Ma il mondo sta andando verso il multipolarismo. Il mondo è una realtà meravigliosamente complessa, invece in Occidente lo riduciamo all'immagine che piace a noi. Negli Usa la prima industria è quella della fiction e in Ucraina inventano Zelensky che è il ventriloquo di Biden e di Johnson».

- Come se ne esce?
  «Da 20 anni teorizzo la necessità di eleggere un Parlamento mondiale che sia realmente rappresentativo. Mandiamo in soffitta l'Onu che non serve a nulla e lo si vede nella guerra in corso. Questo Parlamento si elegge in un giorno seguendo i fusi orari: ogni 7 milioni e mezzo di persone, un deputato. Il Parlamento avrà così 1.000 membri che si dividono in commissioni: disarmo, economica, ambiente. Per evitare il marasma totale serve la politica: abbandonare la vecchia strada per la nuova. In caso contrario avremo la catastrofe di cui il Covid e i mutamenti climatici sono l'avvisaglia. Bisogna eliminare gli elementi d'imbecillità come questo linguaggio bellicista che vuole armi e armi e con la parola pace che viene messa sotto i piedi e che invece dovrebbe essere la prima o forse la sola a esser pronunciata».

- Si torna all'utopia?
  «Non è utopia. A metà giugno esce in libreria per Mimesis un libro da me curato che s'intitola: Il risveglio del mondo, testimonianze sul Parlamento mondiale. Sono trentotto riflessioni - compresi premi Nobel - di persone che pensano un futuro migliore possibile. O così o cento, mille Ucraina».

(La Verità, 23 maggio 2022)

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Deputata araba torna in maggioranza, il governo Bennett resta fragile

Ghaida Rinawie Zoabi torna a sostenere l’esecutivo dopo un incontro ieri col vice premier e amministratori locali. Dietro la scelta vi sarebbero “pressioni” che l’hanno “spinta” a fare un passo indietro. Il premier Bennett perde un (secondo) stretto collaboratore, altri deputati minacciano di lasciare. Con 60 seggi su 120, i numeri alla Knesset restano incerti. 

Ghaida Rinawie Zoabi
GERUSALEMME - Marcia indietro della deputata araba Ghaida Rinawie Zoabi che, a pochi giorni dall’annuncio delle dimissioni dalla maggioranza di governo, torna a garantire il sostegno all’esecutivo guidato dal primo ministro Naftali Bennett. Una coalizione che resta fragile, visto che può contare solo su 60 seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano, su un totale di 120 e il cui futuro resta tuttora incerto per possibili defezioni nei prossimi giorni a partire dal deputato di Yamina Nir Orbach. 
  Ghaida Rinawie Zoabi si era dimessa il 19 maggio scorso, lasciando il governo per la prima volta in minoranza in Parlamento. Ieri, tuttavia, è arrivato il ripensamento ma ciò non sembra bastare per garantire maggiore stabilità a una coalizione di otto partiti diversi guidata da un leader nazionalista, in carica da meno di un anno e tanto varia, quanto fragile al suo interno. Difatti fra gli otto schieramenti ve ne sono alcuni con profonde differenze (ideologiche e non) di vedute, che i casi di cronaca dell’ultimo periodo - dalle violenze dei coloni agli attacchi a cittadini israeliani, fino all’uccisione della giornalista palestinese Shereen Abu Aqleh - hanno contribuito ad alimentare. 
  L’esecutivo comprende anche un partito arabo indipendente per la prima volta dal 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele, in rappresentanza del 20% della popolazione che sulla carta gode degli stessi diritti, ma spesso denuncia episodi o politiche di discriminazione. Zoabi, del partito Meretz, si era dimessa per protesta contro politiche repressive e dure rispetto a temi “della massima importanza” per la comunità e la società araba. A pesare anche gli eventi recenti, fra i quali le violenze ai funerali a Gerusalemme della giornalista cristiana palestinese, sui quali è giunta anche la durissima nota di condanna delle Chiese di Terra Santa.
  Tuttavia, a seguito di un incontro con il vice premier Yair Lapid e otto sindaci arabi avvenuto ieri, la deputata ha annunciato il suo ritorno nella maggioranza di governo. Nella scelta pesa il desidero di “contribuire a migliorare” le condizioni della comunità araba israeliana e per le “pressioni” dei leader e amministratori locali che l’avrebbero “spinta” a ridare il suo sostegno all’esecutivo. La deputata è stata la seconda a presentare le dimissioni dopo la fuga, nelle settimane precedenti, di un membro del partito di destra Yamina, che ha lasciato per protesta contro i “danni” procurati “all’identità ebraica dello Stato” da parte dell’attuale leadership. 
  Oggi il governo può contare sulla metà dei seggi, ma nuove nubi si addensano all’orizzonte. In queste ore Nir Orbach, anch’egli di Yamina, minaccia di lasciare nei prossimi giorni un esecutivo che “continua a capitolare” davanti alle pretese degli arabi. Secondo Channel 13, Orbach sarebbe “al limite”, non nasconde le proprie preoccupazioni e afferma di volersene andare “più velocemente di quanto si possa pensare”. 
  Infine, sempre oggi si registrano le dimissioni di un collaboratore di primo piano del capo del governo a due settimane di distanza dall’abbandono di un altro esperto di lungo corso della squadra di Bennett. A lasciare dopo un decennio nell’ombra del premier è Tal Gan Zvi, mentre Shimrit Meir, consigliere senior, si era dimessa il 13 maggio citando “notevoli sacrifici nella (sua) vita personale”. Per i media israeliani sarebbe il segnale di una faida interna alla cerchia dei più stretti collaboratori di Bennett, i cui giorni al potere nel panorama politico israeliano sarebbero ormai al termine.

(AsiaNews, 23 maggio 2022)

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La celebrazione di Lag Baomer dei rifugiati ucraini in Moldavia

di Sarah Tagliacozzo

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Le celebrazioni di Lag Ba Omer a Kishnev, in Moldavia, quest’anno non sono state solo una grande festa, ma un evento eccezionale rispetto al solito. La guerra oltre il confine non ha fermato le gioiose parate che hanno attraversato la città. Durante la giornata sono stati distribuiti tefillin ad alcuni rifugiati ucraini ebrei che proprio in Moldavia hanno trovato una nuova casa.
  L’evento principale è iniziato con la marcia di una folla che con cartelli colorati e al passo di musica è giunta al prestigioso resort di Vatra Stramoseaca, dove ad accoglierli ha trovato cibo, giochi gonfiabili per i bambini, uno show di magia e allegre danze.
  «Viviamo in un periodo molto insolito nel centro d’Europa» ha detto a Shalom Rabbi Zushe Abelsky, Direttore dei Chabad Lubavitch in Moldavia, «vediamo tante persone che perdono la casa, la vita, si deprimono e spetta a noi aiutarli a continuare a vivere quando arrivano in Moldavia. Anche se solo per pochi giorni, una settimana, li teniamo in un buono stato, gli diamo speranza perché possano avere un futuro migliore. Eventi come Lag Ba Omer, caratterizzati da balli e canti, da un ritorno alla vita, sicuramente li aiuta».
  Molti rifugiati ucraini di religione ebraica hanno partecipato alla giornata. Tra questi c’era Eliyahu, un giovane di Mykolaïv che non ha potuto festeggiare il suo bar-mitzva per motivi di salute. Rabbi Mendy Alexrod, che ha già organizzato la sua maggiorità religiosa per quando starà meglio, gli ha così donato dei tefillim.
  Dopo essere fuggito da Charkov affrontando un faticoso viaggio, Gherson si è avvicinato di più all’ebraismo e ha fatto la milà a Kishnev, la sua nuova casa, dove ha cominciato ad andare a pregare e a mettersi i tefillin tutti i giorni.
  Anche Grisha, in lacrime, ha chiesto di potersi mettere i tefillin. Non li aveva. Commosso, Nachman Dickstein, Direttore del ZAKA a capo del centro medico per rifugiati, si è offerto di regalarglieli.
  La Presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha ringraziato l’impegno dei Chabad nell’accoglienza e assorbimento dei rifugiati ucraini con una lettera letta nella giornata di Lag Ba Omer da Shabtai Chanukahev, Presidente dell’Organizzazione Ebraica del Caucaso in Moldavia.

(Shalom, 23 maggio 2022)

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Ufficiale iraniano pianificava rapimento israeliani: ucciso a Teheran

di Paola P. Goldberger

Pianificava il rapimento di cittadini israeliani attirandoli all’estero. Colonnello dei Pasdaran ucciso davanti casa sua con cinque colpi
  Si chiamava Hassan Sayyad Khodayar ed era un colonnello dei servizi segreti iraniani l’uomo ucciso ieri a colpi d’arma da fuoco a Teheran.
  Secondo il Mossad il colonnello iraniano, membro importante dei Guardiani della Rivoluzione iraniana (IRGC), stava pianificando di attirare decine di israeliani in una trappola per rapirli oppure per ucciderli.
  La scorsa settimana le agenzie israeliane per la sicurezza avevano affermato di aver scoperto un piano ordito da agenti iraniani per attirare all’estero cittadini israeliani e rapirli o ucciderli.
  Il Mossad è quindi risalito alla figura del colonnello Hassan Sayyad Khodayar considerato alla guida del piano iraniano. È stato ucciso ieri davanti a casa sua con cinque proiettili.
  Immediate le proteste iraniane e le accuse al Mossad. Il portavoce del ministero degli Esteri Saeed Khatibzadeh ha detto che “questo crimine disumano è stato perpetrato da elementi terroristici legati all’arroganza globale” denunciando “il silenzio dei Paesi che fingono di combattere il terrorismo”.

(Rights Reporter, 23 maggio 2022)

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Yonathan Halimi: "Mia madre Sarah, morta per l'odio antisemita"

Parla Yonathan Halimi, figlio della donna ebrea uccisa nel 2017 in Francia da un giovane musulmano. “Serve una legge contro i delitti di matrice antisemita”.

di Anais Ginori

Manifestazione contro la sentenza della Corte di cassazione sull'omicidio di Sarah Halimi
"Non vogliamo arrenderci, non possiamo arrenderci". L'appello di Yonathan Halimi arriva forte e chiaro a cinque anni dall'assassinio di sua madre Sarah Halimi, la donna ebrea di 65 anni brutalmente assassinata a Parigi da un suo vicino di casa, Kobili Traoreé, un giovane musulmano originario del Mali. Il figlio della vittima sarà oggi a Roma per portare anche in Italia la sua battaglia di civiltà. Un anno fa, infatti, la corte di Cassazione francese ha accolto l'istanza della non punibilità di Traoré, sulla base di un articolo del codice penale che stabilisce la non perseguibilità di chi soffra, al momento del delitto, il 4 aprile 2017, di un disturbo psichiatrico.
  L'assassino di Halimi non aveva mai manifestato disturbi psichiatrici in precedenza ma secondo i magistrati sarebbe stato in preda a una crisi psicotica dovuta all'uso di sostanze stupefacenti, in particolare di hashish. "È una decisione incomprensibile, significa che chiunque voglia commettere efferati crimini può fumare hashish con la garanzia dell'impunità", commenta Yonathan Halimi che stasera parteciperà al dibattito presso il centro bibliografico dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, a Roma, su invito della presidente Noemi Di Segni.
  La matrice antisemita del delitto era stata accolta dai tribunali francesi. Traoré, uomo con precedenti penali e frequentatore di una moschea vicina a frange islamiste radicali, aveva infatti sequestrato, picchiato e infine defenestrato l'ex insegnante in pensione al grido di Allahu akbar. Una commissione d'inchiesta in parlamento ha evidenziato numerose défaillance durante le indagini. "La polizia ha tralasciato molti indizi che mostravano la premeditazione e non è neppure stata fatta una ricostituzione del crimine come di solito avviene in questi casi", racconta Halimi convinto che la giustizia francese non abbia fatto correttamente il suo lavoro.
  Le zone d'ombra nella macchina dello Stato sono tali che qualcuno parla di un nuovo affaire Dreyfus, lo scandalo giudiziario di fine Ottocento nel quale il capitano ebreo francese fu ingiustamente condannato per alto tradimento. Il timore di alcuni è che ancora oggi ci possano essere reti omertà e protezioni tra le massime autorità pubbliche.
  "Sono deluso dalla Francia", confida Yonathan Halimi che quasi vent'anni fa si è trasferito in Israele, raggiunto dalle due sorelle dopo l'assassinio della madre. La famiglia ha anche pensato di presentare una denuncia in Israele per cercare di ottenere un processo, il diritto penale israeliano può applicarsi ai crimini antisemiti commessi all'estero e denunciati da un cittadino israeliano, ma la Francia non estrada i suoi cittadini. Oltre a condurre la battaglia per ottenere giustizia, Yonathan ha fondato l'associazione benefica Ohel Sarah per continuare a far vivere i sogni della madre, insegnante in pensione che aveva dedicato la sua carriera ai giovani. "Ci occupiamo soprattutto dell'integrazione di bambini che arrivano dalla Francia, non è sempre facile all'inizio", spiega Yonathan impegnato nella missione con la moglie Esther. "Abbiamo ricevuto solidarietà da tutto il mondo e questo ci scalda il cuore" prosegue il figlio di Sarah, parlando di messaggi arrivati dagli Stati Uniti alla Svizzera, dal Canada al Regno Unito. Il sostegno in Italia non è mancato dall'inizio del caso. "Vengo anche per ringraziare tutti personalmente - dice Yonathan - ogni gesto è importante e serve a mantenere alta l'attenzione".
  Anche in Francia, la sentenza della Corte di cassazione ha provocato una forte mobilitazione, con decine di migliaia di persone scese in piazza in molte città per protestare. Francis Khalifat, presidente del Crif (Conseil représentatif des institutions juives de France), che pure sarà oggi a Roma, si è impegnato nella richiesta di far cambiare una norma che deresponsabilizza in modo evidente chi commette crimini anche gravissimi ed efferati, inclusi i crimini d'odio e di matrice terroristica.
  Per alcune associazioni non bisogna abbassare la guardia in un clima già molto pesante per la comunità ebraica francese oggetto di minacce e violenze. Sarah Halimi viveva da vent'anni a Belleville, quartiere multietnico in cui le tensioni verso gli abitanti di origine ebrea sono andati crescendo, tanto che molti si sono trasferiti in altri quartieri. "Noi le dicevamo di stare attenta, anche se non potevamo certo immaginare che le potesse succedere una cosa così terribile", spiega il figlio che non ha ancora sgombrato l'appartamento della madre, nella speranza che prima o poi ci sia una nuova indagine, più approfondita.
  Sull'onda delle proteste, Emmanuel Macron ha aperto all'idea di cambiare la legge. "È quello che il presidente ci ha promesso anche quando è venuto in Israele" racconta Yonathan Halimi. "Ma finora - conclude - alle parole non sono seguiti i fatti".

(la Repubblica, 23 maggio 2022)

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Mottarone, anche la zia di Eitan alla cerimonia in memoria della tragedia

Intanto la famiglia materna e il nonno non si arrendono: "Continueremo a lottare per lui perché cresca in Israele"
   
  Tra i famigliari delle vittime arrivati questa mattina al Mottarone per l'omaggio a un anno dalla tragedia della funivia c'è anche Aya Biran-Nirko, zia del piccolo Eitan. Al termine della breve cerimonia di inaugurazione della stele in memoria dei morti della tragedia della funivia i parenti si sono raccolti in silenzio davanti al cippo  mentre  il corteo si dirigeva verso la chiesa della Madonna della neve.
  Intanto a un anno dal disastro la famiglia materna di Eitan, unico sopravvissuto al disastro della funivia, non si arrende. Attraverso una nota stampa riportata dai media nazionali afferma: “continueremo a lottare per lui perché cresca in Israele, la sua casa naturale, casa della sua famiglia, luogo di sepoltura dei suoi genitori e del fratellino".
  Come è noto il bambino, dopo una lunga battaglia legale si trova ora in Italia con la zia paterna e sul nonno materno Shmuel Peleg e su un presunto complice pende un mandato d'arresto internazionale emesso dalla magistratura di Pavia per il rapimento di Eitan, portato in Israele dall'uomo agli inizi di settembre dello scorso anno.
  "Non abbiamo mai rinunciato e non rinunceremo mai - prosegue la nota della famiglia materna- al diritto di far parte della sua vita e alla possibilità che lui torni in Israele. Le discussioni legali in Italia sono ancora in corso e speriamo che la corte di Milano e le persone che si occupano degli affari di Eitan abbiano a cuore il suo bene e correggano la terribile ingiustizia causata a lui e a noi".

(Vigevano24.it, 23 maggio 2022)

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I "tra poco" della vita

di Larry Christenson
    "Tra poco non mi vedrete più; e tra un altro poco mi vedrete" (Giovanni 16:16)

"Che cosa vuole dire: "tra poco" non lo vedremo più e ancora "tra un altro poco" lo vedremo ancora?" si domandavano i discepoli. Dopo la crocifissione di Gesù essi furono sommersi dalla paura e dalla disperazione. Durante l'attesa vivevano nascosti per timore che lo stesso destino toccato a Gesù toccasse anche a loro, Suoi seguaci. Nella paura e nella disperazione si erano dimenticati della profezia di Gesù: il terzo giorno sarebbe risorto. Per il dolore si erano dimenticati che "tra poco" lo avrebbero rivisto. Nonostante le loro ansietà e disperazione, Dio era all'opera. Egli aveva un piano e uno scopo che voleva portare a compimento prima che essi lo vedessero di nuovo.

• LA PAROLA D'ORDINE: DIO È ALL'OPERA
  Durante quel periodo di attesa, mentre i discepoli non lo vedevano, Dio era al lavoro. Egli stava sconfiggendo le potestà, i principati e le potenze che tenevano prigioniero l'uomo. Stava ponendo le basi di una salvezza che sarebbe stata resa nota a tutto il mondo. Era un tempo di attesa, un tempo doloroso, ma Dio era all'opera.
  Il Signore aveva per i discepoli, anche un secondo scopo cioè quello di compiere qualcosa nella vita dei discepoli stessi. Egli voleva che durante quel periodo essi si riposassero fidando nella promessa che Lo avrebbero rivisto di nuovo, e che vivessero per fede, pur non vedendolo. Perciò c'era uno scopo duplice: Dio stava effettuando un piano nella sua sfera di attività e permettendo che la fede e la fiducia crescessero nei cuori dei suoi discepoli.
  Ogni credente sperimenta dei "tra poco" nella propria vita, periodi nei quali sembra quasi che Dio se ne vada, e noi dobbiamo resistere per fede fino a che Egli non torni. La buona riuscita di questi periodi di attesa dipende da come noi li affrontiamo, cioè se noi comprendiamo la ragione o se li subiamo.
  Scopriamo lo scopo di questi momenti di attesa nelle parole di Gesù: "Il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia". Lo scopo di Dio è condurci a questo tipo di gioia.
  La parola d'ordine da usare in momenti come questi è semplicemente: Dio è all'opera. Nessun'altra promessa o realtà può ancorare il tuo cuore come il sapere che Dio sta operando. La tendenza dei nostri cuori e delle nostre menti in tempi di attesa è pensare che Dio è scomparso dalla scena delle nostre vite. Ma la Bibbia ci assicura che Egli è all'opera.
  Allora, che cosa è necessario per affrontare questi "tra poco?"
  Prima di tutto abbiamo bisogno della conoscenza. Dobbiamo sapere che Dio ha un piano e che sta portando a compimento qualcosa: non stiamo attraversando un periodo insignificante.
  Secondo, dobbiamo avere fiducia. Dobbiamo avvalerci di questa conoscenza e avere fiducia nella Parola di Dio.
  Terzo, dobbiamo esercitare perseveranza nell'attenerci alla Parola di Dio.
  
  • CONOSCERE LA PAROLA DI DIO
  Ai discepoli era stata data la conoscenza, ma loro non se ne erano approprìati veramente. La loro fede si basava soprattutto sulla loro esperienza personale con Cristo. Certo, era una cosa meravigliosa, ma non bastava per aiutarli ad attraversare quel "tra-poco". Avevano bisogno di una conoscenza specifica della Parola di Dio. Lo costatiamo nell'episodio dei due discepoli sulla via di Emmaus, il pomeriggio dopo la resurrezione. Gesù si mise al loro fianco e domandò: "Perché siete così tristi?" Essi risposero perché Gesù era stato crocifisso, mentre loro avevano sperato che Egli avrebbe liberato Israele. Allora Gesù cominciò a spiegare le Scritture e fece vedere loro, nella Parola di Dio, che la sofferenza del Messia era necessaria per entrare nella gloria, e quindi era parte necessaria del piano di Dio. Mentre Gesù spiegava loro la Parola, essi la capivano, e i loro cuori cominciarono ad ardere stranamente. Avevano bisogno di una conoscenza specifica sul piano di Dio.
  Nel momento della prova non puoi vivere ricordando un'esperienza, anche se meravigliosa. Devi avere una conoscenza specifica e concreta del piano, delle promesse e dello scopo di Dio.
  Un missionario nel Pakistan disse: "Qui si vive in modo primitivo. E' difficile per un occidentale, anche dal punto di vista della salute, vivere in un clima come questo". Disse che, se non fosse stato sicuro di essere stato mandato da Dio, non avrebbe potuto resistere. E' questo che rende sopportabili le difficoltà: sapere senza dubbio che Dio ci ha messi in quel luogo e che sta portando a compimento il Suo piano.
  Le Scritture dicono che la Parola di Dio è come un seme. Il seme ha sempre un periodo di crescita. E' durante quel periodo di crescita che tu devi stare tranquillo e aspettare, così che ciò che Dio ha pianificato e promesso per te possa diventare maturo. Perché Egli vuole che tu abbia una gioia che nessuno possa toglierti.
  Pensa ai discepoli di Gesù: essi avevano avuto una comunione meravigliosa con Lui. Ma Gesù dovette distogliere la loro vista dalla comunione eterna che Egli voleva far goder loro, una comunione che non avrebbe mai potuto essere interrotta, mai per tutta l'eternità. Così nella loro vita subentrò quel "tra poco" durante il quale essi si abituarono alla visione di Dio per il futuro.
  Essi si separarono con dolore dalla visione che si era concentrata solo sul tempo presente. Dio deve fare questo anche con noi. Egli forse dovrà usare molti "tra poco" per liberarci da una visione troppo ravvicinata e dai tentacoli del presente affinché essi non ci leghino più,
  Dio usa questi brevi periodi anche per distogliere la nostra attenzione dalle nostre forze e riversarla sulle Sue risorse, da quello che noi siamo in grado di fare, a quello che vuole fare Egli stesso. Nei momenti di attesa Dio frustra i nostri sforzi al punto che noi siamo obbligati a volgere lo sguardo a Lui. Egli ci farà giungere allo stremo delle forze per poterci mostrare le Sue risorse illimitate.
  Quando ci troveremo nell'eternità, guarderemo indietro al tempo della storia umana: sarà come un batter d'occhio. Paolo dice in II Corinzi 4: 17 che le piccole afflizioni del tempo presente preparano per noi un "peso eterno di gloria". Questo è ciò che viene prodotto nelle nostre vite durante tali periodi, un peso eterno di gloria, al di là di ogni paragone. Su questa terra siamo solo di passaggio. Viviamo in un periodo di prova durante il quale Dio ci prepara per cose più importanti.
  Se sai queste cose e ci credi, puoi condurre una vita completamente diversa. Ti muoverai senza pensare se Dio oggi o domani ti darà questa o quella benedizione. Non vivrai più da un'esperienza all'altra. Scoprirai che vi è un piano più profondo che include le difficoltà di questi "tra poco" nelle nostre vite. Quando un "tra poco" viene, non significa che tu sia fuori contatto e che Dio si sia dimenticato della tua esistenza. Dio si prende cura di te ed è all'opera. "Ma quelli che sperano nell'Eterno acquistano nuove forze, s'alzano a volo come aquile; corrono e non si stancano, camminano e non s'affaticano" (Isaia 40:31). Noi dobbiamo avere questo tipo di conoscenza. Dobbiamo sapere che questi brevi momenti sono parte di un piano preciso di Dio per l'intera chiesa e parte specifica del piano per la nostra vita.

• AVERE FIDUCIA NELLA PAROLA DI DIO
  Quando hai questa conoscenza specifica, devi rimanervi attaccato e confidare. Ti devi abbandonare al piano di Dio.
  Gesù di fronte a Pilato, fece esattamente questo. Come un agnello davanti a chi lo tosa, così Egli non aprì bocca. Gesù non disse nulla per difendersi. Egli sopportò l'umiliazione della crocifissione perché sapeva. Egli sapeva in maniera concreta e specifica dalle Scritture che questo era parte del piano di Dio. Egli aveva fiducia nella Parola di Dio anche nel mezzo della sofferenza e dell'umiliazione.
  Pensaci! L'Iddio, il creatore, che veniva ucciso dalle sue stesse creature! L'unico senza peccato che prendeva su di sé ogni peccato mai commesso da uomo, donna o bambino. Egli sapeva, che era parte del piano di Dio, e per questo fu capace di sopportare in silenzio. Fu capace di attraversare il "tra poco" in cui sembrava che Dio lo avesse abbandonato perciò gridò, mentre era sulla croce: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?"
  Il libro dell'Apocalisse narra ciò che successe in questo piano che sembrava senza senso, di questo agnello menato allo scannatoio. Quando il rotolo su cui sono scritti · gli avvenimenti degli ultimi tempi sta per essere aperto, viene cercata una persona per aprirlo, ma nessuno è degno di farlo. Giovanni piange perché nessuno è stato trovato degno di aprirlo. Mentre piange, qualcuno viene e lo tocca sulla spalla: "Non piangere, perché il Leone della tribù di Giuda è degno di aprire il rotolo". Questo è Cristo: il Messia! Giovanni alza gli occhi e vede un leone? No, vede uno come un agnello, un agnello che è stato scannato ma che è ancora vivo. E improvvisamente capisce: "Il leone è l'Agnello!" La potenza sovrana di Dio era all'opera nella debolezza di Colui che veniva crocifisso.
  Gesù si fidò della Parola di Dio durante quel "tra poco" e, per mezzo di quella fiducia, Dio trasse la vita dalla morte.

• PERSEVERARE NELLA PAROLA DI DIO
  Devi possedere la conoscenza per attraversare questi brevi momenti della vita in cui Dio sta mettendo in opera il Suo piano. Devi avere fiducia nella Sua Parola. E poi devi avere perseveranza.
  Di nuovo nell'Apocalisse si parla di alcune terribili calamità che verranno sulla terra. Dice: "Qui sta la costanza e la fede dei santi" (Apocalisse 13:10). Questo è il momento per attenersi alla Parola di Dio, sebbene le cose diventino difficili.
  Quando Dio sembra distante, o quando sembra non succeda nulla, è pericolosamente facile sviarsi dalla Parola di Dio e cadere nel peccato e nella disperazione.
  Giuseppe fu venduto dai suoi fratelli e portato in Egitto. Come sarebbe stato facile dire: "A nessuno importa di me. Posso vivere come il mondo e cercare di tirare avanti come posso". Ma quando la moglie del suo padrone cercò di attirarlo nel peccato, egli rifiutò. Era un "tra poco" nella vita di Giuseppe durante il quale Dio sembrava assente. Tuttavia egli proseguì credendo che la sua vita fosse nelle mani di Dio.
  C'è grande tentazione di cadere nel peccato quando la vita spirituale è in fase negativa. Ma saggerai una crescita dieci volte maggiore quando ti stringerai al Signore in un periodo buio piuttosto di quando lo seguirai in un momento facile. Tutti lo possono fare! "Ma se soffrirete perché avete agito bene, e lo sopportate pazientemente, questa è una grazia davanti a Dio" (I Pietro 2:20). Durante questi "tra poco" Dio si aspetta che noi viviamo in armonia con la Sua volontà, anche se le nostre emozioni denotano il contrario.
  E' facile cadere nella disperazione durante questi "tra poco", sentire che Dio non si cura di noi. "Perché devo andare in chiesa, oggi? Perché continuare nella preghiera personale? Perché continuare a testimoniare? Dio non si cura più di me ... ". E' facile guardare al mondo e dire: "Ecco lì un uomo che non dà a Dio nemmeno un attimo della sua giornata, però non ha i problemi che ho io". Questo è stato detto da quando le persone hanno creduto in Dio. "L'ingiusto prospera e i giusti vengono calpestati". E' facile farsi prendere dalla disperazione e pensare che non ne valga la pena, tanto Dio non ci ascolta.
  Sarebbe stato facile, per Giuseppe, pensare in questo modo quando fu gettato in prigione. Ma anche lì egli rimase fedele a Dio. Continuò, nel suo piccolo, a servirLo: aiutava i suoi compagni prigionieri, e Dio usò questi piccoli servizi per trarlo fuori dalla prigione e innalzarlo a una posizione di grande autorità. Tutto faceva parte del piano di liberazione di Dio per il popolo di Israele. In questo "tra poco" della vita di Giuseppe, quando sembrava che Dio lo avesse abbandonato, quando i suoi stessi fratelli lo avevano respinto, Dio era all'opera. Essi volevano fargli del male, ma Dio lo trasformò in un grande bene.
  I "tra poco" della nostra vita non sono facilmente sopportabili. Non sono i periodi che normalmente tu racconti agli altri, come i giorni nei quali Dio è vicino e vero. Ma sono giorni nei quali Dio sta compiendo un'opera meravigliosa nel tuo cuore e nella tua vita, un piano che coinvolge te e tutti gli altri. Sono i giorni nei quali tu trovi il coraggio di innalzare su di te lo stendardo con scritto "Cammina con attenzione, Dio è all'opera!

(Da "Una mente rinnovata", EUN)



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Siria: raid di Israele nei pressi dell’aeroporto di Damasco

Si tratta del secondo presunto attacco dell'aeronautica israeliana contro obiettivi nel Paese nel corso dell'ultima settimana, dopo quello avvenuto lo scorso venerdì, 13 maggio, contro una struttura nella regione nord-occidentale di Masyaf,

Tre militari siriani sono stati uccisi nella notte durante un bombardamento con missili di superficie su Damasco, la capitale della Siria, attribuito a Israele. Lo riferiscono i media siriani ufficiali. Si tratta del secondo presunto attacco dell’aeronautica israeliana contro obiettivi in Siria nel corso dell’ultima settimana, dopo quello avvenuto lo scorso venerdì, 13 maggio, contro una struttura nella regione nord-occidentale di Masyaf del Paese. Secondo quanto riferito dall’emittente radiofonica “Sham Fm“, in seguito al bombardamento sarebbe scoppiato un incendio nei pressi dell’aeroporto internazionale di Damasco.
  La notizia del raid in Siria attribuito a Israele giunge all’indomani dell’annuncio fatto dal portavoce delle forze di difesa israeliane (Idf) per i media arabi, Avichay Adraee, secondo cui il genero dell’assassinato comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, Qassem Soleimani, starebbe contrabbandando armi dall’Iran destinate al movimento sciita libanese, Hezbollah, utilizzando voli civili attraverso la Siria. La rete di traffico di armi sarebbe “gestita da Reda Sayed Hashem Safi al Din, figlio di sayyed Hashem Safi al Din, capo del Consiglio esecutivo di Hezbollah, che usa la sua posizione di spicco e le infrastrutture dello Stato libanese per aiutare il figlio a trasferire armi strategiche dall’Iran a Hezbollah”, ha fatto sapere Adraee. Inoltre, secondo il portavoce delle Idf, “per garantire la riservatezza, le armi vengono trasportare su voli civili dall’Iran all’aeroporto internazionale di Damasco, esponendo i civili a un pericolo imminente”. “Il gruppo terroristico Hezbollah sta sfruttando lo Stato libanese e i suoi cittadini per scopi terroristici che servono gli interessi iraniani”, ha aggiunto, sottolineando che le Idf “continueranno a monitorare tutti i tentativi di Hezbollah di minacciare la sicurezza dello Stato di Israele e agiranno secondo necessità per proteggere la sicurezza e i cittadini”. L’operazione di contrabbando sarebbe supervisionata da Sayyed Reza Hashim Safi al Din, che è sposato con la figlia di Soleimani, il generale iraniano fautore dell’espansionismo di Teheran nella regione, rimasto ucciso in un attacco con droni Usa nel gennaio 2020 presso l’aeroporto di Baghdad, in Iraq.
  Israele ha accusato a lungo l’Iran di trasferire munizioni avanzate al gruppo libanese Hezbollah attraverso la Siria. Israele ha effettuato centinaia di sortite sulla Siria nell’ultimo decennio, principalmente per ostacolare i tentativi delle forze iraniane di trasferire armi o stabilire un punto d’appoggio nel Paese. I raid aerei israeliani su obiettivi iraniani e di Hezbollah in Siria sono in corso dall’inizio degli interventi iraniani in territorio siriano e sono proseguiti anche dopo il 2018 in accordo con la Russia che, nel frattempo, a partire dal 2015, a seguito del suo intervento militare in Siria, aveva preso il controllo dello spazio aereo siriano. I raid aerei non si sono fermati con la guerra in Ucraina, ponendo lo Stato ebraico in una posizione difficile. Nelle ultime settimane, i rapporti tra i due Paesi si sono deteriorati. Lo scorso 13 maggio, Israele avrebbe per la prima volta subito una risposta della Russia durante un raid aereo. Secondo quanto riportato dai media israeliani l’episodio sarebbe avvenuto la notte del 13 maggio, quando, durante un raid aereo dell’aviazione israeliana nel nord ovest della Siria nei pressi della città di Masyaf, i caccia israeliani sono stati investiti da missili S-300 avanzati. Secondo l’agenzia di stampa siriana “Sana”, l’attacco israeliano ha provocato cinque morti e sette feriti, mentre non vi sarebbero state conseguenze per i velivoli israeliani.
  In questi anni, Israele e Russia hanno mantenuto vivo questo accordo de facto che consente ai caccia dello Stato ebraico di colpire obiettivi di Hezbollah e dei Guardiani della rivoluzione iraniana in Siria, senza essere bersaglio dei sistemi anti-aerei avanzati consegnati da Mosca al regime di Damasco, ma attivabili solamente con il consenso russo. Solitamente la contraerea siriana tenta di colpire i caccia israeliani con sistemi più antiquati, ad esempio sistemi Pantsir S-2, di fabbricazione sovietica, solitamente inefficaci nel contrastare gli attacchi israeliani. Tuttavia, questa volta anche le batterie S-300 hanno aperto il fuoco mentre i jet stavano lasciando l’area d’attacco, ha riferito “Channel 12”, che sottolinea come le batterie S-300 siriane sono azionate dall’esercito russo e non possono fare fuoco senza la loro approvazione. I velivoli sono comunque riusciti ad eludere le difese antiaeree, probabilmente grazie alle contromisure elettroniche di cui sono dotati i caccia dell’aviazione israeliana.

(Nova News, 21 maggio 2022)

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Israele prova il piano d’attacco contro l’Iran

Israele percepisce l’Iran come una minaccia esistenziale e teme che possa arrivare a raggiungere la dimensione atomica. Lo stato ebraico sta elaborando un piano di attacco aereo con cui colpire i siti nucleari iraniani qualora ce ne fosse bisogno

di Emanuele Rossi

L’esercito israeliano ha in programma di simulare un attacco contro l’Iran nelle prossime due settimane. L’ampia esercitazione servirà ad addestrarsi per un eventuale raid contro le strutture nucleari iraniane.
  Sarà la prima volta in almeno cinque anni che le forze armate israeliane si impegneranno in un’esercitazione di questo tipo. L’obiettivo è quello di sviluppare nuovamente “un’opzione militare credibile” contro il programma nucleare iraniano, hanno dichiarato gli ufficiali israeliani in un briefing con i giornalisti.
  Da tempo si parla della possibilità che da Gerusalemme passi lo sviluppo un qualche piano-B da usare se il dialogo negoziale sul Jcpoa — l’accordo per il congelamento del programma nucleare iraniano — dovesse naufragare. Sull’intesa è in corso un’intensa attività diplomatica che sta coinvolgendo attivamente l’Ue e partner regionali americani come Oman e Qatar. Ma i risultati non stanno arrivando, nonostante il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, abbia diffuso ha una dichiarazione in cui sembra aprire al raggiungimento di un’intesa.
  Anche gli Stati Uniti accetterebbero questa eventuale opzione aggressiva, consapevoli che senza un controllo la Repubblica islamica potrebbe arrivare all’ottenimento dell’arma atomica — e dunque un’opzione di attacco fa parte della deterrenza strategica su Teheran.
  L’obiettivo statunitense è anche far sapere agli iraniani che se salta il dialogo negoziale tutte le opzioni sono sul tavolo. L’obiettivo israeliano non contemplerebbe i negoziati, perché l’Iran viene percepito come un rivale esistenziale che lavora contro la sicurezza nazionale dello stato ebraico, anche attraverso attori proxy come le milizie sciite movimentate nella regione (figurarsi come può essere vista la possibilità che a Teheran si trovi una bomba nucleare).
  L’esercitazione aerea contro l’Iran si svolgerà nell’ambito della quarta settimana delle manovre “Chariots of fire”, che simulano un conflitto regionale ad ampio raggio, hanno dichiarato i funzionari israeliani. Decine di jet da combattimento dell’aviazione israeliana ne prenderanno parte e voleranno per centinaia di chilometri da Israele verso ovest, sopra il Mediterraneo, in modo da simulare una rotta aerea verso l’Iran (traslata).
  Israele ha probabilmente effettive capacità tecnica se un’azione del genere dovesse rendersi necessaria. Nel marzo 2018, un F-35 Adir ha sorvolato Teheran e Bandar Abbas, e sono poi state diffuse le immagini tramite Al Jarida, un sito kuwaitiano sempre ben informato sulle attività israeliane – al punto da essere considerato un megafono del Mossad. I caccia Lockheed Martin hanno dimostrato di aver capacità stealth in grado di bucare la contraerea iraniana, e dunque potrebbero essere usati per colpire i siti nucleari senza essere intercettati.
  La dimostrazione che per gli Stati Uniti questa dell’attacco resta tra le opzioni potenziali sta anche nel fatto che aerei da rifornimento della US Air Force dovrebbero fornire assistenza anche a questa parte dell’esercitazione, ha detto l’israeliano Channel 13. I funzionari israeliani hanno confermato la partecipazione degli Stati Uniti, ma non hanno fornito alcun dettaglio, precisa l’informatissimo Barak Ravid di Axios.
  All’inizio della settimana, il nuovo comandante del CENTCOM, il generale Michael Kurilla, era in Israele, ma potrebbe essere stata una visita di cortesia, per inaugurare il proprio mandato passando dal principale degli alleati americani nella regione mediorientale. Kurilla è andato anche negli Emirati: la visita segue una ritualità di inizio incarico anche in questo caso. Tuttavia Abu Dhabi è altro partner americano che se ci fosse un eventuale attacco contro l’Iran, in un qualche imprecisato futuro, potrebbe essere coinvolto direttamente nei piani — sia per le capacità militari, sia per la contiguità geografica, sia perché ormai parte di un blocco unico con Usa e Israele prodotto dagli Accordi di Abramo.
  La necessità di sviluppare un piano e l’opzione di deterrenza associata si lega a un timore: Stati Uniti e Israele – partner del Golfo come sauditi ed emiratini – temono che l’Iran continui a portare avanti, più o meno segretamente, il suo programma nucleare mentre i colloqui sul Jcpoa sono in fase di stallo. Questo darebbe a Teheran un doppio vantaggio: da un lato ottenere capacità nucleari militari, dall’altro poter usare il raggiungimento delle stesse come leva durante l’evoluzione dei negoziati (ossia portarsi in una dimensione simile a quella della Corea del Nord, che non accetta un piano di denuclearizzazione perché si sente ormai forte della Bomba).
  Ravid ricorda che negli anni che hanno preceduto l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, Israele si era preparato alla possibilità di un attacco aereo contro le strutture nucleari iraniane. L’ex premier Benjamin Netanyahu è stato vicino a ordinare l’azione nel 2012. Dopo l’avvio dei colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran nel 2013, e ancor più dopo il raggiungimento dell’accordo, Netanyahu ha tolto dal tavolo l’opzione militare israeliana.
  Durante la presidenza Trump la possibilità di un attacco è diventata praticamente irrilevante: erano gli anni della scelta trumpiana di uscire unilateralmente dal Jcpoa, re-inserendo l’intera panoplia sanzionatoria. Netanyahu aveva fiducia sul fatto di non aver bisogno di un piano indipendente. L’attuale governo israeliano ha invece ripreso lo sviluppo di un progetto di attacco autonomo (o semi-autonomo) contro il programma nucleare iraniano e ha stanziato miliardi di dollari per il potenziamento e l’addestramento militare.
  “Israele si sta preparando a tutti gli scenari costruendo la sua potenza militare e tenendo colloqui strategici con l’amministrazione Biden”, ha detto il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. “Il costo per contrastare l’Iran ora è più alto di quello di un anno fa e più basso di quello che sarà tra un anno”, ha aggiunto, sostenendo che la lezione dell’invasione russa dell’Ucraina è che il potere economico, politico e militare a volte dovrebbe essere usato preventivamente per evitare una guerra più ampia.

(Formiche.net, 21 maggio 2022)

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Ucraini d’Israele

Presidenti, primi ministri, generali, pionieri e scrittori. Un bel pezzo di stato ebraico viene dalle città sotto le bombe russe

di Giulio Meotti

Dalla madre di Moshe Dayan, il generale con la benda, a Golda Meir, che era soltanto la figlia di un falegname di Kyiv Nel 1961 il presidente israeliano Ben-Zvi, ucraino, tenne una serata per i connazionali. Mosca si infuriò. Non voleva che si parlasse di Ucraina
A Buchach, in Ucraina, c'è un centro letterario dedicato a Shmuel Agnon, lo scrittore israeliano premio Nobel nato in quella città Erano ucraini i genitori di Yitzhak Rabin, Naftali Hertz Imber, l’autore dell'inno israeliano, e Nathan Sharansky, nato a Donetsk

Devorah Dayan raccolse la sua storia in un volume pubblicato postumo in Francia. La storia di una ragazza ucraina partita da Zashkiv e finita a vangare e coltivare la terra nei kibbutz e nei “moshav ovdim”, l’organizzazione del lavoro e della vita in un villaggio ebraico nella Palestina prima turca e poi inglese. C’era una sorgente, dei limoni, dei fichi, e, soprattutto, c’era dell’ombra. “Una voce parlava dentro di me e mi diceva: ‘Qui edificherai la tua esistenza, su questa terra alleverai i tuoi bambini’”. Era Nahalul, non lontana da Nazareth, qualche anno dopo la Prima guerra mondiale. Un villaggio di ebrei che erano tornati alla terra promessa per colonizzarla. Fra loro quella donna, con suo marito e un bambino, che un giorno sarebbe diventato il più grande comandante dei soldati di Israele, Moshe Dayan (il primo bambino che venne al mondo in quel kibbutz).
  Devorah Dayan è morta nel 1953, non ha assistito ai trionfi del figlio, e l’editore francese Julliard ha pubblicato un suo libro, “Una mère en Israël”. Lasciarono l’Ucraina per operare in Israele non soltanto un cambiamento di vita, ma un “mutamento dell’anima”. Il libro di Devorah Dayan è commovente, senza intenzione di esserlo. Con freddezza descrive il distacco improvviso dai genitori, che vivono in un villaggio dell’Ucraina. La giovane Devorah, ancora una ragazza, aveva compiuto gli studi e avrebbe potuto sposarsi, diventare una signora borghese della società zarista al tramonto, ma capisce che il pericolo è in agguato e si sente un’estranea.
  Mezza classe dirigente dei padri fondatori di Israele viene da là, dall’Ucraina. Non c’è soltanto la storia di Babi Yar, di Stephan Bandera e dei pogrom pre-Hitler, come vorrebbe la versione ufficiale russa. L’insediamento di pionieri di Rishon LeZion, oggi la quarta città più grande d’Israele, fu fondato da un pugno di ebrei ucraini di Kharkiv nel 1882, quindici anni prima del Primo Congresso Sionista di Theodor Herzl (nei giorni scorsi il sindaco di Kharkiv ha detto che “gli ucraini hanno molto da imparare da Israele”). “Non c’è nessun altro paese al mondo che abbia avuto così tanta influenza sulla cultura ebraica e sul sionismo prima dell’Olocausto” scrive Israel Hayom, il più diffuso giornale israeliano. “Alcune delle più grandi sette chassidiche in Israele furono fondate in Ucraina”.
  L’architrave di una delle case di Odessa recita in ucraino ed ebraico: “Qui è nato l’Israele moderno”. In questo edificio operavano gli uffici del “Comitato dell’Odissea” che raccoglieva fondi per i pionieri della prima aliyah. Molti dei leader israeliani sono nati in Ucraina, come Ze’ev Jabotinsky, il fondatore del sionismo di destra. Il porto di Odessa è anche chiamato “Porta di Sion”, in quanto punto di partenza per l’immigrazione in Israele. Da lì, il rabbino Nachman salpò da Breslav verso Jaffa, e l’aliyah degli studenti Ga’a partì per Gerusalemme. La terza aliyah iniziò nel 1919 con la partenza della nave “Ruslan” dal porto di Odessa con a bordo 670 pionieri . Rispetto ad oggi, è come se 80.000 immigrati arrivassero in Israele in un giorno. Quando si viaggia verso sud si arriva alla città di Uman, la città del rabbino Nachman di Breslav.
  Ze’ev Jabotinsky, il “lupo solitario” di Odessa, il capo carismatico e padrino di una generazione di politici israeliani, da Menachem Begin ad Ariel Sharon fino a Bibi Netanyahu. Poeta, romanziere, giornalista, agitatore, guerriero e statista, Jabotinsky con un gruppo di amici aveva fondato in Ucraina nel 1904 la casa editrice sionista “Kadima” (Avanti). Il nome del futuro partito di Ariel Sharon. Morto a New York nel 1940 dopo un’esistenza di viaggi e di lotte, di scritture e di sconfitte, in un articolo intitolato “Il Muro di Ferro” Jabotinsky riconosceva, ben prima che se ne accorgessero i laburisti, che gli arabi di Palestina erano un popolo, che il conflitto consisteva in uno scontro tra due legittime aspirazioni nazionali e che i sionisti sarebbero riusciti nel loro intento soltanto se capaci di difendere il loro progetto con la forza.
  Il “Muro di Ferro” è rimasta la dottrina revisionista per eccellenza e la chiave di volta dei trattati di pace con Egitto e Giordania. Era un uomo geniale, scriveva in un ebraico classico e ha tradotto Dante, è stato il primo straniero diventato ufficiale dell’esercito britannico, condannato a morte per la difesa degli ebrei a Gerusalemme nel 1919. Jabotinsky fu “acculturato” come un tipico ebreo russo della borghesia ucraina del tempo. Il giovane ammiratore di Paul Verlaine e di Arthur Rimbaud, esteta cosmopolita e ultra-nazionalista, vede una sola soluzione all’antisemitismo: una patria ebraica da raggiungere con l’emigrazione di massa e la riappropriazione della forza.
  Nel novembre 1938 Jabotinsky scrisse e spedì a un giovane studente sudafricano una lettera che ha fatto epoca, tanto da essere stata inserita più di trent’anni dopo nell’Encyclopaedia Judaica, una sorta di dizionario universale del popolo ebraico edito a Gerusalemme dal 1971. “Perché vivere?” si chiede Jabotinsky mentre l’Europa stava per essere trasformata nel mattatoio del giudaismo. “Il suicidio è peggio della codardia, è la resa. Nei prossimi dieci anni vedremo lo stato d’Israele non solo proclamato, ma una realtà”. Morì cercando di convincere gli americani della partecipazione materiale e nazionale dell’ebraismo alla causa antinazista.
  La sera dell’11 giugno 1961, il presidente di Israele Yitzhak Ben-Zvi, anche lui nato a Poltava, in Ucraina, viene avvisato da un vecchio amico, il giornalista israeliano Benjamin Vest. Gli stava consigliando categoricamente di annullare “l’incontro ucraino” (Kenes Ukraina) che era stato programmato per la settimana successiva presso la residenza del presidente israeliano. Vest era stato condannato a Mosca per appartenenza al movimento sionista e nel 1925 fu deportato dal “paradiso sovietico” nella Palestina britannica. Quella era la prima volta nella storia di Israele che il suo capo di stato aveva deciso di radunare ebrei dal paese in cui lui stesso era nato.
  Ben-Zvi aveva ricevuto una lettera da Vest, che lo esortava a non ospitare quella serata per i nativi dell’Ucraina, per timore che provocasse una reazione da parte di Mosca. Anche solo dire “Ucraina” avrebbe potuto essere interpretata dal governo sovietico come un sostegno al nazionalismo ucraino in casa del presidente di Israele. Litigare con Mosca sulla parola “Ucraina”?
  Yitzhak Shimshelevitz (Shymshelevych in ucraino), il futuro presidente Ben-Zvi, nacque a Poltava in una famiglia discendente da una dinastia rabbinica, tra cui il Rashi. Il padre del futuro presidente, Zvi Shimshelevitz, era un insegnante di ebraico. Nel 1904 il ventiduenne Yitzhak fece il suo primo viaggio nella Terra d’Israele. L’intera famiglia Shimshelevitz fu deportata in Siberia, ma Yitzhak riuscì a fuggire oltre il confine. Tornò in Russia, fu arrestato due volte e poi fuggì di nuovo. Alla fine lasciò l’impero russo nella primavera del 1907. Si stabilì a Jaffa, poi a Gerusalemme, insieme alla sua futura moglie, Rachel Yanait, originaria della piccola città di Malyn vicino a Kyiv. David Ben Gurion, il futuro primo primo ministro di Israele, era un amico di famiglia. Uri Zvi Greenberg (1896–1981), maestro di poesia ebraica e vincitore del Premio Israele nel campo della letteratura (1957), fu invitato dal presidente all’“incontro ucraino” come una star su scala nazionale.
  Greenberg era nato in una famiglia chassidica nella città di Bilyi Kamin, vicino a Zolochiv, nell’Ucraina occidentale. Un anno dopo, la famiglia si trasferì a Lemberg (Leopoli), dove si formò da giovane come poeta. Qui, nel 1912, pubblicò le prime poesie in ebraico e yiddish. Shmuel Yosef Agnon, un amico di famiglia e futuro premio Nobel per la letteratura, anche lui nato in Ucraina, era di casa.
  Nei giorni scorsi Jeffrey Saks, direttore dell’Agnon House di Gerusalemme, dove lo scrittore vincitore del premio Nobel ha vissuto e lavorato per gran parte della sua vita, ha fatto un incontro Zoom con la sua controparte presso l’Agnon Literary Center di Buchach, in Ucraina, che stava preparando le valigie per fuggire dalla guerra. Saks, un rabbino cresciuto nel New Jersey, e Mariana Maksymiak, un’ucraina non ebrea, hanno in comune la passione per Agnon.
  Buchach, la città in cui è nato e cresciuto Agnon, si trova nella parte occidentale dell’Ucraina. Agnon lasciò Buchach a vent’anni, quando emigrò in Israele. Gli ebrei di Buchach soffrirono sotto l’occupazione russa durante la Prima guerra mondiale e sotto l’occupazione sovietica dal 1939 al 1941, quando videro la loro vita comunitaria chiusa o costretta alla clandestinità. La città fu poi occupata dai nazisti e l’intera popolazione ebraica assassinata in una serie di omicidi di massa. A Buchach oggi c’è un busto dell’ebreo vincitore del Nobel. In onore di Agnon, il comune di Buchach ha anche contribuito a finanziare il centro letterario.
  Yitzhak Rabin, che incarnerà la quintessenza del “sabra”, l’ebreo israeliano, era sì cresciuto a Gerusalemme, ma in una famiglia dell’aristocrazia sionista arrivata dall’Ucraina. Dall’Ucraina veniva anche quella che David Ben Gurion definì “l’unico vero uomo nel mio governo”. Nella “domenica di sangue” del 1905, due bambine di sette anni giocavano in una strada di Kyiv. Un contadinaccio le afferrò d’improvviso, picchiando le due teste l’una contro l’altra. “Questo è quanto faremo agli ebrei, sbatteremo loro le teste fino a spaccargliele”. Una delle due bambine aveva la testa dura: Golda Meir (allora Mabovitch). Non pianse, non disse nulla a suo padre, un falegname.
  Nel primo capitolo della sua autobiografia (“La mia vita”), si legge: “Dovevo essere molto piccola, tre anni e mezzo o quattro al massimo. Abitavamo allora una casetta di Kiev, e rammento di aver sentito parlare di un pogrom che stava per rovinarci addosso. Seduta sulla scala, stringevo le mani di una bambina e guardavamo i nostri padri che si affannavano a barricare l’ingresso con assi di legno. Ero spaventata e furiosa nello scoprire che tutto ciò che mio padre poteva fare per difendermi era inchiodare quattro assi...”. Quando Israele ha aperto un ospedale da campo a Mostyska nell’Ucraina occidentale, il nome che gli hanno dato non era casuale: “Kochav Meir” (Stella splendente) anche in onore di Golda Meir.
  Dall’Ucraina venivano otto padri fondatori dello stato ebraico che sono oggi tutti impressi nelle banconote dello stato ebraico. Primi ministri come Levi Eshkol e Moshe Sharett, presidenti come Ephraim Katzir, padri del sionismo come Aaron David Gordon (nato a Zytomir); Naftali Hertz Imber, l’autore della ha-Tikwa, l’inno nazionale israeliano, nato nell’ucraina Solochiv; lo scrittore sopravvissuto alla Shoah Aharon Appelfeld e il poeta Haim Bialik; il fondatore dell’Histadruth, il leggendario sindacato ebraico, Avraham Hartzfeld; Yaakov Dori, nato Dostrovsky, l’ultimo comandante della Haganah e il primo capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Tsahal, di Odessa, capo di stato maggiore delle forze armate che sconfissero gli eserciti arabi invasori quando fu istituito lo stato ebraico, e poi ancora il piccolo villaggio di Voronkov, dove è nato Sholem Aleichem, il cui romanzo ha ispirato il musical “Il violinista sul tetto” modellato su uno shtetl in Ucraina. A Donetsk, nella terra dei separatisti russi dove si combatte ferocemente, è nato Natan Sharansky, il più famoso dissidente ebreo dell’epoca sovietica, il “refusnik” che i russi scambiarono sul ponte di Glienicke, a Berlino, in cambio di due spie comuniste. Un bel pezzo d’Israele viene da là, sull’ansa del Dniepr. Intanto, gli ebrei ucraini si trovano di nuovo nel mirino della storia. E come dice Tevye, il lattaio nel “Violinista sul tetto”, che Dio sia con loro.

Il Foglio, 21 maggio 2022)

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Il governo israeliano perde la maggioranza

Tutto quel che bisogna sapere per comprendere la crisi

di Ugo Volli

• LE PREMESSE
  Il trentanovesimo governo di Israele (in 73 anni) presieduto da Naftali Bennett sembra decisamente entrato nella fase dell’agonia. Formato meno di un anno fa da forze dei più diversi orientamenti (la destra di Bennett, il centrodestra di Liberman e Sa’ar; il centro di Gantz, il centrosinistra di Lapid e dei laburisti, l’estrema sinistra di Meretz, gli arabi islamisti di Ra’am) uniti solo dal fatto di non volere più Bibi Netanyahu come primo ministro, aveva in partenza una maggioranza debolissima (61 voti sui 120 seggi della Knesset, il parlamento monocamerale israeliano). I dissensi programmatici erano enormi dall’inizio e quindi si era stabilito che il governo non avrebbe adottato nessuna politica se non quelle faticosamente negoziate e scritte nel patto di coalizione e che poi ogni ministro si sarebbe regolato a modo suo nei temi di sua competenza. Per premiare il suo distacco dalla coalizione di Netanyahu, Bennett era stato nominato primo ministro anche se il suo partito era uno dei più deboli della maggioranza, con soli sette seggi. L’accordo era che a metà legislatura (alla fine del prossimo anno), la presidenza sarebbe passata a Lapid, che presiede il maggior partito della coalizione con 17 seggi (non il più grande partito della Knesset, che resta quello di Netanyahu con 30)

• I CONTRASTI PROGRAMMATICI
  Nei mesi del governo i dissensi hanno scosso spesso la coalizione, sulle politiche e sulle opinioni. Per la parte destra della coalizione, il governo attuava politiche di estrema sinistra su temi delicatissimi come i villaggi illegali dei beduini nel Negev, la riforma delle istituzioni religiose, gli insediamenti oltre la linea verde; per la sinistra, faceva politiche di destra su temi come il Monte del Tempio e la difesa. Chi ha ottenuto i risultati più cospicui, anche se è stato molto attaccato dalla sua parte, è il leader arabo islamista Abbas, che con le minacce e le lusinghe ha conquistato soldi ed eccezioni legislative soprattutto per gli arabi di Negev e Galilea. Ma questi prezzi pagati a un partito determinante per la coalizione, che ha spesso minacciato di abbandonarla, hanno suscitato le preoccupazioni perfino di un leader centrista come il ministro della difesa Gantz, che ha fatto uscire qualche giorno fa un suo discorso al gruppo parlamentare in cui diceva che andando avanti così l’Israele ebraica rischiava di limitarsi al centro del paese, lasciando agli arabi la Galilea e il Negev.

• I COSTI DELLA CONFUSIONE PROGRAMMATICA
  Questo conflitto fra ideologie e interessi contrastanti si è tradotto non solo in un’opera costante e defatigante da parte di Bennett e Lapid. Il suo costo si è esteso a una perdita di consensi che nei sondaggi ha punito soprattutto la parte destra della coalizione, con i partiti di Bennett e di Sa’ar che rischiano di non superare la barriera del 3,5% necessaria per entrare alla Knessett. Ci sono state contestazioni durissime soprattutto a Bennett, che per esempio l’altro giorno, quando è andato a portare le sue condoglianze alla famiglia di Noam Raz, il militare delle unità speciali antiterrorismo caduto a Jenin, è stato rimproverato e sostanzialmente respinto.

• I PARLAMENTARI FUORIUSCITI
  Questa tensione però si è tradotta anche fra i parlamentari che sostengono la coalizione. Si è parlato spesso di un possibile abbandono in blocco di qualche partito, per esempio quello di Gantz. Ma per ora se ne sono andati due dei sette deputati del partito di Bennett, uno, Amichai Chikli dichiarato ufficialmente “transfuga”, che significa non potersi ripresentare alle prossime elezioni; l’altra, Idit Silman, già capogruppo della maggioranza alla Knesset, espulsa l’altro giorno dalla riunione del gruppo parlamentare del partito. Dato che un terzo deputato vacillava, Bennett ha fatto dimettere un suo ministro chiave, Matan Kahana, per fargli riprendere il suo seggio alla Knesset ed estromettere così, secondo la legge israeliana, il suo sostituto esitante: una perdita comunque notevole, perché la riforma degli ordinamenti religiosi di Kahana era un punto chiave del programma. Tutto ciò non è servito molto, perché a queste uscite da destra se n’è aggiunta una a sinistra: la deputata Rinawie Zoabi della sinistra di Meretz è uscita ieri dalla coalizione perché non sopporta le sue politiche “di estrema destra”, perfino “razziste”. Anche a lei era stata offerta un’uscita morbida, promettendole la nomina a console generale di Shangai, ma non ha accettato questo mercato piuttosto disonorevole e ha preferito prendere le conseguenze politiche del suo dissenso. E a questo punto il governo è ufficialmente in minoranza alla Knesset.

• CHE COSA ACCADRÀ
  La legge israeliana cerca di mantenere i governi in vita anche in condizioni difficili. La minoranza in Parlamento non basta a far cadere un governo. È possibile quindi che il governo Bennett continui ad agonizzare per altri sei mesi, fino a quando sarà discussa la legge di bilancio, la cui non approvazione comporta automaticamente lo scioglimento della Knesset. Naturalmente, nel frattempo, non potrebbe più far approvare le sue leggi, resterebbe quasi paralizzato. Oppure il parlamento può approvare una legge di autoscioglimento, e andare alle elezioni in autunno. O ancora è possibile una mozione di sfiducia costruttiva, che indicando un nuovo primo ministro gli dia il mandato per costituire un nuovo governo. Quest’ultima è la soluzione più improbabile, perché l’opposizione è in maggioranza, sì, ma divisa in due blocchi: un partito arabo e l’alleanza intorno a Netanyahu. Perché prevalesse, ci vorrebbe il sostegno di un numero abbastanza consistente di deputati dell’attuale maggioranza, almeno sette. È probabile quindi che si arrivi a nuove elezioni, le quarte in meno di quattro anni: un segno del difficile funzionamento di un sistema politico che oltre alla polarizzazione destra-sinistra sui programmi e a quella nazionale è anche profondamente diviso sulla leadership di Netanyahu, il politico più importante di Israele negli ultimi decenni, ancora preferito di gran lunga dall’elettorato, ma che si è accumulato intorno accuse e odio più di ogni altro.

(Shalom, 20 maggio 2022)

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Draghi senza la mascherina tra gli alunni: «Voi forse la toglierete l'anno prossimo»

Incredibile scena da Marchese del Grillo: il premier va in una scuola e snobba l'obbligo imposto dal suo governo 

di Alessandro Rico 

Mario Draghi
senza mascherina
«Spero che l'anno prossimo non ci sia più bisogno di mascherine», E’ il massimo che è riuscito a promettere Mario Draghi, ieri, agli alunni della scuola media Dante Alighieri di Sommacampagna, nel Veronese. 
  Lui si è presentato senza Ffp2, libero di respirare, prodigo di sorrisi da nonno della Repubblica. Loro, invece, sono rimasti istituzionalmente distanziati e mascherati. Persino per le foto di gruppo, quando si è lasciato circondare dall'intero gruppo di piccini, comunque bardati, Mr Bce ha tenuto il volto scoperto, sogghignante, soddisfatto. Perché? Perché il premier è immune, mentre bimbi e maestre sono esposti al contagio? Perché Draghi è Draghi e gli scolari non sono un c... ? E come mai, se alle medie non c'è Covid, in Parlamento, al contrario, il nostro arringa gli onorevoli con il becco bianco? Per quale motivo, in Senato, giovedì, Draghi somigliava a Daffy Duck, però nelle cantine dell'azienda vinicola Masi, lui, Luca Zaia e gli altri accompagnatori erano smascherati e contenti? Il mosto neutralizza il virus? O ci pensa il buonumore etilico? «Spero», ha sospirato l'ex banchiere, accolto da un bel cartellone degli alunni: «Benvenuto presidente». La fa facile: aspettiamo, valutiamo, monitoriamo. Intanto, i ragazzi, nonostante il caldo torrido, alla faccia della massiccia adesione alla campagna vaccinale e a dispetto della scarsissima pericolosità del Covid nella loro classe anagrafica, dovranno sorbirsi la tortura del bavaglio fino al 15 giugno. Quelli cui toccheranno gli esami di Stato, addirittura, saranno costretti a coprirsi naso e bocca fino a luglio inoltrato, visto che la regola resterà in vigore «fino a fine anno scolastico», maturità compresa. Eppure, i poveretti non hanno nemmeno la certezza che, dopo questa inutile vessazione, a settembre, si torni tra i banchi con il diritto di respirare a pieni polmoni. Sono appesi alle varianti del Sars-Cov-2, alla nostalgia del circo pandemico delle virostar e di Roberto Speranza, alle polmoniti che alcuni si buscheranno, per seguire i consigli dell'Ue sulle docce gelate, con cui spezzare le reni a Vladimir Putin? 
  «Spero», ha bofonchiato Draghi. Super Mario, l'uomo della provvidenza (così lo aveva glorificato il cardinale Gualtiero Bassetti), dal «whatever it takes», ora è passato allo «speriamo che me la cavo». «Spero», ha detto agli studenti veneti, «che la pandemia non ritorni». Ma come? E i vaccini? E il green pass garanzia di non contagiarsi? 
  «So quanto avete sofferto», ha soggiunto il premier. «Alla vostra età è importante stare insieme». Com'è umano lei. Deve esserci arrivato, osservando le agghiaccianti statistiche sul disagio psichico tra 
  i più giovani: un adolescente su quattro ha manifestato sintomi di depressione, uno su cinque disturbi d'ansia. Secondo il Garante per l'infanzia, sono aumentati i disordini alimentari, le alterazioni del ritmo sonno-veglia, le forme di «ritiro sociale», i comportamenti autolesionisti e, addirittura, gli istinti suicidi. Il governo pensava di metterci una toppa con il bonus psicologo. Ma a Palazzo Chigi avranno intuito che privare i ragazzini dell'espressività e incaprettarli dentro aule roventi non favorisce serenità e benessere. 
  Un'indagine dell'Università di York aveva già confermato che l'uso dei dispositivi di protezione danneggia le capacità di socializzazione dei bimbi. Uno studio uscito dieci giorni fa  - in fase di revisione paritaria - ha aggiunto un altro carico da novanta contro la politica del volto coperto. Un team di ricercatori italiani, esaminando 102 volontari tra 10 e 90 anni della provincia di Ferrara, ha scoperto che indossare la mascherina, magari, ci protegge dal virus, ma ci condanna altresì a insalubri inalazioni di anidride carbonica. Per essere precisi, la concentrazione di CO2 riscontrata in chi portava la chirurgica variava tra 3.918 e 6.012 parti per milione, contro il limite, considerato accettabile, di 5.000. Chi aveva la Ffp2, quella obbligatoria in classe, respirava invece tra 7.142 e 11.650 ppm di anidride carbonica, una quantità che aumentava con il ritmo del respiro e che «era più elevata tra i minori, i quali hanno mostrato una concentrazione media di CO2» tra le 9.949 e le 15.745 parti per milione. Sarà per evitare il gas venefico che, a Sommacampagna, Draghi non s'è messo la mascherina? Anziché una scuola, i nostri figli frequentano una fucina di carbon coke. Per forza che poi vanno in piazza con Greta Thunberg. 
  Come abbiamo ripetuto allo sfinimento sulle colonne di questo giornale, è tutt'altro che assodato che le mascherine in classe impediscano i contagi. L'anno scorso, uno studio sulle pratiche per prevenire le infezioni, condotto in Florida, New York e Massachusetts, concludeva: «Non troviamo nessuna correlazione con gli obblighi di mascherine». A febbraio, nientepopodimeno che Time, con l'editoriale di una specialista in medicina interna, chiedeva di «porre fine alle mascherine obbligatorie nelle scuole». Un mese dopo, una ricerca spagnola ha chiosato: «Gli obblighi di mascherine nelle scuole non sono associati a una minore incidenza o trasmissione del Sars-Cov-2».
  In definitiva, c'è poco da «sperare». Bisogna smetterla di nascondersi dietro la scienza, l'andamento dell'epidemia, i dati e prendere una decisione. Politica. Non è un salto nel buio: all'estero l'hanno già fatto; non risulta che stiano accatastando cadaveri. E noi? Continuiamo solo a sperare? E vero: sperare non costa nulla. Ma Speranza ci è già costato troppo.

(La Verità, 21 maggio 2022)

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Striscia di Gaza: preoccupante beffa alla difesa israeliana

Nuovi droni iraniani in mano della Jihad Islamica palestinese nella Striscia di Gaza

Ieri pomeriggio la Jihad Islamica, sostenuta dall’Iran, ha pubblicato fotografie aeree delle città israeliane che si trovano lungo il confine con la Striscia di Gaza.
  Le foto sono state scattate da un drone che si è infilato tra le maglie della difesa aerea israeliana e provano che i terroristi arabi hanno ottenuto dall’Iran nuovi droni in grado di compiere missioni di ricognizione e attacco.
  Già nel 2019 un velivolo senza pilota guidato sempre dalla Jihad Islamica era riuscito ad attaccare alcuni veicoli dell’esercito israeliano che si trovavano lungo il confine con la Striscia di Gaza e ora l’intelligence israeliana teme che i droni vengano usati contro le città israeliane di confine.
  I nuovi droni di produzione iraniana sono molto evoluti. Per intenderci sono gli stessi usati dai ribelli Houthi nello Yemen per attaccare obiettivi sauditi ed emiratini nel Golfo Persico.
  Possono essere usati come droni per l’intelligence, come aerei kamikaze contro obiettivi militari o civili e addirittura come un aereo per attacchi mordi e fuggi visto che sono in grado di lanciare piccoli ordigni.
  Sono così piccoli che difficilmente vengono rilevati e comunque non è facile abbatterli con le difese antimissile come Iron Dome.
  Anche Hezbollah ne ha diversi in dotazione con i quali in alcuni casi ha violato le difese aeree del nord.
  L’intelligence israeliana sembra essere molto preoccupata in merito al fatto che l’Iran sia riuscito a far avere alla Jihad Islamica questo tipo di aereo senza pilota particolarmente insidioso.

(Rights Reporter, 20 maggio 2022)

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Esercito israeliano: Hezbollah riceve armi dall’Iran tramite voli civili verso Damasco

Il movimento sciita libanese Hezbollah “riceve armi strategiche dall’Iran tramite voli civili diretti a Damasco”, in Siria. E’ quanto scoperto dalle forze di difesa israeliane (Idf), secondo quanto riferito dal portavoce per i media arabi dell’esercito Avichay Adraee su Twitter. La rete di traffico di armi sarebbe “gestita da Reda Sayed Hashem Safi al Din, figlio di sayyed Hashem Safi al Din, capo del Consiglio esecutivo di Hezbollah, che usa la sua posizione di spicco e le infrastrutture dello Stato libanese per aiutare il figlio a trasferire armi strategiche dall’Iran a Hezbollah”, ha fatto sapere Adraee.
  Inoltre, secondo il portavoce delle Idf, “per garantire la riservatezza, le armi vengono trasportare su voli civili dall’Iran all’aeroporto internazionale di Damasco, esponendo i civili a un pericolo imminente”. “Il gruppo terroristico Hezbollah sta sfruttando lo Stato libanese e i suoi cittadini per scopi terroristici che servono gli interessi iraniani”, ha aggiunto, sottolineando che le Idf “continueranno a monitorare tutti i tentativi di Hezbollah di minacciare la sicurezza dello Stato di Israele e agiranno secondo necessità per proteggere la sicurezza e i cittadini”.

(Agenzia Nova, 20 maggio 2022)

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Israele, in corso l’esercitazione “Chariots of Fire” per colpire il nucleare iraniano

Le Forze Armate israeliane stanno svolgendo l’esercitazione “Chariots of Fire” che prevede la simulazione di attacchi contro le strutture del programma nucleare iraniano.
  A partire dal 29 maggio verranno coinvolte quasi tutte le unità delle Forze Armate israeliane e l’IAF (Israeli Air Force) metterà particolare cura nel valutare l’impiego di tattiche ed armamenti per colpire i bunker iraniani dove viene portati avanti il programma nucleare, come superare le difese aeree iraniane e su come posizionarsi in virtù di un quasi certa rappresaglia da parte di Tehran.
  In supporto alle operazioni dei velivoli israeliani prenderanno parte all’esercitazione anche aerei cisterna statunitensi, un chiaro segnale a Tehran.
  “Non c’è una sola unità [delle Forze Armate] che non prende parte a questa esercitazione” ha affermato portavoce dell’IDF Brigadier Generale Ran Kohav.
  Una esercitazione di grandi dimensioni come “Chariots of Fire” non viene eseguita da Tel Aviv da almeno dieci anni ed in quel caso gli Stati Uniti non inviarono alcun velivolo in supporto.
  Il Ministro della Difesa Benny Gantz ha affermato che “il prezzo per affrontare la sfida iraniana a livello globale o regionale è superiore a quello di un anno fa ed inferiore a quello che sarà tra un anno.”
  Anche la Marina israeliana ha preso parte all’esercitazione dimostrando la capacità di passare da una operatività di pace ad una di guerra.
  Il Capo di Stato Maggiore dell’IDF Generale Aviv Kohavi ha affermato ad inizio anno che era necessario approntare nel più breve tempo possibile un piano di attacco contro l’Iran per poi a settembre rendere noto che le Forze Armate avevano “accelerato notevolmente” i preparativi.
  Una parte dell’esercitazione, quella che prevedeva l’addestramento dell’IDF contro Hezbollah, è stata cancellata per evitare ulteriori incidenti e per non scatenare “un clima drammatico” come ha affermato il Sindaco della città di Umm el-Fahm.

(Ares Osservatorio Difesa, 20 maggio 2022)

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Elezioni in Libano: crolla il blocco pro Hezbollah

di Andrea Gaiardoni

Il dato più eclatante che emerge dalle elezioni di domenica scorsa in Libano è la sconfitta del blocco pro Hezbollah, il gruppo armato nazionalista sciita, sostenuto dall’Iran, che ha perso la maggioranza del Parlamento unicamerale. Nel 2018 aveva conquistato 71 seggi su 128 complessivi: ne sono rimasti 61. Non un risultato catastrofico, ma di certo un brusco ridimensionamento per il partito guidato da Hassan Nasrallah. Aumentano invece i parlamentari delle Forze Libanesi (ne ha conquistati 19), la formazione cristiana di estrema destra, nata come spin-off del Partito Falangista Libanese, che può contare sul sostegno dell’Arabia Saudita. Ma il risultato più rilevante di questa tornata elettorale è il successo dei candidati riformisti della società civile, che hanno costruito il loro consenso sulle istanze anti-establishment del movimento di protesta del 2019: 13 seggi, e potrebbero diventare di più se riuscissero a catalizzare il consenso degli altri 16 parlamentari indipendenti, ma di diversi orientamenti politici. Mentre Saad Hariri, leader del Movimento Futuro, sunnita, si è ritirato dalla politica attiva e ha invitato i suoi sostenitori a boicottare le elezioni. L’affluenza alle urne è stata del 49%. Nel nuovo Parlamento siederanno 8 donne: è un record.

• IL PANTANO DEL “CONFESSIONALISMO”
  Il Libano è un Paese stremato. Senza più forze, senza più fiato, con l’80% della popolazione che tenta quotidianamente di sopravvivere ben al di sotto della soglia della povertà, nel pantano di un default del debito sovrano (qui una ricostruzione di cosa è accaduto e perché) che negli ultimi due anni ha spazzato via cibo, medicinali, corrente elettrica e speranza dagli orizzonti della stragrande maggioranza delle famiglie libanesi. Con la stessa violenza della devastante esplosione che nell’estate del 2020 distrusse gran parte del porto di Beirut e dei quartieri circostanti, con oltre 220 vittime (e i 2 parlamentari sotto indagine sono stati appena rieletti). Ma il Libano è anche politicamente una realtà complessa, con quasi 7 milioni di abitanti, 18 diverse comunità religiose e un sistema elettorale basato su quote settarie, il “confessionalismo”. Che prevede una struttura di condivisione del potere tra cristiani e musulmani in base alla quale il primo ministro, il presidente della nazione e il presidente della Camera devono provenire dai tre maggiori gruppi religiosi del paese: rispettivamente sunniti, cristiani maroniti e sciiti. Un complesso gioco di equilibri, elaborato dagli Accordi di Taif, firmati alla fine della guerra civile, nel 1989, che ha di fatto cristallizzato il potere non soltanto tra i rappresentanti delle diverse confessioni religiose, ma tra clan e famiglie che ne dispongono come “cosa loro”, in perfetto stile mafioso, in una ragnatela di corruzione e privilegi che porta benessere a pochissimi, mentre milioni di persone precipitano nella disperazione. Quegli accordi, oramai è evidente, non reggono più. Nel 2019 (prima del default, prima dell’esplosione al porto) esponenti della società civile libanese, studenti, impiegati, avevano cominciato ad alzare la voce, a scendere in piazza per chiedere riforme economiche, sociali e politiche. Per protestare contro il malgoverno, contro la corruzione endemica. Per chiedere l’introduzione di un “patto laico”, che escludesse le confessioni religiose dal potere politico. Proteste che portarono alle dimissioni dell’allora premier Saad Hariri, ma non certo a mettere in discussione il sistema confessionale.
  Oggi però, in questa palude inaccessibile, s’è accesa una fiammella di speranza proprio con l’elezione dei 13 parlamentari indipendenti (i sondaggi più ottimisti parlavano di 8 seggi). Che non devono rendere conto alle “famiglie” del loro operato in Parlamento. Che potrebbero essere il “virus” per far saltare, dall’interno, il meccanismo della ripartizione settaria del potere. «Sono loro il fermento della pasta che ci aspettiamo di vedere lievitare», scrive Issa Goraieb, editorialista del quotidiano libanese L’Orient-Le Jour. «Loro non hanno una clientela specifica da servire con amministrazioni pubbliche disgregate, né interessi commerciali, industriali, bancari o mafiosi da preservare o gestire. E l’avvento di questo nuovo sangue non può che suscitare, stimolare, l’interesse della comunità internazionale per il nostro Paese in crisi». Bisognerà ora vedere se questo nuovo movimento “thawra”, rivoluzione, che gli analisti identificano con la sigla “17 ottobre” (data d’inizio delle proteste del 2019), che comprende variegate liste (da United for Change a Citizens in a State, a Together for Change), riuscirà a trovare un punto di sintesi, un’unità d’intenti e anche una guida in grado di dare spessore alla loro presenza in Parlamento. Non sarà semplice, come scrive ancora L’Orient-Le Jour: «La sfida per i mesi e gli anni a venire è lì. Spetterà a questi deputati costruire una sorta di “disciplina parlamentare” che consenta loro di trovare voce contro i blocchi tradizionali. Elezione del Presidente del Parlamento, investiture del nuovo governo e del successore di Michel Aoun (Presidente del Libano), ma anche adozione di un bilancio, accordo con il Fondo Monetario Internazionale, controllo dei capitali e indagine sulla doppia esplosione del 4 agosto: in tutti questi fascicoli il progresso si può ottenere soltanto con la chiarezza delle posizioni e con la convergenza dei voti».

• INTIMIDAZIONI E IRREGOLARITÀ AI SEGGI
  L’alleanza sciita (Hezbollah-Amal) ha sostanzialmente mantenuto i propri seggi, mentre ne ha persi il loro alleato cristiano, il Movimento Patriottico Libero (Courant Patriotique Libre) del presidente uscente Michael Aoun. E sono in molti a ritenere che l’aver perso la maggioranza assoluta non cambierà comunque, nella sostanza, la predominanza di Hezbollah nell’azione politica. In una votazione comunque caratterizzata da intimidazioni e minacce, con liti tra fazioni e sparatorie all’esterno dei seggi, tra irregolarità diffuse sia nella consegna delle schede sia nello spoglio delle stesse, con plateali episodi di compravendita di voti all’uscita dei seggi. Il Guardian riporta la testimonianza di una donna a un seggio di Beirut ovest: «Devono darmi qualcosa. Cos'altro posso ottenere da queste persone»? L’Associazione libanese per le elezioni democratiche (LADE) ha denunciato numerose intimidazioni nei confronti dei suoi osservatori. Anche l’Unione Europea ha inviato un team di osservatori, che in un rapporto, citato dal New York Times, ha scritto: «La campagna elettorale è stata distorta da un’elevata monetizzazione del voto, in cui ha prevalso una cultura di elargizioni in natura e finanziarie a fini elettorali da parte di istituzioni di proprietà o gestite da candidati o partiti».
  Certo è che il prossimo Parlamento sarà spaccato in due. Da un lato c’è Hezbollah (letteralmente “Partito di Dio”), gruppo paramilitare armato, sostenuto dall'Iran, sciita, che gli Stati Uniti considerano un'organizzazione terroristica. I suoi sostenitori lo vedono come baluardo contro il nemico numero uno: Israele. Pochi giorni prima delle elezioni il suo leader, Seyed Hassan Nasrallah, ha ribadito il ruolo di “protezione” del suo movimento: «Coloro che chiedono il disarmo di Hezbollah ignorano i risultati in merito alla liberazione dei territori libanesi occupati. I partiti che chiedono il disarmo di Hezbollah vogliono vendere il Libano agli Stati Uniti e renderlo passivo nei confronti di Israele». I suoi detrattori, invece, descrivono Hezbollah come “uno stato nello stato”, la cui stessa esistenza impedisce, anche con le armi, qualsiasi tipo di cambiamento democratico in Libano. L’altra forza portante del Parlamento sarà rappresentata dall’estrema destra delle Forze Libanesi, guidate da Samir Geagea, cristiano-maronita, ex comandante delle milizie cristiane durante la guerra civile libanese. Che in campagna elettorale >annunciava: «Le prossime non saranno elezioni, ma una battaglia per salvare il Libano dalla milizia (Hezbollah) e dalla mafia». Ha conquistato 19 seggi, dai 15 che aveva nel 2018, diventando così il partito più votato.

• CRISI ECONOMICA SENZA PRECEDENTI
  Difficile che tra questi due blocchi si riesca ad arrivare, se non a una sintesi, almeno a qualche accordo che possa consentire al Libano di uscire dall’emergenza. Appena dopo il voto uno dei leader di Hezbollah, Mohammad Raad, ha già lanciato il primo avvertimento agli avversari: «Fate attenzione ai vostri discorsi, ai vostri comportamenti. Vi accettiamo come avversari in Parlamento, ma non come scudi a protezione degli israeliani». «Questa polarizzazione ha oscurato i dibattiti sulla crisi», sostiene Karim Bitar, direttore del dipartimento di scienze politiche dell’Università Saint-Joseph di Beirut. «Il ballottaggio si è trasformato in un referendum a favore o contro Hezbollah, il che ha complicato il compito dell’opposizione».
  La conseguenza più probabile di questa contrapposizione tra forze parlamentari pro o contro Hezbollah sarà la paralisi. Eppure c’è un nuovo governo da formare, un nuovo presidente del Libano da eleggere (il mandato di Michael Aoun scade a ottobre: e il leader del blocco cristiano Samir Geagea aspira al ruolo). E, soprattutto, c’è la colossale questione economica da affrontare. Una serie di riforme urgentissime da mettere a terra, e da rispettare, per ottenere dal Fondo Monetario Internazionale l’indispensabile aiuto per rimettere in carreggiata i conti del Paese dei Cedri. In ballo c’è un prestito di 3 miliardi di dollari in 4 anni, ma solo se il governo saprà dare garanzia di attuazione delle riforme finanziarie. A partire dalla ristrutturazione del sistema bancario, con il governatore della Banca Centrale, Riad Salameh, formalmente accusato di corruzione, di arricchimento illegale e di riciclaggio di denaro. La ricchezza di Salameh (proprietario tra l’altro di diversi edifici a Parigi) è attualmente sotto indagine da parte delle autorità di almeno cinque paesi europei per presunta appropriazione indebita. Il “buco” che ha portato il Libano al default è di circa 72 miliardi di dollari. Il tasso d’inflazione mensile viaggia attorno al 200%: tra i più alti al mondo. La lira locale ha perso quasi tutto il suo valore, il che ha portato gli stipendi dei libanesi a poco più di carta straccia, distruggendo il potere d’acquisto delle famiglie. Nel 2019 un dollaro statunitense valeva 1.500 lire libanesi: oggi, al mercato nero, ne servono circa 30mila, nonostante il tasso ufficiale sia immutato. La conseguenza è che circa l’80% della popolazione libanese (dati Onu) vive al di sotto della soglia di povertà. Percentuale che sale all’89% tra i rifugiati siriani che vivono nel Paese. L’inviato delle Nazioni Unite aveva accusato il governo libanese, appena pochi mesi fa,  di aver provocato “uno scandaloso livello di disuguaglianza”: «L’inerzia del governo di fronte a questa crisi senza precedenti ha inflitto grande miseria alla popolazione, in particolare a bambini, donne, apolidi e persone con disabilità che erano già emarginate». Anche l’Unicef ha lanciato pochi giorni fa un allarme: “La crisi potrebbe avere gravi conseguenze sulla salute dei bambini”. Enormi le difficoltà anche a reperire medicinali e generi alimentari, compreso il pane. Una crisi acuita dalla guerra: oltre il 90% delle importazioni di grano arrivava da Russia e Ucraina. E il Libano avrebbe bisogno di circa 50.000 tonnellate di grano ogni mese per coprire la domanda di pane della nazione. I tempi di spedizione da altri paesi (Stati Uniti, Canada, India) sono assai più lunghi e più costosi: ma il Libano non ha più soldi. E lo spettro della carestia è dietro l’angolo.    

(Il Bo Live - Unipd, 20 maggio 2022)


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Elezioni in Libano: un segno di cambiamento

di Ugo Volli

• I RISULTATI ELETTORALI
  I giornali italiani non ne hanno parlato, ma negli scorsi giorni è successa in Libano una cosa per nulla scontata nel mondo islamico: si sono tenute delle elezioni più o meno libere e corrette. Ancora meno scontato è il risultato. Il blocco di Hezbollah e dei suoi alleati, che aveva la maggioranza nel vecchio parlamento (71 seggi su 128) ha perso, riducendosi a 61 seggi. In particolare non ha perso direttamente Hezbollah, che nei suoi quartieri sciiti è blindato e non ha consentito dissensi (qui si sono registrati gli episodi più clamorosi di intimidazioni e violazione dei seggi), ma il suo alleato cristiano, il generale Haiun.

• LA CRISI
  Le cause della sconfitta della precedente maggioranza sono chiarissime. Due anni fa c’è stata al porto di Beirut una terribile esplosione, che ha fatto oltre 200 morti, circa 7000 feriti e danni per più di 15 miliardi di euro. E’ chiaro a tutti che il disastro è stato provocato da un deposito illegale di esplosivi di Hezbollah, non dichiarato e tenuto (con scarsa cura) in pieno porto civile; il sistema politico è poi collassato, senza riuscire a nominare un nuovo governo funzionante; l’economia è in uno stato disastroso, con grandissime difficoltà nel rifornimento di carburanti e anche di cibo. L’inflazione è devastante: la lira libanese, che nell’ottobre del 2019 si scambiava a 1500 con il dollaro, ha raggiunto nei giorni scorsi quota 32000, perdendo il 95% per cento del suo valore.

• LA RESPONSABILITÀ
  Non c’è bisogno di essere sofisticati analisti politici per capire che la responsabilità è di Hezbollah: uno stato nello stato, con il suo esercito, il suo arsenale sempre crescente per i rifornimenti dell’Iran, la sua politica estera diretta contro Israele, la sua spedizione in Siria, il suo clientelismo, la totale indifferenza per la legalità e gli interessi della popolazione libanese. Molti si sono resi conti che non [?!?, ndr] lasciar controllare il paese a un gruppo terrorista legato a una potenza straniera (l’Iran) danneggia la vita di tutti.

• PACE CON ISRAELE?
  E qualcuno (per esempio il leader druso Jumblatt, politico libanese di lungo corso e di per sé decisamente antisraeliano) incomincia a dire che il Libano non ha ragione di mantenere uno stato di guerra con Israele. Non esistono conflitti territoriali veri (salvo una piccola disputa territoriale sulle “fattorie di Sheba”, rivendicate anche dalla Siria e facilmente risolvibile se ce n’è la volontà), vi sono trattative sulla delimitazione dei confini marittimi, che significano enormi giacimenti di gas. Se ci fosse l’intenzione di trovare un compromesso, il Libano potrebbe cominciare a sfruttare la sua parte, realizzando vantaggi economici essenziali nella sua situazione.

• NON È FACILE
  In realtà non è detto che le elezioni concludano la crisi politica. La costituzione libanese è un edificio barocco che suddivide le cariche a seconda dell’appartenenza religiosa, oltre che politica. Non è affatto detto che si possa costituire presto quel governo di cui il paese ha bisogno per ottenere aiuti internazionali. Nel parlamento libanese attuale vi sono tre campi principali, nessuno dei quali ha la maggioranza: Hezbollah e i suoi alleati, gli oppositori e il "Blocco del cambiamento", composto da partiti e movimenti con posizioni molto differenziate. E non è affatto certo che Hezbollah accetti di farsi sloggiare dal suo potere senza usare la sua forza armata, che è nettamente superiore a quella dell’esercito. Ma le elezioni sono un segnale. Qualcosa nella politica libanese sta cambiando, non è più così scontato che il paese accetti di continuare ad essere una colonia iraniana, il cui solo scopo è fare da avamposto contro Israele.

(Shalom, 20 maggio 2022)

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Convegno sulle Giudecche e i luoghi della memoria, il 31 maggio a Santa Maria del Cedro

CATANZARO - Il prossimo 31 maggio, promosso dalla Regione, assessorato al Turismo, Marketing territoriale e Mobilità, guidato da Fausto Orsomarso, si svolgerà a Santa Maria del Cedro, in provincia di Cosenza, il convegno dedicato alle Giudecche e ai luoghi della memoria. Interverranno il presidente della Regione Roberto Occhiuto, l’assessore Orsomarso, Roberto Busso, Ad di Gabetti Property Solutions, Roque Pugliese, referente per la Calabria dell'UCEI, il giornalista Klaus Davi, e Francesco Maria Spanò dell’Università Luiss. I lavori inizieranno alle 10 e proseguiranno per tutta la giornata.
  Dopo i saluti istituzionali, saranno protagonisti i racconti di alcuni luoghi simbolo della cultura ebraica in Calabria: la Giudecca di Nicotera, la sinagoga e il sito ebraico di Bova e di Bova Marina, gli eventi di Santa Maria del Cedro dedicati all’agrume particolarmente caro al popolo ebraico. Il programma pomeridiano prevede un ampio spazio al racconto di alcuni comuni calabresi che hanno conservato importanti tracce della cultura ebraica, siano esse in forma di Giudecche, siti, tradizioni popolari, toponomastica.
  I Comuni attualmente iscritti a partecipare sono Reggio Calabria, Crotone, Cosenza, Vibo Valentia, Lamezia, San Marco Argentano, Rota Greca, Montalto Uffugo, Castrovillari, Bova, Bova Marina, Pizzo. All’iniziativa è prevista anche la partecipazione di esperti e intellettuali che hanno dedicato i loro studi alla cultura ebraica in Calabria.
  L’iniziativa sarà anche trasmessa integralmente in diretta Facebook.

(ilLametino, 20 maggio 2022)

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Israele: deputata di Meretz abbandona la coalizione di governo e mette Bennett in minoranza

"Purtroppo negli ultimi mesi, per ristretti motivi politici, i capi della coalizione hanno preferito rafforzare la loro parte destra. Più e più volte, i capi della coalizione hanno preferito compiere duri passi da falco su questioni chiave legate alla società araba”, ha aggiunto la deputata.

Ghaida Rinawie Zoabi
La coalizione del governo israeliano guidata dal primo ministro Naftali Bennett si trova in minoranza alla Knesset (il parlamento monocamerale dello Stato ebraico) dopo le dimissioni della deputata arabo-israeliana del partito Meretz, Ghaida Rinawie Zoabi. Lo riferisce il quotidiano “The Times of Israel”. In una lettera indirizzata al primo ministro Bennett, Rinawie Zoabi ha scritto: “Sono entrata in politica perché mi consideravo un emissario della società araba, che rappresento”, ha scritto Rinawie Zoabi. “Purtroppo negli ultimi mesi, per ristretti motivi politici, i capi della coalizione hanno preferito rafforzare la loro parte destra. Più e più volte, i capi della coalizione hanno preferito compiere duri passi da falco su questioni chiave legate alla società araba”, ha aggiunto la deputata di Meretz. “Non posso sostenere una coalizione che sta molestando vergognosamente la società da cui provengo”, ha aggiunto la parlamentare in riferimento alle tensioni di questi giorni tra israeliani e palestinesi che hanno coinvolto anche la minoranza arabo-israeliana. Rinawie Zoabi ha citato gli scontri alla Moschea di Al Aqsa e sulla Spianata delle moschee (Monte del Tempio per gli ebrei), i tentativi di esproprio nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, l’espansione degli insediamenti ebraici, le demolizioni di case di palestinesi, la legge sulla cittadinanza, le confische di terre nel Negev e le violenze della polizia israeliana durante il funerale della giornalista di “Al Jazeera” Shireen Abu Akleh.
  Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano “Jerusalem Post”, Rinawie Zoabi non avrebbe informato nessuno dei leader della coalizione, nemmeno il suo staff, prima della sua decisione. Secondo l’accordo di coalizione, se il governo venisse rovesciato da un parlamentare di Meretz, Bennett rimarrebbe primo ministro provvisorio durante le elezioni e fino alla formazione di un nuovo governo. L’uscita della deputata dalla coalizione di governo darà all’opposizione una maggioranza di 61 seggi contro 59 seggi e potrebbe portare a elezioni in autunno, forse già a metà settembre. Si dice che Bennett, il ministro degli Esteri e leader del partito Yesh Atid, Yair Lapid, e il ministro della Salute e presidente di Meretz, Nitzan Horowitz, siano stati tutti colti di sorpresa dalla decisione di Zoabi.
  La coalizione di Bennett è stata instabile da quando la deputata di Yamina, Idit Silman, ha abbandonato la coalizione lo scorso aprile, privando la coalizione di Bennett della fragile maggioranza. All’inizio di questa settimana, Lapid ha affermato che, sebbene la coalizione avesse le sue sfide, stava funzionando. “Non sto sostenendo che il governo non abbia problemi, ma funziona e funziona alla grande”, ha affermato il ministro degli Esteri e leader Yesh Atid. “E continuerà a funzionare e fare cose buone per lo Stato di Israele fintanto che i partiti che compongono la coalizione agiranno in modo responsabile”, ha aggiunto.

(Agenzia Nova, 19 maggio 2022)

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Israele, inizia la ripresa: in un mese cinquemila arrivi dall’Italia

"Abbiamo lavorato con grandissimo impegno per arrivare a questo dato straordinario e a questo traguardo”. Kalanit Goren, direttrice dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo a Milano (nella foto), commenta con soddisfazione i dati di aprile relativi all’inbound in Israele e che parlano di 207.400 arrivi turistici (contro i 30.200 di aprile 2021 e i 405mila di aprile 2019), di cui 5.000 dall'Italia.

• CIFRE IN AUMENTO
  Numeri che confermano il trend di ripresa del turismo verso Israele, con un aumento significativo rispetto ad aprile 2021 e una diminuzione solamente del 49% rispetto allo stesso mese del 2019. Il ritmo degli ingressi turistici a oggi rappresenta la base per valutare le previsioni di passaggio da 1,5 a 2 milioni di ingressi nel 2022.
  “Il nostro grazie più sincero – sottolinea la direttrice - va a tutti gli operatori del turismo che hanno voluto sempre lavorare al nostro fianco e ai colleghi della stampa e del mondo dei media che sempre, con grande impegno, hanno tenuto vivo l'interesse verso la nostra destinazione".

• STOP AI TEST D'INGRESSO
  Intanto si allentano sempre di più le misure anti-Covid e da venerdì saranno eliminati il test Pcr molecolare e il conseguente isolamento in aeroporto e anche il test antigenico in ingresso con validità 24 ore prima della partenza. I due test, antigenico dall'Italia e Pcr in Israele, saranno obbligatori solo fino alle 24 del giorno 20 maggio. 
  Per quanto riguarda le mascherine, anche se non sono più obbligatorie in Israele, andranno indossate a bordo dei voli internazionali fino al 23 maggio.
  Rimane invece in vigore l'obbligo di compilare per entrare in Israele, via aerea o marittima,  il modulo di ingresso previsto dal Ministero della Salute.

(TTG Italia, 19 maggio 2022)

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L’alveare hi-tech che salva le api grazie all’AI

In un kibbutz israeliano l’intelligenza artificiale è diventata la principale alleata degli apicoltori. Il sistema ideato dalla startup “Beewise” permette di sapere sempre cosa succede nelle arnie tramite un sistema di sensori che sorvegliano 24 ore su 24 gli insetti.
  “Il nostro software sa di cosa hanno bisogno le api – spiega Netaly Harari di Beewise – gli alveari hanno temperature regolabili, si possono eliminare i parassiti, persino estrarre il miele da remoto tramite una centrifuga. Se si verifica un problema l’apicoltore viene avvisato tramite un’applicazione e può intervenire da remoto”.
  Questi interventi tempestivi servono a ridurre la mortalità di una specie fondamentale fra gli impollinatori da cui dipende il 70% delle colture, ma in pericolo a causa di molte minacce ambientali a partire dai pesticidi e dai cambiamenti climatici.

(askanews, 19 maggio 2022)
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Sull'onda dei formidabili risultati scientifici ottenuti, presto arriverà un annuncio orwelliano di questo tipo: "Il sistema ideato dalla startup 'Panopticon' permette di sapere sempre cosa succede nelle città tramite un sistema di sensori che sorvegliano 24 ore su 24 i cittadini". A Bologna hanno già cominciato a fare i primi esperimenti. M.C.

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Dalla storia alle stories: perché Liliana Segre invita Chiara Ferragni al Memoriale della Shoah 

di David Zebuloni

L‘attualizzazione della Memoria, senza il suo snaturamento, è forse la sfida più complessa ed impellente della nuova generazione. Se in passato bastava raccontare le atrocità della Seconda Guerra Mondiale e la tragicità delle persecuzioni naziste, oggi il racconto fine a se stesso pare non bastare più. Già a metà del novecento, il sociologo Marshall McLuhan aveva divulgato una teoria tanto semplice quanto memorabile: il medium è il messaggio. Ovvero, non basta curare i contenuti del proprio messaggio, ma bisogna anche curarne la modalità di trasmissione. O in altre parole, non basta fare attenzione a ciò che si dice, ma bisogna anche prendere in considerazione il mezzo attraverso il quale le parole arrivano all’ascoltatore. Nel 2022, dunque, la profezia di McLuhan sembra avverarsi appieno. Oggi, il racconto dei testimoni oculari al nefasto nazista, infatti, necessita sempre più di un filtro che lo permetta di arrivare ai millenials.
  Il filtro di TikTok, per esempio, che in Israele nell’ultimo anno ha permesso a molti sopravvissuti di trasmettere la propria storia ai più giovani in piccole pillole, brevi filmati dalla lunghezza di un minuto, sulla piattaforma più social del momento. Incapace di assistere ad una vera e propria testimonianza (o forse semplicemente maldisposta), la generazione Z ha chiesto ai portavoce della Memoria di adattarsi alle proprie esigenze e ha invitato gli influencer ad intermediare per loro. Avviene così l’incontro apparentemente improbabile tra Shoah e Instagram. Un incontro tra passato e presente, tra il racconto dettagliato della storia e quello approssimativo delle stories. Così attenta a questi passaggi generazionali, Liliana Segre, che da sempre si definisce nonna di chi la ascolta e oggi dimostra di esserlo davvero, non esita a convocare la corrispettiva Senatrice a Vita dei social media: Chiara Ferragni.
  “Mi piacerebbe molto incontrare Chiara Ferragni e invitarla a visitare con me il Memoriale della Shoah di Milano. Ho visto che si è impegnata con il marito su diversi temi di importanza sociale, è sicuramente una donna attenta anche ad argomenti diversi da quelli che riguardano il suo lavoro legato alla moda”, ha spiegato una delle ultime voci della Memoria italiana. La Ferragni e suo marito Fedez, infatti, si sono spesso mostrati sensibili ad alcune tematiche non necessariamente in linea con i temi caldi del mondo rosa dei social. La loro visita agli Uffizi di Firenze, per esempio, ha portato al museo una crescita esponenziale del 24% di visitatori sotto i 25 anni. Un dato importante che non è passato inosservato, certo non agli occhi vigili di Liliana Segre.
  Non essendo mai più tornata ad Auschwitz, d’altronde, la Senatrice a Vita ha trovato nel Binario 21 un luogo nel quale ricordare la propria tragedia personale, condividendone poi il ricordo con migliaia di giovani e meno giovani, che ogni anno vengono a visitare il luogo in cui l’infanzia di Liliana è stata definitivamente interrotta. In questo meandro oscuro nelle viscere della Stazione Centrale di Milano, il 30 gennaio del 1944, infatti, Liliana bambina venne caricata su un vagone bestiame insieme al papà Alberto e spedita verso un’ignota destinazione, rivelatasi poi essere l’inferno in terra di Auschwitz-Birkenau. Proprio questa settimana, insieme al rinomato regista Ruggero Gabbai, la sopravvissuta ha girato un breve film nel quale ha raccontato la scoperta di questo luogo dell’orrore e il suo desiderio che esso diventi un luogo di riflessione per ogni giovane d’Italia.
  Un desiderio espresso anche a Chiara Ferragni che, da parte sua, non ha ancora risposto all’invito. Il marito Fedez, invece, ha immediatamente ribattuto con una controproposta, come se fosse all’asta. “Sarei felice di invitare la senatrice Liliana Segre al nostro podcast Muschio Selvaggio, spero possa accogliere il nostro invito”, ha proposto su Twitter.
  Se vedremo dunque l’influencer del momento attraversare l’imponente scritta INDIFFERENZA incisa nella pietra a caratteri cubitali all’entrata del Memoriale, non è ancora certo. Se la Senatrice a Vita si siederà di fronte al microfono del Muschio Selvaggio, non possiamo ancora saperlo. Se tutta questa storia porterà davvero più giovani a visitare il luogo della storia, è ancora tutto da vedere. Una sola cosa è certa: la voce di Liliana Segre non ha bisogno dei filtri di Instagram per arrivare ai cuori di chi la ascolta.

(Bet Magazine Mosaico, 19 maggio 2022)
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Se è vero che "la voce di Liliana Segre non ha bisogno dei filtri di Instagram per arrivare ai cuori di chi la ascolta", perché non si trova qualcuno che glielo sappia far capire? Si fa un utile servizio alla memoria della Shoah trasportando l'icona "Liliana Segre" in mezzo al popolo come fosse la venerabile personificazione di quella catastrofe? Se la risposta è no, si spera che questo sia fatto notare da chi sinceramente ama gli ebrei e Israele, per non dare altri argomenti a  coloro che li odiano. M.C.

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Siria: l’uso degli S-300 contro l’aviazione israeliana cambia i rapporti tra Mosca e lo Stato ebraico

La notizia è stata riportata dall’emittente “Channel 12” e conferma un deciso cambiamento di Mosca nei confronti dello Stato ebraico.

Israele avrebbe per la prima volta subito una risposta della Russia durante un recente raid aereo in Siria. La notizia è stata riportata dall’emittente “Channel 12” e conferma un deciso cambiamento di Mosca nei confronti dello Stato ebraico. L’episodio sarebbe avvenuto la notte del 13 maggio, quando durante un raid aereo dell’aviazione israeliana nel nord ovest della Siria nei pressi della città di Masyaf, i caccia israeliani sono stati investiti da missili S-300 avanzati. Secondo l’agenzia di stampa siriana “Sana”, l’attacco israeliano ha provocato cinque morti e sette feriti, mentre non vi sarebbero state conseguenze per velivoli israeliani.
  In questi anni, Israele e Russia hanno mantenuto un accordo de facto che consentiva ai caccia dello Stato ebraico di colpire obiettivi di Hezbollah e dei Guardiani della rivoluzione iraniana in Siria, senza essere bersaglio dei sistemi anti-aerei avanzati consegnati da Mosca al regime di Damasco, ma attivabili solamente con il consenso russo. Solitamente la contraerea siriana tenta di colpire i caccia israeliani con sistemi più antiquati, ad esempio sistemi Pantsir S-2, di fabbricazione sovietica, solitamente inefficaci nel contrastare gli attacchi israeliani. Tuttavia, questa volta anche le batterie S-300 hanno aperto il fuoco mentre i jet stavano lasciando l’area d’attacco, ha riferito “Channel 12”, che sottolinea come le batterie S-300 siriane sono azionate dall’esercito russo e non possono fare fuoco senza la loro approvazione. I velivoli sono comunque riusciti ad eludere le difese antiaeree, probabilmente grazie alle contromisure elettroniche di cui sono dotati i caccia dell’aviazione israeliana.
  Se confermato, tuttavia, ciò segnerebbe il primo utilizzo degli S-300 contro l’aviazione israeliana in Siria e, come sottolinea il quotidiano israeliano “The Times of Israel” sarebbe uno sviluppo preoccupante per Israele, che ha effettuato centinaia di attacchi aerei all’interno della Siria a partire dal 2011, prendendo di mira le spedizioni di armi dirette al gruppo terroristico Hezbollah, sostenuto dall’Iran, in Libano e ad altri siti collegati all’Iran. L’area di Masyaf è situata nella provincia di Hama e dista circa 45 chilometri dalla base navale di Tartus, gestita dalla Russia, e meno di 50 chilometri dal confine con il Libano. Secondo Israele, la zona è utilizzata come base per le forze iraniane e le milizie filo-iraniane ed è stata più volte presa di mira negli ultimi anni in attacchi attribuiti a Israele. Le immagini satellitari scattate dopo il raid e pubblicate dai media israeliani mostrano una struttura sotterranea completamente distrutta.
  Al momento le Forze armate israeliane non hanno commentato le notizie riguardanti l’incidente. L’impiego degli S-300 contro i caccia israeliani giunge nel pieno di un deterioramento dei rapporti tra Israele e Russia seguito all’invasione dell’Ucraina. Israele ha cercato di mantenere dopo l’inizio delle operazioni militari russe in territorio ucraino lo scorso 24 febbraio una postura bilanciata tra Kiev e Mosca. I rapporti sono stati però fortemente compromessi dopo le dichiarazioni giudicate antisemite rilasciate dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che in un’intervista rilasciata lo scorso primo maggio all’emittente italiana “Rete 4” ha dichiarato: “Lui (il presidente Zelensky) avanza un argomento, ‘che tipo di denazificazione possiamo avere se sono ebreo?’ Se ricordo bene, potrei sbagliarmi, ma anche Hitler aveva origini ebraiche quindi non significa assolutamente nulla. Da qualche tempo sentiamo dire dal saggio popolo ebraico che i maggiori antisemiti sono proprio gli ebrei”. Le dichiarazioni di Lavrov hanno sollevato un’ondata di critiche e di condanne da parte di Israele, facendo per la prima volta prendere una posizione anche al premier Naftali Bennet (che fino ad allora aveva evitato di condannare esplicitamente Mosca) e al presidente Isaac Herzog. Il 5 maggio il presidente russo Vladimir Putin avrebbe espresso le sue scuse in una conversazione telefonica con Bennett, ma tale episodio ha fortemente compromesso le relazioni tra i due Paesi.
  La Russia, uno stretto alleato del siriano Bashar Assad, ha forze basate e operanti in Siria. Oltre a fornire alla Siria le sue difese aeree, Mosca mantiene anche sistemi di difesa aerea S-400 all’avanguardia per proteggere le proprie risorse in Siria, ma non li ha mai rivolti agli aerei israeliani. Senza menzionare specificamente l’incidente, lo scorso 16 maggio, il ministro della Difesa Benny Gantz ha affermato che Israele non si sarebbe lasciato scoraggiare e ha promesso di impedire all’Iran di trasferire “capacità avanzate” ad altre entità in Siria. “Lo Stato d’Israele continuerà ad agire contro qualsiasi nemico che lo minacci e impedirà il trasferimento di capacità avanzate dall’Iran che mettono in pericolo i cittadini di Israele e danneggiano la stabilità dell’intera regione”, ha detto Gantz durante una visita al Comando settentrionale dall’esercito.
  Israele ha accusato a lungo l’Iran di trasferire munizioni avanzate al gruppo terroristico libanese Hezbollah, attraverso la Siria. Negli ultimi anni Israele e Russia hanno istituito una cosiddetta hotline di “deconflitto” per evitare che le parti giungano in uno scontro diretto accidentalmente sulla Siria come avvenuto nel settembre 2018, quando durante un raid dell’aviazione israeliana nella provincia di Latakia, la contraerea siriana abbatté per errore un aereo cargo Il-20, che secondo Mosca sarebbe stato impiegato come “scudo” dal gruppo d’attacco formato da quattro caccia F-16 israeliani. Durante l’incontro a Sochi avvenuto nell’ottobre 2021, il primo ministro Naftali Bennett e il presidente russo Vladimir Putin hanno convenuto che le due nazioni avrebbero continuato ad attuare tale meccanismo. Bennett ha affermato all’epoca che il rapporto di Israele con la Russia è di natura “strategica”, notando l’importanza di un coordinamento con le Forze armate russe. L’ex primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Putin in più occasioni per discutere la questione e ha sempre affermato che il loro rapporto personale era il fattore principale per mantenere il meccanismo in atto. Nel 2018, la Russia ha fornito gratuitamente l’avanzato sistema di difesa aerea S-300 alle forze armate siriane, trasferendo tre battaglioni con otto lanciatori ciascuno al regime di Assad nonostante le forti obiezioni di Israele e degli Stati Uniti. La consegna del sistema S-300 da parte della Russia alla Siria è avvenuta proprio dopo l’abbattimento dell’Il-20 sui cieli di Latakia.

(Agenzia Nova, 18 maggio 2022)


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Fuoco russo contro gli aerei di Israele: i rischi di un nuovo scontro in Medio Oriente

di Ugo Volli

• L’INCIDENTE
  Domenica scorsa è accaduto un episodio nel cielo sopra la Siria, che può essere un incidente isolato o cambiare profondamente la situazione strategica del Medio Oriente, con ripercussioni fino all’Ucraina e all’Europa del Nord. Si tratta di questo: un sistema antiaereo SS300 russo, di proprietà della Siria, ha sparato agli aerei di Israele impegnato in una missione di bombardamento di materiali iraniani in territorio siriano. La Siria cerca sempre e sempre senza successo di contrastare le azioni dell’aviazione israeliana, ma lo fa con le armi arretrate di cui dispone direttamente. Gli SS300 sono molto più avanzati (anche se non si tratta dell’ultima generazione: la Russia ha già fornito a Iran e Turchia degli SS400, più avanzati, e sta sperimentando i 500), e però la Russia non permette ad Assad di usarli senza operatori russi, tenendoli dunque sotto il suo controllo. In sintesi, quel che è successo è che i russi hanno sparato agli aerei israeliani.

• L’ASSEDIO IRANIANO
  Per capire il significato di questo fatto, bisogna fare un paio di passi indietro. La prima premessa è che l’Iran ha deciso da decenni che il suo principale bersaglio militare dev’essere Israele e per questo sta lavorando ininterrottamente per rafforzare i suoi nemici, armando soprattutto di missili di precisione Hezbollah e Hamas, ma anche cercando di costruire uno schieramento militare suo, il più possibile vicino allo stato ebraico. In Libano è difficile, perché ci sono le forze internazionali che lo noterebbero, e comunque c’è già Hezbollah. In Giordania e in Egitto non si può: sono paesi schierati con l’Occidente. Dunque il teatro del tentativo iraniano è la Siria. Di qui passano le armi per Hezbollah e quelle per la minaccia iraniana diretta, centrata sul Golan.

• LA CAMPAGNA FRA LE GUERRE
  Dopo la guerra civile la Siria non conta nulla, è una colonia condivisa da Russia e Iran. E perciò è diventata la base logistica per la guerra dell’Iran contro Israele. Il quale reagisce bombardando i concentramenti e le fabbriche d’armi iraniane, e talvolta anche direttamente i suoi comandi, solo però in territorio siriano o al massimo in qualche caso anche in Iraq vicino al confine con la Siria. Ci sono state migliaia di missioni negli ultimi dieci anni, con perdite ingenti per l’Iran, Hezbollah e anche la Siria. E’ la “campagna fra le guerre”, come la chiama Israele

• L’ACCORDO FRA ISRAELE E RUSSIA
  La Siria fa pressione sulla Russia perché fermi l’aviazione israeliana con le sue armi avanzate. La Russia non ci ha provato, perché non vuole essere coinvolta in una guerra con Israele, dove vivono un milione di russofoni e dove Netanyahu ha saputo costruire un buon rapporto con Putin, mantenuto in parte da Bennett. E forse anche perché non è sicura di riuscirci. Ci sono stati degli incidenti, come quando anni fa l’antiaerea siriana, mirando a jet israeliani, ha abbattuto un aereo da trasporto russo, e i russi hanno accusato Israele di averlo usato come schermo. Ci sono stati dichiarazioni minacciose, e incontri diretti fra Putin e Netanyahu. Alla fine l’accordo ha retto, c’è una linea rossa fra i comandi militari per evitare equivoci; gli israeliani non hanno mai colpito i militari russi in Siria e i russi non hanno mai provato a sparare i loro missili contro l’aviazione di Israele. Fino a domenica scorsa.

• LE CONSEGUENZE
  Potrebbe essere stato un errore nella catena di comando, o uno sfogo di rabbia per la difficile situazione internazionale. Oppure potrebbe essere stato un avvertimento dell’impazienza della Russia per lo schieramento israeliano dalla parte dell’Ucraina (anche se questa presa di posizione di Israele è stata realizzata con tutte le prudenze necessarie per chi ha l’esercito russo proprio a due passi, su un confine dove c’è già un nemico in armi, l’Iran). O potrebbe essere stato un cambio di politica da parte russa, che implicherebbe per Israele la scelta difficilissima se smettere di contrastare la preparazione militare iraniana in Siria o sfidare direttamente la Russia. Ma non è detto che Putin voglia arrivare a questo. Perché non è affatto certo che le forze armate russe in Siria siano superiori a quelle israeliane (anche se sullo sfondo c’è sempre la minaccia nucleare) e soprattutto che sia conveniente per la Russia aprire un secondo fronte in Medio Oriente. E però la razionalità del Cremlino in questo momento non si può dare per scontata. Certamente le diplomazie e i servizi sono in azione per scongiurare lo scontro, che non conviene a nessuno. Ma il rischio c’è e potrebbe svilupparsi in una guerra regionale che coinvolgerebbe subito anche l’Iran, dilagando nella regione. I prossimi giorni diranno se l’equilibrio degli ultimi anni terrà e Israele potrà continuare a difendersi dall’assedio dei suoi nemici (e in questo caso non si saprà niente, semplicemente tutto andrà avanti come prima), o se vi saranno altri sviluppi pericolosi.

(Shalom, 18 maggio 2022)

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Israele simula l’attacco all’Iran. E a sorpresa ci sono anche gli USA

Più che una esercitazione sembra una prova generale per l’attacco all’Iran

Una esercitazione senza precedenti che simula l’attacco all’Iran e che coinvolge decine di jet e, udite udite, vede la partecipazione anche degli Stati Uniti con gli aerei cisterna.
  Sembra proprio un messaggio all’Iran quello che Israele e Stati Uniti stanno mandando con questa esercitazione che prenderà il via nei prossimi giorni, praticamente in contemporanea con l’esercitazione terrestre (contro Hezbollah) denominata “Chariots of Fire”.
  La novità sostanziale è proprio la partecipazione degli Stati Uniti in una esercitazione dichiaratamente dedicata ad un attacco alle centrali nucleari iraniane.
  La stessa cosa non avvenne una decina di anni fa quando tutto faceva pensare che Israele stesse per attaccare l’Iran e portò avanti una esercitazione molto simile a questa.
  Questa volta invece gli Stati Uniti partecipano con aerei cisterna che hanno il compito di rifornire le decine di jet che – teoricamente – dovrebbero insinuarsi in profondità nel territorio iraniano per colpire gli obiettivi.
  Più che una esercitazione assomiglia a una prova generale visto che non mancano certo i segnali che Israele sia sul punto di colpire effettivamente l’Iran.
  Nell’ultimo anno l’esercito israeliano ha studiato tutti gli scenari possibili in caso di attacco all’Iran prendendo tutti i provvedimenti necessari per eventuali ritorsioni da Hezbollah e/o Hamas. L’esercitazione Chariots of Fire mira proprio a simulare la difesa del confine nord.
  Domani il Ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, sarà al Pentagono probabilmente per discutere con il suo omologo americano gli scenari di un attacco all’Iran.
  Probabilmente per lo stesso motivo ieri è arrivato in Israele Michael Kurilla, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), che sovrintende alla cooperazione militare USA-Israele.

• L’ATTACCO ALL’IRAN
  Gli esperti militari sostengono che oltre a dover trovare il modo di colpire le strutture iraniane sepolte in profondità nel sottosuolo, che richiedono munizioni e tattiche specializzate, l’IAF dovrà fare i conti con difese aeree iraniane sempre più sofisticate per condurre un tale attacco.
  L’aviazione dovrà anche prepararsi per la più che probabile rappresaglia contro Israele da parte dell’Iran e dei suoi alleati nella regione.
  Ieri Gantz ha ammonito che «il prezzo per affrontare la sfida iraniana a livello globale o regionale è superiore a quello di un anno fa e inferiore a quello che sarà tra un anno». Un modo per dire che bisogna fare presto e che l’attacco potrebbe essere davvero imminente.

(Rights Reporter, 18 maggio 2022)

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Per la prima volta in 50 anni, il Ciad dà il benvenuto al primo ambasciatore israeliano

Ben Bourgel e
Mahamat Idriss Deby Itno
Il paese africano del Ciad ha accettato le credenziali del suo nuovo ambasciatore israeliano, segnando il continuo sviluppo dei legami tra le nazioni circa cinque decenni dopo la loro rottura.
  ;Ben Bourgel, che funge da ambasciatore in numerose nazioni africane, tra cui Senegal e Gambia, è stato ricevuto in una cerimonia supervisionata dal presidente del Ciad Mahamat Idriss Deby Itno.
  ;L’ambasciata israeliana in Senegal ha definito l’evento “un punto di riferimento importante” e ha affermato che “l’ambasciatore Bourgel e il suo team lavoreranno per rafforzare la cooperazione tra i due paesi in aree di interesse comune come il cambiamento climatico, l’agricoltura, la gestione delle risorse idriche e la salute. ”
  ;Israele e Ciad hanno ristabilito le relazioni nel 2019, a seguito delle visite di stato reciproche del defunto presidente del Ciad Idriss Deby – il padre di Mahamat, ucciso durante una visita alle truppe in prima linea nel 2021 – e dell’allora primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Israele ha inquadrato la sua distensione con il Paese a maggioranza musulmana come parte di un’apertura più ampia verso il mondo arabo e islamico, che ha incluso la normalizzazione dei legami con Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco nel 2020.
  ;Israele e Ciad ebbero relazioni amichevoli negli anni ’60 dopo che alla nazione centro-settentrionale fu concessa l’indipendenza dalla Francia. Ma, come molti dei suoi vicini sub-sahariani, il Ciad ha interrotto i legami con lo stato ebraico all’inizio degli anni ’70, a causa delle pressioni del defunto sovrano libico Muammar Gheddafi.

(Bet Magazine Mosaico, 18 maggio 2022)

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A Taranto riemerge un sepolcreto ebraico sotto Palazzo degli Uffici

Si tratta di tre tombe integre con gli scheletri ancora in situ, ora al lavoro per definire il progetto di recupero: resti venuti alla luce durante la ristrutturazione.

di Giuseppe Mazzarino

TARANTO - II sepolcreto ebraico sotto il Palazzo degli Uffici di Taranto tornerà alla luce. L’importante testimonianza, unica traccia contestualizzata della presenza in Taranto della più antica colonia ebraica al mondo dopo la diaspora (la deportazione degli Ebrei decretata da Tito dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C.) sarà preservata e resa visibile. Nel progetto esecutivo per la ristrutturazione e «rifunzionalizzazione» del Palazzo degli Uffici, che l’ultima amministrazione ha voluto ribattezzare Palazzo Archita (dal nome della prima scuola di Taranto, che ebbe Aldo Moro come studente, e dove sarebbe doveroso reinsediare un cospicuo nucleo del liceo Archita, che celebra quest’anno il 150° anniversario), si dovrà tener conto della necessità di saggi archeologici nel corridoio dove, nel 2006, la Soprintendenza di Taranto rinvenne tre tombe (con scheletri ancora in situ) di V – VI secolo d.C. scavate nel banco di carparo. Ne riferì Antonietta Dell’Aglio, chiedendo un supplemento di ricerche. Complici le varie interruzioni della ristrutturazione, non se ne fece nulla. Inevasi anche i reiterati appelli lanciati dalla «Gazzetta» per preservare il sepolcreto.
  In vista della sentenza del Consiglio di Stato che a giorni dovrebbe finalmente dirimere una lunga controversia sulla titolarità della progettazione, la questione sepolcreto è tornata di attualità, giocata stavolta su una scacchiera più ampia, col diretto coinvolgimento del Rabbinato italiano.
  Perché l’affaire tombe ebraiche non presenta solo aspetti archeologici e storici. Per la religione ebraica (per inciso, una delle confessioni che ha sottoscritto intese con la Repubblica Italiana, con previsione di tutela dei cimiteri e di tutti i beni «afferenti al patrimonio storico e artistico, culturale, ambientale e architettonico, archeologico, archivistico e librario dell'ebraismo italiano») la traslazione di cadaveri è un sacrilegio; i resti umani spostati dalle loro tombe vanno riportati, se possibile, nel luogo di inumazione originario, e comunque non possono rimanere insepolti in un deposito, dove furono trasportati dopo i sondaggi del 2006. È una «scoperta» emersa nel corso di un recentissimo sopralluogo nell’area del Palazzo degli Uffici interessata al sepolcreto.
  In seguito alla nuova pubblicazione di articoli sull’area cimiteriale (apparsi anche su Shalom, rivista della Comunità ebraica di Roma) ed a colloqui intercorsi fra il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e la soprintendente di Taranto, Barbara Davidde, è stata disposta una visita all’abbandonato cantiere del palazzo: accompagnati dalle archeologhe Laura Masiello e Stefania Montanaro, il Rabbino Chizkiya Kalmanowitz, del Comitato europeo per la protezione dei cimiteri ebraici ed il restauratore Amir Genach hanno accertato lo stato dei luoghi, verificato la più che probabile presenza sotto il pavimento di altre sepolture ebraiche e richiesto un piano di scavi e sistemazione del sepolcreto. Una possibilità è creare un’area visibile di sepolcreto che consenta comunque la utilizzazione del corridoio e delle stanze adiacenti; area nella quale sarebbe possibile, peraltro, collocare le lapidi ebraiche conservate dalla Soprintendenza (altre sono al MArTA). Oltre all’indiscutibile valore storico-archeologico, ed al rispetto per la dignità dei resti umani e per le norme religiose ebraiche, la creazione di questa piccola ma significativa area cimiteriale visibile avrebbe un valore turistico non indifferente.
  Ovunque si trovino nel mondo, gli Ebrei sono legatissimi alle testimonianze materiali della diaspora, e ne visitano i luoghi, specie i più antichi. E secondo una tradizione risalente al Medio Evo, Taranto sarebbe stata la prima città nel mondo ad ospitare dopo la «dispersione» una colonia ebraica; ben integrata; lo dimostra anche il rinvenimento nel sepolcreto in uso dal IV al IX secolo d.C. di lapidi ebraiche bilingui (Greco ed Ebraico; poi Latino ed Ebraico) accanto a sepolture cristiane e tombe bizantine: i due cimiteri dovevano essere contigui. L’area fu abbandonata all’inizio del X secolo, quando Taranto fu distrutta dai Saraceni. Con la ricostruzione di fine X secolo la città si restringe nell’antica acropoli, quasi un’isola; la Giudecca è nel quartiere Turripenne, e la cultura ebraica è fiorente. Con gli Angiò, seconda metà del XIII secolo, iniziò una forte pressione su musulmani ed israeliti perché si convertissero.
  Nel 1492 i Re cattolici cacciano gli Ebrei dalla Spagna; molti si rifugiano nel Regno di Napoli, ma con la conquista spagnola inizia la fine. Nel 1541, per decreto di Carlo V, la definitiva cancellazione delle comunità ebraiche nel Mezzogiorno; chi non si converte, fugge.
  Della comunità ebraica tarantina, a differenza di altre pugliesi (Oria, Trani, e per tracce Manduria), si perderanno le tracce, fino a sparsi rinvenimenti e studi recenti (fondamentali quelli di Cesare Colafemmina). Il quartiere Turripenne, dove le tracce ebraiche erano comunque poco documentate, fu raso al suolo negli anni ’30 del ‘900, per il «risanamento» della Città Vecchia.
  Ecco quindi che riprendere le ricerche nel Palazzo degli Uffici, e preservare e rendere visibile il sepolcreto ebraico, diventa fondamentale anche dal punto di vista storico ed archeologico. Senza trascurare la necessità di salvare quel che resta del cimitero, anche per provvedere, come ricorda il Rabbino Kalmanowitz, alla sepoltura secondo le norme ebraiche di «quegli sfortunati il cui ultimo riposo è stato terribilmente disturbato».

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 18 maggio 2022)

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Il documentario pro Hamas narrato dalla voce di Kate Winslet

di Paolo Castellano

Eleven Days in May
La propaganda di Hamas nei migliori cinema d’Inghilterra. In questi giorni, in alcune sale inglesi, è in programmazione il documentario Eleven Days in May dedicato alla morte di 60 bambini palestinesi durante l’escalation militare avvenuta un anno fa tra Israele, Hamas e altri gruppi terroristici di Gaza. Il docu-film è stato realizzato dai registi Michael Winterbottom e Mohammed Sawwaf – quest’ultimo convinto sostenitore di Hamas -, e ospita la voce narrante dell’attrice premio Oscar Kate Winslet.
  Come riporta The Jewish Chronicle, il lungometraggio è stato criticato per la matrice propagandistica che omette scientemente i fatti chiave del conflitto scoppiato lo scorso maggio, risparmiando critiche ad Hamas senza menzionare le migliaia di missili mandati su Israele da Gaza (si parla solo di 7 lanciati su Gerusalemme), che sono stati la causa scatenante del conflitto, nonché i baby soldato utilizzati dai miliziani della Striscia di Gaza.
  In passato il co-regista di Eleven Days in May, Mohammed Sawwaf, è stato anche premiato da Hamas per aver contrastato “la narrativa sionista” con le sue opere. Inoltre, la stampa israeliana, ha raccolto diversi post su Twitter che Sawwaf ha scritto contro Israele, augurando la distruzione dello Stato ebraico “dal fiume al mare”. Il documentarista palestinese ha pure frequentato l’Università Islamica di Gaza che come è noto si trova sotto il controllo di Hamas
  Per di più, l’altro regista, l’inglese Winterbottom, è stato criticato per non aver mai messo piede a Gaza durante le riprese del docu-film. Non è stata risparmiata nemmeno Kate Winslet che per mezzo del suo avvocato ha rilasciato una dichiarazione in merito.
  «Il regista, Michael Winterbottom, mi ha invitato a raccontare un documentario che stava realizzando con il supporto di Unicef e Oxfam sull’impatto della guerra sui bambini. In questo caso sui bambini palestinesi».
  «Che la mia partecipazione a questo film possa essere interpretata come una presa di posizione pubblica sui diritti e torti di uno dei conflitti più tragici e complessi del mondo non era nelle mie intenzioni. La guerra è una tragedia per tutti quanti. I bambini non hanno voce in un conflitto. Volevo semplicemente prestargli la mia».

(Bet Magazine Mosaico, 18 maggio 2022)

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Bei rafforza sua presenza in Israele e nei Territori

Vigliotti, Banca apre ufficio a Gerusalemme

di Massimo Lomonaco

TEL AVIV - La Banca Europea per gli Investimenti (Bei) rafforza la sua azione in Israele e nei Territori Palestinesi, Gaza compresa.
  Un intervento che, dal 1981, ha già visto l'impiego di oltre 2.4 miliardi di euro di investimento al pubblico e al privato in Israele, Cisgiordania e Gaza.
  Ora, per la prima volta dall'avvio della pandemia, una delegazione di alto livello della Bei è arrivata nella regione per mettere a punto i nuovi piani. "Stiamo intervenendo - ha detto all'ANSA la vicepresidente della Bei Gelsomina Vigliotti - per assicurare che le attività commerciali locali e gli imprenditori possano creare lavoro, in particolare per i giovani e le donne, investire in un futuro migliore e riprendersi dalle sfide del Covid". Molte le iniziative messe in campo nei 6 giorni di visita che ha avuto come obiettivo - ha spiegato Vigliotti - "di stringere ulteriormente la cooperazione con i partner locali e internazionali e massimizzare l'impatto dell'impegno della Bei sul campo".
  A Tel Aviv Vigliotti, a nome della Banca, ha firmato "il primo intervento a favore del Medtech in Israele, attraverso 22 milioni di euro per l'azienda di diagnostica microbiologica Pocared, i cui dispostivi contribuiranno a ridurre la resistenza antimicrobica attraverso diagnosi più veloci e puntuali." Inoltre - ha continuato - abbiamo rafforzato la cooperazione sul clima, sulla innovazione sociale e digitale con l'Autorità dell'Innovazione israeliana". "Voglio ricordare a questo proposito - ha spiegato la vicepresidente - che la Bei è votata ad accelerare lo sviluppo della ricerca che rafforzi la lotta contro le malattie infettive e riduca la minaccia del Covid per i pazienti con condizioni compromesse". Sia in Israele che in Palestina, la Bei - ha annunciato Vigliotti - sostiene "investimenti su larga scala nel settore idrico e nella desalinizzazione" in modo da migliorare l'accesso "all' acqua e affrontare le sfide della sua crescente scarsità a causa dei cambiamenti climatici". In particolare, Vigliotti ha incontrato a Gaza gli inviati dell'Ue a testimonianza dell' impegno collettivo Europeo per un "progetto chiave" quale quello "dell'impianto di desalinizzazione della parte centrale della Striscia che affronta la cronica mancanza di acqua e migliora l'accesso a fonti potabili per 2 milioni di persone"
  Inoltre, "il supporto alla Palestina è stato ulteriormente rafforzato con l'annuncio" di un finanziamento da 200 milioni di euro all' Autorità Monetaria Palestinese. "Si tratta - ha sottolineato Vigliotti - del più grande finanziamento accordato dalla Bei alle istituzioni finanziarie del Paese e ha l'obiettivo di sostenere le piccole e medie imprese locali che potranno beneficiare di prestiti, garanzie, incentivi e assistenza tecnica". L'operatività della Bei nella regione beneficerà della presenza permanente dello staff della Banca dell'Ue presso l'ufficio che il Presidente della Bei Werner Hoyer e Vigliotti hanno inaugurato oggi a Gerusalemme.

(ANSA, 17 maggio 2022)

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Elezioni in Libano, a Beirut un lume si è acceso

La tenue fiamma, dopo il voto di domenica 15 maggio, permette almeno di sperare

di Enrico Franceschini

Il Libano rappresenta un'anomalia in Medio Oriente. È l'unico Paese arabo in cui l'Islam non è la religione dominante: la popolazione è composta da un 28,7 per cento di musulmani sunniti, un 28,4 per cento di musulmani sciiti e un 41 per cento di cristiani, suddivisi tra maroniti, greco-ortodossi, armeni e altre denominazioni, più un 5,2 per cento di drusi, che pur essendo di derivazione sciita non si identificano come musulmani, e altre minoranze.
  Dopo la fine del colonialismo francese, con l'indipendenza raggiunta nella Seconda guerra mondiale, la varietà di fedi e la posizione geografica hanno contribuito a farne una nazione vivace, cosmopolita e dinamica, soprannominata "la Svizzera del Medio Oriente", celebre per la gioia di vivere che faceva chiamare Beirut "la Parigi mediorientale". Era anche una democrazia, altra caratteristica anomala in una regione di rais autocratici.
  I verbi sono al passato, tuttavia, perché da mezzo secolo il Paese dei Cedri è teatro di guerre civili, assassini politici e terrorismo, a cui aggiungere dinastie di politici corrotti: è stato prima il quartiere generale in esilio dell'Olp palestinese di Yasser Arafat, quindi un protettorato della Siria, ora è l'Iran che cerca di controllarlo, sobillando i conflitti delle milizie sciite di Hezbollah contro Israele, in uno dei quali, nel 2006, morì l'ultimo giorno di guerra durante il servizio di leva il figlio del grande scrittore israeliano David Grossman.
  L'esplosione del 2020 nel porto della capitale, provocata da un enorme quantitativo di nitrato di ammonio abbandonato per fini mai stabiliti con certezza, causa di 214 morti e più di 7 mila feriti, ha innescato una crisi economica che da allora ha visto l'80 per cento dei libanesi precipitare sotto la soglia della povertà, la moneta perdere il 40 per cento del valore e l'emigrazione aumentare del 440 per cento. Quel botto spaventoso, che ha lasciato centinaia di migliaia di persone senza casa, è sembrato il segnale che per il Libano non c'è niente da fare: e l'ultimo spenga la luce.
  Adesso a Beirut si è riaccesa una luce. È soltanto un fragile lume, beninteso, nelle tenebre della precarietà e del caos, ma proprio per questo degno di venire sottolineato. Nelle elezioni che si sono tenute domenica 15 maggio, i cui risultati non sono ancora definitivi, il partito di Hezbollah che aveva finora la maggioranza sembra avere tenuto senza aumentare il bacino di consensi, ma hanno perso terreno i suoi alleati cristiani fedeli al presidente della repubblica Michel Aoun e l'alleato druso del presidente, anch'essi legati a Teheran. Ha invece guadagnato seggi il partito cristiano Forza Libanese, appoggiato dall'Arabia Saudita. Un esito che da un lato ripropone nel microcosmo del Libano (6 milioni di abitanti) lo scontro per procura tra Iran e sauditi, tra sciiti e sunniti; dall'altro lascia trapelare lo scontento dei cristiani più in miseria, quelli che vivevano nella zona portuale distrutta dalla deflagrazione.
  Balza agli occhi anche un terzo elemento: la fortissima astensione. Solo il 41 per cento degli elettori è andato alle urne, contro il 55 per cento della votazione precedente: alla vigilia delle elezioni l'ex primo ministro Saad Hariri, leader della comunità musulmana sunnita, aveva esortato a un boicottaggio, per cui anche il non-voto appare come una protesta contro l'establishment identificato soprattutto con Hezbollah, i musulmani sciiti e i loro manovratori iraniani.
  È presto per immaginare che il Libano possa risorgere dalle ceneri. La tenue fiamma accesa dal voto, tuttavia, permette almeno di sperare.

(la Repubblica, 17 maggio 2022)

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Techagriculture, Italia e Israele a Napoli per l'innovazione tecnologica in agricoltura

di Emiliano Caliendo

Il mondo è sull’orlo di una crisi alimentare globale. Una situazione aggravata, ovviamente, dalla guerra tra Russia e Ucraina. Quindi, il meeting tra Italia e Israele dedicato all’innovazione tecnologica applicata all’agricoltura, denominato «Techagriculture, l’agricoltura incontra l’innovazione», tenutosi presso il polo tecnologico dell'Università Federico II a San Giovanni a Teduccio, è servito proprio a offrire soluzioni alle attuali problematiche del settore agroalimentare. Aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime agricole, blocchi dell’export d'interi paesi, rischi di carestia specialmente tra gli Stati importatori come quelli africani, oltre che il blocco dei porti ucraini da parte della Federazione Russa, queste solo alcune delle sfide principali. Il focus dell’iniziativa del 17 e il 18 maggio, che vede come sede dell’evento la città di Napoli, è promuovere il trasferimento di conoscenze e della diffusione delle innovazioni in agricoltura, la sinergia tra il settore primario e il mondo della ricerca e della tecnologia avanzata, di cui Israele è protagonista a livello globale.
  Entusiasta il commento dell’Ambasciatore d’Israele in Italia Dror Eydar. «Siamo lieti di essere qui. È un sogno che si realizza davanti ai nostri occhi. Pensavamo a questa conferenza due anni e mezzo fa, quando abbiamo visto i risultati della Cybertech Europe a Roma. Chiesi quindi a Confagricoltura di fare una conferenza simile sui temi dell’agricoltura, delle fattorie digitali, dell’acqua, della botanica, del cibo, dell’energia. Argomenti a cui la gente o i media generalmente non pensano e che costituiscono la base della nostra esistenza». «La pandemia – prosegue il diplomatico - ha bloccato questa iniziativa per due anni. Sei mesi fa l’abbiamo rilanciata. Non pensavamo in quel momento alla crisi tra Russia e Ucraina, che ha provocato una crisi alimentare globale». L’export da Israele all’Italia nel settore agroalimentare è aumentato del 24% nell’ultimo anno, per un ammontare di 65,7 milioni di dollari. Quanto all’import dall’Italia, quest’ultimo ha raggiunto 375,8 milioni di dollari, con un incremento notevole dell’esportazione israeliana di oli e grassi vegetali e animali. Il diplomatico israeliano è ben conscio quindi delle grandi prospettive di cooperazione bilaterale, da ampliare a tecnologie come il monitoraggio delle colture attraverso i sensori, l’automazione della attività agricole, l’agrovoltaico, la gestione dei sistemi di filiera, il trattamento delle acque. «Abbiamo portato qui – sottolinea Eydar - tante aziende israeliane con la tecnologia più avanzata al mondo, che vogliamo condividere con i nostri amici in Italia. Sulla desertificazione, fenomeno a cui stiamo assistendo sia in Europa che in Italia, possiamo dirvi che Israele nonostante abbia due terzi del suo territorio desertificato, è riuscita a farlo fiorire». «Israele – aggiunge - ricicla il 90% delle sue acque. Sono tutte conoscenze che possiamo condividere con voi. Come Ambasciata con Confagricoltura, l’Università Federico II, il Comune e Ministero degli affari esteri, siamo riusciti a realizzare questo sogno. Speriamo di avere buoni risultati».
  Soddisfatto anche il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti. «Questo ponte che oggi parte da Napoli e raggiunge Tel Aviv non è un ponte che unisce due zone di produzione e due modelli agricoli, ma è un ponte che vuole unire tutta l’area mediterranea. Dall’unione d’Italia e Israele vogliamo dare oggi un segnale all’area mediterranea. I due paesi, unendo le loro tecnologie in un momento così difficile, dimostrano che l’agricoltura può produrre di più preservando le risorse naturali e rispondendo alla domanda di sostenibilità, in un momento in cui la crisi alimentare è drammatica». Giansanti però traccia un quadro del settore nazionale che desta diverse preoccupazioni, specialmente se si pensa all’impennata dei prezzi. L’Italia, infatti, importa il 62% del suo fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti, il 35% del grano duro per la pasta e il 46% del mais necessario per produrre il mangime per il bestiame. Se a ciò si somma il fatto che il frumento, in particolare quello duro, «ha raggiunto il picco di prezzo massimo della sua storia» con 500 euro circa a tonnellata, occorre prendere quanto prima contromisure, soprattutto a livello di Unione Europea. «Noi produciamo la quantità di grano che ci serve per fare la pasta – puntualizza Giansanti - non produciamo quella parte di grano che serve per fare il pane. Sono state fatte scelte politiche in Europa che nel corso degli anni che ci hanno portato a produrre sempre di meno. Si tratta di scelte di programmazione fatte ogni cinque anni. Se osserviamo il grafico delle produzioni e quando queste sono scese, mi riferisco alle produzioni di mais e grano tenero, si vede che ogni cinque anni, a seguito di ogni scelta politica, diminuisce la produzione a livello europeo di questi cereali. Si è forse ritenuto farla in altre parti del mondo, fatto sta che abbiamo fatto un errore».
  Sul tema è intervenuto anche il ministro dell’agricoltura Stefano Patuanelli, ospite del meeting: «Ci sono fenomeni speculativi in atto. Il vero errore dell’Europa è stato quello di non garantire la trasparenza dei mercati e non garantire una capacità di valutazione degli stoccaggi. Quando si parla oggi di carenza di materia prima, ricordo che stiamo vendendo il grano raccolto l’anno scorso, non quest’anno. Non c’è un problema di quantità, il problema del prezzo è legato a fenomeni speculativi». Il presidente degli agricoltori italiani Giansanti ricorda tuttavia che «importiamo mais e frumento dalla Francia, pagandolo di più». Un arretramento per il nostro Paese dopo «stagioni in cui veniva incentivata la produzione agricola per rispondere all’esigenza primaria di produrre ciò che serve». C’è dunque un’accusa a Bruxelles: «A un certo punto – rimarca Giansanti - si è deciso che l’agricoltura europea dovesse produrre meno e si è passati dalle eccedenze alla carenza. Siamo passati dal concetto per cui l’agricoltura andava aiutata per produrre, a un modello in cui bisogna aiutare l’agricoltura a non produrre. Il legislatore europeo ritiene che l’agricoltura europea debba tutelare le aree ambientali senza guardare alla parte produttiva. Se immaginassimo un mondo perfetto questo avrebbe anche senso, poi una mattina ci accorgiamo di non avere il grano tenero». «Noi oggi a livello di grano tenero siamo il 4% della produzione europea. Se dovessimo andare all’autosufficienza per produrre il pane, dovremmo scegliere se fare il grano tenero o il grano duro per la pasta. Tutto si può riorganizzare ma dobbiamo modificare le politiche europee, troppo spostate sulla non produzione. Non possiamo continuare a coltivare quello che il mercato non chiede. Dobbiamo invece tornare a coltivare mais, grano, soia». Per cui Giansanti ricorda quanto sia importante la collaborazione tra Italia e Israele «che non nasce solo per acquisire il know-how israeliano». «Ci sono aziende italiane – conclude - che possono dimostrare agli amici d'Israele, quanto abbiamo implementato in termini di ricerca e sviluppo. Siamo passati da 300 milioni d'investimento a 2 miliardi. Presenteremo il caso di una vertical farm alle porte di Milano, costruita in ambiente controllato, un unicum a livello mondiale».
  Si dovrà dunque investire di più in tecnologie. La scelta di Napoli per una conferenza di questo rilievo non è dunque casuale. La città, infatti, ospiterà «il centro nazionale di ricerca Agritech, finanziato grazie al Pnrr», ricorda il sindaco Gaetano Manfredi a margine dei vari tavoli tematici. Grande protagonismo anche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, come evidenzia il rettore Matteo Lorito: «L’Università di Napoli può fornire le intelligenze e le tecnologie. Può scambiare le tecnologie, avvicinando ancora di più i Paesi. Ci avviamo a svolgere un ruolo importantissimo con più di 400 milioni di euro. Sarà come Human Technopole dedicato all’agricoltura. Nuove tecnologie significa meno dipendenza dall’estero sulle materie prime». Hanno partecipato al Techagriculture anche il ministro per il Sud Mara Carfagna e il ministro degli esteri Luigi Di Maio, quest’ultimo in partenza verso New York per un panel alle Nazioni Unite sulla foodsecurity.

(Il Mattino, 17 maggio 2022)

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Il comico Dieudonné condannato in appello in Svizzera per insulti antisemiti e negazionisti

di Michelle Zarfati

Il famoso comico francese Dieudonné è stato recentemente condannato in appello a Ginevra, a causa di alcune affermazioni antisemite fatte durante i suoi spettacoli in Svizzera nel 2019. Dieudonné M'Bala M'Bala, già più volte condannato in Francia per insulti razziali e incitamento all'odio, è stato condannato nel luglio 2021 in primo grado a Ginevra per "discriminazione razziale, diffamazione e insulti". Questa è stata la sua prima condanna in Svizzera.
  La Camera di ricorso e revisione penale di Ginevra ha confermato la sua condanna, obbligandolo al pagamento di una multa di circa 30.600 franchi (28.200 euro). In discussione, in questo caso, sono le osservazioni negazioniste sulle camere a gas che Dieudonné ha realizzato nel corso di un suo spettacolo tenuto dal 4 al 6 gennaio 2019, al Théâtre de Marens di Nyon, e il 28 e 29 giugno 2019, al Center d'animazione cinematografica CAC Voltaire a Ginevra.
  Durante il processo, Dieudonné ha detto che non è stato lui a pronunciare le frasi provocatorie durante lo spettacolo, ma il suo "personaggio". L'argomentazione è stata respinta dal presidente del tribunale di Ginevra e ad anche dalla corte d'appello. Secondo la corte, l'artista ha mostrato “il suo disprezzo per le vittime della Shoah e il suo desiderio di generare polemica” minando “la dignità umana e la pace pubblica”.
  "Non si può ritenere che stesse parodiando un negazionista della Shoah, alla maniera in cui Charlie Chaplin parodiò Hitler (...) in assenza di qualsiasi elemento verbale o di abbigliamento che lo suggerisse", ha scritto il giudice del tribunale Vincent Fournier. Il tribunale di primo grado lo aveva anche ritenuto colpevole di “insulti” nei confronti del Coordinamento intercomunitario svizzero contro l'antisemitismo e la diffamazione (Cicad), per le osservazioni fatte sull'associazione senza scopo di lucro durante lo spettacolo del 28 giugno 2019. L’uomo era stato anche condannato per "diffamazione" per le osservazioni fatte il 22 novembre 2019 sul segretario generale di Cicad, Johanne Gurfinkiel, durante un'intervista su un canale YouTube a Ginevra. Secondo il quotidiano, dovrà pagare anche le spese del ricorso che ammonterebbero a circa 2.195 franchi, non solo anche le spese di difesa (2.638 franchi) di Cicad e del suo segretario generale.
  Sembrerebbe dunque che il comico sia non affatto nuovo ad affermazioni e scenette antisemite. Già nell’agosto 2020 il controverso Dieudonné, era nuovamente finito sotto accusa per i suoi discorsi razzisti, antisemiti e beffardi contro vittime della Shoah. Le affermazioni antisemite gli costarono care: il gruppo di Facebook aveva espulso l’uomo dalle piattaforme social "in modo permanente”; sostenendo che aveva “ripetutamente violato le nostre regole sul discorso dell'odio, pubblicando contenuti che hanno deriso le vittime della Shoah o usando termini disumanizzanti contro gli ebrei", aveva spiegato un portavoce del colosso dei social.
  La decisione della Camera d'appello di revisione penale contro Dieudonné è stata presa il 28 aprile 2022. "Con questa decisione, la Corte di giustizia conferma integralmente la sentenza di primo grado e dichiara Dieudonné colpevole di discriminazione razziale e diffamazione".

(Shalom, 17 maggio 2022)

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I palestinesi si schierarono coi nazisti, e quella fu la loro vera nakba

Chi coltiva una versione parziale e distorta della cosiddetta catastrofe palestinese non fa che alimentare odio e conflitto.

Ci viene detto continuamente che dobbiamo riconoscere la “narrazione” palestinese delle origini del conflitto, per comprendere il loro dolore e aprire la strada alla pace. La verità è che dobbiamo fare esattamente il contrario. La “narrazione” palestinese è già stata ampiamente accolta da molti, nel mondo politico e accademico, e più continuerà a ottenere riconoscimenti più piccole diventeranno le possibilità di pace. Ciò di cui abbiamo bisogno per arrivare alla pace non sono le “narrazioni”, ma i fatti storici.
  Tra coloro che hanno alimentato la “narrazione” palestinese del conflitto figura più di chiunque altro il professore israeliano Ilan Pappé, il più iconico propagandista anti-israeliano di sempre riconosciuto a livello internazionale. Solo pochi giorni fa ha scritto: “La Germania nazista scelse il lato sbagliato della storia, e la Germania di oggi sbaglia ancora una volta a causa del suo sostegno a Israele”. Pappé sembra lanciare una nuova campagna contro il Bundestag mentre lui mira a “cancellare” il diritto ad esistere di Israele. L’abilità manipolatoria di Pappé appare qui davvero notevole: in passato la Germania ha cercato di eliminare gli ebrei; nel presente, Pappé e i suoi seguaci fanno pressione sulla Germania affinché avvalori la propaganda che esorta ad eliminare lo stato ebraico. Pappé promuove i concetti della nakba, commemorata ogni 15 maggio, e nel farlo stravolge completamente la storia....

(israele.net, 17 maggio 2022)

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Israele: cosa fare con la Striscia di Gaza?

La scelta è tra una guerra subito con Hamas senza i missili iraniani, oppure una guerra tra qualche mese con Hamas che avrà gli arsenali pieni di armi iraniane.

di Franco Londei

Cosa deve fare Israele con la Striscia di Gaza e con Hamas? Mentre il mondo attacca Israele per la morte accidentale di una giornalista araba e per tumulti ad un funerale, nessuno fa cenno ai 19 morti israeliani uccisi dai palestinesi negli ultimi due mesi, morti che in diversi casi sono stati rivendicati da Hamas.
  Il leader del gruppo terrorista palestinese che tiene in ostaggio la Striscia di Gaza, Yahya Sinwar, è già sicuramente in qualche bunker dopo che a seguito degli attentati contro i civili israeliani rivendicati da Hamas, qualcuno in Israele aveva proposto la sua eliminazione.
  Ma eliminare Yahya Sinwar significa iniziare una guerra con Hamas. Israele è pronto per portarla a termine una volta per tutte? Oppure si fa come al solito, si bombarda una settimana, si danno fiato alle trombe pro-pal e poi si torna indietro come se niente fosse, riattivando i canali umanitari e attivando le linee di credito per la “ricostruzione di Gaza”. Miliardi di dollari che finiscono sempre nelle tasche di Hamas.
   
  • ALLEANZA STRATEGICA TRA IRAN E HAMAS
  In questi giorni il leader di Hamas si è unito al leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah e al dittatore iraniano, Ebrahim Raisi, nell’affermare che il Monte del Tempio è cosa musulmana e che nessun ebreo sarà ammesso in quel luogo, dimenticando che il monte del Tempio è sacro a tutte e tre le religioni monoteiste. Diversamente sarebbe scoppiata una guerra santa.
  Questo che sembra quasi un comunicato congiunto è solo l’ultimo dei segnali che secondo gli analisti dell’intelligence israeliana portano a pensare che Hamas si sta congiungendo in maniera strategica all’Iran e ad Hezbollah, che non è certo una eventualità non prevista dal Dipartimento per la raccolta delle informazioni del Mossad. Tuttavia si ritiene che proprio Yahya Sinwar abbia impresso una forte accelerazione a questa alleanza strategica.
  La questione non è da poco perché fino ad oggi Hamas si era ben guardato dall’avvicinarsi troppo agli sciiti iraniani preferendo rimanere nell’orbita della Fratellanza Musulmana. Un conto è ricevere da Teheran qualche missile o qualche drone ogni tanto, un conto è dar vita ad una alleanza strategica con gli Ayatollah, per di più con l’intenzione di muovere una guerra santa a Israele, un termine che ancora “attizza” tutto il mondo islamico.   
  Quindi, cosa fare con la Striscia di Gaza e con Hamas? Aspettare che questa più che probabile alleanza si consolidi e che migliaia di missili iraniani entrino a Gaza come successo in Libano, oppure chiudere finalmente la pratica Hamas estirpandolo definitivamente dal territorio anche a costo di iniziare una guerra che vedrà tutto il mondo contro Israele?  
  In sostanza, fare la guerra adesso con Hamas che non ha ancora gli arsenali iraniani, o farla tra qualche mese con Hamas che avrà migliaia di missili e droni made in Teheran?
  Con l’Iran si è aspettato troppo e adesso probabilmente non è più possibile fermare la corsa iraniana alla bomba atomica. Vogliamo fare lo stesso errore con Hamas che per di più è a pochi Km da Tel Aviv?

(Rights Reporter, 16 maggio 2022)

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La storia sanguinosa della fabbrica del terrorismo palestinese a Jenin

di Ugo Volli

• JENIN
  Che cosa hanno in comune la morte della giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh mercoledì scorso, quella di Noam Raz, agente di un gruppo scelto antiterrorismo della polizia israeliana, venerdì scorso e l’evasione di sei pericolosi terroristi dal carcere speciale di Gilboa, a settembre 2021? Sono episodi diversi, ma in comune hanno un nome, anzi il luogo che questa parola designa, Jenin. Si tratta di una località all’estremità settentrionale dei territori controllati dall’Autorità Palestinese, quindici chilometri a sud di Afula e venti a est di Cesarea. Non ha un passato cospicuo, anche se come ogni posto in Israele vi si trovano tracce di insediamenti ebraici dell’antichità (il suo nome porta ancora la traccia di quello dei tempi del regno di Israele, che era “ein ganim”, sorgente dei giardini e vi sono numerosi resti archeologici nella collina prospicente la città). Ma non vi è successo niente di speciale fino alla guerra di indipendenza del 1948, quando Jenin fu brevemente presa dalle forze israeliane con una dura battaglia e dopo l’armistizio ospitò un campo profughi, che è ancora lì, un quartiere affollato da circa 20 mila abitanti a fianco della città che ne ha in tutto circa 60 mila (l’intera provincia ne ha 330 mila). Fino al ‘67 Jenin era “Cisgiordania”, cioè una parte del mandato di Palestina occupata dal regno di Giordania; poi fu preso da Israele e fu tra le prime località trasferite all’Autorità Palestinese ne 1996.

• LA BASE TERRORISTA
  E’ difficile dire se questo passato sia stato determinante per quel che è diventata la città. Fatto sta che Jenin è diventato il punto più caldo del terrorismo palestinese. Durante la prima ondata terrorista degli anni Novanta, precedente gli accordi di Oslo, nel campo profughi di Jenin c’erano 200 terroristi inquadrati. Dal 2000 al 2003, nella seconda grande ondata di omicidi di massa, almeno 28 attentatori suicidi sono partiti dal campo di Jenin, secondo il conteggio delle autorità di sicurezza di Israele. Essi realizzarono almeno 31 attacchi terroristi, per un totale di 124 vittime. Il campo era del tutto fuori controllo.

• LA “BATTAGLIA DI JENIN”
  Quel periodo terribile si concluse quando il governo israeliano decise di rioccupare provvisoriamente alcune delle città sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, per eliminare i terroristi che vi erano annidati. Fra essi il punto più cospicuo fu proprio il campo profughi di Jenin, che fu riconquistato a duro prezzo: 23 israeliani e 53 palestinesi morirono in quella che fu definita “battaglia di Jenin”. Intorno ad essa si sviluppò una campagna internazionale di diffamazione, che parlò di “stragi”, di “migliaia di morti palestinesi”. La calunnia era lontanissima dai fatti: l’esercito aveva scelto di pagare un prezzo molto alto conquistando le roccaforti terroriste solo con l’uso della fanteria, evitando l’uso di artiglieria ed aviazione per non colpire indiscriminatamente la popolazione. Ma come accade spesso, la calunnia più spudorata ha lasciato tracce nell’ideologia e nella mitologia palestinista in tutto il mondo.

• L’EVASIONE
  Israele non voleva tenere le città arabe e dopo aver eliminato l’infrastruttura terrorista si ritirò di nuovo. A Jenin però continuarono a formarsi numerosi terroristi, abituati a compiere atti di violenza grandi e piccoli. Molti furono arrestati, altri rimasero in clandestinità. Negli ultimi anni è diventato difficile entrare nel campo profughi non solo per le forze israeliane, che lo fanno comunque quando hanno informazioni su ricercati o su depositi d’armi, ma rischiando perdite com’è accaduto venerdì scorso, ma anche per le forze regolari dell’Autorità Palestinese, anche perché il nucleo terrorista principale del campo appartiene alla “Jihad Islamica”, un gruppo terrorista direttamente controllato dall’Iran. Da Jenin provenivano i sei detenuti della prigione di Gilboa che sono evasi clamorosamente a settembre scorso: cinque di essi appartenevano alla Jihad Islamica e uno, il capo, alle “Brigate di Al Aqsa”, che sono l’ala militare di Al Fatah, il partito del dittatore dell’Autorità Palestinese Muhammed Abbas. Costui, che si chiama Zakaria Zubeid, è l’anello di congiunzione con la vecchia generazione della “battaglia di Jenin”, cui aveva partecipato prima di diventare capo delle “Brigate”, alle dirette dipendenze di Abbas.

• GLI ULTIMI FATTI
  Da Jenin e dai dintorni è venuta la maggior parte degli attentatori che hanno insanguinato Israele (19 morti, molti feriti) nell’ultimo mese, per esempio quelli che hanno colpito a Tel Aviv e Bnei Berak. La fabbrica del terrorismo è dunque ancora in funzione ed è necessario andare a prendere chi la anima e la sostiene non solo per assicurarli alla giustizia ma anche per evitare che gli attentati si ripetano. Una di queste difficili missioni è quella che ha preso la vita della giornalista di Al Jazeera, molto probabilmente colpita dal fuoco dei terroristi. E un’altra è costata la vita di Noam Raz. Purtroppo questa vicenda non è conclusa ed è possibile che altro sangue e altri lutti vengano dal furore terrorista che regna a Jenin.

(Shalom, 16 maggio 2022)

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Israele e India lanciano nuovi progetti di cooperazione per l’agricoltura

di Francesco Paolo La Bionda

Il ministro dell’Agricoltura dell’India, Narendra Singh Tomar, si è recato in visita ufficiale in Israele dall’8 all’11 maggio su invito del suo omologo dello Stato ebraico, Oded Forer.
  Durante l’incontro tra i due alla Knesset, in cui si è festeggiato anche il trentennale dall’inizio delle relazioni bilaterali indo-israeliane, sono stati discussi nuovi progetti e modalità di cooperazione in ambito agricolo per svilupparne il potenziale in entrambi i paesi.
  Una delle iniziative previste riguarda la ristrutturazione di settantacinque villaggi indiani, in occasione del settantacinquesimo anniversario dell’indipendenza del gigante asiatico il prossimo anno, che sarà portata avanti insieme a Israele.
  Forer ha espresso inoltre il desiderio di Israele di portare al “livello successivo” i Centri di eccellenza (CoE) istituiti dallo Stato ebraico in diverse parti dell’India. Attualmente in India ci sono infatti ventinove Centri di Eccellenza già operativi, che forniscono informazioni vitali sulle nuove tecnologie per aumentare la resa della produzione agricola.
  Anche le relazioni commerciali tra i due Paesi riceveranno un impulso nel prossimo futuro, ha dichiarato il ministro israeliano. India e Israele hanno concordato di completare il processo di finalizzazione di un accordo di libero scambio entro fine giugno, durante un incontro tra il Ministro degli Affari Esterni Jaishankar e il suo omologo israeliano Lapid nell’ottobre dello scorso anno.
  Durante la visita diplomatica, Tomar ha anche visitato un’azienda agricola di proprietà di un agricoltore di origine indiana, Sharon Cherry, che coltiva ortaggi indiani nel deserto del Negev. Nella sua fattoria modello a Be’er Milka, Cherry ha adottato tecnologie moderne, con il supporto tecnico del Ramat Negev Agro Research Centre, per poter coltivare i suoi prodotti anche in condizioni estremamente difficili come quelle dell’area in cui si trova.

• LA COMUNITA' EBRAICA INDIANA E GLI EBREI INDIANI IN ISRAELE
  Secondo la tradizione, i primi ebrei sarebbero giunti in India nel 562 prima dell’era attuale. Nei secoli successivi, si sono succeduti nuovi arrivi da parte di ebrei giunti da diverse regioni del Medio Oriente e del Mediterraneo. Dopo la fondazione di Israele, buona parte della comunità ha compiuto l’aliyah e oggi 70.000 ebrei di origine indiana vivono nello Stato ebraico, mentre nel paese asiatico ne restano circa 5.000.
  Nel secondo dopoguerra si sono verificati inoltre due casi di conversione all’ebraismo da parte di piccole popolazioni autoctone indiane, che hanno assunto le denominazioni di Bnei Menashe e Bene Ephraim. Entrambe rivendicano una discendenza dalle tribù perdute, e la prima ha anche ottenuto il riconoscimento del Gran Rabbinato d’Israele nel 2005: oggi oltre 6.000 Bnei Menashe vivono nello Stato ebraico, mentre 4.000 rimangono nel paese d’origine. Molto più piccola invece la consistenza dei Bene Ephraim, che ammontano a poche centinaia di persone residenti in alcuni villaggi dell’India orientale.

(Bet Magazine Mosaico, 16 maggio 2022)

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I palestinesi e il destino di una eterna nakba auto-inflitta

Non c’è pace senza compromesso. Dopo 150 anni sarebbe sensato che i palestinesi optassero per una strada diversa invece di continuare a fomentare odio e rifiuto. Ma a quanto pare, non accadrà tanto presto.

di Eyal Zisser

Il 15 maggio 1948, il sabato in cui scadeva il Mandato Britannico sulla Palestina, gli eserciti dei paesi arabi vicini attaccarono la comunità ebraica d’Israele (l’yishuv) devastando tutto ciò che incontravano. Il loro obiettivo era impedire la nascita di quello stato ebraico in Terra d’Israele che i leader dell’yishuv avevano dichiarato indipendente il giorno prima, venerdì 14 maggio.
  Ogni singola comunità ebraica che venne conquistata dagli eserciti arabi venne ridotta in macerie, i difensori sopravvissuti alle battaglie fatti prigionieri o giustiziati. Non un solo ebreo poté restare nelle aree conquistate dagli arabi. Nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme la Legione araba giordana distrusse tutte le sinagoghe, alcune antiche di secoli. Atrocità simili si verificarono a Gush Etzion (poco a sud di Gerusalemme) e a Mishmar Hayarden, sulle rive del fiume Giordano, così come più a sud nei kibbutz di Nitzanim e Yad Mordechai. Il nascente stato d’Israele, tuttavia, riuscì a sconfiggere i nemici, il suo esercito fermò l’avanzata delle forze arabe e alla fine le ricacciò indietro....

(israele.net, 16 maggio 2022)

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Il nono comandamento: Dio protegge la società
    «Non attestare il falso contro il tuo prossimo» (Esodo 20: 14). 

«Gli altri possono dire di me quello che vogliono, non mi interessa. Io tiro diritto per la mia strada, senza preoccuparmi di quello che dice la gente.» Sono parole che qualche volta capita di sentire; e forse anche a noi, in qualche occasione, sarà sfuggito di bocca qualcosa del genere. Se però, in una delle solite code che si formano in città, la mia macchina viene tamponata e al vigile che sopraggiunge sento raccontare da uno dei presenti che sono stato io a fare retromarcia, perdo di colpo tutta la mia imperturbabilità nei confronti di quello che dicono gli altri. Reclamo giustizia; pretendo che giustizia sia fatta sulla base della verità; e mi aspetto che la verità venga fuori dalle parole di chi era presente ai fatti.
  La posizione che ogni uomo occupa nella società dipende in modo essenziale da quello che altri dicono di lui. Anzi, poiché le relazioni sociali fanno parte integrante della persona, e poiché quello che si dice di un uomo può influenzare in modo determinante queste relazioni, si può dire che la vita stessa di un uomo è legata alla testimonianza che altri rendono di lui.
  Si può capire allora il fine a cui mira il nono comandamento: impedire che l'uomo venga colpito nei suoi rapporti con la comunità attraverso parole menzognere riferite da altri su di lui.
  Se con i tre comandamenti precedenti Dio aveva inteso proteggere l'uomo nella sua integrità fisica, nella sua persona fisica, nella sua famiglia e nella sua libertà, con questo comandamento Egli vuole proteggere l'uomo nella sua vita sociale. Infatti, l'elemento nuovo che entra in gioco a questo punto è proprio la comunità organizzata, con i suoi tribunali, le sue sentenze, i suoi testimoni. Dio sa bene che dopo la caduta gli uomini mantengono fra di loro rapporti difficili e pericolosi, ma non per questo rinuncia al proposito di farli vivere insieme. E per porre un freno agli inevitabili incidenti provocati da prepotenze, soverchierie e imbrogli, ordina che si costituiscano dei luoghi in cui si eserciti la giustizia, in cui i torti e le ragioni siano rettamente stabiliti e i colpevoli adeguatamente puniti.

    «Quando sorgerà una lite fra alcuni, e verranno in giudizio, i giudici che li giudicheranno assolveranno l'innocente e condanneranno il colpevole» (Deuteronomio 25:1).

Poiché in Israele non esisteva una forza pubblica che potesse impedire i delitti prevenendoli, l'unico argine al dilagare dei crimini stava proprio nel potere deterrente delle pene inflitte dai giudici. E poiché i metodi di indagine di quel tempo erano deboli e poco usati, la sentenza dei giudici si basava quasi esclusivamente sulle parole dei testimoni.
  Di qui si capisce l'importanza dei testimoni.
  In un certo senso, i testimoni finivano per essere anche dei giudici. E diventavano addirittura carnefici quando, in caso di condanna a morte, erano chiamati ad addossarsi la responsabilità della sentenza scagliando per primi la pietra contro i colpevoli (Deuteronomio 17:7).
  Naturalmente, i tribunali istituiti non davano sempre garanzie assolute di giustizia: anche in Israele esistevano giudici corrotti e testimoni falsi. I profeti si scagliarono più volte contro i pervertitori del diritto e della giustizia (cfr. p. es. Isaia 1:23, Amos 5:12, Michea 3:9). Ma Dio, pur annunciando il suo giudizio sui magistrati iniqui, continua a volere che sulla terra esistano dei luoghi in cui si amministri la giustizia, come per ricordare che una giustizia esiste ed appartiene a Lui.

    «Stabilisciti dei giudici e dei magistrati in tutte le città che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà, tribù per tribù; ed essi giudicheranno il popolo con giusti giudizi. Non pervertirai il diritto, non avrai riguardi personali e non accetterai donativi; perché il donativo acceca gli occhi dei savi e corrompe le parole dei giusti. La giustizia, solo la giustizia seguirai, affinché tu viva e possegga il paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà» (Deuteronomio 16: 18-20).
    Lodino la forza del Re che ama la giustizia; sei tu che hai stabilito il diritto, che hai esercitato in Giacobbe il diritto e la giustizia» (Salmo 99:4).

Questo aspetto dell'opera di Dio in terra ci assicura che l'esigenza di giustizia che ogni tribunale umano esprime attraverso la sua sola esistenza, sarà un giorno pienamente soddisfatta. Verrà il momento in cui Dio pronuncerà, con giustizia e verità, il suo giudizio definitivo su ogni uomo e su ogni nazione.

    «Ma il Signore siede come re in eterno; egli ha preparato il suo trono per il giudizio. Egli giudicherà il mondo con giustizia, giudicherà il popolo con rettitudine» (Salmo 9:8-9).

Secondo qualcuno, la giustizia umana riposa soltanto sulla forza, e le norme di legge non fanno che esprimere i rapporti di forza esistenti tra i vari gruppi sociali di una nazione. In altre parole, la legge scritta non sarebbe altro che la legge del più forte. In buona parte questo può anche essere vero, ma tanto più, allora, i cristiani devono ricordare sempre e far sapere che alla lunga si riconoscerà che il più forte è Dio, e che «gli affamati e assetati della giustizia» un giorno saranno saziati. Anche in un mondo di violenza, Dio vuole che ci sia qualcosa che ricordi la sua giustizia, fondata non sulla menzogna e la prepotenza, ma sulla verità e la pace.

    «Queste sono le cose che dovete fare: dite la verità ciascuno al suo prossimo; fate giustizia, alle vostre porte, secondo verità e per la pace» (Zaccaria 8:16).

L'azione del falso testimone è dunque di una gravità estrema. Con la sua menzogna non solo commette il male colpendo l'altro, ma lo fa attraverso un ordinamento sociale che Dio ha disposto proprio per punire chi commette il male. Quindi, non soltanto danneggia il prossimo, come l'omicida, l'adultero e il ladro, ma perverte anche il diritto e la giustizia, e quindi inserisce nella società un elemento di sfiducia e di disgregazione.
  Il falso testimone è particolarmente colpevole perché commette ingiustizia servendosi di un ordinamento di giustizia.
  È nel processo contro Gesù che l'uomo ha raggiunto il culmine dell'uso fraudolento della giustizia. Gesù non è stato fatto fuori in segreto, assassinato nell'ombra dalla mano di qualche sicario, ma è stato pubblicamente «giustiziato», sulla base di una sentenza pronunciata da chi aveva l'autorità per farlo. I Giudei come falsi testimoni, e i Gentili come giudici iniqui, si sono accordati per colpire l'unico uomo sulla terra che aveva sempre parlato secondo verità e aveva sempre agito per la pace. Invece di esercitare la giustizia secondo verità, gli uomini hanno «soffocato la verità con l'ingiustizia» (Romani 1:8).
  Tuttavia, nel caso di Gesù i testimoni non giocarono un ruolo decisivo. La sentenza contro Gesù non avvenne perché dei giudici in buona fede furono fuorviati da deposizioni false: non la menzogna dei testimoni provocò la crocifissione di Gesù, ma la verità detta da Lui stesso. Le parole di verità con cui Gesù si presentò come il Re dei Giudei e il Figlio dell'uomo furono considerate bestemmia e pazzia. «Chiunque è per la verità ascolta la mia voce», affermò l'imputato Gesù nel luogo in cui si sarebbe dovuto esercitare la giustizia secondo verità, ma il magistrato, interessato soltanto ai rapporti di forza, non seppe far altro che rispondere con la cinica domanda: «Che cos'è la verità?» (Giovanni 18:38).
  Nella Bibbia il contrario di verità è menzogna. Gesù è la verità e il diavolo è il padre della menzogna. Quindi, chi fa uso di bugie per far sì che altri vengano colpiti, merita pienamente il titolo di «progenie del diavolo» (Giovanni 8:44); perché proprio questa è l'opera del diavolo: prendere in inganno e colpire gli uomini per mezzo delle sue falsità.
  Il nono comandamento non difende un principio astratto di veracità assoluta: esso richiede di «non attestare il falso «a danno della vita del prossimo» (Levitico 19: 16). Non è quindi dentro di me, nella profondità della mia coscienza, che devo guardare, ma fuori di me, verso l'altro, per chiedermi quali potranno essere gli effetti che il mio prossimo dovrà subire in conseguenza delle parole che sto per dire su di lui.
  È difficile esagerare l'importanza delle parole quando queste hanno per oggetto un'altra persona. Ogni parola che dico a Tizio su Caio contribuisce a determinare la qualità della relazione tra Tizio e Caio. E la cosa è ancora più grave se il mio interlocutore non è una persona singola ma un gruppo di persone o un' assemblea pubblica o la giuria di un tribunale. Di quanto cresce l'importanza sociale del mio interlocutore, di tanto cresce la gravità delle conseguenze delle parole che dico sull'altro. Fino al punto che le parole possono diventare pietre che uccidono. E anche se la «lapidazione» può apparire qualche volta giusta e meritata, il testimone è comunque tenuto a riconoscere la pietra che ha lanciato per primo e ad assumersene la responsabilità. Non gli è possibile nascondersi dietro la pretesa di una distaccata estraneità: il testimone è, sempre, anche un giudice.
  Le occasioni che possono indurre al peccato di falsa testimonianza sono moltissime, e neppure sono facilmente evitabili, perché appartengono alla sfera dei normali rapporti umani. Se la mia vita scorre vicino a quella di un altro, inevitabilmente vengo a conoscere fatti della sua vita e aspetti della sua persona; e ogni volta che ne parlo con altri assumo il ruolo del testimone, con il continuo rischio di diventare un falso testimone. Infatti, proprio attraverso quel modo apparentemente innocuo di riferire con obiettività fatti della vita altrui prende consistenza quella diffusa forma di falsa testimonianza che è la diffamazione. La diffamazione attenta alla vita stessa dell'uomo, perché lo colpisce nella sua dimensione sociale. Non arriva ad offendere la persona fisica dell'altro, ma ne offusca l'immagine pubblica, facendo così in modo che sia la società a colpirlo. Parole menzognere dette nelle sedi opportune e nei momenti adatti possono produrre ferite più devastanti di quelle di un pugnale. Si capisce allora perché l'Eterno ordina:

    «Non andrai qua e là facendo il diffamatore fra il tuo popolo, né ti presenterai ad attestare il falso a danno della vita del tuo prossimo» (Levitico 19:16).

Anche Gesù sottolinea la gravità delle false testimonianze e delle diffamazioni mettendole tra le cose che escono dal cuore e contaminano l'uomo (Matteo 15:19).
  È diritto di ogni uomo che si parli di lui con verità. Perciò, chi non è sicuro di poter parlare di un altro con verità, è tenuto a tacere. In ogni caso, è sempre· molto rischioso parlare di un altro, anche se qualche volta è necessario. È molto più naturale e giusto parlare con l'altro. Parlare di un altro per riferire cose buone e vere è sempre lecito, anzi è utile, perché è una forma di propaganda al bene. Ma parlare di un altro per riferire cose cattive, anche se vere, è già l'inizio di un processo. È vero che anche i processi devono essere fatti, qualche volta, ma allora, prima di iniziare un processo, sarebbe bene porsi con sincerità domande come queste: le cose da riferire sono vere? perché devono essere riferite? a chi devono essere riferite? c'è qualcosa da dire prima alla persona interessata? E anche quando in coscienza ci sembrerà di dover prendere su di noi lo sgradevole compito di riferire cose negative su un altro, questo dovrà essere fatto nella speranza di togliere il male e non di diffonderlo. Dovremo insomma essere ben convinti di star compiendo un servizio alla verità e alla giustizia, facendo attenzione che questo non diventi un pretesto per coprire la nostra malizia, perché ogni richiamo alla giustizia ci conduce di filato davanti a Dio, il quale è pronto ad ascoltare le nostre parole di testimonianza, ma certamente non si lascia ingannare.
  Sappiamo inoltre che da quando è venuto Gesù Cristo il male non si elimina con l'annientamento del peccatore. Con il suo esempio Gesù ci ha mostrato che il «giudizio» da portare su chi sbaglia consiste in quella singolare forma di «umiliazione» che si arreca all'altro rispondendo all'odio con l'amore, alla menzogna con la verità, all'ingiustizia con la pace.
  Accettando di essere processato in modo ingiusto, Gesù Cristo fece il processo all'ingiustizia e lo vinse. Le parole del centurione romano: «Veramente, quest'uomo era giusto», furono, dopo tante false testimonianze, una testimonianza verace resa alla giustizia manifestata in Cristo. In Lui anche la nostra ingiustizia è stata processata e condannata, e noi siamo stati dichiarati giusti sulla base della testimonianza d'amore del «fedel testimone» (Apocalisse 1:5). Rispondendo con gratitudine a questo amore, possiamo accogliere di buon grado l'invito del Signore:

    «Amate dunque la verità e la pace» (Zaccaria 8: 19).




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Colpevole fino a prova contraria: il tribunale mediatico sulla morte di Shireen Abu Akleh

di David Di Segni

Dopo che un commando dell’ISIS e diverse milizie palestinesi hanno realizzato cinque attentati nell’arco di un mese contro Israele, provocandone la morte di diciannove civili, l’IDF ha deciso di passare alla controffensiva. Un’intensa operazione antiterrorismo è stata condotta dall’esercito israeliano nella città di Jenin, Samaria, per arrestare miliziani palestinesi affiliati al terrorismo jihadista. Una città da cui statisticamente provengono gran parte degli attentatori che hanno seminato il terrore nello Stato ebraico.
  Tra spari, caos e proiettili, lo scontro ha provocato la morte della giornalista Shireen Abu Akleh, inviata di Al-Jazeera. Non è ancora chiaro chi abbia fatto partire il colpo fatale, ma dal momento in cui è stata diffusa la notizia, sia Al-Jazeera che Abu Mazen hanno accusato Israele in maniera infondata. Israele non ha, però, ripagato con la medesima accusa eguale e contraria, ma si è resa disponibile a condurre un’indagine congiunta – balistica e autopsia – per accertare le responsabilità. Rifiutata la proposta, e ignorata l’esortazione ad accettarla da parte di USA (poiché la giornalista è anche cittadina statunitense) ed Unione Europea, l’Autorità palestinese si è poi riservata il diritto di condurre i test in autonomia.
  “Il ministro degli Affari Civili Hussein al-Sheikh ha detto che l’Anp svolgerà la sua indagine «in maniera indipendente» e i risultati saranno resi noti «in piena trasparenza» – riporta ANSA – L’Anp, inoltre, secondo i media, non consegnerà il proiettile estratto dal corpo della reporter nella autopsia effettuata ieri all’Istituto di medicina legale ‘Al Najah’ di Nablus”.
  Perché l’Autorità palestinese, che si dichiara innocente, è restia a condurre un’indagine imparziale, congiunta supervisionata da USA e UE? L’unica fonte su cui fonda l’accusa sta nella testimonianza dell’emittente televisiva presente sul posto; allora chiediamoci: è davvero possibile credere che una persona, nel mezzo di uno scontro, sia riuscita a veder partire ed arrivare un proiettile? Cosa conferisce loro la sicurezza della propria prospettiva?
  Nel frattempo, il direttore dell’istituto di medicina legale palestinese, il dottor Rayyan Al Ali, ha dichiarato che “non è possibile determinare se la giornalista di Al Jazeera morta due giorni fa a Jenin, sia stata uccisa da una pallottola israeliana o da una palestinese”, perché il proiettile estratto dal corpo della vittima è un calibro 5,56 mm utilizzato da ambedue le parti.
  Forse non si saprà mai chi abbia ucciso Shireen Abu Akleh, perché la sua tragica morte, quella di una giornalista che compiva il suo mestiere di inviata di guerra, è stata strumentalizzata di nuovo contro Israele. Non esistono prove incriminanti, per nessuna delle parti coinvolte, eppure il tribunale mediatico ha, senza alcuna riserva ed in maniera scientifica, condannato Israele. Mai, nemmeno vagamente, si è parlato di una possibile responsabilità palestinese. Tuttavia, un video pubblicato sul web ritraente lo scontro in questione ha lasciato intravedere due elementi fondamentali per lo snodo della questione.
  Il primo: la tecnica operativa palestinese. Il miliziano raffigurato nel video spara senza mirare, ma soprattutto senza guardare. Copre il suo corpo dietro al muro, mentre fa sporgere solamente il fucile per sparare alla rinfusa, in maniera indistinta, cieca e senza un obiettivo preciso. Il secondo. I miliziani palestinesi gridano di aver colpito un soldato, ma l’esercito israeliano smentisce subito la notizia: nessuno è rimasto ferito. L’insieme di questi due elementi potrebbe far pensare che ad essere colpita dal fuoco indistinto palestinese non sia stato un soldato, ma la giornalista di Al-Jazeera, così come anche sostenuto dal premier Naftali Bennet.
  Queste considerazioni bastano per denunciare non solo la malafede, ma l’intenzione del web di cercare in qualsiasi contesto il pretesto per accendere la miccia che tra le due parti minaccia di infiammarsi da prima delle festività pasquali. Anche se di mezzo c’è una vita umana, inconsapevole di essere bandiera di un ragguardevole processo di strumentalizzazione.
  Non si spiegherebbe, altrimenti, come personaggi che tanto sostengono di battersi per i diritti civili siano i primi a sentenziare senza disporre di prove scientifiche. Rula Jebreal, Alessandro Di Battista e persino Amnesty International, che chiede il diritto ad un processo in tutte le lingue del mondo in tutti i paesi del mondo, sembra non concedere il beneficio del dubbio ad Israele, prendendo subito le parti dei palestinesi.
  Perché la morte di una giornalista dev’essere oggetto di tifoseria? Perché si parla solamente di una possibile responsabilità israeliana e non palestinese? Come per tutte le situazioni, anche in questo caso si dovrà procedere con precisione ed imparzialità, in maniera congiunta. Per scoprire la verità e per evitare che la morte di una persona diventi strumento della propaganda.

(UGEI. 14 maggio 2022)

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Lufthansa ha vietato a più di cento ebrei di imbarcarsi su un aereo

È successo la scorsa settimana a Francoforte: ora diverse comunità ebraiche accusano la compagnia tedesca di antisemitismo

Gli ebrei bloccati nell'aeroporto di Francoforte
Mercoledì 4 maggio più di 100 persone identificate come ebree sono state bloccate all’aeroporto di Francoforte, in Germania, mentre stavano facendo scalo da un volo proveniente da New York per andare a Budapest. La compagnia aerea di entrambi i voli, la tedesca Lufthansa, ha deciso di impedire l’imbarco sul secondo volo solo alle persone ebree, mentre ha permesso a tutti gli altri passeggeri di partire. Questa decisione ha generato enormi critiche contro la compagnia, accusata dalle comunità ebraiche di antisemitismo e razzismo.
   Della vicenda si è parlato solo negli ultimi giorni, dopo che l’8 maggio i video e le testimonianze di quanto successo erano stati raccolti da un sito che di solito si occupa di vendita di biglietti aerei in sconto, DansDeals, che per primo ha raccontato il caso. Dopo la pubblicazione dell’articolo, la notizia è arrivata su diversi grandi giornali internazionali e le pressioni su Lufthansa perché chiarisse l’accaduto si sono fatte molto insistenti.
  La maggior parte dei passeggeri dell’aereo partito da New York era composta da ebrei ortodossi che stavano andando in pellegrinaggio in Ungheria per visitare la tomba di un importante rabbino, Yeshayah Steiner: non si sa il numero preciso, ma secondo diversi testimoni sarebbero stati tra i 130 e i 170.
  Le persone lasciate a terra hanno raccontato che la decisione di Lufthansa di bloccare i passeggeri ebrei sarebbe dipesa dal fatto che alcuni di loro si erano rifiutati di indossare la mascherina sul volo partito da New York, contravvenendo alle regole della compagnia aerea.
  Invece di punire le singole persone, Lufthansa avrebbe punito indistintamente tutti gli ebrei che si trovavano sul volo, molti dei quali avevano abiti e capigliature tradizionali degli ebrei ortodossi (come i payot, boccoli lasciati crescere molto lunghi ai lati della testa), e per questo facilmente identificabili per la loro fede.
  Alla fine le scuse ufficiali sono arrivate solamente il 10 maggio, quindi dopo quasi una settimana: in un comunicato la compagnia ha detto di essere «sinceramente dispiaciuta» per quanto avvenuto a Francoforte e che «ciò che è emerso non è coerente con le politiche o i valori di Lufthansa. Non tolleriamo il razzismo, l’antisemitismo e la discriminazione di qualsiasi tipo». Le scuse, però, non sono bastate a diverse associazioni e istituzioni ebraiche (tra cui lo Yad Vashem, l’ente israeliano per la memoria della Shoah), che hanno chiesto alla compagnia un’indagine più approfondita.
  Al momento, infatti, non si sa chi abbia preso la decisione di bloccare i passeggeri ebrei all’aeroporto, e Lufthansa non ha dato nessuna informazione al riguardo. In base ad alcune testimonianze, si sa che durante il volo da New York un pilota aveva fatto un annuncio dalla cabina richiamando i passeggeri all’ordine, rimproverandone alcuni che non indossavano la mascherina o che stavano bloccando i corridoi mettendosi a pregare.
  Non è chiaro quanti ebrei si fossero rifiutati di usare la mascherina, ma secondo diversi testimoni sarebbero stati al massimo tre.
  All’arrivo del volo a Francoforte, i passeggeri avevano trovato decine di poliziotti al gate del volo per Budapest (una cosa assai insolita).
  Quello che è successo dopo è stato testimoniato da diverse delle persone che erano al gate, che hanno ripreso con il proprio smartphone i momenti molto concitati che hanno preceduto l’annuncio della decisione di Lufthansa. La partenza del volo era prevista alle 7:10 di mattina, ma le operazioni di imbarco sono iniziate solamente alle 7:20, e in maniera piuttosto anomala. Gli operatori di terra della compagnia hanno infatti chiamato per nome i passeggeri da imbarcare, invece di attendere che fossero loro stessi ad andare al banco. Gli unici a essere chiamati sono stati passeggeri con cognomi non di origine ebraica. Dopo alcuni minuti è stato chiaro che Lufthansa stava lasciando a terra solo gli ebrei.
   La conferma è arrivata poco dopo: nel video, al minuto 3.37, si vede un responsabile di Lufthansa annunciare al microfono che, «per questioni operative», per tutti i passeggeri rimasti al gate (quindi quelli non imbarcati) il volo era stato cancellato. «Voi lo sapete, il motivo», ha aggiunto.
  In un altro video si vede un passeggero, Yitzy Halpern, chiedere a una rappresentante di Lufthansa il motivo del blocco: lei risponde che la causa sono i problemi creati sul volo partito da New York da alcune persone ebree. Halpern dice: «Delle persone ebree hanno creato un problema e quindi oggi è vietato volare a tutti gli ebrei?»; la responsabile di Lufthansa risponde: «Solo su questo volo».
  Dopo la partenza del volo per Budapest con i pochi passeggeri ammessi, quelli rimasti a terra hanno cercato di comprare un nuovo biglietto, sperando di poter arrivare in tempo alla cerimonia. Alcuni di loro ci sono riusciti, anche se non hanno ricevuto alcun rimborso per il volo cancellato. Ad altri però è stato persino negato il permesso di volare su aerei Lufthansa per le successive 24 ore. Alcuni hanno quindi preso un volo per Vienna gestito da un’altra compagnia, e da lì poi sono andati in Ungheria con altri mezzi.

(PointOfNews.it, 14 maggio 2022)

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Verso una “guerra per procura” in Ucraina?

di Mirko Molteni

Soffia un brutto vento sull’Europa, man mano che il muro contro muro Est-Ovest in Ucraina mette radici promettendo una guerra duratura e dagli sviluppi imprevedibili.
  A oltre due mesi e mezzo dall’inizio della cosiddetta “operazione speciale” delle forze russe, che Mosca non considera una guerra a sé stante, reputandola evidentemente conseguenza degli spargimenti di sangue in atto in Donbass dal 2014, gli iniziali sospetti, condivisi da molti esperti, sul carattere di “guerra per procura” fra Russia e NATO di cui gli ucraini sono strumento, ovvero carne da cannone, hanno trovato crescenti conferme negli ultimi giorni con l’alternanza fra possibili aperture ucraine a un dialogo con il Cremlino e un’intransigenza ferrea da parte degli Stati Uniti, che, anzi, hanno fatto di tutto finora per presentare lo scontro in termini epocali con richiami fin troppo frequenti alla Seconda Guerra Mondiale e alla lotta fra democrazie e dittature.
  Dimenticando però, a beneficio delle semplificazioni giornalistiche, che 80 anni fa la coalizione contro l’Asse germano-italo-giapponese comprendeva anche una dittatura, quella sovietica di Stalin. Ma che la realtà sia molto più complessa delle stucchevoli rappresentazioni di “Bene contro Male”, lo testimoniano anche le numerose sfumature della situazione odierna, dato che lo schieramento ostile alla Russia non abbraccia certo tutte le democrazie del mondo, anzi, la democrazia più popolosa, l’India, non si pone problemi nell’offrire appoggio a Mosca, rifiutando ogni ipotesi di sanzioni, nonostante condivida questo atteggiamento col regime comunista cinese, col quale pure Nuova Delhi ha contenziosi sul confine dell’Himalaya.

• MURO CONTRO MURO
  Eppure l’11 maggio 2022 il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha ancora parlato in termini manichei, scrivendo su Telegram: “E’ chiaro a tutto il mondo libero che l’Ucraina è la parte del bene in questa guerra. E la Russia perderà, perché il male perde sempre”. Parole letteralmente improponibili in diplomazia, che sembrano dettate a Kiev dal “padre-padrone” americano che ha tutto l’interesse che la guerra prosegua.
  Non è un caso che quella che era sembrata una timida apertura dello stesso Zelensky pochi giorni prima, quando aveva posto come condizione dei negoziati “il ritiro dei russi sulle posizioni tenute il 23 febbraio”, cioè fino al giorno precedente l’inizio dell’invasione, senza nominare esplicitamente la restituzione della Crimea, erano state rimbeccate dal segretario generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg: “La NATO non accetterà mai che la Crimea rimanga alla Russia”.
  Certo Stoltenberg ha precisato che scelte e decisioni spettano agli ucraini e in molti hanno gridato alla strumentalizzazione delle affermazioni del segretario generale della NATO ma il messaggio è risultato forte e chiaro per tutti: Kiev non sembra poter imbastire una propria autonoma linea di condotta negoziale, ormai “ostaggio” dell’Alleanza Atlantica e soprattutto degli USA, ormai chiaramente parte del conflitto.
  Del resto il 13 maggio anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha affermato che “non accetteremo alcuna pace imposta all’Ucraina” aggiungendo che la pace sarà impossibile nel caso in cui la Russia annettesse una parte dei territori ucraini.
  Sempre l’11 maggio, sono emersi indizi di possibili contatti a livello riservato fra le due parti, per quanto appena abbozzati. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova ha detto che “i contatti sono in corso”, seguita dal portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, secondo cui “il processo dei negoziati continua senza mediatori in modo piuttosto lento e inefficace”. La diplomazia, è, in sostanza ridotta al lumicino, in questo momento, anche perché l’Ucraina vuole constatare fino a che punto può tener testa ancora alla Russia grazie al supporto occidentale in armi e anche in informazioni, allo scopo di sedersi al tavolo solo quando avrà acquisito un peso negoziale stremando l’attaccante, perlomeno nelle sue speranze.
  Ma poiché anche i russi ragionano in modo speculare, volendo trarre il massimo profitto dalla loro superiorità in termini di massa e di resistenza sul lungo periodo, è intuibile che la carneficina proseguirà finché una delle due parti non potrà più nascondere i propri cedimenti.
  In questo braccio di ferro, il 3 maggio il presidente americano Joe Biden ha compiuto una visita alla fabbrica dei missili anticarro Javelin destinati all’Ucraina, lo stabilimento Lockheed-Martin a Troy, in Alabama, lasciando intendere quanto la guerra ucraina sia benefica per l’economia americana, l’occupazione e i profitti del complesso militar-industriale.
  E lo stesso giorno la CIA ha praticamente lanciato ai cittadini russi quasi un appello a tradire il proprio paese e a spiare per conto degli americani. Stando al New York Times, la maggiore agenzia americana d’intelligence ha postato su Youtube istruzioni in lingua russa che spiegano come “condividere informazioni” contattando la CIA in forma anonima e senza che i servizi del controspionaggio russo lo vengano a sapere, usando il dark web e connessioni VPN per aggirare la sorveglianza russa su internet.
  Ha detto la portavoce della CIA Susan Miller: “Stiamo fornendo istruzioni in lingua russa su come contattare in sicurezza la CIA, tramite il nostro sito sul dark web o una VPN affidabile, a tutti coloro che hanno bisogno di contattarci a causa di questa guerra ingiusta della Russia contro l’Ucraina”.
  A parte il discorso sull’istigazione al tradimento del proprio paese, è alto il rischio che la CIA stessa, fabbricandosi un canale a senso unico di informazioni, anche anonime, dalla Russia, venga inondata da informazioni inaffidabili che magari gli stessi servizi segreti russi possono diffondere attraverso finti traditori, il che nella storia dell’intelligence è molto diffuso, si tratta di “intossicare” i servizi d’informazione altrui con falsità, integrali o miste a verità parziali, oppure informazioni volte a, pezzo per pezzo, a portare a smascherare le vere spie.
  Fra i tanti avvertimenti russi agli americani, intanto, fra il 4 e il 5 maggio, si sono susseguiti, dapprima sulla tivù russa richiami alla capacità delle forze nucleari di Mosca di spazzar via Berlino, Parigi e Londra nel giro di “200 secondi” con missili balistici, nonché la sommersione della Gran Bretagna con le ondate tsunami cagionabili dal siluro-drone termonucleare da 100 megatoni Status 6 Poseidon.
  E poi esercitazioni di lancio simulato di missili balistici Iskander nell’enclave di Kaliningrad, la base russa incuneata fra Polonia e Lituania. L’esercitazione simulava “un contrattacco”, contemplando anche un’ipotesi di attacco straniero alle basi di Kaliningrad di tipo atomico e/o chimico.
  In realtà gli Iskander-M di base a Kaliningrad, che pure possono essere dotati di una testata nucleare, hanno un raggio d’azione stimato in 480, forse 500 km, e potrebbero battere basi NATO in Polonia, ma non arrivare al resto d’Europa. A Kaliningrad, per quel che si sa, non sono dispiegati missili a più lunga gittata, sebbene siano di base anche unità della Marina (Flotta del Baltico) e dell’aviazione che possono portare altri ordigni nucleari. Esiste comunque una versione dell’Iskander, Iskander K, dove la K sta per Krylataya, “alata”, che lancia un missile da crociera di derivazione Kalibr, che i russi sostengono con gittata limitata a 480 km, ma potrebbe essere maggiore.

(Analisi Difesa, 14 maggio 2022)

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Comunità ebraica di Milano, l'opposizione si dimette in segno di protesta per la lettera del presidente Walker Meghnagi a FdI

La scelta dei consiglieri della lista "Milano ebraica" dovrebbe portare a nuove elezioni anticipate.

di Zita Dazzi

Si sono dimessi tutti i consiglieri dell'opposizione nella Comunità ebraica di Milano, in segno di protesta contro il presidente in carica Walker Meghnagi, eletto con la lista "Beyachad-Insieme" nell'ottobre scorso. Una scelta che, a norma di regolamento, dovrebbe portare a nuove elezioni anticipate - sarebbe la seconda volta in un anno - a cui si arriva dopo giorni di polemiche a causa della lettera di Meghnagi letta dal senatore Ignazio La Russa durante la Conferenza programmatica di Fratelli d'Italia, organizzata a Milano il 29 aprile scorso.
  Quella lettera - che Meghnagi aveva inteso restasse privata e che invece è deflagrata come una bomba quando è stata resa pubblica - era stata scritta con l'intento di scusarsi per non potere "intervenire come ospite" alla kermesse. C'erano anche affermazioni che hanno fatto scandalo fra gli ebrei milanesi: "Ho seguito dai mezzi di informazione la vostra manifestazione così come, sin dai tempi della tua sincera amicizia con mio padre Isacco, seguo con attenzione l'evoluzione della destra politica italiana che mai ha mancato di schierarsi con Israele in politica estera e che è in prima fila nella condanna dell'olocausto e delle orrende leggi razziali, la più grande tragedia della Shoah".
  Immediate erano state le richieste di presentarsi nel parlamentino della comunità per spiegare tali attestati di stima nei confronti di una formazione politica che accoglie fra le sue fila anche personaggi con discutibili affinità con l'area dell'estremismo nero, che non ha certo fatto i conti con l'eredità di Mussolini e del regime fascista. I consiglieri della lista d'opposizione "Milano ebraica" gli avevano chiesto la "convocazione di un Consiglio straordinario con urgenza". Ma Meghnagi ha tergiversato mentre sul sito ufficiale della Comunità, Bet Magazine Mosaico, la lettera spedita al "Caro Ignazio" e alla "cara Giorgia", era stata criticata duramente proprio per "le deplorevoli dichiarazioni non condivise come da prassi con il Consiglio". Meghnagi si era spinto a scrivere a La Russa e Meloni: "Mi rallegra sapere che ci accomuna l'amore per il valore della libertà e da buoni conservatori, lo sguardo al futuro ma sapendo conservare le tradizioni e l'identità che contraddistingue ogni popolo".
  Scoppiato il putiferio il 2 maggio, sempre su "Mosaico", Meghnagi si era giustificato parlando di "un messaggio strettamente personale sul Secolo d'Italia, utilizzato strumentalmente come sostegno al convegno organizzato da Fratelli d'Italia. A un invito a cui non ho aderito, ho risposto che sto seguendo con attenzione l'evoluzione della destra che (....) ha ancora una forte necessità di fare i conti con le sue pericolose frange estremiste".
  Le dimissioni della metà dei consiglieri sono arrivate di fronte alla impossibilità di avviare un dibattito interno con l'opposizione. Se si andrà nuovamente ad elezioni anticipate, per questo cavillo regolamentale, non è nemmeno chiaro chi si potrebbe candidare. Milo Hasbani, l'ex presidente sconfitto alle urne da Meghnagi, alza le mani quando gli si chiede se correrebbe di nuovo: "E' troppo presto per parlare, stiamo ancora realizzando quel che sta succedendo, voglio aspettare che si calmino un po' le acque. Sono dimissioni molto sofferte". Roberto Jarach, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah e consigliere di "Milano Ebraica", scuote la testa: "Sarebbe ora che ci fosse un ricambio generazionale e che qualche giovane si facesse avanti. Ma è molto difficile che qualcuno ancora impegnato professionalmente trovi il tempo necessario per svolgere questo delicato e complicatissimo compito".

(la Repubblica, 14 maggio 2022)

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La giornalista di Al Jazeera uccisa in un conflitto a fuoco a Jenin

Quel che è successo spiegato in breve

di Ugo Volli

• CHE COS’È SUCCESSO
  Mercoledì scorso, Shireen Abu Akleh, giornalista di Al Jazeera cinquantenne, è stata uccisa in un conflitto a fuoco mentre seguiva una missione delle forze di difesa israeliane nel campo profughi di Jenin in Samariae. Si tratta di una roccaforte della Jihad Islamica, da cui sono partiti molti degli attacchi che hanno provocato l’uccisione di 19 cittadini israeliani nelle ultime settimane. Le forze di sicurezza di Israele sono impegnate a bloccare l’ondata terrorista e ad arrestare i colpevoli quando riescono a fuggire e dunque hanno la necessità di entrare anche nei luoghi più difficili come questi. Sono operazioni ad alto rischio perché i militari sono attesi e subiscono agguati con le armi dalle case e dai vicoli. Ne nascono vere e proprie battaglie, in cui si sparano migliaia di proiettili. Seguendo una di queste operazioni che si è svolta mercoledì all’alba, con l’obiettivo dell’arresto di un terrorista, Abu Akleh si è trovata sulla linea di fuoco e ha ricevuto un proiettile nella testa che l’ha uccisa.

• LE ACCUSE A ISRAELE
  Immediatamente è partita una campagna di stampa per accusare Israele della responsabilità di questa morte. L’hanno fatto inizialmente Al Jazeera e l’Autorità Palestinese, seguite da Hamas e quindi da tutte le fonti di propaganda palestinista. L’accusa è di aver ucciso deliberatamente la giornalista, sparandole apposta nella testa. L’esercito israeliano ha espresso rincrescimento per la morte e ha subito smentito di aver sparato su Abu Akleh.

• AL JAZEERA
  La televisione del Qatar ha incolpato Israele per la morte di Abu Akleh, twittando: "La nostra collega è stata uccisa dall'esercito israeliano mentre copriva l'attacco al campo profughi di Jenin". In una dichiarazione pubblicata sul canale, ha invitato la comunità internazionale a "condannare e ritenere responsabili le forze di occupazione israeliane per aver preso di mira e ucciso deliberatamente la nostra collega". La terminologia usata (“Attacco”, “uccisa deliberatamente”) corrisponde all’ostilità che l’emittente ha da sempre per Israele. Vale la pena di ricordare che nel 2017 Bibi Netanyahu, dopo una serie di incitamenti al terrorismo, aveva ordinato la chiusura della sede di Gerusalemme. Al Jazeera è stata anche espulsa dall’Egitto e parzialmente proibita in Arabia Saudita perché considerata non un canale giornalistico, ma la voce propagandistica dei Fratelli Musulmani.

• L’INCHIESTA
  Israele ha chiesto all’Autorità Palestinese di condurre un’inchiesta comune sulla morte. L’AP ha respinto l’inchiesta comune e ha anche rifiutato di lasciar esaminare il proiettile causa della morte, il cui esame avrebbe potuto rilevare il tipo di arma usata e forse avrebbe potuto permettere di risalire a chi aveva sparato (anche se bisogna dire che i terroristi palestinesi usano abbastanza spesso armi rubate dai depositi israeliani). Mohamed Abbas ha anche annunciato una mossa propagandistica: la denuncia di Israele alla corte dell’Aja sui crimini di guerra, anche se un caso del genere non rientra certo nelle competenze della corte.

• QUEL CHE È USCITO FINORA
  Nel frattempo però è stato pubblicato l’esame dell’autopsia della giornalista condotto alla An Najah University di Nablus, dove si dice che non è possibile stabilire chi abbia ucciso la giornalista e che la sola cosa sicura è che il colpo non è stato sparato da vicino: se si considera che vengono da medici palestinesi, queste due affermazioni non sono certo favorevoli alla propaganda dell’AP. Vi sono dei filmati in rete che mostrano un terrorista di Jenin esultare per aver colpito un soldato israeliano. Fra i militari però non vi sono perdite o feriti. Che quella raffica sparata a casaccio abbia colpito la giornalista? E’ quel che un’inchiesta israeliana si propone di indagare.

• LE CONSEGUENZE INTERNAZIONALI
  La campagna contro Israele, che aveva perso qualche slancio in seguito all’ondata terrorista, ha ripreso forza. Gli Stati Uniti hanno chiesto spiegazioni, l’Europa ha condannato Israele, la stampa araba anche. E però sono accuse che mancano di ogni credibilità. Israele è fiero di avere una stampa libera e combattiva e non impedisce affatto ai giornalisti di fare il loro mestiere, né li minaccia con le armi. E’ evidente che questo incidente danneggia Israele, che non aveva nessun interesse ad eliminare una giornalista che certo non gli era favorevole, ma che non era certo in questo diversa dalla maggior parte dei reporter internazionali, quasi sempre schierati dalla parte palestinese.

(Shalom, 13 maggio 2022)


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Come mai l’Autorità Palestinese rifiuta l’indagine congiunta e nasconde prove forensi basilari?

La morte della giornalista di Al-Jazeera è una tragedia, ma incolpare aprioristicamente Israele servirà solo a fomentare altri attentati e altro sangue.

La salma della giornalista Abu Akleh è stata trasportata da migliaia di palestinesi in un caotico corteo funebre, mercoledì, per le vie di Ramallah prima che si procedesse a un serio esame autoptico.
  L’uccisione della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Akleh durante un violento scontro a fuoco a Jenin tra palestinesi e soldati delle Forze di Difesa israeliane è una tragedia. I giornalisti che svolgono il loro lavoro dovrebbero essere tutelati anche nelle situazioni più pericolose.
  La morte della reporter 51enne, un volto familiare per milioni di telespettatori in tutto il mondo arabo, costituisce una tragedia così come la morte di tutti i giornalisti colpiti e uccisi nel fuoco incrociato mentre riferiscono da zone di conflitto e di guerra in tutto il mondo. Abu Akleh aveva cittadinanza americana e l’ambasciatore statunitense in Israele Tom Nides ha chiesto “un’indagine approfondita sulle circostanze” della sua morte. Siamo perfettamente d’accordo.

(israele.net, 13 maggio 2022)


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Gerusalemme: vasto dispiegamento di forze israeliane per il funerale della giornalista uccisa

Le autorità temono che la cerimonia del funerale della giornalista possa comportare tensioni e nuovi scontri nella città. Intanto, questa mattina un palestinese è stato colpito da colpi di arma da fuoco dalle Idf vicino alla comunità ebraica di Beit El sulla Route 60 dopo aver lanciato un masso contro un veicolo delle forze di sicurezza.

Lo Stato di Israele ha dispiegato diverse centinaia di agenti di polizia e forze di sicurezza a Gerusalemme est dove oggi si svolgeranno le esequie e la tumulazione della giornalista di “Al Jazeera”, Shireen Abu Akleh, colpita da un proiettile alla testa durante la copertura di un’operazione delle forze israeliane nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, tra militari israeliani e miliziani palestinesi. Lo riferisce un portavoce della polizia israeliana al quotidiano “Jerusalem Post”. Il funerale della giornalista, che aveva cittadinanza statunitense ed era di religione cattolica, si svolgerà presso la chiesa di Bab al Khalil. Le autorità israeliane, infatti, temono che la cerimonia del funerale della giornalista possa comportare tensioni e nuovi scontri nella città.
  Secondo i media sia israeliani che palestinesi, sono attese migliaia di persone ai funerali della corrispondente di “Al Jazeera”, che si terranno intorno alle 14.15 ora locale (le 13.15 in Italia). La donna sarà sepolta presso il cimitero cristiano di Mount Zion accanto ai suoi genitori. Intanto, questa mattina un palestinese è stato colpito da colpi di arma da fuoco dalle Forze di difesa israeliane (Idf) vicino alla comunità ebraica di Beit El sulla Route 60 dopo aver lanciato un masso contro un veicolo delle forze di sicurezza. L’uomo era anche in possesso di un coltello e di una bomba artigianale di tipo molotov. Scontri sono stati registrati nuovamente questa mattina a Jenin, dove le Idf sono tornate sul luogo in cui è deceduto la Akleh.
  Da una prima indagine condotta dalle Idf la giornalista, che indossava giubbotto antiproiettile ed elmetto protettivo, si trovava a 150 metri di distanza dalle truppe quando è stata colpita da un proiettile al collo. Il proiettile aveva un diametro di 5,56 millimetri e potrebbe essere stato sparato da un fucile d’assalto M16 o M4. Secondo l’indagine, “non è ancora chiaro” se la Abu Akleh sia stata uccisa dal fuoco israeliano o da “uomini armati palestinesi”. Funzionari palestinesi e la stessa emittente qatariota “Al Jazeera” insistono sul fatto che la Abu Akleh sia stata colpita dalle forze israeliane, portando come prova le testimonianze dei colleghi giornalisti presenti al momento dell’incidente. Israele ha richiesto il proiettile che ha ucciso Shireen Abu Akleh per i test forensi e per condurre un’indagine congiunta sulla sua morte insieme all’Anp che però ha finora rifiutato la collaborazione. Da parte sua, il ministro della Difesa di Israele, Benny Gantz, ha annunciato l’intenzione di condurre un’indagine approfondita, “ma purtroppo non abbiamo un modo per condurre un’indagine forense, quindi abbiamo fatto appello ai palestinesi affinché ci diano il proiettile” per condurre un’indagine balistica. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana “Channel 12”, il proiettile che ha ucciso la giornalista è utilizzato sia dai militari israeliani che dai gruppi armati palestinesi e può essere utilizzato sia con i fucili d’assalto M16 che M4.

(Nova News, 13 maggio 2022)

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Disastro vaccinale in Australia e Israelencui: esplodono i morti

In molti paesi in cui la vaccinazione è stata introdotta a un ritmo rapido, il numero di “Covid” è salito alle stelle. È il caso di Danimarca, Corea del Sud e Nuova Zelanda, ma anche di Israele e Australia.
  Israele ha il tasso di mortalità più alto dall’inizio della pandemia. In Australia, il 70 per cento di tutti i decessi coronarici si è verificato negli ultimi cinque mesi. Il direttore della Pfizer Albert Bourla lo scorso anno ha descritto Israele come “il laboratorio del mondo”.
  Il sito web della piattaforma Euromomo, che tiene traccia dei dati sulla mortalità, mostra che l’eccesso di mortalità in Israele ha raggiunto il livello più alto dall’inizio della crisi della corona.
  Nonostante la lievissima variante omicron, il numero dei “decessi Covid” continua a salire. E sebbene circa il 66% della popolazione israeliana sia “completamente vaccinata”, l’82% dei decessi è stato vaccinato.
  Preoccupano anche gli ultimi dati dall’Australia. Il 7 maggio il titolo Sydney Morning Herald: ‘Viviamo con il Coronavirus ma molti noi muoiono più di prima.”
  Al 31 dicembre dello scorso anno, in Australia erano stati segnalati 2.253 decessi per malattia di Covid. Da allora è diventato 7668. Ciò significa che il 70 percento di tutti i “decessi Covid” si è verificato negli ultimi cinque mesi. Circa l’84% degli australiani è stato vaccinato almeno due volte.
  Ora ci sono prove sufficienti che è la terapia genica sperimentale a causare così tante morti, scrive il quotidiano Internet vista settimanale. Nello stato australiano di New Galles del Sud il numero di decessi per infarto miocardico è aumentato notevolmente alla settimana 15, soprattutto tra le persone vaccinate.
  Degli 83 decessi, 40 erano stati vaccinati tre o più volte e 19 erano stati vaccinati con doppia vaccinazione. Nei restanti casi, lo stato di vaccinazione era sconosciuto o la persona non era stata vaccinata.

(Nova News, 13 maggio 2022)

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Mosca: «Gli USA conducevano esperimenti biologici su pazienti psichiatrici in Ucraina»

Il ministero della Difesa russo ha detto di avere le prove che il Pentagono ha partecipato ad «esperimenti biologici su pazienti di ospedali psichiatrici vicino a Kharkiv», in Ucraina. Lo riferisce l’agenzia Tass. Negli esperimenti, aggiunge il ministero, sono coinvolti anche Germania e Polonia e le compagnie Pfizer, Moderna e Merck. Lo scrive https://www.cdt.ch
  «Abbiamo ottenuto prove – ha detto Igor Kirillov, capo della forza russa di protezione nucleare, chimica e biologica – su esperimenti disumani del Pentagono condotti su cittadini ucraini dell’ospedale psichiatrico N. 1 nel villaggio di Strelechye, nella regione di Kharkiv. Il gruppo principale di pazienti era formato da uomini di età compresa tra i 40 e i 60 anni».
  Secondo il ministero della Difesa, è stata l’invasione russa dell’Ucraina a mettere fine agli esperimenti e gli USA hanno cercato di distruggere le prove.
  «L’Ucraina – afferma ancora Kirillov – è un campo di prova per la sperimentazione di nuovi farmaci da parte degli USA e altri Paesi occidentali». Kirillov ha detto in particolare che «gli USA e le autorità di Kiev hanno usato Mariupol come centro per la raccolta e identificazione dell’agente patogeno del colera, di cui alcuni campioni sono stati inviati al Centro di salute pubblica di Kiev, incaricato di spedire i biomateriali negli Stati Uniti».

• ESPERIMENTI BIOLOGICI, DOCUMENTI DISTRUTTI
  Il ministero della Difesa ha affermato che le truppe russe entrate a Mariupol hanno trovato «prove della distruzione d’urgenza di documenti che confermavano la collaborazione con i militari americani».
  Kirillov aggiunge che tra il 2016 e il 2019 epidemiologhi delle forze armate tedesche «hanno raccolto 3.500 campioni di sangue in 25 regioni ucraine». «Il coinvolgimento di istituzioni controllate dalle forze armate conferma l’orientamento militare delle ricerche biologiche condotte nei laboratori ucraini e solleva domande su quale sia l’obiettivo delle forze armate tedesche», conclude il responsabile russo.

(Imola Oggi, 13 maggio 2022)

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Il modello Israele: un’agricoltura basata su ricerca, innovazione, sviluppo e formazione.

Agricultura.it, alla vigilia di questo importante incontro, ha intervistato in esclusiva l’Ambasciatore di Israele in Italia, Dror Eydar, per fare un approfondimento su uno dei sistemi agricoli più innovativi al mondo, appunto quello israeliano.

Ambasciatore di Israele in Italia 
ROMA – Sicurezza alimentare e delle risorse di produzione. Minacciata da instabilità geopolitica, crisi energetica e cambiamenti climatici, la certezza degli approvvigionamenti torna in cima all’agenda euromediterranea, imponendo una revisione profonda dei nostri sistemi di produzione agroalimentare. Questo e molto altro al centro della conferenza “Techagriculture meeting Italia-Israele: L’agricoltura incontra l’innovazione”, organizzata dall’Ambasciata d’Israele, Confagricoltura, il Comune di Napoli e l’Università degli Studi di Napoli Federico II, che si terrà il 17 maggio nella città partenopea simbolo della tradizione agroalimentare italiana e del dialogo mediterraneo.

- L’agricoltura israeliana rappresenta un modello a livello internazionale, una fotografia di quelle che sono le peculiarità attuali.
  La produzione agricola israeliana è da sempre stata caratterizzata da una forte tensione innovativa, necessaria conseguenza di un territorio per la gran parte arido e semiarido, e con scarse riserve d’acqua,  che ha saputo trasformare questi limiti in opportunità. Gli sviluppi tecnologici che hanno modificato l’economia del Paese negli ultimi 20 anni, trasformando Israele in una Startup Nation, hanno permeato anche il settore agricolo: intelligenza artificiale, robotica, biotecnologia, management dell’acqua, controllo dello stress climatico, piattaforme di genetica vegetale, proteine alternative. Dal campo alla tavola, l’intera filiera in Israele è pensata e organizzata per “produrre di più con meno”, nel rispetto dei principi di sostenibilità ambientale e alimentare che ci richiamano alle nostre responsabilità nei confronti del pianeta.Alla sua nascita, nel 1948, Israele era considerato un paese in via di sviluppo, ed era noto al mondo per le esportazioni di arance Jaffa. Oggi, dopo soli 74 anni, è un leader mondiale capace di attrarre un flusso crescente di investimenti. Oggi, l’agritech israeliano conta sull’attività di oltre 440 startup innovative. Nell’anno appena trascorso, il finanziamento totale al settore agrifoodtech ha raggiunto la cifra record di 833,5 milioni di dollari, registrando una crescita del 150% rispetto al 2020. Circa 200 milioni sono affluiti nel comparto agri-tech.

- Ricerca e innovazione stanno facendo la differenza, che tipo di investimenti sono in atto in questo senso
  Israele è uno dei Paesi al mondo che investe di più in R&S, un settore che assorbe circa il 4.5 % del PIL. Storicamente l’agricoltura israeliana ha potuto godere dell’apporto di un efficiente sistema di technology transfer, istituito nei primi anni Cinquanta, e di scelte governative di sostegno allo sviluppo del settore. L’approccio, tanto dei singoli agricoltori quanto dei policy makers, è da sempre fortemente orientato al mercato. Un esempio indicativo della convergenza di forze su cui si regge l’ecosistema israeliano è il programma gestito dall’Israel Innovation Authority (l’agenzia responsabile della definizione e dell’implementazione delle politiche per l’innovazione) e dal Ministero dell’Agricoltura, che ha investito 9 milioni di shekels per finanziare le spese di R&D di progetti imprenditoriali ad alto rischio per soluzioni agritech innovative. Ma già negli anni ’50 e ’60, il 30% del bilancio nazionale era destinato all’agricoltura e all’acqua, mentre un altro 30% all’istruzione. Ciò ha favorito una solida politica agroindustriale e la crescita di settori specifici, come quello ortofrutticolo, cui  ha contribuito anche la rete dei kibbutz sulla quale si è retto il primo sviluppo del Paese.

- Uno dei punti di forza è anche la formazione insieme all’istruzione degli imprenditori e degli operatori. Che tipo di percorso viene proposto?
  Israele ha da sempre puntato alla valorizzazione del suo capitale umano e questa è una risorsa alla quale il Paese ha legato il suo destino. Israele vanta un sistema accademico d’eccellenza. Nel settore dell’agricoltura, istituzioni come il Volcani Center, il braccio di ricerca del Ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale israeliano, la Facoltà di Agronomia della Hebrew University, l’Arava Center for R&D, la Ben Gurion University, sono alcune delle maggiori istituzioni accademiche che, dal BA ai percorsi dottorali, stanno formando una generazione di agricoltori con fortissime competenze di settore. Lo stesso deserto del Negev, grazie alle nuove tecnologie, vive un processo di de-desertificazione che lo ha trasformato in un laboratorio permanente, un apripista dell’agricoltura del futuro.

- Il rapporto tra pubblico e privato inoltre è un altro elemento caratterizzante la vostra agricoltura. Il Governo come lavora in questo senso?
  Il governo ha avuto un ruolo essenziale nella trasformazione economica del Paese. L’adozione del programma Yozma (“iniziativa” in ebraico), nel 1993, ha gettato le basi per la crescita e la proliferazione di questi Fondi d’Investimento provati che, attraverso un’azione sinergica con le istituzioni pubbliche, hanno creato le condizioni per la trasformazione del paese in un hub tecnologico internazionale. Ciò che distingue Israele – e su questo si fonda una buona parte del suo successo – è la sua capacità di fare sistema e creare sinergia tra il trasferimento sul mercato dei risultati della ricerca accademica, iniziative pubbliche a sostegno di imprese ad alto rischio, l’interesse degli investitori privati a contribuire alla crescita del sistema. Il fatto che alcuni Ministeri chiave – da quello dell’energia, a quello della scienza passando per l’Agricoltura – abbiano un Chief Scientist è molto indicativo dell’approccio israeliano ai temi della crescita economica.

- Esiste un legame tra agricoltura italiana e israeliana? Se sì quale altrimenti ci sono elementi ?
  Israele e Italia sono legati non solo da una forte prossimità culturale e geografica, ma anche da una consistente complementarietà economica. Entrambi sono Paesi mediterranei con una forte vocazione alla cooperazione internazionale e allo sviluppo. Per parte nostra, gli Accordi di Abramo, che stanno riscrivendo le nostre relazioni economiche e commerciali con i Paesi arabi, aprono nuove prospettive di mercato. L’Italia rappresenta invece, per posizione geografica e per tradizione politica, un naturale ponte tra la sponda meridionale del Mediterraneo e l’Europa. L’Italia vanta una marcata tradizione agricola, connotata anche da forti specificità regionali; Israele si distingue invece per il massiccio impiego di tecnologia avanzata. La stretta collaborazione tra i nostri due sistemi può indubbiamente contribuire a fare del Mediterraneo uno dei centri mondiali della produzione agricola ecosostenibile. Lo stesso PNRR è improntato alla sostenibilità economica, sociale e ambientale.
  Italia e Israele sono, inoltre, oggi unite dal fenomeno, relativamente nuovo per l’Italia, della desertificazione. Io stesso sono stato testimone di questo fenomeno durante una mia recente visita in Sicilia e so che si verifica anche in altre parti d’Italia. In effetti, due terzi del territorio di Israele sono desertici, ma negli anni siamo riusciti a far fiorire il deserto e a sviluppare in esso un’agricoltura altamente specializzata e molto ricca. Israele ha maturato una grandissima esperienza anche in relazione ai problemi idrici, in particolare nel riciclo dell’acqua, nella sua purificazione e desalinizzazione. Basti pensare che Israele ricicla quasi il 90% della sua acqua ed ha il primato mondiale in questo campo. Per questo siamo felici di condividere la nostra esperienza e conoscenza con l’Italia, e a questo scopo organizzeremo a Napoli, il 16 e il 17 maggio prossimi, un grande evento dedicato all’agricoltura, denominato “Techagriculture meeting Italia-Israele”.
  La conferenza, che impegna partner importanti come il Comune di Napoli e l’Università Federico II, e uno dei maggiori attori del sistema agroalimentare italiano qual è Confagricoltura, muove dall’ambizione di mettere a sistema e tradurre in azioni concrete la condivisione del know how e la progettualità imprenditoriale, e creare un percorso dall’enorme potenziale cui le stesse istituzioni, locali e nazionali, possono accompagnare in modo importante. Per l’occasione, arriveranno in Italia i rappresentanti di oltre 20 società israeliane, che mostreranno le loro più avanzate tecnologie e soluzioni innovative applicate all’agricoltura e ai settori affini.

- Prospettive future?
  Il tema della sostenibilità ambientale e alimentare è senza dubbio uno dei temi di maggiore attualità. Dal Rapporto sull’insicurezza alimentare mondiale della FAO al Recovery Plan dell’Unione Europea, dall’Agenda Globale delle Nazioni Uniti al Cop 21, tutto ci riporta alla necessità di rispondere all’aumentata domanda di cibo con una produzione che sia sostenibile per il pianeta. In questa prospettiva, il governo israeliano ha anche adottato un Piano per la produzione di proteine alternative. Solo nel 2021, l’industria tecnologica di questo comparto è cresciuta del 450% e le startup hanno raccolto investimento per 623 milioni di $. I dati sono del The Good Food Institute (GFI) Israel, un’organizzazione no profit che fa ricerca e innovazione in questo settore. Secondo i suoi studi, il 13% è coperto da programmi governativi, che hanno investito 69 milioni di $ in settori nuovi dell’agritech, tra cui la “carne coltivata”.

(Agricultura.it, 12 maggio 2022)

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Le start-up israeliane al Cybertech Europe a La Nuvola

di Sarah Tagliacozzo

Cybertech Europe 2022
Cybertech Europe 2022 è tornato il 10 e 11 maggio al centro congressi ‘La Nuvola’ di Roma. Le due giornate di conferenza ed esposizione dedicate all’industria cibernetica si sono aperte con gli interventi di Alessandro Profumo, CEO di Leonardo, e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Franco Gabrielli.
  La pandemia ha accelerato la trasformazione digitale facendo emergere nuove difficoltà legate ad un incremento di attacchi informatici, ransomware, tentativi di phishing o di violazione di privacy. Tra i protagonisti dello sviluppo tecnologico degli ultimi anni si distingue Israele, vittima di centinaia di migliaia di attacchi all’anno. A causa di un significativo aumento di tentati attacchi informatici, all’inizio di maggio, il governo israeliano ha richiesto alle aziende di comunicazione di intensificare la sicurezza informatica. L’obiettivo è quello di «creare una sorta di Iron Dome contro gli attacchi informatici», ha spiegato il Ministro delle comunicazioni di Israele Yoaz Hendel.
  Al Cybertech Europe, numerose start-up israeliane hanno presentato le più avanzate tecnologie di sicurezza cibernetica. Università, industria ed esercito sono gli ingredienti della “Start-up Nation”. E proprio dall’esercito israeliano provengono alcuni dei fondatori delle start-up presenti al padiglione israeliano. È il caso di Salvador - Technologies, fondata da Oleg Vusiker (CTO) e Alex Yevtushenko (CEO), due ragazzi israeliani ideatori di un prodotto innovativo con cui le aziende, ed in futuro i privati, potranno proteggere i propri dati in seguito ad un attacco o guasto informatico. Ciò è possibile grazie all’uso di quella che sembra una semplice scatoletta turchese collegabile con un cavo USB ma che, in realtà, garantisce il ripristino completo e automatizzato dagli attacchi informatici in soli 30 secondi, indipendentemente dalla dimensione del disco, consentendo così il funzionamento continuo di workstations e server dopo un attacco informatico, sfruttando la più efficace protezione dei dati offline (air- gapped).
  Un anno fa Boris Gorin e Niv Steingarten hanno fondato Canonic. La startup ha clienti in Europa e negli Stati Uniti, attivi in campi molto diversi dalla tecnologia: dalla sanità al settore pubblico la prima società. Canonic profila continuamente le applicazioni e gli account dell’utente, identifica comportamenti sospetti e riduce l’ambiente di attacco SaaS. La piattaforma fornisce intelligence sull’accesso oltre che informazioni dettagliate in merito alla vulnerabilità ad attacchi esterni, rileva minacce e aiuta le squadre di sicurezza a rispondere con rapidità.
  “Solo perché sei paranoico non significa che i tuoi dispositivi non siano stati hackerati” recita lo sticker distribuito da FirstPoint. Fondata nel 2016, con sede a Netanya, Firstpoint lavora con grandi aziende (Fastweb, Wind, Enel) oltre che con agenzie governative, e si occupa di proteggere dispositivi mobili e cellular-Iot (Internet delle cose), aggirando le vulnerabilità per garantire una protezione contro attacchi informatici.
  Vicarius, fondata da Michael Assraf (CEO), Yossi Ze’evi (CTO) e Roi Cogen (CRO), ha annunciato a febbraio 2022 di aver chiuso un round di finanziamento di Serie A pari a 24 milioni di dollari. Vicarius ha sviluppato TOPIA, piattaforma di correzione delle vulnerabilità informatiche, che consente di individuare e analizzare vulnerabilità note e sconosciute in tempo reale, per poi assegnarle una priorità in base al contesto aziendale e a fattori di minaccia, procedendo a risolverle automaticamente.
  Tra le numerose startup israeliane presenti al padiglione del Cybertech Europe 2022, Continuity, fondata nel 2005, si occupa di garantire la costante tutela dei dati critici dei clienti, proteggendo sistemi di storage anche nel Cloud, quindi impedendo agli aggressori di penetrare nei sistemi di storage e di raggiungere così i dati archiviati: Continuity™ offre al 60% delle principali banche statunitensi la tranquillità di sapere che i propri sistemi di storage possono resistere a ransomware e altri attacchi contro i propri dati.
  I diversi approcci innovativi adottati con ingegnosità dalle startup Israeliane per provvedere alla sicurezza informatica dei propri clienti riflettono l’impegno a trovare soluzioni alle nuove sfide emerse negli ultimi anni nel mondo della sicurezza informatica.

(Shalom, 12 maggio 2022)

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L’agricoltura innovativa unisce Israele a Napoli

di Domenico Letizia

Grazie alla continua ricerca condotta dallo Stato di Israele è nata una delle agricolture più avanzate al mondo che si avvale della sinergica cooperazione tra comunità, governo e aziende. “La forza di Israele sta nell’innovazione applicata in tutte le discipline, dall’agricoltura all’aerospazio, dalla salute all’energia sino all’automotive”, aveva recentemente dichiarato Fabrizio Camastra, responsabile del desk di Tel Aviv dell’Istituto per il commercio estero (Ice). Anche per l’agricoltura, trainante è il settore hi-tech, eccellenza del Paese, dove ci si aspetta che lo stock di investimenti esteri superi quest’anno i 30 miliardi di dollari. La sicurezza alimentare e l’innovazione dei processi agricoli unisce il meridione italiano con lo stato di Israele in un legame ed una cooperazione costante per la crescita delle opportunità occupazionali nel Mediterraneo allargato.
  La valorizzazione della dieta mediterranea, l’instabilità geopolitica del Mediterraneo, la crisi energetica e climatica, la certezza e la fragilità degli approvvigionamenti alimentari tornano a riscrivere l’agenda euromediterranea, sancendo una revisione profonda dell’attuale sistema alimentare, per riaccendere i riflettori sull’innovazione dell’agricoltura e sulla sostenibilità delle produzioni e distribuzioni alimentari. Un importante meeting, organizzato dall’Ambasciata d’Israele in Italia con il Comune di Napoli, Confagricoltura e l’Università degli Studi di Napoli Federico II, chiamerà a raccolta autorevoli relatori per discutere e analizzare l’innovazione agricola per la crescita futura del settore.
  L’evento, intitolato “Techagriculture meeting Italia-Israele: L’agricoltura incontra l’innovazione”, vuole richiamare la comunità imprenditoriale e gli innovatori a riflettere sul ruolo attuale dell’agroindustria, confrontando ricerca, scienza, tecnologia e con il protagonismo delle più avanzate imprese agricole d’Italia e le più innovative start-up e aziende agrifood tech d’Israele, scrutando l’ottimizzazione dei processi produttivi, dei sistemi alimentari democratici e trasparenti e la sostenibilità ambientale. Nel corso dei lavori saranno numerose le novità tecnologiche esposte e presentate: dalle soluzioni per l’irrigazione e l’ottimizzazione delle capacità idriche alla fertirrigazione di precisione. Particolare attenzione sarà dedicata alle innovative piattaforme di analisi dei dati per l’agricoltura di precisione, il monitoraggio avanzato delle colture, l’identificazione precoce delle fitopatie e l’ottimizzazione delle attività post-raccolta, senza sottovalutare l’importanza delle tecnologie di automazione agricola e i droni a supporto dell’attività agronomica.
  Un contributo tecnologico per riscrivere il ruolo dell’agricoltura nel Mediterraneo, inseguendo anche le nuove ricerche sui materiali innovativi per la coltivazione in serra, l’agro-voltaico, le soluzioni d’avanguardia per la piantumazione urbana, le tecnologie per l’incremento della produttività dei bovini da latte e per la tutela della loro salute e le importantissime soluzioni per un’acquacoltura più efficiente e sostenibile. Un insieme di innovazioni che possono riscrivere il ruolo dell’agricoltura italiana e delle Pmi del settore. D’altronde, l’innovazione agricola, oltre a ottimizzare la produzione di beni alimentari e ad aumentarne il valore aggiunto, incentiva le filiere no-food, in particolar modo quelle energetiche, promuovendo una transizione tecnologica e digitale realmente ecologica, con l’agricoltura chiamata a concorrere in maniera decisiva alla produzione di energia rinnovabile. Importanti i relatori del panel.
  Ai saluti introduttivi del rettore dell’ateneo federiciano, Matteo Lorito, faranno seguito gli interventi del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, del ministro per le Politiche agricole Stefano Patuanelli, della ministra per il Sud Mara Carfagna, del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e del presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti. I lavori prevedono tre tavole rotonde dedicate al contributo dell’innovazione tecnologica nella risposta alle sfide della filiera agroalimentare e della sostenibilità. A seguire, nel pomeriggio, vi saranno le presentazioni dei prodotti delle aziende israeliane e gli incontri B2B tra queste ultime e le aziende agricole e tecnologiche italiane.

(l'Opinione, 12 maggio 2022)

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"Libri antisemiti nelle scuole", e l'Ue tiene in 'ostaggio' i fondi per la Palestina

La decisione della Commissione duramente criticata da eurodeputati e alcuni Paesi membri. I testi sotto accusa sarebbero in linea con gli standard dell'Unesco.

di Eleonora Mureddu

I fondi Ue per la Palestina del 2021 sono ancora bloccati . A tenere in 'ostaggio' i finanziamenti sarebbe Oliver Varhelyi, commissario Ue per la Politica di vicinato e l'allargamento, fedelissimo di Viktor Orban, che ha deciso, contro il parere della maggioranza degli Stati membri, di subordinare il pagamento dei fondi, circa 215 milioni di euro, alla revisione dei testi scolastici palestinesi, accusati da gruppi pro-Israele, da alcuni eurodeputati e membri del gruppo interparlamentare Transatlantic Friends of Israel di diffondere l’antisemitismo.
  Il blocco dei finanziamenti dell'Unione europea si aggiunge al mancato ripristino delle sovvenzioni statunitensi tagliate durante il periodo di Donald Trump, all'inaridimento delle sovvenzioni dei Paesi arabi e alla crisi sanitaria. Tutti questi fattori, spiega Le Monde, contribuiscono al taglio del 20 per cento degli stipendi dei funzionari dell'Autorità palestinese (Ap), priva 120mila famiglie povere di un'indennità trimestrale e destabilizza l'intero settore ospedaliero di Gerusalemme Est, che riceve da 10 a 20 milioni di euro della dotazione di 215 milioni. 
  La questione si trascina da ormai da un anno, ma i fondi Ue restano bloccati. Nonostante un rapporto su questi libri di testo abbia stabilito che siano in linea con gli standard Unesco, e nonostante le pressioni che sono state fatte da europarlamentari e Stati membri, la discussione continua a essere rimandata. Politico riferisce che la questione è stata sollevata da alcuni ambasciatori Ue e potrebbe tornare al prossimo Consiglio Affari Esteri del 16 maggio se non risolta prima.
  In una lettera inviata a Várhelyi, firmata dai ministri degli Esteri di 15 Paesi Ue e nella quale si chiede lo sblocco immediato dei finanziamenti, viene fortemente criticata "l'introduzione della condizionalità in un momento in cui l'Autorità palestinese è già impegnata in un ambizioso programma di riforma dell'istruzione rischia di minare, o addirittura invertire, i progressi compiuti finora e potrebbe danneggiare il nostro dialogo in corso con i palestinesi su questa e altre questioni. Inoltre, è imperativo che facciamo tutto il possibile per rafforzare le voci moderate nei confronti degli attori più radicali".
  Anche i capigruppo dei Socialisti&Democratici, dei Verdi e della Sinistra al Parlamento europeo stanno esortando la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che non è mai intervenuta pubblicamente della vicenda, a sbloccare immediatamente i fondi e non condizionare i finanziamenti all'Autorità palestinese alla garanzia di modifiche ai libri di testo palestinesi. Nella lettera si legge che il rapporto dell'Istituto Georg Eckert, che nel giugno 2021 aveva tacciato alcuni libri di antisemitismo, aveva concluso che i libri di testo palestinesi "aderivano agli standard dell'Unesco".
  "Privare l'Autorità palestinese di beni finanziari destinati a finanziare gli stipendi degli insegnanti non solo avrebbe un impatto negativo sul diritto all'istruzione dei giovani palestinesi, ma potrebbe anche essere controproducente, aprendo nuove opportunità per i gruppi estremisti", hanno scritto i deputati. La scelta di condizionare i fondi è stata aspramente criticata anche dallo stesso Josep Borell, Alto Rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri e ha diviso il Consiglio dell'Ue.
  Secondo Le Monde, la decisone di Várhelyi sarebbe stata aspramente criticata da alcuni ambasciatori dell'Ue, che avrebbero parlato di "ricatti" e "sporchi giochi politici", mentre alcuni hanno tirato in ballo il rapporto tra il Primo ministro ungherese e l'ex premier israeliano Benjamin Netanyahu. Le stesse fonti del quotidiano francese riferiscono inoltre che il governo israeliano starebbe sollecitando l'erogazione di aiuti Ue a Tel Aviv al fine di prevenire un'ulteriore escalation delle tensioni nella regione.

(EuropaToday, 11 maggio 2022)
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Se Oliver Varhelyi, fedelissimo di Viktor Orban (il "cattivo" della Ue), ha subordinato il versamento di fondi ai palestinesi al controllo del contenuto di antisemitismo dei loro testi scolastici, avrà avuto i suoi buoni motivi. M.C.

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Cisgiordania, morta durante uno scontro a fuoco una giornalista di Al Jazeera

Shireen Abu Akleh era uno dei volti più noti e competenti dell'emittente televisiva. Nessun dubbio da Al Jazeera e Abu Mazen: "Il governo israeliano è pienamente responsabile di questo atroce crimine".

Shireen Abu Akleh
Shireen Abu Akleh, nota giornalista della emittente radiotelevisiva Al Jazeera, è rimasta uccisa questa mattina in uno scontro a fuoco durante un raid dell'esercito israeliano a Jenin, in Cisgiordania. 
  La reporter è stata colpita da un proiettile al volto ed è morta sul colpo. Un altro giornalista palestinese, Ali Samodi, e che lavora per il giornale Al-Quds, è stato ferito ed è in condizioni stabili. 
  Secondo Al Jazeera la sua giornalista è stata uccisa a "sangue freddo" dalle forze israeliane. Ma Tel Aviv rispedisce al mittente le accuse e parla a sua volta dell'apertura di una inchiesta sulla dinamica dei fatti. "Il presidente palestinese accusa Israele senza prove solide", così il premier israeliano Naftali  Bennett. "Sulla base dei dati a nostra disposizione, c'è una probabilità da non scartare che palestinesi armati che sparavano in modo selvaggio abbiano provocato  la dolorosa morte della giornalista".
  “Israele ha offerto alla Autorità nazionale palestinese una indagine congiunta patologica sulla morte della giornalista di Al Jazeera”. Lo ha detto il ministro degli esteri Yair Lapid  ricordando che "i giornalisti devono essere protetti nelle zone di conflitto e che tutti si ha il dovere di arrivare alla verità". Offerta però rifiutata. 
  Parole secche di condanna da parte di Abu Mazen per quella che ha definito una vera e propria “esecuzione”. Il presidente palestinese ha detto di ritenere "il governo israeliano pienamente responsabile di questo atroce crimine", sottolineando che fa parte "della politica quotidiana perseguita dall'occupazione contro il nostro popolo, la sua terra e i suoi luoghi santi". La presidenza, in una nota citata dall'agenzia palestinese Wafa, l'Autorità nazionale palestinese (Anp),  ha quindi accusato Israele di "prendere di mira i  giornalisti per nascondere la verità e commettere crimini in silenzio".
  Abu Mazen intanto ha fatto sapere che domani presenzierà ai funerali della professionista, che si svolgeranno a Ramallah, sempre in Cisgiordania: il corteo partirà dal palazzo presidenziale della Muqata. 
  Shireen Abu Akleh aveva anche la cittadinanza americana: "Sono molto rattristato - ha detto su Twitter l'ambasciatore Usa in Israele,  Tom Nides - Sollecito una estesa indagine sulle circostanze della sua morte e sul ferimento di almeno un altro giornalista oggi a Jenin". Anche la rappresentanza della Ue presso i Palestinesi - citata dai media - ha chiesto "una indagine indipendente" sull'evento in modo "da portare i responsabili davanti la giustizia".
  "Abbiamo ricevuto con grande shock la dolora notizia e questa occupazione criminale che uccide le persone e la parola e uccide la verità. Shireen Abu Akleh e' una stella splendente nel cielo della Palestina". Così ha dichiarato il premier palestinese Mohammad Shtayyeh, oggi in visita al Parlamento europeo. 
  In rete sono stati diffusi video molto drammatici che riprendono la donna riversa a terra e i primi soccorsi nel tentativo di rianimarla. 
  L'esercito israeliano (Idf) sta indagando sulla "possibilità" che la giornalista e un altro cronista "siano stati colpiti da palestinesi armati" durante gli scontri di questa mattina nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania. Akleh è poi morta per le ferite riportate. Lo ha fatto sapere il portavoce militare secondo cui  nell'operazione a Jenin "c'è stato un massiccio fuoco di decine di palestinesi armati contro i soldati". 
  Le circostanze della morte della Abu Akleh non sono chiare -  sottolinea per la stessa al-Jazeera Nida Ibrahim da Ramallah - ma  "video dell'incidente mostrano che è stata colpita alla testa". "Stava seguendo gli eventi a Jenin, in particolare un blitz israeliano - ha  detto - quando è stata colpita da un proiettile alla testa".   Il Jerusalem Post ha scritto di scontri tra "palestinesi armati" e forze  israeliane a Jenin iniziati dopo operazioni di queste ultime, anche  nel campo profughi di Jenin, vicino a Burkin, e in altre località  della Cisgiordania per effettuare arresti.
  Nel video il collega di Shireen Abu Akleh, Mujahid Al-Saadi, racconta i dettagli della morte descrivendo quella che sembra essere una esecuzione. "Quello che è successo è che stavamo aspettando i nostri colleghi per entrare nel campo profughi nel punto in cui l'esercito (israeliano) era presente. 
  "Abbiamo scelto un punto che non era stato terreno di scontro tra i giovani e i militanti. Siamo arrivati al punto in cui abbiamo aspettato che Shireen si mettesse l'attrezzatura di sicurezza, poi ci ha raggiunto e ci siamo spostati di qualche metro.  Ci siamo palesati di fronte all'esercito e ai passanti dato che siamo stampa TV, siamo arrivati e, in pochi secondi, è arrivato il primo colpo.
  Ho detto loro che siamo stati presi di mira, ci hanno sparato, mi sono girato e ho trovato Shireen a terra, ho trovato Shatha che si proteggeva da un albero e urlava, mi sono girato e ho trovato Shireen a terra nei primi secondi, con la sparatoria e ci stavamo dicendo che ci stavano sparando. Le raffiche hanno continuato per più di 3 minuti sulle squadre che erano lì, Ali si è fatto male ma è stato in grado di attraversare la strada e raggiungere un posto sicuro, e le raffiche intanto continuavano. Mi sono rifugiato sotto una scala nella fabbrica di cemento e le riprese continuarono.
  L'ultima persona che il cecchino ha visto si stava rifugiando sotto un albero, era la nostra collega Shatha Hanaysheh, la sparatoria verso di lei è continuata mentre era sotto l'albero, e non siamo riusciti a fornire il primo soccorso a Shireen. I giovani sono venuti da noi, quelli che erano per strada, che stavano cercando di tirare fuori Shireen, sono stati anche colpiti, ogni volta che qualcuno si muoveva in avanti sono stati colpiti".

(RaiNews, 11 maggio 2022)

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Uccisa giornalista di Al-Jazeera

La corrispondente della tv Al-Jazeera Shireen Abu Akleh, 51 anni, è stata mortalmente colpita alla testa, mercoledì mattina, mentre copriva un violento scontro a fuoco fra terroristi e soldati israeliani nel campo palestinese della città. Al-Jazeera ha detto che è stata “uccisa deliberatamente a sangue freddo” dai militari “dell’occupazione”. Le Forze di Difesa israeliane hanno affermato che stanno indagando l’incidente, avvenuto mentre le truppe rispondevano a un fuoco intenso durante un’operazione di arresto di terroristi, e che “esiste la possibilità, al momento sotto esame, che la giornalista sia stata colpita da spari palestinesi”. Il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid ha detto che Israele ha offerto ai palestinesi di condurre un’indagine autoptica congiunta sulla “tragica morte della giornalista”, aggiungendo: “I giornalisti nelle zone di conflitto devono essere protetti e tutti abbiamo la responsabilità di arrivare alla verità”. Al momento l’offerta risulta respinta. I reporter di Al-Jazeera hanno sempre operato senza incontrare ostacoli da parte della autorità israeliane nonostante i loro servizi estremamente critici e talvolta diffamatori verso Israele. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha criticato il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen per aver immediatamente attribuito la colpa alla forze israeliane “senza solide basi”. Bennett ha dichiarato che, stando alle informazioni attualmente disponibili, “ci sono buone probabilità che i palestinesi armati, che sparavano in lungo e in largo, siano quelli che hanno causato la sventurata morte della giornalista. Esiste persino una registrazione in cui si sentono palestinesi gridare ‘abbiamo colpito un soldato, è sdraiato a terra’, mentre nessun soldato è rimasto ferito”
  “I palestinesi hanno rifiutato l’offerta di un’indagine congiunta – ha detto ministro della giustizia israeliano Gideon Sa’ar – è c’è da chiedersi perché. Temo che abbiano rifiutato perché non hanno interesse a rivelare la verità”. Mercoledì pomeriggio, riferendo in parlamento sulla morte della giornalista Bennett ha affermato: “Senza una vera indagine non potremo arrivare alla verità. I palestinesi si rifiutano di collaborare. Chiediamo che i palestinesi non prendano provvedimenti atti a inquinare le indagini”.

(israele.net, 11 maggio 2022)

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Genova - Folla delle grandi occasioni per la mostra 'Israel Landscape'

Tra i presenti l'amico scrittore e attento osservatore della politica internazionale Antonio Bettanini e Giuseppe Vittorio Piccini amico di Israele e coinvolto in APAI fin dal primo nucleo promotore riunito intorno alla figura dell'indimenticato Franco Bovio.

Folla delle grandi occasioni alla presentazione a Villa Croce della mostra di arte contemporanea Israel Landscape, incentrata su uno sguardo sulla realtà viva e vivace di Israele oggi. Presenti le autorità civili e religiose.
  Dai vertici della Comunità Ebraica Genovese, al Sindaco di Genova Marco Bucci sino alla Consigliera Regionale Lilli Lauro in rappresentanza del Presidente Toti. Importante la partecipazione di soci e sostenitori di APAI (associazione per l'amicizia Italia-Israele) Genova. APAI, con il suo presidente Bruno Gazzo, è stata tra i patrocinatori di questa mostra che, in una esplosione di colori, dà bene il senso di un Popolo giovane con un cuore antico come è il Popolo di Israele. La vita sovrasta sempre la guerra e la paura. Tra i presenti l'amico scrittore e attento osservatore della politica internazionale Antonio Bettanini e Giuseppe Vittorio Piccini amico di Israele e coinvolto in APAI fin dal primo nucleo promotore riunito intorno alla figura dell'indimenticato Franco Bovio. Una occasione culturale a cui Genova, come insegnava Bovio, deve rivolgere tutta la sua attenzione. Visitatela.

(La Voce di Genova, 11 maggio 2022)

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Accolti in Israele sopravvissuti alla Shoah in fuga dall’Ucraina

di Ilaria Ester Ramazzotti

Centinaia di sopravvissuti alla Shoah sono emigrati in Israele dall’Ucraina, dall’inizio della guerra a oggi. Il ministero israeliano dell’Immigrazione e dell’Assorbimento stima più nel dettaglio che questi nuovi arrivati siano circa 500 tra le oltre 15 mila persone che nel corso degli ultimi due mesi sono immigrate da Ucraina, Russia e Bielorussia. Ne ha parlato il Times of Israel, che ha raccolto alcuni commenti e testimonianze.
  Un aereo appositamente attrezzato con nove anziani profughi ucraini è atterrato in Israele lo scorso 27 aprile, poco prima di Yom HaShoah. “Non avrei mai pensato che sarebbe successo ancora, che alla mia età avrei dovuto fuggire di nuovo da una guerra e sentire i suoni delle bombe esplodere intorno a me. Ho già battuto Hitler una volta, sono sopravvissuta all’Olocausto. Ho una figlia, due nipoti e tre pronipoti. E ora sono di nuovo una rifugiata che cerca di salvare la vita – ha detto Ninel Zhilinska, 88 anni, poco prima di partire per Israele. “Ho lasciato Kharkiv due settimane fa. L’intera città è stata distrutta. Tutti i vicini del mio palazzo si sono nascosti nella stazione della metropolitana, ma a causa delle mie condizioni mediche io non potevo andarci – ha sottolineato -. Ho soggiornato da sola nel mio appartamento per dieci giorni. Mi sentivo come se fossi in isolamento. Ci hanno tolto la corrente, non avevo quasi più niente da mangiare. Né i volontari né la mia famiglia potevano raggiungermi”.
  Valery Kanievski, anche lui arrivato da Kharkiv, ha svelato di aver sempre voluto incoraggiare suo figlio a fare aliyah, ma che non avrebbe mai immaginato di dover immigrare lui stesso, insieme alla moglie: “Il nostro piano originale era che nostro figlio si trasferisse in Israele e noi saremmo andati in visita, ma il piano è cambiato a causa della guerra. Hanno fatto saltare in aria la nostra città. È una sensazione terribile – ha sottolineato -. Gli spari e le esplosioni non si sono mai fermati e la sensazione di una terribile paura era costantemente con noi. Quando è iniziata la Seconda guerra mondiale ero piccolo, ma ricordo ancora perfettamente la nostra fuga. Ricordo i bombardamenti e ricordo la paura. È la stessa identica sensazione che abbiamo adesso. Non credevo che alla mia età avrei dovuto rivivere tutto questo. Non credevo che la mia città sarebbe stata distrutta. Non credevo che avrei dovuto provare di nuovo questi sentimenti”.
  Numerosi sopravvissuti sono arrivati a fine aprile con la collaborazione dell’International Fellowship of Christians and Jewish. “Questi anziani generalmente non avevano intenzione di lasciare l’Ucraina, ma le loro case sono in fiamme e la loro prossima casa è lo Stato di Israele”, ha affermato Benny Haddad, capo del dipartimento dell’immigrazione dell’associazione interreligiosa.
  Alcuni di loro sono atterrati in Israele con un volo di soccorso speciale a causa di particolari esigenze mediche personali, come ha riportato l’associazione ZAKA che ha organizzato il volo medico con dell’International Fellowship of Christians and Jewish. Sullo stesso volo c’erano anche altri rifugiati, non sopravvissuti all’Olocausto, che avevano bisogno di tali cure. Il ministro israeliano dell’Immigrazione Pnina Tamano-Shata ha incontrato personalmente i rifugiati al loro sbarco all’aeroporto Ben Gurion. Ad accoglierli c’erano anche ambulanze per il trasporto dei passeggeri anziani e infermi negli ospedali, in strutture di cura o alle case dei loro familiari.
  Al ministro Tamano-Shata ha fatto eco Ayelet Shiloh Tamir dell’International Fellowship of Christians and Jewish, rimarcando che l’arrivo dei sopravvissuti alla vigilia del Giorno della memoria della Shoah “simboleggiava più di ogni altra cosa l’essenza del sionismo e la responsabilità reciproca del popolo ebraico”.
  La passeggera più anziana del volo era Tatyna Ryabaya, 99 anni, che ha viaggiato con la figlia di 73 anni. “Non ho creduto fino all’ultimo momento che sarei dovuta fuggire. Non credevo che alla mia età avrei dovuto viaggiare su un bus di soccorso per più di un giorno con le bombe intorno a me e che avrei dovuto temere per la vita di mia figlia – ha detto ricordando il periodo delle persecuzioni naziste -. Anche allora abbiamo viaggiato fino a una parte lontana della Russia, anche allora il percorso era pericoloso, ma volevamo salvarci la vita. Non credevo che alla mia età, ho quasi cent’anni, avrei dovuto affrontare tutto questo di nuovo”.
  Per molti sopravvissuti all’Olocausto e altri anziani ucraini, fuggire da casa non è stata un’opzione facile, non solo dal punto di vista emotivo, ma fisico e logistico, a causa delle difficoltà di recarsi al confine. Molti di loro sono stati costretti a lasciare quasi tutti i loro averi alle spalle, tranne quello che poteva stare in una piccola valigia o in un sacchetto.

(Bet Magazine Mosaico, 11 maggio 2022)

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Perché è importante il nuovo libro di David Kertzer ‘’Un Papa in guerra”

di Serena Di Nepi

L’enigma di Pio XII sembra essere ora un po’ meno oscuro di quanto sia stato fino a quella mattina del 2 marzo 2020, quando frotte di studiosi, David Kertzer in testa, si sono seduti nella sala studio dell’Archivio Apostolico Vaticano e hanno iniziato a leggere le carte del suo pontificato. Si pensava, in quel momento, di avere davanti mesi ininterrotti di indagine e tutto il tempo necessario a scavare a ragionare in mezzo a carte inesplorate (ma da cui tutti gli addetti ai lavori si aspettavano qualcosa). Come sappiamo, non è andata così e in meno di una settimana il Covid ha serrato le porte di quell’archivio (come di ogni altro archivio nel mondo) e ha imposto una pausa forzata alle ricerche. Alla fine, comunque, i risultati arrivano e il lavoro di Kertzer – così come è stato anticipato ieri all’American Academy di Roma da alcuni degli studiosi più autorevoli sulla storia del Ventennio e mentre si aspetta di tuffarsi nel libro e nelle sue note – mette in chiaro aspetti fondamentali di quel periodo. L’immobilismo del pontefice di fronte ai fatti e le mancate scelte emergono con forza e si rivelano il risultato di una strategia politica precisa e di una lettura degli eventi in corso ancorata a schemi superati e, per questo, incapace di agire quando sarebbe stato essenziale farlo.
  Il silenzio consapevole sulla Shoah rientra, a quanto pare, in questo approccio. Da una parte, la nuova generazione di prelati che inoltra un flusso costante di notizie sui massacri, aggiorna Roma e il papa sulle cose mai viste che stanno avvenendo e si interroga sull’opportunità di dire qualcosa e di provare a intervenire. Dall’altra, Pacelli, che sa (e questo Kertzer lo prova definitivamente) ma che percorre la via del silenzio perché, alla fine, ha comunque più paura del comunismo anticristiano. Vale per la Polonia e la Turchia da cui scrivono preoccupatissimi personaggi del calibro di Montini e Roncalli; e vale, ancora di più, per Roma e per i suoi ebrei nelle ore immediatamente successive al 16 ottobre, quando, di nuovo, Pio XII tace, nonostante, a quanto pare, in Curia si discutesse seriamente sull’altra opzione, quella che avrebbe potuto offrire qualche tutela agli ebrei chiusi al Collegio Militare, e di cui esisterebbero tracce scritte. In quegli stessi mesi – ed è questo un punto essenziale – la Chiesa di Pacelli tenta, però, ogni carta per salvare gli ebrei battezzati, cristiani a norma di diritto canonico ma ancora ebrei da cancellare per i nazisti.
  I nazisti, a loro volta, conoscono le regole del gioco, sanno bene cosa potrebbe smuovere le proteste della Curia, vogliono evitare incidenti diplomatici e per questo a Roma farebbero distinzione tra ebrei e ebrei battezzati. Per il papa, i nazisti e la Shoah sembrano quasi un altro capitolo dell’infinita disquisizione sui battesimi forzati e come tali vengono trattati, così come si era sempre fatto, quasi si stesse ancora disquisendo su qualche anima da salvare e non fosse in gioco la vita di milioni di persone. E Kertzer, che ha studiato a fondo le vicende di Edgardo Mortara, lo sa bene e per questo ragiona a tutto campo sullo spartiacque delle politiche razziali e delle risposte della Chiesa a queste proprio intorno alle conversioni sia durante la guerra sia – ma di questo ieri non si è parlato – nel periodo immediatamente successivo (con i bambini battezzati salvati nei conventi che le associazioni ebraiche si battono per far tornare all’ebraismo, per intendersi). L’ansia da comunismo guida le decisioni di Pacelli, che continua a vedere il mondo moderno come il frutto avvelenato della concatenazione diabolica partita con Lutero, passata per la Rivoluzione francese, la modernità, il Risorgimento e la fine dello Stato della Chiesa e che si incarna, ora, nell’Unione Sovietica e nei suoi sostenitori, tutti anticristiani da sconfiggere ad ogni costo. Il fascismo, alla fine, ha riportato la Chiesa in Italia, restituendole un ruolo, aprendole le porte delle scuole e negoziando spazi cattolici che il regno liberale aveva rifiutato con tutte le sue forze. Ed è questo posizionamento tutto interno alla storia italiana, e anche allo specifico della storia di Roma, a segnare il regno di Pio XII, finora l’ultimo papa con quel nome in una catena che richiamava (e certo non a caso) la schiera illustre dei predecessori che avevano serrato le fila della Chiesa in tempi difficili e nei quali Pacelli cercava ispirazione. Ma i tempi, appunto, erano definitivamente nuovi.

(Shalom, 11 maggio 2022)

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L’Arabia Saudita investirà in imprese israeliane attraverso il fondo di Jared Kushner

di Francesco Paolo La Bionda

Affinity Partners, un nuovo fondo di private equity avviato da Jared Kushner, genero dell’ex presidente statunitense Donald Trump, prevede di investire capitali del fondo sovrano dell’Arabia Saudita in imprese israeliane, ha riferito il Wall Street Journal. Si tratterebbe della prima volta che il Saudi Public Investment Fund investe nello Stato ebraico, con cui il governo saudita non ha una relazione diplomatica formale, sebbene siano in corso da anni frequenti contatti ufficiosi.
  Secondo le fonti, Affinity Partners ha selezionato almeno due startup israeliane in cui investire dopo incontri con decine di candidati in diversi settori, dall’agricoltura alla sanità all’IT. Non è stato rivelato per ora né quali siano le due aziende in particolare né a quanto ammonterà l’investimento. Nel complesso il fondo di Kushner ha raccolto finora più di 3 miliardi di dollari per le sue attività, 2 dei quali forniti dal partner di Riad.
  Kushner, nato nel 1981, è ebreo ortodosso ed è sposato dal 2009 con Ivanka Trump, che si è formalmente convertita alla fede del marito in occasione del matrimonio. Ha avuto un ruolo di primo piano nella politica mediorientale dell’amministrazione Trump, servendo come consigliere “senior”, pur non avendo esperienza diplomatica. In questa veste ha aiutato a mediare gli Accordi di Abramo e ha stretto un forte legame con l’influente, ma controverso, principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.
  Secondo quanto riportato dalla testata americana inoltre, Affinity Partners starebbe cercando anche di esportare tecnologia israeliana in Indonesia, un altro paese a maggioranza musulmana senza relazioni diplomatiche con Gerusalemme. Prima della fine del mandato di suo suocero, Kushner stava lavorando a un accordo di normalizzazione tra i due paesi, che non ha potuto tuttavia perfezionare in tempo prima che alla Casa Bianca subentrasse Joe Biden.

(Bet Magazine Mosaico, 10 maggio 2022)

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In Israele per la prima volta sbocciano fiori di ciliegio nel deserto del Negev

di Michelle Zarfati

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Il deserto del Negev è stato decorato con i suoi primi fiori di ciliegio questo mese grazie ad un progetto agricolo avanzato che ha cercato di dare vita alla regione tipicamente arida. Il progetto nasce da un'idea di Pini Elmakayes, 60 anni, che ha voluto preservare la memoria del nipote Liel, morto sei anni fa all'età di 13 anni in un incidente stradale nel Negev. Per questo Elmakayes, insieme al Consiglio regionale di Ramat Hanegev, ha piantato diversi alberi di ciliegio in onore di Liel. Gli alberi sono cresciuti notevolmente fino a diventare un frutteto vivace, il primo e l'unico in assoluto a fiorire nel Negev sotto il sole d’Israele.
  "Molte persone non credevano che la nostra impresa avrebbe avuto successo", ha detto Elmakayes, che ha avviato il progetto poco più di quattro anni fa. "Questa è un'area molto problematica per la coltivazione delle ciliegie perché gli alberi hanno bisogno del freddo, anche il terreno qui non è adatto". Nonostante gli innumerevoli ostacoli lungo il percorso, il frutteto di Elmakayes ha iniziato a dare frutti per la prima volta all'inizio di questo mese.
  "Nessuno ha davvero provato a coltivare ciliegie in quest'area perché pensava che sarebbe stato destinato a fallire", ha detto Itzik David, agronomo presso Ramat Negev R&D. "Le ciliegie vengono coltivate in Europa nelle zone alte e fredde. Sulle alture del Golan la coltivazione ha successo perché le condizioni climatiche sono considerate europee. Questa è la prima volta che qualcuno prova a coltivare le ciliegie nel deserto".
  Yankale Moskovitch, direttore della ricerca e sviluppo di Ramat Hanegev, ha spiegato: "La nostra visione di piantare alberi di ciliegio ad alta quota nella regione del Negev mira a dare alla gente del posto la possibilità di guadagnarsi da vivere grazie all'agricoltura e al turismo, in modo che i viaggiatori possano godere della bellezza del deserto insieme ai fiori di ciliegio." Il capo del Consiglio regionale di Ramat Hanegev, Eran Doron, ha aggiunto che "la collaborazione di Yankale e Pini ha portato al successo che celebriamo oggi". “Simboleggia la visione del fiorente Negev. È così che si fa sionismo, agricoltura e turismo, nessuno è più orgoglioso e felice di noi in questo momento”.

(Shalom, 10 maggio 2022)

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Israele, il riconoscimento facciale presto sarà una realtà

Un comitato ministeriale ha approvato un disegno di legge che autorizza l’uso da parte delle forze di sicurezza della tecnologia di riconoscimento facciale sui filmati delle telecamere di sorveglianza.

di Michele Giorgio

Presto potrebbe concretizzarsi in Israele la realtà distopica raccontata dalla vecchia serie tv Person of Interest in cui Jim Caviezel, Michael Emerson e Amy Acker, grazie a un’intelligenza artificiale collegata a una fitta rete di telecamere di sorveglianza, tengono sotto controllo l’intero territorio degli Stati uniti. Domenica scorsa il comitato ministeriale per la legislazione ha approvato un disegno di legge che autorizza l’uso da parte delle forze di sicurezza della tecnologia di riconoscimento facciale sui filmati delle telecamere di sorveglianza. Un primo via libera, che se confermato dal voto della Knesset, fornirà alla polizia la possibilità di creare un database biometrico. «Quando si tratta di tenere a freno il terrore, prendo la violazione della privacy con le pinze», ha replicato alle critiche il ministro della giustizia Gideon Saar, annunciando «qualche modifica» al testo.
  Obiettivo del disegno di legge è «codificare l’utilizzo delle reti di telecamere negli spazi pubblici da parte della polizia». Il sistema sarebbe in grado di mettere a fuoco oggetti e individui, di fotografarli e confrontarli con le immagini trovate nel database, consentendo così l’identificazione dell’oggetto o della persona» allo scopo di «prevenire, contrastare o scoprire reati a danno di persone, della sicurezza pubblica e dello Stato». La polizia, aggiunge il testo approvato, proteggerà i dati raccolti dagli hacker e la privacy di coloro a cui si riferiscono le informazioni.
  Rassicurazioni che non convincono la ministra dell’immigrazione Pnina Tamano-Shata, di origine etiope. «Quando la polizia può posizionare telecamere biometriche in ogni quartiere con il semplice gesto di un dito, ciò porta ad abusi per determinate popolazioni», ha detto al giornale Haaretz Tamano-Shata ricordando che questa tecnologia si è rivelata problematica nell’identificazione delle persone con la pelle scura. Ha perciò chiesto l’istituzione di un comitato per la supervisione dell’uso della fotocamera e invocato il coinvolgimento dei giudici. Dalla sua parte c’è l’Associazione per i diritti civili in Israele (Acri). «Questo progetto di legge – spiega Acri – consente alla polizia di raccogliere e archiviare informazioni personali di cittadini innocenti, senza l’autorizzazione di un tribunale. Mette in pericolo le libertà civili e il diritto a non essere vigilati». Forti le preoccupazioni tra i cittadini arabi israeliani che temono di diventare il primo obiettivo della raccolta dati.

(il manifesto, 10 maggio 2022)

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Il Parlamento europeo esige una revisione dei libri di testo palestinesi che insegnano l’odio

Ma il corsivista del Corriere della Sera non lo dice, e cerca un capro espiatorio cui imputare il blocco degli aiuti che l’Autorità Palestinese si è autoinflitta.

di Marco Paganoni

Manuale di Geografia e Storia della Palestina, per la decima classe, p. 7 dell’edizione 2021-22: “La Palestina si trova nella parte asiatica del mondo arabo, all’interno di una regione conosciuta come Levante (Bilad al-Sham) che comprende i paesi: Palestina, Giordania, Siria e Libano. La Palestina si trova nell’angolo sud-occidentale del Levante, tra il Mar Mediterraneo a ovest e il fiume Giordano a est, una posizione che fa della Palestina un collegamento tra l’Asia e parti africane del mondo arabo” (dal rapporto IMPACT-se). Lo stato d’Israele è cancellato dalla carta geografica (clicca per ingrandire)
  “Nizza, Savoia, Corsica fatal / Malta, baluardo di romanità / Tunisi nostra: sponde, monti, mar/… Vinceremo, Duce, vinceremo / Tu sei la gloria e l’avvenir”. Con questi versi gli scolari del Ventennio mandavano a memoria l’elenco delle terre irredente da liberare. Sappiamo com’è andata a finire.
  Oggi, il sistema educativo dell’Autorità Palestinese va persino oltre. Non solo inculca negli alunni la granitica convinzione che tutto ciò che è Israele dovrà essere strappato agli ebrei, ma accompagna l’indottrinamento con la martellante celebrazione degli attentati anche più efferati, insegnando odio imperituro per “il nemico” e totale indifferenza per ogni scrupolo morale. I libri di testo usati nelle scuole palestinesi sono strumenti al servizio di questa propaganda. Sappiamo quali sono i risultati: da Gerusalemme, a Tel Aviv, a Elad. Trascurare o minimizzare il fenomeno significa non voler vedere uno dei meccanismi più micidiali di perpetuazione del conflitto....

(israele.net, 10 maggio 2022)

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Un’antica statua di una dea della guerra è stata trovata da un contadino a Gaza

Il contadino palestinese Nidal Abu Eid ha scoperto una statua di 4.500 anni mentre lavorava nei suoi terreni agricoli a Gaza. Invece di venderlo, ha deciso di donare il pezzo a un museo per sottolinearne il significato per la storia palestinese.

di Luigi Briccoleri

Testa di statua
Verso gli inizi di questo mese di maggio un contadino palestinese ha fatto un’incredibile scoperta: ha infatti trovato a Gaza la testa di una statua in pietra calcarea appartenente a circa 4.500 anni fa a.C.. A presentare al pubblico questo incredibile ritrovamento è stato poi il Ministero del Turismo e delle Antichità coordinato dal gruppo Hamas. La testa della statua è di una dea della guerra Anat e appartenente all’antica cultura cananea.
  Anat, secondo gli studiosi, era una dea dell’amore, della bellezza e della guerra. Secondo il direttore generale del Ministero per le Antichità e i Beni Culturali, Jamal Abu Rida, il frammento di statua afferma la presenza a Gaza di una ricca civiltà, cui cultura non dipendeva dal popolo ebraico, ma legata al territorio, evoluta e politeista. Il contadino palestinese ha trovato la testa della statua della dea della guerra proprio su una remota via commerciale che percorreva quella che conosciamo oggi come la famosa Striscia di Gaza.
  La testa della scultura è stata scoperta da Nidal Abu Eid, un contadino palestinese, che arando la sua terra a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, ha scoperto casualmente e nel fango, la testa di una rara statua in calcare alta 22 centimetri e risalente a circa 2500 a.C., ovvero l’inizio dell’età del bronzo, il noto periodo cananeo. L’uomo ha spiegato a ‘The New Arab’ che l’ha trovata per caso mentre coltivavo la sua terra. Era tutta sporca di fango, ma quando l’ha lavato con l’acqua, ha capito che si trattava di una cosa preziosa.

(Scienze Notizie, 10 maggio 2022)

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"Solidarietà a Israele". Ma la sinistra si spacca a Milano

di Francesca Galici 

Lo scorso 25 aprile, durante le celebrazioni che ricorrono annualmente per l'anniversario della Liberazione, a Milano si sono alzati i soliti cori contro la Brigata ebraica, sbarcata in Italia nel 1944 e operativa dal 1945 sul fronte adriatico. Oltre a fornire supporto militare, la brigata si impegnò in ambito civile anche per supportare la comunità ebrea in Italia. Le contestazioni alla Brigata ebraica, che sfila regolarmente nei cortei del 25 aprile, sono diventate una cattiva consuetudine di questa giornata e nell'ultima seduta del consiglio comunale a Milano, questo caso è stato inserito in una mozione della Lega, supportata dall'intero centrodestra, con la quale si chiedeva di condannare i numerosi recenti attentati nello Stato di Israele, una ferma presa di posizione contro il gruppo terroristico Hamas e una piena solidarietà a Israele, unico Stato democratico in tutto il Medio Oriente.
  Tra le richieste c'era anche l’impegno a contrastare gli episodi di antisemitismo ed antisionismo al corteo del 25 aprile e in altre occasioni. Tuttavia, come ha denunciato Silvia Sardone, "incredibilmente il Pd ha preteso una emendamento (poi approvato a maggioranza nonostante il nostro voto contrario) che ha cancellato la dicitura 'Israele, unico stato democratico in Medio Oriente senza addurre motivazioni valide per questa scelta. La mozione così modificata è stata approvata grazie ai voti dell'opposizione perché la sinistra si è spaccata, con l’imbarazzante voto contrario di alcune parti della sinistra e soprattutto dei consiglieri della lista Sala".
  L'esponente della Lega in consiglio comunale si è detta amareggiata da quanto accaduto tra le mura di palazzo Marino, perché "è francamente sconcertante che ancora oggi ci siano posizioni anti israeliane e ambiguità sul terrorismo e sugli insulti alla Brigata Ebraica e allo Stato di Israele da parte delle frange estremiste della sinistra". Proprio per chiarire quali siano le posizioni in consiglio comunale, Silvia Sardone si è rivolta al sindaco di "spiegare la sua posizione, tenuto conto dell’incredibile voto della sua lista che a tutti gli effetti risulta molto simile a quella espressa dai centri sociali e da certi ambienti islamici non moderati". Fornendo il pieno e totale supporto della Lega a Israele, al popolo ebraico e alla comunità ebraica milanese, Silvia Sardone ha concluso: "Milano non merita questi spettacoli irrispettosi della storia; inoltre gli episodi di sangue recenti non possono essere sottovalutati ma anzi devono essere condannati con forza dalle istituzioni".

(il Giornale, 10 maggio 2022)

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Dal 20 maggio stop ai tamponi molecolari all’aeroporto Ben Gurion

Come annunciato domenica dal Ministero della Sanità, a fronte del drastico calo della diffusione di Covid-19 e della morbilità, a partire dal 20 maggio i viaggiatori in arrivo all’aeroporto Ben Gurion non saranno più tenuti a sottoporsi al tampone PCR (molecolare).
  Tuttavia è stato formulato un piano che permette un sistema di test completo o parziale in aeroporto in caso di necessità.
  “Forniamo tutti gli strumenti – ha detto il ministro Nitzan Horowitz – per proteggere la salute pubblica. Dove non c’è la necessità, non imporremo restrizioni”.
  Il Ministro della Sanità ha anche affermato che, a partire da martedì, gli stranieri non dovranno effettuare un test PCR prima del volo per Israele, basterà solo il tampone rapido entro 24 ore dalla partenza.
  “Allo stato attuale – ha affermato Gilad Kariv, presidente della Commissione di Costituzione, diritto e giustizia – si dovrebbe tornare ad una routine completa, focalizzando l’attenzione solo su coloro che sono a rischio”.

(Shalom, 9 maggio 2022)

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Israele: serie di attentati a Gerusalemme e Tekoa

di Nathan Greppi

La sera di domenica 8 maggio Israele è stata colpita da due attacchi terroristici consecutivi a Gerusalemme e nell’insediamento di Tekoa, situato in Cisgiordania pochi chilometri a sud della capitale. Questi sono gli ultimi di una serie di attentati che hanno avuto luogo nel paese nell’ultimo periodo.
  Come riporta il Jerusalem Post, verso sera si sono sentiti degli spari a Tekoa, spingendo i residenti della zona a barricarsi nelle proprie case. I primi comunicati riferivano di un intruso che si era infiltrato di nascosto nell’insediamento, ed era stato eliminato dalle forze di sicurezza locali.
  Stando alle testimonianze di chi si trovava nelle vicinanze, sono quattro i sospettati che hanno cercato di intrufolarsi, ma dopo che uno di loro è stato colpito mortalmente gli altri tre sono scappati; l’agente che ha sparato era stato avvertito dal figlio verso le 20:30, che ha visto gli intrusi cercare di arrampicarsi sulla recinzione del loro cortile. Stando agli ultimi aggiornamenti, l’esercito sta setacciando l’area per scovarli. Inoltre, è emerso che l’intruso ucciso aveva con sé un coltello.
  Poco prima dell’incidente di Tekoa, la polizia israeliana ha dichiarato che c’è stato un accoltellamento al Damascus Gate di Gerusalemme. Un assalitore avrebbe pugnalato un agente della polizia di frontiera, dopo che questi si è avvicinato con i suoi colleghi al colpevole perché insospettiti. Gli agenti hanno subito sparato all’attentatore, e subito dopo hanno prestato aiuto a quello ferito; questi, all’inizio in condizioni critiche, dopo un primo soccorso è stato ricoverato all’ospedale Hadassah Har Hatzofim.
  Ogni giorno sono circa 150.000 i palestinesi che dalla Cisgiordania si recano legalmente in Israele per lavorare o per altri motivi, ma a questi secondo le stime se ne aggiungono circa 30.000 che invece attraversano il confine di nascosto, principalmente per lavorare in nero. Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto che, per quanto abbiano dislocato migliaia di soldati lungo il confine con i territori palestinesi, non ne hanno abbastanza per sorvegliarlo tutto, e pertanto c’è sempre il rischio che sconfinino nel paese dei potenziali terroristi.
  Stando ai dati resi pubblici dallo Shin Bet, il numero di attentati terroristici in Israele è salito da 190 che erano a marzo ai 268 di aprile; di questi, 217 sono avvenuti in Cisgiordania, 42 in Israele e 9 riguardavano razzi sparati dalla Striscia di Gaza. Tutti quelli avvenuti da marzo finora hanno fatto 19 vittime tra gli israeliani, oltre a decine di feriti.

(Bet Magazine Mosaico, 9 maggio 2022)

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Netflix nell'offensiva del fascino israeliano

Netflix ha condotto un'offensiva di charme israeliana alla fine del mese scorso, con il vicepresidente EMEA, capo della serie originale, Larry Tanz, che ha trascorso cinque giorni nella nazione parlando con talenti, dirigenti e finanziatori chiave in quello che sta diventando un campo di battaglia normativo.
  Accanto a una delegazione composta da Anna Nagler, direttrice di Local Language Originals, Central and Eastern Europe, Deadline sa che Tanz, che ha sede nell'ufficio di Netflix nei Paesi Bassi, è stato in Israele dal 28 aprile al 3 maggio.
  La visita si è concentrata principalmente sul lavoro di Netflix a sostegno dei giovani talenti israeliani, ma ha caratterizzato alcune conversazioni difficili sulla regolamentazione e le potenziali quote di streamer, che Deadline ha rivelato il mese scorso è un argomento caldo in Israele.

(OM Mercato, 9 maggio 2022)

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Gemellaggio gastronomico tra Italia e Israele

di Bruno Russo

Conoscere e condividere radici e tradizioni culinarie e coltivare la speranza per un mondo migliore, di dialogo, di pace: questi temi alla base della manifestazione enogastronomica organizzata dall’Associazione Apuana Italia-Israele che si è tenuta nei pomeriggi del 28, 29 e  30 Aprile a Villa della Rinchiostra.
  L’evento, un vero e proprio gemellaggio enogastronomico Italia-Israele con degustazioni, cooking show e convegni, è patrocinato dal Comune, dalla Provincia e dalla Camera di Commercio con la collaborazione dell’Ambasciata d’Israele in Italia di cui l’Ambasciatore Dror Eydar, dell’azienda Evam con l’acqua Fonteviva, dell’alberghiero Minuto e del liceo musicale Palma, di Coldiretti con le aziende e i produttori di Campagna Amica, dell’Associazione italiana Sommelier, delle aziende Vere Emozioni Delle Nostre Terre e Rinaldi Superforni.
  La tre giorni è stata presentata in conferenza stampa a palazzo civico dal sindaco Francesco Persiani con l’assessore alla Cultura Nadia Marnica insieme ad Adelino Frulletti presidente dell’Associazione apuana Italia-Israele, Lorenzo Porzano per Evam, a rappresentanti di Coldiretti, dell’associazione Sommelier e del giornalista-scrittore  Alberto Sacchetti.
  Nello scenario di Villa Rinchiostra l’evento che parte dal cibo, dai prodotti e dai piatti tradizionali dei due paesi per riflettere su storia e tradizioni comuni vuole essere un’occasione di confronto e conoscenza, di condivisione di tradizioni e culture ma anche di saperi e di saper fare, di metodi di coltivazione ed innovazione tecnologica, un’iniziativa culturale e di amicizia tra i territori apuani e quelli dello stato d’Israele, un gemellaggio enogastronomico che può diventare commerciale e gettare le basi verso un possibile futuro gemellaggio tra Massa e una città israeliana.
  Cibi e i vini tradizionali d’Israele si uniranno alle tipicità apuane, ai vini delle colline del Candia.
  Gli esperti dell’associazione Italiana Sommelier hanno proposto  degustazioni di prestigiosi vini, mentre gli agricoltori di Campagna Amica hanno animato  il parco e chef israeliani e della riviera ligure, apuana e versiliese si confronteranno sul tradizionale cibo Kosher.
  Da non perdere lo show cooking dello chef Federico Benedetto, giovedì 28 alle 18.30, con una pasta a base di farina e ceci . Venerdì 29 è stata la volta dello chef Shai e sabato 30 dello chef Tze’ela Rubinstain.
  Ogni giornata si aprirà alle 15.30, poi  spazio a dibattiti e presentazione di libri: Rolando Paganini, chef lunigianese, parlerà dei prodotti tipici lunigianesi (28 aprile, ore 17.30), Emanuele Bertocchi del “Miracolo dei prodotti Tipici storia e futuro” (29 aprile, ore 17.30) e Nicola Iacopetti presenterà il suo nuovo libro “Uomini di Pietra” (30 aprile, ore 17.30).
  Venerdì 29 alle 16 è in programma una tavola rotonda sulle prospettive di un’offerta per nuova clientela con protagonisti gli chef intervistati dal giornalista e scrittore apuano Alberto Sacchetti: Francesco d’Agostino (La Martinatica, Pietrasanta), chef Gianni D’Amato (Miranda Tellaro), chef Roberto Antonioli (Da Riccà, Marina di Massa), Simona Fochi (Acino Nero, Marina di Massa), Di Giovanni Jr. (Gilda, Forte dei Marmi), chef Tze’ela Rubinstein (Cooking in Tuscany), chef Shai Levari (Personal Chef in Israele).
  Oltre ai prodotti a De.CO (denominazione comunale d’origine)  “madrina” della manifestazione è stata  l’Acqua Fonteviva.
  Sono stati  inoltre proiettati  filmati sulle storie dei viticoltori del Candia doc e sui paesaggi israeliani ed apuani per illustrare le tante e opportunità di sviluppo turistico e commerciale tra i due paesi.
  Al termine della kermesse enogastronomica sono stati  consegnati attestati di gemellaggio agli chef israeliani e italiani ed un premio speciale ad una bottega storica della città.

(il denaro.ir, 9 maggio 2022)

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Kiev combatte per conto della Nato

L'arroganza con cui il segretario generale Stoltenberg, senza averne la competenza, ha stroncato le aperture di Zelensky fa cadere l'ultimo velo di ipocrisia. Per fermare questa follia bisogna smettere di spedire armi. Draghi domani avrà il coraggio di dirlo a Biden? 

Anche Bergoglio, pur criticando la brutalità di Putin, ha stigmatizzato «l'abbaiare» dell'Alleanza alle porte della Russia Mattarella impose il silenzio sui jet italiani fatti decollare per bombardare Belqrado. Difficile che oggi la sua linea sia diversa

di Maurizio Belpietro 

Qualche sera fa, durante la puntata di Dritto e rovescio, mi è capitato di confrontarmi con Edward Luttwak, un americano a Roma che da anni si spaccia da esperto non so bene di che cosa. I giornalisti lo interpellano come un oracolo per sentire le sue analisi di geopolitica, e su Rete 4 era stato chiamato a commentare la guerra in Ucraina. Ho ascoltato le sue tesi poi, arrivato il mio turno, ho detto ciò che pensavo, precisando che la pace sarebbe arrivata solo quando fossero stati costretti a sedersi al tavolo delle trattative sia Russia che Stati Uniti, perché questo è un conflitto tra Putin e Biden, che ha per coprotagonisti e, purtroppo, vittime gli ucraini. Non lo avessi mai detto: Luttwak ha cominciato ad agitarsi quasi avessi pronunciato una bestialità. 
  Ora si dà il caso che in quelle stesse ore il New York Times, non la gazzetta di Mosca, avesse appena rivelato come l'intelligence americana avesse guidato la mano delle truppe ucraine che hanno fatto fuori 12 generali russi, a dimostrazione che gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti nel conflitto. Infatti le rivelazioni hanno fatto sussultare la Casa Bianca, che ha definito irresponsabili gli autori dello scoop giornalistico. In effetti, rivelare che è il Pentagono a guidare i razzi significa sollevare il sottile velo di ipocrisia che copre le parti impegnate nel conflitto, dimostrando che gli Usa sono direttamente coinvolti nella guerra, anche se mandano a morire gli ucraini.
  Mentre Luttwak si agitava, da Washington arrivava un'ulteriore conferma. Il missile che ha affondato l'incrociatore Moska, ossia l'ammiraglia russa, è stato indirizzato dagli americani, i quali hanno fornito le coordinate per colpirlo. Sempre gli Stati Uniti hanno aiutato gli ucraini a individuare mezzi corazzati e obiettivi strategici, e anche questo è stato rivelato dalla stampa internazionale. 
  Del resto in quella stessa puntata di Dritto e rovescio, Angelo Macchiavello, inviato a Kiev del programma, confermava che nel suo albergo c’erano americani e inglesi e non parlava certo di colleghi della stampa o della tv. E Jeffrey Saehs, economista della Columbia University che conosce i Paesi dell'Est per avervi lavorato ai tempi della sua collaborazione con il World Economie Forum, la scorsa settimana, in un'intervista, aveva rivelato che prima dell'invasione russa il ministero della Difesa ucraino «pullulava» di americani e non si trattava ovviamente di turisti in vacanza, ma di militari assegnati a operazioni di addestramento. Insomma, i segnali di un diretto coinvolgimento degli Stati Uniti in questa guerra non sono una mia opinione, ma un dato di fatto e si moltiplicano ogni giorno. Papa Francesco, nella sua intervista al Corriere, pur criticando la brutalità di Putin ha detto che forse «l'abbaiare della Nato alla porta della Russia» ha indotto il capo del Cremlino a reagire male. «Un'ira che non so dire se sia stata provocata, ma facilitata forse sì». E se ci fosse bisogno di conferma, l'altro ieri, mentre Volodymyr Zelensky si diceva disponibile al dialogo e anche a rinunciare alla restituzione della Crimea occupata dai russi nel 2014, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, cioè un politico di terza fila che gli americani hanno messo a guida dell'Alleanza atlantica per comandarlo a bacchetta, spegneva gli entusiasmi, precisando che «i membri della Nato non accetteranno mai l'annessione illegale della Crimea». Tradotto: gli ucraini devono continuare a combattere - e a morire - per conto nostro, per questo gli forniamo le armi. 
  Per Enrico Letta parlare di guerra per procura e ignominioso. Ma la vera ignominia è quella di un partito che dopo averci bombardato per anni con la pace, oggi di fronte alle stragi di civili si scopre guerrafondaio ma con la pelle degli altri. Siamo circondati da una classe politica e giornalistica di artiglieri da salotto, di eroi ma per interposta persona, pronti ad assecondare una guerra per compiacere i propri referenti internazionali. Mi dispiace per Luttwak e per i comitati per cui lavora, ma questo è un confronto armato a distanza fra Russia e 
  Stati Uniti e tutti gli altri, Europa e ucraini compresi, sono vittime e coprotagonisti. Ovvero pagano il conto, in termini di vite umane e bilanci. Dunque, se si vuole fermare la guerra non resta che una soluzione: rinunciare all'invio dei cannoni per costringere le due superpotenze a trattare. 
  Domani Mario Draghi sarà a Washington e questo dovrebbe dire. Purtroppo temo che non dirà nulla di tutto ciò, adeguandosi alle direttive di Sergio Mattarella, colui che 2,3 anni fa impose il silenzio sugli aerei italiani inviati a bombardare Belgrado e che anche ora, invece di invitare il Parlamento a discutere della Costituzione violata, approva il bavaglio

(La Verità, 9 maggio 2022)

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Arrestati i due palestinesi accusati dell’attentato a Elad

Le Idf hanno trasferito i due palestinesi presso lo Shin Bet, in attesa di ulteriori indagini

La polizia israeliana ha arrestato due palestinesi sospettati di aver compiuto l’attentato avvenuto lo scorso 5 maggio nella città israeliana di Elad, circa 15 chilometri a est di Tel Aviv, che ha causato la morte di tre persone e il ferimento di altre tre. Lo ha reso noto una dichiarazione congiunta della polizia israeliana, del servizio di sicurezza interno (Shin Bet) e dell’esercito.
  “I due terroristi che hanno ucciso tre civili israeliani nell’attacco mortale nella città di Elad sono stati catturati”, riferisce la nota, senza fornire ulteriori dettagli. I due palestinesi arrestati sarebbero As’sad al Rafai e Emad Subhi Abu Shqeir, rispettivamente di 19 e 20 anni e originari di Rumana, vicino a Jenin, in Cisgiordania L’operazione è stata condotta dalle Forze di difesa israeliane (Idf) in una zona boschiva nei pressi di Elad. Le Idf hanno trasferito i due palestinesi presso lo Shin Bet, in attesa di ulteriori indagini.

(Nova News, 8 maggio 2022)

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Libano - Guaschino (Unifil): “Qui per garantire lo stop alle ostilità con Israele”

Lo ha spiegato alla Dire il Colonnello, comandante di Italbatt

di Silvia Mari

AL MANSOURI – “Noi siamo qui per garantire la cessazione delle ostilità tra Libano e Israele e supportare le forze armate libanesi, ma non per addestrarle: ci addestriamo e operiamo congiuntamente. Nessuno sforzo in più ci è stato chiesto per le elezioni, le forze armate libanesi sono autonome nella gestione di questo momento”. Lo ha spiegato alla Dire il Colonnello Claudio Guaschino, comandante di Italbatt e in Patria del Reggimento Lagunari Serenissima nella base UNIFIL 1-26 che protesa lungo la costa, immersa in un forte vento, si affaccia sul mare azzurro. Numerose le attività operative illustrate ai giornalisti italiani in visita al contingente italiano dai militari del Reggimento Lagunari ‘Serenissima’ a guida di Italbatt da cui dipende anche un gruppo squadroni del Reggimento ‘Genova Cavalleria.

(Dire, 8 maggio 2022)

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Tra hi-tech e Tikkun Olam: il contributo degli olim nella Start-Up Nation

di Luca Spizzichino

Moovit, Waze, Wix, sono alcune delle più grandi aziende hi-tech israeliane che hanno rivoluzionato la Start-up Nation e l’hanno resa famosa in tutto il mondo. Ma questo ecosistema è composto anche da centinaia aziende più piccole e modeste, che cambiano Israele e il mondo. Ed è naturale che nel processo di formazione e crescita di queste società, gli olim che vengono in Israele rivendichino la propria fetta in questo ecosistema. E alcuni di questi hanno constatato come il principio del Tikkun Olam (ovvero quello di migliorare il mondo) e l'innovazione possano viaggiare sullo stesso binario.
  Ecco alcune di queste aziende hi-tech Made in Israel che stanno migliorando il mondo: CauseMatch, fondata da Joseph Bornstein, "aiuta le organizzazioni non profit a pianificare, creare ed eseguire campagne di crowdfunding intelligenti basate sui dati". Infatti una delle cose più difficili per le non profit è proprio la raccolta fondi.
  “Chi fonda queste società senza scopo di lucro infatti lo fa per idealismo e passione. - spiega il Founder & CEO di CauseMatch - Vogliono aiutare il mondo e le persone, ma la raccolta fondi non è la loro competenza". Attraverso la piattaforma peer-to-peer di CauseMatch, le organizzazioni hanno visto le loro raccolte fondi crescere di sei volte, guadagnando milioni di dollari.
  Tra le organizzazioni che hanno usufruito del contributo della società di Bornstein, c’è anche United Hatzalah, che è attiva anche nel conflitto in Ucraina. "Stiamo aiutando Israele a costruire una società più filantropica" ha affermato il creatore di CauseMatch.
  Un’altra azienda che è attiva nell’assumere sempre più olim chadashim è Galooli, un'azienda hi-tech che aiuta le strutture a monitorare e gestire in remoto le loro emissioni di carburante e carbonio. Tra i dipendenti c’è anche Yair Rudick, ragazzo proveniente dagli States che dopo aver fatto il servizio militare ed essersi laureato, è stato assunto da Galooli.
  Secondo Rudick il motivo dell'attuale boom dell'hi-tech, in particolare nel regno della tecnologia sostenibile è dovuto a Israele stesso, dove “tutti vogliono fare le cose a modo loro. Ognuno vuole essere il proprio CEO", ha spiegato. “In termini di sostenibilità, le giovani generazioni desiderano avere un impatto e per il sionista moderno, che è anche un imprenditore, non è sufficiente avere una grande idea, ma anche rendere il mondo migliore”.
  Tra chi ha deciso di fare l’alyah per cambiare la sua vita e migliorare il mondo c’è anche Sara Halevi, Direttore Marketing di MyPwr, un'app che fornisce formazione e guida dedicata alle tecniche di autodifesa, in modo che le potenziali vittime sappiano riconoscere le minacce quando le vedono e rispondere di conseguenza. “Conosciamo tutti Israele come un hub hi-tech, ma non siamo davvero abituati a pensare a noi come un hub di autodifesa, ma Israele lo è” ha detto.
  Secondo Start-up Nation Central, nel 2021 le aziende tecnologiche israeliane hanno raccolto 25,4 miliardi di dollari, con un aumento del 136% rispetto al 2020, dimostrando che Israele continua ad essere uno dei più importanti centri di innovazione.

(Shalom, 8 maggio 2022)

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De Benedetti: “L’Ue non ha interesse a seguire Biden nella guerra a Putin. Non è una crociata, la democrazia non si esporta con le armi”

In un'intervista al Corriere l'imprenditore esprime considerazioni nette e pragmatiche, che riflettono un pensiero diffuso ma con poca cittadinanza sui grandi giornali. "Una guerra che si sovrappone a una recessione molto severa è assurda, senza senso. Le conseguenze sarebbero catastrofiche" e la "priorità assoluta" dev'essere fermarla, esordisce. "Gli interessi degli Usa e del Regno Unito da una parte, e dell'Europa e dell'Italia dall'altra, divergono assolutamente".

“Oggi noi europei non abbiamo alcun interesse a fare la guerra a Putin”. “Gli interessi degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito da una parte, e dell’Europa e in particolare dell’Italia dall’altra, divergono assolutamente“. “Dobbiamo essere grati alla Nato per il ruolo svolto durante la guerra fredda, ma ora non ha più senso”. Non sono frasi tratte da un manifesto pacifista, ma dall’intervista al Corriere di Carlo De Benedetti, uno dei maggiori imprenditori italiani, già proprietario del Gruppo Espresso e padre nobile del Partito democratico. Alle domande di Aldo Cazzullo sul conflitto russo-ucraino l’ingegnere risponde con considerazioni nette e pragmatiche, che riflettono un pensiero diffuso ma con poca cittadinanza sui grandi giornali. “Una guerra che si sovrappone a una recessione molto severa, come quella cui stiamo andando incontro, è assurda, senza senso. Le conseguenze sarebbero catastrofiche” e la “priorità assoluta” dev’essere fermarla, esordisce. E al giornalista che gli ricorda le responsabilità del presidente russo risponde: “Non giustifico Putin, lo detesto. È un criminale e un ladro, che con altri trenta ladri ha rubato la Russia ai russi. Ma oggi noi europei non abbiamo alcun interesse a fargli la guerra. Sono e sarò eternamente grato agli angloamericani per averci liberati dal nazifascismo”, aggiunge, ma “se Biden vuol fare la guerra alla Russia tramite l’Ucraina, è affar suo. Noi non possiamo e non dobbiamo seguirlo“.
  De Benedetti ha le idee chiare anche sul rifornimento di armi a Kiev: “Biden ha fatto approvare al Congresso un pacchetto di aiuti da 33 miliardi di dollari, di cui 20 in armi: una cifra enorme, per un Paese come l’Ucraina. Questo significa che gli Stati Uniti si preparano a una guerra lunga, anche di un anno. Per noi sarebbe un disastro“, avverte. “I russi stanno commettendo atrocità contro la popolazione civile”, gli ricorda Cazzullo. “E lei crede che le armi servano a fermare queste atrocità? No: l’unico modo per fermare le atrocità è trovare una soluzione negoziale“, ribatte l’ingegnere. Alla domanda – conseguente – se anche lui sia entrato nella schiera dei critici della Nato, l’ex editore di Repubblica ricorda che l’alleanza militare atlantica “è sorta in un contesto completamente diverso” da quello di oggi: “Non esisteva l’Unione europea, non era sulla scena la Cina. Dobbiamo essere grati alla Nato per il ruolo svolto durante la guerra fredda, ma ora non ha più senso”. L’Europa – ricorda – “ha un interesse comune: fermare la guerra, anziché alimentarla. Se gli Usa vogliono usare l’Ucraina per far cadere Putin, che lo facciano. Cosa c’entriamo noi?. Non siamo più al tempo delle crociate, non siamo qui per combattere il Male, ammesso che si tratti del Male e il nostro sia il Bene”. “Della nostra cultura fanno parte anche la democrazia e la difesa dei diritti umani”, nota Cazzullo. “Ma davvero pensiamo di poter esportare la democrazia con le armi?”, ribatte Cdb. “Gli americani ci hanno già provato. Ebbene: non funziona. La democrazia si esporta con il successo sociale ed economico delle società organizzate democraticamente. Non con le armi“.

(il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2022)
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La realtà è che gli Usa non vogliono esportare la democrazia, ma estendere e consolidare il loro dominio finanziario nel mondo, con tutti i vantaggi che questo implica. Quello che gli Usa vogliono è abbattere a tutti i costi l'ostacolo russo. Sono anni che ci stanno lavorando, e l'Ucraina è stata scelta da tempo come punto di attacco. Nessuno può avere in mano tutti gli elementi necessari per accettare senza ombra di dubbio una tesi o l'altra su questa guerra, ma ciascuno può farsi una ragionevole idea sull'attendibilità delle informazioni che si diffondono in merito. Come sull'argomento Covid, anche sull'argomento guerra i media filogovernativi fanno della menzogna un uso scientifico, che proprio per questo funziona così bene sui grandi numeri. Gli Usa vogliono la guerra contro la Russia senza se e senza ma, costi quello che costi... ma che costi soprattutto agli altri. I quali però, naturalmente, potrebbero anche accorgersene e non essere tutti disposti ad accondiscendere. E' a questo punto che entra in gioco la scienza. La scienza dell'informazione. Che dati gli obiettivi non può che essere scienza della manipolazione della menzogna. In effetti i risultati che sta ottenendo sono notevoli. Guai a chi osa mettere in dubbio la narrazione di regime: non bisogna discutere sugli argomenti, ma colpire, denigrare, insultare, minacciare chi eleva dubbi. Così si fa, quando si vogliono ottenere risultati scientificamente apprezzabili.
Di seguito la presentazione di un libro appena uscito che può offrire contributi alla discussione sul tema. M.C.

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Ucraina. Dal Donbass a Maidan - Cronache di una guerra annunciata

DALLA QUARTA PAGINA DI COPERTINA
Quando entrano in gioco gli eserciti, la ragione e la realtà spariscono all'orizzonte. L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia ha prodotto un unicum storico. Mai come in questa occasione la verità è stata sostituita da un immaginario costruito dalla propaganda. Non era mai accaduto che l'intera opinione pubblica europea e occidentale identificasse così chiaramente un unico nemico, trasformandolo in mostro.
  Questo libro ha l'ambizione di ristabilire un po' di verità, a volte ribaltando completamente il senso comune della conoscenza, altre volte aggiungendo particolari decisivi per la corretta valutazione dei fatti ignorati colpevolmente dal mondo dell'informazione.
  Russi e ucraini sono due popoli nemici o rivali? A Kiev c'è un governo realmente democratico come ci viene raccontato, oppure l'Ucraina è un Paese nel quale i diritti sono stati sospesi? Nel 2014 ci fu una rivoluzione di popolo, oppure un colpo di Stato neonazista? Qual è il ruolo degli Stati Uniti? È anche una questione di denaro o solo di potere?
  "Ucraina dal Donbass a Maidan" risponderà a queste e a molte altre domande. La verità ha un prezzo. lo sono disposto a pagarlo. E voi?

ALCUNI ESTRATTI

• Le agenzie di comunicazione
  Oggi popoliamo un mondo in cui si vive per procura, un mondo in cui si utilizzano avatar per connettersi con l'esterno e per ricevere input dall'esterno: input che formano la nostra coscienza, il nostro modo di essere, che costituiscono l'architrave delle nostre decisioni quotidiane.
  Quando si vive per procura, attraverso il mondo etereo di internet, è facile costruire una realtà alternativa, immaginaria, anche se forte politicamente.
  A questo servono le agenzie di comunicazione. Formulano l'immaginario che si trasforma in realtà per gran parte della popolazione.
  Il loro compito è creare l'informazione, modificare il giudizio dell'opinione pubblica su qualcuno o qualcosa, promuovere guerre, permettere alle grandi multinazionali di poter inquinare o sfruttare le risorse di un Paese conquistando il favore della gente. Probabilmente, senza agenzie di comunicazione non ci sarebbe stata la prima guerra del Golfo, le guerre jugoslave avrebbero preso un'altra piega, molte delle rivoluzioni non avrebbero avuto successo, diversi dittatori avrebbero smesso di governare, le multinazionali e le grandi banche avrebbero meno potere.
  La britannica Burson-Marsteller è una" di queste agenzie di comunicazione" o anche solo "una di queste". Dal 2004 ha come cliente il governo di Kiev. In Ucraina, però, l'azienda londinese non appariva direttamente, bensì attraverso un sedicente Centro europeo per l'Ucraina moderna (Ceum), guidato da una certa Alina Frolova, che rilasciava nel 2012 la seguente dichiarazione: «Il nostro scopo è quello di scatenare una guerra dell'informazione contro la Russia e i russi d'Ucraina. Loro sono nostri nemici e dobbiamo annichilirli». [...]
  Il cuore delle operazioni del centro era affidato a una squadra dal nome suggestivo: "Ufficio delle notizie false". Il suo mandato lo spiegò, in un documento interno del Centro, la stessa Frolova: «Affidarci al vero racconto della realtà è perdente in partenza. Dobbiamo creare, inventare, ingigantire, dobbiamo piegare la realtà alle nostre esigenze e al nostro unico obiettivo: mettere all'angolo la Russia e i russi».

• Giornalisti comprati
  Rottenburg am Neckar è una cittadina di quarantamila abitanti situata a cinquanta chilometri a sud di Stoccarda, in Germania.
  Settembre 2014. Negli uffici della casa editrice Kopp Verlag la tensione si tagliava col coltello. Stavano per pubblicare il libro di un celebre giornalista della più prestigiosa testata tedesca: la "Frankfurter Allgemeine Zeitung", chiamata più familiarmente Faz. Udo Ulfkotte era stato inviato di guerra e poi era diventato caporedattore di politica estera.
  Non era questo, però, il motivo di tanta agitazione. Il titolo del volume era "Giornalisti comprati". Il reporter rivelava di essere stato per diciassette anni al soldo della Cia. Non solo. «Sono centinaia i giornalisti di tutti i Paesi europei che lavorano per i propri servizi segreti o per quelli statunitensi. Il loro compito è quello di obbedire e favorire la Casa Bianca. Sanno benissimo che potrebbero facilmente perdere il loro lavoro nei media se non rispettassero l'agenda pro-occidentale», scriveva Ulfkotte. «I media tedeschi e americani stanno cercando di portare la guerra in Europa e di portarla in Russia. Siamo a un punto di non ritorno e io voglio alzare la voce e dire che non è giusto quello che ho fatto in passato, ho manipolato le persone e ho fatto propaganda contro la Russia. Sono stato corrotto da miliardari e dagli americani per non riferire la verità. Io mi sento manipolato, non mi hanno permesso di dire quello che sapevo».
  «Noi abbiamo un'informazione puramente americana, siamo di fatto una loro colonia. Tutti i giornalisti che scrivono per i media occidentali sono di fatto membri di questa organizzazione transatlantica. I giornalisti vengono spesso avvicinati di nascosto. Niente soldi. Usufruiscono di compensi sotto forma di regali, di viaggi gratuiti, opportunità di entrare in una rete di relazioni precostituite dalle varie agenzie di spionaggio, funzionali alla propria carriera e lavoro. Loro ti invitano a vedere gli Usa, pagano tutto, ti riempiono di benefit, ti corrompono. Sei invitato a intervistare politici americani, ti accosti sempre di più ai circoli del potere. E allora tu vuoi rimanere all'interno di questo cerchio dell'élite, quindi scrivi per far loro piacere. Tutti vogliono essere un giornalista di notorietà che ha accesso esclusivo a politici famosi. Molto più importante del denaro e dei doni, è il fatto che ti viene offerto supporto se scrivi pezzi che sono filoamericani o filo Nato. Se non lo fai, la tua carriera non andrà da nessuna parte, ti ritroverai assegnato a sederti in un ufficio e ordinare le lettere all'editore. Sono contatti non ufficiali, collaborazioni non ufficiali, ti dicono che sono "amici", sono scambi di favori continui e il tuo cervello viene lavato. Ho molti contatti con i giornalisti britannici e francesi: hanno tutti fatto lo stesso percorso», aggiunse il giornalista.
  In una delle interviste di lancio al libro, Ulfkotte disse che il golpe da poco avvenuto in Ucraina e, più in generale, tutta la questione ucraina erano al centro delle pressioni da parte di Washington nei confronti dei giornalisti europei: «Il diktat che arriva da oltre oceano è di sparare ad alzo zero sulla Russia, sempre e comunque. L'Ucraina è il tema su cui si scatena di più la pressione degli Usa sui nostri media. Dagli Stati Uniti pretendono, e ottengono, che l'Ucraina venga dipinta come un paradiso democratico minacciato dall'autocrate russo Putin. E tutti obbediscono senza fiatare, come sempre».

(Notizie su Israele, 8 maggio 2022)

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Oggi, se udite la sua voce...

di Marcello Cicchese

VANGELO DI LUCA

Capitolo 10

  1. Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ospitò in casa sua.
  2. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola.
  3. Ma Marta, tutta presa da molte faccende, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».
  4. Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una cosa sola è necessaria.
  5. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».

Capitolo 11

  1. Mentre egli diceva queste cose, dalla folla una donna alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!» Ma egli disse:
  2. Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica!»

In questi due brani ci sono tre donne: due parlano, una tace. Le due donne parlanti hanno qualcosa in comune: hanno certamente un'opinione molto buona di Gesù e desiderano dargli onore: la prima con le mani, la seconda con la bocca. La donna in casa è attiva, la donna tra la folla è entusiasta. La prima serve, la seconda giubila. Gesù però non dà soddisfazione a nessuna delle due. L'unica persona a cui Gesù rivolge la sua attenzione è l'altra delle tre: quella che tace. E ascolta. Ascolta Gesù. Ed è proprio questo che gratifica Gesù sulla terra: trovare qualcuno che davvero lo ascolta.
  "Ascolta Israele", ripete Dio al suo popolo da Mosè in poi, ma per Israele, come per tutti gli uomini, la vera difficoltà è riconoscere e accogliere la voce di Dio nel preciso momento in cui si fa sentire. Marta ha accolto Gesù "in casa sua"; l'ha inserito nella sua agenda, in cui forse stava scritto che il pranzo per l'ospite doveva essere pronto a una data ora. La donna tra la folla ha accolto Gesù nel suo mondo di pensiero: uno come Lui era proprio il modello di uomo che aveva sempre avuto nella sua mente. E ne era affascinata.
  Usando un linguaggio evangelico di uso corrente, si potrebbe dire che le due donne parlanti volevano "portare Gesù nella loro vita". Ma hanno trovato resistenza in Gesù. Maria invece ha cercato di "portare la sua vita in quella di Gesù". E sembra proprio che ci sia pienamente riuscita. Gesù stesso l'attesta: "Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta". La parola di Gesù, ascoltata attentamente ai suoi piedi, nell'atteggiamento del discepolo che vuole imparare, è la parte buona ricevuta in dono.
  Imparare, ma imparare che cosa? Maria impara a mettere i suoi pensieri in sintonia con quelli di Gesù, e questo può avvenire soltanto ascoltando la sua parola. Non è riportato quello che Gesù stava dicendo a Maria: questo significa che non si vuol mettere l'accento sull'argomento trattato, ma su Colui che parla. E, come aggiunta importante, su colei che ascolta.
  Il linguaggio di Gesù è anche in questo caso spigoloso, tagliente. Tra le molte cose che fa Marta, Gesù non ne nomina neppure una. Non saranno state mica tutte cattive le cose che faceva Marta! Ma fra tutte le cose che Gesù vede fare  dalle due sorelle, una sola viene indicata: quella che fa Maria.
  E' difficile per i predicatori commentare questo racconto (unico) dei Vangeli. Non si sa come attualizzarlo. E chi scrive si trova nello stesso imbarazzo. Tuttavia bisogna provarci. Si può cominciare per esclusione.
  E' da escludere la contrapposizione tra modelli statici di comportamento, come la distinzione, fatta da una certa tradizione cristiana, tra attivi e contemplativi. I seguaci di Marta sarebbero i laici cristiani che si attivano praticamente a fare opere buone in mezzo al mondo; i seguaci di Maria sarebbero i religiosi che si ritirano in zone eremitiche o cenobitiche per riflettere sulla profondità spirituale della rivelazione di Dio.
  Sono da escludere anche applicazioni morali cerchiobottiste del tipo "Non si pensi che il Signore approvi la nostra pigrizia, perché bisogna anche darsi da fare"; o "Non si pensi che il Signore approvi ogni forma di attivismo, perché bisogna anche trovare il tempo per leggere la Bibbia", e raccomandazioni simili. Potranno essere adatte alla situazione in cui si trovano in quel momento gli uditori, ma non c'entrano col testo.
  La chiave interpretativa potrebbe trovarsi invece in questa parola biblica: "Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori".

Come sempre, essendo una parola che viene da Dio, è stata diretta la prima volta a Israele. Salmo 95:

  1. Poich’egli è il nostro Dio, e noi siamo il popolo di cui ha cura, e il gregge che la sua mano conduce.
  2. Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come a Meribà, come nel giorno di Massa nel deserto,
  3. quando i vostri padri mi tentarono, mi misero alla prova sebbene avessero visto le mie opere.
  4. Quarant’anni ebbi in disgusto quella generazione, e dissi: «É un popolo dal cuore traviato; essi non conoscono le mie vie».
  5. Perciò giurai nella mia ira: «Non entreranno nel mio riposo!»

Questo testo viene ripetuto quasi uguale nella lettera agli Ebrei, capitolo 3:

  1. Perciò, come dice lo Spirito Santo: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori
  2. come nel giorno della ribellione, come nel giorno della tentazione nel deserto,
  3. dove i vostri padri mi tentarono mettendomi alla prova, pur avendo visto le mie opere per quarant’anni!
  4. Perciò mi disgustai di quella generazione, e dissi: “Sono sempre traviati di cuore; non hanno conosciuto le mie vie”;
  5. così giurai nella mia ira: “Non entreranno nel mio riposo!”».

Il testo viene poi ripreso in forma di conclusione nel capitolo 4:

  1. Dio stabilisce di nuovo un giorno "Oggi" dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo, come si è detto prima: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori
  2. Infatti, se Giosuè avesse dato loro il riposo, Dio non parlerebbe ancora d’un altro giorno.
  3. Rimane dunque un riposo sabatico per il popolo di Dio;
  4. infatti chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle opere proprie, come Dio si riposò dalle sue.

E' nota quale fu la prima volta che gli uomini udirono la voce di Dio:

    "Poi udirono la voce dell'Eterno Dio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell'Eterno Dio, fra gli alberi del giardino" (Genesi 3:7).

Con la parola Dio ha creato il mondo e lo sostiene; la Sua parola crea, trasforma, distrugge; ma all'uomo non è dato di udirla quando vuole lui. Dio continua a parlare, ma l'uomo riesce al più ad avvertire dei suoni che non sa intendere. E che spesso fraintende. Ma in precisi momenti Dio decide di rivolgere la Sua parola all'uomo in modo chiaro, con il preciso intento di farsi capire, e quindi poter soccorrere e salvare.
  Prima ancora di esporre in modo esteso la sua parola, spesso Dio manda un segnale per far capire che è proprio Lui che si sta avvicinando. E' stato così con Adamo ed Eva, che prima ancora di ascoltare quello che Dio voleva dire loro, non appena udirono il suono della Sua voce, "indurirono il loro cuore", che in quel caso significò cercare un posto dove andare a nascondersi.
  La cosa si è ripetuta spesso con il popolo Israele. Più volte nella storia Dio ha fatto sentire al popolo la Sua voce in modo abbastanza chiaro da far capire che era proprio Lui a voler parlare, ma prima ancora di comprendere le parole del messaggio, il popolo "si è nascosto" dietro ai cespugli del programma che si era scelto di sua volontà.
  L'ultima volta è accaduto con Gesù.  Gesù è la voce di Dio che si è fatta sentire in modo decisivo ad Israele. I Vangeli non sono stati scritti per esortare gli uomini ad essere un po' più buoni, ma per rispondere ad un'unica, fondamentale domanda: chi è Gesù? E la risposta, qualunque sia quella che si vuol dare, non può che far intervenire il popolo d'Israele. Qual è la sua risposta?
  Quando le due sorelle di Betania ricevettero in casa loro l'ospite di riguardo, la persona di Gesù era molto discussa; girava nell'aria una domanda: è lui? è lui il Messia promesso a Israele? O no. Non era facile allora dare una risposta, ma quello che Gesù aveva fatto e detto fino a quel momento avrebbe dovuto essere sufficiente per far capire, a chi avesse avuto un cuore "onesto e buono" (Luca 8:15), che attraverso la sua persona Dio stava mandando un messaggio al popolo. Anche senza intendere pienamente il contenuto del messaggio,  si poteva capire che era la voce dell'Eterno Dio.
  Maria aveva percepito nelle parole di Gesù il suono della voce di Dio. E se è così, che cosa ci può essere di più urgente che cercare di capire a tutti i costi ogni parola che esce dalle sue labbra? Maria aveva scelto l'unica cosa buona da fare in quel momento. Gesù l'ha detto, e adesso anche noi lo sappiamo.
  Non si sa se Marta non avesse percepito nel parlare di Gesù la voce di Dio, o se, avendolo percepito, avesse cercato di "distrarsi" affaccendandosi in molte cose apparentemente buone per scansare l'unica cosa veramente buona da fare. Propendiamo per la prima ipotesi, e ne diciamo il perché. Potrebbe essere che abbia percepito la voce di Dio in un secondo momento, proprio nelle parole amorevoli di Gesù: "Marta, Marta". Gesù ripete il suo nome, e questo è riportato solo altre due volte nel Nuovo Testamento:

    «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano» (Luca 22:31);
    «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (Atti 9:4).

In tutti i casi sono persone che Gesù ferma nel loro zelo per Dio, e amorevolmente li corregge e li recupera. Anche nel caso di Marta, che negli ultimi giorni della vita di Gesù si muove in piena sintonia con la sorella Maria (Giovanni 11).
  Quanto a noi che leggiamo, sia attivi che contemplativi, ricordiamo che quando il Signore si degna di farci udire in modo chiaro la sua voce, l'unica cosa cosa buona da fare è aprire il nostro cuore e lasciare che la Sua parola vi si depositi stabilmente.

(Notizie su Israele, 8 maggio 2022)

 

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Israele: Hamas chiede ai palestinesi di “tirare fuori asce e pistole”

di Isabella Matta

L’attentato a El’ad, il sesto dal 22 marzo, è avvenuto nel giorno dell’indipendenza di Israele. Con un bilancio provvisorio di tre morti e quattro feriti, questa coincidenza sottolinea crudelmente l’ampio divario tra l’abbagliante progresso diplomatico dello Stato ebraico e la sua insicurezza interna. I due assalitori uccisi con asce e armi automatiche, al grido di ” Dio è grande ! “. La loro caccia continua. Verrebbero dai dintorni di Jenin, in Cisgiordania, bastione del terrorismo, praticato da Hamas come da Fatah. Fatah, il movimento di Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese, ha distribuito dolci per celebrare l’attentato quando Abbas ha condannato” Morti di civili palestinesi e israeliani “.
  El’ad è una città di 50.000 abitanti, per lo più ultraortodossi. Situato a pochi chilometri dalla “barriera di separazione” eretta dalla seconda intifada, 20 anni fa, proprio per scoraggiare gli attacchi, El’ad ha celebrato, come tutto il Paese, lo “Yom Haatsmaut”, il 74° anniversario dell’indipendenza, quando, nella sera dei festeggiamenti, i terroristi sono comparsi ad una rotonda nel distretto scolastico. Pesantemente armati, si sono precipitati sui passanti poi uno è fuggito in macchina, il secondo a piedi, verso la foresta che confina con la città. ” Conoscevano perfettamente il posto perché lavoravano qui Spiega i servizi di sicurezza, che hanno identificato molto rapidamente Asad Al-Rafaani, 19 anni, e Sabhi Abu Shakir, 20. Si sono infiltrati attraverso una scappatoia nella recinzione, un sistema sempre più messo in discussione dall’opinione pubblica.

• “AFFRONTARE I LEADER”
  Che sia all’interno di Israele o nei territori, il terrorismo colpisce incessantemente da diversi mesi. Due giorni prima, un giovane è stato ucciso all’ingresso dell’insediamento di Ariel, la più grande città israeliana della Cisgiordania. ” Non possiamo barricarci ovunque, né isolare i 150.000 palestinesi che ogni giorno vanno a lavorare in Israele, ora dobbiamo attaccare i leader! Storm Raphaël Jerusalmy, ex ufficiale dei servizi di sicurezza e romanziere.
  Colpire i capi? Non appena l’attacco è stato annunciato, Yahya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza, ha continuato a imprecare: Lascia che tutti preparino il loro fucile a casa! E se non ne ha, prepara la sua ascia o il suo coltello! ha lanciato il leader del movimento terroristico. Il giorno prima una delegazione di Hamas, guidata dal suo numero 2, Moussa Abou Marzouk, è stata ricevuta a Mosca da Sergueï Lavrov, ministro degli Esteri russo, per discutere “ Gli attacchi di Israele ai palestinesi “. Sulla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio sono proseguiti gli scontri, alimentati da false ma efficaci voci sulla rottura dello “status quo” da parte dello Stato ebraico.

• IL DILEMMA DELLE AUTORITÀ ISRAELIANE
  Non se ne è mai parlato, come ricordano Yaïr Lapid, ministro degli Affari esteri e Benny Gantz, ministro della Difesa. I luoghi santi musulmani rimangono amministrati dalla Giordania. Gli ebrei, se possono accedere al sito sotto scorta della polizia (ma non tutti i giorni) non hanno il diritto di pregare lì, il che scatena la polemica: ” Questo luogo era una montagna sacra con un santuario attestato dalla storia e il suo nome tradizionale in arabo, Beit al Makdiss, la città del luogo santo, ne è proprio la prova. Eppure è diventato il cuore della negazione dell’Olocausto e della manipolazione politica. dice Yoshua Benelisha, studente di archeologia e soccorritore, che si definisce così un israeliano laico che rispetta la libertà religiosa per tutti “.
  Contrariamente alle speranze di Hamas, quest’anno la tempesta non si è diffusa nelle città miste ebraico-arabe in Israele, come nel 2021. Il leader del Partito arabo israeliano Raam Mansour Abbas, che ha assicurato un budget considerevole per la sua comunità (21% della popolazione ) si è ritirato dalla coalizione di governo ma” senza lasciarla “, Egli ha detto. Tutti i leader della comunità condannano gli attacchi. L’esercito e i servizi di intelligence israeliani, riuniti d’urgenza da Naftali Bennett, si trovano ora di fronte al dilemma evocato da Raphaël Jerusalmy: le popolazioni palestinesi dovrebbero essere isolate indiscriminatamente e ingiustamente o colpire i leader? In altre parole, riprendere gli omicidi mirati che avevano posto fine alla seconda intifada.

(oggiurnal, 7 maggio 2022)

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Israele: funerali di massa per le vittime dell'attentato a Elad

TEL AVIV, 6 mag - Migliaia di persone hanno partecipato oggi ad Elad (popolosa città ortodossa a nord est di Tel Aviv) ai funerali di tre rabbini uccisi ieri a colpi di scure da due attentatori palestinesi originari della Cisgiordania che sono poi riusciti a fuggire.
  Le esequie dei rabbini Boaz Gol, Yonatan Habakuk e Oren Ben Yiftach sono iniziate nel luogo stesso dell'attentato e poi sono proseguite separatamente nel cimitero di Elad ed in quello di Lod, dove viveva una delle vittime. Alla luce della ondata di terrorismo registrata nelle ultime settimane in Israele il rabbino capo sefardita Yitzhak Yosef ha fatto appello ai fedeli a recarsi domani armati in sinagoga, se hanno il porto d'armi.
  Ciò in deroga al severo divieto religioso di portare in strada di sabato alcun oggetto.
  Il rabbino di Elad Shlomo Grossman ha invitato i presenti a meditare sul significato dell'attentato. "L'Onnipotente - ha affermato - ci chiede di svegliarci. Ci ha mandato bassi assassini, che sono una vergogna per la loro stessa Nazione, e ciò perché noi ci rafforziamo nella nostra fede". Un altro rabbino, Mordechai Malca, ha invece polemizzato con il governo di Naftali Bennett, colpevole a suo avviso di essere "debole e confuso". I tre uccisi, tutti sulla quarantina, erano padri di famiglie numerose e hanno lasciato complessivamente 16 orfani.

(ANSAmed, 6 maggio 2022)

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Crisi nel Medio Oriente

Valutazioni dello Scrittore e Direttore delle ricerche di sicurezza presso SETA Prof. Murat Yeşiltaş.

Secondo le previsioni fatte dai paesi mediorientali nella lotta per il potere della nuova guerra fredda, la guerra Russia-Ucraina sta occupando Washington e quindi gli urgenti problemi di sicurezza davanti ai paesi mediorientali non richiamano sufficientemente l’attenzione degli USA.
  Israele e alcuni paesi del Golfo temono che l'amministrazione di Biden possa dare una serie di compromessi a Teheran nei negoziati indiretti in corso con l'Iran a Vienna a causa del prolungamento della guerra Russia-Ucraina.
  Si pensa che se l'Iran accetta di essere soggetto all'accordo nucleare del 2015, Washington ritirerà la sua richiesta di limitare le capacità missilistiche dell'Iran e ignorerà l'influenza e la presenza delle milizie locali di Teheran nella regione. Quindi, la possibilità di rimuovere le Guardie Rivoluzionarie iraniane dalla lista dei terroristi riconosciuti dagli USA in relazione al rinnovo dell'accordo nucleare in discussione a Washington è considerata come un problema di sicurezza difficile da accettare dai paesi trattati.
  I paesi del Golfo, soprattutto negli ultimi anni, sono rimasti delusi per l'atteggiamento degli USA. La politica di orientamento di Washington verso l'Asia rappresenta un declino nell'importanza della regione. Sembra essere stato notato che l'amministrazione Biden non è intervenuta negli attacchi missilistici contro l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) da parte degli Houthi sostenuti dall'Iran in Yemen. Pertanto, i paesi del Golfo hanno avuto la tendenza a diversificare le loro relazioni con molti paesi diversi dagli Stati Uniti e, naturalmente, con grandi potenze come Cina e Russia, al fine di fornire equipaggiamento militare e creare nuove relazioni commerciali.
  Sebbene gli USA non siano soddisfatti di questa politica di diversificazione dei paesi della regione, non hanno ancora adottato un atteggiamento serio per cambiare questa situazione. Tuttavia, inaspettatamente in futuro, l'amministrazione di Washington potrebbe essere coinvolta nel processo di riavvicinamento tra i paesi del Golfo, Israele e del Nord Africa. Washington potrebbe voler trasformare questo ammasso nella regione del Medio Oriente in una carta vincente nella sua grande rivalità di potere. In questo processo, potrebbe emergere un nuovo ambiente per una cooperazione regionale basata su diversi argomenti.
  Attualmente, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Marocco, Bahrain, Iraq e Israele sono tra i paesi che cercano nuove opportunità di cooperazione con vari incontri nella regione del Medio Oriente. Può essere nell'interesse della Turchia impegnarsi in queste iniziative sfaccettate in situazioni compatibili con i propri obiettivi. Se Ankara partecipa a queste molteplici iniziative di cooperazione su diverse questioni, la crescente influenza dell'Iran o delle sue milizie nella regione sarà indirettamente bilanciata quando i negoziati saranno conclusi in futuro. Inoltre, la Turchia agisce con la logica del win-win commerciale nella regione del Golfo. Per questo motivo, l'approfondimento di queste iniziative significa che Ankara stabilisce nuove partnership con i paesi della regione in settori come l'energia e il turismo. Pertanto, se gli Stati Uniti un giorno torneranno al Mediterraneo orientale e alla regione del Medio Oriente con progetti di alleanza con sede a Washington a causa della nuova guerra fredda, la possibilità che la Turchia sia fuori dall'equazione sul campo sarà eliminata attraverso la cooperazione che ha sviluppato con i paesi della regione su diversi temi.
  Nei prossimi giorni, la Turchia potrebbe compiere nuovi passi verso la normalizzazione in Medio Oriente e ciò potrebbe consentire alla Turchia di ottenere un vantaggio significativo durante la crisi ucraina.

(TRT, 7 maggio 2022)

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È tempo di chiamare antisionismo quello che è: estremismo antisemita | Opinione scrittura

Gli incidenti antisemiti nel 2021 sono stati più alti di qualsiasi anno da quando la Lega anti-diffamazione ha iniziato a monitorare queste tendenze quattro decenni fa. Ciò è dovuto a numerosi fattori, ma chiaramente in parte a un'ondata senza precedenti di violenza antisemita esplosa in tutta l'America durante il conflitto tra Israele e Hamas un anno fa. A maggio 2021, ADL ha registrato un aumento di quasi il 150% rispetto allo stesso periodo del 2020.
  Alcuni potrebbero respingere questi incidenti, dicendo che erano solo politici. Ma questi incidenti, inclusi 15 sfacciati assalti, presentavano un vero e proprio più grande successo di retorica antisemita: tutto, dall'affermazione che gli ebrei sono responsabili dell'uccisione di Gesù alle orribili analogie dell'Olocausto.
  Mentre ci sono alcuni che vogliono sostenere l'argomento accademico secondo cui si può essere antisionisti e non antisemiti, questa è una distinzione che non ha alcuna differenza rispetto agli antisemiti. Semplicemente, l'antisionismo è antisemitismo.
  L'antisionismo è un'ideologia radicata nella rabbia, basata sulla convinzione che il popolo ebraico non dovrebbe poter avere uno stato nazionale. È una credenza basata sulla negazione di un altro popolo e dimostra una negazione volontaria anche di una comprensione superficiale della storia.
  Non commettere errori: coloro che inveiscono contro i "sionisti" non intendono gli evangelici cristiani che sostengono il moderno stato di Israele. Significano "ebrei".
  Questo non è un fenomeno nuovo. Sostituire la parola "ebrei" con "sionisti" per rivendicare una presunta altezza morale era una tecnica retorica sperimentata dagli specialisti della disinformazione sovietici che volevano affermare che il loro comunismo li inoculava dall'antisemitismo, che l'antisemitismo sistemico dilagante nell'Unione Sovietica riguardava l'opposizione immaginato l'imperialismo occidentale, e che era radicato nella politica, non nel pregiudizio.

(Oh My Mercato!, 6 maggio 2022)

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Fiume di sangue innocente in Israele. Pronti i vitalizi per i terroristi?

Chi finanzia l’Autorità Palestinese, come l’Europa, è co-responsabile di queste morti perché sa dei vitalizi elargiti ai terroristi, un vero e proprio incitamento ad uccidere, ma non fa nulla.

di Maurizia De Groot Vos

Tre giovani padri che lasciano complessivamente 16 figli orfani, altre due persone che lottano tra la vita e la morte.
  Questo è il bilancio dell’attacco terroristico di ieri nella città di Elad, in Israele. Tre morti e due feriti gravemente da due terroristi palestinesi identificati come Sabhi abu Shakir e As’ad Alrafa’ani, 19 e 20 anni entrambi provenienti da Rumana, un villaggio nei pressi di Jenin.
  Per l’attacco i due macellai hanno usato un’ascia e un coltello e una volta ucciso e ferito si sono dati alla fuga.
  È in corso una enorme caccia all’uomo, ostacolata però dall’aiuto che gli arabi stanno dando ai due terroristi islamici.
  Da diverso tempo è ormai in corso un vero e proprio attacco terroristico contro i civili israeliani da parte di terroristi islamici riconducibili alla fazione palestinese.
  Per questo l’esercito israeliano nelle scorse settimane ha intensificato le proprie azioni preventive in Giudea e Samaria (la cosiddetta “Cisgiordania”) dove sono scoppiati diversi disordini.
  In tutto questo l’Autorità Nazionale Palestinese non fa niente per arginare la serie di attentati che dal 21 marzo fino ad oggi ha portato alla morte di 19 civili israeliani, anzi continua con l’esecrabile politica dei vitalizi ai terroristi che uccidono civili israeliani o alle loro famiglie se i terroristi vengono catturati o uccisi.
  Non meno colpevoli sono quelle istituzioni internazionali che con i loro finanziamenti a fondo perduto elargiti alla Autorità Palestinese senza mai fare domande sul loro impiego, finanziano questo vero e proprio incentivo ad uccidere cittadini israeliani.
  I vitalizi ai terroristi islamici o alle loro famiglie sono una cosa nota, apertamente ammessa anche dal Presidente della Autorità Palestinese, Abu Mazen, eppure nessuno a Bruxelles o nelle altre capitali che finanziano il terrorismo palestinese dice una parola.
  Di fatto il denaro dei contribuenti europei o americani o di qualsiasi paese che finanzia il terrorismo palestinese mascherato da Autorità Nazionale, si rende complice di un incitamento ad uccidere cittadini israeliani ed è responsabile dei fiumi di sangue innocente che macchiano il suolo di Israele.

(Rights Reporter, 6 maggio 2022)

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Putin chiede scusa a Bennett per i commenti di Lavrov su Hitler ebreo

Bennett e Putin
In una telefonata avvenuta giovedì 5 maggio, il presidente russo Vladimir Putin si è scusato con il primo ministro Naftali Bennett per i commenti incendiari fatti dal Ministro degli Esteri russo Lavrov. Lo riporta il Times of Israel.
  I commenti del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov secondo cui Adolf Hitler aveva “sangue ebreo” e il successivo avanti e indietro tra Israele e Russia, hanno segnato la peggiore riacutizzazione tra i paesi da quando la Russia ha invaso l’Ucraina.
  “Il primo ministro ha accettato le scuse del presidente Putin per i commenti di Lavrov e lo ha ringraziato per aver chiarito il punto di vista del presidente sul popolo ebraico e sulla memoria dell’Olocausto”, ha affermato l’ufficio di Bennett.
  Il Cremlino ha detto che Putin ha parlato con Bennett della “memoria storica”, dell’Olocausto e della situazione in Ucraina, senza menzionare le scuse.
  Bennett ha anche chiesto a Putin di “esaminare le opzioni umanitarie” per l’evacuazione della città ucraina di Mariupol. “La richiesta è arrivata a seguito della conversazione di Bennett con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, ieri”, ha detto l’ufficio di Bennett.
  Giovedì Putin ha anche inviato un messaggio al presidente Isaac Herzog per “congratularsi” con lui per il Giorno dell’Indipendenza di Israele.
  “Sono fiducioso che le relazioni russo-israeliane basate sui principi di amicizia e rispetto reciproco continueranno a svilupparsi a beneficio dei nostri popoli e a favore del rafforzamento della pace e della sicurezza in Medio Oriente”, ha affermato Putin, secondo l’ufficio di Herzog.
  I legami tra Israele e Russia si sono inaspriti in seguito all’affermazione del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov secondo cui Adolf Hitler aveva origini ebraiche, nel tentativo di spiegare i tentativi di Mosca di “de-nazificare” l’Ucraina, il cui presidente, Volodymyr Zelensky, è ebreo.
  Israele, insieme a molte nazioni occidentali, ha duramente criticato Lavrov per i commenti fatti domenica in cui affermava che “anche Hitler aveva sangue ebreo” e che “alcuni dei peggiori antisemiti sono ebrei”.

(Bet Magazine Mosaico, 6 maggio 2022)

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Alta tensione fra Israele e Russia. Putin ora chiede scusa per il caso Lavrov

di Giulio Meotti

ROMA - Prima un’arma anticarro Matador, di fabbricazione israeliana (è prodotto dalla Rafael Advanced Defense Systems), è finita nelle mani degli uomini dell’Azov. Poi è comparso un video che mostra fucili israeliani Tavor branditi dallo stesso battaglione ucraino. All’inizio della settimana si è innescato lo scontro tra Russia e Israele per l’affermazione di Sergei Lavrov rilasciata alla tv italiana, secondo cui Hitler aveva “radici ebraiche” (ieri Vladimir Putin ha chiesto scusa al premier israeliano Naftali Bennett). Poi è stata la volta dell’ambasciatore israeliano in Russia, convocato al ministero degli Esteri in Piazza Smolenskaya dopo che l’ambasciatore di Israele in Ucraina aveva suggerito che le strade di Kyiv fossero rinominate in onore dei giusti ucraini che hanno salvato ebrei durante la Shoah. Poi Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha affermato che “mercenari israeliani stanno combattendo praticamente spalla a spalla con i miliziani di Azov”. E mentre le relazioni tra Israele e Russia si facevano più tese, il volume delle comunicazioni tra Mosca e le fazioni palestinesi cresceva. Prima una telefonata tra Putin e Mahmoud Abbas, poi Lavrov che parla con il leader di Hamas Ismail Haniyeh.
  Infine, una delegazione di Hamas in visita a Mosca. Berel Lazar, il rabbino capo della Russia – noto per la sua amicizia con Putin – mercoledì ha esortato Mosca a “smetterla di invocare l’etnia dei suoi oppositori”. Alta tensione dunque fra Mosca e Gerusalemme, finora la più discreta nella condanna della guerra in Ucraina. Della presenza israeliana nel paese si sa poco. Ci sono video di combattenti con uniformi ucraine che parlano ebraico. “Vogliamo ringraziare tutta la nazione di Israele, il governo di Israele, per averci aiutato mentre possiamo combattere contro i russi”, dice uno di loro in perfetto ebraico. “Vogliamo ringraziare tutti gli ebrei che ci stanno aiutando”, dice un altro. “Siamo qui per gli ucraini e per l’intera nazione le cui vite sono in pericolo”. I presunti combattenti israeliani hanno ringraziato la sinagoga principale a Kyiv e il rabbino Moshe Azman, durissimo con la Russia. “Grazie per averci permesso di sentire lo spirito della Pasqua, grazie per il cibo kosher”, dice un altro combattente ebraico. Non è chiaro se siano cittadini israelo-ucraini che si sono arruolati nell’esercito o che si sono offerti come combattenti stranieri. Il sito web della Legione internazionale della difesa territoriale dell’Ucraina elenca Israele fra le nazionalità accolte. E’ ancora prematuro concludere che Israele infrangerà il tabù e venderà armi all’Ucraina. “Cosa accadrà se inizierà a fornire agli ucraini l’Iron Dome, che potrebbe cambiare il corso degli eventi?”, ha affermato Abbas Gallyamov, ex speechwriter di Putin, al giornale israeliano Yedioth Ahronoth. Allo stesso tempo, Israele è preoccupato che la Russia possa fornire sistemi avanzati all’Iran. Daniel Kovzhun, un ebreo di Kyiv che a Donetsk si è arruolato per le unità paramilitari, intanto rivela: “Ci sono ebrei ortodossi in Azov. Lo so perché ero lì sulle linee del fronte. A nessuno importava chi fosse ebreo”.

Il Foglio, 6 maggio 2022)

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La svolta di Israele: Tel Aviv pronta a spedire aiuti militari a Kiev

di Federico Giuliani

Le pressioni di Joe Biden, sempre più forti con il passare dei giorni, unite alle dichiarazioni rilasciate da Sergej Lavrov nel corso della famigerata intervista a Zona Bianca, su Rete 4, potrebbero aver convinto Israele a cambiare registro sulla guerra in Ucraina.
  Secondo quanto riportano i media israeliani, Tel Aviv sarebbe disposta ad inviare ulteriori aiuti in Ucraina al governo guidato da Volodymyr Zelensky. Da quanto emerso, oltre agli aiuti umanitari destinati ai civili e ai rifugiati, Israele starebbe pensando a fornire a Kiev anche materiale militare.
  Tuttavia, come sottolineato da una delle fonti citate dal sito statunitense Axios, si tratterebbe di “armi prevalentemente difensive e in quantità limitata, dal momento che Unione europea e Stati Uniti stanno aumentando la loro assistenza militare a Kiev”.

• LE PRESSIONI DI BIDEN
  Senza ombra di dubbio la citata pressione degli Stati Uniti ha giocato un ruolo chiave in quella che potrebbe essere la svolta israeliana sulla guerra in Ucraina. La richiesta di Washington, a quanto pare, sarebbe stata avanzata durante un incontro la scorsa settimana alla Casa Bianca tra il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e il capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano Eyal Hulata. Rircordiamo che Israele aveva fin qui respinto le richieste dell’Ucraina di armi più sofisticate, e che solo il mese scorso aveva accettato di inviare migliaia di caschi e giubbotti antiproiettile, ma solo per i sanitari e i primi soccorritori.

• LE DICHAIRAZIONI DI LAVROV
  Altre indiscrezioni hanno tirato in ballo le affermazioni di Lavrov. Il malumore della leadership israeliana, o almeno quello di una parte di essa, nei confronti della Russia sarebbe cresciuto e non poco a causa dello scivolone diplomatico commesso dal ministro degli Esteri russo. Brevissima sintesi: Lavrov, sostanzialmente per giustificare il progetto russo di denazificare l’Ucraina, un Paese al momento governato da un presidente di origine ebraiche, ha dichiarato che anche Hitler aveva le stesse origini ebraiche.
  In un secondo momento il presidente russo, Vladimir Putin, si è scusato con il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, per le osservazioni fatte dal suo ministro degli Esteri sulle possibili origini ebraiche di Adolf Hitler. “Il primo ministro ha accettato le scuse del presidente Putin per le osservazioni di Lavrov e lo ha ringraziato per aver chiarito il suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico e della memoria dell’Olocausto”, si legge nella nota diffusa dall’ufficio del primo ministro israeliano dopo la conversazione telefonica tra i due leader.

• ISRAELE CAMBIA REGISTRO?
  Una settimana fa Israele era presente alla base aerea di Ramstein in Germania. Lì, Dror Shalom, capo dell’ufficio politico-militare del ministero della Difesa, ha preso parte all’incontro voluto agli Stati Uniti sull’invio di armi in Ucraina. E pensare che, dall’inizio del conflitto a pochi giorni fa, Zelensky aveva più volte chiesto invano a Tel Aviv un supporto militare mai arrivato.
  Israele era ed è molto interessata a mantenere buoni rapporti diplomatici con la Russia, anche perché deve necessariamente coordinarsi con l’esercito russo, padrone dei cieli della Siria, per organizzare le incursioni aeree nel Paese per colpire obiettivi collegati a Hezbollah e all’Iran.
  Eppure, i fatti sopra descritti potrebbero aver convinto il governo israeliano a cambiare posizione. Il quotidiano Haaretz ha scritto che Tel Aviv potrebbe inviare a Kiev soltanto armi difensive, probabilmente sperando che questo possa non scatenare una piccata reazione di Mosca. A proposito di armi, si parla dell’Iron Dome, ovvero il sistema anti-missilistico già utilizzato da Israele per difendersi dai razzi sparati da Gaza.

(Inside Over, 6 maggio 2022)

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Canti del Tempio Maggiore di Roma

I testi e le melodie della tradizione liturgica ebraica

di Lilli Spizzichino

Canti del Tempio
È di recente pubblicazione un testo estremamente interessante, ultima fatica della passione per il canto liturgico ebraico del gruppo di lavoro formato dal Maestro Claudio Di Segni, da Rav Alberto Funaro e dal Prof. Pasquale Troia, coadiuvati dall’organista del Tempio Maggiore di Roma, Angelo Spizzichino.
  Il primo tomo dell’opera è stato realizzato grazie ad un finanziamento del Ministero della Cultura italiana nonché ad alcuni contributi privati ed edito dalla casa editrice Gangemi all’interno della collana Roma Ebraica.
  Il libro contiene le significative presentazioni di Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della comunità capitolina, Ruth Dureghello, Presidente della C.E.R e Claudio Procaccia direttore del Dipartimento Beni e Attività della C. E.R.
  Afferma il prof. Pasquale Troìa che “le novità di questo volume trovano origine nell’ampia presentazione di ogni canto, il quale è mostrato con il testo ebraico, la traduzione, il commento liturgico, musicale e la tradizione romana che ha valorizzato la melodia. Non per ultimo all’interno del tomo è presente anche un  C.D audio per ascoltare e seguire le composizioni presenti nel testo (https://www.youtube.com/watch?v=n-vQtxckLLg). “Inoltre, nella prima parte si possono leggere tre interviste, prosegue Troìa, per offrire ai lettori la possibilità di comprendere il significato e il valore del chazzan (il cantore), del direttore del coro e dell’organo, strumento il cui uso non è consentito di Shabbat (sabato) o di moed. (festa solenne).”
  Il Maestro Claudio Di Segni sottolinea che “molti di questi canti sono stati prodotti, composti contemporaneamente o appena precedentemente la costruzione del Tempio Maggiore di Roma (1904) con l’ausilio dell’organo impiegato con l’apertura dei ghetti e l’emancipazione.  Ciò ha determinato l’introduzione in sinagoga di questo strumento, ad imitazione delle liturgie utilizzato nelle chiese, in seguito poi vietato e usato solo per matrimoni e feste non solenni. Ma vi è da dire che i musicisti ebrei componevano accompagnati dall’organo e di questo ne ho le prove documentali. Pertanto, riproporre filologicamente alcuni brani con accompagnamento dell’organo è stata la cosa più emozionante durante il percorso di produzione del C.D audio.”.
  Per Rav Funaro “questi canti sono un grande patrimonio ancora in parte da scoprire. Il Maestro Elio Piattelli (z. l.) raccolse i canti sefarditi (iberici) e i canti italiani trascrivendoli evitando che con il passare del tempo alcuni elementi potessero essere modificati oppure andare perduti.
  Il dott. Claudio Procaccia, a sua volta, afferma “il nostro dipartimento da diversi anni, attraverso il suo archivio storico, organizza ricerche relative alla storia e alla vita culturale della collettività ebraica di Roma. A questo proposito, la liturgia è un aspetto base della nostra identità. Per cui conservare, riprodurre e divulgare il patrimonio rituale musicale è basilare per far conoscere la cultura ebraica a Roma non solo presso i non ebrei ma anche tra i membri di altre comunità. In questo senso, il testo Canti del Tempio Maggiore[1] rientra perfettamente nel progetto di diffusione della storia del nostro gruppo culturale. Per quanto riguarda il contenuto di questo primo tomo, il fatto che vi siano testi in ebraico tradotti in italiano consente ad un largo pubblico, non formato solo da specialisti o esperti di cultura ebraica, di avvicinarsi, di approfondire alcuni nuclei tematici della nostra plurimillenaria storia”.
  Dunque un volume da leggere, studiare, ascoltare, che ci fa rivivere la poesia, la bellezza il fascino della musica della tradizione liturgica ebraico-romana e aspettando il secondo tomo vorrei terminare con l’affermazione del prof. Pasquale Troìa, il quale rivela che “il canto a cui io sono più affezionato, visti i tempi attuali, è Ose’ Shalom, una preghiera ed un augurio per la pace.

(Shalom, 6 maggio 2022)

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Israele compie 74 anni – un bilancio dell’ultimo anno spiegato in breve

di Ugo Volli

Yom haAtzmaut, il giorno dell’Indipendenza, il settantaquattresimo compleanno di Israele da quando, in una piccola sala dell’abitazione storica del primo sindaco Dizenghoff, trasformata in museo d’arte, David Ben Gurion proclamò l’indipendenza di Israele (in data occidentale, accadde il 14 maggio 1948). Dappertutto vi sono feste e balli in piazza.

• LA POPOLAZIONE
&Si tirano anche i bilanci: l’Ufficio Centrale di Statistica ha per esempio comunicato che oggi la popolazione dello Stato di Israele ammonta a circa 9.506.000 persone: gli ebrei costituiscono 7.021.000 o il 73,9% della popolazione totale, il 21,1% o 2.007.000 sono arabi, mentre 478.000 sono etichettati come "altri" (5,02%), una categoria che include cristiani non arabi, membri di altre religioni, e cittadini che non si identificano con una fede specifica.
   

• IL BILANCIO DELL’ULTIMO ANNO
  È anche il momento di guardare indietro per capire come sono andate le cose nell’ultimo anno. Gli eventi sono stati tanti e significativi
  - La tragedia del Monte Meron. In data ebraica, se non in quella occidentale, dell’ultimo anno fa parte anche il disastro del Monte Meron, quando nella ricorrenza ebraica di Lag baOmer crollarono le tribune della celebrazione sulla tomba di Shimon Bar Yochai, provocando la morte di 44 persone
  - La caduta di Netanyahu. Proprio un anno fa, il 4 maggio 2021, scadeva il mandato esplorativo di Netanyahu. Il tentativo in extremis di mettersi d’accordo con Naftali Bennett, leader del partito Iamina (Destra) fallì portando a termine la lunghissima permanenza di “Bibi” al posto di primo ministro
  - Un’altra operazione contro Hamas In seguito a incidenti seguiti a uno sfratto nel rione di Sheyk Jarrah a Gerusalemme, il 10 maggio Hamas iniziò un bombardamento con missili e mortai su Israele. Seguirono rappresaglie israeliane su Gaza. Il conflitto durò 10 giorni, prima che Hamas accettasse un cessate il fuoco incondizionato. Nel frattempo ci furono gravi incidenti in alcune città israeliane (Acco, Lod ecc.) dove la popolazione araba aveva assalito gli ebrei in veri e propri pogrom.
  - Il governo Bennett. Dopo altre frenetiche trattative ne seguì un governo presieduto proprio da Bennett, in cui il socio più forte è però di gran lunga Yair Lapid. È un governo che mette insieme le ali più differenti dello schieramento politico israeliano (destra/sinistra, religiosi/laicisti, nazionalisti israeliani e arabi), uniti quasi solo dalla volontà di detronizzare Netanyahu.
  - Le conseguenze degli accordi di Abramo. Lo sviluppo delle relazioni di Israele col mondo arabo (Emirati, Bahrein, Marocco, Sudan, in parte anche Egitto) e islamico sunnita (Turchia) è stato importantissimo nell’ultimo anno. Si sono aperte rappresentanze diplomatiche, relazioni commerciali, linee aeree, vi sono state visite di stato ed esercitazioni militare comuni, partecipazioni a fiere. Insomma una normalizzazione di rapporti imprevedibile fino a qualche anno fa.
  - Le nuove trattative fra Usa e Iran. Nonostante la resistenza di Israele e dei paesi sunniti, le trattative fra Usa e Iran per riattivare l’accordo di Obama sono riprese con grande intensità. A febbraio i negoziati sembravano conclusi, l’accordo era “a portata di mano”, ma poi c’è stata la guerra in Ucraina e gli Usa hanno forse realizzato che l’Iran è un alleato strategico della Russia. Nel frattempo però l’Iran ha proseguito con l’arricchimento dell’uranio, e ormai è “a settimane” dalla possibilità di mettere in opera un armamento nucleare
  - L’elezione di Herzog Il 2 giugno 2021, Itzhak Herzog è stato eletto undicesimo presidente dello Stato di Israele, sostituendo Reuven Rivlin
  - La guerra segreta con l’Iran Durante tutto l’anno è proseguito il tentativo dell’Iran di armare i terroristi in Libano e in Siria (oltre che a Gaza) con missili di precisione e di costruire un suo dispositivo militare ai confini con Israele, in Siria. Lo stato ebraico ha reagito con centinaia di missioni aeree per distruggere le postazioni, le fabbriche d’armi e la logistica militare nemica. Una vera e propria “campagna fra le guerre” che non è mai cessata.
  - La crisi ucraina. Israele ha appoggiato la posizione americana ed europea in sostegno dell’Ucraina invasa dalla Russia, pur dovendo limitare il proprio impegno per timore di provocare una crisi ai suoi confini con la Russia, che è la potenza dominante in Siria. C’è stato un tentativo di mediazione da parte di Bennett, senza successo, e un forte impegno umanitario, per esempio con la costruzione di un ospedale da campo vicino a Leopoli
  - La nuova ondata terrorista. Nelle ultime settimane è esploso di nuovo il terrorismo palestinista, facendo una dozzina di morti. Gravi disordini sono stati realizzati dai pelestinisti sul Monte del Tempio di Gerusalemme, approfittando delle celebrazioni del Ramadan.
  - La crisi del governo Bennett. Nato con una maggioranza di solo un voto, dilaniato dalla incompatibilità politica e ideologico fra le sue componenti, il governo Bennett ha perso la sua maggioranza con l’abbandono di due parlamentari che facevano parte del partito del primo ministro. Ora anche il partito islamista Ra’am, in seguito agli incidenti sul Monte del Tempio, ha dato un ultimatum a Bennett, esigendo l’esclusione della polizia e della visita degli ebrei dal Monte, minacciando di far cadere il governo se non sarà soddisfatto. È probabile che l’esperimento di Bennett sia vicino alla conclusione.

(Shalom, 5 maggio 2022)

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Ancora scontri con polizia sulla Spianata delle Moschee, nel giorno dell'indipendenza d'Israele

Nel giorno della commemorazione dell'indipendenza di Israele, ancora scontri a Gerusalemme, dopo la fine del Ramadan e il ritorno degli ebrei al Monte del Tempio

di Antonella Alba

Nuovi scontri questa mattina tra manifestanti palestinesi e polizia sulla Spianata delle Moschee (Monte del Tempio per gli ebrei) a Gerusalemme. Il sito - terzo luogo santo per l'Islam e primo per l'Ebraismo - è stato riaperto oggi alle visite degli ebrei dopo che queste sono state impedite dalla polizia per diversi giorni a causa della festa del Ramadan e dei violenti scontri verificatisi sul posto nelle ultime settimane specialmente durante le preghiere musulmane del venerdì. 
  Gli agenti israeliani affermano di aver "respinto dei rivoltosi che avevano lanciato oggetti sulla Spianata delle Moschee", ferendo "leggermente" almeno un poliziotto, hanno poi sparato proiettili di gomma sulla Spianata, mentre alcuni palestinesi si sono rifugiati all'interno della moschea, da cui hanno lanciato pietre e oggetti. Da metà aprile a oggi sono stati registrati almeno 300 feriti negli scontri fra polizia israeliana e manifestanti palestinesi sulla Spianata delle Moschee, controllata da Israele dalla fine della Guerra dei sei giorni, nel 1967. 
  I leader religiosi musulmani della Spianata hanno aggiunto che la polizia ha fermato circa 50 palestinesi, mentre sono stati circa 600 gli ebrei che hanno visitato il complesso. La situazione si è calmata alla fine della mattinata. L'agenzia palestinese Wafa dando notizia degli eventi ha parlato di "decine di coloni che assaltano Al Aqsa". Da Gaza, al centro anche di recenti bombardamenti, Hamas ha chiamato i palestinesi ad opporsi alle visite minacciando Israele se questo le avesse consentite. 
  Secondo gli accordi informali dello status quo, gli ebrei possono visitare il luogo ma non posso pregarvi. Tuttavia, negli ultimi anni vi si sono recati in numero sempre maggiore e accompagnati dalla polizia, in parte per pregare in modo discreto. Questo ha alzato la tensione con i palestinesi e con la Giordania, custode del sito. 
  Oggi Israele festeggia il 74esimo anniversario per l'indipendenza dello Stato ebraico. Nei giorni scorsi organizzazioni marginali hanno spinto i fedeli ebrei a celebrare sventolando bandiere israeliane nel luogo sacro. Gli appelli sono circolati sui social media, mettendo in allarme i musulmani. Per l'occasione il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sentito il premier israeliano Naftali Bennett. Nella telefonata i due hanno parlato della guerra in Ucraina promettendosi vicendevolmente "proficui negoziati". 
  Ieri Bennet è stato contestato durante il discorso per il Giorno della memoria, ricorrenza in onore degli oltre 24mila soldati e civili israeliani uccisi in guerre e attacchi. Il suo discorso è stato interrotto da almeno due persone che hanno gridato "imbroglione" e "vergogna". Bennett, che recentemente ha perso la maggioranza alla Knesset, è stato al centro di pesanti minacce di morte nelle ultime settimane.

(RaiNews, 5 maggio 2022)

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Quando Israele sente bussare alla porta

di Rav Riccardo Di Segni

Oggi festeggiamo il 74° anniversario della fondazione dello Stato d’Israele. È per noi una grande occasione di gioia. Non dobbiamo dimenticare che cosa abbia rappresentato questo evento nella storia ebraica, tanto più se si considerano le circostanze in cui è avvenuto. Il popolo ebraico, che pur aveva conosciuto numerosi eventi terribili, arrivò con la Shoà al punto più buio e drammatico della sua storia, mai visto e sofferto prima. Ma neppure tre anni dopo riuscì ad emergere dall’orrore con una nuova rinascita, che pochi avrebbero pensato possibile nei momenti dello sterminio e delle camere a gas. 
  Il pensiero ebraico ha voluto dare a tutto questo un senso religioso. Il Cantico dei Cantici è un piccolo libro della Bibbia che parla dell’amore tra due giovani e che è stato interpretato come una rappresentazione dell’amore travagliato tra il popolo di Israele e Hashèm. In un brano del capitolo 5, la ragazza racconta che stava dormendo, in semiveglia, quando ha sentito il suo amato bussare alla porta (Kol dodì dofèk), ma non ha risposto subito, l’amato se ne è andato e lei l’ha dovuto rincorrere. In questa scena i commenti vedono la rappresentazione di Hashèm che bussa alle porte di Israele e cerca di aiutarlo, anche se Israel si lascia sfuggire l’occasione. Nel 1956 il grande Maestro dell’ebraismo americano, rav Josef Dov Soloveitchik, scrisse un saggio di pensiero ebraico nel quale tra l’altro si rivolse a un mondo ebraico addormentato per risvegliarne la coscienza e spiegare il grande momento che stava attraversando. Il rav intitolò il suo saggio proprio con le parole Kol dodì dofèk (è disponibile in Italiano, con questo titolo, in edizione Salomone Belforte 2017) e spiegò che nella fondazione dello Stato d’Israele dobbiamo riconoscere i colpi dell’Amato che bussa alle nostre porte. Più precisamente parlò di sei colpi, esponendoli così:
  il primo colpo, il riconoscimento politico all’assemblea dell’Onu del diritto ebraico allo Stato; secondo il rav, sarebbe stato l’unico buon motivo della fondazione dell’Onu, che non dava altri grandi segni di utilità. A distanza di tanti anni, e alla luce di quello che sta accadendo in questi giorni, non gli si può dar torto…
  Il secondo colpo, la vittoria di Israele in una guerra del tutto sbilanciata; una guerra che Israele non aveva cercato e gli fu imposta dai nemici che non accettarono la spartizione della Palestina. E se l’avessero accettata, il nascente Stato sarebbe stato molto più piccolo di quello che divenne alla fine della guerra.
  Il terzo colpo fu la dimostrazione della falsità del pensiero religioso non ebraico che ha interpretato l’esilio di Israele come la sua eterna e irreversibile punizione per non avere accettato la verità di un’altra fede. 
  Il quarto colpo fu il risveglio di tanti ebrei, allontanati per l’assimilazione e storditi per la Shoà, che hanno recuperato un rapporto con le proprie radici.
  Il quinto colpo fu l’affermazione del principio che il sangue ebraico non è hefqèr, cosa di nessun valore e di nessuno, che possa essere versato impunemente.
  Il sesto colpo fu la creazione di un asilo sicuro e disponibile per un popolo perseguitato, che per secoli ha dovuto cambiare dimora nell’incertezza continua. Agli inizi della guerra in Ukraina, Nathan Sharansky ha raccontato che in gioventù, sotto l’Unione Sovietica, lui che viveva in Ukraina, aveva nei documenti scritta la nazionalità ebraica (così erano classificati i cittadini in quel sistema, per nazionalità, non per religione) e questa iscrizione comportava sistematicamente persecuzioni burocratiche e sociali. Oggi, commentava Sharansky, la situazione è totalmente rovesciata. Avere una nazionalità ebraica in tempi così tormentati è una garanzia di sicurezza e la disponibilità di un asilo.
  Questi i sei punti, i sei “colpi” alla porta secondo il rav, che non perdono di attualità e ripropongono alla nostra attenzione l’importanza dello Stato d’Israele. Non solo politica, ma religiosa. Se gli ebrei si riuniscono nelle Sinagoghe per celebrare questo evento è perché gli danno un senso diverso, fuori dai consueti schemi storici e politici. Sta in questo la natura particolare di Israele e del suo rapporto con Hashèm. Kol dodì dofek, “Ascolta il mio Amato che bussa alla porta”. 

(Shalom, 5 maggio 2022)

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Nazionalismo e letteratura in Israele: dalla convergenza alla divergenza

di Cyril Aslanov

La poetessa-cantante Naomi Shemer (1930-2004), autrice della famosa canzone Yerushalaim shel zahav “Gerusalemme d’oro”
La letteratura neo-ebraica sviluppatasi dai tempi della Haskalah (Ottocento-primo Novecento) può essere considerata come catalizzatore del sionismo, forma moderna del sentimento nazionale ebraico. Eppure, una volta creato lo Stato di Israele, la letteratura ebraica appare piuttosto come patriottica che propriamente nazionalista. Il sionismo stesso, espressione moderna del nazionalismo ebraico, era maggioritariamente associato a ideologie di sinistra: laburismo o socialismo. È vero che la secessione revisionista iniziata da Žabotinskij (che era un grande scrittore ma più talentuoso e produttivo in russo che in ebraico) fa capire che negli anni eroici della gestazione e della nascita dello Stato di Israele, esistevano altre opzioni oltre alla scelta per difetto del sionismo di sinistra. Agnon si identificava con lo spirito centrista e liberale dei sionisti generali (sia contro lo spirito laburista o socialista del mainstream sionista di quei tempi sia contro gli eccessi nazionalisti dei revisionisti). Comunque questa sua posizione politica non si riflette nella sua opera monumentale a meno di considerare il significato simbolico di certi suoi racconti. Il vero vate nazionalista dell’orizzonte letterario neo-ebraico è stato Uri Zvi Greenberg (1896-1981), la cui produzione poetica riflette il suo impegno politico nella Brit ha-birionim (“alleanza dei forti”), una frazione quasi fascista del sionismo revisionista.
  Il nazionalismo puro e duro si esprime solo marginalmente nella letteratura neo-ebraica poiché negli anni di formazione dello Stato, esisteva un patriottismo piuttosto associato alla corrente principale del sionismo di sinistra. Il vero nazionalismo di ispirazione destrista era fuori dal consensus della giovine nazione. Per molti israeliani di sinistra il fatto di non condividere gli ideali del socialismo o del mondo dei kibbutzim (considerati un tempo come la parte più prestigiosa della società israeliana) era sufficiente per boicottare uno scrittore percepito come fuori dell’ideologia di sinistra che dominò politicamente il paese fino alla vittoria del Likud nel 1977.
  Il conformismo ideologico del mondo letterario israeliano si verifica anche a proposito di Moshe Shamir (1921-2004), la cui deriva destrista può spiegarsi dalla sua delusione dopo gli scandali scatenati contro di lui da rappresentanti dell’establishment laburista (a cominciare da Ben Gurion stesso). Ferito dall’ostracismo di cui fu vittima, Moshe Shamir diventò un partigiano della Grande Israele che secondo lui, doveva includere non solo la Giudea-Samaria ma anche il Sinai. Per far capire come alcuni patrioti della sinistra israeliana diventarono passionari del nazionalismo di destra si può considerare l’esempio parallelo della famosa poetessa-cantante Naomi Shemer (1930-2004), autrice della famosa canzone Yerushalaim shel zahav “Gerusalemme d’oro”, che pur venendo dal mondo socialista dei kibbutzim venne considerata verso gli anni Ottanta come un simbolo iconico del nazionalismo di destra. Il caso di Nathan Alterman (1910-1970) costituisce un altro esempio di un percorso dal patriottismo di sinistra (espresso nel famoso poema Magash ha-kesef “vassoio d’argento”) al nazionalismo di destra. Il catalizzatore di questa evoluzione fu la vittoria del 1967 che pose il problema dell’occupazione militare della Giudea-Samaria: questo evento fu una prova dirimente che provocò una polarizzazione crescente fra il patriottismo moderato della sinistra e il nazionalismo esaltato della destra.
  In quegli anni che precedettero o seguirono la frattura del 1967, nuovi talenti letterari emersero nell’orizzonte letterario israeliano: A. B. Yehoshua; Amos Oz; David Grossman; Meir Shalev. Chi più chi meno, questi autori famosissimi si identificarono con il campo della pace che milita per una risoluzione del conflitto con i palestinesi e la promozione della soluzione di due Stati per due nazioni. Gli autori che non corrispondevano a questa linea politica non sono stati così apprezzati dal lettorato israeliano e non furono sempre giudicati degni di essere tradotti dall’ebraico. Due esempi di questa reazione di rigetto nei confronti di autori considerati come troppo di destra sono David Shahar (1926-1997) (con un passato di destra, ma che poi diventò apolitico piuttosto che destrista) e il rabbino Haim Sabato, decisamente affiliato al sionismo religioso di destra. Shahar è stato molto apprezzato in Francia ma rimase quasi sconosciuto in Israele. Per quanto riguarda Sabato, è molto letto negli ambienti sionisti religiosi ma è praticamente ignorato dall’establishment culturale di sinistra, ormai spesso diventato post-sionista.

(Bet Magazine Mosaico, 4 maggio 2022)

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La visita di Hamas a Mosca apre a nuovi scenari nelle relazioni tra Russia e Israele

Tra le crescenti tensioni tra Russia e Israele, una delegazione di alti funzionari di Hamas si è recata a Mosca per strette consultazioni.
  Secondo l'agenzia di stampa palestinese Safa, ieri il vicecapo della direzione politica del Movimento di resistenza islamica palestinese (HAMAS), Musa Abu Marzuq, ha guidato la delegazione nella capitale russa per incontri con le autorità del ministero degli Affari Esteri del paese eurasiatico.
  Nell’articolo si precisa che lo scopo della visita di HAMAS è quello di consultare i funzionari russi sulla situazione nella città palestinese di Al-Quds (Gerusalemme), gli ultimi eventi nei territori occupati da Israele e le relazioni bilaterali.  
  Il viaggio della delegazione HAMAS a Mosca si svolge in una situazione in cui i rapporti tra Mosca e il regime di Tel Aviv sono alquanto tesi in seguito al conflitto in Ucraina. In particolare, sulla fornitura di armi da parte di Tel Aviv a Kiev.

(l'AntiDiplomatico, 4 maggio 2022)

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La sirena suona in tutto il paese mentre Israele piange i soldati caduti e le vittime del terrorismo

di Michelle Zarfati

Yom Hazikaron
"Nei cimiteri, le discussioni tacciono” queste le parole del Presidente Isaac Herzog durante la cerimonia di stato al Muro Occidentale di Gerusalemme, che segna l’inizio di Yom Hazikaron. “I nostri figli e le nostre figlie, caduti in difesa del nostro stato, hanno combattuto insieme e sono caduti insieme. Non hanno chiesto, né nessuno ha chiesto loro. Religiosi, laici, ebrei e non. Tutti insieme, uniti.” ha proseguito il Presidente.
  “Sono caduti come israeliani, difendendo il loro Stato. Nei cimiteri, le discussioni tacciono. Tra le lapidi, nessun suono. Un silenzio che chiede di realizzare, insieme, il loro unico desiderio: la risurrezione d’Israele, la costruzione di Israele, uno stato forte. Uniti, consolidati, responsabili gli uni degli altri. Perché siamo tutti fratelli e sorelle”, ha aggiunto Herzog.
  Trentatré nomi sono stati aggiunti all'elenco delle vittime del terrorismo nel corso della giornata odierna. Tra questi, altre quattro vittime disabili, morte a causa delle complicazioni dovute alle gravi ferite riportate durante i combattimenti per la difesa del loro stato; portando il numero totale a 3.199 da quando Israele è stata fondata nel 1948.
  28.284 i soldati caduti nelle guerre che Israele ha dovuto sostenere nel corso degli anni. Il capo di stato maggiore dell'IDF Aviv Kohavi ha offerto un messaggio alle famiglie in lutto durante il suo discorso alla cerimonia di Yom Hazikaron presso il Muro del Pianto a Gerusalemme.
  “La stragrande maggioranza delle famiglie israeliane ha aspettato che i propri figli tornassero a casa e li ha accolti con un abbraccio alla fine del servizio militare, ma alcuni hanno aspettato invano” ha detto Kohavi. “Non sono tornati, ma grazie a loro molti compagni hanno fatto ritorno a casa. Grazie a loro sono state salvate le vite di decine di migliaia di cittadini ed è a loro che è dovuta gran parte della sicurezza e delle conquiste di questo Stato - ha aggiunto Kohavi- Il vostro dolore è insopportabile e opprimente, si dirama nel corpo e nella mente. È presente e non riposa un attimo, superando crudelmente shabbatot, festività e compleanni. L'intero IDF piange con voi le vittime, provando un profondo dolore” ha concluso Kohavi.
  Tra le altre cerimonie a livello nazionale per il Memorial Day d’Israele, Il primo ministro Naftali Bennett e il Presidente della Knesset Mickey Levy hanno preso parte all’evento commemorativo al memoriale di Yad Lebanim per i soldati caduti a Gerusalemme. Tra i presenti alla cerimonia anche i vertici dell'esercito e le famiglie dei soldati caduti.
  Nel suo discorso, Bennett ha ricordato il periodo in cui prestava servizio come commando nel Libano meridionale durante gli anni '90 e ha menzionato diversi soldati del suo battaglione che persero la vita durante la guerra.
  “Eravamo lì in Libano, tutti insieme. Kibbutznik e ragazzi di città, laici e religiosi, di Beersheva e Haifa, di destra e di sinistra, ebrei con non ebrei", ha detto Bennett in un vero appello all'unità dello Stato Ebraico, mentre la sua disparata coalizione lotta per rimanere a galla dopo aver perso la maggioranza parlamentare lo scorso mese.
  “Proprio lì, nelle basi del Libano meridionale, mi sono innamorato della nostra meravigliosa nazione”, ha proseguito il premier. “Molti amici rimangono lì. Avevano 19 o 20 anni e non sono più tornati “ha aggiunto Bennett. “Non posso parlare a loro nome, ma credo che se potessero ci direbbero: continuate a vivere insieme. Non permettere che i disaccordi e le divisioni vi facciano a pezzi dall'interno".
  Ha inoltre sottolineato come le divisioni interne costituiscano una minaccia per la sicurezza d’ Israele, dicendo: “Se lasciamo che rabbia e odio ci prendano per mano, i nostri nemici ne approfitteranno per danneggiarci”.

(Shalom, 4 maggio 2022)


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Israele, il significato dell’indipendenza e l’impegno a non restare inerti

di Rav Roberto Della Rocca

La nascita dello Stato di Israele avvenuta nel 1948 ha radicalmente cambiato la coscienza e la percezione che gli ebrei hanno avuto di sé e della relazione con il resto del mondo per molti secoli. Lo Stato ebraico è stato il prodotto di un movimento di pensiero ebraico, minoritario e spesso contrastato, che costituisce ancora una grande sfida intellettuale, sociale e religiosa per l’intero ebraismo sviluppatosi nel corso dei secoli come realtà diasporica.
  L’esistenza di uno Stato ebraico non costituisce una sfida solo per la Diaspora, costretta a ridefinire ogni giorno la propria ragione d’essere. Il fatto di avere uno Stato costringe gli ebrei, in particolare quelli israeliani, a confrontarsi con l’intera vicenda storica e identitaria dell’ebraismo. Queste nuove prospettive indicano che il programma sionistico non significa la fine, ma l’inizio di nuove sfide e interrogativi per il pensiero ebraico.
  In che modo è vissuto oggi lo Stato dalle diverse correnti religiose? Qual è il messaggio rivolto all’oggi, con il ritorno del popolo ebraico in Eretz Israel dopo tanti secoli di Diaspora? La fondazione di Israele costituisce per tutti “l’inizio del germoglio della nostra redenzione” come si recita nella preghiera per lo Stato entrata in uso in molte sinagoghe del mondo? Come per un caso i festeggiamenti di Yom HaAtzmaut, il giorno dell’indipendenza dello Stato di Israele, cadono nei giorni in cui i segni del lutto del periodo dell’Omer sono più rigorosi. Come se laddove c’è più dolore si trovasse la gioia e viceversa. Con quale potere i rabbini, anche se non tutti d’accordo, hanno potuto aggiungere una festa in un calendario antico? Con quale autorità hanno deciso di interrompere un lutto consolidato da secoli autorizzando per una giornata, pur con molteplici varianti e sfumature diverse, la musica, i balli, la recitazione dell’Hallel, l’omissione del Tachanun (le preghiere di supplica), l’aggiunta di ringraziamento per i miracoli nella penultima benedizione della Amidà come per Chanukkah e per Purim?
  Dopo anni dall’istituzione di questa ricorrenza gli interrogativi sulle modalità dei festeggiamenti rimangono; per qualcuno, viceversa, non si sono mai posti e non hanno intaccato più di tanto una struttura religiosa consolidata. Un dato è comunque certo. L’evento stesso della (ri)nascita di Israele come Stato costituisce una sfida per una identità ebraica, composta non solo da fede e valori comuni, ma anche da un sistema normativo, la halakhah, che si è articolato nei secoli sulla prospettiva che vedeva il popolo ebraico come incapace di fatto di assumere funzioni sociopolitiche indipendenti. Il rapporto tra politica e “religione”, tra Stato e halakhah, tra democrazia ed etica ebraica attraversa l’identità non solo di Israele, ma di tutto il popolo ebraico, in Eretz Israel e nella Diaspora.
  La nascita dello Stato di Israele ha sollecitato e continua a sollecitare, tra l’altro, modifiche e innovazioni anche nel campo della halakhah. È innegabile che ciò che da altri popoli verrebbe vissuto soltanto come un mero fenomeno politico, ha assunto per il popolo ebraico un significato molto più articolato. La netta distinzione tra “categorie laiche” e “categorie religiose”, tipica di una lettura illuministica della realtà, sembra non trovare un’omologa collocazione nella vita ebraica per la quale non esiste una ben definita separazione tra ciò che è “chol” (laico) e ciò che è “kodesh” (sacro).
  In occasione di questo Yom Ha Atzmaùt l’organizzazione sionistica mondiale ha patrocinato una lettura solenne della Meghillàt Atzmaùt, la dichiarazione d’indipendenza, accanto al Kotel, con la stessa melodia e scansione della lettura pubblica della Torà, recitata da vari rappresentanti di diverse realtà della società israeliana. Un’iniziativa, per certi aspetti bizzarra, che non può tuttavia lasciarci indifferenti e non chiamarci ad alcune riflessioni. Quando ci troviamo di fronte a eventi straordinari come quello della fondazione dello Stato d’Israele e della sua sopravvivenza, a dispetto delle leggi della storia, a nessuno è consentito restare inerte e impassibile.
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* Direttore area Formazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(moked, 4 maggio 2022)

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Bennett contestato alla cerimonia del Giorno del Ricordo

TEL AVIV - Il premier Naftali Bennett è stato contestato al grido di 'traditore' e 'imbroglione' durante la cerimonia sul Monte Herzl a Gerusalemme in onore dei soldati israeliani caduti. Le grida di contestazione, durante il Giorno del Ricordo dei caduti, si sono levate da un pugno di familiari presenti alla cerimonia e che sembrano non condividere la linea dell'attuale maggioranza di governo. Il premier non ha risposto alle invettive ma ha detto di comprendere "il dolore delle famiglie a lutto". "Queste famiglie - ha aggiunto - sono sante ed hanno diritto di affliggersi".

(ANSA, 4 maggio 2022)


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Erdogan continua il riavvicinamento a Israele e invia le congratulazioni per il Giorno dell’indipendenza

di Francesco Paolo La Bionda

Il presidente turco ha inviato una lettera di congratulazioni al presidente israeliano Isaac Herzog per Yom HaAtzmaut, il Giorno dell’Indipendenza di Israele, che nel 2022 cade il 4 maggio. Nella lettera, Erdogan ha parlato di una “nuova era delle relazioni bilaterali”, inaugurata dalla visita di Herzog nel paese anatolico a marzo, e si è detto ottimista riguardo allo sviluppo della cooperazione tra i due paesi. La missiva ha incluso anche gli auguri per “il benessere e la prosperità della popolazione di Israele”.
  Herzog ha ricambiato con una telefonata, nella quale ha espresso a sua volta gli auguri al suo omologo turco per la festività musulmana di Eid al-Fitr, cominciata il sabato precedente. Nella conversazione i due leader hanno convenuto sull’importanza di un dialogo aperto per mantenere la calma e la stabilità nella regione mediorientale.
  I due capi di stato si erano infatti già sentiti due volte al telefono nelle settimane precedenti: l’11 aprile il leader turco aveva chiamato per condannare gli attentati palestinesi che avevano causato la morte di undici persone, mentre il 19 aprile per esprimere le sue preoccupazioni in merito agli scontri al Monte del Tempio, rimarcando la necessità di mantenere lo status quo religioso nel sito ed esprimendo soddisfazione per le dichiarazioni in tale senso del governo israeliano.
  Il riavvicinamento tra Turchia e Israele, dopo un decennio di relazioni gelide, è cominciato con l’avvento dell’attuale esecutivo dello Stato ebraico al posto di quello guidato da Netanyahu e, nonostante permangano criticità legate soprattutto alla questione palestinese, sta al momento proseguendo, in linea con la più generale volontà del governo turco di riparare le relazioni con i paesi vicini, in molti casi deteriorate negli ultimi anni.

(Bet Magazine Mosaico, 4 maggio 2022)


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Quelle clausole segrete che ci legano agli Usa

La guerra in Ucraina non fa eccezione. Ma sulla guerra in Ucraina la partita non è chiusa.

di Rino Cammilleri

È inutile scandalizzarsi se Draghi va a prendere ordini da Biden, se manda armi all’Ucraina in barba alla Costituzione secretandone la lista, se si è tenuto stretti Speranza e Lamorgese (ricordate il di lei «genitore 1 e 2» perché «ce lo chiede l’Europa»?), se ha inondato l’Italia di vaccini americani e via così. Si tiene anche il Pd, americanissimo dai tempi di Mani Pulite. La stessa Meloni, per accreditarsi come partito di governo, è dovuta andare a spiegarlo negli Usa e ne è tornata, con qualche imbarazzo dei suoi seguaci, filo-Ucraina.
  Adesso, però, devo prenderla un po’ alla larga, abbiate la pazienza di seguirmi. I miei lettori di lungo corso sanno che ogni tanto produco un giallo storico. Ebbene, quando scrissi Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo, poi pubblicato da San Paolo e pochi anni fa riproposto nei Gialli Mondadori, essendo un «apocrifo» (così si chiamano in gergo editoriale i romanzi che riesumano personaggi resi famosi da altri autori), sorse il dubbio se si dovessero pagare i diritti d’autore agli eredi di Conan Doyle. Poiché avevo fatto studi giuridici all’università, sapevo che l’esclusiva al diritto di utilizzo su personaggi di un’opera dell’ingegno scade dopo cinquant’anni dalla morte dell’autore. Per sicurezza, comunque, chiesi conferma a un importante avvocato internazionale specializzato nel settore. Grande fu la mia sorpresa quando questi mi informò che i cinquant’anni valevano per tutti tranne che per l’Italia, la Germania e il Giappone. Per questi Paesi la soglia era elevata a settant’anni. Perché?
  Perché erano quelli che avevano perso la Seconda Guerra Mondiale. Seppi, così, che i trattati di pace che avevano chiuso detta guerra contenevano clausole non note al grande pubblico quantunque non segrete. Io ero incappato in una di esse. Ma ce n’erano anche, e ce ne sono, di segrete. Quante e quali? Boh. Sono, appunto, segrete. Ovviamente, i nostri politici d’alto grado ne vengono a conoscenza all’atto della presa del bastone di comando. Perciò, anche se sono passati quasi ottant’anni, siamo sempre «alleati» di qualcuno che è più alleato degli altri e, ci piaccia o no, ci riempie di vaccini, immigrati e gender nelle scuole. Ora pure di gas. E ci coinvolge nelle sue guerre come i Romani facevano con i loro auxiliares e Napoleone coi nostri Cisalpini.
  Un’ultima cosa, col pensiero a quanti stanno scommettendo sulla sconfitta di Putin. Costui viene dal Kgb, Johnson e Biden dalla politica politicante. Per settant’anni il Kgb ha tenuto in scacco la Cia e l’MI6. E gli strateghi di Pechino sono forse meno furbi? Sun Tzu era cinese. L’Occidente ha avuto, sì, il suo Sun Tzu, von Clausewitz, ma non era né inglese né americano. Dunque, piano con gli auspici. La partita è ancora aperta. Gli americani sono bravi a baseball e gli inglesi a cricket, ma i russi a scacchi.

(Nicola Porro, 3 maggio 2022)

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Israele: stasera lutto nazionale per 'Giornata dei caduti'

Polizia ed esercito in massima allerta per timore attentati

TEL AVIV - Al suono delle sirene inizierà stasera in Israele una giornata solenne di lutto in ricordo di oltre 24 mila uomini e donne caduti nei combattimenti e nelle guerre che hanno costellato la storia di Israele, anche prima della sua fondazione nel 1948. La cerimonia principale avrà luogo a Gerusalemme, nella spianata antistante il Muro del Pianto, alla presenza del Capo dello Stato Isaac Herzog e delle più alte cariche militari e civili. Domani la vita tornerà a fermarsi al suono di un'altra sirena, dopo di che cerimonie commemorative saranno tenute nei cimiteri militari.
  In questa circostanza tutti i locali di svago vengono tenuti chiusi. Come ogni anno la Giornata dei Caduti è osservata nel giorno che precede la Giornata dell'Indipendenza, secondo il calendario lunare ebraico. Domani sera la atmosfera di cordoglio sarà dunque sostituita dall'inizio di festeggiamenti popolari.
  Queste celebrazioni avvengono quest'anno in un clima di grande tensione, alla luce anche di una serie di attentati palestinesi avvenuti in Israele ed in Cisgiordania. Polizia ed esercito sono in stato di massima allerta ed i valichi di transito fra Israele e Cisgiordania saranno tenuti chiusi. Ieri Hamas ha rivendicato la paternità di un attentato condotto giorni fa nella città-colonia di Ariel (Cisgiordania), dove un guardiano civile è rimasto ucciso. Il braccio armato di Hamas ha avvertito che quella operazione è "la prima di una serie" organizzata per replicare a quelle che definisce "profanazioni" della moschea al-Aqsa da parte di Israele.

(ANSAmed, 3 maggio 2022)

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Turchia: Cavusoglu in Israele il 25 per normalizzazione

Dopo anni di rapporti difficili

Mevlut Cavusoglu
ISTANBUL - Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha fatto sapere che si recherà in visita ufficiale il Israele il 25 maggio per portare avanti il processo di normalizzazione dei rapporti tra Turchia e lo Stato ebraico.
   "Andremo in Israele il 25 maggio, faremo delle valutazioni con il ministro degli Esteri e poi prenderemo la decisione" ha detto Cavusoglu, come riporta Hurriyet, rispetto alla possibilità di nominare reciprocamente nuovi ambasciatori in entrambi i Paesi.
  I titolari delle missioni diplomatiche in Turchia ed Israele sono stati ritirati da entrambi i Paesi nel 2018 in seguito ai disordini a Gaza dopo la scelta dell'ex presidente americano Donald Trump di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme.
  Dopo anni di rapporti difficili durante l'amministrazione guidata dall'ex premier Benjamin Netanyahu anche a causa del sostegno di Ankara alla causa palestinese, nei mesi scorsi Turchia e Israele hanno avviato un processo di normalizzazione delle relazioni. Il presidente israeliano Isaac Herzog si è recato ad Ankara per incontrare l'omologo turco Recep Tayyip Erdogan in marzo diventando il primo leader di Israele a visitare la Turchia in 14 anni.
  Erdogan recentemente ha manifestato di volere trovare una cooperazione a livello energetico con Israele con la prospettiva di portare gas israeliano in Europa attraverso il territorio turco.

(ANSA, 3 maggio 2022)

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Guerra Ucraina, effetto Lavrov: rottura Russia-Israele, effetto domino in Medio Oriente

Con la guerra in Ucraina Israele attacca la Siria e mette nel mirino l'Iran: vertice regionale con Biden. Mosca teme l'accerchiamento anche a sud

L'ormai celeberrima intervista di Giuseppe Brindisi, conduttore di "Zona Bianca" su Rete 4, al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov non sta avendo conseguenze solo in Italia, con una polemica furibonda sull'opportunità di dare voce al diplomatico del Cremlino. No, quanto dichiarato da Lavrov durante la trasmissione andata in onda sulle reti Mediaset sta avendo ripercussioni anche a livello internazionale. In particolare sul rapporto tra Russia e Israele, con una crisi diplomatica che potrebbe portare a conseguenze anche sul teatro del Medio Oriente.
  Tutto nasce, ovviamente, dalla dichiarazione di Lavrov secondo la quale anche Adolf Hitler "aveva sangue ebreo" e che "gli ebrei sono tra i peggiori antisemiti". Facendo riferimento alle origini del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e alle accuse del Cremlino rivolte a Kiev con un governo bollato come neonazista nella propaganda interna alla Russia. Ma facciamo un passo indietro. Lo scorso marzo, il premier israeliano Naftali Bennett era stato il primo leader di un certo rilievo internazionale a recarsi a Mosca dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Sembrava che Israele potesse assumere un ruolo di mediatore tra la Russia e Kiev, ancora prima dell'attivismo della Turchia di Erdogan.
  Poi, nelle scorse settimane, qualcosa si è inceppato. Con ripercussioni anche in Medio Oriente tra Siria e Iran. Ora, però, rischia di essere arrivata la parola fine a un rapporto già burrascoso. Alle parole di Lavrov ha fatto seguito uno scontro istituzionale ad altissimo livello. Israele ha immediatamente convocato l'ambasciatore russo Anatolij Viktorov per protestare contro le parole definite "imperdonabili" di Lavrov. Il collega di Lavrov, il ministro degli Esteri Yair Lapid, ha dichiarato che "gli ebrei non si sono autodistrutti durante l'Olocausto. Incolpare gli ebrei per l'antisemitismo rappresenta un palese livello di razzismo contro gli ebrei".

• La rottura tra Russia e Israele rischia di causare un effetto domino in Medio Oriente
  Lo stesso Bennett ha deciso di entrare in gioco: "Le parole di Lavrov non sono vere e le loro intenzioni sono sbagliate. L'obiettivo di tali menzogne è accusare gli stessi ebrei dei crimini più terribili della storia, che sono stati perpetrati contro di loro, e quindi assolvere i nemici di Israele dalle loro responsabilità". Il primo ministro di Israele ha ribadito che "nessuna guerra del nostro tempo è come l'Olocausto o è paragonabile all'Olocausto". A seguito delle dichiarazioni di Lavrov, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l'ambasciatore russo in Israele per "chiarimenti". Chiedendo poi delle scuse, che non sono mai arrivate.
  Mosca ha risposto in maniera durissima, accusando "l'attuale governo israeliano" di sostenere "il regime neonazista di Kiev". Aggiungendo che "la storia, purtroppo, conosce tragici esempi di cooperazione tra ebrei e nazisti". Secondo il ministero degli Esteri russo, Zelensky "specula sulle sue radici" e lo fa in modo abbastanza consapevole e del tutto volontario. Nascondendosi dietro le proprie origini ebraiche, il capo dello Stato ucraino "copre i neonazisti ucraini, eredi spirituali e di sangue dei carnefici del suo popolo". Dunque non solo nessun passo indietro, anzi Mosca ha persino calcato la dose.
  E dire che finora Israele aveva tenuto una posizione molto bilanciata sull'invasione russa. Pur votando a favore delle risoluzioni anti russe alle Nazioni Unite non ha mai condannato apertamente la mossa di Putin. E ha cercato di proporsi inizialmente come mediatore e provando a promuovere il dialogo tra Mosca e Kiev. Senza riuscirci. Ma negli ultimi anni le relazioni tra Israele e Russia erano state buone, tanto che Mosca ha lasciato più volte mano libera a Tel Aviv in Siria, dove l'esercito israeliano ha più volte colpito obiettivi vicini ai Guardiani della rivoluzione iraniana in Siria. Anche se, come noto, la Russia appoggia sia il regime di Bashir al-Assad che lo stesso Iran.

• Israele attacca la Siria e mette nel mirino l'Iran. Mosca teme l'accerchiamento anche a sud
  Ora, però, tutto questo rischia di cambiare. Nelle scorse settimane, infatti, Israele ha condotto nuovi attacchi causando anche diversi morti durante la guerra in Ucraina. Mossa che non è piaciuta al Cremlino, che ha dichiarato che gli attacchi israeliani “mirano ad aumentare la tensione, riprendere le operazioni militari e consentire all'Occidente di svolgere attività militari in Siria”. Più o meno artificiosamente, la Russia crede ora che mentre è distratta dal conflitto Tel Aviv stia cercando di alterare gli equilibri in Medio Oriente a sfavore degli alleati di Mosca. In primis Siria e Iran.
  Alla fine dei conti, infatti, secondo molti osservatori al centro del dialogo del Cremlino tra Bennett e Putin ci sarebbero stati più i dossier legati a Damasco e Teheran piuttosto che quello riguardante la guerra in Ucraina. I timori russi potrebbe venire alimentati da una notizia diffusa proprio in queste ore. Il sito di informazioni Usa Axios ha svelato che gli Stati Uniti e Israele stanno discutendo sulla possibilità di organizzare, in occasione della visita del presidente Joe Biden in Medio Oriente che dovrebbe svolgersi a fine giugno prossimo, una riunione con i leader della regione.
  Lo scorso 24 aprile Biden ha accettato l'invito di Bennett in Israele, ma senza fissare una data: secondo Axios, la visita dovrebbe svolgersi nella seconda metà di giugno e dovrebbe durare fra 24 e 36 ore. Si tratterebbe della prima missione del presidente Usa in Medio Oriente da quando è alla Casa Bianca. Se andasse in porto il progetto di un forum regionale Mosca potrebbe sentirsi ulteriormente accerchiata anche sul fronte meridionale. 

(Affaritaliani.it, 3 maggio 2022)

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Trovato a Gerusalemme esplosivo dell'era dei crociati

di Michelle Zarfati

Vasi di ceramica
Un team di ricercatori canadesi e australiani hanno recentemente identificato ciò che sostengono possa essere una prova dell’esistenza di bombe a mano dell'era dei crociati a Gerusalemme. Un incredibile caso in cui la fantasia ha “anticipato” la realtà. Infatti, nel film " Holy Hand Grenade of Antioch” del 1975, "Monty Python e il Santo Graal" veniva rappresentata un’arma immaginaria simile appunto ad una granata antica.
  Un team, guidato dal Professore Associato della Griffith University Carney Matheson, ha analizzato i residui scoperti all'interno di quattro vasi di ceramica sferici risalenti all'XI-XII secolo che sono stati scavati tra il 1961 e il 1967 nei Giardini Armeni della Città Vecchia di Gerusalemme. I vasi sono coerenti con la ceramica mamelucca e sono stati trovati nel sito di un palazzo reale dei crociati. Sono stati lasciati intatti nelle collezioni del Royal Ontario Museum.
  Le nuove scoperte degli scienziati indicano che mentre tre dei contenitori sono stati utilizzati per contenere oli per alimenti, medicinali e profumi, uno dei recipienti esaminati è stato probabilmente utilizzato per "la conservazione di sostanze chimiche o potrebbe aver contenuto gli ingredienti chimici per un ordigno esplosivo, coerente con una granata medievale.
  A quanto pare, non solo "Monty Python" ha documentato granate medievali: "I resoconti storici, come l'assedio di Gerusalemme nel 1187 d.C., riportano armi coerenti con granate lanciate contro la città dalle forze di Saladino", notano gli autori della ricerca.
  In uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista open source PLOS One, "Composition of trace residues from the content of 11th-12th-century-sphero-conicalves from Jerusalem", i ricercatori descrivono nel dettaglio la metodologia dello studio. Il residuo delle navi è stato sottoposto a diversi cicli di test hi-tech, comprese analisi mediante microscopia ottica, caratterizzazione biochimica, e spettroscopia di emissione atomica.
  Nello studio, gli autori scrivono che una granata sferoconica precedentemente identificata è stata analizzata nel 1937 che venne trovata a Fustat (vecchio Cairo). I ricercatori hanno quindi ipotizzato che fosse usata dagli arabi contro i crociati nel 1168 d.C. Hanno inoltre individuato che “l’arma” fosse composta di nitrato di potassio e zolfo, che secondo gli autori costituiscono i "materiali tipici dell’esplosivo ". Tuttavia, la composizione chimica completa del materiale esplosivo non era dettagliata.
  In un'intervista con IFLscience, Matheson ha sottolineato l’esistenza di antichi testi arabi dell'era dei crociati dotati di segrete per gli esplosivi, estremamente difficili da decifrare. “Si trattava di armi segrete molti complicate da realizzare” Durante la recente analisi di un recipiente sferico in ceramica etichettato come coccio 737, i ricercatori hanno trovato acidi grassi e livelli relativamente alti di mercurio, zolfo, alluminio, potassio, magnesio, nitrati e fosforo.
  Supportando anche l'ipotesi della granata, i ricercatori hanno confermato che la nave ha "peso e forma ottimali per una granata" e che "le spesse pareti di questa nave fornirebbero il contenimento e la forza per resistere all'accumulo di pressione prima della detonazione".

(Shalom, 3 maggio 2022)

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Israele, crescono i collegamenti verso Eilat e l’offerta di alloggi

Mitzpe Ramon
La Israel Land Authority (ILA) ha annunciato i vincitori della gara, realizzata in collaborazione con il Ministero del Turismo di Israele, per la costruzione di 780 camere in quattro località nel quartiere turistico della cosiddetta Via delle Spezie di Mitzpe Ramon. La gara riguardava due lotti per la realizzazione di 130 unità abitative per lotto e due lotti per la realizzazione di 260 unità per lotto. 65 offerte sono state presentate ed esaminate al Ministero del Turismo israeliano e la maggior parte di esse ha ricevuto la raccomandazione del Ministero alla Israel Land Authority 23 offerte sono state presentate nella gara.
  I risultati della gara, secondo cui esiste un divario significativo tra il prezzo minimo (centinaia di migliaia di shekel) e l’importo delle offerte vincenti (milioni di shekel), indicano l’attrattiva di investire nell’area di Mitzpe Ramon in particolare e nella regione in generale. Attualmente ci sono circa 700 stanze a Mitzpe Ramon.
  Il Ministero del Turismo lavora per incoraggiare sovvenzioni fino al 20% dell’investimento. L’aspettativa è che il nuovo marketing renderà l’area una destinazione ancora più attraente, attirando molti turisti soprattutto dall’estero. Anche dall’Italia, cresce la richiesta di un turismo nell’area vista come meta privilegiata soprattutto per un turismo invernale.
  Lo scopo del programma è la creazione di un centro turistico a Mitzpe Ramon che si integri nei paesaggi e comprenda hotel, alloggi speciali (monolocali / alloggi per studenti), impianti sportivi, aree commerciali e occupazionali, un nuovo parco e una foresta. È importante notare che la costruzione avrà un impatto minimo sulla natura e sul clima.
  “Le azioni che stiamo intraprendendo presso il Ministero del Turismo stanno incoraggiando gli imprenditori a creare hotel, aumentando la concorrenza e riducendo i costi delle vacanze in Israele, accrescendo l’offerta di alloggi turistici. Di conseguenza, siamo testimoni del grande interesse mostrato dagli imprenditori per la costruzione di hotel a Mitzpe Ramon. Iniziative come questa stanno creando le giuste infrastrutture, che ci aiuteranno come Stato a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati di 10 milioni di turisti all’anno entro il 2030”, ha detto ol Ministro del Turismo israeliano Yoel Razvozov.
  Ora che poi è arrivata la primavera il Ministero del Turismo israeliano si sta già preparando per l’inverno con incentivi per le compagnie aeree ad operare voli verso l’aeroporto di Ramon ad Eilat. Ministero del Turismo israeliano ha infatti pubblicato un invito alle compagnie aeree a ricevere un sostegno finanziario per operare voli dall’Europa all’aeroporto di Ramon nella prossima stagione invernale. Questa direttiva riporterà a Eilat centinaia di migliaia di turisti dall’estero. Ora, con il ritorno del turismo, il ministero ha emanato una direttiva secondo la quale ogni compagnia aerea che effettua un servizio diretto con l’aeroporto Ramon riceverà un sussidio di 60 euro a passeggero. La compagnia aerea ha diritto a un sussidio per un massimo di 75 voli settimanali dallo stesso aeroporto, dal 1 settembre 2022 fino a fine maggio 2023.
  Allo stesso tempo, il ministero sta lavorando alla promozione del turismo nel deserto, al rafforzamento del Negev e dell’Arava, sviluppando al contempo le infrastrutture turistiche nell’area, come già accennato.
  Dall’Italia vi sono evidenti segni di ripresa del turismo verso Israele con una sempre crescente richiesta di offerta riguardante il deserto del Negev ed Eilat. La possibilità di intensficare voli verso l’areoporto di Ramon è sicuramente un mezzo straordinario per l’attività di promozione, indirizzandosi tanto al turismo organizzato quanto all’ FIT “, ha dichiarato Kalanit Goren, direttrice dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo.

(Travelnostop, 2 maggio 2022)

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Come i palestinesi profanano i luoghi santi di tutti, incluso il loro

di Bassam Tawil*

Ancora una volta i palestinesi hanno mentito al mondo affermando che gli ebrei "profanano" i luoghi santi dell'Islam, in particolare la Moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme.
  Se qualcuno profana la moschea e altri luoghi santi, beh, sono gli stessi palestinesi.
  Nel 2002, i terroristi palestinesi fecero irruzione nella Basilica della Natività a Betlemme, ma la reazione cristiana mondiale fu moderata. I terroristi rimasero all'interno della chiesa per 39 giorni, lasciandosi dietro di sé coperte e materassi sporchi, accendini e mozziconi di sigaretta, e il "tanfo delle feci". Un sacerdote si è lamentato del fatto che i terroristi avessero anche profanato la chiesa fumando e bevendo alcolici.
  Venerdì mattina, 15 aprile, centinaia di "fedeli" palestinesi si sono barricati all'interno della moschea di al-Aqsa e si sono scontrati con agenti di polizia israeliani.
  I rivoltosi, armati di sassi, sbarre di ferro e petardi sono arrivati alla moschea all'alba e sono stati visti introdurre sassi nell'edificio e bloccarne il cancello principale con barriere di legno e di metallo.
  I "fedeli" hanno raggiunto la moschea perché i loro leader gli avevano mentito, dicendo loro, falsamente, che gli ebrei stavano progettando di "prendere d'assalto" la moschea e "profanarne" i cortili.
  Non appena i rivoltosi sono entrati nel complesso della moschea sul Monte del Tempio e prima di scontrarsi con la polizia, hanno sollevato bandiere e stendardi di Hamas, un gruppo palestinese designato come organizzazione terroristica da Stati Uniti, Unione Europea, Canada, Australia, Giappone e da altri Paesi.
  Ma a quanto pare, i palestinesi non considerano un atto di profanazione introdurre sassi, sbarre di ferro e altre armi leggere in una moschea.
  A quanto pare, i palestinesi non considerano un atto di profanazione issare in un luogo sacro bandiere e stendardi di un'organizzazione terroristica.
  A quanto pare, i palestinesi non considerano un atto di profanazione lanciare sassi e bottiglie di vetro contro le persone presenti presso il vicino Muro Occidentale, il luogo più sacro al mondo utilizzato dal popolo ebraico per la preghiera.
  A quanto pare, i palestinesi non considerano un atto di profanazione lanciare sassi e sparare petardi contro gli agenti di polizia nel complesso della moschea.
  Le rivolte iniziate dai palestinesi al Monte del Tempio il 15 aprile sono state del tutto immotivate. La violenza è esplosa dopo che leader e gruppi palestinesi hanno affermato falsamente che "estremisti ebrei" intendevano compiere una pratica rituale del sacrificio di animali per celebrare la festa di Pesach, la pasqua ebraica.
  Israele ha negato le accuse e ha inviato messaggi ai palestinesi assicurando loro che agli ebrei non sarebbe stato permesso di compiere alcuna "provocazione" sul Monte del Tempio.
  Anche l'alto funzionario di Hamas Saleh al-Arouri ha ammesso, poche ore prima che scoppiassero le violenze, che il suo gruppo aveva ottenuto tali rassicurazioni. Secondo al-Arouri, il messaggio israeliano è stato trasmesso a Hamas attraverso "mediatori" anonimi.
  Eppure tutti i tentativi di Israele di confutare le false accuse dei palestinesi non sono serviti a nulla.
  L'accusa del sangue mossa dai palestinesi riguardo alla presunta profanazione dei luoghi santi da parte degli ebrei è nata diversi anni fa con lo stesso presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Nel 2015, Abbas disse:
  "La Moschea di al-Aqsa e la Chiesa del Santo Sepolcro sono nostre. Sono tutte nostre e loro [gli ebrei] non hanno il diritto di contaminarle con i loro piedi sporchi. Noi rendiamo omaggio a ogni goccia di sangue versata per Gerusalemme. Questo sangue è puro, pulito, versato in nome di Allah. Ogni martire andrà in Paradiso e ogni ferito verrà ricompensato da Allah".
  Poco dopo il discorso di Abbas, i palestinesi lanciarono un'ondata di attacchi terroristici con tanto di accoltellamenti, sparatorie e speronamenti di auto.
  I palestinesi che volevano uccidere gli ebrei pensavano di rispondere all'appello del loro presidente di difendere la loro moschea dai "piedi sporchi" degli ebrei. Uccidendo decine di ebrei per il bene della moschea, i terroristi stessi hanno di fatto profanato la sacralità della moschea di al-Aqsa. Come? Hanno invocato il nome della moschea per giustificare una follia omicida contro ebrei innocenti.
  Il piccolo numero di ebrei che negli ultimi anni ha visitato pacificamente l'area all'aperto del Monte del Tempio non ha mai nemmeno messo piede all'interno della Moschea di al-Aqsa o sulla vicina Cupola della Roccia. I visitatori ebrei non si recano lì per aggredire o umiliare i musulmani. Vi si recano nell'ambito di visite organizzate coordinate con le autorità israeliane.
  Se qualcuno viene aggredito, molestato e umiliato, sono i visitatori ebrei. Video di palestinesi che imprecano e urlano contro i visitatori ebrei circolano da anni sulle piattaforme dei social media. Inoltre, i palestinesi hanno tentato di aggredire fisicamente i visitatori ebrei.
  In particolare, le reiterate affermazioni palestinesi secondo cui gli ebrei profanano i luoghi santi islamici sono arrivate anche mentre i palestinesi vandalizzavano la tomba di Giuseppe nella città palestinese di Nablus.
  Il sito, dove secondo la tradizione ebraica sarebbe sepolto il personaggio biblico Giuseppe, la scorsa settimana è stato attaccato e vandalizzato due volte da rivoltosi palestinesi.
  Questa non era la prima volta che i palestinesi attaccavano e danneggiavano la tomba di Giuseppe. Sebbene alcuni rapporti abbiano affermato che l'Autorità Palestinese ha promesso di aiutare a rinnovare il sito, alla fine è stato l'esercito israeliano a dover inviare grandi forze per rimediare ai danni.
  La tomba di Giuseppe è stata presa di mira dai palestinesi per un motivo: impedire agli ebrei di andare a pregare lì. Due religiosi ebrei che hanno cercato di raggiungere il sito dopo aver appreso degli atti di vandalismo sono stati colpiti e feriti dai palestinesi con colpi d'arma da fuoco.
  Il vandalismo e il tentativo di negare agli ebrei l'accesso alla tomba di Giuseppe è una vera e propria profanazione di un luogo sacro, in contrasto con le visite pacifiche degli ebrei al Monte del Tempio e il libero accesso che i musulmani hanno a tutte le loro moschee a Gerusalemme.
  Intanto, la comunità internazionale continua a ignorare la profanazione palestinese dei luoghi santi. I giornalisti riferiscono di come i poliziotti israeliani abbiano fatto "irruzione" venerdì mattina nel complesso della moschea di al-Aqsa, senza rilevare che i rivoltosi palestinesi avevano riempito la moschea di sassi e sbarre di ferro poche ore prima che la polizia entrasse.
  Le affermazioni palestinesi secondo cui gli ebrei contaminano i luoghi santi hanno lo scopo non solo di incentivare i palestinesi a compiere attacchi terroristici, ma anche di radunare tutti i musulmani contro Israele. Le false accuse promuovono l'antisemitismo e alimentano il rancore di coloro che odiano Israele in tutto il mondo, specialmente, purtroppo, nei campus universitari statunitensi.
  Tutto questo sta accadendo mentre l'amministrazione Biden ignora con disinvoltura le incessanti calunnie del sangue palestinesi e l'incitamento feroce contro Israele e contro gli ebrei. Durante una recente visita del segretario di Stato americano Antony Blinken a Ramallah, la capitale de facto dei palestinesi, il funzionario governativo ha dichiarato:
  "Lavoreremo per prevenire azioni da entrambe le parti che potrebbero aumentare le tensioni. Ciò include l'espansione degli insediamenti, la violenza dei coloni, la demolizione di case, gli sfratti, i pagamenti alle persone condannate per terrorismo, l'incitamento alla violenza".
  Le osservazioni di Blinken mostrano che egli considera la costruzione di nuove abitazioni per gli ebrei più pericolosa dell'uccisione degli israeliani nelle strade delle loro città.
  È importante sottolineare che Blinken non ha minacciato di sospendere gli aiuti finanziari offerti dagli Stati Uniti ai palestinesi per i pagamenti alle famiglie dei terroristi che hanno ucciso ebrei e per il continuo incitamento ad attaccare gli israeliani.
  Si noti che fino a quando Blinken considererà la costruzione di alloggi per gli ebrei una minaccia maggiore rispetto a sparare e ad accoltellare donne e uomini israeliani nei centri commerciali e nei bar, i palestinesi non smetteranno di versare sangue e di istigare a uccidere.
  Se l'amministrazione statunitense non affermerà con assoluta chiarezza che i palestinesi pagheranno a caro prezzo il fatto di continuare a premiare i terroristi e le loro famiglie, i palestinesi non rallenteranno né la profanazione dei luoghi santi né i loro attacchi terroristici.
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* Bassam Tawil è un musulmano che vive e lavora in Medio Oriente.

(Gatestone Institute, 2 maggio 2022 - trad. di Angelita La Spada)

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Il governo israeliano, partito arabo compreso, respinge al mittente gli insulti e le minacce del capo di Hamas

Hamas cerca di cavalcare l’ondata di attentati, ma c'è ben poco di cui possa vantarsi

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha risposto con sarcasmo al capo di Hamas, Yahya Sinwar, che il giorno prima aveva violentemente attaccato Mansour Abbas, leader del partito arabo islamico Ra’am, per essere rimasto nella coalizione di governo israeliana dopo gli scontri sul Monte del Tempio di Gerusalemme, una posizione che il capo terrorista di Gaza ha definito “un crimine imperdonabile”. Dandogli del “traditore di tutti i musulmani”, Sinwar ha intimato sabato a Mansour Abbas di far cadere il governo israeliano, ha esortato i cittadini arabi d’Israele a prendere le armi e compiere attacchi terroristici e ha incoraggiato attacchi contro gli ebrei in tutto il mondo. “Un arabo che dice che questo paese è ebraico è un ignobile – ha detto Sinwar – E credetemi, ho cercato un modo delicato per dirlo. Un arabo che nega che questo paese sia uno stato razzista di suprematismo ebraico è spregevole e deve essere fermato”.

(israele.net, 2 maggio 2022)

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Lavrov: “Italia in prima fila contro di noi” e la visita di Stato di Jill Biden ai profughi ucraini, le Breaking News del Riformista Tv

“L’Italia e’ in prima fila tra chi promuove sanzioni anti-russe: per noi e’ stata una sorpresa”, ha detto il ministro degli esteri russo Lavrov. E sul gas russo ha aggiunto: “i paesi europei devono pagarlo in rubli perche’ hanno rubato a Mosca le sue riserve di euro e dollari. Intanto il presidente del Museo della Memoria di Gerusalemme, definisce “false, deliranti e pericolose” le dichiarazioni di Lavrov sul fatto che Hitler avesse “origini ebraiche” come Zelensky.
  Tutti i capi di Stato dei Paesi che forniscono armi all’Ucraina devono essere consegnati alla giustizia come criminali di guerra. Lo scrive su Telegram il presidente della Duma Volodin. “Gli Stati europei guidati dalla Germania rischiano di diventare parte del conflitto fornendo armamenti all’Ucraina. Tutti i capi di Stato che hanno deciso di fornire armi si sono sporcati le mani e devono essere portati davanti alla giustizia come criminali di guerra”.
  Ripresa stamani l’evacuazione di civili da Mariupol. Lo rende noto il Consiglio comunale della citta’. Gli autobus partono dal centro commerciale di Port City. Il comandante della 12/a Brigata della Guardia Nazionale ucraina sostiene che nell’acciaieria sarebbero rimaste circa 200 persone, inclusi 20 bambini.
  La first lady americana Jill Biden fara’ una visita di 5 giorni in Romania e Slovacchia a partire da giovedi’ per incontrare i profughi ucraini, gli operatori umanitari e gli insegnanti che li hanno accolti. La moglie del presidente statunitense incontrera’ venerdi’ i membri del servizio militare Usa in Romania prima di andare a Bucarest.
  In Italia a marzo gli occupati aumentano di 81mila unita’ rispetto febbraio e di 804mila su marzo 2021. Lo scrive l’Istat osservando che il tasso di occupazione sale al 59,9%. Gli occupati tornano sopra i 23 milioni con un tasso di disoccupazione che scende ai livelli del 2010. Le donne che hanno oggi un lavoro in Italia aumentano di 85mila unità in confronto a febbraio arrivando a un totale di 9 milioni 776mila.
  Il Consiglio dei ministri e’ in corso per la riduzione delle accise sui carburanti e tornera’ a riunirsi nel pomeriggio per l’esame del decreto aiuti per imprese e famiglie. I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, che sono stati convocati a Palazzo Chigi, indicono da oggi una mobilitazione del mondo della scuola con iniziative e assemblee.

(Il Riformista, 2 maggio 2022)
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Un video che aggiunge elementi poco conosciuti, ma ben documentati, su ciò che sta alle origini dello scontro Usa-Russia che si sta svolgendo per procura sul suolo ucraino, con possibile estensione a tutta l'Europa: Ucraina l'altra verità

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La realtà dei sopravvissuti all'Olocausto è ancora oggi fatta di profonda ingiustizia. E paura

Si sono chiuse in Israele le celebrazioni della Shoah tra vecchi e nuovi timori

di Alfredo De Girolamo

Al mondo sono circa 400 mila gli scampati al genocidio ebraico ancora in vita. Numero che si sta rapidamente assottigliando ed entro la fine del decennio 2030 potrebbe raggiungere lo zero. Israele è lo stato dove vive la gran parte dei perseguitati dal nazifascismo. Il 4 maggio 2016, l'allora presidente israeliano Reuven Rivlin, durante la cerimonia in Memoria dello sterminio, espresse profonda indignazione per le condizioni in cui versavano molti sopravvissuti: "Chiedo perdono a ciascuno di voi, prima che sia troppo tardi. Non capivamo, non volevamo capire, e non abbiamo fatto abbastanza". Sei anni fa i sopravvissuti all’Olocausto erano 190mila, 45mila si trovavano economicamente sotto la soglia di povertà. Nel 2021, epoca di pandemia, 15mila sono deceduti (Holocaust Survivors’ Rights Authority, 26.4.2022). Con una media di 42 morti al giorno. Oggi, la maggioranza dei 161.400 superstiti è nella fascia di età compresa tra 85-86 anni, un quinto di loro ha compiuto più di 90 anni e mille hanno passato i 100. Il 63% è nato in Europa, il gruppo più numeroso proviene dall'ex blocco dell'Unione Sovietica, circa uno ogni tre. Il 12% è nato in Romania, 5% in Polonia, 2,7% Bulgaria, l'1,4% Ungheria e Germania, l'1% in Francia. Il 18,5% è originario del Marocco e dell'Algeria, 11% Iraq e il 7% proviene da Libia e Tunisia.
  Le donne rappresentano più della metà (61%) dei superstiti, ma solo il 10% è attualmente sposata. La distribuzione geografica spazia in tutto il paese, Haifa conta tra i suoi cittadini 11mila sopravvissuti, Gerusalemme 10mila e Tel Aviv 8.700. Mentre, sono 7.743 coloro in attesa di ricevere l'alloggio pubblico (Over 7,000 Holocaust Survivors in Israel Still Waiting for Public Housing, Haaretz). L'ultima legge finanziaria aveva approvato la realizzazione di due mila unità abitative per anziani in case di riposo. Ritardi nella costruzione, limbo burocratico, insufficienza di sussidi hanno paralizzato la lista d'attesa. “La famiglia di Valery immigrata dall'Ucraina nel 1999 attende dal giorno del suo arrivo”. Riuscire ad entrare nelle case popolari non è l'unico problema. Gran parte delle famiglie dei sopravvissuti non possono permettersi l'assistenza sanitaria, 90 ore mensili è il sussidio domestico riconosciuto dal governo. Sono ufficialmente 42mila a ricevere sostegno dal Ministero dei Servizi Sociali. L'Autorità competente ha un budget annuale di 5,5 miliardi di shekel (1,57 miliardi di euro). Ma rientrare tra i beneficiari del programma assistenziale non è così scontato.
  Nella cultura umana l'Olocausto è un evento incomparabile. Avraham Roet è un superstite, in occasione di Yom Ha-Shoah, Giorno del Ricordo, ha pubblicato una toccante lettera, dove non risparmia critiche alle istituzioni. Roet nel suo atto d'accusa si sofferma su tre richieste: la restituzione dei beni depredati alle vittime della Shoah e non restituiti, il diritto dei sopravvissuti a trascorrere la vita dignitosamente e quello di veder tramandata la loro memoria. "Noi sopravvissuti all'Olocausto ricordiamo. Quando non saremo più qui le future generazioni ricorderanno? E cosa ricorderanno?". Una fondazione caritatevole israeliana ha pensato di portare il primo museo dell'Olocausto nel Metaverso. Un modo di connettere generazioni proiettando le loro storie nello spazio del mondo virtuale. La realtà invece è fatta anche di profonda ingiustizia. E paura. Almeno è quanto si evince dal sondaggio pubblicato alla vigilia delle commemorazioni, che quest'anno cadevano il 26 e 27 aprile, dal quotidiano Israel Hayom: il 47% degli intervistati teme un prossimo Olocausto. Attenzione a dire “mai più”.

(L'HuffPost, 2 maggio 2022)

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Negli ultimi giorni verranno tempi difficili

Dalla Sacra Scrittura

2 TIMOTEO, cap. 3
  1. Or sappi questo, che negli ultimi giorni verranno tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del danaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senz'affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerarî, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. aventi la forma della pietà, ma avendone rinnegato la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro son quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.

In soli tre versetti (2,3,4) è contenuto un elenco terrificante di umani vizi. Se ne possono contare esattamente diciotto, indicati tutti uno per uno con un termine particolare. Ne ripetiamo qui l'elenco completo traslitterando i termini originali e proponendone possibili significati. Tre di essi parlano di "amore": iniziano infatti con un filo che in inglese può essere reso bene con un lover. Altri iniziano con una a che indica negazione, come nel caso di anemia, che letteralmente significa "senza sangue". In quei casi useremo il "senza":

    filautoi, amanti di se stessi, self-lovers,
    filargyroi, amanti del denaro, money-lovers,
    alazones, vanagloriosi, millantatori,
    hyperefanoi, superbi, altezzosi, arroganti,
    blasfemoi, bestemmiatori, ingiuriosi,
    apeitheis, senza sottomissione ai genitori, ribelli
    acharistoi, senza gratitudine, a loro tutto è dovuto,
    anosioi, senza rispetto per ciò che è sacro, scellerati,
    astorgoi, senza naturali affetti,
    aspondoi, senza lealtà, spietati, crudeli,
    diaboloi, accusatori implacabili,
    akrateis, senza temperanza,
    anemeroi, senza compassione, brutali,
    afilagathoi, senza amore per il bene
    prodotai, traditori, infidi
    propeteis, temerari, sconsiderati,
    tetyfomenoi, gonfi, palloni gonfiati,
    filedonoi, amanti del piacere, pleasure-lovers.
L'elenco si conclude con un anziché   che indica il contrasto tra due amori: filedonoi, amanti del piacere (pleasure-lovers), anziché filotheoi, amanti di Dio (God-lovers).
  A ciò segue un'aggiunta significativa: aventi la forma della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  A che serve un elenco come questo? Dal punto di vista morale non migliora certo la società fare un elenco dei vizi delle persone; dal punto di vista spirituale non c'è bisogno di convincere l'uomo di quanto sia malvagio per fargli sapere che lui - peccato più, peccato meno -  è in ogni caso un peccatore bisognoso di salvezza davanti a Dio.
  La spiegazione sta nel primo versetto: "Sappi questo". Dunque si tratta di rivelazione. Poi continua: "... che negli ultimi giorni...", dunque è profezia, simile nello stile a quella dei profeti dell'Antico Testamento: "Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa dell'Eterno si ergerà sulla vetta dei monti..." (Isaia 2:2). Qui però non si parla di svolte politiche, non si fa un elenco di fatti, non si dice quello che gli uomini faranno di male, ma quello che gli uomini saranno (v.2) nella loro personalità intaccata dal male.
  La visione biblica è implacabile: col passar del tempo il corpo della società andrà sempre di più corrompendosi sul piano morale, come avviene per il corpo dell'uomo singolo sul piano fisico. Il male è presente nel mondo fin dai tempi di Abele e Caino, ma non si dica che è sempre lo stesso, perché è come l'entropia: cresce sempre. Nel tempo della fine, secondo la parola di Gesù, "l'iniquità sarà moltiplicata e l’amore di molti si raffredderà" (Matteo 24:12).
  Nel male qui descritto non ci sono atti di violenza fisica o sopraffazione sociale , ma pensieri, passioni, intenzioni, che nel loro insieme corrodono la struttura morale della personalità e di conseguenza quella della società.
  Sarà presente in grado estremo negli ultimi giorni, ma fin d'ora è diffuso fra gli uomini, in forma palese o latente, laica o religiosa.
  Sarà presente anche nella comunità dei credenti. E' così già oggi. Ed è in crescita. Per questo Paolo avverte Timoteo: "Anche costoro schiva!" (v.6), cioè sta' lontano da persone che hanno "la forma della pietà", ma sono "corrotti di mente" e con i loro pensieri "contrastano alla verità e sono riprovati quanto alla fede".
  Negli ultimi giorni il disgregamento morale della società raggiungerà il suo acme. E la falsa chiesa contribuirà con una tinta di religiosità alla sublimazione del marciume morale, ormai non più percepito come tale.
  Ma a tutto questo si arriverà gradualmente, piano piano, in un lento movimento appena percettibile. Il processo è già in atto: l'elemento di separazione tra credenti e increduli, che per quanto riguarda "i sentimenti e i pensieri del cuore" (Ebrei 4;12) avrebbe dovuto avere la consistenza di una paratia navale, prende sempre di più i caratteri di una membrana osmotica semipermeabile, separante due zone adiacenti destinate col passar del tempo a contenere la medesima concentrazione di male.
  Funerea visione del futuro? conclusione deprimente? Dipende da chi legge. A chi vuole ascoltare le parole di Paolo in un atteggiamento simile a quello di Timoteo, cioè di un suo discepolo che vuole imparare, l'apostolo rivolge una potente parola di personale spinta e incoraggiamento: Ma tu...

  1. Ma tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  2. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Tu sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  3. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  4. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  5. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  6. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  7. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  8. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.
PREDICAZIONE
Marcello Cicchese
luglio 2015


 
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