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Notizie 1-15 agosto 2026
Israele alle urne, viaggio dentro una giornata elettorale
Dai bigliettini con le lettere alle buste azzurre, dalle scuole ai seggi per soldati e sfollati, così gli israeliani scelgono i 120 membri della Knesset
di Alessandro Carmi
Il giorno delle elezioni Israele si sveglia in una specie di festa nazionale molto rumorosa. È un giorno festivo, le scuole sono chiuse perché molte diventano seggi, le strade si riempiono dei colori dei partiti e davanti agli edifici dove si vota volontari e militanti cercano fino all’ultimo di convincere gli indecisi. Famiglie intere arrivano insieme, spesso con i bambini. Poi, oltre la porta del seggio, tutto torna improvvisamente molto semplice.
Per votare bisogna avere almeno 18 anni ed essere cittadini israeliani iscritti nel registro elettorale. Ogni elettore viene assegnato a un seggio in base alla residenza e può identificarsi con un documento valido. Il diritto di voto riguarda anche gli arabi israeliani, i drusi e gli altri cittadini dello Stato esattamente alle stesse condizioni degli ebrei. Per candidarsi alla Knesset occorre invece aver compiuto 21 anni.
La prima sorpresa per chi è abituato alle elezioni italiane arriva entrando nella cabina. Non esiste una grande scheda con simboli e nomi da barrare con la matita. Davanti all’elettore ci sono tanti piccoli rettangoli di carta bianca, uno per ogni lista, disposti in caselle separate. Su ciascuno sono stampati il nome della lista e soprattutto una, due o, dalle elezioni del 2026, fino a tre lettere ebraiche che la identificano. Il Likud è מחל, Machal; Shas è שס; altri partiti possiedono combinazioni altrettanto riconoscibili, che durante la campagna finiscono sui manifesti e diventano quasi un secondo nome della formazione politica.
L’elettore prende il bigliettino della lista scelta, lo mette nella busta fornita dal seggio, la chiude e la deposita nell’urna. Nessuna preferenza da scrivere, nessun candidato da scegliere. Se per qualche motivo manca il bigliettino desiderato, sono disponibili anche fogli bianchi sui quali si può scrivere a mano la sigla ufficiale della lista. Il voto resta valido purché l’indicazione sia inequivocabile.
La semplicità della scheda racconta molto del sistema politico israeliano. Tutto il Paese costituisce infatti un unico collegio elettorale. Un voto espresso a Eilat pesa esattamente quanto uno espresso a Haifa, Tel Aviv o Gerusalemme. L’elettore sceglie una lista nazionale e i 120 seggi della Knesset vengono distribuiti proporzionalmente fra quelle che superano la soglia del 3,25 per cento dei voti validi. La successiva ripartizione utilizza il metodo Bader-Ofer, versione israeliana del sistema D’Hondt, e può essere influenzata dagli accordi preventivi sulle eccedenze di voti stipulati fra le liste.
Gli israeliani, quindi, non eleggono direttamente il primo ministro. Votano la Knesset e soltanto dopo comincia la partita per costruire una maggioranza di almeno 61 deputati. È una distinzione fondamentale, perché spiega quelle lunghe trattative postelettorali che dall’estero possono apparire incomprensibili. Il nome del candidato premier domina la campagna, sulla scheda elettorale quel nome può anche non comparire affatto.
Anche i luoghi del voto raccontano il Paese. Migliaia di seggi vengono allestiti soprattutto nelle scuole e negli edifici pubblici, mentre procedure particolari permettono di votare negli ospedali, nelle carceri e nelle basi militari. Per le elezioni della ventiseiesima Knesset sono state inoltre introdotte disposizioni specifiche per gli israeliani evacuati dalle proprie abitazioni a causa della situazione di sicurezza, che potranno utilizzare seggi dedicati o quelli accessibili agli elettori con difficoltà motorie. In questi casi entra in gioco la famosa “doppia busta”, che permette di verificare l’identità dell’elettore evitando che possa votare anche nel seggio nel quale risulta normalmente registrato.
Esistono poi i seggi diplomatici per una categoria molto circoscritta di israeliani all’estero, come diplomatici e altri dipendenti pubblici autorizzati. Per il normale cittadino israeliano residente temporaneamente fuori dal Paese, invece, non esiste il voto postale generalizzato. Se vuole partecipare alle elezioni deve tornare in Israele.
Alla chiusura delle urne comincia un rito sorprendentemente analogico per un Paese che ha fatto dell’alta tecnologia uno dei propri marchi. Le buste vengono aperte e i bigliettini contati materialmente dai componenti delle commissioni, sotto gli occhi dei rappresentanti delle diverse liste. Schede bianche, biglietti alterati, combinazioni irregolari o buste che permettano di identificare l’elettore possono essere dichiarati nulli. I verbali passano poi alle commissioni regionali e i risultati confluiscono nella Commissione elettorale centrale.
È un sistema quasi spartano nella sua materialità. Carta, busta, urna, scrutinatori e un piccolo rettangolo con poche lettere ebraiche. Intorno, però, c’è una delle società politicamente più accese del mondo, dove le elezioni possono decidere il futuro dei rapporti fra religiosi e laici, ebrei e arabi, centro e periferia, oltre alle grandi questioni della sicurezza e della guerra.
Forse è proprio questo il dettaglio più curioso delle elezioni israeliane. Dopo settimane di sondaggi, coalizioni, veti, comizi e discussioni furibonde, il cittadino entra dietro un paravento e compie un gesto elementare. Cerca una sigla fra decine di bigliettini, ne prende uno e lo chiude dentro una busta. Da quel piccolo pezzo di carta comincia la complicatissima operazione di costruire un governo d’Israele.
(Setteottobre, 15 agosto 2026)
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L’ex capo del Mossad, Yossi Cohen, si racconta in un podcast del Times
L’ex capo del Mossad, Yossi Cohen, svela come l’intelligence israeliana abbia sventato decine di attentati in Gran Bretagna e critica le parole del Primo Ministro britannico Andy Burnham
di Paola P. Goldberger
L’ex capo del Mossad, Yossi Cohen, ha concesso un’intervista approfondita al podcast britannico “The General and the Journalist” (Il generale e il giornalista), prodotto dal quotidiano “The Times”. Nell’intervista, Cohen ha parlato a lungo degli stretti rapporti di intelligence con la Gran Bretagna, pur sottolineando le critiche politiche provenienti da Londra; ha descritto in dettaglio la profondità della penetrazione dei servizi segreti in Iran nel corso di decenni e ha parlato con franchezza delle mancanze dei servizi segreti che hanno portato agli eventi del 7 ottobre.
Cohen ha illustrato la stretta collaborazione con i servizi di sicurezza britannici: «Lavorando con i vostri meravigliosi MI5 e MI6, ho sempre avuto la profonda sensazione che fossimo partner a tutti gli effetti. Non solo abbiamo condiviso informazioni di intelligence, ma abbiamo letteralmente lavorato insieme». Ha menzionato anche la collaborazione contro l’ISIS in tutto il mondo.
Tuttavia, Cohen ha criticato aspramente la posizione del primo ministro britannico, Andy Burnham, che ha criticato la condotta di Israele durante la guerra: «È giusto che la Gran Bretagna sia più dura nei confronti di Israele? Assolutamente no. La Gran Bretagna deve dimostrare pieno sostegno allo Stato di Israele, proprio come noi vi abbiamo sostenuto quando avete subito atti di terrorismo sul vostro territorio. Posso citare l’ex capo dell’MI5 che mi ha detto: ‘Yossi, ti meriti un Oscar, hai sventato un numero enorme di atti terroristici in Gran Bretagna. Grazie mille per questo’».
Cohen ha poi aggiunto una critica alla situazione interna del Regno Unito: «La critica è legittima, ma l’opposizione a ciò che stiamo facendo è inaccettabile. Lo Stato di Israele non ha mai dato inizio a questa guerra a Gaza: sono state le organizzazioni terroristiche di Hamas e della Jihad Islamica a farlo. Il governo britannico deve capire che seguiamo da vicino ciò che fanno. Oggi in Gran Bretagna avete un enorme problema interno: semplicemente non è sicuro andare in giro per le strade di Londra o Manchester, che si sia ebrei o meno».
Alla domanda sull’affermazione secondo cui alcuni esponenti dei servizi segreti britannici temono talvolta che le operazioni del Mossad «superino i limiti morali», Cohen ha risposto: «La maggior parte di ciò che facciamo, lo facciamo da soli. Abbiamo un sistema morale interno molto rigoroso. Non abbiamo il grilletto facile e non agiamo a nostro piacimento. Discutiamo al nostro interno: qual è l’obiettivo, cosa ne ricaviamo e se l’operazione sia moralmente giustificata. Dobbiamo farlo? Sì. Qualcun altro lo farebbe al posto nostro? No».
Cohen ha rivelato dettagli sulla strategia operativa alla base dell’operazione dei cercapersone esplosivi e delle apparecchiature di comunicazione di Hezbollah, spiegando che si trattava di un’operazione messa a punto nel corso di oltre due decenni: «All’inizio degli anni 2000, quando ero capo divisione al Mossad, abbiamo creato un nuovo concetto che combinava agenti umani e tecnologia. Avevamo capito che tutto ruotava attorno alla tecnologia e che i nostri nemici acquistavano attrezzature in tutto il mondo. Dovevamo studiare la loro catena di approvvigionamento, e siamo arrivati al punto in cui, quando Stati, soggetti e organizzazioni terroristiche ordinavano componenti di cui erano sprovvisti, li ordinavano direttamente da società di copertura del Mossad. È qualcosa che abbiamo preparato per oltre 20, quasi 25 anni».
In risposta alle accuse relative alle vittime civili in Libano, Cohen ha affermato: «So con certezza che chiunque portasse con sé quelle apparecchiature di comunicazione era un terrorista. Israele non ha mai colpito intenzionalmente chi non fosse coinvolto nella rete terroristica».
Riferendosi al dibattito tra cyber e intelligence umana, Cohen ha criticato la tendenza globale ad abbandonare l’impiego di agenti sul campo, collegandola direttamente all’attacco del 7 ottobre:
«Molte agenzie ritenevano che l’HUMINT (intelligence umana) fosse una cosa obsoleta, folle e troppo pericolosa, e dicevano: “Perché mandare persone sul campo di battaglia quando si può stare seduti davanti a un portatile e hackerare i sistemi?”. Purtroppo, se facciamo un salto in avanti al 7 ottobre, credevamo che il SIGINT avrebbe risolto il problema. E l’unica cosa che non avevamo a disposizione in modo adeguato era proprio l’HUMINT. Dei 1.500 terroristi che hanno attraversato contemporaneamente il confine con Israele, e degli altri circa 2.000 che li hanno aiutati con la logistica, il comando e le munizioni – nessuno di loro è venuto a dirci in anticipo: “Ecco cosa faremo, questo è il nostro piano”. Ecco perché l’intelligence umana è estremamente importante”
Cohen ha sottolineato i successi dell’intelligence, tra cui l’intrusione nelle telecamere di sorveglianza di Teheran e l’eliminazione del leader iraniano Ali Khamenei nel primo giorno di guerra. Ha descritto la guerra psicologica condotta contro gli scienziati nucleari: «Volevamo che sapessero che ogni moto che circolava per le strade di Teheran poteva essere nostra. Abbiamo mandato dei fiori alle loro famiglie a casa e abbiamo detto: “Salve, sappiamo che lavorate per il programma nucleare e che potreste essere i prossimi sulla lista – fareste meglio a smettere di fare quello che state facendo”. E alcuni di loro se ne sono davvero andati».
Riguardo alle notizie secondo cui il Mossad avrebbe cercato di reclutare l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ha affermato: «Non posso né smentirlo né confermarlo. Ma considerando l’audacia del Mossad e ciò di cui siamo capaci, non lo escluderei a priori». Ahmadinejad era un obiettivo chiave per la raccolta di informazioni durante il mio mandato; a differenza di Rouhani, che sorrideva e affascinava il mondo all’ONU, nel caso di Ahmadinejad le minacce di annientamento di Israele erano assolutamente chiare».
Secondo Cohen, il rovesciamento del regime in Iran dipende esclusivamente dal popolo iraniano: «Ho sempre creduto che un cambio di regime non avverrà mai per merito nostro. Dipende esclusivamente dagli stessi iraniani: occorre vedere 30 milioni di cittadini scendere in piazza. La guerra e l’indebolimento della leadership possono costituire una spinta in tal senso, ma dal punto di vista dello Stato di Israele, finché l’Iran dichiara apertamente la nostra distruzione, la guerra non è finita».
Infine, a Cohen è stato chiesto delle sue intenzioni politiche e della possibilità che si candidi alla carica di primo ministro: «Ho servito lo Stato ininterrottamente per 42 anni. Non parteciperò alle elezioni di ottobre, perché ritengo che al momento sia quasi impossibile ottenere un cambiamento significativo nelle direzioni che ritengo opportune. Ma come si suol dire: mai dire mai, e forse un giorno, in futuro, cambierò idea».
(Rights Reporter, 15 agosto 2026)
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L’ambasciatore ebreo a Washington condanna i coloni «graziati» da Bibì
di Stefano Graziosi
Resta alta la tensione nel villaggio di Qusra, dopo che, nei giorni scorsi, alcuni coloni israeliani hanno bloccalo delle abitazioni palestinesi in loco. Ieri, il ministro della Difesa dello Stato ebraico, Israel Katz, ha annuncialo di voler trasferite il controllo dell'ordine in Cisgiordania dall'Idf alle forze di polizia israeliane. «Tutta la responsabilità per l'applicazione delle norme in materia civile e per il mantenimento della legge e dell'ordine sarà trasferita alla polizia», ha dichiaralo. Polizia che, secondo il Jerusalem Post, avrebbe tuttavia accolto con scetticismo il piano del ministro. Dal canto suo, il Times of Israel, pur precisando che una simile misura non sarà probabilmente attuata prima delle elezioni di ottobre per la Knesset, ha sottolineato che essa «sembrerebbe un ulteriore passo verso l'annessione della Cisgiordania. In tal senso, l'annuncio di Katz è stato bollato ieri come una «flagrante violazione del diritto internazionale» dal vicepresidente dell'Anp, Hussein al-Sheikh, secondo cui «Israele non ha alcuna sovranità su nessuna parte del territorio dello Stato di Palestina occupato nel 1967»·
Si tratta di una situazione che potrebbe rinfocolare le tensioni tra Washington e Gerusalemme. Giovedì, l'ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, aveva criticato gli atti dei coloni a Qusra, accusandoli di terrorismo. Tutto questo, mentre ieri il Times of Israel riferiva che l'amministrazione Trump stava esercitando pressioni, dietro le quinte, su Benjamin Netanyahu, affinché quest'ultimo condannasse pubblicamente quanto avvenuto nel villaggio. Probabilmente non a caso, proprio ieri pomeriggio, è arrivata la presa di posizione dell'ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter. «Quando una banda di teppisti semina il caos con violenza gratuita, distogliendo energie dall'esercito e dalle forze dell'ordine israeliane, e afferma di farlo per il bene della patria, si tratta di una distorsione, persino di un sacrilegio», ha detto.
Ma per quale ragione il nodo dei coloni ha messo Israele in rotta di collisione con gli Stati Uniti? In vista delle elezioni di ottobre, il premier israeliano ha necessità di non irritare l'ala destra della sua coalizione di governo, ragion per cui non può politicamente permettersi un approccio severo verso gli insediamenti colonici ed è contrario all'istituzione di uno Stato palestinese. Donald Trump, dal canto suo, ha tessuto, rispetto al primo mandato, dei rapporti migliori con l'Anp e punta a mantenerli buoni, anche in considerazione del piano di pace per Gaza (piano di cui suo genero, Jared Kushner, discuterà la prossima settimana, visitando Israele ed Egitto), Trump sa inoltre che l'Arabia Saudita ha posto come condizione per la propria adesione ai Patti di Abramo quella della creazione di uno Stato palestinese. Tra l'altro, le tensioni stanno coinvolgendo anche il Vecchio Continente. Ieri, la Francia ha invocato l'arresto dei coloni a Qusra. «La Francia condanna fermamente l'occupazione di diverse case palestinesi nel villaggio di Qusra, in Cisgiordania, da parte di coloni israeliani», ha tuonato il ministero degli Esteri di Parigi.
Nel frattempo, il Jerusalem Post ha riportato che l'Idf che giovedì ha ucciso un comandante di Hamas, condurrà un'indagine interna per far luce sul perché le forze militari dello Stato ebraico abbiano impiegato così tanto tempo per smantellare l'avamposto dei coloni nel villaggio. È stato frattanto reso noto che in una delle abitazioni assediate erano presenti cinque italiani. Il gruppo è stato evacuato e trasferito in un'altra casa, mentre la Farnesina sta monitorando la situazione. Frattanto, Haaretz ha riferito che, ieri mattina, i coloni avevano fatto ritorno a Qusra.
(La Verità, 15 agosto 2026)
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La somma di problemi che ruotano intorno a Israele è una questione di verità, non di moralità. I comportamenti morali dei soggetti che vi partecipano non hanno alcun peso. Anche il 7 ottobre, che nella sua atrocità ha visto arabi di Gaza assalire ebrei inermi nelle loro case, non aggiunge nulla al peso di diritto che ha il popolo ebraico su quella terra. Tanto meno vi toglie qualcosa il comportamento di ebrei che assalgono case in cui si trovano arabi. È la relazione con la verità che va seguita nell’esaminare i fatti.
Si usa il termine “coloni”, e ciò non è vero, perché non corrisponde al giuridico rapporto che gli assalitori hanno con quella terra, che non viene sottratta ad altri, ma in verità appartiene a loro.
Si usa il termine “Cisgiordania”, e questo non corrisponde al vero, perché è un uso fraudolento del linguaggio per indurre a pensare che si tratti di terra una volta appartenente alla Giordania. Il termine corrispondente al vero è “Giudea e Samaria”, terra appartenente da tempi biblici al popolo ebraico.
Nella Bibbia il contrario di verità è menzogna. E di menzogna si tratta nella maggior parte di articoli di stampa, dove si usa il richiamo alla moralità per calpestare la verità anche nelle parole.
Si sarebbe potuto dire: alcuni israeliani hanno dato un’impropria, esecrabile manifestazione del loro legittimo desiderio di vivere con pieno diritto sulla loro terra. E qui il richiamo alla moralità sarebbe stato pienamente giustificato. M.C.
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Mazal Tov! L’Islanda ha il suo Beit Shvidler Jewish Center, il primo centro ebraico della storia del Paese
Dopo oltre un secolo di presenza ebraica senza una sede stabile, la comunità di Reykjavik inaugura uno spazio dedicato alla preghiera, alla cultura e all’incontro. Un traguardo reso possibile dal lavoro dei rabbini Avraham e Mushky Feldman.
di Nina Deutsch
Abbiamo sognato questo momento per anni e ora ci troviamo immersi in questo sogno che è diventato realtà». Con queste parole il rabbino Avraham Feldman ha annunciato l’apertura del Beit Shvidler Jewish Center of Iceland, il primo centro ebraico permanente nella storia dell’Islanda. La struttura è dedicata al filantropo Eugene Shvidler, il cui contributo è stato determinante per l’acquisto e la ristrutturazione dello spazio. La notizia è stata pubblicata lo scorso luglio sul sito ufficiale Chabad.org, segnando una tappa destinata a entrare nella storia della piccola nazione nordica.
L’Islanda, con i suoi poco più di 390 mila abitanti, è spesso percepita come un’isola lontana, sospesa nel Nord Atlantico, distante dalle grandi rotte europee e raramente al centro dell’attenzione internazionale. Ancora meno si pensa alla presenza ebraica. Eppure gli ebrei vivono sull’isola da oltre un secolo, anche se per gran parte di questo tempo Reykjavik è rimasta l’unica capitale europea priva di un rabbino residente e di una sinagoga stabile. Una presenza discreta, spesso invisibile, che oggi trova finalmente un luogo capace di raccontarne la storia e di proiettarla nel futuro.
La svolta è arrivata nel 2018, quando Avraham e Mushky Feldman sono approdati in Islanda come emissari di Chabad-Lubavitch. Per anni hanno costruito la comunità partendo praticamente da zero: incontri nelle loro abitazioni, celebrazioni organizzate in sale di hotel e spazi temporanei, relazioni coltivate una persona alla volta. Un lavoro silenzioso, fatto soprattutto di ascolto e di legami personali.
«La nostra priorità principale era semplicemente quella di entrare in contatto con le persone a livello personale, a livello individuale, e scoprire cosa, secondo loro, mancasse», ha raccontato il rabbino Feldman in un’intervista al Jerusalem Post. Non era una questione di numeri. «Ogni individuo è un mondo intero», ha spiegato, sottolineando come offrire anche a una sola famiglia la possibilità di vivere pienamente la propria identità ebraica possa fare una differenza enorme.
Il nuovo centro non nasce soltanto come luogo di culto, ma anche come spazio culturale aperto al dialogo con la società islandese. La futura esposizione permanente dedicata alla vita ebraica sull’isola è stata infatti concepita per raccontare non solo le persecuzioni del passato, ma soprattutto la storia, i contributi e la vitalità della presenza ebraica in Islanda, con l’obiettivo di favorire la conoscenza reciproca e il confronto tra culture.
Quella rete di rapporti, costruita con pazienza, ha fatto emergere una realtà poco conosciuta: molti ebrei presenti in Islanda non si conoscevano neppure tra loro. Con il passare degli anni sempre più persone hanno iniziato a contattare i Feldman e oggi la comunità riunisce alcune centinaia di ebrei provenienti da Paesi, tradizioni e percorsi religiosi diversi, accomunati dal desiderio di avere finalmente un punto di riferimento stabile.
Il nuovo Beit Shvidler Jewish Center rappresenta il coronamento di questo percorso. Distribuito su tre piani e con una superficie di circa 836 metri quadrati, ospita un negozio di prodotti ebraici e kosher, spazi destinati a eventi comunitari, un’area pensata per un futuro caffè o ristorante kosher e la Galleria della Vita Ebraica in Islanda, una mostra permanente che racconta oltre cento anni di presenza ebraica sull’isola. È inoltre prevista la realizzazione di un mikveh, nell’edificio acquistato in precedenza dalla comunità.
La scelta dell’edificio non è stata immediata. In un primo momento la comunità aveva acquistato una struttura più piccola, ma durante la fase dei progetti e delle autorizzazioni si è presentata l’opportunità di acquisire uno spazio molto più grande. «Abbiamo dovuto chiederci se restare fedeli al piccolo sogno o trasformarlo in qualcosa di davvero speciale», ha ricordato Feldman. Una decisione che ha permesso di immaginare un centro non soltanto per le esigenze attuali, ma anche per quelle delle future generazioni.
Negli ultimi anni non sono mancati momenti destinati a lasciare il segno. Nel 2018 Reykjavik ha ospitato la prima accensione pubblica delle luci di Hanukkah della sua storia. Nel febbraio 2020 è stato completato il primo Sefer Torah mai inaugurato in Islanda: le ultime lettere sono state scritte dai membri della comunità e il rotolo è stato portato in processione lungo la via principale della capitale sotto una chuppah, attirando l’attenzione e la curiosità di numerosi cittadini.
Un altro passo storico è arrivato nel 2021, quando l’Islanda ha riconosciuto ufficialmente l’ebraismo come religione. Da quel momento matrimoni, cerimonie di imposizione del nome e funerali ebraici hanno ottenuto pieno riconoscimento civile, un passaggio che ha consolidato il percorso di crescita della comunità.
L’apertura del nuovo centro è stata accolta con messaggi di sostegno anche dalle istituzioni islandesi. In una lettera ufficiale, il primo ministro ha definito il Beit Shvidler Jewish Center «un’importante pietra miliare per la comunità ebraica e per la società islandese», aggiungendo che sarà «un luogo di cultura, apprendimento e dialogo, destinato ad arricchire la nostra comunità negli anni a venire».
Anche la presidente dell’Althing, il Parlamento islandese, ha sottolineato il valore dell’iniziativa, ricordando che per la prima volta gli ebrei dell’isola dispongono di uno spazio stabile dove riunirsi, celebrare le festività, trasmettere le proprie tradizioni e costruire il futuro della comunità.
Per il rabbino Feldman, però, il significato di questo progetto va oltre l’inaugurazione di un edificio. «Insieme stiamo scrivendo il capitolo islandese della storia del popolo ebraico», ha detto durante la cerimonia.
Un capitolo iniziato oltre cent’anni fa in modo silenzioso e che oggi, nel cuore di Reykjavik, trova finalmente una casa: un luogo destinato non solo a custodire la memoria, ma anche a dare nuovo slancio alla vita ebraica in una delle nazioni più remote d’Europa.
(Bet Magazine Mosaico, 14 agosto 2026)
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Arresti e torture: la morsa di Hamas su Gaza
di Shira Navon
Hamas sta approfittando della tregua per ricostruire il proprio apparato di controllo a Gaza e intensificare la repressione contro i palestinesi considerati oppositori o semplicemente sospetti.
L’allarme arriva dalle IDF, che hanno scelto una modalità insolita per renderlo pubblico: un messaggio rivolto direttamente agli abitanti della Striscia dalla tenente colonnello Ella Waweya, portavoce dell’esercito israeliano in lingua araba.
Secondo le informazioni diffuse dalle IDF e dallo Shin Bet, interrogatori violenti, arresti e torture sarebbero aumentati dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, mentre Hamas cerca di ristabilire un controllo capillare sulla popolazione dopo quasi tre anni di guerra.
Strutture civili — fra cui ospedali, scuole e moschee — verrebbero utilizzate anche per detenere e interrogare palestinesi sospettati di collaborazionismo, dissenso o attività ostili all’organizzazione.
Le accuse provengono da apparati israeliani direttamente coinvolti nel conflitto e richiedono quindi riscontri esterni.
Alcuni, tuttavia, esistono.
Lo scorso giugno la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha denunciato la «gravità e il carattere pubblico» delle misure punitive adottate da Hamas contro la popolazione di Gaza, attribuendo alle forze legate all’organizzazione omicidi e torture qualificabili come crimini di guerra.
Il rapporto dell’ONU descrive una popolazione palestinese intrappolata anche nel «governo fondato sulla paura» esercitato da Hamas.
Un altro segnale significativo era arrivato da Medici Senza Frontiere.
Nel gennaio scorso l’organizzazione aveva sospeso le attività mediche non essenziali all’ospedale Nasser di Khan Younis dopo aver segnalato gravi violazioni della neutralità della struttura.
Personale e pazienti avevano riferito della presenza di uomini armati, alcuni mascherati, oltre a intimidazioni e arresti arbitrari, e a un episodio che aveva fatto sospettare lo spostamento di armi all’interno del complesso.
La denuncia israeliana si inserisce dunque in un quadro più ampio.
Hamas governa Gaza dal 2007, quando estromise con la forza Fatah dopo la vittoria nelle elezioni legislative palestinesi dell’anno precedente.
Da allora nella Striscia non si sono più tenute elezioni nazionali e le organizzazioni internazionali che monitorano le libertà politiche hanno ripetutamente documentato repressione del dissenso, arresti arbitrari e violenze contro oppositori e manifestanti.
Freedom House continua a definire il governo di Hamas autoritario e fondato sulla soppressione delle critiche.
La guerra iniziata con il massacro del 7 ottobre 2023 ha sconvolto anche questo sistema di potere.
Gran parte delle strutture amministrative e militari dell’organizzazione è stata colpita, migliaia dei suoi uomini sono stati uccisi e la presenza delle IDF ha ridisegnato il controllo territoriale della Striscia.
Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha però lasciato Hamas in controllo di fatto di una parte considerevole di Gaza, consentendogli di ricostituire gradualmente polizia, sicurezza interna e strutture amministrative.
È proprio questa capacità di rigenerazione a preoccupare Israele.
All’inizio di agosto Gerusalemme ha accusato Hamas di continuare a reclutare uomini, ricostruire tunnel e riarmarsi, sostenendo che tali attività violino gli impegni previsti dal piano americano per la smilitarizzazione della Striscia.
La repressione interna svolge in questo processo una funzione essenziale.
Un’organizzazione indebolita militarmente ha bisogno di impedire la nascita di poteri alternativi, neutralizzare le reti considerate ostili e dimostrare alla popolazione che la propria autorità è sopravvissuta alla guerra.
Le esecuzioni e le violenze compiute contro palestinesi accusati di collaborare con Israele o di opporsi al movimento hanno già mostrato quanto brutale possa diventare questa competizione.
Per Israele la questione investe direttamente qualsiasi progetto sul futuro di Gaza.
Se Hamas riesce a utilizzare il periodo di tregua per ricostruire gli strumenti attraverso i quali esercita il potere, la fine delle grandi operazioni militari rischia di restituire progressivamente all’organizzazione una parte di ciò che aveva perduto sul campo.
Per i palestinesi di Gaza il problema è ancora più immediato.
Dopo anni di guerra e devastazione, la ricostruzione dovrebbe coincidere con il recupero di una vita civile.
Il ritorno di interrogatori, arresti arbitrari e violenze politiche indica invece che, insieme agli edifici, Hamas sta cercando di ricostruire anche il sistema coercitivo con cui ha governato la Striscia per quasi vent’anni.
Il messaggio in arabo delle IDF ha evidentemente anche una funzione di guerra psicologica e politica contro Hamas.
Sarebbe però un errore liquidare per questo il problema che solleva.
Quando persino una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite parla apertamente di omicidi, torture e governo della paura, la repressione dei palestinesi da parte di Hamas smette di essere soltanto un’accusa israeliana.
Diventa uno dei nodi da sciogliere per capire chi governerà Gaza quando la guerra sarà davvero finita.
(Setteottobre, 14 agosto 2026)
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Il principale rabbino del Venezuela esorta a rinnovare i rapporti con Israele
Lunedì un importante rabbino del Venezuela ha chiesto alla presidente del Paese, Delcy Rodríguez, di ristabilire le relazioni diplomatiche con Israele, secondo quanto riferito domenica dal ministero degli Esteri venezuelano.
Il rabbino Isaac Cohen, rabbino capo dell’Israelite Association of Venezuela (AIV), ha consegnato a Rodríguez una lettera a lei indirizzata durante un incontro con il ministro degli Esteri venezuelano Félix Plasencia González presso la sede del ministero a Caracas, secondo una nota del ministero.
L’incontro aveva lo scopo di «affrontare le esigenze della comunità ebraica nel nostro Paese», ha dichiarato Plasencia, secondo quanto riferito dal ministero.
«Il Venezuela ha storicamente accolto a braccia aperte una grande comunità ebraica, i cui contributi hanno arricchito e continuano ad arricchire il benessere e lo sviluppo della nostra nazione», ha aggiunto.
Plasencia ha inoltre ribadito la gratitudine del governo venezuelano per l’assistenza fornita da Israele in seguito a due terremoti che hanno colpito il Paese il 24 giugno.
Il Venezuela interruppe le relazioni diplomatiche con Israele nel gennaio 2009, sotto l’allora presidente Hugo Chávez, che citò come motivazione l’operazione militare israeliana di quell’anno contro Hamas nella Striscia di Gaza. I rapporti tra Venezuela e Israele peggiorarono durante la presidenza di Chávez, morto nel 2013, e non migliorarono sotto il suo successore, Nicolás Maduro. Entrambi svilupparono stretti rapporti con l’Iran, condannarono ripetutamente Israele e furono accusati di alimentare l’antisemitismo.
Per anni, durante il governo Chávez, gli ebrei venezuelani subirono ripetute incursioni della polizia nelle istituzioni comunitarie.
La popolazione ebraica del Venezuela diminuì significativamente durante le epoche di Chávez e Maduro, entrambi inoltre fortemente ostili agli Stati Uniti.
A gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato un’operazione militare durante la quale Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati prelevati da Caracas e trasferiti negli Stati Uniti per affrontare accuse di aver cospirato per introdurre cocaina negli Stati Uniti. I due hanno respinto le accuse mentre attendono il processo.
Il nuovo governo, sebbene guidato da esponenti provenienti dal regime di Maduro, ha adottato un approccio più pragmatico nei rapporti con gli Stati Uniti, compreso il ripristino delle relazioni diplomatiche e consolari con Washington.
(HaKol, 14 agosto 2026)
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El Al, conti in crescita e domanda alta per i voli verso Israele
di Ruben Caivano
El Al non arresta la sua crescita, nonostante un anno difficile per Israele tra la guerra e instabilità regionale. Nel secondo trimestre 2026 la compagnia ha registrato 986 milioni di dollari di ricavi, contro i 777 milioni dello stesso periodo del 2025. L’utile netto è arrivato a 132 milioni di dollari, il doppio rispetto ai 66 milioni di un anno prima.
Mentre molte compagnie straniere non sono ancora tornate stabilmente a volare su Tel Aviv, El Al ha rafforzato il suo ruolo di vettore strategico per Israele, garantendo i collegamenti anche nei momenti più critici. Segno che la domanda di volare verso Israele resta alta, soprattutto tra la diaspora.
Il conflitto con l’Iran, l’operazione “Leone Ruggente”, ha comunque avuto un costo. El Al stima un impatto di circa 55 milioni di dollari nel secondo trimestre. Sommato ai 90 milioni persi nei primi tre mesi dell’anno, il totale nel semestre sale a quasi 145 milioni di dollari, per le restrizioni di sicurezza e i voli ridotti nelle settimane più critiche. Nonostante questo, la compagnia ha chiuso il trimestre con risultati positivi, con i posti occupati risaliti al 94% già a giugno.
Le prenotazioni già acquisite hanno toccato a fine giugno un massimo storico di 1,4 miliardi di dollari. La compagnia prevede una crescita della capacità fino al 10% nel terzo trimestre.
Sul piano industriale, El Al prosegue anche il rafforzamento della flotta, con l’ingresso di due nuovi Boeing 737 e il rinnovo dei 777. La compagnia ha inoltre lanciato El Al Travel, una piattaforma di servizi turistici per i 3,7 milioni di iscritti al programma fedeltà Matmid, e ha firmato un accordo con Starlink per il Wi-Fi a bordo.
(Shalom, 14 agosto 2026)
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Quattro contenuti antisemiti su cinque restano online. L’alibi di Gaza entra negli algoritmi
Un rapporto del World Jewish Congress mostra che oltre l’81 per cento dei contenuti antisemiti esaminati resta online. La scarsa efficacia delle segnalazioni riflette un’eccezione morale che, dietro la “contestualizzazione” politica, finisce per normalizzare l’odio contro gli ebrei.
di Filippo Piperno
Che cosa accade quando un utente segnala un contenuto antisemita a una piattaforma social? Nella grande maggioranza dei casi esaminati, quel contenuto rimane online.
Lo documenta un rapporto del World Jewish Congress, pubblicato il 12 agosto con il titolo Flagged and Failed. La ricerca ha analizzato 754 segnalazioni raccolte fra febbraio 2025 e aprile 2026 attraverso il sistema di monitoraggio HO, verificando nel maggio successivo quali post fossero ancora accessibili. In 613 casi, oltre l’81 per cento del campione, il contenuto risultava ancora online.
Soprattutto, la segnalazione diretta alla piattaforma non sembrava modificare in misura apprezzabile la probabilità di rimozione. I contenuti formalmente segnalati erano stati rimossi nel 19,5 per cento dei casi; quelli non segnalati nel 18,2. Tra i materiali rimasti online figuravano inviti espliciti a colpire gli ebrei e le sinagoghe. Sei condivisioni di una pubblicazione ufficiale dell’Isis che incitava ad attaccare luoghi e comunità ebraiche erano state segnalate a Facebook ed erano ancora accessibili al momento della verifica.
I contenuti antisemiti collegati a Israele erano quelli rimossi con minore frequenza: soltanto il 5,2 per cento. Nessuno dei 28 post che equiparavano le politiche israeliane a quelle della Germania nazista risultava rimosso.
Esiste un’eccezione significativa. TikTok aveva eliminato circa il 64 per cento dei contenuti censiti, mentre sulle altre principali piattaforme la quota oscillava fra il 12 e il 15 per cento. La differenza dimostra che non siamo di fronte a un’impossibilità tecnologica. Se una piattaforma rimuove la maggioranza dei contenuti e le altre poco più di uno su dieci, l’inerzia dipende dalle regole adottate e dal modo in cui vengono applicate.
Quelle segnalazioni inevase offrono un’indicazione diversa da quella ricavabile attraverso un sondaggio d’opinione. Le rilevazioni demoscopiche misurano le opinioni dichiarate; il sistema di moderazione registra invece comportamenti e decisioni: quali contenuti vengono segnalati, quali rimossi e quali lasciati circolare. Non ci dice che cosa gli europei pensino dell’antisemitismo, ma quanto concretamente le piattaforme social siano disposte a tollerarlo.
I sistemi di moderazione combinano regole aziendali, classificazioni automatiche, segnalazioni degli utenti e valutazioni umane. Gli algoritmi non possiedono una coscienza morale: applicano criteri, precedenti e soglie costruiti nel tempo. Finiscono così per riflettere, su scala industriale, una gerarchia culturale delle offese: quelle considerate intollerabili e quelle ritenute negoziabili. Il rapporto mostra da quale parte di questa gerarchia sia finito l’antisemitismo.
Nel linguaggio ufficiale, l’antisemitismo resta condannato quando porta una svastica, celebra Hitler o nega apertamente la Shoah. Diventa invece ambiguo, politico e bisognoso di «contestualizzazione» quando utilizza Gaza come premessa, il sionismo come bersaglio nominale e la condotta di Israele come giustificazione.
Questa deriva non nasce sulle piattaforme social e non si esaurisce in esse. A prepararla è stata anche una parte consistente della sinistra politica, culturale, accademica e giornalistica. La destra antisemita tradizionale continua a esistere, ma il suo linguaggio è riconoscibile e non ha bisogno di travestimenti. La normalizzazione più insidiosa avviene altrove: negli ambienti che rivendicano l’antirazzismo come propria identità e che proprio per questo dispongono dell’autorità morale necessaria a rendere presentabile ciò che, provenendo dall’estrema destra, verrebbe immediatamente respinto.
Non occorre dichiarare odio verso gli ebrei. È sufficiente descrivere Israele come uno Stato criminale per natura, presentare il genocidio come un fatto acquisito, trasformare la fame e la crisi umanitaria nella prova di un programma deliberato di sterminio e assimilare sistematicamente l’esercito israeliano al nazismo. Dentro questa rappresentazione, ogni persona collegata a Israele entra in una zona di sospetto. Non è più soltanto un individuo: diventa il rappresentante, il complice o almeno il beneficiario di un crimine assoluto.
La funzione di questa campagna non consiste soltanto nel condannare Israele. Consiste nel creare una franchigia per l’antisemitismo. Se Israele rappresenta il male assoluto, l’ostilità contro chiunque venga associato a Israele appare meno grave. Può essere deplorata, ma viene in qualche modo normalizzata. Ogni aggressione riceve il proprio contesto; ogni minaccia, la propria causa; ogni insulto, la propria attenuante.
L’ebreo aggredito viene così sottoposto a un esame politico prima di essere riconosciuto come vittima. Che cosa pensa di Netanyahu? Condanna la guerra? Ha preso posizione su Gaza? La solidarietà viene subordinata a una dichiarazione preventiva di estraneità, come se un cittadino ebreo dovesse rispondere delle decisioni di uno Stato per ottenere protezione nel proprio paese.
Non è ingenuità. È un’irresponsabilità canaglia, perché le conseguenze sono ormai visibili. Dopo ogni episodio antisemita arrivano, quando arrivano, condanne formalmente ineccepibili. La relativizzazione è più sottile: basta ricondurre subito l’accaduto a Gaza e alle politiche israeliane. L’aggressione non viene giustificata, ma una parte della responsabilità è già passata dall’aggressore alla vittima. Comunicano, quelle condanne, che l’aggressione è sbagliata, ma non del tutto inspiegabile; che la minaccia è inaccettabile, ma nasce da una rabbia comprensibile; che gli ebrei devono essere protetti, purché prima prendano le distanze da Israele.
Chi utilizza questo linguaggio conosce il peso delle parole. Lo conoscono i dirigenti politici, gli intellettuali, i giornalisti, i docenti, gli artisti e le organizzazioni che da anni presentano ogni controversia come una questione di rappresentazione e ogni parola come un possibile atto di violenza. Quando il bersaglio sono gli ebrei, la stessa sensibilità viene improvvisamente sospesa in nome del contesto.
Gli esiti della moderazione riflettono questa sospensione. Un insulto rivolto a una minoranza viene trattato come odio; lo stesso meccanismo applicato agli ebrei può essere riclassificato come critica al sionismo. Una minaccia accompagnata da un riferimento a Gaza può entrare nel territorio del discorso politico. La propaganda non deve più eludere la moderazione: le basta adottarne il vocabolario.
Per questo il pulsante «segnala» è così rivelatore. Alla vittima viene affidato il compito di individuare, conservare, classificare e denunciare il contenuto. La piattaforma acquisisce la segnalazione e il contenuto, nella maggior parte dei casi esaminati, rimane online. L’adempimento formale sostituisce la protezione, mentre l’inerzia viene attribuita alla complessità del caso.
Gli algoritmi finiscono così per certificare ciò che il dibattito pubblico ha già stabilito: l’antisemitismo è vietato in astratto, ma può essere ammesso quando dispone della giusta contestualizzazione. Gaza è diventata quella contestualizzazione.
L’indifferenza online non è la causa unica della violenza, ma ne abbassa il costo sociale. Chi minaccia vede che le proprie parole restano pubbliche. Chi diffonde stereotipi comprende che il riferimento a Gaza offre una copertura politica. Chi viene colpito scopre invece che persino la propria sicurezza è sottoposta a un giudizio sulle azioni di Israele.
I presagi più seri non si trovano soltanto nelle parole degli estremisti. Si trovano nell’opera di chi le rende spiegabili, nella rispettabilità di chi fornisce loro un contesto e nell’indifferenza di chi, dopo aver premuto un pulsante, considera assolto il proprio dovere.
L’antisemitismo non diventa normale quando tutti lo approvano. Diventa normale quando persone convinte di combattere ogni forma di razzismo costruiscono per quello contro gli ebrei un’eccezione morale.
(InOltre, 14 agosto 2026)
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Israele e Venezuela: dopo 17 anni riaprono i rapporti consolari tra i due Paesi
di Pietro Baragiola
Dopo una serie di colloqui tra i ministri degli Esteri Gideon Sa’ar e Félix Plasencia, martedì 11 agosto i governi di Israele e Venezuela hanno ufficialmente annunciato la ripresa dei rapporti consolari.
Si tratta del primo canale ufficiale tra i due Paesi dopo la rottura delle relazioni diplomatiche avvenuta 17 anni fa, nel 2009, durante la presidenza di Hugo Chávez.
La posizione anti-israeliana del Venezuela è cambiata dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e l’insediamento di Delcy Rodriguez alla guida del Paese. Pochi giorni dopo, il ministro Sa’ar ha auspicato una ripresa dei rapporti tra Gerusalemme e Caracas.
“Oggi entrambi i governi riconoscono l’importanza del legame tra lo Stato d’Israele e la comunità ebraica in Venezuela, che costituisce un importante ponte storico di amicizia ed è stato fondamentale in questo riavvicinamento” si legge nel comunicato congiunto rilasciato in questi giorni dai portavoce dei due Paesi.
L’intesa, tuttavia, non prevede per il momento il pieno ripristino dei rapporti diplomatici o la riapertura delle rispettive ambasciate.
• Il supporto umanitario israeliano
A favorire il riavvicinamento è stata anche la situazione d’emergenza provocata dal doppio terremoto che ha colpito il Venezuela lo scorso 24 giugno. In questa occasione Israele ha inviato una delegazione umanitaria per fornire assistenza professionale nelle operazioni di ricostruzione. Una mossa che avrebbe avuto molti risvolti positivi.
Lo stesso premier Benjamin Netanyahu, nel suo discorso rivolto alla delegazione israeliana, ha collegato esplicitamente il valore di questa missione ad un eventuale disgelo diplomatico: “state ricostruendo le rovine e anche le nostre relazioni. State mostrando al popolo del Venezuela, così come al suo governo, il vero volto dello Stato d’Israele.”
Secondo quanto rilasciato dalle autorità, gli interventi umanitari hanno infatti contribuito a permettere a decine di migliaia di venezuelani di tornare nelle proprie abitazioni ed oggi i due governi intendono proseguire questa cooperazione.
• Le reazioni al riavvicinamento
Il nuovo accordo annunciato martedì è stato accolto positivamente dalla comunità ebraica venezuelana, con il coordinatore della Confederazione delle Associazioni Ebraiche del Paese Miguel Truzman che ha ricordato il ruolo importante che gli aiuti israeliani hanno avuto nel “sostenere il Paese nel momento del bisogno”.
“Oggi inizia una nuova era” ha dichiarato Truzman sui social, definendo l’accordo “un primo passo in campo consolare” e auspicando che “nel prossimo futuro le relazioni diplomatiche tra entrambe le nazioni saranno pienamente ristabilite”.
Nelle ultime ore il quotidiano online Walla ha intervistato diversi residenti ebrei di Caracas per conoscere le loro reazioni al riavvicinamento dei due governi e tutti hanno ammesso che questa notizia “riempie di speranza e gioia”, sottolineando come la riapertura del canale consolare possa offrire soluzioni concrete alle famiglie che per anni hanno dovuto affrontare difficoltà burocratiche e amministrative.
(Bet Magazine Mosaico, 13 agosto 2026)
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Al lago Hula tornano i fenicotteri: al via la grande migrazione autunnale
di Nicole Nahum
C’è un segnale che, più di ogni calendario, annuncia l’arrivo dell’autunno: il ritorno degli uccelli migratori. Al lago Hula, nel nord di Israele, il viaggio è già cominciato. I primi otto fenicotteri hanno raggiunto lo specchio d’acqua, dando il via a una delle stagioni più spettacolari dell’anno per gli amanti della natura.
L’arrivo dei fenicotteri è solo l’inizio. Nelle prossime settimane la valle di Hula sarà attraversata da grandi stormi diretti tra Europa e Africa. Il lago è infatti uno dei principali punti di sosta lungo questa rotta: qui gli uccelli si fermano per riposare, alimentarsi e recuperare le energie prima di riprendere il viaggio.
In questi giorni sono già state osservate diverse specie, tra cui limicoli, passeriformi, combattenti, chiurli, aironi cenerini e spatole. Il numero degli uccelli è destinato ad aumentare con il progressivo accorciarsi delle giornate, uno dei segnali ambientali che contribuiscono a regolare l’inizio della migrazione.
“È sempre emozionante osservare il lago riempirsi di vita”, racconta Inbar Shlomit Rubin, responsabile sul campo del parco del lago Hula. Ogni anno più di 500 milioni di uccelli, appartenenti ad almeno 390 specie, attraversano la valle.
Per avere un’idea della quantità e della varietà di uccelli che passano da questa piccola area, basta fare un confronto con il Nord America, circa mille volte più esteso di Israele, dove si registra appena il doppio delle specie. La migrazione richiama anche centinaia di migliaia di visitatori, che raggiungono la zona per osservare gli animali durante la sosta.
“Siamo ora in una stagione affascinante”, spiega Rubin. “Da un lato, gli ultimi uccelli che hanno nidificato si stanno ancora prendendo cura dei loro piccoli. Dall’altro, ogni mattina porta una nuova sorpresa, mentre scopriamo quali specie sono arrivate al lago durante la notte”.
La migrazione torna così a scandire il ritmo delle stagioni nella valle di Hula, seguendo un ciclo naturale che ogni anno porta sulle stesse rotte specie diverse e milioni di uccelli. Per qualche settimana, il loro passaggio sarà uno degli appuntamenti più significativi della stagione nell’Alta Galilea.
(Shalom, 13 agosto 2026)
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E via un altro
A Roma un giovane ebreo aggredito per due sere consecutive mentre indossava la kippah. Ogni volta il limite si sposta un po’ più avanti. E intorno cresce l’abitudine
di Daniele Scalise
Ventidue anni, francese, ebreo. Ha commesso l’imprudenza di passeggiare per Roma con una kippah in testa. Il 7 agosto, in piazza Cairoli, gli spruzzano spray urticante sul viso gridando «Free Palestine». Ventiquattr’ore dopo, a largo di Torre Argentina, lo circondano in quattro e lo prendono a calci. Lui riconosce fra gli aggressori lo stesso uomo della sera precedente. Ancora «Free Palestine». Un algerino di 31 anni è stato denunciato, gli altri vengono cercati dai carabinieri. E via un altro. È questa ormai la sensazione. Qualunque cosa accada, il giorno dopo sembra possibile qualcosa di peggio. Il limite viene spostato di qualche metro e nessuno lo rimette dov’era. Prima gli insulti. Poi le scritte. Poi le liste degli ebrei. Poi le mappe dei luoghi «sionisti». Poi le università nelle quali uno studente ebreo deve spiegare cosa pensa di Gaza prima di avere diritto alla parola. Poi le manifestazioni davanti alle sinagoghe. Poi le aggressioni. A Roma, ad aprile, era già stato aggredito un uomo riconoscibile dalla kippah. Adesso un ragazzo viene assalito due sere di seguito. La presidente dell’UCEI Livia Ottolenghi aveva avvertito mesi fa che in Italia gli episodi di antisemitismo erano cresciuti del 400 per cento rispetto al 2022 e che si era passati dall’odio prevalentemente digitale alle aggressioni contro cose e persone. A giugno parlava di almeno due episodi al giorno dall’inizio dell’anno. Gli ebrei italiani, diceva, riescono a vivere una vita normale grazie alla protezione dello Stato. Scuole sorvegliate, grate, scorte, controlli. Nel 2026. In Italia. Eppure continuiamo a stupirci. O fingiamo di farlo. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, dopo l’aggressione ha usato parole che qualche anno fa sarebbero sembrate intollerabili: «È partita la caccia all’ebreo». Ha aggiunto di temere soprattutto l’indifferenza dell’opinione pubblica. È esattamente lì che fa male. Per anni mi sono chiesto come fosse stato possibile. Come avessero fatto i nostri padri e i nostri nonni, persone normali, persone che lavoravano, si innamoravano, portavano i bambini a scuola, leggevano il giornale, ad assistere al 1933, poi al 1934, al 1935, al 1936 e via via fino allo sterminio, quello – ahinoi – esatto. Come avessero potuto vedere il recinto stringersi intorno agli ebrei senza capire, oppure capendo benissimo e continuando ugualmente a cenare, andare al cinema, discutere d’altro. Adesso lo capisco un po’ meglio. L’indifferenza arriva per gradi. Si abitua. Ha sempre una spiegazione pronta. C’è una guerra. Ci sono i palestinesi. C’è Netanyahu. C’è Gaza. C’è qualcosa che consente di spostare per qualche minuto l’attenzione dall’uomo preso a calci alla politica di uno Stato distante migliaia di chilometri. Il ragazzo di Roma, però, aveva una kippah. Quella era la sua colpa. Ed è qui che «Free Palestine» cambia natura. Gridato mentre si manifesta per i palestinesi è uno slogan politico. Gridato mentre si spruzza spray urticante negli occhi di un ebreo diventa la colonna sonora di un’aggressione antisemita. Gridato mentre quattro persone prendono a calci un ragazzo perché lo hanno riconosciuto come ebreo significa una cosa semplicissima: quell’ebreo è stato trasformato in Israele e può dunque essere punito per Israele. La cosa che più impressiona è la disinvoltura. Si sentono autorizzati. Possono indicare un ebreo, seguirlo, insultarlo, censire i luoghi frequentati dagli israeliani, spiegargli dove può andare e dove sarebbe meglio che sparisse. Possono farlo conservando perfino la convinzione di stare dalla parte giusta della storia. È questa una delle caratteristiche più inquietanti dell’antisemitismo di oggi. Ha una bella presenza. Si presenta con le parole dei diritti, della giustizia, della compassione. Ama i miserabili, purché siano i miserabili giusti. Per gli altri conserva una sorprendente riserva di crudeltà. E quando l’ebreo diventa il colpevole universale, anche prenderlo a calci può essere trasformato nella mente dell’aggressore in un gesto di liberazione. Intorno, noi. Scriviamo. Protestiamo. Discutiamo. Litighiamo, persino fra di noi, su quale parola usare, su quanto forte possiamo dirla, su quando diventa sconveniente alzare la voce. Facciamo quel poco, quel misero poco che possiamo fare mentre la marea sale. E qualche volta ci sentiamo ridicoli. Poi penso che proprio questo sarebbe l’errore peggiore. Considerare inutile parlare perché gli altri sono troppi, rumorosi, sicuri di sé. Credere che la marea sia invincibile perché oggi sembra esserlo. Ne abbiamo già vista una che si credeva invincibile. Questa è diversa. Ha altri simboli, altre parole, altri alleati. Sa fotografarsi meglio. Sa presentare l’odio come virtù e la discriminazione come coscienza morale. È capace di far sentire progressista chi chiede a un ebreo di nascondere la kippah. Passerà anche questa. Verrà fermata, perché le società democratiche possiedono ancora gli strumenti per fermarla, se decidono di usarli. La domanda è quanto dovremo lasciare accadere prima di deciderci. Perché ieri era una scritta. Oggi è un ragazzo preso a calci nel centro di Roma. E domani, di questo passo, rischiamo di dover scrivere ancora una volta la stessa frase. E via un altro.
(Setteottobre, 13 agosto 2026)
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Una scuola palestinese voluta da Israele e osteggiata dall’ONU
di Nathan Greppi
Secondo funzionari israeliani, le Nazioni Unite tentano di fermare l’apertura di un nuovo campus a Kafr Aqab, rivendicando la proprietà dell’ex complesso dell’UNRWA. Israele accusa l’ONU di anteporre lo scontro politico alle esigenze di oltre 140 studenti palestinesi già iscritti.
Le Nazioni Unite stanno cercando di bloccare la costruzione, da parte d’Israele, di una scuola per bambini e ragazzi palestinesi indigenti in un vecchio complesso inutilizzato dell’UNRWA. A riportarlo, citando funzionari israeliani, è il New York Post.
Il sito scelto per il campus si trova a Kafr Aqab, un quartiere di Gerusalemme Est. L’obiettivo è accogliere gli studenti all’inizio del nuovo anno scolastico, il 1° settembre. L’ONU, tuttavia, si starebbe mobilitando per impedirlo, accusando lo Stato ebraico di aver sottratto il complesso all’UNRWA.
Secondo la versione israeliana, le Nazioni Unite intenderebbero opporsi al progetto dopo la decisione d’Israele di mettere al bando le attività dell’UNRWA all’interno del Paese, in seguito alle notizie sul coinvolgimento di alcuni dipendenti dell’agenzia nei massacri del 7 ottobre 2023.
«Quando la politica viene prima dei bambini, l’ONU ha perso di vista le sue responsabilità fondamentali. Dovrebbe aprire le porte ai bambini, non tenere chiuse quelle delle scuole per ragioni politiche», ha dichiarato al New York Post un funzionario israeliano.
• La situazione a Kafr Aqab
Più di 140 ragazzi sono già iscritti alle classi dalla settima alla decima — secondo il sistema scolastico statunitense, corrispondenti indicativamente alla fascia di età compresa tra i 12 e i 16 anni — e la scuola prevede di estendere negli anni l’offerta fino al dodicesimo grado, frequentato da studenti di 17-18 anni. Secondo i funzionari, una volta completati, il campus educativo e il centro comunitario dovrebbero servire circa 22.000 residenti.
Il progetto è destinato a uno dei quartieri arabi più densamente popolati di Gerusalemme, dove molti bambini impiegano complessivamente due o tre ore al giorno per raggiungere la scuola e tornare a casa, perché nelle vicinanze non ci sono aule sufficienti. Il complesso, tuttavia, è rimasto per molto tempo in gran parte inutilizzato, fatta eccezione per un piccolo centro di formazione gestito dall’UNRWA.
L’ONU ha cercato di impedire la costruzione del nuovo centro educativo, sostenendo che il terreno sia di sua proprietà. Dopo aver esaminato l’atto di proprietà originale, tuttavia, il New York Post e i funzionari israeliani affermano che il terreno fu acquistato dal Fondo Nazionale Ebraico nel 1937, durante il Mandato britannico. Anche nel periodo in cui la Giordania occupò Gerusalemme Est, dal 1948 al 1967, la titolarità legale della proprietà sarebbe rimasta invariata.
• I precedenti
Oltre a quanti vi avrebbero partecipato direttamente, secondo un’indagine di UN Watch ci sono stati diversi casi di insegnanti sul libro paga dell’UNRWA che hanno inneggiato sui social ai massacri del 7 ottobre.
Tra questi, Waseem Ula, che ha pubblicato la foto di un giubbotto esplosivo da kamikaze scrivendo: «Aspettate, figli del giudaismo». Shatha Husam Al Nawajha, invece, ha elogiato in un gruppo Telegram gli autori dei massacri, scrivendo: «Possa Allah garantire loro la vittoria».
(InOltre, 13 agosto 2026)
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Gerusalemme non mi lascia mai andare
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Quando molti anni fa ascoltai per la prima volta «Eccomi», ebbi la sensazione che qualcuno avesse messo in musica la mia stessa vita. È molto più di una canzone su due città. Racconta la tensione che molti gerosolimitani portano dentro di sé, tra la pesantezza di Gerusalemme e la leggerezza di Tel Aviv, tra sacralità e quotidianità, storia e presente, fede e libertà. Chi conosce Gerusalemme solo da turista difficilmente capirà questa tensione. Chi vive qui la porta dentro di sé ogni giorno. Forse è per questo che questa canzone non racconta solo la mia storia, ma dice qualcosa anche sull’anima di Israele. Gerusalemme esige. Tel Aviv seduce.
Chi è cresciuto a Gerusalemme conosce questa tensione. Gerusalemme non è semplicemente una città santa. Gerusalemme ti mette alla prova, la città spesso ci stanca. Qui quasi nulla è neutrale. Religione, politica, storia, identità: tutto è in bella vista per le strade. Ebrei e arabi, religiosi e laici, autoctoni e nuovi immigrati, Oriente e Occidente si incontrano in uno spazio ristretto. Gerusalemme è una città che appartiene a persone estreme o, per dirla meglio, che attira persone estreme come una calamita. A volte insieme, a volte fianco a fianco e a volte l’una contro l’altra. Persino Dio sembra qui, come dice così bene la canzone, vibrare sulla stessa frequenza. Inoltre, ho tutti i miei amici nella Città Santa di Gerusalemme, e questo non rende santo nessuno di loro, nemmeno me.
A solo un’ora di distanza eppure sembra che lì inizi un altro mondo. Il mare al posto delle montagne. La spiaggia al posto delle antiche pietre del Tempio. La cultura al posto delle sinagoghe. Il presente al posto del passato. Tel Aviv dice: «Vivi il presente». Gerusalemme chiede: «Da dove vieni e dove vai? Santifica il passato».
Gerusalemme e Tel Aviv incarnano due visioni del mondo, forse addirittura due anime, che convivono nel nostro Paese e in molti di noi. Gerusalemme rappresenta la memoria, la tradizione, la responsabilità, la fede e l’appartenenza. Tel Aviv rappresenta la libertà, l’individualità, l’autorealizzazione, la modernità e il desiderio di liberarsi dal peso del passato. Naturalmente la realtà è più complessa: anche Gerusalemme è moderna e ribelle, e anche Tel Aviv possiede profondità, tradizione e fede. Ma come simboli, le due città raccontano qualcosa di essenziale su Israele.
Ed è proprio in questo che mi riconosco. Ci sono momenti in cui Gerusalemme diventa troppo angusta. Troppo pesante. Troppo religiosa, troppo politica, troppo tesa. Viene voglia di scendere giù, al mare, respirare a pieni polmoni e vivere semplicemente, senza che ogni pietra ti racconti cosa è successo in quel luogo duemila o tremila anni fa. E so che i turisti, specialmente i cristiani devoti, amano particolarmente la Città Santa di Gerusalemme, ed è giusto che sia così. Ma chi vive qui vede anche l’altro lato della Città Santa. Gerusalemme mi fa impazzire, ed è proprio per questo che amo questa città.
Di tanto in tanto mi viene in mente l’idea di trasferirmi a Tel Aviv, perché quella vivace città costiera mi affascina. Da kitesurfer amo il mare, ma c’è qualcosa che mi manca in quella città costiera senza tregua: la sacralità, l’estremo, la storia, il volto di Dio o l’aria fresca d’estate. La spensieratezza da sola non basta più. Si comincia a sentire la mancanza delle montagne. Dell’aria secca e limpida. Del silenzio di una serata gerosolimitana. Delle pietre. Delle persone, dei miei amici. Persino delle tensioni. E forse anche di quella sensazione difficile da spiegare, che la propria vita faccia parte di qualcosa di più grande e più antico di sé stessi.
La canzone «Eccomi che arrivo» degli Hadag Nahash racconta esattamente ciò che provo, questo movimento con umorismo e autoironia: via da Gerusalemme, verso il presunto paradiso di Tel Aviv e, prima o poi, di nuovo indietro. È solo da lontano che ci si rende conto di ciò che si è lasciato. Ciò che prima sembrava grigio e noioso acquista improvvisamente un altro valore.
Hadag Nahash è una band hip-hop israeliana fondata a Gerusalemme nel 1996, che fonde hip-hop, funk, rock e reggae con sonorità orientali. Con testi arguti, divertenti e di critica sociale, le loro canzoni raccontano delle tensioni politiche, sociali e culturali di Israele e sono considerate la voce musicale della Gerusalemme moderna. La loro famosa canzone «Hine Ani Ba» (Eccomi che arrivo) descrive in modo divertente il conflitto interiore tra la pesantezza di Gerusalemme e la leggerezza di Tel Aviv, colpendo così nel segno per molti israeliani.
Forse questo descrive anche Israele stesso. Oscilliamo costantemente tra Gerusalemme e Tel Aviv, tra sacralità e vita quotidiana, tradizione e modernità, comunità e individualismo, passato e futuro, Dio e l’uomo. Vogliamo essere liberi e allo stesso tempo sapere a quale luogo apparteniamo. Vogliamo essere la luce delle nazioni, ma allo stesso tempo essere come tutte le altre nazioni. Vogliamo reinventarci senza perdere le nostre radici. Ecco perché per me questa canzone non è solo una canzone su due città. Racconta qualcosa del nostro io più profondo. Dell’anima israeliana e anche della mia. Tra Gerusalemme e Tel Aviv vive l’anima di Israele.
«ECCOMI CHE ARRIVO…»
Gerusalemme, una città pazzesca.
Cammino per la zona pedonale e mi sento come nel crogiolo del mondo. Mille culture, ognuno ha un fratello e nove sorelle. Gli arabi sono al loro posto, gli ultraortodossi nelle loro stanze e tutti qui accolgono Dio sulla stessa lunghezza d’onda.
Dopo Teddy (Kollek) le cose a Gerusalemme sono andate rapidamente giù, mentre Tel Aviv brillava sempre di più, giorno dopo giorno. Gli amici se ne andavano o si avvicinavano al Creatore dei cieli. Grigio, noioso, niente mare.
Pensieri di andarmene. Mi ci sono voluti tre anni per prendere la decisione. Metto le mie cose in valigia, dal villaggio alla città, in discesa.
Tel Aviv, eccomi che arrivo. Sono venuto per sudare, eccomi che arrivo. Perché tu sei l’unica, lo giuro.
Mi sono messo in cammino verso la pianura costiera. Che shock mi aspetterà? E ora che finalmente sono a Tel Aviv, mi adatto al paesaggio, tutto è fresco e bello. Wow, quanti seni, mi bruciano gli occhi.
Dopo due anni di Sodoma e Gomorra non mi riconosco più allo specchio. Conosco gente, mi mescolo tra loro, mi fondo con loro, stringo amicizia con tutti i proprietari delle discoteche.
Ora che ne faccio parte, capisco: non brilla affatto. Quanto rumore, quanta fuliggine, dammi un po' d'erba, dammi un albero. L’intera giornata è sprecata con «Shalom, Shalom». L’affitto costa una fortuna, l’umidità e la follia. E poi il sasso mi è caduto: il paradiso che avevo tra le mani.
Pensieri di andarmene. Mi ci sono voluti tre anni per prendere la decisione. Metto i miei peccati in valigia, dalla città alla campagna, in direzione…
Gerusalemme, eccomi che arrivo. Torno da te, eccomi che arrivo. Alle tue mura, eccomi che arrivo. Perché sei l’unica, lo giuro.
Sono tornato a Gerusalemme. Qui l’hummus è buono, è un dato di fatto. Mi dà pace, mi dà silenzio, anche uno sbadiglio non guasta. Quando è stata l’ultima volta che ho infilato un bigliettino nel Muro del Pianto? Ho investito in cibo, ho trovato nuovi amici. Questa città mi restituirà il controllo della mia vita. Ci fonderemo con se stessi, invece di mescolare l’acqua tra di noi. Respiriamo un po’ d’aria di montagna, limpida come il vino.
Yella Beitar! Yella, la vita di paese! L’importante è essere felici.
Eccomi che arrivo… Tel Aviv, eccomi che arrivo. Arrivo, eccomi che arrivo. Sono venuto per sudare, eccomi che arrivo. Perché tu sei l’unica, lo giuro.
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(Israel Heute, 13 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gaza: tra disarmo mancato di Hamas, veti e vuoto politico
Tra l’annuncio americano sul disarmo di Hamas, il rifiuto di Netanyahu e l’assenza di una leadership palestinese autorevole, Gaza resta sospesa tra occupazione militare, vuoto istituzionale e crisi umanitaria. Le elezioni israeliane e statunitensi possono decidere se il conflitto scivolerà verso una tregua fragile o una nuova escalation.
di Luca longo
Il paesaggio urbano della Striscia di Gaza si presenta oggi come un’infinita distesa di macerie e polvere di cemento, sormontata da montagne di rifiuti accumulati da oltre due milioni di persone in quasi tre anni di totale paralisi dei servizi di raccolta e discarica.
Sono passati oltre trentaquattro mesi da quando quattromila terroristi di Hamas, seguiti da migliaia di civili pronti alla razzia, hanno invaso il territorio di Israele distruggendo interi villaggi, hanno massacrato 1.195 persone e hanno rapito e torturato 251 ostaggi.
Oggi, dopo ininterrotte operazioni militari ad altissima intensità, l’inquadramento geografico dell’enclave risulta profondamente alterato. L’esercito israeliano mantiene il controllo tattico e strategico su oltre il 60% del territorio, isolando la Striscia con cuscinetti di sicurezza lungo il perimetro di demarcazione che conosciamo come «Linea Gialla».
Intanto, in uno spazio via via più ristretto, si ammassano quasi 2,3 milioni di sfollati, stipati in tendopoli improvvisate a Khan Younis, Deir al-Balah e nelle aree costiere di Al-Mawasi, in condizioni alimentari, igieniche e sanitarie assolutamente critiche.
La traiettoria bellica degli ultimi mesi registra una transizione complessa. Da una parte, l’azzeramento della catena di comando di Hamas – culminato nella morte di figure chiave come Yahya Sinwar e, nel maggio del 2026, del comandante delle Brigate Qassam, Izz al-Din al-Haddad – riduce le capacità operative del gruppo miliziano a tattiche di guerriglia asimmetrica.
Dall’altra parte, il mantenimento di sacche di resistenza tra i tunnel non ancora identificati e demoliti – e l’assenza di un’alternativa di governo strutturata – impediscono la chiusura definitiva del conflitto. Sul piano istituzionale, il 6 luglio 2026 Hamas compie la mossa formale di sciogliere il proprio organo esecutivo a favore del Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, una struttura tecnica affiancata dalle Nazioni Unite. Tuttavia, senza un effettivo trasferimento delle armi, il controllo politico reale rimane indefinito.
• La diplomazia di luglio e la svolta del Board of Peace
Il 31 luglio 2026, dalla sua piattaforma Truth, il presidente Trump lancia un annuncio destinato a scuotere i canali diplomatici. Attraverso il Board of Peace, il consiglio di pace istituito da Trump stesso per gestire la transizione postbellica, gli Stati Uniti proclamano il raggiungimento di un accordo per il completo disarmo di Hamas e delle altre fazioni armate presenti a Gaza. Il piano in 15 punti delineato dalla diplomazia americana – elaborato in intesa con i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia – prospetta una scansione progressiva.
Il percorso prevede il ritiro scaglionato delle forze israeliane dalle posizioni occupate nella Striscia, affiancato dal dispiegamento di una Forza Internazionale di Stabilizzazione con il compito di presidiare i punti nevralgici e addestrare una nuova polizia civile palestinese. A questo si aggiungono la consegna verificabile delle armi pesanti, dei razzi e il definitivo smantellamento delle infrastrutture sotterranee.
L’ipotesi di una svolta immediata trova tuttavia un ostacolo nell’atteggiamento della leadership politica di Hamas. Il gruppo, riorganizzato attorno a Khalil al-Hayya, sessantacinquenne tra i fondatori storici del movimento e già braccio destro di Sinwar, risponde ponendo condizioni rigide.
La dirigenza palestinese fa sapere di escludere la cessione delle armi o la rinuncia alla resistenza senza la garanzia vincolante di un ritiro totale delle truppe israeliane e la cessazione permanente delle operazioni aeree. Per un’organizzazione che – dalla presa del potere a Gaza nel 2007 – ha fondato la propria identità sull’annientamento di Israele, il disarmo senza contropartita equivale a una resa politica. Inoltre, gli analisti si chiedono che concretezza possa avere l’offerta di consegnare le armi pesanti, quando la loro eliminazione è sostanzialmente già quasi totale, come dimostrano gli ultimi attacchi, sempre compiuti da piccole squadre di terroristi armati di armi leggere – queste ultime non considerate negli accordi.
• Il no di Gerusalemme e i calcoli di Netanyahu
Se la risposta di Hamas si rivela rigida, la reazione di Gerusalemme appare netta. Il 9 agosto 2026, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu respinge la proposta americana in 15 punti, ridimensionando gli annunci della Casa Bianca. Netanyahu ribadisce che nessun soldato israeliano lascerà la Striscia finché il disarmo di Hamas non sarà integralmente completato e verificato, confermando al contempo la contrarietà alla nascita di uno Stato palestinese sia a Gaza sia in Cisgiordania.
Questa linea trova sponda diretta nella destra di governo. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, definisce inaccettabile l’ipotesi di accordo, chiedendo la prosecuzione delle incursioni mirate. Sullo sfondo di questa chiusura si collocano le scadenze elettorali israeliane fissate per il 27 ottobre 2026. Incalzato nei sondaggi e sollecitato dalle componenti ultranazionaliste della sua coalizione, pronte a mettere in discussione la tenuta dell’esecutivo, Netanyahu sceglie la fermezza per preservare la maggioranza parlamentare.
Ricordiamo che Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio: la fine della sua carriera politica corrisponderebbe esattamente alla perdita dei privilegi che gli hanno permesso di sottrarsi e di ritardare i tre processi ora in corso.
Nonostante la divergenza diplomatica tra Washington e Gerusalemme, la Casa Bianca tenta di mantenere aperti i canali. Interpellato dai giornalisti l’11 agosto, Donald Trump dichiara che i rapporti personali con Netanyahu restano buoni, nell’intento di evitare che le differenze tattiche compromettano il coordinamento di sicurezza tra i due Paesi.
Non dimentichiamo che Trump sta battendo record su record di antipatia nei sondaggi sul gradimento dell’operato presidenziale e rischia di perdere il controllo della Camera nelle elezioni del prossimo 3 novembre: questo per lui significherebbe passare gli ultimi due anni a difendersi dai veti e dalle richieste di impeachment.
• La leadership palestinese e la lezione di Ben Gurion
La dinamica del conflitto mostra un nodo politico che va oltre i tempi dei calendari militari. Per mesi, il dibattito diplomatico internazionale ha individuato in Benjamin Netanyahu il principale elemento di stallo dei negoziati, attribuendo all’esecutivo israeliano la responsabilità del mancato raggiungimento della pace. Sebbene le opzioni tattiche di Gerusalemme abbiano allungato i tempi delle operazioni e reso complessa la gestione del post-conflitto, questa lettura rischia di trascurare i limiti strutturali del fronte palestinese.
Come evidenziato da diversi osservatori della regione, la causa palestinese affronta da tempo la mancanza di una coraggiosa leadership in grado di passare dalla logica del confronto armato permanente alla costruzione di istituzioni di governo funzionali. Le vicende di Gaza mostrano le conseguenze dell’assenza di una figura paragonabile all’israeliano David Ben Gurion nel 1948, un leader capace di accettare compromessi territoriali e istituzionali per fondare uno Stato reale, superando le posizioni massimaliste. Come diceva Yitzhak Rabin: «La pace si fa con il nemico».
Ricordiamo che sono stati i leader palestinesi stessi ad aver puntualmente fatto saltare gli accordi per la creazione di uno Stato palestinese in cambio dell’ovvio riconoscimento reciproco fra i due Stati. Hanno rifiutato prima la risoluzione 181 dell’ONU del 1947, poi gli accordi di Oslo del 1993, poi quelli del vertice di Camp David del 2000 e infine la proposta Olmert del 2008.
Senza un’alternativa politica palestinese autorevole, in grado di offrire garanzie di sicurezza e di gestire le fazioni armate, i piani di disarmo predisposti dall’esterno rischiano di rimanere progetti teorici. Le posizioni diplomatiche che chiedono la fine delle ostilità senza sollecitare un rinnovamento delle strutture di potere palestinesi finiscono per prolungare lo stato di fatto attuale.
• Gli scenari per la Striscia di Gaza
L’insieme dei veti incrociati, dei passaggi elettorali e dei vuoti istituzionali delinea tre possibili percorsi per i prossimi mesi.
La prima ipotesi, e la più probabile nel breve termine, vede il mancato perfezionamento del piano di disarmo e il mantenimento dell’assetto corrente. Israele conserva la presenza militare sulla maggior parte del territorio, conducendo interventi periodici contro singole cellule residue.
L’amministrazione civile rimane divisa tra il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza e le reti sotterranee delle milizie, lasciando la Striscia in una condizione di precarietà istituzionale e dipendenza dai soccorsi internazionali.
Questa è probabilmente la strategia di Hamas stessa: con Israele diviso dalle imminenti elezioni e senza una maggioranza stabile all’orizzonte, con Trump azzoppato dalle elezioni di midterm, con la pressione internazionale che monta sempre di più, devono solo restare tranquilli per qualche anno e poi potranno comunque prendere il controllo finanziario e materiale degli aiuti che torneranno ad arrivare nella Striscia e ricostruire i loro bunker e le loro scorte di armamenti in vista di un nuovo assalto. Nel frattempo, ogni martirio di palestinesi non potrà che aumentare l’odio per Israele.
Un secondo scenario è legato anch’esso all’esito delle elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre. Un eventuale riassetto politico a Gerusalemme potrebbe portare a una riapertura del confronto sul piano del Board of Peace. Un esecutivo con un diverso equilibrio interno potrebbe valutare un ritiro progressivo a fronte del dispiegamento della Forza Internazionale di Stabilizzazione, a condizione che il disarmo delle fazioni venga gestito direttamente dai contingenti internazionali e arabi.
La terza prospettiva riguarda la ripresa di un’escalation militare aperta, innescata da nuovi attacchi ad alto impatto o da un’ulteriore intensificazione delle operazioni di bombardamento. In questa circostanza, il rifiuto di Hamas di consegnare le armi e di cedere il proprio assoluto controllo delle istituzioni civili favorirebbe un’estensione della presenza territoriale israeliana, allontanando la prospettiva di un accordo strutturale e confermando un assetto regionale basato sul controllo militare e sulla contrapposizione permanente.
Ma, come la storia ci insegna – in particolare quella che scorre fra il ritiro unilaterale di Israele da Gaza nell’agosto 2005 e il 7 ottobre 2023 – Hamas ha dimostrato di essere capace di attendere nell’ombra.
(InOltre, 12 agosto 2026)
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Abbas arriva ad Ankara per una visita ufficiale di due giorni
(JNS) Il leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è arrivato martedì pomeriggio ad Ankara, in Turchia, per una visita di due giorni, ha riferito l’agenzia ufficiale palestinese Wafa di Ramallah.
Secondo quanto riportato dall’agenzia, Abbas è stato accolto in aeroporto dal ministro turco del Commercio Ömer Bolat e dall’inviato dell’Autorità Palestinese ad Ankara, Nasri Abu Jaish.
Durante la visita, il capo dell’Autorità Palestinese dovrebbe incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, in quello che Wafa ha descritto come parte delle «regolari consultazioni politiche» tra i due leader.
I colloqui dovrebbero riguardare gli sviluppi in Giudea e Samaria e a Gaza, nonché i rapporti tra l’Autorità Palestinese e Ankara, ha riferito Wafa.
Secondo Wafa, la delegazione dell’Autorità Palestinese comprende Ziad Abu Amr, membro del Comitato esecutivo dell’OLP; il membro del Comitato centrale di Fatah, il generale di divisione Majed Faraj, che dirige anche il Servizio di intelligence generale di Ramallah; e i consiglieri di Abbas, Majdi al-Khaldi e Mahmoud al-Habbash.
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha condannato la visita di Abbas, definendo il leader dell’Autorità Palestinese «un nemico alla guida di un’autorità terroristica che incoraggia e finanzia il terrorismo contro lo Stato di Israele».
Smotrich ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di impedire ad Abbas di rientrare in Israele e in Giudea e Samaria, aggiungendo che l’Autorità Palestinese «deve essere smantellata».
Martedì il ministero degli Esteri israeliano ha accusato Erdoğan di un’aggressione militare «che non conosce confini», affermando che Ankara occupa circa il 36% di Cipro, il 5% della Siria e 2.000 chilometri quadrati dell’Iraq, con migliaia di soldati turchi dislocati nei tre Paesi.
Il ministero ha fatto questo paragone nel contesto delle critiche turche a Israele, scrivendo su X: «La Turchia ha l’audacia di criticare Israele. Ma quali sono i fatti sul terreno?»
Israele, al contrario, «controlla temporaneamente appena lo 0,1% della Siria», ha affermato il ministero, descrivendo l’area come «una zona cuscinetto per proteggere i propri cittadini da minacce alla sicurezza già comprovate».
(HaKol, 12 agosto 2026)
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Assad è caduto, la Russia resta in Siria
Il nuovo accordo con Damasco salva la presenza di Mosca a Tartous e Hmeimim e conferma il peso strategico del Cremlino nel Mediterraneo
di Costantino Pistilli
La Russia resta in Siria. È questo il dato più importante del nuovo accordo raggiunto pochi giorni fa tra Damasco e Mosca sulla presenza russa lungo la costa siriana. La caduta di Bashar Assad, nel dicembre 2024, aveva fatto pensare alla fine dell’alleanza che per anni aveva garantito al Cremlino una posizione strategica nel Mediterraneo orientale. L’accordo dimostra che la fine del regime di Assad non coincide con la fine della presenza russa nel Paese.
Il punto centrale riguarda le due principali installazioni russe: la base navale di Tartous e quella aerea di Hmeimim, vicino a Latakia. Secondo il ministero degli Esteri siriano, entro tre mesi diventeranno «centri di addestramento congiunti» sulla base di nuovi accordi destinati a tutelare gli interessi di entrambe le parti. La formula resta generica, soprattutto sulla futura presenza militare russa. Il significato strategico dell’accordo è chiaro: Tartous è il principale punto d’appoggio navale russo nel Mediterraneo, mentre Hmeimim offre capacità aeree, logistiche e collegamenti con il Medio Oriente e il Nord Africa. Per Mosca conservarle significa mantenere una presenza avanzata in un’area cruciale per gli equilibri regionali.
L’accordo acquista ancora maggiore rilievo considerando la storia dei rapporti tra Russia e Siria. Mosca ha sostenuto il regime di Assad per decenni. Dopo lo scoppio della guerra civile nel 2011, il Cremlino ha continuato a fornire sostegno politico e militare a Damasco. Nel 2015 la Russia è intervenuta direttamente nel conflitto con la propria aviazione, contribuendo alla riconquista di vaste aree del territorio siriano da parte delle forze governative. Tra gli avversari di Assad c’era Ahmad al-Sharaa, oggi presidente della Siria. Ex membro di al-Qaeda, al-Sharaa ha guidato Jabhat al-Nusra, organizzazione jihadista successivamente evoluta in Hayat Tahrir al-Sham. Le sue forze furono colpite dagli attacchi aerei russi durante la guerra. Nel dicembre 2024, quando il regime sembrava avere consolidato il proprio controllo sul Paese, l’offensiva guidata da al-Sharaa ha provocato il crollo di Assad e la sua fuga in Russia.
Per Mosca fu una pesante sconfitta politica: perse il suo principale alleato arabo e dovette confrontarsi con una nuova realtà a Damasco. Le basi divennero subito una questione decisiva. Il nuovo governo siriano, impegnato nella ricostruzione e nel riconoscimento internazionale, ha scelto di negoziare con Mosca invece di imporne l’uscita completa. Damasco ha chiesto contropartite, tra cui risarcimenti per i danni di guerra e persino l’estradizione di Assad. Quest’ultima non è avvenuta, né risulta inclusa nell’accordo appena raggiunto.
I negoziati sono arrivati anche al livello più alto. Nell’ottobre 2025 Vladimir Putin ha incontrato al-Sharaa al Cremlino. Dopo circa un anno e mezzo di trattative è arrivato il memorandum d’intesa che Damasco definisce il passaggio più importante nei rapporti con Mosca dalla caduta di Assad.
L’accordo distingue tra strutture civili e militari. La Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili, comprese le strutture di attracco del porto di Tartous e l’aeroporto internazionale di Latakia, già passato sotto l’autorità siriana.
La soluzione permette a Damasco di riaffermare la propria sovranità sulle infrastrutture e a Mosca di conservare una presenza strategica. La Russia non ha più il rapporto privilegiato costruito con Assad e deve trattare con un governo guidato da chi fino a poco tempo fa combatteva le forze sostenute da Mosca. Al-Sharaa considera utile mantenere aperto il canale con una potenza come la Russia, che conserva così ciò che più conta per la sua strategia regionale: un punto d’appoggio sul Mediterraneo.
(Setteottobre, 12 agosto 2026)
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Perché anche Dio ha bisogno di conforto
A volte una sola parola cambia la prospettiva sull’intera Bibbia.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Nelle parole del profeta Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo», una parola viene pronunciata ben due volte: «Nachamu – Consolate». Non è una coincidenza, e tali ripetizioni non sono nemmeno un caso isolato. Dietro questa ripetizione si nasconde un pensiero che tocca il mistero del rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto che non si è mai spezzato, nemmeno a causa dell’esilio, della distruzione del Tempio e della guerra. Proprio in un momento in cui Israele è in guerra dal 7 ottobre 2023, questo messaggio acquista una nuova attualità. Le parole di Isaia ci ricordano che la presenza di Dio non inizia solo dopo la sofferenza. È presente proprio nel mezzo della sofferenza. Forse il profeta parla due volte di consolazione perché non solo Israele attende la redenzione, ma anche il rapporto tra Dio e il suo popolo richiede guarigione.
In un altro passo il profeta dice: «Io, io sono il vostro consolatore!» (Isaia 51,12), e in Isaia 61,10 si legge in ebraico, in una ripetizione enfatica, più o meno: «Mi rallegro, mi rallegro nel Signore.» Tutte queste ripetizioni evidenti richiedono una spiegazione. A prima vista servono a rafforzare il messaggio. La redenzione imminente sarà così completa e travolgente che le semplici parole non bastano. Ma dietro a ciò si nasconde un messaggio ancora più profondo: la parola «Nachamu – Consolate» compare due volte perché due parti diverse hanno bisogno di consolazione. La prima è ovvia: il popolo d’Israele. Siamo noi che siamo stati condotti in esilio, che abbiamo assistito alla distruzione del Primo e del Secondo Tempio e che abbiamo portato per secoli il dolore di queste perdite e delle successive persecuzioni.
Ma c’è anche una seconda parte che ha bisogno di consolazione, ed è Dio stesso. Infatti, la tradizione biblica insegna che la Shechinah, la Presenza divina, andò in esilio insieme a Israele. Gli studiosi ebrei spiegano: «Venite e vedete quanto Israele sia amato dal Santo, sia benedetto. Poiché ovunque Israele andasse in esilio, anche la Shechinah di Dio andava con loro.» Ciò viene spiegato in un bellissimo midrash, che mostra quanto Dio stesso desideri essere consolato: «Il Santo, sia benedetto, disse: “Quando a un uomo muore la moglie, chi ha bisogno di consolazione? Non è forse l’uomo stesso? Così è anche in questo caso. Sion giace nelle tenebre. Io stesso ho bisogno di consolazione. Consolatemi, consolatemi, popolo mio.”»
Letto in questo modo, il versetto non si rivolge solo al profeta affinché consoli Israele. Dio stesso si rivolge al suo popolo e chiede: «Consolatemi.»
A un livello più profondo e mistico, la distruzione del Tempio e l’esilio provocano addirittura una sorta di separazione all’interno della rivelazione di Dio. Un aspetto della presenza divina rimane in cielo, mentre un altro aspetto scende con Israele in esilio e accompagna il popolo nel suo calvario. Si possono vedere entrambe le dimensioni come un lato maschile e uno femminile della rivelazione divina.
Il Santo, sia lodato, rimane in cielo come aspetto trascendente, mentre la Shekhinah, la presenza immanente di Dio, accompagna Israele nell’esilio. In senso figurato, entrambi appaiono separati l’uno dall’altro.
Il messaggio di «Nachamu, Nachamu» è quindi duplice. Il conforto è rivolto al popolo d’Israele e, al tempo stesso, a Dio stesso. Entrambi attendono la redenzione. È proprio in questo che risiede l’unicità del rapporto tra Dio e il suo popolo: Egli non abbandona Israele nemmeno in esilio. Soffre con il suo popolo e gli rimane fedele. È proprio questo malinteso che il duplice invito «Consolate, consolate» vuole evitare. Quando Israele attraversa momenti difficili – e la nostra storia ne conosce molti –, ciò non significa che Dio ci abbia abbandonati. Il legame può essere appesantito dal dolore, ma non si è mai spezzato. Dio non è rimasto a Gerusalemme quando Israele è stato disperso in Babilonia, in Spagna o in Polonia. È entrato con il suo popolo nell’oscurità dell’esilio. Egli condivide il nostro dolore, come esprime il Salmo 91,15: «Io sono con lui nella sventura.»
Questo pensiero ci sfida e allo stesso tempo ci dona speranza. Non ci troviamo davanti a una porta chiusa, sperando che Dio prima o poi ascolti le nostre grida. Siamo partner in una relazione che, pur essendo messa a dura prova, non si è mai spezzata. Il conforto non ci viene semplicemente concesso dall’alto. Nasce da una relazione viva. Riceviamo conforto da Dio e allo stesso tempo confortiamo Dio con la nostra fedeltà, la nostra fede e la nostra speranza.
Proprio in questi giorni questo pensiero assume una particolare attualità. Israele sta vivendo nuovamente un periodo pieno di dolore, guerra, incertezza e profonde tensioni sociali. Molti si chiedono dove sia Dio. Ci ha abbandonati? Ascolta ancora le nostre preghiere? Il messaggio di «Nachamu, Nachamu» risponde con un chiaro no. Dio non è lontano dalla nostra sofferenza. Egli la attraversa in prima persona. Dal 7 ottobre 2023 soffre insieme alle famiglie dei caduti, agli ostaggi, ai feriti, agli sfollati e a chiunque abbia il cuore spezzato. La sua Shekhinah non si allontana mai dal suo popolo.
Forse è proprio questo a cambiare il nostro modo di vedere la consolazione. Non aspettiamo solo che Dio ci consoli. Anche noi siamo chiamati a consolare Dio, rimanendo fedeli a Lui, anche se molte cose non le capiamo. Continuando a pregare, a sperare e a credere. Ogni atto d’amore, ogni gesto di misericordia, ogni impegno a preservare l’unità del nostro popolo diventa così una consolazione per la Presenza divina, che soffre con Israele.
Forse è per questo che la redenzione non inizia solo il giorno in cui tutte le lacrime saranno asciugate. Forse inizia già ora, là dove Dio e il suo popolo, nonostante tutta l’oscurità, non si lasciano andare l’uno dall’altro. È proprio questa la promessa di «Nachamu, Nachamu»: non solo Israele sarà consolato. Non solo Israele ha bisogno di rinnovamento. Anche il rapporto, apparentemente lacerato, tra Dio e il suo popolo attende il suo compimento. Solo quando entrambi saranno nuovamente pienamente uniti, la redenzione definitiva diventerà realtà.
(Israel Heute, 12 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’autore mostra di conoscere la Scrittura, e la cosa non è strana essendo cresciuto in una famiglia evangelica ebrea (ho conosciuto il padre), ma resta lacunoso su punti importanti che gravitano intorno al punto più importante di tutti: il Messia. Parla di “rapporto apparentemente lacerato fra Dio e il suo popolo”, ma non ne indica le ragioni. Dice che Dio può essere consolato, ed è vero, ma questo avviene forse quando Dio vede che gli israeliani si comportano bene fra di loro? È proprio questo il punto? È dal rapporto fra gli uomini che dipende tutto? M.C.
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Turista francese denuncia duplice aggressione antisemita in centro
Un turista francese di 22 anni con la kippah in testa è stato aggredito nel centro di Roma da un gruppo di persone al grido di “Free Palestine”. La vittima, riportano gli organi di stampa, ha denunciato due violenze: la prima con lo spray al peperoncino, la seconda con calci e pugni. I fatti risalgono allo scorso fine settimana, sono avvenuti tra piazza Cairoli e largo di Torre Argentina e una prima persona del branco, si apprende, è in stato di fermo. Si tratta di un 31enne algerino senza dimora e con dei precedenti.
In una nota la presidente Ucei, Livia Ottolenghi, esprime «solidarietà e vicinanza» al giovane, qualifica l’episodio come «gravissimo» e una dimostrazione ulteriore di come l’antisemitismo «sia ormai sempre più diffuso» e «arrivi a manifestarsi anche attraverso aggressioni e violenze contro le persone». Ottolenghi ringrazia le forze dell’ordine «per il tempestivo intervento» e richiama «l’importanza di strumenti efficaci di prevenzione e contrasto dell’antisemitismo» a partire dal disegno di legge all’esame del Parlamento, che ritiene un «passo necessario per riconoscere e combattere un fenomeno che non può essere più né sottovalutato né tollerato». «Anche per le strade di Roma purtroppo è arrivata la caccia all’uomo, la caccia all’ebreo», ha affermato il presidente della Comunità ebraica Victor Fadlun. «Speriamo, da italiani, di non dover assistere a una reazione di crescente indifferenza da parte dell’opinione pubblica».
(Pagine Ebraiche, 11 agosto 2026)
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Un 7 ottobre politico? L’avvertimento di Israele sul piano ingannevole di Hamas
Mentre la comunità internazionale parla di un nuovo inizio politico nella Striscia di Gaza, gli apparati di sicurezza israeliani mettono in guardia da un pericoloso errore.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Gli ambienti della sicurezza israeliani avvertono: Hamas sta sfruttando il piano di pace per riarmarsi. Mentre a livello internazionale si discute del futuro della Striscia di Gaza e di una tabella di marcia politica per il periodo postbellico, le autorità di sicurezza israeliane mettono in guardia da uno sviluppo pericoloso. Secondo le loro informazioni, Hamas sta sfruttando i colloqui sul cosiddetto «piano di pace» per guadagnare tempo, ripristinare le proprie capacità militari e prepararsi al prossimo scontro con Israele. Un classico piano di inganno.
Secondo fonti dei servizi di sicurezza, Hamas continua a contrabbandare armi nella Striscia di Gaza dall’Egitto tramite droni, costruisce nuovi tunnel, produce armi – in parte ricavate da munizioni inesplose dell’esercito israeliano – e recluta nuovi combattenti. Secondo le valutazioni israeliane, i colloqui politici in corso forniscono all’organizzazione terroristica il margine di manovra necessario per ricostruire le proprie strutture. Il capo dello Shin Bet israeliano, David Zini, si è espresso in modo particolarmente chiaro durante l’ultima riunione di gabinetto. Secondo quanto riferito da alti funzionari governativi, egli ha definito il piano di pace con queste parole: «Dal punto di vista di Hamas, questa tabella di marcia è un 7 ottobre politico». Zini ha quindi messo in guardia dal fraintendere l’approvazione da parte di Hamas della proposta del cosiddetto Consiglio di pace come un segno di cambiamento di rotta.
Si tratterebbe piuttosto di una strategia mirata di inganno. «È un unico processo di inganno ai nostri danni», avrebbe dichiarato Zini durante la riunione di gabinetto. «L’obiettivo principale di Hamas è guadagnare tempo, nella speranza che Israele non intraprenda azioni militari di rilievo fino a dopo le elezioni».
Al centro dell’attenzione israeliana c’è attualmente Ali al-Amoudi, che secondo le valutazioni delle autorità di sicurezza è ormai la figura di spicco di Hamas nella Striscia di Gaza. Dopo che il comandante militare di Hamas Mohammed Oudeh è stato ucciso da Israele alla fine di maggio, l’organizzazione terroristica non ha ancora nominato un nuovo comandante in capo ufficiale della propria ala militare. Si discute invece della formazione di un comitato direttivo.
Sul piano politico, tuttavia, Ali al-Amoudi ha assunto sempre più il controllo. L’ex detenuto, rilasciato dal carcere israeliano nel 2011 nell’ambito dello scambio di Schalit, ha acquisito notevole influenza dopo l’uccisione di Yahya Sinwar e le gravi perdite subite dalla leadership di Hamas. Solo il mese scorso, al-Amoudi è stato ufficialmente eletto, nelle elezioni interne di Hamas, a capo dell’organizzazione nella Striscia di Gaza. È considerato uno stretto alleato del defunto Yahya Sinwar e di Khalil al-Hayya e incarna quindi la linea intransigente di Hamas, nonché gli stretti legami con il regime iraniano.
Un’ironia della storia: sia Ali al-Amoudi che Yahya Sinwar devono la loro libertà allo stesso scambio di prigionieri. Nel 2011, sotto il primo ministro Benjamin Netanyahu, Israele liberò più di 1.000 prigionieri palestinesi per riportare a casa il soldato rapito Gilad Shalit. Oggi, proprio gli ex prigionieri liberati figurano tra le principali menti terroristiche di Hamas e plasmano la guerra contro Israele. Gli eventi odierni costringono a porsi una domanda dolorosa: l’accordo su Shalit è stato un successo umanitario, ma un errore strategico? Infatti, molti dei terroristi rilasciati all’epoca non solo sono tornati a praticare il terrorismo, ma sono anche saliti ai vertici di Hamas e continuano a plasmare la sanguinosa guerra contro Israele ancora oggi.
• Architetto di una strategia di inganno
Secondo le valutazioni degli ambienti di sicurezza israeliani, sarebbe proprio al-Amoudi a coordinare l’attuazione di ciò che a Gerusalemme viene ormai definito il «piano di inganno di Hamas». Secondo tale valutazione, l’organizzazione terroristica intende dare l’impressione di disarmarsi e di trasferire la propria amministrazione civile a un comitato tecnocratico indipendente, che dovrebbe operare sotto la supervisione del Consiglio di pace guidato dall’ex inviato speciale delle Nazioni Unite Nikolaj Mladenov.
I servizi di sicurezza israeliani ritengono tuttavia che questo scenario sia una messinscena teatrale. Secondo la loro valutazione, Hamas manterrebbe le proprie strutture di potere politico e militare dietro le quinte, mentre all’esterno darebbe l’impressione di essere stato destituito. Il fatto che proprio al-Amoudi assuma questo ruolo non sorprende affatto le autorità di sicurezza israeliane. Già nel 2021, secondo documenti di Hamas sequestrati, aveva assunto la direzione del dipartimento di propaganda e media dell’organizzazione. La sua esperienza nel campo della comunicazione e della guerra psicologica lo renderebbe l’organizzatore ideale di una simile strategia di inganno. «Questo piano di inganno gli calza a pennello», affermano fonti dei servizi di sicurezza.
Israele sta valutando ulteriori omicidi mirati nella Striscia di Gaza. Secondo le stime delle autorità di sicurezza israeliane, un omicidio mirato di al-Amoudi indebolirebbe notevolmente la struttura di comando politico di Hamas nella Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, mettono espressamente in guardia dal classificarlo come un rappresentante moderato dell’organizzazione solo perché non proviene direttamente dall’ala militare. Al-Amoudi sarebbe parte integrante della leadership terroristica e rappresenterebbe la stessa linea ideologica e strategica del resto della leadership di Hamas.
Secondo la visione israeliana, l’eliminazione di al-Amoudi comprometterebbe in modo significativo la capacità di Hamas di mantenere il proprio controllo politico sulla Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, una mossa del genere potrebbe complicare notevolmente la road map per la pace, vista con occhio critico da Israele. La decisione finale se Israele agirà contro al-Amoudi spetta alla leadership politica di Gerusalemme.
(Israel Heute, 11 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Netanyahu il capro espiatorio degli ipocriti
di Claudio Velardi
Che cada per sempre la vergogna sugli ipocriti. Sui farisei delle cancellerie che riconoscono la Palestina sapendo che un riconoscimento, da solo, non crea uno Stato. Sugli imbroglioni della politica globale che votano risoluzioni per assolvere se stessi. Sui sepolcri imbiancati del commento mediatico. E la vergogna più nera cada sui cinici residuati del dibattito italico che propongono il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: poveri untorelli del pietismo, simboli della più perversa delle ipocrisie contemporanee, che trasformano i piccoli morti in medaglie e chiedono un premio al martirio al posto di ciò che a quei bambini è stato negato, uno Stato in cui vivere.
Sempre tutti a recitare lo stesso salmo: è Netanyahu l’ostacolo alla nascita dello Stato palestinese. D’altronde — dicono oggi — come negarlo, visto che lo ha appena confermato respingendo il piano di Trump e dichiarando che, finché sarà premier, quello Stato non nascerà? Eppure tutti sanno di mentire. Dichiarare solennemente che Bibi è l’ostacolo serve a nascondere una verità elementare: oggi non esiste una leadership palestinese capace di fondare e governare quello Stato.
Partiamo dall’abc, per gli ignoranti e gli ipocriti. Uno Stato non si riconosce, si fonda. Richiede un territorio controllato, un governo effettivo, il monopolio della forza. La Palestina non dispone di questa sovranità unitaria. A Gaza Israele controlla parti del territorio mentre Hamas conserva le armi — che non intende mollare — e la capacità coercitiva. La Cisgiordania è spartita tra insediamenti e un’Autorità screditata che non comanda nemmeno su se stessa. Mezzo mondo può scrivere “Palestina” negli atlanti. Ma non crea uno Stato.
Uno Stato, poi, richiede un fondatore. Israele nacque perché Ben-Gurion nel 1948 fece la scelta tragica che fonda ogni Stato vero: accettò la parte rinunciando al tutto, un territorio mutilato invece della terra intera. La leadership palestinese ha fatto per ottant’anni la scelta opposta: la causa contro lo Stato, il rifiuto del possibile in nome dell’intero. Dal no alla spartizione del ’47 a Camp David, fino all’offerta di Olmert del 2008 che Abbas rifiutò. L’unico che provò la via ben-gurioniana, Salam Fayyad, costruì istituzioni certificate dalla Banca Mondiale come “pronte per la statualità”, e fu liquidato dai suoi, perché il coraggio di dire al proprio popolo che il ritorno è un lutto da elaborare e non un diritto da esercitare nessuno l’ha mai avuto.
Ecco perché il no di Netanyahu a Trump non rappresenta un “ostacolo”. È propaganda elettorale, e la sua efficacia sarà sancita tra qualche mese dai liberi elettori di Israele, non dai nostri moralisti in ciabatte. Tutt’al più si può considerare una posizione politicamente parassitaria, perché vive delle armi di Hamas, si nutre del massimalismo altrui. “Niente Stato finché sarò premier” è una frase pronunciabile solo finché dall’altra parte ci sono i razzi e il rifiuto. Il giorno in cui a Ramallah sedesse un Ben-Gurion palestinese — uno che disarma le milizie, riconosce Israele senza riserve mentali, sceglie lo Stato possibile — quel veto crollerebbe sotto il proprio peso, e a Bibi non resterebbe che prenderne atto.
Ma la cialtroneria dei benpensanti globali, politici e mediatici, consiste proprio in questo: fingere che il problema sia un uomo, per non dire che il problema è un vuoto. Usare Netanyahu come capro espiatorio è comodo, gratuito e assolutorio: assolve Hamas, assolve l’ANP, assolve soprattutto chi riconosce e non costruisce. La verità è più severa e più semplice: gli Stati non li fanno le risoluzioni, li fanno i fondatori. E finché il popolo palestinese non ne esprimerà uno, la Palestina resterà ciò che è oggi: una causa eterna, che è la forma più crudele di negarle un futuro.
(Il Riformista, 11 agosto 2026)
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Golan. Israele si prepara al nemico che non conosce
Fossati, terrapieni e nove avamposti oltre il confine siriano. Dopo il 7 ottobre l’IDF abbandona le vecchie certezze e costruisce la difesa sulle capacità del nemico, chiunque esso sia
di Rosa Davanzo
La nuova frontiera israeliana con la Siria ha fossati profondi quattro metri, grandi terrapieni, sistemi di osservazione e artiglieria pronti a battere i punti più vulnerabili.
E soprattutto nasce da una convinzione maturata il 7 ottobre 2023: il pericolo maggiore comincia quando si crede di sapere che cosa farà il nemico.
Due anni fa l’IDF ha avviato lungo il Golan il progetto Mizrach Hadash, “Nuovo Oriente”, un gigantesco intervento destinato a rafforzare la barriera lungo la frontiera siriana.
Secondo quanto riferisce Ynet, circa l’80 per cento dei fossati previsti, larghi e profondi quattro metri, è ormai completato, da Majdal Shams fino alla zona meridionale vicina al punto d’incontro tra Israele, Siria e Giordania.
Anche l’IDF ha confermato nelle sue comunicazioni ufficiali il progressivo rafforzamento dell’ostacolo ingegneristico denominato “Mizrach Hadash”.
È però soltanto la parte visibile di una trasformazione assai più profonda.
La caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 ha cancellato in poche ore un equilibrio durato decenni.
Israele è entrato nell’area di separazione istituita dall’accordo del 1974 e ha creato una presenza militare avanzata oltre la Linea Alpha.
Oggi la brigata territoriale 474, sotto la divisione 210, opera in territorio siriano e mantiene una rete di postazioni che consente all’IDF di controllare il terreno prima che un’eventuale minaccia raggiunga il confine israeliano.
L’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo censisce nove postazioni militari israeliane, dal monte Hermon attraverso l’area di Quneitra fino alla parte occidentale della provincia di Daraa.
L’idea è semplice e rappresenta quasi il rovesciamento della dottrina che precedette il massacro del 7 ottobre.
«Non definiamo più la risposta difensiva sulla base di chi sia il nemico», ha spiegato a Ynet un alto ufficiale del comando settentrionale.
Può essere Hezbollah, l’esercito siriano, una formazione jihadista, una milizia locale.
La domanda decisiva è un’altra: che cosa è capace di fare?
È una frase che contiene una piccola rivoluzione militare.
Prima del 7 ottobre l’intelligence israeliana aveva costruito una parte della propria sicurezza sulla capacità di interpretare intenzioni, convenienze e comportamenti dell’avversario.
Hamas era considerato interessato a governare Gaza, a preservare ciò che aveva ottenuto, a evitare una guerra devastante.
Il 7 ottobre ha dimostrato quanto possa essere letale trasformare una valutazione dell’intenzione del nemico in una certezza.
Sul Golan si cerca adesso di ragionare al contrario. Non importa stabilire in anticipo quale sigla comparirà dall’altra parte della frontiera.
Si osservano uomini, armi, terreno e possibilità operative. Un pastore può essere un pastore. Un civile armato può difendere il proprio villaggio.
Una piccola formazione apparentemente irrilevante può diventare il nucleo di una struttura jihadista.
Il sistema difensivo deve reggere in tutti questi casi.
Il problema è reso ancora più complesso dalla Siria post-Assad.
Il presidente Ahmed al-Sharaa sta cercando contemporaneamente di consolidare il nuovo Stato siriano e di arrivare a un’intesa di sicurezza con Israele.
A fine luglio ha confermato pubblicamente che Damasco persegue un accordo che possa stabilizzare i rapporti tra i due Paesi.
Sul terreno, però, il mosaico resta pericolosamente mobile: gruppi jihadisti, milizie locali, civili armati e residui delle reti costruite negli anni dall’Iran convivono in uno spazio nel quale le fedeltà possono cambiare rapidamente.
Per questo Israele ha spostato in avanti la propria linea di difesa.
Le pattuglie della 474 operano nei villaggi siriani, sequestrano armi, individuano infrastrutture militari e cercano di impedire che organizzazioni ostili possano insediarsi vicino al Golan.
Già nel 2025 l’IDF documentava decine di operazioni mirate e il sequestro di armi abbandonate dalle forze del vecchio regime.
È una presenza destinata inevitabilmente a produrre attriti con la popolazione locale e contestazioni internazionali.
Damasco chiede il ritorno alla situazione precedente alla caduta di Assad e considera la presenza israeliana una violazione della propria sovranità.
Israele, dopo ciò che è accaduto lungo il confine di Gaza, considera invece intollerabile affidare nuovamente la sicurezza delle proprie comunità di frontiera alla speranza che dall’altra parte qualcuno mantenga l’ordine.
È qui che il Golan diventa qualcosa di più di un fronte militare. Il 7 ottobre ha lasciato a Israele una lezione terribile: una frontiera può sembrare tranquilla fino alla mattina in cui smette di esserlo. Fossati, terrapieni e avamposti di “Mizrach Hadash” sono la traduzione materiale di quella lezione. Israele non pretende più di conoscere il prossimo nemico. Vuole essere pronto se mai dovesse arrivare.
(Setteottobre, 11 agosto 2026)
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Quando la storia torna a perseguitare la Spagna
Nel giudicare la propria storia, la Spagna applica criteri diversi rispetto a quelli utilizzati nei confronti di Israele. Lo dimostra l’esempio di Ceuta. Un’analisi commentata
di Francis Moritz
Lo spettacolare afflusso di migranti che ha appena colpito Ceuta è ben più di un’ennesima crisi alle frontiere dell’Europa. Solleva tre questioni che non dovrebbero essere considerate separatamente: la vulnerabilità del confine europeo con il Marocco, il possibile utilizzo della migrazione come strumento di pressione politica e, cosa ancora più fondamentale, la questione della sovranità sulle due enclavi spagnole nel Nord Africa.
Proprio quest’ultima questione porta inevitabilmente a un paragone scomodo per Madrid. Sotto il governo di Pedro Sánchez (Partito Socialista Operaio Spagnolo), la Spagna è diventata uno degli Stati europei che criticano più aspramente Israele. Madrid condanna regolarmente l’«occupazione illegale» dei territori palestinesi e la politica di insediamento israeliana in Cisgiordania.
Quando si tratta però di Ceuta e Melilla, Madrid fa appello proprio a ciò che nel dibattito su Israele viene spesso relativizzato: la storia.
• Ceuta: un confine scompare nel giro di poche ore
Il 30 luglio 2026, nel giro di poche ore, decine di migliaia di persone, per lo più marocchini, sono entrate a Ceuta dal Marocco. La portata dell’evento è stata straordinaria. Secondo le stime più recenti, nel giro di 24 ore circa 72.000 persone sono giunte nella città spagnola – quasi tante quanti sono gli abitanti di Ceuta stessa.
La maggior parte di loro è poi tornata in Marocco. Tuttavia, durante gli eventi hanno perso la vita decine di persone, soprattutto per annegamento. Allo stesso tempo, Ceuta ha dovuto accogliere un gran numero di minori non accompagnati.
Come è potuto un confine esterno dell’Unione Europea, normalmente sorvegliato rigorosamente da entrambe le parti, praticamente scomparire per alcune ore per poi tornare ad essere controllabile? La domanda rimane aperta.
• Una sentenza diventa un fattore di attrazione
Poche settimane prima, la Corte Suprema spagnola aveva emesso un’importante sentenza sui migranti che tentano di raggiungere Ceuta o Melilla via mare.
Ovviamente la Corte non ha dichiarato che l’ingresso illegale in Spagna via mare fosse improvvisamente legale. Ha tuttavia stabilito che le persone intercettate in mare non possono essere automaticamente sottoposte alla procedura speciale di respingimento immediato alla frontiera, applicabile in caso di determinati tentativi di superare il confine terrestre. Per loro si applica invece la normale procedura di rimpatrio con le relative garanzie giuridiche.
Dal punto di vista giuridico, questa differenza è significativa. Diffusa in pochi secondi sui social network, la questione appare diversa. In Marocco si sono rapidamente diffuse notizie secondo cui la via del mare verso Ceuta offrisse ora la possibilità di sfuggire al respingimento immediato. Le testimonianze raccolte dopo gli eventi indicano che questa interpretazione ha contribuito al movimento di massa.
• Il programma di regolarizzazione della Spagna: attenzione alle conclusioni affrettate
Contemporaneamente si è diffusa un’altra notizia: il governo Sánchez avrebbe deciso una regolarizzazione su larga scala degli stranieri privi di permesso di soggiorno.
Questa misura esiste effettivamente e potrebbe riguardare diverse centinaia di migliaia di persone. Tuttavia, non si applica ai migranti appena arrivati. Chi vuole beneficiarne deve, tra l’altro, dimostrare di trovarsi in Spagna già prima del 1° gennaio 2026. Sarebbe quindi errato affermare che la regolarizzazione abbia aperto legalmente le porte ai migranti arrivati a Ceuta nel mese di luglio.
Più difficile da valutare è l’effetto psicologico di una misura del genere. Tra il contenuto esatto di una legge e la sua percezione a centinaia o migliaia di chilometri di distanza può esserci una differenza notevole.
• Il Marocco era semplicemente sopraffatto?
Rimane una questione ben più delicata: come hanno potuto decine di migliaia di persone raggiungere una delle zone di confine più sorvegliate del Marocco senza essere fermate dalle autorità marocchine? Finora non ci sono prove accessibili al pubblico che dimostrino che Rabat abbia organizzato l’operazione. Un’affermazione del genere non sarebbe quindi giustificata.
La rapidità con cui il Marocco ha poi ripristinato il controllo dimostra tuttavia almeno una cosa: la cooperazione con il Marocco è indispensabile per la protezione di questo confine europeo. E, soprattutto, esiste un precedente.
• Il precedente del 2021
Già nel maggio 2021 migliaia di persone erano giunte a Ceuta dal Marocco. All’epoca Rabat e Madrid erano nel pieno di una grave crisi diplomatica, dopo che la Spagna aveva consentito a Brahim Ghali, leader del movimento indipendentista Polisario nel Sahara occidentale – osteggiato dal Marocco – di sottoporsi a cure mediche.
All’epoca il Parlamento europeo usò parole insolitamente chiare. In una risoluzione del 10 giugno 2021, ha condannato il ricorso ai controlli di frontiera e alla migrazione da parte del Marocco come strumento di pressione politica contro uno Stato membro dell’Unione Europea.
L’idea che la migrazione possa essere utilizzata come strumento di politica estera non è quindi una teoria sviluppata a posteriori. Esiste un precedente che è stato espressamente rilevato da un’istituzione europea.
• Una frontiera europea la cui chiave è in mano al Marocco
Ceuta rende visibile una realtà che raramente viene espressa in modo così chiaro. La frontiera spagnola non è protetta solo da poliziotti spagnoli, recinzioni e sistemi di sorveglianza. Dipende anche dalla disponibilità del Marocco a impedire le partenze. Se Rabat collabora, la frontiera regge. Se questa collaborazione viene meno, la Spagna si trova immediatamente di fronte alla propria vulnerabilità.
Il Marocco dispone quindi di un mezzo di pressione particolarmente efficace. Rabat non ha bisogno di mettere in discussione militarmente il dominio spagnolo su Ceuta o Melilla. È sufficiente, se necessario, dimostrare cosa potrebbe accadere se il Marocco smettesse di trattenere le persone in viaggio verso l’Unione Europea. È su questo punto che la crisi migratoria e la questione territoriale si incontrano.
• Ceuta e Melilla: a chi appartiene la storia?
Per la Spagna la risposta è inequivocabile: Ceuta e Melilla sono spagnole. Melilla è sotto il dominio spagnolo dal 1497. Ceuta fu conquistata dal Portogallo nel 1415 e passò successivamente sotto il controllo spagnolo, che il Portogallo riconobbe definitivamente nel XVII secolo.
Madrid sottolinea quindi che la sua presenza in questi territori è più antica di diversi secoli rispetto all’indipendenza dell’odierno Marocco, ottenuta nel 1956. Questo argomento non è affatto irrilevante.
In sostanza, la Spagna afferma: una sovranità che esiste da secoli non può essere liquidata senza ulteriori indugi come una moderna occupazione coloniale. Tuttavia, questo argomento diventa politicamente interessante non appena lo si confronta con la posizione della Spagna nei confronti di Israele.
• La Spagna, Israele e il linguaggio dell’occupazione
Sotto la guida di Pedro Sánchez, la Spagna ha assunto una delle posizioni più critiche in Europa nei confronti del governo israeliano. Nel maggio 2024 Madrid ha riconosciuto ufficialmente lo «Stato di Palestina». Il governo spagnolo condanna gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e parla di occupazione illegale dei territori palestinesi.
Va tuttavia sottolineato che la Spagna riconosce al contempo il diritto all’esistenza di Israele e ha condannato i massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023. Non si tratta quindi di negare alla Spagna il diritto di criticare la politica israeliana. Si tratta piuttosto delle argomentazioni con cui tale critica viene motivata. Infatti, se la continuità storica costituisce un elemento essenziale della difesa spagnola di Ceuta e Melilla, la storia difficilmente può diventare irrilevante non appena si parla di Israele.
• La storia della Cisgiordania non inizia nel 1967…
Innanzitutto occorre sfatare una semplificazione. Israele non conquistò la Cisgiordania nel giugno 1967 da uno Stato palestinese sovrano. Dopo la guerra del 1948/49, la Cisgiordania e Gerusalemme Est passarono invece sotto il controllo giordano.
Il 24 aprile 1950 la Giordania unificò ufficialmente entrambe le sponde del Giordano, annettendo di fatto la Cisgiordania. Tale annessione ottenne un riconoscimento internazionale estremamente limitato e fu contestata persino da diversi Stati arabi. Per quasi 19 anni la Cisgiordania fu quindi amministrata dalla Giordania. In quella zona non esisteva uno Stato palestinese sovrano.
Poi arrivò il giugno 1967. Nella Guerra dei Sei Giorni, Israele conquistò la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania. La situazione creatasi a seguito di questa guerra costituisce la base per l’attuale classificazione, ai sensi del diritto internazionale, della Cisgiordania come territorio occupato. Questa denominazione è utilizzata dalle Nazioni Unite ed è stata confermata dalla Corte internazionale di giustizia.
Non è questo il punto. Tuttavia, l’attuale qualificazione giuridica e la cronologia storica che l’ha preceduta non coincidono. Definire la Cisgiordania come territorio occupato non significa che prima del 1967 fosse territorio sovrano di uno Stato palestinese, la cui esistenza sarebbe stata successivamente annullata da Israele. La storia è molto più complessa.
• … e non inizia nemmeno nel 1948
Bisogna risalire molto più indietro nel tempo. Il legame del popolo ebraico con questa regione non è iniziato con la fondazione dello Stato di Israele. I regni di Israele e di Giuda fanno parte della storia documentata dell’antico Medio Oriente. Gerusalemme era già, secoli prima dell’era cristiana, il centro politico e religioso del regno di Giuda – e più di un millennio prima della nascita dell’Islam.
Il dominio babilonese, persiano, ellenistico, romano, bizantino, arabo, crociato, mamelucco, ottomano e infine britannico ha profondamente trasformato la regione. La popolazione ebraica ha subito conquiste, distruzioni, espulsioni e diaspora. Tuttavia, il legame storico e religioso del popolo ebraico con questa terra non è mai scomparso del tutto – né tantomeno la presenza ebraica nella regione.
Ciò non significa, ovviamente, che l’antichità possa da sola determinare i confini del XXI secolo. Nessun conflitto territoriale moderno può essere risolto semplicemente stabilendo quale popolo vi abbia vissuto per primo. Ma questo ragionamento vale in entrambi i sensi.
• Quando è Madrid a decidere quando inizia la storia
È proprio qui che emerge la contraddizione della posizione spagnola. Quando si tratta di Ceuta e Melilla, Madrid esorta il Marocco a guardare indietro di cinque secoli. Quando si tratta di Israele, invece, il dibattito politico europeo spesso inizia solo nel 1967 – a volte nel 1948.
La storia, tuttavia, non può essere suddivisa in periodi temporali convenienti in base al risultato politico desiderato. Se cinque secoli di sovranità spagnola costituiscono un argomento rilevante contro l’accusa di colonialismo, quasi tre millenni di storia ebraica in questa regione non possono essere semplicemente dichiarati insignificanti non appena si utilizza il termine «colonialismo» nei confronti di Israele.
Ciò non legittima automaticamente ogni insediamento israeliano in Cisgiordania. Ciò non definisce i confini di un futuro Stato palestinese. E ciò non cancella né la storia né i diritti dei palestinesi.
Diventa tuttavia storicamente problematica una rappresentazione in cui gli ebrei appaiono semplicemente come stranieri europei giunti nel XX secolo in una terra con cui in precedenza non avevano alcun legame. Si può condannare la politica di un governo israeliano senza riscrivere la storia ebraica.
• Da Ceuta a Gerusalemme: i limiti del modello interpretativo coloniale
Ceuta pone così la Spagna di fronte a uno specchio inaspettato. Madrid respinge l’argomentazione marocchina secondo cui Ceuta e Melilla si troverebbero in Africa, dovrebbero quindi appartenere naturalmente al Marocco e la sovranità spagnola sarebbe di conseguenza un retaggio coloniale.
La Spagna risponde con il diritto – ma anche con la storia. Madrid fa riferimento a cinque secoli di sovranità, a una popolazione spagnola, a istituzioni spagnole e alla continuità politica e territoriale.
Questa difesa è comprensibile. Proprio per questo, però, Madrid dovrebbe essere più cauta quando utilizza altrove il concetto di colonialismo come argomento.
Israele si differenzia in un punto essenziale dal classico modello coloniale europeo: il popolo ebraico possiede un legame storico, religioso, culturale e politico con questa terra che precede di millenni il moderno Stato di Israele.
Si può discutere sullo status giuridico dei territori conquistati nel 1967. Si può discutere sui confini. Si può discutere sugli insediamenti. Allo stesso tempo, si può difendere il diritto dei palestinesi a uno Stato proprio. Tuttavia, descrivere la presenza ebraica in questa regione in modo generico come un’impresa coloniale presuppone di ignorare una parte essenziale della storia.
• Ceuta come laboratorio europeo
La crisi attuale va ben oltre i pochi chilometri quadrati di Ceuta. Essa evidenzia innanzitutto la dipendenza dell’Europa dagli Stati confinanti, che di fatto frenano i flussi migratori prima che questi raggiungano i confini europei. Dimostra inoltre quanto rapidamente la migrazione possa diventare uno strumento di politica estera. E ricorda che un confine non è mai solo una linea su una mappa.
È il risultato del diritto, della guerra, della storia e dei rapporti di forza. La Spagna lo sa meglio di molti altri Stati europei. Possiede due città sul continente africano, la cui sovranità difende, tra l’altro, con diversi secoli di storia alle spalle.
Ceuta e Melilla non sono la Cisgiordania. Le situazioni giuridiche non sono identiche. Un’equiparazione sarebbe artificiale. Il principio intellettuale, tuttavia, rimane valido. Non ci si può appellare alla storia quando essa sostiene la propria sovranità, per poi decidere che la storia inizi nel 1967 non appena complica la posizione di un altro.
Ceuta ci ricorda quindi, in definitiva, una semplice regola: la storia da sola non crea il diritto moderno. Chi però la chiama a testimoniare a difesa dei propri confini, difficilmente potrà allontanarla dall’aula di tribunale non appena si tratterà dei confini altrui.
(Israelnetz, 11 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Netanyahu: Israele respinge la roadmap del Board of Peace sul disarmo di Hamas
(JNS) Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non effettueranno alcun ritiro dalla Striscia di Gaza finché l’organizzazione terroristica Hamas non sarà completamente disarmata, ha dichiarato domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
«Israele respinge il documento in 15 punti», ha detto Netanyahu durante una riunione del Consiglio dei ministri a Gerusalemme, riferendosi alla roadmap per il disarmo annunciata il 30 luglio dal Board of Peace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Disarmare il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran significa che Hamas rinuncia alle sue «armi pesanti, alle armi meno pesanti, a tutte le armi», ha ribadito Netanyahu, sottolineando che deve esserci «un disarmo reale, non un disarmo fittizio».
Gerusalemme sta discutendo la questione con l’amministrazione Trump, ha aggiunto il premier, spiegando che gli americani «hanno delle idee, alcune delle quali sono accettabili per noi e altre no».
L’IDF continuerà a neutralizzare le minacce contro le proprie forze e contro i civili israeliani, ha promesso.
Il ministro israeliano dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen ha dichiarato sabato che Gerusalemme si oppone alla Roadmap in 15 punti per Gaza «nella sua forma attuale», aggiungendo che «Hamas sta preparando un inganno».
Hamas «dirà di voler rispettare l’accordo, consegnerà alcune delle sue armi e otterrà quella che in passato chiamavamo, nel linguaggio di allora, una hudna. [Ma] l’era della hudna è finita», ha dichiarato Cohen all’emittente israeliana Channel 14.
«Hudna» significa tregua o armistizio in arabo. In passato Hamas ha utilizzato i cessate il fuoco soltanto per riorganizzarsi in vista di nuovi attacchi contro lo Stato ebraico.
Cohen ha proseguito: «In definitiva, Hamas è un’organizzazione terroristica assassina. Non crediamo a una singola parola di qualsiasi documento firmato da Hamas».
Hamas ha violato il cessate il fuoco a Gaza 17 volte in un solo giorno, ha dichiarato sabato Doron Spielman, portavoce internazionale di Netanyahu.
Citando un rapporto sulla situazione ricevuto poco prima di un’intervista con il conduttore di Newsmax Tom Basile, Spielman ha osservato che le violazioni di venerdì includevano tentativi di infiltrazione oltre la Linea Gialla per compiere attacchi contro israeliani, oltre ad attività di scavo di tunnel e al riarmo.
Ha aggiunto che l’organizzazione terroristica sta violando apertamente il piano in 20 punti mediato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che impone ad Hamas di deporre le armi.
Spielman ha sottolineato una netta distinzione tra il quadro proposto da Trump, al quale Israele ha aderito, e la proposta in 15 punti del Board of Peace, concordata con i terroristi di Hamas attraverso Qatar, Turchia ed Egitto. Gerusalemme, ha affermato, non è parte del nuovo piano.
Netanyahu ha respinto pubblicamente il quadro in 15 punti la scorsa settimana, dichiarando che non ci sarà alcun ritiro israeliano prima del completo disarmo di Hamas.
All’inizio di sabato, Hamas ha informato l’amministrazione Trump di accettare i termini della Roadmap, che richiede al gruppo terroristico di deporre le armi e trasferire il governo di Gaza a un organismo palestinese tecnocratico, ha riferito AFP.
«Hamas e le altre fazioni hanno confermato ai mediatori la loro disponibilità a iniziare ad attuare l’accordo e a passare alla seconda fase, a condizione che ricevano l’approvazione israeliana e che Israele inizi ad attuare l’accordo», ha dichiarato un funzionario di Hamas all’agenzia di stampa.
«Hamas chiede all’amministrazione statunitense di esercitare pressioni su Israele affinché lo costringa a rispettare l’accordo e a passare alla seconda fase», ha aggiunto il terrorista, rimasto anonimo.
Giovedì, Netanyahu aveva promesso che Israele non si ritirerà dalle attuali posizioni nella Striscia di Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmata.
«Rimango fermo sui nostri interessi di sicurezza: non ci ritireremo dalle nostre attuali linee finché Hamas non sarà completamente disarmata», aveva dichiarato Netanyahu in un video in lingua ebraica pubblicato sulla sua pagina Facebook.
Aveva aggiunto che ai soldati dell’IDF era stato ordinato «di fare tutto il necessario per difendersi, per difendere il nostro territorio e per difendere i nostri cittadini».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo team ritengono di poter convincere Hamas a smilitarizzare la Striscia di Gaza, ha affermato Netanyahu, aggiungendo: «Stiamo valutando questa possibilità».
(HaKol, 10 agosto 2026)
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Milizie anti-Hamas. Dilemma israeliano per il futuro di Gaza
I clan beduini armati collaborano con Israele contro Hamas e controllano alcune aree della Striscia. Gli Stati Uniti puntano però al loro disarmo nel dopoguerra e nell’apparato di sicurezza israeliano cresce il timore per ciò che potrebbe accadere dopo.
di Alessandro Carmi
Hanno combattuto Hamas, ucciso suoi miliziani, individuato armi e infrastrutture terroristiche e oggi collaborano con le forze israeliane in alcune zone della Striscia di Gaza. Ma i clan beduini armati anti-Hamas, da risorsa tattica per Israele, rischiano di trasformarsi in uno dei problemi più delicati del futuro assetto di Gaza.
Secondo quanto riferisce il sito di informazione israeliano Walla, all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano le valutazioni sul loro futuro sono divergenti. Un responsabile della sicurezza definisce la loro attività «molto efficace» e sostiene che stia procedendo secondo i piani. La collaborazione viene mantenuta deliberatamente lontano dai riflettori: «È intima, resta nell’ombra ed è bene che sia così».
I gruppi operano in più di tre aree della Striscia e, durante le fasi più intense della guerra, si sono scontrati direttamente con l’ala militare di Hamas, provocandole diverse perdite. Dopo il cessate il fuoco hanno assunto altri compiti: contribuiscono alla sicurezza della cosiddetta linea gialla, operano nelle aree circostanti e partecipano alla localizzazione di armi e infrastrutture terroristiche, comprese quelle sotterranee.
La questione diventa molto più complicata quando si passa dall’utilità militare immediata al futuro politico della Striscia. Secondo Walla, esponenti di primo piano del Consiglio della Pace, sostenuti dagli Stati Uniti, vorrebbero infatti che nel «giorno dopo» questi clan fossero disarmati. Israele starebbe valutando una soluzione differente. Una parte dei gruppi potrebbe rimanere all’interno della linea gialla sotto la responsabilità operativa dell’IDF, anche per impedire che Hamas possa vendicarsi contro chi ha collaborato con Israele. Il Consiglio della Pace sarebbe invece orientato, in vista di un futuro ritiro israeliano verso il confine, a riportare i clan nelle aree palestinesi e a privarli delle armi. Ed è qui che emerge il dilemma.
Alcuni esponenti della sicurezza israeliana ricordano infatti che i capi di queste formazioni hanno alle spalle anche attività criminali contro le quali, in passato, hanno combattuto sia Hamas sia lo stesso esercito israeliano. Uno dei funzionari citati da Walla avverte che, una volta disarmati e privati della funzione acquisita durante la guerra, potrebbero semplicemente tornare alla loro vecchia attività: il contrabbando.
Per il governo israeliano si tratta dunque di una questione politicamente esplosiva che, secondo le fonti del quotidiano, il livello politico preferisce per il momento lasciare aperta. L’esistenza di forze palestinesi armate ostili a Hamas costituisce inoltre uno strumento di pressione tanto sulla leadership dell’organizzazione terroristica quanto sui soggetti impegnati nella definizione del futuro assetto della Striscia.
Il fenomeno aveva cominciato ad assumere dimensioni rilevanti già nel settembre 2025. Durante l’offensiva terrestre israeliana, alcune grandi famiglie avevano schierato centinaia di uomini armati agli ingressi dei territori sotto il loro controllo, opponendosi ai tentativi degli apparati di sicurezza di Hamas di ristabilire la propria autorità. Tra questi apparati figura la cosiddetta Unità Freccia, utilizzata da Hamas per arrestare, aggredire e, secondo fonti israeliane, uccidere palestinesi accusati di collaborare con Israele.
Per ora nessuno avrebbe preso seriamente in considerazione la possibilità di trasferire in territorio israeliano i membri dei clan più esposti. La cooperazione quotidiana con l’IDF, gli altri organismi di sicurezza israeliani e funzionari americani prosegue. Il problema arriverà quando si dovrà decidere chi eserciterà realmente il potere a Gaza. Israele ha interesse a impedire che Hamas torni a dominare la Striscia e i clan armati contribuiscono oggi a questo obiettivo. Ma una Gaza disseminata di milizie autonome, armate e legate a interessi familiari o criminali difficilmente può rappresentare un assetto stabile per il futuro.
È uno dei paradossi del «giorno dopo»: gli uomini che oggi servono per indebolire Hamas potrebbero diventare domani un nuovo problema da risolvere.
(Setteottobre, 10 agosto 2026)
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L'era della “Hudna” è finita
I politici israeliani dichiarano che non accetteranno alcuna soluzione per la Striscia di Gaza che consenta nuovamente a Hamas di continuare a esistere come minaccia armata.
di Ryan Jones
Israele avverte che Hamas sta cercando di trasformare il piano quadro per Gaza del presidente Donald Trump in un’altra tregua temporanea, che lasci l’organizzazione terroristica in vita e armata, in attesa del prossimo round.
Il ministro dell’Energia e delle Infrastrutture Eli Cohen ha dichiarato sabato che Gerusalemme respinge il piano in 15 punti per la Striscia di Gaza proposto dal comitato di pace «nella sua forma attuale», sostenendo che Hamas stia preparando l’ennesimo inganno.
Il raggiungimento di una hudna – un concetto islamico di tregua temporanea mentre le forze musulmane si riorganizzano – rappresenterebbe una vittoria indiscutibile per Hamas. E lo schema con cui lo ottiene è ormai del tutto prevedibile. Hamas segnala disponibilità alla cooperazione, offre concessioni parziali, si assicura una tregua dalla pressione israeliana e poi sfrutta il tempo per ricostituirsi.
Israele ha pagato un alto tributo in termini di vite umane perché si è lasciato spingere dal mondo ad accettare queste tregue come un progresso. Ora basta, ha sottolineato Cohen in una dichiarazione a Channel 14, aggiungendo: «L’era della hudna è finita».
La controversia non verte sul fatto che la Striscia di Gaza debba essere ricostruita o che le forze armate israeliane debbano rimanervi per sempre. L’obiezione di Israele è rivolta contro qualsiasi piano che crei un divario tra le promesse sulla carta e la realtà sul campo.
Secondo quanto riferito, Hamas avrebbe comunicato ai mediatori di essere disposta ad avviare l’attuazione della fase successiva dell’accordo quadro sostenuto dagli Stati Uniti, a condizione che Israele acconsenta a tale passo e adempia alla propria parte dell’accordo. I rappresentanti del governo israeliano sostengono tuttavia che Hamas stia già violando l’attuale cessate il fuoco, tra l’altro con tentativi di oltrepassare la «linea gialla», la continua costruzione di tunnel e il riarmo.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele non si ritirerà dalle sue attuali posizioni nella Striscia di Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmato.
Una consegna simbolica di alcune armi da parte di Hamas non è sufficiente. Né lo è il semplice stoccaggio di tali armi in depositi nella Striscia di Gaza sotto la presunta supervisione di un nuovo governo tecnocratico palestinese. Hamas ha già rovesciato in passato un governo palestinese rivale e lo rifarà alla prima occasione.
L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha sottolineato che un vero disarmo significa che le armi di Hamas devono essere completamente rimosse dalla Striscia di Gaza e portate fuori dalla portata del gruppo.
La capacità del Consiglio di pace di Trump di attenersi a questa condizione è la vera pietra di paragone per qualsiasi accordo postbellico nella Striscia di Gaza.
Se ciò dovesse fallire, la Striscia di Gaza ricadrebbe inevitabilmente in un ciclo ben noto di sfruttamento terroristico e guerra con Israele.
Per Israele, la lezione del 7 ottobre è che non può più accettare soluzioni che mantengano in vita Hamas – nemmeno in una forma indebolita o «più moderata». La sopravvivenza significa la possibilità di riarmarsi un giorno, e il riarmo significa che il prossimo massacro è solo una questione di tempo.
Il piano di Trump potrebbe ancora offrire un quadro per una Striscia di Gaza diversa. Ma solo se la comunità internazionale capisce ciò che Israele già sa.
Hamas non ha bisogno di un’altra tregua. Deve essere privato del potere e messo fuori gioco.
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Sull'autore, Ryan Jones:
«Sono un cristiano non ebreo proveniente dagli Stati Uniti che vive in Israele dal 1996. Quello fu l’anno in cui la mia comunità locale si rese improvvisamente conto che Israele esiste e che la sua storia biblica e la sua missione continuano ancora oggi. Successivamente, a Gerusalemme, ho conosciuto mia moglie, una cristiana nata in Israele di origini olandesi, i cui genitori erano giunti nello Stato ebraico per gli stessi motivi, solo alcuni decenni prima. Io e mia moglie viviamo con i nostri sette figli nel sobborgo di Gerusalemme chiamato Tzur Hadassah. Siamo membri attivi della comunità ebraica messianica locale”.
Ryan lavora dal 2007 come autore e redattore per Israel Heute. In precedenza ha scritto per una serie di altre testate online e cartacee che trattano l’attualità in Medio Oriente.
(Israel Heute, 10 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Le 111 verità nascoste di Fauci riscrivono la storia della pandemia
L'uomo sul quale si reggeva l'intera vulgata pandemica si è rifiutato di rispondere al Congresso americano. Le pagine lo hanno fatto per lui. Rivelando la sua doppia faccia: quello che sosteneva in pubblico era l'opposto di quel che pensa.
di Silvana De Mari
Un bel tacer non fu mai scritto: frase nata per invitare al silenzio di qualità, evitare pettegolezzi, limitare le scemenze, che diventa un caposaldo giuridico quando si tratta di appellarsi al quinto emendamento per non compromettersi. L'intera vulgata pandemica si reggeva sulla parola di un uomo. Anthony Fauci. Oggi Fauci è al centro di un'inchiesta del Congresso americano parallela a quella della Commissione parlamentare italiana sul Covid. La sua audizione di poche settimane fa è stata surreale: si è avvalso della facoltà di non rispondere 111 volte, come un capomafia qualsiasi, e questo benché, in quanto graziato da Biden, non possa essere inquisito. La «scienza» che per cinque anni ci è stata imposta come indiscutibile ora tace davanti al Congresso. Nel suo diario Fauci ammette, sbugiardando tutte le sue dichiarazioni pubbliche dal 2020 in poi, che il virus era di origine artificiale e non veniva dal salto di specie da pipistrello o pangolino; che aveva finanziato il laboratorio di Wuhan violando la legge americana; che «distanziamento sociale», obbligo di mascherina e sicurezza dei vaccini a mRna erano raccomandazioni senza attendibilità scientifica; che aveva usato il proprio dipartimento per farsi assegnare oltre un milione di dollari in premi pagati dai contribuenti; che aveva falsificato la mortalità del virus dallo zero virgola tre al tre per cento. È il testimone che si autoaccusa. Il suo diario è la sua confessione. E non è una confessione estorta, è una confessione scritta di suo pugno. Il quotidiano La Verità e la trasmissione Fuori dal Coro di Mario Giordano sono stati gli unici megafoni della verità. La cosiddetta gestione pandemica non aveva base scientifica. La affermo oggi come l'affermavo nella primavera del 2020. Bastava guardare i dati Istat degli ultimi due mesi del zoiq e del gennaio 2021 per accorgersi che la mortalità italiana non era aumentata rispetto alle normali influenze stagionali. Bastava leggere le prime perizie sierologiche per sapere che il tasso di letalità reale della Sars-Co V-2. era intorno allo zero virgola sette per cento, cioè quello di un'influenza cattiva, non di una peste bubbonica. Ma Anthony Fauci, allora capo del Niaid americano, decise di gonfiare quel numero a un inesistente tre per cento, e da quel numero falsato discese l'intero apparato normativo che avrebbe distrutto la vita quotidiana di centinaia di milioni di persone in Occidente, La menzogna iniziale è documentata oggi nel suo stesso diario, pubblicato pochi mesi fa e reperibile integralmente su YouTube. Il Italia i dati sono stati falsificati per ordine di circolari che ordinavano di calcolare come morto da Covid i morti di qualsiasi natura con un tampone positivo. La mortalità è stata oggettivamente aumentata non facendo immediatamente le autopsie che avrebbero immediatamente indicato la cura corretta e dando protocolli sbagliati. Sono stati ordini sbagliati che medici hanno eseguito, preferendo l'obbedienza alla scienza e coscienza. Rinchiudere milioni di italiani in casa per mesi era una scelta idiota. Il termine più corretto è criminale. Il sistema immunitario ha bisogno di aria aperta, di luce solare, di movimento. Chiuderlo in un appartamento significa danneggiarlo. Costringere alla sedentarietà una popolazione significa creare in pochi mesi un aumento drammatico di obesità, di depressione, di malattie cardiovascolari, di disturbi psichiatrici nei bambini e negli adolescenti. In Svizzera e in Germania era raccomandato di uscire almeno due ore al giorno proprio per sostenere il sistema immunitario. In Italia si mandavano i vigili urbani a inseguire i podisti solitari sulle spiagge deserte. In Italia si multavano i padri che passeggiavano con i figli. Era psicosi collettiva orchestrata dallo Stato e applicata per la connivenza dei medici del cosiddetto Comitato medico scientifico, che non dava consigli ai politici ma avallava i loro ordini e per la connivenza de presidenti degli Ordini dei medici. Il Comitato tecnico scientifico, l'organo che avrebbe dovuto consigliare il governo Conte con la voce della migliore medicina disponibile, ha applaudito ogni decreto restrittivo, ha taciuto sulle terapie domiciliari precoci che salvavano vite con pochi euro di farmaci, mentre imponeva alla popolazione «tachipirina e vigile attesa», cioè un protocollo che portava migliaia di persone in ospedale quando ormai era troppo tardi. I presidenti degli Ordini dei medici anziché difendere il corpo dei loro iscritti dall'inoculazione di farmaci sperimentali privi di qualsiasi capacità di bloccare la trasmissione della malattia, hanno calpestato anche la libertà terapeutica dei propri iscritti, che è il fondamento stesso della professione, hanno ringhiato contro chiunque osasse dire che le regole erano fesserie. Hanno firmato lettere che obbligavano colleghi a subire un farmaco genico sperimentale che non fermava la trasmissione della malattia, e questo era noto già alla fine del 2021 dai dati israeliani, britannici e islandesi, un farmaco a mRna con effetti collaterali sconosciuti a lungo termine. Quei presidenti degli Ordini che firmarono quelle lettere devono rispondere, in tribunale civile e penale, con il proprio patrimonio personale, dei danni da vaccino subiti dai colleghi che loro obbligarono a inocularsi sotto minaccia di sospensione e radiazione. Miocarditi, pericarditi, trombosi da seno venoso, porpore trombocitopeniche, sindromi autoimmuni insorte dopo la seconda o la terza dose: ogni caso documentato è un capo di responsabilità. Chi ha firmato quelle lettere sapeva. Se non sapeva, era incompetente, e l'incompetenza in medicina è una colpa. Se sapeva ed ha firmato lo stesso, è complicità in lesioni personali gravi. I vari Pregliasco, Lopalco, Bassetti, Galli, Crisanti, e Burioni, ospite fisso di Fabio Fazio, hanno ripetuto le fesserie di Fauci. C'è una seconda vigliaccheria che affianca quella dei medici, ed è la vigliaccheria dei giornali. Ogni giorno la Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid scopre qualcosa: contratti segretati, verbali del Comitato tecnico scientifico che raccomandavano restrizioni senza uno straccio di evidenza scientifica, mail interne al ministero della Salute che confessano l'inutilità delle misure imposte con la forza dei carabinieri, documenti che dimostrano l'obbligo vaccinale come atto politico e non sanitario. Nulla di tutto questo arriva sulle prime pagine, con la sola eccezione della Verità. Nulla nei tg. Nulla nei talk-show. Le stesse redazioni che per due anni hanno inseguito con il megafono ogni sputo di Fauci, Pregliasco e Burioni, oggi che quegli stessi santoni vengono smentiti in commissione parlamentare fingono di non vedere. Ciò che ci è stato imposto durante il Covid non era Scienza, e solo degli incompetenti o dei corrotti potevano scambiarla per tale. Chi lo ha ripetuto è responsabile moralmente e giuridicamente di quanto è accaduto. lo sono stata radiata per aver detto tutto questo con qualche anno d'anticipo. Oggi lo ammette il diario di Fauci. Domani lo ammetteranno anche i colleghi che oggi tacciono. Nel frattempo sono orgogliosa di non far più parte di un Ordine che ha tradito il giuramento di lppocrate. E se qualcuno tra i colleghi vaccinati con danni gravi vuole intentare un'azione civile collettiva contro i presidenti che firmarono la lettera dell'obbligo, ha in me una testimone disponibile e una sostenitrice pubblica. I nomi di quei presidenti sono nella firma delle lettere di ingiunzione. I danni sono nei registri Aifa e nei referti ospedalieri. La responsabilità civile e penale personale esiste ancora. Antony Fauci è stato dichiarato colpevole di oltraggio al congresso per le sue 111 non risposte, per i suoi 111 silenzi. Un bel tacer non fu mai scritto, e non è detto che sia sempre impunito.
(La Verità, 10 agosto 2026)
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Non sono soltanto i silenzi di Fauci a colpire. Dove sono coloro che esponevano al ludibrio i malfamati no-vax che si opponevano alla magica puntura salva-covid “scientificamente imposta”? Nessuno li chiami si-vax: non si imiti il loro sprezzante e ottuso modo di fare. Meglio sarebbe ricordare loro gli effetti di quella allucinante stagione di psicosi collettiva invitandoli a leggere il resoconto che ne fece a suo tempo il giornale La Verità con la documentazione "Gli invisibili”. Buona lettura. M.C.
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«Si moltiplichino abbondantemente sulla terra»
GENESI 48
- Dopo queste cose, avvenne che fu detto a Giuseppe: “Ecco, tuo padre è ammalato”. Ed egli prese con sé i suoi due figli, Manasse ed Efraim.
- Giacobbe ne fu informato, e gli fu detto: “Ecco, tuo figlio Giuseppe viene da te”. Allora Israele raccolse le sue forze, e si mise a sedere sul letto.
- Giacobbe disse a Giuseppe: “L'Iddio Onnipotente mi apparve a Luz nel paese di Canaan, mi benedisse,
- e mi disse: 'Ecco, io ti farò fruttare, ti moltiplicherò, ti farò diventare una moltitudine di popoli, e darò questo paese alla tua progenie dopo di te, come una proprietà perenne.
- E ora, i tuoi due figli che ti sono nati nel paese d'Egitto prima che io venissi da te in Egitto, sono miei. Efraim e Manasse saranno miei, come Ruben e Simeone.
- Ma i figli che hai generato dopo di loro saranno tuoi; essi saranno chiamati con il nome dei loro fratelli, quanto alla loro eredità.
- Quanto a me, quando tornavo da Paddan, Rachele morì, nel paese di Canaan, durante il viaggio, a qualche distanza da Efrata; e la seppellii lì, sulla via di Efrata, che è Betlemme.
- Israele guardò i figli di Giuseppe, e disse: “Questi, chi sono?”.
- E Giuseppe rispose a suo padre: “Sono miei figli, che Dio mi ha dato qui”. Ed egli disse: “Falli avvicinare a me, e io li benedirò”.
- Ora gli occhi d'Israele erano annebbiati a motivo dell'età, tanto che non ci vedeva più. E Giuseppe li fece avvicinare a lui, ed egli li baciò e li abbracciò.
- Poi Israele disse a Giuseppe: “Io non pensavo di rivedere più la tua faccia; ed ecco che Dio mi ha concesso di vedere anche la tua progenie”.
- Giuseppe li ritirò dalle ginocchia di suo padre e si prostrò con la faccia a terra.
- Poi Giuseppe li prese entrambi: Efraim alla sua destra, alla sinistra d'Israele; e Manasse alla sua sinistra, alla destra d'Israele; e li fece avvicinare a lui.
- E Israele stese la sua mano destra, e la posò sul capo di Efraim che era il più giovane; e posò la sua mano sinistra sul capo di Manasse, incrociando le mani; poiché Manasse era il primogenito.
- E benedisse Giuseppe, e disse: “L'Iddio, nel cui cospetto camminarono i miei padri Abraamo e Isacco, l'Iddio che è stato il mio pastore da quando esisto fino a questo giorno,
- l'angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi fanciulli! Siano chiamati con il mio nome e con il nome dei miei padri Abraamo e Isacco, e moltiplichino copiosamente sulla terra!”.
- Ora quando Giuseppe vide che suo padre posava la mano destra sul capo di Efraim, provò dispiacere, e prese la mano di suo padre per levarla dal capo di Efraim e metterla sul capo di Manasse.
- E Giuseppe disse a suo padre: “Non così, padre mio; perché questi è il primogenito; metti la tua mano destra sul suo capo”.
- Ma suo padre rifiutò e disse: “Lo so, figlio mio, lo so; anche egli diventerà un popolo, e anche egli sarà grande; tuttavia, suo fratello più giovane sarà più grande di lui, e la sua progenie diventerà una moltitudine di nazioni”.
- E in quel giorno li benedisse, dicendo: “Di voi si servirà Israele per benedire, dicendo: 'Dio ti faccia simile a Efraim e a Manasse!'”. E mise Efraim prima di Manasse.
- Poi Israele disse a Giuseppe: “Ecco, io muoio; ma Dio sarà con voi, e vi ricondurrà nel paese dei vostri padri.
- E io ti do una parte di più rispetto ai tuoi fratelli: quella che conquistai dalle mani degli Amorei, con la mia spada e con il mio arco”.
GENESI 35
- Poi partirono, e un terrore mandato da Dio invase le città che erano intorno a loro; così non inseguirono i figli di Giacobbe.
- Giacobbe giunse a Luz, cioè Betel, che è nel paese di Canaan: egli con tutta la gente che aveva con sé
; - lì costruì un altare e chiamò quel luogo El-Betel, perché lì Dio gli era apparso, quando egli fuggiva davanti a suo fratello.
- Allora morì Debora, balia di Rebecca, e fu sepolta al di sotto di Betel, sotto la quercia, che fu chiamata Allon-Bacut.
- Dio apparve ancora a Giacobbe, quando questi veniva da Paddan-Aram; e lo benedisse.
- Dio gli disse: “Il tuo nome è Giacobbe; tu non sarai più chiamato Giacobbe, ma il tuo nome sarà Israele”. E lo chiamò Israele.
- Poi Dio gli disse: “Io sono l'Iddio Onnipotente; sii fertile e moltiplicati; una nazione, anzi una moltitudine di nazioni discenderà da te, e dei re usciranno dai tuoi lombi;
- e darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese che diedi ad Abraamo e a Isacco”.
- Dio andò via da lui risalendo dal luogo dove gli aveva parlato.
- Allora Giacobbe eresse un monumento di pietra nel luogo dove Dio gli aveva parlato; fece su di esso una libazione e sparse su dell'olio.
- E Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato.
MICHEA 5
- “Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.
MARCO 6
- Gli apostoli, essendosi raccolti intorno a Gesù, gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.
- Ed egli disse loro: “Venitevene ora in disparte, in luogo solitario, e riposatevi un po'”. Difatti era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure tempo di mangiare.
- Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte.
- Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero là a piedi e vi giunsero prima di loro.
- E come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
- Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: “Questo luogo è deserto ed è già tardi;
- congedali, affinché vadano per le campagne e per i villaggi nei dintorni a comprarsi qualcosa da mangiare”.
- Ma egli rispose loro: “Date loro voi da mangiare”. Ed essi a lui: “Andremo noi a comprare duecento denari di pane e daremo loro da mangiare?”.
- Egli domandò loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. Ed essi, accertatisi, risposero: “Cinque, e due pesci”.
- Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull'erba verde
- e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta.
- Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani e li diede ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti.
- Tutti mangiarono e furono sazi
- e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche i resti dei pesci.
- Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
GIOVANNI 6
- Gesù disse loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà mai più sete.
- Ma io ve l'ho detto: 'Voi mi avete visto, eppure non credete!'.
- Tutto quello che il Padre mi dà, verrà a me e colui che viene a me, io non lo caccerò fuori,
- perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
- E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di tutto quello che egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno.
- Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.
- È scritto nei profeti: 'Saranno tutti istruiti da Dio'. Ogni uomo che ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.
- Perché nessuno ha visto il Padre, se non colui che è da Dio; egli ha visto il Padre.
- In verità, in verità io vi dico: Chi crede ha vita eterna.
- Io sono il pane della vita.
- I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono.
- Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia.
- Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo”.
MATTEO 16
- I farisei e i sadducei si accostarono a lui per metterlo alla prova e gli chiesero di mostrare loro un segno dal cielo.
- Ma egli, rispondendo, disse loro: “Quando si fa sera, voi dite: 'Bel tempo, perché il cielo rosseggia!'
- e la mattina dite: 'Oggi tempesta, perché il cielo rosseggia cupo!'. L'aspetto del cielo lo sapete dunque discernere e i segni dei tempi non arrivate a discernerli?
- Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno e segno non le sarà dato, se non quello di Giona”. E, lasciatili, se ne andò.
- I discepoli, passati all'altra riva, si erano dimenticati di prendere dei pani.
- E Gesù disse loro: “Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”.
- Ed essi ragionavano fra loro e dicevano: “Egli parla così perché non abbiamo preso dei pani”.
- Ma Gesù, accortosene, disse: “O gente di poca fede, perché ragionate fra voi del non avere dei pani?
- Non capite ancora e non vi ricordate dei cinque pani, dei cinquemila uomini e quante ceste ne portaste via?
- Né dei sette pani, dei quattromila uomini e quanti panieri ne portaste via?
- Come mai non capite che non è di pani che io vi parlavo? Ma guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”.
- Allora compresero che non aveva loro detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei.
ISAIA 53
- Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? e a chi è stato rivelato il braccio dell'Eterno?
- Egli è cresciuto davanti a lui come un germoglio, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare.
- Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo nessuna stima.
- Tuttavia, erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato, ma noi lo reputavamo colpito, percosso da Dio e umiliato!
- Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione.
- Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via, ma l'Eterno ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.
- Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.
- Dall'oppressione e dal giudizio fu portato via; e fra quelli della sua generazione chi rifletté che egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a causa delle trasgressioni del mio popolo?
- Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi, ma, nella sua morte, egli è stato con il ricco, perché non aveva commesso violenze né c'era stato inganno nella sua bocca.
- Ma all'Eterno è piaciuto di stroncarlo con dolori. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni e l'opera dell'Eterno prospererà nelle sue mani.
- Egli vedrà il frutto del tormento della sua anima e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, e si caricherà egli stesso delle loro iniquità.
- Perciò io gli darò in premio le moltitudini e riceverà i potenti come bottino, perché ha dato sé stesso alla morte ed è stato annoverato fra i trasgressori, perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i trasgressori.
(Notizie su Israele, 9 agosto 2026)
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Elezioni. Israele richiama i suoi cittadini alle urne
Decine di migliaia di israeliani residenti all’estero sono pronti a tornare nel Paese per votare il 27 ottobre, affrontando spese elevate pur di partecipare a elezioni considerate decisive
di Daniel Bettini
In Israele, a differenza di molti Paesi sviluppati del mondo occidentale, un cittadino residente all’estero non può votare alle elezioni presso ambasciate o consolati, ma deve recarsi fisicamente in Israele per esercitare il proprio diritto di voto. Possono votare nei consolati all’estero soltanto i diplomatici, i militari di stanza in altri Paesi e alcune altre categorie titolari di incarichi particolari.
In passato la questione è stata discussa molte volte e più volte si è cercato, alla Knesset, di modificare la legge per consentire agli israeliani che lo desiderano di votare più facilmente anche dal luogo in cui risiedono all’estero. Naturalmente si è sempre posta anche una questione politica: il voto degli israeliani residenti all’estero favorirebbe la sinistra o la destra? È un interrogativo antico. A questo se ne aggiunge un altro, di principio: una persona che non vive in patria e non sperimenta la complessità della sua realtà quotidiana, anche se vi è nata ma ha poi scelto, per varie ragioni, di trasferirsi all’estero, ha il diritto di partecipare alle decisioni sul destino dello Stato?
La legge israeliana, su questo punto, è molto semplice: chiunque possieda un passaporto israeliano ha diritto di votare alle elezioni in Israele. Ma deve recarsi fisicamente nel Paese. Le prossime elezioni si terranno il 27 ottobre e si sta verificando un fenomeno senza precedenti. Migliaia di israeliani residenti all’estero vogliono esercitare questo diritto e tornare in patria per votare. Sembra che moltissimi comprendano perfettamente quanto saranno decisive queste elezioni.
Nelle conversazioni e nelle interviste rilasciate nelle ultime settimane ai media israeliani, tutti hanno sottolineato il dovere morale e il peso storico della decisione di recarsi in Israele per partecipare alle elezioni e contribuire a definire il Paese che emergerà dalle urne. Tutti sentono il bisogno di esserci e avvertono la responsabilità legata al modo in cui Israele si presenterà in futuro.
Secondo i dati ufficiali dell’anagrafe dello Stato di Israele, oggi circa 650.000 israeliani vivono all’estero. Se si considerano anche i loro discendenti, i figli nati fuori da Israele, il numero potrebbe superare i 900.000. Secondo quanto riportato nelle ultime settimane, questa volta decine di migliaia di loro intendono recarsi in Israele per votare.
Queste elezioni sono considerate troppo importanti e decisive, sotto ogni punto di vista, per rimanere indifferenti. Nell’Israele successivo alla rivoluzione giudiziaria iniziata quattro anni fa con l’insediamento dell’attuale governo, e soprattutto dopo il massacro del 7 ottobre, moltissimi israeliani residenti all’estero, alcuni dei quali ormai da moltissimi anni, sentono di non poter restare indifferenti e comprendono quanto ogni singolo voto sia importante per determinare il volto dell’Israele di domani.
In Europa e negli Stati Uniti esistono persino alcune organizzazioni, come “Aid Coalition“, che hanno avviato iniziative per fornire assistenza logistica agli israeliani intenzionati a recarsi in patria per votare, verificando tra l’altro i prezzi dei voli e cercando le soluzioni più economiche possibili, in modo da consentire al maggior numero possibile di affrontare il viaggio e partecipare alle elezioni.
Secondo un sondaggio pubblicato recentemente da uno dei media israeliani, sulla base dei dati della stessa organizzazione, circa l’84% degli israeliani residenti all’estero che hanno partecipato all’indagine ritiene che queste elezioni siano particolarmente «critiche» per il futuro del Paese. Il 73% degli intervistati ha dichiarato di voler tornare per votare e il 54% ha indicato nel prezzo dei voli il principale ostacolo che potrebbe impedirgli di farlo. E infatti, negli ultimi giorni, sono stati pubblicati innumerevoli articoli su israeliani disposti a pagare anche migliaia di dollari per raggiungere Israele da ogni angolo del mondo pur di votare. Si è parlato di persone che hanno pagato da 500 dollari per una sola tratta fino a 1.900 dollari da New York e da altre località degli Stati Uniti, e persino di cittadini che hanno speso 4.000 dollari pur di partecipare.
Se già due settimane fa si erano registrati 25.000 israeliani, oggi si stima che il numero effettivo di coloro che stanno programmando di tornare per le elezioni e votare in Israele possa avvicinarsi a 70.000. È anche l’obiettivo delle organizzazioni che li stanno aiutando a rientrare. Circa la metà degli israeliani che arriveranno dovrebbe provenire dagli Stati Uniti e l’altra metà da diversi Paesi del mondo, soprattutto europei, tra cui Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera, Italia e altri Paesi. Va precisato che le organizzazioni coinvolte sottolineano come l’assistenza fornita a questi israeliani sia del tutto priva di finalità politiche e che a nessuno viene chiesto per chi intenda votare.
Nel sistema politico israeliano, e soprattutto nell’area di destra, si tende a ritenere che la maggioranza degli israeliani residenti all’estero intenzionati a tornare appartenga all’elettorato di centro-sinistra. Questa volta, tuttavia, si registra un fortissimo interesse anche in aree che non possono certo essere considerate roccaforti della «sinistra», come la Florida e la California.
Alcuni israeliani intervistati dai media nazionali hanno dichiarato esplicitamente che la loro intenzione è rafforzare il primo ministro Netanyahu e la sicurezza di Israele. Altri hanno invece spiegato di sentire la necessità di contribuire a cambiare la situazione attuale, riportare Israele sulla giusta strada e determinare un cambiamento negli equilibri politici. In ogni caso, questa volta il voto degli israeliani che non vivono in patria è caratterizzato da una fortissima partecipazione emotiva e dalla sensazione di condividere un destino comune.
Sono già emerse, tuttavia, accuse secondo cui molti israeliani incontrerebbero difficoltà logistiche nell’ottenere dal ministero dell’Interno la documentazione necessaria per individuare ufficialmente il seggio presso il quale potranno votare. Il ministero dell’Interno sostiene che si tratti principalmente di problemi tecnici e che ogni israeliano dovrebbe ricevere una risposta. Molti, però, accusano esponenti politici all’interno del dicastero di cercare deliberatamente di rendere più difficile il percorso di questi elettori, sottoponendoli a una trafila burocratica complicata, senza assistenza umana e attraverso applicazioni e siti internet che non funzionano, con l’obiettivo di sfiancarli e impedire loro di verificare per tempo tutti i propri diritti.
Un fenomeno piacevole e commovente accompagna infine l’ondata di israeliani che si prepara a raggiungere il Paese, mettendo da parte il lavoro e gli altri impegni. Decine di israeliani hanno creato gruppi dedicati su Facebook nei quali offrono gratuitamente le proprie abitazioni a chi arriverà in Israele durante il periodo elettorale. Tutto questo per alleggerire il peso economico di questa grande mobilitazione per il voto.
(Setteottobre, 8 agosto 2026)
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Dove benedizione e maledizione si incontrano
Due popoli guardano allo stesso risultato storico, ma lo interpretano in modo completamente opposto. Ciò che gli ebrei celebrano come ritorno, redenzione e realizzazione di una speranza millenaria, molti palestinesi lo percepiscono come perdita, espulsione e catastrofe nazionale. L’indipendenza di Israele è per loro una «Nakba». È qui che risiede la tragedia di questo Paese. Maledizione e benedizione si contendono ancora oggi la stessa Terra Promessa. Entrambi i popoli portano dentro di sé ricordi, ferite e rivendicazioni. Entrambi si sentono storicamente legati a questa terra. Ma al centro del conflitto non c’è solo la politica, bensì una questione ben più profonda che riguarda la storia, l’identità e la promessa.
di Aviel Schneider
Da un punto di vista biblico, la terra d’Israele non è mai stata un luogo come un altro sulla superficie della terra. Anzi, è sempre stata la terra della promessa, la terra dell’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele. Già nella Bibbia risulta chiaro che questa terra non è definita semplicemente dal potere o dal possesso, ma dalla vocazione e dalla promessa divina. «Mia è la terra», dice Dio nel Terzo Libro di Mosè. L’uomo rimane sempre un ospite in questa terra, nel migliore dei casi un amministratore.
• Tensioni e conflitti
Proprio per questo motivo, nel corso dei millenni questa terra è diventata teatro di tensioni e conflitti permanenti. Infatti, ogni promessa divina comporta anche resistenza. La storia di Israele è piena di lotte per una terra che non è mai stata solo di interesse geopolitico, ma è sempre rimasta carica di significato spirituale. Abramo, Isacco e Giacobbe ricevettero la promessa, ma allo stesso tempo iniziò anche il conflitto con i vicini, i fratelli e i popoli circostanti. Già Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù rispecchiano questa lotta interiore della storia. Maggiore è la vicinanza, più indissolubile sembra essere la rivalità.
Ismaele nacque dalla serva Agar, Isacco dalla moglie di Abramo, Sara. Sebbene avessero lo stesso padre, ben presto sorse un conflitto riguardo all’eredità, alla promessa e al futuro. Nel Libro della Genesi, i capitoli dal 16 al 21 descrivono come le tensioni tra Sara e Agar portino alla separazione. Tuttavia, Dio promette anche a Ismaele che da lui nascerà un grande popolo. Isacco, invece, è il portatore dell’alleanza e della promessa. Già la Bibbia mostra quindi il tema di due linee imparentate che hanno la stessa origine, ma seguono percorsi diversi.
Lo stesso vale per Giacobbe ed Esaù in Genesi 25-33. Esaù è il primogenito, ma Giacobbe riceve il diritto di primogenitura e la benedizione. Ne derivano odio, fuga e decenni di allontanamento. In seguito, nella tradizione ebraica, Esaù viene associato a Edom, mentre Giacobbe diventa Israele. I fratelli si incontrano nuovamente in seguito, ma la tensione tra loro persiste. Da ciò si evince che, in una prospettiva biblica, i conflitti in Medio Oriente non sono solo contrapposizioni politiche o territoriali, ma sembrano profondamente radicati in origini comuni, legami familiari e rivendicazioni contrastanti. Proprio perché i protagonisti sono fratelli, il conflitto è così intenso: vicinanza e rivalità coesistono.
• Ritorno a Sion
Per gli ebrei il ritorno a Sion non è solo un progetto politico, ma la ripresa di una storia interrotta. Per molti palestinesi, invece, lo stesso sviluppo significa la perdita della loro patria e della loro continuità storica. Israele e i palestinesi si scontrano frontalmente perché entrambi vogliono esistere sullo stesso territorio.
Eppure né la Bibbia né il Corano menzionano i «palestinesi» come popolo. Il Corano, invece, parla più volte dei figli d’Israele e del loro legame con la terra. Anche dal punto di vista storico, l’identità nazionale palestinese è emersa solo in epoca moderna e non nell’antichità o nel periodo biblico. Ed è proprio per questo che il conflitto non può essere risolto con la definizione dei confini, la diplomazia o la forza militare. Infatti, qui non sono solo due movimenti nazionali a combattere l’uno contro l’altro. Qui si scontrano due narrazioni, due memorie e due destini, all’ombra di una promessa biblica.
Il conflitto mediorientale è da tempo inteso da entrambe le parti non solo in termini politici, ma anche religiosi e storici. Ecco perché è così fortemente carico di emotività. I politici israeliani fanno sempre più spesso riferimento alla Bibbia per sottolineare il legame storico e spirituale del popolo ebraico con la terra di Israele. Benjamin Netanyahu parla di Gerusalemme come della «capitale eterna del popolo ebraico» e definisce la Giudea e la Samaria come la terra dei padri. Già Menachem Begin aveva affermato che il diritto del popolo ebraico alla Terra di Israele non deriva da risoluzioni internazionali, bensì dalla Bibbia stessa. Anche politici come Naftali Bennett utilizzano consapevolmente toponimi biblici come Giudea e Samaria per sottolineare la continuità ebraica in questa zona.
• Obbligo religioso?
Da parte palestinese, invece, Gerusalemme e la Terra di Israele vengono spesso associate alla storia islamica e alle concezioni coraniche. Yasser Arafat parlava di Gerusalemme come di un obbligo religioso, mentre Mahmoud Abbas definisce regolarmente Gerusalemme Est la capitale eterna della Palestina. I leader di Hamas Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar hanno illustrato il conflitto senza mezzi termini ricorrendo alla retorica islamista del martirio. Come per loro, anche per gli attuali leader la lotta contro Israele non è solo di natura territoriale, ma soprattutto religiosa.
È proprio in questo che risiede una delle ragioni più profonde per cui questo conflitto rimane così difficile da risolvere. Entrambe le parti considerano il proprio legame con la terra non solo come una questione politica, ma come parte della propria storia, identità e missione divina. Di conseguenza, qualsiasi discussione sui confini, sullo status di Gerusalemme o sui diritti nazionali diventa immediatamente una questione esistenziale.
• Differenza
In tutto ciò non bisogna trascurare la differenza fondamentale che esiste tra le due narrazioni nazionali:
il popolo d’Israele appare espressamente, sia nella Bibbia che nel Corano, come un popolo storico legato alla terra d’Israele. Il Corano menziona più volte i «figli d’Israele» e la loro storia in quella terra. Il legame ebraico con Gerusalemme, Sion e la terra di Canaan attraversa l’intera tradizione biblica ed è dato per scontato, senza alcuna menomazione, nel Corano. Un popolo palestinese, invece, non viene menzionato né dalla Bibbia né dal Corano. Se oggi esiste qualcosa di simile a un’identità nazionale palestinese, essa è emersa storicamente solo in epoca moderna, soprattutto nel XX secolo, ma in nessun caso nell’antichità o all’epoca dei racconti biblici.
Quando un popolo ritiene che la propria esistenza sia legata a una missione divina, ogni discussione politica assume immediatamente un carattere esistenziale. Per alcuni Israele è l’adempimento di una promessa. Per altri proprio questo adempimento è diventato l’inizio della loro sofferenza. Così la Terra Santa rimane ancora oggi un luogo in cui benedizione e maledizione, speranza e dolore, promessa e tragedia coesistono e si contendono lo stesso suolo.
(Israel Heute, 7 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Conclusione? "Entrambi ...". Uno a uno? Ci si poteva aspettare qualcosa di più. M.C.
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I nuovi dati nutrizionali su Gaza, coordinati con l’UNICEF, dimostrano che «i fatti prevalgono sulla propaganda», afferma Danon
(JNS) I nuovi dati nutrizionali raccolti attraverso un’indagine coordinata dall’UNICEF mettono in discussione le accuse internazionali secondo cui Israele avrebbe deliberatamente affamato la popolazione di Gaza, secondo quanto dichiarato da Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite a New York.
«Ancora una volta, i fatti prevalgono sulla propaganda», ha affermato Danon. «Gli organismi delle Nazioni Unite stanno riconoscendo che la falsa narrazione contro Israele si sta sgretolando. Israele non affama i bambini: combatte il terrorismo di Hamas, mentre Hamas utilizza i civili di Gaza come scudi umani.»
«Chi si è affrettato ad accusare Israele dovrebbe ora essere chiamato a rispondere per aver diffuso menzogne», ha aggiunto.
L’indagine è stata condotta nell’ambito del Nutrition Cluster guidato dalle Nazioni Unite, utilizzando i metodi di valutazione nutrizionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Sono stati analizzati peso, altezza e circonferenza del braccio di bambini per misurare la malnutrizione acuta. I risultati hanno mostrato tassi di malnutrizione acuta compresi tra lo 0,2% e lo 0,8% nell’intera Striscia di Gaza.
La missione israeliana all’ONU ha evidenziato che questi dati dimostrerebbero come gli attuali livelli di malnutrizione infantile siano ben al di sotto delle soglie normalmente associate a un’emergenza nutrizionale. Secondo i funzionari israeliani, i tassi sono inoltre paragonabili o inferiori a quelli registrati a Gaza prima della guerra e inferiori a quelli di diversi Paesi vicini, tra cui Egitto e Giordania.
La pubblicazione del rapporto arriva mentre continua il dibattito sulla valutazione internazionale della situazione umanitaria a Gaza.
Nell’agosto 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema internazionale di monitoraggio della sicurezza alimentare utilizzato da agenzie ONU e organizzazioni umanitarie, aveva affermato che in alcune aree della Striscia si erano verificate condizioni di carestia, sulla base di indicatori quali consumo alimentare, malnutrizione acuta e mortalità. I critici hanno osservato che l’IPC aveva modificato uno dei propri parametri di valutazione.
Israele ha ripetutamente contestato tale analisi, sostenendo che non rappresentasse accuratamente la situazione sul terreno e che le operazioni di Hamas all’interno delle aree civili abbiano contribuito in modo determinante alla crisi umanitaria. Le autorità israeliane hanno inoltre presentato prove secondo cui Hamas avrebbe sottratto parte degli aiuti umanitari.
Negli ultimi mesi, diverse organizzazioni umanitarie hanno segnalato un miglioramento degli indicatori relativi alla sicurezza alimentare e alla nutrizione, grazie all’aumento degli aiuti e delle forniture commerciali successivo al cessate il fuoco dell’ottobre 2025. L’UNICEF ha comunque precisato che, pur essendo migliorate le condizioni nutrizionali, la situazione resta fragile: molti abitanti di Gaza continuano a dipendere dagli aiuti umanitari e sarà necessario mantenere un accesso costante agli aiuti per evitare un nuovo peggioramento.
(HaKol, 7 agosto 2026)
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Madre e figlio sfuggono a un tentativo di linciaggio dopo essersi persi a Jenin
«Decine di arabi hanno cercato di aprire le portiere, ci hanno lanciato pietre e hanno cercato di fermarci», racconta la donna
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L’auto della donna, che si era recata per errore a Jenin, ha riportato danni ingenti.
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Una madre israeliana e suo figlio hanno dichiarato di essere sfuggiti per un soffio a un tentativo di linciaggio, dopo che il loro navigatore satellitare li aveva condotti per errore nella città palestinese di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Entrambi sono rimasti illesi, ma la loro auto è stata gravemente danneggiata. Lo ha riferito «Ynet».
I due stavano andando a trovare degli amici ad Afula quando, secondo quanto da loro riferito, la loro app di navigazione li ha indirizzati verso la città. Nel traffico congestionato, secondo quanto riferito dalla madre, si sono resi conto di trovarsi a Jenin. Poco dopo, decine di persone si sarebbero radunate attorno all’auto.
«Mi sono resa conto che Waze ci aveva condotti a Jenin», ha raccontato la donna. «Decine di arabi hanno cercato di aprire le portiere, ci hanno lanciato pietre e hanno cercato di fermarci». Durante l’aggressione, la donna ha contattato la centrale di sicurezza del Consiglio regionale di Samaria, i cui operatori l’hanno guidata fuori dalla zona di pericolo. «Ho guidato a tutta velocità e siamo riusciti a uscire», ha detto.
Secondo quanto riferito dall’esercito israeliano, gli aggressori hanno lanciato, tra l’altro, un mattone contro il veicolo, danneggiandolo in modo significativo. Poco dopo, madre e figlio hanno incontrato i soldati israeliani al valico di Gilboa.
Le forze armate hanno comunicato: «Recentemente è pervenuta una segnalazione riguardante due civili israeliani che erano entrati accidentalmente nel territorio della città di Jenin, nell’area di competenza della Brigata Menashe. I civili sono stati aggrediti da terroristi che hanno lanciato un mattone contro di loro. Il veicolo è stato danneggiato, ma non ci sono stati feriti». Dopo aver ricevuto la segnalazione, i soldati avrebbero avviato operazioni nella zona di Jenin e arrestato i sospetti ricercati. Allo stesso tempo, l’esercito ha ricordato che agli israeliani è vietato l’accesso alla cosiddetta Area A. Soggiornare in quella zona è pericoloso e viola la legge vigente.
Il presidente del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, ha parlato di un «grave tentativo di linciaggio». L’incidente dimostra ancora una volta la situazione di sicurezza a Jenin. Allo stesso tempo, ha mosso gravi accuse contro l’Autorità Palestinese, la cui incitazione, a suo avviso, contribuisce a tali attacchi.
(Jüdische Allgemeine, 7 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Libano. Israele frena la risposta per salvare i colloqui di Roma
di Shira Navon
La morte di due soldati israeliani nel Libano meridionale ha rischiato di far deragliare il delicato negoziato in corso tra Israele e Libano. Secondo diverse fonti concordanti, Tsahal era pronta a lanciare una risposta militare molto più pesante di quella poi effettivamente realizzata, ma un intervento diplomatico degli Stati Uniti avrebbe convinto il governo israeliano a limitare l’operazione per non compromettere i colloqui in corso a Roma.
A rivelare per primo che l’esecutivo aveva frenato una vasta offensiva è stato il giornalista militare israeliano Yossi Yehoshua. Successivamente anche il quotidiano libanese Nidaa Al-Watan ha sostenuto che Washington avrebbe esercitato forti pressioni su Gerusalemme per evitare un’escalation capace di far naufragare il processo negoziale.
A rafforzare questa ricostruzione è stato anche il tono adottato dal ministro della Difesa Israel Katz, insolitamente prudente dopo l’attacco. Pur promettendo che Israele avrebbe risposto, Katz ha evitato di attribuire pubblicamente la responsabilità direttamente a Hezbollah, scelta interpretata da molti osservatori come un segnale della volontà di non compromettere il tavolo diplomatico.
I colloqui, ospitati a Roma sotto la mediazione degli Stati Uniti, riuniscono delegazioni israeliane, libanesi e americane nel tentativo di definire un nuovo assetto di sicurezza lungo il confine settentrionale di Israele.
Sul tavolo figurano alcuni dei dossier più delicati dell’intera crisi: il graduale ritiro delle forze israeliane da alcune aree del Libano meridionale, il dispiegamento dell’esercito regolare libanese nelle zone di confine, il progressivo disarmo di Hezbollah e la creazione di meccanismi di verifica capaci di impedire una nuova guerra.
Finora non sono stati annunciati accordi concreti, ma l’amministrazione americana continua a definire il negoziato un’occasione storica per stabilizzare uno dei fronti più esplosivi del Medio Oriente.
L’episodio dimostra però quanto il processo resti fragile. Un singolo attacco, con due soldati israeliani uccisi, è bastato a portare Israele sull’orlo di una risposta militare molto più ampia. Solo l’intervento di Washington avrebbe impedito che il conflitto tornasse rapidamente a intensificarsi, facendo saltare un negoziato che potrebbe ridisegnare gli equilibri lungo il confine israelo-libanese.
(Setteottobre, 7 agosto 2026)
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La vittoria di El-Sayed: come il 7 ottobre ha sbriciolato i freni inibitori dell’antisemitismo
di Filippo Piperno
La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche del Michigan non racconta soltanto la trasformazione del Partito Democratico. È il sintomo di qualcosa di più profondo: il 7 ottobre come banco di prova della coscienza occidentale e del progressivo crollo di quei freni culturali che, per decenni, avevano reso l’antisemitismo politicamente impronunciabile.
E se l’affermazione di Abdul El-Sayed nella corsa per la candidatura al Senato del Michigan per il Partito Democratico fosse, anche, un effetto del 7 ottobre? E se il 7 ottobre 2023 non fosse stato soltanto il più grande massacro di ebrei dalla Shoah, ma un esperimento condotto sulla coscienza dell’Occidente?
Hamas non ha compiuto il solito atto terroristico: ha messo in scena un massacro senza precedenti, una testimonianza di ciò che farebbe agli israeliani se solo ne avesse la possibilità. E ha atteso la risposta, contando – anche, ma non solo – sulla potentissima reazione militare di Israele. La vera posta in gioco era vedere da che parte si sarebbe schierata l’opinione pubblica occidentale davanti a una guerra impari nei fatti, ma già incorniciata da una retorica pronta all’uso.
Perché quella retorica non è nata il 7 ottobre. È il prodotto di decenni di lavoro culturale che ha riscritto il conflitto in uno schema binario – Israele avamposto coloniale, i palestinesi popolo oppresso che ha ragione qualunque cosa faccia – capovolgendo le parole con cura: il “genocidio” rivolto contro lo Stato degli ebrei, la “resistenza” a nobilitare il massacro di ragazzi a un festival musicale. Il 7 ottobre non doveva convincere nessuno: doveva essere versato in uno stampo che esisteva già.
E, a quasi tre anni di distanza, bisogna avere l’onestà di riconoscerlo: se questo era l’esperimento, per certi versi è riuscito. Perché ciò che ha davvero messo alla prova non sono state le opinioni dell’Occidente, ma la tenuta dei suoi freni inibitori. E li ha trovati scarichi.
I freni inibitori di una democrazia liberale non sono leggi. Sono convenzioni, pudori, costi reputazionali: le cose che non si dicono e le alleanze che non si stringono, perché chi le pratica paga un prezzo. E tra tutti ce n’era uno fondativo: il tabù dell’antisemitismo. Dopo la Shoah l’Occidente non ha estirpato il pregiudizio antiebraico, carsico e bimillenario; lo ha reso impronunciabile. È questo l’argine che il 7 ottobre ha testato per primo, e la scoperta è amara: il tabù non ha retto nemmeno davanti al più grande massacro di ebrei dalla Shoah.
Anzi, proprio quel massacro è diventato l’occasione per sfogarlo, come se una parte dell’Occidente aspettasse da tempo il permesso di tornare a dire ciò che non si poteva più dire. Ma il pregiudizio non è tornato con la sua faccia antica: è tornato travestito da virtù. Non più odiare gli ebrei, che resta indicibile, ma odiare il loro Stato, è diventato non solo lecito, ma meritorio. Lo abbiamo raccontato pochi giorni fa a proposito del caso Boy George: ricordare le vittime del Nova Festival e rifiutare la parola “genocidio” basta ormai per essere espulsi dal perimetro della rispettabilità.
In Michigan El-Sayed ha sconfitto Haley Stevens, esponente dell’ala moderata sostenuta dall’establishment di Washington e da quasi 100 milioni di dollari di spesa pubblicitaria – la terza primaria senatoriale più costosa della storia americana – in gran parte schierati contro di lui. Ha vinto comunque, facendo dell’accusa di genocidio a Israele e della contrapposizione ad AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) gli assi portanti della campagna: la retorica uscita dai campus è entrata, parola per parola, in una piattaforma elettorale vincente in uno swing state. E lui stesso, a TIME, aveva rivendicato la posta: i Democratici “dovrebbero davvero avere paura di ciò che rappresento per il loro sistema politico”.
La misura della caduta dei freni sta in un dettaglio. El-Sayed ha fatto campagna al fianco di Hasan Piker, lo streamer che ha elogiato Hamas e sostenuto che l’America si sarebbe meritata l’11 settembre – per Eli Lake, sulla Free Press, l’incarnazione di “una corrente della politica americana che demonizza la repubblica”.
Fino a ieri un’alleanza simile avrebbe avuto un prezzo politico immediato. El-Sayed non lo ha pagato: ne ha incassato un premio. Sia chiaro: non si sta dicendo che chi lo ha votato sia antisemita. Si sta dicendo qualcosa di più inquietante: che il costo reputazionale delle posizioni contigue all’antisemitismo è crollato. Un tempo la contiguità squalificava; oggi è irrilevante, quando non premiante. È la differenza tra un pregiudizio marginale e un argine sbriciolato.
Ecco allora il senso pieno dell’ipotesi di partenza. Il 7 ottobre è stato uno stress test: Hamas non ha creato l’odio, ha verificato la tenuta delle dighe che lo contenevano. Il massacro che avrebbe dovuto testimoniare le intenzioni dell’aggressore è stato ricacciato sullo sfondo; la risposta dell’aggredito è diventata l’unico oggetto del giudizio. Hamas non poteva vincere militarmente, ma non era quello il terreno della scommessa. Bastava dimostrare che una parte dell’Occidente non era più capace di frenare i propri istinti. Dimostrazione riuscita.
E c’è l’elemento più preoccupante di tutti. Le società liberali hanno già conosciuto stagioni di sbandamento, e le hanno superate quando esisteva qualcuno con l’autorevolezza per richiamare le regole del gioco. Oggi, nel campo democratico, quel qualcuno non c’è. Il centro liberale esiste ancora come elettorato, ma non ha una classe dirigente: Stevens aveva i soldi, l’establishment e il curriculum giusto, e ha perso, perché il centro non ha né idee mobilitanti né leader capaci di incarnarle. La deriva populista, antiliberale e antioccidentale non vince perché è forte. Vince perché il campo avverso è vuoto.
Resta novembre. Vincere una primaria con una base mobilitata è una cosa; convincere l’elettorato indipendente è un’altra, e i segnali di fragilità non mancano: El-Sayed ha sottoperformato i sondaggi, ha vinto con meno del 50 per cento e – ha notato il Washington Post – ha faticato proprio con la classe operaia che dice di voler aiutare. Le primarie premiano chi polarizza; le elezioni generali hanno spesso raccontato un elettorato più moderato di quanto la conversazione pubblica lasci intendere. Ma anche se a novembre quel centro silenzioso si facesse sentire, il problema resterebbe intero: il voto può punire gli estremi, non può inventare una leadership che non c’è.
Comunque vada, la vittoria di El-Sayed non è soltanto una notizia del Michigan. È il segnale che gli argini sono caduti anche dentro il partito che fu di Roosevelt e dei diritti civili, per un secolo la casa politica degli ebrei americani: i primi orfani, oggi, di un centro che non ha più voce. E se qualcuno, a Gaza, aveva scommesso proprio su questo, ha di che essere soddisfatto.
(InOltre, 7 agosto 2026)
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Finisce la favola dell’Occidente libero che in nome dei suoi valori sostiene Israele, e di Israele che in nome degli stessi valori è un baluardo contro la barbarie dei nemici della libera società occidentale. Il 7 ottobre fa finire anche questo. M.C.
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Israele guarda all’America Latina: il viaggio del ministro Sa’ar in Ecuador e Colombia
di Daniele Toscano
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Gideon Sa’ar all’apertura del Centro di Innovazione e Imprenditorialità dell’Ecuador a Gerusalemme.
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Israele conferma un sostanziale dinamismo nello scenario globale nonostante alcune tensioni. Lo dimostra il viaggio di questi giorni del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar in America Latina: la sua missione in Ecuador e Colombia non è soltanto una visita bilaterale, ma si inserisce in una strategia più ampia per rafforzare i rapporti con la regione.
Lo scorso febbraio, durante un incontro diplomatico a Washington con rappresentanti degli Stati Uniti e ministri latinoamericani, Sa’ar aveva indicato il 2026 come l’anno in cui la diplomazia israeliana avrebbe concentrato particolare attenzione sull’America Latina, valorizzando le opportunità di cooperazione economica, innovazione e partnership strategiche.
La prima tappa del viaggio è l’Ecuador, dove la visita di Sa’ar ha assunto un valore storico: si tratta della prima missione di un ministro degli Esteri israeliano nel Paese da 44 anni. A Quito, il capo della diplomazia israeliana ha incontrato le autorità ecuadoriane. Dopo il suo intervento all’Assemblea nazionale ecuadoriana, Sa’ar ha sintetizzato così il senso della visita: “Israele ed Ecuador affrontano sfide comuni. Approfondendo la cooperazione nell’antiterrorismo, nell’innovazione, nell’agricoltura e nel commercio, rafforziamo la partnership tra i nostri Paesi a beneficio di entrambi i popoli”.
Negli ultimi mesi Ecuador e Israele avevano lavorato al rafforzamento della cooperazione bilaterale. La Cancelleria ecuadoriana aveva annunciato un programma di cooperazione con Israele per il biennio 2026-2027, orientato a promuovere iniziative comuni in settori strategici come educazione, scienza, cultura e sport. Un precedente rapporto istituzionale ecuadoriano sulla visita del presidente Daniel Noboa in Israele aveva inoltre richiamato incontri con il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e lo stesso Sa’ar, oltre alla cooperazione con MASHAV, l’Agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo.
Ma è soprattutto la tappa colombiana di venerdì a dare al viaggio un forte significato politico. Sa’ar rappresenterà Israele all’insediamento del nuovo presidente Abelardo de la Espriella, considerato vicino a Gerusalemme e intenzionato a cambiare radicalmente rotta rispetto alla linea del predecessore Gustavo Petro. La Colombia, infatti, non è un Paese qualunque nella storia dei rapporti tra Israele e America Latina: per molti anni Bogotá è stata uno degli interlocutori più solidi dello Stato ebraico nella regione, in particolare durante la presidenza di Álvaro Uribe e poi negli anni successivi, quando la cooperazione si è sviluppata sui terreni della sicurezza, della difesa, dell’economia e della vicinanza strategica agli Stati Uniti.
A certificare la profondità di quel rapporto era stato anche il trattato di libero commercio tra Colombia e Israele, firmato a Gerusalemme e poi entrato in vigore l’11 agosto 2020.
Proprio per questo, la rottura impressa negli ultimi anni dal governo Petro ha rappresentato uno strappo significativo. Nell’ottobre 2025, la Presidenza colombiana aveva annunciato l’uscita immediata della delegazione diplomatica israeliana dal Paese e la conclusione del trattato di libero commercio con Israele.
La presenza di Sa’ar all’insediamento di de la Espriella diventa dunque il simbolo di una ricucitura. Secondo quanto emerge da fonti israeliane, Sa’ar e il futuro ministro degli Esteri colombiano Omar Bula Escobar avrebbero già concordato il ripristino delle relazioni diplomatiche ed economiche, dopo il congelamento seguito alla guerra a Gaza. Tra gli impegni annunciati dal nuovo corso colombiano ci sono anche il trasferimento dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme e la rimozione dell’obbligo reciproco di visto.
Il viaggio di Sa’ar rientra quindi una dinamica più ampia, relativa all’apertura di nuovi spazi diplomatici e a collaborazioni su sicurezza, innovazione, agricoltura, tecnologia e sviluppo.
(Shalom, 7 agosto 2026)
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Riemerge la bimah della Grande Sinagoga di Vilna, distrutta da nazisti e sovietici
Era la più grande sinagoga del suo genere in Europa. Costruita nel Seicento in stile rinascimentale-barocco, a nove campate con quattro colonne centrali, sorgeva un piano sotto il livello del suolo: le autorità vietavano alla comunità ebraica di costruire edifici più alti delle chiese circostanti , e abbassare il pavimento di un piano era il solo modo per darle grandiosità interna senza infrangere la norma. Un accorgimento che secoli dopo ne avrebbe salvato le fondamenta. Attorno al tempio si stringeva lo Shulhoyf, il denso complesso comunitario dell’ebraismo lituano: case di studio, bagni rituali, banchi casher, la sede del consiglio della comunità e la sala di studio del Gaon di Vilna, rav Elijah ben Solomon Zalman (1720-1797). Per secoli, la Grande Sinagoga di Vilnius fu il cuore pulsante di una delle comunità ebraiche più vivaci d’Europa.
Di quel cuore, per settant’anni, non era rimasto nulla di visibile. Ora, per la prima volta, gli archeologi hanno riportato alla luce la bimah, l’altare centrale da cui si legge la Torah. Insieme sono emerse parti della sala di preghiera principale e del matroneo, pavimenti a terrazzo decorati con motivi floreali e geometrici, targhe che marcavano i posti dei fedeli e una lastra incisa con i Dieci Comandamenti. È il ritrovamento più importante da quando gli scavi nel complesso ebraico cominciarono, nel 2011.
Lo scavo è diretto da Jon Seligman dell’Israel Antiquities Authority, in collaborazione con l’organizzazione lituana per il patrimonio culturale KPIP e la comunità ebraica del Paese. L’avvio dei lavori è stato possibile solo di recente: l’edificio sovietico che sorgeva sopra il sito è stato demolito otto mesi fa, liberando il terreno per la prima volta dagli anni Cinquanta. «È stata la sinagoga più importante dell’ebraismo lituano per diversi secoli», ha spiegato Seligman. «Rappresentava questo popolo e faceva parte della sua identità. In un’epoca in cui gli ebrei erano il 40 per cento della città, questa era il loro cuore pulsante». Per l’archeologo il progetto ha anche un valore personale: «La mia famiglia veniva dai villaggi intorno a Vilnius. Sotto molti aspetti, per me è stato un ritorno a casa».
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli ebrei nella capitale lituana erano circa 60-70mila, quasi la metà degli abitanti, con circa 160 sinagoghe in città. Oggi ne resta una sola in uso per circa duemila ebrei. Dopo l’occupazione nazista del giugno 1941, gli ebrei di Vilna furono rinchiusi in due ghetti; la Grande Sinagoga si trovava nel «Piccolo Ghetto», dove furono deportati gli anziani e le donne con bambini. Nell’ottobre di quell’anno il ghetto fu liquidato e i suoi abitanti assassinati. L’edificio, saccheggiato e dato alle fiamme, era ancora in piedi e restaurabile alla fine della guerra. Furono i sovietici a cancellarlo: nel 1957 revocarono la tutela di cui godeva e lo demolirono per costruirvi sopra una scuola.
Tra i reperti figurano numerose targhe con i nomi dei fedeli, uomini e donne, e altre riservate ai membri dell’ente assistenziale Tsedakah Gedolah, che partecipava all’amministrazione della comunità. Una in particolare segnala il posto donato da «Gitel Klachek, moglie del defunto Yechezkel, shamash della città», la figura che si occupava della gestione pratica del tempio. I Klachek erano una famiglia ricca e influente, proprietaria di numerose attività nelle strade attorno alla sinagoga.
Sono emersi anche una piccola lastra metallica con i Dieci Comandamenti, uno stampo con la parola iniziale della Genesi e piatti usati durante la festività di Pesach. «I reperti ci restituiscono una vicinanza commovente, quasi familiare, con le persone che pregavano qui e con la vita comunitaria che ruotò attorno alla sinagoga per secoli», ha sottolineato Seligman.
Il sito non tornerà a essere un luogo di culto, ma diventerà uno spazio di memoria. «È importante non dimenticare la sinagoga, la sua importanza, e le persone che vi hanno vissuto e pregato», ha concluso l’archeologo. «È questo il senso del nostro lavoro». d.r.
(Pagine Ebraiche, 6 agosto 2026)
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«Particolarmente cinico»: Israele respinge le critiche arabe sulle preghiere al Monte del Tempio
Gerusalemme afferma che i ministri degli Esteri arabi e musulmani accusano Israele di violare la libertà di culto, mentre allo stesso tempo negano al popolo ebraico il legame più fondamentale con il suo luogo più sacro.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Mercoledì sera il Ministero degli Esteri israeliano ha respinto con forza una dichiarazione dei ministri degli Esteri arabi e musulmani che condanna l’operato di Israele a Gerusalemme. Le accuse sarebbero false, distorcono la storia e sono profondamente ciniche.
La dichiarazione è stata rilasciata al termine di un incontro tenutosi ad Amman, convocato dalla Giordania. Vi hanno partecipato i membri del Comitato ministeriale arabo per Gerusalemme, il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, nonché rappresentanti della Turchia, del Pakistan, dell’Indonesia e della Malesia.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa giordana Petra, i ministri hanno concordato l’istituzione di un meccanismo permanente, che includa una piattaforma mediatica internazionale, per documentare le presunte «violazioni» israeliane nei luoghi sacri di Gerusalemme. Hanno inoltre ribadito il loro sostegno alla tutela giordana dei luoghi islamici e cristiani della città – fondamento del cosiddetto «status quo».
Il Ministero degli Esteri israeliano ha invece dichiarato che la dichiarazione si basa su «accuse false, distorsioni storiche e un totale disprezzo dei fatti».
Gerusalemme ha criticato in modo particolarmente aspro la contraddizione secondo cui i ministri arabi e musulmani accusano Israele di violare la libertà di religione, ma allo stesso tempo insistono sul fatto che l’intero Monte del Tempio sia un luogo di preghiera esclusivamente musulmano.
«È particolarmente cinico accusare Israele di violare la libertà di culto e allo stesso tempo affermare che l’intero Monte del Tempio sia un luogo di preghiera esclusivamente per i musulmani», ha dichiarato il Ministero.
Secondo Israele, i ministri arabi e musulmani parlano sì il linguaggio della libertà di culto, ma solo in un senso. La preghiera musulmana sul Monte del Tempio è considerata inviolabile e scontata. La preghiera ebraica nel luogo in cui un tempo sorgevano entrambi i templi biblici viene invece presentata come una provocazione, una violazione o una minaccia.
Israele ribatte invece che «sotto la sovranità israeliana, Gerusalemme, la capitale eterna dello Stato di Israele, non è mai stata più aperta e accessibile ai fedeli di tutte le religioni».
Allo stesso tempo, Israele ha ribadito il proprio impegno a tutelare la libertà di culto, a mantenere lo status quo sul Monte del Tempio e a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza per tutti i visitatori.
La controversia mette nuovamente in luce il doppio standard applicato in relazione a Gerusalemme. Da Israele ci si aspetta che garantisca l’accesso e la sicurezza ai fedeli di tutte le religioni, ma allo stesso tempo lo Stato ebraico viene condannato non appena gli ebrei rivendicano anche solo il più limitato legame con il loro luogo più sacro.
Non è possibile avere una discussione seria sulla libertà di culto a Gerusalemme se si parte dal principio di escludere il popolo ebraico dal Monte del Tempio.
(Israel Heute, 6 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Due soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono stati uccisi e quattro sono rimasti gravemente feriti nel Libano meridionale
(JNS) Due riservisti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono stati uccisi in combattimento nel Libano meridionale, ha annunciato l’esercito giovedì mattina.
I militari caduti sono stati identificati come il maggiore della riserva Harel Birenstock, 34 anni, di Nokdim, e il primo maresciallo della riserva Tamir Vaknin, 33 anni, di Eilat.
Altri quattro riservisti dell’IDF sono rimasti gravemente feriti nello stesso episodio e sono stati evacuati al centro traumatologico del Rambam Health Care Campus di Haifa, ha riferito giovedì il portavoce dell’ospedale. Tutti e quattro restano in gravi condizioni.
Secondo i media in lingua ebraica, i soldati sono morti quando un edificio, minato con esplosivi, è esploso mentre la loro unità vi faceva ingresso. Israele non ha ancora stabilito se l’edificio fosse stato predisposto con gli ordigni prima o dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco.
«Harel e Tamir lasciano famiglie e vite piene, ma ogni volta si sono presentati al servizio di riserva con impegno, dedizione e un profondo senso della missione. Sono caduti difendendo la sicurezza dello Stato di Israele e dei residenti del Nord», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, esprimendo le proprie condoglianze e augurando una pronta guarigione ai feriti.
Con queste morti, il bilancio dei caduti dell’IDF su tutti i fronti dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 sale a 968.
Separatamente, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto mercoledì attacchi nel Libano meridionale in risposta a una «palese violazione» dell’accordo di cessate il fuoco da parte dell’organizzazione terroristica Hezbollah, sostenuta dall’Iran. Gli attacchi sono seguiti a un avviso di evacuazione emesso dall’IDF per i residenti di Al-Mansouri, un villaggio situato all’interno della Zona di Sicurezza.
L’IDF ha affermato di aver emesso l’avviso per tutelare la sicurezza dei civili. Secondo l’esercito, alcuni civili avevano raggiunto l’area sotto la protezione delle Forze Armate Libanesi, che avevano istituito un posto di blocco in violazione degli accordi esistenti.
Sul fronte diplomatico, il secondo giorno di colloqui tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, si è concluso anticipatamente mercoledì a Roma, dopo che lo Stato ebraico ha chiesto la sospensione dei negoziati, ha riferito a JNS una fonte della delegazione negoziale israeliana.
Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti e capo della delegazione israeliana, ha chiesto ai mediatori statunitensi di interrompere i colloqui circa tre ore prima della conclusione prevista. Secondo la fonte, la decisione è stata presa «a seguito delle ripetute fughe di notizie fuorvianti da parte della delegazione libanese».
Diversi organi di stampa hanno riportato presunti sviluppi emersi dai negoziati di martedì e mercoledì. Non è stato subito chiaro quali di queste indiscrezioni abbiano portato Leiter a chiedere la sospensione.
Secondo la stessa fonte, i colloqui dovrebbero riprendere giovedì, ultimo giorno previsto di questo ciclo di negoziati.
L’ufficio del presidente libanese ha dichiarato che «la parte americana ha chiesto alle delegazioni libanese e israeliana di interrompere l’incontro odierno». La pausa è stata richiesta «per completare i propri contatti», ha aggiunto l’ufficio.
Le delegazioni tecniche di Israele e Libano hanno avviato martedì a Roma il secondo ciclo di negoziati, il settimo round di colloqui facilitati dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di attuare l’accordo quadro trilaterale raggiunto all’inizio dell’estate.
L’attuale ciclo di negoziati segue gli incontri separati alla Casa Bianca tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente libanese Joseph Aoun, nonché tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ed è iniziato dopo l’avvio delle prime zone pilota nel Libano meridionale.
(HaKol, 6 agosto 2026)
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Irlanda e sport. La sorella della presidente: boicottiamo Israele
A meno di due mesi dalla Nations League cresce la pressione sull’associazione calcistica irlandese. Se Dublino rinunciasse alle sfide rischierebbe pesanti sanzioni UEFA
di Alessandro Carmi
La campagna per escludere Israele dalle competizioni sportive internazionali trova un nuovo fronte in Irlanda. A meno di due mesi dalle due partite di Nations League tra le nazionali dei due Paesi, si intensificano gli appelli affinché la federazione calcistica irlandese rinunci a scendere in campo contro Israele.
L’ultima voce a unirsi alla protesta è quella di Margaret Connolly, attivista filopalestinese e sorella della presidente della Repubblica d’Irlanda, Catherine Connolly. Arrestata da Israele durante l’ultima flottiglia diretta verso Gaza, Connolly ha accusato lo Stato ebraico di «genocidio» e ha chiesto pubblicamente l’annullamento delle due sfide. «Come madre non posso ignorare le conseguenze catastrofiche dell’occupazione israeliana a Gaza», ha dichiarato, sostenendo che disputare gli incontri significherebbe «legittimare un regime che commette un genocidio».
L’attivista ha inoltre richiamato il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, affermando che l’Irlanda sarebbe pronta ad arrestarlo qualora mettesse piede nel Paese. Connolly ha poi invitato il governo irlandese a intervenire direttamente sulla federazione calcistica, ricordando il precedente del 1999, quando Dublino tentò di impedire lo svolgimento della partita di qualificazione agli Europei tra Irlanda e Jugoslavia durante la guerra del Kosovo.
La pressione politica si inserisce in un contesto già fortemente deteriorato nei rapporti tra Israele e Irlanda. Negli ultimi mesi Dublino è diventata uno dei governi europei più critici nei confronti dello Stato ebraico, sostenendo numerose iniziative diplomatiche e giudiziarie contro Israele.
Sul piano sportivo, tuttavia, il margine di manovra è molto limitato. Le norme UEFA vietano infatti alle federazioni affiliate di rifiutarsi unilateralmente di disputare incontri ufficiali. Un eventuale forfait comporterebbe la sconfitta a tavolino e potrebbe tradursi in pesanti sanzioni disciplinari, fino all’esclusione dalle competizioni europee. Le due partite, se confermate, non si disputeranno comunque né in Israele né in Irlanda. Israele continua infatti a giocare le gare casalinghe in campo neutro per motivi di sicurezza, mentre anche la federazione irlandese ha già comunicato che ospiterà Israele in uno stadio fuori dal territorio nazionale, per ridurre i rischi legati alle manifestazioni di protesta.
Il caso conferma come il tentativo di isolare Israele stia investendo sempre più anche il mondo dello sport, trasformando competizioni internazionali in terreno di scontro politico ben oltre il rettangolo di gioco.
(Setteottobre, 6 agosto 2026)
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Cuori senza frontiere: in Zambia la medicina israeliana forma i medici locali
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente, e sviluppa programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani che tornano poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
di Anna Balestrieri
Per arrivare a Lusaka, Richard Mbimbi ha percorso con il padre più di novecento chilometri, lasciandosi alle spalle un villaggio remoto dello Zambia nord-occidentale. Ha nove anni e una malattia cardiaca reumatica che ha compromesso due valvole del cuore. Tutto è cominciato con un’infezione alla gola apparentemente banale, rimasta senza cura perché la famiglia non aveva accesso agli antibiotici.
Il 13 luglio Richard è entrato nella sala operatoria del National Heart Hospital della capitale. Ad attenderlo c’era un’équipe composta da medici zambiani e specialisti arrivati da Israele. L’intervento a cuore aperto è riuscito.
«Mio figlio sta bene», ha raccontato il padre dopo l’operazione. Dietro la semplicità di queste parole c’è una storia che va oltre il destino di un singolo bambino.
La missione non si limita infatti a curare piccoli pazienti: punta a costruire in Zambia una competenza medica capace, un giorno, di camminare da sola.
• Non soltanto operare
Durante una settimana di attività a Lusaka, i cardiochirurghi pediatrici, gli anestesisti, gli intensivisti e gli infermieri di Save a Child’s Heart hanno partecipato a dieci interventi su bambini affetti da gravi patologie cardiache.
L’organizzazione umanitaria israeliana opera in collaborazione con il Sylvan Adams Children’s Hospital del Wolfson Medical Center di Holon. Ma il numero delle operazioni, per quanto importante, non rappresenta l’aspetto più significativo del progetto.
La priorità è un’altra: affiancare i professionisti locali, trasferire conoscenze e consolidare un reparto di cardiochirurgia pediatrica che possa diventare progressivamente autonomo.
Lo ha spiegato con chiarezza Hagi Dekel, cardiochirurgo pediatrico del Wolfson Medical Center: l’obiettivo delle missioni non è arrivare in Africa, operare e ripartire. È rafforzare i medici presenti sul territorio, accrescere la loro sicurezza professionale e permettere loro di assumersi direttamente la responsabilità delle cure.
Nella cooperazione sanitaria più efficace, il successo non coincide con la presenza permanente degli specialisti stranieri, ma con il momento in cui la loro presenza non è più indispensabile.
• Una macchina per tenere in vita il cuore
La missione di luglio ha coinciso con l’inaugurazione di una nuova macchina cuore-polmone, dal valore di circa duecentomila dollari.
Durante gli interventi a cuore aperto, questo dispositivo sostituisce temporaneamente le funzioni cardiache e respiratorie del paziente, consentendo ai chirurghi di lavorare sul cuore fermo. Per un ospedale specializzato si tratta di un’apparecchiatura essenziale. In Zambia, Paese con oltre ventidue milioni di abitanti, è soltanto la seconda disponibile.
La macchina è stata donata grazie al contributo dell’American Jewish Committee e della Bergman Family Charitable Foundation. Fa parte di un più ampio programma di cooperazione e sviluppo infrastrutturale, avviato nel 2007 e finanziato con circa tre milioni di dollari.
La tecnologia, tuttavia, da sola non basta. Un macchinario sofisticato richiede équipe preparate, manutenzione, protocolli, capacità anestesiologiche e assistenza intensiva postoperatoria.
Donare strumenti senza formare le persone rischia di produrre cattedrali tecnologiche nel deserto. Il progetto zambiano prova invece a far crescere insieme infrastrutture e competenze.
• I primi chirurghi pediatrici del Paese
Per lungo tempo lo Zambia non ha avuto nemmeno un cardiochirurgo pediatrico. I bambini affetti da malformazioni congenite o da patologie cardiache acquisite potevano sperare nelle cure soltanto viaggiando all’estero, quando le condizioni economiche e familiari lo permettevano.
Il primo specialista del Paese, Mudaniso Kunani Ziwa, ha completato nel 2024 un percorso di formazione di sei anni in Israele ed è poi tornato a lavorare al National Heart Hospital di Lusaka.
Ora sta per raggiungerlo Zakias Moonde Muulu, che sta completando il quinto anno della stessa fellowship al Wolfson Medical Center. Dopo il rientro, previsto al termine del percorso, diventerà il secondo cardiochirurgo pediatrico dello Zambia.
La formazione dura sei anni e comprende molto più della tecnica operatoria. Significa imparare a valutare i pazienti, selezionare i casi, coordinare l’équipe, gestire le emergenze e seguire i bambini nelle delicate ore successive all’intervento.
Dekel parla di una seconda generazione di specialisti: prima ha formato Ziwa, ora accompagna Muulu verso l’autonomia professionale.
Non è ancora una scuola nazionale strutturata, ma è il principio di una filiera. Due medici possono formare altri colleghi, sostenere nuovi reparti e cambiare la capacità di risposta dell’intero sistema sanitario.
• Sei anni lontano da casa
Muulu è arrivato in Israele nel 2022. Il suo apprendistato si è svolto durante alcuni degli anni più drammatici della storia recente del Paese: l’attacco del 7 ottobre 2023, la guerra e i successivi periodi di tensione regionale.
All’inizio, ha raccontato, vivere in un luogo coinvolto direttamente in un conflitto gli faceva paura. Con il tempo ha imparato ad adattarsi, condividendo la quotidianità dei colleghi israeliani anche nei momenti più difficili.
La sua permanenza al Wolfson Medical Center non è stata soltanto un percorso professionale. È diventata un’esperienza umana e culturale, segnata dalla distanza dal proprio Paese e dalla consapevolezza del compito che lo attende al ritorno.
In Zambia, ha spiegato, molti bambini continuano a essere trasferiti in Israele per ricevere le cure necessarie. Ma non tutte le famiglie possono affrontare un viaggio internazionale, né un modello fondato esclusivamente sull’invio dei pazienti all’estero può rispondere ai bisogni di un’intera popolazione.
Leggi anche: https://www.mosaico-cem.it/cultura-e-societa/salute/teva-il-colosso-israeliano-che-sostiene-la-sanita-italiana-con-oltre-11-miliardi-di-risparmi/
Formare un medico locale significa moltiplicare nel tempo il numero dei bambini curabili e ridurre la distanza, geografica ed economica, tra la malattia e la possibilità di guarire.
• Riparare cuori, costruire sistemi
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente.
Accanto agli interventi, l’organizzazione ha sviluppato programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani. Più di 160 professionisti sanitari hanno partecipato alle sue attività, tornando poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
Attualmente sono otto i medici inseriti nei programmi di formazione. Provengono, tra gli altri, da Zambia, Tanzania, Etiopia e Ruanda. L’organizzazione favorisce anche la creazione di rapporti tra questi specialisti, affinché possano collaborare oltre i confini nazionali.
È una forma di cooperazione fondata sulla circolazione del sapere. Al posto di un rapporto verticale, nel quale un Paese dona e l’altro riceve, prende forma una rete di professionisti che condividono protocolli, casi clinici ed esperienze.
Il bilancio annuale dell’organizzazione ammonta a circa otto milioni di dollari ed è sostenuto da donatori privati e fondazioni filantropiche.
• La diplomazia della cura
La missione sanitaria si inserisce anche nel progressivo rafforzamento dei rapporti tra Israele e Zambia. I due Paesi avevano ripristinato le relazioni diplomatiche da quasi trentacinque anni quando, nell’agosto 2025, Israele ha aperto un’ambasciata a Lusaka.
L’ambasciatrice israeliana Ofra Farhi ha definito l’iniziativa un esempio di cooperazione di lungo periodo, fondata su formazione, tecnologia e partenariato.
Il linguaggio ufficiale appartiene alla diplomazia, ma nelle corsie dell’ospedale assume una forma concreta: un medico che insegna a un altro medico, un’apparecchiatura che consente un intervento prima impossibile, un bambino che torna a respirare senza che il suo cuore debba più combattere contro una malattia non curata.
La sanità diventa così uno strumento di relazione internazionale. Non cancella le differenze politiche né risolve le disuguaglianze strutturali, ma costruisce un terreno comune nel quale la collaborazione produce risultati immediatamente riconoscibili.
• La misura del futuro
Richard è soltanto uno dei bambini operati durante la missione di luglio. La sua storia offre un volto a un problema molto più vasto: la scarsità di cure pediatriche specialistiche in molte aree dell’Africa e la distanza che separa una patologia curabile dalla possibilità concreta di ricevere un trattamento.
La risposta di Save a Child’s Heart parte dagli interventi, ma prova a spingersi oltre. Ogni fellowship dura anni, ogni reparto richiede investimenti e ogni nuova équipe nasce attraverso un lento trasferimento di responsabilità.
Non è un modello rapido. È però un modello capace di lasciare qualcosa quando la missione termina e gli specialisti tornano a casa.
Muulu lo riassume pensando al proprio futuro: il suo lavoro non riguarda soltanto un bambino o una famiglia, ma un intero Paese.
La vera eredità di un intervento riuscito non è soltanto il cuore che ricomincia a funzionare. È la possibilità che, la volta successiva, a salvarlo sia un medico nato e formato per restare lì.
(Bet Magazine Mosaico, 6 agosto 2026)
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Esplosione dei prezzi delle parrucche in Israele: 11.000 euro per uno sheitel
Anche i copricapi ortodossi per gli uomini stanno diventando sempre più costosi. Un’avvocatessa chiede che il tribunale rabbinico di Chabad introduca controlli sui prezzi
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Tradizionali sheitel
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Di fronte a questi prezzi le sono venuti i brividi: un’avvocatessa ortodossa ha lanciato una campagna per chiedere l’intervento dei rabbini a causa dell’aumento esorbitante dei costi delle parrucche e dei cappelli di pelliccia. Lo riporta il «Jewish Chronicle». Secondo quanto riportato, tali costi rappresenterebbero ormai un onere insostenibile per le famiglie religiose.
L’avvocatessa Nechama Tzivin, della località di Kfar Chabad, nel centro di Israele, avrebbe presentato istanza al tribunale rabbinico dei Chabad Lubavich affinché venga introdotto un controllo sui prezzi delle parrucche. I prezzi sarebbero passati da poche migliaia a diecimila shekel – pari a poco meno di 3.000 euro. Alcune parrucche arriverebbero ormai a costare fino a 40.000 shekel (oltre 11.500 euro). Non si intravede ancora un punto di massima in questa crescita dei prezzi.
Tzivin sostiene che gli aumenti non siano giustificati. Molte donne della comunità avrebbero la sensazione di essere sfruttate, poiché le parrucche sono considerate un bene essenziale per le donne ortodosse sposate.
Secondo il Jewish Chronicle, la questione ha scatenato un ampio dibattito nella comunità haredita, dove stili di vita modesti vanno spesso di pari passo con spese considerevoli per abiti e accessori religiosi. Mentre i dibattiti precedenti si concentravano sull’aumento del prezzo dei tradizionali cappelli di pelliccia da uomo, le parrucche da donna sono ormai diventate una delle spese più onerose per i membri della comunità.
I produttori di parrucche respingono tuttavia l’accusa di arricchirsi indebitamente grazie alle vendite. Essi sostengono che la domanda sia aumentata notevolmente negli ultimi anni, mentre le tecniche di produzione, l’artigianalità e la qualità dei capelli umani utilizzati abbiano fatto lievitare i costi di produzione. Anche il costo della manodopera e i prezzi per le personalizzazioni su misura sarebbero aumentati.
(Jüdische Allgemeine, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La maggioranza degli israeliani è favorevole alla pace con gli Stati arabi, ma rifiuta lo Stato palestinese
Un sondaggio mostra la chiara posizione dell’opinione pubblica israeliana: normalizzazione regionale sì, soluzione a due Stati no.
di Dov Eilon
Oggi più che mai, la popolazione israeliana distingue chiaramente tra la pace con il mondo arabo e la pace con i palestinesi. Mentre una maggioranza schiacciante sostiene l’estensione degli Accordi di Abramo e nuovi accordi di normalizzazione con gli Stati arabi, una maggioranza altrettanto netta rifiuta la creazione di uno Stato palestinese. È quanto emerge da un recente sondaggio rappresentativo condotto dal think tank americano Council for a Secure America.
L’indagine è stata condotta all’inizio di giugno su un campione di 557 israeliani ebrei. Il margine di errore statistico è pari al massimo a quattro punti percentuali. I risultati mostrano una società le cui priorità sono cambiate radicalmente dopo il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023: la sicurezza è al primo posto, mentre cresce il desiderio di un maggiore coinvolgimento regionale di Israele.
• Normalizzazione
Particolarmente evidente è il sostegno a un’ulteriore normalizzazione dei rapporti con gli Stati arabi. L’81 per cento degli intervistati si dichiara favorevole a un’estensione degli Accordi di Abramo. Il 78 per cento sostiene un accordo di pace con l’Arabia Saudita, il 72 per cento un accordo con il Libano e ben il 64 per cento degli intervistati è favorevole alla normalizzazione anche con la Siria. Molti israeliani associano a un avvicinamento all’Arabia Saudita sia opportunità economiche sia un rafforzamento dell’architettura di sicurezza regionale.
Gli Accordi di Abramo sono ormai considerati in Israele uno dei più significativi sviluppi di politica estera degli ultimi decenni. Dalla firma dei primi accordi con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein nel 2020, le relazioni con diversi Stati arabi sono state notevolmente rafforzate. Un possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita è considerato da molti politici una pietra miliare strategica, che potrebbe modificare in modo duraturo l’equilibrio di potere in Medio Oriente.
Il quadro dell’opinione pubblica è completamente diverso per quanto riguarda la questione palestinese. Il 63% degli intervistati si oppone alla creazione di uno Stato palestinese. Tra gli israeliani sotto i 44 anni, questa percentuale sale addirittura al 66%. Il sondaggio conferma così una tendenza già emersa in diversi sondaggi d’opinione a partire dal 7 ottobre 2023: in Israele la fiducia nella soluzione dei due Stati è drasticamente diminuita.
• Gaza e l’Iran
Anche sulla questione del futuro della Striscia di Gaza prevale la logica della sicurezza. Il 41% è favorevole a che in futuro sia Israele ad amministrare la Striscia di Gaza. Tra gli intervistati più giovani questa percentuale raggiunge addirittura il 54%. Solo un quarto preferisce un’amministrazione da parte di una coalizione di Stati arabi o di attori internazionali.
Il sondaggio evidenzia inoltre che molti israeliani continuano a considerare l’Iran la causa principale dell’instabilità regionale. Il 61% vede Teheran come la forza trainante dietro gli attacchi delle organizzazioni proxy iraniane Hamas, Hezbollah e Houthi. Allo stesso tempo, il 65% ritiene che una cooperazione coordinata tra gli Stati Uniti, le forze armate israeliane e l’esercito libanese potrebbe portare, a lungo termine, al disarmo di Hezbollah.
Quasi unanime è la valutazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Il 97% degli intervistati considera le strette relazioni con gli Stati Uniti fondamentali per la sicurezza di Israele. Nonostante le occasionali divergenze di opinione tra Gerusalemme e Washington, l’alleanza rimane, dal punto di vista dell’opinione pubblica israeliana, un pilastro indispensabile della sicurezza nazionale.
• Cambiamento
I risultati evidenziano un profondo cambiamento nel pensiero politico della società israeliana. Mentre le precedenti iniziative di pace spesso consideravano la risoluzione del conflitto israelo-palestinese come un presupposto per la normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo, molti israeliani ritengono ormai più realistico seguire il percorso inverso. La pace con gli Stati arabi confinanti non è più vista, dal loro punto di vista, come una conseguenza di un accordo con i palestinesi, ma come un obiettivo strategico a sé stante.
Per il governo israeliano ciò rappresenta una spinta a favore di una politica incentrata sul rafforzamento dei partenariati regionali. Allo stesso tempo, il sondaggio mostra quanto sia attualmente scarso il sostegno sociale alle iniziative internazionali incentrate sulla creazione di uno Stato palestinese. A quasi tre anni dal massacro perpetrato da Hamas, le preoccupazioni in materia di sicurezza continuano a influenzare il pensiero politico di ampie fasce della popolazione israeliana.
(Israel Heute, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele e Libano tornano al tavolo negoziale a Roma
Hezbollah attacca i colloqui, Beirut replica: “Ci avete trascinati in una guerra inutile”
di Anna Balestrieri
È iniziato nella capitale italiana un nuovo ciclo di negoziati indiretti tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di consolidare il fragile processo di de-escalation lungo il confine meridionale libanese. I colloqui, ospitati presso l’ambasciata americana, rappresentano il settimo round negoziale dall’inizio del conflitto scoppiato nel marzo scorso sono iniziati martedì 4 agosto e si protrarranno fino a giovedì.
La delegazione israeliana comprende anche rappresentanti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), mentre Beirut punta a ottenere un ritiro graduale delle truppe israeliane dal Libano meridionale, nell’ambito di un’intesa più ampia che prevede anche il dispiegamento dell’esercito libanese nelle aree interessate.
• L’accordo quadro e il nodo delle “pilot zones”
I negoziati riprendono dopo l’accordo quadro raggiunto a Washington nel mese di giugno, che prevede il progressivo disarmo di Hezbollah, il ritiro graduale delle forze israeliane e il trasferimento del controllo del sud del Libano all’esercito regolare libanese, inizialmente attraverso specifiche aree sperimentali, le cosiddette pilot zones.
Secondo fonti israeliane, l’obiettivo di questa nuova fase è creare gruppi di lavoro incaricati di affrontare sei dossier principali: la delimitazione dei confini terrestri e marittimi, la valutazione delle zone pilota, il disarmo di Hezbollah, il blocco dei finanziamenti iraniani destinati al movimento sciita e l’accelerazione della ricostruzione del Libano meridionale.
• Hezbollah boccia i colloqui: “Solo vergogna e umiliazione”
L’apertura dei negoziati è stata accompagnata da un durissimo attacco del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem.
“I negoziati diretti con Israele non porteranno al Libano altro che vergogna, umiliazione e continui compromessi”, ha dichiarato in un discorso televisivo.
Qassem ha inoltre criticato apertamente il presidente libanese Joseph Aoun, accusandolo di aver abbandonato il ruolo di garante dell’unità nazionale per assumere una posizione politica divisiva.
• La dura replica del governo libanese
Le dichiarazioni del leader di Hezbollah hanno provocato una pronta risposta del primo ministro Nawaf Salam.
Senza citare direttamente il movimento sciita, Salam ha affermato che “il più grande sostegno a Israele è stato fornito da chi ha trascinato il Libano in avventure militari inutili”, accusando implicitamente Hezbollah di aver offerto allo Stato ebraico il pretesto per l’offensiva militare che ha devastato vaste aree del Paese.
Il premier ha inoltre ribadito la necessità di “uno Stato con un solo esercito”, sottolineando che soltanto le forze armate regolari devono esercitare l’autorità su tutto il territorio nazionale.
• Il ruolo decisivo dell’esercito libanese
Uno dei principali punti di verifica dell’accordo riguarda la capacità delle Forze Armate Libanesi di sostituire efficacemente l’IDF nelle aree evacuate e, soprattutto, di impedire la ricostituzione delle infrastrutture militari di Hezbollah.
Poco prima dell’inizio dei colloqui di Roma, l’esercito libanese ha diffuso immagini del sequestro di razzi Grad da 122 millimetri introdotti clandestinamente dalla Siria, insieme all’arresto di due presunti trafficanti.
La pubblicazione dell’operazione è stata interpretata come un chiaro segnale rivolto sia agli Stati Uniti sia a Israele per dimostrare l’impegno concreto di Beirut nel contrasto al riarmo di Hezbollah, aumentando così le possibilità di ulteriori ritiri israeliani dalle zone pilota.
• I dubbi sull’attuazione dell’intesa
Nonostante i primi passi avanti, numerosi osservatori restano scettici sulla reale capacità dell’esercito libanese di procedere al disarmo di Hezbollah, che continua a rifiutare qualsiasi ipotesi di consegna delle proprie armi.
Anche il ritiro israeliano rappresenta un banco di prova, soprattutto quando interesserà aree ancora completamente controllate dall’IDF.
• Violenza in calo, ma la tensione resta alta
Dopo l’accordo israelo-libanese e l’intesa preliminare raggiunta tra Stati Uniti e Iran nel mese di giugno, gli episodi di violenza sono sensibilmente diminuiti.
Tuttavia, il Libano continua a denunciare raid aerei israeliani, bombardamenti intermittenti e demolizioni di edifici nel sud del Paese.
Dal canto suo, Israele sostiene di colpire esclusivamente postazioni di Hezbollah che rappresentano una minaccia per le proprie truppe e di proseguire nella distruzione di bunker, fortificazioni e tunnel ancora presenti nelle aree sotto controllo militare israeliano.
• Roma al centro della diplomazia regionale
Il nuovo ciclo di negoziati rappresenta uno dei più importanti tentativi diplomatici degli ultimi mesi per trasformare il cessate il fuoco in un accordo di sicurezza più stabile. Il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità delle parti di rispettare gli impegni assunti: il graduale ritiro israeliano, il rafforzamento dell’autorità dello Stato libanese e il delicato processo di disarmo di Hezbollah, elemento ritenuto essenziale per una stabilizzazione duratura del confine tra i due Paesi
(Bet Magazine Mosaico, 5 agosto 2026)
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L’antisemitismo a Sofia lancia un messaggio alla politica italiana
di Livia Ottolenghi
Gli ebrei italiani vivono ormai in una situazione di estrema incertezza segnata sempre più da un pericolo costante, palpabile e visibile: limitarsi a parlare di un clima velenoso significa sminuire, insultare la realtà dei fatti. Non c’è contingenza pubblica, religiosa e anche privata in cui ogni istituzione ebraica o singola famiglia non debba pensare alla sicurezza, a mettersi al riparo da possibili contestazioni, insulti, invettive, minacce, violenze. Lo abbiamo visto con chiarezza nei giorni scorsi con ciò che è avvenuto al termine del campeggio estivo del Bnei Akiva nei pressi di Sofia in Bulgaria. Si chiamano minacce antisemite, sono episodi che continuano a ripetersi in un crescendo sempre più preoccupante. Prima ancora dell’evidenza sottolineata dai dati ufficiali raccolti regolarmente dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane e dalla Fondazione Cdec – che segnalano una forte recrudescenza dell’antisemitismo e dell’antisionismo purtroppo non più solo sulle piattaforme social – sono gli ebrei stessi ad esserne coscienti, a sentire sulla propria pelle questo continuo stato di allerta. Certo, non è la prima volta che accade. Certo, ci sono corsi e ricorsi. Tuttavia, questa volta, la virulenza che registriamo è – pur in uno stato democratico – assoluta e totalizzante. L’episodio del campeggio di una delle organizzazioni giovanili ebraiche vicino Sofia ne è un’ulteriore riprova. Vengono colpiti i nostri giovani, le future generazioni di italiani che purtroppo non possono fare a meno di essere protetti per trascorrere qualche giorno insieme. L’onda lunga della situazione in medio oriente viziata dalla demagogia più spudorata, dalle falsità più grossolane, dalle ideologie nefaste a senso unico, da una propaganda ripugnante, e anche da un attacco teologico all’ebraismo stesso hanno riportato il capitano ebreo Dreyfus sul banco degli accusati. Il cosiddetto Tribunale della storia di questi mestatori di anime ha decretato che tutti gli ebrei sono sempre colpevoli.
La complessità non è più di moda, sopraffatta dalla univocità, la ragione ha lasciato il posto al pregiudizio a ogni costo, i fatti sono stati obliterati per far spazio al complottismo, al rovesciamento della storia, alle fake news. Oggi è di moda il test ideologico per essere ammessi al tavolo del confronto: al contrario si resta fuori. “Dimmi prima come la pensi, poi parliamo”: lo dimostrano alcuni talk-show, certi media, i social detonatori dell’insulto e dell’odio sistemico. La parola sionista è diventata un insulto, la cartina di tornasole dell’essere (finti) democratici. Ma è una semplice scusa per colpire gli ebrei, qualunque sia la loro posizione storica o quella nei confronti del governo di Israele. Come un tempo, basta essere ebrei. L’antisemitismo che oggi subiamo mischia caratteri antichi e caratteri nuovi: una specie di Idra che moltiplica le sue teste a dismisura. La lista di atti prodotti da questo mostro è lunga e cresce ogni giorno di più, ma al tempo stesso temo stia scemando la reazione, la capacità di mobilitazione della società civile. Perché – occorre ricordarlo – l’antisemitismo non riguarda solo gli ebrei ma l’intero convivere democratico. Non c’è società civile e libertà se esiste e cresce questo mostro dell’antisemitismo. Va battuto politicamente, ideologicamente, culturalmente, così come in tempi passati l’Italia ha saputo sconfiggere altri mali. Per questo mi auguro che il ddl sull’antisemitismo in discussione alla Camera sia approvato rapidamente e con larga maggioranza. Nella sua versione già licenziata al Senato: perché questa non reprime, non commina pene, non impedisce le critiche. E soprattutto non deve essere vissuto come un atto coraggioso, al contrario è un atto doveroso. Livia Ottolenghi presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane
Il Foglio, 5 agosto 2026)
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Sedici anni e la paura di essere ebreo in Europa
di Dalia Gubbay
Gabriel aspettava da tempo questo campeggio. Lui e i tutti i suoi compagni. La sua reputazione lo precedeva. Giovani ebrei provenienti da tutte le parti del mondo, camminate, sfide, falò, tende, amicizie per la vita. Nemmeno la nascita di un nuovo nipote poteva fermare un sedicenne sano ed entusiasta. E così è stato. Esperienza totalizzante, poco tempo per raccontare, nel gruppo arrivano foto splendide. Da madre non ansiosa lo lascio tranquillo. Che se poi mi dovessi preoccupare potrebbe essere per un’eventuale scivolata sui monti. Invece la sorpresa arriva l’ultima sera. La cronaca è tristemente nota. I ragazzi ebrei braccati. Messi in lockdown in hotel. Con diversi energumeni che inneggiano al nazismo. Urlano scomposti, volgari. Le reazioni sono molteplici. Confusione, ansia, sbigottimento. L’indomani vengono tutti scortati in aeroporto dalla polizia. Mio figlio come da suo temperamento non si scompone troppo. La consapevolezza arriva dopo. La notizia esplode. E lui, 16 anni, passa la giornata al telefono con i giornalisti. Io lo ascolto, con la morte nel cuore unitamente a una fierezza senza pari. Non mi aspettavo forse questa maturità, questa compostezza. Dignitoso racconta. E dice di essere preoccupato. Il saluto nazista lo aveva visto solo nei film. E se fossero entrati ? Cosa ci avrebbero fatto? E perché dopo il 7 ottobre succedono tutte queste cose? Io cosa c’entro? Posso ancora viaggiare ? Studiare? Vivere serenamente in Europa? Nel mondo? Lo guardo. So che sarà difficile. So che non avrei mai voluto che vedesse tutto questo. Ma non ci siamo mai pianti addosso e non lo faremo neanche oggi. La resilienza non gli manca. Lo sento dal tono della voce, dallo sguardo limpido. Non abbasseremo la testa. Nessuno di noi. Intanto aspettiamo. Leggi, decreti, sanzioni, controlli, educazione, cultura, attenzione. Tutto ciò che può e deve servire per fermare questa ignobile e inaccettabile deriva antisemita. Am Israel hai .
(HaKol, 5 agosto 2026)
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Quando la cucina supera i confini
BEN SCHEMEN – Cucinare insieme per la pace: circa 40 adolescenti ebrei e arabi provenienti da tutto Israele hanno partecipato la scorsa settimana a un campo estivo. Nel villaggio giovanile di Ben Schemen, nel centro di Israele, hanno seguito corsi di formazione con chef professionisti e hanno avuto modo di dialogare tra loro.
Era presente anche un ragazzo ebreo di New York, che durante le vacanze estive sta facendo visita ai parenti in Israele. Il giovane americano, Uri, era entusiasta al termine del campo: tutti i partecipanti si sono dimostrati cordiali. Vorrebbe rivedere molti di loro ed è sicuro che rimarranno amici per molti anni.
Gli adolescenti non hanno esitato ad affrontare anche argomenti più delicati, ha raccontato al «Jerusalem Post». Ad esempio, hanno condiviso le loro opinioni sui diritti delle donne e sui conflitti regionali.
Il campo di cucina per la pace è un’iniziativa della Rete dei Verdi. L’organizzazione è stata fondata nel 1988 e promuove l’educazione allo sviluppo sostenibile. Tra le altre cose, fornisce consulenza ai comuni su come affrontare il cambiamento climatico e offre corsi di formazione per educatori. Il programma comprendeva pratiche culinarie sostenibili e informazioni sulla nutrizione.
• La diversità come elemento della società israeliana
Durante una cerimonia di chiusura tenutasi venerdì, i partecipanti hanno potuto presentare le conoscenze appena acquisite. La responsabile del campo, Myriam Charbit, ha affermato che l’obiettivo principale era quello di instaurare il dialogo e costruire relazioni. In Israele esistono diversi sistemi scolastici; gli studenti arabi ed ebrei seguono di norma lezioni separate.
«Abbiamo collaboratori provenienti da tutti gli strati della società israeliana», ha aggiunto Charbit. Ci sono responsabili della formazione sia arabi che ebrei – sono presenti persino ebrei ultraortodossi. La diversità è un elemento della società israeliana «che ci rende migliori, più ricchi, più interessanti».
Ritiene che cucinare sia un mezzo ideale per costruire ponti tra le persone: «Cucinare apre gli occhi. Cucinare è gioia, legame, stare insieme, parlare e ridere e scambiarsi esperienze. Quando si cucina insieme, ci si può insegnare a vicenda».
La musulmana Maram Junis lavora da quasi dieci anni per l’organizzazione. Anche al campo ha dato una mano, questa madre di tre figli proveniente dal nord di Israele. «Per noi era importante basarci su valori che fossero importanti per entrambe le parti, quella araba e quella ebraica», ha affermato. «Per ogni gruppo avevamo due docenti: uno ebreo e uno arabo.»
• «Un incredibile linguaggio d’amore»
Tra le partecipanti c’era Noga, ebrea di Tel Aviv. Afferma: «Il cibo è un incredibile linguaggio d’amore. » I partecipanti avrebbero avuto interessi simili e gli stessi gusti in fatto di musica e cibo. Avrebbero imparato molto gli uni dagli altri. «Questo dimostra semplicemente che siamo tutti la stessa gente.»
Nuran è una ragazza musulmana di 15 anni di Acri. Durante il campo ha discusso delle rispettive religioni con un ragazzo ebreo. In questo modo hanno potuto imparare gli uni dagli altri e correggere idee sbagliate.
La ragazza araba è rimasta tuttavia sorpresa dal fatto che qualcuno potesse essere ebreo senza credere in Dio: «Il fondamento dell’Islam è credere in Dio. Se non si crede fondamentalmente in Dio, non si è musulmani. Ma nella loro religione va bene non credere in Dio ed essere comunque ebrei».
Anche la sedicenne Retal, della città israeliana di Taibeh, ha partecipato al campo di cucina e ne è rimasta entusiasta: gli altri partecipanti sono diventati «più che semplici amici», si è sentita «come a casa». «Ho imparato molto», ha aggiunto. «Siamo una nazione. Come una famiglia».
• Cantare in due lingue
In qualità di responsabile della formazione, Dscholjana Khalil ha partecipato al campo estivo. La cristiana araba originaria di Eilabun, nel nord del Paese, inizialmente era avvocato. Ha poi cambiato professione e ha seguito una formazione come cuoca a Tel Aviv. Successivamente ha ottenuto una borsa di studio per studiare arte culinaria e management in Francia. Il campo estivo è stato l’ultimo progetto di questo programma.
I corsi da lei tenuti hanno creato legami tra adolescenti ebrei e arabi, ha dichiarato al «Jerusalem Post». I ragazzi e le ragazze hanno interagito in ebraico e in arabo – e hanno cantato in entrambe le lingue mentre cucinavano. «È stato davvero bellissimo.»
(Israelnetz, 5 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Da Gaza a Ceuta, la lunga frattura tra Israele e Spagna
di Anna Balestrieri
• Una crisi migratoria diventa incidente diplomatico
È bastato un messaggio pubblicato sui social perché l’emergenza migratoria di Ceuta si trasformasse nell’ennesimo terreno di scontro tra Israele e Spagna.
Di fronte all’arrivo di decine di migliaia di persone dal vicino Marocco nell’enclave spagnola sulla costa nordafricana, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha accusato Madrid di impartire lezioni a Israele mentre continua a controllare territori che ha definito «enclavi coloniali» in Africa.
Il riferimento era a Ceuta e Melilla, le due città spagnole situate sulla costa mediterranea del Marocco e rivendicate da Rabat. Le parole di Danon hanno immediatamente provocato reazioni indignate in Spagna e alimentato accuse, non sostenute da prove pubbliche, secondo le quali Israele e Stati Uniti avrebbero avuto un ruolo nell’ondata migratoria. L’ambasciatrice israeliana a Madrid, Dana Erlich, ha quindi preso pubblicamente le distanze dal collega, precisando che quelle dichiarazioni non rappresentavano la posizione ufficiale dello Stato di Israele.
Da quasi tre anni, i rapporti tra Madrid e Gerusalemme procedono attraverso richiami degli ambasciatori, convocazioni diplomatiche, accuse reciproche e misure politiche sempre più severe.
• Il primo strappo dopo il 7 ottobre
La frattura comincia a diventare visibile nelle settimane successive all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e all’avvio dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Nel novembre di quell’anno, durante una visita al valico egiziano di Rafah, il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez denunciò le uccisioni indiscriminate di civili palestinesi e chiese un cessate il fuoco permanente. Israele giudicò quelle dichiarazioni favorevoli alla propaganda di Hamas e convocò l’ambasciatrice spagnola.
Pochi giorni dopo, Sánchez espresse dubbi sul rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele. La reazione fu ancora più dura: l’ambasciatore israeliano a Madrid venne richiamato a Gerusalemme per consultazioni, mentre il premier spagnolo tentava di ridurre la tensione attraverso un colloquio con Benny Gantz, allora membro del gabinetto di guerra israeliano.
Quel confronto metteva già in luce due interpretazioni destinate a diventare inconciliabili. Per il governo israeliano, le critiche europee rischiavano di indebolire il diritto del Paese a difendersi e di oscurare la responsabilità di Hamas. Per Madrid, la condanna dell’attacco del 7 ottobre non poteva tradursi in un’accettazione incondizionata delle operazioni militari israeliane a Gaza.
• Il riconoscimento dello Stato palestinese
Il passaggio decisivo arrivò il 28 maggio 2024, quando la Spagna riconobbe ufficialmente lo Stato di Palestina insieme a Irlanda e Norvegia.
Sánchez presentò la decisione come uno strumento per rilanciare la soluzione dei due Stati e favorire una pace duratura tra israeliani e palestinesi. Il riconoscimento, spiegò il governo spagnolo, non era diretto contro Israele e non equivaleva a un sostegno ad Hamas. Madrid intendeva riconoscere uno Stato palestinese comprendente la Cisgiordania e Gaza, collegate da un corridoio e con Gerusalemme Est come capitale, salvo eventuali modifiche concordate dalle parti.
Israele interpretò invece la scelta come una ricompensa politica al terrorismo dopo il massacro del 7 ottobre. Richiamò il proprio ambasciatore a Madrid e convocò i rappresentanti diplomatici dei Paesi coinvolti per una protesta formale.
La controversia si estese rapidamente al consolato generale spagnolo di Gerusalemme, al quale il governo israeliano vietò di fornire servizi consolari ai palestinesi residenti in Cisgiordania. Madrid contestò la misura, richiamandosi allo status storico della sede diplomatica e agli accordi esistenti.
Il riconoscimento della Palestina trasformò una divergenza sulla conduzione della guerra in una vera contrapposizione politica.
Per la Spagna si trattava di anticipare, attraverso un atto diplomatico, l’esito auspicato di un futuro negoziato. Per Israele, il riconoscimento unilaterale sottraeva invece agli accordi diretti uno dei loro risultati fondamentali.
• Madrid alza il livello dello scontro
Nel corso del 2025 il governo Sánchez irrigidì ulteriormente la propria posizione. La Spagna chiese ripetutamente un intervento più deciso dell’Unione europea, sostenne il rafforzamento dell’assistenza alla popolazione palestinese e continuò a presentare il riconoscimento della Palestina come la premessa politica per una soluzione negoziata.
Il confronto raggiunse un nuovo livello nel settembre 2025, quando Madrid annunciò un pacchetto di misure comprendente il consolidamento dell’embargo sulle armi, il divieto di transito nei porti spagnoli per navi dirette in Israele con materiale militare e restrizioni all’uso dello spazio aereo da parte di velivoli che trasportavano forniture destinate alle forze israeliane.
Il governo spagnolo introdusse inoltre limitazioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati e incrementò gli stanziamenti umanitari e il sostegno all’Autorità nazionale palestinese e all’UNRWA.
Israele reagì accusando Sánchez e alcuni esponenti del suo governo di antisemitismo e ostilità politica. La Spagna richiamò a sua volta la propria ambasciatrice da Tel Aviv per consultazioni.
Il linguaggio diplomatico tradizionale lasciava progressivamente spazio a formule sempre più drastiche. Sánchez cominciò a definire la campagna israeliana a Gaza un genocidio e chiese che Israele venisse escluso anche da alcune manifestazioni culturali internazionali, analogamente a quanto avvenuto con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
• Ambasciatori richiamati e relazioni ridotte
Nel marzo 2026 la crisi compì un ulteriore salto. La Spagna ritirò definitivamente la propria ambasciatrice in Israele nel quadro dello scontro provocato dall’opposizione di Madrid alle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran.
La decisione non equivaleva formalmente alla rottura delle relazioni diplomatiche, ma ne segnalava un marcato ridimensionamento. Un rapporto già compromesso dalla guerra di Gaza, dal riconoscimento palestinese e dalle misure economiche e militari entrava in una fase di gelo istituzionale.
Madrid ha continuato a sostenere che il riconoscimento reciproco di Israele e Palestina costituisca la migliore garanzia di sicurezza per entrambi i popoli. Gerusalemme ha invece accusato il governo spagnolo di applicare una pressione unilaterale che indebolisce Israele e incoraggia i suoi avversari.
Le due capitali non divergono soltanto sulle modalità della guerra, ma ormai sul significato stesso della pressione diplomatica: per Madrid è uno strumento per fermare il conflitto, per Israele rischia di diventare un premio concesso ai suoi nemici.
• Ceuta e il ritorno dell’accusa di doppio standard
In questo contesto, il messaggio di Danon sulla crisi migratoria assume un significato più ampio.
L’ambasciatore israeliano all’ONU non ha soltanto criticato la gestione spagnola dei confini. Ha rivolto contro Madrid l’accusa di doppio standard che Israele utilizza frequentemente nei confronti dei governi europei: pretendere da Gerusalemme un comportamento che gli stessi Paesi, quando affrontano minacce alla sicurezza o alla propria sovranità territoriale, non sarebbero disposti ad adottare.
La definizione di Ceuta e Melilla come «enclavi coloniali» ha colpito un punto particolarmente sensibile. La Spagna considera le due città parte integrante del proprio territorio nazionale; il Marocco ne contesta invece la sovranità e le inserisce nella più ampia disputa sull’eredità coloniale e sugli equilibri nel Nord Africa.
Danon ha quindi trasferito il conflitto diplomatico israelo-spagnolo dal Medio Oriente al Mediterraneo occidentale, evocando una contraddizione storica della politica spagnola. La sua iniziativa è apparsa però talmente dirompente da costringere l’ambasciatrice israeliana in Spagna a smentire che rappresentasse la linea ufficiale di Gerusalemme.
• La stagione delle diplomazie personali
La vicenda mostra anche un fenomeno sempre più frequente: la politica estera viene condotta attraverso messaggi pubblicati sui social prima ancora che attraverso note ufficiali e canali riservati.
Un’ambasciatrice è stata costretta a correggere pubblicamente un altro ambasciatore dello stesso Paese. Un ministro spagnolo ha risposto con una frase ambigua, immediatamente assorbita dalle teorie complottistiche circolate online. Esponenti politici e commentatori hanno collegato senza prove la crisi migratoria a Israele, agli Stati Uniti, al Marocco e alla destra europea.
Quando la diplomazia si trasferisce sui social, la distinzione fra posizione ufficiale, provocazione personale e propaganda diventa sempre più fragile.
Il risultato non è soltanto un aumento della tensione tra governi. È anche la creazione di uno spazio nel quale insinuazioni e accuse non dimostrate acquisiscono rapidamente lo stesso peso delle dichiarazioni istituzionali.
• Due Paesi sempre più lontani
La Spagna e Israele stabilirono relazioni diplomatiche soltanto nel 1986, molto più tardi rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale. Per decenni il rapporto è stato condizionato sia dalla tradizionale attenzione spagnola verso il mondo arabo sia dalla progressiva integrazione di Madrid nelle strutture politiche europee e occidentali.
La guerra iniziata nel 2023 ha rotto quell’equilibrio. Il governo Sánchez ha scelto di fare della questione palestinese uno degli assi visibili della propria politica estera. Israele ha interpretato tale orientamento non come una mediazione, ma come un allineamento con le posizioni più ostili a Gerusalemme.
Il caso di Ceuta aggiunge ora una nuova dimensione al conflitto: la reciproca contestazione della legittimità morale con cui i due Paesi affrontano sicurezza, confini e sovranità.
Madrid accusa Israele di violare il diritto internazionale e di usare una forza sproporzionata a Gaza. Gerusalemme replica che la Spagna applica principi astratti al conflitto mediorientale, ma difende con fermezza i propri confini quando è direttamente coinvolta.
• Oltre l’incidente
È possibile che le dichiarazioni di Danon restino formalmente un’iniziativa personale, archiviata grazie alla precisazione dell’ambasciatrice israeliana. Ma il terreno sul quale sono cadute è ormai troppo compromesso perché la polemica possa essere considerata un semplice incidente.
Il riconoscimento dello Stato palestinese, le restrizioni militari ed economiche, i richiami degli ambasciatori e le accuse reciproche hanno modificato strutturalmente la relazione.
Ceuta è soltanto l’ultimo nome geografico di una crisi che ha avuto origine a Gaza e che ormai attraversa l’intero Mediterraneo.
Il vero problema non è più la singola frase pronunciata da un diplomatico. È l’assenza di un linguaggio condiviso attraverso il quale Israele e Spagna possano interpretare gli stessi avvenimenti senza trasformarli immediatamente in una prova dell’ipocrisia o dell’ostilità dell’altro.
(Bet Magazine Mosaico, 4 agosto 2026)
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Ceuta potrà anche appartenere alla Spagna, ma la Giudea e la Samaria appartengono a Israele
La frecciatina di Danny Danon su Ceuta è stata forse maldestra, ma l’indignazione della Spagna non fa che confermare, in definitiva, il nocciolo del dibattito sui diritti storici, sulla sovranità e sull’indignazione selettiva.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - L’ambasciatore israeliano Danny Danon ha suscitato forti reazioni in Spagna quando ha criticato Madrid per i suoi territori coloniali in Africa, dopo che Ceuta era stata invasa da decine di migliaia di migranti.
Il problema è che le dichiarazioni generiche di Danon non solo hanno irritato il governo ostile a Israele del primo ministro Pedro Sánchez, ma anche l’opposizione spagnola filoisraeliana, che vi ha visto un attacco alla storia, alla sovranità e all’integrità territoriale della Spagna.
Forse Danon avrebbe dovuto scegliere le parole con maggiore cautela, ma a quanto pare tutti stanno perdendo di vista il vero punto della sua affermazione.
Danon, come la maggior parte degli israeliani, quasi certamente non ha alcun interesse personale contro la politica spagnola riguardo a Ceuta e Melilla. Gli israeliani non hanno motivo di prendere posizione sul dominio spagnolo sulle due piccole enclavi sulla costa nordafricana.
Danon intendeva piuttosto sottolineare l’ipocrisia di un governo che condanna la presenza ebraica in territori come Giudea e Samaria, mentre allo stesso tempo difende con forza la presenza spagnola in Africa.
La Spagna ha effettivamente un legame storico con Ceuta e Melilla, ed entrambi i territori fanno parte dell’identità nazionale del Paese. Tuttavia, questa storia e questa identità risalgono solo a pochi secoli fa, mentre la storia e l’identità ebraiche, legate alla Giudea, alla Samaria e persino alla Striscia di Gaza, abbracciano millenni. A tal proposito esistono numerose prove archeologiche e storiche. Per un Paese storicamente di tradizione cristiana come la Spagna, tuttavia, dovrebbe bastare semplicemente sfogliare le pagine del libro più letto del Paese – la Bibbia – che è ricca di resoconti sulla vita ebraica in questi territori.
È giustificato, alla luce del fatto che oggi vi vivono milioni di arabi palestinesi, mettere in discussione lo status amministrativo della Giudea, della Samaria e della Striscia di Gaza? Forse. Ma non è più giusto di quanto lo sia discutere della rivendicazione della Spagna su Ceuta e Melilla o di quella britannica su Gibilterra. Questi Stati – al di là di ogni schieramento politico – difendono con tutti i mezzi a loro disposizione ciò che considerano la loro sovranità storica. Non dovrebbero aspettarsi nulla di meno dallo Stato di Israele e dal popolo ebraico.
(Israel Heute, 4 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Piano per Gaza. Una porta aperta al ritorno di Hamas
La roadmap accettata dalle fazioni palestinesi promette un nuovo governo e il controllo delle armi, ma rinvia le decisioni decisive e impone a Israele concessioni immediate
di Paolo Montesi
La nuova roadmap per Gaza viene presentata come il primo accordo con cui Hamas accetta di rinunciare al governo della Striscia e di sottoporre il proprio apparato militare a un controllo esterno. Letto con attenzione, tuttavia, il documento offre molte promesse e poche garanzie. Le armi pesanti dovrebbero essere rese inutilizzabili e custodite da un organismo palestinese, i tunnel chiusi, il potere trasferito a una commissione di tecnocrati. Restano indefiniti i tempi, le procedure di verifica e soprattutto le conseguenze di un’eventuale violazione.
Il testo elaborato dal Consiglio per la pace prevede che Gaza venga amministrata secondo il principio di «un’unica autorità, un’unica legge e un’unica arma». La Commissione nazionale per l’amministrazione di Gaza dovrebbe assumere progressivamente le competenze civili e di sicurezza, mentre Hamas e le altre fazioni cesserebbero ogni attività militare e politica diretta. Il disarmo verrebbe accompagnato dal ritiro graduale delle forze israeliane e verificato da osservatori internazionali.
Sulla carta è un cambiamento rilevante. Per la prima volta l’organizzazione islamista accetta un documento che prevede la perdita del controllo formale esercitato dal 2007. Il passaggio dalla formula generale all’applicazione concreta è però affidato a un calendario ancora da scrivere. Entro quattordici giorni dovranno essere stabiliti la definizione di arma pesante, i criteri per rendere inutilizzabili razzi e infrastrutture, l’accesso ai tunnel, la quantità di territorio evacuata da Israele a ogni fase e il comportamento da adottare quando una delle parti accuserà l’altra di aver violato gli impegni.
Anche il termine scelto nel documento merita attenzione. Si parla di decommissioning, cioè di messa fuori servizio e immagazzinamento, anziché di distruzione completa. Gli arsenali potrebbero quindi restare nella Striscia sotto la responsabilità di una commissione palestinese della quale devono ancora essere provate indipendenza, capacità operativa e forza coercitiva. Hamas sostiene inoltre che ogni passaggio sulle armi debba procedere parallelamente al ritiro israeliano, mentre Gerusalemme considera il disarmo completo una condizione preliminare.
La sequenza iniziale del piano alimenta altre perplessità. Israele è chiamato a sospendere le operazioni militari e gli attacchi mirati, a ritirarsi sulle posizioni già concordate e a ripristinare integralmente il protocollo umanitario. Solo dopo dovrebbe iniziare il processo di consegna e neutralizzazione degli arsenali. Un’interruzione prematura della pressione militare potrebbe offrire ad Hamas il tempo necessario per occultare parte delle armi, trasferire uomini nei nuovi apparati e prepararsi alla fase successiva.
Il documento esclude formalmente i membri delle milizie dalla futura polizia, mentre consente al personale delle strutture amministrative e di sicurezza esistenti di sottoporsi a un processo di selezione. Proprio qui si trova uno dei rischi principali. Hamas ha governato Gaza attraverso ministeri, servizi d’intelligence, polizia, reti assistenziali e organismi locali profondamente intrecciati con il movimento. La sua uscita dagli uffici governativi avrebbe un valore limitato qualora migliaia di funzionari fedeli all’organizzazione conservassero incarichi e capacità di condizionamento.
Il previsto contingente internazionale dovrebbe separare le parti e sostenere la transizione, senza assumere direttamente tutte le funzioni di polizia. Nel caso in cui la nuova amministrazione palestinese evitasse di intervenire contro le cellule di Hamas, Israele potrebbe trovarsi costretto a negoziare ogni operazione con il governo locale e con il comando internazionale, perdendo una parte sostanziale della libertà d’azione rivendicata come indispensabile dopo il 7 ottobre.
La roadmap apre inoltre un percorso politico verso la futura costituzione di uno Stato palestinese. È un elemento destinato a provocare forti tensioni nella coalizione israeliana, poiché contraddice una delle posizioni più volte sostenute da Benjamin Netanyahu. Nell’agosto 2025 il primo ministro aveva indicato tra le condizioni per concludere la guerra il disarmo di Hamas, la completa smilitarizzazione della Striscia, il controllo di sicurezza israeliano e un’amministrazione distinta sia dal movimento islamista sia dall’Autorità Palestinese. Il nuovo quadro realizza solo in parte quegli obiettivi.
Il possibile risultato resta rilevante: Gaza senza un governo dichiaratamente guidato da Hamas, il ritiro dell’esercito israeliano e una presenza internazionale sostenuta dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi. Per trasformare questa prospettiva in un successo serviranno verifiche intrusive, scadenze vincolanti e la possibilità di reagire immediatamente alle violazioni. In loro assenza, Hamas potrà consegnare una parte degli arsenali, occultare il resto e attendere che l’attenzione internazionale diminuisca.
Il piano rappresenta dunque una possibilità, ancora lontana da un risultato acquisito. Il suo valore dipenderà da ciò che verrà scritto nei protocolli operativi e dalla disponibilità dei garanti a farli rispettare. Gaza ha già conosciuto accordi solenni, controlli internazionali e promesse di smilitarizzazione. La vera prova arriverà quando qualcuno dovrà entrare in un tunnel, aprire un deposito e stabilire quante armi Hamas abbia davvero deciso di consegnare.
(Setteottobre, 4 agosto 2026)
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L’inviato USA esorta alla cautela mentre Israele e Libano riprendono i negoziati a Roma
(JNS) L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Michel Issa, ha espresso lunedì un cauto ottimismo in vista della ripresa dei colloqui tra rappresentanti israeliani e libanesi a Roma, prevista per martedì, avvertendo però che «rimane ancora un’enorme quantità di lavoro tecnico da svolgere» per garantire «la sicurezza dei civili sul terreno».
«C’è una differenza sostanziale tra redigere un accordo sulla carta e attuarlo in modo responsabile», ha dichiarato Issa riferendosi all’accordo quadro del 26 giugno tra Gerusalemme e Beirut, avvertendo che «procedere troppo rapidamente rischia di mettere in pericolo proprio i civili che questo processo mira a proteggere». Ha aggiunto che entrambe le parti «devono concordare un processo chiaro e concretamente attuabile prima di andare avanti».
Il prossimo vertice, in programma dal 4 al 6 agosto nella capitale italiana e confermato da un funzionario del Dipartimento di Stato statunitense, dall’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter e dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, arriva dopo mesi di intensi sviluppi sia sul piano militare sia su quello diplomatico.
Le ostilità sono scoppiate il 2 marzo 2026, quando Hezbollah, sostenuto dall’Iran, ha ripreso gli attacchi con razzi e droni dal Libano meridionale, infrangendo il cessate il fuoco in vigore dal novembre 2024. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno risposto con un’ampia campagna aerea e con l’espansione delle operazioni terrestri per mettere in sicurezza il confine. In risposta alla ripresa dei combattimenti, il presidente libanese Joseph Aoun ha promesso di fare «l’impossibile» per porre fine al conflitto transfrontaliero e ha avviato iniziative per mettere fuori legge la milizia filo-iraniana.
Lo slancio diplomatico è cresciuto grazie ai primi negoziati mediati dagli Stati Uniti a Washington, culminati il 26 giugno con il raggiungimento di un Accordo Quadro Trilaterale articolato in 14 punti, durante il quinto round di negoziati. L’accordo prevede il disarmo di Hezbollah, mentre Gerusalemme ha ribadito che il ritiro completo delle proprie truppe avverrà soltanto dopo che la minaccia alla sicurezza sarà stata eliminata.
L’impegno diplomatico ai massimi livelli è proseguito il 21 luglio, quando Aoun ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca. Trump ha promesso sostegno agli sforzi del Libano per la stabilizzazione del Paese ed ha espresso la speranza che Beirut possa, in futuro, aderire agli Accordi di Abramo. Dopo un sesto ciclo di colloqui svoltosi a Roma il 14 e 15 luglio, nella prossima sessione i gruppi tecnici si concentreranno sull’ampliamento delle zone pilota, sulla risoluzione delle controversie di confine e sulla definizione di un percorso verso un accordo di pace globale.
«Entriamo in questi colloqui con un notevole slancio, dopo il successo del lancio della prima zona pilota nel Libano meridionale e il produttivo incontro tra il presidente Aoun e il presidente Trump», ha dichiarato il funzionario del Dipartimento di Stato.
L’attività diplomatica si svolge sullo sfondo di continue tensioni tattiche lungo il confine. Domenica, le Forze Armate Libanesi (LAF) avevano inizialmente sostenuto che cinque soldati fossero rimasti feriti in un «attacco del nemico israeliano» nei pressi di Bint Jbeil. Tuttavia, dopo le prime verifiche, che non hanno rilevato alcuna attività delle IDF nella zona, una successiva indagine ha stabilito che il veicolo delle LAF era saltato su un ordigno esplosivo di Hezbollah situato al di fuori della Zona di Sicurezza del Libano Meridionale. Le Forze Armate Libanesi hanno quindi riconosciuto che l’esplosione era stata provocata da un «oggetto sospetto» e non da un attacco israeliano, precisando che l’incidente è tuttora oggetto di indagine.
(HaKol, 3 agosto 2026)
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L’export israeliano vola a livelli record nonostante la guerra
di Ruben Caivano
L’export israeliano non si è mai fermato, anzi. Secondo l’Israel Export Institute, nel 2025 le esportazioni israeliane hanno raggiunto i 164 miliardi di dollari, il massimo storico, nonostante la guerra in corso, l’incertezza economica globale e quella che l’istituto definisce un’ostilità senza precedenti verso il Paese.
Un dato in particolare colpisce: per la prima volta le esportazioni di servizi hanno superato i 90 miliardi di dollari, trainate da hi-tech, software e ricerca e sviluppo, a conferma del ruolo di Israele come uno dei principali hub mondiali dell’innovazione.
L’istituto avverte però che il Paese dovrà prepararsi a un contesto commerciale globale più instabile, tra catene di fornitura in mutamento e uno shekel in apprezzamento. Tra le priorità, l’espansione in Asia, America Latina, Africa ed Europa dell’Est, oltre a sfruttare le opportunità legate all’intelligenza artificiale.
La CEO dell’istituto, Nili Shalev, ha sottolineato come Israele goda di un vantaggio competitivo significativo nell’IA grazie al capitale umano e allo spirito imprenditoriale del Paese. Il presidente Avi Balashnikov ha aggiunto che, in un anno segnato da una guerra difficile e da un’ostilità internazionale senza precedenti, le aziende israeliane hanno di nuovo dimostrato che innovazione e qualità superano ogni sfida, grazie alla collaborazione tra settore privato, governo e Ministero dell’Economia.
(Shalom, 3 agosto 2026)
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Ceuta: divampano le teorie del complotto antisemite e contro Israele
Non c’è stato bisogno di aspettare molto per veder divampare le teorie del complotto sui fatti di Ceuta.
di Sarah G. Frankl
A seguito della crisi di Ceuta della scorsa settimana, sui social media si sono diffusi rapidamente post che accusavano Israele e il popolo ebraico di aver orchestrato l’evento, raggiungendo circa 103 milioni di persone su X nel giro di 72 ore, secondo un’analisi condotta dall’Antisemitism Research Center (ARC) del Combat Antisemitism Movement.
Il rapporto ha esaminato 173 post di grande impatto provenienti da 119 account di influencer. Complessivamente, secondo i calcoli dell’ARC, in due giorni hanno generato 57,5 milioni di visualizzazioni, una portata stimata di 103,1 milioni, 1,9 milioni di “mi piace” e 368.400 condivisioni.
Gli autori dei post hanno falsamente affermato che il primo ministro Benjamin Netanyahu avesse indirizzato i migranti verso la Spagna a causa delle politiche di quest’ultima nei confronti di Israele. In uno di questi post, visualizzato 5,3 milioni di volte, un’immagine generata dall’intelligenza artificiale mostrava una barca con una gigantesca figura di Netanyahu a prua, da cui una fila di migranti usciva dalla sua bocca aperta per raggiungere una spiaggia spagnola, ha riferito l’ARC.
Un altro account sosteneva che Israele avesse «ammesso» di aver orchestrato la migrazione tramite il Mossad.
«Questa non è una storia che riguarda pochi malintenzionati», ha affermato Sacha Roytman Dratwa, amministratore delegato di CAM. «È la storia di una piattaforma il cui design premia la spiegazione più rapida e provocatoria disponibile, e su X tale spiegazione è sempre più spesso una cospirazione ebraica».
Venerdì sono divampate tensioni diplomatiche tra Spagna e Israele dopo che l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha criticato aspramente il governo spagnolo per la sua gestione della crisi migratoria nel Paese, provocando una reazione negativa a Madrid e un rimprovero pubblico da parte del massimo rappresentante diplomatico israeliano in Spagna.
«La Spagna, che non perde mai occasione per dare lezioni a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta a seguito della crisi sulla sua politica migratoria», ha scritto Danon su X. «Forse, prima di continuare a darci lezioni, è ora che spieghi al mondo perché mantiene ancora delle enclavi coloniali in Africa».
Il ministro dei Trasporti spagnolo Óscar Puente Santiago ha risposto direttamente al post di Danon, scrivendo: «Beh, le cose cominciano a diventare piuttosto chiare».
Sebbene vaga, l’osservazione di Puente è stata in gran parte interpretata come un sostegno alle crescenti teorie del complotto secondo cui Israele e gli Stati Uniti avrebbero contribuito a orchestrare l’incursione.
La teoria del complotto sulla crisi migratoria in Spagna è stata ulteriormente alimentata dal portavoce del partito Sinistra Repubblicana di Catalogna, Gabriel Rufián, che ha scritto su X: «La dittatura marocchina, al servizio degli Stati Uniti e di Israele, sta ricattando ancora una volta la Spagna e l’Europa quest’estate, trasformando il proprio popolo in carne da cannone usa e getta».
• Rinforzate le pattuglie di frontiera spagnole a Ceuta
Il leader di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha dichiarato al quotidiano El País che l’obitorio della città aveva ricevuto 88 salme, tra cui alcune di persone morte in precedenti tentativi, su scala minore, di raggiungere il territorio con pericolose traversate notturne a nuoto nelle ultime due settimane. Ha aggiunto che anche le autorità marocchine stavano recuperando corpi dal mare, ma non erano disponibili informazioni ufficiali.
Le autorità hanno rafforzato le pattuglie di polizia e dell’esercito. Sabato è stata installata al largo di Ceuta una barriera galleggiante lunga 500 metri (1.600 piedi).
«Mi addolora profondamente che dei giovani stiano morendo in mare. Non è giusto che, nell’anno 2026, donne con bambini di appena due mesi debbano attraversare il mare solo per morire», ha detto Karima Abenaz, cittadina francese a Ceuta con la famiglia in Marocco, trattenendo a stento le lacrime.
«In Marocco c’è da mangiare, c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno», ha aggiunto. «Se non abbiamo un lavoro dignitoso, dovremmo scioperare e rivendicare i nostri diritti dal governo. Non dovremmo morire in mare, non è giusto».
Ventidue Stati membri dell’Unione Europea hanno inviato una lettera in cui chiedono un’azione coordinata per proteggere le frontiere esterne e altre misure a seguito dell’incidente di Ceuta. L’Italia ha sospeso per un mese il regime di libera circolazione Schengen con la Spagna.
La Spagna ha adottato una posizione più aperta nei confronti dei migranti rispetto alla maggior parte degli altri paesi dell’UE, introducendo un programma per concedere la residenza a oltre mezzo milione di persone prive di documenti.
Ha respinto le insinuazioni secondo cui tale programma avrebbe incoraggiato l’afflusso verso Ceuta, affermando che coloro che sono entrati nell’enclave in modo irregolare non potevano proseguire verso la Spagna continentale o in altre località della zona Schengen.
(Rights Reporter, 3 agosto 2026)
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In Zambia i medici israeliani formano i primi cardiochirurghi del Paese
Ha percorso quasi mille chilometri con il padre, dal suo villaggio nel nord-ovest della Zambia fino alla capitale. A nove anni, Richard Mbimbi è stato operato al cuore il 13 luglio al National Heart Hospital di Lusaka. Soffriva di una cardiopatia reumatica, conseguenza di una faringite streptococcica mai curata per mancanza di antibiotici. La malattia gli aveva danneggiato due valvole cardiache. A operarlo, insieme ai medici zambiani, un’équipe di Save a Child’s Heart (Sach), organizzazione umanitaria israeliana con sede al Wolfson Medical Center di Holon, a sud di Tel Aviv. «I medici zambiani e israeliani hanno salvato la vita di mio figlio», ha raccontato il padre, Robert Mbimbi, al Times of Israel. Durante la missione, durata una settimana, il team israeliano ha preso parte a dieci operazioni a cuore aperto su bambini e ha affiancato il personale locale, oltre ad alcuni medici arrivati dalla vicina Tanzania. Nell’occasione è stata inaugurata una nuova macchina cuore-polmone, donata dall’American Jewish Committee e dalla Bergman Family Charitable Foundation. È la seconda in un Paese di 22,5 milioni di abitanti che un tempo non aveva un solo cardiochirurgo pediatrico. L’obiettivo principale della missione è «formare il personale, a rafforzare i medici sul posto», ha spiegato Hagi Dekel, cardiochirurgo del Wolfson. In Zambia segue ormai la seconda generazione di allievi. Il primo cardiochirurgo pediatrico del Paese, Mudaniso Ziwa, ha completato un tirocinio a Holon nel 2024. Ora tocca a Zakias Moonde Muulu, al quinto anno di un percorso di sei in Israele; tornerà a casa il prossimo anno, diventando il secondo specialista del suo Paese. «Non siamo mai stati in grado di curare i bambini con problemi cardiaci finché non è arrivata Save a Child’s Heart», ha raccontato Muulu. «Molti bambini vengono ancora in Israele per le cure, ma non tutti riescono a partire. L’organizzazione ha iniziato a formare medici perché questo servizio possa essere offerto in Zambia». Fondato nel 1995, Save a Child’s Heart ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi e formato oltre 160 tra medici e infermieri. Il programma con lo Zambia, rientra in una collaborazione che si è rafforzata anche sul piano diplomatico: nell’agosto 2025 Israele ha aperto un’ambasciata a Lusaka. «La missione chirurgica e l’inaugurazione della nuova macchina cuore-polmone dimostrano il nostro impegno di lungo periodo per rafforzare il sistema sanitario zambiano attraverso formazione, tecnologia e partenariato», ha sottolineato l’ambasciatrice israeliana a Lusaka, Ofra Farhi.
(Pagine Ebraiche, 3 agosto 2026)
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Il gazaismo e la fabbrica occidentale della menzogna
La sovversione dei fatti, la perversione della storia e il sovvertimento della realtà costituiscono i tre cardini del gazaismo. Una dottrina che, attraverso la propaganda e la ripetizione ossessiva dei suoi cliché, ha già ottenuto risultati politici e culturali rilevanti, contribuendo anche a svuotare di significato parole come “genocidio”.
di Sergio Cardarella
È lecito, o possibile, dichiarare che il male sia anche sovversione, perversione e sovvertimento: prendere qualcosa inteso per un buon uso e stravolgerlo nel suo contrario. Ovunque si presentino questi tre fattori, con cui la realtà viene trasbordata sulla sponda dell’irrealtà, si può ragionevolmente dire di trovarsi in presenza di forze maligne e avverse al benessere individuale e collettivo.
Le persone di senso e coscienza sanno come riconoscere questi sovvertimenti proprio perché si mantengono salde al senno e alla fatticità degli eventi, senza lasciarsi irretire dalle tentazioni dell’ideologia o dalle chimere della volontà capricciosa che pretende di invertire la realtà a colpi di asserzioni insensate o di mera violenza.
Albert Schweitzer, in Declino e ricostruzione della civiltà, un testo che tutti dovrebbero aver letto, ma quasi nessuno riesce ormai neppure a trovare nella più remota libreria dell’usato, iniziava con una dichiarazione pesante: “Ci troviamo in un’epoca segnata dal declino della civiltà” (1923).
Il termine “Niedergang”, qui utilizzato dal premio Nobel alsaziano, ha una pregnanza di significati che è difficile rendere in italiano e può anche venir tradotto con “decadimento”, “rovina”, “declino”, “caduta” o persino “crollo”. Questo per dire che il tono di Schweitzer, nel saggio che precede la sua Etica e civiltà, era serio e grave.
Del resto, egli scriveva a ridosso della prima grande catastrofe mondiale, che avrebbe condotto alla successiva e, poi, alle fasi della tarda modernità. A un secolo di distanza, l’ammonimento con cui Schweitzer voleva indicare un’altra strada non è più neppure una glossa in qualche oscuro manuale. Tutto appare dimenticato. Il presente assomiglia a quella “spada invisibile”, invocata da Ungaretti, che da tutto ci separa.
È in questo vasto contesto che bisogna provare a intendere il “gazaismo”, un culto demoniaco che ha conquistato governi, università, mass media, piazze e dissennati di mezzo mondo, al punto che il suo slogan potrebbe ben essere: “Squinternati di tutto il mondo, unitevi!”. E si sono uniti.
Grazie alle connivenze istituzionali e alla rete, hanno diffuso la propaganda più sconcertante, impensabile, avvilente e assurda, come nel caso dei cani israeliani stupratori, ai quali, come se non bastassero, hanno pure aggiunto i topi addestrati!
No, non è una freddura: “A metà del 2026, esponenti politici di Fatah a Gaza hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui sostenevano che l’esercito israeliano avesse deliberatamente introdotto ratti ‘speciali’, geneticamente modificati o addestrati, per attaccare i bambini palestinesi e i malati” (The Jerusalem Post, 29 aprile 2026).
Non c’è limite all’assurdo di queste fanfaluche, poiché il delirio non ha limiti. Se non vi fosse da piangere, si potrebbe forse ridere, poiché quella di essere, al tempo stesso, orrendo e ridicolo è una prerogativa tipica del male.
Dopo il 7 ottobre, i gazaisti si sono svegliati in un mondo in cui l’aggressore poteva facilmente venir trasformato nell’aggredito, lo stupro legittimato come resistenza oppure semplicemente negato – nonostante le prove le avessero fornite gli stessi stupratori di Hamas.
Con questa sconvolgente quantità di pattume intellettuale si affollano librerie, strade e redazioni giornalistiche. Basta andare a cercare, in qualsivoglia libreria, i testi di studiosi seri e ponderati come Benny Morris o Jeffrey Herf per accorgersi che tutto quello che invece vi si trova è il solo ciarpame pseudo-intellettuale di figuri come Ilan Pappe, Chomsky, Norman Finkelstein, Edward Said ecc., per menzionarne solo alcuni.
Le varie succursali nazionali dell’industria culturale sponsorizzano, a loro volta, i diversi fantasisti anti-israeliani locali, con l’ennesima minutaglia e paccottiglia con cui si ingolfano ancora di più scaffali e teste dei lettori.
Si è così determinata una massa critica la quale, ripetendo i cliché del gazaismo, crede di renderli, per questo, magicamente veri: sovversione della fattualità portata avanti attraverso la costante ripetizione di cliché propagandistici, perversione della storia grazie all’invenzione di eventi mai avvenuti – concordemente alla soppressione di quelli che sono davvero avvenuti – e sovvertimento della realtà, tanto per perseguire l’arcaico “dagli all’ebreo!”. Qui, in breve, i tre cardini del gazaismo.
Questo è, purtroppo, il misero spettacolo del XXI secolo, un’epoca in cui un culto dell’orrore e della morte può, senza batter ciglio, trovar corpo in una dottrina come quella del gazaismo.
Chissà perché queste cose avvengono sempre in maniere simili: se nello scorso secolo si inventarono l’eugenetica e il mito della “razza ariana”, nel secolo successivo abbiamo il gazaismo, con il rifacimento integrale della storia del Medio Oriente e dell’espansionismo islamico.
La Striscia di Gaza, dal 2005 al 2023 sotto il controllo del solo Hamas, può venir detta “occupata”; i miliardi di dollari ed euro inviati dai governi occidentali bonaccioni, sperperati da Hamas per costruire chilometri di tunnel invece di impiegarli per la popolazione, interamente giustificati; e ogni argomento logico, razionale e morale contrario, bagatellizzato in nome di un odio atavico e inconcepibile contro l’ebreo in quanto tale.
In virtù dei perniciosi metodi dell’industria culturale, si è costituita una radicale confusione cognitiva attraverso cui alcuni ritengono basti definire un discorso, o un individuo, con un qualsivoglia bizzarro epiteto per accantonare le questioni che questo pone, invece di interrogarsi se quanto è dichiarato sia vero o meno.
Si osserva, qui, il trionfo di un’immaginazione malata contro il fatto. Quando si prescinde da questo fondamentale criterio di validità, tutto diventa allora possibile: l’astronomo può apparire equivalente all’astrologo, l’ideologo allo storico o i gazaisti a persone equilibrate.
Fortunatamente, gli individui ragionevoli sanno che così non è. La differenza tra un’epoca buia e il suo contrario è data proprio dalla scarsità o abbondanza di persone ragionevoli in grado d’intendere anche tali differenze.
Quando gli squinternati si moltiplicano a dismisura e conquistano strade, aule o parlamenti, la ragione langue e l’umanità tutta ne soffre. Non è infatti un caso che Platone, nella Politeia, abbia offerto la soluzione in un’equazione filosofica relativamente semplice: non vi sarà fine ai mali della città e del genere umano fino a quando gli amanti della sapienza non saranno re o i re non saranno amanti della sapienza.
In questo contesto paradossale, il 7 ottobre 2023, invece di far aprire gli occhi sull’orrore che i buoni, bravi e innocenti fakestinesi portano avanti dal 1964, anno in cui questo popolo è stato inventato dal turbante del mago, ha invece sdoganato un virulento antisemitismo persino in sedi istituzionali – come dimenticare o perdonare quello scellerato che si è arrampicato su un balcone di Palazzo Montecitorio per appendervi la bandiera di Hamas?
Al tempo stesso, si è determinato il sorgere della nuova “dottrina”, o culto antistorico, del gazaismo. Ai gazaisti non interessa nulla, né è mai importato loro, di qualsivoglia relazione con la storia o la realtà: come in ogni culto, sono unicamente interessati alle parole d’ordine, alla mistificazione, alla calunnia e ai thought-terminating cliché che ripetono come un mantra da scervellati.
Con questa continua e ossessiva ripetizione, che è poi il tratto centrale della propaganda, sono già riusciti a ottenere risultati notevoli quanto inaspettati: condanne politiche inspiegabili e immotivabili contro l’aggredito Stato d’Israele e persino sanzioni da nazioni come la Spagna, l’Irlanda o la distante Norvegia.
Così, “Tanto pe’ fa’ qualcosa” ci canterebbe sopra Ettore Petrolini. Tutto questo è assurdo, paradossale, grottesco, ma non pare sia più riconoscibile come tale nella tarda modernità, sempre più smarrita e in preda a qualunque arruffapopoli o mentecatto voglia indirizzarne i moti.
Tra gli altri obiettivi raggiunti dal gazaismo, uno dei più notevoli consiste nell’aver affievolito il valore e il peso della parola “genocidio”. Quando qualcuno dichiara ormai di impegnarsi a “combattere la schiavitù, il fascismo o il genocidio”, si è subito costretti a chiedersi: cosa intende costui con tali termini?
Il più delle volte è proprio il significato che attribuisce a tali parole a essere discutibile, come nel caso di quelli che si dichiarano “antifascisti” – e soprassediamo sui loro nonni e bisnonni – e vogliono poi impedire ad altri l’espressione della libertà di parola.
A trasformare il valore, il peso e il contesto della definizione di “genocidio” si provava da tempo, in genere attraverso l’accostamento. Il termine “genocidio” venne creato dal giurista Raphael Lemkin, nel 1944, proprio per cercare un lessema giuridicamente adatto a identificare una categoria di crimini abissali e nuovi nella storia.
È durante il processo di Norimberga, il quale adotterà tale termine, che emerge anche la categoria giuridica di “crimini contro l’umanità”. Da allora, il termine “genocidio” è stato, diciamo, “sdoganato” e variamente applicato ai massacri compiuti in Cambogia dai khmer rossi, alle stragi in Ruanda e, in molti casi, retrodatato fino a farlo arrivare al massacro degli armeni compiuto dai turchi tra il 1915 e il 1917 o, in tempi ancora più recenti, anche a quello degli Herero in Namibia.
Mai, però, si era avuta la sfrontatezza di applicare questa parola a un genocidio che non è mai avvenuto! Anzi, i gazaisti, ripetendo, inventando e mentendo oltre la menzogna, provano a utilizzare il termine inapplicabile di “genocidio” come copertura ideologica a favore di un aggressore che, se avesse potuto, avrebbe sterminato l’intera popolazione d’Israele e non solo quel migliaio di civili, anziani, donne, bambini e neonati nei kibbutz che si trovavano sulla sua strada.
A questo arriva la furia cieca dell’ideologia! Qualcuno lo ha spiegato con una logica stringente, scrivendo: “You don’t hate Jews because you think it’s a genocide. You think it’s a genocide because you hate Jews”. Non odi gli ebrei perché pensi che si tratti di un genocidio. Pensi che si tratti di un genocidio perché odi gli ebrei.
Del resto, quando i cani diventano stupratori e i ratti possono essere addestrati a colpire bambini e malati, qual è il limite? L’immaginazione, è noto, è tale proprio perché non ha limiti.
“Potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi re di uno spazio infinito”, si dirà nell’atto secondo dell’Amleto, nonostante Shakespeare aggiunga la chiusa salutare: “Se non fosse che faccio brutti sogni”. Ma i gazaisti non fanno brutti sogni perché sono impegnati, anema e core, a preparare sempre nuovi incubi per se stessi e per altri.
È per questo che sembrano ammattiti poiché, come dimostrò lo psichiatra Theodore Rubin in Anti-Semitism: A Disease of the Mind (1990), l’antisemitismo è una piaga reale della mente e dello spirito.
Proprio perché smarriti nel labirinto di una malattia radicata, tanto nella patologia individuale quanto in quella indotta da una socialità frenetica, parossisticamente competitiva, alienante e, sostanzialmente, anticomunitaria, troppi abdicano all’intendimento individuale e rispondono con l’eruzione di una rabbia cieca che appare loro come decisiva e liberatoria.
Il nauseante slogan “From the River to the Sea”, ripetuto senza senno dai gazaisti, da Stoccolma a Sydney, è, se escludiamo i jihadisti, i quali hanno un preciso intento politico, solo il vagito di una vita frantumata dal nulla – nichilismo – e da un ennui esistenziale che non trova sfogo se non in un pianto muto della psiche.
Questi strepiti dell’antisemitismo redivivo per le strade dell’Occidente altro non sono che il singhiozzo di anime spezzate, prostrate, incapaci ormai di qualunque reazione che non sia la rabbia, la ripetizione o il delirio. Tutto questo è il risultato di una socialità che ha, da tempo, smarrito il senso di sé.
È poi inutile che l’industria culturale spanda i suoi soliti effluvi, i riassuntini che servono a sviare, la parola con cui si invoca il contrario del senso e il costante pattume con cui si dichiara ciò che è basso come alto e viceversa, eleggendo eroi tra le schiere dei conniventi poiché, a dispetto delle illusioni del presente, il lezzo aleggia in quelle buie camerate.
Se la specie sopravviverà a questo baratro, saranno tali deliri a venir esecrati per quello che davvero sono. Quelli che si mantengono saldi nella mente e nella coscienza sanno che la follia del gazaismo è solo caciara, che anche questo passerà e che i fatti e la coerenza logica torneranno a brillare come devono, anche se il prezzo da pagare sarà ancora una volta alto.
Nel corrente sovvertimento della realtà tutto appare possibile proprio perché l’immaginazione maligna e la mistificazione scalzano i fatti e la storia a favore di narrazioni in cui di vero non rimangono più neppure le virgole. Si regredisce, così, in un universo simbolico in cui il significato dipende dalla volontà, non dall’oggettività.
Emerge, qui, un parallelo con altri momenti tragici e oscuri della storia. I rastrellamenti nel ghetto di Roma, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, le delazioni, le camicie nere sono a portata di memoria, poiché vi sono ancora testimoni che erano bambini all’epoca di quegli orrori e possono sentire, nelle grida di oggi, l’eco di quelle di ieri.
Tutto questo è spaventoso e mostruoso, in particolare perché sta avvenendo, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti. Sì, i gazaisti dicono oggi di essere degli “antisionisti” – questo anche perché non hanno neppure idea di quali siano le radici storiche del sionismo – ma, alla fine, cambia solo l’orchestrina, mentre la musica gracchiante che si diffonde è quella dello stesso orrore di prima.
(InOltre, 3 agosto 2026)
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In attesa degli esiti mirabili
Più passa il tempo più si manifesta l’evidenza che le dichiarazioni di Donald Trump su paci imminenti o raggiunte, accordi ormai prossimi alla stipula, nemici imploranti e sbaragliati, appartengono a una realtà parallela. Quanto questo scollamento tra i fatti e la fantasia pertenga alla sfera della psichiatria è materia per specialisti.
Gli annunci dell’accordo imminente con l’Iran che non vede l’ora di farlo non si contano più. L’abbozzo di accordo da finalizzare, l’ormai famigerato Memorandum di intesa, siglato un mese fa, di fatto rappresentava una capitolazione americana ai desiderata iraniani. Ora, quel memorandum è in un limbo, ma l’accordo si farà, si sta facendo, è prossimo…
Nel frattempo, con l’abituale stile roboante viene annunciato anche il prossimo disarmo di Hamas, un altro grande successo che è unicamente tale nell’orizzonte della realtà parallela. A stretto giro Hamas ha infatti dichiarato che la consegna di armi pesanti è subordinata alla creazione di uno Stato palestinese; il disarmo potrebbe richiedere dai 200 ai 350 giorni, nessuna arma verrà consegnata a Israele o a qualsiasi gruppo non palestinese e infine Israele dovrà ritirarsi sulla Linea Gialla entro 24 ore dall’approvazione dell’accordo.
Per mesi abbiamo ascoltato i fan di Trump spiegarci che essendo Trump un genio, tutto ciò che appare al di fuori di ogni criterio razionale e offre l’apparenza che non solo il nemico non è sconfitto ma che ha ottenuto e ottiene considerevoli vantaggi, è unicamente una illusione che a un certo punto si dissiperà mostrando esattamente ciò che Trump afferma: l’Iran ha capitolato, Hamas ha capitolato, la vittoria è inequivocabile.
Bisogna quindi avere fede, mettere da parte la realtà e aspettare gli esiti mirabili del più grande stratega della storia.
(L'informale, 2 agosto 2026)
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Ciarlatano o saltimbanco?
Nell’attenta osservazione delle mosse del Presidente degli Stati Uniti d’America sulla scena politica mondiale ci siamo chiesti se il termine più adatto a indicare questa figura sia proprio ciarlatano, come avevamo scritto qualche giorno fa, o invece ne fosse un altro: saltimbanco. Nel dubbio ci siamo rivolti di nuovo ad un’autorità linguistica indiscussa: il Dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. E ne abbiamo tratto questa accurata distinzione:
«Il saltimbanco è ciarlatano da piazza, più sfacciato e men dotto nelle delicatezze dell’arte. Il saltimbanco salta sul banco; il ciarlatano sa saltare e ballare e sedere in cattedra e sdraiarvisi. Il secolo non ama i saltimbanchi, come odiatore d’ogni specie di franchezza; i ciarlatani deride, e ha bisogno d’essere illuso. Il saltimbanco ciarla più assai del ciarlatano; il quale, se ha bene appresa l’arte sua, sa tacere e campa di monosillabi. Il ciarlatano è più avveduto impostore del saltimbanco, perché tanto meno apparisce impostore, quanto più si mostra impotente.»
Forse allora è proprio così: non è un ciarlatano, è solo un saltimbanco. M.C.
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La grande separazione
di Dietrich Bonhoeffer
«13 Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa. 14 Quanto è stretta la porta ed angusta la via che conduce alla vita, e come sono pochi quelli che la trovano! 15 Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi con vesti di pecore, mentre internamente sono lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li conoscerete: forse che si raccolgono grappoli d'uva dalle spine o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono fa frutti buoni, mentre ogni albero cattivo fa frutti cattivi. 18 Non può l’albero buono portare frutti cattivi, né l’albero cattivo portare frutti buoni. 19 Ogni albero che non porta buon frutto viene tagliato e buttato nel fuoco. 20 Li riconoscerete dunque dai loro frutti. 21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non profetammo nel tuo nome, nel tuo nome non cacciammo demoni e nel tuo nome non facemmo molti prodigi? 23 E allora io dirò loro: andate via da me, voi che operate l'iniquità». (Matteo 7,13-23).
La comunità di Gesù non può separarsi arbitrariamente dalla comunità di quelli che non ascoltano la chiamata di Gesù. Essa è invitata dal suo Signore, con una promessa ed un comandamento, a seguirlo. Questo le deve bastare. Essa deve affidare ogni giudizio ed ogni separazione a colui che l'ha scelta secondo il suo proponimento, non per meriti e opere sue, ma per la sua grazia. Non è la comunità ad effettuare la separazione, ma questa avviene a causa della chiamata. Così una piccola schiera di uomini che seguono Gesù viene separata dalla maggioranza degli uomini. I discepoli sono pochi e saranno sempre pochi. Questa parola di Gesù taglia alle radici ogni falsa speranza di efficacia. Mai un seguace di Cristo ha posto la sua speranza nel numero. «Come sono pochi ... », ma gli altri sono numerosi e lo saranno sempre. Ma essi vanno incontro alla loro perdizione. Quale altra può essere la consolazione dei discepoli in tale esperienza se non che a loro è promessa la vita, l'eterna comunione con Gesù?
Versetti 13-14. La via di chi segue Gesù è stretta. È facile passare oltre, è facile non vederla; è facile perderla anche quando vi si è già incamminati. È difficile da trovare. La via è veramente stretta, il precipizio su ambo i lati pericoloso: essere chiamati ad una cosa straordinaria, farla eppure non vedere e non sapere di farla ... questo è veramente una via stretta. Confessare la volontà di Gesù e darne testimonianza, eppure amare il nemico di questa verità, il suo ed il nostro nemico, con l'amore incondizionato di Gesù Cristo ... questo è veramente una via stretta. Credere alla promessa di Gesù che chi lo segue possederà la terra, eppure incontrare, indifesi, il nemico, subire l'ingiustizia piuttosto che commetterne ... questo è veramente una via stretta. Vedere l'altro e riconoscere la sua debolezza, la sua ingiustizia, e non giudicarlo mai, annunziargli l'Evangelo, ma non gettare mai le perle ai porci ... questa è veramente una via stretta. Finché in questa via riconosco quella che mi è stato ordinato di percorrere e la percorro preso dalla paura di me stesso, in realtà è una via impossibile. Ma se vedo Gesù Cristo precedere, passo dopo passo, se guardo solo a lui e lo seguo, passo per passo, sarò mantenuto su questa via. Se guardo alla pericolosità della mia azione, se guardo la via invece di guardare colui che mi precede, il mio piede sta già vacillando. Infatti egli stesso è la via. Egli è la via angusta e la porta stretta. Bisogna trovare solo lui. Se lo sappiamo, allora percorriamo la via stretta e passiamo per la stretta porta della croce di Gesù Cristo che conduce alla vita, e allora proprio il fatto che è stretta ci dà certezza. Come potrebbe essere larga la via percorsa dal Figlio di Dio in terra? via che noi, che siamo cittadini di due mondi e che viviamo al margine tra la terra ed il cielo, dobbiamo percorrere? La via stretta deve essere quella giusta.
Versetti 15-20. La separazione tra comunità e mondo è avvenuta. Ma la parola di Gesù ora avanza, giudicando e separando, nella comunità stessa. La separazione deve essere fatta sempre di nuovo tra gli stessi discepoli di Gesù. I discepoli non devono poter credere di sfuggire semplicemente il mondo e rimanere poi nella piccola schiera sulla via stretta, senza pericolo. Verranno in mezzo a loro dei profeti falsi e con la confusione aumenterà anche la solitudine. Ce n'è uno accanto a me, esteriormente un membro della comunità, c'è un profeta, un predicatore, in apparenza e a parole e a opere un cristiano, ma interiormente motivi oscuri lo spingono verso di noi, interiormente è un lupo rapace, la sua parola è menzogna e la sua opera inganno. Egli sa nascondere bene il suo segreto, ma in segreto egli compie la sua opera oscura. Egli si trova in mezzo a noi non perché ve lo abbia spinto la sua fede in Gesù Cristo, ma perché il diavolo lo spinge nella comunità. Forse egli cerca il potere e l'influenza, il denaro, la gloria, con i suoi propri pensieri e le sue profezie. Egli cerca il mondo, non il Signore Gesù Cristo. Egli nasconde i suoi malvagi progetti sotto una veste cristiana e sa che i cristiani sono un popolo credulone. Egli conta di non essere svelato nella sua veste innocente. E sa pure che ai cristiani è vietato giudicare e, a tempo debito, lo rammenterà loro. Nessun uomo può vedere nel cuore dell'altro. E così egli travia molti. Forse lui stesso non lo sa nemmeno; forse il diavolo che lo spinge gli impedisce di veder chiaro in se stesso. Ora, avvertimenti di questo genere da parte di Gesù possono suscitare nei suoi seguaci grande paura. Chi conosce l'altro? Chi sa se dietro le apparenze cristiane non si nasconde la menzogna e il traviamento? Potrebbe, così, penetrare nella comunità una profonda diffidenza, un osservarsi a vicenda con sospetto, uno spirito di giudizio dovuto a paura. Potrebbe farsi largo una dura condanna di ogni fratello. Ma Gesù libera i suoi da questo sospetto che necessariamente dividerebbe la comunità. Egli dice: L'albero marcio porta frutti cattivi. A suo tempo si farà conoscere da sé. Non occorre che guardiamo nel cuore degli altri. Dobbiamo attendere che l'albero porti frutto. Ai frutti si riconosceranno, a suo tempo, gli alberi. Ma il frutto non si farà attendere a lungo. Qui probabilmente non s'intende il divario fra parola e opere dei falsi profeti, ma il divario fra apparenze e realtà. Gesù ci dice che un uomo non può vivere a lungo sotto false apparenze. Arriva il momento di portare frutti, arriva il momento della separazione ... prima o dopo si riconoscerà chi è. All'albero non serve a nulla non voler portare frutti. Il frutto nasce da sé. E allora il momento in cui sarà necessario distinguere un albero dall'altro, il momento della fruttificazione, rivelerà tutto. Quando giunge il momento della divisione tra mondo e comunità - e può arrivare ogni momento - la confessione giusta non permette di avanzare pretese di minime scelte di tutti i giorni, si manifesterà che cosa è marcio e che cosa buono. Qui resisterà solo la realtà e non le apparenze. Gesù s'aspetta dai suoi discepoli che, in tali occasioni, sappiano distinguere nettamente le apparenze dalla realtà e sappiano separarsi dai cristiani di nome. Questo li esime da ogni esame dell'altro uomo fatto per curiosità, ma richiede veracità e decisione nell'accettare il verdetto di Dio. Può essere prossimo il momento che i cristiani di nome vengano strappati dal nostro mezzo, che noi stessi veniamo smascherati come cristiani di nome. Perciò i discepoli sono invitati a rimanere in più stretta comunione con Gesù e a seguirlo più fedelmente. L'albero marcito verrà tagliato e gettato nel fuoco. Tutta la sua magnificenza non gli servirà a nulla.
Versetto 21. Ma la separazione che opera la chiamata di Gesù è ancora più profonda. La divisione, dopo aver separato mondo e comunità, cristiani di nome e cristiani veri, penetra nella schiera di coloro che si confessano discepoli. L'apostolo Paolo dice: «Nessuno può dire che Gesù è suo Signore se non per lo Spirito santo» (1 Corinzi 12,3). Nessuno, per proprio ragionamento, per forze e decisioni proprie, può affidare la sua vita a Gesù, nessuno riconoscerlo suo Signore. Ma qui vien considerata la possibilità che ci sia chi chiama Gesù suo Signore senza lo Spirito santo, cioè senza aver sentito la chiamata di Gesù. Il che è tanto più inconcepibile se si considera che a suo tempo chiamare Gesù Signore non fruttava nulla in terra; anzi, era una confessione che esponeva ai massimi pericoli. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli». Dire Signore, Signore è la confessione della comunità. Non tutti quelli che la pronunciano entreranno nel regno dei cieli. La divisione passerà proprio in mezzo alla comunità confessante. La confessione di fede non dà nessun diritto a Gesù. Nessuno potrà mai richiamarsi alla sua confessione di fede. Il fatto di essere membri della chiesa dalla confessione giusta non permette di avanzare pretese di fronte a Dio. Non saremo beati in base a questa confessione. Se pensiamo così commettiamo lo stesso errore di Israele che considerava la grazia della sua elezione come un diritto di fronte a Dio. Pecchiamo, così, contro la grazia di colui che ci chiama. Dio non ci chiederà se siamo stati evangelici, ma se abbiamo fatto la sua volontà. Lo chiederà a tutti e così pure a noi! I confini della chiesa non sono i confini di un privilegio, ma la benevola scelta e chiamata di Dio. «Pas o legon» - e - «all' o poion» 'dire' e 'fare' non sono qui intesi senz'altro come rapporto tra parola e fatto. Qui si parla di due diversi atteggiamenti dell'uomo davanti a Dio. O legon kurie - chi dice: Signore, Signore - è l'uomo che in base al suo dir di sì avanza delle pretese, o poion - chi agisce - è chi agisce in umile obbedienza. Il primo è colui che si giustifica con la sua confessione di fede, il secondo colui che agisce, l'uomo obbediente che si affida alla grazia di Dio. Qui, dunque, proprio il parlare dell'uomo diviene il correlativo della sua autogiustificazione, l'agire, invece, il correlativo della grazia, di fronte alla quale l'uomo non può fare altro che obbedire e servire umilmente. Quello che dice: Signore, Signore, si è chiamato da sé a seguire Gesù, senza lo Spirito Santo, o ha fatto della chiamata un proprio diritto. Colui che fa la volontà di Lui è stato chiamato e graziato, obbedisce e segue Gesù. Egli sente la chiamata non come diritto, ma come giudizio e grazia, come volontà di Dio, alla quale sola egli vuole ubbidire. La grazia di Gesù richiede uomini che agiscono, e l'azione diviene la vera umiltà, la vera fede, la vera confessione della grazia di colui che ha chiamato.
Versetto 22. Chi confessa soltanto è dunque separato da chi agisce. Ora la separazione viene spinta ancora all'estremo. Qui, alla fine, ora parlano uomini che hanno superato le prove fino a questo punto. Sono fra quelli che agiscono, ma ora essi si richiamano appunto a questa loro azione invece che alla loro confessione di fede. Hanno operato in nome di Gesù. Sanno che la confessione non giustifica, perciò sono andati a glorificare il nome di Gesù in mezzo alla gente mediante l'azione. Ora si presentano a Gesù e gli mettono davanti le loro azioni. Gesù qui manifesta ai suoi discepoli la possibilità di una fede satanica, che si richiama a lui, che compie opere meravigliose, simili fino all'irriconoscibile alle opere dei veri discepoli di Gesù, opere in amore, miracoli, forse anche autosantificazione, e che pure ha rinnegato Gesù ed il cammino al suo seguito. Lo stesso lo dice l'apostolo Paolo nel tredicesimo capitolo della prima epistola ai Corinzi, sulla possibilità di predicare, profetizzare, avere ogni conoscenza, anzi, ogni fede tanto da poter trasportare monti, ma senza amore, cioè senza Cristo, senza lo Spirito Santo. Anzi, ancor più: Paolo deve persino considerare la possibilità di compiere le opere d'amore cristiano, di dare i propri beni, fino al martirio ... senza amore, senza Cristo, senza Spirito Santo. Senza amore - vuol dire che, nonostante tutto, in tutte queste azioni non si fa l'opera essenziale, non si segue veramente Gesù, quest'opera che, in fondo, non può realmente compiere se non colui che chiama, cioè Gesù Cristo stesso. Questa è la più profonda, la più incomprensibile possibilità del potere satanico nella comunità, l'ultima separazione, che però, avviene solo il giorno del giudizio universale. Ma essa sarà definitiva. Chi segue Gesù, però, deve chiedere dove si trovi, allora, l'ultimo metro secondo cui uno è ben accetto a Gesù e un altro no. Chi rimane e chi no? La risposta di Gesù agli ultimi respinti dice tutto: «lo non vi ho mai conosciuti». Questo, dunque, è il segreto che viene mantenuto sin dall'inizio del sermone sulla montagna fino a questa conclusione. L'unico problema è, se siamo conosciuti da Gesù o no. A che cosa dobbiamo attenerci, se sentiamo come la Parola di Gesù compie la separazione tra comunità e mondo, e poi all'interno della comunità stessa fino al giorno del giudizio, se non ci rimane più nulla, non la nostra confessione di fede, non la nostra obbedienza? Ci rimane solo la sua Parola: «Io vi ho conosciuti». Questa è la sua Parola eterna, la sua eterna chiamata. Qui la fine del sermone sul monte chiude il cerchio riallacciandosi alla sua prima parola. La sua parola al giudizio universale ... è rivolta a noi con l'invito a seguirlo. Ma dall'inizio alla fine rimane la sua Parola, la sua chiamata. Chi seguendolo non si attiene ad altro che a questa Parola, chi lascia perdere il resto, viene portato da questa Parola attraverso il giudizio universale. La sua Parola è la sua grazia.
(da "Sequela" di Dietrich Bonhoeffer)
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Caldo estremo in Israele, temperature verso i 47 gradi
di Ruben Caivano
Israele si prepara a un’ondata di calore che il Servizio meteorologico israeliano definisce la più intensa e prolungata della stagione, con temperature che nel fine settimana potrebbero toccare i 47 °C nell’area del Mar di Galilea e della Valle del Giordano, avvicinandosi ai massimi storici della regione.
Il picco è atteso tra sabato e domenica, quando l’aria calda e secca, insieme ai venti forti previsti nel nord del Paese, farà aumentare anche il rischio di incendi. Già da giovedì le temperature saliranno gradualmente, con condizioni da ondata di calore sulle colline e nelle zone interne, mentre la pianura costiera resterà calda e umida.
Il caldo estremo è previsto anche sulle alture del Golan meridionale, nelle valli settentrionali, nella Bassa Galilea, nella valle del Kinneret, lungo la costa del Mar Morto, nella valle del Giordano, nell’Arava, nel deserto di Giuda e nel Negev orientale. Condizioni pesanti, seppur meno estreme, riguarderanno il Golan settentrionale, la Galilea occidentale, il Carmelo, la pianura costiera e le colline centrali, dove i cieli resteranno per lo più sereni fino a domenica.
Il ministero della Sanità israeliano ha invitato la popolazione a limitare l’esposizione al sole, evitare sforzi fisici nelle ore più calde e bere a sufficienza, raccomandando particolare attenzione per anziani, bambini, donne incinte e persone con patologie croniche. Il ministero ha inoltre ricordato di non lasciare mai bambini, anziani o animali in auto, neppure per pochi minuti.
(Shalom, 1 agosto 2026)
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Fessure nell’opposizione anti-Netanyahu alla vigilia delle elezioni
La polemica sulle dichiarazioni di Yair Golan riguardo alla Giudea e alla Samaria dimostra quanto potrebbe diventare fragile un governo anti-Netanyahu una volta raggiunto l’unico obiettivo comune.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Quasi tutti i sondaggi indicano che la coalizione anti-Netanyahu dei partiti dell’opposizione otterrà la maggioranza alla Knesset nelle elezioni di ottobre. Tuttavia, già ora si intravedono crepe nel futuro governo israeliano.
Questa settimana tali divergenze sono emerse all’interno dei «Democratici», la nuova alleanza tra il Partito Laburista e Meretz guidata da Yair Golan. Secondo Ynet, alcuni dettagli di una riunione a porte chiuse del partito sulla strategia della campagna elettorale sono trapelati alla stampa, dopo che ai candidati era stato intimato di non diffondere messaggi politici autonomi senza l’autorizzazione della sede centrale del partito.
Al centro della controversia c’era la reazione del partito all’attentato mortale avvenuto nei pressi di Havat Gilad. L’ex deputata di Meretz Gaby Lasky, che occupa il sesto posto nella lista dei «Democratici», avrebbe criticato Golan per aver utilizzato nei messaggi del partito il termine «Giudea e Samaria», esortandolo a riferirsi invece a quella zona come «Cisgiordania».
Golan si è difeso, affermando di respingere l’accusa secondo cui « Giudea e Samaria» sarebbe un termine di destra.
Questo scambio di battute si è diffuso rapidamente su Internet, poiché ha messo in luce un problema più profondo dell’opposizione. Golan sta cercando di guidare un partito che voglia essere abbastanza grande da partecipare alla formazione del prossimo governo, ma alcuni esponenti della sua stessa lista esitano a utilizzare un linguaggio che molti israeliani considerano una terminologia fondamentale dal punto di vista biblico, storico e nazionale.
Ciò fornisce inoltre alla destra una semplice arma elettorale. Politici della coalizione come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich sostengono da mesi che un futuro governo anti-Netanyahu verrebbe preso in ostaggio dai suoi elementi di sinistra più radicali, in particolare per quanto riguarda la Giudea e la Samaria.
Lo stesso Golan ha suscitato ripetutamente polemiche. Nel pieno della guerra di Gaza, ha dichiarato che un «paese ragionevole» non «ucciderebbe bambini per hobby» – un’affermazione grottesca che è stata condannata da tutto lo spettro politico israeliano. In seguito ha insistito sul fatto di non aver accusato direttamente i soldati dell’esercito israeliano, ma il danno era ormai fatto.
I media stranieri, tra cui anche la recente cronaca britannica sulla campagna elettorale israeliana, hanno sfruttato questa dichiarazione per rafforzare una narrativa globale anti-israeliana, di cui ritengono responsabile – proprio come per il Golan – Benjamin Netanyahu.
(Israel Heute, 1 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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A distanza di 25 anni, l’attentato alla pizzeria Sbarro e le sue conseguenze continuano ad avere rilevanza
Il massacro della Seconda Intifada, come la strage del 7 ottobre, rappresenta un cupo monito sulla follia e l’arroganza di chi elabora piani di pace e accordi con i terroristi.
di Jonathan S. Tobin *
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Le conseguenze dell’attentato alla pizzeria Sbarro all’angolo tra King George Street e Jaffa Road a Gerusalemme, il 9 agosto 2001.
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Per il resto del mondo, compresa la maggior parte degli ebrei, il 9 agosto è solo un altro giorno del calendario. Non ha la stessa risonanza dell’11 settembre o del 7 ottobre. A differenza di quelle date che rimangono indissolubilmente legate a terribili attacchi terroristici, ciò che accadde il 9 agosto 2001 è ormai sbiadito nella memoria della maggior parte degli ebrei.
Alcuni ricordano l’attentato suicida compiuto da un arabo palestinese alla pizzeria Sbarro, all’angolo tra King George Street e Jaffa Road a Gerusalemme, che costò la vita a 16 persone, tra cui otto bambini e una donna incinta, e ferì altre 130 persone. Si trattò di una delle tante atrocità di questo tipo commesse dai palestinesi durante la guerra terroristica di logoramento condotta dai palestinesi dal 2001 al 2005, nota come Seconda Intifada. E persino quella terribile lotta, che costò la vita a più di 1.000 israeliani e a molti altri palestinesi, è stata messa in secondo piano dagli indicibili crimini commessi il 7 ottobre 2023 e dal calvario della guerra contro l’Iran e i suoi proxy terroristici che ne è seguito.
A parte le famiglie delle vittime e dei feriti, è improbabile che quel giorno sia segnato in molti calendari.
• Una data da ricordare
Quindi, forse è comprensibile che possa svanire dalla nostra coscienza.
In effetti, molte di queste date svaniscono dalla memoria collettiva delle nazioni a causa del passare del tempo. Il 7 dicembre fu un tempo un punto di svolta nella vita degli americani, che saprebbero dirvi dove si trovavano e cosa stavano facendo quando sentirono la notizia che i giapponesi avevano attaccato Pearl Harbor, trascinando gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Ma coloro che conservano tali ricordi degli eventi di 85 anni fa sono ormai pochi e rari.
Lo stesso vale sempre più anche per il 22 novembre, che un tempo era indissolubilmente legato al trauma dell’assassinio del presidente John F. Kennedy, ma che ora ha poca risonanza per chiunque, tranne che per gli appassionati di teorie del complotto, tra la stragrande maggioranza degli americani che all’epoca non erano ancora nati.
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Malki Roth con la sorella disabile, Haya, nel 1996.
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Ma dovremmo ricordare il 9 agosto — e non solo perché quest’anno ricorre il 25° anniversario di quell’orribile incidente. Esso rappresenta un monito contro la follia e l’arroganza di coloro che si dilettano nel processo di pace in Medio Oriente. Questo è un aspetto che il presidente Donald Trump dovrebbe tenere a mente quando rilascia audaci dichiarazioni sulla pace in Medio Oriente.
Il Consiglio per la Pace di Trump, responsabile della ricostruzione della Striscia di Gaza all’indomani della guerra post-7 ottobre, ha annunciato un nuovo piano per attuare il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane dalla regione. Le mosse di Israele sarebbero subordinate alla consegna delle armi da parte dei terroristi e le minacce del presidente nei confronti di Hamas, qualora questi non si conformassero, sembrano severe. Ma l’ottimismo spensierato di Trump riguardo alla resa di Hamas sembra richiamare alla mente quelle previsioni sulla fine del terrorismo palestinese che il mondo ha sentito molte volte in passato, non da ultimo negli anni precedenti al 9 agosto 2001.
L’attentato al Sbarro fu un indicatore scioccante della barbarie degli ex partner di pace di Israele.
Quasi otto anni prima, la maggior parte degli israeliani e del mondo ebraico aveva gioito per la firma degli Accordi di pace di Oslo sul prato della Casa Bianca da parte del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e del leader palestinese Yasser Arafat, sotto il patronato fiducioso del presidente Bill Clinton. Appena un anno prima dell’attentato, l’allora primo ministro israeliano Ehud Barak si era recato a Camp David, dove lui e Clinton avevano dato seguito ad Oslo offrendo ad Arafat uno Stato indipendente a Gaza, una parte di Gerusalemme e quasi tutta la Giudea e la Samaria. Arafat respinse l’offerta. Come ulteriore risposta, lanciò l’ondata di attacchi terroristici che, in senso letterale e figurato, fece saltare in aria il processo di pace. Invece di scambiare terra per la pace, si è scambiata terra per il terrore.
• L’esplosione di Oslo
Gli eventi del 9 agosto furono solo uno dei tanti attacchi terroristici simili che furono il frutto di Oslo. La capacità di Hamas, responsabile dell’attacco al ristorante Sbarro, di condurre una campagna terroristica su questa scala era dovuta esclusivamente ai termini degli accordi di pace, che garantivano ai palestinesi piena autonomia. I suoi complici erano la Jihad Islamica Palestinese e il partito Fatah di Arafat (con la Brigata dei Martiri di Al-Aqsa come braccio terroristico), che guidava l’Autorità Palestinese.
Durante un’intervista nella sua ultima visita negli Stati Uniti prima del suo tragico assassinio, Rabin mi disse che credeva che Arafat avrebbe combattuto i terroristi con quel tipo di efficacia e brutalità che Israele non poteva eguagliare a causa della sua Corte Suprema e dello Stato di diritto.
Ma Arafat non aveva alcun interesse a combattere il terrorismo. Anzi, lo fomentava, lo pianificava e lo finanziava. E invece di accettare un «sì» come risposta quando Clinton e Barak gli offrirono uno Stato, diede via libera alle attività malvagie di Hamas e creò un’ala di Fatah per competere con essa nello spargimento di sangue ebraico.
Ci furono molti altri terribili attentati terroristici durante la Seconda Intifada, tra cui l’attentato alla discoteca Dolphinarium due mesi prima di quello allo Sbarro, che costò la vita a 21 israeliani, per lo più adolescenti. Ci fu anche l’attentato al Moment Cafe a Gerusalemme nel marzo 2002, che uccise 11 persone; il massacro della Pasqua ebraica al Park Hotel di Netanya, che causò l’uccisione di 30 persone, oltre a numerosi attentati contro autobus e altri obiettivi.
Ognuno di questi eventi è stato una tragedia. Ma ciò che rende l’attentato allo Sbarro un caso a sé stante è la brutalità calcolata di colpire un ristorante all’ora di pranzo di un venerdì pomeriggio, in un momento in cui le famiglie si trovavano nei pressi di un affollato quartiere commerciale prima dell’inizio dello Shabbat. L’obiettivo non era solo quello di massacrare e mutilare, ma di prendere di mira deliberatamente donne e bambini.
• Un assassino impenitente
Ciò che rende questo caso particolarmente impressivo è anche la totale assenza di rimorso da parte di uno dei protagonisti chiave di questo crimine. Ahlam Tamimi, una studentessa universitaria ventenne e terrorista affiliata a Hamas, ha individuato il luogo per conto degli ideatori dell’attentato e poi ha guidato l’attentatore suicida, Izz al-Din Shuheil al-Masri, sul posto, dove questi ha fatto esplodere bombe contenenti esplosivo, chiodi, dadi e bulloni.
Quando in seguito un giornalista le ha fatto notare che aveva contribuito all’omicidio di otto bambini anziché solo tre, come aveva inizialmente creduto, ha espresso gioia e ha persino sorriso.
Tamimi è stata condannata per 16 capi d’accusa di omicidio e condannata all’ergastolo, sebbene rimanesse convinta che alla fine sarebbe stata liberata. Purtroppo, aveva ragione.
È stata una degli oltre 1.000 terroristi scambiati nel 2011 per la liberazione del soldato israeliano rapito Gilad Shalit, che era stato sequestrato lungo il confine con Gaza nel 2011, in un accordo approvato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Oggi, nonostante figuri nella «lista dei dieci ricercati più pericolosi» dell’FBI (tra le vittime dell’attentato figuravano tre cittadini americani), vive libera in Giordania, dove conduce un talk show su un canale affiliato a Hamas. Amman ha respinto le richieste di estradizione avanzate dagli Stati Uniti. Nel 2021, l’Interpol ha revocato il mandato di arresto nei confronti di Tamimi.
La famiglia di una delle vittime, la quindicenne Malki Roth, ha creato la fondazione Keren Malki per aiutare le famiglie con bambini affetti da disabilità. Ma anche suo padre, Arnold Roth, ha continuato la lotta per ottenere giustizia nel caso. Continua a sollecitare Washington affinché faccia pressione sulla Giordania – destinataria di aiuti americani pari a 1,45 miliardi di dollari all’anno – affinché la consegni per essere processata negli Stati Uniti. Ma poiché sia gli Stati Uniti che Israele (il cui leader, dopotutto, l’ha liberata) considerano il mantenimento in carica del re Abdullah e la sua protezione dalle critiche interne degli islamisti una priorità maggiore rispetto al riportare Tamimi in carcere, tale impresa potrebbe non avere mai successo.
• Un rimprovero a chi persegue la pace
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Arnold Roth e sua moglie, Frimet, tengono in mano una foto della loro figlia assassinata, Malki, allora appena adolescente, il 15 luglio 2025.
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Ciò è profondamente ingiusto. Ma questo venticinquesimo anniversario dell’attentato allo Sbarro dovrebbe essere più di una semplice ricorrenza in cui ricordiamo le vittime e l’orrore del 9 agosto 2001. Dovrebbe essere un rimprovero costante a tutti coloro che ripongono fiducia e danno potere agli islamisti come quelli di Hamas, ai suoi membri come Tamimi e ai suoi finanziatori, compresi i governi dell’Iran e del Qatar.
I governi degli Stati Uniti e di Israele non devono mai dimenticare che i tentativi di comprare o placare un gruppo e un popolo il cui obiettivo è, oltre alla guerra contro tutto l’Occidente, la distruzione di Israele e il genocidio del suo popolo, sono sempre destinati a fallire. Ciò era vero durante l’era di Oslo degli anni ’90; nel ritiro del 2005 dalla Striscia di Gaza; e nei successivi sforzi delle amministrazioni Bush, Obama, Biden e persino Trump per stringere accordi con i palestinesi. Per troppo tempo, «esperti» di politica estera incapaci hanno predicato che non ci fosse alternativa a tale follia.
Alcuni americani e israeliani continuano a spingere per questi piani folli. Qualsiasi sforzo di questo tipo, per quanto ben intenzionato (come lo erano tutti), è destinato a fallire finché non si verificherà un cambiamento radicale nella cultura politica dei palestinesi, che li porti a considerare persone come Tamimi e altri terroristi come criminali vergognosi, piuttosto che come eroi e martiri da ammirare e imitare.
Si tratta di qualcosa che non sembra possibile nel prossimo futuro, come dimostrano la popolarità delle atrocità del 7 ottobre tra i palestinesi e la fama duratura di Tamimi e di altri criminali della Seconda Intifada. Finché ciò non accadrà, dichiarazioni ottimistiche come quelle di Trump – e di negoziatori di pace ancora meno esperti – porteranno inevitabilmente a ulteriore dolore e spargimento di sangue. ---
Jonathan S. Tobin è caporedattore di JNS (Jewish News Syndicate). Seguitelo su: @jonathans_tob
(JNS, 1 agosto 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Si avvertiva che erano tutti contenti»
Da un servizio di MEMRI TV.
Ecco alcuni estratti da un'intervista con la terrorista liberata di Hamas, Ahlam Tamimi, andata in onda su Al-Aqsa TV il 12 luglio 2012.
Intervistatore: 16 sionisti sono stati uccisi [nell'attentato suicida che lei ha contribuito a compiere]. Era il suono dell'esplosione...? E' stato molto forte.
Ahlam Tamimi: Il mujahid Abdallah Barghouti ha fatto un lavoro perfetto suonando la chitarra [contenente la bomba], e i risultati hanno stupito tutti, grazie ad Allah.
[...]
In seguito, quando ho preso l'autobus, i palestinesi intorno alla Porta di Damasco [a Gerusalemme] erano tutti sorridenti. Si poteva avvertire che erano tutti contenti. Quando sono arrivata sul bus, nessuno sapeva che ero io che aveva guidato [l'attentatore suicida all'obiettivo] ... Mi sentivo abbastanza strana, perché avevo lasciato [l'attentatore] 'Izz Al-Din dietro, ma dentro il bus tutti si congratulavano l'un l'altro. Nemmeno si conoscevano fra di loro, ma si scambiavano complimenti.
[...]
Mentre ero seduta sul bus, l'autista ha acceso la radio. Ma prima, lasciate che vi dica l'aumento graduale del numero di vittime. Mentre ero sul bus e tutti si congratulavano l'uno con l'altro, hanno detto alla radio che c'era stato un attacco di martirio al ristorante Sbarro, e che tre persone erano rimaste uccise. Devo ammettere che ero un po' delusa, perché avevo sperato in un risultato più grande. Eppure, quando hanno detto "tre morti" ho detto: "Allah sia lodato."
Intervistatore: Era una stazione radio israeliana o palestinese?
Ahlam Tamimi: La stazione era in lingua sionista, e l'autista traduceva per i passeggeri.
[...]
Due minuti più tardi alla radio hanno detto che il numero era salito a cinque. Volevo nascondere il mio sorriso, ma proprio non ci sono riuscita. Allah sia lodato, è stato fantastico. Poiché il numero di morti continuava a crescere, i passeggeri applaudivano. Non sapevano nemmeno che c'ero io in mezzo a loro.
Sulla via del ritorno [a Ramallah], abbiamo passato un posto di blocco della polizia palestinese, e i poliziotti ridevano. Uno di loro infilò la testa e disse: "Congratulazioni a tutti noi". Erano tutti contenti.
(Notizie su Israele, 1 agosto 2026)
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Judo. Shagi Muki e Saeid Mollaei insieme sul tatami
Sette anni dopo la finale mondiale mai disputata per ordine di Teheran il campione israeliano e l’ex judoka iraniano si ritrovano sul tatami a Netanya per lanciare un messaggio che supera lo sport.
di Rosa Davanzo
Sette anni fa il regime iraniano impedì che si affrontassero nella finale del Campionato del mondo di judo. Oggi Shagi Muki e Saeid Mollaei sono saliti insieme sul tatami in Israele, con le rispettive bandiere cucite sul judogi, trasformando quella sfida mai disputata nel simbolo di una riconciliazione che la politica continua a rendere impossibile.
L’incontro si è svolto a Netanya davanti a un pubblico che ha applaudito molto più del risultato sportivo. Per entrambi era il modo di chiudere una vicenda iniziata nel 2019, quando Mollaei, allora campione del mondo in carica e rappresentante dell’Iran, ricevette dalle autorità di Teheran l’ordine di evitare in ogni modo una finale contro l’israeliano. Per sottrarsi a quell’incontro fu costretto a perdere deliberatamente la semifinale, un episodio che provocò uno scandalo internazionale e portò successivamente alla sospensione dell’Iran da parte della Federazione internazionale di judo.
Quella scelta cambiò per sempre la vita dell’atleta iraniano. Dopo avere denunciato le pressioni ricevute dal regime, Mollaei lasciò il suo Paese, ottenne protezione internazionale e proseguì la carriera sportiva rappresentando la Mongolia. Da allora è diventato uno dei volti più noti della battaglia contro l’ingerenza politica nello sport.
Nel frattempo, tra lui e Muki è nata un’amicizia che va ben oltre il judo. Il campione israeliano racconta di avere accolto l’ex rivale all’aeroporto e di averlo ospitato a casa dei propri genitori, dove hanno cenato insieme e perfino ballato sulle note della musica persiana. «Nel mio sogno più bello non avrei immaginato una scena del genere», ha raccontato Muki, sottolineando come il loro rapporto rappresenti una vittoria personale dopo gli anni segnati dall’odio imposto dalla politica.
Anche Mollaei ha descritto con emozione il ritorno in Israele. Già in occasione delle competizioni disputate a Tel Aviv e Gerusalemme aveva ricevuto manifestazioni di affetto dalla comunità di origine iraniana e da molti israeliani. Questa volta, però, il significato del viaggio era diverso. «Sono semplicemente felice di essere qui», ha spiegato, ricordando il sostegno ricevuto dal pubblico israeliano fin dal suo primo arrivo nel Paese.
Il combattimento di Netanya era in realtà una dimostrazione sportiva, ma sul tatami nessuno dei due ha rinunciato all’agonismo. Muki ha prevalso al termine dell’incontro, concluso tra strette di mano, abbracci e una lunga ovazione del pubblico. A vincere davvero, però, è stato il messaggio che entrambi hanno voluto trasmettere.
«La nostra storia dà speranza all’umanità», ha detto Muki. «Viviamo in un tempo di guerre e odio, ma noi dimostriamo che due persone possono accettarsi e rispettarsi indipendentemente dalla politica». Gli ha fatto eco Mollaei, secondo il quale il judo insegna prima di tutto rispetto e amicizia. «Vogliamo mostrare a Israele, all’Iran e al resto del mondo un’altra strada. Siamo il simbolo di una pace possibile».
L’evento ha rappresentato anche la scena conclusiva di un documentario dedicato alla loro vicenda, destinato alla distribuzione internazionale. I due ex campioni hanno annunciato l’intenzione di continuare a raccontare insieme la propria esperienza attraverso incontri pubblici e conferenze, trasformando quella che un tempo era una rivalità sportiva in una testimonianza di dialogo.
In un Medio Oriente ancora attraversato da guerre e tensioni, la fotografia di un israeliano e di un iraniano che si inchinano l’uno davanti all’altro sul tatami assume un valore che va oltre qualsiasi medaglia. Ricorda che i regimi possono imporre divieti e alimentare l’ostilità, ma difficilmente riescono a impedire che due uomini si riconoscano, prima ancora che come avversari, come esseri umani.
(Setteottobre, 1 agosto 2026)
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