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Notizie 16-30 aprile 2026
Un'azienda israeliana contribuisce alla difesa contro i droni
I droni rappresentano una minaccia sempre più grave. Sono facili da acquistare e spesso costano solo poche centinaia di euro. Con un po' di competenza tecnica possono essere trasformati in armi letali.
di Jörn Schumacher
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Un sistema per l'identificazione dei droni, sviluppato dall'azienda israeliana Sentrycs
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Da tempo anche i terroristi utilizzano droni disponibili in commercio per i loro attacchi. Già nel 2015, ad esempio, del materiale radioattivo è stato trasportato con un drone sul tetto dell'ufficio del Primo Ministro giapponese. Il gruppo terroristico “Al-Qaeda” ha tentato di compiere attentati con i droni durante i Giochi Olimpici del 2016 a Rio de Janeiro. Anche l’organizzazione “Boko Haram” ha utilizzato i droni per la sorveglianza quasi dieci anni fa, al fine di raccogliere informazioni su obiettivi militari e civili.
Durante l'attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, i terroristi hanno impiegato droni modificati per realizzare terribili video di propaganda, mettere fuori uso i sistemi di protezione delle frontiere o uccidere persone con mitragliatrici telecomandate. Le forze armate ucraine utilizzano i droni nella guerra con la Russia per la ricognizione e la guida dell'artiglieria e, secondo le loro stesse dichiarazioni, hanno inoltre dimostrato il potenziale militare dei droni di consumo.
• Assunzione del controllo dei droni
La tecnologia dell'azienda israeliana “Sentrycs” è già in uso in oltre 25 paesi per la protezione di infrastrutture critiche come aeroporti e basi militari. Si basa su una tecnica denominata “Cyber-over-RF-Technology” (CoRF). In parole semplici, questo descrive il metodo per lanciare attacchi informatici direttamente in un sistema bersaglio tramite onde radio.
La tecnica utilizza le interfacce radio di un dispositivo come porta d'accesso, ovvero Wi-Fi, Bluetooth, comunicazioni satellitari, rete mobile o frequenze radio militari specializzate. In linea di principio, l'aggressore invia onde radio volte a sfruttare una vulnerabilità nel chipset radio o nel driver del dispositivo bersaglio. Se l'acquisizione ha successo, può eseguire comandi e assumere il controllo del drone.
Ciò consente il rilevamento e l'inseguimento di droni non autorizzati, nonché misure di difesa mirate. Il sistema permette agli utenti di assumere il controllo dei droni sconosciuti per guidarli in sicurezza e farli atterrare in aree designate. Non vengono utilizzati jammer né misure cinetiche come l'intercettazione tramite reti. Ciò comporta infatti il rischio che i droni precipitino in modo incontrollato. Questo rende la tecnologia interessante per l'impiego in aree densamente popolate o in luoghi molto frequentati.
Secondo la rivista economica israeliana «Globes», i sistemi «Sentrycs» dovrebbero essere utilizzati già prima dei Mondiali di calcio di quest'anno in tutte le 16 sedi del grande torneo, per garantire la sicurezza di milioni di spettatori negli stadi, nelle fan zone e in altri luoghi di ritrovo.
• Sicurezza nelle carceri e durante i grandi eventi
La tecnologia dell’azienda con sede a Tel Aviv viene impiegata, tra l’altro, per la sicurezza delle carceri. Qui viene utilizzata contro i droni che contrabbandano droga, armi o cellulari. Inoltre, consente il rapido rilevamento, l’inseguimento e la difesa dai droni nelle regioni di confine.
Come ulteriore campo di applicazione, l'azienda cita la protezione di grandi eventi da attacchi non autorizzati con droni. Per ovvie ragioni, l'azienda non fornisce dettagli sul funzionamento della tecnologia. Si limita a dire che funziona in modo completamente autonomo e non richiede un monitoraggio costante, né è necessaria una linea di vista.
L'azienda comunica: «I recenti incidenti, come il tentato attentato contro il presidente venezuelano e l'impiego di droni durante gli Europei di calcio a Belgrado, evidenziano i rischi. Eventi di alto profilo come i Giochi Olimpici, matrimoni all'aperto, funerali e concerti sono potenziali obiettivi».
Il sistema «Sentrycs» viene installato su un treppiede in un punto di osservazione strategico, ad esempio su un tetto con vista sul luogo dell’evento. Il sistema è operativo in pochi minuti. È possibile anche la geolocalizzazione precisa dei piloti dei droni, anche di quelli che decollano al di fuori dell’area dell’evento.
• Acquisita da un'azienda americana
A novembre, l'azienda statunitense “Ondas” ha acquisito l'azienda israeliana “Sentrycs”. La tecnologia di difesa dai droni potrebbe aiutare a respingere gli attacchi dei droni, ad esempio durante i Mondiali di calcio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico nel giugno e luglio 2026.
“Stiamo assistendo a una crescente domanda di soluzioni di sicurezza integrate e multistrato in grado di respingere sia le minacce provenienti dall'alto che da terra”, ha affermato Oshri Lugassy, co-direttore di “Ondas Autonomous Systems”.
“Ondas” è un fornitore leader di droni autonomi. Secondo quanto dichiarato dall'azienda, i clienti provengono dai settori ferroviario, energetico, della sicurezza pubblica, delle infrastrutture critiche e governativo.
(Israelnetz, 30 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dal caso Bondì agli “ebrei picchiatori”: è già partita l’imputazione collettiva
Il caso Bondì riapre una questione che va oltre la cronaca: il modo in cui il circuito mediatico italiano racconta gli ebrei dal 7 ottobre in poi, dal titolo del Fatto Quotidiano sugli “ebrei picchiatori” agli account che lo hanno amplificato.
di Filippo Piperno
Nel giorno in cui viene fermato un ventunenne della comunità ebraica romana per la sparatoria del 25 aprile, sui social torna a circolare con rinnovato entusiasmo un’inchiesta del Fatto Quotidiano dell’ottobre 2025. Il titolo: “Tra gli ebrei della capitale ci sono cento picchiatori.”
Un titolo che non sarebbe mai stato scritto sostituendo “ebrei” con qualsiasi altra minoranza. Lo stesso circuito mediatico che oggi amplifica quell’inchiesta senza battere ciglio è il medesimo che insorge — e giustamente — quando un giornale di destra titola “un tunisino accoltella” o “immigrato aggredisce”: in quel caso il meccanismo dell’imputazione collettiva viene riconosciuto, denunciato, sanzionato.
Nel caso degli ebrei, non scatta nessun allarme. Il titolo passa, viene rilasciato, amplificato sui social senza che nessuno sollevi l’obiezione più ovvia.
Non è un’eccezione. Dal 7 ottobre 2023 in poi si è consolidato in Italia un costume mediatico preciso: quello di applicare agli ebrei standard che non si applicherebbero a nessun altro gruppo. Non nelle frange estreme, non negli angoli bui della rete. Nel circuito principale dell’informazione e del commento pubblico.
Questo non accade nel vuoto. Secondo i dati dell’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC, nel 2025 sono stati registrati 963 episodi di antisemitismo in Italia, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022. Una curva di crescita costante e ripida, che coincide con l’apertura del conflitto a Gaza.
Il 7 ottobre 2023 ha generato in Italia un clima di accettazione sociale per i pregiudizi e gli stereotipi contro gli ebrei come non si viveva dalla fine della seconda guerra mondiale. Non è una valutazione politica: è la conclusione di ricercatori che catalogano episodi concreti, misurabili, documentati.
“Si usa il paravento della critica a Israele per giustificare comportamenti apertamente antisemiti”, denuncia il ricercatore Stefano Gatti del CDEC. Aggiunge: “Nel frattempo, le scuole ebraiche sono bunker protetti, mentre le altre no.”
Il termine “sionista” viene sistematicamente svuotato del suo significato storico e politico e trasformato in una categoria demonizzante, nella quale confluiscono i classici stereotipi dell’immaginario antiebraico: complotto, dominio, crudeltà, disumanizzazione. Un meccanismo che colpisce indistintamente ebrei reali o presunti, sempre percepiti come responsabili collettivi.
È in questo contesto che va letto quel titolo del Fatto e quelli che oggi corrono a rilanciarlo. Non come una svista, non come un eccesso di titolazione. Come un sintomo di un ambiente nel quale etichettare una comunità con un attributo criminale è diventato praticabile, accettabile, non sanzionato — e anzi condivisibile.
Il caso Bondì sta già alimentando lo stesso meccanismo in direzione inversa. Un giovane appartenente alla comunità ebraica compie un atto di violenza e lo rivendica — falsamente — a nome della Brigata Ebraica. La Brigata smentisce con fermezza, annuncia azioni legali, esprime orrore.
Quello che accadrà, quello che sta già accadendo è l’utilizzo di questo episodio di cronaca — esplicitamente o per allusione — per validare retrospettivamente una narrativa già pronta: quella dell’ebreo violento, dell’ebreo armato, dell’ebreo che porta la guerra nelle strade italiane.
La storia conosce questo meccanismo. Nel 1938 Herschel Grynszpan, un diciassettenne ebreo, uccise a Parigi un diplomatico tedesco. La propaganda nazista trasformò quell’atto individuale e disperato nella prova di una minaccia collettiva, e lo usò come pretesto per la Notte dei Cristalli. Il parallelo non è con ciò che accade oggi — i contesti non sono comparabili. Il parallelo è con il meccanismo: prendere il gesto di un singolo e farne la conferma di un’accusa che riguarda tutti.
Resta una domanda senza risposta: perché lo stesso meccanismo che scandalizzerebbe chiunque se applicato a qualsiasi altra minoranza, applicato agli ebrei non scandalizza nessuno. Non è una domanda retorica. È un test. E per ora è fallito.
(InOltre, 30 aprile 2026)
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Medici Senza Frontiere sotto accusa. In discussione neutralità, personale e silenzi su Hamas
Un’indagine di NGO Monitor sostiene che MSF abbia amplificato accuse contro Israele ignorando la militarizzazione degli ospedali e impiegando staff con legami a gruppi armati
di Alessandro Carmi
Un’organizzazione che ha costruito la propria autorevolezza sulla neutralità e sull’urgenza della cura si trova oggi al centro di una contestazione che riguarda proprio quei principi, perché il nuovo rapporto pubblicato da NGO Monitor nel aprile 2026 descrive una trasformazione profonda di Médecins Sans Frontières, accusata di avere progressivamente smesso di operare come attore umanitario imparziale per assumere un ruolo attivo nel conflitto sul piano comunicativo e politico. La portata delle accuse non sta soltanto nei singoli episodi, ma nella loro sistematicità, che secondo gli autori del rapporto segnerebbe un cambio di natura dell’organizzazione.
Il documento, lungo trentatré pagine, sostiene che MSF abbia utilizzato in modo estensivo e reiterato il termine “genocidio” per descrivere le operazioni israeliane a Gaza tra l’ottobre 2023 e il marzo 2026, con oltre duecentosettanta occorrenze registrate nelle comunicazioni ufficiali e nei canali pubblici, mentre la stessa definizione non compare in relazione ad altri conflitti contemporanei caratterizzati da livelli di violenza elevatissimi, come quello in Sudan o in Siria. Questo scarto, secondo gli autori, non sarebbe spiegabile con la sola differenza di contesto, ma indicherebbe una scelta deliberata di linguaggio che finisce per orientare la percezione internazionale.
A rafforzare questa interpretazione intervengono anche voci interne alla storia dell’organizzazione. Alain Destexhe, già segretario generale negli anni Novanta, ha parlato in un’analisi recente di una perdita della neutralità originaria e di un uso del lessico umanitario come strumento di pressione politica, una lettura che trova eco nelle osservazioni della dottoressa Karine Toledano, coautrice dello studio, secondo cui il doppio standard applicato a Israele si inserisce in una dinamica più ampia riconducibile a forme contemporanee di ostilità.
Il rapporto insiste poi su un altro punto che incide direttamente sulla credibilità operativa, quello della presenza di personale con legami documentati a organizzazioni armate. Tra i casi citati compare quello di Fadi al-Wadiya, fisioterapista legato a MSF per diversi anni e indicato dalle autorità israeliane come parte di un’unità missilistica della Jihad islamica palestinese, così come Mahmoud Abu Nujaila, associato a strutture sanitarie riconducibili al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e Nasser Hamdi al-Shalfouh, identificato come tiratore scelto di Hamas. Non si tratta, secondo l’indagine, di episodi isolati, ma dell’effetto di procedure di reclutamento che avrebbero evitato verifiche approfondite sul personale locale, lasciando margini a infiltrazioni.
Un ulteriore elemento riguarda il comportamento dell’organizzazione nei contesti ospedalieri della Striscia, dove numerose fonti indipendenti, incluse indagini dell’esercito israeliano e analisi di centri di ricerca occidentali, hanno documentato la presenza di infrastrutture militari all’interno o in prossimità di strutture sanitarie. Il rapporto accusa MSF di avere mantenuto un silenzio sistematico su queste pratiche, pur operando in quei luoghi e pur essendo a conoscenza di aree interdette e di attività incompatibili con la funzione civile degli ospedali. Solo nel febbraio 2026, in seguito a episodi ritenuti non più ignorabili, l’organizzazione ha sospeso le attività presso l’ospedale Nasser a Khan Yunis, citando la presenza di uomini armati, intimidazioni e movimenti sospetti di armi.
La gestione dell’informazione rappresenta un altro nodo critico. Il rapporto ricostruisce il ruolo di MSF nelle prime ore successive all’esplosione dell’ospedale al-Ahli nell’ottobre 2023, quando l’organizzazione ha attribuito la responsabilità a Israele prima che successive indagini internazionali indicassero con maggiore probabilità un razzo partito dalla Striscia stessa. L’assenza di una correzione pubblica viene indicata come un esempio di come dati non verificati possano essere rilanciati e consolidati nel dibattito globale.
In questo quadro si inserisce anche l’uso delle cifre sulle vittime, spesso basate sui dati del ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas e privo di distinzione tra civili e combattenti. Diversi centri di analisi, tra cui il Washington Institute, hanno segnalato incongruenze metodologiche, soprattutto nelle fasi in cui il sistema sanitario locale era compromesso e le informazioni venivano integrate attraverso fonti mediatiche.
MSF non ha accettato questa ricostruzione e continua a difendere il proprio operato, sostenendo di agire esclusivamente in base a criteri medici e umanitari, ma il confronto aperto da questo rapporto pone una questione che va oltre il caso specifico. Quando un’organizzazione costruita sulla fiducia internazionale viene percepita come parte di una dinamica conflittuale, la sua capacità di operare sul terreno rischia di essere compromessa, perché la neutralità non è soltanto un principio dichiarato, ma una condizione concreta che deve essere riconosciuta da tutti gli attori coinvolti.
Il punto, alla fine, riguarda la tenuta di uno spazio umanitario che negli ultimi anni si è fatto sempre più fragile, stretto tra esigenze operative, pressioni politiche e guerre che tendono a inglobare ogni ambito della vita civile. In questo spazio, ogni ambiguità pesa più del solito, perché può trasformarsi rapidamente in perdita di credibilità, e senza credibilità anche l’azione più necessaria rischia di perdere efficacia.
(Setteottobre, 30 aprile 2026)
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Due ebrei accoltellati a Londra: cresce l’allarme sicurezza nelle comunità ebraiche europee
Un uomo armato di coltello è stato visto correre per la strada prima di colpire le due vittime. Secondo le testimonianze raccolte, il primo attacco è avvenuto all’esterno di un negozio, mentre il secondo si è consumato poco distante, su una strada laterale nei pressi di una sinagoga.
di Anna Balestrieri
Un grave episodio di violenza ha scosso il quartiere di Golders Green, nel nord di Londra, dove due uomini ebrei sono stati accoltellati in pieno giorno. Secondo quanto riportato dalla BBC, le vittime versano in condizioni serie, mentre il primo ministro Starmer ha definito l’accaduto “assolutamente terrificante”.
Le vittime, un uomo sulla settantina e uno sulla trentina, risultano ora ricoverate ma in condizioni stabili, secondo fonti di polizia, in un aggiornamento più recente rispetto alle prime notizie.
• Dinamica dell’attacco
L’aggressione si è verificata lungo Golders Green Road, cuore di una delle comunità ebraiche più numerose del Regno Unito. Un uomo armato di coltello è stato visto correre per la strada prima di colpire le due vittime. Secondo le testimonianze raccolte, il primo attacco è avvenuto all’esterno di un negozio, mentre il secondo si è consumato poco distante, su una strada laterale nei pressi di una sinagoga.
L’aggressore è stato prontamente fermato grazie all’intervento congiunto di membri di un gruppo di sicurezza ebraico locale e delle forze di polizia. La rapidità della risposta ha probabilmente evitato un bilancio ancora più grave, anche se restano da chiarire movente e circostanze precise.
La polizia, una volta giunta sul posto, ha utilizzato un taser per neutralizzare l’aggressore, dopo che membri del gruppo di sicurezza ebraico locale erano già intervenuti.
L’uomo fermato è un 45enne arrestato con l’accusa di tentato omicidio, secondo quanto riferito dalla polizia metropolitana, ed è sospettato anche di aver tentato di accoltellare alcuni agenti intervenuti sul posto.
• Un contesto già segnato da tensioni
L’episodio si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per la sicurezza nel quartiere. L’attacco è avvenuto a poche centinaia di metri da recenti episodi di violenza e vandalismo, che avevano già colpito simboli e infrastrutture della comunità ebraica.
Solo il mese scorso, un incendio doloso aveva preso di mira quattro ambulanze dell’organizzazione Hatzola parcheggiate nei pressi di una sinagoga. Ancora più recente, un muro commemorativo dedicato alle vittime del 7 ottobre e ai manifestanti iraniani uccisi dal regime era stato dato alle fiamme appena il giorno precedente.
La vicinanza temporale e geografica di questi eventi alimenta il timore di una escalation mirata, anche se al momento non sono state confermate connessioni dirette tra gli episodi.
• Reazioni e interrogativi
In assenza di dichiarazioni ufficiali, resta aperto il dibattito sulla natura dell’attacco. La scelta del luogo e delle vittime suggerisce il movente antisemita, tema che negli ultimi anni ha assunto crescente rilevanza in diverse città europee.
Le organizzazioni della comunità ebraica locale hanno più volte denunciato un aumento degli atti ostili, chiedendo maggiore protezione e interventi più incisivi da parte delle autorità.
Le indagini sono state affidate a unità antiterrorismo, impegnate a verificare eventuali legami dell’aggressore con reti estremiste o moventi ideologici.
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito l’accaduto “un attacco antisemita assolutamente sconvolgente”, sottolineando che “un attacco alla comunità ebraica è un attacco alla Gran Bretagna”.
Anche il sindaco di Londra Sadiq Khan ha condannato l’episodio, ribadendo che “non c’è posto per l’antisemitismo nella società”.
• Sicurezza e convivenza sotto pressione
La comunità ebraica britannica conta circa 300.000 persone, con Golders Green tra i suoi principali centri, caratterizzato da scuole, sinagoghe e attività commerciali kosher.
L’aggressione di Golders Green rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme in un clima già teso. La sicurezza delle minoranze religiose torna al centro del dibattito pubblico, mentre le istituzioni sono chiamate a rispondere con misure concrete per prevenire ulteriori episodi di violenza.
Secondo il Community Security Trust, gli episodi antisemiti nel Regno Unito hanno raggiunto quota 3.700 nel 2025, più del doppio rispetto al 2022, evidenziando una crescita significativa dopo gli eventi del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza.
Le autorità stanno inoltre valutando se alcuni dei recenti attacchi incendiari possano essere riconducibili a proxy legati all’Iran, un elemento che, se confermato, amplierebbe la portata geopolitica della vicenda.
Nel frattempo, la comunità resta in attesa di aggiornamenti sulle condizioni dei feriti e sull’evoluzione delle indagini, in un contesto in cui la paura rischia di incrinare ulteriormente il fragile equilibrio della convivenza urbana.
(Bet Magazine Mosaico, 30 aprile 2026)
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La Renania Settentrionale-Vestfalia vuole vietare il commercio di documenti sull’Olocausto
Lettere dai campi di sterminio, «stelle di David» e tessere della Gestapo: la Nordrhein-Westfalen (NRW) intende impedire che tali testimonianze personali del terrore nazista continuino a essere oggetto di commercio.
A seguito delle proteste internazionali, è stata bloccata una prevista asta di testimonianze dell’Olocausto. Ora la NRW si impegna a favore di un divieto generale del commercio di oggetti personali delle vittime del nazismo. Il governo regionale presenterà alla prossima seduta del Bundesrat, l'8 maggio, un disegno di legge volto a vietare il commercio di documenti delle vittime della dittatura nazista.
L'iniziativa è stata innescata da un'asta a Neuss, vicino a Düsseldorf, nel novembre 2025, fermata all'ultimo momento, in cui dovevano essere messi all'asta più di 600 documenti del periodo nazista. Tra questi c'erano lettere provenienti dai campi di concentramento, schede della Gestapo e altri documenti. Molti pezzi contenevano informazioni personali e nomi delle persone coinvolte. Secondo il catalogo online, dovevano essere messi all'asta anche un manifesto di propaganda antiebraica e una «stella ebraica» («stella gialla») proveniente dal campo di concentramento di Buchenwald con «segni di usura».
Circa 460 oggetti sono stati trasferiti alla Fondazione Auschwitz-Birkenau dopo l’annullamento dell’asta. Le testimonianze dell’Olocausto erano state consegnate alla Fondazione di Varsavia dal presidente del Landtag della NRW, André Kuper. Da lì, i documenti dovrebbero essere trasmessi a luoghi della memoria adeguati. Secondo quanto riferito dal Landtag della NRW, per l’acquisto dei documenti inviati a Varsavia non sono stati utilizzati fondi pubblici, ma sono stati trovati dei donatori.
• Proteggere la dignità delle vittime
«Quando la memoria diventa merce, la dignità vacilla», ha spiegato il ministro per gli Affari federali della NRW, Nathanael Liminski (CDU). Di continuo, i diari delle persone perseguitate, le lettere dai campi di concentramento o le cosiddette «stelle di David» vengono commercializzati come oggetti di culto. Per proteggere la memoria e la dignità delle vittime, questo commercio dovrebbe essere vietato in futuro.
«Perché questi cimeli, direttamente collegati alla tirannia nazista, non sono curiosità da catalogo, ma testimoni silenziosi di un crimine organizzato dallo Stato», ha affermato Liminski, che è anche capo della Cancelleria di Stato della Renania Settentrionale-Vestfalia. La storia, tuttavia, non è una merce, ma una missione.
Il ministro della Giustizia della NRW Benjamin Limbach (Verdi) ha parlato di una situazione giuridicamente insostenibile. Chi vende propaganda nazista viene punito, ma chi trae profitto dagli oggetti personali delle vittime del nazismo rimane finora impunito. «Dobbiamo colmare questa lacuna adesso». Finora le autorità potevano solo stare a guardare mentre venivano commercializzati oggetti appartenuti alle vittime del nazismo. Con l’iniziativa del Bundesrat si dispone ora dello strumento giuridico «per porre fine a questi affari di cattivo gusto».
• Musei, archivi e biblioteche
Il disegno di legge prevede un divieto generale del commercio di oggetti che abbiano un riferimento diretto alle vittime della dittatura nazista e al loro destino di persecuzione. Tra questi rientrano documenti ufficiali, lettere, diari e oggetti personali come capi di abbigliamento contrassegnati dalla «stella di David» o da un triangolo.
Allo stesso tempo, il progetto garantisce che l’acquisto e la vendita rimangano possibili a determinate condizioni. Musei, archivi e biblioteche che si impegnano a preservare la memoria delle vittime del nazionalsocialismo sono infatti esclusi dal divieto di commercio. Ciò vale anche per casi di interessi legittimi, ad esempio nell’ambito della ricerca scientifica o dell’elaborazione storica.
Dare un segnale a 81 anni dalla liberazione di Auschwitz
Il direttore generale della Fondazione Auschwitz-Birkenau, Wojciech Soczewica, ha accolto con favore l’iniziativa della NRW volta a «preservare una parte particolarmente dolorosa della storia». Tra qualche anno non ci saranno più testimoni oculari. È quindi tanto più importante preservare i documenti che costituiscono anche «prova dei crimini», ha dichiarato Soczewica alla Deutsche Presse-Agentur.
• Confronto critico
Esiste un mercato molto ampio per questi documenti. Se queste testimonianze finissero in mani private, il destino delle vittime assassinate nei campi di concentramento, di sterminio e nei ghetti non sarebbe documentato in modo completo. «È nostro dovere nei confronti dei discendenti assicurarci che questi nomi vengano conservati o portati alla luce», ha affermato Soczewica.
Egli spera che l’iniziativa della Renania del Nord-Westfalia porti anche a un confronto critico a livello europeo sul commercio dei documenti nazisti. Questo commercio, infatti, esiste in molti paesi. «A 81 anni dalla liberazione di Auschwitz, è necessario dare un segnale forte. È giunto il momento.»
(Israelnetz, 30 aprile 2026)
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«La guerra di liberazione» non è finita, afferma il capo dell’IDF
Il generale Eyal Zamir avverte che la campagna militare su più fronti di Israele contro l’Iran e i suoi alleati potrebbe protrarsi fino al 2026.
di Ryan Jones
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Eyar Zamir, capo di Stato Maggiore dell'IDF
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GERUSALEMME - La “guerra di liberazione” di Israele non sta volgendo al termine: è quanto ha avvertito lunedì il capo di Stato Maggiore dell'IDF, il tenente generale Eyal Zamir, informando gli alti comandanti che il Paese deve prepararsi a combattimenti su più fronti che si protrarranno fino alla fine del 2026.
Durante una conferenza militare presso la base aerea di Ramat David, Zamir ha affermato che l’IDF è impegnata in una guerra regionale in corso sin dal massacro guidato da Hamas del 7 ottobre 2023.
«Continuiamo a essere preparati e vigili per ogni scenario in tutti i settori», ha detto, sottolineando che Israele opera ancora su più fronti.
L’avvertimento riflette la realtà strategica con cui Israele si confronta da più di due anni: Gaza non è separabile dal Libano, il Libano non è separabile dall’Iran, e l’Iran non è solo un lontano sostenitore. È il centro organizzativo di una macchina da guerra regionale orientata alla pressione, al logoramento e all'accerchiamento – e tutto questo con un unico obiettivo finale: la distruzione dello Stato ebraico.
Zamir ha spiegato che dall'7 ottobre l'IDF ha sviluppato una nuova dottrina di sicurezza, che include l'istituzione di zone cuscinetto vicino alle comunità a rischio nel nord e nel sud. Israele deve essere pronto a rimanere in queste aree fino a quando non sarà garantita la sicurezza a lungo termine delle comunità di confine.
Questa è la lezione del 7 ottobre in parole chiare: le promesse non sono difese. Lo sono invece la profondità, il controllo e la deterrenza.
Zamir ha inoltre collegato gli attuali sforzi diplomatici nei confronti dell’Iran, del Libano e di Hamas ai successi militari delle forze armate israeliane.
Per quanto riguarda l’Iran, Zamir ha elogiato l’operazione “Leone Ruggente” e ha dichiarato che Israele ha ottenuto “successi senza precedenti” ed eliminato minacce esistenziali emergenti. Ha inoltre sottolineato la stretta collaborazione militare con gli Stati Uniti, descrivendo l’operazione congiunta come straordinariamente sincronizzata.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, intervenuto anch’egli alla conferenza, si è concentrato sul Libano e su Hezbollah, affermando che Israele si riserva la libertà d’azione necessaria per sventare sia le minacce immediate che quelle emergenti.
Ha osservato che gli arsenali di missili a lungo raggio di Hezbollah sono stati fortemente indeboliti e che il gruppo possiede ora circa il 10% dei missili di cui disponeva all’inizio della guerra.
Tuttavia, Netanyahu ha avvertito che i missili e i droni rimanenti di Hezbollah continuano a rappresentare una minaccia per gli abitanti del nord.
La sobria conclusione di entrambi gli uomini è questa: Israele ha ottenuto molto, ma la guerra non è ancora finita.
Il nemico ha ancora missili. L’Iran ha ancora suoi rappresentanti. E gli israeliani hanno ancora comunità da difendere.
Israele continua a combattere la sua guerra di liberazione.
(Israel Heute, 29 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Aoun bluffa su Hezbollah. Lapid-Bennett, fronte fragile
Il presidente libanese vedrà Bibi? Intanto non disarma i terroristi. I sondaggi bocciano l'asse anti-Netanyahu in vista delle elezioni.
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - Lo Stato di Israele è oggi esposto a una molteplicità di rischi che non arrivano soltanto dai nemici più o meno prossimi in Medio Oriente. Nelle ultime ore, ad esempio, sono circolate notizie di episodi di ostilità antisemita a Marrakech nei confronti di ebrei ortodossi americani in visita a luoghi religiosi, con manifestazioni degenerate fino al rogo di una bandiera israeliana. Episodi che, pur lontani dal fronte diretto, contribuiscono a un clima generale di tensione. Sul piano militare, il cessate il fuoco con il Libano appare ogni giorno meno come una vera tregua e sempre più come una pausa utile a Hezbollah per riorganizzarsi. Israele, dal canto suo, si limita a una strategia di contenimento nel sud del Libano, senza poter avviare un'offensiva su larga scala. Una scelta non solo militare ma anche politica: l'Amministrazione di Donald Trump spinge per mantenere aperto un canale negoziale con l'Iran, e una ripresa piena delle ostilità rischierebbe di far saltare trattative ancora in fase embrionale tra Washington e Teheran. Nel frattempo, Benjamin Netanyahu è tornato in tribunale, dopo due mesi di pausa dovuta alla guerra, per testimoniare nel processo per frode e corruzione che lo coinvolge dal 2020. Parallelamente prende corpo, almeno sul piano teorico, l'ipotesi di un incontro di Netanyahu con il presidente libanese Michel Aoun alla Casa Bianca, su spinta americana. Esistono già contatti a livello diplomatico a Washington, ma immaginare un accordo di pace nel breve termine resta, ad oggi, un'ipotesi decisamente ottimistica. La posizione di Aoun è tra le più complesse. È perfettamente consapevole che il Libano è, di fatto, ostaggio di Hezbollah e di una componente politica sciita che guarda apertamente a Teheran, da cui riceve supporto militare ed economico. Questo si traduce in un continuo oscillare: da un lato afferma che trattare con Israele non è un tradimento, dall'altro ribadisce che il Libano non accetterà umiliazioni. Ma la realtà è che il governo libanese non è in grado di imporre il disarmo di Hezbollah, né di far rispettare pienamente gli accordi sul ritiro a nord del Litani. Infine, resta da osservare il comportamento dell'Egitto, che negli ultimi giorni ha condotto esercitazioni militari dal chiaro sapore provocatorio nei pressi del confine israeliano, sollevando interrogativi sulle reali intenzioni del presidente Abdel Fattah al-Sisi. A tutto questo si sommano le tensioni interne israeliane. Il sistema politico si avvicina a nuove elezioni entro fine ottobre, e l'opposizione prova a riorganizzarsi. La novità più rilevante è la scelta del partito Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, di unirsi con Naftali Bennett, già primo ministro nel 2021, tornato sulla scena politica dopo alcuni anni di assenza e considerato il possibile "ago della bilancia" capace di spostare gli equilibri elettorali. L'operazione nasce con l'obiettivo di rafforzare il fronte anti-Netanyahu, ma i primi sondaggi indicano un risultato inatteso: la lista unitaria non solo non porterebbe benefici significativi, ma potrebbe addirittura far perdere circa due seggi rispetto a una corsa separata. In un sistema proporzionale come quello israeliano, dove pochi seggi possono determinare la formazione di un governo, si tratta di un elemento decisivo.
(Il Riformista, 29 aprile 2026)
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Il mondo ebraico prende le distanze e condanna l’autore degli spari a Roma
Le istituzioni ebraiche prendono le distanze dall’azione violenta commessa da un ragazzo ebreo di 21 anni al corteo del 25 aprile di Roma. “Ci dissociamo e condanniamo”, dice Victor Fadlun, presidente della Comunità di Roma. “Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta, e senza alcuna giustificazione, chiunque si permetta di usare il nome della Brigata Ebraica per compiere atti di violenza”, ha dichiarato Davide Riccardo Romano.
Non si placano l’indignazione e la condanna da parte del mondo ebraico del gesto violento commesso da un 21enne ebreo, Eitan Bondi, al Corteo di Roma del 25 aprile, durante il quale il ragazzo ha sparato con una pistola ad aria compressa a due militanti dell’Anpi, ferendoli leggermente.
• Victor Fadlun: “La Comunità di Roma condanna e si dissocia”
“Il fermo di un ragazzo iscritto alla Comunità Ebraica di Roma per i fatti del 25 aprile ci riempie di sgomento e indignazione. La Comunità Ebraica di Roma condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica. Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti, Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano. Esprimiamo fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità”. Lo afferma in una nota Victor Fadlun, presidente della Comunità Ebraica di Roma. “In una fase così tesa – aggiunge – rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza”.
• La Brigata Ebraica: “Non fa parte della nostra organizzaizone”
“Siamo venuti a conoscenza dagli organi di stampa del fermo di Eitan Bondi che sarebbe l’autore dell’episodio violento commesso a Roma il 25 aprile. La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante della città di Roma”. Questo è quanto si legge in una nota della Brigata Ebraica dopo l’usicta della notizia che a sparare i colpi al corteo di Roma sia stato un ragazzo della Comunità Ebraica, Eitan Bondi, autodichiaratosi della Brigata Ebraica.
“Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta, e senza alcuna giustificazione, chiunque si permetta di usare il nome della Brigata Ebraica per compiere atti di violenza -, ha dichiarato Davide Riccardo Romano -. La Brigata Ebraica ha combattuto per la libertà e la dignità umana. Strumentalizzarne il nome per giustificare o coprire comportamenti violenti è un oltraggio alla sua memoria e a tutti coloro che si sono sacrificati sotto quella bandiera.
Ringraziamo di tutto cuore le forze dell’ordine per aver agito con tale rapidità. La loro prontezza è un segnale importante e un messaggio chiaro: certi atti non devono essere tollerati. Ci riserviamo inoltre di adire a vie legali contro tutti quelli che usano e useranno il nome della Brigata Ebraica per accostarlo a questo atto vergognoso. La violenza non ha mai fatto parte dei nostri valori e non li rappresenterà mai” .
(Bet Magazine Mosaico, 29 aprile 2026)
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Londra – Nuovo attacco antisemita: due feriti, un fermato
È di due feriti il bilancio di un’aggressione a colpi di coltello avvenuta mercoledì mattina a Golders Green, nella zona nord di Londra, uno dei quartieri a più alta densità ebraica della capitale inglese. Secondo l’organizzazione Shomrim di pattugliamento civile, attiva principalmente nelle zone abitate da haredim, l’obiettivo dell’aggressore, fermato da uomini di Shomrim e poi arrestato dalle forze dell’ordine, era di colpire chi identificato come ebreo tra i passanti. L’attacco, riportano gli organi di informazione, è avvenuto nelle vicinanze di una sinagoga. I feriti sono stati assistiti dalla organizzazione ebraica di volontariato Hatzola: a fine marzo, nello stesso quartiere, quattro ambulanze del servizio sono state date alle fiamme in un incendio doloso rivendicato dal gruppo sciita Ashab al-Yamin e definito «profondamente sconvolgente» dal premier Keir Starmer.
Appena ieri il Board of Deputies of British Jews ha annunciato per domenica 10 maggio la manifestazione contro l’odio antiebraico “Standing Strong. Extinguish Antisemitism” e di queste ore è anche la notizia, riportata tra gli altri dal Jewish Chronicle, dell’arresto di un 37enne con l’accusa di preparare azioni terroristiche. La Polizia antiterrorismo di Londra ha spiegato che il fermo è parte «di un’indagine in corso su una serie di attacchi contro locali legati alla comunità ebraica nel nord-ovest di Londra, un attacco a un’organizzazione mediatica in lingua persiana e il ritrovamento di barattoli contenenti una sostanza non pericolosa a Kensington Gardens».
(moked, 29 aprile 2026)
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La Bundeswehr rende omaggio a due israeliani
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Israeliani hanno ricevuto le croci al merito in una base aerea tedesca
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BERLINO / GERUSALEMME – La Bundeswehr tedesca ha reso omaggio a due funzionari del Ministero della Difesa israeliano. La Croce d’Onore è stata loro conferita in una base aerea in Germania, come ha comunicato martedì il Ministero. Il riconoscimento è stato assegnato per il ruolo di primo piano svolto nella fornitura del sistema di difesa Arrow 3 alla Germania.
La Croce d'Onore d'Oro è una delle più alte onorificenze militari della Repubblica Federale di Germania. Questa è stata conferita al direttore dell'Organizzazione Israeliana per la Difesa Missilistica (IMDO), Mosche Patel. Inoltre, il colonnello R. è stato insignito della Croce d'Onore d'Argento. Entrambi hanno svolto un ruolo centrale nel preparare il sistema di difesa e nel consegnarlo alla Germania pronto all'uso.
La cerimonia di premiazione è stata presieduta dal generale di brigata Arnt Kuebart, comandante delle unità terrestri del comando delle forze aeree. Era presente anche il colonnello Carsten Köpper, che per oltre tre anni ha guidato il programma dalla parte tedesca. Köpper ha affermato che la cerimonia sottolinea la profonda collaborazione tra i team e le nazioni.
• In funzione da dicembre
La Germania ha acquistato Arrow 3 da Israele nel dicembre 2025. L'acquisto faceva parte del più grande accordo di esportazione di armamenti nella storia israeliana.
La Croce d'Onore della Bundeswehr esiste dal 1980. Il riconoscimento viene conferito dal Ministro della Difesa federale.
(Israelnetz, 29 aprile 2026)
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I bambini nel nord di Israele: l’infanzia tra lezioni interrotte e rifugi
di Michelle Zarfati
Nel nord di Israele, dove il cessate il fuoco avrebbe dovuto segnare un ritorno alla normalità, la realtà racconta tutt’altro. Nelle aule scolastiche e sugli autobus, bambini e insegnanti si ritrovano ancora a vivere scene di guerra, tra sirene, droni e paura.
La fragile tregua con Hezbollah appare sempre più come una promessa mancata. Episodi recenti dimostrano che, nonostante le rassicurazioni ufficiali, il pericolo resta concreto e quotidiano. A pagarne il prezzo più alto sono i più piccoli.
Neta, undici anni, è una delle tante voci che emergono da questa situazione. Durante il tragitto verso scuola, la sua routine si è trasformata improvvisamente in un incubo: sirene, ordini concitati e la necessità di sdraiarsi sul pavimento del bus mentre droni sorvolavano la zona. “Pensavo che un cessate il fuoco fosse diverso”, ha raccontato a Ynet, esprimendo una disillusione che va ben oltre la sua età.
Scene simili si ripetono anche nelle scuole. In alcune aree vicino al confine, il tempo per raggiungere un rifugio è insufficiente: agli studenti viene quindi insegnato a sdraiarsi contro i muri e proteggere la testa. Una soluzione di emergenza che, però, non riesce a garantire un reale senso di sicurezza.
Per i genitori, la scelta diventa insostenibile: mandare i figli a scuola, rischiando la loro incolumità, oppure tenerli a casa compromettendo il loro percorso educativo. “È irragionevole dover scegliere tra l’istruzione e la sicurezza dei miei figli”, racconta una madre, dopo aver ricevuto la foto del figlio disteso a terra in classe durante un allarme.
Le conseguenze non sono solo fisiche, ma soprattutto psicologiche. Secondo operatori del settore, cresce tra i bambini un senso diffuso di sfiducia verso gli adulti e le istituzioni. Le promesse di sicurezza vengono percepite come fragili o addirittura ingannevoli, alimentando ansia e insicurezza.
Il contesto regionale contribuisce a mantenere alta la tensione. Hezbollah continua a rappresentare una minaccia significativa lungo il confine settentrionale, con capacità militari in costante evoluzione e un arsenale in crescita. Questo scenario rende il cessate il fuoco più una pausa instabile che una reale soluzione.
In questo equilibrio precario, la scuola – simbolo per eccellenza di normalità – si trasforma in un luogo ambiguo: spazio di apprendimento, ma anche di vulnerabilità. Per molti bambini del nord di Israele, l’infanzia si svolge così tra quaderni e rifugi improvvisati, tra lezioni interrotte e paura.
E mentre il dibattito politico e militare continua, resta una domanda semplice e drammatica, pronunciata da un bambino al ritorno a casa: “Mamma, avevi detto che ero al sicuro. Non è vero”. Una frase che, più di ogni analisi, racconta il fallimento di una tregua che non riesce a proteggere chi ne avrebbe più bisogno.
(Shalom, 28 aprile 2026)
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Iron Dome negli EAU. La mossa di Israele nel Golfo
Per la prima volta una batteria operativa fuori dal Paese durante la guerra con l’Iran, tra cooperazione militare senza precedenti e nuovi equilibri regionali.
di Shira Navon
Nel pieno della guerra con l’Iran, mentre i riflettori erano puntati sui raid e sulle minacce incrociate, Israele ha compiuto una scelta potente e, a dir poco, insolita. Il dispiegamento operativo di una batteria Iron Dome negli Emirati Arabi Uniti segna, infatti, un salto di qualità nella cooperazione militare regionale e apre uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe stato semplicemente impensabile.
La notizia, riportata dal sito Axios attraverso il giornalista Barak Ravid, si basa su fonti israeliane e americane e descrive un’operazione decisa direttamente da Benjamin Netanyahu dopo un confronto con il presidente emiratino Mohammed bin Zayed, in un momento in cui gli Emirati si trovavano sotto pressione per una serie di attacchi iraniani che avevano messo alla prova i loro sistemi difensivi. La risposta è stata immediata e concreta, con l’invio non solo della tecnologia ma anche di personale delle Forze di Difesa Israeliane incaricato di gestire direttamente il sistema sul territorio.
È un passaggio che supera un confine politico prima ancora che militare, perché rappresenta la prima volta in cui il sistema Iron Dome viene utilizzato operativamente in un Paese arabo, al di fuori degli Stati Uniti, e introduce un livello di integrazione strategica che trasforma gli Accordi di Abramo da cornice diplomatica a infrastruttura di sicurezza condivisa. Non si tratta più soltanto di relazioni formali o di cooperazione economica, ma di un coordinamento diretto sul terreno in uno scenario di guerra.
Il contesto spiega la rapidità della decisione, perché secondo dati diffusi dalle autorità emiratine, l’Iran avrebbe lanciato centinaia di missili e migliaia di droni contro il Paese, mettendo sotto stress le difese locali e dimostrando la vulnerabilità anche di Stati dotati di sistemi avanzati. In questo quadro, l’arrivo dell’Iron Dome ha fornito una capacità immediata di intercettazione, con risultati operativi che, secondo le fonti citate, includono l’abbattimento di numerosi vettori diretti verso obiettivi sensibili.
L’operazione non si è limitata alla difesa passiva, perché parallelamente l’aviazione israeliana ha colpito lanciatori di missili nel sud dell’Iran, in una logica di prevenzione che amplia ulteriormente la portata della cooperazione e suggerisce un coordinamento più stretto di quanto dichiarato pubblicamente. È un modello che combina difesa multilivello e intervento offensivo mirato, adattato a un teatro regionale sempre più interconnesso.
Sul piano politico, la presenza di militari israeliani sul suolo emiratino resta un elemento delicato, ma la guerra ha modificato la percezione interna, perché la priorità assegnata alla sicurezza ha ridotto le resistenze e ha reso accettabile una collaborazione che in altri momenti avrebbe incontrato ostacoli ben più forti. Per Abu Dhabi, la scelta risponde a un’esigenza immediata di protezione; per Israele, rappresenta un investimento strategico nella costruzione di un sistema di alleanze regionali capace di contenere l’Iran.
Resta però una tensione interna, perché la decisione di destinare risorse critiche all’estero mentre il Paese è sotto attacco espone il governo a critiche, soprattutto in una fase in cui ogni capacità difensiva viene percepita come essenziale per la sicurezza nazionale. È il prezzo di una strategia che guarda oltre l’emergenza e prova a costruire una rete di sicurezza condivisa, nella convinzione che la minaccia iraniana non possa essere affrontata da un singolo Stato ma richieda una risposta coordinata.
Quello che emerge da questa operazione è un Medio Oriente che si muove lungo linee meno visibili ma più profonde, dove la cooperazione militare tra Israele e alcuni Paesi arabi non è più un’ipotesi ma una pratica concreta, capace di incidere sugli equilibri regionali e di ridefinire, pezzo dopo pezzo, la geografia della sicurezza nel Golfo.
(Setteottobre, 28 aprile 2026)
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La disinformazione della RAI sulla guerra in Libano
di Franco Londei
Questa mattina l’inviato di RAI News 24 per la guerra in Libano, ha ribadito per l’ennesima volta che «Israele ha più volte violato il cessate il fuoco» attaccando obiettivi di Hezbollah persino nella Valle della Beqa.
Ora, giusto per andare subito al punto, Israele non ha mai violato il cessate il fuoco, ma piuttosto ha reagito ad una violazione di Hezbollah.
Per fare un esempio, se un drone israeliano individua un gruppo di terroristi che carica un lanciatore di missili con l’intenzione di colpire il nord di Israele, lo attacca prima che i terroristi possano lanciare. Ma non è stato Israele a violare la tregua, bensì i terroristi che si preparavano a colpire.
La prevenzione degli attacchi contro Israele o contro le truppe israeliane non può essere considerata una violazione del cessate il fuoco, al contrario, è una prevenzione alla violazione del cessate il fuoco.
Questo gli inviati RAI non lo spiegano mai. Come non spiegano mai che è il Governo libanese a chiedere a Hezbollah di deporre le armi. Per esempio, avete mai sentito raccontare dello scontro tra il Presidente libanese, Michel Aoun, e il capo di Hezbollah, Naim Qassem? Toni da guerra civile.
«Coloro che sono al potere devono sapere che le loro azioni non gioveranno né al Libano né a loro stessi», ha dichiarato Qassem lunedì sul canale televisivo sciita al-Manar riferendosi ai colloqui diretti tra Libano e Israele accusando i libanesi di tradimento e minacciando esplicitamente una guerra civile se il Governo libanese non avesse fatto quanto chiesto da Hezbollah.
Gli ha risposto il Presidente libanese: «Quello che stiamo facendo non è tradimento, ma il tradimento è commesso da coloro che trascinano il proprio paese in guerra per perseguire interessi stranieri», ha scritto il presidente Aoun in una dichiarazione, riferendosi al fatto che Hezbollah non agisce per il bene del Libano ma persegue gli interessi dell’Iran anche a scapito di quelli libanesi.
Vedete, non è proprio una cosa da poco, non è uno scontro che si possa omettere o raccontare in maniera superficiale perché una cosa del genere ridisegna tutta la storia dell’attuale scontro in atto in Libano. Definisce chiaramente Hezbollah non solo come responsabile della guerra, ma lo disegna come un corpo estraneo al Libano che agisce come fosse una mano di Teheran.
Il fatto che una cosa del genere la dica il Presidente libanese non può essere omessa o appena accennata. Solo che se lo si dicesse con chiarezza, se si spiegassero bene le cose, crollerebbe tutto il castello di carte e letame messo in piedi da questi “giornalisti”.
Tutto questo ha un nome: disinformazione. E che lo facciano giornalisti di testate indipendenti è brutto e per nulla etico, ma ci può stare. Ma che lo facciano giornalisti del servizio pubblico pagati con il denaro dei contribuenti non è ammissibile.
(Rights Reporter, 28 aprile 2026)
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Prete indossa la kippah, la Comunità: gesto che rompe isolamento
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Don Gretter mentre accende la Chanukkiah nel giardino della sinagoga di Merano
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MERANO – Non possiamo accettare di non poter esprimere le nostre idee per il timore che qualcuno ce lo possa impedire». Sono le parole con cui don Mario Gretter, decano a Merano e parroco della chiesa di Santo Spirito, ha annunciato la decisione di indossare per una settimana la kippah, con l’intento di lanciare un segnale contro «l’ondata di antisemitismo».
«Si tratta di un atto di vicinanza spontaneo e non concordato e per questo ancora più importante», racconta a Pagine Ebraiche la presidente della Comunità ebraica locale, Eli Rossi Borenstein. «Don Mario è un amico sincero della Comunità, ci conosciamo da molti anni, ma non ci sentivamo da un po’. La sua iniziativa arriva in un momento in cui l’isolamento sociale inizia a farsi sentire, anche qui da noi a Merano. La libertà di manifestare liberamente il proprio credo è un qualcosa che non si può dare più per scontato».
Nel motivare la sua decisione Gretter ha raccontato di essere rimasto colpito dal recente pestaggio di un ebreo romano che indossava la kippah e ha spiegato che l’episodio gli ha ricordato di quando, in Egitto, è stato aggredito insieme ad altri religiosi cristiani per via della loro identità. Da allora, ha affermato, «ho capito cosa significa essere nelle condizioni di nascondere le proprie convinzioni e anche le proprie idee». Borenstein definisce Gretter «un uomo molto coraggioso», al pari degli esponenti della comunità evangelica che hanno più volte dimostrato la loro vicinanza alla Comunità ebraica meranese. Altre voci, denuncia, sono invece mancate. «Siamo state tra le comunità fondatrici dal “giardino delle religioni”: ne siamo usciti dopo il 7 ottobre, per la mancanza di una presa di posizione».
(moked, 28 aprile 2026)
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Cucire abiti a Theresienstadt
Grazie a una serie di miracoli, è l’unica della sua famiglia a sopravvivere agli orrori del nazionalsocialismo. Oggi la 103enne Else Pripis vive nel suo appartamento di Gerusalemme – da sola.
di Merle Hofer
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In una cartella, Pripis ha raccolto numerose foto e documenti
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Dal 1942 al 1945 Else Pripis si trovava a Theresienstadt. Dopo l’arrivo, ha iniziato a cucire abiti da donna. L’anziana signora ricorda: «Abiti nuovi in celluloide per le donne tedesche. I colori erano davvero molto, molto belli. Erano sicuramente destinati alle personalità di spicco tedesche, perché le altre persone non ricevevano più abiti nuovi, questo è certo».
In seguito si cucivano uniformi per l’esercito tedesco per la guerra contro la Russia. «Da un lato erano a fantasia, dall’interno bianche. Quando non c’erano più tessuti nuovi, ricevevamo uniformi strappate dall’esercito. Bisognava poi ripararle tutte. Lo si è fatto per diversi mesi, fino al 1944.»
Pripis ricorda anche la liberazione del campo: «Riparavo le uniformi. Poi i tedeschi fuggirono da Theresienstadt, perché i russi non erano lontani. E poi arrivarono i russi. All’inizio, quando lavoravo, fu allestita una baracca in una caserma». Anche dopo continuò a cucire. «La donna che ci sorvegliava gridava sempre: “Rendimento, rendimento!” Per i tedeschi il rendimento era sufficiente. Le dissi: “Se per i tedeschi era sufficiente, il mio lavoro dovrebbe sicuramente essere sufficiente anche per lei.”»
• Lavoro in un panificio
In seguito, Pripis fu impiegata in un panificio che preparava panini per i malati. Lì riceveva una porzione e mezza da mangiare, «cioè mezza porzione in più del solito». Una porzione per tre giorni consisteva in un pezzo di pane – Pripis allarga il pollice e l’indice – «e 20 grammi di margarina e 50 grammi di zucchero».
Molti trasporti dei tedeschi erano diretti ad Auschwitz e in altri campi. «Avrebbero potuto mandare via anche me. Ma finché rammendavo le uniformi, si era al sicuro, non venivamo mandati via.» Pripis riassume: «Grazie a Dio la guerra finì prima che finissi sulla lista.»
Normalmente le persone avrebbero dovuto tornare nei loro luoghi d’origine. Ma i suoi parenti a Colonia erano morti. Pripis pensò di andare da suo zio in Svizzera o da sua zia in America. Alla fine fu tra le prime dieci persone a cui fu permesso di entrare in Svizzera. Dopo tre mesi dovette richiedere un nuovo permesso di soggiorno. «La prima volta andò bene. La seconda volta hanno storto il naso. La terza volta mi hanno detto che non potevo lasciare la Svizzera. È stato davvero orribile.»
• Ingresso senza documenti validi
Pripis lasciò la Svizzera. Giunse a Marsiglia e, senza documenti, prese una nave per Israele «all’epoca degli inglesi». «Sulla nave ci si fermava. Il primo mi chiese i documenti. È così: quando si attraversa il confine, di solito serve un documento. Ma io non avevo un passaporto. Avevo un documento che attestava che ero stata a Theresienstadt e l’autorizzazione per la Svizzera. Sulla nave qualcuno ha chiesto i documenti e io ho cercato e cercato e cercato». Ridendo, Pripis aggiunge: «Ma naturalmente non ho trovato nulla, perché non avevo nulla».
Alla fine, però, le fu permesso di salire sulla nave. «Mi diedero un posto e persino qualcosa da mangiare. La nave partì da Marsiglia alla volta di Alessandria. Lì restammo per la notte. Chi aveva i documenti poteva lasciare la nave e tornare. Ma io non l’ho fatto. Il giorno dopo partirono per Haifa. E lì si presentò il problema di come scendere dalla nave.»
Alla fine qualcuno di un’istituzione ebraica è venuto a prenderla dalla nave. «Ma i miei bagagli hanno proseguito per Beirut. Sono rimasta prima ad Haifa, finché non ho ottenuto i documenti per poter andare in città. C’erano sempre controlli e chi non poteva esibire i documenti veniva rinchiuso.»
Già in Europa aveva conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito, Naftali. Lui era già in Israele, ma poiché lei non era entrata legalmente nel Paese, non aveva i documenti necessari e non ottenne il permesso di lavoro. «All’inizio andai da una parente di mio marito e poi a Gerusalemme.» Naftali Pripis morì sette anni fa; lui ed Else erano stati sposati per 72 anni. Anche lui era nato nel 1923, la sua famiglia proveniva da Lodz. «Quando nel 1945 la guerra finì e arrivammo a Gerusalemme, ci sposammo davanti a un rabbino. Dovevamo testimoniare che non eravamo già sposati.»
Anche la figlia Miri è morta alcuni anni fa. Portava il nome della madre di Pripis, il figlio Max quello del padre. Lui vive a Gerusalemme e abita a circa 10 minuti da lei: «Ma bisogna affrontare forti salite, il percorso è troppo faticoso per me.» Nel bel mezzo della guerra e pochi giorni prima del suo compleanno, Pripis è diventata nuovamente bisnonna.
A metà marzo non aveva ancora conosciuto il bambino. «Vivono fuori Gerusalemme ed è pericoloso venire qui durante i bombardamenti.»
• Riordinare in tempo di guerra
La piccola signora, molto attiva, approfitta del periodo di guerra per riordinare il suo appartamento. Ha già lavato le fodere dei cuscini del divano e, sebbene non ci veda molto bene, continua a cucire. È orgogliosa dei suoi numerosi cardigan: «Ho lavorato a maglia quasi tutto il mio guardaroba».
Pripis si rifugia nel bunker del suo palazzo nel centro di Gerusalemme durante gli attuali allarmi missilistici? L’anziana signora sorride: «Una volta sono scesa. Ma sono troppo lenta e quando sono arrivata al bunker era già stato dato il cessato allarme e tutti i vicini stavano già uscendo.»
Durante gli allarmi, invece, si sdraia a letto. «Ho già vissuto tante guerre.» Ricorda anche le notti di bombardamenti a Colonia. «Le persone dovrebbero sedersi tutte insieme a un tavolo e impegnarsi per la pace.»
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(Israelnetz, 28 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il 25 aprile e la logica da regime applicata a una festa repubblicana
La Liberazione non può essere amministrata come una proprietà politica, con custodi, ospiti ammessi e presenze da cacciare. Le contestazioni alla Brigata ebraica e alle bandiere ucraine mostrano una deriva precisa: la memoria repubblicana trasformata in recinto ideologico.
di Filippo Piperno
Il 25 aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene a un partito, a una corrente, a una piazza, a un comitato di sorveglianza morale. L’anniversario della Liberazione appartiene alla Repubblica italiana. Dunque appartiene a tutti i cittadini che riconoscono nella sconfitta del nazifascismo un fondamento della nostra convivenza democratica.
Eppure ogni anno, puntuale come il calendario, va in scena lo stesso spettacolo. La festa della Liberazione viene trattata come una proprietà privata: con i suoi custodi, le sue regole non scritte, i suoi invitati legittimi e quelli da respingere. Poi, il giorno dopo, qualcuno finge di stupirsi. Come se tutto fosse accaduto per caso. Come se le tensioni, le espulsioni simboliche e quelle reali, gli insulti, le bandiere strappate o contestate fossero incidenti imprevedibili e non l’esito quasi automatico di una liturgia ormai consumata.
Non c’è nulla di spontaneo in quello che è accaduto sabato. C’è, al contrario, un meccanismo politico riconoscibile. Si stabilisce una gerarchia delle vittime. Si decide quali oppressioni meritino solidarietà e quali invece possano essere ignorate, minimizzate o perfino rovesciate contro chi le richiama. Si traccia una linea di compatibilità ideologica. Chi resta dentro è antifascista. Chi resta fuori diventa un provocatore.
La formula è sempre la stessa: chi porta la bandiera sbagliata se l’è cercata. Chi ricorda una memoria non allineata disturba. Chi non si adegua alla coreografia ufficiale viola lo spirito della giornata. È una logica da regime applicata, con sorprendente disinvoltura, a una festa repubblicana.
• La linea
Il presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, mentre la Brigata ebraica veniva fatta uscire dal corteo di Milano scortata dalla polizia tra insulti che evocavano i forni crematori, ha spiegato che il problema era che la Brigata “non si era mossa” e che le bandiere israeliane “non erano opportune”.
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, il giorno dopo, ha dichiarato al Corriere della Sera che “l’errore è stato portare bandiere di Israele” e che “in questa fase evitarle è buonsenso”.
A Roma, intanto, Matteo Hallissey finiva in ambulanza con un’abrasione alla cornea e le bandiere ucraine venivano strappate e incendiate. Anche lì, la presa di distanza è stata quanto meno flebile. Per usare un eufemismo generoso.
Questa è la linea.
Non si condanna chi caccia. Si rimprovera chi è stato cacciato. Non si contesta chi aggredisce. Si invita l’aggredito a scegliere meglio i propri simboli. Il problema non è l’intolleranza di chi pretende di decidere chi possa sfilare e chi no. Il problema diventa la presenza di chi non rientra nel perimetro politico stabilito.
Ha ragione Marco Taradash quando chiede a chi ha cacciato la Brigata ebraica di spiegare quale sia stato il contributo palestinese alla lotta contro il nazifascismo, e dunque su quale base storica si giustifichi la presenza massiccia di bandiere palestinesi nei cortei del 25 aprile mentre quella israeliana viene dichiarata “inopportuna”.
• L’appropriazione della memoria
Il 25 aprile non basta più essere ebrei per festeggiare. Non basta richiamare la memoria di chi combatté contro i nazisti in Italia. Di chi fu perseguitato per il solo fatto di essere ebreo. Non basta portare il nome della Brigata ebraica dentro la giornata che celebra anche la sconfitta del nazifascismo. Occorre essere gli ebrei giusti. Quelli compatibili con la linea. Quelli che non disturbano la narrazione dominante. Quelli che si lasciano ammettere a condizione di non portare con sé una memoria indisciplinata.
Gli altri sono abusivi. Gli altri provocano. Gli altri devono uscire.
È l’appropriazione della memoria portata alle sue conseguenze estreme. La Resistenza non viene più trattata come un patrimonio nazionale, ma come un marchio politico. Un marchio che si concede e si revoca. Un certificato di legittimità morale distribuito da chi pretende di amministrare la memoria collettiva come fosse una tessera di appartenenza.
• La festa di tutti trasformata in un recinto
Il 25 aprile, per una parte della sinistra italiana, non è più soltanto il giorno in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo. È diventato anche il giorno in cui quella parte celebra se stessa: la propria genealogia, i propri codici, le proprie gerarchie morali, la propria pretesa di stabilire chi abbia diritto di parola nella memoria pubblica.
In questo schema, chiunque porti con sé una storia diversa non è un partecipante. È un provocatore. La Brigata ebraica non è più una presenza storicamente legittima, ma un problema d’ordine pubblico. Le bandiere ucraine non evocano un popolo aggredito da una potenza autoritaria, ma disturbano la scenografia. Israele non è più anche il Paese nato dopo la Shoah e abitato da milioni di ebrei, ma solo il simbolo da espellere per mantenere intatta la liturgia.
Sono anni che una Festa nata per ricordare la fine di un regime che decideva chi fosse legittimo e chi no, chi potesse appartenere alla comunità nazionale e chi dovesse esserne escluso è stata deformata da chi pretende di stabilire quali memorie possano sfilare e quali debbano essere scortate fuori.
Il 25 aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene ai comitati di piazza. Non appartiene a chi pensa di poter distribuire patenti di antifascismo come lasciapassare.
(InOltre, 28 aprile 2026)
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La questione esistenziale di Israele, il problema petrolifero dell’Europa
Alcune crisi non si decidono innanzitutto sul campo di battaglia, ma nell’attesa, sotto pressione e nella lotta contro il tempo. È proprio quello che stiamo vivendo attualmente tra Stati Uniti, Iran e Israele.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Mentre i missili tacciono per il momento, sanzioni, blocchi navali, minacce e nervi saldi si scontrano tra loro. Lo Stretto di Hormuz è più di un semplice stretto marittimo, è il collo di bottiglia dell’economia mondiale e il simbolo di una prova di resistenza globale. Dietro i giochi diplomatici si nascondono spesso questioni esistenziali. Per Israele, il programma nucleare iraniano non rimane una strategia astratta, ma una questione di sopravvivenza. Per l’Europa è soprattutto una questione di prezzi del petrolio, inflazione e stabilità. Per Washington e Teheran è una partita a poker di potere. Così, ancora una volta, si scontrano tre mondi: la logica della sicurezza di Israele, la logica economica dell’Europa e il gioco di pazienza dell’Iran. Chi batte per primo le palpebre potrebbe perdere. Chi sbaglia i calcoli potrebbe incendiare l’intera regione.
• Trump aumenta la pressione – l’Iran prende tempo
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a cercare di spingere al limite i negoziati con l’Iran, sebbene i colloqui siano in una fase di stallo e non sia stata raggiunta alcuna svolta. Allo stesso tempo, sta dispiegando ulteriori forze militari in Medio Oriente per aumentare la prontezza operativa delle forze armate americane nel caso di nuovi attacchi contro l’Iran, come riferiscono fonti politiche di alto livello.
Di conseguenza, Teheran continua a chiedere la revoca del blocco navale statunitense come condizione preliminare per compiere progressi nei negoziati con Washington. Ciò è stato sottolineato anche da un servizio della televisione di Stato iraniana. In esso, il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato in una telefonata con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif che l'Iran non tornerà al tavolo dei negoziati fintanto che persisterà il blocco navale statunitense contro le navi che fanno scalo o lasciano i porti iraniani. Una proposta che l'Iran ha fatto pervenire a Washington tramite il Pakistan nel fine settimana è stata giudicata insufficiente dal governo statunitense. Di conseguenza, Trump ha ordinato che Jared Kushner e Steve Witkoff non si recassero a Islamabad.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump descrive la sua linea nei confronti dell’Iran in modo estremamente semplice: pressione invece di interminabili round di negoziati. «Gli iraniani ci hanno fatto un’offerta che avrebbe dovuto essere migliore. Subito dopo aver annullato il viaggio della delegazione americana in Pakistan, abbiamo ricevuto un’offerta nettamente migliore nel giro di dieci minuti. È molto semplice: l’Iran non deve possedere armi nucleari.”
Si scontrano così due culture negoziali completamente diverse. Un importante attivista dell’opposizione iraniana spiega che gli esperti negoziatori di Teheran devono rendersi conto che il loro metodo, che ha avuto successo per anni, non funziona più con Trump. Fa riferimento ad Abbas Araghchi, che nel suo libro “Il potere della negoziazione” descrive apertamente la strategia iraniana: Ritardare, guadagnare tempo, stancare l’avversario e trarre vantaggio dai lunghi processi. Araghchi collega questo metodo alla “cultura del bazar” iraniana, in particolare al modo di fare affari dei suoi fratelli Mojtaba e Morteza Araghchi, che dominano il mercato dei tappeti in Iran.
Quindi dura contrattazione, attesa tattica e costante rinegoziazione. Ma con Trump le regole sarebbero cambiate. Il tempo non gioca più automaticamente a favore dell’Iran. Invece di pazienza e pacificazione, Washington punta su massima pressione, sanzioni, minacce militari, blocco navale e prontezza a sferrare colpi diretti. L’assunto di base di Teheran, secondo cui si possa aspettare che l’Occidente si stanchi, viene così scosso. Ciò che spesso funzionava con i precedenti governi statunitensi e in Europa, con Trump si scontra con limiti ben definiti: decisioni rapide, scadenze rigide e la richiesta di risultati misurabili.
Naturalmente questa situazione rende nervoso l’Occidente. Infatti, finché lo stretto di Hormuz rimane bloccato, cresce l’incertezza sui mercati e aumenta la pressione sui prezzi del petrolio. Ciò che sta accadendo attualmente in Medio Oriente è un rischio globale reale. Tutti i soggetti coinvolti sono consapevoli, anche se difficilmente lo ammettono apertamente, che la situazione può sfuggire di mano in qualsiasi momento ed esplodere in faccia a tutti.
• Il poker mediorientale alla vigilia della prossima esplosione?
Eppure ci sono momenti storici in cui gli Stati non scelgono più tra opzioni buone, ma solo tra opzioni cattive. Per Israele, il programma nucleare iraniano era ed è una minaccia esistenziale. Proprio questa logica di sicurezza è stata sempre meno compresa nelle ultime settimane da molti governi occidentali, non da ultimo perché il conflitto israelo-americano con l’Iran può avere conseguenze economiche massicce per l’Europa. L'aumento dei prezzi dell'energia, i rischi legati alle catene di approvvigionamento e i timori di recessione stanno cambiando la prospettiva politica. Ciò che per Israele è una questione di sopravvivenza, in Europa appare spesso soprattutto come un problema economico. Ma dal punto di vista geopolitico, questa crisi assomiglia a una partita di poker al tavolo. Tutti bluffano, tutti mettono alla prova i nervi dell'altro, tutti cercano di guadagnare tempo e di ingannare l'avversario.
Inoltre, Washington stessa non sembra sapere esattamente chi abbia effettivamente l’ultima parola a Teheran: la leadership politica civile o i generali delle Guardie della Rivoluzione Islamica. È proprio questa ambiguità a complicare ogni negoziazione, perché finché rimane incerto chi prende le decisioni e chi può bloccarle, ogni impegno da parte dell’Iran rimane fragile. Per Washington questo è uno dei problemi centrali.
• Blocco navale anziché guerra aerea.
Secondo fonti israeliane, Trump punta ora a un inasprimento della pressione economica per costringere l’Iran ad accettare le richieste americane e raggiungere un accordo che possa presentare come una vittoria politica. A Washington prevale l’opinione che il blocco navale americano stia funzionando, che il tempo giochi a favore degli Stati Uniti e che tutte le carte strategiche siano nelle mani americane. Parallelamente, l’esercito israeliano sarebbe pronto sia in difesa che in attacco a una possibile ripresa dei combattimenti, non appena Trump prendesse una decisione in tal senso.
Gli ambienti della sicurezza ritengono che l’Iran potrebbe presto essere costretto a interrompere la produzione di petrolio. A causa del blocco, il Paese non potrebbe esportare il proprio petrolio via mare, le capacità di stoccaggio sarebbero quasi esaurite e un’interruzione della produzione causerebbe gravi danni economici. La domanda centrale è ora: chi cederà per primo? Gli osservatori ritengono che Teheran punti sulla «pazienza strategica» e non sia disposta a cedere sulla questione dello Stretto di Hormuz. Trump, dal canto suo, riconosce questa tattica e non intende né attenuare le sue richieste né revocare il blocco statunitense dello stretto.
Al momento nessuna delle due parti sembra interessata a un immediato ritorno alla guerra aperta. L’Iran spera evidentemente che la crisi energetica da esso provocata e le pressioni interne negli Stati Uniti costringano Trump a cedere.
Secondo fonti politiche, Trump preferisce al momento una guerra economica piuttosto che attacchi diretti alle infrastrutture iraniane, poiché tali colpi colpirebbero la popolazione iraniana e potrebbero unirla dietro il regime delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Ciò non significa tuttavia che l’opzione militare sia fuori discussione. Prima o poi Trump dovrà prendere una decisione. Israele si mantiene in disparte su questa questione e attende solo il via libera da parte di Trump.
(Israel Heute, 27 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Hezbollah rifiuta i negoziati diretti con Israele
Il segretario generale dell’organizzazione terroristica, Naim Kassim, afferma che Hezbollah continuerà a «opporre resistenza difensiva agli attacchi di Israele»
Secondo quanto affermato dal suo segretario generale Naim Kassim, Hezbollah, sostenuta dall’Iran, continua a rifiutare negoziati diretti con Israele. L’organizzazione continuerà a «opporre resistenza difensiva agli attacchi di Israele», ha comunicato oggi Kassim. La milizia non consegnerà le proprie armi, poiché queste sono necessarie per difendersi da Israele.
In effetti, dall’8 ottobre 2023 – il giorno successivo ai massacri di Hamas – Hezbollah attacca ripetutamente e senza provocazione lo Stato ebraico con razzi. Decine di migliaia di abitanti del nord di Israele hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. Le forze armate (IDF) rispondono ai lanci di razzi anche durante il cessate il fuoco.
Nel conflitto tra Hezbollah e Israele è ora in vigore un cessate il fuoco. Questo era stato annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo i colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun. La tregua annunciata a metà aprile è ancora valida per ben due settimane. Il Libano non è ufficialmente parte in conflitto.
Hezbollah non ha partecipato direttamente ai colloqui sul cessate il fuoco, ma ha segnalato che rispetterà la tregua, a condizione che anche Israele sospenda gli attacchi.
Nei negoziati, il presidente del Parlamento libanese e alleato di Hezbollah, Nabih Berri, ha un ruolo centrale. Quest'ultimo ha decisamente portato avanti l'iniziativa statunitense per un cessate il fuoco e ha fatto nuovamente da ponte tra il governo di Beirut, Hezbollah e Washington. Hezbollah aveva già rifiutato in precedenza negoziati diretti con Israele, ma sembra sia stata informata sullo stato dei colloqui grazie alla sua grande influenza.
Israele e gli Stati Uniti, suoi alleati, non sono riusciti a distruggere Hezbollah, ha comunicato Kassim. A causa della forte «resistenza» di Hezbollah, le truppe israeliane, impegnate da un anno e mezzo anche con forze di terra nel Libano meridionale, si troverebbero in un «vicolo cieco».
(Jüdische Allgemeine, 27 aprile 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’Idf bombarda la valle della Beqaa dopo l’uccisione di un soldato
Era tre settimane che Israele non effettuava attacchi nella valle della Beqaa, bastione di Hezbollah nella parte orientale del Libano. Nella giornata di lunedì l’Idf è tornata a operare nella zona con una serie di raid aerei contro infrastrutture del gruppo terroristico sciita, colpendo tra i vari obiettivi «cellule terroristiche dotate di lanciarazzi, un lanciarazzi carico e pronto al lancio, un deposito di armi e strutture militari», mentre all’interno di una stanza per bambini nella zona di Aadshit al-Qusayr è stato annunciato il rinvenimento di «un deposito di armi contenente numerose munizioni». Nel computo del materiale recuperato, informa l’esercito israeliano, ci sono «esplosivi, fucili kalashnikov, granate, lanciarazzi, mitragliatrici, munizioni ed equipaggiamento da combattimento». L’azione dell’Idf arriva all’indomani di un attacco con droni esplosivi da parte di Hezbollah nel corso del quale un soldato israeliano è rimasto ucciso e sei suoi commilitoni sono stati feriti. Il soldato si chiamava Iran Fooks, aveva 19 anni ed era originario di Petah Tikva. Come riporta la stampa locale, è il terzo soldato di Israele a perdere la vita in Libano dall’inizio del “cessate il fuoco”.
Prosegue intanto il negoziato tra i governi di Gerusalemme e Beirut, osteggiato in primis proprio da Hezbollah. «Le trattative dirette non esistono per noi. Continueremo la resistenza e risponderemo a qualsiasi aggressione», ha dichiarato il segretario generale del “partito di Dio” collegato a Teheran, Naim Qasim. Dal suo canto il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato in queste ore che «il mio obiettivo è raggiungere la fine dello stato di guerra con Israele, in modo simile all’armistizio del 1949», aggiungendo di non essere disposto ad accettare soluzioni che si concludano con un «accordo umiliante». Nelle sue dichiarazioni Aoun si è scagliato contro Hezbollah: «Coloro che ci hanno trascinato in guerra in Libano ora ci ritengono responsabili perché abbiamo preso la decisione di avviare i negoziati. Quello che stiamo facendo non è tradimento. Piuttosto, il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per perseguire interessi stranieri».
E mentre l’opinione pubblica israeliana si interroga sulle grandi manovre della politica in vista delle prossime elezioni, a partire dall’accordo elettorale tra gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid siglato domenica, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar interviene sulla decisione della giuria della Biennale Arte di Venezia di escludere l’artista israeliano Belu-Simion Fainaru dalla corsa ai premi. «Il boicottaggio dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru da parte della giuria internazionale della Biennale di Venezia rappresenta una contaminazione per il mondo dell’arte», ha scritto Sa’ar su X. Per il ministro, «la giuria, di stampo politico, ha trasformato la Biennale da spazio artistico aperto, libero da idee illimitate, in uno spettacolo di falsa indottrinamento politico anti-israeliano».
(moked, 27 aprile 2026)
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Elezioni comunali: Hamas boicotta, Fatah trionfa
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Voto espresso in un seggio elettorale a Deir al-Balah nella Striscia di Gaza
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RAMALLAH – Nelle elezioni comunali palestinesi di sabato, la lista “Resilienza e Generosità”, affiliata a Fatah, ha ottenuto una “vittoria schiacciante”. Lo ha comunicato domenica a Ramallah il partito del presidente dell’Autorità Palestinese (AP), Mahmud Abbas. Tuttavia, Hamas ha boicottato il voto.
Fatah avrebbe conquistato la maggioranza dei consigli comunali in Cisgiordania, tra cui Hebron, Jenin, Tulkarm, Salfit e Al-Bireh. Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, il partito avrebbe avuto successo anche a Ramallah e Nablus. Si tratterebbe di un referendum pubblico sul proprio programma politico e sulla visione nazionale.
Secondo la Commissione elettorale centrale, l'affluenza in Cisgiordania è stata del 56%. Ma anche nella Striscia di Gaza si è votato, almeno in un comune: a Deir al-Balah, che ha subito relativamente pochi danni di guerra. Qui erano registrati 70.000 aventi diritto al voto, di cui il 23% ha partecipato alle urne – in parte nelle tende.
• Prime elezioni a Gaza da due decenni
Nel giugno 2007 Hamas aveva preso il potere con la forza nella Striscia di Gaza, cacciando Fatah. Ora, per la prima volta dopo 20 anni, i palestinesi della Striscia di Gaza hanno potuto partecipare a un’elezione. Secondo i risultati provvisori, la maggior parte dei 15 seggi, ovvero sei, è andata alla lista “Nahdat”, vicina a Fatah.
Il governo di Abbas in Cisgiordania ha dichiarato che l’inclusione di Deir al-Balah è già un risultato. Dovrebbe dimostrare che Gaza è «parte integrante di un futuro Stato palestinese».
Come in Cisgiordania, Hamas non ha presentato candidati, ma la lista “Deir al-Balah ci unisce” è ad essa collegata. Ha ottenuto due seggi. Il resto dei seggi è andato ad altri due gruppi che non si sentono affiliati ad alcun partito.
Il portavoce di Hamas a Gaza, Hasem Qassem, ha minimizzato il risultato: secondo quanto riportato dal sito di notizie «Times of Israel», ha affermato che non avrà ripercussioni sulle questioni nazionali più importanti.
• Persone anziché partiti
Sono stati eletti i consiglieri comunali responsabili di acqua, strade ed elettricità. A seguito delle riforme, al voto sono stati sottoposti singoli individui anziché liste. Nella campagna elettorale, i partiti hanno avuto un ruolo meno importante rispetto alle famiglie e ai clan.
Il primo ministro Mohammad Mustafa (Fatah) ha affermato che le elezioni rappresentano «un ulteriore passo verso la piena indipendenza». Nel prossimo futuro è previsto un voto in altri comuni della Striscia di Gaza.
L’analista politica Reham Uda ha osservato che gli elettori sembrano puntare a un sostegno internazionale incondizionato per gli organi di governo locali. Per questo motivo hanno votato per candidati legati a Fatah.
Le ultime elezioni presidenziali si sono tenute nel gennaio 2005, quando Abbas è stato eletto presidente dell’Autorità Palestinese per quattro anni. Le ultime elezioni parlamentari risalgono all’inizio del 2006. In Cisgiordania si sono tenute elezioni comunali nel 2017.
(Israelnetz, 27 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Come Hezbollah finanzia il terrorismo in Europa
Un rapporto rivela una rete capillare in almeno 15 Paesi europei che genera fino al 30% del bilancio dell’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran
di Shira Navon
L’Europa è diventata una vera e propria piattaforma finanziaria del gruppo terrorista Hezbollah senza la quale una parte decisiva delle sue operazioni non potrebbe sopravvivere. Il nuovo rapporto firmato da Lina Khatib per il Documentation Centre Political Islam austriaco mette in fila dati e meccanismi con una precisione senza ambiguità, mostrando come una quota consistente delle risorse dell’organizzazione libanese nasca proprio dentro i circuiti economici europei, spesso sotto il radar delle autorità.
Il bilancio complessivo supera il miliardo di dollari, con circa settecento milioni provenienti dall’Iran e una fetta che sfiora il trenta per cento generata attraverso attività illecite distribuite su scala globale. È in questa zona grigia che l’Europa assume un ruolo centrale, perché qui Hezbollah riesce a trasformare denaro sporco in flussi apparentemente legittimi grazie a una combinazione di commercio internazionale, sistemi finanziari frammentati e controlli disomogenei.
Il cuore operativo è rappresentato da una struttura interna, il Business Affairs Component, che secondo il rapporto ricicla circa un milione di euro a settimana tra Germania, Belgio e Francia, offrendo servizi anche ai cartelli della droga sudamericani. Il meccanismo è raffinato e si appoggia a un modello noto, il Black Market Peso Exchange, che consente di convertire proventi del narcotraffico in merci acquistate legalmente in Europa. Auto di alta gamma, orologi e altri beni di lusso vengono comprati con denaro derivante dalla cocaina, spediti in Africa occidentale e rivenduti per ottenere fondi puliti che rientrano in Libano.
Questa filiera, emersa già nell’ambito delle indagini internazionali note come Project Cassandra, non è un episodio isolato ma un sistema consolidato che coinvolge operatori economici apparentemente regolari. Il rapporto cita una rete con base a Beirut e ramificazioni in Germania, guidata da figure come Hassan Trabulsi, capace di muoversi tra concessionarie e circuiti commerciali senza attirare attenzioni immediate. Accanto al commercio di beni di lusso, il mercato dell’arte offre un altro canale privilegiato. Il finanziatore Nazem Said Ahmad ha movimentato decine di milioni di dollari tra Regno Unito e Belgio sfruttando società di copertura e la possibilità di manipolare le valutazioni delle opere, acquistando e rivendendo lavori di artisti di primo piano per trasferire valore oltre confine. A questo si affianca il traffico di diamanti, con certificazioni alterate e spedizioni frammentate che rendono difficile tracciare l’origine reale delle pietre.
La logica è sempre la stessa, anche quando cambia il settore: sfruttare le pieghe dei mercati legali per nascondere flussi illegali. Un esempio ancora più esplicito arriva dal caso austriaco del 2021, quando le autorità hanno intercettato un’operazione che prevedeva il trasporto di trenta tonnellate di Captagon, la droga sintetica prodotta in Libano e Siria, nascosta in forni per pizza e instradata attraverso Belgio e Austria prima di raggiungere l’Arabia Saudita passando dai porti italiani. La scelta del percorso europeo rispondeva a un calcolo preciso, legato ai controlli meno stringenti sui carichi provenienti dal continente rispetto a quelli diretti dal Medio Oriente.
A complicare ulteriormente il quadro interviene la dimensione diplomatica. Figure come Mohammad Ibrahim Bazzi hanno utilizzato incarichi ufficiali, in questo caso come console onorario del Gambia, per spostare fondi e gestire operazioni economiche con un livello di protezione che rende più difficile l’intervento delle autorità. Quando il denaro arriva in Libano, il tracciamento si interrompe quasi del tutto, anche per via della presenza capillare di Hezbollah nelle istituzioni e nei nodi finanziari del Paese.
Negli ultimi anni si è aggiunta una componente digitale che amplia le possibilità di movimento dei capitali. L’uso di criptovalute, in particolare Tether sulla rete Tron, consente trasferimenti rapidi e meno esposti ai controlli tradizionali, come dimostrano i sequestri effettuati da Israele su portafogli collegati all’organizzazione e alla Forza Quds iraniana. È un’evoluzione coerente con la pressione crescente sul sistema bancario classico, che spinge queste reti a cercare nuove strade.
Resta però un elemento politico che rende tutto questo più difficile da contrastare, e riguarda la frammentazione delle definizioni giuridiche. Stati Uniti e Regno Unito considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, mentre l’Unione Europea mantiene una distinzione tra ala militare e ala politica. In questo spazio di ambiguità si inseriscono raccolte fondi e attività economiche che, pur essendo collegate alla struttura complessiva, riescono a operare con una copertura legale parziale.
Il risultato è un sistema che combina illegalità e legittimità apparente, dove il confine tra economia lecita e finanziamento del terrorismo si fa sottile e permeabile. Chi continua a pensare a Hezbollah come a un attore confinato al Libano o al Medio Oriente ignora un pezzo decisivo del problema, perché una parte della sua capacità operativa prende forma proprio qui, nelle economie europee, dentro circuiti che funzionano ogni giorno sotto gli occhi di tutti.
(Setteottobre, 27 aprile 2026)
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Sta scritto
Dalla Sacra Scrittura
MATTEO 3
- Or in quei giorni comparve Giovanni il Battista, predicando nel deserto della Giudea e dicendo:
- Ravvedetevi, poiché il regno dei cieli è vicino.
- Di lui parlò infatti il profeta Isaia quando disse: Vi è una voce d'uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, addirizzate i suoi sentieri.
- Or esso Giovanni aveva il vestimento di pelo di cammello ed una cintura di cuoio intorno ai fianchi; ed il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
- Allora Gerusalemme e tutta la Giudea e tutto il paese d'intorno al Giordano presero ad accorrere a lui;
- ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
- Ma vedendo egli molti dei Farisei e dei Sadducei venire al suo battesimo, disse loro: Razza di vipere, chi v'ha insegnato a fuggire dall'ira a venire?
- Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento.
- E non pensate di dir dentro di voi: Abbiamo per padre Abramo; perché io vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abramo.
- E già la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, sta per esser tagliato e gettato nel fuoco.
- Ben vi battezzo io con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dietro a me è più forte di me, ed io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con fuoco.
- Egli ha il suo ventilabro in mano, e netterà interamente l'aia sua, e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma arderà la pula con fuoco inestinguibile.
- Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per esser da lui battezzato.
- Ma questi vi si opponeva dicendo: Son io che ho bisogno d'esser battezzato da te, e tu vieni a me?
- Ma Gesù gli rispose: Lascia fare per ora; poiché conviene che noi adempiamo così ogni giustizia. Allora Giovanni lo lasciò fare.
- E Gesù, dopo che fu battezzato, salì fuor dell'acqua; ed ecco i cieli s'apersero, ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venir sopra lui.
- Ed ecco una voce dai cieli che disse: Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto.
MATTEO 4
- Allora Gesù fu condotto dallo Spirito su nel deserto, per esser tentato dal diavolo.
- E dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
- E il tentatore, accostatosi, gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre divengan pani.
- Ma egli rispondendo disse: Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma d'ogni parola che procede dalla bocca di Dio.
- Allora il diavolo lo portò con sé nella santa città e lo pose sul pinnacolo del tempio,
- e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: Egli darà ordine ai suoi angeli intorno a te, ed essi ti porteranno sulle loro mani, che talora tu non urti col piede contro una pietra.
- Gesù gli disse: Egli è altresì scritto: Non tentare il Signore Iddio tuo.
- Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, e gli mostrò tutti i regni del mondo e la lor gloria, e gli disse:
- Tutte queste cose io te le darò, se, prostrandoti, tu mi adori.
- Allora Gesù gli disse: Va', Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto.
- Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco degli angeli vennero a lui e lo servivano.
2 TIMOTEO 3
- Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
- e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
- Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
- affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.
(Notizie su Israele, 26 aprile 2026)
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Gli antifa si inchinino alla Brigata ebraica
In Italia il 25 aprile è diventata una celebrazione contro gli Usa e Israele. Eppure, mentre l'Europa era piegata dalle barbarie, nel 1944 nacque un'unità militare di soli ebrei. Simbolo di un popolo che, pur disperso e perseguitato, lottò per ritrovare la libertà.
di Silvana De Mari
In Italia la Festa della Liberazione è diventata la festa dell'antiamericanismo e dell'odio verso Israele. La storia è diventata un optional. L'importante non è quello che è successo, ma quello che dovrebbe essere successo secondo le limitate conoscenze e le ancora più limitate teorie di quelli che, per assoluta auto nomina, si dichiarano i « buoni». Vorrei ricordare la Brigata ebraica, sempre più ingiuriata ogni 25 aprile. Mentre l'Europa sembrava piegata sotto il peso della barbarie, emerse una forza che univa coraggio, identità e speranza: la Brigata ebraica. Nata ufficialmente nel 1944 sotto l'egida dell'esercito britannico, essa rappresentò molto più di una semplice unità militare. Fu il simbolo vivente di un popolo disperso che, pur ferito e perseguitato, trovò la forza di combattere a testa alta per la libertà e la dignità. Composta da volontari ebrei provenienti principalmente dalla Palestina mandataria, la Brigata portava sul proprio vessillo la stella di David, che sventolava accanto alle insegne alleate. Molti di questi uomini lasciarono le proprie case affrontando viaggi difficili e, in diversi casi, sostenendo personalmente parte delle spese necessarie per raggiungere i centri di arruolamento o contribuire al proprio equipaggiamento iniziale. Quel gesto, concreto e gravoso, era già di per sé una dichiarazione di volontà: non attendere la storia, ma entrarvi da protagonisti. Il loro battesimo del fuoco avvenne in Italia, lungo il fronte adriatico, dove parteciparono alle operazioni dell'Offensiva della primavera del 1945. Nelle dure battaglie sul fiume Seni o e nelle azioni attorno ad Alfonsine, la Brigata contribuì allo sfondamento delle linee tedesche, distinguendosi per disciplina e tenacia. Inseriti nel più ampio quadro della Campagna d'Italia, i loro reparti presero parte alle fasi finali che portarono al collasso delle difese naziste nel Nord, consolidando posizioni chiave e sostenendo l'avanzata alleata nei momenti decisivi. E tuttavia, dietro quel contingente valoroso, aleggia anche la storia di ciò che avrebbe potuto essere. Nei decenni precedenti, le restrizioni imposte dal mandato britannico - culminate in provvedimenti come il Libro Bianco del 1939 - limitarono severamente l'immigrazione ebraica verso la Palestina. Tali politiche, adottate in un contesto di crescenti tensioni locali con i movimenti palestinesi e pressioni politiche, impedirono a molti di trovare rifugio e di contribuire anni dopo alla lotta armata contro il nazifascismo. Se quelle porte fossero rimaste aperte, se l'approdo fosse stato consentito a un numero maggiore di uomini e donne in fuga dall'Europa, la Brigata ebraica avrebbe potuto contare su ranghi ben più ampi, diventando una forza ancora più imponente sul campo di battaglia, e soprattutto innumerevoli vite sarebbero state salvate dallo sterminio nazista. La presenza della Brigata ebraica ebbe un valore che trascendeva il piano militare. In un mondo in cui gli ebrei venivano disumanizzati e annientati, la Brigata incarnava la rinascita dell'orgoglio e della capacità di autodifesa. I suoi soldati non combattevano solo per liberare territori, ma per riaffermare un'identità che il nazismo aveva cercato di cancellare. Alla fine del conflitto, quando le armi tacquero, la missione della Brigata non si concluse. Molti dei suoi membri si dedicarono ad aiutare i sopravvissuti della Shoah, fornendo assistenza, protezione e facilitando il loro viaggio verso una nuova vita. In quel momento, la Brigata divenne ponte tra distruzione e rinascita, tra dolore e speranza. La sua eredità è profonda e duratura. Essa contribuì non solo alla vittoria contro il nazifascismo, ma anche alla formazione di una coscienza collettiva che avrebbe positivamente influenzato la nascita dello Stato di Israele. I suoi veterani portarono con sé esperienza militare, spirito di sacrificio e un senso incrollabile di unità. Raccontare la storia della Brigata Ebraica significa celebrare una pagina luminosa in uno dei capitoli più oscuri della storia umana. E il racconto di uomini e donne che, di fronte all'abisso, scelsero di combattere, di resistere e di costruire. È un'epopea di dignità che continua a risuonare nel tempo, ricordandoci che anche nei momenti più bui può nascere una luce capace di guidare il futuro.
(La Verità, 25 aprile 2026)
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Niente cortei per Shabbat e tensioni. Ma la comunità si riunirà domani
La cerimonia al Cimitero militare di Milano per ricordare alleati e Resistenza
di Luciano Bassani
Quest'anno la Comunità ebraica di Milano non prenderà parte alle manifestazioni del Festa della Liberazione in programma il 25 aprile. Una decisione che nasce da una doppia motivazione: il rispetto dello Shabbat, giorno sacro di riposo e preghiera, e un clima percepito come sempre più difficile all'interno di alcuni cortei pubblici. Nel calendario ebraico, lo Shabbat rappresenta un momento centrale della vita religiosa, durante il quale sono sospese attività lavorative e spostamenti non necessari. Quando cade in concomitanza con eventi civili, la partecipazione diventa quindi problematica per osservanti e istituzioni comunitarie. A questo elemento si aggiunge una preoccupazione crescente per la presenza, negli ultimi anni, di gruppi e slogan considerati ostili a Israele e, in alcuni casi, sfociati in espressioni percepite come antisemite. Un contesto che ha contribuito a rendere meno inclusivo, agli occhi di molti ebrei italiani, uno spazio che storicamente è stato condiviso e gli spettava di diritto. Il 25 aprile resta tuttavia una data fondativa anche per la memoria ebraica italiana. Numerosi ebrei parteciparono infatti alla Resistenza italiana e alla lotta contro il nazifascismo, sia nelle file partigiane sia all'interno delle forze alleate. A questo va aggiunto il riferimento storico alla collaborazione tra il Gran Mufti di Gerusalemme e il regime nazista durante la Seconda guerra mondiale, che dovrebbe far porre qualche domanda sulla partecipazione alla manifestazione dei volenterosi promotori della difesa a oltranza dei palestinesi. Proprio per ribadire il suo legame al giorno della liberazione, la Comunità ebraica di Milano ha scelto di partecipare a una commemorazione alternativa domenica 26 aprile a Trenno. Il Milan War Cemetery (in italiano, Cimitero di guerra di Milano) è un cimitero dove sono seppelliti 417 caduti delle nazioni del Commonwealth. L'iniziativa si svolgerà davanti alle lapidi che ricordano i soldati ebrei dell'esercito britannico e della Brigata ebraica, unità che combatté in Italia negli ultimi mesi della guerra contribuendo alla liberazione dal nazifascismo. Sarà un momento sobrio ma significativo, dedicato alla memoria condivisa e al contributo ebraico alla libertà dell'Italia. In questo scenario, la scelta della Comunità ebraica milanese appare come un tentativo di tenere insieme identità religiosa, sicurezza e memoria storica. Un modo diverso di celebrare il 25 aprile, senza rinunciare al suo significato profondo: la conquista della libertà e il rifiuto di ogni forma di odio.
(La Verità, 25 aprile 2026)
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Gaza. Le armi di Hamas per schiacciare le milizie rivali
Il nuovo studio dell’ICT israeliano svela la strategia per isolare i gruppi sostenuti da Israele e consolidare il controllo sull’enclave
di Shira Navon
Il terreno su cui si gioca il potere a Gaza si è spostato, e chi continua a leggere quel conflitto solo in termini di armi e raid resta indietro. Un rapporto dell’International Institute for Counter-Terrorism israeliano mostra come Hamas abbia aperto un fronte meno visibile e forse più efficace, una guerra psicologica costruita con metodo, pazienza e una conoscenza profonda della società gazawi, dove l’appartenenza familiare e la reputazione valgono quanto, se non più, della forza militare.
Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, mentre le operazioni armate diminuivano di intensità, Hamas ha cambiato passo. Alle eliminazioni mirate ha affiancato una campagna sistematica che usa canali Telegram, messaggi calibrati e una pressione capillare sui clan locali, trasformati in strumenti di delegittimazione. Il bersaglio sono le milizie nate negli ultimi due anni, gruppi eterogenei che operano tra Rafah, Gaza City e il nord della Striscia, alcuni dei quali sostenuti apertamente da Israele con l’obiettivo di indebolire il controllo dell’organizzazione islamista e ridurre la necessità di interventi diretti.
Il rapporto individua almeno cinque di questi gruppi, tra cui le cosiddette “Forze popolari” guidate da Yasser Abu Shabab, attive nella zona orientale di Rafah e riconosciute da Israele come interlocutori operativi già nel giugno 2025. Accanto a loro si muovono altre milizie locali, nate spesso su base familiare o territoriale, che cercano spazio in un contesto frammentato e instabile. È proprio questa frammentazione che Hamas ha deciso di sfruttare, rovesciandola contro i suoi avversari.
Per farlo ha costruito una macchina di controllo interna che non si limita alla sicurezza tradizionale. L’unità Sahm, creata nel marzo 2024, agisce sulla popolazione civile, regolando i mercati e punendo i presunti collaboratori, mentre Rada, istituita nell’estate 2025, opera come braccio repressivo specializzato contro chi viene accusato di cooperazione con Israele. Queste strutture non si muovono soltanto sul piano operativo, ma alimentano un flusso continuo di contenuti che circolano online, dove vengono pubblicate confessioni, immagini e avvertimenti destinati a costruire un clima di paura e isolamento.
Il cuore della strategia sta nella costruzione di un’immagine. Le milizie rivali vengono presentate come corrotte, mosse da interessi personali, incapaci di offrire protezione e destinate a essere abbandonate da Israele. Ogni episodio interno, ogni sospetto tradimento, ogni tensione viene amplificata e inserita in una cornice narrativa coerente che punta a svuotare queste formazioni di qualsiasi legittimità sociale. Parallelamente, Hamas apre finestre di “pentimento” di dieci giorni, offrendo amnistie temporanee che funzionano come leva psicologica per spingere i combattenti a disertare.
La leva decisiva resta però quella tribale. In una società dove il clan definisce identità e protezione, la scomunica pubblica equivale a una condanna. Il caso del clan al-Duhaini, che nel dicembre 2025 ha preso le distanze da alcuni membri coinvolti nelle milizie, privandoli della protezione familiare, è emblematico di un meccanismo che Hamas incoraggia e, secondo diverse testimonianze, talvolta impone. La pressione non arriva solo dall’alto, ma attraversa le relazioni quotidiane, trasformando la diffidenza in isolamento e l’isolamento in vulnerabilità. A questo si aggiunge il ruolo dei media regionali, con Al Jazeera che ha rilanciato materiali forniti da Hamas, inclusi filmati provenienti da body cam di presunti collaboratori, contribuendo a rafforzare l’idea di un controllo capillare e onnipresente. Il messaggio è chiaro e viene ripetuto fino a diventare percezione condivisa: chi collabora è visto, seguito, prima o poi colpito.
La reazione dell’Autorità Palestinese è stata dura, con Mahmoud Abbas che ha parlato di violazioni gravi dei diritti umani, mentre la stampa vicina a Ramallah ha evocato paragoni con le esecuzioni dello Stato islamico. Parole che segnano una distanza politica profonda, ma che difficilmente incidono sul terreno, dove la legittimità si misura nella capacità di controllare e orientare la società.
Il dato che emerge con più forza dal rapporto è che Hamas non difende il proprio potere soltanto con le armi, ma con un sistema integrato che tiene insieme coercizione, propaganda e strutture sociali. Chi immagina alternative di governo a Gaza dovrà fare i conti con questo intreccio, perché smontarlo richiede molto più che neutralizzare una catena di comando militare. Qui il potere passa per le famiglie, per le reti informali, per la percezione di ciò che è giusto o tradimento, e su quel terreno Hamas continua a muoversi con una lucidità che, piaccia o meno, spiega perché resti un attore centrale nonostante tutto.
(Setteottobre, 25 aprile 2026)
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Nuovo picco di episodi antisemiti
Dall’inizio della guerra a Gaza, gli episodi di ostilità sono aumentati notevolmente. Il conflitto rischia di gettare un’ombra anche sull’ESC (Eurovision Song Contest) di Vienna. Perché la comunità ebraica è comunque entusiasta dell'ESC.
Il numero di episodi antisemiti registrati in Austria ha raggiunto un nuovo picco nel 2025. L'anno scorso l'ufficio segnalazioni della Comunità ebraica ha documentato 1532 casi. Rispetto al 2024 l'aumento è inferiore all'uno per cento, ma non c'è motivo di rallegrarsi, ha affermato il direttore dell'ufficio segnalazioni, Johannan Edelman: «Qui assistiamo al consolidamento di una situazione di crisi anziché a un calo».
I numeri sono aumentati notevolmente dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva operazione militare israeliana contro il terrorismo nella Striscia di Gaza. «Lo tsunami antisemita dopo il 7 ottobre 2023 si è trasformato in un'inondazione persistente», ha detto Oskar Deutsch, presidente della Comunità ebraica di Vienna.
Non ci si può e non ci si deve abituare a questa situazione, ha sottolineato Deutsch. La comunità ebraica attende con gioia l’Eurovision Song Contest a maggio a Vienna, nonostante le manifestazioni anti-israeliane annunciate, ha detto. L’ESC è una festa della diversità. «C’è una minoranza piccola, ma rumorosa e pericolosa, che vuole distruggerla», ha affermato Deutsch.
Tra i 1532 casi, 205 erano danni alla proprietà, 27 minacce e 19 aggressioni fisiche. Il resto consisteva in ostilità verbali e scritte. Non tutti i commenti antisemiti online sono stati conteggiati singolarmente. Sono stati invece raggruppati i commenti multipli relativi a un post o a un articolo su un incidente.
L'ufficio segnalazioni ha attribuito il 28% dei casi allo spettro politico di sinistra, poco meno del 25% aveva un background musulmano e il 20% era motivato dalla destra politica. Il resto non ha potuto essere attribuito in modo univoco.
(Jüdische Allgemeine, 24 aprile 2026)
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Israele nomina il suo primo ambasciatore cristiano come inviato presso il mondo cristiano
La nuova carica, istituita in un momento di turbolenze internazionali, mira a rafforzare le relazioni di Israele con il mondo cristiano.
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Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar (a sinistra) parla con George Deek, inviato speciale presso il mondo cristiano
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Israele ha nominato il suo primo ambasciatore cristiano, George Deek, come inviato speciale presso il mondo cristiano, con l’obiettivo di approfondire i legami con le comunità di tutto il mondo, ha annunciato giovedì il Ministero degli Esteri.
Distinto diplomatico di lunga data che ha recentemente ricoperto il ruolo di ambasciatore di Israele in Azerbaigian, Deek è un membro di spicco della comunità cristiana araba di Jaffa. Suo padre, Youssef Deek, è stato a lungo presidente della comunità cristiana ortodossa di Jaffa.
“ “Lo Stato di Israele attribuisce grande importanza alle sue relazioni con il mondo cristiano e con i suoi amici cristiani in tutto il mondo”, ha dichiarato in un comunicato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. “Sono fiducioso che George, un diplomatico rispettato ed esperto, contribuirà in modo significativo all’amicizia e al rafforzamento dei legami tra lo Stato di Israele e il mondo cristiano.”
Il ruolo di nuova creazione, in un momento di turbolenze internazionali globali, mira a rafforzare le relazioni di Israele con il mondo cristiano.
«Si tratta di una mossa molto tempestiva e necessaria da parte di Israele per nominare ufficialmente il suo diplomatico arabo cristiano di alto rango come inviato speciale presso il mondo cristiano», ha dichiarato a JNS David Parsons, vicepresidente senior e portavoce dell’Ambasciata Cristiana Internazionale a Gerusalemme. «Data l’attuale guerra e soprattutto la diffusione dell’antisionismo nei circoli cristiani, sarà sicuramente d’aiuto avere un arabo cristiano israeliano che racconti la verità sui valori democratici di Israele in tutto il mondo».
«Si tratta di un ottimo passo nella giusta direzione e deve essere esteso per facilitare il coordinamento tra tutti i ministeri governativi e i comuni che si occupano delle comunità cristiane», ha affermato David Rosen, ex direttore internazionale per gli affari interreligiosi presso l’American Jewish Committee. «Spero che ciò preannunci una comprensione più profonda da parte del governo di Israele di come le relazioni con le comunità cristiane locali influenzino la reputazione internazionale sia dello Stato di Israele che il benessere delle comunità ebraiche in tutto il mondo».
(JNS, 23 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ci sono tre guerre tra i cristiani in Usa
Riportiamo questo articolo di “La Verità” che potrebbe essere un sintomo della direzione che ha preso questo giornale sulla “questione ebraica”. Nel suo sottotitolo si dice tra l’altro: “La frizione tra il sionismo in salsa evangelica e i fedeli all'autorità di Roma spacca il Paese ed è una grana per il presidente”. Emerge subito il contrasto tra sionismo e Roma, tra salsa sionista evangelica e autorità romana papale. Il risalto in colore è stato aggiunto. NsI
di Martino Cervo
Posata la polvere dell'inedito cozzo tra «imperi» (quello morale del Vaticano contro quello secolarissimo, dell'America) si può forse tentare di capire cosa
l'abbia generato. Cosa, cioè, abbia provocato, sotto le scintille dei post di Donald Trump, quella divergenza che ora si cerca di ricomporre dopo il «sequestro» dell'allora nunzio Christophe Pierre al Pentagono, dopo le frasi mai viste del primo Papa americano contro il suo presidente, dopo insomma che Casa Bianca e Santa Sede sembrano agli antipodi più che dentro l'alveo di ciò che chiamiamo Occidente.
Le linee di faglia identificabili sono almeno tre. La prima è la più facile da cogliere: l'Iran. Nel metodo, la Chiesa contesta le ragioni dell'intervento bellico, anche alla luce del documento - comunque non valutato con favore - sulla Strategia della sicurezza nazionale del novembre '25. Qui, a pagina 28, si legge che Teheran, pur restando il primo fattore di destabilizzazione del Medio Oriente, era stata «enormemente indebolita dalle azioni israeliane successive al 7 ottobre 2023 e dall'azione del presidente Trump del giugno 2025, che ha significativamente depotenziato il programma nucleare iraniano». Nel merito, è finora difficile valutare positivamente l'efficacia dell'azione partita il 28 febbraio scorso: di qui l'inesausto richiamo a soluzioni diplomatiche, culminato nell'aggettivo «inaccettabile» scelto da Leone XIV quando Trump ha minacciato di «cancellare un'intera civiltà».
Ma c'è un'altra ragione per cui, in un episcopato complesso come quello americano, l'amministrazione si è trovata con tutti i prelati schierati contro, senza le divisioni tra «conservatori» e «progressisti»: e non è solo per dovere d'ufficio e di difesa del Papa. La seconda linea di faglia che divide non solo Chiesa e Casa bianca ma anche e soprattutto l'anima cattolica e quella evangelica dell'amministrazione è infatti l'immigrazione. Il tratto personale e ostile di papa Prevost lo rendono meno frontale di quanto fosse Bergoglio sul tema: Leone XIV ha appena invitato gli africani a servire il proprio Paese resistendo alla «tendenza migratoria». Tuttavia, oltre a contestare metodi ritenuti brutali nella gestione dell'immigrazione clandestina, c'è un fattore non indifferente. Quando in Italia o in Europa si parla di rimpatri, statisticamente ciò impatta su persone provenienti da Paesi in larga parte di religione islamica, o comunque di culture e storia diverse da quelle del nostro Continente. In America la «remigrazione», a voler usare un termine così abusato da essere inservibile, riguarda tanti latinos, molto spesso cattolici. Il rilievo generale dei vescovi non dipende dalla religione degli immigrati, ma sarebbe sbagliato non considerare questo tema. Secondo un articolo di Commonweal del 2025, addirittura «un cattolico su cinque» negli Usa è «vulnerabile» a un'applicazione severa dei criteri di rimpatri di massa. Paradosso ulteriore: come noto, il blocco elettorale cattolico americano, pur variegato, è considerato fondamentale per conquistare la Casa Bianca, e lo è stato anche per Trump. Tutti i sondaggi stimano che la maggioranza degli elettori cattolici lo abbia preferito a Kamala Harris, e in prospettiva il peso di questa fetta di popolazione sta diventando sempre più «pesante» rispetto ai protestanti, perché sta crescendo, a differenza dei secondi. La figura più rappresentativa di questo doppio attrito (guerra e immigrazione) è senza dubbio Stephen Miller, vice capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna di Trump. Oltre a essere l'ispiratore principale della linea sull'immigrazione, Miller - proveniente da famiglia ebraica - lo scorso 16 aprile ha dichiarato che se l'Iran sceglierà la strada sbagliata, gli Stati Uniti hanno il potere di continuare «indefinitamente» la stretta bellica ed economica.
C'è una terza frattura, più latente e in un certo senso indipendente da Trump, che pure si trova a doverla gestire come presidente, sia nel Partito repubblicano sia nel Paese. Si può partire da un'inconsueta presa di posizione da parte dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme pubblicata sabato 17 gennaio 2026. Non tocca né la politica internazionale né l'America, ma cita «ideologie dannose, come il sionismo cristiano», che «ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all'unità del nostro gregge». Non si tratta di una faida religiosa in una zona infuocata quale la Terra Santa, ma di una linea di faglia teologica che attraversa anche l'America: tanto che a quel documento ha risposto duramente Mike Huckabee, ex pastore battista e ambasciatore degli Usa in Israele.
Come ha spiegato un recente articolo di Giacomo Maria Arrigo su Limes, il sionismo cristiano è «una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello stato di Israele come parte del piano profetico», interpretando alla lettera la Bibbia in una dottrina «dispensazionalista». Per semplificare una faccenda stratifìcata e complessissima, il mondo evangelico americano e la sua sporgenza politica considera attuali, valide, storicamente predittive e politicamente impegnative le promesse veterotestamentarie fatte da Dio al suo popolo. Quando il popolarissimo conduttore Tucker Carlson ha chiesto al senatore repubblicano Ted Cruz se considerasse la nazione citata nella Genesi quella oggi governata da Netanyahu, Cruz ha risposto affermativamente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aderisce a tale impostazione, che non può non entrare in conflitto con la sensibilità cattolica. Del resto, è sotto la sua guida che, la scorsa Pasqua, il Pentagono si è premurato di far sapere che non ci sarebbero state celebrazioni cattoliche ma solo protestanti per il Venerdì Santo. Quanto tale profonda frizione sia destinata a caratterizzare il mandato di Trump, che pure allinea tra le sue fila una nutritissima schiera di
cattolici dichiarati, lo testimonia persino l'ex miss California Carrie Prejean Boiler, cattolica, che sostiene di essere stata licenziata dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la sua, dichiarando che la fede nella Chiesa di Roma non sposa il sionismo politico come compimento dei Testi.
Episodio forse marginale, nella sua perfetta americanità, ma che rientra nel grande scontro teologico che anima il più materialista dei Paesi occidentali. Il sacro, espulso, trova sempre strade impreviste.
(La Verità, 24 aprile 2026)
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L’autore accenna a un articolo su Limes di Giacomo Maria Arrigo. Ne riportiamo di seguito ampi estratti.
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Altro che cattolici, l’America è dei sionisti cristiani
Rapporto da Notre Dame, cuore del cattolicesimo conservatore statunitense. Nonostante gli influenti fedeli di Roma nel governo Trump, è Israele la vera religione politica dei repubblicani. Vietato criticarlo. L'Apocalisse al Pentagono.
di Giacomo Maria Arrigo
I ragazzi entrano ordinati, in fila indiana, in silenzio. Poggiano i loro zaini nel vestibolo e proseguono fino ai banchi. Si ode solo la voce del sacerdote che celebra la messa. Un vago odore d'incenso impregna l'aria. È il 18 febbraio, mercoledì delle ceneri: mi trovo nella basilica del Sacro Cuore, dentro il campus dell'Università di Notre Dame, in Indiana. Gli sguardi solenni dei presenti sono rivolti ora al sacerdote, ora alla rappresentazione della Trinità sopra l'altare. Alcune donne hanno un velo ricamato sul capo. A un certo punto i fedeli si alzano e procedono disciplinatamente verso i ministri per lo spargimento delle ceneri sul capo. Anzi no: i sacerdoti tracciano col dito una croce sulla fronte di ciascuno. E guai a ripulirsi: si fa piuttosto a gara a chi riesce a mantenere per più tempo la croce visibile fino a sera. E così le strade delle città sono piene di uomini e donne con la fronte tracciata da due incerte linee di cenere, persino sul posto di lavoro. L'anno scorso fu Marco Rubio a presentarsi in televisione con la croce di cenere in fronte, incuriosendo i più. Ma in America è prassi, in Europa si è invece più timidi nell'esibire simboli religiosi in pubblico, figurarsi un politico. Sono appena arrivato negli Stati Uniti, dove trascorrerò un mese in qualità di visiting scholar all'Università di Notre Dame, il più importante ateneo cattolico statunitense. C'è un'atmosfera frizzante nell'aria, ma non si tratta del freddo. È la sensazione che qualcosa stia accadendo. I cattolici sono tanti, quantomeno all'interno del campus. I ragazzi e le ragazze vestono perlopiù bene, ovvero in maniera poco americana, perché un buon abito, la cura nel vestiario, i capelli pettinati, sono tutti marcatori identitari tipici dei cattolici negli Stati Uniti. Sembra di essere in un limbo sospeso tra l'Europa e l'America: non più Europa perché c'è un senso di artificialità che gli Stati Uniti non riescono a scrollarsi di dosso; non ancora America perché vige una formalità che altrove è vietata. È una sensazione divertente, che emerge persino da alcuni cartelloni affissi nella bacheca della basilica: un collage di fotografie di catecumeni, ragazzi e ragazze che si stanno preparando al battesimo, e appaiono tutti felici; e un altro collage di visi di giovani uomini in procinto di diventare sacerdoti, anch'essi sorridenti. Pare che la Chiesa cattolica non conosca crisi da queste parti.
[…]
C'è un non detto che aleggia nell'aria, insomma, un freno a qualsiasi canto di vittoria. Non mi rendevo ancora conto che, giunto in America con un'idea (una vittoriosa invasione nella politica e nella sfera pubblica da parte del cattolicesimo), sarei tornato in Italia con un'altra. Cos'era quella stortura lo avrei compreso solamente qualche giorno dopo. Il 20 febbraio esce l'intervista di Tucker Carlson all'ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee È un fulmine - ma non a ciel sereno, come vedremo. Huckabee è anche un pastore della Southern Baptist Convention, che negli Stati Uniti è il più grande gruppo protestante e la seconda più grande comunità cristiana dopo i cattolici. L'orientamento prevalente delle chiese che vi aderiscono è evangelicale. Carlson interroga Huckabee circa la sua aderenza a quello che chiama sionismo cristiano. Cosa sostiene veramente? Come si configura? Che tipo di rapporto suggerisce di tenere con il moderno Stato di Israele? Huckabee risponde che, siccome nella Bibbia c'è scritto che coloro che benedicono Israele saranno benedetti e coloro che maledicono Israele saranno maledetti da Dio (Genesi 12,3), bisogna stare inequivocabilmente dalla parte di Israele. Il giornalista allora chiede quali siano i confini del territorio israeliano, visto che nella Bibbia si parla di una porzione geografica che si estende dal Nilo all'Eufrate (Genesi 15,18). Incalzato, l'ambasciatore risponde: «Andrebbe bene se [gli israeliani] prendessero tutte». Questo scambio sintetizza bene la posizione del sionismo cristiano, una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, diffusa soprattutto nel mondo evangelico anglosassone, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello Stato di Israele come parte del piano profetico. Per il sionismo cristiano è perentorio leggere la Bibbia alla lettera perché le promesse divine sono eterne, e quando Dio dice una cosa non può rimangiarsela o cambiarne il senso: nemmeno la venuta di Gesù esaurisce e invera l'elezione del popolo ebraico. Perciò la teologia del sionismo cristiano sostiene che Dio mantiene un patto storico e irrevocabile con gli ebrei (l'elezione rimane valida anche a fronte della missione di Cristo), che le promesse del territorio e della restaurazione nazionale conservano la loro validità, che il ritorno ebraico in quella specifica terra ha un significato profetico, che Israele e Chiesa non vanno identificati (la Chiesa non sostituirebbe Israele, la qual posizione, che da sempre caratterizza l'identità cristiana, è accusata di essere una «teologia del rimpiazzo» [in italiano è nota come “teologia della sostituzione”, ndr]), e che Israele avrà un ruolo centrale negli eventi escatologici culminanti nel regno messianico, giacché il ritorno del Messia è legato, in qualche modo, al destino d'Israele e alla città di Gerusalemme. Qualche mese prima, nel giugno 2025, anche Ted Cruz, senatore repubblicano del Texas e già candidato alle primarie presidenziali nel 2016, aveva dichiarato che «fin da quando ero piccolo, mi è stato insegnato che coloro che benedicono Israele saranno benedetti, e coloro che maledicono Israele saranno maledettì-. E aveva aggiunto: «E per quanto mi concerne, voglio stare dal lato della benedizione-. Poco più avanti sottolineava: «Da dove viene il mio supporto per Israele? Innanzitutto dal fatto che siamo biblicamente vincolati a supportare Israele». A quel punto l'intervistatore (sempre Tucker Carlson) domandava: «La nazione a cui Dio si riferisce in Genesi è il paese governato da Binyamin Netanyahu oggi. Risposta immediata: «Sì, sì».
[…]
Dopo la lezione mi intrattengo con Deneen presso il suo ufficio. L'onnipresenza di libri ammonticchiati a ogni lato contribuisce a restringere la percezione dello spazio. Una grande finestra frontale è sormontata da un crocifisso di San Damiano e da altre icone dorate. Deneen mi confida di sperare che Vance diventi presidente alle prossime elezioni presidenziali dimodoché possa essere più libero di implementare una politica basata sulla dottrina sociale della Chiesa. D'altronde durante la fase di tribolazione spirituale di Vance, quando l'attuale vicepresidente si stava avvicinando alla fede cattolica, i due hanno parlato a lungo e Vance chiedeva consigli e confidava dubbi proprio a Deneen - o almeno così mi racconta lui stesso. A un certo punto tocco l'argomento del sionismo cristiano simulando disinteresse, come se ci fossi finito per puro caso e mio malgrado. Trovo immediatamente minor disponibilità a trattare l'argomento, e a parte qualche chiacchiera sul calo di supporto per Israele da parte della generazione Z, ormai documentato da svariati sondaggi, non ottengo alcuna sua opinione in merito. Non passerà molto prima di congedarci.
[…]
Mentre ceniamo, parliamo della guerra. Vien subito fuori il nome di Paula White. In quei giorni è virale su Internet un suo video girato nel novembre 2020, un rito propiziatorio per la rielezione di Trump dove la donna, con atteggiamenti scomposti e voce litanica da televangelista, intona una strana preghiera - se così si può chiamare - e invoca gli angeli. Pastora evangelica, White è la consigliera spirituale di Trump, alla quale è stata pure affidata la direzione del White House Faith Office, opportunamente creato da Trump all'inizio del secondo mandato. Il 27 luglio 2025, in occasione di una conferenza a Gerusalemme organizzata da Daystar, una rete televisiva cristiana evangelica statunitense, White ha detto a Binyamin Netanyahu e a sua moglie Sara, entrambi sul palco, le seguenti parole: «Sono così onorata di sedere qui accanto a coloro che ritengo essere gli eletti da Dio! Per me Israele è sacro, è santo». Netanyahu annuiva sorridendo. Il professore tedesco accanto a me sostiene che tutto ciò è una palese contraddizione: come è possibile che gli Stati Uniti, da una parte, denuncino l'estremismo religioso del regime iraniano e, dall'altra, adottino un'analoga retorica politico-religiosa? Forse che l'Iran è «attivo- («bad guys», ha detto Hegseth) solo perché si serve di giustificazioni islamiche, mentre gli Stati Uniti sono «i buoni- perché si fondano sul cristianesimo - anzi, per essere precisi, sul sionismo cristiano? In Europa, continua il professore, tutto ciò non solo non è accettabile ma non è nemmeno preso sul serio, è accantonato come roba folkloristica; al massimo viene letto come un semplice mantello utile a nascondere interessi (economici, egemonici, politici) che a noi sembrano più concreti, ma che forse, in fondo, non lo sono poi così tanto. Ebbene, non comprendere tutto ciò ci espone a un pericolo: è un'illusione tutta europea quella che ci spinge a considerare il mondo come finalmente illuminato dalla ragione secolare - un mito illuministico, ma pur sempre un mito. Non posso non essere d'accordo con lui: l'idea che le credenze spirituali non siano più operative nel mondo contemporaneo, o che non abbiano un'effettiva efficacia, è una palese assurdità. Gli europei sono tagliati fuori da una reale e profonda comprensione degli avvenimenti globali proprio perché rifiutano di dar peso alle motivazioni religiose che stanno alla base delle scelte strategiche, militari, politiche e perfino economiche. Gli europei sono ciechi - e continuano a esserlo se giudicano tutto ciò come ininfluente, irrilevante, o come una mera carnevalata. «Con questa guerra assisteremo al ritorno del Messia», ha detto Netanyahu il 12 marzo parlando in ebraico.
[…]
I giorni trascorrono velocemente. La neve passa, il sole riscalda, la primavera è alle porte. La fine della mia permanenza è vicina. A pochi giorni dalla mia partenza assisto a una lezione pubblica del vescovo Robert Barron. Barron è una figura di riferimento per la comunità cattolica statunitense e figura parecchio attiva sui social, con milioni di followers, sempre disponibile a un confronto muscolare con gli avversari. La sua lezione è incentrata sull'ermeneutica dell'Antico Testamento, culminante nella considerazione che Dio è il totalmente altro («the utterly Other»), al punto che «si comprebendis non est Deus», «se lo comprendi non è Dio», come recita sant'Agostino in un suo celebre sermone. Uscito dall'aula, mi dirigo a casa di un professore che mi ha invitato per cena. È un piacevole momento per congedarmi dall'ambiente accademico di Notre Dame. Entrato in una casa tipicamente americana, con il vialetto tracciato lungo un giardino, il posto per l'automobile vicino all'ingresso e il tetto spiovente, saluto i presenti, un nutrito gruppo di professori e di altre persone invitate per l'occasione. È un ambiente intimo e allegro. È inevitabile che l'argomento cada sulla guerra. La discussione tra i presenti è pacata e mai accalorata, le opinioni si susseguono ordinatamente e con rispetto. L'opinione diffusa è che Israele abbia spinto l'America in questa guerra contraria agli stessi interessi americani. «Proprio come quando Israele aveva suggerito alla nostra intelligence nel 2003 che Saddam Hussein avesse le armi di distruzioni di massa per trascinarci in guerra con l'Iraq», aggiunge uno dei presenti. E poi: «Il fatto è che l'americano medio non conosce il Medio Oriente, dice qualcuno. «È completamente ignorante della realtà sociale, politica e religiosa della regione. Per non parlare della geografiai-. Qualcun altro chiede il motivo di questo analfabetismo. La risposta non tarda ad arrivare: «È utile a una certa agenda percepire il Medio Oriente come una regione omogenea, abitata da popoli sostanzialmente tribali e da fanatici religiosi» Ascolto con interesse e registro le reazioni dei presenti. Il tono di voce è dei più composti, le dichiarazioni sembrano ben meditate. Al termine della serata torno nel mio appartamento per preparare la valigia. Prima di spegnere la luce scorro il social X. Casualmente mi imbatto in un post di Carrie Prejean Boller che recita: «Il presidente Trump mi ha ufficialmente rimossa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la mia libertà religiosa. L'unica donna cattolica che si oppone al sionismo è stata rimossa come preludio alla guerra con l'Iran. Di cosa si tratta? Mi incuriosisco e faccio qualche ricerca - il sonno può aspettare. In breve, la vicenda è la seguente: nel maggio 2025 il presidente Trump ha costituito la Religious Liberty Commission con il compito di studiare lo stato della libertà religiosa in America e fornire consulenza al Faith Office (guidato dalla già citata Paula White) e al Domestic Policy Council, proponendo eventuali misure per tutelarla a livello nazionale e individuando al contempo opportunità per promuoverla anche a livello internazionale. La commissione, composta da quattordici commissari, è diretta da Dan Patrick, vicegovernatore del Texas, evangelico conservatore fortemente pro Israele, battezzato nel fiume Giordano nel 2016 e vicino a reti tipicamente associate al sionismo cristiano (su tutte, la Christians United for Israel fondata da John Hagee). All'udienza sull'antisemitismo del 9 febbraio, in presenza di alcuni testimoni, tutti rabbini, che avevano subito discriminazioni, Carrie Prejean Boller, membro della commissione di fede cattolica, afferma che il cattolicesimo non sostiene il sionismo inteso come compimento di profezie bibliche. Le domande che avanza sono due: tutti i cattolici che non sono sionisti in questo senso (come tra l'altro aveva già scritto R.R. Reno) sono antisemiti? E inoltre: essere antisionisti significa essere antisemiti? Alla prima domanda non riesce ad ottenere una chiara risposta, anche se l'esitazione dei presenti è eloquente, come ella stessa dirà in alcune interviste rilasciate nelle settimane successive. Aggiunge poi: «In un paese fondato sulla libertà religiosa e sul primo emendamento, credete che sia possibile opporsi energicamente all'antisemitismo, incluso ciò che voi avete subito, e al contempo condannare l'uccisione di massa di civili a Gaza, o rigettare il sionismo politico, o non supportare lo Stato d'Israele? O credete forse che parlare di ciò che molti americani intendono come un genocidio a Gaza debba essere trattato come esempio di antisemitismo? Lo chiedo perché, nella mia visione, gli Stati Uniti non possono e non devono abbracciare una particolare teologia su Israele intesa come banco di prova per una libertà di parola limitata o per ottenere legittimità morale-. La risposta da parte dei testimoni, formulata con chiarezza in seguito alle pressanti domande di Prejean Boller, è che antisemitismo e antisionismo si equivalgono. Dopo quell'udienza, Carrie Prejean Boller è stata licenziata dalla Commissione senza una chiara motivazione.
[…]
Ormai in aeroporto, guardo lo skyline di Chicago in lontananza e mi domando cosa stia succedendo agli Stati Uniti. Ero venuto qui con un'idea ben precisa, che il cattolicesimo stesse vincendo il cuore degli americani e che, grazie a personaggi come ].D. Vance e Marco Rubio, avrebbe inciso pure sulle decisioni strategiche e sulle scelte politiche del governo. Quanta ingenuità, mi dico. Finalmente sull'aereo, do un ultimo sguardo al telefono. Sui social viene rilanciata da più utenti una notizia che mi lascia alquanto perplesso. A metà febbraio (quasi un mese fa, chissà come mai quella notizia aveva iniziato a circolare con questo ritardo) Pete Hegseth aveva invitato al Pentagono Douglas Wilson, noto predicatore, pastore evangelico e sionista cristiano, per guidare un momento di preghiera. Wilson è noto anche per aver accarezzato l'idea che gli Stati Uniti debbano adottare una teocrazia cristiana e conformarsi a un'interpretazione biblica della società. Ma la cosa che ha fatto indignare gli utenti sui social è un video recentemente riaffiorato in cui dice che in America, paese tradizionalmente protestante, potrebbe pure essere ammesso il suono delle campane delle chiese, ma che le processioni cattoliche dedicate alla Vergine Maria o all'Eucaristia dovrebbero essere vietate perché rappresenterebbero «atti pubblici di idolatria». Wilson è uno dei fondatori della Comunione delle chiese evangeliche riformate, rete alla quale la chiesa di Hegseth aderisce. Spengo il telefono. La guerra con l'Iran è in corso. Israele sembra essere la causa di rinnovate aggregazioni e disgregazioni identitarie, la ragione di profonde simpatie e di ancor più profondi odi, il fondamento di nuove ideologie politiche e il presupposto per alleanze o disaccordi più profondi e duraturi di semplici e contingenti convergenze strategiche. Qui s'intrecciano motivi spirituali, proiezioni escatologiche, lotte intracristiane e interreligiose, sogni di egemonie locali e globali. Il mondo dello spirito è di nuovo all'opera, e incide sulle alterne vicende umane pur nell'epoca del disincanto. Speriamo che finisca bene. Anzi, tanto vale pregare.
(Limes, "In trappola", Vol 3, aprile 2026)
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L’analfabetismo biblico degli italiani
di Marcello Cicchese
Anni fa fui invitato in una scuola media a presentare la persona di Lutero da un punto di vista evangelico. Naturalmente accennai a certe differenze fondamentali tra cattolici ed evangelici sulla chiesa, e al momento delle domande un ragazzo fece la classica osservazione: “Ma Gesù ha detto: Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia chiesa”. Con ciò pensando forse di chiudere il discorso, come del resto fanno molti giornalisti, che su questo non sanno molto di più. Al che ho risposto: “Non è vero”. Volevo vedere quali argomenti avrebbe portato a sostegno della sua affermazione. Come mi aspettavo, non disse niente. “No, è vero - corressi allora io - sta scritto nei Vangeli. Sai dirmi dove?” Nessuna risposta. “Allora te lo dico io: sta scritto in Matteo 16:18", dissi senza aprire la Bibbia. All’età sua, avrei reagito come lui, che a quell’età ero un cattolico come lui. Perché è del tutto usuale, in ambito cattolico, essere ignoranti in fatto di Bibbia. Un fratello in fede, dopo essersi convertito a Cristo mi ha detto che la sorella è rimasta scandalizzata quando le ha detto che Gesù era ebreo. Ma è mai possibile oggi? Nella cultura popolare cattolica, che alcuni adesso sembrano rimpiangere (anche tra i redattori di “La Verità”), pare proprio di sì. C’è ancora chi pensa che Bibbia e Vangeli siano due cose diverse. E se la cosa viene fuori, non se ne vergognano, perché non è compito loro interessarsi di certe cose: ci sono i preti per questo. Anche se si sale di livello, la cosa in sostanza non cambia: si può considerarsi uomini di cultura senza sentire la necessità di essere personalmente documentati in fatto di testo biblico.Si possono citare Kant e Hegel e ignorare, o del tutto trascurare, che sono cresciuti in una famiglia protestante luterana, Si può citare Nietzsche e non tener conto che il padre era un pastore protestante luterano. Sanno forse gustare la musica di Bach, o quanto meno sanno che è esistito, ma non sottolineano che è nato e cresciuto interamente in una società luterana e in una fede biblica. E c’è da chiedersi quanto sanno capire del testo delle cantate di Bach. Sono quasi tutte espressioni di fede biblica, che per Bach era personale, e non di generico cristianesimo, ma di riferimenti a testi in cui la salvezza non è certamente presentata in forma cattolica. Non ci sono né madonne, né papi, né santi in quelle cantate. In una di queste si canta il famosissimo (tra gli evangelici) versetto di Giovanni 3:16 “Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” Ma in ambito cattolico tutto questo si trascura. L’intellettualità italiana è priva di cultura biblica. E sembrano accorgersi solo adesso che l’America è cresciuta in un ambiente protestante. Perché si parla di evangelici che influenzano il Presidente. Protestanti, evangelici, che differenza c’è? Ma cosa sono questi “cascami del cristianesimo americano”, si chiede l’intellettuale cattolico-italiano Franco Cardini. E da bravo cattolico mette in risalto l’autorità spirituale di un “vero agostiniano” come papa Prevost, osservando con soddisfazione che il “potere ecclesiastico” mette a tacere la “soggezione dei laici”. Quello che l’italiano medio di grande o piccola cultura non riesce a capire, ma neppure a immaginare, è che possa esistere un “cristianesimo biblico dei laici”. È la Riforma protestante, con il suo principio fondamentale del “Sola Scriptura” come suprema e unica autorità, ad aver acceso e alimentato i vari fuochi di questo cristianesimo biblico popolare che hanno alimentato grandi movimenti culturali in Europa e nella propaggine americana che ne ha ricevuto la spinta. Termini come luteranesimo, pietismo, liberalismo, dispensazionalismo, fondamentalismo sono abbreviazioni sotto cui si muovono riflessioni, dibattili, associazioni, movimenti che ruotano tutti intorno alla comprensione e all’attuazione di testi biblici. Sono termini usati e discussi sin dalla fine dell’Ottocento fuori dal contesto cattolico, ed è per questo che quando giornalisti, scrittori o intellettuali italiani li nominano, danno soltanto la prova evidente di non avere capito niente. E restano lì a confrontarsi col papa.
(Notizie su Israele, 24 aprile 2026)
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Una passeggiata lungo il Sentiero dell’Indipendenza
Il Sentiero dell’Indipendenza a Tel Aviv fa rivivere il periodo della fondazione dello Stato di Israele. Non è solo in occasione della festa nazionale che invita a fare una passeggiata.
di Gundula Madeleine Tegtmeyer
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La Sala dell’Indipendenza è una tappa del percorso storico
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La festa nazionale israeliana Yom Ha’atzmaut commemora la dichiarazione d’indipendenza del 14 maggio 1948, il 5 Iyar 5708 secondo il calendario ebraico. Oltre alle cerimonie ufficiali sul Monte Herzl e in altre località del Paese, nonché a un programma di contorno che comprende, ad esempio, parate aeree, in questo giorno memorabile sono molto apprezzate gite, grigliate, picnic e concerti. L’esercito apre parzialmente le sue basi al pubblico.
Nonostante tutte le minacce, anche quest'anno gli israeliani hanno celebrato questa giornata memorabile nei limiti del possibile e in conformità con le direttive del Comando del Fronte Interno (in ebraico: Pikud HaOref). Il Comando del Fronte Interno è un'unità regionale delle Forze di Difesa Israeliane, fondata nel 1992. È responsabile principalmente della protezione della popolazione civile in Israele in caso di guerre, attacchi terroristici e catastrofi naturali. Tra i suoi compiti figurano le operazioni di ricerca e soccorso, la gestione della protezione civile, l'allerta in caso di attacchi, ad esempio tramite app, e il coordinamento delle misure di soccorso.
E giunsi dai deportati che abitavano presso il fiume Kebar, a Tel-Abib, e mi sedetti tra coloro che vi abitavano, e rimasi lì in mezzo a loro per sette giorni, completamente sconvolto (Ezechiele 3,15).
Un tour divertente e istruttivo sulla storia della fondazione di Tel Aviv e dello Stato di Israele è una passeggiata nella metropoli costiera lungo il Sentiero dell’Indipendenza, lo Shvil HaAzma‘ut. Questo percorso storico urbano, lungo un chilometro, attraversa il cuore del centro culturale e politico della città. Collega dieci importanti siti storici, ognuno dei quali offre uno sguardo sull'affascinante storia di Tel Aviv, la città ebraica sul Mediterraneo fondata nel 1909.
• Il primo chiosco
Un popolare punto di incontro e un ottimo punto di partenza per il tour è il primo chiosco di Tel Aviv, situato sul viale Rothschild, all'angolo con via Herzl. La parola tedesca „Kiosk“ deriva dal persiano-turco gōše, che può essere tradotto con „angolo“ o anche „angolino“. Il turco kōsk, che significa „padiglione da giardino“ o anche „capanna“, fece il suo ingresso in Europa nel XVIII secolo attraverso il francese kiosque. I chioschi erano originariamente casette da giardino aperte, che nel corso del XIX secolo si sono trasformate in piccoli punti vendita dove si vendevano giornali.
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L’ex chiosco è oggi un bar espresso
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Il Sentiero dell'Indipendenza può essere esplorato in autonomia. Presso l'ufficio turistico i visitatori ricevono indicazioni stampate in molte lingue, compreso il tedesco. Per gli appassionati di tecnologia, il personale spiega come funziona l’app gratuita con GPS per cellulari. Chi è in viaggio da solo, ma vorrebbe avere compagnia lungo il percorso, può chiedere nell’app a una delle tre celebrità locali di accompagnarlo virtualmente: la scelta è tra Shlomo Arzi, un popolare cantante rock e pop israeliano, oppure l’accompagnamento degli attori Rivka Michaeli o Tal Mosseri.
Il percorso ripercorre i quattro decenni che vanno dalla fondazione di Tel Aviv nel 1909 alla proclamazione dello Stato di Israele nel maggio 1948. Iniziate al numero 10 di Rothschild Boulevard e seguite in senso orario la linea di ottone incastonata nel marciapiede. Tra le tappe più importanti del percorso figurano la Sala dell'Indipendenza, dove nel 1948 il primo ministro David Ben-Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele, e il Monumento ai Fondatori, dedicato alle famiglie che un tempo costruirono Tel Aviv. Lungo il percorso si trovano anche la prima scuola superiore ebraica della città e lo storico quartier generale della Haganah.
La striscia color bronzo nel pavimento si snoda per un chilometro lungo la storia. Emblemi presso i luoghi di interesse, come ad esempio davanti alla statua del primo sindaco Meir Dizengoff, indicano in quale punto della linea temporale ci si trova. La “realtà virtuale” lo rende possibile: presso ogni luogo di interesse, i visitatori vengono riportati indietro nel tempo e informati sugli eventi storicamente rilevanti. Le immagini storiche danno un'idea degli inizi, mentre le canzoni ebraiche degli anni corrispondenti completano il viaggio nel tempo.
• Le tappe dello Shvil HaAzma‘ut
La prima tappa è il primo chiosco di Tel Aviv. Fu costruito nel 1910 e negli anni '20 era uno dei circa 100 chioschi della città. All'epoca era particolarmente apprezzata una rinfrescante limonata turca. Oggi l'edicola è un bar espresso.
La seconda tappa è la fontana a mosaico di Nahum Gutman, situata direttamente sul Rothschild Boulevard in direzione del parcheggio sotterraneo. Nahum Gutman (1898–1980) è stato un importante artista israeliano che, con il suo stile artistico inconfondibile, ha dato voce allo spirito e alla vitalità della nascente nazione israeliana, l'idea della rinascita nazionale ebraica in Terra d'Israele. Insieme ad altri artisti, Gutman aspirava a stabilire un linguaggio artistico per i progetti sionisti. Questo mosaico, intitolato “Piccola Tel Aviv”, fu commissionato nel 1971 e originariamente si trovava in Piazza Bialik. Mostra agli osservatori motivi tratti dalla vita nella storica Jaffa fino agli albori di Tel Aviv.
Passate tra gli edifici, oltrepassando un monumento al capitano Alfred Dreyfus, che nel 1894 fu ingiustamente accusato di alto tradimento in Francia e fu riabilitato solo nel 1906 – dopo anni di battaglie legali da parte di coloro che erano convinti della sua innocenza, come Émile Zola.
Raggiungiamo ora la terza tappa, l’ex residenza di Akiva Arieh Weiss (1868–1947) all’angolo con via Ahad HaAm. Weiss fu l’iniziatore e il responsabile del progetto per la fondazione di Tel Aviv, la «prima città ebraica» in Palestina.
La quarta tappa lungo il percorso non esiste più. Qui sorgeva un tempo la prima scuola di lingua ebraica, il Liceo Ebraico Herzlia. Nel 1962 dovette cedere il posto alla costruzione della Torre Shalom. Il primo piano ospita una mostra degna di nota, che illustra in modo vivido alcuni momenti salienti dello sviluppo di Tel Aviv, tra cui anche la storia del Liceo Herzlia, che non era un liceo qualsiasi. Fu fondato nel 1905 a Jaffa con l'obiettivo di offrire agli studenti ebrei in Palestina un'istruzione moderna e completa e di promuovere la lingua ebraica. Sottolineava l'eredità storica del popolo ebraico e il suo stretto legame con la Terra d'Israele. Il liceo fu uno dei primi edifici di Tel Aviv e sorgeva all’estremità superiore di via Herzl. Quando dovette cedere il posto alla Torre Shalom, si trasferì in via Jabotinsky, dove si trova oggi.
La Grande Sinagoga è la quinta tappa del tour esplorativo. Seguite via Ahad HaAm fino al secondo bivio a sinistra verso via Allenby. Poco più avanti si intravede già la facciata della Grande Sinagoga, destinata a diventare il centro spirituale di Tel Aviv, poiché qui tutti gli abitanti della città avrebbero potuto partecipare a cerimonie ed eventi nell’ambito di un’unica pratica religiosa comune. L’organizzazione Lechi disponeva di un deposito segreto di armi nel seminterrato della sinagoga, finché non fu scoperto e smantellato dagli inglesi.
Lechi è l'acronimo dell'espressione ebraica Lochamei Cherut Israel, in italiano: «Combattenti per la libertà di Israele», nota anche come «Banda di Stern». Si trattava di un'organizzazione paramilitare sionista fondata da Avraham («Jair») Stern nel territorio palestinese sotto mandato britannico. Il suo obiettivo dichiarato era l'espulsione con la forza delle autorità britanniche dalla Palestina, per consentire l'immigrazione illimitata degli ebrei e la fondazione di uno Stato ebraico. Inizialmente si chiamava Organizzazione Militare Nazionale in Israele, ma poco dopo fu ribattezzata Lechi. Il gruppo si separò dall'Irgun nel 1940 per continuare la lotta contro gli inglesi durante la Seconda guerra mondiale, durante la quale il Lechi prese in considerazione e perseguì alleanze discutibili, come quelle con l'Italia fascista e la Germania nazista, nella lotta contro il dominio britannico come potenza mandataria sulla Palestina.
Ora tornate indietro lungo Allenby Street e svoltate in Sderot Rothschild Street. Raggiungiamo il Museo dell'Haganah, che segna la sesta tappa del Sentiero dell'Indipendenza ed è ospitato nell'ex casa di Eliahu Golomb (1893–1945). Golomb fu membro fondatore dell'Haganah e fece parte del suo comando. Nel suo ruolo, Golomb viaggiò molto e procurò armi per i combattenti dell'Haganah.
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Soldatesse dopo la visita al Museo dell’Haganah
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L’organizzazione e il finanziamento dell’immigrazione clandestina alla fine degli anni ’30 furono guidati in modo determinante da Golomb. Golomb considerava l’Haganah parte integrante del movimento sionista e rifiutava quindi l’esistenza di organizzazioni di difesa più radicali come l’Irgun Zeva’i Le’umi.
Era decisamente contrario a coloro che sostenevano attacchi indiscriminati contro gli arabi, ma si pronunciava a favore di un confronto attivo con gli aggressori arabi. Berl Katznelson ed Eliahu Golomb collaborarono strettamente con Vladimir Jabotinsky del Partito Revisionista per unificare gli sforzi di difesa degli ebrei.
La Banca Centrale di Israele ha sede alla settima tappa, in via Lillenblum 37, all’angolo con via Nahalat-Binjamin. Il centro visitatori presenta la storia del sistema finanziario israeliano e ospita una vasta esposizione di banconote e monete dal periodo precedente la fondazione dello Stato fino ai giorni nostri.
Tornate ora al Viale Rothschild, dove, all’ottava tappa del percorso, è stato eretto il Monumento alla Fondazione di Tel Aviv – progettato nel 1949 da Nahum Gutman in occasione del 40° anniversario della fondazione della città – sullo spartitraffico del Viale Rothschild. Su di esso sono incisi i nomi delle famiglie che nel 1909 fondarono l’insediamento Ahusat Bait, da cui in seguito nacque Tel Aviv.
Non lontano dal monumento ai fondatori ci troviamo alla nona e penultima tappa davanti a una statua in bronzo raffigurante Meir Dizengoff a cavallo. Dizengoff (1861–1936), nato come Meer Yankelevich Dizengof, fu un leader sionista e politico, responsabile dell’urbanistica (1911-1922) e primo sindaco di Tel Aviv. L’operato di Dizengoff nell’Impero Ottomano e nel Mandato britannico della Palestina contribuì in modo determinante alla fondazione dello Stato di Israele.
Un simbolo illuminato in questo punto del Rothschild Boulevard richiama l’attenzione sul numero civico 16. Alla decima tappa si trova la Sala dell’Indipendenza, il Beit HaAzma‘ut. È l’antica residenza di Meir Dizengoff e il luogo storico in cui, il 14 maggio 1948, David Ben-Gurion firmò e lesse la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele. Qui è stato fondato lo Stato di Israele, otto ore prima della fine del Mandato britannico.
• Promosso dal sindaco Huldai
Il percorso, promosso da Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv-Jaffa dal 1998, termina presso la Sala dell’Indipendenza. Come modelli progettuali dello Schvil HaAzma‘ut sono serviti – tra gli altri – il “Freedom Trail” di Boston e la Paulskirche di Francoforte, dove nel 1848 si riunì l’Assemblea Nazionale per tutta la Germania. Una sfida particolare nella concezione è stata quella di collegare tra loro i vari luoghi di interesse, tanto più che in parte sono gestiti da organizzazioni diverse.
Per poter creare una narrazione generale e inclusiva, Huldai ha convocato un comitato composto da 25 donne e uomini provenienti da diversi gruppi sociali di Israele. Inoltre, il percorso non doveva interferire, per quanto possibile, con il design urbano, il suo utilizzo doveva essere gratuito e la storia della città doveva essere collegata a quella del Paese, poiché Tel Aviv ha avuto un ruolo importante nella fondazione dello Stato ebraico.
Il Beit HaAzma‘ut è stato sottoposto a un'accurata ristrutturazione e, preservandone il carattere storico, è stato riportato allo stato del 1948. Ospita una mostra sulla Dichiarazione d'Indipendenza e sulla fondazione di Tel Aviv. La Sala dell'Indipendenza è un punto di riferimento centrale sia per la popolazione locale che per i visitatori che desiderano comprendere le radici dello Stato moderno di Israele.
(Israelnetz, 23 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Essere ebrei in Europa. Esperienze diverse, un destino comune
Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.
di Ilaria Myr
BRUXELLES - Durante la due giorni della European Jewish Conference, organizzata dalla European Jewish Association il 15 e 16 aprile, molti sono stati i momenti di confronto fra i partecipanti.
Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.
• Francia, un antisemitismo ormai quotidiano
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Da sdinistra, Shannon Seban, Olvier Samuel e Alexander Benjamin
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Della situazione in Francia hanno parlato Shannon Seban, Direttrice esecutiva per gli Affari europei, CAM e Olivier Samuel, Consistoire Israélite du Bas-Rhin.
«In Francia si ha chiaramente la sensazione che l’antisemitismo sia radicato nella vita quotidiana, come del resto in tutta Europa, e che sia diventato sempre più normalizzato – ha dichiarato Shannon Seban -. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno francese, nel 2025 in Francia sono stati registrati 1.320 episodi antisemiti. Si tratta di più di tre episodi antisemiti al giorno. Un aspetto particolarmente allarmante di questa realtà è che una parte significativa di questi episodi si verifica in contesti educativi, comprese le scuole medie e le università. Ciò significa che l’antisemitismo sta raggiungendo le giovani generazioni».
«La nostra priorità come leader ebrei deve essere la vita ebraica, la vita ebraica, la vita ebraica – ha aggiunto Olivier Samuel -. Abbiamo deluso i nostri studenti. Sono loro che sono stati veramente abbandonati, e dobbiamo fare molto di più per sostenere la loro identità ebraica e il loro futuro. Abbiamo bisogno di più centri ebraici, più scuole ebraiche e infrastrutture comunitarie più solide. Siamo così concentrati sulla protezione che dobbiamo anche riaprire le nostre menti alla costruzione del futuro.”
• Germania, una linea rossa da non superare
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Da sinistra, Lawrence de Donges Amiss-Amiss (EJA), Karin Müller, Inna Volovik e Philip Stricharz
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Sicuramente molto diversa è la situazione in Germania dove dal 2018 esiste un Commissione federale governativa per combattere l’antisemitismo e dal 2022 esiste una strategia nazionale. Interessanti sono i progetti avviati in Baviera dopo il 7 ottobre. «In Germania c’è una linea rossa che non si può superare – ha dichiarato Philip Stricharz della Comunità ebraica di Amburgo –. Non si può manifestare per l’Intifada e la distruzione di Israele perché si riconosce che odiare Israele è una forma con antisemitismo». Esistono comunque molti progetti e iniziative per sviluppare conoscenza sulla situazione degli ebrei. «In Baviera abbiamo avviato un’iniziativa per documentare cosa succede nella nostra città e regione, creando nelle istituzioni molta più consapevolezza di cosa succede agli ebrei – ha spiegato Inna Volovik di Norimberga -. Per creare maggiore conoscenza sul 7 ottobre, poi, abbiamo realizzato delle cartoline con 7 domande sul 7 ottobre, destinate a studenti, insegnanti, istituzioni, polizia, ecc.. Lo abbiamo fatto in 7 lingue ma chiunque voglia diffonderle nel proprio Paese può contattarci».
• Tante situazioni diverse
Della situazione nei Paesi Bassi ha parlato Sidney Bialystock, presidente della comunità ebraica di Amsterdam. “Stiamo attenti a quello che succede ma siamo ebrei orgogliosi. Sono convinto che avremo indietro la nostra vita e che il governo olandese e di Amsterdam ci aiuteranno a raggiungere».
Ottimista è anche Marc Levy, della comunità di Manchester, colpita a ottobre da un attentato in cui sono rimaste uccise due persone: suo padre è stato colui che ha bloccato la porta della sinagoga, limitando l’attacco. «Vogliamo che questo attacco non ci definisca come comunità – ha dichiarato -, dobbiamo essere presenti, non dobbiamo lasciare gli spazi pubblici altrimenti verranno occupati dagli estremisti».
Non facile anche la condizione degli ebrei in Svezia, che conta 4500 membri in totale. «Quasi ogni shabbat c’è manifestazione palestinese contro Israele e questo è certo un problema per noi. – ha dichiarato Richard Muhlrad, presidente della comunità ebraica di Stoccolma -. Il nostro futuro è essere uniti fra noi». Anche in Irlanda, dove sono rimasti pochi ebrei, le condizioni non sono certo facili. «Non c’è alcun sostegno concreto da parte delle autorità alla piccola comunità, che sta vivendo livelli di antisemitismo mai vissuti prima – ha spiegato Orli Degani, israeliana trapiantata da anni nel paese, che lavora proprio nel combattere l’antisemitismo -. Dobbiamo quindi creare awareness su entrambi i fronti, interno ed esterno».
Molto diverso il quadro degli ebrei a Madrid, come ha spiegato la presidente della Comunità Estrella Bengio. «Abbiamo il privilegio di avere un presidente della regione e un sindaco che sostengono molto la comunità – ha spiegato -, tanto che abbiamo ricevuto una medaglia d’oro nel 2024. Mentre nella città di Alcobertas è stato realizzato un memoriale per il 7 ottobre».
• Il futuro è dei giovani
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Da sinistra Juan Caldes (EJA), Elior Papiernik, Achira beek, Maja Haaland e NoaKalisz
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Molto interessante, infine, il panel con i giovani ebrei di alcuni Paesi europei – Svizzera, Belgio, Norvegia, Paesi Bassi – che hanno illustrato i numerosi progetti sviluppati per creare conoscenza e allo stesso tempo aggregazione fra i giovani delle loro comunità. Perché è solo stando insieme e unendo le forze che si affrontano le difficoltà.
Noa Kalisz, prresidente dell’Unione degli studenti ebrei del Belgio (UEJB ha spiegato come “oggi è difficile dire di essere ebrei nei campus universitari. Di recente Francesca Albanese è stata ospite alla ULB a Bruxelles, mentre ad Anversa tre atenei belgi (UAntwerpen, UGent e VUB) hanno unito le forze per conferirle il dottorato ad honorem. Ma noi mostriamo che non ci arrendiamo e che continuiamo a lottare, organizzando delle conferenze nei campus, realizzando dei poste in cui denunciamo l’antisemitismo di personaggi come la Albanese, accompagniamo gli studenti ebrei, e parliamo con le istituzioni accademiche: certo, non sono davvero nostri amici… ma almeno ci ascoltano. Cerchiamo insomma di essere un gruppo attivo».
Difficile è anche la situazione dei giovani ebrei nei Paesi Bassi. Come ha spiegato Achira Beek della DUJS: «Le università sono i luoghi n cui l’antisemitismo è più visibile. Per sentirci uniti cerchiamo di organizzare attività per gli studenti ebrei, che possono così passare del tempo insieme ed essere se stessi, e soprattutto non sentirsi soli. Perché quando ci si unisce intorno alla stessa identità, ci si sente più forti e determinati nel volere reagire».
Un’esperienza un po’ diversa è quella dei giovani ebrei norvegesi, che hanno ricostituito un’associazione, la JUF, il 13 ottobre 2023. «La nostra è una delle più piccole comunità in Europa, circa 2000 persone – ha raccontato Maja Haaland -. È un periodo in cui è difficile essere ebrei, ma non ci arrendiamo. In Norvegia c’è un piano nazionale contro l’antisemitismo, e abbiamo un programma finanziato dal governo per fare conoscere ebraismo e contro l’antisemitismo».
In Svizzera, ha spiegato Elior Papiernik dell’Unione dei giovani ebrei svizzeri (SUJS) «l’antisemitismo c’è, anche se non è espresso come in altri Paesi, ma comunque non eravamo abituati. L’Unione è stata creata nel 1948 per organizzare eventi e attività, ma solo negli ultimi tempi ha cominciato a organizzare iniziative di stampo più politico, fornendo agli studenti ebrei strumenti per muoversi in università».
Tutti, nelle loro diversità chiedono più spazio e attività all’interno delle istituzioni accademiche, per farsi conoscere agli altri giovani, incoraggiando anche le istituzioni a informare sulle feste e la cultura ebraica. Ma soprattutto, chiedono agli atenei di dare delle chiare linee guida sui comportamenti discriminatori proibiti all’interno delle loro mura.
(Bet Magazine Mosaico, 23 aprile 2026)
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Guerre di spie. Agente del Mossad morto sul Lago Maggiore decisivo nella guerra contro l’Iran
Dalla riunione tra 007 in Italia all’operazione contro Teheran: il capo del Mossad rivela il contributo chiave di un agente rimasto nell’ombra
di Alessandro Carmi
Un uomo senza volto, identificato solo da una lettera, riemerge a distanza di tre anni da una morte che allora apparve come un incidente e che oggi si intreccia con uno dei capitoli più delicati dello scontro tra Israele e Iran. Durante la cerimonia del Giorno della Memoria presso la sede del Mossad, il direttore David Barnea ha scelto di rompere il silenzio su “Mem”, un agente morto nel maggio 2023 nel naufragio di un’imbarcazione sul Lago Maggiore, rivelando che era lui a guidare operazioni che hanno inciso in modo significativo sui recenti successi israeliani contro Teheran.
All’epoca dei fatti, la notizia aveva attirato l’attenzione per le circostanze insolite. Una barca rovesciata improvvisamente, quattro vittime, una presenza anomala di persone legate ai servizi di intelligence. I media italiani parlarono subito di una riunione operativa tra agenti israeliani e italiani, con diciannove persone su ventitré riconducibili, secondo le ricostruzioni, a strutture di sicurezza attive o in congedo. Due delle vittime furono identificate ufficialmente come membri dei servizi italiani, mentre per l’agente israeliano emerse il nome di copertura Erez Shimoni, una delle identità utilizzate in contesti operativi.
Per anni, quel frammento di storia è rimasto sospeso, senza un collegamento esplicito con eventi successivi. Le parole di Barnea cambiano il quadro, inserendo “Mem” al centro di un’operazione che, secondo il capo del Mossad, ha combinato creatività, capacità strategica e tecnologie avanzate, contribuendo in modo diretto al risultato della campagna militare contro l’Iran. Un riconoscimento raro, perché il lavoro dei servizi resta per definizione nascosto, e ancora più raro quando riguarda agenti caduti all’estero.
Il riferimento esplicito all’operazione “Ruggito del leone” consente di collocare il contributo di “Mem” all’interno di una strategia più ampia, che ha visto Israele colpire infrastrutture militari, industriali e nucleari iraniane con un livello di precisione e coordinamento che ha sorpreso molti osservatori. In questo contesto, il lavoro preparatorio dell’intelligence assume un peso determinante, perché ogni obiettivo, ogni linea di produzione individuata, ogni vulnerabilità sfruttata nasce da anni di raccolta dati, infiltrazioni e cooperazione internazionale.
Il fatto che l’agente sia morto proprio durante un incontro tra servizi alleati aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Il Lago Maggiore diventa così uno spazio romanzesco dove si incrociano cooperazione e rischio, relazioni tra Stati e operazioni che raramente emergono in superficie. La collaborazione tra Israele e Italia in ambito di intelligence, pur mai dichiarata nei dettagli, appare in questa vicenda come un dato concreto, fatto di scambi operativi e missioni condivise.
Nel suo intervento, Barnea ha insistito sulla dimensione personale della scelta compiuta dagli agenti, parlando di uomini e donne che dedicano la propria vita alla sicurezza dello Stato, lontano dai riflettori e senza riconoscimenti pubblici. Il richiamo alla figura di “Mem” si inserisce in questa linea, offrendo uno squarcio su un mondo che resta opaco anche quando produce effetti visibili sul piano geopolitico.
(Setteottobre, 23 aprile 2026)
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Israele potenzia le proprie capacità di attacco di precisione. Contratto da 200 milioni di dollari con Elbit Systems
GERUSALEMME – Elbit Systems ha annunciato giovedì di essersi aggiudicata una serie di contratti del valore di circa 200 milioni di dollari dal Ministero della Difesa israeliano (IMOD) per la fornitura di munizioni aeree avanzate.
I contratti, resi noti in un comunicato ufficiale della società, riguardano la fornitura di sistemi d’arma lanciati dall’aria, rafforzando il ruolo di Elbit come fornitore chiave dell’Aeronautica Militare israeliana.
Si tratta della terza tornata di ordini di munizioni aeree assegnati a Elbit Systems in meno di un anno, portando il totale a oltre 665 milioni di dollari mentre Israele accelera la spesa militare. L’acquisto arriva mentre le tensioni aumentano a seguito di una serie di intercettazioni di navi commerciali e prima che il cessate il fuoco tra Israele e Libano scada il 24 aprile.
• Capacità di guida di precisione
Secondo le informazioni pubblicate sul suo sito web ufficiale, Elbit Systems sviluppa munizioni aeree a guida di precisione progettate per missioni aria-terra, incorporando tecnologie quali GPS e sistemi di navigazione inerziale, guida laser e cercatori elettro-ottici avanzati. L’azienda afferma che questi sistemi sono progettati per raggiungere un elevato grado di precisione limitando al contempo i danni collaterali, riflettendo le tendenze più ampie della moderna guerra aerea.
Elbit Systems identifica inoltre le munizioni a guida di precisione come una componente centrale del proprio portafoglio complessivo di armi, sottolineandone l’importanza all’interno della propria gamma di soluzioni di difesa.
In una dichiarazione che accompagna l’annuncio, il presidente e amministratore delegato di Elbit Systems, Bezhalel (Butzi) Machlis, ha affermato che gli accordi riflettono la posizione dell’azienda nel settore, sottolineando la sua “leadership tecnologica nei sistemi d’arma lanciati dall’aria” e la sua partnership di lunga data con l’establishment della difesa israeliana, contribuendo a mantenere il vantaggio operativo dell’Aeronautica Militare israeliana.
(Rights Reporter, 23 aprile 2026)
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Il popolo di Israele: tra memoria e indipendenza
La capacità dell'anima di unire dolore e vita.
di Anat Schneider
GERUSALEMME - Tra la Giornata della Memoria e la Festa dell’Indipendenza, in Israele si compie una transizione particolarmente significativa.
Un intero Paese passa, nel giro di poche ore, dal silenzio del ricordo dei nostri difensori caduti alle bandiere, alla musica e ai festeggiamenti per l’indipendenza. Si tratta di una transizione difficile da spiegare a chi non vive qui.
Come è possibile passare in questo modo dal lutto alla gioia? Come è possibile affrontare la perdita – e subito dopo scegliere la vita? In questa tensione si rivela qualcosa di profondo sull’anima umana, sullo spirito che sostiene un popolo attraverso le generazioni e sul legame invisibile tra il dolore e la continuazione della vita.
Il Giorno della Memoria non è solo un giorno di lutto.
È un giorno in cui un intero popolo si ferma e si dichiara disposto ad affrontare il prezzo doloroso che paga per essere un popolo indipendente nella sua terra eterna e, nonostante tutto, continuare a esistere, a vivere e persino a mantenere un ritmo di vita. E in questo senso è un atto spirituale. La capacità di scegliere la vita proprio quando ci si sente a pezzi è espressione di una fede profonda.
La Bibbia ci esorta ripetutamente a ricordare, perché la memoria è ciò che collega il passato alle decisioni di oggi. La memoria ci fa sapere chi siamo, anche nei momenti in cui tutto è sconvolto, come si dice:
«E ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio disteso» (Deuteronomio 5,15).
La parola «ricordo» a volte sembra scontata. Ma se ci fermiamo un attimo a rifletterci, scopriamo che è tutt’altro che semplice. Il ricordo non è solo la conservazione del passato, né un archivio di eventi.
È un’azione.
È il modo in cui una persona decide cosa portare con sé e cosa continuerà a plasmarla. In questo senso, la memoria non è solo uno sguardo al passato, ma anche uno sguardo al futuro, perché ciò di cui ci ricordiamo è anche ciò che guida le nostre decisioni.
Se osserviamo la radice della parola memoria ז-כ-ר, si rivela un ulteriore livello. Nella Bibbia, ricordare non significa solo recuperare qualcosa dal passato, ma mantenerlo vivo nel presente. La memoria non è solo cosciente, ma esistenziale. È il modo in cui il passato continua ad agire nel presente. Pertanto, la domanda non è solo cosa sia successo, ma quale aspetto di ciò che è accaduto continui a vivere in noi e cosa decidiamo di portare con noi.
Il ricordo da solo, tuttavia, non è l’obiettivo.
Il Giorno dell’Indipendenza, che segue immediatamente la Giornata della Memoria israeliana, non è in contraddizione con essa, ma ne è la diretta continuazione. Non cancella il dolore, ma nasce da esso. Pertanto, questa giornata non può essere vista solo come un ricordo, ma anche come un giorno di rinascita. E accanto al dolore si avverte anche l’orgoglio che sale nel cuore per la vittoria dello spirito e per la scelta di vita che non è data per scontata, ma viene rinnovata ogni anno e in ogni generazione.
La vita non è scontata. È un dono e a volte anche una missione. È la decisione di andare avanti nonostante tutto, con coraggio e fede incrollabile.
Se si osserva la società israeliana, si vede in essa qualcosa di più grande di un gruppo di persone. Si vede un movimento collettivo che sa prendere decisioni e andare avanti – anche se la strada è lastricata di dolore e incertezza e anche se è piena di tormenti e lotte. Profonda fiducia, costanza e tenacia nel seguire la propria strada sono le sue caratteristiche. E credo che questo sia il segreto del successo della vita in mezzo alla contraddizione: convivere con la perdita senza rinunciare alla gioia.
E non illudetevi sulla gioia: non è la gioia di una festa o di un entusiasmo momentaneo. È la gioia dell’essenziale, la gioia di realizzare il proprio destino e la capacità stessa di continuare a esistere e a costruire. Gioia per la patria, che per il popolo d’Israele non sarà mai scontata. Una gioia che non elimina il dolore, ma coesiste con esso. Come disse il rabbino Kook: «La gioia ha il potere di abbattere barriere di ferro». Questa è una gioia per la quale si sceglie ripetutamente; e più spesso la si sceglie, più forte diventa il cammino e meglio si riesce a sopportare il dolore.
Per me questa non è un’idea astratta. È la vita vera.
Un tempo era mio padre ad andare a combattere per la patria. E ricordo le notti da bambina in cui mi nascondevo sotto le coperte e singhiozzavo nel cuscino per zittire la paura. Ricordo le promesse che feci a Dio, se solo lo avesse riportato a casa vivo. Quel ricordo si è impresso a fuoco nel mio corpo.
Una generazione dopo, siamo stati noi – Aviel e tutti i nostri fratelli e amici – ad andare a difendere la patria. Per qualche motivo, in quel ricordo non provo né paura né preoccupazione. Era ciò che andava fatto, e lo facemmo con tutto il cuore. C'era fratellanza e un obiettivo chiaro.
Ora sono i miei figli i soldati che difendono il Paese. Sono loro che vanno in battaglia. La preoccupazione è tornata dentro di me. Le mie notti sono un misto di preghiera e gratitudine che allo stesso tempo riempiono la mia vita.
L'anima umana teme la perdita dei propri cari molto più della perdita della propria vita. È complicato. Non ha senso. E forse è perché a una persona è difficile immaginare la propria assenza, ma nel profondo del proprio essere avverte la possibilità di perdere chi ama. E in questo senso la paura non è solo della morte in sé, ma della vita che continuerà senza di loro.
E anche in mezzo a queste paure e preoccupazioni, la vita continua. Una famiglia cresce. I nipoti vengono a trovarci, e con loro arrivano gioia e felicità – momenti di luce.
Qui, in questi giorni di guerra, ci è nata una nuova nipotina, di nome “Eliya”. Il nome di Dio compare due volte in questo nome. Quanta speranza e luce, quanta gioia e felicità ci porta il suo arrivo al mondo! E proprio questo accade parallelamente ai giorni difficili della guerra, alle notizie terribili e alle lunghe notti, interrotte all’infinito.
Tutto accade contemporaneamente.
Il dolore e la gratitudine.
La paura e l’amore.
La stanchezza e la decisione di alzarsi al mattino e andare avanti.
Qui non c’è soluzione nel camminare tra gli estremi.
Ma c’è un accordo nel non voler capire le cose fino in fondo.
Forse per molti di voi che leggete da lontano, Israele è la storia di un popolo, la storia, la promessa. Per noi è anche una storia quotidiana di superamento, che si svolge al livello umano più semplice. Ma la capacità di ricordare e la capacità di scegliere la vita nel mezzo del ricordo – questa non è solo una storia israeliana. È una storia umana e una storia di fede. Una fede che non ignora il dolore, ma lo attraversa e vi trova la forza di andare avanti. Una fede che riconosce la frattura, ma non si sofferma solo su di essa, bensì aspira a costruire una vita a partire da essa.
Tra il Giorno della Memoria e il Giorno dell’Indipendenza diventa chiaro che il ricordo non è la fine e che la vita non è data per scontata. Tra questi due giorni si rivela la capacità dell'anima di ricordare e anche di gioire, di tenere insieme entrambe le cose senza rinunciare a nessuna delle due e di mantenere la lucidità nonostante tutto.
(Israel Heute, 22 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Grazie, Anat.
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La popolazione di Israele cresce
GERUSALEMME – In Israele vivono circa 10,24 milioni di persone, ovvero circa 146.000 in più rispetto al censimento dello scorso anno. Si tratta di un aumento di circa l’1,4%. In occasione del 78° Giorno dell’Indipendenza (in ebraico: Yom Ha’atzmaut), iniziato martedì, l’Ufficio israeliano di statistica ha pubblicato domenica i nuovi dati. I calcoli si basano sul censimento del 2022 e si riferiscono al periodo compreso tra aprile 2025 e aprile 2026.
Secondo i dati, gli ebrei e le persone “altre” rappresentano insieme circa il 76% della popolazione. In termini assoluti, si tratta di 7,79 milioni di persone. La categoria “Altre” comprende quei residenti che non sono né ebrei né arabi. Si tratta, ad esempio, dei coniugi non ebrei di immigrati.
Inoltre, in Israele vivono circa 2,15 milioni di arabi e circa 296.000 lavoratori stranieri. Essi rappresentano rispettivamente il 21,1% e il 2,9% della popolazione totale.
• Nascite, decessi e immigrazione
In Israele sono nati più di 177.000 neonati, mentre sono morte circa 48.000 persone. Nel Paese sono arrivati circa 21.000 immigrati, 7.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Più di un quarto della popolazione è costituito da bambini fino a 14 anni compresi. Circa il 13% ha più di 65 anni.
La popolazione israeliana è oggi dodici volte e mezzo più numerosa rispetto alla fondazione dello Stato nel 1948. Da allora, 3,5 milioni di persone si sono trasferite in Israele. Oggi quattro israeliani ebrei su cinque sono i cosiddetti “Sabra”. Il termine deriva dalla parola ebraica “zabar” – fico d'India – e indica gli ebrei nati in Israele. Il frutto è spinoso all'esterno e dolce all'interno, ed è quindi un simbolo degli israeliani, che spesso devono difendersi dall'esterno contro circostanze avverse, ma all'interno mostrano il loro lato tenero
(Israelnetz, 22 aprile 2026)
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Dopo 78 anni dalla sua nascita Israele è ancora costretto a lottare per la sua sopravvivenza
Le opinioni pubbliche occidentali, condizionate dalla propaganda dell’Islam radicale, mettono pressione ai governi europei. Israele supererà la minaccia dell’Iran ma deve lavorare per superare le divisioni interne.
di Stefano Parisi
In occasione di Yom HaAtzmaut, il giorno in cui si celebrano i 78 anni dalla proclamazione dell’indipendenza di Israele, l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled ha rilasciato un’intervista al nostro magazine.
- A 78 anni dalla sua fondazione, Israele è ancora costretto a lottare per la propria sopravvivenza, un caso praticamente unico tra le nazioni democratiche. Ha la sensazione che, anche all’interno del mondo occidentale, esista una parte dell’opinione pubblica e delle élite politiche e culturali che consideri Israele più come un problema da contenere che come uno Stato da difendere?
Sfortunatamente sì. Abbiamo assistito a un cambiamento profondo di tendenza nell’opinione pubblica mondiale. Lei ricorderà che fino agli anni ’70 Israele era considerato un miracolo: un giovanissimo Stato, uno Stato ebraico nato dalle ceneri della Shoah, capace di sopravvivere agli attacchi di tutto il mondo arabo. In qualche modo, dopo gli anni ’70, la percezione inizia a cambiare. Oggi Israele è visto come un problema, e questo è un grandissimo errore. Invece di essere riconosciuto per ciò che è, ovvero un faro di speranza e sviluppo, capace di combattere le avversità, l’ultimo baluardo della civiltà occidentale in conflitto con l’estremismo e il terrorismo, viene considerato un problema. Questo è molto triste, perché distorce la realtà.
- Negli ultimi anni, e soprattutto dopo il 7 ottobre, si è parlato sempre più del riemergere dell’antisemitismo in nuove forme. Dal suo punto di vista, quanto è grave oggi questo problema nelle società occidentali, e in particolare in Italia?
C’è una crescita allarmante dell’antisemitismo che, a mio avviso, sta mettendo in pericolo le società democratiche in Europa e anche in Italia. Devo riconoscere che l’Italia sta facendo un grande sforzo per contrastare questo fenomeno. Quello che inizia con l’antisemitismo rischia di trasformarsi in una discriminazione verso qualunque altra minoranza o diversa opinione. Per questo ritengo che sia un campanello d’allarme per l’Italia e per l’Europa.
- Riguardo all’Italia: è stata tradizionalmente considerata un paese amico di Israele, con una sensibilità politica e culturale relativamente stabile su questo tema. Negli ultimi mesi, tuttavia, sembra emergere una crescente distanza, almeno nel dibattito pubblico. È anche questa la sua percezione o la ritiene un’esagerazione?
Italia e Israele sono molto vicine: esiste una profonda amicizia e affinità tra i nostri paesi. Siamo entrambi paesi mediterranei e condividiamo una mentalità simile, oltre alla gioia di vivere e a molti interessi comuni. Sfortunatamente, una parte dell’opinione pubblica in Italia, come in Europa, ha subito una manipolazione ed è stata condizionata dalla propaganda dell’Islam radicale, che sta infiltrando le democrazie e le società occidentali. La propaganda ha abilmente sfruttato le garanzie liberaldemocratiche dei sistemi politici occidentali, come le libertà di espressione e di opinione, per manipolare la realtà e diffondere “fake news”. L’opinione pubblica così condizionata, a sua volta, esercita pressione sul governo italiano, che reagisce più a queste dinamiche interne che non al rapporto con Israele. Le relazioni restano comunque solide e l’amicizia è confermata. Credo sia importante considerare anche il contesto politico: a breve ci saranno le elezioni in entrambi i paesi e sappiamo che, in queste fasi, i politici tendono a concentrarsi maggiormente sul consenso interno che non sulle relazioni con i paesi amici. Dobbiamo quindi osservare questi sviluppi nella giusta prospettiva e sono fiducioso che questa fase passerà.
- Se questa distanza esiste, da cosa crede che derivi? È principalmente una reazione alla durata e all’intensità della guerra contro Hamas e al confronto con l’Iran, oppure indica qualcosa di più profondo nel modo in cui oggi l’Europa guarda a Israele?
Credo che la causa non sia solo la durata della guerra. Pensiamo infatti al conflitto tra Russia e Ucraina, che dura da più di quattro anni: si tratta di una guerra tra due Stati, due eserciti. Nel nostro caso, invece, siamo di fronte a una guerra asimmetrica tra uno stato e attori non statali, organizzazioni terroristiche, dotate di potentissime strategie di comunicazione. È una guerra molto diversa, contro un nemico particolarmente crudele, che l’Europa conosce bene. Abbiamo visto cosa è accaduto in Afghanistan e in Iraq e quanto sia stato difficile per la comunità internazionale affrontare terroristi come quelli di Al-Qaeda. Oggi, purtroppo, questa sfida riguarda Israele. Certamente, anche il fatto che il conflitto si stia prolungando e non possa essere risolto con i metodi delle guerre convenzionali non aiuta. Vorrei aggiungere un ultimo punto: l’Unione Europea applica un doppio standard nei confronti di Israele, mantiene accordi di associazione con paesi non democratici mentre esprime critiche esclusivamente contro Israele, arrivando a minacciare sanzioni.
- In questo contesto, cosa chiede oggi Israele a un paese come l’Italia? Solidarietà politica, chiarezza morale, sostegno concreto o altro? E, al contrario, cosa è disposto Israele a riconsiderare o cambiare nel modo in cui si presenta all’Europa?
Ci auguriamo che l’Italia comprenda, come altri partner europei, quanto abbia da beneficiare dal rapporto con Israele. Il nostro paese può contribuire a un futuro migliore attraverso le sue tecnologie, il know-how e l’esperienza in ambito militare e di sicurezza. Per quanto riguarda l’Iran e le organizzazioni terroristiche, credo – forse ingenuamente – che i politici italiani, la classe dirigente così come i vertici militari, siano consapevoli di quanto si possa imparare, e trarre profitto, dalla cooperazione con Israele. Non siamo perfetti: ci sono aspetti di Israele che l’Italia non condivide, e in parte anche io. Tuttavia, è importante guardare al quadro generale. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ritengo che Israele debba adottare un approccio più razionale e meno emotivo nei confronti dell’Europa.
- Nel fare gli auguri per il 78° anniversario, Israele ha attraversato un lungo percorso, fatto di consapevolezza, innovazione e ricchezza culturale. Come immagina la costruzione di un futuro più forte, fondato su unità, prosperità e sicurezza per le generazioni a venire?
Credo che i nostri genitori e i nostri nonni, coloro che hanno avviato la costruzione del paese, abbiano dato vita a qualcosa di straordinario. In 78 anni Israele ha realizzato un vero e proprio miracolo. La missione di dimostrare che il popolo ebraico può vivere in una terra propria è stata ampiamente compiuta. Tuttavia, oggi corriamo il rischio di una crescente tensione interna. Personalmente sono più preoccupato per la polarizzazione e le divisioni interne che per le minacce esterne. Ritengo che riusciremo a superare le sfide legate all’Iran e alle organizzazioni terroristiche e che, nel tempo, potremo raggiungere una pace, nel senso di maggiore stabilità e sicurezza con i nostri vicini. Ma sarà fondamentale continuare a costruire la nostra nazione dall’interno, puntando sull’unità e restando fedeli agli ideali su cui siamo cresciuti. Vedo un futuro positivo per Israele nei prossimi decenni, ma anche gli ostacoli che dovremo affrontare per garantirlo.
- Grazie, Ambasciatore, per il tempo che ci ha dedicato in giornate così complesse.
Mi lasci aggiungere il mio più sincero apprezzamento per il lavoro che Setteottobre sta svolgendo. State facendo qualcosa di unico a livello mondiale, ed è davvero commovente vedere la vostra dedizione. Quello che avete fatto rappresenta un contributo molto importante per lo Stato di Israele e per tutti noi. Lo dico dal profondo del cuore.
(Setteottobre, 22 aprile 2026)
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I genitori di Nethanel, ucciso in battaglia: “Non permetteremo ai terroristi di vincere”
di Michelle Zarfati
Dopo il trauma del 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas ha sconvolto Israele e segnato una delle giornate più drammatiche nella storia recente del Paese, emergono storie personali che intrecciano dolore, identità e decisioni radicali. Tra queste, quella dei genitori di Nathanel Young, giovane soldato caduto in combattimento, rappresenta un esempio emblematico di resilienza e determinazione. Nathanel, cittadino britannico trasferitosi in Israele due anni prima per arruolarsi nell’IDF, aveva costruito nel Paese la propria vita. Inquadrato nella brigata Golani, incarnava il modello del “lone soldier”, volontario straniero che sceglie di servire Israele lontano dalla famiglia. Secondo i familiari, la decisione di arruolarsi era già definitiva sin dai tempi dell’adolescenza. Una decisione che aveva e trasformato profondamente il suo carattere, rendendolo più determinato e sicuro di sé.<
Il 7 ottobre, mentre era di stanza in una postazione militare, Nathanel ha preso parte ai combattimenti contro i terroristi di Hamas. Durante le prime ore dell’attacco era riuscito a comunicare con la sorella, invitandola a mettersi al sicuro. Poco dopo però, il soldato ha smesso di rispondere: sarebbe stato ucciso in battaglia successivamente. La sua morte ha rappresentato un punto di svolta non solo emotivo ma anche esistenziale per i genitori, Chantel e Nicky Young. Già prima dell’attacco avevano pianificato di lasciare il Regno Unito per raggiungere il figlio in Israele. Nonostante la tragedia, hanno deciso di portare a termine quel progetto, trasferendosi definitivamente nel Paese.
“La scelta non è mai stata in discussione”, ha detto il padre a Ynet, sottolineando come rinunciare avrebbe significato concedere una vittoria simbolica al terrorismo. Oggi la famiglia vive a Netanya, sostenuta da una rete di organizzazioni e comunità locali. La loro decisione si inserisce in un fenomeno più ampio: dopo il 7 ottobre, diversi membri della diaspora ebrea hanno rafforzato il legame con Israele, anche attraverso l’immigrazione, in risposta al clima di insicurezza e alle tensioni globali. La vicenda dei Young evidenzia come, in contesti di conflitto, le scelte individuali possano assumere un valore politico e simbolico. Non si tratta soltanto di un trasferimento geografico, ma di una dichiarazione identitaria: vivere in Israele, nonostante tutto, come forma di resistenza e continuità.
(Shalom, 21 aprile 2026)
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Israele celebra la Giornata della Memoria dei Caduti – Appelli all’unità e alla speranza
«Questa generazione di guerra merita di sognare il giorno dopo. Merita un inno di speranza», afferma il presidente Isaac Herzog
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Il presidente Isaac Herzog, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir e altri partecipanti alla cerimonia dello Yom HaZikaron al Muro del Pianto
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Con una sirena sudafricana, lunedì sera Israele ha dato il via alla sua giornata di commemorazione per i soldati caduti e le vittime degli attacchi terroristici. Alle 20:00 la vita pubblica si è fermata per un minuto. In tutto il Paese la gente è rimasta in silenzio, mentre a Gerusalemme si svolgevano le cerimonie principali. Tutti i principali media israeliani hanno dato notizia dell'evento.
In serata, il presidente Isaac Herzog, il ministro della Difesa Israel Katz e il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir si sono riuniti al Muro del Pianto nella Città Vecchia. Secondo il Ministero della Difesa, quest'anno si commemorano in totale 25.648 caduti.
Herzog ha affermato che Israele si trova ancora nel mezzo di un conflitto militare. Negli ultimi giorni sono caduti altri soldati. La guerra è una dura prova nazionale che il Paese sta affrontando con determinazione.
• Pace, libertà e dignità umana
Allo stesso tempo, il presidente ha rivolto lo sguardo al periodo successivo ai combattimenti. «Questa generazione di guerra merita di sognare il giorno dopo. Merita un inno di speranza», ha affermato Herzog. Israele non vive solo di spada, ma anche di valori come la pace, la libertà e la dignità umana.
Anche il capo di Stato Maggiore Zamir ha sottolineato la coesione interna. Tutte le parti della società devono dare il proprio contributo alla sicurezza del Paese. L'unità è un presupposto per la sopravvivenza di Israele.
Riguardo all'Iran, Zamir ha dichiarato che Israele non permetterà a Teheran di realizzare i propri obiettivi. L'esercito continuerà a rimanere vigile e a difendere la sicurezza del Paese.
• Missione non conclusa
Già in precedenza il primo ministro Benjamin Netanyahu era intervenuto in occasione di un'altra cerimonia commemorativa a Gerusalemme. Ha ricordato il dolore persistente di molte famiglie. Il tempo passa, ha detto, ma non cancella il momento in cui i familiari hanno ricevuto la notizia della morte di una persona cara.
Allo stesso tempo, Netanyahu ha fatto riferimento alla situazione militare di Israele nella regione. Il Paese ha dimostrato la sua forza, ma il compito non è ancora concluso. «Non abbiamo ancora finito il lavoro», ha detto guardando all'Iran.
Oggi le cerimonie proseguono con un'altra sirena di due minuti e con la commemorazione statale centrale sul Monte Herzl.
(Jüdische Allgemeine, 21 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Un paese contro ogni logica
Tra memoria e nuovo inizio, Israele dimostra perché la sua esistenza sfugge a ogni spiegazione.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Israele spesso non ha senso – ed è proprio questo che dà sui nervi alle altre nazioni. Negli ultimi anni me ne rendo conto sempre più chiaramente. Quando è scoppiata la guerra con l’Iran, noi e la nostra famiglia eravamo bloccati in Thailandia. Aspettavamo i voli di soccorso dell’EL AL – non per fuggire, ma per farci riportare nella zona di guerra. Uno dei miei figli era rimasto in Israele, in missione nella Striscia di Gaza, con la moglie incinta al nono mese. I miei altri due figli sono stati chiamati in Thailandia e mobilitati lo stesso giorno per la missione in Libano.
Mostratemi un altro popolo su questa terra che torna immediatamente a casa non appena lì cadono razzi e regna la guerra. Normalmente si fugge da una zona di guerra – noi invece ci voliamo dentro. Ciò contraddice ogni logica umana. I thailandesi non riuscivano a crederci: perché vogliono assolutamente andare dove piovono razzi? Hanno ragione – non è razionalmente spiegabile. Ma è proprio questo attaccamento illogico alla patria che caratterizza Israele e fa infuriare il resto del mondo.
Israele non rientra nei consueti schemi storici o geopolitici. Un popolo che vive in esilio da quasi duemila anni viene normalmente assimilato e si fonde con altre culture. Eppure gli ebrei sono tornati, hanno riportato in vita la loro antica lingua e hanno fondato uno Stato nella loro patria storica. Un piccolo Paese con meno di dieci milioni di abitanti è sopravvissuto a diverse guerre contro avversari di gran lunga più grandi e allo stesso tempo si è sviluppato fino a diventare una delle economie high-tech più innovative del mondo – nonostante disponga di pochissime risorse naturali.
Dal punto di vista militare, tecnologico, medico, della politica di sicurezza, dell’agricoltura, dell’istruzione e della fermezza morale, Israele dimostra una forza che va ben oltre le sue dimensioni. Il deserto si trasforma in terra fertile. L’acqua nasce dall’aria e dal mare. I missili vengono intercettati in volo prima che raggiungano il loro obiettivo.
Detto tra noi: se da qualche parte scoppia una guerra missilistica, Israele è probabilmente uno dei luoghi più sicuri al mondo per sopravvivere. Nessun altro paese ha protetto il proprio territorio interno in modo così sistematico – con una difesa missilistica a più livelli, una fitta rete di sistemi di allarme e rifugi, nonché una delle forze aeree più potenti al mondo. Dodici minuti nel rifugio – e poi la vita continua. Per molti questo non ha senso. Si potrebbe quasi dire cinicamente: se un giorno la guerra missilistica dovesse raggiungere anche l’Europa, Israele potrebbe essere commercializzato come un paradiso della sicurezza – weekend con vista sul mare, accesso diretto al bunker, sistemi di difesa nei cieli e un bar che rimane comunque aperto.
Non c’è da stupirsi che Israele non abbia senso per molti. Questo sfugge a ogni logica storica. Non è normale. Non è politico. È biblico.
Le guerre che avrebbero dovuto annientare Israele non finiscono con la sua rovina, ma con la sua sopravvivenza – e spesso con la sua vittoria. Il regime dei mullah a Teheran predica da decenni la distruzione di Israele, confermando così che questo piccolo Stato svolge un ruolo straordinario nella storia mondiale. Il mondo lo vede e ne è frustrato – non trova una spiegazione. E quando le persone non comprendono la forza, cercano delle scuse: può trattarsi solo di un inganno. Deve esserci qualche oscuro trucco che ha conferito agli ebrei questo tipo di potere. Gli ebrei dominano questo, gli ebrei dominano quello. Antisemitismo. Dio non voglia – non può essere reale, Israele imbroglia.
Ma non c’è nessun trucco segreto né alcuna formula storica che possa spiegare perché Israele non funzioni come gli altri popoli e le altre nazioni. È proprio questo che fa impazzire le nazioni – ed è per questo che Israele viene condannato dall’ONU 24 ore su 24. Perché se Israele è reale, se questo popolo antico e odiato è ancora vivo, allora forse Dio non è un mito. Forse fa ancora parte della storia e della politica. Forse la storia non è casuale. Forse il male non ha l’ultima parola. Forse il popolo d’Israele non è solo un popolo, ma una testimonianza.
È proprio questo che le nazioni non riescono a comprendere e a sopportare. Si diventa testimoni di un popolo eterno che lotta costantemente per la propria esistenza – come avviene oggi ai nostri giorni.
Per questo negano Israele. Diffamano Israele. Combattono Israele con rabbia. Perché è più facile definire un miracolo come una frode, piuttosto che ammettere un rapporto tra Israele e Dio. Eppure il popolo vive e cresce nella sua patria, come se non ci fosse un domani.
Israele semplicemente non ha senso.
E forse è proprio in questo che sta il miracolo.
Israele non ha senso – ed è proprio per questo che esiste.
(Israel Heute, 21 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Libano dopo il cessate il fuoco, tra rabbia, paura e divisioni
Tra accuse a Hezbollah, diffidenza verso Israele e sfiducia nel governo, la società libanese si frantuma mentre cresce il rischio di instabilità
di Rosa Davanzo
Le voci si accavallano nelle strade di Beirut, nei negozi, nei campi improvvisati dove si ammassano gli sfollati, e raccontano tutte la stessa cosa con parole diverse: il cessate il fuoco ha fermato le bombe, ma non ha riportato equilibrio né fiducia, lasciando al loro posto una tensione diffusa che si insinua nelle conversazioni quotidiane e trasforma ogni discussione in uno scontro politico e identitario. È il quadro che emerge da un reportage pubblicato da Ynet e Yedioth Ahronoth, firmato da Nicolas Motran dalla capitale libanese.
Nelle ore successive all’annuncio della tregua, le famiglie hanno iniziato a tornare nei sobborghi meridionali della capitale, soprattutto nella Dahiya, roccaforte di Hezbollah, trovando quartieri devastati e servizi inesistenti, mentre altri hanno scelto di restare nei rifugi improvvisati nel centro città, dove il costo della vita è diventato insostenibile e gli affitti hanno raggiunto cifre che pochi possono permettersi. In questo scenario, la linea che separa il fronte esterno da quello interno si assottiglia fino quasi a scomparire, perché il conflitto si sposta dentro le case, nelle relazioni, nelle comunità.
Una discussione tra una residente del sud del Libano e un commerciante nel cuore di Beirut restituisce meglio di qualsiasi analisi la profondità della frattura. Lei racconta che suo figlio è stato curato in un ospedale da campo in Israele, descrivendo medici attenti e presenti, lui reagisce con ostilità e rifiuto, incapace di accettare una testimonianza che contraddice la sua visione del nemico. Lo scambio si accende, diventa personale, fino a interrompersi bruscamente, lasciando sul tavolo una verità scomoda: la guerra ha prodotto esperienze che non trovano più un linguaggio comune.
Poco distante, un’altra discussione mette a confronto una donna sciita e un cittadino maronita. Lei esprime delusione verso Hezbollah, accusandolo di aver tradito le promesse, lui sposta il bersaglio sul presidente Michel Aoun, ritenuto troppo allineato agli Stati Uniti e a Israele. Ogni responsabilità viene rimbalzata da un interlocutore all’altro, mentre la crisi economica continua a stringere. I negozi faticano a rifornirsi, il denaro circola sempre meno, e la rete di solidarietà familiare, tradizionalmente forte in Libano, mostra segni di cedimento sotto il peso degli sfollamenti e della povertà crescente.
Nadia, che raccoglie donazioni per acquistare generi alimentari, racconta una realtà ancora più segmentata, dove anche l’assistenza si distribuisce lungo linee comunitarie. Suo marito difende Hezbollah, sostenendo che stia facendo il possibile per aiutare, ma lei precisa che il sostegno raggiunge soprattutto gli sciiti, lasciando scoperte altre fasce della popolazione. Questa percezione alimenta risentimenti sotterranei, che si sommano a tensioni già radicate nella storia recente del Paese.
Nei campi improvvisati, la frustrazione assume toni più crudi. Issa, sfollato con la famiglia, descrive un viaggio segnato da rifiuti e minacce, prima nel nord del Paese e poi di nuovo a Beirut, dove si è ritrovato in una tendopoli sovraffollata. Le sue parole oscillano tra il desiderio di vendetta e una richiesta elementare di tregua duratura, che non implica riconciliazione né apertura, ma soltanto distanza. Chiede che nessuno attraversi più il confine, che il fuoco si spenga da entrambe le parti e che la vita possa riprendere senza intrusioni esterne. È una forma di stanchezza politica che non si traduce in progetto, ma in rifiuto.
Sul piano istituzionale, il margine di manovra appare ristretto. Hezbollah alza i toni contro qualsiasi ipotesi di dialogo diretto o indiretto con Israele, mentre figure come Nabih Berri mantengono una posizione più sfumata, aperta a contatti limitati ma contraria a sviluppi che possano essere interpretati come normalizzazione. Il presidente Aoun si muove dentro questo equilibrio fragile, consapevole che ogni gesto potrebbe essere letto come una concessione e scatenare reazioni a catena in un sistema già instabile.
Intanto, tra intellettuali e accademici emergono letture divergenti. Alcuni vedono nei tentativi di mediazione internazionale un’opportunità, altri parlano apertamente di complotti e manipolazioni. L’idea di una riconciliazione con Israele resta confinata a discussioni informali, spesso nate all’estero durante periodi di studio, e difficilmente traducibili in politica concreta dentro il Libano di oggi.
La sensazione diffusa, che attraversa le testimonianze raccolte da Ynet e Yedioth Ahronoth, è quella di un Paese sospeso, che ha evitato per ora un’escalation ma non ha risolto nessuna delle sue contraddizioni. Il rischio di una nuova frattura interna, evocato da molti interlocutori, non viene più percepito come un’ipotesi remota. In questo contesto, la richiesta più semplice, quella di essere lasciati in pace, assume un peso particolare perché rivela l’assenza di fiducia in qualsiasi attore, interno o esterno, capace di garantire stabilità.
Beirut continua a vivere, come ha sempre fatto, tra adattamento e tensione, ma il dopo cessate il fuoco ha aperto una fase in cui la domanda centrale non riguarda più solo il rapporto con Israele o con Hezbollah, bensì la possibilità stessa di ricostruire un terreno comune su cui immaginare il futuro. Per ora, quel terreno resta frammentato.
(Setteottobre, 21 aprile 2026)
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A Roma il ricordo dei caduti di Israele nel giorno di Yom HaZikaron
Il suono della sirena ha squarciato il silenzio del cortile della scuola ebraica di Roma, segnando l’inizio della cerimonia di Yom HaZikaron, il giorno del ricordo dei caduti nelle guerre di Israele e delle vittime del terrorismo. Tutti, adulti e bambini, si sono fermati in un solenne minuto di raccoglimento.
Il numero ufficiale dei caduti dall’indipendenza a oggi: 25.648, di cui 174 solo nell’ultimo anno, due dei quali nel fine settimana appena trascorso, è stato scandito all’apertura della serata, prima della lettura dell’Yizkor da parte dell’Ambasciatore Yaron Sideman. Il Salmo 2 è stato letto dal Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, mentre El Rachamim è stato cantato solennemente da Marco Di Porto. La commemorazione è stata scandita da discorsi, brani di soldati caduti in battaglia e canzoni simbolo di questa giornata di lutto per lo Stato d’Israele.
Il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun ha ricordato che “ogni numero è un nome, ogni nome è una storia, ogni storia è parte di noi”. Ha ricordato gli ebrei di Roma caduti per Israele e Stefano Gaj Tachè, “un bimbo di due anni, un bimbo italiano”, ucciso il 9 ottobre 1982 nell’attentato alla Sinagoga del Tempio Maggiore. “Quella ferita resta e resterà sempre aperta”, ha detto Fadlun, sottolineando come il 7 ottobre abbia segnato uno spartiacque, con gli episodi di violenza antisemita cresciuti in modo esponenziale in tutto il mondo, anche nella Capitale. “Non piegheremo la testa”, ha concluso, “lo dobbiamo a chi è caduto, perché il loro sacrificio non sia solo memoria ma sia proiettato verso il futuro”. La Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi ha pronunciato i nomi di sette vittime legate all’Italia, cadute dopo il 7 ottobre. “Yom HaZikaron ci insegna che la memoria non è solo un ricordo, ma è responsabilità”, ha dichiarato, annunciando un progetto in onore dell’artista Jonathan Hazor, caduto nel 2023, le cui opere erano state esposte anche in Italia. Nella sua città, Kfar Saba, sarà realizzato un luogo dedicato all’osservazione del volo degli uccelli, sua grande passione.
L’addetto per la difesa dell’Ambasciata, Tal Mast, ha chiuso il suo intervento con un aneddoto toccante. La via accanto alla scuola porta il nome di Rav Elio Toaff. Suo fratello Shlomo ha dedicato la vita allo sviluppo del sistema Iron Dome presso l’azienda Rafael, contribuendo a salvare migliaia di vite. Quest’anno Shlomo ha perso suo figlio, il Capitano Daniel Maimon Toaff, 23 anni, caduto in combattimento nella Striscia di Gaza. Il giorno dopo, intervistato alla radio, ha detto: “Chiedo solo una cosa: fermiamo la guerra interna. Siamo un unico popolo”.
A chiudere la serata, prima dell’Hatikva, l’inno dello Stato d’Israele, è stato l’Ambasciatore Jonathan Peled, che ha subito marcato la differenza tra questa cerimonia e l’emergenza vissuta in patria. “Questa sera siamo scossi dal suono acuto di una sirena che richiama la memoria, e non dall’ansia di un allarme imminente come quello risuonato in Israele nelle ultime settimane”. La guerra in corso con l’Iran e Hezbollah ha segnato la quotidianità degli israeliani fino a pochi giorni fa, con la maggior parte dei cittadini costretti a cercare riparo nei bunker mentre missili e razzi venivano lanciati contro lo Stato ebraico. “Ancora oggi migliaia di cittadini israeliani sono dislocati, lontano dalle loro case e dalla loro vita”. Eppure, ha detto Peled, “siamo resilienti, orgogliosi e forti, ma siamo anche in lutto per il prezzo pesante che abbiamo pagato e che continuiamo a pagare”. Un lutto che non cancella la rivendicazione di un diritto fondamentale: “ Abbiamo il diritto di vivere in pace e in sicurezza, come ogni altra nazione e ogni altro popolo sulla terra”. “Il costo della pace è molto inferiore al costo della guerra, ma il prezzo della libertà è spesso pagato in vite umane”, ha affermato Peled, citando Yitzhak Rabin, che ha concluso il suo intervento con un impegno collettivo: “Difendere la vita, proteggere i nostri cittadini, e non perdere mai la speranza di un futuro di pace”.
(Shalom, 21 aprile 2026)
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Campionati Europei di judo: Israele conquista tre medaglie, oro per Raz Hershko
Hershko ottiene la quinta medaglia europea consecutiva sconfiggendo la francese Lea Fontaine in 52 secondi; diventa così la terza israeliana per numero di ori continentali, mentre la compagna Inbar Lanir si ritira per infortunio.
di Malka Letwin
Dal 16 al 19 aprile 2026 si sono disputati a Tbilisi, in Georgia, i Campionati Europei di judo. La rassegna ha riunito alcuni dei migliori atleti del panorama europeo ed è andata in scena al Tbilisi Olympic Palace, con la partecipazione di 16 judoka della nazionale israeliana.
Nell’ultima giornata di gare, domenica, Raz Hershko ha conquistato la medaglia d’oro nella categoria femminile oltre i 78 kg, superando in finale la francese Léa Fontaine in soli 52 secondi. Per l’atleta israeliana si tratta del secondo oro in carriera.
Hershko aveva già collezionato tre medaglie d’argento tra il 2022 e il 2025, prima di salire sul gradino più alto del podio nel 2024. Nello stesso anno aveva inoltre ottenuto la medaglia d’argento nella categoria oltre i 78 kg alle Olimpiadi di Parigi 2024. Con il successo di Tbilisi, arriva così la quinta medaglia consecutiva agli Europei.
Per la judoka israeliana si trattava del ritorno alle competizioni continentali dopo circa un anno di assenza, costretta a saltare i Campionati del Mondo a causa della guerra tra Israele e Iran nel giugno 2025.
Tra le altre prestazioni di rilievo, Timna Nelson-Levy ha conquistato la medaglia d’argento nella categoria fino a 57 kg, perdendo in finale contro la georgiana Eteri Liparteliani.
Nel torneo maschile, il diciottenne Izhak Ashpiz ha ottenuto la medaglia di bronzo nella categoria sotto i 60 kg.
Inbar Lanir ha invece interrotto il proprio percorso a causa di un infortunio alla spalla nei quarti di finale contro un’avversaria francese, che l’ha costretta al ritiro.
Nel complesso, la squadra israeliana chiude la competizione con tre medaglie, confermando la propria competitività in uno sport in cui la nazione vanta una tradizione consolidata. Hershko diventa così la terza israeliana per numero di ori continentali, dopo altri atleti di successo come Arik Zeevi e Sagi Muki.
(Bet Magazine Mosaico, 20 aprile 2026)
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«Gli Usa hanno un problema col fondamentalismo cristiano»
Lo storico: «Trump rischia di alienarsi il mondo cattolico. Ma attenzione all'avanzata di un uso "militare" della fede soprattutto da parte di ambienti ricchissimi e influenti»
di Federico Novella
«Non ho difficoltà a dire che Trump si sta comportando come un criminale».
- Professor Franco Cardini, suppongo che la sua sia un'iperbole?
«Ma quale iperbole. Per decenni abbiamo dato del criminale a persone che spesso se lo meritavano, ma qualche volta no. E certamente la parola va usata con prudenza».
- E stavolta, dopo gli attacchi inediti al Papa e al governo italiano?
«Trump è, almeno formalmente, l'uomo più potente del mondo, il capo di un impero che dai tempi della guerra di Corea perde tutte le guerre, ma che resta pur sempre un impero. E per come si sta muovendo, i casi sono due: o ha bisogno della visita di un medico - ma di uno bravo - oppure è un perfetto criminale, perché fa e dice cose che sono obiettivamente criminose».
- A cosa si sta riferendo?
«Non si può accettare, con tutto il beneficio dell'ignoranza che si può accordare a chiunque, che lui dica di essere capace di spazzare via l'intera civiltà persiana. Lui non sa quello che dice: la civiltà persiana è una delle più grandi del mondo. Parla di mettere a ferro e fuoco quasi tutta la Mesoamerica e tutti i Caraibi, e nello stesso tempo continua a far circolare quelle grottesche immagini di lui che pianta la bandiera stellata sul territorio groenlandese».
- «Il Papa è un debole». «Il Papa deve capire». «È stato eletto grazie a me». Da storico e intellettuale attento al presente, mi dica se le frasi del presidente Trump contro il Papa hanno mai avuto un precedente, anche andando indietro nei secoli?
«Un potere secolare che abbia parlato del Papa in quei termini? Mai successo nella storia. Mettersi contro il pontefice in un momento come questo non è un gesto paragonabile a quello che può aver fatto Enrico IV nell'undicesimo secolo, o Federico II, e nemmeno Napoleone nel Settecento. Quando c'era la lotta per le investiture gli imperatori parlavano del Papa, e qualche volta dicevano che era un eretico degno delle fiamme dell'inferno, ma non accompagnavano mai queste qualifiche con osservazioni del tipo: "Il Papa dovrebbe occuparsi soltanto di morale"».
- In effetti è ciò che ha detto il vicepresidente Vance.
«Ma lui si rende conto di quello che dice? Sa cosa vuol dire "la morale"? La morale è qualcosa che nella vita politica moderna investe qualunque cosa: fare o non fare una guerra è fondamentalmente un fatto morale. Forse alla Casa Bianca pensano che la morale riguardi solo le pratiche sessuali? Trump crede che il Papa dovrebbe amministrare le mutande di ciascuno di noi, e limitarsi a quello».
- Sia Meloni che Schlein hanno condannato I' attacco di Trump, in difesa di papa Leone XIV, e anche del governo italiano. È stata una reazione doverosa?
«Un sussulto di amore per la patria che non si vedeva da tempo. Mi sono piaciute entrambe, perché una volta tanto si sono ricordate dell'Abc della vita politica e, diciamolo pure anche se è un termine inflazionato, della democrazia. Un leader politico non è al servizio del suo partito, e tantomeno della sua rete di amici e sostenitori, bensì al servizio della nazione».
- Auspica per l'Italia una linea diversa sul piano internazionale, mentre l'incontro a tre Meloni-Macron-Starmer sancisce una possibile «missione pacifica» in Iran?
«Bisogna che si metta da parte l'inveterato occidentalismo - letto da destra e da sinistra - e si colga il momento per ristabilire un minimo di dignità nei rapporti con la superpotenza americana. In questo momento, dopo averci raccontato tante balle sulla società iraniana - retta da un sistema problematico, ma coesa e vitale - sarebbe politicamente opportuno chiedere agli Usa un po' di rispetto in più. La politica è anche questa».
- Che fine farà la Nato?
«È una delle tante domande sul tavolo. La Nato ci ha difeso dai comunisti ieri, ma oggi da che cosa dovrebbe difenderci? E già che ci siamo, parliamo del vero verme nella mela: le Nazioni Unite, oggi assolutamente inutili perché paralizzate da veti incrociati, assolutamente antigiuridici. L'Onu va rifondata».
- Come ha reagito il mondo cristiano statunitense di fronte agli attacchi di Trump al Papa?
«Trump si sta alienando le simpatie dei cattolici, ma cerchiamo di andare a vedere cos'è davvero il cristianesimo americano. Ci sono i tradizionalisti, che odiavano Francesco e non amavano Benedetto. Ma ci sono anche gli estremisti, e mi riferisco a quelle scene grottesche che abbiamo visto in televisione: la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan: sarebbe stata una sfilata interessante».
- Era la preghiera collettiva dei pastori evangelici nello studio ovale. Nel frattempo, la consigliera spirituale del presidente, aderente al cosiddetto «Prosperity Gospel», dice che «Trump è stato tradito come Gesù».
«È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi. Questi gruppi incitano Trump ad andare avanti, e lo finanziano. Anche se forse Trump di finanziamenti non avrebbe bisogno, perché quando un bancarottiero diventa anche capo di Stato fa sì che le casse si riempiano d'oro».
- Però possiamo dire che i credenti americani non seguono Trump nella sue dichiarazioni oltranziste degli ultimi giorni?
«Il grosso dei cristiani americani, davanti a questo cumulo di menzogne e di follie, sta reagendo. Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista perché, ripeto, non è fatta solo di sottoproletari che si rotolano per terra quando cantano i predicatori: ci sono anche fior di finanzieri e tecnocrati a guidarli».
- Che giudizio dà delle prime file trumpiane, Rubio e Vance?
«Per il momento Rubio sembra ben intenzionato a fare sì che i suoi parenti, amici e collaterali si reimpossessino di Cuba, e forse si accontenteranno di quella. Poi c'è Vance, che potrebbe riservarci un cattolicesimo americanista e bellicista. Non mi sembra un personaggio rassicurante».
- Guardando le immagini «provvidenziali» postate recentemente da Trump, in cui si vede il presidente in veste di guaritore miracoloso, che cosa profetizza?
«Quando la politica assume certi aspetti - che noi chiamiamo estremistici - finisce per forza di cose con il tracimare nel fanatismo apocalittico. È una vecchia storia che ci portiamo dietro da duemila anni».
- Quale storia?
«Ogni cinque minuti ci diciamo che arriva l'Apocalisse, che poi però non arriva mai. Arriva la peste nera, arrivano i mongoli, ogni volta supponiamo di essere giunti alla fine dei tempi. E invece i tempi proseguono».
- E oggi?
«Oggi effettivamente la corsa vorticosa della tecnologia in questi ultimi anni può far pensare di essere prossimi alla fine. A pensarci bene, è più ragionevole pensarlo adesso che non nel Cinquecento, quando c'era qualcuno che identificava l'Anticristo con l'imperatore Federico II».
- E Trump si inserisce in questo filone?
«La storia insegna almeno questo: che le potenzialità distruttive dell'essere umano tecnologicamente attrezzato ed economicamente avido come l'homo occidentalis sono davvero impressionanti. E quindi in questo senso Donald Trump - dopo aver rovinato le sue élite, dopo aver rovinato il suo Paese, che ha bisogno di essere aiutato perché si stava già rovinando da solo - potrebbe anche rovinare l'intero genere umano. In questo senso, fa bene a comportarsi da apocalittico».
- Il capo della resistenza anti Trump è diventato papa Prevost?
«Dopo gli scossoni del pontificato di Francesco, era sorta l'esigenza di un mite equilibratore. Per questo in principio avevo soprannominato papa Leone "sua mediocrità", perché ha dovuto a lungo tacere, o parlare in sordina, e intavolare discorsi che sembravano un po' la scoperta dell'acqua calda. Ma nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell'attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l'autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».
(La Verità, 20 aprile 2026)
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«… la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan». «È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi». «Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista». Così si esprime con disprezzo l’intellettuale cattolico-italiano quando parla dei “cascami del cristianesimo americano”. Quando parla del papa invece lo stile è diverso: «Nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell'attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l'autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».
L’autore è un intellettuale cattolico-italiano. Benedetto Croce aveva detto che “non possiamo non dirci cristiani”, ma al posto di “cristiani”, si deve intendere “cattolici”, perché è caratteristica degli italiani in genere, e degli intellettuali in particolare, dare per scontato che chi parla di cristiani non può che pensare ai cattolici. E di chi altri se no? Tutto il resto è fatto di “piccole chiese, chiesuole e sette strampalate”, tanto più evidente quando si parla di americani. Sia detto con tutto il rispetto delle varie competenze che intellettuali di questo tipo possono avere, ma questo è sintomo di ignoranza. Un’ignoranza talmente radicata nel settore religioso da non poter essere percepita nella nostra italica patria. La cultura religiosa italiana è cresciuta sul terreno della Controriforma, in contrapposizione violenta al seme che si è sviluppato in Europa dalla Riforma protestante. E il punto centrale intorno a cui ruota la Riforma, anche quando se ne rifiutano tanti sviluppi successivi, ha un nome preciso: Bibbia. La diffusione della Bibbia tra il popolo ha generato una cultura biblica che risulta incomprensibile a chi è nato e cresciuto in una cultura cattolica. L’autore di questo articolo è uno di quegli intellettuali che su argomenti di questo tipo - per dirla in modo biblico - “non sanno né quello che dicono né quello che danno per certo” (Seconda lettera a Timoteo). Non si tratta di dire se l’autore ha ragione o torto in quello che dice, ma piuttosto di dire che non sa quello che dice. Parla di fondamentalismo cristiano non sapendo che cosa sia, squalificandosi come studioso storico pensando che una realtà storica di questo peso possa essere liquidata in poche battute.
E si associa alla schiera degli intellettuali italiani geneticamente cattolici che vogliono esprimere qualche forma di superamento della religione in cui sono cresciuti elevandosi a qualche superiore divinità filosofica o esoticamente religiosa che appare loro più interessante e profonda. E non si accorgono di cadere in una delle tante forme di idolatria più volte presenti nel racconto biblico. L’osservazione di quello che sta accadendo nel mondo è presente anche in ambito evangelico, ma se ne parla guardando a quello che dice la Bibbia; in ambito cattolico invece se ne parla guardando a quello che dice il papa. Per essere chiari, chi scrive non approva la benedizione pubblica invocata su Trump da un gruppo di cristiani evangelici, e li considera, per usare un linguaggio d’altri tempi, “evangelici che sbagliano”. Ma sbagliano in relazione a quello che sta scritto nella Bibbia, non in relazione a qualche forma di umana geopolitica. E tuttavia li approva nel loro desiderio di esprimere amore per Israele. È un errore farlo in questo modo, e in guerra, anche quella spirituale, gli errori si pagano. Infatti il gesto viene ora sfruttato ampiamento dai nemici di Israele, anche da quelli che magari sono incerti e indecisi. M.C.
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Criterio biblico o messaggio politico?
Quando i rappresentanti del regime iraniano celebrano pubblicamente il Papa, ciò solleva una domanda scomoda.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Perché si ha sempre più spesso l’impressione che la voce del Vaticano si faccia sentire più forte quando i musulmani soffrono a causa della guerra, piuttosto che quando i cristiani sono perseguitati o gli ebrei minacciati da un crescente antisemitismo?
Mentre in Africa bruciano le chiese, i cristiani nel Medio Oriente vengono cacciati e le comunità ebraiche in tutto il mondo subiscono odio e violenza, le reazioni papali appaiono spesso più contenute agli occhi di molti. È quindi ancora più sorprendente che proprio Teheran lodi il Papa per le sue critiche all’America e a Israele. Il problema non risiede solo nelle sue parole, ma nella percezione di uno squilibrio morale. Chi si esprime rapidamente sulle operazioni militari occidentali o israeliane, ma in modo meno chiaro sulla violenza islamista, sulla persecuzione dei cristiani o sull’odio verso gli ebrei, rischia la propria credibilità come autorità morale universale. Proprio per questo tutto ciò ha un peso così grande: per milioni di persone il Papa non è solo il capo della Chiesa, ma la massima autorità morale, anzi, per molti il rappresentante di Dio sulla terra. Da lui ci si aspetta chiarezza, verità e giustizia secondo i canoni biblici. Se però il suo atteggiamento appare unilaterale, contraddittorio o influenzato dalla politica, non è la rettitudine a emergere, ma la distorsione.
I presidenti delle istituzioni religiose e scientifiche iraniane hanno elogiato Papa Leone XIV per la sua «posizione coraggiosa» nel conflitto in corso di Stati Uniti e Israele e hanno espresso la speranza che la sua posizione contribuisca a porre fine alle ostilità. In una lettera congiunta indirizzata al capo della Chiesa cattolica, pubblicata sabato, i funzionari iraniani hanno dichiarato: «La sua condanna degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e dell’uccisione di persone innocenti è motivo di orgoglio per le comunità religiose di tutto il mondo». La lettera prosegue affermando che la resistenza del Papa alle pressioni politiche esercitate dal presidente degli Stati Uniti è «un modello per studiosi e religiosi di tutte le fedi». Lo ha riportato il quotidiano iraniano Tehran Times.
I firmatari hanno sottolineato che il messaggio di tutti i profeti divini è sempre stato di pace, solidarietà umana e rifiuto dell’oppressione e della violenza. Facendo riferimento agli insegnamenti religiosi, hanno affermato che l’uccisione ingiusta di una sola persona equivale all’uccisione dell’intera umanità. Nonostante questo principio, il «regime sionista assassino di bambini», sostenuto dal governo statunitense, solo negli ultimi tre anni ha attaccato diversi paesi e ucciso decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti a Gaza, in Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen e Qatar.
I firmatari iraniani hanno fatto particolare riferimento alla «guerra di aggressione» statunitense-israeliana contro l’Iran iniziata il 28 febbraio. In tale contesto, entrambi i regimi avrebbero superato ogni limite, uccidendo il leader della Rivoluzione Islamica, Ali Khamenei, e attaccando infrastrutture civili quali università, scuole e centri di beneficenza. Gli autori hanno inoltre sostenuto che le risorse attualmente impiegate per la guerra dovrebbero invece essere utilizzate per promuovere i valori morali e alleviare le sofferenze umane.
La dichiarazione dei funzionari iraniani fa seguito a precedenti dichiarazioni del Papa, in cui metteva in guardia dall’escalation di violenza in Asia occidentale e invitava alla moderazione. «La stabilità e la pace non nascono da minacce reciproche o dalle armi», ha affermato, invitando invece a un «dialogo ragionevole, autentico e responsabile». Ha inoltre avvertito che un’ulteriore escalation potrebbe portare a una grave crisi umanitaria.
Il fatto che i rappresentanti del regime iraniano lodino il Papa per le sue critiche agli attacchi militari americani e israeliani è politicamente degno di nota. Ciò dimostra soprattutto come i regimi autoritari sfruttino immediatamente ogni critica occidentale nei confronti dei propri avversari per la propria propaganda. Se da Teheran arriva un'approvazione, ciò non significa automaticamente che l'affermazione del Papa sia falsa, ma certamente che le sue parole vengono strumentalizzate strategicamente.
I critici farebbero notare proprio una contraddizione più profonda. I sostenitori del regime iraniano parlano di pace, umanità e del valore inestimabile di ogni singola vita, ma tacciono sulle numerose vittime nel proprio Paese causate dalla repressione statale. Chi non trova parole chiare dopo dure repressioni, arresti di massa o violenza letale contro i manifestanti in Iran, perde credibilità morale quando allo stesso tempo accusa altri Stati. L’accusa centrale è quindi la seguente: all’esterno si argomenta con principi etici universali, all’interno valgono altri criteri. Il regime critica i morti all’estero, mentre le vittime dei propri apparati di sicurezza, i prigionieri politici e i cittadini oppressi vengono a malapena menzionati. Questo doppio standard è una caratteristica ricorrente dei sistemi autoritari: i diritti umani vengono usati come arma contro gli oppositori, ma non come obbligo nei confronti del proprio popolo.
A dire il vero, un'accusa simile viene talvolta mossa anche contro Israele. Tuttavia, molti fanno una differenza fondamentale. Israele, nonostante tutte le critiche giustificate su singole decisioni, è soggetto al controllo dello Stato di diritto, al dibattito pubblico, a tribunali indipendenti, alla libertà di stampa e a una costante autocritica interna. Allo stesso tempo, si sostiene che in guerra Israele spesso tenga conto degli avversari civili molto più di quanto molti regimi della regione facciano con i propri cittadini. Uno sguardo alla Siria o all’Iran mostra sistemi che, in situazioni di crisi, hanno ripetutamente esercitato una violenza massiccia contro il proprio popolo. È proprio in questo che molti vedono la differenza decisiva: in Israele si lotta per la morale, il diritto e i limiti dell’azione, mentre negli Stati autoritari l’opposizione viene spesso repressa.
Da circoli dell’opposizione iraniana giunge notizia che l’8 e il 9 gennaio più di 40.000 iraniani sarebbero stati uccisi per strada da rappresentanti del regime. I critici si chiedono quindi perché il Papa non abbia finora preso pubblicamente una posizione chiara su queste accuse di spargimento di sangue di massa, né le abbia menzionate espressamente nelle sue omelie.
Da anni i critici rimproverano al Vaticano di reagire spesso in modo molto più cauto alla violenza islamista, alla persecuzione dei cristiani in alcune parti dell’Africa e dell’Asia, alle chiese distrutte o alle pressioni sulle minoranze cristiane rispetto a quanto fa nei confronti delle operazioni militari occidentali. Ciò crea in molti l'impressione di uno squilibrio morale: quando agiscono gli Stati Uniti o Israele, la condanna è immediata, mentre quando i cristiani sono vittime della violenza estremista, la reazione è spesso più contenuta.
Nel caso attuale, la critica del Papa viene quindi interpretata anche come un segnale indiretto contro Israele, poiché a livello internazionale è diffusa la narrativa secondo cui Gerusalemme avrebbe trascinato Washington nel confronto con l’Iran. Chi in questa situazione condanna solo l’intervento americano-israeliano, senza menzionare con la stessa forza il ruolo del regime iraniano, dei suoi proxy e della sua destabilizzazione regionale, rafforza ulteriormente questa impressione.
Alla fine rimane una domanda cruciale: qui parla ancora il metro di misura biblico o già il linguaggio dei messaggi politici? Da un’autorità spirituale non ci si aspetta indignazione selettiva, ma chiarezza, giustizia e lo stesso metro morale per tutti. L'autorità morale è convincente solo se è riconoscibilmente vera, non solo attraverso parole chiare contro la guerra, ma anche attraverso parole chiare contro il terrorismo, la persecuzione religiosa, l'antisemitismo e l'oppressione autoritaria. Se manca questo equilibrio, ogni presa di posizione perde credibilità.
(Israel Heute, 20 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’autore si chiede se il parlare del papa, che si fa chiamare Santo Padre, segua un criterio biblico o sia un messaggio politico. La cosa migliore è cercare una risposta nella Bibbia. E lì si trova scritto che Gesù dice: “Non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è ne' cieli” (Matteo 23:9). Risposta della chiesa cattolica: “Noi il nostro Papa non solo lo chiameremo Padre, ma lo chiameremo addirittura Santo Padre”. Più chiaro di così! Può seguire un criterio biblico chi calpesta la Bibbia nello stesso nome che porta? M.C.
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L’antiebraismo di sinistra
ha le sue radici
nell’umanesimo laicista
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L’antiebraismo di destra
ha le sue radici
nel cattolicesimo papista
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Il Libano come teatro secondario? La strategia dietro il cessate il fuoco
Mentre a Washington si parla di diplomazia, nel nord di Israele regnano rabbia, delusione e un senso di tradimento.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Mentre a Washington si parla di diplomazia, nel nord di Israele regnano rabbia, delusione e un senso di tradimento.
Una tregua di dieci giorni con il Libano è stata annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prima ancora che il gabinetto di sicurezza israeliano avesse preso una decisione. Due soldati israeliani sono caduti in Libano durante la tregua nel fine settimana. Persino il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ammesso che Israele aveva acconsentito «su richiesta del presidente Trump». Per molti israeliani è stato uno shock: a quanto pare, la loro sicurezza era stata decisa altrove. La mossa ha suscitato rabbia a Gerusalemme e ha reso evidente quanto sia diventata forte la pressione americana. Netanyahu ha parlato in seguito di una «opportunità storica di pace con il Libano». Si è trattato di una capitolazione o di una mossa calcolata per raggiungere obiettivi più grandi nella lotta decisiva con l’Iran, il programma nucleare e lo Stretto di Hormuz?
Nel mondo arabo circola già un’altra interpretazione: Israele avrebbe accettato la tregua solo per smascherare il bluff dell’Iran. Dopotutto, dietro le quinte spesso accade qualcosa di completamente diverso da ciò che viene raccontato pubblicamente. A Gerusalemme è stato promesso il “Santo Graal”, ovvero l’uranio altamente arricchito dell’Iran, in cambio della tregua in Libano? Da un punto di vista biblico, il nord di Israele non è mai stato solo un confine, ma sempre una porta per il commercio, le alleanze e le minacce. Già allora Israele imparò che non ogni calma nel nord è vera pace. La sicurezza senza verità e vigilanza rimane fragile.
L'analista arabo Ayman Dean sostiene la tesi secondo cui la tregua in Libano non riguardava in primo luogo il Libano stesso, ma serviva come strumento di pressione strategica nei confronti dell'Iran. L'obiettivo sarebbe stato quello di spingere Teheran a negoziati seri sul programma nucleare e sull'apertura dello Stretto di Hormuz, mettendo al contempo a nudo il vero nocciolo del conflitto.
Dean sostiene che l'Iran abbia usato la situazione in Libano come condizione preliminare per ritardare i progressi nei colloqui sul programma nucleare e su Hormuz. Quando però questa richiesta è stata soddisfatta con un cessate il fuoco, è diventato evidente che il vero problema non era il Libano, ma il confronto diretto con l’Iran stesso.
Su X Dean ha scritto: «Ho la sensazione – correggetemi se sbaglio – che la pressione di Trump per un cessate il fuoco in Libano in realtà non avesse nulla a che fare con il Libano. Si trattava dell’Iran». Ha poi spiegato: «Da giorni Teheran si nasconde dietro la stessa scusa: nessun coinvolgimento serio, nessun progresso nei colloqui sul nucleare, nessuna apertura di Hormuz finché non ci sarà un cessate il fuoco in Libano. Poi Trump ribalta la situazione: “Bene. Volete un cessate il fuoco in Libano? Eccolo qui. E adesso?». Dean ne conclude: «Se quello era davvero l’ostacolo, allora l’Iran ora non ha più scuse. O aprono lo Stretto di Hormuz e avviano negoziati seri, oppure smascherano il fatto che il Libano non è mai stato il vero problema».
Dal suo punto di vista, questo spiegherebbe anche perché Benjamin Netanyahu abbia acconsentito al cessate il fuoco: non per buona volontà, ma per smascherare il «bluff» del regime iraniano e allo stesso tempo guadagnare tempo, in attesa che ulteriori mezzi militari e risorse strategiche vengano dispiegati nella regione.
Netanyahu inizialmente voleva continuare i combattimenti contro Hezbollah per spezzare il legame tra l’Iran e il suo principale proxy terroristico. Ma Washington ha insistito per un cessate il fuoco per non compromettere i negoziati con Teheran. Alla fine, tuttavia, ha acconsentito, apparentemente perché Trump gli avrebbe assicurato in cambio una linea dura nei confronti dell’Iran. Ciò include il proseguimento del blocco navale e l’obiettivo di eliminare completamente le rimanenti capacità nucleari dell’Iran.
Per Netanyahu era quindi prioritaria una strategia: meglio una pausa temporanea in Libano per fare progressi nel conflitto decisivo con l’Iran. I commentatori israeliani dicono che Netanyahu abbia “sacrificato un pedone per proteggere la regina” sulla scacchiera, ovvero abbia messo in secondo piano il teatro libanese per ottenere una svolta sul programma nucleare iraniano.
Allo stesso tempo, Netanyahu ha sottolineato che Israele non si sta ritirando. L’esercito rimarrà in una zona di sicurezza estesa nel Sud del Libano e manterrà piena libertà d’azione militare in caso di nuove minacce. Inoltre, Gerusalemme vede nella tregua un’opportunità storica: Trump vorrebbe riunire Netanyahu e Joseph Aoun alla Casa Bianca per avviare colloqui diretti su un possibile accordo di pace. Le condizioni di Israele sono chiare: disarmo di Hezbollah e un accordo duraturo da una posizione di forza. In breve: la tregua potrebbe essere stata meno un ritiro e più uno scambio – calma nel nord in cambio del massimo sostegno nella lotta contro l’Iran. Non è certo il “Santo Graal” in sé, ma al massimo la speranza di Gerusalemme di ottenere di più cedendo in Libano sulla questione cruciale dell’Iran.
• Shock nel nord di Israele dopo la tregua: “Ci hanno venduti.”
Gli abitanti del nord di Israele hanno reagito con sgomento all’annuncio di una tregua temporanea in Libano. Molti non la vedono come un successo, ma come un ritorno a una realtà precaria. Moshe Davidovich, presidente del Forum delle comunità di confine, ha dichiarato con tono aspro: «Gli accordi vengono firmati in giacca e cravatta a Washington, ma il prezzo lo paghiamo qui con sangue, case distrutte e comunità lacerate». Ha avvertito che una tregua senza una rigorosa applicazione contro ogni violazione da parte di Hezbollah e senza una zona di sicurezza libera dal terrorismo fino al Litani non è un successo diplomatico, ma una condanna a morte a tempo determinato – fino al prossimo massacro. «Gli abitanti del nord non sono comparse in uno spettacolo di pubbliche relazioni internazionale.»
Ancora più duro è stato il commento di Netzach Topaz di Kiryat Shmona. In un messaggio agli abitanti ha scritto: «Bentornati alla realtà della sicurezza degli anni ’90. Abituatevi di nuovo alle operazioni, alle guerre e ai rifugi.» Con amaro sarcasmo ha aggiunto: «Il prossimo 7 ottobre qualcuno vi prometterà di nuovo la vostra vendetta fino alla “vittoria totale”.
Siamo stati venduti da un governo di destra apparentemente forte». Ha concluso il suo messaggio con un’emoji che raffigura un gesto osceno. Le reazioni dimostrano che per la popolazione del nord il cessate il fuoco non significa tranquillità, ma la sensazione di essere stati nuovamente sacrificati.
• Prospettiva biblica sul Nord
Da un punto di vista biblico, il conflitto tra Israele e il Libano è ben più di una moderna questione di confini. L’odierno territorio libanese era nell’antichità soprattutto la terra dei Fenici, con le città di Tiro e Sidone, menzionate ripetutamente nella Bibbia. Da lì giunsero in Israele commercio, ricchezza, ma anche influenze culturali e spirituali. Il re Hiram di Tiro fornì legno di cedro e artigiani per la costruzione del tempio sotto Salomone, segno che Israele e il Nord non erano solo nemici, ma anche partner. Allo stesso tempo, il Nord era spesso una porta d’accesso per le minacce. Attraverso queste regioni costiere e montuose arrivavano potenze straniere, idolatria e tentazioni politiche. I profeti mettevano quindi in guardia dall’arroganza e dalla falsa sicurezza.
Già allora Israele imparò che non tutta la calma nel nord significava vera pace. A volte un'alleanza era utile, a volte solo una tregua prima della tempesta successiva. Un esempio lampante è il re Acab e il suo matrimonio con Izebel, figlia del re di Sidone. Politicamente era una forte alleanza con il nord, che inizialmente portò stabilità e benefici. Ma con Jezabel giunsero in Israele anche il culto di Baal, il declino spirituale e la corruzione politica. Ella perseguitò i profeti di Dio, finché Elia non intervenne e mise in guardia il popolo. Il messaggio è senza tempo: non ogni alleanza porta vera pace. Ciò che promette sicurezza a breve termine può generare una crisi a lungo termine, se si sacrificano la verità, l’identità e la vigilanza. Per questo i profeti ammonivano: non tutta la tranquillità nel nord è vera pace. Israele desidera ardentemente la tranquillità al suo confine settentrionale, ma secondo la comprensione biblica la sicurezza duratura non nasce solo dai trattati, ma dalla chiarezza, dalla fermezza e da un ordine affidabile. La pace senza verità rimane fragile. E questo vale anche per il nostro tempo!
(Israel Heute, 19 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Perché Dio ha creato il mondo? - 27
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Il dono del sabato
“Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato. Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni; ognuno stia dov'è; nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” (Esodo 16:29).
Il sabato è un dono di Dio a Israele. Non è un ordine: è un invito. È l’invito a partecipare a un giorno di gioia. È Dio che ricorda la gioia provata nel settimo giorno della creazione, quando dopo aver lavorato per sei giorni, “si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta” (Genesi 2:3), nell’attesa di goderne il frutto nello scambio d’amore con la creatura che aveva formata e a cui aveva comunicato il suo “soffio”. Il riposo si interruppe e la gioia si offuscò quando il suo desiderio fu vanificato dalla risposta che ricevette dall’uomo nel giardino di Eden.
Il lavoro poi è ripreso in forma ben diversa, e ora Dio sta conducendo il suo popolo lungo il tragitto che lo porterà nella terra di Canaan, promessa ad Abraamo.
Dunque per Dio ora non è tempo di riposo: tutt’altro. È un tempo che Dio dedica all’educazione di Israele, che ha presentato al mondo come suo figlio e ha destinato a diventare in Canaan la sua nazione, in mezzo a tutte le altre nazioni che dipendono da forze che non sono Dio.
Durante il viaggio verso la terra promessa, Dio decide di ravvivare insieme al figlio quella particolare gioia che ha provato in quel settimo giorno. Stabilisce così una ricorrenza: ogni sette giorni ci sarà giorno di riposo per tutti, a cominciare da Dio stesso, che non eseguirà il lavoro di mandare giù dal cielo la manna. Il popolo parteciperà ogni sabato alla ricorrenza, ma dovrà tenere a mente che quello non è un giorno di festa per lui, ma per Dio: è “un giorno solenne di riposo: un giorno sacro all’Eterno” (Esodo 16:23). È Dio che si riposa, e invita il suo popolo a riposare festosamente insieme a Lui.
La festa del sabato si ricollega dunque al riposo di Dio, sia passato sia futuro. È un segno indelebile di eternità che Dio ha voluto apporre sul suo popolo. Vana è dunque ogni speranza di riuscire a cancellare questo segno tentando di far sparire il popolo.
• Grazia e fede
Il sabato non è legge, ma grazia. Di nuovo: è un dono, non un ordine. Ai figli d’Israele Dio dice: Considerate…. Cioè riflettete sul dono del riposo che vi è stato fatto, manifestate apprezzamento e gioia per averlo ricevuto. In che modo? Godendone il frutto: cioè riposando.
Se il sabato è grazia di Dio, il riposo esercitato dall’uomo è fede. Qualcuno dirà che è fede a buon mercato, perché ci vuole poco a esercitarla: basta non fare niente. Sembra facile, ma il contadino che si sente dire dal cielo:
Lavorerai sei giorni; ma il settimo giorno ti riposerai: ti riposerai anche al tempo dell'aratura e della mietitura (Esodo 34:21)
può trovare imbarazzante accettare questo dono. “Ma se non aro e non mieto ai tempi adatti, dove va a finire il raccolto dell’anno?” potrebbe pensare. E subito dopo: “E se invece aro e mieto, poi che mi succede?” Allora parte la lettura antropocentrica della volontà di Dio e si pensa a come evitare conseguenze sgradevoli. Si elaborano norme, sottonorme, contronorme, attenuanti, aggravanti, eccezioni, esclusioni, penalità, e così via. E alla fine la parola di Dio viene compresa come se fosse: “Considerate bene quello che vi può capitare se vi azzardate a non rispettare il sabato”.
“L’Eterno vi ha dato il sabato”, dice il Signore ai figli d’Israele; e per il sottolineare l’aspetto del dono aggiunge: “Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni”. Il donare di Dio è un atto d’amore creativo: solo per chi non lo accoglie diventa distruttivo. Ma Israele in origine lo ha accolto:
Da questo momento il sabato rappresenta un segno indelebile impresso da Dio sul popolo che gli appartiene come figlio. Guai a chi tenta di staccare Dio da suo figlio.
• Il sabato e la legge
Il sabato precede la legge. Nel quarto comandamento sta scritto:
Qui il popolo non è invitato a fare o non fare qualcosa per compiacere Dio, ma a ricordare quello che Dio ha fatto per amore del popolo. Dio si è impegnato con Se stesso a favore del popolo prima di chiedere al popolo di impegnarsi con Lui attraverso l’ubbidienza.
E più avanti, a conclusione della prima versione della legge, Dio avverte Mosè:
“Quanto a te, parla ai figli d'Israele e di' loro: 'Badate bene di osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono l'Eterno che vi santifica (Esodo 31:13).
Dio fa questa raccomandazione a Mosè quando il patto fra Dio e il popolo è stato già concluso (Esodo 24:8), quindi Dio non prende nemmeno in considerazione l’eventualità che esso sia disatteso dal popolo. Dice soltanto ciò che si dovrà fare a chi, individualmente, si prenderà la libertà di profanarlo continuando a lavorare:
Osserverete dunque il sabato perché è un giorno santo per voi. Chiunque lo profanerà sarà messo a morte. Chiunque farà in esso qualche lavoro sarà eliminato dal suo popolo (Esodo 31:14).
Dev’essere comunque ricordato che l’ordine di eseguire la pena di morte per chi profana il sabato è stato dato dopo la stipulazione del patto del Sinai, ma nel momento in cui Mosè trasmette l’annuncio del “giorno solenne di riposo”, al popolo la parola non arriva in forma di ordine, con relativa minaccia in caso di trasgressione. L’ordine riguarda soltanto i giorni precedenti: cioè raccogliere la manna nella misura fissata nei primi cinque giorni e in misura doppia nel sesto. Ma quanto al settimo giorno, non c’è un ordine: c’è soltanto un avviso che ha come oggetto la distribuzione della manna:
Un cartello sulla porta di un ufficio comunale in cui sta scritto: “Sabato è chiuso”, non è un’ordinanza del sindaco che vieta ai cittadini di andare a suonare a quella porta di sabato: è soltanto un avviso in cui si informa che se qualcuno vorrà farlo, nessuno gli aprirà.
Qualcosa di simile avviene allora ai figli d’Israele in quel settimo giorno:
Ora, nel settimo giorno avvenne che alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, e non ne trovarono (Esodo 16:27).
È violazione di un ordine? No, è mancanza di fiducia. E tuttavia i ricercatori di manna in giorno di sabato non furono messi a morte per il loro “reato”, perché in quel momento la legge non c’era ancora.
L’Eterno tuttavia poteva essere avvilito da questa mancanza di fiducia, e si sfoga con Mosè:
Allora l'Eterno disse a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei comandamenti e le mie leggi? Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato. Per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni; ognuno stia dov'è; nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” (Esodo 16:28-29).
Questo modo di rivolgersi al popolo attraverso Mosè è affettuosamente paterno, non severamente giuridico. Dio parla di miei comandamenti, di mie leggi, sottolineando quindi che provengono da Colui che li ama in modo privilegiato, come ha già dimostrato fino a quel momento con i suoi atti di liberazione e misericordia. Se Dio raccomanda a Mosè che “nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno” è per evitare che cadano nella tentazione di andare alla ricerca di manna nel solenne giorno sacro all’Eterno, ma nessuna minaccia di morte è aggiunta a queste parole. Israele è il figlio di Dio che si trova ancora nella minore età, e fino a questo momento il compito del Padre è quello di educare, non di minacciare.
• Non c’è acqua a Refidim
È nel deserto di Sin, fra Elim e il Sinai, che il popolo fa la sua prima esperienza della manna discesa dal cielo e celebra il suo primo riposo del settimo giorno. Dopo di che il viaggio continua.
Poi tutta la comunità dei figli d'Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini dell'Eterno, e si accampò a Refidim; ma non c'era acqua da bere per il popolo (Esodo 17:1).
Questo increscioso fatto è stato già commentato nel Capitolo 21; qui vogliamo soprattutto sottolineare che il popolo si muoveva “secondo gli ordini dell’Eterno”: dunque è Dio che lo ha fatto accampare in un posto dove sapeva che non c’era l’acqua. Risultato: “lì il popolo patì la sete” (17:3). Il che vuol dire che la mancanza d’acqua durò per un certo tempo, e centinaia di migliaia di persone soffrirono la sete.
Come sappiamo, il caso fu risolto (Esodo 17:5-7) e Mosè chiamò quel luogo Massa (tentazione) e Meriba (contesa), cioè contesa con Mosè e tentazione verso Dio, perché “i figli d'Israele avevano tentato l'Eterno, dicendo: “L'Eterno è in mezzo a noi, sì o no?” (17:7).
Se i figli d’Israele avevano tentato l’Eterno mettendo in dubbio la sua presenza in mezzo a loro, qualcuno potrebbe dire che Dio stesso li aveva “esposti alla tentazione” (Matteo 6:13) facendoli accampare in un posto dove non c’era l’acqua. Ma anche questo rientra nel compito educativo di Dio verso suo figlio; e anche se avrebbe preferito ricevere da lui una risposta più fiduciosa, si serve della loro paura di morire per dare un’altra prova della sua fedeltà, e confermare Mosè come autorità.
La domanda del popolo “L'Eterno è in mezzo a noi, sì o no?” è comunque interessante, perché pone l’attenzione su Dio. In una lettura antropocentrica della Bibbia è più naturale porsi la domanda: dov’è che il popolo ha sbagliato? e poi: che cosa dobbiamo imparare noi da questo cattivo esempio? Non è male porsi domande come queste, a patto che non siano le prime a venirci in mente, perché nella Bibbia il personaggio principale della storia rimane sempre Dio, non l’uomo.
• Amalec a Refidim
Allora venne Amalec per ingaggiare battaglia contro Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: “Scegli degli uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano”. Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla cima del colle. E avvenne che, quando Mosè teneva la mano alzata, Israele vinceva, e quando la lasciava cadere, vinceva Amalec. Ora, siccome le mani di Mosè si erano stancate, essi presero una pietra, gliela posero sotto, ed egli si mise a sedere; e Aaronne e Cur gli sostenevano le mani: l'uno da una parte, l'altro dall'altra; così le sue mani rimasero immobili fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente, passandoli a fil di spada (Esodo 17:8-13).
I commentari di solito cercano di far sapere al lettore chi era Amalec, se era discendente di Esaù oppure no, se e in quale modo gli amalechiti di cui si parla nella storia siano collegati con questo Amalec, e così via. S’interessano insomma più di ciò che riguarda gli uomini (e non è scritto nella Bibbia) che di ciò che riguarda Dio (ed è scritto nella Bibbia).
Se invece si punta l’attenzione prima di tutto su Dio, si potrà notare una sua differenza di comportamento tra i primi due momenti bellici di Israele: quello con i militari egiziani che inseguono gli israeliti per non farli uscire dalla terra del Faraone, e quello con Amalec che non vuole farli entrare in quella che ritiene essere la sua terra. Nel primo caso, Dio fa tutto; nel secondo caso, Dio non fa niente. Qualcosa vorrà pur dire!
Quando si avvicina Amalec, Mosè non grida all’Eterno, come già aveva fatto altre volte (Esodo 15:25, 17:4), ma prende subito un’iniziativa: ordina a Giosuè di scegliersi degli uomini e li manda a combattere contro Amalec. E per quel che riguarda se stesso (aveva ottant’anni), si mette in uno stato di preghiera ad oltranza. Nel passato Dio aveva dato istruzioni precise, questa volta invece tace: non dà ordini, né fa promesse. Forse è stanco di parlare - può aver pensato Mosè -, perché noi, prima non lo stiamo a sentire, poi ci mettiamo a gemere e gridare. Così forse adesso vuol vedere come ci comportiamo noi, quando Lui tace.
Mosè vede che Amalec si avvicina, come prima si avvicinavano gli egiziani. In quell’occasione Dio gli aveva detto: “Tu alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare, e dividilo” (Esodo 14:16), e così si erano salvati. Adesso invece Dio non dice niente. Allora Mosè, anche senza aver ricevuto ordini precisi, prende in mano di sua iniziativa il bastone e lo tiene insistentemente alzato verso il cielo, come a dire: Signore, io ho fatto come mi hai detto nel passato; e Tu, cosa pensi di fare?
Il Signore dà segno di aver ricevuto. Non a parole, ma a fatti. Giosuè vince solo quando Mosè tiene le mani alzate e perde quando le abbassa. “La vittoria ci sarà - sembra dire il Signore - ma questa volta non farò tutto Io: nel popolo ciascuno dovrà fare la sua parte”.
E così avviene. La parte laica del popolo agisce nei soldati che combattono agli ordini di Giosuè; la parte profetica agisce nella persona di Mosè che invoca appassionatamente Dio; la parte sacerdotale agisce in Aaronne e Cur che tengono le mani alzate al profeta che prega. E Israele vince.
Questa prima guerra vittoriosa di Israele, combattuta in concorde unità di popolo e in piena comunione con Dio, è un fatto importante. Talmente importante che per la prima volta Dio ordina a Mosè di metterlo per iscritto, aggiungendovi un’importante comunicazione per Giosuè:
Allora l'Eterno disse a Mosè: “Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa' sapere a Giosuè che io cancellerò interamente sotto al cielo la memoria di Amalec” (Esodo 17:14).
E allora, forse toccato dalla solennità di questa dichiarazione, Mosè celebra il fatto con un atto di culto che prima di lui avevano compiuto soltanto Noè e i patriarchi Abraamo, Isacco e Giacobbe:
E Mosè costruì un altare che chiamò: “L'Eterno è la mia bandiera”; e disse: “La mano è stata alzata contro il trono dell'Eterno, e l'Eterno farà guerra ad Amalec di età in età” (Esodo 17:15).
Mosè dice che “la mano è stata alzata contro il trono dell’Eterno”. Nella Bibbia il ‘trono dell’Eterno’ può essere inteso come il trono del re (1 Cronache 28:5, 29:23), ma in Israele a quel tempo il regno non c’era ancora: non è dunque contro un simile trono che può essersi alzata la mano di Amalec. C’è però un trono dell’Eterno che non si trova in terra, come si può capire dalle parole che il profeta Micaia rivolge in un momento molto delicato a Giosafat, re di Giuda:
Micaia replicò: “Perciò ascolta la parola dell'Eterno. Io ho visto l'Eterno che sedeva sul suo trono, e tutto l'esercito del cielo che gli stava intorno a destra e a sinistra (1Re 22:19).
È poco sottolineato, ma tra i membri dell’esercito del cielo che siedono a destra e a sinistra del trono dell’Eterno si trovano anche spiriti demoniaci. Dio lo permette, anzi di loro può anche servirsi per i suoi scopi. Come nel caso citato, in cui Dio cerca collaboratori per il suo proposito di far morire l’abominevole re Acab:
L'Eterno disse: 'Chi sedurrà Acab affinché salga a Ramot di Galaad e vi muoia?'. Chi rispose in un modo e chi in un altro. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò davanti all'Eterno, e disse: 'Lo sedurrò io'. L'Eterno gli disse: 'E come?'. Egli rispose: 'Io uscirò, e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti'. L'Eterno gli disse: 'Sì, riuscirai a sedurlo; esci, e fa' così' (1Re 22:20-22).
Il capo degli spiriti demoniaci a cui Dio concede di partecipare alle sedute in cielo e perfino di prendere la parola, è Satana (Giobbe 1:6-7), il quale un giorno tenterà di sferrare la sua guerra decisiva contro Dio.
C’è però nella Bibbia anche un posto sulla terra che viene indicato come “trono dell’Eterno”:
Allora Gerusalemme sarà chiamata 'il trono dell'Eterno'; tutte le nazioni si raduneranno a Gerusalemme nel nome dell'Eterno, e non cammineranno più secondo la caparbietà del loro cuore malvagio. In quei giorni, la casa di Giuda camminerà con la casa d'Israele, e verranno assieme dal paese del settentrione al paese che io diedi in eredità ai vostri padri (Geremia 22:17-18).
Amalec dunque può essere visto come il prototipo di ogni strumento di cui Satana, nemico di Dio, si è servito e si servirà ancora per alzare la mano contro il trono dell’Eterno, nel tentativo continuamente rinnovato di distruggere Israele come popolo e nazione
A questo nemico, Dio farà guerra di età in età, fino a cancellarne interamente la memoria sotto al cielo. I nemici di Israele sono avvertiti.
(Notizie su Israele, 19 aprile 2026)
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Fabiana Di Segni esce dal Pd: «Inaccettabile il clima di violenza contro gli ebrei»
In una lettera le dimissioni della consigliera municipale romana. «Dal 7 ottobre in poi il linguaggio all'interno del partito nei confronti di Israele e della Comunità ebraica italiana è insostenibile».
«Dal 7 ottobre in poi il linguaggio all’interno del Partito Democratico nei confronti prima di Israele e poi degli ebrei italiani è diventato insostenibile».
A denunciare questo clima ormai saturo nel Pd è la consigliera dell’XI Municipio di Roma, Fabiana Di Segni, che con il nostro giornale ha commentato la lunga lettera di dimissioni consegnata ai colleghi del suo gruppo. Un luogo dove il dibattito ha raggiunto toni di violenza «inaccettabili» con battutine, schermaglie e aggressioni verbali tali da rendere l’aria irrespirabile. «Quando un membro del direttivo ha scritto “si chiama Israele, si legge nazismo” ho inviato una lettera di denuncia ai vertici del Pd. Non è importato loro nulla, se non quando ho annunciato che avrei lasciato il posto e forse anche il partito. Allora mi hanno chiesto di mediare, inviandomi una lettera in cui si dicevano dispiaciuti. In poche parole mi hanno detto ciao-ciao».
Gravemente ridondante è stata poi la quasi spasmodica urgenza di chiedere conto sull’operato del governo di Israele. Un mantra che da sempre accompagna gli ebrei italiani, frutto di una incapacità di discernimento fra religione e cittadinanza ma anche di un disegno che mira a rompere l’antico legame fra la componente ebraica e il paese. «Il segretario della sezione di Portuense mi ha detto “tanta solidarietà, però pure voi potreste parlare di Netanyahu”. Di nuovo con questo “voi”, ma io sono una ebrea italiana. Gli ho domandato se chieda anche a tutti i musulmani di condannare il terrorismo».
È sulla scia di questa perenne distinzione che la misura è divenuta colma e Di Segni ha deciso di fare un passo indietro. Per sfinimento, in un posto dove a nulla sono serviti appelli di dialogo e inviti a tavole rotonde sul tema dell’antisemitismo. È infatti «impensabile all’interno di un partito che si definisce antifascista che in qualche modo si giustifichi l’odio per gli ebrei». L’appiattimento è quindi totale e «non si parla di Israele, ma nemmeno di Hamas, Hezbollah, Iran e Libano» perché «c’è solo un colpevole». Nel giorno delle dimissioni della consigliera, comunque, solo un membro della giunta si è presentato.
Nel temporale d’odio che attraversa la società, la cosa più dolorosa resta, di nuovo, il silenzio collettivo. Lo stesso «che vagava in Europa tanti anni fa» e che si è alimentato nell’indifferenza con l’obiettivo di emarginare e stigmatizzare fino a rendere l’antisemitismo un argomento scomodo invece che una priorità da affrontare.
Pochi giorni fa, anche Emanuele Fiano aveva fatto intendere di voler lasciare il Partito Democratico sostenendo che fosse «impossibile restare». L’ex dem ha sempre rivendicato con orgoglio il proprio sionismo, senza mai risparmiare critiche al governo Netanyahu. Ma per molti del suo gruppo questo non è sufficiente. «Il segretario di sezione mi ha chiesto se assieme a me venisse via pure Fiano, come se fossimo un’unica cosa. C’è da dire che il problema è strutturale, ma non mancano le voci in dissenso. Sono pochi, i riformisti dem, e a loro dobbiamo dire grazie». Il clima dell’intolleranza sta riesumando mostri che si sperava di aver confinato ai margini della storia.
(Il Tempo, 18 aprile 2026)
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Gaza dopo il 7 ottobre: Hamas ricostruisce il potere
Tra controllo militare, apparato civile riattivato e disperazione crescente nelle tendopoli, la Striscia resta prigioniera di un equilibrio che non lascia vie d’uscita
di Shira Navon
Due anni e mezzo dopo il 7 ottobre, mentre l’attenzione internazionale si sposta altrove e il Medio Oriente resta attraversato da una guerra più ampia, nella Striscia di Gaza si sta consumando una dinamica che testimonia qualcosa che molti non sanno: Hamas sta ricostruendo il proprio potere, pezzo dopo pezzo, mentre la popolazione civile scivola in una condizione che oscilla tra sopravvivenza e disperazione.
Secondo fonti della sicurezza israeliana, l’organizzazione controlla ormai circa metà del territorio e ha già rimesso in funzione una parte significativa del proprio apparato civile, dai ministeri alle municipalità, arrivando a pagare gli stipendi a decine di migliaia di funzionari. Questo elemento pesa, perché indica non solo una presenza militare residuale, ma un tentativo strutturato di tornare a governare la vita quotidiana nella Striscia.
Parallelamente, l’ala militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, continua a ricostruirsi e a operare sul terreno con circa 27.000 uomini, secondo le stime citate nel reportage di N12, mantenendo attiva la produzione clandestina di razzi ed esplosivi e tentando di riaprire canali di approvvigionamento attraverso il Sinai. In questo quadro, l’ipotesi di un disarmo reale dell’organizzazione appare sempre più distante, quasi fuori dal perimetro delle possibilità immediate.
La presenza sul territorio si traduce anche in controllo sociale. Le forze di sicurezza interne pattugliano le strade, effettuano arresti e, secondo testimonianze locali, ricorrono a violenze e torture contro chi è sospettato di collaborare con Israele o semplicemente di documentare ciò che accade. È un sistema che si regge sulla paura, ma che allo stesso tempo mostra una capacità di riorganizzazione che sorprende chi, nei mesi successivi alla guerra, aveva dato Hamas per definitivamente indebolita.
Intanto, la vita dei civili si muove su un piano completamente diverso. Oltre un milione di persone continua a vivere in tendopoli, spesso senza accesso stabile a beni essenziali, mentre i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati in modo vertiginoso. Testimonianze raccolte sul posto parlano di beni di prima necessità diventati quasi inaccessibili, con salari inesistenti o insufficienti e una quotidianità segnata da espedienti, recupero di materiali dalle macerie e piccoli scambi per pochi shekel.
In questo contesto, il malcontento cresce e trova voce, anche se con cautela. Alcuni residenti attribuiscono apertamente la responsabilità della situazione al 7 ottobre e alle scelte di Hamas, lasciando emergere una frattura che però non si traduce in una reale possibilità di opposizione. La paura resta un elemento dominante, ma non riesce più a cancellare del tutto la rabbia.
Il sistema educativo formale è fermo e sostituito da strutture improvvisate nelle tende, mentre la ricostruzione delle infrastrutture appare ancora lontana, anche per la difficoltà di far entrare materiali e macchinari nella Striscia. La sensazione diffusa, che emerge dalle testimonianze, è quella di una sospensione senza prospettiva, dove la sopravvivenza quotidiana prende il posto di qualsiasi progetto futuro.
Quello che si osserva oggi a Gaza è un doppio movimento che procede in parallelo senza incontrarsi davvero: da una parte un’organizzazione che recupera terreno e struttura, dall’altra una popolazione che perde progressivamente margini di vita. In mezzo resta un vuoto politico che nessuno, al momento, sembra in grado di colmare.
(Setteottobre, 18 aprile 2026)
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Trump vieta all’IDF di bombardare il Libano. E Hezbollah si riarma contro Israele
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - Alle 23, ora italiana, di giovedì è scattato il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah in Libano. Poco prima dell’entrata in vigore, tre persone nel nord di Israele sono rimaste gravemente ferite dai razzi della milizia sciita, tra cui una ragazza di 17 anni e un giovane di 25. La giornata era stata concitata, fatta di passi avanti e improvvisi dietrofront, tra annunci e smentite su una possibile trattativa di pace tra Libano e Israele.
Dopo l’incontro a Washington tra l’ambasciatore israeliano e la rappresentanza diplomatica libanese negli Stati Uniti, alla presenza del segretario di Stato Marco Rubio, Donald Trump aveva annunciato una telefonata tra Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Michel Aoun, come preludio a un possibile incontro. Poco dopo, però, è arrivata la smentita di Aoun. Una marcia indietro che in realtà chiarisce bene la dinamica: prima di esporsi in un contatto diretto con Israele, il presidente libanese aveva bisogno di portare a casa qualcosa, cioè una tregua. Anche perché Hezbollah aveva già bollato l’incontro di Washington come “tradimento” e “resa”, alzando immediatamente il costo politico interno.
• La chiamata di Trump a Netanyahu
A quel punto Trump ha chiamato Netanyahu, spingendolo ad accettare il cessate il fuoco e spiegandone la doppia utilità: rafforzare Aoun davanti a una parte della popolazione libanese che vorrebbe normalità e stabilità, e allo stesso tempo rendere più malleabile l’Iran in vista del secondo round negoziale con gli Stati Uniti, previsto in Pakistan.
• Trump vieta all’IDF di bombardare il Libano
Trump ha rivendicato apertamente di aver proibito a Israele di bombardare il Libano, sottolineando un intervento diretto e senza ambiguità nella gestione dell’escalation. Ha inoltre precisato che il dossier libanese verrà gestito su un binario separato rispetto alle trattative strategiche più ampie. Secondo indiscrezioni, Teheran potrebbe essere disposta a compromessi più ampi, inclusa una limitazione del proprio programma nucleare e la consegna a un garante internazionale di oltre 400 chili di uranio arricchito. In questo quadro, la tregua in Libano è perfetta per essere venduta internamente come una vittoria diplomatica degli ayatollah.
Il punto, però, non è se la tregua terrà, ma quando salterà. Anche in presenza di un accordo sul dossier iraniano, è difficile immaginare che Teheran accetti una stabilizzazione del Libano che passi dal disarmo di Hezbollah. Le forze regolari libanesi e il contingente Unifil non hanno la capacità di disarmare la milizia né di spingerla a nord del Litani, come previsto dalla risoluzione 1701. L’unico attore in grado di farlo resta l’esercito israeliano, mentre Aoun continua a ribadire che il Libano non può restare ostaggio di Hezbollah.
• E Hezbollah si riarma contro Israele
Il rischio è che il cessate il fuoco diventi l’ennesimo stop tattico per la milizia sciita, utile a riorganizzarsi. È già successo dopo la tregua del novembre 2024. Ed è esattamente lo schema visto a Gaza, dove Hamas ha sfruttato le pause per riarmarsi, reclutare e rafforzare il proprio controllo, dichiarando ufficialmente di non volersi disarmare. Lo stesso approccio si intravede anche nell’Iran, che sta usando la pausa negoziale iniziata l’8 aprile — con scadenza il 22 — per guadagnare tempo. I sei punti del cessate il fuoco sono, sulla carta, una base credibile: rispetto delle risoluzioni Onu e dieci giorni per avviare un processo politico rapido. L’obiettivo resta sempre lo stesso: il disarmo di Hezbollah, possibilmente per via diplomatica, altrimenti con la forza. Esiste una convergenza formale tra Beirut e Gerusalemme nel considerare Hezbollah il problema. Ma è difficile credere che il Libano abbia davvero la capacità di agire. Si può anche immaginare un confine tra Israele e Libano stabile e pacifico, ma creare illusioni è pericoloso. Il nord di Israele ha bisogno di sicurezza reale, non di tregue temporanee. Se il governo libanese non è stato in grado nemmeno di far rispettare l’espulsione dell’ambasciatore iraniano Reza Sheibani, è lecito chiedersi come possa pensare di disarmare Hezbollah. La milizia sciita resta un attore esterno, non negoziale, interessato solo a sabotare qualsiasi processo. Ed è su questo punto che, almeno per ora, Israele e Libano sembrano davvero d’accordo.
(Il Riformista, 18 aprile 2026)
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Cessate il fuoco con il Libano: brillante ritirata o mossa strategica?
Il corrispondente di Israel-Heute analizza i retroscena del cessate il fuoco e spiega perché l’apparente debolezza di Israele, a un esame più attento, possa essere interpretata anche come una vittoria tattica.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME - Ci sono voci che interpretano la tregua temporanea imposta a Israele con il Libano come un cedimento – come un ulteriore spettacolare fallimento del primo ministro Benjamin Netanyahu e come prova del fatto che, in definitiva, sono gli Stati Uniti a decidere tutto.
Ma sotto la superficie emerge un quadro decisamente più complesso, e non tutto è nero. Ci sono successi tattici che, se gestiti correttamente, possono trasformarsi in successi strategici.
A prima vista, lo Stato di Israele entra in questa tregua in condizioni nettamente migliori rispetto a un mese e mezzo fa – prima dell’inizio dei combattimenti il 2 marzo, scatenati da Hezbollah, che voleva vendicare la morte di Ali Khamenei e ha trascinato il Libano in una guerra sanguinosa.
Da allora Israele ha ottenuto due importanti successi tattici: innanzitutto ha conquistato la linea anticarro e si trova a circa dieci chilometri di profondità nel territorio libanese. Il sud del Libano è – ad eccezione dei villaggi cristiani – in gran parte privo di popolazione civile. Hezbollah ha posto come condizione per un cessate il fuoco il ritiro di Israele nei cinque punti in cui si trovava prima della rottura del precedente cessate il fuoco. Questa richiesta è stata respinta. Israele rimane nelle stesse posizioni e ha il diritto all’autodifesa. Se individua una minaccia imminente, può agire. Dall'ultima tregua, Israele ha neutralizzato circa 500 terroristi di Hezbollah nell'ambito di una “strategia del tosaerba”. Questa politica proseguirà. Se durante la tregua temporanea – che presumibilmente verrà prorogata – individueremo delle minacce, potremo agire.
Israele ha di fatto creato due zone di sicurezza: una lungo la linea di lancio dei missili e una seconda zona di sicurezza lungo il fiume Litani, priva di popolazione civile. Se gli abitanti vorranno tornare, potranno farlo solo alle condizioni di Israele. Israele ha inoltre conquistato la roccaforte di Hezbollah nel sud del Libano, Bint Jbeil. In questo modo, in futuro sarà molto più facile disarmare Hezbollah nel sud. Israele facilita così notevolmente il lavoro del governo libanese per il futuro.
Israele era sì contrario al cessate il fuoco e voleva continuare a smantellare Hezbollah. L’obiettivo principale era tagliare ogni collegamento tra l’Iran e il Libano – ovvero un cessate il fuoco con l’Iran, ma un conflitto militare continuato con Hezbollah. Ma gli iraniani non sono ingenui. Hanno capito di avere in mano una leva. Hanno subordinato i negoziati con gli Stati Uniti a un cessate il fuoco in Libano – nella consapevolezza che, se abbandonassero ora il loro rappresentante, difficilmente potrebbero utilizzarlo in futuro. Per non parlare dell’effetto di segnale nei confronti degli Houthi e delle milizie sciite in Iraq.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo ha capito e ha iniziato a esercitare pressioni su Netanyahu affinché ponesse fine alla situazione in Libano. Netanyahu inizialmente si è opposto. Si è sviluppata una lotta di potere tra Netanyahu e la fazione guidata da Jared Kushner e Steve Witkoff. Alla fine ha prevalso la seconda fazione.
Ciononostante, Netanyahu insistette affinché il cessate il fuoco avvenga alle condizioni israeliane – ovvero: nessun ritiro. Le forze armate israeliane rimangono lungo la linea anticarro e mantengono la loro libertà operativa nonché il diritto all’autodifesa.
Trump ha cercato di avviare una conversazione telefonica tra Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun. Ma Aoun ha capito che senza un cessate il fuoco concreto si sarebbe esposto al ridicolo dell’opinione pubblica libanese e ha rifiutato. Trump ha quindi riconosciuto che per prima cosa è necessario un cessate il fuoco, anche se solo temporaneo. Successivamente, invece di una telefonata, intende riunire entrambi per un incontro alla Casa Bianca, il che comunque fa una figura migliore. Netanyahu ha acconsentito.
Durante la riunione telefonica del gabinetto, a Netanyahu è stato chiesto quando si sarebbe tenuto questo incontro. Egli ha risposto che non c’era ancora una data. Trump, invece, ha dichiarato che si sarebbe tenuto entro una o due settimane. Staremo a vedere.
Dal punto di vista di Netanyahu, egli ha accettato la tregua con il Libano per non essere accusato di sabotare i negoziati tra Stati Uniti e Iran, estremamente importanti per Israele. Anche se il legame tra Iran e Hezbollah è problematico, Netanyahu ha in un certo senso “sacrificato un pedone” per proteggere la “regina”, ovvero la vittoria nella lotta contro il programma nucleare iraniano.
Trump ha promesso a Netanyahu che andrà fino in fondo con gli iraniani. Non cederà sulla questione della rimozione dell’uranio arricchito dal sottosuolo. Sarebbe persino disposto a rinunciare alla cosiddetta “clausola del tramonto” – né 20 anni né 15 anni: l’Iran non dovrebbe mai poter arricchire l’uranio, almeno secondo la posizione di Trump. Se ciò dovesse effettivamente concretizzarsi, sarebbe un successo estremamente importante per Israele – in un certo senso il “Santo Graal”: la completa abolizione del programma nucleare iraniano.
Netanyahu ha spiegato ai ministri durante la teleconferenza che l’obiettivo principale è porre fine al programma nucleare iraniano. Se Trump raggiunge questo obiettivo e si crea inoltre una dinamica che porta al disarmo di Hezbollah, allora sorge la domanda: perché continuare a combattere se si mantengono comunque le linee decisive? Israele dispone di capacità operative e libertà d’azione. Dal punto di vista israeliano si tratta di una situazione vantaggiosa per tutti: si congela lo stato attuale per verificare se è possibile raggiungere l’obiettivo strategico.
Netanyahu ha seguito Trump anche perché ha capito che in cambio otterrà ciò che vuole nei rapporti con l’Iran. E poi c’è un altro motivo: a Trump non si dice semplicemente di no. Così come ha fermato le operazioni in precedenza, ha fermato anche ora i combattimenti in Libano. Quando Trump pone fine alle guerre, non esita.
La sfida ora consiste nello spiegare tutto questo agli abitanti del nord, convinti che Netanyahu li abbia nuovamente abbandonati e che tutte le promesse di disarmo di Hezbollah siano state dimenticate.
Netanyahu ha pubblicato una dichiarazione video in cui ha motivato la sua decisione:
«Abbiamo la possibilità di raggiungere un accordo di pace storico con il Libano. Il presidente Trump intende invitare me e il presidente libanese per portare avanti questo accordo. Questa opportunità esiste perché, dalla guerra, abbiamo cambiato radicalmente gli equilibri di potere in Libano. Abbiamo impiegato i Beeper, abbiamo distrutto l’enorme arsenale di 150.000 missili e proiettili che Nasrallah aveva preparato per distruggere le città di Israele. Abbiamo eliminato Nasrallah. E questo mutato equilibrio di potere ha fatto sì che il mese scorso, per la prima volta in oltre 40 anni, abbiamo ricevuto dal Libano richieste di avviare colloqui di pace diretti. Ho risposto a ciò e ho acconsentito a una pausa – o, per essere più precisi, a una tregua temporanea di dieci giorni – per portare avanti i colloqui che avevamo già avviato durante l’incontro degli ambasciatori a Washington.”
Netanyahu ha aggiunto: «Per questi colloqui abbiamo due condizioni fondamentali: in primo luogo, il disarmo di Hezbollah. In secondo luogo, un accordo di pace sostenibile – pace dalla forza. Per raggiungere la tregua, Hezbollah ha posto due condizioni: in primo luogo, che Israele si ritirasse completamente fino al confine internazionale. In secondo luogo, una tregua secondo il principio “calma per calma”. Non ho accettato queste condizioni, e in effetti non sono state soddisfatte. Rimaniamo in Libano in una zona di sicurezza rafforzata. Non si tratta dei cinque punti precedenti all’operazione, ma di una zona di sicurezza continua larga circa dieci chilometri – dal mare al Monte Dov e dalle pendici dell’Hermon fino al confine siriano. Questa zona è più forte, più estesa, più coesa e più stabile di prima. Ci permette di impedire infiltrazioni nei nostri insediamenti e di bloccare i bombardamenti diretti con missili anticarro. I nostri insediamenti sono così protetti da questi due pericoli. Naturalmente ci sono altre sfide – ci sono ancora i missili. Ci occuperemo anche di questo nel quadro dell’ulteriore sviluppo verso un accordo di sicurezza e di pace.”
E riguardo all’Iran, Netanyahu ha detto: «Ho parlato in questi giorni con il presidente Trump, e mi ha detto che è determinato sia a continuare la pressione marittima sia a eliminare le restanti capacità nucleari dell’Iran. Non farà marcia indietro. È convinto di poter eliminare questa minaccia una volta per tutte – sulla scia dei passi significativi che abbiamo compiuto insieme. Naturalmente ci occuperemo anche della minaccia missilistica e della capacità di arricchimento dell’uranio. Non entrerò nei dettagli in questa sede. Ci sono due passi molto importanti che potrebbero cambiare radicalmente la nostra situazione diplomatica e di sicurezza nei prossimi anni».
(Israel Heute, 17 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Tutto sullo stretto di Hormuz e la guerra delle mine
Lo Stretto di Hormuz è un nodo vitale dell’economia globale: bastano poche mine per rallentare il traffico e far salire i prezzi. L’Iran punta su interdizione credibile e arsenali diversificati per moltiplicare l’instabilità. Bonificare è lento e costoso: la guerra qui è prima di tutto economica.
di Luca Longo
Sappiamo che lo Stretto di Hormuz è un ganglio fondamentale nel sistema nervoso dell’economia globale: ogni giorno vi transitano (o meglio: “vi transitavano”) tra i 17 e i 20 milioni di barili di petrolio, circa il 20% del consumo mondiale, oltre a una quota rilevante del gas naturale liquefatto e a flussi costanti di fertilizzanti, derrate alimentari e prodotti industriali.
La sua vulnerabilità non dipende solo dalla geografia – corridoi di navigazione stretti fino a 39 km, traffico intenso e profondità limitate fino a minimi idrografici di soli 60 metri – ma dal fatto che è un ambiente ideale per la guerra di mine. In un contesto simile, non è necessario disseminare migliaia di ordigni: anche poche decine possono creare un effetto strategico, perché il rischio percepito è sufficiente a bloccare o a rallentare il traffico commerciale.
È questo il cuore della dottrina iraniana: trasformare un’arma relativamente economica in un moltiplicatore di instabilità globale.
• Come si chiude uno stretto senza chiuderlo davvero
Bloccare completamente lo Stretto di Hormuz è un’operazione complessa anche per un attore come l’Iran. La superiorità navale e aerea degli Stati Uniti e di Israele renderebbe difficile mantenere un’interdizione totale nel lungo periodo. Tuttavia, la strategia iraniana non punta necessariamente a un blocco assoluto, quanto piuttosto a una “interdizione credibile”.
La posa di mine, anche in quantità limitata, può avere effetti immediati. Bastano pochi incidenti – una petroliera danneggiata, una nave cargo colpita – per generare un effetto domino. Le compagnie assicurative aumentano drasticamente i premi, le compagnie non possono più permetterseli, alcune rotte vengono sospese, i tempi di attraversamento si allungano per via delle procedure di sicurezza. Il traffico rallenta, i costi aumentano e il mercato reagisce. Reagisce … “male”.
Nel 1988, durante la cosiddetta “Tanker War”, una singola mina iraniana danneggiò gravemente la fregata americana USS Samuel B. Roberts. Pochi danni materiali, immensi danni reputazionali per l’invincibilità degli Stati Uniti. L’episodio dimostrò quanto anche un numero limitato di ordigni possa avere un impatto strategico sproporzionato.
Oggi, con un traffico molto più intenso e interconnesso, gli effetti sarebbero amplificati. Una prolungata interruzione anche parziale del flusso di petrolio e gas attraverso Hormuz si traduce rapidamente in un aumento dei prezzi energetici, con ripercussioni su inflazione, sicurezza alimentare e stabilità politica in numerosi Paesi importatori.
• L’arsenale iraniano: non quantità, ma varietà e sofisticazione
L’Iran dispone di migliaia di mine navali e, soprattutto, di una gamma estremamente diversificata. Non si tratta di un sistema omogeneo, ma di un arsenale stratificato che combina tecnologie di epoche diverse, dalle mine a contatto fino ai sistemi a influenza avanzata.
Le mine più semplici restano quelle a contatto già dispiegate durante la Prima guerra mondiale e che sono state protagoniste del conflitto marittimo durante la Seconda guerra mondiale: sfere metalliche ancorate al fondale tramite un cavo, dotate di “corni” sensibili che detonano al contatto con lo scafo. Al loro interno c’è una bolla d’aria che assicura la loro galleggiabilità, e possono essere posizionate sull’acqua o nascoste – restando praticamente invisibili – solo pochi centimetri sotto il pelo dell’acqua. Prima dello sbarco in Normandia, sono state posizionate dai tedeschi sulla cima di pali conficcati a bassa profondità davanti alle coste francesi per scoppiare quando venivano urtate da un mezzo da sbarco alleato. Sono economiche, facili da produrre e ancora oggi efficaci contro navi commerciali prive di protezioni.
Ma il vero salto qualitativo è rappresentato dalle mine a influenza, oggi il cuore della minaccia. Questi ordigni non devono essere urtati: “sentono” la nave. Utilizzano sensori che rilevano alterazioni dell’ambiente causate dal passaggio di un’imbarcazione, come la distorsione del campo magnetico terrestre prodotta dallo scafo in acciaio, il rumore delle eliche e dei motori, o la variazione di pressione dell’acqua generata dal dislocamento della nave.
La combinazione di più sensori è ciò che rende queste mine particolarmente insidiose. Alcuni modelli richiedono la coincidenza di due o tre segnali – ad esempio magnetico e acustico – prima di attivarsi, riducendo i falsi allarmi e permettendo di selezionare bersagli specifici, come petroliere o navi militari di grande tonnellaggio.
A questo si aggiunge una logica interna completamente programmabile: alcune mine possono ignorare le prime navi che passano e attivarsi solo su bersagli successivi, oppure possono attivarsi solo allo scadere di un certo intervallo di tempo, rendendo inefficaci i tentativi di bonifica preliminare.
• Maham, mine a razzo e sistemi ibridi: anatomia completa dell’arsenale iraniano
Se si entra nel dettaglio dell’arsenale iraniano, emerge un quadro molto più articolato di quanto suggerisca la semplice distinzione tra mine “semplici” e “avanzate”. La forza di Teheran non sta solo nei numeri – stimati tra 2.000 e 6.000 ordigni – ma nella combinazione di sistemi diversi progettati per operare insieme, saturare l’ambiente marittimo e rendere la bonifica estremamente complessa.
Il livello più elementare è rappresentato dalla famiglia Maham-1, una mina ancorata tradizionale dotata di sensori a contatto elettrico. Si tratta dell’evoluzione delle classiche mine a “corni”: quando lo scafo urta uno di questi sensori, il circuito si chiude e innesca l’esplosione. La semplicità non deve trarre in inganno. Con una carica che nella maggior parte delle varianti raggiunge i 120 kg di esplosivo – e in alcuni casi scende a 20 kg per versioni più leggere – queste mine restano estremamente pericolose, soprattutto in acque congestionate dove l’impatto accidentale è più probabile.
Il salto qualitativo avviene con la Maham-3, che rappresenta la principale minaccia in acque profonde. Si tratta di una mina ancorata ma “intelligente”: una volta rilasciata, non resta sul fondo ma risale lungo il cavo di ancoraggio fino a posizionarsi appena sotto la linea di galleggiamento delle navi in transito. In questa posizione ottimale, utilizza sensori acustici a bassa frequenza per identificare la firma sonora delle imbarcazioni. Alcune versioni possono integrare sensori direzionali, capaci di discriminare la provenienza del segnale, e fusibili magnetici progettati anche per rilevare sottomarini. Con un peso complessivo di circa 383 kg e una carica di 120 kg, è in grado di esplodere a pochi metri dallo scafo, causando danni devastanti senza necessità di contatto diretto.
Ancora più insidiosa è la Maham-2, una mina di fondo progettata per operare sul fondale marino. A differenza delle mine ancorate, non è visibile nella colonna d’acqua e può essere nascosta dai sedimenti, rendendone difficile l’individuazione sonar. Il suo punto di forza è la combinazione di sensori magnetici e acustici, che le permettono di “sentire” il passaggio di una nave sopra di essa. La carica, pari a circa 320 kg, è significativamente più potente rispetto alle versioni ancorate. Ma ciò che la rende davvero pericolosa è la logica di attivazione: può essere programmata con un ritardo di attivazione di giorni e dotata di un contatore di bersagli, ignorando le prime navi per colpire quelle successive. Questo rende inefficaci molte tecniche di bonifica preventiva e trasforma ogni passaggio in una potenziale trappola.
Una variante più sofisticata di mina di fondo è la Maham-6, derivata dal modello italiano Manta. La sua forma conica non è casuale: riduce la traccia sonar e la rende difficile da distinguere dal fondale. In questo particolare impiego, può essere facilmente confusa con uno dei tanti rottami sparsi sul fondale di acque così trafficate. Anche in questo caso si tratta di una mina a influenza, ma con una carica più limitata, circa 120 kg, che ne vincola l’impiego a profondità relativamente ridotte, proprio come quelle del gomito dello stretto di Hormuz, dove il fondale risale anche a soli 60 metri dalla superficie. In cambio, offre un’elevata dissimulabilità e una maggiore probabilità di sopravvivere alle operazioni di bonifica.
Accanto a queste mine statiche, l’Iran dispone anche di sistemi dinamici. Tra questi figura una mina autopropulsa, probabilmente derivata dal modello cinese EM-56, che combina le caratteristiche di una mina di fondo con un’unità di propulsione simile a quella di un siluro. Questo tipo di arma può essere lanciato da sottomarini o da piattaforme costiere e raggiungere una posizione prestabilita prima di attivarsi. La sua autonomia stimata tra 10 e 20 chilometri consente di minare aree senza esporsi direttamente al nemico, aumentando la profondità operativa del sistema.
Il livello più avanzato è rappresentato dalle mine a razzo, come le EM-52 di origine cinese, di cui l’Iran sarebbe in possesso. Queste mine si posizionano sul fondale e, una volta rilevato il passaggio di una nave, rilasciano un proiettile che si muove rapidamente verso l’alto, colpendo lo scafo dal basso. Questo sistema d’arma – un vero e proprio lanciasiluri completamente automatizzato – consente di ingaggiare bersagli anche a profondità elevate, fino a 200 metri o più, superando uno dei limiti tradizionali delle mine di fondo.
Vi sono poi le semplicissime ed economiche mine a deriva, che galleggiano liberamente seguendo correnti e vento. Sebbene formalmente vietate dalle convenzioni internazionali, restano difficili da tracciare e particolarmente imprevedibili. Una volta rilasciate. nessuno, nemmeno chi le ha piazzate, può sapere dove siano finite.
Infine, le mine “limpet”, applicate direttamente allo scafo da operatori subacquei o droni, rappresentano una minaccia più mirata ed estremamente economica, utilizzabile in operazioni clandestine contro singole navi. Sono praticamente l’equivalente di una grossa bomba a mano impermeabilizzata, dotata di un temporizzatore e di contatto magnetico per aderire allo scafo. Le versioni più sofisticate sono dotate di una carica cava orientata verso l’interno dello scafo in grado di massimizzare l’effetto dell’esplosione e di sensori programmabili per farla esplodere al raggiungimento di una determinata condizione. Ad esempio, quando attraverso la vibrazione dello scafo percepiscono che i motori sono a piena potenza o, al contrario, che la nave sta lentamente manovrando in porto.
Infine, esistono indicazioni sull’impiego di sistemi di posa non convenzionali, come l’utilizzo di razzi d’artiglieria per disseminare mine in acque poco profonde. Questo approccio consente una dispersione rapida e su larga scala, particolarmente adatta a scenari come lo Stretto di Hormuz, dove la profondità ridotta amplifica l’efficacia di questi ordigni.
Il risultato complessivo è un arsenale stratificato che copre l’intera colonna d’acqua: mine a contatto per saturare, mine a influenza per selezionare, mine di fondo per nascondersi, mine a razzo per colpire in profondità e sistemi autopropulsi per estendere il raggio d’azione. Non è la singola mina a fare la differenza, ma il micidiale ecosistema che creano quando sono impiegate insieme.
• Posare mine è facile, rimuoverle è una guerra
Una delle ragioni per cui le mine sono così efficaci è il rapporto tra costo e impatto. Posare un campo minato richiede risorse limitate: piccoli motoscafi, pescherecci o mezzi veloci possono disperdere ordigni in modo rapido e difficile da tracciare.
La bonifica, al contrario, è lenta, rischiosa e tecnicamente complessa. Le operazioni di eliminazione delle mine richiedono una sequenza precisa: individuazione tramite sonar ad alta risoluzione, classificazione del contatto, identificazione visiva con veicoli subacquei e infine neutralizzazione, spesso con cariche esplosive controllate.
Le marine occidentali utilizzano oggi sistemi avanzati, tra cui droni subacquei, veicoli autonomi e dispositivi come siluri telecomandati per distruggere le mine. Tuttavia, anche con queste tecnologie, la bonifica di un’area limitata può richiedere settimane.
Il problema è aggravato dalla natura stessa delle mine moderne. Alcune sono progettate per eludere il sonar, altre per attivarsi solo in presenza di specifiche “firme” (sono in grado di distinguere una grande nave da trasporto da una veloce imbarcazione militare o da un lento peschereccio civile), altre ancora possono restare inattive fino a quando non rilevano un bersaglio di alto valore. Inoltre, la possibilità che nuove mine vengano posate durante le operazioni costringe a mantenere una sorveglianza continua.
In questo contesto, la bonifica non è mai definitiva: è un processo dinamico che deve essere accompagnato da operazioni offensive per neutralizzare le capacità iraniane di posa.
• Dallo stretto al conflitto: scenari e limiti della strategia
L’uso sistematico delle mine nello Stretto di Hormuz rappresenta una forma di guerra economica prima ancora che militare. Non è necessario affondare decine di navi: basta rendere lo stretto insicuro per colpire i mercati energetici, destabilizzare le catene logistiche e generare pressione politica a livello globale.
Nel breve periodo, una campagna di minamento porterebbe a un aumento immediato dei prezzi del petrolio e del gas, con effetti a cascata su inflazione e sicurezza alimentare. Nel medio periodo, costringerebbe gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo a un intervento diretto per garantire la libertà di navigazione, ampliando il conflitto.
Ma la storia della guerra navale suggerisce un limite strutturale. Le mine possono bloccare, rallentare, destabilizzare. Possono infliggere danni significativi e costringere l’avversario a reagire. Tuttavia, difficilmente possono determinare da sole un esito strategico definitivo.
Nel caso iraniano, il loro impiego appare coerente con una strategia più ampia: guadagnare tempo, aumentare i costi per l’avversario e trasformare la superiorità militare occidentale in un problema politico ed economico.
È una logica già vista nella storia della guerra: non vincere distruggendo il nemico, ma rendere il conflitto troppo costoso perché possa essere sostenuto.
E in uno stretto largo solo 39 chilometri, questa logica può bastare a mettere in crisi l’equilibrio di un’intera economia planetaria.
(InOltre, 18 aprile 2026)
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Dieci giorni di tregua in Libano
Netanyahu: «Occasione storica di pace», ma i sindaci del nord protestano
Una ragazza di 17 anni, un motociclista di 25, un uomo di 40. È il bilancio dei feriti nel nord d’Israele dell’ultima notte di fuoco prima che scattasse il cessate il fuoco di dieci giorni tra lo Stato ebraico e Libano. Fino a pochi minuti dalla mezzanotte, Hezbollah ha continuato a colpire la Galilea con razzi; le Idf hanno risposto intensificando gli attacchi su depositi, centri di comando e rampe di lancio nel sud del Libano. Poi le armi hanno taciuto ed è iniziata la tregua. Un accordo arrivato su pressione del presidente Usa Donald Trump, che ha trattato separatamente con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con il presidente libanese Joseph Aoun fino ad ottenere il consenso di entrambi. «Spero che Hezbollah si comporti bene durante questo periodo importante. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace», ha scritto il presidente statunitense sul suo social network, Truth, a notte fonda. Da Gerusalemme, Netanyahu ha parlato di «un’opportunità storica per raggiungere la pace con il Libano», chiarendo però che Israele non arretrerà di un passo. «Resteremo in una zona di sicurezza allargata», ha aggiunto, indicando una fascia di circa dieci chilometri nel sud del Libano come presidio permanente contro la minaccia di Hezbollah. La tregua per ora regge, ma resta fragile. L’esercito libanese ha già accusato Israele di violazioni sporadiche nelle prime ore; sul terreno, ponti e strade verso il sud sono stati riaperti e migliaia di civili hanno tentato di rientrare nelle proprie case, generando lunghe code e rallentamenti. L’accordo consente a Israele di intervenire in caso di minacce imminenti, ma vieta operazioni offensive su larga scala. In Israele le critiche non si sono fatte attendere. I sindaci delle città del nord hanno accusato il governo di aver accettato l’intesa senza garantire la sicurezza dei residenti, denunciando mesi di attacchi e una situazione ancora instabile. Il gabinetto di sicurezza, secondo quanto riportato, non ha votato l’accordo: Netanyahu lo avrebbe siglato dopo una telefonata con Trump, temendo che il presidente americano potesse annunciare la tregua unilateralmente. Washington sta lavorando a un vertice alla Casa Bianca, il primo tra i due Paesi da decenni, per affrontare i nodi irrisolti: confini, sicurezza, disarmo di Hezbollah. Trump ha annunciato l’invito ai due leader, definendo l’eventuale incontro «i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983».
(moked, 17 aprile 2026)
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2025 da record: gli ebrei uccisi in attacchi antisemiti è il più alto da tre decenni
Lo studio dell’Università di Tel Aviv evidenzia un dato apparentemente contraddittorio: mentre il totale degli episodi antisemiti (tra vandalismi, minacce e molestie) è diminuito in diversi Paesi rispetto al 2024, gli atti di violenza fisica sono aumentati in modo significativo. L’ultimo anno in cui più ebrei sono stati uccisi nella diaspora è stato il 1994, quando ci fu l’attentato a Buenos Aires a L’AMIA.
di Nina Prenda
Il 2025 si è distinto come uno degli anni più critici degli ultimi decenni per la sicurezza delle comunità ebraiche nel mondo. Secondo un rapporto pubblicato lunedì 13 aprile dall’Università di Tel Aviv, il numero di ebrei uccisi nella diaspora in attacchi antisemiti ha raggiunto il livello più alto degli ultimi trent’anni.
Lo studio, redatto dal Centro per lo studio dell’ebraismo europeo contemporaneo e dall’Istituto Irwin Cotler per la democrazia, i diritti umani e la giustizia, evidenzia un dato apparentemente contraddittorio: mentre il totale degli episodi antisemiti (tra vandalismi, minacce e molestie) è diminuito in diversi Paesi rispetto al 2024, gli atti di violenza fisica sono aumentati in modo significativo.
Secondo il rapporto, nel 2025 venti persone sono state uccise in quattro attacchi distinti avvenuti in tre continenti. Un dato che, secondo il curatore dello studio, il professor Uriya Shavit, riflette una tendenza preoccupante: «L’odio contro gli ebrei sta diventando una realtà normalizzata».
L’ultimo anno in cui più ebrei sono stati uccisi nella diaspora è stato il 1994, quando un attentatore suicida ha guidato un furgone carico di bombe nell’edificio dell’Associazione Mutual Israelita Argentina in Argentina, uccidendo 85 persone e ferendone altre centinaia.
Australia e Canada hanno visto il loro più alto numero annuale di incidenti antisemiti di sempre.
“Il forte aumento del numero di casi di violenza grave non è sorprendente”, ha detto Shavit. “La regola che si applica a tutti i tipi di crimine si applica anche qui: quando le forze dell’ordine sono indifferenti ai piccoli crimini, il risultato sono grandi crimini”.
• Aumento della violenza
L’Australia aveva alcuni dei dati più allarmanti, secondo il rapporto, con un totale di 1.750 attacchi nel 2025, rispetto a 1.727 del 2024, culminati nel massacro di Hannukkah al Bondi Beach in cui sono stati uccisi 15 ebrei. I dati si confrontano con 1.200 incidenti nel 2023 e 472 nel 2022. Gli attacchi hanno continuato a salire anche dopo che Israele e Hamas hanno concordato un cessate il fuoco in ottobre: ci sono stati 588 incidenti registrati nell’ottobre-dicembre 2025, rispetto ai 492 nello stesso periodo del 2024, ha detto lo studio.
In Canada, il numero totale di incidenti è cresciuto da 6.219 nel 2024 a 6.800 nel 2025, tre volte di più rispetto al 2022. Le aggressioni fisiche più gravi dell’anno includevano l’accoltellamento del 27 agosto di una donna ebrea sui settant’anni mentre faceva la spesa in un negozio di alimentari di Ottawa e il pestaggio dell’8 agosto di un padre ebreo chassidico di 32 anni davanti ai suoi figli in un parco di Montreal. Ci sono stati anche numerosi attacchi alle sinagoghe.
Negli Stati Uniti, gli incidenti segnalati variavano a seconda delle regioni. A New York, il numero di incidenti è diminuito da 344 nel 2024 a 324 nel 2025. Los Angeles, sede della seconda popolazione ebraica più grande del Paese, è stata l’unica grande città degli Stati Uniti in grado di produrre molti dati sui crimini d’odio anti-ebraici per il secondo anno consecutivo. I peggiori attacchi dell’anno hanno incluso il 21 maggio 2025, l’uccisione di due membri del personale dell’ambasciata israeliana, Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, fuori dal Capital Jewish Museum di Washington, DC, e l’uccisione di Karen Diamond il 1 giugno a Boulder, in Colorado, dopo che un uomo che gridava “Palestina libera” ha lanciato dispositivi incendiari contro i partecipanti a una marcia pro-Israele.
In Gran Bretagna, il numero totale di incidenti è aumentato da 3.556 nel 2024 a 3.700 nel 2025, rispetto a 4.298 nel 2023 e 1.662 nel 2022. Quattro episodi di violenza estrema sono stati registrati durante l’anno, il più grave è stato l’attacco terroristico dell’ottobre 2025 alla sinagoga di Heaton Park a Manchester durante lo Yom Kippur in cui due persone sono state uccise. Come in Australia, è stato registrato un aumento degli incidenti dopo il cessate il fuoco, da 741 in ottobre-dicembre 2024 a 1.078 nel periodo parallelo del 2025.
In Italia, 963 incidenti sono stati registrati nel 2025 rispetto agli 877 nel 2024, inclusi 11 casi di aggressione fisica rispetto agli otto dell’anno prima.
In Francia, il Paese con la terza più grande popolazione ebraica dopo Israele e gli Stati Uniti, il numero totale di incidenti è diminuito da 1.570 nel 2024 a 1.320 nel 2025. Tuttavia, il numero di episodi che coinvolgono la violenza fisica è aumentato da 106 nel 2024 a 126 nel 2025.
In Germania, nel 2025 sono stati segnalati 5.729 incidenti antisemiti, rispetto ai 6.560 del 2024.
In Belgio, il numero di incidenti è aumentato da 129 nel 2024 a 232 nel 2025 e il numero di aggressioni fisiche è aumentato da 27 a 32.
I dati provenienti da comunità ebraiche più piccole hanno mostrato anche tendenze complesse, ha rilevato il rapporto.
In Messico, 70 incidenti sono stati registrati nel 2025 rispetto a 53 nel 2024.
In Spagna sono stati registrati 207 nel 2025 incidenti rispetto a 193 del 2024.
In Nuova Zelanda, ci sono stati 143 incidenti nel 2025 rispetto a 131 nel 2024, di cui cinque sono stati aggressioni fisiche rispetto alle due dell’anno prima.
In Bulgaria, sono stati registrati 55 incidenti nel 2025 rispetto ai 50 dell’anno precedente.
• Singoli aggressori estremisti
Uno studio separato che analizza dozzine di accuse e sentenze giudiziarie mostra che molti attacchi sono effettuati da “lupi solitari” che provengono principalmente da due estremi politici completamente diversi: cristiani bianchi devoti alla “supremazia bianca” da un lato, e musulmani antisionisti dall’altro.
(Bet Magazine Mosaico, 17 aprile 2026)
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Saluti floreali: incontri con i sopravvissuti all’Olocausto a Berlino
Mentre il cielo sopra Israele rimane chiuso, cogliamo le opportunità che ci si presentano proprio davanti alla porta di casa per essere una benedizione per il popolo ebraico. In ogni città più grande della Germania c'è una comunità ebraica, ci sono sopravvissuti all'Olocausto. Le nostre collaboratrici hanno portato dolci e fiori come saluti da parte di CSI e hanno toccato il cuore dei sopravvissuti con il loro messaggio.
di Anemone Rüger
Il mio telefono squilla: un numero sconosciuto di Berlino. Ma invece di un'assicurazione interessata a vendere qualcosa, al telefono c'è Tanja. Tanja gestisce il punto di incontro dei sopravvissuti all’Olocausto a Berlino e ci invita. Come la maggior parte dei sopravvissuti, anche Tanja è arrivata in Germania negli anni ’90 come rappresentante della seconda generazione – dalla mia città ucraina preferita, Czernowitz. Suo padre era nato cittadino austriaco, quando Czernowitz apparteneva ancora alla Corona austro-ungarica; la sua lingua madre era il tedesco.
Quasi tutte le nostre telefonate preparatorie finiscono con Tanja che mi fa la predica: è davvero necessario spendere così tanti soldi per i fiori? A un certo punto posso dire: troppo tardi, i fiori sono stati ordinati. La mia nuova collaboratrice Livia ha trovato, tra le centinaia di fioristi berlinesi, uno che non è lontano dal punto di incontro e fa una buona impressione. Quando noi quattro – Dana, Paula, Livia e io – cerchiamo l’indirizzo giovedì pomeriggio, Tanja ci viene incontro entusiasta. «I fiori sono appena arrivati. Ma questo è il mio fiorista! Gli ho subito chiesto quando mi sistemerà il balcone.» L’umorismo di Dio.
Non ci sono due incontri uguali. Anche questa è una prima volta in una nuova città. E ogni volta chiedo e prego che ci riesca di nuovo a entrare nei cuori dei 30 sopravvissuti che non abbiamo mai visto prima nel giro di due ore. Tutto po-russkij, in russo. Anche questa volta viviamo il miracolo. Dopo aver spiegato un po’ il nome “Cristiani dalla parte di Israele” e esserci presentati personalmente, il ghiaccio si è già rotto.
• Il dolore di Rita
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La sopravvissuta all’Olocausto Rita (a destra) racconta la sua commovente storia alle collaboratrici del CSI Paula e Anemone (da sinistra) a Berlino
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Rita è arrivata prima, così da poterci raccontare la sua storia in tutta tranquillità. La sua acconciatura arancione brillante e il suo aspetto curato distolgono inizialmente l’attenzione dal dolore che, a uno sguardo più attento, si legge nei suoi occhi. Rita tira fuori dalla borsa una busta con dei fogli; con una rapida occhiata riconosco il logo di Yad Vashem.
«Sono nata nel 1938, poche settimane prima della Notte dei cristalli», esordisce Rita. «Più invecchio, più mi rendo conto di ciò che abbiamo vissuto. All’epoca non si parlava quasi mai di queste cose. Vivevamo a Perwomajsk, nel distretto amministrativo di Odessa. Mia madre si chiamava Manja e mio padre Michail, Michail Salomonowitsch. La mamma lo chiamava Motja. I miei genitori erano ancora molto giovani quando iniziò la guerra. Papà non fu arruolato perché non vedeva bene. Io avevo tre anni, mio fratello cinque e la mamma era incinta del terzo figlio.»
L’11 settembre 1941 la guerra arrivò a casa della famiglia di Rita. «Vivevamo tutti vicini. Quel giorno portarono via quasi tutti: papà, le sue due sorelle, mia nonna materna. Dissero che dovevano essere portati al lavoro. Nel giro di un’ora erano tutti morti. Furono fucilati in una fossa comune preparata dietro la città.
Anche i due figli di mia zia furono uccisi: mia cugina Sofia e mio cugino Wilja, che avevano cinque e otto anni. Furono sepolti vivi insieme agli altri bambini.»
• «Sono una delle ultime»
Ancora oggi Rita non riesce a spiegarsi perché lei, sua madre e suo fratello siano stati risparmiati. «Avrebbero dovuto uccidere anche noi, anche la mamma era ebrea», dice Rita, che porta il nome della zia assassinata. «Ma per qualche motivo non ci hanno portato via.»
Insieme al nonno, che in quel momento non era a casa, la piccola famiglia si mise in viaggio per fuggire, con cavallo e carro. Arrivarono fino a Kirovograd. «Lì i tedeschi ci raggiunsero», continua Rita. «Ci rimandarono da dove eravamo venuti. Nel frattempo, Pervomajsk si era già trasformata in un ghetto. Siamo rimasti lì due anni e mezzo. Come ha fatto la mamma a farci sopravvivere? Non lo so. C’è un libricino, ‘Das Majdanek am Bug’, in cui l’autore ha paragonato il nostro campo a Majdanek. Non ci sono quasi più sopravvissuti come me che possano raccontare queste cose per esperienza diretta. Sono una delle ultime…»
Rita si scusa per il racconto confuso e per le lacrime che le salgono continuamente agli occhi.
• Sopravvivere con qualche buccia di verdura
«Lì nel ghetto è nato mio fratello. Cioè, siamo stati mandati fuori dalle guardie rumene per il parto. Una donna ucraina ha ospitato la mamma per il parto in casa. Ricordo ancora quanto mi sono spaventata quando ho visto il sangue. È così che è venuto al mondo il mio fratellino. Poi siamo tornati nel ghetto. Domani è il suo compleanno. È diventato un artista famoso.»
A poco a poco affiorano frammenti di ricordi sulla vita nel ghetto, che Rita ha vissuto già in modo consapevole. «Eravamo stipati in una stanza, uno accanto all’altro. Le famiglie si erano separate i loro angoli per dormire con un lenzuolo. Dormivamo su dure assi di legno. Siamo sopravvissuti solo perché nostro nonno era un abile calzolaio; gli artigiani li lasciavano vivere. Si chiamava David Kessler. Parlava con noi solo yiddish, non sapeva affatto il russo, finché non fu vietato dalle autorità sovietiche.
Di tanto in tanto una donna ci lanciava qualche ciotola di verdura oltre la recinzione di filo spinato. Se eravamo fortunati, le guardie rumene si voltavano dall’altra parte. Se eravamo sfortunati, ci strappavano via il cibo. A volte mandavano noi bambini a mendicare soldi per loro.”
• La fine della guerra e una vita dignitosa in Germania
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Non solo con i fiori, ma anche con cuori di cialda fatti in casa, CSI ha potuto portare gioia ai sopravvissuti
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Un giorno, nel marzo 1944, i rumeni aprirono i cancelli del ghetto e gridarono ai detenuti ebrei: «I tedeschi si stanno ritirando. Correte! Altrimenti vi spareranno tutti!» Manja trovò rifugio con i suoi tre figli presso una donna di nome Wasselissa. «Ci nascondeva sulla stufa», ricorda Rita. «Era sporco lì, pieno di ragnatele. Ma è così che siamo sopravvissuti.»
La madre di Rita visse solo fino a 56 anni. Non riusciva a parlare degli anni della guerra, piangeva soltanto. «Se sapeste che padre meraviglioso avevate!», diceva spesso ai figli. «In compenso, tutti i tuoi figli hanno fatto qualcosa di importante», la consolavano i vicini. Il fratello maggiore di Rita è diventato professore di matematica. Lei stessa ha conseguito tre diplomi come insegnante e direttrice di coro. Quando nel 1994 l’intera famiglia si trasferì in Germania su iniziativa del marito, ormai deceduto, fondò il «Coro dei Veterani» di Berlino, che ha diretto per decenni.
Rita, che oggi ha due figlie, tre nipoti e due pronipoti, è grata per l’assistenza che riceve. «Grazie alle indennità di compensazione oggi posso permettermi una vita dignitosa. Se solo mia madre avesse potuto vederlo!»
Poi ci sono i fiori. Splendidi mazzi rigogliosi, accompagnati dai saluti dei tanti sostenitori di «Christen an der Seite Israels» che li hanno inviati. Non mancano di sortire il loro effetto. Anche il mazzo arancione di Rita risplende, in competizione con il suo sorriso.
(Christen an der Seite Israels, 17 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il primo intervento di cataratta al mondo assistito da robot
L'azienda «ForSight Robotics» afferma di aver scritto una pagina di storia: ha operato una persona di cataratta con l'assistenza completa di un robot e senza anestesia generale. Si tratterebbe del primo intervento di questo tipo al mondo, ha comunicato l'azienda fondata in Israele nel 2020.
L'intervento di cataratta è solitamente un intervento ambulatoriale di routine, in cui il cristallino opaco viene sostituito con una lente artificiale. L'operazione dura tra i 15 e i 20 minuti e viene eseguita in anestesia locale. Successivamente, la vista spesso migliora rapidamente e in modo significativo.
Finora gli interventi robotici in oftalmologia si limitavano a compiti parziali e venivano eseguiti in anestesia generale. “ForSight” ha annunciato in una dichiarazione di aver raggiunto un traguardo importante, inaugurando così una nuova era nell'oftalmologia a livello mondiale. L'intervento con l'ausilio del robot garantisce infatti una maggiore precisione e contribuisce a contrastare la carenza globale di trattamenti per il recupero della vista.
• Carenza globale di chirurghi qualificati
L'intervento è stato eseguito da Alexey Rapoport, mentre la direzione dello studio è stata affidata a Robert Edward T. Ang dell'Asian Eye Institute di Manila. «Questo è un momento cruciale per la chirurgia oculare e per il futuro della sanità globale», ha dichiarato Joseph Nathan, cofondatore, presidente e direttore medico di «ForSight Robotics». Questo risultato potrebbe contribuire a rendere accessibile l'intervento di cataratta a milioni di pazienti in tutto il mondo.
Il successo è da attribuire alla piattaforma robotizzata denominata JASPER, che “ForSight” ha sviluppato appositamente per gli interventi oculistici. Fino a poco tempo fa, il progetto portava il nome di ORYOM. Questo nome deriva dalla parola ebraica che significa “luce del giorno”.
JASPER assiste il chirurgo durante l’intervento grazie a un’imaging avanzata, un controllo preciso e l’adattamento dei movimenti. In questo modo previene l’affaticamento e le deviazioni indesiderate. Secondo l’azienda israeliana, JASPER lavora fianco a fianco con i chirurghi, rendendo gli interventi più sicuri e uniformi.
L'azienda ha inoltre affermato che il sistema potrebbe contribuire a ridurre lo sforzo fisico a cui sono spesso sottoposti i chirurghi oculisti. Infatti, essi eseguono per molti anni un gran numero di microinterventi in posizioni scomode.
Secondo l'azienda, si stima che oltre 600 milioni di persone in tutto il mondo necessitino di un intervento di cataratta. Tuttavia, di fatto, ogni anno è possibile eseguire solo circa 30 milioni di tali interventi a causa della carenza di chirurghi qualificati. A ciò si aggiunge lo sforzo fisico causato da migliaia di interventi microchirurgici. La piattaforma JASPER può contribuire a soddisfare questa esigenza. Tuttavia, è ancora in fase di sviluppo e non è ancora stata approvata per l'uso commerciale.
(Israelnetz, 17 aprile 2026)
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Netanyahu accetta l'invito di Magyar in Ungheria
Il capo del governo ungherese designato Magyar invita il premier israeliano Netanyahu in Ungheria. Allo stesso tempo dichiara che il suo Paese aderirà alla Corte penale internazionale. Ciò lascia aperte alcune questioni.
GERUSALEMME / BUDAPEST – Mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo ungherese neoeletto Péter Magyar (Tisza). Il leader del Likud ha definito la conversazione «cordiale» in un comunicato stampa. Si è detto fiducioso che Israele continuerà a intrattenere stretti rapporti con l’Ungheria durante il mandato di Magyar. A breve è previsto un incontro tra i ministri degli Esteri.
La telefonata ha fatto seguito all’annuncio di Magyar di lunedì, secondo cui l’Ungheria rientrerà a far parte della Corte penale internazionale (CPI). Il Paese aveva denunciato l’adesione alla CPI nell’aprile 2025 sotto il governo del premier uscente Viktor Orbán. Il motivo dell’uscita era un mandato di arresto emesso dalla Corte contro Netanyahu. Il leader del Fidesz ha valutato la vicenda come motivata politicamente.
• Magyar: «Relazioni speciali»
Nonostante il ritorno alla Corte dell’Aia, lunedì Magyar ha sottolineato di voler mantenere le «relazioni speciali» del suo Paese con Israele. Ha quindi invitato Netanyahu a partecipare alla cerimonia commemorativa del 70° anniversario della Rivolta ungherese. L'evento si terrà il 23 ottobre e commemora la rivolta del popolo ungherese contro gli occupanti sovietici.
Netanyahu ha accettato l'invito e, a sua volta, ha invitato Magyar a una visita di Stato a Gerusalemme. Nonostante l'attuale tono amichevole, permane l'incertezza sul fatto che Netanyahu, ora che l'Ungheria è nuovamente membro della Corte dell'Aia, rischi l'arresto in Ungheria. Certamente esiste la possibilità che la Repubblica gli conceda l'immunità diplomatica. Magyar, tuttavia, non si è ancora espresso in modo concreto. Deciderà caso per caso per quanto riguarda Israele, ha dichiarato il leader del Tisza dopo la vittoria elettorale.
(Israelnetz, 16 aprile 2026)
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Armageddon o geopolitica? La guerra con l’Iran tra strategia e terza guerra mondiale
Ci sono momenti nella storia in cui politica, guerra e fede si intrecciano in modo così pericoloso che persino gli strateghi più lucidi parlano di un possibile conflitto mondiale.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Israele e il Medio Oriente sono di fronte a una svolta. O tutto esplode in una guerra regionale, oppure Israele entra nell’età dell’oro nella Terra Promessa. Negli ultimi mesi ho ripetutamente sottolineato che non abbiamo altra scelta che affrontare l’Iran con una guerra, perché per Israele sarebbe ancora più pericoloso non fare nulla contro le sue fantasie di distruzione nucleare. Ci sono momenti per la diplomazia e momenti in cui la diplomazia è semplicemente un'assurdità. Ci troviamo in uno di quei momenti. Con il loro attacco preventivo contro l’Iran, Israele e gli Stati Uniti hanno sorpreso il mondo. Ma questa guerra non è più vista da molti dei suoi protagonisti solo in termini strategici, bensì come parte di una più ampia narrativa religiosa, alimentata da interpretazioni bibliche e coraniche.
«Il Medio Oriente è in fiamme e per molti credenti in tutto il mondo le antiche profezie bibliche appaiono improvvisamente di spaventosa attualità», recitava il titolo pubblicato il sesto giorno di guerra sul sito web di Maariv. «Il conflitto diretto tra la coalizione Israele-USA e l’Iran con i suoi proxy non viene più analizzato solo in termini militari. Per milioni di persone è considerato un possibile segno della fine dei tempi, spesso associato alla concezione biblica della guerra di Gog e Magog, che nelle religioni del Medio Oriente è vista come un punto di svolta decisivo della storia». Il concetto di «guerra di Gog e Magog» torna al centro dell’attenzione e unisce ebraismo, cristianesimo e islam in una tesa attesa di un evento fatidico che potrebbe cambiare il volto dell’umanità. Ancora prima di illustrare le profezie bibliche, il rabbino Zamir Cohen spiega il significato della partecipazione americana agli attacchi contro l’Iran. Ma non è l’unico rabbino a parlare della fine dei tempi ai nostri giorni.
• Interpretazioni profetiche
Si fa riferimento con particolare frequenza al profeta Ezechiele (capitolo 38). Qui viene descritta una coalizione di popoli che nella fine dei tempi marcerà contro Israele, guidata dalla Persia, identificata con l’odierno Iran. Alcuni esegeti vedono in questo un sorprendente parallelo con l'attuale situazione geopolitica. Per molti ebrei credenti, l'attuale conflitto è quindi il segnale dell'inizio dell'era messianica. Poiché l’inizio dell’attuale operazione militare ha inoltre coinciso con la festa di Purim, molti commentatori tracciano parallelismi con la salvezza degli ebrei dal ministro persiano Haman nel Libro di Ester e interpretano l’eliminazione della leadership di Teheran come un moderno “V’nahafoch Hu”, il biblico capovolgimento del destino.
Anche il fronte siriano viene interpretato in questo contesto. Il profeta Isaia descrive il destino futuro di Damasco, che «smetterà di essere una città e diventerà un cumulo di macerie». Alla luce delle massicce distruzioni degli ultimi anni, alcuni commentatori vedono in ciò un possibile avvicinamento a questa visione.
Al centro di molte interpretazioni profetiche c’è tuttavia Gerusalemme. Nei testi biblici la città è considerata il fulcro di un conflitto globale. Il fatto che oggi sia al centro delle tensioni politiche e religiose viene interpretato da alcuni come un ulteriore indizio che la storia si muova lungo queste antiche linee. Anche dal Nuovo Testamento viene citato un monito: quando gli uomini proclamano «pace e sicurezza», può seguire improvvisamente una grande calamità (1 Tessalonicesi 5). Gli osservatori ricordano che proprio queste parole sono state usate dal presidente Trump dopo gli attacchi agli impianti nucleari iraniani del 2025, quando ha annunciato un'iniziativa per un «Consiglio di pace».
• Lente apocalittica
Il discorso profetico non è riservato solo agli ambienti religiosi. Le notizie sulla connotazione religiosa della guerra da parte di alcuni settori dell’esercito statunitense e dell’entourage di Donald Trump non sono un fenomeno isolato, poiché l’attuale guerra contro l’Iran viene vista attraverso una lente apocalittica in tutte e tre le religioni abramitiche. Il giornalista americano Jonathan Larsen riferisce che alcuni soldati statunitensi sentono dire dai loro superiori che una possibile guerra contro l’Iran sarebbe l’«Armageddon» e parte del piano di Dio. Donald Trump verrebbe presentato come «l’unto di Dio». Secondo Larsen, il comandante di un'unità da combattimento statunitense ha dichiarato che Trump sarebbe stato «unto da Gesù per accendere un fuoco di segnalazione in Iran», che scatenerebbe l'Armageddon e ne darebbe il via al suo ritorno.
Già prima della guerra con l’Iran, nel mondo arabo si parlava di una terza guerra mondiale; persino il presidente degli Stati Uniti ha spesso dichiarato che uno scontro con l’Iran avrebbe potuto portare a una terza guerra mondiale. Il vero colpo di scena è arrivato quando, nel bel mezzo della guerra, l’«Unto» ha detto di sé stesso: «Nessun altro presidente può fare le “cazzate” che faccio io. Nessun altro presidente. Le cose che faccio, nessun altro le avrebbe fatte». Ci si può irritare per il tono e la scelta delle parole. Ma c’è del vero in ciò che dice. A volte la leadership non si esercita con sussurri diplomatici, ma con il linguaggio crudo del potere, ed è proprio questo che irrita molti.
Ma anche all’interno del mondo islamico, in particolare nell’Iran sciita, la guerra trova profonde giustificazioni teologiche, con il regime di Teheran che utilizza un linguaggio che presenta lo Stato come strumento di Dio. L’ideologia sciita è fortemente orientata all’arrivo del dodicesimo imam nascosto, il Mahdi, e gli integralisti vedono lo scontro con il «Grande Satana» USA e la «entità sionista» come il caos necessario che deve precedere questo ritorno, motivo per cui la sofferenza della guerra non è vista come una debolezza, ma come una prova divina. Esistono inoltre hadith che parlano delle guerre in Medio Oriente come di fuochi di segnalazione provenienti dall’Oriente e che annunciano la fine dei tempi.
Mentre negli Stati Uniti Trump è visto da alcuni come l’“Unto”, i circoli radicali in Iran interpretano la resistenza come un dovere sacro, in cui persino una sconfitta militare è considerata una vittoria spirituale attraverso il martirio.
Secondo l'esperto di Medio Oriente Dr. Moshe Elad, «basta una sola scintilla nel Golfo Persico per accendere i titoli sui giornali riguardo a una terza guerra mondiale. Un conflitto diretto tra gli Stati Uniti e l'Iran viene spesso descritto come un fattore scatenante automatico per l'entrata in guerra di Russia, Cina e Pakistan. Nel mondo arabo si sente spesso dire che nel momento in cui il conflitto diventasse aperto e ufficiale, le potenze nucleari si schiererebbero dalla parte di Teheran e che la guerra regionale potrebbe espandersi in uno scontro globale senza precedenti». Questo è quanto ha affermato Elad dieci giorni prima dello scoppio della guerra. D'altra parte, in occasione del quarto anniversario dell'invasione russa, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha affermato che Vladimir Putin avrebbe «già dato inizio alla Terza Guerra Mondiale».
• Retorica religiosa
Per chi non si interessa di storia, religione, Bibbia e Dio, ogni narrazione religiosa e spirituale nei conflitti e nelle guerre è pura follia. Ciò che preoccupa giornalisti come Jonathan Larsen e organizzazioni come la MRFF negli Stati Uniti è la sinergia di queste narrazioni, poiché la percezione del nemico come un male metafisico anziché come un attore politico riduce lo spazio per la diplomazia. La Military Religious Freedom Foundation (MRFF) afferma di aver ricevuto più di 110 reclami su dichiarazioni a sfondo religioso da parte di ufficiali statunitensi in diverse forze armate. Alcuni soldati avvertono che tale retorica danneggia il morale e contraddice il giuramento costituzionale dell'esercito.
Questi riflessi delle ideologie influenzano, tra l’altro, il morale militare, poiché i soldati statunitensi avvertono che una retorica che descrive la battaglia come parte dell’Armageddon dell’Apocalisse di Giovanni divide l’esercito e altera la comprensione del comando e dell’obbedienza nei confronti della Costituzione.
Rimane il paradosso che, nonostante la tecnologia militare all’avanguardia come i missili ipersonici e i droni guidati dall’intelligenza artificiale, gli attori attingano a testi millenari per legittimare una cosiddetta follia della guerra, mentre i circoli cristiani, il messianismo ebraico e l’Islam sciita si avvicinano pericolosamente nei loro motivi apocalittici, che si tratti del ritorno di Cristo, la vittoria su Amalek o il ritorno del Mahdi.
• Pressione su Washington
Nel frattempo, l’Iran attacca gli Stati sunniti del Golfo Persico, così come la Turchia e persino l’Azerbaigian, per aumentare la pressione su Washington e forzare la fine della guerra. Allo stesso tempo, Teheran minaccia di bloccare lo Stretto di Hormuz con mine e droni, lo stretto attraverso il quale deve transitare gran parte del petrolio commercializzato a livello mondiale. Una mossa del genere farebbe esplodere i prezzi dell’energia in tutto il mondo. Già ora i consumatori in Europa ne subiscono le conseguenze a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia. Se questo conflitto dovesse estendersi e potenze come la Russia o la Cina si schierassero apertamente dalla parte dell’Iran, una guerra regionale potrebbe degenerare in un confronto globale in pochissimo tempo.
Il regime di Teheran sembra agire come chi crede di non avere più nulla da perdere. Ciò ricorda il Sansone biblico, che con l’esclamazione «La mia anima muoia con i Filistei!» (Giudici 16,30) trascinò i suoi nemici nella morte. Non si può dire se ci troviamo davvero di fronte a un’apocalisse o addirittura a una guerra mondiale. La risposta dipende interamente da chi si interroga. Ma una cosa è certa: quando il mondo parla costantemente in tali termini, anche le parole acquisiscono un potere pericoloso.
• Europa
Nonostante tutto ciò, l’Europa dovrebbe riflettere: anche voi trarrete beneficio da un Iran libero! Il Paese che oggi si assume il rischio maggiore, che subisce attacchi missilistici, sacrifica soldati e la cui popolazione ha fatto dei bunker la propria seconda casa, è Israele. Mentre in Europa ci si lamenta di qualche centesimo in più al litro di benzina, Israele combatte in prima linea contro un regime che predica apertamente la distruzione di Israele. Quando alla fine, con l’aiuto di Dio, il regime dei mullah cadrà, si vedrà che questo prezzo era piccolo rispetto a ciò che era in gioco: la sicurezza e la libertà in Medio Oriente e ben oltre.
Così, all’ombra dell’attuale conflitto, la realtà militare e le aspettative secolari si fondono. Per alcuni si tratta di conflitti geopolitici, per altri sono indizi che si sta dispiegando uno scenario biblico, descritto già millenni fa nei testi sacri. Credo, spero e prego che non scivoleremo in una guerra mondiale. Ricordo molte conversazioni con cristiani americani che si occupano quasi esclusivamente di scenari biblici futuri, della fine dei tempi e di visioni apocalittiche. Per loro, molto ruota attorno all’Armageddon, a Gog e Magog. Ma così facendo, non di rado si perde di vista il presente. Parlare o predicare dell'Armageddon è facile. Ma se un giorno questa guerra scoppierà, sarà in Israele. E lì ci saranno i nostri soldati. I nostri figli. I figli dei miei amici. Ecco perché non desidero una guerra mondiale, almeno non adesso. Se un giorno dovrà far parte della storia, nessuno potrà cambiarlo. Ma questo può tranquillamente aspettare. Perché ogni giorno senza questa guerra è un giorno guadagnato per i nostri figli.
(Israel Heute, 16 aprile 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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"Israele: a rischio i finanziamenti americani per Iron Dome?
di Sarah G. Frankl
Un numero crescente di esponenti di spicco del movimento progressista, tra cui la principale lobby liberale filoisraeliana, si è schierato contro il proseguimento dei finanziamenti statunitensi al sistema di difesa israeliano «Iron Dome».
Domenica, il presidente di J Street Jeremy Ben-Ami si è unito ai deputati Alexandria Ocasio-Cortez e Ro Khanna, insieme al candidato ebreo democratico al Congresso Brad Lander, nell’opposizione a futuri stanziamenti di bilancio destinati ai sistemi di difesa israeliani.
In passato tali finanziamenti erano relativamente poco controversi, poiché l’intercettore di razzi Iron Dome ha ricevuto elogi quasi unanimi – anche da parte di alcune delle figure che ora si oppongono al sostegno degli Stati Uniti – per il suo ruolo nella protezione dei civili israeliani. Non più tardi di settembre, un disegno di legge per approvare finanziamenti supplementari per Iron Dome è stato approvato alla Camera con soli nove voti contrari.
Ora, quel consenso è cambiato sulla scia della guerra contro il gruppo terroristico Hamas a Gaza e della guerra congiunta tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, entrambe profondamente impopolari, in particolare tra i democratici – anche se l’Iron Dome ha recentemente superato un test ad alto rischio, insieme ad altri sistemi di difesa aerea israeliani, quando l’Iran ha lanciato centinaia di missili balistici contro obiettivi israeliani. Alcuni dei progressisti che ora si oppongono al finanziamento dell’Iron Dome sostengono che Israele non abbia bisogno di assistenza.
“Con un PIL pro capite superiore a quello di paesi come il Regno Unito, la Francia e il Giappone, Israele è più che in grado di pagare per la propria difesa — proprio come già fanno gli altri ricchi alleati dell’America”, ha scritto Ben-Ami domenica sul blog di J Street. “Perché i contribuenti americani dovrebbero continuare a sovvenzionare il bilancio della difesa di un alleato prospero, in particolare in un momento in cui gli Stati Uniti devono affrontare pressioni fiscali significative?”
Ben-Ami ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a vendere l’Iron Dome e altri sistemi di difesa a Israele. Ha anche sostenuto che porre fine al sostegno statunitense ai sistemi di difesa sarebbe un vantaggio per Israele.
«I sostenitori di Israele — molti dei quali cresciuti con l’idea che il popolo ebraico voglia semplicemente che Israele sia trattato come tutti gli altri paesi — dovrebbero accogliere con favore questo sviluppo», ha affermato Ben-Ami. «I benefici di un’assistenza finanziaria sproporzionatamente elevata oggi sono superati dal danno arrecato a Israele quando tale sostegno finanziario diventa un cuneo divisivo nella politica americana».
Le posizioni politiche online di J Street sono state aggiornate questo mese per indicare che il gruppo ora «chiede che i sussidi finanziari americani all’esercito israeliano vengano gradualmente eliminati» entro il 2028. Il gruppo afferma di sostenere ancora l’Iron Dome: «Porre fine a quei sussidi finanziari non significa che gli Stati Uniti debbano smettere di vendere l’Iron Dome a Israele, ma che Israele dovrebbe pagare per questi sistemi».
All’inizio di questo mese, Ocasio-Cortez ha sostenuto in modo simile che Israele potrebbe finanziare il proprio sistema di difesa — sebbene per ragioni diverse.
«In linea con il mio record di voto fino ad oggi, non sosterrò il Congresso nell’inviare ulteriori soldi dei contribuenti e aiuti militari a un governo che ignora costantemente il diritto internazionale e la legge statunitense», ha scritto sui social media. La rappresentante di New York, leader della “Squad” e potenziale candidata alla presidenza nel 2028, ha fatto il suo annuncio in occasione di un forum locale dei Socialisti Democratici d’America.
Nelle loro argomentazioni, Ben-Ami e Ocasio-Cortez stanno tracciando una linea netta rispetto a un altro slogan popolare tra gli antisionisti: che Israele non dovrebbe avere l’Iron Dome perché i palestinesi non dispongono di un equivalente, o perché l’Iron Dome favorisce indirettamente le campagne di bombardamento di Israele.
Le deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib sono tra coloro che hanno argomentato in questo senso, così come Jewish Voice for Peace e il DSA, che lo scorso anno ha affermato: “Insieme ad altri sistemi di intercettazione finanziati dagli Stati Uniti, l’Iron Dome ha incoraggiato Israele a invadere o bombardare non meno di cinque paesi diversi negli ultimi due anni”.
Dopo la sanguinosa invasione di Israele da parte del gruppo terroristico Hamas il 7 ottobre 2023, che ha visto circa 1.200 persone massacrate e 251 rapite nella Striscia di Gaza, Israele ha lanciato una devastante campagna di bombardamenti a Gaza e ha risposto al lancio di missili dal Libano e dallo Yemen con attacchi alle infrastrutture terroristiche in quei paesi. Ha inoltre sferrato attacchi preventivi contro il regime iraniano, che mira a porre fine all’esistenza di Israele, nonché contro gli interessi iraniani in Siria.
Alcuni attenti osservatori delle relazioni tra Stati Uniti e Israele hanno affermato che trasformare l’Iron Dome in una merce di scambio politica rivelava pregiudizi più profondi di natura analoga.
“L’Iron Dome è un sistema puramente difensivo. Semplicemente non può essere utilizzato per minacciare, danneggiare o vendicarsi. Il suo unico scopo è salvare vite umane», ha dichiarato alla Jewish Telegraphic Agency Ron Hassner, presidente del dipartimento di studi israeliani all’Università della California-Berkeley.
«Quando mi chiedono se l’antisemitismo sia antisionismo, uso spesso gli attacchi antisionisti contro l’Iron Dome come esempio per dimostrare che l’antisionismo è peggiore dell’antisemitismo», ha aggiunto. “Gli antisemiti cercano di danneggiare gli ebrei. Gli antisionisti cercano di impedire agli ebrei di difendersi dal pericolo.”
Ilan Saltzman, professore di studi israeliani all’Università del Maryland, ha dichiarato alla JTA di considerare la posizione di J Street “un po’ più sfumata” e non così estrema come quella adottata da alcuni legislatori.
«Non chiedono la fine di tutti gli aiuti militari statunitensi a Israele», ha detto Saltzman riferendosi al gruppo, sottolineando un’altra posizione politica in cui J Street sostiene la vendita a Israele di «capacità di difesa contro missili balistici e aerei a corto raggio».
Ritiene invece che J Street stia cercando «di aumentare la supervisione sulle azioni di Israele in generale e sull’uso delle capacità militari sostenute dagli Stati Uniti in particolare».
«Stanno dicendo che si può essere ebrei americani pur mantenendo una visione molto critica del governo israeliano, specialmente di quello attuale, e che il legame tra gli Stati Uniti e Israele è importante ma non può andare oltre il rispetto dei valori e delle leggi americane quando si tratta dell’uso della forza militare», ha detto a proposito di J Street.
Il cambiamento di posizione di Ocasio-Cortez sull’Iron Dome è stato notevole, dato che in passato ha attirato critiche dalla sinistra per non essersi opposta al finanziamento dell’Iron Dome. Oltre ad aver votato a favore del finanziamento a settembre, ha votato contro una misura, presentata dall’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, volta a tagliare i fondi, mentre ha votato “presente” su un disegno di legge del 2021 per finanziare l’Iron Dome e altre capacità militari israeliane.
Il suo annuncio ha innescato una nuova ondata di candidati progressisti che prendono le distanze dall’Iron Dome. Khanna, un deputato della California che sta valutando la candidatura alla presidenza nel 2028, ora si oppone anch’egli al finanziamento del sistema difensivo, facendo eco all’argomentazione secondo cui Israele dovrebbe essere in grado di pagarselo da solo.
“Non dovremmo sovvenzionarli, soprattutto date le loro gravi violazioni delle leggi sui diritti umani”, ha affermato.
Anche i candidati al Congresso nelle primarie più seguite stanno dichiarando che si opporranno al finanziamento dell’Iron Dome, in particolare Lander, l’ex controllore di New York City di origini ebraiche che si candida contro il deputato ebreo di New York Dan Goldman. (Il PAC di J Street ha appoggiato Goldman nella corsa.) Lander è stato un sostenitore dichiarato della campagna elettorale di Zohran Mamdani, che ha vinto le elezioni a sindaco di New York; anche Mamdani ha appoggiato l’opposizione di Ocasio-Cortez al finanziamento dell’Iron Dome.
«La politica estera americana nei confronti di Israele deve cambiare e deve subordinare il proprio sostegno al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale», ha dichiarato Lander, che si definisce un sionista liberale, al comitato editoriale del New York Times la scorsa settimana. Come alcuni dei suoi alleati, anche Lander ha citato le leggi Leahy, che impongono che il sostegno militare statunitense vada solo ai paesi che aderiscono al diritto internazionale in materia di diritti umani.
Anche Michael Blake, sfidante di sinistra del deputato newyorkese filoisraeliano Richie Torres, si è schierato contro il finanziamento dell’Iron Dome in un recente dibattito. Torres, nel frattempo, ha raddoppiato il proprio sostegno al finanziamento dell’Iron Dome, rilasciando domenica una dichiarazione appassionata a suo favore.
“C’è un coro in rapida crescita di candidati che chiedono il taglio dei fondi ai sistemi di difesa missilistica come Iron Dome — in un momento in cui milioni di civili israeliani stanno affrontando un bombardamento costante di razzi, droni e missili balistici”, ha detto Torres. “Non mi unirò mai a quel coro, per quanto politicamente conveniente possa diventare”.
Affermando che «nemmeno il pacifista più convinto al mondo dovrebbe avere obiezioni all’Iron Dome», Torres ha sottolineato che l’unico scopo del sistema è impedire che i civili vengano uccisi. Ha concluso: «Tagliare i fondi all’Iron Dome non porterebbe la pace. Non ridurrebbe la tensione del conflitto, né porrebbe fine alla guerra, né salverebbe vite. Servirebbe solo a uno scopo: più civili morti».
Eylon Levy, ex portavoce del governo israeliano, ha sostenuto che l’Iron Dome ha ritardato il conflitto con Hamas a Gaza. «Se non avessimo avuto l’Iron Dome, non avremmo tollerato 20 anni di lanci di razzi da Gaza e non avremmo aspettato il 7 ottobre per eliminare la minaccia di Hamas», ha scritto su X la scorsa settimana. «Se i razzi di Hamas avessero colpito i loro obiettivi, saremmo stati costretti a una guerra totale già da tempo. Attenti a ciò che desiderate.”
Nel frattempo, il senatore progressista ebreo della California Scott Wiener, candidato al seggio di Nancy Pelosi al Congresso e che ha definito le azioni di Israele a Gaza un genocidio, ha affermato in un recente dibattito che continuerà a sostenere il finanziamento dell’Iron Dome. Il dibattito si è tenuto dopo l’annuncio di Ocasio-Cortez di non sostenere più il finanziamento dell’Iron Dome.
Israele respinge le accuse di genocidio, affermando che gli agenti terroristici di Hamas si sono infiltrati nella popolazione civile e hanno installato infrastrutture in moschee, ospedali e scuole, mentre Israele fa del suo meglio per evitare vittime civili.
“Sostengo l’Iron Dome. Penso che, per me, ci sia una chiara distinzione”, ha detto Wiener in contrasto con uno dei suoi oppositori, l’ex capo di gabinetto di Ocasio-Cortez, Saikat Chakrabarti, il quale ha affermato: “I fondi destinati alla difesa possono essere utilizzati per armi offensive”.
Un altro argomento chiave avanzato dai progressisti è che lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu ha promosso l’idea di ridurre la dipendenza finanziaria di Israele dagli Stati Uniti entro il prossimo decennio. Il senatore Lindsey Graham, un alleato chiave del GOP di Netanyahu, ha appoggiato la richiesta e ha affermato che potrebbe essere realizzata prima.
“Gli alleati di Netanyahu alla Knesset hanno appena approvato un bilancio della difesa da 45 miliardi di dollari, e lo stesso primo ministro ha anche affermato il suo interesse a ritirarsi dal memorandum d’intesa con gli Stati Uniti a gennaio”, ha scritto Ocasio-Cortez nel suo post, riferendosi al memorandum d’intesa che delinea gli aiuti statunitensi a Israele.
Da parte sua, Saltzman vede i commenti di Netanyahu sotto una luce diversa, sottolineando che sono stati pronunciati in risposta ai più ampi piani tariffari del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
“Netanyahu voleva mostrare a Trump che comprende la traiettoria generale della nuova amministrazione, è in sintonia con i nuovi atteggiamenti alla Casa Bianca ed è più che disposto a pianificare di conseguenza”, ha detto. “È stato pragmatismo politico.”
Ma a sinistra, e altrove, il nuovo pragmatismo politico riguardo all’Iron Dome potrebbe consistere nel considerare il suo finanziamento attraverso il prisma della “normalizzazione” delle relazioni con Israele – ovvero trattarlo come gli Stati Uniti trattano gli altri paesi, fornendo aiuti relativamente modesti.
“In tutto lo spettro politico sta emergendo una visione crescente: le relazioni tra Stati Uniti e Israele dovrebbero essere ‘normalizzate’”, ha scritto Ben-Ami.
(Rights Reporter, 16 aprile 2026)
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Arabi che dicono basta – Quando il futuro conta più della Palestina
Dagli Accordi di Abramo a Vision 2030, una parte del mondo arabo smette di organizzare la propria identità politica attorno al conflitto israelo-palestinese.
di Daniele Scalise
Per capire davvero cosa sta cambiando nel mondo arabo bisogna partire da un fatto semplice, quasi brutale nella sua evidenza: per la prima volta da settant’anni, una parte crescente della regione ha smesso di chiedersi cosa fare per la Palestina e ha iniziato a chiedersi cosa fare per sé stessa.
Questo spostamento, che in Europa viene spesso letto solo in chiave diplomatica, è in realtà molto più profondo. Non riguarda soltanto gli Accordi di Abramo o la possibilità di una normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Riguarda qualcosa di più difficile da vedere e più decisivo, e cioè la trasformazione di quello che potrebbe essere definito come l’immaginario politico arabo.
Per decenni la Palestina è stata il centro simbolico attorno a cui si organizzava tutto. Politica estera, retorica interna, legittimazione dei regimi, identità collettiva. Oggi, in alcune capitali del Golfo, quella centralità si sta lentamente dissolvendo. Non perché la questione palestinese sia scomparsa, ma perché non è più l’asse attorno a cui ruota ogni scelta strategica.
Una delle voci che descrivono meglio questo passaggio è quella di Ali Shihabi, che da anni insiste su un punto preciso: l’Arabia Saudita non può permettersi di restare intrappolata in un conflitto che non controlla e che blocca il proprio sviluppo. La priorità, oggi, è costruire un’economia capace di reggere il dopo-petrolio, attrarre investimenti, sviluppare tecnologia, garantire stabilità.
In questo quadro la normalizzazione con Israele non appare come una rottura ideologica, ma come una scelta funzionale. Israele non è più soltanto un attore del conflitto palestinese, ma un partner possibile in settori come cybersicurezza, innovazione, agritech. Il linguaggio cambia, e con esso cambia la gerarchia delle priorità.
Un discorso simile emerge negli interventi di Abdelkhaleq Abdulla, che ha difeso apertamente gli Accordi di Abramo come una decisione strategica coerente con gli interessi degli Emirati. Non una concessione, ma una ridefinizione della politica regionale. In questa prospettiva la Palestina resta una causa importante sul piano emotivo, ma non può più dettare l’agenda geopolitica.
Non stiamo però parlando solo di élite, ma di qualcosa che si va sempre più diffondendo. Nelle città del Golfo, tra Dubai, Riyadh e Abu Dhabi, si è formata negli ultimi vent’anni una generazione cresciuta dentro economie globalizzate, abituata a pensare in termini di opportunità, mobilità, tecnologia. Per molti di questi giovani il conflitto israelo-palestinese non rappresenta più il centro della propria identità politica. Pur rimanendo una questione rilevante, non è totalizzante.
Qui entra in gioco una figura come Omar Al Olama, che incarna quasi simbolicamente questo cambiamento. Quando un paese arabo investe in intelligenza artificiale, smart cities, economia digitale, sta implicitamente dicendo che il proprio futuro non si costruisce attorno a un conflitto del Novecento, ma attorno a sfide completamente diverse.
Lo stesso vale per il mondo culturale. Intellettuali come Sultan Al Qassemi lavorano da anni per costruire un’infrastruttura culturale autonoma, fatta di musei, università, produzione artistica. Anche qui il messaggio è chiaro: il mondo arabo può raccontarsi senza passare necessariamente dalla lente della Palestina.
Di nuovo: questo non significa che la questione palestinese sia scomparsa o che abbia perso il suo peso emotivo e continua a suscitare reazioni forti, solidarietà, indignazione. Ora, però, quella emozione non si traduce più automaticamente in una linea politica.
Anche fuori dal Golfo si intravedono segnali simili. L’economista egiziano Amr Adly insiste da tempo su una realtà difficile da ignorare: i paesi arabi devono affrontare crisi economiche profonde, disoccupazione giovanile, sistemi produttivi fragili. In questo contesto, continuare a organizzare la politica attorno alla Palestina rischia di diventare un lusso che molte società non possono più permettersi.
Il risultato è un progressivo scollamento tra piano emotivo e piano strategico. La Palestina resta un simbolo potente, ma non è più la bussola unica.
E proprio qui sta la rottura più significativa.
Perché quando una causa smette di essere il centro mentale di una regione, cambia tutto: le alleanze, le priorità, il linguaggio, perfino il modo in cui le nuove generazioni immaginano il proprio futuro.
Per decenni il Medio Oriente è stato raccontato come uno spazio politico organizzato attorno alla questione palestinese. Oggi, senza proclami e senza dichiarazioni ufficiali, una parte del mondo arabo sta semplicemente voltando pagina..
(Setteottobre, 16 aprile 2026)
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Al via la 15esima edizione della Maratona di Gerusalemme
Si terrà domani la 15esima edizione dell’International Jerusalem Winner Marathon, prestigioso appuntamento sportivo che raduna ogni anno migliaia di runner da tutto il mondo.
Alla prima luce del giorno partirà la Mezza Maratona poi 5 e 10 Km e Family Run, mentre è stato annullato il percorso più lungo di 42 km a causa di condizioni meteorologiche avverse: la decisione è stata presa “per piena responsabilità nei confronti della sicurezza e della salute dei corridori, dei partecipanti e del personale, e a seguito di un’attenta analisi di tutti i dati e delle previsioni”, ha detto il portavoce del Comune.
Le gare si svolgeranno attraverso la Città Vecchia e monumenti unici, che raccontano la storia della città più sacra al mondo.
“La maratona – ha affermato il sindaco di Gerusalemme, Moshe Lion – è molto più di un semplice evento sportivo; riflette lo spirito della città e dei suoi abitanti. Questo evento segna un ritorno alla normalità e la resilienza di Gerusalemme, la capitale di Israele – ha aggiunto – Siamo orgogliosi di riportare la città alla vita e di ospitare il primo grande evento sportivo dall’inizio dell’Operazione Ruggito del Leone”.
(Shalom, 16 aprile 2026)
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Medio Oriente, spiragli di dialogo: Israele e Libano verso colloqui diretti dopo oltre trent’anni
di Anna Balestrieri
Giovedì 16 aprile 2026, oggi, potrebbe segnare una svolta inattesa in uno dei fronti più instabili del Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Israele e Libano avvieranno colloqui diretti ad alto livello, i primi da oltre tre decenni, nel tentativo di contenere un conflitto che si è progressivamente allargato fino a coinvolgere l’Iran e destabilizzare l’intera regione.
• Un annuncio improvviso in una notte di tensione
L’annuncio è arrivato nelle ultime ore di mercoledì, quando Trump ha dichiarato di voler “creare un po’ di respiro tra Israele e Libano”. I negoziati dovrebbero iniziare proprio oggi, giovedì 16 aprile 2026, ma restano ignoti sia il luogo sia i partecipanti.
Il dato politico più rilevante è simbolico: sarebbe il primo contatto diretto tra i vertici dei due Paesi da circa 34 anni, un fatto che segnala la gravità della situazione attuale ma anche la pressione internazionale per una de-escalation.
• Dalla tregua fallita alla guerra regionale
Per comprendere il contesto, occorre tornare agli eventi degli ultimi mesi. Nel novembre 2024 Israele e Hezbollah avevano raggiunto un cessate il fuoco dopo un anno di scontri, innescati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Quella tregua si è progressivamente sgretolata, fino al punto di rottura nel marzo 2026, quando Hezbollah ha ripreso a colpire Israele. Il conflitto si è poi intrecciato con la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei.
Da quel momento, il Libano è stato trascinato in un conflitto più ampio, trasformando la linea di confine israelo-libanese in uno dei principali teatri di guerra.
• Escalation militare e crisi umanitaria
Nelle settimane successive, Israele ha intensificato le operazioni contro Hezbollah, colpendo non solo il sud del Libano ma anche la capitale Beirut.
Le conseguenze umanitarie sono drammatiche: secondo le autorità libanesi, oltre 2.100 persone sono morte e più di 7.000 sono rimaste ferite, mentre oltre un milione di civili è stato costretto a lasciare le proprie case.
Questa escalation ha rappresentato uno dei principali ostacoli nei negoziati tra Washington e Teheran, poiché l’Iran ha condizionato qualsiasi accordo alla cessazione degli attacchi israeliani in Libano.
• Il ruolo degli Stati Uniti e la mediazione internazionale
Gli Stati Uniti si sono posti come mediatori centrali, insistendo affinché eventuali accordi vengano negoziati direttamente tra governi e non tramite attori intermedi. Un recente incontro trilaterale tra funzionari statunitensi, israeliani e libanesi — il primo dal 1993 — ha aperto la strada a questi colloqui. Washington punta a un accordo più ampio rispetto alla fragile intesa del 2024, mirando a una stabilizzazione duratura del confine nord di Israele.
Parallelamente, il Pakistan emerge come attore diplomatico chiave nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, con nuovi colloqui previsti a Islamabad.
• I nodi irrisolti: disarmo e sovranità
Nonostante i segnali di apertura, restano divergenze profonde. Israele chiede il disarmo completo di Hezbollah e la distruzione delle infrastrutture militari non statali in Libano. Il governo libanese insiste invece sull’attuazione integrale dell’accordo del 2024, che prevedeva il ritiro israeliano dal territorio libanese. Queste posizioni appaiono, al momento, difficilmente conciliabili, rendendo i colloqui di oggi un passaggio cruciale ma tutt’altro che risolutivo.
• Il fronte iraniano e la posta in gioco globale
Il dossier israelo-libanese si intreccia strettamente con la guerra tra Stati Uniti e Iran. I negoziati sul nucleare e sul cessate il fuoco restano fragili, con proposte divergenti: Washington spinge per una sospensione di lungo periodo delle attività nucleari iraniane, mentre Teheran propone una moratoria più breve e la revoca delle sanzioni.
Nel frattempo, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha avuto ripercussioni globali. Il traffico energetico è drasticamente ridotto, mettendo sotto pressione mercati e governi di tutto il mondo.
Nonostante un recente cessate il fuoco di due settimane, resta incerto se esso includa anche il teatro libanese.
• Ottimismo cauto e scetticismo dei mercati
Dalla Casa Bianca filtrano segnali di cauto ottimismo: i colloqui sono definiti “produttivi e in corso”. Anche i mercati finanziari hanno reagito positivamente, con rialzi legati alla speranza di una rapida de-escalation.
Tuttavia, molti osservatori restano scettici, ricordando che negoziati precedenti si sono arenati proprio quando sembravano vicini a una soluzione.
• Una giornata decisiva
Il 16 aprile 2026 si presenta dunque come una data potenzialmente storica, ma carica di incognite. L’avvio dei colloqui tra Israele e Libano potrebbe rappresentare il primo passo verso la fine di una guerra regionale — oppure l’ennesimo tentativo destinato a infrangersi contro rivalità profonde e interessi inconciliabili.
In un contesto in cui diplomazia e conflitto avanzano parallelamente, la vera posta in gioco non è solo la stabilità del confine israelo-libanese, ma l’equilibrio dell’intero Medio Oriente.
(Bet Magazine Mosaico, 16 aprile 2026)
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