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Notizie xx-xx mese 2021


Il nuovo Netanyahu è il suo contrario

I sondaggi dicono che l'unico in grado di strappare lo scettro a Bibi è Nir Barkat

di David Zebuloni

Esistono poche storie d'amore, specie in politica, longeve ed appassionati come quella che unisce Benjamin Netanyahu ai suoi elettori. Con un mandato complessivo che supera i 15 anni, King Bibi, così soprannominato dai media locali in tempi migliori, è il premier israeliano che ha presieduto la Knesset più a lungo in assoluto.
  Ancora oggi, nonostante l'inaspettato spodestamento avvenuto a giugno, secondo tutti i sondaggi nazionali, se a formare il governo fosse il partito più forte e non la coalizione più solida, Netanyahu vincerebbe senza alcuna difficoltà qualunque elezione parlamentare. Con un vantaggio di una ventina di seggi rispetto agli avversari, Bibi continua a essere di gran lunga il leader più acclamato.
  Tuttavia, all'interno del suo partito, il Likud, pare che qualcosa stia cominciando a sgretolarsi. Un sondaggio condotto da 103fm mostra infatti che, l'unico in grado di raccogliere voti per una maggioranza stabile sarebbe Nir Barkat, ovvero il numero 7 del partito. Ebbene, nonostante egli non abbia lontanamente lo stesso carisma dell'ex premier, il nuovo potenziale capolista del Likud sembrerebbe avere comunque tutte le carte in regola per ricoprire l'ambito ed importante ruolo. Nato a Gerusalemme nel '59, Barkat ne è diventato il Sindaco nel 2008 (e ha sempre chiesto di essere retribuito dallo Stato con un solo shekel mensile, poco più di venti centesimi di euro).
  Tanto distante dall'attuale capo del Likud, Nir Barkat rappresenta tutto ciò che Benjamin Netanyahu non è. Più sobrio e meno showman di lui, non stupisce che gli elettori lo valutino come nuovo erede dell'attuale King in carica. Come a dire, se proprio devono rinunciare al loro eroe, tanto vale non averne la brutta copia, ma qualcuno di completamente diverso.

Libero, 31 dicembre 2021)


In Afghanistan la vergogna di un'America che si ritira dalla Storia

di Fiamma Nirenstein

Dopo sette decadi di «grand strategy» e leadership democratica mondiale, il 2021 ha visto crollare la rassicurazione che ci davano gli Usa di essere la nostra salvaguardia dalla prepotenza e dal terrorismo. Perché certo l'imperialismo è stato vituperato da molti, ma Bob Dylan e Clint Eastwood hanno protetto i giovani di tutto l'Occidente. Ed ecco il 2021: la brutalità della disperazione inflitta alla popolazione afghana col ritiro subitaneo e incurante di agosto segna una svolta storica. Le persone che si appendono al carrello degli aerei per poi caderne e morire, e i bambini gettati oltre l'orrore terrorista verso il niente, mentre Biden va a casa, indicano che gli Usa si ritirano dalla storia. Il Medioriente resta preda degli appetiti turchi, della ferocia di Assad in Siria, delle mire iraniane in Irak, Libano, Yemen. Il terrorismo si ringalluzzisce e prepara nuovi piani, Israele l'unico bastione per l'Occidente, resta solo. Cuba, Venezuela, Cile sono sentine di antiamericanismo. Biden individua la Cina come il suo maggior rivale, e tuttavia essa diventa sempre più forte. Anche l'incubo nordcoreano persiste intatto. L'Iran si rafforza e umilia gli Usa, neanche ammessi ai colloqui. La Russia ammassa l 75mila soldati sul confine ucraino. Ma è chiaro un fatto: l'America non combatterà. Non c'è causa giusta per cui Biden userà le armi. L'Europa assiste attonita.

(il Giornale, 31 dicembre 2021)


La sparizione politica dell'America nel tempo della fine è in accordo con le profezie bibliche. M.C.


Agritech, asse Italia-Israele per un nuovo hub a Napoli

L’ambasciatore israeliano Dror Eydar fa il punto sulle relazioni fra i due Paesi e annuncia i progetti al via: il polo sorgerà nel capoluogo campano grazie alla collaborazione con il Comune, il ministero dell’Agricoltura e Confagricoltura. Si rafforza la liaison anche sul fronte cybersecurity

di Veronica Balocco

Tra Israele e l’Italia sussistono “relazioni eccellenti nel campo della sicurezza e dell’intelligence, nella sfera del cyber e tra i nostri eserciti”. Lo afferma Dror Eydar, ambasciatore israeliano a Roma, in un’intervista al Messaggero: “Lavoriamo in collaborazione con Confagricoltura e il Ministero dell’Agricoltura, insieme al comune di Napoli, per realizzare un polo per l’innovazione tecnologica nel campo dell’agricoltura, dell’acqua e dell’energia, nella speranza che di anno in anno questo possa richiamare tutti i Paesi del Mediterraneo e dell’Europa”.
  Ma non solo. “Lo scorso giugno – aggiunge – sono stato ad Amendola, dove si è svolta una esercitazione delle nostre forze aeree con F-35, insieme alle forze americane e britanniche. La società israeliana Tower sta per investire mezzo miliardo di euro nella costruzione di un centro di produzione nel nord Italia”.

• “Mantenere alta la pressione su Teheran”
  Nell’intervista, l’ambasciatore invita la comunità internazionale a non allentare la pressione su Teheran, facendo presente che “l’Iran è il principale fattore dell’instabilità in Medio Oriente”.  “In ogni zona la cui stabilità è minacciata, si possono trovare le tracce dell’Iran”, sottolinea. “Il suo principale interesse è minare la stabilità nel Medio Oriente, per poi arrivare e offrire aiuto: in questo modo raggiunge lo scopo di stabilirvi il proprio controllo”.
  “L’Iran – fa notare – sviluppa missili in grado di superare distanze molto superiori a quelle necessarie a raggiungere Israele e che possono arrivare in Europa. Perciò abbiamo il dovere storico primario di fermare la produzione iraniana di missili a lunga gittata in modo da bloccare la sua folle corsa verso la bomba atomica. Fino ad ora abbiamo visto che le sanzioni e la pressione internazionale hanno agito per ridurre le capacità dell’Iran, ottenendo un cambiamento nella sua politica. La rimozione di questa pressione verrebbe percepita dall’Iran come una debolezza e una vittoria della loro visione, e allora sarà sempre più difficile trattare con loro. Un cattivo e parziale accordo causerà un’accelerazione”.

(CorCom, 31 dicembre 2021)


Romania, celebrato il diplomatico cileno che salvò oltre 1.200 ebrei

di Jacqueline Sermoneta

Martedì scorso, nella Sinagoga grande di Bucarest, diplomatici e rappresentanti della comunità ebraica locale hanno reso omaggio al diplomatico cileno Samuel del Campo, che salvò oltre 1.200 ebrei durante la Shoah.
  “La storia e le azioni di Samuel del Campo, Incaricato d'Affari del Cile in Romania, rappresentano la luce della dignità umana in un momento storico così oscuro”, ha affermato Silviu Vexler, parlamentare e presidente della Federazione delle comunità ebraiche in Romania, come riporta il JTA. In questa occasione è stata apposta una targa commemorativa in onore del diplomatico presso la Sinagoga.
  Dal 1941 al 1943 Samuel del Campo fu Incaricato d'Affari del Cile in servizio a Bucarest. In assenza di una rappresentanza polacca ufficiale, il diplomatico ebbe anche l’incarico di rappresentare il governo polacco. Del Campo poté così aiutare gli ebrei di nazionalità polacca e rumena, confinati dalle autorità locali nel ghetto della città di Czernowitz, rilasciando passaporti polacchi e cileni. Il possesso dei documenti di viaggio permise ad oltre 1.200 ebrei di evitare la deportazione in Transnistria.
  “I verbali del Consiglio dei ministri della Romania dimostrano che Samuel del Campo divenne scomodo per i piani alti” ha spiegato al JTA la storica rumena Anca Tudorancea – “Per quel che sappiamo, è stato l’unico diplomatico cileno ad aver salvato gli ebrei durante la Shoah, il che è un’ulteriore prova che ha agito di propria iniziativa e a proprio rischio”.
  Nel 1943 le relazioni diplomatiche tra Cile e Romania furono interrotte e la Svizzera iniziò a rappresentare gli interessi del Cile. Il diplomatico fu nominato console generale a Zurigo, incarico che non entrò mai in vigore. L’accusa di essere stato pagato per i documenti che aveva emesso, gli costò la carriera diplomatica. Non tornò più in Cile e morì a Parigi nel 1960.
  Nel 2016 il nome di Samuel del Campo è stato aggiunto sul Muro d’onore del Giardino dei Giusti fra le Nazioni, a Gerusalemme.

(Shalom, 31 dicembre 2021)


L’incontro tra Abu Mazen e Benny Gantz: Hamas grida al tradimento

di Francesca Salvatore 

A poche ore dal suo svolgimento, l’incontro storico tra il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen con il ministro israeliano della Difesa Benny Gantz accende speranze e incendia gli animi dei detrattori l’un contro l’altro armati. Il meeting, durato due ore e mezza, ha visto la partecipazione del capo del ramo militare israeliano responsabile degli affari civili nei territori palestinesi, Ghasan Alyan, dell’alto funzionario dell’Autorità Palestinese Hussein Al Sheikh e del capo dell’intelligence palestinese Majid Faraj.
  Si tratterebbe di “un crimine” e rappresenta “una pugnalata alla schiena all’intifada palestinese” secondo quanto affermato su twitter da Hazem Kassem, portavoce di Hamas. Il dialogo di Abu Mazen con Israele “è tanto più riprovevole – ha sottolineato il portavoce – mentre in Cisgiordania si moltiplicano gli attacchi da parte di coloni ebrei”. Intanto, il ministro palestinese per le questioni civili Hussein a-Sheikh, che ha partecipato all’incontro, ha invece precisato che la sua importanza consiste proprio nell’aver affrontato la questione dell’“orizzonte politico” in vista di una soluzione negoziata sulla base della legittimità internazionale.

• Il contenuto dell’incontro
  Nel primo viaggio ufficiale in Israele da anni, Abu Mazen e Benny Gantz avrebbero discusso di “sicurezza e questioni civili” in quel della residenza privata di Gantz a Rosh Ha’ayin. Secondo quanto riferito da fonti israeliane, Gantz avrebbe confermato di “continuare a promuovere azioni per rafforzare la fiducia in campo economico e civile, come concordato durante il loro ultimo incontro”. La rassicurazione è bastata per scatenare i siti web vicini a Hamas ove circola, intanto, una vignetta che mostra Abu Mazen, in ginocchio, intento a pulire gli scarponi militari di Gantz. Critiche all’incontro sono state espresse anche dalla Jihad islamica, mentre le fazioni armate di Gaza sono state convocate “per elaborare una risposta unitaria”.
  A fare da preambolo all’incontro di queste ore, la visita di Gantz, alla fine di agosto, presso il quartier generale dell’Autorità Palestinese nella città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, per alcuni colloqui con Abu Mazen. Dopo il primo incontro ufficiale a tale livello in diversi anni, tuttavia, il primo ministro israeliano Naftali Bennett in quell’occasione aveva seccamente smentito la conduzione di alcun processo di pace con i palestinesi, ribadendo laconicamente che “non ce ne sarebbe stato alcuno”.

• Prove tecniche di disgelo?
  Tuttavia, si possono registrare già i primi effetti dell’incontro, presumibilmente negoziati ad alto livello in precedenza: il ministero della Difesa israeliano ha annunciato “misure per rafforzare la fiducia” con l’Autorità Palestinese che includono un anticipo di 32 milioni di dollari in tasse riscosse per suo conto da Israele e la concessione di 600 permessi extra che consentiranno agli uomini d’affari palestinesi di entrare in Israele. Gantz dal suo account twitter fa sapere che: “Abbiamo discusso dell’attuazione di misure economiche e civili e abbiamo sottolineato l’importanza di approfondire il coordinamento della sicurezza e prevenire il terrorismo e la violenza, per il benessere sia degli israeliani che dei palestinesi”. Poca cosa, a dir la verità, che riguarderà pochi fortunati in condizioni agiate e poco la popolazione civile, fortemente colpita dagli ultimi avvenimenti. Interessante è, però, anche la dichiarazione resa da Abu Mazen, secondo cui “finché sarà al potere, non permetterà la violenza, il terrore e l’uso del fuoco vivo contro gli israeliani, indipendentemente da dove si troveranno le relazioni israelo-palestinesi”: lo riferisce l’emittente pubblica Kan.
  Quello che, invece, potrebbe essere interessante circa il colloquio e queste modeste misure di disgelo è il segnale che queste inviano all’interno e all’esterno. All’interno, sono il chiaro simbolo di come ormai l’Autorità Palestinese stia ambendo ad una leadership rinnovata che rifugge dal tentativo costante di Hamas di farsi portavoce dell’intera causa palestinese, rallentando il processo di pace; verso l’esterno, la sensazione è che la concessione di Gantz-della quale non si conosce ancora la profondità-possa essere una risposta alle pressioni esercitate da Washington dopo l’ascesa di Biden, e soprattutto nelle ultime settimane, in seguito all’ulteriore detrimento della situazione della sicurezza nella Cisgiordania occupata e all’interno di Gerusalemme Est.

• Gantz e i falchi in patria
  La scelta di Gantz, tuttavia, non è costata poco dal punto di vista interno: il Likud ha criticato l’incontro, affermando che “le concessioni pericolose per la sicurezza di Israele erano solo una questione di tempo” e che “Il governo israelo-palestinese ha riportato i palestinesi e Abbas all’ordine del giorno… è pericoloso per Israele”.
  I politici di destra dell’opposizione e della coalizione hanno criticato altrettanto l’incontro di martedì sera: secondo quanto riferito, lo stesso primo ministro Naftali Bennett si è opposto alla mossa e alcuni ministri hanno ribadito come Abu Mazen sia la stessa persona che sta conducendo personalmente una campagna per perseguire Gantz presso la Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra, oltre che un vecchio negazionista dell’Olocausto. Fra i più aspri critici dell’incontro, il ministro israeliano Ze’ev Elkin del partito New Hope, risentito del fatto che non tutti i ministri del governo erano stati informati in anticipo dell’incontro. Egli ha aggiunto “Non avrei invitato a casa mia qualcuno che paga gli stipendi agli assassini di israeliani e vuole anche mettere in prigione alti ufficiali israeliani, incluso lo stesso ospite”. Elkin ha inoltre aggiunto come Gantz debba essere perfettamente conscio che non ha margine di manovra alcuno, da parte del governo, per negoziare la pace.
  A smorzare le critiche dei falchi compatrioti ci ha pensato quest’ultimo: “Solo chi è responsabile dell’invio di soldati in battaglia sa quanto sia profondo l’obbligo di prevenirlo”. “Ecco come mi sono sempre comportato, ed è così che continuerò ad agire”.

(Inside Over, 31 dicembre 2021)


Israele: la popolazione supera i 9,4 milioni di abitanti

GERUSALEMME - La popolazione israeliana conta 9.449.000 abitanti. Lo ha rivelato oggi l'ufficio centrale di statistica di Israele. Gli ebrei israeliani costituiscono il 73,9 per cento della popolazione, mentre gli arabi israeliani rappresentano il 21,1 per cento. Il resto della popolazione israeliana è definita "altra", cioè né ebrea né araba.
  Nel 2021, in Israele sono nati 184.000 bambini, il 73,8 per cento dei quali da madri ebree e il 23,4 per cento da donne arabe. Circa 25.000 nuovi immigrati sono arrivati nel Paese. La maggior parte dei nuovi immigrati è giunta da Russia (circa il 30 per cento), Francia (14,6 per cento), Stati Uniti (13,9 per cento) e Ucraina (12,4 per cento).
  Nel corso dell'anno sono morte circa 51.000 persone, mentre 7.500 sono rimaste all'estero per oltre un anno. L'ufficio di statistica ha osservato che il numero di decessi è stato insolitamente alto rispetto agli ultimi anni: da 5,1 decessi ogni mille abitanti nel periodo 2017-2019, a 5,4 decessi per mille abitanti.

(Agenzia Nova, 30 dicembre 2021)


Abu Mazen incontra Gantz in Israele, esplode la protesta a Gaza

di Roberto Bongiorni

Cosa ha spinto Abu Mazen ad attraversare il "confine" e recarsi di persona nella casa del viceprimo ministro israeliano Benny Gantz? Al di là della sua presenza ai funerali dell'ex premier israeliano Shimon Peres, nel 2016, l'ultimo incontro ufficiale di alto livello del presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) in terra di Israele risale a lontano 2010, quando vide l'allora premier Benjamin Netanyahu. Certo, come una fitta nevicata il Covid ha ricoperto di una spessa coltre tanti dossier che il neo governo a rotazione doveva affrontare. Ma andare avanti così non era possibile. Sia per i palestinesi che per gli israeliani, quello strano Governo israeliano di rotazione nato nel 2020, che ha messo la parola fine al regno di Re Bibi, tanto eterogeneo e trasversale, che sta in piedi per il sostegno indispensabile dei partiti arabi.
  Ufficialmente Gantz e Abbas, che si erano incontrati ad agosto a Ramallah, non hanno parlato di processo di pace. Ma ciò che è accaduto martedì notte nella residenza del ministro israeliano della Difesa non è affatto cosa da poco. I due leader avrebbero affrontato due temi sopra gli altri: lo stato dell'economia - quella palestinese è al collasso - e questioni di sicurezza. Ma i due avrebbero parlato anche di iniziative legate alla vita civile nei Territori palestinesi, in quelle che nel comunicato ufficiale del ministro israeliano sono state descritte come «misure volte alla costruzione di fiducia».
  Sicurezza per cosa? Le ultime settimane erano state caratterizzate da attacchi palestinesi verso cittadini israeliani a Gerusalemme Est e in Cisgiordania e, viceversa, attacchi da parte di coloni israeliani contro i palestinesi. «Ho Incontrato il presidente dell'Anp, Mahmoud Abbas», ha affermato Gantz .«Abbiamo discusso dell'attuazione di misure economiche e civili e abbiamo sottolineato l'importanza di rafforzare il coordinamento in tema di sicurezza e prevenzione di terrorismo e violenza, per il benessere sia degli israeliani sia dei palestinesi». Affinché non restassero solo parole, Gantz ha approvato la regolamentazione dello status di 6mila palestinesi residenti in Cisgiordania e di 3.500 a Gaza, il trasferimento di una tranche di 35 milioni di dollari come anticipo delle tasse che lo Stato ebraico riscuote per conto dell'Anp. Inoltre, Gerusalemme concederà varie centinaia di permessi di ingresso per uomini d'affari e funzionari dell'Autorità. Iniziative che hanno provocato una profonda irritazione più a Sud, nella Striscia di Gaza.
  Il nemico del mio nemico è mio amico. Questo famoso detto, in Medio Oriente acquista una valenza ancor più forte. Il nemico di Israele è il movimento islamico Hamas. Per isolarlo, come del resto ha già fatto in passato, il Governo di Gerusalemme punta ad aumentare le divisioni, già di per sé forti, tra il movimento islamico padrone della Striscia di Gaza e l' Anp, che governa da 15 anni solo in Cisgiordania. Era dunque inevitabile che la visita di Abu Mazen in Israele fosse vista come il fumo negli occhi non solo da Hamas, ma da tutti quei movimenti salafiti-jihadisti che non intendono riconoscere l'esistenza dello Stato di Israele. «L'incontro della scorsa notte (tra Abu Mazen e Gantz) è un crimine e una pugnalata alla schiena della Intifada palestinese», ha affermato Hazem Kassem, un portavoce di Hamas.
  Gli scontri lungo il confine della Striscia avvenuti ieri erano dunque prevedibili. Ma occorre la massima attenzione. La storia, anche recente, ci ha insegnato che in questo angolo del Medio Oriente occorre davvero poco per dar fuoco alle polveri.

(Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2021)


Abu Mazen in Israele da Gantz. Hamas: "Tradisce l'Intifada"

Il leader Anp dal vicepremier israeliano per una tregua dopo gli attacchi palestinesi. L'ira del gruppo terroristico.

di Fiamma Nirenstein

È vecchia di dieci anni l'ultima visita amichevole di Abu Mazen in Israele: l'indirizzo quella volta era la residenza di Benjamin Netanyahu, in Rehov Balfour, e i sorrisi di Sarah a Mahmoud Abbas di nuovo invadono i teleschermi, in memoria. Invece, non esistono immagini dell'incontro nella casa di Rosh Haayin del ministro della Difesa israeliano Benny Gantz con il presidente palestinese. Gantz lo ha ricevuto alle 20,30 di martedì per due ore, con pochi intimi politici e tecnici. È stato un incontro importante? Si sono dette cose serie? Perché ha avuto luogo? Di sicuro gli ha dato molto importanza Hamas, Ismail Hanyie ha attaccato a testa bassa lo sgarro disgustoso dicendo che Abu Mazen «tradisce l'Intifada»; e per spiegare come si fa invece, dopo poche ore ha sparato oltre il confine a casaccio ferendo un civile e suscitando la reazione dell'esercito, che ha risposto e ferito tre persone.
  Hamas ha voluto rubare la scena al leader 87enne, ma per ora è lui che ha spiazzato l'opinione pubblica palestinese e israeliana che in questi giorni si era abituata al ritmo serrato di attentati a fuoco, coltelli, auto. Otto in due settimane, di cui due mortali. Il clima si è surriscaldato: gli attacchi palestinesi, come per esempio quello in due riprese, ai santuari come la tomba di Giuseppe, nei Territori, si alternavano alle risposte dei residenti dei territori infuriati. Gli attacchi con le pietre si erano moltiplicati, le reazioni israeliane sono andate oltre i limiti di legge. Insomma, un clima iper eccitato, quasi una nuova Intifada che ha preoccupato anche Abu Mazen: ogni situazione estrema è pane per i denti di Hamas, come si è visto nella guerra di maggio. Abu Mazen non ha interesse allo scontro generale: un paio di settimane fa due israeliani entrati per sbaglio a Ramallah sono stati sottratti al linciaggio dalla polizia palestinese.
  Come calmare il terreno? L'incontro ha trattato di questo: Abu Mazen, si sussurra, ha ribadito la sua intenzione di non arrivare a scontri fatali, di evitare l'escalation, di tenere saldo l'accordo di sicurezza che tante volte lo ha salvato da Hamas. Per gestire la situazione, ha ottenuto mezzi economici e facilitazioni, oltre a più controllo dei settler. Ha ottenuto più permessi di lavoro, più ingressi in Israele, il transfer di 100 milioni di shekel (25 milioni di dollari circa) delle tasse che Israele raccoglie, la legalizzazione dello status di 6mila cittadini del West Bank e di 3.500 di Gaza e altre «misure di fiducia».
  È già successo con gli accordi Abramo, che le misure pratiche, lo scambio, siano portatrici di buone speranze. Ma lo sfondo qui è Abu Mazen, un leader che, anche se certo, a differenza di Arafat, non tenta di affogare nel sangue Israele, pure dà prova da sempre di inimicizia inguaribile: è lui l'inventore delle peggiori forme di delegittimazione dello Stato Ebraico, che irrora di prensili falsità come quella dello «stato di apartheid» o della «illegalità internazionale» o della «pulizia etnica». Il suo passato di negatore della Shoah si mescola all'erogazione milionaria di stipendi per i terroristi, al sostegno degli shahid dai testi scolastici alla santificazione dei terroristi suicidi. È difficile crederlo un partner.
  La destra, all'interno dello stesso governo di Gantz, critica aspramente il suo ministro che ha «aperto la casa» a un nemico dichiarato, la sinistra, sempre dentro il governo, lo loda. E Bennett dice che non sapeva nulla dell'incontro. Ma è difficile crederlo. Gantz ha obiettivi condivisibili dall'attuale governo: sicurezza interna e simpatia americana. Biden ci tiene a riaprire il dialogo palestinese, mentre in questi giorni decide sulla trattativa con l'Iran degli ayatollah atomici.

(il Giornale, 30 dicembre 2021)


«Guerra al cyber crimine un asse tra Italia e Israele»


L'ambasciatore di Gerusalemme a Roma: «Collaborazione anche tra i nostri eserciti». «Intesa per la pace con i sunniti moderati. Sul nucleare Teheran inganna il mondo»
La nostra alleanza con gli Usa non dipende da questo o quel leader ma si fonda sui valori che condividiamo Molti paesi stanno capendo che non siamo il problema del medio oriente ma la soluzione per la stabilità

di Gianluca Perino

Il pericolo numero uno per la stabilità del Medio Oriente, e non solo, è l'Iran, che «continua ad ingannare il mondo e a nascondere il carattere militare del suo programma nucleare». Dror Eydar, ambasciatore israeliano a Roma, invita la comunità internazionale a non allentare la pressione su Teheran perché «verrebbe interpretata come un segno di debolezza» causando una «pericolosa accelerazione». E sui rapporti con l’Italia parla di un asse importante: «Tra noi relazioni eccellenti nel campo della sicurezza e dell'intelligence, nella sfera del cyber e tra i nostri eserciti».

- Ambasciatore, recentemente il primo ministro Bennett ha incontrato il primo mìnìstro degli Emirati Bin Sa'id. E stato definito un incontro storico. Quanto questa nuova relazione tra Israele e gli Emirati è utile per la stabilità del Medio Oriente?
  «Per la prima volta da quando è stato fondato l'Islam nel VII secolo, oggi l'influenza sciita è ampiamente estesa; la mezzaluna sciita passa dall'Iran, attraverso Iraq, Siria, Libano e arriva al Mediterraneo. A Paesi che erano fino a poco tempo fa sotto il dominio sunnita (Iraq e Siria) o cristiano (Libano), compresi Yemen (movimento Houthi) e Gaza (Hamas). In ogni zona la cui stabilità è minacciata, si possono trovare le tracce dell'Iran. Il suo principale interesse è minare la stabilità nel Medio Oriente, per poi arrivare e offrire aiuto: in questo modo raggiunge lo scopo di stabilirvi il proprio controllo. Gli Accordi di Abramo, ìnvece, creano una coalizione tra Israele e i paesi sunniti moderati. Questi Stati capiscono che, al contrario della propaganda, Israele non è il problema del Medio Oriente, ma la soluzione per la stabilità e la prosperità. I popoli dell'area comprendono che Israele non è un fenomeno passeggero e nemmeno una "cospirazione colonialista", ma un paese con radici antiche di migliaia di anni. Questi popoli chiedono di conoscerci meglio. Ed è soltanto l'inizio».

- C’è stata un'apertura anche da parte dell'Arabia Saudita per la normalizzazione dei rapporti con Israele, ma chiedono la fine della "occupazione dei territori" e la "creazione di uno stato palestinese". Cosa ne pensa?
  «Gli Accordi di Abramo implicano che gli ebrei e i popoli arabi sono figli dello stesso antico padre. Una famiglia. Nella prospettiva storica, questi accordi hanno rotto il vecchio paradigma secondo il quale non è possibile una normalizzazione con i paesi arabi senza progressi con i palestinesi. Gli accordi di Abramo collocano il tema in un contesto molto più ampio. La questione palestinese è solo una delle questioni in Medio Oriente, e non è necessariamente la più urgente. Soprattutto tenendo conto della storia del conflitto, nella quale i palestinesi hanno respinto in modo sistematico tutte le proposte, anche quelle più generose, per risolvere la questione. I paesi che hanno firmato con noi accordi di normalizzazione non vogliono più sacrificare il loro futuro economico e politico sull'altare del veto palestinese. Saremmo felici se altri paesi si volessero unire al cerchio della pace, soprattutto l'Arabia Saudita che è un paese importante, molto rispettato da Israele. Può essere che il cambiamento del paradigma porterà anche ad un cambiamento nell'atteggiamento palestinese. Ma per ora tra i palestinesi vediamo una tendenza opposta: aumentano la propaganda contro Israele e l'incitamento al terrorismo. Tenete conto che una grossa parte del budget dell'Autorità Palestinese va alle famiglie dei terroristi. Più il periodo di detenzione è lungo - per il numero di ebrei assassinati- e più il pagamento aumenta. Nei libri di testo ufficiali ci sono espressioni e descrizioni paragonabili allo Sturmer e, in generale, Israele non compare nelle loro mappe. La comunità internazionale non deve assecondare questo atteggiamento: e i leader europei lo capiscono sempre di più, compresi quelli italiani. Il largo appoggio politico, e le numerose dichiarazioni contro l'invito dei rappresentanti di organizzazioni terroristiche al parlamento italiano, sono incoraggianti».

- Quali rischi implica per l'area la gravissima crisi in Libano?
  «Il caos in Libano è una tragedia storica. Il Libano avrebbe potuto essere l'unico paese cristiano in Medio Oriente. Ad oggi, una grande parte della popolazione cristiana si è trasferita in occidente e il paese è sotto il dominio sciita di Hezbollah e dei suoi sostenitori; di fatto è un'organizzazione terroristica sponsorizzata dall'Iran. Negli anni '60 Beirut era considerata la Parigi del Medio Oriente, oggi gareggia con Teheran. Il dominio sciita ha colpito anche l'economia libanese. La preferenza per il proprio ristretto interesse, e nel caso di Hezbollah si tratta dell'interesse iraniano, a scapito del bene dello Stato, ha portato l'economia del Paese a un livello molto basso. Hezbollah continua a rafforzarsi militarmente in un modo che mette a rischio il futuro del Libano. L'Iran usa il Libano come base per future azioni contro Israele e sta fornendo a Hezbollah armi di precisione per creare una minaccia strategica contro Israele: aerei senza pilota con testate esplosive e missili intelligenti. Per Israele è un argomento che non si può ignorare. La minaccia di Hezbollah supera i confini del Medio Oriente e la sua attività terroristica e la sua criminalità coinvolgono il mondo intero. La riabilitazione del Libano dipende dalla sua capacità di allontanare i tentacoli del polipo iraniano e Hezbollah. Spero che l'Europa intervenga per restituire la stabilità a questo paese martoriato».

- Si continua a discutere con l'Iran per l'accordo sul nucleare. È possibile negoziare con Teheran per arrivare ad un'intesa per l'uso corretto del nucleare o vede dei rischi dietro queste trattative?
  «Come ho detto prima, l'Iran è il principale fattore dell'instabilità in Medio Oriente. Il regime non agisce solo sulla base di considerazioni razionali, ma agisce spinto dal desiderio di diffondere ovunque la rivoluzione islamica-sciita. Sotto questo regime si giura quasi ogni giorno: "morte a Israele e morte all'America". Per loro l'America è l'occidente in generale, compresa l'Europa e con questa anche l'Italia. Tutti noi siamo considerati parte della civiltà occidentale ebraico-cristiana, che agli occhi dei leader dell'Iran è una civiltà malata che avrà vita breve. L'Iran sviluppa missili in grado di superare distanze molto superiori a quelle necessarie a raggiungere Israele e che possono arrivare in Europa. Perciò abbiamo il dovere storico primario di fermare la produzione iraniana di missili a lunga gittata in modo da bloccare la sua folle corsa verso la bomba atomica. Fino ad ora abbiamo visto che le sanzioni e la pressione internazionale hanno agito per ridurre le capacità dell'Iran, ottenendo un cambiamento nella sua politica. La rimozione di questa pressione verrebbe percepita dall'Iran come una debolezza e una vittoria della loro visione, e allora sarà sempre più difficile trattare con loro. Un cattivo e parziale accordo causerà un'accelerazione, del resto l'Iran continua a ingannare il mondo nascondendo il carattere militare del suo programma nucleare. Israele ha già svelato l'archivio nucleare iraniano, dal quale si vedono chiaramente le sue reali intenzioni. Perciò bisogna dare all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica un accesso immediato e incondizionato a tutti i siti iraniani, cosa che fino ad ora non è accaduta. Ne va della nostra vita».

- I vostri raid in Siria continuano. Qual è l'obiettivo?
  «Anche la Siria come il Libano è il risultato di processi storici falliti. Più di mezzo milione di morti per la guerra civile nell'ultimo decennio e i milioni di profughi. Chi sfrutterà l'instabilità nel paese? L'Iran. E' chiaro. Crea basi militari sul terreno e vuole arrivare al confine con noi attraverso Hezbollah. Perciò la soluzione in Siria è una: il ritiro completo delle forze iraniane. E Israele farà tutto il necessario per la sua sicurezza».

- Come sono cambiati i rapporti con gli Usa con Biden? Trump era molto vicino a Israele.
  «L'alleanza tra Israele e Usa non dipende da questo o quel leader, per quanto grande, ma si fonda su un legame basato su valori e interessi comuni. Gli Stati Uniti non hanno un alleato più fedele di Israele in Medio Oriente».

- Il Covid sta mettendo sotto pressione molti paesi. Israele è in prima linea sul fronte della ricerca. Che futuro vede per il suop aese e per l'Italia?
  «Le relazioni con l'Italia sono eccellenti, anche sul Covid. Ma collaboriamo in diversi settori. Nel campo della sicurezza e dell'ìntellìgence, nella sfera del cyber, tra gli eserciti. Lo scorso giugno sono stato ad Amendola, dove si è svolta una esercitazione delle nostre forze aeree con F-35, insieme alle forze americane e britanniche. la società israeliana Tower sta per investire mezzo miliardo di euro nella costruzione di un centro di produzione nel nord Italia. Lavoriamo in collaborazione con Confagrìcoltura e il Ministero dell'Agricoltura, insieme al comune di Napolì.per realizzare un polo per l'innovazione tecnologica nel campo dell'agricoltura, dell'acqua e dell'energia, nella speranza che di anno in amo questo possa richiamare tutti i Paesi del Mediterraneo e dell'Europa.

(Il Messaggero, 30 dicembre 2021)


I resti di un’antica sinagoga parlano della comunità ebraica marocchina sulle montagne dell’Atlante

di Jacqueline Sermoneta

Un team di archeologi marocchini, israeliani e francesi ha portato alla luce i resti di un’antica sinagoga nel remoto villaggio di Tamanart, a sud del Marocco. Situato sulle montagne dell’Atlante, il luogo ospitò una piccola comunità ebraica dal XVI sec all’inizio del XIX sec.
  La scoperta della sinagoga è stata possibile soprattutto grazie alle informazioni ricavate dalle testimonianze dei residenti, secondo i quali gli ultimi ebrei lasciarono Tamanart circa settant’anni fa.
  Durante gli scavi sono stati rinvenuti manoscritti religiosi, oggetti rituali e alcuni amuleti di protezione in carta: “Le frasi di questi amuleti in carta si riferiscono a formule contenute nel ‘Libro di Raziel’, un antico testo cabalistico, utilizzato dalle comunità ebraiche in Marocco”, ha affermato in un’intervista ad Haaretz Orit Ouaknine-Yekutieli, ricercatrice dell’Università Ben Gurion del Negev.
  Gli antichi testi ebraici, molti dei quali danneggiati, sono stati trasferiti in specifiche strutture di ricerca, in cui saranno restaurati ed analizzati con l’aiuto di tecnologie avanzate.
  In questi due ultimi decenni, il Marocco ha avviato una serie di progetti, volti a proteggere e preservare il patrimonio della comunità ebraica locale. Tra le iniziative, l’inaugurazione di una sinagoga e l’apertura del Museo dell’ebraismo a Casablanca, il ripristino a Marrakech dell’antico nome ebraico del quartiere “El Mellah” e di tutte le strade che ne fanno parte, il restauro di 170 cimiteri ebraici, l’insegnamento della storia degli ebrei nelle scuole pubbliche, l’incremento di conferenze, pubblicazioni accademiche e tesi di dottorato, dedicati agli ebrei marocchini.
  In seguito alla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Israele, il re Muhammad VI ha annunciato, inoltre, la decisione di restaurare centinaia di siti ebraici del Paese. In questo piano strutturale rientrano gli scavi della sinagoga di Tamanart e una prossima indagine archeologica sarà condotta nella città di Ifrane, che ospitò una delle più grandi comunità ebraiche del Nord Africa e la più antica del Marocco. (Shalom, 30 dicembre 2021)


Israele laboratorio globale

Nell'aeroporto Ben Gurion si fa la gimkana tra tamponi, moduli e braccialetti anti-Covid ma fuori il Paese vive una nuova normalità.

Vaccini e hub con la pandemia il Paese è diventato un modello Il virus non sembra aver scalfito l'ottima salute dell'economia

di Elena Loewenthal

L' aeroporto Ben Gurion è spettrale: metallo luccicante alle pareti e lungo le passerelle mobili, pavimenti di moquette che amplificano il silenzio. Al controllo passaporti il vuoto trasporta il viaggiatore in una dimensione spazio temporale incredibile per chiunque sia mai stato qui prima, schiacciato in mezzo a una umanità variegata e assiepata a qualunque ora del giorno o della notte. Arrivare in Israele in questi mesi di pandemia è davvero un'esperienza straniante, ma anche molto eloquente: fa toccare con mano tutta l'anomalia del momento che stiamo vivendo ovunque nel mondo. Eppure è anche un'occasione unica per andare al cuore di questo paese così complesso, inafferrabile e non di rado contraddittorio. È come se l'emergenza avesse portato allo scoperto la fibra esistenziale più vera e profonda-di qui, e forse anche del resto del mondo.
  L'unico scalo internazionale di Israele, infatti, è da sempre molto di più di un aeroporto: è l'unica porta di uscita e ingresso di un paese più piccolo della Lombardia e accerchiato da confini pressoché invalicabili - per larga parte della sua esistenza fronti di guerra. Il Ben Gurion è di fatto l'antidoto a una claustrofobia endemica per quanto latente. Trovarlo deserto con l'eco ovattata dei passi che si frange nel silenzio fa un effetto strano, un misto di sorpresa, paura, incredulità. Ma poi tutto si spezza all'ultima tappa del percorso obbligato che conduce dal finger alla sala del covid test, obbligatorio per tutti (i pochissimi) passeggeri in arrivo: non si esce dallo scalo se non con un braccialettino di carta che attesta l'avvenuto tampone.
  Israele è in quest'ultimo anno diventato un paese molto diverso da quello che era prima. Non in sé e per sé, ma nella percezione che ne aveva il resto del mondo. Da territorio di un conflitto inguaribile e stagnante, da oggetto di sentimenti radicali o di odio o di amore senza mai mezzi termini, con la pandemia è diventato un modello, il luogo dove tutto avviene prima che altrove e verso il quale sono puntati gli occhi di tutto il mondo. Se non che, appena usciti dallo scalo internazionale e lasciate alle spalle le immancabili peripezie di una sfiancante gimcana fra tamponi, moduli da compilare, documenti da avere sotto mano in carta o digitale, la sensazione è quella di precipitare in una specie di normalità tutta da esplorare.
  In parole povere e nonostante Israele sia il laboratorio globale della pandemia, di virus qui si parla decisamente meno che da noi. E come se gli israeliani faticassero a rinunciare a quella normalità esistenziale cui sono arrivati dopo duemila anni di una storia a dir poco travagliata. Tel Aviv è sempre più cara e caotica che mai, con i grattacieli che vengono su nello spazio di una notte e i cantieri per l'ambiziosa metropolitana leggera che in attesa di diventare la spina dorsale lungo l'asse produttivo del paese sta mettendo sottosopra il traffico urbano oltre alle viscere sabbiose di questa città vecchia poco più di cent'anni. Qui, insomma, il Covid non sembra aver neanche scalfito l'ottima salute dell'economia. La nuova normalità israeliana è fatta anche di piccole e grandi scoperte: qui Natale è un giorno feriale uguale a tutti gli altri, ma a Jaffa campeggia un monumentale pino addobbato che non ha nulla da invidiare a quelli delle nostre grandi città. E siccome non si può andare all'estero perché le frontiere sono praticamente chiuse tanto in ingresso quanto in uscita, molti hanno optato per un turismo di prossimità che spazia dal lago di Tiberiade al deserto del Sud, ma si orienta soprattutto su luoghi che offrono «particolari» attrattive in questo periodo. Nazaret (entro la linea verde dei confini del 1948 sanciti dall'Onu) e Betlemme (oltre la linea verde, nei territori occupati nel 1967) sono state le mete più gettonate dagli israeliani ebrei sotto Natale. «Perché c'è un'atmosfera esotica» (cioè natalizia ... ) , «perché sembra di andare lontano», con le botteghe aperte, i simboli della Natività, le luminarie. Una gita fuori porta in tutti i sensi, insomma, per quell'80 per cento di israeliani di identità ebraica.
  La normalità dentro la pandemia sta in Israele anche nel fatto che il covid è meno invasivo che da noi sui media. Certo, c'è. Ma i titoli di testa in questi giorni sono occupati da una sequenza di scandali a sfondo sessuale: il ginecologo della buona borghesia telaviviana che visitava le pazienti in senso molto lato - e ravvicinato. Il rabbino, maestro e comunicatore, un ortodosso dalla faccia simpatica e l'aria gioviale che si è tirato un colpo di pistola qualche giorno fa perché accusato di decine di abusi e violenze sessuali su minori. E come sempre la normalità è fatta anche del parlare male del governo. A prescindere: come dice AB. Yehoshua, in Israele ci sono almeno tre primi ministri ad ogni fermata dell'autobus, che (secondo loro stessi) saprebbero mandare avanti il paese molto meglio di quanto non stiano facendo i politici al potere (a prescindere dal colore che hanno). E' pur vero che qui la politica si è distinta per un decisionismo da primato: i primi a vaccinare al mondo, i primi a lanciare gli hub, le terze dosi, ora le quarte. Riunioni serrate, provvedimenti presi a tempo di record. Ma anche l'opposto: approssimazioni, marce indietro, incertezze. Tutto convive in nome di un'indifferenza al principio di non contraddizione che sta dentro il Dna del popolo ebraico. Il 20 dicembre, con la superdiffusione di Omicron all'orizzonte, Israele ha dichiarato «rosso» mezzo mondo: nessuno, né con passaporto israeliano né con passaporto straniero, poteva più entrare o uscire da un paese rosso se non dietro una richiesta diretta al governo (ne sono arrivate circa sedicimila in poche ore, a un ufficio che conta una manciata di addetti). Levata di proteste: ma come, questo paese che nasce come àncora di salvezza per gli ebrei del mondo ora chiude le porte così, da un giorno all'altro? Appena qualche giorno dopo il governo fa marcia indietro e da settanta i Paesi rossi diventano quindici. Decisionismo, dunque, ma anche una buona dose di approssimazione, di vivere - e legiferare - alla giornata.
  E così, fra un provvedimento e l'altro, in nome di una strabiliante ironia della storia, può capitare di imbarcarsi allo scalo di Tel Aviv su un volo per Vienna (l'Austria è sempre rimasta «arancione») pieno di israeliani in vacanza, con l'aria rilassata di chi ritrova finalmente una libertà, quella di viaggiare, tanto cara quanto perduta, proprio nel paese che ha dato i natali a Hitler ... -

(La Stampa, 30 dicembre 2021)


Anche Israele pensa al contagio di massa per superare il covid

Una notizia piuttosto stupefacente è stata pubblicata dal Jerusalem Post, secondo il quale perfino Israele, il paese che più ha puntato sui vaccini, avrebbe deciso di cambiare strategia, terminare quarantene e favorire il contagio di massa come unico metodo per superare l’epidemia. 

di Guido da Landriano

“La quinta ondata potrebbe finire quando un gran numero di persone sarà infettato“, ha affermato il prof. Cyrille Cohen, capo del laboratorio di immunologia alla Bar-Ilan University. “Solo attraverso l’esposizione naturale, quando protetto con i vaccini, vedo questo virus diventare endemico“.
  Ovviamente il giornale ritiene che le strategie del governo siano state in grado di far superare le precedenti ondate, ma non riuscirà a far superare Omicron. Allora ecco la nuova strategia: “Poiché Omicron è così contagioso, i nostri sforzi per fermarne la diffusione sono probabilmente piuttosto inutili“, ha affermato il prof. Hagai Levine, presidente dell’Associazione israeliana dei medici della sanità pubblica. “Non fermeremo questa ondata.
  “Quello che possiamo e dovremmo cercare di fare è proteggere il più possibile i più vulnerabili”.
  Senza mosse inconsulte Cohen afferma: “Abbiamo cercato di schivare il proiettile per due anni e in Israele abbiamo avuto successo in una certa misura. Ma la maggior parte dell’umanità è ancora viva dopo aver contratto il COVID”. In questo modo ha sottilmente indicato come il contagio sia l’unico modo per risolvere in modo definitivo il problema.
  Secondo ricerche israeliane il massimo della copertura si raggiunge con vaccinazione e contagio, la copertura “Ibrida”, che coprirebbe contro diversi ceppi. A questo punto non ha senso fermare il contagio.
  La ricerca sta iniziando a dimostrare che Omicron causa anche infezioni meno gravi in generale. Ciò significa che, delle oltre 80 persone ricoverate in ospedale con una malattia grave, solo due hanno la variante fino a oggi.
  Inoltre, uno studio pubblicato questa settimana su MedRxiv ha scoperto che anche le persone infettate da Omicron sono protette da Delta.
  “Il gran numero di persone infette da Omicron previsto in Israele e nel mondo potrebbe aumentare significativamente il livello d’immunità dell’intera popolazione e aiutare a sradicare il Delta e almeno alcune delle altre varianti”, ha twittato il prof. Eran Segal, un biologo computazionale del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in risposta allo studio.
  Levine ha affermato che se lo studio si rivelerà corretto, “forse Omicron segnerà una transizione epidemiologica allo stadio endemico del virus”.
  A questo punto l’alto contagio, il fattore R di Omicron, aiuterebbe a raggiungere l’immunità molto rapidamente. Alla fine l’alto contagio sarebbe la soluzione del problema. Neppure in Israele si pensa di continuare a vaccinare in eterno.

(scenarieconomici.it, 30 dicembre 2021)


“Poiché Omicron è così contagioso, i nostri sforzi per fermarne la diffusione sono probabilmente piuttosto inutili“. Grandioso! Aspettiamo con ansia da Israele la grande notizia: "Fermate tutto! la vaccinazione contro il virus del covid è stata la più grande boiata del secolo!". Magari non diranno proprio così, ma è possibile che prima o poi ci arrivino. I Grandi Vaccinatori potrebbero rivelarsi per il mondo quello che è stato Albert Speer per la Germania di Hitler. Con geniale abilità questo tedesco molto dotato riuscì a far arrivare fino alla fine della guerra armi e munizioni in grandi quantità all'esercito nazista, che in questo modo poté vincere ancora molte battaglie sul campo, opporre tenaci e sanguinose resistenze al nemico alleato e ottenere alla fine il risultato di prolungare fino all'inverosimile l'agonia della nazione, aumentando in modo spaventoso il numero di vittime e disastri per la Germania e per tutti. Senza di lui, il mondo avrebbe sofferto meno. Lo stesso dicasi per certi geniali combattenti contro la guerra del virus. M.C.


Missili a Latakia. Così la partita con l’Iran si sposta sul Mediterraneo

Il secondo raid sul porto siriano racconta di come Israele con Teheran intenda portare avanti attività parallele su negoziati sul Jcpoa.

di Emanuele Rossi 

Per la seconda volta nel giro di venti giorni, nella notte tra lunedì e martedì 28 dicembre il porto di Latakia, in Siria, è stato colpito da un attacco aereo i cui sospetti ricadono direttamente su Israele. Il bombardamento — probabilmente con missili da crociera — non è così comune, sebbene gli israeliani dal 2013 colpiscono in Siria i passaggi di armi con cui i Pasdaran rinforzano le milizie sciite collegate come la libanese Hezbollah (che tecnicamente è ancora in guerra con lo stato ebraico dal 2006). L’aspettò insolito di quanto è successo è che l’attacco ha colpito quel porto sul Mediterraneo.
  Latakia è uno scalo nevralgico per la Siria, parte del sistema portuale del Levante (insieme con Beirut e gli altri scali libanesi e Haifa e quelli israeliani), sponde orientali del bacino mediterraneo. La città è il centro di potere di Bashar el Assad: il rais siriano è originario di Latakia, che durante questi dieci anni di guerra civile è stata tenuta protetta in una bolla, al riparo dagli scontri che hanno portato il regime assadista a colare a picco per poi risorgere, vincendo nel conflitto e ottenendo il riconoscimento internazionale di meno-peggio dei governanti possibili per la Siria davanti al rischio rappresentato dal Califfato di Raqqa e dai vari gruppi estremisti ribelli.
  Israele difficilmente ammette le operazioni che fanno parte di questa costante campagna di prevenzione: gli attacchi servono a evitare che armi sofisticate finiscano in mano a milizie organizzate che potrebbero usarle contro lo stato ebraico secondo una strategia con cui l’Iran pensa di trasformare la Siria in una piattaforma di deterrenza nei confronti di Israele. A distanza di quasi 72 ore dall’accaduto, i rottami nel porto ancora bruciano: le testimonianze parlano di almeno una grossa esplosione e poi di alcune secondarie, e questo significa che a essere colpito è stato materiale a sua volta esplosivo. Possibile missili, possibile componenti per produrle.
  Al porto di Latakia attraccano costantemente navi iraniane, ed è quasi certo che a essere colpito (stavolta come venti giorni fa) sia stato uno o più container scaricato da una di queste. Chi traccia gli spostamenti delle imbarcazioni attraverso i sistemi open source ha segnalato per esempio che prima dell’attacco di inizio mese, al porto siriano era arrivata la “Shar-e-kord”, portacontainer iraniana sotto sanzioni statunitensi per i traffici sospetti, che a marzo era stata colpita mentre era in navigazione nel Mediterraneo orientale — secondo le accuse di Teheran erano stati gli israeliani.
  Un aspetto interessante: vicino a Latakia sorge la più importante base aerea russa in Medio Oriente, quella di Hmeimim che coordina l’operazione in Siria, ma che ha un ruolo molto più strategico a livello regionale. Molto spesso navi militari russe con carichi di vario genere fanno scalo a Latakia — per comodità logistica, sebbene la Russia in Siria amministri anche la base navale di Tartus, qualche centinaio di chilometri più a sud. Mosca in Siria ha installato un sistema di protezione aerea che in gergo tecnico viene definito “A2/AD”, acronimo di Anti Access Area Denial, ossia impedisce libertà di movimento agli avversari ed è costituito da diverse batterie di S-400 e S-300 anti-aerei. Serve per difendere il contingente schierato in Siria, più che proteggere il territorio siriano: i russi controllano i cieli della Siria, ma mantengono canali di comunicazione aperti con Israele a cui concedono la possibilità di certi raid.
  Lo stesso avviene con gli attacchi aerei statunitensi contro i jihadisti, ma in questo caso Mosca permette a Israele di colpire quelli che sono suoi alleati sul fronte siriano (e non solo), gli iraniani. Evidentemente è una questione di valore e priorità. Quando recentemente il primo ministro israeliano è stato in visita alla Casa Bianca ha lasciato un messaggio: negoziate pure la ricomposizione dell’accordo sul nucleare Jcpoa, ma non chiedeteci di smettere di agire contro l’Iran. Israele ha maturato la convinzione che un nuovo accordo non ci sarà e che ciò che per forza — visto l’impegno diplomatico profuso dai vari attori in campo — uscirà da mi negoziati sul Jcpoa sarà qualcosa che lo scontenterà comunque. Dunque si porta avanti con il lavoro visto che Teheran potrebbe già essere molto vicina alla Bomba. La Russia, che è parte del sistema negoziale che dialoga con l’Iran sul nucleare, lascia spazi pragmatici agli israeliani in Siria: accontentarli per Mosca vale più della partnership con l’Iran, perché è anche parte dello scontro tra modelli con gli Stati Uniti.

(Formiche.net, 29 dicembre 2021)


Nuovi legami fra Israele e l'Australia

Si rafforza l'alleanza anti-cinese

di Giuseppe Sacco

Che il governo australiano abbia, circa un mese fa, ufficialmente dichiarato di considerare Hezbollah come un'organizzazione terroristica potrebbe sembrare un elemento piuttosto marginale nel presente quadro internazionale. Un quadro molto complesso, fitto di tensioni anche militari, e in rapida trasformazione rispetto a quello che ha caratterizzato, in Estremo Oriente, i quattro decenni a cavallo dei due secoli, in cui gli interessi economici hanno di gran lunga prevalso su quelli politici. Potrebbe sembrare; peraltro è anche un déjà vu, se si attribuisce il suo giusto peso al fatto che Camberra, a metà ottobre, aveva già fatto propria - con un discorso pronunciato dal premier Morrison al Malmo International Forum - la definizione ufficiale del concetto di antisemitismo stabilita dalla International Holocaust Remembrance Alliance.
  E comunque queste mosse della diplomazia australiana sarebbero state certamente sottovalutate tanto dai cosiddetti 'esperti di geopolitica' quanto dall'opinione pubblica se alla condanna della «odiosa ideologia» degli Hezbollah non avesse fatto seguito un interessante commento del ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid. Prendendo lo spunto dal fatto che le forze dell'ordine australiane hanno ormai la possibilità di dare legalmente la caccia al gruppo libanese, Lapid ha infatti affermato in un'intervista al "Sydney Morning Herald" che il suo Paese è molto interessato a un rapporto di sicurezza più stretto con l'Australia e che vede anche come una priorità la conclusione di un accordo di libero scambio con Canberra. Israele vorrebbe non solo collaborare con l'Australia in quanto Paese-pilastro della rete di intelligence "Five Eyes" nell'Indo-Pacifico ma stabilire anche una partnership assai più ampia, comparabile addirittura a quella intrattenuta con «il nostro più stretto alleato, gli Stati Uniti».
  Alla luce delle crescenti tensioni tra Cina e Usa, non è difficile cogliere il significato di queste parole. Negli ultimi anni, infatti, ci sono state molte richieste e pressioni per un allargamento al Giappone e a Israele della rete "Five Eyes" che include Australia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Canada. O almeno per un all'allargamento dell' Aukus, l'alleanza militare chiarissimamente anti-cinese a favore della quale questa struttura di intelligence puramente anglosassone inevitabilmente svolgerà un cruciale ruolo di supporto. Ciò significa che l' Aukus, anche se di recentissima creazione, tende già spontaneamente a superare il suo carattere geografico-politico - quello di "Nato del Pacifico" - per assumere un ruolo diverso. Configurandosi cioè come componente importante, o forse addirittura essenziale, del sistema di difesa dell'Occidente dalle conseguenze dell'ascesa dell'economia - e inevitabilmente del potere, nelle sue varie forme - della Cina nel quadro mondiale. È come un giocatore cruciale in una partita in cui è in ballo il verificarsi o meno delle condizioni che potrebbero far scattare quella "trappola di Tucidide" di cui si è tanto parlato sino a qualche mese fa. Più di recente, invece, se ne è parlato di meno. E forse è un segno che non è più il tempo delle definizioni colte, bensì già quello delle misure concrete.

(La Ragione, 29 dicembre 2021)


Da Israele il dubbio sulla quarta dose: "Perché indebolisce l'immunità"

La quarta dose di vaccino anti-Covid causerebbe un affaticamento dell'organismo umano, depotenziandone la risposta immunitaria.

di Gerry Fredda

Israele, vera e propria avanguardia nelle campagne di vaccinazione anti-Covid, sta cominciando a somministrare la quarta dose di medicinale a determinate categorie di soggetti, ma dai medici dello Stato ebraico arriva un forte avvertimento circa i rischi del booster aggiuntivo. Secondo i camici bianchi, il quarto richiamo presenterebbe conseguenze pericolose per la salute e, di conseguenza, il governo di Gerusalemme, deciso a contenere l'avanzata della variante Omicron con un'ennesima campagna nazionale di immunizzazione, starebbe agendo in maniera avventata e pericolosa.
  A esprimere forti perplessità verso l'ennesima vaccinazione sono stati di recente, in particolare, alcuni membri del comitato scientifico consultivo del governo. Il gruppo di esperti che consiglia l'esecutivo israeliano, pur riconoscendo che i potenziali benefici del booster superano i rischi, ha comunque attestato che quest'ultimo causerebbe un non trascurabile "affaticamento" del sistema immunitario. A detta degli esperti, un eccesso di vaccinazioni, affaticando l'organismo umano, ne depotenzierebbe in misura significativa la capacità di contrastare gli attacchi del Covid. La conseguenza paradossale del booster aggiuntivo sarebbe di conseguenza quella di "indebolire l'immunità" dei vaccinati.
  Le perplessità e gli inviti alla prudenza sollevati dal comitato scientifico in merito alla quarta dose sono stati poi riassunti nella recente dichiarazione del professor Dror Mevorach, che dirige il reparto coronavirus al Hadassah Medical Center di Gerusalemme: "Solo perché abbiamo fatto la terza dose non significa che ci dovrebbe essere una quarta dose senza alcuna base scientifica". A dare manforte ai camici bianchi che invitano alla cautela ci ha pensato anche Hagai Levine, epidemiologo e presidente dell’Associazione israeliana dei medici di salute pubblica: “Rispetto l’opinione di coloro che dicono meglio prevenire che curare e non c’è nessun problema nell’essere preparati. Ma prima di fare una quarta iniezione, è preferibile aspettare la scienza”. Peraltro, denunciano i medesimi luminari, non è noto neppure l’effetto della quarta dose di vaccino anti Covid contro la variante Omicron.
  Oltre a esprimere il timore che una quarta dose di vaccino in meno di un anno possa effettivamente affaticare l'organismo e indebolire così l’immunità, gli esperti in questione hanno anche accusato il governo israeliano di non avere sfruttato al meglio le opzioni alternative al booster aggiuntivo, come impegnarsi con maggiore determinazione a somministrare la terza dose a quelle migliaia di cittadini non ancora vaccinati.

(il Giornale, 29 dicembre 2021)


"... è preferibile aspettare la scienza”. Quale? "... non è noto neppure l'effetto della quarta dose di vaccino anti Covid contro la variante Omicron" - dicono gli esperti - figuriamoci se è noto l'effetto che potrà avere tra qualche anno la serie di siringate imposte alle popolazioni con adescamenti, minacce e ricatti. Finalmente anche in campo "scientifico" è sorto il dubbio che vaccini e richiami possano "indebolire l'immunità". Dobbiamo aspettare che sia Israele a dircelo per primo? Perché la velocità israeliana in questo settore è insuperabile. Ieri in Israele si esibisce il cardiochirurgo che per primo al mondo riceve la quarta dose immunizzante. Oggi da Israele arriva il dubbio che la quarta dose potrebbe indebolire l'immunità. E il mondo si muove a tentoni "aspettando Israele". M.C.


Viaggio illustrato nella cucina ebraica

Il suo “Viaggio illustrato nella cucina ebraica” è arrivato alla terza edizione, segno di un ottimo riscontro da parte dei lettori. Come è nata l’idea?

di Claudio Aita

In realtà è stato un caso. Nardini Editore aveva da tempo nel cassetto il progetto di una collana che raccontasse dei rapporti fra le religioni e la cultura alimentare. Dei viaggi, in sostanza, partendo proprio dalla cultura materiale. Io mi occupavo, fra le altre cose, di Storia della Chiesa e di religioni. Ci siamo incontrati per altri motivi e, chiacchierando, abbiamo deciso di provarci. Nel giro di un anno è nato il primo volume, quello relativo all’ebraismo che è diventato, con nostra grande soddisfazione, un autentico bestseller del settore.

- Quale è stato il suo approccio per affrontare, da non ebreo, le complesse regole della cucina ebraica? E a chi si sentirebbe di consigliarne la lettura?
  Il testo è volutamente divulgativo. Si tratta di un volume che ha come scopo quello di incuriosire, di attirare il lettore anche grazie alla grafica accattivante del volume e alla scelta degli argomenti. Lo consiglio a tutti, pertanto, soprattutto a chi vuole saperne di più, al semplice curioso. Scriverlo è stata l’occasione anche per me di approfondire l’argomento e di condividere questo percorso di conoscenza con il lettore. Il fatto di rivolgermi a un pubblico non specialistico, e il fatto che in un numero di pagine non enorme (220) abbiamo voluto non solo fare una disamina delle regole alimentari, spiegandone le motivazioni anche dal punto di vista scritturale, ma anche parlare delle feste, dei singoli alimenti, delle tradizioni e aggiungere anche dei testi, non ha permesso eccessivi approfondimenti. Ma abbiamo cercato di non tralasciare quasi nulla in modo che il lettore avesse, in ogni caso, un’idea la più completa possibile dell’argomento.

- Che obiettivi voleva realizzare?
  Il libro ha lo scopo di introdurre il lettore all’ebraismo, di far comprendere cos’è che informa questo mondo che molti non conoscono e che si dimostra più vicino alla nostra realtà di quanto si creda, e di stimolare la curiosità, di spingere all’approfondimento. Non per niente, il testo è corredato di un dizionario dei termini impiegati e di una ricchissima bibliografia ragionata. Non mancano ovviamente le ricette che provengono da tutte le aree geografiche. Il testo, giova dire, ha avuto molti apprezzamenti dal mondo ebraico e dalle stesse Comunità che continuano ad acquistarlo dopo tanti anni. Il che, da non ebreo ma da profondo ammiratore di questa cultura millenaria, mi riempie di soddisfazione. C’era bisogno, ovviamente, di un aggiornamento e di una revisione. Cosa che abbiamo fatto con la nuova edizione appena uscita.

 - Lei è conosciuto come autore di thriller bestseller, premiati dal pubblico e dalla critica. Storie che si distinguono per uno stile e una costruzione di intreccio e personaggi curati fin nei minimi dettagli, con una attenzione ai particolari. Un metodo di lavoro molto rigoroso. È lo stesso che ha adottato per questo “Viaggio illustrato nella cucina ebraica”?
  Il fatto che il testo, come ho detto prima, abbia intenti divulgativi, non implica affatto che non sia rigoroso. Io sono uno storico come formazione e, da friulano nato in Svizzera (una combinazione micidiale!) non lascio mai niente al caso. Dietro il testo pubblicato c’è un anno di lavoro di ricerca e di catalogazione. Era troppo importante non commettere errori o rischiare di omettere qualcosa di rilevante. E poi, diciamocelo, la vicenda del popolo ebraico è un grande, meraviglioso romanzo. Per giunta, assai avvincente. Personalmente, negli ultimi tempi, mi sono dedicato allo studio dell’esegesi biblica e dell’archeologia dell’antico Israele e delle religioni semitiche. E ne è nato, un paio di anni fa, il mio ultimo romanzo, un thriller pubblicato con la Newton Compton, diventato anche audiolibro con Audible. Chi dice che la storia d’Israele è noiosa, dovrebbe ricredersi.
  - Lei è autore anche di “Viaggio illustrato nella cucina islamica”. Al di là del conosciuto divieto di mangiare maiale, comune alle due religioni, quali sono gli elementi che avvicinano i due tipi di cucina?
  In Nardini amiamo dire che i due volumi andrebbero presentati assieme in eventi che potremmo chiamare “La pace a tavola”. Il fatto è che, due culture che tutti siamo convinti a pensare antitetiche in realtà, se andiamo a considerarle dal punto di vista della cultura alimentare, si assomigliano tantissimo e tradiscono la comune origine. E il motivo è semplice: il Profeta si rivolgeva alle comunità ebraiche che abitavano la penisola arabica al suo tempo (in misura minore alle comunità cristiane in buona parte eterodosse) e, pertanto, aveva fatto proprie le regole di tali comunità. E si presentava come un continuatore di quella tradizione, il “sigillo dei profeti”. Le cose poi non andarono come lui sperava e la religione islamica prese tutt’altra piega. Ovviamente sto semplificando ma fatto sta che le preghiere, che prima venivano recitate in direzione di Gerusalemme, vennero poi recitate in direzione della Mecca.
  Ciò nonostante, buona parte delle regole alimentari rimasero: il tabù del maiale, il digiuno di Kippur che venne ampliato in una gara di devozione fino a diventare il Ramadan, la macellazione rituale… Con l’unica grande eccezione del consumo di alcolici (del vino, sostanzialmente) che si afferma però solo molto più tardi e con gradualità. Nel volume sulla cucina islamica, fra le altre cose, riporto diverse poesie di Abu Nuwas, vissuto a Baghdad fra l’ottavo e il nono secolo. E sono poesie che inneggiano al vino e all’amore. In ogni caso, le prescrizioni della cucina islamica riguardano soprattutto la carne il cui consumo diventa addirittura obbligatorio nell’occasione della Festa del Sacrificio. Le mitzvot ebraiche abbracciano invece molti più aspetti della cultura alimentare. C’è un rapporto molto più stretto fra religione e cibo nell’ebraismo che in qualsiasi altra religione o cultura.

- Ha in programma altri “viaggi” nel mondo della cucina e nel mondo ebraico?
  Ho scritto già un testo sulla cucina ortodossa. E con questo chiudiamo il cerchio sulle tre “religioni del libro”, come si direbbe nel mondo islamico. Vediamo.

- Infine una domanda sulla sua esperienza e i suoi interessi: la storia, soprattutto quella medioevale, la musica, l’arte e i beni culturali. In questa era digitale, un giovane le liquiderebbe come materie stantie e superate. Quanto invece aiutano nella scrittura e nella comprensione della società di oggi?
  Ignorare le domande fondamentali della nostra esistenza (chi siamo? Qual è il nostro posto nell’universo? Da dove veniamo? Che senso ha la nostra esistenza?) non è un progresso. La stessa religione tecnologica attuale (che tale è) non è in grado di fornire una risposta al problema della morte e all’esistenza tangibile del male. Non possiamo ignorare la realtà delle cose e non possiamo delegare tutto alla scienza e alla tecnologia convinti che possano risolvere così ogni problema. La realtà è sempre pronta a presentarci il conto, anche se noi, quella realtà, preferiamo far finta che non esista. Il Novecento, secolo del progresso e delle meraviglie della scienza e della tecnologia, dovrebbe averci fatto capire, con i suoi infiniti orrori, quanto il mito nel progresso e nel miglioramento infinito sia una pura illusione.
   Oggi, oltre il Duemila, in mezzo a tante meraviglie create dall’uomo, stiamo addirittura rischiando la distruzione del pianeta e la nostra stessa estinzione. La tecnologia fine a sé stessa, senza umanesimo e senza conoscenza della storia, non ha senso. E non ci porta alla felicità. È solo un giocattolo in mano alla finanza, al potere, a chi domina questo mondo. Lo dico da non credente e senza tirar fuori alcun essere soprannaturale cui dovremmo rendere conto. Di conseguenza, è importante, anzi fondamentale confrontarci con chi prima di noi ha cercato di dare un senso alle cose, anche sbagliando. E confrontarci anche con gli errori del passato e con le dinamiche della storia. Perché il vero progresso sta anche in questo. Capire il passato per costruire un futuro più giusto e umano. E, questo mondo, che adora la tecnologia, dimenticandosi di come è arrivato qui, rischia davvero grosso. Senza cultura non c’è controllo. Gli ebrei lo hanno invece capito già da qualche millennio. E il messaggio più profonde che viene da quei precetti alimentari che questo popolo osserva senza porsi troppe domande è più attuale che mai.
  Il mondo non ci appartiene, non possiamo nutrirci, consumare le risorse di questo pianeta senza regole, in maniera indiscriminata: è un suicidio. Dobbiamo sottostare a delle regole di buon senso, poco importa che vengano imposte dalla religione o dalla ragione. E abbiamo bisogno ogni tanto di staccarci dalle nostre occupazioni quotidiane, dalla tecnologia che ci permette di controllare il mondo che ci circonda e di fermarci a riflettere. E questo è il messaggio attualissimo dello Shabbat.

(Riflessi Menorah, 29 dicembre 2021)


Iran: Lapid “Israele pronto a colpire da solo se necessario”

MADRID – Il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha assicurato che il suo Paese rimane preparato per “agire da solo” contro l’Iran e il suo programma nucleare, nel caso si “renda necessario”, nell’ambito di un inasprimento delle tensioni bilaterali, con uno scambio continuo di minacce e avvertimenti negli ultimi mesi. “Naturalmente, preferiamo agire con la collaborazione internazionale, ma se necessario agiremo da soli”, ha detto Lapid davanti alla commissione Esteri e Difesa del Parlamento israeliano, dove ha sottolineato che il governo ha presentato agli alleati informazioni di intelligence che “dimostrano che l’Iran sta ingannando il mondo in maniera sistematica”. Per Lapid, riporta il quotidiano Yedioth Ahronoth, “l’unica preoccupazione dell’Iran è che le sanzioni vengano ritirate e che miliardi di dollari entrino nel suo programma nucleare, in Hezbollah, in Siria e in Iraq e nella rete terrorista che hanno dispiegato in tutto il mondo”.
  Ciò nonostante, Lapid ha sottolineato che Israele non si opporrà a qualsiasi accordo con l’Iran sull’energia nucleare. “Un buon accordo è un bene. Ci opponiamo ad un accordo che non consenta una vera supervisione del programma nucleare iraniano”, ha sostenuto, prima di dire che preferisce che non ci sia “nessun accordo”, piuttosto che avere un “cattivo accordo”. Il primo ministro Naftali Bennett ha chiesto oggi che le potenze adottino “una posizione molto più ferma” nei negoziati, in un’intervista concessa alla Radio dell’Esercito.”Naturalmente ci può essere un buon accordo. Conosciamo i parametri. Ci aspettiamo che venga raggiunto, nella dinamica attuale? No, perché occorrerebbe una posizione molto più ferma” da parte dei Paesi occidentali, ha detto, secondo quanto raccolto dal Jerusalem Post. Il prossimo comandante dell’Aeronautica israeliana, Tomer Bar, ha sottolineato la settimana scorsa che le forze israeliane sono in grado di portare a termine con successo bombardamenti contro le installazioni nucleari iraniane nel caso in cui ricevano l’ordine di condurli, con le tensioni che corrono tra i due Paesi.
  Il ministro della Difesa, Binyamin Gantz, ha svelato l’11 dicembre scorso, durante una visita negli Usa, di aver dato ordine all’Esercito di prepararsi alla possibilità di un attacco militare contro l’Iran, in mezzo ai colloqui di Vienna sulla possibile riattivazione dell’accordo sul nucleare del 2015. In risposta, il generale iraniano Gholamali Rashid ha ammonito Usa e Israele: “Qualsiasi minaccia al programma nucleare o alle basi militari dell’Iran da parte del regime sionista non è possibile senza la luce verde e l’appoggio degli Usa”, ha detto. Il capo di Stato maggiore dell’Esercito iraniano, Mohamad Hosein Baqeri, ha sottolineato venerdì scorso che le manovre militare condotte nel sud del Paese nei giorni precedenti sono “una risposta alle vacue minacce” di Israele.
  Il capo della Guardia Rivoluzionaria dell’Iran, Hosein Salami, ha detto che Gran Profeta 17 è una risposta alle dichiarazioni del governo di Israele: “Se i funzionari di questo regime fanno qualsiasi cosa, gli taglieremo le mani”, ha minacciato. I colloqui per un ritorno degli Usa all’accordo e perché Teheran torni a rispettare i suoi impegni si sono riattivati il 29 novembre a Vienna, dopo la sospensione dei contatti per la celebrazione delle elezioni presidenziali in Iran, nelle quali si è imposto l’ultraconservatore Ebrahim Raisi. Teheran ha annunciato il ritiro dagli impegni su vari punti dell’accordo, dopo che gli Usa sono usciti unilateralmente dal patto nel 2018, dicendo però che questi passi sono reversibili, se Washington ritirerà le sanzioni e tornerà nell’accordo.

(Adnkronos, 28 dicembre 2021)


Aviaria, allarme in Israele: morte più di 5000 gru per il virus

Un’epidemia di influenza aviaria ha ucciso in Israele oltre 5000 esemplari. È il più grave disastro per la fauna selvatica nella storia del Paese. Per prevenire il contagio, le autorità hanno abbattuto anche 500 mila polli.

di Fabrizio Grasso

Un’epidemia di influenza aviaria ha ucciso in Israele oltre 5000 gru. È il più grave disastro per la fauna selvatica nella storia del Paese
Una grave calamità si sta abbattendo sulla fauna selvatica di Israele. Negli ultimi dieci giorni, una forte influenza aviaria ha ucciso circa 5200 gru nel nord del Paese e costretto gli allevatori ad abbattere circa mezzo milione di polli. Le autorità sperano così di contenere il contagio e fermare quello che è già divenuto il peggior disastro ambientale per la fauna selvatica nella storia del Paese.

• L’entità dell’influenza aviaria non è ancora chiara
  Fra le aree maggiormente interessate c’è il lago Hula, dove risiede solitamente la maggior parte delle gru. «Molti uccelli giacciono nel mezzo della massa d’acqua, quindi è molto difficile portarli fuori rapidamente», ha detto lunedì Uri Naveh, scienziato senior dell’Israel Parks and Nature Authority. La situazione è fuori controllo e «la reale entità del danno è ancora ignota». A parlare è stata la ministra per la protezione dell’ambiente Tamar Zandberg, che ha divulgato le ultime notizie su Twitter.

• I lavori di recupero delle carcasse nel centro del lago Hula
  Intanto, come riporta il Guardian, i lavori di rimozione delle carcasse proseguono senza sosta. Yaron Michaeli, portavoce del parco sul lago Hula, ha dichiarato che non c’è tempo da perdere. I morti infatti potrebbero diffondere il contagio sugli altri esemplari e persino su altre specie. Sulla stessa lunghezza d’onda viaggia anche la decisione del ministero dell’Agricoltura di abbattere circa 500 mila polli.

• Le autorità escludono per il momento il rischio sull’uomo
  Israele rappresenta una tappa fondamentale per la migrazione delle gru. Il Guardian riporta che ogni anno circa mezzo milione di esemplari attraversa lo stato da e verso l’Africa, alcuni dei quali si trattengono lì anche durante l’inverno. «Solo nel 2021 si stima che 30 mila gru siano rimaste in Israele per passare le stagione fredda», ha continuato Michaeli.
  Le autorità per il momento escludono rischi per l’uomo. Funzionari dei ministeri della salute e dell’agricoltura stanno però ancora monitorando la situazione. Secondo un recente report del ministero della Salute italiano, negli ultimi due anni diversi Paesi europei tra cui l’Italia hanno segnalato la propagazione di virus H5N1 e H5N8 legati all’influenza aviaria. Nel 2021 ci sono stati 400 focolai nel pollame domestico e poco più di 800 negli uccelli selvatici. L’origine delle epidemie sarebbe attribuibile proprio alla migrazione di questi ultimi dal nord-est Europa. La maggior parte degli esemplari portatori è asintomatica ma in grado di trasmettere il virus alle specie domestiche.

(Tag43, 28 dicembre 2021)


Contro la delegittimazione di Israele sui social: gli influencer a lezione dal Ministero degli Esteri

di David Fiorentini

Numerosi content creator e influencer israeliani su TikTok, Instagram, Facebook e Twitter prenderanno parte a un corso di “Hasbarà online” organizzato dal Ministero degli Esteri, ha riportato il Jerusalem Post.
  I giovani influencer, che complessivamente contano oltre 30 milioni di follower, saranno sottoposti a un fine addestramento in diplomazia e storia ebraica nel corso della prossima settimana. In particolare, sarà loro insegnato come reagire ai numerosi tentativi di delegittimazione dello Stato d’Israele sui social media, a partire dalla terminologia corretta per rispondere a commenti antisionisti e antisemiti ricevuti online.
  La campagna, così come la formazione che gli influencer riceveranno, è stata organizzata dal Vice Ministro degli Esteri Idan Roll.
  “Sono felice che i content creator israeliani si siano uniti al nostro sforzo per migliorare l’immagine di Israele nel mondo – ha twittato Roll – Diventeranno gli ambasciatori di Israele sui social media. Usando la loro predisposizione naturale per la narrazione, insieme alla formazione del Ministero degli Esteri, diventeranno parte integrante della nostra guerra contro la delegittimazione di Israele sui social media”, ha aggiunto il Vice Ministro.
  Or Elkayam, un influencer israeliano con oltre sei milioni di follower, è stato convinto a prendere parte alla campagna diplomatica di Israele durante l’operazione Guardiano delle Mura a Maggio.
  “Durante l’operazione, sono stato sotto costante attacco sui miei account dopo aver fatto un video in difesa di Israele su TikTok, che ha ricevuto oltre mezzo milione di visualizzazioni – ha riferito Elkayam .- Alcuni potrebbero pensare che TikTok sia irrilevante, ma la verità è che sulla piattaforma si svolgono conversazioni profonde e coinvolgenti con persone di tutto il Mondo”, ha aggiunto.
  Elkayam sarà affiancato nel training per influencer da altri personaggi famosi come Alex Korotaev, Orin Julie e Stephane Legar.

(Bet Magazine Mosaico, 28 dicembre 2021)


Attacco israeliano all’importante porto di Latakia, in Siria

Un attacco israeliano all’importante porto di Lakatia, in Siria, è avvenuto questa notte secondo quanto si apprende dalle agenzie di stampa siriane. Sia i media che testimoni indipendenti riportano di un gran numero di esplosioni ma non ci sarebbero vittime tra i civili.
  I missili israeliani sono stati lanciati da aerei al largo della costa del Mediterraneo e hanno colpito con estrema precisione gli obiettivi, verosimilmente depositi di armi e munizioni destinati a Hezbollah.
  È molto raro che il porto di Lakatia venga attaccato da Israele, anche perché oltre ad essere il porto più importante della Siria e ad essere ben difeso da batterie russe, è funzionale proprio alle operazioni militari russe in Siria.
  Un reporter di Al-Ikhbariyah TV nella zona ha detto che l’attacco di martedì sembrava essere di grandi dimensioni tanto che le esplosioni potevano essere sentite fino a Tartus, un’altra città costiera a più di 80 chilometri di distanza. Il giornalista ha detto che le ambulanze si sono precipitate sul posto, ma non è chiaro se ci siano state vittime.
  Come al solito nessuna conferma o smentita da parte dell’esercito israeliano che in dieci anni ha condotto centinaia di attacchi contro obiettivi iraniani o di Hezbollah in Siria ma raramente commenta i fatti.

(Rights Reporter, 28 dicembre 2021)


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Media siriani: attacco di Israele al porto di Latakia

Secondo i media siriani, un attacco aereo israeliano ha colpito il porto di Latakia, nel Nord-Ovest della Siria, il 28 dicembre. Nella stessa giornata, è stata poi registrata un’esplosione nella capitale Damasco, quando l’Esercito siriano ha preso di mira un deposito di armi sequestrate ai ribelli nel sobborgo di Douma.
  Citando una fonte militare, l’agenzia di stampa statale siriana SANA ha riferito che: “Verso le 03:21 del mattino, il nemico israeliano ha effettuato un’aggressione aerea con diversi missili dalla direzione del Mediterraneo[…] prendendo come bersaglio il deposito di container nel porto di Latakia”. L’attacco avrebbe causato “significativi danni materiali” e incendi. Nella stessa giornata, rispondendo ad una domanda sull’attacco, un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato: “Non commentiamo i resoconti dei media stranieri”.
  Prima di quest’ultimo episodio, il 7 dicembre scorso, Israele aveva già effettuato attacchi contro una spedizione di armi iraniana a Latakia, senza causare vittime ma solo danni materiali in alcuni dei container situati nello scalo portuale. A seguito di tale attacco, l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), centro di monitoraggio con sede a Londra, aveva specificato che si era trattato del 27esimo attacco in Siria attribuito a Israele dall’inizio del 2021, sottolineando come Mosca, alleata di Damasco, abbia consentito agli aerei israeliani di colpire un’area che ospita anche soldati russi. Latakia costituisce un porto rilevante per la Siria, in quanto è qui che giunge gran parte delle merci importate dal Paese, inoltre, il governatorato omonimo ospita la base aerea russa di Khmeimim.
  Tra gli ultimi attacchi in Siria imputati a Israele, lo scorso 24 novembre, 2 civili e 3 soldati di Damasco sono stati uccisi, mentre altri 7 individui sono rimasti feriti, a seguito di un attacco missilistico contro la Siria centrale. Prima ancora, il 17 novembre, le forze israeliane erano state accusate di aver perpetrato un attacco missilistico contro il Sud di Damasco, senza, tuttavia, provocare vittime. In tal caso, sarebbero stati presi di mira edifici vuoti situati nella zona meridionale della capitale. Inoltre, l’8 novembre precedente, più missili, lanciati dal Nord di Beirut, hanno colpito una serie di postazioni situate nel centro e sulla costa siriana, ma sono stati in larga parte intercettati e abbattuti dalle forze di difesa aerea siriane.
  Secondo un rapporto dell’esercito israeliano, nel 2020, le forze armate di Tel Aviv hanno colpito circa 50 obiettivi in Siria. Nell’operazione più letale dall’inizio degli attacchi, il 13 gennaio scorso, Israele aveva ucciso 57 membri delle forze del regime siriano del presidente Bashar Al-Assad e combattenti suoi alleati, nella Siria orientale. L’esercito israeliano ha ripetutamente difeso tali operazioni affermando di voler impedire all’Iran, suo rivale regionale, di guadagnare terreno ai sui confini. Il capo dell’intelligence militare israeliana, il maggiore generale Aharon Haliva, ha accusato l’Iran di “continuare a promuovere la sovversione e il terrore” in Medio Oriente. In quella che viene definita da più media “una guerra ombra”, Israele ha cercato di colpire i siti militari iraniani in Siria e ha anche condotto una campagna di sabotaggio in Iran contro il suo programma nucleare. Oltre a questo, i raid israeliani servirebbero a colpire sia strutture quali centri di ricerca per lo sviluppo di armi, sia convogli militari che trasportano missili dal Libano alla Siria. Teheran è stato un sostenitore chiave del governo siriano di Assad nel conflitto siriano e finanzia, arma e dirige numerosi gruppi di miliziani siriani e stranieri che combattono a fianco delle forze armate regolari, primo fra tutti il gruppo libanese Hezbollah.
  In Siria è in corso una guerra civile iniziata il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione aveva iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. Con l’intensificarsi degli scontri, negli anni, tra i gruppi ribelli anti-governativi si sono radicalizzati alcuni gruppi di fondamentalisti islamici sunniti che hanno iniziato a lottare per il controllo su alcune aree del Paese. In tale contesto, l’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi di Hezbollah. I ribelli siriani, invece, sono appoggiati dalla Turchia. Il conflitto in Siria ha ucciso quasi 500.000 persone da quando è iniziato.

(Sicurezza Internazionale, 28 dicembre 2021)


Caso Eitan, conferma dell'ordine di arresto per il complice del nonno che aveva rapito il bambino

Respinto dal tribunale del riesame il ricorso dei difensori. Per il cotractor israeliano, che si troverebbe a Cipro con obbligo di firma, è stata chiesta l'estradizione dalla procura di Pavia
  Il Tribunale del Riesame di Milano ha rigettato il ricorso contro l'ordinanza di custodia in carcere del gip di Pavia presentato dai legali di Gabriel Alon Abutbul, soldato di un'agenzia di contractor statunitense che avrebbe aiutato Shmuel Peleg, nonno di Eitan, il bimbo unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, a rapire il nipote.
  Gli avvocati Cataldo Intrieri e Adolfo Scalfati nel chiedere ai giudici la revoca del provvedimento avevano sostenuto, tra l'altro, che è venuto a cadere il pericolo di reiterazione del reato "perché il bimbo è tornato in Italia" e la mancanza di un piano preordinato per un rapimento.
  Ma il tribunale ha ritenuti le richieste non adeguate ha confermato l'ordine di arresto. Gli avvocati Intrieri e Scalfati, che in tarda mattinata hanno ricevuto il provvedimento di rigetto e, quindi, di conferma dell'ordinanza, attendono di leggere le motivazioni, - il deposito è previsto tra una quindicina di giorni - per valutare se fare ricorso.
  "Siamo rammaricati - hanno dichiarato i difensori - e continueremo a lavorare auspicando che la magistratura italiana voglia contribuire ad abbassare i toni, favorendo la riconciliazione tra i protagonisti di questa vicenda, come per altro lei stessa ritiene sia necessario fare".
  Abutbul, 50enne cittadino israeliano, il 25 novembre a Cipro, dove risiede, era stato bloccato e poi scarcerato ma con obbligo di firma dietro il pagamento di una cauzione, in seguito a un mandato d'arresto europeo nell'inchiesta della Procura di Pavia per sequestro di persona aggravato, sottrazione e trattenimento all'estero di minore e appropriazione del passaporto del bambino. Per il prossimo 7 gennaio, a Cipro, è fissata un'altra udienza per la procedura sull'eventuale estradizione.

(la Repubblica, 28 dicembre 2021)


Israele - Il cardiochirurgo primo a ricevere la quarta dose

Il primo vaccinato con la quarta dose è stato il cardiochirurgo dell'ospedale Sheba di Tel Aviv, Jacov Lavee, immunizzato insieme a 150 persone del suo staff sanitario. Secondo i media, il direttore generale del ministero della Sanìtà Nachman Ash potrebbe decidere entro la fine di questa settimana di estendere il secondo booster a tutta la popolazione. Intanto Israele ha deciso di anticipare da 5 a 3 mesi la terza iniezione rispetto alla seconda.

(Corriere della Sera, 28 dicembre 2021)


L'infausto primato di Israele si conferma. E il mondo applaude. M.C.


Trovato l'accordo: l'antico cimitero ebraico verrà riqualiflcato

Fine lavori nel 2024. «Rispettati i precetti religiosi»

di Giovanni Vigna

MANTOVA - Dopo un lungo e complicato confronto e anni di difficili trattative, il Comune di Mantova, la Soprintendenza e il rabbino Chizkiya Kalmanowitz, delegato tecnico dell'Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), hanno trovato un accordo per l'avvio del progetto di riqualificazione dell'antico cimitero ebraico di San Nicolò, che fa parte del piano di rigenerazione urbana Mantova Hub. Il punto di partenza è lo studio di fattibilità tecnico-economica che recepisce i precetti religiosi ebraici: a breve saranno infatti definiti i dettagli progettuali per recuperare i cinque capannoni presenti nell'area e verranno eliminati i piani rialzati per evitare fondazioni invasive per il suolo sacro. «Tutte le superfici calpestabili saranno rialzate da terra e l'area del sedime del cimitero sarà recintata», fa sapere l'amministrazione comunale mantovana. La progettazione definitiva esecutiva sarà completata entro marzo del nuovo anno, poi inizieranno i lavori che, secondo il progetto, dovrebbero concludersi entro il 2024.
  Nel 2019, come aveva scritto il Corriere, un influente gruppo di rabbini ortodossi israeliani e statunitensi aveva protestato chiedendo di bloccare il progetto di riqualificazione mantovano che, dal loro punto di vista, avrebbe violato e distrutto il cimitero ebraico, situato in un'area abbandonata ricoperta da sterpaglie e alberi, vicino alle rive dei laghi. Cosa che di fatto avvenne dato che il progetto originale fu archiviato.
  Nel corso di questi due anni il Comune e i rappresentanti del mondo ebraico sono arrivati a condividere una serie di linee guida che prevedono la rinuncia a interventi che implicano manomissione del suolo. È stato siglato un accordo con il governo per ottenere 6,5 milioni di euro di extra finanziamento per i lavori di recupero del sito.
  L’antico cimitero è stato dismesso in epoca napoleonica e le lapidi delle singole sepolture sono andate disperse rendendo difficile l'individuazione delle tombe. Documenti d'archivio attestano che qui riposano, tra gli altri, due famosi maestri ebrei cabalisti del Seicento: i rabbini Menachem Azariah da Fano (noto anche come Emanuele da Fano, a lungo considerato il più importante cabalista italiano), e il poeta Mosheh Zacuto.
  Durante il secolo scorso il cimitero divenne addirittura un campo di concentramento nazista e, in seguito, un'area militare ceduta di recente dal demanio dello Stato al Comune di Mantova.
  «Tutti gli edifici esistenti e le aree di passaggio verranno rialzati rispetto alla superficie del cimitero - spiega Andrea Murari, assessore all'Urbanistica -. Abbiamo rinunciato a realizzare i piani soppalcati nei capannoni, che saranno adibiti a spazi polifunzionali destinati a una comunità per disabili, a un eco-ostello e a una zona dedicata al mercato e alla ristorazione». Nella ex polveriera sorgerà la Casa della Memoria, che contribuirà alla valorizzazione storica dell'antico sito.
  Abbiamo voluto in tutti modi trovare una soluzione per riqualificare il quartiere dove si trova l'antico cimitero ebraico dopo decenni di degrado e di abbandono, nel rispetto della storia del luogo, fortemente connotato dalla dimensione religiosa - afferma ancora Murari -. Il confronto costante ci ha portato finalmente a realizzare un progetto migliore, culturalmente più ricco, rispetto a quello iniziale. Ora è fondamentale che si apra il cantiere e si recuperi finalmente un'area splendida della città».

(Corriere della Sera - Milano, 28 dicembre 2021)


Da favola per bambini a parabola sull’antisemitismo, la storia sommersa di Bambi

di Luca Spizzichino

E se la favola di Bambi non fosse in realtà una favola per bambini, ma qualcosa di più profondo? Questo è quanto emerso dall’ultima traduzione del romanzo scritto nel 1923 da Felix Salten. Infatti, secondo quanto riportato qualche giorno fa dal The Guardian, il racconto originale di Bambi, adattato dalla Disney nel 1942, è in realtà un romanzo esistenziale sulla persecuzione e l’odio antisemita nell'Austria degli anni Venti.
  Quindi tutt’altro che un libro per bambini. Salten con la pubblicazione di Bambi, una vita nei boschi cercò di avvertire il mondo del trattamento disumano e la precarietà degli ebrei e di altre minoranze in quello che allora era un mondo sempre più fascista.
  Come ha spiegato al quotidiano inglese Jack Zipes, professore emerito di letteratura tedesca e comparata all'Università del Minnesota e traduttore del libro di prossima uscita, il romanzo "è un libro sulla sopravvivenza nella propria casa". Infatti dal momento in cui nasce, il piccolo cerbiatto è costantemente minacciato dai cacciatori che invadono la foresta e attaccano indiscriminatamente. Diventa così evidente come gli animali della foresta stiano vivendo la loro vita nella paura. "Tutti gli animali sono stati perseguitati. E penso che ciò che scuote il lettore è che ci sono anche alcuni animali che sono traditori, che aiutano i cacciatori a uccidere" sottolinea il professore.
  Il regime nazista già nel 1935 aveva colto il messaggio lanciato dal giornalista austriaco. Il libro fu bandito dai nazisti, che lo consideravano un'allegoria politica sul trattamento degli ebrei in Europa e lo bruciarono come propaganda ebraica.
  E infatti non è la prima volta che viene utilizzata l’allegoria degli animali, come ricorda Zipes. Lo stesso Orwell con La Fattoria degli Animali nel 1945 pose l’attenzione sugli eventi che portarono alla Rivoluzione russa e successivamente all'era staliniana dell'Unione Sovietica. E in questo caso Salten riuscì a superare i preconcetti negativi e i pregiudizi che i lettori nutrivano sugli ebrei.
  “Penso che avesse previsto l' Olocausto. – sostiene il Professor Zipes – Aveva sofferto molto da ragazzo per l'antisemitismo e a quel tempo, in Austria e in Germania, gli ebrei erano accusati della perdita della prima guerra mondiale. Questo romanzo è un appello a dire: no, questo non dovrebbe succedere.”
  E quindi come si è arrivati al messaggio poi trasmesso con il classico Disney del 1942? La traduzione inglese originale, pubblicata nel 1928, a quanto pare ha attenuato l'antropomorfismo di Salten, nel quale, spiega Zipes “gli animali hanno un modo meraviglioso di parlare, il che ti fa sentire come se fossi in un caffè viennese”, trasformando così il messaggio lanciato dall’autore, facendola diventare una storia di conservazione degli animali che vivono in una foresta. La stessa versione che poi sarebbe stata trasposta sul grande schermo da Walt Disney, che amava le storie di animali.
  E in qualche modo Salten attraverso la sua opera aveva previsto quella che sarebbe stata la sua vita. Privato della cittadinanza austriaca dai nazisti dopo essere fuggito in Svizzera a seguito dell’annessione del 1938, trascorse i suoi ultimi anni "solo e disperato", proprio come Bambi, senza un posto sicuro da chiamare casa.

(Shalom, 28 dicembre 2021)


Da trincea a nuovo eden. Israele vuol raddoppiare gli abitanti del Golan

Piano da 317 milioni per costruire quartieri nuovi e zone verdi. E Assad la prende male

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - In Israele il Golan, neppure a sinistra della mappa politica, è immaginato come un «insediamento», o si pensa ai suoi abitanti come «coloni»: neanche chi pensa che il futuro del Paese preveda la separazione dai «territori occupati» immagina quell'angolo lassù come una zona straniera. È una terrazza di basalto e erba indispensabile per la difesa del Paese intero, senza il Golan ogni invasione dal Nord, dove molti nemici, fino all'Irak e alll'Iran, risiedono oltre la Siria, sarebbe molto più facile. E infatti di là sono passati diverse volte. Ed è anche ormai, quell'altipiano ventoso dove le mucche e le capre girano libere, un amatissimo spazio naturale da cui si ammira il lago di Tiberiade e su cui si visitano resti talmudici e si va per un assaggio dell'ormai famoso vino locale. \
  Dunque, il primo ministro Naftali Bennett (da ieri in isolamento perché sua figlia è stata trovata affetta da Covid) ha potuto tranquillamente presentare come una scelta collettiva dei tanti partiti che compongono il suo governo, dalla sua destra sionista fino al partito arabo di Ram, il piano da 317 milioni di dollari per il Golan, con cui si invita la popolazione a venire a vivere nella natura (7mila case e due quartieri da 2mila alloggi l'uno), promettendo case e infrastrutture oltre che possibilità di lavoro. Sarà una pioggia di denaro che beneficerà anche i 23mila drusi che vivono su quelle alture, in parte sono affezionati a Israele mentre in parte mantengono fedeltà al mondo arabo. I palestinesi non hanno a che fare con questa vicenda, ma la parola «insediamenti» già mostra il suo potere ipnotico sull'opinione pubblica, mentre il consesso internazionale comincia già a essere investito dalle proteste del dittatore Bashar Assad che fida sul solito coro di biasimo antisraeliano, per cui l'Ue non poté fare a meno di protestare quando nel 1981 le alture furono annesse e poi gli Usa ne riconobbero l'identità israeliana nel 2019. Fu Trump a compiere questa scelta.
  Ma come non vedere che ha ragione Bennett quando dice, come ha fatto ieri, che per tutto il mondo è molto più tranquillizzante pensare alle alture civilizzate, produttive e verdeggianti che Israele garantisce piuttosto che a una aggressiva propaggine rocciosa siriana: là non c'è alcun dubbio, senza la presenza israeliana troverebbero subito posto avamposti armati degli Hezbollah e missili iraniani. Il Golan è stato occupato da Israele dal 1967, quando rispondendo all'attacco siriano per fiancheggiare l'Egitto coi carri armati e i bombardamenti aerei, riuscì a salire sulle alture. Erano la rampa di un'aggressione continua, anche prima della guerra. Posso raccontarlo in prima persona, da ragazza nel kibbutz Neot Mordechai ai piedi del Golan dove mi trovavo, le incursioni erano quotidiane, i Mig spuntavano all'improvviso dalle alture, e durante la guerra del '67 lo scontro si svolse metro quadro per metro quadro. Se l'Iran fosse stato sulle alture, si può immaginare cosa sarebbe successo.
  Oggi, sul Golan sono previste due cittadine nuove, Assif e Matar, mentre a Katzrin, centro archeologico romano e ebraico si prevede impegno edilizio e di lavoro. Poco lontano a Gamla, che dà oggi il nome a un vino rinomato e dove nelle rocce circostanti nidificano, protetti dalle associazioni naturalistiche, aquile, falchi e avvoltoi si vedono i resti impressionanti di una città ebraica, grigi, interi, su una punta di montagna. Dalle mura si gettarono gli israeliti quando i romani stavano per conquistare la città. Oggi, questo non succederebbe più.

(il Giornale, 27 dicembre 2021)


L’ondata di terrorismo individuale in Israele, perché è sorta di nuovo e come finirà

di Ugo Volli

Giovedì 16 dicembre, uno studente di yeshiva di 25 anni, Yehuda Dimentman, è stato ucciso da uomini armati palestinesi che hanno teso un'imboscata al suo veicolo nell'avamposto di Homesh in Samaria. All'inizio di questo mese, una ragazza palestinese di 14 anni ha accoltellato una madre ebrea che camminava con i suoi cinque bambini piccoli in un attacco terroristico a Gerusalemme. Una settimana fa, sabato mattina, una donna araba di 65 anni ha accoltellato un israeliano nella città di Hebron, vicino alla Grotta dei Patriarchi. Il mese scorso, il 26enne immigrato sudafricano Eliyahu Kay, guida turistica al Kotel, è stato ucciso a mitra a Gerusalemme da un terrorista affiliato al gruppo islamista Hamas, mentre si recava al lavoro. L'esercito israeliano martedì scorso ha sventato un tentativo di investimento di un'auto guidata da un terrorista palestinese in un posto di blocco militare in Cisgiordania. Venerdì alla stazione degli autobus di Tel Aviv è stato arrestato un ragazzo di 16 anni armato di coltello.
  Sono questi alcuni (non tutti) fra gli episodi di microterrorismo che nelle ultime settimane hanno colpito Israele. Ormai è un’ondata simile a quella che cinque anni fa fu chiamata “intifada dei coltelli”: si tratta di terroristi che agiscono da soli e prendono di mira delle vittime scelte a caso, con la sola condizione che appaiano evidentemente ebrei: essi sono di solito colpiti vigliaccamente alle spalle. Ancor di più se si tratta di persone che non sembrano in grado di difendersi: perché non sono consapevoli del pericolo, hanno le mani impegnate, sono donne. A differenza di quel che è successo negli anni scorsi, sono di nuovo usate anche le armi da fuoco, il che rende naturalmente più pericolosi gli attacchi. I terroristi hanno tutte le età e le condizioni, possono essere donne anziane come a Hebron, ragazzine che vanno ancora alle scuole superiori come nell’accoltellamento della donna con i figli in carrozzina come a Gerusalemme, uomini armati di fucile come nell’attentato vicino al Kotel. C’è una certa concentrazione degli attentati a Gerusalemme, ma anche Giudea e Samaria e perfino Tel Aviv non sono immuni.
  Il fatto che i terroristi agiscano da soli non vuol dire che siano isolati, secondo la vecchia e falsa immagine dei lupi solitari. Per lo più l’indagine mostra legami con Hamas, ma anche con altre organizzazioni terroriste arabe. Può essere un legame organico, come per esempio nel caso dell’assassino della guida turistica di Gerusalemme, che era un dirigente locale di Hamas e faceva di professione l’insegnate di religione islamica in una scuola di un quartiere arabo di Gerusalemme; oppure il vincolo con le organizzazioni terroristiche può essere più indiretto. Certamente c’è una forte pressione propagandistica palestinista per far ripartire questa forma di terrorismo individuale, che nel gergo palestinista è chiamata “resistenza popolare”. Lo vuole Hamas, il cui isolamento internazionale cresce e le cui speranze di disporre per sé gli ingenti finanziamenti internazionali per la ricostruzione di Gaza declinano. Lo vuole Fatah, che si trova di fronte alla concorrenza politica di Hamas, all’indebolimento della sua influenza sulla parte araba di Giudea e Samaria, alla caduta delle popolarità del suo capo Mohamed Abbas. In generale, nonostante le manovre dell’amministrazione Biden, la normalizzazione fra Israele e paesi arabi e musulmani avanza, rendendo irrilevante la leadership palestinista e la sua strategia di contrapposizione frontale con Israele. Ciò induce a cercare visibilità col terrorismo, a continuare a finanziare gli assassini arrestati, a proteggere gli attentatori. Lo vuole infine l’Iran, che cerca ogni modo di destabilizzare lo stato ebraico.
  La buona notizia è che i terroristi non sfuggono alla difesa di Israele; per lo più la loro azione viene fermata prima di ottenere risultati e anche quelli che riescono a sparare o ad accoltellare e fuggono sono presi rapidamente. Se il terrorismo vuole indurre panico nella popolazione israeliana ed entusiasmo in quella araba, innescando torbidi come quelli che si svolsero nelle città miste durante l’ultima operazione a Gaza, chiaramente non ci riesce. E’ probabile che purtroppo possa arrivare nelle prossime settimane qualche altro crimine doloroso, ma l’esperienza insegna che queste ondate terroriste, fronteggiate con forza dalle forze dell’ordine e con calma dalla popolazione, finiscono con lo spegnersi. Speriamo che accada al più presto.

(Shalom, 27 dicembre 2021)


Cybersicurezza, un problema di sovranità digitale: così dipendiamo da Israele e Stati Uniti

di Roberto Favazzo

ROMA – Dopo lo scandalo del software Pegasus, gli stretti rapporti di collaborazione tra Israele e Italia nell’ambito dell’intelligence non si sono incrinati. Al contrario, pare si siano sempre più consolidati. D’altronde la professionalità e l’efficienza dell’intelligence israeliano nel campo della cybersicurezza è nota e apprezzata a livello globale. Resta naturalmente il dubbio che questa sia solo collaborazione ma che possa trattarsi invece di una subordinazione o addirittura di una ulteriore erosione della sovranità delle nazioni che collaborano con i servizi israeliani. Com’è il caso, per l’appunto, dell’Italia.
  Di cosa stiamo parlando esattamente? Come spiega Formiche, “Log4Shell è diventato un problema di sicurezza (inter)nazionale. La vulnerabilità zero-day della libreria Java scoperta a novembre da Alibaba toglie il sonno da giorni all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) guidata da Roberto Baldoni. Che intanto ha lanciato l’allarme ai naviganti, parlando in un comunicato di “una vasta e diversificata superficie di attacco sulla totalità della rete”. Questo giovedì un convegno a Bari è diventato il pretesto per un incontro operativo e dietro le quinte tra l’Acn e la sua “gemella” israeliana, il Direttorato nazionale cyber israeliano (Incd). A dirigere i lavori da una parte Baldoni, dall’altra il direttore generale dell’agenzia israeliana Yigal Una, entrambi intervenuti alla conferenza Cybersecurity for digital transformation”.
  La collaborazione aperta o dietro le quinte fra servizi di sicurezza è quanto mai ovvia e auspicabile. Tanto più di fronte a pericoli globali come quelli relativi al terrorismo o alla sicurezza informatica. Tutto sta naturalmente nel decidere e capire se si tratta di una collaborazione paritaria o no. Se è insomma volta o meno a subordinare e condizionare le scelte della nostra intelligence a quelle servizi di sicurezza di altre nazioni. D’altronde l’agenzia di cybersicurezza israeliana è stata molto attiva in questo ultimo periodo. Per esempio durante il Cyber tech Expo di Tel Aviv è stata stretta un’intesa con l’Australia. Durante l’incontro, l’ex premier Netanyahu non ha nascosto la volontà da parte di Israele di rivaleggiare con la Nsa americana. Parallelismo, questo, indubbiamente inquietante per i comuni mortali visto e considerate le rivelazioni fatte da Edward Snowden.
  Ma all’interno dell’intelligence israeliana non sono tutte rose e fiori, vi è semmai una lotta di potere molto accesa. Stiamo alludendo ai contrasti che ci sono stati e ci sono tra Yigal Unna, capo dell’Incd, e Nadav Argaman, direttore del servizio di sicurezza interna, Shin Bet, sul ruolo di ciascun organismo nel cyberspazio israeliano. Parte della tensione con lo Shin Bet deriva dai passi compiuti dall’Incd per entrare nel settore bancario e delle comunicazioni del paese per raccogliere la cyber intelligence. Il settore delle comunicazioni è definito dalla legge come parte del mandato dello Shin Bet, mentre il settore bancario è supervisionato dalla Banca di Israele. Unna, che era a capo del Cyber-Sigint Infrastructure Department dello Shin Bet, ha assunto la carica di capo dell’Incd, una fusione dell’Israel National Cyber Bureau (INCB) e della National Cyber Security Authority (Ncsa), alla fine del 2017.
  Poc’anzi dicevamo dell’attivismo a livello globale dell’intelligence nel contesto della sicurezza israeliana. Pochi sanno che Facebook, che ha preso parte all’International Homeland Security Forum organizzato dal ministero israeliano della pubblica sicurezza a Gerusalemme dall’11 al 14 giugno, è servito a porre in essere un confronto tra l’ex direttore del Mossad Yossi Cohen, Yigal Unna, il capo della Israel National Cyber Directorate ed Erin-Marie Saltman, capo della politica antiterrorismo di Facebook per l’Europa e il Medio Oriente. Questo incontro è servito a rimuovere i contenuti legati al terrorismo e all’antisemitismo. Il dato interessante è che Saltman è stato l’unico partecipante non israeliano all’evento. L’impressione – se ci è consentita la provocazione – è che insomma la nostra nazione abbia delegato per l’ennesima volta la sua sovranità digitale agli Stati Uniti e a Israele.

(Il Primato Nazionale, 27 dicembre 2021)


Medio Oriente, quando i nemici si parlano

Tra gli avversari è iniziata la stagione del dialogo e l'Italia deve guardare con interesse al volano di opportunità e rischi innescati

di Maurizio Molinari

A soli quattro mesi dalla fine del ritiro degli americani dall'Afghanistan l'impatto sul Medio Oriente non potrebbe essere più evidente: è iniziata la stagione del dialogo fra gli avversari con il risultato di innescare un inedito volano di opportunità e rischi a cui l'Italia, per la sua posizione geografica e i suoi interessi nazionali, è chiamata a guardare con evidente interesse.
  Il Medio Oriente è lo spazio geopolitico che si estende dall'Iran all'Egitto, dal Bosforo allo Stretto di Bab al-Mandeb, e l'interrogativo su quale sarebbe stata la conseguenza della fine del ventennale intervento militare Usa in Afghanistan ha trovato risposta nelle mosse compiute dai maggiori leader regionali: la percezione di un'America più distante, distratta dal Pacifico, li ha portati a guardare con maggiore interesse ai propri avversari tradizionali. Assumendosi più rischi rispetto al recente passato.
  A cominciare da Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco, che quando gli ultimi reparti Usa erano ancora a Kabul ha ricevuto nel palazzo di Ankara Sheikh Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, il consigliere per la sicurezza degli Emirati Arabi Uniti ovvero di quello che era fino a quel momento il suo maggior avversario regionale. Dal 2011 Ankara e Abu Dhabi erano sugli opposti fronti perché la prima sosteneva e la seconda temeva le primavere arabe come strumento di affermazione dell'Islam politico, ovvero dei Fratelli musulmani.
  Si è trattato di uno scontro feroce costellato di guerre civili e crisi economiche, dalla Libia alla Siria fino al Golfo, con in palio nientemeno che la leadership dell'Islam sunnita ma il passo indietro di Washington a Kabul ha convinto entrambi che era il momento di seppellire l'ascia di guerra per tentare di creare, da soli, nuovi equilibri regionali. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è così recato a metà dicembre a Dubai siglando una raffica di accordi commerciali il cui significato è anzitutto politico: il feroce duello inter-sunnita lascia spazio a una inedita cooperazione che può avere impatti notevoli, dal conflitto in Libia - dove Ankara appoggia Tripoli e Abu Dhabi sostiene Bengasi - fino agli equilibri in Africa e Asia Centrale, perché l'intesa turco-emiratina può schiudere nuovi orizzonti di sviluppo.
  L'altro grande avversario di Erdogan in Medio Oriente era fino a poco tempo fa l'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi - i due Paesi hanno rotto le relazioni diplomatiche nel 2013 dopo le dure critiche di Ankara al rovesciamento del presidente Mohamed Morsi, sostenuto dai Fratelli Musulmani - ma anche qui l'intensificazione dei commerci, sulla base del trattato bilaterale di libero-commercio del 2005 mai sospeso, porta Ankara a ipotizzare con Il Cairo "passi verso la normalizzazione" come un patto marittimo nel Mediterraneo Orientale e perfino un "summit regionale" per armonizzare le dispute più aspre: quelle sull'energia che oppongono la Turchia a un fronte di rivali composto da Egitto, Grecia, Cipro e Israele.
  Ma non è tutto perché nel Golfo, gli Emirati di Sheikh Mohammed bin Zayed (Mbz) sono protagonisti di un'accelerazione degli "Accordi di Abramo" con Israele e al tempo stesso di uno scongelamento di rapporti con l'Iran degli ayatollah, considerato negli ultimi anni una pericolosa minaccia. Il consigliere per la sicurezza degli Emirati si è così recato a metà dicembre a Teheran per incontrare il presidente Ebrahim Raisi per discutere di conflitti in corso - come lo Yemen - e intese marittime, negli stessi giorni in cui Abu Dhabi riceveva con tutti gli onori Naftali Bennett, primo ministro di Israele, puntando ad accelerare un trattato di libero scambio israelo-emiratino che potrebbe essere siglato già nei primi mesi del nuovo anno. "Gli Emirati sanno manovrare con abilità fra Gerusalemme, Teheran, Riad e Washington - spiega un veterano delle feluche del Golfo - perché tutti sono al corrente di quanto avviene con gli altri, e non ci sono malintesi".
  Si spiega così anche l'accordo siglato in novembre fra Emirati, Israele e Giordania sulla difesa del clima: un'azienda emiratina costruirà un grande impianto di energia solare in Giordania che avrà come maggiore cliente lo Stato ebraico che, a sua volta, fornirà ogni anno 200 milioni di metri d'acqua desalinizzata alla Giordania. Si tratta di un progetto che nasce dalla "EcoPeace Middle East", una Ong israelo-giordano-palestinese intenzionata a coinvolgere anche l'Autorità nazionale palestinese nello sviluppo regionale di energie pulite.
  C'è una schiarita anche nei rapporti fra Israele e Turchia, e ciò spiega forse perché il ministro degli Esteri Yair Lapid propone su Gaza un patto "economia in cambio di sicurezza" che va incontro alle richieste di Doha e Ankara per accelerare lo sviluppo della Striscia. Il Qatar, partner privilegiato di Turchia e Iran, ha stretto un'intesa con Israele grazie alla quale sostiene finanziariamente i costi dell'amministrazione a Gaza - dove a governare è Hamas - confermando il ruolo di ponte fra avversari evidenziato dalla mediazione svolta fra Usa e taleban sul ritiro dall'Afghanistan.
  Non a caso Turchia e Qatar potrebbero presto assumere la gestione di cinque aeroporti afghani, che i taleban non riescono a operare. E ancora: Mohammed Bin Salman, il principe ereditario saudita accusato di essere il mandante del brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, è stato in visita in sei Emirati del Golfo nel tentativo evidente di tornare sulla scena internazionale.
  È difficile prevedere quali e quante di queste iniziative avranno seguito reale in Medio Oriente ma possono esserci pochi dubbi sul fatto che l'intera regione è in rapido movimento. Anche perché si parlano perfino gli acerrimi nemici: Iran e Arabia Saudita. Inviati dei grandi rivali del Golfo si sono incontrati infatti prima a Baghdad, in autunno, e poi ad Amman, nei giorni scorsi, dando vita a un "dialogo sulla sicurezza" in un'atmosfera di "mutuo rispetto" che non ha precedenti da quando, nel 2016, Riad e Teheran ruppero le relazioni diplomatiche innescando una spirale di ostilità che ha portato un nugolo di droni iraniani ad attaccare nel 2019 il centro petrolifero di Aramco ad Abqaiq-Khurais.
  Ciò non significa che i conflitti siano sopiti - come dimostrano la sanguinosa guerra civile in Yemen, il difficile negoziato sul programma nucleare iraniano, la fragilità del Libano e le continue violenze in Siria - ma la novità è che ora coesistono con una stagione di dialogo fra avversari capace di innescare novità imprevedibili. È uno scenario in continuo movimento che ripropone l'identità di un Medio Oriente dove gli avversari alternano conflitti e convivenza sulla base delle mutevoli circostanze.
  È uno scenario che offre all'Italia - come ad altri Paesi europei - l'opportunità di esserne parte, a patto di assumere iniziative capaci di far coincidere quanto matura sul terreno con i nostri interessi nazionali: promuovere stabilità e sicurezza per creare aree di prosperità e sviluppo lì dove prolificano i conflitti.

(la Repubblica, 27 dicembre 2021)


Kiriat-Arba e la tomba dei Patriarchi

«I musulmani si sono impadroniti non certo delle ossa dei patriarchi, rose dalla polvere, dall’umidità, dalle muffe e inesistenti dopo tanti secoli, ma delle tradizioni ebraiche, che hanno sempre identificato quello come luogo di sepoltura dei Padri».

di Tommaso Todaro

Abramo, patriarca sia degli Ebrei che degli Arabi, figlio di Tera, nacque circa quattromila anni fa in Ur dei Caldei, località sita in Mesopotamia, sul lato destro dell’Eufrate, poco prima che il fiume si congiunga con il Tigri per sboccare in unico corso nel Golfo Persico.
Dopo la chiamata del Signore - «Vattene dal tuo paese e dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò» (Gen. 12:3) - partì da Charan, in Mesopotamia, insieme alla moglie Sara e al nipote Lot, figlio di suo fratello, e vennero ad abitare alle querce di Mamre, l’Amoreo, sito in Kiriat-Arba “che è Hebron”, nel Paese di Canaan dove, conosciuto come Abramo l’ebreo, rimase tutta la vita come «straniero e avventizio», abitando in tende e conducendo una vita da pastore.
Arba, padre di Anak, era stato il più grande tra gli Anakim, gente molto vigorosa e di alta statura.
Sara, che era stata in gioventù una donna avvenente e di bell’aspetto, morì all’età di centoventisette anni, lasciando ad Abramo un unico figlio: Isacco, che aveva partorito in età avanzata....

(Nuovo Monitore Napoletano, 27 dicembre 2021)


L'apartheid arabo di cui nessuno parla

La comunità internazionale ignora da tempo gli abusi e le violazioni dei diritti umani perpetrati da un Paese arabo contro i palestinesi. Ci sono diverse ragioni per cui i libanesi non vogliono i palestinesi. Uno dei motivi è che dagli anni Settanta i palestinesi hanno portato guerra e distruzione in Libano e trasformato i campi profughi in basi per gruppi terroristici. 

di Khaled Abu Toameh*

La questione dell'apartheid e della discriminazione araba è recentemente riemersa dopo che un ministro libanese ha annunciato che il suo Paese ha deciso di consentire ai palestinesi di lavorare in diversi settori che fino ad ora erano riservati soltanto ai cittadini libanesi.
L'annuncio fatto da Mostafa Bayram, ministro del Lavoro libanese, è stata una sorpresa per molti palestinesi ai quali è stato vietato negli ultimi quattro decenni di svolgere molte professioni.
I palestinesi sperano che la decisione ponga fine a decenni di discriminazione ed emarginazione da parte di un Paese arabo: il Libano.
Alcuni libanesi, tuttavia, hanno espresso una feroce opposizione alla decisione di Bayram di allentare le restrizioni sul lavoro imposte ai palestinesi. Questi libanesi sembrano temere che i palestinesi prendano i loro posti di lavoro o diventino cittadini libanesi a pieno titolo.
L'8 dicembre, Bayram, che è affiliato al gruppo terroristico Hezbollah appoggiato dall'Iran, ha pubblicato un decreto che consente ai palestinesi di esercitare professioni regolamentate dai sindacati.
Il provvedimento stabilisce che i palestinesi nati in territorio libanese e ufficialmente registrati presso il Ministero dell'Interno possono esercitare professioni che richiedono l'appartenenza sindacale da cui erano stati precedentemente esclusi.
Questi lavori regolamentati dai sindacati includono professioni nel campo della medicina, della giurisprudenza e dell'ingegneria, nonché lavori relativi ai trasporti pubblici e al turismo.
Ciò non significa, tuttavia, che il Libano abbia deciso di porre fine completamente alle misure discriminatorie contro i palestinesi.
"Non tutte le professioni saranno accessibili ai palestinesi con il nuovo decreto, poiché alcune richiedono modifiche legali o modifiche allo statuto dei sindacati affinché i lavoratori non libanesi possano scendere in campo", secondo quanto riportato da L'Orient Today, che si definisce una piattaforma indipendente finalizzata a esaminare i fallimenti del sistema libanese.
"La storia delle interazioni dei rifugiati palestinesi con le politiche restrittive in Libano risale al periodo precedente la guerra civile libanese", secondo uno studio sull'occupazione palestinese in Libano.
Lo studio ha rilevato che il Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali propose nel 1964 di regolamentare la partecipazione degli stranieri al mercato del lavoro libanese. Di conseguenza, i palestinesi furono classificati come stranieri e fu richiesto loro di ottenere un permesso di lavoro.
Nel 1982, le autorità libanesi restrinsero ulteriormente l'elenco delle professioni accessibili ai palestinesi e questi ultimi vennero esclusi dal lavoro in 70 professioni commerciali e amministrative.
Lo studio ha inoltre rilevato che le restrizioni furono leggermente revocate nel 1995, con l'introduzione di un nuovo emendamento al decreto ministeriale che esentò da queste restrizioni gli stranieri nati in Libano, nati da madri libanesi o sposati con donne libanesi.
Secondo l'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei profughi palestinesi (UNRWA):

    "I rifugiati palestinesi in Libano sono socialmente emarginati, hanno diritti civili, sociali, politici ed economici molto limitati, compreso l'accesso limitato ai servizi sanitari, didattici e sociali del governo libanese e devono far fronte a notevoli restrizioni al loro diritto al lavoro e al diritto alla proprietà".

L'UNRWA ha inoltre osservato che ai rifugiati palestinesi è ancora vietato esercitare 39 professioni, principalmente a causa di una condizione preliminare che impone loro di possedere la nazionalità libanese e ottenere un permesso di lavoro. Le professioni comprendono i settori della sanità, del diritto, dei trasporti, dell'ingegneria e del turismo.
L'ultimo decreto del ministro del Lavoro libanese è stato accolto con reazioni contrastanti.
Mentre alcuni palestinesi e libanesi lo hanno visto come un positivo passo avanti verso la fine della discriminazione e dell'apartheid, altri hanno affermato che è insufficiente e non prevede meccanismi chiari per l'applicazione. Secondo Ahmad Tamimi, un alto funzionario dell'OLP:

    "Il decreto rappresenta un importante punto di svolta nella vita dei rifugiati palestinesi in Libano, poiché costituisce la fine delle loro difficoltà e un importante sviluppo nel cambiamento delle loro condizioni umane per una vita dignitosa e normale".

Tamimi ha inoltre affermato che la decisione libanese "ha avuto un impatto positivo sui cuori dei palestinesi in generale e dei rifugiati in Libano in particolare".
I detrattori, tuttavia, sono meno entusiasti delle prospettive di porre fine al sistema di apartheid e discriminazione in Libano.
"Come tutti gli altri, sono critico e diffidente nei confronti di questa decisione", ha scritto un utente di social media chiamato Islam-#GoldStrike.

    "Uno dei suoi primissimi e maggiori difetti è che si tratta di una decisione presa dal ministro stesso, pertanto, è legata al fatto che egli ricopre questa posizione, il che significa che può essere facilmente revocata dal prossimo ministro".

Alcuni libanesi sembrano particolarmente preoccupati che i palestinesi prendano il posto dei cittadini libanesi in un Paese dove il tasso di disoccupazione supera il 40 per cento.
Questi libanesi sembrano temere che la decisione possa aprire la strada all'insediamento permanente dei palestinesi in Libano. Ci sono diverse ragioni per cui i libanesi non vogliono i palestinesi.
Uno dei motivi è che dagli anni Settanta i palestinesi hanno portato guerra e distruzione in Libano e trasformato i campi profughi in basi per gruppi terroristici.
I libanesi temono che la costante presenza dei palestinesi in Libano abbia implicazioni economiche e demografiche sul Paese. Sostengono che il Libano sta affrontando una grave crisi economica e non può permettersi di assorbire cittadini non libanesi, compresi i palestinesi, che già vivono in condizioni difficili in diversi campi profughi.
I libanesi hanno anche timore del tawteen ("reinsediamento"). Alcuni sospettano che ci siano arabi e altri partiti internazionali, che vorrebbero che il Libano diventasse la patria dei palestinesi. Ecco perché questi libanesi considerano i palestinesi degli "stranieri".
In breve, i libanesi dicono che i palestinesi non sono i benvenuti a stare in Libano.
I vertici dei sindacati dei medici e dei farmacisti libanesi, contrari all'allentamento delle restrizioni imposte ai palestinesi, hanno espresso il loro sgomento per la decisione del ministro.
Hanno precisato che le norme dei loro sindacati stabiliscono che nessun medico ha il diritto di esercitare la professione medica sul territorio libanese fino a quando non viene accettato come membro dei sindacati.
Il Kataeb, il partito politico cristiano del Libano, ha avvertito che la decisione di consentire ai palestinesi di lavorare in diversi settori avrebbe gravi ripercussioni sulla situazione politica ed economica in Libano:

    "Aprire la porta ai rifugiati in Libano per esercitare decine di professioni è un attacco ai diritti dei libanesi, e un consolidamento della loro presenza permanente in Libano mentre i libanesi stanno emigrando... Questo provvedimento contribuirà a ridurre i salari nelle menzionate professioni in linea con il mercato della domanda e dell'offerta. Richiederà inoltre alle istituzioni e ai datori di lavoro di registrare i dipendenti [palestinesi] per la previdenza sociale, il che accumulerà oneri insopportabili che porteranno al fallimento".

Il Partito libanese ha inoltre avvisato che la decisione ha "intenzioni nascoste e malevoli", come quella di insediare permanentemente i palestinesi in Libano.
Nonostante queste chiare opinioni anti-palestinesi da parte degli arabi, ci sono comunque alcuni libanesi che non hanno paura di esprimere la loro vergogna per il maltrattamento e le misure discriminatorie attuate dal Libano nei confronti dei palestinesi.
"È tempo di porre fine a questa storia di discriminazione e segregazione sistematica", ha scritto l'illustre giornalista libanese Sawssan Abou-Zahr.

    "I palestinesi qualificati dovrebbero essere autorizzati a esercitare le loro professioni, specialmente nei campi in cui sono più necessari. Oserei dire che è ora di concedere ai palestinesi una sorta di rappresentanza almeno nei comuni. Pochissimi libanesi condividerebbero la mia opinione. Alcuni potrebbero accusarmi di tradimento; un gran numero rifiuterebbe di prendere in considerazione questo suggerimento, per razzismo o per paura che migliorare le condizioni di vita dei rifugiati equivalga a farli stabilire definitivamente nel Paese".

Non è chiaro in questa fase se la decisione del ministro affiliato a Hezbollah metterà davvero fine alle politiche e alle leggi dell'apartheid di vecchia data del Libano contro i palestinesi. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che la comunità internazionale ignora da tempo gli abusi e le violazioni dei diritti umani perpetrati da un Paese arabo contro i palestinesi.
I giornalisti che si occupano di Medio Oriente generalmente ignorano la difficile situazione dei palestinesi nei Paesi arabi, compreso il Libano. Per loro, le azioni e le politiche del Libano contro i palestinesi non fanno notizia.
La demonizzazione di Israele da parte di così tanti giornalisti, funzionari e dei cosiddetti gruppi per i diritti umani lascia poco tempo per chiedersi perché a un palestinese in Libano non sia consentito di esercitare la professione medica mentre una considerevole parte del personale medico negli ospedali israeliani è composta da medici e infermieri arabi.
Immaginate il clamore che sarebbe scoppiato nelle istituzioni delle Nazioni Unite o nei campus universitari negli Stati Uniti o in Canada se tali misure fossero state prese da Israele. Ma quando un Paese arabo sottopone i palestinesi a una discriminazione radicata e viola i loro diritti umani fondamentali, l'unico suono che si sente è un silenzio mortale.


* Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme. È Shillman Journalism Fellow al Gatestone Institute.

(Gatestone Institute, 26 dicembre 2021 - trad. di Angelita La Spada)


Figlia contagiata dal Covid, il premier israeliano in isolamento

Bennett ha dovuto lasciare anzitempo il Consiglio dei ministri

TEL AVIV - Il premier Naftali Bennett è stato costretto oggi a lasciare anzitempo la riunione del Consiglio dei ministri (tenuta in via straordinaria a Mevò Hama, sulle alture del Golan) dopo aver appreso che una delle sue due figlie è stata contagiata dal Covid.
Il primo ministro, riferiscono i media, si è sottoposto ad un tampone molecolare e fino al ricevimento dei risultati resterà in isolamento nella propria residenza, ma separato dalla figlia.
La seduta del governo, aggiungono i media, è proseguita sotto la direzione del ministro della Giustizia Gideon Saar.

(ANSA, 26 dicembre 2021)


Israele annuncia di raddoppiare la popolazione israeliana sul Golan

di Ugo Volli

Il governo israeliano si riunisce tutte le domeniche, che nel calendario ebraico è il primo giorno della settimana. Ma l’ultima riunione è stata diversa dal solito, perché si è svolta presso il kibbutz Mevo Hama, che sorge nell’altopiano del Golan. Lo scopo di questo spostamento era di annunciare un piano da un miliardo di shekel (circa 285 milioni di euro) per raddoppiare la popolazione ebraica dell’altopiano. Oggi sulle alture del Golan risiedono circa 25 mila israeliani ed altrettanti drusi. Non si tratta dunque di un cambiamento rilevante sul piano demografico, visto che la popolazione di Israele, registrata a Iom Atzmaut scorso (aprile 2021) era di 9.327.000 abitanti, di cui poco meno di 7 milioni ebrei, con una forte crescita che richiede con urgenza la costruzione di nuove case, soprattutto in Giudea e Samaria, dove l’aumento è il più rilevante.
  Ma l’altipiano del Golan ha un’importanza strategica enorme. Lungo da nord a sud circa 65 chilometri e largo fra 12 a 25 chilometri, l’altipiano sovrasta a picco il mare di Galilea (in ebraico il Kinneret) e consente dunque la possibilità di invasioni quasi senza ostacoli alla Galilea, fino alla valle di Jeezreel e a Haifa. I siriani ne avevano fatto una roccaforte militare da cui bombardavano le comunità del lago e minacciavano tutto il nord di Israele. Ancora oggi chi sale sull’altipiano vede numerosi cartelli al lato della strada che avvisano del pericolo dei campi minati predisposti dall’esercito siriano e non ancora interamente ripuliti. Dall’altro lato il Golan consente un accesso facile al sud della Siria, fino a Damasco.
  La conquista israeliana avvenne al prezzo di gravi perdite durante la Guerra dei Sei Giorni (1967) e fu difesa eroicamente durante quella del Kippur (1973). Il Golan è tanto importante da essere stato annesso nel 1980: il solo territorio a essere entrato a pieno titolo nello stato di Israele, oltre a Gerusalemme. L’Onu non ha mai accettato la sua annessione, anche se ha una forza che pattuglia una zona smilitarizzata fra Israele e Siria. Fra i meriti di Trump vi è anche la sua accettazione dell’unione del Golan a Israele, che ha rotto il fronte del rifiuto. Vi sono dei segnali di cambiamento anche da parte dei drusi del Golan, che, a differenza di quelli del Carmelo che sono fedeli a Israele e svolgono anche il servizio militare, avevano mantenuto l’affiliazione con la Siria, fino alle stragi della guerra civile, che ha indotto parecchi fra loro a cambiare posizione.
  Dunque la decisione di ripopolare l’altipiano, che è molto disabitato con paesaggi bellissimi e anche numerosi resti archeologici di insediamenti ebraici e poi crociati e turchi, arriva “nel momento giusto”, tanto che ha ottenuto l’appoggio di tutti i partiti del Governo, che invece sono profondamente divisi sugli insediamenti in Giudea e Samaria.

(Shalom, 26 dicembre 2021)


Iran, 16 missili balistici lanciati durante una esercitazione. Teheran: "Avvertimento a Israele"

Dopo l'incontro del consigliere per la Sicurezza nazionale Usa Sullivan con il premier dello Stato ebraico Bennett che ha ribadito l'opposizione all'accordo sul nucleare

TEHERAN -  L'Iran ha lanciato diversi missili balistici dal Sud il 24 dicembre, al termine dei cinque giorni delle esercitazioni militari che i generali hanno definito un avvertimento a Israele. "Queste esercitazioni sono state progettate per rispondere alle minacce fatte nei giorni scorsi dal regime sionista", ha detto alla televisione pubblica il capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale Mohammad Bagheri. "Sedici missili hanno mirato e annientato il bersaglio prescelto. In questa esercitazione sono state schierate parte delle centinaia di missili iraniani in grado di distruggere il Paese che osasse attaccare l'Iran", ha aggiunto.
   Le esercitazioni militari "Grande Profeta", erano iniziate lunedì nelle province di Bushehr, Hormozgan e Khuzestan, ognuna delle quali tocca il Golfo. "L'esercitazione militare è un serio avvertimento per i funzionari del regime sionista", ha detto il capo delle Guardie della Rivoluzione islamica, il generale maggiore Hossein Salami.
   Le esercitazioni arrivano dopo che il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha incontrato mercoledì il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, sull'opposizione dello Stato ebraico agli sforzi per rilanciare l'accordo nucleare iraniano del 2015. Bennett ha accusato l'Iran di "ricatto nucleare" e ha avvertito che la Repubblica islamica userà quanto guadagnato dalla possibile revoca delle sanzioni americane per acquisire armi a danno di Israele. I leader israeliani hanno anche accennato in modo esplicito a un attacco contro la Repubblica islamica.

(la Repubblica online, 26 dicembre 2021)


Israele - Influenza aviaria: quasi 600.000 polli sono stati macellati in totale

Il Ministero dell’Agricoltura ha annunciato che saranno stabilite quote di importazione di uova

di Malvolia Gallo

Dopo che il virus dell’influenza aviaria si è diffuso la scorsa settimana in diversi pollai a Moshav Margaliot, nel nord, sabato il ministero dell’Agricoltura israeliano ha annunciato che saranno macellati quasi 600.000 polli e che dovranno essere abbattuti. Aspettatevi un’imminente carenza di uova nel paese.
  Il ministero ha indicato che il pollame infetto è già stato isolato e la commercializzazione delle uova provenienti da questi allevamenti è stata interrotta. Sono state inoltre adottate misure precauzionali per prevenire la diffusione del contagio in tutta la regione.
  Il ministero dell’Agricoltura ha recentemente annunciato che saranno fissate quote di importazione di uova per far fronte alla carenza.
  “Ho chiesto alle autorità interessate di prepararsi a importare uova dall’estero per soddisfare le esigenze dei consumatori israeliani. Ho anche ordinato ai servizi veterinari dello Stato di utilizzare tutti i mezzi disponibili per soddisfare le esigenze dei consumatori israeliani. Il virus dell’influenza aviaria non si sta diffondendo”, ha detto Oded Forer, ministro dell’agricoltura.
  Dal marzo 2006, quando sono stati scoperti i primi casi di influenza aviaria nei kibbutzim di Holit e Ein Hashlosha nel sud del Paese, e a Moshav Sde Moshe nella regione di Lachis, Le infezioni con questo virus vengono rilevate quasi ogni anno nel paese.

(BarSport.Net, 26 dicembre 2021)


Cybersicurezza, un problema di sovranità digitale: così dipendiamo da Israele e Stati Uniti

di Roberto Favazzo

ROMA – Dopo lo scandalo del software Pegasus, gli stretti rapporti di collaborazione tra Israele e Italia nell’ambito dell’intelligence non si sono incrinati. Al contrario, pare si siano sempre più consolidati. D’altronde la professionalità e l’efficienza dell’intelligence israeliano nel campo della cybersicurezza è nota e apprezzata a livello globale. Resta naturalmente il dubbio che questa sia solo collaborazione ma che possa trattarsi invece di una subordinazione o addirittura di una ulteriore erosione della sovranità delle nazioni che collaborano con i servizi israeliani. Com’è il caso, per l’appunto, dell’Italia.
  Di cosa stiamo parlando esattamente? Come spiega Formiche, “Log4Shell è diventato un problema di sicurezza (inter)nazionale. La vulnerabilità zero-day della libreria Java scoperta a novembre da Alibaba toglie il sonno da giorni all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) guidata da Roberto Baldoni. Che intanto ha lanciato l’allarme ai naviganti, parlando in un comunicato di “una vasta e diversificata superficie di attacco sulla totalità della rete”. Questo giovedì un convegno a Bari è diventato il pretesto per un incontro operativo e dietro le quinte tra l’Acn e la sua “gemella” israeliana, il Direttorato nazionale cyber israeliano (Incd). A dirigere i lavori da una parte Baldoni, dall’altra il direttore generale dell’agenzia israeliana Yigal Una, entrambi intervenuti alla conferenza Cybersecurity for digital transformation”.
  La collaborazione aperta o dietro le quinte fra servizi di sicurezza è quanto mai ovvia e auspicabile. Tanto più di fronte a pericoli globali come quelli relativi al terrorismo o alla sicurezza informatica. Tutto sta naturalmente nel decidere e capire se si tratta di una collaborazione paritaria o no. Se è insomma volta o meno a subordinare e condizionare le scelte della nostra intelligence a quelle servizi di sicurezza di altre nazioni. D’altronde l’agenzia di cybersicurezza israeliana è stata molto attiva in questo ultimo periodo. Per esempio durante il Cyber tech Expo di Tel Aviv è stata stretta un’intesa con l’Australia. Durante l’incontro, l’ex premier Netanyahu non ha nascosto la volontà da parte di Israele di rivaleggiare con la Nsa americana. Parallelismo, questo, indubbiamente inquietante per i comuni mortali visto e considerate le rivelazioni fatte da Edward Snowden.
  Ma all’interno dell’intelligence israeliana non sono tutte rose e fiori, vi è semmai una lotta di potere molto accesa. Stiamo alludendo ai contrasti che ci sono stati e ci sono tra Yigal Unna, capo dell’Incd, e Nadav Argaman, direttore del servizio di sicurezza interna, Shin Bet, sul ruolo di ciascun organismo nel cyberspazio israeliano. Parte della tensione con lo Shin Bet deriva dai passi compiuti dall’Incd per entrare nel settore bancario e delle comunicazioni del paese per raccogliere la cyber intelligence. Il settore delle comunicazioni è definito dalla legge come parte del mandato dello Shin Bet, mentre il settore bancario è supervisionato dalla Banca di Israele. Unna, che era a capo del Cyber-Sigint Infrastructure Department dello Shin Bet, ha assunto la carica di capo dell’Incd, una fusione dell’Israel National Cyber Bureau (INCB) e della National Cyber Security Authority (Ncsa), alla fine del 2017.
  Poc’anzi dicevamo dell’attivismo a livello globale dell’intelligence nel contesto della sicurezza israeliana. Pochi sanno che Facebook, che ha preso parte all’International Homeland Security Forum organizzato dal ministero israeliano della pubblica sicurezza a Gerusalemme dall’11 al 14 giugno, è servito a porre in essere un confronto tra l’ex direttore del Mossad Yossi Cohen, Yigal Unna, il capo della Israel National Cyber Directorate ed Erin-Marie Saltman, capo della politica antiterrorismo di Facebook per l’Europa e il Medio Oriente. Questo incontro è servito a rimuovere i contenuti legati al terrorismo e all’antisemitismo. Il dato interessante è che Saltman è stato l’unico partecipante non israeliano all’evento. L’impressione – se ci è consentita la provocazione – è che insomma la nostra nazione abbia delegato per l’ennesima volta la sua sovranità digitale agli Stati Uniti e a Israele.
  Roberto Favazzo

(Il Primato Nazionale, , 27 dicembre 2021)


I pogrom dimenticati nell’Ucraina di inizio ‘900

di Nathan Greppi

Quando, nei primi anni ’20, viveva a Mosca, il pittore Marc Chagall si era messo ad insegnare arte in un orfanotrofio ebraico nel quale molti bambini erano giunti come profughi dall’Ucraina, dove in quel periodo si erano verificati numerosi massacri di ebrei. In tale occasione, Chagall ascoltò le terribili tragedie alle quali i bimbi avevano assistito: avevano visto i loro genitori venire uccisi, le sorelle violentate, e loro stessi, fuggendo dagli assassini che li braccavano, dovettero lottare contro la fame e il freddo.
  Queste testimonianze erano solo tasselli di un mosaico più ampio: tra il 1918 e il 1921, nei territori dell’attuale Ucraina avvennero ben 1.100 pogrom, nel quale vennero sterminati tra i 50.000 e i 200.000 ebrei, a seconda delle stime fatte dagli storici. Eppure, essi sono poco studiati, forse perché “messi in ombra” dagli orrori che avrebbero avuto luogo in Europa vent’anni dopo. A gettare un fascio di luce su un capitolo storico tanto buio di recente è il saggio In the Midst of Civilized Europe: The Pogroms of 1918-1921 and the Onset of the Holocaust. Il libro è stato scritto da Jeffrey Veidlinger, storico e docente di Studi Ebraici dell’Università del Michigan.
  La maggior parte dei massacri avvenne nella regione di confine nota come “Zona di residenza”, così chiamata poiché sotto il dominio dello zar era l’unica area dell’Impero russo dove gli ebrei avevano il permesso di risiedere in modo permanente. Negli anni precedenti ai fatti narrati erano già avvenuti dei pogrom, in particolare tra il 1903 e il 1905, anno d’inizio della Rivoluzione russa. E anche durante la Prima Guerra Mondiale i militari russi prendevano spesso di mira gli ebrei.
  Quando la Russia si ritirò dalla guerra, nel 1917, gli ebrei cominciarono a nutrire speranze, anche perché con la caduta dell’Impero in Ucraina sorsero più stati indipendenti, che in un primo momento sembrarono garantire maggiore libertà e tolleranza. Tuttavia, in quel periodo sorse uno scontro generazionale tra i giovani che erano appena stati in guerra e i più vecchi, poiché i primi erano molto più ostili agli ebrei dei secondi.
  Con lo scoppio nel 1918 della guerra civile nell’ex-Impero, tra forze comuniste e anticomuniste, gli ebrei si ritrovarono presi di mira in quanto associati al comunismo, il che portò a numerosi pogrom e massacri: in particolare, risalta la testimonianza di un massacro avvenuto nel marzo 1920 a Tetiiv, piccolo centro dell’Ucraina centrale; nel corso di un pogrom durato 10 giorni, i nazionalisti bianchi diedero fuoco ad una sinagoga affollata, uccidendo almeno 1.100 persone solo con quel gesto.
  Ci sono stati anche casi di ebrei che, dopo essere sopravvissuti ai pogrom, hanno cercato vendetta contro i loro carnefici: in particolare, ebbe una certa eco mediatica l’omicidio del leader politico ucraino Symon Petliura, avvenuta a Parigi per mano del poeta ebreo Sholom Schwartzbard. Questi disse di aver agito per vendicare i pogrom avvenuti nell’Ucraina indipendente durante la guerra civile, quando alla guida del paese vi era proprio Petliura, identificato come il mandante degli eccidi. In seguito, si tenne un processo dove le discussioni sul coinvolgimento o meno del politico ucraino nei pogrom furono molto accese, mentre l’accusa sosteneva che Schwartzbard avesse agito per conto dei servizi segreti sovietici.
  A parte il libro di Veidlinger, la storia degli ebrei ucraini nei primi decenni del ‘900 è stata trattata anche nei romanzi I cani e i lupi di Irène Nemirovsky (1940) e Addio Volodia di Simone Signoret (1985).

(Bet Magazine Mosaico, 26 dicembre 2021)



Il mio servo Giobbe (2)

di Marcello Cicchese

Riflessioni sul libro di Giobbe

CAPITOLO 1
  1. C'era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest'uomo era integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male.
  2. Gli erano nati sette figli e tre figlie;
  3. possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di bovi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. E quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali.
  4. I suoi figli solevano andare gli uni dagli altri e darsi un convito, ciascuno nel suo giorno: e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro.
  5. E quando la serie dei giorni di convito era finita, Giobbe li faceva venire per purificarli; si levava di buon mattino, e offriva un olocausto per ciascun d'essi, perché diceva: 'Può darsi che i miei figli abbian peccato ed abbiano rinnegato Iddio in cuor loro'. E Giobbe faceva sempre così.
  6. Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
  7. E l'Eterno disse a Satana: 'Donde vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal camminar per essa'.
  8. E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
  9. E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
  10. Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
  11. Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
  12. E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.
  13. Or accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore, giunse a Giobbe un messaggero a dirgli:
  14. 'I buoi stavano arando e le asine pascevano lì appresso,
  15. quand'ecco i Sabei son piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servitori, e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  16. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servitori, e li ha divorati; e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  17. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'I Caldei hanno formato tre bande, si son gettati sui cammelli e li han portati via; hanno passato a fil di spada i servitori, e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  18. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore;
  19. ed ecco che un gran vento, venuto dall'altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, ch'è caduta sui giovani; ed essi sono morti; e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  20. Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
  21. 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
  22. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.

CAPITOLO 2
  1. Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro a presentarsi davanti all'Eterno.
  2. E l'Eterno disse a Satana: 'Donde vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'. E l'Eterno disse a Satana:
  3. 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
  4. E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
  5. ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
  6. E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
  7. E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
  8. E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
  9. Ma lascia stare Iddio, e muori!'
  10. E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.

E' stato già osservato che alla domanda: "perché soffre Giobbe?" il libro dà una risposta molto semplice: "perché Satana ha lanciato una sfida a Dio sulla pelle di Giobbe, e Dio l'ha accettata". Ma allora perché si dice che il libro affronta il mistero della sofferenza umana? La domanda dovrebbe essere un'altra: "perché Dio ha accettato quella sfida?" Le due domande sono espressioni di due tipi di lettura: antropocentrica e teocentrica.
  La lettura antropocentrica parte dall'uomo e all'uomo ritorna, facendo intervenire Dio soltanto come suggestiva cornice in cui si svolge l'intero processo di riflessione. Il problema "serio" sta tutto nel drammatico dibattito che costituisce il corpo del libro.
  La lettura teocentrica invece parte da Dio e a Dio ritorna, cercando di capire le sue parole, le sue scelte, i suoi interventi; e solo in relazione a questi esamina le reazioni degli uomini. Dio parla e agisce in primo luogo per essere conosciuto:

    "Essi conosceranno che io sono l'Eterno, il loro Dio, che li ho fatti uscire dal paese d'Egitto per abitare in mezzo a loro. Io sono il l'Eterno il loro Dio" (Esodo 29:46).
E' Dio che dobbiamo conoscere se vogliamo conoscere noi stessi. Da Lui dobbiamo partire, non da noi.
  Ma molti comincerebbero a leggere il libro dal capitolo 3: "Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita". Ecco un incipit interessante: maledire il giorno in cui si è nati, e indirettamente Colui che l'ha voluto. Chi non ha mai provato in qualche momento la stanchezza di dover sopportare non solo il peso di qualche problema, ma proprio il peso dell'esistenza? Ecco allora che si diventa attenti a quello che i personaggi dicono, cercando nei loro colloqui qualche espressione o qualche situazione in cui riconoscersi? Ma sta qui il centro del libro? E inoltre, leggendo il libro in questo modo, si può davvero trovare qualche conforto?
  E' vero che il libro comincia presentando "un uomo che si chiamava Giobbe". Un uomo dunque, dirà qualcuno, un uomo come tutti noi: è giusto allora esaminare il libro partendo dai problemi umani. Come tutti noi? "Quest'uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male". Quanti di noi sono pronti a riconoscersi in un uomo così? Già a questo punto è possibile che nella lettura cominci a verificarsi un distacco tra quello che è scritto e quello che si vorrebbe far dire al testo per armonizzarlo con quello che si pensa. Giobbe non appare affatto "come uno di noi".
  Viene poi detto che "quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali". Chi sono costoro? In Genesi 11:2 sta scritto: "Partendo dall'oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono", dunque si può supporre che con il termine Orientali si intenda la totalità degli uomini che ancora tutti uniti abitavano in oriente e poi si mossero verso la pianura di Scinear per tentare la scalata al cielo con la torre di Babele.
  Per quanto riguarda il paese di Uz, la Bibbia lo nomina soltanto nelle Lamentazioni: “Esulta, gioisci, o figlia di Edom, che risiedi nel paese di Uz!" (4:21), ma questo non obbliga a farlo coincidere con il paese di Giobbe, dal momento che tra i due fatti sono intercorsi molti secoli e il nome geografico può essere stato usato in diversi luoghi.
  Tra gli Orientali c'era anche Giobbe. Uno come tanti? Certo, era molto ricco, era un grande proprietario di bestiame, ma solo questo? Sta scritto che "quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali". Stranamente, anche commentatori più aderenti al testo biblico non sottolineano questa particolarità. Si tratta di un superlativo! Giobbe era il più grande di tutti! Non dice neanche "il più ricco", ma "il più grande". Questo significa che aveva una posizione di preminenza in quella società. Giobbe era unico. La sua prosperosa famiglia di sette figli e tre figlie, l'abbondanza esuberante del suo patrimonio di animali erano l'espressione della sua gloria in mezzo agli uomini. Era conosciuto da tutti, anche in zone lontane, per questo ai tre amici che vivevano in paesi diversi poté arrivare la notizia della tremenda disgrazia che gli era capitata. E per l'importanza del fatto si misero tutti e tre in viaggio per svolgere quello che sembrava loro essere un doveroso compito.
  Di quest'uomo, che in quel tempo era il più grande sulla terra, Dio dà un giudizio preciso, contenuto nelle parole che rivolge a Satana: "Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male” (Giobbe 1:8). Giobbe dunque non era soltanto il più grande di tutti; era anche il più "integro e retto" di tutti. Ancora una volta qui si usa il superlativo. Sono parole dette da Dio, non da un uomo, ed il sottolinearlo con forza è espressione di una lettura teocentrica del testo. Non è stile iperbolico, come quando si dice di un cantante famoso che "nessuno al mondo canta come lui", per dire soltanto che piace moltissimo. Qui è Dio che parla.
  A questo punto, prima di continuare s'impone una domanda a chi legge: ti riconosci in questo Giobbe, nel suo rapporto con la società, con la famiglia, con Dio? Probabilmente no, ma allora, se non ti riconosci nel Giobbe qui presentato, perché pensi di riconoscerti in lui quando maledice il giorno della sua nascita (3:1) e accusa Dio che gli nega giustizia e gli amareggia l'anima (27:1)?
  Per trovare una corrispondenza tra la sofferenza di Giobbe e quella nostra bisogna tagliare testa e coda del libro, ma anche così quello che resta è un'illusione. Se il Signore avesse davvero voluto che noi imparassimo la sofferenza dall'esempio di un uomo, avrebbe dovuto sceglierne uno un po' più simile a noi, con una storia un po' più vicina alle nostre.
  Osserviamo adesso la sua famiglia. Nel libro viene presentata come un ammirevole esempio di convivenza umana. Le regole che la tengono insieme hanno qualcosa di rituale: una serie di conviti "ciascuno nel suo giorno" (1:4) secondo una fissata successione di giorni (1:5), alla fine della quale Giobbe "si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di loro" (1:5).
  Perché questo scorcio di famiglia? Chi vede nel libro solo un'opera letteraria può avere la risposta pronta: per rendere più colorito il racconto. Ma questo libro, come tutta la Bibbia, non è una favola, ma un libro di storia, e se si colloca Giobbe nel periodo che va tra la fine del diluvio e la torre di Babele, in cui non c'erano popoli e nazioni e non esisteva ancora Israele, nell'umanità l'unica forma di sottosocietà prevista in origine da Dio era la famiglia: "l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie, e saranno una stessa carne" (Genesi 2:24). Tutte le altre sottosocietà che si formeranno in seguito dopo la caduta dell'uomo sono conseguenza di peccato. La prima città fu fondata da Caino (Genesi 4:17) per evitare di essere "vagabondo e fuggiasco sulla terra" (Genesi 4:12), come Dio gli aveva annunciato. Le nazioni furono conseguenza della bramosia globalista degli uomini che volevano evitare di essere "dispersi sulla faccia della terra" (Genesi 11:4), contro il preciso ordine dato Dio a Noè: "Crescete, moltiplicate e riempite la terra" (Genesi 9:1). La costituzione del regno in Israele è conseguenza della richiesta del popolo a Samuele di procurargli un re "come l'hanno tutte le nazioni" (1 Samuele 8:5), e Dio disse a Samuele di accontentarli "perché essi hanno rigettato non te, ma me, affinché io non regni su di loro" (1 Samuele 8:7).
  Si può dire allora che in questo periodo della storia, quando non c'era ancora un "popolo santo" con al centro un santuario, Dio aveva scelto una "famiglia santa" come centro della sua azione nel mondo, con Giobbe come capofamiglia avente funzione di sacerdote. Purtroppo, come famiglia biblica quella di Giobbe è poco considerata, eppure precede quelle di Abramo, Isacco e Giacobbe.
  Ma sui patriarchi Giobbe ha un'altra priorità temporale: è il primo ad essere stato riconosciuto esplicitamente da Dio come suo servo.

    "E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'. (1:8).

"Il mio servo Giobbe", cinque volte viene ripetuta nel libro questa espressione, due nel prologo e tre nell'epilogo: 1:8, 2:3, 42:7, 42:8. E' sorprendente che anche in questo caso molti commentatori hanno tralasciato di sottolineare la presenza ripetuta di una forma linguistica che nella Bibbia assume una particolare importanza. Le persone che Dio chiama "mio servo" sono molto poche, e tutte di gran peso:

    Abramo - "E l'Eterno gli apparve quella stessa notte, e gli disse: Io sono l'Iddio d'Abrahamo tuo padre; non temere, poiché io sono con te e ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie per amore di Abrahamo mio servo" (Genesi 26:24).
    Mosè - “Mosè, mio servo, è morto. Alzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d’Israele” (Giosuè 1:2).
    Davide - “Io ho fatto un patto con il mio eletto; ho fatto questo giuramento a Davide, mio servo(Salmo 89:3)
    Isaia - "E l'Eterno disse: 'Come il mio servo Isaia va seminudo e scalzo, segno e presagio, durante tre anni, contro l'Egitto e contro l'Etiopia..." (Isaia 20:3)
    Eliakim - "In quel giorno, io chiamerò il mio servo Eliakim, figlio di Hilkia" (Isaia 22:20)
    Israele - "Ma tu, Israele, mio servo, Giacobbe che io ho scelto, progenie d'Abrahamo, l'amico mio,  tu che ho preso dalle estremità della terra, che ho chiamato dalle parti più remote d'essa, e a cui ho detto: 'Tu sei il mio servo; t'ho scelto e non t'ho reietto', (Isaia 41.8-9)
    Il Messia - "Egli dice: 'È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio far di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra" (Isaia 49:6).

Giobbe dunque non è semplicemente una brava persona che Dio osserva dall'alto con compiacimento; Giobbe è un servo di Dio, cioè una persona da Lui scelta, che vive alle sue dipendenze. Nelle civiltà di quel tempo il servo era proprietà del padrone, espressione della sua personalità; e se verso l'interno il servo doveva ubbidienza al suo padrone, verso l'esterno egli esprimeva la gloria di colui da cui dipendeva. Colpire un servo significava automaticamente colpire il suo padrone. E' per questo che Satana, volendo colpire Giobbe, colpisce a morte i suoi servi. Ma se Giobbe è un servo di Dio, allora Satana, colpendo il servo Giobbe, vuole colpire Dio.
  E' guerra. Guerra tra una creatura angelica, Satana, e il Creatore, combattuta sul campo di una creatura umana, Giobbe. Ma è solo un momento di una guerra totale che è presente nella Bibbia dalla Genesi all'Apocalisse. E' chiaro allora che per avvicinarsi alla comprensione di questo libro, si deve decidere non solo di non amputarlo di certe sue parti, ma anche di non sviscerarlo dal suo corpo che è l'intera rivelazione biblica.
  E' quello che cercheremo di fare.

(2) continua

(Notizie su Israele, 26 dicembre 2021)


 


Set, il pecoraio

L'articolo che segue è tratto dal libro "The Book of  Witnesses" di David Kossoff (1919-2005), uno scrittore ebreo inglese di origini russe. In questo libro l'autore racconta a modo suo alcuni episodi dei vangeli presentandoli come monologhi di qualche partecipante ai fatti. In questo caso fa parlare uno dei pastori che erano presenti nei campi quando gli angeli annunciarono la nascita di Gesù. NsI

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Sulla settantina. Faccia colpita dalle intemperie, rossa e rugosa. Un uomo calmo e paziente. Curvo, ma di aspetto ancora attivo e tenace. Occhi azzurri, di un'intelligenza acuta, ma mite e attenta. Una voce profonda da uomo di campagna. 

Mio padre e mio nonno erano pastori. E' una tradizione di famiglia. I miei figli sono proprietari delle loro fattorie e delle loro pecore, ma questo è il progresso. Io mi sono sempre dovuto occupare delle pecore altrui. Sia ben chiaro, i miei figli sono tutti e due svegli e intelligenti, come mia moglie. Lei è sempre stata piuttosto studiosa. Una buona cosa, perché io sono appena capace a leggere e scrivere, ma questo non era strano quando ero giovane io. Ci guardavano dall'alto in basso, suppongo, perché spesso dovevamo lavorare tutti i giorni, trasgredendo il Sabato, e con tanti sacerdoti in giro ci dicevano sempre che andavamo contro la legge. Anche se non so dove i sacerdoti avrebbero trovato i loro agnelli perfetti per i sacrifici, senza di noi. Potevano essere molto maleducati a volte, i sacerdoti. Specialmente quelli giovani e sciocchi. Anche oggi è lo stesso. E non solo con i sacerdoti. La gente parla prima di pensare. C'è una cosa buona a guardare le pecore: che ti abitui a stare zitto. Se devi dire qualche parola, ci pensi un po' prima di trovare quelle giuste. Le parole sono importanti. 
  Spesso mi dicono che la vita che conduco è monotona. Beh, forse. Badare alle pecore è quasi sempre la stessa cosa, giorno dopo giorno. Ma molti non hanno mai visto gli agnelli saltare e giocare, non sono mai stati in silenzio su una collina a guardare il sole. O la luna. A me piace guardare il cielo di notte, la luna e le stelle. Una volta, di notte, ho visto qualcosa che pochissimi hanno visto. Solo una volta, ma una volta è abbastanza per chiunque. Se un sacerdote mi tratta male, dico sempre tra me e me: "Non importa, io ho avuto quella notte e tu no." 
  Avevo circa diciannove anni a quel tempo, e, anche se da allora sono passati circa cinquant'anni, me lo ricordo come se fosse ieri. Vivevo con i miei genitori non molto distante da Gerusalemme, e facevo parte del gruppo di pastori che badavano alle pecore del Tempio. Come ho già detto, le pecore per il Tempio dovevano essere perfette, e una buona parte di esse venivano anche allevate come carne da mangiare. Noi del nostro gruppo di solito lavoravamo di notte. Quella notte ci eravamo incontrati al solito posto, su un lato di una collina abbastanza grande. Avevamo mangiato e bevuto qualcosa e stavamo seduti a parlare. Intorno a noi, le nostre pecore. Tutto normale, consueto, tranquillo. Molto riposanti e piacevoli quelle chiacchierate notturne. La notte era buia. 
  Ad un tratto ci fu come un silenzio e una sensazione di cambiamento, di differenza. L'avvertimmo tutti. Avevo un amico che si chiamava Simone, e fu lui a capire per primo che cos'era il cambiamento. Era la luce. C'era una specie di chiarore. Era una notte molto scura, ma ad un tratto non fu più così scura. Cominciammo a vedere le facce gli uni degli altri, molto chiaramente, come in un bagliore argenteo. Sembravamo immersi e rinchiusi in un grande splendore. Era la luce più pura che avessi mai visto. Le pecore erano bianche come la neve. Poi, quando i nostri occhi cominciarono a farci male per la luce, un po' sopra la collina dove eravamo lo splendore sembrò intensificarsi e prendere forma, e vedemmo un uomo. Come noi ma non proprio come noi. Più alto, più fermo. Anche se, Dio lo sa, stavamo molto fermi anche noi. 
  Lui guardò noi e noi guardammo lui. Aspettavamo che fosse lui a parlare. Non ci sembrava giusto (lo sentivamo tutti) che uno di noi parlasse per primo. Lui se la prese con calma - come se cercasse le parole giuste - e poi cominciò a parlarci di quello che lui chiamava la buona notizia di una grande gioia. Di un bambino appena nato nella città di Davide. Un bambino mandato da Dio per salvare il mondo, cambiare le cose e renderle migliori. Ci disse dove andare per trovare il bambino e come riconoscerlo. E di raccontare ad altri la buona notizia. E la gioia che aveva nel dirci quelle cose riempì di gioia anche noi. Fummo contagiati dalla sua gioia - non so se mi capite. Poi smise di parlare e divennero due. Poi quattro, poi otto, e in un secondo sembrò che ce ne fossero un milione come lui. Su per la collina e su su fino al cielo. Un milione. E cantavano. "Gloria a Dio, - cantavano - e pace in terra per tutti gli uomini." Era meraviglioso. Poi tutto finì e se ne andarono. Tutti quanti. E ci sentimmo soli e sperduti. 
  Allora Samuele, che era il più vecchio di noi, disse: "Venite, andiamo a cercare il bambino. Nella città di Davide, ha detto l'angelo: Betlemme. In una mangiatoia. Avvolto in fasce." E partimmo. Correvamo, cantavamo, gridavamo, eravamo importanti, eravamo stati scelti. Eravamo speciali. Eravamo alla ricerca, dovevamo trovare il bambino. 
  E lo trovammo. Eravamo stati guidati fin lì. Non ci fu nessuna ricerca. Eravamo stati guidati e vedemmo con i nostri occhi. Non c'era molto da vedere, forse: una giovane madre con suo marito e un neonato. Nato in una stalla perché gli alberghi erano tutti pieni. Erano povera gente. L'uomo era un carpentiere. 
  Bene, facemmo come c'era stato detto, diffondemmo la parola, e le persone si eccitarono. Ma non per molto. Niente dura. Noi pastori per un po' fummo degli eroi, ma poi tutti vennero a conoscenza della storia. Ormai erano notizie vecchie. Ben presto tornammo ad essere solo dei pastori. Che facevano un lavoro noioso. Ma noi eravamo diversi da tutti gli altri. Noi avevamo avuto quella notte. Adesso non ne parlo quasi più. Ma la cosa mi riscalda. Io ero lì. 

(da "The Book of Witnesses", trad. www.ilvangelo-israele.it)



DAL VANGELO DI LUCA

In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia"». E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini che egli gradisce!» Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori.
Luca 2:8-18  


 


Marocco, Stati Uniti ed Israele celebrano il primo anniversario del loro Accordo Tripartito

di Yassine Belkassem

Il Marocco, gli Stati Uniti d’America e Israele hanno celebrato mercoledì 22 dicembre il primo anniversario del loro Accordo Tripartito, firmato il 22 dicembre 2020 a Rabat, aprendo la strada a una fruttuosa cooperazione con prospettive promettenti tra i tre Paesi.
  Durante la cerimonia della celebrazione in videoconferenza, i capi della diplomazia marocchina Nasser Bourita, l’americano Antony Blinken e l’israeliano Yair Lapid hanno salutato il primo anniversario di questo accordo tripartito.
  Per Nasser Bourita, Ministro degli Affari Esteri del Marocco, “la firma, lo scorso anno, della Dichiarazione Trilaterale Congiunta davanti a Sua Maestà il Re Mohammed VI, è stato un elemento di svolta per l’avvicinamento delle nazioni che ha permesso il rafforzamento dei legami millenari tra i popoli”, quest’accordo permette “la riconnessione di un milione di israeliani di origine marocchina con il loro patrimonio culturale, nonché la loro visita nella terra dei loro antenati che vivevano in Marocco in pace e armonia, sotto la protezione della Monarchia marocchina”.
  Il ministro, che ha chiesto di allargare il cerchio di questa partnership, ha illustrato l’aspetto della nozione di pace che contraddistingue la Dichiarazione Trilaterale. “Affermando il pieno e completo riconoscimento della sovranità del Marocco sul suo Sahara, e ristabilendo le relazioni con lo Stato di Israele, la Dichiarazione Trilaterale Congiunta ha portato un altissimo messaggio di pace”, ha detto.
  In questo senso, Bourita ha ritenuto che il ripristino delle relazioni con Israele sia un contributo alla pace in Medio Oriente. “La Dichiarazione Trilaterale Congiunta è uno strumento prezioso che può aiutare a far progredire la pace nella regione, migliorare la sicurezza e aprire nuove opportunità per tutti”, ha affermato.
  Bourita ha inoltre osservato che il Regno del Marocco, in quanto storico costruttore di ponti e attore credibile di pace e stabilità, è fermamente impegnato a contribuire al raggiungimento di una pace duratura nella regione del Medio Oriente precisando che “sotto la guida illuminata di Sua Maestà il Re Mohammed VI, il Marocco continuerà i suoi sforzi a favore di una pace giusta, duratura ed equa basata sulla soluzione di due Stati (Palestina e Israele ndr) che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza”.
  Inoltre, ha affermato che “il Sovrano, nella sua qualità di Presidente del Comitato Al Quds (Gerusalemme), invita alla conservazione del carattere unico e sacro di Al Quds Acharif, del suo carattere spirituale e della sua vocazione particolare in quanto città di pace”.
  La Dichiarazione Trilaterale conferma e amplifica il vasto e ricco potenziale di cooperazione tra Marocco, Stati Uniti e Israele, per aprirsi a partenariati che includano altri paesi e regioni, ha osservato. In conformità con la Visione Reale, “siamo impegnati in una Partnership di azione, che è in movimento, a favore di una concreta cooperazione win-win”, aggiungendo che questa partnership abbraccia tutti i settori, in particolare la sanità, l’istruzione, la sicurezza, l’economia, il commercio, il turismo, la cultura e l’agricoltura.
  Per Antony Blinken capo della diplomazia americana, l’accordo è un “risultato diplomatico” che inaugura una nuova era di pace, stabilità, opportunità e comprensione. Ha rinnovato l’impegno degli Stati Uniti a costruire con il Marocco e Israele una regione più stabile e sicura, prendendo atto degli accordi che faciliteranno le esercitazioni militari congiunte e di quelli che aumenteranno i legami commerciali e il flusso di persone e che i passi compiuti in un anno “non sono solo positivi per Israele e Marocco e che sono anche positivi per la regione in generale”.
  Blinken ha accolto con favore i contributi che il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Israele e Marocco ha permesso di creare, in particolare la possibilità di voli diretti tra i due Paesi, la comunità ebraica marocchina di Israele che potrà tornare nel proprio Paese di origine e continuare a rafforzare i legami con la sua madrepatria e con il Re Mohammed VI.
  L’Accordo tra i tre Paesi aveva permesso non solo di riallacciare ufficialmente le relazioni con Israele, ma anche di varcare una nuova fase nelle millenarie relazioni tra gli Stati Uniti e il Marocco. Marocco è stato il primo Paese a riconoscere gli Stati Uniti d’America come Stato indipendente. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto in cambio la piena sovranità del Marocco sul suo Sahara, adottando una nuova mappa del Regno che include il Sahara. Washington ha inoltre ribadito il proprio sostegno all’iniziativa di autonomia proposta dal Marocco, quale soluzione seria, credibile e realistica e l’unica che consentirà di porre fine definitivamente alla controversia artificiale politica regionale sul Sahara.
  Da parte sua, il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha affermato che Marocco e Israele sono chiamati a continuare a costruire e rafforzare i loro legami bilaterali. “Dobbiamo continuare a costruire, trovare nuove iniziative e rafforzare i nostri legami bilaterali”. “Stiamo celebrando un anno di rinnovata pace tra vecchi amici. I legami tra i nostri popoli sono profondi e le relazioni tra i nostri Paesi sono più solide che mai”, sottolineando che “oggi stiamo instaurando relazioni più strette tra i popoli e tra gli attori economici in un’ottica di cooperazione più strategica”.
  Nell’arco di un anno dal ripristino delle relazioni diplomatiche tra Israele e Marocco nell’ambito dell’accordo tripartito, le relazioni tra Marocco e Israele sono state ulteriormente rafforzate con le visite di alti responsabili israeliani in Marocco, in particolare quelle del ministro degli Esteri Yair Lapid e quella della Difesa il ministro Benny Gantz.

(Mediterrenanews, , 24 dicembre 2021)


Eccezionale ritrovamento nelle acque di Cesarea Marittima in Israele

Recuperato un tesoro risultato di due antichi naufragi, tra cui un anello d’oro inciso con la figura del Buon Pastore, un noto simbolo di Gesù nell’arte paleocristiana.

Alcuni affascinanti reperti provenienti dai relitti di due navi affondate al largo di Cesarea in epoca romana e mamelucca, circa 1700 e 600 anni fa, sono stati scoperti nei mesi scorsi nei pressi di Cesarea, durante un’indagine subacquea condotta dall’unità di Archeologia Mariana dell’Autorità per le antichità israeliane.
  I carichi delle navi e i resti dei loro scafi naufragati sono stati trovati sparsi in acque poco profonde a una profondità di circa 4 m, sparsi sul fondo del mare.
  Secondo Jacob Sharvit e Dror Planer dell’Unità di archeologia marina dell’Autorità per le antichità israeliane:

    Le navi erano probabilmente ancorate nelle vicinanze e sono state distrutte da una tempesta. Potrebbero essere state ancorate al largo dopo essere entrate in difficoltà, o temendo tempeste, perché i marinai sanno bene che l’ormeggio in acque poco profonde e aperte al di fuori di un porto è pericoloso e soggetto a disastri.

Il tesoro marino comprende centinaia di monete romane d’argento e di bronzo della metà del III secolo d.C. e un grande tesoro di monete d’argento del periodo mamelucco (XIV secolo; circa 560 monete, tra cui una grande quantità di nastri più piccoli tagliati come pezzi); una statuetta in bronzo a forma di aquila, che simboleggia il dominio romano; una figurina di un pantomimo romano in maschera comica; numerose campane di bronzo destinate tra l’altro a scacciare gli spiriti maligni; e vasi di ceramica.
  Sono stati scoperti anche diversi oggetti metallici dallo scafo di una nave di legno, tra cui dozzine di grossi chiodi di bronzo, tubi di piombo da una pompa di sentina e una grande ancora di ferro rotta in pezzi, che attestano la forza che ha resistito fino a quando non si è spezzata, probabilmente nella tempesta.
  I resti sottomarini includono rari effetti personali delle vittime del naufragio. Questi includono lo squisito e raro ritrovamento di uno spesso anello ottagonale in oro con una gemma verde scolpita con la figura di un giovane pastorello vestito con una tunica e che porta un montone o una pecora sulle spalle.
  L’immagine, del ‘Buon Pastore’, è una delle prime e più antiche immagini utilizzate nel cristianesimo per simboleggiare Gesù; rappresenta Gesù come pastore compassionevole dell’umanità, che estende la sua benevolenza al suo gregge di credenti e a tutta l’umanità. Questo anello d’oro unico con la figura del ‘Buon Pastore’ ci dà, forse, un’indicazione del suo proprietario, un paleocristiano.
  L’anello è stato scoperto nei pressi del porto di Cesarea, luogo di grande importanza nella tradizione cristiana. Cesarea fu uno dei primi centri della cristianità e ospitò una delle prime comunità cristiane. All’inizio, solo gli ebrei appartenevano a questa comunità. Fu qui che l’apostolo Pietro battezzò il centurione romano Cornelio a Cesarea (Atti 10:10).
  Afferma Sharvit:

    Questo è stato il primo caso di accettazione di un non ebreo nella comunità cristiana. Da qui, la religione cristiana ha cominciato a diffondersi in tutto il mondo.

Altri reperti includono una bellissima gemma rossa da incastonare in un anello “gemma”; l’intaglio della pietra preziosa mostra una lira. Nella tradizione ebraica, la lira è chiamata Kinor David, Arpa di David.
  Secondo 1 Samuele 16:23, il re Davide suonava la sua arpa per Saul:

    Ogni volta che il cattivo spirito suscitato da Dio veniva su Saul, Davide prendeva la sua arpa e suonava. Allora Saul veniva soccorso; si sentiva meglio e lo spirito del male lo lasciava.

Il kinor biblico è generalmente equiparato allo strumento noto come ‘Lira di Apollo’ nella mitologia greca. Nel mito greco, il bambino Hermes realizzò lo strumento, la lira, derivandola dal guscio di una tartaruga la mattina della sua nascita.
  Secondo Eli Eskozido, Direttore dell’Autorità per le antichità israeliane:

    Le coste israeliane sono ricche di siti e reperti che sono immensamente importanti beni del patrimonio culturale nazionale e internazionale.
    Sono estremamente vulnerabili, motivo per cui l’Autorità per le antichità israeliane conduce indagini subacquee per individuare, monitorare e salvare qualsiasi antichità.
    Ci sono molti tipi di attività sportive lungo le coste israeliane, tra cui immersioni, snorkeling, nuoto in acque libere e vela, durante le quali vengono occasionalmente scoperte antichità.
    Ci rivolgiamo ai subacquei: se vi imbattete in un reperto antico, prendete nota della sua posizione sottomarina, lasciatelo in mare e segnalatelo subito.
    La scoperta e la documentazione di manufatti nel luogo di ritrovamento originale ha un’enorme importanza archeologica e talvolta anche un piccolo ritrovamento porta a una grande scoperta.

(Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo, 24 dicembre 2021)


Il ministro degli Esteri Lapid: “A Gaza sviluppo in cambio di sicurezza per noi israeliani”

Intervista con il ministro degli Esteri dello Stato ebraico: "I vincoli diplomatici economici e culturali creati dagli Accordi di Abramo hanno portato a più cooperazione prosperità e stabilità in tutta la regione".

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - "Un governo responsabile" che faccia convergere i poli opposti verso soluzioni pragmatiche, a livello domestico, così come nella gestione del conflitto con i palestinesi, in assenza di una prospettiva diplomatica che non sembra profilarsi all'orizzonte. A parlare con Repubblica, nella prima intervista alla stampa italiana, è Yair Lapid, ministro degli Esteri e premier alternato del governo israeliano insediatosi sei mesi fa, una "grande coalizione" nata dal compromesso di otto partiti ai poli opposti per mettere fine a tre anni di crisi politica dopo quattro tornate elettorali.

- Ministro Lapid, qual è il punto di convergenza di una coalizione così eterogenea?
  "Per anni ci siamo abituati a "etichettare" chiunque: destra, sinistra, laici, ultraortodossi, ebrei, arabi. Questo governo mette fine alle etichette, facendo rivivere un'identità comune e condivisa, per costruire insieme un futuro migliore. Il comune denominatore è l'assunzione di responsabilità. La nostra coalizione presenta molti e diversi punti di vista - proprio come nell'attuale governo italiano - e arrivare a un consenso non è sempre semplice. Ma abbiamo già affrontato con successo una serie di questioni complesse grazie a discussioni ponderate che ci hanno permesso di trovare soluzioni a problematiche apparentemente intrattabili: la legge di bilancio approvata finalmente dopo tre anni e mezzo, leggi anticorruzione, misure senza precedenti per colmare i divari sociali".

- Dopo le tensioni nelle città a popolazione mista a maggio, l'ingresso nella coalizione di un partito arabo per la prima volta nella storia del Paese rappresenta un potenziale punto di svolta per il rapporto dello Stato con la sua principale minoranza?
  "Come parte della collaborazione - di cui sono molto fiero - con Mansour Abbas e il suo partito Ra'am, abbiamo approvato uno storico piano nazionale per lo sviluppo delle comunità arabe, con miliardi di shekel dedicati a infrastrutture, educazione, potenziamento dei processi di integrazione occupazionale in particolare nel settore dell'high-tech. Uno dei principali test di una democrazia è come si relaziona alle minoranze: Israele investe in tutti i suoi cittadini per promuovere la piena uguaglianza civica. E questo non solo in nome dei valori in cui crediamo, ma perché siamo coscienti che non è possibile realizzare appieno il potenziale insito nella società israeliana senza la partecipazione di tutte le sue componenti, compresi gli arabi israeliani".

- Nonostante le recenti aperture del vostro governo verso l'Autorità palestinese, il premier Bennett ha ripetuto che la ripresa di negoziati di pace con i palestinesi "non è realistica" e che non intende incontrare Abu Mazen. Secondo l'accordo di rotazione, il 27 agosto 2023 lei subentrerà a Bennett alla carica di premier: ci sarà un cambiamento su questa linea?
  "Anche se non ci sveglieremo domattina per scoprire che il conflitto israelo-palestinese è terminato, possiamo svegliarci e lavorare sodo per migliorare la vita degli israeliani e dei palestinesi. Stiamo già facendo passi tangibili per migliorare l'economia, le infrastrutture, la qualità della vita dei palestinesi. Ho elaborato un piano comprensivo per la Striscia di Gaza, "Economia in cambio di sicurezza", e sono grato per il resoconto positivo e il sostegno ricevuto dalle mie controparti italiane. Il piano fornisce un orizzonte per milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza e di israeliani nelle comunità confinanti, la cui volontà di condurre una vita normale è costantemente minacciata dal terrorismo di Hamas. La prima fase del piano concerne la riabilitazione umanitaria di Gaza - riparazione delle infrastrutture elettriche, idriche, abitative e sanitarie - in cambio di una tregua a lungo termine da parte di Hamas e dell'impegno della comunità internazionale per impedirgli di acquisire nuovi armamenti per colpire i civili israeliani. La seconda fase prevede cambiamenti drastici per le vite degli abitanti della Striscia di Gaza, compresa la costruzione di un porto, più investimenti internazionali e un collegamento diretto tra Cisgiordania e Gaza. Naturalmente, non rinunceremo mai a riportare a casa i nostri soldati e civili tenuti in ostaggio e questo è un impegno che dovrà fare parte di qualsiasi piano. In tutte le fasi, il percorso è definito da una serie di parametri prestabiliti, e ogni violazione da parte di Hamas lo bloccherà o lo farà retrocedere. L'onere della prova sarà sempre a carico di Hamas. Come dimostra il progresso nella regione nell'ultimo anno dalla firma degli Accordi di Abramo, quando mettiamo le persone davanti alla politica, possiamo fare progressi che vanno a beneficio di tutta l'area. E su questa scia, sono fiducioso che tali progressi porteranno a un reale cambiamento anche a livello multilaterale. In questo senso crediamo che le democrazie come l'Italia debbano opporsi alle infinite risoluzioni diffamatorie contro Israele all'Onu e usare invece il proprio peso morale e il loro voto per stare dalla parte di Israele e respingere gli attacchi mirati contro di noi".

- Gli Accordi di Abramo si sono rivelati un game changer negli assetti regionali, ma quella che sembrava una scia di adesioni è rimasta ferma al 2020. Il vostro governo porterà a casa nuove normalizzazioni?
  "Nell'ultimo anno, abbiamo visto emergere una nuova realtà in Medioriente. I rapporti diplomatici, economici, di sicurezza, culturali e interpersonali creati dagli accordi di normalizzazione hanno portato a maggiore cooperazione, prosperità e stabilità in tutta la regione. Non passa giorno senza che vi sia l'annuncio di una nuova iniziativa di cooperazione o di una storica visita ufficiale. Una cooperazione che ha dato i suoi frutti anche sul suolo italiano: le ambasciate israeliana e marocchina a Roma si sono riunite poche settimane fa per celebrare Hanukkah, e Ram Ben-Barak, presidente della commissione esteri e difesa della Knesset, ha rappresentato Israele nel Dialogo MED a Roma, che ospitava diverse controparti mediorientali. È una svolta cui assistiamo non solo con i nuovi alleati, ma anche con i nostri storici partner regionali, Egitto e Giordania. Molti altri Paesi affrontano le nostre stesse sfide, che, specie in Medioriente, non conoscono confini nazionali: la pandemia, i cambiamenti climatici e il terrorismo internazionale guidato dall'Iran sono minacce che accomunano molti. Molti Stati, nella nostra regione e oltre, vedono la prospettiva futura di cui ho parlato più volte: chi collabora guiderà, chi continua a isolarsi rimarrà indietro. Quindi sono ottimista sul fatto che sempre più Paesi si uniranno al cerchio della pace. La nostra mano è tesa verso la pace".

- Cosa dovrebbe includere l'accordo sul nucleare Jcpoa perché Israele senta garantiti i propri interessi e accantoni l'opzione militare che, come ripetete, "è sul tavolo"?
  "L'Iran rappresenta una minaccia globale e il mondo intero può e deve agire con determinazione per fermare il programma nucleare e le attività maligne dell'Iran. La formula è semplice: sanzioni più severe, supervisione più rigida, e condurre qualsiasi colloquio con Teheran da una posizione di forza. Un'opzione militare credibile deve essere sul tavolo. Se gli iraniani agiscono nella convinzione che il mondo non intenda veramente fermarli, continueranno nella loro corsa verso la bomba. L'Italia e l'Ue nel suo complesso fanno parte della "maggioranza morale": quei Paesi che devono mettere in chiaro che non permetteranno mai all'Iran di acquisire un'arma nucleare. Questo è esattamente il messaggio che ho condiviso con il ministro degli Esteri Di Maio a Roma in quella che era stata la mia prima missione da ministro degli Esteri. L'Italia ha un ruolo di primo piano da svolgere in vari consessi internazionali per affermare la stabilità regionale in Medioriente. Detto questo, Israele non chiede a nessuno di garantire la propria sicurezza: siamo responsabili della sicurezza dei nostri cittadini. Sappiamo di non essere soli nella nostra battaglia per impedire all'Iran di acquisire l'arma nucleare, ma Israele è consapevole della necessità di doversi difendere sempre, con i propri mezzi".

- C'è un aumento di investimenti cinesi in infrastrutture e tecnologie israeliane: come valuta Israele questa partnership, anche rispetto alle pressioni degli Usa in merito?
  "Nell'ambito degli investimenti stranieri, negli ultimi anni abbiamo consolidato un percorso, molto simile a quello di altri Paesi, per potenziare la supervisione imparziale sulle infrastrutture nazionali e sui beni strategici per proteggere la nostra sicurezza nazionale. Gli Usa sono il più grande alleato di Israele: un'alleanza indissolubile basata su interessi e valori condivisi e su forti legami tra i nostri popoli. Questa relazione è una pietra miliare della politica estera di Israele e della stabilità regionale. La Cina è un importante partner economico per Israele, e continueremo a dare il benvenuto a investitori e turisti provenienti da tutti i nostri partner nel mondo".

- Il mondo guarda a Israele come laboratorio dell'efficacia alla lotta al Covid: recentemente avete attuato l'esercitazione Omega, che ha preparato lo scenario di Omicron. Come vi state organizzando per il contrasto della pandemia nel 2022?
  "A metà novembre abbiamo tenuto l'esercitazione nazionale che avevamo chiamato "Omega", un gioco di guerra volto a simulare la risposta a una futura variante letale di Covid resistente ai vaccini. Questo perché anche dopo aver gestito con successo l'ondata Delta, sotto l'abile guida del premier Bennett e dei nostri eccellenti professionisti della salute pubblica, riuscendo a mantenere l'economia e il sistema scolastico aperti, abbiamo imparato che pianificazione e tempestività costanti sono fondamentali. Infatti, l'esercitazione Omega ha contribuito a formulare la nostra risposta all'ondata Omicron che si è palesata solo poche settimane dopo. Guardando al 2022, questa continua pianificazione e preparazione è al centro della nostra strategia. Israele continua ad essere all'avanguardia nelle vaccinazioni: siamo stati i primi, già a fine luglio, a somministrare il booster e siamo riusciti a mantenere l'economia aperta nel Paese grazie al Green pass. Ora, stiamo procedendo con la somministrazione della quarta dose. Manteniamo un canale di scambio globale ai massimi livelli di esperti. Con l'Italia in particolare, grazie a incontri regolari tra i nostri ministeri della Salute, condividiamo buone prassi e scambio di informazioni per contrastare la pandemia congiuntamente. L'obiettivo di questa cooperazione è quello di tornare a una routine di sicurezza e prosperità, che nel caso dei nostri Paesi significa riprendere quanto prima il grande flusso di turisti e rafforzare ulteriormente i nostri già stretti legami interpersonali, culturali ed economici".

(la Repubblica, 24 dicembre 2021)


Parla il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma

Intervista a Riccardo Di Segni: “Il vaccino contro l’antisemitismo è meno efficace di quello anti-Covid”

di Umberto De Giovannangeli 

La solennità non è tanto nella pur prestigiosa carica che ricopre, ma nella profondità delle sue argomentazioni che viaggiano sul filo di una memoria storica, con tante pagine tragiche, che non va smarrita perché aiuta a costruire un futuro di dialogo e di reciproco ascolto. È questo il segno dell’intervista concessa a Il Riformista dal professor Riccardo Di Segni, dal 2001 Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma.

- Rav Di Segni, vorrei partire da quanto lei ebbe a dire qualche tempo fa: «L’antisemitismo per molti aspetti assomiglia al virus del Covid, perché è mutante, cambia in continuazione forme: ci sta sempre, ma si presenta in modi differenti, ogni volta è aggressivo e micidiale. L’antisemitismo c’è sempre, ma il modo con cui si presenta è variegato, ha assunto più recentemente le forme di certa intolleranza islamista, oppure oggi ecco i suprematisti, che si danno da fare per diffondere messaggi antisemiti. Ogni momento ha le sue varianti, speriamo di trovare i vaccini…. Lei è anche medico. Le chiedo il vaccino contro l’antisemitismo è ancora da trovare?
  È un po’ come il Covid. Nel senso che facciamo i vaccini, funzionano nella maggioranza dei casi, poi, però, compare la variante e speriamo che vada bene anche per essa. Per adesso col Covid ci è andata abbastanza bene da questo punto di vista. Con l’antisemitismo un po’ meno.

- Guardando un tragico passato con gli occhi del presente, le chiedo: quanto c’è di ancora attuale nell’affermazione del Presidente emerito Giorgio Napolitano secondo cui l’antisionismo è una forma moderna dell’antisemitismo?
  È decisamente una delle sue forme moderne e più pervasive. Quella del Presidente Napolitano fu una dichiarazione coraggiosa, che andava controcorrente rispetto ad una tradizione specificamente di sinistra che non aveva mai fatto pace con il sionismo.

- Oggi lei l’antisionismo dove lo vede attecchire maggiormente?
  Nei pregiudizi fondamentali che vengono espressi nel momento in cui si critica la politica dello Stato d’Israele. Anche quando si dice: io non ce l’ho con Israele ma ce l’ho con il Governo, cosa in sé perfettamente legittima se non fosse che chi dice una cosa del genere non ha mai accettato nessun Governo israeliano. C’è una ipertrofia del giudizio nei confronti dello Stato d’Israele, uno sbilanciamento pregiudiziale per cui ci sono i Buoni e i Cattivi, e Israele imperversa sempre tra quest’ultimi. C’è una sorta di assenza di giudizio equilibrato.

- A proposito di questo. Oggi si tende, spesso strumentalmente ma a volta senza secondi fini, a identificare totalmente la diaspora ebraica, in particolare quella europea, con Israele. Come fossero un tutt’uno. Non ritiene che questa identificazione assoluta finisca per creare problemi sia alla diaspora che a Israele?
  La realtà ebraica è estremamente complessa. E non può essere ridotta a semplificazioni. Per molti ebrei, Israele rappresenta una speranza, una rivoluzione storica ed anche un’ “assicurazione sulla vita”. Ma per molti altri c’è un rapporto dinamico e controverso. È una situazione molto variegata.

- Tutto ciò chiama in causa l’importanza del dialogo. Dialogo come conoscenza dell’altro da sé e non soltanto come tolleranza. Chiedo a lei che è uno dei protagonisti di questo sforzo di dialogo interreligioso: dialogo, inclusione, rispetto delle diversità, sono speranze fondate o solo una illusione? Il che ci porta a trarre anche un bilancio dell’anno che sta volgendo al termine.
  Il 2021 è un anno che è stato meno peggio del 2020 ma comunque un anno in cui le normali attività sono state ridotte. Non è un anno per il quale si possono fare grandi bilanci. Le cose sono andate avanti, anche dal punto di vista del dialogo. Il dialogo, è bene tenerlo sempre presente, serve a confrontare persone diverse e punti di vista differenti. Quindi è inevitabile che quando si dialoga si litighi pure o si discuta a voce alta. Il dialogo serve anche per trovare le soluzioni alle crisi, perché se non ci si parlasse questa strada sarebbe preclusa. Il dialogo c’è, avanza come sempre tra mille difficoltà, ma se uno si volta dietro e vede com’era la situazione nei decenni precedenti, per non parlare dei secoli precedenti, i progressi sono indiscutibili. Stiamo parlando di realtà che hanno storie millenarie e questo impone di avere una prospettiva un pochettino diluita nel tempo.

- Si dice: senza memoria non c’è futuro. Ma quelli che stiamo vivendo, visti dal suo osservatorio, non sono i tempi dell’oblio?
  C’è una cosa preoccupante. Confrontandosi con i più giovani vediamo che tutta una serie di elementi storici che hanno formato le coscienze delle nostre generazioni per quello che era successo – non parlo di eventi ebraici ma di eventi in generale – sono molto sfumati, non hanno l’impatto che hanno avuto per quelli che quegli eventi l’hanno vissuti rispetto a quelli che l’hanno appena sentiti raccontare dai loro genitori. C’è una sorta di crisi di memoria, peraltro inevitabile per il passare del tempo, però dobbiamo fare i conti con questa realtà. Torno a ripetere una cosa di cui sono estremamente convinto e che dà conto dell’importanza della Giornata della memoria: esiste un imperativo che è quello di ricordare per capire come avvengono certe tragedie, ma anche per prevenire che queste tragedie si ripetano. Di fronte a questo imperativo c’è un impegno a fare, questo impegno purtroppo molto spesso scivola nella retorica, nella banalizzazione, nell’overdosaggio dei concetti e quindi può creare reazioni di rigetto o di stanchezza. È un’operazione difficile, ma questi rischi non ci devono esentare dal dovere di ricordare.

- Nonostante gli sforzi per favorire il dialogo, nel mondo le religioni vengono ancora utilizzate, spesso, per giustificare o legittimare guerre, pulizie etniche, crimini efferati. Si può risolvere tutto dicendo semplicemente: non è vero, quelli che lo fanno non hanno niente a che vedere con le fedi. Non è una risposta troppo semplicistica e consolatoria?
  Molto spesso è retorica. Ed è fumo. Perché nasconde e interpreta la verità storica o i dati storici in maniera benevola. Il giudizio deve essere critico, però è assolutamente necessario che le differenti religioni si formino, crescano, si educhino al fatto che appartenere ad una fede non significa dovere distruggere gli altri e trovare nella fede la giustificazione per la violenza e per gli orrori del passato. In passato queste cose sono state giustificate e sostenute anche, seppur non esclusivamente, da alcune religioni. Il fatto che oggi ci sia una sorta di ripensamento sul modo di vivere la propria fede, è assolutamente importante. Non deve diventare retorica e cancellare, ma questo percorso di crescita va sostenuto e approfondito.

- Lei è il Rabbino capo di una delle più antiche comunità ebraiche italiane ed europee: quella di Roma. L’antica Sinagoga di Roma, oltre che luogo di culto è anche un luogo della memoria, nel senso positivo e negativo. La memoria di un vile attentato terroristico, quello del 9 ottobre del 1982 che costò la vita a un bimbo ebreo italiano di due anni, Stefano Gaj Tachè, ma è anche stata il luogo di importanti visite di Capi di Stato e di Pontefici. Da questo punto di vista, cosa rappresenta ancor oggi quell’antica Sinagoga, non soltanto per la comunità ebraica ma per l’intera città di Roma?
  Le posso fare un esempio a proposito di queste visite. La Sinagoga di Roma venne edificata in soli 3 anni, oggi ce ne vorrebbero 20, nel 1904 e inaugurata a fine luglio. Il giorno prima dell’inaugurazione, il Re d’Italia Vittorio Emanuele III venne, un pochino alla chetichella alle 8 di mattina, a visitare questo nuovo edificio. E in ricordo di quel fatto venne apposta una grossa lapide che sta all’interno della Sinagoga. Lo stesso re, diciassette anni dopo, esattamente un secolo fa, nel 1921, ritornò nella Sinagoga a inaugurare la lapide che sta fuori di essa, sul Lungotevere, che ricorda gli ebrei romani caduti nella Prima guerra mondiale, una lista molto grande. Fu una cerimonia molto solenne, venne il Re con Diaz, una cosa molto pomposa. Diciassette anni dopo lo stesso Re, Vittorio Emanuele III, è quello che firma le leggi razziali. Ed è molto interessante questa storia perché la Sinagoga di Roma è un monumento testimone della variabilità umana.

(Il Riformista, 24 dicembre 2021)


Israele, i militari frenano: «Attenzione ad attaccare l’Iran»

di Lorenzo Vita

Iran e Israele continuano a essere i protagonisti di una guerra non dichiarata ma ormai nota a tutti gli osservatori. Un conflitto non definibile, oscuro, con metodi non convenzionali e che si combatte su diversi domini, da quello marittimo a quello cibernetico, dagli omicidi mirati ai raid, dal sostegno a milizie ribelli fino alla pressione diplomatica. È una guerra su più livelli, in cui, mentre Israele cerca di assediare la Repubblica islamica per far sì che cessino le sue ambizioni regionali e il programma nucleare, l’Iran prova a rompere il muro, scardinando il blocco a lui contrario raggiungendo tutti gli alleati nel Vicino Oriente. E tutto questo si gioca (o si potrebbe giocare) in diversi scenari, di cui uno è quello dello scontro frontale.
  Un’ipotesi che non può certo essere scartata dall’una e dall’altra forza in campo, ma che per motivi diversi nessuna delle due vorrebbe davvero prendere in considerazione. Per l’Iran si tratterebbe di una guerra impossibile da vincere sia sul piano militare ma soprattutto su quello politico. Mantenere in piedi un conflitto su larga scala ma a “bassa” intensità come quello in corso oggi è già faticoso sia a livello economico che a livello diplomatico. Ma una guerra diretta basata sull’uso delle forze militari in diversi teatri operativi, significherebbe un ulteriore isolamento politico che potrebbe condurre a una condanna ben più ampia di quella già in atto per il programma balistico e nucleare. Nessuno volterebbe le spalle a Israele. E questo comporterebbe un incendio dalle proporzioni imponderabili che potrebbe colpire per primo proprio l’Iran.
  Se Teheran vuole giocarsi la carta della guerra a diverse intensità e su diversi fronti, asimmetrica ma non per questo meno corrosiva e pericolosa per il nemico, dai comandi israeliani arrivano ipotesi molto diverse. L’obiettivo dello Stato ebraico è quello di fare pressione sull’Iran al punto da farlo desistere dal suo programma atomico. E per farlo, Israele ha spesso paventato l’ipotesi di raid mirati che ponessero fine alle velleità nucleari della Repubblica islamica. Non una novità per le forze armate della Stella di Davide, visto che diverse operazioni clandestine compiute in Medio Oriente hanno avuto proprio lo scopo di colpire i reattori e i centri di ricerca prima che altri Paesi avessero adeguate infrastrutture nucleari. Tuttavia con l’Iran il problema è diverso. E lo strumento bellico ,per quanto una forte arma di pressione diplomatica e in sede negoziale, va ponderato per diverse ragioni. Innanzitutto per la capacità di reazione di Teheran, ben diversa dagli altri Paesi della regione. Inoltre, il programma nucleare del Paese è già esteso su diversi centri, e tanti, specie nella Difesa israeliana, si domando come possa pianificarsi un attacco di così ampia portata e con così tanti obiettivi.
  Il New York Timesin un recente articolo, ha fatto intendere come diverse anime delle Israel defense forces siano ben poco convinte di un attacco chirurgico e su vasta scala compiuto dalle Idf. Nessuno, tra gli esperti, mette in dubbio le capacità delle Idf. Ma tanti si pongono il problema della fattibilità di un’ondata di attacchi in un territorio così grande e ben protetto come quello iraniano. Fonti del Nyt parlano addirittura di anni prima che un attacco del genere possa essere realizzato da Israele in modo da causare “danni significativi” al programma nucleare. Relik Shafir, un generale in pensione dell’aeronautica israeliana, ha per esempio detto al quotidiano newyorchese che è impensabile un attacco su così tanti siti in poco tempo e che solo l’aeronautica statunitense, in questo momento, sarebbe in grado di portare a termine una campagna aerea così massiccia e chirurgica. Alcuni analisti hanno avvertito del fatto che le forze iraniane avrebbero dei siti scavati talmente in profondità da non essere lesi dalle potenti bombe degli arsenali israeliani, in particolare quelli di Fordow e Natanz. Altri mettono in guarda dall’eccessiva distanza delle basi aeree israeliane rispetto ai siti nucleari dell’Iran, dal momento che nessun Paese della regione ha attualmente concesso i propri aeroporti alle Idf. L’aviazione dello Stato ebraico sta aumentando l’insieme di aerei da rifornimento, ma potrebbe non bastare. In tanti, ad esempio, puntano il dito sul fatto che utilizzare solo le basi in territorio israeliano potrebbe rendere queste piste degli obiettivi particolarmente appetibili non solo per i missili iraniani, ma anche per tutte le forze nemiche presenti ai confini, da Hezbollah ad Hamas fino alla Jihad islamica palestinese. Basterebbe un attacco simultaneo che saturi Iron Dome, la cupola antimissile israeliana, per far sì che il Paese si trovi con basi sotto attacco e con un sistema antimissile fuori uso.
  Nonostante le resistenze di molti ufficiali e politici, la possibilità di uno scontro come quello appena descritto è talmente presa sul serio da aver innescato la preparazione di un’esercitazione militare che utilizzi proprio lo scenario di un attacco a lunga distanza. I media hanno rivelato che le forze israeliane saranno impiegate in una manovra addestrative nel Mediterraneo basata proprio sulle distanze tra le basi dello Stato ebraico e l’Iran. E mentre i negoziati sul nucleare iraniano entrano in una fase di stallo, l’immagine dei caccia israeliani che si esercitano su come colpire i siti iraniani non può che essere interpretata come un chiaro messaggio all’establishment di Teheran. Messaggio che Naftali Bennett prova a recapitare da diverso tempo a Washington: perché senza l’appoggio degli Stati Uniti, l’ipotesi di un attacco decisivo appare sicuramente remota.

(Inside Over, 24 dicembre 2021)


L’Aliyah nel 2021 aumenta del 30%. Immigrazioni record dagli Stati Uniti

di Michelle Zarfati

Israele continua ad accogliere ebrei da tutto il mondo. L’Aliyah (immigrazione in Israele) ha registrato un significativo aumento nel corso del 2021, con 27.050 nuovi arrivi da tutto il mondo che vanno a costituire il 30% in più di Olim (nuovi immigrati) rispetto ai 21.820 dell'anno precedente. I dati sono stati pubblicati recentemente dal Ministero dell'Aliyah dell'Integrazione, dall'Agenzia Ebraica per Israele e dall’associazione Nefesh B'Nefesh.
  L’anno che sta per finire sembra aver portato un record di 4.000 olim provenienti dagli Stati Uniti, che sono arrivati in Israele con l'assistenza dell’associazione Nefesh B'Nefesh. Questa considerevole immigrazione dagli Stati Uniti ha costituito un aumento del 30% rispetto al 2020, totalizzando il numero annuo più elevato di nuovi immigrati dagli USA dal 1973. Altri 400 Olim sono arrivati quest'anno dal Canada, portando il totale previsto di nuovi entranti in Israele dal Nord America a oltre 4.400.
  I numeri recenti delle Aliyot mostrano anche un aumento del 40% dell'immigrazione dalla Francia rispetto al 2020, con l'arrivo totale di 3.500 Olim, il numero più alto di arrivi francesi negli ultimi quattro anni.
  Non solo, nel corso del 2021 anche 7.500 Olim si sono spostati dalla Russia verso Israele, con un aumento del 10% rispetto al 2020; 3.000 dall'Ucraina, in crescita del 5%; e 1.636 immigrati dall'Etiopia come parte dell'Operazione Zur Israel, un’operazione caldeggiata dallo Stato Ebraico volta a riunire i nuovi Olim con i loro parenti, che già vivono in Israele, dopo decenni di attesa.
  Altre fonti significative di Aliyah quest'anno includono 900 nuovi immigrati dall'Argentina, un aumento del 55% rispetto allo scorso anno. 650 Olim dal Regno Unito, con un aumento del 22% rispetto al 2021; 550 al Brasile; 550 Olim dal Sud Africa; 290 Olim dal Messico, con un incremento del 55% rispetto al 2020.
  Tuttavia, secondo i dati le Aliyot sembrano essere affrontate prevalentemente da giovani, circa il 55% di tutti gli Olim entrati regolarmente in Israele nel corso di quest'anno, risultano avere meno di 35 anni.
  La città che ha accolto più Olim nel corso 2021 è stata Tel Aviv, dove circa 2.870 immigrati hanno scelto di cominciare una nuova vita stabilendosi nella città, seguita da Gerusalemme con 2.760 arrivi, e Netanya con 2.710
  Quest'anno ha anche portato Olim con diversi background professionali, tra cui oltre 1.100 medici e professionisti paramedici che entreranno a far parte del sistema sanitario israeliano. Altri 1.670 Olim con competenze tecnologiche e circa 750 educatori.
  “L'Aliyah continua a battere ogni record. Nonostante la pandemia e le limitazioni che ha comportato, l’Aliyah in Israele non si è fermata. Siamo felici di accogliere decine di migliaia di Olim che hanno scelto di vivere qui – ha detto il Ministro dell'Aliyah e dell'Integrazione, Pnina Tamano-Shata - Gli Olim rappresentano per noi un incredibile motore di crescita per l'economia israeliana sotto ogni punto di vista".
  “Siamo entusiasti di vedere un forte aumento di Aliyot da paesi come: Stati Uniti, Francia, Argentina, Regno Unito, Sudafrica, Australia, Germania, Italia, Belgio e altri” ha spiegato Yaakov Hagoel, Presidente dell'Agenzia Ebraica.
  "Dopo un anno, incredibilmente impegnativo, celebriamo con gioia ogni singolo Oleh che ha compiuto la mossa coraggiosa di venire qui superando ogni difficoltà” ha concluso il Rabbino Yehoshua Fass, co-fondatore e direttore esecutivo di Nefesh B'Nefesh.

(Shalom, 23 dicembre 2021)


Una risoluzione diplomatica contro il nucleare iraniano

L’Iran arricchisce uranio al 60 per cento e minaccia di passare al 90. Il momento di agire è adesso

Il Washington Institute pubblica questa dichiarazione firmata da nomi di primo piano della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Fra gli altri ci sono l’ex direttore della Cia David Petraeus, l’ex direttore della Cia Leon Panetta, l’ex sottosegretario alla Difesa Michéle Flournoy. Non sono polemisti trumpiani, hanno fatto tutti parte dell’Amministrazione Obama e chiedono a Biden di agire per impedire che l’Iran abbia l’arma atomica.
  La sfida per impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare – un impegno preso dalle successive leadership di entrambi i partiti, Stati uniti e Iran – ha raggiunto un momento critico. La diplomazia sembra retrocedere, mentre i rappresentanti iraniani a Vienna avanzano nuove richieste massime e ritrattano sulle concessioni precedenti, nonostante i suoi scienziati stiano superando pericolose soglie di arricchimento dell’uranio. Il segretario di stato Antony Blinken aveva ragione nel dire che gli Stati Uniti non accetteranno un approccio dell’Iran che si blocca nei colloqui mentre nel frattempo avanza sul suo programma nucleare. I negoziati di Vienna rischiano di diventare una copertura affiché l’Iran si muova verso il raggiungimento della soglia necessaria a costruire una bomba atomica.
  Sosteniamo fortemente la preferenza dell’Amministrazione Biden per l’uso della diplomazia per garantire che il programma nucleare iraniano rimanga esclusivamente per scopi civili. Solo con un accordo diplomatico ci può essere una risoluzione reciprocamente accettabile di un problema particolarmente importante, mentre il mondo è alle prese con sfide urgenti come le minacce della Russia all’Ucraina e una Cina sempre più aggressiva. Mentre gli Stati Uniti hanno riconosciuto il diritto dell’Iran al nucleare per scopi civili, il comportamento iraniano continua a indicare che non solo c’è la volontà di preservare un’opzione per le armi nucleari, ma si sta muovendo attivamente per sviluppare tale capacità. Come ha dichiarato Rafael Grossi, il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la decisione dell’Iran di arricchire l’uranio al sessanta per cento e di produrre uranio metallico non ha alcuno scopo civile giustificabile.
  E’ importante ricordare che il limite iraniano per l’arricchimento di uranio sancito dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) del 2015 – l’accordo diplomatico il cui ritorno è l’obiettivo dei negoziati di Vienna – era del 3,67 per cento. Limite che era stato fissato per essere ben al di sotto della linea di demarcazione del venti per cento di arricchimento, che separa l’uranio a basso e ad alto arricchimento e il cui attraversamento è stato ampiamente visto come un indicatore dell’intenzione iraniana di muoversi verso l’arricchimento di tipo militare. Per molti di noi, compresi quelli che hanno sostenuto il Jcpoa, l’arricchimento al venti per cento per gli Stati Uniti era una linea rossa che avrebbe scatenato gravi conseguenze.
  Oggi la realtà più inquietante è che l’Iran arricchisce al sessanta per cento e minaccia di passare al novanta per cento; inoltre, sul suo percorso attuale, gli esperti affermano che l’Iran potrebbe accumulare, nel giro di pochi mesi, abbastanza uranio arricchito al sessanta per cento e sufficienti conoscenze tecniche sul processo di arricchimento da rendere i limiti, come attualmente concepiti, in gran parte irrilevanti. Ciò dovrebbe far scattare campanelli d’allarme non solo per la pericolosità intrinseca, ma anche perché indica che Teheran non teme conseguenze.
  Se non si sarà abbastanza persuasivi nel ricordare all’Iran che subirà gravi conseguenze se dovesse continuare sulla sua strada attuale, ci sono poche ragioni per sperare nel successo della diplomazia. E data la velocità con cui l’Iran sta andando avanti con il suo programma nucleare, tali conseguenze non possono essere limitate all’isolamento politico, alle risoluzioni di condanna nelle sedi internazionali e a ulteriori sanzioni economiche – che sono tutte parte necessaria di una strategia americana nei confronti dell’Iran, ma che in questa fase non sono sufficienti per convincere i leader iraniani che il prezzo che pagheranno richiederà loro di cambiare rotta. Pertanto, per il bene del nostro sforzo diplomatico nel risolvere questa crisi, crediamo che sia vitale ripristinare il timore dell’Iran che il suo attuale percorso nucleare innescherà nei suoi confonti l’uso della forza da parte degli Stati Uniti. La sfida è: come ripristinare la credibilità degli Stati Uniti agli occhi dei leader iraniani. Anche le parole – comprese le formulazioni più acute e dirette di “tutte le opzioni sono sul tavolo” – sono necessarie, ma non sufficienti.
  In questo contesto, crediamo sia importante che l’amministrazione Biden adotti misure che portino l’Iran a credere che persistere con il comportamento attuale e rifiutare una ragionevole risoluzione diplomatica metterà a rischio la sua intera infrastruttura nucleare, costruita faticosamente negli ultimi tre decenni. Tali misure possono includere l’organizzazione di esercitazioni militari di alto profilo da parte del Comando Centrale degli Stati Uniti, potenzialmente insieme agli alleati e ai partner, che simulano ciò che sarebbe coinvolto in un’operazione così significativa, comprese le prove di attacchi aria-terra su obiettivi consolidati e la soppressione delle batterie di missili iraniane. Altrettanto importante sarebbe fornire sia agli alleati che ai partner locali, sia alle installazioni che alle risorse statunitensi nella regione, capacità difensive rafforzate per contrastare qualsiasi azione di ritorsione che l’Iran potrebbe compiere, segnalando così la nostra disponibilità ad agire, se necessario. La cosa più significativa forse è che mantenere le promesse passate degli Stati Uniti di agire con forza contro altri oltraggi iraniani, come l’attacco con i droni da parte delle milizie sostenute dall’Iran contro la base americana di al-Tanf in Siria, la cattura illegale di navi mercantili da parte dell’Iran e l’uccisione di marinai disarmati, potrebbe avere l’impatto salutare di sottolineare la serietà degli impegni degli Stati Uniti ad agire sulla questione nucleare.
  Facciamo chiarezza – non stiamo sollecitando l’amministrazione Biden a minacciare un “cambio di regime” o a sostenere una strategia di “cambio di regime” sotto la copertura della non proliferazione. Non si tratta di ostilità verso l’Iran o il suo popolo. Infatti, esortiamo il governo degli Stati Uniti a fornire sostegno umanitario, inclusi i vaccini contro il Covid-19 e altra assistenza medica, ora – indipendentemente dall’impasse diplomatica. Ma è essenziale uscire da quest’impasse e fermare la pericolosa avanzata del programma nucleare iraniano.
  Riteniamo che un accordo diplomatico che garantisca in modo completo e verificabile che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente per scopi pacifici, rimanga il modo migliore per affrontare la sfida nucleare iraniana. E’ anche il modo migliore per prevenire una cascata di proliferazione nucleare in medio oriente, in cui altri paesi della regione si sentono costretti a eguagliare le capacità iraniane, con conseguenze disastrose per la sicurezza regionale e le norme globali di non proliferazione.
  Per evitare un conflitto militare – da parte nostra o di qualsiasi altro attore che si ritenga minacciato da una capacità nucleare iraniana – dobbiamo massimizzare le prospettive di un accordo. Per raggiungere questo obiettivo sarà essenziale offrire incentivi all’Iran, sia per influenzare il dibattito a Teheran che per dimostrare al mondo – specialmente a Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania, negoziatori con l’Iran – quanto gli Stati Uniti vogliano un accordo. Ma ripristinare la paura iraniana sulle gravi conseguenze che subirà se rifiuta non è meno essenziale del chiarire ciò che Teheran ha da guadagnare. Il momento di agire è adesso.

Il Foglio, 23 dicembre 2021)


I rabbini dei Paesi islamici incontrano Erdogan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, mercoledì scorso, ha incontrato alcuni rappresentanti della comunità ebraica turca e una delegazione dell’Alleanza dei rabbini nei Paesi islamici (ARIS) ad Ankara. Tra i presenti, Isaak Haleva, Rabbino Capo di Turchia e Berel Lazar, Rabbino Capo di Russia.
  “Il più grande desiderio della Turchia è un Medio Oriente, in cui vivano pacificamente persone di diverse religioni, lingue ed etnie”, ha detto il presidente turco. Erdogan si è espresso contro “idee disumane come il razzismo, l’antisemitismo, l’intolleranza”, definendo l’antisemitismo e l’islamofobia “crimini contro l’umanità”. Nonostante le divergenze politiche nei confronti dei palestinesi “i rapporti con Israele nei campi dell’economia, del commercio e del turismo stanno progredendo”.
  Recentemente Erdogan in varie occasioni aveva detto di voler migliorare i legami con Israele. Aveva, inoltre, affermato di “aver avuto in passato dei colloqui con lo Stato ebraico” e che la Turchia era pronta a scambiarsi con Israele gli ambasciatori nelle giuste circostanze.
  In segno di miglioramento dei rapporti, Erdogan ha accolto con favore il recente dialogo con il presidente israeliano Isaac Herzog e il primo ministro Naftali Bennett e ha sottolineato che “un sincero e costruttivo sforzo israeliano nel raggiungere la pace con i palestinesi, contribuirà senza dubbio al processo di normalizzazione” tra Ankara e Gerusalemme - “Le relazioni con Israele sono vitali per la sicurezza e la stabilità del Paese” ha aggiunto.
  La comunità ebraica turca e l’Alleanza dei rabbini nei Paesi islamici hanno scritto in un tweet: “Ringraziamo il presidente Erdogan per averci accolto calorosamente nel primo summit annuale dell’Alleanza dei rabbini nei Paesi islamici. Il caloroso benvenuto e l’atmosfera fraterna resteranno per sempre con noi”. Durante l’incontro i rabbini hanno donato al presidente Erdogan una menorah.

(Shalom, 23 dicembre 2021)


Cile - Il nuovo idolo delle sinistre odia Israele 

«Quello ebraico è uno Stato genocida», dice Gabriel Boric. Invece per Maduro ha avuto anche parole di apprezzamento. «Gli ebrei cileni chiedano a Israele che restituisca il territorio palestinese occupato» 

di Maurizio Stefanini 

In Cile ci sono 18.000 ebrei e tra i 350.000 e i 500.000 palestinesi: una comunità talmente forte, quest'ultima, che ha perfino una squadra di calcio in serie A. È di origine palestinesi anche Daniel Jaude: il candidato comunista che il nuovo presidente Gabriel Boric ha sconfitto alle primarie. Forse è quindi più ancora per preoccupazione elettoralistiche che per motivazioni ideologiche o pregiudizi antisemiti, se un Gabriel Boric allora ancora solo leader promettente di una nuova sinistra il 2 ottobre del 2019 rispose agli auguri per il nuovo anno ebraico in modo che più che da estremista era da cafone. «La Comunità Ebraica in Cile mi invia un vasetto di miele per il nuovo anno ebraico, riaffermando il loro impegno con "una società più inclusiva, solidale e rispettosa". Ringrazio il gesto però potrebbero iniziare col chiedere a Israele che restituisca il territorio palestinese illegalmente occupato». Maleducato, e pure in contraddizione, perché appunto dovrebbe semmai essere interesse di un "antisionista" distinguere tra ebrei e Israele, e sottolineare che l'opposizione alle politiche del governo israeliano non implica avversione agli ebrei come etnia e fede. 

• ANTISIONISTA 
  Lo scorso 6 ottobre, però, già da candidato presidenziale, in una intervista tv durante la campagna elettorale aggiustava un po' il tiro: sempre un duro attacco a Israele, ma non più agli ebrei cileni, e tirando invece in ballo anche Paesi islamici e comunisti. 
  «Lei ha detto che Israele è uno Stato genocida. Lo mantiene?». «Lo mantengo. Tutti i Paesi che stanno violando i trattati internazionali come nel caso di Israele, Cina, Arabia Saudita o Turchia, devono adempiere alla legge internazionale ... Dobbiamo difendere in materia internazionale i principi dei diritti umani a ogni costo, indipendentemente dal governo che ci sia nel Paese che sia posto in questione». 
  Il 21 novembre si è poi qualificato per il secondo turno, con il 25,83% contro il 27,91 di un José Antonio Kast verso il quale pure gli ebrei cileni avevano un minimo di apprensione, per le accuse di essere figlio di un nazista. Ma era nella Wehrmacht e aveva la tessera del partito unico come tanti tedeschi per quieto vivere in regime totalitario; però è evidente che a un elettore ebreo uno scrupolo viene. 
  Così, il 29 novembre, in attesa del ballottaggio, è stato Boric a mandare lui gli auguri alla comunità ebraica. «Un saluto alla comunità ebraica oggi, all'inizio di Chanukkah. La festa in cui si festeggia la vittoria del valore contro l' oppressione, la lotta per la libertà». 
  Diventato Presidente, Boric gli auguri della ambasciatrice israeliana Marina Rosenberg li ha ricevuti, sembra senza commenti. Come gli auguri della comunità ebraica cilena e di quella palestinese, mentre la stampa israeliana sta ricordando tutto questo dossier con una certa preoccupazione. «La Comunità Ebraica in Cile si felicita col Presidente eletto del nostro Paese e augura molto successo al suo governo. Di nuovo abbiamo vissuto una elezione esemplare e trasparente. Ci aggiungiamo nel lavorare per un Cile democratico, diverso e rispettoso delle minoranze. #BoricPresidentedeChile», è stato il Tweet della Comunità Ebraica. «Felicitazioni a tutti i cileni e le cilene per l' esemplare processo democratico. I migliori auguri per il presidente eletto @gabrielboric. Il Popolo di #Israele abbraccia il Popolo del #Cile, compartendo i desideri di un futuro on equità, pluralismo e libertà», è stato il Tweet della ambasciatrice. 

• LA GRANA VENEZUELANA 
  Senza commenti è rimasto per ora anche l'augurio inviato dal presidente venezuelano Maduro, che ha salutato «il popolo di Salvador Allende e di Victor Jara per la sua contundente vittoria sul fascismo». Anche qui ci sono Tweet di Boric interessanti. Nel 2013, quando Maduro fu per la prima volta eletto presidente: «Ha vinto Maduro. Vittoria risicata. Un segnale forte. Un sacco di successi per la sinistra, non solo in Venezuela, ma in tutta l'America Latina!». Lo scorso maggio, quando Maduro aveva salutato l'avanzata della coalizione di Boric a Costituente e voto locale come «un contundente rifiuto al neoliberalismo selvaggio», gli aveva però risposto: «e anche un mandato di rispetto incondizionato ai diritti umani. Qualcosa rispetto a cui tanto Pinera come lei non sono stati all'altezza». 
  In realtà, mettere sullo stesso piano di negatività un Paese in cui i risultati elettorali si rispettano e dove le proteste del 2019-20 hanno fatto 34 vittime con un altro in cui dal 2015 in poi tutti i risultati elettorali son stati scippati e dove nel 2018-19 le vittime di uccisione extragiudiziali sono state oltre 10.000, rispetto a Maduro potrebbe essere quasi assolutorio. Però un tono di schiaffo c'era. Insomma Boric sembra avere una notevole capacità di evolvere. Vedremo se sarà in bene.

Libero, 23 dicembre 2021)


Israele, nel tesoro trovato sott'acqua c'è anche l'anello con una delle prime raffigurazioni di Gesù

Sulla gemma, l'immagine di un giovane pastore che indossa una tonaca e tiene sulle spalle una pecora, o un montone, risalente agli albori della cristianità

Un anello ottagonale d'oro con una rara gemma incastonata. È uno dei reperti recuperati nei fondali antistanti il porto di Cesarea (a nord di Tel Aviv). Si tratta, secondo gli archeologi, di un oggetto molto raro in quanto sulla pietra vi è raffigurata l'immagine del 'Buon Pastore', una delle prime raffigurazioni di Gesù. 
  La gemma, di colore verde, mostra infatti l'immagine di un giovane pastore che indossa una tonaca e tiene sulle spalle una pecora, o un montone. Secondo gli studiosi israeliani l'anello potrebbe essere appartenuto a un membro - probabilmente, una donna - di una delle prime comunità cristiane di Cesarea. Fa parte del "tesoro" trovato sui relitti di due navi affondate in epoca remota: una in periodo romano, l'altra durante l'era mammelucca.
  Tra gli altri oggetti recuperati un'altra gemma (con l'immagine dell'arpa del biblico re Davide), centinaia di monete d'argento, statuette e campane di bronzo. "Le navi erano probabilmente ancorate nelle vicinanze e hanno fatto naufragio a causa di una tempesta", hanno spiegato gli archeologi marini Jacob Sharvit e Dror Planer.
  Come ha ricordato il direttore dell'Autorità per le antichità israeliane, Eli Eskozido, "le coste israeliane sono ricche di siti e reperti, beni immensamente importanti del patrimonio culturale nazionale e internazionale. Sono estremamente vulnerabili, motivo per cui l'Autorità conduce indagini subacquee per individuare, monitorare e salvare qualsiasi antichita'".

(RaiNews, 23 dicembre 2021)


Israele, bufera sull'ex capo del Mossad «Raccontava i segreti all'amante»

Le rivelazioni del marito (divorziato) di una hostess, legata a Yossi Cohen: «È un chiacchierone».

di Davide Frattinl

GERUSALEMME - I capelli sempre impomatati, il sorriso lucido quanto quel ciuffo pettinato all'indietro. Gli israeliani hanno imparato negli ultimi cinque anni a conoscere il volto e gli atteggiamenti di questa ex spia che di anni ne ha compiuti 6o a settembre. Dei predecessori sapevano a mala pena il nome e fino al 1996 neppure quello, il capo dell'Istituto veniva identificato con l'iniziale.
  A Yossi Cohen una semplice Y non sarebbe bastata. Anche prima di concludere il mandato da direttore del Mossad ha voluto costruirsi un profilo pubblico, riflettori accesi sull'ombra in cui l'organizzazione incaricata delle operazioni esterne cerca sempre di muoversi. Quando nel 2018 Benjamin Netanyahu - allora primo ministro, ha considerato Cohen un possibile successore alla guida della destra - annuncia che gli agenti segreti sono riusciti a recuperare i dossier del programma nucleare iraniano, ai reporter arriva la conferma da fonti anonime che il blitz dentro a Teheran sia stato pilotato in diretta da Cohen stesso (la fonte anonima secondo tutti).
  Ormai in pensione (dallo scorso giugno) è sempre lui a divulgare altri dettagli su quel raid durante un'intervista televisiva: la squadra - dice - era composta da 007 che parlavano diverse lingue straniere; l'archivio era nascosto in una zona industriale e a un certo punto le guardie e gli operai iraniani hanno cominciato ad arrivare mentre gli operativi stavano scassinando («non è che puoi saltare dall'altra parte del muro e scappare»). Sceglie un paragone hollywoodiano: «Lo stile e alla Ocean's Eleven con George Clooney, fiamma ossidrica per aprire la cassaforte». Avrebbe spiattellato ancora di più a quella che il programma investigativo del Canale 13 sostiene essere stata la sua amante, una relazione iniziata nel 2018 quando Cohen era il boss delle spie israeliane. I due si sarebbero conosciuti sull'aereo dove la donna lavorava come assistente di volo e di altri viaggi in giro per il mondo - che però avrebbero dovuto rimanere clandestini - Yossi si sarebbe vantato con lei e con il marito.
  Che ha deciso di rivelare la vicenda al giornalista Raviv Drucker in una lunga confessione trasmessa l'altra sera. Ha spiegato di aver conosciuto Cohen attraverso la moglie, di averci cenato. «E' un chiacchierone - dice Guy Shiker, noto nell'ambiente finanziario - e una volta ha raccontato che il Mossad controllava il medico personale di un leader arabo. Oppure di come avesse dovuto travestirsi da guida turistica per una missione. Si vantava del suo stile manageriale, che, diventato direttore aveva cacciato sei capi divisione perché non gli erano leali».
  Shiker ha scritto sulla sua pagina Facebook di essere andato in tv per proteggere i due figli (Cohen ne ha quattro): «Il prezzo del silenzio è sempre più caro». L'ex 007 smentisce e la donna ha cercato di fermare la messa in onda attraverso un intervento del giudice: i suoi avvocati negano «la relazione con Cohen o che lui abbia parlato di azioni segrete alla coppia». Sostengono «che il matrimonio non è finito a causa di Cohen come dichiarato da Shiker, la nostra cliente aveva presentato la domanda di divorzio già nel 2016». L'inchiesta di Drucker rivela anche che Cohen avrebbe sfruttato la posizione al Mossad per raccogliere informazioni sul marito e che lo stesso Shiker lo avrebbe sollecitato ad assumere la sua assistente personale offrendole un posto nella stazione dell'agenzia a Bangkok. La richiesta sarebbe stata accolta.
   

(Corriere della Sera, 23 dicembre 2021)


I giudici tedeschi: «Il rapper odia gli ebrei. Si può definire antisemita»

di Daniel Mosseri

BERLINO - La libertà di espressione deve valere per tutti: tanto per chi diffama, quanto per chi è stato diffamato. Lo ha stabilito la Corte costituzionale tedesca dando ragione a un rappresentante della Amadeu Antonio Stiftung, una fondazione berlinese impegnata contro il razzismo, che aveva chiamato il cantante tedesco Xavier Naidoo «un antisemita».
  Nato nel 1971 a Manheim da genitori sudafricani, Naidoo è famoso in Germania per le sue canzoni R&B e per le sue uscite ora omofobe, ora antisemite. Nel 2015 è chiamato a rappresentare il suo paese all'Eurovision del 2016, invito ritirato dopo che una raccolta di firme online e le pressioni dei Verdi lo squalificano per il testo omofobo e transofobo della sua canzone «Wo sind die jetzt», Naidoo fa poi notizia perché chiama il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi «il Consiglio centrale delle menzogne», scrive su Twitter che «tradimento, corruzione e ricatto» sono «il modo di vivere degli ebrei», che tutti gli ebrei dalla pelle chiara sono ingannatori e che «ci sono tanti ebrei in questo brutto mondo di molestatori di bambini». Senza dimenticare di sostenere ancora che lo sterminio «è una finzione storica di successo» mentre i Protocolli dei savi di Sion, un finto documento storico ferocemente antisemita, è uno dei «documenti più importanti della storia dell'umanità».
  Nel 2017 una rappresentante della Fondazione Amadeu Antonio partecipa a una conferenza sui Reichsbürger, un movimento di nazionalisti che rimpiange l'Impero guglielmino visto che la nostalgia per il Terzo Reich è vietata per legge. A una domanda di un giornalista su cosa pensa di Naidoo e dei suoi testi, la rappresentante risponde: «È un antisemita: non dovrei dirlo perché ha la denuncia facile, ma può essere facilmente provato». La querela del cantante arriva puntuale e sia il Tribunale regionale di Ratisbona sia il Tribunale regionale d'appello di Norimberga censurano le affermazioni della donna perché dannose per la dignità del cantante che avrebbe subito anche un effetto-gogna. La Corte di Karlsruhe ha ribaltato invece la sentenza stabilendo che le due corti hanno trascurato la centralità della libertà nel pubblico scontro fra le idee. Per cui se detesti gli ebrei non ti puoi offendere se poi ti danno dell'antisemita.

(il Giornale, 23 dicembre 2021)


Cresce il numero dei cristiani in Israele

A differenza di tutti gli altri paesi del Medio Oriente, in Israele la popolazione cristiana è in crescita. E’ quanto emerge dai dati diffusi martedì dall’Ufficio Centrale di statistica israeliano in vista dell’imminente Natale.
  In Israele oggi vivono circa 182.000 cristiani, pari all’1,9% della popolazione totale, e sono aumentati dell’1,4% rispetto al 2020. I cristiani in Israele costituiscono il 7% della popolazione araba (che è in maggioranza musulmana) e il 76,7% dei cristiani israeliani sono arabi. I più grandi centri abitati da arabi cristiani in Israele sono Nazareth (21.400), Haifa (16.500) e Gerusalemme (12.900).
  Il Ministero degli esteri israeliano ha detto che è “infondata” e che “distorce la realtà della comunità cristiana in Israele” la campagna lanciata in questi giorni dal patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme Teofilo III e altri leader religiosi cristiani contro quello che definiscono “il tentativo sistematico di cacciare la comunità cristiana da Gerusalemme e da altre parti della Terra Santa”.

(israele.net, 22 dicembre 2021)


Quarta dose: Israele si dice pronta a partire

II primo ministro israeliano, Naftali Bennett, ha annunciato che il personale sanitario e i cittadini di età superiore ai 60 anni potranno beneficiare di una quarta dose di vaccino contro il Covid. «Gli israeliani sono stati i primi al mondo a ricevere la terza dose del vaccino e stiamo continuando a essere pionieri anche con la quarta dose».

(Avvenire, 22 dicembre 2021)


*


Prima vittima per la Omicron. Il caso Israele

Israele, paese modello nella lotta alla pandemia, ha registrato il primo decesso di un paziente Covid-19 contagiato con la nuova variante del Coronavirus, denominata Omicron. Lo riporta l'emittente KAN News, riferendo che si tratta di un uomo di 75 anni, vaccinato con due dosi ma che ancora non aveva avuto il booster. Il paziente, che era da alcuni giorni ricoverato in ospedale, è morto lunedì al Soroka-University Medicai Center di Beersheba.

(Nazione-Carlino-Giorno, 22 dicembre 2021)


Due brevi notizie che confermano la posizione di primato che ormai il mondo riconosce ad Israele nella lotta a colpi di vaccini che è stata scelta per contrastare la pandemia. E' un oscuro primato in una lotta che contiene al suo interno molto più male di quello che vorrebbe combattere. M.C.


Così Israele e Usa si preparano al futuro senza Jcpoa

La situazione sul Jcpoa è bloccata, e il tempo per ricomporre l’intesa sta scadendo con il rischio che si produca una “crisi in escalation” in Medio Oriente, dice l’amministrazione Biden. Teheran tira la corda ma il punto di rottura non è così lontano.

di Gabriele Carrer ed Emanuele Rossi

Dopo il viaggio a Washington del ministro della Difesa di Israele Benny Gantz, ora tocca a un alto funzionario dell’amministrazione di Joe Biden volare in Israele. In questi giorni Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale, ha in agenda incontri con il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Naftali Bennett e i ministri Gantz e Yair Lapid, a capo degli Esteri e futuro premier secondo gli accordi di rotazione nella maggioranza. Nella delegazione statunitense ci sono Brett McGurk, deputy assistant del presidente e responsabile delle politiche per l’area Mena, e Yael Lempert, assistente segretario di Stato per il Vicino Oriente. Previsto anche un faccia a faccia con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas.
  Il clima tra Washington e Gerusalemme non appare dei migliori. Almeno quello tra Biden e Bennett, se è vero, come ha rivelato Channel 13, che il presidente statunitense ha rifiutato diverse telefonate del primo ministro israeliane in queste ultime settimane.

Al centro delle discussioni c’è inevitabilmente l’Iran e l’accordo nucleare.
  La linea dell’amministrazione Biden è chiara: il tempo per i colloqui a Vienna sul nucleare iraniano sta scadendo. Il timore di Israele è altrettanto noto: l’amministrazione Biden potrebbe cercare un accordo provvisorio con l’Iran congelando l’arricchimento dell’uranio al 60 per cento in cambio della fine di alcune sanzioni. Secondo il governo Bennett questa ipotesi darebbe fiato all’economia iraniana senza però alcun passo indietro effettivo sul programma nucleare.

  1. La situazione sul Jcpoa è bloccata, e il tempo per ricomporre l’intesa sta scadendo con il rischio che si produca una “crisi in escalation” in Medio Oriente, ha detto Robert Malley, inviato speciale degli Stati Uniti per il dossier Iran. “A un certo punto, in un futuro non troppo lontano, dovremo concludere che il Jcpoa non esiste più e dovremo negoziare un accordo completamente nuovo e diverso, e naturalmente attraverseremo un periodo di crisi crescente”, ha spiegato alla Cnn.

Venerdì 17 dicembre, il settimo round di colloqui nucleari tra l’Iran, i membri del Jcpoa (Francia, Regno Unito, Germania/Unione europea, Russia e Cina) e gli Stati Uniti, si è concluso a Vienna. Non è chiaro quando i colloqui potrebbero riprendere, si spera relativamente presto (dicono i diplomatici europei), mentre non ci sono stati importanti sviluppi: con le ultime riunioni – le prima a cui hanno partecipato i funzionari della nuova presidenza Raisi – non si è raggiunto nemmeno il punto di partenza con cui i talks si erano interrotti a giugno; quando a negoziare c’era una squadra iraniana più aperta dell’attuale conservatrice.
  Malley ha anche detto che l’Iran è vicino alla capacità di sviluppare un’arma nucleare nel prossimo futuro: “Se continuano al loro ritmo attuale, ci restano alcune settimane, ma non molto di più, a quel punto, penso, la conclusione sarà che non c’è nessun accordo da riprendere”. Ricomporre l’accordo ora è diventata una questione di tempo, dopo che per anni gli americani hanno seguito la linea tracciata dall’amministrazione Trump, che era uscita dall’intesa e riavviato una serie di sanzioni pesanti contro la Repubblica islamica secondo quella che viene definita la “strategia della massima pressione”.
  A distanza di oltre tre anni dalla decisione di Donald Trump, e dopo che l’amministrazione Biden l’ha sostanzialmente tenuta in piedi, il bilancio è più o meno quello che ne fa Janan Ganesh sul Financial Times: l’Iran è adesso più vicino che mai alla costruzione di una bomba atomica (usarla è un altro discorso) e ha aumentato la sua cooperazione con la Cina (e stretto quella con la Russia), deluso e critico dal comportamento occidentale. “Se usiamo il metro dell’evoluzione interna dell’Iran piuttosto che quella geopolitica, i risultati sono disastrosi”, scrive Ganesh: il Paese non solo ha una leadership conservatrice ben più dura di quella pragmatico-riformista che aveva negoziato il Jcpoa, ma ha anche una terza generazione post-rivoluzionaria in cui stanno crescendo le istanze ultra-conservatrici.
  Attualmente le condizioni per qualsiasi ripresa dell’accordo vanno dal fantastico (la fine di tutte le sanzioni di Stati Uniti e Unione europea, comprese quelle non legate alle questioni nucleari) al costituzionalmente impossibile (assicurazioni che nessuna futura Casa Bianca rinnegherà il Jcpoa qualsiasi cosa succeda). Posizioni che sono frutto anche della ricerca di consenso dell’amministrazione iraniana, che sta cercando di gestire la propria collettività. La quale è divisa: da un lato progressisti o riformisti che vorrebbero la fine delle politiche dure e l’apertura al mondo della Repubblica islamica; dall’altro i conservatori. Per provocare ad accontentare entrambi, Teheran finge di trattare: ossia lo fa, ma con richieste estreme, addossando la colpa del non raggiungimento di un punto di incontro agli altri.
  L’amministrazione Biden è pronta a presentare una “sequenza di passi” con l’Iran per tornare alla conformità nucleare, ma non può vincolare un futuro presidente americano all’accordo, né tanto meno accettare subito la riduzione delle sanzioni: “Siamo preparati con un sistema in cui entrambe le parti sapranno chi farà cosa e quando, e siamo pronti a negoziarlo”, ha detto Malley. A questo punto, dopo aver cercato di tornare alla reciproca conformità all’accordo, per Washington è chiaro che ci sia da prepararsi a una situazione in cui non ci sarà una nuova intesa con l’Iran e il Jcpoa decadrà.
  Anche a questo si legano i vari contatti con Israele e con i Paesi del Golfo, che condividono l’inimicizia esistenziale nei confronti della Repubblica islamica. Nei giorni scorsi Bennett si è recato in visita negli Emirati Arabi Uniti, un importante alleato degli Stati Uniti, ma anche il secondo partner commerciale dell’Iran e un canale per le transazioni commerciali e finanziarie di Teheran con altri Paesi. È stata la prima volta di un primo ministro israeliano dopo gli Accordi di Abramo. Come raccontato su Formiche.net, l’erede al trono Mohammed bin Zayed Al Nahyan appare orientato a una qualche forma di distensione, necessaria per sostenere la strategia di crescita del ruolo diplomatico ed economico, con l’Iran. E questo genere di contatti con la Repubblica islamica non dispiacciono a Gerusalemme, che non può parlare con il nemico ma accetta che un alleato fidato si occupi di aprire una forma di dialogo.
  Teheran cerca di sfruttare le leve negoziali per poter progredire nel programma nucleare e poi usare quello come ulteriore leverage, ma è evidente che tutto questo ha un punto di rottura, e il rischio per gli iraniani sta nel sottovalutare la possibilità che americani e alleati spingano per un piano offensivo se quello diplomatico fallisse del tutto.

(Formiche.net, 22 dicembre 2021)


Israele-Usa: consigliere sicurezza statunitense Sullivan, dobbiamo sviluppare strategia congiunta

GERUSALEMME - Gli Stati Uniti e Israele si trovano in un "frangente critico" su varie questioni di sicurezza e dovrebbero sviluppare una strategia congiunta. Lo ha dichiarato il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan al primo ministro israeliano Naftali Bennett durante una visita a Gerusalemme. L'ufficio di Bennett, che ha diffuso il video dell'incontro, ha dichiarato che i due hanno discusso degli sforzi dell'Iran e dei Paesi del gruppo 5+1 in corso a Vienna per rinnovare l'accordo nucleare del 2015. "Ciò che accade a Vienna ha profonde ramificazioni per la stabilità del Medio Oriente e la sicurezza di Israele per i prossimi anni", ha detto Bennett a Sullivan, riferendosi ai colloqui ripresi lo scorso 29 novembre nella capitale austriaca con i rappresentanti della nuova amministrazione iraniana guidata dal conservatore Ebrahim Raisi. Israele, che non è parte di quei colloqui, ha più volte affermato in questi anni che in caso di un fallimento della diplomazia, potrebbe ricorrere alla forza militare per impedire all'Iran di ottenere i mezzi per fabbricare un’arma atomica. Sullivan ha affermato di essere stato inviato in Israele dal presidente Joe Biden "perché in un momento critico per entrambi i nostri Paesi su una serie importante di questioni di sicurezza, è importante che ci sediamo insieme e sviluppiamo una strategia comune, una prospettiva comune".

(Agenzia Nova, 22 dicembre 2021)


L’ultima opzione di Israele per difendersi dall’armamento atomico dell’Iran (se le cose non cambiano…)

di Ugo Volli

Ormai è diventata molto concreta la possibilità che Israele debba presto difendersi da solo dall’armamento nucleare dell’Iran, che secondo il giudizio generale è questione di mesi, se non di settimane. Si tratta di una decisione difficile alla quale lo Stato Ebraico, vista la situazione, potrebbe essere costretto a prendere. Le trattative atomiche degli Usa con l’Iran a Vienna stanno andando verso il fallimento. L’Iran dichiara continuamente di voler “eliminare l’entità sionista dalla carta geografica”. La bomba atomica renderebbe più o meno inutile la superiorità tecnologica e militare di Israele, perché ogni volta che Israele prevalesse sul terreno, gli ayatollah potrebbero minacciare il bombardamento nucleare. La difesa contro un pericolo del genere può dunque essere solo preventiva. Come ha fatto con l'Iraq e con la Siria, Israele si sta ponendo il problema di distruggere l’atomica iraniana prima che nasca.
  Ma come fare? L’Iran ha dieci volte la popolazione di Israele e ottanta volte la sua estensione. Ha inoltre imparato dal passato e si è sforzato di costruire il suo apparato militare in bunker o sotto le montagne. I problemi tecnici e le opportunità sono spiegati in un dettagliato articolo di Yoav Limor, il più esperto giornalista militare del primo quotidiano israeliano per diffusione, Israel Hayom, e questo rende ancor più autorevole la sua voce.
  Il processo di pianificazione è lungo e non è terminato, anche se l’esercito israeliano ci sta lavorando “febbrilmente”. Ha dichiarato un alto ufficiale a Limor: "Non ci sarà una situazione in cui qualcuno prende una decisione e 24 ore dopo ci sono aerei a Teheran. Avremo bisogno di molto tempo per preparare il sistema per la guerra, perché la nostra ipotesi di lavoro deve essere che questo non sarà un attacco, ma una guerra."
  Innanzitutto c’è un allenamento degli aerei e i piloti, che dovranno operare a grande distanza, con rifornimenti in volo. Le esercitazioni, già annunciate, servono anche a rendere più difficile l’individuazione in anticipo dell’attacco perché moltiplicano le occasioni di decolli in massa e preparazioni tecniche, che oggi, con le nuove tecnologie, non possono passare inosservate. Vi dovrà essere anche uno sforzo di intelligence per aggiornare gli obiettivi e una preparazione delle forze di terra cui toccherà fermare gli attacchi di reazione che potrebbero arrivare da Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania. Sarà anche necessario il rifornimento completo dei proiettili di Iron Dome, che Israele attende dagli Stati Uniti. E sempre dagli Stati Uniti, vi è il problema degli aerei di rifornimento per i bombardieri, che Israele ha ordinato, ma per la cui consegna rapida manca il consenso della Presidenza. Di recente si è parlato dell’arrivo in Israele di altri aerei del genere, forniti da altri stati
  Un’altra questione da risolvere è quello della decisione politica di intraprendere l’attacco, che dovrà essere presa da un gabinetto ristretto, dopo aver informato il capo dell’opposizione. Il problema è che il governo attuale ha al suo interno l’estrema sinistra e il partito arabo vicino alla Fratellanza Musulmana, che hanno più volte dichiarato la loro contrarietà, minacciando addirittura di far cadere il gabinetto in caso di operazioni militari, anche assai più piccole di quella contro l’Iran. Bisogna prevedere la loro sostituzione con l’attuale opposizione, in un governo di unità nazionale.
  La questione non militare più delicata è però la preparazione diplomatica. Naturalmente Israele non potrà condividere con nessuno (salvo forse con gli americani) il momento e le modalità operative della sua azione, ma dovrà comunque prima discuterne con le maggiori potenze mondiali e anche con gli interlocutori arabi non apertamente nemici, avvertendoli della possibilità operativa. Senza dubbio dopo l’attacco bisogna prevedere reazioni pubbliche molto dure di condanna da parte di tutti, ma la realtà sul piano operativo potrà essere un po’ diversa e migliore. Vi saranno collaborazioni più o meno tacite e segrete da parte di alcuni, per esempio i paesi del Golfo Persico; posizioni neutrali di altri, come forse la Turchia, attenta a trarre vantaggi; atteggiamenti dubbi, come quelle degli Usa e in qualche modo anche della Russia, protettrice dell’Iran ma certamente preoccupata di non cedergli troppo spazio. Entrambe queste potenze verranno a sapere subito del tentativo, informati dai loro satelliti E così la Cina, che è un’altra incognita. Si tratta di capire se avvertiranno l’Iran o addirittura interverranno attivamente. E ci saranno naturalmente nemici politici, sia fra gli stati che fra i movimenti, che penseranno a punire Israele per la sua ostinazione a difendersi. E’ probabile che molti di questi saranno in Europa e negli Usa, soprattutto a sinistra.
  Mentre organizza queste coperture diplomatiche e militari, Israele dovrà anche decidere che ampiezza dare all’attacco, se colpire solo gli impianti atomici, che sono l’obiettivo, o approfittare della sorpresa per disarmare il più possibile le armi offensive tradizionali dell’Iran: missili, aerei, navi, truppe di terra, per indebolire la possibile reazione. La pianificazione dell’azione in se stessa è estremamente difficile. Si tratta di capire se i molti aerei coinvolti saranno costretti a partire da Israele, sorvolando Giordania, Arabia o Siria; o se avranno punti d’appoggio in qualche paese arabo (magari nelle basi americane) o magari in Azerbaigian; bisognerà predisporre i rifornimenti, gli elicotteri e le navi per recuperare gli equipaggi eventualmente abbattuti. Prima dei bombardamenti veri e propri, che saranno probabilmente condotti con i bombardieri tradizionali come gli F-15, i più moderni ma meno numerosi F-35 “invisibili” dovranno accecare i radar iraniani e distruggere la loro contraerea. C’è il grande problema dei proiettili capaci di penetrare i bunker e le caverne dove sono nascosti gli impianti atomici iraniani. E’ possibile che alla missione partecipino droni e anche missili sparati da sommergibili, magari spostati nei mari più vicini all’Iran, benché probabilmente essi saranno tenuti di riserva. E bisognerà contemporaneamente essere pronti a bloccare Hamas, Hezbollah e gli altri terroristi, a preparare il fronte interno, ad accumulare rifornimenti e strutture d’emergenza.
  Insomma, si tratta certamente della missione più complessa e ardita mai tentata dall’esercito israeliano, che pure di cose difficili ne ha fatte tante. E’ chiaro che una decisione del genere non sarà presa a cuor leggero, anzi sarà veramente l’ultima scelta in una situazione di assoluta necessità. Tutti, in Israele e nel mondo ebraico, speriamo che essa non sia necessaria. Ma l’esperienza, anche quella di Israele, insegna che di fronte a un pericolo chiaro e imminente, come sarebbe per Israele l’armamento nucleare iraniano, la sola difesa possibile è l’attacco preventivo. I prossimi mesi ci diranno se queste analisi, e i discorsi molto allarmati della politica israeliana, sono solo giustificate preoccupazioni e precauzioni, o qualcosa di più concreto

(Shalom, 22 dicembre 2021)


“Siamo Ong”. “No, terroristi”. Scontro tra Israele e palestinesi alla Camera

Dura condanna da parte dell’ambasciata israeliana a Roma per l’audizione di due Ong palestinesi (Addameer e Al Ha) al Comitato per i diritti umani nel mondo presieduto da Laura Boldrini: “I terroristi non possono dare lezioni alle democrazie”. Ecco cos’è successo.

di Gabriele Carrer

Un’audizione alla Camera dei deputati riaccende il dibattito sulla questione israelo-palestinese in Italia.
  Ore 19 di lunedì 20 dicembre. Il Comitato permanente per i diritti umani nel mondo, costituito in seno alla commissione Affari esteri e presieduto dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini, svolge l’audizione, in videoconferenza, dei rappresentanti delle Ong palestinesi Addameer e Al Haq all’interno di un’indagine conoscitiva sull’impegno dell’Italia nella comunità internazionale per la promozione e tutela dei diritti umani e contro le discriminazioni.
  Si tratta di due delle sei Ong definite “organizzazioni terroristiche” nei mesi scorsi dal ministro della Difesa israeliano Benny Gantz. L’accusa del governo israeliano è che le organizzazioni non siano affatto non governative. Anzi, sostengano e offrono copertura alle attività del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, partito marxista presente con tre seggi al Consiglio legislativo palestinese, nella lista nera di Stati Uniti e Unione europea, attiva in Italia negli Anni di piombo. Un’accusa “non giustificata”, secondo la presidente Boldrini. L’audizione è stata dedicata quasi esclusivamente proprio all’inserimento delle Ong nella lista nera.
  “La sistematica diffamazione da parte di Israele delle Ong palestinesi per i diritti umani e dei difensori dei diritti umani mira a delegittimare, opprimere, mettere a tacere e drenare il loro lavoro e le loro risorse”, spiegava il direttore di Al Haq, Shawan Jabarin, al manifesto.
  L’ambasciata d’Israele in Italia guidata da Dror Eydar si è detta “scioccata dal fatto che un terrorista condannato (Jabarin, ndr) e due organizzazioni terroristiche come Al-Haq e Addameer, entrambe parte dell’organizzazione terroristica Fronte popolare per la liberazione della Palestina, siano state formalmente invitate a parlare” alla Camera. Di lui, si legge in una nota diffusa dall’ambasciata, nel 2009 la Corte Suprema israeliana ha scritto che “agisce come dottor Jekyll e Mister Hyde, a volte come amministratore delegato di un’organizzazione per i diritti umani e altre volte come attivista in un’organizzazione terroristica che non ha evitato omicidi e tentati omicidi e che non ha nulla a che fare con i diritti”.
  Addameer, invece, ha rappresentato in tribunale un suo affiliato, “Samer Arbid, un terrorista palestinese che lavorava in quell’organizzazione e che ha ucciso in modo crudele e disumano Rina Shnerb, una giovane donna israeliana innocente il cui unico ‘crimine’ era la sua identità ebraica”, continua il comunicato.
  “I terroristi non possono dare lezioni alle democrazie sui diritti umani”. L’ambasciata israeliana definisce l’invito come “un riconoscimento per il terrorismo e contrasta completamente con l’aspettativa dell’intera comunità internazionale di dissuadere e impedire alle organizzazioni terroristiche di operare dall’interno di strutture civili e di impedire che qualunque forma di finanziamento finisca nelle mani delle organizzazioni terroristiche”. Per questo, il governo israeliano suggerisce: “Invece di dare un palco alle organizzazioni terroristiche, la sottocommissione dovrebbe dare un chiaro messaggio che chieda all’Italia di dichiarare che le organizzazioni terroristiche non saranno finanziate dall’Italia e che l’Italia taglierà qualsiasi legame con le organizzazioni terroristiche designate come tali, anche se queste nascondono le loro azioni con una copertura umanitaria”.
  Come ricorda anche un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri, prima firmataria Boldrini, “in base alla legge antiterrorismo israeliana la messa al bando di queste Ong autorizza l’esercito a chiudere i loro uffici, a sequestrare i loro beni, ad arrestare e incarcerare il loro personale, a vietare il finanziamento delle loro attività, aspetto quest’ultimo particolarmente delicato visti i loro rapporti con molti Paesi donatori, inclusa l’Italia”.
  È su questo punto che la diplomazia israeliana insiste: secondo Israele, le istituzioni del Fronte popolare per la liberazione della Palestina hanno ingannato le organizzazioni umanitaria in Europa presentando progetti fittizi, trasferendo documenti falsi, falsificando e gonfiando fatture, deviando gare d’appalto, falsificando documenti e firme bancarie, dichiarando stipendi gonfiati e altro ancora. Il tutto per finanziare l’attività terroristica.
  Contro l’invito anche la Lega, che l’ha definito un episodio “grave”. “I legami di Addameer e Al Ha con il terrorismo antiebraico sono noti. Non a caso, durante la loro audizione, hanno definito lo Stato di Israele ‘razzista e coloniale’: espressioni inaccettabili dalle quali tutto l’arco parlamentare italiano dovrebbe prendere subito le distanze”, hanno dichiarato i deputati leghisti Paolo Formentini e Simone Billi, rispettivamente vicepresidente e membro della commissione Affari esteri della Camera.

(Formiche.net, 21 dicembre 2021)


Usa: Sullivan guida una delegazione in Israele e Territori palestinesi

Focus su Iran

NEW YORK - Una delegazione inter-agenzia statunitense di alto livello, guidata dal consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan, sarà in Israele e in Cisgiordania questa settimana per tenere incontri sul programma nucleare iraniano e sul conflitto israelo-palestinese. Lo rende noto la Casa Bianca, precisando che la missione sarà a Gerusalemme martedì 21 dicembre e a Ramallah nei giorni successivi. Sullivan sarà affiancato da Brett McGurk, coordinatore della Casa Bianca per il Medio Oriente, e Yael Lempert, assistente segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente. “In Israele, Sullivan incontrerà il primo ministro Naftali Bennett e alti funzionari del governo di Gerusalemme per riaffermare l'impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele e per consultarsi su una serie di questioni di importanza strategica nelle relazioni bilaterali Usa-Israele, inclusa la minaccia posta dall'Iran”, ha dichiarato la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, Emily Horne. Il coordinamento israelo-americano sull'Iran ha guadagnato vigore nelle ultime settimane, mentre i negoziati tra Teheran e le principali potenze mondiali per il ritorno all’accordo sul nucleare del 2015 a Vienna sembrano essere giunti ad uno stallo. In Israele, Sullivan co-presiederà il quarto Gruppo consultivo strategico (Scg) con la controparte israeliana Eyal Hulata.

(Agenzia Nova, 21 dicembre 2021)


Boric, il presidente contro Israele

di Elisabetta Fiorito

La preoccupazione è comune. L’elezione di Gabriel Boric alla presidenza cilena preoccupa Israele e viene sottolineata dai media. Prendiamo per esempio tre siti: Israel National News, The times of Israel e il Jerusalem Post. Tutti e tre i giornali sottolineano il disagio degli ebrei cileni che hanno dovuto scegliere tra Gabriel Boric da sempre contro Israele e José Antonio Kast, candidato dell’estrema destra, nipote di un nazista, simpatizzante di Augusto Pinochet, ma pro-Israele. 
  La comunità ebraica cilena è composta da 18mila persone e da tempo è accusata da Boric di non schierarsi contro la politica israeliana sui territori. Dopo l’elezione di Boric, la comunità ha sottolineato di voler continuare “a lavorare per un Cile democratico e un Cile diverso dove le minoranze siano rispettate”. Tutto questo dopo lo strappo di Rosh Hashanà del 2019 quando al dono della comunità, Boric rispose che “apprezzava il gesto ma si aspettava che gli ebrei cileni iniziassero a parlare della restituzione dei territori palestinesi”. 
  Durante la campagna elettorale, molti membri della comunità hanno espresso preoccupazione per quello che sembra la ripetizione di uno schema. “Non crediamo che sia giusto o corretto ritenere gli ebrei responsabili della politica di un governo al potere in Israele”, hanno scritto 500 donne ebree. “La storia è piena di esempi di false accuse o condanne generiche sul nostro popolo”. 
  Preoccupazione anche per la possibilità che Boric possa promuovere il suo supporter Daniel Jaude, comunista di origine palestinese, che durante gli anni scolastici dichiarava di voler ripulire la città dagli ebrei. Su Jaude, Boric replica che risponderà soltanto quando la comunità ebraica si opporrà alla politica di Israele nel conflitto israelo-palestinese”. 
  Stessa preoccupazione di The Times of Israel. “Gabriel Boric – scrive il giornale – chiede alla comunità ebraica di condannare la politica israeliana. Gli ebrei temono che promuoverà un palestinese accusato di antisemitismo. Il giornale sottolinea anche che lo sfidante di estrema destra Kast era comunque pro Israele, tanto che molti ebrei sembrano aver votato per Kast e che la comunità abbia sperimentato in questi mesi la sensazione di essere sotto assedio. Per Times of Israel, Boric è da sempre critico nei confronti di Israele. “Come legislatore ha sostenuto disegni di legge che proponevano il boicottaggio dei beni israeliani dal Golan e dalla Cisgiordania”. Riguardo alla domanda agli ebrei di schierarsi contro la politica israeliana, Gabriel Zaliasnik, membro preminente della comunità ebraica cilena, ha replicato: che quello che si sente da Boric è che Israele è uno stato genocida e assassino e ritiene responsabile la comunità ebraica delle azioni di Israele”.  
  Secondo il Jerusalem Post, “l’elezione dell’antisionista Boric lascia preoccupati gli ebrei del Cile”. Durante la sua campagna elettorale, Boric ha più volte chiamato Israele uno stato assassino e ha firmato una dichiarazione a sostegno della causa palestinese durante un incontro con la comunità palestinese cilena che vanta 350mila persone, la più ampia al di fuori del Medio Oriente, bacino dei suoi voti. 
  Insomma, tutto questo non fa stare tranquilli gli ebrei cileni, ma anche tutti gli altri che vivono nella Diaspora. Non sono nuove per la sinistra le accuse contro lo stato ebraico tanto che recentemente un illustre esponente del pd come Piero Fassino si è staccato dalla linea filo-palestinese tout cour di Massimo D’Alema. “La sinistra non abbandona i palestinesi – ha detto Fassino – ma neanche Israele”.  Insomma, l’elezione di Boric preoccupa perché sembra di tornare indietro nel tempo quando la sinistra colorava di bianco e di nero le due parti stigmatizzando un conflitto che tutto è tranne che semplice.

(Shalom, 21 dicembre 2021)


Israele, scoperta una sinagoga nella "casa" di Maria Maddalena del Vangelo

Scavi condotti nel villaggio di Maria Maddalena del Vangelo a Israele hanno fatto emergere le rovine di un'antichissima sinagoga

Una sinagoga è stata scoperta, nella giornata di martedì 21 dicembre, nel villaggio di Maria Maddalena del Vangelo, a Israele. Avrebbe una forma quadrangolare ed è costruita in basalto e calcare. si tratta di una sinagoga di circa 2000 anni fa, proprio nel periodo di Maria Maddalena. La scoperta è andata in scena nell'antico insediamento ebraico di Migdal, in Galilea, nel nord di Israele. Si tratta della seconda sinagoga del periodo del Secondo Tempio di Gerusalemme che viene scoperta nella stessa località, conosciuta anche come Magdala.
  Il sito in cui gli archeologi hanno scavato è un sito presente sia negli scritti dello storico ebreo-romano Flavio Giuseppe, sia nei Vangeli dove è menzionato come luogo di nascita di Maria Maddalena. "La scoperta di una seconda sinagoga in questo insediamento di Galilea - ha detto Dina Avshalom-Gorni, direttore degli scavi archeologici al 'Jerusalem Post' - getta nuova luce sulla vita sociale e religiosa degli ebrei della zona in quel periodo". Inoltre, continua, "attesta che c'era la necessità di un edificio dedicato alla lettura e allo studio della Torà, nonché alle riunioni sociali. Possiamo facilmente immaginare Maria Maddalena e la sua famiglia che vengono in questa sinagoga, insieme ad altri residenti di Migdal, per partecipare a eventi religiosi e comunitari".
  La sinagoga aveva una sala principale e altre due stanze. La sala principale era rivestita di intonaco bianco e presentava una panca in pietra lungo le pareti, anch’essa intonacata. Una delle stanze minori aveva una mensola in pietra. Secondo gli esperti potrebbe essere stata utilizzata per riporre i rotoli della Torà.

• TROVATO UN MANUFATTO UNICO NEL VILLAGGIO
  Secondo i Vangeli, Maria Maddalena – conosciuta anche come Maria di Magdala – era una delle donne che seguivano Gesù. Lei fu tra le poche a essere testimone della sua crocifissione e risurrezione. Nel I secolo d.C. Migdal fu anche la principale base militare usata da Yosef ben Matityahu (Flavio Giuseppe) quando comandava la ribellione contro i Romani in Galilea, prima di arrendersi e alla fine ottenere la cittadinanza romana. Alcuni resti della prima sinagoga a Migdal vennero scoperti nel 2009, quando uno scavo dell'Authority israeliana per le antichità portò alla luce bagni rituali ebraici (mikvé), strade, un mercato e strutture produttive.
  Ma c'è stata un'altra scoperta. Al centro della sala della sinagoga si trovava un manufatto unico: una grande pietra raffigurante il Secondo Tempio di Gerusalemme. Sopra era scolpita su una delle facce una menorà a sette bracci. Una scoperta cruciale, in quanto la raffigurazione era stata incisa nella pietra quando il Tempio non era stato ancora distrutto.

• UNA SCOPERTA STORICA
  Il ritrovamento assume i connotati di una scoperta storica. È la prima volta, infatti, che due sinagoghe vengono trovate all'interno di uno stesso insediamento risalente al periodo in cui a Gerusalemme il Tempio ebraico era ancora funzionante. Fino a questo momento, gli archeologi avevano infatti sempre sostenuto che, con il Tempio della Città Santa ancora in funzione, non ci fosse un bisogno di tanta altre sinagoghe.
  "Il fatto che abbiamo trovato due sinagoghe nella stessa località - ha detto Adi Erlich, capo dello Zinman Institute dell’Università di Haifa - mostra che gli ebrei del periodo del Secondo Tempio necessitavano di un luogo per incontri religiosi e forse anche sociali, mentre la pietra che con il rilievo della menorà trovata nell’altra sinagoga di Migdal indica che gli ebrei del posto consideravano Gerusalemme come il loro centro religioso, e che le loro attività locali si svolgevano sotto questa centralità".

(Il Giornale d'Italia, , 21 dicembre 2021)


La Boldrini invita un esponente dell’Fplp e fa scoppiare un caso diplomatico con Israele

di Paolo Lami

Scoppia un caso diplomatico fra l’ambasciata di Israele in Italia e il nostro Paese dopo che la Boldrini, come presidente della Sottocommissione per i Diritti umani della Camera dei deputati ha invitato a parlare di diritti umani due organizzazioni fra cui l’Fplp (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) considerate terroristiche da Tel Aviv il loro direttore generale, l’attivista, Shawan Jabarin che, secondo Israele, è stato condannato per terrorismo.
  L’ambasciata israeliana in Italia si dice  “scioccata” dal fatto che un terrorista condannato e due organizzazioni terroristiche come “Al-Haq” e “Addameer“, entrambe parte dell’organizzazione terroristica Fplp, “Fronte popolare per la liberazione della Palestina” – la stessa organizzazione che sarebbe dietro la strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 –  siano state formalmente invitate a parlare davanti alla Sottocommissione per i Diritti umani della Camera dei deputati presieduto da Laura Boldrini.
  L’invitato a parlare, Shawan Jabarin, direttore generale di Al Haq, è un “terrorista condannato del Fplp”, sostiene la diplomazia israeliana.
  Nel 2009 la Corte Suprema israeliana ha scritto che “agisce come dottor Jekyll e Mister Hyde, a volte come amministratore delegato di un’organizzazione per i diritti umani“, e altre volte come attivista in un’organizzazione terroristica che non ha evitato omicidi e tentati omicidi e che non ha nulla a che fare con i diritti”, ricorda l’ambasciata israeliana in una nota.
  “Questo invito – denuncia la rappresentanza israeliana – è un riconoscimento per il terrorismo e contrasta completamente con l’aspettativa dell’intera comunità internazionale di dissuadere e impedire alle organizzazioni terroristiche di operare dall’interno di strutture civili e di impedire che qualunque forma di finanziamento finisca nelle mani delle organizzazioni terroristiche”.
  ”Invece di dare un palco alle organizzazioni terroristiche, la sottocommissione – rilancia l’ambasciata di Israele – dovrebbe dare un chiaro messaggio che chieda all’Italia di dichiarare che le organizzazioni terroristiche non saranno finanziate dall’Italia e che l’Italia taglierà qualsiasi legame con le organizzazioni terroristiche designate come tali, anche se queste nascondono le loro azioni con una copertura umanitaria”.
  ”I terroristi non possono dare lezioni alle democrazie sui diritti umani. – conclude la nota dell’ambasciata di Israele. – Queste organizzazioni, infatti, utilizzano in modo improprio il termine di diritti umani, perché le loro attività escludono ebrei e israeliani da diritti fondamentali come il diritto a vivere senza essere uccisi”.

(Secolo d'Italia, 21 dicembre 2021)


“Il nonno voleva influenzare i giudici. A Eitan serve tranquillità e ora è felice”

Or Nirko, lo zio paterno del piccolo sopravvissuto alla tragedia del Mottarone: “I Peleg hanno creato sul caso un’attenzione mediatica incredibile, per noi questa storia doveva restare privata”.

di Paolo Berizzi

PAVIA - Una «vita tranquilla», anzi, «normale», «come tutti i bambini della sua età, in anonimato, lontano dai riflettori. Questo vogliamo e chiediamo per Eitan, questo è fare il suo bene». Parla Or Nirko, lo zio paterno del piccolo Eitan Biran. Dopo 3 mesi «complicati e faticosi» passati in Israele insieme alla moglie Aya — la zia a cui il bambino di 6 anni è stato affidato dopo la morte dei genitori al Mottarone — , nella villetta di Rotta di Travacò in provincia di Pavia si è riformato il “vecchio” nucleo familiare: Or, Aya, Eitan rientrato in Italia il 3 dicembre su decisione dei giudici israeliani, e le due figlie di Or e Aya. Una, Emilia, ha la stessa età di Eitan, l’altra, Eleonora, un anno in più.

- Come va?
  «Bene, siamo felici. Si è ritornati alla vita di prima».

- Ha letto l’intervista di ieri su “Repubblica” di Shmuel Peleg (il nonno materno di Eitan indagato per avere sequestrato il bambino l’11 settembre, ndr)?
  «Sì, e non vorrei commentare. Sia mia moglie che io abbiamo sempre tenuto un profilo basso, per non alimentare l’attenzione mediatica. Eitan ha bisogno di tranquillità e di serenità, non di riflettori».

- Il nonno materno dice che non rifarebbe quello che ha fatto, che non sapeva ci fosse il divieto di espatrio per il bambino se non accompagnato da zia Aya.
  (sospiro, cenno tra l’amaro e l’ironico) «E che cosa doveva dire, che lo sequestrerebbe di nuovo?».

- Come vanno i rapporti tra voi e i Peleg?
  «Continuiamo ad avere linee ed atteggiamenti molto diversi. Loro hanno creato da subito un’attenzione mediatica incredibile: ancora prima del sequestro erano usciti pezzi anche su giornali internazionali. Non so, forse credevano, facendo uscire cose, di influenzare i giudici attraverso i mass media. Non a caso hanno ingaggiato dei super esperti di comunicazione. Per noi questa è una storia che doveva restare privata, e che invece qualcuno ha voluto far diventare pubblica».

- Vi sentite?
  «Comunicano con Aya. Vorrebbero sentire il bambino tutti i giorni. Ma un bambino di 6 anni — vale per ogni bambino di quell’età — se dovesse sentire tutti i giorni i nonni, impazzirebbe! Non si può pretendere una cosa così da un bambino, oltretutto già provato da tutto quello che è successo».

- Come sta Eitan?
  «Bene. L’informazione che non usa più il girello per muoversi gliela abbiamo data noi ai nonni materni. Eitan è tornato a scuola, alle Canossiane di Pavia, accolto dall’affetto di tutti: è stata una festa. Deve recuperare tante materie, ha perso un intero semestre e ha bisogno di pace. Il fatto di essere tornato a vivere dove viveva dal 23 maggio scorso lo fa stare bene».

- Oltre al resto, il nonno Peleg ha detto che Eitan è un bambino israeliano, ebreo, che ha le sue radici in Israele. Insomma: che per lui sarebbe meglio se stesse in Israele.
  «La maggior parte degli ebrei vive in giro nel mondo. Sul resto, non voglio fare polemiche. I giudici si sono già espressi. Mi pare basti così».

- La scorsa settimana è stato nominato un tutore legale esterno. Lo avete conosciuto?
  «Non ancora. Aspettiamo. C’è il giudice tutelare di Pavia che pensa a questi passaggi. A noi importa che il bambino stia bene e che, dopo quello che è accaduto e lo stress a cui è stato sottoposto, si riprenda la sua vita qui, con le sue “sorelline”, i suoi compagni, i suoi amichetti. Insomma: il suo ambiente».

- Crede che con il tutore legale esterno i rapporti tra voi e i nonni israeliani possano migliorare?
  «Lo spero. Per il bambino. Per noi era fondamentale che Eitan ritrovasse le sue figure genitoriali, quelle a cui il tribunale ha deciso di affidarlo dopo il Mottarone».

- Come sono stati gli 84 giorni in Israele, tra udienze, contatti, visite condivise al bambino, un bambino diviso tra due famiglie?
  «È stato un periodo difficile. Intorno al processo c’era una pressione mediatica da parte di giornali e televisioni che non potete nemmeno immaginare. Bisognava cercare di reggere questa pressione e, allo stesso tempo, garantire il massimo della serenità possibile a Eitan. La sentenza dei giudici israeliani ci ha ridato l’ossigeno che avevamo perso».  

(la Repubblica, 21 dicembre 2021)


Israele, dai Capi delle Chiese cristiane accuse infondate

TEL AVIV - "Le accuse che figurano nel documento dei leader della Chiesa sono infondate e distorcono la realtà della comunità cristiana in Israele": lo ha affermato il portavoce del ministero degli esteri israeliano Lior Hayat. Rispondeva così ad un testo di alcuni giorni fa in cui i Patriarchi e i Capi delle Chiese cristiane avvertivano che la presenza cristiana in Terra Santa è esposta a minacce da parte di "frange radicali" ebraiche. "La popolazione cristiana in Israele, Gerusalemme inclusa - ha replicato Hayat - gode di piena libertà di religione e di culto, cresce di continuo ed è inserita nel particolare tessuto sociale di Israele".
"Dal giorno della sua fondazione - ha proseguito il portavoce del ministero degli esteri - lo Stato di Israele si è impegnato per la libertà di religione e di culto per tutte le religioni, nonché per garantire un libero accesso ai Luoghi santi". "La dichiarazione dei Capi delle Chiese a Gerusalemme - ha aggiunto - fa tanto più infuriare alla luce del loro silenzio circa le difficoltà in cui versano molte comunità cristiane in Medio Oriente, che soffrono di discriminazione e persecuzione".
"I leader religiosi - secondo Israele - hanno un ruolo critico da svolgere nelle educazione alla tolleranza e alla coesistenza. Dai leader della Chiese c'è da aspettarsi che comprendano le loro responsabilità e le conseguenze di quanto hanno pubblicato, che potrebbe condurre a violenza e arrecare danno ad innocenti". Il comunicato del ministero degli Esteri termina con gli auguri di Israele di Buon Natale "ai cristiani della Terra Santa ed in tutto il mondo"

(ANSA, 20 dicembre 2021)


Covid: Israele vieta viaggi in Italia e in altri 9 paesi

MILANO - Israele ha deciso di vietare ai suoi cittadini di viaggiare in Italia, negli Stati Uniti, in Canada e in altre sette Nazioni, a causa della diffusione della variante Omicron del Covid-19. Il Governo ha inserito nella lista anche la Germania, Belgio, Ungheria, Marocco, Portogallo, Turchia e Svizzera. Il divieto entrera' in vigore domani sera, dopo l'approvazione finale da parte dei legislatori prevista domani mattina. La maggior parte dell'Africa e altri Paesi europei sono gia' nella no-fly list israeliana.
  Il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, ha avvertito che il Paese sta entrando nella sua quinta ondata del Covid-19, causata dalla diffusione della variante Omicron all'interno dei confini nazionali. "Secondo me, tra tre o quattro settimane, forse prima, assisteremo a un aumento della morbilita' che non lascera' spazio a dubbi", ha detto Bennett ieri. I criteri utilizzati dal ministero della Salute israeliano per inserire i Paesi nella lista no-fly list si basano sulla percentuale di viaggiatori in Israele provenienti da un determinato Paese che risultano positivi alla variante oppure su quanto e' diffusa la variante nel Paese o nelle sue immediate vicinanze. Israele e' stato il primo Paese a chiudere i suoi confini agli stranieri alla fine di novembre, proprio quando dal Sudafrica ha iniziato a diffondersi la notizia sulla comparsa della variante Omicron.
  Coloro che tornano dai Paesi inseriti nella no-fly list devono mettersi in quarantena per sette giorni, prima che un altro test per il Covid-19 negativo possa liberarli dall'isolamento. Bennett ha chiesto ai dirigenti aziendali di far lavorare da casa i propri dipendenti, se possibile. La maggior parte dei 175 casi confermati di Omicron in Israele sono persone rimpatriate dall'estero, anche se la variante ha iniziato a diffondersi anche nella comunita' locale, secondo i dati pubblicati ieri dal ministero della Salute israeliano.
  Ci sono altri 380 casi sospettati di essere collegati alla variante Omicron. "I numeri non sono ancora alti, ma questa e' una variante molto contagiosa e raddoppia ogni due o tre giorni, come stiamo vedendo in tutto il mondo. Si puo' dire che la quinta ondata e' iniziata", ha detto Bennett.

(MF-DJ NEWS, , 20 dicembre 2021)


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Covid, il premier israeliano: «La quinta ondata è iniziata»

Bennett: «L'obiettivo è riuscire a tenere aperte le attività economiche e le scuole»

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett afferma, in conferenza stampa, che “la quinta ondata nel Paese è iniziata”, poche ore dopo che il ministero della Salute ha raccomandato di vietare agli israeliani di viaggiare negli Usa e ha aggiunto, inoltre, diversi Paesi europei nella “lista rossa” per il Covid. “Il nostro obiettivo è quello di superare questa ondata continuando a tenere aperte le attività economiche e le scuole”. Poi un appello agli imprenditori: “Chiunque possa permettere ai propri dipendenti di lavorare da casa, lo faccia, anche domani”.

(Corriere della Sera, 20 dicembre 2021)


Ripresentiamo qui di seguito un articolo su Israele pubblicato sul nostro sito solo un mese fa. Non aggiungiamo commenti, solo qualche risalto in colore. NsI


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Israele, con la terza dose zero morti

Lo Stato ebraico all'avanguardia nella campagna di immunizzazione: approvate le punture anche ai bambini dai 5 anni

di Claudia Osmetti

Terza dose, zero morti: modello Israele. Ché non devi mica dirglielo, agli israeliani, come si affrontano le emergenze, è gente preparata. Hanno iniziato loro, nel mondo, a somministrare le punturine salva-pelle numero tre. Non l'hanno fatta troppo lunga con gli annunci, a Tel Aviv: si son messi in fila e sotto a chi tocca. Ecco, tocca che ieri (e non è nemmeno la prima volta nell'ultima settimana) le statistiche nazionali nello Stato della Stella di David han rilevato zero decessi per coronavirus. Zero, zero spaccato. Cioè neanche uno. Da noi son stati 74, per dire. Vogliamo davvero mettere in dubbio l'importanza di farcelo, questo benedetto secondo richiamo? No, perché l'esempio israeliano è da vedere: la campagna vaccinale, in Israele, viaggia talmente bene (pochi giorni fa hanno incassato pure il via libera per le inoculazioni ai bambini fino ai cinque anni) che la quarta ondata, da quelle parti, l'han vista di sfuggita.«Ci troviamo in una situazione eccellente», dice soddisfatto il premier Naftali Bennett, «siamo sul punto di uscire dalla variante Delta».

• LO STUDIO
  Capito come va, a dar credito alla scienza? Non a caso il Jerusalem Post rende noto uno studio (israeliano, ça va sans dire), fresco fresco di pubblicazione sulla rivista Nature Communications, il quale sostiene che chi si è sottoposto alla vaccinazione anti-sars-cov2 con Pflzer a gennaio, oggi ha una probabilità maggiore del 51% di contrarre il virus rispetto a chi il braccio, per lo stesso motivo, ce l'ha messo a marzo.
  Significa che è meglio correre ai ripari, che è meglio fare come Israele. Tra l'altro son stati i primi, gli israeliani, a riempirsi gli ambulatori con i vaccini di Pflzer: qualcosa l'avran capita.
  A febbraio, mentre l'Europa cercava di portare a casa contratti accrocchio sulle scorte comunitarie che abbiam visto che fine han fatto, l'allora Primo ministro Benjamin Netanyahu alzava la cornetta, chiamava direttamente il Ceo dell'azienda di New York Albert Bourla e, offrendogli il doppio del prezzo di mercato, si assicurava venti milioni di fiale. Tanto per cominciare.
  C'è poco da fare, le crisi si risolvono col pragmatismo. Ora, per l'avvio della campagna di massa siamo arrivati tardi e oramai è andata come è andata, però la lezione israeliana possiamo ancora impararla. La Delta, la Delta+: il rimedio c'è. Santiddio, usiamolo. E se proprio vogliamo dare i numeri, almeno diamoli con criterio: da Haifa a Eilat, nel fine settimana scorso si contavano complessivamente 6.450 persone affette da coronavirus. Israele, per estensione territoriale e popolazione è paragonabile alla Lombardia, dove invece il numero del totale dei positivi si aggira intorno ai 13mila. Martedì scorso le autorità ebraiche hanno registrato 475 nuovi casi, in netto calo rispetto ai circa 6mila giornalieri di appena due mesi fa: quando la dose booster non aveva ancora fatto capolino. I ricoverati in terapia intensiva da loro sono 147 e, finora, il bilancio delle vittime è fermo a 8.133.
  «Israele è un Paese sicuro», non fa che ripetere Bennett, «ma per mantenere questo status, e per salvaguardare la continuità della vita normale, dobbiamo monitorare da vicino la situazione e prepararci a qualsiasi scenario». Leggi alla voce: alla Knesset sono stufi di rincorrere bollettini e scorrere statistiche. Per carità, fanno anche quello. Però son convinti che senza prevenzione si finisca (di nuovo) a gambe all'aria. Così si sono inventati la prima esercitazione nazionale anti-covid del mondo. Sissignori, come per un qualsiasi pericolo imminente o attentato terroristico: una sala operativa, una simulazione, un nuovo ceppo immaginato per l' occasione.

• LA OMEGA
  L'annuncio l'ha fatto Bennett mercoledì scorso, giovedì è scattata l'ora ics e lui, assieme ai suoi assistenti, si è rintanato in un bunker nella periferia di Gerusalemme, mentre fuori funzionari, militari e "organi di alto livello" cercavano di sbrogliare i nodi chiave di una nuova variante letale (l'hanno soprannominata "Omega"). Pare sia andato tutto bene, ma d'altronde non si possono pretendere fughe di notizie dal Paese del Mossad. Scherzi a parte, dicono fonti governative che i risultati verranno «condivisi con i nostri partner stranieri». Chi è rimasto coinvolto nella maxi simulazione ha dovuto affrontare diversi scenari e lavorare in gruppo, prendendo decisioni e facendo scattare le misure che oramai abbiamo imparato a conoscere anche qui: quarantene, distanziamenti, obblighi di dispositivi per la protezione personale, blocchi aerei e navali.
  Non han lasciato niente al caso: ma ci sono abituati, in Israele.

Libero, 17 novembre 2021)


Bat Ye’or: la saga dei cristiani e degli ebrei in terra di islam

Specialista delle minoranze religiose nel mondo islamico, la storica e saggista egiziana naturalizzata britannica racconta la “dhimmitudine”.

Scrive Revue des Deux Mondes (1/12)

- Revue des Deux Mondes – Dopo “Moïse” (Les Provinciales, 2020), pubblica “Elie”, secondo tomo del suo grande affresco sulla dhimmitudine, ossia la situazione dei cristiani e degli ebrei in terra di islam. Il primo tomo si situava al Cairo, all’interno del ghetto ebraico. In “Elie”, lei ha scelto di far iniziare il racconto nel 1914. Cosa caratterizza questo periodo dell’Impero ottomano?
  Bat Ye’or – E’ un periodo decisivo per il Ventesimo secolo. La guerra del ’14-’18 spazza via quattro imperi: quello degli Zar, quello di Guglielmo II, quello austro-ungarico e l’Impero ottomano. Nei Balcani, alcuni popoli accedono all’indipendenza e gli ex possedimenti ottomani arabofoni vengono suddivisi in stati nazione sotto protettorati o mandati europei. Emergono nuovi movimenti politici: il comunismo, il nazionalismo arabo, il panislamismo e il sionismo. Per la prima volta nella storia, i paesi cristiani abbandonano la loro politica di condanna del popolo ebraico all’esilio e gli riconosce il diritto di vivere libero e sovrano nella sua patria ancestrale. E’ una tappa fondamentale per il cristianesimo e il giudaismo. Il biennio 1915-1916 è anche il periodo in cui lo stato turco ordina e pianifica il genocidio di una parte della sua popolazione cristiana con l’approvazione del suo alleato germanico, esperienza in cui si formano i legami militari ed empatici dell’islamo-nazismo che si svilupperà prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Inoltre è il periodo della grande speranza di pace, di giustizia e di intesa tra i popoli che si manifesterà con la creazione della Società delle nazioni.

- Come reagiscono gli ebrei alle deportazioni e alle persecuzioni dei cristiani?
  Provano una grande empatia per le vittime abbandonate ai massacri e alla schiavitù sotto gli occhi di tutti. Le minoranze sanno che la loro esistenza è minacciata. Malgrado il severo divieto di aiutare i deportati, gli ebrei dell’Yishuv (la Palestina non esisteva ancora) tentano di informare gli inglesi sul genocidio degli armeni. Henry Morgenthau, ambasciatore ebreo americano a Costantinopoli, organizza dei soccorsi e informa l’opinione pubblica negli Stati Uniti.

- Come considera l’attuale situazione dei cristiani d’oriente?
  E’ una situazione tragica, sono ostaggi manipolati dagli stati musulmani nella loro politica di seduzione dell’occidente.

- Il genocidio degli armeni è lo sfondo della prima parte del racconto. Cosa rappresentano gli armeni in questa storia della dhimmitudine?
  Gli armeni figurano fra i primi popoli della dhimmitudine. Nonostante l’oppressione, questo popolo conservò la sua lingua, la sua cultura e i suoi annali storici. La sua creatività si manifestò nella liturgia, nell’architettura monumentale, nella scrittura, nella letteratura e nelle scienze. In questo modo, manifestò la propria resistenza.

- Che ruolo svolse il Vaticano in questo periodo drammatico rispetto ai massacri ai danni degli armeni e rispetto al nucleo ebraico in Palestina?
  Il clero cattolico si adoperò per aiutare le vittime armene attraverso soccorsi sul campo, proteste e la diffusione dell’informazione. Per quanto riguarda il nucleo ebraico in Palestina, il Vaticano vi si oppose con tutti gli strumenti, in particolare attraverso l’invio di emissari in ogni stato e attraverso la propaganda.

- Lei evoca i legami tra germanismo e islamismo molto presenti fin dalla Prima guerra mondiale. Che cosa ci dicono?
  Questi legami tra gli eserciti tedeschi, austriaci, turchi e arabi che si sono formati durante le battaglie comuni nell’Impero ottomano si manterranno anche dopo la sconfitta. Faciliteranno la nazificazione dei movimenti fascisti arabi, come il nazionalismo arabo negli anni Trenta, e l’adesione delle masse arabe al nazismo durante la Seconda guerra mondiale. La strumentalizzazione del jihad da parte dei nazisti per combattere le Forze alleate e gli ebrei, la collaborazione stretta tra i leader musulmani e l’arruolamento nella Wermacht e nelle SS di migliaia di jihadisti musulmani, porteranno alla costruzione di una solidarietà nazi-islamica. Questa solidarietà ristrutturerà le vecchie alleanze degli anni Trenta fin dal 1969.

Il Foglio, 20 dicembre 2021)


Dubai israeliana

di Elisabetta Fiorito

Sulla scia degli accordi di Abramo, io e mio marito decidiamo di prendere il volo e andare a Dubai. Ci ritroviamo in una città avveniristica tra Blade Runner e un immenso Luna Park, venuta su in 50 anni dal deserto, che vanta il più alto grattacielo del mondo, il Burj Khalifa, ma soprattutto che ospita l’Expo 2020 dal titolo “Connettere le menti e creare il futuro”. I nostri obiettivi sono chiari, visita della città e, ovviamente, del Padiglione Israele. Per rispettare la kasherut, ma non destare sospetti, ordiniamo un pasto vegano a bordo della compagnia Emirates. Come tutti i pasti in aereo direi che è nello standard, forse pure un po’ peggio, riso con fagioli e mais conditi con pomodoro e pezzettini di peperone. Ma tant’è, la kasherut è salva e mio marito è soddisfatto. Arriviamo in albergo che si trova downtown su una sorta di raccordo anulare o tangenziale est dei ricchi per questo molto più rumorosa di quella nostrana perché qui ci corrono Ferrari e Lamborghini.
  La mattina ci dirigiamo alla Dubai Mall, famosa per ospitare un immenso acquario oltre che negozi di tutti i tipi e per tasche capienti. E qui arriva la prima sorpresa: sentiamo parlare ebraico ovunque. Siamo nel mezzo di un vero e proprio boom turistico, è pienissimo di israeliani, gli Emirati Arabi sono una delle mete più richieste. Dubai è a sole tre ore da Tel Aviv, la stessa distanza di Roma, ci sono 4-5 linee aeree collegate, rispetto alla pandemia è rimasta sempre aperta e non chiusa come l’Europa. È considerata come l’America in Medio Oriente, una sorta di Las Vegas nel deserto arabico. Metteteci anche che da noi è inverno e qui invece siamo in piena stagione turistica e il gioco è fatto. Da novembre ad aprile, non c’è storia, gli israeliani andranno a Dubai, poi magari quando il clima diventerà rovente, si dirigeranno da noi. Impossibile contenere la sorpresa così chiedo in inglese ad un gruppo di giovani coppie con passeggini (altro che culle vuote come in Italia) se sono israeliani, in realtà già lo so, voglio solo attaccare bottone, ma questi mi guardano sulla difensiva e mio marito mi intima di lasciarli in pace perché “si sono imbruttiti”. Deduco che apostrofarli in inglese non sia il massimo, ma il mio ebraico si ferma a Shalom e Boker Tov e il gruppo di giovani non capisce la curiosità da parte di un’europea. “Ma che mi hanno preso per un’antisemita?”, chiedo a mio marito che alza le spalle come a dire, alle volte sei incorreggibile.
  Da quel momento, ogni volta che incrocio gli israeliani, trattengo la soddisfazione di vederli in giro per Dubai e di pensare che l’accordo di Abramo funzioni veramente. La sera in crociera incontriamo sul pulmino una coppia simpatica alla quale invece di goodnight avrei voluto augurare Laila Tov, ovvero buonanotte, ma mi trattengo anche per lo sguardo severo del marito che nei giorni a venire romperà gli indugi e si metterà, lui sì, a scambiare qualche parola di ebraico con gli israeliani che incontra, conversazione che poi finirà in inglese perché così capiamo meglio tutti, ovvero anche anì, ovvero io.
  Mio marito riesce a rispettare la kasherut per tutto il viaggio grazie ai vegetariani e ai vegani che ormai hanno conquistato il mondo sia alla cena sulla crociera, sia a quella nel deserto dove incontriamo un altro gruppo israeliano ai go kart, postazione molto turistica e rumorosa, non proprio in linea con lo spirito solitario del luogo almeno nel nostro immaginario perché la guida pakistana ci informa che durante la stagione, ovvero da novembre ad aprile, gli abitanti di Dubai vanno nel deserto a fare le cosiddette scampagnate e i barbecue. Insomma, il deserto come i castelli romani.
  Finalmente arriva il giorno dell’Expo e cerchiamo al di fuori la bandiera israeliana che si trova accanto a quella italiana, la giornata, ci diciamo, inizia con buoni auspici. Abbiamo un brivido di emozione a pensare che potremmo visitare il padiglione israeliano. Ma prima… ebbene prima ci perdiamo in mille altri padiglioni perché è talmente grande e bello che vorremmo visitarli tutti. “Almeno quello della Libia, me lo fai vedere?”, mi chiede mio marito malgrado io mostri l’orologio perché a quello israeliano abbiamo un appuntamento e lui lo sa. Ma tant’è il suo luogo di nascita, Tripoli bel suol d’amore, non si discute e andiamo prima a quello della Libia perché è sulla strada. È uno di quei padiglioni minori dove non c’è nulla tranne il plastico dell’arco trionfale di Marco Aurelio e un video con i luoghi tipici e la scritta Libia con cui immortalo mio marito in una delle tante fotografie che scatteremo durante l’Expo intasando la memoria del cellulare.
  Visitiamo quello russo, quello algerino, carino con il suk, quello marocchino, molto bello, dove alla fine a metterci il timbro incontriamo una ragazza italo-marocchina che con accento ferrarese ci mette subito in guardia sul padiglione italiano: “mi aspettavo qualcosa di più dal mio paese”. Le chiediamo se ha visitato il padiglione israeliano, ma lei ci dice che non l’ha fatto e non lo farà. “Perché tra gli islamici e gli ebrei non si va molto d’accordo”, mi risponde, vorrei replicare che in Israele vivono due milioni di musulmani, ma è tardi, dico soltanto che noi ci andremo. Anche perché dopo tremilacinquecento padiglioni, ancora non abbiamo visto né quello israeliano, né quello italiano che hanno almeno il vantaggio di essere uno accanto all’altro. Riprendo mio marito per i capelli che vorrebbe andare a vedere il Tagikistan, mi pentirò in seguito perché tutti mi diranno che è bellissimo “ma come non sei andata a vedere il Tagikistan?”. Pausa, andiamo a mangiare al padiglione degli Stati Uniti una bagel con cream cheese e salmone, il formaggio spalmabile che come ha già scritto su Shalom non si trova in America (https://www.shalom.it/blog/news/new-york-in-carenza-di-formaggio-spalmabile-negozi-di-bagels) ma a Dubai sì e la kasherut è di nuovo salva anche se ho trasformato mio marito in un ashkenazita.
  Ma ci dobbiamo affrettare verso il padiglione italiano. La fila al di fuori si fa sotto il sole, incontriamo anche qui una coppia di giovani israeliani con cui parliamo, sono contenti di stare a Dubai, mentre lei ci racconta che l’ultima volta che è stata a Roma è rimasta scontenta dai troppi turisti. Lo dico sempre che il limoncello dentro lo stivale ci distruggerà. La struttura sembra l’aeroporto di Malpensa, le tende a striscioline di plastica del baretto anni ’70, non ci piace la costruzione Nuraghe fuori e la riproduzione del Pantheon dentro con tanti piccoli schermi che non fanno onore ai video di Salvatores, ma nemmeno la testa del David a grandezza naturale senza il corpo per evitare la nudità e non suscitare scandalo in un paese arabo o i mosaici che più che le chiese di Ravenna ricordano un negozio di Versace. Insomma, una delusione. “Andiamo in Eretz”, mi suggerisce mio marito e finalmente ci dirigiamo verso il padiglione israeliano che ormai mi sembra diventato la terra promessa, tanto per citare Eros Ramazzotti.

(Shalom, 20 dicembre 2021)


Frammenti di Torah ricompaiono 83 anni dopo la Notte dei cristalli

Erano custoditi da un pastore protestante dopo una lunga storia di salvataggio e custodia

Un pastore protestante tedesco ha consegnato frammenti di un rotolo della Torah considerato perduto da tempo alla città di Görlitz, nel sud-est della Germania, 83 anni dopo che suo padre, un poliziotto, ne era entrato in possesso.
 Sebbene non sia raro che i non ebrei tedeschi riconsegnino oggetti religiosi che sono stati persi o nascosti dalla follia nazista, i frammenti del rotolo della Torah hanno compiuto un viaggio insolitamente tortuoso prima di venire alla luce la scorsa settimana. La Torah era scomparsa dalla tragicamente nota Notte dei cristalli, Kristallnacht, il pogrom contro sinagoghe e proprietà ebraiche nei paesi di lingua tedesca il 9 e 10 novembre 1938.
 Secondo il pastore, Uwe Mader, 79 anni, la storia è iniziata con suo padre, Willi Mader. Nato a Görlitz nel 1914, Willi era un giovane ufficiale di polizia quando fu chiamato in sinagoga la notte del pogrom antiebraico.
 Uwe Mader ha raccontato al quotidiano Säschsiche Zeitung che suo padre non ha mai parlato di quello che è successo quella notte, quindi non è chiaro come i quattro frammenti della Torah siano effettivamente finiti nelle sue mani. Mader crede che siano stati ritagliati da qualcuno in grado di leggere la Torah e selezionare con cura alcuni passaggi, tra cui la storia della creazione e i Dieci Comandamenti.
 I frammenti passarono di mano più volte nel corso degli anni del dominio nazista e poi sovietico.
 Alla fine degli anni '30, Willi Mader portò le pergamene per la custodia a un'amica a Kunnerwitz di nome Herta Apelt e a suo fratello. A loro volta li portarono al loro pastore locale, Bernhard Schaffranek, che nascose le pergamene della Torah nella sua biblioteca. Morì nel luglio 1949. Nel 1969, la sua vedova, Magdalena, li consegnò al nuovo vicario nella vicina Reichenbach, Uwe Mader, probabilmente sapendo che era stato suo padre a riceverli per la prima volta nel 1938.
 Magdalena Schaffranek ha detto a Uwe Mader di non dirlo a nessuno e lui ha mantenuto la sua promessa, senza nemmeno dirlo a sua moglie. Ha nascosto le pergamene all'interno di rotoli di carta da parati nel suo ufficio. Quando si trasferì a Kunnerwitz nel 1977, portò con sé i rotoli.
 Con i disordini politici del 1989 che portarono all'unificazione tedesca, Mader li trasferì in un armadio d'acciaio chiuso a chiave e tenne sempre con sé la chiave. Non è stato che alla fine degli anni '80 che Willi Mader ha finalmente raccontato a suo figlio come aveva iniziato questa catena di passaggi di consegne.
 Dopo decenni di ulteriore silenzio, la scorsa settimana Uwe Mader ha finalmente deciso che era giunto il momento di portare alla luce le pergamene.
 La città di Görlitz, che ha recentemente completato una ristrutturazione della sua sinagoga, ha affermato per bocca degli amministratori comunali, che prevede di lavorare con i leader ebraici regionali per sviluppare un piano su come visualizzare, o potenzialmente restaurare, i frammenti.
 La "Nuova sinagoga" di Görlitz, che risale al 1911, è stata l'unica nello stato della Sassonia a sopravvivere alla Kristallnacht. È stata ripristinata come luogo di culto e spazio per incontri interreligiosi la scorsa estate. 
 Alcuni leader e attivisti ebrei locali non hanno nascosto una certa irritazione all'annuncio che i frammenti erano stati consegnati alla città piuttosto che direttamente ai rappresentanti della comunità ebraica.
 Ma Zsolt Balla, rabbino di stato della Sassonia e primo cappellano militare ebreo della Germania del dopoguerra, ha detto all'Agenzia Telegrafica Ebraica di essere ottimista sui piani per i rotoli dopo aver parlato con il sindaco della città, Octavian Ursu, venerdì.
 «Discuteremo strategie la prossima settimana su come procedere», ha detto Balla.
 Secondo la Säschsiche Zeitung, gli osservatori sono rimasti sbalorditi quando l'archivista cittadino Siegfried Hoche ha collocato i quattro frammenti su un tavolo presso il municipio giovedì scorso.
 Il sindaco Ursu ha dichiarato di essere «grato di aver ricevuto un tesoro storico così prezioso per il nostro archivio comunale» e che la città avrebbe «preparato la sua mostra per il pubblico in stretta consultazione con i rappresentanti ebrei della Sassonia».
 Il presidente della comunità ebraica locale Alex Jacobowitz ha visionato le pergamene venerdì. Alla stessa Agenzia Telegrafica Ebraica ha dichiarato che alcuni di loro sembrano essere «in condizioni relativamente buone e potrebbero essere usati in un futuro Sefer Torah... altri non sono più utilizzabili e dovrebbero essere sepolti in una genizah o messi in una mostra permanente all'interno della sinagoga della città».

(Riforma, 20 dicembre 2021)


Nome in codice "Rabbi A." Il rabbino del Mossad

di Fabiana Magrì

Cambio al vertice spirituale delle agenzie di intelligence dello Shin Bet e del Mossad. Nome in codice: Rabbi A. Come nel caso degli operativi, anche l'identità del nuovo rabbino è protetta da anonimato, sia durante l'incarico sia dopo aver terminato il mandato per i servizi segreti.
  Secondo vari media israeliani ed ebraici, il nuovo Rav è stato designato qualche settimana fa, senza che la sostituzione sia stata motivata da alcuna ragione specifica. Si sarebbe trattato di un normale cambio periodico della guardia. Forse - suggerisce il Jerusalem Post - una nomina nell'ambito del riassetto organizzativo di posti di rilievo, in concomitanza con l'arrivo del nuovo capo dello ShinBet, Ronen Bar, a ottobre. Anche se il suo nome è coperto dal segreto, la rete televisiva israeliana Arutz Sheva (Channel 7) ha diffuso alcuni dettagli sul nuovo rabbino, con il consenso dell'intelligence interna ed esterna: Rabbi A. è una figura nota nel mondo dei Dati Leumi, i nazionalisti religiosi, e ha servito per anni in posizioni di rilievo nel mondo dell'istruzione e della formazione religiosa ebraica.
  Non è chiaro cosa comporti esattamente il ruolo di Rabbi A. Oltre alla sua identità, anche i dettagli della sua posizione restano riservati. Secondo i media ebraici, il suo compito dovrebbe avere a che fare con le urgenze morali, etiche e spirituali degli agenti segreti, le cui operazioni top secret spesso riguardano questioni di sicurezza nazionale, di vita o di morte, ma hanno anche un impatto pesante sulla vita privata dell'individuo. Rabbi A., che gode di una deroga per garantire la reperibilità anche di Shabbat (il riposo settimanale) e di Yom Tov (le festività religiose ebraiche), è preparato per rispondere a qualunque dubbio platonico degli agenti di Mossad e Shin Bet. Anche su questioni di "shailos", le domande sulle leggi che determinano i comportamenti in materia di intimità matrimoniale e vita famigliare. Del resto, non mancano i religiosi tra le fila dell'intelligence israeliana. Anzi, risultano in aumento, negli ultimi anni, gli agenti Haredim nell'establishment della sicurezza. Anche grazie alla formazione offerta dai corsi del Pardes Institute of Jewish Studies, che punta a coltivare una leadership ebraica dal pensiero critico raffinato, ancorata alla conoscenza e allo studio dei testi ebraici, ma con un occhio alla loro rilevanza nella vita contemporanea.

(Specchio, 19 dicembre 2021)


INNOVAZIONE & IMPRESE. L’Italia deve guardare a Israele o alla Svizzera?

Si sente spesso parlare della necessità di “imitare la Silicon Valley”. C’è da chiedersi se l’Italia abbia o meno bisogno di nuove startup.

di Alessandro Fontana

In Europa si sente spesso parlare della necessità di “imitare la Silicon Valley”, creando un ecosistema scientifico/tecnologico atto a stimolare la nascita di nuove aziende innovative. Se la Commissione europea anela a “regolamentare” i colossi high-tech americani, i singoli Paesi cercano di far convergere il venture capital su distretti innovativi: Berlino e la Neckar (Cyber) Valley in Germania, ad esempio, o la Hydrogen Valley in Olanda.
  Anche l’Italia manovra in questa direzione. Luigi Di Maio fantasticava già nel 2018 di “startup ecologiche” come volano di sviluppo per il Paese. Nel 2019, la visione del ministro si è concretizzata nella creazione del Fondo Nazionale Innovazione. Recentemente, con un emendamento al Decreto Infrastrutture, il Governo Draghi ha triplicato la dotazione economica del Fondo. Ma è davvero questo ciò di cui l’Italia ha bisogno per uscire dalla stagnazione in cui vegeta da ormai diversi decenni? Per provare a capirlo, volgiamo lo sguardo a due nazioni prototipiche (per motivi che verranno presto chiariti): Israele e Svizzera.
  Nonostante le piccole dimensioni (8 milioni di abitanti su una superficie di 20.000 km quadrati), Israele occupa un posto di rilievo nel consesso delle nazioni: per la sua diversità religiosa, per le doti del suo esercito e dei suoi servizi segreti, per il rapporto speciale che intrattiene con gli Usa. Israele possiede anche un sistema universitario di altissimo livello (Technion, Weizmann Institute of Science), in grado produrre un flusso continuo di startup che finiscono poi spesso per essere acquisite da aziende straniere (Mobileye da Intel, ad esempio). Israele è un paese ad alto reddito, con un Pil pro capite di 40.000 dollari/anno.
  La Svizzera è una nazione simile a Israele per dimensioni e popolazione (il paesaggio è molto diverso, ma il cambiamento climatico potrebbe contribuire a renderlo più simile nei prossimi decenni). Anche la Svizzera è sede di importanti università di livello mondiale (EPFL, ETH), che attraggono talenti da tutto il mondo: nella competizione per i prestigiosi grant ERC (European Research Council), la Svizzera è uno dei player di maggior successo (primato peraltro condiviso con Israele). E naturalmente anche la Svizzera è un paese ricco, con un Pil pro capite di 80.000 dollari/anno (il doppio di Israele).
  Esiste però un’importante differenza fra i due Paesi. Mentre la Svizzera può vantare grandi aziende di livello mondiale (Glencore, Nestlè, Roche), la stessa cosa non si può dire di Israele: le più grandi aziende israeliane (Teva Pharmaceutical Industries, Amdocs, Check Point) volano a un livello nettamente inferiore rispetto ai champions elvetici. Estremizzando il ragionamento, potremmo dire che Israele eccelle nelle startup, mentre la Svizzera primeggia nelle grandi aziende. Quest’ultima affermazione può essere riformulata dicendo che Israele è leader nell’innovazione (necessaria per creare startup), mentre la Svizzera è campione mondiale nell’organizzazione (necessaria per gestire grandi aziende): sono questi due degli ingredienti fondamentali di un’economia di successo. A quale modello dovrebbe ispirarsi il nostro Paese?
  La spina dorsale dell’economia italiana è composta da piccole e micro imprese, in misura maggiore rispetto ad altre economie avanzate. Le PMI generano nel nostro Paese il 66,9% del valore aggiunto e impiegano il 78,1% della forza lavoro (fonte: Commissione Ue). Le grandi aziende sono invece sottorappresentate: la classifica Fortune 500 elencava nel 2019 solo 9 aziende italiane, meno del 2% del totale (la Svizzera, con una popolazione pari al 15% di quella italiana, ne aveva 14).
  Credo di parlare con saggezza affermando che l’Italia è leader mondiale nel settore della pizza, il prodotto simbolo della cucina italiana diffuso in tutti i continenti, uno degli alimenti di maggior successo nella storia umana, con una penetrazione di mercato altissima, indipendente dal contesto culturale o religioso. Ebbene, qualsiasi città a sud delle Alpi ha notoriamente un’altissima densità di pizzerie per km quadrato, ma le più famose catene di pizzerie e/o aziende produttrici di pizza sono tutte non italiane: pizza Hut, Domino pizza, Dr. Oetker, ecc. (dichiaro en passant, sperando di non scandalizzare nessuno, il mio amore per Pizza Hut).
  Lo stesso discorso vale per i prodotti da bar: l’Italia è piena di bar, ma anche in questo caso il principale interprete globale di specialità (Starbucks) non è italiano. Howard Schultz, artefice del successo planetario di Starbucks, trasse effettivamente ispirazione dai bar italiani (conosciuti durante un viaggio nel nostro Paese) per plasmare l’immagine dell’azienda. Anche molti dei prodotti in offerta hanno nomi italiani: cappuccino, caramel latte, ecc.: la sede dell’azienda non si trova però dalle nostre parti, bensì a Seattle, nello stato di Washington (sempre en passant, segnalo che sono anche un fan di Starbucks e mi compiaccio del recente sbarco dell’azienda nel Bel Paese).
  Possiamo quindi concludere che l’Italia è molto più simile a Israele che alla Svizzera: un Paese dominato da piccole aziende, che per qualche motivo non riescono a crescere. Il problema dell’Italia non è passare da una dimensione aziendale pari a 0 dipendenti (nessuna azienda) a una dimensione aziendale pari a 5 dipendenti (startup). Quello che le aziende italiane non riescono a fare è passare da 5 dipendenti a 50, 500 o 5000. Più che (oppure oltre che) promuovere la formazione di nuove startup, sarebbe utile concentrare l’attenzione sulle decine di migliaia di startup già esistenti. Dovremmo poter disporre di un “reattore” in grado di fondere 10.000 bar e pizzerie, creando uno Starbucks e una Pizza Hut nostrani.
  Sono naturalmente consapevole del fatto che non tutte le piccole aziende italiane si occupano di quantum computing o elicotteri a guida autonoma. Il reattore di cui sopra non ci permetterà di creare grandi aziende leader nelle nuove tecnologie. Non è chiaro, d’altra parte, se e quando queste nuove tecnologie riusciranno a prendere piede. Un noto adagio recita: “La fusione nucleare è la tecnologia del futuro, lo è sempre stata e lo sarà sempre”. Come disse Nils Bohr, è difficile fare previsioni, specialmente riguardo al futuro. La pizza e il cappuccino, invece, un futuro garantito ce l’hanno di sicuro.

(ilsussidiario.net, 19 dicembre 2021)


Quarantotto anni fa l’attentato palestinese a Fiumicino - altra tappa italiana di una lunga scia di sangue

di Ugo Volli

Ci sono attentati terroristici la cui memoria è conservata, come quello del 1982 alla Sinagoga di Roma che uccise il piccolo Stefano Gaj Tachè e ferì molti altri. Ma ci sono anche attentati che vengono dimenticati, o rimossi, perché non colpiscono direttamente una comunità che ne serbi il ricordo e anche perché coinvolgono sempre il terrorismo palestinese, su cui volentieri si chiude un occhio. Quattro di questi riguardano l’aeroporto di Fiumicino e gli aerei che vi dovevano sostare.
  Di uno è appena passato l’anniversario. Si svolse il lunedì 17 dicembre 1973, appena un anno dopo la strage di Monaco.
  Alle 12.51 un commando terrorista palestinese dell'organizzazione “Settembre Nero”, appena arrivato da Madrid, fa irruzione in pista verso un Boeing 707 della compagnia Pan Am. È il volo 110 per Beirut, che doveva partire mezz’ora prima e ora è pronto. I terroristi salgono sulla scaletta che ancora collega l’aereo a terra, lanciano in cabina due bombe al fosforo, uccidendo 30 passeggeri. Fuggono dall’aereo che brucia, ne catturano un altro della Lufthansa, sul quale fanno salire degli ostaggi, tra cui sei poliziotti, costringendo l'equipaggio che già era a bordo a decollare. Davanti all’aereo ammazzano un giovanissimo finanziere, Antonio Zara, che aveva provato ad opporsi. Durante il volo ammazzano senza alcuna provocazione un tecnico italiano, Domenico Ippoliti, il cui corpo è buttato fuori dall’aereo allo scalo di Atene. Cercano di arrivare a Beirut o a Cipro, ma gli aeroporti rifiutano l'atterraggio; alla fine il velivolo arriva a Kuwait, dove dopo 30 ore di angoscia gli ostaggi sono liberati, nella serata del 18 dicembre. I terroristi vengono arrestati e condotti in una base aerea nel segreto più assoluto. Sono consegnati all’Egitto e da questi all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La loro identità non viene mai rivelata all’Italia, che fece una richiesta di estradizione puramente formale, senza esercitare ulteriori pressioni quando essa fu negata dal Kuwait.
  L’Italia aveva già in mano i terroristi del fallito attentato di Ostia, di cui non si conosce neppure la data esatta (fu rivelato solo il 5 settembre del 1973, ma probabilmente doveva attaccare l’aereo che portò a Roma Golda Meir il 14 gennaio 1973) e aveva paura di subire altri attentati di ritorsione. Si tratta di 5 terroristi palestinesi arrestati a Ostia con missili terra-aria a ricerca termica, fatti per abbattere da terra aerei in volo. Due, con passaporto libico, furono lasciati molto presto (il 30 ottobre) in mano a Gheddafi. La consegna avvenne usando un aereo C 47 Dakota, col nome in codice di “Argo 13”, che subito dopo, il 23 novembre, esploderà in volo a Marghera. Il coinvolgimento della Libia è stato dimostrato anche per quanto riguarda l’attentato di Fiumicino (https://www.segretidistato.it/?p=178) Gli altri tre furono rinviati a giudizio e dovevano essere processati proprio il 17 dicembre, il giorno dell’attentato a Fiumicino. Ma il processo fu rinviato, gli altri tre (fra cui figurava il capo dell’associazione degli studenti palestinesi in Italia, furono consegnati all’OLP, prima del processo, che condannò tutti alla pena mite e virtuale di 5 anni.
  A parte la rinuncia a processare i terroristi, sia quelli dell’attacco agli aerei Pan Am e Lufthansa, sia quelli di Ostia, nell’attentato di Fiumicino c’è una forte responsabilità dello stato italiano. All'interno dell'aeroporto infatti in quel momento erano in servizio in tutto 117 agenti, dei quali soltanto 8 erano addetti al servizio anti-sabotaggio; un numero irrisorio per un aeroporto intercontinentale come Fiumicino. Il tutto aggravato dal fatto che la struttura aeroportuale non era assolutamente adatta alla prevenzione di attacchi terroristici, che pure erano già molto frequenti e gravi
  Insomma, dobbiamo contare qui un’altra tappa importante del “Lodo Moro”. Ce ne furono altri da ricordare, oltre naturalmente all’attacco alla Sinagoga. Prima di tutti, volo TWA 840 da Fiumicino a Tel Aviv che fu dirottato il 29 agosto 1969, con danni materiali ma senza vittime. Poi, l’8 settembre del 1974 un altro aereo TWA, che doveva arrivare a Roma da Atene (ma la provenienza era Tel Aviv) fu fatto saltare e precipitò nel Mare Ionio, al largo dell'isola di Cefalonia. Ancora nel 1976, tre terroristi palestinesi furono scoperti a Fiumicino con pistole ed esplosivi, ma subito liberati. Circa tre anni dopo, il 7 novembre 1979 a Ortona, vengono arrestati gli autonomi Daniele Pifano e Filippo Nieri insieme al rappresentante italiano del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Saleh Abu Anzeh, con una cassa di missili terra-aria (quelli degli attentati agli aerei), di proprietà del FPLP. Il 25 gennaio 1980 sono condannati alla modica pena di 7 anni, poi ridotti a 5. Ma ai terroristi non basta e si vendicano della violazione del Lodo Moro. Molti infatti collegano questa vicenda alla strage di Bologna del 2 agosto di quell’anno, ufficialmente addebitata ai neofascisti. Ma alla celebrazione di quest’anno, perfino il prudente e saggio presidente Mattarella ha detto che “Non tutte le ombre sono state dissipate e forte è, ancora, l'impegno di ricerca di una completa verità”, e il sospetto di una pista palestinese collegato ai fatti di Ortona resta molto forte.
  Ancora: il 14 giugno 1985 si svolse il dirottamento del volo Trans World Airlines 847 fra Atene e Roma, opera a quanto pare di Hezbollah. Pochi mesi dopo vi fu l’attacco terroristico perpetrato il 27 dicembre 1985 dal gruppo terrorista palestinese facente capo ad Abu Nidal (lo stesso responsabile della strage di Rue de Rosiers a Parigi), che assaltò l'aeroporto di Roma-Fiumicino; contemporaneamente venne colpito anche quello di Vienna; i due attacchi ebbero luogo con una differenza di pochi minuti l'uno dall'altro alle nove di mattina. In totale i due attentati causarono 19 morti e 120 feriti: 13 morti e 76 feriti a Roma, tre morti e 44 feriti a Vienna.
  Vale la pena di ricordare che pochi mesi prima, fra il 7 e il 10 ottobre 1985, vi era stato il dirottamento della nave “Achille Lauro”, con l’assassinio di un vecchio ebreo in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer. In questo caso, con la crisi di Sigonella, Bettino Craxi esibì nella sua maniera un po’ rozza e muscolare, la politica italiana di tutti questi attentati: non richiedere l’estradizione dei colpevoli, non arrestarli, non muoversi per contrastarli, se per caso capitavano in mani italiane liberarli appena possibile e soprattutto non consegnarli a chi, come gli Stati Uniti, li avrebbe processati. Insomma, gli attentati terroristici palestinesi che hanno colpito l’Italia sono stati tanti e la reazione dello Stato è stata sempre così inadeguata da dimostrare una sostanziale tolleranza. E’ questo il famoso Lodo Moro.

(Shalom, 19 dicembre 2021)


Israele: catturati gli autori dell’attentato a Nablus

Smantellato il commando composto da 6 terroristi, sequestrate le armi utilizzate per l’attacco 

di Davide Racca

Questa notte l’unità antiterrorismo della Polizia, Yamam, in collaborazione con l’Idf e lo Shin Bet (il servizio segreto interno di Israele) hanno individuato e arrestato nel villaggio di Silat al-Harithiya, nella zona di Jenin, il commando di sei terroristi che hanno compiuto l’attentato a Nablus, dove è stato assassinato un ragazzo israeliano.
  Due dei fermati, i fratelli Ghaith e Omar Ahmed Yassin Jaradat,  sarebbero stati individuati come gli assassini del giovane ebreo Yehuda Dimentman e del ferimento di altri 2 ragazzi israeliani.
  Durante l’operazione delle forze di sicurezza di Israele, sono state sequestrate l’auto e le armi utilizzate per l’attentato. 
  Secondo quanto riferito da un portavoce dello Shin Bet, i fratelli Jaradat sarebbero gli autori materiali dell’omicidio, mentre gli altri 4 fermati, avrebbero ricoperto un ruolo logistico nell’attacco.
  Contrariamente a quanto dichiarato da Hamas successivamente all’attacco terroristico, la cellula che ha condotto l’operazione Nablus sarebbe affiliata al Movimento Jihad islamico”.
  Durante il fine settimana, le forze dell’IDF, del GSS e della polizia di frontiera avevano continuato a dare la caccia ai terroristi sospettati di aver compiuto l’attentato nei pressi dell’avamposto Chumash nell’area di Nablus, in Samaria.
  Le forze israeliane hanno effettuato intense ricerche nel nord della Cisgiordania per diversi giorni dopo l’attacco, in cui Yehuda Dimentman è stato ucciso e altri due sono rimasti leggermente feriti.
  Tre battaglioni di fanteria di truppe, insieme a forze speciali e unità di intelligence, erano subito stati schierati in Cisgiordania dopo l’attacco, mentre i militari, gli agenti dello Shin Bet e la polizia israeliana avevano perlustrato l’area alla ricerca degli assalitori.
  I sei sospetti sono stati arrestati durante un raid notturno nel villaggio di Silat al-Harithiya, nel nord della Cisgiordania, e consegnati allo Shin Bet per l’interrogatorio.
  Kochav, portavoce dell’Idf, ha affermato che i servizi di sicurezza israeliani hanno pianificato di interrogare i sospetti e raccogliere da loro informazioni che contribuirebbero a prevenire attacchi futuri.
  I sospetti sono stati arrestati senza incidenti intorno alle 2.30 di questa notte.
  Erano nascosti in diverse abitazioni del villaggio, e le forze di sicurezza hanno proceduto alla cattura senza ricorrere all’uso delle armi.
  Lo Shin Bet ha riferito di avere recuperato le armi presumibilmente usate nell’attacco di giovedì, inclusi due fucili M -16 fucili e un mitra “Carl”, un’arma artigianale di produzione locale.
  Nelle ultime settimane si è assistito a un aumento esponenziale degli attacchi terroristici, quattro dei quali avvenuti a Gerusalemme, ed il tutto sembra frutto di una strategia mirata strutturata dai vertici di Hamas, Jihad islamica, con il contributo dei neo-alleati di Hezbollah.
  La contemporanea presenza a Beirut di Hasan Nasrallah, Ismail Hanyeh e Khaled Mesha’al, deporrebbe in tal senso.

(OFCS|Report, 19 dicembre 2021)


Un tutore esterno per Eitan, decisione dolorosa ma necessaria

Adriano Sansa, a lungo presidente del Tribunale dei minorenni di Genova, spiega la logica della decisione che riguarda la delicata situazione del bimbo sopravvissuto alla tragedia del Mottarone e ora conteso tra i rami della famiglia.

di Adriano Sansa

Eitan ha sei anni. Nella disgrazia del Mottarone ha perduto i genitori e il fratellino. La sua vita ha subito un gravissimo turbamento, che ciascuno di noi comprende e nello stesso tempo fatica a immaginare nella sua realtà. Quel che è certo è che egli ha bisogno di affetti sicuri, stabili, competenti e delicati; di una serenità che lo aiuti a sopravvivere psichicamente oltre che fisicamente alla tragedia. Sfortunatamente non vi è accordo tra i parenti del ramo paterno residenti in Italia e quelli materni che vivono in Israele. Affidato originariamente alla zia paterna, Eitan era stato sottratto con un espediente e condotto in Israele dal nonno materno. Ma, sulla base della convenzione dell'Aja che regola la materia, la giustizia israeliana lo ha fatto rientrare in Italia presso la zia paterna. Accade però che il conflitto tra i rami familiari continui, con ricorsi, dichiarazioni, denunce. Eitan rischia ulteriormente di esserne scombussolato in questa fase delicatissima della sua vita. Ogni decisione che lo riguarda può divenire motivo di contrasto. 
  Il tribunale dei minorenni di Milano ha appena nominato tutore del bambino un avvocato di Monza, estraneo alle famiglie in conflitto; è una decisione dolorosa ma ritenuta necessaria per il bene di Eitan, del quale entrambi i nuclei familiari hanno chiesto l'adozione; ciascuno verosimilmente ritenendo di potergli dare maggiore o migliore accoglienza e affetto. Si apre così una fase ulteriore dell'intervento della giustizia.
  Il ritorno in Italia è stato solo la risposta alla sottrazione arbitraria, che imponeva il ripristino della situazione precedente. Ora, ferma restando la residenza in Italia, i giudici e gli esperti che li aiutano dovranno approfondire le risorse dei parenti, la loro affettività e in sostanza cercare di stabilire quale possa essere la soluzione migliore nell'interesse del bambino. Egli potrà essere sentito, con la necessaria cautela e delicatezza, se già dia segni di discernimento, ma solo se ciò non lo turbi ulteriormente; sarà utile capire se abbia ricevuto pressioni e se lo si sia voluto condizionare.
  È un compito difficile, questo di un organo di giustizia, tuttavia indispensabile se le relazioni familiari contenziose abbiano messo a rischio la già vulnerata personalità del bambino. Si tratta letteralmente di salvarlo da ogni danno che si aggiunga alla tragedia che già lo ha ferocemente colpito.

(Famiglia Cristiana, 19 dicembre 2021)



Il mio servo Giobbe (1)

di Marcello Cicchese

Riflessioni sul libro di Giobbe

CAPITOLO 1
  1. C'era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest'uomo era integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male.
  2. Gli erano nati sette figli e tre figlie;
  3. possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di bovi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. E quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali.
  4. I suoi figli solevano andare gli uni dagli altri e darsi un convito, ciascuno nel suo giorno: e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro.
  5. E quando la serie dei giorni di convito era finita, Giobbe li faceva venire per purificarli; si levava di buon mattino, e offriva un olocausto per ciascun d'essi, perché diceva: 'Può darsi che i miei figli abbian peccato ed abbiano rinnegato Iddio in cuor loro'. E Giobbe faceva sempre così.
  6. Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
  7. E l'Eterno disse a Satana: 'Donde vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal camminar per essa'.
  8. E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
  9. E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
  10. Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
  11. Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
  12. E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.
  13. Or accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore, giunse a Giobbe un messaggero a dirgli:
  14. 'I buoi stavano arando e le asine pascevano lì appresso,
  15. quand'ecco i Sabei son piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servitori, e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  16. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servitori, e li ha divorati; e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  17. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'I Caldei hanno formato tre bande, si son gettati sui cammelli e li han portati via; hanno passato a fil di spada i servitori, e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  18. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore;
  19. ed ecco che un gran vento, venuto dall'altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, ch'è caduta sui giovani; ed essi sono morti; e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'.
  20. Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
  21. 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
  22. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.

CAPITOLO 2
  1. Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro a presentarsi davanti all'Eterno.
  2. E l'Eterno disse a Satana: 'Donde vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'. E l'Eterno disse a Satana:
  3. 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
  4. E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
  5. ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
  6. E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
  7. E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
  8. E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
  9. Ma lascia stare Iddio, e muori!'
  10. E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.

CAPITOLO 42
  1. Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.
  2. Ora dunque prendetevi sette tori e sette montoni, venite a trovare il mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi stessi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi; ed io avrò riguardo a lui per non punir la vostra follia; poiché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe'.
  3. Elifaz di Teman e Bildad di Suach e Tsofar di Naama se ne andarono e fecero come l'Eterno avea loro ordinato; e l'Eterno ebbe riguardo a Giobbe.
  4. E quando Giobbe ebbe pregato per i suoi amici, l'Eterno lo ristabilì nella condizione di prima e gli rese il doppio di tutto quello che già gli era appartenuto.
  5. Tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle e tutte le sue conoscenze di prima vennero a trovarlo, mangiarono con lui in casa sua, gli fecero le loro condoglianze e lo consolarono di tutti i mali che l'Eterno gli avea fatto cadere addosso; e ognuno d'essi gli dette un pezzo d'argento e un anello d'oro.
  6. E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più dei primi; ed egli s'ebbe quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di bovi e mille asine.
  7. E s'ebbe pure sette figli e tre figlie;
  8. e chiamò la prima, Colomba; la seconda, Cassia; la terza, Cornustibia.
  9. E in tutto il paese non c'eran donne così belle come le figlie di Giobbe; e il padre assegnò loro una eredità tra i loro fratelli.
  10. Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
  11. Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

In un suo articolo sul libro di Giobbe, il pedagogistista cattolico Matteo Perrini scrive:

    «Nell'economia dell'Antico Testamento il Libro di Giobbe segna una svolta. L'umanità non ha mai cessato di leggerlo. Giobbe, l'uomo giusto nella desolazione più nera, è sconfitto nel suo implacabile contendere con Dio, o Dio è vinto dalle “ragioni” di Giobbe, e noi ci ricorderemmo di lui proprio a causa del suo prevalere sull'Onnipotente? O forse il rapporto tra Giobbe e Dio si pone al di sopra del dilemma vittoria-sconfitta? Due pensatori, Schopenhauer e Kierkegaard, fuori dell'orizzonte cristiano l'uno e grande cristiano l'altro, hanno preso sul serio Giobbe e hanno fatto benissimo perché il dolore risveglia nell'uomo la coscienza metafisica ed in ultima analisi è il “soffro, dunque sono” il punto di partenza di ogni serio interrogare se stessi e gli altri sul senso della vita. E chi meglio di Giobbe ha saputo sviscerare i termini della tremenda questione? Per questo potremmo anche noi prendere in mano quel testo - un libro di assalto alle false evidenze e di domande che mozzano il fiato - e lasciarci mettere in discussione da esso».

Sono in molti a pensarla in modo simile, credenti e non credenti. Il libro di Giobbe affronterebbe in modo drammatico il "mistero della sofferenza", ponendo l'uomo davanti alla metafisica domanda: "Perché soffro?"
  Chi pensa così però non prende in vera considerazione il libro di Giobbe nella sua totalità, ma solo la parte centrale di esso. Con una fine operazione di chirurgia letteraria, al libro vengono amputate la testa e la coda, cioè il prologo e l'epilogo,  che qui invece, appositamente, abbiamo voluto riportare per esteso.
  In certi casi la cosa viene esplicitamente dichiarata. Per il noto biblista cattolico Gianfranco Ravasi, per esempio, la parte amputata è una cornice "piuttosto imbarazzante, che davvero non corrisponde alla forza del poema centrale". E in un altro punto aggiunge: "Il quadretto finale posticcio (42,10- 17) con una nuova famiglia prospera e serena è solo un modo per quietare le riserve degli ascoltatori superficiali che vogliono a tutti i costi un lieto fine".
  Nella sua totalità dunque il libro mette in imbarazzo,  ma dopo la sua amputazione invece affascina molto i lettori più pensierosi, perché  - dicono - affronta arditamente il mistero insondabile della sofferenza umana.
  Nel libro intero però la sofferenza di Giobbe non è affatto un mistero. Se qualcuno si chiede "perché soffre Giobbe?" la risposta è semplice: "perché Satana ha lanciato una sfida a Dio sulla pelle di Giobbe, e Dio l'ha accettata". Dov'è il mistero? Il mistero se l'è creato chi ha deciso di amputare il libro. Ma è un problema suo, che nasce da lui, non dal libro. I lettori più filosofici però non sanno rinunciare al  gusto di elaborare teorie complicate per problemi che senza la filosofia potrebbero trovare risposte semplici.
  Un altro imbarazzato commentatore è lo studioso francese Samuel Terrien, citato da Ravasi, che fa questa considerazione  sull'epilogo del libro: «Dopo una visione di Dio così alta come quella dei capitoli precedenti - dobbiamo proprio dirlo - il racconto della ricompensa finale di Giobbe non è altro che una digressione fuori luogo con un tocco di volgarità.» E da parte sua il biblista cattolico aggiunge: «Infatti, disturba non poco vedere quest'uomo che ha sfidato Dio, che è penetrato nel mistero, che ha cercato in tutti i modi di caricare su di sé quasi tutta la gamma del soffrire e del dolore e che è diventato quasi un vessillo della sofferenza umana, concludere alla fine la sua esistenza come uno sceicco orientale, sotto le sue tende che volano al vento, mentre, dimentico dei figli che ha perso e delle disgrazie precedenti, banchetta e si gode la nuova numerosa famiglia e il bestiame che popola il suo orizzonte restaurato.»
  Un lettore così, dopo aver letto il libro, invece di riconoscere di non averci capito niente e concludere magari con una valutazione spregiativa, lo prende in mano, lo amputa delle parti  ritenute superflue e dipinge quello che  resta  con artistici colori di sua scelta.
  Amputazioni e adattamenti di questo tipo sono usuali in tutti coloro che trattano la Bibbia come un'antologia di racconti da cui trarre interessanti spunti di riflessione. Sono liberi di farlo, ma la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) ha a che fare con la verità, non con l'arte, è rivelazione di Dio, cioè esposizione ispirata di fatti che solo Dio ha compiuto  nei suoi rapporti con la terra e con gli uomini. A quello che Dio racconta non si può togliere né aggiungere nulla. Chi non crede in Dio può leggere la Bibbia e dirne quello che vuole, ma fino a che non ne riconosce l'Autore e non accoglie la Sua parola non può sperare di capirla veramente.
  In quanto rivelazione di Dio, la Bibbia è autosufficiente, cioè non ha bisogno di supporti esterni essenziali per la comprensione profonda di quello che Dio vuole comunicare. Riferimenti archeologici, documenti storici, considerazioni linguistiche sono certamente utili, in qualche caso indispensabili per la comprensione di un particolare testo e dei suoi collegamenti con la realtà fattuale, ma non sono determinanti per l'interpretazione del senso vero che Dio vuol dare agli Scritti Sacri nel Suo rapporto con gli uomini, sia a livello personale, sia a livello storico.
  Il libro di Giobbe può essere allora un buon esempio di come si possono applicare questi presupposti nello studio del testo. Il significato dei termini e delle espressioni deve essere preso nel senso più letterale possibile, in armonia con la totalità del messaggio biblico e  con l'uso che ne viene fatto in altre parti della Bibbia stessa. Le varie "scienze" possono avere un ruolo ancillare, mai magisteriale.
  Una prima domanda riguarda allora la sua collocazione tra gli Scritti sacri.

• Che ci fa il libro di Giobbe nel canone ebraico?
  Il libro di Ester è noto come l'unico libro della Bibbia in cui non compare mai il nome di Dio, il tetragramma, qui tradotto con Eterno. Compare invece più di cinquanta volte il termine giudeo o giudei. Il libro di Giobbe presenta invece un'altra particolarità: in esso non compare  mai alcun nome collegato alla storia di Israele, né di persona né di luogo, mentre compare 22 volte (tante quante sono le lettere dell'alfabeto ebraico) il tetragramma; e di queste, 21 si trovano proprio nella "cornice" che si vorrebbe scartare: il prologo e l'epilogo. Nel corpo del libro compare una sola volta in bocca a Giobbe (12:9). Gli amici non lo usano mai.
  Non si sa chi sia l'autore umano, e tutto sommato questo rafforza la convinzione che in ogni caso il vero autore è Dio stesso, quali che siano gli strumenti e i modi che può aver usato.
  Il libro tratta di storia, come tutta la Bibbia, cioè di fatti veramente accaduti; non è dunque  un componimento poetico con acclusa morale. Giobbe è un uomo del passato  in carne ed ossa, da trattare con la stessa concretezza con cui si considerano personaggi biblici come Noè, Abramo, Mosè, Davide ed altri.
  La storia della sua vita è contenuta nel libro che porta il suo nome: un libro che è parte del patrimonio spirituale di Israele, ed è in questo che sta il privilegio prioritario del popolo ebraico. Ma se è così resta aperta la domanda: come mai nelle sue pagine non si trovano tracce della storia di questo popolo? La spiegazione è semplice: perché Giobbe è vissuto quando Israele non c'era ancora, cioè prima di Abramo. Israele ha ricevuto il libro da Dio come rivelazione  di fatti che hanno preceduto la formazione del popolo ebraico e appartengono dunque, in un certo senso, alla sua preistoria, come tutti gli avvenimenti che precedono la chiamata di Abramo.
  E' chiaro allora che i fatti riportati nel prologo del libro potevano essere raccontati soltanto da Dio, perché lì si parla di un'assemblea dove erano presenti, oltre che Dio,  soltanto quelle particolari creature che la Bibbia in altra parte chiama angeli. Dunque non c'erano testimoni oculari appartenenti al genere umano.
  Ma dove sono gli angeli nel libro di Giobbe?

    Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro a presentarsi davanti all'Eterno (1:6).

Chi sono i figli di Dio? L'autosufficienza della Bibbia costringe a cercare la risposta esclusivamente tra le sue pagine, anche se si possono fare confronti con altre fonti. Si trova allora che quando nell'Antico Testamento si parla di figli di Dio (al plurale) questi sono sempre angeli (buoni o cattivi), mai uomini. La cosa può essere dimostrata con precisi riscontri biblici, ma per convincere può anche essere utile fare un confronto con quelli che nella Bibbia sono chiamati figli degli uomini. L'espressione sottolinea la provenienza, il modo in cui si è generati. Si dice infatti, proprio in questo libro, che «L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni» (14:1). I figli degli uomini sono tutti  nati di donna, cioè  hanno tutti un padre e una madre umani, mentre i figli di Dio sono generati direttamente da Dio. In questo senso si può dire che tra gli uomini solo Adamo ed Eva sono figli di Dio, tutti gli altri sono figli degli uomini.
  La differenza non è di poco conto. Qualcuno infatti potrebbe chiedersi come mai Dio, dopo aver visto che Adamo si sentiva solo, non ha pensato di popolare la terra con tanti altri Adami prodotti in serie come il primo? La scelta di Dio ha un significato profondo: riguarda il modo in cui Dio vuole che gli uomini vengano al mondo e la terra sia popolata: per generazione da altri uomini. Più precisamente, come frutto di una relazione d'amore tra un uomo e una donna uniti in un legame simile a quello di Adamo ed Eva.  Questo ha un valore scottante anche oggi, anzi  proprio oggi.
  Ma torniamo al libro. Tra gli angeli compare un essere che per la prima volta nella Bibbia è chiamato Satana. Questo personaggio compare solo tre volte nell'Antico Testamento, e la narrazione che si fa nel prologo del libro di Giobbe può essere considerata una rivelazione  che Dio fa arrivare a Israele, e poi a tutti gli uomini, su un fatto avvenuto prima della sua fondazione, in cui compare proprio questo essere.  . Nel resto della storia biblica di Israele si dice poco su Satana, forse perché è bene che la sua natura e le sue opere siano pienamente svelate soltanto dopo la sua sconfitta, avvenuta a suo tempo nella persona e nell'opera del Signore Gesù Cristo. Nel Nuovo Testamento si parla più estesamente di Satana, mettendo in evidenza la vittoria che su di lui ha compiuto in Gesù, e a cui partecipano tutti i veri credenti in Cristo.
  La descrizione dell'assemblea di angeli buoni e cattivi presieduta da Dio, in cui può entrare lo stesso Satana con diritto di parola, ha il significato di una rivelazione fatta da Dio stesso, non di una creazione artistica fatta da uomini. Trascurare la presenza nel creato del mondo angelico, solitamente invisibile agli uomini ma tuttavia concreto e operante, è una delle gravi lacune della cultura illuministica occidentale. Ci si appoggia in tutto e per tutto alla cosiddetta scienza, senza tener conto che in questo modo ci si autolimita volontariamente nella comprensione dei fatti. Nella cosiddetta scienza non compariranno  mai dei referti indicanti la presenza di angeli o demoni, per il semplice fatto che nei suoi presupposti protocollari questi termini non esistono, e quindi non possono comparire in nessuna spiegazione dei fatti. E' ovvio allora che non si può trovare ciò che non si cerca. Ma non cercare un oggetto non implica che l'oggetto non esista.
  Satana dunque esiste, perché la Bibbia lo dice e una molteplicità di fatti lo conferma. Se si hanno occhi per vedere.
  Dopo il peccato originale Satana è diventato il principe di questo mondo (Giovanni 14:30) e considera quindi il mondo un suo dominio. All'inizio di questo libro lo troviamo che fa su e giù per la terra come una polizia stradale che sorveglia il movimento dei suoi sudditi. Tra questi ne vede uno che non si comporta da buon cittadino del suo regno, e allora decide di presentarsi di persona nell'assemblea celeste per parlarne con Dio stesso. Forse aveva in mente di elevare una vera e propria rimostranza: "Com'è che questo mio cittadino  si comporta come se fosse alle tue dipendenze e non alle mie? Non è giusto (secondo il codice di giustizia di Satana)". Il Signore capisce al volo e per togliere d'imbarazzo l'ospite comincia Lui il discorso. Sarà interessante seguirne gli sviluppi.

(1) continua

(Notizie su Israele, 19 dicembre 2021)


 

Israele vieta i viaggi in Ue e Stati Uniti

Nuovo giro di vite in Israele per cercare di proteggersi dal Coronavirus. Secondo anticipazioni dell'emittente N12 il primo ministro Naftali Bennett proporrà domenica il divieto di viaggiare nella maggior parte dei Paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti e altri nell'Europa occidentale.
  Il ministero della Salute sta inoltre valutando ulteriori misure per ridurre il più possibile la diffusione di Omicron in Israele e si è fissato l'obiettivo di vaccinare 50.000 bambini al giorno, 700.000 entro due settimane.
  Intanto, nelle ultime 24 ore, sono stati confermati 838 nuovi casi. Si tratta del dato più alto degli ultimi due mesi, come spiega il ministero della Sanità israeliano. Rispetto al giorno precedente sono stati diagnosticati 181 casi in più, mentre crescono le preoccupazioni sulla diffusione della variante Omicron, altamente contagiosa. Ieri una scuola femminile di Gerusalemme è stata chiusa dopo la segnalazione di 62 contagi, così come è stato isolato il personale di sicurezza della Knesset dopo che una guardia è risultata positiva a Omicron. Resta intanto sospesa la proposta di chiedere il Green Pass per poter accedere ai centri commerciali israeliani.

Libero, 18 dicembre 2021)


Scordatelo Naftali

Dopo un breve periodo felice, ora Bennett e Biden sono tesi Gli iraniani stanno vincendo.

di Daniele Raineri

ROMA - L'Amministrazione di Joe Biden non dice "fuck you" al primo ministro israeliano Naftali Bennett, come ha fatto il predecessore Trump con il predecessore Netanyahu, per una questione di stile e di indole. Le due parti non vogliono tornare ai litigi pubblici come ai tempi di Netanyahu e Barack Obama. Ma c'è molta frustrazione da parte di entrambi e c'è un conflitto in corso - non pubblico, almeno per ora - su come gestire il dossier più importante e urgente, quello del nucleare iraniano. Biden vorrebbe risolvere la questione in modo soft con i negoziati di Vienna che portano verso la restaurazione dell'accordo sul nucleare del luglio 2015. Bennett teme che gli stessi negoziati siano troppo deboli per ottenere una sospensione reale del programma atomico dell'Iran e continua a far trapelare informazioni sui preparativi israeliani per possibili raid aerei contro l'Iran. Bennett teme anche che gli americani dopo aver raggiunto un accordo troppo debole con Teheran chiederanno a Israele di interrompere le operazioni di sabotaggio dell'intelligence israeliana - che in questi mesi ha colpito più volte i siti dove gli iraniani lavorano al programma nucleare. Anzi, Bennett, secondo il New York Times, teme che gli Stati Uniti una volta rientrati nell'accordo ostacoleranno attivamente le operazioni di Israele contro il nucleare iraniano. Per questo chiede che l'intelligence israeliana possa continuare a colpire l'Iran, come sta facendo da anni, anche se le trattative ufficiali prima o poi arrivassero a qualche risultato.
  Alla base del conflitto c'è una interpretazione diversa di quello che starebbe facendo l'Iran, ed è una differenza radicale e insanabile. Secondo gli Stati Uniti, Teheran avrebbe congelato il programma atomico militare da molti anni; secondo Israele il programma atomico militare non si è mai fermato.
  Ieri la delegazione iraniana ha annunciato che si prende una pausa di qualche giorno dai negoziati di Vienna, che erano appena ricominciati alla fine di novembre dopo una pausa di sei mesi. Nel frattempo però l'Iran continua ad arricchire l'uranio e quindi è sempre più vicino alla quantità di uranio raffinato necessaria a produrre una bomba atomica Secondo i calcoli degli esperti delle Nazioni Unite, questo tempo potrebbe essere inferiore a un mese nell'ipotesi peggiore. Israele vede questi incontri viennesi a rilento come un grande pretesto da parte dell'Iran per trascinare a vuoto la diplomazia internazionale mentre in casa, nei bunker sotterranei dove gli ispettori internazionali non possono entrare e non possono controllare nulla perché ancora non c'è un accordo, il programma atomico corre veloce.
  All'inizio del mandato di Biden c'è stato un periodo di collaborazione felice fra Israele e Stati Uniti e ci sono ancora prove tecniche di trasparenza. Gli israeliani hanno informato gli americani di due operazioni di sabotaggio con esplosivi contro l'Iran, una a giugno contro la fabbrica di centrifughe per l'uranio a Karaj e l'altra l'11 settembre contro un sito di ricerca missilistica dei pasdaran (di quest'ultima operazione si è appreso soltanto venerdì 10 dicembre, non era ancora diventata una notizia). Dopo una telefonata tesa con Biden, Bennett ha spedito a Washington il ministro della Difesa, Benny Gantz, e il capo del Moossad, David Bamea, ma non ha ottenuto rassicurazioni. Pochi giorni dopo è diventata pubblica la notizia che la consegna da parte degli Stati Uniti di alcuni aerei speciali per il rifornimento in volo dei caccia - quindi aerei che permettono missioni a lungo raggio come sarebbero i raid israeliani contro l'Iran - avverrà soltanto nel 2024 e non invece adesso come Israele vorrebbe. E ieri al Senato americano la legge che stanzia i fondi per rifornire di missili le batterie del sistema lron Dom e che protegge contro gli attacchi con razzi e missili le città israeliane si è di nuovo bloccata. Non ci sono aggressioni verbali in pubblico tra i due governi perché lo stile non è quello, ma in questo periodo c'è insofferenza.

Il Foglio, 18 dicembre 2021)


Il dialogo Ue-Israele riparte da innovazione e ricerca

Firmata l’intesa per la partecipazione dello Stato ebraico al programma Orizzonte Europa. È la conferma di una svolta nelle relazioni dopo l’era Netanyahu. Ma 60 europarlamentari protestano con Borrell,

di Gabriele Carrer

Israele avrà, anzi continuerà ad avere, lo stesso status dei 27 Stati membri dell’Unione europea all’interno del programma Orizzonte Europa dedicato agli investimenti in innovazione e ricerca. Nelle scorse settimane è stata firmata l’estensione dell’accordo sul programma, che sarà in vigore fino al 2027 e rappresenta il più ricco piano di ricerca al mondo con un bilancio di 95,5 miliardi di euro.
  “L’accordo di oggi permetterà a scienziati, innovatori e ricercatori israeliani ed europei di continuare a lavorare insieme sulle soluzioni di domani attraverso tecnologie all’avanguardia”, ha dichiarato Orit Farkash-Hacohen, ministro israeliano della Scienza, della tecnologia e dello spazio. Secondo i dati forniti dalla Commissione europea, Israele è il terzo Stato in termini di partecipazione al programma, e tra i più performanti. La commissaria europea Mariya Gabriel ha definito Orizzonte Europa la “forma più stretta di cooperazione dell’Unione europea con i Paesi non europei”.
  E il lavoro con Israele è “vantaggioso per tutti”: “Israele ottiene l’accesso probabilmente alla più grande rete di ricerca internazionale e a nuove opportunità di mercato; l’Unione europea e il programma Orizzonte Europa beneficiano dell’eccellenza scientifica di Israele e della sua capacità di innovazione di prim’ordine . La cooperazione con Israele ha portato a scoperte nella biotecnologia, nelle tecnologie legate al cambiamento climatico, nel trasporto più sicuro, nella scoperta di nuovi farmaci e in molti altri settori”, ha aggiunto in occasione della firma sull’intesa con Haim Regev, ambasciatore israeliano all’Unione europea.
  L’accordo rappresenta un passo avanti nelle relazioni tra Israele e l’Unione europea, favorito dalla partecipazione del ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid a un pranzo di lavoro con gli omologhi europei a luglio. Come notavamo su Formiche.net, in cima alla sua agenda c’erano il riavvio del Consiglio di associazione Ue-Israele, che non si riunisce dal 2012, la partecipazione al programma culturale Europa Creativa (che vale 1,46 miliardi di euro) e a quello scientifico Orizzonte Europa (a cui Israele ha partecipato a lungo), il coinvolgimento nell’Europol per collaborare sulla sicurezza.
  In quell’occasione il Jerusalem Post sottolineava che nella mente di Lapid c’era anche qualcosa di “non meno importante per lui: vuole rimarcare che Israele è una democrazia liberale e metterla in linea con le altre democrazie in Europa”. Si tratta, ha notato il quotidiano israeliano, “di un cambiamento per la politica estera” dello Stato ebraico, dopo il feeling tra l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu e i leader delle cosiddette “democrazie illiberali” dell’Est Europa, a partire dall’ungherese Viktor Orbán.
  Dopo le contraddizioni di Orizzonte 2020, con i primi tre Paesi per finanziamenti ricevuti che erano tutti extra Ue (Israele, Regno Unito e Svizzera), ora l’Unione europea ha deciso di cambiare alcuni dettagli. Per Orizzonte Europa, Israele dovrebbe versare almeno 2,5 miliardi di euro, dopo aver ricevuto 360 milioni di euro in più rispetto al suo contributo nel caso di Orizzonte 2020.
  Dall’accordo tra Israele e Unione europea sono rimasti fuori Cisgiordania, Gerusalemme Est e alture del Golan, come da politiche di Bruxelles.
  Ciò non è bastato però a 60 europarlamentari che hanno inviato una lettera a Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Parlando di “apartheid e persecuzione” di Israele sui palestinesi e citando casi come quello dello spyware Pegasus, “esortiamo la Commissione europea a riconsiderare e congelare la partecipazione di Israele a Orizzonte Europa, finché Israele non garantirà il rispetto dei suoi obblighi di diritto internazionale nei confronti dei palestinesi”.
  Prima firmataria è l’italiana Rosa D’Amato, seguita da altri che come lei hanno lasciato il Movimento 5 stelle per entrare nei Verdi, dal vicepresidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo, anch’egli eletto tra i pentastellati ma attualmente tra i Non iscritti, e da alcuni esponenti social-democratici come l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia (Formiche.net, 18 dicembre 2021)


Alto funzionario USA: «non c’è più tempo. Iran a un passo dalla bomba» ;

Ormai ogni settimana che passa Teheran si avvicina alla bomba e nessuno sembra davvero voler fare qualcosa di concreto per fermare l’ennesimo genocidio di ebrei promesso dagli Ayatollah

di Franco Londei

Gli Stati Uniti stimano che il tempo necessario all’Iran per produrre abbastanza uranio altamente arricchito per una bomba nucleare sia ora “molto breve”.
  A sostenerlo venerdì con la Reuters è stato un alto funzionario dell’amministrazione Biden che ha parlato a condizione di anonimato.
  Intendiamoci, non ci voleva il solito “alto funzionario anonimo” per dirci quello che ormai tutto il mondo sa benissimo, però la cosa andava riportata, non fosse altro che per non dare al Presidente Joe Biden la possibilità di dire di non sapere.
  Eppure che i colloqui di Vienna per ripristinare il vecchio accordo noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) fossero solo un espediente per prendere tempo lo si era capito sin da subito. Ripresi alla fine di novembre a adesso di nuovo rinviati per volere iraniano dopo che, soprattutto gli europei, si erano illusi di poter ripristinare il vecchio JCPOA.
  La richiesta iraniana di rinvio dei colloqui è arrivata come un fulmine a ciel sereno per gli europei, tanto da fare infuriare pure il capo negoziatore, Enrique Mora, che chiede un rinvio di qualche settimana, non di mesi come sembra di capire intendano gli Ayatollah.
  Israele aveva da tempo messo in guardia i fautori della riapertura del dialogo con l’Iran che Teheran usava i cosiddetti “colloqui di Vienna” solo per prendere tempo e arrivare al fatidico “punto di non ritorno”, quel test atomico che metterebbe fine a tutto e renderebbe l’Iran non solo potenza atomica, ma intoccabile.
  Per questo in molti chiedono subito un intervento armato che fermi o almeno rallenti di moltissimo la corsa iraniana al nucleare.
  Ma il Presidente americano Joe Biden, esattamente come i suoi due predecessori, non solo non intende farlo ma non intende dare a Israele i mezzi necessari affinché sia lo Stato Ebraico a provvedere.
  E così ogni settimana che passa l’Iran sia avvicina implacabilmente alla bomba atomica, arma che userà contro Israele senza farsi nessuno scrupolo delle vittime civili o delle ricadute sulla economia globale. Questa è una delle poche certezze che ci sono in tutta questa faccenda.
  E allora perché Israele dovrebbe farsi scrupolo di pensarla come gli Ayatollah quando si trova a pochi passi dal baratro?
  Perché Israele non è l’Iran e “noi non siamo come loro”? No, non funziona più. Perché Israele non vuole un genocidio? Ma sono gli altri a volerlo con tutte le loro forze, e neppure lo nascondono (o pensate che le minacce di Teheran verso lo Stato Ebraico siano solo un gioco?). Allora per quale diamine di motivo Israele non dovrebbe nuclearizzare la minaccia iraniana? (Rights Reporter, 18 dicembre 2021)


Israele, il Covid si diffonde in Parlamento: Netanyahu e altre 130 persone in quarantena

In Israele i soggetti venuti a contatto diretto con un portatore di Omicron devono isolarsi per 3 giorni, anche se completamente vaccinati.

di Filomena Fotia

In Israele, il leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu e altre 130 persone sono in quarantena da venerdì sera, dopo che 4 membri del personale parlamentare sono risultati positivi al Coronavirus.
 Secondo i media locali, almeno uno dei contagiati potrebbe essere portatore della variante Omicron.
 L’ufficiale capo del Knesset, il parlamento monocamerale, ha informato Netanyahu che un personal trainer nella palestra del parlamento, con cui è stato impegnato in un allenamento mercoledì, è risultato positivo. “L’ex primo ministro sta agendo secondo le linee guida e sta aspettando i risultati dei test,” è stato spiegato.
 Netanyahu si è sottoposto a quarantena diverse volte dall’inizio della pandemia a causa di contatti con membri del personale contagiati.
 Secondo nuove disposizioni, le persone che sono venute a contatto diretto con un portatore di Omicron devono isolarsi per 3 giorni, anche se completamente vaccinate.
 Gli ultimi dati del Ministero della Salute israeliano pubblicati venerdì hanno riportato 854 nuovi casi diagnosticati il giorno precedente, la cifra giornaliera più alta in circa 2 mesi.

(Meteo Web, 18 dicembre 2021)


La comunità ebraica premia la Severino, l'abbraccio con il testimone Modiano

di Mario Ajello

ROMA - Un premio di quelli veri, sinceri, motivatissimi. Non una delle tante onorificenze che si danno nel mondo di relazioni. Lo ha avuto Paola Severino da parte della Comunità ebraica. Alla quale l'avvocato, ex ministro, presidente della Scuola nazionale dell'amministrazione e vicepresidente Luiss, e già rettore di questo ateneo, è vicina da sempre per storia personale e professionale. E l'altra sera, al Museo ebraico di Roma, per la consegna del premio della Menorah D'Oro del Bené Berith, era presente mezzo governo (5 ministri, dalla Lamorgese alla Carfagna, da Di Maio a Brunetta e alla Gelmini) più il capo della polizia Giannini, Gabrielli, e il comandante generale dei carabinieri, Luzi. A consegnare il riconoscimento è stato il presidente del Benè Berith, Sandro Di Castro, alla presenza del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e della presidente Ruth Dureghello. Una cerimonia toccante. E ci sono pezzi di storia familiare che riemergono in un'occasione come questa. Il padre di Paola Severino, Marcello, che non era ebreo, per sottrarsi al reclutamento forzato dei nazifascisti si nascose in uno stabilimento della Lanerossi a Vicenza, proprio dentro una vasca di stagnazione. Fu protetto dalla famiglia Lanerossi e poi riuscì ad arrivare a Roma. Dove lo accolse un cugino, che era impiegato del Comune. Di nascosto, Marcello Severino e il cugino facevano le carte d'identità e i permessi di lavoro falsi per gli ebrei.
  Ma adesso c'è l'opera svolta in questi anni dalla Fondazione Severino nel sostegno ai deboli, e c'è l'impegno nella trasmissione di valori morali e civici che hanno contraddistinto l'attività della Severino, nelle motivazioni del premio che ha ricevuto.
  Per non dire dell'impegno e della vicinanza al mondo ebraico che la Severino ha confermato anche con il ruolo importante nel processo Priebke e nella difesa di istituzioni ebraiche.
  E l'altra sera nella cerimonia al museo hanno partecipato tra gli altri anche Gianni Letta; il prefetto Piantedosi; l'incaricato d'affari dell'Ambasciata Usa, Thomas D. Smitham; l'ambasciatore israeliano, Dror Eydar. Insieme a tutti loro, il grande Sami Modiano, il testimone della Shoah, sopravvissuto ad Auschwitz. L'abbraccio tra Sami e la Severino - insieme alla lettera inviata da Liliana Segrè - è stato un momento toccante . Da ministro, la Severino andò con Modiano ad Auschwitz, accompagnando scolaresche e gruppi di universitari. Un abbraccio, tra Paola e Sami, che sintetizza la memoria che costruisce il futuro.

(Il Messaggero, 18 dicembre 2021)


Eitan, i giudici: “Resta a vivere con la zia, ma il tutore legale sarà un professionista esterno”

I legali dei nonni materni: “Decisione nell’interesse del bambino”. Soddisfatti anche gli avvocati dei Biran: “Confermata la correttezza di Aya”.

PAVIA. Una nuova sentenza, stavolta dei giudici milanesi e che segna un punto a favore dei nonni materni, è arrivata sul caso di Eitan, il bambino di 6 anni unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, in cui ha perso padre, madre, fratello e bisnonni, e conteso tra due rami familiari. Dopo la decisione della Corte di Tel Aviv che lo ha fatto rientrare in Italia il 3 dicembre, riconoscendo il rapimento da parte del nonno, oggi il Tribunale per i minorenni di Milano ha affidato la tutela legale del piccolo ad un professionista, un avvocato di Monza, togliendola alla zia paterna. E ciò "nell'interesse" del bimbo, dato che lo scontro tra le due famiglie non sembra destinato a spegnersi.
  E' stato nominato, come ha spiegato il presidente del Tribunale per i minorenni Maria Carla Gatto, "come tutore" in "sostituzione della zia", Aya Biran, "un professionista estraneo ad entrambe le famiglie di origine, mantenendo il bambino collocato presso la zia". Il piccolo continuerà a vivere nella casa degli zii paterni a Travacò Siccomario (Pavia), da dove più di 3 mesi fa venne portato via, durante una visita, dal nonno Shmuel Peleg, che lo mise su un volo da Lugano con destinazione Israele. Nel frattempo, nella 'guerra' che non si placa gli zii sono finiti indagati per diffamazione e furto su denuncia della nonna materna Esther Cohen. E va avanti il procedimento distinto sull'adozione richiesta da entrambe le famiglie.
  "L'elevatissima conflittualità - ha chiarito Gatto - manifestatasi successivamente all'iniziale nomina del tutore, ha reso necessaria l'individuazione di un soggetto terzo". Anche perché "la contesa parentale insorta indubbiamente contribuisce a complicare ogni scelta personale, relazionale, economica ed educativa che dovrà essere assunta nel prioritario interesse del bambino, già così drammaticamente segnato dai tragici vissuti personali". D'ora in poi sarà un avvocato a fare i suoi interessi, anche economici. "Un primo raggio di luce a sei mesi dal terribile disastro", ha commentato da Tel Aviv la famiglia Peleg. Soddisfatti Sara Carsaniga e Paolo Polizzi, legali dei nonni materni, per "la rimozione di Aya Biran come tutore a favore di un terzo, come era stato richiesto fin dall'inizio", tanto che il procedimento è nato proprio da un loro reclamo contro la nomina decisa a fine maggio a Torino e confermata ad agosto da un giudice di Pavia.
  Con "favore", però, come chiarito dagli avvocati Cristina Pagni e Grazia Cesaro, ha salutato il provvedimento anche la zia, perché "conferma la correttezza del suo operato nel suo incarico", "rigettando tutte le contestazioni avversarie in merito alla sua nomina, confermando il collocamento presso di lei". Avrà ora, precisano, "maggior possibilità di concentrarsi sulla cura dei bisogni affettivi del minore". Per Eitan, ha messo nero su bianco il giudice Maria Stella Cogliandolo, è "necessario" che la funzione di tutela venga svolta "da una figura terza, estranea all'aspra conflittualità che si è aperta" nonostante "l'esplicito richiamo alla collaborazione" da parte del "giudice tutelare".
  Sul fronte penale, la difesa di Peleg (legale Paolo Sevesi) - destinatario di un mandato d'arresto e accusato, assieme al presunto complice Gabriel Alon Abutbul (bloccato a Cipro e in attesa di estradizione) e alla nonna, di sequestro, sottrazione di minore e appropriazione del passaporto del bimbo - potrebbe puntare a far valere il nuovo verdetto. Ha sempre sostenuto che non si trattò di rapimento (per il Riesame, però, il bimbo così piccolo non era capace di esprimere un vero dissenso) e contestato la rapida nomina della zia come tutrice, arrivata pochi giorni dopo la tragedia e oggi 'cancellata'. Intanto, gli zii Aya e Or Nirko sono indagati perché avrebbero prelevato dalla casa dei genitori del bimbo telefoni e dispositivi informatici utili, secondo la nonna, per accedere a documenti (nella denuncia si parla pure del testamento) che servivano nel procedimento sulla tutela. Accuse "infondate", secondo i legali israeliani Avi Chimi e Shmuel Moran.

(la Provincia pavese, 17 dicembre 2021)


Israele chiuso fino al 29. Polemica sui permessi

II governo israeliano, considerata la diffusione di Omicron, ha esteso il divieto di ingresso per gli stranieri fino al 29 dicembre. Una decisione difficile, dettata dalla necessità di preservare la sicurezza sanitaria nel Paese, e motto dolorosa per migliaia di pellegrini che, proprio alla vigilia di Natale, non potranno entrare in Terra Santa, dove le comunità cristiane, da due anni, attendono di poter ricominciare ad accogliere.
  Non sono mancate polemiche e hanno fatto discutere le parole di Wadie Abunassar, portavoce dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, che, con un post sul suo account personale di Facebook, ha evidenziato che questa settimana Israele ha concesso a "Birthright Israel", un ente statunitense che organizza viaggi per giovani ebrei, di far entrare un gruppo di ragazzi nel Paese, e ha parlato di «politiche discriminatorie» del governo di Naftali Bennett sul rilascio dei permessi.
  Sin dalle prime restrizioni sugli arrivi, il ministero degli Interni israeliano ha creato una "Commissione per le eccezioni" che valuta ogni giorno centinaia di possibilità di ingresso per singoli o piccoli gruppi organizzati in "capsule". In questa categoria rientrano i giovani di Birthright. Il ministero degli Esteri israeliano, valutando come «oltraggiose, false e pericolose» le accuse di «discriminazione religiosa», ha sottolineato che la Commissione «ha rilasciato numerosi permessi sia ai cristiani che agli ebrei», e ha invitato i leader religiosi a «prendere le distanze dai discorsi di odio» per «continuare sulla strada del dialogo».

(Avvenire, 17 dicembre 2021)


Covid oggi Israele, 838 contagi: dato più alto da 2 mesi

Crescono le preoccupazioni sulla diffusione della variante Omicron

Risalgono i contagi Covid in Israele, dove nelle ultime 24 ore sono stati confermati 838 nuovi casi. Si tratta del dato più alto degli ultimi due mesi, come spiega il ministero della Sanità israeliano. Rispetto al giorno precedente sono stati diagnosticati 181 casi in più, mentre crescono le preoccupazioni sulla diffusione della variante Omicron, altamente contagiosa. Ieri una scuola femminile di Gerusalemme è stata chiusa dopo la segnalazione di 62 contagi, così come è stato isolato il personale di sicurezza della Knesset dopo che una guardia è risultata positiva a Omicron. Resta intanto sospesa la proposta di chiedere il Green Pass per poter accedere ai centri commerciali israeliani.

(Adnkronos, 17 dicembre 2021)


Sarà Israele a far venire l'idea di chiedere il green pass anche per fare la spesa? M.C.


Tutti pronti per un attacco informatico al sistema finanziario globale?

«... la crisi Covid-19 è stata citata come la principale giustificazione per accelerare quella che viene definita la trasformazione digitale del settore finanziario e di altri settori, che il World Economic Forum e i suoi partner promuovono da anni. Sulla stessa linea del resto anche il nostro premier Draghi quando in videoconferenza al Summit for democracy promosso dagli Stati Uniti sostiene che il "Covid è una sfida per democrazie, ma abbiamo trasformato la pandemia in un'opportunità". La stessa logica di Mario Monti quando sostiene che grazie alle crisi si fanno piccoli passi sulla costruzione europea e sulla cessione di sovranità».
Si consiglia di leggere con attenzione questi articoli di un unico autore. Il risalto in colore è stato aggiunto. NsI

di Raffaella Vitulano

Dopo le esercitazioni sulla pandemia, quelle sulla sicurezza informatica. La scorsa settimana Israele ha condotto, con altri 9 paesi tra cui l'Italia, la simulazione di un grande attacco informatico al sistema finanziario globale. La simulazione prevedeva diversi tipi di attacchi con impatto sui mercati globali dei cambi e delle obbligazioni, relativi alla liquidità, l'integrità dei dati e le transazioni tra importatori ed esportatori. L'attacco informatico simulato - chiamato "Collective Strength" - è durato dieci giorni e ha fatto emergere dal dark web dati sensibili e notizie false.
  In un'udienza del Congresso statunitense lo scorso maggio, è stato del resto chiesto agli amministratori delegati delle sei maggiori banche di Wall Street quale fosse secondo loro la più grande minaccia per le loro aziende e per il sistema finanziario in generale. La pandemia globale e il cambiamento climatico non sono stati neppure citati. Per loro, la minaccia principale è un attentato alla "cybersicurezza". Insistono su questo punto, e hanno anche pronta una soluzione da applicare appena l'attacco si sarà verificato. Un rapporto pubblicato l'anno scorso dalla Wef-Carnegie Cyber Policy Initiative (un centro del solito World Economic Forum "per la sicurezza informatica e per plasmare il futuro delle piattaforme dei sistemi finanziari e monetari") chiede la fusione delle banche di Wall Street, dei loro regolatori e delle agenzie di Intelligence, se necessario.
  Eccola, la soluzione, per affrontare il crollo del sistema finanziario esistente dopo l'attacco informatico. II Carnegie Endowment for International Peace è uno dei think tank di politica estera più influenti negli Stati Uniti, con legami stretti e persistenti con il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ex presidenti degli Stati Uniti, corporazioni americane e oligarchi americani come i Pritzkers of Hyatt Hotels. Gli attuali amministratori del Carnegie Endowment includono dirigenti di Bank of America e Citigroup, nonché altre influenti istituzioni finanziarie. Il rapporto congiunto di novembre 2020 del World Economic Forum e Carnegie Endowment for International Peace concludeva minacciosamente che "una cosa è chiara: non è in questione se accadrà un incidente grave, ma di quando". Perché di nuovo, come per le pandemie, non è "se" ma "quando" avverrà. I consulenti del gruppo che ha prodotto il rapporto includevano rappresentanti della Federal Reserve, della Banca d'Inghilterra, del Fondo monetario internazionale, giganti di Wall Street come JPMorgan Chase e colossi della Silicon Valley come Amazon. Più di recente, anche la più grande organizzazione di condivisione di informazioni del settore finanziario, il Financial Services Information Sharing and Analysis Center, i cui membri noti includono di nuovo la Bank of America, Wells Fargo e Citigroup, ha avvertito che hacker e criminali informatici sono pronti ad attaccare congiuntamente il sistema finanziario globale.
  Già nel 2019, lo stesso anno dell'Evento 201, il Carnegie Endowment aveva lanciato la sua Cyber Policy Initiative con l'obiettivo di produrre una "strategia internazionale per la sicurezza informatica e il sistema finanziario globale 2021-2024". Le simulazioni coordinate sono ovviamente motivo di preoccupazione, soprattutto considerando che il World Economic Forum è ben noto per la sua simulazione Event 201 su una pandemia globale di coronavirus che ha avuto luogo pochi mesi prima della Crisi Covid-19. Lo ricordiamo bene. Da allora, la crisi Covid-19 è stata citata come la principale giustificazione per accelerare quella che viene definita la trasformazione digitale del settore finanziario e di altri settori, che il World Economic Forum e i suoi partner promuovono da anni. Sulla stessa linea del resto anche il nostro premier Draghi quando in videoconferenza al Summit for democracy promosso dagli Stati Uniti sostiene che il "Covid è una sfida per democrazie, ma abbiamo trasformato la pandemia in un'opportunità". La stessa logica di Mario Monti quando sostiene che grazie alle crisi si fanno piccoli passi sulla costruzione europea e sulla cessione di sovranità. Un attacco informatico che fermasse l'attuale sistema finanziario e l'avviasse verso il suo collasso sistemico, sarebbe magari il passo finale e necessario per ottenere l'esito di un passaggio diffuso alla valuta digitale e una maggiore governance globale dell'economia internazionale. Dato che il collasso dell'intero sistema sembra inevitabile, a causa della cattiva gestione della banca centrale e della dilagante corruzione di Wall Street, c'è chi sostiene che un attacco informatico fornirebbe l'opportunità di resettare l'attuale sistema in difficoltà, assolvendo al contempo le banche centrali e le istituzioni finanziarie da ogni responsabilità. Anche i media avranno il loro ruolo dopo l'attacco. Una sezione del rapporto descrive infatti in dettaglio le raccomandazioni per controllare la narrativa nel caso in cui si verifichi un attacco informatico così paralizzante. Gli autori del rapporto sostengono che, "in caso di crisi", come un devastante attacco informatico al sistema bancario globale, "le società di social media dovrebbero amplificare rapidamente le comunicazioni delle banche centrali" in modo che le banche centrali possano "smascherare le informazioni false" e "calmare i mercati". In particolare, sia Facebook che Twitter sono elencati nell'appendice del rapporto come "stakeholder del settore" dato che sono "coinvolti" con l'iniziativa Wef-Carnegie. II rapporto chiede inoltre alle società di social media di collaborare con le banche centrali per "sviluppare percorsi di escalation simili a quelli sviluppati sulla scia delle passate interferenze elettorali, come si è visto negli Stati Uniti e in Europa". Percorsi di escalation che hanno comportato un'ampia censura sui social media che in futuro si ripeterà. II rapporto sembra riconoscerlo quando aggiunge che "è necessario un rapido coordinamento con le piattaforme di social media per organizzare la rimozione dei contenuti". Data l'inevitabilità di questo evento distruttivo, come previsto dagli autori del rapporto Wef-Carnegie, è importante concentrarsi sulle soluzioni proposte nel rapporto: la fusione delle banche aziendali, delle autorità finanziarie che le controllano, delle società tecnologiche e della sicurezza nazionale.


*


Un attacco concertato potrebbe causare il crollo dell'intero sistema
  Cosa potrebbe comportare un attacco informatico concertato alle istituzioni finanziarie? La maggior parte degli attacchi ad oggi ha comportato ad esempio il furto criminale di numeri di carte bancarie e credenziali del conto; sebbene si siano verificati incidenti che coinvolgono anche soggetti pubblici, sono stati contenuti nella portata e nell'impatto. Alla fine del 2011, gli hacker iraniani associati al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche hanno lanciato una campagna durata mesi contro dozzine di istituzioni finanziarie statunitensi, tra cui American Express, JPMorgan e Wells Fargo, stando a quanto riferiscono documenti del Dipartimento di Giustizia. L'assalto ha disabilitato i siti web bancari e bloccato centinaia di migliaia di clienti dai conti online. Nel 2016, hacker associati alla Corea del Nord hanno fatto irruzione nella Bangladesh Bank e hanno dirottato le credenziali dei dipendenti nel tentativo di rubare $ 951 milioni tramite la rete Swift, un sistema di messaggistica utilizzato dalle istituzioni finanziarie. Sono riusciti a incassare 81 milioni di dollari. Un attacco concertato comporterebbe il crollo del sistema finanziario. Ra.Vi.

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Scenari teorici e simulazioni per prevenire il possibile disastro

La New York Cyber Task Force - un gruppo di esperti del governo e del settore privato convocato dalla Columbia University - ha esaminato uno scenario"severo ma plausibile" che coinvolge più istituzioni finanziarie in attacchi sofisticati e distruttivi. Nello scenario teorico, descritto in un rapporto pubblicato quest'anno, hacker nordcoreani compromettono un fornitore di servizi di terze parti, come una società di cloud computing, per intrufolarsi nella rete di un istituto finanziario e installare un worm digitale autopropagante che cancella i dati. Mentre altre istituzioni finanziarie comunicano con la banca infetta, il wiper si diffonde anche alle loro reti. Lo scenario mette in evidenza la rapidità con cui potrebbe verificarsi un attacco a cascata e come le istituzioni finanziarie focalizzate sulla protezione delle proprie reti dagli avversari potrebbero non correre il rischio di essere compromesse dalla rete di partner fidati. In base a un ordine esecutivo della Casa Bianca del 2013, al Dipartimento per la sicurezza interna è stato chiesto di identificare le infrastrutture critiche per le quali un incidente di sicurezza informatica potrebbe avere "effetti regionali o nazionali catastrofici sulla salute o la sicurezza pubblica, la sicurezza economica o la sicurezza nazionale" . Ra.Vi (Lavoro, , 17 dicembre 2021)


Mario Draghi: "Covid è una sfida per democrazie, ma abbiamo trasformato la pandemia in un'opportunità". La pandemia per Draghi non è una sciagura da cui difendersi e da combattere, ma un'opportunità. Che evidentemente vuole sfruttare fino in fondo. Se la pandemia dovesse finire troppo presto, l'opportunità svanirebbe. Questo significa lo stato d'emergenza: mantenere viva la paura della pandemia fino a che non siano stati raggiunti tutti gli obiettivi prefissati. Vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi! E mi raccomando, anche i bambini, perché bisogna digitalizzarli subito, fin da piccoli. La nuova società va preparata per tempo. M.C.

«L'attentato alla sinagoga e quella sinistra antisemita

Intervista a Gadi Luzzatto Voghera

I documenti che gettano una luce inedita sulla strage dell'82 e quei pregiudizi che ancora resistono e che lo storico ha raccontato in un libro per Einaudi Trovare scritto che il giorno dell'attacco terroristico fosse stata sguarnita la sicurezza davanti alla Sinagoga di Roma da parte della polizia, è qualcosa di molto grave.

di Umberto De Giovannangeli
  
  l lodo Moro e quella ferita non ancora rimarginata tra l'ebraismo italiano e la sinistra. Il Riformista ne parla con una delle figure più autorevoli dell'ebraismo italiano: Gadi Luzzatto Voghera. Storico, ha insegnato Storia Contemporanea e Storia degli ebrei presso l'Università Ca' Foscari di Venezia e al Boston University Study Abroad Program a Padova. È stato il direttore scientifico della Biblioteca e dell'Archivio della Comunità Ebraica di Venezia. Dal 2016 dirige la Fondazione Cdec, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, a Milano. È autore, tra gli altri saggi, del volume Antisemitismo a sinistra (Einaudi, 2007). L'incipit è quanto mai di stringente attualità: «L'ebreo è la vittima ma anche il sionista, il lobbista, l'americano, e non semplicemente una persona. Dall'Ottocento ai giorni nostri. Anche a sinistra si fa inconsciamente spesso uso del linguaggio antisemita. È necessario saperlo vedere per poterlo sradicare».

- Le rivelazioni de Il  Riformista sulla tentata strage alla Sinagoga di Roma, il 9 ottobre del 1982, hanno aperto un dibattito molto sentito e anche doloroso. Si parte dal lodo Moro, che caratterizza quegli anni. Da storico come la vede?
  Quel lodo era certamente il frutto di un compromesso anche all'interno di forze politiche che pure sul terreno governativo e parlamentare si contrapponevano. Evidentemente c'era un comune sentire soprattutto connesso a questioni di politica estera, al ruolo dell'Italia nel Mediterraneo, al rapporto con i paesi arabi in generale e in particolare al conflitto israelo-palestinese. A prescindere da Aldo Moro, nella Democrazia cristiana c'era un'attenzione particolare, direi privilegiata, ai rapporti con i paesi arabi. Giulio Andreotti da ministro degli Esteri aveva negli anni precedenti guardato con particolare attenzione a relazioni privilegiate dell'Italia con i paesi arabi il che comprendeva anche una qualche forma di attenzione ad attività non soltanto diplomatiche ma, anche, purtroppo, di natura militare in Europa. Lo stesso tipo di attenzione c'era anche da parte di altre forze politiche appartenenti alla sinistra, certamente il Partito socialista di Bettino Craxi era molto legato all'Olp e a Yasser Arafat e manifestava un'attenzione specifica col mondo arabo ...

- E il Pci?
  Il Partito comunista viveva come sempre in quegli anni tensioni complicate e travagliate al proprio interno che certamente risentivano di una forte dipendenza, dal punto di vista diplomatico, e di schieramento, nei decenni precedenti, dall'atteggiamento dell'Unione Sovietica su tutta l'area mediorientale e che vedeva dei nodi decisamente non rìsoltì.In tutto questo, però, proprio nella contingenza di quei mesi, di quelle settimane, s'innestano quegli avvenimenti storici, politici, militari che hanno a che fare con l'Operazione Pace in Galilea, lanciata nel giugno del 1982 dal Governo d'Israele allora guidato da Begìn, con l'obiettivo di chiudere i conti con la presenza militare dell'Olp nei campi profughi in Libano. Quell'operazione aveva aperto una questione militare e nello stesso tempo diplomatica, che era sulle prime pagine di tutti i giornali e quindi all'attenzione dello stesso Governo italiano. Da lì a poco ci fu la prima missione Unifil in Libano che vide una significativa presenza italiana tra i caschi blu dell'Onu. E si trattava di una prima volta della presenza militare italiana fuori dai confini nazionali. Quella fu una estate molto travagliata quanto ai rapporti tra la sinistra e il mondo ebraico in generale in Italia su quel nodo lì. La testimonianza più eclatante fu la manifestazione sindacale durante la quale fu deposta una bara davanti all'ingresso della Sinagoga di Roma. Fu un episodio che fu vissuto in maniera molto dolorosa dalla comunità ebraica. Si aprirono dibattiti giornalistici importanti che hanno anche spaccato trasversalmente la comunità ebraica al proprio interno sull'atteggiamento da tenere nei confronti della guerra in Libano. E in tutto questo si è innestato quell'atto terroristico che non era una novità sul terreno italiano ...
- In che senso?
  Adesso lo sappiamo dalle carte, anche quelle meritoriamente portate alla luce da Il Riformista, ma devo dire che l'allarme era già scattato nelle comunità ebraiche italiane. È qualcosa che io ho vissuto in prima persona. Si sapeva che c'era un allarme e ci veniva restituito questo allarme dalle stesse questure a tutti i livelli. Era una cosa nota. Un po' sono stupito da queste rivelazioni. Trovare nero su bianco con tanto di telex, cablo etc., che il giorno dell'attacco terroristico fosse stata sguarnita la sicurezza davanti alla Sinagoga di Roma da parte delle forze di polizia, questo è qualcosa di molto grave, che stupisce, e su cui va fatta chiarezza. Tanto più che era risaputo che le comunità ebraiche erano oggetto di possibili azioni terroristiche in Italia e in Europa. Una strategia del terrore che rifletteva peraltro un'articolazione interna all'arcipelago terroristico del mondo palestinese che non era nemmeno molto univoco nella sua operatività. Ognuno andava per la sua strada: Abu Nidal non chiedeva certamente il permesso ad Arafat per muoversi. In tutto questo, la sinistra mancava di una certa consapevolezza ...

- A proposito di questo. "Il Riformista" ha titolato un'intervista a Piero Fassino così: "Ebraismo e socialismo sono fratelli. Cara sinistra è ora di capirlo". La sinistra l'ha capito o ancora no?
  Vede, io comincio ad avere qualche difficoltà a dare una cornice a cosa intendiamo per sinistra adesso. All'epoca, la sinistra aveva dei pilastri, anche se tardo ideologici, piuttosto visibili e anche una sostanza organizzativa a livello dei partiti molto chiara e molto dipendente da una struttura verticistica, per cui una volta presa una decisione, elaborato in qualche modo anche un sentiero di discussione, questa strada veniva intrapresa con una certa decisione. Dopodiché le ricadute a livello periferico ci mettevano un po' a decantare, ma comunque sia c'era una visione. Posso dire cosa è rimasto come eredità di quello che fu fatto all'epoca. E ciò che fu fatto, a vari livelli, fu uno sforzo sia nel Pci che nel Psi estremamente significativo. Va ricordato peraltro, che il Governo dell'epoca era guidato da Giovanni Spadolini, leader di un partito, il Pri, che aveva posizioni storicamente pro Israele. D'altro canto, il Partito repubblicano si considerava un po' l'erede dello spirito azionista e a quell'epoca parte essenziale della sinistra italiana, anche se poi aveva comportamenti governativi di centro. Adesso c'è l"eco di quello su cui si lavorò all'epoca. Sono invecchiate molto le persone che hanno fatto parte di quella stagione, ci sono ancora degli strascichi organizzativi, penso a "Sinistra per Israele", ad esempio, e a piccoli gruppi organizzati che si riconoscono nell'elaborazione che si fece all'epoca, in quel tentativo di comprendersi meglio al di là delle retoriche, che in quegli anni si basavano sull'idea che non ci potesse essere frattura tra ebraismo e sinistra per il semplice fatto che si proveniva tutti da una comune matrice antifascista. Un qualcosa che però non faceva i conti con quella che è poi stata l'elaborazione storiografica che ci restituisce altro rispetto a quello che era stato. Era più il frutto di una epica resistenziale su cui si era vissuti per decenni ma che non ci dava l'idea corretta di quello che era stata, solo per fare un esempio, l'adesione di una componente dell'ebraismo italiano al fascismo per diversi anni. Non c'era stato soltanto un arruolamento ipso facto degli ebrei in campo antifascista solo perché dal '38 in poi erano stati perseguitati. C'è una storia più articolata, su cui ormai da tanti anni si sta lavorando a vari livelli. C'è un equivoco di fondo che ancora negli anni'80 si manteneva, però nello stesso tempo all'epoca quell'equivoco era necessario perché era evidente come fosse maturata una frattura su Israele.

- Che cosa era successo?
  Dal '67 al '72, su Israele era maturata una frattura forte tra la sinistra e una componente importante delle comunità ebraiche. Una frattura che nell'82 non era più sopportabile, per cui si attivò un percorso interessante, anche fruttuoso. Oggi rimangono dei pezzi sfrangiati della sinistra. Più che una mancanza di attenzione o di empatia da parte del mondo ebraico, che peraltro ha vissuto anch'esso una grande trasformazione, ciò che faccio fatica a capire, e non credo di essere il solo, è cos'è la sinistra in questo momento, soprattutto se c'è anche uno sguardo omogeneo delle componenti che in questo momento si riconoscono a sinistra, in relazione, ad esempio, al conflitto mediorientale. In mezzo ci sono stati tanti eventi. Uno di quelli fondamentali è che si è passati attraverso la stagione dell'elaborazione della memoria della Shoah, che ha cambiato molte carte in tavola. Ha cambiato lo sguardo stesso sul significato dello Stato d'Israele nello scacchiere internazionale e come componente essenziale, democratica, all'interno di un Mediterraneo molto complicato dal punto di vista democratico. Non siamo all'anno zero. Sicuramente c'è una conoscenza maggiore da parte del mondo non ebraico in generale, anche a sinistra, di quello che sono le sensibilità delle comunità ebraiche e dell'articolazione della società israeliana, come di quella palestinese. Allo stesso tempo, però, c'è il mantenimento di una serie di retoriche, su cui ho scritto un libro, dell'antisemitismo anche a sinistra che ha una sua lunghissima storia di permanenza di linguaggio che fa fatica a smuoversi. Da questo punto di vista, c'è ancora tanto da fare. (Il Riformista, 17 dicembre 2021)


Israele, Festival della commedia all’italiana

“È finita la commedia” è il titolo della VI edizione del Festival della Commedia all’Italiana in Israele, la rassegna cinematografica, organizzata dalla Cineteca di Tel Aviv in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv, che a dicembre porta i film italiani nelle cineteche di tutto il paese.
  La commedia all’italiana è un genere cinematografico comico-satirico di derivazione neorealista, diffusosi in Italia tra gli anni Cinquanta e Settanta. Quest’anno, la rassegna presenta due sezioni, una moderna e una classica, quest’ultima dedicata a Vittorio De Sica. Il Festival si apre a Tel Aviv il 19 dicembre, con la proiezione del film “I nostri fantasmi” di Alessandro Capitani alla presenza dell’attrice israeliana Hadas Yaron.
  I film selezionati per il Festival saranno proiettati nelle cineteche di Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Rosh Pina, Sderot e Cinema Ofakim. Il cartellone della sezione moderna prevede, oltre a  ‘’I nostri fantasmi’’, ‘’Comedians’’ di Gabriele Salvatores, “Maledetta primavera’’ di Elisa Amoruso, “Divorzio a Las Vegas’’ di Umberto Carteni, “Io sono Babbo Natale’’ di E. Falcone, ‘’Cambio tutto!’’ di G. Chiesa,  ‘’Tutti per 1-1 per tutti’’ di G. Veronesi, ‘’Una notte da dottore’’ di G. Chiesa. Nella sezione dedicata a Vittorio De Sica i film sono:’’ Darò un milione’’ di M. Camerini (1935),’’Pane, amore e fantasia’’ di L. Comencini (1953),’’Il segno di venere’’ di Dino Risi (1955),’’ Padri e figli’’ di Mario Monicelli (1957) e  ‘’Il vigile’’ di Luigi Zampa (1960).

(Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, 17 dicembre 2021)


Forciniti è una furia contro Draghi alla Camera

“Non esistono ricatti a fin di bene!”

Aula infuocata in vista delle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, concernenti la riunione del Consiglio europeo del 16 dicembre 2021. Prende la parola il deputato Francesco Forciniti (L’alternativa c’è) e i toni si alzano decisamente quando l’onorevole inveisce sulle parole precedentemente pronunciate dal premier: “Voglio incoraggiare ancora una volta chi non si è vaccinato a farlo al più presto – e chi ha fatto le prime due dosi a fare la terza appena possibile – osserva il presidente del Consiglio – vaccinarsi è essenziale per proteggere noi stessi, i nostri cari, la nostra comunità“.
Parole che poco tengono conto della libertà di scelta individuale e delle drammatiche conseguenze economiche che il green pass sta causando a chi sceglie – legalmente – di non optare per la vaccinazione. Lo evidenzia in aula un Forciniti furente: “Presidente Draghi, ogni nuovo decreto green pass certifica il fallimento di quello precedente, un po’ come un tizio che si trova nelle sabbie mobili e continua a dimenarsi sempre allo stesso modo, continuando così a sprofondare – ha dichiarato oggi Forciniti rivolgendosi al premier –. Da oggi per colpa sua ci sono centinaia di migliaia di servitori dello Stato a casa senza stipendio. Medici, poliziotti, insegnanti. Parlate di “guerra”, ma non si è mai vista nella storia una guerra nella quale il generale si sia messo a sospendere i suoi soldati, anziché reclutarne di altri. Volete che le persone si vaccinino? Lasciatele libere, togliete i brevetti, togliete lo scudo alle case farmaceutiche affinché si assumano la responsabilità dei prodotti che mettono sul mercato, e soprattutto andate via e lasciatevi sostituire da persone più credibili di voi. Non esistono ricatti a fin di bene!”.

(Radio Radio, 16 dicembre 2021)


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Una globalista politica del ricatto

Nel suo intervento alla camera l'onorevole Forciniti ha ricordato delle precise parole di Mario Draghi: "Il green pass è una misura con cui le persone possono continuare a fare le loro attività con la garanzia però di ritrovarsi di fronte a persone che non siano contagiose." Tutto questo è platealmente falso. Non si può tollerare che un Presidente del Consiglio, pubblicamente e nella sua veste istituzionale continui a fare dichiarazioni manifestamente false che se seguite provocano il male dei cittadini? Perché troppe persone glielo permettono senza replicare? Forciniti ha detto una cosa inquietante:"Sembra quasi che lei voglia che l'Italia affondi in questo pantano". E' un dubbio che si è insinuato in molti da parecchio tempo e che diventa sempre più forte. La guerra montiano-draghiana, al di là della strategia di lungo termine su cui non vogliamo fare qui congetture, appare avere due obiettivi tattici collegati: la vaccinazione di tutti, la tracciatura digitale di tutti. Tutto ciò che favorisce questi obiettivi va fatto, tutto ciò che ostacola va combattuto. Il green pass serve al raggiungimento di questi obiettivi, non a mitigare la pandemia. Quella anzi va bene che rimanga, perché giova al raggiungimento degli obiettivi preposti. Non importa quanti morti e feriti possano cadere sul campo. La guerra è guerra, e se con le vaccinazioni aumentano i caduti invece di diminuire, se aumentano quelli che perdono il lavoro e si riducono a mendicare, questo non deve smuovere il comandante in capo della guerra. Lui tira diritto. Del resto, nella linea di guerra di Mario Monti, attuata poi da Draghi, sta scritto che le nazioni (ora anche i singoli) sono disposte a cedere sovranità solo quando il costo per non farlo diventa più alto del costo di farlo. Capito? Per decidersi a cedere parti della loro sovranità sul loro corpo, sul loro lavoro, sulle loro scelte di vita, i cittadini devono essere messi in condizioni tali che il non farlo, cioè il non vaccinarsi, diventi per loro talmente doloroso e costituisca un costo talmente alto da preferire di pagare il prezzo minore, cioè cedere parti della loro sovranità.
E' quindi illusorio pensare che mostrare alla "cabina di regia" governativa l'aumento delle sofferenze dei cittadini in conseguenza del green pass spinga il capo-governo a scelte più morbide: è vero il contrario. Senza il green pass i cittadini devono stare male, devono essere minacciati, storditi, impauriti fino a che non si decidano ad arrendersi, alzare bandiera bianca e cedere sovranità personale andandosi a presentare disciplinati agli hub inoculatori governativi. E poi ad esibire la prova digitale di aver fatto "spontaneamente" il proprio dovere ogni volta che qualche funzionario, o superiore, o collega trasformato in poliziotto glielo chiede. E' questo il nuovo modo di procedere della governance mondiale operante oggi anche in Italia. Si chiamerebbe "politica del ricatto", ma alle orecchie dei globalisti questo non suona bene.
Cari sivax, chi non vi imita non per questo vi odia, come spesso avviene in direzione opposta, perché nella maggior parte dei casi non avete responsabilità e anche voi siete vittime. Se invece, guardando come si svolgono le cose, vi viene qualche dubbio, allora mettetevi una mano sul cuore e chiedetevi se è davvero così che si fa il proprio dovere anche per gli altri. M.C.

(Notizie su Israele, 16 dicembre 2021)


Israele potrebbe attaccare l'Iran

Lo ha minacciato il ministro di Gerusalemme, Benny Gantz, addirittura dagli Stati Uniti

di Paolo Vites

Aria di guerra in Medio Oriente, secondo quanto detto dal ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, durante una sua visita negli Stati Uniti. «Abbiamo ordinato al nostro esercito di prepararsi alla possibilità di un attacco militare all'Iran», sono le sue minacciose parole. Le cause che potrebbero portare a questa eventualità, ha proseguito Gantz, sono «l'ammassarsi di truppe iraniane ai confini con l'Iraq», «il nulla di fatto prodotto dai colloqui di Vienna sul rientro di Teheran nell'accordo sul nucleare» e «una accelerazione preoccupante dell'arricchimento dell'uranio negli ultimi mesi». Joe Biden non ha gradito queste parole, pronunciate per di più sul suolo americano, un modo per coinvolgere indirettamente gli Usa, come ci spiega Filippo Landi, già inviato della Rai a Gerusalemme: «Il segretario di Stato americano ha immediatamente chiamato il premier Bennett esprimendo il malumore per quanto detto da Gantz con una tempistica che è sembrata volutamente scelta per sabotare i colloqui di Vienna, che si sono riaperti proprio in queste ore dopo cinque mesi di stallo».

- Gantz minaccia la guerra: cosa c'è di realistico nelle sue parole e quanto di propagandistico?
  Le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano fatte negli Stati Uniti e in Florida, non a caso uno degli stati americani che ha sostenuto più di altri la vecchia amministrazione Trump, sono realistiche. Si tratta di una affermazione complessa, perché viene detto che i colloqui di Vienna, ripresi in queste ore dopo cinque mesi di stallo, non stanno portando a nessuna positiva conclusione. Ecco perché ha verbalmente dato il mandato all'esercito di preparare un eventuale attacco contro Teheran.

- Parole forti, prese unilateralmente. Gli Stati Uniti c'entrano qualcosa?
  Sono dichiarazioni che, rilasciate in territorio americano, hanno irritato fortemente l'amministrazione Biden. Il segretario di Stato ha telefonato al premier Bennett ufficialmente per affermare che non ci sono divergenze tra i due paesi, ma ufficiosamente per manifestare tutta l'irritazione degli Stati Uniti per giudizi espressi, oltre tutto, ancor prima che i colloqui di Vienna riprendessero.

- E' vero che il nuovo presidente iraniano, come ha detto ancora Gantz, rispetto al predecessore Rohani è più intransigente e meno disposto a un accordo?
  Non c'è dubbio che il nuovo presidente iraniano stia chiedendo con forza ancora maggiore rispetto al predecessore che i colloqui portino rapidamente all'abolizione delle sanzioni che hanno danneggiato fortemente l'economia dell'Iran, a tal punto da essere una delle cause di natura politica della sconfitta di Rohani. In altre parole, gli è stato imputato di aver ripreso i colloqui senza raggiungere alcun risultato.

- Ma dal punto di vista tecnico è cambiato qualcosa? Gantz dice che l'arricchimento dell'uranio ha subìto una brusca accelerazione, è vero?
  Sull'aspetto tecnico dell'arricchimento dell'uranio ai fini della produzione di una bomba nucleare c'è da dire che due settimane fa era stato raggiunto un primo accordo tecnico, che riguarda tutti gli stabilimenti produttivi iraniani, tranne uno. L'Iran ha precisato che tempi e modi delle verifiche degli ispettori Onu saranno concordati tra le parti, non hanno quindi sbattuto la porta in faccia agli ispettori delle Nazioni Unite. E una situazione complessa con molti attori e un elemento in comune fra Usa e Iran, che vogliono arrivare a una rapida conclusione, all'opposto delle intenzioni israeliane.

- Le parole di Gantz possono essere viste come un tentativo di sabotare i colloqui di Vienna?
  Gantz sa benissimo che tra l'annuncio di un possibile attacco israeliano, un attacco solo ed esclusivamente aereo perché Israele nulla può di più, e per la sua messa in pratica, i tempi sono abbastanza lunghi. Ancor più lunghi per un eventuale confronto sul terreno con in mezzo anche Arabia Saudita e Kuwait, ad esempio, dove il protagonista dovrebbe cambiare.

- Chi sarebbe il nuovo protagonista?
  Gli Stati Uniti. Israele mira a un possibile scontro iniziato dall'Iran per spingere gli Usa a un conflitto terrestre, ma dimentica un particolare. Gli Usa si sono appena ritirati dall'Afghanistan e nella storia politica e militare americana un nuovo conflitto non può avvenire se non prima di molti anni. Dopo la sconfitta in Vietnam, gli Usa sono entrati in guerra solo 15 anni dopo, nel 1991 con la prima guerra del Golfo e dieci anni dopo in Afghanistan. Tanto ci vuole perché l'opinione pubblica americana possa accettare un nuovo scontro terrestre. (ItaliaOggi, 16 dicembre 2021)


L’Iran minaccia di bombardare Israele, anche sui giornali

di Ugo Volli

Dev’essere stata una bella sorpresa, per i non molti lettori del Tehran Times, quotidiano in inglese del regime iraniano, trovarsi una bella mappa di Israele in prima pagina, in cui si leggono anche i nomi veri, “Israel”, “Jerusalem”, e non “zionist entity” o “Palestine” e “Al Aqsa”. E anche i confini sono giusti, comprendono la Giudea e la Samaria, o almeno la zona C di questi territori che è sotto amministrazione israeliana, e anche il Golan. E’ una curiosa mappa, un documento a suo modo storico; potete vederla qui. Che gli ayatollah abbiano finalmente acquistato il lume della ragione e non vogliano più “cancellare il regime sionista dalla carta geografica”? Che accettino la situazione del Medio Oriente senza negare il diritto all’esistenza di nessuno, come la grande maggioranza dei paesi del mondo?
  No, non è così, non facciamoci illusioni. La mappa sta sotto un titolo che dice “Just a wrong move!” cioè “basta un gesto sbagliato e...” ed è punteggiata da centinaia di cerchietti rossi, che sottolineano le più importanti località israeliane, le città e i villaggi più significativi e anche forse i posti militari, allineandosi per esempio anche al confine fra il Negev e l’Egitto dove gli insediamenti sono rari. A guardar bene si capisce che essi simboleggiano obiettivi di possibili bombardamenti. Fate una mossa, dice quella mappa, e vi bombardiamo dappertutto.
  Come scrive il giornale a chiusura dell’articolo che accompagna la mappa: “Il Tehran Times non ha bisogno di ricordare al regime illegittimo di Israele le capacità di difesa dell'Iran. Eppure, hanno bisogno che li facciamo tornare alla memoria qualcosa. L'ayatollah Seyyed Ali Khamenei, leader della rivoluzione islamica, ha risposto a tutte le minacce israeliane nel 2013, dicendo: ‘A volte i leader del regime sionista ci minacciano persino; stanno minacciando di colpire militarmente, ma penso che lo sappiano, e se non lo sanno, devono sapere che se commettono un errore, la Repubblica islamica distruggerà Tel Aviv e Haifa’. Tenete le mani a posto!”
  Probabilmente bisognerebbe mostrare questo piccolo colpo di propaganda a Biden e a tutti quelli che credono, per esempio nell’Unione Europea” che sia possibile fare dei patti di convivenza pacifica con l’Iran. Imperialisti, stragisti e antisemiti sono da quando il potere è passato al regime clericale, e tali restano. Se potessero, non esiterebbero a mettere in atto le minacce, così comuni da uscire anche su un qualunque giornale. Per fortuna al momento non possono, anzi la loro presenza militare in Siria (che per loro è la piattaforma d’attacco contro Israele), viene martellata continuamente dagli aerei israeliani, senza che essi abbiano potuto opporre resistenza o danneggiare Israele. La minaccia degli ayatollah è dunque oggi letteralmente una “tigre di carta”, come Mao diceva degli Stati Uniti. Certo, se avessero l’atomica che stanno cercando in tutti i modi di costruire, il bilancio strategico cambierebbe molto. Proprio per questo bisogna che i paesi occidentali e innanzitutto gli Usa appoggino Israele nella determinazione a impedire l’armamento militare dell’Iran, anche facendo ricorso alle armi.

(Shalom, 16 dicembre 2021)


Il 93 % dei palestinesi preferisce vivere in Israele

L'attivista arabo-israeliana Dema Taya: «Spero che tutti gli Stati arabi possano avere una democrazia come quella della stella di David»

GERUSALEMME - Il sito palestinese "Shfa News" ha reso noto che la maggior parte degli arabi residenti a Gerusalemme preferisce vivere in Israele piuttosto che in uno Stato palestinese. Lunedì scorso ha infatti pubblicato un sondaggio d'opinione effettuato presso un campione di 1.200 palestinesi a Gerusalemme in possesso di carta d'identità israeliana. Il suo risultato è stato abbastanza sorprendente: il 93% degli intervistati ha detto di volere continuare a vivere in Israele e di preferire che Gerusalemme continui a essere governata dallo Stato ebraico. Il restante 7% vuole invece che Gerusalemme sia trasferita sotto l'Autorità palestinese. Fra questi ultimi, però, la maggior parte non intende comunque rinunciare ai propri documenti d'identità israeliani (che permettono di accedere al servizio sanitario) e solo 5 preferirebbero avere la carta d'identità dell' Autorità palestinese. Il giornalista arabo-israeliano Yoseph Haddad, nato in una famiglia cristiana ad Haifa e conosciuto per le sue posizioni anti Hamas, ha subito ripreso la notizia sui suoi social media, commentando con sarcasmo: «È incredibile come la gente preferisca continuare a vivere in un regime di apartheid». Un concetto che tempo fa era stato espresso con efficacia dall'attivista arabo-israeliana di fede musulmana Dema Taya. Partecipando a una trasmissione televisiva, si era così rivolta al conduttore palestinese: «No! Israele non è uno Stato di apartheid e chiunque pensi questo si dovrebbe vergognare. Tu vivi in questo Paese e godi dei pieni benefici della cittadinanza israeliana. Sei libero di lavorare, studiare, esprimere te stesso e fare qualsiasi cosa tu desideri. Puoi educare le generazioni future in uno Stato che ti rispetta. Guarda la Siria, l'Iraq, l'Egitto e il resto del mondo arabo. Che cosa hanno fatto per il loro popolo?». Taya aveva poi aggiunto: «Israele è uno Stato democratico, come sancito nella sua dichiarazione d'indipendenza, che ha al suo interno varie minoranze, come i musulmani, i drusi, ecc. Che cosa è uno Stato democratico? È uno Stato che rispetta tutti i suoi cittadini, dando loro libertà di culto, diritto allo studio, libertà di eleggere ed essere eletti, di diventare giudici, avvocati o un membro della Knesset. È uno Stato che difende le libertà individuali. Spero che tutti gli Stati arabi possano avere uno Stato democratico come quello in Israele».
  I media internazionali preferiscono sostenere la retorica che dipinge Israele come uno Stato di apartheid, come se fosse il Sudafrica durante la segregazione razziale. Niente di più falso. Negli ospedali di Gerusalemme operano migliaia di medici arabi mentre i farmacisti in centro città sono quasi tutti palestinesi. Gli chef più rinomati nei ristoranti stellati sono inoltre spesso palestinesi. Lo stesso Sami Tamimi, uno degli cuochi più apprezzati al mondo - attualmente lavora a Londra con l'israeliano Yotam Ottolenghi (insieme hanno scritto il best seller di cucina "Jerusalem") - era stato executive chef del ristorante "Lilith" a Tel Aviv. Israele offre molte più opportunità lavorative e di studio ai palestinesi di quanto possa darne l'Autorità palestinese, che ormai ha perso ogni credibilità in Cisgiordania a causa della corruzione, o di Hamas, che non permette la libertà di espressione. Non è infatti un caso che, lo scorso ottobre, migliaia di palestinesi si siano accalcati davanti alle Camere di commercio di Gaza per ottenere l'ambito permesso di lavoro nella tanto odiata quanto amata Israele.

(la Ragione, 16 dicembre 2021)


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