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Notizie 1-15 febbraio 2022


Bennett in Bahrain per rafforzare gli accordi di Abramo

Il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, è arrivato in Bahrain, il 14 febbraio sera, per una visita ufficiale definita storica dalla stampa locale, in quanto è la prima di un capo di governo israeliano in questo Paese del Golfo, a dimostrazione del successo degli Accordi di Abramo e del suo sviluppo. Il piccolo del Paese del Golfo rappresenta inoltre per Israele un alleato prezioso per fermare le ambizioni iraniane in Medio Oriente.
  Nella giornata di oggi, 15 febbraio, è iniziato il giro di incontri che ha visto Bennet prima dal re, Hamad bin Isa Al Khalifa, poi dal principe ereditario e primo ministro Salman bin Hamad, alla presenza di diversi alti funzionari del Regno.
  “I due leader hanno discusso dei modi per migliorare le relazioni bilaterali, dei progressi su questioni diplomatiche ed economiche, con particolare attenzione alla tecnologia e all’innovazione”, si legge in una nota ufficiale.
  Si tratta della prima visita di un premier israeliano nel Regno, dopo l’accordo di normalizzazione dei rapporti firmato da Manama e Abu Dhabi con Gerusalemme nel settembre 2020, con la mediazione degli Stati Uniti. Il Bahrain insieme agli Emirati Arabi Uniti al Sudan e al Marocco sono tra i Paesi arabi entrati nell’alveo degli Accordi di Abramo che hanno visto una normalizzazione delle relazioni con lo Stato ebraico.
  Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, accompagnato da funzionari dell’esercito e della sicurezza, ha già visitato il Bahrain all’inizio di questo mese in una visita che ha prodotto la firma di un accordo nel campo della Difesa tra le due parti. Sul fronte commerciale, Israele ha affermato che lo scambio commerciale con il piccolo regno arabo è salito a 6,5 miliardi di dollari l’anno scorso e che ci sono voli diretti tra i due Paesi.
  Il Bahrain è un alleato importante per Israele in quanto è uno dei Paesi presi di mira dall’Iran, che utilizza la presenza sul territorio di una forte comunità sciita per provocare disordini e destabilizzare la società, al fine di prenderne il controllo. Dopo Baghdad, Damasco, Sana’a e Beirut anche Manama quindi è nel mirino degli Ayatollah. Per questo il governo locale ha bisogno del sostegno israeliano in modo particolare nel settore della sicurezza e della Difesa. Lo prova quanto accaduto ieri nell’area di Al-Dayeh, a ovest di Manama, che ha assistito a una piccola manifestazione ostile non solo alla visita di Bennett ma anche ai rapporti con Israele, dietro la quale c’erano le formazioni sciite del Paese.
  È per questo che, intervistato dal quotidiano bahreinita “Al-Ayyam“, il premier israeliano ha spiegato come “durante la mia visita, discuteremo una serie di questioni e rafforzeremo le nostre relazioni in vari campi: economia, servizi sanitari, turismo e sicurezza”. In un altro passaggio dell’intervista ha aggiunto: “Israele e Bahrain stanno affrontando grandi sfide nel campo della sicurezza che provengono dalla stessa fonte, che è la Repubblica islamica dell’Iran. L’Iran destabilizza l’intera regione. L’Iran sostiene le organizzazioni terroristiche che operano nella regione al fine di raggiungere un obiettivo, che è distruggere i paesi moderati che hanno a cuore il benessere del loro popolo e raggiungere stabilità e pace, e installare organizzazioni terroristiche assetate di sangue al loro posto. Non lo permetteremo. Stiamo combattendo l’Iran e i suoi gruppi nella regione giorno e notte e aiuteremo i nostri amici a promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità, ogni volta che ci verrà chiesto”.
  Anche secondo Eleonora Ardemagni, Associate Research Fellow, Ispi, “gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain si stanno trasformando nella porta di Israele per entrare nel Golfo: una porta posta proprio di fronte all’Iran. Ora che gli attori armati filo-iraniani stanno intensificando gli attacchi asimmetrici contro la regione del GCC, dallo Yemen, dall’Iraq e nel Mar Rosso, Abu Dhabi, Manama e Tel Aviv hanno tutti mostrato problemi di sicurezza allineati. Questi sono condivisi anche dall’Arabia Saudita: minacce alla sicurezza marittima (in particolare ordigni esplosivi improvvisati trasportati dall’acqua e mine marine); la proliferazione di missili balistici e droni armati; la lotta al contrabbando; terrorismo; e attività di pirateria. Riad ha una forte, anche se a volte dialettica, partnership con gli Emirati Arabi Uniti, oltre a una convergenza geopolitica informale con Israele. Ciò significa che i sauditi sono formalmente fuori dagli “Accordi di Abramo”, ma che fanno parte dell’equazione di sicurezza “basata su Abramo” della rotta Mediterraneo-Mar Rosso-Bab el Mandeb poiché molti dei progetti relativi alla “Visione 2030″ coinvolgono la costa occidentale saudita”.
  La visita di Bennett a Manama è stata anche l’occasione per un incontro con i rappresentanti della comunità ebraica presenti nel piccolo Regno arabo. Il capo del governo israeliano ha espresso la sua gratitudine ai membri della comunità ebraica in Bahrain in quanto lavorano per “rafforzare l’impatto degli Accordi di Abramo e le relazioni tra i due paesi”. La comunità ebraica del Bahrain (che conta circa 50 persone) si è riunita per decenni in case private dopo che l’unica sinagoga del paese è stata distrutta all’inizio del conflitto arabo-israeliano nel 1947, ma può contare oggi sulla presenza di un luogo di culto ufficiale.

(Formiche.net, 15 febbraio 2022)

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Anche in Israele scatta la protesta dei Convogli della libertà. I camion invadono Gerusalemme

Anche in Israele, i Paese avamposto della lotta al Covid, scatta la protesta dei "convogli della libertà". Migliaia di camion e automobili si stanno dirigendo verso Gerusalemme per protestare contro le restrizioni e l’obbligo vaccinale. La mobilitazione dei camionisti canadesi che si sta estendendo a numerosi altri Paesi tocca così anche Israele.
  I manifestanti, che secondo gli organizzatori sono "semplici cittadini" esasperati dalle restrizioni, sono partiti da località del nord, come Tiberiade, e del sud, come Eilat, con la bandiera israeliana tenuta fuori dai finestrini e slogan che invocano la libertà attaccati sui cofani.
  "Nessuno può dirci cosa mettere nel nostro corpo", ha affermato una manifestante di 51 anni che partecipa a un sit-in davanti al Parlamento, dove si sono dati appuntamento i partecipanti al convoglio. La protesta ha causato disagi nella capitale, con lunghe file di macchine che suonavano il clacson. Israele è stato uno dei primi Paesi a lanciare una grande campagna di vaccinazione nel dicembre 2020 e a oggi circa la metà della popolazione ha ricevuto tre dosi.
  Lo Stato ebraico è stato anche fra i primi a introdurre un pass sanitario, che ora è richiesto soltanto per gli eventi dove il rischio di contagio è elevato. Lo stato ebraico è stato anche il primo a partire con le somministrazioni della quarta dose di vaccino anti-Covid, non seguito da altri Paesi in quanto la protezione aggiuntiva non aumentava in maniera soddisfacente la difesa nei confronti del virus. 

(Il Tempo, 15 febbraio 2022)

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Green pass, scatta l’obbligo per gli over 50: 500 mila lavoratori perderanno lo stipendio

La stretta per gli over 50 lavoratori

Martedì 15 febbraio scatta l’ultima stretta nei confronti degli over 50 che non si sono ancora vaccinati. Parliamo di circa mezzo milione di persone, se si contano i non vaccinati fino a 65 anni, che per poter lavorare dovranno presentare un green pass rafforzato ovvero un certificato che attesta la vaccinazione o la guarigione da Covid-19. 
  In caso di mancata presentazione del Super green pass il lavoratore sarà considerato «assente ingiustificato» e ne verrà sospesa la retribuzione. La norma resterà in vigore fino al 15 giugno, il che significa che chi non è immunizzato rischia di non lavorare per quattro mesi. Ecco cosa sapere nel dettaglio.

(Corriere della Sera, 15 febbraio 2022)
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"500 mila lavoratori perderanno lo stipendio". Questo il semplice, oggettivo titolo di uno dei maggiori quotidiani italiani. Nelle pagine interne si spiega con abbondanza di particolari quello che devono fare datori di lavoro e operai e le sanzioni che dovranno subire. Che c'è da dire di più? Tutto normale? Per molti si direbbe di sì. Mi è rivenuto in mente, chissà perché, un libro letto qualche anno fa: "Come si diventa nazisti". M.C.


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«Come si diventa nazisti», di William Sheridan Allen

Questa è la storia di una piccola città della Germania durante gli anni della Repubblica di Weimar e i primi anni del Terzo Reich; ed è al contempo un tentativo di comprendere come una democrazia civile sia potuta precipitare e affondare in una dittatura. Thalburg (in realtà Nordheim) è un tranquillo centro dell'antico regno dello Hannover, diecimila abitanti, molto commercio e poche industrie, che negli anni che vanno dal 1930 al 1935, come tutta la Germania, cambia volto.

Dall'Introduzione di Luciano Gallino

    Il libro di Allen non fu scritto come una profezia in attesa di verifica, né sarebbe giustificabile leggerlo oggi in una simile chiave. Con la sua storia composta da cento storie quotidiane che assomigliano tanto alle nostre, le storie di una comunità che si stava disfacendo, e non se n’accorgeva. Come si diventa nazisti non dice affatto che ciò che è stato è sul punto di ripetersi tal quale. Piuttosto esprime qualcosa che per un verso è perfino più inquietante, ma per un altro è più utile che non una profezia, considerato il senso di ineluttabilità che questa alimenta. Esso trasmette la convinzione che la distruzione d’una comunità politica, la fine della democrazia, è sempre possibile; che non ci si può minimamente illudere ― come troppe volte ritualmente si afferma ― che a sbarrare la strada a tale possibilità siano le condizioni storiche affatto differenti, il livello più alto di sviluppo economico, le istituzioni forgiate in Europa dopo il 1945 a difesa della democrazia, una supposta maggior maturità democratica dei cittadini. Oggi come allora gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi, ma stanno anche dentro di noi, nel perenne conflitto, ch’è a un tempo sociale e psichico, tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà; tra l’impulso di ridurre l’angoscia del futuro e del dover scegliere, e la volontà di non sottostare a nessun capo che decida in nostra vece quel che va bene per noi. 
      L’opera di Allen dimostra altresì che nel momento in cui una comunità politica sta procedendo a piccoli passi, tortuosamente, verso l’abisso, nessuno è in grado di prevedere quale forma concreta prenderà il disastro, né in quale punto esso esattamente verrà a collocarsi. È proprio questa, mi pare, una delle indicazioni chiave da cogliere in positivo nel libro: se ogni passo che facciamo, all’apparenza del tutto insignificante, in realtà può avvicinarci all’abisso, e però anche allontanarcene, la migliore precauzione consiste nell’essere il più possibile consapevoli della doppia direzione in cui qualunque passo può portarci.

Il libro si conclude con queste parole:

    Alla fine quasi tutti i thalburghesi arrivarono a capire il Terzo Reich; la maggioranza apprese che cosa significasse una dittatura quando si accorse del crollo generale della fiducia e dei rapporti sociali; tutti ne divennero consapevoli, quando la politica di Hitler li portò alla guerra. Nonostante il superpatriottismo esistente negli anni precedenti il nazismo, non c'era allegria nelle strade quando il battaglione di Thalburg lasciò, a passo di marcia, la città nel 1939. La guerra portò con sé la fame, specialmente dopo il 1945, e i figli di molti thalburghesi impararono a temperare il loro amore per il militarismo nelle gelide steppe russe.
      Ma nessuno aveva previsto queste conseguenze nei giorni in cui la classe media thalburghese votava con travolgente maggioranza per l'avvento del Terzo Reich. Ed è questa, forse, la più importante lezione che si può ricordare delle esperienze thalburghesi, prima e durante la presa del potere da parte dei nazisti. Quasi nessuno a Thalburg afferrò in quei giorni quel che stava accadendo; mancò la comprensione vera di quello a cui la città sarebbe andata incontro quando Hitler avesse conquistato il potere; mancò la capacità di capire realmente quel che fosse il nazismo.
      I socialdemocratici non riuscirono a intendere la natura del messaggio nazista; e cosi gli ebrei e i luterani che, entrambi, dovevano soffrire tanto amaramente sotto la frusta nazista; e neanche i membri convinti della NSDAP stessa, come Walther Timmerlah. Ogni gruppo vedeva l'uno o l'altro aspetto del nazismo, ma nessuno riuscì a vederlo in tutta la sua odiosità. Questa si manifestò apertamente solo più tardi, e anche allora non a tutti. Il problema del nazismo fu prima di tutto un problema di percezione; da questo punto di vista le difficoltà ed il destino di Thalburg saranno probabilmente condivise da altri uomini, in altre città, in circostanze simili. E il rimedio non verrà trovato facilmente.

Sì, anche oggi è un problema di percezione. E il fatto che i sindacalisti italiani di oggi, come i socialdemocratici tedeschi di ieri, non abbiano percepito per tempo il pericolo, è uno dei fattori che aumenta l'inquietudine.

(Notizie su Israele, 15 febbraio 2022)

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Gli invisibili

• ANZICHÉ TUTELARE I PIÙ DEBOLI LO STATO LI EMARGINA
  Sono la madre di un ragazzo di 14 anni che vive una vita a metà. Vittima di una vera e propria discriminazione legalizzata. Dallo sport alla scuola alle prime uscite con gli amici. Ogni attività gli è preclusa ed è costretto a vivere ai margini della società. Fa parte di una squadra di calcio, ma non può allenarsi con i compagni. Non può partecipare a partite e tornei, perché per farlo dovrebbe possedere il green pass, A scuola, con soli due casi di Covid, è costretto a rimanere a casa in Dad e per questo sta perdendo moltissimo rispetto ai compagni che possono andare in classe. Quando esce con gli amici deve sempre chiedere a qualcuno di comprare un pezzo di pizza, perché lui da solo non può farlo.
  Mi dicono che basterebbe vaccinarlo. Ma non è così semplice. Noi genitori siamo vaccinati e io sarei disposta a fare anche doppie dosi pur di non far vaccinare lui. Come noi infatti soffre di trombofilia ereditaria. La sua patologia è certificata eppure nessun medico è disposto a fornirgli l'esenzione. Noi non siamo no vax, abbiamo semplicemente paura che possa succedergli qualcosa. Io ho già perso dei figli e ho il terrore che questo possa succedere di nuovo. Perché deve essere punito per questo? Non abbiamo certezze su questo vaccino. A che punto siamo arrivati? Vorremmo uno Stato che tutela i più deboli, invece li penalizza e li emargina.
Paola Di Torrice

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• INVECE CHE CURARMI MI HANNO SGRIDATO PER LE MIE DECISIONI
  Sono un uomo di 60 anni, vivo nelle Dolomiti, maestro di sci e guida alpina. Pratico sport quotidianamente, sto assai bene fisicamente e non avendo mai bevuto e fumato ancora riesco a far «vedere i sorci verdi» a ragazzotti assai più giovani di me. Non ho mai avuto problemi seri di salute e cerco di affrontare i mali di stagione (raffreddore o influenza) facendo ricorso ai rimedi della nonna. Questo per dire come il mio rapporto con i farmaci sia a dir poco sporadico cosi come la mia frequentazione di medici e affini. Questo per avere il quadro e comprendere quali possano essere alcune delle ragioni che mi hanno tenuto lontano dal siero. Caso vuole che di recente io abbia contratto il Covid-19. Una notte di febbre a 37,5 con forte mal di testa poi più nulla, salvo qualche strascico respiratorio. Non ho assunto farmaci e nell'arco di qualche settimana sono tornato a fare la mia solita vita. Non appena mi sono reso conto di aver qualcosa che non andava mi sono premurato di contattare il mio medico di base. Inutilmente. Ho tentato di sentirlo al telefono, ho scritto email e messaggi senza ricevere riscontri. Venendo meno alle direttive mi sono allora recato alla più vicina farmacia scoprendo di aver contratto il Covid. Mi sono messo in auto quarantena non avendo alcuna idea di come affrontare la situazione. Non ricevendo risposte dal mio medico curante ho tentato la strada della guardia medica e, nonostante anche su quel versante non sia stato facile ottenere un contatto, alla fine ho quanto meno potuto sentire un sanitario.
  Il mio medico si è fatto vivo con una telefonata dopo qualche giorno e solamente a seguito di una pec di incredulo disappunto da me inviata alla Usl e al direttore sanitario della regione. Dopo scarne parole di convenienza, il tenore della telefonata ha assunto toni surreali. Il medico, senza mostrare interesse per il decorso della malattia, si è focalizzato sulla questione vaccino. Preso atto della mia scarsa disponibilità a valutare l'assunzione del siero si è sperticato in una sorta di campagna di marketing a favore dell'inoculazione sollevando addirittura questioni morali e psicologiche. La cosa mi ha sorpreso ritenendolo persona posata e salutista convinto, ma ancor più mi ha stupito il consigliarmi la vaccinazione a dispetto della malattia in atto: non sono un medico ma nella mia ignoranza mi è noto il fatto che un vaccino assunto in concomitanza all'infezione potrebbe scatenare una eccessiva reazione del sistema immunitario. In ogni modo, l'aspetto sorprendente del colloquio è giunto allorquando il dottore, vista la mia assoluta diffidenza nei confronti del siero, ha chiuso la comunicazione invitandomi «stante l'evidente assenza di fiducia nei suoi confronti» a cambiare medico.
Luca Dalla Palma

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• MI SONO PIEGATO MA MI SENTO DAVVERO AVVILITO
  Non sono più un invisibile. Compiuti i 61 anni a inizio gennaio, dopo quattro mesi di resistenza, tamponi e connesse code, momenti di rabbia mitigata dalla speranza che alla fìne nessun obbligo vaccinale sarebbe stato imposto e sarebbe finita la farsa del green pass, sotto ricatto normativo mi sono dovuto arrendere. Tengo famiglia, due mutui da pagare, un lauto stipendio che non posso perdere neanche per qualche mese. E comunque ogni due settimane devo prendere l'aereo che altrimenti - quale paria non inoculato - mi sarebbe stato vietato. Ho fatto la prima dose e a giorni mi aspetta la seconda. Mi siederò quieto offrendo il braccio, con quella sensazione di avvilimento che ti prende quando sei ingiustamente costretto a ciò che non ti va, quando sai che la libertà è persa. Costretto da scelte assurde imposte dal governo. E, se nulla cambia, entro sei mesi farò pure la terza di dose.
Federico Panichi

Gli invisibili

(La Verità, 15 febbraio 2022)

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Tutte le assurdità della tagliola per over 50

Da oggi, gli ultracinquantenni dovranno esibire il certificato rafforzato se vogliono lavorare. Ma intanto spuntano bachi legislativi per chi è in smartworking, soprattutto in tema di gestione delle malattie. Un groviglio che rischia di tradursi in una marea di cause.

di Claudio Antonelli

In vigore da stamattina il divieto di lavoro per gli italiani che hanno più di 50 anni e non sono vaccinati. Chi, senza avere il super green pass, proverà a varcare la soglia della propria azienda, dovrà essere segnalato dal titolare alle liste prefettizie. Riceverà una multa compresa tra i 600 e i 1.500 euro e fino al 15 giugno sarà sospeso. Senza busta paga, senza welfare e senza i contributi. Perderà dunque anche un pezzo di pensione. Il lavoratore senza vaccino che però ha avuto la «fortuna» di ammalarsi a Natale di Covid senza conseguenze potrà continuare a lavorare senza problemi. Già qui le antenne degli esperti della Costituzione dovrebbero rizzarsi. Come è possibile che un diritto come quello del lavoro dipenda dall'essersi imbattuti o meno in un virus? La risposta non spetta a noi. E quindi andiamo avanti con le altre follie del green pass.
  In questo momento i maggiori di 50 anni non vaccinati sono circa un milione e 500.000. Di questi più o meno un terzo sono lavoratori dipendenti. Sfugge il numero delle partite Iva no vax. A spanne il 35% di chi ha un contratto sta svolgendo l'attività da casa. Fa l'ormai famoso smart working.
  E' facile immaginare che più di 150.000 persone non vaccinate continuino oggi a lavorare da casa. Nessun datore di lavoro è tenuto a chiedere lumi e a sapere se il proprio dipendente sia munito di super green pass, finché non mette piede in azienda. Eppure il decreto ministeriale di ottobre prevede che il telelavoro non sia una scusante per non fare l'iniezione obbligatoria. Così si apre un bel baco legislativo. Il dipendente si ammala. Il datore riceve la comunicazione e la inoltra all'Inps. La quale, incrociando i dati con l'Agenzia delle entrate, come previsto dal decreto Riaperture di ottobre scorso, sa benissimo che la persona in questione non avrebbe il diritto di lavorare. Lo sa anche perché dal primo febbraio è scattato l'obbligo generico di vaccinazione e chi, entro il 10 febbraio, non ha dimostrato con adeguata carta di essere esentato, si vedrà recapitare a casa la multa da 100 euro. A quel punto, in caso di malattia, che succede? Per il datore di lavoro la pratica è la solita: la malattia dopo tot giorni è a carico dello Stato. Ma per lo Stato quello specifico malato non dovrebbe ricevere un reddito né tanto meno godere dei contributi o della malattia retribuita. Che si fa? Si chiede al titolare di sospenderlo? Non è possibile, perché il decreto 122 dice espressamente che la sospensione scatta nel momento in cui si scansiona un green pass non valido. E' chiaro che in caso di causa davanti al giudice vincerebbe il lavoratore sospeso nonostante gli articoli del decreto. Peccato che il testo successivo, firmato da Roberto Speranza, dica che nessuno può rifugiarsi nelle stanze della propria casa per evitare la sospensione.
  Insomma, il diritto è andato a ramengo. Basti pensare che una ditta che volesse assumere un over 50 senza super green pass avrebbe tutto il diritto di farlo. Solo che, al momento della firma del contratto in sede, dovrebbe subito sospenderlo. Paradossi che se non calpestassero la Carta sarebbero da commedia. Invece, il dramma è stato volutamente occultato dai media, dai sindacati e pure dall'associazione degli industriali. D'altronde già lo scorso anno, quando si è iniziato a introdurre l'uso del green pass al lavoro, un Paese civile avrebbe dovuto subito porre un interrogativo. Il lavoratore che viene sospeso perché senza carta verde, grazie al cielo, non può essere licenziato, ma resta in frigorifero fino a data da destinarsi. Nel frattempo come sostituirlo? Sarebbe servito un contratto simile alla sostituzione maternità. Inserire una figura con contratto a termine a coprire l'assenza. Con i no vax invece si è optato il modello lunare. Il dipendente resta a casa senza stipendio, ma di fatto non può essere sostituito. Non esistono i voucher, né contratti a giornata per una grande fetta delle attività d'impresa. L'errore è stato fatto all'epoca. Tutte le assurdità che seguono ne sono la conseguenza. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. In futuro ricorderemo sia la posizione di Maurizio Landini sia quella di Carlo Bonomi. A loro qualcuno dovrà chiedere conto di come abbiano potuto accettare che venisse calpestata la Costituzione, la quale mette la salute e il lavoro allo stesso livello. Non si può fare carne da macello delle leggi dello Stato in nome di un'ipotetica strategia Covid zero. Lo si capiva prima, adesso è visibile anche a chi ha tenuto le fette di salame sugli occhi. E l'ha fatto per portare avanti un racconto consustanziale a una strategia: quella del green pass permanente.
  La violenza con cui si è voluta estendere la carta verde si spiega solo con la volontà di creare una rete di utilizzo più capillare possibile, per poi fingere di restituire libertà basilari, lasciando attiva l'infrastruttura del lasciapassare. Ne siamo convinti perché abbiamo letto i documenti dell'Unione europea che descrivono la strategia di trasformazione digitale dei singoli governi, fino alla creazione di identità digitali che sostituiscano la figura fisica del cittadino. Ne siamo ancor più convinti adesso che stiamo assistendo alla fase due dello storytelling. Ieri, Giuseppe Remuzzi, virostar dell'istituto Mario Negri, ha lanciato il messaggio. Oggi non si fa più niente senza Pin del telefono. Ecco, il green pass è solo un Pin che useremo tutti i giorni. Come dire, abituatevi, tanto male non fa. Attenzione. I virologi sono stati la leva e la clava della politica. Il loro ruolo non è finito con la fine della pandemia.

(La Verità, 15 febbraio 2022)

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Gas e geopolitica, la liaison tra Erdogan e Herzog

In Israele tutti sostengono che il Sultano non sia cambiato, ma è un fatto oggettivo che stiano mutando i contesti che gravitano attorno a questi due così pregnanti Paesi. Erdogan è stato convinto, sia dalla crisi della lira turca sia dalle evoluzioni del dossier energetico, che sia giunto il momento di iniziative regionali di cooperazione

di Francesco De Palo 

Dietro la liaison tra Erdogan e Herzog ci sono il dossier geopolitico ed una nuova sinergia tra servizi. Che si sia aperta una nuova fase delle relazioni tra Turchia e Israele è cosa nota: troppo densa la stagione geopolitica in cui il quadrante mediterraneo si trova con, da un lato, le pulsioni mediorientali su capitoli irrisolti (si legga alla voce Iran) e, dall’altro, la grande partita legata al dossier energetico e ai gasdotti.
  Tel Aviv sta aprendo ad Ankara, con tutto ciò che il passo comporta sia nelle relazioni con il mondo musulmano, sia con le passate intemperanze del presidente turco. In Israele tutti sostengono che Erdogan non sia cambiato, ma è un fatto oggettivo che stiano mutando i contesti che gravitano attorno a questi due così pregnanti paesi.

• SINERGIE E CONTRASTI TRA SERVIZI
  C’è un riavvicinamento tra Mossad, Shin Bet e i servizi di intelligence turchi, il MIT. Quest’ultimo pochi giorni fa ha sventato un tentativo di omicidio iraniano contro un uomo d’affari israeliano, Yair Geller. Avrebbe vendicato l’assassinio di Mohsen Fakhrizadeh, capo del programma nucleare iraniano, attribuito a Israele.
  Più in generale nell’ultimo biennio il Mossad è intervenuto per sventare più di una decina di attacchi contro gli israeliani in Turchia. Secondo i media turchi una delegazione di alti funzionari israeliani si sarebbe recata in Turchia negli ultimi giorni, tra cui addirittura il numero uno del Mossad David Barnea che starebbe curando personalmente i legami di intelligence con la Turchia. Non sono ovviamente tutte rose e fiori le relazioni tra le due intelligence: lo scorso ottobre il MIT aveva annunciato l’arresto di 15 membri di una presunta cellula israeliana di spionaggio comandata dal Mossad e usata per sorvegliare gli studenti palestinesi che vivono in Turchia. In sostanza avrebbero fornito al Mossad informazioni sugli studenti stranieri iscritti alle università turche, in particolare quelli che pensano potrebbero lavorare nel settore della difesa.

• REALPOLITIK
  Ma al di là del caso legati ai servizi, spicca da un lato uno scoglio ideologico, visto che Erdogan continua ad appoggiare la Fratellanza Musulmana, ma dall’altro la realpolitik del dossier energetico che rinnova alleanze e relazioni. Sul primo le posizioni di Ankara non cambiano e non cambieranno, anche se i recenti ramoscelli di ulivo inviati da Erdogan ad una serie di leaders, come il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammad bin Zayed Al Nahyan e lo stesso presidente israeliano Isaac Herzog sono parecchio significativi. Erdogan è stato convinto, sia dalla crisi della lira turca che dalle evoluzioni del dossier energetico, che sia giunto il momento di iniziative regionali di cooperazione.

• COOPERAZIONE
  Sul quotidiano Khaleej Times, in un lungo editoriale Erdogan ha scritto che la Turchia è uno dei rari paesi che cerca di “bilanciare i suoi interessi con la pace e la stabilità nella sua politica estera, ci sforziamo di applicare questo principio a tutte le parti con cui entriamo in contatto”. E ha messo l’accento sui principi basilari che lo muovono: l’allineamento dei suoi interessi, l’estensione dei campi di cooperazione utilizzando la formula “win-win” e la lotta comune contro le minacce. Come dire che la clava ideologica pare essere stata messa da parte al momento.
  Per questa ragione la parte israeliana, stimolata anche dal lavoro del ministro Benny Gantz, potrebbe essere interessata ad aprire una stagione di ascolto. Sul punto però c’è tensione ad Atene visto che la Grecia da anni ha rafforzato le proprie relazioni con Tel Aviv in chiave gasdotti /difesa e vivrebbe con sospetto l’incontro Herzog-Erdogan.

• RISCHI
  Non mancano i rischi di questa sterzata: alcuni riflettono sul fatto che, così come nel 2009 ci fu una sterzata europeista da parte del Sultano, con tanto di impegni alla voce diritti e democrazia, dal golpe del 2016 in poi la situazione è diametralmente mutata, a testimoniare un atteggiamento camaleontico che però su temi fondanti non è scevro da critiche e sopraccigli alzati. Si prenda il caso della crisi in Ucraina, dove Erdogan rischia di uscire sconfitto visto e considerato che si trova davvero tra due fuochi. Potrà dire di sì all’alleato Putin e contemporaneamente al “collega” filo Nato ucraino?

(Formiche.net, 15 febbraio 2022)

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San Valentino di sangue: quando il 14 febbraio 1349 migliaia di ebrei furono bruciati a morte

di Michelle Zarfati

La maggior parte delle persone tende ad associare il 14 febbraio ad un evento estremamente felice. La festa dell’amore, una giornata dedicata al romanticismo. Eppure, centinaia di anni fa il giorno di San Valentino segnò l’orribile omicidio di massa di migliaia di ebrei. In quella giornata, circa duemila persone vennero bruciate vive nella città francese di Strasburgo.
  Era 1349 e la peste nera dilagava in tutta Europa, spazzando via intere comunità. Tra il 1347 e il 1352 uccise milioni di persone. La peste, detta anche bubbonica, venne causata da un batterio chiamato “Yersinia pestis”, comunemente diffuso dalle pulci che vivono sui roditori come ratti e topi. La malattia esiste ancora oggi e infetta migliaia di persone ogni anno. Tuttavia, se presa in tempo può essere curata grazie alla medicina moderna, mentre, nel Medioevo, non vi erano cure mediche per mitigare gli effetti devastanti della peste. Si stima dunque che circa l'80% delle persone che avevano contratto la peste, morì immediatamente.
  La prima grande epidemia europea di peste si verificò a Messina, in Italia, nel 1347, e da lì si diffuse rapidamente. La pandemia sembrerebbe aver avuto luogo in Asia centrale. Quando iniziò a diffondersi nelle comunità europee, le persone terrorizzate cercarono un capro espiatorio. A quel punto gli ebrei vennero rapidamente incolpati di essere gli untori. Con l'avanzare della peste nera, i cristiani si rivoltarono contro gli ebrei, accusandoli di diffondere la peste avvelenando i pozzi. Furono molti i cristiani che accusarono gli ebrei di diffondere deliberatamente la malattia, proprio per poter danneggiare la popolazione.
  Gli ebrei, spesso costretti a vivere in quartieri sovraffollati e recintati, subirono la peste nera a tassi paragonabili ai loro vicini cristiani. Eppure, nonostante venissero infettati e perdessero la vita in egual misura, furono accusati da molti cristiani di diffondere deliberatamente la malattia per danneggiarli. Le comunità ebraiche si trovarono sotto attacco. Di circa 363 comunità ebraiche europee all'epoca, quasi la metà di queste venne accusate dalla folla di aver causato la peste.
  Questi attacchi furono orribilmente violenti. A Colonia, gli ebrei furono rinchiusi in una sinagoga che fu poi data alle fiamme. A Magonza, l'intera comunità ebraica della città venne assassinata in un solo giorno. Gli ebrei furono massacrati e torturati in tutta Europa: Spagna, Italia, Francia, Paesi Bassi e Germania. L'imperatore Carlo IV, imperatore del Sacro Romano Impero, decretò che le proprietà degli ebrei assassinati, con l’accusa di aver diffuso la peste, potevano essere sequestrate impunemente dai loro vicini cristiani. Con questo incentivo finanziario per uccidere gli ebrei, gli attacchi non fecero altro che intensificarsi.
  L'atmosfera a Strasburgo, all'inizio del 1349, era particolarmente tesa. La peste nera non aveva ancora raggiunto la città. Tuttavia, il vescovo di Strasburgo, Berthold III, inveì contro gli ebrei, ma i funzionari eletti della città resistettero. Il sindaco Kunze di Wintertur, lo sceriffo di Strasburgo, Gosse Sturm, e un leader laico locale di nome Peter Swaber, difesero a gran voce gli ebrei di Strasburgo. Il 10 febbraio 1349 i cittadini irrequieti ne ebbero abbastanza. Una folla insorse e rovesciò il governo della città di Strasburgo, installando un governo instabile “del popolo”. Il gruppo era sostenuto finanziariamente dai nobili locali, che nutrivano un profondo sentimento antisemita e che speravano di impossessarsi delle proprietà degli ebrei. Uno dei primi provvedimenti fu quindi quello di arrestare gli ebrei della città con l'accusa di aver avvelenato i pozzi cristiani, al fine di diffondere la peste nera.
  Venerdì 13 febbraio 1349 fu una giornata indimenticabile per gli ebrei di Strasburgo: una terribile vigilia di Shabbat. Gruppi di guardie armate trascinarono senza riserve donne, bambini e uomini fuori dalle loro case con l’accusa di omicidio. L’unica possibilità di essere risparmiati era convertirsi al cristianesimo, l’alternativa era la morte. Per gli ebrei, il giorno successivo sarebbe stato Shabbat. Per i cittadini cristiani di Strasburgo, il giorno successivo sarebbe semplicemente stato il 14 febbraio: il giorno di San Valentino.
  La mattina di San Valentino, una grande folla di curiosi si ritrovò ad ascoltare le parole di un sacerdote locale, Jakob Twinger von Konigshofen. "Hanno bruciato gli ebrei su una piattaforma di legno all’interno del loro cimitero. Ce n'erano circa duemila" disse l’uomo. Al termine del massacro i cittadini locali setacciarono meticolosamente le ceneri, non alla ricerca di sopravvissuti, ma alla ricerca di oggetti di valore. Il governo e i cittadini di Strasburgo non pagarono mai per la barbarie commessa. Pochi mesi dopo, l'imperatore Carlo IV perdonò ufficialmente i cittadini di Strasburgo per aver ucciso gli ebrei della loro città e per aver rubato i loro averi. Così, rapidamente, l’evento venne dimenticato e il 14 febbraio non fu nient’altro che la festa di San Valentino.

(Shalom, 14 febbraio 2022)

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“L’antisemitismo di Amnesty condanna Israele”

di Unione Benè Berith Italiana *

L’Unione Benè Berith Italiana contesta il rapporto pubblicato da Amnesty International UK, che risulta imperfetto, dannoso e pericoloso, confermando un atteggiamento profondamente antisraeliano. Esprimiamo anche noi il disappunto già espresso dal Benè Berith International e dal Benè Berith Europe.
  L’uso del termine “apartheid” per definire lo Stato d’ Israele è sbagliato e arbitrario.
  Si può accusare di “apartheid” uno Stato che nel proprio parlamento ha una folta rappresentanza di deputati arabi e un rappresentante nella Corte Suprema?
  La calunnia dell’apartheid è strumentale per diffamare lo stato ebraico e incrementare sentimenti di odio.
  Nella realtà Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente e l’unico difensore dei diritti umani in una regione governata da innumerevoli dittature che violano sistematicamente i diritti umani.
  Accusare Israele di razzismo, applicare due pesi e due misure nell’area del Medio Oriente contribuisce fra l’altro ad infoltire le fila dei negazionisti della Shoah e a favorire paragoni antistorici che incrementano l’antisemitismo.
  La conferma di un atteggiamento prevenuto nei confronti dello Stato d’Israele è il voler ignorare deliberatamente quanto di buono viene sviluppato nella ricerca scientifica e tecnologica e che viene messo a disposizione di tutta l’umanità.
  Il modo deciso di come è stata affrontata la pandemia che stiamo vivendo e i dati degli studi effettuati sono stati messi a disposizione di tutti.
  Ma questo per Amnesty non conta!
  L’Unione Benè Berith Italiana si schiera altresì con la carta dell’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che dal 2016 adotta la seguente definizione operativa non giuridicamente vincolante di antisemitismo: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche e edifici utilizzati per il culto”.
  Antisemitismo e antisionismo sono un male unico.


* il Bené Berith Milano, assieme alle altre tre Bené Berith Italiane, “Elia Benamozegh” di Roma, “Isidoro Kahn” di Livorno-Toscana, “Stefano Gay Taché” di Roma, hanno ricostituito l’UBBI, Unione del Bené Berith Italiano già fondato nel lontano 1998.

(Bet Magazine Mosaico, 14 febbraio 2022)

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"Mangiare al ristorante senza rischi: da Israele arriva la Pac-Man Mask contro il Covid-19"

Israele e pandemia, qualcuno trova strano che ne parliamo insieme. NsI

di Simone Gussoni

Mangiare in sicurezza senza rischi: da Israele arriva la Pac-Man Mask contro il Covid-19
  Un’innovativa mascherina in grado dì ridurre al minimo il rischio dì contagio da Covid-19 è stata realizzata da un team di ricercatori israeliani.
  Si tratta di un particolare dispositivo dì protezione individuale dotato dì telecomando che consente l’apertura di un passaggio per davanti alla bocca per assumere cibi solidi o liquidi.
  Il modello è stato ideato per un utilizzo in spazi comunitari quali un ristorante o una mensa aziendale, e sarebbe in grado dì diminuire la diffusione dì eventuali droplets nell’aria.
  L’apertura posizionata in prossimità del cavo orale viene attivata mediante la pressione dì una leva simile al freno dì una bicicletta. “Esiste anche una versione in grado dì aprirsi automaticamente, riconoscendo l’avvicinamento di alimenti o oggetti metallici” spiega Asaf Gitelis, vice-president della società Avtipus Patents and Inventions, durante una presentazione del presidio che si è svolta a Tel Aviv.
  “Sarà finalmente possibile mangiare e bere in sicurezza con gli amici, riducendo al minimo le possibilità di contagio”. (“Then you can eat, enjoy, drink and you take out the fork and it will be closed, and you’re protected against the virus and other people sitting with you.”)
  Il modello base avrà un prezzo dì lancio compreso tra i 3 ed i 10 shekel (da $1.20 a $4.00) da aggiungere al prezzo dì una comune mascherina FFP2.
  “Credo che questa mascherina, in grado dì permettere dì mangiare in sicurezza mentre la si sta indossando, dovrebbe essere una cosa che ogni cittadino dovrebbe avere”, spiega Ofir Hameiri, studente e ricercatore 32enne della stessa università nella quale è stata sviluppata la mascherina che sul web è già stata ribattezzata come “Pac-Man Mask” contro il Covid-19.

(NurseTimes, 14 febbraio 2022)


Sarebbe interessantissimo vedere al ristorante una tavolata di amici che usano tutti la Pac-Man Mask. Se la ditta che la produce la fa vedere a Francesco Speranza, in Italia potrebbe diventare obbligatoria. Riduce al minimo i contagi, e al Ministero saprebbero certamente dire in quale percentuale. M.C.

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Deputato sionista apre il proprio ufficio a Gerusalemme Est. Scoppia la protesta palestinese

Disordini sono scoppiati questa domenica nel quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est. La polizia si è scontrata con alcuni palestinesi che protestavano per l'apertura dell'ufficio di un deputato sionista. Due persone sono state arrestate durante gli scontri.
  Itamar Ben Gvir, leader del Partito Sionista Religioso, ha infatti deciso di installare proprio qui, sotto un gazebo, il suo ufficio. Questo per sostenere i residenti ebrei del quartiere a prevalenza palestinese, dopo un incendio presumibilmente doloso, scoppiato venerdì in una casa dove vive una famiglia ebrea. "Ho detto un paio di volte che se non ci fosse stata una reazione da parte della polizia all'attacco, avrei aperto qui un ufficio parlamentare e questo è quello che sto facendo oggi", ha dichiarato il deputato di estrema destra. "Sono venuto per aprire un ufficio parlamentare, lavorerò da qui".

• Una zona "calda"
  Sabato sera, la polizia aveva già arrestato sei persone e disperso una "manifestazione violenta e illegale" nello stesso quartiere, epicentro delle tensioni tra palestinesi e coloni israeliani.
  Hamas ha avvertito Israele in un comunicato "delle conseguenze dei ripetuti attacchi a Sheikh Jarrah", scena regolare di scontri tra palestinesi e polizia dello Stato ebraico.

(euronews, 13 febbraio 2022)

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I caccia americani arrivano negli Emirati Arabi Uniti

di Abramo Insigne

I caccia americani F-22 sono arrivati negli Emirati Arabi Uniti oggi, sabato, come parte di una risposta difensiva americana ai recenti attacchi missilistici lanciati dai ribelli yemeniti Houthi contro gli Emirati Arabi Uniti.
  I caccia F-22 Raptor sono arrivati alla base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi, che ospita quasi 2.000 soldati statunitensi.
  I soldati americani alla base hanno lanciato missili intercettori Patriot in risposta agli attacchi Houthi il mese scorso, la prima volta che le forze americane hanno lanciato questo sistema in combattimento dall’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003.
  I funzionari statunitensi si sono rifiutati di rivelare il numero di caccia F-22 dispiegati, nonché il numero di piloti che supportano l’aereo, citando la sicurezza operativa. Tuttavia, hanno identificato l’unità partecipante come il 1st Fighter Wing, con sede presso la Joint Base Langley-Eustis in Virginia.
  “La presenza del Raptor rafforza le difese delle nazioni partner già forti e chiarisce alle forze destabilizzanti che gli Stati Uniti e i nostri partner sono impegnati a consentire la pace e la stabilità nella regione”, il comandante del Middle East Command della US Air Force, Il tenente generale Greg Guillot, ha detto in una dichiarazione.
  Il dispiegamento dei combattenti arriva dopo che gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno lanciato tre attacchi contro Abu Dhabi il mese scorso, incluso un attacco a un deposito di carburante che ha ucciso tre persone e ne ha ferite sei.
  Gli attacchi hanno coinciso con le visite dei presidenti della Corea del Sud e di Israele negli Emirati Arabi Uniti.
  Un misterioso gruppo iracheno aveva affermato di aver lanciato un attacco di droni contro gli Emirati Arabi Uniti all’inizio di febbraio, anche se le autorità affermano di averlo intercettato. Sebbene la crisi ucraina abbia oscurato i lanci di missili che hanno preso di mira gli Emirati Arabi Uniti, l’ultimo sviluppo ha provocato una grande reazione americana. L’esercito americano ha inviato il cacciatorpediniere americano “Cole” in missione ad Abu Dhabi
  L’estensione della guerra yemenita, in corso da anni, agli Emirati Arabi Uniti, pone le forze statunitensi nel mirino degli attacchi Houthi e aumenta il rischio di un’escalation regionale in un momento cruciale dei colloqui di Vienna volti a rilanciare l'accordo nucleare iraniano con le potenze mondiali.

(SuperDragonBallHeroes.it 13 febbraio 2022)

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Un matrimonio speciale al Tempio Maggiore

Sposarsi è sempre un'emozione, ma farlo al Tempio Maggiore di Roma conferisce un valore aggiunto a questo giorno speciale. Le emozioni di Jonathan e Netta sono state infatti amplificate dalla suggestiva cornice. I due ragazzi israeliani sono venuti da Tel Aviv a Roma per una celebrazione particolare del loro matrimonio: non volevano festeggiamenti sfarzosi, ma originalità e intimità, oltre a una rapidità messa in dubbio dalle normative anticovid. L'Italia poi faceva già parte della vita di Jonathan, che in passato aveva vissuto a Trieste ed era venuto più volte a Roma. Il matrimonio al Tempio Maggiore, senza invitati ma con amici e parenti collegati su zoom, ha così coronato il sogno di questi due ragazzi israeliani.

(Shalom, 13 febbraio 2022)

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Arte israeliana per la prima volta in mostra nel Golfo

di Fabiana Magrì

Dopo il business, la salute, la sicurezza e il turismo, è tempo anche per l'arte di raccogliere i frutti degli Accordi di Abramo. In una mossa definita "pionieristica" da parte del curatore israeliano Sharon Tuval, il festival annuale di RasAl Khaimah, piccolo emirato settentrionale negli EAU, ospita fino al 31 marzo la prima mostra di arte contemporanea israeliana del Golfo. Con uno spunto di riflessione universale sul tema del viaggio, come migrazione, identità nazionale e crescita individuale, i promotori della rassegna - scrivono sul sito internet - incoraggiano la comunità «a considerare il loro rapporto con lo spazio, il tempo e il sé» E si chiedono: «Dove ci ha portato il nostro viaggio? Cosa ci ha insegnato, sul nostro presente? E in che modo influenzerà il nostro futuro?». Risponde Tuval con la collettiva "Longing Be-longing: On Post-Orientalist Influences in Contemporary lsraeli Art" che, esplorando l"'Arabness" degli artisti israeliani originari del Medio Oriente e del Nord Africa, esprime la sua ambizione di costruire ponti artistici che superino le crisi sociopolitiche e geografiche.
  Da un lato, Tuval presenta artisti israeliani - come Gil Desiano Bitton - che, esiliati dalla regione, dal Marocco, dallo Yemen, dall'Iraq o dal Libano, ricordano le loro origini. Ma coglie anche l'opportunità di mostrare le sfide e le ferite all'interno della complessa società israeliana grazie alle fotografie dell'artista drusa Amira Zyian e ai lavori della video artista e attrice (vista anche in "Fauda") Raida Adon, la prima araba israeliana a cui sia stata dedicata una mostra personale all'Israel Museum di Gerusalemme. E per sfatare i miti di una nazione 100% high-tech, il curatore ha voluto mostrare anche altre facce di Israele. Come quella che emerge dal documentario fotografico di Ariel Van Straten che ha ritratto gli sceicchi beduini nel deserto del Negev, prima che scompaiano. E' una visione post-orientalista quella che emerge dallo sguardo caleidoscopico della rassegna curata da Yuval per il pubblico degli Emirati Arabi.

(Specchio, 13 febbraio 2022)

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Il mio servo Giobbe (9)

di Marcello Cicchese

Riflessioni sul libro di Giobbe 

CAPITOLO 1

  1. Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
  2. 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
  3. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.

L'atteggiamento di Giobbe dopo il primo attacco di Satana  è esemplare. Riconosce che tutti i beni di cui aveva goduto fino a quel momento, animali, servitori,  figli e figlie, gli erano stati dati in dono da Dio non come sua proprietà, ma come "in comodato d'uso", dunque non erano mai stati interamente suoi. Accetta di essere privato di tutti i doni ricevuti e si avvicina ancor di più al Donatore, manifestandolo con un gesto di profonda adorazione.
  L'unico dono che Dio non gli toglie è la vita stessa. Questo è confermato dalla presenza accanto a lui di sua moglie, che non gli viene tolta perché è parte di se stesso, come Dio aveva detto in origine: "... e saranno una stessa carne" (Genesi 2:24). E poiché la moglie fino a questo punto non parla, vuol dire che accetta la parola del marito come parola sua.
  "Giobbe non peccò", sottolinea il testo, quindi non manifestò alcuna forma di ribellione a Dio, né si azzardò a pensare, come capita in qualche caso in momenti difficili,  che "questa volta Dio ha sbagliato". No, "non attribuì a Dio nulla di mal fatto".  
  Ma allora perché il racconto continua in quel modo? La previsione di Satana non si era avverata, Giobbe non aveva "rinnegato Dio in faccia", anzi aveva reagito adorando e benedicendo l'Eterno. La sfida sarebbe potuta finire qui. Dio avrebbe potuto richiamare Satana, fargli notare che la sua previsione non si era avverata e anticipare il finale del libro ristabilendo subito Giobbe nella condizione di prima, rendendogli anzi "il doppio di tutto quello che gli era appartenuto" (42:10). La morale sarebbe stata semplice, i predicatori ne avrebbero tratto eccellenti spunti di esortazione alla fede, e anche gli artisti figurativi non avrebbero perso niente, perché a loro interessano le immagini, e tutto quel tormento di parole intorno a Dio, Satana, Giobbe e amici vari non può diventare un quadro, quindi a loro non interessa.
  Il seguito della storia invece è un altro, inaspettato e apparentemente contraddittorio. La struttura complessiva del libro nella sua integrità non si presta dunque a una spiegazione facile e immediata, sia come racconto inventato, sia come storia vera in tutto e per tutto, come qui facciamo.

CAPITOLO 2

  1. Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro a presentarsi davanti all'Eterno.
  2. E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal camminar per essa'. E l'Eterno disse a Satana:
  3. 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
  4. E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
  5. ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
  6. E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
  7. E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
  8. E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
  9. Ma lascia stare Dio, e muori!'
  10. E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.

Perché Dio concede ancora la parola a Satana? Sta qui il primo enigma da sciogliere. E'chiaro però che la stessa formulazione della domanda contiene un'asserzione che qualifica l'enigma e ne delimita il campo di ricerca. 
  Supponiamo infatti che qualcuno ponga un interrogativo in questa forma: Perché la Cina ha diffuso il Covid-19 nel mondo? E' chiaro che si metterebbero a cercare la risposta soltanto coloro che credono alla verità della dichiarazione che si ottiene togliendo il perché davanti alla domanda: la Cina ha diffuso il Covid-19 nel mondo. In tal caso cercherebbero di capire e interpretare i movimenti della Cina sulla base dei dati a loro disposizione. In caso contrario, rifiuterebbero la domanda e volgerebbero i loro interessi da un'altra parte. 
  Qualcosa del genere si può fare con la domanda sul libro di Giobbe. Se non crediamo alla sua parte dichiarativa, è meglio volgere il proprio interesse da altre parti; se invece crediamo alla verità del fatto che Dio concede la parola a Satana, cercheremo di capirlo sulla base dei dati a nostra disposizione, che si trovano tutti nella Bibbia, e soltanto nella Bibbia. 
  Qui si ha un'altra caratteristica particolare di questo libro: non ha addentellati fuori del testo biblico. Ecco perché molti preferiscono adottare la soluzione che appare più semplice: è una favola. A questo punto il campo di ricerca sarebbe un altro: che tipo di favola è? chi l'ha scritta? quando è stata scritta? perché è stata scritta? quale messaggio voleva lanciare? e così via.
  Ma se si considera il libro come storia di fatti avvenuti, è chiaro che la sua lettura non può che essere teocentrica, come il primo capitolo della Bibbia. La domanda "Perché Dio concede ancora la parola a Satana?" è un interrogativo sulla politica di Dio, come la domanda sulla Cina. E' l'agire di Dio che è oggetto di ricerca. 
  Esaminiamo allora il testo più da vicino. 
  "Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe". Satana dunque può parlare con Dio soltanto quando è ammesso alla sua presenza, e come si è visto, quando gli è consentito cerca di sfruttare fino in fondo la libertà ottenuta, che userà sempre per distruggere o mentire. In questo caso, la distruzione della Reggia di Uz evidentemente non era il suo scopo ultimo. Il suo obiettivo è colpire e annientare Giobbe, perché sa che la presenza sulla terra di un solo uomo che Dio considera giusto, cioè corrispondente ai Suoi piani perché in sintonia con la Sua volontà, rappresenta per lui un pericolo mortale. Accettando di colpire Giobbe soltanto in ciò che riguarda i suoi beni e i suoi affetti  aveva sperato che questo bastasse per staccarlo da Dio, ma così non è stato.  Si è azzardato allora a fare a Dio una richiesta più ardita: colpirlo nella sua "pelle", cioè nella sua persona fisica. 
  Senza provare per ora a sciogliere l'enigma della volontà di Dio, ci limitiamo qui a osservare lo svolgimento dei fatti.
  Il secondo colpo è davvero duro per Giobbe. E' colpito nella sua persona fisica con un'ulcera maligna su tutto il corpo, ma ancora di più nella sua persona morale, costituita dall'unità di marito e moglie. La moglie propone al marito di "lasciar stare Dio". 
  Si può fare un paragone con la storia in Eden. La donna di Adamo spinge l'uomo ad andare su fino a Dio; la donna di Giobbe suggerisce all'uomo di non farsi tirare giù dal pensiero di Dio. Nessuno cominci a parlare di maschilismo e femminismo: in entrambi i casi la coppia resta unita, nella responsabilità come nelle conseguenze. Giobbe resiste, ma il semplice fatto che la moglie, una parte di se stesso, abbia prospettato come possibile soluzione il prendere le distanze da Dio costituisce già un'incrinatura nella sua coscienza, una ferita morale che non si sa se e quando si richiuderà. 
  Si può notare un’altra differenza tra i due modi in cui Giobbe reagisce ai colpi di Satana. La prima volta vede Dio che gli toglie un bene; la seconda volta vede Dio che gli aggiunge un male. E questo è più duro da accettare. Giobbe fa esperienza sul suo corpo dell'esistenza del bene e del male, e questo avrebbe dovuto ricordargli che è progenie di Adamo, che Dio ha allontanato da Sé dopo la caduta nel peccato. 
  Da notare anche i due commenti del testo alla reazione di Giobbe. La prima volta:

    "In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto" (1:22)

La seconda volta:

    "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra" (2:10)

"Giobbe non peccò", questo è detto due volte, chiaramente. Quindi, per quel che riguarda il test di fedeltà a Dio richiesto da Satana, questo dev'essere considerato validamente superato. Due fatti appoggiano questa conclusione. Anzitutto, a Satana non è più permesso di prendere la parola e sparisce del tutto dal racconto. In secondo luogo, è un fatto generale nella Bibbia che i test a cui Dio sottopone gli uomini sono prove di fede, non di resistenza. Si presentano sempre in forma di bivio: si tratta di scegliere quale strada prendere sulla base della Parola ricevuta da Dio fino a quel momento. A Giobbe Dio aveva parlato, e lui aveva seguito le Sue indicazioni, ma su istigazione di Satana viene sottoposto a un test, non in forma di ordine da eseguire, ma di giudizio da dare su quanto gli stava accadendo.
  Chi dubita che Giobbe abbia superato il test dopo il secondo assalto di Satana deve dire in quale momento questo potrebbe essere avvenuto. Le sue ultime parole alla fine del capitolo 31 sono di tono ben diverso da quelle di 2:10: Giobbe non sembra affatto disposto ad accettare da Dio il male. Né si può dire che alla fine del libro lui mostra di essersi pentito, perché questo avviene soltanto dopo un intervento diretto ed esplicito di Dio, e questo non rientrava nel regolamento della sfida. Nessuno dei due scommettitori avrebbe dovuto intervenire. Se Dio l'avesse fatto mentre la partita era ancora in corso, Satana avrebbe potuto dire: non vale! Perché in questo modo Giobbe sarebbe stato ancora una volta "circondato di un riparo" (1:10), mentre Satana chiedeva che gli fosse lasciato da solo nelle mani, sia pure entro limiti fissati.
  Ma se Giobbe alla fine del capitolo 2 aveva superato il test, perché Dio lascia per tanto tempo il suo servo vittorioso  in una situazione così atroce sul piano fisico e morale? Le risposte possono essere diverse, ma è in questa direzione che si deve indirizzare la ricerca.

(9) continua

(Notizie su Israele, 13 febbraio 2022)


 
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Il Mein Kampf di Amnesty International

L’ultimo rapporto della ong criminalizza Israele per il suo “apartheid verso i palestinesi”. Molto odio, poca storia

Beninteso. Chi scrive, come tutti, auspica la pacificazione, l’agognata “Two-State solution” di un conflitto politico lungo e dolorosissimo, per la Terra Santa, Israele, il popolo ebraico e le popolazioni arabe. Chi scrive crede che per capire la questione israeliano-palestinese bisogna fare i conti con la teologia. Anche solo per immaginarne una conclusione, secolare, laica e politica, bisogna fare i conti con le “religioni del Libro”. Ma per essere affrontata nel qui e ora del nostro tempo, dobbiamo partire dalla realtà tangibile delle cose e dei fatti, oltre ogni pregiudizio ideologico.
  Amnesty International, di sicuro, non si è avvalsa né della Bibbia, né dei libri di storia, per redigere il suo ultimo rapporto di 278 pagine dedicato a “Israel’s apartheid against Palestinians. Cruel system of domination and crime against humanity“. La sua non è una critica a strategie, prassi, sistemi giuridici, politici, economici e militari. La sua è la narrazione di una “realtà alternativa”, un luogo tenebroso e onirico in cui Israele è il Grande Carnefice e tutto il resto è il puro “mondo dell’innocenza”.
  Amnesty non è la sola a raccontare un mondo talmente parziale e manicheo da non esistere. Già l’Assemblea generale dell’Onu, il 10 novembre del 1975 aveva votato la famosa risoluzione 3379 per la quale “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”; anche la Conferenza di Durban del 2001, convocata “contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza”, naufragò nelle stesse tesi anti-israeliane, argomentate, tra i materiali diffusi, anche con i “Protocolli dei Savi di Sion”; e ancora, nel 2009, il giudice sudafricano Richard Goldstone, chiamato a presiedere la Commissione Onu per indagare su eventuali violazioni dei diritti umani a Gaza, accusò Israele di gravi crimini di guerra, salvo poi riconoscere, qualche anno dopo, che Israele aveva eseguito ordinarie procedure militari in risposta alle aggressioni di Hamas.
  Amnesty va giù pesante contro Israele dicendone peste e corna. Per il solo fatto di autodefinirsi “Stato ebraico”, nella sua costituzione del 1948, Israele indicherebbe “di per sé l’intenzione di opprimere e dominare”; “i palestinesi israeliani godono di maggiori diritti e libertà rispetto a quelli dei Territori palestinesi occupati”; “il trattamento dei palestinesi da parte di Israele persegue lo stesso obiettivo: privilegiare gli ebrei israeliani nella distribuzione delle terre e delle risorse”; “Amnesty International può dimostrare che le autorità israeliane trattano i palestinesi come un gruppo razziale inferiore, definito dal loro status non-ebreo e arabo”; “ad esempio, ai palestinesi residenti in Israele viene negata la nazionalità e ciò costituisce una differenziazione giuridica rispetto agli ebrei israeliani…”.
  A parte la retorica da CSOA Intifhada o magari degna di qualche vecchio salotto radical-destro, i dati riportati da Amnesty sono incompleti e tutti da verificare. L’analisi complessiva e le tesi di fondo sono da respingere in blocco. Amnesty dichiara lo Stato ebraico come Stato di “apartheid”, il noto sistema di segregazione razziale presente in Sudafrica fino all’inizio degli anni ’90. Il suo rapporto mette in discussione l’origine stessa di Israele come il “peccato originale” da cui deriverebbero tutti i mali del Medio Oriente.
  Ma questo è un falso storico. Tralasciando l’aspetto giuridico internazionale, i principi di autodeterminazione e sopravvivenza, i diritti alla autodifesa e alla sicurezza nazionale, alla base della nascita di uno Stato libero, indipendente e sovrano, prima di Israele, il popolo ebraico ha sempre vissuto nella sua terra.
  Il popolo ebraico, al netto di un integralismo minoritario a cui una religione “nazionale” non può che essere esposta per la sua natura formale, – male, l’integralismo, che investe ogni religione, comprese quelle universali come cristianesimo e islam – è sempre esistito. Tra diaspore e persecuzioni, ha sempre abitato nella Terra Santa. E nonostante il fanatismo delle minoranze ortodosse, lo Stato di Israele è uno Stato di diritto, laico e plurale. Gli arabi, musulmani e non, come i cristiani e i fedeli di altre religioni, gli atei e gli agnostici, hanno libero accesso a qualsiasi spazio, incarico, ufficio e servizio pubblico.
  E proprio in ordine alle accuse di Amnesty, di una presunta discriminazione “razziale” dei palestinesi, gli arabi israeliani sono presenti nel Governo come nella Corte Suprema, nella Knesset, nelle scuole, nelle università, negli ospedali, nel sistema di informazione, a tutti i livelli. Israele è una democrazia che accorda diritti ad arabi e a palestinesi più di qualsiasi altro Stato nell’area, uno Stato in cui i diritti umani si rispettano, eccome, a differenza di Egitto, Siria, Iran e Turchia. Si occupasse di loro Amnesty e delle violazioni sistematiche che avvengono in quei Paesi. E nei Territori palestinesi farebbe bene a occuparsi dell’egemonia di Hamas, organizzazione terroristica che persegue per statuto l’uccisione di ogni ebreo “ovunque si trovi”, la vera responsabile della oppressione e della miseria in cui da troppo tempo giace il popolo palestinese.

(La Voce del Patriota, 12 febbraio 2022)

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Striscia di Gaza: la protesta contro Hamas smaschera Amnesty International

di Franco Londei

Mentre Amnesty International lancia accuse assurde contro Israele e si dimentica completamente della Striscia di Gaza e di Hamas, la popolazione araba palestinese sotto la dittatura di Hamas per la prima volta insorge contro i terroristi che strangolano la Striscia e lo fa partendo dai social.
  Centinaia di utenti hanno utilizzato l’hashtag #خطفوا-غزة (Hanno rapito Gaza) per condividere post che denunciano i tiranni di Hamas e il loro governo.
  “I ladri non possono costruire uno stato che si prenda cura degli interessi del suo popolo, così come non possono liberare una patria occupata”, ha twittato Sad Abdalah, riferendosi alla dittatura di Hamas.
  L’attivista di Gaza Amin Abed ha postato sulla sua pagina Facebook: “…Gaza è l’unico posto al mondo in cui, quando vai avanti, torni indietro grazie ai suoi governanti“.
  Ha detto che la campagna ha lo scopo di “rendere il sovrano [Hamas] consapevole delle sue responsabilità dopo aver raggiunto un livello insopportabile di ingiustizia e deterioramento in tutti gli aspetti della vita“.
  Amin Abed continua la sua denuncia scrivendo: “niente può descrivere la crudele realtà a Gaza. Come si può giustificare l’ultima demolizione di chioschi sulla spiaggia a Jabalia [nel nord della Striscia di Gaza], l’unica fonte di sostentamento per i giovani laureati disperati che hanno perso la speranza di trovare un lavoro! Come giustificare le tasse ingiuste estorte in cambio di nessun servizio! La disoccupazione alle stelle! L’estrema povertà!
  Scolpiamo queste parole nella pietra prima che questo gruppo di attivisti faccia la fine dei loro predecessori, cioè finisca in qualche discarica di Gaza e magari facciamole avere ad Amnesty International prima che facciano finta di niente.
  Prendiamo nota di questa protesta contro Hamas fatta coraggiosamente a viso aperto da coloro i quali hanno capito che le condizioni in cui versa la Striscia di Gaza sono da attribuire ad Hamas e non a Israele, anche se come sempre viene incolpata anche Gerusalemme per il blocco di sicurezza.
  I denigratori di questa campagna sostengono che sia alimentata dalla Autorità Palestinese, l’altra dittatura palestinista basata nella cosiddetta “Cisgiordania” allo scopo di indebolire politicamente Hamas.
  Tuttavia questa accusa viene smentita direttamente dall’organizzatore della campagna, Amer Balosha, un attivista per i Diritti Umani laureato in giurisprudenza arrestato da Hamas e ora rifugiato in Turchia.
  “Questa campagna [online], è un’estensione del movimento del 2019 [“We Want to Live”], ed è interamente basata sulle richieste di standard di vita di base come la risoluzione delle crisi dell’elettricità, dei valichi, della disoccupazione, delle tasse, della salute e dei sistemi di istruzione e non ha nulla a che fare con Hamas in quanto partito politico ma in quanto detentore del potere” ha detto Balosha.
  Circa l’80% della popolazione di Gaza è dipendente dagli aiuti internazionali, aiuti che passano esclusivamente da Israele nonostante anche l’Egitto [paese arabo] confini con la Striscia di Gaza.
  Questa protesta smaschera definitivamente le false accuse di Amnesty International e mostra con limpida chiarezza dove sta veramente il problema per le popolazioni palestinesi.

(Rights Reporter, 12 febbraio 2022)

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La grandezza di Carlo Levi è essere un artista non etichettabile

Il poeta, scrittore e pittore antifascista rimane una figura quanto mai attuale anche a 120 anni dalla sua nascita. La Fondazione Circolo dei Lettori di Torino lo ricorda con una serie di iniziative per far riscoprire al pubblico di oggi la sua inesauribile poliedricità.

di Elena Loewenthal

Il poeta, scrittore e pittore antifascista rimane una figura quanto mai attuale anche a 120 anni dalla sua nascita. La Fondazione Circolo dei Lettori di Torino lo ricorda con una serie di iniziative per far riscoprire al pubblico di oggi la sua inesauribile poliedricità

Difficile immaginare una figura più refrattaria agli schemi, più poliedrica e meno convenzionale di Carlo Levi. Come definirlo? Medico, scrittore, pittore, intellettuale militante (la definizione di “intellettuale” non gli andava affatto a genio)? Ma anche poeta, pescatore, amante accanito, politico disilluso eppure tenace, viaggiatore.
  Era nato a Torino il 29 novembre del 1902, e per i suoi cento e venti anni – che nell’immaginario ebraico sono il massimo e più ambito traguardo cui possa ambire una vita umana, raggiunto per ora solo dal biblico Mosè – la Fondazione Circolo dei Lettori lo ricorda ma soprattutto lo riscopre con una serie di iniziative che tentano, ma forse invano, di tenere fede a una poliedricità che è la sua vera, inimitabile cifra. Si tratta, insomma, di decifrare quel che nasconde, ma anche svela, quel suo sorriso vagamente ironico eppure sempre gentile, e quello sguardo che si spinge sempre un po’ più in là perché “Tutta la vita è lontano”, come scrive in una poesia del 1935, durante il tempo del confino in Lucania.
  L’unicità, e il fascino di Carlo Levi stanno già tutti lì, in quel suo rapporto di amore e dolcezza verso i luoghi dove viene esiliato dal regime fascista a seguito di una condanna per attività sovversiva e dopo due passaggi di qualche mese in carcere, l’ultimo a Regina Coeli fra il maggio e il luglio del 1935. Basti pensare a come lo patirono Cesare Pavese e Natalia Ginzburg, il confino rispettivamente in Calabria e Abruzzo: per il primo una stagione cupa da dimenticare e basta, per l’altra una sorta di spedizione forzata in una realtà parallela, un altro e primitivo pianeta disperatamente lontano anni luce.
  Per Carlo Levi, invece, la Lucania diventa quasi subito qualcosa d’altro, di diverso: un oggetto di amore, il luogo di una vera – e laicissima – rivelazione: «Per me, sia che io ci vada, sia che ci ritorni con il ricordo, o che qualche immagine me la rammenti, essa mi pare, più di ogni altra, un luogo vero, uno dei luoghi più veri del mondo, tanta vi è l’evidenza delle parole, dei gesti, delle condizioni umane, la rivelatrice espressività della vita. Qui ritrovo la misura delle cose, la concretezza dei pensieri e delle immagini, e, in quella brulla prigione di pietra, il senso della sempre nascente libertà».
  Qui sta parlando di Matera, ma in realtà così si esprime anche per Grassano, Aliano, i brulli calanchi: tutto quello che, insomma, viene dopo Eboli.
  In altre parole, Carlo Levi riesce a fare dell’esperienza del confino, durata fra l’altro neanche un anno, il momento fondativo del proprio pensare e agire, ma soprattutto della propria inesausta curiosità del mondo. La Lucania è vera, è viva, è misura delle cose: poetiche, politiche, sociali. Scoprire la Lucania, i contadini, la durezza di quelle esistenze ma anche la loro luce, diventa per lui la chiave di lettura del presente, delle diseguaglianze e delle provvidenziali differenze. E se non fu mai (né probabilmente ci teneva a esserlo) un meridionalista in senso stretto, certo è che il pensiero di Carlo Levi sull’Italia, sul rapporto fra Nord e Sud, apre orizzonti ancora tutti da esplorare ed è lo strumento migliore per analizzare – e immaginare il nostro Paese. Più che mai in questo presente in cui la pandemia ha stravolto anche gli equilibri geografici, in fondo. 
  Il fatto è che pochi scrittori e intellettuali sono stati connessi al territorio come lo era lui: i luoghi, e l’umanità che li abita, sono la prima fonte di ispirazione, per lui, e anche l’oggetto primo del raccontare: non solo “Cristo si è fermato a Eboli” ma anche “Le parole sono pietre” (viaggio in Sicilia), “Tutto il miele è finito” (Sardegna), passando per lo splendido e ormai introvabile “La doppia notte dei Tigli”, diario di un’avventura in Germania nel 1959. E poi i suoi reportages da Russia, India, Cina, dalla Calabria e da tanti altri altrove. Carlo Levi è dunque uno scrittore profondamente legato alla materia dei luoghi, che ai luoghi si lega con una curiosità intelligente e un cuore pensante. 
  Quando dipinge o scrive la Lucania, la sua Aliano e anche Grassano (in uno splendido “Grassano come Gerusalemme”), lo fa perché c’è qualcosa di profondo e fondamentale di cui esser grato all’esperienza di quel confino e di quei luoghi: la scoperta di una verità poetica niente affatto astratta, ma profondamente umana. 

    Esiliato su un monte
    Rituale e feroce
    Guardo con occhi aperti un mondo antico
    E gli usati concerti
    Dentro il chiuso orizzonte senza voce
    L’indifferente intrico
    Dell’estraneo destino
    Sperai provvidenziale, come un ponte
    Fra il passato e il futuro
    Libero e nostro: amico era il confino…
Questa sua straordinaria capacità di affrontare e conciliarsi con la complessità del reale – tale per cui un’esperienza straniante come quella del confino diventerà il cuore stesso del suo pensiero e della sua militanza politica e intellettuale, la tessitura di un legame profondo che durerà per tutta la sua vita – sono lo specchio della strabiliante poliedricità di Carlo Levi. Sin dagli inizi.
  Nasce infatti a Torino in una famiglia della borghesia ebraica colta – soprattutto per parte della madre, Annetta Treves, sorella di Claudio Treves, giornalista e politico antifascista –  frequenta il liceo Alfieri ma già a quindici anni, maturato, si iscrive a Medicina. Diventa brillantemente medico ma non eserciterà mai – se non in Lucania, anche se gli era proibito, e saltuariamente su commissione, soprattutto della sua compagna di vita Linuccia Saba (figlia di Umberto), che lo interpella per le questioni di salute del marito Nello. Decenni di un poliamore ante litteram non senza burrasche…
  Ben presto si scopre pittore, ma non soltanto.
  Fondamentale è in quegli anni per lui la conoscenza e l’amicizia di Piero Gobetti. La sua rivoluzione liberale sarà in fondo il filo conduttore di tutta l’attività politica e civile di Carlo Levi che anche da senatore della sinistra sarà sempre un indipendente di nome e soprattutto di fatto, piuttosto allergico tanto ai dogmatismi del partito comunista quanto ai bizantinismi del sistema Italia, quello che ha nell’immediato dopoguerra impedito un vero ricambio della classe dirigente e favorito invece una letale continuità con il regime fascista. Tutto questo Carlo Levi lo colse molto bene, più con disillusione che con rabbia, come racconta nel suo romanzo romano, “L’Orologio”.
  Dopo Torino arrivano presto anche altri luoghi per lui: Parigi, città rifugio e città d’ispirazione, Firenze dove rimase nascosto nel tempo dell’occupazione tedesca e della caccia all’ebreo e dove, su pressante invito di Anna Maria Ichino, che lo teneva nascosto, scrisse il “Cristo si è fermato a Eboli”. E Alassio, dove c’è la casa di famiglia che d’estate si riempie di bambini e adulti e dove Carlo Levi è preda di una ispirazione pittorica a fasi alterne: capita che dipinga due quadri al giorno ma anche che preferisca andare a pescare i delfini in mare dall’alba a notte fonda. E poi la Lucania, patria di adozione dove tornerà tante volte dopo la guerra, per nostalgia e per costruire un nuovo Sud: fu anche il suo ultimo viaggio, poco prima di morire, il 4 gennaio del 1975.
  Altri luoghi e tanti legami: amicizie che durano una vita intera, come quella con Renato Guttuso. E amori tutti molto poco convenzionali: da Paola Levi sposata Olivetti, che andrà a trovarlo al confino, alla misteriosa Vitia Gourevitch, una ballerina affascinante e dalla vita travagliata, a Linuccia Saba che gli fu amante, amica, segretaria, confidente, un po’ madre e anche un po’ figlia. 
  Una vita, insomma, meravigliosamente fuori da ogni schema senza però mai una nota di astio, di rivendicazione di alcunché. Carlo Levi era così per natura non per militanza: originale, libero, eclettico, straordinariamente appassionato alla vita.

(LINKIESTA, 12 febbraio 2022)

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Per laurearmi devo sfidare la sorte e usare i mezzi

di Andrea Guarnone

Sono un ragazzo di 25 anni che, come milioni di persone in questo Paese, ha deciso in modo del tutto legittimo di non sottoporsi alla vaccinazione e che di conseguenza da mesi è stato degradato allo status di cittadino di Serie B. Le ragioni per cui ho deciso di non vaccinarmi sono due. La prima, che è altresì la più banale, discende da un semplice calcolo costi-benefici. Perché io, ragazzo giovane e in salute, che pratica ormai da anni il running e che ha da poco iniziato a cimentarsi con lo yoga, da sempre attento all'alimentazione, devo sottopormi a questo vaccino e accollarmi eventuali rischi di effetti collaterali per proteggermi da una malattia che, dati alla mano, per le persone della mia età e nel mio stato di salute nel 99,9% dei casi si manifesta in forma asintomatica o come un banale raffreddore? La seconda ragione è di principio e riguarda una battaglia di libertà che sto portando avanti nel mio piccolo. Ritengo che la libertà personale e l'autodeterminazione siano i valori e i fini supremi di una democrazia liberale e di conseguenza considero ripugnante la compressione dei diritti e delle libertà fondamentali a danno di una minoranza di persone che ha deciso di non sottoporsi a un trattamento sanitario. Un'intrusione così pervasiva e ingiustificata dello Stato nella sfera privata e individuale è decisamente intollerabile. Ho deciso quindi di oppormi all'estorsione di Stato e alla discriminazione sociale e lavorativa attuata dal lasciapassare verde, che considero alla stregua di una barbarie, a costo di pagarne un prezzo sociale, economico e anche in termini di felicità.
  Sono uno studente all'ultimo anno della laurea magistrale in scienze politiche e di governo e per frequentare i laboratori e le lezioni degli ultimi corsi che devo sostenere da gennaio mi assumo il rischio di prendere la metropolitana nonostante le norme attuali non me lo consentirebbero. Fortunatamente la carenza di controlli tra i tornelli e negli accessi delle stazioni mi permette di viaggiare con relativa serenità. Ho deciso di fregarmene di queste norme assurde, irrazionali e liberticide, che violano i diritti naturali dell'uomo. Ho deciso di disobbedire, per quanto posso, di resistere e andare avanti nonostante mi stia perdendo alcuni dei mesi, forse degli anni, più belli della mia vita. Eppure da un certo punto di vista mi sento libero, molto più libero di coloro che hanno accettato passivamente tutto questo, di coloro che gongolano e gioiscono perché una minoranza di cittadini è vessata, umiliata, derisa e insultata. Libero nella mia coerenza, nella mia dignità, nella mia volontà di portare avanti la mia scelta accettandone e subendone le conseguenze. Ho da poco iniziato a scrivere la tesi di laurea. Si intitola Una critica liberale e libertaria alle gestione italiana dell'emergenza sanitaria. Voglio che sia un'opportunità per far sentire la mia voce e quella di tutti coloro che si oppongono strenuamente a questo stato delle cose. Con la speranza, forse un po' disillusa ma mai perduta, che presto o tardi tutto questo finirà.

Gli invisibili

(La Verità, 12 febbraio 2022)

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Amnesty International ha deciso di accodarsi alla campagna internazionale di delegittimazione dello Stato Ebraico

di Paolo Salom
  [Voci dal lontano Occidente] Ci risiamo. Israele è di nuovo nel mirino (ma ne è mai uscito?) delle cosiddette organizzazioni umanitarie internazionali. Questa volta a puntare il dito accusatorio sull’unica democrazia del Medio Oriente è Amnesty International, un tempo considerata un coraggioso baluardo contro i soprusi delle tirannie verso i propri cittadini. Nel loro ultimo rapporto, i ricercatori di Amnesty si dilungano per ben 278 pagine pur di dimostrare che in Israele vige “un Apartheid di fatto”. Avete capito bene: l’accusa (l’ennesima) contro lo Stato ebraico è quella, infamante, di “Apartheid”.
  Per chiarire: questa parola inventata in Sudafrica per giustificare la “separazione delle razze” – bianchi, neri e colored – e finita nel cestino della Storia con la concessione del voto a tutti i cittadini agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, è un simbolo potente della volontà di dominio dell’uomo sull’uomo. Dominio esercitato “a buon diritto” (infatti era regolato da leggi specifiche e da norme che prevedevano panchine e bagni separati per bianchi e neri), che nel tempo si è trasformato in un vademecum della superiorità relativa degli esseri umani a seconda del colore della loro pelle.
  Il Sudafrica non è stata l’unica nazione a inventare regole basate sulla razza. Come è noto, anche negli Stati Uniti, in particolare nel Sud, fino agli anni Sessanta era in vigore la “segregazione”, ovvero la stessa identica normativa che costringeva gli afroamericani a una vita da cittadini di serie B (se non peggio). Ancora oggi la questione razziale infiamma di quando in quando la vita di quel Paese che, per quanto esempio di democrazia per tutto il mondo, non manca di vivere gravi contraddizioni e ingiustizie sociali.
  Ed eccoci a Israele. Merita l’accusa di praticare un Apartheid di fatto? Nel lontano Occidente la risposta sembra essere scontata, a giudicare dall’aumento delle manifestazioni di odio anti ebraico (l’Italia non ne è purtroppo esente) che rendono la vita comunitaria sempre più precaria. Ora, la verità – tocca ribadirla – è questa: Israele è una democrazia, non un regime. I cittadini – tutti i cittadini – sono uguali davanti alla legge. Arabi e non arabi. Ebrei, musulmani e cristiani. Questo è un fatto, facilmente osservabile, della vita quotidiana in Eretz Israel. Ma Amnesty, quando si tratta di Israele, non si occupa dei fatti. Piuttosto cerca risposte a tesi che vengono considerate valide in partenza. E, per giustificare i propri voli pindarici, esamina la situazione di arabi palestinesi e “coloni” israeliani nei Territori (ovvero in Giudea e Samaria).
  Siamo chiari: vivere da palestinese nei Territori non è cosa facile. La realtà dei posti di blocco, se giudicata senza alcun riferimento storico, è difficile da digerire. Ma è questo il punto: Gerusalemme non ha occupato quelle regioni (per quanto parte della Terra d’Israele) per “dominare” un’altra popolazione. Lo ha fatto perché minacciato nella sua esistenza dagli Stati arabi vicini: non c’era alternativa. Le condizioni di vita dei palestinesi sono peggiorate nel tempo? Sì, certo. Ma non perché gli israeliani si divertano a mantenere un controllo asfissiante di quelle aree (che, ricordiamo, da trent’anni sono governate dall’Anp), piuttosto per evitare uno stillicidio di attentati che hanno provocato lutti e dolore in migliaia di famiglie. Dunque non è Apartheid, non è questione di colore della pelle. Semplicemente, in una situazione eccezionale, Israele adotta tutti i mezzi legittimi per difendere i propri cittadini.
  Quanto a Israele propria e alla sua legge sullo Stato-nazione, altro esempio negativo citato da Amnesty nel suo vergognoso libello, possiamo soltanto ribadire che tale definizione è assolutamente lecita e, anzi, necessaria, considerato quanto sta accadendo nel mondo. Dire che Israele è uno Stato ebraico è una tautologia. E dopo tutto, Israele è circondata da Repubbliche arabe (Egitto, Siria ecc), per le quali nessuno si è mai sognato di sollevare una critica. Due pesi e due misure?
  La verità, tutto considerato, è questa: Amnesty International, per ragioni che solo i suoi dirigenti possono conoscere, ha deciso di accodarsi alla campagna internazionale di delegittimazione dello Stato ebraico, visto – ancora oggi! – come “un errore” a partire da larghi settori delle stesse Nazioni Unite. Sappiamo come possono finire queste vicende. Dunque, è bene essere consapevoli e determinati: non riusciranno nel loro intento, non importa quali bugie raccontino.

(Bet Magazine Mosaico, 11 febbraio 2022)

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“Soli e Perduti” di Eshkol Nevo

di Michelle Zarfat

Esiste un luogo magico, fiabesco, fatto di coincidenze del destino, di incontri, di scontri. Di amore, erotismo, passione ma anche dolore. Esiste e prende forma tra le pagine del romanzo “Soli e Perduti” di Eshkol Nevo (Neri Pozza). Una penna raffinata, ricca di ironia ma che non rinuncia alla leggerezza e alla poesia. Questa è una storia che comincia geograficamente in America, per poi portare i suoi protagonisti in Israele. Geremia Mendelshtorm, dopo aver perso la sua amata moglie scopre di sentirsi un estraneo nella sua stessa casa. Non ha radici, non sa cosa significhi appartenere a un luogo. Così parte alla volta della Terra Promessa, dove deciderà di finanziare la costruzione di un nuovo 'mikve' (un bagno rituale), intitolandolo alla sua compagna di vita, nella Città dei Giusti in Israele. Seguirà una rocambolesca commedia in cui non mancheranno i colpi di scena e gli equivoci, che fanno sorridere e riflettere. Il mikve si scoprirà essere tutto l’opposto della purezza, perché all’interno delle mura del bagno aleggia una tensione erotica, che impregna i muri, le pareti e l’acqua, influenzando chiunque vi si immerga. Nevo ci regala un romanzo bizzarro, che porta alla luce il significato più profondo dell’amore, senza rinunciare alla meticolosa indagine della vita in Israele. È una storia che si compone di persone, di sentimenti che fanno da sfondo ad una profonda riflessione sul bisogno di appartenenza, sulla felicità e sul fatto che in fondo siamo tutti “soli e perduti”.

(Shalom, 11 febbraio 2022)

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Obbligo vaccinale per gli over 50: 1,5 milioni non hanno cambiato idea

Solo uno su tre degli oltre due milioni di destinatari si è piegato, gli altri resistono. Lo Stato si manifesta in termini autoritari nei confronti dei portatori di dubbi. Paradosso di chi fa prediche in nome della tolleranza. 

di Daniele Capezzone 

È trascorso poco più di un mese dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficia} e (l'8 gennaio scorso) del contestatissimo decreto che, calpestando le libertà individuali e molto probabilmente anche non pochi princìpi costituzionali, ha imposto l'obbligo vaccinale per gli over 50. 
  Giova ricordare che la norma, durissima di per sé, è stata salutata da una campagna mediatica martellante: infatti, con l'eccezione della Verità e di un paio di trasmissioni televisive, l'intera offerta mediatica nazionale - scritta e audiovisiva - ha accompagnato con passo militare l'introduzione del nuovo obbligo, trattando i potenziali renitenti come paria, come reietti, come soggetti da mettere ai margini della convivenza civile. 
  E le sanzioni contenute nella norma provvedono a fare il resto, in termini di minaccia: dal 1° febbraio scorso, è stata prevista una multa di 100 euro, mentre dalla prossima settimana (15 febbraio) non sarà nemmeno consentito ai non vaccinati di guadagnarsi il pane lavorando. In mancanza di supergreen pass (quello che si ottiene tramite vaccino o tramite guarigione), infatti, non si riceverà lo stipendio, e l'eventuale accesso al luogo di lavoro farà scattare un'ulteriore pesantissima sanzione (da 600 a 1500 euro). 
  Quale sia l'opinione di questo giornale sul carattere illiberale, violento e divisivo di queste disposizioni, è cosa già nota ai lettori. Ma ora - per sovrammercato - arriva la certificazione di una beffa, o, se vogliamo vedere le cose da un altro punto di vista, un segnale di coraggio civile da parte di molti che non intendono piegarsi a quella che vivono come una prepotenza. 
  Sono le cifre a parlare chiaro: dall' 8 gennaio a oggi, tra gli over 50, le nuove adesioni alla campagna vaccinale sono state circa 650.000, mentre restano ancora lontani dalla siringa 1,516 milioni di italiani sopra i 50 (circa la metà, e si tratta di 681.000 individui, compresi nella fascia tra i 50 e i 59 anni). E anche all'avvicinarsi della fatidica scadenza del 15, non sembra esserci stata alcuna impennata di inoculazioni: nell'ultima settimana ci sono state solo 167.000 nuove vaccinazioni, appena 5. 000 in più della media settimanale riscontrata dall'8 gennaio in poi. 
  In sostanza, tra i destinatari della norma, solo uno su tre si è piegato, mentre gli altri due resistono. 
  E allora la domanda sorge spontanea. A cosa è servito avvelenare il clima, calpestare le libertà personali, aggirare in modo discutibile la stessa giurisprudenza costituzionale in materia di vaccinazione, creare un'atmosfera irrespirabile, se poi i numeri - adesso - si incaricano di certificare un mezzo flop? 
  Sarà una notizia sorprendente per Roberto Speranza e per chi la pensa come lui: ma esiste un elemento insopprimibile di libertà e di scelta personale, di autonomia e di determinazione individuale, che non può essere schiacciato nemmeno dalla norma più dura, dalla previsione più poliziesca, dalla campagna mediatica più ossessiva. 
  Anzi: quanto più lo Stato si manifesta in termini autoritari, tanto meno appare autorevole a coloro ai quali si rivolge. Per mesi, abbiamo sentito affermazioni (c'è da ritenere: ipocrite) sulla necessita di persuadere, di convincere, di ascoltare, di comprendere le obiezioni e le paure di chi non voleva vaccinarsi. Ma erano pietose bugie: al momento decisivo, è scattato un riflesso dirigista, statalista, volto a imporre anziché a proporre. Ecco, la notizia è che tutto ciò non ha funzionato, è stato respinto al mittente. 
  C'è chi dice no, dunque. C'è un'Italia che - pur aggredita a reti e testate pressoché unificate - sta facendo valere una sua ribellione dignitosa e silenziosa. E si tratta di un silenzio che fa rumore: di una sorta di «voto di sfiducia» verso il governo e i suoi consulenti, verso i virologi e l'informazione del terrore, verso la pretesa di umiliare ed emarginare i portatori di un dissenso. Da Alexis de Tocqueville in poi, avevamo imparato che il cuore della democrazia era ed è evitare di schiacciare il dissenso: e invece, a quanto pare, c'è oggi qualcuno che sembra intollerante perfino rispetto a quote numericamente contenute di persone portatrici di un dubbio. E che questa pulsione a calpestare una minoranza venga da coloro che, in modo appiccicoso, amano fare prediche a favore della tolleranza e di ogni diversità, è un ulteriore tragicomico paradosso. 
  Da ultimo, un altro aspetto che rischiamo di dimenticare. Tutto il mondo sta riaprendo, come la Verità racconta da giorni. E perfino qui in Italia, purtroppo solo a parole, si riconosce l'esigenza di voltare pagina, di cambiare paradigma, anche in presenza dell'oggettivo alleggerimento del problema sanitario determinato dalla variante Omicron. Eppure proprio adesso, tra quattro giorni, stanno per entrare in vigore le norme più draconiane. Che senso ha tutto ciò? 

(La Verità, 11 febbraio 2022)


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Il totalitarismo reciproco della società autototalitaria

Sono uno di quel 1,5 milioni di ultracinquantenni che non si sono vaccinati. In realtà sono un ultraottantenne, ma questo non ha importanza. O meglio sì, perché devo dire che l'appartenenza inaspettata alla classe dei paria, lungi dal deprimermi sta contribuendo a mantenere desta la mia attenzione a quello che succede e il mio desiderio di capire quello che succede. Certo, come pensionato non ho i problemi impellenti di molti, ma questo non può tranquillizzare nessuno, perché un governo che è arrivato a questo punto ha mostrato, anzi forse ha voluto deliberatamente far capire, che potrebbe arrivare da qualsiasi parte. E ben pochi si meraviglierebbero. E di che cosa? Se non l'hanno fatto fino ad ora, perché dovrebbero farlo in seguito? Nel bene e nel male, l'importante è muovere i primi passi. Aggiungo di provare un gran senso di libertà. Ci saranno difficoltà pratiche da affrontare, come sempre ci sono nella vita, ma verranno dal di fuori. Quelle peggiori vengono dal di dentro.
Riporto un brano tratto dal libro "Il potere dei senza potere" di Václav Havel. Si provi a leggerlo pensando che oggi stiamo vivendo sotto un sistema di governo che Havel chiamerebbe "post-totalitario". Il risalto in colore è aggiunto M.C.

È insito nel sistema post-totalitario il coinvolgere ogni uomo nella struttura del potere, non perché vi realizzi la propria identità umana, ma perché rinunci ad essa a vantaggio dell’identità del sistema, cioè perché collabori all’automatismo e diventi un servo della sua autofinalità, perché ne condivida la responsabilità e si trovi coinvolto e invischiato come Faust con Mefistofele. Ma non solo: anche perché legandosi contribuisca alla creazione di una norma comune ed eserciti una pressione sui propri concittadini. E non basta: anche perché si abitui a questo vincolo e ci si identifichi, vedendolo come qualcosa di naturale e di essenziale, e possa così alla fine arrivare – da solo – a considerare un eventuale affrancamento da quel vincolo come un’anormalità, un affronto, un attacco a se stesso, come l’«esclusione dalla società». Trascinando in questo modo tutti nella propria struttura di potere, il sistema post-totalitario ne fa lo strumento del totalitarismo reciproco, della società «autototalitaria».
  Implicati e schiavizzati sono davvero tutti: non solo gli ortolani, ma anche i capi del governo. La diversa posizione nella gerarchia del potere determina soltanto una diversa implicazione: l’ortolano è invischiato poco, ma detiene anche uno scarso potere; il capo del governo, ovviamente, ha un potere maggiore, ma proprio per questo è implicato molto di più. Insomma nessuno dei due è libero, ma ciascuno in modo un po’ diverso. In questo legame, quindi, il partner più appropriato dell’uomo non è l’altro uomo, ma il sistema come struttura finalizzata a se stessa. La posizione nella gerarchia del potere differenzia gli individui per ciò che riguarda responsabilità e colpa; a nessuno, però, dà una responsabilità e una colpa incondizionate e d’altra parte non esonera pienamente nessuno dalla responsabilità e dalla colpa.
  Il conflitto fra intenzioni della vita e intenzioni del sistema non si traduce quindi in un conflitto fra due comunità socialmente distinte l’una dall’altra, e unicamente uno sguardo superficiale può far dividere – solo approssimativamente del resto – la società tra dominatori e dominati. È qui che sta, d’altronde, una delle differenze più importanti fra il sistema post-totalitario e la dittatura classica, nella quale si possono ancora localizzare socialmente le linee di questo conflitto.
  Nel sistema post-totalitario questa linea attraversa de facto ogni uomo, perché ognuno a suo modo ne è vittima e supporto. Quello che noi intendiamo per sistema non è allora un ordinamento che alcuni imporrebbero ad altri, ma è qualcosa che penetra tutta la società e che tutta la società contribuisce a creare, qualcosa che sembra inafferrabile perché ha l’aspetto di semplice principio, ma che è in realtà «afferrato» da tutta la società come aspetto fondante della sua vita.
  Il fatto che l’uomo si sia creato e continui, giorno per giorno, a crearsi un sistema finalizzato a se stesso, attraverso il quale si priva da sé della propria identità, non è una incomprensibile stravaganza della storia, una sua aberrazione irrazionale o l’esito di una diabolica volontà superiore che per oscuri motivi ha deciso di torturare in questo modo una parte dell’umanità. Questo è potuto e può succedere solo perché evidentemente ci sono nell’uomo moderno determinate inclinazioni a creare o per lo meno a sopportare un tale sistema; c’è evidentemente in lui qualcosa a cui questo sistema si collega, che riflette questo sistema e in cui trova una corrispondenza; qualcosa che in lui paralizza ogni tentativo di ribellione da parte del suo io migliore. L’uomo è costretto a vivere nella menzogna, ma può esservi costretto proprio perché è capace di vivere in questo modo. Quindi non solo il sistema aliena l’uomo, ma contemporaneamente l’uomo alienato appoggia questo sistema come suo progetto involontario. Come l’immagine depravata della propria depravazione. Come il documento del proprio fallimento.
  In ogni uomo ovviamente la vita è presente nelle sue inclinazioni naturali: c’è in ognuno un pizzico di desiderio di una propria dignità, di un’integrità morale, di una libera esperienza dell’essere, della trascendenza del «mondo dell’esistenza»; al tempo stesso però ognuno è più o meno capace di rassegnarsi alla «vita nella menzogna», ognuno in qualche modo cade nella perpetrazione e finalizzazione profana, c’è in ognuno un pizzico di compiacimento nel confondersi tra la massa anonima e nell’adagiarsi comodamente nell’alveo di una pseudo-vita.

(Notizie su Israele, 11 febbraio 2022

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Il falegname-custode del cimitero ebraico. Per gli israeliani il «buon samaritano» 

Nel camposanto di Ostiano: ha salvato 41 tombe 

di Francesca Morandi

OSTIANO (Cremona) -  Il Times of Israel gli ha dedicato un servizio ribattezzandolo «il buon samaritano». Lui dice: «Non me lo aspettavo». Lui è Giuseppe Minera, falegname in pensione, 61 anni e da 35 custode del cimitero ebraico di Ostiano, tremila abitanti, unico paese, insieme a Volongo, della provincia di Cremona, benché sia al di là dell'Oglio, in terra bresciana. Appassionato di ebraismo «da sempre», nel 1987 Minera ha preso in mano il camposanto ebraico, di proprietà della comunità di Mantova. Qui riposano i Pinzi e i Frizzi, i Poggibonzi e i Namias. Quando vi entrò, era coperto dai rovi. Minera ha eliminato le erbacce, piantato i lillà, l'ibisco e le giunchiglie. Acqua, straccio e olio di gomito, ha lucidato le lapidi annerite: 41 in tutto quelle che si sono salvate. «Nel caos, il proprietario della cascina confinante ne ha ritrovata qualcuna sotto il pavimento, durante la ristrutturazione». Alcune sono andate perse, altre rischiavano di spezzarsi come quella di «Teresita Battaglini nata a Padova il 28 marzo 188o, morta a Cremona 2 luglio 1935». Era tutta piegata. Minera ha chiamato i muratori: «Hanno scavato intorno e l'hanno raddrizzata». 
  Il suo lavoro di recupero o, meglio, capolavoro in questo lenzuolo di terra, sta per concludersi: «Stiamo completando il rifacimento della cinta muraria seguiti dalla Soprintendenza delle Belle Arti», racconta. Un restauro finanziato dai privati. Ma, si sa, i prezzi lievitano e se un giorno dall'America non si fosse fatta viva una signora, i cui antenati sono ebrei di origine lituana, i soldi non sarebbero bastati. Della mecenate che vive negli Usa, e che con la sua donazione di 10 mila euro ha coperto il costo di quasi tutto il restauro, «non posso dire il nome - prosegue Minera-. E' una conoscente di un mio amico che ha i familiari sepolti qui». L'amico un giorno le ha mandato un filmato. «La signora ha risposto: "Posso contribuire?". Da qui, la donazione». 
  Gira tra le lapidi, Minera. Di ogni ebreo sepolto ne conosce la storia. «Emilia Treves era di Milano, sua madre Clotilde Namias di Ostiano. Quando i genitori di Emilia morirono, lei tornò a vivere in paese. Sposa di Ferruccio Fattori, impiegato comunale, faceva da segretaria allo zio notaio, Guglielmo Namias. Emilia è morta di morte naturale, ma dal 1938-39 al 1943 è stata vittima delle leggi razziali. Ne ha sofferto». 
  Un giorno Minera ha trovato un signore che girava nel piccolo cimitero. Cercava la lapide di Giuseppina Poggibonzi, piccola possidente. «Quel signore mi disse: "Mia mamma andava a giocare a carte da lei con altre signore. E noi bambini giocavamo insieme, lei ci faceva i biscotti"». Il «buon samaritano» si sofferma sulla tomba di Angelo Pinzi Moisé. «E stato sindaco di Ostiano dal 1864 al 1865, primo sindaco ebreo in Italia. Ma Ostiano ha avuto due sindaci ebrei ed anche un senatore, Lazzaro Frizzi». E i Pinzi? «Il romanzo di Bassani "Il giardino dei Pinzi Contini" si rifà ad una storia vera. Una Pinzi era ebrea di Ostiano. Me lo ha detto l'amico Cesare Pinzi che abita a Faenza e ha go anni suonati. Conosceva i discendenti».

(Corriere della Sera - Milano, 11 febbraio 2022)

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In fuga dalla guerra: Abu Dhabi salva gli ebrei yemeniti

La famiglia di Yousef Khamdi è stata accolta negli Emirati Arabi Uniti grazie all'intervento del principe ereditario Mohammed bin Zayed

di Benedetta Paravia

ABU DHABI - È il 27 luglio 2020 quando Yousef Khamdi, ebreo sefardita yemenita, all'alba di un nuovo giorno di guerra, capisce che il momento della liberazione dalle sofferenze è arrivato. In tutta fretta sveglia la moglie, veste i figli e lascia la sua casa in Yemen per volare verso Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti. Il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan, intercettando la richiesta d'aiuto che da anni Yousef tentava di inoltrare a Israele, ha messo a disposizione un volo per i 22 membri della famiglia ebraica-yemenita che viene così accolta negli Emirati, ospite del governo.
  "Qui negli Emirati ho una casa e il vitto per tutta la famiglia; i miei figli vanno a scuola in serenità e possono seguire la religione ebraica senza essere giudicati", ci racconta Yousef, che andiamo a visitare accompagnati dal presidente della Comunità ebraica negli Emirati, Solly Wolf, primo ebreo a stabilirsi a Dubai 20 anni fa. Se si pensa che gli Accordi di Abramo sono stati firmati il mese successivo all'arrivo della famiglia Khamdi nella capitale emiratense, si comprende il valore della vicenda.
  Quel 15 settembre 2020, a Washington, con Donald Trump a fare da anfitrione alla Casa Bianca, l'allora premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri degli Emirati, Abdullah bin Zayed al Nahyan, sancivano la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi con la sigla di uno storico patto. L'inizio di una nuova fase i cui frutti si vedono ogni giorno ad Abu Dhabi anche nei rapporti sempre più intensi con la comunità ebraica. Nello Yemen, al contrario, ad oggi sono 6 in tutto gli ebrei rimasti: sono anziani e vivono in povertà.
  "Sono stato arrestato, torturato e segnato su tutto il corpo", dice Yousef. "Privato di acqua e cibo ho perso i sensi e sono stato incosciente per quasi un mese. A casa con i miei figli vivevamo il terrore delle bombe. Un giorno una è caduta a pochi metri da casa nostra, siamo vivi per miracolo". Yousef è davvero fortunato, sono infatti centinaia di migliaia i morti nel conflitto in Yemen, che dal 2015 ha prodotto 4 milioni di sfollati e nel quale duemila bambini soldato sono morti combattendo.
  Nonostante la famiglia Khamdi si sia lasciata alle spalle l'orrore, un mese fa lo spettro della guerra si è ripresentato minaccioso quando i ribelli Houthi dello Yemen hanno colpito con droni Abu Dhabi, causando tre vittime. Dopo pochi giorni altri missili sono stati puntati sulla capitale degli Emirati Arabi, causando l'immediata reazione della coalizione araba.
  "Mio fratello - prosegue il racconto di Yousef - parlò della nostra situazione con il rabbino capo a Mosca Berel Lazar, egli a sua volta chiese aiuto all'imprenditore emiratense Mohammed al Abbar che si rivolse subito a Mohammed bin Zayed. Per me la gratitudine è un valore e non dimenticherò mai nelle mie preghiere le persone coinvolte nella salvezza della mia famiglia. In questo Paese c'è umanità e rispetto del prossimo e la società emiratense è davvero tollerante: anche i nostri vicini sono molto amichevoli, abbiamo subito legato".
  La villetta di Yousef ad Abu Dhabi è lontana dalla sinagoga e la famiglia non può guidare il sabato, è dunque difficile recarsi in preghiera nel giorno sacro agli ebrei.
  "Mi mancano la Torah e alcuni libri di preghiera yemeniti, per il resto abbiamo davvero tutto, anche il vino kosher per lo Shabbat. Il nostro unico dispiacere è non poter avere una Torah in casa con noi per dedicarci alla preghiera del sabato", si rammarica Yousef. "Vorrei che i miei figli imparassero tante cose, non soltanto la Bibbia e il resto dei libri religiosi, ma la tecnologia e una professione che garantisca loro indipendenza economica".
  I suoi figli, educatissimi, bisbigliano tra loro e sorridono mentre ascoltano il padre. Per Efrahim, il maggiore dei quattro, la gioia più grande è andare a scuola senza il rumore delle bombe e giocare con i suoi amici, già legge perfettamente la Torah e il Talmud. Per Liam, la secondogenita, la felicità è incontrarsi ogni giorno a scuola con la sua migliore amica: Eline, palestinese. Per Liam, il terzo, la gioia è il parco a tema Ferrari World. La piccola Adina ama invece la sua bicicletta dalla quale cerca di non separarsi mai. Sono felicissimi di essere tornati a scuola a gennaio, dopo mesi di studio a casa. Per i bambini in Yemen, invece, tutto è molto diverso.

(la Repubblica, 10 febbraio 2022)

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Da vaccinata mi rifiuto di discriminare

di Federica Agostini

Sono vaccinata ma non mi considero sì vax, però a essere pignola sono anche un po' no vax visto che non ho ancora fatto le terza e sono passati ben 129 giorni dalla seconda. Non mi interessa sapere che tipo di trattamento sanitario le persone che conosco hanno o non hanno scelto. Le persone mi piacciono o mi stanno antipatiche a prescindere dal vaccino. Non essendo né pro né contro e non volendo in nessun modo alimentare questo gioco perverso di odio, discriminazione e disubbidienza, mi ritrovo in una specie di auto lockdown . Non mi piace l'idea che la mia libertà sia legata a un Qr code, strumento discriminatorio, ed evito tulle le attività in cui viene richiesto. Evito di incontrare parenti e amici perché non ci sono più argomenti di conversazione, tutto gira intorno a questa pandemia. Il mio problema non è il vaccino ma la mancanza di vera normalità. Stiamo perdendo la nostra umanità.

Gli invisibili

(La Verità, 10 febbraio 2022)

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Più di 100 denunce presentate contro il presidente del consiglio Mario Draghi

L'iniziativa, a carattere nazionale, ha visto il suo culmine ieri, in alto Canavese, davanti alla caserma dei militari dell'Arma ma sono diversi giorni che le stazioni dei carabinieri ricevono analoghe denunce.

CUORGNE' - Sono circa 130 le denunce depositate ieri, venerdì 5 febbraio 2022, ai carabinieri di Cuorgnè contro il presidente del consiglio Mario Draghi e i suoi ministri, accusati dai no vax e no pass, di violenza privata. L'iniziativa, a carattere nazionale, ha visto il suo culmine ieri, in alto Canavese, davanti alla caserma dei militari dell'Arma ma sono diversi giorni che le stazioni dei carabinieri ricevono analoghe denunce.
  Ieri l'appuntamento davanti alla caserma di Cuorgnè (nel video) è stato organizzato attraverso i social anche per volontà del sindaco di Colleretto Castelnuovo, Aldo Querio Gianetto, che ha consegnato ai carabinieri un centinaio di esposti raccolti con delega nei giorni scorsi in tutta la zona.
  «Ringrazio il comandante dei carabinieri di Cuorgnè per la professionalità e la serietà nel redigere il verbale - ha poi detto all'uscita dalla caserma il primo cittadino - il numero di denunce depositate è un risultato eccezionale per il nostro territorio. Grazie a chi ha testimoniato il suo impegno, tutt'altro che scontato in questo periodo di ipnosi collettiva».

(QC Quotidiano canavese, 5 febbraio 2022)

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Ora anche Israele parla di Pegasus, che blocca il processo a Bibi

di Beatrice Guarrera

GERUSALEMME - La ministra dell'Interno israeliana Ayelet Shaked lo ha definito "un terremoto, con azioni che si addicono ai regimi oppressivi del secolo scorso". Lunedì scorso un rapporto pubblicato dal quotidiano economico Calcalist ha infatti rivelato che il software di spionaggio Pegasus, creato dall'azienda israeliana Nso, avrebbe tracciato i telefoni di influenti personaggi israeliani, tra cui sindaci, dirigenti d'azienda, funzionari ministeriali, stretti collaboratori dell'ex primo ministro Benjamin Netanyahu, di suo figlio Avner Netanyahu, nonché di testimoni chiave in uno dei processi in cui Netanyahu deve rispondere come imputato.
  Lo spyware di Nso era stato al centro dell'attenzione internazionale dal luglio scorso, quando il "progetto Pegasus" aveva vinto il premio di giornalismo investigativo "Daphne Caruana Galizia", istituito dall'Unione europea. Un gruppo composto da più di 80 giornalisti e 17 organizzazioni aveva rivelato che più di 50.000 numeri di telefono di attivisti, oppositori politici o giornalisti da tutto il mondo erano stati presi di mira da governi che facevano uso dello spyware Pegasus, venduto dalla società israeliana Nso Group. La società aveva respinto le accuse, dichiarando che si trattava di "ipotesi sbagliate e teorie non corroborate" e che Pegasus era destinato solo all'intelligence governativa e alle forze dell'ordine per combattere il terrorismo e il crimine.
  Nonostante lo scandalo, l'attenzione dei media israeliani sulla vicenda Pegasus si è accesa soltanto due settimane fa, quando il quotidiano Calcalist ha fatto emergere l'uso di Pegasus da parte della polizia contro privati cittadini israeliani: dai leader delle "proteste Balfour" del 2020- 2021 contro l'allora primo ministro Benjamin Netanyahu, a quelli delle proteste per maggiori diritti per gli ebrei etiopi. Anche se è probabile che l'intelligence israeliana utilizzasse già questo software di spionaggio per sorvegliare palestinesi con cittadinanza israeliana o attivisti nei territori palestinesi, l'allarme privacy in Israele è scattato, infatti, quando il quotidiano Calcalist ha rivelato che in Israele "nessuno era immune" dalla sorveglianza. Anche il telefono di Shlomo Filber, uno dei testimoni contro Netanyahu nel suo processo per corruzione, era stato violato dalla polizia e proprio lunedì scorso, Filber sarebbe dovuto comparire a testimoniare nel tribunale distrettuale di Gerusalemme. A seguito di una richiesta degli avvocati, che rappresentano Benjamin Netanyahu e gli altri imputati, i giudici hanno accettato di sospendere l'udienza di lunedì, per indagare su una ipotetica sorveglianza illegale dei testimoni al processo.
  Il quotidiano israeliano Haaretz sostiene che Netanyahu notoriamente non abbia mai posseduto un suo cellulare personale, ma a preoccupare è la possibile violazione dei telefoni dei suoi più stretti collaboratori e di suo figlio. Il software può infatti trasformare qualsiasi smartphone infetto in un microfono o una fotocamera e può dare accesso a tutti i dati e le localizzazioni del dispositivo. Rispetto ad altri software che hackerano i telefoni cellulari, entra in funzione senza la necessità che il proprietario del dispositivo svolga alcuna azione, come ad esempio cliccare su un link. Così, un messaggio o una foto ricevuta oppure la connessione con una rete wi fi sconosciuta possono mettere in collegamento il cellulare della persona da sorvegliare con un server esterno, con il quale Nso può comunicare.
  Mentre oggi gli avvocati di Netanyahu si scagliano contro il sistema di sorveglianza illegale, diversi media israeliani hanno ricordato come fu proprio Netanyahu, quando era ancora primo ministro, a utilizzare Pegasus come strumento di diplomazia, da offrire ai leader stranieri.
  Lunedì mattina il ministro della Pubblica sicurezza Omer Bar-Lev ha annunciato la formazione di una commissione d'inchiesta sull'uso di Pegasus da parte della polizia. Sembra che l'uso di questo sistema di sorveglianza dei cellulari potrà essere utilizzato solo "in casi particolari" non ancora specificati. Probabilmente a essere indagato sarà l'uso di Pegasus da parte della polizia contro i propri cittadini, ma non quello dell'intelligence contro i nemici esterni o interni.

Il Foglio, 10 febbraio 2022)


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I giornali israeliani accusano le intercettazioni abusive della polizia

di Ugo Volli

Uno scandalo scuote da qualche giorno il mondo politico e le istituzioni di sicurezza di Israele. Si tratta del sospetto di un uso molto vasto e illegale da parte della polizia di strumenti informatici non solo per intercettare senza le necessarie autorizzazioni conversazioni da cellulari di indagati, possibili testimoni e cittadini comuni, ma anche per raggiungere anche tutti i documenti che vi sono contenuti o sono accessibili da esso: foto, testi, filmati, messaggi. In sostanza tutta la vita privata economica e sociale di molte persone, anche solo vagamente sospette e non formalmente indagate, sarebbe stata carpita e immagazzinata nei server della polizia e dei pubblici ministeri. L’uso da parte di veri governi contro oppositori e giornalisti di un software commerciale israeliano, chiamato Pegasus, capace di compiere questa invasione, era stato denunciato negli scorsi mesi dalla stampa internazionale.
  La versione israeliana è probabilmente ancora più perfezionata, perché dev’essere quella elaborata per spiare i terroristi e i nemici militari, che ha dato buona prova di sé, per esempio contribuendo alla difesa di Israele rispetto all’Iran. Ma in questo caso l’uso sembra stato del tutto slegato a questioni di sicurezza. Finora, 26 persone sono state identificate come vittime dell'hacking, inclusi i direttori generali di diversi ministeri, il figlio dell'ex primo ministro Benjamin Netanyahu, Avner; testimoni chiave nel caso di corruzione contro Netanyahu; leader sindacali e diversi sindaci: Miriam Feirberg ( Netanya), Yoram Shimon (Mevaseret Zion), Yaakov Peretz (Kiryat Ata) e Motti Sasson (Holon). Questo è almeno è quel che ha denunciato il quotidiano economico Calcolist; ma altre fonti hanno aggiunto diverse altre categorie di persone: giornalisti, dirigenti d’azienda, membri della comunità ebraica provenienti dall’Etiopia, giovani sionisti religiosi. Il caso per cui è emerso lo scandalo è quello di un testimone chiave del processo Netanyahu, Shlomo Filber, dirigente del Ministero delle Comunicazioni. La cosa è resa più grave dal fatto che un paio di mesi fa un altro testimone dell’accusa, Nir Hafetz, ha dichiarato durante la sua testimonianza in tribunale di essere stato minacciato che i suoi segreti le sue relazioni irregolari sarebbero stati rivelati in pubblico, se non avesse accusato Netanyahu.
  La legge israeliana prevede che le intercettazioni debbano essere autorizzate caso per caso dal giudice competente e questo sembra che non sia accaduto, almeno in alcuni casi. Sembra anche che la polizia abbia reso false dichiarazioni ai giudici competenti con la copertura della pubblica accusa. Sarebbe un inganno gravissimo, che scuoterebbe la fiducia in un corpo fondamentale per la sicurezza di Israele. Il capo della Polizia israeliana recentemente nominato, Kobi Shabtai, ha però negato che l’inchiesta interna che ha ordinato abbia trovato prove di irregolarità sistematiche. Anche il primo ministro Bennett ha ordinato un’inchiesta, sostenendo però che le intercettazioni devono essere mantenute contro la criminalità organizzata; e altrettanto ha fatto il nuovo procuratore generale, la prima donna nel ruolo, Gali Baharav Miara, che usando per la prima volta i suoi grandi poteri ha incaricato il Mossad e lo Shin Bet di ispezionare i centri informatici della polizia per cercare prove di intromissioni informatiche irregolari. Intanto il tribunale che deve giudicare Netanyahu ha rinviato le udienze in cui doveva testimoniare Filber fino a che la pubblica accusa non risponderà alle contestazioni della difesa di Netanyahu.
  Insomma, molto probabilmente vi sono stati degli abusi gravi, l’applicazione alle indagini della polizia di mezzi riservati alla difesa nazionale e ai servizi. Ma anche in questa crisi la democrazia israeliana ha dimostrato di saper affrontare i problemi che si presentano e di avere la volontà e i mezzi per risolverli.

(Shalom, 10 febbraio 2022)

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L’israeliano Levinsky entra nel Cda del Parma

Arriva da Israele il nuovo membro del consiglio di amministrazione del Parma Calcio 1913 srl.

di Antonio Boellis

Come risulta dall’ultima visura camerale visionata da Sportparma.com, dal 10 dicembre 2021 Itay Haim Levinsky (39 anni) è entrato a far parte del Cda del Parma, oltre che nel Cda del Gruppo Gentile, l’altra società italiana di proprietà del gruppo Krause.
Levinsky prende il posto di Tanner Krause, il figlio del presidente crociato, uscito dal Cda del Parma Calcio 1913, dove invece resta il fratello Oliver.
Il Parma non ha ancora comunicato ufficialmente l’arrivo di Levinsky e l’organigramma societario presente sul sito ufficiale del club non è stato ancora aggiornato, ma il nuovo dirigente è già operativo.
Nel curriculum di Levinsky c’è la Federazione Calcistica Israeliana e, soprattutto, la JP Morgan, la seconda banca più preziosa al mondo in termini di capitalizzazione di mercato e la sesta più grande banca del mondo per patrimonio complessivo.

(SportParma, 9 febbraio 2022)

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Israele: capo polizia nega accuse su uso Pegasus

TEL AVIV - Il capo della Polizia israeliana Kobi Shabtai ha continuato a negare le accuse che ufficiali del corpo abbiano usato lo spyware Pegasus per hackerare i cellulari di personaggi pubblici e privati cittadini del Paese, secondo quanto rivelato dal quotidiano 'Calcalist'. Shabtai - che ha accorciato la sua visita ufficiale a Dubai negli Emirati - ha ribadito di aver ordinato una inchiesta interna sulle denunce del quotidiano e che finora non sono state trovate "prove di infrazione della legge". Shabtai ha anche scritto una lettera alle forze di polizia nella quale ribadisce "totale fiducia" nella loro "integrità" e che darà piena collaborazione per le indagini.

(ANSAmed, 9 febbraio 2022)

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L'Italia non sa più cosa sia la libertà 

Non sono disposto a vivere in un Paese che impone pratiche sanitarie arbitrarie. E che ha sempre messo a tacere le sue migliori menti. Incentivando codardia e opportunismo.

di Ermanno Bencivenga

Mi è capitato talvolta di pensare, in passato, a quel che avrei provato se fossi stato un tedesco 
  vissuto nella Germania nazista. Mi sarei sentito responsabile, in parte, delle atrocità commesse da quel regime? La situazione in cui mi trovo da un paio d'anni, con un regime che in Italia commette analoghe atrocità, mi ha permesso utili riflessioni in proposito e ha illuminato il mio stato d'animo. Rimanendo inteso che non posso avere nessuna responsabilità dei crimini compiuti dai brutti ceffi del governo e dai loro complici e fiancheggiatori nei media e nella popolazione, perché li ho osteggiati, per quanto era nelle mie forze, dal primo momento, quel che mi è risultato progressivamente più chiaro è se io ne sia responsabile in quanto italiano. Se, anzi, sia legittimo applicarmi tale etichetta. La risposta a entrambe le domande è negativa. 
  Vediamo un po'. L'italiano è una lingua che parlo e in cui scrivo, e che faccio del mio meglio per ridurre alla ragione: povera di lessico, ingessata da parole troppo lunghe e risonanti, gravata da una sintassi bizantina ma non elegante, infinitamente meno espressiva di un suo qualsiasi dialetto, sembra fatta apposta per gli infami decreti legge emessi a raffica in questo periodo o per la satira mordace di Totò. E i tentativi di rinverdire il mausoleo non hanno saputo produrre che lo sguaiato, sgrammaticato, ridicolo pidgin english di dirigenti aziendali, giornalisti e accademici. 
  Sono nato in una città italiana, alla quale mi legano piacevoli ricordi. Ma ricordi simili, e anche più cospicui e duraturi, mi legano a una dozzina di altre città sparse per il mondo. In Italia sono vissute e morte alcune persone a me care. Ma altre persone a me care sono vissute e morte altrove, e in ogni caso dove siano morte (perlopiù in ospedale) non ha per me nessuna importanza. Come diceva mia madre, una delle più care, lì non c'è più nulla. La loro presenza la porto dentro di me, dovunque io sia. 
  Ho (anche) un passaporto italiano, che mi consentirebbe di entrare e abitare nel Belpaese. Ma oggi il Belpaese richiede, come condizione per entrarvi e abitarvi, che io mi sottoponga a sconce pratiche cosiddette sanitarie sul mio corpo. Quindi a chi ha imposto queste pratiche io osservo di non essere residente in Italia e, citando e adattando dal brillante finale del Canto XXI dell'Inferno dantesco, del cul faccio trombetta. 
  Veniamo ad aspetti che, per chi svolga il mio mestiere, dovrebbero contare di più. L'Italia è portatrice di una tradizione filosofica e letteraria (filosofica in quanto letteraria, letteraria in quanto filosofica) di straordinario valore, alla quale ho dedicato anni di studio e di ricerca e per la quale ho enorme ammirazione, Certo, ma che cosa hanno fatto i vari potentati succedutisi via via in Italia con gli illustri rappresentanti di quella tradizione? 
  Dante visse e lavorò in esilio. Machiavelli fu torturato e a sua volta esiliato. Savonarola e Giordano Bruno furono arsi al rogo, Tommaso Campanella trascorse ventisette anni in un fetido carcere, privo d'aria e di luce e nutrito di rifiuti. Galileo Galilei fu processato e condannato e terminò la sua esistenza agli arresti domiciliari, per essere poi riabilitato, in una mossa che sapeva di sberleffo, solo nel 1992. Giambattista Vico sbarcò il lunario, insieme con la sua numerosa famiglia, con il misero salario di una cattedra di eloquenza e, quando partecipò a un concorso per la più prestigiosa (e meglio pagata) cattedra di diritto, fu sonoramente trombato. Giacomo Leopardi odiò tutti i luoghi italiani in cui soggiornò, che fossero borghi selvaggi o grandi città. Per venire a tempi più recenti, Primo Levi sopravvisse ad Auschwitz ma Antonio Gramsci non sopravvisse alla prigione fascista. E, dall'altra parte, Giovanni Gentile era un fascista amico personale di Benito Mussolini ma, nella nazione democratica che dal fascismo doveva sortire, non meritava un processo? Che cosa resta allora, della splendida tradizione che ho menzionato, cui l'Italia abbia saputo dare, al momento opportuno, il giusto riconoscimento? Giulio Giorello e Massimo Cacciari? Ma fatemi il piacere! E, anche quando il momento opportuno è ampiamente passato, cercate un'edizione critica di Bruno e Campanella, o di Croce, che dia sostanza alle mille strade, piazze e scuole loro intitolate, alla vana piaggeria di ricorrenze e centenari, e avrete un senso del mancato rispetto che continua a circondarli. A tutti gli effetti, questa tradizione è costituita da stranieri in patria. 
  Stiamo arrivando al fondo della botte. Al fatto che io, in articoli come quello che state leggendo, mi rivolgo in italiano a un pubblico italiano con cui ho (spero) comunità di intenti. Verissimo, ma ciò vuol dire soltanto che, come sempre ho fatto nella mia vita, uso gli spazi di libertà che mi vengono offerti dal fato per portare avanti il mio discorso. In Italia, gli spazi sono molto limitati: questo giornale, Byoblu, poco d'altro. Gli spazi accessibili in altri Paesi e in altre lingue pure li uso, se e quando posso, e sono sempre più incline ad allargare la visuale, al Messico e all'India diciamo, che mi risultano molto più aperti e simpatici, nel contesto attuale, di Italia o Stati Uniti. 
  Qui si conclude la mia riflessione, avendomi convinto che è un tic del pensiero, una manifestazione di semplice pigrizia mentale, considerarmi italiano. In Italia ho molti amici, come ne ho altrove, e ritengo che l'Italia non li meriti. Perché la grande maggioranza di quanti si considerano italiani è una manica di codardi, di attendisti, di opportunisti e profittatori, con cui non ho nulla da spartire e nulla da spartire hanno neppure i miei amici. Il che, chiudendo un circolo autobiografico, conferma la mia fedeltà al genio dei miei 20 anni: «Imagine there's no countries, it isn't hard to do, nothing to kill or die for, and no religion too».

(La Verità, 9 febbraio 2022)

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“Possono toglierti tutto, ma non la dignità: ecco la lezione di mio padre”

Intervista a Paolo Del Debbio

di Ariela Piattelli

C’è una lezione che gli viene dalla storia, soprattutto da quella di suo padre. La racconta Paolo Del Debbio, giornalista e conduttore televisivo, nel suo libro “Le 10 cose che ho imparato nella vita” (Piemme). Un autoritratto che ripercorre vicende famigliari, personali e professionali, con alcuni capitoli dedicati al padre, Velio, che fu fatto prigioniero dai nazisti dopo l’8 settembre del ’43 e che fu deportato in un campo di concentramento in Germania. In quel campo passarono anche molti ebrei, prima di essere assassinati. Del Debbio non aveva mai parlato di questa vicenda prima di scriverla nelle pagine del suo libro. Shalom lo ha intervistato.

- Del Debbio, qual è la lezione più importante che le hanno insegnato i suoi genitori?
  Certamente è quella che potrei definire con uno slogan, come del resto ho fatto nel libro “La felicità con poco”. Erano due persone, il mio babbo e la mia mamma, che avevano passato la guerra, la fame, il disorientamento e tanta tanta paura. Non sempre, ma per loro sì, la vita che potevano godersi gustando la libertà, avendo il necessario per mettere insieme il pranzo con la cena e un tetto sotto il quale vivere senza la continua paura dei bombardamenti, sembrava loro qualcosa che non avendo avuto nulla per molti anni, in realtà, era moltissimo. E comunque sufficiente per essere felici. Questi sono insegnamenti che non ti vengono trasmessi principalmente con le parole ma che fai tuoi per un processo quasi di osmosi e naturalmente si trasferiscono nel tuo cuore e nella tua mente. Notare bene: non si tratta di accontentarsi del poco, ma di essere felici con poco, che è cosa radicalmente diversa.

- Suo padre fu internato in un campo di concentramento, in cui incontrò gli ebrei di passaggio prima che fossero assassinati. Suo padre, ci racconta lei nel libro, si prodigò per riconsegnare a queste persone, seppur per brevi attimi prima della morte, quell’umanità di cui erano stati privati. Può raccontarci come?
  Gli ebrei che arrivavano nel campo di concentramento di Luckenwalde, in realtà, nel loro caso si trattava solo di un campo di smistamento perché li attendevano i campi di sterminio: camere a gas e forni crematori. Gli aguzzini nazisti con gli ebrei erano, semmai possibile, ancora più violenti brutali e inumani. Appena arrivavano gli venivano tolti gli occhiali – tradizionalmente rotondi – che portavano e le lenti venivano schiacciate sotto gli scarponi di coloro che erano i guardiani della ferocia nazista. Per loro si aggiungeva tragedia a tragedia in quanto, da quel momento, per molti di loro terminava la possibilità di leggere in generale, ma in particolare i testi sacri, ed anche di compiere azioni quotidiane come quella di farsi la barba. Il mio babbo, insieme al suo compagno di prigionia Alfio Bonturi, non sopportava questo ulteriore oltraggio che impediva loro financo la cura del proprio corpo, per questo decisero che ogni mattina, per quanto potevano – e alzandosi un po’ prima del previsto – avrebbero fatto la barba agli ebrei che non avevano più gli occhiali. Per loro era semplicemente un dovere, lo sentivano così. Era un modo di ridare un pezzettino di dignità a quelle persone alle quali era stata calpestata. Per questo Velio e Alfio vennero ripetutamente bastonati e picchiati in modo brutale e per punire i loro gesti di umanità furono più volte, d’inverno, pioggia o neve, un freddo indescrivibile, lasciati in piedi, per tutta la notte, coperti solo dalla divisa a righe, a scontare la pena di essere stati umani.  

- Come le descriveva questi incontri e queste scintille di umanità nell’inferno?
  Me li descriveva come boccate d’aria, come raggi di sole che fendevano la nebbia della disumanità. Infatti, la ferocia nazista non riuscì, in molti casi, a spegnere quella fiammella di umanità e dignità che, secondo le parole del mio babbo, era Dio stesso ad averla posta in noi. Momenti di solidarietà tra deportati erano tracce di umanità e quindi portatrici di quel calore che l’umanità emana da sé stessa anche senza l’ausilio delle parole. L’umanità, infatti, è una specie di aura che circonda la persona umana e che in modo misterioso avvolge la persona o le persone che ti circondano. Non è importante come ciò avvenga, ma la testimonianza di mio babbo Velio ha radicato in me la convinzione che ciò avviene.

- Qual è la memoria che le trasferì suo padre su questa vicenda e che la colpì di più?
  Che ti possono togliere tutto ma non la dignità che Dio ha posto nel tuo cuore e, quindi, che si deve affrontare la vita con questa coscienza e tenendo conto che questo è l’orizzonte entro il quale collocarla. Devo dire, con tutta onestà, che non so se nella mia vita sono riuscito a vivere secondo questo insegnamento e soprattutto a quell’altezza di Velio e Alfio. Però ne ho fatto tesoro e almeno ci ho provato e continuo a provarci. Dei risultati non posso io stesso erigermi a giudice.

- Lei scrive che anche dagli ebrei di cui ha raccolto la memoria da suo padre, ha imparato molto. Cosa?
  Nella mia famiglia, per merito esplicito di mio padre, c’è stato sempre un grande rispetto per gli ebrei. Il mio babbo diceva tre cose a proposito degli ebrei che per lui li caratterizzavano: una profonda pietà religiosa, una grande compostezza, una grande dignità. Allora appresi tutto questo e poi, negli anni, studiando l’antico testamento della storia di Israele e poi dell’antisemitismo, ho capito che mio padre aveva colto nel segno e per me, come ebbe a dire Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma, “Gli ebrei sono i nostri fratelli maggiori”.

- Oggi assistiamo a nuove derive di antisemitismo e di negazionismo. Lei come crede si possano combattere? Qual è l’antidoto a questi mali della società?
  L’antidoto a questi mali è la lotta contro l’ignoranza. Quello che l’uomo ha fatto una volta può farlo una seconda. Questa convinzione non è frutto di un pessimismo antropologico, ma è frutto di un realismo storico-esistenziale perché, come diceva Pascal, sull’angelo che è in noi può prevalere il diavolo che, parimenti, alberga in noi, come fu per la Shoah. Da poco si è celebrato il Giorno della Memoria. Questo bisogna fare: parlarne, parlarne, parlarne perché tutt’oggi c’è chi pensa convintamente che al popolo ebraico vada negata la possibilità di esistere e di comparire sulle carte geografiche. Per questo frutto di ignoranza mista a disumanità non c’è altra arma che la diffusione della conoscenza che può avere un influsso diretto e forte sulla coscienza. Conoscenza e coscienza vanno di pari passo e non si ha l’una senza l’altra.

(Shalom, 9 febbraio 2022)

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Ingegneri israeliani sviluppano impianti per aiutare le persone paralizzate a camminare di nuovo

Le persone con paralisi a lungo termine potrebbero riacquistare la capacità di camminare dopo che gli scienziati israeliani hanno progettato con successo il primo tessuto 3D del midollo spinale umano. I risultati sono stati pubblicati in un innovativo studio pubblicato lunedì mattina sulla rivista Advanced Science. Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Sagol Center for Regenerative Biotechnology dell’Università di Tel Aviv, guidato dal Prof. Tal Dvir. È stato coadiuvato da ricercatori della Scuola di Biomedicina e Ricerca sul Cancro di Shmunis e dal Dipartimento di Ingegneria Biomedica della TAU. Il team del laboratorio di Dvir comprende lo studente di dottorato Lior Wertheim, il dottor Reuven Edri e il dottor Yona Goldshmit.
  Perché non siamo stati in grado di curare le lesioni del midollo spinale? La paralisi può verificarsi dopo una lesione del midollo spinale, che può riferirsi a danni subiti a qualsiasi parte del midollo spinale o ai nervi all’estremità del canale spinale. Queste lesioni possono causare cambiamenti permanenti nella forza, nella sensibilità e in altre funzioni corporee e, nei casi più gravi, possono portare a una paralisi a lungo termine, per la quale attualmente non esiste una cura. Nonostante molti tentativi precedenti siano stati fatti in tutto il mondo per promuovere la rigenerazione naturale o intervenuta nel sito della lesione, il successo è stato minimo. Molti metodi sperimentali o studiati esistenti si basano sul trapianto di diverse cellule o biomateriali nel sito della lesione.
  Tuttavia, due problemi mettono a rischio il successo del trattamento: la risposta immunitaria alle cellule trapiantate che ne causa il rigetto e l’impianto di cellule dissociate che non riescono a formare una rete funzionale. Pertanto, il team di ricerca ha ipotizzato che imitare lo sviluppo embrionale applicando uno specifico protocollo di differenziazione dei motoneuroni del midollo spinale in un ambiente dinamico 3D fornirebbe alle cellule segnali per un’adeguata formazione di tessuto rigenerativo, guarendo il sito e riducendo il rischio di rigetto. Inoltre, hanno teorizzato che l’assemblaggio di una rete di neuroni funzionale prima dell’impianto aumenterebbe le possibilità di attecchimento funzionale, in cui si integra bene nel corpo ospite.
  La procedura sviluppata dal gruppo di ricerca comporterebbe il prelievo di una piccola biopsia del tessuto adiposo dal paziente e la sua separazione nelle cellule e nel biomateriale extracellulare. Le cellule verrebbero quindi riprogrammate per diventare cellule staminali pluripotenti indotte dal paziente (iPSC), un tipo cellulare utilizzato nella medicina rigenerativa che può propagarsi indefinitamente e può essere utilizzato per sostituire le cellule perse a causa di danni o malattie. Nel frattempo, il biomateriale subisce un processo per trasformarlo in un idrogel personalizzato, in cui le cellule iPSC simili a embrioni vengono quindi incapsulate, consentendo loro di differenziarsi in una rete 3D del midollo spinale. Non solo il biomateriale trasformato in idrogel supporta le cellule, spiega lo studio, ma si adatta e si sviluppa costantemente, fornendo così un microambiente induttivo dinamico che consente l’assemblaggio e la maturazione di un impianto funzionale del midollo spinale.
  Dopo aver imitato con successo lo sviluppo del midollo spinale embrionale e l’ingegneria di impianti di tessuto funzionale, i ricercatori sono passati a testare il potenziale terapeutico della rete 3D del midollo spinale, scegliendo di utilizzare i topi come modello di test. I topi sono stati divisi in due gruppi: quelli che erano stati recentemente paralizzati (acuti) e quelli che erano rimasti paralizzati per almeno un anno in termini umani (cronici). I topi con paralisi acuta hanno riacquistato la capacità di camminare entro tre mesi dall’inserimento dell’impianto, mostrando guadagni significativi rispetto ai topi con paralisi acuta che non erano stati trattati.Sebbene i topi non trattati abbiano riguadagnato una funzione motoria parziale nel tempo, hanno mostrato una coordinazione peggiore e una capacità notevolmente ridotta di esercitare pressione sul piede ferito, tra gli altri problemi, rispetto a quelli che hanno subito l’impianto del midollo spinale cresciuto in laboratorio.
  Dopo il successo riscontrato nella fase acuta della lesione, il gruppo di ricerca è passato a testare la stessa teoria nei topi con paralisi cronica, un modello clinicamente più rilevante a causa dell’entità del danno permanente al midollo spinale ancora poco chiara durante la fase acuta. fase di paralisi. Sei settimane dopo l’impianto del midollo spinale artificiale nei topi con paralisi cronica, gli animali hanno mostrato un miglioramento significativo, indicando che l’impianto era stato integrato con successo nel corpo. Complessivamente, l’80% dei topi nel gruppo di test ha riacquistato la capacità di camminare. “Gli animali modello sono stati sottoposti a un rapido processo di riabilitazione, al termine del quale potevano camminare abbastanza bene”, ha spiegato Dvir. “Questo è il primo caso al mondo in cui tessuti umani ingegnerizzati impiantati hanno generato il recupero in un modello animale per la paralisi cronica a lungo termine, che è il modello più rilevante per i trattamenti della paralisi negli esseri umani”.
  A seguito del successo riscontrato nelle prove di laboratorio e dei risultati osservati nei topi dopo l’impianto, i ricercatori sperano di passare alle sperimentazioni cliniche sull’uomo entro i prossimi anni. Hanno già tenuto colloqui con la FDA per quanto riguarda il programma preclinico. “Dato che stiamo proponendo una tecnologia avanzata nella medicina rigenerativa e poiché al momento non ci sono alternative per i pazienti paralizzati, abbiamo buone ragioni per aspettarci un’approvazione relativamente rapida della nostra tecnologia”, ha spiegato. Sulla base di questa rivoluzionaria tecnologia di ingegneria degli organi, Dvir ha collaborato con partner del settore per fondare Matricelf nel 2019. L’azienda applica il suo approccio nel loro lavoro con l’obiettivo di rendere disponibili in commercio i trattamenti implantari del midollo spinale.
  Sebbene lo studio si sia concentrato specificamente sul midollo spinale danneggiato, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, i ricercatori sperano che in futuro la stessa tecnologia possa essere applicata e utilizzata per trattare una varietà di malattie e lesioni diverse come il Parkinson, traumi cerebrali, infarto del miocardio e degenerazione maculare legata all’età, che stanno attualmente ricercando attraverso questa tecnologia. “Ci sono milioni di persone in tutto il mondo che sono paralizzate a causa di una lesione spinale e non esiste ancora un trattamento efficace per la loro condizione”, ha detto Dvir. “Le persone ferite in tenera età sono destinate a stare su una sedia a rotelle per il resto della loro vita, sopportando tutti i costi sociali, finanziari e sanitari della paralisi”, ha affermato. “Il nostro obiettivo è produrre impianti personalizzati per il midollo spinale per ogni persona paralizzata, consentendo la rigenerazione del tessuto danneggiato senza rischio di rigetto”.

(TorreChannel.it, 9 febbraio 2022)

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Israele: Le sfide e i progetti del nuovo governo Bennett-Lapid

Il nuovo governo Bennett-Lapid inizia il nuovo anno avendo già affrontato numerose sfide alla sua stabilità. L’approvazione del budget statale 2021-22 ha sicuramente contribuito a gettare le basi per una collaborazione più stretta tra le varie anime della coalizione che di fronte a sé ha un’agenda impegnativa. A partire dalla quinta ondata di coronavirus, che riporta in primo piano tutte le difficoltà legate alla gestione della pandemia, passando per le profonde divisioni interne allo stato le cui ferite chiedono di essere curate, arrivando quindi alle incognite della politica estera. La partita con l’Iran rimane più che aperta e, nonostante Israele stia lavorando per rafforzare le sue alleanze, sia storiche sia nuove, le instabilità che si affacciano ai suoi confini potrebbero, ora più che mai, giocare un ruolo drammatico nel grande gioco dell’equilibrio mediorientale.

• QUADRO INTERNO
  Secondo l’Israel Democracy Index del 2021[1], sondaggio pubblicato lo scorso ottobre dall’Israel Democracy Institute (Idi), i primi mesi di premiership di Bennett hanno contribuito ad aumentare la fiducia nel governo, anche se la strada per ristabilire una fiducia complessiva nelle istituzioni rimane lunga. In linea con i sondaggi precedenti, l’esercito israeliano (Israel Defense Forces, Idf) ha ottenuto il più alto livello di fiducia pubblica, nonostante siano scese dal 90% nel 2019 al 78% nel 2021, il livello più basso dal 2008. Il presidente di Israele è stato il secondo più alto nella classifica con 58%, simile al 56% registrato nel 2020. Il governo ha guadagnato alcuni punti percentuali, salendo al 27% rispetto al 25% nel 2020. Gli arabi israeliani tendono a fidarsi meno delle istituzioni rispetto alla controparte ebraica. Tuttavia, i livelli di fiducia nella comunità araba sono aumentati rispetto allo scorso anno, anche nei confronti dei partiti: l’attuale governo, che per la prima volta ora include un partito arabo, ha guadagnato una maggiore fiducia da parte degli arabi israeliani, passando dal 14% nel 2020 al 28% nella recente indagine. Alla domanda su quali fossero le tensioni sociali più gravi, il 46% dei partecipanti al sondaggio ha nominato quelle tra cittadini ebrei e cittadini arabi, rendendola l’opinione più supportata; nel 2020, solo il 28% si era espresso in tal senso. Tuttavia, si tratta di un’opinione sostenuta più dalla parte della popolazione araba (64%) che di quella ebrea (42,5%). Il divario tra destra e sinistra, che negli ultimi anni aveva tenuto il primo posto, è sceso al secondo con il 32%.
  Il pubblico ha mostrato una significativa preoccupazione per la stabilità del governo e della democrazia, con il 44% degli ebrei israeliani e il 75% degli arabi che lo considerano in pericolo. A proposito di democratic backsliding, l’Idi ha riportato che Israele è scivolato ulteriormente in basso nelle classifiche della maggior parte degli indicatori internazionali sui diritti politici, le libertà civili e la libertà di stampa rispetto ai punteggi medi del periodo 2010-19.
  Nonostante ciò, sono emersi degli elementi che portano a sperare in un cambio di tendenza rispetto agli ultimi anni; infatti, anche solo in termini di funzionamento e di governabilità delle istituzioni, l’approvazione definitiva del bilancio statale 2021-22 dopo una sessione di 48 ore alla Knesset, ha marcato un passaggio chiave non solo per il governo Bennett-Lapid ma anche per Israele. Questa votazione ha messo fine agli oltre tre anni passati in assenza di budget che per i consumatori israeliani ha avuto il costo di 21 miliardi di shekel (6,5 miliardi di dollari).
  Bennett e il suo governo multipartitico hanno superato l’ostacolo più significativo per la loro sopravvivenza politica: infatti, l’accordo di coalizione dello scorso giugno prevedeva la non approvazione del budget come clausola per lo scioglimento immediato del governo. Ecco perché l’opposizione ha compiuto ogni sforzo possibile per convincere uno o due membri della coalizione a disertare; d’ora in poi, per far cadere il governo, l’opposizione non solo dovrebbe mobilitare 61 legislatori per lanciare una vera e propria sfida alla tenuta del “governo del cambiamento” e portare così la Knesset a un voto di fiducia, ma dovrebbe inoltre presentare l’opzione di un esecutivo e di un primo ministro alternativi. Uno scenario del genere è altamente improbabile in questo momento dal punto di vista dello schieramento di Benjamin Netanyahu: mancano almeno otto voti, sei dei quali dovrebbero provenire dalla Lista araba unita (Ra'am, Ual), assolutamente non intenzionata a offrirgli l’occasione di riportarlo al potere. Tuttavia, le questioni che suscitano disordini nella coalizione rimangono molte.
  Per contenere le molteplici sfide, il primo ministro Naftali Bennett e il ministro degli Esteri Yair Lapid si sono incontrati a novembre, dopo l’approvazione del bilancio e hanno deciso di nominare due gruppi, uno dal partito Destra di Bennett e l’altro da C’è Futuro di Lapid, per mappare le problematiche più spinose e preparare un piano di azione per ciascuna di esse: dalla riapertura del consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme est, alla costruzione di nuove unità abitative nei Territori e all’insediamento di Evyatar; dalla commissione d’inchiesta sull’acquisto di sottomarini, al disegno di legge che vieterebbe a una persona sotto processo di formare un governo; dalla sistemazione del Muro Occidentale, alle riforme in materia di religione e di stato.
  Nonostante questa iniziativa, già nei mesi scorsi si sono verificati alcuni inevitabili scontri tra i membri del governo. Ad esempio, a ottobre il ministro della Difesa Benny Gantz ha dichiarato sei Ong palestinesi gruppi terroristici e l’amministrazione civile ha avanzato piani per la costruzione di 3000 nuove unità abitative negli insediamenti. La decisione ha innescato una crisi sia con l’amministrazione statunitense sia all’interno della coalizione, dove i ministri di Meretz e del Partito laburista hanno accusato Gantz di danneggiare Israele e l’attuale governo. Bennett non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla questione, lasciando Gantz come il facile bersaglio dell’indignazione dei suoi ministri. Le preoccupazioni del primo ministro sono del tutto politiche perché il suo partito (Destra) è in crisi, lacerato internamente per la decisione di entrare a far parte di un governo formato da diversi partiti di sinistra, oltre che dal partito Lista araba unita. Tuttavia, la presenza di questi partiti della coalizione tuttora persiste, ed è difficile prevedere per quanto non reagiranno di fronte a provvedimenti presi dal governo che saranno in opposizione diretta con la loro visione.
  Tuttavia, nonostante le numerose potenziali crisi che mettono in pericolo questa coalizione, solo una potrebbe infliggere un colpo da ko: la decisione di Netanyahu di lasciare la politica. Netanyahu è la calamita che tiene in posizione i componenti della coalizione, se scomparisse, porterebbe via con sé la colla che lega gli otto partiti della coalizione di governo. Al momento, l’ex primo ministro si trova ad affrontare una situazione complessa poiché deve mantenere in salute la storica alleanza tra il Likud e i partiti ultraortodossi (haredim) che, a loro volta, stanno attraversando un periodo difficile, viste le riforme adottate dal governo e la loro mancanza di voce in capitolo nel determinare il budget. Allo stesso tempo, deve anche difendere il suo status speciale all’interno del Likud, perché i membri del partito hanno ben capito che, vista la situazione nell’arena politica attuale, finché Netanyahu sarà a capo del Likud, il partito è destinato all’opposizione. Del resto, anche i sondaggi di opinione più lusinghieri non concedono i 61 seggi nella Knesset di cui avrebbero bisogno per formare una coalizione; inoltre, Netanyahu è ancora a corto di alleati: gli haredim e le componenti ultra-nazionaliste sono rimasti una forza solida e significativa, ma non sono di certo in grado di tradursi in una coalizione di governo. Sullo sfondo si delineano gli sviluppi del suo processo. Mercoledì 12 gennaio, il quotidiano Ma'ariv ha reso pubblica la notizia[2] che il leader dell’opposizione Netanyahu e i pubblici ministeri hanno discusso di un potenziale patteggiamento. Il termine per raggiungere un accordo è la fine di gennaio, quando il procuratore generale Avichai Mandelblit andrà in pensione (1 febbraio 2021), dopo sei anni in carica. Netanyahu ritiene debole l’attuale procuratore generale e quindi che sia possibile ottenere un accordo favorevole; sicuramente più conveniente rispetto a quanto potrebbe ottenere con Amit Aisman, procuratore di stato nominato successore temporaneo di Mandelblit dal ministro della Giustizia Gideon Sa'ar. Da quanto emerso, si dice anche che i pubblici ministeri siano disposti a chiudere il caso 2000, a rimuovere l’accusa di corruzione nel caso 4000, ad ammorbidire le accuse nel caso 1000, facendo cadere le accuse di frode e lasciando solo le accuse di violazione della fiducia. A oggi, le discussioni tra le parti si sono concluse quando è apparso chiaro che il procuratore generale avrebbe richiesto una piena ammissione da parte di Netanyahu che i suoi crimini abbiano costituito “turpitudine morale”[3]. Una tale ammissione eviterebbe all’ex primo ministro la detenzione in carcere ma al costo di una sospensione di circa sette anni dalle cariche pubbliche, che porrebbe così effettivamente fine alla sua carriera politica.

• RELAZIONI ESTERNE
  Il 29 novembre sono ripartiti a Vienna i negoziati per riprendere l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action, Jcpoa) dopo cinque mesi di stop dovuti al cambio di amministrazione a Teheran; le delegazioni di Iran e Stati Uniti non si sono parlate direttamente perché l’amministrazione Trump era uscita unilateralmente dall’accordo nel 2018. La mediazione, quindi, è avvenuta tramite i rappresentanti inglesi, francesi, tedeschi, russi e cinesi. Israele ha sempre considerato pericoloso l’accordo nucleare in quanto avrebbe legittimato il diritto iraniano di condurre un programma nucleare militare, invece di eliminarne definitivamente l’opzione. Fino a poco tempo fa, la richiesta israeliana ai paesi firmatari era di annullare l’accordo a favore di una maggiore pressione sull’Iran che lo avrebbe portato ad abbandonare completamente il suo programma nucleare. Per esercitare tale pressione sul governo di Teheran si sarebbe dovuto ricorrere non solo all’isolamento diplomatico e a una credibile minaccia militare internazionale, ma anche all’imposizione di severe sanzioni economiche. Di recente, tuttavia, l’attitudine israeliana di opposizione radicale all’accordo sul nucleare iraniano sembra essere mutata[4] e l’intervento del 2 gennaio del maggiore generale Aharon Haliva, capo dell’intelligence militare, durante la sessione del gabinetto di sicurezza ha fatto intuire il cambio di rotta. Haliva ha espressamente detto che tra le due opzioni possibili a Vienna, il raggiungimento di un accordo o il fallimento dei colloqui, la prima sarebbe sicuramente preferibile per Israele[5]. Il 3 gennaio il ministro degli Esteri Yair Lapid ha dichiarato: “Il primo ministro, il ministro della Difesa e io abbiamo dichiarato che non siamo contrari a qualsiasi accordo; un buon accordo è una cosa positiva”[6].
  Questo approccio da parte dell’intelligence e della sicurezza israeliana è stato il medesimo anche durante i negoziati del 2015, stabilendo che l’ottenimento di un accordo avrebbe concesso a Israele una finestra di tempo (da 10 a 15 anni) per indirizzare le sue risorse verso altre minacce e comunque prepararsi per l’era post-accordo.
  In un rapporto del New York Times del 18 dicembre 2021[7], funzionari dell’establishment israeliano hanno fatto intendere come in questo momento l’esercito (Israel Defense Forces, Idf) non avrebbe le capacità di attaccare gli impianti nucleari in Iran. Israele era più preparato all’inizio dell’ultimo decennio, ma con la firma dell’accordo nucleare iraniano nel 2015, il paese ha deciso di dirottare risorse verso altre questioni urgenti. Il presupposto era che finché l’accordo nucleare fosse in vigore, non sarebbe stata necessaria un’azione militare israeliana; in quest’ottica, i funzionari della sicurezza non hanno voluto prendere parte in passato agli sforzi dell’allora primo ministro Netanyahu per convincere Trump a ritirarsi dall’accordo, avvertendo che la mossa avrebbe potuto rivelarsi un’arma a doppio taglio.
  Un altro elemento che sta indirizzando la condotta israeliana nei confronti dell’accordo, è la crescente consapevolezza che la dinamica dei negoziati non può essere invertita quindi, tutto ciò che si può fare è ridurre al minimo i danni e cercare di ottenere dagli Stati Uniti quanti più risarcimenti e aiuti possibili per alleviare le preoccupazioni di Israele. Ci si può aspettare dunque che, se verrà raggiunto un accordo, sarà accompagnato da un significativo pacchetto di aiuti americani non solo per Israele, ma anche per altri alleati in Medio Oriente.
  La nuova strategia di Israele consiste nel mantenere la moderazione per evitare le critiche di Washington ma, allo stesso tempo, le forze di difesa e l’aviazione israeliana stanno continuando i preparativi per l’opzione militare contro l’Iran, assegnando miliardi di shekel per completare il suo assetto entro un anno o massimo diciotto mesi. La leadership israeliana sta affrontando non solo la questione della preparazione logistica e tattica relativa a un possibile attacco al programma nucleare di Teheran, ma anche le incognite relative ai suoi stessi esiti: fino a che punto l’attacco potrebbe frenare i progressi iraniani? Il vantaggio di un tale attacco supererebbe le sue potenziali conseguenze? In particolar modo, lo scenario della ritorsione da parte degli alleati iraniani in Siria e Libano è davvero cruciale nel quadro delle considerazioni israeliane. La preoccupazione principale è rivolta a Hezbollah che, se decidesse di entrare in guerra con Israele in risposta ad un attacco sul suolo iraniano, sarebbe in grado di causare a Israele incalcolabili danni, specialmente nel nord del paese. L’aumento dei sospetti raid israeliani degli ultimi mesi sarebbe quindi mirato a sabotare il trinceramento dell’Iran in Siria e sventare le sue consegne di armi avanzate a Hezbollah. Un tale attrito porta però anche a considerare l’eventualità per cui una possibile guerra tra Israele e Hezbollah possa scoppiare non per una decisione consapevole di una delle parti, ma come risultato del moltiplicarsi di scaramucce che minacciano di sfuggire di mano e forzare l’escalation.
  Oggi si stima che Hezbollah disponga di circa 70.000 razzi[8] la maggior parte con una portata di 45 chilometri, ma alcuni anche in grado di raggiungere quasi tutto Israele. Inoltre, la milizia possiede anche dozzine di missili di precisione che preoccupano l’establishment della sicurezza israeliano perché potrebbero colpire siti strategici come persino le batterie Iron Dome. Una stima della capacità di fuoco di Hezbollah si aggira attorno a più di 1500 razzi al giorno, in tali circostanze, i sistemi di difesa israeliani (incluso l’Iron Dome) non sarebbero in grado di mantenere l’impressionante tasso di intercettazione del 90% raggiunto nei conflitti passati con Gaza.
  Un’altra possibilità presa in considerazione è che la ritorsione possa cominciare dalla Striscia di Gaza, il cui confine è tornato a essere caldo e non privo di incidenti. Il più significativo è il lancio di due razzi il 1° gennaio, a cui è seguito un attacco aereo israeliano, mirato ai siti di produzione di razzi di Hamas. Tuttavia, nessun gruppo palestinese si è assunto la responsabilità dell’azione e, secondo quanto riferito, Hamas ha trasmesso un messaggio a Israele attraverso l’Egitto, sostenendo che il lancio era il risultato di un malfunzionamento innescato da un temporale. Tuttavia, i rapporti israeliani sembrano affermare che dietro a quanto successo ci sia il Jihad islamico, con Hamas che ha tacitamente accettato la mossa. L’incidente potrebbe derivare dalla frustrazione nei colloqui mediati dall’Egitto tra Hamas e Israele per il raggiungimento di un accordo sullo scambio di prigionieri e sul raggiungimento di una tregua di lungo termine. Un’altra spiegazione, invece, potrebbe essere collegata al membro del Jihad islamico, Hisham Abu Hawash, detenuto in Israele e in sciopero della fame da oltre quattro mesi per protestare contro la sua detenzione amministrativa.
  Queste circostanze mostrano come il cessate-il-fuoco tra Israele e Hamas mediato dall’Egitto dopo le ultime violenze di maggio sia evidentemente fragile. Inoltre, Israele e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) sono preoccupate per la presenza di Hamas in Cisgiordania e il suo coinvolgimento nell’organizzazione di attacchi terroristici che, non solo indeboliscono l’Anp, ma rappresenterebbero anche un modo relativamente sicuro per danneggiare Israele senza rischiare una risposta diretta. La preoccupazione israeliana su questo fronte si acuisce alla luce della crescente tensione tra Hamas e l’Anp e della debolezza che il presidente Abbas sta mostrando nell’affrontare gli attacchi provenienti dai territori sotto la sua giurisdizione: la proliferazione di attacchi “riusciti” non fa che erodere ulteriormente la popolarità dell’Anp e accresce la simpatia per le file di Hamas, portando anche a violenti scontri tra le forze di sicurezza palestinesi e Fatah e uomini armati appartenenti a frange più estremiste nei campi profughi della Cisgiordania settentrionale (come avvenuto recentemente a Jenin).
  Il deterioramento della situazione della sicurezza nei Territori, già non quieta di per sé, sarebbe connesso alla situazione di Gaza e i rispettivi sviluppi potrebbero essere legati a doppio filo nei prossimi mesi. Considerato che il conflitto dello scorso maggio è iniziato con Hamas che ha lanciato razzi su Gerusalemme per solidarietà con i residenti di Gerusalemme est, non è da escludersi che la prossima volta la causa dello scontro potrebbe risiedere in Cisgiordania.
  Visto l’intreccio che sembra sempre più esistere tra Israele, Cisgiordania e Gaza, non stupisce la stretta (e ormai pubblicamente dichiarata) collaborazione con l’Egitto, segno appunto di sviluppi significativi delle relazioni tra gli attori dell’area. Negli ultimi anni, i due paesi si sono avvicinati significativamente sulle questioni di sicurezza condivise; di particolare importanza sono la Striscia di Gaza e la battaglia in corso contro cellule terroristiche dello Stato islamico (IS) nella penisola del Sinai. Queste preoccupazioni comuni hanno portato il 7 novembre scorso a una revisione dell'accordo di sicurezza tra Egitto e Israele per aumentare il numero di militari egiziani di stanza nel Sinai per contrastare l’IS nella penisola.
  Alla luce di tutto ciò, i rapporti degli ultimi tempi sugli incontri tra alti funzionari israeliani ed egiziani sembrano indicare un cambiamento radicale nelle relazioni tra il Cairo e Gerusalemme, indubbiamente molto migliorate anche grazie a un contesto mediorientale più favorevole nei confronti di Israele grazie alla stipula degli Accordi di Abramo. In un’ottica allargata, la normalizzazione delle relazioni tra alcuni stati arabi e Israele ha portato un vantaggio strategico a quest’ultimo andando ben al di là del proprio coinvolgimento con i paesi firmatari l’Accordo. Il 15 settembre è stato il primo anniversario della firma degli accordi a Washington ed è attualmente in corso un intenso lavoro da parte israeliana per coinvolgere altri partner.
  Israele sta portando avanti contatti e colloqui con altri stati della regione mediorientale, quali l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Oman e la Tunisia, ma le loro rappresentanze politiche sono in un vero e proprio stallo: da un lato, guardano con invidia all’impennata del commercio bilaterale tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e al fatto che Israele fornisce informazioni e strumenti di intelligence ai suoi nuovi partner. Dall’altro, l’opinione pubblica interna di questi paesi, che stanno valutando l’ingresso negli Accordi, non sostiene pienamente il riavvicinamento con Israele e, lo stallo apparentemente senza speranza dei negoziati israelo-palestinesi non è di buon auspicio per una risposta positiva. Altre questioni, di natura più strategica e che coinvolgono paesi come Iran e Stati Uniti, stanno avendo ripercussioni sul possibile esito. Il primo sta rafforzando il proprio radicamento in Medio Oriente, il secondo sta ridimensionando il suo impegno nella regione (in particolar modo dal punto di vista militare), dando l’impressione ai governi alleati di essere soli ad affrontare la minaccia iraniana. Questi avvenimenti porterebbero a un rafforzamento dell’impianto costruito dagli Accordi di Abramo, invogliando molti stati nella regione a cercare un pivot che consenta loro di bilanciare l’influenza dell’Iran.
  La nuova adesione di stati come l’Arabia Saudita, il Kuwait o la Tunisia consoliderebbe notevolmente la struttura degli accordi, tuttavia, bisogna tenere bene a mente come gli sconvolgimenti in Medio Oriente siano all’ordine del giorno: una significativa ondata di violenza in Cisgiordania o un altro scontro con la Striscia di Gaza potrebbero improvvisamente inficiare i progressi fatti.
  Come noto, la linea ufficiale del primo ministro Bennett è di opposizione verso il rinnovo dei negoziati di pace con i palestinesi, tuttavia il suo governo si sta impegnando a sostenere l’Anp e rafforzare la sua economia in difficoltà; a condurre questa linea di azione è il ministro della Difesa Gantz che, da giugno scorso, ha già incontrato il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, in due occasioni. La più recente, il 28 dicembre, nella casa del ministro a Rosh Ha'ayin.
  Durante l’incontro, il governo israeliano ha accettato di dare all’Anp 100 milioni di shekel (32 milioni di dollari) come anticipo sulle tasse che Israele riscuote per conto di Ramallah e di rilasciare centinaia di permessi per spostamenti di lavoro tra Cisgiordania e Israele. Inoltre, sono stati concessi permessi di soggiorno a 6000 persone che vivono in Cisgiordania senza status legale e a 3500 nella Striscia di Gaza.
  Non sono state prese decisioni importanti tali da sbloccare l’impasse con il fronte palestinese, ma senza dubbio è stata un’iniziativa fatta con lo scopo di riallacciare i rapporti, fino a pochi mesi fa congelati, e di sostenere l’Anp in funzione anti-Hamas. Gantz ha affermato di vedere il governo di Abbas come l’unica alternativa alla vittoria del movimento islamico anche in Cisgiordania.
  I funzionari di Hamas e del Jihad islamico hanno immediatamente criticato Abbas per l’incontro, affermando che quanto avvenuto non solo confermerebbe l’attitudine di Abbas nell’eseguire gli ordini di Israele, ma sarebbe anche un tentativo per sottrarre l’Anp alla crisi politica che sta affrontando.


  1. Israel Democracy Index 2021, Israel Democracy Institute, 6 gennaio 2022.
  2. T. Staff, “Netanyahu held talks with prosecutors on potential plea deal – report”, The Times of Israel, 12 gennaio 2022.
  3. A. Pfeffer, “Netanyahu’s Plea-deal Dilemma: Does Get-out-of-jail Mean Ending His Political Career?”, Haaretz, 14 gennaio 2022.
  4. A. Pfeffer, “Bennett No Longer Considers Iran Nuclear Deal ‘Historic Mistake,’ but He Can’t Say So”, Haaretz, 18 ottobre 2021.
  5. B. Ravid, “Scoop: Israel’s Military Intel Chief Says Iran Deal Better No Deal”, axios, 5 gennaio 2022.
  6. L. Harkov, “Iran nuclear talks won’t end in good result for Israel – Lapid”, The Jerusalem Post, 3 gennaio 2022.
  7. R. Bergman e P. Kingsley, “Israeli Defense Officials Cast Doubt on Threat to Attack Iran”, The New York Times, 18 gennaio 2022.
  8. [U. Dekel, “A Multi-Arena Missile Attack that Disrupts Israel’s Defense and Resilience Pillars”, in O. Winter (a cura di), Existential Threat Scenarios to the State of Israel, The Institute for National Security Studies (INSS).
(INSPI, 8 febbraio 2022)

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Una domanda devastante

di Anna Foa

In un intervento a distanza in una scuola del Lazio, pochi giorni fa, parlavo del 16 ottobre 1943. Studenti di un ultimo anno delle superiori, sui 18 anni. Arriva il momento delle domande. La prima propone l’abusato parallelo fra la Shoah e la “discriminazione” portata dal green pass. Forse vedendo la mia faccia, interviene la professoressa e spiega che “il ragazzo non lo chiede sui fatti, ma sulle percezioni”. La famosa toppa peggiore del male. Rispondo che non vedo come fare un confronto fra chi vede i suoi famigliari andare alla camera a gas e chi non può andare in discoteca. Poi non ce la faccio a continuare e dico che basta così. Si lo so [Sì, con l'accento, ndr], avrei dovuto continuare. Ma, dopo aver parlato a lungo e spiegato e raccontato, sentirsi fare una domanda del genere è devastante. Ho fatto sapere alla professoressa che aspetto le sue scuse. Finora non sono arrivate.

(moked, 7 febbraio 2022)


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Una domanda senza risposta

Ho inviato oggi a moked una risposta a questo intervento di Anna Foa, insieme alla citazione di un articolo. M.C.

Ho letto sul vostro sito l'intervento "Una domanda devastante" di Anna Foa. L'autrice comunica di aver interrotto bruscamente una riunione di presentazione sulla data del 16 ottobre 1943 in una scuola perché ha ritenuto "devastante" il fatto che un ragazzo in una sua domanda abbia proposto «l'abusato parallelo fra la Shoah e la 'discriminazione' portata dal green pass». Mi rivolgo allora direttamente all'autrice. Gentile signora Foa, da una parte lei riconosce che avrebbe dovuto continuare la presentazione, dall'altra dice che aspetta le scuse dalla professoressa. Probabilmente la professoressa ritarda le sue scuse perché non ne ha da fare e aspetta le sue, di scuse. Come lei stessa ammette, lei avrebbe dovuto continuare. Sì, ad un giovane che fa una domanda in classe lei avrebbe DOVUTO saper rispondere in modo adeguato, se ne era in grado. Perché non l'ha fatto? Che cos'è che ha "devastato" in lei quella domanda? La precisazione di quella professoressa non era una "toppa", ma una giusta delimitazione del terreno su cui era legittima la domanda e sarebbe stata utile una risposta. Ma a lei le percezioni degli altri non interessano? Le espongo allora la mia personale "percezione" di novax. L'altro giorno avanti a un bar leggo scritto a chiare lettere, in uno stampato già preparato, che per sedersi all'interno, e anche all'esterno, e anche per consumare al banco ci vuole il green pass rafforzato . In quel bar insomma io non ci posso entrare. Verboten. Faccio la scelta voluttuaria del bar proprio per sottolineare che non voglio paragonare la mia posizione con quella degli ebrei nelle camere a gas del 1942 , ma posso paragonare la mia percezione con quella degli ebrei nella Germania del 1933, quando si videro preclusi gli ingressi ai negozi e nessuno sapeva dove si sarebbe andati a finire. Appunto, non si sapeva. E mi dica, oggi si sa dove noi andremmo a finire? Lei lo sa? Se presume di saperlo, avrebbe potuto spiegarlo a quel ragazzo, e magari alleviargli la sua forse timorosa percezione. Per quel che mi riguarda, non è certo il timore per la mia sorte personale che mi porta a scrivere, e non paragono il mio stato attuale con quello degli ebrei di qualunque periodo della storia.
  Trovo però più che ragionevole e appropriato porre il paragone tra i modi di governare dei regimi allo stadio embrionale, quello hitleriano di ieri e quello draghiano di oggi. E' stato già notato che il modo di governare italiano di oggi ha preoccupanti analogie con la governance di stile nazista. Eccessivo? Forse, e speriamo pure che sia così. Ma se così non fosse, potrebbe poi essere troppo tardi per porre rimedi.
Marcello Cicchese

P.S. Il paragone fatto dall'autrice tra ebrei che vanno nelle camere a gas e ragazzi che non possono andare in discoteca è davvero distorcente. Riporto allora un altro caso in cui, come me ma in posizione ben diversa, qualcuno non ha potuto entrare al bar. La testimonianza è riportata oggi sul quotidiano "La Verità", insieme a tante altre. Potrebbe essere vera oppure no, credo però che nella vostra posizione avreste il dovere morale di verificare se esistono o no casi simili. E poiché esistono, sarebbe bene conoscere chiaramente qual è la vostra posizione in merito. M.C.

INGRESSO VIETATO AL BAR DELL'OSPEDALE A UNA DONNA INCINTA

Mi chiamo Francesca, ho 35 anni e sono incinta di 9 mesi. Sono un'invisibile. Non ho il vaccino per ovvie ragioni, non mi faccio iniettare un siero sperimentale mettendo a rischio la mia vita e quella del mio bambino. Credevo che il limite il governo l'avesse superato il 15 ottobre, quando ha introdotto il certificato per lavorare. Io fortunatamente ho fatto appello alla maternità anticipata, altrimenti avrei perso il posto ... Lo stipendio che prendo è molto basso, ho anche una figlia di 13 anni da mantenere, unica in classe non vaccinata perché ha problemi cardiaci e costretta a continui tamponi ogni volta che un compagno è positivo: non potevo permettermi di spendere 15 euro ogni due giorni per i tamponi. Purtroppo questo onere è toccato a mio marito.
  Il colmo è stato raggiunto nei giorni scorsi in ospedale. Sono a termine della gravidanza e per via dei protocolli Covid è necessario effettuare un pre ricovero che comprende le analisi di rito da fare a stomaco vuoto. Vado, aspetto, faccio gli esami e l'ostetrica mi manda a fare colazione perché il test successivo richiede che si abbia lo stomaco pieno. Ho fatto presente che non avevo il pass rafforzato, ma l'ostetrica mi ha tranquillizzata dicendomi: «Nessuno negherebbe un cornetto a una donna incinta». Mi presento al bar dell'ospedale, esibisco il mio stupido pass base, il lettore non lo riconosce, allora il barista mi fa: «Lei qui non potrebbe nemmeno entrare! Vada via! L'ingresso è solo per i vaccinati! Vada o chiamo la sicurezza!». Io allora chiedo se potesse semplicemente darmi un cornetto da portare via, ma lui sempre più irritato ha chiamato la sicurezza, come se fossi una criminale armata di pistola. Il vigilantes, guardandomi, ha preso il telefono, ha esibito il passe ha detto al barista: «Ora dalle il cornetto, grazie», Il barista ha preso il cornetto e lo ha imbustato, poi ha detto al vigilantes: «Portala subito fuori se non vuoi rischiare anche tu il posto!». Io mi sono sentita così male ... Perché devo subire questo trattamento? Stessa cosa alle Poste, in un negozio di articoli per neonati, ovunque. Io non ho intenzione di vaccinarmi neanche dopo, anche perché ho letto ricerche che mettono in luce i rischi per i bambini allattati al seno. Quando avrò finito la maternità rischierò di perdere definitivamente il lavoro.

(Notizie su Israele, 8 febbraio 2022)

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Ideologia sanitaria e sistema post-totalitario

Parlare di dittatura sanitaria è improprio. Non c'è un complotto, ma un'ideologia diffusa che ha nel riferimento alla sanità un punto d'appiglio molto debole in sé, ma efficace nel funzionamento pratico. Anche il parlare di governo dittatoriale è improprio: non c'è un gruppo tirannico che cerca di reprimere gli altri, ma un sistema tendente a coinvolgere ciascuno e a fargli occupare contemporaneamente la duplice funzione di carceriere e carcerato. In questo modo si genera un automatismo dei comportamenti che fa ritenere superflue le esigenze della vita concreta della persona. E' un sistema che può stare in piedi soltanto con la finzione, dove tutti fingono a tutti, il che significa vivere tutti nel mondo dell'apparenza, cioè  nella menzogna. Propongo la lettura di alcuni brevi estratti del libro "Il potere dei senza potere" di Vaclav Havel, provando a intendere come "ideologia" quella che vede nella sanità corporale il senso della vita del singolo e della società, e come "sistema post-totalitario" il tipo di "governance" condotto da Mario Draghi, ma metabolizzato da molti, a vari livelli e in varie posizioni. Nel sistema post-totalitario non esistono puri tiranni e  puri schiavi, perché il sistema tende a far scomparire queste distinzioni contrapposte immergendo tutti nel comune bacino della menzogna. M.C.

Lo scopo intrinseco del sistema post-totalitario non è, come normalmente sembra a prima vista, la semplice conservazione del potere nelle mani del gruppo dominante; questo sforzo di autoconservazione come fenomeno sociale è subordinato a qualcosa di «superiore»: a una specie di cieco automatismo del sistema. 
  L’ideologia – come alibi che fa da ponte fra il sistema e l’uomo – copre l’abisso fra le intenzioni del sistema e quelle della vita; finge che le pretese del sistema derivino dai bisogni della vita: è una specie di mondo dell’apparenza che viene spacciato per realtà. Il sistema post-totalitario con le sue pretese tocca l’uomo quasi ad ogni passo. Ovviamente lo tocca con i guanti dell’ideologia. Perciò qui la vita è percorsa in tutti i sensi da una rete di ipocrisie e di menzogne. [...]
  Il potere è prigioniero delle proprie menzogne e pertanto deve continuamente dire il falso. Falsifica il passato. Falsifica il presente e il futuro. Falsifica i dati statistici. Finge di non avere un apparato poliziesco onnipotente e capace di tutto. Finge di rispettare i diritti umani. Finge di non perseguitare nessuno. Finge di non aver paura. Finge di non fingere.
  L’uomo non è obbligato a credere a tutte queste mistificazioni, ma deve comportarsi come se ci credesse, o per lo meno deve sopportarle in silenzio o rapportarsi bene con quelli che se ne servono. Per questo è costretto a vivere nella menzogna. Non è necessario che accetti la menzogna, basta che abbia accettato la vita con essa e in essa. Già così conferma il sistema, lo realizza, lo fa, lo è.

(Notizie su Israele, 8 febbraio 2022)

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Israele, nuovo record di ricoveri gravi. La quarta dose non basta, marcia indietro sul Green pass

Guardare a Israele, il Paese-cavia dei vaccini, per capire come andranno le cose e fare il possibile per scongiurare che anche in Italia si vada in quella direzione. Nel Paese preso a simbolo della campagna di vaccinazione di massa, si sono registrati ieri 37.985 nuovi contagi da Covid, con un tasso di positività del 29,79%, il più alto dall’inizio della pandemia. Come riporta Adnkronos, e non un facinoroso portale No vax, “le autorità sanitarie israeliane registrano anche un numero record di ricoverati in condizioni gravi, 1.263, anche questo il più alto dall’inizio della pandemia”.
  Il numero è cresciuto rispetto all’ultima rilevazione del 5 febbraio, quando erano 1229, anche questo un numero che aveva superato il precedente record di ricoverati gravi, che era stato registrato nel gennaio 2021, con 1193 casi gravi. L’aspetto drammaticamente interessante? In Israele la quarta dose vaccinale è già in stato avanzato di somministrazione. Nello Stato in cui stanno inoculando la quarta dose, quindi, si registrano nuovi record di contagi e di ricoveri gravi. Anche alla luce di questi nuovi allarmanti dati, i consiglieri del governo di Israele hanno votato per limitare l’uso del sistema green pass, di fatto facendo una vera e propria marcia indietro sul lasciapassare. Con questo voto si è deciso di restringere l’applicazione del certificato di vaccinazione green pass, stabilendo che sarà richiesto solo in occasione di eventi “ad alto rischio” come matrimoni, discoteche, grandi feste e tutti i luoghi o occasioni dove gli assembramenti possono andare fuori controllo. Le nuove regole entreranno in vigore a partire dalla mezzanotte di domenica. Pur continuando con le vaccinazioni, con questo passo il governo israeliano sta andando verso il totale annullamento del green pass, documento reso inutile dall’ondata Omicron che, anche se meno pericolosa di quelle che l’hanno preceduta, si rivelata maggiormente trasmissibile.
  I dati di Israele, però, non spaventano il governo italiano che ora spinge per questa famigerata quarta dose, in barba a ogni evidenza scientifica e ad ogni dato registrato finora. Per fortuna ora anche i televirologi, però, si stanno “ribellando” e non coprono più le menzogne della politica. Altri scienziati si stanno impegnando per frenare questa deriva nel nostro Paese. “Nella storia della vaccinazione non si era mai arrivati a dare quattro dosi così ravvicinate fra loro, il massimo erano state tre, con le prime due ravvicinate e la terza distanziata”. Ad affermarlo è il virologo Francesco Broccolo dell’Università di Milano Bicocca.
  Broccolo torna sul tema della quarta dose a breve distanza dal richiamo: “Non ci sono prove sufficienti che potrebbero supportare qualsiasi raccomandazione. I dati preliminari finora disponibili sollevano alcuni dubbi sull’efficacia ulteriore di questa dose aggiuntiva”, osserva Broccolo. “E’ probabilmente opportuno prendere una lunga pausa, anche per vedere come si evolve il virus, se ci saranno nuovi sviluppi, mentre i casi nel nostro Paese sono in calo e si va verso l’endemia. Una possibilità – ha concluso il virologo – potrebbe essere optare per un vaccino annuale”.

(Il Paragone, 7 febbraio 2022)

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Il mio servo Giobbe (8)

di Marcello Cicchese

Riflessioni sul libro di Giobbe. 

    «E udirono la voce dell'Eterno Dio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell'Eterno Dio, fra gli alberi del giardino. E l'Eterno Dio chiamò l'uomo e gli disse: 'Dove sei?' Ed egli rispose: 'Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto'» (Genesi 3:8-9).

Il passo sopra riportato può essere paragonato con quello che segue:

    «Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro. E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal camminare per essa' » (Giobbe 1:6-7).

Entrambi i passi hanno lo stesso valore di verità. Sono fatti riportati in un unico documento: la Bibbia, e hanno uno stesso narratore: Dio. Dal che si capisce una volta di più che una corretta lettura della Bibbia non può che essere teocentrica. Sono fatti che non hanno testimoni umani, e  poiché il Narratore è unico, ha senso ricercare possibili confronti.
  C'è un verbo che compare nei due racconti: camminare (halach, הלך). L'Eterno Dio camminava nel giardino (gan, גן), e Satana camminava per la terra (erez,  ארץ).
  Il giardino di Eden avrebbe dovuto essere il centro della terra creata da Dio affinché fosse popolata da uomini e donne generati dalla prima coppia Adamo-Eva.
  Ma in quel giardino aveva ottenuto il permesso di entrare anche Satana, presentatosi nella forma di un serpente: doveva avere la possibilità di dire la sua parola. Satana ne approfittò per fare agli uomini una proposta, presentata come integrativa e migliore di quella di Dio. La proposta fu accettata.
  Solo a conti fatti gli uomini  si accorsero che la proposta non era integrativa, ma alternativa. Si accorsero che la parola del serpente era la trasgressione netta dell'ordine che avevano ricevuto da Dio. La terra da cui erano stati tratti e su cui avrebbero dovuto esercitare un benefico dominio, cominciò allora a bruciare sotto i loro piedi. Avevano ricevuto in dono la terra di quel giardino perché la lavorassero e la custodissero, e su di essa adesso sentivano risuonare i passi del Proprietario. Fuggono. Si nascondono.
  Ma li raggiunge la Parola di Dio: "Adamo, dove sei?" Anche in questo modo Dio rivela qualcosa di Sé; non dice: "Adamo, dove vai?", tirandolo fuori dal cespuglio dove si è nascosto; gli rivolge una parola e se ne aspetta una risposta responsabile.
  Adamo lo fa; esce da solo dal cespuglio e confessa: ho avuto paura. La voce di Dio lo ha destabilizzato. O meglio, si è accorto che era come se la terra su cui si appoggiava cominciasse a tremare sotto i suoi piedi e lo rendesse instabile.
  La terra infatti poco dopo sarà maledetta, e la sua amministrazione, originariamente assegnata ad Adamo, sarà sottoposta alla superamministrazione  di Satana, che si farà forte della fiducia posta da Adamo nella sua parola.
  Al tempo di Giobbe dunque la terra continuava a trovarsi sotto il dominio di Satana: un dominio condizionato e non a tempo indeterminato, quindi esercitato da lui con una certa ansia.
  Quest'ansia aumenta quando Satana vede installata sulla "sua" terra una "zona franca" del Nemico che sembra sfuggire al suo controllo. "Che ci fa sulla mia terra questo principato di Giobbe sotto la sovranità del mio nemico?" avrà pensato. La cosa indubbiamente l'innervosisce. E molto.
  Al contrario di Adamo, Satana non si nasconde, anzi va lui stesso dal Nemico a discutere. E anche a lui Dio rivolge una domanda contenente un "dove": non "dove sei?", ma "da dove vieni?". A differenza di Adamo, Satana non dice di aver paura, ma tradisce un certo nervosismo. Nella sua risposta infatti, prima del verbo "camminare"  compare un altro verbo: "shut, שוט" che qui viene tradotto con "percorrere". Se si vuol capire il peso di una parola biblica, una delle prime cose da fare è vedere come viene usata in altri contesti. Nel libro di Amos, per esempio, si trova:

    "Allora, vagando da un mare all’altro, dal settentrione al levante, correranno qua e là in cerca della parola dell'Eterno, ma non la troveranno" (Amos 8:12).

Qualcosa di simile si trova anche in altri passaggi, per cui è legittimo immaginare qui un Satana che corre qua e là per la terra per vedere se tutto è in ordine. Poi però si riprende e si mette dignitosamente  a camminare per la terra, come compete a un capo di governo. E dopo aver visto quello che succede in Uz decide di partecipare all'assemblea celeste presieduta da Dio.
  Nel giardino terrestre  c'era stato un colloquio tra Satana e l'uomo avente come oggetto Dio. In quell'occasione Satana era riuscito a staccare l'uomo da Dio e a guastare il suo rapporto con la terra benedetta per portarlo a rimanere sotto il suo dominio in una terra maledetta.
  Nell'assemblea celeste ora c'è un colloquio tra Dio e Satana avente come oggetto l'uomo. Satana teme, non senza motivo, che Dio voglia riprendersi l'uomo e la terra su cui vive. Dio indica a Satana il suo ottimo servo Giobbe che si muove in piena comunione con Lui e  ottiene ottimi risultati di governo sulla terra (cap. 29). Forte dell'esperienza fatta nel giardino di Eden, Satana sa che l'unico modo per vanificare questo progetto è riuscire a staccare l'uomo da Dio. Con Adamo c'era riuscito  provocando nell'uomo una spinta di attrazione: la concupiscenza per qualcosa di superiore all'offerta di Dio; con Giobbe tenterà di riuscirci con una spinta di repulsione: il disgusto per  quello che Dio gli ha offerto.
  Satana però sa che deve ottenere il consenso di Dio; e lo ottiene col collaudato metodo dell'insinuazione maligna. Nel paradiso terrestre aveva insinuato nell'uomo il dubbio sulla sincerità di Dio; nell'assemblea celeste insinua in Dio il dubbio sulla sincerità dell'uomo. E sembra riuscirci. Come l'uomo aveva fatto una mossa sbagliata dopo aver ascoltato le parole del serpente, anche la mossa che fa Dio dopo aver ascoltato le parole di Satana potrebbe sembrare sbagliata. Si pensi infatti, in un'ottica di guerra, a quello che era riuscito a ottenere Satana dopo aver convinto Dio a lasciargli Giobbe nelle mani. Il podere di Giobbe non era un semplice insieme di fattorie agricole di particolare successo: era una Reggia, con la ricchezza sontuosa che ad essa si addice. E la famiglia di Giobbe ne costituiva la corte regale, con le sue forme tradizionali da tutti ammirate. Il mondo intorno osservava quello accadeva "all'uomo più grande di tutti gli Orientali", e in tutto questo scorgeva il segno della benedizione di Dio. Chi, come Giobbe, temeva Dio e fuggiva il male era pieno di ammirazione e gratitudine, mentre  gli empi e i malfattori ne erano intimiditi.
  A Satana ovviamente la cosa non poteva andare a genio, e non appena ottiene il via libera ne approfitta subito in modo devastante. Giù tutto: buoi, asine, servitori, pecore, altri servitori, cammelli, e ancora servitori. E infine il botto finale:  figli e figlie tutti seppelliti sotto il crollo della casa del fratello maggiore in cui si trovavano gioiosamente riuniti per il tradizionale convito. Fine della Reggia di Uz e della sua corte regale.
  Ma non doveva essere il segno della sovranità di Dio sulla terra? Il dubbio viene: forse il Dio di cui parla Giobbe se l'è inventato lui, per i suoi personali interessi; o forse è proprio il vero Dio, ma allora bisogna dire che questa volta Dio si è arrabbiato di brutto col santo Giobbe.
  Uno dei messi che porta le notizie di sciagura sembra appoggiare questa seconda ipotesi, perché annuncia così il disastro: "Il fuoco di Dio è caduto dal cielo..." (1:16). Saranno stati i fulmini, ma per il messo era chiaro chi li lanciava.
  Una mazzata simile avrebbe steso tutti, ma la reazione di Giobbe è sconcertante, soprattutto per Satana:

    «Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse: 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò nel seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'» (1:20-21).

Peggio di così per Satana non poteva andare. Il primo round è perso. Ma non demorde: ci riproverà.

(8) continua

(Notizie su Israele, 6 febbraio 2022)


 
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Boicottare il Green pass per ripristinare lo stato di diritto

di Aldo Rocco Vitale

“Mi costa meno, in tutti i sensi, incorrere nella pena prevista per la disobbedienza allo Stato, di quanto mi costerebbe obbedire. Se lo facessi sentirei di perdere valore come essere umano”: così scriveva nel suo celebre saggio Henry David Thoreau condensando il principio di resistenza all’ingiustizia spesso compiuta per opera della legge e dello Stato dinnanzi alla quale, un essere umano rettamente formato, cioè con la coscienza salda ben fondata sul principio di verità, non può rimanere indifferente.
  L’introduzione del Green pass base prima, di quello rafforzato dopo e, infine, di quello illimitato di recente non può che sollevare i moti della coscienza di chi è ben consapevole che i diritti fondamentali come lavoro, circolazione, associazione, riunione, culto non sono gentili concessioni dello Stato, in quanto diritti naturali che allo Stato pre-esistono. Il Green pass, del resto, non ha prevenuto i contagi come aveva dichiarato il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel luglio 2021, non ha garantito il Natale, né tanto meno ha assicurato la ripresa delle attività economiche, come si evince, non soltanto dai ristoranti ancora vuoti, ma anche dalla diretta denuncia di Confesercenti.
  La strutturazione dello Stato d’emergenza pandemico in ciò che ormai non è più emergenza proprio perché strutturato, dovrebbe dimostrare – perfino agli occhi dei più ciechi, cioè i più entusiasti sostenitori dell’emergenzialismo pandemico – che le cose sono andate ben oltre ciò che si era ipotizzato all’inizio. Se i trivax e i guariti sono tali e sicuri, i loro diritti non possono continuare a essere subordinati al Green pass che, dunque, non può essere esteso a tempo indeterminato. Il Green pass, quindi, non può essere illimitato, ma deve essere abolito, proprio per ripristinare quello spazio giuridico ordinario che a esso era preesistente, cioè quell’ambito in cui, per l’appunto, il godimento e l’esercizio dei diritti fondamentali non era concesso dall’ordinamento, ma da quest’ultimo riconosciuto e garantito senza oneri ulteriori – rispetto a quelli fisiologici relativi ai singoli diritti – a carico del libero cittadino. Non cogliere la gravità di un simile cortocircuito è indice di quanto la pandemia abbia svolto un ruolo sostanzialmente biopolitico a tal punto penetrante da modificare il giudizio critico perfino su nozioni giuridiche elementari come quelle suddette.
  In un tale contesto, dunque, cosa fare? Una delle vie percorribili è il boicottaggio del Green pass, sia da parte degli esercenti sia da parte dei singoli cittadini che ne sono titolari. Rifiutarsi di chiedere o mostrare il Green pass pur detenendolo ed essere disposti a pagare la eventuale relativa sanzione – che in fin dei conti è poca cosa rispetto ai beni in questione – è la via più diretta, più sicura e più giuridica per far sì che la logica del Green pass non si istituzionalizzi – come sta già avvenendo – e che lo Stato di diritto venga finalmente ripristinato. Non si tratta, ovviamente, né di una questione politica né ideologica, come potrebbero ritenere gli ingenui o coloro che sono in malafede perché nel segreto della loro anima nera militano per la soppressione della effettività del diritto, ma si tratta di una questione puramente giuridica da comprendere nei termini seguenti.
  Lo Stato ha pesantemente ridotto gli spazi di libertà e i diritti fondamentali a causa della pandemia; lo Stato ha inserito uno strumento che riconosce l’ampiezza delle libertà e dei diritti in base ai meriti sanitari acquisiti (vaccinazione parziale, totale, guarigione) durante l’emergenza pandemica; lo Stato non intende più tornare allo status quo ante, lasciando perdurare questo strumento sostanzialmente anti-giuridico. Contro tale dinamica la disobbedienza del singolo cittadino alla legge ingiusta, seppur formalmente corretta (l’atavica e feroce ingenuità del positivismo giuridico!), costituisce l’unica via per riappropriarsi di quei diritti e di quelle libertà fondamentali di cui è stato privato e, aspetto ancor più importante, per ripristinare la corretta visione del diritto che non è soltanto la volontà dello Stato, che non è la pura correttezza formale della norma che lo esprime, che non è il mero utile della società, che non è la necessità legalizzata.
  Una erronea visione del diritto, della sua natura, della sua funzione, della sua logica, dei suoi limiti non può che causare una erronea visione dello Stato e anche dei profili giuridici della gestione di una pandemia. Se la subordinazione dei diritti fondamentali a un certificato è stato qualcosa di inedito e aberrante nella storia del diritto, la sua istituzionalizzazione, tramite la non abolizione del Green pass illimitato per di più passivamente accettato da parte dei singoli cittadini, non può che essere un qualcosa di gran lunga più mostruoso poiché rivelerebbe l’inconsistenza delle coscienze giuridiche e significherebbe che qualunque provvedimento formalmente corretto, ma sostanzialmente anti-giuridico e anti-umano potrebbe essere approvato con la sicurezza che venisse da tutti tacitamente accettato: è la prova della decadenza della civiltà giuridica dinnanzi alla quale ci troviamo.
  Dinnanzi all’ingiustizia e all’antigiuridicità di certe norme, come per esempio quella che rende illimitato il Green pass, soltanto la disobbedienza civile organizzata e l’amicizia tra i cittadini possono rappresentare uno strumento di rivendicazione dello Stato di diritto come Stato che non crea o concede i diritti, ma come Stato che riconosce i diritti naturali dei singoli e della comunità.
  Il Green pass illimitato è espressione della deriva totalitaria che le istituzioni hanno intrapreso in epoca pandemica con la complicità di tanti semi-addormentati (molti perfino giuristi) che non si sono resi conto di una simile tragedia; la disobbedienza al Green pass è, dunque, la reazione giuridica più giusta, equilibrata e opportuna per rispondere a tale deriva anti-giuridica che si intende normalizzare. Obbedire al Green pass soltanto per timore della sanzione pecuniaria significherebbe anteporre l’interesse e l’utile economico alla rivendicazione dei propri diritti fondamentali che il Green pass illimitato lede e sottrae; disobbedire al Green pass – non chiedendolo e non esibendolo pur essendone titolati – significa, invece, pretendere di riportare l’ordine del diritto nella sua propria dimensione in cui esso non traduce l’arbitrarietà e l’onnipotenza dello Stato, ma esprime la sua specifica dimensione onto-assiologica costruita sull’orizzonte di senso della persona e dei suoi ineliminabili e inalienabili diritti naturali. Se il pagamento della relativa sanzione pecuniaria è il piccolo prezzo da versare per rivendicare la tutela di valori ben più consistenti si paghi tale fio con distaccata disinvoltura, ma con la consapevolezza per cui si sta lottando per un bene più grande, cioè l’integrità del diritto.
  In conclusione: disobbedire al Green pass illimitato significa, in sostanza, obbedire al diritto immutabile; disobbedire al Green pass illimitato significa, in concreto, obbedire alla giustizia; disobbedire al Green pass illimitato significa, in definitiva, obbedire alla coscienza del valore umano del diritto.

(l'Opinione, 5 febbraio 2022)


La follia deve arrivare ad essere abbastanza estesa per non essere più riconoscibile, ma anzi indicata come superiore saggezza. Il Green pass è il guinzaglio che il potere ti mette al collo per darti la libertà di muoverti a tuo piacimento (fino dove arriva la lunghezza della corda e non senti gli strattoni limitativi). Dopo tre nodi, cioè tre dosi di vaccino, il potere giudica che a questo punto la corda è ben assicurata e ti concede la libertà, cioè promette di non correrti più dietro per farti un altro nodo. Per chi si rifiuta naturalmente si dovrà ricorrere all'accalappiacani. I canili sono già in via di preparazione. M.C.

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Obiezione di coscienza in risposta all'obbligo di vaccinazione

Dichiarazione preparata per spiegare il motivo della mia decisione ove fosse necessario

Da oggi, 1 febbraio 2022, scattano le sanzioni per gli ultracinquantenni che come me non avranno ottemperato all'obbligo di sottoporsi alla cosiddetta vaccinazione imposta per decreto dall'attuale governo. Fino ad ora non mi sono sottoposto a tale operazione e dichiaro apertamente che non lo farò neppure in seguito. Considero questo come un atto di disubbidienza civile per motivo di coscienza.
In quanto motivo di coscienza, è di natura personale, dunque non coinvolge altri né nella sua spiegazione né nelle sue conseguenze; non incolpa chi ha motivi di coscienza diversi, né vorrebbe essere da loro incolpato.

Per quanto riguarda l'Autorità civile, la dichiarazione potrebbe finire qui, sia perché a lei interessa soltanto di sapere se io mi attengo alla norma oppure no, sia perché io non mi sento obbligato a giustificare davanti a lei le ragioni della mia coscienza. Aggiungo soltanto poche parole di spiegazione per chi fosse interessato.

Presentare “per motivo di coscienza" il rifiuto della vaccinazione dice comunque qualcosa, perché esclude altri motivi.
Esclude che il motivo sia di tipo esclusivamente sanitario, cioè pura e semplice paura di piombare in altre più tremende malattie.
Esclude che il motivo sia di tipo esclusivamente politico, cioè dettato dalla speranza di far cambiare la decisione del governo su questo punto.
Motivi come questi possono aver concorso a formare la decisione della coscienza, ma non sono determinanti.
Il motivo fondamentale dipende dalla mia fede in Gesù Cristo, come attestato nella Bibbia, Parola di Dio. Pertanto la mia dichiarazione, ovunque dovesse essere presentata, vuole avere il significato di testimonianza a Cristo, a cui la mia coscienza è indissolubilmente legata.

In un corpo che grazie a Dio funziona ancora abbastanza bene, considero una forma di ingratitudine al Signore lasciarmi inoculare una sostanza che ha caratteri dubbi e inquietanti non per essere curato di una malattia presente, ma come forma di assicurazione per una possibile malattia futura. I vaccini infatti non curano il male, ma vorrebbero prevenirlo. La mia coscienza biblicamente formata mi pone il problema della giustizia, e mi fa ritenere che non sia cosa giusta davanti a Dio partecipare a un gioco d'azzardo sanitario che ha come posta in gioco il bene del corpo ricevuto alla nascita e di cui porto la responsabilità davanti a Dio.

L’azione del governo è cominciata con un invito pressante a farsi vaccinare, per passare poi alla minaccia, poi al ricatto e ora all’obbligo vaccinale imposto per decreto.
Questo ha spostato la mia attenzione dalla giustizia davanti a Dio in relazione al corpo alla giustizia davanti a Dio in relazione all’Autorità civile, che con la sua imposizione adesso interpella direttamente la mia coscienza.
La questione di giustizia si presenta adesso alla mia coscienza in questa forma: è giusto assecondare l'Autorità civile nella sua richiesta di sottomissione all'obbligo di vaccinazione?

L'Autorità civile, ergendosi a tutrice della salute complessiva del corpo della nazione, ritiene di avere il diritto di togliere ai cittadini la possibilità di scelta,  e calpestando la loro coscienza li priva della dignità di persone in grado di prendere decisioni autonome sull'uso che possono fare o non fare del proprio corpo. Non riconosco all'Autorità civile questo diritto e considero una prevaricazione il volerlo imporre per legge. E in coscienza considero anche omissione di dovere morale il subirla senza obiezioni.

L'Autorità civile giustifica la sua azione invocando il bene comune a cui si dovrebbe sacrificare il bene individuale della libertà. Le ragioni portate a sostegno di questa imposizione hanno messo in luce un modo di governare che fa della MENZOGNA la sua forza. Non ripeto qui la quantità di argomenti e prove che sostengono questa mia dichiarazione, ma la presento qui con chiarezza per sottolineare la perdita di credibilità e autorità morale che ha ormai questo governo sulla mia coscienza.

Il cumulo di falsità e contraddizioni governative ha poi trovato l'appoggio fondamentale in un'unica grande menzogna presentata col nome di SCIENZA. Screditare i dissenzienti presentandoli come ignoranti nemici del sapere è stata una delle più ignobili armi di inganno e manipolazione della propaganda filogovernativa. Usare in modo astratto e generico il nome "scienza", conferendogli un'autorità indiscussa sul vero e sul falso, sul bene e sul male, sul giusto e sull'ingiusto significa fabbricare un IDOLO che poi si agita davanti agli uomini per esigere da loro piena sottomissione.
La Bibbia mette in guardia contro quella che "falsamente si chiama scienza" (1 Timoteo 6:20) e avverte solennemente: "Figlioli, guardatevi dagl’idoli" (1 Giovanni 5:21).

La vaccinazione si presenta come un atto destinato a ripetersi obbligatoriamente un numero illimitato di volte. Al primo rifiuto, la legge impone che il cittadino sia automaticamente escluso dalla partecipazione alla vita civile. Se accetto l'obbligo di sottopormi al ciclo illimitato delle vaccinazioni, manifesto di voler consegnare il mio vivere nelle mani di chi si attribuisce il diritto di potermi far morire. Ma "per me il vivere è Cristo e il morire guadagno" (Filippesi 1:21). Il credente in Cristo può essere maltrattato, ma non è ricattabile.

Si ripete allora la domanda: è giusto assecondare l'Autorità civile nella sua richiesta di sottomissione all'obbligo di vaccinazione?
La mia risposta è un deciso NO.
Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini (Atti 5:29).

Marcello Cicchese  

(Notizie su Israele, 1 febbraio 2022)




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