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Notizie 16-28 febbraio 2022


Perché Israele potrebbe mediare tra Putin e Zelensky

La volontà di mantenere un canale aperto con entrambe le parti fa pensare che presto il governo Bennett potrebbe decidere di assumere un ruolo cruciale nel dialogo. L’analisi di Pietro Baldelli, visiting research fellow dell’Università ebraica di Gerusalemme.

di Pietro Baldelli 

A poche ore dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina gran parte degli attori internazionali hanno adottato la propria posizione nei confronti di un conflitto che supera gli steccati locali per assumere una rilevanza regionale – messa in discussione dell’architettura securitaria europea – e financo globale – riassetto, più generale, dell’intero ordine internazionale con ricadute indirette sui diversi quadranti regionali. Sul fronte occidentale tutti gli Stati, seppure con intensità distinte, si sono schierati compattamente a sostegno di Kiev, fornendo assistenza economica, militare e imponendo diversi pacchetti di sanzioni economiche incrementali verso la Russia.
  Nondimeno, tra i Paesi più cauti nel dichiarare il proprio aperto supporto all’Ucraina figura Israele. Pur non appartenendo né all’Unione europea né alla Nato, Israele è a tutti gli effetti considerabile come un Paese appartenente allo schieramento occidentale, in particolare in quanto alleato di punta degli Stati Uniti. Per tale motivo, l’approccio di cauta condanna verso Mosca adottato fino a questo momento dallo Stato ebraico e la conseguente volontà di limitare il sostegno a Kiev, impedendo il trasferimento di sistemi d’arma potenzialmente decisivi per le sorti del conflitto, hanno generato non pochi malumori nelle cancellerie occidentali e in Ucraina.
  La posizione di Israele verso il conflitto russo-ucraino rappresenta un unicum che deriva da un dilemma con cui si trova a fare i conti lo Stato ebraico, il quale non può prescindere dal mantenimento di buone relazioni con entrambe le parti in conflitto. Unico Paese dello schieramento occidentale a poter vantare relazioni privilegiate sia con Mosca che con Kiev, lo Stato ebraico si trova ora intrappolato in una situazione tipicamente assimilabile al paradosso del comma 22 – formulazione enunciata da Joseph Heller nell’omonimo romanzo Catch 22 volta a descrivere una circostanza in cui un soggetto che si trova dinnanzi a due opzioni ha facoltà di scegliere solo in apparenza. Una posizione scomoda che gli impedisce pertanto di assumere una postura più dura nei confronti dell’aggressione russa.
  Nel medio periodo tuttavia, per fuoriuscire indenne da questa trappola, Israele potrebbe decidere di assumere un ruolo più proattivo, finendo per accettare il ruolo di mediatore non appena dalla fase militare delle ostilità gli attori in campo decidessero di ritornare al tavolo negoziale. Tanto più considerando la non spendibilità della Bielorussia, che da sede dei negoziati che portarono agli accordi di Minsk del 2015 ha assunto in questa fase lo status di parte in causa del conflitto, a fianco di Mosca. Per comprendere perché Israele potrebbe ambire a giocare tale inedito ruolo, pur rappresentando una media potenza che insiste in un quadrante regionale apparentemente distante come quello del Medio Oriente, è necessario analizzare i suoi interessi in gioco e le ragioni che lo legano a Mosca e a Kiev.
  Per capire in che modo Israele guarda alla Russia è necessario individuare tre livelli di indagine differenti che trascendono la mera interlocuzione inter-statuale. In primo luogo, la Russia rappresenta per lo Stato ebraico una componente della propria memoria storica. È nei territori russi infatti che partirono alla fine del XIX secolo le prime due alyoth, cioè le ondate migratorie sionistiche che giunsero nella Palestina ottomana ambendo alla creazione di uno Stato indipendente.
  In secondo luogo, l’influenza russa può essere avvertita sul piano sociale e politico interno. Un fenomeno relativamente recente che ha ulteriormente accentuato le radici russe di Israele è l’arrivo all’inizio degli anni novanta dei così detti refusenik, gli ebrei con passaporto sovietico – circa un milione di persone. Per tale comunità, molto influente nel tessuto sociale israeliano, la Russia rappresenta un riferimento culturale a cui rimanere ancorati – il russo è la terza lingua più parlata nel Paese, dopo l’ebraico e l’arabo. Per tale motivo una presa di posizione eccessivamente dura nei confronti di Mosca rischierebbe di alienare una parte influente della popolazione israeliana, ancorché molti israeliani con passaporto russo si siano pubblicamente schierati contro l’aggressione russa dell’Ucraina.
  In ultima istanza, a partire dall’intervento militare in Siria nel 2015 e con il concomitante disimpegno americano dal Medio Oriente, Mosca ha assunto un ruolo rilevante anche nei calcoli strategici dello Stato ebraico, come power broker con cui dover fare i conti. Una valutazione, questa, condivisa con altri attori del quadrante, come i partner degli Stati Uniti nel Golfo che, a eccezione del Kuwait, hanno egualmente adottato una postura cauta nei confronti di Mosca – emblematica in tal senso è l’astensione degli Emirati Arabi Uniti a una risoluzione di condanna nei confronti di Mosca presentata al Consiglio di Sicurezza Onu. Tornando a Israele, va ricordato il tacito accordo con cui, con il beneplacito di Mosca, l’aeronautica israeliana è lasciata libera di condurre raid aerei su obiettivi iraniani in territorio siriano, in quella che viene definita nella dottrina di difesa israeliana la war between wars. È notizia di qualche settimana fa che la Russia avrebbe iniziato a ridiscutere i termini di questo accordo, mettendo in discussione la libertà di azione concessa agli israeliani e mettendo in piedi missioni signalling di pattugliamento congiunto con l’aeronautica siriana delle Alture del Golan e dintorni. Altro dossier in cui le azioni di Mosca possono impattare direttamente la sicurezza nazionale israeliana sono i negoziati di Vienna sul nucleare iraniano, percepito dagli israeliani come una minaccia esistenziale. Pertanto, anche su questo piano, Israele non può permettersi di rompere totalmente il legame con Mosca.
  Anche in riferimento all’Ucraina lo Stato ebraico può vantare delle relazioni privilegiate tra rispettive popolazioni. In Ucraina vive ancora oggi una comunità di circa 50.000 ebrei – anche il presidente Volodymyr Zelensky proviene da una famiglia ebraica. Per la particolare conformazione istituzionale assunta fin dalla sua fondazione da Israele, il quale si definisce “Stato ebraico e democratico”, esso si identifica come l’entità statuale in cui trova soddisfazione il diritto di autodeterminazione nazionale del popolo ebraico. Seguendo questa formulazione, giuridicamente sostanziata nella Legge di Ritorno del 1950, ciascun ebreo ha il diritto di ottenere la cittadinanza israeliana, facendo pertanto di Israele la patria di ciascun ebreo, financo di quelli ucraini, indipendentemente dalla propria cittadinanza.
  Una simile interpretazione è rintracciabile anche sul piano militare nella dottrina delle Forze di difesa israeliane del 2015, unico documento di tale livello mai pubblicato. Nel secondo dei quattro obiettivi nazionali elencati viene definita la necessità del mantenimento del carattere di patria del popolo ebraico dello Stato israeliano. Non si dimentichi, inoltre, il valore che l’Ucraina assume per una parte demograficamente sempre più rilevante della popolazione ebraica di Israele, ovvero i chassidim, frangia di quella che viene definita la corrente ultra-ortodossa dell’ebraismo. Ogni anno circa 25.000 ebrei si radunano nella cittadina di Uman, luogo di origine della comunità chassidica. Considerato il legame appena descritto, è possibile comprendere le ragioni che spingerebbero Israele a un maggiore sostegno, politico e militare, delle ragioni di Kiev.
  Anche in relazione a quanto detto, negli scorsi mesi aveva tentato di far leva il Presidente Zelensky, richiedendo a Israele un maggiore supporto. Nella visita del presidente israeliano Isaac Herzog a Kiev dell’ottobre scorso, per esempio, gli ucraini avrebbero richiesto la fornitura del sistema anti-missilistico Iron Dome, poi non accordata da Israele. A dicembre Kiev ha ulteriormente alzato la posta in palio quando, in occasione delle celebrazioni per il trentennale delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, l’ambasciatore ucraino a Tel Aviv, Yevgen Korniychuk, ha annunciato la volontà di aprire una rappresentanza diplomatica dedicata alla cooperazione economia a Gerusalemme.
  Complessivamente, i profondi legami con la Russia e l’Ucraina appena descritti hanno portato a una risposta cauta di Israele nei confronti dell’invasione russa. Il primo ministro Naftali Bennett nelle sue prime dichiarazioni successive alla dichiarazione di guerra di Putin ha dichiarato solidarietà al popolo ucraino senza condannare l’azione russa. La parte del poliziotto cattivo è stata lasciata al ministro degli Esteri Yair Lapid, il quale ha definito l’attacco russo come una violazione dell’ordine internazionale. Al di là delle dichiarazioni, pur importanti, lo Stato ebraico non ha preso contromisure sostanziali come l’imposizione di sanzioni economiche. La volontà di mantenere un canale aperto con entrambe le parti fa pensare che proprio Israele nei prossimi giorni o settimane potrebbe decidere di assumere in prima persona il ruolo di mediatore. Una proposta che in realtà, secondo le ricostruzioni del giornalista Barak Ravid, sarebbe stata fatta già lo scorso ottobre da Bennett a Vladimir Putin nel loro primo incontro a Sochi, ma rifiutata da quest’ultimo. Nelle ultime ore sarebbe stata Kiev a richiedere un maggiore ruolo israeliano in qualità di intermediario ma, almeno per il momento, nulla è stato fatto in questa direzione. Resta da capire se, con il passare dei giorni e, auspicabilmente, con un rallentamento dell’avanzata russa verso la capitale ucraina, la quale si sta dimostrando più difficile del preventivato, questa ipotesi possa riprendere slancio.

(Formiche.net, 27 febbraio 2022)

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Diplomatici in prima linea

In Israele si arruolano volontari in armi. Il curriculum via email all'ambasciata.

L'ambasciata ucraina in Israele arruola personale locale per andare a combattere contro l'invasione russa e fornisce anche sulla propria pagina Facebook i recapiti ai quali rivolgersi. «Urgente! All'attenzione delle persone che desiderano partecipare alla difesa dell'Ucraina dall'aggressione militare russa!», ha scritto ieri il servizio diplomatico rivolgendosi soprattutto ai cittadini dello Stato ebraico di origini ucraine che abbiano esperienza bellica, ma senza disdegnare nemmeno l'apporto di volontari senza legami con Kiev. «Cari compatrioti, fratelli e cittadini sensibili di Israele e di altri Paesi che siete attualmente in Israele! L'ambasciata ha iniziato la formazione di liste di volontari che desiderano partecipare ad azioni di combattimento contro l'aggressore russo».
  Il messaggio si conclude con un invito:
  «Se sei pronto a difendere la sovranità dell'Ucraina, manda il tuo curriculum all'indirizzo email address defendUKRinISR@grnail.com. Nel messaggio, allega un documento di riconoscimento, indica la tua nazionalità, data di nascita, numero di passaporto, specialità militari e contatti per eventuali comunicazioni. Ti terremo informato».

Libero, 27 febbraio 2022)

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A Tel Aviv in migliaia per manifestare solidarietà all’Ucraina

di Fabiana Magrì

TEL AVIV - Le migliaia di persone che ieri sera, al termine dello Shabbat, hanno percorso Sderot Rothschild fino a Kikar HaBima protestavano sia in solidarietà dell’Ucraina, contro l’invasione russa, sia per sollecitare una reazione più decisa del governo israeliano alle azioni di Putin in Europa orientale. Dopo aver marciato per le strade del centro, una gigantesca bandiera ucraina, sorretta da decine di persone, è stata distesa proprio all’ingresso dell’Auditorium Charles Bronfman. A issare vessilli blu e gialli c’erano le comunità di immigrati dalla Russia e dall’Ucraina ma anche tanti cittadini preoccupati e delusi, dopo tre giorni di aggressioni e guerra.
  Tutto intorno al sicomoro di Kikar HaBima, cartelli in cirillico, ebraico e inglese. “Stop War” e “Stop Putin” ma anche “Le preghiere non sconfiggeranno il fascismo, date loro armi anticarro”, e “Europa svegliati!”. L'organizzazione di protesta Israeli Friends of Ukraine, fondata da Vyacheslav Feldman, ha dichiarato al Times of Israel che la priorità della manifestazione era certamente fermare la guerra. Ma altrettanto importante è che il governo israeliano si schieri più chiaramente. Nessuno ha da ridire sull'assistenza umanitaria. L'Agenzia Ebraica, che negli ultimi giorni ha ricevuto migliaia di richieste da parte di cittadini ucraini sull'immigrazione in Israele, ieri ha reso noto di aver istituito sei postazioni per l’accoglienza delle pratiche di aliya ai confini dell'Ucraina con Polonia, Moldavia, Romania e Ungheria. E ieri notte l’Unità Hatzalah dello Sheba Medical Center ha inviato un team in Moldavia per offrire cura e soccorso ai rifugiati ucraini.
  Ma ciò di cui l'Ucraina ha bisogno adesso, dice il leader degli Amici Israeliani dell’Ucraina, sono armi difensive. Invece, mentre la Russia attacca, Israele ha evitato di esporsi. Gli analisti ritengono che ciò sia dovuto, almeno in parte, alla necessità di collaborare con la presenza militare russa nella vicina Siria per poter continuare a colpire obiettivi e avamposti dell’Iran. Giovedì scorso il ministro degli Esteri Yair Lapid ha emesso una condanna più chiara nei confronti di Mosca, definendo l'invasione "una grave violazione dell'ordine internazionale”. Ma il primo ministro Naftali Bennett ha evitato di menzionare la Russia per nome nelle sue dichiarazioni. Intanto ci sono circa 200 mila persone in Ucraina che rispondono ai requisiti per immigrare in Israele, secondo la legge sul ritorno. In tutto il 2021, in poco più di 3.100 hanno lasciato l’Ucraina per Israele. Adesso i funzionari israeliani si stanno preparando ad accettarne diverse migliaia, come accadde subito dopo l'invasione russa della Crimea nel 2014.
  Questa mattina al gabinetto di governo si discuterà sugli sviluppi dell'accoglienza degli ebrei ucraini, alla presenza del ministro della diaspora Nachman Shai e quella dell'Immigrazione Pnina Tamano-Shata.

(Shalom, 27 febbraio 2022)

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La partita a scacchi del premier Bennet sulla mediazione

L'ex primo ministro Netanyahu da Putin 10 volte in 4 anni, più che a Washington.

di Davide Frattinl

GERUSALEMME - Le gigantografie srotolate lungo 12 dei 17 piani: Benjamin Netanyahu stringe la mano a Vladimir Putin, insieme guardano al resto del mondo (e alla tangenziale attorno a Tel Aviv che passa sotto al grattacielo) dalla «stessa altezza» come recitava lo slogan di quei manifesti elettorali. Adesso l'ex primo ministro osserva la situazione a livello del mare, dalla sua villa a Cesarea sulla costa del Mediterraneo, e non è ancora intervenuto da capo dell'opposizione per dire che cosa pensi dell'amico russo dal quale è andato in visita 10 volte in 4 anni ( durante il penultimo mandato, pre-Covid) molte più che a Washington.
  Parlare tocca al successore Natfali Bennett che con il socio di coalizione Yair Lapid sembra essersi spartito le parti: al ministro degli Esteri la condanna più dura dell'invasione russa, al premier i toni sfumati che neppure menzionano Mosca. Così l'appello di Vlodymyr Zelensky - il presidente ucraino che in una telefonata ha chiesto a Bennett di ospitare eventuali negoziati a Gerusalemme - viaggia su una linea disturbata da questi anni di coordinamento tra l'aviazione israeliana e l'esercito russo dispiegato in Siria. Netanyahu ha ottenuto da Putin - e il governo di Bennett vorrebbe mantenerlo - il permesso di bombardare gli avamposti iraniani nel Paese devastato da 11 anni di guerra.
  «Non hanno detto no all'idea di mediare - spiega Yevgen Komiychuk, ambasciatore ucraino in Israele, al New York Times -, vogliono capire come posizionarsi in questa partita a scacchi». Nelle mosse Bennett deve stare attento a non irritare l'alleato americano che ha già subito un no: il rifiuto di sostenere come sponsor la risoluzìone contro la Russia presentata al Consiglio di sicurezza dell'Onu.
  Per Bennett i russi restano «i nostri vicini a nord», oltre le alture del Golan, e allo stesso tempo è consapevole di poter avere un ruolo: dopo la caduta dell'Unione· Sovietica gli ebrei sono immigrati in Israele a centinaia di migliaia. Al punto che l'ambasciata ucraina a Tel Aviv ha lanciato un appello ai giovani di seconda generazione che hanno servito nell'esercito israeliano: andate a proteggere Kiev.

(Corriere della Sera, 27 febbraio 2022)

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Israele ha molto da perdere da una guerra Russia-Ucraina

Essendo uno dei pochi Paesi ad avere stretti legami diplomatici sia con Kiev che con Mosca, Israele cercherà di tenersi in disparte se le due parti entreranno in guerra.

di Anshel Pfeffer

L’ottobre scorso, nell’incontro con Vladimir Putin a Sochi, Naftali Bennett si è offerto di organizzare un vertice tra il presidente russo e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelenskyy. Secondo un articolo di Barak Ravid su Walla [sito internet israeliano di informazione, ndtr.], la proposta è stata avanzata dal primo ministro israeliano con il benestare di Zelenskyy, ma Putin ha rifiutato. Pochi mesi prima, il predecessore di Bennett, Benjamin Netanyahu, aveva fatto un’offerta simile a Putin, anch’essa respinta.
  Un vertice Russia-Ucraina a Gerusalemme avrebbe effettivamente senso per tutta una serie di elementi. Israele è uno dei pochi Paesi ad avere stretti legami diplomatici sia con Kiev che con Mosca. Si tratterebbe di un volo breve da entrambe le capitali, come testimonia l’afflusso di decine di jet d’affari russi e ucraini all’aeroporto Ben Gurion ogni fine settimana e durante le festività religiose. Israele è sia un comodo luogo di incontro per le classi oligarchiche di entrambi i Paesi sia, nei momenti di tensione, anche un rifugio e una sede di riunioni. Durante il precedente conflitto tra le due parti nel 2014 le hall degli alberghi di lusso di Tel Aviv erano piene della crema delle élite economiche russe e ucraine, che trovavano qui un rifugio finché la tempesta non fosse passata.
  Israele è anche uno dei pochi posti al mondo in cui, a causa di accordi discreti, coloro che temono per la propria vita a causa della longa manus delle agenzie di intelligence russe hanno la garanzia di non subire dei danni. Acerrimi rivali come l’oligarca favorito di Putin, Roman Abramovich, e il miliardario nazionalista ucraino Ihor Kolomoyskyy, possiedono case sontuose in Israele.
  Putin e Zelenskyy si sentirebbero entrambi a casa in Israele anche grazie alle centinaia di migliaia di loro connazionali russi e ucraini emigrati in Israele negli ultimi tre decenni. Russia e Ucraina rimangono in cima alla lista dei Paesi da cui gli ebrei fanno l’aliya [l’emigrazione ebraica in Israele, ndtr.].
  C’è ancora un altro motivo per cui i leader israeliani sarebbero felici di fare tutto il possibile per ridurre le tensioni che potrebbero portare a una guerra Russia-Ucraina. Molto semplicemente, Israele ha molto da perdere se ciò accadesse.
  Mentre i principali alleati strategici di Israele negli ultimi 50 anni sono stati gli Stati Uniti – e la situazione rimarrà tale nel prossimo futuro – da quando Putin è salito al potere e ha intrapreso l’aggressiva politica estera post-sovietica della Russia, Israele si è trovata a dover fare i conti con una crescente attenzione nei confronti degli interessi del Cremlino. Soprattutto negli ultimi anni, sotto i presidenti Barack Obama, Donald Trump e ora Joe Biden, gli Stati Uniti hanno ridotto la propria presenza in Medio Oriente, creando un vuoto da riempire a favore della Russia.
  Israele si trova in una posizione piuttosto peculiare per quanto riguarda le sue alleanze militari. Non è un membro della NATO, e ciò non è mai stato in previsione. Ma negli ultimi anni ha avuto legami militari sempre più stretti con la maggior parte dei membri dell’alleanza occidentale, comprese frequenti esercitazioni congiunte in Israele e in quei Paesi. Per quanto in queste esercitazioni l’obiettivo nascosto non sia mai stata specificamente la Russia, o qualsiasi altro Paese, gli eserciti che vi partecipano insieme usano dottrine e protocolli della NATO, mentre il nemico immaginario ha sistemi d’arma di fabbricazione russa.
  D’altra parte negli ultimi sei anni e mezzo – dal dispiegamento russo in Siria – Israele ha coordinato strettamente le sue operazioni aeree con la Russia contro obiettivi iraniani in quell’area. Sebbene Israele non informi direttamente i russi degli obiettivi previsti, sia il sistema per evitare un conflitto tra i due eserciti che i taciti accordi tra il Cremlino e Gerusalemme hanno consentito a Israele di continuare ad operare sulla Siria senza scontrarsi con le forze russe.
  Il rapporto con la NATO è una risorsa strategica per Israele, ma il coordinamento con la Russia in Siria è una necessità cruciale. Nei giorni scorsi gli aerei da combattimento russi hanno svolto – e trasmesso sulla televisione di Stato russa – un’esercitazione congiunta con l’Aeronautica militare siriana, sorvolando la parte della Alture del Golan controllata dai siriani, cosa che potrebbe essere stato un promemoria per Israele riguardo le regole sul campo.
  Un’altra considerazione strategica è la speranza di Israele di vendere gas naturale ai Paesi europei. I piani per realizzare nel Mediterraneo orientale un gasdotto da Israele alla Grecia, e da qui al resto del continente, sono attualmente sospesi. Tuttavia, se dovesse scoppiare una guerra e una possibile cessazione delle forniture di gas russo all’Europa occidentale in pieno inverno diventasse realtà, ci sarebbe una domanda di gas israeliano per mitigarne la carenza. Israele sarebbe ovviamente felice di venderlo, ma sarebbe anche preoccupato che ciò non venga visto come una mossa anti-russa.
  E inoltre c’è la costante preoccupazione di Israele per le comunità ebraiche che si troverebbero in pericolo nel caso e nel momento in cui scoppiassero le ostilità.
  Al momento non vi è alcun segno di un aumento delle richieste di aliya dall’Ucraina, ma le cose potrebbero cambiare molto rapidamente. Putin è sempre stato vicino a personalità ebraiche e ha ostentatamente represso l’antisemitismo. Lo stesso Zelenskyy è ebreo e anche il governo ucraino è stato molto preoccupato di mostrare che protegge le comunità ebraiche. Ma la realtà persiste: entrambi i Paesi hanno profonde tradizioni di ebreo-fobia che tradizionalmente si manifesta in tempi di guerra e caos.
  La capacità di Israele di dare un contributo nell’evacuazione degli ebrei ucraini dalla zona di guerra in caso di necessità dipenderà in larga misura dalla sua abilità nel mantenere le sue relazioni con entrambe le parti.
  Le amministrazioni statunitensi succedutesi non hanno mancato di notare l’equilibrismo di Israele quando si tratta della Russia e hanno cercato di smarcarlo, con scarso successo. In passato Israele ha rifiutato di unirsi alle condanne degli interventi russi promosse dagli Stati Uniti. Sotto pressione russa Israele ha anche interrotto gli accordi sulla sicurezza e i trattati sulle armi, prima con la Georgia nel 2008, alla vigilia dell’invasione russa, e poi con l’Ucraina in anni più recenti.
  Naturalmente Israele spera di mantenere il suo status di alleato più vicino e affidabile dell’America in Medio Oriente. Ma quando si tratta di Putin, e di qualsiasi guerra o invasione che egli stia pianificando, vuole rimanere rigorosamente in disparte.

(Da Haaretz, traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

(Zeitun, 25 febbraio 2022)

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“La libertà o è di tutti o non è libertà”

“Non è una coincidenza se ci troviamo qui, tutti insieme, in questo preciso momento storico. Le cose, d’altronde, non succedono per caso”. È la lettura di Chen Arieli, vicesindaca di Tel Aviv, anche lei coinvolta nel grande meeting di Firenze. “Insieme siamo più forti” il suo messaggio durante una conversazione su “pace, sviluppo economico e sociale, cultura e relazioni interpersonali” che è stata dedicata alla memoria di David Sassoli e che ha visto anche l’intervento, tra gli altri, della sindaca di Sarajevo Benjamina Karic. Una presenza particolarmente significativa nell’imminenza di un anniversario che l’Europa è chiamata a non dimenticare: i 30 anni dall’inizio dell’assedio contro la capitale della Bosnia-Erzegovina. Collaborazione: questa, per la vicesindaca di Tel Aviv, la parola chiave di un’epoca complessa e tormentata. “Dobbiamo creare ponti e speranza, partendo da un principio fondamentale di cui tener conto: nessuno di noi è davvero libero fin quando l’intera umanità, nessuno escluso, sarà libera”. E ancora: “Da ogni situazione di crisi possono nascere opportunità”. In tal senso la Carta di Firenze firmata nelle scorse ore darebbe la necessaria forza “per un cambiamento globale, specie nell’area del Mediterraneo”. Risoluzione dei conflitti in corso, come quello tra Russia e Ucraina che ha segnato i lavori della conferenza, “ma anche promozione di politiche per il welfare” e occasioni di crescita anche in altri ambiti strategici. “Collaborare è possibile”, la valutazione conclusiva di Arieli. Emblematica la vicenda stessa della città bianca, nella sua riconosciuta peculiarità di “capitale della cultura e condivisione”.

(moked, 27 febbraio 2022)
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“La libertà o è di tutti o non è libertà”. Verissimo. In Italia per esempio non c'è libertà, perché non è libertà di tutti. Ma non si deve dire. Non è vietato, ma è sconveniente. La vicesindaca di Tel Aviv dice che “Dobbiamo creare ponti e speranza, partendo da un principio fondamentale di cui tener conto: nessuno di noi è davvero libero fin quando l’intera umanità, nessuno escluso, sarà libera”. Bellissimo. Dobbiamo aspirare alla libertà nell'attesa di un "cambiamento globale". E già. Il globalismo. E' strano però: più si parla di libertà globale più diminuisce la libertà locale. Ma probabilmente dipende dal cambiamento del concetto di libertà. Dicono che solo la libertà pedinata e sorvegliata è vera libertà. M.C.

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Il mio servo Giobbe (10)

di Marcello Cicchese

Riflessioni sul libro di Giobbe

CAPITOLO 2

  1. Or tre amici di Giobbe, Elifaz di Teman, Bildad di Suach e Tsofar di Naama, avendo udito tutti questi mali che gli erano piombati addosso, partirono ciascuno dal suo paese e si misero d'accordo per venire a condolersi con lui e a consolarlo.
  2. Alzarono gli occhi da lontano e non lo riconobbero; allora alzarono la voce e piansero; si stracciarono i mantelli e si cosparsero il capo di polvere gettandola verso il cielo.
  3. E rimasero seduti per terra, presso a lui, sette giorni e sette notti; e nessuno di loro gli disse una parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande.

Questi tre versetti costituiscono una sorta di diaframma tra due versioni di Giobbe. Se da lontano i tre amici non lo riconoscono fisicamente, quando arrivano vicini a lui e lo sentono parlare non lo riconoscono moralmente: è un altro Giobbe.
  Esaminiamo allora questi tre versetti, che come spesso accade nella Bibbia contengono informazioni indirette che sono lì per essere colte con reverente attenzione. Il termine usato nell'originale per indicare i tre che discutono con Giobbe è רע (rea), reso in tutte le traduzioni con "amici". Nella maggior parte dei passaggi biblici però il termine non sottolinea l'aspetto affettivo, ma piuttosto quello della parità sociale, e nella traduzione sono usati termini più generali come compagno, prossimo, vicino. Un esempio significativo:

    Il giorno seguente [Mosè] uscì, vide due ebrei che litigavano e disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo compagno?» (Esodo 2:13).

Mosè qui certamente non voleva sottolineare l'amicizia fra i due, ma il fatto che tutti e due erano ebrei, cioè appartenenti allo stesso popolo. Nei comandamenti si usa sempre il termine rea per indicare il prossimo, come per esempio in Esodo 20:16: "Non attestare il falso contro il tuo prossimo", dove non sottolinea certo l'amicizia affettiva fra i due, ma la parità di posizione davanti a Dio nella società. Interessante è anche l'uso che se ne fa in Esodo 33:11: "Or l'Eterno parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla col proprio amico", dove si vuol sottolineare che Dio parlava con Mosè come se fosse un suo pari.
  Nel caso che qui stiamo trattando, per i tre che parlano con Giobbe si potrebbe usare il termine colleghi. Colleghi in teologia. Di che cosa parlano infatti i quattro nelle loro animate discussioni? Parlano di Dio, partendo dal fatto che hanno una base comune a cui richiamarsi e su cui discutere.
  Se consideriamo il libro come preistoria israeliana, si potrebbe dire che qui si ha un'anticipazione di quello che nelle accademie talmudiche si chiama pilpul, un intenso dibattito analitico su diverse interpretazioni possibili della volontà di Dio espressa nei testi tramandati. Naturalmente in questo caso il dibattito non è puramente teorico, ma si svolge in un contesto di appassionata partecipazione personale, con conseguenze pesanti per tutti. In ambiente ebraico si potrebbe usare per gli amici anche il termine maestri, perché da come parlano si può pensare che istruissero anche altri nelle vie di Dio e provenissero tutti dalla medesima scuola del grande maestro Giobbe.
  Elifaz infatti comincia rispettosamente il suo primo discorso sottolineando questa posizione di eccellenza di Giobbe:

    "Ecco, tu ne hai ammaestrati molti, hai fortificato le mani stanche; e le tue parole hanno rialzato chi stava cadendo, hai rafforzato le ginocchia vacillanti" (4:2-3).

Il primato di Giobbe però non è soltanto dovuto alla sua conoscenza "teologica", come diremmo noi oggi, ma alla posizione spirituale e sociale in cui Dio l'aveva posto: Giobbe era in quel tempo "il mio servo", il servo del Signore. Ed era anche "il più grande di tutti gli orientali" (1:3). A che doveva questa grandezza? Pensiamo a quello che Dio dirà poi al suo servo Abramo: "ti benedirò e renderò grande il tuo nome" (Genesi 12:2). La stessa cosa, prima di Abramo, fa ora Dio con Giobbe: lo benedice e rende grande il suo nome.
  Si può dire allora che questo Oriente, in cui Dio aveva posto Giobbe destinandolo ad essere il più grande di tutti, è la zona della terra in cui Dio aveva deciso di esercitare la Sua signoria in quel momento della storia: una sorta di anticipazione di quello che sarà Regno di Dio nelle sue varie manifestazioni storiche, dove Uz compare al posto di Gerusalemme, il paese di Uz al posto di Israele e Giobbe al posto del Re. Le nazioni sono rappresentate dai paesi di Elifaz, Bildad e Suach, presenti in quell'Oriente a cui Dio rivolge in quel tempo la sua attenzione.
  Non sta scritto in questa forma nella Bibbia, certo, ma le analogie tra tempi cronologicamente diversi sono "parabole storiche" che costituiscono una forma di rivelazione per allusioni che Dio usa per farsi conoscere dagli uomini. E'compito nostro dunque rifletterci sopra e tentare di interpretarle.
  In questa interpretazione molti particolari possono trovare il loro posto.
  Il riferimento ai "loro paesi" da cui i tre amici partono dopo essersi accordati mette in evidenza diverse cose. La vicenda di Giobbe non era anzitutto un fatto puramente privato, quindi tutti gli arzigogolamenti psicologistici in chiave intimistica, frutto di una lettura antropocentrica, sono del tutto fuori luogo. La caduta di Giobbe ha il valore di un avvenimento epocale con risonanza su tutta l'ecumene di quel periodo. Gli amici non sono vicini di casa di Giobbe; ci vuole del tempo prima che la notizia arrivi fino a loro. L'Oriente, per il semplice fatto che viene indicato con lo stesso nome usato per la torre di Babele, non può che essere una zona molto vasta della terra.
  Il crollo della Reggia di Uz, con il tonfo fisico e morale del Re, è stato un cataclisma la cui notizia non poteva che spandersi in tutto l'Oriente. Ma prima che arrivi ai tre amici in paesi diversi, e che questi si accordino fra loro dandosi un appuntamento e alla fine riescano a raggiungere Uz, passano settimane, o mesi, o forse anni.
  E in tutto questo tempo Giobbe si accorge che nulla cambia. Tutto tace. Dal cielo non arrivano più segnali, come se il macigno arrivatogli addosso fosse l'ultimo, definitivo messaggio che Dio aveva voluto mandargli. Intorno a lui il deserto. Gli è rimasta solo la moglie. E lei continua a dirgli di lasciar stare, di rassegnarsi e smetterla di continuare a tormentarsi col pensiero di Dio.
  Quando gli amici arrivano, non lo riconoscono. Il che vuol dire che fra di loro si conoscevano, non solo come amici di affezione ma, mi permetto di dire, "come fratelli in fede". Giobbe, con l'autorità e la forza che gli dava il suo essere servo del Signore, li aveva convinti; forse erano stati suoi discepoli diretti. Le sue spiegazioni sulla persona di Dio, la Sua volontà, la sorte dei giusti e degli empi, e tante altre sue istruzioni erano state oggetto di discussioni fra loro, e forse anche di ammaestramento ad altri.
  Si avvicinano dunque a lui in un atteggiamento di timorosa compartecipazione, non di curiosità o censura. Sono sempre stati sulla stessa barca: se Giobbe ora è colpito, lo sono anche tutti loro. Ecco perché quando sono ancora lontani, dopo aver alzato gli occhi e averlo visto in quello stato miserevole, alzano la voce in grida e pianti, si stracciano le vesti e si cospargono il capo di polvere. Il giudizio di Dio che si è abbattuto sul maestro è come se ora si abbattesse su tutti loro. Partecipano alla colpa, e dunque anche al cordoglio.
  Giobbe sta seduto sulla cenere. Si siedono anche loro. In silenzio. Mai avrebbero osato aprire la bocca prima del loro maestro. Tanto meno adesso, di fronte a un dolore così grande. Aspetteranno che il primo a parlare sia Giobbe.
  Ma Giobbe non parla. Silenzio. Per tutto il giorno. Come se il silenzio di Dio con Giobbe dovesse spandersi adesso anche sugli amici. Come se avesse detto: se Dio non parla a me, io non parlo a loro. Del resto, che cosa avrei da dire?
  Arriva la notte, si aspetta il giorno dopo. Arriva il giorno dopo, tutto è come prima: silenzio. Forse aspettavano che Giobbe li portasse a considerare la grandezza di Dio e la piccolezza dell'uomo; che li invitasse tutti ad esaminare le proprie vie; a porsi davanti a Dio in una posizione di umiltà; a rinnovare impegni di fedeltà al Signore. Erano pronti a sentirsi peccatori insieme a lui, a riconoscere di non essere degni della benevolenza di Dio, e che a Lui appartiene in ogni caso il dare e il togliere. Erano dunque pronti a condolersi con Giobbe, nella speranza che questo fosse per lui il conforto che volevano fargli arrivare.
  Solo dopo sette giorni, tanti come i giri di silenzio degli ebrei intorno a Gerico per far cadere le sue mura, Giobbe apre la bocca. E quello che sentono le orecchie degli amici fa gelare il sangue nelle vene. La bocca di Giobbe lancia maledizioni.

CAPITOLO 3
  1. Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
  2. E prese a dire:
  3. «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
  4. Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Dio dall'alto, né splenda su di esso raggio di luce!
  5. Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti su di esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempian di paura!
  6. Quella notte diventi preda d'un buio cupo, non abbia la gioia di contar tra i giorni dell'anno, non entri nel novero dei mesi!
  7. Quella notte sia notte sterile, e non vi s'oda grido di gioia.
  8. La maledicano quei che maledicono i giorni e sono esperti nell'evocare il drago.
  9. Si oscurino le stelle del suo crepuscolo, aspetti la luce e la luce non venga, e non miri le palpebre dell'alba,
  10. poiché non chiuse la porta del grembo che mi portava, e non celò l'affanno agli occhi miei.
Adesso un macigno come quello caduto addosso a Giobbe sembra pendere anche sui suoi stretti amici. Erano venuti per immedesimarsi nella colpa dell'amico e insieme a lui ricercare il consenso benedicente del Signore, ma se Giobbe si mette a parlare contro Dio usando il linguaggio degli empi, allora qualcosa di veramente grave deve essere avvenuto nella sua vita, e il compito degli amici è quello di convincerlo a invocare il perdono di Dio, chiedendogli umilmente di rimuovere il macigno sotto cui langue. E quanto a loro, devono stare ben attenti a non indulgere in atteggiamenti di complicità con manifestazioni di indebita comprensione,  affinché non accada che un simile macigno piombi un giorno anche su di loro.

(10) continua

(Notizie su Israele, 27 febbraio 2022)


 
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La scelta di Israele che poteva cambiare gli equilibri della guerra

NeI 2021 Zelensky ha fatto pressione affinché il presidente lsaac Herzog cedesse all'Ucraina la tecnologia di difesa anti-aerea in grado di abbattere i missili. Risposta: i rapporti con i russi sono troppo importanti.

di Davide Lerner

ROMA - Kiev, ottobre 2021. Il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky si prepara ad accogliere il presidente israeliano Isaac Herzog impegnato nel suo primo viaggio all'estero dopo la nomina. La capitale è ricoperta di poster col numero 30, per celebrare l'anniversario dell'indipendenza, in centro si espongono bandiere israeliane per l'occasione, anche se l'ansia e l'attesa dei più si concentra sull'imminente partita della Dinamo.Kiev, la squadra di calcio locale, con il Barcellona (finì in effetti quattro a zero per gli spagnoli). Il motivo della visita di Herzog è l'ottantesimo anniversario del massacro di Babi Yar, in cui 34mila ebrei vennero uccisi in una gola a nord di Kiev in soli due giorni nel settembre 1941, durante l'invasione nazista che ora Zelensky paragona a quella di Vladimir Putin. Il programma s'incentra sul nuovo Memoriale inaugurato a Babi Yar, ma il leader ucraino cerca di trovare in agenda il dovuto spazio per l'attualità del conflitto che imperversa sul fronte orientale dell'Ucraina.
  Herzog e Zelensky si incontrano il 5 ottobre nell'imponente palazzo presidenziale Mariinskyi di fianco alla Rada (il parlamento), voluto da Caterina II di Russia come residenza di vacanze di Kiev. Proprio quel retaggio, oltre a quello sovietico, fa dire a Putin che l'Ucraina è sempre stata russa. E che va "denazificata", un concetto ancora più stravagante dal momento che a Kiev è in carica il primo' presidente ebreo della storia del paese.

• LA DIFESA IRON DOME
  Dalla conferenza stampa, come spesso accade, trapela poco di quanto è stato discusso dietro le quinte. Secondo le informazioni raccolte da Domani, Zelensky ha insistito sul tema della minaccia proveniente dalla Russia, chiedendo sostegno militare a Israele in particolare sotto forma di batterie Iron Dome, il sistema di sicurezza antiaerea che permette di abbattere i missili in arrivo, dal 2011 colonna portante della strategia di difesa dello stato ebraico. una fonte israeliana che ha avuto colloqui diretti con Herzog sull'argomento racconta come il presidente si trovò in una situazione di imbarazzo. «Ha dovuto dire a Zelensky che Israele non avrebbe potuto soddisfare le sue richieste, né avrebbe potuto intercedere presso gli americani per aiutare Kiev a procurarsi il sistema. Il motivo era la paura di danneggiare i suoi rapporti con la Russia», dice. Justin Sronk, del think tank inglese Rusi, specializzato in sicurezza e difesa, sostiene che il sistema Iron Dome «avrebbe reso i piani russi più complicati perché avrebbe colmato una grave lacuna dell'esercito ucraino, cioè la mancanza di difese anti missilistiche efficaci». Per quanto sussistessero due gravi problemi da affrontare: «Il sistema Iron Dome è costosissimo», spiega (ogni missile intercettato costa circa 45mila dollari), «Kiev difficilmente avrebbe potuto sostenere le spese per adoperarlo. E comunque non sarebbe bastato a colmare l'abisso fra le forze in campo».

• I RAPPORTI CON LA RUSSIA
  Per Israele i rapporti con Putin sono più che mai decisivi, soprattutto da quando, sostenendo il regime di Bashar Assad, la Russia ha acquisito un ruolo di protagonista a livello regionale. Da anni i caccia israeliani agiscono impunemente nei cieli della Siria, colpendo obiettivi dell'Iran, dei miliziani sciiti di Hezbollah, oppure dello stesso regime di Damasco. Prima di spiccare il volo per attaccare la Siria, talvolta direttamente dallo spazio aereo libanese, gli israeliani devono alzare la cornetta e ottenere un solo via libera: quello dei russi.
  È per questo motivo che, a due giorni dall'invasione russa dell'Ucraina, tutt'ora è proibito ai quadri della difesa israeliana commentarla pubblicamente. Naftali Bennett, il primo ministro che da nove mesi ha messo fine al lunghissimo governo di Benjamin Netanyahu, si è limitato a dichiarazioni generiche: "Israele giura di fornire qualsiasi sostegno di tipo umanitario [all'Ucraina]", ha scritto su Twitter. Secondo indiscrezione della TV israeliana. durante una telefonata giovedì sera Zelensky gli avrebbe chiesto di ospitare colloqui fra ucraini e russi a Gerusalemme.
  Ma quando mercoledì il ministero degli Esteri ha diffuso un comunicato di sostegno all'integrità territoriale e alla sovranità dell'Ucraina, pur senza nominare la Russia o Putin, tanto è bastato per provocare una rappresaglia del Cremlino. «Condanniamo l'occupazione israeliana del Golan, territorio siriano», hanno fatto sapere i russi, alludendo alla regione montagnosa occupata da Israele nel 1967, annessa nel 1981, e riconosciuta come parte integrante dello stato ebraico dagli americani. Un messaggio chiarissimo. «Israele è di fatto ostaggio della Russia in Siria», dice Ruslan Kavatsiuk, attualmente vice amministratore delegato del progetto del memoriale di Baby Yar, nonché ex consigliere del Capo di stato maggiore generale dell' esercito ucraino durante il conflitto con la Russia nel 2014-2015. «Ero in viaggio in Israele negli scorsi giorni, abbiamo incontrato il presidente ed il ministro degli esteri. Sono solidali con l'Ucraina, ma la presenza russa in Siria, lascito delle politiche di Barack Obama. fa sì che abbiano le mani legate». Kavatsiuk è rientrato d'urgenza in Ucraina, con l'ultimo volo da Israele, dopo aver ascoltato il discorso di Putin domenica sera. «Ho capito subito dove andava a parare», dice con voce sconsolata, ormai profugo nella regione di Leopoli. «Gli israeliani hanno provato a mediare per gli ucraini, ma hanno avuto risposte negative dai russi», spiega.
  Ha fatto in tempo a tornare dall'aeroporto a çasa nella cittadina di Hostomel, a nord-ovest della capitale, e giovedì mattina lo hanno svegliato le bombe. Dopo 18 ore di macchina coi figli di tre e sette anni è arrivato troppo tardi alla frontiera: gli uomini fra i 18 e i 60 anni non potevano già più uscire. «C'erano 30 ore di coda solo per provare. Mia moglie ha deciso di restare con me», dice.
  La via di fuga di Zelensky. Dopo l'incontro con Herzog lo scorso ottobre, davanti ai giornalisti, Zelensky aveva messo sullo stesso piano l'Olocausto e l'Holodomor, la carestia causata dalle politiche di confisca ai danni dei piccoli proprietari terrieri detti kulakì, all'epoca di Stalin negli anni Trenta.
  La memoria dell'Holodomor è un terreno di scontro culturale durissimo con Mosca: viene da chiedersi cosa avverrà ora ai musei aperti da Kiev sulla carestia negli ultimi anni. Tale comparazione lascia però intuire il poco peso che Zelensky ha sempre attribuito alla sua identità ebraica, considerandosi impegnato viceversa a forgiare quella ucraina.
  Ex attore e comico di successo, all'epoca specializzato nelle imitazioni proprio del presidente, Zelensky si è infatti sempre dichiarato laico, e il suo credo religioso non è mai stato un tema centrale nel paese. «La mia famiglia non è ortodossa, è la classica famiglia ebraica sovietica», ha detto al Times of Israel nel 2020, «la maggior parte delle famiglie ebraiche in epoca sovietica non erano religiose, di fatto la religione non esisteva». Ciò non toglie che, se le cose si mettessero davvero male, tecnicamente potrebbe sempre fare le valigie e richiedere la cittadinanza israeliana.

(Domani, 26 febbraio 2022)

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La fuga da Kiev dell’israeliano Solomon: 30 ore per mettersi in salvo

Il governo israeliano ha messo a disposizione del centrocampista dello Shakhtar un’auto per lasciare l’Ucraina: un viaggio verso Varsavia durato oltre un giorno.

Quattrocentocinquanta chilometri e più di un giorno per salvarsi dalla guerra. È l’Odissea del centrocampista israeliano dello Shakhtar Donetsk Manor Solomon, che ora probabilmente tirerà un sospiro di sollievo da Varsavia dopo un viaggio di oltre un giorno.
  Solomon è stato portato via da Kiev, dove tutta la sua squadra è ferma in un hotel del centro, grazie all’iniziativa dei ministri dell’estero e dello sport israeliani, che gli hanno messo a disposizione una macchina e un autista ucraino e sono state in costante contatto con lui. Così ieri mattina i due hanno attraversato Kiev e dopo 16 ore di viaggio in auto sono riusciti a percorrere i 450 chilometri che separano Kiev dalla frontiera per la Polonia. Non è finita qui, perché le barriere erano prevedibilmente intasate e sono servite altre 14 ore di fila per riuscire a passare. In attesa di un aereo che da Varsavia lo porti a Tel Aviv, Solomon ha rassicurato tutti sul suo stato di salute. Lo Shakhtar intanto è alle prese anche con la situazione di Junior Moraes, attaccante brasiliano che gioca in Ucraina dal 2012 e ha preso passaporto locale nel 2019: non può lasciare il paese e potrebbe anche essere chiamato alle armi.

(Gazzetta dello Sport, 26 febbraio 2022)

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Gli invisibili

"Mi sembra tutto surreale", scrive una delle invisibili. Sì, surreale, allucinante. Così avrebbero detto tutti due o tre anni fa se si fosse verificata d'improvviso una situazione politico-sociale come quella che oggi stiamo vivendo. Ma ci si abitua a tutto. Si abituano in fretta ai soprusi contro il prossimo soprattutto coloro che prima si lanciavano in campagne di sensibilizzazione "contro l'odio"; soprattutto coloro che hanno sottolineato l'importanza della tutela dei diritti umani di tutti. Oggi sostengono ancora che tutti hanno questi diritti, ma ad eccezione di qualche vicino di casa, qualche collega, qualche operaio che li ha persi per colpa sua, perché non ha voluto che gli fosse inoculato per legge, col suo consenso forzato, un gene estraneo (transgene) nel suo corpo. Così facendo, naturalmente, il trasgressivo ha perso i diritti umani. Mi farebbe piacere che chi parla male dei novax prendesse conoscenza dei molti fatti come quelli qui sotto esemplificati, e scrivesse in modo chiaro e pubblico che le norme che hanno prodotto conseguenze come queste sono opportune e giuste. E mi permetterei di chiedere agli ebrei che dovessero leggere queste righe se sulla base delle esperienze a loro tramandate esiste qualche somiglianza non tra gli ebrei e i novax ma tra quelli che ieri stavano intorno agli ebrei e oggi stanno intorno ai novax. Ma non mi aspetto di vedere risposte, né in privato né in pubblico. M.C.
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• INCINTA DI SETTE MESI MA MI NEGANO UNA SEDIA AL BAR
  La mia bimba di 2 anni all'uscita dall'asilo nido voleva un gelato. Ma, essendo così piccina, avevo bisogno di sedermi al tavolino anche perché sono incinta di 7 mesi. Purtroppo non mi è stato concesso nonostante la mia condizione di affaticamento e nonostante il tampone che faccio ogni due giorni per poter permettere alla piccola di entrare al nido. Sono stata mandata via perché queste sono le regole. Mangeremo un cornetto comprato al supermercato, lì ancora mi è concesso entrare.
Federica Zatelli


• PRESSIONI SU MIA FIGLIA PER FAR CEDERE NOI GENITORI
  Sono una delle tante mamme che in questo periodo vede la propria figlia, esclusa dal suo mondo sportivo, nello specifico nel nostro caso la ginnastica ritmica. Il 10 gennaio 2022 sarà una data che ricorderemo non so se per sempre, ma di sicuro per molto tempo. A dire la verità il calvario è iniziato prima, quando hanno comunicato l'introduzione del green pass per poter accedere alla palestra e anche alle competizioni sportive. Da agosto dell'anno scorso mia figlia, come tutti gli sportivi agonisti non vaccinali, per fare il quotidiano allenamento di cinque ore ha fatto il tampone ogni due giorni, quindi tre volte alla settimana, non saltando mai un solo appuntamento. Certo è stata una nostra scelta, ma noi siamo stati chiari fin da subito con la società, ribadendo la nostra contrarietà a fare un vaccino del quale non si conoscono le conseguenze nel medio e lungo periodo a una ragazzina di 14 anni in perfetta salute che ha preso un raffreddore solo due volte nella sua vita. Ci tengo a specificare che non siamo assolutamente contrari ai vaccini in generale, ma non ci fidiamo di questo. La sua allenatrice ha cominciato a fare pressioni per farle il vaccino fin da subito, inizialmente sottolineandone la comodità e il risparmio economico, ma vedendo la nostra risposta anche se contraria sembrava aver accettato la nostra scelta perché mia figlia continuava gli allenamenti.
  Tutto è crollato con l'uscita del decreto che prevedeva l'introduzione del super green pass. Da quel momento sono iniziati i tentativi di lavaggio del cervello a mia figlia. Sono iniziate le pressioni per farla sentire in colpa dicendole che lei fa parte di una squadra che avrebbe gareggiato in serie A, che non poteva mancare e lasciare le sue amiche in difficoltà dal momento che a febbraio sarebbe iniziato il campionato. Naturalmente una ragazzina che si allena così tanto e vede in quelle competizioni il fine di tutto il suo lavoro è entrata in crisi e così sono iniziati i litigi e i malumori nella nostra famiglia, che fino a quel momento aveva fatto muro contro tutto e tutti. Ha ricevuto pressioni tutti i santi giorni che entrava in palestra con discorsi che duravano ore per cercare di convincerla, per passare poi ad atteggiamenti riconducibili al bullismo con battute poco felici per farla sentire diversa dalle sue compagne che invece erano corse già l'estate scorsa a fare le dosi, per proseguire con messaggi sul suo telefonino a tutte le ore del giorno e della sera dicendole come doveva comportarsi per far sì che noi cedessimo. L'apice è stato raggiunto a pochi giorni dal suo ritiro, insinuando il pensiero di chiamare gli assistenti sociali perché noi non avremmo ceduto al vaccino.
  Ma dove siamo arrivati? Mi sembra tutto surreale. Ormai è passato un mese e mezzo, ma stento ancora a credere a ciò che ha e abbiamo passato. Ciò che fa più male è vedere che le straniere che vengono a gareggiare nel nostro campionato possono partecipare con il semplice tampone negativo. Ci rendiamo conto della presa in giro? Come madre mi dispiace per mia figlia che ha visto sgretolarsi il suo sogno, ma credo che la sua vita valga di più di un campionato, anche se di serie A.

Simonetta Venturi


• IO NON MI PIEGO E COMBATTO PER CAMBIARE LE COSE
  Abito in Sardegna e sono una insegnante di scuola primaria. Lavoro con i bambini da più di 20 anni e ho sempre svolto il mio lavoro con responsabilità e passione. Quest'anno però è iniziato un incubo: mi sono ritrovata improvvisamente a non poter più entrare a scuola e quindi a non poter svolgere il mio lavoro. Inizialmente il decreto emanato ad agosto prevedeva la possibilità di lavorare facendo tamponi nasali ogni 48 ore o in alternativa il vaccino, poi da dicembre si poteva lavorare a scuola solo vaccinandosi. Io ho rifiutato subito entrambe le possibilità in quanto non previste dal contratto e non coerenti con la realtà pandemica, dato che il controllo con i tamponi veniva fatto solo sui non vaccinati pur sapendo che tutti, anche i vaccinati, possono contagiare. Sono stata quindi sospesa subito a settembre, poi in modo definitivo dal 3 gennaio.
  La vostra rubrica parla di persone invisibili ma io ho cercato di non esserlo, ho fatto conoscere la mia storia da subito e ho sempre partecipato ad azioni, manifestazioni, ricorsi, ho scritto sui social e sui gruppi, esprimendo la mia opinione e cercando di informare le persone intorno a me. Chi ha perso il lavoro è stato rimpiazzato ma non è scomparso! Non ho ancora trovato un'altra occupazione, ho figli, una situazione economica basata su entrate che non sono più garantite. Sto provando a costruire una realtà lavorativa nuova ma non è facile, inoltre le restrizioni nella vita quotidiana sono diventate sempre maggiori e ormai posso solo passeggiare, andare ad aperitivi improvvisati in casa ed entrare nei supermercati. Quello che ho scoperto in queste settimane è che lo posso fare insieme con tantissime persone come me, sospese o meno dal lavoro ma che comunque la pensano nello stesso modo. Ho perso amicizie, cambiato equilibri familiari, perso la sicurezza economica, ma ho scoperto un mondo di persone fantastiche con intenti comuni che non si piegano a ricatti e che hanno voglia di farsi sentire e riprendersi gli spazi che gli sono stati tolti. Sperare che le cose cambino da sole è inutile, l'unica strada è tentare di farlo in modo attivo senza arrendersi.
Michela Cantelli


• VENIAMO USATI PER NASCONDERE GLI ERRORI ALTRUI
  Sono una docente di 67 anni in pensione che porge i più sentiti ringraziamenti. a questo giornale per dare a noi reietti over 50 non inoculati la possibilità di esprimere perplessità e dubbi sull'offrire il braccio alla patria. Il contenuto del mio scritto non è una storia ma una riflessione su ciò che sta accadendo al popolo degli invisibili. Etichettati come criminali, pavidi, pusillanimi, antiscientifici, folli, untori e opportunisti, siamo stati privali dei diritti costituzionali fondamentali solo perché non ci uniformiamo al pensiero unico e rifiutiamo l'inoculazione di questo farmaco sperimentale con evidenti reazioni avverse sottostimate che mettono a dura prova il sistema immunitario e non solo: prima, seconda, terza dose e quante volte ancora? Si affibbiano tutte le colpe ai non inoculati senza prendere in considerazione tutte quelle iniziative che avrebbero potuto limitare i danni della pandemia. Mi riferisco alle cure domiciliari, all'installazione degli impianti di areazione nelle scuole, all'inefficienza dei trasporti. E che dire del sistema sanitario nazionale già gravemente compromesso prima della pandemia?
  È deplorevole stigmatizzare, creare pregiudizi, discriminare, isolare, sanzionare, sospendere dal lavoro e addossare tutte le colpe a una parte del popolo italiano che difende a spada tratta una legittima scelta: in fondo tale ostilità è un modo per non affrontare i problemi alla radice da parte di coloro che dovrebbero adoperarsi per sanare le criticità della situazione che stiamo vivendo. La realtà ha mille sfaccettature che meritano di essere prese in considerazione per una visione multilaterale di ciò che accade e per agire concretamente. In attesa di redenzione ...
Enrica Ricci
Gli invisibili

(La Verità, 26 febbraio 2022)

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Schierarsi in nome di valori comuni? Impossibile: l'Occidente li ha persi 

Contro Mosca vengono invocati principi e ideali. Diventati però ambigui e rarefatti. 

di Boni Castellane 

Quando il presidente degli Stati Uniti, nell'annunciare le sanzioni contro la Russia che ci 
  coinvolgono in prima persona, dice che «sono in gioco i valori occidentali» costringe tutti noi a chiederci quali siano oggi realmente quei valori. Tutti noi sapevamo che i due anni di pandemia ci avrebbero presentato il conto ma non pensavamo che sarebbe successo così presto. Proprio quando in tutto il mondo si dichiarava il Covid in via di risoluzione e in Italia, con la lungimiranza che ci ha contraddistinto in questi due anni, si stava entrando nella fase del «graduale allentamento delle misure», proprio quando la campagna mediatica sulla quarta dose si scontrava coi dubbi degli esperti e con gli inquietanti dati delle richieste di risarcimento per effetti avversi da vaccino pubblicati dalle compagnie assicurative, la questione si è fatta decisiva. E come sempre avviene quando si parla di filosofia, che è la più concreta e tangibile forma di riflessione sulla vita, è il fatto che sollecita la riflessione. 
  Il fatto dell'invasione russa dell'Ucraina coinvolge tutto il mondo e noi europei per primi. Stiamo parlando di prese di posizioni concrete, non tanto di un coinvolgimento militare ma di applicazione di sanzioni economiche che ci interessano, in primo piano e una crisi energetica che ci tocca tragicamente da vicino. 
  Ma quando Joe Biden parla di «difesa dei valori occidentali» a cosa fa riferimento realmente? Alla salvaguardia dell'operazione di «Piazza Maidan» e dei fondi che abbiamo inviato all'Ucraina per creare instabilità alla Russia in ottica di equilibri geostrategici? 
  I «valori occidentali» sono così rarefatti, così complessi, così intangibili e così ambigui che solo la politica internazionale e lo scontro tra blocchi contrapposti di potere possono incarnarli? Quando Ronald Reagan faceva riferimento al «nostro stile di vita» tutti nel mondo comprendevano a cosa faceva riferimento e i difetti dell'Occidente non erano così radicali da porre in questione la natura stessa dei valori sui quali si fondava. Quando gli italiani nel 1948 votarono Democrazia cristiana non lo fecero per pedissequa adesione al programma di De Gasperi, ma perché riconoscevano che quello era il modo concreto per affermare i valori dell'Occidente: libertà, democrazia, idea di comunità, idea di uomo. Quell'accordo implicito spingeva i cittadini dei paesi occidentali a credere e a difendere i valori che sentivano concretamente realizzati nelle forme sociali e culturali dei propri rispettivi paesi. Ed è anche il motivo per cui una parte dei cittadini occidentali, scegliendo il comunismo, quei valori rifiutavano a favore di altri valori, di altri assetti sociali e di altre aspirazioni esistenziali. Ma oggi, tra Trudeau e Putin siamo così sicuri di trovarci di fronte a due mondi alternativi? Se Putin non ammette opposizione politica, cosa fa Trudeau nel momento in cui blocca i conti correnti di chi protesta pacificamente contro uno stato d'emergenza basato sui lasciapassare vaccinali? Cosa è successo in questi anni in Francia quando la polizia ha sistematicamente picchiato i manifestanti? Cosa sta succedendo in Italia quando si decide di mantenere un lasciapassare vaccinale senza il quale non è consentito lavorare? L'idea che lo «stato d'emergenza» giustifichi la revoca della libertà non è un «valore occidentale», non lo è mai stato, non soltanto dai tempi di John Locke o di Cesare Beccaria o dell'Habeas Corpus, ma nemmeno ai tempi di Ottaviano Augusto. Qualcosa si è rotto nell'idea stessa di tessuto sociale, nella percezione stessa di ciò che rende plausibile una comunità, nell'idea che esista un giudice di ultima istanza al quale rivolgersi, nella percezione che chi ti abita accanto non sia un tuo nemico e nel fatto che l'archetipo dell'untore divida il mondo in puri e impuri. Perché una forza egemone internazionale quale gli Stati Uniti possa permettersi di «esportare la democrazia» con la forza delle armi o con il sostegno economico di movimenti politici, è indispensabile, nell'Occidente, la condivisione di valori comuni ai quali subordinare la violenza e l'invasività che tali azioni necessariamente implicano. 
  Ma se il mondo che si cerca di «esportare» è quello imposto, parziale, settario, aprioristico del controllo telematico dei comportamenti, della medicalizzazione dell'esistenza, dell'imposizione dell'idea di gender, della subordinazione dell'istruzione alla cultura woke, dell'abbandono della proprietà privata a favore dell'indebitamento diffuso, del rinnegamento di ogni spiritualità a favore di un materialismo immanente che vuole tutti consumatori ideali e identifica nel soddisfacimento materiale dei propri desideri il senso della vita, perché lo dovremmo preferire a quello autoritario russo? Se la «rivoluzione verde», che l'Occidente ritiene così necessaria, consisterà nel far scegliere alle persone se comprare da mangiare o pagare le bollette, in base a quali valori esattamente verranno chiesti quei sacrifici? Al fatto che «le mascherine all'aperto servono a condizionare i comportamenti»? Ma per quello basta la Cina.

(La Verità, 26 febbraio 2022)
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Ottimo!

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Una testimonianza dall’Ucraina: Hatzair si stringe attorno ai ragazzi sotto i razzi

di Anna Lesnevskaya

Kharkiv, la seconda città ucraina più grande per popolazione, è stata tra le prime nel mirino dell’attacco russo. All’alba del 24 febbraio è piombato l’annuncio di Vladimir Putin dell’operazione militare contro il Paese vicino, e circa un’ora dopo, secondo le notizie dei media ucraini e occidentali, l’esercito russo ha sconfinato nella regione di Kharkiv, all’est dell’Ucraina. E mentre si continua a combattere nei pressi della città e piovono i missili russi – le autorità parlano di 23 civili uccisi tra cui bambini ­­­– l’organizzazione giovanile ebraica Hashomer Hatzair tiene il filo della comunicazione con i suoi ragazzi nascosti nei rifugi antiaerei e riceve un’ondata travolgente di solidarietà da tutto il mondo.
  “Il nostro ken in Ucraina attivo da vent’anni si trova a Kharkiv e conta quaranta ragazzi dell’età superiore ai 18 anni, ma abbiamo tantissimi ex membri in giro per il Paese”, racconta al Mosaico da Tel Aviv Anna Grachevskaja, la coordinatrice del movimento nei Paesi russofoni. Con l’escalation della tensione tra la Russia e l’Ucraina, Hashomer Hatzair si è attivato per fare tutto il possibile per i ragazzi ucraini e le loro famiglie. Con l’aiuto dell’organizzazione alcune persone sono riuscite a lasciare Kharkiv prima che scoppiasse la guerra e raggiungere la Polonia. Lì il movimento ha predisposto un rifugio per chi è in fuga, ne esiste un altro anche a Leopoli, dove però cominciano a suonare le sirene antiaeree e la situazione non è più sicura.
  Ora i pensieri del movimento sono con le ragazze e i ragazzi rimasti a Kharkiv. “Sono sotto stress, sentono le esplosioni e devono nascondersi nei rifugi antiaerei”, racconta Anna. Grande anche la preoccupazione per i ragazzi che potrebbero essere chiamati a combattere dopo che in Ucraina è stata proclamata la mobilitazione generale. “Ci stiamo sentendo continuamente e siamo pronti ad aiutarli appena sarà possibile uscire da Kharkiv che ora è chiusa ”, continua la coordinatrice di Hashomer Hatzair la quale riceve numerosissime manifestazioni di solidarietà dalla rete del movimento in tutto il mondo, dall’Australia all’America Latina, mentre in Europa i kenim di Budapest e di altre città europee si sono rese disponibili per prendersi cura di eventuali profughi.

(Bet Magazine Mosaico, 26 febbraio 2022)

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Gli israeliani preparano pacchetti di aiuti, squadre di soccorso per l’Ucraina in mezzo all’assalto russo

di Lee Michaelis

Il governo israeliano e un certo numero di organizzazioni israeliane hanno iniziato a prepararsi a fornire aiuti e assistenza all’Ucraina alla luce dell’invasione russa in corso nel paese, hanno detto i funzionari giovedì. Il ministro per gli affari della diaspora Nachman Shai ha affermato che il suo ministero sta lavorando specificamente per inviare un pacchetto di aiuti alle comunità ebraiche in Ucraina, per un totale di circa 200.000 persone.
  “Lo Stato di Israele si prenderà sempre cura degli ebrei in pericolo ovunque si trovino. Il mio ministero sta preparando un pacchetto di aiuti per le comunità ebraiche in Ucraina e le assisterà in ogni modo possibile”, ha affermato.
  La natura e le dimensioni esatte di questo pacchetto di aiuti erano ancora in fase di definizione e il costo relativamente elevato significa che richiederà l’approvazione del governo, che probabilmente non arriverà prima dell’inizio della prossima settimana.
  L’Agenzia Ebraica, un’organizzazione semi-governativa, e la Compagnia Internazionale di Cristiani ed Ebrei hanno istituito una serie di hotline per aiutare gli ebrei ucraini a immigrare rapidamente in Israele e per offrire “assistenza generale ai membri della comunità”, hanno affermato le organizzazioni.
  Giovedì il ministro dell’Immigrazione e dell’Assorbimento Pnina Tamano-Shata ha affermato che il suo ufficio si stava preparando per la migrazione di massa degli ebrei ucraini in Israele.
  “Nell’ultimo mese ho diretto il mio ministero per prepararsi all’evento che dovremo assorbire migliaia di immigrati, tutti in una volta. Insieme ad altri ministeri e agli organismi che si occupano di Aliyah (immigrazione in Israele), siamo pronti ad assorbire migliaia di persone con alloggi, istruzione, assistenza sociale e altro”, ha detto a un gruppo di leader ebrei americani in visita a Gerusalemme.
  Oltre agli aiuti all’Ucraina da parte dello Stato di Israele e dell’Agenzia semi-ufficiale ebraica, alcune organizzazioni non governative stavano inviando squadre di soccorso anche ai confini del Paese, dove decine di migliaia di persone si sono accalcate nei giorni scorsi, tentando di lasciare il paese per evitare i combattimenti.
  L’organizzazione israeliana per gli aiuti umanitari SmartAID ha affermato che stava spedendo “pallet di forniture di soccorso di emergenza” ai paesi adiacenti all’Ucraina e stava lavorando per creare “punti caldi” Internet ai principali valichi di frontiera.
  “I punti caldi offriranno anche alle famiglie fuggite di utilizzare Internet in modo che possano raggiungere la famiglia a casa e le agenzie di aiuto nei paesi ospitanti”, ha affermato l’organizzazione. “L’attenzione è rivolta ai bambini e alle famiglie nelle aree con la più alta concentrazione di rifugiati”.
  Il servizio di soccorso ultra-ortodosso di United Hatzalah ha affermato che stava inviando una delegazione di 30 membri del personale medico nella vicina Moldova, dove si stavano dirigendo molti rifugiati ucraini. La comunità ebraica moldava si è anche offerta di accogliere ebrei dall’Ucraina, compresi i bambini dell’orfanotrofio Tikva a Odessa.
  “La delegazione comprende paramedici e medici pronti con attrezzature mediche e umanitarie per fornire aiuto a coloro che attraversano il confine dall’Ucraina”, ha dichiarato il direttore generale di United Hatzalah Eli Polk in una nota.
  Giovedì, l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia è stata il culmine di mesi di minacce e segnalazioni mentre Mosca ammassava truppe ai confini. Non era chiaro quale fosse il piano della Russia per l’Ucraina.
  Prima dell’invasione, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che Mosca stava dispiegando le sue forze armate lungo il confine con l’Ucraina come baluardo contro Kiev, che si stava avvicinando alla NATO, ma in seguito ha affermato che era per la “smilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina”.
  Giovedì sera, Putin ha detto che la Russia “non aveva altro modo di procedere” oltre all’invasione dell’Ucraina. I funzionari statunitensi giovedì hanno affermato che la Russia apparentemente aveva intenzione di “decapitare il governo e installare il proprio metodo di governo” a Kiev.

(GAMINGDEPUTY, 25 febbraio 2022)

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Il dilemma di Turchia e Israele: scelgono Kiev ma temono i russi

Relazioni pericolose

di Michele Giorgio

L'attacco militare lanciato da Putin all'Ucraina ha avuto riflessi immediati in Medio Oriente, ponendo sfide complesse in particolare a Turchia e Israele. I due paesi mantengono da anni buone relazioni con Mosca e Kiev e dall'inizio della crisi hanno cercato, in modi diversi, di non schierarsi apertamente, anche se dietro le quinte tifavano per l'Ucraina. L'inizio della guerra ha fatto uscire allo scoperto Ankara e Tel Aviv che hanno espresso pieno sostegno a Kiev.
  Il leader turco Erdogan ha subito telefonato al presidente ucraino Zelensky. Ha definito quella di Putin «un'aggressione inaccettabile, che viola il diritto internazionale». Pressato dalla necessità di recuperare i rapporti con Washington, turbolenti da anni, Erdogan si tiene in linea con la posizione della Nato, cioè degli Usa. Allo stesso tempo ha importanti rapporti economici con Mosca - e un accordo di cooperazione, sia pure zoppicante, sulla questione siriana - e non bloccherà il transito delle navi da guerra russe negli stretti del Bosforo e dei Dardanelli come chiedeva ieri l'Ucraina. La convenzione di Montreux del 1936 assegna ad Ankara il controllo degli stretti e l'autorità per regolamentare il passaggio delle navi. Quelle militari sono soggette a restrizioni ma la Turchia non è in guerra e non può bloccarle. Perciò oggi alla riunione della Nato Erdogan sarà seduto sui carboni ardenti.
  Non è più semplice la posizione di Israele dove una fetta consistente di popolazione è immigrata da Russia e Ucraina. Per settimane il governo Bennett si è mostrato neutrale pur sostenendo sotto il tavolo Zelensky. Poi martedì sera, dopo una riunione che ha visto allo stesso tavolo il premier, i ministri degli esteri Lapid, della difesa Gantz e delle finanze Lieberman, Israele ha espresso sostegno all'integrità territoriale dell'Ucraina. Ieri mattina Lapid ha descritto l'attacco russo «una grave violazione dell'ordine internazionale» e aggiunto che Israele «è pronto a fornire aiuti umanitari ai cittadini ucraini». Il giornalista di Axios Barak Ravid, esperto di diplomazia, ha scritto che la nuova posizione israeliana non è una conseguenza di pressioni statunitensi. Ma i dubbi non mancano.
  La Russia ha reagito ricordando che lo Stato ebraico occupa, da decine di anni, territori arabi e affermando il suo rifiuto del controllo israeliano del Golan siriano. Tel Aviv ora teme conseguenze. Gantz qualche giorno fa parlava di «confine russo» al nord di Israele in riferimento alla presenza di forze aeree russe in Siria e all'alleanza tra Putin e il presidente siriano Assad. Per anni e fino a oggi la Russia ha lasciato libertà all'aviazione israeliana - l'ultima volta martedì notte (tre, forse sei soldati siriani uccisi)di colpire «obiettivi» in Siria. Le cose potrebbero cambiare.

(il manifesto, 25 febbraio 2022)

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Impennata di casi in Israele dopo la quarta dose. Ma per Magrini sono scesi

Il capo dell'Aifa sostiene la necessità dell'ulteriore inoculazione, portando a esempio lo Stato ebraico: «Contagi dimezzati». In realtà, da gennaio, sono schizzati in alto.

di Antonio Rossitto

Orsù, prepararsi all'ennesima coda davanti al centro vaccinale. Arrotolare la manica della camicia. Scoprire il deltoide. A settembre quarta dose per tutti. Ce lo impone il fulgido esempio di Israele, dove l'ennesima inoculazione è stata un successone. Peccato che i dati, impietosi, dicano il contrario. Poco importa. Ieri, dopo incolmabile assenza, è tornato sul proscenio dell'ultrarigorismo sanitario nientemeno che Nicola Magrinl, direttore generale dell'Aifa, la suprema Agenzia italiana per il farmaco. Mica micio micio bau bau. Bensì l'espertissimo a capo dell'ente che vigila sui vaccini. 
  Viene intervistato da Repubblica. «Sta partendo in questi giorni il richiamo booster per gli immunodepressi» ricorda. Poi, avverte: «Si valuterà in estate se fare un richiamo per tutti o solo sopra una certa età, che potrebbe essere 50 o 60 anni». Quindi, assicura: «Israele ha visto dimezzarsi i contagi dopo la quarta dose, ma i casi erano già bassi con la terza». Infine, si rammarica: «Stavolta il Paese non ha fatto scuola con l'ulteriore richiamo». Per fortuna, lascia intendere, l'Italia seguirà invece questo inarrivabile modello. 
  Siamo dunque corsi a verificare l'assunto magriniano sulla banca dati della Johns Hopkins University. Premessa: il 22 dicembre 2021 Israele annuncia la quarta dose per over sessanta, sanitari e immunodepressi. Da quel momento, garantisce il direttore dell'Alfa, i casi positivi, «già bassi con la terza», si sarebbero dimezzati. Due sfondoni in un'unica frase. In realtà, alla fine dello scorso gennaio, Israele era uno dei Paesi messi peggio al mondo, nonostante la solerzia vaccinale. Oltre 10.000 contagi per milione di persone. Cinque volte di più che Italia o Germania. Dieci volte di più che l'Inghilterra. 
  Già. Erano giorni complicatissimi per Israele. Il 24 gennaio 2022 si registrano 83.088 casi. Che su una popolazione di nove milioni di abitanti sono, appunto, un' enormità. Pure il tasso di positività è allarmante: 23,23 per cento. Viene così paventata la quarta dose per gli over 18. Due giorni più tardi, arriva però la retromarcia: il ministero della Salute decide che sarà offerta ai maggiorenni a rischio o particolarmente esposti sul lavoro. 
  Non esattamente un trionfo. Invece, Magrini ribalta numeri e prospettive: «Israele ha visto dimezzarsi i contagi dopo la quarta dose». Dunque, preparatevi connazionali: a settembre si riparte. Non è un esperto qualsiasi a vagheggiare. Ma il direttore dell'Agenzia governativa che controlla i farmaci. Se c'è uno che non dovrebbe barare sui numeri, beh, quello è lui. Invece, ecco l'ultima panzana. 
  Il suo spericolato panegirico, d'altronde, arriva dopo le esternazioni dell'uomo che, a 2021 maggio, l'ha voluto a capo dell'Aifa. Proprio lui: Roberto Speranza. Cinque giorni fa, il ministro della Salute, anche lui con un'intervista a Repubblica, già metteva le mani avanti: «Dovremo valutare il richiamo per tutti dopo l'estate. È da considerare probabile». Due giorni più tardi è la volta del fido consulente, il più menagramo della compagnia, insomma Walter Ricciardi: «È probabile che in autunno la quarta dose sarà utile a tutti». E non fatevi ingannare dal verosimile «probabile» o dal conciliante «utile». Non si scappa: i sovrani del terrore hanno già deciso. Porgere il braccio senza discutere, please. 
  La fuga in avanti della «banda Speranza» impone però due considerazioni: che senso ha parlare di quarta dose erga omnes adesso, mentre si valuta l'aggiornamento dei vaccini? E mancano, tra l'altro, dati scientifici a supporto: a eccezione, ovviamente, delle infallibili statistiche di Magrini. Non sono le perplessità di furibondi renitenti al siero, ma di esperti ultravaccinisti. Ultimo, l'immunologo Antonio Cassone, ex direttore dell'ormai speranzizzato Istituto superiore di sanità e membro dell'American Academy of Microbiology: «Ai soggetti sani una quarta dose a distanza di pochi mesi non va fatta». Bisognerebbe aspettare un anno, aggiunge. 
  «Altrimenti si può generare la perdita parziale o totale della specifica risposta immunitaria». Ma come? E l'impareggiabile Israele, tanto decantato da Magrini? «Hanno fatto la quarta dose ottenendo un piccolo rialzo anticorpale, che poi però non li ha" protetti dalla reinfezione» spiega Cassone. Capito, (ultramega) direttore generale? 
  Ancor più risoluto Matteo Bassetti: «Parlare oggi di quarta dose per tutti a ottobre è presto. E' una fuga in avanti di cui avremmo fatto volentieri a meno» polemizza il direttore di Malattie infettive al San Martino di Genova. «C'è la necessità di un ragionamento tra esperti e non lanciare messaggi confusi ai cittadini». 
  Persino Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, è lapidario: «Ad oggi per la popolazione generale non ci sono evidenze scientifiche che dicano: serve la quarta dose». E non si sottrae nemmeno un'altra celebrità del calibro di Massimo Galli: «Non ha senso. Non è di reale utilità. Hanno fatto marcia indietro anche in Israele». Urca. E adesso chi lo spiega all'esimio Magrini? 

(La Verità, 25 febbraio 2022)

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Israele, un partito islamista alla prova di governo: la normalizzazione contagia i Palestinesi?

di Claudia De Martino

I Palestinesi dei Territori occupati, e con loro l’Autorità Nazionale Palestinese, hanno apertamente rigettato la logica degli Accordi di Abramo, ovvero il processo di normalizzazione in corso tra Israele e quattro Stati arabi sunniti (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan). Tuttavia, almeno un partito palestinese d’Israele – l’islamista Ra’am, appartenente al Movimento islamico del Sud, ideologicamente afferente ai Fratelli Musulmani – sembra appoggiare il nuovo corso nelle relazioni arabo-ebraiche.
  Infatti, Ra’am è entrato nel nuovo governo di coalizione israeliana formatosi nel maggio 2020 e da allora non ha perso occasione per ribadire la propria fedeltà al Paese, nonostante la controversa decisione di definire lo Stato “ebraico” per costituzione (“Legge sullo stato nazione ebraico”, 2018), declassando di conseguenza l’arabo come lingua ufficiale e dichiarando incostituzionali le commemorazioni della Nakba. Ciononostante, il partito islamista ha deciso di andare avanti per la sua strada, staccarsi dal fronte congiunto dei partiti arabi – la Lista araba unita, stabilmente ancorata all’opposizione – e scommettere sulla possibilità di una prospera coesistenza.
  E’ in una recente intervista rilasciata al Washington Institute for Near East Policy (10/2/2022), durante una visita negli Stati Uniti, che il vice-portavoce della Knesset e leader di Ra’am, Mansour Abbas, ha espresso le sue posizioni politiche moderate a largo spettro, dichiarando che non si possa parlare di “apartheid” nel caso di Israele, ammettendo vi siano alcune discriminazioni nei confronti della minoranza araba che vanno affrontate sul terreno del confronto politico e, infine, rivolgendo un invito al dialogo agli ebreo-americani, accreditandosi sulla scena internazionale come una legittima forza israeliana di governo.
  A dicembre 2021, a una conferenza ospitata dal Globes Israel Business Conference, Ra’am aveva persino difeso il carattere ebraico dello Stato, sostenendo che “così fosse nato e dovesse restare”, per arrivare al 19 febbraio 2022, quando – primo tra i leader di un partito arabo-israeliano – Manosur Abbas ha ricevuto l’ambasciatore statunitense Tom Nides nella sua abitazione privata nel villaggio di Maghar, nel nord di Israele. Scelte che marcano una forte discontinuità con la linea politica adottata in precedenza da tutti i partiti arabi d’Israele e palestinesi.
  Ra’am ha dunque operato uno strappo importante, ma ad oggi tale ribaltamento delle alleanze, che promette di avviare un nuovo corso politico tra minoranza araba e maggioranza ebraica in Israele, sembra incontrare il sostegno dell’opinione pubblica, incassando il supporto di circa il 45% degli arabi d’Israele, nonostante l’ostilità degli altri partiti arabi, ivi incluso il Ramo settentrionale dello stesso Movimento islamico guidato dal leader radicale Raed Salah, appena scarcerato. In sintesi, la svolta moderata di Ra’am non fa l’unanimità nemmeno nel campo islamista, ma sembra invece incontrare il favore di un fronte eterogeneo, composto dai partiti ebraici di governo, i Palestinesi della Galilea, i beduini del Negev e gli Stati Uniti.
  Il motivo di questo consenso multiforme è la capacità di Ra’am di navigare con successo la politica israeliana, puntando sul futuro e sullo sviluppo autonomo della comunità araba d’Israele indipendentemente dalle oscillazioni politiche. Il partito islamista può vantare alcuni risultati concreti: la vittoria della coalizione di governo, che non si sarebbe formata senza la sua partecipazione (con la conseguente fuoriuscita di Netanyahu), l’approvazione di un nuovo budget l’ottobre scorso (2021), dopo tre anni che il Paese in costante emergenza elettorale ne era rimasto privo, e la lealtà nei confronti del governo, dimostrata dall’estrema cautela con cui il partito ha affrontato l’ultima guerra tra Israele e Hamas nel maggio 2020.
  Tuttavia, il vero successo di Ra’am, che spiega l’appoggio popolare di cui gode, è frutto del suo impegno tangibile nel migliorare le condizioni di vita degli arabo-israeliani, incrementando i fondi assegnati al cosiddetto “settore arabo” sia per sviluppare le infrastrutture che per stemperare la microcriminalità che lo attanaglia (cento omicidi all’anno). Ra’am non solo è riuscito ad assicurare al comparto arabo un budget quinquennale (pari a 8.1 miliardi di euro per il quinquennio 2022-2026), ben più generoso di quello assegnatoli da Netanyahu nel 2015 (4.1 miliardi 2015-2020), ma anche a devolvere la maggioranza dei fondi direttamente alle municipalità arabe per implementare autonomamente servizi e infrastrutture sui loro territori.
  Inoltre, il partito islamista si è anche assicurato una somma aggiuntiva pari a 661 milioni di euro dal Ministero della Pubblica sicurezza da investire nella lotta alla criminalità, ottenuto la costruzione di una nuova città beduina e la legalizzazione di almeno tre villaggi (sui 14) abusivi nel Negev. Un risultato pragmatico applaudito come “un avanzamento storico” dal Ministero dell’uguaglianza sociale, che ha ringraziato pubblicamente Abbas per la collaborazione.
  La linea pragmatica adottata da Ra’am rischia di creare al partito molti nuovi nemici – tra cui i partiti ebraici ortodossi, suoi tradizionali alleati nella difesa dei provvedimenti religiosi sui divieti alimentari e di programmi di assistenza sociale alle famiglie numerose e ai bambini, infuriati dalla scelta di Abbas di esprimere voto favorevole sulla coercizione militare dei giovani ultraortodossi. Ma anche gli altri partiti arabi, tra cui Ta’al, e il fronte nord dello stesso movimento islamista, che ritengono che Ra’am stia svendendo – l’uno – l’identità nazionale palestinese e – l’altro – la difesa della santità della moschea di al-Aqsa dalle infiltrazioni di coloni.
  Tuttavia, il partito islamico tiene duro e presenta la sua strategia non solo come pagante nel breve periodo, ma come una politica in linea con le aspettative degli elettori arabo-israeliani, che in percentuali ancora deboli ma costantemente crescenti dichiarano di avere più fiducia nel governo (dal 14% del 2020 al 28% del 2021) e nel Parlamento (passata in un anno dal 17.5 al 25%, Idi), scommettendo sulla possibilità di un’integrazione e un ruolo crescente nel Paese in cui vivono, che pure continua a definirsi solo ebraico.

(il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2022)

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L'uomo che sussurra all'orecchio di Israele 

Grazie alla sua teoria di riduzione del conflitto con i palestinesi, il filosofo Micah Goodman è diventato il consigliere più ascoltato dal governo.

di Davide Lemer 

Vive in un insediamento ma seduce i progressisti.Indossa la kippah - il copricapo religioso che in Israele spesso denota anche un'appartenenza politica alle destre - ma la nasconde sotto un cappellino da baseball. È diventato uno scrittore famoso ma è disgrafico, per cui va nel panico e inizia a sudare quando gli chiedono di firmare un libro. Non riveste alcun ruolo politico, eppure è in stretto contatto con le massime cariche istituzionali. 
  Il quarantottenne filosofo Micah Goodman, autore di diversi libri, fra i quali il più famoso è Catch 67 (sul conflitto arabo-israeliano) e l'ultimo Broken attention (sulle controindicazioni delle tecnologie), è il camaleontico guru dell'era post-Netanyahu. Ispiratore del nuovo approccio alla questione palestinese, è l'intellettuale del momento in Israele. 

• GRANDE SEDUTTORE 
  Nel cortile della sua casa di Kfar Adumim, fra Gerico e Gerusalemme, Goodman passeggia in tondo dispensando consigli a politici, diplomatici e vertici militari nelle cuffiette microfonate. La parlata brillante e disinvolta sia in inglese che in ebraico - è figlio di immigrati dagli Stati Uniti - sprigiona un carisma e una gentilezza che seducono 
  gli interlocutori. Ma a renderlo così noto e popolare nell'ultimo anno è stata soprattutto la sua sfuggente teoria di tzimtzumhasichsuch (riduzione del conflitto) che, cercando di identificare un minimo comune denominatore fra i punti di vista degli israeliani sul conflitto, mette d'accordo le tante anime eterogenee del nuovo governo. 
  «Ridurre il conflitto significa affrontare la questione palestinese come affrontiamo tutti gli altri problemi - ci dice via Zoom, spiegando il concetto cardine del suo pensiero -. Non possiamo debellare gli incidenti stradali, cancellare il Covid proteggendo allo stesso tempo salute e economia, o mettere fine del tutto ai comportamenti criminali. Ma questo non significa che possiamo trascurarli. Per qualche motivo qui in Israele guardiamo al conflitto come qualcosa che vada risolto oppure ignorato. È una falsa dicotomia: dobbiamo smetterla di confrontarci con i palestinesi con un atteggiamento utopico, religioso, ideologico, e provare a ridurre le frizioni in modo pragmatico». 

• UMILIAZIONE E PAURA 
  Secondo Goodman, le istanze della sinistra e della destra israeliana sarebbero entrambe valide. La prima vede l'occupazione dei Territori palestinesi come insostenibile perché condanna Israele a governare un Paese in cui gli ebrei rischiano di diventare una minoranza. La seconda predica che il ritiro dalla Cisgiordania esporrebbe il litorale, e dunque Tel Aviv e le cittadine limitrofe, cuore pulsante dell'economia, agli attacchi dei palestinesi. Questo sarebbe il Catch 67, che rende irrisolvibile il conflitto, ma dal quale si può partire per limare le due emozioni dominanti che lo caratterizzano: l'antico senso di umiliazione dei palestinesi e la paura atavica degli israeliani. «Oggi i palestinesi godono di un'autonomia limitata, storpia, fragile, disfunzionale. Restringere il conflitto significa aumentare la cifra di auto-governo dei palestinesi, senza diminuire la sicurezza d'Israele», dice. 
  La parola chiave per Goodman è «cifra». «Diciamo che allo stato attuale i palestinesi godono di un 35 per cento j di sovranità. Dobbiamo portarlo a 70,  senza arrivare a 100, che sarebbe uno Stato a tutti gli effetti, e facendo in modo che questo aumento non comporti dei rischi. È un processo utile di per sé, che possiamo realizzare anche domani mattina, senza illuderci che porti a sciogliere i grandi nodi, tipo il diritto al ritorno dei rifugiati, Gerusalemme, o il definitivo riconoscimento arabo di Israele». Ma in pratica che cosa significa? «Vuol dire facilitare i collegamenti fra le città palestinesi con strade sotto il diretto controllo dell'autorità di Ramallah - continua Goodman - affidargli il controllo civile del valico con la Giordania, aumentare i territori della Cisgiordania nei quali possano fare pianificazione urbanistica in modo indipendente». 

• BIBBIA CONTRO TALMUD 
  Goodman dice che il suo punto di vista trae origini dagli studi religiosi. «Nella tradizione ebraica ci sono due testi fondamentali, la Bibbia e il Talmud. I profeti della Bibbia sono ideologici, mentre i saggi del Talmud sono molto più pratici e non sognano un mondo perfetto. Capiscono che la vita non si trasforma con discorsi e idee grandiose, ma con la somma di tanti piccoli cambiamenti. Fino ad oggi ciò che guidava e ispirava la politica israeliana era la Bibbia. Nella simbologia del dialogo ci rifacciamo a immagini forti come la storica stretta di mano fra Menachem Begin, Anwar Sadat e Jimmy Carter alla Casa Bianca. A Premi Nobel e big bang. Ma abbiamo visto che non funziona. Ridurre il conflitto vuol dire dividerlo in 100 piccole parti e affrontarle tutte, una alla volta. La politica israeliana si sta spostando verso la filosofia del Talmud». 
  Il governo guidato da Naftali Bennett, in carica da giugno, sembra dare retta ai suggerimenti di Goodman. Ha rafforzato l'Autorità nazionale palestinese con concessioni fiscali ed economiche, consentito l'espansione di alcune cittadine arabe in Cisgiordania, e trattato il presidente Abu Mazen come un interlocutore. Ma Goodman non si accontenta. «Per quanto io apprezzi il governo, uno dei più inclusivi al mondo, rilevo che non ha aumentato il livello di auto-gestione dei palestinesi, ma proprio quello è l'aspetto chiave». 

• TRA SARTRE E HARARI 
  Mentre si spendono paragoni con una star mediatica come lo storico e scrittore Yuval Noah Harari, per via delle sue doti di oratore e divulgatore, ora che lo definiscono perfino il "Sartre israeliano", lui se la gode schivando le critiche sull'ambiguità delle sue posizioni (l'editorialista Gideon Levy di Haaretz gli ha dato del «cerchiobottista» per l'abitudine ad evitare questioni divisive) e lasciando trapelare anche il suo ruolo di consigliere ombra. 
  Si fa aspettare quasi un'ora dal ministro degli Esteri Yair Lapid - «Non c'è problema, ho visto il tramonto», ha commentato lui - e viene citato dal premier nei discorsi chiave alla Knesset. Bennett, Lapid, il ministro della Difesa Benny Gantz ... quanti di loro l'hanno cercata nell'ultima settimana?, chiediamo. 
  «Due di quelli che ha nominato», risponde con un sorriso. 

(la Repubblica, 25 febbraio 2022)

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Israele e Russia, opacità fiscali

Bruxelles ha aggiornato la lista grigia

di Matteo Rizzi

Si allarga la lista Ue dei paradisi fiscali sotto osservazione. Entrano anche Russia e Israele. Ieri il consiglio europeo ha approvato l'aggiornamento semestrale della lista dei paesi pericolosi per il fisco dell'Ue. Oltre alla blacklist (Samoa Americane, Figi, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini Americane e Vanuatu), il consiglio ha pubblicato la greylist contenente 25 paesi che hanno preso impegni in sede Ue o Ocse per riformare determinati regimi fiscali potenzialmente dannosi contro le regole internazionali. Per quanto riguarda i paesi in lista nera, il consiglio deplora che "tali giurisdizioni restino non cooperative sulle questioni fiscali e le invita ad aprire un canale di dialogo con il Gruppo del codice di condotta (il gruppo di esperti fiscali dell'Ue) al fine di risolvere le questioni individuate", si legge nella dichiarazione finale del consiglio.
  La lista nera (allegato I) include solo i paesi che non hanno partecipato a un dialogo costruttivo con l'Ue in materia di governance fiscale o non hanno rispettato i propri impegni volti ad attuare le riforme necessarie.
  Oltre alla lista delle giurisdizioni non cooperative a fini fiscali, il consiglio ha approvato il documento sullo stato di avanzamento (allegato II), che riflette la cooperazione in corso dell'Ue con i paesi extra Ue e gli impegni a riformare i loro regimi fiscali per conformarsi alle norme concordate in sede Ocse. Ben 25 paesi hanno quindi preso impegni. In particolare, si tratta di rispettare le raccomandazioni del forum dell'Ocse contro le pratiche fiscali dannose e sull'effettiva attuazione dei requisiti di sostanza economica. Infine, alcuni paesi devono ancora implementare gli standard minimi di rendicontazione paese per paese (Cbcr) in materia di erosione della base imponibile e trasferimento degli utili (Beps). Proprio nella giornata in cui la Russia ha attaccato militarmente l'Ucraina, il consiglio ha inserito il paese nella lista grigia. La prossima revisione della lista sarà a ottobre 2022. Le giurisdizioni sono valutate sulla base di una serie di criteri stabiliti dal consiglio nel 2016; tali criteri riguardano la trasparenza fiscale, l'equa imposizione e l'attuazione delle norme internazionali intese a prevenire l'erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili.

(ItaliaOggi, 25 febbraio 2022)

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Israele: il turismo è in ripresa mentre lo status vaccinale diventa irrilevante

di Greta Esposito

Il 20 Febbraio, il Primo ministro israeliano ha dichiarato che il paese sta pianificando di riaprire le frontiere ai turisti internazionali, indipendentemente dal loro status vaccinale.
  In ogni caso, i passeggeri internazionali dovranno presentare un tampone molecolare negativo effettuato nelle 72 ore precedenti alla partenza e farne un altro all’arrivo in Israele. Questi nuovi requisiti entreranno in vigore dal 1 marzo, informa Passport-photo.online
  Inoltre, i requisiti di quarantena per i cittadini israeliani non vaccinati, i quali desiderano ritornare nel loro paese, non verranno applicati se presenteranno un tampone molecolare negativo al loro arrivo. Ciò significa che essi non dovranno sottoporsi ad un tampone nelle 72 ore precedenti alla partenza, ma solamente al momento dell’ingresso nel paese.
  Queste nuove linee guida sono state comunicate dopo la riunione di domenica riguardante l’allentamento delle restrizioni, possibile grazie al miglioramento della situazione COVID-19 nel paese. All’incontro hanno partecipato il primo ministro Bennett, il ministro del turismo Yoel Razvozov, il ministro della salute Nitzan Horowitz, e altri.
  Oltre a ciò, Bennet ha anche sottolineato come, nonostante ora ci siano le condizioni necessarie per riaprire, il paese sarà pronto ad introdurre nuove restrizioni nel caso dovesse emergere una nuova variante.
  Il ministro della diaspora Nachman Shai ha accolto con favore la riapertura, in quanto, grazie ad essa, le famiglie ora sparse per il mondo potranno riunirsi in Israele e festeggiare insieme le feste nazionali.
  Infine, anche l’attuale amministratore delegato di Yad L’Olim, Dov Lipman, è entusiasta della riapertura del paese ai turisti internazionali annunciata dal governo. Infatti, egli ha sottolineato che dopo due anni di pandemia, questa mossa darà finalmente agli israeliani la possibilità di ritornare un po’ alla normalità.

(Passport-Photo.Online, 24 febbraio 2022)

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Che cosa lega la guerra in Ucraina e gli accordi che Biden sta per firmare con l’Iran

di Ugo Volli

L’attenzione del mondo è concentrata sull’assedio politico e militare cui la Russia sta sottoponendo l’Ucraina: una morsa che si stringe ogni giorno un po’, nella convinzione di ottenere la vittoria, cioè la resa dell’Ucraina, senza il bisogno di affrontare una guerra vera e propria, che è sempre rischiosa. Putin sta applicando le vecchie ricette belliche di Sun Tzu: vincere senza combattere, intimorire i nemici, dividerli dai loro alleati, ma essendo pronti se sarà necessario a usare le armi. Dato che gli Usa e l’Unione Europea hanno fatto grandi discorsi sdegnati per l’infrazione alla legalità internazionale e la minaccia di guerra, ma non hanno fatto nulla di sostanziale per fermare l’aggressione, è probabile che alla fine Putin ce la faccia. E magari Biden rifarà la mossa di Chamberlain che, subito dopo gli “accordi”, cioè in sostanza la resa di Monaco del 30 settembre 1938, si vantò di “aver salvato la pace”. Bastò che passassero una decina di mesi e si vide chiaramente di che pace si trattava.
  Ma oltre questo scenario, che è la seconda sconfitta dell’amministrazione Biden dopo la ritirata ingloriosa dall’Afghanistan, vi è un altro fronte aperto e altrettanto pericoloso: è la riedizione degli accordi con l’Iran, che sembra ormai prossima alla conclusione. A quanto pare dalle indiscrezioni che sono uscite, si tratta di un accordo breve: dovrebbe durare solo fino al 2025, quando scadevano gli accordi originali firmati da Obama; i tentativi americani di prolungarne la scadenza, duramente respinti dall’Iran, non devono essere stati molto convinti, sicché fra tre anni l’Iran potrà fabbricarsi l’atomica senza subire sanzioni. È anche un accordo debole, che non colma i buchi rilevati da tutti nell’accordo precedente, per esempio nell’esenzione dei siti militari dalle ispezioni dell’Agenzia dell’Onu (AIEA) che dovrebbe vigilare sulla loro applicazione. E non è chiaro che fine farà la grande quantità di uranio arricchito accumulata dall’Iran: magari se li terranno con le centrifughe, per ricominciare nel ‘25 o alla prima crisi.
  La conclusione dell’accordo ha suscitato grandissimo allarme in Israele, che ha tentato, a quanto pare invano, di indurre gli Usa a rinunciarvi e ha dichiarato che non si sentirà legato ai termini che saranno stabiliti e che si riserva di difendersi dall’armamento atomico dell’Iran e anzi che non accetterà che l’Iran diventi uno stato “al confine del nucleare” cioè che predisponga il suo processo di sviluppo delle armi atomiche in maniera tale da fermarsi a poche settimane dalla sua attivazione. Altrettanta preoccupazione si è espressa nei paesi del Golfo, che ormai hanno stretto una vera alleanza militare con Israele, che è il solo a voler fermare l’Iran, che minaccia anche loro.
  Che cosa c’è di comune in queste due crisi? Molto più di quel che si crede. La Russia è il grande protettore dell’Iran, gli ha fornito le sue armi più avanzate, difende in maniera sempre più assertiva il principale stato vassallo dell’Iran, cioè la Siria. La quale ha appena ricambiato, essendo la prima a riconoscere le “repubbliche autonome” stabilite dalla Russia nella parte orientale del territorio ucraino. Vale la pena di citare anche la seconda entità che si è schierata per il riconoscimento del Donbass: sono gli Houthi, i ribelli dello Yemen che quotidianamente cercano di bombardare l’Arabia e gli Emirati e minacciano di farlo con Israele. Insomma tutto il “fronte del rifiuto” (loro dicono “della Resistenza”, naturalmente contro Israele), mantenuto e comandato dall’Iran, si è allineato con la Russia anche in occasione della crisi ucraina.
  La cosa che va sottolineata e fa pensare è che gli Usa, per quanto riguarda il Medio Oriente, sono alleati con la Russia, cioè con il loro avversario nella questione ucraina; e fra l’altro lo sono anche con il nemico della terza grande crisi strategica mondiale, cioè con la Cina che vuole impadronirsi di Taiwan, alleato degli americani. Insomma, come ha a lungo sostenuto Netanyahu e come continua a dire il governo attuale, sia pure con meno autorità e decisione, gli Usa in Medio Oriente si sono schierati contro i loro alleati storici, prima di tutto Israele, ma anche Arabia, Emirati, Egitto, e a favore dei loro espliciti nemici. Questa contraddizione è uno dei punti caratterizzanti della posizione recente delle amministrazioni democratiche, prima di Obama e ora di Biden. È una posizione ideologica, fortemente sostenuta dall’estrema sinistra del partito. In questo momento di trasformazione e crisi si può solo sperare in un tardivo ripensamento di Biden. Perché se non fosse così, questa sarebbe la terza resa dell’amministrazione democratica. E probabilmente porterebbe, dopo la guerra più o meno mascherata in Ucraina, a una situazione bellica anche in Medio Oriente.

(Shalom, 24 febbraio 2022)

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La preoccupazione degli ebrei in Ucraina. Israele sposta l’ambasciata a Leopoli

di Paolo Castellano

L’alta tensione militare tra Ucraina e Russia ha messo in allarme il ministero degli Esteri israeliano. Il 17 febbraio, il ministro Yair Lapid ha infatti ordinato il trasferimento dell’ambasciata israeliana da Kiev a Leopoli. Quest’ultima città si trova nella parte occidentale dell’Ucraina e fornirebbe maggiore protezione in caso di un conflitto armato innescato dall’invasione delle truppe di Putin.
  Lapid ha acconsentito al trasferimento momentaneo dopo lunghe e dettagliate discussioni con lo staff del ministero degli Esteri a Gerusalemme. Dalla scorsa settimana il governo israeliano ha preso temporaneamente in affitto un locale a Leopoli per continuare la propria attività diplomatica in territorio ucraino. Identica strategia degli Stati Uniti e Regno Unito che hanno preferito allontanarsi dalla capitale.
  Inoltre, il 21 febbraio, anche l’Agenzia Ebraica ha comunicato di aver trasferito i propri uffici a Leopoli per mantenere attivi i servizi per gli ebrei e gli israeliani in Ucraina. Secondo le stime dell’ente, nel territorio ucraino risiedono 15mila israeliani, di cui 3100 hanno già lasciato il paese. Tuttavia, il governo israeliano ha lanciato un appello a chi è rimasto: il consiglio è quello di lasciare l’Ucraina per un concreto pericolo di invasione russa.
  Come riporta The Times of Israello Stato d’Israele avrebbe già predisposto un piano per evacuare 200mila ebrei ucraini con la collaborazione di alcuni paesi dell’Est Europa.

• LA PREOCCUPAZIONE DEGLI EBREI DI ODESSA
  In un reportage pubblicato il 21 febbraio sul New York Times, si è data voce alla comunità ebraica di Odessa, città ucraina russofona di fronte al Mar Nero e bramata da Valdimir Putin. Tra l’altro, in questa località è presente il quartier generale della marina ucraina.
  Gli ebrei di Odessa sono preoccupati per il clima di guerra e per questo motivo hanno incominciato ad accumulare scorte alimentari in vista di una possibile escalation militare. I capi della comunità hanno persino mappato i rifugi antiaerei e assunto delle guardie di sicurezza israeliane per proteggere i propri membri. La preoccupazione è che uno scenario di guerra possa far riemergere un brutale antisemitismo sperimentato sia nel XIX che nel XX secolo per mano di zar russi, nazisti e stalinisti.
  La United Hatzalah, un’organizzazione israeliana di servizi medici di emergenza gratuiti basata su volontari con sede a Gerusalemme, ha inviato alcuni suoi rappresentanti a Odessa per insegnare agli ebrei locali le fondamentali manovre di soccorso, consegnando varie apparecchiature mediche tra cui diversi defibrillatori.
  Inoltre, i giornalisti del New York Times hanno intervistato uno delle donne più anziane della comunità ebraica di Odessa. Si chiama Svetlana Lisytsina, ha 80 anni e i suoi parenti furono uccisi dai nazisti. Memore degli orrori della seconda guerra mondiale, Svetlana ha già programmato la fuga in caso di conflitto, preparando persino un trasportino per il suo gatto color pesca di nome Persik.

(Bet Magazine Mosaico, 23 febbraio 2022)

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Fondi palestinesi e terrorismo L'Italia fu complice: ecco le prove

Il Belpaese fu la centrale finanziaria di Al Fatah. I servizi segreti americani e inglesi ricostruirono la rete di finanziamenti creata per sovvenzionare gli attentati qui da noi in modo da evitare pericolosi trasferimenti di valuta. A occuparsi di questi aspetti era il Rasd.

di David Romoli, Giordana Terracina

Ci sono due modalità diverse attraverso le quali, nel corso del tempo, l'Italia ha evitato di fare chiarezza sul "lodo Moro", il patto tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi rimasto di fatto in vigore per tutti gli anni 70 e sin oltre la metà degli 80. La prima e più semplice via è stata la pura e semplice negazione dell'esistenza dell'accordo, o la sua derubricazione a faccenda di servizi segreti, che si sarebbe sviluppata in autonomia, senza coinvolgimento o input dei vari governi in carica. Questa visione, a lungo promossa a verità di Stato, è stata smentita da una mole di testimonianze e documenti tali da non lasciare dubbi in proposito: l'accordo ci fu e a volerlo, conoscerlo, sostenerlo e sottoscriverlo non furono gli agenti dei servizi ma i premier e i ministri.
  La seconda modalità, quella minimalista, è più sottile e "moderna": riconosce l'esistenza del lodo e il coinvolgimento dei governi nella stipula ma lo riduce ad accordo stretto per evitare attentati, nel quadro di una modalità adottata da moltissimi Paesi europei all'inizio degli anni 70. Che il Patto sia nato proprio così è certo, che però poi non abbia assunto in Italia caratteri diversi per spessore e longevità rispetto agli altri Paesi europei invece non lo è affatto. Se all'inizio lo scambio era solo, come in buona parte d'Europa, quello tra scarcerazioni facili e permesso di trasportare armi da un lato, rinuncia ad attentati contro obiettivi italiani dall'altro, quasi immediatamente da noi l'accordo si ampliò fino a rendere l'Italia non solo territorio di libero transito ma base logistica a tutti gli effetti, prima di trasformarsi in una delle principali leve dell'intera politica filo-araba ed energetica del Paese negli anni 80. (già dagli anni 70)
  Nella trasformazione dell'Italia in centrale operativa i soldi erano importanti tanto quanto le armi. Dal documento che qui pubblichiamo, emerge chiaramente la rete di finanziamenti costruita in Italia. Secondo quanto riportato dai servizi segreti americano e inglese l'Italia era una delle principali basi logistiche dei palestinesi nell'Europa Occidentale. Il denaro depositato serviva per gli attentati e trovandosi già in loco non dava adito a pericolosi trasferimenti di valuta, che avrebbero potuto mettere in allarme le forze dell'ordine.
  A occuparsi di questo aspetto delle attività dell'Olp era il Rasd. Significa "rete di osservazione" e, secondo la documentazione dell'Ufficio Affari Riservati risalente al marzo del 1972, il Rasd era in effetti l'organo informativo di Al Fatah, creato per raccogliere informazioni su Israele, poi anche sui territori persi durante la guerra del giugno del 1967 e infine per reclutare nuovi membri di Al Fatah. Il primo direttore fu Salah Khalaf (Abu Iyad), numero due di Al Fatah, addestrato al Caìro dal Servizio Informativo Egiziano (Sie) insieme ad Ali Hasan Salamah (Abu Hasan), destinato a succedergli nella carica. Il sodalizio iniziale vide i due servizi operare insieme, entrando in disaccordo solo ai primi degli anni 70.
  Salamah, figlio di Shaykh Hasan Salamah considerato il primo "martire della Palestina". Il suo ruolo lo poneva agli ordini diretti di Arafat, l'unico a cui era tenuto a rispondere del suo agire.
  La guerra del 1967 fu il motore di volta del cambio di funzioni del Rasd. L'affluenza di armi e di denaro da parte dei paesi arabi amici verso Al Fatah, comportò il problema dell'investimento degli stessi. All'organizzazione risultava difficile giustificare i suoi investimenti in Occidente e ripiegò sul Rasd usandolo come longa manus nelle sue operazioni. Il tutto doveva avvenire senza che l'Egitto si accorgesse di queste manovre finanziarie.
  Le somme da portare in Europa ammontavano a circa 100 milioni di dollari, risultato, secondo quanto scoperto dal servizio segreto inglese, del traffico di droga. Per questo fu necessario costruire una rete tutta nuova, reclutando anche elementi europei e sempre secondo quanto riportato nella documentazione, ciò aprì la strada a contatti con gruppi di sinistra e "dischiuse una via tutta nuova alla cospirazione internazionale". Gli anni del 1968 e del 1969 segnarono questa permanenza in Occidente. Il Rasd aveva la sua direzione centrale a Beirut e il suo centro logistico per le progettazione delle operazioni nel campo di Sabra, zona di profughi palestinesi. Negli uffici di Beirut i compiti erano legati alla sicurezza, raccolta informazioni, collegamenti con altri servizi, raccolta di armi, addestramento e incarichi a "contratto". Questi ultimi consistevano nel procurare denaro per Al Fatah mediante azioni da effettuarsi con l'uso di armi come il rapimento o l'uccisione di leader in esilio per conto ad esempio di siriani o iracheni. Per le sue operazioni da effettuarsi all'estero, possiede numerosi passaporti di paesi arabi, tra cui alcuni diplomatici, soprattutto provenienti dall'Algeria, Libia e Sudan.
  La necessità di Al Fatah di mantenere una sua immagine moderata, la lega in maniera indissolubile ai servizi del Rasd, che in un certo senso ne cura le operazioni internazionali. Lo stesso Settembre Nero è descritto nei documenti come un gruppo di copertura del Rasd, che provvedeva a fornire nascondigli sicuri, armi e vie di fuga in cambio di addestramento e altre armi. Ad esempio il campo di Hamah, vicino a Damasco era usato per l'addestramento all'uso di esplosivi. Nel report si parla dell'uccisione del Primo Ministro Giordano W.T., del tentato omicidio dell'ambasciatore giordano nel Regno Unito Z.R. dell'attentato dinamitardo alla ditta Struever KG in Amburgo, alla raffineria Esso sempre ad Amburgo e all'Officina Gas di Ravenstein in Olanda.
  Il Rasd era ben articolato e al suo interno prevedeva una Direzione con a capo Alì Hasan Salamah (Abu Hasan), un suo autista, un aiutante in campo e un vice Ghazi Abd-Al Qadir Al-Husaynì (Abu Ghazi). Al di sotto si ponevano i Capi Squadre Omicidi nel numero di quattro persone, Abu Mihammad, Abu Sakhr, Al-Hìlu e Alì Al-Luh (nomi di battaglia). Seguivano i Sostenitori e gli Addetti alla Falsa documentazione. Il Personale a sua volta era composto da quello di Beirut, circa 30 persone e dagli assassini nel numero di 23. Alcuni erano addestrati in Algeria, soprattutto all'uso delle bombe, altri nel Nord del Vietnam e a seguire in Siria, Turchia.
  Il Rasd muovendosi in ambito internazionale aveva agenti e funzionari anche al di fuori del Libano: in Medio Oriente si contavano 8 agenti sparsi tra il Kuwait, la Giordania, la Siria, l'Egitto, la Turchia e Gaza. In Europa si radicò nel Regno Unito con 10 agenti, in Germania dove erano presenti anche nomi tedeschi con 5 agenti, in Olanda con 1 solo agente olandese, in Italia con 3 agenti di cui due italiani, in Austria anche 1 solo agente e infine in Francia con 4 agenti di cui 1 francese. Indagare il lodo Moro, non con l'occhio del giudice istruttore ma con quello dello storico significa seguire tracce del genere, per mettere a fuoco le dimensioni reali dell'intesa raggiunta con le organizzazioni palestinesi e i prezzi che si sono pagati per difenderla e rispettarne i dettami.

(Il Riformista, 24 febbraio 2022)

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Gli invisibili

La lettura di queste esperienze e di quelle contenute nel Pdf accluso è sconsigliabile per chi non vuol essere disturbato nella sua convinzione che vaccinarsi è un dovere morale del cittadino e chi non lo fa ottiene in ogni caso quello che si merita. NsI

• CI VOGLIONO TOGLIERE LA PROPRIETÀ DEL NOSTRO CORPO
  Vi scrivo per esplicitare una cosa che trovo assolutamente brutale e incivile. Mi riferisco al fatto che una persona debba essere privata del possesso del proprio corpo tramite un ricatto. Ossia, o ti vaccini e quindi, anche contro la tua volontà, mi dai il tuo corpo, o ti nego la possibilità di vivere togliendoti il lavoro. Mi chiedo come un Paese possa ritenersi civile se ricatta le persone con una scelta, dettata da niente di sanitario ma da una folle, inutile, feroce persecuzione. Sono una Oss sospesa, ho lavorato quando non c'era alcun vaccino e mi sono contagiata a novembre 2020, in forma lieve, non ho infettato nessuno, ho sempre pagato le tasse. E ora, dopo essere stata sospesa senza stipendio dal 15 ottobre, essendo cinquantenne non potrò più avere il diritto di fare nessun tipo di lavoro perché mi viene negato da questo sistema che ormai ha come unico obiettivo quello di perseguitare chi pensa che il proprio corpo sia una proprietà personale che non appartiene né al governo né alle case farmaceutiche.

Paola Berti

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• CAUSA LASCIAPASSARE HO INIZIATO A SOFFRIRE DI ATTACCHI DI PANICO
  Sono un ragazzo di 33 anni che ha deciso di non vaccinarsi in quanto ritengo che alla mia età non sia utile (ho anche superalo il Covid senza problemi), anzi possa essere dannoso. Da quando è stato istituito il super green pass soffro di attacchi d'ansia e non riesco più a esser quello di prima. Non posso andare in un ristorante o salire su un autobus, per non parlare delle liti in famiglia. Tanti mi dicono: «Fatti il vaccino così avrai il green pass». Ma perché devo assumere una terapia potenzialmente pericolosa per poter svolgere attività che ho i sacrosanto diritto di fare essendo un cittadino italiano che paga regolarmente le tasse? La mia vita è diventata un incubo e non vedo nessuna luce in fondo al tunnel.

Daniele Furlini

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• NOI COMBATTIAMO PER LA LIBERTÀ DI OGNI CITTADINO
  Mi chiamo Silvia, over 50, e forse non sono così invisibile come vorrebbero che fossi. Divento invisibile quando si parla di diritti, quando si parla di doveri si ricordano molto bene della mia esistenza. C'è chi sarebbe voluto addirittura venire a stanarmi, dimenticando il fatto che non sono assolutamente rintanata, anzi, sono qui a gridare il mio disappunto e la mia disapprovazione senza nascondermi dietro nessun paravento. Ci abbiamo messo la faccia e la nostra non è una faccia invisibile. Ci puoi leggere espressioni di meraviglia, di incredulità, di paura, perché a tratti sono riusciti davvero a spaventarci, di sfiducia, di delusione, di disperazione. Hanno provato a fare addirittura degli identikit dei no vax, le poche volte che ne ho letto qualcuno sono morta dalle risate. Non ci sono mai andati vicini i grandi esperti con la faccia da Tv, perché non possono comprendere le persone che combattono per convinzioni, ideali, valori, per avere la forza di guardarsi allo specchio con ammirazione. Un'ammirazione non dettata dalla vanità, ma dalla integrità. Ci hanno vomitato addosso qualsiasi nefandezza, accusandoci di essere la causa di tutto quello che stava succedendo, ma nel frattempo noi andavamo a lavorare senza poter accedere alla mensa aziendale, facendo tre tamponi a settimana, mostrando quello scempio che è il green pass quasi con vergogna, ascoltando i commenti dei colleghi, non sempre così lusinghieri, ma continuando a difendere la libertà, e la libertà non è solo la nostra, ma quella di tutti.
  Sono diventata positiva al Covid, proprio dal giorno in cui non sarei più potuta andare a lavorare, il 15 febbraio, il giorno della vergogna. Avrò il green pass rafforzato, strumento ancora più ignobile, che probabilmente sarò costretta a utilizzare per recarmi a lavoro in treno, in quanto sono pendolare, e per svolgere la mia mansione. Alcune volte mi chiedo dove posso aver trovato la forza per resistere finora.

Silvia Loreti

Gli invisibili

(La Verità, 24 febbraio 2022)

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Il permesso di vivere

Ieri finalmente mi hanno dato il permesso di vivere. Ho ricevuto il Marchio Bianco, così lo chiamano adesso. Hanno snellito le pratiche. E' stato semplice.
Prima di entrare nel locale l'inserviente mi ha spiegato: «Ti daranno un modulo e ti faranno vedere un foglio. Sul modulo dovrai scrivere e firmare la frase che ti diranno. Tutto qui».
Sono entrato. Mi hanno dato modulo e penna, poi mi hanno fatto vedere un foglio e mi hanno detto: «Scrivi».
«Che cosa?» ho chiesto.
Scrivi: «Il foglio che mi hanno fatto vedere è bianco», e me l'hanno fatto vedere.
«Ma il foglio è nero!» ho detto guardandolo.
E lui: «Non ti abbiamo detto di dire di che colore è il foglio, ma di scrivere e poi firmare: 'Il foglio che mi hanno fatto vedere è bianco'».
Ho scritto e firmato. Così mi hanno dato il Marchio Bianco. E che potevo fare? Anch'io devo vivere.

Calmerlo 


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Crisi ucraina - L’opzione americana di Israele complica le cose in Siria (e a Mosca)

Israele teme il ritorno in patria di migliaia di ebrei che vivono in Ucraina. Ma non è l’unico problema per Tel Aviv, che dovrà stare con gli Usa

di Roberto Favazzo

La crisi Russia-Ucraina ha spinto il primo ministro israeliano Naftali Bennett a galvanizzare i capi della sicurezza del paese, tra cui il capo dello Shin Bet Ronen Bar che ha partecipato a una riunione il 12 febbraio per inviare personale diplomatico supplementare a Kiev. Secondo fonti dell’intelligence francese Bennett ha messo in allerta i ministeri competenti in caso di crisi. Il possibile rimpatrio di 15/20mila cittadini israeliani, insieme ad altri 200mila ebrei che potrebbero voler esercitare il loro diritto di trasferirsi in Israele ai sensi della legge sul ritorno nel paese, è di grande preoccupazione per le autorità israeliane. Il ministero dell’Integrazione è stato incaricato di elaborare piani per accogliere queste comunità, se necessario.
  Al di là di questo problema, così come le preoccupazioni per gli ebrei in Russia, Israele sta procedendo con molta attenzione a causa del dilemma che deve affrontare tra, da un lato, sostenere l’alleato Ucraina e, allo stesso modo, gli Stati Uniti, e gestire le relazioni con la Russia. Mosca controlla lo spazio aereo siriano da cui lo Tsahal e il dipartimento siriano ben attrezzato di Aman, il servizio di intelligence militare israeliano, guidato da Aharon Haliva, conducono attacchi contro obiettivi militari iraniani.
  Il processo di pacificazione con Mosca non solo ha permesso a Israele di evitare di colpire gli interessi russi, ma sta anche contribuendo a ridurre la presenza militare iraniana in Siria e il presunto trasferimento di materiale a Hezbollah. Gli attacchi sono stati condotti vicino a Damasco il 9 febbraio.
  Le operazioni siriane, che sono considerate una priorità per preservare la sicurezza nel paese, hanno portato le autorità israeliane a esprimere solo un sostegno tenue a Kiev, con grande delusione del governo ucraino. Ma anche se Israele sta cercando di preservare la sua neutralità, è probabile – visto i legami tra Israele e Usa e il ruolo della lobby ebraica – che starebbe dalla parte degli Stati Uniti e dell’Ucraina se ci fosse un’escalation al confine Russia-Ucraina e venissero imposte sanzioni. Ciò ridurrebbe necessariamente la portata di manovra di Israele in Siria.

(ilsussidiario.net, 23 febbraio 2022)

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"Il Medio Oriente è un laboratorio per contrastare insieme il cambiamento climatico"

Tareq Abu Hamed, direttore dell’Arava Institute for Environmental Studies, a Firenze per il Forum del Mediterraneo: "Un Paese da solo non può risolvere la crisi climatica. In una regione di conflitto vogliamo usare l’ambiente per mettere insieme le persone".

di Azzurra Giorgi

Il cambiamento climatico come strumento per la cooperazione, capace di mettere insieme anche popoli e territori da sempre in conflitto. Lo dice con forza Tareq Abu Hamed, ingegnere chimico e direttore dell’Arava Institute for Environmental Studies, e lo racconta la sua storia: primo palestinese a dirigere un istituto accademico in Israele, in precedenza aveva lavorato per il governo ricoprendo un livello a cui nessuno, senza cittadinanza israeliana, era mai arrivato: capo scienziato e, prima ancora, direttore dell’Ingegneria e della Ricerca applicata nel Ministero della Scienza, della Tecnologia e dello Spazio.
  Ora, Abu Hamed arriva a Firenze per il Forum del Mediterraneo (si apre giovedì, vi partecipano circa 65 sindaci dei Paesi affacciati sul Mediterraneo, con l’obiettivo di firmare una Dichiarazione congiunta con vescovi e patriarchi convocati, in parallelo, dalla Cei da consegnare poi a Papa Francesco domenica mattina), e venerdì 25 alle 15 discuterà, in un dialogo moderato da Luca Fraioli di Repubblica (media partner dell’evento), col Segretario esecutivo della Convenzione dell’Onu contro la desertificazione Ibrahim Thiaw, il Direttore esecutivo del Programma dell’Onu per gli insediamenti umani Maimunah Mohd Sharif e i sindaci di tutela ambientale, promozione di uno sviluppo economico sostenibile e diffusione delle tecnologie per una transizione energetica sostenibile.

- Direttore Abu Hamed, come funziona la ricerca all’Arava Institute? 
  "L’Arava è nato nel ’96 dopo i trattati di pace. Un terzo degli studenti sono arabi, palestinesi, giordani, a volte marocchini, un terzo ebrei israeliani e i restanti internazionali. Abbiamo vari centri, da quello per l’Energia rinnovabile e la conservazione dell’energia a quello per la gestione delle acque, l’agricoltura sostenibile, la ricerca e l’ambiente di Giordania-Israele. La maggior parte delle ricerche ha un aspetto transfrontaliero: abbiamo a che fare con sfide ambientali che oltrepassano il confine, di interesse comune per l’intera regione per l’acqua, l’energia, l’inquinamento. Crediamo che la natura non abbia confini. Viviamo in una regione molto piccola dove condividiamo la maggior parte delle risorse acquifere l’inquinamento a Gaza può avere un impatto sulla qualità dell’acqua in Israele, in Giordania e viceversa".

- All’Arava il cambiamento climatico è un catalizzatore per la cooperazione, in che modo? 
  "Il Medio Oriente è un hot spot per il cambiamento climatico. Ogni cambiamento in Europa o Africa ha un impatto significativo su di noi. È un problema molto simile alla pandemia: un Paese da solo non può risolverlo, c’è bisogno di cooperazione, sforzi comuni. La regione in cui vivo è una di conflitto: vogliamo usare l’ambiente, questa preoccupazione comune, per mettere insieme le persone. Per farlo bisogna costruire fiducia, ed è quello che l’istituto sta cercando di fare: far condividere storie, esperienze e costruire fiducia. Una volta fatto questo, la cooperazione diventa una questione tecnica. La chiamiamo diplomazia ambientale: prima costruisci fiducia poi, di fronte ai problemi, disegni soluzioni adatte. La regione ha dei trattati di pace: con Palestina, Giordania, Egitto, ma c’è davvero una vera pace? No, e dipende dalla mancanza di fiducia. Noi stiamo cercando di fare progetti sul campo, su piccola scala, che creano fiducia e interesse reciproco". 

- Ad esempio?
  "La Striscia di Gaza soffre la mancanza di elettricità: ne ha per circa 4-6 ore al giorno. Questo non gli consente, ad esempio, di dissalare le acque o trattare quelle reflue. Noi siamo riusciti, coi nostri partner a Gaza, a creare un sistema che permette di avere dell’acqua potabile dall’aria. Durante l’ultima guerra con Israele, gli abbiamo chiesto come stesse funzionando il sistema, ma non potevano raggiungerlo per via del conflitto. Un sabato mattina, il giorno dopo che la guerra era finita, abbiamo visto le persone andare a prendere l’acqua potabile nel sistema, l’unico a garantirla in quel quartiere. Il lunedì abbiamo ricevuto richieste da 5 diversi municipi a Gaza. Io lavoro per un’organizzazione israeliana, essere rimasto in contatto con loro durante la guerra è stata la cosa più importante, permette di rafforzare la fiducia. Abbiamo portato questi sistemi a Gaza in scuole, ospedali, quartieri, ora si aggiungeranno quelli delle città. Vi abbiamo portato anche sistemi per il trattamento delle acque, che funzionano senza essere allacciati alla rete con l’energia solare. In questo modo le acque, che altrimenti sarebbero inquinate, possono essere utilizzate per coltivare mangime per gli animali. Abbiamo trasformato un problema ambientale in un’acqua di alta qualità per l’agricoltura, che può creare lavoro e reddito. E non vi abbiamo portato soltanto la tecnologia ma anche un gruppo di ingegneri e tecnici di Gaza, formandoli su come disegnare, costruire e mantenere questi sistemi."

- E sui progetti futuri?
  "Vogliamo realizzare un centro che sarà un hub per il cambiamento climatico nella regione. E abbiamo cominciato a studiare come saranno le risorse naturali nel 2030-2050: lo stiamo facendo per la nostra area con l’Università di Oxford ma vorrei espanderlo ad altre nel Mediterraneo".

- Lei è palestinese e i suoi studenti vengono da Israele, Giordania, Marocco, Palestina oltre che dall’estero. La politica entra in classe?
  "Sì, a volte gridano, piangono, litigano. Ma, alla fine della giornata, sono stati insieme. Discutono di Israele-Palestina condividendo esperienze personali dai lati opposti del conflitto. L’obiettivo non è fargli cambiare idea, ma esporli alla realtà del Medio Oriente in cui viviamo. Ci sono studenti che arrivano e dicono ‘Io sono venuto per l’ingegneria’, e questo è certo ma una volta arrivato sei esposto agli altri, alle loro storie. Quando il programma finisce ci teniamo in contatto, alcuni hanno fondato società di energia rinnovabile, altri lavoreranno nei governi nei campi relativi all’ambiente". 

- Può anticipare qualcosa del suo intervento a Firenze?
  "Parlerò dell’importanza della cooperazione regionale, soprattutto su tematiche ambientali. Una volta costruita, la cooperazione diventa semplice, è possibile per chi davvero vuole una pace sostenibile tra le persone. Parlerò del ruolo del Mediterraneo in questo senso. Il clima non è uno scherzo. Il cambiamento è adesso e avrà un impatto sulle prossime generazioni: l’unico modo per affrontarlo è cambiare il modo in cui viviamo. Le città dovrebbero cambiare il sistema dei trasporti pubblici, portandolo verso le energie rinnovabili, pensare all’uso delle acque reflue o al modo in cui vengono costruiti gli edifici. Il Mediterraneo sta patendo molte ondate di calore, e questo ha un impatto sulla qualità della vita, soprattutto per i più anziani. Ci sono persone che muoiono perché non hanno sistemi di raffrescamento. E l’istruzione, che in molte città dipende dal comune, dovrebbe includere il clima".

(la Repubblica, 23 febbraio 2022)

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Vi racconto la comunità ashkenazita

Alberto Heimler, attuale presidente del Tempio ashkenazita, racconta la storia di una comunità costituita nel dopoguerra, che a via Balbo oggi si integra con la componente degli ebrei libici.

di Massimiliano Boni

Dottor Heimler, cominciamo da lei. Lei non è romano, cosa l’ha portata a vivere in questa comunità?
   Vivo a Roma da molto tempo, ma sono nato a Firenze, da famiglia ashkenazita. A Roma sono arrivato per lavoro nella seconda metà degli anni Settanta. Mi sono laureato in economia, poi sono andato in America, dove ho conseguito un Master in Business Administration, e ho studiato per un PhD in economia che non ho mai terminato perché ho iniziato a lavorare al neo costituito Centro studi Confindustria – a quell’epoca il presidente era Guido Carli e Paolo Savona il direttore generale – vivendo un’avventura entusiasmante, continuata per 20 anni. Poi, lavorando dal 1991 all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ho scoperto la mia passione, l’antitrust e le politiche a favore della concorrenza. Anche quella all’Autorità è stata un’esperienza eccellente, stimolante e formativa ma anch’essa era destinata a terminare. Così dal 2008 sono diventato professore di economia alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione e qui ho avuto l’opportunità di formare su queste mie tematiche tanti giovani dirigenti pubblici.

- E della sua famiglia?
  I miei genitori zl erano di Fiume, ebrei italiani, ma di origine ungherese. Con le leggi razziali, mio padre si trasferì a Firenze, provando a trovare un’attività nonostante le leggi sempre più persecutorie. Dopo essersi rifugiati in Svizzera i mei genitori tornarono a Firenze dopo la guerra. A Firenze c’era allora una piccola comunità di ebrei ashkenaziti di cui anche noi facevamo parte; le funzioni religiose si svolgevano nella vecchia sinagoga dell’ex ghetto a via delle Oche, vicino a piazza del Duomo, in un palazzo poi venduto all’inizio degli anni Sessanta per costruire la nuova scuola ebraica; così la comunità ashkenazita si trasferì nella palestra della scuola. Da circa 50 anni quella comunità non esiste più.

- E quanto a lei? Si è sempre ritrovato nella tradizione ashkenazita?
  Certo. Da giovane avevo una forte identità ebraica, che poi avevo rafforzato negli Usa, in particolare a New York, dove ho vissuto circa 4 anni. New York infatti è una città che, pur nella sua vastità e tendenza a uniformare il modello di vita dei suoi abitanti, consente al tempo stesso di mantenere e rafforzare la propria identità di origine. È stato lì che io ho ricreato la mia identità ebraica, mantenendo e rafforzando anche la mia identità italiana e allo stesso tempo sentendomi cittadino di New York.

- E a Roma? Come è stato l’impatto con la comunità locale?
  A Roma, appena arrivato, inizialmente non ho seguito molto la vita comunitaria. Certo, andavo al Tempio per i moadim, ma per il resto facevo poco altro. Fino a quando, grazie anche a mia moglie, interessata a “riscoprire” il suo ebraismo, ho cominciato un percorso di maggiore osservanza.

- Immagino che frequentasse la comunità ashkenazita.
  Sì, l’ho sempre frequentata, perché anche la mia prima moglie era ashkenazita e seguivamo le tradizioni di famiglia. Al Tempio mi aveva da sempre incuriosito rav Hazan. Era allora un giovane rabbino, appena arrivato in Italia, ed ero molto attratto dal suo modo di porsi: era infatti un rav molto aperto e disponibile verso gli altri, molto accogliente e aperto, in grado di dare risposte ai diversi gradi di spiritualità delle persone che si rivolgevano a lui.

- Lei attualmente è presidente del Tempio ashkenazita.
  Sì, dal 2016. Il mio compito principale è garantire il finanziamento delle spese del Tempio e anche di tenere il Tempio “in ordine”. Negli ultimi anni abbiamo completato la sua integrale ristrutturazione. Inoltre insieme a rav Hazan mi occupo dell’organizzazione dei servizi religiosi. Il tempio è infatti aperto tutti i giorni.

- Ci può parlare della comunità ashkenazita romana?
  Si tratta di una comunità sorta a Roma dopo la liberazione del 1944; era in gran parte formata da persone che si erano rifugiate nel Sud Italia, alcuni erano stati internati nel campo di Ferramonti, altri, in fuga dai nazisti, erano riusciti a passare la linea del fronte e si erano ritrovati a Bari. Dopo la liberazione molti di loro vennero a Roma. Erano un gruppo cospicuo, che inizialmente pregava nei locali della Cer a via de Pretis, e poi, dalla metà degli anni 70, a via Balbo.

- Fu creato un Tempio ashkenazita proprio per accogliere questa comunità?
  Sì. A via Balbo vennero riadattati i locali che all’epoca ospitavano gli alloggi del custode, oltre allo spazio per il forno delle azzime per Pesach: tutta l’area venne destinata alla realizzazione dell’attuale Tempio ashkenazita su   progetto dell’architetto Angelo Di Castro.

- Ci può dire qualche altra cosa sulla storia del Tempio?
  All’inizio il Tempio era autogestito. C’erano infatti famiglie di tradizione e di osservanza tali da essere in grado di gestire i servizi religiosi. Dalla seconda metà degli anni Settanta è arrivato rav Hazan. Tuttavia Il Tempio non era aperto nei giorni feriali, come oggi; l’apertura quotidiana fu avviata negli anni Novanta su iniziativa della famiglia Kahlun.

- E della comunità ashkenazita originaria, oggi che mi dice?
   Direi che oggi le famiglie ashkenazite che vivono a Roma non saranno più di una ventina; in totale, quindi, circa un’ottantina di persone. La comunità si è assottigliata sempre di più con il passare degli anni, sia per motivi anagrafici, sia perché molti si traferirono negli Usa e in Israele. Più recentemente, sono le giovani generazioni a lasciare Roma e talvolta anche l’Italia. Delle mie figlie, per esempio, nessuna oggi è a Roma: una vive a Tel Aviv, un’altra ad Amsterdam e la terza studia a Milano. Posso dire che la comunità nel dopoguerra era relativamente rigogliosa e vivace – per esempio si parlava yiddish, anche se non a casa mia – e poi si è assottigliata progressivamente, rendendo talvolta difficile il minian; grazie a rav Hazan però il tempio è rinato, anche come conseguenza della crescente integrazione con la comunità tripolina.

- Che minhag si segue?
  Il minhag è ashkenazita per shabbat e i moadim, sia pure con alcune “flessibilità”; nei feriali invece seguiamo il rito italiano o quello tripolino, a seconda del chazan.

- Che differenze ci sono tra il minhag ashkenazita e gli altri utilizzati?
  Direi, in generale, che il rito ashkenazita è più rivolto alla preghiera individuale, probabilmente perché il grado di istruzione e di conoscenza delle preghiere era maggiore tra gli ebrei ashkenaziti; quindi non c’è la necessità di una recitazione a voce alta, che invece si fa per far uscire d’obbligo chi non legge l’ebraico. Per chi è in grado di seguire, il nostro rito dà una possibilità di maggiore concentrazione, perché ciascuno è attore della tefillà, più che ascoltatore.

- Come si è realizzata l’integrazione con gli ebrei libici nel “suo” Tempio?
  Da noi c’è stata una integrazione totale. Come ho detto prima, questo è accaduto per lo più per merito di rav Hazan che è riuscito fin dal suo arrivo a integrare benissimo la comunità tripolina all’interno del nostro minhag che col tempo è diventato un multi-minhag.

- Un’ultima domanda. Lei proviene da fuori Roma, e vive qui da circa mezzo secolo. Come è cambiata oggi la nostra comunità rispetto al passato?
   La Cer è passata attraverso grandi fasi; all’inizio era molto coesa, nel senso che gravitava quasi tutta attorno al Tempio Maggiore, e vedeva in quel luogo il suo punto di riferimento e la propria identità. Negli anni c’è stata invece la moltiplicazione dei templi e la comunità si è molto più diffusa nel territorio della città. Questo da un lato ha rafforzato l’offerta religiosa, ha moltiplicato i servizi e favorito l’osservanza dall’altro, forse, ha reso la comunità un po’ più “distante”, in qualche modo disunendola, perché queste micro comunità che ruotano attorno al loro tempio tendono a rendersi più autonome. Il problema della crescente assimilazione però rimane.

(Riflessi Menorah, 23 febbraio 2022)

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L’Arabia Saudita apre alla normalizzazione con Israele. “Prima la pace con i palestinesi”

di Paolo Castellano

Dall’Arabia Saudita è arrivato uno spiraglio sulla normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele. In particolare, si fa riferimento alle dichiarazioni del 21 febbraio del ministro degli Esteri Faisal bin Farhan Al-Saud al quotidiano in lingua ebraica Maariv.
  «Ora la priorità è trovare un accordo in modo che israeliani e palestinesi possano sedersi allo stesso tavolo e avviare un processo di pace su cui si possa lavorare», ha sottolineato il ministro saudita durante la Conferenza di Monaco sulla sicurezza, invocando una “giusta soluzione” per i palestinesi.
  Come riporta i24News, le parole dell’Arabia Saudita ribadiscono il sostegno alla sovranità palestinese già espresso in passato. D’altro canto, il Paese arabo ha inoltre fatto intendere che normalizzerà i rapporti diplomatici con lo Stato d’Israele quando la questione palestinese verrà risolta.
  Per di più, il principe e ministro degli Esteri Faisal ha dichiarato che la mancanza di “un orizzonte comune tra palestinesi e israeliani” rafforza i gruppi estremisti della Regione.
  «L’integrazione di Israele nel Medioriente sarà un enorme vantaggio non soltanto per gli israeliani ma per l’intera area», ha commentato Faisal.
  A parte ciò, negli scorsi mesi, l’Amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il Congresso americano hanno iniziato a lavorare sull’ampliamento degli Accordi di Abramo nella speranza di coinvolgere altri paesi arabi.
  Al momento, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan hanno intrapreso relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico.

(Bet Magazine Mosaico, 22 febbraio 2022)

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Marocco-Israele: «gli scambi commerciali supereranno i 500 milioni di dollari»

GERUSALEMME - Israele e Marocco puntano a quadruplicare gli scambi commerciali, superando i 500 milioni di dollari all’anno. Lo ha affermato la ministra dell’Economia israeliana Orna Barbivai a Rabat durante un incontro con il ministro dell’Industria e del commercio marocchino Riad Mezzour. "Il livello degli scambi economici e commerciali tra i due Paesi, che oggi ammonta a 130 milioni di dollari all'anno, non è sufficiente, dobbiamo raggiungere molto rapidamente i 500 milioni di dollari all'anno, e anche andare oltre", ha detto Barbivai ai giornalisti dopo l'incontro e la firma di un accordo di cooperazione economica e commerciale con la controparte marocchina.
  “L'accordo di cooperazione è concepito per promuovere la crescita economica e la prosperità per Israele e il Marocco. Lavorando insieme, realizzeremo il potenziale economico latente delle relazioni bilaterali, aumenteremo la portata degli scambi commerciali e rafforzeremo la cooperazione tecnologica”, ha proseguito la ministra. “Dopo aver ripreso le relazioni diplomatiche un anno fa, Marocco e Israele hanno oggi gettato le basi per una partnership innovativa e multiforme. Oggi segna una nuova fase in cui ci impegneremo insieme in una partnership intensa, produttiva e vantaggiosa per entrambe le parti", ha affermato il ministro marocchino.

(Agenzia Nova, 22 febbraio 2022)

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Pioggia di ricorsi contro l’esecutivo

A Padova parte una causa civile da 100.000 euro. Esposto al Garante sull'uso della card: «Italiani penalizzati rispetto agii stranieri», E il comitato per le terapie fonda un partito.

di Mauro Bazzucchi 

Chi ha sempre biasimato i contrari al super green pass, affermando che questi muovono da argomenti sterili e inconsistenti, dovrà ricredersi. Il crescendo di proteste a cui si sta assistendo in tutto il Paese, infatti, dopo la fase della protesta di piazza - che talvolta ha prestato il fianco all'infiltrazione di violenti o di personaggi in cerca di notorietà - sta incanalando le proprie energie sul versante legale. E a quanto pare con argomentazioni fondate e circostanziate e, cosa più importante, con risultati soddisfacenti, se è vero che alcuni giudici hanno già a iscritto a ruolo le cause che i cittadini più agguerriti hanno ritenuto opportuno fare nei confronti dei padri delle norme più restrittive d'Europa. 
  A Padova, per esempio, il tribunale civile ha convocato il premier Mario Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza il prossimo 26 maggio, per la prima udienza della causa in cui sono stati citati da una lavoratrice della città veneta. Nell'atto di citazione si legge che la donna che ha promosso la causa, dopo l'introduzione delle norme che prevedono l'obbligo di super green pass per prendere ogni tipo di mezzo di trasporto e per poter lavorare e l'obbligo generale di vaccinazione per gli ultracinquantenni, è arrivata al punto di «non poter più provvedere economicamente al proprio sostentamento, nonché a esercitare i più elementari diritti garantiti dalla Carta costituzionale». Ma c'è un secondo elemento su cui si soffermano le motivazioni alla base della causa a Draghi e Speranza, e cioè le ripercussioni psicologiche che l'isolamento sociale e lavorativo può determinare in un soggetto costretto a «ritirarsi» dalla vita. Tutto questo, paradossalmente, nel momento in cui un grande movimento d'opinione ha reclamato e ottenuto il bonus-psicologo per attenuare gli effetti della pandemia. In base a queste considerazioni, Giorgio Destro, l'avvocato della signora in questione ha chiesto un risarcimento di 100.000 euro, riservandosi inoltre «di sottoporre al giudice pacifici profili di incostituzionalità delle stesse norme». 
  Secondo lo stesso legale, questo tipo di azione potrebbe rappresentare un precedente efficace per far rispondere i promotori dei decreti più restrittivi del danno economico e psicologico provocato a migliaia di lavoratori. Come osserva l'avvocato Destro, infatti, la strada della causa penale porta inevitabilmente ad archiviazione, mentre quella civile, come nel caso in questione, arriva in tribunale. 
  Un'altra via, partendo dalle stesse considerazioni, è quella che ha deciso di percorrere un nutrito team di avvocati, che ha presentato un lungo esposto al Garante per la protezione dei dati personali, chiedendo che questo «ripristini lo stato di legalità conformemente al proprio mandato istituzionale, dichiarando illecito» lo strumento del green pass, in quanto forma anticostituzionale di trattamento di dati sensibili». 
  Il leader del Movimento diritti civili, Franco Corbelli, gioca invece la carta dell'appello alla stampa straniera, denunciando la «realtà drammatica che stanno vivendo migliaia e migliaia di persone e le loro famiglie che si sono viste tutti i diritti brutalmente cancellati, ad iniziare dal lavoro e dallo stipendio», mentre e stata annunciata ieri a Roma la costituzione come movimento dell'Ucdl (Unione per le cure, i diritti e le libertà). L'obiettivo, ha spiegato il fondatore Erich Grimaldi, «è restituire agli italiani una sanità territoriale rinnovata», partendo dall'ascolto delle richieste dei cittadini. 

(La Verità, 23 febbraio 2022)
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A proposito di Draghi

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Alla Corte Suprema eletto un altro giudice musulmano e la prima donna di origine mizrachi

Un gruppo straordinariamente diversificato di giudici è stato nominato lunedì presso la Corte Suprema di Israele, tra cui un altro  musulmano,  Khaled Kabub, dopo Salim Joubran membro permanente della Corte Suprema di Israele, e la prima donna mizrachi (di origine mediorientale). Il comitato per le nomine giudiziarie ha scelto i giudici Khaled Kabub, Gila Kanfi-Steinitz e Ruth Ronnen, nonché l’avvocato del settore privato Yechiel Kasher.
  È la prima volta che una serie di nomine giudiziarie al tribunale di 15 membri è stata equamente suddivisa tra uomini e donne.
  Kabub, 63 anni, attuale vicepresidente del tribunale distrettuale di Tel Aviv, è  giudice dal 1997 ed è noto soprattutto per aver presieduto il processo al miliardario israeliano Nochi Danker per crimini finanziari. È il terzo arabo musulmano a salire alla Corte Suprema, dopo Salim Joubran, membro permanente, e Abdel Rahman Zuabi. A testimoniare come l’apartheid nei confronti dei palestinesi di cui Amnesty International accusa Israele è ben lontano dalla realtà…
  Kanfi-Steinitz, 63 anni, ha prestato servizio come giudice per 28 anni, di cui 16 presso il tribunale distrettuale di Gerusalemme. È vista come un po’ conservatrice nella sua visione giudiziaria, sebbene abbia anche pronunciato sentenze “liberali”. È la prima donna ebrea di discendenza Mizrachi ad essere nominata alla Corte Suprema.
  Ronnen, 60 anni, ha prestato servizio negli ultimi 17 anni come giudice presso il tribunale distrettuale di Tel Aviv. È considerata una giudice “attivista”.
  Kasher, 60 anni, è un esperto di contenzioso civile e finanziario, ed è stato nominato in parte a causa del desiderio dell’Israel Bar Association di avere una giustizia dal settore privato. È considerato avere una visione legale generalmente di destra.
  Il ministro della Giustizia Gideon Saar ha affermato all’apertura della sessione del Comitato che i tre principi guida per la selezione dei giudici dovrebbero essere “eccellenza, equilibrio e diversità”, ha riportato il sito di notizie israeliano Calcalist. I giudici scelti sarebbero “diversi ed equilibrati dal punto di vista dei concetti legali e rifletterebbero il nostro variegato mosaico sociale”, ha aggiunto Saar.

(Bet Magazine Mosaico, 22 febbraio 2022)

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Fuori Expo: tecnologia israeliana incontra l'agrifood Italia

Occasione per creare connessioni tra Italia, Israele ed Emirati

DUBAI - Una occasione per creare connessioni tra aziende e istituzioni italiane con startup e istituzioni emiratine e israeliane, al fine di favorire le relazioni tra i tre Paesi, una triangolazione tra Italia, Dubai e l'innovazione israeliana per innovare e dare beneficio anche al nostro sistema paese.
  Dall'Italia approfittando della settimana che Expo ha dedicato all'agrifood e al food sostenibile, Innovation Center di Intesa San Paolo, insieme al Politecnico di Milano, Fondazione Politecnico e Regione Lombardia hanno fatto incontrare una selezione di dieci scale-up israeliane partner di Intesa San Paolo, per il tramite di Startap Nation Center. Una giornata all'insegna dell'innovazione e di incontri B2B dedicati per favorire e sviluppare opportunità di business tra questi tre paesi.
  Le aziende italiane come Noberasco, leader italiano nel mercato della frutta secca e disidratata, Besser Vacuum, azienda Made in Italy dal 1997 per la creazione di Macchine e consumabili per conservare sottovuoto, Italia del Gusto e altre aziende italiane leader nel settore Agri e Food Tech, hanno incontrato realtà emiratine come Aldahra Group, leader in soluzioni alimentari innovative in tutto il mondo, collaborando con le parti interessate per un'agricoltura sostenibile e catene di approvvigionamento ottimizzate, e Lulu Group International, recentemente approdata anche a Milano e leader nel settore della distribuzione food & beverage. Le aziende emiratine e italiane hanno incontrato le startups innovative israeliane, come Tevel Aerobotics Technologies, BeeHero, startup attiva nel mondo dell'apicoltura, SeeTree che ha sviluppato una rete di intelligenza che utilizza droni e algoritmi di apprendimento, e CropX, una società di analisi agricola che affronta la necessità di coltivare di più con meno al fine di nutrire la crescente popolazione mondiale.

(ANSA, 22 febbraio 2022)

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Le comunità ebraiche in Ucraina in emergenza

di Sarah Tagliacozzo

Resta alta la tensione nell’est dell’Ucraina per la minaccia di una invasione russa. Ieri sera, Putin, in diretta tv ha rivolto alla popolazione russa un lungo discorso. «L’Ucraina è diventata una colonia di marionette» ha detto Putin, «gli ucraini hanno sprecato non solo tutto ciò che abbiamo loro dato durante l’URSS, ma anche tutto ciò che hanno ereditato dall’impero russo». Parlando alla nazione, Putin ha annunciato di voler riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate Repubblica Popolare di Doneck (DPR) e Repubblica Popolare di Luhansk (LPR), nei territori orientali dell’Ucraina.
  La situazione sembra che stia precipitando e lo spiraglio per una pacifica soluzione diplomatica appare sempre più lontano. La decisione di Putin di riconoscere le repubbliche autoproclamate «è palesemente in violazione del diritto internazionale. È una flagrante violazione della sovranità e dell’integrità dell’Ucraina» ha dichiarato il premier britannico Boris Johnson durante la conferenza stampa di lunedì sera.
  Il ministro degli esteri israeliano, Yair Lapid ha reso nota lunedì la decisione di chiudere l’ambasciata di Kiev e di far spostare il personale diplomatico a Lviv, più ad Ovest. In un comunicato stampa riportato dal portavoce del ministero, si precisa che l’ufficio consolare di Lviv sta lavorando, già da giovedì, per procurare documenti di viaggio per i cittadini israeliani e che assisterà i cittadini interessati a lasciare il paese.
  Circa 75.000 cittadini ucraini di religione ebraica avrebbero i requisiti previsti dalla legge del ritorno per richiedere la cittadinanza israeliana e solo negli ultimi giorni decine di cittadini ucraini di religione ebraica, soprattutto giovani, sono atterrati in Israele.
  Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli appelli da parte delle comunità ebraiche in Ucraina. Rav Avraham Wolf, capo rabbino di Odessa e del sud dell’Ucraina chiede assistenza per aiutare i rifugiati e le centinaia di cittadini ucraini ebrei più fragili per i quali in caso di guerra sarebbe impossibile lasciare il paese. Secondo Mishpacha Chabad di Odessa servono con urgenza aiuti per acquistare attrezzature mediche, dispositivi di protezione e beni di prima necessità come vestiti e sacchi a pelo, oltre a tonnellate di cereali, grano, zucchero, riso, farina e altri prodotti non deperibili. Sono necessarie risorse economiche anche per assumere guardie di sicurezza israeliane. Non si vuole lasciare nulla al caso e si stanno predisponendo anche bus con cui evacuare. «La comunità di Odessa ha dovuto affrontare molti traumi. Ci sono persone che li hanno visti, che li hanno vissuti, soprattutto gli anziani. Penso che sia per questo che le comunità ebraiche siano più preoccupate o più preparate di altre», ha raccontato al New York Times Rav Kruskal, che gestisce alcune scuole ebraiche e orfanotrofi ad Odessa.
  Il Times of Israel ha raccontato lunedì delle grandi difficoltà che potrebbero dover affrontare gli ebrei ucraini più fragili che già faticano a pagare gas ed elettricità. Mercoledì scorso, Daniel Gershcovich, rappresentante del Joint Distribution Committee a Kiev ha dichiarato allo stesso giornale: «I poveri per i quali noi siamo la loro ancora di salvezza, diventano sempre più poveri. Cosa accadrà tra un mese? Cosa accadrà tra due mesi?».
  A Kiev, invece, Rav Yonathan Markowitz sta raccogliendo nelle strutture della comunità il necessario per affrontare una eventuale crisi. Quanto raccolto sino ad ora non sarebbe tuttavia sufficiente nel caso che l’invasione russa si verificasse. A Kiev non perdono tuttavia la speranza e Rav Markowitz ha fatto affiggere in giro per la capitale circa 120 cartelloni con la foto del Rebbe Menachem Mendel Schneerson accompagnata dal messaggio: Pensa bene e sarà bene.
  Il figlio del terzo Rebbe, il quarto Rebbe, Shmuel Schneerson, è oggi sepolto nel cimitero di Lyubavichi, villaggio russo considerato il luogo di nascita del movimento chassidico e meta di pellegrinaggio soprattutto di ebrei. Secondo il Jerusalem post, la scorsa settimana, in occasione del 33simo anniversario del ritiro russo dall’Afghanistan, 15 generali russi si sarebbero recati a pregare per la pace nel cimitero di Lyubavichi, dopo aver saputo che lì tutte le preghiere vengono esaudite. I militari hanno visitato anche alcuni edifici storici dei Chabad che sono stati ricostruiti oltre ad un monumento in onore degli ebrei locali vittime dell’Olocausto. Rabbi Gabriel Gordon, rappresentante dei Chabad incaricato di preservare i siti del patrimonio del movimento, ha riferito al Jpost che spera che le preghiere dei generali russi siano esaudite e che «si eviti una guerra».

(Shalom, 22 febbraio 2022)

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In arrivo corsi di formazione a scuola sul "valore delle vaccinazioni"

Questo articolo ci è stato segnalato da un lettore. E' firmato, ma non essendo stato possibile risalire alla fonte lo riportiamo anche senza firma perché ne condividiamo il contenuto. NsI

Il Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e il Ministro della Salute, Roberto Speranza, hanno firmato il 17 febbraio un protocollo d’intesa che reca l’orwelliano titolo “Tutela dei diritti alla salute, allo studio e all’inclusione”.
  Nel protocollo, fra le tante solite iniziative , compare anche una novità: l’educazione degli studenti a comprendere il valore delle vaccinazioni.
  Il fatto è interessante perché fa comprendere molte cose: innanzitutto, poiché probabilmente il progetto, che ha durata triennale, coprirà tutto l’arco scolastico, esso servirà a manipolare anche i bambini delle elementari.
  E' tipico dei regimi totalitari del Novecento usare la scuola per propagandare le loro perverse ideologie, basta leggere lo splendido testo di Erika Mann, La scuola dei barbari (Einaudi).
  Nel volume la figlia del grande romanziere Thomas Mann descrive le aberrazioni che il regime nazista raggiunse pervadendo completamente con la sua ideologia la scuola tedesca e usandola come cassa di risonanza con la quale garantire un completo lavaggio del cervello dei giovani tedeschi. Ebbene il triste duo Speranza/Bianchi sembra seguire questo non nobile esempio perché piega la scuola, che dovrebbe essere luogo di cultura e di educazione a un pensiero critico, libero e personale, ad essere mero amplificatore degli interessi del regime biopolitico-sanitario che si è ormai insediato in Italia. La scuola è importante che venga asservita agli interessi di Big-Pharma proprio perché istituzione dotata di una sua residua credibilità, autorità formativa ritenuta dai più indipendente: un messaggio fatto passare a scuola colpisce bambini e giovani in modo profondissimo, plasmando l’adulto di domani. Riuscire, con adeguati progetti e lavori di gruppo, a convincere gli studenti della bontà dei vaccini, significa soffocare sul nascere ogni loro possibilità futura di sfuggire al processo sempre più accentuato di medicalizzazione della nostra società. Se anche la scuola è ufficialmente a favore dei vaccini e mi forma affinché li apprezzi, si chiude la gabbia le cui altre pareti sono rappresentate dai media di regime, dal governo, dalle istituzioni, dal mondo medico: non rimane più alcun varco, alcuna possibilità di comprendere ciò che veramente sta accadendo.
  Il sistema di potere totalitario che sta sorgendo minaccia sempre più di poter diventare peggiore di quelli che la storia ci ha fatto conoscere finora, perché più untuoso e pervasivo, più subdolo e falso, orrendamente fondato sul terrore creato artificialmente per la propria salute, sul panico collettivo per il proprio poter morire, evento ormai disumanizzato e destituito di ogni significato, e dunque inaccettabile.

(Notizie su Israele, 22 febbraio 2022)
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Trasformare le scuole in fortezze ideologiche del nuovo Stato [nazista] fu un processo che ebbe inizio quasi immediatamente; nel 1933 furono adottati libri di testo nuovi; le biblioteche scolastiche esistenti vennero spogliate della letteratura «degenerata» e rifornite di libri glorificanti il nazionalismo e il militarismo. Furono tenute agli insegnanti conferenze in cui venivano tracciate le linee generali secondo cui si dovevano trattare la storia ed altri argomenti delicati; vennero aggiunti nuovi corsi di «teoria razziale» e preistoria teutonica. Le conferenze e le «sessioni formative» per insegnanti continuarono senza sosta; spesso gli stessi temi venivano ripetuti sessione dopo sessione. Gli insegnanti si preoccupavano di prender nota esatta della nuova linea, dato che si era sparsa rapidamente la voce che la Gioventú hitleriana doveva riferire alla NSDAP quel che si faceva in classe.

(da "Come si diventa nazisti", di Allen, William Sheridan)

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Gli invisibili

La lettura di queste esperienze e di quelle contenute nel Pdf accluso non è consigliata a chi non vuol essere disturbato nella sua convinzione che vaccinarsi è un dovere morale del cittadino e chi non lo fa ottiene in ogni caso quello che si merita. NsI

• NELLE SCUOLE CHI NON SI VACCINA VIENE BULLIZZATO
  Ho una figlia che frequenta il primo liceo in una scuola privata di Roma. Premetto che sono 22 ragazzi tutti vaccinati a esclusione di mia figlia e un altro compagno. Proprio ieri, dopo essere uscita da scuola, mi ha raccontato come era andata la mattinata, poi con un tono un po' impaurito mi ha detto: «Mamma lo sai che Mario (l'altro ragazzo non vaccinato) è in Dad, però non so se è positivo. In classe al banco dietro di me ho sentito dire: "Magari muore cosi la prossima volta si vaccina, sicuramente si sarà infettato apposta per avere il green pass per sei mesi"». Ci rendiamo conto? Prima di dicembre a questo ragazzo, circondato da un gruppetto di compagni, è stato detto: «Stacci lontano, non sei vaccinato, ci infetti». Non è bullismo questo? Come dobbiamo chiamarlo? Ecco cosa sono stati capaci di creare e se i ragazzi parlano così è per bocca di genitori che non hanno rispetto del prossimo. Ma nessuno ne parla di questo, si pensa solo a premiare i vaccinati con tre dosi e a discriminare sempre di più i non vaccinati. Mia figlia ha aggiunto: «Mamma io in classe ho detto che sono vaccinata, ho paura che i miei compagni mi escludano».
Lettera firmata

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• IL DOLORE DI ESSERE ESCLUSA DALLE AMICHE
  La prima volta in cui provai un doloroso sentimento di esclusione fu quando due mie care amiche mi invitarono a pranzo in un ristorante. Fuori dai locali noi «cattivi» potevamo ancora sederci. Suggerii loro di pranzare all'interno per non prendere freddo, avrei fatto solo un saluto. Arrivata alla porta, una cameriera mi chiese il green pass e, visto che non ce l'avevo, mi disse che non sarei potuta entrare. Le mie amiche le chiesero se mi sarei potuta sedere senza consumare ma lei fu irremovibile, a quel punto decidemmo di restare all'aperto. Mi sentii esclusa, rifiutata, mentre gli avventori autorizzati ridevano e mangiavano. Raccontai la vicenda ad altre amiche e questo fu causa di chiusure e incomprensioni, per alcune di rifiuto e critiche per la mia scelta.
  Il mio libero atto di volontà nasce dalle mie gravi allergie che nessun medico ha deciso essere motivo per una esenzione e cosi eccomi qui a vivere questi giorni lunghi, colmi di impegni con i miei anziani genitori per i quali spero ogni giorno sia di salute poiché nel caso contrario non potrei stare con loro in un ospedale. Vivo con estrema parsimonia dal punto di vista economico e domandandomi quando mi riconsegneranno il diritto di vivere, immaginando un futuro in cui le persone, non tutte per fortuna, continueranno a provare sentimenti di ostilità nei confronti miei e di persone come me.
Nicoletta Verzicco

Gli invisibili

(La Verità, 22 febbraio 2022)

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Nessuna sanzione per venti avvocati al ristorante senza green pass

Gli agenti messi in «fuga» con l’art.28 della Costituzione

È il dott. Stefano Scoglio a raccontare ciò che gli è accaduto insieme ad una ventina d’avvocati durante una cena al ristorante La Quercia di Novilara, vicino a Pesaro.
  «Ieri sera ero ad una cena coi venti avvocati al ristorante La Quercia di Novilara», scrive Scoglio nel suo canale Telegram. «Eravamo senza green pass e senza mascherina» su concessione del proprietario del locale. «La serata è trascorsa bene, ma verso la fine sono entrati vigili e poliziotti mascherati per verificare il possesso dei pass sanitari. A quel punto – afferma il dott. Scoglio – si è scatenato un quieto inferno con avvocati che chiedevano: la delega del ministero della Salute per eseguire i controlli, la certificazione del corso sulla privacy del dati e la metodologia usata per cancellare i dati personali dopo il controllo».
  «Infine, si è citato l’art 28 della Costituzione che rende i pubblici ufficiali personalmente responsabili degli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Sotto questo fuoco di sbarramento, vigile e poliziotti se ne sono andati. E anche noi ce ne siamo andati, sempre senza green pass, senza mascherina e senza multa.» fa sapere Scoglio con soddisfazione.

(La Pekora Nera, 20 febbraio 2022)

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Da marzo basterà il tampone

Israele fa entrare anche i turisti No vax

Israele farà entrare i turisti non vaccinati a partire dal primo marzo di fronte all'allentamento delle restrizioni sul Covid-19. Lo riferisce il quotidiano «Haaretz», Per la prima volta in quasi due anni, le famiglie con bambini di età pari o inferiore a 5 anni potranno recarsi in Israele. Lo Stato ebraico consentirà ai turisti di tutte le età non vaccinati di entrare nel paese a partire da marzo, dopo che il primo ministro Naftali Bennett e il ministro della Salute Nitzan Horowitz hanno concordato oggi di revocare diverse restrizioni Covid. «Stiamo assistendo a un costante calo dei dati sulla morbilità, quindi è tempo di aprirsi gradualmente», ha affermato Bennett I turisti dovranno sottoporsi a due test di Per, uno prima della partenza e uno all'atterraggio in Israele.

Libero, 21 febbraio 2022)

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Berlino, 28 aprile 1937. "Per la Protezione del Popolo e dello Stato"
    Berlino, 28 aprile 1937. Sulla base dell'ordinanza del Presidente del Reich per la Protezione del Popolo e dello Stato, il Reichsführer SS e Capo della Polizia tedesca presso il Ministero degli Interni ha sciolto e vietato in tutto il territorio nazionale, con effetto immediato, le seguenti sette: la setta Schopdacher Freundeskreis, la setta degli "Avventisti del Settimo Giorno" e la setta "Assemblea Cristiana", chiamata anche Darbysti o "Cristiani senza particolare confessione.
Questa notizia apparve, senza nessun preavviso, sui giornali tedeschi del 28 aprile 1937. Con queste poche righe i "Fratelli stretti", che a quel tempo in Germania erano molto più numerosi dei "Fratelli Larghi", si videro messi fuorilegge da un giorno all'altro, insieme ad altri gruppi religiosi che non offrivano sufficienti garanzie al regime nazista. La notizia, del tutto inaspettata, colpi i Fratelli tedeschi come "un fulmine a ciel sereno", come disse qualcuno in quel tempo, anche se, a guardare bene, da un po' di tempo in Germania il cielo era tutt'altro che sereno per le chiese cristiane. Questa decisione del governo appariva tanto più incomprensibile in quanto la maggior parte dei Fratelli di quel tempo guardava con simpatia il regime di Hitler. Lo stupore e la costernazione furono grandi. Si fecero molti tentativi presso la Gestapo per rimuovere l'ordine di scioglimento, ma non ci fu niente da fare. L'"Assemblea Cristiana" fu sciolta e in sua vece venne istituita, sotto il controllo dello Stato, un'organizzazione ecclesiastica che almeno da un punto di vista teorico contraddiceva i principi ecclesiologici fondamentali che avevano caratterizzato fino a quel momento i Fratelli stretti. Non tutti aderirono alla nuova organizzazione, e i membri dell"'Assemblea cristiana" si divisero. Le conseguenze di quella divisione si sono prolungate fino al giorno d'oggi [1987].

(Credere e Comprendere, giugno 1987)
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"Per la Protezione del Popolo e dello Stato", non è forse per questo che si legifera oggi in fatto di vaccini? M.C.

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Israele sulla crisi ucraina: “In caso di guerra, sosterremo il nostro alleato, gli USA”

di Piera Laurenza,

Il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha affermato che, in caso di guerra tra Russia e Ucraina, Israele è pronto a sostenere il proprio alleato, gli Stati Uniti. Ciò avverrebbe nonostante vi sia interesse a mantenere buone relazioni con Mosca.
  Le parole del capo della diplomazia di Israele, riportate dall’emittente al-Arabiya, oggi, il 21 febbraio, sono giunte nel corso di un’intervista televisiva rilasciata la sera precedente, il 20 febbraio, a un canale israeliano, in un momento in cui il clima nell’Ucraina orientale continua a essere teso. Lapid ha evidenziato che, sebbene il proprio Paese desideri preservare buoni rapporti con la Russia, nel caso in cui scoppi una guerra, si schiererà dalla parte di Washington, il proprio “alleato tradizionale”. il ministro ha poi affermato che, in questa fase, la valutazione dei servizi di intelligence israeliani differisce da quella di USA e Regno Unito. In particolare, Israele ritiene che vi siano minori probabilità che Mosca invada l’Ucraina, rispetto a quanto prospettato da Washington e Londra. Tuttavia, ha riferito Lapid, Israele si sta preparando ad ogni eventualità e la città di Leopoli, nell’Ucraina occidentale, è pronta ad accogliere tutto il personale dell’ambasciata israeliana nel Paese europeo. Circa la possibilità di una partecipazione israeliana a eventuali sanzioni contro la Russia, Lapid ha affermato che “nonostante il desiderio di mantenere buone relazioni” e di coordinarsi con Mosca in materia di sicurezza, la questione dovrà essere esaminata.
  Era stato lo stesso Lapid a parlare, il 13 febbraio scorso, delle modalità con cui far evacuare i cittadini israeliani in Ucraina, evidenziando che, in caso di chiusura dello spazio aereo, sarebbe necessario procedere via terra, passando per Polonia, Ungheria,  Romania, Moldavia e Slovacchia. Poco dopo, il 18 febbraio, Israele ha chiesto alla Moldavia di fornire una via di fuga terrestre per portare ebrei e israeliani fuori dall’Ucraina nel caso di una possibile invasione russa, esortando i propri cittadini, pari a circa 10.000, a lasciare il Paese europeo prima che sia troppo tardi. “Deve essere fatto ogni sforzo affinché gli israeliani capiscano che i soccorsi tardivi possono essere complicati e pericolosi”, aveva affermato Lapid sul proprio account Twitter, aggiungendo: “Non bisogna correre rischi inutili”. Fino ad ora, 3.500 cittadini israeliani risultano aver abbandonato l’Ucraina, Paese che ospita circa 200.000 ebrei.
  Al di là di tali dichiarazioni e dell’intervista del 20 febbraio, di fronte alle vicende che continuano a interessare l’Europa orientale, il governo israeliano sembra tacere. Da un lato, Israele desidera preservare interessi strategici legati agli Stati Uniti, mentre, dall’altro lato, mira a non danneggiare delle relazioni, definite “eccezionali”, con la Russia, fondamentali per operare in Siria e contrastare i suoi nemici regionali, Teheran ed Hezbollah in primis. Pertanto, il silenzio di Israele, secondo alcuni, sarebbe  determinato dal desiderio di preservare il partenariato con la Russia nell’arena siriana e dalla necessità di “non fare arrabbiare” gli USA. Circa il quadro europeo, poi, alcuni analisti hanno affermato che il nuovo governo israeliano guidato da Naftali Bennett. è stato artefice di un riavvicinamento con l’Unione Europea, il che obbliga Tel Aviv ad intraprendere la strada della diplomazia e a mantenere la stessa distanza da tutti.
  Non da ultimo, in molti ritengono che sia meglio per Tel Aviv rimanere fuori da un eventuale conflitto e che una invasione dell’Ucraina da parte di Mosca comporterebbe conseguenze anche per Israele. L’Ucraina è il principale fornitore di grano di Israele da oltre un decennio, con consegne che rappresentano quasi il 50% del consumo israeliano di grano e altri cereali. Israele, poi, importa più di 200 milioni di dollari di mais ucraino all’anno. Pertanto, laddove un conflitto provochi la fuoriuscita di Kiev dal mercato di tali prodotti, gli israeliani sarebbero tra i primi a subirne gli effetti. Infine, come affermato anche da Lapid, un’eventuale aggressione russa rischia di distogliere l’attenzione di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea dalla “minaccia iraniana” e dai colloqui in corso a Vienna. Teheran, a sua volta, con il pretesto di una guerra nell’Europa orientale, potrebbe fare progressi verso le armi nucleari. 

(Sicurezza Internazionale, 21 febbraio 2022)

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Che catastrofe gli ayatollah con l'atomica

di Fiamma Nirenstein

La prossima settimana un accordo disastroso verrà firmato con l'Iran. Sarà una sconfitta totale dell'Occidente, una promessa di guerra in tempi in cui si fa di tutto per evitarne un'altra. La guerra di Putin contro l'Ucraina sottrarrà l'attenzione dal nucleare iraniano, e gli ayatollah potranno muoversi felicemente carichi dei soldi delle sanzioni restituite e dell'uranio arricchito al 60 per cento. L'America, dovrà guardare da un'altra parte.
  Perché per gli iraniani la firma sarà un grande successo è presto detto. In termini sommari: dopo il pessimo accordo di Obama del 2015, dall'interruzione del 2018 l'arricchimento dell'uranio è palesemente cresciuto al 60 per cento, rendendolo quasi pronto in quantità sufficiente per la bomba atomica. Inoltre gli iraniani hanno seguitato a costruire centrifughe molto veloci, e hanno anche i mezzi per seguitare a costruirne. In generale, la loro tecnologia belligerante, droni, satelliti, missili, bombardieri nucleari, resta libero regno della fantasia della Guardia Rivoluzionaria.
  Inoltre: il 2025 data di conclusione del periodo che secondo il vecchio e probabilmente anche il nuovo trattato segna la proibizione ad arricchire l'uranio in modo adatto alla bomba, è già qui. E a lato di tutto questo, restano fatti interni dell'Iran la sua aggressione militare contro i Paesi Sunniti, la minaccia di morte a Israele, la violazione dei diritti umani. Israele è al centro delle mire genocide della guerra in cui sono implicati Hezbollah (in Libano e in Siria) con 250mila missili e controllo sulla Siria, Hamas ( a Gaza e nell'Autonomia Palestinese) che bombarda Israele e gli Houti in Yemen, che bombardano l'Arabia Saudita. Il ritorno dei miliardi bloccati per le sanzioni andranno in gran parte al disegno imperial-religioso degli Ayatollah. Intanto, non c'è notizia che l'Iran sia disposto a trattare direttamente con gli Usa a Vienna, mentre è noto che a gran velocità sta sviluppando nell'area di Natanz una nuova struttura nucleare, protetta dal monte Kuh-e Kolang Gaz che la rende indistruttibile.
  Anche se Israele ha ripetuto che non permetterà mai che l'Iran divenga nucleare, il suo silenzio è assordante. Il primo ministro Naftali Bennett, uno dei maggiori nemici del JCPOA quando era nel governo di Netanyahu, si limita a proteste scontate: sa che il governo è troppo frammentato per seguirlo, troppo preoccupato del rapporto con Biden. I repubblicani americani mancano del punto di riferimento israeliano, come al tempo di Netanyahu, che nel 2015 sfidò Obama con un discorso al Congresso che risvegliò il mondo intero alla pericolosità della bomba degli Ay 3 3atollah che può diventare una tragedia cosmica, peggiore della guerra in Ucraina.

(il Giornale, 21 febbraio 2022)

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Il corpo è per il Signore

Questo articolo è stato scritto più di trent'anni fa, quando ormai erano già passati vent'anni dalla "rivoluzione culturale" del 1968, vissuta da una parte del mondo come un momento di liberazione sessuale, di abbattimento di obsoleti tabù morali. Se era già da "talebani" scrivere un articolo come questo trent'anni fa, figuriamoci oggi. Oggi il corpo è oggetto di controversia in un altro modo, ma in ogni caso, e sotto qualsiasi aspetto,  la Scrittura ricorda ai credenti in Cristo che "il corpo è per il Signore".

di Marcello Cicchese

Da 1 CORINZI cap. 12

  1. Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla.
  2. Le vivande sono per il ventre e il ventre è per le vivande; ma Dio distruggerà queste e quello. Il corpo però non è per la fornicazione, ma è per il Signore, e il Signore è per il corpo;
  3. Dio, come ha risuscitato il Signore, così risusciterà anche noi mediante la sua potenza.
  4. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo per farne membra di una prostituta? No di certo!
  5. Non sapete che chi si unisce alla prostituta è un corpo solo con lei? «Poiché», Dio dice, «i due diventeranno una sola carne».
  6. Ma chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui.
  7. Fuggite la fornicazione. Ogni altro peccato che l'uomo commetta è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo.
  8. Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi.
  9. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo.

• UNA RISPOSTA IN DUE TEMPI
  Il cristianesimo è nemico del corpo - è stato detto -, dà troppa importanza ai peccati sessuali.
  La società laica ha reagito e ha dato una risposta in due tempi.
  In un primo momento c'è stata la svalutazione del corpo, lo spogliamento della sua "sacralità", ereditata dalla lunga tradizione cristiana. E questa demitizzazione del corpo è avvenuta mediante l'abbattimento diligente e sistematico di molti "tabù sessuali".
  Dopo di che si è ritornati ad una nuova sopravvalutazione del corpo, ma questa volta di tipo pagano: il corpo è importante perché "è mio". E così oggi, nell'assenza di tensioni e ideali e nobili progetti politici, sembra che molte persone abbiano deciso di impiegare le loro energie migliori nella cura e nell'esaltazione della loro persona fisica.
  In questo si può scorgere l'opera paziente e tenace dell'Avversario, che prima demolisce quello che ancora sta in piedi dell'opera originaria del Creatore, e poi tenta di ricostruire il tutto sul terreno della superba ribellione a Dio.

• PER CHI È IL CORPO?
  Il corpo dell'uomo non può essere svalutato, il corpo è importante, ma non perché è "mio", ma perché è "per il Signore".
  Dal passo citato si può capire che i Corinzi erano minacciati da un pensiero che probabilmente suonava così: quello che conta è la parte spirituale dell'uomo; la sua parte corporale, invece, non è molto importante nel quadro della salvezza. Si sa che il corpo è terreno e ha le sue esigenze: è ovvio che bisogna soddisfarle. Se ha fame di cibo, bisogna dargli da mangiare; se ha fame di sesso, bisogna dargli la possibilità di sfogarsi. Tutto questo rimane al di sotto del piano spirituale e non ha un'importanza eterna, perché il corpo è destinato alla distruzione.
  La risposta di Paolo è, come sempre, centrata interamente su Cristo, il Signore.
  Anzitutto, Paolo chiarisce subito che il paragone tra ventre-vivande e corpo-fornicazione non sta in piedi. E' vero che il cibo è fatto per il ventre e che il ventre è lì per assimilare cibo; ed è anche vero che Dio distruggerà l'una cosa e l'altra. Ma non è per niente vero che il corpo è fatto per la fornicazione; e neppure è vero che Dio distruggerà definitivamente il corpo. Il fatto che il nostro corpo abbia degli organi sessuali non significa che li si possa far funzionare in un modo qualsiasi. Il fine del corpo non è quello di fornicare, ma di dare gloria al Signore. Quindi la relazione giusta non è corpo-fornicazione, ma Signore-corpo.
     "Il corpo è per il Signore", perché i corpi dei credenti sono membra del corpo di Cristo; e "il Signore è per il corpo", perché Dio concede all'uomo il privilegio di fare del suo corpo il "tempio dello Spirito Santo". Per questo Paolo può concludere con l'esortazione: "Glorificate dunque Dio nel vostro corpo".
  Da questo si può trarre subito una conclusione: non è legittimo paragonare la forza d'attrazione sessuale alla fame. La fame si sazia consumando prodotti vegetali o animali, ma il cosiddetto "istinto sessuale" non può essere saziato "consumando" il corpo di un'altra persona. Si può fare un simile accostamento solo se si appiattisce la creazione verso il basso, cioè se si considera l'uomo solo come un animale di specie superiore e si trascura il richiamo a Dio che ogni essere pone al suo simile con il suo semplice esistere.
  Il corpo umano è inscindibile dalla persona umana; e la persona umana è inscindibilmente collegata alla persona di Dio, di cui è un'immagine. Nessuno s'illuda: ogni violenza, ogni sfruttamento, ogni manipolazione impropria del corpo è un'offesa recata a Dio. E a Dio bisognerà renderne conto.
  In ogni persona, e precisamente nel suo corpo, è presente l'immagine di Dio. Quindi, ogni spinta che sento verso l'altro sesso mi pone il problema di Dio. Posso onorare e amare Dio nell'altro, o posso concupire Dio con il mio desiderio di "nutrirmi" dell'altro, di consumare la sua personalità a mio esclusivo vantaggio, anche attraverso il possesso del suo corpo.
  Un noto cantante rock italiano, ammirato anche da molti giovani cristiani, ama circondarsi di ragazze giovani e belle. "Gli succhio la vita", dice per spiegare meglio le sue intenzioni. E così fa capire che il suo modo di usare corpi ancora giovani e pieni di vita è un tentativo disperato di abbeverarsi alle fonti dell'eterna giovinezza. In realtà, è la morte che si trasmette e non la vita; è la corruzione che trova i suoi spazi di diffusione attraverso la complicità di chi non fa un uso appropriato del corpo ricevuto in dono da Dio.

• SECONDO NATURA?
  Quello che con un'inaccettabile riduzione zoologistica alcuni chiamano "istinto sessuale", è in origine una forza d'amore che proviene da Dio ed è destinata a portare gioia e vita. Ma noi abbiamo spezzato la catena amore-gioia-vita, e nel nostro egoismo abbiamo voluto isolarne l'aspetto più attraente: quello della gioia. E abbiamo continuato a ripetere che la gioia è giusta e buona, e che serve alla promozione dell'uomo e della società, e che nessuno più di noi ne ha diritto.
  Possiamo rivendicare tutti i diritti che vogliamo, ma resta il fatto che la rottura della catena amore-gioia-vita è uno squartamento, una devastazione dell'opera meravigliosa di Dio. Perché sorprendersi allora se l'anello "gioia" si deteriora in pochissimo tempo, e dopo essersi trasformato in mero "piacere" si stabilizza nella sordida depravazione? Quando ci si separa dalle limpide sorgenti della vita, che cosa ci si può aspettare se non le fetide esalazioni della morte? All'uomo è stata concessa la possibilità di devastare i giardini di Dio, ma non quella di evitarne le conseguenze. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ma quanti hanno occhi per vederle?
  Dalla Scrittura sappiamo che "nel principio" Dio ha fatto un uomo per una donna e una donna per un uomo. Quindi, la piena manifestazione della sessualità è riservata, nel piano di Dio, al rapporto d'amore e di vita che lega stabilmente un preciso uomo con una precisa donna. L'introduzione del peccato nel mondo ha certamente reso molto difficile riconoscere la naturalezza originaria di questo fatto, ma dire che per un uomo è "naturale" avere desideri carnali per una donna che non è sua moglie è come dire che è naturale l'Aids. Ma l'Aids conduce alla morte, e la morte è difficile da dirsi naturale. Pare invece che l'uso puramente ludico del corpo proprio e altrui sia qualcosa di tonico, corroborante. Perché mai si dovrebbe dirlo innaturale? Questo dimostra che l'uomo d'oggi sa ancora riconoscere la corruzione che è nella natura e cerca di combatterla, ma non sa riconoscere la corruzione che è nei suoi pensieri e nei suoi atti, e non si preoccupa nemmeno lontanamente di contrastarla.
  Se Gesù dice: "Chi guarda una donna per appetirla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Matteo 5:11) non è perché sia un odiatore del genere umano o uno zelante osservatore di una legge astratta e severa, ma perché sa che le leggi di Dio sono collegate alla realtà buona che Egli ha creato, e che dietro ogni trasgressione c'è un istinto di odio e di morte che inevitabilmente finisce per trascinare anche colui che trasgredisce. Lo sguardo concupiscente e privo d'amore con cui si guarda una persona dell'altro sesso, che nella nostra società è ormai più che normale, in realtà contiene una violenza distruttrice che è destinata prima o poi a esplodere. E quando questo accade, ci si guarda bene dal metterlo in relazione con quell'inizio "innocente" che invece Gesù implacabilmente condanna.
  Dobbiamo ammettere che per noi "questo parlare è duro". Ma sappiamo anche che è salutare. Quando, davanti alla tentazione di trasgredire le leggi di Dio, ci coglie il Suo timore, possiamo essere certi che Dio ci sta preservando da innumerevoli guai. E per esperienza sappiamo anche che al timore segue inevitabilmente la serena gratitudine. Perché le leggi di Dio sono per noi, esseri peccatori e mortali, una protezione, un riparo che ci mantiene al sicuro e di cui non possiamo assolutamente fare a meno.

• PROFANAZIONE E TRADIMENTO
  Anche Paolo si guarda bene dallo svalutare il corpo; infatti esorta con accenti accorati i Corinzi a fuggire l'unico peccato che è "contro il proprio corpo": la fornicazione. Paolo è molto concreto e realistico: il corpo del credente è sacro, perché è un tempio. Per questo la fornicazione è un peccato estremamente grave: perché è una profanazione. Il peccato è sempre impurità, ma quando l'impurità viene posta "in luogo santo" si arriva all'abominazione. E il corpo è un luogo santo, perché è "il tempio dello Spirito Santo".
  Chi ha creduto in Cristo deve guardarsi bene dal considerare la fornicazione soltanto nell'ottica psicologica, familiare e sociologica a cui siamo abituati. Dobbiamo vedere la fornicazione come una profanazione di un luogo santo, e questo ci obbligherà a fissare l'attenzione su Dio, molto prima che su noi stessi e sui nostri simili.
  Anche l'adulterio deve essere visto nella stessa ottica. Dal momento che il vincolo matrimoniale è stato assunto da Dio come un segno del patto che Egli ha stabilito con il suo popolo, e come un'immagine del rapporto che lega Cristo alla Chiesa, il credente sa che il suo adulterio è, in primo luogo, un tradimento nei confronti di Dio.
  Non può testimoniare della fedeltà di Dio chi vive il suo rapporto matrimoniale con infedeltà.

    "Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti e il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà, perché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri" (Ebrei 13:4).

Il corpo un giorno risusciterà con Cristo e assumerà una veste gloriosa: proprio per questo ha un posto così importante nella santificazione del credente e nella glorificazione del nome di Dio. E proprio per questo non c'è da meravigliarsi se è oggetto degli attacchi dell'Avversario.
  E così avviene, in un numero fin troppo elevato di casi. "Leaders" carismatici fortemente impegnati in attività ecclesiastiche, evangelistiche, culturali e sociali, vengono attaccati dal lato a cui hanno prestato meno attenzione: quello del corpo. E cadono sul terreno della golosità, della vanità, della mollezza, della sessualità incontrollata, della infedeltà coniugale.

• TRATTARE DURAMENTE O COCCOLARE?
  Il corpo è stato riscattato da Gesù Cristo, ma in sé è un "corpo di morte" (Romani 7:24). Abbiamo dunque bisogno di tutta la grazia di Dio per opporci vittoriosamente alla "legge del peccato che è nelle nostre membra". E davanti all'insidia spirituale che si avvicina a noi attraverso il corpo, dobbiamo reagire come Paolo:

    "Io tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, che talora, dopo aver predicato agli altri, io stesso non sia riprovato" (1 Corinzi 9:27).

Questo significa che i desideri disordinati del corpo non devono essere "compresi" e coccolati, ma repressi e allontanati con la preghiera e se necessario il digiuno. Come si rende partecipe il corpo della gioia, quando si mangia bene in un pranzo di nozze o in una festa, così si può rendere partecipe il corpo della contrizione e del cordoglio quando è tempo di umiliazione e di confessione di peccato. Il corpo deve capire che anche lui è responsabile del male che è nel mondo; e se è stato coinvolto nell'opera di redenzione di Cristo, è proprio perché è stato coinvolto anche nella caduta dell'uomo. Il corpo è stato presente in tutti i momenti della storia dell'uomo: nella creazione, nella caduta e nella redenzione. Dobbiamo quindi stare bene attenti a non lasciarlo fuori da qualche aspetto del nostro rapporto con Dio.

• VICINANZA CORPORALE E VALORE DELLA PERSONA
  Una caratteristica vistosa della nostra società di oggi è la promiscuità corporale dei giovani, cioè la facilità con cui essi si avvicinano al corpo dell'altro sesso, anche prima di arrivare ad un rapporto sessuale completo (che nel corretto linguaggio biblico si deve sempre chiamare "fornicazione"). Si direbbe quasi che il corpo, visto come la parte più esterna della persona, possa essere trattato con maggiore disinvoltura e leggerezza: con il corpo si può giocare, provare piacere, divertirsi. Quanto a prendere impegni seri, invece, è un'altra cosa.
  E invece si dimentica che il corpo è la parte più intima della persona. Il grado di vicinanza di due persone si misura proprio dalla vicinanza che hanno i loro corpi. Il nemico non si guarda e non si saluta: perfino gli sguardi restano lontani. Allo sconosciuto invece si può concedere il rapporto degli sguardi, ma non quello della parola: infatti lo sconosciuto di solito non si saluta. Il conoscente superficiale si saluta e si continua per la propria strada. Con l'amico invece ci si ferma e gli si stringe la mano: si stabilisce così una vicinanza corporale che arriva al tatto. L'amico intimo o il parente stretto si può anche abbracciare e baciare. E così via, fino ad arrivare al rapporto fisico che lega due coniugi.
  Chi trascura queste gradazioni e, saltando a piè pari tutti gli scalini, arriva velocemente e con diverse persone ad un'intima vicinanza corporale, sperpera un patrimonio prezioso e danneggia seriamente la sua persona. Per un po' proverà anche piacere e si divertirà, perché usa male cose che sono in se stesse buone; ma ben presto il piacere finirà e gli effetti funesti del male si faranno inevitabilmente sentire. Non è certo questo un modo di comportarsi da furbi, ma da "stolti", come dice il libro dei Proverbi.

• IL CORPO RIGUARDA IL CIELO
  "Il corpo è per il Signore, e il Signore è per il corpo". Il corpo, quindi, è importante; ma non per me, e neppure per colui che mi sta vicino. Prima di tutto, è importante per il Signore. Solo se terremo bene in mente questo fatto; solo se ci ricorderemo che ogni problema riguardante il corpo non ci fa abbassare gli occhi verso la terra ma ce li fa alzare verso il cielo, verso il Signore che "è per il corpo" e vuole essere "glorificato nel nostro corpo"; solo a queste condizioni saremo preservati dai rischi (molto lontani) di un disprezzo pseudoreligioso del nostro corpo, e da quelli (molto più vicini) di una sua esaltazione pagana.
  Siamo chiamati a "non conformarci a questo secolo" e a "presentare i nostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio" (Romani 12:1). Adeguiamoci a questa chiamata e comportiamoci secondo l'esortazione dell'apostolo Paolo:

    "Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità ed onore, non dandosi a passioni di concupiscenza come fanno i pagani, i quali non conoscono Dio" (1 Tessalonicesi 4:3-5).
(Credere e Comprendere, dicembre 1989)

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Gas, tra Israele e Cipro è scontro sul giacimento Aphrodite-Yishai

di Filippo Merli

I toni non sono esattamente diplomatici. «Israele non ha mai rinunciato ai suoi diritti sul bacino idrico di Yishai, inclusa la richiesta che non fosse aperto unilateralmente. Questa posizione è stata chiarita a tutte le parti, diverse volte e in diverse occasioni». Il ministro dell'energia israeliano, Karine Elharrar, ha avvisato le società israeliane e cipriote impegnate nel giacimento di gas Aphrodite-Yishai: se non raggiungeranno un accordo per la gestione del deposito entro il 4 marzo saranno i governi interessati a prendere in mano la situazione.La disputa tra i colossi energetici di Israele e Cipro per il bacino di oro azzurro nel Mediterraneo dura da anni. Circa il 10% del giacimento di gas Aphrodite-Yishai si trova nella zona economica esclusiva di Israele, mentre il resto appartiene a Cipro. I due paesi, nel 2010, hanno deciso di svilupparlo insieme: Cipro per Aphrodite e Israele per Yishai.
  Il ministero dell'energia stima che nella parte israeliana del giacimento si trovino da 10 a 12 miliardi di metri cubi di gas naturale. Lo scorso marzo, dopo che Cipro si è mosso per lo sviluppo di Aphrodite, il governo israeliano aveva concordato con la sua controparte cipriota che le società coinvolte, Delek drilling, Chevron e Shell per Nicosia e Israel opportunity, Nammax, Petroleum services holdings ed Eden energy per Israele, avrebbero dovuto negoziare e raggiungere un nuovo accordo entro un anno. Ma il punto d'incontro non è ancora stato trovato. «La finestra di opportunità per i negoziati diretti tra le parti commerciali è prossima al termine», ha scritto Elharrar in una lettera rivolta ai vertici di Nammax. «Se le aziende non raggiungeranno una soluzione entro il 4 marzo i negoziati saranno ancora una volta guidati dagli stati».
  Nonostante gli accordi passati, in base ai quali i due paesi avrebbero sviluppato insieme il giacimento, l'intesa del 2021 prevedeva che Israele avrebbe rinunciato ai suoi diritti sulla sua parte di Aphrodite-Yishai per ricevere una compensazione monetaria.Uno studio dell'economista Yehoshua Hoffer ha rilevato che un accordo del genere potrebbe fruttare al governo circa un miliardo di euro in royalty e tasse. «Questa è la prima volta in quasi dieci anni di negoziati su Aphrodite-Yishai che un ministro dell'energia ha dichiarato una posizione ufficiale del governo sulla questione, mostrando il suo coinvolgimento personale», ha detto Hoffer.
  «Sinora Israele ha trascinato i piedi e per ragioni poco chiare si è arreso ai capricci di Cipro nonostante un accordo firmato tra i paesi», ha sottolineato il gruppo Yishai in una nota pubblicata dal Jerusalem Post. «Israele non può essere disposto ad accettare le richieste di Cipro e dei suoi partner e rinunciare a tutti i suoi diritti e beni nel bacino, ma dovrebbe ottenere almeno un risarcimento appropriato e rispettabile. Il ministro sta facendo la cosa giusta nel difendere i diritti del popolo israeliano».

(ItaliaOggi, 19 febbraio 2022)

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Gli invisibili

• LA COSA PEGGIORE È L'INDIFFERENZA CHE CI CIRCONDA
   La mia storia non è diversa da quelle di tante altre persone che nel giro di poco tempo si sono viste dileggiare negli show televisivi con l'etichetta di no vax. Questa parola racchiude una serie di emozioni che vanno dal disprezzo all'indifferenza verso chi ha deciso di non sottoporsi a un trattamento sanitario sperimentale. E in tutto questo, quello che veramente ha delimitato il confine della follia collettiva è stata l'indifferenza della gente. L'indifferenza dei colleghi, dei superiori, dei parenti e ancora di più il loro silenzio. All'improvviso sei cancellata dalla vita sociale, dalla quotidianità, sei l'untore da tenere lontano, da cui distanziarsi come essere umano. Spesso mi sono chiesta come, nel passato, le persone non si fossero ribellate se un loro concittadino veniva deportato perché dissidente.
  L'indifferenza è conseguenza dell'egoismo e in questa brutta storia moderna molti hanno girato la testa dall'altra parte, le istituzioni, i sindacati, con la presunzione di essere nel giusto anzi ignorando, facendo finta di ignorare la verità. E facile etichettare le persone e vestirle con i panni del capro espiatorio, distruggendone l'esistenza, tanto non è un problema loro. Ho aspettato inutilmente una telefonata, un messaggio di conforto da chi poco tempo prima condivideva con me il Iuogo di lavoro, niente di niente. Un silenzio assordante, amplificato ancora di più nei giorni, a ridosso di Natale, dove un semplice dl ha decretato la mia epurazione sociale e cosi per molti altri. Spegnimento della vita sociale anche per mano di persone che non hanno avuto alcuna remora ad applicare una legge palesemente ingiusta.
  Non so quando finirà tutto questo, ma di una cosa sono certa, che questo abbrutimento umano ha inferto ferite profonde alla dignità di molti cittadini, li ha minati nel profondo, apostrofandoli con disprezzo come no vax,
Angela Scoppa

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• EX AMICI SODDISFATTI DEI SOPRUSI CHE DOBBIAMO SUBIRE
  Come molti ormai sono un fuorilegge, la cosa grottesca è esserlo con la fedina penale intonsa, senza aver mai commesso alcun reato. La sensazione è alquanto strana, indefinibile, quasi come se mi fossi svegliato da una sbornia, per certi versi irreale. Purtroppo è tutto vero, una sensazione di così forte stordimento ricordo di averla provata solo nel luglio del 1992 quando da Catania partii per andare a Palermo nella giornata in cui si celebrò il funerale del povero Paolo Borsellino, con la differenza però che quel giorno guardando la gente per strada, nei loro occhi, nelle loro espressioni, rivedevo il mio stesso sentimento, il mio stesso sgomento, la mia stessa incredulità. Oggi non vedo nulla di tutto ciò, vedo ahimè facce tronfie, facce molto felici, vedo i miei colleghi, conoscenti, parenti ed ex amici quasi sadicamente giubilanti del fatto che da oggi debba essere costretto a inocularmi. Mi fanno pena e rabbia al contempo, riesco a percepire quanto il loro animo sia miserrimo, ognuno con la ragione della propria scelta, chi convinto, chi per opportunità personale, chi costretto.
  Un tempo non avrei eccepito nulla, avrei profondamente rispettato il senso della loro scelta personale convinto che il rispetto fosse reciproco; oggi no, la reciprocità di questo sentimento è venuta meno, quando con il loro agire hanno permesso che io e la mia famiglia fossimo alienati socialmente, allontanati dai negozi e, dulcis in fundo, esclusi dal mondo del lavoro. Onestamente non credo che questo Paese sia in grado di salvarsi da solo dopo due anni di balle e, dopo aver visto come le pedine politiche siano state disposte sullo scacchiere, ritengo che siamo arrivati alla fine del gioco. Che fare? Noi abbiamo gettato la spugna troppo stanchi, avviliti, demoralizzati; naturalmente nessuno di noi procederà ad assumere questa terapia, abbiamo trovato la nostra scappatoia altrove, abbiamo compreso che, per quanto questa cosa sia più grande di noi e sia globale, ci sono ancora piccoli spazi all'estero dover poter fare almeno un tentativo per avere una vita normale, una vita fatta magari di piccole cose, ma che torni a riservarci qualche gioia, fosse anche solo una passeggiata al mare o un figlio libero di praticare lo sport amato.
Roberto Chinnici
Gli invisibili

(La Verità, 19 febbraio 2022)
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Ricorda qualcosa?

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Gli ebrei vennero saccheggiati

E nel Dopoguerra vennero minimamente risarciti

di Cesare Maffi

Se uno stereotipo sugli ebrei permane attraverso i secoli, esso riguarda la ricchezza. L'ebreo è rappresentato quale uomo stracolmo di denaro, se proprio non ridonante almeno benestante, inoltre è effigiato con alcuni tratti fisici sarcasticamente deformati. La realtà ridimensiona sovente questo preconcetto. Basta leggere queste poche righe di preteso benessere ebraico: «Due paia di calze usate, un bidè, una maglia di lana fuori uso, un paio di ciabatte usate, un paio di pattini a rotelle, una cinghia per pantaloni rotta, una forma per pasticcini, una caffettiera in alluminio, un cappottino per bambino…»
  Sono righe pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale d'Italia, negli anni della Repubblica sociale, attestanti beni (si fa per dire) confiscati a ebrei. Soltanto dopo ripetute pubblicazioni di simili miserevoli notizie, indice di povertà e non di benessere, a Salò si capì quanto negativo fosse diffondere tali notizie.
  Per chiarire non pochi eventi, ma altresì costumi, provocati dall'avvento della legislazione discriminatrice in Italia nel 1938, giunge il volume della contemporaneista Ilaria Pavan Le conseguenze economiche delle leggi razziali, pubblicato dal Mulino. Contro il diffuso sentire della contrarietà, o almeno dell'indifferenza, espressa dalla popolazione italiana verso le disposizioni che emarginavano gli ebrei (per giungere, col manifesto di Verona del Partito fascista repubblicano, alla loro connotazione quale «nazionalità nemica»), emerge l'esteriore ossequio a norme che potevano giungere aberranti rispetto al sentimento di eguaglianza fra i cittadini, per gli ebrei introdotto già da Carlo Alberto.
  Richiedono meditazione alcuni sgradevoli affreschi: «Da parte dell'apparato statale, tanto centrale che locale, non sembrò manifestarsi alcun cedimento nell'applicazione solerte e rigorosa della legislazione antiebraica» e «centinaia di carte e documenti esaminati non riportano nessuna voce, neppure sommessa, di dissenso o solo di dubbio o esitazione». C'è di peggio, perché si documenta più di un «segno indelebile della miseria morale di chi sequestrava e arraffava». Quando si liberava un posto per allontanamento di un ebreo, era ordinariamente sostituito senza che chi sfruttava l'altrui disgrazia si ponesse alcuna riflessione etica. Difatti destò stupore la rinuncia di Massimo Bontempelli alla prestigiosa cattedra fiorentina di letteratura italiana, già retta da uno studioso ineguagliabile quale Attilio Momigliano: un giudeo, per dirla con un termine sprezzante e corrente.
  All'impoverimento ebraico non corrispose un pieno ristoro successivo, non giunse un totale ritorno alle precedenti condizioni professionali, economiche, di vita. Non è un caso che molti ebrei non tornassero in Italia, aderendo invece, per esempio, al sionismo e stabilendosi quindi nella neonata Israele. Il commento è amaro: «Troppi morti, troppi sopravvissuti emigrati senza voler più aver niente a che fare con la vecchia patria che li aveva traditi, troppi eredi sovrastati dalle difficoltà burocratiche e troppi altri che non avevano manco l'idea di essere eredi». Talvolta non furono sufficienti decenni, addirittura ben più di mezzo secolo, per recuperare depositi bancari: «Finì com'era scritto che finisse: quanti cercarono d'avere giustizia furono nella maggioranza dei casi inevitabilmente sconfitti».
  Si potrebbe in sintesi asserire che all'impoverimento causato dallo Stato agli ebrei corrispose un arricchimento degli «ariani». Non che mancassero esempi, anche insigni, per l'impegno di persone e famiglie in favore degli emarginati, in ultimo dei perseguitati. Accanto a questa minoranza, e a un'altra di profittatori disposti alla delazione, si potrebbe sostenere quel che Renzo de Felice annotava sull'atteggiamento degli italiani nell'ultima fase della guerra: dominava la zona grigia, che non stava né di qua né di là, ma (guardando l'aspetto bellico) odiava chiunque causasse la prosecuzione di un conflitto odiato. Si comprende così perché il regime riuscisse a imporre, già prima della guerra, espropri di molti beni, perdite d'impieghi, espulsioni di professionisti, promuovendo altresì confische dopo l'8 settembre. Gli archivi rimandano infine a episodi di saccheggio e interessenza addebitabili a qualche gerarca.

(ItaliaOggi, 19 febbraio 2022)

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Israele: Intel in trattativa per l'acquisto della ditta israeliana Tower Semicon

Intel Corp. (Nasdaq: INTC) intende ad acquistare il produttore di chip israeliano Tower Semiconductor Ltd. (Nasdaq: TSEM; TASE: TSEM) per $ 6 miliardi, secondo un articolo del "Wall Street Journal". La Tower, azienda guidata dal CEO Russell Ellwanger, produce chip analogici per una vasta gamma di clienti nei settori piu' disparati, dai computer ai veicoli, delle telecomunicazioni alla difesa. Il gruppo lo scorso giugno ha firmato un importante accordo con STMicroelectronics per la condivisione di un nuovo stabilimento di produzione ad Agrate Brianza che triplicherà la capacità produttiva di chips da 300 mm di Tower (v. nostra news).Il gigante statunitense dei semiconduttori sta intensificando la sua presa sull'industria tecnologica israeliana.
  Oltre al centro di chip per computer e server di Haifa gia' operativo dagli anni '90, Intel negli anni 2000 e' entrato con massicci investimenti nel settore dell'intelligenza artificiale (AI) e dei chip automobilistici attraverso i centri Habana Labs a Caesarea e Mobileye a Gerusalemme. Quest'ultima, acquistata nel 2007 per la cifra record di 15,3 miliardi di dollari. Intel nel 2020 ha avviato la costruzione del suo piu' grande centro di produzione di componenti elettronici a Kiryat Gat, pienamente operativo nel 2024, che ha richiesto un investimento di $ 10 miliardi, di cui $ 4 miliardi di sovvenzioni governative.
  Se l'acquisto di Tower Semiconductor si concretizzera', la fabbrica di chip di Migdal Ha'Emek diventerà la seconda piu' grande del gruppo Intel in Israele, dopo quella di Kiryat Gat.Le esportazioni totali di chip Intel da Israele lo scorso anno hanno raggiunto il massimo storico di 8 miliardi di dollari.

(ICE TEL AVIV, 18 febbraio 2022)

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Bennett annuncia la fine del "Green pass" in Israele: resta solo l'Italia a fare da cavia a Big Pharma

Il primo ministro israeliano ha annunciato la fine del green pass vaccinale, lasciando praticamente solo l'Italia a finire il suo ruolo di cavia mondiale di Big Pharma Usa. 
  Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha annunciato giovedì 17 febbraio che l'obbligo di mostrare il lasciapassare quale prova dell'avvenuta vaccinazione per accedere in vari siti sarà presto revocato, mentre l'ondata di contagi diminuisce sensibilmente.
  Israele era stato uno dei primi pionieri, (laboratorio cavia mondiale) di una massiccia campagna vaccinale e tra i primi paesi a richiedere un certificato di vaccinazione, che ha chiamato il pass verde, (il super green pass italiano) per entrare in una serie di strutture.
  Bennett ha detto che con un chiaro calo sia del numero di casi gravi di Covid che del numero di infezioni confermate, rappresenta un "buon momento" per eliminare l'obbligo di passaporto vaccinale.
  Il green pass ha permeato la vita israeliana per gran parte dell'anno scorso, obbligatorio per entrare in bar, ristoranti, alberghi, palestre e luoghi di culto, tra gli altri siti.
  Nonostante la falsa narrazione comparativa dei media italiani tra Italia e Israele, non è mai stato impedito ai non vaccinati di lavorare o prendere mezzi di trasporto pubblici, né li si è lasciati senza mezzi di sostentamento.
  Migliaia di israeliani si sono riversati a Gerusalemme da tutto il paese lunedì 14 febbraio in un "convoglio per la libertà" contro le restrizioni del coronavirus, che rispecchiava simili proteste di blocco del traffico in Canada, in Francia e in tutto il mondo. I manifestanti hanno suonato i clacson delle loro auto e sventolato bandiere canadesi e israeliane mentre si dirigevano verso la sede del governo israeliano.
  Da quando è entrato in carica nel giugno dello scorso anno, Bennett ha promesso di mettere la salute dell'economia israeliana in prima linea nella sua risposta alla pandemia, insistendo sul fatto che lo avrebbe fatto, che non avrebbe soffocato gli affari con restrizioni draconiane. ( Forse intendeva dire dragoniane....).
  Il suo governo aveva già iniziato all'inizio di questo mese a rivedere  i requisiti del certificato sanitario, limitando i siti in cui era obbligatorio. Quando fu per la prima volta rilevata la variante Omicron, Bennett ha però ordinato la chiusura del Paese ai viaggi per e da Israele, dicendo che il paese doveva prepararsi per l'ondata in arrivo. "Siamo stati i primi ad agire e chiudere i cieli con l'inizio dell'ondata. Ora stiamo gradualmente allentando le restrizioni", ha dichiarato il premier in una dichiarazione.
  Il mese scorso, in alcuni giorni, Israele ha visto più di 80.000 nuovi casi di Covid, dimostrando come nel caso dell'Italia di Speranza l'inutilità assoluta del Green Pass.

(l'AntiDiplomatico, 18 febbraio 2022)
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I media hanno già cominciato a dire che Israele toglie il green pass perché Omicron perde forza o perché diminuiscono i casi gravi, ma tutto questo per non dire in modo chiaro e semplice che hanno capito che il green pass non serve a niente. Il motivo principale era di impedire la diffusione dei contagi, e questo è precisamente quello che non è avvenuto. I contagi continuano a salire nonostante il green pass. Politici e virologi tentano di salvare la faccia.
Coronavirus in Israele

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Il Marocco si prepara ad accogliere 200.000 visitatori israeliani quest’anno

di Michelle Zarfati

Il Marocco si prepara ad un’ondata di turismo israeliano. Si prevede infatti che quest’anno centinaia di migliaia di turisti si recheranno in Marocco, specialmente ora che i cieli sono stati ufficialmente riaperti.
  Il Marocco ha riaperto i suoi confini ai turisti lo scorso 7 febbraio dopo una chiusura di due mesi a causa della pandemia di Covid-19. Di conseguenza, il settore turistico del paese si è rimesso in moto proponendo pacchetti vantaggiosi rivolti ai viaggiatori israeliani e no.
  Henri Abikzer, proprietario di Fast Voyages, un'agenzia di viaggi con sede a Rabat, ha detto a The Media Line che si aspetta che entro la fine dell'anno arriveranno almeno 200.000 israeliani.” Ci sono 1 milione di ebrei marocchini, o di origine marocchina in Israele", ha detto Abikzer, vicepresidente della comunità ebraica di Rabat.
  Nella metà del XX secolo la Comunità Ebraica marocchina ha raggiunto il suo apice, con circa 300.000 ebrei. Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi ha lasciato il paese nordafricano una volta fondato lo stato di Israele nel 1948. Oggi vi rimangono solo poche migliaia di ebrei. "Ci sono molte persone che provano nostalgia nei confronti del loro paese d’origine, per questo non vedono l’ora di tornare a visitarlo- ha detto Abikzer- si prevede una grande ondata di visitatori specialmente durante le festività pasquali e questa sarà seguita da un periodo di pellegrinaggi”
  Rabat ha annunciato la ripresa dei legami con Israele alla fine del 2020, unendosi agli Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan per raggiungere patti di normalizzazione ottenuti grazie agli Accordi di Abramo. Prima di questa distensione, gli israeliani che desideravano visitare il Marocco, sono stati costretti a raggiungerlo passano per altri paesi, come ad esempio la Turchia.
  Diverse compagnie aeree offrono ora voli diretti tra Tel Aviv e Rabat, Casablanca o Marrakech. Le compagnie aeree israeliane El Al e Israir, così come Royal Air Maroc, hanno voli diretti della durata di circa sei ore, rendendo il viaggio tra i due paesi semplice e conveniente. Anche la Arkia Airlines israeliana prevende di lanciare voli diretti per la fine di marzo, inizio di aprile. "I voli hanno notevolmente facilitato le cose", ha detto Abikzer. "In poche ore i viaggiatori israeliani possono essere a Casablanca o Marrakech".
  L'agenzia di Abikzer, Fast Voyages, sta attualmente organizzando viaggi speciali per i turisti israeliani, con visite guidate della durata di 7 e 14 giorni. Mohsine Taouchikht, co-fondatore dell'agenzia turistica Morocco Travel Land, ha condiviso a The Media Line che la ricca storia multiculturale del Marocco, le sue bellezze e la generosa ospitalità attireranno folle di viaggiatori. "Il Marocco si aspetta di ricevere un numero enorme di visitatori, e tra questi tantissimi israeliani, specialmente grazie al fatto che il Marocco è un paese sicuro", ha detto Taouchikht.
  Morocco Travel Land ha attualmente in offerta una serie di diverse visite guidate rivolte agli israeliani. Il pacchetto del patrimonio ebraico, ad esempio, include visite a sinagoghe e musei di tutto il paese, pasti kosher, incontri con membri della comunità ebraica locale, e visite ad aree storicamente ebraiche. "I pacchetti turistici offerti ai viaggiatori ebrei sono moltissimi - ha osservato Taouchikht - il Marocco è un paese enorme orgoglioso di avere una lunghissima storia ebraica, questo è il motivo per cui molti ebrei vogliono visitare i luoghi in cui vissero i loro antenati”.

(Shalom, 18 febbraio 2022)

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Siria, Hezbollah gestisce i traffici di armi e droga verso la Giordania

di Francesco Bussoletti

Hezbollah sta gestendo un massiccio traffico di droga, armi e esseri umani tra la Siria e la Giordania. Lo rivelano fonti locali, spiegando che l’area maggiormente coinvolta è quella di Suweida, ideale in quanto le sue montagne permettono ai miliziani di nascondersi facilmente. Non a caso c’è stato un recente incremento delle operazioni delle forze di Amman al confine, che hanno sequestrati grandi quantitativi di stupefacenti. I “middle-men” sono gruppi locali affiliati alle milizie libanesi e a ufficiali siriani corrotti. Questi operano principalmente nell’area di Al-Safa e Al-Jah, nonché nei pressi del villaggio di Al-Sha’ab. I carichi partono dalla valle della Beqaa, transitano nella provincia siriana e arrivano alla Giordania. Qui, infine, vengono smistati nella Penisola Araba.

(Difesa & Sicurezza, 17 febbraio 2022)

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Disgelo a sud di Israele: se l’ebreo non è più errante

di Maurizio Guaitoli

E venne il giorno”. Non del Giudizio universale ma del risveglio del Giusto, previsto da tutte le religioni monoteiste e che sta a indicare il trionfo del Bene sul Male. “Vaste programme”, avrebbe detto il rimpianto generale Charles de Gaulle. Di che cosa si sta parlando, dunque? Ma del sorprendente disgelo mediorientale nei confronti dello Stato di Israele, in cui appaiono come echi lontani e indistinguibili i proclami dell’Olp e lo statuto di Hamas che postulavano, come unica condizione per la pace, la cancellazione di Israele dalla mappa geografica della terra d’Islam. Almeno, stando a un interessante reportage di “The Economist” del 22 gennaio scorso, dal titolo significativo “Welcome back-Why arab autocrats are encouraging a Jewish revival” (“Benvenuti a casa-Per quale ragione gli autocrati arabi stanno incoraggiando una rinascita ebraica”), lo slogan di sempre “morte a Israele” rischia quanto prima di diventare una questione vintage, ad appannaggio esclusivo dell’estremismo fondamentalista musulmano e della Jihad globale. Si parte da un episodio recente, quando nel 2021 in Yemen (stravolto dalla guerra civile tra i ribelli houthi sciiti contro il Governo locale appoggiato dall’Arabia Saudita e dagli Emirati) un commando misto Usa, Nazioni Unite, Qatar ed Emirati Arabi Uniti ha liberato un cittadino ebreo yemenita, portato in salvo con la sua numerosa famiglia negli Emirati che hanno riconosciuto loro il diritto d’asilo.
  Ad Abu Dhabi i rifugiati ebrei hanno ricevuto un permesso indeterminato di soggiorno, con tanto di villa in comodato gratuito; un’auto di rappresentanza e un congruo assegno mensile di sussistenza. Un chiaro segnale di apertura e di invito al ritorno nei confronti della comunità d’affari ebraica, e un’incredibile novità per gli usi e costumi e per gli standard di quell’area! Del resto fin dal 2019, con l’inaugurazione dell’Anno della Tolleranza, gli Emirati hanno riconosciuto il diritto degli ebrei a soggiornare nel Paese, consentendo loro l’apertura sia di esercizi e attività commerciali, come ristoranti kosher, sia di centri di cultura ebraici. Lo scorso anno, durante il festival di Hanukkah, sono stati installati nelle pubbliche piazze, a spese dello Stato emiratino, monumentali menorah (lampade votive ebraiche a sette braccia) ed è stata pianificata per fine anno la costruzione di una sinagoga, finanziata con denaro pubblico. Dal Marocco ai Paesi del Golfo un numero crescente di Stati arabi riscopre così le radici delle sue antiche comunità ebraiche, aprendo nuovamente le porte ai loro discendenti. Ma quali sarebbero le ragioni di fondo di questo cambiamento epocale? Qui l’analisi di The Economist si fa attenta e prudente, a scanso di inutili e pericolosi entusiasmi.
  Da un lato, gli eccessi del nazionalismo e dell’islamismo salafita hanno prodotto gravi guasti nelle comunità arabe che aspirano a modernizzarsi. In secondo luogo, è di tutta evidenza come il conflitto arabo-israeliano non sia più di moda nella regione, che storicamente teme molto di più il millenario nemico sciita iraniano rispetto a Israele che, come entità statuale organizzata, esiste da appena tre quarti di secolo! Quindi, agli occhi dei nuovi moderati arabi, principi, emiri e case regnanti, fa molta più sensazione un Paese piccolo come Israele che ha un’economia florida e conta solo sulle sue forze, non necessitando di risorse petrolifere per arricchirsi. Storicamente, del resto, prima del 1948 (quando si verificarono flussi migratori di massa di ebrei che desideravano reinsediarsi nel nuovo Stato ebraico), la maggior parte degli ebrei mediorientali vivevano fuori della Palestina e all’interno dei territori arabi. Tanto per esemplificare, solo nel 1947 erano ebrei almeno un quarto degli abitanti di Baghdad, come lo fu la reginetta del concorso di bellezza di quello stesso anno. Dopo il 1948 però, a seguito del primo conflitto arabo-israeliano e della conseguente fuoriuscita dei loro ex cittadini di religione ebraica, il vento cambiò in Medio Oriente e gli ebrei rimasti furono espropriati degli averi e tolti loro i diritti di cittadinanza. La propaganda anti-israeliana iniziò a permeare i testi scolastici dei bambini arabi della scuola dell’obbligo, così come i sermoni degli imam si fecero più incendiari nei confronti degli ebrei, alcune migliaia dei quali furono espulsi dai propri Paesi di origine.
  Ma, come ovvio, oggi molti arabi, anche non più giovanissimi, non hanno memoria dei conflitti armati del passato: l’ultimo è dell’inizio anni Ottanta, con l’invasione israeliana del Libano. Per di più, un numero crescente di responsabili arabi moderati ha una visione concreta e realistica degli enormi vantaggi che conseguono dall’avvio di scambi commerciali con Israele, e le loro aperture si fanno sempre più significative con il trascorrere del tempo, anche per intrattenere rapporti sempre più stretti con il mondo occidentale. Ed è così che i Governi egiziano, saudita ed emiratino promuovono incontri multiculturali e, sempre più spesso, tendono a mettere un freno ai sermoni incendiari degli imam. Altro segnale concreto di disgelo: personaggi ebrei appaiono regolarmente al cinema e negli show trasmessi da tv arabe; così come vanno in onda documentari che analizzano la storia degli insediamenti ebraici nella regione; e, addirittura, si aprono dipartimenti di storia ebraica in alcune università arabe. Più di recente, nel 2020, Paesi come Bahrein, Marocco e Sudan hanno ripristinato le relazioni diplomatiche con Israele, senza dover fronteggiare grandi manifestazioni di protesta al loro interno.
  Lentamente, anche il più grande Stato conservatore della regione, l’Arabia Saudita, apre alla presenza ebraica, e nei testi scolastici vengono gradualmente epurati i passaggi diffamatori nei confronti del popolo di Abramo. Tant’è vero che il rabbino ultra-ortodosso, Jacob Herzog, può recarsi regolarmente a Riad indossando il costume e il copricapo tradizionale e, persino, fare selfie e danzare con i mercanti del bazar! Naturalmente, dietro tutto ciò si avverte il profumo degli affari che il principe ereditario Bin Salman persegue con grande efficacia, favorendo il turismo e gli investimenti occidentali. In proposito, è stato inaugurato ad Al Ula un hotel di lusso di proprietà israeliana, mentre Bin Salman ha pianificato la costruzione della sua smart city da 500 miliardi di dollari collocandola in prossimità della costa, nelle vicinanze di Neom, proprio per attrarre la migliore expertise di imprese e professionisti che operano in Israele, con una vicinanza che risulterà addirittura minore di quella che divide il Libano dallo Stato ebraico. Sull’altro versante, in un’offensiva di charme nei confronti degli Usa, l’egiziano Al Sisi ha avviato opere di restauro dei cimiteri ebraici e della principale sinagoga del Paese. Così come sta facendo Bashar al-Assad per le sinagoghe siriane, invitando persino a Damasco una delegazione di ebrei siriani residenti a New York per instaurare rapporti amichevoli.
  Per certi satrapi e autocrati, quindi, l’occasione è buona per riabilitare la propria immagine internazionale, fingendo che sia di ritorno l’epoca antica dei loro storici predecessori, protettori delle minoranze religiose. E poiché le aperture vanno anche dall’interno verso l’esterno, si sta avverando un movimento di fuoriuscita da Israele di minoranze come i Mizrahì, ebrei di origini mediorientali, che si sentono emarginati a causa del mainstream israeliano che privilegia la storia dell’ebraismo europeo e a migliaia hanno preferito emigrare verso il Marocco e Dubai. Elementi sufficienti, quindi, per pensare che, in generale, il vento per Israele sta davvero cambiando in Medio Oriente.

(l'Opinione, 17 febbraio 2022)

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Il Freedom Convoy all’israeliana. Manifestanti chiedono la fine dello stato di emergenza

Anche in Israele un Freedom Convoy in stile canadese per dire basta alla restrizioni. Raduno di veicoli davanti alla Knesset.

di Debora Brand

Lunedì gli israeliani hanno organizzato una manifestazione Freedom Convoy in stile canadese contro le restrizioni da coronavirus, con migliaia di auto che si sono dirette davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, nella capitale Gerusalemme.
  Appesi alle auto c’erano cartelli che dicevano “annullare il mandato delle mascherine”, “niente più restrizioni, tornare alla normalità”, “nuovo ordine mondiale”, mentre i manifestanti suonavano i clacson, tamburi e perfino shofar (il corno usato in alcune cerimonie religiose) di fronte all’edificio della Knesset, il tutto per chiedere al governo di porre fine alle restrizioni sulla pandemia e rimuovere lo stato di emergenza.
  “La libertà non è questa”, si leggeva su un cartello accompagnato dall’immagine di una ragazza con una mascherina.
  “Sono qui per i miei figli, in modo che possano avere un mondo migliore”, ha detto uno dei manifestanti al quotidiano Haaretz. “I diritti vengono sottratti ai cittadini senza una vera giustificazione e dobbiamo combattere, ma non siamo nemici di nessuno”.
  “Siamo tutti riuniti qui per la libertà. Perché già da due anni tutto questo mondo sta impazzendo a causa delle norme e dei provvedimenti che non ci permettono di vivere liberi come siamo nati”, ha detto alla Reuters un altro manifestante.
  Se da un lato Israele nelle ultime settimane ha rimosso molte restrizioni, incluso il green pass da esibire per mostrare la prova della vaccinazione al fine di accedere a ristoranti, cinema, palestre e hotel, dall’altro gli israeliani sono ancora tenuti a mostrare un green pass per i grandi raduni, compresi i matrimoni, e le mascherine sono ancora obbligatorie al chiuso.

(Blog Aldo Maria Valli, 16 febbraio 2022)

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È ora di lasciarsi alle spalle ossessione dei controlli, obblighi, paura. Diciamo basta al regime del terrore

Grazie alla Tamaro pure i lettori del «Corriere» hanno potuto scorgere uno squarcio di verità sulle follie del green pass. La scrittrice sostiene quello che raccontiamo da mesi: restrizioni e caccia ai no vax insensate. 

di Maurizio Belpietro

Susanna Tamaro scrisse quasi trent'anni fa un libro di successo che si  chiamava Va dove ti porta il cuore. Ieri la scrittrice triestina ha scritto un articolo per il Corriere della Sera che si sarebbe potuto titolare «Va dove ti porta il Covìd». O meglio: le conseguenze delle scelte del governo sulla vita degli italiani e sulla democrazia di questo Paese. L'intervento (anzi, «la lettera», come ha precisato il quotidiano di via Solferino con l'evidente intento di prenderne le distanze), avrebbe potuto essere tranquillamente pubblicato sulla Verità. In quanto, lungi dal sostenere che il Covid è un complotto demo-pluto-giudaico-massonico e che i vaccini servono per inserire un chip sotto pelle, l'articolo sposava in pieno gli argomenti di cui questo giornale si è fatto interprete, unico in tutta Italia. La scrittrice si è rivolta al presidente del Consiglio
  Mario Draghi per dire che il green pass limita l’Italia. Il suo è il racconto di una donna che, quando ancora Roberto Speranza spiegava che il coronavirus non sarebbe arrivato in Italia e dunque i concittadini potevano dormire sonni tranquilli e circolare liberi senza mascherine, si è presa il Covid. Ma poi, dopo essersi contagiata e aver superato indenne la malattia, con le sue scarpe rotte ha deciso di passeggiare nei boschi. E qui apriti o cielo: non essendo in possesso di green pass semplice o rafforzato, anche l'autrice di best seller ha dovuto fare i conti con la burocrazia sanitaria di quello scienziato (laureato in scienze politiche, dunque scienziato) di Speranza. E dunque, non essendo in regola con il Qr code, pur avendo acquisito anticorpi naturali e avendo un certificato verde scaduto da un solo giorno, la scrittrice è stata trattata alla stregua di un'appestata. Anzi, di un'intrusa. Il passaporto verde fuori tempo massimo non le ha permesso di acquistare un paio nuovo di pedule, né le è stato consentito di prendere il caffè al bar o di acquistare i francobolli. 
  Il suo crimine? Fidarsi dello Stato che le aveva garantito che le persone vaccinate dopo agosto 2021 sarebbero state coperte per nove mesi. Invece, dopo un po', il governo ha deciso di cambiare le regole, decidendo che il lasciapassare valeva solo un semestre. La Tamaro parla di caos e di improvvisazione, perché se una cabina di regia cambia da un giorno all'altro le regole significa che non si muove sulla base di certezze ma, appunto, improvvisa. E infatti, spiega che equiparare chi ha due dosi a un non vaccinato significa stabilire che il vaccino non garantisce niente, se non l'arroganza di virologi e incompetenti, due categorie che spesso coincidono. La Tamaro racconta di diabetici e cardiopatici sprovvisti di green pass inseguiti sui sentieri di montagna come pericolosi delinquenti. E illustra come la nostra società sia entrata in un pericoloso vortice, dove il no vax è equiparato al demonio che rifiuta il Salvatore, ossia il vaccino, un antagonista ormai divinizzato. «Ai giudizi spesso sprezzanti degli scienziati si è unito il coro degli esperti di rimbalzo, capaci di insultare chiunque esitasse a vaccinarsi con toni di livida rabbia, con toni che si concedono soltanto agli ubriachi dopo la notte». 
  Secondo la Tamaro, il non vaccinato è diventato un capro espiatorio. Ma «la scienza però ci dice che, vaccinati e non vaccinati, ci scambiamo comunque allegramente il contagio». E allora, che senso ha il green pass, chiede la scrittrice, che rivolge la domanda direttamente al presidente del Consiglio, Mario Draghi. Già, che ragione c'è di continuare a «esasperare una situazione, spingendo verso reazioni sempre più estreme e irrazionali?». Alla fine, l'autrice di Va dove di porta il cuore ricorda al premier il gioco dell'infanzia: «Tana, liberi tutti». Il nostro Paese, scrive Susanna Tamaro, ha bisogno di lasciarsi alle spalle l'ossessione dei controlli polizieschi, gli obblighi, la paura, il dolore. Lei non lo dice, io sì: ha bisogno di lasciarsi alle spalle Speranza, Sileri, Locatelli, Ricciardi, Abrignani, Bassetti, Galli, Pregliasco. Ovvero, il comitato di salute pubblica che da due anni ha instaurato in Italia il regime del terrore e a cui applaudono ogni giorno le tricoteuse di giornali e talk show, felici di ghigliottinare sulla pubblica piazza chi osa contraddire le loro follie.  

(La Verità, 17 febbraio 2022)

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Covid Italia, muore il medico n. 370: vaccinato con tre dosi

Edward Haiek era nato a Nazareth, aveva 65 anni: intubato per 40 giorni

VERONA – Un altro medico di base è morto di Covid, a Verona, portando a 370 le vittime nella categoria in tutta Italia, dall’inizio della pandemia. Si chiamava Edward Haiek, aveva 65 anni ed era molto stimato in città, a giudicare dal cordoglio seminato dai suoi pazienti sui social.
  Vaccinato con terza dose, Haiek era nato a Nazareth, in Israele, ed era arrivato nella città scaligera nel 1979, dove si era laureato in medicina. Il 23 dicembre 2021 era stato portato all’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, dov’era rimasto intubato in terapia intensiva per 40 giorni fino alla morte, avvenuta il 14 febbraio.

(Ragusa News, 17 febbraio 2022)

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Nasrallah: Hezbollah ha la capacità di costruire missili di precisione

BEIRUT - Il movimento sciita libanese Hezbollah possiede le capacità di costruire missili avanzati ad alta precisione nel Paese e già produce droni da diversi anni. Lo ha affermato il leader del movimento Hassan Nasrallah durante un discorso televisivo. “Gli israeliani hanno trasformato una minaccia in un’opportunità per la resistenza”, ha proseguito il leader sciita, riferendosi ai presunti attacchi di Israele nei confronti dei depositi di armi di Hezbollah in Siria. "Ora possediamo la capacità di trasformare le nostre migliaia di razzi in missili con guida di precisione", ha aggiunto, ribadendo che il gruppo sciita è in grado di produrre droni da diversi anni ed è disponibile a venderli. “Restiamo per proteggere e costruire. Questo sarà il nostro slogan in occasione delle elezioni legislative”, ha proseguito Nasrallah, ribadendo che la formazione politica è sempre stata contraria al rinvio o all’annullamento delle consultazioni previste per il prossimo 15 maggio.

(Agenzia Nova, 16 febbraio 2022)

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Nancy Pelosi alla Knesset: “La creazione di Israele è stato il più grande risultato politico del XX secolo”

di Jacqueline Sermoneta

“La creazione di Israele è stato il più grande risultato politico del XX secolo. Sono orgogliosa che l’America sia il più antico alleato dello Stato ebraico”. Queste le parole alla Knesset della Speaker della Camera USA, Nancy Pelosi, alla guida di una delegazione di membri democratici del Congresso, in visita in Israele.
  Ad accoglierla, Mickey Levy, portavoce della Knesset, che ha elogiato Pelosi per “la sua lotta senza compromessi” a favore della sicurezza d’Israele. “Questo viaggio simbolizza il legame speciale tra i nostri due Paesi – ha detto Levy – La nostra reciproca amicizia si basa non solo su interessi politici, economici e sulla sicurezza, ma anche sui valori comuni e l’impegno per la democrazia”. “Per molti anni – ha aggiunto Levy – avete lavorato per garantire il nostro diritto a difendere i nostri cittadini e ci siete stati a fianco nei momenti più difficili, come durante il conflitto contro Hamas a Gaza lo scorso anno. Israele non potrebbe chiedere un amico migliore di voi”.
  Nel suo intervento Pelosi ha sottolineato il costante impegno del presidente americano Biden nei confronti dello Stato ebraico. Ha poi ribadito il sostegno “corazzato” degli Stati Uniti per la sicurezza e la stabilità di Israele. “
  Siamo uniti nella lotta al terrorismo rappresentato dall’Iran, sia nella regione che nello sviluppo nucleare, la cui minaccia è globale. La vicinanza di Israele all’Iran è una preoccupazione per tutti noi”, ha aggiunto Pelosi.
  La Speaker USA ha sottolineato anche la leadership dello Stato ebraico nella gestione della pandemia e ha affermato che “la delegazione è qui anche per ribadire l’impegno dell’America per una soluzione giusta e duratura dei due Stati, che accresca la stabilità e la sicurezza d’Israele, dei palestinesi e dei loro vicini”.
  La delegazione americana incontrerà il Primo ministro Naftali Bennett, il presidente Isaac Herzog ed alti rappresentanti israeliani. Seguirà anche un incontro a Ramallah con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas. Il viaggio proseguirà verso la Germania e la Gran Bretagna.

(Shalom, 16 febbraio 2022)

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Israele, quarta dose e picco di 110 morti

Dopo l'impennata tra metà gennaio e inizio febbraio e il calo dei giorni scorsi, i decessi stanno salendo di nuovo. E gli esperti ora dubitano dell'efficacia dell'ennesimo «shot».

di Gabriele Carrer

Nell'ultimo mese i numeri dei morti di Covìd-19 in Israele, tra i Paesi più vaccinati del mondo, che lo scorso mese ha fatto da apripista anche per la quarta dose, rendendola disponibile ai medici e agli anziani, hanno subito un brusco aumento. Il 16 gennaio scorso la media settimanale di decessi era pari a 7, salita a 57 il giorno di San Valentino, cioè lunedì scorso, con un picco di 73 il 4 febbraio. Dopo un leggero declino dal picco del febbraio 4 febbraio, negli ultimi due giorni la curva delle vittime è tornata a crescere: da 32 del 12 febbraio, a 78 e 80 dei due giorni successivi. Tendenza simile l'hanno fatta registrare i ricoveri ospedali e il tasso di nuovi contagi, che ora sta lentamente scendendo.
  Quattro dei principali ospedali di Israele sono oltre la loro capacità. L'ospedale Ichilov di Tel Aviv è al 109%, lo Sheba medical center di Tel Hashomer è al 107%, lo Shaare Zedek medical center di Gerusalemme e il Samson Assuta Ashdod hospital sono al 104%.
  C'è grande attenzione per la festività di Purim tra un mese. Secondo il professor Eran Segai, scienziato del Weizmann Institute, non si può abbassare la guardia. Ma, ha assicurato intervistato da Ynet, che non sarà dura come gli ultimi due anni.
  La scorsa settimana il quotidiano britannico Telegraph si poneva questo interrogativo: come si spiega l'effetto così importante della variante Omicron in un Paese spesso definitivo all'avanguardia nella lotta contro il Covid-19 come Israele?
  Diverse le risposte degli esperti. Se una volta Israele era in cima alle classifiche dei Paesi più vaccinati, ora è scivolata a metà classifica. Inoltre, mentre nel Regno Unito quasi tutti i più vulnerabili sono completamente vaccinati, in Israele almeno 10% degli ultrasessantenni non è protetto. Inoltre, c'è l'ondata Omicron: mentre Israele aveva evitato la variante Delta, questa sembra aver avuto vita molto più facile a «passare».
  «Israele è stato il primo Paese ad autorizzare una quarta dose all'inizio di gennaio sia per il personale medico sia per gli anziani, ma solo la metà degli aventi diritto l'ha assunta, in parte perché i primi rapporti sulla sua efficacia erano contrastanti», ha ammesso Barak Raveh, professore dell'Università ebraica di Gerusalemme, al Telegrah. Basti pensare che l'Agenzia europea del farmaco ha messo in guardia sui booster somministrati a intervalli molto brevi: potrebbero avere l'effetto contrario rispetto a quello desiderato e ridurre il livello di anticorpi, invece, che aumentarli, ha detto il mese scorso.
  «Potremmo essere stati un po' troppo morbidi nel lasciare che i casi Omicron salissero alle stelle pensando che si tratti di una malattia relativamente lieve», ha aggiunto l'esperto. Anche se lo è «in alcuni casi, ci siamo ritrovati con ospedali affollati nel mezzo di un'intensa stagione influenzale e abbiamo subito un numero maggiore del previsto di casi gravi e morti».

(La Verità, 16 febbraio 2022)

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Ma ora il pass limita l’Italia

Il rischio di finire prigionieri del green pass. Per liberare le sue forze creative, il Paese ha bisogno di essere sollevato dall'ossessione dei decreti. Lettera aperta di Susanna Tamaro a Draghi.

di Susanna Tamaro

Gentile presidente Draghi,
  mi dispiace rubarle un po' del suo tempo prezioso e se lo faccio è perché credo che, a questo punto, il nostro Paese abbia bisogno di una riflessione seria e non partigiana su quello che è successo e su quello che sta succedendo.
  Premetto che sono, per formazione, una naturalista dunque osservo la realtà senza pregiudizi né veli ideologici ma soltanto nella logica coerenza dei fatti. Da molti anni trascorro qualche settimana tra gennaio e febbraio in un piccolo paese sulle Alpi perché ho bisogno della quiete data dalla neve per raggiungere la parte più profonda della creatività, e così ho fatto anche quest'anno. Ero partita con degli scarponcini quasi rotti pensando di sostituirli in montagna nel negozio in cui mi servo da anni, dato che reputo la fedeltà agli esercenti un piccolo atto di resistenza umana, ma non mi è stato possibile perché il mio green passe ra scaduto da un giorno. Di conseguenza, tutto il mio soggiorno creativo si è trasformato in un esilio civile: niente caffè al bar, nessun conforto in una baita, non ho potuto neppure comprare deì francobolli alla posta. Il mio crimine? Essermi fidata di quello che mi aveva garantito lo Stato, vale a dire che le persone vaccinate dopo agosto 2021 sarebbero state coperte per nove mesi. Anthony Fauci definisce le persone che hanno ricevuto due dosi di vaccino come me, «fully vaccinated», ma per lo Stato italiano questa condizione non ha alcun valore.
  Questo mi porta al cuore della questione, cioè al caos e all'irrazionalità che ci hanno dominato in questi due anni. Possibile che nella mitica cabina di regia, nel momento in cui sono state decise le misure per limitare il raggio di azione dei no vax, nessuno si sia alzato in piedi a dire: scusate un momento, ma se equipariamo i vaccinati con due dosi ai no vax non stiamo lanciandoci un boomerang? Perché così facendo, primo, affermiamo la totale inefficienza del vaccino, e secondo, alimentiamo le fantasie complottiste di chi si oppone alla campagna vaccinale.
  Personalmente non ho mai avuto paura del Covid, l'ho avuto nel gennaio del 2020 prima che scoppiasse la pandemia mentre i nostri politici ci invitavano ad «abbracciare i cinesi» e il mio medico, che è cinese, mi telefonava per dirmi che la cosa più importante da fare era indossare la mascherina. Che quella specie di raffreddamento fosse il Covid l'ho capito mesi dopo perché, per diverse settimane, sono stata privata del gusto e dell'olfatto. Non ho mai temuto il Covid, anche perché in me è molto chiara la divisione tra ciò che è fisico e ciò che è metafisico. I virus fanno parte del mondo naturale, come noi dunque, per quanto bizzarri e imprevedibili, sottostanno sempre alle leggi della chimica e della fisica; ed è proprio tramite queste leggi che noi, grazie ai vaccini, riusciamo in qualche modo a contrastarli e a limitarne i danni.
  Se cammino in perfetta solitudine in un bosco è impossibile che mi contagi mentre se entro in un locale affollato con l'aria viziata è molto probabile che mi ammali, soprattutto se il mio sistema immunitario è debole. Questa è la realtà fisica. La medicina e le norme igieniche - ormai grandi sconosciute - sono le nostre alleate per gestirla nel migliore dei modi. Quando ho cominciato a incrociare in montagna, in luoghi popolati da marmotte e camosci, escursionisti bardati da invalicabili Ffp2, quando ho visto le forze dell'ordine costrette a inseguire persone che passeggiavano nei boschi - diabetici, cardiopatici etc. che riescono a mantenere l'equilibrio grazie al movimento quotidiano - come fossero delinquenti, ho capito che la nostra società era entrata in una pericolosissima dimensione, quella che confonde il fisico con il metafisico. Il virus non è più un virus bensì un'incarnazione del demonio, e questa incarnazione porta come conseguenza la necessità di un capro espiatorio, il no vax, e la divinizzazione del suo antagonista, il vaccino.
  Se è comprensibile e umanamente giustificabile, davanti alla gravità della situazione, il caos organizzativo dei primi mesi, lo è molto meno quello che si è creato nella comunicazione proprio nel momento in cui sono arrivati i vaccini. Possiamo dire che la baraonda mediatica, la canea di esperti di ogni tipo, i nefasti vaticini quotidiani lanciati da cassandre del piccolo schermo abbiano fatto un danno non indifferente alla campagna vaccinale? Creare confusione non è mai una buona strategia quando si vuole raggiungere un risultato. In un Paese serio ci sarebbe stato un unico portavoce del governo, un medico competente e capace di usare parole pacate e sagge e tutta la comunicazione con i cittadini sarebbe stata affidata a lui. Non posso non pensare alla povera famiglia Mancuso di Enna sterminata dal virus, non perché fosse ideologizzata dal web, ma semplicemente perché aveva paura. Quanti come loro, sono stati abbandonati ai loro fantasmi, senza nessuno che li prendesse per mano? Perché, ovviamente, ai giudizi spesso sprezzanti degli scienziati si è unito il coro degli esperti di rimbalzo, capaci di insultare chiunque esitasse a vaccinarsi con i toni di livida rabbia che si concede soltanto agli ubriachi al termine della notte. La necessità del capro espiatorio ha trasformato il non vaccinato in un untore manzoniano.
  La scienza però ci dice che, vaccinati e non vaccinati, ci scambiamo comunque tutti allegramente il contagio. In quest'ottica risulta anche difficile capire l'attribuzione taumaturgica del green pass. Personalmente non ho alcuna osservazione morale, filosofica o politica su questo importante documento. Nell'archivio del piccolo comune in cui vivo è registrata l'esistenza di posti di blocco istituiti nel 1800 durante un'epidemia di peste in Campania: per entrare nel paese bisognava, infatti, esibire un lasciapassare che attestasse l'assenza di soggiorni partenopei.
  Ma se ci contagiamo tutti in continuazione che senso ha? Non costituisce piuttosto un importante fattore di rischio? Con il super green pass, magari addirittura illimitato, una persona, soprattutto giovane, si sente appunto super sicura e abbandona quelle cautele che, davanti a un'epidemia così insidiosa, bisognerebbe pur sempre continuare a mantenere. E il fatto che si impedisca alle persone che non hanno ancora fatto la terza dose, come me ora, di avere qualsiasi tipo di vita sociale non è qualcosa che, oltre a ledere i diritti fondamentali della persona, dà anche il colpo di grazia ai negozi e ai parrucchieri che fin qui, con le unghie e con i denti, hanno tentato di resistere? In questo momento ho gli anticorpi molto alti e dunque sarebbe una follia, nonché uno spreco, fare la terza dose, sarebbe come entrare in un bosco in cui c'è un orso feroce con un solo colpo in canna e sparare alla prima lepre che passa davanti. Un'occasione pericolosamente sprecata. Se il green pass è così essenziale era così difficile immaginarne uno «indebolito», che impedisse la partecipazione ai grandi eventi, ai concerti, agli stadi, permettendo ai «fully vaccinated» con due dosi di poter continuare con dignità la propria vita?
  In Israele, un Paese certo non sprovveduto, hanno capito che i malefici del green pass superano di gran numero i benefici e ne hanno delimitato l'uso ai grandi eventi mentre noi abbiamo le forze dell'ordine costrette a entrare nei parrucchieri di paese per chiedere il green pass alle anziane clienti che si fanno la permanente. Non stiamo sfiorando il ridicolo? L'epidemia per fortuna è alle spalle, la sua virulenza si è affievolita, andiamo verso la bella stagione, il Paese è stremato, le persone sono sempre più povere e le famiglie dilaniate da feroci conflitti tra diverse fazioni, amicizie di una vita cancellate per sempre da reciproci anatemi creando nuove e terribili solitudini umane, per non parlare dei bambini che, dopo due anni di isolamento e di nefaste comunicazioni dei media, vivono in uno stato di fragilità e di terrore a cui sarà difficile porre rimedio. Comunicare ogni giorno per due anni il numero dei morti al telegiornale e concentrare tutta l'attenzione su questo ha costituito e costituisce un danno gravissimo per l'equilibrio delle persone. Molte persone vivono ormai nella condizione di irragionevole terrore e questa condizione rende debolissimo il loro sistema immunitario.
  Penso che il nostro Paese abbia molte forze creative da mettere in gioco, e per liberarle abbia bisogno di essere sollevato dalla ossessiva e sempre mutevole emanazione di decreti che, come un sortilegio maligno, paralizza la vita civile, l'economia, le iniziative individuali annichilendo l'idea di futuro. Siamo 60 milioni di abitanti e soltanto il 9% della popolazione non è vaccinata, per la maggior parte bambini. Demonizzare i no vax a questo punto, imponendo la loro resa totale con l'obbligo dei vaccini, non può che esasperare la situazione perché spinge verso reazioni sempre più estreme e irrazionali. E l'irrazionalità è la cosa di cui abbiamo meno bisogno in questo momento.
  Caro presidente, credo che anche lei durante l'infanzia abbia giocato a nascondino, si ricorda quel momento magico in cui il bambino più abile e veloce riusciva a toccare l'albero gridando: «Tana libera tutti»? Ecco, forse il nostro amato Paese ha bisogno proprio di questo, di lasciare alle spalle il dolore, la paura, l'impotenza, gli ossessivi controlli polizieschi per permettere alle energie vitali di rinascere e affrontare il periodo comunque economicamente difficile che ci aspetta. Verranno nuove epidemie, certo, - come ci viene funestamente ricordato ogni santo giorno dai media - ma tutti i viventi lottano costantemente contro gli agenti patogeni, in questo caso però la pandemia è alle spalle e continuare a ipotizzare catastrofi future è, da tutti i punti di vista, una follia. Comunque una profezia la posso fare anch'io. Prima o poi moriremo tutti. Intanto però sarebbe bello che potessimo riprendere a vivere.

(Corriere della Sera, 16 febbraio 2022)
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E' un articolo esplosivo! Perché si basa sul semplice buon senso. E il buon senso su vaccini e green pass ormai è cosa rara sui nostri giornali. Esplosivo è il fatto che il Corriere della Sera l'abbia pubblicato. Sì, ho letto e sentito anch'io che in Israele stanno cercando di fare marcia indietro, senza far perdere troppo la faccia ai politici, ma forse lo fanno perché, come dice Tamaro, "hanno capito che i malefici del green pass superano di gran numero i benefici" e poiché nonostante tutto amano il loro paese, stanno cercando di metterci una pezza. Ma per noi italiani le cose sono più serie, perché sorge un legittimo dubbio: ma Mario Draghi, il nostro capo di governo, con tutto l'apparato che si è formato intorno, ama davvero il nostro paese? O NO. Gli interessa che le cose funzionino in Italia? O NO. Gli interessa che i cittadini vivano in un modo degno di vivere? O NO. Se la risposta è NO, se l'interesse vero del nostro presidente è un altro (e ci sono fondati dubbi), c'è ben poco da sperare da questo governo. Il richiamo al buon senso e alla semplice razionalità non avrà alcun effetto. E aumenterà sempre più il numero degli italiani che saranno costretti a difendersi dal governo. M.C.

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l nazionalismo arabo ha cancellato la millenaria presenza ebraica in Medio Oriente

di Fiona Diwan

Lo storico britannico Elie Kedourie assistette alla repressione antisemita in Iraq. In un decennio viene spazzata via la tradizione lunga almeno 2500 anni degli ebrei nelle terre a maggioranza islamica. Un veleno intellettuale che causa ancora oggi sofferenza e incomprensione
  Da dove viene Elie Kedourie (1926-1992)? Qual è l’humus, quale la storia culturale di cui è l’espressione? Qual è la pavimentazione su cui sorge il suo edificio concettuale? È ragionevole ipotizzare che la sua riflessione sul nazionalismo non sia estranea al terribile choc vissuto all’indomani del Farhud.
  Il Farhud è il pogrom del giugno 1941 che travolse una comunità di 120 mila ebrei iracheni, uno choc prodotto dalla violenza con cui le folle arabe si riversarono nelle piazze infiammate dal nazionalismo arabo (e a cui gli inglesi assistettero senza intervenire in seguito al colpo di stato fallito di Rashid Al Gaylani, nel 1941, che ambiva a schierarsi con la Germania nazista). Furiosi per il fallimento del putsch e per la repressione inglese, gli arabi iracheni se la presero con gli ebrei, colpevoli di simpatie filo inglesi: la violenza si riversò contro il quartiere ebraico. Il Farhud, lasciò sul selciato i corpi di 128 ebrei assassinati – ma c’è chi parla di 1000 morti -, con 210 feriti, 1500 case e negozi distrutti.
  Non dimentichiamoci che, più avanti, tra i fautori dell’indipendentismo panarabo e tra i fondatori del partito Baat saranno numerosi i simpatizzanti della Germania nazista e dell’Italia di Mussolini.
  In quegli anni, il clima che si respira peggiora di giorno in giorno a Bagdad. Il punto di svolta, quasi di non ritorno, sarà il 23 ottobre 1948 con l’impiccagione di Shafik Ades, a Bassora, un notabile, un uomo d’affari importante dell’upper-class irachena, noto nei circoli politici e economici più in vista del Paese. Lo choc del mondo ebraico mediorientale e del giovane Elie Kedourie sarà totale. Se si è osato tanto, ovvero impiccare un uomo come Ades, col cappio al collo e sulla pubblica piazza, un personaggio così in alto, allora davvero tutti gli ebrei sono in pericolo.
  Così, dal 1948 in avanti, il Farhud smetterà di essere considerato un episodio isolato ed estemporaneo quanto invece un serio e inequivocabile segnale di allarme (senza contare che anche il fratello di Shafik Ades, Toufic Ades, verrà assassinato pochi giorni dopo dal suo chauffeur, factotum e uomo di fiducia, il quale si approprierà dei suoi beni, – case, terreni, proprietà commerciali -, nell’impunità più assoluta).
  Elie Kedourie assiste a tutto questo: ha quindici anni.
  Nel XX secolo, l’Iraq metterà in atto quello che resta il peggior esempio di spoliazione in terra araba. Licenziamenti di massa, attacchi contro sedi ebraiche, attentati contro persone fisiche e sedi economiche, il congelamento e la confisca di beni mobili e immobili da parte delle autorità: nella notte del 2 marzo 1951 il Parlamento iracheno votò la spoliazione di 130 mila ebrei, una spoliazione organizzata e attuata con un atto di forza repentino e in barba a tutte le rassicurazioni fornite sino ad allora dal governo in carica. In una notte, il Parlamento di Bagdad espropriò la più ricca, colta e raffinata comunità del mondo arabo, sottraendole un passato di più di due millenni di storia, una presenza stabile e longeva che risaliva ai tempi dei giardini pensili di Babilonia e alle ziggurat di Ninive e di Nabucodonosor (597 a.e.v.).
  In ciascuno di questi Paesi, il nazionalismo arabo del XX secolo ha espulso ogni memoria ebraica, ha escluso gli ebrei dal loro millenario mondo di origine privandoli di beni appartenuti loro da generazioni. (Il docu-film francese The Silent Exodus, di Pierre Bechor ne parlerà. Ma anche i numerosi saggi dello storico Georges Bensoussan, tra cui Gli ebrei nel mondo arabo, Giuntina. E poi, i saggi L’ebreo inventato, a cura di Saul Meghnagi e Raffaella Di Castro, Giuntina; Vittorio Robiati Bendaud, La Stella e la Mezzaluna, Guerini e Associati. O ancora, gli scrittori Eli Amir (1935) e Sami Michael (1926), testimonieranno nei loro romanzi dell’ebraismo iracheno perduto).
  Come ci ha fatto notare Alberto Mingardi nella sua Introduzione – che è un saggio vero e proprio – in un decennio viene spazzata via una presenza ebraica in terra babilonese di duemila e cinquecento anni. E in poco più di una generazione si consuma la totale scomparsa dal mondo arabo di una cultura, quella specifica del mondo ebraico, la cancellazione della civiltà giudeo-araba dalle terre dell’Islam. Una presenza esito di secoli di soprusi, regimi fiscali aggravati, conversioni forzate, violenze e umiliazioni, come dimostrano tonnellate di documenti, decreti, cronache e leggi, in un tessuto sociale arabo maltrattante, in una atmosfera intrisa di antigiudaismo permanente e capillare, per lo più vessati, rigettati, disprezzati.
  Malgrado le occasionali – e reali – finestre di relativa tolleranza e feconda convivenza che si produssero in alcune epoche, specie sotto il governo della Sublime Porta.
  Per generazioni i Kedourie e gli ebrei di Bagdad furono i banchieri dei governatori ottomani. La fine del monopolio della Compagnia delle Indie Orientali spinge gli ebrei verso l’estremo Oriente, verso i porti di Bassora, di Suez, con l’apertura del canale: questa sarà la storia dei Kedourie, dei Sassoon, di un imprenditore brillante e carismatico come Joseph Helwani, di decine di grandi famiglie irachene con le loro dimore sul Tigri e sull’Eufrate, le loro kermesse mondane e letterarie, le discussioni culturali, una dolcevita opulenta, raffinatissima, colta e occidentalizzata. La Bagdad ebraica brulicava di proposte e stimoli europei, nelle librerie di Bagdad si vendono i tascabili inglesi e francesi, riviste letterarie. Un’élite culturale estremamente sofisticata fiorisce negli anni Venti e Trenta, insieme a una classe giornalistica che fonda riviste e periodici come Al Misbah, e come Al Hasid, il più importante giornale letterario del Medioriente. I nomi di questi giornalisti ebrei in lingua araba, Salman Shina, Anwar Shaul, Menashe Zarur, Salim al Bassun, sono oggi scomparsi dalle cronache arabe, in una totale epurazione culturale del passato (analogamente accadrà anche a Beirut, con il caso di Toufic Mizrahi e del suo giornale Le Commerce du Levant).
  Elie Kedourie fa parte di questo milieu, egli stesso è giornalista culturale a Bagdad, scrive in lingua inglese per l’Iraq Times. Lascerà l’Iraq per Londra nel 1947.
  Come stupirsi allora se, per Kedourie, il nazionalismo è una miscela mortifera, un costrutto ideologico rovinoso, una dottrina distruttiva e eversiva? Come meravigliarsi se egli vi ravvisa un sistema d’idee che mina le possibilità della convivenza fra gruppi e culture diverse nello stesso territorio?
  Il Nazionalismo è per Kedourie «un veleno intellettuale» che genera patologie gravi, basti guardare gli effetti devastanti nei paesi del Levante, come accade per molte dottrine europee esportate altrove (in questo senso, Kedourie la penserà come Lord Acton che alla fine del XIX secolo affermava che il nazionalismo sarebbe stato più liberticida del socialismo)
  Anche per queste ragioni la lettura di Kedourie ci offre spunti dissonanti rispetto a idee e pensieri molto diffusi.

  1. Egli crede che l’accordo Sykes-Picot (maggio 1916) «sarà l’ultimo tentativo responsabile da parte dell’Europa di venire alle prese con la dissoluzione dell’impero ottomano» mentre oggi quel documento è considerato la sorgente dell’ostilità del mondo arabo per l’Occidente.
  2. Per questo, ridimensiona clamorosamente la figura di Lawrence d’Arabia, a suo avviso agente del nazionalismo arabo.
  3. Da qui nasce anche l’idea, il concetto politico del «dispotismo orientale che è insolenza e avidità di un potere arbitrario che non conosce limiti» (ad esempio, il potere dei vari sheik o rais delle tribù dell’area, o dei Khanati dell’Asia Centrale).
Con il XX secolo, la civiltà giudeo-araba e il milione di ebrei che per millenni aveva vissuto in Medioriente e Nord Africa saranno estirpati dalle loro terre ancestrali, cancellati, spazzati dal crollo del sistema coloniale, dal panarabismo, dall’autodeterminazione nazionale dei vari Paesi arabi e dalla loro implosione sociale e politica.
  Con il XX secolo prende il via il Grande sradicamento, come lo chiama lo storico Georges Bensoussan, le Grand Déracinement: ovvero la cancellazione con un colpo di spugna della millenaria presenza ebraica in terra d’Islam, la fine della civiltà giudeo-araba, di cui il conflitto arabo-israeliano e la nascita dello stato d’Israele non furono la causa ma solo il catalizzatore.
  Elie Kedourie, vivrà la fine del suo mondo. Peggio ancora, vedrà la fine di una civiltà. Come stupirsi allora che lo studioso sanzioni in maniera così feroce qualsiasi forma di nazionalismo e si ostini a ricostruirne la genesi ideologica e dottrinale nelle grandi correnti del pensiero occidentale? Il passato agisce nell’ombra, diceva Sigmund Freud. Dietro ogni teoria c’è una biografia, ci ricorda Alberto Mingardi.
  È il Salmo 137, il Salmo dell’Esilio. Lo conosceva bene Eliahu Abdallah Kedourie, figlio malinconico di una Babilonia ebraica perduta, mentre scriveva Nazionalismo.
  Alla luce di quanto sin qui abbiamo ricordato, viene spontaneo allora porsi una domanda. Perché il mondo arabo si svuota dei suoi ebrei nel corso di appena una generazione (1945-1970), dopo millenni di presenza ebraica in terra d’islam? Questa è la storia di un naufragio che inizia ben prima della nascita dello stato d’Israele. Un fallimento la cui genesi è riconducibile alla cesura culturale e sociale che si viene a creare quando gli ebrei si alfabetizzarono e si occidentalizzarono grazie all’arrivo delle potenze europee, agli inizi dell’Ottocento, e dei colonizzatori francesi e inglesi.
  Da gruppo sottomesso e umiliato per secoli, gli ebrei si ritrovano nel giro di pochi decenni a poter accedere finalmente alle professioni liberali, agli incarichi pubblici, diventando il trait-d’union, la cerniera tra la società araba e l’amministrazione coloniale. È stato allora che le società ebraiche si sono ritrovate separate da un fossato incolmabile tra sé e le società arabe. A questo si aggiunga l’inversione di rotta di un destino storico, la fine di rapporti di forza nella dialettica servo-padrone: ma come, lo schiavo ebreo, il paria di ieri, oggi osa ribellarsi? Vuole studiare? Vuole competere con i suoi antichi “padroni”? Rivendica persino un suo Stato indipendente?
  Ancora nel 1946, un alto funzionario francese, Etienne Coidan, in servizio in Marocco, parlava di “placido disprezzo” dei musulmani verso gli ebrei. Un giogo secolare, un’oppressione duratura giunta ben oltre la metà del XX secolo, come testimoniano i pogrom contro gli ebrei avvenuti a Tripoli sia nel novembre 1945, sia nel giugno 1967, a Bagdad nel 1941 (il Farhud), a Aleppo nel 1948 e prima ancora con l’incendio della Grande sinagoga, solo per citarne alcuni.
  Docente all’Università di Tunisi nel 1967, il filosofo Michel Foucault raccontava da testimone oculare la micidiale miscela di razzismo e fanatico nazionalismo che infiammava le folle arabe, miscela che spinse le masse, debitamente fomentate, a scagliarsi contro il quartiere ebraico di Tunisi razziando negozi, bruciando sinagoghe, in preda a un rancore che covava da mesi e che aspettava solo una scintilla per esplodere. Un pogrom pianificato e organizzato a tavolino, con tanto di liste nere e indirizzi di ebrei, dei loro uffici, case, negozi. In seguito di tali accadimenti, mezzo governo tunisino venne destituito ma le angherie continuarono impunite fino all’agosto del 1967.
  Da tempi immemorabili, la relazione reciproca tra i due gruppi si costruisce e si cristallizza intorno a un rapporto di potere che ha nel paradigma dominatore-dominato la sua chiave di lettura, e negli statuti della Dhimma e del Millet, il suo fondamento giuridico e teologico, essendo questi desunti in parte anche dal Corano. Una relazione a volte feconda e scambievolmente ricca, altre volte persecutoria e abusante, che attraversando le epoche storiche è giunta fino a noi.
  Una giudeo-fobia trasportata in valigia con l’emigrazione maghrebina, araba e musulmana di Parigi, Londra, Amsterdam o Colonia, un corredo mentale che è stato duplicato in terra d’Europa reinnestando l’antisemitismo di un mondo arabo che ignorava le vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale e non era per nulla coinvolto nelle vicende della Shoah.
  Medici, farmacisti, consiglieri, stampatori, banchieri, commercianti, dragomanni, questi i mestieri degli ebrei presso la Sublime porta. Fu in questo contesto prospero e accogliente che iniziò a elaborarsi il Millet, un sistema giuridico-religioso ottomano che altro non era che una forma più evoluta e raffinata dell’istituto arabo-islamico della Dhimma. Il Millet regolamentava a livello giuridico i rapporti tra l’Islam ottomano e le tre nazioni presenti sul territorio imperiale: i greci, gli armeni, gli ebrei. Ad esempio, nessuno di loro, nei tribunali, aveva facoltà di testimoniare contro i musulmani e se un ebreo o un cristiano uccidevano un musulmano la pena era infinitamente maggiore che se non fosse accaduto il contrario. E che dire dello schiaffo simbolico, comminato per secoli dal funzionario di turno, in segno di umiliazione, quando l’ebreo andava a versare la tassa sulla persona, la gyza, o testatico, onde pagarsi “la protezione”?
  La data ufficiale con cui inizia l’epoca delle colonie europee è il 1798, quando Napoleone Bonaparte sbarca in Egitto e dà il via alla razzia degli obelischi dei faraoni da parte dell’archeologo Jean-Francois Champollion.
  Con l’arrivo degli europei in Nord Africa e in Medioriente, i rapporti di forza tra i vari gruppi mutano radicalmente. Gli ideali dell’Illuminismo contribuiscono a emancipare le minoranze oppresse, concedendo libertà, uguaglianza, diritti fino a allora impensabili. Perciò il colonialismo sarà vissuto in modo diametralmente opposto da ebrei e arabi. L’arrivo degli europei e l’esportazione degli ideali dei Lumi coincise, per gli ebrei, con l’emancipazione mentre per gli arabi si trattò di un tradimento, una diminutio incancellabile, un evento foriero di frustrazione, rancore, volontà di revanche che durano fino ad oggi.
  Per le minoranze cristiana e ebraica, l’arrivo di francesi e inglesi segnò la fine di un destino di soprusi e umiliazioni, con finalmente la possibilità di un libero accesso agli studi, all’alfabetizzazione, alla parità di diritti, al non essere più sudditi di serie C, tassati, vessati, testa e occhi bassi. Quello che per gli ebrei fu quindi una liberazione, per gli arabi fu vissuta come una pugnalata, un’onta, una vergogna; il risentimento verso i colonizzatori s’incanalò verso gli ebrei, i poveracci di ieri, quelli che da millenni era legittimo prendere a calci e sassaiole.
  Dopo secoli di alienazione e sottomissione alla Dhimma o al Millet, non c’è da stupirsi se a metà del XIX secolo, molti ebrei e cristiani d’Oriente accolsero a braccia aperte le potenze coloniali. E così, quella che dagli uni (ebrei, copti, cristiani…) fu vissuta come una liberazione, fu avvertita dagli altri, i musulmani, come un terribile tradimento, aggravato dal fatto che per la prima volta nel corso della sua storia, nella sua stessa terra, all’Islam veniva imposto che il non-musulmano fosse considerato alla pari del musulmano.
  Ma com’era potuto accadere?, si sono chieste generazioni di arabi increduli. I paria di ieri adesso potevano essere considerati davvero uguali a un musulmano? Come potevano i sottomessi e gli infedeli su cui per secoli si erano potuti riversare le tensioni e il livore sociale, circolare impunemente e senza pagare dazio? Di fatto, gli umiliati e offesi di sempre erano diventati, grazie alle potenze coloniali e all’Illuminismo – con i suoi principi di Libertè, Egalitè, Fraternitè -, uguali e con pari dignità. Il risentimento islamico crebbe con il crescere della sfera d’influenza dei poteri inglese, francese e russo e con la conseguente emancipazione dalla Dhimma: così, la nuova condizione di ebrei e cristiani venne percepita vieppiù dai musulmani come intollerabile protervia.
  Ci furono eccezioni. I due paesi che maggiormente recepirono le Riforme (Tanzimat), furono l’Egitto e l’Iraq dove fu possibile fondare collegi rabbinici, giornali e stamperie per lettori di religione ebraica. E si andò creando, talvolta, una feconda interazione col tessuto socio-culturale arabo più aperto.
  Ricordiamolo: negli anni Quaranta, gli ebrei a Bagdad sono una presenza prospera, radicata, numerosa, 120.000 persone, un quarto della popolazione cittadina. La Bagdad ebraica è al passo con i tempi, vanta una élite culturale prestigiosa e all’avanguardia, il milieu intellettuale ebraico brulica di proposte e stimoli europei. Poi giunge il Farhud. Kedourie fugge a Londra nel 1947. Ha 22 anni, è un fuoriclasse, quell’esperienza così terribile si riflette anche in questo libro sul Nazionalismo e in generale sul suo percorso di studi e sui suoi interessi culturali.

(LINKIESTA, 16 febbraio 2022)

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