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Notizie 1-15 febbraio 2024


7 ottobre – Mieli: Abbiamo finanziato il terrore con gli occhi bendati

“Mi sento come un sasso rotolato fin qui dalla guerra”, racconta la giornalista ed ex parlamentare Fiamma Nirenstein presentando il suo ultimo libro 7 ottobre 2023. Israele brucia (ed. Giubilei Regnani) davanti alla platea del Maxxi di Roma. All’ingresso della struttura un piccolo gruppo di persone brandisce cartelli in cui si leggono frasi come “Free Palestine” e “Stop genocide”, slogan spesso ricorrenti nelle piazze italiane della contestazione contro Israele e talvolta anche in più elevati contesti. La sala è comunque gremita. “Il 7 ottobre abbiamo visto il ripresentarsi della Shoah. Non è una questione di numeri, ma di fatti: è stata una esibizione in cinemascope di quella che può essere la crudeltà umana, la volontà di sterminio degli ebrei, l’attacco all’Occidente”, sottolinea Nirenstein. “È stata inoltre una chiara rappresentazione di ciò che ci è stato promesso in quanto ebrei. Il 7 ottobre abbiamo scoperto che ‘never again’ era una favola”.
  Accanto a Nirenstein siedono la presidente Ucei Noemi Di Segni e i giornalisti Giuliano Ferrara e Paolo Mieli, moderati dall’editore Francesco Giubilei. “In Italia, come purtroppo avevamo previsto, la fortissima comprensione verso Israele è durata 72 ore. Se l’ebreo è morto allora ‘viva l’ebreo’, il problema è quando l’ebreo si difende”, ha accusato Ferrara, che è stato tra i promotori della prima manifestazione di solidarietà allo Stato ebraico, svoltasi sotto l’Arco di Tito a Roma poche ore dopo il massacro. Secondo l’ex direttore del Foglio, dichiarando guerra ad Hamas, impostando il conflitto nel modo in cui si sta svolgendo, “il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto quello che avrebbero fatto anche Yitzhak Rabin, Golda Meir e qualunque altro primo ministro”.
  Ferrara si è poi rammaricato perché il Parlamento italiano, invece di votare una mozione per il cessate il fuoco rivolta a Israele, non ha approvato un provvedimento “che chiede ad Hamas di arrendersi”. Mieli, nell’affermare che “fin quando non sarà restituito l’ultimo degli ostaggi, saremo ancora dentro il 7 ottobre”, ha puntato il dito contro le miopie di un Occidente incapace di leggere gli eventi e che ha foraggiato Hamas senza soluzione di continuità. “Ogni soldo dato a Gaza dal 2005 ad oggi”, ha evidenziato l’editorialista del Corriere della Sera, “è stato utilizzato per costruire delle gallerie armate, con la complicità delle Nazioni Unite: eppure nessuno ha visto niente”. Con l’inevitabile reazione militare per distruggere i vertici dell’organizzazione terroristica, ha poi aggiunto, Israele starebbe praticando il vero “mai più”. Un “mai più all’israeliana”, lontano dai riti istituzionali di alcune iniziative di Memoria “all’europea”.
  Per la presidente Ucei chiedere a Israele il cessate il fuoco come ha fatto la politica italiana è “ingenuo e pericoloso”, anche perché non tiene conto del “dilemma morale che investe ogni israeliano e decisore politico” in ogni singola iniziativa adottata a Gaza. Un tema “che purtroppo non viene colto”, ha osservato con dispiacere. Così come non verrebbe colta “la pericolosità del fondamentalismo islamico anche qui da noi in Italia: forse solo le forze dell’ordine, che non ringrazieremo mai abbastanza, ne hanno cognizione”.
  Altro tema affrontato da Di Segni “la delusione e il dolore” provati nell’ascolto di alcune risoluzioni da parte di organizzazioni internazionali “dalle quali ci si aspetterebbe oggettività e che sono invece appiattite su una tesi”.

(moked, 15 febbraio 2024)

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Giornalista palestinese: «Ecco come Hamas usa i civili come scudi umani»

La giornalista Jehad Saftawi, residente a Gaza, ha dichiarato martedì che l’organizzazione terroristica di Hamas utilizza i civili come scudi umani nella guerra contro Israele.
“I terroristi di Hamas hanno usato la mia famiglia e centinaia di nostri vicini come scudi umani. Hamas continua a tenere prigioniera la popolazione di Gaza”, ha scritto Saftawi su X. “Non si dovrebbe ricostruire la casa della mia famiglia mentre sotto di essa giace una scorta di armi”.
“Gli obiettivi, piuttosto che le cause, sono ciò che sta dietro alle guerre delle menti di Hamas. La ragione per rimuovere Hamas non è quella di alimentare l’escalation, ma di prevenirla, ed è per questo che non dovrebbe mai essere permesso loro di riprendere il controllo di Gaza”, ha continuato a dire. Saftawi ha poi ammesso che è la prima volta in più di 10 anni che “è stato in grado di parlarne pubblicamente”, affermando che si tratta di “un grido di riallineamento per la nostra società palestinese e di un appello alla comunità internazionale”.
In un articolo scritto per la rivista Time, il giornalista palestinese ha esordito dicendo che l’organizzazione terroristica “ha costruito dei tunnel sotto la casa della mia famiglia a Gaza. Ora giace in rovina”. Ha anche dichiarato che sono passati sette anni da quando è fuggito da Gaza, per poi rifugiarsi negli Stati Uniti.
Saftawi ha aggiunto che Gaza è stata “dominata dal caos terroristico” da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia, affermando che l’organizzazione terroristica “ha continuato a normalizzare la violenza e la militarizzazione in ogni aspetto della vita pubblica e privata a Gaza”.

• COME HAMAS REQUISISCE LE CASE PER IL TERRORISMO
  Il giornalista ha descritto come, mentre la casa della sua famiglia era in costruzione, uomini mascherati abbiano costruito una struttura sotterranea sotto l’abitazione, dicendogli che la struttura sarebbe rimasta sigillata a meno che non ci fosse stata un’invasione di terra israeliana. In quel caso la stanza sarebbe stata usata per immagazzinare armi.
“Negli anni successivi la mia famiglia o i vicini hanno sentito di tanto in tanto dei suoni o dei movimenti”, ha scritto Saftawi. “A volte si chiedevano se ci fossero davvero dei tunnel, se fossero attivi. La mia famiglia aveva troppa paura di parlarne con qualcuno, quindi era il nostro segreto. Ci sentivamo vergognosi, anche se sapevamo di essere profondamente contrari a qualsiasi cosa Hamas avesse fatto dall’altra parte di quella lastra di cemento”.
La famiglia di Saftawi è stata evacuata a sud poco dopo il 7 ottobre e da allora la sua casa e il suo quartiere sono stati trasformati in rovine.
“Forse non saprò mai se la casa è stata distrutta dagli attacchi israeliani o dai combattimenti tra Hamas e Israele. Ma il risultato è lo stesso. La nostra casa, e troppe altre della nostra comunità, sono state rase al suolo insieme a storia e ricordi inestimabili”, ha scritto il giornalista.
“Questa è l’eredità di Hamas. Hanno iniziato a distruggere la casa della mia famiglia nel 2013, quando hanno costruito dei tunnel sotto di essa. Hanno continuato a minacciare la nostra sicurezza per un decennio – abbiamo sempre saputo che avremmo potuto essere costretti a sgomberare in un momento. Abbiamo sempre temuto la violenza. I gazesi meritano un vero governo palestinese, che sostenga gli interessi dei suoi cittadini, non i terroristi che portano avanti i loro piani. Hamas non sta combattendo contro Israele. Sta distruggendo Gaza”, ha concluso Saftawi.
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Dal Jerusalem Post

(Rights Reporter, 15 febbraio 2024)

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Una nuova tratta, Israele ed Emirati bypassano il Mar Rosso e gli Houthi via terra

di David Fiorentini

La sostanziale riduzione del traffico marittimo attraverso il Mar Rosso, causata dai continui attacchi degli Houthi, ha spinto le aziende israeliane a sviluppare un’altra rotta che possa bypassare lo Yemen.
Le prime a esplorare questa possibilità sono state Mentfield Logistics e Trucknet, che in collaborazione con i porti di Dubai e Manama, sono riuscite a trasportare le merci via terra, attraversando l’Arabia Saudita e la Giordania fino in Israele.
Per evitare di destare sospetti ai controlli sauditi, che ancora non hanno normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico, i prodotti sono etichettati come diretti alla loro tappa intermedia in Giordania, prima di essere caricati in altri camion verso il porto di Haifa.
   Una soluzione che potrebbe ridurre notevolmente i costi di spedizione, impennati notevolmente dopo che gran parte delle navi cargo sono state costrette a circumnavigare l’Africa. Rispetto al passaggio da Capo di Buona Speranza, “la rotta via terra risparmia circa 20 giorni, sui 50-60 previsti” spiega Omer Izhari, CEO di Mentfield Logistics.
   Collegando il Golfo Persico al Mar Mediterraneo, la nuova tratta potrebbe svoltare gli equilibri economici della regione, offrendo numerose opportunità al sicuro dell’influenza degli Houthi e dell’Iran.
   Contemporaneamente, anche lo Stato di Israele si è attivato per sondare ulteriori passaggi, con il ministro dei Trasporti Miri Regev che durante la sua visita in India e Sri Lanka ha firmato un accordo sull’aviazione civile, ipotizzando un ponte aereo dal subcontinente alle porte dell’Europa.

(Shalom, 15 febbraio 2024)

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Scontro tra l’ambasciata israeliana in Santa sede e il Vaticano: “Deplorevole dichiarazione del cardinale Parolin sulla risposta di Israele a Gaza”

Nella nota l’ambasciatore scrive anche: “Cittadini di Gaza hanno partecipato attivamente all’invasione del 7 ottobre”. Sorpresa Oltretevere. Vatican News sottolinea la sintonia tra le parole del porporato e quelle di Edith Bruck

di Iacopo Scaramuzzi

Quando a sera esce dalla basilica di Santa Sabina sull’Aventino non ha voglia di commentare. A conclusione del mercoledì delle ceneri presieduto da papa Francesco il cardinale Pietro Parolin si infila in auto e taglia corto: «Non ho letto le dichiarazioni». Il tono è quaresimale. Appena un paio d’ore prima l’ambasciata di Israele presso la Santa Sede, guidata da Raphael Schutz, sferrava contro il Segretario di Stato vaticano una critica particolarmente irruenta delle sue parole del giorno prima («deplorevoli»). E dire che proprio lui, Parolin, in questi mesi ha cesellato una posizione di delicatissimo equilibrio tra la condanna dell’attacco «disumano» di Hamas il 7 ottobre e la protesta per i bombardamenti israeliani a Gaza.

• Una reazione sproporzionata
  All’origine dell’attacco dell’ambasciata israeliana ci sono le parole pronunciate dal cardinale all’uscita del bilaterale con l’Italia per l’anniversario dei Patti lateranensi, martedì sera. Il porporato veneto sottolinea la sintonia con Sergio Mattarella e il governo di Giorgia Meloni e i cronisti gli domandano delle dichiarazioni del giorno del ministro degli Esteri Tajani sulla reazione «sproporzionata» di Israele. Parolin espone la posizione assodata della Santa Sede: «Da una parte – dice – una condanna netta e senza riserve di quanto avvenuto il 7 ottobre, e qui lo ribadisco, una condanna netta e senza riserve di ogni tipo di antisemitismo, ma nello stesso tempo anche una richiesta perché il diritto alla difesa di Israele che è stato invocato per giustificare questa operazione sia proporzionato e certamente con 30 mila morti non lo è». Parolin cita Sant’Agostino per spiegare che «tutti siamo sdegnati per quanto sta succedendo, per questa carneficina, ma dobbiamo avere il coraggio di andare avanti e di non perdere la speranza».

• Le accuse di Israele
  È questa dichiarazione a essere bollata come «deplorevole» dall’ambasciata di Israele nel pomeriggio di ieri, mentre Parolin sale all’Aventino. In una nota durissima si legge che «giudicare la legittimità di una guerra senza tenere conto di tutte le circostanze e dati rilevanti porta inevitabilmente a conclusioni errate». La rappresentanza diplomatica puntualizza che i civili di Gaza hanno «partecipato attivamente all’invasione non provocata del 7 ottobre», sostiene che «la responsabilità della morte e della distruzione a Gaza» è «di Hamas e solo di Hamas», rivendica che le operazioni dell’esercito israeliano «si svolgono nel pieno rispetto del diritto internazionale» e sottolinea che rispetto agli interventi militari occidentali in Siria, Iraq e Afghanistan che hanno provocato la morte di «9 o 10 civili per ogni terrorista», a Gaza la proporzione è uno a tre.

• Quella sintonia con Edith Bruck
  Oltretevere si respira un’aria di sorpresa per un attacco di inusitata veemenza contro il primo ministro del Papa, che peraltro ha espresso una posizione che collima con quella dell’Italia e di numerose altre cancellerie. Praticamente negli stessi minuti in cui l’ambasciata israeliana dirama la sua nota, su Vatican News il direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli, rilancia le parole di Parolin per spiegare che “per la Santa Sede la scelta di campo è sempre quella per le vittime. E dunque per gli israeliani massacrati in casa nei kibbutz mentre si accingevano a celebrare il giorno della Simchat Torah, per gli ostaggi strappati alle loro famiglie, come per i civili innocenti – un terzo dei quali bambini – uccisi dai bombardamenti a Gaza”. La posizione di Parolin, nota Tornielli, è simile a quella della scrittrice ebrea Edith Bruck. Ma ci vorrà tempo perché Israele e Santa Sede tornino a confrontarsi con serenità.

(la Repubblica, 14 febbraio 2024)


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Il rabbino Di Segni: “Basta diffamare. Slogan e luoghi comuni ignorano i fatti”

di Riccardo Di Segni

Caro Direttore, in momenti di crisi come questo si cita molto la frase, un po’ retorica ma molto consolatoria, che nei rovesci della sorte e nei problemi bisogna cogliere delle opportunità. Effettivamente un’opportunità ci sarebbe: resistere alla seduzione dei luoghi comuni, non seguire le idee, gli slogan e le ideologie appiattite alla moda. Sviluppare un senso critico. Cosa a cui dovrebbe educarci la scuola ma non so fino a che punto ci riesce. Una sfida che non molti raccolgono perché è certamente più comodo affogare nel trend generale. In questi giorni, tra le tante cose accadute, c’è stata una polemica intorno al Festival di Sanremo e la Rai. Qualcuno ha protestato perché è stato consentito a un cantante di parlare di “genocidio”, con un evidente riferimento a Gaza. Il problema non era che lui ne parlasse, ma che non vi fosse alcun contraddittorio e che le sue parole passassero come un messaggio di pace. Che invece di pace non è, è un linguaggio improprio, schierato, che sotto l’apparenza della misericordia e della condanna della guerra mescola le carte in tavola, sovverte la Storia. Contro chi ha protestato è stato evocato il diritto della libera parola, specialmente se si tratta di artisti, come se gli artisti avessero più diritti degli altri.
   Certo che ci deve essere il diritto di parola. Ma l’ente pubblico pagato con le nostre tasse dovrebbero garantirlo a tutti. E quanto alla parola, chi la dice e chi l’ascolta, dovrebbe soppesarne la qualità. In una canzone non si possono fare ragionamenti filosofici, ma frasi come “ma qual è casa tua, ma qual è casa mia. Dal cielo è uguale, giuro” che hanno meritato la citazione del cardinale Ravasi su X, usando un po’ di quello spirito critico di cui si parlava prima, sembrerebbero proprio banali. Un giornalista, lodando la citazione cardinalizia, ha scritto che spesso esponenti della Chiesa sanno essere più liberali e moderni dei burocrati di Stato. È proprio qui il problema: siamo veramente sicuri che sia libertà la diffamazione senza diritto di replica e che certi concettini siano moderni?
   Mi chiedo spesso, tanto più in questi ultimi mesi, da osservatore esterno e rispettoso, che però si trova coinvolto in questioni di relazioni interreligiose, quali siano le linee che guidano le posizioni prevalenti nella Chiesa Cattolica, in particolare nel conflitto di Gaza. C’è stato un continuo di dichiarazioni e di gesti dei massimi vertici e dall’altra parte una dinamica di appelli, proteste, polemiche, con conseguenti piccoli ritocchi e precisazioni. Ad esempio, a novembre c’è stata una lettera al Papa firmata da 400 esponenti religiosi ebraici, in cui gli si chiedeva una netta condanna del massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, una condanna di coloro che negano il diritto di Israele ad esistere e difendersi, con una chiara distinzione tra il pogrom e l’autodifesa. La risposta si è fatta attendere, è arrivata il 2 febbraio, e accanto a una ferma condanna dell’antisemitismo ha omesso qualsiasi riferimento diretto a Hamas. Parlando del processo di pace ha scritto che “il maligno, utilizzando mezzi diversi, è riuscito a bloccarlo”. L’antisemitismo è un “peccato contro Dio”, ma come si esprime l’antisemitismo oggi? E chi è il “maligno”? Qui è un’espressione teologica che copre l’imbarazzo politico di chiamare le cose come stanno, quale che sia il vero pensiero.
   Temo che nei ripetuti appelli della Chiesa alla pace, nella condanna della violenza di entrambe le parti che equipara tutti, nella condanna della reazione israeliana quale che fosse, già dall’indomani del 7 ottobre, vi sia l’espressione di un pensiero da una parte giustamente preoccupato, ma dall’altra un uso di luoghi comuni facilmente condivisibili che raccolgono ampi consensi, tuttavia lontani dalla realtà dei fatti. Davanti ai drammi e le sofferenze di tutti, lo spirito critico dovrebbe guidarci nel valutare cosa nascondono slogan e proclami, dove c’è una reale volontà di pace, e come poter essere insieme costruttori di pace.

(la Repubblica, 15 febbraio 2024)

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L’IDF pubblica un video di Sinwar in un tunnel sotto Khan Younis

di Michelle Zarfati

L’IDF ha pubblicato martedì sera un video che mostra il leader di Hamas Yahya Sinwar nella Striscia di Gaza mentre scappa attraverso un tunnel sotto Khan Younis con sua moglie e i suoi figli. Il video, ottenuto da una telecamera di sorveglianza, è datato 10 ottobre. Dall’inizio dell’operazione di terra a Gaza, l’IDF ha ottenuto diversi video del leader dell’organizzazione terroristica a Gaza, in cui viene ripreso all’interno dei tunnel costruiti da Hamas.
   Mentre la delegazione israeliana affronta al Cairo le questioni riguardanti la negoziazione per il rilascio degli ostaggi e per un cessate il fuoco temporaneo a Gaza, l’establishment della sicurezza dell’IDF ritiene che il rilascio del video di Sinwar aumenterà la pressione su Hamas. Nelle ore precedenti alla diffusione della registrazione ha avuto luogo una lunga discussione circa il rilasciare o meno il video.
   La questione avrebbe persino raggiunto la scrivania del primo ministro Benjamin Netanyahu – che avrebbe poi approvato il rilascio.
   Nel video, Sinwar non sembra essere ferito, come riportavano invece alcune fonti.
   Il portavoce dell’IDF Daniel Hagari ha rivelato che l’IDF avrebbe arrestato a Khan Younis i parenti degli alti funzionari di Hamas, compresi quelli dell’entourage di Sinwar. Hagari ha presentato la documentazione riguardante i tunnel sotto Khan Younis, che secondo l’IDF farebbero parte di una “rete di tunnel sotterranei ramificati di decine di chilometri”. Nel video Sinwar appare accompagnato da una donna e da alcuni bambini. “Siamo giunti al complesso dove Sinwar era nascosto. Mentre era al sicuro nei tunnel, sopra di lui si stava combattendo duramente. Lui era sotto al tunnel con soldi e cibo” ha detto Hagari.
   Negli ultimi giorni, i rapporti israeliani hanno confermato che Sinwar sia stato estromesso dalla leadership di Hamas, fuori dalla Striscia di Gaza. Questo indica che non avrebbe partecipato alla scrittura della proposta che l’organizzazione terroristica ha presentato ai mediatori in merito all’accordo circa il rilascio degli ostaggi.
   Sinwar, secondo alti funzionari israeliani starebbe correndo “da un tunnel all’altro tutto il tempo come un topo. È terrorizzato e si sposta in continuazione”. Questa non è la prima volta che l’operazione di terra dell’IDF nella Striscia di Gaza ha portato all’ottenimento di materiali di intelligence su alti funzionari di Hamas.

(Shalom, 14 febbraio 2024)

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Gaza, la sorella del capo di Hamas curata in un ospedale israeliano

Ha dato alla luce un bambino prematuro nell’ospedale di Beer Sheva

GERUSALEMME. La sorella di Ismail Hanyieh, il capo politico di Hamas, è stata curata da poco in un ospedale israeliano. Secondo quanto riferisce il Jerusalem Post, la donna sarebbe stata ricoverata nei giorni scorsi all'ospedale Soroka a Beer Sheva, nel sud di Israele, per una gravidanza a rischio. La donna ha dato alla luce un bambino prematuro, ricevendo cure salvavita. Un altro familiare di Ismail Hanyieh è stato ricoverato nel 2021 all'Ichilov, struttura ospedaliera di Tel Aviv.
   Il leader di Hamas, che vive a Doha ed è considerato uno degli uomini più ricchi dell'area, ha tredici figli, due fratelli e otto sorelle, tre delle quali sono sposate a cittadini israeliani, beduini del Neghev, e vivono a Tel Sheva. Questi fanno parte di una delle più rispettate famiglie beduine, Abu Rakik.
   Le tre sorelle di Hanyieh, non hanno cittadinanza Israeliana ma hanno il documento dei palestinesi residenti in Israele. La loro vita a Tel Sheva è sempre stata con profilo basso e riservato, evitando qualsiasi contatto con la stampa, rinunciando anche a festeggiare la nomina del fratello a primo ministro palestinese nel 2006 e poi leader di Hamas nel 2017.
   Nel 2004, il capo di Hamas a Gaza, Yaya Sinwar, era recluso nelle carceri israeliane e, a seguito di problemi fisici, fu sottoposto a controlli medici che rivelarono la presenza di un tumore al cervello, che fu operato dai dottori del paese ebraico, salvandogli la vita. Sinwar è considerato la mente del massacro del sette ottobre.

(La Stampa, 14 febbraio 2024)

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C'è un errore su Gaza: il cessate il fuoco

di Mario Sechi

Il Parlamento italiano ha deciso che nella guerra tra Israele e Hamas è giunto il momento di un “cessate il fuoco”. La sintesi politica è questa: il Partito democratico ha presentato una mozione che è passata con il voto di Dem, Cinque Stelle e l’astensione del centrodestra. Il passaggio politico è stato siglato con un’intesa tra Giorgia Meloni e Elly Schlein, preceduto dalle dichiarazioni da “colomba” del ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il premier e il segretario del Pd hanno messo il sigillo su una posizione (che dovrebbe basarsi su dei principi non negoziabili, immagino) che ha come centro di gravità la salvaguardia dei civili a Gaza e Rafah. L’iniziativa va inserita nello scenario di un pressing diplomatico, guidato dall’amministrazione Biden, sul governo israeliano e il suo primo ministro, Benjamin Netanyahu. È una linea “onusiana” che tende automaticamente a rimuovere la strage del 7 ottobre (e non a caso l’Onu fatica a ricordarla nei documenti ufficiali, perché è l’elemento scatenante della guerra), mette le belve di Hamas tra parentesi e si avventura in pericolose teorie sul “genocidio” dei palestinesi, una tesi vergognosa sul piano storico e del diritto. A questo punto, bisogna chiedersi se sia davvero questa la via per “vincere la pace”, perché la storia è una foresta di pugnali, di nobili intenzioni che poi si rivelano tragici errori. E temo che il governo, la maggioranza, non abbiano pensato alle inattese conseguenze di una scelta che apre la porta come minimo del “giustificazionismo” ai nemici di Israele.
   Il rischio è quello di una nuova sindrome di Monaco. Cercare un “accomodamento” con il nemico, l’Idra dalle molte teste che sibila morte all’Occidente. Con un nemico letale, che in maniera esplicita programma e attua il genocidio del popolo ebraico (questo è successo il 7 ottobre), non ci sono possibilità di negoziato, Hamas deve essere eliminato. Questo è lo scopo della guerra.
   Voltarsi indietro aiuta a capire. Non c’è peggior errore di una guerra non finita. O conclusa (male) con le premesse per innescarne un’altra ancora più grande. Non andrò indietro fino alle lezioni della rivalità tra Atene e Sparta, il Novecento e questi primi vent’anni del Duemila sono un memento. Un libro di ricordi prezioso e inquietante.
   La storia è un pendolo di conflitti irrisolti: negli anni Novanta George Herbert Walker Bush non finì la guerra in Iraq contro Saddam (1990-1991), il conto con Baghdad rimase in sospeso e George Walker Bush (il figlio) dopo l’attacco alle Torri Gemelle (2001) invase l’Afghanistan (2001) tentando di porre le basi per un avamposto dell’Occidente in Medio Oriente con l’invasione dell’Iraq (2003). È una storia che arriva fino a oggi, con la tragica decisione di Joe Biden di ritirarsi dall’Afghanistan (2021, una ritirata che ha incoraggiato la Russia e la Cina), fino alla richiesta di questi giorni del governo iracheno di far partire le ultime truppe americane rimaste. E poi? Il vuoto, l’incognita dell’Iran che muove i fili delle milizie sciite in Iraq e muove i fili contro Israele. Ieri e oggi, un altro capitolo del romanzo su cui gli Stati Uniti non hanno messo il punto. A Washington furono colti di sorpresa dalla rivoluzione khomeinista (1978-1979), Jimmy Carter rovinò la presidenza con la crisi degli ostaggi (1979-1981), gli Stati Uniti provarono a piegare Teheran con le sanzioni, mentre Ronald Reagan era impegnato a far cadere il Muro di Berlino (1989) e domare l’Unione Sovietica fino alla sua dissoluzione (1991). Risultato, l’Iran oggi è l’officina di tutte le guerre: produce droni per la Russia nella guerra in Ucraina, muove Hezbollah, protegge Hamas, supporta i guerriglieri dello Yemen, alimenta la crisi del Mar Rosso. Il bersaglio siamo noi.
   La storia è maestra inascoltata, le guerre vanno combattute fino in fondo. La Prima guerra mondiale fu il detonatore della Seconda, ne vide il bagliore in lontananza John Maynard Keynes che con profetica lucidità spiegò le conseguenze economiche della pace, perché la Germania avrebbe ricostruito e mosso di nuovo il suo esercito contro i vincitori dell’epoca. E fu lo sterminio, fu la Shoah, fu una guerra che non ha più testimoni in grado di risvegliare le coscienze. Stiamo scivolando al “se questo è un uomo” pensando che sia fiction e altro da noi. E non è “colpa degli ebrei”, frase che schiude la pianta carnivora dell’antisemitismo. È colpa nostra, perché non abbiamo chiuso bene le guerre, come avevano fatto Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Josif Stalin. Berlino non cadde con il negoziato, ma con la guerra degli Alleati. Il Giappone fu piegato dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. I conflitti sono orribili, in un mondo che si è illuso di poter cancellare il sacrificio e la morte, è tornato il Novecento di ferro e fuoco. E non sarà un voto in un Parlamento che cerca una pace in guanti bianchi a cancellare la realtà.

Libero, 14 febbraio 2024)

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La necessità di andare fino in fondo

di Niram Ferretti

Il coro è unanime e salmodia a voce univoca la parola “catastrofe”, una delle più gettonate dopo quella che non teme rivali, “genocidio”.
La catastrofe sarebbe quella che avrebbe luogo se Israele attaccasse Rafah, definitivo avamposto di Hamas ai confini con l’Egitto. Lì si trovano adunati gli ultimi battaglioni dell’organizzazione terrorista salafita, lì, con molte probabilità, c’è la parte più cospicua degli ostaggi ancora nelle loro mani, lì c’è l’alto addensamento umano degli sfollati. E sono loro, naturalmente, che preoccupano i genuini e frementi tutori dei diritti umani, i vari Borrell, Lazzarini, Parolin, altri, tutti preoccupati per la loro sorte.
Anche Hamas si preoccupa, come è noto ha sempre avuto una cura particolare per la propria popolazione e dunque sollecita il Sudafrica a ricorrere di nuovo alla Corte dell’Aia, perché intervenga contro il genocida. Va fermato, prima che continui nell’opera già attuata, il genocidio in corso a Gaza, dove, dopo quattro mesi, sarebbero morte trentamila persone di cui però diecimila andrebbero computati come jihadisti, quindi, sottraendoli, i morti sarebbero ventimila su due milioni e trecentomila abitanti della Striscia, neanche l’un percento. L’importante, tuttavia, è costruire una realtà parallela, è lo scopo primario della propaganda, dove, insieme a genocidi inesistenti convivono l’apartheid e la terra palestinese, mi raccomando, palestinese, che gli ebrei hanno rubato ai legittimi possessori.
In un recente articolo apparso su TabletEdward Luttwak analizza l’efficacia inesorabile della macchina militare israeliana a Gaza:

    “Indipendentemente da ciò che accadrà da ora in poi, i combattimenti a Gaza fino ad oggi sono stati un’eccezionale impresa militare. Una stima prudente – la più bassa che abbia visto – è che circa 10.000 combattenti di Hamas sono stati uccisi o resi disabili terminali, insieme a un numero identico di feriti che potrebbero o forse no combattere di nuovo in futuro. Il sensazionale rapporto di 1 a 50, o abbastanza prossimo, raggiunto dall’IDF nella lotta contro Hamas a Gaza è ancora più eccezionale per ragioni che né gli americani ufficiali né gli israeliani ufficiali si preoccupano di menzionare, anche se per ragioni diverse”.

Nessuno che sia dotato di senso della realtà e dunque sappia applicare il raziocinio in misura adeguata, è  messo nelle condizioni di non capire che a fronte dei mezzi militari e umani dell’IDF, Hamas non può avere scampo. Il primo a saperlo è Hamas stesso. Da questa consapevolezza si origina il tentativo forsennato di bloccare politicamente l’offensiva israeliana, muovendo le piazze, muovendo l’ONU,  muovendo la UE, muovendo paesi amici come il Sudafrica, muovendo alleati e simpatizzanti anche dentro il Dipartimento di Stato americano.
Il cessate il fuoco invocato a destra e manca è il salvacondotto di cui Hamas ha disperatamente bisogno per inceppare la guerra e fare sì che Israele, una volta interrotta, non possa più riprenderla. Le trattative sugli ostaggi rientrano in questa strategia, anche se finora le richieste di Hamas a Israele sono state così iperboliche da dovere essere respinte.
Il tempo scorre, è infatti, come in tutte le guerre, una questione di tempo.
A Mosul, nel 2017 l’assedio della città irachena dove si era asserragliato l’ISIS, durò nove mesi e costò secondo stime non ufficiali, tra i trenta e i quarantamila morti tra i civili, (nessuno profferì una sola volta la parola genocidio), ma a Mosul non c’erano ottocento chilometri di cunicoli e non c’era un addensamento umano come a Gaza.
Dopo quattro mesi, l’IDF, nelle condizioni date, ovvero tenendo conto del contesto operativo e delle limitazioni imposte, è avanzata spettacolarmente, con meno di trecento caduti a fronte di diecimila jihadisti uccisi. Ci vuole poco a comprendere chi sta vincendo e chi sta perdendo, anche se, la vittoria, è solo nel finale, ed è quella che molti, troppi non vogliono, tra cui anche gli Stati Uniti. Darebbe a Israele troppo lustro e autonomia, rafforzerebbe il governo in carica e dunque Netanyahu, quindi poco respiro avrebbe un futuro e fantomatico Stato palestinese imposto a spese della sicurezza di Israele e morirebbe in culla una coalizione jihadista a governo della Striscia. I progetti dell’Amministrazione Obama, pardon, Biden, sarebbero ridotti in trucioli.
A Benjamin Netanyahu tutto questo è assai chiaro, come gli è chiaro che a Rafah occorre entrare se davvero vuole vincere e “riparare” alla tragedia immane del 7 ottobre scorso.

(L'informale, 14 febbraio 2024)

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Salvare gli ostaggi

di Rav Somekh

Mentre prosegue nella Striscia di Gaza la controffensiva israeliana sempre più a sud verso il confine egiziano, si intensificano le pressioni internazionali affinché il governo di Benjamin Netanyahu si pieghi a una richiesta di cessate il fuoco definitivo. I palestinesi offrirebbero la liberazione degli ostaggi tuttora in mano di Hamas in cambio del ritiro totale delle forze militari dall’area e il rilascio di un numero spropositato di terroristi attualmente detenuti nelle carceri israeliane per crimini anche molto gravi. Ciò pone un dilemma: cedere per salvare gli ostaggi o preferire la sicurezza dello Stato? Molte considerazioni che seguono sono tratte dal saggio intitolato “Mishnat Chassidim: Minaccia collettiva e sopravvivenza individuale” che pubblicai nel 5778-2018 sul n. 12 della rivista “Segulat Israel”, al quale rimando senz’altro per le fonti e gli approfondimenti.
   Del Pidyon Shevuyim Maimonide scrive che “ha la precedenza sulla beneficenza ai poveri e sull’obbligo di dar loro da vestire. Non c’è Mitzwah più grande che riscattare i prigionieri” (Mishneh Torah, Hilkhot Mattenot ‘Aniyim 8, 10-11). Con tutto ciò la Mishnah (Ghittin 4, 6) stabilisce che “i prigionieri non possono essere riscattati oltre il loro valore, per il bene del mondo (mi-ppenè tiqqun ha-’olam)”. Il Talmud spiega questa disposizione con l’esigenza di non incoraggiare i nemici a perpetrare il crimine per l’avvenire, sapendo di poter contare sulla disponibilità economica degli ebrei. È nota la storia di R. Meir di Rothenburg (fine XIII secolo), che proibì ai suoi discepoli di riscattarlo e finì i suoi giorni in prigionia. Va notato, peraltro, che queste fonti si riferiscono a rapimenti a scopo di estorsione, casi lontani dalla situazione attuale relativa agli ostaggi.
   Il Talmud Yerushalmì, Terumot, 8, scrive: “Se un gruppo di viandanti (ebrei) si imbatte negli stranieri che dicono loro: ‘Consegnateci uno di voi e lo uccideremo, altrimenti vi uccidiamo tutti’, si lascino uccidere tutti ma non consegnino un’anima in Israel”. Il principio halakhico è che non si sacrifica un’anima al posto di un’altra (eyn dochin nefesh mi-penè nefesh) e pertanto non abbiamo il diritto di consegnare qualcun altro per salvare noi stessi. La ragione è ben espressa dal detto talmudico: “Forse che il tuo sangue è più rosso del suo?” (Pessachim 25b, Sanhedrin 74a). Lo scopo di questa resistenza è anche dimostrare che ogni singola vita ebraica ha per noi importanza e siamo pronti a combattere per essa. “Se però (gli stranieri) hanno indicato per nome uno degli ebrei come era accaduto con Sheva’ ben Bikhrì e abbiano detto: ‘Consegnateci il tale, altrimenti vi uccideremo tutti’, in questo caso è permesso consegnare la persona indicata per salvare le altre”. Dal momento che il soggetto designato è destinato a morire comunque, qui non si sacrifica più un’anima per un’altra. Lungi dall’essere una consegna forzata, lo si convince a farsi avanti per risparmiare la vita di tutti gli altri. Non solo. L’episodio cui il Talmud si riferisce è narrato in 2 Shemuel, 20: Sheva’ ben Bikhrì era passibile di morte per essersi ribellato contro il re David e si era barricato entro le mura di Avèl Bet Ma’akhah. Quando Yoav generale del re mise l’assedio alla città si fece avanti una “donna saggia” nell’intento di trattare con lui la liberazione. Yoav le spiegò di essere alla ricerca di Sheva’ in quanto “aveva levato la sua mano contro il re”. La donna fece uccidere Sheva’ dagli abitanti della città, ne consegnò la testa a Yoav e l’assedio fu tolto.
   Neanche questa fonte è sufficiente per dirimere il nostro interrogativo. A differenza di Sheva’ ben Bikhrì i nostri ostaggi odierni non hanno commesso nessun crimine da espiare con la pena capitale. D’altronde non si tratta di consegnarli: essi si trovano già nelle mani di Hamas. Forse possiamo confrontarci con un altro famoso brano, tratto questa volta dal Talmud Bavlì: “Due individui sono in viaggio e uno dei due è provvisto di una borraccia d’acqua: se bevono entrambi muoiono, mentre se beve uno solo dei due ha la possibilità di raggiungere l’abitato più vicino. Ben Petorà interpretava che è meglio che entrambi bevano e muoiano piuttosto che uno debba assistere alla morte dell’altro. Finché giunse R. ‘Aqivà e insegnò: ‘La vita di tuo fratello è con te (ma non più di te)’ (Wayqrà 25, 36): la tua vita ha la precedenza su quella di tuo fratello” (Bavà Metzi’à 62a). Anche in questo caso la controversia riguarda la sopravvivenza individuale a fronte della morte collettiva, ma la Halakhah è stata stabilita secondo R. ‘Aqivà. Qual è la ragione della differenza? “L’apparente contraddizione può essere risolta facendo una distinzione fra consegna attiva (chiyuv o ma’asseh) e consegna passiva (shelilah o meni’ah). Se si segue la logica di R. ‘Aqivà e non si passa la borraccia dell’acqua al compagno, la morte di quest’ultimo è semplicemente la conseguenza passiva di un’azione mancata. All’opposto consegnare un’anima ebraica agli assassini è provocarne attivamente la morte. Ecco perché in quest’ultimo caso il principio per cui ‘la tua vita ha la precedenza’ non vale. È meglio morire piuttosto che consegnare alla morte il proprio fratello” (Rav M.A. Amiel, “Ethics and Legality in Jewish Law”, Amiel Library, Gerusalemme, 1992, p. 67 – ingl.).
   A proposito del principio “Non si sacrifica una vita al posto di un’altra” si può citare il caso di Entebbe. Il 4 luglio 1976 l’esercito israeliano intervenne con la forza a salvare gli ostaggi di un volo dirottato da terroristi che avevano condizionato la loro liberazione al rilascio di detenuti pericolosi per la sicurezza internazionale. La vicenda pose almeno due ordini di problemi:
  1. è lecito aderire alla richiesta di scarcerare dei terroristi per non mettere a repentaglio le vite di ostaggi innocenti?
  2. è lecito mettere a repentaglio le vite dei soldati al posto di quelle degli ostaggi?
R. ‘Ovadyah Yossef, allora Rabbino Capo sefardita dello Stato d’Israele, rispose ad entrambe le domande in senso affermativo, invocando il medesimo principio: si ha l’obbligo di mettere a rischio eventuale la propria vita per salvare altri da morte certa. Ciò comporta il permesso di liberare terroristi che in futuro potrebbero attentare a vite umane a fronte dell’imminente esecuzione degli ostaggi. Quanto all’azione dell’esercito, si è esenti dall’intervenire in aiuto della vita altrui solo se il rischio della propria è significativo. In caso contrario esiste l’obbligo di farlo.
   Si può obiettare anche a questo proposito che la situazione oggi è cambiata sotto almeno tre aspetti.
  1. Le fonti antiche si riferiscono per lo più a episodi localizzati, senza una ricaduta sull’intero popolo ebraico.
  2. Oggi c’è una guerra in corso. Le operazioni militari a Gaza non hanno solo lo scopo di liberare gli ostaggi e di punire i responsabili del loro sequestro, ma anche esercitare un’azione deterrente e soprattutto impedire che gli attacchi continuino e si ripetano in futuro.
  3. Il punto a mio avviso giuridicamente più rilevante è però il seguente: non abbiamo alcuna garanzia dello stato di salute degli ostaggi, possiamo ancora ritenerli be-chezqat chayyim (“nella presunzione halakhica di vitalità”)? Pur augurandoci che siano ancora vivi, provati da oltre quattro mesi di quel tipo di prigionia potrebbero trovarsi ridotti allo status halakhico di terefah (“malato terminale”), o meglio di gosses bidè adam (“agonizzante per colpa dell’uomo”). Se in altre condizioni la Mishnah (Yomà 8, 7) stabilisce che per salvare chi è finito sotto le macerie si scava di Shabbat anche se la speranza di ritrovarlo in vita è estremamente tenue e se sopravvivrà pochi istanti soltanto, nel nostro caso si pone la domanda se la salvaguardia dell’intera popolazione non diventi una priorità rispetto al salvataggio di queste persone a ogni costo.
   Sulla base di un episodio occorso a ‘Ullà (Nedarim 22a) una serie di Maestri stabilisce che è permesso a un gruppo di ebrei aggredito da un nemico sanguinario sacrificare uno di loro che sia una terefah piuttosto che venire uccisi (Meirì a Sanhedrin 72b; Minchat Chinnukh, prec. 296; cfr. anche Tif’eret Israel a Mishnah Yomà 8). Ma non tutti sono d’accordo. R. Yechezqel Landau (Praga, sec. XVII) scrive testualmente: “Non si è mai sentito che sia permesso sacrificare una terefah per salvare la vita di un individuo shalem” (“in salute”; Resp. Nodà bi-Yhudah, Mahadurà Tinyanà, Choshen Mishpat n. 59)!
   Qui mi fermo: non spetta a me andare oltre una semplice presentazione dei dati principali del dilemma. Che H. ispiri nei governanti la giusta decisione! Mi limito solo a due raccomandazioni. La prima è legata alla Mitzwah del Qiddush ha-Shem (“santificazione del Nome”). Che la linea intrapresa, quale che sia, non sia fonte di ulteriori divisioni nella nostra compagine. Eviteremo il gioco dei nostri nemici i quali, spingendoci all’odio reciproco e alla lite, mettono a repentaglio di proposito l’unità della comunità ebraica. E soprattutto ricordiamoci che ciascun essere umano è stato creato a immagine divina e pertanto ogni singola personalità è dotata di valore infinito.. La somma di più infiniti non può essere maggiore di un solo infinito. Il popolo ebraico non è mai la semplice somma aritmetica dei suoi membri presi indipendentemente l’uno dall’altro, bensì è un organismo in cui ciascuno è indispensabile. Per l’avvenire auspichiamo solo buone notizie!

(moked, 12 febbraio 2024)

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“Non conosco una storia più vincente, anche se nel dolore, di quella di Israele e del popolo ebraico”

di Davide Romano

Contrariamente a tanti giornalisti che si danno alla politica, lui ha fatto il percorso inverso, passando da fare il politico (eletto in Parlamento una prima volta con i Radicali, e poi un’altra con il PDL di Berlusconi) alla direzione editoriale di un giornale come Libero. In questi cambiamenti lavorativi ha sempre mantenuto salda la sua appartenenza al mondo Occidentale, e in particolare agli USA e Israele. E proprio da qui vogliamo iniziare questa intervista a Daniele Capezzone.

- Ci racconta come nasce il suo rapporto con Israele e il mondo ebraico?
 Sorridendo, potrei dire che nel mio percorso, da quando avevo poco più di vent’anni fino a oggi, mi sono comportato come quegli uccelli che ripetono sempre lo stesso verso, magari modulandolo appena un poco. Scherzi a parte, sono orgogliosamente occidentale; ritengo che l’esperimento “democrazia politica più mercato”, pur pieno di difetti, sia la cosa migliore inventata dagli esseri umani per convivere; e sono convinto che questo modello andrebbe fatto conoscere e promosso (concetto diverso da “esportato”). Israele è l’incarnazione di questo miracolo realizzato peraltro nel contesto più difficile.

- Il giornale che dirige è così schierato dalla parte delle democrazie e contro le dittature, da potere apparire come un quotidiano di minoranze fastidiose. Un po’ come vengono percepite ultimamente le comunità ebraiche a causa del loro sostegno a Israele. Secondo lei l’opinione pubblica si è davvero bevuta tutta la disinformazione anti-israeliana, o crede che la “maggioranza silenziosa” degli italiani resti dalla parte di Israele nella sua lotta contro il terrorismo islamico?
 Si mescolano molte cose. Da un lato certamente molta cattiva informazione, e forse anche qualche detestabile pregiudizio che di tanto in tanto carsicamente riaffiora. Dall’altro c’è però qualcosa che va umanamente compreso, e cioè la paura delle persone normali verso la guerra. C’è l’illusione – di questo si tratta – che la dimensione antagonista e l’eventualità bellica possano essere cancellate dal nostro orizzonte. Ecco, invece si tratta di spiegare alle persone in buona fede che purtroppo le cose non stanno così, e che nei prossimi lustri il mondo promette di essere un posto difficile e insicuro, carico di insidie. Il motto da tenere presente è “estote parati”, siate pronti, in ogni senso.

- La politica italiana sta cambiando, proprio a partire da Israele. A destra abbiamo scoperto una premier Meloni sempre più filoisraeliana (e filo USA), mentre a sinistra il PD della Schlein sta tornando a una politica anti-israeliana (e anti occidentale, si vedano anche le posizioni sempre meno vicine al popolo ucraino). Come spiega questi cambiamenti?
 Anche il centrodestra, in alcune sue aree, ha di tanto in tanto delle scivolate: ma complessivamente il posizionamento del governo in politica estera è eccellente.
Dall’altra parte, invece, la sinistra vive indubbiamente contraddizioni ben maggiori e decisamente più lancinanti. Si paga il prezzo di un lungo viaggio antioccidentale – io lo chiamo così – che ha portato spezzoni del mondo progressista, negli ultimi trent’anni, a simpatizzare con qualunque posizione o istanza, nel mondo, esprimesse pulsioni anti-Occidente: terzomondismo, generica contestazione anti-Usa e anti-Anglosfera, presentazione dell’Islam come “religione di pace” e negazione/rimozione degli aspetti meno rassicuranti di tante situazioni. Poi però la realtà si incarica di presentare il conto e i nodi arrivano al pettine…

- Prima di intervistarla ho voluto sentire amici correligionari, per sapere come la valutano quando va in Tv a difendere Israele. I pareri vanno da: “finalmente uno che sa difendere Israele e sbugiardare la propaganda palestinese in maniera efficace” al meno entusiasta “Non è della mia parte politica, ma quando parla di Israele è bravo”. Insomma, nel merito, tutti riconoscono la sua preparazione sul tema. Cosa risponde ai più critici?
 Credo molto semplicemente che gli amici sinceri si valutino nelle giornate difficili, nei giorni di pioggia, chiamiamoli così. Raramente o mai mi vedrete nei giorni in cui tutti – a parole – manifestano vicinanza: sono ormai sufficientemente vecchio per sapere che quelle sono le circostanze in cui le parole valgono poco e pesano ancora di meno. Gli amici di Israele li vedi nelle giornate in cui il fuoco mediatico ostile è scatenato…

- Il mondo della cultura italiano (e Occidentale in generale) sta rivelando un conformismo inquietante: dal mondo universitario a quello dei media (e per carità di Patria non citiamo alcuni sacerdoti cattolici), c’è un profluvio di parole malate contro ebrei e Israele a partire dal conflitto a Gaza: “genocidio del popolo palestinese”, “Israele Stato di apartheid”, il Gesù bambino che da ebreo diventa palestinese con tanto di Kefiah, paragoni tra Israele e il nazismo….com’è possibile che la realtà venga così tanto stravolta?
 Non c’è da perdere la calma né da disperarsi. C’è da rispondere punto su punto. In questo – per paradosso – anche le giornate più brutte che abbiamo alle spalle hanno un valore e un significato: quello di fungere da “eye-opener”, da circostanza rivelatrice, direi perfino disvelante, delle pulsioni con cui dobbiamo misurarci e delle ipocrisie di chi se ne fa interprete. Pensiamo alla sequenza temporale post 7 ottobre: per 24-36 ore c’era apparente unanimità, poi sono subito cominciati i distinguo, i “ma”, i “però”. Tocca a noi, in quei momenti, con calma e determinazione, smontare quelle furbizie.

- L’ONU sta mostrando il suo volto peggiore, in questi mesi di guerra. Il processo a Israele presso il Tribunale internazionale dell’Aja, lo scandalo dell’UNRWA, il numero spropositato di condanne ONU contro Israele. E dall’altra parte anche l’Unione Europea – che contrariamente all’Onu non ha una maggioranza di dittature – che continua a parteggiare per le dittature palestinesi. Come spiega questa deriva delle istituzioni internazionali?
 È così da molto tempo. Le Nazioni Unite sono da anni uno spazio in cui le dittature si trovano a proprio agio, collaborano tra loro in modo sempre più esplicito e scoperto. Il coinvolgimento dei famigerati dipendenti UNRWA nel 7 ottobre non è un tumore isolato e imprevedibile, ma solo una delle metastasi della malattia principale. Come si fa ad accettare l’idea che Israele, sia in Assemblea generale sia nel Consiglio per i diritti umani, abbia accumulato più condanne e risoluzioni ostili di tutti gli altri paesi messi insieme, inclusi gli stati canaglia?

- Le illustro infine alcune domande che girano all’interno del mondo ebraico per chiederle non necessariamente delle risposte, ma anche una riflessione generale: cosa possiamo fare? Siamo soli contro tutti? È il caso di mollare tutto e andare a vivere in Israele? L’immigrazione islamica nei prossimi anni ci metterà in pericolo come succede in Francia? Passata la guerra tornerà tutto come prima? Da sempre siamo vicini a minoranze come neri e LGBT, perché proprio loro ci continuano ad attaccare?
 Non c’è dubbio: viviamo tempi oscuri, per alcuni versi imperscrutabili, e non ha senso negare o attenuare le ragioni di inquietudine che tutti avvertiamo. L’Occidente è in preda a un odio di sé che fa letteralmente paura. Ciò detto, non si deve avere un atteggiamento negativo o da sconfitti della storia: vale esattamente il contrario, nel senso che non conosco una storia più vincente – anche se nel dolore – di quella di Israele e del popolo ebraico.

(Bet Magazine Mosaico, 14 febbraio 2024)

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L'incubo di una famiglia israeliana è terminato

Con il drammatico salvataggio di Louis Har e Fernando Marman, gli ultimi due dei cinque membri della famiglia di Idan Bejerano, catturati da Hamas il 7 ottobre, si sono riuniti ai loro cari.

di Amelie Botbol 

Idan Bejerano, genero di Louis Har, nella "Piazza degli ostaggi" a Tel Aviv, 4 feb 2024
GERUSALEMME - Il 12 febbraio, il desiderio di Idan Bejerano si è avverato: In un'audace operazione a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno salvato gli ultimi due membri della sua famiglia allargata, Fernando Simon Marman, 60 anni, e Louis Har, 70 anni, che erano stati presi in ostaggio da Hamas il 7 ottobre.
   Quando Hamas ha invaso il Negev nord-occidentale il 7 ottobre, Fernando Marman, 61 anni, e il suocero di Bejerano, Louis Har, 70 anni, sono stati rapiti dal Kibbutz Nir Yitzhak insieme ad altri tre membri della famiglia: la compagna di Har, Clara Marman, sua sorella Gabriela Leimberg e Mia Leimberg, figlia di Gabriela.
  Tutte e tre le donne sono state rilasciate il 28 novembre, insieme al cane Bella di Mia Leimberg, nell'ambito di un accordo di cessate il fuoco di una settimana tra Israele e Hamas, mentre Marman e Har sono rimasti in prigionia per altri 76 giorni, per un totale di 129 giorni di prigionia di Hamas.
   In un'intervista rilasciata a JNS durante una manifestazione di 24 ore nella "Piazza degli ostaggi" di Tel Aviv nel 100° giorno della presa di ostaggi, Bejenaro, il genero di Louis Har, ha detto: "Louis, Fernando, siamo preoccupati per te. Ci manchi. Vogliamo che torniate a casa il prima possibile. Per favore, tornate subito".
   Dopo aver parlato alla folla e aver fatto un giro della piazza, ha detto: "È commovente vedere tanto sostegno". .... Ci sono così tante persone".
Marman e Har, che sono stati riuniti con le loro famiglie presso il centro medico Sheba Tel Hashomer di Ramat Gan, hanno detto di essere stati tenuti prigionieri nella casa di una famiglia a Rafah, ha riferito il portale di notizie Ynet.
Har è stato accolto a Sheba dai suoi quattro figli e dieci nipoti, una riunione che Bejerano ha descritto ai media israeliani come un momento di gioia e ottimismo.
Mentre Bejerano aveva espresso preoccupazione per l'alta pressione sanguigna di Har e per il fatto che deve dormire con una maschera di ossigeno, i due ostaggi sono in buone condizioni mediche, secondo le Forze di Difesa israeliane.
Tuttavia, Marman non è l'unico ostaggio con condizioni mediche preesistenti e, sebbene siano stati fatti tentativi di inviare farmaci ai prigionieri attraverso la Croce Rossa, non è chiaro se siano arrivati.
"Si sta discutendo di portare medicine a Gaza. È una buona cosa, ma è come curare una vena scoppiata con un cerotto. Non è sufficiente", ha detto Bejerano a JNS durante la manifestazione del mese scorso.
   In una dichiarazione alla stampa dopo l'operazione di salvataggio, il "Forum degli ostaggi e delle famiglie disperse" ha affermato: "Ci congratuliamo con i soldati dell'IDF che hanno dimostrato forza e coraggio nel liberare i due ostaggi, e auguriamo a tutti loro un sicuro e rapido ritorno a casa".
   La dichiarazione continua: "Il tempo sta per scadere per gli altri ostaggi detenuti da Hamas. Le loro vite sono in pericolo da un momento all'altro. Il governo israeliano deve esaurire tutte le possibilità per liberarli". La vita di 134 ostaggi è ancora in bilico".
   L'operazione di salvataggio è avvenuta mentre Israele si preparava a inviare una delegazione al Cairo questa settimana per discutere un nuovo accordo sugli ostaggi con i rappresentanti di Stati Uniti, Egitto e Qatar.
   Domenica, il ministro della Difesa israeliano Yoav Galant ha dichiarato che le informazioni raccolte dall'IDF a Gaza hanno reso possibile un accordo "realistico".
   "Abbiamo penetrato le aree più vulnerabili di Hamas e stiamo usando la loro intelligence contro di loro", ha detto Galant. "Più approfondiamo questa operazione, più ci avviciniamo a un accordo realistico per la restituzione degli ostaggi".
   Domenica è emersa anche la notizia che l'Egitto aveva avvertito Hamas di accettare un accordo sugli ostaggi con Gerusalemme entro due settimane per evitare un'operazione dell'IDF a Rafah, l'ultima roccaforte del gruppo terroristico nella Striscia di Gaza.

(Israel Heute, 13 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Che cosa insegna la liberazione dei due rapiti a Rafah

di Ugo Volli

• Chi sono i liberati
 L’azione coraggiosa e ben organizzata che ha portato alla liberazione dei due rapiti il 7 ottobre riempie di orgoglio e dà soddisfazione in un momento molto difficile per Israele. Ma soprattutto insegna alcune cose che vanno contro la propaganda di Hamas e di coloro che vorrebbero fermare l’autodifesa di Israele. Vale la pena di mettere in chiaro questi insegnamenti anche per contrastare le insensatezze sul “genocidio di Gaza” che vengono propalate continuamente. Il primo insegnamento riguarda i liberati uno sessantunenne e uno settantenne. Non sono prigionieri di guerra perché hanno da tempo superato l’età limite del militare, non sono ostaggi come si usa dire ma rapiti, sequestrati, esseri umani rubati alla propria libertà.

• La complicità e lo sfruttamento dei civili
 Il secondo insegnamento è che i due erano trattenuti in un appartamento normale, custoditi “da una famiglia”; dunque almeno parte delle persone rapite il 7 ottobre sono disperse in mezzo alla popolazione civile. Si sapeva già di rapiti tenuti nella soffitta di un insegnante dell’Unrwa e in uno sgabuzzino di un medico. Ora questo caso conferma che vi è un’osmosi fra i terroristi di Hamas e la gente “normale” di Gaza, sia perché vi sono fra i “civili” non pochi collaborazionisti ai crimini dei terroristi; sia perché gli abitanti di Gaza sono usati dai terroristi sempre e comunque come scudi umani. In un comunicato di Hamas si parla di cento morti provocati dalla liberazione dei sequestrati. Probabilmente la cifra vera è poco superiore alla metà; ma chi ha causato queste perdite sono gli atti illegali dei terroristi: innanzitutto il rapimento di anziani civili sottratti con terribile violenza alle loro case in territorio israeliano, deportati, rinchiusi, umiliati e maltrattati; ma anche il fatto di averli rinchiusi in mezzo a normali case d’abitazione, da cui si è sparato sulle truppe venute a liberare i sequestrati.

• La necessità di espugnare Rafah
 Il terzo insegnamento è che ormai ci sono pochi posti non esplorati dall’esercito israeliano e qui si trovano i rapiti. Il principale è Rafah, al confine con l’Egitto. È in questa città che probabilmente sono concentrati oggi gli israeliani rapiti, ma anche i dirigenti di Hamas e certamente le loro truppe. Chi cerca di impedire alle forze israeliane di entrare in questi luoghi, che se ne renda conto o meno, lavora perché i sequestrati restino in mano ai terroristi, che le forze di questi ultimi non siano distrutte, che i loro dirigenti possano continuare a ordinare nuovi crimini; in una parola, come ha detto Netanyahu, cerca di assicurare la sconfitta di Israele, che invece è vicino alla vittoria. È sbagliato pensare che la trattativa coi terroristi sia la sola strada per risolvere il tormento dei rapiti. Al contrario, solo la pressione militare li può liberare, sia direttamente come è accaduto questa volta, sia ammorbidendo le loro pretese, come accadde a novembre.

• La superiorità dei reparti speciali
 Il quarto punto è che le truppe israeliane, in particolare in questo caso i reparti speciali di Yamam e Shayetet 13 che hanno fatto irruzione nell’appartamento dove erano detenuti i due rapiti, sono straordinariamente abili ed eroici: non hanno subito perdite né feriti, i due vecchi liberati non hanno riportato danni, l’operazione molto complessa che ha compreso l’uso dell’aviazione per creare diversioni, dei carri per vincere il fuoco dalle case nemiche, di un elicottero per portare a casa i liberati, ha funzionato perfettamente. Questo è il tipo di superiorità di cui i reparti speciali danno prova quotidianamente in Giudea e Samaria e che era rimasto in sottofondo nell’operazione di Gaza, perché era mancato un ingrediente fondamentale che normalmente Israele sa trovare molto bene: l’informazione. Ora sembra che ricomincino a pervenire le notizie sulla collocazione dei reparti nemici e sulle infrastruttura rilevanti del terrorismo, dei rapiti. Lo prova anche la scoperta del centro elettronico di comando sotto la sede dell’Unrwa, a Gaza City. È su di loro e sulla capacità del governo di resistere alle pressioni che si basa la speranza di vittoria di Israele.

(Shalom, 13 febbraio 2024)

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Il reporter di Al Jazeera è uno dei capi di Hamas

di Carlo Nicolato

Al Jazeera è da sempre, fin da quando è nata a fine anni ‘90, il megafono di Hamas, l’esegeta delle gesta dei criminali che combattono contro Israele e il principale accusatore dello Stato ebraico. Finora tuttavia non si era mai trovato un collegamento così diretto tra l’emittente e il gruppo terroristico come quello scovato dall’esercito israeliano in un computer portatile requisito in una base di Hamas le scorse settimane, la prova inconfutabile che l’uno è parte integrante dell’altro.
   Si è scoperto infatti che tale pc apparteneva a Mohamed Washah, giornalista che negli ultimi mesi è apparso con regolarità nelle trasmissioni sulla guerra israelo-palestinese di Al Jazeera e che nel contempo risulta essere un comandante di spicco delle unità anticarro dell’organizzazione terroristica. Come ha detto il tenente colonnello AvichayAdraee, portavoce in lingua araba dell’Idf, in un post sulla piattaforma di social media X, Washah «al mattino è un giornalista di Al Jazeera e la sera è un terrorista di Hamas!».

• DOTTOR JEKYLL
 Una specie di dottor Jekyll e mister Hyde inchiodato dal ritrovamento nello stesso laptop di numerose immagini che lo immortalano mentre si addestra nell’uso di armi anticarro e nell’utilizzo dei droni. I documenti del pc provano tra l’altro che Washah ha iniziato a lavorare nel gruppo di ricerca e sviluppo per l’unità aerea di Hamas già nel 2022. «Chissà quanti altri dettagli scopriremo sui terroristi travestiti da giornalisti» ha aggiunto nel suo post il portavoce israeliano.
   E c’è da credere che tali dettagli non tarderanno ad arrivare, gli arabi ne sono sicuri.
   Le principali accuse contro Al Jazeera infatti arrivano dallo stesso mondo arabo che imputa l’emittente di essere non solo la spalla di Hamas, ma anche e soprattutto, attraverso il Qatar, lo zerbino degli ayatollah iraniani. Qualche settimana fa il direttore del Baghdad Post Sufian Al Samarrai si scagliava contro Al Jazeera definendolo «il canale di Al Qaradawi e di Khamenei, che pretende di essere islamico». E, citando l’episodio del razzo della jihad islamica finito sull’ospedale di Gaza che Al Jazeera ha subito addebitato a Israele, l’accusava di «aver seminato l’inganno nelle strade musulmane con l’obiettivo di gettare le persone nella trappola delle bande terroristiche e reclutare jihadisti criminali». Il 3 novembre scorso lo stesso Al Samarrai, commentando il discorso di Nasrallah trasmesso integralmente dall’emittente, ha scritto che «Al Jazeera è la piattaforma di tutti i terroristi che non hanno una piattaforma». Pubblicando una foto dell’ex direttore di Al Jazeera Yasser Abu Hilala con in mano un fucile mitragliatore, il giornalista saudita Matar Al Ahmadi di Al Arabiya ha invece sottolineato che l’emittente qatariota «non è altro che uno strumento per creare caos e anarchia», come dimostrano «le campagne mediatiche e ideologiche a favore di Hezbollah, Al Qaeda e la Primavera Araba». E quelle a favore degli Houthi, come invece sottolinea il giornalista e attivista politico yemenita Ahmed Al-Emad, un sostegno ai terroristi con base nel suo Paese «che supera di gran lunga quello iraniano agli stessi».
   Ma se ci fossero ancora dei dubbi sul tipo di informazione che Al Jazeera sta dando della guerra in corso, basterebbe cercarsi sul web quel video del novembre scorso in cui un paziente di un ospedale di Gaza si lamenta dei combattenti di Hamas che si nascondono tra i malati nel centro medico. Colto alla sprovvista il corrispondente di Al Jazeera gli toglie di bocca il microfono allontanandosi. Che la professione giornalistica poi a Gaza e in Palestina in generale venga affrontata come una sorte di militanza per supportare la lotta terroristica lo dimostra anche e soprattutto la presenza all’attacco del 7 ottobre di diversi reporter locali, collaboratori di varie testate e agenzie anche occidentali. La ong HonestReporting ha documentato che due fotoreporter freelance palestinesi residenti a Gaza che lavoravano per Ap e Reuters si vantarono dei filmati che avevano acquisito mentre accompagnavano «sin dall’inizio» i terroristi di Hamas nell’atroce incursione. Ashraf Amra e il collega fotoreporter Mohammed Fayq Abu Mostafa si sono filmati in un video in cui ridono della scena, da loro girata sul posto, del linciaggio di un soldato israeliano il cui corpo viene buttato giù da un carro armato. Da notare che le foto di Abu Mostafa sono state recentemente selezionate da Reuters e New York Times per essere incluse nelle loro “foto dell’anno 2023”.

Libero, 13 febbraio 2024)

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“Hamas sia indagato per crimini contro l’umanità”

La richiesta dell’associazione Setteottobre alla Corte Penale dell’Aja

L’associazione Setteottobre ha presentato formale atto di richiesta all’Ufficio del Prosecutor della Corte Penale Internazionale (International Criminal Court, ICC) affinché vengano urgentemente promosse tutte le opportune e necessarie indagini sui fatti del 7 ottobre 2023, quando più di 1200 persone ebree e israeliane, la maggior parte civili, sono state uccise e molte altre ferite e rapite da membri di Hamas nel territorio israeliano, in particolare in diversi kibbutz e moshav e in tre piccole città attorno alla Striscia di Gaza. Le condotte perpetrate dai membri di Hamas contro donne, uomini e bambini israeliani presentano elementi di tale gravità da integrare il crimine di genocidio come prescritto dall’Art. 6 (a)(b)(c) ed (e) e i crimini contro l’umanità, come prescritti dall’Art. 7 (a)(b)(d)(e)(f)(h)(k) dello Statuto di Roma.
Nel 2015 l’Autorità Palestinese ha chiesto di essere ammessa allo Statuto di Roma con una dichiarazione ad hoc ed è stata ammessa come “Stato di Palestina”. Di conseguenza, la Corte penale internazionale ha giurisdizione sui crimini commessi sul territorio di Israele il 7 ottobre 2023, essendo i membri di Hamas, autori dell’attacco, cittadini palestinesi.
“Vogliamo che la Corte Penale Internazionale dell’Aja indaghi sugli orrendi crimini commessi da Hamas il 7 ottobre. Sono crimini contro l’umanità. Hamas ha annunciato, ha perpetrato e continua a minacciare di sterminare gli ebrei che vivono pacificamente in Israele. A quel massacro è seguita un’onda drammatica di antisemitismo e di odio verso l’Occidente. Vedere che il Sudafrica abbia trovato ascolto alla Corte di Giustizia Internazionale con l’accusa di genocidio a carico dello Stato ebraico è agghiacciante. È la vittima che diventa carnefice e il carnefice vittima. Speriamo che la nostra iniziativa trovi il supporto di tanti e che all’Aja si possa lavorare per ricercare la verità” – ha spiegato il presidente dell’associazione Stefano Parisi nel presentare il 12 febbraio l’iniziativa di Setteottobre insieme all’avvocato Laura Guercio penalista con abilitazione presso la Corte Penale Internazionale e docente universitario in Relazioni Internazionali, e al giornalista e scrittore Pierluigi Battista.
La richiesta di Setteottobre alla Corte Penale Internazionale è stata presentata anche a seguito dell’appello “Non si può restare in silenzio” sul femminicidio di massa perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, che ha raccolto più di 17.000 adesioni.
L’associazione Setteottobre condivide e fa proprie le parole del Prosecutor dell’ICC Karim A. A. Khan pronunciate il 30 ottobre 2023 “Abbiamo guardato con orrore le immagini che emergono da Israele il 7 ottobre. Penso che nessuno di noi che sia genitore o abbia figli, nessuno di noi che abbia famiglie, nessuno di noi che sia vivo, nessuno di noi che abbia amore per Dio o amore per l’umanità nel nostro cuore potrebbe non aver sentito il gelo nel cuore nell’ascoltare i vari resoconti che sono giunti da così tanti civili innocenti in Israele le cui vite sono state distrutte in quel giorno fatale. E semplicemente non possiamo vivere in un mondo, non possiamo lasciare un mondo ai nostri figli dove incendi, esecuzioni, stupri e omicidi possano avvenire come se fossero normali, come se fossero da tollerare, come se potessero accadere senza conseguenze. Bambini, uomini, donne e anziani non possono essere strappati dalle loro case e presi come ostaggi, qualunque siano le ragioni. E quando si verificano questo tipo di atti, non possono restare non indagati e non possono rimanere impuniti. Perché questi tipi di crimini che tutti abbiamo osservato, che abbiamo visto il 7 ottobre, sono gravi violazioni, se dimostrate, del diritto internazionale umanitario”. (traduzione non ufficiale).
Nel richiamare e condividere tali parole, l’associazione ha formalmente richiesto al Prosecutor della ICC che tali atti non restino non indagati e impuniti e che siano adottate tutte le misure necessarie affinché la giustizia internazionale possa accertare la responsabilità degli autori dei crimini del 7 ottobre 2023 contro donne, uomini e bambini israeliani. R.I.

(Bet Magazine Mosaico, 13 febbraio 2024)

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Alfiere della propaganda

Francesca Albanese, Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati presso il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, il medesimo Consiglio attualmente presieduto dall’Iran, la cui peculiarità è avere come fulcro l’Agenda 7, interamente dedicata alla condanna di Israele, si è vista negare l’ingresso nello Stato ebraico.
Quella che il Simon Wiesenthal Center ha definito nel 2022, “un’enciclopedia ambulante anti-israliana”, è, in realtà più di questo. Si tratta, infatti, di una portavoce caricaturale di tutti, ma proprio tutti, i capisaldi della propaganda pro-palestinese, ovvero di quell’insieme di costrutti creati a Mosca negli anni’60, ripetuti senza sosta.
Per la Albanese, Israele è dunque impresa coloniale illegittima, Stato oppressore di un popolo autoctono e, in quanto tale, inibito a difendersi contro i terroristi, che tali non sono essendo come tutti gli oppressi in lotta contro gli oppressori, resistenti. Hamas, ovviamente, rientra nella categoria. Ne consegue che contro di esso Israele non avrebbe il diritto di difendersi
Ultimamente, la relatrice, chiamata impropriamente “avvocato”, non essendo iscritta all’albo, ha aggiunto un’altra perla alla sua collana già smagliante. L’eccidio del 7 ottobre non avrebbe nulla a che vedere con l’antisemitismo. Lo sospettavamo. Si tratta sempre di oppressione, e l’accusa di antisemitismo è il solito paravento atto a sviare l’attenzione da questa terribile realtà.
Bisogna concludere che gli oppressi di Hamas avrebbero redatto nel 1988 uno Statuto mai abrogato e impregnato di tropi antisemiti, per puro ossequio folkloristico, così come sarebbero del tutto irrilevanti le affermazioni esaltate di chi il 7 ottobre tra i carnefici di Hamas, ha scannato giubilante con le proprie mani civili israeliani chiamandoli “ebrei”, come, ovviamente, è del tutto immaginaria la filiazione diretta tra antisemitismo nazista e antisemitismo islamico, di cui studiosi del calibro di Jeffrey Herf, Matthias Küntzel, Klaus Gensicke, ecc. hanno dato puntigliosamente conto, e con cui Hamas è in assoluta consonanza.
C’è da chiedersi se l’Albanese crede fino in fondo a ciò che dice, se è effettivamente e inconsapevolmente un utile idiota del jihadismo, oppure, recita (male) per convenienza solo una parte.
Alla fine conta poco. Conta che, in un momento in cui Israele combatte una guerra esistenziale, non sia concessa la possibilità di entrarvi a chi sostiene apertamente le ragioni di coloro che ne vorrebbero la cancellazione.

(L'informale, 13 febbraio 2024)

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Gli ebrei “ribelli” di Catania portati in tribunale dall’Unione delle comunità

La richiesta nell’atto di citazione in giudizio è chiara: «Divieto di utilizzare la denominazione “Comunità ebraica di Catania” in qualsiasi forma e in qualsiasi sede». Può sembrare soltanto una questione di forma, dietro invece c’è molto di più.
   Una battaglia legale di ebrei contro ebrei, che comincia domani [8 febbraio] al tribunale civile di Catania. Da una parte c’è l’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane guidata da Noemi Di Segni, dall’altra l’associazione “Comunità ebraica di Catania”, nata nel capoluogo etneo sette anni fa e che secondo l’Ucei, appunto, non ha il diritto di definirsi tale. Una denominazione che considerano «illegittima». Perché? «L’associazione privata in questione si è costituita come “Comunità ebraica” al di fuori del perimetro delineato dall’Intesa con lo Stato italiano stipulata nel 1987 e recepita nella legge 101/89 — dicono dall’Ucei — Non ci si può improvvisare “Comunità ebraica” senza percorrere l’iter previsto dalla legge che culmina nel riconoscimento dato con decreto del Presidente della Repubblica. È un tema centrale che nulla ha a che fare con libertà religiosa o di fede, ma riguarda l’uso improprio del nome “Comunità ebraica” che appartiene alle “Comunità” individuate dalla legge e che non può essere utilizzato a piacere da chicchessia».
   Da sette anni, però, un gruppo di ebrei a Catania va avanti per la sua strada. L’associazione “Comunità ebraica di Catania” che conta una cinquantina di persone, a ottobre del 2022 ha inaugurato ufficialmente la sinagoga nei locali del secondo piano del castello di Leucatia messi a disposizione dal Comune. L’occasione era davvero speciale: l’arrivo dei rotoli della Torah, il testo sacro per eccellenza degli ebrei, donati dalla comunità centrale di Washington.
   «Per l’Ucei siamo fumo negli occhi — dice l’avvocato Benito Baruch Triolo, presidente dell’associazione “Comunità ebraica di Catania” — Sono arrivati a citare in giudizio altri ebrei in un tribunale civile. Evidentemente partono dal principio che noi non siamo ebrei, che noi non esistiamo».
   L’Ucei conta 21 comunità in tutta Italia. La “Comunità ebraica di Napoli” ha giurisdizione su quasi tutto il Sud Italia dove sono nate, sempre secondo l’Intesa con lo Stato, le cosiddette “sezioni della Comunità”. Ce ne è una a Palermo che fa capo, dunque, alla “Comunità di Napoli” e di cui è stata per tanti anni animatrice Evelyne Aouate, scomparsa nel 2022,. L’arcivescovo Corrado Lorefice donò a questa sezione l’oratorio sconsacrato di Santa Maria del Sabato, in vicolo della Meschita, dove un tempo nasceva l’antico quartiere ebraico di Palermo, per realizzare la sinagoga proprio dove si trovava prima della cacciata degli ebrei nel 1492.
   Il sogno di Aouate e dell’esiguo gruppo ebraico di Palermo procede a passi molto lenti. Anche se recentemente i vertici dell’Ucei, in visita nel capoluogo siciliano, hanno avuto delle interlocuzioni con il sindaco Roberto Lagalla per provare a sbloccare il progetto che ha bisogno di ingenti risorse per essere realizzato. Lo scorso ottobre, l’Ucei ha aperto anche una “sezione della Comunità” a Catania, città della discordia dove la sinagoga dell’associazione “Comunità ebraica catanese” è attiva da tempo. «L’ebraismo italiano non può essere rappresentato soltanto dall’Ucei — dice Triolo — esistono decine di organizzazioni che insieme fanno quattro volte le comunità ebraiche vere e proprie di cui parla l’Ucei. Non possono giudicare loro chi è ebreo e chi non lo è. La libertà di culto è sancita dalla Costituzione. Una sottomissione più che clericale che non esiste nell’ebraismo internazionale. La nostra comunità ha amici in tutto il mondo ebraico. L’Ucei francese ci vuole riconoscere, quella italiana no. Per essere ebrei, in ogni caso, non abbiamo bisogno di essere riconosciuti da nessuno».
   La citazione in giudizio dell’Ucei contro la “Comunità ebraica di Catania” si basa essenzialmente sulla contestazione dell’uso della parola “comunità”. Da tempo l’Ucei ha diffidato l’associazione catanese in questa direzione, chiedendo anche ai rappresentanti delle istituzioni catanesi di revocare la concessione dei locali dove è stata inaugurata la sinagoga. «Esistono vari gruppi nel territorio italiano che si definiscono ebraici — dicono dall’Ucei — Non sempre composti da soli ebrei e che svolgono attività culturali di interesse ebraico, ma questo non li giustifica certo a definirsi “Comunità ebraiche”. L’Ucei stabilisce rapporti collaborativi con tutti coloro che hanno interesse per l’ebraismo in Italia, purché rispettosi della legge». Ora toccherà a un giudice decidere chi ha ragione.

(la Repubblica, 7 febbraio 2024)

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Per Israele un alleato inaspettato: il Malawi

 di Anna Balestrieri

Negli ultimi mesi, al Kibbutz Zikim, situato nella parte settentrionale del deserto del Negev, nel sud di Israele, alcuni giovani malawiani sono stati impiegati in sostituzione dei lavoratori tailandesi, vittime dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e protagonisti di una fuga di massa nelle settimane successive allo scoppio della guerra. Il kibbutz era stato preda, insieme alla base Zikim ed all’avamposto Yiftach, dell’invasione guidata da Muhammad Sinwar, fratello del leader di Hamas Yahya Sinwar.

IL LEGAME TRA IL MALAWI E ISRAELE
I giovani africani hanno sviluppato un forte senso di attaccamento ad Israele e la questione degli ostaggi li ha colpiti profondamente. Per esprimere il sostegno del paese, un gruppo musicale di connazionali malawiani ha recentemente realizzato un nuovo arrangiamento della canzone “Home”, come preghiera, invito ed auspicio per un ritorno rapido degli ostaggi a casa.. L’introduzione al video recita “Il 7 ottobre 2023 Hamas ha condotto un attacco terroristico contro Israele e ha ucciso persone innocenti.  Hanno rapito oltre 200 persone tra cui donne, bambini e anziani.  ACA-4-HIM chiede al mondo di riportare gli ostaggi a CASA. Israele e gli ebrei hanno il diritto di esistere e difendersi come qualsiasi altro paese”. Il video d’accompagnamento alla canzone, girato in Malawi, vede l’avvicendarsi dei vocalists di ACA-4-HIM, membri di un gruppo a cappella tutto al maschile, con immagini di malawiani recanti cartelli che invitano al rilascio immediato degli ostaggi che “hanno bisogno di medicine e di stare con le proprie famiglie” e ricordano che i malawiani “stanno con Israele”.
 Uno dei lavoratori del team nella piantagione di Zikim ha collaborato per migliorare la qualità del video, e insieme hanno provveduto alla traduzione in ebraico, lavorando con grande passione e impegno. I sottotitoli in inglese facilitano la comprensione a quanti non parlino ebraico.

(Bet Magazine Mosaico, 12 febbraio 2024)

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Liberati due ostaggi a Rafah

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Fernando Simon Marman (60 anni) e Louis Har (70 anni) sono stati liberati a Rafah nel corso di un’operazione notturna dall’IDF, dallo Shin Bet e dalle forze di polizia. I due uomini, rapiti il 7 ottobre nel kibbutz Nir Ytzhak, sono stati trovati in buone condizioni, secondo quanto si apprende dai media israeliani e sono stati portati in ospedale dove hanno ritrovato ad aspettarli le loro famiglie.
Simon e Louis sono stati ritrovati al secondo piano di un edificio a Rafah. Le forze di sicurezza, riportano i media, hanno utilizzato un ordigno esplosivo per sfondare la porta dietro la quale erano prigionieri gli ostaggi. Gli agenti hanno anche affrontato in uno scontro a fuoco i terroristi di Hamas.
   Il generale Yaron Finkelman, capo del comando meridionale dell’IDF, ha gestito e coordinato l’operazione da una base a Be’er Sheva, alla presenza del capo di stato maggiore Herzi Halevi e del capo dello Shin Bet Ronen Bar. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant si sono uniti a loro nel quartier generale militare. “Abbiamo 134 ostaggi ancora tenuti prigionieri e faremo tutto il possibile per riportarli a casa”, ha detto il portavoce dell’IDF.
   “Questa è stata un’operazione impressionante”, ha detto Gallant, spiegando che lui e il primo ministro hanno seguito gli eventi dal centro di comando. “Continueremo a mantenere il nostro impegno per riportare indietro gli ostaggi, in ogni modo possibile”, ha detto.
   Idan Bejerano, genero di Har, ha detto di aver incontrato suo suocero solo brevemente prima che fosse portato per gli esami medici. “Sembrano stare bene, sorridevano ed erano visibilmente sollevati”, ha detto Idan. “Siamo stati chiamati alle 3:30 del mattino e siamo saltati giù dai nostri letti con gioia. Ci è stato detto ‘li abbiamo nelle nostre mani’ e di andare in ospedale. Ci è voluta quasi un’ora per arrivare lì e io non ero sicuro che mia moglie stesse respirando durante quel periodo. Questo è un grande sollievo” ha aggiunto.
   Il presidente argentino Javier Milei ha elogiato la liberazione degli uomini, entrambi con doppia cittadinanza israeliana e argentina. “L’Ufficio del Presidente ringrazia le Forze di Difesa israeliane, lo Shin Bet e la Polizia israeliana per aver portato a termine con successo il salvataggio degli argentini Fernando Simon Marman e Louis Har”, si legge in un post su X.

(Shalom, 12 febbraio 2024)

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Solo la violenza ha senso (con Hamas)!

Circa un'ora dopo la mezzanotte, è iniziata a Rafah, nella striscia meridionale al confine con l'Egitto, l'operazione israeliana per liberare gli ostaggi

di Aviel Schneider

Palestinesi nel luogo in cui due ostaggi israeliani sono stati liberati durante un'operazione israeliana a Rafah, 12 feb 2024
GERUSALEMME - Fernando Marman (61) e Louis Har (70) sono stati liberati in un'operazione congiunta dell'esercito israeliano, del servizio segreto nazionale Shin Bet e di un'unità speciale della polizia israeliana. I due ostaggi erano stati rapiti il 7 ottobre da una famiglia palestinese del kibbutz Nir Itzchak, nella Striscia di Gaza. L'operazione si è conclusa dopo un'ora e gli ostaggi sono stati portati in elicottero all'ospedale Sheba in Israele. Sono in buone condizioni di salute.
Erano circa le 03:00 di notte quando ho ricevuto la notizia che due ostaggi israeliani erano stati liberati a Rafah, poco dopo ne abbiamo dato notizia su Telegram. Queste operazioni di liberazione rafforzano il morale della popolazione e ciò è molto importante in questi momenti. Inoltre, rafforzano la posizione di Israele nei confronti di Hamas nei negoziati per un eventuale scambio di ostaggi. Hamas capisce solo la violenza, non le parole, non la filosofia.
Hamas è sotto shock dopo la drammatica operazione di salvataggio degli ostaggi Fernando Marman (61) e Louis Har (70) a Rafah. Hamas non ha riportato il successo dell'operazione di salvataggio israeliana, ma solo delle perdite da parte palestinese. La dichiarazione ufficiale di Hamas ha affermato che:
    "L'attacco dell'esercito di occupazione nazista alla città di Rafah la scorsa notte e i suoi orribili massacri di civili inermi e di bambini, donne e anziani indifesi, più di un centinaio dei quali hanno perso la vita, sono considerati una continuazione del genocidio e dello sfollamento forzato attuato contro il nostro popolo palestinese. Il governo degli Stati Uniti e il presidente Joe Biden hanno la piena responsabilità di questo massacro perché ieri hanno dato il via libera a Netanyahu e lo sostengono esplicitamente con denaro, armi e appoggio politico per continuare il genocidio e il massacro del nostro popolo".
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato all'ABC l'altro ieri: "Coloro che ci dicono di non agire a Rafah in realtà ci chiedono di perdere la guerra. Agiremo contro i battaglioni del terrore di Hamas a Rafah, la vittoria è alla nostra portata". Netanyahu ha sottolineato che Israele sta lavorando a un "piano dettagliato" per l'evacuazione dei residenti palestinesi della Striscia di Gaza - e ha promesso che Israele garantirà un corridoio di fuga sicuro.
Il successo dell'operazione di liberazione a Rafah spiega molte cose che sono state spesso male interpretate dai media. La pressione militare di Israele nella Striscia di Gaza è l'unico modo per esercitare pressione sul regime di Hamas nella Striscia di Gaza. Senza di essa, i negoziati in Qatar, a Parigi o al Cairo su un possibile scambio di ostaggi con Hamas non hanno alcun senso. Hamas capisce solo una cosa: la violenza! Tutto il resto è inutile contro Hamas!

Israele non abbandona gli ostaggi
Inoltre, l'operazione di salvataggio ha dimostrato ancora una volta che il governo non ha deciso di abbandonare gli ostaggi israeliani. Nella scelta tra sconfiggere Hamas e liberare gli ostaggi israeliani, spesso è sembrato che il governo avesse rinunciato a ogni speranza di liberare gli ostaggi israeliani. I media hanno spesso criticato il fatto che il governo di destra non avrebbe fatto nulla per gli israeliani di sinistra prigionieri dei palestinesi nella Striscia di Gaza. L'unica cosa che è rimasta sono queste dichiarazioni scioccanti dei media.
Il tempo non corre solo contro Hamas, ma anche contro di noi. Hamas è sotto pressione a causa delle operazioni militari israeliane e Israele è sottoposta a forti pressioni anche a causa dei governi stranieri. In entrambi i casi, il tempo gioca a sfavore degli ostaggi israeliani che sono nascosti da qualche parte nel sud della Striscia di Gaza e vengono usati come scudi umani per i terroristi. L'operazione a Rafah è stata preparata da tempo, ma finora le condizioni non erano mature per portarla a termine. Il controllo operativo delle Forze di Difesa israeliane nella Striscia di Gaza è massiccio, forte e di successo. Solo così Israele può avvicinarsi al suo obiettivo di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas.

Palestinesi provenienti da tutta la Striscia di Gaza in un mercato a Rafah, 8 feb 2024
Ora diventa chiaro anche il motivo per cui Hamas nelle ultime settimane ha minacciato più volte Israele di interrompere i negoziati per uno scambio di ostaggi se Israele opererà a Rafah. I restanti leader e terroristi di Hamas si nascondono insieme agli ostaggi israeliani nella cosiddetta zona di sicurezza a ovest di Rafah, dove 1,4 milioni di palestinesi vivono nelle tende dei rifugiati. Israele non avrà altra scelta e continuerà a operare a Rafah nonostante le critiche internazionali. E Israele mostrerà più considerazione per i rifugiati palestinesi di quanta ne abbia la sua stessa leadership di Hamas. Anche i palestinesi lo stanno scrivendo sui social network.
Nei social media arabi, i palestinesi sul posto sono senza parole per il successo dell'operazione di salvataggio dell'IDF. È stato riferito che molti palestinesi stanno lasciando Rafah di propria iniziativa e si stanno dirigendo verso le zone di sicurezza designate dall'IDF nel centro della Striscia di Gaza. Sono certi che l'esercito israeliano lancerà presto una grande operazione nella città di confine di Rafah. Israele non ha altra scelta se il governo vuole mantenere la promessa fatta alla popolazione.

Palestinesi con passaporto straniero lasciano la Striscia di Gaza attraverso il valico di frontiera di Rafah il 6 feb 2024
Ieri il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che Israele "non dovrebbe condurre un'operazione militare nella città di confine con Gaza, densamente popolata, di Rafah, senza un piano credibile per proteggere i civili". Bibi e Joe hanno parlato al telefono per 45 minuti ieri. È stata la prima conversazione tra i due dopo che la settimana scorsa Biden aveva detto che la risposta di Israele a Gaza era stata eccessiva.
I politici egiziani hanno messo in guardia Israele dall'operare a Rafah. Il Ministero degli Esteri egiziano:

    "Sottolineiamo il nostro rifiuto delle dichiarazioni rilasciate dai politici israeliani riguardo all'azione militare israeliana a Rafah. Avvertiamo del pericolo che ciò possa aggravare la catastrofe nella Striscia di Gaza. Chiediamo un'intensificazione degli sforzi internazionali per impedire l'operazione israeliana a Rafah. Continuiamo i colloqui con tutte le parti per raggiungere un cessate il fuoco e un accordo sullo scambio di ostaggi. Chiediamo agli organismi internazionali di aumentare la pressione su Israele".

Ma cosa non c'è nella dichiarazione egiziana? L'accordo di pace non è messo a rischio. Non c'è alcuna minaccia militare da parte dell'Egitto. Cosa dice la dichiarazione egiziana? Soprattutto, rende un servizio a parole ai palestinesi, ai Paesi arabi e alla comunità internazionale. In altre parole, gli egiziani approvano l'operazione israeliana o non hanno nulla contro di essa - senza però menzionarla esplicitamente. Hamas può essere messo in ginocchio solo con la pressione e la forza, e chi non lo capisce non desidera la vittoria di Israele.

(Israel Heute, 12 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Piangere una tragedia e capirne le radici. Israele e quella prova di Amleto

Quello di Israele non è una vendetta cieca, ma un modo, l’unico, forse persino perdente nell’esito finale, di difendere democrazia, libertà, vita anche per conto dell’occidente e dell’Europa tremebonda e insicura

di Giuliano Ferrara

Essere o non essere. Israele non si può permettere la filosofia di Amleto. Il pogrom del 7 ottobre impone a quel paese e a quel popolo di eliminare il suo nemico definitivamente, per essere e per esistere. Non è più complicato di così. A qualunque prezzo? A qualunque prezzo. Le vittime civili della guerra, donne vecchi bambini ragazzi adulti, la morte la sete la fame lo sfollamento le mutilazioni le malattie; l’abbandono dei loro territori al sud e al nord da parte degli ebrei minacciati di annientamento; la degradazione dell’economia, della pace nello sviluppo, dell’immagine internazionale del rifugio ebraico (Golda Meir si domandava che cosa farne della pietà mondiale quando si è morti ammazzati, Fiamma Nirenstein dice che una volta l’unico ebreo tollerato era quello morto, ora fase seconda, non vanno bene né morti né vivi).
   Con l’Ucraina nemmeno tanto sullo sfondo, con il bellicismo delle autocrazie contro le democrazia, con il dilagare del fanatismo sterminatore islamista, con l’Iran prenucleare alleato di Cina e Russia, con tutto questo davvero si può pensare che quello che accade dipenda da un governo di destra o dall’ambizione politica nera di Netanyahu?
   Piangere una tragedia è sacro, siamo tutti parte del coro, non lo si può e non lo si deve evitare. Capirne le radici è realistico e pietoso insieme. Le tregue fanno parte delle guerre. La tregua che chiede Hamas è la sconfitta di Israele, la sua definitiva disumanizzazione, una cosa che gli ebrei divisi come non mai rigettano all’unanimità. Li si può processare per questo? Se al posto di Netanyahu ci fossero Ganz o Lapid, l’opposizione che è nel gabinetto di guerra e quella che ne è restata fuori, si comporterebbero precisamente nello stesso modo, e se non lo facessero sarebbero travolti. Se Hamas si scava un altro bunker, bisogna espugnarlo con altre vittime civili, con il sacrificio dei soldati come conseguenza. Lo sradicamento del terrore e la smilitarizzazione forzata non sono una possibilità per Israele, sono un obbligo. E le tragedie sono sempre connotate dall’inevitabilità del loro procedere tenebroso e moralmente impossibile da giudicare.
   Evacuare, risparmiare il più alto numero possibile di vittime della guerra, tutto questo è nell’interesse dell’umanità e del suo avamposto israeliano, che non disumanizza nessuno, come suggerisce obliquamente il liberal Blinken, piuttosto restaura l’umanità dove si era perduta, nelle nuove Auschwitz. Se Hamas resta dov’è senza pagare il prezzo finale del pogrom e senza essere smantellata, il segnale è luce verde per la Cisgiordania, riunificata nelle coscienze militanti islamiste dal 7 ottobre, per gli Hezbollah nel nord, per gli Houti, per l’Iran e i suoi pasdaran di Siria e Iraq, per le ambizioni di Mosca e Pechino. Quello di Israele non è un lavoro sporco, una vendetta cieca, ma un modo, l’unico, forse persino perdente nell’esito finale ma unico e necessario nella sua tremenda origine, di difendere democrazia, libertà, vita anche per conto dell’occidente e dell’Europa tremebonda e insicura. Che questo compito o destino tocchi alle vittime della Shoah e ai loro discendenti e testimoni di un paese tecnologico e postmoderno, ma dotato di un’anima d’acciaio, è una tragedia nella tragedia. L’inevitabile nell’inevitabile.

Il Foglio, 12 febbraio 2024)

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L’IDF scopre un datacenter sotto la sede della UNRWA a Gaza

Sotto la sede di Gaza dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, comunemente nota come UNRWA, l’esercito israeliano ha fatto una rivelazione sorprendente: sotto il complesso delle Nazioni Unite, Hamas ha occultato uno dei suoi beni più significativi.

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Un datacenter sotterraneo, completo di stanza adibita a gestire la parte elettrica, batterie industriali e alloggi per i terroristi di Hamas, incaricati di gestire i server informatici, è stato costruito strategicamente sotto una posizione che Israele non avrebbe mai considerato inizialmente come obiettivo di un attacco aereo.
La scoperta di questa “server farm” avviene in un contesto di crescenti accuse di collusione tra l’UNRWA e il gruppo terroristico di Hamas, complicando ulteriormente la situazione dell’organizzazione che offre assistenza umanitaria ai rifugiati palestinesi del 1948 e del 1967, nonché ai loro discendenti. Il mese scorso, Israele ha accusato 12 membri del personale dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi di aver partecipato al massacro del 7 ottobre perpetrato da terroristi guidati da Hamas, nel quale hanno perso la vita 1.200 persone e altre 253 furono prese in ostaggio.
Dopo che queste accuse sono diventate di dominio pubblico alla fine dello scorso mese, molti dei principali paesi donatori dell’UNRWA hanno annunciato congelamenti di finanziamenti, suscitando preoccupazioni che l’agenzia potrebbe cessare le sue operazioni a Gaza e altrove nel Medio Oriente entro poche settimane. La recente scoperta del centro dati di Hamas da parte delle IDF, mentre l’UNRWA è sotto un’attenzione sempre maggiore, sembra essere una semplice coincidenza.
La sede dell’UNRWA a Gaza si trova nel quartiere di Rimal, nella città di Gaza, una zona in cui le IDF avevano precedentemente operato, smantellando il battaglione di Hamas locale e ritirando le truppe. All’epoca dell’offensiva terrestre iniziale nella città di Gaza, l’esercito non aveva trovato né sapeva molto sul centro dati di Hamas. Ma nuove informazioni, emerse dagli interrogatori dello Shin Bet ai terroristi catturati, hanno fornito indicazioni su dove scavare.
Il comandante della Brigata corazzata 401, Colonnello Benny Aharon, ha dichiarato durante un tour mediatico del tunnel e del complesso dell’ONU giovedì: ” Tzahal era già stato qui, la prima volta per distruggere il nemico, ma quando siamo stati qui l’ultima volta, abbiamo raccolto molti documenti d’intelligence e prove, molti prigionieri, e grazie a questo siamo arrivati qui. Ora abbiamo effettuato un’operazione mirata per eliminare questo datacenter”. Anche se le accuse di collusioni tra l’UNRWA e Hamas sono cresciute, sembra che la scoperta del centro dati di Hamas sia stata un caso fortuito durante l’inasprirsi delle tensioni.
Il colonnello Nissim Hazan, un alto ufficiale della Brigata 401, ha spiegato che l’ IDF ora si possono effettuare incursioni con meno truppe, ma che richiedono molta più ricerca e pazienza. Sottolinea che ci sono ancora rischi per queste operazioni, citando la morte di due soldati durante l’operazione per raggiungere il centro dati di Hamas.
L’articolo prosegue descrivendo il percorso all’interno del tunnel, con particolari sulla struttura del centro dati e degli alloggi dei terroristi. Rivela anche la presenza di scooter per la mobilità e la connessione del tunnel a un’area vicina della città di Gaza.
Riporta inoltre che il centro dati di Hamas era stato utilizzato per la raccolta di intelligence, l’elaborazione dei dati e le comunicazioni. I dischi rigidi e alcuni computer sono stati portati in Israele per essere esaminati dalle autorità di intelligence prima che il sistema del tunnel fosse demolito in un’esplosione controllata. L’articolo successivamente fornisce dettagli sulla visita al quartier generale dell’UNRWA, sottolineando che la struttura sembrava in gran parte intatta rispetto agli edifici circostanti colpiti dai raid israeliani.
Aharon afferma che durante l’irruzione nell’edificio dell’ONU, l’ IDF ha trovato diverse armi appartenenti a Hamas, indicando una possibile connessione tra il personale dell’UNRWA e il gruppo terroristico. Sostiene che le azioni dell’UNRWA dimostrano una consapevolezza della presenza del tunnel di Hamas sotto la sede dell’ONU. Il capo dell’ IDF sostiene che l’UNRWA fornisce copertura a Hamas, sapendo esattamente cosa sta accadendo sotto terra, e utilizza il suo budget per finanziare alcune delle capacità militari di Hamas. L’articolo conclude citando le accuse a lungo mosse da Israele contro l’UNRWA riguardo alla perpetuazione del conflitto israelo-palestinese attraverso l’estensione dello status di rifugiato a milioni di discendenti di palestinesi fuggiti o costretti ad abbandonare le loro case nel 1948, anziché limitare tale status solo ai rifugiati originali, come avviene con la maggior parte delle popolazioni di rifugiati nel mondo.
L’UNRWA non ha risposto immediatamente alle richieste di commento. In un tweet successivo alla pubblicazione, il capo dell’agenzia, Philippe Lazzarini, ha negato di essere a conoscenza del datacenter di Hamas.

(Israele360, 11 febbraio 2024)

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Perché l'Autorità Palestinese non è meglio di Hamas

L'amministrazione Biden può continuare a sognare di "rinnovare" l'Autorità Palestinese, ma ogni bambino palestinese sa che ciò non accadrà mai finché i leader palestinesi continueranno a pagare molto per l'assassinio degli ebrei e a chiedere l'eliminazione di Israele.

di Bassam Tawil*

Mahmoud Abbas: se avessimo un solo centesimo, lo spenderemmo per le famiglie dei martiri e dei prigionieri
Mentre l'amministrazione Biden continua a promuovere l'idea di avere un'Autorità Palestinese (AP) "rivitalizzata" che governi la Striscia di Gaza il giorno dopo la fine dell'attuale guerra tra Israele e Hamas, i leader dell'AP stanno ancora una volta dimostrando perché non sono molto diversi dai terroristi islamisti sostenuti dall'Iran che vogliono distruggere Israele e uccidere gli ebrei.
Dopo l'assassinio, avvenuto il 2 gennaio a Beirut, in Libano, di Saleh al-Arouri, vice capo dell'"ufficio politico" di Hamas, responsabile di innumerevoli attacchi terroristici contro gli israeliani negli ultimi dieci anni, i dirigenti dell'Autorità Palestinese si sono affrettati a elogiarlo come "martire" ed "eroe", e a condannare Israele per aver presumibilmente ucciso il numero due di Hamas. Questa glorificazione di un acerrimo terrorista non è altro che un pieno sostegno al Jihad (guerra santa) di Hamas contro Israele, come delineato nel suo statuto del 1988, che afferma che "il Jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio". (Articolo 8)
Si tratta della stessa Autorità Palestinese i cui leader continuano a incontrarsi regolarmente con gli alti funzionari dell'amministrazione Biden per discutere degli scenari del "giorno dopo" la fine della guerra tra Israele e Hamas. I funzionari dell'amministrazione Biden non hanno nascosto il loro desiderio di vedere un'Autorità Palestinese apparentemente "rinnovata" sostituire Hamas nel controllo della Striscia di Gaza.
Occorre notare che nel 2018 il programma Rewards for Justice del Dipartimento di Stato americano ha offerto ricompense fino a 5 milioni di dollari ciascuna per informazioni che portassero all'identificazione o alla localizzazione di al-Arouri, dirigente politico di spicco di Hamas, e dei leader dell'organizzazione libanese Hezbollah Khalil Yusif Mahmoud Harb e Haytham Ali Tabataba'i.
Al-Arouri, che ha finanziato e diretto le operazioni militari di Hamas in Cisgiordania, ha avuto un ruolo in numerosi attacchi terroristici, dirottamenti e rapimenti. Fu lui a dichiarare la responsabilità di Hamas dell'attacco terroristico compiuto il 12 giugno 2014 in cui tre adolescenti ebrei israeliani, di cui uno, Naftali Fraenkel, con doppia cittadinanza israeliana e americana, furono rapiti e uccisi.
L'amministrazione Biden deve ancora precisare cosa intende quando parla di un'Autorità Palestinese "rivitalizzata".
Se l'amministrazione statunitense spera che la leadership dell'AP metta fine alla campagna di incitamento contro Israele nelle moschee, nei media e nella retorica dei funzionari palestinesi, vive tra le nuvole. Se l'amministrazione Biden crede che l'Autorità Palestinese, come parte di un processo di "rivitalizzazione", porrà fine alla sua infinita glorificazione dei terroristi e smetterà di ricompensarli sistematicamente con stipendi mensili per l'omicidio di israeliani, avrà altresì una brutta sorpresa.
Subito dopo l'uccisione di al-Arouri, la fazione Fatah al governo del presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha condannato in un comunicato il "vile assassinio", elogiando il terrorista di Hamas come "un'importante figura nazionale palestinese, combattente e martire". Secondo Fatah, "il martirio di al-Arouri ha ferito i sentimenti di tutti i palestinesi". Fatah ha anche indetto, il 3 gennaio, uno sciopero generale in Cisgiordania per piangere la morte del numero due di Hamas e di altri terroristi del gruppo.
Jibril Rajoub, segretario generale del Comitato Centrale di Fatah, strettamente associato ad Abbas, ha telefonato al leader di Hamas Ismail Haniyeh per porgere le sue condoglianze per il "martirio" di al-Arouri, affermando: "Con il martirio di Saleh al-Arouri, la Palestina ha perso uno dei suoi leali figli e combattenti che hanno dedicato la loro vita al servizio della causa palestinese".
Anche il primo ministro dell'Autorità Palestinese Mohammad Shtayyeh ha salutato al-Arouri come un "martire" e ha espresso le sue condoglianze a Hamas e ai palestinesi. Shtayyeh ha altresì chiesto a Dio di "coprire [al-Arouri] con la sua immensa misericordia e di accettarlo in Paradiso".
Nella città di Jenin, in Cisgiordania, Jamal Hawil, un alto dirigente di Fatah, ha guidato una manifestazione di protesta per denunciare l'uccisione di al-Arouri, da lui etichettato come "martire".
Hawil ha inoltre elogiato il massacro di Hamas del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani furono uccisi, più di 5.000 feriti e oltre 240 rapiti e presi in ostaggio nella Striscia di Gaza; e ha sottolineato come il leader di Hamas ha ispirato l'ondata di attività terroristiche contro Israele in Cisgiordania:
    "Saleh al-Arouri ha invitato i giovani palestinesi [in Cisgiordania] a opporre resistenza con pietre, bombe Molotov, armi e ordigni esplosivi. Le nostre fazioni armate insegneranno [a Israele] una lezione dolorosa".
Non dovrebbe sorprendere che Abbas e altri leader dell'Autorità Palestinese glorificano i terroristi definendoli "martiri" ed "eroi". Nel 2021, Abbas chiese di confortare le famiglie dei terroristi palestinesi uccisi mentre attaccavano gli israeliani. Il presidente dell'AP disse al padre di una terrorista:
    Allah aumenterà la tua ricompensa per la nostra martire [Israa Khzaimiah], per i martiri del popolo palestinese. Allah le permetterà di vivere in Paradiso, e certamente il suo posto è in Paradiso perché è una martire della Palestina e di Gerusalemme. M'inchino sempre ai nostri eroi e alle nostre eroine".
Dopo i brutali massacri degli israeliani perpetrati da Hamas il 7 ottobre, le atrocità sono state celebrate da almeno undici scuole palestinesi, di cui otto gestite dall'Autorità Palestinese, secondo l'Institute for Cultural Peace and Tolerance in School Education (IMPACT-se).
Ad esempio, il liceo maschile di Yaˈabad (nei pressi di Jenin) ) ha detto ai genitori degli alunni che sarebbe rimasto chiuso il 18 ottobre "in segno di rispetto per il sangue puro dei nostri martiri. Dio punisce gli ebrei e coloro che li sostengono".
Allo stesso modo, il 12 ottobre il liceo maschile Adnan Zaki al-Safarini di Tulkarem ha organizzato una manifestazione inneggiante al massacro di Hamas, con la proiezione di un video con il discorso di uno studente, titolato: "Un giorno che vivrà per sempre nella storia della lotta arabo-palestinese (...) il giorno del Diluvio di al-Aqsa [come Hamas ha ribattezzato le atrocità del 7 ottobre]".
    "Sembra che molte scuole nei Territori palestinesi abbiano colto l'occasione degli attacchi del 7 ottobre per celebrare il massacro, glorificando i terroristi di Hamas ed elogiando il loro coraggio e il sacrificio. L'immagine degli alianti, utilizzati dai miliziani di Hamas per perpetrare le atrocità, viene specificamente evocata in alcuni casi, come in un post apparso sui social media di una scuola che mostrava studenti di seconda elementare intenti a colorare disegni raffiguranti terroristi di Hamas su alianti, post pubblicato dal loro insegnante d'arte, con le parole 'Gloriosa Gaza'. Numerose scuole hanno anche colto l'occasione per diffondere messaggi espressamente antisemiti, sperando che Dio [esaudisca il loro desiderio di] 'punire gli ebrei' o definendo gli ebrei 'assassini di profeti', secondo la tradizione delle accuse di deicidio antisemita. Questi dati stanno a indicare che la prossima generazione di palestinesi dovrà essere insensibile alla violenza e alla morte, per considerare gli ebrei e gli israeliani come creature disumane e concepire la propria morte in battaglia come un obiettivo supremo. Alla luce di questo, non si può non giungere alla conclusione che, se lo status quo dell'insegnamento palestinese dovesse continuare, la prossima atrocità sarebbe pressoché assicurata".
Se all'Autorità Palestinese fosse consentito di tornare nella Striscia di Gaza, come vuole l'amministrazione Biden, continuerebbe il suo pluridecennale percorso di educazione al terrorismo. Abbas e la leadership dell'Autorità Palestinese farebbero esattamente ciò che Hamas ha fatto nella Striscia di Gaza negli ultimi vent'anni: allevare un'altra generazione di palestinesi con messaggi di odio verso gli ebrei e di glorificazione dei terroristi.
L'amministrazione Biden può anche continuare a sognare di "rinnovare" l'Autorità Palestinese, ma ogni bambino palestinese sa che ciò non accadrà mai finché i leader palestinesi continueranno a finanziare l'uccisione degli ebrei e a chiedere l'eliminazione di Israele. È tempo che Washington capisca che non esiste una reale differenza tra coloro che perpetrano attacchi terroristici e coloro che li incoraggiano, li glorificano e pagano profumatamente i terroristi per ogni omicidio commesso.
Come l'amministrazione Biden indubbiamente sa, la sostituzione di Hamas con l'Autorità Palestinese non cambierà nulla nella Striscia di Gaza.
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* Bassam Tawil è un arabo musulmano che vive in Medio Oriente.

(Gatestone Institute, 12 febbraio 2024 - trad. di Angelita La Spada)

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Usa e Israele: un rapporto sempre più conflittuale

di Ugo Volli

• Dichiarazioni preoccupanti
 Le relazioni fra Usa e Israele si vanno visibilmente deteriorando. In una conferenza stampa, peraltro caratterizzata da confusioni, buchi di memoria e silenzi imbarazzanti, il presidente Biden ha dichiarato che “la risposta di Gaza è stata over the top”, cioè oltre il limite, esagerata. Un portavoce ha poi specificato che l’espressione non si riferiva alla trattativa degli ostaggi, ma al comportamento di Israele. Il segretario di stato Blinken ha pronunciato pubblicamente una frase che preoccupa per la sua somiglianza a temi antisemiti ricorrenti: “Gli israeliani sono stati disumanizzati nel modo più orribile il 7 ottobre”, ha detto in una conferenza stampa a Tel Aviv. leggendo un discorso preparato, cioè scritto e ben meditato, non in una battuta estemporanea “Da allora gli ostaggi sono stati disumanizzati ogni giorno. Ma questa non può essere una licenza per disumanizzare gli altri”. Vi è anche stato il decreto presidenziale che sanziona quattro dirigenti della Giudea e Samaria, ma minaccia tutti i loro abitanti, fino a ministri importanti come Smotrich e Ben Gvir. Infine vi è l’ammissione di Thomas Friedman, giornalista del NYT che fa anche il consigliere presidenziale, che lo scopo dell’impostazione dei rapporti degli Usa con Israele è far cadere il governo Netanyahu e sostituirlo con una maggioranza più a sinistra.

• Posizioni elettorali
 Si legge spesso in questo atteggiamento una difficoltà di relazioni personali fra Biden (anche in questo erede di Obama) e Netanyahu, il che è certamente vero. Lo si attribuisce anche a interessi elettorali: Biden è in campagna per la rielezione, ha bisogno dei voti dell’estrema sinistra antisraeliana e degli arabi che sono numerosi in certi stati disputati come in Michigan (mentre gli elettori ebrei sono concentrati in stati già sicuri per i democratici come New York). E anche Netanyahu non può cedere troppo agli americani senza perdere l’appoggio della sua base elettorale. Ma vi è certamente di più.

• La posizione di Israele
 Il pubblico israeliano (e anche buona parte dei politici) ha imparato una dura lezione dal 7 ottobre, analoga ma più forte ancora di quella che aveva dovuto subire dall’ondata terroristica fra il 2000 e il 2002: non è possibile convivere con forze terroriste organizzate ai propri confini. Non bisogna credere ai discorsi pacifisti che i loro dirigenti fanno talvolta in inglese per l’audience internazionale, ma alle minacce che continuano a ripetere in arabo per i propri militanti. Non si può ottenere la pace migliorando la condizione economica delle zone palestinesi, perché esse sono governate secondo l’ideologia della distruzione di Israele e non all’interesse della popolazione. Non è dunque possibile accettare la costituzione di un vero stato palestinese accanto a Israele, perché esso diventerebbe un santuario terrorista e investirebbe gli aiuti in armi e fortificazioni antisraeliane come è accaduto a Gaza. Per ottenere una convivenza almeno parzialmente pacifica non basta la minaccia della “deterrenza”, cioè della distruzione delle risorse nemiche, bisogna lavorare ogni giorno sul terreno per disabilitare le minacce terroriste come Israele fa da sempre in Giudea e Samaria. In questa crisi è essenziale distruggere completamente i terroristi e mantenere a Gaza quello stesso livello di sorveglianza attiva. La guerra è contro Hamas, ma bisogna comprendere che la grande maggioranza dei palestinesi lo appoggia e vi sono movimenti terroristi concorrenti, mentre purtroppo non movimenti o personalità influenti che rifiutino il terrorismo e vogliano una pace vera con Israele. E sullo sfondo il problema vero è l’Iran che finanzia e arma chiunque cerchi di distruggere Israele.

• La posizione americana
 Gli Usa non hanno capito tutto questo e non lo vogliono accettare. Per loro Hamas e compagnia sono movimenti politici che certo, possono fare terrorismo e vanno scoraggiati dal farlo, ma con cui bisogna parlare e cercare di mettersi d’accordo: in prospettiva “partner per la pace”. Lo stesso per l’Iran. Il terrorismo nasce dal fatto che le aspirazioni statali dei palestinesi non sono soddisfate e dunque per avere la pace bisogna realizzarle. Bisogna credere alle intenzioni pacifiche proclamate dagli arabi in occidente e non badare alle minacce in arabo. La popolazione “civile” palestinese è tutta innocente e va aiutata, anche se gli aiuti finiscono quasi tutti ai terroristi. Così anche l’Unrwa. Non bisogna esagerare nelle reazioni, la tregua va perseguita anche se così Hamas conserva missili, le truppe e buona parte del sistema di fortificazioni sotterranee.
   Come si vede le impostazioni sono opposte. Gli Usa, o almeno i Democratici, vogliono sì che Israele viva. Ma, come si espresse una volta Kissinger (che era consigliere di Nixon, quindi di un repubblicano moderato) che “non vinca troppo, o magari perda un po’, perché questo faciliterebbe la pace”. O magari servirebbe a migliorare l’immagine degli Usa. C’è una conciliazione possibile? Gli Usa oggi commettono l’errore politico non raro di credere alla loro stessa propaganda e dicono sempre più chiaramente che la colpa della resistenza israeliana sia di Netanyahu e dei suoi “soci cattivi” Smotrich e Ben Gvir. Cercano di ricattare Israele lesinando i rifornimenti militari e l’appoggio politico. Non si rendono conto che proprio con le loro dichiarazioni forniscono argomenti elettorali al primo ministro che detestano, perché la frase di Golda Meir “meglio condannati che compianti” è profondamente condivisa dal pubblico israeliano, salvo isolatissimi estremisti di sinistra. E non capiscono che qualunque governo dovrebbe prendere lo stesso atteggiamento e che perfino gli stati arabi che rendono omaggio verbale allo stato palestinese in realtà non lo vogliono. Paradossalmente, è proprio l’esperienza e la lucidità politica di Netanyahu, la sua capacità di raggiungere compromessi accettabili, che potrà risparmiare a questa amministrazione l’umiliazione di contraddirsi e fallire clamorosamente abbandonando la difesa di Israele.

(Shalom, 11 febbraio 2024)

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L’ambasciatore di Israele Alon Bar protesta contro la campagna ProPal a Sanremo

«Ritengo vergognoso che il palco del Festival di Sanremo sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile.
Nella strage del 7 ottobre, tra le 1200 vittime, c’erano oltre 360 giovani trucidati e violentati nel corso del Nova Music Festival. Altri 40 di loro, sono stati rapiti e si trovano ancora nelle mani dei terroristi insieme ad altre decine di ostaggi israeliani. Il Festival di Sanremo avrebbe potuto esprimere loro solidarietà. È un peccato che questo non sia accaduto». Le parole dell’ambasciatore di Israele a Roma Alon Bar, diffuse dal suo profilo X, riflettono un sentimento condiviso da molti.
Qualche ora di svago per seguire la canzone italiana nel momento più nazional-popolare del Bel Paese: gli ebrei italiani – e non solo –  che speravano di ritagliarsi questo tempo, in un periodo ormai davvero lungo di angoscia e preoccupazione per la guerra tra Israele e Hamas, scatenata dall’attacco palestinese del 7 ottobre, sono rimasti delusi.
Dal palco Ghali, il rapper di origine tunisina molto amato e seguito dai giovani, ha inserito nella sua canzone  Casa mia (prima o dopo il 7 ottobre non è dato sapere, perché i testi sono stati presentati prima, ma potevano essere modificati fino al 24 novembre)  un passaggio che recita: «Ma, come fate a dire che qui è tutto normale / Per tracciare un confine / Con linee immaginarie bombardate un ospedale / Per un pezzo di terra o per un pezzo di pane / Non c’è mai pace».  Ora, il testo poteva apparire abbastanza “ecumenico” perché Hamas ha bombardato più volte gli ospedali israeliani, come quello di Ashkelon  mentre Israele non ha risparmiato le strutture ospedaliere a Gaza quando ha avuto la certezza che fossero state trasformate in depositi di armi e basi logistiche dai terroristi di Hamas. Ma dopo l’ultima esibizione della serata finale Ghali ha espresso più chiaramente il suo pensiero: “Stop al genocidio”, sposando così una tesi falsa e fuorviante che, come ha sottolineato l’Ambasciatore, semina odio contro Israele e gli ebrei in genere. E la sua preoccupazione è dimostrata dalle centinaia di commenti che sui social applaudono Ghali per il suo “coraggio”.
Ma ci sono stati anche altri episodi: durante l’esibizione del rapper Tedua sulla nave da crociera “contropalco” dell’Ariston, è apparsa una bandiera palestinese tra il pubblico. Nel corso delle cinque serate del festival, diversi gli appelli per la “pace” lanciati dal palco. Se Eros Ramazzotti ha fatto un accenno ai “500.000 bambini nel Mondo vittime di guerra”, Dargen D’Amico è apparso ondivago, chiedendo la prima sera il “cessate il fuoco” in Medio Oriente, poi la seconda sera si è tirato indietro dicendo di non volersi esprimere su questioni politiche, per poi ripensarci ancora nella serata finale quando – forse dopo aver visto il sostegno incassato da Ghali per il suo “coraggio” – ha di nuovo declamato “In questo momento dall’altra pare del Mediterraneo ci sono bambini buttati sul pavimento, perché negli ospedali non ci sono più barelle, bambini mutilati, operati a luce dei cellulari senza anestesia. Se abbiamo il coraggio di voltarci dall’altra parte usiamo quel coraggio per imporre un cessate il fuoco. Cessate il fuoco, per favore. Cessate il fuoco”.
Tutto ciò nel silenzio più totale del conduttore Amadeus che, visto l’andazzo ProPal a senso unico preso dal suo spettacolo, avrebbe potuto almeno esprimere una parola di cordoglio per i giovani del Nova Festival e per il rilascio degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas.
Anche il presidente della Comunità milanese Walker Meghnagi era intervenuto con una nota dopo la prima serata del Festival di Sanremo: «Ieri sera al Festival di Sanremo – scrive Meghnagi  -, uno spettacolo che dovrebbe unire gli italiani, è andata in scena un’esibizione che ha ferito molti spettatori. Ghali ha proposto una canzone per gli abitanti di Gaza, ma a differenza di Ghali non possiamo dimenticare che questa terribile guerra è il prodotto di quanto successo il 7 ottobre».
Anche nel dopofestival da Mara Venier, domenica 11 febbraio, Ghali ha ripetuto, sollecitato a commentare le parole dell’Ambasciatore israeliano: “Stop al genocidio”. Applausi del pubblico.

(Bet Magazine Mosaico, 11 febbraio 2024)

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«Vi spiego perché questa sarà una lunga guerra per la sopravvivenza»

Intervento al VI Congresso dell’Associazione milanese pro-Israele

di Sharon Nizza

Nel 2000, quando avevo 17 anni, è scoppiata la Seconda Intifada. Non sapevo quasi nulla di Israele allora. La mia vita di ebrea milanese fu scossa dalla perenne richiesta di spiegare cosa “stavamo facendo lì ai palestinesi”. Una full immersion di dibattiti durante le occupazioni nelle scuole pubbliche mi portò a decidere, terminato il liceo, di andare a vivere in Israele. Arrivai il 30 luglio 2002 e andai a iscrivermi all’Università ebraica di Gerusalemme. Il giorno successivo, vi fu l’attentato all’Università che lasciò 9 morti. Fu il mio welcome nel Paese. Da allora sono passati 22 anni in cui ho cercato di capire tutte le sfaccettature della realtà israeliana: destra sinistra, religiosi, laici, arabi-israeliani, palestinesi d’Israele e palestinesi dei Territori. La quotidianità era costellata da attentati suicidi nei bus o nei ristoranti, quando i luoghi dei massacri venivano ripuliti nell’immediato e si tornava a vivere. Nel 2005, i dibattiti laceranti intorno al disimpegno da Gaza, che peraltro hanno portato presto a svariati round di guerra con la Gaza gestita da Hamas dopo il colpo di Stato del 2007. La guerra con il Libano nel 2006, la risoluzione Onu 1701 con un Unifil che non è riuscito a farne rispettare i termini, per cui 18 anni dopo, Israele e Libano sono sull’orlo di una nuova guerra. Le fallite trattative di pace di Annapolis nel 2007. E mentre in sostanza regnava lo statu quo rispetto alla soluzione con i palestinesi, il Paese prosperava: economia fortissima, la startup nation, a inizi 2023 Israele svetta al quarto posto al mondo nell’indice di felicità globale. Mi sono sempre detta: tutto ciò è estremamente vitale e interessante, pieno di spunti. Ma la sensazione era sempre di una società che vive un post trauma collettivo. Una polarizzazione perenne tra voglia di vivere e minaccia costante di morte, come in un elettrocardiogramma impazzito. Ovviamente l’ultimo di questi picchi è stato dato dal passaggio immediato, senza possibilità di respiro, dalla frattura interna che aleggiava nel Paese fino al 6 ottobre all’unità palesatasi 24 ore dopo, quando le discordie sono state accantonate – temporaneamente, ma questo è il tema di un altro intervento – per far fronte a un nemico comune.
Faccio questa premessa per dire che, a differenza di tanti altri momenti della storia complessa e dolorosa di questo Paese – e ho parlato solo dei momenti che io ho vissuto in prima persona – quanto è accaduto e sta accadendo dal 7 Ottobre è un qualcosa senza precedenti. Israele è ancora totalmente sommersa nella fase traumatica: nello shock più totale. Quanto accaduto quel sabato nero è senza via di dubbio il peggiore attacco della storia del Paese. E viene paragonato unicamente alla dinamica delle guerra del 48: una lunga guerra per la sopravvivenza. E non solo per le dimensioni della mattanza che ha causato il più sanguinoso eccidio ebraico dalla Shoah in un giorno solo, ma anche per via di un altro elemento critico: Israele ha subito un colpo fatale alla propria deterrenza. E, nello scacchiere mediorientale, non dimostrare capacità di deterrenza è in sostanza una minaccia di morte.
La maggior parte della popolazione israeliana si sente ancora massimo all’8 ottobre. Il trauma accompagna la vita delle persone senza sosta: le foto degli ostaggi – ancora 136 a Gaza a oggi – sono ovunque per strada, nelle stazioni dei treni, all’aeroporto, alla fermata dell’autobus. Ore e ore di telegiornali sono dedicate a raccontare le storie dei caduti, perché’ dare un nome e la dignità di un racconto di vita alle vittime è da sempre un imperativo dell’ebraismo. Molto altro spazio è dedicato anche a esporre storie di eroismo che solo ora emergono. E tante altri elementi che non sono ancora emersi, come i racconti di vittime di abusi sessuali – perché sì, ci sono anche vittime tra i sopravvissuti alla strage secondo dati forniti dal ministero del Welfare – che impiegheranno mesi, forse anni ad emergere, perché il tempo dell’elaborazione di questi crimini non è necessariamente quello dell’item giornalistico, come peraltro il movimento #metoo – “ti crediamo” – ci voleva insegnare, salvo poi mettere al banco delle imputate proprio le vittime israeliane. Un’altra causa dello shock che pervade la società israeliana è peraltro la profonda ferita per la mancanza di solidarietà del mondo.
E poi ci sono ancora circa 150,000 sfollati, di cui 70,000 solo dal fronte Nord, per cui non si capisce minimamente quale sia la prospettiva nel medio raggio. Questo è un evento senza precedenti nell’intera storia del Paese.
Usate solo questo come metro di paragone: fino al 7.10 la società israeliana aveva passato 50 anni e 1 giorno a autoflaggellarsi per quello che veniva considerato il “fallimento della guerra del Kippur”, che invece fu una vittoria in sostanza. Dopo – quello sì fallimento e di portata colossale – il 7.10, alla società israeliana attendono decenni di dura disamine degli eventi e di esame di coscienza.
Il trauma degli israeliani è dato soprattutto dal crollo totale della fiducia nelle istituzioni, perché ancora non è stata formulata una risposta sensata e approfondita alla domanda più critica, ossia come tutto ciò sia potuto accadere il 7.10. In parallelo però, anche questo moto sismico che ha spezzato la fiducia è per forza di cose sospeso nell’aria, perché i soldati vanno a combattere per lo stesso esercito verso cui tutti si pongono la domanda: ma dov’era? E quindi, giustamente, le domande salienti sono rimandate. E, se tanto dolore è intervenuto nelle vite degli israeliani, la speranza è che non si passi all’obliterazione del trauma “per andare avanti”, sul modello tipico dello “iè beseder” (andrà bene) che è la risposta standard di ogni israeliano alla domanda “come va?”. Né tantomeno che non si replichino quelli schemi divisivi che hanno lacerato la società israeliana fino al 6.10.
Dal 7.10 sono stata sottoposta a orrori di ogni genere: vedere costantemente immagini repellenti di massacri, per la maggior parte filmati dai terroristi stessi. Interviste a sopravvissuti che descrivono scene surreali che ci riportano ai pogrom di oltre 80 anni fa. Sfollati che non vogliono tornare a casa fino a quando la minaccia non verrà eradicata. Persone che invece rimangono o tornano perché non vogliono abbandonare, e rischiano di pigliarsi un missile anticarro in ogni momento, come peraltro è successo tre settimane fa a Kfar Yuval al confine nord. Famigliari di ostaggi che vivono con una spada di Damocle sulla testa. Tra tanta complessità e orrore, c’è stato un momento che mi ha profondamente toccato, circa 10 giorni fa, quando mi trovavo di nuovo al Kibbutz Beeri con un gruppo di giornalisti europei. Nili Bar Sinai, 74 anni, sopravvissuta, suo marito ucciso il 7.10 (sua madre peraltro era stata uccisa nell’attentato all’Aeroporto Ben Gurion nel 1972), ci accompagna per i vicoletti del Kibbutz condividendo con noi le ore della mattanza. Alla fine del giro mi chiede in confidenza, sapendo che so l’ebraico: “E’ la prima volta che racconto. Come sono andata?”. Mi ha detto che chiaramente preferirebbe non dover rivivere quei momenti, ma siccome “il mondo non ci crede”, sento l’obbligo di farlo. Eravamo il prossimità della Giornata della Memoria e questa analogia tra negazionismo di oggi e di ieri è stata veramente devastante. Secondo Cyberwell, una Ong che si occupa di monitorare il fenomeno dell’antisemitismo online, circa 1/3 dei contenuti sulle principali piattaforme social nega in un modo o nell’altro che gli eventi del 7.10 siano avvenuti (e una parte di questi crede che Israele li abbia orchestrati da sola). La ricerca è stata fatta su un campione di soli 910 post che hanno raggiunto oltre 26 milioni di visualizzazioni, una cassa di risonanza incredibile. E questo senza calcolare TikTok dove il problema è molto più acuto.
Per Israele, il 7.10 è la linea dello spartiacque con il mondo di Ieri – e non a caso uso il nome del titolo dell’ultima opera di Stefan Zweig, suicida nel 1942 testimone e profeta degli orrori che avrebbero marchiato la civiltà di lì a poco.
Ora, se mettiamo da parte la lettura emotiva e ci concentriamo sull’analisi, la domanda è: come è possibile recuperare una bussola in questo nuovo mondo che sembra senza coordinate? O, quantomeno, come non tornare a quel “mondo di ieri” che ha portato a questo sfacelo? Come evitare ulteriori massacri?
Queste sono domande critiche a cui ancora mancano risposte, perché di nuovo, nella fase trauma è difficile fornire risposte univoche. E poi chiaramente perché tra il dire il fare c’è di mezzo un oceano di interessi diversi e spesso contrastanti, anche tra gli stessi alleati. Quando si parla del “giorno dopo” a Gaza, dobbiamo capire che questo giorno non è una soluzione magica che si paleserà a stretto giro, ma prenderà mesi, e innumerevoli incognite e variabili potrebbero cambiare in corso di cose i piani.
Nel breve raggio, penso che a stretto giro si arriverà a un cessate il fuoco a Gaza perché si entrerà nel vivo delle primarie americane e Biden ha necessità di arrivare a quel momento con meno immagini di devastazione da Gaza. Non a caso si parla molto intensamente ora di un accordo che potrebbe portare al rilascio di ostaggi. Israele si trova, dal primo giorno, in un dilemma fortissimo avendo posto due obiettivi a questa campagna militare: eradicare Hamas e far tornare gli ostaggi.
Personalmente ho sempre creduto che i due obiettivi non fossero compatibili con la realpolitik dettata dall’agenda internazionale: eradicare Hamas è un’operazione che richiederà mesi, forse anni. Peraltro, operativamente non è stata quantificata: in che modo si stabilisce il raggiungimento di questo obiettivo? Con la testa di Sinwar? Di Mohammad Deif? Con l’eliminazione di quanti dei circa 30,000 operativi di Hamas a Gaza? Con la distruzione di quanti km dei circa 800 della Metro, la complessa e fortificata rete di tunnel sotterranea di Hamas a Gaza? 
Se la pressione americana otterrà i suoi risultati, chiaramente Israele non avrà portato a casa uno dei due obiettivi, l’eradicazione di Hamas. Se però dovesse così venire raggiunto il secondo, la restituzione degli ostaggi, la grande domanda è se questo risultato da solo possa essere considerato una vittoria. E qui le opinioni sono diverse. E’ chiaro che la popolazione israeliana è trepidante all’idea di poter salvare gli ostaggi. Questa si potrebbe di certo annoverare come una sorta di “vittoria morale” per un Paese democratico che ha a cuore la vita dei suoi cittadini. Ma il prezzo che comporterà è dilaniante di per sé e oggetto di grande dibattito ora nel Paese: quanti terroristi con sangue sulle mani verranno liberati? Ricordiamo che Sinwar stesso, insieme ad altri 1026 prigionieri palestinesi, venne rilasciato nello scambio per ottenere indietro il solo soldato Shalit nel 2011, peraltro in un’azione lungimirante diretta da Sinwar stesso dall’interno del carcere israeliano e condotta sul campo da suo fratello Mohammad. Poi: la leadership di Hamas godrà di immunità? Avrà un ruolo nel post-Gaza? In sostanza, credo che non si debba essere troppo manichei nel giudicare questa situazione in termini di vittoria o fallimento. Una trattativa che porterà a una cessazione delle campagna militare su vasta scala e al ritorno di tutti o buona parte degli ostaggi, va comunque inquadrata nel più ampio scenario dello scacchiere mediorientale per come si è delineato negli ultimi 4 anni con gli Accordi di Abramo. Quello che non mi pare invece realistico possa accadere a stretto giro è che torni alla ribalta la soluzione dei due Stati, poco attuale e attuabile già da tempo nonostante gli slogan declamati da questo o quel politico quasi a volersi sbrigativamente pulire la coscienza. Non riesco a capire come si possa pensare che, nel momento in cui la fiducia è ai minimi storici – e ricordo che anche civili palestinesi hanno partecipato ai massacri del 7.10 e incarcerato ostaggi nelle proprie case – questo possa accadere.
Qui è importante tenere a mente un principio che è la chiave di lettura del Medioriente: in MO tutto quello che vedi palesemente non conta molto. E’ quello che non vedi che conta ben di più. Quindi: il dialogo tra sauditi e israeliani non si è mai interrotto, ma continua prevalentemente sottobanco, o meglio: i messaggi pubblici che leggiamo in merito non rispecchiano con fedeltà quanto avviene lontano dai registratori. Gli Accordi di Abramo reggono, i Paesi coinvolti (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco) non hanno interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. Il comune denominatore di queste alleanze è dettato prevalentemente dalla volontà di questi Paesi sunniti di assicurarsi di fonte al radicalismo sciita e alle velleità egemoniche iraniane, attraverso le proxy Hezbollah in Libano e Houti in Yemen, nonché di colpire i Fratelli Musulmani (di cui Hamas è la branca palestinese), che non a caso sono fuorilegge negli Emirati, in Bahrein, Egitto e Arabia Saudita. Quindi questi Paesi hanno un interesse molto forte affinché Israele faccia il lavoro sporco contro Hamas a Gaza e per questo le condanne alla guerra intrapresa dall’IDF in reazione agli eventi del 7.10 sono state solo di facciata, e comunque molto deboli. Inoltre, questi Stati (e ben prima di loro, nemici ben più acerrimi come Egitto e Giordania), nonostante le ripetute dichiarazioni in favore di uno Stato palestinese, di fatto hanno sempre perseguito i propri interessi prima di questo obiettivo.
Però ora è necessario, al fine di non replicare gli schemi del mondo di ieri, che i Sauditi abbiano un ruolo più pubblico con Israele e nel post guerra a Gaza: la normalizzazione tra Gerusalemme e Riad prenderà tempo, ma i Sauditi potrebbero intanto influire sulla prossima leadership palestinese a Gaza (che difficilmente sarà quella di Abu Mazen, totalmente priva di consenso popolare, mentre potrebbe essere legata alla sfera del suo rivale Mohammad Dahlan che dal 2011, cacciato da Abu Mazen, è di stanza negli Emirati). Oppure potrebbero avere un ruolo predominante nella ricostruzione di Gaza, marginalizzando il Qatar, il principale attore destabilizzante nell’area, ospite della leadership di Hamas e allo stesso tempo mediatore.
Dopodiché, se anche il fronte Sud si placherà con il raggiungimento di un cessate il fuoco temporaneo, rimane ancora l’incognita enorme del fronte Nord: Israele ha evacuato i circa 70,000 abitanti della fascia di 5km a ridosso con il confine libanese, cosa che non era mai accaduta, nemmeno durante la guerra con il Libano del 2006. Peraltro, gli sfollati continuano a ripetere di non voler tornare a casa, dal momento che le capacità militari e l’arsenale di Hezbollah sono decisamente più distruttivi di quelli di Hamas. Per anni, lo scenario dell’incursione terroristica via terra era previsto dagli analisti proprio su quel fronte con le forze di élite di Hezbollah, la milizia Radwan. Israele potrebbe trovarsi a strettissimo giro di fronte a un altro dilemma atroce: se, a seguito di un raggiunto cessate il fuoco con Gaza, Hezbollah smetterà di colpire Israele come fa dall’8 ottobre, Israele potrà permettersi di infliggere il colpo preventivo che avvierebbe un’altra guerra sanguinosa? Il sentire comune in Israele, tra gli analisti ma anche tra i cittadini stessi che popolano quelle aree, è che se non si risolve la minaccia a Nord ripristinando la deterrenza, Israele nel giro di qualche anno si troverà ad affrontare un nuovo 7.10 anche da Nord. Ma, ora la mia sensazione è che questo scenario verrà posticipato, forse a dopo le elezioni presidenziali americane.

Queste erano solo alcune considerazioni tattiche. Se invece parliamo di soluzioni strategiche, di ampio respiro, che possano cambiare gli approcci tradizionali utilizzati finora, è necessario fare degli interventi radicali su alcuni fronti:
– Ruolo chiave dell’educazione: i libri di testo palestinesi negano sistematicamente il diritto all’esistenza di Israele. Per formare la futura generazione di opinione maker palestinesi, urge monitorare e riformare questo aspetto. Qui includo anche la necessità di sradicare la narrativa della negazione della presenza ebraica antecedente al 48, includesse le comunità ebraiche che sono rimaste nelle terre contese dopo la dominazione romana, anche durante le varie dominazioni musulmane, dai mammelucchi ai turchi e poi chiaramente sotto gli inglesi. Nonché la narrativa ancora più deleteria per cui “Al Aqsa è in pericolo” perché i sionisti vorrebbero distruggerla per costruirvi il terzo tempio: questo, negli ultimi 30 anni è l’argomento principale utilizzato per sobillare la piazza musulmana mondiale contro Israele e non a caso il nome che Hamas ha dato a questa guerra è “Tuffan Al Aqsa”, il Diluvio di Al Aqsa, ricollocando peraltro il conflitto nella sua dimensione ideologico-religiosa e non territoriale, come si ostinano a credere nel mondo occidentale.
– Smantellare l’Unrwa e collocarla sotto l’Unhcr. Dal 1949, le Nazioni Unite hanno lavorato in parallelo per creare l’Unrwa, l’agenzia che si occupa unicamente dei profughi palestinesi e l’Unhcr, che si prende cura di tutti gli altri profughi del mondo. Oltre alla scelta poco limpida di creare due agenzie distinte, il paradosso è che esse hanno anche due mandati diversi: l’Unhcr si occupa di ricollocare i profughi nel Paese di destinazione, dove se il profugo viene poi naturalizzato, giustamente smette di essere seguito dall’agenzia; il mandato dell’Unrwa invece non è ricollocare, bensì fornire assistenza, welfare e lavoro, anche se nel frattempo è stata acquisita altra cittadinanza. Inoltre lo status di rifugiato palestinese viene trasmesso alle generazioni successive, motivo per cui se nel 1949 l’Unrwa aveva preso in gestione circa 750,000 profughi, oggi ne segue quasi 6 milioni nel mondo. Nelle settimane scorse, si è aperto uno spiraglio nella direzione di rivisitare questo ente (che peraltro è anche fornitore di servizi educativi che non rispettano i principi dell’Onu stesso) con lo scandalo per cui diversi lavoratori palestinesi dell’Unrwa sono stati coinvolti nell’attacco del 7.10. Il Segretario Generale Onu ha avviato un’inchiesta in merito e staremo a vedere dove si arriverà.
– L’occidente (e qui includo Israele) deve ammettere di non capire a sufficienza la mentalità mediorientale estremista: che lavora a lungo termine, con pazienza, per un obiettivo specifico che è la distruzione di Israele come entità sovrana in qualsiasi parte di questa terra “from the river to the sea”. Questo punto peraltro è parte chiave dell’analisi che ci porta a capire il fallimento della lettura delle intenzioni di Hamas negli ultimi anni, anche da parte di Israele: l’illusione che fosse diventato un attore razionale interessato al benessere della popolazione, che non fosse interessato al confronto armato per non fare passi indietro rispetto alle condizioni economiche molto migliorate negli ultimi anni grazie all’aumento dei permessi di lavoro e l’influsso di soldi esteri, che invece poi è stato impiegato per la maggior parte nella creazione di tunnel.
– Sullo statu quo non si può costruire un futuro stabile: è assolutamente necessario trovare una soluzione per la questione palestinese. Ma invece che la comunità internazionale continui a pulirsi la coscienza con lo slogan dei due popoli, due stati, soluzione rifiutata dai palestinesi stessi in più incroci critici della storia di questo conflitto, dovrebbe ragionare su soluzioni alternative. Tra le opzioni che possono essere approfondite, c’è quella dello stato binazionale (“from the river to the sea”) con piena cittadinanza a tutti i palestinesi mantenendo però la definizione dello Stato ebraico; oppure la soluzione federale / cantoni /emirati, che andrebbe peraltro anche a rispondere alla divisione interna in Israele a cui abbiamo assistito nell’anno passato. Se la comunità internazionale vuole essere un partner costruttivo, è suo compito uscire dagli schemi mentali che hanno creato solo stallo.
– E visto che probabilmente parliamo di utopie, dal momento che non credo che la comunità internazionale sarà in grado di adottare soluzioni coraggiose e lungimiranti, aggiungo anche: i Paesi occidentali devono bannare TikTok, che altro non è che un agente sovversivo cinese volto a polarizzare le società occidentali. E’ una delle armi deleterie per il medio-lungo termine con cui la Cina combatte la sua guerra contro gli USA, che è chiaramente lo scenario più ampio in cui va letto anche il conflitto mediorientale.

Nonostante la situazione sia davvero tragica e estremamente complessa, voglio anche segnalare alcuni aspetti positivi:
– Non è scoppiato il fronte interno. Gli arabi-palestinesi cittadini di Israele (20% della popolazione) non hanno avviato moti interni a seguito del 7.10 (diversamente da quanto accaduto nel conflitto del maggio 2021). Credo che buona parte di questa calma interna – nonostante l’evidente dramma di una popolazione che si trova in bilico tra identità diverse e in conflitto tra loro – derivi dal trauma enorme dato dal fatto che tra le vittime dei massacri del 7.10 ci sono anche numerosi arabi israeliani (compresi ostaggi tuttora in mano a Hamas), nonostante fosse palese che si trattasse di musulmani/arabi/palestinesi (donne con il Hijab, persone che recitano versi coranici supplicando per la loro vita).
– La resilienza israeliana sta ancora reggendo. Dalle molte conversazioni che ho tenuto con tanti degli sfollati, sopravvissuti ai massacri, si può dedurre che il trend generale sia tornare nei Kibbutz di confine, peraltro noti per essere storicamente roccaforti della sinistra laica israeliana che ha subito un colpo enorme il 7.10. Il che mi ha fatto venire in mente questo articolo di Yuval Elbashan, “Quello che i nostri nemici non capiscono: Be’eri sarà sempre con noi”, che avevo tradotto pochi giorni dopo la guerra. Un estratto:
- “I nostri nemici si sbagliano alla grande, mentre esultano al suono delle pale che hanno iniziato a scavare le tombe dei nostri eroi. Non capiscono che, non appena avremo finito di seppellire i nostri morti, con le stesse pale scaveremo le buche in cui pianteremo gli alberi in loro memoria, nei luoghi che abbiamo difeso strenuamente (…) E sul prato accanto alla sala da pranzo del Kibbutz Be’eri, proprio quello che adesso è un ammasso di macerie fumanti, i bambini giocheranno ancora animatamente, e i vecchi si lamenteranno del rumore che fanno. E nella stessa sala da pranzo, che sarà stata rinnovata più volte nel frattempo, un vecchio scontroso, durante la cerimonia in commemorazione dei membri del Kibbutz per quella strage di un tempo, si lamenterà che “non sono venuti abbastanza compagni” cosa che secondo lui è vergognosa, “perché un popolo che non conosce il proprio passato non ha futuro”. E la maggior parte di quelli che parteciperanno a quella commemorazione non ricorderanno con precisione cosa è successo in quella disgraziata festività e liquideranno le sue parole, alzando gli occhi al cielo, come a voler far intendere che sono stanchi di queste cerimonie che il vecchio costringe loro a fare ogni anno. E il vecchio, che se ne tornerà a casa infuriato per l’indifferenza di questa nuova generazione, non sa che proprio in quei momenti, in una delle stanze dei ragazzi, che distano solo un centinaio di metri dalla sala da pranzo ristrutturata – proprio quella dove una volta, molto tempo prima, era avvenuto un massacro – il suo nipote più giovane sta baciando per la prima volta una ragazza”.
- Ecco, un mesetto fa mi trovato nel Kibbutz Beeri per un reportage proprio su chi è tornato a viverci per seguire i lavori di ricostruzione e soprattutto il lavoro della tipografia e dell’agricoltura. Mentre zappava un campo di patate, ho conosciuto Tom Carbone, figlio di un signore italiano che, di passaggio nel ‘73 in Israele, rimase bloccato per via della guerra del Kippur, e da allora è rimasto a Beeri: Tom è sopravvissuto al 7.10, suo padre si è salvato per miracolo, sua madre è stata uccisa. Dopo meno di un mese, è stato tra i primi a tornare per seguire le coltivazioni che altrimenti sarebbero andate in malora, lasciando moglie e figlioletto nell’hotel sul Mar Morto dove sono dislocati i compagni di Beeri: “Io sono sempre con il sorriso sulla faccia” mi ha detto “ma non significa che non sia triste dentro il mio cuore. Lo faccio per il mio bambino: perché dobbiamo reagire e andare avanti”.
Quanto descriveva Elbashan, è successo quasi nell’immediato, nonostante il trauma e lo shock. E questo è senza dubbio un fattore positivo, in quanto la coesione e la resilienza della società israeliana sono fattori determinanti per fare fronte alle numerose sfide che si prospettano per il futuro del Medioriente.

(Morashà, 11 febbraio 2024)

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Per l’aggressore di Lahav Shapira divieto di accesso all’Università

Il sospettato non può entrare nel campus per tre mesi

Dopo l'aggressione a uno studente ebreo, la Freie Universität Berlin ha tratto le sue conseguenze. Venerdì sera l'università ha annunciato di aver vietato l'accesso al campus al sospettato per proteggere i membri dell'università dopo il violento attacco a Berlino-Mitte, che sarebbe stato motivato dall'antisemitismo. Il divieto è valido per tre mesi in tutto il campus e può essere esteso. I formati di insegnamento online non sono inclusi nel decreto dell'università.
   Lo studente ebreo della FU Lahav Shapira è stato ricoverato in ospedale lo scorso fine settimana con ossa rotte al volto. Un compagno di studi filopalestinese di 23 anni lo avrebbe preso a pugni e calci in una strada di Berlin-Mitte. L'ufficio del pubblico ministero ipotizza un attacco mirato e un contesto antisemita. Il caso sta scuotendo la città da giorni e sta mettendo sotto pressione anche la direzione della FU.
   Dopo l'attacco, il presidente della FU Günter Ziegler ha espresso il suo orrore e ha condannato il reato. "Le nostre condoglianze vanno alla vittima e ai suoi parenti. Gli auguriamo una pronta e completa guarigione", ha dichiarato Ziegler. La solidarietà è estesa a tutte le vittime di ostilità e violenza antisemita.
   "In considerazione del reato, il sospetto sarebbe stato percepito come una minaccia nel campus universitario", ha detto Ziegler. "Per proteggere i membri dell'università e per salvaguardare la pace dell'università, il divieto, che è stato imposto per un periodo iniziale di tre mesi, è indispensabile".
   Secondo l'università, circa 40.000 persone provenienti da oltre 150 nazioni con origini e affiliazioni religiose diverse studiano, insegnano, ricercano e lavorano all'università. "Questa diversità caratterizza l'immagine dell'università", si legge. "L'umanità, il rispetto e la tolleranza sono le pietre miliari della nostra comunità. L'antisemitismo in qualsiasi forma, il razzismo e la discriminazione non sono tollerati".

(Jüdische Allgemeine, 11 febbraio 2024)

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Il maxi tunnel di Hamas sotto al palazzo dell’Unrwa. Netanyahu: a Rafah finiremo entro l’inizio del Ramadan

Il premier programma l’avvio delle operazioni entro due settimane. Prima serve l’ok egiziano.

di Daniele Raineri

L’imminente invasione dell’esercito israeliano a Rafah comincerà «entro due settimane» e dovrà finire «entro il 10 marzo», avrebbe detto il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu secondo la stampa israeliana. Nel primo caso l’avrebbe detto al capo della diplomazia Antony Blinken, per rassicurarlo sul fatto che riuscirà a far evacuare in tempo i civili palestinesi, e nel secondo caso l’avrebbe detto ai suoi generali per ricordare loro che non c’è più tempo: fra un mese comincia il mese sacro di Ramadan e Israele non potrà sfidare per sempre le richieste internazionali di un cessate il fuoco.
   Quattro settimane di tempo quindi per evacuazione e battaglia urbana, con il rischio altissimo che l’operazione di terra dentro l’ultima città non devastata della Striscia si trasformi in un massacro. Ma prima l’esercito israeliano deve trovare un accordo con l’Egitto, che minaccia di sospendere quello di pace del 1979 in caso di operazione di terra contro Rafah.
   Ieri al giorno numero centoventisette di guerra il bilancio ufficiale comunicato dal ministero della Sanità di Gaza - controllato da Hamas - ha superato i ventottomila palestinesi morti. Un bombardamento israeliano ha ucciso 44 persone a Rafah e tra loro ci sono anche il capo dell’intelligence della polizia di Hamas, Ahmed al Yakobi, e altri due ufficiali del gruppo palestinese. Gli aerei israeliani hanno lanciato sulla città anche copie di al Waqah, una pubblicazione in lingua araba dell’esercito israeliano che promette «nient’altro che la verità» e ieri mostrava la foto di un figlio del leader di Hamas, Ismail Haniyeh mentre si godeva la semifinale di Coppa Asia allo stadio in Qatar. Il messaggio alla popolazione di Gaza era: voi siete qui fra sofferenze enormi e loro fanno bella vita all’estero.
   L’esercito israeliano a Gaza City ha trovato un tunnel di Hamas che conteneva quello che descrive come «uno degli asset più importanti e segreti di Hamas: un centro dati sotterraneo con un server usato per l’intelligence e le comunicazioni», e una delle bocche d’ingresso era a pochi metri dal quartier generale dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Il centro segreto era direttamente sotto il palazzo, con l’ovvio intento di proteggerlo dai raid aerei israeliani. Il capo dell’Unrwa, Philippe Lazzarini, ha risposto che l’organizzazione non ne sapeva nulla e le ispezioni periodiche non avevano fatto nascere sospetti. La scoperta si lega alle polemiche nate dopo l’accusa dell’intelligence israeliana contro dodici dipendenti dell’agenzia, poi scesi a sei, che avrebbero partecipato all’attacco del 7 ottobre. L’accusa ha portato alla sospensione dei finanziamenti da parte dei principali Stati sponsor dell’Agenzia

(la Repubblica, 10 febbraio 2024)

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Moody’s abbassa il rating di Israele e declassa l’outlook da “stabile” a “negativo”

L’agenzia di rating Moody’s avverte che “le finanze pubbliche stanno diminuendo” e prevede un onere del debito “materialmente più elevato” a causa della guerra a Gaza; l’outlook viene abbassato a causa del “rischio di escalation” con Hezbollah,

L’agenzia di rating statunitense Moody’s ha abbassato il rating del credito di Israele a causa dell’impatto della guerra in corso con Hamas a Gaza, abbassandolo di una tacca da A1 ad A2.
   In un comunicato, Moody’s ha dichiarato di averlo fatto dopo aver valutato che “il conflitto militare in corso con Hamas, le sue conseguenze e quelle più ampie aumentano materialmente il rischio politico per Israele, oltre a indebolire le sue istituzioni esecutive e legislative e la sua forza fiscale, per il prossimo futuro”. L’agenzia di rating ha anche abbassato le prospettive del debito israeliano a “negative” a causa del “rischio di un’escalation” con il gruppo terroristico libanese Hezbollah, molto più potente, che opera lungo il confine settentrionale.
   In una rara dichiarazione rilasciata durante lo Shabbat, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato la decisione di Moody’s. “L’economia israeliana è forte. Il declassamento del rating non è legato all’economia, ma è interamente dovuto al fatto che siamo in guerra”, ha detto il premier.
   “Il rating tornerà a salire nel momento in cui vinceremo la guerra – e la vinceremo”, ha previsto. La guerra a Gaza è stata scatenata dopo il devastante attacco guidato da Hamas del 7 ottobre, in cui i terroristi palestinesi hanno ucciso circa 1.200 persone, per lo più civili, e ne hanno prese 253 in ostaggio nella Striscia di Gaza. In risposta, Israele ha lanciato attacchi aerei e un’offensiva di terra con l’obiettivo di rovesciare il governo di Hamas a Gaza e restituire gli ostaggi.
   Secondo il ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, sono morte almeno 27.947 persone nell’enclave, una cifra non verificata che non distingue tra combattenti e civili e che si ritiene includa anche i palestinesi uccisi a causa di missili erranti lanciati da gruppi terroristici nella Striscia. In seguito all’attacco, S&P Global Ratings ha abbassato le prospettive di credito di Israele da stabili a negative per il rischio che il conflitto tra Israele e Hamas si allarghi.
   Fitch, l’ultima delle tre grandi agenzie di rating statunitensi, ha posto Israele sotto osservazione negativa per i rischi derivanti dal conflitto. “L’indebolimento del contesto di sicurezza implica un rischio sociale più elevato e indica istituzioni esecutive e legislative più deboli rispetto a quanto valutato in precedenza da Moody’s”, ha dichiarato venerdì l’agenzia di rating nel comunicato che spiega la sua decisione.
   “Allo stesso tempo, le finanze pubbliche israeliane stanno diminuendo e la tendenza al ribasso del rapporto debito pubblico/PIL precedentemente prevista si è invertita”, ha proseguito l’agenzia.
   “Moody’s prevede che l’onere del debito di Israele sarà materialmente più alto di quanto previsto prima del conflitto”, ha aggiunto. L’annuncio di Moody’s è arrivato mentre la coalizione sta portando avanti un bilancio di guerra emendato per il 2024, che mercoledì ha superato la prima delle tre letture del plenum della Knesset per diventare legge.
   Per pagare l’aumento della spesa per la difesa di circa 70 miliardi di NIS (18,6 miliardi di dollari), il bilancio prevede un taglio lineare del 3% a tutti i ministeri, con alcune eccezioni. Inoltre, taglia circa 2,5 miliardi di NIS (670 milioni di dollari) su 8 miliardi di NIS di fondi di coalizione – fondi discrezionali destinati a progetti di MK e ministri – e contiene un obiettivo di deficit del 6,6% del PIL.
   In particolare, l’attuale piano non contiene alcuna disposizione per ridurre il numero di dipartimenti governativi, nonostante la raccomandazione del Ministero delle Finanze di chiudere 10 ministeri superflui – tra cui il Ministero degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali, il Ministero di Gerusalemme e della Tradizione Ebraica e il Ministero dell’Intelligence – per coprire il deficit bellico.
   Prima del voto di mercoledì, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha presentato il bilancio come un pacchetto di spesa responsabile che fornirà le risorse necessarie a Israele per raggiungere la vittoria contro Hamas, pur notando che le spese sostenute durante la guerra non scompariranno con la fine delle ostilità.
   “Alcune delle vulnerabilità ci accompagneranno nel prossimo futuro e graveranno sull’economia. Questo è un punto di svolta nell’economia israeliana che richiede la mobilitazione del governo e di tutti noi come società”, ha affermato. La guerra con Hamas – iniziata il 7 ottobre quando il gruppo terroristico ha condotto un attacco transfrontaliero a sorpresa, uccidendo circa 1.200 persone, la maggior parte delle quali civili, e prendendo in ostaggio circa 240 persone – starebbe costando a Israele almeno 1 miliardo di NIS (269 milioni di dollari) al giorno.

(Israele360, 10 febbraio 2024)

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Un sermone di Joseph Rabinowitz

La settimana scorsa abbiamo presentato un libro sulla figura e l’opera di Joseph Rabinowitz. Dallo stesso libro riportiamo il testo di un sermone che tenne nell’aprile 1891, in occasione del “Venerdì Santo”.

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«Per amor tuo, io soffro vituperio e la vergogna mi copre la faccia» (Salmo 69,7)
«Gli si inginocchiarono davanti, lo schernivano: Salve, re dei Giudei!» (Matteo 27,29)

Cari amatissimi figli di Israele! Esaltiamo insieme l'Eterno, Dio di Israele, che cambia i tempi e le stagioni, avviciniamoci a Lui con preghiere di ringraziamento, a Lui che, secondo la Sua bontà, ha ordinato il mutare dei tempi. Per molti secoli, gli ebrei in questa settimana, quella che precede il santo Pesach, hanno sempre vissuto con grande ansietà, per timore di attirarsi, con parole o azioni, l'ira dei cristiani, la cui ostilità emergeva, facilmente, in questo periodo, perché i padri degli ebrei, prima di Pesach, avevano consegnato Gesù Cristo, per essere flagellato e crocifisso.
Questa ira dei cristiani è costata agli ebrei molto sangue, non sorprende che gli ebrei, da parte loro, mostrino risentimento, quando questa settimana si avvicina, anche al più piccolo ricordo della storia, macchiata di sangue, di Gesù di Nazareth, che l'intero mondo cristiano considera il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Per gli ebrei è doloroso pensare che questa storia sia divenuta un'eredità perpetua, per quasi tutto il mondo, per tutti i popoli. Questa settimana importante era diventata, ugualmente difficile, per entrambe le parti, ma grazie a Dio ora, per la sua bontà ed amore, Egli ha concesso a noi figli di Israele, la libertà di trovarci assieme, nel nostro santuario, in questa grande settimana, nel giorno che ci ricorda la crocifissione di Gesù Cristo, come tutti i veri cristiani possiamo, mediante il Suo Santo Nome e i libri del Vecchio e Nuovo Testamento, arrivare alla conoscenza di questo eterno dramma divino, questa terribile non meritata morte, che il Redentore del mondo ha preso su di sé, con amore e umiltà.
In verità, è la nostra gratitudine, senza confini, verso il Padre Celeste, che ha dato a tutti noi, ebrei e agli altri popoli, in un tempo in cui l'intelletto umano è in rapido progresso, in mezzo ad una fresca fioritura di scienza e di arti, l'opportunità di riconoscere e aprire gli occhi su Gesù, crocefisso e schernito. Proprio come fece il giusto Simeone, quando vide il bambino in braccio a sua madre e riconobbe la salvezza che Dio aveva preparato per tutto il popolo, la luce per illuminare i gentili e la gloria del Suo popolo Israele (Luca 2,31-32).
Ciò che i vecchi occhi del giusto Simeone videro, grazie alla potenza dello Spirito Santo, gli orgogliosi ebrei non poterono vedere, né gli ignoranti e arditi romani. Per il sommo sacerdote Caifa, guida del popolo ebreo, fu facile decidere la morte di Gesù, argomentando che «Fosse conveniente, per noi, che un solo uomo muoia per il popolo, piuttosto che perisca l'intera nazione» (Giovanni 11,50). Non gli venne in mente che quello stesso Gesù, era l'unica persona che forniva prova di essere il Redentore, non solo per i peccati del popolo ebreo, ma anche per quelli di tutta l'umanità. Come disse il profeta: «Egli portò i peccati di molti» (Isaia 53,12).
Nemmeno per il governatore dei gentili a Gerusalemme, il proconsole Pilato. fu difficile consegnare, alla leggera, Gesù agli ebrei dicendo: «Ecco l'uomo!» (Giovanni 19,5). Non aveva la ben che minima idea che gli uomini diventano tali, nel vero senso della parola, solo quando il quadro dell'uomo/Dio, Gesù, è perpetuamente davanti ai loro occhi ed essi seguono con fermezza i Suoi passi.
Solo più tardi, i gentili rigenerati entrarono più pienamente nelle parole «Ecco l'uomo!», parole che furono pronunciate dal loro antico governatore. E molti tra i figli di Israele cominciarono ad ascoltare: «È conveniente, per noi, che un solo uomo muoia per il popolo, piuttosto che perisca l'intera nazione».
Oggi, giorno che ci ricorda le sofferenze e la morte che Gesù Cristo ha preso su di sé a causa dei peccati degli ebrei e dei gentili, dobbiamo unirci con tutti gli uomini,che sinceramente credono che il prezioso e santo sangue del Figlio di Dio, Gesù, lava tutti noi che siamo peccatori, ebrei e gentili. In ginocchio dobbiamo chiedere a Dio Padre:

  1. che Egli possa aprire i nostri occhi, sempre di più, in modo che possiamo vedere in Gesù Cristo la salvezza che Egli ha preparato per tutti i popoli, la redenzione che lava ogni credente dai suoi peccati
  2. che Egli possa versare il Suo Santo Spirito su noi tutti, per far capire a noi ebrei e ai gentili che Gesù Cristo non è venuto nel mondo per seminare conflitti e odio tra gli uomini, ma per permetterci di riconoscere le parole sante dell' apostolo Paolo: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due popoli uno e ha demolito il muro di separazione» (Efesini 2,14)
  3. che Egli possa aiutarci ad abbandonare l'uomo vecchio con i suoi peccati e la morte, diventare un uomo completamente nuovo, mediante la vera fede in Gesù, di cui lo Spirito Santo, per bocca di Pilato disse: «Ecco l'uomo!»

Con stupore e timore, rimaniamo in silenzio davanti alla profonda e sconfinata fede che i santi Evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni avevano in Gesù Cristo come Messia, il Figlio di Davide, il Re dei Giudei. Dobbiamo ricordare che tutti e quattro i Vangeli furono scritti nel primo secolo, dopo la nascita, la vita terrena, la morte e la resurrezione del Redentore. Accadde quando la gente delle classi elevate della società, considerò con disprezzo quei piccoli libri che parlavano di un Gesù ebreo crocifisso.
Questo avvenne quando era considerato folle e veniva deriso chi apertamente si azzardava a restare nella propria fede in Gesù, il Figlio del Dio vivente, che risorse dai morti e ascese al cielo come Eterno Re sopra la casa di Giacobbe. In tali circostanze, si può pensare che gli Evangelisti fossero piuttosto preoccupati per gli insegnamenti e le parabole che presentavano la vita di Cristo prima che fosse consegnato nelle mani degli ebrei. Vediamo, però, che prestano più attenzione e danno maggiore spazio alle sue sofferenze, si curano di dare ai posteri, una completa descrizione delle derisioni cui Egli fu sottoposto prima della crocifissione e mentre veniva inchiodato sulla croce.
Se per un momento accettiamo le idee del Talmud sugli Evangelisti, cioè che fossero ignobili ingannatori che con varie favole riuscirono ad impressionare le masse semplici per tirarle dalla propria parte, allora si presenta necessariamente la questione: perché non hanno taciuto la morte ignominiosa e non si sono gloriati, raccontando la coraggiosa ed eroica fine della Sua vita? Lo scopo degli Evangelisti era, evidentemente, diverso.
Nella loro descrizione della passione di Gesù, non hanno accentuato i colori per strappare lacrime dagli occhi e compassione dai cuori; non si sono dilungati nel proprio dolore, con lamenti rigati di lacrime, come aveva fatto Geremia al tempo della distruzione di Gerusalemme. Non sentiamo né gemiti né sospiri provocati dalla morte del Redentore. Loro conoscevano bene il Suo desiderio che il popolo non piangesse su di Lui (Luca 23,28). No, essi scrissero i loro Vangeli sull'umiliazione e le sofferenze di Gesù con un divino, sublime, celestiale sorriso sui loro volti, con il riso di cui parla il salmista: " ... Colui che siede ne' cieli, ne riderà ... " (Salmo 2,4). La loro intenzione era di far emergere con maggiore chiarezza l'ignoranza degli uomini, la loro miseria e cecità, affinché comprendessero che i loro poteri e la loro volontà sono privi di significato, che Dio compie la Sua volontà senza che loro la riconoscano, che essi sono soltanto strumenti nelle Sue mani, adempiendo unicamente ciò che Egli ha preordinato, anche se sono convinti di agire secondo la propria volontà.
Gli Evangelisti narrano, nei dettagli, come Gesù fosse stato deriso e svergognato. Allo stesso tempo, raccontano completamente la grande opera che è piaciuta a Dio di adempiere per mezzo loro e portarla a compimento tramite quelli che l'hanno biasimato.
Mentre noi, dopo milleottocento anni, leggiamo dell'ignominia alla quale il Redentore è stato sottoposto, poniamo ai figli del XIX secolo questa domanda: "Chi comprese, prima degli altri, la grande missione di Gesù di Nazareth?' Furono le migliaia di ebrei, farisei e scribi, sadducei e soldati romani che si presero beffe di lui e gridarono: "Crocifiggilo!”?Oppure furono i semplici, i comuni pescatori che in fede hanno creduto in Gesù come Figlio del Dio vivente, il Salvatore del mondo, l'eterno Figlio di David, che Egli era il Re degli ebrei? Non è forse la corona di spine, che per scherno coprì la sua testa, diventata la più preziosa di tutte le corone del mondo? Non è forse vero che i suoi nemici, che per scherno si inchinarono davanti a Lui, si sono poi trasformati in milioni di persone devote che piegano il ginocchio davanti a Lui?
È venuto anche il momento di convincersi che le parole di scherno dei nemici di Cristo: "Salve, re dei Giudei!' in realtà possano facilmente adempiersi, affinché per volontà di Dio gli ebrei possano risorgere, come gli altri popoli, e diventare una nazione vivente; questo avverrà quando perverranno alla fede nel Messia del loro popolo e di tutti i popoli, Gesù di Nazareth, il Re dei Giudei.
Che accesa e forte fede, che vivente e potente fiducia riempiva i cuori degli Evangelisti, così che poterono descrivere tutte le sofferenze e gli insulti ai quali il loro Messia fu esposto da parte dei suoi contemporanei! Si può chiedere da dove ottenessero, i discepoli di Gesù, tale fede, e la profonda convinzione che il Gesù schernito e crocifisso fosse davvero il Signore e il Re del mondo. Io non parlo del modo in cui la fiducia di gente semplice e di pii ebrei fu adempiuta, ma io chiedo: "Da dove ottennero essi stessi tale fiducia?" È vano cercare la risposta nei dati storici e negli eruditi, noi troviamo la risposta negli stessi Evangelisti, in Luca 24,25-30. Egli racconta che dopo la Sua resurrezione dalla morte, Egli chiamò due dei suoi discepoli, lenti a capire le Sacre Scritture e i profeti, e spiegò loro che quanto era accaduto, era l'adempimento delle profezie su di Lui, che il Cristo doveva soffrire e poi entrare nella sua gloria.
Le Sacre Scritture sono la fonte della loro fede! La costante lettura di tali libri, ispirati da Dio, aprì i loro occhi e li aiutò a vedere, in tutte le sofferenze del Cristo, la sua infinita e immutabile gloria. Questi libri, di cui Gesù disse che non un solo iota sarebbe rimasto inadempiuto, dettero loro anche la fede che li convinse e che convincerà il mondo intero.
Cari amatissimi fratelli! Io credo, fermamente e pienamente, che anche voi, sulla base del Salmo 69, che abbiamo letto, che senza dubbio il Redentore lesse ai suoi discepoli, siate capaci di arrivare alla convinzione che il disprezzato e crocifisso Gesù, sia il Cristo, il glorificato Re degli ebrei, che siede alla destra del Padre, fino a che ogni cosa, in cielo e sulla terra, sia assoggettata a Lui, e mediante Lui riconciliata a Dio Padre. Così pregate il Padre Celeste che ci aiuti a comprendere le parole del santo salmista, che guidato dallo Spirito disse:

      Salmo 69
      4  Quelli che mi odiano, senza motivo, sono più numerosi
          dei capelli del mio capo
      8  Sono diventato un estraneo per i miei fratelli.
      
    9  gli oltraggi di chi ti oltraggia sono caduti su di me
    20  ho aspettato chi mi confortasse, ma invano; ho atteso
         chi mi consolasse, ma non ci fu alcuno.
    21  Mi hanno dato fiele come cibo, per dissetarmi
          mi hanno dato da bere aceto
    29  Io sono afflitto e addolorato; la tua salvezza, o Dio,
          mi levi in alto
    35  Poiché Dio salverà Sion.

Dovete imprimere nella vostra memoria le rilevanti parole: "Dio salverà Sion ... " e dovete comprendere che tutte le sofferenze di Gesù avevano questo scopo. Il vostro cuore vivrà se cerca Dio. Nuovi cieli e nuova terra saranno creati, "Lo lodino i cieli e la terra", e i tre concetti: Dio, salvezza e Sion saranno trasformati in una unità indissolubile.
Gesù mostrò che fu per volontà del Padre che egli sopportò il biasimo, ma il Padre Celeste ha anche mostrato di avere esaudito la preghiera di Suo figlio:

    "Non siano confusi quelli che Ti cercano per amore mio, O Dio di Israele" (Salmo 69,6)

Non vergognatevi di Gesù crocifisso! Dovete credere che Dio Gli ha dato il potere di vedere la fondazione della nuova Gerusalemme e che la promessa sarà adempiuta: "Chi ama il Suo nome, vi abiterà" (Salmo 69,36). Amen.


(Notizie su Israele, 11 febbraio 2024)


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Netanyahu ha ordinato all'IDF di prepararsi per una "massiccia operazione" a Rafah

Da almeno tre settimane, lo Stato Maggiore dell'IDF si sta preparando per l'occupazione della città della Striscia di Gaza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato venerdì di aver ordinato all'IDF e ai servizi di sicurezza di prepararsi per una "massiccia operazione" a Rafah, con l'obiettivo di sconfiggere i quattro battaglioni di Hamas che ritiene stiano operando nella città più meridionale della Striscia di Gaza. In una dichiarazione, l'ufficio di Netanyahu ha detto che il piano affronterà anche la necessità di evacuare la popolazione civile da Rafah, che è diventata una città rifugio con circa 1,4 milioni di palestinesi che vivono lì. 
  In realtà, lo stato maggiore di Tsahal si sta preparando all'occupazione di Rafah da almeno tre settimane. 
  L'esercito israeliano ha già approvato e convalidato il piano preparato per l'operazione a Rafah, che include anche un riferimento all'evacuazione dei civili. Nella sua dichiarazione, l'ufficio di Netanyahu ha affermato: "È impossibile raggiungere l'obiettivo di guerra di eliminare Hamas e lasciare quattro battaglioni di Hamas a Rafah. D'altra parte, è chiaro che un'operazione forte a Rafah richiede l'evacuazione della popolazione civile. Per questo motivo il Primo Ministro ha chiesto all'IDF e all'establishment della sicurezza di presentare al Gabinetto un doppio piano, per evacuare la popolazione e sciogliere i battaglioni. 
  Un funzionario israeliano senza nome ha dichiarato ieri sera alla Reuters che prima di un'operazione a Rafah, Israele autorizzerà l'evacuazione dei civili dalla città a nord della Striscia di Gaza. I segni di preparazione per l'operazione di Rafah sono apparsi per diversi giorni, in un contesto di pressione su Hamas nell'ambito dei negoziati per un accordo. I colloqui sono giunti a un punto morto dopo la risposta di Hamas, definita "delirante" da Netanyahu, che chiede la fine della guerra, il ritiro di Tsahal dalla Striscia di Gaza e il rilascio di massa dei terroristi "pesanti". Gli Stati Uniti hanno annunciato ieri di essere contrari a un'operazione a Rafah, avvertendo che senza "un'attenta considerazione", un'azione nella città potrebbe portare a un "disastro".

(i24, 10 febbraio 2024)

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Tutti gli errori di Israele che hanno portato all’incubo di Rafah

di Lazar Berman

Philadelphi Route
Dopo decenni di sforzi per tenere sotto controllo la minaccia di Hamas, la città più meridionale di Gaza, Rafah, e la Philadelphi Route che la collega al confine con l’Egitto, rappresentano ancora una volta un grosso problema per Israele.
I palestinesi hanno iniziato a scavare tunnel sotto le recinzioni di confine di Israele durante la Prima Intifada alla fine degli anni ’80 e, nei decenni successivi, le Forze di Difesa Israeliane hanno provato una serie di metodi per scoprire i tunnel e impedire ai gruppi terroristici di introdurre nuove armi letali.
  L’attenzione si è concentrata sulla Philadelphi Route, la strada di sicurezza di 14 chilometri che divide le sezioni gazane ed egiziane di Rafah. Ma si trattava di un lavoro pericoloso. Durante la Seconda Intifada, il corridoio è stato il luogo in cui 13 soldati dell’IDF sono stati uccisi nel disastro APC del 2004, e Hamas è riuscito a far esplodere degli esplosivi sotto l’avamposto JVT, uccidendo cinque soldati.
  Nonostante le obiezioni dei servizi di sicurezza israeliani e di molti funzionari, Israele si è ritirato dalla Philadelphi Route nel ritiro da Gaza del 2005. Israele ha permesso all’Egitto di introdurre 750 guardie di frontiera pesantemente armate, che però non sono riuscite a impedire un massiccio aumento del contrabbando nella Striscia.
  Quando Hamas ha espulso con la forza l’Autorità Palestinese da Gaza nel 2007, ha usato i tunnel – e l’occasionale distruzione della barriera di confine con l’Egitto – per riempire le proprie casse e costruire le proprie capacità militari.
  Ora, quattro mesi dopo che Hamas ha usato quelle armi per massacrare 1.200 israeliani e prenderne in ostaggio altre centinaia, Rafah è diventata una questione intricata per la leadership di Israele, che minaccia di far deragliare l’intero sforzo bellico.
  Con l’eccezione di Rafah, le forze israeliane hanno manovrato in tutte le città di Gaza e hanno spinto i combattenti di Hamas nella clandestinità. È difficile immaginare che Israele riesca a raggiungere il suo obiettivo di guerra di rovesciare Hamas se non prende Rafah. La maggior parte dei battaglioni di Hamas ancora funzionanti si trova in città e, se Israele non prende il controllo dell’area di confine, l’organizzazione terroristica al potere a Gaza potrà riprendere a contrabbandare nuove armi – e potenzialmente ostaggi o leader di alto livello – quando i combattimenti finiranno.
  Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha detto venerdì. “È impossibile raggiungere l’obiettivo bellico di eliminare Hamas lasciando quattro battaglioni a Rafah”, ha dichiarato il suo ufficio in un comunicato.

• UN CRESCENTE GRATTACAPO STRATEGICO
  Ma le circostanze diventano ogni giorno più problematiche per Israele.
  Fin dall’inizio della guerra, Israele ha detto ai gazesi di spostarsi verso sud, e oltre 1 milione di civili si trovano ora nella città e nei suoi dintorni.
  L’Egitto ha avvertito che qualsiasi operazione di terra o spostamento di massa oltre il confine minerebbe il suo trattato di pace con Israele, che dura da quattro decenni.
  “La prosecuzione degli attacchi israeliani su aree densamente popolate creerà una realtà invivibile. Lo scenario di uno sfollamento di massa è una possibilità. La posizione egiziana al riguardo è stata molto chiara e diretta: Siamo contrari a questa politica e non la permetteremo”, ha dichiarato un portavoce del Ministero degli Esteri egiziano.
  Le immagini circolate nelle ultime settimane sui social media hanno mostrato l’Egitto che sembra aver rafforzato le sue difese al confine, con ulteriori muri e filo spinato.
  Anche gli Stati Uniti sono stati sempre più categorici nel mettere in guardia sulle conseguenze di un’operazione a Rafah.
  Il vice portavoce del Dipartimento di Stato americano Vedant Patel ha dichiarato giovedì che gli Stati Uniti “non hanno ancora visto alcuna prova di una seria pianificazione di tale operazione”, aggiungendo: “Condurre un’operazione del genere in questo momento, senza alcuna pianificazione e senza alcuna riflessione, in un’area” dove un milione di persone sono rifugiate “sarebbe un disastro”.
  La Casa Bianca ha lanciato un avvertimento simile.
  “Qualsiasi grande operazione militare a Rafah in questo momento, in queste circostanze, con più di un milione – probabilmente più di un milione e mezzo – di palestinesi che cercano rifugio e hanno cercato rifugio a Rafah senza la dovuta considerazione per la loro sicurezza sarebbe un disastro e non la sosterremmo”, ha dichiarato ai giornalisti il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale John Kirby.
  Aspettare così a lungo per affrontare l’area strategica di confine ha già reso meno probabile che l’IDF sia in grado di farlo, almeno alle condizioni che desidera.
  Rimandare la conquista di Rafah e del confine potrebbe trasformarsi nel più grande errore strategico dell’operazione di terra di Israele contro Hamas.

• UN PIANO CANCELLATO
  Le radici della cattiva gestione della guerra risalgono ad anni prima del suo scoppio.
  Quando il 7 ottobre le jeep di Hamas si sono riversate attraverso decine di brecce nella modernissima recinzione di confine, era quasi un decennio che l’IDF non aveva un piano operativo pronto per conquistare la Striscia di Gaza e sconfiggere Hamas.
  Il Gen. Sami Turgeman, capo del Comando meridionale dell’IDF durante l’operazione Protective Edge nel 2014, ha assunto la sua posizione e ha scoperto che non esisteva un piano del genere. Yoav Gallant, che era in carica quando Hamas ha preso il controllo della Striscia nel 2007, si è rifiutato di crearne uno, e nessuno ha deciso di farlo nonostante i combattimenti contro Hamas.
  Il piano di Turgeman prevedeva tre opzioni, la più grande delle quali prevedeva la presa di controllo di Gaza. La più piccola prevedeva assalti delle brigate dell’IDF contro i battaglioni di Hamas.
  L’opzione media, chiamata Kela David (Fionda di Davide), avrebbe tagliato fuori Gaza City e la Striscia settentrionale da sud, utilizzando la Divisione 162 a nord della città e la Divisione 36 a sud.
  Il piano per la riconquista di Gaza prevedeva che quattro divisioni attaccassero simultaneamente, aggiungendo un assalto della Divisione 98 a Khan Younis e della Divisione 252 a Rafah. Ogni città sarebbe stata isolata dalle altre entro due settimane, e ai civili sarebbero state offerte zone protette lungo la costa. Dopo la rapida conquista della Striscia, sarebbe iniziata la fase di sgombero nelle città.
  Questo piano è stato presentato al gabinetto all’inizio dell’operazione Protective Edge, ma è stato rifiutato.
  Tuttavia, l’esistenza di un piano operativo ben preparato ha avuto dei risultati sul campo.
  “I piani operativi del Comando meridionale per il combattimento nella Striscia di Gaza sono stati aggiornati e approvati”, ha scritto il col. Avi Dahan nella rivista dell’IDF Ma’arachot. “Nel Comando Sud, nella Divisione Gaza e nelle divisioni interforze, si sono svolti processi operativi approfonditi, sono stati preparati preparativi completi per la battaglia e sono stati eseguiti processi di apprendimento e formazione professionale”.
  Questi processi, sostiene Dahan, “hanno aumentato la fiducia professionale dei comandanti e dei soldati, hanno amplificato la preparazione fisica e mentale e hanno migliorato la familiarità con il nemico e il terreno di Gaza”.
  Dopo che Turgeman se ne è andato nel 2015, il suo piano operativo è stato successivamente cancellato e non sostituito da nessuno dei suoi successori, tra cui l’attuale Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi.
  La conquista di Gaza è stata considerata irrealistica, data la chiara avversione della leadership politica a considerare anche solo la possibilità di riassumere la responsabilità per due milioni di gazesi.
  “Le risorse sono limitate”, ha dichiarato un ufficiale che ha lavorato ai piani operativi per Gaza in quel periodo, “e non c’era alcun desiderio di investire risorse in un piano che non aveva alcuna possibilità di essere utilizzato”.

• INCURSIONE INDECISA
  La mancanza di un piano per rovesciare Hamas ha avuto un impatto sul modo in cui l’IDF ha combattuto dopo il 7 ottobre. Poiché aveva bisogno di tempo per elaborare i piani, l’IDF ha aspettato tre settimane per ordinare l’incursione di terra a Gaza, non sfruttando le immediate conseguenze degli attacchi di Hamas, quando la simpatia per Israele era al massimo grazie agli attacchi aerei che hanno iniziato a mietere vittime tra i civili gazani.
  Questo ha influito anche sull’intelligence che Israele possedeva. Se non c’era la possibilità di manovrare in profondità a Gaza, non c’era motivo di spendere risorse per mappare i tunnel di Hamas che non si dirigevano verso Israele.
  Questa scelta ha rallentato notevolmente le operazioni dell’IDF e le ha rese molto più pericolose per le forze di manovra.
  E quando l’incursione è arrivata a fine ottobre, non è stata combattuta in modo aggressivo per massimizzare i vantaggi israeliani.
  “Quando l’offensiva è finalmente iniziata, sembrava che alcune delle sue azioni fossero radicate nel concetto di manovra indecisiva”, ha scritto il generale di brigata (ris.) Eran Ortal. “Tra un approccio decisivo volto a conquistare rapidamente posizioni nemiche cruciali e uno volto a eliminare i terroristi ovunque si trovassero, le manovre dell’IDF erano più in linea con il secondo. Un approccio di manovra richiederebbe molteplici sforzi simultanei per impedire all’avversario di ritirarsi e riorganizzarsi”.
  “Un’offensiva di questo tipo avrebbe dovuto iniziare il più rapidamente possibile, con la massima forza, dirigendosi verso più località contemporaneamente”, ha continuato Ortal.
  Dirigersi prima verso Gaza City aveva perfettamente senso dal punto di vista strategico. I battaglioni di Hamas più efficaci in termini di lancio di razzi si trovavano nel nord della Striscia e la loro portata sarebbe stata in qualche modo limitata se Hamas avesse dovuto sparare da più a sud.
  Gaza City era anche il centro delle capacità di governo di Hamas.
  Ma non è chiaro perché le forze dell’IDF non abbiano preso Rafah allo stesso tempo, come previsto nel piano per la riconquista di Gaza. In quel momento c’erano molti meno civili, il che rendeva più facile per l’Egitto e gli Stati Uniti accettare una grande operazione in quella zona.
  E meno di un mese dopo le atrocità di Hamas – e prima che le vittime gazane avessero raggiunto livelli senza precedenti – ci sarebbe stato molto meno spazio a livello internazionale per criticare Israele mentre dava il via alla sua operazione di terra.

• NESSUN COMPROMESSO?
  Per ora, i leader israeliani promettono che prenderanno Rafah. Mercoledì Netanyahu ha ordinato alle truppe di “prepararsi a operare” a Rafah, dopo aver respinto le “richieste deliranti” di Hamas nei colloqui per l’accordo sugli ostaggi.
  Secondo il funzionario israeliano, non ci sarebbe “nessun compromesso” nel rovesciare Hamas militarmente e politicamente, il che significherebbe operare a Rafah.
  Un secondo funzionario israeliano ha dichiarato giovedì che l’operazione a Rafah non sarà un assalto su larga scala da parte di un’intera divisione, come l’attuale operazione a Khan Younis, ma sarà invece organizzata con raid mirati.
  Le forze israeliane hanno anche intensificato gli attacchi aerei sulla città e le notizie in lingua araba dicono che le forze di terra dell’IDF si stanno avvicinando ai margini di Rafah.
  Nulla di tutto ciò significa, tuttavia, che un’operazione sia scontata. Un ordine di “prepararsi a operare” è diverso da una direttiva di attacco e, poiché Israele sta ancora cercando di fare pressione su Hamas affinché accetti un accordo sugli ostaggi a condizioni più favorevoli, le minacce di prendere Rafah potrebbero far sembrare più urgente un cessate il fuoco immediato ai leader di Hamas.
  Netanyahu ha dichiarato di riconoscere che “una grande operazione a Rafah richiede l’evacuazione della popolazione civile dalle aree di combattimento” e ha dato istruzioni all’IDF di elaborare un piano per farlo, sconfiggendo al contempo le forze di Hamas nella città.
  È possibile che l’IDF conquisti la città, come promettono Netanyahu e la sua leadership bellica. Ma la missione sarebbe stata molto più sicura se la leadership politica e militare di Israele avesse preso più seriamente la minaccia di Hamas prima del 7 ottobre e avesse elaborato un piano più aggressivo nelle settimane successive.

(Rights Reporter, 10 febbraio 2024)

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Con questi amici chi ha bisogno di nemici?

di David Elber

A poche ore dall’eccidio di ebrei commesso il 7 ottobre dai terroristi palestinesi di Hamas, Joe Biden e diverse figure di spicco della sua amministrazione si sono mostrate – come nessun altro – vicine nel dolore allo Stato ebraico. Successivamente, un po’ alla volta, la vicinanza iniziale e il grande sostegno militare americano, sono state sostituite da una realpolitik che ha sempre più penalizzato Israele, fino ad assumere un carattere che si può definire ostile. Ne esamineremo i tratti principali.
   Nell’immediatezza del 7 ottobre, Biden fece un discorso di fraterna vicinanza rivolto all’intero popolo ebraico colpito da un massacro che non si vedeva dai tempi della Shoah. Oltre alla vicinanza a parole, l’amministrazione americana si è adoperata molto per fare arrivare in Israele le munizioni indispensabili per l’offensiva a Gaza finalizzata a eliminare Hamas. Non è passato molto tempo, tuttavia, prima del levarsi delle esortazioni americane a limitare al massimo la morte dei civili, utilizzati da Hamas come scudi umani dietro ai quali nascondere le proprie forze militari e le infrastrutture belliche. Questa condotta, (già sperimentata da oltre 10 anni) oltre che essere in piena violazione del diritto internazionale, per le leggi di guerra rende le infrastrutture civili dei legittimi obiettivi militari, come è sempre successo anche per le guerre condotte dagli Stati Uniti e dalla NATO. Pur conoscendo perfettamente questa realtà, l’Amministrazione Biden non ha mai cessato un momento a richiamare Israele alla tutela dei civili, in un teatro di guerra urbano, dove tutte le strutture civili sono state trasformate in strutture militari nel corso degli anni. Trasformazione urbana di cui sia gli Stati Uniti che la UE sono i maggiori responsabili, avendo per anni finanziato e incentivato l’ingresso di materiali edili senza nessun controllo.
   Analizzando oggettivamente le cifre delle vittime civili, prendendo per vere quelle rilasciate dai terroristi di Hamas, che fanno riferimento a 27.000 vittime complessive senza distinguere tra civili e terroristi, (quelle rilasciate dall’esercito israeliano riferiscono di oltre 10.000 terroristi uccisi), si scopre che il rapporto tra vittime militari e civili è di 1 a 1,7 circa. Si tratta del rapporto tra vittime militari e civili più basso mai registrato in un conflitto militare. Molto più basso di un qualsiasi conflitto al quale hanno partecipato gli Stati Uniti o la NATO o qualsiasi altro paese al mondo. Il dato è stato certificato anche da John Spencer, il maggiore esperto di guerra urbana di West Point. Nonostante ciò, da parte della Casa Bianca, dall’inizio della guerra non sono mai cessate esortazioni a limitare le vittime civili insieme alle critiche per il numero dei morti registrato fino ad ora e considerato troppo alto. La ragione di ciò è esclusivamente determinata dalla politica interna americana. A monte c’è stato una sorta di commissariamento del Gabinetto di guerra e delle sue decisioni, che non ha precedenti.
   Se gli Stati Uniti hanno potuto spingersi così avanti la colpa è senza dubbio dei vertici politici e militari israeliani che hanno messo il paese alla totale dipendenza americana. Al quadro si è aggiunto un sempre più evidente ritardo nelle consegne di munizionamento indispensabile per le operazioni militari, che, come conseguenza, hanno subito un evidente rallentamento.
   L’ultima ingerenza in ordine cronologico, da parte dell’Amministrazione Biden, è relativa ai lavoratori stranieri. Anche in questo caso gli Stati Uniti vogliono avere l’ultima parola su chi può o non può entrare in Israele per lavorare. Siccome Israele ha bloccato l’accesso, per motivi di sicurezza, a oltre 60.000 lavoratori palestinesi, che quotidianamente lavoravano nel paese, (l’80% dei palestinesi ha dichiarato di appoggiare Hamas per il massacro del 7 ottobre), ha iniziato a stringere accordi con India, Sri Lanka e altri paesi per sostituire i lavoratori palestinesi. Agli americani non è piaciuto, quindi si sono attivati subito per accusare pretestuosamente Israele di presunte “violazione di traffico di esseri umani” in modo da costringerlo a riprendersi i lavoratori palestinesi filo Hamas. Non è stato sufficiente. E qui inizia la politica dolosa americana (sempre per ragioni elettorali) che ha permesso la criminalizzazione di Israele a livello internazionale e soprattutto sta mettendo a serio repentaglio l’esistenza stessa dello Stato ebraico, continuando a ribadire in modo ossessivo la necessità della costituzione di uno Stato palestinese.
   L’idea stessa della nascita di uno Stato palestinese che conviva pacificamente a fianco di quello ebraico, dopo quanto è accaduto il 7 ottobre pare una beffa . Dopo 30 anni di intransigenza palestinese in merito ad ogni accordo, tentare di obbligare Israele, alla luce dell’eccidio del 7 ottobre, ad accettare la presenza di uno Stato palestinese ha il sapore di un palese regalo politico per un crimine efferato. Quello che non si è riuscito ad ottenere dopo trent’anni di trattative politiche si cerca di imporlo dopo un massacro di 1.200 persone? Se questo premio lo si è ottenuto uccidendo 1.200 civili, quando anche Giudea e Samaria saranno trasformate in una nuova Gaza, quale sarà il premio per un nuovo eccidio? La Palestina dal fiume al mare?
   Non bisogna essere degli esperti per capire che Gaza è stata trasformata in quello che è oggi avendo un confine non controllato da Israele di pochi chilometri con l’Egitto. Cosa accadrà in Giudea e in Samaria con un confine lungo più di dieci volte quello di Gaza?
   Per Antony Blinken sarebbe l’Autorità Palestinese “rinvigorita” (qualunque cosa significhi) a garantire la pace, così come ha fatto a Gaza 15 anni fa? Oppure anche Giudea e Samaria finiranno sotto il controllo di Hamas?
   Sarebbe grazie a Hamas e al 7 ottobre se uno Stato palestinese vedesse la luce per volontà americana, mentre grazie all’AP, dopo trent’anni di corruzione e trattative ferme, non è mai venuto in essere. Chi ne trarrebbe vantaggio politico, Hamas o l’AP?
   Già oggi, in base a tutti i sondaggi, Hamas gode il favore dell’80% dei palestinesi di Giudea e Samaria, con la nascita di uno Stato palestinese il suo consenso diminuirebbe o aumenterebbe? Quando mai gli americani hanno ottemperato alla promessa di uno Stato demilitarizzato? Se è così semplice perché Gaza è diventata quello che diventata? O il sud del Libano dopo 15 anni dalla Risoluzione 1701 che ne chiedeva la smilitarizzazione? Perché gli americani se ne sono dovuti andare dall’Afghanistan dopo vent’anni di occupazione e il regime che hanno instaurato non è durato neanche un mese dal loro ritiro?
   Gli americani sono ben consci dell’impossibilità pratica di queste idee che hanno il solo scopo di fare risalire il gradimento di Biden agli occhi dell’elettorato musulmano americano e di quello di sinistra tra i democratici a spese della vita di migliaia di civili israeliani.
   In vista delle elezioni che vedranno nel Michigan uno Stato chiave per l’eventuale rielezione di Biden (Stato che ha la presenza della più grande e agguerrita comunità musulmana d’America) Biden e Blinken hanno trovato un capro espiatorio da offrire come compensazione a chi li rimprovera di essere complici di un genocidio. Si tratta dei “coloni”, accusati di “violenze intollerabili” in grado addirittura di destabilizzare la regione.
   Se si leggono le statistiche delle violenze regionali si scopre che a morire per attentati, investimenti, accoltellamenti e lanci di pietre sono proprio i “coloni” e che l’unico palestinese morto per mano di un “colono” è morto perché insieme a numerosi altri aveva preso a sassate la moglie e la figlia piccola di quest’ultimo.
   Tutte le reazioni dei “coloni” che si sono verificate sono state risposte a precedenti attentati palestinesi. Questo non ha impedito all’Amministrazione Biden di emettere una blacklist di “coloni” criminali mentre una blacklist di palestinesi (che in pochi anni hanno ucciso più di cento persone) non è in agenda.
   Prima del dispositivo restrittivo nei confronti dei “coloni” anziché difendere il più fedele alleato americano del Medio Oriente l’Amministrazione Biden ha permesso l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che non nominava Hamas e i palestinesi come responsabili dell’eccidio del 7 ottobre. Ha proseguito orchestrando una costante pressione su Israele affinché permettesse l’ingresso di carburante, viveri e quant’altro necessario a Hamas per continuare la guerra, dato che si impossessa della maggioranza degli aiuti che entrano a Gaza. Nessuna pressione, invece, sull’Egitto affinché permetta la fuga dai teatri di guerra della popolazione civile stremata. Ma la cosa più clamorosa è avere permesso la farsa che è andata in scena all’Aia presso la Corte di Giustizia Internazionale. Qui si è avuta la conferma del mondo al contrario: uno Stato che subisce un genocidio viene messo alla sbarra per genocidio.
   Gli Stati Uniti, anziché usare tutto il loro potere politico (la Corte di Giustizia è un organo politico) per ostacolare la farsa e aiutare Israele (già colpevole a prescindere) si sono accodati alla farsa (la presidente della Corte è americana) in modo da potere eventualmente ricattare Israele in futuro quando sarà necessario un loro veto al Consiglio di Sicurezza.
   Con questi amici, chi ha bisogno di nemici?
   Le due conferenze stampa che si sono tenute ieri in Israele dopo la quinta visita in Medio Oriente dall’inizio della guerra da parte del Segretario di Stato americano Antony Blinken, evidenziano specularmente due registri divergenti.
   Nel suo intervento, Benjamin Netanyahu, ha chiarito in modo perentorio che la proposta di accordo fatta da Hamas è del tutto irricevibile per Israele, e non avrebbe potuto essere diverso, trattandosi di una sommatoria di richieste esorbitanti culminanti con la cessazione dell’operazione militare a Gaza e la vittoria politica del gruppo terrorista.
   Netanyahu ha ribadito che Israele proseguirà la sua operazione militare nella Striscia fino a quando Hamas non sarà sconfitto, e che ogni accordo che non prevede questo esito sarebbe per Israele un disastro. Solo dopo la sconfitta di Hamas sarà possibile riprendere la strada dell’avvicinamento all’Arabia Saudita interrotto il 7 ottobre.
   La Casa Bianca non ottiene dunque al momento alcuna apertura a una disponibilità negoziale da parte di Israele, non con le proposte attuali avanzate da Hamas. Il cauto ottimismo che un accordo potesse essere raggiunto si è dissipato rapidamente. Resta la convinzione di Israele che la liberazione degli ostaggi ancora detenuti nella Striscia, possa avvenire solo con l’aumento della pressione militare, non con la sua sospensione.
   Antony Blinken ha risposto più tardi, e nella sua conferenza ha ribadito che, pur avendo Israele tutto il diritto di perseguire il proprio obiettivo militare, conseguenza del 7 ottobre scorso, il numero dei civili morti continua a essere troppo alto e che Israele deve fare il possibile per diminuirlo, esortazione che è cominciata fin dal principio della guerra e che risponde alle forti critiche interne al partito democratico e a una parte dell’elettorato sull’appoggio che gli Stati Uniti stanno dando a Israele. Fino qui tutto come da copione, ma c’è un passaggio del discorso su cui occorre soffermarsi ed è quando Blinken dice:
   “Gli israeliani sono stati disumanizzati nel modo più orribile il 7 ottobre. Da allora gli ostaggi sono stati disumanizzati ogni giorno. Ma questa non può essere una licenza per disumanizzare gli altri…La stragrande maggioranza della popolazione di Gaza non ha nulla a che fare con gli attacchi del 7 ottobre. Le famiglie di Gaza la cui sopravvivenza dipende dalla fornitura di aiuti da parte di Israele sono come le nostre famiglie. Sono madri e padri, figli e figlie, che vogliono guadagnarsi da vivere dignitosamente, mandare i propri figli a scuola, avere una vita normale. Ecco chi sono. Questo è quello che vogliono. E non possiamo, non dobbiamo perderlo di vista. Non possiamo, non dobbiamo perdere di vista la nostra comune umanità”.
   Al di là della retorica e di una dose massiccia di demagogia, in queste parole si evidenzia come, dopo quattro mesi di guerra e la perdita di vite di migliaia di civili che vanno sottratti dalla cifra all’ingrosso data da Hamas, la quale comprende anche i jihadisti morti negli scontri, il punto fondamentale per gli Stati Uniti non è più, sempre che lo sia mai stato realmente, la sconfitta di Hamas a Gaza, ma che Israele non si comporti come Hamas.
   Si tratta di una equivalenza insostenibile e profondamente disonesta. Washington sa benissimo che non esiste alcuna possibilità reale per Israele, date le condizioni di combattimento nella Striscia per evitare, pur con tutte le cautele, un numero elevato di morti civili. Sa benissimo che Israele sta combattendo una guerra urbana estremamente complicata, e resa ancora più difficile dalle continue pressioni che subisce per fornire aiuti umanitari che sostanzialmente finiscono nelle mani di Hamas, e appunto per cercare di limitare al massimo il numero delle vittime collaterali. Tuttavia non può evitare di confondere le acque indicando che nella sua risposta Israele sta eccedendo, dando così linfa a tutti coloro, la maggioranza degli attori internazionali, che stanno mettendo Israele sotto accusa e vorrebbero imporgli un cessate il fuoco, primo fra tutti Hamas stesso.
   Si tratta del secondo inequivocabile segnale di un cambio di registro, dopo il dispositivo punitivo nei confronti di quattro coloni della Cisgiordania accusati di “violenza intollerabile”, dispositivo che Netanyahu non ha avuto remora a qualificare davanti a Blinken come un atto grave che mette sotto accusa ingiustamente tutta una categoria di persone le quali, in questo momento critico stanno dando con l’impegno a Gaza il loro contributo alla guerra, sottolineando che nulla di simile è stato disposto contro le ben più gravi violenze dei palestinesi contro i residenti ebrei della regione.
   La distanza tra Washington e Gerusalemme è destinata ad allargarsi. Le esigenze di politica interna americane sulla necessità che la guerra non duri ancora a lungo sono in ovvio contrasto con le dichiarazioni di Netanyahu e l’obiettivo che Israele si è dato fin dal principio, la sconfitta di Hamas. Obiettivo che, nonostante il parere del tutto strumentale di sedicenti esperti, è perfettamente raggiungibile, ma necessita di tempo e impegno.
   Hamas non ha le risorse per potere contrastare a lungo l’offensiva israeliana, ed è il motivo per cui, fin dall’inizio della guerra, ha fatto affidamento sulla via politica, le pressioni internazionali per obbligare Israele a quel cessate il fuoco che gli servirebbe per non capitolare. L’utilizzo del Sudafrica, paese amico e ferocemente anti-israeliano, per accusare Israele di genocidio davanti alla Corte Penale Internazionale, rientra in questa strategia.
   Gli Stati Uniti non chiederanno a Israele il cessate il fuoco, sarebbe troppo esorbitante il prezzo politico da pagare a casa, ma cercheranno di fare il possibile nei giorni che verranno per metterlo nelle condizioni di accettare un accordo per il rilascio degli ostaggi, che, con il pretesto che sia questo il vero obiettivo da raggiungere, gli impedirebbe di vincere la guerra.

(L'informale, 8 febbraio 2024)

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Ondata di antisemitismo dopo il 7 ottobre, ora anche l’intelligenza artificiale usata per diffondere l’odio in Rete

Il rapporto annuale del Cdec centro di documentazione ebraica presentato a Milano al Memoriale della Shoah. Gli episodi rubricati tra ottobre e dicembre sono 216, circa la metà dei quali consumati off line.

di Zita Dazzi

I dati raccolti rilevano un raddoppio netto degli atti di antisemitismo, in Rete e nel mondo reale. A seguito di 923 segnalazioni, sono 454 gli episodi individuati dall’Osservatorio del centro di documentazione ebraica Cdec nel corso del 2023, dato in forte crescita rispetto ai 241 episodi rilevati nel 2022. Ovviamente si tratta della punta dell’iceberg, perché la maggior parte degli eventi resta sommerso, non segnalato, non classificato. Basta solo pensare che il monitoraggio quotidiano del web rileva migliaia di post, video, meme e reel di matrice antiebraica, antigiudaica, antisionista, pubblicati da profili che si richiamano a realtà di estrema destra, estrema sinistra ma anche del radicalismo islamico: nel solo 2023 ne sono stati analizzati in profondità oltre 3500 fra le decine di migliaia reperibili. Al cospirazionismo, principale matrice ideologica che alimenta l’odio contro gli ebrei, si aggiungono ora le reazioni legate alle tensioni in Medio Oriente. Infatti, a seguito dei più recenti sviluppi del conflitto in corso tra Israele e Hamas, gli atti contro gli ebrei sono aumentati nella quantità e mutati nella forma: gli episodi rubricati tra ottobre e dicembre sono 216, circa la metà dei quali consumati off line.
  Di questi 454 episodi analizzati in modo approfondito, 259 riguardano l’antisemitismo in rete e 195 si compongono di atti accaduti materialmente, tra cui una aggressione e 40 casi di minaccia fisica. Fatti che avvengono soprattutto nelle scuole, dove c’è stata anche una ragazzina invitata a buttarsi dalla finestra perché ebrea. Le minacce e gli attacchi avvengono in strada, nelle università, nei luoghi di ritrovo, fin nelle abitazioni, tanto che i giovani ebrei si stanno togliendo ogni segno di riconoscimento a partire dalla kippah, e le comunità ebraiche diffondono a tutti gli iscritti manuali e consigli per evitare rischi di aggressioni.

• L’intelligenza artificiale e il pregiudizio anti-ebraico sul web
  E ora anche l’intelligenza artificiale serve oggi a chi sparge a piene mani odio antisemita in Rete. E’ questa la nuova frontiera della discriminazione e del pregiudizio contro gli ebrei sul web, soprattutto dopo il 7 ottobre che ha fatto registrare una vera e propria ondata di contenuti online che diventano virali e che le stesse piattaforme cercano di bloccare appena li identificano. Per questo la più grande novità è proprio l’utilizzo dell’AI per creare immagini antisemite che non vengano intercettate dai gestori dei principali sociali, dato che la tecnologia permette di avere immagini gratis che lambiscono anche la pedopornografia.
  Il ricercatore Murillo Camuzzi ha spiegato che “sui social vengono ormai rimossi automaticamente molti post antisemiti, ma nel monitoraggio quotidiano che noi facciamo, più che contare i singoli post, cerchiamo di vederne il contenuto. Ci sono video che diventano virali e che alimentano poi migliaia di commenti antigiudaici o nazisti, anche senza riferimenti espliciti al nazismo, invece di citare Hitler un classico è scrivere “il baffetto non ha finito bene il lavoro”. Gli autori stanno attenti a come scrivono, usano diversi codici, parole che non possono essere immediatamente identificate dai gestori delle piattaforme, scelgono emoji che non appaiono antisemite, ma che possono essere comprese facilmente: “Nasoni o etruschi invece di ebrei, pittore austriaco invece che Hitler”. In alcune immagini mostrate ieri dai ricercatori del centro si vede Anna Frank in abbigliamento intimo con dietro una platea di uomini pronti buttarsi su di lei, oppure un tipico ebreo ortodosso con dietro un gorilla armato di mazza.

• Destra, sinistra, islamismo radicale, seconde generazioni: dove abita l’antisemitismo
  “Ma sono solo due dei post e dei meme che ogni giorno a migliaia vengono trovati sui social - ha spiegato Betty Guetta dell’Osservatorio antisemitismo nato nel 1965 -. Questo è stato un anno particolarmente complesso e il carico di lavoro è stato molto superiore rispetto al passato, anche se ovviamente c’è molto sommerso, underreporting, perché molti fatti non vengono segnalati, perché ritenuti minori”. ll web rimane il veicolo principale dell’odio, ma nelle manifestazioni non mancano gli insulti, gli attacchi agli ebrei in quanto tali, gli slogan su Israele che deve scomparire dalla carta geografica. “In Italia l’idea che gli ebrei sostengono la politica di Netanyahu sta diventando l’elemento maggiore, lo abbiamo visto molto nei cortei, fra le seconde generazioni: c’è un peggioramento dell’antisemitismo di destra e di sinistra, anche se le vecchie categorie oggi reggono poco. Il linguaggio e i meme sono usati da gruppi anche di opposta motivazione. C’è una prevalenza di atteggiamenti antisemiti nell’estrema destra e nell’estrema sinistra, ma ormai c’è anche un sentimento diffuso, molto liquido, direbbe Baumann, trasversale quindi”, spiega Guetta.

• Odio contro gli ebrei, le aggressioni fisiche
  Ci sono stati anche casi di minacce e aggressioni fisiche in Italia, soprattutto fra i ragazzi delle scuole superiori, dove sono stati segnalati casi di ragazzi picchiati, minacciati, irrisi, invitati a buttarsi dalla finestra, “casi non molto numerosi ancora in Italia, per fortuna – dice ancora Guetta - a differenza di quel che avviene in Francia per esempio, o nel Regno Unito o in Germania, dove ci sono situazioni gravissime di rischio, anche per motivi diversi, da una parte forte componente islamica, dall’altra neonazista. Comunque la nostra percezione è che l’antisemitismo sia esponenzialmente aumentato dal 7 ottobre, anche se già negli ultimi anni era cresciuto progressivamente”. Vengono segnalati diversi tipi di antisemitismo, di matrice ora antigiudaica, ora antisionista, islamica, legata alla destra radicale, al pregiudizio, agli stereotipi più beceri e antichi, come quando viene detto che gli ebrei sono un “gruppo che fa lobby, che fa affari sporchi, che vuole la sostituzione etnica, addirittura che crea ad arte la pandemia, o spinge per la guerra in Ucraina”. Frequente l’uso dell’appellativo “aschenazita” per indicare gli ebrei, al fine di demonizzarli secondo i consueti canoni narrativi (razzisti, esclusivisti, etc.) ed evitare l’accusa di antisemitismo: “non nutro ostilità verso gli ebrei ma solo contro i falsi ebrei aschenaziti odiati dagli stessi ebrei”.

• Stereotipi sugli ebrei: la ricerca in Rete
  Il 65% italiani pensano che gli ebrei siano oltre 500 mila in Italia, mentre sono in realtà 25 mila, quindi una minoranza. E’ stata fatta una importante indagine demoscopica dal 2007 al 2017 e da essa appare chiaro come, mentre l’Italia si è trasformata enormemente in questi anni, gli stereotipi verso ebrei sono rimasti identici. Si dice ancora che sono “bravi negli affari, un gruppo molto unito, che si sentono superiori agli altri, e non sono bene integrati nel Paese”, stereotipi che sono diffusi in quote larghissime del campione preso in esame. Il ricercatore Stefano Gatti spiega che nel 2023 c’è stato un numero elevatissimo di segnalazioni, un dato che non si registrava da anni, paragonabile solo a quello verificatosi del 1982 guerra del Libano”. E’ lui a spiegare che la diffamazione e l’insulto attraverso il web sono accompagnati da fotomontaggi, caricature, meme, immagini create artificialmente. Ma anche nel mondo offline c’è stato un incremento di vandalismi, minacce, lettere minatorie spedite a domicilio, scritte fatte sui muri delle case dei locali dei luoghi pubblici, fino al coltello infisso al posto della mezuzah che viene messo sullo stipite della porta dalle famiglie ebree. Murillo Camuzzi : nel web come nelle università si è creato un ambiente molto ostile ai giovani ebrei, dopo il 7 ottobre, con una contaminazione fra antisemitismo e antisionismo sempre più vasta, slogan che ricalcano le tesi che vogliono gli ebrei come invasori, occupanti di una terra che non è loro”.

• Cdec: “Debolezza educativa in università e nelle scuole”
   Questo per il Cdec dimostra “una debolezza educativa, specie fra i giovani, nelle scuole: gli eventi dal 7 ottobre in avanti sono un punto di non ritorno, che impone anche a noi di ripensare la nostra missione, il nostro lavoro”, ammonisce Betty Guetta. “L’antisemitismo è molto esplicito, non ci si preoccupa più di parlare contro gli ebrei, lo sdoganamento definitivo avviene grazie al conflitto con i palestinesi, che rende effettivamente molto più libero ogni insulto, fino all’uso della Shoah e i paragoni fra Gaza e i campi di concentramento. Questo tema delle contestazioni, a partire da quelle nelle università, porta poi molti ebrei a eliminare qualsiasi elemento di identificazione, preoccupazione e inquietudine collettiva dopo il 7 ottobre, che porta molti a nascondere la loro ebraicità, dalla lingua ai simboli, compresa la kippah”.

• Il vittimismo degli ebrei
   Guetta aggiunge: “Ci dicono che gli ebrei si piangono sempre addosso che fanno le vittime. La settimana della memoria per noi è molto importante, ma non viene veicolato chi sono davvero gli ebrei. Oggi, si parla solo della guerra o della Shoah, per cui anche a una cena o nei salotti vengono fuori delle discussioni spiacevoli, assieme a tutti gli stereotipi tipici con cui ci si confronta da sempre e in modo crescente. Con la guerra a Gaza tutto è sdoganato. La memoria è molto ingombrante, siamo in una situazione molto traumatica, ci vorrà del tempo per capire dove abbiamo sbagliato anche nella nostra narrazione di quel che sono oggi le comunità ebraiche in Italia e Europa”.
  I principali target (alcuni presi di mira più volte): Liliana Segre, Elly Schlein, David Parenzo, Tobia Zevi.
  "La principale matrice ideologica dell’antisemitismo in Italia continua ad essere quella afferente all’estrema destra (neofascismo e neonazismo) – si legge nel rapporto - anche se gli ultimi tre mesi hanno visto un fortissimo aumento dell’antisemitismo legato ad Israele (espresso da ambienti di matrice progressista) e di tematiche antigiudaiche tradizionali (deicidio, accusa del sangue, cannibalismo rituale, controllo della finanza)”. E se il 27 gennaio la fobia antisemita si scatena, gli odiatori dilagano anche in occasione del Pride. “I Pride a giugno hanno favorito l’ennesima ondata di antisemitismo telematico, le marce dell’orgoglio LGBTQIA+ vengono descritte come trionfo di depravazione globale promossa dai “sionisti” (il Pride è finanziato dagli ebrei sionisti mondiali; sponsor del pride sono le multinazionali filosioniste; sionismo ed ebraismo luciferino credono fermamente nella normalità della depravazione), il cui scopo sarebbe invariato dalla diffusione dei Protocolli, ovvero sovvertire la società cristiana per instaurare un regno giudaico”. E via delirando.

(la Repubblica, 10 febbraio 2024)

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Trenta degli ostaggi sarebbero morti: lo rivela l’IDF

Mentre Israele e Hamas si avvicinano a un accordo per la liberazione degli ostaggi in cambio di prigionieri palestinesi e di un cessate il fuoco, l’esercito ha rivelato che almeno 30 dei prigionieri ancora detenuti a Gaza, più di un quinto degli ostaggi, sono stati confermati morti. È quanto emerso all’inizio di questa settimana da una valutazione interna dell’esercito israeliano riportata dal New York Times, secondo il quale almeno 30 dei restanti 136 ostaggi catturati da Hamas il 7 ottobre sono stati uccisi. L’Intelligence israeliana ha inoltre valutato informazioni non confermate secondo cui almeno altri 20 ostaggi potrebbero essere stati uccisi.
  Questa notizia rischia di intensificare la controversia in Israele riguardo alla politica del Governo riguardo agli ostaggi a Gaza. Il Jerusalem Post ha precisato che il Forum sugli ostaggi e le famiglie scomparse ha dichiarato dopo la pubblicazione del rapporto che il numero ufficiale fornito loro è che 31 dei 136 ostaggi sono stati confermati uccisi.
  Più di 240 ostaggi sono stati rapiti da Hamas durante il massacro del 7 ottobre. A novembre, come parte di un accordo di cessate il fuoco, sono stati rilasciati poco più di 100 ostaggi, tra cui 81 israeliani.

• Procede l’identificazione di corpi
  La radio KAN Reshet Bet ha riportato venerdì che più di 350 corpi sono stati trasferiti dalla Striscia di Gaza a Israele sin dall’inizio del conflitto, per essere sottoposti a verifica al fine di determinare se fossero i resti di ostaggi israeliani.
  I corpi, come scrive The Jerusalem Post, sono stati trasportati al Centro Nazionale di Medicina Legale di Abu Kabir in Israele. L’IDF ha dichiarato all’inizio della guerra di aver recuperato i corpi dalla Striscia di Gaza nel tentativo di ritrovare quelli degli ostaggi. Coloro che non sono stati identificati come ostaggi sono stati restituiti a Gaza.
  «Il processo di identificazione degli ostaggi, condotto in un luogo sicuro e alternativo, garantisce condizioni professionali ottimali e rispetto per il defunto – ha dichiarato l’IDF -. I corpi identificati come non appartenenti agli ostaggi vengono restituiti con dignità e rispetto». Non è tuttavia chiaro se tra i corpi riesumati siano stati trovati ostaggi. L’IDF non ha commentato immediatamente il rapporto, né ha commentato rapporti simili in passato.

(Bet Magazine Mosaico, 10 febbraio 2024)

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Colette Avital: “Netanyahu ha battuto la sinistra perché non sappiamo più parlare al popolo”

La storica rappresentante dei laburisti: «Il premier vuole un Paese fascista, noi siamo visti come un’élite. Dobbiamo salvare l’indipendenza dei giudici e serve uno Stato palestinese, Barghouti potrebbe guidarlo».

di Lucia Annunziata

TEL AVIV - Rigetto delle élite. Tensione fra le identità sociali. Nazionalismo e Militarismo come rifugio. Un evento che ha portato a galla un mondo denso di differenze, in cui, come vedremo agiscono molte delle stesse forze e lo stesso processo in atto in tutti Paesi Occidentali. È la trasformazione della società israeliana, esposta in maniera cruda dal trauma del 7 ottobre. Come si è arrivati fin qui, di chi sono tutte le responsabilità, e c’è una strada nel futuro di Israele per non rimanere prigioniera di questo trauma?
  Pochi giorni fa in una intervista all’ex colonnello e studioso Gabi Siboni, abbiamo analizzato come ha reagito alla nuova guerra il mondo che risponde al governo attuale. Con questa intervista, che daremo come l’altra in due parti, abbiamo cercato la stessa risposta nel mondo opposto, quello della sinistra, quella del dialogo con i palestinesi, e della protesta contro la trasformazione autoritaria del Paese. Ne abbiamo parlato con una delle protagoniste di questa storia. Colette Avital, diplomatica, militante del Labour, dieci anni membro della Knesset, la prima donna (Golda è una storia a parte) candidata alla Presidenza di Israele. Una donna ancora oggi, con la memoria di chi l’ha vissuta, è ancora una figura nella politica della sinistra di Israele, di cui parla con un sincero spirito critico.

- Benjamin Netanyahu che oggi la sinistra considera il principale colpevole, ha governato per quasi venti anni - dal 1996 al 1999, poi dal 2009 al 2021, e ora è in carica di nuovo dal 2022. Qual è la ragione di tale successo politico, che voi criticate?
 «Questo governo per anni ha diviso il Paese mettendoci gli uni contro gli altri, e principalmente attaccando la sinistra. Lo ricordo quando in Knesset ci chiamava traditori, non patrioti. Essere di sinistra diventò una parola negativa. Dal 2012 in poi quando ci furono una serie di elezioni questo linguaggio una cosa continua, ogni volta un appello a mobilitarsi perché gli arabi “stanno arrivando in massa”. La sinistra e gli arabi son divenuti una cosa negativa, diceva persino che noi avevamo il look dei nemici. Insomma ha creato una frattura nella società . Ma al di là di questo c’è la sua idea di portare avanti una riforma onnicomprensiva per cambiare completamente il sistema di governo di questo paese. Trasformando Israele in una nazione fascista. Fascista nel senso che lui e il suo partito, ma specie lui, devono avere ogni potere. C’è stato nel paese un dibattito su cosa è la democrazia e su questo lui ha detto “siamo la maggioranza e dunque abbiamo il diritto”. Da quel momento si è rotto il senso di cosa è questo paese, che avevamo considerato come una cosa garantita per molti anni. La sorpresa è stata una mobilitazione portata avanti da migliaia di persone. È cominciato con un gruppo di anziani che manifestava sotto la pioggia con gli ombrelli. Dopo due settimane giovani spuntavano da tutte le parti. Non solo qui in Tel Aviv, in 160 posti , in cui si è manifestato per 43 weekend. Era già un movimento contro Netanyahu . Infatti ne ha fermato l’agenda».

- Chi erano questi giovani?
 «Molti non erano connessi ai partiti. La gente in Israele non ha più fiducia nella politica, nei politici. Incluso quelli della sinistra. Ci dicevano “non avete fatto davvero nulla per noi”, non ci piace la vostra leadership. All’improvviso c’è questo movimento che è politico ma non connesso ai partiti . E la novità del 2023. È l’anno in cui c’è un grave crisi di fiducia nel governo non solo per il contenuto delle proposte ma anche per il modo come le presentavano. Come bulldozer: “oggi abbiamo il potere e cambieremo tutto”».

- C’è stato qualcosa che ha provocato questo inizio del movimento?
 «Il momento è stato la proposta di legge fatta per cambiare il sistema, cambiare la forma di governo. A cominciare dall’attacco alla Corte Suprema. Dal momento che noi non abbiamo una Costituzione la Corte è l’unico luogo che garantisce i diritti umani, legali e individuali e dove puoi andare a portare le tue obiezioni. Le dico un esempio sciocco, di tempo fa. Noi in Israele abbiamo avuto la tv molto tardi perché non era considerata “buona”; era un elemento di “corruzione della mente”. Quando finalmente è arrivata venne proibita il venerdì sera. Un cittadino andò alla Corte di Giustizia e disse “io ho diritto di vedere la tv il venerdì sera”. E la Corte di giustizia abolì la legge che lo proibiva. È così che abbiamo avuto la televisione. Questo è un esempio semplice per dire la sua efficacia ma ci sono state negli anni molte decisioni contro le decisioni del governo. Fondamentalmente si tratta del bilanciamento di poteri. Questo è un Paese che vuole essere libero, noi non abbiamo dittatori, questa è la nostra specialità. La gente l’ha capito».

- Poi la guerra scoppia. C’è una specie di relazione fra le due cose? So che sembra una domanda assurda, ma si è spiegato la sorpresa del 7 ottobre anche con il fatto che il Paese fosse distratto dalle sue divisioni interne.
 «Non era vero ma Bibi ha colto l’occasione per dire “ siete stati voi”, perché come Paese siamo divisi: ha condannato tutti eccetto sé stesso. Ma è lui che ha sempre pensato che dare denaro ad Hamas li avrebbe tenuti buoni e avrebbe indebolito l’autorità palestinese “ così non avremo mai uno Stato palestinese”. Che poi era una idea già in testa a Sharon».

- Ma non c’è stata anche una vostra responsabilità nel far arrivare al governo questo gruppo politico?
 «Forse. Per lungo tempo i nostri principi sono stati corretti ma non abbiamo saputo come condividerli con la gente, come parlare al popolo che avremmo potuto o dovuto aiutare a cambiare. Avremmo dovuto fare qualcosa per cambiare il nostro modo per affrontare i problemi. Poi si è innescato un circolo vizioso. I territori sono occupati. C’è terrorismo, i soldati intervengono e c’è altro terrorismo. Questo terrorismo ha spostato sempre più gente a destra e noi non avevamo risposte a questo. Ieri notte ho fatto un discorso a un’associazione americana e mi chiedevano “ancora crede che si possano fare due Stati”?».

- Torniamo al Labour. Lei ha detto che a un certo punto non siete stati più capaci di connettervi con il popolo.
 «Io credo che dobbiamo cambiare i nostri modi, e il tipo di dialogo. Noi appariamo loro come una élite e il popolo non ama le élite. Io credo che élite sia cercare di esser il meglio nelle nostre professioni – non parlo di élite del denaro. Ma con chiunque parli, le élite non sono amate».

- Lei è naturalmente consapevole che la rivolta contro le élite è un processo che sta travolgendo le democrazie Occidentali.
 «Certamente».

- Nelle richieste avanzate da Hamas nella trattativa in corso, viene chiesta la liberazione di Barghouti, e il Mossad è a favore. Perché, visto che è un governo di destra?
 «Vede Marwan Barghouti venne a casa mia sei mesi prima dell’Intifada. Avevamo un gruppo di membri del parlamento e avevamo costruito uno scambio: ci si riuniva a Ramallah e poi dal nostro lato. Ma il Presidente della Knesset non volle metter a disposizione il parlamento, e vennero a casa mia. Marzo 2000. Barghouti si sedette e disse: “ Voi avete fino a settembre per decider cosa fare. Decidere se ci sarà o no una Palestina. Sennò ci sarà una rivoluzione”. Non lo prendemmo seriamente. E a metà settembre partì una nuova Intifada».

- Non ho capito se questo significa che è favorevole al suo rilascio.
 «Io credo che abbia la capacità di uccidere persone, ma anche di saper vivere in pace con noi. Io credo che lui dovrebbe guidare la Palestina. Tutti pensano che le elezioni saranno vinte da Hamas, ma non se metti in campo un’alternativa».
- Siamo così arrivati all’impatto del 7 ottobre. Forse possiamo fermarci qui per il momento.


FINE PRIMA PARTE

*
SECONDA PARTE


Colette Avital: “Il 7 ottobre ha indurito i nostri cuori. Israele vuole solo schiacciare Hamas”
TEL AVIV - Ieri, nell’intervista con Colette Avital, ci siamo fermati al 7 ottobre, quando l’attacco arriva. È l’ennesimo Cigno Nero di questi ultimi anni, e si abbatte su Israele resettando tutti i giochi e cambiando la realtà di ciascuno e tutti. «Nessuno in quel momento voleva parlare di palestinesi – spiega Avital –, perché l’argomento fu immediatamente divisivo. Ma veniva su in ogni caso. La gente voleva soltanto una cosa: destra e sinistra si devono ora unire, poi ci liberiamo delle riforme e poi del governo. C’era tanta gente di questa opinione, persino religiosi: poi con un nuovo governo potremo confrontarci con i palestinesi».

- Quali sono i partiti a sinistra che hanno più influenza?
 «Negli anni come Labour abbiamo perso la nostra influenza. Moltissimi si sono spostati al centro».

- Con chi?
 «Gantz. È il buon ex generale, che parla con tutti in maniera garbata. All’improvviso è il nuovo leader del Labour. Ogni volta che mi guardavo intorno per chiedere “Cosa volete fare?” la risposta era: “Sto parlando con Gantz”. Il Labour ormai è centro-left, né vuole apparire del tutto left. Io sono passata a Meretz, che comunque fa la sinistra».

- Qual è stata, dopo l’attacco del 7/10, la forza della reazione della destra? Questi politici che lei ha descritto soprattutto come desiderosi di potere, cosa offrivano alle persone che voi non eravate capaci di dare? Forse era dopotutto quella sicurezza di cui lei parlava prima?
 «Sì in senso ampio. E poi, in questo Paese la gente ama Bibi. La gente che vota per lui intendo. Per lui c’è un culto che noi chiamiamo “bibismo”, come con Trump, davvero. Il fatto che l’abbiamo portato in tribunale lo ha aiutato. La gente pensa che sia stato perseguitato. Inoltre, c’è un altro elemento: la gente che venne qui dal Nord Africa negli anni Cinquanta. Arrivavano in tanti allora. Loro vennero messi in alloggi temporanei. Gli ebrei che venivano dall’Europa erano invece più scolarizzati. Dal Nord Africa molti erano analfabeti. Questa divisione fra bianchi e neri, bianchi noi, neri i nordafricani è stata dalla destra giocata tutto il tempo. È diventato “Noi abbiamo tutti i privilegi, loro tutte le sofferenze. Ora però è il nostro turno, saremo più forti, ci hanno trattato sempre come se fossimo selvaggi, ora siamo qui e ve la faremo vedere”».

- Il fatto è che la spinta anti-élite è diventata la vera questione al fondo di questi anni.
 «Sì, la ritroviamo in questa nuova forma di antisemitismo. È insegnata nelle Università Usa, attorno a una idea di post colonialismo. Oggi in Usa c’è un razzismo anti-bianchi. E se sei e anche ebreo sei il rappresentante dell’Imperialismo».

- Lei mi ha detto anche che questa tensione è forte anche qui, in Israele. È antisemitismo nel Paese degli ebrei?
 «Certo che c’è. Le do un altro esempio. Il giorno dell’Olocausto noi tutti ci fermiamo e ci alziamo in piedi. Dovunque siamo. Qualcuno, del gruppo che si sente escluso, dice: “Non ci alzeremo in piedi fino a che voi che ci avete trattato male in questo Paese non vi sarete scusati”».

- Dunque, la destra e i religiosi rappresentano meglio questi umori. Ma questo è vero, come dicevamo prima, in Occidente, inclusa l’Europa.
 «Sì, e il peggio è che la destra estrema in Europa è a favore di Israele».

- Dopo il 7 ottobre Israele pare abbia accentuato la sua militarizzazione. Le pare che anche la stessa opinione democratica sembri oggi condividere questa militarizzazione?
 «No, no. La gente che viveva nei kibbutz era tutta di sinistra. Erano quelli che venivano a vivere al confine per essere in contatto con i palestinesi di Gaza. Lavorando con loro. Il fatto è che ora in questa nuova situazione non sarà possibile tornare indietro. Tutti loro hanno vissuto per anni in mezzo agli scontri, ai missili che arrivavano, ma stavolta anche chi è a sinistra pensa che non si tornerà più a prima».

- Perché si è rotta la fiducia. Ma si è rotta con Hamas o anche con tutti i palestinesi?
 «I palestinesi no. Ma vogliono liberarsi di Hamas. Quello che hanno fatto ha indurito tutti i cuori. Parlo con gente di sinistra e dico: “Guardate i palestinesi, i loro figli”. E spesso mi rispondono: “Scusa, ma ora non c’è tempo per discutere”. Vogliono vedere la fine di tutto questo e vogliono che succeda ora. E c’è più di questo: guarda la nostra tv, tutti i canali non indicano mai come direttiva editoriale di non mostrare cosa succede in Gaza. Ma questo è vero anche in altre tv, come Cnn e ora anche il New York Times. Siamo pieni di propaganda sul nostro esercito che è il più etico del mondo».

- E non lo è?
 «Molta gente è andata a combattere con il senso di vendetta: “Gliela faremo vedere”. Ma la verità è che questa guerra ha completamente scosso la nostra fiducia in noi stessi. Israele non è la stessa di prima. Molta gente ormai vive nella paura anche a Tel Aviv. Ed è un riflesso anche della sfiducia nel governo, da cui si sente abbandonata. È stata la società civile che ha preso in mano l’organizzazione per dare ai soldati quello che serve. Gente che va nel nord per cucinare un pasto caldo ai combattenti soldati. Parrucchieri che vanno lì a tagliare i capelli ai soldati, perché si sentano meglio, gente ha portato su un camion lavatrici per lavare la biancheria, e poi volontari per salvare il possibile dei raccolti. Anche io sono andata a raccogliere pomodori».

- Famiglie. È vero che ci sono divisioni anche tra loro?
 «Le famiglie sono di destra e di sinistra. Vogliono la stessa cosa. Ma quelle di destra sono state ricevute da Netanyahu e non vogliono criticarlo. Altre sono invece critiche; e alcune, ma poche, sono andate ai confini per stoppare l’arrivo degli aiuti umanitari ai profughi di Gaza».

- Come Labour nei bei tempi avevate una grande rete di contatto con tutti i socialisti in Europa. Li avete ancora?
 «Certamente, ma non fanno molto. Non hanno, però, lo stesso potere di prima».

- Anche l’Eu in generale non sembra capire davvero cosa succede qui. Bruxelles è stata in contato con voi?
 «No».

- E come e se lo spiega?
 «Hanno elezioni».

- Alla fine pensa che ci sarà un accordo per fermare la guerra?
 «Sì, ma il problema più grave, oggi, è che questa guerra non sta andando da nessuna parte. Porsi come obiettivo di sterminare Hamas, non è molto realistico. Ci sarà eventualmente un accordo, ma dipende dagli americani».

- E i Paesi arabi come si stanno comportando?
 «Lei cosa pensa che stiano facendo?».

- Zero!
 «Meno di zero».

(La Stampa, 9,10 febbraio 2024)
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E' interessante conoscere gli argomenti di un'esimia rappresentante israeliana di quella universale forma di religiosità a cui si potrebbe dare il nome onnicomprensivo di "Sinistrismo". Sarebbe l'opposto corrispondente dell'altrettanto onnicomprensivo termine di "Fascismo". Esiste già uno studio approfondito di questo universale fenomeno culturale esteso ormai in ogni zona del mondo occidentale? M.C.

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"Operazione diluvio Gerusalemme" fallita

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Hamas aveva pianificato un diluvio islamico nel paese per liberare Gerusalemme dagli ebrei. I soldati israeliani hanno mostrato ai terroristi di Hamas catturati cosa significa un diluvio e chi è il peccatore in questo caso. Non i figli di Israele, ma i nemici di Dio. Tutto questo si può vedere in questa immagine.
La foto dei terroristi di Hamas che si arrendono in tute bianche da pioggia, in ginocchio, con le mani legate e bendati, è diventata virale nei giorni scorsi attraverso le reti e i media israeliani. Appesa al muro non c'è solo la bandiera israeliana, ma anche quella bianca e viola della Brigata di combattimento Givati, i cui soldati hanno arrestato i terroristi nella Striscia di Gaza. I terroristi si inchinano non solo alle bandiere e alla Stella di Davide, ma anche a un poster che mostra temporali e tempeste. In fondo al poster c'è una breve frase in arabo. Si tratta del versetto 14 della 29a sura, chiamata Al-Ankabut - Il ragno. Si riferisce alla seconda metà della sura, che contiene la parabola del ragno e della sua casa, come riferimento alla debolezza e alla vulnerabilità della tela del ragno. La prima metà, invece, riguarda Noè e il Diluvio:
"Mandammo Noè al suo popolo ed egli rimase tra loro mille anni meno cinquanta. Poi il Diluvio si abbatté su di loro perché erano ingiusti".
La metà in grassetto del versetto è in arabo sul poster:

وَلَقَدْ أَرْسَلْنَا نُوحًا إِلَىٰ قَوْمِهِۦ فَلَبِثَ فِيهِمْ أَلْفَ سَنَةٍ إِلَّا خَمْسِينَ عَامًۭا فَأَخَذَهُمُ ٱلطُّوفَانُ وَهُمْ ظَـٰلِمُونَ
Il versetto del Corano dice che il Diluvio uccide le persone a causa dei loro peccati. Proprio come la Bibbia dice che Dio punì le persone per i loro peccati con il Diluvio e poi fece una nuova alleanza con loro. 
Ma perché i soldati hanno stampato questo versetto del Corano sul manifesto e lo hanno tenuto sotto il naso dei terroristi in lotta? Il Diluvio è una punizione e in arabo si chiama Tufan (توفان). I soldati israeliani hanno ricordato ai terroristi i loro peccati e ora Allah li ha puniti. Sono prigionieri dell'esercito israeliano. Ma c'è di più.
Per il barbaro attacco al sud di Israele del 7 ottobre, i terroristi di Hamas hanno scelto il nome "Tufan Al-Aksa", il "Diluvio di Al-Aksa". L'organizzazione terroristica palestinese si è autodefinita "Operazione Diluvio Al-Aksa" dal nome della Moschea Al-Aksa di Gerusalemme, la cui "profanazione" da parte degli ebrei è stata utilizzata anche per giustificare l'attacco del Sabba Nero. Sia i media stranieri che quelli israeliani hanno parlato di "Operazione Al-Aksa" senza conoscere il contesto coranico o il significato del nome. Hamas ha scelto la storia biblica, che compare anche nel Corano, e ha pianificato un'operazione terroristica che avrebbe inondato il paese come un diluvio per uccidere tutti gli ebrei, come "Allah ha fatto con i peccatori". Ma il diluvio è andato storto.
Da quel momento, Hamas ha ripetutamente cercato di mobilitare il mondo arabo e musulmano ad attaccare Israele per liberare Gerusalemme, utilizzando lo slogan della Sura 29, il ragno - "Diluvio di Al-Aqsa". I terroristi di Hamas hanno fantasticato su un'inondazione della Gerusalemme ebraica e su una liberazione islamica. I musulmani sognavano un'inondazione di Israele in cui tutti gli ebrei sarebbero morti, come nel racconto biblico. Un diluvio su Gerusalemme. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che l'operazione "Diluvio di Al-Aksa" è stata pianificata al cento per cento dai palestinesi. L'operazione è stata tenuta segreta all'"Asse della Resistenza". "Il fatto che nessuno ne fosse a conoscenza dimostra che questa battaglia è esclusivamente palestinese", ha sottolineato Nasrallah.
Dopo l'attacco nel sud di Israele e i successivi attacchi aerei dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza, Hamas ha invitato il mondo arabo e musulmano a mobilitarsi. Ha pianificato un'inondazione islamica su Israele, in cui terroristi e guerrieri musulmani avrebbero invaso il paese da tutti i lati per liberare Gerusalemme dalle mani degli ebrei e dei sionisti. Questo diluvio bellico però è fallito, perché Hamas ha sorpreso non solo Israele con l'assalto improvviso, ma anche i suoi partner del terrore, gli iraniani e Hezbollah, che erano tutti coinvolti nel piano del diluvio. Hamas ha effettuato l'assalto la mattina presto dello Shabbat da solo.
E adesso questo diluvio si sta abbattendo sui palestinesi della Striscia di Gaza. Adesso i soldati di Givati ricordano ai terroristi che si arrendono il versetto 14 della Sura 29:
  il diluvio è per i peccatori e saranno puniti,
  il diluvio è venuto perché erano ingiusti.

Ora i terroristi sono puniti da Allah per i loro peccati.

(Israel Heute, 9 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele non si ferma: attacco a Rafah

di Mirko Molteni

L'esercito israeliano non ha ancora preso tutta la città di Khan Yunis, nel Sud della Striscia di Gaza, dove è asserragliato il capo militare di Hamas, Yahya Sinwar, che già il premier Benjamin Netanyahu avverte il segretario di Stato USA Anthony Blinken, in visita in Israele, d’aver messo nel mirino Rafah, città al confine con l'Egitto affollata da un milione di sfollati palestinesi, metà della popolazione di Gaza, accalcati in attesa di aiuti umanitari. Rafah è stata bombardata dall'aviazione israeliana, i cui raid avrebbero ucciso 14 palestinesi, ma non siamo ancora ad attacchi massicci. Si prevede però che le truppe ebraiche la raggiungano via terra.

• L’OFFENSIVA
  Dal valico, solo ieri sono entrati nella Striscia 80 camion di cibo e 4 autocisterne, più 22 membri di ong, mentre ne sono usciti, diretti in Egitto, 40 feriti con 36 accompagnatori, più 118 cittadini egiziani. Che Rafah diventi un campo di battaglia, preoccupa il governo del Cairo. Ieri il portavoce del ministero degli Esteri egiziano, Ahmed Abu Zeid, ha detto: «Attacchi israeliani su aree densamente popolate creeranno una realtà invivibile. Siamo contrari a un esodo di massa». L'Egitto teme un'invasione di profughi da una Rafah bombardata. Lo stesso ministro della Difesa ebraico, Yoav Gallant, ha promesso che «presto le nostre truppe arriveranno a Rafah».
   Gli ha fatto eco il capo di Stato Maggiore dell'esercito, generale Herzl Halevi, secondo cui l'azione militare è inscindibile dal cercare di riportare a casa gli ostaggi: «La liberazione degli ostaggi non accadrà senza pressione militare».
   A Khan Yunis l'esercito ha catturato vari terroristi di Hamas sospettati d'aver partecipato ai massacri del 7 ottobre, fra cui membri delle unità Nukhba. Le forze speciali Maglan hanno ucciso due miliziani a distanza ravvicinata e un terzo scoperto sopra il tetto di una scuola. Unità dei paracadutisti e della Brigata Givati hanno ucciso 20 miliziani nella medesima zona, mentre nel Nord della Striscia la 401° Brigata Corazzata ha annientato una decina di terroristi fra cui alcuni che avevano sparato un missile contro un carro armato. L'intelligence ha invece bloccato con un drone un tentativo di una cellula terroristica di fornire ai compagni “sistemi tecnologici”.
   Pur infuriando la guerra, ancora ieri s'è recata al Cairo una delegazione di Hamas, guidata da Halil Al Khaya, ma era atteso anche il capo politico Ismail Haniyeh, per parlare coi mediatori egiziani di negoziati che paiono ridotti al lumicino. NBC News riporta però che Israele potrebbe concedere l'esilio a Sinwar in cambio del rilascio degli ostaggi e della fine del governo di Hamas su Gaza.
   Le milizie libanesi filoiraniane Hezbollah hanno sparato missili sulle basi israeliane nel Nord a Kiryat Shmona, Biranit e sul monte Hermon, col ferimento di tre soldati. In risposta, le forze ebraiche hanno compiuto varie incursioni su postazioni nemiche in Libano, specie a Khiam. Soprattutto, Israele ha centrato con un drone a Nabatieh, a 40 km oltre la frontiera, l'automobile su cui viaggiava un capo di Hezbollah, Abbas Al Debs, ucciso insieme a un suo luogotenente. Al Debs gestiva i contatti coi pasdaran iraniani e si occupava dell'organizzazione delle difese antiaeree in Siria. Il capo dell'aviazione israeliana, generale Tomer Bar, ha ammonito Hezbollah: «Abbiamo centinaia di aerei pronti ad attaccarvi».
   Sempre in giornata, stando a Times of Israel, sono state filmate e diffuse sui siti web libanesi immagini di caccia israeliani spintisi fin sopra la capitale Beirut.

• RAID USA IN IRAQ
  Un’altra uccisione mirata è stata compiuta dagli americani in Iraq. Un drone USA ha centrato a Baghdad, nel quartiere a maggioranza sciita di Al-Mashtal, l'auto di uno dei capi della milizia sciita filoiraniana Kataib Hezbollah, tale Wisam Mohammed Saber Al Saedi. Il raid è una reazione di Washington all'attacco delle milizie alla base statunitense in Giordania dove l’8 gennaio rimasero uccisi tre militari. Ma il governo di Baghdad ha protestato contro l’«aggressione americana» e la «violazione di sovranità che mina gli accordi Iraq-Stati Uniti». Americani e britannici hanno inoltre bombardato basi di droni degli Huthi in Yemen a Shabaka, vicino Hodeida.

Libero, 9 febbraio 2024)

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Il corpo di Meni Godard, scomparso dal 7 ottobre, è stato ritrovato a Gaza

Il kibbutz Be’eri giovedì ha annunciato che uno dei suoi membri, Meni Godard, è stato assassinato in seguito al rapimento del 7 ottobre. Inizialmente si credeva che fosse stato ucciso durante il massacro, ma il suo corpo, prima di questa settimana, non era mai stato trovato. Anche sua moglie, Ayele, è stata colpita a morte quando i terroristi di Hamas hanno preso d’assalto la loro casa. Ora, il kibbutz ha confermato l’assassinio dell’uomo, dichiarando inoltre che il corpo si trova a Gaza. Ci sono altre 30 persone che si pensa siano state uccise durante il massacro, i cui corpi però risultano ancora trattenuti dai terroristi.
   Il New York Times ha riferito che l’IDF ha informato 32 famiglie della morte dei loro cari. Alcune fonti hanno detto al giornale americano che anche altri 20 ostaggi potrebbero essere stati uccisi, ma non c’è stata alcuna conferma definitiva del loro destino. L’esercito israeliano ha affermato che la maggior parte dei rapiti è stata uccisa durante il massacro e che l’IDF sta facendo il possibile, utilizzando tutte le risorse disponibili per ottenere quante più informazioni su coloro che risultano ancora prigionieri nelle mani di Hamas.
   Nel frattempo, le famiglie degli ostaggi continuano a pressare il governo israeliano per il rilascio immediato dei loro familiari. Mercoledì, dopo che il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che non avrebbe accettato le richieste di Hamas, le famiglie hanno sottolineato che lasciare gli ostaggi al loro destino a Gaza sarebbe una condanna a morte e una macchia su Israele per le generazioni a venire.

(Shalom, 9 febbraio 2024)

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Uno stato palestinese? Non in questa generazione

di G. Yohanan Di Segni, Gerusalemme

Vorrei sfatare tanti luoghi comuni di cui vedo imbevuti gli ebrei italiani, informati e prevenuti dai media, dalla politica internazionale e perfino dagli articoli che appaiono sul vostro giornale [Pagine Ebraiche, ndr]. Non perché sono un israeliano “di destra”, ma per chiarire il pensiero di quasi tutti gli ebrei d’Israele e controbattere i preconcetti errati di tutti questi “benpensanti”:
– “I poveri palestinesi vittime innocenti scacciati dalle loro case distrutte, affamati dai soldati israeliani e ridotti a profughi, uccisi senza pietà, 17.000 vittime e bambini”. Numeri inventati (contati?) dai rapporti di Hamas e Al-Jazeera, tutt’erba e un fascio con i terroristi che combattiamo dopo l’eccidio del 7 ottobre. I più “buoni” tra i cittadini di Gaza sono quelli che distribuivano caramelle e ballavano ridendo per il massacro degli ebrei (quando non hanno anche loro razziato a Be‘eri), imbevuti dalla propaganda araba, dall’educazione avuta nelle scuole dell’Unrwa.
– “Tutti gli ebrei hanno invaso nel ’48 e nel ’67 la nostra terra e ci cacciano nei campi profughi”. Se fosse un popolo “sano”, da un pezzo avrebbero cacciato il potere di Hamas che con i miliardi di sovvenzioni mondiali e del Qatar ha costruito chilometri di gallerie della morte, missili e decine di ville per i capi, invece di migliorare le condizioni di vita dei cittadini, da quando siamo noi usciti da Gaza per lasciarli liberi di autoamministrarsi.
– “La pace” tanto di moda in Europa e propagandata dal Papa: smettere di combattere gli assassini vuol dire lasciare terroristi a comandare a Gaza, dargli un’altra occasione di riarmarsi e far stragi di ebrei. Si sarebbe potuto far pace con Hitler? No, i regimi disumani vanno annientati senza falsa pietà se si vuole arrivare alla vera pace.
– Gli ostaggi ebrei (e non solo) “vanno liberati subito a qualunque prezzo”. A prezzo di lasciare i terroristi padroni di ripetere la presa di altri ostaggi, di liberare altri migliaia di delinquenti e assassini come quelli liberati per il prezzo di un soldato (Gilad Shalit) nel 2006. Vecchi e bambini catturati sono probabilmente già stati ammazzati e il dolore dei famigliari rischia di essere ancora più forte ricevendo – se riceveranno – le loro salme. Di quei barbari non ci si può fidare a fare accordi né si può mandare a morire altri nostri soldati per cercare di liberarli. È tragico, ma non c’è altra soluzione che cercare di stanare i terroristi che ne fanno scudo umano.
– La terra d’Israele “per due popoli e due stati”: come si può credere che uno stato palestinese indipendente, padrone di armarsi e revanscista, possa vivere in pace ai confini di uno stato ebraico? Il “presidente di Ramallah” da 24 anni non indice elezioni perché sa che le vincerebbero il partito di Hamas, lui stesso paga i terroristi da noi imprigionati per continuare a sostenere gli attentati, nelle scuole si insegna l’odio per gli ebrei e la loro cacciata da tutto Israele (vedi il Programma Politico di Abu Mazen). Bontà sua, pretende – a parole – “solo” uno stato palestinese con capitale Gerusalemme e tutta la Cisgiordania (con la cacciata di tutti gli insediamenti: Juden raus!), tutti i vecchi profughi palestinesi nei confini di Israele. E che intenzioni avranno quelli che sostituiranno Abu Mazen? Per dargli uno stato si deve aspettare una generazione di cittadini arabi che ci assicurino un cambio di mentalità completa! Questi, l’America (e l’Europa) vorrebbe che comandassero a Gaza oggi.
– L’ONU e la organizzazione dei “rifugiati” Unrwa: a Gaza si è dimostrato come tutti gli ospedali, scuole e centri di accoglienza umanitari non sono altro che basi di copertura di armamenti di Hamas, compresi tutti gli “impiegati” locali nelle cui case nascondono armi sotto i letti dei loro bambini, e i “medici senza frontiere” che collaborano coi terroristi ricoverando sotto le gallerie feriti e morti dell’attacco del 7 ottobre.
– Gli “aiuti umanitari ai poveri affamati”: sono ben guardati (e afferrati) dai poliziotti di Hamas che allontanano a bastonate e fucilate chi si avvicina per prendere benzina e farina, che sono necessari per i loro combattenti per prolungare la difesa delle gallerie. Non certo per dar da mangiare e medicine agli ostaggi che nessuno visita (Croce Rossa impotente e volutamente inefficiente).
– Netanyahu e il suo governo. Certamente è stato imprevidente e illuso che la pace potesse prolungarsi con aiuti finanziari e il benestare della popolazione di Gaza: ma questa era proprio la politica pacifista di tutte le sinistre e dell’America! Non poteva certo agire diversamente nei due anni di rivolte popolari e manifestazioni “anti-Bibi”, tacciato di guerrafondaio di destra, e quando tutti i responsabili della sicurezza (Shabak) gli dicevano “sta tranquillo, Hamas non ha intenzione di aprire un conflitto”.
– Europa e America pensano solo ai propri interessi politici ed elettorali, la “pace” è una bella parola che convince tutti quelli che se ne fregano della sicurezza d’Israele e pensano solo a continuare i loro affari con l’Iran, non temendo che l’atomica iraniana possa toccarli. Gli ebrei della diaspora, suffragati dai media venduti agli arabi, pensano che l’antisemitismo rinascente sia solo colpa dei guerrafondai israeliani.
Questo è quanto succede al mondo, e anche la stampa ebraica italiana – al pari di certi giornali israeliani – vi si accoda, riportando articoli dei “pacifisti” e benpensanti che soffrono per le visioni di tendopoli e bambini che piangono. Nessuno si chiede perché l’Egitto non apra le frontiere ai disperati, o perché gli stati europei, o gli “amici” turchi, non ammettano profughi di Gaza come accettano quelli della Ucraina.

(moked, 6 febbraio 2024)

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Riparte il turismo per la Terrasanta

Gli attacchi del 7 ottobre avevano interrotto i flussi ma ora le compagnie aeree hanno ripristinato i collegamenti con Tel Aviv. E lo stand alla Bit è stato tra i più gettonati.

«Siamo qui perché Israele era e rimane una destinazione molto amata dagli italiani». Kalanit Goren, direttrice dell'Ufficio nazionale del turismo israeliano (l'Enit locale, per capirsi), ha commentato con queste parole la recente partecipazione alla Bit di Milano dove il Paese era presente con uno stand. «In questi mesi stiamo lavorando per essere pronti a quando potremo di nuovo accogliere i visitatori italiani. Ricordo che l'Italia è, per noi, il sesto mercato più importante», ha sottolineato Goren, ricordando che la prossima convention della Federazione turismo organizzato di Confcommercio (Fto) si terrà proprio in Israele, a inizio 2025. Un segnale importante, che si unisce a quello che nelle ultime settimane è arrivato dalle compagnie aeree che sono tornate a inserire nei propri operativi la destinazione: da Ryanair a EasyJet, da Neos a Wizz Air, passando per Ita che dall'inizio di marzo tornerà a Tel Aviv. 
   «Alla Fiera Bit abbiamo visto come il desiderio di visitare la nostra terra sia sempre vivo nel pubblico italiano. Decine di persone sono venute nel nostro stand per chiedere informazioni, per essere preparati a ritornare. I voli stanno ripartendo e possiamo dire che da marzo tutte le compagnie che volavano prima del 7 ottobre avranno ripreso. Continuiamo a lavorare con grande impegno», spiega Goren a La Verità. Il conflitto con i terroristi di Hamas ha avuto un forte impatto sull'economia di Israele: la forza lavoro ridotta per i circa 360.000 riservisti chiamati al fronte (sono il 4% della popolazione totale), per gli expats tornati in patria e gli israeliani trasferiti di corsa all'estero. 
   L'attacco sanguinoso dell'autunno scorso è avvenuto proprio mentre l'economia più sviluppata del Medio Oriente stava riprendendo slancio, anche sul fronte turistico. Il periodo compreso tra gennaio 2023 e lo scoppio della guerra ha visto un nuovo record di ingressi dagli Stati Uniti - il principale Paese di origine del turismo verso Israele - con un aumento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 2023 sono arrivati complessivamente 3.010.000 turisti con un aumento del 12,5% rispetto al 2022 (2,67 milioni di arrivi). Prima dello scoppio della guerra il 7 ottobre, si stimava che circa 3,9 milioni di turisti avrebbero visitato Israele nel 2023. Questa ripresa prevista dopo la crisi causata dalla pandemia di Covid-19 sarebbe stata molto vicina alle cifre record del 2019 se non ci fosse stato, lo scorso anno, un calo nel numero di turisti in arrivo da Cina, Russia e Ucraina per motivi esterni (guerra Russia-Ucraina e restrizioni al turismo in uscita dalla Cina). Il reddito stimato derivante dal turismo in entrata per il 2023 è di 4,8 miliardi di dollari rispetto ai 4,2 miliardi di dollari nel 2022. 
   Dopo la guerra, il numero di ingressi è diminuito in modo significativo, con 180.000 arrivi nell'ultimo trimestre del 2023, contro le precedenti previsioni di circa 900.000. Ma nel mese di gennaio 2024 ci sono stati 59.000 ingressi turistici, riferisce l'Ufficio centrale di statistica, in aumento rispetto ai 53.000 di dicembre 2023. 
   E si registra una ripresa molto più forte nel turismo in uscita: a gennaio 2024, infatti, 281.000 israeliani hanno viaggiato all'estero rispetto ai 248.000 del dicembre 2023, ma ancora ben al di sotto dei 611.000 israeliani che hanno viaggiato all'estero nel gennaio 2023. «Le indicazioni sono incoraggianti. Mentre alcuni turisti hanno rimandato le loro vacanze a causa della guerra, molti non hanno cancellato la prenotazione e aspettano il momento giusto per tornare a viaggiare. Israele ha molto da offrire come destinazione turistica e non vediamo l'ora di accogliere nuovamente tutti i visitatori nel nostro Paese», conclude Goren.

(La Verità, 9 febbraio 2024)

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Offerto l’esilio al capo di Hamas in cambio di tutti gli ostaggi israeliani

Israele permetterà l’esilio del capo di Hamas Yahya Sinwar dalla Striscia di Gaza in cambio del rilascio di tutti i 136 ostaggi rimasti, ha riferito giovedì la NBC, citando sei funzionari e consiglieri senior israeliani.
Secondo il rapporto, i funzionari israeliani hanno ventilato l’idea di permettere a Sinwar di “andarsene come [Yasser] Arafat ha lasciato il Libano”.
Arafat fuggì dalla capitale libanese di Beirut nel 1982 dopo che un accordo tra gli Stati Uniti e il governo europeo gli garantì un passaggio sicuro in Tunisia via mare. Ora, ha riferito una fonte israeliana alla NBC, Sinwar potrebbe essere pronto a fare un’uscita simile dalla Striscia di Gaza.
“Permetteremo che ciò avvenga a patto che tutti gli ostaggi vengano rilasciati”, ha dichiarato alla NBC un alto consigliere del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
Israele si orienta verso l’esilio dei leader del terrorismo da Gaza
All’inizio della settimana, i media israeliani hanno riferito che Gerusalemme e Washington hanno recentemente discusso un piano per l’esilio di alti membri di Hamas come parte di un più ampio cessate il fuoco e di un accordo sugli ostaggi in discussione. Funzionari della cerchia ristretta di Netanyahu hanno dichiarato in recenti discussioni a porte chiuse che si tratta di un’opzione molto favorevole per Israele, poiché “l’esilio implica la fine della leadership di Hamas”.
In passato si era parlato di una nuova proposta dei mediatori che prevedeva l’esilio dei leader di Hamas dalla Striscia di Gaza in un Paese terzo. Secondo il rapporto, in cambio di ciò, Hamas rilascerebbe tutti i prigionieri israeliani che detiene, ma ciò avverrebbe per gradi fino al ritiro delle truppe dell’IDF da Gaza.

(Rights Reporter, 9 febbraio 2024)

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Mishpatìm. Non gettare le bucce di banana sul marciapiede

di Donato Grosser

La parashà  inizia con le parole “E queste sono le leggi che dovrai presentare agli israeliti” (Shemòt, 21:1).
     Rashì (Troyes, 1040-1105) commenta che la parola “e” collega la parashà precedente dove vi sono i Dieci Comandamenti, con quello che segue, per insegnare che anche le leggi in questa parashà furono date a Moshè al Monte Sinai.
     R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 186) commenta che dopo i Dieci Comandamenti il testo successivo avrebbe dovuto essere quello al capitolo 24, dove l’Eterno dice a Moshè di fare il patto con il popolo. La parashà di Mishpatìm rappresenta invece una distacco da questi argomenti. Invece di continuare con la rivelazione, il testo introduce l’argomento dei danni, che fanno parte delle leggi civili. Per quale motivo la Torà presenta a questo punto l’argomento degli impegni finanziari? Per quale motivo è importante trattare gli argomenti di colui che da’ beni in custodia al prossimo, delle acquisizioni, delle cambiali? Questi argomenti di carattere commerciale apparentemente non appartengono a un codice morale. Il fatto che siano presentate proprio qui significa che la legge civile ha un significato religioso. La distruzione della proprietà e la violazione di domicilio non sono semplicemente violazioni delle legge civile ma anche trasgressioni morali.
     R. Ya’akov Kuli (m. Costantinopoli, 1732) autore dell’opera Me’am Lo’ez, commenta, che è importante sapere che uno dei principi dell’ebraismo è di stare attenti a non causare danni al prossimo (p. 728). Uno dei casi che egli cita, dall’opera halakhica Kenèsset Hagedolà (n.90)  di r. Chayim Benveniste (Costantinopoli, 1603-1673, Smirne) , è quello di una persona che viene posta di fronte a un dilemma: mostraci dove è il tesoro del tuo vicino, o dacci tutto quello che hai, oppure ti uccidiamo. Se la vittima rivela dove è tesoro del vicino, è responsabile della perdita causata al vicino, perché  poteva salvare la propria vita dando tutto quello che aveva. E se fosse stato minacciato di morte se non avesse mostrato dove era il tesoro del vicino, e ha salvato la propria vita rivelando dove è il tesoro del vicino, è ugualmente responsabile perché chi salva la propria vita con quello che appartiene al prossimo è obbligato a pagare il danno causato anche se ha agito così per pikùach nèfesh (pericolo di vita). Un altro caso citato in Me’am Lo’ez tratto dal Tur Chòshen Mishpàt (409 e 412) di r. Ya’akov ben Asher (1269, Colonia-Toledo, 1343) è quello di chi getta acqua per la strada e un passante scivola e si fa male. Il danno causato va risarcito. Questo deriva da quello che è scritto nella Torà che chi scava una fossa nel dominio pubblico è responsabile dei danni causati (Shemòt, 21:33). E chi trova del vetro deve buttarlo in un posto sicuro dove non potrà causare danni ad altri. Così pure chi butta l’immondizia nel dominio pubblico è responsabile dei danni causati, specialmente se butta bucce di angurie e di meloni. Questi sono alcuni esempi della mitzvà della Torà di non causare danni al prossimo. Le bucce di banana non sono citate da questi posekìm, perché arrivarono in Europa molto più tardi.

(Morashà, 9 febbraio 2024)
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Parashà della settimana: Mishpatim (Leggi)

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Yuval e Ofir, sopravvissuti al massacro del 7 ottobre, allargano la famiglia

di Michelle Zarfati

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Quattro mesi dopo essere sopravvissuta insieme a suo marito Yuval e al figlio Tai al massacro di Hamas del 7 ottobre, Ofir Balachsan, residente nel Kibbutz Sufa, ha dato alla luce una bimba, chiamata Cami, che in ebraico significa ‘crescere’. “Invece di sprofondare nella disperazione, ci siamo alzati, siamo vivi e stiamo bene” ha detto la donna ai media locali.
   “Con tutto quello che abbiamo passato, un’esperienza che ancora non riesco ad accettare, sapevo che la piccola sentiva tutto dentro la mia pancia. Ho dovuto mantenere la calma per lei”, racconta Ofir, nascosta per ore in un rifugio antiaereo con suo figlio e i genitori di Yuval, mentre suo marito, il comandante della squadra di sicurezza del kibbutz, ha combattuto con i suoi compagni contro i terroristi di Hamas, infiltrati nelle case dei residenti al Kibbutz Sufa. La donna ha trascorso gli ultimi mesi della sua gravidanza in una camera d’albergo a Eilat.
   “Questo periodo è stato molto frustrante per me. – ha spiegato – Tutto ciò che una donna vuole prima di partorire è un luogo sicuro, e quando non ce l’hai, è davvero difficile. Tutto quello che volevo era partorire e far stare la bambina bene. Sì, non era l’ospedale dove avevo intenzione di partorire, ma comunque, la cosa più importante era rimanere vivi. Dopo la nascita di Cami, quando l’hanno messa su di me è stata una grande vittoria”.
   “Abbiamo perso molti amici e molti altri sono stati rapiti – ha aggiunto – Tre giorni dopo il parto, tutto mi ha colpito. Fino ad allora, mi concentravo sulla gravidanza e sul parto, e dopo che la bambina è venuta al mondo, ho avuto il tempo di pensare. E ripetevo di continuo: e se ci uccidessero? E se ci rapissero? Non riesco a immaginarlo”.
   Ora la famiglia sta cercando di adattarsi alla vita a Ramat Gan, dove si sono trasferiti insieme ad altri membri del loro kibbutz sfollati ormai da Sufa. “Non avremmo mai immaginato di vivere in una città. Tuttavia, in questo momento, non riesco a immaginare di tornare al kibbutz. D’altra parte, non riesco a immaginarmi di vivere da nessun’altra parte. Torneremo a casa quando le condizioni saranno di nuovo adeguate per noi e per la nostra famiglia”.

(Shalom, 8 febbraio 2024)

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Nelle viscere di Khan Yunis, “la stanza di Sinwar”: qui il leader di Hamas si è nascosto con 12 prigionieri

Repubblica è entrata nella rete di tunnel sotto la città di Khan Yunis. In queste stanze, secondo gli israeliani, sono stati tenuti 12 ostaggi sequestrati il 7 ottobre

di  Fabio Tonacci

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KHAN YUNIS – Da sotto, il sopra non esiste. Non si sente, non si percepisce, non si vede. Nell’oscurità umida e afosa di questo tunnel chilometrico che puzza di fogna e innerva le viscere di Khan Yunis, ogni decisione presa sembra priva di conseguenze. Ogni essere umano diventa ombra. Si cammina per centinaia di metri con la testa incassata nelle spalle attraverso gallerie di cemento tutte uguali, larghe sessanta centimetri e alte poco più di un metro e settanta. Non ci sono indicazioni. «Riposa in pace, Abdul Salam», è l’unica scritta, in arabo, letta in un angolo. Le pareti trasudano umidità, bagnando la guaina di plastica dei cavi che portavano l’elettricità alla ragnatela. Ora sono il filo d’Arianna per ritrovare l’uscita.
   Si passano cancelli e porte di ferro, a tratti gli scarponi affondano nella fanghiglia, si entra in cucine rivestite in ceramica colorata e bagni sudici con piastrelle che riproducono il mare con le palme. Niente di più lontano da questo “non luogo”. Si scende giù in profondità. Dieci metri, venticinque metri, trenta metri, più il tunnel va giù più l’ossigeno diminuisce e si fatica a respirare quest’aria esausta, mille volte respirata da altri. «Qui hanno tenuto dodici ostaggi israeliani», dice a un certo punto il generale di brigata Dan Goldfus, comandante della 98° Divisione paracadutisti. «E qui si nascondeva Yahya Sinwar».

• NELLA RAGNATELA DI KHAN YUNIS

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Repubblica è entrata in uno dei complessi principali della rete scavata da Hamas. Importante per la complessità ingegneristica, per ciò che vi è stato trovato dentro e per chi lo abitava. «Per prenderne il possesso abbiamo combattuto intensamente all’interno delle gallerie, che erano minate e piene di trappole», premette l’ufficiale.
   Si accede da un buco in un terrapieno nel mezzo di un quartiere residenziale di Khan Yunis. O meglio, di quel poco che rimane del quartiere: siamo nel centro della seconda città della Striscia di Gaza, devastato, irriconoscibile, spianato dai bulldozer blindati e quasi raso al suolo da più di quattro mesi di bombardamenti. I palazzi non sono danneggiati, sono collassati in cumuli di macerie. Dove ora si apre il cratere con la bocca del tunnel, prima c’era una casa abitata da palestinesi. Attorno, i panni stesi e le piante sul balcone. Di civili non c’è traccia. In superficie si sentono sparatorie, esplosioni, il ronzio delle eliche dei droni che volano nel cielo terso mattutino. Si scendono i quattordici gradoni in muratura della scala iniziale, il mondo si spegne. Si precipita nel buio e nell’assenza dei suoni.

• LA STANZA DEL CAPO

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Quella che viene indicata dal generale Goldfus come «la stanza di Sinwar» è un locale stretto e lungo di 20-25 metri quadrati, con la volta a botte, intonacato e rivestito in ceramica. Il soffitto è più alto rispetto alle gallerie. Sulla parete sono installati gli interruttori per la luce, due staffe con la placca metallica per appendere le televisioni e diverse prese per l’antenna. Forse c’era pure il collegamento a internet, portato trenta metri sotto terra da uno dei tanti fili su cui si inciampa nella penombra. «È probabile...».
   Nella camera i segni di un bivacco abbandonato in fretta: due tavolini di legno, stoviglie, una valigia sventrata, due tappeti, una bombola del gas, un letto di plastica con un materasso marrone, bottiglie d’acqua, libri, del cibo avariato. «Siamo convinti che questa stanza, che fa parte del compound, sia stata utilizzata da Sinwar e da altri leader di Hamas», sostiene l’ufficiale. Non spiega su cosa fondi questa convinzione e non è possibile verificare la circostanza con fonti indipendenti.
   L’impressione è che l’intelligence israeliana abbia acquisito degli elementi in tal senso, ma che li stia ancora valutando e pesando. Oppure che non voglia rivelarli alla stampa per non compromettere la caccia all’uomo che ha ideato il massacro del 7 ottobre. Solo la sua cattura, o uccisione, potrebbe mettere la parola fine ai bombardamenti e agli attacchi aerei che hanno provocato finora 27 mila vittime tra cui molti bambini, secondo il conteggio delle autorità palestinesi.

• IL SEGRETO DEI TUNNEL

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Il tunnel fa parte di quello che l’Idf ritiene essere un «compound», cioè uno snodo cruciale per il comando di Hamas che si dipana sotto Khan Yunis e si connette a centinaia di cavità nel tessuto urbano come quella da cui siamo entrati. «Prima della guerra aveva una funzione solo logistica, dopo è stata riadattato a prigione per nascondere i rapiti dei kibbutz». Un rifugio simile è stato scoperto di recente in un’altra area della città, in quel caso è stato detto che era l’ufficio operativo del fratello di Sinwar, Mohammed.
   Camminando lungo le gallerie e osservandone da vicino la struttura basica, si intuisce come sia stato possibile costruire, negli anni e nella clandestinità, un’opera del genere. Il segreto è nel terreno argilloso della Striscia. Tra le intercapedini dei moduli di cemento si intravede la sabbia, non ci sono mai sasso o pietrisco. Per realizzare la “metropolitana” di Gaza, che secondo alcune stime si estende per 700 chilometri (quasi il doppio di quella, vera, di Londra), i miliziani hanno grattato un terreno morbido, consolidando poi i tunnel con prefabbricati di cemento composti da due stipiti larghi trenta centimetri e un arco sopra. Così per chilometri e chilometri. E milioni di moduli, posti uno di seguito all’altro.
   Insieme a Repubblica ci sono Le Monde, il Wall Street Journal e la Cnn. Le regole di ingaggio per l’embedded sono le solite: alla fine del viaggio, durato cinque ore, l’ufficio della censura militare ha analizzato il materiale video e fotografico raccolto a Khan Yunis e ha chiesto di non pubblicare due immagini esterne attorno all’imbocco del tunnel perché «possono rendere localizzabile la posizione delle truppe». Ai giornalisti è tuttora impedito l’ingresso in autonomia a Gaza.

• LA GABBIA

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Dopo quindici minuti nel dedalo, si suda per il caldo pur stando fermi. Dopo quaranta minuti anche il respiro si fa più faticoso. Il corpo si deve abituare alle inusuali condizioni ambientali, la mente si sforza di non cedere alla claustrofobia. Si ha fame d’aria. Il senso del tempo si perde, cinque minuti diventano mezz’ora, e mezz’ora diventa cinque minuti. «È ciò che hanno sopportato per settimane i dodici ostaggi tenuti in gabbia». In gabbia. E in effetti così appare quest’ultima stanza, pavimentata, rivestita di mattonelle bianche con un motivo arabescato marrone, chiusa da sbarre d’acciaio, con un cancello d’ingresso e un chiavistello. All’interno non ci sono né letti né sedie.
   Niente arredo, nessuna presa d’aria, solo un ventilatore appeso in alto, in prossimità di un varco che conduce a un bagno senza doccia.
   Stavolta Goldfus è prodigo di dettagli. «Siamo certi che i nostri fossero segregati qui perché abbiamo prove forensi». Significa che hanno potuto estrarre il dna da tracce biologiche raccolte nei locali. «Tre di loro sono stati rilasciati durante la tregua di fine novembre». Si tratta di Sahar Calderon, 16 anni, Sapir Cohen, 29 anni, e Or Jacob, 17 anni, che vivevano nel kibbutz Nir Oz, vicino al recinto della Striscia. Anche in questo caso le parole del generale non sono verificabili, ma la descrizione fatta dai tre dopo la liberazione combacia con l’aspetto della gabbia. Degli altri nove ostaggi non si hanno notizie.
   Seguendo a ritroso i cavi dell’elettricità, si ritorna al primo tratto del tunnel, quello più fangoso dove si erano appostate le guardie di Hamas. Da lì si passa alla scaletta dove filtra un raggio di sole del mondo di sopra. Siamo stati giù per più di un’ora, percorrendo gallerie per 900 metri. Lungo il percorso si sono visti diversi cunicoli laterali. Alcuni erano interrotti da sacchi di sabbia. Altri affondavano per chilometri nel ventre molle della città distrutta.

(la Repubblica, 8 febbraio 2024)

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Nessun accordo tra Israele e Hamas. Netanyahu: «Guerra fino alla vittoria totale»

Israele avanza su Rafah nel sud di Gaza

Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dopo settimane di mediazione, ha affermato mercoledì in una conferenza stampa convocata a Gerusalemme che la vittoria totale a Gaza è a portata di mano, respingendo l’ultima offerta di Hamas per un cessate il fuoco finalizzata a garantire il ritorno degli ostaggi ancora detenuti nell’enclave assediata. Arrendersi alle condizioni «deliranti» di Hamas, ha proseguito il Primo ministro, porterebbe a «un altro massacro che nessuno sarebbe disposto ad accettare». Quanto agli ostaggi, Netanyahu ha confermato che la loro liberazione resta una priorità assoluta ma solo una «maggiore pressione militare» aumenterà le possibilità della loro liberazione. E ha ribadito: «Continueremo fino alla fine. Non c’è altra soluzione oltre alla vittoria completa».
L’annuncio che Israele andrà avanti nella guerra fino alla «distruzione totale» della fazione islamica, con l’esercito che ha avuto l’ordine di avanzare verso Rafah, ha suscitato le reazioni del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che ha espresso preoccupazione per il potenziale attacco militare di Israele nella città nel sud di Gaza.
Il coordinatore degli aiuti d’emergenza delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, ha dichiarato a sua volta che l’escalation a Rafah rischia di «provocare la morte di ancora più persone» e «ostacolare un’operazione umanitaria già limitata dall’insicurezza».
Nonostante gli sforzi diplomatici e i combattimenti in corso, la situazione attuale nel Medio Oriente rimane quindi molto complessa, instabile e suscettibile a repentini cambiamenti. Le speranze di una tregua rimangono incerte, mentre le cronache della guerra evidenziano un aumento delle proteste tra la popolazione israeliana e palestinese, alimentate dalla prolungata durata del conflitto. L’obiettivo primario rimane il raggiungimento di un accordo tra Hamas e Israele, che includa il rilascio di tutti gli ostaggi ancora detenuti.
Nel frattempo, impegnato nel suo quinto tour diplomatico in Medio Oriente da ottobre, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha incontrato Abū Māzen nella sua ultima tappa a Ramallah, dove il presidente palestinese gli ha chiesto di impedire l’espulsione della popolazione da Gaza e nuove violenze in Cisgiordania e che gli Stati Uniti insistano per la nascita di uno Stato palestinese, come già richiesto dall’Arabia Saudita.
Durante il suo colloquio con Netanyahu, Blinken ha messo in guardia il premier israeliano contro qualsiasi azione che possa esacerbare le tensioni: «Troppe vittime civili, Israele deve garantire gli aiuti umanitari», ha affermato dichiarando che pur «essendo scioccato dal 7 ottobre», ossia dagli attacchi condotti quattro mesi fa da Hamas contro Israele, «penserò alle migliaia di bambini uccisi a Gaza per il resto della mia vita» secondo quanto riportato dal canale israeliano Channel 13.  Blinken ha quindi aggiunto che «un’intesa è ancora possibile», osservando «che gli Stati Uniti lavoreranno incessantemente fino a quando non ci arriveremo».
Gli Stati Uniti vedono la tregua come parte di una strategia più ampia per risolvere il conflitto in Medio Oriente e favorire la normalizzazione delle relazioni tra Israele e i paesi arabi. Intanto un nuovo ciclo di colloqui sugli ostaggi inizia oggi in Egitto.
Come riferisce Reuters, le dichiarazioni di Netanyahu riguardo al suo impegno nel mettere fine al movimento islamico palestinese sostenendo che Israele deve perseguire la completa distruzione dell’organizzazione come unica via per garantire la sicurezza del Paese, sono state respinte dai rappresentanti di Hamas che le hanno definite una mera «spavalderia politica», intendendo che le osservazioni del leader israeliano riflettano solo la sua intenzione di prolungare il conflitto nella regione.
Hamas ha anche annunciato che una delegazione guidata da un alto funzionario, Khalil Al-Hayya, si recherà al Cairo per continuare i colloqui con i mediatori dell’Egitto e del Qatar sulla possibilità di una tregua. Tuttavia, Hamas ha mantenuto una posizione ferma, invitando le fazioni armate palestinesi a continuare la lotta.
L’offerta di tregua di Hamas prevedeva una fase di quattro mesi e mezzo, durante la quale tutti gli ostaggi sarebbero stati liberati e Israele avrebbe ritirato le sue truppe dalla Striscia di Gaza, seguita da colloqui per porre fine alla guerra. Tuttavia, Israele ha precedentemente insistito sul fatto che non avrebbe ritirato le sue truppe finché Hamas non fosse stato completamente eliminato.
In questa situazione, L’IDF è rallentato nel suo attacco alle roccaforti di Hamas, mentre le comunità israeliane vicine a Gaza rimangono insicure. In tutto questo, il numero di ostaggi morti è una preoccupazione, ma nonostante le richieste dei sindaci locali, non ci sono garanzie sulla sicurezza. «Smantellare Hamas non può essere fatto in un breve periodo e si può fare un po’ alla volta». Questa la valutazione sulla situazione della guerra del capo dell’esercito israeliano Herzi Halevi, secondo cui tanti più combattenti e comandanti di Hamas verranno uccisi e infrastrutture distrutte, più i militari si avvicineranno al raggiungimento dell’obiettivo importante» di riportare indietro i prigionieri. «Stiamo facendo un grande sforzo per questo. E non accadrà senza pressione militare», ha aggiunto Halevi.
In queste ore, come si legge, l’Idf ha reso noto di aver catturato decine di sospetti terroristi nella parte occidentale di Khan Younis, tra cui due terroristi che hanno partecipato all’assalto del 7 ottobre e un altro membro della forza d’élite Nukhba di Hamas.
Nella ricostruzione degli ultimi eventi, in un lungo articolo, The Times of Israel scrive che Hamas ha risposto a una proposta di tregua con richieste quasi massimaliste, cercando di sfruttare gli ostaggi israeliani per sopravvivere e riaffermare il controllo su Gaza. Ciò ha portato a un conflitto tra Hamas e Israele, con Netanyahu che cerca la «vittoria assoluta» e Hamas che condiziona la restituzione degli ostaggi alla fine della guerra. Nel frattempo, gli Stati Uniti cercano una soluzione diplomatica, ma la situazione è complicata dall’urgente bisogno di assistenza politica e dalla mancanza di coordinamento tra Israele e l’Egitto.

(Bet Magazine Mosaico, 8 febbraio 2024)

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L’ipoteca americana sulla guerra a Gaza

di Niram Ferretti

Le due conferenze stampa che si sono tenute ieri in Israele dopo la quinta visita in Medio Oriente dall’inizio della guerra da parte del Segretario di Stato americano Antony Blinken, evidenziano specularmente due registri divergenti.
Nel suo intervento, Benjamin Netanyahu, ha chiarito in modo perentorio che la proposta di accordo fatta da Hamas è del tutto irricevibile per Israele, e non avrebbe potuto essere diverso, trattandosi di una sommatoria di richieste esorbitanti culminanti con la cessazione dell’operazione militare a Gaza e la vittoria politica del gruppo terrorista.
Netanyahu ha ribadito che Israele proseguirà la sua operazione militare nella Striscia fino a quando Hamas non sarà sconfitto, e che ogni accordo che non prevede questo esito sarebbe per Israele un disastro. Solo dopo la sconfitta di Hamas sarà possibile riprendere la strada dell’avvicinamento all’Arabia Saudita interrotto il 7 ottobre.
La Casa Bianca non ottiene dunque al momento alcuna apertura a una disponibilità negoziale da parte di Israele, non con le proposte attuali avanzate da Hamas. Il cauto ottimismo che un accordo potesse essere raggiunto si è dissipato rapidamente. Resta la convinzione di Israele che la liberazione degli ostaggi ancora detenuti nella Striscia, possa avvenire solo con l’aumento della pressione militare, non con la sua sospensione.
Antony Blinken ha risposto più tardi, e nella sua conferenza ha ribadito che, pur avendo Israele tutto il diritto di perseguire il proprio obiettivo militare, conseguenza del 7 ottobre scorso, il numero dei civili morti continua a essere troppo alto e che Israele deve fare il possibile per diminuirlo, esortazione che è cominciata fin dal principio della guerra e che risponde alle forti critiche interne al partito democratico e a una parte dell’elettorato sull’appoggio che gli Stati Uniti stanno dando a Israele. Fino qui tutto come da copione, ma c’è un passaggio del discorso su cui occorre soffermarsi ed è quando Blinken dice:
“Gli israeliani sono stati disumanizzati nel modo più orribile il 7 ottobre. Da allora gli ostaggi sono stati disumanizzati ogni giorno. Ma questa non può essere una licenza per disumanizzare gli altri…La stragrande maggioranza della popolazione di Gaza non ha nulla a che fare con gli attacchi del 7 ottobre. Le famiglie di Gaza la cui sopravvivenza dipende dalla fornitura di aiuti da parte di Israele sono come le nostre famiglie. Sono madri e padri, figli e figlie, che vogliono guadagnarsi da vivere dignitosamente, mandare i propri figli a scuola, avere una vita normale. Ecco chi sono. Questo è quello che vogliono. E non possiamo, non dobbiamo perderlo di vista. Non possiamo, non dobbiamo perdere di vista la nostra comune umanità”.
Al di là della retorica e di una dose massiccia di demagogia, in queste parole si evidenzia come, dopo quattro mesi di guerra e la perdita di vite di migliaia di civili che vanno sottratti dalla cifra all’ingrosso data da Hamas, la quale comprende anche i jihadisti morti negli scontri, il punto fondamentale per gli Stati Uniti non è più, sempre che lo sia mai stato realmente, la sconfitta di Hamas a Gaza, ma che Israele non si comporti come Hamas.
Si tratta di una equivalenza insostenibile e profondamente disonesta. Washington sa benissimo che non esiste alcuna possibilità reale per Israele, date le condizioni di combattimento nella Striscia per evitare, pur con tutte le cautele, un numero elevato di morti civili. Sa benissimo che Israele sta combattendo una guerra urbana estremamente complicata, e resa ancora più difficile dalle continue pressioni che subisce per fornire aiuti umanitari che sostanzialmente finiscono nelle mani di Hamas, e appunto per cercare di limitare al massimo il numero delle vittime collaterali. Tuttavia non può evitare di confondere le acque indicando che nella sua risposta Israele sta eccedendo, dando così linfa a tutti coloro, la maggioranza degli attori internazionali, che stanno mettendo Israele sotto accusa e vorrebbero imporgli un cessate il fuoco, primo fra tutti Hamas stesso.
Si tratta del secondo inequivocabile segnale di un cambio di registro, dopo il dispositivo punitivo nei confronti di quattro coloni della Cisgiordania accusati di “violenza intollerabile”, dispositivo che Netanyahu non ha avuto remora a qualificare davanti a Blinken come un atto grave che mette sotto accusa ingiustamente tutta una categoria di persone le quali, in questo momento critico stanno dando con l’impegno a Gaza il loro contributo alla guerra, sottolineando che nulla di simile è stato disposto contro le ben più gravi violenze dei palestinesi contro i residenti ebrei della regione.
La distanza tra Washington e Gerusalemme è destinata ad allargarsi. Le esigenze di politica interna americane sulla necessità che la guerra non duri ancora a lungo sono in ovvio contrasto con le dichiarazioni di Netanyahu e l’obiettivo che Israele si è dato fin dal principio, la sconfitta di Hamas. Obiettivo che, nonostante il parere del tutto strumentale di sedicenti esperti, è perfettamente raggiungibile, ma necessita di tempo e impegno.
Hamas non ha le risorse per potere contrastare a lungo l’offensiva israeliana, ed è il motivo per cui, fin dall’inizio della guerra, ha fatto affidamento sulla via politica, le pressioni internazionali per obbligare Israele a quel cessate il fuoco che gli servirebbe per non capitolare. L’utilizzo del Sudafrica, paese amico e ferocemente anti-israeliano, per accusare Israele di genocidio davanti alla Corte Penale Internazionale, rientra in questa strategia.
Gli Stati Uniti non chiederanno a Israele il cessate il fuoco, sarebbe troppo esorbitante il prezzo politico da pagare a casa, ma cercheranno di fare il possibile nei giorni che verranno per metterlo nelle condizioni di accettare un accordo per il rilascio degli ostaggi, che, con il pretesto che sia questo il vero obiettivo da raggiungere, gli impedirebbe di vincere la guerra.

(L'informale, 8 febbraio 2024)

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Le richieste di Hamas aggravano la frattura tra Israele e Stati Uniti

Mentre Israele trova oltraggiose le richieste di Hamas in materia di ostaggi, gli americani ne sembrano in qualche modo incoraggiati.

di Ryan Jones 

L'amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden si sta occupando degli interessi di Israele? O è più preoccupata della propria rielezione a novembre? Queste sono le domande che molti in Israele si pongono alla luce delle diverse reazioni alle ultime richieste di Hamas per il rilascio degli ostaggi.
In cambio dei rimanenti ostaggi israeliani detenuti a Gaza (un terzo dei quali è ora ritenuto morto), Hamas vuole, secondo il Qatar, quanto segue:

  • La cessazione della guerra di Gaza (in modo che Hamas mantenga il controllo del territorio).
  • Il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza (cioè nessun controllo di sicurezza da parte dell'IDF nel dopoguerra).
  • Il rilascio di almeno 1.500 terroristi palestinesi imprigionati, molti dei quali hanno ucciso israeliani, compresi quelli coinvolti nei massacri del 7 ottobre.
  • Il divieto assoluto per gli ebrei di visitare il Monte del Tempio a Gerusalemme.
  • Migliaia di edifici temporanei per la Striscia di Gaza
  • Un massiccio aumento del carburante e delle forniture mediche a Gaza.

In breve, queste sono le condizioni per una vittoria di Hamas. Se riuscirà a strappare queste concessioni a Israele nonostante la devastazione della Striscia di Gaza, avrà vinto la guerra.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha immediatamente etichettato le richieste come "folli" e ha dichiarato che la vittoria di Israele è a portata di mano.
"La risposta di Hamas è stata formulata in modo tale che Israele ha dovuto rifiutarla", ha aggiunto il ministro della Difesa Yoav Galant.
Poco prima della pubblicazione delle richieste di Hamas, il ministro del Gabinetto di Guerra Benny Gantz aveva dichiarato che l'IDF non si sarebbe ritirato dalla Striscia di Gaza in nessun caso fino a quando la minaccia di futuri attacchi di Hamas non fosse stata eliminata. Un mese fa, Gantz aveva chiarito che Israele avrebbe mantenuto il controllo di sicurezza su almeno alcune parti della Striscia di Gaza in qualsiasi quadro postbellico.
Come ha notato Galant, le condizioni presentate da Hamas mercoledì sono chiaramente irrealizzabili. Se Israele le accettasse davvero, equivarrebbe a una capitolazione e garantirebbe virtualmente la prossima invasione terroristica. Dopo tutto, se Hamas da solo ha potuto ottenere tanto inviando 3.000 jihadisti in Israele, si può immaginare cosa si potrebbe ottenere la prossima volta se Hezbollah e altri proxy iraniani si unissero e invadessero con decine di migliaia di terroristi.
Il Segretario di Stato americano in visita, Antony Blinken, ha tuttavia affermato di ritenere che la risposta di Hamas abbia creato "spazio" per il dialogo. Per molti israeliani, il commento di Blinken è stato oltraggioso quasi quanto le richieste di Hamas.
"Oggi abbiamo avuto l'opportunità di parlare con il governo israeliano della risposta che Hamas ha inviato ieri sera", ha dichiarato Blinken ai giornalisti in Israele. Ha sottolineato che alcune delle richieste di Hamas erano effettivamente "irrealistiche", ma che era comunque "essenziale" raggiungere un cessate il fuoco e un accordo sugli ostaggi, e che la risposta del gruppo terroristico aveva creato "spazio" per questo.

• WASHINGTON HA PERSO IL PUNTO DI SVOLTA STORICO
  Gli eventi del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza sono stati per molti versi un punto di svolta storico. Come dicono gli israeliani, "ciò che è stato, non sarà più". E questo non si riferisce solo alle relazioni tra Israele e i palestinesi.
Le tensioni diplomatiche legate agli sforzi di Israele per difendersi e impedire che gli orrori di questo Shabbat nero si ripetano hanno messo in luce profonde spaccature tra Israele e gli Stati Uniti. O almeno tra Israele e l'attuale amministrazione statunitense.
La Casa Bianca deve capire che il 7 ottobre ha innescato un cambiamento nella psiche israeliana. Gli interessi nazionali degli Stati Uniti non sono più uguali agli interessi nazionali di Israele. Perché per gli israeliani è letteralmente una questione di vita o di morte, e di una morte orribile e straziante.
Alla stragrande maggioranza degli israeliani non interessa più se la Casa Bianca è d'accordo con ciò che pensano si debba fare per proteggere lo Stato ebraico o se gli americani sono favorevoli al modo di risolvere il conflitto. Le formule che escono da Washington sono chiaramente fallite.

(Israel Heute, 8 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Leitmotiv: "L'America è un sostegno di canna rotta che penetra nella mano di colui che vi si appoggia e gliela fora". Ultimi due esempi: Ucraina e Israele. M.C.

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USA: senatori democratici contro l'invio di armi a Israele

di Sarah G. Frankl

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Alcuni senatori democratici stanno spingendo per impedire all’amministrazione Biden di aggirare il Congresso nell’approvare le vendite di armi a Israele, mentre lo Stato ebraico continua la sua guerra contro Hamas con crescente impegno.
Il senatore democratico Tim Kaine, della Virginia, presenterà la prossima settimana un emendamento che, se approvato, cancellerà il testo del supplemento per la sicurezza nazionale da 118 miliardi di dollari che consente all’amministrazione di accelerare i finanziamenti per qualsiasi futura vendita di armi a Israele senza prima informare il Congresso.
   La legislazione più ampia sui confini rischia sempre più di morire al Senato a causa dell’opposizione bipartisan, il che rende improbabile che la disposizione su Israele venga votata. Tuttavia, la spinta di Kaine e della maggioranza del caucus democratico del Senato è l’ultimo esempio della crescente critica da parte dei membri del partito del Presidente Joe Biden riguardo alla gestione della sanguinosa guerra in corso tra Israele e Hamas e al crescente ruolo dell’America in essa.
   “Il Congresso e il popolo americano meritano piena trasparenza sull’assistenza militare a tutte le nazioni”, ha dichiarato Kaine in una dichiarazione all’Associated Press. “Nessun presidente, di nessun partito, dovrebbe scavalcare il Congresso su questioni di guerra, pace e diplomazia”.
   L’emendamento, che ha il sostegno dei presidenti delle commissioni del Senato per le relazioni estere, i servizi armati e l’intelligence, arriva dopo che a dicembre Biden ha aggirato due volte i legislatori per inviare oltre 250 milioni di dollari di armamenti a Israele. Bypassare il Congresso con decisioni d’emergenza per la vendita di armi è un passo inusuale che nelle passate amministrazioni ha incontrato la resistenza dei legislatori che normalmente hanno un periodo di almeno 15-30 giorni per valutare i trasferimenti di armi proposti e, in alcuni casi, bloccarli.

(Rights Reporter, 7 febbraio 2024)

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Pagamenti dall'Iran a Hamas

L'esercito trova prove di pagamenti diretti dall'Iran ad Hamas a Gaza. Secondo le prove, sono stati trasferiti più di 150 milioni di dollari.

TEL AVIV - L'esercito israeliano ha trovato a Gaza prove di pagamenti diretti dall'Iran al leader di Hamas Yahya Sinwar. Lo ha annunciato martedì sera il portavoce dell'esercito Daniel Hagari. L'esercito ha trovato documenti del 2020 che elencano il denaro trasferito dall'Iran ad Hamas tra il 2014 e il 2020.
Sono stati trasferiti circa 150 milioni di dollari USA. In totale, l'Iran ha fornito circa 154 milioni di dollari USA, equivalenti a 140 milioni di euro, ha aggiunto Hagari.

• Trasferimenti per milioni
  Secondo i documenti, Sinwar ha ricevuto 15 milioni di dollari USA nel 2014, 48 milioni di dollari USA nel 2015, 42 milioni di dollari USA nel 2019 e 12 milioni di dollari USA nel 2020.
Oltre alle foto, l'esercito ha rivelato un video che sembra mostrare la scoperta di alcuni dei fondi. Mostra anche una cassaforte e alcune borse con denaro destinato a scopi terroristici. Gran parte del denaro era nascosto nei tunnel. Alcune delle borse erano etichettate: "Speciale - per Jahja Sinwar".
"La scoperta è un altro esempio di come l'Iran esporta il terrore in Medio Oriente", ha dichiarato Hagari. "Il terrore che l'Iran esporta e causa è un problema globale".

(Israelnetz, 7 febbraio 2024)

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Cosa significa essere uno studente ebreo a Berlino

Uno studente ebreo della Freie Universität (FU) di Berlino, Lahav Shapira, è stato ricoverato in ospedale a settimana scorsa con ossa rotte in faccia. Un compagno di studi filopalestinese di 23 anni lo avrebbe preso a calci e pugni. Di seguito un articolo di Hanna Veiler, presidente dell'Unione degli Studenti Ebrei in Germania (JSUD). NsI

di Hanna Veiler

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Quando sabato sera i nostri cellulari hanno squillato e abbiamo ricevuto la notizia che uno studente ebreo era stato picchiato in ospedale, quasi nessuno di noi è rimasto sorpreso. Quello che avevamo avvertito per mesi si era avverato. Il terribile timore che il pericolo sarebbe presto diventato fisico si è concretizzato.
   Tra gli studenti ebrei c'è un'amarezza che non avevamo mai conosciuto prima. È diventata per noi una normalità voltarci sulla strada di casa per assicurarci di non essere seguiti. È diventato normale essere pronti ad affrontare incidenti antisemiti in qualsiasi momento della vita universitaria quotidiana. Il clima in cui si svolge attualmente la vita degli studenti ebrei è nel migliore dei casi indifferente e nel peggiore - e non è affatto un'esagerazione - pericoloso per la vita.
   Il fatto che a uno studente ebreo abbiano rotto il naso nel centro di Berlino e che abbia riportato fratture multiple al volto dimostra chiaramente che agli slogan delle manifestazioni seguono rapidamente i fatti. Coloro che sognano una "intifada da Dahlem a Gaza" o legittimano il massacro del 7 ottobre come resistenza, non esiteranno a colpire quando se ne presenterà l'occasione. Questo tipo di odio per gli ebrei è stato a lungo socialmente accettato nelle università tedesche.
   Basta sostituire la parola "ebreo" con "sionista" per sentire la legittimazione morale a usare la violenza fisica. Perché nella visione antisemita del mondo, i "sionisti" non sono esseri umani. Meritano le loro sofferenze, si sostiene. Un'argomentazione che abbiamo dovuto ascoltare fin troppo spesso dopo il 7 ottobre e che ora sentiamo da molti compagni che difendono l’aggressore, ora che uno di noi è in ospedale con gravi ferite.
   Il fatto che le parole diventino fatti non avrebbe bisogno di ulteriori elaborazioni, soprattutto in questo Paese. È quindi ancora più grave che la direzione universitaria della Freie Universität non sembri essersene resa conto. Sulla base delle dichiarazioni pubblicate finora, è chiaro che la direzione della FU continua a non riconoscere il suo fallimento nell'attacco allo studente ebreo. Negli ultimi mesi, l'antisemitismo ha potuto diffondersi alla FU senza temere conseguenze immediate.
   Il fatto che si sia arrivati a questo punto è indice della decennale relativizzazione della violenza antisemita all'interno del sistema educativo. È la conseguenza della negazione dell'esistenza di un problema di antisemitismo nella propria istituzione, che continua ancora oggi. E sono gli studenti ebrei a pagarne il prezzo.

(Jüdische Allgemeine, 7 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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L’antisemitismo sorprende Israele

L’atteggiamento dopo il massacro del 7 ottobre non è sempre di condanna verso Hamas

di Meir Ouziel

Dal 7 ottobre gli israeliani vivono in un mondo incomprensibile, verso cui provano sentimenti di offesa, delusione, orrore e dolore. Prima di tutto c’è il dolore di quanti hanno perso i propri cari e di chi ancora vive l’angoscia di familiari tuttora rapiti a Gaza. Ogni israeliano si sente come se lui stesso fosse ostaggio a Gaza. Io conosco cinque famiglie i cui cari sono stati rapiti. Alcuni, tra cui due ragazzine di 8 e 15 anni, sono stati rilasciati, altri, come una giovane donna che conosco, Naama Levy, che ha solo 19 anni, è ancora lì. Oltre a questo dolore, gli israeliani sono avviliti per l’atteggiamento del mondo verso il massacro del 7 Ottobre. Non capiscono perché le organizzazioni per le donne e le femministe del mondo si rifiutino di condannare il rapimento e lo stupro delle nostre giovani. Molti israeliani non dormono la notte, soffrono di incubi incessanti. Nei primi giorni dopo il massacro, io stesso non potevo guardare un bambino ebreo senza provare una fitta di dolore immaginandomelo torturato o assassinato.Gli israeliani sono scioccati dal fatto che, dopo il brutale attacco omicida e di fronte al rapimento a Gaza anche di neonati di meno di un anno, persino in alcune parti del mondo occidentale questi atti sono stati accolti come gesta gloriose. Parliamo di quella stessa parte di mondo che finora gli israeliani e gli ebrei consideravano il bastione della cultura e della morale. E questo fa male. Gli esempi non mancano, a partire dal mondo della musica pop, con Paesi e artisti che rifiutano di accettare Israele all'Eurovisione, per finire con il processo alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia, dove Israele si trova al banco degli imputati per genocidio.Questa è una ipocrisia incomprensibile. Il numero di civili di Gaza uccisi nelle operazioni di difesa contro Hamas rattrista anche gli israeliani, che stanno facendo più di qualsiasi altro esercito abbia mai fatto nella storia per evitare l’uccisione di civili. E l’esercito israeliano lo fa non perché questo è un obbligo secondo il diritto internazionale, ma innanzitutto perché gli israeliani non vogliono uccidere civili innocenti. L'uccisione e la sofferenza dei civili di Gaza toccano il cuore di tutti.
  Di tutti, tranne che della leadership di Hamas. Che avrebbe potuto porre fine a queste sofferenze immediatamente, annunciando la liberazione degli ostaggi e la fine della loro guerra volta a eliminare Israele. Lo ha detto chiaramente anche il Segretario di Stato americano Blinken durante il suo discorso in Israele a inizi gennaio, rispondendo a una domanda del giornalista di Al Jazeera che descriveva la sofferenza della popolazione di Gaza. Blinken ha risposto che tutte le sofferenze sarebbero potute finire il primo giorno della guerra se Hamas si fosse arreso: “Se Hamas deponesse le armi, liberasse gli ostaggi e si arrendesse, metterebbero fine a tutto ciò già domani”.Gli israeliani sono delusi anche da alcune prese di posizione italiane, come la decisione dell’Italia di interrompere i contratti di fornitura di armi a Israele proprio mentre questa si difende dall’attacco omicida di Hamas. E non si può non menzionare l’odio che esplode nei templi della cultura e dell’istruzione mondiale: le università americane, dove gli studenti ebrei sono minacciati con slogan che gridano al loro sterminio, come il noto “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”. Proprio in questi istituti, che sono i paladini delle lotte per i diritti umani e degli animali, si strappano dalle mura i manifesti con le immagini degli ostaggi rapiti a Gaza, tra cui bambini. Tutti questi sono picchi di odio che feriscono ogni israeliano, ebreo e qualsiasi persona che non abbia perso la bussola morale. E in tutto questo, abbiamo anche assistito increduli al rifiuto delle presidenti delle più prestigiose università americane di definire l’invocazione al genocidio contro gli ebrei come semplice violazione del codice di condotta delle università. È vero, in seguito queste presidenti sono state costrette a dimettersi, ma è stato rivoltante constatare che l’invocazione del genocidio degli ebrei suonasse loro così legittima e naturale da ostinarsi a rifiutarsi di condannarla, pur sapendo che le loro parole erano registrate e trasmesse in diretta mondiale.C’è un nome per questa linea di pensiero: antisemitismo.Paradossalmente, l’antisemitismo è una cosa nuova per molti israeliani. Molti tra quelli nati e cresciuti in Israele hanno sentito più volte la generazione più anziana ripetere: "Non sai cosa sia l'antisemitismo". Spesso, gli ebrei della diaspora dicono agli israeliani: “A differenza nostra, voi non capite cosa significhi l'antisemitismo”. Ed è vero.
  Gli israeliani sotto i 75 anni non sapevano davvero cosa significasse l’antisemitismo. Ora lo sanno.Di fronte a un mondo che nutre un odio morboso verso gli ebrei e Israele, le minacce arrivano anche dagli amici più vicini, come gli Stati Uniti. Ogni israeliano è riconoscente all’America, ma uno dei pericoli maggiori in questa fase è la pressione americana per la “soluzione dei due Stati”, una fantasia ingenua ormai, condivisa da diversi Stati, tra cui l'Italia.E anche da molti israeliani. In effetti, Israele ci ha provato più volte a procedere in questa direzione, anche quando si è ritirata, quasi 19 anni fa or sono, dall’intero territorio della Striscia di Gaza, evacuando i fiorenti insediamenti ebraici e lasciando ai palestinesi un’area senza ebrei e senza dominazione israeliana. Da giornalista ero lì durante l'evacuazione e ho visto come le famiglie venivano portate via dall’esercito israeliano, ho visto famiglie lasciare in lacrime le case che avevano costruito, i giardini e gli alberi che avevano piantato. Nonostante la decisione dolorosa e controversa, la speranza allora era che i palestinesi trasformassero la Striscia di Gaza in un’area fiorente. Ma questa idea non ha mai interessato veramente i palestinesi. Tutta la libertà e tutto il denaro che hanno ricevuto negli anni sono stati investiti nei missili lanciati contro i cittadini d’Israele e nella costruzione di un’enorme fortezza sotterranea allo scopo di attaccare perpetuamente Israele, con la finalità di distruggerlo.Di fronte a un mondo del genere, molti israeliani sono sopraffatti dal terribile timore che il noto appello “Mai più” non rappresenti più un vero e sincero impegno.

(la Repubblica, 7 febbraio 2024 - trad. Sharon Nizza)

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Il presidente argentino Javier Milei in visita in Israele. Trasferirà l’ambasciata a Gerusalemme

di Luca Spizzichino

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Il capo di Stato argentino Javier Milei è arrivato ieri in Israele, meta della sua prima visita bilaterale da quando ha assunto la presidenza a dicembre. Appena atterrato Milei ha annunciato la sua volontà di trasferire l’ambasciata argentina a Gerusalemme, tuttavia al momento non sono stati fatti passi concreti.
Il ministro degli Esteri Israel Katz, che ha accolto Milei all’aeroporto Ben Gurion, lo ha ringraziato per aver sostenuto Israele nella guerra contro Hamas a Gaza e per aver riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. “Sei una persona di valori, che si impegna solo per la verità, e non c’è da meravigliarsi che tu abbia scelto di venire subito in Israele per sostenerci nella lotta per la difesa del popolo ebraico contro gli assassini di Hamas”.
   Prima di incontrare il presidente Isaac Herzog, il presidente Milei ha visitato il Muro Occidentale nella Città Vecchia di Gerusalemme, il luogo più sacro, dove è stato immortalato visibilmente emozionato mentre abbracciava il rabbino Shimon Axel Wahnish, con cui studia a Buenos Aires. Infatti, sebbene il capo di Stato argentino non sia ebreo, ha espresso interesse per l’ebraismo e ha parlato della potenziale conversione alla religione. Durante i suoi comizi ha più volte citato passaggi della Torah ed è salito sul palco per un evento elettorale ascoltando la registrazione di uno shofar.
   Durante l’incontro con Herzog, il presidente Milei è stato accolto da una banda dell’IDF, che ha suonato gli inni nazionali di entrambi i paesi. Si tratta del primo benvenuto di questo genere da quando è iniziata la guerra con Hamas il 7 ottobre.
   Nel colloquio tra i due, Herzog ha detto alla sua controparte che Israele “non può aspettare ancora” per riportare a casa gli ostaggi da Gaza. “Visiterete un paese che è stato attaccato il 7 ottobre da una brutale organizzazione terroristica, che ha effettuato un attacco barbaro e sadico contro il popolo di Israele e ha preso in ostaggio centinaia di persone”, ha detto Herzog in una dichiarazione pubblica insieme a Milei. “Ora abbiamo 136 ostaggi a Gaza, preghiamo e lavoriamo instancabilmente per riportarli a casa il prima possibile”. Milei ha dichiarato di aver inviato un disegno di legge al Congresso argentino chiedendo il rilascio di tutti gli ostaggi, compresi i cittadini argentini, e ha aggiunto che sta lavorando per dichiarare Hamas un’organizzazione terroristica.
   Oggi vedrà il primo ministro Benjamin Netanyahu e i membri del suo gabinetto di guerra.

(Shalom, 7 febbraio 2024)

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Corte dell’Aia: giudicherà Israele un presidente ostile a Israele

“Un infelice compleanno a te. 48 anni di occupazione”. La dedica è rivolta a Israele e a firmarla è Nawaf Salam. È il giugno 2015 e, mentre posta sui social il suo messaggio, Salam è in carica come rappresentante permanente del Libano alle Nazioni Unite. Tre anni dopo diventa uno dei quindici giudici della Corte internazionale di Giustizia (Cig). Ieri i suoi colleghi l’hanno nominato nuovo presidente della Corte che ha sede all’Aia.
  L’incarico è triennale e Salam, dopo la nomina, lo ha definito “una grande responsabilità”. All’istituzione Onu è affidato il compito di giudicare le controversie tra stati. Oggi è chiamata a valutare l’accusa di genocidio mossa dal Sudafrica contro Israele per la guerra a Gaza. Lo farà con il giudice Salam, esplicitamente critico dello stato ebraico.
  “La prima cosa che mi viene in mente in questo momento – ha dichiarato – è la mia costante preoccupazione per Beirut, la mia città”. Il giudice ha espresso l’auspicio che “noi libanesi riusciremo a stabilire lo stato di diritto nel nostro paese e a far prevalere la giustizia”.
  Laureato in giurisprudenza alla Sorbona, Salam ha esercitato da avvocato in Libano, prima di seguire la carriera diplomatica. Nel 2022 era tra i candidati al ruolo di premier del paese dei Cedri. Hezbollah però si era messo di traverso. Salam aveva espresso molte critiche contro il movimento filoiraniano, contrario alla sua nomina. Alla fine era stato scelto l’attuale primo ministro Najib Mikati.
  Ad affiancare Salam alla guida della Cig, sarà l’ugandese Julia Sebutinde, nominata alla vicepresidenza. Sebutinde è stata l’unica a votare contro tutti gli ordini emessi dai colleghi contro Israele lo scorso 26 febbraio.

(moked, 7 febbraio 2024)

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La preghiera di un soldato salva i compagni

Il sergente maggiore Malchiel ben Yosef è stato l'unico a scorgere il terrorista, perché si era rivolto verso Gerusalemme per pregare.

Il sergente maggiore dell'IDF Malchiel ben Yosef ha salvato i suoi commilitoni da un terrorista che era uscito da un tunnel dietro di loro perché si stava rivolgendo a est verso Gerusalemme per la preghiera di  Mincha, la funzione pomeridiana.
L'incidente è avvenuto circa un mese e mezzo fa. Malchiel ha raccontato domenica a Canale 14 che il suo battaglione ha combattuto nella Striscia di Gaza per due mesi e mezzo, anche nel quartiere di Shejaia di Gaza City.
Avevano avuto 48 ore per riposare e recuperare in Israele prima di ricevere l'ordine di rientrare nella Striscia di Gaza. Malchiel si mise in coda con il suo 450° battaglione. I militari che lo precedevano erano già entrati nelle case prima lui.
A un certo punto il suo gruppo si è fermato e lui ha colto l'occasione per pregare prima del tramonto. Si è rivolto a est verso Gerusalemme, la direzione di tutte le preghiere ebraiche, e ha notato un movimento nel bel mezzo della sua preghiera.
"Ho notato, a 10 o 15 metri da me, qualcosa di metallico che si muoveva sul terreno. Mi sono detto che era un gatto o un animale", ha raccontato Malchiel al programma di Canale 14 "The Patriots".
Un attimo dopo, ha visto aprirsi il tetto metallico di un tunnel, che il battaglione non aveva notato al suo passaggio, e uscire un terrorista con un bazooka. Il terrorista si è mosso rapidamente in direzione ovest verso i soldati, che erano già entrati in una casa.
"Sono a sud di lui e lui non mi nota, ricorda Malchiel.
Malchiel, che ammette di essere stato in quel momento sotto shock, ha gridato al terrorista, che si è girato verso di lui. Malchiel ha sparato al terrorista e lo ha colpito. In quella frazione di secondo, i suoi amici, che non avevano notato il terrorista, si sono girati e hanno aperto il fuoco immediatamente.
"Grazie a Dio l'abbiamo eliminato prima che potesse sparare col bazooka", ha detto Malchiel.
Malchiel ha anche lanciato una granata nell'apertura del tunnel per eliminare ogni ulteriore minaccia.
Si è chiesto perché non avesse pregato prima quel giorno, visto che aveva altre opportunità, ma è contento di non averlo fatto.
Malchiel, un ebreo devoto, ha detto che prima dell'incidente, qualche volta si univano a lui altri soldati religiosi per pregare, ma da quando è successo l'incidente, anche i soldati non credenti vogliono pregare conshock lui. Osservazione che ha suscitato la risata generale del pubblico.
Il 450° Battaglione è composto da soldati provenienti dalla Scuola per Ufficiali Professionali e Comandanti di Squadra del Negev (nota con l'acronimo Bislamach), che forma i comandanti di squadra e i sergenti di plotone dell'Arma di Fanteria dell'IDF in tempo di pace.

(Israel Heute, 6 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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I terroristi che potrebbero essere rilasciati in un accordo con Hamas sono responsabili dei più gravi attacchi in Israele

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Si prevede che Hamas chiederà il rilascio di diversi terroristi di alto profilo, i quali stanno scontando più ergastoli nelle carceri israeliane, come parte di un potenziale accordo di tregua e rilascio di ostaggi con Israele, secondo un servizio televisivo andato in onda su Channel 12. L’elenco infatti  include i nomi dei terroristi dietro alcuni dei più grandi attacchi terroristici in Israele durante la Seconda Intifada tra il 2000 e il 2005, come Abdullah Barghouti, Abbas Al-Sayed, Ibrahim Hamed, Ahmad Saadat, Marwan Barghouti e Muhammad Arman.
Legittimo, quindi, temere che con un’eventuale liberazione di questi pericolosi prigionieri si possa ripetere un nuovo 7 ottobre.

Barghouti, l’ingegnere di Hamas, responsabile della morte di 66 persone
   In cima alla lista dei candidati di Hamas c’è Abdullah Barghouti soprannominato “l’ingegnere di Hamas”, e considerato il più grande esperto di esplosivi dell’organizzazione terroristica con la possibile eccezione di Yahya Ayyash, che fu assassinato nel 1996. Barghouti era responsabile della pianificazione di attacchi terroristici come l’attentato suicida del ristorante Sbarro del 2003 a Gerusalemme che uccise 16 persone tra cui sette bambini e una donna incinta; l’attentato suicida del Café Moment nel 2002 che uccise 11 persone; e l’attentato all’Università Ebraica del 2002 che uccise nove persone, tra cui cinque cittadini statunitensi.
In totale, Barghouti è stato responsabile dell’omicidio di 66 israeliani. È stato condannato a 67 ergastoli, il numero più alto mai inflitto a un prigioniero palestinese.

Gli altri prigionieri
   Secondo il rapporto, sulla lista probabile di Hamas c’è anche Abbas Al-Sayed, il comandante dell’ala militare di Hamas nella città di Tulkarem, in Cisgiordania. Pianificò l’attentato suicida del Park Hotel del 2002 a Netanya durante la Pasqua ebraica, che uccise 30 israeliani, per lo più anziani, e ne ferì 140, e divenne l’atto terroristico palestinese più mortale durante la Seconda Intifada. Al-Sayed è stato condannato a 35 ergastoli.
Si prevede inoltre che Hamas cercherà di liberare Ibrahim Hamed, considerato il prigioniero più pericoloso attualmente detenuto da Israele. Era il comandante dell’ala militare di Hamas in tutta la Cisgiordania ed era dietro numerosi atti terroristici. Alla fine Hamed è stato condannato per l’omicidio di 46 civili e gli sono stati comminati 54 ergastoli.
E’ stato fatto anche il nome di Marwan Barghouti (al centro nella foto), il leader della seconda Intifada che sta scontando cinque ergastoli per dieci atti di terrorismo, tra cui l’attacco al Sea Food Market di Tel Aviv, l’uccisione di tre israeliani a Givat Ze’ev e l’attacco di Hadera, in cui morirono sei israeliani.
Nella lista di Hamas dovrebbe figurare anche Ahmad Saadat (a destra nella foto), il leader del Fronte popolare marxista-leninista per la liberazione della Palestina (FPLP). Considerato un simbolo nella società palestinese, Saadat è la mente dell’assassinio del ministro israeliano del turismo Rehavam Ze’evi nel 2001, e condannato a 30 ergastoli. L’anno scorso è stato messo in isolamento come parte di un giro di vite contro una cellula terroristica del FPLP accusata di aver tentato di compiere attacchi in Cisgiordania e che era collegata a membri in prigione.
Anche Muhammad Arman, il leader dei prigionieri di Hamas in detenzione israeliana, è fra i nomi che potrebbero essere rilasciati. Arman è stato uno dei pianificatori dietro l’attentato al Café Moment e l’attentato suicida all’Università Ebraica. Gli sono stati dati 36 ergastoli.

(Bet Magazine Mosaico, 6 febbraio 2024)


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"Barghouti ha le mani sporche di sangue israeliano, ma è il beniamino dei media"  

ROMA - L’israeliano Channel 12 ha rivelato che in cima alla lista dei nomi di Hamas per lo scambio degli ostaggi c’è Abdullah Barghouti, soprannominato “l’ingegnere di Hamas” e il più grande esperto di esplosivi dell’organizzazione terroristica, responsabile della pianificazione di attacchi come l’attentato suicida al ristorante Sbarro di Gerusalemme che uccise 16 persone tra cui sette bambini e una donna incinta; l’attentato suicida al Café Moment (undici morti) e l’attentato all’Università ebraica (nove morti, tra cui cinque cittadini statunitensi). In totale, Barghouti è stato responsabile dell’omicidio di 66 israeliani. E’ stato condannato a 67 ergastoli. Poi c’è Abbas al Sayed, il comandante dell’ala militare di Hamas nella città di Tulkarem, in Cisgiordania, che pianificò l’attentato suicida del Park Hotel del 2002 a Netanya durante la Pasqua ebraica, che uccise 30 israeliani, per lo più anziani, l’atto terroristico palestinese più mortale durante la seconda Intifada. Ibrahim Hamed, considerato il prigioniero più pericoloso attualmente detenuto da Israele, il comandante dell’ala militare di Hamas in tutta la Cisgiordania dietro a numerosi atti terroristici, condannato per l’omicidio di 46 civili. E Muhammad Arman, uno dei pianificatori dietro l’attentato al Café Moment e l’attentato suicida all’Università ebraica. Gli sono stati dati 36 ergastoli.
   Hamas vuole anche il rilascio di Marwan Barghouti, il leader della seconda Intifada che sta scontando cinque ergastoli, con l’aggravante di altri quarant’anni di carcere, per dieci atti di terrorismo, tra cui l’attacco al Sea Food Market di Tel Aviv, l’uccisione di tre israeliani a Givat Ze’ev e l’attacco di Hadera, in cui morirono sei israeliani. Ma a differenza degli altri terroristi, Marwan Barghouti è un beniamino dei media occidentali.
   Il Guardian ha ospitato un suo editoriale di sostegno alla terza Intifada (il New York Times non è stato da meno). La stampa occidentale lo adora e lo paragona a Nelson Mandela: “Il Mandela palestinese” (L’Unità), “Il Mandela palestinese” (Il Sole 24 Ore), “Il Mandela di Ramallah” (La Stampa), “A Mideast Mandela” (Newsweek) e “A Nelson Mandela for the Palestinians” (Herald Tribune). “Barghouti e gli altri Mandela” (Il Fatto Quotidiano).
   In Francia numerose città gli hanno intitolato strade e piazze, come la città di Valenton. Una piazza in suo nome è stata inaugurata a Coulounieix-Chamiers. Il comune socialista di Coulounieix-Chamiers ha votato a larga maggioranza la proposta di nominare il piazzale del Castello di Izards in onore del terrorista palestinese. All’arciterrorista di Ramallah è stata concessa la cittadinanza onoraria da venti città francesi. Una foto di Barghouti è stata esposta al municipio di Stains. E anche Palermo, per iniziativa di Leoluca Orlando, gli ha concesso la cittadinanza onoraria.

• I LEGAMI CON FATAH
  All’inizio della seconda Intifada, Barghouti è diventato il leader delle Brigate dei martiri di al Aqsa e dei Tanzim. “Se non c’è sicurezza per i residenti di Tulkarem, non c’è nessuna sicurezza per i residenti di Tel Aviv”, disse Barghouti ai suoi. Nell’aprile 2002 l’esercito israeliano ha trovato negli uffici di Fatah una quantità di documenti che provavano il passaggio di danaro e di ordini da Yasser Arafat a Barghouti, e su per tutta la catena del terrore. Denaro, cinture di tritolo, fucili: era tutto annotato. Barghouti è responsabile, fra gli altri, dell’assassinio di Yoela Cohen, che aveva l’unica colpa di fare benzina a una pompa scelta come obiettivo. Benjamin Pogrund, il giornalista sudafricano che ha tenuto molti incontri segreti con Mandela, rifiuta qualsiasi confronto con Barghouti: “I bianchi non dovevano preoccuparsi di attentati suicidi e sparatorie”, ha scritto Pogrund.
   Resta il mistero su come un arciterrorista che ha ordinato l’uccisione di decine di ebrei israeliani sia diventato un apostolo della pace. Dopo il 7 ottobre, quando gli stessi media hanno chiamato Hamas “militanti” e non “terroristi”, è molto meno misterioso.

Il Foglio, 6 febbraio 2024)

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Gli interessi americani non sono gli interessi di Israele

di Niram Ferretti

Chiedere a Israele il cessate il fuoco invocato da mesi dall’ONU e dalla galassia “pacifista” della Palestina “libera dal fiume al mare”, comporterebbe per Joe Biden e i suoi consiglieri un rischio troppo grande in termini politici. Nonostante la frangia radicalizzata del partito Democratico e una parte del suo elettorato, l’appoggio a Israele è, negli Stati Uniti, maggioritario. Donald Trump, il presidente americano più filoisraeliano del dopoguerra, si vedrebbe consegnato su un vassoio d’argento un formidabile corpo contundente da usare contro il presidente in carica.
   C’è un altro modo tuttavia per giungere allo stesso risultato, obliquo, subdolo, ed è quello di ottenere una pausa protratta dell’operazione militare a Gaza. Tre, quattro, forse più mesi, in cambio del rilascio degli ostaggi ancora detenuti da Hamas. A quel punto l’operazione militare sarebbe terminata, perché per Israele sarebbe praticamente impossibile riprenderla, e Hamas resterebbe a Gaza come futuro partner per un accordo che preveda un suo ruolo nel governo dell’enclave.
   L’agenda americana è esplicita ed è sempre più determinata dalla contesa elettorale interna che, nei prossimi mesi, entrerà nel vivo: fare finire la guerra legando questo esito alla liberazione degli ostaggi, scongelare l’intesa tra Arabia Saudita e Israele, predisporre il venire in essere di uno Stato palestinese. Vaste programme, che ha la magnifica ambizione di consegnare a Joe Biden la corona d’alloro di pacificatore del Medio Oriente, di nation builder. Un successo clamoroso di politica estera da spendere copiosamente tra gli elettori.
   Il fatto che ciò significhi per Israele il dovere lasciare Gaza senza avere conseguito l’obiettivo principale della guerra in corso, la smilitarizzazione di Hamas, la fine del suo governo e il determinarsi di condizioni fondamentali di sicurezza per i cittadini israeliani residenti nei dintorni della Striscia, è considerato secondario. Tuttavia c’è un problema da risolvere, ed è la resistenza di Netanyahu, il quale ha perfettamente chiaro l’obiettivo americano e sa benissimo che per Israele, per il suo interesse a breve e lungo termine, il piano americano è irricevibile. È necessario quindi prendere tempo, surfare da scaltro e navigato giocatore tra dichiarazioni muscolari sulla irrevocabilità dell’obiettivo di sconfiggere Hamas, sulla non disponibilità alla nascita di uno Stato palestinese e sul governo della Striscia da parte della cleptocrazia di Fatah, connivente con Hamas e, al contempo, lodare gli Stati Uniti per l’impegno profuso e la vicinanza. Ma Netanyahu sa benissimo che si sta lavorando, e non da adesso per rimuoverlo dalla scena, sa benissimo che a porte chiuse Biden lo ha insultato, come avvenne all’epoca di Obama con il celebre chicken shit, merda di gallina a lui rivolto, sa benissimo che dietro gli abbracci e i sorrisi c’è il pugnale, come sa altrettanto bene che in Israele, Biden può contare su militari e politici dell’opposizione che, come lui, vorrebbero defenestrare Netanyahu e hanno già concluso che la vittoria su Hamas non è la priorità, ma lo è la liberazione degli ostaggi, Benny Gantz in testa.
   Senza una vittoria netta di Israele a Gaza verrebbe meno il senso stesso dell’operazione militare, che non è mai stato, non può essere, per quanto duro e doloroso sia evidenziarlo, la liberazione degli ostaggi, non è, in altre parole l’obiettivo umanitario, ma è sconfiggere l’efferata organizzazione criminale che il 7 ottobre scorso ha perpetrato il più grande eccidio di ebrei dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. Senza una vittoria netta di Israele a Gaza, e fuori da ogni retorica, la morte in combattimento di oltre duecentocinquanta soldati dell’IDF, le cui vite non valgono certo meno di quelle degli ostaggi, sarebbe stata un sacrificio inutile.
   Netanyahu, il premier dalle molte morti annunciate e dalle altrettante clamorose resurrezioni, deve combattere con un avversario potente e cinico, che ha già mostrato il cambio di registro con il meschino dispositivo punitivo nei confronti di quattro coloni considerati alla stregua di pericolosi criminali. “La violenza intollerabile” dei coloni, come recita il dispositivo, è nulla più che una oscena esagerazione rispetto a quella ben più violenta e omicida dei palestinesi che da anni si manifesta con regolarità in Cisgiordania.
   È il primo segno del bastone da calare su Israele, ne verranno altri, bisogna prepararsi e tenere duro.
   Gli interessi americani non sono quelli di Israele [Come Volevasi Dimostrare. M.C.].

(L'informale, 6 febbraio 2024)

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I riservisti dell'IDF e le famiglie degli ostaggi marciano attraverso il Paese - "Fino alla vittoria"

"Ci hanno mandato in guerra e ci aspettiamo che una parte di Gaza rimanga sotto il controllo israeliano a tempo indeterminato".

di Amelie Botbol

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I soldati della riserva e le famiglie degli ostaggi detenuti nella Striscia di Gaza sono impegnati in una marcia di cinque giorni attraverso il Paese, denominata "Marcia della Vittoria, fino alla vittoria dell'IDF".
La marcia è iniziata domenica al Kibbutz Zikim, fuori dal nord della Striscia di Gaza, e culminerà giovedì con una manifestazione a Gerusalemme.
"Dopo aver ucciso 1.500 persone, Hamas deve pagare un prezzo pesante e crediamo che i territori già conquistati non debbano essere restituiti", ha dichiarato a JNS Gilad Ach, uno degli organizzatori della marcia.
"Siamo in guerra da 20 anni senza aver sconfitto Hamas. Abbiamo invaso Gaza, perso amici e familiari, siamo ripartiti e poi abbiamo permesso ad Hamas di ricostruire e rafforzarsi", ha detto Ach, direttore esecutivo dell'organizzazione Ad Kan ("It Stops Now"), fondata nel 2015 da un gruppo di ufficiali di sicurezza dell'IDF per combattere i pregiudizi anti-israeliani.
La marcia è organizzata dall'organizzazione "Riservisti fino alla vittoria" (Mahal HaMiluimnikim), fondata da riservisti congedati dopo aver prestato servizio a Gaza e al confine settentrionale di Israele con il Libano dal 7 ottobre.
"Se Israele mantiene l'intera Striscia di Gaza settentrionale come zona militare, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen capiranno che chi uccide gli ebrei perché sono ebrei pagherà un prezzo alto", ha detto Ach.
"Ci aspettiamo 50.000 persone a Gerusalemme e spero che il nostro governo ascolti la voce dei suoi soldati. Ci hanno mandato in guerra e ci aspettiamo che parte di Gaza rimanga sotto il controllo israeliano a tempo indeterminato", ha aggiunto.
Tra gli oratori ci sono alti ufficiali della riserva recentemente tornati dal campo di battaglia, parenti di ostaggi, rabbini e attivisti.
Campi di protesta permanenti saranno allestiti nei pressi della Knesset a Gerusalemme, vicino al complesso governativo Kirya a Tel Aviv e a "Nova Park", il luogo del festival musicale in cui Hamas e la Jihad islamica palestinese hanno ucciso 364 persone il 7 ottobre. Gli organizzatori intendono anche fare pressione sui rappresentanti eletti e lanciare una campagna mediatica internazionale a sostegno della guerra di Gaza.
"Abbiamo deciso la marcia quindici giorni fa. Il movimento stesso è iniziato circa un mese fa, quando i riservisti sono stati rilasciati dalle linee del fronte", ha detto Matan Wiesel, membro di "Riservisti fino alla vittoria".
"Si parla della fine della guerra e della creazione di uno Stato palestinese. Speriamo che la leadership del Paese rinsavisca e capisca che lo Stato di Israele non può terminare questa guerra come se fosse solo un altro round di combattimenti. Se non prendiamo e controlliamo un territorio nemico significativo, segnaliamo alla regione che lo Stato di Israele è scoraggiato e debole", ha aggiunto Wiesel.
In un messaggio diffuso prima della manifestazione, i Riservisti fino alla vittoria hanno dichiarato: "Durante il loro servizio, i soldati sono stati fortemente frustrati da concessioni che hanno minato il successo militare. Stiamo tornando a una strategia che potrebbe presto portare a nuovi attacchi da parte di Hamas".
Il messaggio includeva anche un video con Itzik Bunzel, il padre del sergente Amit Bunzel, 22 anni, paracadutista di Shoham, ucciso nel centro della Striscia di Gaza il 6 dicembre.
Nel video Bunzel racconta di aver trovato tra gli effetti personali del figlio un quaderno in cui Amit aveva scritto: "Questa volta dobbiamo vincere. Dobbiamo finirla [la guerra a Gaza] con una vittoria schiacciante".
Tra i gruppi che lavorano con i riservisti fino al raggiungimento della vittoria c'è il Tikva Forum, co-fondato da Tzvika Mor, il cui figlio Eitan, 23 anni, è attualmente detenuto da Hamas a Gaza e che si oppone a un accordo di governo "a qualsiasi costo".
"Sento dire che il governo israeliano dovrebbe essere disposto a pagare qualsiasi prezzo", ha dichiarato Mor la scorsa settimana a JNS. "Hanno chiesto al pubblico israeliano se è disposto a sacrificare tutto? E dove tracciano il limite? Sono pronti a inviare anche munizioni?
Tra gli altri partecipanti ci sono le Madri dei soldati dell'IDF, una coalizione di donne che protestano contro le pressioni degli Stati Uniti per aumentare gli aiuti umanitari a Gaza, e la Lobby 1701, che rappresenta gli sfollati del nord e chiede a Washington di sostenere un'operazione militare per espellere l'organizzazione terroristica Hezbollah, sostenuta dall'Iran, dal confine con il Libano.
Molti dei partecipanti sono in prima linea nelle proteste in corso per impedire l'ingresso nella Striscia di Gaza dei rifornimenti provenienti da Israele.
Giovedì, centinaia di attivisti hanno spostato le loro azioni al porto di Ashdod, dove hanno bloccato la partenza di camion destinati alla Striscia di Gaza. Ciò è avvenuto dopo che le Forze di Difesa israeliane (IDF) hanno dichiarato le aree intorno a due valichi di frontiera con la Striscia di Gaza come zone di esclusione militare in risposta alle proteste.
Le proteste hanno portato a diversi arresti, tra cui quello di Yehuda Dee al valico di frontiera di Kerem Shalom, mercoledì. La madre di Dee, Lucy, e le sue due sorelle sono state uccise da un terrorista di Hamas nella Valle del Giordano ad aprile.
Persone bloccano l'ingresso del porto di Ashdod durante una protesta contro il trasporto di aiuti alla Striscia di Gaza, ad Ashdod, nel sud di Israele, il 1° febbraio 2024. foto: Chaim Goldberg/Flash90
Mentre le proteste continuavano a crescere, l'emittente pubblica israeliana Kan 11 ha riferito che alcuni funzionari dell'amministrazione Biden hanno invitato Israele a garantire che gli aiuti continuino a raggiungere la Striscia di Gaza.
A dicembre, dopo le intense pressioni americane e internazionali, il gabinetto di sicurezza israeliano ha autorizzato la riapertura di Kerem Shalom per la consegna degli aiuti. Tutti i valichi di frontiera israeliani verso la Striscia di Gaza sono stati chiusi dopo il massacro del 7 ottobre e solo il valico egiziano di Rafah, nel Sinai, è rimasto aperto.
136 ostaggi sono ancora trattenuti nella Striscia di Gaza, decine dei quali si ritiene siano morti. Il gruppo terroristico ha rapito più di 240 persone, ne ha uccise circa 1.200 e ne ha ferite migliaia durante la sua furia nel sud-ovest di Israele il 7 ottobre.

(Israel Heute, 5 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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È ora di porre fine al jihad dell'UNRWA contro Israele

Ora è chiaro che i vertici delle Nazioni Unite mentivano quando hanno affermato di non essere a conoscenza del coinvolgimento dei loro dipendenti con i gruppi terroristici. In realtà, lo sapevano, ma hanno fatto del loro meglio per compiacere Hamas.

di Bassam Tawil

Philippe Lazzarini, commissario generale dell'Agenzia per il Soccorso e l'Occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), ha annunciato di aver deciso di licenziare alcuni dipendenti della sua agenzia dopo che le autorità israeliane hanno fornito informazioni sul loro "presunto" coinvolgimento nel massacro di israeliani perpetrato il 7 ottobre 2023 da Hamas.
"Per proteggere la capacità dell'agenzia di fornire assistenza umanitaria, ho preso la decisione di rescindere immediatamente i contratti di questi membri del personale e di avviare un'indagine per stabilire senza indugio la verità", ha dichiarato Lazzarini. "Qualsiasi dipendente coinvolto in atti di terrorismo sarà ritenuto responsabile, anche attraverso procedimenti penali".
Il segretario generale dell'ONU Antonio Guterres si è detto "inorridito" dalle accuse israeliane.
Guterres ha chiesto al capo dell'UNRWA di indagare sul coinvolgimento dei dipendenti nelle atrocità di Hamas e di "garantire che qualsiasi dipendente dell'UNRWA che ha partecipato o favorito gli attacchi venga immediatamente licenziato e deferito per un potenziale procedimento penale", ha affermato il portavoce delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric. "Verrà condotta una revisione indipendente urgente e completa dell'UNRWA".
L'ONU, che ha a lungo ignorato o negato il coinvolgimento dei suoi dipendenti nell'incitamento e nel terrorismo anti-israeliano, ora si finge sconcertata e inorridita per la partecipazione di alcuni dei suoi dipendenti alle atrocità compiute di Hamas, durante le quali furono uccisi 1.200 israeliani, altre migliaia feriti e più di 240 rapiti e condotti nella Striscia di Gaza come ostaggi. Durante la carneficina del 7 ottobre, gli israeliani e altri (si veda qui e qui) vennero brutalmente assassinati, decapitati, mutilati e bruciati vivi.
Le Nazioni Unite non hanno bisogno di avviare un'indagine "per stabilire la verità" sul coinvolgimento dei suoi dipendenti nel terrorismo e nell'istigazione contro Israele.
Non c'è motivo per cui le Nazioni Unite e i suoi vertici debbano essere "inorriditi". Da anni esistono ampie prove dello stretto legame fra l'UNRWA e Hamas, il gruppo terroristico palestinese che prese il controllo della Striscia di Gaza nel 2007. Ora è chiaro che i vertici delle Nazioni Unite mentivano quando hanno affermato di non essere a conoscenza dei legami dei loro dipendenti con i gruppi terroristici. In realtà, lo sapevano, ma hanno fatto del loro meglio per compiacere Hamas.
L'ex capo dell'UNRWA, Peter Hansen, ha ammesso esplicitamente che i membri di Hamas erano probabilmente dipendenti dell'agenzia. "Oh, sono sicuro che ci sono membri di Hamas nel libro paga dell'UNRWA e non vedo perché sia un crimine", ha detto Hansen alla rete tv Canadian Broadcasting Corporation (CBC), nell'ottobre 2004. E ha aggiunto:

    "Hamas come organizzazione politica non significa che ogni membro sia un militante e noi non facciamo controlli politici ed escludiamo le persone in base alle loro convinzioni".

Negli ultimi anni ci sono stati diversi casi di terroristi palestinesi dipendenti dell'UNRWA o che hanno utilizzato le sue strutture, attrezzature e veicoli per compiere attacchi terroristici.
Tra il 2003 e il 2004, tredici palestinesi dipendenti dell'UNRWA furono arrestati per presunto coinvolgimento in attacchi terroristici per conto di una serie di gruppi terroristici, tra cui Hamas. In un caso, Nahed Rashid Ahmed Attalah, responsabile delle forniture alimentari per i rifugiati dell'UNRWA, utilizzò veicoli delle Nazioni Unite e il suo lasciapassare delle Nazioni Unite per aiutare le attività terroristiche dei Comitati di Resistenza Popolare, un gruppo composto da diversi gruppi terroristici nella Striscia di Gaza. Attalah ammise di aver utilizzato in più occasioni il suo veicolo dell'ONU per trasportare armi, esplosivi e terroristi alla scopo di condurre attacchi terroristici contro Israele.
Dall'inizio dell'attuale guerra tra Israele e Hamas, le truppe israeliane hanno rinvenuto decine di ordigni esplosivi nei bagagli dell'UNRWA, oltre a fucili d'assalto e 15 cinture esplosive. I terroristi di Hamas hanno anche sparato dalle scuole dell'Agenzia contro i soldati israeliani.
In una telefonata registrata, nel dicembre 2023, un palestinese della Striscia di Gaza dice a un ufficiale israeliano:

    "Hamas è coinvolto in tutto. Hamas ha messo le mani sugli addetti all'amministrazione dell'UNRWA. Hamas gestisce l'UNRWA. È responsabile dell'agenzia. Dal giorno in cui Hamas è salito al potere, ha preso il controllo di tutto. I dipendenti dell'UNRWA provengono da Hamas. I capi dipartimento e gli alti funzionari sono membri di Hamas".

In un momento di rara onestà, nel 2021, l'ONU riconobbe che nei programmi scolastici si faceva riferimento a Israele come "il nemico", veniva insegnato ai bambini la matematica contando i "terroristi martiri", e nelle lezioni di grammatica araba veniva inclusa la frase "il jihad è una delle porte del Paradiso".
Nonostante l'ammissione, l'ONU non ha adottato misure sostanziali per porre fine all'incitamento anti-israeliano e, nonostante le rivelazioni, i terroristi di Hamas travestiti da insegnanti hanno continuato a lavorare per le scuole dell'UNRWA, nella Striscia di Gaza.
Di recente, le Forze di Difesa israeliane hanno scoperto copie di lettere indirizzate dal braccio armato di Hamas al Ministero dell'Istruzione controllato da Hamas, in cui si chiedeva che gli insegnanti fossero esentati dalla partecipazione ad esercitazioni di "addestramento militare". La conseguenza è che molti insegnanti palestinesi sono stati assunti dall'UNRWA.
In una lettera si legge:

    "Oggetto:
    Tolleranza sull'orario di lavoro
    Per quanto concerne la questione sopra menzionata, vi chiediamo di garantire al fratello Nur-Aldin Naim Mahmoud Siam, che lavora presso la scuola superiore Aljanan (come insegnante di matematica), un orario di lavoro flessibile, in considerazione dell'incarico con noi sono necessari costanti follow-up".

In un'altra lettera scritta dal braccio armato di Hamas e indirizzata al Ministero dell'Istruzione si legge:

    "Oggetto:
    Concessione di permessi
    Per quanto concerne la questione sopra menzionata, vi chiediamo di concedere un permesso al fratello Moataz Abed-Alrazk Muhammad Alfara, che lavora presso l'amministrazione dell'istruzione a ovest di Khan Yunis, poiché abbiamo bisogno di lui per l'addestramento militare in data 28/09/2023. Questa data non è flessibile".

UN Watch, un'organizzazione non governativa il cui mandato è monitorare l'operato delle Nazioni Unite e delle sue agenzie, ha rivelato il 10 gennaio che gli insegnanti dipendenti dell'UNRWA nella Striscia di Gaza hanno celebrato il massacro di Hamas e hanno elogiato gli assassini come "eroi". Gli insegnanti hanno anche glorificato "l'educazione" ricevuta dai terroristi, condividendo gongolanti le foto di israeliani morti o rapiti e sollecitando l'esecuzione degli ostaggi.
Secondo UN Watch, in un gruppo Telegram composto da 3 mila insegnanti dell'UNRWA nella Striscia di Gaza, sono stati rinvenuti migliaia di post inneggianti all'odio. Questi 3 mila si aggiungono ai 133 educatori e membri dello staff dell'UNRWA che sono stati smascherati per aver promosso l'odio e la violenza, nell'ultimo rapporto di UN Watch del marzo 2023.
Nel gruppo Telegram, l'insegnante dell'UNRWA Waseem Ula, che pubblica regolarmente post sugli stipendi, ha condiviso la foto di un giubbotto suicida imbottito di esplosivo, con la didascalia: "Aspettate, figli dell'ebraismo". Ha inoltre incensato il terrorista di Hamas Akram Abu Hasanen come "amico" e "fratello" e ha pregato Dio di "ammetterlo in Paradiso senza essere giudicato".
L'insegnante dell'UNRWA Shatha Husam Al-Nawajha ha detto dei terroristi di Hamas: "Hanno allattato il Jihad (guerra santa) con il latte della loro madre. Che Allah conceda loro la vittoria".
L'insegnante dell'UNRWA Abdallah Mehjez: "Svolge il lavoro di Hamas esortando i civili di Gaza a NON prestare ascolto ai moniti di allontanarsi dal pericolo, e a fungere invece da scudi umani. Prima dell'UNRWA, questo complice terrorista lavorava per la BBC...".
"Questo è il motivo principale dell'incitamento degli insegnanti dell'UNRWA al terrorismo jihadista", ha affermato Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch.
La chat di gruppo su Telegram, creata per sostenere gli insegnanti dell'UNRWA, contiene decine di file con nomi del personale, numeri identificativi, orari e materiale didattico. Eppure, gli insegnanti dell'UNRWA condividono regolarmente video, foto e messaggi che incitano al terrorismo jihadista e celebrano apertamente il massacro di Hamas e lo stupro di civili.
Quando UN Watch ha denunciato il gruppo sui social media, i funzionari delle Nazioni Unite hanno negato che gli insegnanti lavorassero per l'UNRWA.
"Cinque giorni fa, abbiamo denunciato un gruppo Telegram di 3 mila insegnanti dell'UNRWA a Gaza, che condivideva messaggi pieni di elogi per il massacro di Hamas del 7 ottobre. L'UNRWA ha messo in dubbio che lavorino per loro. Il portavoce delle Nazioni Unite ci ha denigrato", ha scritto Neuer.

    "I membri e gli amministratori del gruppo fanno effettivamente parte dell'UNRWA...
    "Gli amministratori del gruppo includono Safaa Mohammad Al Najjar di Rafah (ID UNRWA n. 30026166). Spesso [la donna] condivide informazioni amministrative sull'UNRWA con il gruppo, inclusi gli elenchi dei dipendenti UNRWA...
    "Si rammenti che la posizione dell'UNRWA, nelle parole del [suo portavoce] @Adnan_Hasna, è che 'Non sappiamo chi c'è in questo gruppo Telegram'".

"Nel corso della mia carriera militare ho lavorato a lungo con l'UNRWA sia in Cisgiordania che a Gaza", ha commentato il tenente colonnello della riserva Peter Lerner.

    "Il mio ruolo di ufficiale più anziano in grado, incaricato di intermediazioni umanitarie, era quello di facilitare le operazioni umanitarie. Sono stato un sostenitore nell'establishment della difesa e nel corso degli anni sui social media mi sono speso per sostenere l'importanza dell'attività dell'organizzazione. (...) Ora è il momento della riforma. Riforma del risanamento, in modo che le menti dei bambini palestinesi non possano più essere avvelenate. Affinché possa esserci una visione condivisa di pace in questa terra. Pertanto, la leadership palestinese si assuma le proprie responsabilità (e non le deferisca alle Nazioni Unite). Così il termine rifugiato non verrà sfruttato per cancellare il legame con questa terra da parte dell'uno o dell'altro".

Gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l'Australia, l'Italia, la Germania, i Paesi Bassi, la Svizzera e la Finlandia sono i Paesi che finora hanno sospeso i finanziamenti all'UNRWA in risposta alle rivelazioni del coinvolgimento dei dipendenti dell'UNRWA nel terrorismo contro Israele. I contribuenti occidentali non dovrebbero finanziare gruppi terroristici mascherati da organizzazioni umanitarie. Queste organizzazioni sono state a lungo al servizio dei regimi antisemiti e degli estremisti islamici che cercavano di distruggere l'unico Stato ebraico al mondo. Resta ora da vedere se questi Paesi si rifiuteranno di cedere alle pressioni dei palestinesi affinché rinnovino i finanziamenti all'UNRWA.
L'idea che membri dello staff dell'UNRWA siano stati coinvolti, abbiano celebrato, sostenuto e fornito assistenza nell'imprigionamento degli ostaggi di Hamas è rivelatrice. Uno degli ostaggi rilasciati nel novembre 2023 è stato tenuto per 50 giorni nella soffitta di un insegnante dell'UNRWA. L'insegnante ha rinchiuso la vittima, gli ha fornito a malapena il cibo e ha trascurato le sue esigenze mediche.
I dipendenti licenziati sono soltanto l'inizio.
L'UNRWA è stata fondata per sostenere il soccorso e lo sviluppo umano dei rifugiati palestinesi, non per sostenere lo sviluppo del terrorismo. È vergognoso che il mondo abbia impiegato così tanto tempo per prendere posizione quando ciò che stava accadendo era sotto gli occhi di tutti.
Gli insegnanti dell'UNRWA che hanno celebrato il massacro degli israeliani hanno semplicemente agito in base a ciò che insegnano da anni ai loro studenti. Gli insegnanti sono complici nella promozione e nell'insegnamento dell'ideologia di Hamas. Hanno dimostrato come l'UNRWA sia diventata un'arma del terrorismo e del jihad contro Israele.
Si può solo sperare che l'amministrazione Biden si renda conto ora del grave errore commesso nel 2021 quando annunciò la ripresa dell'assistenza statunitense all'UNRWA. L'amministrazione Trump aveva sospeso i finanziamenti all'Agenzia dopo averla accusata di essere "piena di sprechi, frodi e sostegno al terrorismo".
È arrivato il momento di smantellare l'UNRWA e porre fine alla farsa dei "profughi" palestinesi. Non ci sono veri rifugiati. Ci sono milioni di palestinesi che vivono, spesso in condizioni indicibili (in modo che Israele possa essere incolpato), sotto il controllo dell'Autorità Palestinese e di Hamas, in Libano, Siria e in Giordania.
Sono le Nazioni Unite che consentono e perpetuano questo abuso dei diritti umani. Questi palestinesi vivono sotto regimi palestinesi e arabi che da tempo avrebbero dovuto assorbirli invece di tenerli nei "campi profughi" con l'euforica promessa "umanitaria" che un giorno inonderanno Israele, trasformando gli ebrei in una minoranza perseguitata nel loro stesso Paese, provocandone quindi la scomparsa.
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Bassam Tawil è un arabo musulmano che vive in Medio Oriente.

(Gatestone Institute, 6 febbraio 2024 - trad. di Angelita La Spada)

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Israele - Medicine errate per i pazienti

I pazienti in Israele hanno ricevuto medicine sbagliate a causa di un grave guasto del sistema, secondo quanto precisato dal Ministero della Salute
   La portata del malfunzionamento è in corso di esame e sarà reso nota al pubblico quando sarà disponibile, ha dichiarato il ministero. Un numero imprecisato di pazienti degli ospedali israeliani ha ricevuto una prescrizione di farmaci sbagliata a causa di un grave malfunzionamento del software Chameleon utilizzato in tutto il Paese, lo ha dichiarato il Ministero della Salute.
  Il malfunzionamento del software medico, parte integrante dei processi operativi e terapeutici dei pronto soccorso e dei reparti ospedalieri di tutto Israele, arriva quando il sistema sanitario sta già vivendo livelli di tensione senza precedenti.
  Il malfunzionamento ha portato alla prescrizione di farmaci errati ai pazienti e la portata del problema è attualmente oggetto di indagine.

• Che cos’è il software Chameleon utilizzato dagli ospedali israeliani?
  Sviluppato da Elad Systems, il software Chameleon è l’elemento informatico centrale degli ospedali israeliani. Fornisce una visione completa di tutti i pazienti di un reparto o di un pronto soccorso e del loro stato di cura attraverso una tabella riassuntiva diretta. Il software presenta sezioni codificate a colori per identificare gli esami di laboratorio, la diagnostica per immagini, le consultazioni, le dimissioni e altro ancora. Cliccando sul nome di un paziente si ottiene una schermata dettagliata con le informazioni mediche complete.
  Circa 10 giorni fa, il Ministero della Salute ha iniziato a ricevere le prime segnalazioni da parte di un ospedale in merito a errori nella cartella clinica di alcuni pazienti. In particolare, le lettere di dimissione di questi pazienti contenevano prescrizioni errate. A seguito di un afflusso di segnalazioni simili, il Ministero ha avviato un’indagine approfondita. Gli ospedali sono stati invitati a verificare l’accuratezza dei farmaci per ogni paziente.

(Israele360, 3 febbraio 2024)

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Le belve di Hamas rifiutano la tregua

Il cessate il fuoco a Gaza si allontana. Nessuna risposta alla proposta arrivata dopo la mediazione di Egitto e Qatar: per ora gli ostaggi restano in mano ai tagliagole.

di Maurizio Stefanini

Contrariamente alle attese, Hamas non ha risposto ieri sera alla proposta di una tregua e del rilascio degli ostaggi elaborata nei giorni scorsi a Parigi e proposta con la mediazione di Egitto e Qatar. Ma comunque si preparerebbe a rifiutarla. Lo riferisce il media saudita Al-Arabiya, ripreso anche dagli israeliani Ynet e Jerusalem Post, secondo cui il gruppo integralista palestinese chiederebbe un maggior numero di detenuti palestinesi da liberare da parte di Israele. La risposta scritta a Egitto e Qatar dovrebbe essere inviata “contemporaneamente” nelle prossime ore e - secondo fonti citate da un altro quotidiano saudita, Al-Sharq - conterrebbe anche la richiesta di un totale cessate il fuoco, da sempre rifiutato da Israele.
   Nel frattempo, non è ancora arrivata nessuna conferma della consegna di farmaci agli ostaggi rapiti da Hamas, a quasi tre settimane dal loro invio. Lo ha scritto il Times of Israel, spiegando di aver chiesto informazioni in proposito all’ufficio del primo ministro ma di non aver ricevuto nessuna risposta sostanziale. Anche il Forum delle famiglie degli ostaggi ha detto di non sapere nulla. In seguito ad un accordo mediato da Egitto e Qatar, con la partecipazione della Francia, Doha aveva annunciato il 16 gennaio che la consegna di medicine per gli ostaggi sarebbe iniziata il giorno successivo insieme alla fornitura di farmaci e aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza. La Croce Rossa internazionale, che non ha mai potuto visitare gli ostaggi, ha chiarito di non essere coinvolta nell'accordo e la sua realizzazione. Alcuni ostaggi, fra cui degli anziani, soffrono di malattie croniche mentre altri sono stati feriti durante il loro rapimento. il Forum delle famiglie aveva chiesto di poter avere una prova visiva della consegna di farmaci ai loro cari.

• L’OBIETTIVO
  A sua volta, il primo ministro israeliano ribadisce di essere contrario a un accordo a ogni prezzo, dal momento che secondo lui «l'obiettivo essenziale è innanzitutto l'eliminazione di Hamas», come ha ribadito all'inizio dell'incontro settimanale del governo. Secondo lui, tre sono le condizioni affinchèé questo avvenga: la distruzione dei restanti battaglioni di Hamas, di cui 17 su 24 sono stati già debellati; il termine delle operazioni di rastrellamento, che l'esercito starebbe attuando con raid nel Nord e nel centro della Striscia; la neutralizzazione della rete di tunnel di Hamas, «che richiede piu' tempo».
   Ieri, infatti, i militari israeliano hanno fatto irruzione nel quartier generale della Brigata Khan Yunis nel sud della Striscia di Gaza, utilizzato per l’addestramento in vista dell'assalto del 7 ottobre in Israele. Lo hanno riferito le Forze di difesa israeliane (Idf) su X, diffondendo materiale fotografico. Il sito, noto come avamposto di Al Qadsa, ospitava anche l’ufficio di Muhammad Sinwar, un alto comandante militare di Hamas e fratello del leader del gruppo a Gaza, Yahya Sinwar, secondo le Idf. Nel sito è stato scoperto infatti un campo di addestramento con ingressi finti alle comunità israeliane, basi delle Idf e veicoli militari. In un’altra parte del complesso si trovava un centro di comando di Hamas e uffici appartenenti agli alti comandanti della Brigata Khan Yunis, oltre a un deposito di missili e a un tunnel che conduceva a una vasta rete sotterranea. Nelle vicinanze, inoltre, i militari hanno trovato anche un sito di produzione di armi. E quando i militari sono arrivati per fare irruzione nell’avamposto hanno anche scoperto trappole esplosive, poi neutralizzate dai genieri. C’è stato anche un tentativo di imboscata, ma gli israeliani hanno risposto con fuoco di cecchini, bombardamento di carri armati e attacchi aerei, uccidendo tutti i nemici.
   Nel corso delle operazioni nel sud di Gaza, inoltre, Israele fa sapere che i militari hanno individuato miliziani di Hamas nascosti fra i civili nei rifugi nell’area occidentale di Khan Yunis. Nei giorni scorsi, circa 120.000 palestinesi sono stati evacuati dal campo di Khan Yunis attraverso un corridoio umanitario istituito dalle Idf. Tra di loro le truppe della Brigata Givati hanno catturato circa 500 presunti terroristi che hanno consegnati ai loro colleghi, per essere interrogati in Israele. Alcuni sono sospettati di essere coinvolti negli attacchi del 7 ottobre. Le truppe della Brigata Givati hanno ucciso circa 550 agenti di Hamas nelle battaglie nell'area di Khan Younis nelle ultime settimane

• IL QUADRANTE
  Ma non si combatte solo a Gaza. Dopo l'attacco in Iraq e Siria contro i gruppi affiliati all'Iran in risposta ai droni lanciati contro una base in Giordania, gli Usa hanno lanciato anche un raid su 36 obiettivi Houthi in 13 località dello Yemen come risposta ai continui attacchi ai mercantili nel Mar Rosso. Il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin ha avvertito i ribelli che dovranno affrontare “ulteriori conseguenze” se non cesseranno gli attacchi contro le navi.
   Ma tra Usa e Israele si evidenziano anche nuove fessure. Dopo le sanzioni Usa a quattro esponenti israeliani considerati estremisti, adesso un alto funzionario della sicurezza israeliana ha confermato che il premier Benyamin Netanyahu si ritirò all'ultimo momento dall’operazione americana nella quale fu ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani nel gennaio di 4 anni fa a Bagdad. «L’operazione era in preparazione da vari mesi», ha spiegato l’alto funzionario all’emittente israeliana Channel 12. «All’ultimo momento Netanyahu ci ha ripensato per paura di una rappresaglia iraniana. C’era una finestra di opportunità non ripetibile e Trump decise che, se Netanyahu aveva paura di farlo, lui lo avrebbe fatto. Ed è quello che è successo». Comunque Israele aveva fornito informazioni cruciali. Le parole dell'anonimo alto funzionario arrivano dopo che Trump si è nuovamente lamentato di essere stato abbandonato all'ultimo momento da Netanyahu per quanto riguarda l’uccisione di Soleimani. Ieri il Wall Street Journal ha pubblicato un’intervista con il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, il politico di estrema destra Itamar Ben Gvir, secondo il quale Trump tratterebbe molto meglio Israele di quanto faccia l’attuale presidente americano Joe Biden.

Libero, 5 febbraio 2024)

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Due settimane di pioggia di fila per la prima volta in più di 30 anni

GERUSALEMME - Per la prima volta in oltre 30 anni, in Israele è piovuto per 14 giorni consecutivi. L'ultima volta era successo nel febbraio 1992. Il servizio meteorologico ha parlato di una "pioggia di benedizione", in quanto è caduta in modo costante e quindi è riuscita a penetrare bene nella terra.
I meteorologi hanno anche annunciato che l'attuale fase di pioggia continuerà fino a martedì. A parte la durata, non è nulla di speciale per il periodo dell'anno, ha dichiarato Amos Porat del servizio meteorologico al sito web Times of Israel. Normalmente un sistema meteorologico come questo dura fino a quattro giorni e poi si allontana.

• Quantità media già raggiunta in alcune zone
  In alcune zone settentrionali e centrali del Paese è già stata raggiunta la quantità media annuale. Questo valore viene misurato a partire da agosto; attualmente è stato superato il 48% di questo periodo annuale. Nelle regioni desertiche a sud di Gerusalemme, solo l'area intorno al Monte Sodoma ha già superato la media annuale.
Le piogge hanno naturalmente un effetto sul livello del Mar di Galilea. Negli ultimi giorni si è alzato notevolmente, a volte di 5 centimetri al giorno. Attualmente il livello è di 210,4 metri sotto il livello del mare. Mancano ancora 1,6 metri alla piena capacità, che è di 208,8 metri.

(Israelnetz, 5 febbraio 2024)

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Se scomparisse Israele

Georges Bensoussan spiega l’ansia antisemita che fermenta in occidente. Il risalto in colore è stato aggiunto. NsI

da “Le Point”

E’ in un contesto di uso militante della Storia che si inserisce la denuncia presentata dal Sudafrica contro Israele per crimini contro l’umanità a Gaza” scrive lo storico Georges Bensoussan su Le Point. “Oggi l’obiettivo è lanciare l’accusa di genocidio dal Sudafrica, che ha ospitato la conferenza di Durban nel 2001, per offuscare il crimine contro l’umanità iniziale da cui deriva l’attuale guerra, quello degli atti commessi il 7 ottobre 2023, la cui natura stessa era genocida. Un accesso di crudeltà, testimone non solo dei “costumi barbari” che avevamo già visto all’opera nel 1929 e nel 1948, ma anche di un piano per eliminare dal mondo un nemico che era stato privato, prima e dopo la sua morte, di qualsiasi carattere umano che lo legasse al nostro mondo. Da qui, la profanazione dei cadaveri, le decapitazioni e persino il “furto” della testa di un soldato, portata a Gaza e conservata in un congelatore con l’obiettivo di scambiarla in seguito per 10.000 dollari (sic). 
  In secondo luogo, si tratta di accusare di genocidio questo popolo in particolare, la cui memoria, in Israele come altrove, è segnata dal ricordo del genocidio. Invertendo l’accusa di genocidio, si vuole anche collocare lo stato di Israele e gli ebrei nel campo degli oppressori, cioè dell’occidente, l’accusato abituale delle Nazioni Unite. Il modo in cui queste ultime hanno accolto la denuncia del Sudafrica nega qualsiasi legittimità morale a queste maggioranze automatiche (57 stati musulmani nelle Nazioni Unite, un solo stato ebraico) che nel 2020, su 23 condanne emesse dall’Assemblea Generale contro gli stati, ne hanno emesse 17 contro lo stato di Israele. Questo ribaltamento della realtà è il carattere distintivo del ragionamento totalitario: “l’amore è odio”, “la pace è guerra”, quando la realtà viene annientata a favore di narrazioni ricostruite. Dietro Israele, l’emblema del male, l’inversione accusatoria pone l’intero occidente sul banco degli imputati del Tribunale della Storia di fronte agli “storici-procuratori”. L’accusa di genocidio (di per sé grottesca: Gaza 1967, 400.000 abitanti, Gaza 2023, 2.300.000 abitanti) infanga la parola e la memoria degli armeni, degli ebrei e dei tutsi. L’odio per il segno ebraico fiorisce, e qui non si tratta tanto di antisemitismo, come nota lo psichiatra Jean-Jacques Moscovitz, quanto di quello che lui chiama asemitismo: il mondo non vuole gli ebrei. E non vuole più lo stato di Israele. 
  In terzo luogo, per quanto folle possa sembrare l’accusa di genocidio, la logica intellettuale che la sottende non mira solo a cancellare la natura genocida degli atti commessi il 7 ottobre, ma a screditare l’occidente per far apparire la storia non occidentale come priva di violenza. Sarebbe un errore ridurre queste accuse di “genocidio” contro lo stato ebraico al solo ambito “decoloniale”. Anche i negazionisti dell’Olocausto in tutto il mondo hanno compreso la posta in gioco. In Francia, ad esempio, non passa settimana senza che il settimanale Rivarol (fondato da ex collaborazionisti) pubblichi titoli sul “genocidio di Gaza” o sulla “pulizia etnica della Palestina”. L’Iran, dove Robert Faurisson è stato accolto in pompa magna nel 2006, si è congratulato ufficialmente della denuncia sudafricana. Far condannare lo stato ebraico per genocidio: la posta in gioco è alta anche per coloro che negano il genocidio ebraico commesso dai nazisti. Il concetto di “genocidio” fu coniato durante la Seconda guerra mondiale da un ebreo polacco, Raphaël Lemkin, in diretto riferimento al genocidio degli ebrei che veniva perpetrato. I seguaci di Robert Faurisson sperano che Israele venga condannato in nome degli stessi princìpi che portarono Eichmann a essere condannato e giustiziato proprio da questo stato. Simbolicamente, l’obiettivo è cancellare l’eredità della Shoah.
  Lo stesso schema mentale si ripete qui. È lo stesso che già nel 1937, con Céline (“Bagatelles pour un massacre”), faceva dell’”ebreo” il guerrafondaio. È lo stesso che oggi fa dello stato di Israele, decretato ultima “propaggine coloniale” dell’Europa, il vettore di una guerra genocida. È uno schema mentale che consiste nell’ostracizzare la “parte cattiva dell’umanità”, un tempo il popolo, ora lo stato, a cui si rimprovera di perseverare nel proprio essere. Qui abbiamo un popolo ebraico, un’“anomalia” nella teologia cristiana, e lì uno stato ebraico, un’“anomalia” nell’Europa post-nazionale. Insomma, gli ebrei sono sempre in controtendenza, e la causa contro di loro non è tanto per una politica quanto per un principio, la loro ostinazione a perseverare in un’esistenza statale condannabile perché anomala in nome di una Storia secolarizzata, ma pur sempre investita di fini ultimi. Stabilire un nesso causale tra una politica israeliana, qualunque essa sia, e degli atti di natura genocida, significa non comprendere la natura profonda di questa crudeltà quando si tratta di cancellare un’esistenza equiparata al male. Perché non ci troviamo di fronte a un discorso guidato dalla ragione, ma a una visione escatologica in cui lo stato di Israele, qualunque sia la sua politica o la sua natura, laica o religiosa, rappresenta la personificazione del principio malvagio dell’umanità che deve essere cacciato dal mondo e da sé stessi per poter sperare in una vita finalmente degna di essere vissuta. Non c’è alcun legame tra una politica israeliana, anche la più riprovevole, e l’essenza genocida di un movimento islamista che non offre alcuna speranza di negoziazione o di compromesso, e non vede altro futuro che la distruzione definitiva dello stato di Israele. E non vuole altro che questo. Più il mondo è allo sbando, più le paure collettive vengono placate dall’antisemitismo unificante. Ci divertiamo a odiarci a vicenda e l’angoscia si riduce a indicare il responsabile di tutti i mali del mondo. Proprio come le paure collettive del passato, quelle nate sulla scia delle grandi epidemie o della caccia alle streghe nell’Europa del Diciassettesimo secolo. 
  Ma dietro la follia collettiva, ci sono sempre uomini e donne fatti di carne e ossa, che non sopportano di essere considerati come l’incarnazione dell’eresia, della profanazione e dell’abiezione. La studentessa ebrea di Bordeaux, il droghiere ebreo di Cracovia, l’ebanista ebreo di Rodi, l’insegnante ebreo di Amsterdam, il muratore ebreo di Atene e il medico ebreo di Colonia morirono tutti delle morti più orrende a causa di queste fantasie omicide. Il poeta palestinese Mahmoud Darwich era perfettamente consapevole di come la vecchia “questione ebraica” europea fosse diventata parte del discorso sul conflitto stesso, quando disse al poeta israeliano Helit Yeshurun: “Sai perché noi palestinesi siamo famosi? Perché voi siete il nostro nemico. L’interesse per la questione palestinese deriva dall’interesse per la questione ebraica. È a voi che sono interessati, non a me! Se fossimo in guerra con il Pakistan, nessuno avrebbe sentito parlare di me”. L’ostracismo ossessivo di uno stato paria spiana la strada alla delegittimazione che precederà il suo smantellamento. La solitudine di Israele risuona nel cuore di un popolo poco numeroso, assediato dai nemici da oltre 75 anni, vittima di un logorio mentale che un giorno lo scuoterà nel profondo. Questa falsa potenza, la cui vulnerabilità è stata rivelata il 7 ottobre, potrebbe un giorno cedere sotto il peso di una guerra persa. Israele, ha detto Ben Gourion, vincerà tutte le guerre tranne l’ultima. I suoi nemici potranno sì subire una sconfitta dopo l’altra, ma continueranno a esistere anche dopo le sconfitte. Non lo stato ebraico. Afflitti dalla solitudine di ottobre, gli ebrei non possono permettersi il lusso del pessimismo. Come Israele non può permettersi il lusso di una sola sconfitta”.

Il Foglio, 5 febbraio 2024)

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Il racconto del padre della piccola Emily, ostaggio di Hamas per 50 giorni

di Michelle Zarfati

In un’intervista all’emittente israeliana Kan News Thomas Hand ha raccontato l’incubo della prigionia a Gaza di sua figlia di 9 anni, Emily. L’uomo ha, inoltre, condiviso che la ragazza, fortemente traumatizzata dal rapimento e della prigionia, utilizza parole in codice per parlare dei terroristi. Emily, è stata rapita dal kibbutz Be’eri dai terroristi di Hamas il 7 ottobre ed è stata rilasciata il 25 novembre, come parte di un accordo di scambio tra ostaggi israeliani con prigionieri palestinesi.
   Parlando del processo di recupero di sua figlia dopo la prigionia durata 50 giorni, Hand ha detto: “È molto, molto brava, sta facendo progressi, si sta riprendendo. Tuttavia, necessita ancora di tempo”, sottolineando però che Emily “non dice molto sulla sua prigionia e che piuttosto usa parole in codice per raccontare di Gaza e per parlare dei terroristi: ad esempio, usa le parole di un qualsiasi cibo o oggetto che non le piace”. Senza parlare direttamente dei rapitori, né far riferimento a episodi durante la cattività nella Striscia di Gaza.
   Thomas ha poi raccontato le condizioni in cui Emily è stata detenuta. “Credevo che fosse giù nei tunnel invece, dal momento in cui è stata rapita, sono scappati da una casa all’altra. Lei è rimasta prevalentemente con gli uomini. Io ero convinta fosse nascosta nei tunnel, lei ha poi rivelato che non era così”. È ancora lunga la strada da fare per tornare ad una vita normale, ma, grazie il sostegno di suo padre e di alcuni specialisti, Emily sta cercando di riprendere in mano la sua adolescenza dopo l’incubo che l’ha coinvolta lo scorso 7 ottobre.

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In Israele nasceranno nuovi centri per curare i disturbi post traumatici

di Sarah Tagliacozzo

Il Ministero della Difesa israeliano ha deciso l’apertura di un centro nazionale per trattare i disturbi post traumatici da stress (PTSD). L’apertura del centro verrà gestita dallo Sheba Medical Center e da una associazione di veterani (la Disabled Veterans IDF Organization).
   La scelta di aprire una struttura di questo tipo è legata alla donazione della Friends of the Israel Defence Forces (FIDF).
   Il tema del disturbo post traumatico è molto sentito in Israele dove, dopo l’attentato del 7 ottobre, si è registrato un drammatico aumento di depressione, ansia e traumi di vario genere.
   La decisione del ministero israeliano dovrebbe portare all’apertura nel territorio israeliano di centri per la salute mentale soprattutto nelle zone più calde del sud e del nord del paese.
   Nei nuovi centri verrà formato personale in grado di trattare in modo efficiente i traumi ricorrendo anche alle più recenti tecnologie, come la simulazione medica del The Israel Center for Medical Simulation (MSR).

(Shalom, 5 febbraio 2024)

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Come garantire la sicurezza d’Israele? Intervista a Yigal Carmon

di Nathan Greppi

Il 7 ottobre 2023, il mondo è rimasto sconvolto nel vedere come la sicurezza dei confini israeliani sia stata facilmente violata dai terroristi di Hamas, nonostante tutte le tecnologie di cui dispongono le forze di difesa israeliane. Negli ultimi mesi, hanno cominciato ad emergere diversi scandali sul fatto che i vertici israeliani sapevano che Hamas stava tramando qualcosa, ma fino all’ultimo hanno sottovalutato la minaccia.
   A questo punto, vale la pena di chiedersi come farà Israele a rialzarsi e a dimostrare di poter proteggere i propri cittadini. A tal proposito, Bet Magazine – Mosaico ha intervistato Yigal Carmon, presidente e fondatore del Middle East Media Research Institute (MEMRI). Già colonnello dell’Aman, il servizio di intelligence militare, è stato consigliere per l’antiterrorismo di due primi ministri israeliani, Yitzhak Shamir e Yitzhak Rabin.

- Quali errori hanno commesso i servizi di intelligence il 7 ottobre?
   Lo scorso 31 agosto, avevo scritto un articolo in cui avvertivo sul probabile scoppio di una guerra fra settembre e ottobre. Nessuno mi ha ascoltato, perché sono stati sottovalutati tutti i segnali. Negli ultimi dieci anni, Hamas ha ricevuto miliardi di dollari dal Qatar, con il permesso del primo ministro Bibi Netanyahu, che pensava così di comprare la tranquillità. Hamas però non combatte per il benessere economico, ma per una fanatica ideologia di stampo religioso. Con quei soldi, che Netanyahu ha lasciato entrare a Gaza in contanti, sono stati costruiti tunnel chilometrici, che costituiscono una trappola per i nostri soldati a Gaza.
   I segnali però erano evidenti. Hamas non aveva nascosto la sua volontà di voler attaccare Israele. Ad agosto 2023, Saleh Al-Arouri, il leader dell’ufficio politico di Hamas, che è stato recentemente ucciso a Beirut, aveva detto che una guerra contro Israele stava arrivando. Inoltre, lo scorso settembre, Hamas aveva pubblicato il video di un addestramento, che prevedeva un attacco contro una base militare e un villaggio in territorio israeliano oltre al rapimento di soldati israeliani. Il governo ha però ha sottovalutato tutti questi segnali.
   Il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, la sera del 6 ottobre era però rimasto a dormire in ufficio. Si era accorto che qualcosa stava accadendo, e aveva organizzato un meeting per la mattina del 7 ottobre. Ma era troppo tardi. I terroristi erano già entrati in territorio israeliano alle 6:30 del mattino.

- Negli anni ’90, lei fu tra i pochi nella cerchia di Rabin ad opporsi agli Accordi di Oslo. A distanza di trent’anni, che cosa è andato storto nei negoziati con i palestinesi?
  I fallimenti dei servizi segreti israeliani nella guerra dello Yom Kippur nel 1973 e dei servizi segreti americani l’11 settembre 2001 sono stati ampiamente discussi. Ma c’è stato un altro fallimento da parte della comunità dell’intelligence israeliana che merita attenzione: per oltre due anni dopo gli accordi di Oslo, firmati il 13 settembre 1993, i suoi esperti non sono riusciti a rilevare la minaccia rappresentata dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat. Il clima politico prevalente in Israele, durante i primi anni ’90, ha avuto un effetto negativo sulla valutazione della situazione da parte della comunità dell’intelligence israeliana, e da questi eventi si può trarre una lezione generale.
   Le intenzioni di Arafat erano chiare fin dall’inizio. Firmò a Washington il 13 settembre 1993 la Dichiarazione di principi, conosciuta come Accordo di Oslo I, mentre indossava un’uniforme militare (aveva insistito anche per portare la pistola, ma aveva dovuto rinunciarvi); mentre la cerimonia era ancora in corso, fece mandare in onda su un canale televisivo giordano un suo discorso registrato, in cui spiegava che l’Accordo era solo una fase del Piano a stadi dell’OLP del 1974, che era una versione blanda della Carta dell’OLP: “Non dimenticate che il Consiglio Nazionale Palestinese ha approvato la risoluzione nel 1974. […] Questo è il momento del ritorno, il momento in cui alziamo la nostra bandiera sul primo pezzo di terra palestinese liberata. […] Questa è una fase importante, critica e fondamentale. Lunga vita alla Palestina, libera e araba!”.
   Il 4 maggio del 1994 al Cairo, Arafat firmò con Israele l’accordo Gaza-Gerico, che trasferiva il controllo di Gaza e Gerico all’OLP. Sei giorni dopo, in un discorso in una moschea di Johannesburg, spiegò: “Considero questo accordo niente più che quello firmato tra il nostro profeta Mohammed e la tribù dei Quraysh”. L’accordo citato fu firmato dal profeta dell’Islam nel 628 d.C., in un momento in cui Maometto era militarmente debole ma, dopo essere diventato forte, uccise i membri della tribù dei Quraysh.
   Nel 1993, essendo politicamente debole, Arafat si impegnò per iscritto a far sì che “l’OLP abbandoni l’uso del terrorismo e di altre attività violente”, ma in seguito venne meno al suo impegno. La retorica di Arafat e della leadership dell’OLP, che seguì la firma degli Accordi, dimostrò infatti che l’organizzazione continuava ad attenersi agli obiettivi originari dell’OLP, come definiti nel suo statuto, e all’utilizzo del terrorismo contro Israele.
   Quando il governo israeliano firmò gli accordi di Oslo, presumeva che l’OLP avrebbe combattuto efficacemente Hamas e prevenuto gli attacchi terroristici contro gli israeliani. Tuttavia, un mese prima dell’ingresso dell’OLP a Gaza e Gerico, il primo ministro Yitzhak Rabin avvertì in un discorso alla Knesset del 18 aprile 1994: “Desidero chiarire che qualsiasi disposizione o accordo di fatto concluso dall’OLP con Hamas riguardo alla continuazione del terrorismo di Hamas, impedirà qualsiasi accordo (con Israele), così come la sua attuazione”. Si trattava in realtà di una direttiva rivolta alla comunità dei servizi segreti, affinché verificasse costantemente se esistesse un simile accordo tra l’OLP e Hamas, dal momento che il destino degli Accordi dipendeva da questa questione.
   I segnali minacciosi furono chiari fin dall’inizio, non appena l’OLP entrò a Gaza e a Gerico. L’accordo Gaza-Gerico del maggio 1994 stabiliva: “A eccezione della polizia palestinese di cui al presente articolo e delle forze militari israeliane, nessun’altra forza armata potrà essere istituita od operare nella Striscia di Gaza o nell’area di Gerico”. Eppure, pochi giorni dopo, il comandante delle forze di sicurezza dell’OLP a Gerico, Jibril Rajoub, dichiarò: “L’accordo del Cairo non soddisfa le richieste minime del nostro popolo. Se c’è chi si oppone all’accordo, è libero di intensificare l’escalation armata. Per quanto riguarda le armi possedute a livello nazionale, cioè le armi detenute dalle fazioni nazionali e che sono puntate contro l’occupazione, noi le santifichiamo e ci riconciliamo con loro per responsabilità nazionale”.
   All’epoca, la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana era favorevole agli accordi di Oslo, e gli analisti dell’intelligence israeliana non erano immuni a questo spirito dei tempi. L’errata interpretazione delle azioni di Arafat e del loro significato si era rafforzata anche a livello sociale. Coloro che sollevavano pubblicamente dubbi sulla leadership dell’OLP erano accusati di essere motivati solo dall’ideologia politica. Per molto tempo, l’opinione pubblica israeliana è arrivata al punto di giustificare il comportamento radicale dell’OLP e l’affiliazione al terrorismo, dicendo che “la pace si fa con i nemici”.
   Mentre si accumulavano le prove che Arafat e il suo gruppo stavano violando gravemente gli Accordi, l’opinione pubblica israeliana era disposta ad accettare la bizzarra spiegazione secondo cui queste violazioni erano in realtà necessarie per il bene della pace. La logica era: Israele aveva firmato un accordo con Arafat, ma per attuare l’accordo Arafat deve sopravvivere politicamente tra il suo popolo, e per sopravvivere deve violare gli accordi. In altre parole, l’accordo tra Israele e l’OLP poteva essere attuato solo violandolo.
   È importante che le agenzie di intelligence riconoscano che questo fallimento è avvenuto a causa dell’atmosfera sociale e politica dell’epoca. Ciò è particolarmente importante nell’era odierna dei social network, in cui l’opinione pubblica può essere influenzata piuttosto facilmente. Lo “spirito del tempo” pro-Accordi di Oslo dominava le università, la stampa, l’arena politica, gli ufficiali di alto livello in pensione e i funzionari della pubblica amministrazione. In alcuni ambienti prevaleva addirittura nelle conversazioni quotidiane tra amici.
   Era difficile opporsi agli accordi, e questo ha avuto il suo effetto sul piccolo gruppo di analisti che, all’interno della comunità dell’intelligence israeliana, si occupava di questo argomento. Le loro opinioni personali hanno influenzato inconsciamente la loro interpretazione professionale, e forse alcuni di loro hanno anche temuto di compromettere una storica mossa governativa. Tali fallimenti professionali dovrebbero essere insegnati e studiati nelle scuole di intelligence.
   Voglio aggiungere che io ho sostenuto il movimento delle Village Leagues, formato dai palestinesi dei villaggi che si opponevano all’OLP, con i quali sarebbe stato davvero possibile costruire la pace. Quello delle Village Leagues è un argomento importante, di cui spero si possa parlare più approfonditamente in futuro.

- Come MEMRI, avete denunciato in particolare il ruolo del Qatar nel sostegno a Hamas. Qual è il legame tra Doha e il movimento jihadista?
   Il Qatar è Hamas e Hamas è il Qatar. Ognuno dei 30.000 – 40.000 terroristi di Hamas, ogni missile, ogni drone, ogni motocicletta, ogni arma, ogni proiettile, ogni munizione, ogni chilometro di tunnel a Gaza è stato finanziato dal denaro del Qatar. Negli ultimi dieci anni, Hamas ha infatti ricevuto da Doha miliardi di dollari, che sono serviti a costruire la forza militare del gruppo terroristico.
   L’emittente qatariota, Al-Jazeera, è inoltre il megafono di Hamas. Mohammed Deif, il comandante della loro ala militare, ha dichiarato guerra a Israele proprio con un messaggio trasmesso e amplificato da Al-Jazeera in tutto il mondo arabo. Nel suo messaggio del 7 ottobre, Deif aveva chiamato tutti i palestinesi, sia in Cisgiordania che all’interno della stessa Israele, a unirsi alla guerra. “Alzatevi per sostenere la vostra Moschea di Al-Aqsa. Espellete le forze di occupazione e i coloni (termine utilizzato da Hamas per descrivere tutti i civili israeliani, non solo quelli negli insediamenti) dalla vostra Gerusalemme, e distruggete i muri di separazione”, aveva detto Deif. Il comandante di Hamas aveva poi detto alla popolazione araba “nella Palestina occupata” di “dare fuoco alla terra che sta sotto i piedi dei saccheggiatori occupanti. Uccidete, bruciate, distruggete e chiudete le strade!”.
   Pertanto, il Qatar non può essere un “onesto intermediario”, come invece ha dichiarato sul Wall Street Journal l’ambasciatore qatariota negli Stati Uniti, Meshal bin Hamad Al Thani. Il ricco emirato sostiene infatti tutte le organizzazioni terroristiche islamiste, quali l’ISIS, Al-Qaeda, i talebani e Hamas. Nel 1996 nascose a Doha Khalid Sheikh Mohammed (KSM), diventato la mente dell’11 settembre. Quando l’FBI venne ad arrestarlo, informando anticipatamente soltanto l’emiro, KSM scomparve nel giro di poche ore.
   In un articolo del 2017 Richard Clarke, consigliere per l’antiterrorismo dei presidenti americani Bill Clinton e George H. W. Bush, ha scritto: “È vero che il Qatar è servito da rifugio per i leader di gruppi che gli Stati Uniti o altri Paesi considerano organizzazioni terroristiche. Ciò va avanti da almeno 20 anni. […] Se il Qatar ci avesse dato KSM, il mondo adesso sarebbe un luogo diverso”.

- I sauditi hanno recentemente espresso il loro desiderio di riprendere i negoziati con Israele, a patto che nasca uno Stato palestinese. Che impatto avrà questa guerra sui rapporti tra Israele e i paesi arabi con cui ha stipulato accordi di pace? E quali probabilità ci sono, nel lungo periodo, di un accordo con l’Arabia Saudita?<
   Per adesso, i paesi arabi che hanno firmato gli Accordi di Abramo (Marocco, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Bahrein) stanno cercando di mitigare la polarizzazione dell’opinione pubblica, mantenendo però saldi i legami con Israele. La posizione dell’opinione pubblica nel mondo arabo rende però difficile per l’Arabia Saudita firmare un accordo con Israele. Ricordiamo però che molti dei missili lanciati dagli Houthi in Yemen contro Israele sono stati fermati da Riad.

- Cosa dovrebbero fare i servizi di sicurezza israeliani per impedire che si verifichi un altro 7 ottobre? Quale lezione dovrebbero trarre?
  Dobbiamo smettere di pensare che il Qatar possa essere un mediatore, e ricordare che è un nostro nemico. Israele infatti non può uccidere tutti i 40.000 terroristi di Hamas. Se ne rimanessero in vita anche solo 500, vorrebbe dire che il movimento terroristico è ancora in piedi e che controlla la popolazione. Finire Hamas significa eliminare la sua fonte di sostentamento, cioè il Qatar. Per Hamas, il Qatar è la sua ancora di salvezza, la speranza, il futuro e la continuazione della lotta per sradicare Israele e uccidere tutti gli ebrei, come stabilito nello statuto del movimento terroristico.
   L’Iran ha fornito l’addestramento, ma i finanziamenti vengono dal Qatar, dove vivono da intoccabili gli stessi leader di Hamas. Senza quei miliardi di dollari, Hamas non può sopravvivere a lungo. Per togliere l’ossigeno a Hamas è necessario rimuovere la minaccia del Qatar, che sia con sanzioni economiche, operazioni di hackeraggio o altri modi.
   Per quanto riguarda la mediazione del conflitto, possiamo ritornare all’Egitto. Sicuramente anche Il Cairo ha le sue problematiche ma, a differenza del Qatar, ha firmato una pace con Israele e considera i Fratelli Musulmani, dei quali Hamas è una costola, una minaccia al proprio regime.

(Bet Magazine Mosaico, 5 febbraio 2024)

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È Biden che sta facendo politica con la guerra di Gaza, non Bibi

Netanyahu cerca di sconfiggere Hamas. L’amministrazione Biden  - con la sua fittizia “dottrina" - mira a deporre il primo ministro israeliano e a rieleggere il presidente.

di Jonathan S. Tobin

La reputazione del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu come maestro di intrallazzi politici e cinico cercatore di potere è così profondamente radicata nella coscienza pubblica che non c'è letteralmente nulla che possa fare senza essere accusato di agire solo per cercare un qualche tipo di vantaggio sui suoi avversari. Tuttavia, nell'attuale crisi, mentre cerca di guidare il suo traballante governo di unità per raggiungere quelli che potrebbero essere due obiettivi che si escludono a vicenda - l'eliminazione di Hamas e la liberazione degli ostaggi ancora tenuti prigionieri a Gaza - mentre è assediato dalle critiche in patria e all'estero, è possibile che Netanyahu non sia quello che sta davvero giocando a fare politica.
  Anche se nessuno dovrebbe mai sottovalutare la capacità di manovra del primo ministro anche in un momento in cui, dopo il disastro del 7 ottobre, la fine della sua carriera sembrerebbe essere in vista, non è lui che sta cinicamente usando i negoziati con gli ostaggi o i discorsi su ciò che seguirebbe la fine della guerra a Gaza per ottenere punti politici. Qualunque cosa si possa pensare del carattere o delle politiche di Netanyahu, o se debba essere costretto a lasciare il suo incarico a causa della catastrofe che si è verificata sotto il suo controllo, la persona che sta giocando a fare politica con la sicurezza di Israele e il destino dei suoi cittadini è il presidente Joe Biden.
  Netanyahu probabilmente spera ancora di salvare la sua reputazione e di portare a termine il resto del suo mandato dopo essere tornato in carica nel novembre 2022. Ma la caratterizzazione diffusa dalla stampa israeliana e internazionale della sua posizione sui negoziati con gli ostaggi, sulla condotta della guerra e su ciò che accadrà a Gaza una volta terminati i combattimenti, come un altro esempio dei suoi disperati tentativi di rimanere in carica, è largamente inesatta. Forse sta perseguendo due obiettivi che non possono essere raggiunti entrambi e si sta aggrappando al suo obiettivo strategico prebellico di convincere l'Arabia Saudita a normalizzare le relazioni con Israele. Tuttavia, la vera macchinazione in corso in questo momento è a Washington, non a Gerusalemme. È Biden che sta facendo un doppio gioco: sembra disposto a garantire la sopravvivenza di Hamas al potere per regolare i conti con Netanyahu e per sconfiggere l'ex presidente Donald Trump a novembre.

• UNA TRAPPOLA PER GLI OSTAGGI
  È in questo contesto che si inseriscono le discussioni sull'ultima proposta di cessate il fuoco e di liberazione di 136 ostaggi - alcuni vivi e altri presunti morti - in cui il governo doppiogiochista del Qatar svolge un ruolo centrale. Sia che questo sforzo, come quelli precedenti, venga o meno respinto da Hamas, Netanyahu continuerà a subire enormi pressioni da parte delle famiglie degli ostaggi e degli Stati Uniti affinché la guerra venga sospesa o interrotta.
  Il governo di Netanyahu è attualmente assediato da una serie di critiche interne ed estere. Le famiglie degli ostaggi vogliono comprensibilmente che faccia qualsiasi cosa per salvare i loro cari e chiederanno, come chiunque si trovi in quella terribile posizione, concessioni sotto forma di liberazione di terroristi o di interruzione della campagna di Gaza, indipendentemente dal fatto che sia o meno nell'interesse del Paese. Sono sostenuti dai nemici politici di Netanyahu. La maggior parte degli israeliani che hanno passato i mesi precedenti al 7 ottobre a manifestare per la cacciata di Netanyahu e contro la riforma giudiziaria hanno messo da parte la politica in nome di uno sforzo unitario per sconfiggere Hamas. Ma la resistenza anti-Bibi ha dimostrato che, se ne avrà l'opportunità, cercherà di tornare in piazza con l'obiettivo di costringere il primo ministro a lasciare il suo incarico.
  Allo stesso tempo, Netanyahu è anche sotto il fuoco di quegli israeliani che gli rimproverano di non aver portato avanti la guerra contro Hamas con maggior vigore. In particolare, gli rimproverano di essersi piegato alle pressioni americane e internazionali per consentire l'afflusso di aiuti nelle zone di Gaza ancora sotto il controllo di Hamas, il che, pur essendo apparentemente un gesto umanitario, sta quasi certamente sostenendo le forze terroristiche e permettendo loro di continuare a resistere. I suoi critici di destra hanno ragione nel dire che l'accordo sugli ostaggi è una trappola sia per Israele che per Netanyahu.

• LA DOTTRINA RICICLATA DI BIDEN
  Ma sui problemi interni incombe un problema ancora più grande. Biden e la sua squadra di politica estera potrebbero ancora mantenere la promessa di sostenere Israele nella guerra e l'obiettivo di eliminare Hamas. Tuttavia, mentre la guerra si avvia verso il quinto mese, la pratica di Biden di parlare da entrambi i lati della bocca sul conflitto - sostenendo Israele e allo stesso tempo criticandolo e facendogli pressioni per ridurre la sua campagna militare - si è intensificata al punto che potrebbe essere presto raggiunto un punto di svolta. Il coinvolgimento americano nei colloqui con gli ostaggi non sembra essere incentrato tanto sulla liberazione dei prigionieri quanto sull'ostacolare lo sforzo bellico israeliano e mettere in difficoltà Netanyahu.
  Sebbene l'attenzione di Washington per le richieste di creazione di uno Stato palestinese come parte di un accordo post-bellico di vasta portata che preveda la normalizzazione saudita possa essere estremamente irrealistica, è comprensibile solo se vista nel contesto di una manovra per rovesciare la coalizione israeliana e riconquistare a Biden il favore degli elettori di sinistra e arabo-americani, la cui rabbia per il suo sostegno al diritto di Israele all'autodifesa ha messo a rischio la sua campagna di rielezione.
  Alcuni osservatori creduloni potrebbero prendere sul serio la cosiddetta "dottrina Biden", propagandata dall'editorialista del New York Times Thomas Friedman, che dovrebbe risolvere tutti i problemi del Medio Oriente. Friedman ha acquisito una nuova rilevanza nell'ultimo anno perché è stato il fedele portavoce dell'amministrazione, sfruttando la sua posizione al giornale per promuovere la patetica debolezza e le manovre incompetenti dell'amministrazione Biden come una politica brillante. Inoltre, condivide con Netanyahu gli stessi sentimenti di amarezza del team di Biden, alumni dell'amministrazione Obama, che non gli perdoneranno mai di essersi opposto alle loro politiche distruttive nei confronti dei palestinesi e soprattutto all'acquiescenza nei confronti dell'Iran. Le loro idee sono, come tutto ciò che proviene da Friedman, solo una stanca riproposizione di politiche fallimentari del passato a cui le persone ragionevoli hanno smesso di prestare attenzione molto tempo fa.
  Sarebbe un errore perdere troppo tempo a disquisire su questa "dottrina", i cui dettagli sono stati presentati anche dal Segretario di Stato Antony Blinken e da altri democratici, ma è sufficiente dire che la sua proposta di Stato palestinese è morta sul nascere per le stesse ragioni per cui idee simili hanno fallito in precedenza: Né i palestinesi né gli israeliani lo vogliono. I palestinesi hanno rifiutato numerosi accordi che avrebbero dato loro uno Stato indipendente perché avrebbero richiesto di vivere in pace con Israele. E né i presunti "moderati" di Fatah, che gestiscono l'Autorità Palestinese, né Hamas accetteranno la legittimità di uno Stato ebraico, indipendentemente dai confini che verranno tracciati.
  La maggioranza degli israeliani era pronta a dare il benvenuto a uno Stato palestinese se questo avesse significato la pace durante il periodo di euforia post accordi di Oslo negli anni Novanta. Questo sciocco ottimismo si è spento con la violenza della Seconda Intifada, che ha fatto seguito al rifiuto di Yasser Arafat delle offerte di costituzione dello Stato nel 2000 e nel 2001.
  Più precisamente, gli israeliani sanno che il disastroso ritiro di ogni soldato, colono e insediamento da Gaza da parte dell'ex Primo Ministro Ariel Sharon, nell'estate del 2005, ha portato alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, governato da Hamas. Ciò ha permesso ai terroristi di costruire una fortezza terroristica sotterranea da cui hanno sparato missili e razzi contro Israele per anni e, infine, di lanciare il pogrom terroristico del 7 ottobre.

• GLI ISRAELIANI POSSONO ESSERE INGANNATI?
  Dopodiché, il gruppo di elettori israeliani che si oppone a concedere ai palestinesi la sovranità e la libertà d'azione per ripetere quelle atrocità da una Gaza ricostruita o da uno Stato in Giudea e Samaria che probabilmente cadrebbe anch'esso sotto il dominio di Hamas è diventato quasi inesistente.
  Né molti israeliani, compreso Netanyahu, devono illudersi che uno Stato palestinese possa convincere i sauditi a normalizzare le relazioni e a unirsi a loro in una grande alleanza contro l'Iran. A prescindere da ciò che dicono pubblicamente, i sauditi non rischieranno l'ira del mondo musulmano facendo un accordo con Israele nel prossimo futuro e sono perfettamente soddisfatti delle strette relazioni sottobanco, anche in materia di sicurezza, che hanno ora con lo Stato ebraico.
  Né è probabile che qualsiasi cosa faccia Biden possa rimediare ai danni provocati nei suoi primi tre anni di mandato, durante i quali ha cercato di resuscitare il pericoloso accordo nucleare con l'Iran dell'ex presidente Barack Obama, allontanando al contempo gli Stati Uniti dai governi di Israele e dell'Arabia Saudita. Tutto ciò ha rafforzato e incoraggiato l'Iran, facendo rivivere la minaccia del terrorismo sostenuto dall'Iran da parte degli Houthi e di altre forze che Biden non può più ignorare dopo la morte di tre militari statunitensi in Giordania la scorsa settimana.
  È anche chiaro che i tentativi di Biden di bilanciare il suo sostegno a Israele e la mancata interruzione del flusso di rifornimenti di armi che consentono la continuazione della guerra (che ha minacciato di interrompere) con il discorso su uno Stato palestinese e gesti come le sanzioni ai coloni israeliani accusati di violenza contro gli arabi non sono altro che manovre politiche a buon mercato.
  La narrativa sulla "violenza dei coloni" è in gran parte fittizia, poiché - sebbene alcuni residenti delle comunità ebraiche in Giudea e Samaria abbiano infranto la legge negli scontri con gli arabi locali - la stragrande maggioranza della violenza in atto proviene dalla direzione opposta: gli attacchi violenti quotidiani di routine contro gli ebrei nei territori. Questi attacchi arabi si sono intensificati dal 7 ottobre, quando le cellule di Hamas hanno cercato di creare un secondo fronte contro Israele. Tuttavia, Biden ignora questo fatto e parla invece di episodi relativamente rari di violenza ebraica.
  Le sanzioni di Biden - un caso di accanimento legale contro quattro persone insignificanti - erano un tentativo di cambiare la conversazione su di lui in Michigan tra gli elettori arabo-americani. E l'affermazione dello Stato palestinese è un modo simile per convincere la base intersezionale di attivisti di sinistra del suo partito che odia Israele (e che è in aperta rivolta contro le sue politiche) a calmarsi e a tornare all'ovile per battere Trump.

• ROVESCIARE NETANYAHU
  L'unica parte del piano di Biden che è realistica è il suo impatto sulla politica israeliana. Porre fine alla guerra contro Hamas prima della sua completa sconfitta farebbe cadere la coalizione di partiti nazionalisti e religiosi che ha ottenuto una maggioranza di 64 seggi alle ultime elezioni. L'idea è quella di cercare di far scegliere a Netanyahu tra gli obiettivi di guerra che si è impegnato a perseguire e la libertà degli ostaggi, tentandolo con discorsi di riconoscimento diplomatico saudita. In questo modo, il primo ministro potrebbe essere criticato per aver dato priorità al mantenimento del suo governo e della sua posizione di potere rispetto alla sorte degli ostaggi o anche alla possibilità teorica di una normalizzazione con i sauditi.
  Ciò che questa formulazione non tiene in considerazione è che la volontà di continuare la guerra contro Hamas fino a spazzarla via non è una questione di compiacere gli elettori estremisti di destra o i suoi partner di coalizione. È ciò che chiede la stragrande maggioranza degli israeliani, che sanno che qualsiasi cosa inferiore allo sradicamento di Hamas sarà una formula per ulteriori orrori terroristici in futuro.
  Netanyahu si trova in una posizione politica impossibile perché non può sia salvare gli ostaggi che sconfiggere Hamas. La situazione è resa ancora più difficile dal tipo di cecchinaggio nei suoi confronti da parte dell'establishment militare e della sicurezza, che è ugualmente se non maggiormente responsabile del disastro del 7 ottobre, e che predica il disfattismo sulla guerra in interviste anonime rilasciate al Times. Se scegliesse di abbandonare lo sforzo bellico per guadagnare un po' di popolarità a buon mercato ottenendo la libertà degli ostaggi - come fece nel 2011 nel disastroso accordo per il rilascio dell'ostaggio Gilad Shalit - potrebbe rimanere in carica per un po' a capo di una coalizione che coinvolge molti dei suoi oppositori. Ma sarebbe un tradimento dei suoi principi, dei suoi elettori e della sicurezza del suo Paese.
  A prescindere dal modo in cui affronterà l'attuale crisi o se sopravviverà in carica, non sembra tanto giocare a fare politica, come sostengono i suoi avversari, quanto piuttosto aggrapparsi all'unica posizione che ha senso se Israele vuole davvero garantire che non ci saranno più attacchi come il 7 ottobre. Biden, invece, non sta facendo altro che giocare con la sua base di partito, cercando di convincerli che condivide il loro disprezzo per le vite israeliane, che è un elemento chiave nelle richieste di un cessate il fuoco prima che Hamas venga eliminato.
  Il fatto che il Presidente dia la priorità alla conquista del Michigan e alla seduzione dei molti odiatori di Israele del suo partito non può essere degnato dai discorsi sciocchi di Friedman su una dottrina che presumibilmente risolverà i problemi della regione con uno Stato palestinese che nessuno vuole veramente. I suoi cinici trucchi possono o meno fargli guadagnare voti, ma il vero perdente nella sua politicizzazione della politica mediorientale è la sicurezza dello Stato ebraico, messa in pericolo dalla sua vendetta contro Netanyahu.

(israel today, 4 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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“Joseph Rabinowitz, il Theodor Herzl del movimento messianico”

Questo libro di Kai Kjær-Hansen è comparso per la prima volta in lingua danese nel 1988. E’ stato poi tradotto e rivisto in inglese nel 1994. Da questa versione inglese EDIPI (Evangelici d’Italia per Israele) ha tratto una traduzione italiana presentata  nel 2017 in un convengo dell’associazione. La storia dell’ebreo Joseph Rabinowitz è ben nota nella letteratura del settore, ma è praticamente sconosciuta in Italia. Può essere utile riportarla all’attenzione perché ebbe il suo punto di svolta intorno all’anno 1880, un periodo altamente critico per gli ebrei di quel tempo nei territori zaristi. La sua esperienza può far riflettere molti: ebrei e cristiani.
Riportiamo per intero la prefazione di Marcello Cicchese.

PREFAZIONE

Questo libro racconta la storia di un ebreo che si è convertito a Cristo. Formulata così, una frase simile provoca immediatamente due reazioni di tipo opposto: di accoglienza gioiosa fra i cristiani e di repulsione disgustata fra gli ebrei. Tenuto conto che per secoli cristianesimo ed ebraismo sono stati vissuti come due campi teologicamente e socialmente contrapposti, il passaggio di qualcuno da un campo all'altro, sempre nella stessa direzione, è stato considerato un tradimento dagli ebrei e una vittoria dai cristiani.
La storia di cui si parla in questo libro si svolge in modo diverso. Un ebreo russo, un vero ebreo di famiglia e tradizione, si converte a Cristo, come tanti altri prima di lui, ma il contesto dei due campi contrapposti in cui questo avviene è fortemente scosso in modo inusuale. E' bene dunque avvicinarsi a questo libro con curiosità e disponibilità a ripensare e mettere in discussione, se necessario, schemi mentali forse ben collaudati perché provenienti da una lunga tradizione, ma non adatti a capire l'imprevedibilità dell'agire di Dio.
Joseph Rabinowitz (1837-1899) è un nome pressoché sconosciuto in Italia. Nasce a Rezina, un piccolo paese della Bessarabia, attuale Moldavia, da genitori appartenenti entrambi a famiglie rabbiniche. Da ragazzo fu affidato per la sua formazione a uno zio materno, un pio e zelante ebreo appartenente ai chassidim, un devoto movimento ebraico molto diffuso a quel tempo nell'Europa dell'Est. Joseph imparò dallo zio a conoscere ed amare la Torà e il Talmud, ma durante l'adolescenza si familiarizzò anche con gli scritti di Moses Mendelssohn, famoso esponente dell'illuminismo ebraico e nonno del compositore Felix Mendelssohn Bartholdy. Le idee dell'ebraismo riformato fecero breccia nella mente vivace del giovane, e come lui stesso dichiarò in seguito, la chiarezza del pensare logico lo fece risvegliare dal sogno talmudico in cui era cresciuto. Pur essendo nato in una famiglia di rabbini e cresciuto in un ambiente chassidico, dall'età di 19 anni Rabinowitz diventò dunque un ebreo "illuminato", cioè aperto al mondo esterno, alla sua cultura e ai suoi costumi.
   Il passaggio dallo chassidismo al libero pensiero potrebbe essere detta la prima conversione di Rabinowitz. Fu in questo periodo di travaglio che ricevette dalle mani di un altro ebreo, che in seguito diventerà suo parente, un Nuovo Testamento nell'edizione tradotta in ebraico dal noto teologo ed ebraista protestante Franz Delitzsch. Non si sa di preciso che cosa ne fece Rabinowitz negli anni seguenti, ma è quasi sicuro che nella sua nuova apertura mentale lo abbia letto, almeno in parte, se non altro per il desiderio di accrescere le sue conoscenze. E' certo comunque che non se ne distaccò mai, anche se per molti anni non diede alcun segno di essere stato convinto o influenzato dal suo contenuto.
Era un ebreo illuminato, ma ben presto arrivò a capire che le luci del progresso non avrebbero fugato le tenebre dell'odio contro gli ebrei: i pogrom che si susseguivano nell'Impero russo ne erano una continua e drammatica conferma. Rabinowitz allora non abbandonò il suo popolo, per cercare soluzioni personali ai suoi problemi. Al contrario, proprio la sua apertura mentale e la sua cultura lo spinsero a cercare per i suoi fratelli una via d'uscita dalla misera situazione in cui si trovavano, e si adoperò affinché questo avvenisse. Anche lui, come Herzl ma prima di lui, era "torturato" dal pensiero di trovare la soluzione della "questione ebraica".
Completò i suoi studi e diventò avvocato, cosa a quei tempi molto rara per un ebreo in Russia, e come tale si impegnò a difendere per quanto possibile le cause dei suoi correligionari. Volle migliorare il suo russo; studiò a fondo la legislazione della Bessarabia; pubblicò articoli sui giornali ebraici di Odessa; si mobilitò per favorire la creazione di scuole di Talmud-Torà affinché gli ebrei potessero studiare il russo e l'ebraico. Da tutti era considerato un "amico del popolo ebraico", anche dai religiosi, che pure certamente non condividevano le sue idee troppo aperte e moderne.
   Nel novembre del 1881 fece domanda al governatore di Bessarabia di aprire una colonia agricola ebraica. Sperava che mediante l'onesto lavoro della terra si potessero alleviare le misere condizioni dei suoi fratelli ebrei, strappandoli dalla disperazione e anche dalla ricerca di equivoche soluzioni attraverso la manipolazione del denaro, cosa che aveva attirato il discredito su tutto il popolo ebraico. Alla fine del febbraio 1882 arrivò la risposta delle autorità: negativa. Nessuna autorizzazione, nessun fondo a disposizione per gli ebrei.
   Dopo questa amara delusione decise, anche su pressioni di amici ed organizzazioni ebraiche, di fare un viaggio in Palestina. Il suo compito era di verificare se quella terra potesse essere il luogo in cui gli ebrei russi avrebbero potuto emigrare e trovare un'onorevole soluzione ai loro assillanti problemi di esistenza.
   Partì, e - fatto importante - portò con sé il Nuovo Testamento che aveva ricevuto in dono. Si mise dunque in viaggio verso la Terra Promessa. Dopo aver fatto tappa a Costantinopoli, arrivò a Giaffa nel maggio del 1882, lo stesso anno in cui gli Hovevei Zion (Amanti di Sion) fondavano Rishon LeZion, il primo insediamento ebraico in Palestina.
   A Giaffa la sua prima impressione fu deprimente, e quelle successive ancora di più. Non gli ci volle molto per capire che la soluzione della questione ebraica non poteva trovarsi in Palestina. Gli sembrava anzi addirittura un imbroglio il tentativo di convincere gli ebrei a lasciare una posizione misera in Russia per emigrare in Palestina e trovarne un'altra ancora più misera. Tuttavia continuò il suo viaggio, avvertendo l'obbligo morale di rendere conto dei risultati della sua visita a coloro che ne erano a conoscenza e si aspettavano delle risposte.
   Arrivò a Gerusalemme, e lì lo squallore della "città santa", a cui tutti gli ebrei rivolgono ogni anno il loro pensiero e indirizzano le loro speranze, non fece che aggravare il suo stato di abbattimento.
Una sera, poco prima del calar del sole, uscì a camminare per le vie di Gerusalemme. Triste e desolato, ripensando allo stato misero e senza speranza in cui si trovava il suo popolo, arrivò sul pendio del Monte degli Ulivi, non lontano dall'orto del Getsemani. E lì, proprio lì, vicino al luogo in cui Gesù aveva supplicato il Padre poco prima di morire, avvenne quella che in seguito sarà definita la sua conversione.
Stranamente, di questa sua conversione in seguito parlò molto poco, e quando ne veniva richiesto era sempre molto parco di parole. Come mai? Sulla base di quanto è avvenuto in seguito, si può azzardare una risposta: perché temeva che i suoi interlocutori cristiani non avrebbero capito. Vedremo più avanti il motivo.
   La notizia della sua conversione si sparse prima di tutto in campo ebraico. E lì purtroppo avvenne quello che spesso avviene in questi casi: fu criticato, calunniato, disprezzato e bandito dalla vita della comunità ebraica.
   Lentamente la notizia si sparse anche in campo cristiano. E anche lì avvenne quello che spesso avviene in questi casi: fu festosamente accolto, onorato come un eroe, sbandierato come un trofeo di guerra. Divenne anche oggetto di contesa tra diverse missioni che in quel tempo lavoravano tra gli ebrei: con collaudate armi diplomatiche "cristiane" si guerreggiò per stabilire a chi si dovesse attribuire il merito di una così importante conversione e a chi spettasse il diritto di "gestirne" i successivi sviluppi.
   Nella zona di Kishinev, la cittadina in cui viveva Rabinowitz quando fece il suo viaggio in Palestina, lavorava da più di vent'anni un ecclesiastico luterano che svolgeva il compito di pastore per la piccola congregazione cristiana locale e per gli insediamenti tedeschi nella zona, oltre che di "cappellano di divisione" per i soldati luterani nell'esercito russo. Si chiamava Rudolf Faltin. Rabinowitz lasciò passare diversi mesi prima di decidersi a comunicargli la sua nuova fede in Gesù, e quando lo fece volle che l'incontro avvenisse in territorio neutro, cioè fuori da edifici ecclesiastici. Non voleva che la sua conversione a Cristo fosse intesa come un abbandono del suo popolo e un passaggio nel campo della società cristiana. In seguito si fece battezzare, ma volle dare al suo atto il significato di testimonianza a Cristo, non di inserimento in una denominazione cristiana già costituita. Il suo battesimo dunque avvenne in forma anomala, in una chiesa di Berlino, dove lui si trovava di passaggio, accompagnato da credenti che lo conoscevano personalmente, e dove probabilmente non sarebbe più tornato.
   Torniamo allora al momento della sua suggestiva conversione a Gerusalemme. "Sul Monte degli Ulivi ho trovato Gesù" scrisse Rabinowitz a un suo amico qualche anno dopo. E tuttavia, quando Franz Delitzsch lesse la bozza della sua autobiografia, gli fece notare che non aveva scritto nulla sul momento della sua conversione. Rabinowitz disse soltanto che la cosa era intenzionale. Perché questa reticenza? La storia di Gesù nei Vangeli dovrebbe far capire che in certi casi anche i silenzi parlano, ma chi non ha orecchie per udire non intende neanche quelli. Chi ascolta il racconto di una conversione spesso è desideroso di sentire quello che già si aspetta, che ha già sentito dire da altri, che forse lui stesso ha detto quando "ha dato la sua testimonianza". Probabilmente Rabinowitz aveva capito che se avesse detto in modo chiaro e preciso tutto quello che aveva sperimentato in quell'occasione, e soltanto quello, molti cristiani avrebbero detto che la sua non era una vera conversione.
   Cerchiamo allora di ricostruire ciò che è essenziale dai frammenti che ci sono pervenuti. Il peso che gravava su Rabinowitz quando si trovava a Gerusalemme e camminava sul Monte del Ulivi non era costituito dai suoi peccati personali, ma dalla misera, disperata condizione in cui si trovava il suo popolo in quel momento. Il problema del peccato gli salì alla mente, ma in quanto peccato del suo popolo. Il Muro del Pianto vicino a lui gli fece ricordare il passo di 2 Cronache 36:14-16, in cui il Signore annuncia la distruzione di Gerusalemme:
    "Tutti i capi dei sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, seguendo tutte le abominazioni delle nazioni; e contaminarono la casa dell'Eterno, ch'egli avea santificata a Gerusalemme. L'Eterno, Dio dei loro padri, mandò loro a più riprese degli ammonimenti, per mezzo dei suoi messaggeri, poiché voleva risparmiare il suo popolo e la sua propria dimora: ma quelli si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti".
E il testo continua con le parole che più di tutto colpirono Rabinowitz: " ...
    finché l'ira dell'Eterno contro il suo popolo arrivò al punto che non ci fu più rimedio".
Come colpito da una luce dal cielo, comprese che le sofferenze degli ebrei e la desolazione della Palestina erano dovute al loro persistente rigetto del Cristo. Il rimedio doveva essere trovato in Lui.
   Un uditore di uno dei pochi racconti che Rabinowitz fece della sua esperienza riporta per iscritto alcune parole:

    "«Improvvisamente una frase del Nuovo Testamento, che avevo letto 15 anni prima senza prestarvi attenzione, trafisse il mio cuore come un raggio di luce: 'Se il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi' (Giovanni 8:36)». Da quel momento la verità che Gesù è il Re, il Messia, l'unico che salva Israele, prese forza sulla sua anima. Profondamente commosso, tornò immediatamente al suo alloggio, afferrò il Nuovo Testamento, e mentre leggeva il Vangelo di Giovanni fu colpito da queste parole: ' ... senza di me non potete fare nulla' (Giovanni 15:5). In questo modo, per la provvidenza di Dio Onnipotente, fu illuminato dalla luce del Vangelo. 'Yeshua Achinu' (Gesù nostro fratello) rimase da allora lo slogan, con cui ritornò in Russia."

La formula "Gesù nostro fratello" caratterizzò immediatamente la forma in cui la fede di Rabinowitz si manifestò in pubblico nei primi tempi. In ambito cristiano era indubbiamente nuova; qualcuno la trovò interessante, altri la criticarono, perché sembrava svalutare la grandezza del Signore Gesù. Quel "nostro" evidentemente si riferiva agli ebrei, e questo poteva apparire riduttivo ed esclusivo a chi non è ebreo. Qualcuno poi fece notare a Rabinowitz che non basta confessare Gesù come figlio di Davide, Messia e redentore d'Israele, bisogna riconoscere in Lui l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. A questo Rabinowitz arrivò molto presto; infatti le sue predicazioni in seguito conterranno sempre pressanti inviti al ravvedimento e alla fede in Gesù per il perdono dei peccati. Ma questo aspetto della salvezza per fede in Gesù, pur essendo fondamentale, non fu il primo a toccare Rabinowitz: come prima cosa per lui ci fu l'inaspettata scoperta dell'amore di Gesù per il suo popolo. Era venuto a Gerusalemme per trovare il modo in cui aiutare gli ebrei di Russia ad uscire dalla miseria senza vie d'uscita in cui si dibattevano, e non lo trovò. Ma trovò Gesù. Era venuto per alleviare le sofferenze dei suoi fratelli ebrei, e nel momento in cui disperava di poterlo fare trovò il "nostro fratello Gesù". Questo gli aprì la mente e il cuore, rendendolo attento a tutte le parole di Gesù, anche quelle che all'inizio non l'avevano colpito, cioè la sua morte, la sua risurrezione e il perdono dei peccati per tutti coloro che credono in Lui. Pochi anni dopo la sua conversione ebbe a dire: "Per prima cosa ho onorato Gesù come grande essere umano con cuore compassionevole, poi come colui che ha desiderato il bene del mio popolo, e alla fine come colui che ha portato i miei peccati".
   In questo senso, la conversione di Rabinowitz, avvenuta negli stessi anni in cui si avviava il movimento del sionismo, ha valore di segno storico. Per secoli convertirsi a Cristo per un ebreo significava percorrere un cammino di allontanamento dal suo popolo: un cammino che alla fine doveva portare a un netto, doloroso distacco dalla comunità di origine. Il percorso di Rabinowitz è stato diverso: è l'amore per il suo popolo che gli ha fatto scoprire Gesù, facendogli trovare in Lui Qualcuno che gli ebrei possono chiamare "nostro fratello Gesù". Sul pendio del Monte degli Ulivi, Rabinowitz scoprì che Gesù ama il suo popolo, e in quel momento capì che soltanto in Lui si trova la soluzione definitiva della "questione ebraica". Questo cambiò radicalmente la sua vita.
   La storia della conversione di Rabinowitz non ha il lieto fine che di solito si legge nei racconti missionari. Dopo pochi anni ci fu rottura irreparabile tra l'ebreo Rabinowitz e il luterano Faltin. Provare a dire chi avesse ragione è cosa ardua, e anche rischiosa, perché dal giudizio che si formula possono emergere inaspettati punti deboli della teologia di chi giudica. A entrambi gli uomini si può concedere di aver voluto sinceramente servire il Signore nel quadro della loro comprensione del messaggio evangelico, ma è proprio la società cristiana in cui si muoveva Faltin e in cui ha tentato di inserirsi Rabinowitz che ha fatto naufragio davanti all'emergere di un movimento spirituale inaspettato. E' stato il Signore a suscitarlo, ma il corpo dei credenti in Gesù non ha saputo riconoscerlo ed affrontarlo in modo adeguato perché si è fatto trovare teologicamente e spiritualmente impreparato.
   Il gruppo che si era formato intorno alla predicazione di Rabinowitz prese il nome di "Israeliti del nuovo patto", ma non divenne mai una chiesa locale secondo il modello neotestamentario. Il motivo potrà sorprendere: perché in essa non si poteva battezzare. La singolarità di questa situazione fa emergere la gravità teologica di una concezione della chiesa che vive in osmosi con la società politica organizzata: in Russia il battesimo era un atto civile con il quale si diventava ufficialmente cristiani, e pertanto potevano amministrarlo soltanto persone autorizzate dal governo. Faltin aveva la licenza per battezzare, Rabinowitz no, nonostante ne avesse fatto regolare richiesta scritta. Un ebreo che si convertiva a Cristo poteva andare a farsi battezzare dal pastore Faltin, ma da quel momento cessava ufficialmente di essere ebreo e diventava un cristiano appartenente alla chiesa luterana. E questo, Rabinowitz non lo voleva assolutamente. «La soluzione della questione ebraica starebbe nel fatto che gli ebrei diventano luterani?» diceva polemicamente. Secondo lui, chiunque poteva andare a farsi battezzare da chi voleva « ... e diventare luterano, russo o romano, ma il mio popolo, il mio gruppo, quello che il governo mi ha permesso di fondare, non può e non deve diventare tedesco, russo o romano! Non hanno nessun motivo per diventare qualcosa d'altro: loro sono ebrei, il mio popolo è Israele».
   Dopo la rottura con il pastore luterano, Rabinowitz non perse totalmente l'appoggio delle chiese e delle missioni estere. Aiuti finanziari continuarono ad arrivargli da varie parti per la prosecuzione della sua opera di evangelizzazione tra gli ebrei. Questo però non sembra aver contribuito ad un sano sviluppo del nuovo movimento: i soldi, che pure sono importanti per molte cose, in campo spirituale spesso si rivelano essere una trappola tremenda.
   Per concludere, bisogna dire che questo libro non è certamente il primo a raccontare la storia di Joseph Rabinowitz. Anzi, l'autore prende in esame, analizza e confronta testi di una letteratura già estesa sull'argomento. Per questo non sempre risulta di facile lettura, ma sempre di enorme interesse, perché solleva quasi ad ogni pagina problemi che richiedono una valutazione e spingono alla riflessione. E' un libro problematico, perché tocca problemi di comprensione della Scrittura che a quel tempo non erano stati affrontati e tali sono rimasti ancora oggi in larga parte della cristianità che pigramente si adagia su posizioni di una tradizione che nei casi migliori ha escluso o emarginato Israele e in quelli peggiori l'ha additato come centro di tutti i mali. Lo scossone che sarebbe potuto venire da una lettura attenta ed umile del testo biblico è arrivato invece attraverso uomini che non a caso, ancora una volta, sono ebrei. Nel movimento degli "Israeliti del nuovo patto" di Kishinev erano già presenti tutti i temi di discussione e i problemi di identità che si ritrovano oggi nel movimento degli ebrei messianici, in Israele e nel mondo. Chi è a conoscenza dei fatti potrà verificarlo nella lettura di questo libro.
   Quanto a Joseph Rabinowitz, conviene ricordarlo con le parole di una dichiarazione che fece nel 1888: «Ho due soggetti che mi assorbono interamente: uno è il Signore Gesù Cristo, l'altro è Israele».

(Notizie su Israele, 4 febbraio 2024)


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"Dottrina Biden": gli Stati Uniti esaminano le opzioni per il riconoscimento di uno Stato palestinese

Il cambio di rotta in politica estera incontrerebbe grandi resistenze in Israele.

L'amministrazione Biden sta contraddicendo decenni di politica estera statunitense prendendo in considerazione un piano per riconoscere unilateralmente uno Stato palestinese, nonostante la forte opposizione di Israele.
   Sia Axios che il New York Times hanno riferito mercoledì di questo potenziale cambiamento nell'approccio americano alla creazione di uno Stato palestinese, che finora ha enfatizzato i negoziati diretti tra Gerusalemme e Ramallah.
   Secondo il rapporto di Axios, che cita due funzionari statunitensi che hanno familiarità con la situazione, il Segretario di Stato Antony Blinken ha chiesto una revisione delle opzioni politiche per il riconoscimento di uno Stato palestinese dopo la conclusione della guerra di Israele contro Hamas a Gaza.
   Nei mesi successivi all'attacco terroristico nel sud di Israele del 7 ottobre, l'amministrazione Biden ha sostenuto l'esistenza di uno Stato palestinese come parte di un patto di normalizzazione e di un'iniziativa di sicurezza regionale tra Israele e Arabia Saudita.
   Prima dell'attacco di Hamas, la questione palestinese non era vista come un ostacolo importante alla distensione tra Gerusalemme e Riyad, ma la posizione dell'amministrazione Biden sembra essere cambiata, con i sauditi che sottolineano il percorso verso uno Stato palestinese come precondizione per la normalizzazione.
   Un alto funzionario statunitense ha dichiarato ad Axios che alcuni membri dell'amministrazione Biden ritengono che il riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese debba essere il primo, e non l'ultimo, passo nei colloqui per risolvere il conflitto israelo-palestinese.
   Ciò contraddice la dottrina del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che vede nell'espansione delle relazioni con il mondo arabo la chiave per risolvere la questione palestinese. Ne sono un esempio gli Accordi di Abramo del 2020, con cui Israele ha stabilito relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan con la mediazione dell'amministrazione Trump.
   La coalizione di destra e religiosa di Netanyahu si oppone fermamente alla creazione di uno Stato palestinese.
   L'opposizione alla creazione di uno Stato palestinese è diffusa anche tra l'opinione pubblica israeliana.
   Secondo l'ultimo sondaggio "Peace Index" pubblicato la scorsa settimana dall'Università di Tel Aviv, il 66% degli intervistati ebrei si è detto contrario alla creazione di uno Stato "palestinese" accanto a Israele, mentre il 27% si è detto favorevole alla creazione di una "Palestina".
   L'editorialista del New York Times Thomas Friedman ha scritto che la spinta di Biden a riconoscere eventualmente uno Stato palestinese smilitarizzato in Giudea, Samaria e Gaza "non avverrà fino a quando i palestinesi non avranno sviluppato una serie di istituzioni e capacità di sicurezza definite e credibili per garantire che questo Stato sia vitale e non possa mai minacciare Israele".
   E ha continuato: "I rappresentanti dell'amministrazione Biden si sono consultati con esperti all'interno e all'esterno del governo statunitense su varie forme di riconoscimento della statualità palestinese".
   Secondo Friedman, la "Dottrina Biden per il Medio Oriente" includerebbe anche una posizione dura nei confronti dell'Iran, compresa una risposta militare ai proxy del terrore iraniano nella regione come ritorsione per l'uccisione di tre soldati statunitensi in una base in Giordania da parte di un drone. Inoltre, l'alleanza di sicurezza degli Stati Uniti con l'Arabia Saudita sarebbe "notevolmente ampliata" e comprenderebbe una normalizzazione delle relazioni tra Israele e l'Arabia Saudita.
   Inoltre, Axios ha riportato diverse opzioni che l'amministrazione Biden potrebbe adottare, tra cui il riconoscimento bilaterale di uno Stato palestinese, il ritiro del veto contro l'ammissione della "Palestina" come membro a pieno titolo del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e l'invito ad altri Paesi a riconoscere uno Stato palestinese. Il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha dichiarato lunedì che il Regno Unito sta valutando la possibilità di riconoscere uno Stato palestinese.
   Giovedì Blinken dovrebbe incontrare a Washington il ministro israeliano per gli Affari strategici Ron Dermer per discutere della guerra di Gaza e dei piani per il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Gaza, nonché della normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Dermer ha avuto un incontro simile con il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan mercoledì.
   Inoltre, Blinken si recherà in Israele per tre giorni a partire dal 3 febbraio, il suo sesto viaggio nello Stato ebraico dall'invasione del Negev nord-occidentale da parte di Hamas il 7 ottobre.

(Israel Heute, 3 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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L’Europugnalata a Israele: C’è il rischio di un genocidio

Lettera di ottocento funzionari Ue e Usa

di Mirko Molteni

Oltre 800 funzionari governativi degli Stati Uniti e di 11 paesi dell'Unione Europea hanno criticato Israele con una lettera aperta, detta “Dichiarazione Transatlantica”, ma sotto anonimato. Accusano Israele di «agire senza limiti» causando «morti civili prevenibili». I funzionari pro-Gaza, dissentono dalla linea prevalente dei paesi occidentali: «Esiste il rischio che le politiche dei nostri governi stiano contribuendo a violazioni del diritto internazionale, crimini di guerra e pulizia etnica o genocidio». Un funzionario americano «con 25 annidi esperienza», sempre anonimo, ha detto alla BBC: «Le voci di coloro che comprendono la regione e le sue dinamiche non sono state ascoltate. Non stiamo fallendo nel prevenire qualcosa, siamo attivamente complici».
   Su una tregua Israele-Hamas con scambio tra ostaggi e detenuti palestinesi, l’attesa è spinosa. Il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha telefonato al capo dell’alleata Jihad Islamica, Ziad Nakhaleh concordando che Israele deve garantire non una tregua temporanea, ma la fine del conflitto. L'intransigenza nel chiedere la fine della guerra è stata confermata dal portavoce di Hamas Osama Hamdan, che alla tivù libanese LBC ha aggiunto che lo stato ebraico dovrebbe liberare detenuti di alto rango. Ha citato Marwan Barghouti, esponente di Fatah, in galera dal 2002 con cinque ergastoli a causa di tre attentati che uccisero cinque israeliani. Sul cessate il fuoco il ministro della Difesa Yoav Gallant ha chiarito che «non riguarderà il fronte Nord verso il Libano», da dove Hezbollah spara razzi sulla Galilea.
   Ieri caccia dell’aviazione israeliana hanno distrutto postazioni di Hezbollah ad Aitaroun e altri villaggi libanesi. Aerei con lo scudo di Davide hanno anche colpito una base in Siria, presso Damasco, dove pasdaran iraniani addestrano gli alleati. Il raid sulla Siria ha ucciso un miliziano iraniano, uno iracheno e un terzo di nazionalità ignota. Nella Striscia di Gaza, i commandos israeliani dei nuclei Maglan ed Egoz hanno debellato gruppi di fuoco di Hamas. È stato diffuso un filmato palestinese in cui un cecchino di Hamas spara su tre soldati ebraici che camminano vicino a un carro armato, ferendone uno alla spalla. Altri alleati dell'Iran, gli yemeniti Huthi, hanno lanciato un missile balistico verso Israele tentando di colpire Eilat, ma l'ordigno è stato abbattuto da un razzo antimissile israeliano Arrow. Basi degli Huthi nell'area di Al Jar sono state bombardate da caccia americani e inglesi.

Libero, 3 febbraio 2024)

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Il gioco sporco dell’Amministrazione Biden

di Niram Ferretti

L’ordine esecutivo dell’Amministrazione Biden relativo a quattro coloni in Cisgiordania (su cinquecentomila), accusati di “violenza intollerabile” contro attivisti israeliani di sinistra, ma soprattutto di palestinesi, intimiditi e feriti, non può suscitare sorpresa. Si tratta di un pegno elettorale da pagare a chi, all’interno del partito democratico e soprattutto tra gli elettori, ha criticato il presidente americano per il suo appoggio a Israele.
   Ma non si tratta solo di questo. Più la guerra tra Israele e Hamas, prosegue, più l’Amministrazione Biden mima nei confronti dello Stato ebraico, l’impostazione ideologica dell’Amministrazione Obama. In realtà, la solidarietà iniziale post 7 ottobre, platealmente esibita, nascondeva già le insidie che gradualmente si stanno dipanando.
   Già dal principio si è reso subito chiaro che Israele non sarebbe stato libero di condurre la sua risposta militare contro Hamas se non sotto stretta supervisione americana. La vicinanza di Washington ha comportato una sorta di commissariamento del Gabinetto di guerra, dal quale, per non urtare Joe Biden sono subito stati esclusi dai consulti Itmar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, considerati dalla Casa Bianca troppo falchi, financo estremisti. Meglio sicuramente l’anodino Benny Gantz, ex Capo di Stato Maggiore, rivale politico di Netanyahu e più malleabile.
   Di seguito, gli Stati Uniti hanno imposto a Israele di coniugare la risposta militare con aiuti umanitari sempre più copiosi accompagnandoli costantemente da esortazioni demagogiche sulla necessità di  ridurre al massimo la morte dei civili.
   Nessuna guerra recente, sicuramente non quelle condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati, è stata combattuta e viene combattuta come quella in corso a Gaza, dove ogni mossa di Israele è scrutinata spasmodicamente e imbrigliata da una fitta rete di obblighi morali che nessun altro Stato ha mai dovuto osservare così scrupolosamente.
   Se c’è una cosa che questa guerra ha messo in luce in modo esplicito è quanto sia profondo il livello di subordinazione israeliana nei riguardi degli Stati Uniti a cui, negli anni, è stato sostanzialmente appaltato il comparto produttivo bellico, obbligando Israele a potersi opporre solo con fatica alle imposizioni americane.
   L’Amministrazione Biden ha dunque iniziato a riproporre in modo perentorio il vecchio paradigma dello Stato palestinese, la sua urgente necessità, come se il 7 ottobre non avesse mostrato inequivocabilmente quale sia il rischio enorme di avere uno Stato palestinese sulle colline della Cisgiordania.
   È questo un portato storico-culturale della protervia americana, della convinzione di sapere meglio degli altri in cosa consista il loro bene, che forma devono dare alla loro politica estera, e quale struttura statale possa funzionare meglio a migliaia di chilometri di distanza. I fallimenti clamorosi in Iraq e in Afghanistan non hanno insegnato niente. Gli Stati Uniti, e non certo a cominciare da questa amministrazione, sono quarant’anni che insistono sulla necessità del venire in essere di uno Stato palestinese, che, nei loro sogni, dovrebbe essere pacifico e democratico e riconoscere la legittimità piena di Israele.
   A questo obiettivo irrealistico si è poi aggiunto quello di volere stabilire chi, in un eventuale post Hamas, debba governare Gaza, optando per Fatah, che non ha mai condannato l’eccidio del 7 ottobre e supporta da sempre il terrorismo provvedendo a sostenere i terroristi in carcere, e le famiglie di quelli che invece sono stati uccisi.
   L’Amministrazione Biden non ha alcun interesse a che la guerra si prolunghi. In questo senso, l’accordo sugli ostaggi è una tappa indispensabile per affrettarne la conclusione, facendo in modo che il cessate il fuoco che ne fa parte duri quel tanto che ne renda impraticabile la ripresa.
   Questo esito sarebbe il peggiore possibile per Israele perché comporterebbe la non sconfitta di Hamas e dunque il suo ruolo politico futuro all’interno della Striscia.
   Sull’appeasement, sul evitare il confronto diretto e duro con i propri avversari più coriacei, Joe Biden persegue la linea disastrosa impostata da Barack Obama, come si sta vedendo in merito all’Iran, il quale attende che Israele lasci Gaza senza avere sconfitto Hamas per proclamare la vittoria e organizzare la guerra che verrà.

(L'informale, 3 febbraio 2024)

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Israele in guerra: il ministro israeliano Gideon Sa'ar si oppone alla volontà di Anthony Blinken di riconoscere uno Stato palestinese

di Alain Sayada

Il ministro israeliano Gideon Sa'ar si oppone al desiderio di Anthony Blinken di riconoscere uno Stato palestinese
In un post sul suo account X (ex Twitter) questa mattina, Gideon Sa'ar, ministro israeliano e membro del gabinetto di sicurezza del governo di emergenza, ha dichiarato di rifiutare i piani del Segretario di Stato americano Antony Blinken di riconoscere eventualmente uno Stato palestinese dopo la guerra a Gaza.
"Riconoscere uno Stato palestinese è il peggior tipo di short-termism. Significa dire ai palestinesi: uccidete quanti più ebrei potete, violentate le loro donne, prendete ostaggi e sarete ricompensati con uno Stato. Uno Stato che senza dubbio continuerà la lotta armata contro Israele", ha dichiarato Gideon Sa'ar
Recentemente, il sito israeliano Walla ha rivelato che Anthony Blinken ha ordinato al Dipartimento di Stato americano di preparare una bozza che esamini la possibilità di un riconoscimento americano e internazionale dello Stato di Palestina all'indomani della guerra a Gaza.
Il Segretario di Stato americano ha anche chiesto al Dipartimento di Stato di presentare proposte su come potrebbe essere uno "Stato palestinese smilitarizzato", basandosi su vari modelli provenienti da tutto il mondo.
Lo Stato di Israele è in stato di guerra dal barbaro e sanguinoso attacco noto come "Diluvio di Al Aqsa" orchestrato da Hamas il 7 ottobre 2023. Il gruppo terroristico palestinese, infiltratosi in località del sud di Israele, ha ucciso 1.400 civili e soldati israeliani, tra cui 375 giovani israeliani brutalmente uccisi durante un rave party nel Negev meridionale.
Più di 10.000 persone sono rimaste ferite. 136 civili israeliani e stranieri, tra cui donne, bambini e anziani, sono tenuti in ostaggio da Hamas nella Striscia di Gaza.

(Israel Heute, 3 febbraio 2024 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Col Milleproroghe sospese di nuovo le multe ai renitenti

di Patrizia Floder Retter

Un emendamento della Lega a prima firma Alberto Bagnai, che sposta il pagamento della sanzione di 100 euro a inizio 2025, riaccende l'odio nei confronti dei non vaccinati. «Così il Carroccio cerca di recuperare qualche zerovirgola per le Europee», scriveva ieri il Foglio, rimarcando il concetto: « La Lega torna a lisciare il pelo alla galassia no vax», Per chi non avesse afferrato, questo sarebbe «l'ultimo colpo di coda leghista alla corrente antivaccinista». Al momento, si tratta solo di una segnalazione di modifica al decreto-legge Milleproroghe presentata da Bagnai, «uno dei più convinti nemici del vaccino», secondo l'autorevole opinione di Repubblica. Nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio riunite mercoledì scorso in sede referente, il deputato ha proposto che la sospensione della multa non sia «fino al 30 giugno 2024» ma venga sostituita dalla dicitura «fino al 31 dicembre 2024».
   Per essere precisi, l'emendamento è riferito all'articolo 7, comma 1-bis, del decreto-legge 31 ottobre 2022, n. 162, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 2022, n. 199. Nella sostanza, è la richiesta di un'ulteriore proroga, perché circa 1,6 milioni di italiani non siano costretti a dare all'Agenzia delle Entrate e Riscossione i 100 euro di una multa iniqua, inflitta dall'allora ministro della Salute, Roberto Speranza.
   Non sembra possibile, infatti, o non c'è sufficiente volontà politica per eliminarla dai balzelli in quanto «i soldi potenzialmente ricavati dalle sanzioni sono stati inseriti nel conto delle entrate dal Mef. Per cancellare la norma andrebbero trovate le coperture alternative, per circa 170 milioni di euro», ricorda Repubblica. Un'ulteriore proroga (sarebbe la terza), perlomeno congela una misura pensata con l'unico obiettivo di calpestare definitivamente i diritti dei cittadini che non volevano porgere il braccio a un siero sperimentale.
   Commentando le reazioni scomposte all'emendamento di Bagnai, il senatore della Lega Claudio Borghi ha sottolineato su X che, se ci si deve occupare ancora di questa sanzione, è per «i danni di Speranza che si protraggono nel tempo». Aggiungeva: «Pazienza, andremo avanti a prorogare fino a quando il sole, trasformandosi in una gigante rossa, risolverà la questione contabile. Nb: anche stavolta ci abbiamo dovuto pensare noi». Una stoccata agli alleati di governo, che non hanno pensato ad
   emendamenti in quella direzione. «Una maggioranza, almeno in alcuni suoi componenti, non proprio amica dei vaccini non riesce ad eliminare le sanzioni», ironizzava ieri il quotidiano del gruppo Gedi. Intanto Bagnai, professore di politica economica, perlomeno prova a spostare in avanti i termini della sospensione.
   La sua proposta fa parte dei circa 200 emendamenti super segnalati dai gruppi politici della Camera. Da 1.200 che erano alla presentazione, in una settimana si sono ridotti della metà e dopo quindici giorni sono scesi a circa 200. Le commissioni proseguiranno
   l'esame la prossima settimana, l'emendamento dovrebbe essere tra quelli in discussione da mercoledì 7 febbraio. Se approvato, blocca ancora una volta l'invio dell'avviso di addebito per violazione dell'obbligo vaccinale. In caso contrario, dal prossimo primo luglio tornerà a esacerbare l'animo di 1,6 milioni di contribuenti. Insegnanti, operatori sanitari, forze dell'ordine, over 50 che si rifiutarono di sottostare all'obbligo vaccinale contro il Covid e diventarono inadempienti. Dovevano pagare la sanzione, misura introdotta dal governo Draghi a partire dal febbraio 2022 e in vigore fino a metà giugno di quell'anno, le persone che non avevano ancora iniziato il ciclo vaccinale primario, coloro che non lo avevano completato e anche i renitenti di fronte al booster.
   Il ministero della Salute passò all'Agenzia delle entrate-Riscossione gli elenchi con i cittadini da multare, anche attraverso i dati della tessera sanitaria (l'auspicato controllo informatico), poi cambiò il governo e a dicembre 2022 un emendamento sempre della Lega, approvato dalla commissione Giustizia del Senato assieme ad altri riguardanti il decreto anti rave, sospese il pagamento. Doveva riprendere dal i luglio 2023 ma nel decreto legge Omnibus pubblicato il 10 maggio scorso c'era stata un'ulteriore proroga, fino a giugno 2024. Nel frattempo, ci sono stati circa 1.400 ricorsi davanti al giudice di pace, in diversi hanno anche già pagato e vorrebbero indietro i soldi. Sarebbe ora di fare piazza pulita di una vergognosa eredità dell'epoca Speranza.

(La Verità, 3 febbraio 2024)
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"Sarebbe ora di fare piazza pulita di una vergognosa eredità dell'epoca Speranza”. Così si conclude questo articolo, ma purtroppo la vergogna che dovrebbe far arrossire le autorità di quel momento, e anche chi ha dato loro un credito immeritato, continua. Questo fa capire perché la striscia iniziale di questa pagina, “Dichiarazione di obiezione di coscienza”, non è stata tolta. Il responsabile del sito è tuttora considerato “inadempiente” dalla legge. Ma sono i legislatori, di allora e di adesso, ad essere inadempienti. Ed è bene che questo si ricordi. M.C.

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Inizia la riapertura delle scuole nelle comunità del Sud di Israele

di Luca Spizzichino

Riapriranno le scuole in alcuni villaggi nel Sud di Israele. Questo l’annuncio fatto dall’esercito israeliano nelle scorse ore. La decisione è stata presa dopo che l’IDF ha ottenuto il controllo operativo di zone chiave della Striscia di Gaza e una notevole riduzione del lancio di razzi.
I militari prevedono il ritorno di un gran numero di civili dopo oltre quattro mesi lontani da casa.
Questa scelta arriva dopo quella ad inizio gennaio di far ritornare a casa i residenti di sei villaggi che si trovano tra i quattro e i sette chilometri dal confine. Le prime comunità ad essere state riaperte si trovano nel corridoio di Ashkelon e nella regione di Shaar Hanegev.
Contestualmente alla riapertura delle scuole, l’IDF ha abbassato il livello di pericolo dal livello 2 al Livello 3. Ora è consentito a 100 persone di riunirsi al chiuso e fino a 300 all’aperto, mentre prima i limiti erano 50 al chiuso e solo 100 all’aperto, il che rendeva difficile o impossibile la gestione degli istituti scolastici.
Per quanto riguarda invece il Nord, l’esercito israeliano ha affermato che non è ancora previsto il rimpatrio dei residenti e che le scuole non riapriranno prima della pausa estiva.
Al confine settentrionale l’IDF non è ancora riuscito a ridurre il lancio di razzi o missili anticarro di Hezbollah. A causa del continuo lancio di razzi più di 500 case hanno subito danni strutturali.
In un rapporto il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha affermato che le tre comunità più colpite sono state: Metulla, con 131 case danneggiate, Shlomi con 130 e Manarah con 121.

(Bet Magazine Mosaico, 2 febbraio 2024)

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Lo schermidore israeliano vince l'oro in Qatar

DOHA - Lo schermidore israeliano Yuval Freilich ha vinto l'oro al Grand Prix di mercoledì in Qatar. Lo Stato del Golfo ospita la leadership dell'organizzazione terroristica Hamas, responsabile del massacro del 7 ottobre. Lo slogan ebraico "Am Israel Chai" (Il popolo di Israele vive) era stampato sulla tuta da scherma del 29enne.
In finale, Freilich ha sconfitto l'italiano Federico Vismara per 15:9 e l'inno israeliano è stato suonato durante la cerimonia di vittoria nella capitale Doha. Tuttavia, non è la prima volta che ciò accade: "HaTikva" è già stata suonata ai Campionati mondiali di judo nel maggio 2023.
Il Qatar non intrattiene relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Il capo del Comitato olimpico israeliano, Gili Lustig, ha parlato di un "successo impressionante". "La vittoria in Qatar e lo sventolare della bandiera israeliana in tempi come questi, su questo palcoscenico unico, è l'orgoglio israeliano al suo apice".
   La vittoria non è il primo grande successo per Freilich: nel 2019 è stato il primo israeliano a vincere l'oro ai Campionati europei di Düsseldorf. Il cavaliere mancino è all'8° posto nella classifica mondiale della Fédération Internationale d'Escrime (FEI).

• CRESCERE CON LO SPORT
  Freilich è nato nel 1995 nell'insediamento di Neve Daniel, a sud-ovest di Gerusalemme. Quando aveva cinque anni, la famiglia si è trasferita in Australia. Anche lui ha iniziato a praticare la scherma in quel periodo. La famiglia è tornata in Israele nel 2004.
   Come ebreo devoto, Freilich osserva i comandamenti della Torah. Nel 2008 ha intentato una causa contro l'Associazione israeliana di scherma perché organizza gare anche di Shabbat. Tuttavia, ha perso la disputa legale e ha iniziato a gareggiare anche di Shabbat, come riportato dal sito di notizie "Arutz Scheva".
   Uno dei suoi obiettivi sportivi, tuttavia, è quello di partecipare ai Giochi Olimpici di Parigi quest'anno. La vittoria in Qatar è un passo avanti, ma ci sono ancora diversi tornei di qualificazione da disputare.

(Israelnetz, 2 febbraio 2024)

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Le voci sull’accordo per i rapiti e le pressioni americane

di Ugo Volli

• Sul terreno
  Le operazioni sul terreno a Gaza nell’ultimo periodo non sono affatto cessate, ma hanno assunto un aspetto più vicino alla routine di una grande operazione di polizia che dà la caccia ai criminali e soprattutto ai loro capi, distrugge i loro rifugi, cerca di individuare i rapiti per liberarli prima che siano uccisi. E che al tempo stesso subisce ogni tanto gli agguati dei fuorilegge, anche nelle zone che erano state ripulite. È un gioco del gatto e del topo che per funzionare deve andare avanti a lungo. Lo stesso accade al Nord: ci sono scambi di colpi con Hezbollah, operazioni aeree in profondità, capi eliminati, ma nonostante gli allarmi le operazioni restano a questo livello e non si evolvono in guerra aperta.

• Le trattative per un accordo sui rapiti
  In questa condizione, prevale il livello politico dello scontro, dove Israele è letteralmente assediato dalla pressione congiunta di Qatar, Egitto e soprattutto degli Stati Uniti che vogliono un cessate il fuoco. Ogni giorno viene fuori una nuova versione di un accordo: due mesi di cessate il fuoco oppure tre settimane o forse un mese rinnovabile o per sempre; scarcerazione di tre terroristi condannati per ogni rapito, oppure 30 o addirittura 300; ritiro delle truppe israeliane da Gaza, o solo da certe zone, con o senza le ispezioni aeree; ritorno degli abitanti di Gaza nelle zone del nord o meno, e così via. Netanyahu continua a dire che liberare i rapiti è un obiettivo fondamentale, ma che ciò non può essere fatto a tutti i costi, che è necessario far sì che il 7 ottobre non possa ripetersi. Ma le voci continuano.

• La politica americana contro il governo Netanyahu
  La ragione di questa pressione è stata messa in chiaro da Thomas Friedman, l’editorialista del New York Times che è stato l’ascoltato consigliere antisraeliano di Obama e cerca di avere lo stesso ruolo con Biden: si tratta di “mettere l’asticella dell’accordo abbastanza in alto” da provocare l’implosione del governo di Netanyahu, magari attraverso l’uscita della destra di Smotrich e Ben Gvir e la loro sostituzione con Lapid, un cambio che dovrebbe preludere a nuove elezioni e alla liquidazione di Netanyahu e della destra. Dell’”asticella alta” fa parte anche la proposta paradossale di rispondere al 7 ottobre, una terribile aggressione terroristica proveniente da una forza palestinese come Hamas e approvata da tutte le altre e secondo i sondaggi anche dal pubblico, con l’approvazione di uno stato palestinese: un premio per il terrorismo e la garanzia della sua continuazione. Questa politica è evidente anche nella direttiva presidenziale con cui Biden ha deciso ieri sanzioni contro quattro esponenti delle comunità ebraiche in Giudea e Samaria colpevoli, secondo lui, di “aggressioni ai danni dei palestinesi” (ma evidentemente non giudicati come tali né dai tribunali né dall’amministrazione militare, visto che sono in libertà) e ha fatto trasparire che solo per un pelo non ha inserito nella lista Smotrich e Ben Gvir.

• Le reazioni in Israele
  Peccato per Biden e per i suoi alleati dentro la politica israeliana che l’elettorato di Israele non abbia dimenticato che il 7 ottobre è stato reso possibile innanzitutto dalle politiche di conciliazione con i palestinesi promosse dalla sinistra (e da alcuni corpi separati dello stato, incluso lo Stato Maggiore) e che la maggioranza nei sondaggi si opponga alla chiusura anzitempo dell’operazione a Gaza. Ci sono le manifestazioni di alcune delle famiglie dei rapiti, che comprensibilmente chiedono di fare “qualunque cosa” per liberare i loro cari, ma vi sono anche quelle di altre famiglie di rapiti, di caduti in guerra e anche di riservisti, che invece si oppongono agli aiuti che finiscono in mano a Hamas e vogliono che la guerra continui fino alla vittoria, come dal canto suo ripete instancabilmente Netanyahu. E anche i sondaggi, che un paio di mesi fa facevano prevedere un rovesciamento del quadro politico, ora mostrano una sostanziale continuità con gli ultimi cicli elettorali. Insomma, nonostante la pressione americana e le voci che si susseguono, Israele continua a voler combattere i terroristi. Un compito che naturalmente dipende dalle Forze Armate.

(Shalom, 2 febbraio 2024)

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Biden sanziona gli ebrei, non i tagliagole

La Casa Bianca sbaglia il bersaglio e mette sulla lista nera i responsabili della "violenza intollerabile" contro i palestinesi.

di Matteo Legnani

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato un ordine esecutivo grazie al quale il Dipartimento di Stato e quello del Tesoro potranno imporre sanzioni nei confronti dei coloni israeliani coinvolti in violenze con i civili palestinesi in Cisgiordania.
   Il provvedimento, che va a potenziare una direttiva emanata lo scorso dicembre dal Dipartimento di Stato con la quale era stata negata a dozzine di coloni la possibilità di ottenere un visto per gli Usa, è stato emesso nei confronti di quattro cittadini israeliani, che non potranno avere accesso a proprietà negli Stati Uniti, né effettuare transazioni finanziarie con entità statunitensi, né ottenere visti per l'ingresso negli Stati Uniti.
  
• MISURA OSTILE
 Ma, da ora in poi, «il governo federale potrà sanzionare chiunque abbia dato il via o partecipato a rivolte con atti che includono aggressioni nei confronti dei civili, distruzione delle proprietà o qualsiasi atto che abbia determinato il ferimento o la morte di un civile palestinese», hanno spiegato a Washington alcuni funzionari dell’amministrazione durante un briefing virtuale organizzato con un ristretto gruppo di giornalisti. Si tratta di misure che vengono solitamente adottate nei confronti di terroristi o di soggetti, come alcuni sostenitori di Putin in Russia, considerati una minaccia per la sicurezza nazionale americana.
   Il provvedimento, che è il primo apertamente ostile nei confronti di Israele dall’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, ha inevitabilmente suscitato l'indignazione del governo israeliano. «La stragrande maggioranza dei residenti di Giudea e Samaria sono cittadini rispettosi della legge, molti dei quali stanno combattendo in questo momento in servizio attivo e di riserva per proteggere Israele«, ha detto il premier Benjamin Netanyahu.
   «Israele agisce contro tutti coloro che violano la legge, e in ogni luogo e quello adottato contro i coloni è un provvedimento drastico del quale non c’è ragione».
   Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ha aggiunto che «quella delle violenze dei coloni è una bugia diffusa dai nemici di Israele per diffamare i coloni stessi. Così facendo - ha proseguito l'esponente della destra israeliana- gli Stati Uniti si uniscono a una campagna immorale che trasforma le vittime in aggressori e legittima il versamento del sangue dei coloni».
   Il New York Times ha messo in evidenza la tempistica tutt'altro che casuale del provvedimento. Biden è infatti atteso in queste ore a un evento elettorale in Michigan, che è lo Stato con il maggior numero di residenti arabo-americani, «centinaia di migliaia di elettori che vivono soprattutto nell'area metropolitana di New York», scrive il Times. E che è stato terreno di numerose proteste nei confronti dell'amministrazione, accusata dagli arabo-americani di aver indiscriminatamente appoggiato la guerra di Israele nella Striscia di Gaza.
  
• STRATEGIE ELETTORALI
  Come tale, il Michigan sarà uno Stato critico per il presidente in carica a caccia di un secondo mandato: lì, nel 2020, sconfisse Trump con un margine di appena 154mila voti su un totale di 5,5 milioni di voti validi. Nel 2020 i distretti con una elevata concentrazione di residenti arabo-americani avevano votato con largo margine a favore di Biden. Ma, da allora, quel consenso è andato erodendosi in modo significativo. Il Times cita un sondaggio commissionato alla fine dello scorso mese di ottobre dall'Arab American Institute, secondo il quale l'appoggio degli arabo-americani nei confronti di Biden e della sua amministrazione sarebbe crollato di 42 punti negli ultimi tre anni, dal 59% al 17%. La stessa governatrice del Michigan, la democratica Gretcen Whitmer, ha detto a 'Face the Nation'sulla CBS che "il presidente potrebbe dover fronteggiare proteste venendo qui". Urgeva dare un segnale, e il vecchio Joe ha scelto di stangare i coloni, finendo per strizzare l’occhio ai terroristi.

Libero, 2 febbraio 2024)

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I “coloni”, barriera necessaria

di Davide Cavaliere

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L’Amministrazione Biden ha sanzionato quattro «coloni» israeliani — Shalom Zicherman, Eitan Tanjil, David Chai Chasdai e Yinon Levi — a suo dire responsabili di violenze «inaccettabili» a danno dei palestinesi in Giudea e Samaria. 
Non una sola parola è stata pronunciata contro la ben più endemica e omicida violenza araba a danno degli ebrei della «Cisgiordania». Gli agricoltori israeliani vengono bastonati, i loro campi incendiati, le loro proprietà regolarmente danneggiate, nel silenzio della comunità internazionale. 
I sedicenti «coloni», come i primi sionisti, hanno costituito gruppi di autodifesa, dato che il governo israeliano si preoccupa più di blandire Washington che di difendere i suoi cittadini. Ha ragione il ministro Bezalel Smotrich quando dichiara che la campagna contro la «violenza dei coloni» altro non è se non una «menzogna antisemita che i nemici di Israele diffondono con l’obiettivo di diffamare e danneggiare i pionieri e le imprese di insediamento e quindi diffamare l’intero Stato di Israele». 
Il rifiuto di voler considerare il contesto in cui vivono gli ebrei della Giudea e della Samaria, o quelli delle città più vicine a Gaza, induce numerosi individui e organizzazioni a collocare sullo stesso piano etico aggressori e aggrediti. Parlare di «estremisti di entrambe le parti» è sintomo di una confusione morale grave.
Gli ebrei che si difendono, che reagiscono ai quotidiani soprusi arabi, non possono essere equiparati ai terroristi di Hamas e ai loro fiancheggiatori della «Cisgiordania». La mostrificazione dei «coloni», presentati come fondamentalisti religiosi e razzisti dalle intenzioni genocidiarie, è degna della peggiore propaganda nazista.   
Inoltre, qui su L’Informale, abbiamo pubblicato decine e decine di articoli per spiegare che la Palestina non è stata «colonizzata» e che non esistono insediamenti «illegali». Non ci ripeteremo.  
Questa volta ci limitiamo ad affermare che i cosiddetti «coloni» sono l’Israele più autentico, i veri eredi dei pionieri sionisti, uomini e donne decisi a rivendicare l’identità ebraica dello Stato. I «coloni» sono la prima linea di difesa di Israele, l’argine che impedisce alla marea jihadista di straripare. Se loro sloggiano, per Medinat Yisra’el è finita.
Dopo quella dell’ebreo «sradicato» e quella dell’ebreo «avido», abbiamo una nuova caricatura antisemita: l’ebreo «colono», ossia l’ebreo troppo religioso e troppo patriota, contro il quale può essere esercitata ogni violenza verbale e fisica.  
Questo ebreo troppo ebreo, che non si rassegna a scomparire ma che, caparbio e risoluto, rivendica la propria identità, ecco, questo ebreo, per il mondo «avanzato», deve morire. Non la chiameranno più «soluzione finale» ma «decolonizzazione». Dopo la «decolonizzazione» della Giudea e della Samaria verranno quelle di Haifa e Tel Aviv.  
I nemici d’Israele dicono «colono» ma intendono «israeliano» ed «ebreo». Un giorno guarderemo alle calunnie lanciate contro i residenti ebrei della Giudea e della Samaria come oggi guardiamo a quelle contenute nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion
Bisogna che i presunti «coloni» si armino davvero; che difendano il loro diritto a vivere da ebrei in terra ebraica. Secoli di storia li autorizzano a vivere in quelle piane e su quelle alture. Dalla loro sopravvivenza dipende l’esistenza stessa dello Stato ebraico. 
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L'America si rivela sempre di più per quello che è: "Un sostegno di canna rotta che penetra nella mano di chi vi si appoggia e gliela fora". E' stata così per molti, sarà così anche per Israele? M.C.

(L'informale, 2 febbraio 2024)

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Trovate a Gaza tombe ebraiche dei veterani della Prima Guerra Mondiale

di Michael Soncin

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Nei giorni scorsi i soldati dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) operanti nella parte centrale di Gaza hanno trovato un cimitero in buono stato con diverse tombe risalenti ad oltre un secolo fa, appartenenti ai veterani ebrei, che combatterono nell’esercito britannico durante il 1° conflitto mondiale.
  Pattugliando la zona nei pressi della città di Al-Mawasi hanno visto che molte tombe avevano il Maghen David (Stella di Davide). Alcuni hanno subito ritenuto che questa fosse la prova che Hamas conserva anche le tombe ebraiche, ma invece come riportato sul sito Ynet così non è.
  Il tenente colonnello Oren, comandante del 74° battaglione ha detto:« Questa struttura è gestita dal Regno Unito attraverso le autorità locali della Striscia di Gaza. È un luogo davvero speciale, un posto che sembra un angolo di paradiso, verde e incontaminato in mezzo alle macerie. Ha subito qualche danno durante le battaglie, ma può essere restaurato. Abbiamo notato la Stella di David sulle tombe con nomi come “Goldreich”. Dopo qualche giorno, siamo tornati sul posto e abbiamo pregato davanti alle tombe dopo molti anni».
  Oren raccontato che fra le centinaia di tombe presenti, erano 7 quelle di veterani ebrei. «Abbiamo fotografato i nomi e le brevi descrizioni della battaglia in cui sono caduti. È stato un momento emozionante».
  Vicino al cimitero i soldati hanno trovato una fabbrica gestita dai terroristi di Hamas adibita alla produzione di armi e munizioni. L’IDF per non violare la sacralità del luogo ha deciso di evitare di controllare se ci fossero dei tunnel costruiti dai terroristi, sotto il cimitero.
  Oren ha poi aggiunto: « Abbiamo trovato tunnel costruiti da Hamas sotto altri cimiteri. Eravamo stupiti di trovare un luogo così sacro in questa zona maledetta. Stiamo combattendo qui perché hanno fatto lo stesso più di un secolo fa».

(Bet Magazine Mosaico, 2 febbraio 2024)

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Yitrò. La critica costruttiva del goy

di Ishai Richetti

La Parashà di Yitro inizia col versetto: “Yitro, il sacerdote di Midyan, il suocero di Moshe, sentì tutto ciò che D-o fece a Moshe e a Israele, il Suo popolo – (cioè) che Hashem ha portato Israele fuori dall’Egitto”. [Shemot 18:1]. Rashi insegna: Yitro aveva sette nomi: Reuel, Yeter, Yitro, Chovav, Chever, Keni e Putiel. Il nome Yeter (che significa aggiunta) gli venne dato perché causò l’aggiunta di un passaggio della Torà, a partire dal versetto che inizia con “Veata techezè” [Shemot 18:21], in cui consiglia a Moshe di cercare “uomini di mezzi, persone timorate di D-o, uomini di verità, persone che disprezzano il denaro” e di nominarli “capi delle migliaia, capi delle centinaia, capi delle cinquantine e capi delle decine” per giudicare il popolo in ogni momento, alleggerendo così il peso su Moshe e sul popolo, in quanto la precedente procedura in cui tutte le domande e le controversie venivano rivolte a Moshe personalmente causava lunghe file e stanchezza. Perché Rashi ha bisogno di insegnarci che questa è la Parasha aggiunta alla Tora in onore di Yitro? Non è ovvio? Inoltre, la “Parasha di Yitro” non inizia con le parole “Veata techezè”, che è il versetto che descrive la sua proposta per la soluzione al problema che aveva notato, ma inizia diversi versetti prima: “Fu il giorno successivo che Moshe si sedette per giudicare la gente, e la gente rimase accanto a Moshe dalla mattina alla sera. Il suocero di Moshe vide tutto quello che stava facendo alla gente e disse: “Cos’è questa cosa che fai alla gente?” Perché te ne stai solo con tutta la gente che ti sta accanto dalla mattina alla sera?’” [Shemot 18:13-14]. Perché Rashi non dice che la Parasha che Yitro ha aggiunto alla Tora per la quale è chiamato Yeter è la Parasha che inizia con le parole “Il suocero di Moshe vide tutto quello che stava facendo alla gente…”?
  Una possibile soluzione fornita dai Chachamim è che la critica non è mai un’aggiunta positiva. Chiunque può criticare, dire: “Non è una buona idea”. “Quello che stai facendo non funziona. Ti stai rovinando, stai rovinando la gente!”, “Non va bene!” L’aggiunta, il “Yeter”, avviene quando si porta un’idea creativa di cosa si dovrebbe fare per risolvere un problema. Ecco perché Rashi dice che il passaggio che Yitro ha aggiunto per il quale gli è stato dato un nome aggiuntivo è il passaggio che inizia con la sua soluzione e non con il problema: “Veata techezè….” Ciò porta a una domanda più fondamentale: Perché è stato necessario un Yitro, un pagano che era stato il sommo sacerdote dell’idolatria a Midyan, per insegnare agli ebrei che avevano bisogno di un sistema giudiziario di tribunali piccoli, medi e di una corte suprema? Non avremmo potuto capirlo da soli?
  L’Or haChaim risponde a questa domanda commentando che secondo lui questa è un’affermazione rivolta al popolo ebraico di tutte le generazioni sul fatto che tra le nazioni del mondo ci sono persone molto intelligenti alle quali potrebbe valere la pena dare ascolto. Includendo questo passaggio nella Torà, sostiene l’Or haChaim, D-o fa una dichiarazione: “…E tu sarai per me un segula (tesoro) tra tutte le nazioni…” [Shemot 19:5]. Deludendo forse qualcuno e sfatando qualche mito e qualche stereotipo, da questo versetto non si evince che la base di questa dichiarazione di D-o sia l’estrema intelligenza della nazione chiamata segulà (tesoro). Da diverse parti della Torà si evince che Hashem non ha scelto solo per il cervello o per l’estrema intelligenza, ma perché amava i nostri Patriarchi, Avraham, Yitzchak e Yaakov. Questo amore non è basato sul fatto che fossero dei geni, ma perché erano brave persone, erano ba’alè middot (persone con tratti caratteriali personali eccezionali). Per enfatizzare questa idea, il preambolo del ricevimento dei Dieci Comandamenti è la storia del sacerdote pagano che fu in grado di trovare difetti nel processo adottato fino ad allora e suggerire misure correttive.
  Rabbenu Bechaye scrive nel suo commento: Venite a vedere il grande status rappresentato dei tratti caratteriali, perché i grandi uomini della Torà come Noach, Avraham, Yaakov, Moshe e altri non furono mai elogiati per la loro intelligenza, la Torà non li loda mai per il loro genio. Sono sempre elogiati in termini di middot tovot (tratti caratteriali positivi). Questo insegna che la caratteristica principale da perseguire è, oltre alla saggezza, l’integrità e la rettitudine. La Torà, ci è stata donata per merito della rettitudine dei nostri antenati, siamo “Am Segulà” (la nazione tesoro di D-o) grazie e a causa dell’integrità e della rettitudine dei nostri patriarchi, integrità che abbiamo dentro di noi e che dobbiamo fare emergere. Yitro, in aggiunta a queste caratteristiche, ci illustra che a volte vale la pena rivolgersi o ascoltare consigli che ci arrivano da chi è lontano da noi per diversi aspetti per quanto riguarda le buone idee e il pensiero creativo, persino ad un sacerdote pagano. Yitro rappresenta colui che, grazie alla sua saggezza, ottenuta secondo i Chachamim sperimentando tutti i culti pagani dell’epoca, arriva a riconoscere la grandezza e l’unicità di D-o, ed ha il merito di essere il primo ad essere registrato nella Torà come colui che benedice dicendo Baruch HaShem.
  Ecco perché questa Parashà è “Parashat Yitro”. Questa Parashà, tramite l’analisi di chi era Yitro, la sua trasformazione e i suoi consigli ci illustra il motivo del grande merito che gli è stato dato, ma ci illustra anche quali sono le qualità che dobbiamo perseguire. Saggezza, buone middot e accettare consigli costruttivi dal prossimo. Questa è la ricetta per la crescita e il miglioramento personale, una ricetta universale e così valida da essere riportata appena prima dei Dieci Comandamenti.

(Kolot - Morashà, 2 febbraio 2024)
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Parashà della settimana: Itrò (Ietro)

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Il piano della tregua tenta anche Hamas

I miliziani in Egitto per trattare sei settimane di "respiro". Un video dalla Striscia: «I capi al ristorante, noi sotto gli spari»

di Mirko Molteni 

La trattativa fra Israele e Hamas per il rilascio degli ostaggi prosegue. In serata NBC News ha riportato indiscrezioni di «un ufficiale israeliano» secondo cui «ci sono forti indicazioni che l'accordo sugli ostaggi progredirà», anche se il governo israeliano ancora non concorda ufficialmente col piano scaturito dal vertice di Parigi fra Israele e gli stati mediatori: USA, Egitto e Qatar. Le bozze sono all' esame del gabinetto di guerra e il premier Benjamin  Netanyahu ha ribadito ai parenti degli ostaggi «l'impegno a riportarli a casa». 
   La proposta emersa dal vertice di Parigi fra il capo della CIA William Burns, il capo del Mossad David Bamea e il capo dei servizi segreti egiziani Abbas Kamel prevederebbe tre fasi. Nella prima fase, rilascio di donne, bambini e anziani israeliani; nella seconda tutti i militari ebraici rapiti; nella terza la restituzione delle salme degli ostaggi morti. Secondo il Washington Post, la durata della tregua sarebbe di 6 settimane} prolungabile, e verrebbero liberati tre detenuti palestinesi per ogni ostaggio ebraico. Il giornale americano ha inoltre ipotizzato che verrebbe chiesto all'esercito israeliano di «ritirarsi dalle città della Striscia di Gaza», compromesso fra opposte posizioni. 
   Un responsabile di Hamas, Muhammad Nazal, ha ribadito la richiesta a Israele di «ritiro totale da Gaza», ma Netanyahu si oppone: «Non ci ritireremo». Un ritiro parziale dai centri abitati, ma non da tutta la Striscia, potrebbe metter d'accordo entrambi. Il Dipartimento di Stato USA starebbe valutando il riconoscimento americano di uno stato palestinese alla fine della guerra per accelerare la «soluzione a due stati». Secondo la tivù Kan, Hamas vorrebbe per far rilasciare anche tutti i miliziani delle forze Nukhba catturati il 7 ottobre. Sono le formazioni d'élite del movimento impiegate nelle infiltrazioni che hanno scatenato la guerra. Israele non s'è ancora espressa su tale spinosa condizione. L'oltranzista ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha minacciato di uscire dal governo se verrà accettato il piano di tregua, ma il capo dell'opposizione Yair Lapid s'è detto pronto a rimpiazzarlo. 
   Anche Hamas pare tentata dall'accordo, per avere ristoro dopo mesi di bombardamenti. Ieri una delegazione del movimento s'è recata al Cairo, pare guidata dal capo politico Ismail Haniyeh, che vive al sicuro tra Qatar e Turchia, per parlare con Kamel, reduce da Parigi. Frattanto il Consiglio di Sicurezza dell'Onu s'è riunito, su richiesta dell'Algeria, per parlare della sentenza della Corte dell' Aja, che chiede a Israele di «prevenire atti di genocidio a Gaza». Ma i civili palestinesi iniziano a individuare in Hamas la loro disgrazia. Dopo le proteste popolari dei giorni scorsi contro il movimento, ieri è stato diffuso un video in cui uno sfollato palestinese urla che «i capi di Hamas vanno al ristorante, noi mangiamo proiettili». 
   Ripreso tra Khan Yunis e Rafah, il profugo dice: «La gente è stupida, non capisce niente. Noi non abbiamo nulla a che fare con tutto ciò. Sono stati Sinwar e Haniyeh. Haniyeh è in un ristorante in Turchia e Sinwar è sotto terra a mangiar carne, mentre noi siamo qui a mangiare proiettili in testa». Yahya Sinwar, capo militare di Hamas, è rintanato nei tunnel di Khan Yunis, dove l'esercito ebraico avanza metro su metro. Per il portavoce militare Avichay Adraee «sono stati smantellati due dei quattro battaglioni di Hamas nella città». Inoltre «è stata distrutta una fabbrica della Jihad Islamica in cui venivano prodotti razzi, missili anticarro, mine ed ordigni esplosivi, oltre a un tunnel». Intanto l'Unrwa, l'agenzia Onu dei rifugiati di cui membri palestinesi sarebbero stati complici di Hamas negli attacchi del 7 ottobre, ha fatto sapere di «essere costretta a lasciare Khan Yunis a causa dei combattimenti». 

Libero, 1 febbraio 2024)

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Netanyahu: "Ho delle linee rosse. Non accetteremo un accordo a qualsiasi prezzo"

"Non metteremo fine alla guerra, non ritireremo Tsahal dalla Striscia di Gaza, non rilasceremo migliaia di terroristi".

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato mercoledì sera una dichiarazione video in cui ha sottolineato che "Israele sta cercando di trovare un altro quadro per il rilascio dei prigionieri, ma devo insistere che non è a qualsiasi prezzo". "Abbiamo delle linee rosse", ha continuato, "in particolare: non porremo fine alla guerra, non ritireremo l'IDF dalla Striscia di Gaza, non rilasceremo migliaia di terroristi".
Il Primo Ministro ha affermato che, oltre a lavorare per liberare gli ostaggi, Israele sta lavorando per raggiungere gli altri obiettivi della guerra, ovvero "eliminare Hamas e garantire che Gaza non rappresenti mai più una minaccia". "Stiamo lavorando insieme su questi tre obiettivi e non ne abbandoneremo nessuno", ha aggiunto.

(i24, 1 febbraio 2024)

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Il prezzo da pagare

La liberazione degli ostaggi, “ad ogni costo”, come era scritto su un cartello di una manifestante a Tel Aviv è, di fatto, la richiesta per la capitolazione di Israele nei confronti di una sanguinaria organizzazione terroristica che ha perpetrato il maggiore eccidio di ebrei dalla Seconda guerra mondiale ad oggi.
Il prezzo delle trattative con i terroristi, in genere, è quello di mettere chi tratta in posizione di inferiorità, per l’ovvia ragione che, chi detiene gli ostaggi, ha sempre concretamente un vantaggio da ottenere se non maggiore, proporzionato a quello della controparte.
La partita che Israele sta giocando con Hamas a Gaza è ancora del tutto aperta, la vittoria non è affatto conseguita e Hamas farà tutto quello che gli è possibile perché non abbia luogo, in questo senso gli ostaggi sono la pedina più importante da giocare.
Benjamin Netanyahu, sotto la forte pressione delle famiglie degli ostaggi e della Casa Bianca che vuole l’accordo, essendo esso in allineamento con la dottrina Biden, proseguimento di quella Obama, di appeasament in Medio Oriente, con l’Iran soprattutto, cerca di resistere.
La resistenza di Netanyahu, che dopo la catastrofe del 7 ottobre di cui è certamente in buona parte responsabile insieme a tutto l’appartato di sicurezza e dell’esercito israeliano, non piace agli Stati Uniti i quali vorrebbero che la guerra a Gaza si concludesse in fretta per avvantaggiare Biden nella sua corsa elettorale, e anche a chi, nel Gabinetto di guerra, in testa Benny Gantz, sembra ritenere che la priorità di Israele non sia più quella di smantellare Hamas a Gaza ma di liberare gli ostaggi.
È la ragione per la quale si cerca di presentare Netanyahu come un oltranzista a sua volta ostaggio dei suoi alleati di governo. Non è certo un caso, quindi, che Yair Lapid, il leader di Yesh Atid, si è prontamente offerto di rimpiazzare i partiti della destra nazionalista se questo dovesse servire per il rilascio degli ostaggi.
A Washington, Lapid è molto apprezzato. Non crea problemi ed esegue prontamente le indicazioni ricevute, sarebbe dunque l’ideale al posto degli “impresentabili” Ben Gvir e Smotrich, la cui colpa principale e di non volere uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza, che invece l’Amministrazione Biden vorrebbe imporre a Israele.
Il tentativo di rimuovere Netanyahu e il governo in carica dalla scena è, con il concorso esterno americano, in corso da quando è stato eletto, e si è palesemente manifestato durante il periodo delle manifestazioni contro la riforma della Giustizia, sui cui itinere la Casa Bianca ha ingerito pesantemente.
Netanyahu e questo governo restano dunque l’unico forse troppo fragile bastione per contrastare le mosse americane insieme a quelle della variegata galassia dell’opposizione di governo intese a fare perdere a Israele la guerra a Gaza e consegnare la vittoria a Hamas.
Da giorni ormai si rincorrono le voci di un accordo tra Israele e Hamas finalizzato alla liberazione dei 132 ostaggi rimasti nelle mani dell’organizzazione jihadista a Gaza. L’ultima versione dell’accordo secondo il Washington Post, prevede un cessate il fuoco per la durata di sei settimane, lo scambio di ostaggi e detenuti palestinesi in un rapporto di 3 a uno, e un ritiro sostanziale dell’esercito israeliano dal terreno di combattimento della Striscia.
Difficile immaginare scenario peggiore.
Il 23 novembre scorso, Alex Nachumson scriveva su Arutz Sheva:
“Israele deve avere un obiettivo in mente, ovvero sconfiggere e distruggere Hamas il più rapidamente possibile. Questo è l’unico modo per garantire la sicurezza e l’incolumità dei suoi nove milioni di cittadini, a breve e lungo termine, poiché le conseguenze strategiche per qualsiasi cosa che non sia una vittoria completa e assoluta potrebbero avere enormi implicazioni esistenziali. La migliore probabilità di liberare gli ostaggi è vincere questa guerra…Yaha Sinwar ha dimostrato che continuerà a combattere senza curarsi dello spargimento di sangue degli abitanti di Gaza. È pronto a sacrificare il suo stesso popolo per la sua causa. Non è possibile nessun ragionamento o richiesta morale con un uomo simile. Ha bisogno di essere costretto in un angolo finché non si arrende o viene distrutto.
Solo una vittoria di Israele potrà concludere questa guerra, liberare gli ostaggi e garantire allo Stato ebraico sicurezza e stabilità”.
Due mesi dopo, le cose stanno andando in tutt’altra direzione. Israele non sta vincendo la guerra, la sta perdendo, e la sta perdendo dal momento stesso in cui la priorità non è più quella di eliminare Hamas da Gaza e garantire la sicurezza futura di Israele, ma quella di liberare gli ostaggi.
Fu Benny Gantz a chiarirlo un po’ più di un mese fa, quando disse che l’obiettivo principale era diventato la liberazione degli ostaggi. Di fatto le cose stanno in questi termini nonostante i bellicosi proclami di Netanyahu e la continua sottolineatura che l’obiettivo della guerra non è mutato. I fatti lo smentiscono.
Israele la guerra la sta perdendo perché all’obiettivo bellico, la distruzione di Hamas, ha anteposto quello umanitario, la liberazione degli ostaggi.
Come ha sottolineato Daniel Pipes, http://www.linformale.eu/il-campo-di-battaglia-reale-conta-piu-delle-opinioni-al-riguardo-intervista-a-daniel-pipes/“Vorrei che il governo israeliano presentasse la sconfitta di Hamas come il modo migliore per ottenere il ritorno degli ostaggi”, ma la sconfitta di Hamas è lontana, non è certo la condizione per la liberazione degli ostaggi.
Pensare che, nel caso in cui l’accordo con Hamas dettagliato dal Washington Post, andasse in porto, dopo un mese e mezzo, l’operazione militare israeliana riprenderebbe con lena e determinazione, è semplicemente puerile.
L’accordo che si prospetta è figlio di una disomogeneità interna al Gabinetto di guerra tra visioni diverse su come condurre la guerra relativamente agli obiettivi da conseguire, e della fortissima pressione americana nell’orientarla il più possibile non nel senso di una reale vittoria per Israele ma di una mezza vittoria, che equivale, di fatto, a un fallimento.
Il fallimento è già a monte, nella trattativa con un’efferata organizzazione criminale, che non si sta affatto piegando alle richieste israeliane, ma sta contrattando alla pari cercando di ottenere il massimo vantaggio possibile.
Non si evidenzia alcuna debolezza di Hamas in questo accordo, ma la sua forza contrattuale. Hamas non è costretto a liberare gli ostaggi, lo fa perché ritiene, a ragione, di poterne lucrare la maggiore convenienza politica e militare.
Non è necessario essere apocalittici per vedere il profilarsi di un disastro, apparecchiato da un Gabinetto di guerra debole sotto commissariamento americano, e le cui ripercussioni, se le cose andranno come sono state annunciate, agiranno pesantemente su Israele negli anni che verranno.

(L'informale, 1 febbraio 2024)

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Angelica e Yehuda a Firenze spiegano “la pace vera”

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Se c’è una cosa che Israele non può permettersi né oggi né mai è “di non avere speranza”, racconta Angelica Edna Calò Livne, attivista italo-israeliana per la pace e residente del kibbutz Sasa sulla frontiera con il Libano. Dei circa 500 residenti abituali, per via dei timori di un possibile attacco di Hezbollah sulla falsariga del 7 ottobre, sono rimasti appena una ventina. Un ristretto gruppo di cui fanno parte lei e suo marito Yehuda, responsabile della sicurezza del kibbutz. Romana di nascita, emigrata in Israele ventenne, Angelica parla dal Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio a Firenze, dove spiega cosa significa per lei “pace”, che resta meta da perseguire con passione “ma certo non con chi ci vuole distruggere come Hamas ed Hezbollah”. Pace, sottolinea l’attivista, ospite del Consiglio comunale, della Comunità ebraica e dell’associazione Italia-Israele, è costruzione di incontro e convivenza. Una normalità “dal basso” che è la cifra di Beresheet LaShalom, il laboratorio multiculturale e multireligioso animato da oltre vent’anni dai coniugi Livne, oltre all’esperienza quotidiana di Sasa dove ebrei e arabi lavorano fianco a fianco anche in queste settimane difficili, in un paese “che è ancora in pieno trauma” e con razzi che dal vicino Libano passano spesso sopra le loro teste (uno ha colpito in dicembre una abitazione del kibbutz, per fortuna disabitata). Yehuda, che la sta accompagnando in una serie di incontri in tutta Italia, annuisce. “Con una mano lavoriamo, con l’altra siamo pronti a imbracciare il fucile per difenderci”, sottolinea l’uomo, nel descrivere la quotidianità “al fronte” di Sasa.
  Aprendo la serata Enrico Fink, il presidente della Comunità ebraica fiorentina, aveva detto che “la pace è un percorso per niente scontato e semplice: non la si costruisce con gli slogan, con prese di posizione facili, con un post su Facebook”. L’invito di Fink è a “toglierci dagli occhi quei pregiudizi che condizionano il dibattito anche nella nostra città”. La professoressa Silvia Guetta, intervenuta in rappresentanza dell’associazione Italia-Israele, ha denunciato che “dopo il 7 ottobre ci si sarebbe potuti aspettare delle reazioni unanimi” di solidarietà e che “invece c’è stato chi ha voltato le spalle”, citando organizzazioni come Amnesty International e definendo l’accusa a Israele di compiere un genocidio da parte del Sudafrica “infondata e infamante”. Gadi Piperno, il rabbino capo di Firenze, ha raccontato che suo padre è stato operato di recente da un medico arabo che gli ha salvato la vita. Questo per dire che “le corsie degli ospedali israeliane sono piene di medici e infermieri arabi: tutta Israele è così”, ha detto il rav. Ghila Lascar, consigliera dell’Unione giovani ebrei d’Italia, ha poi testimoniato dal pubblico l’inquietudine degli studenti ebrei davanti al nuovo clima di odio e risentimento che ha contagiato anche gli atenei. Mentre l’editore Daniel Vogelmann si è scagliato contro chi, anche nella sfera politica, asseconda tali pulsioni.
  Conclusa l’iniziativa, si è svolta in Comunità una cena in onore di Angelica e Yehuda, oltre che del console onorario d’Israele Marco Carrai, vittima in questi giorni di una campagna di delegittimazione che punta a un suo passo indietro da presidente dell’ospedale pediatrico Meyer.

(moked, 1 febbraio 2024)

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Gli eroi di Israele, tra travestimenti e missioni da serie tv

di Ugo Volli

• In ospedale, a Jenin
  Una vecchia incapace di camminare con una coperta sulle ginocchia su quella che dalla telecamera di sorveglianza sembra una sedia a rotelle, spinta da due parenti; e poi medici, infermieri, personaggi in costume arabo, una donna con un cestone. D’improvviso tutti abbandonano i loro travestimenti, tirano fuori le armi automatiche e si muovono in maniera efficiente e coordinata in un ambiente che ha l’aria della sala d’aspetto di un ospedale, ma che nasconde un nucleo terrorista. Dopo dieci minuti tre pericolosi terroristi sono eliminati e gli incursori spariscono. Non è una scena di Fauda, ma quel che è accaduto davvero nei giorni scorsi nell’ospedale di Jenin, in un filmato pubblicato da fonti palestinesi. I portavoce militari israeliani confermano che è stata liquidata una cellula pericolosa, che stava progettando incursioni in stile 7 ottobre.

• Le azioni dei corpi speciali
  Non è la prima volta che accade. Anzi, è quasi sistematico. In altri filmati delle scorse settimane si vedono camion per il trasporto di merci, donne debitamente velate, automobili civili un po’ scassati con la targa palestinese, furgoni di tutti i tipi. Sono tutti travestimenti che servono alle forze dell’ordine di Israele di arrivare senza farsi riconoscere a portata dei terroristi. È grazie all’audacia e all’inventiva delle loro azioni che le cellule terroriste in Giudea e Samaria hanno potuto finora fare danni molto limitati nel corso della guerra: vi sono state centinaia di azioni, migliaia di perquisizioni e di arresti, e circa 374 terroristi liquidati. Talvolta si tratta di incursioni sotto travestimento come quest’ultima, più spesso, per circondare interi quartieri e eliminare pericoli consistenti, agiscono forze più ampie che usano mezzi e trasporti truppe blindati, spesso preceduti da bulldozer che strappano l’asfalto sulle strade davanti ai mezzi militari, in modo da far emergere le bombe sotterranee che spesso vi sono nascoste.

• Lo Yamam
  L’azione di Jenin è stata un’operazione congiunta di esercito, Shabak (l’agenzia di sicurezza interna, il cui nome è la vocalizzazione delle iniziali Shin-Bet, sigla dell’espressione ebraica Sherùt ha-Bitachòn ha-Klalì che significa “servizio di sicurezza generale”) e soprattutto dello Yamam (un’altra sigla che sta per Yeḥida Merkazit Meyuḥedet, cioè “unità speciale centrale”) della polizia di frontiera, nata nel 1974, di cui si dice che abbia un organico di circa 200 uomini, per lo più reduci dai corpi speciali delle forze armate, sottoposti a allenamento intensivo e addestrati a muoversi sotto travestimento.

• Gli altri reparti di Mista’arvim
  Per questo aspetto di agire travestiti da palestinesi, Yamem e le altre unità analoghe (fra le altre l’Unità 367 delle forze armate, detta Shimshon, cioè, Sansone; Duvdevan, ossia “ciliegia”, ufficialmente unità 217 della 89ª Brigata delle forze armate; i Gideonim, “Gedeoni”, unità 33 della polizia), sono chiamati Mista’arvim, cioè più o meno “gli arabizzanti”: un nome che ricorre anche in Fauda. Per un verso essi sono gli eredi dei coraggiosissimi agenti segreti del Mossad (“l’Istituto”, cioè il servizio di sicurezza esterno), ebrei provenienti dai paesi arabi che a partire dalla guerra d’Indipendenza hanno agito sotto travestimento nei paesi da cui erano immigrati, fornendo preziosissime informazioni alla difesa di Israele; il più famoso di loro è Eli Cohen, ebreo egiziano e celebre agente in Siria ai tempi della guerra dei sei giorni.

• La Sayeret
  Per altro verso questi reparti derivano dalle unità Sayeret (letteralmente, pattuglia commando o reparti di ricognizione, articolati a seconda delle unità come Palsar, cioè Plugat Siyur, “compagnia di ricognizione” o Gadsar, cioè Gdud siyur, “battaglione da ricognizione”. Ce n’è in tutti i reparti delle forze armate, fra cui Shayetet 13 (flottiglia 13) della Marina, Sayeret Shaldag dell’Aeronautica, Sayeret Matkal dello Stato Maggiore, Sayeret Golani della brigata Golani, di per sé un reparto di eccellenza; Sayéret Yahalóm del genio militare, particolarmente impegnata in questi giorni nella liquidazione dei tunnel di Hamas. Insomma Israele combatte con la tecnologia elettronica, che talvolta può fallire, come è accaduto il 7 ottobre; con l’aviazione, che è preziosa ma in molti casi non può intervenire. Ma soprattutto vince grazie ai suoi eroi che affrontano il corpo a corpo il nemico, usando la forza e l’astuzia insieme.

(Shalom, 1 febbraio 2024)

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Uri Buri, un’oasi di pace nel cuore di Acco

La storia e la filosofia di vita del celebre chef Uri Jeremias: “L’unico modo per garantire un futuro alle prossime generazioni è che le persone imparino a vivere.

di Fiammetta Martegani

Per gli amanti della cucina israeliana dal 1997 Uri Buri rimane uno di quei pilastri indistruttibili per cui vale una gita fuori porta fino ad Acco. Eppure, nel 2021 – nel corso del quinto conflitto tra Israele e Gaza, a seguito del quale si erano verificati pesanti scontri tra ebrei e musulmani, anche all’interno delle città miste – qualcuno aveva dato fuoco alle mura di questo storico ristorante, cercando di distruggere non solo l’attività del celebre chef Uri Jeremias, ma anche l’ormai storico simbolo di convivenza che questo ristorante rappresentava da decenni, sia per la ricchezza culturale dello staff che tra gli assidui frequentatori.
   Oggi, a distanza di tre anni, non si è ancora scoperto chi sia stato il colpevole. Ciò nonostante, Jeremias, già il giorno dopo l’incendio, aveva dichiarato a tutti i media nazionali: “non so chi abbia appiccato il fuoco ma so chi mi ha aiutato a spegnerlo: la nostra comunità di Acco, di ebrei ed arabi, uniti.”
   Dopo impegnativi lavori di ristrutturazione, già nel 2022 Uri Buri aveva riaperto i suoi battenti accogliendo, come sempre, le diverse comunità che vivono ad Acco e nel nord di Israele. A distanza di due anni, e nel mezzo di quello che ormai è il settimo conflitto con Gaza, questo ristorante continua a simboleggiare un luogo iconico di convivenza.
   Il quotidiano Haaretz è andato ad intervistare lo chef Jeremias per riflettere su quanto era accaduto allora e quanto, oggi più che mai, questo luogo abbia assunto un ruolo fondamentale nel rappresentare l’unione tra ebrei e arabi israeliani, sempre più forte dopo il 7 ottobre. Tanto che alla domanda, cruciale, del perché avessero dato fuoco proprio a Uri Buri, Jeremias spiega che il ristorante era stato bruciato proprio per ciò che rappresentava, ovvero un’icona di convivenza: “È stato come bruciare una bandiera, un simbolo. Per usare un’iperbole, mi sarei quasi offeso se avessero bruciato altri posti e non il mio. Ma non mi sono dato per vinto. Dal mio punto di vista, io ho sempre fatto ciò in cui credo e in cui continuo a credere. Per questo, dopo essermi accertato di salvare la vita della mia squadra e dei clienti che erano al ristorante, non ho aspettato un giorno per cercare di riaprire il più velocemente possibile. Sono, di indole, un ottimista. Una persona che quando arriva a un bivio e deve decidere, sceglie sempre la parte della luce e della speranza, e mai il lato della disperazione. Chiudere il ristorante avrebbe fatto il gioco dei rivoltosi. Sarebbe stato come dar loro un premio, oltre a punire i nostri ospiti, che vengono da tutto Israele e da tutto il mondo. Soprattutto sarebbe stato come punire l’intera città di Acco. Se, dopo tutto quello che il ristorante ha rappresentato nel corso degli anni, non avessi riaperto, questo avrebbe avuto un impatto devastante su tutto il tessuto della vita sociale e culturale di Acco. E io non ho mai smesso un secondo di credere in questo incredibile luogo di convivenza”.
   Quando il giornalista Rotem Maimon gli domanda se forse uno degli scopi dell’attacco fosse stato proprio quello di fargli smettere di crederci, Jeremias risponde che proprio per  questo non si sarebbe mai dato per vinto: “Non si tratta di credere in Acco, ma nello Stato di Israele. Per me, l’unico modo possibile per garantire un futuro alle prossime generazioni è che le persone imparino a vivere insieme e a rispettarsi a vicenda come dichiarato nella Dichiarazione d’Indipendenza. È il miglior antidoto contro tutti gli estremisti. L’estremismo, infatti, è un corpo canceroso che opera in modo sproporzionato rispetto al suo peso nella popolazione, proprio per sconvolgere la vita di tutti i giorni. Ad Acco ci siamo sempre sentiti ‘protetti’,  perche’ qui c’erano più persone che desideravano una vita in condivisione rispetto a quelle che non la volevano”.
   Jeremias non ha tardato a riflettere anche sui diversi problemi di criminalità che spesso riguardano la società araba israeliana, specie all’interno della stessa comunità, tra i giovani, spesso frustrati, talvolta sfruttati da spacciatori e criminali perché minorenni e, in quanto tali, non perseguibili per legge. Anche per questo per il rinomato chef un luogo come Uri Buri rappresenta per questi giovani proprio un esempio di opportunità di lavorare in un contesto di convivenza e di fiducia tra gli uni e gli altri: “Chiunque venga assunto qui sa esattamente dove sta andando a lavorare. Ho costruito un microcosmo di convivenza e coloro che lo trovano inadatto non verranno mai a lavorare qui. Anche perche’ ad Acco non c’è alternativa. Non esiste un luogo in cui poter dire: ‘Lavorerò solo in un posto dove non ci sono arabi, né donne, né gay, né non so cosa…’. Qui, semplicemente, non esiste”.
   Jeremias è nato nella vicina cittadina di Nahariya, nel 1944, da genitori scappati dalla Germania nazista e ancora oggi, a ottanta anni, vive nella stessa cittadina con sua moglie Yael. È cresciuto in una casa “insolita”, dice, quindi non ha avuto altra scelta che diventare una persona “insolita”: “Era una casa sempre aperta che prendeva anche bambini in affidamento, quando all’epoca non esistevano ancora istituti o altri posti simili. Era sempre piena di bambini che a volte stavano con noi per anni, inclusa una ragazza araba di Acco che, ancora oggi, è per me come una sorella”.
   Ovviamente in questi giorni bui Uri Buri soffre drammaticamente, come tutto il settore dell’accoglienza, della totale mancanza di turismo. Ma in sua assenza, sono gli israeliani che, da tutto il Paese, continuano a riempire le tavole di Jeremias: “Molti hanno sentito il bisogno di venire a sostenerci per mostrare solidarietà e ringraziarci per non aver mai gettato la spugna”. Oltre ad un incredibile dose di ottimismo, anche la sua passione per il cibo e per la tavola accompagna la sua vita da anni. Il menù, specializzato in pesce e frutti di mare, presenta sempre gli stessi piatti classici, con piccole modifiche qua e là, e comprende solo piatti che Jeremias ama mangiare lui stesso.
   Da anni non mancano la solita zuppa di funghi, il sashimi di salmone in salsa di soia con sorbetto al wasabi, la zuppa densa di pesce nel latte di cocco, il barramundi alla griglia, gli anelli di calamari, le cozze in salsa di panna e “riso bianco della nonna”. Tradizione ed innovazione, tanto che nel frattempo Jeremias è diventato anche uno dei proprietari di una startup che si occupa di food tech, con una grande attenzione nei confronti dell’ambiente e degli animali, specializzandosi nella produzione vegan-friendly. Nel team è il responsabile sia dell’aspetto culinario che del reclutamento degli investitori e degli esperti nel settore. Si potrebbe descrivere Jeremias come un visionario, sia in cucina che in politica. Del resto, la tavola, per definizione, è sempre stato uno dei più importanti momenti di condivisione e di comunione. E a distanza di 27 anni della sua apertura – e nonostante i tempi di guerra – questa piccola oasi di pace nel cuore di Acco non fa che confermarlo.

(JoiMag, 1 febbraio 2024)

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