Inizio - Attualità
Presentazione
Approfondimenti
Notizie archiviate
Notiziari 2001-2011
Selezione in PDF
Articoli vari
Testimonianze
Riflessioni
Testi audio
Libri
Questionario
Scrivici
Notizie 16-28 febbraio 2026


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 10
    Battaglia di Gabaon. Conquiste nel mezzogiorno
  • Quando Adoni-Sedec, re di Gerusalemme, udì che Giosuè aveva preso Ai e l'aveva votata allo sterminio, che aveva trattato Ai e il suo re nel modo in cui aveva trattato Gerico e il suo re, che gli abitanti di Gabaon avevano fatto la pace con gli Israeliti ed erano in mezzo a loro, fu tutto spaventato; perché Gabaon era una città grande come una delle città reali, anche più grande di Ai, e tutti i suoi uomini erano valorosi. Perciò Adoni-Sedec, re di Gerusalemme, mandò a dire a Oam re di Ebron, a Piram re di Iarmut, a Iafia re di Lachis e a Debir re di Eglon: “Salite da me, soccorretemi, e noi batteremo Gabaon, perché ha fatto la pace con Giosuè e con i figli d'Israele”. E cinque re degli Amorei, il re di Gerusalemme, il re di Ebron, il re di Iarmut, il re di Lachis e il re di Eglon si radunarono, salirono con tutti i loro eserciti, si accamparono di fronte a Gabaon, e l'attaccarono. 
  • Allora i Gabaoniti mandarono a dire a Giosuè, all'accampamento di Ghilgal: “Non negare ai tuoi servi il tuo aiuto, affrettati a salire da noi, liberaci, soccorrici, perché tutti i re degli Amorei che abitano la regione montuosa si sono radunati contro di noi”. Così Giosuè salì da Ghilgal, con tutta la gente di guerra e con tutti gli uomini segnalati per valore. E l'Eterno disse a Giosuè: “Non li temere, perché io li ho dati in tuo potere; nessuno di loro potrà resisterti”. Giosuè piombò loro addosso all'improvviso: aveva marciato tutta la notte da Ghilgal. E l'Eterno li mise in rotta davanti a Israele, che fece subire loro una grande sconfitta presso Gabaon, li inseguì per la via che sale a Bet-Oron, e li batté fino ad Azeca e a Maccheda. Mentre fuggivano davanti a Israele ed erano alla discesa di Bet-Oron, l'Eterno fece cadere su di loro dal cielo delle grosse pietre fino ad Azeca, ed essi perirono; quelli che morirono per le pietre della grandinata furono più numerosi di quelli che i figli d'Israele uccisero con la spada. 
  • Allora Giosuè parlò all'Eterno, il giorno che l'Eterno diede gli Amorei in potere dei figli d'Israele, e disse in presenza d'Israele: “Sole, fermati su Gabaon, e tu, luna, sulla valle di Aialon!”. E il sole si fermò, e la luna rimase al suo posto, finché la nazione si fu vendicata dei suoi nemici. Questo non sta scritto nel libro del Giusto? E il sole si fermò in mezzo al cielo e non si affrettò a tramontare per quasi un giorno intero. E mai, né prima né dopo, c'è stato un giorno simile a quello, nel quale l'Eterno abbia esaudito la voce di un uomo; poiché l'Eterno combatteva per Israele. Poi Giosuè, con tutto Israele, tornò all'accampamento di Ghilgal. 
  • Ora i cinque re erano fuggiti, e si erano nascosti nella caverna di Maccheda. La cosa fu riferita a Giosuè e gli fu detto: “I cinque re sono stati trovati nascosti nella caverna di Maccheda”. Allora Giosuè disse: “Rotolate delle grosse pietre all'entrata della caverna, e mettete degli uomini per far loro la guardia; ma voi non vi fermate; inseguite i vostri nemici, e colpite le retroguardie; non li lasciate entrare nelle loro città, perché l'Eterno, il vostro Dio, li ha dati in vostro potere”. 
  • E quando Giosuè e i figli d'Israele ebbero terminato di infliggere loro una grande, completa disfatta, e i superstiti si furono rifugiati nelle città fortificate, tutto il popolo tornò tranquillamente da Giosuè all'accampamento di Maccheda, senza che nessuno osasse fiatare contro i figli d'Israele. 
  • Allora Giosuè disse: “Aprite l'entrata della caverna, fate uscire quei cinque re, e conduceteli da me”. Quelli fecero così, fecero uscire dalla caverna quei cinque re, il re di Gerusalemme, il re di Ebron, il re di Iarmut, il re di Lachis, il re di Eglon, e glieli condussero. E quando ebbero fatti uscire dalla caverna e condotti da Giosuè quei re, Giosuè chiamò tutti gli uomini d'Israele, e disse ai capi della gente di guerra che era andata con lui: “Avvicinatevi, mettete il piede sul collo di questi re”. Quelli si avvicinarono e misero loro il piede sul collo. E Giosuè disse loro: “Non temete, non vi sgomentate, siate forti e coraggiosi, perché così farà l'Eterno a tutti i vostri nemici contro ai quali dovete combattere”. Dopo ciò Giosuè li percosse e li fece morire, quindi li impiccò a cinque alberi; e quelli rimasero impiccati agli alberi fino alla sera. E sul tramontare del sole, Giosuè ordinò che fossero calati dagli alberi e gettati nella caverna dove si erano nascosti; e che all'entrata della caverna fossero messe delle grosse pietre, che sono rimaste fino al giorno d'oggi. 
  • In quello stesso giorno Giosuè prese Maccheda e fece passare a fil di spada la città e il suo re; li votò allo sterminio con tutte le persone che vi si trovavano; non lasciò un superstite, e trattò il re di Maccheda come aveva trattato il re di Gerico. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Maccheda a Libna, e l'attaccò. E l'Eterno diede anche quella con il suo re nelle mani d'Israele, e Giosuè la mise a fil di spada con tutte le persone che vi si trovavano; non lasciò un superstite, e trattò il suo re, come aveva trattato il re di Gerico. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Libna a Lachis; si accampò di fronte a questa, e l'attaccò. E l'Eterno diede Lachis nelle mani d'Israele, che la prese il secondo giorno, e la mise a fil di spada, con tutte le persone che vi si trovavano, esattamente come aveva fatto a Libna. 
  • Allora Oram, re di Ghezer, salì in soccorso di Lachis; ma Giosuè batté lui e il suo popolo così da non lasciarne nessun superstite. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Lachis a Eglon; si accamparono di fronte a questa, e l'attaccarono. La presero quello stesso giorno e la misero a fil di spada. In quel giorno Giosuè votò allo sterminio tutte le persone che vi si trovavano, esattamente come aveva fatto a Lachis. Poi Giosuè con tutto Israele salì da Eglon a Ebron, e l'attaccarono. La presero, la misero a fil di spada insieme con il suo re, con tutte le sue città e con tutte le persone che vi si trovavano; non ne lasciò sfuggire una, esattamente come aveva fatto a Eglon; la votò allo sterminio con tutte le persone che vi si trovavano. Poi Giosuè con tutto Israele tornò verso Debir, e l'attaccò. La prese con il suo re e con tutte le sue città; la misero a fil di spada e votarono allo sterminio tutte le persone che vi si trovavano, senza lasciare nessun superstite. Egli trattò Debir e il suo re come aveva trattato Ebron, come aveva trattato Libna e il suo re. 
  • Giosuè dunque batté tutto il paese, la regione montuosa, il mezzogiorno, la regione bassa, le pendici, e tutti i loro re; non lasciò nessun superstite, ma votò allo sterminio tutto ciò che aveva vita, come l'Eterno, l'Iddio d'Israele, aveva comandato. Così Giosuè li batté da Cades-Barnea fino a Gaza, e batté tutto il paese di Goscen fino a Gabaon. E Giosuè prese in una volta sola tutti quei re e i loro paesi, perché l'Eterno, l'Iddio d'Israele, combatteva per Israele. Poi Giosuè, con tutto Israele, fece ritorno all'accampamento di Ghilgal.

(Notizie su Israele, 28 febbraio 2026)


........................................................


Tsahal: lancio dell'operazione congiunta con gli Stati Uniti

L'operazione mira a indebolire in modo duraturo il regime iraniano e a neutralizzare le minacce ritenute esistenziali per Israele, in un contesto di grave escalation militare.

Tsahal ha annunciato il lancio dell'operazione “Ruggito del leone” , una campagna militare congiunta condotta con le forze armate statunitensi volta a “indebolire profondamente il regime terroristico iraniano” e ad eliminare, nel lungo periodo, le minacce esistenziali che gravano sullo Stato di Israele. Secondo il portavoce dell'esercito israeliano, decine di obiettivi militari sono stati colpiti nell'ambito di un'azione coordinata e sincronizzata tra i due eserciti.
  L'esercito afferma che il regime iraniano non ha mai rinunciato al suo obiettivo dichiarato di distruggere Israele. Negli ultimi mesi, nonostante i danni subiti durante l'operazione “Lion Ascendant” nel giugno 2025, i servizi israeliani avrebbero constatato il proseguimento degli sforzi iraniani per sviluppare, rafforzare e nascondere il proprio programma nucleare, parallelamente al rilancio delle proprie capacità di produzione di missili. Tsahal sottolinea inoltre il proseguimento del finanziamento, dell'addestramento e dell'armamento dei proxy iraniani posizionati ai confini di Israele, considerando queste azioni una minaccia esistenziale non solo per Israele, ma anche per la stabilità regionale e internazionale.
  I mesi precedenti l'offensiva sono stati caratterizzati da una stretta collaborazione tra Tsahal e l'esercito americano, che ha permesso l'esecuzione di attacchi su larga scala in piena coordinazione. L'esercito israeliano riferisce di aver condotto una preparazione metodica e prolungata, sia sul piano difensivo che offensivo.
  Il capo di Stato Maggiore e i comandanti dell'IDF stanno attualmente procedendo a una valutazione continua della situazione. Numerose forze sono schierate in difesa avanzata e in stato di preparazione offensiva su tutti i fronti. La popolazione è invitata a rispettare rigorosamente le istruzioni del Comando del fronte interno, poiché l'esercito ricorda che la resilienza civile è un elemento chiave per il successo operativo.
  In questo momento, i caccia dell'aeronautica militare israeliana stanno continuando a sferrare attacchi mirati in Iran, sulla base di informazioni precise. Tsahal afferma che continuerà ad agire, «in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento», per neutralizzare qualsiasi minaccia contro i cittadini israeliani.

(i24, 28 febbraio 2026)

........................................................


Netanyahu avverte: l'Iran commetterebbe l'errore più grande della sua vita

“Risponderemo con una forza che non potete nemmeno immaginare”.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante un dibattito su 40 firme nella sala plenaria della Knesset, il parlamento israeliano a Gerusalemme, il 23 febbraio 2026. Foto: Yonatan Sindel/Flash90 Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato con forza davanti al Parlamento di Gerusalemme che un attacco della Repubblica islamica dell'Iran al territorio israeliano sarebbe “forse il più grande errore della sua storia” e che Israele reagirebbe con una forza inimmaginabile.
  La situazione della sicurezza di Israele e le tensioni con l'Iran sono al centro dell'attuale dibattito politico. In un discorso al Parlamento, Netanyahu ha sottolineato la forza del Paese, lo stretto legame con gli Stati Uniti e la volontà di “essere preparati a qualsiasi scenario”. Il suo avvertimento è rivolto direttamente a Teheran, con il chiaro riferimento che un attacco a Israele non solo fallirebbe, ma sarebbe anche strategicamente autodistruttivo.

Avvertimento a Teheran e forza di Israele
  Nel suo discorso davanti alla plenaria della Knesset, Netanyahu ha affermato che “Israele non è mai stato così forte” e che l'alleanza con Washington “non è mai stata così stretta”. Ha sottolineato di essere appena tornato da un altro incontro con il presidente degli Stati Uniti, dimostrando così un rapporto di cooperazione eccezionalmente stretto tra i due Paesi. “Le nostre autorità di sicurezza e i loro servizi di sicurezza - non c'è mai stato nulla di simile”, ha detto il primo ministro nel suo discorso.
  Ha inoltre sottolineato la prontezza di Israele: “Nessuno sa cosa porterà il domani”, ma “noi siamo preparati a qualsiasi scenario”. Netanyahu ha ribadito il suo messaggio a Teheran: “Ho trasmesso loro il messaggio che attaccare lo Stato di Israele sarebbe forse il più grande errore della loro storia”. Ha aggiunto: “Risponderemo con una forza che non possono nemmeno immaginare”.
  Il suo discorso ha anche cercato di unire la società israeliana: "Questo non è il momento dei dibattiti. In questi giorni ... dobbiamo serrare i ranghi, stare spalla a spalla“, ha detto, aggiungendo che confida ”nella nostra forza, nei nostri comandanti, nei nostri combattenti, nel nostro popolo. Abbiamo già dimostrato che insieme possiamo raggiungere grandi risultati".
  In Israele si è consapevoli che un attacco degli Stati Uniti contro l'Iran porterà a rappresaglie contro lo Stato ebraico.

(Israel Heute, 28 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Andare fino in fondo

di Niram Ferretti

Palingenesi sciita
    Concludendo la lettera che inviò a Gorbaciov nel gennaio del 1989, l’Ayatollah Khomeini scriveva: “Dichiaro chiaramente che la Repubblica Islamica dell’Iran, che è il bastione più saldo dell’Islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema”. 
  Khomeini si riferiva, ovviamente, al collasso dell’Unione Sovietica, che da lì a due anni avrebbe definitivamente cessato di esistere. Tuttavia, nella prospettiva dell’anziano e malato leader assoluto dell’Iran (sarebbe morto pochi mesi dopo, a giugno), l’Islam a guida sciita aveva un compito assai più vasto, quello di porsi come soluzione generale dei mali del mondo.
  Questa palingenesi riceveva impulso dalla rivoluzione che aveva cambiato le sorti dell’Iran nel 1979, destituendo lo Shah e costringendolo alla fuga. Da allora ad oggi, e nel trasferimento del basto del comando, passato da Khomeini a Khamenei, l’Iran ha sempre mantenuto fermo il suo progetto espansionista e imperiale estendendo il proprio dominio in Libano, Iraq, Siria, Yemen, allargando il suo perimetro di influenza all’America Latina e ribadendo ad oltranza la distruzione di Israele come obiettivo inderogabile.
  Per Khomeini, imbevuto di un antisemitismo radicale, si trattava di una ossessione incessante. Dobbiamo a lui la definizione di Israele come “tumore canceroso” in Medioriente, più altre virulente affibbiazioni. Come ha evidenziato Matthias Küntzel, “La politica estera iraniana non è mai orientata allo status-quo ma è millenarista e rivoluzionaria, con la distruzione di Israele in cima alle proprie priorità”.

Gli antefatti
    Gli USA per Teheran sono il Grande Satana, la culla del peccato ma è Israele, il Satana minore, a rappresentare il problema più urgente da risolvere. Questo non ha impedito, negli anni, al regime di Teheran di colpire obiettivi americani.
  A Beirut, il 18 Aprile 1983 ha luogo un attentato all’ambasciata americana che provoca 63 morti. Sempre a Beirut, il 23 ottobre 1983, 241 marines vengono uccisi in quello che è ancora oggi il più clamoroso attentato nei confronti degli USA precedente l’11 settembre.
  Il 12 Dicembre 1983 è la volta dell’attentato all’ambasciata americana in Kuwait che causa 5 morti e 86 feriti. Il 20 settembre 1984 è il turno dell’attentato a un distaccamento dell’ambasciata americana a Beirut Est che provoca 24 morti. Il 17 marzo 1992 tocca all’ambasciata israeliana a Buenos Aires con 29 morti e 242 feriti a cui fa seguito, due anni dopo, il 18 luglio del 1994, l’attentato all’AMIA, centro della comunità ebraica sempre a Buenos Aires che causa 85 morti e 300 feriti.
  Il terrorismo sponsorizzato dall’Iran prosegue il 25 giugno del 1996 con l’attentato alle Khobar Towers in Arabia Saudita lasciando al suolo 19 americani morti e provocando 372 feriti.
  A questa lunga lista di crimini va aggiunto il supporto armato e logistico dato dall’Iran alle milizie sciite e sunnite combattenti le forze della coalizione e causa della morte di migliaia di soldati americani. Come dichiarò nel 2010, James Jeffrey, l’ambasciatore americano in Iraq, “Almeno un quarto delle perdite americane (4,491) possono essere ricondotte senza dubbio a gruppi di matrice iraniana”.
  A partire dal 2006 l’Iran offre il suo supporto ai talebani nel teatro di guerra afghano. Secondo il Dipartimento del Tesoro, “Dal 2006 l’Iran ha organizzato frequenti spedizioni di piccole armi e munizioni di vario tipo ai talebani”. A questi vanno aggiunti i 1000 dollari retribuiti per ogni soldato americano ucciso.

Trump e l’Iran
    “Per quanto riguarda l’Iran, si tratta del maggiore sponsor del terrorismo al mondo”, dichiarò nel 2017  il generale James “Mad Dog” Mattis, allora Segretario della Difesa, durante la prima amministrazione Trump.
  L’accordo sul nucleare fortissimamente voluto da Barack Obama non sembrava offrire grandi garanzie a Trump, che lo affossò nel 2018. Accordo che non convinse mai i Repubblicani e che, nel 2015 è fu al centro di una aspra battaglia congressuale preceduta dal discorso che il premier israeliano Benjamin Netanyahu tenne al Congresso nel corso dello stesso anno. Netanyahu mise in luce con forza la grande minaccia rappresentata da un Iran dotato di capacità nucleare, in primis per Israele, ma non solo.
  Undici anni dopo, nel discorso che ha anticipato gli attacchi militari odierni in Iran, Donald Trump ha dichiarato che quella in corso è “una operazione massiccia che ha come obiettivo di impedire a questa maligna e radicale dittatura di minacciare gli Stati Uniti e i nostri interessi base e di sicurezza. Distruggeremo i loro missili e ridurremo in polvere la loro industria missilistica. Verrà totalmente annichilita. Annichileremo il loro comparto navale…Faremo in modo che i loro delegati terroristi non possano più destabilizzare la regione e il mondo e attaccare le nostre forze”.
  Dopo giorni di incertezza, di negoziati del tutto inutili, l’Amministrazione Trump, ha preso, seppure tardivamente, dopo il massacro di migliaia di manifestanti iraniani, la decisione inevitabile e più pragmatica, quella che ha come obiettivo la caduta del regime criminale che governa da 47 anni l’Iran, la forza più aggressiva e destabilizzante della regione.
  Con questa azione che è coordinata con Israele, gli Stati Uniti colpiscono uno di principali alleati della Russia e della Cina, ridefinendo in modo netto la propria influenza in Medioriente. Non sarà una guerra rapida, e come in ogni operazione militare ambiziosa, come sono ambiziosi gli obiettivi prefigurati da Trump, le incognite sono numerose, ma nel momento di massima debolezza del regime di Teheran, dopo il fallimento dell’offensiva contro Israele, inaugurata da Hamas il 7 ottobre del 2023, non poteva esserci momento più favorevole di questo. Se il regime di Teheran effettivamente cadrà, Trump e Netanyahu potranno legittimamente intestarsi il merito di avere eliminato una delle dittature più sanguinarie del pianeta e di avere messo le basi per una riconfigurazione dell’intero assetto regionale.

(L'informale, 28 febbraio 2026)

........................................................


La stella proibita: decodificare la bandiera che sfida il regime

«Se per liberare l’Iran dovessero colpire il mio villaggio, chiamerei io stesso Netanyahu e gli direi: fatelo.»

di Sofia Tranchina

FOTO
La presenza di bandiere israeliane alle proteste contro il regime iraniano – presenza che sorprende, disorienta e talvolta perfino indigna i passanti che la notano – sembra essere, per chi è cresciuto sotto il regime islamico, la cosa più naturale del mondo: un unico simbolo capace di dire, insieme, tutto ciò che nel regime si è fatto intollerabile e tutto ciò a cui gli iraniani affidano le proprie aspirazioni rivoluzionarie.
Per quasi mezzo secolo, la cosiddetta “Repubblica Islamica” – regime che si richiama a un islam delle origini, che ha fondato la propria legittimità su un nemico che non poteva vincere né permettersi di perdere – ha tentato di instillare nei cittadini un’ostilità verso Israele fatta passare per naturale.
Uno studio del 2022, pubblicato su Israel Affairs e firmato dalla politologa Marta Furlan, rileva che, sebbene la distinzione ufficiale tra ebraismo e sionismo venga ribadita, nella retorica statale essa tende a dissolversi. Ne risulta un impianto ideologico attraversato da visioni cospirative e antisemite, radicate, in ultima istanza, nella “mera esistenza” dello Stato ebraico. Israele è, in buona sostanza, il motore ideologico del regime: un’emergenza morale permanente, evocata senza tregua, che legittima la militarizzazione all’estero e la repressione in patria.
Per aiutare i cittadini a interiorizzare tale animosità, il regime ha costruito nel tempo meccanismi capillari: bambini regolarmente prelevati dalle classi elementari per recitare «morte all’America, morte a Israele», rispettivamente il “grande satana” e il “piccolo satana”.
«Io neanche sapevo dove fosse Israele sulla cartina, o ancor meno che cosa fosse», mi racconta Arash, un ingegnere iraniano trasferitosi in Italia quattro anni fa, «eppure mi chiedevano di odiarlo e di inneggiarne la distruzione».
In università poi, le bandiere americana e israeliana venivano dipinte a terra all’ingresso, così da costringere gli studenti a calpestarle — un rituale quotidiano di disprezzo messo in scena con ostinazione —; e tuttavia, fin dall’inizio, si sono ripetuti episodi in cui gli studenti le scavalcavano o allungavano il percorso pur di evitarle.
Ora i manifestanti hanno preso quel simbolo e lo hanno capovolto. «Ogni volta che alzo con fierezza la bandiera di Israele», racconta Arash, «ripenso ai giorni in cui mi chiedevano di calpestarla e a come, insieme a molti altri, saltavo per evitarlo».
Quel salto collettivo è diventato uno degli atti politici più eloquenti dell’ultima generazione iraniana. Ciò che oggi accade nelle città occidentali durante le proteste ne è il naturale coronamento: la bandiera che il regime aveva steso a terra viene sollevata in aria.
Arash, cresciuto come musulmano devoto — aveva memorizzato il Corano e si alzava alle cinque ogni mattina per pregare prima di andare a scuola — spiega:
«Alzando le bandiere israeliana e americana, non stiamo solo mostrando al mondo che non consideriamo questi Paesi nostri nemici; stiamo anche mandando un messaggio al regime islamico: avete fallito. I vostri decenni di propaganda e indottrinamento hanno fallito. Stiamo apertamente e con orgoglio al fianco dei nostri fratelli e sorelle israeliani».
La bandiera diventa così una forma di inversione semiotica: un rovesciamento visibile dell’ordine simbolico imposto dal regime.
Agli occhi occidentali, tuttavia, l’immagine continua a generare una sorta di vertigine cognitiva. «Per un europeo, vedere mediorientali come me sventolare la Stella di David è destabilizzante», dice Arash, rivelando quanto molte certezze morali poggino su presupposti mai davvero esaminati.
Solo decodificando il significato e il ruolo assegnati a quella bandiera si può superare la dissonanza. Nelle conversazioni con cinque iraniani che vivono in Italia — tutti partecipi di queste proteste, tutti sospesi sull’abisso tra le menzogne che la Repubblica Islamica propaga e la realtà che conoscono per esperienza diretta — affiora una diagnosi comune: l’ostilità tra Iran e Israele non è antica, né naturale, né iraniana. È stata costruita, con metodo, da un regime che aveva bisogno di un nemico per legittimarsi.
E oggi viene smantellata con la stessa sistematicità: una bandiera alzata alla volta.

Una nuova dottrina Iran-First: riprendersi il paese

FOTO
Se la bandiera è un rovesciamento simbolico, è anche l’indizio di una dottrina crescente.
La sua presenza è inseparabile da una rivendicazione molto concreta che attraversa l’opposizione iraniana sin dal Movimento Verde del 2009, condensata nello slogan «Né Gaza né Libano — la mia vita solo per l’Iran». In quella formula si raccoglie un’intera critica alla politica estera del regime.
Per decenni, infatti, i proventi del petrolio iraniano sono stati dirottati dalla Repubblica Islamica per finanziare Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen e le milizie sciite in Iraq e Siria sostenute direttamente da Teheran. Intanto, in patria, la valuta crollava, l’inflazione erodeva i salari, lo Stato sociale si assottigliava. «La nostra ricchezza nazionale ci è stata rubata», dice Arash, «non per lo sviluppo o il welfare, ma per esportare ideologia e violenza».
«Da bambina», racconta Shadi, ingegnere edile in Italia da quattro anni, «non capivo perché Israele dovesse essere un nemico. Sentivo confusione, non ostilità. Studiando politica e storia poi ho capito quanto le scelte di politica estera del regime — e la deviazione delle risorse naturali verso progetti ideologici all’estero — abbiano danneggiato direttamente le nostre vite».
  L’Iran, Stato non arabo e sciita che cerca influenza in una regione a maggioranza araba e sunnita, utilizza Israele anche come strumento di riposizionamento geopolitico. Proporsi come il più inflessibile “difensore della Palestina” è uno dei pochi modi per rivendicare solidarietà presso le popolazioni arabe oltre le linee settarie ed etniche, reclamando una legittimità panislamica.
La bandiera israeliana diventa così, paradossalmente, il vessillo di una politica “Iran-first”. Segnala il rifiuto dell’intera postura estera del regime — l’“Asse della Resistenza”, la rete dei proxy, la condizione di mobilitazione permanente — e l’aspirazione a un governo che investa le proprie risorse nelle persone che vivono realmente sotto di esso.
«Con questa bandiera diciamo al mondo: vogliamo un Iran in pace con tutti i Paesi, incluso Israele», dice Shadi.

La “cospirazione sionista”
  Dopo il 1979, l’anti-sionismo è diventato una prova di lealtà per separare i patrioti dai traditori e i credenti dagli scettici. Ogni opposizione può essere riscritta in questi termini: i dissidenti sono “agenti sionisti”, le manifestazioni un complotto sionista, i proiettili una legittima autodifesa nazionale.
Ma l’argomento si incrina quando lo si misura con i fatti. «Più di un milione di iraniani sono scesi in strada, anche in villaggi sperduti e nelle campagne. Un complotto del Mossad non potrebbe aver raggiunto queste dimensioni. Ciò che porta gli iraniani in strada è un odio decennale verso il regime e i suoi abusi».
Shadi, bersaglio ricorrente online di accuse che la dipingono come “agente del Mossad” o “bot israeliano”, archivia la teoria del complotto come «profondamente frustrante e offensiva». Ridurre tutto a una cospirazione sionista, dice, significa calpestare la storia lunga e dolorosa delle sollevazioni popolari: il Movimento Verde del 2009, l’Aban sanguinoso del 2019, il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Significa ignorare che la protesta nasce dalla repressione, dalla richiesta di dignità, dalla rivendicazione di un futuro libero. Ed è, aggiunge, «una mancanza di rispetto verso chi ha pagato con la vita e verso le famiglie che ne custodiscono la memoria».
Anche i dati incrinano la retorica ufficiale. Un sondaggio di GAMAAN di novembre 2025 mostra una popolazione che, con maggioranze consistenti, respinge la definizione di Israele come nemico esistenziale e rifiuta la retorica della “distruzione” come politica di Stato.
Il discorso che il regime tenta di chiudere entro i confini nazionali filtra ormai altrove: connessioni Starlink, messaggi vocali, reti diasporiche. E ciò che emerge è una condivisa richiesta di normalità e perfino di amicizia.

Un’alleanza antica quanto la Torah
  Nell’opposizione circola insistente l’idea che l’inimicizia tra Iran e Israele non è soltanto artificiale, ma anomala. Un’interruzione violenta di qualcosa di molto più antico e molto più naturale.
«L’alleanza tra i nostri popoli risale a circa 2.500 anni fa», dice Miro. Evoca Ciro il Grande, che nel 539 a.C., conquistata Babilonia, consentì agli ebrei deportati di tornare in Giudea e ricostruire il Tempio di Gerusalemme. È quella che Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, chiama “amicizia biblica”. Attorno alla figura di Ciro e al suo celebre cilindro d’argilla — spesso descritto come una delle prime dichiarazioni di tolleranza religiosa e democrazia — il principe ereditario in esilio ha progettato una futura normalizzazione. I suoi “Cyrus Accords”, modellati sugli Accordi di Abramo, immaginano un Iran post-islamico che intrattenga i rapporti con Israele come uno dei primi atti fondativi.
Non è solo retorica monarchica. Fino al 1979, i due Paesi avevano relazioni diplomatiche formali. Cooperavano sul piano energetico e militare, con scambi d’intelligence e progetti comuni. L’ostilità attuale è figlia della rivoluzione, non della storia né della geografia.
Lo ha scritto anche l’analista di Brookings Natan Sachs nel 2019: Iran e Israele non condividono confini né risorse, la loro inimicizia non è strutturale, ma politica, strumentale e storicamente contingente. E in quanto tale, reversibile.
Il regime islamico, spiega Arash, «si presenta come custode della sharia e attinge a un immaginario delle origini in cui gli ebrei sono descritti come avversari. L’ostilità tra musulmani ed ebrei non nasce il 7 ottobre, né nel 1948: affonda nelle prime narrazioni dell’Islam».
Richiama uno slogan che ancora oggi risuona in alcune piazze — “Khaybar, Khaybar, ya Yahud” — eco della battaglia del VII secolo in cui Maometto sconfisse le tribù ebraiche dell’oasi di Khaybar, imponendo loro sottomissione o esilio.
«È da lì», conclude, «che il regime ricava la legittimazione per imporci l’ostilità verso Israele».

Paternalismo occidentale e intervento internazionale

FOTO
In Occidente, la vista di bandiere israeliane alle manifestazioni iraniane attiva un sospetto quasi automatico: manipolazione, eterodirezione, ingenuità geopolitica. Il giudizio precede l’ascolto.
Amin, studente iraniano di microbiologia a Milano, racconta di aver ricevuto di recente un’email da un professore universitario che invitava gli iraniani all’«autodeterminazione» e metteva in guardia contro «l’interferenza di leader carismatici o potenze straniere» pronte a «sfruttare momenti critici». Una lezione sulla libertà formulata da un accademico europeo che, a chi ha vissuto sotto la teocrazia, suona come una predica distante, carica di stereotipi e malintesi: paternalismo travestito da analisi.
Solo una settimana prima, più di un milione di iraniani si erano mobilitati nel mondo — da Monaco a Los Angeles, da Toronto a Melbourne — chiedendo apertamente un intervento internazionale e il ritorno di Reza Pahlavi.
«Per quarantasette anni abbiamo tentato di cambiare questa teocrazia dall’interno, passo dopo passo», spiega Amin. «Ogni volta siamo stati respinti, e ogni volta la repressione si è fatta più violenta. In Europa non si è ancora compreso che senza una pressione esterna il cambiamento non è più possibile. Oggi il compito dell’opposizione è stare con il popolo, che chiede apertamente un intervento».
È questo il divario profondo tra osservatori occidentali e società iraniana: da una parte la repressione analizzata come questione teorica, da gestire con principi e formule; dall’altra una macchina concreta di violenza quotidiana, che non concede il lusso dell’astrazione.
«Quando vedi decine di migliaia di persone uccise in due giorni solo per aver chiesto dignità», continua Amin, «parole come “riforma interna” o “autodeterminazione” perdono consistenza. Il regime importa milizie dall’Iraq, dall’Afghanistan, dal Pakistan. Sappiamo che un intervento esterno comporta rischi. Ma senza, questo sistema non cadrà».
Durante la guerra dei dodici giorni, i raid israeliani hanno causato 436 morti civili in quasi due settimane, su circa 1.190 vittime complessive (HRANA – Twelve Days Under Fire). Operazioni mirate, dirette contro infrastrutture e vertici del regime. Al contrario, nelle le manifestazioni di gennaio, le forze governative hanno ucciso almeno 40.000 civili in sole quarantotto ore, con una violenza sistematica e indiscriminata.
«Facendo due conti, è ovvio che un intervento produrrebbe meno vittime della repressione quotidiana del regime», commenta Amin.
L’email del professore, in fondo, chiedeva agli iraniani una resistenza “accettabile”, compatibile con il comfort morale europeo. Una protesta che non mettesse in discussione troppe certezze. La bandiera israeliana sventolata dai manifestanti rifiuta questa messa in scena.
«Dirò una cosa che può sembrare estrema», conclude Amin. «Se per liberarci dovessero colpire il mio villaggio — la casa dei miei genitori, i miei fratelli, i miei nipoti, le persone che amo — chiamerei io stesso Netanyahu e gli direi: fatelo. Se questo è il prezzo per salvare il futuro del mio Paese, sono pronto a perdere tutto».
Per molti iraniani, la lotta contro il regime è giunta a una soglia in cui disperazione e lucidità coincidono. La liberazione conta più di ogni sacrificio.
Da quello spazio doloroso, quasi insostenibile nella sua chiarezza, nascono slogan che dall’esterno suonano inconcepibili: «Trump, i tuoi B2 sono benvenuti»; «Bibi, dove sono le tue bombe?». Non come esaltazione della guerra, ma come misura della frattura ormai consumata tra il Paese e chi lo governa.
«Le richieste di un’azione mirata riguardano fondamentalmente la protezione, non l’escalation», spiega Shadi. «Nascono dalla convinzione che solo smantellando la macchina repressiva del regime si possa interrompere altro spargimento di sangue e restituire alla società iraniana uno spazio reale per parlare, organizzarsi, respirare».
Molti iraniani arrivano persino a chiedere di essere armati, qualora un intervento internazionale dovesse tardare, per potersi difendere autonomamente. Non è una delega di sovranità a potenze straniere, ma la richiesta di strumenti con cui rivendicare, in prima persona, il diritto di determinare il proprio destino.

L’importanza di non perdere il momentum
  È per questo che i segnali provenienti da Washington — l’ipotesi che l’amministrazione Trump possa riaprire un canale negoziale con Teheran — hanno inquietato diverse figure dell’opposizione, convinte che il regime si trovi oggi nel momento di maggiore vulnerabilità degli ultimi decenni.
In un commento pubblicato nel febbraio 2026 dal Middle East Forum Observer, il giornalista Mardo Soghom avverte che, in questa fase, la diplomazia rischia di fare l’opposto di ciò che promette: stabilizzare un sistema in evidente affanno invece di accompagnarne la trasformazione. Offrire a Teheran tempo e legittimità internazionale significherebbe consentirle di riorganizzarsi, come già accaduto in passato, sfruttando le aperture e rispettando gli accordi solo in modo temporaneo e strumentale.
Su un versante diverso, l’analista Michael Rozenblat, in un articolo per l’Atlantic Council, sostiene che un’azione militare sia non solo strategicamente, ma anche moralmente ed economicamente necessaria. Pur riconoscendo i rischi di frammentazione o guerra civile, considera l’intervento giustificato alla luce della debolezza percepita dell’Iran dopo le proteste di massa, i recenti scontri con Israele e l’indebolimento della sua rete di forze proxy. Un’eccessiva moderazione, aggiunge, rischierebbe di compromettere la credibilità degli Stati Uniti.

Il cortocircuito morale occidentale
C’è un fraintendimento che nasce da una specifica formazione politica, in cui la causa palestinese e l’opposizione a Israele sono diventate marcatori identitari più che posizioni argomentate — simboli di appartenenza anti-imperialista che operano spesso prescindendo dalle storie concrete coinvolte.

In questo schema, i manifestanti iraniani arrivano con la bandiera “sbagliata”. L’attrito cognitivo che ne deriva è rivelatore. «Quando mi vedono alle manifestazioni con la bandiera bianca e blu», racconta Arash, «i passanti sono sorpresi. A volte persino aggressivamente sorpresi».
«Il 7 ottobre ho provato un turbamento profondo», continua. «Ero devastato. Ho visto civili israeliani uccisi in nome dell’Islam». Nelle settimane successive ha osservato le piazze europee riempirsi di slogan filoHamas, gli stessi slogan del regime islamico da cui è scappato quattro anni prima, che da quarantasei anni soffocano il suo Paese, celebrati a pochi isolati dal suo appartamento a Milano.
«Le libertà conquistate nel Risorgimento hanno un valore, ma qui vengono date per scontate», continua Arash. «La democrazia è come l’aria che respiri: quando ce l’hai non la noti; quando la perdi, soffochi. I giovani devono studiare la storia e capire cosa stanno sostenendo. Non tradite i vostri valori».
Il suo avvertimento porta il peso di un’esperienza vissuta. Nel 1979 la rivoluzione iraniana fu una coalizione ampia: islamisti, liberali, marxisti. Dopo la vittoria, la componente islamista eliminò sistematicamente gli ex alleati e impose la sharia.
«Nel 1979», ricorda Arash, «molti furono persuasi da promesse di giustizia e uguaglianza. La retorica era seducente. Ma ciò che seguì fu repressione, controllo ideologico e decenni di violenza».

Parlate dell’Iran
  Negli ultimi mesi, alla bandiera sollevata nelle piazze europee ha fatto eco un gesto speculare dall’altra parte del Medio Oriente. Numerosi israeliani hanno diffuso video e appelli rivolti al proprio primo ministro, chiedendo un sostegno concreto alla popolazione iraniana. In quei messaggi dichiaravano che, anche al costo di tornare nei rifugi e affrontare nuovi attacchi missilistici, avrebbero accettato le conseguenze pur di schierarsi accanto ai loro «fratelli e sorelle iraniani».
Un post su X legge: «Vorrei avere il potere di prendere decisioni e aiutarvi. Sono israeliano e sono disposto a rimanere nel rifugio antiaereo finché sarà necessario per liberare l’Iran e il mondo dalle Guardie della Rivoluzione islamica».
«Per noi è stato profondamente toccante. È sembrata una solidarietà autentica, in un momento in cui spesso ci sentiamo isolati», risponde Arash. Un riconoscimento reciproco: due società civili che si parlano scavalcando governi, apparati e propagande.
«Non vedo l’ora di assistere al giorno dell’alleanza», aggiunge. È un’attesa quasi domestica, concreta, che Miro riassume in una frase semplice: «Il futuro sarà fantastico perché noi lo renderemo fantastico». Una dichiarazione che capovolge quarantasette anni di fatalismo imposto, di destino deciso altrove.
Forse è questo il punto che sfugge a molti osservatori esterni: la bandiera non è un atto di adesione a una potenza straniera, ma il rifiuto di un ordine simbolico che ha definito l’identità iraniana per negazione, contro qualcosa. Dalla bandiera calpestata a quella sollevata si compie una traiettoria: il diritto di ridefinire da sé amici e nemici, priorità e alleanze, paure e speranze.
Prima di congedarsi, Arash lancia un ultimo appello: «Continuate a parlare dell’Iran».

(Bet Magazine Mosaico, 27 febbraio 2026)

........................................................


La grande sceneggiata: dalla Flotilla all’Impero invisibile di Hamas

di Alessandro Tedesco

Per comprendere la profondità dell’abisso in cui l’Occidente sta scivolando, non serve guardare alle macerie dell’Ucraina, ma al mare. È lì, tra le onde del Mediterraneo, che va in scena la sintesi perfetta dell’impotenza europea e dell’astuzia jihadista: il caso della Flotilla.
  Un circo mediatico e politico che, non a caso, riprende il largo proprio ora. Come ha sottolineato Libero Quotidiano, la ong spagnola Open Arms ha deciso di mollare momentaneamente la consueta rotta dei migranti africani per aggregarsi alla “Global Sumud Flotilla”. L’ammiraglia dell’organizzazione salperà il prossimo 12 aprile da Barcellona, sventolando la promessa di consegnare aiuti e, soprattutto, l’intento esplicito di “rompere il blocco illegale di Israele”.
  Quella che viene venduta all’opinione pubblica come una nobile crociata umanitaria è, a una più attenta analisi, un’operazione militare condotta con altri mezzi, una trappola diplomatica dove l’Europa recita la parte dell’idiota utile. La Flotilla non serve a portare aiuti — logisticamente irrilevanti rispetto ai convogli via terra — ma a generare uno scontro simbolico.
  Eppure, per scardinare i meccanismi di questa narrazione tossica, non possiamo fermarci alla superficie: occorre spostare lo sguardo dai volti noti dell’attivismo e chiederci chi tiri realmente le fila dietro le quinte. Chi progetta queste missioni? E soprattutto, chi trasforma l’indignazione occidentale in un’arma strategica?
  Se indaghiamo sulle regie occulte di questi presunti convogli umanitari, l’illusione svanisce per lasciare spazio ai veri burattinai. È a questo punto che emerge il nome di Zaher Birawi: cittadino palestinese-britannico residente a Londra, opera da decenni in Europa sotto la copertura di giornalista e attivista per i diritti umani.
  Direttore del Palestinian Return Centre a Londra, si presenta dietro la rassicurante facciata di fondatore della “Freedom Flotilla Coalition”. Birawi è stato ufficialmente designato come operativo di Hamas non solo da Israele, ma anche dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.
  I documenti rinvenuti a Gaza lo indicano nero su bianco come il perno delle operazioni esterne dell’organizzazione in Europa. È lui l’architetto politico che unisce la piazza londinese ai bunker di Gaza, colui che utilizza parlamentari europei e attivisti in buona fede come veri e propri “scudi umani diplomatici”.
  L’obiettivo tattico è chiarissimo: costringere Israele a un intervento militare in acque internazionali per massimizzare il costo politico e ottenere una condanna mediatica globale. È la vittoria del paradosso: l’aggressore organizza la provocazione e l’Europa, accecata dal suo senso di colpa, finanzia e applaude la recita.
  Ora, con l’ingresso in scena di attori navigati come Open Arms, la saldatura tra l’umanitarismo da passerella occidentale e gli interessi del radicalismo islamico raggiunge il suo apice grottesco.
  Ma come è possibile che un’organizzazione terroristica riesca a mobilitare il supporto morale e politico del Vecchio Continente? Qui entra in gioco il vero capolavoro di Hamas: il cavallo di Troia del soft power.
  Hamas ha compreso, con un cinismo machiavellico, che per conquistare l’Occidente non servono le scimitarre, ma il vocabolario dei diritti umani. Ha dismesso i panni del fanatismo religioso per indossare quelli della “resistenza anticoloniale”.
  Attraverso una galassia di onlus, centri culturali e associazioni caritatevoli — spesso legate alla Fratellanza Musulmana — l’islamismo radicale è penetrato nel tessuto sociale europeo.
  È un’operazione di mimetismo culturale: Hamas utilizza strumentalmente un linguaggio occidentale per creare un’alleanza tattica con i movimenti progressisti. Sfruttando la comunicazione di prossimità e immagini di sofferenza civile, oscura la propria natura teocratica per presentarsi come vittima.
  Infiltra il dibattito politico, partecipa a conferenze, legittima la propria narrazione nelle università. L’Europa ha aperto le porte al nemico non perché è stata invasa, ma perché è stata sedotta dalla sua stessa retorica sui diritti, abilmente ritorta contro di essa.
  E organizzazioni come Open Arms, consapevolmente o no, si prestano perfettamente a fungere da cassa di risonanza per questo meccanismo, scambiando l’attivismo marittimo per una lotta di liberazione.
  Tuttavia, nessuna guerra, nemmeno quella cognitiva, si combatte gratis. E qui crolla definitivamente il mito dei “combattenti disperati”. Dietro la facciata della beneficenza si nasconde un impero finanziario da mezzo miliardo di dollari.
  Lungi dall’essere isolata, Hamas gestisce un fondo sovrano ombra che replica le dinamiche di una holding multinazionale. Il Tesoro USA e le indagini internazionali hanno scoperchiato un network che spazia dal settore immobiliare alle costruzioni, con asset in Turchia, Algeria, Sudan ed Emirati Arabi.
  Società come la Trend GYO, quotata alla borsa di Istanbul, non sono altro che polmoni finanziari che permettono all’organizzazione di riciclare denaro e rimanere operativa nonostante le sanzioni.
  La Turchia funge da hub logistico intoccabile, offrendo protezione legale ai banchieri del terrore che operano sotto lo status di “investitori”. Questo sistema ibrido mescola fondi leciti e illeciti, donazioni umanitarie deviate e profitti aziendali, rendendo quasi impossibile per le banche europee distinguere tra un imprenditore e un finanziatore della jihad.
  Siamo di fronte a una macchina perfetta: la Flotilla — ora tirata a lucido con le ammiraglie delle ong europee — crea il caso mediatico, il soft power manipola le coscienze europee per giustificarlo e l’impero finanziario paga il conto.
  Finché l’Occidente continuerà a guardare il dito della solidarietà ignorando la mano che gestisce il portafoglio e la strategia, continueremo a finanziare la nostra stessa dissoluzione culturale e politica.

Fonti
  U.S. Department of the Treasury, Treasury Targets Covert Hamas Investment Network and Finance Official, U.S. Department of the Treasury (2022)
  Department of the Treasury, Treasury Targets Significant International Hamas Fundraising Network, U.S. Department of the Treasury (2024)
  J. Palti, Hamas Plots in Europe: A Shift Toward External Plots?, CTC Sentinel (2025)
  NationBuilder, Dr Zaher Birawi and the Palestinian Return Centre (PRC), We Believe in Israel (2024)
  Flotilla, il circo riparte in mare. E spunta Open Arms, Libero Quotidiano (2026)

(InOltre, 27 febbraio 2026)

........................................................


Parashà della settimana: Tetsavè (Ordinerai)

Esodo 27:20-30:10

I capitoli da 25 a 31 dell'Esodo non sono, come abitualmente si pensa, la prima parte della legge di Mosè a cui in seguito si aggiungono altre parti fino ad ottenere un tutto omogeneo. Non c'è omogeneità tra quello che Dio dice a Mosè sul Sinai nei primi quaranta giorni e quaranta notti, in una situazione di pace tra l'Eterno e il popolo, e quello che dice dopo che il patto è stato rovinosamente violato dal popolo. In questo momento Dio dice a Mosè come vuole che sia vissuto il rapporto d'amore tra Lui e il popolo nella casa che sta per essere costruita.

Una vita matrimoniale ben preparata
Dopo aver dato istruzioni su come dovrà essere il mobilio della casa (gli arredi del tabernacolo), il Signore stabilisce regole di comportamento in famiglia (consacrazione dei sacerdoti, ordine nell'esecuzione dei sacrifici). Tutto questo non è un complicato insieme di norme da osservare scrupolosamente al fine di ricevere alla fine un attestato di buona condotta; qui il Signore vuole indicare la via da percorrere per vivere un rapporto d'amore profondo e stabile.
La creatura però ha un unico modo per vivere intimamente un rapporto d'amore con il Creatore: l'adorazione. Qualcuno dirà che non basta, che bisogna aggiungervi l'ubbidienza; questo è vero, ma solo in parte. E' così perché nella nostra fragilità umana, tendenzialmente menzognera, corriamo sempre il rischio di illuderci di star adorando Dio, mentre invece stiamo soltanto facendo quello che più ci piace. Ma alla vera adorazione non c'è nulla da aggiungere, perché chi adora Dio "in spirito e verità" (Giovanni 4:24) è talmente pago di quello che vive da non prendere nemmeno in considerazione l'idea di lasciarsi attrarre da ciò che non è Dio. Le regole stabilite per i sacerdoti e i sacrifici non sono dunque norme "cerimoniali", ma binari lungo i quali deve procedere ed esprimersi quella particolare forma d'amore tra creatura e Creatore che si chiama adorazione.

Attenzioni particolari
Nel preciso momento storico in cui ora si trova Israele, dopo l'uscita dall'Egitto, il rapporto di comunione tra Dio e il popolo, anche dopo la firma del patto, richiede particolari attenzioni. Da una parte, le forme della convivenza devono far risaltare che si tratta di un rapporto d'amore. Quindi, sebbene possa sembrare strano, anche nella severa legge mosaica si parla di "cuore". Dio chiede offerte per la costruzione del tabernacolo da coloro che sono disposti "a fargliele di cuore" (Esodo 25:2), come espressione d'amore per Lui. D'altra parte, ad Aaronne Dio chiede di indossare un pettorale con dodici pietre su cui sono incisi i nomi delle dodici tribù d'Israele: "Così Aaronne porterà i nomi dei figli d'Israele incisi nel pettorale del giudizio, sul suo cuore, quando entrerà nel santuario, in ricordo perenne davanti all'Eterno" (Esodo 28:29). Con questo si mette in evidenza che il rapporto tra Dio e il Sommo Sacerdote all'interno del santuario esprime l'amore perenne del Signore verso il suo popolo, verso tutte le sue tribù, una per una.
Ma Dio è santo e l'uomo è peccatore, la vicinanza tra i due richiede dunque particolari attenzioni. Si potrebbe pensare a norme igieniche: l'uomo è spiritualmente sporco, quindi prima di presentarsi a Dio deve lavarsi. Si può capire allora che i sacerdoti debbano simbolicamente sottoporsi a pratiche di purificazione prima della consacrazione (Esodo 29:4); e che debbano lavarsi mani e piedi nella conca di rame prima di entrare nella tenda di convegno (Esodo 30:19-20). Ma i sacrifici di sangue, gli scannamenti di animali, in che modo possono purificare gli uomini e agevolare il loro rapporto con Dio? Ripugna all'uomo laico moderno il pensiero che, per motivi di buon funzionamento sociale, Dio prescriva a Israele di scannare agnelli due volte al dì, uno la mattina e uno la sera. Eppure è così (Esodo 29:38-42).

Una questione di vita o di morte
Da tutta la Bibbia emerge sempre, da Adamo in poi, che il rapporto fondamentale tra Dio e l'uomo è una questione di vita o di morte, non di semplice istruzione pedagogica. La creatura non può dire "no" al datore della vita e continuare a vivere. Ma proprio questo è avvenuto all'inizio della storia umana. Il primo uomo, e in lui tutta l'umanità che ne è discesa, ha detto "no" al Creatore, e in questo modo ha contratto con Dio un debito di vita che si può espiare soltanto con la morte.
Nel suo rapporto con Israele, Dio inizia a far capire che per i suoi obiettivi di redenzione Egli può decidere di caricare temporaneamente questo debito su altri. Ma in ogni caso qualcuno deve pagare. Per ora Dio ha deciso di imputare questo debito di vita ad animali innocenti. A questo alludono infatti i sacrifici ordinati ai sacerdoti, con i vari significati a cui si riferiscono. Ma la storia continuerà.
Tuttavia, se si leggono attentamente questi capitoli, si può riconoscere in essi uno stile diverso da quello presente in altre parti del Pentateuco, dal Levitico in poi.
Mancano quei tratti truculenti in cui si vede un Dio infuriato che minaccia giudizi devastanti su un popolo recalcitrante e ribelle. Qui siamo ancora all'interno del patto che Dio ha fatto col popolo perché voleva fare di lui, "fra tutti i popoli", il suo "tesoro particolare" (Esodo 19:5). Al popolo dunque Dio ha fatto una vera e propria proposta di matrimonio, e il popolo ha risposto "sì". Il matrimonio è stato celebrato, e adesso si trovano tutti all'interno di questo "sì". Ecco perché i capitoli di questa parashà non sono immediatamente accostabili a quelli che seguono: in questo momento Dio parla e si muove come uno che si aspetti di veder presto compiersi il suo desiderio di vivere in mezzo agli uomini, in un rapporto di comunione con il suo popolo che rientri nei canoni della sua giustizia.
Per questo, anche il sacrificio dell'agnello del mattino e di quello della sera diventa alle sue narici "un sacrificio di soave odore", perché annuncia l'incontro che subito dopo il Signore avrà col suo popolo:"... sarà l'olocausto quotidiano offerto per generazioni all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io vi incontrerò (yaad, יעד) per parlare con te. Lì incontrerò (yaad) i figli d'Israele e la tenda sarà santificata dalla mia gloria" (Esodo 29:42-43).
Dunque è l'incontro che il Signore vuole sottolineare con le sue istruzioni: incontro prima con Mosè, poi con i figli d'Israele. Poco più avanti dice in modo chiaro qual è il vero scopo di tutto il suo agire e ordinare:
"Abiterò (shakan, שכן) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, il loro Dio, che li ho fatti uscire dal paese d'Egitto per abitare (shakan) in mezzo a loro. Io sono l'Eterno, il loro Dio" (Esodo 29:45-46).
Dio dunque non ha fatto uscire il popolo dall'Egitto per far piovere su di loro un manuale di istruzioni etiche, ma per venire ad abitare in mezzo a loro. L'abitare insieme naturalmente ha le sue regole, ma se uno dei due lascia l'abitazione, chi rimane potrà accontentarsi delle regole? M.C.

(Notizie su Israele, 9 marzo 2017)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 9
    L'astuzia dei Gabaoniti
  • Appena ebbero udito queste cose, tutti i re che erano di qua dal Giordano, nella regione montuosa e nella pianura e lungo tutta la costa del Mar Grande di fronte al Libano, l'Ittita, l'Amoreo, il Cananeo, il Ferezeo, l'Ivveo e il Gebuseo, si radunarono tutti insieme, di comune accordo, per muovere guerra a Giosuè e a Israele
  • Gli abitanti di Gabaon, dal canto loro, quando ebbero udito ciò che Giosuè aveva fatto a Gerico e ad Ai, procedettero con astuzia: partirono, provvisti di viveri, caricarono sui loro asini dei sacchi vecchi e dei vecchi otri da vino, rotti e ricuciti; si misero ai piedi dei calzari vecchi rattoppati, e dei vecchi abiti addosso; e tutto il pane di cui si erano provvisti era duro e sbriciolato.  Andarono da Giosuè, all'accampamento di Ghilgal, e dissero a lui e alla gente d'Israele: “Noi veniamo da un paese lontano; fate dunque alleanza con noi”. 
  • La gente d'Israele rispose a questi Ivvei: “Voi abitate forse in mezzo a noi; come faremmo dunque alleanza con voi?”. 
  • Ma quelli dissero a Giosuè: “Noi siamo tuoi servi!”. E Giosuè a loro: “Chi siete? e da dove venite?”. Quelli gli risposero: 
  • “I tuoi servi vengono da un paese molto lontano, attratti dalla fama dell'Eterno, del tuo Dio; poiché abbiamo sentito parlare di lui, di tutto quello che ha fatto in Egitto e di tutto quello che ha fatto ai due re degli Amorei di là dal Giordano, a Sicon re di Chesbon e a Og re di Basan, che abitava ad Astarot. I nostri anziani e tutti gli abitanti del nostro paese ci hanno detto: 'Prendete con voi delle provviste per il viaggio, andate incontro a loro e dite: Noi siamo vostri servi; fate dunque alleanza con noi'. Ecco il nostro pane; lo prendemmo caldo dalle nostre case, come provvista, il giorno che partimmo per venire da voi, e ora eccolo duro e sbriciolato; e questi sono gli otri da vino che riempimmo tutti nuovi, ed eccoli rotti; e questi i nostri abiti e i nostri calzari, che si sono logorati per la grande lunghezza del viaggio”. 
  • Allora la gente d'Israele prese delle loro provviste, e non consultò l'Eterno. E Giosuè fece pace con loro e stabilì con loro un patto, per il quale avrebbe loro lasciato la vita; e i capi della comunità lo giurarono loro. 
  • Ma tre giorni dopo aver stabilito questo patto, seppero che quelli erano loro vicini e abitavano in mezzo a loro; poiché i figli d'Israele partirono, e giunsero alle loro città il terzo giorno: le loro città erano Gabaon, Chefira, Beerot e Chiriat-Iearim. 
  • Ma i figli d'Israele non li uccisero, a causa del giuramento che i capi della comunità avevano fatto loro nel nome dell'Eterno, dell'Iddio d'Israele. Però, tutta la comunità mormorò contro i capi. E tutti i capi dissero all'intera comunità: “Noi abbiamo giurato loro nel nome dell'Eterno, dell'Iddio d'Israele; perciò non li possiamo toccare. 
  • Ecco quello che faremo loro: li lasceremo in vita, per non attirarci addosso l'ira dell'Eterno, a causa del giuramento che gli abbiamo fatto”. I capi dissero dunque: “Essi vivranno!”. Ma quelli furono semplici spaccalegna e portatori d'acqua per tutta la comunità, come i capi avevano detto loro. 
  • Giosuè dunque li chiamò e parlò loro così: “Perché ci avete ingannati dicendo: 'Stiamo molto lontano da voi', mentre abitate in mezzo a noi? Ora dunque siete maledetti, e non cesserete mai di essere schiavi, spaccalegna e portatori d'acqua per la casa del mio Dio”. 
  • E quelli risposero a Giosuè e dissero: “Era stato espressamente riferito ai tuoi servi che il tuo Dio, l'Eterno, aveva ordinato al suo servo Mosè di darvi tutto il paese e di sterminare davanti a voi tutti gli abitanti. E noi, al vostro avvicinarvi, siamo stati in grande timore per le nostre vite, e abbiamo fatto questo. E ora eccoci qui nelle tue mani; trattaci come ti sembra che sia bene e giusto di fare”. 
  • Giosuè li trattò dunque così: li liberò dalle mani dei figli d'Israele, perché questi non li uccidessero; ma in quel giorno li destinò a essere spaccalegna e portatori d'acqua per la comunità e per l'altare dell'Eterno, nel luogo che l'Eterno si sarebbe scelto: ed è ciò che fanno anche al giorno d'oggi.

(Notizie su Israele, 26 febbraio 2026)


........................................................


Sviluppato in Israele: la Marina tedesca mette in servizio un sottomarino senza equipaggio

FOTO
Il sottomarino senza equipaggio “Blue Whale” sviluppato dalla Israel Aerospace Industries (IAI)

ECKENFÖRDE – Mercoledì l'azienda israeliana Israel Aerospace Industries (IAI), attiva nel settore degli armamenti, ha consegnato alla Marina tedesca un veicolo sottomarino senza equipaggio. Il sistema, denominato “Blue Whale”, sarà impiegato per la ricognizione militare e la caccia segreta ai sottomarini.
  Il veicolo è il sistema senza equipaggio più grande e moderno della Marina. Secondo quanto comunicato dalle forze navali, l'esperienza con questo sistema è stata acquisita solo in Israele. “Tuttavia, i test effettuati in Germania hanno dato risultati così convincenti che la decisione di acquistarne alcuni esemplari è stata presa rapidamente”.

Costruzione di una flotta ibrida
    L'ispettore della Marina, il vice ammiraglio Jan Christian Kaack, considera la messa in servizio come il punto di partenza per la costruzione di una flotta ibrida. Il termine indica la combinazione di tecnologie convenzionali con nuovi sviluppi nel campo dell'intelligenza artificiale. Sono previsti ulteriori acquisti del tipo “Blue Whale”.
  Alla cerimonia di consegna presso la base di Eckenförde, vicino a Kiel, era presente il ministro di Stato del Ministero federale, Jens Plötner. Oltre all'amministratore delegato di IAI, Boas Levi, alla cerimonia ha partecipato anche l'amministratore delegato del gruppo tedesco TKMS Atlas, Michael Ozegowski. Entrambe le aziende hanno partecipato allo sviluppo del sistema.

Maggiore precisione
    Il veicolo ha una lunghezza di 10,9 metri e un diametro di 1,12 metri. Pesa 5,5 tonnellate. Secondo la Marina, uno dei vantaggi del sistema senza equipaggio è quello di poter essere utilizzato più vicino ai pericoli immediati.
  “Blue Whale” dispone inoltre di moderni sensori sonar e satellitari per la creazione di un quadro della situazione su vasta scala. Ciò aumenta la precisione di mira in caso di emergenza, protegge la vita degli equipaggi e riduce i costi. Inoltre, è possibile monitorare le infrastrutture critiche sott'acqua.
  L'acquisizione del veicolo subacqueo è l'ultimo esempio della collaborazione tra le forze armate israeliane e tedesche. Solo venerdì scorso, gli eserciti dei due paesi hanno concordato per la prima volta una collaborazione. Già all'inizio di dicembre, il sistema di difesa missilistica israeliano Arrow 3 è entrato in funzione in una base a sud di Berlino. (df)

(Israelnetz, 26 febbraio 2026)

........................................................


Hamas, la linea del PLO sfida Washington

Azzam al-Ahmed respinge la richiesta di disarmo e definisce “impossibili” le riforme chieste all’Autorità Palestinese

di Shira Navon

Le parole di Azzam al-Ahmed, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, arrivano in un momento in cui la tregua a Gaza regge su equilibri fragili e su promesse che nessuno, finora, ha davvero formalizzato. In un’intervista all’emittente egiziana Shorouk News, Ahmed ha chiarito che l’Olp non considera Hamas un’organizzazione terroristica, rifiuta ogni richiesta di disarmo e intende consentire al movimento islamista di partecipare alle elezioni municipali previste ad aprile, sostenendo che Hamas fa parte del “tessuto nazionale palestinese” e che escluderlo significherebbe amputare una componente rilevante della società-
  La presa di posizione contraddice apertamente le condizioni indicate da Washington e da Gerusalemme per la seconda fase del cessate il fuoco negoziato nell’ottobre 2025 sotto mediazione americana. L’amministrazione statunitense ha più volte ribadito che la smilitarizzazione di Gaza rappresenta un passaggio imprescindibile per qualsiasi scenario di ricostruzione, mentre il governo israeliano ha legato il ritiro progressivo delle proprie forze alla consegna delle armi da parte di Hamas. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha parlato di un ultimatum imminente, che dovrebbe essere formulato dagli Stati Uniti e avere una durata limitata; il segretario di gabinetto Yossi Fuchs ha evocato un periodo di sessanta giorni come finestra temporale entro cui il movimento islamista dovrebbe sciogliere le proprie brigate.
  Ahmed, al contrario, sostiene che le richieste americane mirino a svuotare di fatto qualsiasi presenza palestinese nella gestione della Striscia, richiamando l’assenza di rappresentanti palestinesi nel Board of Peace guidato dagli Stati Uniti e incaricato di facilitare la ricostruzione. Secondo il dirigente dell’Olp, l’insistenza sul disarmo e sull’esclusione politica di Hamas celerebbe l’intenzione di esercitare un controllo diretto sul processo, mentre le ipotesi di trasformare Gaza in una “riviera” punteggiata da grattacieli vengono liquidate come slogan privi di sostanza. Lo scontro si estende anche alle riforme richieste all’Autorità Palestinese. Washington chiede modifiche ai programmi scolastici giudicati ostili a Israele e la cessazione dei sussidi alle famiglie dei detenuti condannati per terrorismo, il cosiddetto meccanismo dei pagamenti mensili che in Israele viene definito “payto-slay”. Ahmed definisce tali condizioni irrealizzabili e accusa gli Stati Uniti di voler guadagnare tempo, arrivando a sostenere che tra le richieste figurerebbe la rimozione della bandiera palestinese e della parola “Palestina” dai libri di testo.
  La linea espressa dal segretario generale dell’Olp non coincide però con quella del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, che negli anni ha invocato il disarmo di Hamas e che a gennaio ha firmato un decreto volto a vincolare i candidati alle elezioni all’accettazione del programma nazionale dell’Olp, il quale include il riconoscimento di Israele sancito dagli Accordi di Oslo del 1993. Un alto funzionario palestinese ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Ahmed, attribuendole a calcoli interni in vista delle elezioni del comitato centrale di Fatah previste per maggio.
  Sul terreno, intanto, la tregua mediata dagli Stati Uniti rimane sospesa tra dichiarazioni inconciliabili. In ambienti governativi israeliani cresce la convinzione che la smilitarizzazione di Hamas difficilmente potrà avvenire senza un intervento diretto delle Forze di Difesa Israeliane, che stanno elaborando piani per un’eventuale ripresa delle operazioni nella Striscia. Dopo il 7 ottobre 2023, che Ahmed stesso ha definito un errore strategico capace di infliggere danni enormi a Gaza, la leadership palestinese si muove lungo una linea ambigua, oscillando tra integrazione e competizione con Hamas. La distanza tra le richieste internazionali e le dinamiche interne palestinesi appare oggi più ampia di quanto non fosse alla firma della tregua, e il tempo concesso dagli ultimatum annunciati rischia di trasformarsi nell’ennesimo conto alla rovescia verso un nuovo confronto armato.

(Setteottobre, 26 febbraio 2026)

........................................................


«Allah solo ci basta!» Davvero?

Quando le armi tacciono o il loro rombo diventa una costante insopportabile, spesso rimane solo un'ultima istanza: la preghiera.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Quello che sentiamo oggi dalle rovine della Striscia di Gaza è molto più di una classica supplica di aiuto divino. Gli abitanti della Striscia di Gaza sono come intrappolati tra un nemico esterno e una leadership interna che ha trasformato la sofferenza del proprio popolo in moneta politica. Chi ascolta le recenti preghiere e richieste di aiuto sui social network e sui media non solo guarda nell'anima di chi soffre, ma riconosce un antico modello biblico di disperazione che oggi si ripete tra i nemici di Israele. È interessante a questo proposito l'ultimo sermone di un imam nella Striscia di Gaza durante la preghiera del Tarawiḥ (una preghiera quotidiana e facoltativa) nel Ramadan:

    «O Allah, ti lamentiamo la nostra oppressione. Ti testimoniamo la nostra debolezza e la nostra umiliazione davanti ai nostri nemici. A chi ci affidi, o Allah? A chi ci hai affidato, o Allah? A governanti che complottano contro di noi? O a una nazione che si allontana da noi? O a un nemico che ci assedia? A chi ci hai affidato? A governanti che complottano contro di noi, a una nazione che si allontana da noi o a un nemico che ci opprime? Se non avrai pietà di noi, non ci sarà vita. O Allah, ti denunciamo la mortale oppressione, l'ingiustizia diffusa e l'oppressione dei nostri nemici da ogni parte. Signore, fa' che il nostro popolo trovi soddisfazione nei propri cuori per il tuo giudizio, qualunque esso sia, Signore dei mondi".
Preghiera del venerdì durante il Ramadan davanti alla moschea Al-Huda danneggiata a Khan Yunis, Gaza, 20 febbraio 2026
Non è la prima volta che in preghiere di questo tipo si percepisce una critica velata nei confronti dei governanti di Hamas e delle autorità della Striscia di Gaza. Formulata con molta cautela, ma comunque udibile, in particolare nel passaggio sulla “vita sotto governanti che complottano contro di noi”. La preghiera è una testimonianza toccante della situazione disperata in cui versano molte persone nella Striscia di Gaza. Essa riflette una tendenza crescente in cui la lamentela non è più rivolta solo contro il nemico esterno, Israele, ma sempre più anche contro la propria leadership e l'isolamento politico da parte del mondo arabo.
  In una situazione di approvvigionamento catastrofica, gli abitanti disperati usano questo versetto come arma spirituale contro l'impotenza nei confronti della propria amministrazione. I rapporti dell'USAID e del Programma alimentare mondiale (WFP) del 2025 dimostrano che bande armate e gruppi vicini ad Hamas saccheggiano sistematicamente i convogli umanitari per poi vendere le merci a prezzi esorbitanti sul mercato nero. Quando le persone si trovano davanti a centri di distribuzione vuoti, mentre gli aiuti di prima necessità finiscono nelle mani di profittatori, questo grido di aiuto diventa un'accusa diretta contro i “traditori interni”. In questi momenti, la preghiera non è più rivolta solo contro il blocco esterno da parte di Israele, ma denuncia la corruzione morale di coloro che monetizzano la miseria della propria popolazione. Questo grido riflette quindi una profonda lacerazione: la supplica di aiuto divino è allo stesso tempo l'ultima strada rimasta per criticare una leadership repressiva che abusa del popolo come ostaggio politico ed economico.
  Anche la delusione nei confronti del mondo arabo è ormai misurabile e viene spesso percepita come un tradimento della cosiddetta Umma, la comunità di fede. I dati attuali dell'Arab Center Washington DC evidenziano questo divario: la maggioranza degli intervistati valuta “cattivo” o “molto cattivo” l'atteggiamento dei vicini strategici come gli Emirati Arabi Uniti (67%), l'Arabia Saudita (64%) e l'Egitto (54%). L'Egitto è particolarmente criticato, poiché il confine a Rafah è percepito da molti palestinesi come una “morsa” politica, che concede il passaggio solo in cambio di tangenti esorbitanti o a condizioni molto severe. Ai paesi del Golfo viene invece rimproverato di utilizzare il destino della Palestina solo come tema simbolico nei discorsi pubblici, mentre dietro le porte chiuse danno la priorità alla loro cooperazione con gli Stati Uniti in materia di sicurezza e economia. Le preghiere dei palestinesi riflettono quindi un'amara consapevolezza: si sentono sacrificati come semplici pedine in un grande gioco geopolitico da quelle nazioni che un tempo chiamavano fratelli.
  E sapete una cosa? Anche nella storia biblica si trovano affascinanti parallelismi con questo grido di disperazione, in particolare nel comportamento dei popoli che circondavano Israele e che si rivolgevano alle loro divinità in crisi esistenziali. Un esempio lampante è il racconto del re moabita Mesha (2 Re 3), che si trovava in un assedio senza via d'uscita di fronte alla minaccia di distruzione militare da parte del regno settentrionale di Israele e dei suoi alleati Giuda ed Edom. La sua supplica e il suo sacrificio radicale sulle mura della città furono l'espressione definitiva dell'impotenza di un sovrano le cui strategie erano fallite e che ora cercava di cambiare le sorti attraverso l'estasi religiosa. Analogamente a chi oggi piange nella Striscia di Gaza, questi popoli antichi sperimentarono il doloroso silenzio delle loro potenze protettrici nel mezzo della miseria.
  Mentre i nemici biblici di Israele spesso dovevano constatare che i loro dei o la loro arroganza politica li avevano abbandonati, oggi gli abitanti della Striscia di Gaza invocano Allah perché si sentono traditi sia dai governanti terreni che dalla comunità internazionale.
  Questo grido di giustizia contro i “traditori interni” riflette l'antico motivo per cui un popolo sofferente mette in discussione la superiorità morale dei propri leader quando questi sacrificano la sopravvivenza per guadagni ideologici o materiali. Questo si vede di tanto in tanto nei filmati provenienti dalla Striscia di Gaza, ma la paura spesso impedisce di dire pubblicamente la verità su Hamas.
  Quello che è successo negli ultimi due anni è molto più di un capitolo di geopolitica moderna, è la continuazione di un antico dramma spirituale. Allora come oggi si manifesta un modello inesorabile: chi si ribella al Dio di Israele e cerca di contrastare i suoi piani con l'arroganza umana, l'accecamento ideologico o la crudeltà verso il proprio popolo, finisce per ritrovarsi in un vicolo cieco di totale impotenza. Lo dicono anche i politici israeliani, e ne abbiamo scritto spesso negli ultimi due anni di guerra. Proprio come il re di Moab Mesha dovette constatare che le sue estasi rituali e i suoi sacrifici sanguinari rimbalzavano contro divinità mute, oggi assistiamo al doloroso risveglio delle preghiere disperate nella Striscia di Gaza, i cui leader hanno costruito sulle sabbie.
  L'odierna supplica di salvezza è l'amara ammissione che gli dei della modernità, siano essi alleanze politiche, la “Umma”, l'ideologia radicale di Hamas o Allah, rimangono in silenzio nel momento decisivo. Chi cerca la lotta contro Israele, alla fine non solo perde sul campo di battaglia, ma anche il fondamento della propria autorità morale. Il grido “Allah solo ci basta” diventa così l'ultima accusa contro i governanti terreni che hanno voluto giocare a fare Dio, condannando il proprio popolo alla distruzione. Rimane la consapevolezza senza tempo: quando le strategie degli uomini si infrangono sulla resistenza del Dio di Israele, ai vinti non resta che un sospiro disperato tra le macerie delle proprie ambizioni, un'eco che rimbomba dalle mura di Moab fino ai tunnel di Gaza.

(Israel Heute, 26 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Coppa del mondo, arriva l’oro per Israele del ginnasta Artem Dolgopyat

Il campione israeliano olimpico di Tokyo ha inaugurato il circuito internazionale con una prova di alto livello a Cottbus, in Germania, imponendosi nel corpo libero maschile e conquistando la medaglia d’oro nella prima giornata di finali di specialità. Dolgopyat ha chiuso la sua routine con un punteggio di 14.500, confermandosi uno dei riferimenti assoluti della disciplina.

di Nina Prenda

Parte nel segno di Artem Dolgopyat la Coppa del Mondo di ginnastica artistica. Il campione israeliano olimpico di Tokyo ha inaugurato il circuito internazionale con una prova di alto livello a Cottbus, in Germania, imponendosi nel corpo libero maschile e conquistando la medaglia d’oro nella prima giornata di finali di specialità.
  Dolgopyat ha chiuso la sua routine con un punteggio di 14.500, confermandosi uno dei riferimenti assoluti della disciplina. Alle sue spalle il bielorusso Yahor Sharamkou, argento con 14.400 punti, e il russo Aleksandr Kartsev, bronzo a quota 13.900.
  A fine gara, il giudizio dell’oro olimpico è rimasto lucido e autocritico: «Mi sento abbastanza bene, ma la routine non era perfetta. C’è ancora qualcosa su cui lavorare». Poi lo sguardo già rivolto al futuro: «Tra due settimane torneremo in Coppa del Mondo. Salire sul podio è sempre incredibile, e ascoltare l’inno nazionale israeliano resta l’emozione più forte».
  Il circuito proseguirà dal 5 all’8 marzo a Baku, in Azerbaijan, nuova tappa di un cammino che Dolgopyat sta percorrendo con continuità e ambizione. Secondo oro olimpico nella storia di Israele, l’atleta continua a scrivere pagine significative dello sport nazionale, consolidando una carriera costruita su talento, rigore e resilienza.
  Per Israele il percorso non è stato privo di ostacoli. Lo scorso anno, a Dolgopyat era stato negato il visto d’ingresso in Indonesia per partecipare ai Campionati del Mondo, impedendogli di difendere il titolo. Una decisione legata alle tensioni internazionali seguite alla guerra tra Israele e Hamas, che aveva riportato la politica dentro l’arena sportiva.

(Bet Magazine Mosaico, 25 febbraio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 8
    La presa di Ai
  • Poi l'Eterno disse a Giosuè: “Non temere e non ti sgomentare! Prendi con te tutta la gente di guerra, alzati e sali contro Ai. Guarda, io do in tua mano il re di Ai, il suo popolo, la sua città e il suo paese. E tu tratterai Ai e il suo re come hai trattato Gerico e il suo re; prenderete per voi soltanto il bottino e il bestiame. Tendi un'imboscata dietro la città”. 
  • Giosuè dunque con tutta la gente di guerra si alzò per salire contro Ai. Egli scelse trentamila uomini valenti e prodi, li fece partire di notte, e diede loro quest'ordine: “Ecco, tenderete un'imboscata dietro la città; non vi allontanate troppo dalla città, e siate tutti pronti. Io e tutto il popolo che è con me ci accosteremo alla città; e quando essi usciranno contro di noi come la prima volta, ci metteremo in fuga davanti a loro. Essi ci inseguiranno finché noi li avremo attirati lontano dalla città, perché diranno: 'Essi fuggono davanti a noi come la prima volta'. E fuggiremo davanti a loro. Voi allora uscirete dall'imboscata e vi impadronirete della città: l'Eterno, il vostro Dio, la darà nelle vostre mani. E quando avrete preso la città, la incendierete; farete come ha detto l'Eterno. Badate bene, questo è l'ordine che io vi do”. Così Giosuè li mandò, e quelli andarono al luogo dell'imboscata, e si fermarono fra Betel e Ai, a occidente di Ai; ma Giosuè rimase quella notte in mezzo al popolo
  • La mattina, si alzò di buon'ora, passò in rivista il popolo, e salì contro Ai con gli anziani d'Israele, alla testa del popolo. E tutta la gente di guerra che era con lui salì, si avvicinò, giunse di fronte alla città, e si accampò a nord di Ai. Tra lui e Ai c'era una valle. Giosuè prese circa cinquemila uomini, con i quali tese un'imboscata fra Betel e Ai, a occidente della città. E dopo che tutto il popolo ebbe preso l'accampamento a nord della città, e teso l'imboscata a occidente della città, Giosuè, durante quella notte, si spinse avanti in mezzo alla valle. 
  • Quando il re di Ai vide questo, la gente della città si alzò in fretta di buon mattino; e il re e tutto il suo popolo uscirono contro Israele, per dargli battaglia al punto convenuto, al principio della pianura; perché il re non sapeva che c'era un'imboscata contro di lui dietro la città. Allora Giosuè e tutto Israele, fingendo di essere battuti da quelli, si misero in fuga verso il deserto. E tutto il popolo che era nella città fu chiamato a raccolta per inseguirli; e inseguirono Giosuè e furono attirati lontano dalla città. Non ci fu uomo, ad Ai e a Betel, che non uscisse dietro a Israele. Lasciarono la città aperta e inseguirono Israele. Allora l'Eterno disse a Giosuè: “Stendi verso Ai la lancia che hai in mano, perché io sto per dare Ai in tuo potere”. E Giosuè stese la lancia che aveva in mano verso la città. E subito, appena ebbe steso la mano, gli uomini dell'imboscata uscirono dal luogo dove erano, entrarono di corsa nella città, la presero, e si affrettarono ad appiccarvi il fuoco. E la gente di Ai, volgendosi indietro, guardò, ed ecco che il fumo della città saliva al cielo; e non ci fu per loro nessuna possibilità di fuggire né da una parte né dall'altra, perché il popolo che fuggiva verso il deserto si era voltato contro quelli che lo inseguivano. Giosuè e tutto Israele, vedendo che quelli dell'imboscata avevano preso la città e che il fumo saliva dalla città, tornarono indietro, e batterono la gente di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro; così furono presi in mezzo da Israele, avendo gli uni da un lato e gli altri dall'altro; e Israele li batté in modo che non rimase né superstite né fuggiasco. Il re di Ai lo presero vivo e lo portarono da Giosuè.
  • Quando Israele ebbe finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai nella campagna, nel deserto dove quelli l'avevano inseguito, e tutti furono caduti sotto i colpi della spada finché non ne rimasero più, tutto Israele tornò verso Ai e la mise a fil di spada. Tutti quelli che caddero in quel giorno, fra uomini e donne, furono dodicimila: vale a dire tutta la gente di Ai. Giosuè non ritirò la mano che aveva steso con la lancia, finché non ebbe sterminato tutti gli abitanti di Ai. Israele prese per sé soltanto il bestiame e il bottino di quella città, secondo l'ordine che l'Eterno aveva dato a Giosuè. Giosuè bruciò dunque Ai e la ridusse per sempre in un mucchio di rovine, come è anche oggi. Quanto al re di Ai, lo impiccò a un albero, e lo lasciò lì fino a sera; ma al tramonto del sole Giosuè ordinò che il cadavere fosse calato dall'albero; lo gettarono all'ingresso della porta della città, e gli ammassarono sopra un gran mucchio di pietre, che rimane anche al giorno d'oggi.

    L'altare sull'Ebal. La conferma del patto
  • Allora Giosuè costruì un altare all'Eterno, all'Iddio d'Israele, sul monte Ebal, come Mosè, servo dell'Eterno, aveva ordinato ai figli d'Israele, e come sta scritto nel libro della legge di Mosè: un altare di pietre intatte sulle quali nessuno aveva passato ferro; e i figli d'Israele offrirono su di esso degli olocausti all'Eterno, e fecero dei sacrifici di ringraziamento. E là, su delle pietre, Giosuè scrisse una copia della legge che Mosè aveva scritto in presenza dei figli d'Israele. 
  • Tutto Israele, i suoi anziani, i suoi ufficiali e i suoi giudici stavano in piedi ai due lati dell'arca, di fronte ai sacerdoti levitici che portavano l'arca del patto dell'Eterno: gli stranieri come gli Israeliti di nascita, metà dal lato del monte Garizim, metà dal lato del monte Ebal, come Mosè, servo dell'Eterno, aveva precedentemente ordinato che si benedicesse il popolo d'Israele. Dopo questo, Giosuè lesse tutte le parole della legge, le benedizioni e le maledizioni, secondo tutto ciò che è scritto nel libro della legge. Non ci fu parola di tutto ciò che Mosè aveva comandato, che Giosuè non leggesse alla presenza di tutta la comunità d'Israele, delle donne, dei bambini e degli stranieri che camminavano in mezzo a loro.

(Notizie su Israele, 25 febbraio 2026)


........................................................


“Un legame di vera amicizia”: Netanyahu dà il benvenuto in Israele al primo ministro indiano Modi

di David Isaac

FOTO
Il primo ministro indiano Narendra Modi è arrivato mercoledì in Israele per una visita di due giorni su invito del primo ministro Benjamin Netanyahu. Si tratta della sua seconda visita ufficiale nello Stato ebraico.
  Netanyahu ha accolto Modi con una calorosa stretta di mano, dicendo: “Questo è un legame di vera amicizia”. L'ultima visita di Modi in Israele risale al luglio 2017.
  Il viaggio includerà la firma di una serie di accordi strategici per rafforzare la sicurezza e la cooperazione economica tra i due paesi.
  Il premier indiano ha spostato la politica estera del suo Paese da una posizione storicamente filopalestinese a una filoisraeliana. Israele e India hanno stabilito relazioni diplomatiche complete solo nel 1992.
  Dopo l'attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, Modi ha vietato le proteste anti-Israele nella regione a maggioranza musulmana del Kashmir.
  Netanyahu ha affermato che la visita di Modi fa parte di una visione più ampia di Israele volta a costruire alleanze per contrastare il radicalismo sia sciita che sunnita.
  Netanyahu ha dichiarato domenica durante una riunione di gabinetto: “L'intenzione è quella di creare un asse di nazioni che condividano la stessa visione della realtà, delle sfide e degli obiettivi contro gli assi radicali, sia quello sciita, che abbiamo colpito molto duramente, sia quello sunnita emergente”.
  Netanyahu ha anche affermato di considerarsi “amico personale” del suo omologo indiano: “Ci sentiamo spesso al telefono e ci facciamo visita a vicenda. Io sono stato in India e Modi è venuto qui”.
  “Il tessuto di questo rapporto si è rafforzato”, ha detto Netanyahu. “Lui viene qui per rafforzarlo  ulteriormente attraverso una serie di decisioni relative alla  cooperazione tra i nostri governi e paesi, compresa la cooperazione economica, diplomatica e di sicurezza”.
  Modi ha twittato domenica: “Grazie, amico mio, primo ministro Netanyahu. Sono pienamente d'accordo con te sul legame tra India e Israele e sulla natura diversificata delle nostre relazioni bilaterali”.
  “L'India apprezza profondamente l'amicizia duratura con Israele, fondata sulla fiducia, l'innovazione e un impegno condiviso per la pace e il progresso”, ha affermato. “Attendo con interesse le nostre discussioni durante la mia prossima visita in Israele”.
  Secondo i funzionari, la visita di Modi è destinata a inaugurare “una nuova fase” nelle relazioni bilaterali, con discussioni incentrate su tecnologia avanzata, commercio, cooperazione strategica, intelligenza artificiale e informatica quantistica.
  Mercoledì sera Modi terrà un discorso alla Knesset israeliana. È la prima volta che un leader indiano lo fa.
  Giovedì Netanyahu e Modi visiteranno Yad Vashem, dove deporranno una corona di fiori nella Sala della Memoria. I leader terranno poi una lunga riunione al King David Hotel, durante la quale saranno formalmente scambiati gli accordi precedentemente firmati.

(JNS, 25 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Radici ebraiche, memoria e polemiche: il viaggio degli Starmer in Polonia divide l’opinione pubblica

Il Primo Ministro britannico Keir Starmer, la moglie Victoria e i loro figli hanno visitato il villaggio polacco da cui fuggì la famiglia ebraica di lei. Un viaggio intimo e simbolico, raccontato in esclusiva da Jewish News, che riaccende il tema della memoria in un’Inghilterra segnata da un antisemitismo crescente. Ma sui social la reazione non è unanime: tra accuse di opportunismo e difese accorate, il dibattito è acceso, polemico e profondamente divisivo.

di Nina Deutsch

C’è un silenzio particolare che accompagna certi viaggi. Non è quello delle vacanze, né quello delle visite ufficiali scandite da protocolli e bandiere. È un silenzio fatto di domande, di curiosità e di ricerca delle proprie radici. È con questo silenzio che Keir Starmer, sua moglie Victoria e i loro due figli adolescenti hanno attraversato la Polonia, nel cuore dell’Europa, per cercare una casa che oggi forse non esiste più, ma che continua a vivere nella memoria di una famiglia e nella storia ebraica del Vecchio Continente.
  La notizia, rivelata in esclusiva da Jewish News, ha subito superato i confini della Gran Bretagna. Non si è trattato di un viaggio istituzionale, né di una visita simbolica programmata a tavolino. La famiglia ha visitato il minuscolo villaggio di Budzisław Stary, situato nei pressi di Koło, nella Polonia centrale, per ritrovare il luogo dove vivevano i nonni di Lady Victoria prima di fuggire dall’antisemitismo che, già prima della Prima guerra mondiale, avvelenava l’Europa orientale. La visita si è svolta in modo discreto, con la polizia locale impegnata a garantire la sicurezza dell’area mentre la famiglia esplorava la zona
  Una ricerca intima e dolorosa. Nessuno dei familiari di Lady Starmer rimasti in Polonia è sopravvissuto alla Shoah. Una frattura definitiva, che ha spezzato genealogie, cancellato fotografie, disperso lingue e tradizioni. Il padre di Victoria, Bernard, nacque in Inghilterra nel 1929, dopo che la sua famiglia era riuscita a scappare. La madre, Barbara, medico nel NHS, si convertì all’ebraismo dopo il matrimonio con Bernard. Tornare in Polonia, con i figli, ha significato trasformare una storia familiare in un’esperienza concreta ed educativa.
  Non è la prima volta che Victoria Starmer affronta questo percorso di memoria. Durante un evento a Downing Street con l’Holocaust Educational Trust, si era visibilmente commossa ricordando una precedente visita ad Auschwitz, dopo aver visto filmati d’archivio sulla vita ebraica in Polonia prima dell’ascesa di Hitler. In quell’occasione aveva parlato della difficoltà di guardare quelle immagini sapendo cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
  Per Starmer, che non è ebreo, il viaggio ha avuto anche un significato educativo e personale. In passato ha spiegato quanto fosse importante per lui crescere i figli nel rispetto e nella consapevolezza dell’identità ebraica presente nella famiglia materna, sottolineando come anche piccoli gesti – quel «pizzico di fede del venerdì» – possano diventare fondamentali nella costruzione di una coscienza.
  Il contesto storico rende questa visita ancora più densa di significati. Come noto, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, milioni di ebrei lasciarono la Polonia e l’Europa orientale per sfuggire a pogrom, discriminazioni e violenze. Intere comunità furono cancellate prima ancora della Soluzione finale. Tornare oggi in quei luoghi non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di responsabilità verso il passato.
  Eppure, come spesso accade quando la memoria incontra la politica, la reazione pubblica non è stata unanime. Sui social si è scatenato un dibattito acceso, fatto di commenti polemici, diffidenti, talvolta durissimi. C’è chi parla di mossa di pubbliche relazioni, chi di gesto «performativo», chi accusa il Primo Ministro di voler usare l’identità ebraica della moglie come scudo politico. Altri, al contrario, pur critici verso Starmer, riconoscono il valore umano del viaggio e sperano che questa esperienza possa influenzare positivamente le sue scelte future in un Paese dove l’antisemitismo è percepito come crescente.
  Ed è qui che il viaggio degli Starmer assume una dimensione che va oltre la sfera privata. Dal 7 ottobre, anche in Inghilterra, episodi di antisemitismo reale e percepito si sono moltiplicati, alimentando paura e senso di isolamento nella comunità ebraica. In questo clima, vedere il Primo Ministro camminare – da padre prima che da leader – nei luoghi da cui una famiglia ebraica è stata costretta a fuggire, ha un valore simbolico potente, pur tra mille contraddizioni.
  La memoria non mette al riparo dalle critiche, né cancella le responsabilità politiche. Ma resta uno strumento essenziale. Anche quando fa discutere.

(Bet Magazine Mosaico, 25 febbraio 2026)

........................................................


Gerusalemme – Inaugurata mostra sul Grande Rotolo di Isaia

Herzog:«Una voce che ci chiama dal deserto»

Ha preso il via, al Museo d’Israele di Gerusalemme, l’attesa mostra “A Voice from the Desert” dedicata al Grande Rotolo di Isaia rinvenuto nelle grotte di Qumran nel 1947. Realizzata dalla curatrice del museo Hagit Maoz con la collaborazione della studiosa Omrit Cohen, e diretta da Marcello Fidanzio, professore ordinario alla Facoltà di Teologia di Lugano, l’esposizione offrirà fino al 24 giugno la possibilità di vedere per la prima volta per intero, dal 1968, il rotolo.
   Solo 25 persone per volta possono accedere alla sala in cui è esposto. Tra i primi a godere dell’opportunità il presidente d’Israele, Isaac Herzog. Era tra gli altri presente all’inaugurazione anche Yaron Sideman, l’ambasciatore di Gerusalemme presso la Santa Sede, che ha inoltre partecipato a un convegno attorno al libro “A Voice from the Desert: The Great Isaiah Scroll”, curato da Fidanzio in vista della mostra, organizzata nel solco delle celebrazioni per i 60 anni del museo.
   «Il Rotolo di Isaia non è solo un reperto archeologico risalente a migliaia di anni fa: è una voce viva che ci chiama dal deserto, una voce di visione, giustizia e conforto», ha dichiarato Herzog. «Tra i fogli di pergamena incontriamo il lungo respiro di generazioni, una fede che non si è spenta e una speranza che non si è arresa». Herzog ha ringraziato «dal profondo del cuore» il Museo d’Israele e il personale dedito alla conservazione del Rotolo perché «preservando questo tesoro e rendendolo accessibile al pubblico, ci permettono di continuare ad ascoltare questa voce antica e di trarne ispirazione per costruire insieme il nostro futuro».

(moked, 25 febbraio 2026)

........................................................


Una portaerei statunitense dovrebbe attraccare ad Haifa

Aerei militari degli Stati Uniti sono già in Israele

La portaerei più grande del mondo, la USS Gerald R. Ford, dovrebbe arrivare nei prossimi giorni al largo della costa israeliana e attraccare nel porto di Haifa. Il trasferimento fa parte di un rafforzamento complessivo delle forze armate statunitensi in Medio Oriente, mentre le tensioni tra Israele e Iran continuano ad aumentare ed entrambe le parti si preparano a possibili scenari militari. Lo hanno riferito giornali israeliani e americani.
  Secondo fonti militari americane, ulteriori aerei cisterna, aerei da trasporto e aerei da rifornimento statunitensi sono già stati trasferiti in Israele. Si trovano negli aeroporti israeliani e hanno il compito di garantire il supporto logistico in caso di escalation. La Marina statunitense non ha ancora confermato ufficialmente la data esatta dell'arrivo della portaerei, ma il gruppo da battaglia dovrebbe essere già entrato nel Mediterraneo dopo aver attraversato lo Stretto di Gibilterra.
  La scelta del porto di Haifa è strategicamente significativa. La città ospita sia il quartier generale della marina israeliana che la più grande raffineria di petrolio del Paese. Nell'ultima guerra tra Israele e Iran dello scorso anno, Haifa è stata duramente colpita: gli attacchi missilistici hanno causato danni alle abitazioni e agli edifici pubblici, inoltre parti della raffineria sono state temporaneamente messe fuori servizio. Anche il porto stesso era considerato all'epoca un potenziale obiettivo delle minacce iraniane.
  Con l'arrivo della USS Gerald R. Ford, il numero di soldati statunitensi nella regione aumenterebbe ulteriormente. Già ora più di 40.000 militari americani sono di stanza in basi e navi in Medio Oriente. Il gruppo da battaglia della portaerei aggiungerebbe diverse migliaia di soldati in più.
  Nel frattempo, lunedì a Beirut sono stati evacuati decine di dipendenti non indispensabili dell'ambasciata americana. Si tratta di «una misura precauzionale in vista dei previsti sviluppi nella regione», ha dichiarato il Dipartimento di Stato americano.

(Jüdische Allgemeine, 24 febbraio 2026

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 7
    Disfatta d'Israele ad Ai
  • Ma i figli d'Israele commisero un'infedeltà circa l'interdetto; poiché Acan, figlio di Carmi, figlio di Zabdi, figlio di Zerac, della tribù di Giuda prese dell'interdetto, e l'ira dell'Eterno si accese contro i figli d'Israele
  • Giosuè mandò degli uomini da Gerico ad Ai, che è vicina a Bet-Aven a oriente di Betel, e disse loro: “Salite ed esplorate il paese”. E quelli salirono ed esplorarono Ai. Poi tornarono da Giosuè e gli dissero: “Non occorre che salga tutto il popolo; ma salgano due o tremila uomini, e sconfiggeranno Ai; non stancare tutto il popolo, mandandolo là, perché quelli sono in pochi”. Così salirono circa tremila uomini tra il popolo, i quali si diedero alla fuga davanti alla gente di Ai. E la gente di Ai ne uccise circa trentasei, li inseguì dalla porta fino a Sebarim, e li mise in rotta nella discesa. E il cuore del popolo venne meno e divenne come acqua
  • Giosuè si stracciò le vesti e si gettò con il viso a terra davanti all'arca dell'Eterno; stette così fino alla sera, lui e gli anziani d'Israele, e si gettarono della polvere sul capo. Poi Giosuè disse: “Ahi, Signore, Eterno, perché hai fatto passare il Giordano a questo popolo per darci in mano agli Amorei e farci perire? Oh, ci fossimo pur accontentati di rimanere di là dal Giordano! Ahimè, Signore, che dirò io, ora che Israele ha voltato le spalle ai suoi nemici? I Cananei e tutti gli abitanti del paese lo verranno a sapere, ci accerchieranno, e faranno sparire il nostro nome dalla terra; e tu che farai per il tuo gran nome?”. 
  • Allora l'Eterno disse a Giosuè: “Alzati! Perché ti sei prostrato così con la faccia a terra? Israele ha peccato; essi hanno trasgredito il patto che io avevo loro comandato di osservare; hanno perfino preso dell'interdetto, lo hanno perfino rubato, hanno perfino mentito, e lo hanno messo fra i loro bagagli. Perciò i figli d'Israele non potranno resistere ai loro nemici e volteranno le spalle davanti a loro, perché sono diventati essi stessi interdetto. Io non sarò più con voi, se non distruggete l'interdetto in mezzo a voi. Alzati, santifica il popolo e digli: 'Santificatevi per domani, perché così ha detto l'Eterno, l'Iddio d'Israele: O Israele, c'è dell'interdetto in mezzo a te! Tu non potrai resistere ai tuoi nemici, finché non abbiate tolto l'interdetto di mezzo a voi. Domattina dunque vi accosterete tribù per tribù; e la tribù che l'Eterno designerà, si accosterà famiglia per famiglia; e la famiglia che l'Eterno designerà, si accosterà casa per casa; e la casa che l'Eterno avrà designato, si accosterà persona per persona. E colui che sarà designato per aver preso dell'interdetto sarà dato alle fiamme con tutto quello che gli appartiene, perché ha trasgredito il patto dell'Eterno e ha commesso un'infamia in Israele'”. 

    L'infedeltà di Acan e la sua punizione
  • Giosuè dunque si alzò la mattina di buon'ora, e fece accostare Israele tribù per tribù; e la tribù di Giuda fu designata. Poi fece accostare le famiglie di Giuda, e la famiglia degli Zerachiti fu designata. Poi fece accostare la famiglia degli Zerachiti persona per persona, e Zabdi fu designato. Poi fece accostare la casa di Zabdi persona per persona; e fu designato Acan, figlio di Carmi, figlio di Zabdi, figlio di Zerac, della tribù di Giuda. 
  • Allora Giosuè disse ad Acan: “Figlio mio, da' gloria all'Eterno, all'Iddio d'Israele, rendigli omaggio, e dimmi quello che hai fatto; non me lo nascondere”. Acan rispose a Giosuè e disse: “È vero; ho peccato contro l'Eterno, l'Iddio d'Israele, ed ecco precisamente quello che ho fatto. Ho visto fra le spoglie un bel mantello di Scinear, duecento sicli d'argento e una verga d'oro del peso di cinquanta sicli; ho desiderato quelle cose e le ho prese; ecco, sono nascoste in terra in mezzo alla mia tenda; e l'argento è sotto”. 
  • Allora Giosuè mandò dei messaggeri, i quali corsero alla tenda; ed ecco che il mantello era nascosto, e l'argento stava sotto. Essi presero quelle cose di mezzo alla tenda, le portarono a Giosuè e a tutti i figli d'Israele, e le deposero davanti all'Eterno. E Giosuè e tutto Israele con lui presero Acan, figlio di Zerac, l'argento, il mantello, la verga d'oro, i suoi figli e le sue figlie, i suoi buoi, i suoi asini, le sue pecore, la sua tenda e tutto quello che gli apparteneva, e li fecero salire nella valle di Acor. E Giosuè disse: “Perché ci hai causato una sventura? L'Eterno causerà a te una sventura in questo giorno!”. E tutto Israele lo lapidò; e dopo aver lapidato gli altri, diedero tutti alle fiamme. Poi ammassarono su Acan un gran mucchio di pietre, che dura fino al giorno d'oggi. E l'Eterno cessò dalla sua ira ardente. Perciò quel luogo è stato chiamato fino al giorno d'oggi 'Valle di Acor'.

(Notizie su Israele, 24 febbraio 2026)


........................................................


Hamas, la macchina invisibile della propaganda

Dai documenti sequestrati a Gaza emerge l’architettura di un sistema mediatico capillare che ha lavorato per anni per isolare Israele e orientare l’opinione pubblica internazionale.

di Daniele Scalise

Il piano operativo è dettagliato fino alla ossessione, con obiettivi scanditi nel tempo, budget assegnati, linee guida per la comunicazione interna ed esterna, elenchi di nomi da colpire mediaticamente e altri da esaltare come modelli di virtù politica. I documenti sequestrati nella Striscia di Gaza e analizzati dal Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ci ridanno un’immagine meno improvvisata e molto più strutturata dell’apparato di propaganda di Hamas, che già prima della guerra aveva costruito un’infrastruttura comunicativa pensata per incidere nel dibattito palestinese, israeliano e occidentale.
  Tra i materiali studiati figura il “Piano operativo 2022 del Movimento di Resistenza Islamico Hamas – Provincia di Gaza”, un testo che copre il triennio 2022-2025 e che porta la firma del direttore del Dipartimento Informazione, Ali al-Amoudi, uomo di fiducia di Yahya Sinwar. Il documento rientra in un progetto più ampio denominato “Spada di Gerusalemme” e definisce con precisione ciò che l’organizzazione intendeva fare sul terreno mediatico: rafforzare la legittimazione internazionale della cosiddetta resistenza, ostacolare qualsiasi forma di normalizzazione con Israele, colpire psicologicamente la società israeliana e consolidare il consenso interno nella Striscia.
  Il piano si articola in venticinque sezioni e spazia dalla produzione di contenuti tradizionali alla gestione di campagne digitali sponsorizzate, indirizzate in modo mirato al pubblico israeliano. Non si tratta soltanto di comunicati o interviste, ma di un lavoro sistematico che include video, infografiche, vignette satiriche, sondaggi costruiti per orientare la percezione pubblica e inserzioni a pagamento sui social media. Lo studio parla esplicitamente di “rafforzare la guerra psicologica mediatica contro avversari e nemici”, con l’obiettivo dichiarato di minare la resilienza della società israeliana attraverso la diffusione di contenuti che mettano in risalto presunti fallimenti militari o politici.
  La satira occupa uno spazio specifico nel progetto. È prevista la creazione di pagine online dedicate alla produzione comica, così come la realizzazione di cortometraggi sulle sconfitte dell’“esercito sionista”, destinati a circolare sia nella Striscia sia all’estero. L’intento vuole raggiungere due obiettivi: da un lato si consolida l’identità interna attorno a simboli e figure carismatiche e dall’altro si tenta di rendere più digeribile e penetrante il messaggio presso pubblici lontani dal conflitto.
  Un capitolo centrale riguarda la lotta contro la normalizzazione delle relazioni con Israele. Nei documenti compaiono progetti intitolati “Intensificare la lotta dei media contro la normalizzazione e il boicottaggio dell’occupazione”, con attività che vanno dal reclutamento di scrittori contrari a ogni apertura diplomatica fino alla preparazione di vere e proprie liste nere dei “normalizzatori”. Parallelamente, è prevista una “lista d’onore” per chi si distingue nel boicottaggio. In questo quadro, la dimensione culturale ed economica diventa terreno di scontro quanto quello militare.
  Il versante internazionale riceve un’attenzione altrettanto meticolosa. La sezione dedicata al pubblico straniero prevede un sito di notizie in inglese, la pubblicazione settimanale di un “Palestine Report”, la formazione di portavoce capaci di intervenire nei media occidentali e il reclutamento di giornalisti e attivisti pronti a sostenere la linea del movimento. I rapporti finanziari interni del 2021, anch’essi sequestrati, mostrano che testate come Al-Risala, Shehab, Safa e il quotidiano Filastin, presentate come indipendenti, risultano integralmente finanziate e orientate da Hamas, inserite in un sistema mediatico che opera in sinergia con la dirigenza politica.
  Al centro di questa rete compare la figura di Ali al-Amoudi, arrestato da Israele nel 2004 e condannato all’ergastolo prima di essere liberato nell’accordo Shalit. La sua ascesa ai vertici del Dipartimento Informazione nel 2021 coincide con l’affermazione, all’interno di Hamas, della generazione dei detenuti rilasciati. Uomo poco esposto pubblicamente, al-Amoudi partecipava ai forum ristretti attorno a Sinwar e coordinava la strategia comunicativa con le strutture operative del movimento. Secondo fonti israeliane, sarebbe stato ucciso nei primi mesi della guerra successiva al 7 ottobre.
  Il quadro che emerge dai documenti restituisce un sistema pensato per operare su più livelli e con continuità, in cui propaganda tradizionale e strumenti digitali convivono all’interno di una pianificazione rigorosa. Comprendere questa architettura significa leggere con maggiore consapevolezza ciò che circola nello spazio pubblico, dove spesso le vignette e i personaggi ombra precedono, accompagnano e talvolta preparano il terreno agli eventi sul campo.

(Setteottobre, 24 febbraio 2026)

........................................................


Regno Unito – Tifosi del Maccabi pericolosi? Una bufala generata dall’IA

Il divieto imposto ai tifosi del Maccabi Tel Aviv di assistere alla partita di Europa League contro l’Aston Villa, in programma il 6 novembre 2025 a Birmingham, era basato su informazioni «inaccurate e non verificate», in parte generate tramite strumenti di intelligenza artificiale. Lo denuncia un rapporto del Home Affairs Committee – la Commissione Affari Interni della Camera dei Comuni britannica – che parla di gravi carenze procedurali, critica duramente la condotta della West Midlands Police e definisce «maldestro e tardivo» l’intervento del governo britannico.
  Secondo la Commissione, la polizia si è «affidata eccessivamente» a una narrativa che descriveva i tifosi israeliani come un rischio eccezionale per l’ordine pubblico. Parte delle informazioni utilizzate «si basavano su contenuti falsi generati dall’IA», offrendo «un’immagine fuorviante della violenza intorno alla partita con l’Ajax ad Amsterdam del 2024». Il riferimento è all’attacco subito nel 2024 da alcuni tifosi del Maccabi nella capitale olandese: un episodio inizialmente descritto dalle autorità come uno scontro provocato dagli stessi sostenitori israeliani, ma successivamente ricostruito come un’aggressione ai loro danni.
  «È difficile capire come questa narrativa abbia preso piede», osserva il rapporto, ma «è chiaro che non è stata svolta nemmeno l’adeguata verifica di base sulle informazioni ricevute». Le valutazioni di rischio non sarebbero state adeguatamente documentate e, mentre si enfatizzava la presunta pericolosità dei tifosi del Maccabi, sarebbero state minimizzate le tensioni provenienti dal tifo locale.
  Critico, nel report, anche il capitolo sui rapporti con il mondo ebraico: la polizia «non ha adottato misure adeguate per coinvolgere le comunità ebraiche», nonostante il confronto con altri gruppi locali, causando «un grave danno di fiducia». La presidente della Commissione, Karen Bradley, ha sottolineato che i tifosi del Maccabi «sono stati erroneamente descritti come insolitamente violenti», mentre la minaccia proveniente dal contesto locale e l’impatto sulla comunità ebraica di Birmingham sono stati sottovalutati.
  Il Board of Deputies of British Jews ha accolto con favore il rapporto. «Invitiamo la polizia e i ministri a trarre insegnamento da questa vicenda», ha dichiarato il presidente Phil Rosenberg, chiedendo che in futuro decisioni simili non siano influenzate da «programmi politici ristretti o settari» e che si dia priorità alla ricostruzione della fiducia con la comunità ebraica.
  Anche l’ambasciata israeliana a Londra ha parlato di «profonda violazione della fiducia» che «non deve ripetersi». Le dimissioni lo scorso gennaio dell’ex capo della polizia Craig Guildford, ritenute «giuste» dalla Commissione, chiudono formalmente la vicenda ma, osserva il Times of Israel, lasciano aperti interrogativi sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle decisioni pubbliche e sul rischio di distorsioni nelle valutazioni di sicurezza.

(moked, 23 febbraio 2026)

........................................................


Con la luce contro la minaccia

Israele dispone ora di un'arma laser per la difesa nazionale. Lo Stato ebraico dimostra così la sua inventiva, ma anche altri paesi puntano su questa tecnologia.

di Daniel Frick

A Golda Meir è attribuita una frase che è entrata nella storia del Medio Oriente come un detto popolare: se i nemici di Israele deponessero le armi, ci sarebbe la pace; se Israele deponesse le armi, non ci sarebbe più Israele. In un ambiente ostile, lo Stato ebraico deve inoltre sforzarsi di essere e rimanere più forte dei suoi nemici con inventiva e coraggio.
  Il 28 dicembre Israele ha aperto l'ultimo capitolo di questa storia: l'azienda produttrice di armi Rafael ha consegnato ufficialmente all'esercito il sistema laser “Starkes Licht” (luce forte). Quest'arma apporta una nuova qualità nella difesa da proiettili come droni o missili, a una frazione dei costi finora necessari.

Collaudato in guerra
    Il sistema ha già superato la sua “prova del fuoco”. Come reso noto alla fine di maggio 2025, è stato utilizzato nell'ottobre 2024 al confine settentrionale contro la milizia terroristica Hezbollah. L'esercito ha respinto quasi 40 proiettili. Ha parlato di “successi di intercettazione particolarmente elevati”.
  A questa missione pionieristica hanno partecipato riservisti che avevano già esperienza con l'Iron Dome o altri sistemi di difesa. Uno di loro ha dichiarato al quotidiano “Jerusalem Post” che durante la missione hanno dovuto imparare in tempo reale: nessuno aveva mai testato il sistema in combattimento prima d'ora. Insieme agli esperti di Rafael, hanno apportato continue modifiche per aumentarne l'efficienza.
  L'amministratore delegato di Rafael, Joav Turgeman, ha elogiato il risultato raggiunto, definendolo un “capolavoro operativo e tecnologico di importanza globale”. Rafael è leader nella “rivoluzione delle armi energetiche”, grazie alla creatività dei suoi scienziati e agli enormi investimenti nella ricerca.
  Anche il presidente di Rafael, Juval Steiniz, ha espresso il suo orgoglio: “Le persone in tutto il mondo guardano con ammirazione alla svolta nel campo dei laser realizzata da Rafael”, ha dichiarato l'ex ministro dell'Energia a settembre. “Sebbene il laser sia stato inventato 70 anni fa, nessun Paese è riuscito a utilizzarlo come arma”.

Entusiasmo internazionale per la ricerca
    Questa affermazione non è del tutto vera. Anche altri paesi stanno conducendo ricerche su questa tecnologia e hanno già effettuato con successo dei test di lancio. Nella guerra in Ucraina, i laser sono stati utilizzati da entrambe le parti. Anche Cina, Germania, Gran Bretagna, Giappone, India, Turchia e Stati Uniti stanno sperimentando armi laser. La Gran Bretagna intende utilizzare il proprio sistema nel 2027, mentre l'esercito tedesco nel 2029.
  Tuttavia, questi sistemi hanno finora raggiunto solo portate limitate. La svolta citata da Steiniz si riferisce alla sfida di mantenere l'intensità del raggio laser anche su lunghe distanze. Nel 2020, tre fisici di Rafael ci sono riusciti. Quando altri paesi indicano la portata, si parla solitamente di 1 chilometro, raramente di 5 chilometri. Il sistema israeliano raggiunge i 10 chilometri.


Rafael ha sviluppato tre versioni del sistema laser. Sono state già presentate al Salone dell'Aeronautica e dello Spazio di Parigi nel giugno 2025. Le versioni si differenziano per potenza e scenari di utilizzo.
Versione Potenza
(kilowatt)
Campo di applicazione
Standard 100 Per proiettili di ogni tipo. Installazione fissa in prossimità dei confini, vicino a centri abitati o infrastrutture critiche
M 50 Versione mobile: installabile su camion militari e quindi rapidamente trasferibile.
Lite 10 Versione più piccola di M per bersagli a bassa quota o a terra. Installabile su fuoristrada e furgoni.
Il sistema rileva i proiettili nemici tramite un sistema di sensori con radar, sensori elettro-ottici e telecamere. Una volta individuato il bersaglio, il sistema emette inizialmente da 100 a 200 raggi parziali. Quando rileva un impatto su un raggio (ad esempio tramite riflessione), regola gli altri raggi sul bersaglio e sulla frequenza. Il calore estremo rende il proiettile inabile al volo o fa esplodere il suo ordigno.


Dalla finzione alla realtà
    Il sogno di un'arma laser risale a decenni fa. Dopo la costruzione del primo laser funzionante nel 1960, gli autori di fantascienza hanno ripreso il concetto, ad esempio nel 1965 nell'episodio pilota della prima serie di “Star Trek”. Iconica è la “spada laser” di “Star Wars”, che ha affascinato le masse nel primo film della serie nel 1977.
  Nel frattempo, la politica si è impegnata per applicarla nella realtà. Nel 1983, il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan ha lanciato una “iniziativa di difesa strategica” che prevedeva anche un'arma laser per difendersi dai missili sovietici. L'iniziativa si è rivelata troppo ambiziosa, ma ha dato impulso alla ricerca sui materiali.
  Gli Stati Uniti hanno continuato a perseguire l'idea di un'arma laser. Nel 1996 hanno firmato con Israele una dichiarazione d'intenti per lo sviluppo e la produzione. Nonostante i test positivi, gli Stati Uniti hanno abbandonato il progetto nel 2004. Il governo ha motivato la decisione affermando che il sistema era troppo ingombrante per il trasporto e che un sistema fisso non era sufficiente per soddisfare i moderni requisiti di combattimento.
  Nel frattempo, però, un sistema laser sembra essere diventato indispensabile. Infatti, nei combattimenti si assiste sempre più spesso all'uso massiccio di droni, che i sistemi di difesa classici non sono più in grado di gestire a causa della loro quantità.

Molti vantaggi
    I vantaggi di un laser sono immensi. Innanzitutto c'è il fattore costo: il sistema di difesa missilistica Iron Dome, in uso in Israele dal 2011, ha salvato numerose vite. Tuttavia, un singolo missile difensivo costa circa 30.000 dollari USA. I missili d'attacco utilizzati da gruppi terroristici come Hamas costano invece solo 600 dollari e proprio per questo possono essere utilizzati in massa.
  Proprio questo ricorso alla quantità, ovvero al bombardamento massiccio o continuo, ha permesso finora ai nemici di Israele di contrastare in qualche modo il vantaggio qualitativo dell'esercito israeliano. Il laser ribalta la situazione: un colpo richiede solo energia elettrica per un valore compreso tra 5 e 10 dollari USA. L'amministratore delegato di Rafael, Turgeman, sintetizza così: “È la prima volta che il vantaggio economico in una campagna è dalla parte di chi difende e non di chi attacca”.
  Un altro vantaggio è rappresentato dalle “munizioni” utilizzate: l'elettricità è disponibile in modo semplice e veloce. Al contrario, la produzione dei classici missili difensivi richiede una logistica complessa e un coordinamento internazionale. In caso di embargo sulle armi, i rifornimenti si interrompono e il rischio per la sicurezza dello Stato ebraico aumenta.
  Il nuovo sistema laser è quindi in linea con la dottrina recentemente proclamata di diventare più indipendenti nel settore degli armamenti: il 24 dicembre il capo del governo Benjamin Netanyahu (Likud) ha annunciato che nei prossimi dieci anni investirà circa 95 miliardi di euro per espandere la produzione di armi in Israele.
  Un ulteriore vantaggio riguarda la vita quotidiana degli israeliani: l'arma laser è in grado di distruggere i proiettili nemici poco dopo il lancio. Di conseguenza, in alcuni casi non verrà più attivato l'allarme missilistico e gli israeliani non dovranno più cercare rifugio nei bunker in caso di attacco. Ciò consentirà loro di evitare lo stress e le lesioni che spesso si verificano durante la fuga nei bunker.
  D'altra parte, il sistema presenta alcuni punti deboli: non è versatile e non può essere utilizzato a piacimento. Innanzitutto, ha una portata di 10 chilometri, mentre la cupola di ferro ne copre circa 70. Inoltre, il sistema perde notevolmente in efficienza in caso di nuvole, nebbia o foschia. Verrà quindi utilizzato solo in combinazione con i classici sistemi di difesa.

Desiderio di tranquillità
    Ciononostante, con l'arma laser Israele si è assicurato un vantaggio che, nell'attuale situazione di minaccia, è incommensurabile. L'azienda produttrice di armi Elbit sta già lavorando a un sistema che può essere installato anche su droni, elicotteri e aerei da combattimento. Lo sviluppo richiederà però ancora dai tre ai cinque anni.
  Le promesse sono comunque grandiose: tra cinque-dieci anni “non volerà più nulla di ostile nell'aria – né aerei, né droni, né missili da crociera, né mortai, né bombe”, afferma il presidente di Rafael Steiniz: “Perché il laser ripulirà completamente l'aria da tutto ciò che vede e riconosce”. Anche se questa visione si realizzasse solo a metà, il sistema laser potrebbe garantire a Israele maggiore tranquillità in un ambiente ostile.

(Israelnetz, 24 febbraio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 6
    La presa di Gerico
  • Gerico era chiusa bene e barricata per paura dei figli d'Israele; nessuno ne usciva e nessuno vi entrava. E l'Eterno disse a Giosuè: “Vedi, io do in tua mano Gerico, il suo re, i suoi prodi guerrieri. Voi tutti dunque, uomini di guerra, marciate intorno alla città, facendone il giro una volta. Così farai per sei giorni; e sette sacerdoti porteranno davanti all'arca sette trombe squillanti; il settimo giorno farete il giro della città, sette volte, e i sacerdoti suoneranno le trombe. E avverrà che, quando essi suoneranno a distesa il corno squillante e voi udrete il suono delle trombe, tutto il popolo darà in un gran grido, e le mura della città crolleranno, e il popolo salirà, ciascuno diritto davanti a sé”. 
  • Allora Giosuè, figlio di Nun, chiamò i sacerdoti e disse loro: “Prendete l'arca del patto, e sette sacerdoti portino sette trombe squillanti davanti all'arca dell'Eterno”. Poi disse al popolo: “Andate, fate il giro della città, e l'avanguardia preceda l'arca dell'Eterno”. Quando Giosuè ebbe parlato al popolo, i sette sacerdoti che portavano le sette trombe squillanti davanti all'Eterno, si misero in marcia suonando le trombe; e l'arca del patto dell'Eterno li seguiva. L'avanguardia marciava davanti ai sacerdoti che suonavano le trombe, e la retroguardia seguiva l'arca; durante la marcia i sacerdoti suonavano le trombe. Ora Giosuè aveva dato al popolo quest'ordine: “Non gridate, non fate udire la vostra voce e non vi esca parola di bocca, fino al giorno che io vi dirò: 'Gridate!'. Allora griderete”. Così fece fare all'arca dell'Eterno il giro della città una volta; poi rientrarono nell'accampamento, e là passarono la notte. 
  • Giosuè si alzò la mattina di buon'ora, e i sacerdoti presero l'arca dell'Eterno. I sette sacerdoti che portavano le sette trombe squillanti davanti all'arca dell'Eterno avanzavano, suonando le trombe durante la marcia. L'avanguardia li precedeva; la retroguardia seguiva l'arca dell'Eterno; e durante la marcia i sacerdoti suonavano le trombe. Il secondo giorno girarono intorno alla città una volta, e poi tornarono all'accampamento. Così fecero per sei giorni. 
  • E il settimo giorno, si alzarono la mattina allo spuntare dell'alba, fecero sette volte il giro della città in quella stessa maniera; soltanto quel giorno fecero il giro della città sette volte. La settima volta, quando i sacerdoti suonavano le trombe, Giosuè disse al popolo: “Gridate! perché l'Eterno vi ha dato la città. E la città con tutto quello che contiene sarà consacrata all'Eterno per essere sterminata come un interdetto; soltanto Raab, la prostituta, avrà salva la vita: lei e tutti quelli che saranno in casa con lei, perché nascose i messaggeri che noi avevamo inviato. E voi guardatevi bene da ciò che è votato all'interdetto, affinché non siate voi stessi votati allo sterminio, prendendo qualcosa di interdetto, e non rendiate maledetto l'accampamento d'Israele, gettandovi lo scompiglio. Ma tutto l'argento, l'oro e gli oggetti di bronzo e di ferro saranno consacrati all'Eterno; entreranno nel tesoro dell'Eterno”. 
  • Il popolo dunque gridò e i sacerdoti suonarono le trombe; e avvenne che, quando il popolo ebbe udito il suono delle trombe, lanciò un grande grido, e le mura crollarono. Il popolo salì nella città, ciascuno diritto davanti a sé, e si impadronirono della città. E votarono allo sterminio tutto ciò che era nella città, passando a fil di spada, uomini, donne, fanciulli e vecchi, e buoi e pecore e asini. 
  • E Giosuè disse ai due uomini che avevano esplorato il paese: “Andate in casa di quella prostituta, fatela uscire con tutto ciò che le appartiene, come le avete giurato”. E quei giovani che avevano esplorato il paese entrarono nella casa, e fecero uscire Raab, suo padre, sua madre, i suoi fratelli e tutto quello che le apparteneva; fecero uscire anche tutte le famiglie dei suoi e li misero fuori dall'accampamento d'Israele. Poi i figli d'Israele bruciarono la città e tutto quello che conteneva; presero soltanto l'argento, l'oro e gli oggetti di bronzo e di ferro, che misero nel tesoro della casa dell'Eterno. Ma a Raab, la prostituta, alla famiglia di suo padre e a tutti i suoi Giosuè lasciò la vita; e lei ha dimorato in mezzo a Israele fino al giorno d'oggi, perché aveva nascosto i messaggeri che Giosuè aveva mandati a esplorare Gerico. 
  • Allora Giosuè fece questo giuramento: “Sia maledetto, davanti all'Eterno, l'uomo che si alzerà a ricostruire questa città di Gerico! Egli getterà le fondamenta sul suo primogenito, ed erigerà le porte sul più giovane dei suoi figli”. L'Eterno fu con Giosuè, e la sua fama si sparse per tutto il paese.

(Notizie su Israele, 23 febbraio 2026)


........................................................


Consiglio centrale degli ebrei: la mostra sottolinea la «dolorosa attualità»

Solo cinque anni dopo la fine della dittatura nazista e dell'Olocausto è stato fondato il "Zentralrat der Juden in Deutschland" (Consiglio centrale degli ebrei in Germania). All'inaugurazione della mostra commemorativa per i 75 anni, parole di monito.

FOTO
Josef Schuster, Presidente del Consiglio degli ebrei in Germania

Il Consiglio centrale degli ebrei registra un aumento dell'ostilità nei confronti della religione in Germania e chiede di combatterla con determinazione. «Dal 7 ottobre assistiamo a un'esplosione dell'antisemitismo», ha affermato il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster a Braunschweig. Schuster ha parlato in occasione dell'inaugurazione della mostra “Con la propria voce. 75 anni del Consiglio centrale degli ebrei in Germania” nel teatro statale della città della Bassa Sassonia.
  L'odio verso gli ebrei non è mai scomparso dalla Germania, ma dal 7 ottobre ha assunto una nuova dimensione, ha affermato Schuster. “Se vogliamo contrastare l'antisemitismo, è necessario un intervento deciso da parte della politica”, ha affermato, sottolineando che ciò non è sufficiente. “La decenza e la cultura democratica non possono essere imposte politicamente”, ha affermato il presidente del Consiglio centrale. Dipende dai singoli individui, la mostra sottolinea una “dolorosa attualità”.

Custode della Costituzione e pioniere di una società aperta
    Schuster ha elogiato il fatto che la mostra di Braunschweig comprenda il ruolo del Consiglio centrale. È orgoglioso che il Consiglio sia considerato il “centro etico” della Repubblica Federale, un custode della Costituzione e delle sue conquiste e un pioniere di una società aperta.

Unica mostra a livello nazionale

VIDEO
SOTTOTITOLO

L'obiettivo del progetto è quello di rendere omaggio ai meriti del Consiglio centrale per la comunità ebraica e, allo stesso tempo, alla sua importanza per lo sviluppo democratico della società nella Repubblica Federale.
  Secondo gli organizzatori, la mostra, che si terrà dal 24 febbraio al 20 settembre nel Museo Civico, è l'unica in Germania dedicata all'anniversario. La mostra è sostenuta principalmente dalla Fondazione Luoghi della storia democratica tedesca e dalla Fondazione Braunschweigischer Kulturbesitz.
  Il Consiglio centrale è stato fondato il 19 luglio 1950 a Francoforte sul Meno ed è un rappresentante politico, sociale e religioso della comunità ebraica in Germania. 

(Jüdische Allgemeine, 23 febbraio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


National Jewish Book Awards 2026: “L’ostaggio” di Eli Sharabi vince il premio di “Libro dell’anno”

Secondo la giuria di quest’anno, il memoir di Sharabi è riuscito ad aggiudicarsi il premio “grazie alla sua duplice identità di testimonianza personale e documento storico”. Nel libro, diventato bestseller in Israele e ripubblicato in inglese negli Stati Uniti, l’autore racconta il suo rapimento dal kibbutz Be’eri durante l’attacco del 7 ottobre 2023 e i 491 giorni trascorsi in cattività nei tunnel sotterranei di Gaza fino alla liberazione avvenuta l’8 febbraio 2025.

di Pietro Baragiola

Mercoledì 18 febbraio il memoir L’ostaggio, scritto dall’ex prigioniero di Hamas, Eli Sharabi, e già vincitore del Golden Book Award 2025, è stato proclamato “Libro dell’anno”.
  L’annuncio è stato diffuso dal Jewish Book Council che dal 1950 assegna i riconoscimenti più prestigiosi della letteratura ebraica in lingua inglese.
  Secondo la giuria di quest’anno, il memoir di Sharabi è riuscito ad aggiudicarsi il premio “grazie alla sua duplice identità di testimonianza personale e documento storico”.
  Nel libro, diventato bestseller in Israele e ripubblicato in inglese negli Stati Uniti, l’autore racconta il suo rapimento dal kibbutz Be’eri durante l’attacco del 7 ottobre 2023 e i 491 giorni trascorsi in cattività nei tunnel sotterranei di Gaza fino alla liberazione avvenuta l’8 febbraio 2025.
  “Questo riconoscimento significa moltissimo per me, non solo a livello personale, ma per la memoria della mia famiglia e di tutti coloro che abbiamo perso” ha dichiarato Sharabi in una nota stampa. “L’ostaggio è la mia esperienza, la storia della mia sopravvivenza, scritta perché altri possano essere testimoni. Spero contribuisca a far sì che ciò che è successo non venga mai dimenticato.”

La testimonianza di Sharabi
    Nel memoir, l’autore descrive il terrore che ha vissuto durante l’irruzione dei terroristi nel suo kibbutz e la lotta quotidiana che ne è seguita per restare in vita.
  “Mi rifiuto di lasciare che il dolore mi sovrasti e mi faccia annegare. Sto sopravvivendo. Sono un ostaggio. Nel cuore di Gaza. Uno straniero in terra straniera” scrive Sharabi. “Nella casa di una famiglia che sostiene Hamas. E ne uscirò. Devo farlo. Tornerò a casa.”
  La premiazione di Sharabi è avvenuta in un periodo storico in cui il dibattito globale sull’ebraismo è stato profondamente ridefinito dagli eventi post-7 ottobre portando all’impennata dell’antisemitismo e alle numerose tensioni politiche legate ad Israele.
  Non è un caso che anche 10/7: 1900 Human Stories di Lee Yaron, nominato “Libro dell’anno” nel 2025, fosse dedicato agli stessi eventi e al loro impatto sull’umanità.
  “In un contesto di crescente antisemitismo e con autori ebrei sottoposti a sempre maggiore scrutinio, i nostri libri hanno il potere di creare e sostenere una comunità” ha affermato Naomi Firestone-Teeter, amministratrice delegata del Jewish Book Council nella sua dichiarazione rilasciata alla Jewish Telegraphic Agency.

National Jewish Book Awards
    Gli altri vincitori dell’edizione di quest’anno hanno riflettuto la versatilità del mondo ebraico nella produzione editoriale contemporanea.
  Per gli studi ebraico-americani è stata premiata Pamela S. Nadell con Antisemitism, an American Tradition, un’analisi delle forme assunte dall’antisemitismo negli Stati Uniti, dal colonialismo ad oggi.
  Il premio di “Migliore autobiografia” è stato assegnato alla giornalista Julia Ioffe per Motherland: A Feminist History of Modern Russia, from Revolution to Autocracy, un intreccio di memoria personale, reportage e storia. Invece la categoria “Migliore biografia” è stata vinta dall’autore Jack Fairweather con il suo The Prosecutor: One Man’s Battle to Bring Nazis to Justice, dedicato ad un giudice ebreo sopravvissuto alla Shoah e che nella Germania del dopoguerra ha incentrato il suo lavoro sul perseguire i criminali nazisti.
  Spazio infine alla letteratura per ragazzi, con Alison Goldberg, Janice Shapiro ed Eugene Yelchin tra i vincitori, e alla saggistica su identità, cultura sefardita e cucina.
  I vincitori verranno celebrati il 25 marzo a New York City in una cerimonia condotta dall’intrattenitore ebreo Jonah Platt. In quell’occasione il giornalista Sam Freedman riceverà il Mentorship Award intitolato a Carolyn Starman Hessel.
  I National Jewish Book Awards 2026 si confermano così uno spazio dove riflettere sul mondo di oggi e celebrare la scrittura come strumento di consapevolezza storica e responsabilità pubblica.

(Bet Magazine Mosaico, 23 febbraio 2026)

........................................................


Scuola – Imparare dai luoghi, imparare dagli altri

FOTO 1
FOTO 2
Si conclude oggi a Berlino un progetto per studenti italiani delle scuole superiori ideato «per portarli dove la memoria parla». Ce lo racconta dalla capitale tedesca il direttore del Cdec Gadi Luzzatto Voghera che incontriamo assieme a un gruppo di studenti di quarta e quinta liceo e a Deborah D’Auria, docente specializzata in Storia dell’ebraismo e in Didattica della Shoah. Luzzatto Voghera e D’Auria accompagnano una quarantina di ragazzi e ragazze provenienti dalla Sicilia, dalla Sardegna e ancora da Roma – fra questi alcuni studenti del liceo ebraico Renzo Levi – e ancora da Ferrara e da Napoli. Il progetto, finanziato ormai da tre anni con l’8×1000 dell’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia (Ucebi), quest’anno è sostenuto anche dall’Ucei «e da una donazione importante di Edith Bruck», ci spiega D’Auria. Gli studenti imparano dunque la Storia là dove è accaduta, visitando i luoghi della memoria, «ma facciamo anche formazione itinerante incontrando altre scuole in Italia, visitando musei e organizzando degli worskhop», spiega ancora la docente. Gli obiettivi sono ambiziosi: insegnare agli studenti la Shoah, la Resistenza, il ruolo della donna, la giustizia. Pagine Ebraiche incontra studenti e docenti alla vigilia della loro visita al campo di sterminio di Sachsenhausen, fuori Berlino.
  Cosa fanno in concreto questi ragazzi una settimana all’estero? «Le giornate sono tematiche», risponde Nancy da Genova. «Oggi, per esempio, ci siamo concentrati di più sulla Resistenza e abbiamo visitato due musei. La sera rielaboriamo quello che abbiamo appreso durante il giorno». Sofia da Napoli aggiunge: «Prima di cena creiamo dei piccoli gruppi per esporre i temi affrontati nelle ore e nei giorni precedenti, scambiandoci informazioni e impressioni, il che ci aiuta a fare gruppo, a conoscerci gli uni con gli altri».
  «Abbiamo imparato un sacco di cose nuove», aggiunge Meir da Roma, «ma il momento più bello resta quello dello scambio delle opinioni la sera». Il perché lo spiega anche Luigi da Napoli: «Poter parlare liberamente con studenti di un liceo ebraico per me è stato fondamentale: l’anno scorso non c’era e quest’anno poter fare domande, scherzare tutti assieme è stato molto utile, anche prescindendo dal teorico, dalle lezioni. Insomma: io sto imparando più dagli altri che dalle attività in sé». A Gadi Luzzatto Voghera chiediamo se questi studenti siano “speciali” e lui ci ricorda come questi siano ragazzi e ragazze che hanno deciso in maniera «del tutto volontaria» di approfondire temi quali i diritti umani, la sofferenza altrui, le guerre in Medio Oriente, «e lavorando insieme, imparano a conoscersi gli uni con gli altri».
  Conclude la riflessione la professoressa D’Auria ricordando che la parte più bella di questo programma «è che lo costruiamo insieme, in ogni singola fase, e insieme lo cambiamo proprio in base alle loro aspettative e curiosità: e anche per noi docenti questa è un’esperienza molto formativa perché impariamo meglio ad ascoltare questi ragazzi: è una questione non solo di contenuti ma di metodo. D’altronde quello che cerchiamo di fare è aiutarli a sviluppare un pensiero critico». Un progetto encomiabile, che meriterebbe fondi pubblici, non solo quelli di Ucei e Ucebi. dan.mos.

(moked, 23 febbraio 2026)

........................................................


“Gaza è nostra per sempre”: deputati della Knesset e attivisti entrano nella Striscia di Gaza e chiedono la sua ricolonizzazione

IDF: i civili hanno disatteso le istruzioni e messo in pericolo i soldati; l'incidente segue un precedente tentativo di attraversare il confine e una crescente campagna politica per il ripristino delle comunità ebraiche a Gaza.

di Ryan Jones

Attivisti israeliani manifestano al confine con la Striscia di Gaza.
GERUSALEMME - Un piccolo gruppo guidato dal deputato della Knesset Limor Son Har-Melech (Otzma Yehudit) ha fatto irruzione nella Striscia di Gaza giovedì sera, ignorando gli ordini militari. Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno dichiarato che l'incidente ha messo in pericolo sia i civili che i soldati schierati nella zona.
  L'IDF ha comunicato che i soldati inviati sul posto hanno fermato il gruppo e lo hanno riportato in Israele. Successivamente, i civili sono stati consegnati alla polizia israeliana per ulteriori accertamenti. L'esercito ha aggiunto che i movimenti dei civili sono stati monitorati durante l'intero incidente e ha condannato con forza l'ingresso non autorizzato nella Striscia di Gaza.
  Son Har-Melech, che è anche vicepresidente della Knesset, ha definito l'intrusione un “privilegio” e ha scritto: “Gaza ci appartiene per sempre”. Ha presentato l'azione come parte di un'iniziativa volta a promuovere il reinsediamento ebraico nell'enclave costiera. Le immagini diffuse dai partecipanti mostravano attivisti che piantavano alberi e issavano una bandiera israeliana – “atti simbolici di insediamento”, come li ha definiti il movimento di insediamento Nachala.
  Nachala, un'organizzazione di lunga data che promuove gli insediamenti, ha dichiarato che il gruppo ha fatto irruzione, ha piantato alberi, ha ballato e ha lasciato la zona.
  Già all'inizio del mese, secondo quanto riferito, un evento più grande organizzato da Nachala vicino al confine aveva attirato circa 1.500 attivisti. Alcuni di loro hanno cercato di avvicinarsi alla recinzione di confine o di superarla, chiedendo la ripopolazione ebraica e rifiutando il concetto di “Gaza internazionale”.

La campagna più ampia: da “fenomeno marginale” a pressione politica pubblica
    L'attraversamento del confine avviene sullo sfondo di un dibattito politico sempre più ampio in Israele, in particolare nell'ala destra, secondo cui il “giorno dopo” a Gaza dovrebbe includere il controllo diretto israeliano e la ricostituzione di comunità ebraiche.
  Nachala ha organizzato diversi grandi eventi a favore della colonizzazione di Gaza, tra cui una conferenza a Gerusalemme nel gennaio 2024, alla quale hanno partecipato diversi ministri del governo, e un incontro nell'ottobre 2024, annunciato come preparazione a una ricolonizzazione.
  Più recentemente, questa idea è stata ripresa anche da politici di alto rango della coalizione. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich si è espresso pubblicamente a favore del controllo totale da parte di Israele e della ricostituzione delle comunità ebraiche, criticando al contempo i meccanismi postbellici per Gaza guidati dall'estero.
  A gennaio, Smotrich ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di sciogliere il Civil Military Coordination Centre (CMCC) guidato dagli Stati Uniti a Kiryat Gat.
  Ha avvertito che la partecipazione internazionale agli accordi postbellici per Gaza potrebbe minare la sovranità e la sicurezza di Israele. Il CMCC era stato istituito alla fine del 2025 dagli Stati Uniti nell'ambito di un più ampio coordinamento postbellico e di assistenza umanitaria legato al piano per il futuro di Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
  Durante una mobilitazione a febbraio, il movimento Nachala ha ripreso questa critica, respingendo esplicitamente i concetti di governance “internazionale” e sottolineando che solo il dominio ebraico può garantire la sicurezza – una retorica che è stata ripetuta anche dai partecipanti giovedì sera dopo aver attraversato il confine.

Attrito militare: il rischio operativo incontra la politica simbolica strategica
    Per l'IDF, il rischio tattico è in primo piano nel breve termine: i civili nella Striscia di Gaza possono complicare le operazioni militari, creare confusione sotto il fuoco nemico e costringere le truppe a distogliere risorse per il loro salvataggio, con un aumento del rischio di sequestri, feriti o morti.
  Per gli attivisti, invece, si tratta di un segnale strategico: il ripopolamento non deve apparire come un'opzione ipotetica, ma come inevitabile, come un'affermazione di fatto “sul campo”, anche se solo per un breve periodo, con l'obiettivo di esercitare pressione sulla leadership politica israeliana e plasmare le aspettative dell'opinione pubblica sul futuro di Gaza.
  Lo scontro tra questi due approcci è diventato un elemento ricorrente nel dibattito interno israeliano su cosa significhi “vittoria” dopo il 7 ottobre e quale posizione a lungo termine il Paese dovrebbe assumere nei confronti di Gaza.

(Israel Heute, 22 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Antisemitismo: minimo sforzo, massimo rendimento

L’arma più economica ed efficace per chi vuole confondere e controllare

di Andrea Fiore

L’antisemitismo non è un residuo del passato: è uno strumento attuale, usato da chi ha bisogno di confusione per muoversi senza essere visto.
Le criminalità organizzate lo adoperano come un rumore di fondo: non serve a dire qualcosa, serve a coprire tutto il resto.
  L’odio semplifica ciò che è complesso, divide ciò che dovrebbe essere discusso, sposta lo sguardo da ciò che conta davvero. È un investimento minimo che produce un grande vantaggio: mentre la società insegue nemici immaginari, i poteri reali — quelli che controllano soldi, territori, relazioni — avanzano senza ostacoli.
  La propaganda antisemita non è un’idea politica: è un clima. Un ambiente che permette di reclutare persone fragili, giustificare violenze, creare appartenenze chiuse.

Perché funziona
    Funziona perché offre una scorciatoia emotiva: un colpevole pronto, una storia semplice, un racconto che non richiede prove.
E nel digitale diventa ancora più efficace: spazi chiusi, canali criptati, luoghi dove l’odio non si diffonde soltanto, ma cresce. È un laboratorio continuo di manipolazione, utile a chi vuole indebolire la capacità critica della società e trasformare la discussione pubblica in rumore.
  Il punto politico è chiaro: una democrazia che lascia circolare l’antisemitismo non è una democrazia distratta, è una democrazia esposta.

A chi giova?
    Perché l’odio non nasce spontaneamente: viene coltivato, spinto, messo in circolo da chi ha interesse a rendere la società più fragile. Ogni volta che un complotto prende piede, qualcuno guadagna spazio. Ogni volta che un nemico inventato diventa protagonista, un potere reale si nasconde meglio.
  La domanda non è chi odia, ma chi sfrutta quell’odio. E la risposta, quasi sempre, si trova dove si incontrano economia illegale, disinformazione e assenza dello Stato.
  Lì l’antisemitismo non è un’opinione: è un ingranaggio che permette a pochi di agire nell’ombra mentre molti litigano nel buio.

(Setteottobre, 22 febbraio 2026)

........................................................



Perché Dio ha creato il mondo? - 24

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

Il settimo giorno come ultimo tempo
  I primi sei giorni della creazione sono periodi di tempo limitato, con sera e mattina che ne costituiscono l’inizio e la fine. Del settimo giorno invece si può dire che ha un inizio, ma non ha una fine: non si parla nella Bibbia di un ottavo giorno. Avrebbe senso se il riposo di Dio fosse davvero, come è stato detto, “un esempio del fatto che il riposo è necessario”, cioè un’interruzione di lavoro, una pausa per riprendere fiato. 
  A dire il vero, la Bibbia dice qualcosa di questo tipo:

    “Per sei giorni farai il tuo lavoro; ma il settimo giorno ti riposerai, affinché il tuo bue e il tuo asino possano riposarsi, e il figlio della tua serva e lo straniero possano riprendere fiato” (Esodo 23:12),

ma quelli che nel settimo giorno hanno motivo di rallegrarsi perché possono “riprendere fiato” sono animali, servi e stranieri, ed è così perché essi, a differenza dei figli d’Israele, non hanno motivi migliori per farlo. 
  Il riposo di Dio non è una pausa di ristoro nello svolgimento di un lavoro, ma è uno stato di piena gioia per il fatto che il lavoro è stato portato a compimento e non resta che goderne il risultato.
  Nel capitolo 1 abbiamo presentato schematicamente gli elementi fondamentali del processo creativo di Dio, che comprendono un habitat, una società e un santuario. Alla fine del sesto giorno di creazione, tutto era in potenza già pronto: se l’uomo avesse accolto pienamente l’offerta d’amore di Dio manifestando piena fiducia nella Sua parola e respingendo le parole del serpente,  non ci sarebbe stato più bisogno di altro lavoro. Il settimo giorno sarebbe diventato un tempo di eterno riposo, che Dio avrebbe vissuto nella gioia, abitando in mezzo agli uomini in un rapporto d’amore contraccambiato.
  Ma così non è stato. L’uomo ha scelto di dare credito alle parole ingannevoli del serpente,  vanificando così il progetto di Dio nella sua forma originaria.

L’inizio del settimo giorno
  Nella Bibbia il settimo giorno ha inizio al capitolo 3 della Genesi. Nella scena che si presenta non si vede Dio che lavora: tutt’altro. Se Dio non si vede, è perché riposa, cioè lascia che la “macchina” da Lui creata e messa in moto cominci a girare per conto suo senza bisogno di un suo intervento diretto. 
  Chi si vede al lavoro invece è un altro: il serpente, che è la forma in cui si presenta in scena Satana, il nemico di Dio. 
  Questo nome e questa figura compaiono poche volte nell’Antico Testamento, ma questo potrebbe essere dovuto a motivi “bellici”, cioè attinenti alla guerra asimmetrica tra Dio e Satana (cfr. Politica interna e politica estera di Dio) che percorre l’intera Bibbia. In una guerra non è saggio palesare apertamente ciò che si conosce del nemico prima di poterlo colpire in modo decisivo. Per questo dunque nell’Antico Testamento se ne parla poco, mentre nel Nuovo Testamento se ne parla fin dall’inizio, e in modo esplicito (Matteo 4:1-11), perché con la venuta di Gesù è arrivato il tempo della sua sconfitta (Luca 10:18). 

Che ci fa il serpente nel giardino di Eden?
  Per spiegare la  presenza di Satana nel giardino di Eden, bisogna tener presente che la creazione non è avvenuta nel vuoto, ma in uno spazio che Dio si è ricavato con la sua luce all’interno delle macerie del mondo angelico decaduto e immerso nelle tenebre. Il mondo creato da Dio per l’uomo ha dunque sempre avuto come confinante il mondo delle tenebre, in cui si muove Satana con le sue schiere. Il diaframma che separa le due zone è la parola di Dio, che con l’ordine “Sia la luce” ha fissato un limite alle tenebre, come quando disse al mare: “Fin qui tu verrai, e non oltre; qui si fermerà l'orgoglio delle tue onde” (Giobbe 38:11).
  Il mondo angelico prima, e il mondo umano poi, sono sorti entrambi come forme di esuberanza dell’amore di Dio che per sua natura vuole espandersi ed essere contraccambiato. Ma l’espansione dell’amore può avvenire soltanto in uno spazio di libertà. E la concessione di libertà genera rischio. Il rischio è che la creatura, nata come espressione  dell’amore di Dio, arrivi a pensare che lo scambio d’amore debba essere totalmente simmetrico, e decida dunque di voler essere come Dio. 
  Il primo esempio è  Satana, il “cherubino dalle ali distese” (Ezechiele 28:13-14), che nella sua protervia si è innalzato ed è caduto sotto il giudizio di Dio, coinvolgendo nella sua caduta tutto il mondo angelico. 
  Qui c’è un passaggio fin troppo trascurato da sottolineare: Satana non si è mai ravveduto, né si parla nella Bibbia di una possibilità che questo possa avvenire. L’opposizione della creatura al Creatore però non può durare in eterno, e Satana poteva dunque intuire che la questione con Dio non si era conclusa. La creazione di un nuovo mondo in sostituzione del suo poteva dunque apparirgli - a ragione, per quanto poi si vedrà nella Bibbia (Apocalisse 20:7-10) - come uno stadio intermedio prima di arrivare alla sua definitiva resa dei conti con Dio. E la figura di Adamo poteva apparire ai suoi  occhi come colui che nel nuovo mondo sostituisce quello che era lui nel mondo angelico. Ed è questo che può spiegare la presenza e l’azione del serpente come agente di Satana nel giardino di Eden: il tentativo di  far fallire il nuovo progetto creativo di Dio.  Domanda: ci è riuscito? 
  La risposta sarebbe “sì”, se si pensa che Dio non ha ottenuto da Adamo quella risposta fiduciosa e ubbidiente che avrebbe permesso il pieno compimento del progetto creativo,  cioè lo sviluppo di una pacifica realtà d’amore tra Dio e l’uomo, in cui tutto sarebbe continuato ad essere  buono, anzi molto buono. Pienamente soddisfatto del suo lavoro, Dio avrebbe potuto prolungare all’infinito il suo riposo del settimo giorno.
  La risposta sarebbe “no”, se si pensa che la reazione negativa di Adamo era stata messa in conto tra le possibilità, ed essendosi verificata, Dio ha deciso di non annullare il suo progetto, ma di interrompere “temporaneamente” il suo riposo e riprendere il suo lavoro in forma diversa, pur aspettandosi, in questa diversa situazione, l’aggiunta di una misura infinita di sofferenza per Sé.

La guerra giuridica tra Dio e Satana
  Parlando di guerra tra Dio e Satana, qualcuno potrebbe pensare che li si voglia mettere sullo stesso piano, ma non è così: lo abbiamo già espresso parlando di “guerra asimmetrica”. Non è uno scontro di forze: è una contesa di tipo legale, dove l’oggetto del contendere è il mondo creato da Dio in sei giorni. Il giardino di Eden è il luogo del confronto e il settimo giorno è il tempo in cui avviene.
  Il settimo giorno doveva essere il tempo del riposo di Dio:  quando il programma creativo avrebbe cominciato a funzionare come previsto, seguendo le indicazioni date: “Crescete e moltiplicatevi, riempite la terra e rendetevela soggetta”.
  Ma proprio questo è ciò che Satana non vuole, perché la definitiva conferma di un mondo umano perfettamente funzionante, emerso sulle macerie del mondo angelico decaduto, avrebbe avuto come inevitabile conseguenza la  distruzione del regno delle tenebre e il giudizio eterno di Dio su Satana. Doveva cercare di impedirlo.
  Ma può una creatura impedire che sia fatta la volontà del Creatore nel compimento di un suo progetto? No, non può definitivamente impedirlo, ma può tentare di farlo quando nel progetto è presente una clausola che dipende dalla volontà dell’uomo. Ed è questo il caso. 
  La clausola era lì, nell’albero della conoscenza del bene e del male. Il contratto di Dio con Adamo concedeva all’uomo grandi benefici e ampia libertà, ma conteneva una condizione ineludibile: Adamo non doveva mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.
  Satana era perfettamente a conoscenza di questa clausola; si può pensare allora che abbia chiesto a Dio la possibilità di far giungere anche da parte sua una parola ad Adamo. Gli è stato concesso, come nel caso di Giobbe, perché rientrava nel piano di Dio al fine di mettere alla prova la fiducia di Adamo in Lui. 
  Si può dire anzi che per questa ragione Dio abbia posto anche a Se stesso una condizione ineludibile: quella  di mantenere il totale silenzio durante l’azione di Satana. Adamo doveva poter ascoltare le argomentazioni di quella voce a lui sconosciuta e decidere in piena libertà a chi dare fiducia. E Adamo ha scelto. 
  A questo punto si può dire che Satana, sul piano giuridico, ha vinto una battaglia. Senza opporsi all’espressa volontà di Dio - e neppure avrebbe potuto farlo - si è mosso nelle pieghe della legalità per riuscire a convincere il suo rivale ad attenersi alla sua parola, invece che a quella di Dio.
  Si dice di solito che Adamo ha disubbidito a Dio, e questo è vero sul piano formale, ma  in quell’atto non si evidenzia tanto la volontà di ribellarsi a un ordine, quanto piuttosto la preferenza data a una parola alternativa che si contrappone a quella di Dio e appare più attraente e preferibile. 
  La scelta di Adamo si presenta dunque come espressione di mancanza di fiducia in Dio, e questo ha impedito che si stabilisse quel rapporto d’amore tra Creatore e creatura che sta alla base dell’originario progetto creativo di Dio.

Processo inquisitorio e sentenza
  Dopo essere entrato nel Giardino e aver preso atto che Adamo, sempre pensato insieme ad Eva, ha fatto la sua scelta, Dio indossa la toga del giudice e inizia il processo inquisitorio prima di giungere alla sentenza.
  Ai due colpevoli rivolge all’inizio solo domande, come per cercare di capire dove sta l’origine del fatto.
  Domande all’uomo: Adamo, dove sei? Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai mangiato del frutto dell’albero che io ti avevo detto di non mangiare? Le risposte indicano la donna.
  Alla donna:  Perché l’hai fatto? La risposta indica il serpente.
  A questo punto non servono altre domande: Dio ha capito dove sta l’origine dei fatti.
  Si rivolge allora a Satana. Non infierisce, ma al suo avversario, certamente compiaciuto per la convinzione di aver vinto una battaglia, fa sapere che con il risultato da lui ottenuto, la sua situazione è peggiorata. E gli comunica la sentenza, articolata in due punti:
  1. Al serpente, animale astuto che Satana aveva scelto per rivolgersi ad Eva,  Dio annuncia: “Poiché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. La maledizione di Dio lo costringerà a passare dalla posizione eretta a quella strisciante, peggiorando così la sua situazione, come segno di ciò che accadrà poi a Satana.
  2. A Satana, a cui ora si rivolge direttamente, Dio annuncia: “E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la sua progenie; questa ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno”. Con questo Dio gli comunica che proprio dalla donna, su cui aveva trionfato con la sua seduzione, arriverà un giorno la progenie che “gli schiaccerà il capo”, indicando così il giudizio eterno che ricadrà definitivamente su di lui.
  Le parole che poi Dio rivolge ad Adamo ed Eva sono già parte del progetto redentivo, e in questo senso non sono parole di giudizio, ma di misericordia. Accennano a un futuro difficile, ma possibile. E per Satana che ascolta hanno un preciso significato: la guerra continua. Se aveva sperato che Dio avrebbe totalmente distrutto il mondo appena creato, dovrà ricredersi: il mondo andrà avanti, sotto gli occhi di Dio che ama gli uomini; e ad essere distrutto sarà lui, il nemico di Dio e degli uomini.

Il riposo rinviato
  La voce del serpente nel giardino, la degustazione del frutto proibito, il processo inquisitorio, la successiva sentenza di condanna, tutto avviene nel settimo giorno: il giorno che Dio aveva messo a parte per il suo riposo. 
  Ma se la guerra continua e il mondo deve continuare ad andare avanti, Dio deve interrompere il suo riposo e rimettersi a lavorare. E sarà un lavoro duro, molto più duro di quello fatto nei primi sei giorni, perché dovrà operare su una natura corrotta e avrà a che fare con una umanità ribelle. Dio lo farà, ma a quale prezzo! 
  Leggiamo della donna che dovrà soffrire nel parto e dell’uomo che dovrà soffrire nel lavoro, ma forse non pensiamo alla sofferenza di Dio che osserva la sua perfetta creazione, formata come espressione del suo amore, scivolare verso la morte, la corruzione, il disordine, e il male in tutte le sue espressioni. 
  A causa del peccato di Adamo “la creazione è stata sottoposta alla vanità … non senza speranza però che la creazione stessa sarà anch'essa liberata dalla servitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio(Romani 8:20,21). Ma il prezzo di riscatto per liberare la creazione dalla servitù della corruzione e far entrare i figli di Dio nella libertà della gloria, sarà Dio stesso a pagarlo. E sarà molto alto.
  Il settimo giorno continua, ma il riposo che Dio si era riservato per questo giorno è rinviato. E fino ad oggi, resta un arcano oggetto di attesa mentre il lavoro di Dio continua. 

(24. continua - se Dio vorrà)
precedenti 

(Notizie su Israele, 22 febbraio 2026)


........................................................


"Evitiamo l’equipaggio di Israele". Polemiche sul fuorionda Rai sul bob, poi le scuse

Pioggia di richieste di chiarimenti in rete. Il direttore ad interim Lollobrigida: "Inaccettabile"

di Massimo Balsamo

Nuovo caso alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Al centro del dibattito in rete un fuorionda trasmesso all'avvio della diretta su Rai 2 della gara di bob a quattro. "Evitiamo l’equipaggio numero 21, che è quello dell’israeliano". Poi poco dopo: "No perché...". Queste le due frasi che i telespettatori hanno ascoltato per sbaglio prima dell'avvio della telecronaca vera e propria.
  L'episodio non è passato inosservato. Polemiche e richieste di chiarimenti in social, immediata la presa di posizione del direttore ad interim di Rai Sport Marco Lollobrigida. "Un'espressione inaccettabile", il suo commento tranchant, "che non rappresenta in alcun modo i valori del servizio pubblico e di Rai Sport. A nome della Direzione, esprimo sincere scuse agli atleti israeliani, alla delegazione e a tutti i telespettatori. Sono state avviate immediate verifiche interne per accertare responsabilità. Lo sport deve unire e non dividere".
  Nel collegamento successivo con la gara di bob, il telecronista ha letto un comunicato di scuse a nome della direzione e di tutta Rai Sport. Le reazioni non si sono fatte attendere. "L'episodio verificatosi nel corso della diretta su Rai 2 rappresenta un fatto grave, contrario ai principi di imparzialità, rispetto e inclusione che devono caratterizzare il Servizio Pubblico. La Rai ha pertanto avviato un'istruttoria interna finalizzata all'apertura di un procedimento disciplinare per accertare con la massima rapidità eventuali responsabilità. Obbligo di Rai è di garantire una narrazione sportiva improntata al rispetto di tutti gli atleti e di tutte le delegazioni, senza alcuna distinzione. Lo sport è competizione, ma soprattutto è incontro, dialogo e unità", questa la linea dell'ad Rai Giampaolo Rossi.
  Il presidente della comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi ha definito “una vergogna” l'uscita del collaboratore di Rai Sport, invitando l'azienda e il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) a intervenire. Sulla stessa lunghezza d'onda l'Osservatorio Israele: "Le frasi andate in onda su Rai2 in apertura della gara di bob alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, con l'invito a 'evitare l'equipaggio israeliano', sono gravi e inaccettabili. L'Osservatorio Israele condanna con fermezza quanto accaduto".
  Il presidente dell'osservatorio Nicolae Galea ha rimarcato che "suggerire di evitare atleti israeliani significa introdurre una logica di esclusione inaccettabile e pericolosa, che configura un'espressione antisemita. Le Olimpiadi devono unire, non discriminare".

(il Giornale, 21 febbraio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 5
    La circoncisione  
  • Quando tutti i re degli Amorei che erano di là dal Giordano verso occidente e tutti i re dei Cananei che erano presso il mare udirono che l'Eterno aveva asciugato le acque del Giordano davanti ai figli d'Israele finché fossero passati, il loro cuore venne meno e non rimase più in loro alcun coraggio di fronte ai figli d'Israele. 
  • In quel tempo, l'Eterno disse a Giosuè: “Fatti dei coltelli di pietra, e torna di nuovo a circoncidere i figli d'Israele”. Allora Giosuè si fece dei coltelli di pietra e circoncise i figli d'Israele sul colle di Aralot. Questo fu il motivo per cui li circoncise: tutti i maschi del popolo uscito dall'Egitto, cioè tutti gli uomini di guerra, erano morti nel deserto durante il viaggio, dopo essere usciti dall'Egitto. Ora tutto questo popolo uscito dall'Egitto era circonciso; ma tutto il popolo nato nel deserto durante il viaggio, dopo l'uscita dall'Egitto, non era stato circonciso. Poiché i figli d'Israele avevano camminato per quarant'anni nel deserto finché tutta la nazione, cioè tutti gli uomini di guerra che erano usciti dall'Egitto, furono distrutti, perché non avevano ubbidito alla voce dell'Eterno. L'Eterno aveva giurato loro che non gli avrebbe fatto vedere il paese che aveva promesso con giuramento ai loro padri di darci: paese dove scorrono il latte e il miele; e sostituì a loro i loro figli. Giosuè circoncise costoro, perché erano incirconcisi, non essendo stati circoncisi durante il viaggio. E quando ebbe finito di circoncidere tutta la nazione, quelli rimasero al loro posto nell'accampamento, finché fossero guariti.
  • Allora l'Eterno disse a Giosuè: “Oggi ho rimosso da voi la vergogna dell'Egitto”. E quel luogo fu chiamato Ghilgal, nome che dura fino al giorno d'oggi. 

    La Pasqua nelle pianure di Gerico e la cessazione della manna
  • I figli d'Israele si accamparono a Ghilgal e celebrarono la Pasqua il quattordicesimo giorno del mese, sulla sera, nelle pianure di Gerico.  E il giorno dopo la Pasqua, in quel preciso giorno, mangiarono dei prodotti del paese: pani azzimi e grano arrostito.  E la manna cessò il giorno dopo che mangiarono dei prodotti del paese; e i figli d'Israele non ebbero più manna, ma mangiarono, quell'anno stesso, del frutto del paese di Canaan.

    Visione di Giosuè
  • Mentre Giosuè era presso Gerico, alzò gli occhi, guardò, ed ecco un uomo in piedi che gli stava davanti con una spada sguainata in mano. Giosuè andò verso di lui e gli disse: “Sei dei nostri, o dei nostri nemici?”.  Ed egli rispose: “No, io sono il capo dell'esercito dell'Eterno; arrivo adesso”. Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò, e gli disse: “Che cosa vuol dire il mio signore al suo servo?”.  Il capo dell'esercito dell'Eterno disse a Giosuè: “Togliti i calzari dai piedi; perché il luogo dove stai è santo”. E Giosuè fece così.

(Notizie su Israele, 21 febbraio 2026)


........................................................


Hamas sabota il piano per la Striscia. Al voto per eleggere un leader ad interim

di Giuseppe Kalowski

Dopo la fastosa cerimonia di inaugurazione del Board of Peace, presieduta dal presidente americano Donald Trump, si sono svolti colloqui e dichiarazioni importanti per l’evoluzione del piano di pace. La Turchia ha ribadito la propria disponibilità a inviare truppe a Gaza da inserire nella futura forza di stabilizzazione, ma appare ovvio e certo il diniego di Israele alla partecipazione militare di Ankara nella Striscia, vista la profonda ostilità della Turchia di Erdoğan nei confronti dello Stato ebraico.
  Molto rilevante è stato invece il colloquio tra il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e la commissaria europea al Mediterraneo Dubravka Šuica, che ha ammesso come la ricostruzione di Gaza richieda il sostegno e l’appoggio politico di Israele, e quindi il disarmo di Hamas e la totale assenza dell’organizzazione terroristica da qualsiasi futura governance della Striscia. Può sembrare un concetto scontato, quasi elementare, ma così non è, viste le posizioni ambigue assunte in questi mesi dall’Onu e da alcune istituzioni europee, spesso più concentrate sugli equilibri diplomatici che sulla reale soluzione politica e di sicurezza di un futuro assetto di Gaza. La commissaria ha chiesto anche a Israele uno sforzo di collegialità con le varie istituzioni internazionali per arrivare a una situazione di pace, stabilità e ricostruzione attraverso una nuova Autorità palestinese, che dovrebbe nascere come risultato di questo sforzo collettivo; posizione condivisa anche dall’Associazione Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
  Nel frattempo Hamas sembra non curarsi troppo di ciò che accade intorno. Secondo fonti della BBC, starebbe tenendo elezioni interne per nominare un nuovo leader ad interim per un anno. Le votazioni si svolgerebbero a Gaza, in Giudea e Samaria e in altri luoghi dove sono presenti membri del movimento, inclusa la Turchia. Tutto ciò stride con il piano in 20 punti che prevede il totale disarmo di Hamas e la rinuncia a qualsiasi ruolo politico nella Striscia. Hamas continua invece a giocare con l’ambiguità, dichiarando che qualsiasi accordo su Gaza debba partire dallo stop dell’aggressione israeliana e dal riconoscimento di nuove condizioni politiche sul terreno.
  Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che solo il disarmo totale di Hamas consentirà il passaggio alla fase 2 del piano di pace americano. Trump ha dichiarato che Hamas verrà trattata duramente se non consegnerà le armi come previsto dagli accordi, e che Israele è pronto a chiudere militarmente la questione, soprattutto ora che la spada di Damocle degli ostaggi è venuta meno.
  Il vero nodo resta però l’Iran. Hamas probabilmente cederà solo quando, e il momento sembra avvicinarsi, l’America colpirà il regime degli ayatollah. Se ciò porterà alla fine del regime iraniano o almeno a un suo grave indebolimento, si potrà assistere, a cascata, anche alla fine politica e militare di Hamas e alla possibilità concreta di una nuova fase per Gaza.

(Il Riformista, 21 febbraio 2026)

........................................................


Il nexus tra estrema sinistra e terrorismo palestinese in Italia

di Giovanni Giacalone

In Italia è da tempo presente un nexus consolidato tra estrema sinistra e islamismo, come confermato dal Ministro degli Interni, Matteo Piantedosi in un’intervista a Il Giornale dello scorso 16 febbraio, in cui ha parlato di “saldatura tra due forme di illegalità e violenza con un unico obiettivo di contrapporsi ai valori consolidati della nostra società” ed ha espresso volontà per un fermo contrasto alla loro attività.
  Il comune denominatore o collante delle due aree ideologiche è il sostegno a Hamas e alle altre formazioni terroriste palestinesi, come del resto emerso dalle numerose manifestazioni a sostegno di Mohammad Hannoun e soci, arrestati lo scorso 27 dicembre con l’accusa di rappresentare la rete italiana di Hamas e quelle nei confronti di Yaeesh Anan, membro delle Brigate al-Aqsa, arrestato a gennaio 2024 con l’accusa di pianificare attentati in Israele dal territorio italiano.
  L’alleanza tra l’estrema sinistra e i palestinesi è però anche una relazione di reciproca necessità.
  Mentre l’estrema sinistra ha trovato nella causa palestinese, molto in voga a livello internazionale, un espediente per fare fronte a una grave crisi dei consensi (che riguarda un po’ tutta l’area di sinistra), utilizzandola dunque per attaccare il governo di centro-destra, i palestinesi sfruttano la vasta rete e le connessioni dell’estrema sinistra, storicamente e profondamente radicata in Italia (e in particolare in alcune regioni), per diffondere odio nei confronti di Israele e di chi lo sostiene.
  La narrativa dei palestinesi in Italia, da un’iniziale linea volta a far pressione sul governo italiano nella speranza di deteriorarne i rapporti con Israele, così come già accaduto con altri Paesi europei come Francia, Belgio, Gran Bretagna e Spagna, ha abbracciato una progressiva retorica sempre più aggressiva contro l’esecutivo, con ripetute accuse di “complicità nel genocidio”, di “repressione” nei confronti della causa palestinese, fino ad affermare la volontà di organizzarsi per contrastare il governo e bloccare il Paese. Una linea che si sposa con quella dettata dalle formazioni CARC e Nuovo Partito Comunista (NPCI), ovvero bloccare tutto per rendere il Paese ingovernabile e rovesciare l’esecutivo.
  L’astio dei palestinesi appartenenti alla rete di Hannoun nei confronti della Meloni è del resto emerso anche in alcune conversazioni riportate da Il Giornale, come nel caso del 4 luglio 2024, quando tre degli indagati vengono intercettati presso la sede dell’ABSPP in via Venini a Milano mentre fanno riferimento alla Premier in maniera più che eloquente: “…la mia paura è che questa cagna, anche lei si svegli”. Un’allusione al timore che l’Italia prenda provvedimenti in seguito alle sanzioni emesse dal Dipartimento del Tesoro americano nei confronti di Mohammad Hannoun e delle sue associazioni (ABSPP e Cupola d’Oro), indicati come attori di Hamas in Italia.
  CARC e NPCI si collocano a  loro volta all’interno di una galassia ben più ampia di formazioni accorse in sostegno dell’estremismo palestinese e rispecchianti varie anime dell’estrema sinistra come la Rete dei Comunisti (di cui fanno parte i gruppi giovanili OSA e Cambiare Rotta, già presenti all’assalto alla Stazione Centrale di Milano dello scorso settembre), particolarmente vicina al regime di Maduro e a Cuba, ma anche il CALP genovese (che ha espresso posizioni filo-russe), l’USB, Potere al Popolo, centri sociali come Askatasuna, i collettivi universitari, gli anarco-insurrezionalisti ecc.
  La violenza perpetrata dai facinorosi di estrema sinistra è riemersa per l’ennesima volta a Torino due settimane fa durante il corteo a favore di Askatasuna quando un gruppo di soggetti incappucciati ha picchiato e preso a martellate un agente di Polizia, salvo solo grazie all’intervento di un collega che lo ha messo al riparo. Ci sono poi i sabotaggi ai binari delle ferrovie, veri e propri attentati in quanto si rischia il deragliamento con potenziali vittime.
  Le intenzioni sono state del resto espresse in maniera incontrovertibile da Andrea De Marchis, membro della direzione nazionale del CARC, il quale ha dichiarato ai microfoni di Fuori dal Coro: “Bisogna organizzarsi per prendere in mano noi questo Paese con ogni mezzo necessario e possibile. Bisogna rendere questo Paese ingovernabile”. Dichiarazioni palesemente sovversive che minano l’ordine democratico.
  Alla domanda: “E’ giusto picchiare a martellate un poliziotto”? Il soggetto in questione ha poi replicato: “Questo è veramente simpatico… In quella situazione a un Rambo gli ha detto male”.
  Nel complesso, gli episodi di violenza che vanno dalle aggressioni agli appartenenti alle Forze dell’Ordine, ai danneggiamenti, alle occupazioni volte a paralizzare le attività della cittadinanza e agli attentati ai binari possono essere classificati come “terrorismo”?
  Certamente. A tal fine è utile ricollegarsi alla definizione di Boaz Ganor, direttore dell’International Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, che definisce il terrorismo come “violenza deliberata, perpetrata contro obiettivi civili per scopi politici“. Definizione semplice, chiara e pragmatica.
  Lo Stato, le istituzioni italiane e la cittadinanza stessa si trovano dunque a dover far fronte a una nuova ondata di estremismo e terrorismo con una matrice che unisce le formazioni di estrema sinistra e l’area islamista palestinese.
  L’arresto di Maduro per mano degli USA, l’attuale situazione a Gaza con Hamas agonizzante e la potenziale imminente offensiva nei confronti del regime iraniano potrebbero fare ulteriormente degenerare la situazione anche sul piano interno italiano. Ora più che mai sono dunque necessarie ulteriori misure volte alla prevenzione e al contrasto dell’estremismo e del terrorismo “far-left pro-Pal”, tenendo bene a mente che l’estremismo è l’anticamera del terrorismo, è la benzina che lo alimenta. E’ dunque necessario attivarsi preventivamente.
  Si è concluso a Ginevra il nuovo giro di colloqui sul nucleare tra la delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e quella statunitense rappresentata dagli inviati speciali Steven Witkoff e Jared Kushner, con la mediazione dell’Oman. Il primo round era stato ospitato lo scorso 7 febbraio a Muscat, ma era durato appena 90 minuti e con scarso esito.
  Stavolta Araghchi ha parlato di un’intesa generale ed ha definito i colloqui come “costruttivi” in un’intervista alla TV di stato iraniana: “Alla fine, siamo riusciti a concordare su una serie di principi guida, sulla base dei quali procederemo e inizieremo a lavorare sul testo di un potenziale accordo”.
  Araghchi ha poi reso noto che Iran e Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare sulle bozze del testo per un potenziale accordo e le avrebbero scambiate in previsione di un terzo round con data ancora da stabilire. Nel contempo, Teheran ha richiesto a Washington di desistere immediatamente dal minacciare l’uso della forza contro l’Iran e di ritirare gli assetti militari inviati nell’area.
  Nelle ore e nei giorni precedenti intanto Trump e l’ayatollah Khamenei si erano scambiati minacce in rete, con il Presidente americano che aveva annunciato conseguenze in caso di mancato accordo e aveva auspicato un cambio di regime a Teheran mentre Khamenei aveva minacciato le navi della marina statunitense arrivate nel Golfo Persico.
  Va sottolineato che mentre i delegati del regime iraniano lasciavano l’ambasciata dell’Oman, un gruppo di manifestanti lanciava pomodori contro le loro auto al grido di “Morte ai terroristi”.
  Nel complesso, il regime ha ottenuto il proprio obiettivo a brevissimo termine, ovvero guadagnare altro tempo per cercare di riorganizzarsi a livello interno dopo le rivolte e proseguire con la “purificazione”, ovvero il massacro dei dissidenti.
  Se poi Teheran riuscirà anche ad incantare l’amministrazione Trump facendogli realmente credere di essere disponibile a ritrattare sul nucleare, è ancora da vedere. Se ci riuscirà, sarà soltanto perché Trump ha interesse a “farsi incantare” e le ragioni sono diverse.
  Per prima cosa, Trump e i suoi inviati speciali Witkoff e Kushner, hanno particolarmente a cuore la volontà degli emiri del Qatar che tutto vogliono tranne che vedere il crollo del regime khomeinista (cosa che a Teheran sanno molto bene). Non dimentichiamo infatti che Teheran e Doha, oltre ad intrattenere stretti rapporti tra loro, sono entrambi sostenitori di Hamas e dell’islamizzazione dell’Occidente.
  In secondo luogo, Trump teme ripercussioni interne in caso di un eventuale conflitto con Teheran a pochi mesi dalle “Mid-Term Elections”. La questione “America First” resta di primaria importanza e non è certo un caso che la scorsa settimana il vice-presidente JD Vance ha dichiarato che l’interesse primario di Washington riguarda prettamente la questione nucleare, in quanto un Iran con la bomba atomica metterebbe a rischio le vite degli americani. Se Trump riuscisse dunque a portare a casa uno straccio di accordo con una parvenza di presunta credibilità, potrebbe giocare la carta dello “spauracchio”, vantando di aver spaventato il regime con l’imponente “armata” trasferita in Medio Oriente.
  Peccato che anche i missili balistici e i proxy di Teheran mettono a rischio le vite degli americani, in particolare le basi dislocate in Medio Oriente, il traffico marittimo nel Mar Rosso, senza dimenticare il potenziale terrorismo delle Guardie Rivoluzionarie e di Hezbollah tra Medio Oriente e America Latina. Peccato poi che il regime iraniano sia responsabile dell’attuale destabilizzazione dell’intero Medio Oriente e quindi del fallimentare dei piani per il raggiungimento della pace nell’area a cui auspica Trump. E’ bene inoltre ricordare la promessa non mantenuta da Trump di inviare aiuti ai manifestanti dopo averli incoraggiati a rivoltarsi e a “prendere il controllo delle istituzioni”. Errore di non poco conto visto che, in un Medio Oriente dove non ci si può mostrare remissivi, Teheran ha interpretato il cambio di marcia come un segnale di debolezza ed ha conseguentemente intensificato le “purificazioni” di dissidenti mentre nel contempo lasciava credere a Trump di aver sospeso 800 esecuzioni.
  In seguito ai massacri di manifestanti, il regime iraniano è praticamente diventato un “paria” a livello internazionale al punto che persino l’Unione Europea, storicamente non così avversa, ha dovuto prendere posizioni molto dure nei confronti di Teheran.
  I colloqui portati avanti da Trump sono quasi surreali considerato che tutti sanno che il regime non ha alcuna intenzione di rinunciare alle armi nucleari e che gli unici reali obiettivi sono guadagnare tempo e cercare di creare una voragine tra Stati Uniti e Israele, sfruttando le pressioni di Qatar e altri Paesi islamici.
  Trump ama credere che il regime di Teheran ha paura di lui ed è disposto a trattare, ma la realtà dei fatti non perdona.
  Il fanatismo religioso khomeinista rende i suoi esponenti immuni alla logica e al buon senso. Il regime è disposto a trascinare l’intero Paese nell’abisso piuttosto che rinunciare al potere.
  Va tra l’altro evidenziato che, nonostante le purghe, i segnali di attività anti-regime sono ancora presenti all’interno dell’Iran. Nel frattempo, la pressione esercitata dalla dissidenza iraniana in Occidente cresce rapidamente.
  Sabato scorso a Monaco di Baviera, 250.000 persone hanno partecipato a una manifestazione alla quale ha preso parte anche Reza Pahlavi, figlio dello Shah deposto nel 1979, che ha ribadito la sua volontà di guidare una transizione politica in Iran per la restaurazione della democrazia. Altre manifestazioni anti-regime si sono tenute anche a Los Angeles, Londra e Toronto.
  Insomma, non c’è veramente alcun motivo per continuare con dei negoziati-farsa che non fanno altro che rafforzare Teheran.
  L’unica soluzione è un cambio di regime che deve certamente partire dall’interno dell’Iran ma che non può avvenire senza un consistente aiuto esterno da parte di Stati Uniti e Israele. Un regime che massacra il proprio popolo in nome della “purificazione ideologica” e del controllo del potere non dovrebbe nemmeno avere l’opportunità di partecipare a dei negoziati.

(L'informale, 21 febbraio 2026)

........................................................


Padova, minacce a David Parenzo per il libro su Israele

Il talk spostato in luogo segreto. «Vergognoso, ogni volta la stessa cosa»

Minacce e antisemitismo a Padova, David Parenzo è stato costretto a spostare la presentazione del suo libro in un luogo segreto. Domani pomeriggio era previsto l’incontro con il giornalista e scrittore alla Scuola della Carità in via San Francesco a Padova, sul suo libro «Lo scandalo Israele» (Rizzoli), un evento pubblicizzato ampiamente da giorni anche sui social di Parenzo. Ma le minacce arrivate agli organizzatori dell’evento, hanno convinto le forze dell’ordine a fare spostare la conferenza in una nuova location che resta segreta, comunicata solo via mail alle persone già iscritte alla presentazione. 
  «Non ho paura, ho le spalle larghe, sono abituato a essere minacciato - dice David Parenzo - Ogni volta che parlo di Israele succede la stessa cosa, è veramente incredibile. Ringrazio le forze dell’ordine che si preoccupano della mia sicurezza e incolumità, ma è vergognoso che siano costrette a tutelare il mio semplice diritto a parlare». Parenzo, padovano, ebreo e laico, conduttore del programma radiofonico La Zanzara su Radio 24 con Giuseppe Cruciani, è stato spesso boicottato e minacciato nei mesi scorsi, come alla Sapienza di Roma. Gli attivisti pro-Palestina lo attaccano soprattutto perché sostiene che il termine «genocidio» è abusato e confuso nel dibattito pubblico. 
  «Sono stato contestato e minacciato in ogni festival a cui ho partecipato, dovunque vada i miei incontri vengono annullati o spostati in altri luoghi - fa sapere Parenzo - Vengo considerato complice di genocidio perché sostengo che non è il termine corretto da utilizzare nella situazione di Gaza». Anche in passato Parenzo ha ribadito che l’obiettivo di Israele a Gaza «non è la distruzione del popolo palestinese ma l’annientamento dell’organizzazione fondamentalista Hamas». 
  Mentre il termine genocidio «richiede la specifica volontà di annientare un intero popolo». Il giornalista incalza: «Chi mi attacca non ha nemmeno letto il mio libro, basta il titolo, la parola “Israele” per scatenare minacce di morte e contestazioni». Sul termine genocidio, la posizione di Parenzo è simile a quella di Liliana Segre e della scrittrice padovana di origine armena Antonia Arslan. Più volte Antonia Arslan ha ripetuto: «Si parla di genocidio spesso a sproposito, per ignoranza. La definizione è stata coniata da Raphael Lemkin nel 1944 e confermata dall’assemblea Onu nel 1948. Genocidio è quando un governo decide di eliminare una parte della propria popolazione che ritiene indegna, come è successo con gli ebrei, gli armeni, in Ruanda e in Cambogia. Non a Gaza». 
  David Parenzo lancia l’idea di un incontro pubblico con Arslan sul tema. «Spero di potere presto essere a Padova in una grande sala pubblica insieme a Antonia Arslan, per confrontarci sul significato di genocidio», dice il giornalista. La scrittrice Arslan, che a sua volta è stata più volte minacciata per il suo impegno nel testimoniare il genocidio degli armeni da parte dei turchi, accetta l’invito di Parenzo. «Sono disposta al confronto pubblico, ben volentieri se ci lasciano farlo... È una vergogna che ci siano persone che minacciano nell’ombra, bisogna sfidare questa gente a uscire allo scoperto».
  Nel volume «Lo scandalo Israele», Parenzo sceglie sette storie per raccontare quello che definisce «lo scandalo Israele»: il numero 7 «ricorre anche nella data del giorno più tragico, il 7 ottobre 2023, quando un commando di terroristi di Hamas ha dato l’assalto ai kibbutzim al confine con la Striscia di Gaza, uccidendo circa 1.200 persone tra civili e militari e prendendone in ostaggio 251, tra cui donne e neonati». Il giornalista chiarisce: «Rizzoli è stata una casa editrice coraggiosa a pubblicare questo libro. E ha pubblicato anche il libro di Francesca Albanese, dimostra di essere un grande esempio di libertà editoriale, con apertura alla pluralità di espressioni».

(Corriere del Veneto, 21 febbraio 2026)

........................................................


La Torah e gli scritti rabbinici sono fondamentali per comprendere l'odio verso gli ebrei oggi, afferma la Coalition for Jewish Values

Staff JNS

Gli approcci per comprendere e combattere l'odio verso gli ebrei, compresa la definizione operativa ampiamente adottata dall'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), dovrebbero concentrarsi maggiormente sui modi in cui l'antisemitismo odierno può essere ricondotto a secoli di scritti rabbinici e alla Torah, secondo una nuova guida scritturale sull'argomento.
Il rabbino Yaakov Menken, vicepresidente esecutivo della Coalition for Jewish Values, ha dichiarato a JNS che le principali organizzazioni ebraiche non sono state fondate da ebrei ortodossi, i quali sono stati “a lungo considerati come un’aggiunta (afterthought)”, fino a quando le statistiche sulla criminalità di New York e del New Jersey hanno reso evidente che gli ebrei visibilmente osservanti erano straordinariamente esposti al rischio di diventare bersagli”.
“Non credo che fosse intenzionale”, ha detto Menken, che è membro del comitato consultivo dei leader religiosi della Commissione per la libertà religiosa degli Stati Uniti. “È solo che questi ebrei molto motivati non erano propensi a fare riferimento a fonti bibliche o rabbiniche”.
La coalizione ha condiviso con JNS una copia esclusiva della sua nuova guida scritturale di 32 pagine, intitolata “The Jew-Hatred Mindset” (La mentalità dell'odio verso gli ebrei), che ha richiesto sei mesi di lavoro per essere compilata. Menken ha scritto la guida insieme al rabbino Moshe Baruch Parnes.
“Molte organizzazioni ebraiche hanno praticamente reinventato la ruota dell'antisemitismo, che era semplice quando il pregiudizio antiebraico era aperto e palese”, ha detto Menken a JNS. “I nazisti caratterizzavano gli ebrei come una razza inferiore”.
Ma oggi l'odio verso gli ebrei è “mascherato da causa dei diritti umani, e gli esempi che citano Israele, come quelli che si trovano nella definizione dell'IHRA, sono respinti dagli antisemiti come motivati politicamente”, secondo Menken.
“Che si sia religiosi o meno, è impossibile affermare che i modelli di antisemitismo di millenni fa siano stati scritti per sostenere Israele”, ha detto.
La pubblicazione della coalizione osserva che il Sinai, la montagna sulla quale fu data la Torah, fu scelto, secondo il Talmud, perché il suo nome suona come sin'ah, il termine ebraico biblico che significa “odio”.
“Ciò che i saggi intendevano con questo è che l'antisemitismo non è semplicemente un odio etnico verso gli ebrei, ma nasce dall'odio verso l'ebraismo e gli insegnamenti che l'ebraismo ha portato al mondo”, secondo la guida.
Menken ha dichiarato a JNS che è “molto stimolante” comprendere l'odio verso gli ebrei in questo modo.
“Le persone che odiano gli ebrei ce l'hanno con i valori e la civiltà. Fidel Castro e Kim Jong Un sono entrambi fanaticamente anti-Israele. Perché? Perché ai dittatori totalitari non piace riconoscere un'autorità superiore a loro”, ha affermato.
“Allo stesso tempo, ogni persona deve fare le proprie scelte”, ha detto Menken a JNS. “Speriamo che questo documento aiuti a distogliere le persone, compresi i giovani cristiani e gli atei dichiarati, dall'odio. Ciò è più facile da realizzare quando si rendono conto che le invettive della deputata Ilhan Omar, di Tucker Carlson e di Adolf Hitler hanno molto in comune”.
Tra i testi scritturali discussi nella guida ci sono quelli relativi alla Pasqua ebraica – l'idea che l'odio verso gli ebrei persista in ogni generazione – e le storie di Purim, nonché i tentativi di Laban di ingannare Giacobbe, convinto che tutte le proprietà degli ebrei fossero rubate.
La guida traccia un parallelo tra le affermazioni della deputata Alexandria Ocasio-Cortez (D-N.Y.) sull'occupazione israeliana dei territori palestinesi e le idee sull'antisemitismo esposte nel XIX secolo dal rabbino Naftali Tzvi Yehuda Berlin, noto come “Netziv”.
Non si sa quando il rabbino abbia scritto “The Remnant of Israel”, ma “sappiamo che il termine ‘antisemita’ era così nuovo a quel tempo che egli si sentì in dovere di definirlo”, secondo la guida.
“Il Netziv descriveva la visione antisemita di Laban come basata su due falsità fondamentali: che la proprietà ebraica è intrinsecamente rubata e che, a causa del servizio speciale che gli ebrei rendono a Dio, essi si sentono in diritto di trattare gli altri come esseri umani inferiori e di truffarli, ingannarli e frodarli”, secondo la guida. “Secondo il Netziv, è su queste due fondamenta gemelle che poggiano tutte le menzogne dell'antisemitismo”.
Ocasio-Cortez, nota come AOC, “nonostante abbia una laurea in relazioni internazionali, ha negato qualsiasi conoscenza del Medio Oriente o della politica estera, tranne che Israele (gli ebrei) sta sottraendo terra ai non ebrei e Israele sta calpestando i diritti dei non ebrei”, secondo la guida.
“Queste sono, ovviamente, le due menzogne fondamentali dell'antisemitismo identificate dal Netziv, un importante studioso rabbinico che scrisse un secolo prima della sua nascita, e che le sono state trasmesse in linguaggio moderno dai Socialisti Democratici d'America, che l'hanno selezionata e formata per candidarsi come loro rappresentante nel 14° distretto di New York”, afferma la guida.
Menken ha detto a JNS che, sebbene la guida sostenga una maggiore attenzione alla Torah e agli scritti rabbinici per comprendere l'odio verso gli ebrei, ciò non significa che l'antisemitismo risparmi gli ebrei che non sono ortodossi.
“Gli insegnamenti biblici e rabbinici sull'antisemitismo non parlano di religiosità”, ha detto. “Al contrario, è abbastanza ovvio che i soldati dell'IDF, completamente laici, siano presi di mira proprio con le invettive antisemite che hanno perseguitato gli ebrei nel corso della storia”.
L'odio verso gli ebrei è “un virus”, secondo il rabbino.
“È che partono dalle stesse idee di odio, trovando una nuova facciata per rendere le stesse idee grottesche appetibili e persino attraenti per un pubblico moderno”, ha detto a JNS. “Non si tratta di un ‘nuovo antisemitismo’, come alcuni hanno affermato. È esattamente ciò che ci è stato insegnato ad aspettarci”.
La parola ‘antisemitismo’ deriva dal tedesco “pretesa di non gradire gli ebrei non per motivi religiosi, cosa che era riconosciuta come bigottismo grazie all'Illuminismo europeo, ma piuttosto per la loro razza ‘inferiore, semitica’”, ha aggiunto Menken. “Quell'eufemismo era semplicemente un buon modo per rendere nuovamente attraente l'odio verso gli ebrei”.

(JNS, 21 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
____________________

Accludiamo una copia in italiano della guida: "Jew-Hatred Mindset-italiano"

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 4
    Le dodici pietre commemorative
  • Quando tutta la nazione ebbe finito di passare il Giordano, l'Eterno disse a Giosuè: “Prendete tra il popolo dodici uomini, uno per tribù, e date loro quest'ordine: 'Prendete dodici pietre da qui, in mezzo al Giordano, dal luogo dove i sacerdoti si sono fermati, portatele con voi di là dal fiume, e collocatele nel luogo dove vi accamperete stanotte'”. 
  • Giosuè chiamò i dodici uomini che aveva designato tra i figli d'Israele, un uomo per tribù, e disse loro: “Passate davanti all'arca dell'Eterno, del vostro Dio, in mezzo al Giordano, e ognuno di voi porti in spalla una pietra, secondo il numero delle tribù dei figli d'Israele, affinché questo sia un segno in mezzo a voi. Quando, in avvenire, i vostri figli vi domanderanno: 'Che significano per voi queste pietre?'. Voi risponderete loro: 'Le acque del Giordano furono tagliate davanti all'arca del patto dell'Eterno; quando essa passò il Giordano, le acque del Giordano furono tagliate, e queste pietre sono, per i figli d'Israele, un ricordo per sempre'”. 
  • I figli d'Israele fecero dunque come Giosuè aveva ordinato; presero dodici pietre in mezzo al Giordano, come l'Eterno aveva detto a Giosuè, secondo il numero delle tribù dei figli d'Israele, e le portarono con loro di là dal fiume nel luogo dove dovevano passare la notte, e le collocarono lì. Giosuè eresse anche dodici pietre in mezzo al Giordano, nel luogo dove si erano fermati i piedi dei sacerdoti che portavano l'arca del patto, e sono rimaste là fino al giorno d'oggi.  I sacerdoti che portavano l'arca rimasero fermi in mezzo al Giordano finché tutto quello che l'Eterno aveva comandato a Giosuè di dire al popolo fosse eseguito, conformemente agli ordini che Mosè aveva dato a Giosuè. E il popolo si affrettò a passare. 
  • Quando tutto il popolo ebbe finito di passare, passò anche l'arca dell'Eterno, con i sacerdoti, alla presenza del popolo.  E i figli di Ruben, i figli di Gad e mezza tribù di Manasse passarono armati davanti ai figli d'Israele, come Mosè aveva detto loro.  Circa quarantamila uomini, pronti di tutto punto per la guerra, passarono davanti all'Eterno nelle pianure di Gerico, per andare a combattere. 
  • In quel giorno, l'Eterno rese grande Giosuè agli occhi di tutto Israele; ed essi lo temettero, come avevano temuto Mosè tutti i giorni della sua vita. 
  • L'Eterno parlò a Giosuè, e gli disse:  “Ordina ai sacerdoti che portano l'arca della Testimonianza di uscire dal Giordano”.  Giosuè diede quest'ordine ai sacerdoti: “Uscite dal Giordano”.  E appena i sacerdoti che portavano l'arca del patto dell'Eterno furono usciti di mezzo al Giordano e le piante dei loro piedi si alzarono e si posarono sull'asciutto, le acque del Giordano tornarono al loro posto, e strariparono dappertutto, come prima.

  • Il popolo si accampa a Ghilgal
    Il popolo salì dal Giordano il decimo giorno del primo mese, e si accampò a Ghilgal, all'estremità orientale di Gerico.  E Giosuè eresse a Ghilgal le dodici pietre che essi avevano preso dal Giordano.  Poi parlò ai figli d'Israele e disse loro: “Quando, in avvenire, i vostri figli domanderanno ai loro padri: 'Che significano queste pietre?',  voi lo farete sapere ai vostri figli dicendo: 'Israele passò questo Giordano all'asciutto'.  Poiché l'Eterno, il vostro Dio, ha asciugato le acque del Giordano davanti a voi finché voi foste passati, come l'Eterno, il vostro Dio, fece al Mar Rosso che egli asciugò finché fossimo passati,  affinché tutti i popoli della terra riconoscano che la mano dell'Eterno è potente, e voi temiate in ogni tempo l'Eterno, il vostro Dio”.

(Notizie su Israele, 20 febbraio 2026)


........................................................


Abbas presenta la bozza della Costituzione palestinese

Il presidente dell'Autorità Palestinese Abbas presenta una Costituzione per la Palestina. Secondo tale bozza, la base giuridica sarà la Sharia e non vi saranno legami ebraici con Gerusalemme.

RAMALLAH – Il presidente dell'Autorità Palestinese (AP), Mahmud Abbas, ha pubblicato la bozza di una costituzione provvisoria per un futuro Stato palestinese. La notizia è stata riportata per la prima volta dall'agenzia di stampa WAFA il 9 febbraio. La bozza definisce la Palestina come parte della nazione araba con Gerusalemme come capitale e centro politico e spirituale. La religione ufficiale prevista è l'Islam, con la Sharia come base della legislazione. Il documento comprende 162 articoli su 13 temi, tra cui i diritti umani e la struttura di governo.
  L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) rimane l'unico rappresentante del popolo palestinese. La bozza prevede la continuazione dei pagamenti alle famiglie degli attentatori che hanno compiuto attacchi contro gli ebrei. Non menziona alcun legame ebraico con Gerusalemme.
  Le forze di sicurezza devono essere politicamente neutrali, non è consentita l'adesione a organizzazioni politiche né l'esercizio di attività di partito. Secondo il documento, è vietata la costituzione di gruppi militari o paramilitari al di fuori delle forze di sicurezza. L'articolo 17 richiede elezioni libere ed eque e trasparenza, mentre l'articolo 54 limita il mandato presidenziale a due legislature di cinque anni. I candidati devono discendere da genitori palestinesi e non possono avere altra cittadinanza.
  L'articolo 147 prevede la creazione di un'autorità monetaria palestinese indipendente. Il preambolo della Costituzione rifiuta l'occupazione coloniale e la pulizia etnica.

“Il sogno del ritorno rimane vivo”
  Il comitato presenta la Costituzione come "una luce per i movimenti di liberazione e un ponte tra un presente occupato e un futuro aperto alla libertà e al cambiamento, che garantisce la transizione dello Stato palestinese da un'autorità temporanea impegnata nella liberazione dall'occupazione a uno Stato democratico basato sullo Stato di diritto e sulla dignità umana, e adotta una via di lotta democratica e di alternanza pacifica al potere attraverso le urne elettorali".
  Il preambolo recita: “Questa Costituzione è un omaggio alla continua lotta palestinese, che non si è mai interrotta, e agli sforzi diplomatici e politici compiuti nel corso di decenni per riottenere il riconoscimento internazionale”.
  Continua spiegando: “Arriva in una fase delicata, in cui il nostro popolo nella patria è confrontato con politiche di espulsione e pulizia etnica e in cui continuano l'espansione degli insediamenti e il genocidio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, mentre il sogno del ritorno rimane vivo nei cuori dei palestinesi ovunque, generazione dopo generazione”.

Critiche da parte di Hamas
  Nel frattempo, la leadership di Hamas ha espresso critiche nei confronti della bozza. Secondo un rapporto dell'emittente israeliana “Kan”, il funzionario di Hamas Bassem Naim ha condannato il documento come una “violazione dei nobili diritti del nostro popolo palestinese, che ha bisogno di una leadership migliore”. La costituzione è un “tentativo fallito dell'Autorità Palestinese di salvarsi dagli sviluppi della storia”, ha continuato, prendendo in giro Abbas perché gli è stato negato l'ingresso negli Stati Uniti per un discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre.
  “Forse le recenti decisioni del governo della entità fascista (Israele) in materia di insediamenti e annessione indicano la direzione che stiamo prendendo”, ha dichiarato Naim. "Dobbiamo rifiutare questa costituzione, perché un popolo sotto occupazione non scrive una costituzione secondo gli standard dell'occupante. Non scriviamo piani per la vita in prigione, ma dobbiamo scrivere i documenti della nostra completa libertà e del nostro ritorno nel sangue e nell'unità".

(Israelnetz, 20 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Lo sceicco druso della provincia di Suwaida chiede indipendenza e  protezione da parte di Israele

Il corrispondente di Israel Heute ed esperto di Medio Oriente Edy Cohen ha parlato con il religioso druso Marwan al-Kiwan della provincia di Suwaida, nel sud della Siria, nella regione di Jabal al-Arab, storico territorio di insediamento dei drusi. Nell'intervista, al-Kiwan descrive quella che, a suo avviso, è una situazione drammatica per la sicurezza dei drusi e dei cristiani.
  Lo sceicco muove pesanti accuse al governo di transizione di Damasco e definisce "assolutamente impossibile" una riconciliazione con i governanti locali. Parla di attacchi ai villaggi, di luoghi di culto bruciati e di una minaccia mirata alle minoranze religiose.

Richiesta di un nuovo assetto politico
    Nell'intervista, al-Kiwan chiede la completa indipendenza politica della regione drusa. Chiede uno status autonomo sotto la protezione internazionale. Cita espressamente Israele come possibile garante della sicurezza. Elogia il primo ministro Benjamin Netanyahu per la sua posizione nei confronti delle minoranze nella regione.
  Queste richieste vanno ben oltre il sostegno umanitario e toccano questioni geopolitiche fondamentali. Un ruolo di protezione diretta da parte di Israele nel sud della Siria avrebbe conseguenze di vasta portata in materia di politica di sicurezza.

Dure critiche all'Europa
    Il religioso druso rivolge inoltre un appello urgente agli Stati europei. Li accusa di legittimare o sostenere indirettamente le forze islamiste e di sottovalutare il pericolo che corrono le minoranze. Le sue dichiarazioni sono in parte formulate in modo polemico, ma riflettono la profonda insicurezza che provano molte minoranze in Siria.

La prospettiva di una minoranza insicura

VIDEO
SOTTOTITOLO

L'intervista offre uno spaccato del punto di vista di un leader religioso che vede la sua comunità minacciata nella sua stessa esistenza. Resta da vedere se le sue richieste politiche siano realisticamente realizzabili. È certo, tuttavia, che la situazione nella regione di confine con Israele continua a essere instabile e che la situazione delle minoranze religiose nella Siria meridionale rimane fragile.

(Israel Heute, 20 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Consapevolezza evangelica e preoccupazione per lo sviluppo sociale

La crescente opposizione a Israele da parte della destra politica è “grave, ma grazie a Dio non è realmente un problema evangelico”, ha dichiarato il reverendo Johnnie Moore a JNS.

di Andrew Bernard

I leader evangelici ed ebrei provenienti da tutti gli Stati Uniti e da Israele si sono riuniti lunedì e martedì a Nashville per riaffermare il loro impegno nei confronti dello Stato ebraico e lanciare l'allarme sulle minacce che incombono su Israele e sull'Occidente.

  Le preoccupazioni per le influenze anti-israeliane provenienti dalla sinistra, dalla destra e dall'estero hanno dominato il primo Congresso sionista ebraico-cristiano (JCZC), anche se gli organizzatori e i partecipanti hanno espresso la loro fiducia nel fatto che gli evangelici rimangano sostenitori incondizionati degli ebrei e di Israele.
  Il reverendo Johnnie Moore, presidente del Congresso dei leader cristiani e relatore all'evento, ha dichiarato a JNS che le critiche al sionismo cristiano da parte di alcuni commentatori e podcaster conservatori, come Tucker Carlson e Candace Owens, sono un attacco e non un riflesso delle opinioni degli evangelici.
  “Gli evangelici sono il pilastro portante del Partito Repubblicano, e avere un cosiddetto conservatore che dichiara guerra agli evangelici è o politicamente stupido o un sabotaggio”, ha detto Moore, che in precedenza ha gestito la Gaza Humanitarian Foundation.
  “Non vuol dire che non stia influenzando la comunità”, ha detto. “Ci stiamo mobilitando per affrontarlo”.
  Moore ha detto di essersi recentemente rivolto a 1.000 pastori evangelici a Gerusalemme per dichiarare una “guerra spirituale all'antisemitismo”.
  “Ho detto: ‘Potreste anche lasciare il vostro pulpito se non siete disposti a dire la verità su tutte queste cose’. Ci stiamo lavorando”, ha detto Moore a JNS.
  Moore ha affermato che l'opposizione al sionismo da parte della destra cristiana è una questione più importante tra i cattolici conservatori e alcuni protestanti tradizionali. Carlson è episcopale e Owens si è convertito dal protestantesimo evangelico al cattolicesimo nel 2024.
  “È reale. È grave, ma grazie a Dio non è davvero un problema evangelico”, ha aggiunto Moore.
  Calev Myers, uno degli organizzatori dell'evento e presidente dell'Alleanza per rafforzare la sicurezza e l'economia di Israele, che ha ospitato il congresso, sembrava incarnare l'unità tra Stati Uniti e Israele e tra ebrei e cristiani che la conferenza cercava di raggiungere.
  Cittadino con doppia nazionalità statunitense e israeliana, Myers ha fatto l'aliyah 34 anni fa dopo essere cresciuto negli Stati Uniti in una famiglia mista cristiana-ebraica. Vive sulle colline della Giudea tra Gerusalemme e Tel Aviv, dove, da cristiano, frequenta le funzioni religiose in ebraico ed esercita la professione di avvocato per uno studio legale che rappresenta “la stragrande maggioranza dei sionisti non ebrei attivi in Israele”.
  Myers ha dichiarato a JNS che, dopo anni di collaborazione con organizzazioni no profit per rafforzare i legami tra Stati Uniti e Israele, le conseguenze degli attacchi del 7 ottobre hanno dimostrato che non esisteva una controparte sionista ai gruppi che si erano alleati per usare Israele al fine di creare divisioni nell'Occidente in generale.
  “Ci è apparso molto chiaro che esiste una campagna sostenuta dallo Stato, ben finanziata, altamente motivata e ben organizzata, che è molto più grande di Israele”, ha affermato. “È una campagna per distruggere le fondamenta giudaico-cristiane della civiltà occidentale e, per estensione, Israele. Questo è ciò che stiamo affrontando”.
  “Abbiamo avuto l'idea di questo congresso perché abbiamo ripensato al primo Congresso sionista di Theodor Herzl”, ha detto Myers. “Dieci dei 208 delegati al congresso di Herzl erano cristiani e abbiamo pensato che, beh, a quel tempo, il 95% dei sionisti nel mondo erano ebrei, il che non era una grande sorpresa”.
  Myers ha affermato che oggi quella situazione demografica si è ribaltata e che la stragrande maggioranza dei sedicenti sionisti in tutto il mondo non è ebrea, compresi centinaia di milioni di evangelici.
  “Se il 99,9% dei sionisti nel mondo oggi non è ebreo, dov'è il loro Congresso?”, ha detto Myers. “Dov'è la loro piattaforma? Chi sta creando la collaborazione tra loro per assicurarsi che ci sia un messaggio e che tutti siano in sintonia?”
  Esistono altre organizzazioni che promuovono il sionismo cristiano, come Christians United for Israel, o che promuovono l'alleanza tra Stati Uniti e Israele, come l'AIPAC, ha detto Myers a JNS. Uno degli obiettivi del Congresso sionista giudaico-cristiano è quello di creare legami tra israeliani ed evangelici, ha affermato.
  “Abbiamo condotto un ampio sondaggio tra il pubblico israeliano. La stragrande maggioranza degli israeliani non ha idea di chi siano i cristiani evangelici, né che esistano, né che potrebbero essere utili allo Stato di Israele. Semplicemente non lo sanno”, ha detto Myers a JNS. “Se si è al di fuori della bolla mediatica internazionale di lingua inglese, l'ignoranza è totale”.
  “C'è un divario educativo. Se ne parla raramente nei media ebraici”, ha detto. “Questo è il motivo per cui abbiamo portato qui tutti questi influencer israeliani e giornalisti mainstream, perché vogliamo che vedano. Vogliamo che provino questa esperienza. Vogliamo che sappiano che questa è la realtà che esiste là fuori”.
  Con titoli come “battaglia nei nostri banchi e pulpiti” e “battaglia nelle nostre sale del potere”, ogni discussione alla conferenza, che ha attirato circa 400 partecipanti al W Hotel nel centro di Nashville, è stata incentrata su quella che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito la guerra dell'“ottavo fronte” per l'informazione e l'influenza, accanto ai fronti di guerra geografici di Israele a Gaza, in Libano, in Iran e altrove.
  L'evento ha riunito pastori evangelici e personaggi della cultura popolare, come l'ex allenatore di basket di Auburn Bruce Pearl, John Odrasnik dei Five for Fighting e il comico israeliano Matam Peretz, oltre a funzionari repubblicani eletti, tra cui il senatore Bill Hagerty (R-Tenn.).
  Susan Michael, presidente dell'Ambasciata Cristiana Internazionale di Gerusalemme, ha dichiarato a JNS che questa combinazione era nuova.
  “Di solito non abbiamo relatori provenienti dal mondo dello sport e dello spettacolo”, ha detto Michael.
  Molti dei relatori hanno descritto il divario generazionale in America, anche tra i conservatori religiosi, e le sfide nel raggiungere il pubblico più giovane riguardo a Israele.
  “Come si fa a educare una generazione che riceve le notizie da TikTok? Come si fa a educare le persone in 30 secondi su cose che risalgono a centinaia di anni fa?”, ha detto Michael. " Questa è la frustrazione, ed è ciò che dobbiamo imparare a fare“.
  Nonostante la popolarità di alcuni influencer e politici di destra anti-Israele, i sondaggi suggeriscono che gli evangelici sono, insieme agli ebrei, tra i gruppi demografici degli Stati Uniti che continuano a sostenere con più forza Israele.
  Luke Moon, direttore esecutivo del Philos Project, ha descritto la questione del sostegno a Israele da parte della destra come un ”problema di ottica“, non un ”problema di numeri".
  “Ho accompagnato cinque volte in Israele leader molto conservatori, persone che gravitano nell'orbita di Tucker, e sono due le cose che li cambiano: la Mechina di Eli, dove vedono un gruppo di ragazzi armati che leggono la Bibbia e pregano tutto il giorno, e le grandi famiglie alla cena dello Shabbat”, ha detto Moon durante una tavola rotonda. (Il programma di Eli combina lo studio religioso e il servizio militare).
  Dan Diker, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs, ha dichiarato a JNS che discutere pubblicamente di America, Israele e fede come “ancora ideologica” potrebbe essere una strada fruttuosa per i sostenitori dello Stato ebraico.
  “Lo definirei ‘sionismo applicato’”, ha affermato Diker. “Come abbiamo la matematica applicata, è applicata o estesa, e le persone stanno facendo queste rappresentazioni in questo congresso in modo sfacciato, con grande orgoglio e sensibilità”.
  Myers ha detto a JNS che lui e gli altri organizzatori dell'evento hanno scelto Nashville come prima sede di quello che sperano diventi un evento annuale perché è la sede di organizzazioni evangeliche come la Southern Baptist Convention e Samaritan's Purse.
  L'anno prossimo l'evento potrebbe essere ospitato altrove e si sta valutando la possibilità di organizzare altri incontri negli Stati Uniti e in Israele nel corso del prossimo anno, ha affermato.
  “Stiamo davvero consolidando un movimento di organizzazioni che lottano per la civiltà occidentale”, ha dichiarato Myers a JNS. “Mettiamo da parte i nostri ego organizzativi e siamo disposti a lavorare insieme”.

(JNS, 20 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Charlotte Roth, sopravvissuta alla Shoah, fa l’Aliyah a 96 anni

Cinque generazioni con lei in Israele

di Jacqueline Sermoneta

FOTO
A 96 anni ha coronato il suo sogno. La sopravvissuta alla Shoah, Charlotte Roth, ha fatto l’Aliyah: un traguardo simbolico che aggiunge un nuovo capitolo a una storia caratterizzata da resilienza, fede e amore per la sua famiglia e il popolo ebraico: “È un momento davvero meraviglioso della mia vita potermi definire israeliana, cittadina del nostro Stato ebraico – ha detto Charlotte Roth, come riporta il sito Israel National News – Camminare per queste strade con cinque generazioni della mia famiglia, mi riempie il cuore di profonda gioia e forza, soprattutto quando vedo i soldati israeliani e provo sicurezza e orgoglio dove un tempo regnava la paura”.
   Nata in Cecoslovacchia in una famiglia numerosa, Roth ricorda un’infanzia gioiosa, interrotta bruscamente nel 1944. A soli 14 anni, fu deportata insieme alla famiglia al campo di sterminio di Auschwitz. Al suo arrivo, Roth fu separata dalla madre e dai fratelli durante la selezione: quella fu l’ultima volta che li vide. La sua abilità nel cucito si rivelò decisiva per restare in vita: fu destinata ai lavori forzati e riuscì a sopravvivere ad Auschwitz, alla marcia della morte e alla prigionia in un altro campo fino alla liberazione. Finita la guerra, tornò al villaggio natale, dove scoprì che nessuno dei familiari più stretti era sopravvissuto. Ancora più devastante fu apprendere che il padre, solo pochi giorni prima del suo arrivo, si era tolto la vita dopo aver saputo dello sterminio della famiglia.
   Della giovinezza le è rimasto solo un anello, che porta ancora oggi, inciso con le iniziali “IS”, Ilanka Shvartz, il suo nome di nascita. Negli anni successivi, Roth ricostruì la sua vita dal nulla. In un campo profughi, da adolescente, conobbe il futuro marito. Si sposarono ed emigrarono a Cleveland, in Ohio, dove crebbero quattro figli. Decenni dopo, la scelta di trasferirsi in Israele per stare accanto a cinque generazioni di discendenti.
   Roth ha completato il suo processo di immigrazione con l’aiuto di Nefesh B’Nefesh, della Population and Immigration Authority e di diverse organizzazioni ebraiche. Il rabbino Yehoshua Fass, co-fondatore di Nefesh B’Nefesh, ha definito la storia di Roth “una testimonianza della straordinaria resilienza dello spirito ebraico”.
   Oggi Roth conta nove nipoti, ventisei pronipoti e undici figli di pronipoti: cinque generazioni, simbolo di sopravvivenza, continuità e futuro.

(Shalom, 20 febbraio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 3
    Il passaggio del Giordano
  • Giosuè si alzò la mattina di buon'ora e con tutti i figli d'Israele partì da Sittim. Essi arrivarono al Giordano, e là si fermarono, prima di passarlo. Trascorsi tre giorni, gli ufficiali percorsero l'accampamento, e diedero quest'ordine al popolo: “Quando vedrete l'arca del patto dell'Eterno vostro Dio, portata dai sacerdoti levitici, partirete dal luogo dove siete accampati, e la seguirete. Però, tra voi e l'arca vi sarà la distanza di circa duemila cubiti; non vi avvicinate a essa, affinché possiate vedere bene la via per la quale dovete andare; poiché non siete ancora mai passati per questa via”.
  • Giosuè disse al popolo: “Santificatevi, poiché domani l'Eterno farà delle meraviglie in mezzo a voi”. Poi Giosuè parlò ai sacerdoti, dicendo: “Prendete in spalla l'arca del patto e passate davanti al popolo”. Ed essi presero in spalla l'arca del patto e camminarono davanti al popolo.
  • L'Eterno disse a Giosuè: “Oggi comincerò a renderti grande agli occhi di tutto Israele, affinché riconoscano che, come fui con Mosè, così sarò con te. Perciò da' quest'ordine ai sacerdoti che portano l'arca del patto: 'Quando sarete giunti alla riva delle acque del Giordano, vi fermerete nel Giordano'”.
  • Allora Giosuè disse ai figli d'Israele: “Avvicinatevi e ascoltate le parole dell'Eterno, il vostro Dio”. Poi Giosuè disse: “Da questo riconoscerete che l'Iddio vivente è in mezzo a voi, e che egli scaccerà certamente davanti a voi i Cananei, gli Ittiti, gli Ivvei, i Ferezei, i Ghirgasei, gli Amorei e i Gebusei: ecco, l'arca del patto del Signore di tutta la terra sta per passare davanti a voi per entrare nel Giordano. Prendete dunque dodici uomini fra le tribù d'Israele, uno per tribù. E avverrà che, appena i sacerdoti che portano l'arca dell'Eterno, del Signore di tutta la terra, avranno posato le piante dei piedi nelle acque del Giordano, le acque del Giordano, che scendono dalla parte superiore, saranno tagliate, e si fermeranno in un mucchio”.
  • E avvenne che quando il popolo levò le tende per passare il Giordano, avevano davanti i sacerdoti che portavano l'arca del patto; appena quelli che portavano l'arca giunsero al Giordano e i sacerdoti che portavano l'arca immersero i piedi nell'acqua della riva, il Giordano straripa dappertutto durante tutto il tempo della messe, le acque che scendevano dalla parte superiore si fermarono e si elevarono in un mucchio, a una grandissima distanza, fino alla città di Adam che è vicino a Sartan; e quelle che scendevano verso il mare della pianura, il Mar Salato, furono interamente separate da esse; e il popolo passò di fronte a Gerico. I sacerdoti che portavano l'arca del patto dell'Eterno stettero con i piedi fermi sull'asciutto, in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele passava per l'asciutto, finché tutta la nazione ebbe finito di passare il Giordano.

(Notizie su Israele, 19 febbraio 2026)


........................................................


Adam Edelman: «Tutto Israele può essere orgoglioso»

di Sabine Brandes

- Signor Edelman, per la prima volta una squadra israeliana di bob partecipa alle Olimpiadi invernali. Cosa significa questo per lei e chi fa parte della squadra?
    La squadra è composta da Menachem Chen, Ward Fawarseh, Omer Katz, Itamar Shprinz, Uri Zisman e me. È un momento meraviglioso, storico e spettacolare. Il percorso per arrivare qui è stato difficile. Partecipare alle Olimpiadi come nuova nazione in uno sport invernale è considerato quasi impossibile. Ma noi, come squadra, ce l'abbiamo fatta!

- Quali sono i suoi obiettivi sportivi in queste competizioni?
    Partiamo con un enorme svantaggio. Nei primi due giorni di allenamento non siamo stati in pista. Mentre le altre squadre hanno completato circa 50 prove, noi ne abbiamo fatte solo nove. Ma sciare su questa pista è davvero speciale. Il nostro obiettivo è arrivare tra i primi 20 o avvicinarci a questa posizione. Vogliamo che i bambini guardino e pensino: «Possiamo farlo anche noi, e anche meglio». Siamo i primi, ma non vogliamo rimanere gli unici. Quello che abbiamo ottenuto con solo sei prove di allenamento non è mai stato fatto da nessuno».

- La pista di Cortina D'Ampezzo è considerata particolarmente difficile. Quali sono gli ostacoli?
    Il nostro più grande avversario è la nostra mancanza di esperienza. Ogni giro ti rende migliore, ma ci mancano i due giorni di allenamento. Cerchiamo di compensare questo con lo spirito di squadra. Altre squadre hanno circa dieci allenatori e meccanici, mentre da noi sono gli atleti ad assumere questi e altri ruoli. Ci filmiamo a vicenda, ci diamo feedback, discutiamo ogni curva. Spesso sto seduto fino a tarda notte a studiare la pista.

- Come vive l'atmosfera dei Giochi e il Villaggio Olimpico come partecipante israeliano?
    Il Villaggio Olimpico è per noi un luogo di relax, ma la maggior parte del tempo lavoriamo molto duramente. Si può dire che siamo arrivati ultimi nel bob a due, ma siamo gli ultimi tra i migliori al mondo! Questo è già di per sé un risultato incredibile. La nostra squadra è di livello olimpico. Quello che abbiamo ottenuto con solo sei allenamenti non è mai stato fatto da nessuno. Con le stesse risorse di tutti gli altri, domineremmo questa pista. Sono così orgoglioso, e anche tutto Israele può esserlo.

- Avete subito ostilità o antisemitismo?
    Ci sono stati atleti che ci hanno trattato in modo estremamente ostile durante tutta la stagione, ma non ci lasciamo influenzare da questo. Ci concentriamo sulle gare e guardiamo solo al lato positivo: siamo felici di gareggiare per Israele.

- Com'è il sostegno dalla patria?
    Il sostegno è travolgente. Sembra un'esplosione di entusiasmo. La gente capisce che quello che abbiamo raggiunto è fenomenale. Sentiamo questo sostegno. Ci sentiamo benedetti.

(Jüdische Allgemeine, 19 febbraio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Antico laboratorio scoperto a Gerusalemme

GERUSALEMME – È una scoperta inaspettata quella che l'Autorità israeliana per i beni culturali può aggiungere al proprio palmares: in una grotta a Gerusalemme Est, gli archeologi hanno trovato un laboratorio di lavorazione della pietra risalente al periodo del Secondo Tempio. Lo ha reso noto l'Autorità in un comunicato stampa lunedì.
Oltre a centinaia di frammenti, i ricercatori hanno scoperto anche scarti di produzione risalenti a 2000 anni fa e recipienti non finiti. Secondo il sito di notizie israeliano “Arutz Scheva”, questa fortunata scoperta è stata preceduta da un vero e proprio giallo.

Ladri di antichità colti in flagrante
  Per mettere fine alle attività dei ladri di antichità, l'Autorità per i beni culturali ha istituito un'unità speciale per la prevenzione dei furti. Come molti altri aspetti, anche l'archeologia è un tema altamente politico in Israele e il furto di antichità non è quindi nulla di insolito.
In media due volte alla settimana l'Autorità per i beni culturali sorprende i ladri in flagrante, ha spiegato il capo dell'unità Amir Ganor al quotidiano israeliano “Ha'aretz”. Nel caso in questione, l'unità aveva nel mirino una banda di ladri di antichità quando, nel corso delle indagini, è venuta a conoscenza di attività sospette sul Monte Scopus.
Gli uomini di Ganor hanno quindi sorvegliato attentamente la zona e ne è valsa la pena: dopo poche notti, gli investigatori hanno sorpreso cinque ladri sul luogo del delitto. Tra le altre cose, avevano con sé un generatore, un metal detector e attrezzi da cava.
I cinque uomini sono stati arrestati sul posto. Secondo Ganor, hanno confessato e sarebbero originari di Gerusalemme Est. I ladri rischiano fino a cinque anni di reclusione per aver distrutto un antico sito archeologico e aver effettuato scavi illegali.
La storia potrebbe finire qui, ma dopo l'arresto, i funzionari dell'Autorità per i beni culturali hanno ispezionato la grotta e scoperto l'antica officina.

Più che semplici frammenti: testimonianze della vita ebraica
  Non è la prima volta che i ricercatori portano alla luce un laboratorio di questo tipo nella regione montuosa della Giudea. Eitan Klein ha riferito ad “Arutz Scheva” di scoperte simili sul Monte Scopus. Il vice capo dell'unità per la prevenzione dei furti ha aggiunto:
“La scoperta di questo laboratorio è particolarmente importante perché ora si delinea un quadro completo della regione: oltre a questi siti di produzione, sono stati scoperti numerosi altri reperti risalenti al periodo del Secondo Tempio - tombe, grandi serbatoi d'acqua, un bagno di purificazione (mikveh) e una cava di calcare”.
Il laboratorio si trova inoltre su una strada principale che 2000 anni fa era utilizzata dai pellegrini ebrei per raggiungere Gerusalemme. Ciò indica che già allora il luogo era importante per la regione e suggerisce un insediamento permanente. I ricercatori ritengono che i commercianti vendessero i recipienti di pietra nei mercati di Gerusalemme.
I recipienti in pietra hanno svolto un ruolo importante per la popolazione ebraica durante il periodo del Secondo Tempio, perché, a differenza di quelli in argilla o ceramica, non possono diventare ritualmente impuri. Pertanto, erano ideali per conservare, ad esempio, gli alimenti.
Contenitori in pietra preferiti: secondo la legge rabbinica, i contenitori in pietra rimangono sempre ritualmente puri e sono quindi perfetti per la conservazione degli alimenti

Il “passato criminale” dei reperti esposti
  Il ministro dei Beni culturali Amichai Elijahu (Ozma Jehudit) considera la scoperta come una “finestra su un mondo” che deve essere protetto. “I tentativi dei nostri nemici di saccheggiare i reperti antichi non sono semplici furti, ma tentativi di rubare la nostra identità”, ha dichiarato ad “Arutz Scheva”.
Gli appassionati di archeologia e gli amanti della storia possono ammirare i recipienti di pietra a Gerusalemme: l'Autorità per i beni culturali li espone nell'ambito della mostra “Criminal Past” (Passato criminale). Il nome è eloquente: i reperti esposti facevano parte in passato di beni rubati o provengono da siti archeologici saccheggiati.
La mostra è visitabile presso il “Jay and Jeany Schottenstein Campus for the Archaeology of Israel”. Il campus si trova sulla collina del museo a Gerusalemme ed è attualmente in fase di ampliamento. In futuro, gran parte dei reperti rinvenuti in Israele saranno conservati qui in modo permanente. Tra questi vi sono circa 25.000 frammenti dei famosi manoscritti di Qumran.

(Israelnetz, 19 febbraio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Cisgiordania? Scandalo occupazioni Palestina? Giusto cacciare gli ebrei L'infame doppio standard su Israele

di luri Maria Prado

La "annessione della Cisgiordania". I "nuovi insediamenti illegali nella West Bank".
  Le "politiche israeliane nei territori occupati in violazione del diritto internazionale". Questi ritornelli, quotidianamente e ovunque ripetuti come verità inconfutabili, denunciano in modo esemplare che cosa sia e come funzioni il cosiddetto doppio standard di giudizio quando di mezzo c'è Israele. Non esiste nessuna occupazione, né tantomeno illegale, in Giudea e Samaria, vale a dire la regione impropriamente denominata Cisgiordania o, appunto, West Bank. Perché "occupazione" suppone che la terra occupata sia altrui, ma nel caso della Cisgiordania non è altrui: è tutt'al più terra disputata, ma altrui proprio no. Idem per la presunta illegalità della presunta occupazione, la quale suppone l'esistenza di una norma che ne sanziona l'illegalità. Una norma: non una raccomandazione dell'Onu, non un parere di qualche Corte internazionale, non un rapporto di qualche stralunato "special rapporteur" sedicente avvocato. Una norma: e questa norma non c'è.
  C'è invece un pregiudizio a dare fondamento a quei ritornelli e a giustificare l'inesausta propaganda circa la cosiddetta "occupazione della West Bank". Un pregiudizio di stampo etnico-razziali-religioso: e cioè l'idea, di cui si desidera la traduzione in pratica, che la legalità e la giustizia in quella regione risiedano nella prevenzione ed eliminazione della presenza ebraica. Grattata la superficie di tutte le bugie e le inesattezze in argomento, sotto sotto (e neppure troppo) preme esattamente e soltanto quel pregiudizio: in Giudea e Samaria non devono esserci ebrei, e se ci sono la loro presenza è "illegale". Perché? Perché sono ebrei. È curioso che a un Paese, Israele, in cui abitano due milioni di arabi, si imputino politiche di esclusione e discriminazione etnico-razziali. Ed è incredibile che lo si faccia mentre non solo la presenza ebraica è pressoché annichilita in ogni Stato circostante, ma la si vorrebbe spazzare via anche da lì, in Giudea e Samaria e fin dentro Gerusalemme. Nei gìorni scorsi abbiamo avuto la riprova formale di come la parte palestinese intenda "autodeterminarsi". Con una Costituzione che formalizza una sconfinata teocrazia islamica. Una Costituzione innervata di legislazione fondata sulla Sharia. Una Costituzione che tutela gli statuti religiosi e i luoghi di culto con esclusione di quelli ebraici (nella propria dichiarazione di indipendenza, Israele scrisse che "preserverà i luoghi santi di tutte le religioni"). Una Costituzione che garantisce il "diritto" al ritorno in Israele dei cosiddetti rifugiati palestinesi (vale a dire la distruzione dello Stato di Israele). Ma curiosamente - di nuovo - la cosa non ha suscitato perplessità. E mentre il progetto di qualche condominio di giudei in Giudea è definito "annessione", fila liscio e non preoccupa nessuno il disegno di un altro Stato islamico che non tutela la presenza ebraica e impianta il sistema previdenziale che remunera il "martirio" a suon di vitalizi per le famiglie. È, quest'ultima, un'altra delle delizie costituzionali approntate dai compilatori della "carta fondamentale" di Palestina, e rappresenta molto bene quali premesse orientino le ambizioni di futuro delle dirigenze palestinesi: non la radicazione di una propria entità statuale, ma l'eradicazione di quella altrui tramite una lotta continua.
  Nel 1948, Israele si rivolge "ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato". Sin dalla fondazione Israele assicura che la presenza araba sarà protetta "sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti". C'è come la sensazione che la controparte palestinese intenda costituirsi in un'entità statale governata secondo princìpi diversi. Quelli di una Costituzione in cui gli ebrei non sono nemmeno nominati.

(Il Riformista, 19 febbraio 2026)

........................................................


La cheerleader di Hamas che ossequia Qatar e Al Jazeera è solo la punta dell’iceberg 

Il virus del pregiudizio antiebraico infesta ambienti politico-editoriali che si credono campioni dei diritti umani, spinge giornalisti a diffondere menzogne, scredita le stesse Nazioni Unite.

di Ben-Dror Yemini

Il suo nome è Francesca Paola Albanese ed è il simbolo vivente della più ripugnante e screditata fusione tra razzismo e diritti umani.
  Dal maggio 2022, Francesca Albanese è relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Com’è possibile che una persona che ricopre una posizione di alto livello nel campo dei diritti umani sia anche una esplicita razzista?
  La riposta è semplice. Esiste una specifica forma di razzismo che gode di legittimazione internazionale da parte di molti – forse la maggior parte – degli attivisti e delle organizzazioni per i diritti umani.
  Questa forma si chiama antisemitismo.
  L’altra settimana si è tenuta a Doha, in Qatar, una conferenza sponsorizzata da Al Jazeera. Gli ospiti principali erano il capo di Hamas Khaled Maashal e il Ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, quello che di nuovo recentemente ha fatto arrivare di contrabbando a Hezbollah una valigia contenente milioni di dollari.
  In quel consesso è intervenuta anche Francesca Albanese, la principessa delle “organizzazioni per i diritti umani”, a presentare la sua dottrina.
  Non ha pronunciato una sola parola di condanna nei confronti di Hamas, i cui capi hanno ripetutamente invocato la distruzione degli ebrei e il dominio del mondo (calpestando nel frattempo tutti i diritti umani dei palestinesi di Gaza, di cui lei dovrebbe occuparsi per mandato ndr).
  Non ha detto una sola parola sull’Iran, che poche settimane fa ha trucidato decine di migliaia di civili che cercavano di liberarsi dalle catene della repressione.
  Francesca Albanese ha aperto il suo intervento rivolgendo elogi ed encomi ad Al Jazeera. E non v’è dubbio che il portavoce mediatico dell’islamismo omicida – i cui operatori, descritti come giornalisti, sono stati più volte smascherati come membri di organizzazioni terroristiche – sia un canale che le sta molto a cuore.
  “Il fatto che invece di fermare Israele – ha poi detto Francesca Albanese – la maggior parte del mondo abbia armato Israele, gli abbia dato scuse politiche, protezione politica, sostegno economico e finanziario… Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”.
  È curioso parlare a una conferenza di Al Jazeera – il canale di punta del Qatar – dicendo “noi che non controlliamo grandi quantità di capitale finanziario”.
  Chi è esattamente questo “noi”?
  Secondo tutta una serie di inchieste, ultima quella di Free Press, il Qatar ha investito “quasi 100 miliardi di dollari per acquisire influenza nel Congresso, nelle università, negli istituti di ricerca e nelle aziende”. L’emittente stessa è finanziata quasi interamente dal Qatar, con un budget annuale di circa 1 miliardo di dollari.
  Ma nelle parole di Francesca Albanese, questo diventa “noi che non controlliamo grandi quantità di capitale finanziario”.
  E no, non è una barzelletta.
  Quando la parlamentare francese di destra Caroline Yadan ha presentato un’interrogazione al suo Ministro degli esteri Jean-Noël Barrot in merito alla permanenza di Francesca Albanese nell’incarico di alto livello presso alle Nazioni Unite, Barrot ha risposto immediatamente annunciando che, all’apertura della prossima sessione del Consiglio dei diritti umani, il 23 febbraio, la Francia intende presentare una richiesta di dimissioni della razzista che ha raggiunto quella posizione di alto livello. Altri paesi europei hanno annunciato che sottoscriveranno la richiesta.
  Caroline Yadan ha suscitato un’ondata di reazioni, tra cui quella del quotidiano francese Le Monde che ha bizzarramente sostenuto che non è questo che ha detto Francesca Albanese e che le sue non erano dichiarazione razziste. Amnesty International ha rilasciato una dichiarazione in cui ingiunge agli stati europei di “ritrattare i loro oltraggiosi attacchi contro Albanese”.
  Non occorre un test di comprensione per capire cosa ha detto Francesca Albanese. Lei stessa ha postato il testo completo. Non ha parlato di nessun altro Paese. Solo di Israele. E l’espressione “nemico comune dell’umanità” è ben nota nel lessico antisemita. Un tempo si diceva degli ebrei. Ora si dice dello stato ebraico.
  Caroline Yadan ha risposto con un lungo elenco di dichiarazioni razziste di Francesca Albanese, prima e dopo il 7 ottobre: una che in passato ha pubblicato una vignetta anti-Israele che raffigurava ragnatele sparse su tutto il mondo con tanto di banconote e monete d’oro, ha accusato la “lobby ebraica”, ha giustificato il massacro del 7 ottobre, ha messo in dubbio le accuse di stupro a carico dei terroristi di Hamas e molto altro ancora.
  Il direttore di UN Watch, Hillel Neuer, ha pubblicato approfondite indagini sulla condotta di Francesca Albanese, comprese attività finanziate da sostenitori di Hamas.
  C’erano già stati tentativi di rimuovere Francesca Albanese, ma nell’aprile 2025 il suo mandato è stato prorogato di tre anni. Intanto il New York Times ne pubblicava un profilo molto indulgente e l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch condannava gli Stati Uniti per averla sanzionata.
  La tragedia è che questo razzismo non regna solo nella maggioranza automatica composta da lugubri regimi che dominano all’interno degli organismi delle Nazioni Unite.
  È un virus che si diffonde in ambienti che considerano se stessi civili e illuminati. E il divario tra i diritti umani e le organizzazioni e gli attivisti per i diritti umani non è mai stato così grande.
  - da: YnetNews, 15.2.26

(israelnet.it, 18 febbraio 2026)


........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 2
    Invio di due spie a Gerico
  • Ora Giosuè, figlio di Nun, mandò segretamente da Sittim due spie, dicendo: “Andate, esaminate il paese e Gerico”. E quelle andarono ed entrarono in casa di una prostituta di nome Raab, e là alloggiarono. La cosa fu riferita al re di Gerico, e gli fu detto: “Ecco, alcuni uomini dei figli d'Israele sono venuti qui stanotte per esplorare il paese”. 
  • Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: “Fa' uscire quegli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua; perché sono venuti per esplorare tutto il paese”. Ma la donna prese quei due uomini, li nascose, e disse: “È vero, quegli uomini sono venuti in casa mia, ma io non sapevo di dove fossero; e quando si stava per chiudere la porta sul far della notte, quegli uomini sono usciti; non so dove siano andati; rincorreteli senza perdere tempo, e li raggiungerete”. Lei, invece, li aveva fatti salire sul tetto e li aveva nascosti sotto del lino non ancora lavorato, che aveva disteso sul tetto. E la gente li rincorse per la via che conduce ai guadi del Giordano; e non appena quelli che li rincorrevano furono usciti, la porta fu chiusa. 
  • Prima che le spie si addormentassero, Raab salì da loro sul tetto, e disse a quegli uomini: “Io so che l'Eterno vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi, e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi.  Poiché noi abbiamo udito come l'Eterno asciugò le acque del Mar Rosso davanti a voi quando usciste dall'Egitto, e quello che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio.  Non appena l'abbiamo udito, il nostro cuore si è sciolto e non è più rimasto coraggio in nessuno, a causa vostra; poiché l'Eterno, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra.  Dunque, vi prego, giuratemi per l'Eterno che, poiché vi ho trattati con bontà, anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro  che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutti i loro, e che ci preserverete dalla morte”. 
  • E quegli uomini risposero: “Siamo pronti a dare la nostra vita per voi, se non divulgate questo nostro affare; e quando l'Eterno ci avrà dato il paese, noi ti tratteremo con bontà e lealtà”.  Allora lei li calò giù dalla finestra con una fune; poiché la sua abitazione era appoggiata alle mura della città, e lei abitava sulle mura.  E disse loro: “Andate verso il monte, affinché quelli che vi rincorrono non vi incontrino; e nascondetevi là per tre giorni, fino al ritorno di coloro che vi inseguono; poi ve ne andrete per la vostra strada”.  E quegli uomini le dissero: “Noi saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare, se tu non osservi quello che stiamo per dirti:  Ecco, quando entreremo nel paese, legherai alla finestra per la quale ci fai scendere questa cordicella di filo scarlatto; e radunerai presso di te, in casa, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre.  Se qualcuno di loro uscirà in strada dalla porta di casa tua, il suo sangue ricadrà sul suo capo, e noi non ne avremo colpa; ma il sangue di chiunque sarà con te in casa ricadrà sul nostro capo, se uno gli metterà le mani addosso.  Se tu divulghi questo nostro affare, saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare”. 
  • E lei disse: “Sia come dite!”. Poi li congedò, e quelli se ne andarono. E lei legò la cordicella scarlatta alla finestra.  Quelli dunque partirono e se ne andarono sul monte, dove rimasero tre giorni, fino al ritorno di quelli che li rincorrevano; i quali li cercarono per tutta la strada, ma non li trovarono.  Allora quei due uomini ritornarono, scesero dal monte, passarono il Giordano, andarono da Giosuè, figlio di Nun, e gli raccontarono tutto quello che gli era successo.  E dissero a Giosuè: “Certo, l'Eterno ha dato nella nostra mano tutto il paese; e già tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a noi”.

(Notizie su Israele, 18 febbraio 2026)


........................................................


Continuano nelle scuole italiane le manifestazioni di antisionismo che sfociano in comportamenti contro gli ebrei (anche alunni)

“Mi sono sentita bersagliata, emarginata e presa in giro dalla mia docente”. A parlare è l’allieva G.S. che ha raccontato tramite il padre una vicenda avvenuta nella sua classe. Il motivo? La ragazza si è rifiutata di avallare la propaganda propal condotta a scuola da una insegnante. La testimonianza del genitore della ragazza è stata raccolta da Klaus Davi.

di R. I.

Il liceo Caravillani di Roma ha organizzato una “visita didattica” alla mostra “HeArt of Gaza”. La professoressa, come “preparazione spirituale” alla mostra che è stata visitata il 9 febbraio, ha richiesto ai ragazzi della classe di scrivere un pensiero o fare un disegno su Gaza, dopo aver detto che ci sono molti genitori mutilati, bombe geolocalizzate e che vengono presi di mira i bambini in modo specifico.

L’allieva (minorenne e di religione ebraica), sentendosi isolata e percependo un forte disagio per queste iniziative di parte e senza un contraddittorio, ha chiesto di non partecipare a entrambe le iniziative.
Nello specifico, dato che la preparazione spirituale è stata decisa il 5 febbraio, ha chiamato il padre per farsi venire a prendere e non partecipare alla lezione perdendo così un giorno di scuola.

A quel punto la professoressa, quando la ragazza è uscita dalla classe, con fare polemico ha detto ai suoi compagni con una nota di sarcasmo “però al giorno della memoria è venuta”.

Il giornalista rende noto che il padre della ragazza ha scritto una lettera nella quale si legge:
“Premesso che un istituto scolastico statale dovrebbe essere apolitico e apartitico, in special modo quando educa dei minori, non posso soprassedere sul fatto che alcuni docenti dell’I.C. A. Caravillani tendono palesemente a fare una reiterata propaganda politica di parte, instradando i ragazzi verso una versione unilaterale nell’interpretazione dell’attualità. Ben lungi dal negare la tragedia del popolo Palestinese ma una corretta informazione ai ragazzi non può prescindere dall’origine della reazione sicuramente molto violenta che c’è stata. Se vogliamo di converso parlare solo di arte, mi pare altrettanto asimmetrico il fatto che non si sia pensato a presentare anche raccolte di opere di ragazzi che, per esempio, hanno vissuto il 7 ottobre, oppure di tutti coloro che vivono la feroce repressione Iraniana salita questi giorni agli onori della cronaca, o peggio una documentazione fotografica del massacro del 7 ottobre”.

L’Istituto in questione, da quando è partita la propaganda legata al post 7 ottobre, non è nuovo a situazioni incresciose sconfinate poi in episodi antisemiti. Logisticamente la scuola confina con una sinagoga e il giorno di Kippur i ragazzi sono andati a provocare le persone riunite in preghiera con un’improvvisata manifestazione pro Pal che avrebbe potuto avere forse un senso davanti all’Ambasciata Israeliana, ma non davanti a un luogo di culto. Vi è stata una reazione da parte di alcuni fedeli, ma all’origine di tutto rinveniamo una formazione manipolativa dei ragazzi.

Gli ebrei stanno diventando il target della propaganda e la battuta sarcastica che ha fatto la professoressa Fasanella quando la ragazza (di religione ebraica) è uscita ne è ulteriore prova. Se i ragazzi, gli studenti di questo istituto nella fattispecie, confondono i target delle loro proteste equiparando, data la comodità logistica, una sinagoga con un’ambasciata, è lecito domandarsi di chi sia, almeno parzialmente, la responsabilità se non dei professori che fanno propaganda?

I programmi Ministeriali di storia escludono saggiamente dall’insegnamento gli avvenimenti inferiori ai cinquant’anni proprio per avere una visione il più possibile obiettiva, mancando gli attori stessi degli eventi.
Peraltro i programmi ministeriali sono, comunque, imperniati sulla democrazia, sicuramente imperfetta, ma pur sempre democrazia e quindi prevedono sempre e comunque un’informazione e una formazione completa, come si dice oggi “bipartisan”, e non di parte.
Durante la visita alla mostra, che pare abbia il Patrocinio del Comune di Roma, c’era una piccola stanza adibita al merchandising e alle offerte a favore di Gaza, inoltre – riferisce la studentessa – venivano dati adesivi recanti la scritta “Roma sa da che parte stare. Firmare per fermare i rapporti con Israele”. Questo fuga ogni eventuale dubbio circa la natura propagandistica della visita spacciata per “didattica”.

Quando un professore usa il suo status per fare propaganda politica commette un abuso dei suoi poteri e inoltre tradisce sia i suoi doveri di insegnamento e trasparenza sia la fiducia che la collettività ha riposto in lei nell’educare i propri figli.
Il giornalista Klaus Davi ha chiesto l’intervento del Ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara affinché si possa far luce su questo tipo di situazioni.

(Bet Magazine Mosaico, 18 febbraio 2026)

........................................................


Olimpiadi – Firestone saluta Milano: «Ai Giochi per Israele, nel ricordo di Monaco ’72»

FOTO
Mashi e Levi Hazan, Jared Firestone, Milo Hasbani, Sabrina Cohen

«Ho sentito calore e vicinanza in mezzo alle Dolomiti come non avrei mai immaginato. E ho realizzato il mio sogno da bambino: gareggiare per Israele alle Olimpiadi invernali». Così Jared Firestone, 35 anni, atleta olimpico per Israele, di passaggio a Milano dopo aver gareggiato nello skeleton a Milano-Cortina 2026, dove ha chiuso al 22esimo posto.
  Ospite di rav Levi e Mashi Hazan del centro Chabad HaMakom, Firestone ha raccontato la scelta di ricordare, durante la sfilata inaugurale, gli atleti israeliani assassinati a Monaco nel 1972. «I loro nomi erano sulla mia kippah. Li ho portati con me, insieme alla bandiera di Israele», ha spiegato, accennando alle difficoltà legate alla sicurezza che hanno accompagnato la delegazione israeliana.
  La Stella di Davide disegnata sul casco è stata per lui un portafortuna. «Sentivo di scendere più veloce. Sapevo che tutti mi riconoscevano per il Maghen David».
  I mesi di preparazione nello Stato di New York e a Salt Lake City hanno contribuito a costruire il risultato sportivo raggiunto a Cortina. «Un ambiente sereno in cui ci siamo potuti preparare bene e con tranquillità». Anche in Italia, al di là di qualche contestazione, l’atmosfera è stata serena. «Nessuno di noi ha subito episodi di antisemitismo durante il soggiorno, anzi…», ha aggiunto con un sorriso l’atleta
  Rav Hazan e Milo Hasbani, vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, hanno sottolineato il valore della presenza di Firestone ai Giochi. «Un ambasciatore in una disciplina non facile: il miglior messaggio di pace e speranza», ha osservato Hazan. «Partecipare a competizioni internazionali è fondamentale per Israele: significa dare forza e visibilità a un intero popolo», ha concluso Hasbani. 

(moked, 18 febbraio 2026)

........................................................


Antisionismo non è antisemitismo? I fatti di Andorra e Madrid raccontano altro

di Filippo Piperno

Hanno continuato a raccontarci che l’antisionismo non è antisemitismo. Che si può contestare Israele senza tirare in ballo gli ebrei e l’ebraismo. Che la linea di confine è netta, razionale, controllabile. È una formula ripetuta con protervia, diventata quasi un presupposto identitario di una parte della cultura politica progressista occidentale.
  Ma le formule non governano i climi culturali: li accompagnano e più spesso li coprono. Quando la critica a Israele si trasforma in paradigma permanente – quando diventa lente esclusiva attraverso cui leggere il conflitto mediorientale e, più in generale, l’ordine internazionale – il passaggio dall’astratto al concreto si accorcia. Dallo Stato si scivola verso il cittadino; dal governo verso chi porta un segno religioso; dalla polemica politica alla pressione sociale. Poi all’intimidazione. E infine alla violenza.
  Non ci vuole una grande perspicacia per comprendere che un linguaggio totalizzante produce effetti che vanno oltre le intenzioni dichiarate. I casi recenti di Andorra e Madrid mostrano con chiarezza questo slittamento.
  Ad Andorra, durante il Carnevale di Encamp (noto come Carnestoltes), un fantoccio dipinto con i colori israeliani e contrassegnato dalla Stella di David è stato sottoposto a un “processo” pubblico, poi impiccato, crivellato di colpi e bruciato in una messa in scena satirica.
  Gli organizzatori hanno difeso l’atto come tradizione carnevalesca, ma chissà perché la comunità ebraica si è indignata. Ma al di là delle intenzioni, resta un dato: per rappresentare Israele si è scelto un simbolo — la Stella di David — che in Europa non è percepito come semplice emblema statuale, ma come segno identitario e religioso. La teatralizzazione della distruzione collettiva di quel simbolo non può essere ridotta a una critica a un governo: evoca fantasmi e orrori che conosciamo fin troppo bene.
  A Madrid, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, tre turiste israeliane anziane — tra cui una sopravvissuta all’Olocausto — sono state allontanate dopo essere state insultate da altri visitatori con epiteti come “assassine di bambini” e “genocide”, a causa dei simboli ebraici che indossavano, tra cui una Stella di David e una piccola bandiera israeliana.
  Un addetto alla sicurezza ha spiegato che “alcuni visitatori erano disturbati dal fatto che fossero ebree” e ha ordinato loro di nascondere i simboli o lasciare il museo. Il museo ha avviato un’indagine interna per chiarire la dinamica, ma il fatto resta: non si discuteva una scelta politica di Netanyahu. Si è reagito alla presenza di persone identificabili attraverso un segno. Il passaggio dalla contestazione di uno Stato alla pressione su individui in carne e ossa si è compiuto senza bisogno di grandi dichiarazioni ideologiche.
  È in quel museo madrileno che la responsabilità culturale della sinistra europea diventa emblematica.
  La politica non si misura solo sulle dichiarazioni di principio, ma sulle conseguenze che produce nello spazio pubblico. Un linguaggio può essere animato da finalità ritenute o spacciate per nobili — solidarietà internazionale, anticolonialismo, difesa dei diritti — e al tempo stesso generare un clima in cui i pregiudizi più odiosi e pericolosi trovano nuova legittimazione. La storia delle idee insegna che i processi di normalizzazione non necessariamente nascono da piani espliciti o da vangeli dottrinari; più spesso si sviluppano per sedimentazione, per ripetizione, per assuefazione.
  Quando un soggetto politico viene descritto in modo sistematico come incarnazione di un male strutturale, quando si adottano metafore di esclusione o di annientamento, quando si tollerano rappresentazioni simboliche che caricano un’identità di colpa collettiva, il problema non è ciò che si voleva fare, ma ciò che si rende possibile.
  L’assenza di intenzionalità diventa spesso argomento di autoassoluzione: non volevamo colpire gli ebrei, ma solo criticare Israele. Tuttavia, se nel contesto concreto quella critica produce isolamento, stigmatizzazione o ostilità verso persone identificabili per un simbolo ebraico, il giudizio non può fermarsi alla buona fede.

Una cultura politica matura dovrebbe interrogarsi sui propri effetti, non limitarsi a rivendicare le proprie intenzioni.
    In questo senso, il nodo non è stabilire se vi sia o meno un progetto deliberato, ma riconoscere una responsabilità oggettiva. Quando un discorso contribuisce a rendere accettabili immagini, gesti o esclusioni che richiamano schemi di discriminazione ben noti, la questione non è morale ma strutturale. Ignorarla in nome della propria presunta immunità significa rinunciare a quella vigilanza critica che la sinistra rivendica come parte essenziale della propria identità, perché la convinzione di essere strutturalmente immuni dall’antisemitismo ha abbassato la soglia di allarme.
  Se l’ostilità che è incardinata nella categoria dell’“antisionismo”, viene ritenuta, per definizione, separata da ogni deriva antisemita, questa distinzione diventa una garanzia preventiva, un alibi che ignora la realtà.
  Eppure, quando Israele è rappresentato stabilmente come entità morale assoluta, simbolo concentrato di ingiustizia globale, il discorso smette di essere analitico e diventa identitario perché se questo trattamento è riservato in modo sistematico a un solo Stato — quando nessun altro attore internazionale viene assunto come epicentro simbolico del male globale, come categoria morale totalizzante — allora la questione non può più essere elusa.
  A quel punto, diciamolo con franchezza, “identitario” si legge antisemita perché la costruzione di un’unicità negativa — l’idea che esista uno Stato la cui esistenza stessa diventi metafora universale di ingiustizia — ricalca una struttura già vista nella storia europea: l’attribuzione a un soggetto ebraico di una colpa esorbitante, sproporzionata, paradigmatica.
  La selettività morale non è un di cui ma il punto nodale di questo ragionamento. Se il metro applicato a Israele non è applicato con la stessa intensità, la stessa ossessione, la stessa carica simbolica ad altri conflitti e ad altri regimi, allora non siamo più nel terreno dell’analisi politica. Siamo in quello della costruzione identitaria del nemico. E quando il nemico coincide, per segni e simboli, con un’identità ebraica riconoscibile, la distinzione teorica tra antisionismo e antisemitismo non regge più.
  In Europa, quando il discorso intorno al tema ebraico assume questa forma, la storia non è un elemento neutro. Il continente conosce bene i meccanismi attraverso cui un conflitto politico si traduce in stigmatizzazione collettiva, e ignorarli oggi significa rischiare di ripeterli. Non si tratta di negare il diritto di criticare le politiche del governo israeliano.
  Si tratta di riconoscere che la ripetizione rituale della formula “antisionismo non è antisemitismo” non basta a impedire che, nei fatti, il confine venga eroso. Se una Stella di David può diventare oggetto di gogna simbolica o motivo di esclusione da uno spazio pubblico, allora il problema non è la legittimità del dissenso.
  La cosa è tanto più grave, cari sedicenti antisionisti perché il clima culturale che la vostra “legittima critica ad Israele” contribuisce a costruire non è così difficile da prevedere.
  Quando un clima rende plausibile lo slittamento dall’argomento alla persona, dalla politica all’identità, significa non solo che l’antisemitismo sta riemergendo ma che sta riemergendo in forme socialmente tollerate. Non è più un incidente isolato, ma un processo. E in quel processo la responsabilità non è più teorica: diventa politica. E soprattutto morale.
  Vogliamo con questo sostenere che nella sinistra occidentale esista un disegno consapevole di riabilitazione del pregiudizio antisemita? Francamente non è più una domanda interessante.
  A prescindere dalle intenzioni oramai contano solo i fatti.

(InOltre, 18 febbraio 2026)

........................................................


La nuova Costituzione palestinese istituzionalizza la negazione storica di Israele

La bozza pubblicata il 12 febbraio rivela l’immaturità politica e democratica della leadership palestinese. Nel testo si nega ogni rapporto storico del popolo ebraico con Gerusalemme e la Palestina. Un’impostazione incompatibile con una convivenza pacifica.

di Carlo Panella

Gli Stati e le forze politiche progressiste che hanno promosso la fondazione immediata di uno Stato Palestinese, riconoscendolo, devono ora prendere atto di quanto hanno sempre rifiutato di vedere: l’immaturità politica e democratica della leadership palestinese, normalmente celebrata come «moderata». Valutazione che risalta dalla bozza della Costituzione di questo Stato di Palestina pubblicata da Abu Mazen il 12 febbraio.
   Innanzitutto, questa Costituzione è improntata da un’insania storica: essa nega ogni rapporto storico del popolo ebraico con Gerusalemme e la Palestina. Non solo, fatto forse ancora più grave, questa Costituzione cita più volte il cristianesimo accanto all’islam, ma non cita mai l’ebraismo. Nega quindi il dogma coranico del rispetto pieno dovuto ai «popoli del libro» ed estirpa di fatto l’ebraismo dalle fedi abramitiche.
   È la prova che con questa Costituzione Abu Mazen e la dirigenza palestinese moderata hanno fatto propria la strategia del filo-nazista Husseini, Gran Mufti di Gerusalemme, che negli anni Trenta rispose al sionismo letteralmente inventandosi l’inesistenza di ogni rapporto tra Israele ed ebraismo, a partire dalla negazione dell’esistenza del Tempio di Gerusalemme.
   L’articolo III è esplicito: «Gerusalemme è la capitale dello Stato di Palestina e il suo centro politico, spirituale, culturale ed educativo, nonché simbolo nazionale. Lo Stato di Palestina si impegna a preservare il suo carattere religioso e a proteggere i suoi santuari islamici e cristiani». E «si impegna inoltre a proteggere lo status legale, politico e storico di Gerusalemme e afferma che qualsiasi misura per cambiare il suo carattere o identità storica è considerata nulla e priva di valore secondo il diritto internazionale».
   Così si ribadisce e si cristallizza l’assurdità storica che l’Autorità Nazionale Palestinese, spalleggiata dai paesi arabi, ha sempre sostenuto in sede Onu, più specificamente nell’Unesco, ottenendo nel 2015 e nel 2017 la maggioranza dei voti assembleari, e cioè che il Tempio ebraico non è mai esistito a Gerusalemme; che la Tomba dei Patriarchi di Hebron, che contiene secondo la tradizione ebraica i corpi di Abramo, Isacco e Giacobbe, è un patrimonio dell’umanità esclusivamente islamico; e quindi, di nuovo, si nega qualsiasi rapporto tra l’ebraismo e la Palestina storica.
   Questa negazione dei rapporti millenari del popolo ebraico con la terra di Israele, peraltro totalmente estranea alla tradizione islamica, significa che lo stesso riconoscimento, da parte palestinese, dello Stato di Israele è tattico, è subìto per ragioni di forza. Significa che di fatto è e sarà impossibile, da parte dello Stato di Palestina, concretizzare una convivenza pacifica tra arabi ed ebrei, per la drammatica e incredibile ragione che gli arabi, negando la storia, i monumenti, la palese realtà storica, negano che quello Stato sia legittimato dal rapporto ultra-millenario del popolo ebraico con Israele.
   È questa una premessa, addirittura costituzionale, a continuare il jihad contro Israele, che si concretizza in pieno nell’inserimento in questa Carta Fondamentale di quell’assistenza piena ai terroristi e alle loro famiglie, secondo il principio Pay for slay – uccidi e noi paghiamo –, che pure era stata abolita a parole dall’Anp nel 2025, su esplicita richiesta del presidente Donald Trump. Gli articoli 24 e 44 sono infatti espliciti: «Lo Stato si impegna a lavorare per fornire protezione e assistenza alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri e a coloro che sono stati rilasciati dalle prigioni di occupazione e alle vittime del genocidio. (…) Lo Stato assicura la fornitura di cure complete alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri e a coloro che sono stati rilasciati dal carcere, per preservare la loro dignità nazionale e i loro bisogni umanitari e di vita». I «martiri», sia chiaro, nel lessico arabo, non sono solo le vittime civili, ma anche e innanzitutto i terroristi suicidi che si sono fatti esplodere massacrando civili ebrei.
   Ma non basta, questo progetto di Costituzione smentisce anche la radicata falsificazione, sempre ribadita, sulla laicità della leadership palestinese. Infatti, non solo l’articolo IV stabilisce che «i principi islamici della Sharia sono fonte primaria della legislazione», non solo stabilisce quindi che le donne possano essere ripudiate, ma non possano ripudiare, possano essere costrette alla poligamia maschile, possano non ottenere la custodia dei figli, non possano sposare un non musulmano e abbiano diritti dimezzati rispetto agli uomini in campo ereditario, ma stabilisce anche che le controversie su tutti questi campi siano sottoposte non alla giurisdizione civile, ma ai tribunali islamici, i cui giudici sono nominati dal Gran Mufti. Quindi la certificazione di una giurisdizione religiosa, privata, totalmente sottratta ai meccanismi di uno stato di diritto democratico. Dunque, negazione istituzionale e netta della parità di diritti della donna.
   Inoltre, di nuovo, l’articolo 4 menziona lo status di protezione dei cristiani, ma non degli ebrei, che evidentemente non devono e non possono esistere nello Stato di Palestina. Non solo, questa bozza di Costituzione stabilisce che lo Stato «garantisce libertà di religione» solo alle «religioni monoteiste», con esclusione quindi di quelle politeiste (induismo, buddhismo, confucianesimo, ecc.), con un evidente e grave vulnus alla libertà di pensiero.
   Nel complesso, un testo costituzionale che cristallizza un dato di fatto rilevante quanto sottovalutato sia dall’Europa sia dai partiti progressisti: la dirigenza storica dell’Autorità Nazionale Palestinese è settaria, fiancheggiatrice ambigua del jihadismo e, nel complesso, totalmente immatura sotto il profilo democratico.

(LINKIESTA, 18 febbraio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

GIOSUÈ

Capitolo 1
    Giosuè a capo del popolo
  • Dopo la morte di Mosè, servo dell'Eterno, l'Eterno parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: “Mosè, mio servo è morto; ora dunque alzati, passa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d'Israele. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, dal deserto e dal Libano che vedi là, fino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti fino al Mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. Nessuno ti potrà resistere tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. 
  • Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dare loro. Solo sii forte e molto coraggioso, avendo cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha dato; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. 
  • Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l'ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché l'Eterno, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai”.

    Giosuè dà l'ordine della partenza
  • Allora Giosuè diede quest'ordine agli ufficiali del popolo: “Passate in mezzo all'accampamento e date quest'ordine al popolo: 'Preparatevi dei viveri, perché fra tre giorni passerete questo Giordano per andare a conquistare il paese che l'Eterno, il vostro Dio, vi dà perché lo possediate'”. 
  • Giosuè parlò pure ai Rubeniti, ai Gaditi e alla mezza tribù di Manasse, e disse loro: “Ricordatevi dell'ordine che Mosè, servo dell'Eterno, vi diede quando vi disse: 'L'Eterno, il vostro Dio, vi ha concesso riposo e vi ha dato questo paese'. Le vostre mogli, i vostri bambini e il vostro bestiame rimarranno nel paese che Mosè vi ha dato di qua dal Giordano; ma voi tutti che siete forti e valorosi passerete in armi alla testa dei vostri fratelli e li aiuterete, finché l'Eterno abbia concesso riposo ai vostri fratelli come a voi, e siano anche loro in possesso del paese che l'Eterno, il vostro Dio, dà loro. Poi tornerete al paese che vi appartiene, che Mosè, servo dell'Eterno, vi ha dato di qua dal Giordano verso il levante, e ne prenderete possesso”. 
  • E quelli risposero a Giosuè, dicendo: “Noi faremo tutto quello che ci hai comandato, e andremo dovunque ci manderai; ti ubbidiremo interamente, come abbiamo ubbidito a Mosè. Solamente, l'Eterno, il tuo Dio, sia con te come è stato con Mosè! Chiunque sarà ribelle ai tuoi ordini e non ubbidirà alle tue parole, qualunque sia la cosa che gli comanderai, sarà messo a morte. Solo sii forte e coraggioso!”.

(Notizie su Israele, 17 febbraio 2026)


........................................................


7 ottobre: il segnale per il massacro sarebbe partito da una sequenza di emoji

Secondo quanto reso noto dalle Forze di difesa israeliane (IDF), il segnale operativo per l’avvio dell’attacco del 7 ottobre sarebbe stato trasmesso attraverso una sequenza concordata di emoji inviata dai terroristi di Hamas ai propri operativi.
L’informazione emerge dall’analisi dei telefoni cellulari appartenenti ai membri di Nukhba, sequestrati il giorno stesso dell’attacco. Gli investigatori militari ritengono che il codice visivo sia stato utilizzato come sistema di comunicazione per indicare il momento di avvio dell’operazione, una modalità che — secondo la valutazione dell’esercito — sarebbe già stata impiegata anche in precedenti tentativi operativi.
La rivelazione si inserisce nel lavoro di ricostruzione condotto negli ultimi mesi dalle autorità israeliane per comprendere nel dettaglio la pianificazione del massacro.
Fonti militari sottolineano che l’uso di codici apparentemente innocui, come simboli grafici diffusi nella comunicazione quotidiana, avrebbe consentito di ridurre il rischio di intercettazioni e di mantenere un basso profilo nelle fasi preparatorie.
L’episodio evidenzia ancora una volta il livello di organizzazione e la pianificazione accurata che hanno caratterizzato l’attacco, mentre proseguono le indagini e le operazioni di intelligence per chiarire ulteriori dettagli sulla catena di comando e sulle modalità di coordinamento tra i vari gruppi coinvolti.

(Shalom, 17 febbraio 2026)

........................................................


Le Ong hanno diffuso le veline dei terroristi e Medici Senza Frontiere ora si sveglia: miliziani negli ospedali

di Iuri Maria Prado

Dunque i terroristi c’erano e ci sono negli ospedali di Gaza. Dunque l’accusa di genocidio, fiorita quando manco erano cominciate le operazioni militari nella Striscia, era meno una realtà documentata che una direttiva propagandistica, una velina da tunnel insomma.
  Ma teniamole basse, queste inopportune notizie. Le dichiarazioni e i rapporti di Oxfam – organizzazione internazionale dedicata agli aiuti umanitari – godevano di ottima stampa quando denunciavano lo sterminio e la carestia a Gaza. Un successo editoriale non ripetuto quando, l’altro giorno, l’ex responsabile della branca britannica di Oxfam denunciava che l’agenzia aveva ricevuto pressioni affinché – senza che ci fossero evidenze in argomento – mettesse l’etichetta di “genocidio” sulla guerra di Gaza. Sorte analoga, cioè alternativa, per la produzione comunicazionale di Medici Senza Frontiere: prime pagine ed ettari di interviste quando si trattava di Israele perfidamente impegnato a bombardare ospedali e a strangolare il flusso dei medicinali, ma neppure i trafiletti quando Medici Senza Frontiere, ancora l’altro giorno, annunciava di aver cessato di operare in diversi reparti dell’ospedale Nasser di Khan Younis perché erano bivacchi di terroristi.
  Sono soltanto due esempi tra le verità che a grappoli stanno maturando dopo due anni e mezzo di bufale e mistificazioni provenienti proprio da queste agenzie umanitarie, impegnate a deplorare senza sosta la sofferenza della gente di Gaza (non quella degli ostaggi israeliani torturati e assassinati nei tunnel) e a denunciare le responsabilità sicarie dell’esercito israeliano.
  E proprio sugli ospedali si è concentrato per mesi e mesi quel fuoco retorico, che li voleva obiettivi di una deliberata e immotivata azione distruttiva dello Stato ebraico nella sistematica e insultante negazione della verità più semplice e tragica: e cioè che – come per le scuole, i condomini civili, i rifugi, le chiese, le moschee – si trattava di luoghi usati dai miliziani palestinesi per nascondervisi mischiati ai civili, per farne arsenali d’armi, per tenervi (e uccidervi) gli ostaggi. Il tutto, appunto, mentre quella propaganda era uniformata alla direttiva di chiamare “genocidio” (fatto da Israele) la guerra scatenata da Hamas. E non solo scatenata, ma preparata da Hamas proprio perché si sfogasse con maggior danno possibile sulle strutture civili infestate di terroristi e protette da un esercito di bambini, di donne, di malati adoperati come sacchi da trincea.
  La storia della guerra di Gaza – che è quest’altra storia, non quella raccontata in oltre un biennio di dolose panzane – ha tra i protagonisti più temibili quelli che l’hanno contraffatta. Tanto più colpevoli perché le falsità di cui si sono resi responsabili non hanno dato nessun aiuto alla popolazione palestinese e moltissimo aiuto, invece, hanno assicurato alle dirigenze terroristiche che ne mettevano a reddito il sacrificio. Medici Senza Frontiere era quella – ricordiamolo – che denunciava il “cinico tentativo di impedire alle organizzazioni di fornire servizi in Palestina”, altro proclama che finiva rigonfio di indignazione nei commenti degli editorialisti a petto in fuori contro lo sterminazionismo sionista. I quali – vedi la combinazione – faticano a occuparsi della per niente cinica pratica dei terroristi di fare degli ospedali i propri bunker.

(Il Riformista, 17 febbraio 2026)

........................................................


Tre donne ebree espulse dal Museo Reina Sofía di Madrid per aver indossato simboli ebraici

Il museo, che ha ospitato con assoluta normalità gli atti di protesta di gruppi anti-Israele, ha ritenuto inaccettabile che queste tre donne anziane portassero oggetti che identificassero la loro identità, come la stella di David e delle bandiere di Israele.

di Nina Prenda

Secondo il sito di notizie Okdiario, il Museo Nazionale d’Arte Reina Sofia di Madrid, che dipende dal Ministero della Cultura, è stato teatro di un episodio di antisemitismo a cui ha partecipato il personale del centro. Le vittime sono state tre anziane ebree, turiste arrivate da Israele, che volevano visitare il museo pubblico e che sono venute accompagnate da una donna spagnola che ha registrato l’accaduto. Il fatto è successo sabato 14 febbraio 2026.
  Il museo, che ha ospitato con assoluta normalità gli atti di protesta di gruppi anti-Israele, ha ritenuto inaccettabile che queste tre donne anziane portassero oggetti che identificassero la loro identità, come la stella di David e delle bandiere di Israele. Ciò le ha portate a essere molestate in modo aggressivo da alcuni dei visitatori che si trovavano in quel momento al Reina Sofía. Hanno urlato contro loro “genocidio!” e “assassine!”. Le tre donne sono in pensione, una delle quali ha origini ungheresi e i cui genitori hanno sofferto drammaticamente la persecuzione letale del nazismo.
  Invece di essere protette dal servizio di sicurezza del Museo Reina Sofía, un funzionario del centro ha esortato gli agenti ad espellerle. Non c’è stata alcuna azione contro chi le ha incriminate. Il personale del museo si è messo al servizio delle molestie antisemite. L’agente di sicurezza, armato di un revolver che portava in vita, ha insistito per chiedere loro di andarsene. La spagnola che accompagnava queste tre anziane ebree, la cui mobilità è ridotta dall’età, ha rimproverato educatamente l’ufficiale di aver intrapreso azioni contro di loro invece che contro coloro che le molestavano. La risposta della guardia di sicurezza è stata che dovevano andarsene perché “c’è un pubblico che si sta infastidendo” – ha detto testualmente l’agente – per il fatto di sapere che erano ebree, mentre chi le accompagnava è una cattolica praticante, residente a Madrid.
  Il guardiano ha ordinato alle tre donne anziane di mettere via i loro oggetti, di nasconderli, perché non potevano mostrarli. L’accompagnatrice di queste tre donne ebree ha ricordato, senza successo, che mostrare simboli religiosi o bandiere non è illegale e che, quindi, ciò che si stava commettendo era un assalto in un centro ufficiale del governo spagnolo, da parte del personale al servizio di un organismo statale.
  “È inaccettabile che per non commettere alcuna illegalità si subisca un episodio di questo calibro in strutture ufficiali che dipendono dal governo spagnolo”, ha criticato in una dichiarazione rilasciata ad Okdiario la spagnola che era con le donne anziane ebree e che preferisce preservare il suo anonimato per sicurezza.
  “Portavano un simbolo ebraico del tutto normale, per niente offensivo, come qualcuno può venire vestito con una maglia di una squadra di calcio o con la bandiera del suo paese d’origine, senza altro”, spiega. “Ma non appena siamo arrivati e hanno visto che erano ebree, siamo stati sottoposti a una manifesta ostilità da parte di persone del personale del museo. È stato scandaloso, intollerabile”, insiste la madrilegna, che dice di considerare di elaborare una denuncia formale e persino di richiedere responsabilità legali.

(Bet Magazine Mosaico, 17 febbraio 2026)

........................................................


Israele avrà due nuovi aeroporti internazionali

Il primo aeroporto sarà situato nella zona di Ziklag nel Negev, mentre il secondo sorgerà nei pressi di Ramat David.

Il governo israeliano ha deciso di costruire un nuovo aeroporto internazionale nel sud del Paese. Come sede è stata scelta la zona di Ziklag nel Negev. Secondo il «The Jerusalem Post», parallelamente ne verrà costruito un altro nel nord, vicino a Ramat David. Il motivo è il crescente sovraffollamento dell'aeroporto Ben Gurion vicino a Tel Aviv.
  Secondo i dati forniti dal governo, il principale aeroporto del Paese sta raggiungendo il limite della sua capacità, pari a circa 40 milioni di passeggeri all'anno. Senza ulteriori grandi aeroporti civili, nel medio termine si profila una crisi del traffico aereo con un numero insufficiente di collegamenti aerei e un aumento dei prezzi dei biglietti. Le nuove sedi dovrebbero anche dare impulso all'economia delle regioni strutturalmente più deboli e creare posti di lavoro.
  Secondo il rapporto, il gabinetto ha deciso di accelerare la pianificazione dell'aeroporto meridionale, in modo che entrambi i progetti possano essere portati avanti il più contemporaneamente possibile. Entrambi gli aeroporti sono anche di importanza strategica, ad esempio per scenari di crisi e di emergenza, secondo il governo, che fa riferimento alle recenti esperienze militari.
  Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato di un progetto infrastrutturale centrale nell'ambito di una strategia di sviluppo nazionale a lungo termine. “Questo fa parte della nostra visione di sviluppare il Negev e rafforzare la periferia”, ha affermato. Gli investimenti statali dovrebbero essere combinati con l'impegno privato per soddisfare la crescente domanda da parte dei turisti e dei viaggiatori israeliani.
  Il ministro dei Trasporti Miri Regev ha definito la costruzione di due aeroporti internazionali una “necessità urgente a livello nazionale, economico e di sicurezza”. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato che metterà a disposizione i fondi necessari.
  Prima della decisione, nel nord di Israele c'erano state proteste contro il progetto dell'aeroporto vicino a Ramat David. I critici mettono in guardia dai danni alle terre agricole, all'ambiente e alla salute pubblica e hanno chiesto di limitare l'espansione al sud.
  La scelta della località di Ziklag ha posto fine a un lungo dibattito, in cui era stata presa in considerazione anche Nevatim. Ziklag era stata inizialmente scartata per la sua vicinanza al confine con Gaza e alle rotte aeree militari, ma alla fine l'establishment della difesa ha valutato i rischi per la sicurezza come accettabili. Gli esperti del settore aeronautico mettono comunque in guardia da possibili sfide logistiche, ad esempio per il controllo del traffico aereo.

(Jüdische Allgemeine, 16 febbraio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 20
    Ribellione di Seba
  • Ora si trovava là un uomo scellerato di nome Seba, figlio di Bicri, un Beniaminita, il quale suonò la tromba, e disse: “Noi non abbiamo nulla da spartire con Davide, non abbiamo nulla in comune con il figlio d'Isai! O Israele, ciascuno alla sua tenda!”. E tutti gli uomini d'Israele ripresero la via delle alture, separandosi da Davide per seguire Seba, figlio di Bicri; ma quelli di Giuda non si staccarono dal loro re e lo accompagnarono dal Giordano fino a Gerusalemme. Quando Davide fu giunto a casa sua a Gerusalemme, prese le dieci concubine che aveva lasciato a custodia della casa e le fece rinchiudere. Egli somministrava loro gli alimenti, ma non si accostava a loro; rimasero così rinchiuse, vivendo come vedove, fino al giorno della loro morte. 
  • Poi il re disse ad Amasa: “Radunami tutti gli uomini di Giuda entro tre giorni; e tu trovati qui”. Amasa dunque partì per radunare gli uomini di Giuda; ma tardò oltre il tempo fissato dal re. Allora Davide disse ad Abisai: “Seba, figlio di Bicri, ci farà adesso più male di Absalom; prendi tu la gente del tuo signore e inseguilo affinché non trovi delle città fortificate e ci sfugga”. Abisai partì, seguito dalla gente di Ioab, dai Cheretei, dai Peletei, e da tutti gli uomini più valorosi; e uscirono da Gerusalemme per inseguire Seba, figlio di Bicri. 

    Amasa, antico capo dell'esercito di Absalom, ucciso da Ioab
  • Si trovavano nei pressi della grande pietra che è a Gabaon, quando Amasa venne loro incontro. Ora Ioab indossava la sua veste militare sulla quale portava una spada che, attaccata al cinturino, gli pendeva dai fianchi nel suo fodero; mentre Ioab si faceva avanti, la spada gli cadde. Ioab disse ad Amasa: “Stai bene, fratello mio?”. E con la destra prese Amasa per la barba, per baciarlo. Amasa non fece attenzione alla spada che Ioab aveva in mano; e Ioab lo colpì al ventre così che gli intestini si sparsero per terra; non lo colpì una seconda volta, perché morì. Poi Ioab e Abisai, suo fratello, si misero a inseguire Seba, figlio di Bicri. Uno dei giovani di Ioab era rimasto presso Amasa, e diceva: “Chi vuole bene a Ioab e chi è per Davide segua Ioab!”. Intanto Amasa si rotolava nel sangue in mezzo alla strada. E quell'uomo vedendo che tutto il popolo si fermava, trascinò Amasa fuori della strada in un campo e gli buttò addosso un mantello, perché aveva visto che tutti quelli che gli arrivavano vicino si fermavano; ma quando fu tolto dalla strada, tutti passavano al seguito di Ioab per inseguire Seba figlio di Bicri. 

    Morte di Seba
  • Ioab attraversò tutte le tribù d'Israele fino ad Abel e a Bet-Maaca. Tutto il fior fiore degli uomini si radunò e lo seguì. E vennero e assediarono Seba ad Abel-Bet-Maaca, e innalzarono contro la città un terrapieno che dominava le fortificazioni e tutta la gente che era con Ioab scavava le mura per abbatterle. Allora una donna di buon senso gridò dalla città: “Udite, udite! Vi prego, dite a Ioab di avvicinarsi, perché gli voglio parlare!”. E quando si fu avvicinato, la donna gli chiese: “Sei tu Ioab?”. Egli rispose: “Sono io”. Allora lei gli disse: “Ascolta la parola della tua serva”. Egli rispose: “Ascolto”. E lei riprese: “Una volta si diceva: 'Si domandi consiglio ad Abel!' e la questione era risolta. Abel è una delle città più pacifiche e più fedeli in Israele; e tu cerchi di far perire una città che è una madre in Israele. Perché vuoi distruggere l'eredità dell'Eterno?”. Ioab rispose: “Lungi, lungi da me l'idea di distruggere e di guastare. Il fatto non sta così; ma un uomo della regione montuosa d'Efraim, di nome Seba, figlio di Bicri, ha alzato la mano contro il re, contro Davide. Consegnatemi lui solo e io mi allontanerò dalla città”. E la donna disse a Ioab: “Ecco, la sua testa ti sarà gettata dalle mura”. Allora la donna si rivolse a tutto il popolo con il suo saggio consiglio; e quelli tagliarono la testa a Seba, figlio di Bicri, e la gettarono a Ioab. E questi fece suonare la tromba; tutti si dispersero lontano dalla città e ognuno se ne andò alla sua tenda. E Ioab tornò a Gerusalemme presso il re. 
  •  Ioab era a capo di tutto l'esercito d'Israele; Benaia, figlio di Ieoiada, era a capo dei Cheretei e dei Peletei; Adoram era preposto ai tributi; Giosafat, figlio di Ailud, era archivista; Sceia era segretario; Sadoc e Abiatar erano sacerdoti; e anche Ira di Iair era ministro di stato di Davide.

(Notizie su Israele, 16 febbraio 2026)


........................................................


Tucker Carlson e la carta dei cristiani contro Israele

In visita in Giordania, al sito del Battesimo di Gesù sul fiume Giordano, ha elogiato il ruolo del governo di Amman nella preservazione dei luoghi cristiani, e ha definito la custodia giordana e l’allocazione di terre per le chiese un “messaggio molto importante” in un tempo di instabilità nell’area. Ma soprattutto ha accusato Israele di non fare vivere bene i cristiani, che, a suo dire, diminuiscono nei numeri. E scoppia la polemica nel mondo cristiano.

di Davide Cucciati

Tucker Carlson è uno dei commentatori più influenti dell’universo conservatore americano. Ex volto di punta di Fox News, oggi è soprattutto un editore di sé stesso, capace di spostare l’agenda del mondo MAGA con interviste e monologhi pubblicati online. Il suo account su X vanta più di 17 milioni di follower, un bacino che gli consente di trasformare ogni scelta editoriale in un segnale politico per una parte della destra statunitense.
  Nelle ultime settimane, secondo The New Arab del 5 febbraio 2026, Carlson ha visitato, in Giordania, il sito del Battesimo di Gesù sul fiume Giordano, ha elogiato il ruolo del governo di Amman nella preservazione dei luoghi cristiani, e ha definito la custodia giordana e l’allocazione di terre per le chiese un “messaggio molto importante” in un tempo di instabilità nell’area. Il passaggio che ha fatto più rumore, però, non è l’elogio alla monarchia hashemita. Infatti, la considerazione più dirompente di Carlson è stata l’accusa a Israele: “Come stanno i cristiani in Terra Santa? Stanno prosperando o stanno soffrendo? E la verità è diventata piuttosto ovvia negli ultimi anni, ovvero che in Israele non stanno prosperando. I loro numeri non stanno crescendo. Si stanno riducendo, e c’è un enorme dibattito sul perché. Ci sono dei video nei quali degli estremisti religiosi ebrei sputano addosso a membri del clero cristiano. E questo è qualcosa che la maggior parte degli americani non sapeva fosse successo, non pensava potesse accadere, soprattutto perché gli Stati Uniti, il paese cristiano più importante al mondo, sta finanziando tutto questo.”
  Il mondo evangelico pro Israele ha prontamente risposto a Tucker Carlson: secondo Ynet del 12 febbraio 2026, il cristiano evangelico americano-israeliano Joel Rosenberg (che dirige All Israel News) ha avvertito l’ex volto di FoxNews che, secondo la Bibbia, “Dio benedirà coloro che benedicono i figli di Avraham, Isaac e Yakhov e maledirà chi non lo fa. Non auguro il male a Tucker Carlson ma è chiaro che lui desidera il male contro Israele, il popolo ebraico e tutti i cristiani che amano e sostengono Israele”. Successivamente, Rosenberg ha sottolineato che la popolazione cristiana in Israele è di 184.000 persone (quasi il 2% della popolazione) e che i numeri risultano in crescita, non in crollo: “I cittadini cristiani in Israele hanno pieni e uguali diritti come ogni ebreo, come ogni musulmano, come tutti gli altri”.
  Il secondo punto riguarda episodi che esistono davvero. La linea evangelica pro Israele è quella di riconoscere che ci sono stati casi di molestie, sputi e intimidazioni da parte di “estremisti ebrei” a danno di qualche cristiano ma si evidenziano due elementi: l’assenza di una politica di persecuzione da parte dello Stato di Israele e l’ingiustificato uso strumentale di singoli episodi per rappresentare l’intero Stato ebraico. Inoltre, i cristiani evangelici hanno puntualizzato che in Giordania i convertiti dall’Islam possono affrontare conseguenze davanti a tribunali religiosi e sul piano dello status personale, un dettaglio che rende meno semplice la trasformazione di Amman in un esempio “puro” di libertà religiosa.
  Questo scontro, in realtà, si inserisce in una frattura più ampia dentro il mondo cristiano, tra il campo evangelico americano spesso vicino al sionismo cristiano, e molte chiese storiche del Medio Oriente che da anni contestano quell’impianto. Infatti,  in data 22 gennaio 2026, Mosaico aveva già dato notizia della dichiarazione, firmata dai Patriarchi e Capi delle “Chiese in Terra Santa”, che condanna il “sionismo cristiano” come una delle “ideologie dannose” capaci di fuorviare i fedeli e incrinare l’unità ecclesiale.
  In controluce, la vicenda racconta una lotta per la rappresentanza. Carlson parla a un vasto pubblico americano e usa la condizione dei cristiani come leva per tentare di ridefinire il rapporto tra il mondo conservatore e Israele. Mentre negli Stati Uniti si combatte questa battaglia nella destra che, in estrema sintesi, si gioca tra MAGA “puristi” e Neocon, e chiese storiche del Medio Oriente rimarcano la propria centralità e rifiutano che la loro voce venga sostituita dal sionismo cristiano incarnato soprattutto dai cristiani evangelici.

(Bet Magazine Mosaico, 16 febbraio 2026)
____________________

L’autore dell’articolo parla del contrasto tra il “campo evangelico americano” e “le chiese storiche del Medio Oriente” come di un’ampia frattura dentro il mondo cristiano. Può essere vero, dal punto di vista di un osservatore politico, ma la frattura “dentro il mondo cristiano” è assai più ampia e profonda, ed è di natura teologica, molto prima che politica. Ma di teologia i giornalisti non vogliono parlare (e quando lo fanno dicono spesso un mucchio di sciocchezze), ma sul piano storico e politico non c’è nulla di più teologico di Israele, del suo popolo e della sua storia. Chi, parlando di Israele, fa intervenire Dio, spesso sbaglia; chi non lo fa, sbaglia di sicuro e sempre. La differenza fra i “Patriarchi e Capi delle “Chiese in Terra Santa” e i generici “cristiani evangelici” è di natura profondamente biblico-teologica. Se non si capisce questo, le varie interpretazioni che si possono dare sui loro comportamenti storico-politici cadono inevitabilmente fuori bersaglio. Rimandiamo, per uno spunto di riflessione, all’articolo presente da tempo sul nostro sito “Ebraismo e cristianesimo. Centro e diaspora”. M.C.

........................................................


Uomini armati nell’ospedale Nasser: medici senza frontiere interrompe le operazioni

di Michelle Zarfati

FOTO
Medici Senza Frontiere ha annunciato la sospensione di tutte le operazioni mediche non critiche all’ospedale Nasser, nel sud della Striscia di Gaza, a causa di ripetuti avvistamenti di uomini armati all’interno del complesso ospedaliero.
   Secondo l’organizzazione internazionale, pazienti e personale MSF hanno visto uomini armati, alcuni mascherati, in varie aree della struttura, in luoghi in cui l’ong non svolge attività mediche. Questi episodi, che si sarebbero intensificati dopo la tregua di ottobre, includono anche intimidazioni, arresti arbitrari di pazienti e sospetti movimenti di armi, e costituiscono per MSF una grave minaccia alla sicurezza delle squadre e dei malati.
   L’ong ha espresso la propria forte preoccupazione alle autorità competenti, sottolineando che gli ospedali devono rimanere spazi civili neutri, liberi da presenza o attività militare, per garantire cure sicure e imparziali. Secondo il rapporto, la decisione di sospendere le operazioni non essenziali è stata presa dopo l’aumento di questi episodi all’interno dell’ospedale, mentre MSF continua a fornire alcuni servizi critici.
   Secondo il Jerusalem Post, la decisione di sospendere le attività non essenziali arriva in un momento in cui MSF è sotto pressione anche per un’altra questione: Israele ha annunciato che terminerà tutte le attività di MSF a Gaza entro il 28 febbraio dopo che l’organizzazione si è rifiutata di fornire un elenco dei propri dipendenti, richiesto dal governo israeliano per ragioni di sicurezza. I funzionari israeliani hanno criticato MSF per mancanza di trasparenza e per presunti legami con gruppi armati, circostanze che MSF ha negato senza fornire però le prove richieste.

(Shalom, 16 febbraio 2026)

........................................................


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.