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Notizie 1-15 marzo 2026
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Lettera a un cristiano evangelico che è contro Israele
Caro fratello,
abbiamo moltissime cose in comune, direi anzi che sono quelle più importanti: la Bibbia come autorevole Parola di Dio, la fede in Gesù come Signore e Salvatore, la fraternità che ci viene dall’essere entrambi figli di Dio, nati di nuovo in Cristo. Una cosa però non ci accomuna: il modo in cui valutiamo Israele e di conseguenza anche il sentimento che avvertiamo verso gli ebrei. Stanno accadendo nel mondo cose molto gravi che riguardano Israele. Dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023, che certamente ti hanno fatto inorridire, c’è stata la reazione di Israele contro i palestinesi di Gaza. E lì i media ti hanno fatto vedere quello che ha fatto Israele ai “poveri palestinesi”, ed effettivamente ti è sembrato che il termine “genocidio” fosse, purtroppo, proprio quello adatto per definire quello che hanno fatto gli israeliani. Dopo Gaza è venuto l’Iran. E gli israeliani - sempre secondo i media - dopo aver massacrato i palestinesi, si sono messi insieme agli americani a scagliare missili e bombe contro l’Iran, con il rischio di far scatenare la terza guerra mondiale. Ti faccio una semplice domanda: da quel 7 ottobre ad oggi come sono cambiati i tuoi sentimenti verso Israele e verso gli ebrei? Probabilmente sono cresciuti di intensità, per il semplice fatto che prima la questione ebraica certamente non ti era ignota, ma non le dedicavi molto interesse. Adesso invece la cosa occupa i tuoi pensieri, e forse ti suggerisce parole di indignazione, di rabbia e forse anche di odio contro gli ebrei. Sentimenti che forse non vorresti avere e parole che forse non vorresti dire, ma che senti dire da altri, e ti sembra proprio che abbiano ragione. E non osi contraddire, perché in fondo la pensi come loro. Voglio confidarti allora una massima che ho formulato più di dieci anni fa e compare in un articolo del sito "Notizie su Israele" del 2014:
Nei confronti del popolo ebraico si possono avere tre tipi di sentimenti: amore, odio o indifferenza. Nei momenti critici l’indifferenza si trasforma in odio.
Ed è quello che è avvenuto nel momento critico del 7 ottobre 2023. Ho poi riassunto quel generico sentimento di ammirazione-antipatia che l’uomo comune avverte verso gli ebrei e Israele in un aforisma:
“Se non è amore, prima o poi diventa odio”.
È come una legge di gravità. Israele è la calamita con cui Dio attira gli uomini a Sé. Gli uomini volano nell’aria come liberi uccelli, incuranti che Dio li attrae con raggi di amore che partono dalla calamita, a sua volta caricata di amore da parte di Dio. Molti uccelli non avvertono, o meglio non vogliono avvertire, la forza di questi raggi. Non gradiscono sentirsi attratti perché vogliono essere liberi di muoversi a loro piacimento. O forse perché provano subliminali sentimenti di antipatia verso la calamita. Altri invece sentono l’attrazione; avvertono che si tratta di amore e l’accolgono con piacere; ma quando sono portati vicino alla calamita, a loro sembra impossibile che l’attrazione d’amore possa venire da lì, da quella strana e inquietante calamita. E allora cercano di deviare. La legge di gravità però non è un’opinione, e alla fine tutti gli uccelli dovranno atterrare nel campo in cui si trova la calamita. Quelli che per desiderio di libertà, o per odio verso la calamita, avranno resistito all’attrazione di Dio, andranno a sfracellarsi violentemente contro i duri terreni rocciosi del campo. Quelli invece che per la gioia di essere raggiunti dall’amore di Dio, avranno amato anche la calamita da cui i raggi provengono, andranno a planare dolcemente su campi fioriti appositamente preparati per loro. Quelli poi che, pur avendo capito che i raggi d’amore provengono da Dio, si sono rifiutati fino all’ultimo di credere che fosse proprio la calamita lo strumento di cui Dio si è servito per attrarli, atterreranno anch’essi nel campo, ma il loro volo d’avvicinamento sarà turbato da turbini e tempeste. E l’atterraggio sarà tutt’altro che dolce. Un'appplicazione di Genesi 12:3:
chi benedice Israele sarà benedetto, chi dice male di Israele sarà maledetto. Cfr.
Caro fratello, come vedi sono soltanto mie fantasie. Per me sono come una vignetta con cui esprimo in forma parabolica un pensiero che ho maturato in decine d’anni di riflessione sull’argomento, ma tu hai tutto il diritto di non prenderle in considerazione. Probabilmente, la semplice lettura di questa vignetta non favorirà un avvicinamento fra noi nel volo verso l’atterraggio sul campo, ma forse è bene che sia così. La grazia del Signore ti accompagni,
Marcello Cicchese
(Notizie su Israele, 15 marzo 2026) - PDF
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 22
La tribù di Ruben, di Gad e la mezza tribù di Manasse rimandate al di là del Giordano. - Allora Giosuè chiamò i Rubeniti, i Gaditi e la mezza tribù di Manasse, e disse loro: “Voi avete osservato tutto ciò che Mosè, servo dell'Eterno, vi aveva ordinato, e avete ubbidito alla mia voce in tutto quello che io vi ho comandato. Voi non avete abbandonato i vostri fratelli durante questo lungo tempo, fino a oggi, e avete osservato come dovevate il comandamento dell'Eterno, che è il vostro Dio. E ora che l'Eterno, il vostro Dio, ha dato riposo ai vostri fratelli, come aveva detto loro, ritornatevene e andatevene alle vostre tende nel paese che vi appartiene, e che Mosè, servo dell'Eterno, vi ha dato di là dal Giordano. Soltanto abbiate grande cura di mettere in pratica i comandamenti e la legge che Mosè, servo dell'Eterno, vi ha dato, amando l'Eterno, il vostro Dio, camminando in tutte le sue vie, osservando i suoi comandamenti, tenendovi stretti a lui, e servendolo con tutto il vostro cuore e con tutta l'anima vostra”. Poi Giosuè li benedisse e li congedò; e quelli se ne tornarono alle loro tende.
- Mosè aveva dato a una metà della tribù di Manasse un'eredità in Basan, e Giosuè diede all'altra metà un'eredità tra i loro fratelli, di qua dal Giordano, a occidente. Quando Giosuè li rimandò alle loro tende e li benedisse, disse loro ancora: “Voi tornate alle vostre tende con grandi ricchezze, con moltissimo bestiame, con argento, oro, bronzo, ferro e con grandissima quantità di vesti; dividete con i vostri fratelli il bottino dei vostri nemici”.
- I figli di Ruben, i figli di Gad e la mezza tribù di Manasse dunque se ne tornarono, dopo aver lasciato i figli d'Israele a Silo, nel paese di Canaan, per andare nel paese di Galaad, il paese di loro proprietà, del quale avevano ricevuto il possesso, dietro il comandamento dato dall'Eterno per mezzo di Mosè.
L'altare da loro costruito in riva al fiume
- E come giunsero alla regione del Giordano che appartiene al paese di Canaan, i figli di Ruben, i figli di Gad e la mezza tribù di Manasse vi costruirono un altare, presso il Giordano: un grande altare, che colpiva la vista. I figli d'Israele udirono che si diceva: “Ecco, i figli di Ruben, i figli di Gad e la mezza tribù di Manasse hanno costruito un altare di fronte al paese di Canaan, nella regione del Giordano, dal lato dei figli d'Israele”. Quando i figli d'Israele udirono questo, tutta la comunità dei figli d'Israele si riunì a Silo per salire a muovere loro guerra.
- E i figli d'Israele mandarono ai figli di Ruben, ai figli di Gad e alla mezza tribù di Manasse, nel paese di Galaad, Fineas, figlio del sacerdote Eleazar, e con lui dieci prìncipi, un principe per ciascuna casa paterna di tutte le tribù d'Israele: tutti erano capi di una casa paterna fra le migliaia d'Israele. Essi andarono dai figli di Ruben, dai figli di Gad e dalla mezza tribù di Manasse nel paese di Galaad, e parlarono con loro dicendo: “Così ha detto tutta l'assemblea dell'Eterno: 'Che cos'è questa infedeltà che avete commesso contro l'Iddio d'Israele, ritraendovi oggi dal seguire l'Eterno costruendovi un altare per ribellarvi oggi all'Eterno? È forse poca cosa per noi l'iniquità di Peor della quale non ci siamo fino al giorno d'oggi purificati e che attirò quella piaga sull'assemblea dell'Eterno? E voi oggi vi distogliete dal seguire l'Eterno! Avverrà così che, ribellandovi voi oggi all'Eterno, domani egli si adirerà contro tutta la comunità d'Israele. Se reputate impuro il paese che possedete, ebbene, passate nel paese che è possesso dell'Eterno, dov'è stabilito il tabernacolo dell'Eterno, e stanziatevi in mezzo a noi; ma non vi ribellate all'Eterno, e non fate di noi dei ribelli, costruendovi un altare oltre l'altare dell'Eterno, del nostro Dio. Acan, figlio di Zera, non commise forse un'infedeltà, relativamente all'interdetto, attirando l'ira dell'Eterno su tutta la comunità d'Israele, così che quell'uomo non fu il solo a perire per la sua iniquità?'”.
I figli d’Israele al di là del Giordano spiegano
- Allora i figli di Ruben, i figli di Gad e la mezza tribù di Manasse risposero ai capi delle migliaia d'Israele e dissero: “Dio, Dio, l'Eterno, Dio, Dio, l'Eterno lo sa, e anche Israele lo saprà. Se abbiamo agito per ribellione, e per infedeltà verso l'Eterno, o Dio, non ci salvare in questo giorno! Se abbiamo costruito un altare per distoglierci dal seguire l'Eterno; se è per offrirvi su degli olocausti o delle oblazioni o per farvi su dei sacrifici di ringraziamento, l'Eterno stesso ce ne chieda conto! Egli sa se non l'abbiamo fatto, invece, per timore di questo: che, cioè, in avvenire, i vostri figli potessero dire ai figli nostri: 'Che avete a fare voi con l'Eterno, con l'Iddio d'Israele?'. L'Eterno ha posto il Giordano come confine tra noi e voi, o figli di Ruben, o figli di Gad; voi non avete parte alcuna nell'Eterno! E così i vostri figli farebbero cessare i figli nostri dal temere l'Eterno. Perciò abbiamo detto: 'Mettiamo ora mano a costruirci un altare, non per olocausti, né per sacrifici, ma perché serva da testimonianza fra noi e voi e fra i nostri discendenti dopo noi, che vogliamo servire l'Eterno, nel suo cospetto, con i nostri olocausti, con i nostri sacrifici e con le nostre offerte di ringraziamento, affinché i vostri figli non abbiano un giorno a dire ai figli nostri: Voi non avete parte alcuna nell'Eterno!'. E abbiamo detto: 'Se in avvenire essi diranno questo a noi o ai nostri discendenti, noi risponderemo: Guardate la forma dell'altare dell'Eterno che i nostri padri fecero, non per olocausti né per sacrifici, ma perché servisse da testimonianza fra noi e voi'. Lungi da noi l'idea di ribellarci all'Eterno e di distoglierci dal seguire l'Eterno, costruendo un altare per olocausti, per oblazioni o per sacrifici, oltre l'altare dell'Eterno, del nostro Dio, che è davanti al suo tabernacolo!”.
La comunità dei figli d'Israele è soddisfatta
- Quando il sacerdote Fineas, e i capi della comunità, i capi delle migliaia d'Israele che erano con lui, ebbero udito le parole dette dai figli di Ruben, dai figli di Gad e dai figli di Manasse, rimasero soddisfatti. E Fineas, figlio del sacerdote Eleazar, disse ai figli di Ruben, ai figli di Gad e ai figli di Manasse: “Oggi riconosciamo che l'Eterno è in mezzo a noi poiché non avete commesso questa infedeltà verso l'Eterno; così avete preservato i figli d'Israele dalla mano dell'Eterno”.
- E Fineas, figlio del sacerdote Eleazar, e i prìncipi partirono dai figli di Ruben e dai figli di Gad e tornarono dal paese di Galaad al paese di Canaan presso i figli d'Israele, ai quali riferirono l'accaduto. La cosa piacque ai figli d'Israele, i quali benedissero Dio, e non parlarono più di salire a muovere guerra ai figli di Ruben e di Gad per devastare il paese che essi abitavano. E i figli di Ruben e i figli di Gad diedero a quell'altare il nome di Ed perché dissero: “Esso è una testimonianza fra noi che l'Eterno è Dio”.
(Notizie su Israele, 14 marzo 2026)
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Hamas, sfilata tra le tendopoli L'Onu tace ancora sul disarmo
Un'altra manifestazione di potere dei terroristi davanti ai palestinesi sfollati. Esecuzioni di piazza e violenza: dov'è finita la risoluzione delle Nazioni Unite?
di luri Maria Prado
La precedente parata di Hamas era andata in scena tra la folla in festa mentre erano restituiti i corpi di Ariel e Kfir Bibas, un lattante e il fratello di quattro anni rapiti e poi strangolati dalle belve del 7 ottobre. Quei miliziani erano usciti dai tunnel vietati alla popolazione di Gaza e avevano fatto sfoggio di divise molto in ordine, quelle che non usano quando si mischiano ai civili negli ospedali, nelle scuole, negli edifici delle Nazioni Unite trasformati in bunker. E quella messinscena non aveva soltanto lo scopo macabro di celebrare la "vittoria" sui resti massacrati degli ostaggi israeliani: aveva anche una funzione intimidatoria nei confronti degli abitanti della Striscia. Era la rivendicazione pubblica del giogo che il gruppo terrorista ancora imponeva su quella gente, una massa da mungere se voleva vivere e da punire se si azzardava a sgarrare. Scene analoghe si ripetono ora, con i convogli di pick up zeppi di miliziani che sfilano e fanno caroselli davanti alle tende dei rifugiati. Una manifestazione di "forza" che nessuno potrebbe immaginare rivolta al nemico, Israele, e che adempie invece alla solita funzione domestica: far credere ai palestinesi - mentre li si terrorizza - di poter comunque contare sulle capacità di resistenza di un esercito ancora attivo. E ancora capace di tenere sequestrata Gaza nella precedente situazione: povera, sussidiata, arretrata, ma capace di riscatto nell'eternità dell'Intifada. C'è tuttavia da domandarsi come e perché gli Stati firmatari della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu adottata lo scorso novembre, cioè quella che prevedeva il disarmo di Hamas, ritengano compatibili con i propri obblighi il perdurare di quelle scorribande. Le quali simboleggiano appunto il plateale difetto di attuazione di quell'impegno internazionale. Gli stessi vertici delle Nazioni Unite, che pure avevano salutato con favore il Piano per Gaza, rimangono silenziosi davanti allo sfoggio minaccioso di quei terroristi tra le tende dei disperati. Accampamenti di cui va bene parlare per denunciarne lo stato lacero e l'allargamento, ma non quando diventano i bivacchi dei taglìagole e il palco teatrale delle loro esibizioni. Evidentemente si crede ancora che la persistenza del potere di Hamas sia un dettaglio irrilevante, in ogni caso una scocciatura tutt'al più per Israele, e non invece l'assicurazione di altra guerra, altra tragedia e altra miseria per la popolazione soggiogata da quei fondamentalisti sanguinari. Lo spettacolo delle esecuzioni di piazza, delle violenze sui civili insubordinati all'obbligo del pizzo, delle torture inflitte ai "traditori": tutto questo non è bastato a indurre la comunità internazionale - così occhiuta sui diritti civili - ad attivarsi in qualche modo per rendere effettivi gli obblighi che aveva assunto per liberare Gaza da chi l'ha ridotta a una trappola mortifera. A farne le spese è meno Israele che quella gente nelle tende.
(Il Riformista, 14 marzo 2026)
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Germania e Israele rilanciano l’asse economico
Berlino apre le porte alle start-up israeliane e rafforza la cooperazione industriale mentre la guerra in Medio Oriente non ferma i legami strategici tra i due paesi.
di Paolo Montesi
Proprio mentre Madrid mostra ostilità politica nei confronti di Gerusalemme, Berlino risponde accrescendo la propria vicinanza e sessant’anni di relazioni diplomatiche tra Germania e Israele vengono celebrati con una scelta che guarda meno alla memoria e molto di più al futuro industriale dei due paesi. Berlino e Gerusalemme hanno infatti annunciato il lancio di una nuova strategia economica congiunta destinata ad approfondire la cooperazione commerciale e tecnologica, un programma che arriva mentre Israele continua a combattere sul fronte di Gaza e mentre l’Europa attraversa una fase di forte incertezza strategica.
L’iniziativa è stata elaborata dal ministro israeliano dell’Economia Nir Barkat insieme alla sua omologa tedesca Katherina Reiche e viene presentata come un piano articolato che intende saldare in modo più stretto la capacità di innovazione israeliana con la potenza industriale tedesca. Il commercio bilaterale tra i due paesi si avvicina già ai nove miliardi di euro all’anno, ma l’obiettivo dichiarato è far crescere ulteriormente questo volume trasformando la Germania nel principale partner economico europeo dello Stato ebraico.
Barkat ha sottolineato il significato politico dell’accordo in un momento in cui Israele si trova nel mezzo di un conflitto regionale. Rafforzare il partenariato con Berlino rappresenta, nelle parole del ministro, un segnale concreto di sostegno economico e morale e al tempo stesso uno strumento per permettere alle imprese israeliane di utilizzare la Germania come piattaforma privilegiata per entrare nel mercato europeo. Da parte tedesca il messaggio non è stato meno esplicito. La ministra dell’Economia ha invitato le aziende tecnologiche israeliane a stabilire in Germania la loro base operativa europea, indicando Berlino come il principale hub continentale per le start-up provenienti da Israele e ribadendo che il governo federale considera strategico l’approfondimento dei rapporti economici tra i due paesi.
Il piano di cooperazione si sviluppa lungo alcune direttrici precise che riflettono le priorità tecnologiche e industriali di entrambe le economie. La prima riguarda la creazione di un’alleanza per l’innovazione capace di mettere in contatto diretto grandi gruppi industriali tedeschi e start-up israeliane, con particolare attenzione alle tecnologie produttive avanzate e alla cosiddetta Industry 4.0. Un secondo capitolo prevede programmi di ricerca comuni nel campo dell’intelligenza artificiale, dell’informatica quantistica e della microelettronica, ambiti in cui Israele dispone di un ecosistema tecnologico tra i più dinamici al mondo.
Un terzo settore di cooperazione riguarda l’energia e le infrastrutture strategiche. Berlino guarda con interesse alle risorse di gas del Mediterraneo orientale e allo sviluppo di nuove filiere energetiche, compreso l’idrogeno verde, mentre la collaborazione si estende anche alla protezione cibernetica delle infrastrutture critiche, ambito nel quale Israele è considerato uno dei paesi più avanzati.
La dimensione geopolitica del progetto emerge con chiarezza anche nel capitolo dedicato alla sicurezza e ai corridoi economici internazionali. Il piano contempla infatti una maggiore integrazione delle tecnologie di difesa israeliane nell’architettura di sicurezza europea e il coinvolgimento di Israele nel grande corridoio economico che dovrebbe collegare India, Medio Oriente ed Europa, progetto sostenuto dagli Stati Uniti e da diversi governi occidentali.
Accanto a queste iniziative è prevista la creazione di un forum economico permanente tra imprese tedesche e israeliane, pensato per facilitare l’accesso agli investitori, semplificare i rapporti con le autorità regolatorie e accelerare la nascita di nuove partnership industriali. Le rappresentanze economiche israeliane a Berlino e Monaco avranno il compito di accompagnare le aziende interessate e di ridurre gli ostacoli burocratici che spesso rallentano l’ingresso nel mercato europeo.
Nel pieno di un periodo segnato da guerre regionali e da un clima internazionale instabile, la scelta di Berlino e Gerusalemme indica che il rapporto tra le due economie continua a rafforzarsi. Il messaggio politico che accompagna l’annuncio è chiaro e riguarda tanto l’industria quanto la diplomazia europea. Germania e Israele intendono costruire un asse economico più stretto proprio mentre il contesto geopolitico rende sempre più preziose le alleanze tecnologiche e industriali tra paesi che condividono interessi strategici.
(Setteottobre, 14 marzo 2026)
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Decine di feriti per l'impatto di un razzo nel nord di Israele
GERUSALEMME – Israele continua a subire un massiccio bombardamento di razzi provenienti dal Libano e dall'Iran. Nella notte tra giovedì e venerdì, circa 60 israeliani sono rimasti feriti nel nord del Paese. Un razzo lanciato dalla milizia terroristica Hezbollah è caduto vicino a un edificio residenziale nella città a maggioranza beduina di Sarsir, vicino a Nazareth.
Nella città di Rechovot, nel centro di Israele, una ragazza di 17 anni è stata investita e uccisa da un'auto. A quanto pare aveva ricevuto un preallarme sul cellulare e stava quindi scappando verso il bunker. L'allarme vero e proprio non è mai scattato.
• Altri soldati deceduti
Gli Stati Uniti lamentano nel frattempo ulteriori vittime: secondo quanto riferito dall’esercito, giovedì l’intero equipaggio di sei persone di un aereo cisterna è deceduto in un incidente sopra l’Iraq. Un altro velivolo coinvolto è atterrato in Israele dopo aver lanciato un segnale di emergenza.
Le indagini sulle cause sono in corso, ha comunicato il Comando Centrale (CENTCOM) responsabile della regione. Si può tuttavia escludere un fuoco nemico o amico. Il numero dei caduti americani dall'inizio degli attacchi alla fine di febbraio sale così a 13.
Durante i combattimenti è rimasto ucciso anche un soldato francese. È morto durante un attacco a una base in Iraq. Lo ha comunicato il presidente francese Emmanuel Macron (Renaissance) nella notte tra giovedì e venerdì. Altri soldati sono rimasti feriti. Macron ha dichiarato che gli attacchi alle unità che dal 2025 combattono contro lo Stato Islamico sono inaccettabili.
• Rappresentanti del regime alla marcia di Al-Quds
Giovedì il nuovo leader supremo dell’Iran, Mochtaba Khamenei, si è espresso per la prima volta con un messaggio. Ha annunciato che continuerà a bombardare le basi statunitensi nella regione e a tenere chiuso lo Stretto di Hormuz. Mochtaba non è ancora apparso in pubblico, ma i media statali hanno letto il suo messaggio.
Venerdì, tuttavia, i rappresentanti del regime hanno partecipato alla tradizionale marcia di Al-Quds per le strade di Teheran. Tra loro c'erano il presidente Massud Peseschkian e il presidente del Consiglio di sicurezza nazionale, Ali Laridschani.
“Al-Quds” è il nome arabo di Gerusalemme. La Giornata di Al-Quds è stata istituita nel 1979 come manifestazione anti-israeliana dall'allora leader supremo Ruhollah Khomeini e si svolge l'ultimo venerdì del mese di digiuno musulmano del Ramadan.
• Netanyahu rinnova l'appello agli iraniani
Il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) ha invece sottolineato giovedì in una conferenza stampa che Israele continua ad attaccare le forze del regime in Iran. L'esercito avrebbe già ottenuto grandi successi che rafforzano lo Stato ebraico come potenza regionale. Questa sarebbe «la chiave per garantire la nostra esistenza».
L'obiettivo principale è l'indebolimento del regime, ha sottolineato Netanyahu. Ma Israele e gli Stati Uniti starebbero anche creando le condizioni per la sua caduta. «Stiamo infliggendo duri colpi alle Guardie della Rivoluzione e alle unità Basij». Le unità Basij sono responsabili, tra l’altro, della repressione delle proteste. Rivolgendosi agli iraniani, Netanyahu ha detto che il momento della libertà si sta avvicinando, ma che sta nelle loro mani. «Siamo al vostro fianco, vi aiutiamo».
• Regime per ora stabile
Dopo quasi due settimane, tuttavia, gli ambienti governativi israeliani ritengono che il regime sia stabile. Lo ha riportato venerdì il «Wall Street Journal». Il regime si sarebbe dimostrato resistente e sarebbe in grado di contrattaccare. Le condizioni per una rivolta popolare non sarebbero mature.
L'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Jechiel Leiter, ha invece dichiarato che «le crepe nel regime iraniano si stanno allargando». Diplomatici in diversi paesi avrebbero chiesto asilo. Non ha citato esempi, ma secondo il sito di notizie «Iran International» due diplomatici in Danimarca e in Australia avrebbero chiesto asilo.
«Iran International» ha inoltre riferito di tensioni tra la Guardia Rivoluzionaria e l’esercito regolare. Il sito di notizie fa riferimento a «fonti informate». La Guardia Rivoluzionaria rifiuterebbe infatti di prestare soccorso ai soldati feriti. L’esercito sarebbe inoltre a corto di munizioni e rifornimenti.
(Israelnetz, 14 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Fadlun al Corriere della Sera: “Con la guerra cresce l’antisemitismo”
di Michelle Zarfati
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun ha parlato del clima di crescente tensione dopo l’attacco all’Iran e delle ricadute che questo sta avendo anche nella Capitale. “Dopo l’attacco all’Iran vedo un aumento di episodi di antisemitismo: a volte è difficile essere ebrei, anche qua a Roma”, ha dichiarato, mentre in città sono stati rafforzati i controlli nei punti ritenuti più sensibili, in particolare nell’area dell’ex Ghetto. Secondo Fadlun, il rafforzamento delle misure di sicurezza nei quartieri ebraici dimostra come il pregiudizio antisemita continui a essere presente. “Immancabilmente il livello di allerta si alza qui da noi, soprattutto nei quartieri ebraici”, ha spiegato, parlando di una situazione che rifletterebbe “il moltiplicarsi di episodi di violenza concreta nei confronti degli ebrei in tutto il mondo e anche in Italia” dopo gli eventi del 7 ottobre.
Il Presidente della Comunità ebraica ha poi commentato anche alcune manifestazioni che si tengono in città per chiedere la pace in Medio Oriente. Ha sottolineato come quando durante i cortei vengono gridati slogan come “Palestina libera dal fiume al mare” o “morte all’ebreo” il messaggio di pace risulta contraddittorio e “dietro quegli slogan c’è tutta la violenza antisemita”. Riguardo alla presenza rafforzata delle forze dell’ordine nell’area del quartiere ebraico, Fadlun ha spiegato che la comunità è purtroppo abituata a vivere con alti livelli di sicurezza. “Siamo abituati” ha detto, aggiungendo però che il sentimento prevalente resta quello di “ringraziamento e gratitudine verso le forze dell’ordine, il ministero dell’Interno e tutte le istituzioni” per l’impegno nella protezione dei luoghi sensibili e delle scuole ebraiche. Alla domanda se oggi sia più difficile essere ebrei a Roma, Fadlun ha risposto che “a volte è difficile essere ebrei, non solo a Roma”, ricordando come nella memoria delle famiglie della comunità restino vive le persecuzioni del passato, dalle deportazioni ai pogrom. Allo stesso tempo ha ribadito l’orgoglio di sentirsi “italiani ebrei” e di far parte della città da oltre duemila anni, sottolineando il contributo che la Comunità continua a dare alla vita civile e culturale della capitale.
Nel corso dell’intervista Fadlun ha inoltre espresso soddisfazione per l’approvazione al Senato del disegno di legge contro l’antisemitismo, ritenuto particolarmente importante in questa fase storica. La norma, ha ricordato, richiama anche la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance come riferimento per individuare comportamenti e manifestazioni di antisemitismo. Infine, il presidente della Comunità Ebraica di Roma ha spiegato che quest’anno la comunità non parteciperà, come di consueto, alle manifestazioni pubbliche del 25 aprile. “Il 25 aprile cade di Shabbat. Staremo con le nostre famiglie celebrando la festa religiosa secondo la tradizione della nostra Comunità”, ha affermato, ribadendo comunque che il nazifascismo resta “un orrore assoluto e una vergogna dell’umanità”.
(Shalom, 13 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 21
Le quarantotto città date ai Leviti- I capifamiglia dei Leviti si avvicinarono al sacerdote Eleazar, a Giosuè figlio di Nun e ai capifamiglia delle tribù dei figli d'Israele, e parlarono loro a Silo, nel paese di Canaan, dicendo: “L'Eterno comandò, per mezzo di Mosè, che ci fossero date delle città da abitare, con le loro campagne per il nostro bestiame”. E i figli d'Israele diedero ai Leviti, dalla loro eredità, le seguenti città con le loro campagne, secondo il comandamento dell'Eterno.
- Si tirò a sorte per le famiglie dei Cheatiti; e i figli del sacerdote Aaronne, che erano Leviti, ebbero in sorte tredici città della tribù di Giuda, della tribù di Simeone e della tribù di Beniamino. Al resto dei figli di Cheat toccarono in sorte dieci città delle famiglie della tribù di Efraim, della tribù di Dan e della mezza tribù di Manasse. Ai figli di Gherson toccarono in sorte tredici città delle famiglie della tribù d'Issacar, della tribù di Ascer, della tribù di Neftali e della mezza tribù di Manasse in Basan. Ai figli di Merari, secondo le loro famiglie, toccarono dodici città della tribù di Ruben, della tribù di Gad e della tribù di Zabulon. I figli d'Israele diedero dunque in sorte, queste città con le loro campagne ai Leviti, come l'Eterno aveva comandato per mezzo di Mosè.
- Diedero cioè, della tribù dei figli di Giuda e della tribù dei figli di Simeone, le città qui menzionate per nome, le quali toccarono ai figli d'Aaronne tra le famiglie dei Cheatiti, figli di Levi, perché il primo lotto fu per loro. Furono dunque date loro Chiriat-Arba, cioè Ebron, (Arba fu padre di Anac), nella regione montuosa di Giuda, con la sua campagna circostante; ma diedero il territorio della città e i suoi villaggi come possesso a Caleb, figlio di Gefunne. E diedero ai figli del sacerdote Aaronne la città di rifugio per l'omicida, Ebron e la sua campagna; poi Libna e la sua campagna, Iattir e la sua campagna, Estemoa e la sua campagna, Colon e la sua campagna, Debir e la sua campagna, Ain e la sua campagna, Iutta e la sua campagna, e Bet-Semes e la sua campagna: nove città di queste due tribù. E della tribù di Beniamino, Gabaon e la sua campagna, Gheba e la sua campagna, Anatot e la sua campagna, e Almon e la sua campagna: quattro città. Totale delle città dei sacerdoti figli d'Aaronne: tredici città e le loro campagne.
- Alle famiglie dei figli di Cheat, cioè al rimanente dei Leviti, figli di Cheat, toccarono delle città della tribù di Efraim. Fu loro data la città di rifugio per l'omicida, Sichem con la sua campagna nella regione montuosa di Efraim; poi Ghezer e la sua campagna, Chibesaim e la sua campagna, e Bet-Oron e la sua campagna: quattro città. Della tribù di Dan: Elteche e la sua campagna, Ghibbeton e la sua campagna, Aialon e la sua campagna, Gat-Rimmon e la sua campagna: quattro città. Della mezza tribù di Manasse: Taanac e la sua campagna, Gat-Rimmon e la sua campagna: due città. Totale: dieci città con le loro campagne, che toccarono alle famiglie degli altri figli di Cheat.
- Ai figli di Gherson, che erano delle famiglie dei Leviti, furono date: della mezza tribù di Manasse, la città di rifugio per l'omicida, Golan in Basan e la sua campagna, e Beestra con la sua campagna: due città della tribù d'Issacar, Chision e la sua campagna, Dabrat e la sua campagna, Iarmut e la sua campagna, En-Gannim e la sua campagna: quattro città; della tribù di Ascer, Misceal e la sua campagna, Abdon e la sua campagna, Chelcat e la sua campagna, Reob e la sua campagna: quattro città e della tribù di Neftali, la città di rifugio per l'omicida, Chedes in Galilea e la sua campagna, Cammot-Dor e la sua campagna, e Cartan con la sua campagna: tre città. Totale delle città dei Ghersoniti, secondo le loro famiglie: tredici città e le loro campagne.
- E alle famiglie dei figli di Merari, cioè al rimanente dei Leviti, furono date: della tribù di Zabulon, Iocneam e la sua campagna, Carta e la sua campagna, Dimna e la sua campagna, e Naalal con la sua campagna: quattro cittàq della tribù di Ruben, Beser e la sua campagna, Iasa e la sua campagna, Chedemot e la sua campagna e Mefaat e la sua campagna: quattro città e della tribù di Gad, la città di rifugio per l'omicida, Ramot in Galaad e la sua campagna, Maanaim e la sua campagna, Chesbon e la sua campagna, e Iaezer con la sua campagna: in tutto quattro città. Totale delle città date in sorte ai figli di Merari, secondo le loro famiglie formanti il resto delle famiglie dei Leviti: dodici città.
- Totale delle città dei Leviti in mezzo alle proprietà dei figli d'Israele: quarantotto città e le loro campagne. Ciascuna di queste città aveva la sua campagna circostante; così era di tutte queste città.
- L'Eterno diede dunque a Israele tutto il paese che aveva giurato ai padri di dar loro, e i figli d'Israele ne presero possesso, e vi si stabilirono. E l'Eterno diede loro pace da ogni parte, come aveva giurato ai loro padri; nessuno di tutti i loro nemici poté resistere davanti a loro; l'Eterno diede loro nelle mani tutti quei nemici. Di tutte le buone parole che l'Eterno aveva detto alla casa d'Israele non una cadde a terra: tutte si compirono.
(Notizie su Israele, 13 marzo 2026)
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Guerra in Iran, l’analisi di due ex membri dell’intelligence israeliana
di Ruben Caivano
Nel complesso dibattito che si è sviluppato attorno al conflitto in corso in Medio Oriente, emergono come punto di grande interesse le spiegazioni di due ex membri dell’intelligence israeliana, Simi Shine ed Elad Shavit, attualmente ricercatori senior presso l’Institute for National Security Studies (ISNN). In un incontro con i giornalisti sono stati affrontati diversi temi, a partire dalla strategia americana e dai suoi limiti politici e strategici. Secondo Shavit, per l’amministrazione di Donald Trump è fondamentale ottenere un successo nella campagna militare. Questo non solo per le implicazioni strategiche legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla conseguente crisi energetica globale, ma anche per ragioni di politica interna, con le elezioni midterm all’orizzonte.
Secondo l’analista, inoltre, gli Stati Uniti intendono dimostrare la propria forza nell’ordine internazionale, inviando un segnale alle potenze rivali come Cina e Russia.
L’intervento di Shine si è invece concentrato sull’approccio adottato da Teheran, che starebbe utilizzando una strategia di logoramento, lanciando missili in modo graduale per evitare di esaurire rapidamente le proprie scorte e prolungare il conflitto il più a lungo possibile.
Un elemento centrale per il regime iraniano resta la continuità del potere. Già prima dello scoppio della guerra, i vertici del sistema politico avevano previsto la possibilità che diversi leader potessero essere eliminati durante il conflitto. Per questo motivo erano state predisposte nomine e successioni interne, con l’obiettivo di prevenire un possibile collasso del sistema e scongiurare un cambio di regime.
Negli ultimi giorni, inoltre, sono state osservate numerose forze affiliate al regime schierate nelle strade per presidiare il territorio. In risposta, Israele avrebbe cercato di colpire queste postazioni, nel tentativo di indebolire la struttura del potere e favorire una possibile destabilizzazione del regime e favorire un “regime change”.
Un altro tema rilevante riguarda la natura degli attacchi iraniani. Secondo gli analisti, Teheran non starebbe colpendo soltanto Israele o le basi militari americane nel Golfo, ma anche infrastrutture energetiche nella regione, compresi obiettivi nei paesi arabi e nell’area dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe quello di interrompere le forniture di idrocarburi e provocare un forte aumento dei prezzi del petrolio sui mercati globali.
Infine, sul fronte nucleare emergono elementi contrastanti. Tra le notizie considerate positive vi è l’attacco nei pressi della città di Isfahan, dove sarebbe stato distrutto un container contenente materiale nucleare, rendendo il sito inutilizzabile. Rimane tuttavia l’incognita relativa alle scorte di uranio arricchito, il cui destino continua a rappresentare un elemento di forte preoccupazione.
(Shalom, 13 marzo 2026)
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Prime case ebraiche costruite sul monte biblico Ebal
Mentre Israele combatte una guerra esistenziale contro l'asse iraniano, rilascia anche una dichiarazione più silenziosa: il cuore biblico non sarà abbandonato, trascurato o lasciato senza protezione.
di Ryan Jones
Mentre Israele lotta per la sua sopravvivenza contro l'Iran e i suoi rappresentanti regionali, intraprende anche un'azione altrettanto significativa nelle sue immediate vicinanze: costruisce.
Questa settimana sono stati costruiti i primi edifici residenziali ebraici sul Monte Ebal, nel centro della Samaria, vicino alla biblica Sichem, l'odierna Nablus. Questo segna la prima tappa della fondazione di una nuova comunità in uno dei luoghi più simbolici della terra di Israele.
L'iniziativa è stata realizzata dal Consiglio regionale della Samaria insieme al movimento Amana, dopo che il governo israeliano aveva approvato la creazione di una nuova comunità in questo luogo e erano state completate le relative procedure legali e ministeriali. I primi abitanti fonderanno una yeshiva agricola come filiale della yeshiva Hesder Alon Moreh, e altre famiglie seguiranno.
Il monte Ebal non è una collina qualsiasi. È il monte citato nel quinto libro di Mosè come luogo delle maledizioni in relazione all'alleanza, di fronte al monte Gerizim, dove venivano proclamate le benedizioni. È anche identificato con l'altare di Giosuè, il luogo in cui Giosuè, dopo l'ingresso nel Paese, eresse un altare al Dio d'Israele e lesse la legge davanti al popolo. Dal punto di vista biblico, questo non è un pezzo di terra insignificante. È il suolo dell'alleanza.
Proprio per questo motivo questo sviluppo è così importante.
In un'epoca in cui Israele pensa solo in termini di tregue temporanee, misure di emergenza e percezione internazionale, il monte Ebal ricorda che la storia degli ebrei in questa terra non è iniziata solo nel 1948 e non dipende dal consenso di altri paesi nel 2026. La lotta per Israele non è solo di natura militare. È civile, storica e spirituale. E questa lotta comprende anche la questione se la nazione continuerà a costruire nei luoghi in cui la sua identità ha avuto origine.
Il presidente del Consiglio regionale della Samaria, Yossi Dagan, ha descritto questo momento come una situazione in cui i presenti “potevano sentire il battito delle ali della storia”. Dietro questa retorica si nasconde un punto importante: il ritorno degli ebrei in luoghi come il monte Ebal è una restaurazione profetica.
Il luogo ha anche una dimensione strategica. La nuova comunità sorge vicino a un'area in cui l'Autorità Palestinese cerca da tempo di danneggiare o distruggere importanti siti biblici e archeologici.
Anche in questo caso c'è una lezione più generale. Anche se Israele si trova ad affrontare un asse iraniano che mira all'accerchiamento, ai bombardamenti missilistici e alla destabilizzazione regionale, esso afferma comunque qualcosa che va oltre la necessità sul campo di battaglia: ovvero che la continuità nazionale richiede radici. Un popolo che combatte e non costruisce finirà per dimenticare per cosa sta combattendo.
Sul monte Ebal, Israele ha preso la decisione opposta.
Combatte nel presente e allo stesso tempo rivendica il futuro, su una montagna dove un tempo fu proclamata l'alleanza e dove ora la vita ebraica sta rifiorendo.
(Israel Heute, 13 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele vede le prime crepe nella leadership iraniana
Ministro degli Esteri israeliano: ci sono già segni di divergenze tra i politici e i responsabili militari a Teheran.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar vede le prime tensioni all'interno della leadership di Teheran dopo l'inizio degli attacchi militari congiunti di Israele e Stati Uniti contro l'Iran. In un'intervista al «Jerusalem Post» ha dichiarato che ci sono segni di divergenze tra i responsabili politici e quelli militari. Secondo il ministro, l'offensiva in corso ha già indebolito la capacità di azione del regime. “La sua prontezza operativa sta diminuendo”, ha affermato Sa'ar. Gli attacchi avrebbero inoltre danneggiato in modo significativo l'immagine di forza della leadership sia a livello nazionale che internazionale. Il ministro degli Esteri ha affermato di aver partecipato alle consultazioni in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu ha discusso la strategia militare con i membri del governo. L'operazione è stata coordinata strettamente con Washington. Sa'ar ha contraddetto la versione secondo cui Israele avrebbe trascinato gli Stati Uniti in guerra.
• «Questo parla da sé»
«Non ho intenzione di rivelare il contenuto del dialogo tra noi e il governo, ma il presidente Donald Trump vedeva e vede la situazione esattamente come noi», ha spiegato. «Ciò si rifletteva già nell'entrata in guerra degli Stati Uniti nel giugno 2025. A maggior ragione ora. Non si è trattato solo di una partecipazione, ma di un'operazione congiunta con una pianificazione comune, e questo parla da sé». Secondo il «Jerusalem Post», il ministro ha indicato come obiettivo della guerra un indebolimento permanente della minaccia iraniana. «Non vogliamo entrare in una nuova guerra ogni anno o ogni due anni», ha affermato Sa'ar. «Pertanto, il nostro obiettivo è quello di eliminare le minacce esistenziali che l'Iran rappresenta per Israele a lungo termine e non solo temporaneamente». Tuttavia, il rovesciamento della leadership di Teheran non era un obiettivo militare ufficiale. “Un cambio di regime potrebbe essere una conseguenza dell'operazione. Tuttavia, questo non deve necessariamente essere parte della campagna militare stessa”, ha spiegato il ministro degli Esteri. L'obiettivo era quello di indebolire le strutture di potere del regime, in particolare i suoi organi di repressione, in modo che la popolazione potesse apportare cambiamenti da sola.
• Danni considerevoli
Secondo Sa'ar, gli attacchi hanno danneggiato in modo significativo il programma missilistico e nucleare iraniano. “Gli attacchi hanno causato danni enormi al programma di sviluppo di armi nucleari, al programma di missili balistici e a vari componenti dell'arricchimento dell'uranio”, ha affermato. Di conseguenza, Teheran è molto più lontana dalla capacità di costruire una bomba atomica. Allo stesso tempo, il ministro ha avvertito in un'intervista al giornale che l'atteggiamento di fondo della leadership iraniana non è cambiato molto, anche dopo la morte del leader rivoluzionario di lunga data Ali Khamenei e l'ascesa al potere di suo figlio. “La realtà della vita durante i 47 anni della Repubblica Islamica dimostra che questo regime non ha cambiato la sua natura”, ha sottolineato Sa'ar. “Non ha cambiato né la sua intenzione né il suo piano di distruggere lo Stato di Israele”, ha sottolineato il ministro degli Esteri. La guerra ha inoltre reso possibili nuove costellazioni politiche in Medio Oriente. Diversi Stati arabi hanno reagito con crescente irritazione agli attacchi iraniani nella regione. «L'asse iraniano esisteva già in precedenza, ma ora si è creato un orientamento regionale piuttosto ampio contro di esso», ha spiegato Sa'ar. Anche nell'ambito del conflitto con l'organizzazione terroristica libanese Hezbollah, il ministro non ha escluso un'estensione degli attacchi militari israeliani per fermare gli attacchi dal Libano.
(Jüdische Allgemeine, 13 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dal kibbutz Sasa sotto i razzi di Hezbollah
Funaro: «Viviamo l’ennesimo déjà vu»
di Daniel Reichel
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Vista dal kibbutz Sasa
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«Viviamo semplicemente un déjà vu. L’ennesimo», osserva Cesare Funaro, chef della mensa del kibbutz Sasa, nel nord d’Israele. Con la guerra contro Iran e Hezbollah, Funaro è tornato a vestire la divisa del servizio di sicurezza del kibbutz. Le sue giornate si dividono tra i fornelli e i turni di guardia: pattugliamenti, addestramento al poligono, vigilanza lungo il perimetro della comunità, a pochi chilometri dal confine con il Libano. Era già accaduto durante il conflitto con i terroristi libanesi, entrati in guerra contro Israele per sostenere Hamas dopo le stragi del 7 ottobre 2023. Un anno dopo, nel novembre 2024 era stata firmata una tregua con Hezbollah, violata ora dal gruppo per sostenere il regime iraniano. La notte appena trascorsa è stata tra le più intense dall’inizio della nuova escalation. Dal sud del Libano Hezbollah ha lanciato circa 200 tra razzi e droni verso il nord di Israele, riportando la regione in una condizione che per molti residenti appare ormai tragicamente familiare. «È una situazione che abbiamo già passato e alla quale non abbiamo una risposta vera», spiega Funaro. «O meglio, la risposta ci sarebbe, ma non è praticabile. Tutti sanno cosa bisognerebbe fare, però è difficile da attuare». Il riferimento è a un’offensiva di terra in Libano, opzione, prosegue lo chef, che torna spesso nelle conversazioni tra i residenti del nord. «Può darsi che alla fine l’operazione si farà, ma poi chi ci va? Ci vanno i nostri figli, non tutti. A combattere sono sempre gli stessi. L’abbiamo visto succedere tante volte». Nel frattempo la vita nel kibbutz continua, adattandosi alla minaccia costante. Alla mensa comunitaria, la squadra continua a presentarsi ogni giorno nonostante il rischio lungo le strade. «I miei dipendenti arrivano tutti», sottolinea Funaro. «Sono molto grato per la loro dedizione. Arrivano nonostante abbiano paura, perché lungo la strada possono cadere i missili e i droni iraniani o di Hezbollah. E poi c’è il Ramadan: una parte di loro è stanca perché non mangia durante il giorno, mangiano solo la sera. È una situazione complicata, però arrivano».
A Sasa, le abitudini quotidiane sono cambiate. La sala da pranzo, tradizionale punto di ritrovo della comunità, è chiusa per motivi di sicurezza. «Se sparano dal Libano non c’è praticamente preavviso: è immediato», spiega Funaro. «Non è come quando sparano dall’Iran, dove hai un paio di minuti di allarme e puoi prepararti. Quindi è proibito mangiare nella sala da pranzo. Le persone ordinano il giorno prima dal menu, noi prepariamo, poi loro vengono a prendere le pietanze e se le portano a casa». Le conseguenze più pesanti del conflitto ricadono soprattutto sulle famiglie con bambini piccoli, sottolinea lo chef. «Il vero problema sono loro. Non ci sono scuole, non ci sono asili. Stanno tutto il giorno vicino alle case o ai rifugi, perché non possono allontanarsi». Le famiglie cercano di organizzarsi come possono. «Si mettono insieme in case che hanno la camera di sicurezza o vicino a un rifugio, ma restano lì tutto il giorno. Dopo un po’ il malumore cresce, anche nei bambini che diventano molto nervosi. All’improvviso non puoi andare a scuola, non puoi uscire, non puoi fare niente. I primi giorni si sopporta, ma siamo già a due settimane». La guerra tocca tutta la famiglia Funaro. «Mio figlio piccolo è stato arruolato di nuovo», racconta. «Quello grande, momentaneamente, non è tornato in servizio: studia all’università di Tel Aviv e gli hanno prolungato il semestre, vedremo se verrà richiamato. Poi c’è mia figlia: è un alto ufficiale e fa i turni all’ospedale. Si occupa dei feriti che arrivano con gli elicotteri e delle famiglie. Anche lei è un po’ in standby, ma viene richiamata quando serve». In un clima sospeso, tra lavoro e turni di sicurezza, Funaro chiude ribadendo la sensazione di essere intrappolati in un conflitto uguale a se stesso. «Si fa quello che si deve fare in questo déjà vu; ma al momento non vediamo la fine».
(moked, 12 marzo 2026)
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La fabbrica delle fake news: quando l’intelligenza artificiale riscrive la realtà. La nuova guerra dell’informazione
Immagini generate dall’intelligenza artificiale, video riciclati da vecchi conflitti e perfino scene tratte da videogiochi stanno invadendo i social network, accumulando milioni di visualizzazioni. Un fenomeno che alimenta propaganda e disinformazione anche in questi giorni, mentre cresce la tensione tra Iran, Israele e Stati Uniti. Ma non è la prima volta che una notizia falsa conquista il pubblico: già nel 1938 Orson Welles dimostrò quanto sia facile convincere milioni di persone che qualcosa di irreale stia davvero accadendo.
di Nina Deutsch
La disinformazione non è una novità. Ma oggi sta crescendo con una velocità e una potenza mai viste prima. Video riciclati, immagini manipolate, fotografie create con l’IA e intere narrazioni costruite a tavolino stanno invadendo i social network proprio mentre le tensioni geopolitiche aumentano. Alcuni contenuti falsi hanno raggiunto centinaia di milioni di visualizzazioni nel giro di poche ore, influenzando percezioni, dibattiti politici e opinioni pubbliche in tutto il mondo.
È una dinamica pericolosa. Perché quando le informazioni diventano incontrollabili, la realtà stessa rischia di diventare negoziabile.
E allora le domande sono inevitabili: come si difende oggi un cittadino da questa valanga informativa? In che modo la disinformazione influenza le nostre teste, le nostre scelte politiche, la nostra visione del mondo? Quali sono le fake news più clamorose di queste settimane? E soprattutto: qualcuno sta davvero riuscendo a fermarle?
• Il nuovo campo di battaglia: l’informazione
Un esempio emblematico arriva da un recente rapporto speciale pubblicato dal sito britannico Jewish News.
Secondo l’inchiesta, immagini generate con l’intelligenza artificiale e filmati di guerra riciclati stanno circolando in modo massiccio sui social mentre cresce la tensione militare tra Iran, Israele e USA. Scene di missili, città devastate e presunti attacchi militari vengono condivise milioni di volte prima che qualcuno riesca a verificarne l’autenticità.
A lanciare l’allarme è anche Full Fact, un’organizzazione indipendente britannica che da anni si occupa di fact-checking e verifica delle notizie online. Fondata a Londra nel 2009, la charity controlla dichiarazioni di politici, contenuti mediatici e post virali sui social, cercando di separare i fatti dalla propaganda.
I ricercatori dell’organizzazione hanno individuato almeno venti casi di immagini e video falsi o fuorvianti legati al conflitto mediorientale che sono stati condivisi migliaia, in alcuni casi milioni, di volte. Ma, avvertono gli esperti, si tratta probabilmente solo della punta dell’iceberg: una piccola frazione del materiale manipolato che sta circolando online. In molti casi il trucco è semplice ma efficace: prendere un vecchio video e presentarlo come un evento appena accaduto.
Un filmato virale che mostrerebbe un attacco iraniano su Dubai, ad esempio, risale in realtà al 2024. Un altro video condiviso su Instagram come prova della distruzione di una base americana in Arabia Saudita documenta invece un bombardamento avvenuto nello Yemen nel luglio dello stesso anno. E una spettacolare esplosione attribuita a un attacco su Tel Aviv proviene in realtà da un incidente industriale avvenuto in Cina nel 2015. La disinformazione non sempre inventa: spesso ricicla.
• Quando le immagini non sono più reali
Ma la novità più inquietante riguarda l’uso crescente dell’IA. Durante il conflitto stanno circolando immagini completamente inventate: grattacieli in fiamme, città distrutte, satelliti che mostrerebbero basi militari rase al suolo. Alcune contengono perfino watermark digitali – filigrane invisibili che segnalano l’origine artificiale – ma il pubblico raramente se ne accorge.
Il problema è la velocità. Secondo diverse analisi, i video falsi legati alla guerra hanno raggiunto complessivamente centinaia di milioni di visualizzazioni sui social network.
In alcuni casi i video virali non provengono nemmeno da conflitti reali ma da videogiochi militari estremamente realistici: filmati tratti da simulatori di guerra sono stati condivisi sui social come se fossero immagini autentiche dal fronte, ingannando milioni di utenti.
In altre parole: la menzogna corre più veloce della verifica.
• Disinformazione e propaganda: quando le fake news colpiscono Israele
Nel grande flusso di disinformazione che accompagna ogni conflitto, anche Israele è spesso al centro di narrazioni false o manipolate. Alcune sono critiche politiche legittime, altre invece sono vere e proprie fake news che, una volta diffuse online, contribuiscono a costruire un’immagine distorta e radicalizzata del Paese e degli israeliani nel loro complesso.
Tra i casi più clamorosi c’è l’esplosione dell’ospedale Al-Ahli di Gaza, avvenuta il 17 ottobre 2023. Nelle prime ore dopo l’esplosione la notizia rimbalzò sui social e su molte testate internazionali con un’accusa immediata: Israele avrebbe bombardato l’ospedale causando centinaia di morti. La versione si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Analisi successive basate su immagini satellitari, traiettorie dei razzi e danni sul terreno hanno però indicato uno scenario diverso: secondo diverse valutazioni indipendenti l’esplosione sarebbe stata provocata da un razzo lanciato da Gaza e caduto accidentalmente sull’area dell’ospedale.
Un secondo esempio riguarda video virali di presunti bombardamenti israeliani su Gaza che in realtà provengono da contesti completamente diversi. Alcune spettacolari clip di esplosioni condivise milioni di volte sui social sono state ricondotte a eventi avvenuti anni prima in Siria o addirittura a incidenti industriali in Asia: immagini drammatiche, decontestualizzate e ripubblicate con nuove descrizioni per farle sembrare scene del conflitto in corso.
Il risultato non è soltanto un’informazione distorta sul conflitto. Le narrazioni manipolate contribuiscono a creare un’immagine demonizzata non solo di un governo – cosa legittima nel dibattito politico democratico – ma di un intero popolo. E questo clima si riflette spesso sugli ebrei della diaspora, alimentando tensioni e fenomeni di antisemitismo. È uno dei meccanismi più tipici della disinformazione: trasformare una questione geopolitica complessa in una narrazione emotiva e polarizzata.
• Una storia antica, un problema nuovo
La disinformazione, in realtà, non è una novità assoluta. Nel 1938 migliaia di americani entrarono nel panico dopo aver ascoltato alla radio l’iconica trasmissione in diretta di Orson Welles sulla presunta invasione dei marziani. Era un esperimento teatrale, ma molti lo scambiarono per una notizia reale. Esplose l’isteria collettiva, con molti ascoltatori che credevano davvero all’attacco alieno nel New Jersey. La differenza è che allora la bufala viaggiava su un singolo mezzo di comunicazione. Oggi la stessa notizia falsa può rimbalzare simultaneamente su migliaia di piattaforme, tradotta in decine di lingue e amplificata dagli algoritmi.
• Difendersi nell’era della realtà manipolata
In questo scenario non esiste una soluzione semplice. Né un algoritmo miracoloso che possa filtrare automaticamente il vero dal falso. La prima difesa resta quella più antica: il senso critico e la nostra intelligenza umana. Significa imparare a riconoscere le fonti affidabili, confrontare le informazioni, diffidare dei contenuti troppo spettacolari o emotivamente manipolatori. Significa soprattutto rallentare: non condividere immediatamente ciò che appare sullo schermo, ma chiedersi da dove arriva, chi lo ha prodotto, con quale interesse. È una forma di alfabetizzazione digitale che diventa sempre più indispensabile.
(Bet Magazine Mosaico, 11 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 20
Le sei città di rifugio
- Poi l'Eterno parlò a Giosuè, dicendo: “Parla ai figli d'Israele e di' loro: Stabilitevi le città di rifugio, delle quali vi parlai per mezzo di Mosè, affinché l'omicida che avrà ucciso qualcuno senza averne l'intenzione, vi si possa rifugiare; esse vi serviranno di rifugio contro il vendicatore del sangue.
- L'omicida si rifugerà in una di quelle città e, fermatosi all'ingresso della porta della città, esporrà il suo caso agli anziani di quella città; questi lo accoglieranno presso di loro dentro la città, gli daranno una dimora, ed egli si stabilirà fra loro. E se il vendicatore del sangue lo inseguirà, essi non gli daranno nelle mani l'omicida, poiché ha ucciso il prossimo senza averne l'intenzione, senza averlo odiato prima.
- L'omicida rimarrà in quella città finché, alla morte del sommo sacerdote che sarà in funzione in quei giorni, comparirà in giudizio davanti alla comunità. Allora l'omicida potrà tornarsene, e rientrare nella sua città e nella sua casa, nella città da dove era fuggito”.
- Essi dunque consacrarono Chedes in Galilea nella regione montuosa di Neftali, Sichem nella regione montuosa di Efraim e Chiriat-Arba, che è Ebron, nella regione montuosa di Giuda. E di là dal Giordano, a oriente di Gerico, stabilirono, nella tribù di Ruben, Beser, nel deserto, nell'altopiano; Ramot, in Galaad, nella tribù di Gad, e Golan in Basan, nella tribù di Manasse.
- Queste furono le città assegnate a tutti i figli d'Israele e allo straniero residente fra loro, affinché chiunque avesse ucciso qualcuno involontariamente potesse rifugiarvisi e non morisse per mano del vendicatore del sangue, prima di essere comparso davanti alla comunità.
(Notizie su Israele, 12 marzo 2026)
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Israele, nella notte missili da Iran e Hezbollah
di Ruben Caivano
Non si fermano e gli attacchi iraniani verso lo Stato ebraico, che questa notte ha lanciato quattro ondate di missili sul territorio israeliano. Le sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme, nel sud del paese e nella Valle del Giordano, con i sistemi di difesa aerea che hanno intercettato tutti i missili in arrivo. Secondo le prime informazioni date dell’IDF non risultano feriti. I centri di emergenza hanno ricevuto segnalazioni di un possibile impatto su una strada vicino a Har Gilo, mentre nel quartiere Mamilla di Gerusalemme sarebbero caduti detriti, causati da un’intercettazione dei missili. Anche dal nord gli attacchi da parte di Hezbollah non si fermano. Secondo fonti militari israeliane, da mercoledì i terroristi libanesi hanno lanciato circa 200 missili verso lo Stato ebraico. Di questi, circa 120 sarebbero entrati nello spazio aereo israeliano, mentre circa 80 sarebbero caduti prima di raggiungere il territorio israeliano. Nella notte durante un raffica di missili lanciati è stata colpita una casa nel moshav Haniel, nella valle di Hefer, nel centro di Israele. Non risultano tuttavia feriti. In un comunicato diramato dal consiglio regionale questa è l’ulteriore prova che “entrare nello spazio protetto quando suona l’allarme e rimanerci fino a che il Comando del Fronte Interno non annuncia che è sicuro uscire è sicuro e salva vite”. Nel frattempo, proseguono in Iran i raid mirati e congiunti da parte di Stati Uniti e Israele che, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa iraniana Ilna, avrebbero ucciso Akbar Ghaffari, viceministro dell’intelligence dell’Iran.
(Shalom, 12 marzo 2026)
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Come vedono i sunniti la guerra contro gli sciiti?
Mentre molti arabi accolgono con favore l'indebolimento di Teheran, cresce il timore di un nuovo ordine geopolitico in Medio Oriente.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Fonti di sicurezza israeliane, che dall'inizio degli attacchi aerei israelo-americani in Iran osservano l'umore dell'opinione pubblica nel mondo arabo, descrivono un atteggiamento profondamente ambivalente. Da un lato, in molte parti della regione si avverte un netto sollievo per l'indebolimento militare dell'Iran. Dall'altro lato, cresce la preoccupazione per le conseguenze di un possibile sconvolgimento geopolitico in Medio Oriente, che potrebbe portare a nuovi spostamenti di potere e a un'ulteriore instabilità.
Secondo queste fonti, la reazione dell'opinione pubblica araba e dei media è caratterizzata da sentimenti complessi e in parte contraddittori. Da un lato, ci sono voci che accolgono apertamente con favore la morte del leader rivoluzionario iraniano Ali Khamenei e l'indebolimento dell'“asse della resistenza” sciita. Per decenni, l'Iran ha sistematicamente ampliato la sua influenza in diversi Stati arabi: Iraq, Siria, Libano e Yemen. In alcune parti del mondo arabo, e in particolare in quello sunnita, l'indebolimento di Teheran è quindi visto come un'opportunità storica per porre fine a questa fase di dominio iraniano. Molti vedono in questo evento una possibile apertura a profondi cambiamenti all'interno dell'Iran, che potrebbero portare al rovesciamento del regime sciita dei mullah.
Soprattutto nei social network e nei media arabi ci si rallegra per la morte di Ali Khamenei in Iran, e ne abbiamo parlato più volte nel nostro canale Telegram. Bisogna fare una chiara distinzione tra i media ufficiali dei paesi arabi e le esultanze sui social media. Oltre alla gioia maligna per la dura sconfitta inflitta al loro rivale sciita da parte degli Stati Uniti e di Israele, i governi arabi vedono naturalmente anche i pericoli geopolitici per l'intera regione. E questi pericoli esistono, eccome, perché il Medio Oriente è così diviso al suo interno che non ha nulla a che vedere con la presenza di Israele nella regione. Detto tra noi: se c'è qualcuno che dimostra ragionevolezza e responsabilità in questo folle vicinato, quello è Israele.
La preoccupazione per le ulteriori conseguenze della guerra è chiaramente palpabile. Molti commentatori nel mondo arabo non considerano il conflitto esclusivamente come una reazione militare al programma nucleare iraniano o alla sua politica regionale. Gli attacchi potrebbero avere “conseguenze catastrofiche per la stabilità regionale e scatenare una nuova ondata di violenza”, avvertono i commentatori dell'emittente araba Al Jazeera. Il conflitto viene piuttosto interpretato come parte di una più ampia lotta di potere geopolitica, una lotta per il predominio in Medio Oriente e per la creazione di un nuovo ordine regionale. I media arabi riportano la guerra in modi diversi. Mentre alcune emittenti come Al-Arabiya presentano gli attacchi principalmente come un evento militare, altri media li interpretano come parte di un progetto geopolitico occidentale in Medio Oriente.
Nella stampa araba sta prendendo sempre più piede la tesi secondo cui gli Stati Uniti e l'Occidente stanno lavorando a una nuova architettura regionale in cui Israele sarà maggiormente integrato nelle strutture del Medio Oriente dal punto di vista politico, economico e della sicurezza. A questo proposito, i commentatori fanno riferimento a precedenti sviluppi geopolitici, come l'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003 o gli accordi di normalizzazione del 2020 tra Israele e diversi Stati arabi. Da questo punto di vista, si vuole e si può vedere nell'attuale guerra un ulteriore passo in un processo strategico a lungo termine.
Pertanto, in alcuni settori dell'opinione pubblica araba cresce la preoccupazione che la questione palestinese possa perdere ulteriormente importanza in un nuovo ordine regionale di questo tipo. Alcuni commentatori avvertono che una nuova architettura politica in Medio Oriente potrebbe essere sempre più determinata da interessi economici e di sicurezza, mentre le tradizionali linee di conflitto, in particolare il conflitto israelo-palestinese, passerebbero sempre più in secondo piano.
A ciò si aggiunge il ricordo delle profonde fratture politiche degli ultimi due decenni. Diversi Stati della regione, tra cui Iraq e Siria, hanno già vissuto massicci processi di disgregazione statale. Altri paesi come Libia, Sudan o Yemen continuano ad essere caratterizzati da gravi crisi politiche e conflitti persistenti. In questo contesto, numerosi osservatori avvertono che una guerra contro l'Iran potrebbe ulteriormente scuotere il fragile equilibrio della regione e scatenare nuove ondate di instabilità. Gli analisti arabi, tra cui anche il Doha Institute, vedono l'operazione militare come parte di una strategia più ampia volta a ridefinire l'equilibrio di potere in Medio Oriente.
Allo stesso tempo, gli analisti israeliani della sicurezza registrano anche voci nel mondo arabo che esprimono apertamente soddisfazione per l'indebolimento del potere militare del regime sciita di Teheran. In molti paesi arabi, Teheran è considerata un attore che, con i suoi interventi, ha contribuito in modo determinante alla destabilizzazione degli Stati arabi, sia attraverso le milizie terroristiche sciite in Iraq, sia attraverso Hezbollah in Libano, sia attraverso il suo ruolo nella guerra civile siriana, sia attraverso il suo sostegno al movimento Houthi nello Yemen. Dal punto di vista sunnita, l'Iran rappresenta una politica di ingerenza che aggrava le tensioni confessionali esistenti tra i paesi arabi e tra sciiti e sunniti e mina le strutture statali.
Tuttavia, anche tra i critici più accaniti dell'Iran permane la preoccupazione fondamentale che un Iran indebolito possa causare nuove tensioni strategiche. Un vuoto di potere, un possibile disgregamento interno del Paese o una lotta di potere regionale incontrollata potrebbero destabilizzare ulteriormente il già fragile equilibrio geopolitico del Medio Oriente. Il panorama mediatico arabo appare diviso: mentre alcuni commentatori accolgono con favore l'indebolimento dell'Iran, altri descrivono il conflitto come un intervento occidentale contro un centro di potere regionale.
In questo contesto, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non è vista nel mondo arabo solo come un conflitto militare tra Stati. È piuttosto percepita come parte di una svolta storica, come espressione di una lotta geopolitica globale per il futuro ordine del Medio Oriente. Mentre alcuni osservatori vedono in essa una rara opportunità per cambiamenti fondamentali, altri avvertono che proprio questo sconvolgimento potrebbe scatenare nuove lotte di potere, nuove linee di conflitto e una fase di profonda incertezza per l'intera regione.
(Israel Heute, 12 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La precisione delle operazioni militari contemporanee è il risultato di decenni di investimenti in istruzione scientifica e innovazione
Secondo un’analisi pubblicata in Israele
di Paolo Montesi
Le immagini delle operazioni militari israeliane degli ultimi mesi hanno impressionato molti osservatori per il livello di coordinamento tra intelligence, capacità tecnologiche e intervento operativo. Le azioni condotte contro obiettivi sensibili in Iran, rese possibili da una combinazione di raccolta di informazioni, strumenti di precisione e pianificazione meticolosa, hanno riacceso una domanda che accompagna da anni il dibattito strategico sul Medio Oriente. Da dove nasce la superiorità tecnologica che consente a Israele di condurre operazioni così complesse in uno scenario regionale estremamente ostile?
Un’analisi pubblicata dal sito israeliano N12 propone una risposta che sposta lo sguardo lontano dalle basi militari e dai centri di comando. L’origine di questa capacità, secondo molti analisti, si trova nelle aule scolastiche e nei laboratori universitari dove generazioni di studenti israeliani vengono formate nelle discipline scientifiche. Matematica, fisica, informatica e ingegneria rappresentano da decenni una priorità educativa in un paese che non dispone di grandi risorse naturali e che ha dovuto costruire la propria sicurezza facendo leva sul capitale umano.
La connessione tra istruzione e sicurezza nazionale non è un principio astratto ma una strategia che ha preso forma già nei primi decenni dello Stato di Israele. Università come il Technion di Haifa, l’Università Ebraica di Gerusalemme e il Weizmann Institute hanno sviluppato programmi scientifici di alto livello che hanno alimentato sia il settore civile sia quello militare. Nel tempo questa rete accademica si è saldata con l’industria tecnologica e con le unità d’élite dell’intelligence e delle forze armate, creando un ecosistema in cui ricerca scientifica e applicazioni operative si rafforzano reciprocamente. Uno degli esempi più citati riguarda il percorso che molti giovani israeliani compiono durante il servizio militare. Alcune unità tecnologiche dell’esercito, come la famosa Unit 8200 specializzata in intelligence elettronica e cyberwarfare, reclutano studenti con una forte preparazione scientifica e li inseriscono in programmi di formazione avanzata. Dopo il servizio molti di questi specialisti entrano nel settore dell’alta tecnologia, contribuendo alla crescita di un sistema economico che negli ultimi anni ha reso Israele uno dei principali centri mondiali dell’innovazione digitale.
La dimensione educativa appare ancora più rilevante se si considera la struttura demografica del paese. Israele conta poco più di nove milioni di abitanti e si trova circondato da paesi molto più popolosi. In questo contesto la superiorità tecnologica diventa una necessità strategica. I sistemi di difesa antimissile, le capacità di intelligence basate su algoritmi avanzati e le tecnologie di sorveglianza che caratterizzano le operazioni militari contemporanee nascono spesso da ricerche sviluppate in ambienti accademici o in start-up tecnologiche fondate da ex militari con formazione scientifica.
L’Università Ben-Gurion del Negev rappresenta uno dei simboli di questa integrazione tra ricerca e sicurezza. Nel campus di Beersheba operano centri di studio dedicati alla cyber-security e all’analisi dei dati che collaborano con l’industria e con le istituzioni statali. In queste strutture studenti e ricercatori lavorano su progetti che riguardano la protezione delle infrastrutture digitali, l’intelligenza artificiale e i sistemi di difesa avanzati.
Gli osservatori che studiano l’evoluzione della sicurezza israeliana sottolineano che la precisione delle operazioni militari attuali non può essere compresa senza tener conto di questo lungo investimento nell’istruzione. L’efficacia delle tecnologie militari riflette un processo che inizia molti anni prima del loro impiego sul campo e che passa attraverso insegnanti, laboratori e programmi di ricerca.
Il confronto strategico con l’Iran e con le organizzazioni armate sostenute da Teheran rende questo fattore ancora più evidente. In un ambiente regionale caratterizzato da conflitti prolungati e da una rapida evoluzione tecnologica, la capacità di formare nuove generazioni di scienziati e ingegneri diventa una componente essenziale della sicurezza nazionale. Per molti analisti la sfida dei prossimi decenni si giocherà proprio su questo terreno, perché la tenuta del sistema educativo e la sua capacità di attrarre talenti continueranno a determinare il vantaggio tecnologico su cui Israele ha costruito gran parte della propria resilienza strategica.
(Setteottobre, 12 marzo 2026)
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Tra quotidianità e attacchi: come gli israeliani vivono la guerra
Un caffè espresso, poi di nuovo il suono delle sirene: le persone cercano di mantenere un po' di normalità. Impressioni da una città tra quotidianità e stato di emergenza
di Cindy Riechau
Nel nord-ovest della metropoli costiera israeliana di Tel Aviv, durante il fine settimana si sente un boato insolitamente forte. Al termine di un attacco iraniano, in un quartiere della città numerose persone escono dai rifugi e si riversano in strada. La notizia si è diffusa: nella zona è caduto un frammento di razzo.
Da una settimana e mezza Israele e gli Stati Uniti stanno attaccando obiettivi in Iran. Il Paese reagisce lanciando missili su Israele e altri Stati della regione. Secondo i sondaggi, nonostante i bombardamenti a volte mortali, la grande maggioranza degli israeliani è favorevole alla guerra. Molti sperano anche in un rovesciamento del governo iraniano. Molti israeliani vedono la loro patria minacciata in modo esistenziale dal programma missilistico e nucleare iraniano.
Dopo l'impatto di domenica, la polizia ha allontanato i residenti e i curiosi, isolando l'area. Le forze speciali hanno prima verificato se ci fosse pericolo di esplosione. Un'auto è stata colpita e il frammento di missile ha provocato un grosso buco accanto ad essa.
La proprietaria dell'auto è visibilmente scioccata. “Non ero a casa”, ha riferito alla Deutsche Presse-Agentur. Anche il suo appartamento ha subito dei danni: suo marito le ha riferito che i vetri delle finestre sono andati in frantumi. Per fortuna lui è riuscito a sopravvivere all'attacco rifugiandosi nel bunker antiaereo. La donna non può dire altro: dai cellulari di tutti i presenti si sente di nuovo il suono stridulo dell'allarme della protezione civile israeliana. È in arrivo un altro attacco. La gente si affretta a raggiungere nuovamente i rifugi.
• Molte persone dormono nei rifugi
Molte persone dormono attualmente nei rifugi, anche perché altrimenti non riuscirebbero ad arrivare in tempo nei bunker durante la notte. Dopo l'allarme sul cellulare, restano solo pochi minuti per mettersi al sicuro. E non tutti hanno un bunker nelle immediate vicinanze. In un parcheggio sotterraneo a nord di Tel Aviv, alcuni residenti hanno persino montato delle tende dove attualmente dormono.
In superficie, in questi giorni si presenta un quadro che sembra quasi normale. La maggior parte dei negozi è aperta, sulla spiaggia di Tel Aviv la gente fa sport e non pochi israeliani trascorrono di nuovo il loro tempo nei caffè, nei bar o nei ristoranti. Tuttavia, i locali non sono affollati come al solito.
“Siamo abituati a situazioni eccezionali”, spiega l'avvocato Itay, che sta bevendo un espresso in un bar con un collega di lavoro. Gli attacchi missilistici fanno parte della vita quotidiana degli israeliani da decenni. Tuttavia, i missili iraniani sono considerati particolarmente pericolosi. “Ci adattiamo sempre alla situazione attuale”, continua il sessantenne. Ad esempio, quando si trova fuori casa, ora chiede sempre dove si trova il rifugio più vicino.
• Molti israeliani vanno al lavoro - scuole chiuse
Una cameriera del bar è meno serena riguardo alla situazione attuale: «Ho dei figli e in questo periodo vorrei davvero stare con loro», dice la 38enne Avital. Ma deve lavorare perché la sua famiglia ha bisogno di soldi, spiega l'israeliana mentre prepara un caffè per un cliente. I suoi figli sono con l'altra madre, quindi almeno sono in ottime mani. Gli asili e le scuole del Paese sono attualmente ancora chiusi.
Più volte al giorno vengono emessi allarmi di attacchi. Nei bar i bicchieri rimangono sui tavoli e nei supermercati i carrelli della spesa fermi. Dopo circa 20 minuti, di solito viene dato il cessato allarme e le persone possono lasciare i rifugi. A quel punto cercano di riprendere la loro routine quotidiana nel miglior modo possibile.
(Jüdische Allgemeine, 10 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 19
Territorio toccato a Simeone
- La seconda parte tirata a sorte toccò a Simeone, alla tribù dei figli di Simeone secondo le loro famiglie. La loro eredità era in mezzo all'eredità dei figli di Giuda. Ebbero nella loro eredità: Beer-Sceba, Seba, Molada, Asar-Sual, Bala, Asem, Eltolad, Betul, Corma, Siclag, Bet-Marcabot, Asar-Susa, Bet-Lebaot e Saruchen: tredici città e i loro villaggi; Ain, Rimmon, Eter e Asan: quattro città e i loro villaggi; e tutti i villaggi che stavano attorno a queste città, fino a Baalat-Beer, che è la Rama del sud. Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Simeone, secondo le loro famiglie. L'eredità dei figli di Simeone fu tolta dalla parte dei figli di Giuda, perché la parte dei figli di Giuda era troppo grande per loro; così i figli di Simeone ebbero la loro eredità in mezzo all'eredità di quelli.
Territorio toccato a Zabulon
- La terza parte tirata a sorte toccò ai figli di Zabulon, secondo le loro famiglie. Il confine della loro eredità si estendeva fino a Sarid. Questo confine saliva a occidente verso Mareala e giungeva a Dabbeset, e poi al torrente che scorre di fronte a Iocneam. Da Sarid girava a oriente, verso il sol levante, fino al confine di Chislot-Tabor; poi continuava verso Dabrat, e saliva a Iafia. Di là passava a oriente per Gat-Chefer, per Et-Casin, continuava verso Rimmon, prolungandosi fino a Nea. Poi il confine girava dal lato di settentrione verso Cannaton, e terminava alla valle d'Ifta-El. Esso includeva inoltre: Cattat, Naalal, Simron, Ideala e Betlemme: dodici città e i loro villaggi. Questa fu l'eredità dei figli di Zabulon, secondo le loro famiglie: quelle città e i loro villaggi.
Territorio toccato a Issacar
- La quarta parte tirata a sorte toccò a Issacar, ai figli di Issacar, secondo le loro famiglie. Il loro territorio comprendeva: Izreel, Chesullot, Sunem, Cafaraim, Scion, Anaarat, Rabbit, Chision, Abes, Remet, En-Gannim, En-Cadda e Bet-Pases. Poi il confine giungeva a Tabor, Saasim e Bet-Semes, e terminava al Giordano: sedici città e i loro villaggi. Questa fu l'eredità della tribù dei figli d'Issacar, secondo le loro famiglie: quelle città e i loro villaggi.
Territorio toccato ad Ascer
- La quinta parte tirata a sorte toccò ai figli di Ascer, secondo le loro famiglie. Il loro territorio comprendeva: Chelcat, Cali, Beten, Acsaf, Allammelec, Amad, Misal. Il loro confine giungeva, verso occidente, al Carmelo e a Sior-Libnat. Poi girava dal lato del sol levante verso Bet-Dagon, giungeva a Zabulon e alla valle di Ifta-El al nord di Bet-Emec e di Neiel, e si prolungava verso Cabul a sinistra, e verso Ebron, Reob, Cammon e Cana, fino a Sidone la grande. Poi il confine girava verso Rama, fino alla città forte di Tiro, girava verso Cosa, e terminava al mare dal lato del territorio di Acrib. Esso includeva inoltre: Umma, Afec e Reob: ventidue città e i loro villaggi. Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Ascer, secondo le loro famiglie: queste città e i loro villaggi.
Territorio toccato a Neftali
- La sesta parte tirata a sorte toccò ai figli di Neftali, secondo le loro famiglie. Il loro confine si estendeva da Chelef, da Elon-Bezaanannim, Adami-Necheb e Iabneel fino a Laccun e terminava al Giordano. Poi il confine girava a occidente verso Aznot-Tabor, e di là continuava verso Cucoc; giungeva a Zabulon dal lato meridionale, ad Ascer dal lato occidentale, e a Giuda del Giordano dal lato orientale. Le città forti erano: Siddim, Ser, Cammat, Raccat, Chinneret, Adama, Rama, Asor, Chedes, Edrei, En-Asor, Ireon, Migdal-El, Corem, Bet-Anat e Bet-Semes: diciannove città e i loro villaggi. Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Neftali, secondo le loro famiglie: queste città e i loro villaggi.
Territorio toccato a Dan
- La settima parte tirata a sorte toccò alla tribù dei figli di Dan, secondo le loro famiglie. Il confine della loro eredità comprendeva: Sorea, Estaol, Ir-Semes, Saalabbin, Aialon, Itla, Elon, Timnata, Ecron, Elteche, Ghibbeton, Baalat, Ieud, Bene-Berac, Gat-Rimmon, Me-Iarcon e Raccon con il territorio di fronte a Iafo. Il territorio dei figli di Dan si estese più lontano, poiché i figli di Dan salirono a combattere contro Lesem; la presero e la misero a fil di spada; ne presero possesso, vi si stabilirono, e la chiamarono Lesem Dan, dal nome di Dan loro padre. Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Dan, secondo le loro famiglie: queste città e i loro villaggi. Quando i figli d'Israele ebbero finito di distribuirsi l'eredità del paese secondo i suoi confini, diedero a Giosuè, figlio di Nun, una eredità in mezzo a loro. Secondo l'ordine dell'Eterno, gli diedero la città che egli chiese: Timnat-Sera, nella regione montuosa di Efraim. Egli costruì la città e vi stabilì la sua dimora. Queste sono le eredità che il sacerdote Eleazar, Giosuè figlio di Nun e i capifamiglia delle tribù dei figli d'Israele distribuirono a sorte a Silo, davanti all'Eterno, all'ingresso della tenda di convegno. Così compirono la spartizione del paese.
(Notizie su Israele, 11 marzo 2026)
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Attacchi notturni e nuove tensioni nella regione: l'Iran lancia missili su Israele
Panoramica della situazione
Durante la notte si sono verificati nuovamente diversi attacchi missilistici dall'Iran contro Israele. Secondo le informazioni fornite dall'esercito, da mezzanotte sono state lanciate almeno tre salve di missili balistici.
In numerose città, tra cui Tel Aviv e alcune regioni nel centro del Paese e nella zona di Gerusalemme, sono risuonate ancora una volta le sirene. Non sono stati segnalati feriti o colpi diretti. Diversi proiettili sono stati intercettati o sono caduti in zone disabitate. Lo hanno riferito i media israeliani.
Il servizio di soccorso Magen David Adom ha confermato in mattinata che non sono stati registrati feriti e che la popolazione ha potuto lasciare i rifugi. Allo stesso tempo, i sistemi di difesa aerea israeliani hanno funzionato a pieno regime durante gli attacchi.
Parallelamente agli attacchi missilistici, Israele ha continuato le proprie operazioni militari. Secondo fonti militari, l'aviazione ha attaccato soldati iraniani che stavano preparando droni per attacchi contro Israele nell'Iran occidentale. L'esercito ha dichiarato che molti di loro sono stati uccisi poco prima del previsto lancio dei missili.
• Danni ingenti alla base aerea
Inoltre, l'esercito israeliano ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro le infrastrutture dell'organizzazione terroristica libanese Hezbollah nella periferia sud di Beirut, un noto centro di potere della milizia sciita. In precedenza, l'IDF aveva nuovamente invitato all'evacuazione delle zone colpite.
I media libanesi hanno anche riferito di un attacco israeliano contro un appartamento nel centro della capitale Beirut, in cui sarebbero state uccise quattro persone. Non è ancora chiaro di chi si trattasse.
Nuove immagini satellitari indicano inoltre danni considerevoli a una base aerea iraniana vicino a Isfahan. Nelle immagini si vedono diversi aerei da combattimento F-14 distrutti o gravemente danneggiati, che si trovavano sulle piste o negli hangar. Israele aveva già dichiarato in precedenza di aver distrutto anche sistemi di difesa aerea e postazioni radar durante gli attacchi nella regione.
Gli F-14 risalgono al periodo precedente la rivoluzione islamica del 1979 e sono considerati gli ultimi esemplari di questo tipo ancora in servizio in tutto il mondo.
L'escalation sta avendo un impatto crescente su tutta la regione. In Arabia Saudita, il Ministero della Difesa ha riferito di aver intercettato sette missili balistici lanciati dall'Iran. Gli obiettivi includevano una base aerea e aree nella parte orientale del Paese.
Anche in Kuwait e in Iraq si sono verificati incidenti. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato di aver lanciato due missili contro una base militare statunitense a sud di Kuwait City. Non ci sono state conferme iniziali. Inoltre, nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, un complesso diplomatico statunitense è stato colpito da un drone. Diversi altri droni sarebbero stati abbattuti.
Nel frattempo, al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, una nave portacontainer è stata colpita da un proiettile sconosciuto. Secondo un'autorità di sicurezza britannica, la nave ha subito danni, ma l'equipaggio è rimasto illeso.
• Teheran annuncia ritorsioni
Le forze armate iraniane hanno annunciato ulteriori reazioni ai recenti attacchi americano-israeliani. Un portavoce militare ha dichiarato che si risponderà con attacchi alle zone residenziali. Allo stesso tempo, ha invitato gli Stati della regione a segnalare eventuali “nascondigli sionisti statunitensi” per poter condurre attacchi iraniani in modo più preciso.
Nel frattempo, secondo il comando del fronte interno israeliano, circa la metà dei missili balistici lanciati finora dall'Iran sono dotati di munizioni a grappolo. A differenza delle testate classiche, queste armi distribuiscono numerose bombe più piccole su un'area più ampia.
Sebbene le singole esplosioni possano essere meno distruttive di un colpo diretto di una testata di grandi dimensioni, il numero di possibili punti di impatto aumenta in modo significativo. L'esercito ha sottolineato che tali testate, nonostante la minore potenza esplosiva, possono comunque essere letali.
• Errore tecnico nella difesa missilistica
Nel frattempo, l'IDF ha ammesso che all'inizio della settimana si è verificato un insolito incidente nella difesa missilistica. Due missili lanciati dal Libano da Hezbollah hanno colpito il centro di Israele senza che fossero state attivate le sirene. Anche i missili intercettori hanno mancato il bersaglio.
Secondo l'esercito, un'indagine ha rivelato che si è trattato di un problema tecnico. Nuove modifiche dovrebbero ora garantire che errori simili siano evitati in futuro.
(Jüdische Allgemeine, 11 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’Iran lancia una campagna terroristica senza precedenti contro gli israeliani all’estero
Teheran sta ora reclutando organizzazioni criminali, mercenari e agenti locali per agire direttamente. Gli israeliani all’estero sono invitati a evitare le case Chabad, i ristoranti kosher e i segni visibili dell’identità ebraica.
di Nina Prenda
L’Iran dà il via ad una campagna del terrore senza precedenti contro gli israeliani all’estero. Questo è quanto riporta The Jerusalem Post in base alle informazioni di un alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, il quale ha dichiarato che l’Iran ha avviato una “rimozione senza precedenti delle restrizioni” abbandonando le reti proxy per agire direttamente. “Niente proxy, niente filtri. Dove possono agire, agiscono”, ha affermato il funzionario. “Sia con determinazione sfacciata che in modo “sporco”. È un cambiamento fondamentale nell’approccio perché sentono di non avere nulla da perdere in questo momento, dato ciò che hanno subito”. In passato, l’Iran ha quasi sempre operato attraverso proxy che gli consentono di negare il coinvolgimento. Eppure, secondo il funzionario, ora credono di non avere nulla da perdere.
Sono stati emessi avvisi di viaggio per Armenia, Azerbaigian e Georgia. Teheran sta ora reclutando organizzazioni criminali, mercenari e agenti locali. Gli israeliani all’estero sono invitati a evitare le case Chabad, i ristoranti kosher e i segni visibili dell’identità ebraica.
Nel frattempo, l’Iran e il suo proxy Hezbollah in Libano continuano a lanciare droni e missili contro Israele. La maggior parte degli attacchi sono diretti al nord di Israele e al centro, vicino Tel Aviv.
(Bet Magazine Mosaico, 11 marzo 2026)
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Migliaia di turisti hanno lasciato Israele dall'inizio della guerra
Dall'inizio del conflitto militare, circa 16.000 visitatori stranieri hanno già lasciato Israele. Allo stesso tempo, decine di migliaia di turisti rimangono nel Paese, mentre il Ministero del Turismo cerca di organizzare la loro partenza e allo stesso tempo di aiutare gli israeliani coinvolti.
Secondo i dati del Ministero del Turismo israeliano, all'inizio dell'operazione nel Paese si trovavano circa 37.000 turisti. Da allora, circa 16.000 di loro hanno lasciato il Paese, mentre circa 2.500 sono entrati nonostante la situazione di sicurezza. Attualmente, circa 21.500 visitatori stranieri si trovano ancora in Israele.
La situazione è stata complicata dal fatto che lo spazio aereo israeliano è stato temporaneamente chiuso all'inizio del conflitto. Molti turisti hanno quindi dovuto utilizzare vie alternative per lasciare il Paese.
• Partenza attraverso l'Egitto e voli limitati
Durante la chiusura dello spazio aereo, il Ministero del Turismo ha organizzato un servizio di trasporto speciale per il valico di frontiera di Taba, al confine con l'Egitto. Centinaia di viaggiatori hanno approfittato di questa opportunità per lasciare il Paese via terra.
Dopo la parziale riapertura dello spazio aereo israeliano, questo servizio di trasporto speciale è stato sospeso. I turisti possono ora lasciare il Paese tramite voli internazionali limitati.
Nonostante la situazione di sicurezza tesa, alcuni visitatori continuano ad arrivare in Israele. Secondo i dati del ministero, dall'inizio dell'operazione sono arrivati nel Paese circa 2.500 nuovi turisti.
• Il ministero sostiene anche gli sfollati
Parallelamente all'assistenza ai turisti, il ministero del Turismo aiuta anche gli israeliani le cui case sono state danneggiate dai missili iraniani. Più di 2.300 persone sono state ospitate in hotel in tutto il Paese dopo che le loro case sono diventate inagibili.
Il direttore generale del ministero, Michael Izhakov, ha visitato diversi di questi hotel e ha parlato di un compito nazionale complesso. “Oltre alla nostra responsabilità di aiutare i cittadini le cui case sono state danneggiate, ci sentiamo anche in dovere di aiutare le decine di migliaia di turisti che si trovano in Israele in questo momento difficile”, ha spiegato.
Mentre la guerra continua e gli allarmi missilistici continuano a suonare, il governo sta cercando di garantire sia la sicurezza dei visitatori che la loro partenza ordinata, fornendo allo stesso tempo alloggi agli israeliani sfollati.
(Israel Heute, 11 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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California, ebrei picchiati davanti a un ristorante a San Jose
di Jacqueline Sermoneta
La polizia di San Jose, in California, sta indagando su una violenta aggressione, considerata come possibile crimine d’odio, avvenuta nel quartiere commerciale di Santana Row. Lior Zeevi, 47 anni, e Daniel Levy, 48 anni, entrambi con cittadinanza israeliana e americana, domenica scorsa sono stati picchiati mentre attendevano un tavolo all’esterno del ristorante “Augustine”.
Secondo quanto riferito dalle vittime all’emittente ABC, tre giovani si sarebbero avvicinati improvvisamente iniziando a colpirli senza apparente motivo. I due amici ritengono di essere stati presi di mira perché stavano parlando in ebraico. Durante l’aggressione, raccontano, gli assalitori avrebbero colpito ripetutamente alla testa uno dei due uomini. Alcuni testimoni presenti sulla scena hanno riferito di aver udito frasi e insulti antisemiti durante lo scontro. Un altro testimone ha affermato di aver sentito qualcuno urlare: “Non si scherza con l’Iran”.
Entrambi gli uomini hanno riportato ferite. Uno di loro ha perso conoscenza ed è stato successivamente medicato con punti di sutura, mentre l’altro ha riportato tagli e contusioni. I due sono stati trasportati in ospedale per ricevere cure mediche.
Video girati da presenti mostrano gli aggressori mentre colpiscono le vittime con pugni e calci, tra lo shock dei passanti che chiedevano la fine della violenza. I sospettati sono fuggiti prima dell’arrivo della polizia e al momento non risultano arresti.
“Un orribile attacco contro membri della comunità ebraica locale ha avuto luogo in pieno giorno a Santana Row, a San Jose”, ha affermato Marc Levine, direttore dell’ufficio regionale dell’Anti-Defamation League a San Francisco.
Marco Sermoneta, Console Generale di Israele a San Francisco, ha condannato l’attacco in un post su X e ha invitato i funzionari locali e statali e le forze dell’ordine ad affrontare l’incidente “rapidamente ed efficacemente”.
(Shalom, 11 marzo 2026)
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L’illusione di abbattere il regime di Teheran solo con i bombardamenti
di Niram Ferretti
• Una guerra senza esito finale?
È proverbiale dire che le guerre si sa come cominciano ma non come finiscano. Mai, come nel caso dell’attacco congiunto israelo-americano all’Iran, partito il 28 febbraio, la frase risulta calzante.
I bombardamenti serrati alle strutture missilistiche, alla flotta navale, l’uccisione di numerosi alti esponenti militari, coronata da quella di Khamenei, hanno immediatamente mostrato la potenza e l’efficacia operativa dei due Paesi con gli eserciti più tecnologici e avanzati del pianeta.
Tutto questo è galvanizzante per chi spera che il regime autoritario e terrorista che da 47 anni governa l’Iran possa, finalmente, sparire dalla scena. Ma al di là dei successi, resta irrisolta la questione fondamentale, quale è l’obiettivo finale che si pone questa guerra?
• Obiettivi variabili
Donald Trump, come suo costume, ha continuato a variarne la finalità con dichiarazioni contrastanti mentre Benjamin Netanyahu ha ripetuto più volte che la libertà del popolo iraniano si avvicina (dichiarazione retorica già spesa altre volte recentemente, senza che ciò sia avvenuto).
Due sono le condizioni necessarie affinché il regime di Teheran possa cadere: che ci sia una opposizione interna strutturata e in grado di avere come sponda una parte dell’apparato militare, oppure che Stati Uniti e Israele decidano una invasione di terra. Nessuna delle due condizioni, sicuramente non la prima, si è manifestata.
Ma è questo l’obiettivo di questa guerra? Così non sembra. La realtà è che Trump pensava che dopo i forti colpi inferti, il regime, atterrito, si ponesse nella condizione di scendere a miti consigli e si predisponesse a una collaborazione con gli Stati Uniti sul modello venezuelano. Non è successo e non può succedere.
• La specificità iraniana
La differenza ideologica e strutturale tra il regime di Maduro e quello degli Ayatollah è abissale. Il primo è un regime laico fondato sulla corruzione e totalmente privo di uno slancio egemonico e missionario, i due elementi fondanti del secondo, teocratico, creato da Khomeini. Per questo motivo il regime di Teheran non accetterà alcun negoziato con il “Grande Satana” che possa compromettere la sua stessa ragione d’essere.
Non basta dunque per piegarlo una grande dimostrazione di forza, così come non è bastato, per portarlo al tavolo dei negoziati in una posizione soccombente la minaccia dell’uso di quella stessa forza ora in azione.
L’incapacità dell’attuale amministrazione americana di discernere la specificità dei suoi interlocutori, di considerarli tutti come attori suscettibili di cedere alle stesse pressioni, di fare valutazioni prettamente materiali e pragmaticamente vantaggiose, lo si è visto anche nei confronti di Hamas.
Per Teheran, come per la formazione jihadista da esso foraggiata, ciò che conta sopra ogni altra considerazione è la “missione”, è l’ideale, i vantaggi economici, materiali, sono del tutto secondari. Se si riescono a ottenere restano subordinati all’obiettivo principale, che è ideale, valoriale. Si tratta di un orizzonte totalmente al di fuori della percezione geopolitica dell’Amministrazione Trump, per la quale la politica estera si declina in senso puramente transazionale e finanziario.
Colpire duramente l’Iran come stanno facendo ora Sati Uniti e Israele, senza porre in essere l’obiettivo di abbattere il regime, e quindi impiegando altre modalità operative, dall’invio massiccio di soldati, al bombardamento delle infrastrutture vitali per il suo sostentamento, quella petrolifera ed energetica, potrà al massimo indebolirlo, renderlo meno temibile per un periodo, ma non eliminarlo.
• La rinuncia agli Opliti
Ciò ci porta ad affrontare l’aspetto cardinale della questione, ovvero l’indisponibilità contemporanea di fare la guerra come è sempre stata fatta, con i soldati sul campo, e non solo con i mezzi più sofisticati di cui dispone la tecnologia militare. Non bastano, anche oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, dei droni, delle bombe in grado di perforare il terreno a centinaia di metri di profondità, per vincere le guerre, e sicuramente non sono sufficienti da soli per porre fine a un regime fondato sulla persuasione palingenetica di essere la soluzione per i mali del mondo, soluzione che esige, necessariamente, la distruzione di Israele. Ci vogliono i moderni Opliti, ci vogliono gli uomini da spendere sul terreno, come è sempre accaduto in tutte le guerre combattute nel corso della storia.
La rinuncia all’impegno di soldati su vasta scala in un teatro estero è, dal 2003, anno della seconda guerra del Golfo, un imperativo che ha guidato tutte le amministrazioni succedute a quella di George W Bush.
Viviamo il paradosso che la più grande potenza militare esistente, gli Stati Uniti, non ha più intenzione di impiegare il suo esercito per combattere le guerre. Certamente non sarà Donald Trump, che di questa scelta ha fatto uno dei cardini della sua politica estera, a derogare da questo principio, e Israele, da solo, non è in grado dopo due anni di estenuante guerra a Gaza, dove tuttavia Hamas continua a governare poco meno di metà della Striscia, di potere impiegare i propri soldati per abbattere il regime di Teheran.
(L'informale, 10 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 18
Territorio toccato alla tribù di Beniamino
- Poi tutta la comunità dei figli d'Israele si radunò a Silo, dove eressero la tenda di convegno. Il paese era loro sottomesso.
- Ma rimanevano, tra i figli d'Israele, sette tribù che non avevano ricevuto la loro eredità. E Giosuè disse ai figli d'Israele: “Fino a quando vi mostrerete lenti ad andare a prendere possesso del paese che l'Eterno, l'Iddio dei vostri padri, vi ha dato? Sceglietevi tre uomini per tribù e io li manderò. Essi si alzeranno, percorreranno il paese, ne faranno la descrizione in vista della spartizione, poi torneranno da me. Lo divideranno in sette parti: Giuda rimarrà nei suoi confini a meridione, e la casa di Giuseppe rimarrà nei suoi confini a settentrione. Voi farete dunque la descrizione del paese, dividendolo in sette parti; me la porterete qui, e io tirerò a sorte qui, davanti all'Eterno, al nostro Dio. I Leviti non devono avere nessuna parte in mezzo a voi, poiché il sacerdozio dell'Eterno è la loro parte; e Gad, Ruben e la mezza tribù di Manasse hanno già ricevuto, al di là del Giordano, a oriente, l'eredità che Mosè, servo dell'Eterno, ha dato loro”.
- Quegli uomini dunque si alzarono e partirono; e a loro, che andavano a fare la descrizione del paese, Giosuè diede quest'ordine: “Andate, percorrete il paese, e fatene la descrizione; poi tornate da me, e io tirerò a sorte le parti qui, davanti all'Eterno, a Silo”. E quegli uomini andarono, percorsero il paese, ne fecero la descrizione per città in un libro, dividendolo in sette parti; poi tornarono da Giosuè, all'accampamento di Silo. Allora Giosuè trasse a sorte le parti a Silo davanti all'Eterno, e là spartì il paese tra i figli d'Israele, assegnando a ciascuno la sua parte.
- Fu tirata a sorte la parte della tribù dei figli di Beniamino, secondo le loro famiglie; e la parte che toccò loro aveva i suoi confini tra i figli di Giuda e i figli di Giuseppe.
- Dal lato di settentrione, il loro confine partiva dal Giordano, risaliva il versante di Gerico al nord, saliva per la contrada montuosa verso occidente, e terminava al deserto di Bet-Aven. Di là passava per Luz, sul versante meridionale di Luz (che è Betel), e scendeva ad Atarot-Addar, presso il monte che è a sud di Bet-Oron inferiore.
- Poi il confine si prolungava e, dal lato occidentale, girava a meridione del monte posto di fronte a Bet-Oron, e terminava a Chiriat-Baal, che è Chiriat-Iearim, città dei figli di Giuda. Questo era il lato occidentale.
- Il lato meridionale cominciava all'estremità di Chiriat-Iearim. Il confine si prolungava verso occidente fino alla sorgente delle acque di Neftoa; poi scendeva all'estremità del monte posto di fronte alla valle di Ben-Innom, che è nella vallata dei Refaim, al nord, e scendeva per la valle di Innom, sul versante meridionale dei Gebusei, fino a En-Roghel. Si estendeva quindi verso il nord, e giungeva a En-Semes; di là si dirigeva verso Ghelilot, che è di fronte alla salita di Adummim, e scendeva al sasso di Boan, figlio di Ruben; poi passava per il versante settentrionale, di fronte ad Araba, e scendeva ad Araba. Il confine passava quindi per il versante settentrionale di Bet-Ogla e terminava al golfo nord del Mar Salato, all'estremità meridionale del Giordano. Questo era il confine meridionale.
- Il Giordano faceva da confine dal lato orientale. Questa fu l'eredità dei figli di Beniamino, secondo le loro famiglie, con i suoi confini da tutti i lati. Le città della tribù dei figli di Beniamino, secondo le loro famiglie, furono: Gerico, Bet-Ogla, Emec-Chesis, Bet-Araba, Semaraim, Betel, Avvim, Para, Ofra, Chefar-Ammonai, Ofni e Gheba: dodici città e i loro villaggi; Gabaon, Rama, Beerot, Mispa, Chefira, Mosa, Recem, Irpeel, Tareala, Sela, Elef, Gebus, che è Gerusalemme, Ghibeat e Chiriat: quattordici città e i loro villaggi. Questa fu l'eredità dei figli di Beniamino, secondo le loro famiglie.
(Notizie su Israele, 10 marzo 2026)
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La debole risposta del regime iraniano all’attacco israeliano
Strategia militare o incapacità governativa? Nonostante le delicate fasi già in atto e l’indiscutibile superiorità militare di Israele e Stati Uniti, l’ultima parola non è ancora stata pronunciata. Il regime iraniano potrebbe ancora sorprendere con mosse inattese o escalation locali, ma il quadro complessivo resta chiaro: un gatto che miagola difficilmente potrà mai sconfiggere un leone che ruggisce. E finora, sembra che il regime abbia fatto ben poco per cambiare questa realtà.
di David Zebuloni
Dieci giorni sono trascorsi dall’inizio dell’operazione congiunta israelo-americana “Ruggito del Leone” contro il regime iraniano e il suo impero terroristico in Medio Oriente, e il ruggito degli eserciti democratici, in effetti, si è fatto sentire eccome. Il regime, invece, sembra piuttosto limitarsi a un flebile miagolio. La grande risposta difensiva iraniana, almeno finora, pare ridursi infatti a una serie di attacchi caotici e maldestri in diverse aree della regione. Secondo molti analisti, potrebbero essere gli ultimi colpi di coda di un regime sempre più in difficoltà.
Persino in Israele molti cittadini si dicono sorpresi. Nonostante le sirene continuino a suonare senza sosta, giorno e notte, i missili iraniani non sembrano aver provocato le stragi che molti temevano. “Non c’è dubbio che la difesa israeliana si sia notevolmente evoluta, e altrettanto chiaro è che gli attacchi dell’aeronautica contro i lanciatori e i missili in Iran, condotti in collaborazione con gli Stati Uniti, abbiano un impatto significativo”, spiega l’ex generale Gershon Hacohen, senior research fellow al Centro Begin-Sadat per Studi Strategici, in un’intervista a Makor Rishon. “Allo stesso tempo, però, sembra che la capacità del regime di prendere decisioni e coordinare le proprie strutture stia diventando più complessa”.
Sullo sfondo dell’intervista continuano a risuonare le sirene antimissile, ma al contempo emerge chiaramente il fallimento iraniano nel minacciare davvero la routine quotidiana israeliana. Tuttavia, Hacohen invita a non abbassare la guardia. “Non si tratta di una partita di calcio, in cui chi è in vantaggio numerico vince, ma di una guerra in cui conta la direzione strategica”, osserva. “Questa è la grande differenza rispetto al calcio, dove il risultato è tutto e non ha conseguenze oltre il fischio finale. In una guerra prolungata, invece, entrano in gioco anche lo spirito e la resilienza dei popoli”.
Un elemento particolarmente evidente della guerra in corso è l’ampiezza molto maggiore degli obiettivi delle Forze di Difesa Israeliane e, in questo caso, anche di quelle americane. “Oltre al fine principale di rovesciare il regime, dall’inizio evidente come obiettivo strategico centrale, Israele punta oggi a distruggere anche il sistema missilistico iraniano, l’industria che produce i missili, i comandi e le basi, oltre i siti legati al programma nucleare”, conferma Hacohen. “In altre parole, l’insieme degli obiettivi è molto più ampio rispetto a quello dell’operazione precedente”.
Un altro elemento da considerare è che il regime degli ayatollah oggi non è lo stesso di quello di giugno: si presenta come un organismo profondamente mutato, con capacità e risorse diverse rispetto a qualche mese fa. “Il regime è certamente più debole, su questo non c’è dubbio”, sottolinea l’ex generale, «ma la peculiarità di regimi di questo tipo è la capacità di resistere anche da una posizione di debolezza. È un sistema che, fin dall’inizio, si basa su flessibilità e capacità di assorbire gli urti. Questo è uno dei suoi tratti fondamentali e più pericolosi”.
Posizioni simili, talvolta quasi identiche, sono espresse anche da Moran Alaluf, ricercatrice esperta di Iran e Medio Oriente e membro del Forum Deborah. Come Hacohen, anche lei, pur riconoscendo le notevoli capacità di difesa di Israele e la sorprendente debolezza del regime, adotta un tono ottimisticamente cauto, sottolineando però che la campagna è ancora in corso e non si può considerare conclusa.
“Non c’è dubbio che i sistemi di difesa di Israele siano tra i migliori al mondo, e questo fa certamente la differenza”, spiega la ricercatrice in un’intervista a Libero Quotidiano. “Inoltre qui operano anche sistemi americani giunti nella regione: si tratta quindi di uno sforzo congiunto. Presumo che vi siano anche altri attori nell’area che partecipano alle operazioni di intercettazione”.
Nonostante il netto vantaggio di Israele e degli Stati Uniti, Alaluf individua un’altra ragione alla base della debolezza emergente del regime degli ayatollah. “Finora, gli iraniani non hanno lanciato salve su larga scala: non sparano decine o centinaia di missili”, spiega. “Ma questo non significa che vadano sottovalutati: la situazione attuale non esclude che possano verificarsi eventi gravi in futuro”.
Secondo l’esperta, infatti, il tema della sicurezza in Israele è più complesso di quanto sembri. “Il regime è senza dubbio sotto pesanti bombardamenti”, chiarisce. “I satelliti individuano i siti di lancio e li distruggono. Tuttavia, non ho dubbi che il regime cercherà di sorprendere i propri avversari. Abbiamo già visto l’ingresso di Hezbollah, per esempio. Gli Houthi, invece, no. Probabilmente vogliono riservarli a una fase successiva, nel caso Hezbollah subisca danni significativi. Monitorano costantemente la situazione sul terreno”.
In altre parole, c’è una spiegazione per cui finora non abbiamo assistito alla stessa intensità di lanci vista durante l’operazione precedente. “Il regime deve gestire la sua capacità di colpire l’intera regione, come promesso”, spiega Moran Alaluf. “A mio avviso, la vera ragione per cui verso Israele vengono lanciati solo pochi missili è la volontà di preservare l’arsenale per il futuro. Gli iraniani sanno che si tratta di una guerra lunga: se ora impiegassero tutta l’artiglieria, esaurirebbero rapidamente le risorse”.
Sì, nonostante le delicate fasi già in atto e l’indiscutibile superiorità militare di Israele e Stati Uniti, l’ultima parola non è ancora stata pronunciata. Il regime iraniano potrebbe ancora sorprendere con mosse inattese o escalation locali, ma il quadro complessivo resta chiaro: un gatto che miagola difficilmente potrà mai sconfiggere un leone che ruggisce. E finora, sembra che il regime abbia fatto ben poco per cambiare questa realtà.
(Bet Magazine Mosaico, 10 marzo 2026)
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Cosa ne pensa il mondo arabo della guerra con l’Iran
di Haamid B. al-Mu’tasim
Alti funzionari della sicurezza israeliana, che hanno seguito il dibattito pubblico e mediatico nel mondo arabo fin dall’inizio della guerra, affermano che la reazione al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è caratterizzata da sentimenti complessi e talvolta persino contraddittori.
Da un lato, si levano voci di soddisfazione nell’opinione pubblica e nella stampa araba per l’assassinio della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, e per l’indebolimento dell'”asse della resistenza”, dopo decenni di profondo coinvolgimento iraniano nei paesi arabi, tra cui Iraq, Siria, Libano e Yemen. In alcune parti del mondo arabo, l’attacco all’Iran è visto come un’opportunità per aprire un nuovo capitolo regionale e persino come una porta d’accesso a un processo che potrebbe anche alleviare la situazione dello stesso popolo iraniano.
Tuttavia, accanto a questi sentimenti, c’è anche un reale timore per le implicazioni più ampie della guerra. Molti nel mondo arabo la vedono non solo come una risposta alla politica regionale dell’Iran o al suo programma nucleare, ma anche come parte di una più ampia lotta geopolitica per l’egemonia regionale e la definizione di un nuovo ordine in Medio Oriente.
Tra i commentatori della stampa araba, si sta diffondendo l’idea che gli Stati Uniti e l’Occidente stiano lavorando per costruire una nuova struttura regionale, in cui Israele si integri politicamente, economicamente e in termini di sicurezza. In questo contesto, diversi commentatori menzionano precedenti iniziative americane, tra cui l’invasione dell’Iraq nel 2003 e gli accordi di normalizzazione firmati nel 2020 tra Israele e i paesi arabi. Alcuni ritengono che questi processi possano indebolire la centralità della questione palestinese e creare un nuovo quadro regionale, basato principalmente su interessi economici e di sicurezza.
I commentatori sottolineano anche la persistente instabilità in Medio Oriente, come testimoniato dalla disintegrazione di paesi come Iraq e Siria, e dalle crisi in corso in Libia, Sudan e Yemen. Affermano che l’attuale guerra contro l’Iran potrebbe aggravare ulteriormente l’instabilità e persino portare a ulteriori cambiamenti negli equilibri di potere regionali.
Allo stesso tempo, i funzionari della sicurezza stanno anche identificando voci che esprimono soddisfazione per il danno arrecato alla potenza militare dell’Iran, percepito da molti nel mondo arabo come un fattore che ha contribuito all’indebolimento dei paesi arabi e all’intensificazione delle tensioni settarie. Tuttavia, anche tra i più severi critici dell’Iran, esiste una riserva sulla guerra e sulle sue possibili conseguenze. La preoccupazione principale è che l’indebolimento dell’Iran creerà una nuova realtà regionale, in cui i paesi arabi si troveranno ad affrontare un diverso tipo di pressione strategica.
In conclusione, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è percepita nel mondo arabo non solo come un conflitto tra paesi, ma come parte di una più ampia lotta per il futuro del Medio Oriente. Mentre alcuni la vedono come un’opportunità di cambiamento, altri avvertono dell’apertura di un nuovo capitolo nelle lotte di potere regionali.
(Rights Reporter, 10 marzo 2026)
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L'attivista per i diritti umani Lessenthin: i cristiani in Iran sotto sospetto
FRANCOFORTE SUL MENO – L'esperto di diritti umani Martin Lessenthin guarda con grande preoccupazione alla situazione dei cristiani in Iran: dall'inizio della guerra con gli Stati Uniti e Israele, ogni contatto con il “mondo libero” è diventato pericoloso per la vita: le comunità clandestine hanno sospeso i loro incontri e i loro gruppi digitali, ha dichiarato l'ex portavoce dell'organizzazione per i diritti umani IGFM all'Evangelischer Pressedienst. La particolare durezza con cui vengono trattati è una dimostrazione di potere e un segnale della leadership islamista alla società civile. Lo storico Lessenthin è dal 2023 coeditore degli Annali per la libertà religiosa e ambasciatore per i diritti umani.
- Qual è l'impatto concreto dell'attuale conflitto con gli Stati Uniti e Israele sulla vita quotidiana dei cristiani in Iran, ad esempio in termini di sorveglianza, arresti o restrizioni alla vita della comunità?
Martin Lessenthin: I cristiani, come molti altri iraniani, sono al fianco del popolo e ne condividono le sofferenze e le speranze. Attualmente, ogni contatto con il mondo libero mette a rischio la vita. Molti cristiani hanno partecipato alle manifestazioni di gennaio. Tra loro ci sono stati feriti e morti. Molti sono stati arrestati o deportati. La vita della comunità è ferma.
• Minoranze religiose sotto sospetto
- In che misura i convertiti e i cristiani evangelici, in particolare, sono ancora più stigmatizzati come “rischio per la sicurezza” o addirittura come “spie dell'Occidente” e “sionisti” dopo i recenti attacchi militari?
Le comunità cristiane clandestine sono in grave pericolo. Sono sotto sospetto, così come i membri della comunità Bahai, i pochi ebrei e mandei. La particolare durezza con cui vengono trattati è una dimostrazione di potere e un segnale della leadership islamista alla società civile.
- Come vivono i cristiani iraniani la situazione attuale: prevalgono la paura e il ritiro, o i leader delle comunità riferiscono anche di una nuova speranza di cambiamenti sociali?
La nomina di Modschtaba Kamenei, figlio di Ali Kamenei, a nuovo leader supremo è un segnale fatale per le minoranze religiose. Negli ultimi giorni quasi tutti i contatti sono stati sospesi. Le comunità clandestine non si riuniscono più. I gruppi WhatsApp non esistono più perché tutti i membri si sono dimessi per paura delle Guardie Rivoluzionarie. Il pericolo è troppo grande.
• Nessuna espulsione
- Cosa si aspettano concretamente le organizzazioni per i diritti umani dai governi occidentali e anche dalle chiese, ad esempio in termini di protezione dei convertiti, regolamenti sui visti, pressioni diplomatiche o azioni pubbliche di intercessione e solidarietà?
Non ci devono più essere espulsioni verso l'Iran dei mullah. Questo sistema vuole portare il loro Paese in guerra e provocare il ritorno del “profeta perduto Mehdi”, che dovrebbe poi instaurare lo Stato teocratico islamico mondiale. Dopo la caduta del regime e un conflitto bellico, ci saranno molte vittime da piangere. Sarà necessario l'aiuto pratico di medici e terapisti del trauma. Anche i cristiani hanno bisogno di questo tipo di sostegno, perché molti sono stati in prigione e sono traumatizzati dalla detenzione e dalla tortura.
(Israelnetz, 10 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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UCEI – Livia Ottolenghi presenta alla stampa sfide e obiettivi della sua giunta
La neopresidente incontra i giornalisti assieme all’assessore Davide Jona Falco
Prima conferenza stampa da presidente Ucei per Livia Ottolenghi. A tre settimane dalla sua elezione, Ottolenghi ha delineato le priorità strategiche del nuovo mandato, indicando gli obiettivi programmatici di breve e medio termine, le azioni istituzionali e culturali che intende promuovere, le prospettive di collaborazione a livello italiano ed europeo. Sedeva accanto a lei Davide Jona Falco, confermato nell’incarico di assessore Ucei alla Comunicazione. Era tra gli altri presente in sala Noemi Di Segni, ex presidente Ucei, da cui Ottolenghi (assessore alle Politiche educative della precedente Giunta) ha raccolto il testimone a metà febbraio.
La prima domanda della conferenza stampa, svoltasi a Roma nella sede della Biblioteca Nazionale dell’Ebraismo Italiano “Tullia Zevi”, verteva sul conflitto in Medio Oriente. «La situazione è preoccupante, con risvolti imprevedibili che tutti temiamo», ha affermato Ottolenghi. La neo presidente Ucei ha ricordato il patrocinio dato dall’ente alla recente manifestazione “Con gli iraniani per un Iran libero” in solidarietà al popolo iraniano oppresso da un regime «che ha fatto carta straccia dei diritti ed è un elemento di forte destabilizzazione attraverso i suoi proxy». Elemento destabilizzante per molti popoli in sofferenza in quella regione e in particolare per i cittadini israeliani «che sono sotto i missili da oltre due anni». Rispetto al ddl antisemitismo approvato negli scorsi giorni in Senato, Ottolenghi ha osservato che «il risultato è buono, anche se avremmo auspicato maggiore adesione e convergenza: vedere voti contrari e astensioni ha fatto un po’ male». Per Ottolenghi, che ha citato i dati allarmanti dell’ultimo rapporto annuale del Cdec sull’antisemitismo, la legge «risponde a un’esigenza vera del momento: la situazione dell’antisemitismo è preoccupante sia in Italia sia in Europa». Non è semplice essere ebrei in Italia, ha proseguito Ottolenghi, ricordando come quella ebraica sia «una vita sotto scorta» sin dai primi anni di scuola, con forti limitazioni e premure. E quindi «gli ebrei in Italia vivono bene, ma grazie alle istituzioni e alle forze dell’ordine che ci proteggono: la legge ha dato una risposta importante anche a ciò». Tanto la definizione di antisemitismo dell’Ihra tanto il contesto in cui si muove la legge «sono argomento di discussione, ma ciò a cui teniamo è l’assunzione di responsabilità collettiva», ha affermato l’assessore Jona Falco. «E se anche finora non c’è stata unanimità, siamo comunque soddisfatti che il Parlamento sia riuscito a trovare una posizione di sintesi».
• Spazi di dialogo da ricostruire
Riguardo al mondo dell’educazione e alla restringimento degli spazi di libero confronto, Ottolenghi ha sostenuto che «bisognerà trovare sistemi per organizzare attività educative e informative che consentano la migliore conoscenza dell’ebraismo e delle realtà ebraiche e soprattutto che consentano a tutti di esprimere il proprio punto di vista in un ambito di dialogo anche aspro». In alcuni casi, specie nelle università, «andrà ricostruita una cultura del libero scambio di idee, ma sono molto fiduciosa». Ottolenghi ha fatto riferimento a un webinar sull’ebraismo promosso dall’Ucei e rivolto agli insegnanti, al quale hanno partecipato oltre 460 docenti. da tutto il paese. «Sono argomenti sentiti, l’interesse c’è», ha dichiarato nel merito. L’assessore Jona Falco ha confermato: «Riceviamo tanto sostegno, anche se fa meno rumore».
• La sfida dell’unità
Ottolenghi ha esordito presentando tre obiettivi ai quali intende puntare alla guida della sua Giunta unitaria. Il primo è «la condivisione, che passa per deleghe vere, con un ascolto molto attento alle esigenze delle Comunità». Il secondo è «la valorizzazione di tutte le Comunità, per rafforzare la vita ebraica e la capillarità della presenza». Il terzo è «la promozione dell’aspetto culturale in modo sistematico». Una delle occasioni citate è il 40esimo anniversario a dicembre del Premio Nobel per la Medicina a Rita Levi-Montalcini. «La caratteristica unitaria della nuova consiliatura e della nuova presidenza è particolarmente significativa per il momento che stiamo attraversando», ha detto Jona Falco. «Ottolenghi presiede una Giunta di coalizione, all’insegna di uno spirito di collaborazione e compromesso tra le varie posizioni. Siamo all’inizio di un percorso, ma siamo soddisfatti di questa unità». L’unità, ha sottolineato Ottolenghi, «dà il senso della risposta dell’ebraismo italiano al momento grave che stiamo vivendo». Nell’annunciare la conferenza stampa, Ottolenghi aveva dichiarato: «Il mio impegno sarà orientato a consolidare il ruolo dell’Ucei come punto di riferimento per le Comunità ebraiche italiane e come interlocutore autorevole nel panorama nazionale e internazionale. È fondamentale lavorare insieme per garantire continuità, coesione e futuro all’ebraismo italiano». a.s.
(moked, 9 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 17
Territorio toccato alla mezza tribù di Manasse.
- Questa fu la parte toccata in sorte alla tribù di Manasse, perché egli era il primogenito di Giuseppe. A Machir, primogenito di Manasse e padre di Galaad, siccome era uomo di guerra, aveva avuto Galaad e Basan. Fu dunque data a sorte una parte agli altri figli di Manasse, secondo le loro famiglie: ai figli di Abiezer, ai figli di Chelec, ai figli d'Asriel, ai figli di Sichem, ai figli di Chefer, ai figli di Semida. Questi sono i figli maschi di Manasse, figlio di Giuseppe, secondo le loro famiglie. Ma Selofead, figlio di Chefer, figlio di Galaad, figlio di Machir, figlio di Manasse, non ebbe figli; ma ebbe delle figlie, delle quali ecco i nomi: Mala, Noa, Cogla, Milca e Tirsa. Queste si presentarono davanti al sacerdote Eleazar, davanti a Giosuè figlio di Nun e davanti ai prìncipi, dicendo: “L'Eterno comandò a Mosè di darci una eredità in mezzo ai nostri fratelli”. E Giosuè diede loro un'eredità in mezzo ai fratelli del loro padre, conformemente all'ordine dell'Eterno. Toccarono così dieci parti a Manasse, oltre il paese di Galaad e di Basan che è di là dal Giordano; poiché le figlie di Manasse ebbero un'eredità in mezzo ai figli di lui, e il paese di Galaad fu per gli altri figli di Manasse.
- Il confine di Manasse si estendeva da Ascer a Micmetat, che è di fronte a Sichem, e girava a destra verso gli abitanti di En-Tappua. Il paese di Tappua appartenne a Manasse; ma Tappua sul confine di Manasse appartenne ai figli di Efraim. Poi il confine scendeva al torrente di Cana, a sud del torrente, presso città che appartenevano a Efraim in mezzo alle città di Manasse; ma il confine di Manasse era dal lato nord del torrente, e terminava al mare. Ciò che era a sud apparteneva a Efraim; ciò che era a nord apparteneva a Manasse, e il mare era il loro confine; a nord confinavano con Ascer, e a est con Issacar. In più Manasse ebbe, in Issacar e in Ascer, Bet-Sean con i suoi villaggi, Ibleam con i suoi villaggi, gli abitanti di Dor con i suoi villaggi, gli abitanti di En-Dor con i suoi villaggi, gli abitanti di Taanac con i suoi villaggi, gli abitanti di Meghiddo con i suoi villaggi: vale a dire tre regioni collinose. Ora i figli di Manasse non poterono impadronirsi di quelle città; i Cananei erano decisi a restare in quel paese. Però, quando i figli d'Israele si furono rinforzati, assoggettarono i Cananei a servitù, ma non li scacciarono del tutto.
La regione montuosa ceduta ai figli di Giuseppe
- Ora i figli di Giuseppe parlarono a Giosuè e gli dissero: “Perché ci hai dato come eredità un solo lotto, una parte sola, mentre siamo un grande popolo che l'Eterno ha così tanto benedetto?”. E Giosuè disse loro: “Se siete un popolo numeroso, salite alla foresta, e dissodatela per farvi posto nel paese dei Ferezei e dei Refaim, poiché la regione montuosa d'Efraim è troppo stretta per voi”. Ma i figli di Giuseppe risposero: “Quella regione montuosa non ci basta; e quanto al territorio in pianura, tutti i Cananei che lo abitano hanno dei carri di ferro: tanto quelli che stanno a Bet-Sean e nei suoi villaggi, quanto quelli che stanno nella valle d'Izreel”. Allora Giosuè parlò alla casa di Giuseppe, a Efraim e a Manasse, e disse loro: “Voi siete un popolo numeroso e avete una gran forza; non avrete una parte sola, ma la regione montuosa sarà vostra; e siccome è una foresta, la dissoderete, e sarà vostra in tutta la sua distesa; poiché voi caccerete i Cananei, benché abbiano dei carri di ferro e siano potenti”.
(Notizie su Israele, 9 marzo 2026)
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Attacco missilistico iraniano sul centro di Israele: due morti e diversi feriti
La testata di un missile iraniano si frantuma in aria e disperde numerosi ordigni esplosivi sul centro del Paese – diversi punti di impatto nell'area metropolitana di Tel Aviv.
Lunedì, in un nuovo attacco missilistico dall'Iran, due persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite nel centro di Israele. Secondo quanto riportato dai media israeliani, l'incidente mortale è avvenuto a Yehud, a est di Tel Aviv. Anche ore dopo l'attacco, i soccorritori hanno continuato a setacciare diversi punti di impatto e a controllare le aree colpite alla ricerca di eventuali altri ordigni esplosivi.
Secondo le forze di intervento, la testata di un missile iraniano si è frammentata ancora in aria, disseminando numerosi ordigni di piccole dimensioni su una vasta area nel centro del Paese. Ciò ha causato impatti simultanei in diversi luoghi.
In precedenza, in gran parte del centro di Israele, compresa l'area metropolitana di Tel Aviv, erano risuonate le sirene dell'allarme missilistico. Poco dopo si sono udite diverse esplosioni. Poco dopo, la polizia, i vigili del fuoco e i servizi di soccorso sono arrivati in diversi luoghi dove erano caduti detriti e ordigni esplosivi.
Secondo le forze di intervento, sono stati segnalati impatti tra l'altro a Tel Aviv, Bat Yam, Holon, Or Jehuda, Petach Tikwa e Yehud. La polizia ha inoltre riferito di altri luoghi nel centro del Paese dove erano caduti frammenti di missili o piccoli ordigni esplosivi.
Gli specialisti della polizia hanno poi cercato eventuali ordigni inesplosi. Tali ordigni possono rappresentare un pericolo anche ore dopo un attacco. Le autorità hanno quindi invitato la popolazione a non toccare oggetti sospetti e ad avvisare immediatamente le forze di sicurezza.
Già domenica il densamente popolato centro di Israele era stato oggetto di un attacco missilistico iraniano. Il servizio di soccorso Magen David Adom ha prestato soccorso a sei feriti, tra cui un uomo di circa 40 anni in gravi condizioni e un uomo di 25 anni con ferite di media gravità. Altre persone hanno riportato ferite lievi.
Durante un allarme missilistico si è verificato anche un incidente stradale sulla superstrada 5, l'autostrada Trans-Samaria. Un camionista si è scontrato con un'autovettura dopo che era scattato l'allarme. Due persone sono rimaste ferite, una delle quali in modo grave.
Nonostante l'elevato tasso di intercettazione della difesa missilistica israeliana, i detriti e gli ordigni esplosivi continuano a causare danni e vittime nel Paese.
(Israel Heute, 9 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele mette in guardia dai piani di attentati iraniani contro gli israeliani all'estero
«Adesso un israeliano deve prestare particolare attenzione ovunque si trovi», afferma un funzionario della sicurezza
Il Consiglio di sicurezza nazionale israeliano lancia l'allarme: secondo la valutazione di un alto funzionario della sicurezza, l'Iran sta attualmente perseguendo una strategia molto più aggressiva contro gli israeliani fuori dal Paese. I viaggiatori provenienti da Israele sono stati quindi invitati nuovamente a prestare particolare attenzione. Lo ha riferito il «The Jerusalem Post».
Il funzionario ha spiegato che Teheran ha in gran parte abbandonato la sua precedente cautela nella pianificazione degli attentati. “Assistiamo a una revoca delle restrizioni da parte dell'Iran che è quasi senza precedenti”, ha affermato. “Nessun intermediario, nessun filtro. Dove possono agire, agiscono”.
Il rappresentante della sicurezza ha parlato di un cambiamento fondamentale nell'approccio della Repubblica Islamica. Alla luce delle battute d'arresto militari e dei servizi segreti, il regime si trova adesso in una situazione in cui ha poco da perdere.
• Aumento degli avvisi di viaggio
In questo contesto, sono stati inaspriti gli avvisi di viaggio per diversi Stati vicini all'Iran. Tra i paesi interessati figurano l'Armenia, l'Azerbaigian e la Georgia.
Secondo il Consiglio di sicurezza, Teheran sta ora intensificando i suoi sforzi per reclutare una vasta gamma di attori per possibili attacchi. Oltre agli agenti iraniani, questi includono reti criminali, mercenari e persone provenienti dall'Afghanistan o dall'Azerbaigian. L'obiettivo è quello di reclutare il più rapidamente possibile aiutanti disponibili.
Il rappresentante ha inoltre affermato che alcune delle persone uccise di recente negli attacchi in Iran avevano precedentemente preparato attentati all'estero. Con la loro morte, una parte delle relative strutture di pianificazione è stata temporaneamente interrotta.
• La cooperazione impedisce gli attentati
Allo stesso tempo, il Consiglio di sicurezza ha sottolineato che numerosi attentati pianificati vengono sventati grazie alla cooperazione internazionale. Ogni anno, in tutto il mondo, vengono sventati decine di progetti di questo tipo, spesso grazie alla collaborazione con le autorità di altri Stati.
«Nella lotta al terrorismo vale una regola ben nota: non si hanno nemici», ha affermato il rappresentante della sicurezza secondo quanto riportato dal «The Jerusalem Post». Anche i paesi che hanno rapporti difficili con Israele hanno interesse a prevenire attentati sul proprio territorio, poiché tali atti avrebbero conseguenze economiche e politiche anche per loro.
Oltre agli attacchi organizzati dallo Stato, le autorità mettono in guardia anche da possibili singoli autori che potrebbero essere motivati dal sentimento anti-israeliano o da appelli religiosi alla violenza.
“Al momento, un israeliano deve prestare particolare attenzione ovunque si trovi”, ha affermato il funzionario. Tra le altre cose, ha consigliato ai viaggiatori di evitare grandi assembramenti di persone in strutture ebraiche, come le case Chabad o i ristoranti kosher, e di evitare il più possibile di mostrare segni visibili della propria identità israeliana o ebraica.
(Jüdische Allgemeine, 9 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Ben venga questa guerra”: le speranze degli ebrei persiani in Italia
"Quello che sta succedendo è una speranza per tutti noi". Erano una minoranza consistente in Iran, molti di loro arrivati a Milano già negli anni '50 e '60 da Mashhad
di Nathan Greppi
Passando per Via Montecuccoli, nella zona ovest di Milano, vi è un edificio che non passa inosservato, sia per la costruzione singolare sia perché è regolarmente sorvegliato da sicurezza e forze dell’ordine: è il Tempio Noam, sinagoga di riferimento degli ebrei persiani (come si definiscono loro) che vivono nel capoluogo lombardo.
Come i Paesi arabi, anche l’Iran ha ospitato per migliaia di anni una minoranza ebraica consistente, presente sul territorio da molto prima che arrivasse la religione islamica, ma che oggi è molto più ridotta: secondo un rapporto presentato nel settembre 2025 al Consiglio Onu per i Diritti Umani, nel 1948 si stima che fossero più di 100.000 gli ebrei che ci vivevano, ma nel 2025 erano rimasti poco più di 8.700.
Nonostante molti di loro siano arrivati a Milano già negli anni ’50 e ’60 da Mashhad, nel nordest dell’Iran, e in misura minore a ridosso dell’ascesa di Khomeini nel 1979, le loro storie sono poco conosciute in Italia. Ma oggi, con quello che sta succedendo in Iran, molti di loro sperano che questa volta venga rovesciato il regime, il che consentirebbe a quelli che l’hanno lasciato di tornarci e a quelli di seconda e terza generazione di vedere il Paese dei loro antenati.
• Una comunità solidale
Nato a Teheran nel 1960 e residente a Milano da quando aveva solo nove anni, Kambiz Ebrani ci racconta come è arrivato in Italia:
Mio padre ha lavorato in vari posti in Iran e in Pakistan. Poi, ad un certo punto, gli riferirono che c’era lavoro a Milano nel commercio dei tappeti orientali. Così, nel ’65 ha preso e se né andato da solo per cominciare il suo lavoro. Dopo quattro anni in cui ha avuto successo, ha deciso di portare la famiglia. Così, nel ’69 sono arrivato qui con mia madre e le mie sorelle.
Parlando degli ebrei persiani “mashhadi” (come si definiscono loro, dalla città di Mashhad) che vivono a Milano, Ebrani afferma che “è una comunità molto solidale. Siamo sempre stati molto uniti, sia in Iran, quando da Mashhad si sono trasferiti tutti insieme a Teheran, e poi quando quasi tutta la comunità si è trasferita nel ’78, prima della rivoluzione. La meta principale era New York, mentre a Milano ne sono andati pochi ma molti mashhadi vi erano presenti già da prima”.
Parlando di come hanno vissuto la situazione post-7 Ottobre, spiega che “per noi è stato uno shock. Essendo ebrei, siamo molto legati a Israele, e quello che abbiamo visto il 7 Ottobre ci ha fatti inorridire. Poi, quando c’è stata la guerra, a nostro avviso era giustissimo distruggere Hamas. Ma non ci aspettavamo che durasse due anni, e nel frattempo ci siamo preoccupati per quello che stava succedendo in Italia, perché abbiamo visto salire l’odio verso gli ebrei. Non capivamo perché devono odiare noi ebrei, che abbiamo subito il torto. Per un po’ eravamo angosciati da questa storia, ma forse adesso l’odio non si manifesta più in modo così violento”.
• Ricordi d’infanzia
“Mio padre era nato a Mashhad, mia madre era di Teheran, ma tutti e due erano di origine mashhadi”, ci racconta Afshin Kaboli, anch’egli esponente della componente persiana della comunità ebraica milanese.
Io sono nato a Teheran nel 1971, e nel 1978 cominciò la rivoluzione islamica. Io ero un bambino, facevo la seconda elementare, e ricordo che c’erano giorni in cui la scuola restava chiusa. Avevo degli zii che abitavano già da un po’ di anni a Milano, e vedendo ogni sera al telegiornale le immagini di rivolte e uccisioni, tutte le sere ci chiamavano per chiederci di venire a stare a Milano, almeno finché la situazione non si fosse calmata.
Giunto in Italia nell’estate 1979 con la madre, Kaboli spiega che “mio padre per quasi un anno non aveva visto suo figlio, perché non poteva lasciare l’Iran. Quando siamo partiti doveva essere una specie di vacanza, pensavamo di stare un po’ e poi tornare, ma dopo tre giorni ero già iscritto alla scuola ebraica di Milano, dove mi sono subito integrato. Dopo un po’, capii che non saremmo tornati in Iran: i tre mesi di attesa divennero sei mesi, e i sei mesi un anno, e non c’era una data di ritorno. Quando mio padre arrivò a Milano, era ovvio che non si sarebbe più tornati indietro”.
Passando dal passato al presente, racconta un aneddoto legato alla guerra dei dodici giorni, avvenuta nel giugno 2025 tra Israele e Iran: “Due giorni dopo l’inizio della guerra, mi chiamò un amico iraniano musulmano e mi disse: ‘Guarda, noi siamo con voi. Se questo serve a far cadere il governo, ben venga questa guerra’”.
Aggiunge che “in Iran la gente non è antisemita, il regime lo è. Non c’è bisogno della sicurezza fuori dalle sinagoghe, non ci sono stati pogrom come quelli che avvennero in Libia (nel 1967, ndr), ma gli ebrei tengono un profilo molto basso verso Israele”.
Kaboli conclude dicendo che visitare nuovamente l’Iran “è il mio più grande sogno”.
Ormai sono italiano da tanti anni, ma una parte di me è rimasta iraniana. È dove sono nato e dove sono nati i miei genitori. Era un Paese bellissimo, e probabilmente tornerà ad esserlo. Anche quando è cominciata la guerra, facevamo la battuta che stavamo già cercando un albergo a Teheran per questa estate. È una battuta, ma fino ad un certo punto.
• Le nuove generazioni
“Entrambi i miei genitori sono persiani: mio padre è nato a Teheran nel 1945, e suo padre lavorava come commerciante, per cui dopo aver viaggiato per l’Europa si è stabilito in Italia quando mio padre aveva 4 anni”, spiega Sharon Anvar, che è italiana di nascita: 32 anni, cresciuta a Valenza, in provincia di Alessandria, oggi vive in Israele.
Negli anni, mia nonna è sempre voluta tornare, facendo su è giù per andare a trovare i parenti. Ma prima ancora della vera e propria rivoluzione nel ’79, c’erano tante situazioni sconvenienti per gli ebrei persiani, e così si sono stabiliti qui. Mentre mia madre, che è del 1958, ha fatto i primi anni delle elementari a Teheran, poi ha vissuto anche in Israele e negli Stati Uniti, e a 20 anni ha conosciuto mio padre e si è trasferita in Italia.
Pur non avendo mai visitato l’Iran ed essendo cresciuta in Piemonte, Anvar ci racconta che “io mi definisco persiana, nel senso che i miei nonni e i miei genitori parlano persiano in casa, per cui lo capisco quasi perfettamente. I piatti che si mangiano dai nonni sono sempre stati della cucina tradizionale persiana, come il pollo khoresh”.
Per quanto riguarda la situazione attuale, afferma che “in questi ultimi tre anni, ho vissuto la guerra sulla mia pelle. Sia perché sono andata in Israele a fare volontariato subito dopo il 7 Ottobre, sia perché nell’ultimo anno ho vissuto più di là che di qua. Tra l’altro, ho ancora parenti a Teheran, e ogni tanto cerco di sentire mia cugina. Adesso continuo a provare a sentirla ma purtroppo senza ricevere risposta, perché non c’è linea né internet”.
Nonostante tutto, Anvar dichiara che “appoggio tutto quello che sta succedendo. Noi persiani cerchiamo da anni di attirare l’attenzione sulla situazione di chi vive in Iran ma non sostiene il regime. Per cui, quello che sta succedendo è una speranza per tutti noi per poter un giorno visitare il nostro Paese”.
(Atlantico, 9 marzo 2026)
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Giusta fra le Nazioni la suora che nascose gli ebrei in clinica
«Non ricordo bene come siamo scappate, avevo solo dieci anni e capivo poco di quello che stava succedendo. Ma abbiamo trovato suor Luigia, che per noi è stata molto più di una suora». Con queste parole Serena Milla, 92 anni, ha ricordato la donna che durante la Shoah salvò lei, sua madre e sua nonna dalla deportazione. La testimonianza è risuonata il 5 marzo agli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza (Monza Brianza), dove è stata consegnata ai famigliari di suor Luigia Gazzola la medaglia e il certificato di Giusta tra le Nazioni, conferiti dal Memoriale della Shoah Yad Vashem di Gerusalemme. La vicenda risale al 1943. In quegli anni la Clinica Zucchi era una Casa di salute per signore, una struttura psichiatrica femminile. A guidarla era suor Luigia Gazzola, religiosa originaria di Altivole, in provincia di Treviso, madre superiora della clinica durante la guerra. È lì che trovò rifugio la famiglia Milla dopo l’8 settembre 1943. Ebrei milanesi, i Milla avevano cercato riparo a Verderio per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche della Repubblica sociale e alle retate naziste. Ma una delazione portò all’arresto di parte dei familiari. Il padre di Serena, Ugo, e lo zio Ferruccio furono catturati e deportati ad Auschwitz, dove furono assassinati. Stessa sorte toccò alle zie Laura, Lina e Amelia. Serena riuscì invece a salvarsi insieme alla madre Lea e, poco dopo, alla nonna Nelly Coen Gialli, trovando protezione alla Casa di salute di Carate Brianza grazie a suor Luigia Gazzola. Ad accoglierle fu proprio suor Luigia. «Non ricordo chi ci accompagnò alla clinica ero piccola. Ma lì c’erano altre persone nascoste e per noi quella suora diventò un punto di riferimento», ha raccontato Serena. Per sottrarli ai rastrellamenti nazifascisti la madre superiora trovò una soluzione semplice quanto rischiosa. Quando arrivavano fascisti o soldati tedeschi, faceva nascondere le Milla nel reparto psichiatrico della struttura. «Eravamo vicino al reparto dei malati di mente perché i tedeschi non si spingevano fin là. Avevano paura dei matti». Durante le perquisizioni i bambini venivano nascosti in pochi istanti. «Quando arrivavano i soldati suor Luigia faceva nascondere noi più piccoli sotto il divano». Altre volte era una giovane paziente della clinica ad aiutarla. «Aveva capito tutto e mi prendeva per mano trascinandomi sotto il suo letto». In mezzo alla paura restano anche ricordi più leggeri. I giochi nel grande parco della clinica, l’orto, le lezioni che la nonna impartiva ai bambini nascosti nella struttura. E la presenza rassicurante della madre superiora. «Mi chiamava “frittola”, perché mi piacevano le frittelle. Era sempre sorridente e quando passavo mi faceva una carezza». Così Serena, la madre e la nonna rimasero protette fino alla Liberazione. Il 25 aprile 1945 la fine della guerra arrivò dentro la clinica. «Ricordo la Madre che suonava la campana e gridava: “È finita! È finita!” e noi tutti a ballare e abbracciarci». Il rapporto con la religiosa continuò anche nel Dopoguerra. Serena tornò più volte a Carate Brianza per salutare lei e le altre suore. «Ha corso grandi rischi per proteggerci e non ha salvato soltanto noi tre, ma tante, tantissime persone». Alla cerimonia del 5 marzo era presente anche Mario Gazzola, novantenne, nipote della suora, tra coloro che hanno contribuito a ricostruire la vicenda. «Il fatto di accostare zia suor Luigia a figure come Bartali o Perlasca, Giusti tra le Nazioni, mi emoziona e mi rende particolarmente orgoglioso», ha spiegato. Eppure in famiglia di quella storia si parlava pochissimo. «Zia Luigia considerava quello che aveva fatto una semplice “sinecura”, diceva: è il mio dovere. Non cercò mai riconoscimenti». Solo poco prima di morire, nel 1983, accennò per la prima volta al suo intervento durante la guerra. «Due giorni prima del suo decesso mi disse: “Mario vieni a trovarmi, perché ti metto in contatto con i testimoni”». Da quelle parole prese avvio un percorso lungo decenni, rilanciato negli ultimi anni grazie al lavoro di ricerca e all’impegno della scrittrice Paola Fargion, presente alla cerimonia, assieme a Daniela Dana Tedeschi, presidente dell’Associazione Figli della Shoah. Il 9 giugno scorso è arrivato il riconoscimento ufficiale dello Yad Vashem.
(moked, 8 marzo 2026)
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Perché Dio ha creato il mondo? - 25
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Tra due riposi
Nel progetto creativo originario, dopo i sei giorni di lavoro di Dio, il settimo giorno era previsto come ultimo giorno: periodo conclusivo dell’opera costruttiva di Dio, destinato a continuare in eterno con il coinvolgimento dell’uomo (“crescete e moltiplicatevi”), in un produttivo rapporto d’amore tra Creatore e creatura. La scelta di Adamo ha impedito questo proseguimento e ha fatto partire quello che per semplicità espositiva abbiamo chiamato “progetto redentivo” (Capitolo 3). Non ha senso però parlare di piano A e piano B, perché in realtà l’agire del Creatore nel suo rapporto d’amore con la creatura fatta a sua immagine e somiglianza contiene sempre, fin dall’inizio, delle variabili dipendenti dalla scelta dell’uomo. È quello che abbiamo chiamato il “metodo di azione di Dio” (Capitolo 17). Come nel programma, il settimo giorno è iniziato con il riposo di Dio,. La scelta di Adamo ha impedito la prosecuzione del programma nella forma originaria e il riposo di Dio si è interrotto. Dio non ha abbandonato la creazione, ma ha ripreso a lavorare all’interno del progetto necessariamente modificato, sia nel materiale (la natura decaduta), sia nel tipo di lavoro (la ribellione dell’uomo), che ha implicato la sofferenza di Dio. Ma l’obiettivo rimane lo stesso: arrivare al riposo di Dio, anche se in forma diversa. Nel settimo giorno, che è il tempo in cui tutti noi ora viviamo, Dio dunque “non sonnecchia né dorme” (Salmo 121), ma il lavoro che svolge è per necessità transitorio, anche se i risultati che ottiene sono eterni. Dio dunque ora si muove tra un iniziale “riposo mancato” per la scelta ribelle dell’uomo e un finale “riposo compiuto” per l’opera redentrice di Dio sulla terra.
• Il riposo finale di Dio
Se per descrivere il riposo iniziale di Dio abbiamo esaminato i primi due capitoli del primo libro della Bibbia (Genesi), per fare la stessa cosa con il riposo finale dobbiamo rivolgerci agli ultimi due capitoli (21 e 22) dell’ultimo libro della Bibbia (Apocalisse). Si può fare un accostamento: Inizio di Genesi 1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. Inizio di Apocalisse 21: “Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati”. I due versetti indicano rispettivamente l’inizio dell’originaria creazione prima della caduta dell’uomo, e l’inizio della nuova creazione dopo l’opera di redenzione operata da Dio. L’originaria creazione aveva come obiettivo il riposo di Dio, che effettivamente cominciò all’inizio del settimo giorno (Genesi 2:2-3), ma fu quasi subito interrotto per l’infausta scelta del primo uomo (Genesi 3:1-7). La nuova creazione ha anch’essa come obiettivo il riposo di Dio, che questa volta però sarà realmente ottenuto:
Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati e il mare non c'era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono, che diceva: “Ecco l’abitazione di Dio con gli uomini; egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio, e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, non ci sarà più cordoglio, né pianto, né dolore; le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21:1-4).
L’obiettivo ultimo di Dio nella creazione consiste dunque nell’abitare con gli uomini ed essere il loro Dio in un rapporto d’amore contraccambiato. Ed è nel raggiungimento di questo obiettivo che consiste il riposo che Dio otterrà al compimento del suo lavoro.
• «Il mio riposo»
Questa espressione, applicata a Dio, nell’Antico Testamento compare una sola volta:
“Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, quando i vostri padri mi tentarono, mi misero alla prova sebbene avessero visto le mie opere. Quarant'anni ebbi in disgusto quella generazione, e dissi: ‘È un popolo sviato di cuore; essi non conoscono le mie vie’. Perciò giurai nell'ira mia: ‘Non entreranno nel mio riposo!’” (Salmo 95:8-11).
Ma che cos’è questo riposo? Qui è Dio che parla, dunque dovrebbe essere chiaro che riguarda la Sua persona: è del Suo riposo che qui si tratta, non di altro. In una corretta lettura teocentrica questo sarebbe del tutto naturale, ma non è così nelle usuali letture antropocentriche, che come sempre devono mettere l’uomo in primo piano. Così, per qualcuno il riposo di Dio diventa un “luogo di riposo” per l’uomo, che potrebbe essere la terra di Canaan che “il Signore provvide, promise e diede agli israeliti, come loro riposo” (testuale). Il riposo di Dio diventa dunque il loro riposo, che potranno godere in un luogo di riposo preparato da Dio per loro. Questo però se sono buoni, altrimenti niente: se sono cattivi, non entreranno. Ma che idea di Dio si ha in mente quando si danno spiegazioni come queste? Il Creatore del cielo e della terra sembra un maestro di scuola che istruisce gli alunni con premi e punizioni in forza di un’indiscutibile autorità, che però possiede soltanto per essere al servizio degli alunni, che sono al centro dell’attenzione, perché nessuno può mettere in dubbio che in una classe di scuola l’elemento più importante è dato dagli alunni, non dal maestro. E così, dopo aver trasformato il Dio che agisce in un Dio che istruisce, alla resa dei conti si riesce sempre a mettere l’uomo in primo piano, anche mentre si fa una grande esaltazione di Dio. Ma il Dio che si vede operare nella Bibbia non è un algido precettore, forse severo o forse comprensivo, ma sempre consapevole degli alti doveri imposti dalla sua professione. Ciò che muove Dio ad agire è l’amore. Un amore intenso, passionale per il suo popolo, con tutti gli slanci e le gelosie che un amore non pienamente corrisposto provoca. Le opere che Dio compie in favore del suo popolo sono espressioni del suo amore per lui: un amore costantemente esercitato, che inevitabilmente alimenta il desiderio di essere contraccambiato da una riconoscente e sottomessa fiducia. Ma questo non avviene, e Dio è preso dal disgusto. È disgustato dal ripetuto comportamento ingrato del suo popolo. E l’ira sua si accende. E prende una decisione: “Non entreranno nel mio riposo”. Non si assuma subito il consueto atteggiamento antropocentrico: il centro dell’interesse qui non sta nella punizione che cadrà sul popolo, ma nella delusione e nell’ira di Dio. Vale la pena allora.di rivedere come si sono svolti i fatti a cui si riferisce il Salmo 95, secondo il resoconto che ne fa Mosè in due passi della Scrittura.
Poi partimmo da Oreb e attraversammo tutto quel grande e spaventoso deserto che avete visto, dirigendoci verso la regione montuosa degli Amorei, come l'Eterno, il nostro Dio, ci aveva ordinato di fare, e giungemmo a Cades-Barnea. Allora vi dissi: 'Siete arrivati alla regione montuosa degli Amorei, che l'Eterno, il nostro Dio, ci dà. Ecco, l'Eterno, il tuo Dio, ha posto il paese davanti a te; sali, prendine possesso, come l'Eterno, l'Iddio dei tuoi padri, ti ha detto; non temere e non ti spaventare'. E voi vi avvicinaste a me tutti quanti, e diceste: 'Mandiamo degli uomini davanti a noi, che esplorino il paese per noi, e ci riferiscano qualcosa della strada per la quale noi dovremo salire, e delle città alle quali dovremo arrivare'. La cosa mi piacque, e presi dodici uomini tra voi, uno per tribù. (Deuteronomio 1:19-24).
Va notato che la proposta di mandare degli eploratori in avanscoperta viene dagli uomini, non da Dio. Ma l’idea piace a Mosè. che la sottopone a Dio. E Dio approva, ma vi aggiunge una precisazione: dovranno essere inviati tutti i capi delle dodici tribù, uno per uno, elencati nominalmente:
L'Eterno parlò a Mosè, dicendo: “Manda degli uomini a esplorare il paese di Canaan che io do ai figli d'Israele. Mandate un uomo per ogni tribù dei loro padri; siano tutti dei loro capi”. E Mosè li mandò dal deserto di Paran, secondo l'ordine dell'Eterno; quegli uomini erano tutti capi dei figli d'Israele. E questi erano i loro nomi: Per la tribù di Ruben: Sammua, figlio di Zaccur; per la tribù di Simeone: Safat, figlio di Cori; per la tribù di Giuda: Caleb, figlio di Gefunne; per la tribù di Issacar: Igal, figlio di Giuseppe; per la tribù di Efraim: Osea, figlio di Nun; per la tribù di Beniamino: Palti, figlio di Rafu; per la tribù di Zabulon: Gaddiel, figlio di Sodi; per la tribù di Giuseppe, cioè, per la tribù di Manasse: Gaddi figlio di Susi; per la tribù di Dan: Ammiel, figlio di Ghemalli; per la tribù di Ascer: Setur, figlio di Micael; per la tribù di Neftali: Nabi, figlio di Vofsi; per la tribù di Gad: Gheual, figlio di Machi. Tali i nomi degli uomini che Mosè mandò a esplorare il paese. E Mosè diede a Osea, figlio di Nun, il nome di Giosuè (Numeri 13:1-17).
Secondo la proposta fatta dagli uomini, il compito degli esploratori probabilmente doveva essere soltanto tecnico: esaminare le strade da percorre e individuare le città dove dovevano arrivare. Ma per ottenere questo risultato non occorrevano molti uomini: che bisogno c’era allora di inviare un uomo per ogni tribù, e proprio i capi? Non sarebbe stato meglio scegliere gli uomini più adatti a svolgere quel particolare servizio, per esperienza, forza e capacità, indipendentemente dall’appartenenza all’una o all’altra tribù? Ma se gli uomini volevano conoscere il terreno e le strade, il Signore voleva conoscere il cuore degli uomini. I figli d’Israele stavano per ricevere da Dio un dono prestabilito da tempo: la terra di Canaan. Dio la donava a Israele con il preciso obiettivo di “abitare in mezzo a loro” (Esodo 29:46). Dio dunque desiderava conoscere, tribù per tribù, quale sarebbe stata la loro reazione dopo aver visto da vicino la terra a loro destinata. Bisogna aggiungere inoltre che per arrivare fino a questo punto della storia, per riuscire a convincere il suo recalcitrante popolo a lasciarsi trarre fuori dall’Egitto; per sopportare i suoi continui mormorii; per istruire e confortare i due assistenti Mosè e Aaronne nello svolgimento del loro incarico, Dio ha dovuto svolgere un duro lavoro di "politica interna e politica estera" (Capitolo 13). Un lavoro che Dio si è assunto volontariamente per amore del mondo (Giovanni 3:16), in vista del definitivo riposo, che non avverrà prima che sia raggiunto l’obiettivo finale: una nuova creazione in cui Dio abiti in mezzo agli uomini (Apocalisse 21:1-4). Portare il suo popolo a prendere possesso della terra promessa e abitare in mezzo a loro nel tabernacolo sarebbe stato un segno e un’anticipazione del finale riposo a cui Dio invita tutti gli uomini nel desiderio di avvolgerli nel suo amore. Ma come mostra anche il Salmo 95, molti non accettarono l’invito. E ai figli d’Israele che non accettarono di entrare nella la terra di Canaan fu comunicato che non sarebbero entrati nel riposo di Dio, né in Canaan, né nell’eternità.
• “Non entreranno nel mio riposo”
L’espressione “Non entreranno nel mio riposo” viene ripresa anche in un libro del Nuovo Testamento e lì trattata estesamente. Lo sconosciuto autore della Lettera agli Ebrei si rivolge ai suoi fratelli esortandoli ad essere fermi nella fede, e per far questo richiama l’esperienza di Israele servendosi quasi esattamente delle parole del Salmo 95 che abbiamo riportato sopra:
“Perciò, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, come nel giorno della ribellione, come nel giorno della tentazione nel deserto dove i vostri padri mi tentarono mettendomi alla prova, e videro le mie opere per quarant'anni! Perciò mi disgustai di quella generazione, e dissi: 'Si sviano sempre nel loro cuore; e non hanno conosciuto le mie vie', così giurai nell'ira mia: 'Non entreranno nel mio riposo!’” (Ebrei 3:7-11).
L’autore si rivolge poi ai fratelli con parole di ammonimento:
Guardate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un malvagio cuore incredulo, che vi allontani dal Dio vivente, ma esortatevi gli uni gli altri tutti i giorni, finché si può dire: “Oggi”, perché nessuno di voi si indurisca per inganno del peccato, poiché siamo diventati partecipi di Cristo, a condizione che riteniamo ferma sino alla fine la fiducia che avevamo da principio, mentre ci viene detto: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, come nel giorno della ribellione”. Infatti, chi furono quelli che dopo averlo udito lo provocarono? Non furono forse tutti quelli che erano usciti dall'Egitto, condotti da Mosè? Chi furono quelli di cui si disgustò durante quarant'anni? Non furono quelli che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti? Infatti vediamo che non vi poterono entrare a motivo della loro incredulità» (Ebrei 3:12-19).
Certo, non è agevole parlare del “riposo di Dio” per convincere gli increduli a ravvedersi e credere nel Signore: ci è più facile parlare di “salvezza degli uomini”. Tutte e due le espressioni sono bibliche, e tutte e due hanno un sottofondo comune: l’amore di Dio. Ma è osservato da due punti di vista diversi: dall’alto e dal basso. Il salvifico riposo di Dio che viene offerto agli uomini potrebbe essere paragonato a un solenne invito a cena che un importante padrone di casa organizza per condividere una particolare gioia con i suoi amici, a cui rivolge un amorevole invito a partecipare. È solo un esempio, una parabola, ma forse è meglio che sia Gesù a raccontarla:
“Un uomo fece una gran cena e invitò molti; e, all'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: 'Venite, perché tutto è già pronto'. Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: 'Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi'. Un altro disse: 'Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi'. Un altro disse: 'Ho preso moglie e perciò non posso venire'. E il servo, tornato, riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa, adiratosi, disse al suo servo: 'Va' presto per le piazze e per le vie della città e conduci qua i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi'. Poi il servo disse: 'Signore, si è fatto come hai comandato e c'è ancora posto'. E il signore disse al servo: 'Va' fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena'” (Luca 14:16-24).
Nella Lettera agli Ebrei che abbiamo citato sopra il tema del riposo di Dio continua ad essere trattato, e viene concluso con queste parole:
Rimane dunque un riposo sabatico (lett. sabatismo, σαββατισμὸς) per il popolo di Dio, poiché chi è entrato nel suo riposo si riposa anch'egli dalle proprie opere, come Dio si riposò dalle sue. Sforziamoci dunque di entrare in quel riposo, affinché nessuno cada seguendo lo stesso esempio di disubbidienza (Ebrei 4:9-10).
Bisognerà riparlarne.
(Notizie su Israele, 7 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 16
Territorio toccato ai figli di Giuseppe. Parte di Efraim
- La parte toccata in sorte ai figli di Giuseppe si estendeva dal Giordano presso Gerico, verso le acque di Gerico a oriente, seguendo il deserto che sale da Gerico a Betel per la regione montuosa. Il confine continuava poi da Betel a Luz, e passava per la frontiera degli Archei ad Atarot, scendeva a occidente verso il confine dei Giafletei fino al confine di Bet-Oron inferiore e fino a Ghezer, e terminava al mare. I figli di Giuseppe, Manasse ed Efraim, ebbero ciascuno la loro eredità.
- Questi furono i confini dei figli di Efraim, secondo le loro famiglie. Il confine della loro eredità era, a oriente, Aterot-Addar, fino a Bet-Oron disopra; continuava, dal lato occidentale, verso Micmetat al nord, girava a oriente verso Taanat-Silo e le passava davanti, a oriente di Ianoa. Poi da Ianoa scendeva ad Atarot e a Naara, toccava Gerico, e terminava al Giordano. Da Tappua il confine andava verso occidente fino al torrente di Cana, per terminare al mare. Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Efraim, secondo le loro famiglie, con l'aggiunta delle città, tutte città con i loro villaggi, messe da parte per i figli di Efraim in mezzo all'eredità dei figli di Manasse.
- Ora essi non scacciarono i Cananei che abitavano a Ghezer; e i Cananei hanno dimorato in mezzo a Efraim fino al giorno d'oggi, ma sono stati soggetti a servitù.
(Notizie su Israele, 7 marzo 2026)
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Il fuoco di Hezbollah ferisce otto soldati dell'IDF mentre Zamir promette il “crollo dell'asse iraniano”
“Qui si sta svolgendo un lavoro significativo e ci stiamo preparando per un'operazione prolungata”, ha affermato il capo dell'IDF, il tenente generale Eyal Zamir.
di Charles Bybelezer
Venerdì otto soldati delle Forze di Difesa Israeliane sono rimasti feriti dal fuoco di proiettili di Hezbollah vicino al confine libanese.
Cinque dei soldati sono rimasti gravemente feriti, mentre tre hanno riportato ferite più lievi. Tutti sono stati evacuati per ricevere cure mediche e le loro famiglie sono state informate.
Il figlio del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich era tra i feriti lievi.
Durante la notte di venerdì, l'IDF ha completato una serie di attacchi contro lanciarazzi, depositi di armi e siti militari appartenenti a Hezbollah nel sud del Libano e nella valle della Beqaa.
In precedenza, due centri di comando delle forze Radwan erano stati colpiti nella zona di Majdal Selm, nel sud-est del Libano. I comandanti presi di mira “hanno recentemente operato per promuovere e portare a termine vari attacchi terroristici contro le truppe dell'IDF e i civili israeliani”, ha affermato l'esercito.
“L'IDF sta operando con determinazione contro Hezbollah a seguito della decisione dell'organizzazione terroristica di attaccare deliberatamente Israele per conto del regime terroristico iraniano. L'IDF non tollererà alcun danno ai residenti dello Stato di Israele”, ha aggiunto.
Sempre venerdì, l'aviazione israeliana ha colpito altri obiettivi terroristici nel distretto di Dahiyeh a Beirut, roccaforte di Hezbollah. Tra gli obiettivi colpiti c'erano un centro di comando dell'aviazione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e strutture utilizzate dall'unità navale, dall'unità finanziaria e dal Consiglio operativo di Hezbollah, ha affermato l'IDF.
Sono state prese misure per ridurre al minimo i danni ai civili, compreso l'uso di munizioni di precisione, la sorveglianza aerea e ulteriori informazioni di intelligence.
Giovedì notte l'IAF ha condotto un'ampia ondata di attacchi a Beirut, prendendo di mira le infrastrutture terroristiche di Hezbollah. Gli attacchi hanno colpito centri di comando terroristici, edifici a più piani utilizzati dal proxy iraniano e una struttura per lo stoccaggio di UAV utilizzati per attacchi contro Israele.
L'IDF ha emesso un avviso “urgente” per i residenti di alcune zone della periferia sud di Beirut affinché evacuino immediatamente le loro case per “salvare la vita”.
Dall'inizio dell'operazione “Roaring Lion” il 28 febbraio, l'IDF ha colpito più di 500 obiettivi terroristici in Libano.
Il capo di stato maggiore dell'IDF, il tenente generale Eyal Zamir, ha fatto venerdì una valutazione della situazione presso il quartier generale del Comando Nord a Safed insieme ai membri del Forum dello Stato Maggiore. Durante la riunione, Zamir ha ordinato il continuo rafforzamento delle difese lungo il confine.
Successivamente, Zamir ha parlato con i capi delle autorità locali nel nord di Israele, presentando il quadro operativo della situazione e sottolineando l'importanza di approfondire il controllo lungo il confine con il Libano.
Il capo di Stato Maggiore ha sottolineato l'impegno dell'IDF a proteggere i residenti e ha espresso apprezzamento alle autorità locali e ai cittadini per la resilienza, la responsabilità e lo spirito che hanno dimostrato sul fronte interno.
(JNS, 7 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Guerra in Medio Oriente. Razionale ma sull’orlo del collasso, l’Iran visto da Israele
L’ambasciatore Peled parla di «opportunità per un futuro migliore» per il popolo dopo la morte di Khamenei. Per Shine, ex Mossad, l’economia è a pezzi, il tempo stringe e il cambio, se verrà, nascerà dall’interno, non dalle bombe.
di Gabriele Carrer
Non un’operazione per un regime change imposto dall’esterno, ma per «dare l’opportunità» ai cittadini iraniani «per avere un futuro migliore». Così Jonathan Peled, ambasciatore israeliano in Italia, descrive in un briefing con i giornalisti la campagna militare lanciata una settimana fa da Israele e Stati Uniti che ha decapitato la leadership iraniana e danneggiato il programma nucleare di Teheran. Fonti della sicurezza spiegano che Israele «si aspetta ed è pronto» nuovi lanci di missili e droni da Iran e Libano, come risposta all’operazione che Washington ha ribattezzato “Furia epica” e che per Gerusalemme è “Leone ruggente”. Ma anche verso i Paesi del Golfo già colpiti. E così facendo, «Teheran dimostra di non essere un problema solo per Israele, ma per tutta la regione», commentano le stesse fonti.
L’Iran è razionale, pianifica e resiste, ma oggi si ritrova in un vicolo sempre più stretto, economicamente esausto e militarmente sotto pressione crescente. A sostenerlo è Sima Shine, oggi analista allo Institute for National Security Studies, già a capo della divisione ricerca del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano per l’estero. Il cambio più probabile non verrà dalle bombe, ma dall’interno del sistema stesso.
«Tutto funziona come sempre. Il sistema opera secondo ciò che era stato pianificato e previsto in caso di cambiamento», spiega. Le quattro ritorsioni annunciate prima della guerra sono state tutte eseguite: «Hanno detto quattro cose che avrebbero fatto se attaccati. Colpire Israele, l’hanno fatto. Colpire le basi statunitensi nel Golfo, l’hanno fatto. Altri attacchi nel Golfo e chiudere lo Stretto, l’hanno fatto». Non significa che l’Iran vincerà, ma che è un sistema razionale e organizzato, non un attore caotico, sostiene Shine. Anche gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo, che hanno colpito anche l’Azerbaijan, Paese amico di Israele e il gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fanno parte di una strategia deliberata di Teheran: «C’è un pensiero razionale», spiega l’analista. Per lei, l’obiettivo iraniano è colpire la capacità di sopravvivenza economica dei nemici, tagliare le forniture energetiche a Israele, mandare un segnale agli Stati del Golfo. C’è una logica, anche se non garantisce il successo.
Ma quanto può reggere questa logica? Per Shine il tempo stringe. L’Iran, spiega, uscirà dalla guerra «in una situazione molto debole»: economia in ginocchio, valuta svalutata, infrastrutture colpite. «Saranno in una situazione molto, molto peggiore nelle prossime settimane». Teheran aveva promesso di decidere da sola quando fermarsi. Ma la realtà economica racconta un’altra storia. E il paragone con la resistenza durante la guerra Iran-Iraq, evocato spesso dalla propaganda di Teheran, non regge per Shine: «Nessuno può paragonare quello che era allora a quello che sta succedendo ora. Tutto è così diverso. Non penso che possano sopravvivere a lungo allo stesso livello di attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti».
\Gli scenari per il futuro del regime sono quattro, secondo l’analista. Il più probabile è un cambiamento dall’interno: qualcuno nell’establishment, a un livello sufficientemente alto, decide di cambiare politiche e alleanze mantenendo intatta la struttura formale del regime. Una rivoluzione silenziosa dall’alto. Il secondo scenario è una sollevazione popolare, che Shine non esclude ma valuta con cautela, in assenza di informazioni concrete sul campo. Il terzo, il più temuto dalla diaspora iraniana, è una guerra civile con curdi e altre forze che agiscono simultaneamente contro il centro. Il quarto è la pura sopravvivenza del regime, sempre meno probabile secondo Shine con il passare dei giorni e l’intensificarsi della pressione.
In questo quadro di incertezza si inserisce la partita più delicata: chi guiderà l’Iran dopo Ali Khamenei. Il Consiglio degli esperti deve scegliere la nuova Guida suprema, ma il processo è tutt’altro che lineare. Secondo Shine, le Guardie della rivoluzione stanno spingendo per Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah ucciso, con cui hanno rapporti consolidati da anni. Una figura che l’analista descrive come molto problematica. Ma c’è un elemento che complica ulteriormente la nomina: la preoccupazione, concreta, che una volta reso pubblico il nome del successore, Israele tenti di eliminarlo. Il che starebbe frenando o almeno rallentando il processo. Da Washington, giovedì, è arrivato un messaggio che ha reso tutto ancora più surreale. Donald Trump ha liquidato Mojtaba senza mezzi termini, definendolo un «peso piuma» e un «incompetente», rivendicando apertamente, in un’intervista a Axios, il diritto di avere voce in capitolo sulla successione.
C’è, infine, il tema della situazione regionale: la guerra sta paradossalmente accelerando ciò che la diplomazia faticava a costruire, secondo Shine. Il sistema di difesa aerea integrato sotto il comando centrale americano, che collega Israele ai Paesi del Golfo inclusi stati senza relazioni diplomatiche con Gerusalemme, è secondo lei qualcosa di straordinario: «Direi che è un miracolo. Funziona davvero, anche con Stati che non hanno relazioni diplomatiche con Israele». È l’interesse comune a tenere insieme questa architettura informale: contenere l’Iran vale più di qualsiasi divisione politica. Una normalizzazione formale con l’Arabia Saudita resta lontana, per ragioni interne e regionali complesse. Ma la cooperazione operativa è già realtà. Gli Accordi di Abramo, nati in tempo di pace, trovano oggi la loro vera prova sul campo.
(LINKIESTA, 7 marzo 2026)
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L’eco di Teheran attraversa il subcontinente
La morte di Khamenei provoca proteste e lutto tra milioni di sciiti indiani
di Rosa Davanzo
La notizia della morte di Ali Khamenei ha attraversato il Medio Oriente come una scossa immediata, tuttavia le sue conseguenze politiche e simboliche si sono manifestate con forza anche molto più lontano da Teheran, in un luogo che a prima vista sembrerebbe periferico rispetto alla crisi regionale. L’India, paese gigantesco e politicamente legato a Israele da una cooperazione sempre più stretta sul piano militare e tecnologico, si trova ora a fare i conti con una reazione popolare che mostra quanto il quadro interno sia complesso e stratificato.
Nel giro di poche ore dall’annuncio ufficiale della morte della Guida Suprema iraniana, filmati provenienti da varie città indiane hanno cominciato a circolare sui social e sui canali televisivi locali mostrando scene di lutto collettivo e manifestazioni di protesta. Migliaia di fedeli sciiti si sono riuniti nelle strade per commemorare Khamenei con rituali tradizionali di penitenza, mentre i leader religiosi locali hanno pronunciato sermoni durissimi contro Israele e gli Stati Uniti, accusati di aver colpito un’autorità che per molti fedeli rappresentava un riferimento spirituale oltre che politico.
Per comprendere la portata di queste reazioni bisogna ricordare che l’India ospita la seconda comunità sciita più numerosa al mondo, stimata intorno ai quarantacinque milioni di persone. In questo universo religioso la figura della Guida Suprema iraniana non veniva percepita soltanto come il vertice di un regime straniero, bensì come un marja’ taqlid, cioè un’autorità giuridico-religiosa capace di orientare la vita spirituale dei credenti. Per una parte significativa della popolazione sciita indiana, la morte di Khamenei assume quindi il significato di una perdita religiosa prima ancora che politica.
Le manifestazioni più intense si sono concentrate nella regione del Kashmir, dove la presenza sciita è storicamente radicata e dove la memoria culturale dell’Iran continua a esercitare un’influenza profonda. Nelle città di Srinagar e Budgam le autorità hanno dispiegato forze di sicurezza e veicoli blindati per prevenire possibili disordini, mentre la polizia ha istituito posti di blocco e limitato l’accesso alle principali piazze. In alcune aree l’intervento delle forze dell’ordine ha incluso l’uso di gas lacrimogeni e restrizioni temporanee alla connessione internet, misura che negli ultimi anni è diventata uno strumento frequente della gestione dell’ordine pubblico in Kashmir.
Le proteste non si sono però fermate a quella regione. Cortei e veglie funebri sono stati segnalati a Lucknow, Ajmer, Ludhiana e Jodhpur, oltre che in diversi quartieri di Nuova Delhi. Nel villaggio di Alipur, nello stato del Karnataka, gli abitanti hanno proclamato tre giorni di lutto collettivo e sospeso tutte le attività pubbliche in memoria del leader iraniano, ricordando la visita che l’ayatollah compì in India all’inizio degli anni Ottanta, quando la rivoluzione islamica era ancora un fenomeno recente e carico di aspettative per molti movimenti religiosi del mondo musulmano.
Il Kashmir rappresenta il nodo più delicato di questa vicenda perché i legami con l’Iran affondano in una storia molto più antica della Repubblica islamica. Per secoli il persiano ha funzionato come lingua amministrativa e culturale della regione, mentre missionari sciiti provenienti da Isfahan e da altre città iraniane contribuirono tra il Quattrocento e il Cinquecento alla formazione delle comunità religiose locali. L’intreccio culturale fu così intenso che il poeta Muhammad Iqbal arrivò a definire il Kashmir Iran-e-Zahir, cioè “il piccolo Iran”.
Tutto questo accade mentre Nuova Delhi coltiva da anni un rapporto sempre più stretto con Israele, basato sulla cooperazione tecnologica, sugli scambi militari e su un dialogo politico che negli ultimi anni ha raggiunto livelli inediti. Il governo di Narendra Modi considera Israele un partner strategico e non ha mai nascosto l’intenzione di rafforzare questa relazione, tuttavia le manifestazioni di questi giorni ricordano che la società indiana resta attraversata da identità religiose, memorie storiche e sensibilità politiche che non sempre coincidono con le scelte diplomatiche del governo centrale.
La morte di Khamenei, dunque, non rappresenta soltanto un evento destinato a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. In un paese lontano come l’India diventa anche uno specchio delle tensioni interne di una potenza emergente che si muove tra alleanze globali e fratture domestiche, mentre milioni di cittadini guardano agli eventi internazionali attraverso lenti religiose e culturali che nessuna diplomazia può ignorare.
(Setteottobre, 7 marzo 2026)
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Ambasciatore d’Israele: l’Iran ci ha minacciato per 47 anni
Venerdì mattina, briefing online dell’ambasciata d’Israele in Italia sull’evoluzione di un conflitto che, iniziato in Medio Oriente, è sempre più “europeo”. «Sono decenni che mettiamo in guardia sulla pericolosità del regime. C’è ora una opportunità strategica da cogliere per indebolirlo e far sì che non rappresenti più una minaccia», sottolinea l’ambasciatore Jonathan Peled. Nel rispondere alle domande dei giornalisti su questi primi sei giorni di guerra e le prospettive di medio e lungo termine, il diplomatico spiega che «quella lanciata sabato sotto la guida degli Stati Uniti d’America non è un’operazione di regime change: il nostro obiettivo è contrastare i missili balistici, la corsa al nucleare, il terrorismo». Con un regime indebolito, sostiene, «ogni scenario è possibile, anche la riconquista della libertà da parte del popolo iraniano: i nostri due popoli hanno un legame molto forte, una connessione profonda». Il problema «è unicamente con un regime che rappresenta per Israele una minaccia esistenziale, da 47 anni». Ma il problema, afferma, «non è solo israeliano, come dimostrano gli attacchi iraniani di queste ore non contro obiettivi militari ma indiscriminatamente civili in tutta la regione». Israele ha agito contro il diritto internazionale? «Non è una questione nella quale voglio addentrarmi», risponde Peled. «Se però un regime dichiara l’intento di distruggere un altro paese e lo fa da 47 anni, quel regime diventa un obiettivo legittimo. Su questo punto c’è una consapevolezza diffusa, a tutti i livelli, con i paesi alleati». Quanto durerà ancora la guerra? «Non è una guerra senza fine, vogliamo che sia di breve periodo. Puntiamo a indebolire il regime al punto che smetta di essere un pericolo e si pongano le condizioni per una via diplomatica». Gli obiettivi raggiunti nella guerra di giugno del 2025 non erano abbastanza per Usa e Israele? «C’è stato chi si è illuso che l’Iran fosse pronto a negoziare. Ma è stata appunto un’illusione, perché è successo esattamente l’opposto», ha dichiarato Peled. «Il regime degli ayatollah non solo ha fatto finta di volere arrivare a un accordo, come si è visto di nuovo a Ginevra, ma ha accelerato la produzione di missili balistici e il progetto nucleare. E continuato a sostenere Hezbollah e altri gruppi terroristici». a.s.
(moked, 6 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 15
Territorio assegnato alla tribù di Giuda
- La parte toccata in sorte alla tribù dei figli di Giuda secondo le loro famiglie, si estendeva fino al confine di Edom, al deserto di Sin verso sud, all'estremità meridionale di Canaan.
- Il loro confine meridionale partiva dall'estremità del Mar Salato, dalla punta che volge a sud, e si prolungava al sud della salita di Acrabbim, passava per Sin, poi saliva al sud di Cades-Barnea, passava da Chesron, saliva verso Addar e si volgeva verso Carcaa; passava quindi da Asmon e continuava fino al torrente d'Egitto, per terminare al mare. “Questo sarà”, disse Giosuè, “il vostro confine meridionale”. Il confine orientale era il Mar Salato, fino alla foce del Giordano.
- Il confine settentrionale partiva dal braccio di mare dov'è la foce del Giordano; di là saliva verso Bet-Ogla, passava al nord di Bet-Araba, saliva fino al sasso di Boan figlio di Ruben; poi, partendo dalla valle di Acor, saliva a Debir e si dirigeva verso il nord dal lato di Ghilgal, che è di fronte alla salita di Adummim, a sud del torrente; poi passava presso le acque di En-Semes, e faceva capo a En-Roghel. Di là il confine saliva per la valle di Ben-Innom fino al versante meridionale del monte dei Gebusei che è Gerusalemme, poi si elevava fino alla vetta del monte che è di fronte alla valle di Innom a occidente, e all'estremità della valle dei Refaim, al nord. Dalla vetta del monte, il confine si estendeva fino alla sorgente delle acque di Neftoa, continuava verso le città del monte Efron, e si prolungava fino a Baala, che è Chiriat-Iearim. Da Baala volgeva poi a occidente verso la montagna di Seir, passava per il versante settentrionale del monte Iearim, che è Chesalon, scendeva a Bet-Semes e passava per Timna. Di là il confine continuava verso il lato settentrionale di Escron, si estendeva verso Sicron, passava per il monte Baala, si prolungava fino a Iabneel, e terminava al mare.
- Il confine occidentale era il Mar Grande. Questi furono da tutti i lati i confini dei figli di Giuda secondo le loro famiglie.
- A Caleb, figlio di Gefunne, Giosuè diede una parte in mezzo ai figli di Giuda, come l'Eterno gli aveva comandato, cioè: la città di Arba, padre di Anac, che è Ebron. E Caleb scacciò i tre figli di Anac, Sesai, Aiman e Talmai, discendenti di Anac. Di là salì contro gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Chiriat-Sefer. E Caleb disse: “A chi batterà Chiriat-Sefer e la prenderà io darò in moglie Acsa mia figlia”. Allora Otniel, figlio di Chenaz, fratello di Caleb la prese, e Caleb gli diede in moglie Acsa sua figlia. E quando lei venne a stare con lui, persuase Otniel a chiedere un campo a Caleb, suo padre. Lei smontò dall'asino, e Caleb le disse: “Che vuoi?”. E quella rispose: “Fammi un dono; poiché tu mi hai stabilita in una terra arida, dammi anche delle sorgenti d'acqua”. Ed egli le donò le sorgenti superiori e le sorgenti sottostanti.
- Questa è l'eredità della tribù dei figli di Giuda, secondo le loro famiglie:
- Le città poste all'estremità della tribù dei figli di Giuda, verso il confine di Edom, dal lato di mezzogiorno, erano: Cabseel, Eder, Iagur, China, Dimona, Adeada, Cades, Asor, Itnan, Zif, Telem, Bealot, Asor-Adatta, Cheriot-Chesron, che è Asor, Amam, Sema, Molada, Asar-Gadda, Chesmon, Bet-Palet, Asar-Sual, Beer-Sceba, Biziotia, Baala, Tim, Asen, Eltolad, Chesil, Corma, Siclag, Madmanna, Sansanna, Lebaot, Silim, Ain, Rimmon; in tutto ventinove città e i loro villaggi.
- Nella regione bassa: Estaol, Sorea, Asna, Zanoà, En-Gannim, Tappua, Enam, Iarmut, Adullam, Soco, Azeca, Saaraim, Aditaim, Ghedera e Ghederotaim: quattordici città e i loro villaggi; Senan, Adasa, Migdal-Gad, Dilean, Mispa, Iocteel, Lachis, Boscat, Eglon Cabbon, Lamas, Chitlis, Ghederot, Bet-Dagon, Naama e Maccheda: sedici città e i loro villaggi; Libna, Eter, Asan, Ifta, Asna, Nesib, Cheila, Aczib e Maresa: nove città e i loro villaggi; Ecron, le città del suo territorio e i suoi villaggi; da Ecron e a occidente, tutte le città vicine ad Asdod e i loro villaggi; Asdod, le città del suo territorio e i suoi villaggi; Gaza, le città del suo territorio e i suoi villaggi fino al torrente d'Egitto e al Mar Grande, che serve di confine.
- Nella contrada montuosa: Sanoir, Iattir, Soco, 49 Danna, Chiriat-Sanna, che è Debir, 50 Anab, Estemo, Anim, Goscen, Colon e Ghilo: undici città e i loro villaggi; Arab, Duma, Escean, Ianum, Bet-Tappua, Afeca, Cumta, Chiriat-Arba, che è Ebron, e Sior: nove città e i loro villaggi; Maon, Carmel, Zif, Iuta, Izreel, Iocdeam, Zanoà, Cain, Ghibea e Timna: dieci città e i loro villaggi; Calul, Bet-Sur, Ghedor, Maarat, Bet-Anot e Eltecon: sei città e i loro villaggi; Chiriat-Baal, che è Chiriat-Iearim, e Rabba: due città e i loro villaggi. Nel deserto: Bet-Araba, Middin, Secacà, Nibsan, Ir-Ammelà ed En-Ghedi: sei città e i loro villaggi.
- Quanto ai Gebusei che abitavano a Gerusalemme, i figli di Giuda non li poterono scacciare; e i Gebusei hanno abitato con i figli di Giuda a Gerusalemme fino al giorno d'oggi.
(Notizie su Israele, 6 marzo 2026)
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Il capo di Stato Maggiore israeliano annuncia una nuova fase della guerra contro l'Iran
«Perseguiremo i nostri nemici – tutti – e li raggiungeremo», afferma Eyal Zamir
Il capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir ha annunciato un'estensione dell'operazione militare contro l'Iran. Secondo le sue dichiarazioni, l'operazione sta entrando in una nuova fase.
Allo stesso tempo, ha chiarito che Israele continuerà ad agire con determinazione anche al confine con il Libano contro l'organizzazione terroristica Hezbollah, sostenuta dal regime iraniano.
In una riunione operativa, secondo i media locali Zamir ha dichiarato che dopo sei giorni di attacchi contro obiettivi del regime iraniano le forze armate (IDF) continueranno a lavorare per eliminare le minacce provenienti dal Libano. Anche l'obiettivo di disarmare Hezbollah rimane invariato.
Il capo dell'esercito ha affermato che migliaia di membri delle forze armate hanno preparato l'attacco all'Iran in segreto per un lungo periodo di tempo. Ciò è avvenuto in stretta collaborazione con gli Stati Uniti. Lo svolgimento dell'operazione segue un piano prestabilito.
• 6000 armi di precisione utilizzate
Secondo le informazioni disponibili, l'operazione è iniziata sabato mattina con un massiccio attacco aereo. Diverse decine di bombe sono state sganciate contemporaneamente su tre obiettivi. In pochi secondi sono stati uccisi numerosi rappresentanti di alto rango del regime iraniano. Anche la guida suprema Ali Khomeini è rimasta uccisa.
Secondo Zamir, l'aviazione israeliana ha finora effettuato circa 2500 attacchi, utilizzando più di 6000 armi di precisione. I piloti avrebbero “spianato la strada verso Teheran in 24 ore”.
Allo stesso tempo, circa l'80% dei sistemi di difesa aerea iraniani sarebbe stato distrutto. In questo modo Israele avrebbe ottenuto un “dominio aereo quasi totale” sull'Iran.
Questa superiorità militare consentirebbe di agire in modo mirato contro le postazioni missilistiche iraniane. Secondo Zamir, oltre il 60% delle rampe di lancio per missili balistici sarebbe già stato distrutto. Tuttavia, la minaccia rimarrebbe. «Ogni missile è letale e rappresenta un pericolo».
• «Spalla a spalla»
Il capo di Stato Maggiore ha dichiarato che, con la conquista del dominio aereo e l'indebolimento dell'arsenale missilistico iraniano, la prima fase dell'operazione è stata completata. Ora si tratta di prendere di mira ancora più fortemente di prima la leadership iraniana e le sue capacità militari.
Ulteriori misure sono già state pianificate, ma non saranno rese pubbliche. “Perseguiremo i nostri nemici, tutti quanti, e li raggiungeremo”.
Zamir ha inoltre sottolineato la stretta collaborazione con gli Stati Uniti. Entrambe le forze armate combattono “spalla a spalla” sulla base di interessi e valori comuni.
Riguardo ai combattimenti in Libano, il capo di Stato Maggiore ha affermato che Hezbollah ha commesso un “errore strategico” quando ha aderito alla guerra. Israele sta attaccando sia sulla linea del fronte che nell'entroterra libanese.
Ha inoltre ordinato alle truppe di rafforzare ulteriormente le loro posizioni lungo il confine e di occupare punti strategicamente importanti nel sud del Libano.
(Jüdische Allgemeine, 6 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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L’Esercito iraniano tra potere e sospetto: minaccia o strumento del Regime?
Marginalizzato dalla vittoria della Rivoluzione khomeinista del 1979, l’esercito iraniano ha un elevatissimo numero di combattenti, di diverse etnie, non tutti fedeli al regime islamista e alla sua ideologia rivoluzionaria, e per questo è guardato con sospetto dal regime. “È plausibile che si rivolti contro il regime, facendolo cadere” spiega Ronen Itzik, capo della sezione esercito-società presso il David Institute for Security Policy.
di David Zebuloni
In queste settimane tese di guerra regionale, che minaccia di intensificarsi e di coinvolgere il mondo intero, emerge la necessità di valutare le reali capacità dell’esercito iraniano. Alcune domande sorgono spontanee: le forze armate regolari della Repubblica Islamica possono realmente rappresentare una minaccia esistenziale per Israele e i suoi alleati? Sono davvero in grado di sfidare le Forze di Difesa Israeliane e metterle alla prova in modi imprevedibili?
Un altro quesito, distinto ma di grande interesse per molti esperti, riguarda la possibilità che, a un certo punto, l’esercito iraniano possa voltare le spalle agli ayatollah, unirsi ai cittadini che manifestano contro il regime repressivo e contribuire alla sua caduta. Uno scenario realistico? Dipende a chi si pone la domanda. Per fornire una risposta lucida, tuttavia, occorre comprendere la struttura peculiare del regime iraniano e il ruolo dell’esercito all’interno di questo complesso sistema di potere.
Ci sono Stati che lottano per sopravvivere e altri la cui sopravvivenza è diventata il principio organizzatore del governo. Dal 1979, anno della sua nascita con la deposizione di Mohammad Reza Shah Pahlavi, la Repubblica Islamica dell’Iran coltiva una cultura di forza, diffidenza e violenza politica, interna ed esterna. Eliminazioni, rapimenti, repressione delle proteste e terrorismo transfrontaliero non sono eccezioni, ma strumenti ordinari del regime.
La natura del regime iraniano non deriva solo dall’ideologia; è direttamente legata alla sua struttura. In Iran, il sistema politico e quello di sicurezza sono intrecciati al punto da rendere difficile distinguere dove finisca l’uno e inizi l’altro. I centri decisionali si basano su organismi militari, e le forze armate esercitano un’influenza politica ed economica profonda. All’interno di questo quadro, il sistema di sicurezza è suddiviso in entità sovrapposte, a volte in competizione, che non sempre agiscono in armonia. Sulla carta esiste una gerarchia ufficiale, ma nella pratica prevalgono lotte per il potere, rivalità personali e competizione per risorse e influenza.
• Una struttura complessa
Al vertice della piramide politico-militare c’è il Leader Supremo, Ali Khamenei, eliminato dalle forze IDF il primo giorno dell’operazione “Ruggito del Leone”. Sotto di lui opera il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, guidato da Ali Larijani, e sotto di esso una fitta rete di centri di potere: consigli, bracci di intelligence, milizie e organismi economico-militari. Questa struttura asimmetrica, in cui ogni ente controlla anche il suo rivale, genera diffidenza costante, doppia fedeltà e frequenti intrighi interni.
Al centro del sistema vi sono i Guardiani della Rivoluzione, i “Pasdaran”, principale baluardo del regime dalla sua fondazione. Non si tratta solo di un esercito parallelo, ma di un vero e proprio impero economico e di sicurezza che ha costruito un centro di potere autonomo. Include marina, brigate missilistiche e dipartimenti di intelligence. I Pasdaran agiscono come il braccio lungo degli ayatollah, ma gli esperti non escludono che un giorno possano sostituire i religiosi e instaurare una leadership militare al posto di quella teocratica. Operano sia all’interno sia all’esterno del paese, contano su alleati e non si pongono limiti.
Un altro organismo critico nella struttura piramidale, soprattutto nella gestione delle proteste per le strade di Teheran, è il Basij. Si tratta di una milizia di decine di migliaia di persone, tra le più devote al messaggio khomeinista. Combinano determinazione e fedeltà e, quando le piazze bruciano, sono tra i primi ad essere inviati o ad agire spontaneamente sul campo. Spesso sono stati visti mentre inseguivano in moto i manifestanti. Il Basij opera insieme ai Pasdaran, ma talvolta ricorre a violenza ancora più estrema.
Il cerchio si completa con i numerosi servizi di intelligence, come avviene in molti stati. Sorvegliano nemici esterni, reprimono oppositori interni e si controllano a vicenda. Tra questi: il Ministero dell’Intelligence, le branche dei Pasdaran, il reparto J2 del Ministero della Difesa, il dipartimento cibernetico, una rete di agenzie legate alla polizia e diversi altri enti minori. Tutti raccolgono informazioni, prevengono intrusioni (anche nel settore nucleare strategico) e supportano operazioni di arresto di massa.
• Dal 1979 un esercito ai margini
E l’esercito iraniano? Sin dalla rivoluzione, sembra destinato a un ruolo secondario nel sistema di sicurezza della Repubblica Islamica. Mentre i riflettori erano puntati sui Pasdaran e sui meccanismi ombra, l’esercito classico si trovava in una posizione di svantaggio continuo, talvolta quasi sospetta.
Perché? La risposta non è solo militare, ma risiede in un ricordo politico fondamentale. Per capire come l’istituzione più antica sia stata marginalizzata e perché ora torni a muoversi sotto la superficie, bisogna tornare ai giorni della rivoluzione, alla paura degli ayatollah di una controrivoluzione militare e alla decisione di creare un sistema di sicurezza parallelo, che controllasse e garantisse fedeltà assoluta al nuovo regime.
Durante la rivoluzione del 1979, le forze armate imperiali dell’Iran, l’esercito dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, avevano un ruolo complesso e contraddittorio. All’inizio tentarono di fermare l’ondata di proteste di massa nelle grandi città, in particolare Teheran, e talvolta furono dispiegate nelle strade per imporre coprifuoco e disperdere le manifestazioni. Unità militari e di polizia aprirono il fuoco in casi significativi, tra cui il “Venerdì Nero” del settembre 1978, quando le forze di sicurezza iraniane spararono a centinaia di manifestanti in Piazza Jaleh. Tuttavia, con l’espansione della protesta da movimento civile a rivolta popolare ispirata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, la coesione dell’esercito si indebolì. Le diserzioni aumentarono, i soldati rifiutarono di sparare ai manifestanti e parte dell’alto comando comprese che lo Shah stava perdendo il controllo, scegliendo di non restare dalla parte del perdente.
Nel febbraio 1979 il comando militare dichiarò la “neutralità”, un passo drammatico che segnò il crollo del regime dello Shah e rimosse l’ultimo ostacolo alla presa del potere dei rivoluzionari. L’esercito non fu sconfitto sul campo di battaglia, ma si consumò dall’interno: tra fedeltà formale alla corona e riluttanza a combattere contro la popolazione. Dopo la caduta dello Shah, gli ayatollah presero una decisione strategica chiara: niente più esercito unico, forte e indipendente, che concentrasse tutta la responsabilità della difesa nazionale. Il nuovo regime scelse di non investire nelle forze regolari quanto negli altri organismi di sicurezza, evitando soprattutto di conferire loro autorità esclusiva sulla sicurezza dello Stato.
Il servizio militare obbligatorio in Iran fa sì che i soldati provengano da tutti gli strati della popolazione, compresi oppositori del regime. La durata è di 21 mesi. L’esercito regolare comprende varie brigate, sebbene non vi siano dati affidabili sulle loro dimensioni. Probabilmente includono una brigata logistica, una di fanteria, una aviotrasportata, brigate di forze speciali e cinque reggimenti di artiglieria. Ci sono anche unità di difesa costiera, un numero crescente di gruppi di difesa aerea, tra 4 e 6 unità aeree militari e un numero crescente di gruppi logistici e di supporto. Secondo dati ufficiali del 2007, la forza di terra regolare era stimata in circa 357.000 soldati, di cui 167.000 combattenti ordinari e 190.000 professionisti, più circa 350.000 riservisti, per un totale di circa 700.000 militari. Nel 2026, quasi due decenni dopo, la situazione è completamente diversa.
• Intervista all’esperto
“L’esercito iraniano è enorme, conta quasi un milione di soldati”, spiega Dr. Ronen Itzik, capo della sezione esercito-società presso il David Institute for Security Policy, in un’intervista a Makor Rishon. “Circa due terzi servono in servizio regolare, a cui si aggiungono circa 300.000 riservisti. È una forza che colloca l’Iran tra i maggiori eserciti della regione. Possiede anche un esercito di terra esteso, con oltre 4.000 carri armati”, continua. “Gran parte dei mezzi è obsoleta, carri degli anni ’70 con aggiornamenti puntuali, ma la potenza quantitativa rimane impressionante”.
- Qual è il punto di forza dell’esercito iraniano oggi?
“Senza dubbio, il numero di combattenti. La capacità di schierare una tale forza consente una copertura molto ampia. Quando hai quasi un milione di soldati regolari disponibili in ogni momento e pronti al combattimento, è una forza enorme. E bisogna ricordare che a breve si aggiungono anche i Guardiani della Rivoluzione, altri 200.000 combattenti addestrati e ideologicamente motivati. È una massa militare significativa, da non sottovalutare”.
- E il punto debole?
“L’ultima volta che l’esercito iraniano ha combattuto a pieno regime è stato negli anni ’80, durante la guerra con l’Iraq. Ha perso quel conflitto e per più di quattro decenni non ha affrontato una guerra totale. Questo significa che il livello di prontezza generale non è particolarmente alto”.
In questo contesto assume importanza la cosiddetta strategia dei “proxies”: la capacità militare e missilistica delle ramificazioni iraniane nella regione è parte dell’equazione. “Hezbollah copre vaste aree di Israele con missili e razzi, oltre a droni, e in altre aree gli Houthi in Yemen aggiungono la loro minaccia”, ricorda Itzik. “Quindi la minaccia non si misura solo con le forze regolari di Teheran, ma anche con la capacità di impiegare le sue proxies in una strategia multilivello”.
L’operazione condotta contro il regime nel mese di giugno ha ridotto significativamente la capacità dell’Iran di operare a lungo raggio. Di conseguenza, la strategia del regime è stata adattata negli ultimi mesi. “Oggi l’esercito iraniano concentra gli sforzi su colpi singoli ma precisi in punti strategici”, avverte Itzik. “Sì, possono infliggerci un danno doloroso, ma non possono impedire un’azione strategica degli Stati Uniti, in grado di colpirli gravemente”.
Tuttavia, quando si pensa alla caduta di un regime, l’immagine che viene in mente non è quella di un aereo che bombarda dall’alto, ma quella di un carro armato puntato contro il parlamento. Un’immagine drammatica, probabilmente preoccupante anche per il regime degli ayatollah. Per questo motivo, quattro decenni dopo la rivoluzione, Teheran continua a guardare il proprio esercito con eccessiva diffidenza.
Secondo Itzik, uno scenario del genere è del tutto plausibile. “Negli ultimi dieci anni abbiamo visto in Medio Oriente regimi cadere quando l’esercito, spesso composto da giovani provenienti dal popolo, sceglie di non sostenere il regime esistente. Esempi notevoli sono Egitto e Siria, dove l’esercito alla fine si è arreso. Questa possibilità esiste anche in Iran, il cui esercito è pieno di giovani di diverse etnie, non tutti fedeli al regime islamista e alla sua ideologia rivoluzionaria. Questa realtà crea un potenziale di collasso interno e persino di rivolta dell’esercito contro il regime stesso. Credo che, se si verificasse una situazione simile alla Primavera Araba, con diversi regimi crollati sotto pressione popolare, e l’esercito iraniano fosse chiamato a intervenire, assisteremmo a una disgregazione chiara”.
- Come immagini il coinvolgimento dell’esercito iraniano in un possibile processo di caduta del regime?
“Posso immaginare carri armati impegnati contro i Guardiani della Rivoluzione, schierati in zone strategiche per partecipare alla caduta del regime o proteggere i civili che il regime potrebbe tentare di massacrare. Abbiamo visto situazioni simili in altre parti del mondo. Credo che se il regime raggiungesse un pericolo reale e iniziasse azioni disperate, c’è una buona possibilità che parte dell’esercito si sollevi contro di esso, e in tal caso lo vedremmo chiaramente e tangibilmente. Non ci sarebbe più bisogno di immaginare”.
- Quanto siamo vicini a quel giorno?
“Il regime si trova oggi in un punto di crisi senza precedenti dalla sua fondazione, non solo a causa della minaccia di Israele e degli Stati Uniti, ma anche per diversi fattori interni che indicano un chiaro collasso. Sarebbe una perdita per le generazioni se questo regime non cadesse proprio ora, nel momento della sua massima debolezza. Personalmente, io credo che tutto sia ancora possibile”.
(Bet Magazine Mosaico, 6 marzo 2026)
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Israele avverte i cittadini all'estero di stare all'erta
Il Consiglio di Sicurezza Nazionale esorta gli israeliani all'estero a prestare maggiore attenzione in seguito agli attacchi e alle minacce legati all'operazione “Roaring Lion”.
Giovedì il Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano (NSC) ha avvertito gli israeliani che viaggiano o vivono all'estero di aumentare la loro vigilanza e seguire rigorose precauzioni di sicurezza a causa delle crescenti minacce da parte delle agenzie di sicurezza iraniane e di elementi terroristici in tutto il mondo.
L'avviso arriva mentre Israele continua l'“Operazione Leone Ruggente” contro l'Iran, che secondo i funzionari ha provocato un'ondata di tentativi di colpire gli interessi israeliani ed ebraici all'estero.
“Alla luce delle gravi preoccupazioni che elementi terroristici stiano operando con l'obiettivo di danneggiare gli israeliani all'estero, il Consiglio di Sicurezza Nazionale esorta gli israeliani all'estero a mantenere una maggiore vigilanza e ad attenersi alle precauzioni di sicurezza”, ha affermato l'NSC in una dichiarazione condivisa dal primo ministro Benjamin Netanyahu su X.
Secondo il Consiglio di sicurezza nazionale, le valutazioni dei servizi segreti indicano un aumento della motivazione e dell'attività operativa delle agenzie di sicurezza iraniane che prendono di mira siti israeliani ed ebraici in tutto il mondo. I funzionari hanno anche avvertito di continui attacchi cinetici iraniani nei paesi della regione confinanti con l'Iran, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e la Giordania.
“C'è una crescente preoccupazione per gli attacchi contro obiettivi israeliani, con particolare enfasi su queste aree”, si legge nella dichiarazione.
Le autorità israeliane hanno segnalato che negli ultimi giorni sono stati sventati diversi tentativi di attacchi terroristici contro israeliani all'estero. Negli Stati Uniti, il 1° marzo un uomo armato ha aperto il fuoco in un quartiere dei divertimenti di Austin, in Texas, dopo gli attacchi statunitensi contro l'Iran.
In Canada, il 3 marzo sono stati esplosi colpi di arma da fuoco contro obiettivi ebraici a Toronto, e il responsabile è ancora latitante.
Il Consiglio ha esortato gli israeliani all'estero ad adottare misure di sicurezza rafforzate, tra cui nascondere i simboli ebraici e israeliani nei luoghi pubblici ed evitare di recarsi in luoghi associati alle comunità israeliane o ebraiche, come sinagoghe e case Chabad.
Ai viaggiatori è stato inoltre consigliato di non condividere informazioni di viaggio in tempo reale sui social media, compresi i dettagli dell'hotel, i programmi personali o gli aggiornamenti sulla posizione.
L'NSC ha raccomandato di evitare i voli in transito attraverso gli Emirati Arabi Uniti fino a nuovo avviso, anche se l'attuale avviso di viaggio di livello 3 per il Paese, che indica una minaccia moderata, rimane invariato.
Agli israeliani è stato consigliato di evitare le zone note per essere ostili nei confronti degli israeliani e degli ebrei, in particolare alcuni quartieri o mercati in regioni dove il sentimento anti-israeliano è forte.
Il Consiglio ha invitato i viaggiatori a prestare attenzione a oggetti o individui sospetti quando visitano luoghi collegati alle comunità israeliane o ebraiche e a segnalare immediatamente alle forze dell'ordine locali eventuali minacce o incidenti.
(JNS, 6 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Eurovision 2026, Israele: svelata “Michelle” di Bettan
di Jacqueline Sermoneta
Si intitola “Michelle” la canzone con cui Noam Bettan rappresenterà Israele all’Eurovision Song Contest 2026, in programma il prossimo maggio a Vienna. Il brano è stato scritto dallo stesso Bettan insieme a Tzlil Klifi, Nadav Aharoni e alla cantante Yuval Raphael, sopravvissuta al massacro di Nova Festival e rappresentante di Israele all’Eurovision dello scorso anno a Basilea, dove si è classificata al secondo posto. “Michelle” mescola ebraico, inglese e francese – quest’ultima la lingua della madre di Bettan – e racconta la storia di una scelta di liberarsi da un circolo vizioso di emozioni. È una storia di crescita e maturità emotiva, nel momento in cui la protagonista si rende conto di dover lasciar andare il passato per intraprendere un nuovo percorso. “Sono molto orgoglioso di questa canzone. – ha affermato Bettan – È un grande privilegio portare una creazione del genere sul palco dell’Eurovision. La canzone è piena di energia ed emozione e tocca una vasta gamma di sentimenti. Sento che ‘Michelle’ ci regalerà momenti di gioia e orgoglio condivisi e spero che questa canzone possa portare con sé un po’ di luce”. Bettan si esibirà con “Michelle” nella prima semifinale, in programma martedì 12 maggio, gareggiando con Georgia, Portogallo, Croazia, Svezia, Finlandia, Moldavia, Grecia, Montenegro, Estonia, San Marino, Polonia, Belgio, Lituania e Serbia. La partecipazione di Israele al concorso era stata a lungo in dubbio. L’Unione europea di radiodiffusione (EBU) ha infine autorizzato la sua partecipazione, una decisione che ha portato al ritiro di Islanda, Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia.
(Shalom, 6 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 14
Divisione del paese a occidente del Giordano.- Ora queste sono le terre che i figli d'Israele ebbero come eredità nel paese di Canaan, e che il sacerdote Eleazar, Giosuè figlio di Nun e i capifamiglia delle tribù dei figli d'Israele distribuirono loro.
- L'eredità fu distribuita a sorte, come l'Eterno aveva comandato per mezzo di Mosè, alle nove tribù e alla mezza tribù, perché alle altre due tribù e alla mezza tribù Mosè aveva dato la loro eredità di là dal Giordano; mentre, tra i figli d'Israele, ai Leviti non aveva dato alcuna eredità, perché i figli di Giuseppe formavano due tribù: Manasse ed Efraim; e ai Leviti non fu data alcuna parte nel paese, tranne delle città per abitarvi, con i loro dintorni per il loro bestiame e i loro averi. I figli d'Israele fecero come l'Eterno aveva comandato a Mosè e spartirono il paese.
- Ora i figli di Giuda si accostarono a Giosuè a Ghilgal; e Caleb, figlio di Gefunne, il Chenizeo, gli disse: “Tu sai ciò che l'Eterno disse a Mosè, uomo di Dio, riguardo a me e a te a Cades-Barnea. Io avevo quarant'anni quando Mosè, servo dell'Eterno, mi mandò da Cades-Barnea a esplorare il paese, e io gli feci la mia relazione con sincerità di cuore. Ma i miei fratelli che erano saliti con me, scoraggiarono il popolo, mentre io seguii pienamente l'Eterno, il mio Dio.
- E in quel giorno Mosè fece questo giuramento: 'La terra che il tuo piede ha calcato sarà eredità tua e dei tuoi figli per sempre, perché hai pienamente seguito l'Eterno, il mio Dio'. E ora ecco, l'Eterno mi ha conservato in vita, come aveva detto, durante i quarantacinque anni ormai trascorsi da quando l'Eterno disse quella parola a Mosè, quando Israele viaggiava nel deserto, ed ecco che ora ho ottantacinque anni; oggi sono ancora robusto come ero il giorno che Mosè mi mandò; le mie forze sono le stesse di allora, tanto per combattere quanto per andare e venire.
- Dunque, dammi questo monte del quale l'Eterno parlò quel giorno; poiché tu udisti allora che ci sono degli Anachim e che ci sono delle città grandi e fortificate. Forse l'Eterno sarà con me, e io li scaccerò, come disse l'Eterno”.
Il territorio di Ebron assegnato a Caleb
- Allora Giosuè lo benedisse, e diede Ebron come eredità a Caleb, figlio di Gefunne. Per questo Caleb, figlio di Gefunne, il Chenizeo, ha avuto Ebron come eredità, fino al giorno d'oggi: perché aveva pienamente seguito l'Eterno, l'Iddio d'Israele. Ora Ebron si chiamava in precedenza Chiriat-Arba; Arba era stato l'uomo più grande fra gli Anachim. E il paese ebbe riposo dalla guerra.
(Notizie su Israele, 5 marzo 2026)
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Hanno iniziato la guerra senza di me
Sorpresa dalla guerra mentre ero in vacanza all'estero: improvvisamente anche il paradiso diventa un luogo estraneo. Perché proprio nei momenti difficili la casa è l'unico posto in cui si desidera davvero stare.
di Anat Schneider
Sono bloccata all'estero. Questa guerra ha colto di sorpresa me e alcuni membri della mia famiglia durante la nostra vacanza in Thailandia. A prima vista si potrebbe pensare che sia piacevole “perdersi” una guerra.
Ma la verità è che ora desidero solo tornare a casa. Nessun posto al mondo, nemmeno il più idilliaco, mi sembra giusto.
È un grande paradosso. Chi vorrebbe trovarsi in una regione in guerra? Eppure, proprio ora, sono altre le domande che mi sembrano decisive: dove mi sento più al sicuro? Qual è il posto in cui dovrei davvero trovarmi? Al fianco di chi vorrei stare in momenti così difficili?
Per me la risposta è chiara: voglio stare a casa. E la mia casa è Israele.
Abbiamo vissuto l'inizio della guerra con una serie di allarmi del comando di sicurezza nazionale sui nostri cellulari, mentre eravamo seduti a bordo di una piscina da sogno che si affaccia direttamente sul mare. Da quel momento qualcosa in me è cambiato.
Il paesaggio intorno a me è rimasto lo stesso. Il mare è sempre lo stesso mare, il sole è sempre lo stesso sole, le strade sono tranquille. Ma dentro di me non c'è più pace.
La distanza geografica è per me quasi insopportabile. Le notizie arrivano qui più velocemente degli aerei. Immagini e voci attraversano i continenti in pochi secondi. E c'è qualcosa di particolarmente difficile nel guardare da lontano.
A casa, anche quando si ha paura, c'è un senso di esperienza condivisa. Tutti vivono la stessa storia, parlano la stessa lingua, provano la stessa tensione, hanno lo stesso battito cardiaco. Qui sono una straniera, e uno straniero non può davvero capire.
Il mondo intorno a me continua come al solito. La gente sorride, passeggia, pianifica la propria giornata. E io controllo di nuovo le notizie, leggo un altro messaggio da Israele e chiamo ripetutamente la mia famiglia – mia madre, mia suocera, donne anziane per le quali questa situazione è particolarmente difficile.
Si crea una strana sensazione di alienazione. Il corpo è qui, ma i pensieri sono altrove.
Nella sala TV dell'hotel è sempre sintonizzato il canale 12, uno dei più importanti di Israele. Lo schermo rimane acceso per ore, quasi come un piccolo pezzo di casa.
Quello che provo non è proprio paura. È piuttosto una sensazione di non appartenenza, di estraneità.
Mio figlio Moran è in servizio di riserva, sua moglie Eden è incinta di nove mesi e sola a casa. Per quanto le chieda come sta e cerchi di farle sentire che sono al suo fianco, lei è lì in mezzo alla guerra e io sono lontana.
Eppure, nonostante il caos che mi attanaglia, ci sono anche cose che in questi giorni mi danno un po' di sollievo, e anche queste hanno a che fare con la guerra.
Anche da lontano possiamo dare un piccolo contributo. E questa volta riguarda i nostri vicini.
Abbiamo dei vicini meravigliosi, e non è un modo di dire, ma la realtà. Ora che non siamo a casa, si prendono cura dei nostri cani e gatti. Allo stesso tempo, abbiamo la possibilità di aiutare anche loro.
Alcuni dei nostri vicini non hanno un rifugio a norma nel loro appartamento, mentre noi ne abbiamo uno. Per questo motivo, una coppia con due bambini piccoli si è trasferita nel nostro rifugio. Per loro questo significa almeno un po' di tranquillità durante la notte: non devono più correre avanti e indietro con i bambini per raggiungere un luogo sicuro.
Anche un'altra coppia di vicini, il cui rifugio non ha una porta funzionante, viene da noi durante la notte.
Così la nostra casa, anche se noi non ci siamo, si riempie di persone e le aiuta a superare questi giorni difficili.
Allo stesso tempo, altri vicini bloccati a Venezia e che, come noi, non possono tornare in Israele, ci chiedono un tipo di aiuto completamente diverso. Sperano di trovare una soluzione grazie ai contatti di mio marito Aviel con i beduini nel Sinai. Stanno pensando di volare a Sharm el-Sheikh e da lì raggiungere Israele in auto attraverso il valico di frontiera di Taba, ma per farlo hanno bisogno di un autista.
Ad essere sinceri, anche noi stiamo pensando di tornare in questo modo non appena sarà possibile.
Così, anche da lontano, continuiamo a sentirci parte della storia, parte della famiglia e parte dello stesso popolo.
Ciò che imparo da questa situazione è quanto desidero il suono della mia casa, anche nei momenti difficili. Il linguaggio della strada. Gli sguardi spontanei tra persone che non hanno bisogno di spiegazioni.
Ci capiamo con un cenno del capo, uno sguardo negli occhi. Questa comprensione reciproca crea vicinanza e connessione.
Ci sono anche persone che mi dicono: “Resta lì, è più sicuro”. E tecnicamente hanno ragione.
Ma la sicurezza è soprattutto una sensazione interiore.
Non romanticizzo le guerre, non c'è nulla di bello in esse. Ma rivelano una verità: la casa non è il luogo più confortevole. La casa è il luogo in cui si desidera stare, anche se è difficile.
Ora che i cieli sono chiusi e i voli vengono cancellati, capisco ancora di più che una casa non è qualcosa che si può dare per scontato. Questo mi avvicina un po' di più al sentimento degli esuli ebrei dei tempi passati, la cui preghiera era quella di tornare in Israele.
Perché non ho un altro paese – una frase che viene cantata anche nella famosa canzone israeliana
"Ein Li Eretz Acheret"
(Israel Heute, 5 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele riapre i cieli: primi voli di rimpatrio al Ben Gurion
di Jacqueline Sermoneta
L’aeroporto israeliano Ben Gurion ha riaperto oggi ai voli civili limitati dopo cinque giorni di guerra, mentre sono iniziati i primi collegamenti di rimpatrio per riportare nel Paese le decine di migliaia di cittadini rimasti bloccati all’estero. Il governo ha, inoltre, annunciato che i voli in partenza riprenderanno gradualmente a partire da domenica, compatibilmente con l’evoluzione della situazione di sicurezza. Questa mattina, alle ore 6:05, è atterrato all’aeroporto un aereo della compagnia di bandiera El Al proveniente da Atene, primo volo civile dopo la chiusura dello spazio aereo. Pochi minuti più tardi è arrivato un volo della compagnia charter Israir da Roma, seguito nel corso della giornata da altri aerei delle compagnie israeliane Arkia e Haifa Air. I voli fanno parte dell’operazione organizzata per permettere il rientro di circa 100mila israeliani impossibilitati a tornare nel Paese, dopo la chiusura dello spazio aereo decisa sabato, quando Israele ha avviato un attacco aereo congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran. Il ministro dei Trasporti, Miri Regev, ha parlato via radio con il pilota del primo aereo El Al arrivato al Ben Gurion: “Vi auguriamo un atterraggio sicuro e, con l’aiuto di Dio, riporteremo a casa tutti gli israeliani”. Il comandante dell’aereo, al decollo, ha definito il momento ” significativo e toccante per tutti noi, dopo cinque giorni in cui i cieli del Paese sono rimasti chiusi ai voli commerciali. Siamo orgogliosi di riportarvi in Israele”. Questa mattina gli sbarchi sono stati brevemente sospesi a causa di un attacco missilistico iraniano nel centro di Israele. Un missile è caduto in un’area aperta senza provocare feriti. Nel corso della giornata sono previsti altri voli El Al da diverse città europee, tra cui Milano, Parigi, Monaco, Londra e Ginevra. Le autorità puntano a far arrivare 17 voli oggi e a raddoppiare il numero venerdì. Nei prossimi giorni El Al prevede di organizzare voli di rimpatrio da 22 destinazioni, tra cui New York, Miami, Los Angeles e diverse città asiatiche. La compagnia non volerà durante lo Shabbat. Intanto la vendita dei biglietti è stata sospesa fino al 21 marzo per dare priorità ai passeggeri con voli cancellati. Anche Israir ha fermato le vendite fino al 18 marzo.
(Shalom, 5 marzo 2026)
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La maggioranza degli israeliani favorevole a un'operazione militare contro il regime iraniano
Gli israeliani approvano in larga misura l'attuale intervento militare in Iran. Il disaccordo riguarda la durata dell'operazione “Lion Roar”.
GERUSALEMME Una grande maggioranza degli ebrei israeliani sostiene l'attuale offensiva militare contro il regime iraniano. Tra gli arabi la percentuale è nettamente inferiore. È quanto emerge da un sondaggio pubblicato mercoledì dall'Istituto israeliano per la democrazia (IDI).
Il 93% dei partecipanti ebrei ha espresso il proprio sostegno all'operazione “Lion's Roar”. Il consenso varia tra gli elettori di sinistra (76%), quelli di centro (93%) e quelli di destra (97%). Tra gli arabi, il 26% condivide questa opinione. Complessivamente, la percentuale è dell'82%.
Il 74% degli ebrei intervistati ritiene che il primo ministro Benjamin Netanyahu sia in grado di gestire bene l'operazione. Tra gli arabi, solo il 16% ha fiducia nel leader del Likud. La percentuale complessiva è del 64%.
• Senso di sicurezza: differenze tra uomini e donne
I sondaggisti hanno anche chiesto ai partecipanti se si sentissero protetti dagli attacchi iraniani. Il 74% degli ebrei e il 15% degli arabi israeliani hanno risposto affermativamente. Complessivamente, il 64% ha risposto affermativamente alla domanda.
Tra gli uomini, il senso di sicurezza è maggiore in entrambi i gruppi di popolazione rispetto alle donne: l'81% degli uomini ebrei si sente protetto, contro il 67,5% delle donne ebree. Tra gli arabi, il 22% degli uomini e l'8% delle donne ha dato questa risposta.
Non sorprende che il senso di sicurezza sia maggiore tra gli israeliani che hanno un rifugio o un bunker nelle vicinanze. Tra le persone che dispongono di un rifugio nel proprio edificio residenziale, la percentuale è del 76%, mentre nel caso di un bunker pubblico è del 63%. Tra coloro che non vivono nelle vicinanze di una struttura di questo tipo, solo il 15% si sente al sicuro.
• Domanda sulla durata adeguata dell'operazione Un altro tema del sondaggio era la durata dell'operazione: deve terminare quando l'obiettivo militare è stato raggiunto o solo quando il regime dell'Ayatollah è stato rovesciato? L'obiettivo militare della guerra è quello di eliminare le capacità nucleari e balistiche dell'Iran.
Il 57% dei partecipanti ebrei era favorevole a una durata fino al raggiungimento dell'obiettivo militare e politico. Il 36%, invece, riteneva sufficiente l'obiettivo militare. Tra gli arabi, il 52% non ha saputo rispondere alla domanda. Pertanto, i sondaggisti non hanno specificato ulteriormente le risposte in questo caso.
Il 2 e 3 marzo i collaboratori dell'IDI hanno intervistato 599 israeliani. Tra i partecipanti, 500 parlano ebraico e 99 arabo. Il margine di errore è stato indicato pari al 4%.
(Israelnetz, 5 marzo 2026)
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Lo studio fotografa un’Italia in cui l’antisemitismo cresce, si radicalizza e si normalizza
di Daniele Scalise
Novecentosessantatré episodi in un anno, con un balzo del quattrocento per cento rispetto al 2022, diciotto aggressioni fisiche – più del doppio rispetto all’anno precedente – e un dato che gela il sangue: il 14 per cento degli italiani si dice favorevole all’idea di espellere gli ebrei dall’Italia. Il Rapporto Antisemitismo 2025 della Fondazione Cdec consegna numeri che non consentono consolazioni statistiche e che descrivono un clima in cui l’ostilità antiebraica non solo cresce, ma si fa più esplicita e più violenta.
Il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, fondato nel 1955 e divenuto Fondazione nel 1986, è un istituto di ricerca indipendente espressione delle comunità ebraiche italiane, impegnato nello studio della storia e della realtà dell’ebraismo in Italia, con particolare attenzione al periodo nazi-fascista e alla contemporaneità ed è diretto da Gadi Luzzatto Voghera. L’Osservatorio antisemitismo, attivo dal 1975, ne è parte integrante e dal 1991 produce un rapporto annuale basato su metodologie condivise a livello internazionale e sulla definizione operativa dell’IHRA, oggi riferimento anche per la strategia europea e per quella nazionale italiana.
Il dato di partenza è netto: nel 2025 sono stati catalogati 963 episodi a fronte di 1.492 segnalazioni ricevute, con un incremento rispetto agli 874 del 2024 e ai 455 del 2023. La progressione non è soltanto quantitativa. Il rapporto sottolinea che gli atti più gravi sono cresciuti in misura maggiore, con un aumento marcato delle discriminazioni e delle aggressioni fisiche. Le aggressioni registrate sono state diciotto, mentre nel 2024 erano state otto e nei cinque anni precedenti complessivamente undici. Non si tratta di episodi marginali: famiglie insultate e costrette a scendere dai mezzi pubblici, lettere minatorie con richiami espliciti allo sterminio, svastiche incise sui portoni di casa, simboli nazisti tracciati nei pressi di luoghi ebraici.
La tipologia degli episodi mostra un’ampia prevalenza della diffamazione e degli insulti, che raggiungono quota 663 casi, in larga parte online; seguono 107 minacce, 103 graffiti, 61 discriminazioni, 11 atti di vandalismo e 18 aggressioni fisiche. L’antisemitismo in rete rappresenta oltre i due terzi dei casi e si alimenta di linguaggi in codice, emoji e numeri apparentemente innocui che fungono da segnali di riconoscimento all’interno di subculture estremiste. L’Osservatorio avverte che la dimensione digitale è difficile da quantificare perché i contenuti vengono rimossi o rilanciati in modo incontrollabile, ma proprio per questo merita un monitoraggio costante.
Un elemento strutturale del 2025 è la centralità dell’antisemitismo legato a Israele, che costituisce la matrice ideologica predominante dopo il 7 ottobre 2023. Antichi stereotipi, dall’accusa del sangue alla figura dell’ebreo dominatore, vengono trasposti sul sionismo e sullo Stato di Israele, in una miscela che intreccia cospirazionismo, retoriche estremiste e richiami a simbologie naziste. Quella data viene indicata come uno spartiacque non soltanto per il Medio Oriente ma per l’intera esperienza ebraica contemporanea, perché la diffamazione di Israele colpisce direttamente l’identità di gran parte degli ebrei italiani.
Il rapporto segnala anche una diffusione dell’antisemitismo che non riguarda più soltanto figure pubbliche o leader comunitari, bensì famiglie, studenti, pazienti in ospedale, lavoratori, turisti. Sono casi che mostrano come gli spazi sociali in cui manifestare la propria identità ebraica senza timore si stiano restringendo, con un senso di insicurezza che la sola presenza delle forze dell’ordine davanti a sinagoghe e scuole non riesce a dissipare.
La provenienza delle segnalazioni, in maggioranza da parte di cittadini ebrei ma anche da non ebrei e dai media, indica che esiste una sensibilità crescente, tuttavia il fenomeno della sotto-denuncia resta significativo e suggerisce che i numeri reali siano superiori a quelli registrati. Sul piano istituzionale il Cdec insiste sulla necessità di rafforzare la strategia nazionale e di fare riferimento alla definizione IHRA anche in ambito normativo, per evitare ambiguità e arretramenti.
Il Rapporto Antisemitismo 2025 non si limita a elencare episodi, ma offre una chiave di lettura che invita a collocare i dati in un contesto più ampio, europeo e globale, in cui gli atti ostili contro gli ebrei si intrecciano con tensioni geopolitiche, radicalizzazioni ideologiche e una crescente banalizzazione dei simboli dell’odio. L’immagine che ne emerge è quella di un Paese in cui l’antisemitismo non è un residuo folkloristico né un rumore di fondo, bensì una presenza concreta che incide sulla qualità della convivenza civile e mette alla prova la tenuta dei diritti garantiti dalla Costituzione.
Ignorare questi numeri significherebbe ridurre il problema a un tema identitario confinato alle comunità ebraiche. Il rapporto dimostra invece che la questione riguarda la salute democratica dell’intero Paese, perché quando un cittadino deve misurare il rischio di parlare ebraico in pubblico o di indossare una kippah, il vulnus non è soltanto personale ma collettivo.
L’antisemitismo, oggi, non si manifesta soltanto nei margini estremi, ma attraversa spazi digitali, ambienti educativi, luoghi di lavoro, e si intreccia con conflitti internazionali che vengono tradotti in ostilità verso persone in carne e ossa. Il Rapporto 2025 costringe a guardare questa realtà senza attenuanti, ricordando che la memoria storica non è un rituale, bensì un presidio che va difeso ogni giorno.
(Setteottobre, 5 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 13
Divisione del paese di Canaan fra le tribù d'Israele
- Giosuè era vecchio, molto avanti negli anni; e l'Eterno gli disse: “Tu sei vecchio, molto avanti negli anni, e rimane ancora una grandissima parte del paese da conquistare. Ecco quello che rimane: tutti i distretti dei Filistei e tutto il territorio dei Ghesuriti, dallo Sicor che scorre a oriente dell'Egitto, fino al confine di Ecron a settentrione: regione, che va ritenuta come cananea e che appartiene ai cinque prìncipi dei Filistei: a quello di Gaza, a quello di Asdod, a quello di Ascalon, a quello di Gat, a quello di Ecron, e anche agli Avvei, a mezzogiorno; tutto il paese dei Cananei, e Meara che è dei Sidoni, fino ad Afec, fino al confine degli Amorei; il paese dei Ghibliti e tutto il Libano verso oriente, da Baal-Gad, ai piedi del monte Ermon, fino all'ingresso di Camat; tutti gli abitanti della regione montuosa dal Libano fino a Misrefot-Maim, tutti i Sidoni. Io li scaccerò davanti ai figli d'Israele; e tu distribuisci pure a sorte l'eredità di questo paese fra gli Israeliti, nel modo che ti ho comandato. Ora dunque ripartisci l'eredità di questo paese fra nove tribù e la mezza tribù di Manasse”.
Divisione del paese a oriente del Giordano - I Rubeniti e i Gaditi, con l'altra metà della tribù di Manasse, hanno ricevuto la loro eredità, che Mosè, servo dell'Eterno, diede loro di là dal Giordano, a oriente: da Aroer sull'orlo della valle di Arnon, e dalla città che è in mezzo alla valle, tutto l'altopiano di Medeba fino a Dibon; tutte le città di Sicon re degli Amorei, che regnava a Chesbon, fino al confine dei figli di Ammon; Galaad, il territorio dei Ghesuriti e dei Maacatiti, tutto il monte Ermon e tutto Basan fino a Salca; tutto il regno di Og, in Basan, che regnava ad Astarot e a Edrei, ultimo superstite dei Refaim. Mosè sconfisse questi re e li scacciò. Ma i figli d'Israele non scacciarono i Ghesuriti e i Maacatiti; e Ghesur e Maacat abitano in mezzo a Israele fino al giorno d'oggi.
- Soltanto alla tribù di Levi Mosè non diede nessuna eredità; i sacrifici offerti mediante il fuoco all'Eterno, all'Iddio d'Israele, sono la sua eredità, come egli disse.
- Mosè dunque diede alla tribù dei figli di Ruben la loro parte, secondo le loro famiglie; essi ebbero per territorio, partendo da Aroer sulle sponde della valle dell'Arnon, e dalla città che è in mezzo alla valle, tutto l'altopiano presso Medeba, Chesbon e tutte le sue città che sono sull'altopiano: Dibon, Bamot-Baal, Bet-Baal-Meon, Iaas, Chedemot, Mefaat, Chiriataim, Sibma, Seret-Asaar sul monte della valle, Bet-Peor, le pendici del Pisga e Bet-Iesimot; tutte le città dell'altopiano, tutto il regno di Sicon, re degli Amorei che regnava a Chesbon, quello che Mosè sconfisse con i prìncipi di Madian, Evi, Rechem, Sur, Cur e Reba, prìncipi vassalli di Sicon, che abitavano il paese. I figli d'Israele fecero morire di spada anche Balaam, figlio di Beor, l'indovino, insieme agli altri che uccisero. Al territorio dei figli di Ruben faceva da confine il Giordano. Questa fu l'eredità dei figli di Ruben secondo le loro famiglie: con le città e i villaggi annessi.
- Mosè diede anche alla tribù di Gad, ai figli di Gad, la loro parte, secondo le loro famiglie. Essi ebbero per territorio Iaezer, tutte le città di Galaad, la metà del paese dei figli di Ammon fino ad Aroer che è di fronte a Rabba, da Chesbon fino a Ramat-Mispè e Betonim, da Maanaim fino al confine di Debir, e, nella valle, Bet-Aram, Bet-Nimra, Succot e Safon, residuo del regno di Sicon re di Chesbon, avendo il Giordano come confine fino all'estremità del mare di Chinneret, di là dal Giordano, a oriente. Questa fu l'eredità dei figli di Gad, secondo le loro famiglie, con le città e i villaggi annessi.
- Mosè diede anche alla mezza tribù di Manasse, ai figli di Manasse, la loro parte, secondo le loro famiglie. Il loro territorio comprendeva, da Maanaim, tutto Basan, tutto il regno di Og re di Basan, tutti i borghi di Iair in Basan, in tutto sessanta terre. La metà di Galaad, Astarot ed Edrei, città del regno di Og in Basan, toccarono ai figli di Machir, figlio di Manasse, alla metà dei figli di Machir, secondo le loro famiglie. Queste sono le parti che Mosè fece quando era nelle pianure di Moab, di là dal Giordano, di fronte a Gerico, a oriente. Ma alla tribù di Levi Mosè non diede nessuna eredità: l'Eterno, l'Iddio d'Israele, è la sua eredità, come egli disse loro.
(Notizie su Israele, 4 marzo 2026)
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La vita nei giorni di guerra
di Angelica Calò Livnè
Queste sono le nostre vite, negli ultimi tempi.
Potrebbero essere migliori.
Potrebbe abbattersi una tempesta.
Buonasera, disperazione
e buonanotte, speranza.
Chi sarà il prossimo?
E chi verrà dopo di lui?
Nella seconda intifada Yehuda Poliker, grande autore israeliano di origine greca, pubblicò questa canzone insieme a Yaakov Gilad. Ne sono passati di anni.
Stanotte abbiamo dormito nel mamad e non ci siamo affannati come tutta Tel Aviv, dove devono ininterrottamente entrare e uscire dal rifugio. In questi giorni di prigionia forzata sono riuscita a preparare tutte le lezioni del prossimo semestre a Tel Hai… ora vedremo se riapriranno scuole e università.
Il nostro prato, e tutta Israele, sono un tripudio di anemoni e ciclamini, di alberi rosa, fucsia, gialli; e il Monte Hermon è maestosamente bianco. Ci guarda tranquillo da lontano, come a dire: “Dai, dai, resistete, tutto tornerà come prima”.
Come prima quando?
La Siria ha inviato centinaia di soldati per aiutare Hezbollah. Io, negli incubi notturni e diurni, immagino di vederli sbucare da qualche tunnel nel salone di casa o dentro al frutteto delle mele, che ora è deserto… come il resto della Galilea.
Intanto Yehuda, mentre organizza la difesa del kibbutz, le attività nei rifugi per i bambini terrorizzati e i pasti da recapitare nelle case a tutte le famiglie di Sasa, si è rilassato preparando una quantità cosmica di biscotti chocolate chips e di orecchie di Aman.
In questa dissonanza totale, la nostra casa profuma di pasticceria, di festa e di buono.
Questa settimana l’ultimo nipotino arrivato in famiglia ha fatto la milà e noi abbiamo festeggiato 45 anni di nozze. I figli ci hanno scritto, chi da Pardes Hanna, chi da Gerusalemme e chi da Netanya, dai loro rifugi: “Auguri genitori meravigliosi, l’anno prossimo festeggeremo tutti insieme!”
E che D. ci ascolti!
(moked, 4 marzo 2026)
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L'aeroporto Ben Gurion riaprirà gradualmente mercoledì sera
I primi voli saranno effettuati solo da compagnie aeree israeliane per riportare a casa decine di migliaia di israeliani bloccati all'estero.
di Edgar Lefkovits
Il principale aeroporto internazionale di Israele dovrebbe riaprire mercoledì sera con operazioni limitate, come ha annunciato martedì il ministro dei Trasporti israeliano Miri Regev.
L'aeroporto Ben Gurion era stato chiuso sabato dopo l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all'Iran.
I primi voli saranno effettuati inizialmente solo da compagnie aeree israeliane per riportare a casa decine di migliaia di israeliani bloccati all'estero a causa della guerra.
Nella prima fase, a causa delle restrizioni ancora in vigore, i voli non trasporteranno passeggeri provenienti da Israele, ha affermato una portavoce del ministero dei Trasporti.
La compagnia aerea israeliana EL AL ha annunciato martedì di aver iniziato a distribuire i possessori di biglietti bloccati all'estero su voli di rimpatrio da 22 destinazioni verso Israele.
Si stima che 100.000 israeliani si trovassero all'estero, mentre circa 33.000 turisti stranieri erano in Israele.
I rappresentanti delle autorità aeronautiche stimano che ci vorranno dai sette ai dieci giorni prima che tutti gli israeliani tornino a casa.
• I valichi di frontiera come opzione B
Migliaia di israeliani all'estero e turisti in Israele hanno deciso di tornare a casa attraverso i valichi di frontiera terrestri attraverso l'Egitto, con compagnie aeree minori guidate da Arkia e due compagnie aeree straniere da e per l'Europa via Taba.
“Da oltre 72 ore stiamo rassicurando i nostri clienti bloccati e organizzando per loro voli da Taba ad Atene e viceversa”, ha detto Mark Feldman, amministratore delegato di Ziontours a Gerusalemme.
Ha sottolineato che l'aeroporto non sarà pienamente operativo fino alla fine della guerra e che i voli in partenza mercoledì sera saranno esclusivamente voli di rimpatrio.
“Al momento, le riunioni pubbliche continuano a essere vietate, quindi tutte le voci su una [completa] riapertura dell'aeroporto sono più un pio desiderio che un dato di fatto”, ha affermato.
Nel frattempo, martedì sono proseguite le interruzioni dei viaggi in tutta la regione, dopo che diversi paesi hanno chiuso il loro spazio aereo al traffico aereo civile in seguito allo scoppio delle ostilità lo scorso fine settimana.
(Israel Heute, 4 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Trump nega che Israele lo abbia costretto ad attaccare l'Iran
“Potrei averli costretti a farlo”, ha detto il presidente ai giornalisti alla Casa Bianca.
di Andrew Bernard
Martedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha negato le accuse secondo cui Israele lo avrebbe costretto a intraprendere un'azione preventiva contro l'Iran.
Parlando ai giornalisti nello Studio Ovale insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha affermato di ritenere che l'Iran avrebbe sferrato un primo attacco durante i colloqui tra Teheran e Washington.
“Stavamo negoziando con questi pazzi e secondo me avrebbero attaccato per primi”, ha detto Trump. “Avrebbero attaccato se non lo avessimo fatto noi. Avrebbero attaccato per primi. Ne ero fermamente convinto”.
“Semmai, potrei aver costretto Israele ad agire, ma Israele era pronto e noi eravamo pronti”, ha aggiunto.
Trump e i funzionari dell'amministrazione hanno fornito versioni diverse sulla tempistica degli attacchi all'Iran e sulla natura della “minaccia imminente” a cui Trump ha fatto riferimento quando sabato ha annunciato importanti operazioni di combattimento.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno detto ai giornalisti in due briefing separati lunedì che gli attacchi contro l'Iran erano necessari perché l'Iran stava ricostruendo la sua forza deterrente convenzionale di droni e missili per proteggere il suo programma nucleare.
“Questa operazione doveva essere effettuata perché l'Iran, in circa un anno o un anno e mezzo, avrebbe superato la linea di immunità, il che significa che avrebbe avuto così tanti missili a corto raggio e così tanti droni che nessuno avrebbe potuto fare nulla al riguardo, perché avrebbe potuto tenere in ostaggio il mondo intero”, ha detto Rubio.
Rubio ha anche suggerito che gli Stati Uniti si sono uniti agli attacchi aerei lanciati inizialmente da Israele perché l'Iran avrebbe reagito contro le forze e gli interessi statunitensi, indipendentemente dal fatto che gli Stati Uniti partecipassero o meno agli attacchi.
“Sapevamo che ci sarebbe stata un'azione israeliana”, ha detto Rubio. “Sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate”.
Questa parte delle dichiarazioni di Rubio ha suscitato una risposta furiosa da parte dei democratici, che hanno accusato Israele di trascinare l'America in guerra.
Il senatore Angus King (I-Maine), che fa parte del gruppo dei Democratici, ha definito “sbalorditivo” il commento di Rubio durante un'audizione della Commissione per le forze armate del Senato martedì.
“Abbiamo ora delegato ad un altro Paese la decisione più solenne che si possa prendere nella nostra società, la decisione di entrare in guerra?”, ha chiesto King. “Questa è l'incredibile implicazione della dichiarazione del segretario Rubio, che, secondo me, è l'unica spiegazione che ho visto sul perché questa azione sia stata intrapresa in quel momento”.
Le dichiarazioni di Trump nell'Ufficio Ovale martedì sembrano essere la prima volta che un funzionario dell'amministrazione ha affermato che l'Iran era pronto a lanciare un primo attacco contro gli Stati Uniti e i suoi partner regionali. Non ha detto cosa lo ha portato a credere che un tale attacco fosse imminente.
Il presidente ha anche risposto alle domande dei giornalisti sui progressi delle operazioni contro l'Iran e sul sostegno o meno da parte di alcuni alleati americani.
Trump ha definito la Spagna e il Regno Unito “poco collaborativi” e “terribili”.
“Interromperemo tutti i rapporti commerciali con la Spagna”, ha detto Trump. “Non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna”.
“Non sono soddisfatto nemmeno del Regno Unito”, ha aggiunto Trump, citando il ritardo della Gran Bretagna nel fornire agli Stati Uniti l'accesso alle sue basi militari fino a dopo che l'Iran ha lanciato gli attacchi contro Cipro. “Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”.
Merz ha detto ai giornalisti che la Germania sostiene lo sforzo americano di rovesciare il governo iraniano, che ha definito un “regime terroristico”, e che lui e Trump avrebbero discusso del “giorno dopo”.
“Siamo sulla stessa lunghezza d'onda per quanto riguarda l'eliminazione di questo terribile regime di Teheran”, ha detto Merz. “Dobbiamo parlare della strategia, di cosa succederà dopo questo regime? E dobbiamo elaborare una strategia per l'intera regione”.
(JNS, 3 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Domanda: l'occidentalissima America è per Israele una ciambella di salvataggio o un piombo che trascina in fondo? M.C.
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 12
Elenco dei re vinti
- Ora questi sono i re del paese battuti dai figli d'Israele, i quali presero possesso del loro territorio di là dal Giordano, verso oriente, dalla valle dell'Arnon fino al monte Ermon, con tutta la pianura orientale:
- Sicon, re degli Amorei, che abitava a Chesbon e dominava da Aroer, che è sulle sponde della valle dell'Arnon, e dalla metà della valle e dalla metà di Galaad, fino al torrente di Iabboc, confine dei figli di Ammon; sulla pianura fino al mare di Chinneret, verso oriente, e fino al mare della pianura che è il Mar Salato, a oriente verso Bet-Iesimot; e dal lato di mezzogiorno fino ai piedi delle pendici del Pisga. Poi il territorio di Og re di Basan, uno dei superstiti dei Refaim, che abitava ad Astarot e a Edrei, e dominava sul monte Ermon, su Salca, su tutto Basan fino ai confini dei Ghesuriti e dei Maacatiti, e sulla metà di Galaad, confine di Sicon re di Chesbon.
- Mosè, servo dell'Eterno, e i figli d'Israele li batterono; e Mosè, servo dell'Eterno, diede il loro paese come possesso ai Rubeniti, ai Gaditi e a mezza tribù di Manasse.
- Ed ecco i re del paese che Giosuè e i figli d'Israele batterono di qua dal Giordano, a occidente, da Baal-Gad nella valle del Libano fino al monte Olac che si eleva verso Seir, paese che Giosuè diede in possesso alle tribù d'Israele, secondo la parte che toccava a ciascuna, nella contrada montuosa, nella regione bassa, nella pianura, sulle pendici, nel deserto e nel mezzogiorno; il paese degli Ittiti, degli Amorei, dei Cananei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei.
- Il re di Gerico, il re di Ai, vicino a Betel, il re di Gerusalemme, il re di Ebron, il re di Iarmut, il re di Lachis, il re di Eglon, il re di Ghezer, il re di Debir, il re di Gheder, il re di Corma, il re di Arad, il re di Libna, il re di Adullam, il re di Maccheda, il re di Betel, il re di Tappua, il re di Chefer, il re di Afec, il re di Saron, il re di Madon, il re di Asor, il re di Simron-Meron, il re di Acsaf, il re di Taanac, il re di Meghiddo, il re di Chedes, il re di Iocneam al Carmelo, il re di Dor, sulle alture di Dor, il re di Goim nel Ghilgal, il re di Tirsa. In tutto trentuno re.
(Notizie su Israele, 3 marzo 2026)
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Grande attacco iraniano contro Israele
La guerra aerea si estende a diversi paesi
• Panoramica della situazione
Durante la notte, in gran parte del territorio israeliano sono nuovamente risuonate le sirene. Secondo fonti militari, l'Iran ha lanciato un'altra ondata di missili balistici sul Paese.
Testimoni oculari hanno riferito di missili intercettori nel cielo sopra Tel Aviv, mentre i sistemi di difesa aerea cercavano di neutralizzare i proiettili.
Inizialmente sono state diffuse notizie secondo cui contemporaneamente sarebbero stati lanciati missili dal Libano. Tali notizie sono state però smentite dall'esercito israeliano. Anche dopo il cessato allarme immediato, alla popolazione è stato chiesto di non lasciare i rifugi e di continuare a seguire le istruzioni dell'Home Front Command.
Secondo quanto riferito dal servizio di soccorso Magen David Adom, inizialmente non sono stati segnalati feriti. La polizia ha tuttavia confermato l'impatto di un razzo nel centro di Israele. Più tardi nella notte sono stati lanciati ulteriori allarmi droni nel nord del Paese. L'esercito ha dichiarato che due droni nemici provenienti dal Libano sono stati intercettati.
• Teheran e Beirut
Parallelamente agli attacchi iraniani, Israele ha intensificato i suoi attacchi aerei contro il regime dei mullah. Un portavoce dell'esercito ha confermato in mattinata che l'aviazione sta attaccando contemporaneamente obiettivi a Teheran e Beirut nell'ambito dell'operazione “Roaring Lion”. È stata avviata una “vasta ondata di attacchi contro il regime terroristico iraniano e l'organizzazione terroristica Hezbollah”, ha affermato.
Dal sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, sono state segnalate almeno due esplosioni. I media libanesi hanno riferito che, tra gli altri, è stata colpita la stazione radio di Hezbollah Al-Nour. Anche l'emittente televisiva Al-Manar sarebbe stata presa di mira. L'esercito israeliano non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sui singoli obiettivi.
A Teheran, forti esplosioni hanno scosso la capitale e i suoi sobborghi. Da Pardis, alla periferia della metropoli, sono stati segnalati diversi impatti di razzi. I residenti hanno riferito di finestre tremanti nei grattacieli, mentre sui social network circolavano immagini di dense nuvole di fumo ai margini dei monti Alborz.
In precedenza era già stata bombardata l'emittente statale IRIB. Il direttore dell'emittente ha confermato l'attacco, ma ha dichiarato che le attività continuano.
• Esplosioni a Cipro
Secondo quanto riportato dai media, la risposta iraniana non si è limitata a Israele. Esplosioni sono state segnalate anche a Cipro, dopo che un missile avrebbe raggiunto l'isola mediterranea. A quanto pare non ci sono stati feriti.
In Arabia Saudita, due droni hanno colpito l'edificio principale dell'ambasciata statunitense a Riad, provocando un incendio di entità limitata. Altri droni sarebbero stati intercettati. Secondo quanto riportato, negli Emirati Arabi Uniti due installazioni militari sono state colpite direttamente, mentre in Bahrein i droni hanno colpito nei pressi di una base militare.
Alla luce della situazione, il Dipartimento di Stato americano ha ordinato il ritiro del personale non indispensabile dalla Giordania, dal Bahrein e dall'Iraq. Già in precedenza, ai cittadini americani presenti in numerosi paesi della regione, dall'Egitto a Israele fino agli Stati del Golfo, era stato chiesto di lasciare il territorio.
• «Rifornimenti illimitati»
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che le scorte di munizioni americane non sono «mai state così elevate o migliori». Si dispone «praticamente di una fornitura illimitata». Con queste scorte si potrebbero combattere guerre «per sempre», ha scritto, aggiungendo però che nel settore di punta «non siamo dove vorremmo essere». Gli Stati Uniti sono «pronti a vincere, alla grande».
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha comunicato che dall'inizio dell'offensiva congiunta con Israele sono state distrutte strutture di comando delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, sistemi di difesa aerea, postazioni di missili e droni, nonché aeroporti militari.
A Washington, i leader repubblicani hanno difeso l'azione. Il segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che era noto che un intervento israeliano avrebbe comportato un attacco alle forze armate americane. Gli Stati Uniti avrebbero quindi “agito in modo preventivo e difensivo per impedire che causassero danni maggiori”. Il portavoce della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson, ha sottolineato che l'obiettivo non era un cambio di regime, ma lo smantellamento del programma missilistico iraniano.
• Il cambio di regime è secondario
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha respinto le accuse. Non c'è mai stata una presunta minaccia iraniana, ha dichiarato. Gli Stati Uniti sono «entrati in una guerra di loro scelta in nome di Israele».
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha difeso l'offensiva alla televisione statunitense con queste parole: “Il motivo per cui abbiamo dovuto agire ora” è che l'Iran, dopo i precedenti attacchi, ha iniziato a costruire nuovi impianti sotterranei. Altrimenti, il programma missilistico e ‘atomico’ sarebbe diventato inattaccabile “nel giro di pochi mesi”. Alla domanda se avesse trascinato Trump in guerra, ha risposto ridendo che era “ridicolo”.
Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha dichiarato che è fondamentale che l'Iran non entri mai in possesso di un'arma nucleare. Un possibile cambio di regime a Teheran è secondario.
Si prevede un'estensione dei combattimenti. Trump ha annunciato che “non abbiamo ancora iniziato a colpire duramente” e ha parlato di una possibile guerra di quattro o cinque settimane. L'Iran, dal canto suo, ha dichiarato di aver utilizzato centinaia di missili balistici e più di 700 droni contro obiettivi in Israele e basi statunitensi nella regione del Golfo dall'inizio dei combattimenti.
(Jüdische Allgemeine, 3 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Impressioni dal rifugio
Da sabato in Israele si sente spesso l'allarme missilistico, che interrompe ogni attività. Nel rifugio i salmi infondono speranza.
di Merle Hofer
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Nei bunker più grandi possono riunirsi anche diverse centinaia di persone
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Quarto giorno dell'attuale guerra con l'Iran. Da sabato mattina il rumore degli aerei è di nuovo onnipresente anche a Gerusalemme. L'aviazione israeliana vola senza sosta, per lo più in direzione est, verso gli obiettivi da colpire in Iran. I portavoce militari spiegano alla popolazione israeliana, con l'ausilio di mappe, quali obiettivi sono stati attaccati: il quartier generale dell'Ayatollah Ali Khamenei, edifici governativi, le infrastrutture di comunicazione del governo. Mostrano anche gli iraniani che celebrano apertamente la morte del “leader della rivoluzione” per le strade dell'Iran e in tutto il mondo.
• App di allerta precoce per l'allarme missilistico
Le app sviluppate dagli israeliani, che registrano l'intrusione di droni e missili provenienti da paesi nemici nel territorio israeliano, sono diventate sempre più precise negli ultimi anni. Prima di un allarme missilistico, il primo avviso arriva sotto forma di un suono vibrante sul cellulare, con “quel suono così sgradevole che già conoscete dalle guerre passate” - citazione di una conduttrice televisiva israeliana. Il messaggio, in ebraico, inglese, arabo e russo, recita: “Nei prossimi minuti è previsto un allarme. Si prega di rimanere vicino a un rifugio protetto. Quando suona l'allarme, entratevi e rimanete lì fino a quando non riceverete nuove informazioni”. Gli appartamenti negli edifici più recenti in Israele sono tutti dotati di rifugi. Per gli abitanti degli edifici più vecchi ci sono bunker risalenti a epoche precedenti. Così come sono diverse le reazioni delle persone alle minacce e alle pressioni, altrettanto diverse sono le reazioni al messaggio ricevuto sul cellulare. Nelle famiglie con più persone, le voci si accavallano. A seconda dell'ora del giorno, si possono sentire frasi del tipo: “Riuscirò ad arrivare in bagno? Posso ancora lavarmi i denti? Abbiamo appena iniziato a mangiare!” Di notte l'atmosfera è piuttosto tranquilla, tutti escono dalla loro camera ancora assonnati. Alcuni arrivano in pigiama e pantofole, altri indossano con stoica calma i loro abiti da strada, altri ancora si limitano a indossare i vestiti sopra il pigiama. Pochi minuti dopo, di solito suona la sirena locale. E per tutti coloro che non hanno un rifugio, come nella maggior parte degli edifici dei quartieri storici di Gerusalemme Nachlaot e Rechavia, è ora di mettersi a correre. Qui gli abitanti corrono lungo le strade e i vicoli stretti verso il bunker pubblico più vicino. Chi è in ritardo vede lungo la strada lunghe strisce nel cielo blu brillante: di notte ricordano fuochi d'artificio disordinati ma impressionanti. Poco dopo si sentono diversi forti impatti. Di solito non è l'impatto del missile stesso, ma il rumore, il “bum”, come dicono gli israeliani, che si produce quando il sistema di difesa Iron Dome abbatte il missile. Ciò provoca la formazione di molti frammenti e le forze di sicurezza israeliane sottolineano ripetutamente quanto sia importante, proprio in questo momento, recarsi nei bunker e attendere almeno dieci minuti, ovvero fino al segnale successivo. Quando in passato si sono verificati feriti o morti, il motivo principale è stato sempre il mancato rispetto delle norme.
• Con i salmi contro i razzi
Nel bunker si incontrano laici e religiosi, bambini e adolescenti, studenti e adulti, famiglie e single. Genitori stanchi cercano di intrattenere i propri figli con giochi o libri illustrati. La maggior parte di loro si conosce di vista, ma non ha mai parlato tra loro. Improvvisamente condividono questi momenti intimi. Molte persone in uno spazio ristretto. All'improvviso ci si scambiano sorrisi incerti o si inizia una conversazione. Un detto rimasto dalla guerra del Golfo: “Tehilim neged Tilim, salmi contro missili”. E così ci sono bunker in cui vengono distribuiti libri di salmi. Alcuni li prendono e iniziano a leggere e a pregare, altri rifiutano e ringraziano. Alcuni bunker sono dotati di servizi igienici, altri no. Alcuni sono stati puliti in precedenza, altri no. In alcuni c'è acqua e sedie, in altri soprattutto angoli pieni di spazzatura. In un bunker nel centro di Gerusalemme, una giovane donna va in giro distribuendo biscotti. I visitatori li accettano con gratitudine. La giovane donna spiega allegramente: “Questi biscotti sono stati preparati dalla madre della mia amica. Prendetene quanti ne volete, ne abbiamo tantissimi. Lei sarà molto felice di sapere che vi piacciono”. Anche i proprietari di cani e gatti portano i loro animali nel bunker; i cani avvertono in modo eccessivo le scosse della terra e continuano a tremare per minuti dopo gli impatti.
• Bunker con charme
Il bunker “Kol Rina” (voce di gioia) a Nachlaot funge da oltre due decenni da sinagoga e centro comunitario del movimento che prende il nome dal defunto rabbino e musicista americano Shlomo Carlebach. È noto per le sue funzioni religiose musicali, quindi non sorprende che, durante i ripetuti allarmi missilistici diurni e notturni, le persone si incontrino per cantare e suonare la chitarra o recitare spontaneamente le loro preghiere mattutine o serali. Questo martedì sera inizia la festa di Purim a Gerusalemme. Già nei giorni scorsi dal bunker si sentivano sempre più spesso canti di Purim. Le feste ufficiali sono state cancellate in tutto il Paese. Migliaia di israeliani, però, non si lasciano scoraggiare dai divieti e festeggiano comunque, consapevoli che la polizia potrebbe interrompere la festa in qualsiasi momento. “In un bunker al terzo piano sotterraneo l'aria era già piuttosto rarefatta”, ha descritto un israeliano la sua esperienza della notte scorsa. Ciononostante è rimasto fino alle 5 del mattino. “Durante la festa ci siamo detti continuamente che avevamo sicuramente perso due o tre allarmi”. Quando martedì a mezzogiorno suona di nuovo l'allarme, la piccola Noemi, di dieci anni, nel bunker “Kol Rina” non vede l'ora che arrivi la sera: “Mi travestirò da regina”. Forse da regina Ester? “Semplicemente da regina”. Gioca a carte con i suoi fratelli e gli inquilini di una comunità residenziale vicina. Improvvisamente, la maggior parte dei cellulari emette nuovamente un segnale di allarme. Il messaggio appare di nuovo in quattro lingue: “L'attacco missilistico è terminato. Potete lasciare il rifugio”. Gli adulti della comunità saltano in piedi. Il fratello minore di Noemi, David, è deluso: “Possiamo giocare ancora un round?”. Gli adulti lo consolano: “Alla prossima allerta, volentieri”. David e Noemi annuiscono felici. Poi Noemi dice: “Be Esrat HaShem, se Dio vuole, non ci sarà una prossima volta”.
(Israelnetz, 3 marzo 2026)
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Tra le sirene di guerra si dicono “sì”: nozze senza rinvii in Israele
di Michelle Zarfati
In un clima di forte tensione e allarme per i frequenti lanci di missili dall’Iran verso il territorio israeliano, una giovane coppia ha celebrato il proprio matrimonio senza rinviare la data prevista, scegliendo di affrontare la situazione con determinazione e fiducia. La notizia è stata riportata dal sito di informazione israeliano Ynet News.
Kayla Friedman, 25 anni, originaria di New York e residente in Israele da sette anni, e il 27enne Evyatar Polster si sono sposati secondo la legge ebraica nonostante le sirene d’allarme che nelle ultime ore hanno risuonato in numerose località. Secondo quanto riportato da Ynet la coppia ha deciso di mantenere la cerimonia prevista domenica anche dopo che la situazione di emergenza aveva portato alla cancellazione di gran parte degli eventi pubblici nel Paese.
“Io mi sono svegliata sabato mattina con le sirene e ho detto ad alta voce: ‘Mi sposo domani, e nessun terrorista iraniano cambierà i nostri piani’”, ha detto Friedman. La cerimonia si è svolta su un prato accanto a un rifugio antiaereo nel Kibbutz Shluchot, luogo natale dello sposo, mentre il ricevimento — inizialmente pensato per circa 500 invitati — è stato ridotto a una festa con circa 50 persone all’interno della struttura fortificata del kibbutz per motivi di sicurezza.
Il rabbino che ha officiato ha definito “un miracolo” il fatto che non siano state udite ulteriori sirene d’allarme durante tutto lo svolgimento della cerimonia, permettendo agli sposi e agli invitati di vivere il momento speciale senza interruzioni.
(Shalom, 3 marzo 2026)
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Antisemitismo – Presentata relazione Cdec in Senato: «Odio cresce, segnali allarmanti»
di Adam Smulevich
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Livia Ottolenghi con Giorgio Sacerdoti
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Sono 963 in tutto, un numero in preoccupante crescita, gli episodi antisemiti denunciati dalla Fondazione Cdec di Milano per il 2025: 643 sono avvenuti in rete, mentre 320 sono accaduti offline. Di questi, 18 sono state aggressioni, 86 le diffamazioni e gli insulti, 43 le minacce, 59 le discriminazioni, 103 i graffiti e undici gli atti di vandalismo. I dati sono al centro del rapporto annuale del Cdec, presentato martedì mattina nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Secondo la Fondazione, è in corso un «restringimento allarmante» degli spazi sociali in cui essere oggi ebrei in Italia è ritenuto «normale e accettabile». «I numeri sono in crescita e sono il frutto della metodologia acquisita e utilizzata dal nostro osservatorio, legata innanzitutto all’utilizzo della definizione operativa dell’Ihra», ha esordito il direttore della Fondazione, Gadi Luzzatto Voghera. «È questo un nodo che ha creato diversi motivi di contrasto in ambito politico e universitario, ma la definizione Ihra è in realtà uno strumento condiviso dagli istituti che in Italia e a livello internazionale si occupano di questo tema». Le principali finalità della relazione sono quattro, ha spiegato lo studioso: monitorare l’antisemitismo in Italia, offline e online; documentare le tendenze nei linguaggi, la gravità degli episodi e le matrici ideologiche; supportare le politiche pubbliche, la scuola, i media e le forze dell’ordine; offrire strumenti per il contrasto. Quattro sono anche le matrici ideologiche prevalenti dell’odio antisemita in Italia, informa il Cdec. Al primo posto c’è oggi «l’antisemitismo legato a Israele», seguito da «un odio ibrido» composto dall’amalgama tra complottismo, antigiudaismo e antisionismo radicale, dal «neonazismo/nazifascismo» e infine dall’antigiudaismo «di tipo religioso».
• La legge al voto in Senato
La relazione annuale del Cdec, realizzata dai redattori Stefano Gatti, Murilo Cambruzzi e Larisa Anastasia Bulgar, con un contributo del demografo Sergio Della Pergola, è stata l’oggetto di vari interventi e riflessioni. in Senato. «L’odio è cresciuto, soprattutto dopo l’assalto del 7 ottobre e la guerra a Gaza, con molti pretesti per un rinnovato antisemitismo», ha affermato il presidente del Cdec, Giorgio Sacerdoti. Aggiungendo che «c’è oggi un timore nel mostrarsi in quanto ebrei nello spazio pubblico, nelle scuole e nelle università». Per Sacerdoti, dell’argomento scrive nella relazione, «ci stiamo confrontando con un contesto di generale pressione a cui devo aggiungere l’evidente, strumentale attacco alla Memoria della Shoah, su cui la Fondazione Cdec lavora fin dalla sua istituzione». Di fronte ai numeri esposti in Senato «la domanda non è se intervenire, ma come farlo in modo efficace e tempestivo», ha affermato la neo presidente Ucei Livia Ottolenghi. In tema la presidente dell’Unione ha richiamato il disegno di legge sull’antisemitismo in discussione nel pomeriggio nell’aula di Palazzo Madama, ritenuto «una risposta necessaria e responsabile, non un atto simbolico, ma un’assunzione di responsabilità da parte dello Stato e l’affermazione chiara che l’antisemitismo non è tollerabile e che la tutela della dignità umana e della libertà religiosa costituisce un presidio irrinunciabile della nostra democrazia». L’antisemitismo, ha proseguito Ottolenghi, «si manifesta oggi in forme molteplici, non solo virtuali ma anche fisiche: nei contesti educativi, nelle università, nei luoghi di lavoro, nei mezzi di comunicazione, nella sfera religiosa e, con particolare intensità, nello spazio digitale». Proprio per questo, ha aggiunto, «la risposta non può essere frammentaria». Milena Santerini, attuale vicepresidente del Memoriale della Shoah di Milano e già coordinatrice nazionale contro l’antisemitismo, ha parlato positivamente dell’azione legislativa «anche se una legge da sola non basterà, serve un coordinamento ampio e bisogna anche investire per aiutare i luoghi della memoria presenti in Italia: al Memoriale di Milano abbiamo riscontrato un calo fortissimo delle visite». Santerini ha anche parlato di «antisemitismo endemico, che riemerge quando confondiamo Israele con la Diaspora e colpevolizzando l’ebreo collettivamente». La studiosa ha anche invitato a evitare sentimenti di «rassegnazione» e a rivolgere un’attenzione particolare alle piattaforme online e alla libera circolazione delle parole malate «per la manipolazione di agenti oscuri» che sull’odio costruiscono consenso e lucro. L’attuale coordinatore nazionale contro l’antisemitismo, il generale Pasquale Angelosanto, ha richiamato la strategia nazionale presentata nel gennaio del 2025 con le sue «azioni specifiche» per intervenire nei vari contesti. Per Angelosanto, la situazione italiana dell’antisemitismo «è fortemente influenzata dal conflitto mediorientale». Il generale ha poi fatto riferimento al mondo dello sport, spesso usato dagli odiatori come volano per la diffusione di messaggi razzisti e discriminatori. Almeno in questo ambito, ha spiegato, la portata dell’antisemitismo è stata attenuata «grazie all’azione preventiva svolta dalle istituzioni», nel solco proprio della strategia.
• «Antisemitismo, frattura del patto costituzionale»
Per Mattia Peradotto dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar), i dati del Cdec «parlano con una chiarezza che non consente attenuazioni» e «quando una persona esita a indossare la kippah o a parlare ebraico per timore di essere marginalizzata, siamo di fronte a una frattura del patto costituzionale». È quindi necessario agire di conseguenza, con fermezza, «perché è in alto una saldatura forte» tra odio online e offline con l’abbassamento di soglie di inibizione che hanno come risultato l’aumento di aggressioni fisiche. «Parlare di antisemitismo significa parlare di memoria, di responsabilità, di cultura», ha dichiarato il prefetto Raffaele Grassi, direttore dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) della Polizia di Stato. «L’antisemitismo non è un fenomeno relegato al passato, ma continua a manifestarsi sotto nuove forme, magari a volte più sottili. E dove cresce l’odio, cresce l’intolleranza verso le differenze. E i valori democratici si indeboliscono». L’incontro si è aperto con la lettura di un messaggio della senatrice a vita Liliana Segre, che ha ricordato come sarebbe un grave errore considerare l’antisemitismo un problema dei soli ebrei. L’antisemitismo è anzi «una minaccia complessiva alla vita democratica e alla qualità della sua convivenza civile». Rispetto alla discussione in aula, la senatrice ha auspicato «una convergenza trasversale» nell’adozione di nuove norme «per contrastare con maggiore efficacia» l’odio. Ha concluso l’incontro, in una pausa tra una sirena d’allarme e l’altra, un intervento da Gerusalemme del professor Della Pergola. Per lo studioso italo-israeliano, i massacri del 7 ottobre sono stati uno spartiacque, ma l’antisemitismo è comunque «un fenomeno latente» che sempre si libera nella società sulla spinta di altri fenomeni. A comporre «l’attuale orchestra cacofonica, un’orchestra molto difficile da tollerare» sono per Della Pergola quattro tipologie di antisemitismo. Quello pratico, caratterizzato da casi come «aggressioni fisiche e consacrazioni di cimiteri»; quello populista, che si manifesta «con affermazioni diffamatorie». Quello politico, segnato da «una ostilità che riflette anche giochi interni» ai partiti. Quello narrativo, perpetrato con «espressioni analitiche e nel mondo dell’accademia».
(moked, 3 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 11
Grande battaglia presso le acque di Merom
- Quando Iabin, re di Asor, ebbe udito queste cose, mandò dei messaggeri a Iobab re di Madon, al re di Simron, al re di Acsaf, ai re che erano al nord nella regione montuosa, nella pianura al sud di Chinneret, nella regione bassa e sulle alture di Dor a occidente, ai Cananei d'oriente e di occidente, agli Amorei, agli Ittiti, ai Ferezei, ai Gebusei nella regione montuosa, agli Ivvei ai piedi dell'Ermon nel paese di Mispa. E quelli uscirono, con tutti i loro eserciti, formando un popolo innumerevole come la sabbia che è sulla riva del mare, e con cavalli e carri in grandissima quantità. Tutti questi re si riunirono e andarono ad accamparsi assieme presso le acque di Merom per combattere contro Israele.
- E l'Eterno disse a Giosuè: “Non li temere, perché domani, a quest'ora, io farò in modo che saranno tutti uccisi davanti a Israele; tu taglierai i garretti ai loro cavalli e darai fuoco ai loro carri”. Giosuè dunque, con tutta la sua gente di guerra, marciò all'improvviso contro di essi alle acque di Merom e piombò loro addosso; e l'Eterno li diede nelle mani degli Israeliti, i quali li batterono e li inseguirono fino a Sidone la grande, fino a Misrefot-Maim e fino alla valle di Mispa, verso oriente; li batterono così da non lasciare nessun superstite. E Giosuè li trattò come gli aveva detto l'Eterno: tagliò i garretti ai loro cavalli e diede fuoco ai loro carri. Al suo ritorno, e in quello stesso tempo, Giosuè prese Asor e uccise con la spada il suo re; poiché Asor era stata nel passato la capitale di tutti quei regni. Mise anche a fil di spada tutte le persone che vi si trovavano, votandole allo sterminio; non restò anima viva, e diede Asor alle fiamme. Giosuè prese pure tutte le città di quei re e tutti i loro re, e li mise a fil di spada e li votò allo sterminio, come aveva ordinato Mosè, servo dell'Eterno. Ma Israele non bruciò nessuna delle città poste in collina, salvo Asor, la sola che Giosuè incendiò. E i figli d'Israele si tennero per sé tutto il bottino di quelle città e il bestiame, ma misero a fil di spada tutti gli uomini fino al loro completo sterminio, senza lasciare anima viva. Come l'Eterno aveva comandato a Mosè suo servo, così Mosè ordinò a Giosuè, e così fece Giosuè, il quale non trascurò nessuno degli ordini che l'Eterno aveva dato a Mosè.
Conquiste nel nord e nel resto del paese
- Giosuè dunque prese tutto quel paese, la regione montuosa, tutto il mezzogiorno, tutto il paese di Goscen, la regione bassa, la pianura, la contrada montuosa d'Israele e le sue regioni basse, dal monte Olac che si eleva verso Seir, fino a Baal-Gad nella valle del Libano ai piedi del monte Ermon; prese tutti i loro re, li colpì e li mise a morte. Giosuè fece per lungo tempo guerra a tutti quei re. Non ci fu città che facesse pace con i figli d'Israele, eccetto gli Ivvei che abitavano Gabaon; le presero tutte, combattendo; perché l'Eterno faceva in modo che il loro cuore si ostinasse a dare battaglia a Israele, affinché Israele li votasse allo sterminio senza che ci fosse pietà per loro, e li distruggesse come l'Eterno aveva comandato a Mosè.
- In quello stesso tempo, Giosuè si mise in marcia e sterminò gli Anachiti della regione montuosa, di Ebron, di Debir, di Anab, di tutta la regione montuosa di Giuda e di tutta la regione montuosa d'Israele; Giosuè li votò allo sterminio con le loro città. Non rimasero più Anachiti nel paese dei figli d'Israele; non ne restarono che alcuni in Gaza, in Gat e in Asdod. Giosuè dunque prese tutto il paese, esattamente come l'Eterno aveva detto a Mosè; e Giosuè lo diede in eredità a Israele, tribù per tribù, secondo la parte che toccava a ciascuna. E il paese ebbe riposo dalla guerra.
(Notizie su Israele, 2 marzo 2026)
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Teheran dopo Khamenei: la statua che cade e il vuoto che si apre
La morte della Guida Suprema scuote l’Iran e il Medio Oriente, mentre nelle strade si alternano esultanza e timore
di Paolo Montesi
Fino a un paio di giorni fa pareva un’immagine partorita dalla fantasia (o dall’intelligenza artificiale). Invece è tutto vero: le immagini diffuse sui social mostrano una folla radunata attorno alla statua di Ali Khamenei che oscilla, perde equilibrio e infine si abbatte al suolo tra grida e applausi, come se quel crollo materiale potesse segnare l’inizio di una stagione diversa per un Paese che per oltre trentacinque anni ha vissuto sotto la stessa guida. La scena, rilanciata da media internazionali e confermata da fonti locali, arriva poche ore dopo l’annuncio ufficiale della morte della Guida Suprema, colpita secondo le autorità iraniane da un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele.
La televisione di Stato ha comunicato che Khamenei sarebbe stato ucciso nel suo ufficio durante la mattinata di sabato, mentre Reuters ha riferito che il raid sarebbe stato pianificato in coincidenza con una riunione con alti funzionari della sicurezza, tra cui Ali Shamkhani e Ali Larijani, in un luogo ritenuto sicuro. Nello stesso attacco sarebbero rimasti uccisi anche Mohammad Pakpour, comandante dei Guardiani della rivoluzione, e altri dirigenti di primo piano, a conferma della portata dell’operazione. La decisione di colpire in quel momento suggerisce un’azione mirata a decapitare la catena di comando, con conseguenze che vanno ben oltre la figura simbolica della Guida Suprema.
Khamenei aveva assunto la leadership nel 1989, dopo la morte di Ruhollah Khomeini, e aveva consolidato nel tempo un sistema di potere fondato sull’intreccio tra autorità religiosa, apparato militare e controllo capillare della società. Il suo lungo governo è stato segnato da repressioni severe delle proteste interne, tra cui quelle esplose a gennaio, quando secondo fonti indipendenti sarebbero state uccise decine di migliaia di persone in pochi giorni, un bilancio che le autorità non hanno mai riconosciuto ufficialmente ma che ha trovato eco in rapporti di organizzazioni per i diritti umani. La proclamazione di quaranta giorni di lutto nazionale, annunciata subito dopo la conferma della morte, si inserisce nella tradizione sciita e mira a rafforzare un senso di continuità istituzionale in un momento di estrema vulnerabilità.
La caduta della statua, tuttavia, racconta un’altra storia, e cioè quella di una popolazione che ha vissuto il potere come oppressione e che ora intravede la possibilità di un cambiamento, pur senza sapere quale direzione potrà prendere. L’Iran resta un sistema complesso, nel quale il Consiglio degli Esperti ha il compito di nominare la nuova Guida Suprema, ma in cui i Guardiani della rivoluzione conservano un peso determinante. L’eliminazione simultanea di figure chiave potrebbe aprire rivalità interne, con il rischio di tensioni tra fazioni che aspirano a guidare la transizione.
Sul piano regionale, l’operazione segna un salto di qualità nel confronto tra Teheran, Washington e Gerusalemme, perché colpire il vertice politico e militare iraniano comporta una ridefinizione degli equilibri di deterrenza. I Paesi del Golfo stanno a guardare con cautela, consapevoli che eventuali reazioni potrebbero travalicare i confini iraniani, mentre la comunità internazionale si interroga sulle conseguenze a medio termine di un’azione che ha modificato in modo radicale il quadro politico della Repubblica islamica.
La statua che si abbatte al suolo rappresenta un gesto colmo di significato, ma il destino dell’Iran dipenderà dalla capacità delle sue istituzioni e della sua società di affrontare una fase di transizione che si annuncia delicata. In assenza di un percorso chiaro, l’entusiasmo di una parte della popolazione deve convivere con l’incertezza di un Paese che si trova davanti a un passaggio storico di cui ancora non si intravedono contorni definitivi.
(Setteottobre, 2 marzo 2026)
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Hezbollah attacca Israele
Gerusalemme reagisce con contrattacchi per proteggersi e impedire ulteriori attacchi
Il conflitto in Medio Oriente continua ad espandersi dopo l'uccisione del capo di Stato iraniano Ayatollah Ali Khamenei. La milizia libanese Hezbollah ha lanciato diversi missili su Israele durante la notte, intervenendo così a fianco di Teheran nella lotta contro lo Stato ebraico.
Israele ha reagito con bombardamenti nei sobborghi meridionali della capitale Beirut e in altre parti del paese confinante a nord, per proteggersi e impedire ulteriori attacchi. In mattinata, l'aviazione ha sferrato un altro attacco contro un capannone utilizzato per manifestazioni in un sobborgo meridionale di Beirut.
Allo stesso tempo, secondo quanto riferito dall'esercito, l'aviazione israeliana ha lanciato una nuova ondata di attacchi nel cuore di Teheran. Anche l'esercito statunitense continua ad attaccare l'Iran, secondo quanto affermato dal presidente Donald Trump.
È la prima volta dall'inizio della tregua tra Hezbollah e Israele nel novembre 2024 che l'organizzazione terroristica sostenuta dall'Iran attacca Israele con missili. L'organizzazione ha motivato il suo gesto con l'uccisione di Khamenei in un attacco aereo israeliano sabato a Teheran.
• «Piena responsabilità»
Secondo quanto riferito dall'esercito israeliano, un missile lanciato dal Libano è stato intercettato, mentre altri sono caduti in terreno aperto. Hezbollah ha «la piena responsabilità di ogni escalation», ha dichiarato nella notte il capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir.
Secondo quanto riferito, l'IDF ha reagito attaccando membri di alto rango di Hezbollah a Beirut, mentre centinaia di abitanti hanno seguito l'appello di Hezbollah e hanno reso omaggio al leader iraniano Ali Kamenei, ucciso durante una manifestazione. In mattinata si è parlato di un leader di alto rango dell'organizzazione terroristica che sarebbe stato oggetto di attacchi a Beirut.
Secondo l'esercito israeliano, un altro obiettivo sarebbe stato colpito nel sud del Libano. Gli attacchi in Libano continueranno e «la loro intensità aumenterà», ha annunciato questa mattina il comandante responsabile Rafi Milo dopo la prima ondata di attacchi. Israele e Hezbollah hanno combattuto una guerra fino alla fine del 2024, dopo che Hezbollah aveva attaccato quotidianamente con razzi il vicino meridionale per un anno. Da allora è in vigore una tregua. Hezbollah è fortemente indebolito, ma si ritiene che disponga ancora di grandi capacità militari.
(Jüdische Allgemeine, 2 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ciao Europa! C'è qualcuno in casa?
Quando la storia mondiale bussa alla porta e nessuno apre.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Mentre Israele e gli Stati Uniti difendono la sopravvivenza dei valori occidentali biblici con la loro azione risoluta contro il regime dei mullah, l'Europa rivela uno storico scoraggiamento, paralizzata dalla paura dei disordini sociali nelle proprie periferie. In una fase di demenza strategica dei valori, Bruxelles non si rende conto che l'ideologia di sterminio di Teheran non minaccia più solo Israele, ma le fondamenta dell'intero mondo libero. Mentre il mondo arabo riconosce i segni dei tempi e si allea contro il male, un'Europa esitante rischia la sua irrilevanza geopolitica a causa della sua comodità morale, tradendo così le proprie radici.
Di fronte alla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, l'Europa appare profondamente divisa. Dal sabato mattina, gli Stati europei cercano invano di trovare una linea comune. Mentre alcuni governi condannano aspramente Teheran, altri criticano soprattutto Washington e Gerusalemme e chiedono un'immediata deescalation. Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha ufficialmente respinto l'“azione militare unilaterale” degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran. L'ha definita una pericolosa escalation e ha sottolineato la necessità di un'immediata distensione e del rispetto del diritto internazionale. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha criticato l'attacco aereo israeliano e americano contro l'Iran: “La Francia non ha preso in considerazione nulla di simile e non ha partecipato, così come gli Stati della regione o i nostri partner”. L'apparato dell'UE rimane in gran parte insignificante e si limita a cauti appelli alla diplomazia, al dialogo e al rispetto del diritto internazionale.
Inizialmente, Francia e Gran Bretagna hanno sostenuto gli Stati del Golfo attaccati. Solo in un secondo momento, entrambi i paesi hanno pubblicato insieme alla Germania una dichiarazione più severa in cui condannavano gli «attacchi indiscriminati dell'Iran» contro tutti gli Stati della regione, compreso Israele. Ciò è avvenuto dopo l'attacco a Cipro. Allo stesso tempo, i vertici dell'UE e il presidente Macron hanno messo in guardia da un pericolo globale, hanno invitato a riprendere i negoziati e hanno fatto riferimento alla brutale repressione delle proteste in Iran. La Francia ha inoltre sottolineato la sua disponibilità a utilizzare mezzi militari per proteggere i partner del Golfo, ma non per Israele. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha ribadito il sostegno agli alleati in Medio Oriente, ma ha chiarito che Londra non è coinvolta negli attacchi in corso. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è unito solo in serata alla dichiarazione congiunta delle tre grandi potenze europee e ha successivamente invitato il regime dei mullah a Teheran a fermare gli attacchi missilistici contro Israele.
Ma, onestamente, dov'è l'Europa in tutta questa campagna? I governi europei non capiscono davvero chi è il cattivo e chi è il buono in tutta questa vicenda? Si tratta davvero solo di politica ed economia o i governi europei hanno davvero perso il coraggio di lottare per i propri valori? Oppure l'Europa ha effettivamente perso, dimenticato o nascosto tutti i suoi valori perché vuole mostrarsi come un ospite cortese e liberale nei confronti degli ospiti musulmani?
Già due settimane fa, il presidente della principale azienda israeliana di armamenti e armi Rafael, Yuval Steinitz, ha dichiarato a Globes che non sarebbe sorpreso se l'Iran reagisse con attacchi missilistici contro le capitali europee. Teheran stessa ha annunciato che una guerra potrebbe trasformarsi in un conflitto regionale o addirittura globale. Teheran ha lanciato i suoi missili balistici e da crociera contro otto paesi, tra cui Cipro.
Secondo il Wall Street Journal, Teheran contava sul fatto che gli attacchi contro gli Stati del Golfo, che hanno una grande influenza sul presidente Trump, avrebbero spinto Washington e Israele a porre rapidamente fine all'escalation. Ma questa strategia sta fallendo. Gli Stati del Golfo, in maggioranza sunniti e finora impegnati a mantenere la neutralità, sono profondamente scossi e stanno maturando la convinzione che sia necessario opporsi con decisione al regime iraniano. Il tenore generale è ormai che l'Iran non può restare impunito dopo i massicci attacchi ai suoi vicini.
Negli Emirati e in altri Stati colpiti regna una grande rabbia. Un alto funzionario degli Emirati ha dichiarato a KAN che gli attacchi saranno superati e che si uscirà rafforzati dalla crisi, aggiungendo che il comportamento dell'Iran dimostra “pura follia e mancanza di leadership”. Un altro alto rappresentante di un Paese arabo attaccato ha sottolineato che Teheran ha commesso un “grave errore” e che gli attacchi hanno avvicinato gli Stati sunniti del Golfo a Israele, invece di intimidirli.
Il tentativo di Teheran di presentare gli attacchi come colpi contro obiettivi americani non trova alcun credito nel Golfo. Un membro della famiglia reale saudita aveva già avvertito, prima della rappresaglia israelo-americana, che in caso di attacco grave l'Arabia Saudita sarebbe stata costretta a intervenire direttamente e a non restare più a guardare. Il calcolo iraniano di creare pressione attraverso l'escalation si è quindi rivelato controproducente e ha isolato Teheran nel mondo arabo più che mai. Secondo il Washington Post, non solo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha esortato il presidente americano Donald Trump ad attaccare l'Iran, ma anche lo stesso principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il cui Paese aveva ufficialmente invocato una soluzione diplomatica.
Se il regime dei mullah verrà effettivamente rovesciato dall'azione risoluta di Israele e degli Stati Uniti, come spero, i governi europei dovranno finalmente assumersi le loro responsabilità e ripensare radicalmente tutta la loro politica. Infatti, si ha l'impressione che una parte del processo decisionale europeo sia ostacolata dalla crescente popolazione musulmana all'interno dei propri confini, il che limita la libertà di azione politica. Ancora una volta Israele dimostra il suo coraggio, assumendosi dei rischi insieme agli americani per creare un mondo più sicuro, mentre l'Europa esita prevalentemente.
Proprio ieri la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un post sui social media ha di fatto invocato una transizione politica in Iran. Ha messo in guardia dal pericolo reale di un'ulteriore escalation e ha dichiarato che l'Iran ha urgente bisogno di una “transizione credibile”, che consenta la stabilità e apra la strada a una soluzione sostenibile. A tal fine, è necessario fermare il programma militare e missilistico iraniano e porre fine agli atti di destabilizzazione nella regione.
L'atteggiamento titubante dell'Europa di fronte al conflitto iraniano-israeliano è il risultato di una profonda paralisi strategica e morale. Mentre gli Stati Uniti e Israele creano una nuova realtà con il colpo mirato contro il regime dei mullah, l'Europa si rifugia in una politica di equidistanza e appelli insignificanti. A mio avviso, questa impotenza ha diverse cause.
In primo luogo, nelle capitali europee regna il timore di un “secondo fronte” interno. I governi sono diventati di fatto ostaggio della loro stessa politica di integrazione. Temono che una posizione chiara contro Teheran provochi massicci disordini nelle loro comunità musulmane della diaspora. Si sacrifica la libertà d'azione in politica estera per preservare una fragile pace sociale nei propri sobborghi.
In secondo luogo, l'Europa soffre di una demenza strategica dei valori. Mentre anche gli Stati sunniti del Golfo hanno riconosciuto che il regime iraniano è una minaccia esistenziale che può essere fermata solo con la durezza, i politici dell'UE si aggrappano a un insieme di regole diplomatiche obsolete. Si è dimenticato come chiamare il male con il suo nome, ignorando deliberatamente che i missili iraniani hanno da tempo preso di mira anche le capitali europee e Cipro.
In terzo luogo, si manifesta una certa comodità morale. L'Europa si erge a difensore dei valori liberali per non sporcarsi le mani, mentre Israele e gli Stati Uniti si assumono i rischi mortali per un ordine mondiale più sicuro. So che si può discutere su questo, ma in questo caso dico sempre prima di tutto: io vedo la realtà come necessaria per l'esistenza di Israele, e in questo caso Israele non difende solo i suoi valori ebraici, ma anche i valori cristiani dell'Occidente, perché questi sono i valori biblici. Ma l'Europa ha perso questa visione.
Il risultato è un'amara ironia: il mondo arabo si avvicina a Israele nella lotta contro Teheran, mentre l'Europa scivola sempre più nell'irrilevanza geopolitica. Se il regime dei mullah dovesse davvero cadere, l'esitazione europea passerà agli annali come un fallimento storico, come il momento in cui, per paura e opportunismo, si è perso il coraggio di lottare per i propri valori.
(Israel Heute, 2 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ministero del Turismo: aiuto per chi desidera lasciare il Paese e per gli evacuati
Alla luce degli attacchi iraniani contro Israele, il Ministero del Turismo offre informazioni e assistenza ai visitatori. Nel Paese si trovano oltre 37.000 turisti.
GERUSALEMME / BERLINO – A causa della nuova guerra con l'Iran, il Ministero del Turismo israeliano sta lavorando in modalità di emergenza. Sta anche fornendo assistenza agli ospiti stranieri che desiderano lasciare il Paese. Lo ha comunicato lunedì l'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo in Germania.
Secondo quanto riferito, attualmente in Israele si trovano più di 37.000 visitatori. Dall'inizio della situazione attuale, circa 700 di loro hanno lasciato il Paese. Il Ministero è pronto ad aiutare gli stranieri che desiderano partire, se necessario organizzando il trasporto verso i valichi di frontiera terrestri. Inoltre, il Ministero ha provveduto a sistemare in hotel più di 280 evacuati.
Il sottosegretario del ministero, Michael Izhakov, ha inoltre ordinato di potenziare l'ufficio informazioni virtuale attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Dall'inizio dell'attuale situazione sono state elaborate circa 500 richieste, molte delle quali richiedono assistenza individuale.
• Affidarsi solo a fonti di informazione ufficiali
Comando del Fronte Interno con il numero verde 104 e il Centro Servizi Virtuale del Ministero del Turismo. Le informazioni di emergenza per i turisti sono disponibili qui.
Chi desidera lasciare il Paese via terra dovrebbe arrivare al valico di frontiera almeno due ore prima dell'orario ufficiale di chiusura. Poiché tutte le informazioni possono cambiare con breve preavviso, il Ministero consiglia di verificare le informazioni aggiornate presso le autorità competenti prima della partenza.
Nel frattempo, circa 100.000 israeliani sono bloccati all'estero. L'aeroporto Ben Gurion rimarrà chiuso almeno fino a giovedì, secondo quanto riportato dalla rivista economica “Globes”. La compagnia aerea Arkia organizza voli per Taba in Egitto e per l'Europa, e da lì per Israele. (eh)
(Israelnetz, 2 marzo 2026)
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Netanyahu: Il ruggito del leone ora risuona in tutto il mondo
Il capo dell'esercito alle sue truppe: “Portate con voi la visione dei nostri antenati. Un'intera nazione è con voi, fino alla vittoria”.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Israele non è più lo stesso Israele di prima del 23 ottobre 2023. Nel suo discorso alla nazione sabato sera, otto ore dopo l'inizio dell'operazione “Roaring Lion - Leone ruggente”, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che ora, che lo si voglia o no, una cosa è chiara a tutto il mondo: Am Israel Chai - Il popolo di Israele vive.
“Con l'aiuto di Dio, il ruggito dei nostri soldati, dei nostri piloti e dei nostri cittadini è ora udibile in tutto il mondo”, ha dichiarato dopo che l'aviazione israeliana, insieme all'esercito statunitense, ha effettuato centinaia di missioni contro obiettivi in tutto l'Iran.
Netanyahu ha affermato che questa “operazione decisiva continuerà per tutto il tempo necessario”, con l'obiettivo di eliminare la minaccia rappresentata dai programmi nucleari e missilistici iraniani e di indebolire il regime dell'Ayatollah al punto da farlo crollare, per dare al popolo iraniano la possibilità di riprendere in mano il proprio destino.
“Siamo entrati in guerra per cambiare radicalmente questa situazione e porre fine alla minaccia”, ha detto Netanyahu. “Ho promesso che avremmo cambiato il volto del Medio Oriente”.
La determinazione dell'azione israeliana era innegabile. Il primo obiettivo colpito nelle prime ore di sabato mattina a Teheran è stato il complesso residenziale del leader supremo iraniano Ali Khamenei. “Da trentacinque anni questo crudele tiranno esporta il terrore in tutto il mondo, rende infelice il suo popolo e lavora instancabilmente e incessantemente al suo piano di distruggere Israele”, ha sottolineato il capo del governo israeliano. “Questo piano è ora superato”.
E presto arriverà il momento in cui il popolo iraniano dovrà svolgere il suo ruolo.
“Creeremo le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano possa liberarsi dalle catene della tirannia”, ha dichiarato Netanyahu. “Mi rivolgo nuovamente a voi, cittadini dell'Iran: non perdete questa opportunità, perché capita solo una volta in una generazione. Presto arriverà il vostro momento, il momento in cui sarete chiamati a scendere in strada e rovesciare il regime del terrore che amareggia le vostre vite. L'aiuto che avete invocato nelle vostre preghiere è ora disponibile”.
In una dichiarazione rilasciata all'inizio della giornata, poco dopo che gli israeliani erano stati svegliati da un allarme preventivo proattivo, Netanyahu ha affermato che la nazione è unita e che “insieme garantiremo l'eternità di Israele”.
In entrambe le dichiarazioni, Netanyahu ha espresso la sua gratitudine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la sua “leadership storica” che ha reso possibile questo momento.
• “Nessuno può spezzarci”
Anche il presidente israeliano Isaac Herzog ha ringraziato Trump, affermando che questa guerra è un chiaro messaggio a tutti coloro che vogliono danneggiare lo Stato ebraico: “Il popolo di Israele è una nazione forte. Nessuno può spezzare il nostro spirito”.
Herzog ha poi espresso le sue preghiere affinché i soldati israeliani e statunitensi che partecipano a questa “nobile operazione” possano tornare a casa sani e salvi:
"Ai coraggiosi uomini e donne dell'IDF: ho fiducia in voi e vi sostengo. Un'intera nazione è con voi. Che Dio vi benedica tutti e che possiate tornare a casa in pace.
Ai soldati degli Stati Uniti che stanno portando avanti questa nobile missione: vi ringrazio. La nostra partnership è una vera benedizione che promuove la speranza, la prosperità e la sicurezza. Insieme vinceremo. Che Dio vi benedica e che possiate tornare tutti a casa in pace".
• Fino alla vittoria
Il capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha affermato che l'operazione “Roaring Lion” è “un'operazione volta a garantire la nostra esistenza e il nostro futuro qui, nella terra dei nostri antenati, per le generazioni future”.
In un discorso alle sue truppe, Zamir ha sottolineato che “superiamo i nostri avversari in coraggio, determinazione e giustizia della nostra causa. Ancora una volta, i nostri nemici imparano che la resilienza del fronte interno israeliano non può essere spezzata. Condividiamo un destino comune. Saremo uniti come un muro fortificato contro ogni sfida”.
Zamir ha anche fatto riferimento alla Bibbia, sottolineando che il libro di Ester “ci insegna che la responsabilità del nostro destino è principalmente nelle nostre mani: nel coraggio, nell'iniziativa, nell'unità e nella volontà di lottare per la libertà e la pace”.
Ha esortato i piloti israeliani a “portare con sé la visione dei nostri antenati [e] a compiere le loro missioni. Un'intera nazione è con voi, fino alla vittoria”.
(Israel Heute, 1 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Tra esultanza e incertezza
Come reagiscono gli israeliani alla morte della guida suprema iraniana Ali Khamenei
di Sabine Brandes
La notizia è arrivata in Israele sabato sera tardi, prima come voce, poi come notizia flash e infine, la mattina seguente, come realtà confermata: il leader religioso iraniano Ayatollah Ali Khamenei, dalla guida suprema dell'Iran dal 1989 e per molti israeliani la personificazione della minaccia al loro Paese, è morto.
Ancor prima che arrivasse la conferma ufficiale da Teheran, le emittenti televisive israeliane hanno interrotto i loro programmi. Ogni minuto apparivano nuove notizie sugli smartphone, mentre sui social network si susseguivano speculazioni e caute reazioni di giubilo.
Il governo di Gerusalemme ha reagito rapidamente e con parole insolitamente chiare. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato in un discorso video che ci sono «molti segnali che indicano che il tiranno non è più tra noi». Khamenei ha «seminato terrore nel mondo da oltre 30 anni» e ha lavorato incessantemente per «distruggere lo Stato di Israele», ha affermato il primo ministro.
Allo stesso tempo, Netanyahu ha parlato di un momento storico che però «non significa affatto la fine del conflitto». Ha chiarito che le operazioni militari di Israele contro obiettivi iraniani continueranno. Anche il ministro della Difesa Israel Katz ha usato toni inequivocabili. «Chi cerca di distruggere Israele sarà a sua volta distrutto», ha scritto in una dichiarazione pubblica. Israele continuerà ad «agire con tutta la sua forza» per contrastare le minacce provenienti dall'Iran.
Molti sono felici della fine del «nemico principale»
Nel frattempo, anche i cittadini israeliani sono felici della fine dell'«Ojew merkasi», il nemico principale, come lo chiamavano. In numerosi rifugi pubblici in tutto il Paese sono scoppiati spontanei festeggiamenti quando si è diffusa la notizia della morte di Khamenei. Alcuni hanno portato alcolici per brindare: un breve momento di sollievo in mezzo a una quotidianità di guerra estremamente tesa.
Nella stazione della metropolitana Allenby, nel centro di Tel Aviv, Tamara Schechter è seduta e aspetta che il comando del fronte interno dia il cessato allarme, così da poter tornare nel suo appartamento. Accanto a lei ci sono bottiglie d'acqua, due zaini, un posto letto improvvisato. Anche stanotte dormirà qui, perché la sua casa non ha un rifugio. Ma in questo momento ride, alza una bottiglia di birra e brinda con il suo ragazzo.
«Khamenei era un diavolo che tormentava e terrorizzava soprattutto il suo stesso popolo. È un bene che se ne sia andato», dice la studentessa. «Spero che ora ci sia davvero libertà per gli iraniani e finalmente pace per noi». Poi aggiunge a voce più bassa: «Ne abbiamo abbastanza di guerre, terrore e morte. Per anni non si è parlato d'altro. Possiamo tornare a concentrarci sulla vita, per favore?».
La studentessa Tamara Schechter: «Khamenei era un diavolo che opprimeva il proprio popolo e seminava il terrore. Spero che ora ci sia libertà per gli iraniani e pace per noi».
Il suo ragazzo Yuval Tomer annuisce, beve un sorso di birra e dice «L'Chaim». Anche lui è contento che Khamenei «abbia tirato le cuoia».
Ma questo non lo rende sereno. «Netanyahu ora si vanterà di aver salvato il mondo intero da Khamenei», dice il ventottenne, che si definisce un oppositore del governo. Spera in un cambiamento politico alle prossime elezioni in Israele e teme che la guerra contro l'Iran possa dare nuovo slancio all'attuale coalizione.
Circa un chilometro più a nord, David Steiner è seduto in un bunker pubblico e scorre le notizie sul suo telefono. «La sua morte è un bene per tutti: nessuno lo rimpiangerà, né in Iran né qui», afferma convinto l'imprenditore. «Sono davvero felice per il popolo iraniano, che da tanto tempo desidera la fine di questa tirannia e che ha visto tanti dei suoi membri massacrati dagli scagnozzi di Khamenei. «
Allo stesso tempo, Steiner non crede in una rapida fine della guerra. Poiché Khamenei era anche una guida religiosa, la sua uccisione non sarà dimenticata dai suoi seguaci. «Ci sarà rancore a lungo termine», teme, e ritiene possibili attacchi contro strutture israeliane o americane in tutto il mondo come rappresaglia.
Khamenei incarnava una minaccia permanente da Teheran
Benjamin Arditti segue gli sviluppi da una prospettiva diversa. Solo pochi mesi fa è emigrato dalla Francia in Israele per sfuggire al crescente antisemitismo. L'uomo, molto religioso, che aspetta il suo primo figlio con la moglie e si è stabilito nella città costiera di Netanjahu, accoglie con favore la collaborazione tra Netanjahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Aiuteranno a «liberare il mondo dai malvagi», dice con un sorriso radioso sul volto. «E sono orgoglioso di appartenere ora allo Stato ebraico che ha eliminato Khamenei». Non teme ritorsioni da parte dell'Iran. Punta il dito verso il cielo e dice: «Hashem ci proteggerà».
Per molti israeliani Khamenei era più di un semplice politico straniero. Per decenni ha rappresentato la minaccia di Teheran di «cancellare Israele dalla mappa». La sua morte segna quindi simbolicamente la fine di un'era e, allo stesso tempo, l'inizio di una nuova incertezza. Infatti, mentre molti esultano, i missili iraniani fanno parte della quotidianità israeliana.
(Jüdische Allgemeine, 1 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Almeno nove morti nell'impatto di un missile iraniano a Beit Shemesh
A Beit Shemesh, nel centro di Israele, una casa è stata colpita da un missile iraniano. Come riportato dall'emittente pubblica israeliana Kan e dall'emittente n12, almeno nove persone sono state uccise e più di 50 ferite. In serata undici persone erano ancora disperse.
Dopo l'impatto, sono proseguite le ricerche delle persone rimaste intrappolate. A quanto pare, alcune persone erano ancora disperse tra le macerie. Gli esperti di sicurezza israeliani hanno ipotizzato che si sia trattato di un attacco diretto con un missile iraniano contro l'edificio. Numerose persone hanno riportato ferite di media e lieve entità, alcune sono rimaste gravemente ferite. Alcune sono state trasportate in ospedale. Secondo il rapporto, una bambina di dieci anni versa in gravi condizioni.
Secondo i dati israeliani (aggiornati a domenica pomeriggio), nel fine settimana sono state uccise almeno undici persone e decine sono rimaste ferite.
(Jüdische Allgemeine, 1 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Come l'aquila desta la sua nidiata
GENESI 1
1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. 2 La terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso, e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.
DEUTERONOMIO 32
11 Simile all'aquila che desta la sua nidiata, si libra in volo sopra i suoi piccini, spiega le sue ali, li prende e li porta sulle penne.
ESODO 19
4 'Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani, e come io vi ho portato sopra ali di aquila e vi ho condotto a me.
MATTEO 23
37 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!
SALMO 36
7 O Dio, com'è preziosa la tua benevolenza! Perciò i figli degli uomini si rifugiano all'ombra delle tue ali.
SALMO 63:
7 Poiché tu sei stato il mio aiuto, io giubilo all'ombra delle tue ali.
1 SAMUELE 24
5 La gente di Davide gli disse: “Ecco il giorno nel quale l'Eterno ti dice: 'Vedi, io do nelle tue mani il tuo nemico; fa' di lui quello che ti piacerà'”. Allora Davide si alzò e, senza farsi scorgere, tagliò il lembo del mantello di Saul. 6 Ma dopo il cuore gli batté per aver tagliato il lembo del mantello di Saul. 7 E Davide disse alla sua gente: “Mi guardi l'Eterno, dall'agire contro il mio signore, che è l'unto dell'Eterno, mettendogli le mani addosso; poiché egli è l'unto dell'Eterno”.
12 Ora, padre mio, guarda qui nella mia mano il lembo del tuo mantello. Se io ti ho tagliato il lembo del mantello e non ti ho ucciso, da questo puoi vedere chiaramente che non c'è né malvagità né ribellione nella mia condotta, e che io non ho peccato contro di te, mentre tu mi tendi insidie per togliermi la vita!
EZECHIELE 16
8 Io ti passai accanto, ti guardai, ed ecco il tuo tempo era giunto: il tempo degli amori. Io stesi su di te il lembo della mia veste e coprii la tua nudità; ti feci un giuramento, stabilii un patto con te', dice il Signore, l'Eterno, 'e tu fosti mia
RUT 2
12 L'Eterno ti ricompensi per quello che hai fatto, e la tua ricompensa sia piena da parte dell'Eterno, dell'Iddio d'Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti!”.
RUT 3
9 “Chi sei tu?”, le disse. E lei rispose: “Sono Rut tua serva; stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto”.
NUMERI 14
11 E l'Eterno disse a Mosè: “Fino a quando questo popolo mi disprezzerà? e fino a quando non avranno fede in me dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? 12 Io lo colpirò con la peste e lo distruggerò, ma farò di te una nazione più grande e più potente di lui”.
NUMERI 16
20 E l'Eterno parlò a Mosè e ad Aaronne, dicendo: 21 “Separatevi da questa gente, e io li consumerò in un attimo”.
NUMERI 15
32 Mentre i figli d'Israele erano nel deserto, trovarono un uomo che raccoglieva della legna in giorno di sabato. 33 Quelli che l'avevano trovato a raccogliere le legna lo portarono da Mosè, ad Aaronne e a tutta la comunità. 34 E lo misero in prigione, perché non era ancora stato stabilito che cosa gli si dovesse fare. 35 E l'Eterno disse a Mosè: “Quell'uomo deve essere messo a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori dall'accampamento”. 36 Tutta la comunità lo condusse fuori dall'accampamento e lo lapidò; e quello morì, secondo l'ordine che l'Eterno aveva dato a Mosè. 37 L'Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo: 38 “Parla ai figli d'Israele e di' loro che si facciano, di generazione in generazione, delle nappe agli angoli delle loro vesti, e che mettano alla nappa di ogni angolo un cordone violetto. 39 Sarà questa una nappa di ornamento, e quando la guarderete, vi ricorderete di tutti i comandamenti dell'Eterno per metterli in pratica; e non andrete vagando dietro ai desideri del vostro cuore e dei vostri occhi che vi trascinano alla infedeltà. 40 Così vi ricorderete di tutti i miei comandamenti, li metterete in pratica, e sarete santi al vostro Dio. 41 Io sono l'Eterno, il vostro Dio, che vi ho tratti fuori dal paese d'Egitto per essere vostro Dio. Io sono l'Eterno, il vostro Dio”.
ESODO 28
36 Farai anche una lamina d'oro puro, e su di essa inciderai, come si incide sopra un sigillo: Santo All'Eterno. 37 La fisserai a un nastro violaceo sul turbante, e starà sulla parte davanti del turbante.
ESODO 19
5 Ora dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; 6 poiché tutta la terra è mia; e sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa'. Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele”.
EBREI 10
14 Perché con un'unica offerta egli ha per sempre resi perfetti quelli che sono santificati.
ZACCARIA 8
23 Così parla l'Eterno degli eserciti: 'In quei giorni avverrà che dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni prenderanno un Giudeo per il lembo della veste, e diranno: Noi verremo con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi'”.
MATTEO 14
35 La gente di quel luogo, avendolo riconosciuto, diffuse la notizia per tutto il paese intorno, e gli presentarono tutti i malati 36 e lo pregavano che lasciasse loro toccare almeno il lembo della sua veste; e tutti quelli che lo toccarono furono completamente guariti.
MATTEO 23
5 Tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini, difatti allargano le loro filatterie e allungano le frange dei mantelli;
LUCA 8
40 Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, perché tutti lo stavano aspettando. 41 Ed ecco venire un uomo, chiamato Iairo, che era capo della sinagoga e, gettatosi ai piedi di Gesù, lo pregava di entrare in casa sua, 42 perché aveva una figlia unica di circa dodici anni, che stava per morire. Ora, mentre Gesù vi andava, la folla faceva ressa intorno a lui. 43 Una donna che aveva un flusso di sangue da dodici anni e aveva speso nei medici tutte le sue sostanze senza poter essere guarita da nessuno, 44 accostatasi da dietro, gli toccò il lembo della veste e in quell'istante il suo flusso ristagnò. 45 E Gesù disse: “Chi mi ha toccato?”. E siccome tutti negavano, Pietro e quelli che erano con lui risposero: “Maestro, la folla ti stringe e ti preme”. 46 Ma Gesù replicò: “Qualcuno mi ha toccato, perché ho sentito che una potenza è uscita da me”. 47 E la donna, vedendo che non era rimasta inosservata, venne tutta tremante e, gettatasi ai suoi piedi, dichiarò, in presenza di tutto il popolo, per quale motivo l'aveva toccato e come era stata guarita in un istante. 48 Ma egli le disse: “Figliola, la tua fede ti ha salvata; va' in pace”. 49 Mentre egli parlava ancora, venne uno dalla casa del capo della sinagoga, a dirgli: “Tua figlia è morta; non incomodare più oltre il Maestro”. 50 Ma Gesù, udito ciò, rispose a Iairo: “Non temere; solo abbi fede e lei sarà salva”. 51 E, arrivato alla casa, non permise a nessuno di entrarvi con lui, salvo che a Pietro, a Giovanni, a Giacomo e al padre e alla madre della fanciulla. 52 Ora tutti piangevano e facevano cordoglio per lei. Ma egli disse: “Non piangete; lei non è morta, ma dorme”. 53 E ridevano di lui, sapendo che era morta. 54 Ma egli, presala per la mano, disse ad alta voce: “Fanciulla, alzati!”. 55 E il suo spirito tornò; ella si alzò subito ed egli comandò che le si desse da mangiare. 56 I suoi genitori rimasero sbigottiti, ma egli ordinò loro di non dire a nessuno quello che era avvenuto.
(Notizie su Israele, 1 marzo 2026)
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