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Notizie 16-31 marzo 2026
Per chi suona la sirena - Cronache da Gerusalemme sotto attacco
Dal confine libanese alla capitale, il racconto di una normalità sospesa in cui allarmi, rifugi e abitudine al pericolo scandiscono le giornate più della guerra stessa.
di
Luciano Assin
Luciano Assin
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Nato a Milano nel 1957, dopo la maturità Assin si è trasferito a Sasa, un kibbutz al confine col Libano, è stato allevatore di bestiame, educatore e responsabile del settore risorse umane in una delle fabbriche del kibbutz. Attualmente è guida turistica. Ha un B.A. in Sociologia e Risorse Umane ed una laurea magistrale in Storia del popolo ebraico. Nel 2013 ha aperto un
blog
e, a gennaio di quest’anno, un saggio – reperibile su Amazon – ‘Se lo vorrete non sarà un sogno. Storia del Sionismo’. Assin è sposato, padre di 3 figli e nonno di 7 nipoti
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Viaggiare in Israele in questo periodo è un continuo movimento all’interno della prima linea; i missili lanciati dall’Iran, dal Libano e dallo Yemen hanno di fatto azzerato il concetto di retrovia e della sicurezza personale. Ecco così che un normale viaggio fra il mio kibbutz al confine col Libano e Gerusalemme diventa un reportage di guerra o, se preferite, una lezione di resilienza quotidiana.
I cambiamenti nel tran tran quotidiano possono essere anche impercettibili, ma hanno tutti un significato legato all’emergenza che di fatto non ci abbandona da due anni e mezzo. Il treno che collega Naharia a Gerusalemme parte ogni ora invece che ogni 30 minuti e il numero delle carrozze è stato diminuito del 30%, probabilmente per limitare il numero di vittime nel caso venga colpito. Anche il numero di viaggiatori è calato di conseguenza, e stazioni una volta perennemente affollate, come quella dell’Università di Tel Aviv, sono quasi deserte rispetto ai mesi precedenti.
Gerusalemme mi accoglie con una pioggerellina e un vento fastidioso, quasi a sottolineare che non è il momento migliore per visitarla, ma la mia missione non ammette titubanze. Sto accompagnando una haverà (membro donna) del kibbutz a fare una perlustrazione in alcuni quartieri della città in vista dell’esame che dovrà affrontare fra poco per acquisire il tanto agognato patentino di guida turistica. Cosa se ne farà poi, visto che di turisti in questo momento non se ne parla, è un problema che andrà affrontato a suo tempo. “Ogni cosa a suo tempo”, recita il biblico libro dei Proverbi, e non c’è niente di meglio della saggezza di re Salomone per attenuare la tensione del momento.
Cominciamo dalla Colonia Tedesca, fondata nella seconda metà del 19° secolo dai Templari, una setta religiosa protestante tedesca che non ha niente in comune con l’omonimo ordine crociato che conquistò Gerusalemme nel 1099. Visitarla ad inizio primavera aggiunge un tocco in più al suo irresistibile fascino. Terminata la parentesi tedesca è la volta degli Ottomani rappresentati questa volta dalla vecchia stazione ferroviaria inaugurata nel 1892 e rimasta attiva per oltre un secolo. Bastano poche centinaia di metri e questa volta il balzo temporale è di oltre 2500 anni, il periodo del Tempio di Salomone. La zona, denominata la Valle dell’inferno, ha una storia biblica affascinante, ed è proprio in questo luogo, legato al sanguinoso rito della divinità cananea di Moloch, che ci raggiunge l’allerta telefonica che precede di dieci minuti, se sei fortunato, l’arrivo del missile.
La situazione è surreale nella sua normalità: una volta localizzato il più vicino rifugio, nel nostro caso il Centro Studi dedicato a Begin, veniamo incanalati in una sala conferenze che si trova in un piano sotterraneo, il tutto con molta calma e senza segni di panico. L’uomo è uno strano animale, si abitua velocemente, talvolta troppo, alla nuova realtà e sa adeguarsi di conseguenza ai cambiamenti più radicali.
Dieci minuti dopo, ricevuto attraverso il telefonino il segnale di cessato allarme, si riprende il percorso come se nulla fosse accaduto. La pioggia, quella vera, non quella missilistica, continua ad accompagnarci lungo tutta la nostra visita, forse preoccupata della nostra presenza in questa città, santa ma insicura. Tornatevene a casa, è il suo messaggio. Ma anche i più impavidi guerrieri hanno bisogno di un sostegno materiale e l’ora del tocco è già passata da un pezzo e sono le 14 passate quando ci godiamo la meritata pausa pranzo, e questa volta non solo il dio Moloch ha avuto pietà di noi, anche gli ayatollah ci lasciano godere il gusto del falafel e dell’hummus prima di riportarci in un nuovo improvvisato rifugio, questa volta nella sala d’aspetto seminterrata di un centro ospedaliero. Anche qui niente panico, nonostante la presenza di numerosi bambini, solo un misto di insofferenza e rassegnazione.
L’ultima tappa ci porta ai primi quartieri costruiti fuori dalle mura della Città Vecchia intorno al 1856. Gerusalemme contava allora poco più di 30.000 abitanti, adesso ha superato il milione.
A bordo del treno di ritorno lo speaker ci annuncia cordialmente che in caso di un bombardamento la velocità scenderà a 30 km/h, lasciandoci sconcertati sul significato di tale scelta: è una misura cautelare o ci permetterà di goderci appieno lo scoppio che dovrebbe raggiungerci prima nella Valle della morte, l’ingresso della Ge’enna, l’equivalente dell’inferno? E qui comincia fra me e i miei interlocutori una filosofica discussione su come affrontare l’eventuale razzo a noi indirizzato: accettarlo come un maktub, vale a dire un destino al quale non si può sfuggire, o percorrere la strada verso casa il più velocemente possibile riducendo così le probabilità statistiche? Un amletico dubbio al quale non abbiamo trovato una risposta soddisfacente.
Nuovo allarme appena arrivati a Naharia, al contrario di Gerusalemme qui la distanza dal fronte è tale che la sirena anticipa l’allerta telefonica. La gente corre, ma senza panico, verso un luogo sicuro, in questo caso un parcheggio sotterraneo di un vicino centro commerciale. Passati altri dieci minuti saliamo in macchina per l’ultima mezz’ora che ci separa da casa, adesso l’emergenza è cambiata, ma è più pericolosa e immediata. La nostra aspirante guida è stanca morta e bisogna parlarle senza sosta per impedirle un indesiderato colpo di sonno. Cosa relativamente facile visto che in un posto piccolo come il kibbutz non mancano gli argomenti su cui spettegolare. Arrivati a casa, ognuno torna alla sua anormalità quotidiana, mi rimane un unico assillo: anche stanotte suonerà l’allarme? È una domanda stupida; la campana, pardon la sirena, suona per te.
(Setteottobre, 31 marzo 2026)
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La Knesset approva una legge che impone la pena di morte ai terroristi palestinesi condannati
Limor Son Har-Melech, promotrice del disegno di legge e il cui marito è stato ucciso in un attentato terroristico nel 2003, ha affermato che questa «legge storica» significa che «chiunque scelga di uccidere degli ebrei per il solo fatto di essere ebrei perde il diritto alla vita».
Lunedì la Knesset ha votato 62 a 48 per approvare, in seconda e terza lettura, un disegno di legge che impone la pena di morte ai terroristi condannati per l’uccisione di israeliani.
“Abbiamo fatto la storia. D’ora in poi, ogni madre in Giudea e Samaria saprà che se suo figlio esce per uccidere, la sua condanna è la forca”, ha dichiarato in ebraico Itamar Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale israeliano che ha sostenuto la legge.
Dico ai cittadini dell’Unione Europea, che hanno esercitato pressioni e minacciato lo Stato di Israele: “Non abbiamo paura. Non ci sottometteremo”», ha affermato. «Siamo nel nostro Paese con la nostra sovranità e proteggeremo i nostri cittadini. E un terrorista, che esce per uccidere, sappia che finirà sul patibolo».
Limor Son Har-Melech, membro della Knesset di Otzma Yehudit che ha promosso il disegno di legge, ha dichiarato in ebraico che l’approvazione della “legge storica” significa che non ci sarà “più un ciclo di omicidi, incarcerazioni e rilasci in cambio di accordi, ma una chiara determinazione. Chiunque scelga di uccidere gli ebrei perché sono ebrei perde il diritto di vivere”.
«Questo è un messaggio di giustizia, deterrenza e responsabilità nazionale», ha affermato. «Questa è anche la vera moralità ebraica. Una moralità che non si accontenta di una salvezza momentanea, ma si impegna a garantire che il male non torni a colpire».
La deputata alla Knesset, che è rimasta gravemente ferita e il cui marito è stato ucciso in un attacco terroristico palestinese nel 2003, ha affermato che l’approvazione del disegno di legge è stato un «momento personale e speciale, proprio dal mio punto di vista di donna che ha pagato il prezzo del terrorismo, come colei che ha perso ciò che aveva di più caro, mio marito Shuli, che Dio vendichi il suo sangue».
«Mi sono assunta la responsabilità di fare tutto il possibile per impedire il prossimo omicidio, e oggi abbiamo compiuto un passo importante in quella direzione», ha dichiarato. «Questo è un giorno in cui lo Stato di Israele ha scelto la vita».
«Il sangue ebraico non è sacrificabile», ha aggiunto.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha votato a favore del disegno di legge di persona.
La Knesset ha dichiarato in ebraico che il disegno di legge sulla pena di morte per i terroristi prevede che “un residente della zona, ad eccezione di un cittadino israeliano o di un residente in Israele, che abbia causato intenzionalmente la morte di una persona in un atto di terrorismo, sia condannato alla pena di morte, a meno che il tribunale militare non ritenga che sussistano circostanze particolari in base alle quali sia opportuno infliggere una pena detentiva a vita”.
«Inoltre, l’autorità di un tribunale militare di infliggere questa pena non sarà subordinata a una richiesta della procura, a una decisione unanime del collegio giudicante o al fatto che il grado dei giudici non sia inferiore a quello di tenente colonnello», ha aggiunto. «Inoltre, il comandante delle forze dell’IDF nella zona non avrà l’autorità di concedere la grazia, mitigare o commutare una condanna a morte inflitta per questo reato».
L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che critica spesso lo Stato ebraico, ha dichiarato che “Israele deve abrogare immediatamente la legge discriminatoria sulla pena di morte approvata oggi dalla Knesset, poiché contravviene agli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale”.
“Le Nazioni Unite si oppongono alla pena di morte in ogni circostanza. L’attuazione di questa nuova legge violerebbe il divieto del diritto internazionale di punizioni crudeli, inumane o degradanti”, ha affermato. «Inoltre, questa legge rafforza ulteriormente la violazione da parte di Israele del divieto di segregazione razziale e di apartheid, poiché si applicherà esclusivamente ai palestinesi della Cisgiordania occupata e di Israele, che sono spesso condannati dopo processi iniqui».
Anche i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno condannato il disegno di legge.
(Israel Heute, 31 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele, anziani in compagnia e in sicurezza a Pesach
di Jacqueline Sermoneta
A Pesach gli anziani non saranno lasciati soli. In vista della festività ebraica, sono state avviate due iniziative nazionali pensate per garantire compagnia e sicurezza alle fasce più vulnerabili della popolazione.
Saranno organizzati Seder pubblici in decine di centri comunitari in tutto Israele. L’obiettivo è fare in modo che nessun anziano trascorra in solitudine la sera del Seder, il momento più significativo della festa. Le celebrazioni comunitarie si terranno in diverse località, tra cui Katzrin, Yesud HaMa’ala, Karmiel, Mevo’ot Hermon, Ma’alot-Tarshiha, Acri, Rosh Pina, Nesher, Binyamina-Givat Ada, Even Yehuda, Holon e Ofakim. Il piano è promosso dal Ministero israeliano per l’Uguaglianza sociale e l’Associazione israeliana dei centri comunitari.
La seconda iniziativa guarda alla sicurezza di chi vive nelle zone più esposte. Il Fondo Tzalir e Mifal HaPais hanno annunciato l’ampliamento del progetto di emergenza “Banu”, che prevede il trasferimento temporaneo di anziani e persone con disabilità dalle comunità del nord, situate lungo la linea del fronte, verso hotel accessibili e dotati di spazi protetti. Ciò è rivolto in particolare ai residenti sopra i 75 anni e a coloro che non riescono a raggiungere rapidamente un rifugio durante gli allarmi missilistici. Le persone verranno trasferite in hotel a Haifa e Tiberiade, dove riceveranno trasporto, camere accessibili, assistenza quotidiana e supporto sociale.
Anche negli alberghi sono previsti Seder comunitari organizzati da volontari, per permettere agli ospiti di celebrare la festa insieme, nonostante la situazione.
(Shalom, 31 marzo 2026)
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Ogni pretesto è buono per delegittimare Israele
Pizzaballa tra kefiah e parole al veleno sulla guerra a Gaza Una campagna continua per attaccare lo Stato ebraico.
di Ugo Volli
«Ci sono stati dei fraintendimenti con Israele, non ci siamo compresi ed è questo quello che è accaduto. Non è mai successo, dispiace che questo sia accaduto». Così il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha ritenuto di chiudere l’incidente con la polizia israeliana in seguito al suo tentativo di tenere una messa alla Basilica del Santo Sepolcro nonostante la proibizione di tali cerimonie per tutte le religioni (e oltre ad esse, delle lezioni in scuole e università, delle manifestazioni politiche e sportive, delle partenze di aerei con più di cinquanta persone, insomma di qualunque evento con gruppi che potrebbero subire una strage per i missili dell’Iran, in particolare in luoghi privi di rifugi fortificati, com’è certamente la Basilica).
«Fraintendimenti»? Il cardinale sapeva benissimo, come chiunque a Gerusalemme, che la moschea di Al-Aqsa alla fine del Ramadan e il Muro del Pianto alla vigilia della Pasqua ebraica sono rimasti deserti in seguito a questa disposizione di sicurezza. E se non l’avesse saputo, gli bastava ascoltare le motivazioni del divieto che gli sono state notificate dalle Forze dell’ordine.
«Fraintendimenti»? Com’è che allora non ha chiesto chiarimenti alle autorità israeliane prima di definire, con un comunicato che ha avuto echi in tutto il mondo, «di gravità inaudita» e «violazione della libertà di culto» la proibizione, sostenendo che era la prima volta «da secoli» che alla Chiesa cattolica veniva impedito di celebrare la Messa nella Basilica?
Purtroppo, più che un fraintendimento bisogna pensare a una politica precisa, quella di attaccare Israele con qualunque pretesto per delegittimare la sua autodifesa. Bisogna qui rievocare l’immagine di Pizzaballa con la kefiah palestinese, simbolo della guerra contro Israele, esibita sopra la tonaca cardinalizia per la celebrazione del Natale 2023, appena due mesi dopo il 7 ottobre e poi altre volte, in visita a Gaza e a Betlemme nel 2025: uno schieramento preciso. O le sue dichiarazioni: la politica israeliana a Gaza è «moralmente ingiustificabile», «inaccettabile»; la sua risposta «sproporzionata» provoca un «disastro umanitario» e una «devastazione umana». Dichiarazioni ripetute spesso in tutte le possibili varianti.
In particolare, il cardinale si è speso per accreditare come volontario il tiro di artiglieria che ha provocato 3 morti nel cortile della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza a luglio 2025, definito un disgraziato errore di tiro dalle autorità israeliane: «Le IDF dicono di aver sparato per errore, ha dichiarato il cardinale, ma non ne siamo sicuri».
Insomma, il tentativo di mettere in cattiva luce Israele è chiaro, anche se spesso Pizzaballa rivendica con gli interlocutori ebrei di essere amico del loro popolo: vi è una campagna continua di cui lo scandalo montato sul Santo Sepolcro è l’ultimo episodio. Il dubbio è solo se sia una posizione personale del Patriarca o se essa esprima soprattutto la tradizionale diffidenza del Vaticano per lo Stato di Israele.
(Il Riformista, 31 marzo 2026)
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Lo Stato ebraico di nuovo alla gogna Il reato? Aver difeso dei luoghi di culto
Indignazione da destra a sinistra per le misure imposte dal governo israeliano La politica si irrita, invece di ringraziare chi è impegnato a proteggere i sacrari.
di Iuri Maria Prado
Chi, nei giorni scorsi, avesse dato un’occhiata anche veloce ai giornali, alla stampa online e ai social, nemmeno impegnandosi avrebbe potuto sfuggire all’urto delle notizie sul caso del cardinale Pizzaballa cui Israele avrebbe arbitrariamente negato l’accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro.
Coperto da quell’unanime vociare sulla libertà di religione conculcata e sull’offesa arrecata alla sensibilità dei cattolici, finiva tra i dettagli trascurabili il fatto che l’accesso ai luoghi santi non fosse negato al Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ma a chiunque. Sopraffatto da quell’onda di sdegno per l’inopinata protervia dello Stato ebraico, usciva dal conto delle cose di cui occuparsi il vero motivo di quel divieto valido per tutti, e cioè che la misura era imposta nei luoghi sprovvisti di rifugi raggiungibili in tempo utile dal momento del segnale di allerta per un attacco missilistico. Una misura protettiva applicata non solo lì, in quella parte di Gerusalemme bombardata dagli iraniani giusto qualche giorno fa, ma pressoché ovunque, dalla Galilea a deserto del Negev, appunto nei siti privi di rifugi affidabili.
In questa situazione, gli indispettiti che in modo perfettamente uniformato, da destra e da sinistra, hanno preso a condannare l’oltraggio israeliano avrebbero potuto dedicare a cause migliori quelle loro energie accusatorie. Avrebbero potuto, per esempio, manifestare vicinanza ai rappresentanti e ai fedeli della comunità cattolica senza tirare in mezzo la libertà di culto, che ovviamente non c’entrava nulla. Avrebbero potuto manifestare esecrazione perché i luoghi santi sono presi di mira dall’Iran, e dispiacere perché occorre tenerli sgombri. Avrebbero potuto manifestare contro il regime fondamentalista che bombarda le zone civili di Gerusalemme, e magari ringraziare Israele che ne protegge gli edifici e - proprio con quelle misure restrittive - gli abitanti e i pellegrini.
E invece no. Dalla presidente del Consiglio in giù, tutti - in perfetta intonatura da ogni rango di maggioranza e di opposizione hanno partecipato alla generale reprimenda nei confronti dello Stato ebraico, il sistema violento e strafottente che se ne impipa delle sensibilità cristiane persino durante la celebrazione della Domenica delle palme.
In una specie di pogrom comunicazionale tutti quei ministri, tutti quei parlamentari normalmente avversari su tutto, ma compattissimi in questa occasione, hanno preferito osservare un oltranzismo di cui non è stato capace neppure il diretto interessato: vale a dire quel cardinal Pizzaballa che, sia pur un po’ troppo tardi, parlava di uno spiacevole fraintendimento anziché strillare come quei solerti difensori della cristianità perseguitata da Israele. E - per restare alla noiosissima e trascurata realtà delle cose - vale la pena di aggiungere che Pizzaballa sapeva perfettamente per quale ragione le autorità israeliane gli avevano negato l’accesso al Santo Sepolcro: perché non c’erano rifugi, appunto. Un impedimento cui il cardinale opponeva il rilievo, del tutto inconsistente, secondo cui si poteva chiudere un occhio perché loro erano soltanto in due, lui e il francescano Ielpo, custode della basilica.
Come se il fatto di essere in pochi anziché in tanti rimediasse in qualsiasi modo al pericolo di un bombardamento e alla certezza di non trovare protezione.
E tutto questo mentre un Paese in guerra contro chi vuole distruggerlo finisce alla sbarra dell’inquisizione per aver vilipeso, difendendoli, quei luoghi venerati.
(Il Riformista, 31 marzo 2026)
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Disgustoso. Più che indignazione, che sarebbe già troppo, è il disgusto che nasce a sentire certe cose. Non c'è pudore quando si tratta di attaccare Israele. E che il nostro governo si sia voluto mettere in prima fila in questa sceneggiata, purtroppo, è deprimente. M.C.
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Tra la doccia e il rifugio
Le insidie della vita quotidiana e come noi israeliani le superiamo grazie alla tecnologia.
di Dov Eilon
GERUSALEMME - L'altro giorno ero sotto la doccia. L'acqua scorreva, avevo appena messo lo shampoo sui capelli: un momento del tutto normale nella vita di tutti i giorni. Il mio cellulare era, come spesso accade, da qualche parte in salotto. Dopotutto, quando si fa la doccia si vuole stare tranquilli.
All’improvviso qualcuno ha bussato con forza alla porta del bagno. «Papà, papà!», gridava mio figlio. «Ci sono gli allarmi! Sbrigati!»
Naturalmente in quel momento mi era chiaro cosa significasse. L’app del Comando del Fronte Interno aveva inviato un allarme. I missili dall’Iran erano già in arrivo e sarebbero arrivati nel giro di pochi minuti.
Di conseguenza, è iniziata probabilmente una delle docce più veloci della mia vita. Risciacquare lo shampoo, chiudere l'acqua, afferrare l'asciugamano. Mentre mi asciugavo, pensavo solo a una cosa: arrivare in tempo al rifugio.
Ce l'ho fatta per un soffio.
Da quel giorno, il mio cellulare è sempre in bagno. Perché in Israele ormai anche la doccia fa parte del piano strategico della giornata.
• Così si svolge la nostra vita quotidiana
Dalla fine di febbraio il Paese è sottoposto a regolari attacchi missilistici provenienti dall’Iran. A chi vive all’estero sembra uno stato di emergenza permanente. Ma la vita quotidiana in Israele funziona in modo diverso. La vita va avanti – con un mix di routine, tecnologia e una dose di improvvisazione.
A volte non è raro che in un solo giorno si verifichino quattro o cinque allarmi missilistici. Ogni volta c'è il timore che un razzo o dei suoi frammenti possano causare danni o addirittura qualcosa di peggio. La situazione diventa particolarmente spiacevole quando questi allarmi scattano nel cuore della notte e ti strappano improvvisamente dal sonno. Allora prima squilla il cellulare o fuori ululano le sirene. Pochi secondi dopo, in tutta la casa le persone, ancora mezzo addormentate, corrono verso il rifugio.
Eppure la vita quotidiana funziona sorprendentemente bene.
La parte più importante di questo sistema inizia molto prima che si senta una sirena.
I missili lanciati da grande distanza – ad esempio dall’Iran – vengono individuati tempestivamente dai sistemi radar e satellitari israeliani. In questo modo il Comando del Fronte Interno può spesso avvertire la popolazione con diversi minuti di anticipo.
Questo preallarme appare su molti smartphone tramite l’app ufficiale del Comando del Fronte Interno. Di solito ciò avviene circa sette-dieci minuti prima che la sirena suoni effettivamente. A volte il tempo è un po’ meno, ma spesso questo preallarme è sufficiente per prepararsi.
In questi minuti molti israeliani decidono cosa fare: chiudere le finestre, chiamare i bambini, finire in fretta il caffè – o magari fare una doccia veloce.
Oltre a questo preallarme, esiste un secondo livello di allerta. Poco prima che l’allarme venga effettivamente attivato, spesso sul cellulare compare un messaggio di emergenza diretto da parte dello Stato. È accompagnato da un suono stridulo che ormai tutti in Israele riconoscono immediatamente.
Inoltre, molti israeliani utilizzano anche altre app. Queste non sono ufficiali, ma mostrano in tempo reale in quali città sono state appena attivate le sirene. Chi vuole sapere dove nel Paese è in corso l'allarme missilistico, può seguirlo praticamente in diretta.
A volte sembra quasi surreale: mentre da qualche parte nel Paese ululano le sirene, le persone seguono sul proprio smartphone una sorta di mappa degli allarmi.
Anche su Internet esistono ormai pagine che mostrano in quali regioni di Israele sono stati attivati particolarmente molti allarmi e dove le persone hanno dovuto rimanere più a lungo nei rifugi. Anche questi dati sono diventati parte della vita quotidiana per molti israeliani.
• Dove è più difficile
Ma per quanto impressionante sia la tecnologia, non può prevedere ogni situazione.
Particolarmente insidiosi sono i razzi provenienti dal Libano, lanciati da Hezbollah. La distanza è notevolmente più breve. Di conseguenza, non c'è quasi tempo per un preavviso. In questi casi, la sirena suona all'improvviso – e a volte si hanno solo pochi secondi per correre nel rifugio.
Chi è seduto a tavola a fare colazione è fortunato. Chi è sotto la doccia, meno.
Quando suona la sirena, rimane solo un'opzione: correre al rifugio completamente bagnati.
Negli appartamenti più recenti è relativamente semplice. A partire dagli anni '90, i rifugi – i cosiddetti Mamad – sono obbligatori negli appartamenti israeliani. Basta fare pochi passi in questa stanza rinforzata e chiudere la porta.
Negli edifici più vecchi è più complicato. Lì gli inquilini devono correre in un rifugio comune all’interno dell’edificio o addirittura in un rifugio pubblico in strada. In città come Tel Aviv questo è ancora oggi un problema, perché molti edifici sono stati costruiti prima che i rifugi fossero obbligatori.
E sì, capita anche questo: persone con i capelli bagnati, avvolte in un asciugamano o con indumenti indossati in fretta, perché hanno dovuto correre direttamente dal bagno al rifugio.
Per gli israeliani questa non è più una scena insolita.
Ci si potrebbe disperare. Ma Israele si è preparato a questa realtà da molti anni.
I sistemi di difesa missilistica come Iron Dome e altre linee di difesa intercettano molti proiettili già in volo. Allo stesso tempo, rifugi, sirene, app di allerta e messaggi digitali assicurano che la popolazione possa reagire il prima possibile.
L'interazione di tutti questi sistemi è unica al mondo.
Mentre altri paesi stanno ancora discutendo su come proteggersi dagli attacchi missilistici, Israele convive da anni con questa minaccia – e ha sviluppato uno dei sistemi di protezione più fitti al mondo.
Il risultato si vede soprattutto nei numeri. Nonostante le migliaia di missili lanciati su Israele nel corso degli anni, il numero delle vittime rimane relativamente basso.
Naturalmente questo non significa che la vita qui sia priva di paura. Le sirene nel cuore della notte non sono mai piacevoli. E nemmeno un allarme missilistico durante una cena in famiglia.
Soprattutto nei giorni in cui diverse ondate di allarmi attraversano il Paese, molti israeliani la mattina dopo sono semplicemente esausti. Quando in una notte vengono attivati diversi preallarmi e sirene, milioni di persone saltano ripetutamente giù dal letto e corrono nel rifugio. Il sonno diventa allora un insieme frammentato di brevi interruzioni.
Ma la vita quotidiana va avanti comunque.
Le persone si adattano. Scaricano le app giuste, seguono gli avvisi sullo smartphone e di solito sanno molto bene dove si trova il rifugio più vicino.
E anche per il problema di cui ho parlato prima, ora c'è una soluzione.
Il sito web si chiama semplicemente: “Can I Shower?” – “Posso farmi una doccia?”
Con un pizzico di ironia, ma sulla base di dati reali, analizza le statistiche sugli allarmi missilistici e calcola la probabilità che nei prossimi minuti venga attivato un allarme da qualche parte.
Basta inserire la propria posizione e si ottiene una percentuale.
Ad esempio: 33% di probabilità di un allarme nei prossimi minuti.
Se in queste circostanze si vuole fare la doccia, sta poi a ciascuno decidere.
A volte la vita quotidiana in Israele sembra quasi assurda. Ma dietro questo mix di umorismo e pragmatismo si nasconde un sistema di protezione altamente sviluppato.
Un paese che è regolarmente sotto attacco missilistico è allo stesso tempo uno dei paesi al mondo in cui le persone sono meglio preparate proprio a questa minaccia.
E a volte questa preparazione inizia con una rapida occhiata a un sito web – prima di andare a farsi una doccia.
(Israel Heute, 30 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele tra i Paesi più felici al mondo
Guerra, tensione, costo della vita eppure Israele resta nella top 10 globale della felicità
di Rosa D’Avanzo
Israele è di nuovo tra i Paesi più felici del mondo, ottavo nel World Happiness Report 2026, davanti a molte democrazie occidentali considerate più stabili e ricche, e il dato continua a sorprendere perché arriva mentre il Paese attraversa una fase segnata da guerra, pressione interna e un costo della vita sempre più pesante. La sorpresa, però, nasce da un equivoco di fondo su cosa significhi davvero “felicità”.
Il rapporto non misura quante volte si ride o quanto la vita sia comoda, ma chiede alle persone di valutare la propria esistenza nel suo insieme, su una scala da zero a dieci. È una domanda che sposta completamente il punto di vista, perché una vita può essere attraversata da ansia e fatica e allo stesso tempo essere percepita come solida, piena, degna di essere vissuta. È qui che Israele si distingue.
Negli stessi dati emerge infatti un elemento costante: il peso delle relazioni. Israele si colloca tra i primi Paesi al mondo per sostegno sociale, e nei report recenti risulta addirittura al vertice per qualità delle connessioni tra i giovani, che dichiarano più di altri di avere qualcuno su cui contare nei momenti difficili. Questo aspetto incide direttamente sulla percezione della vita molto più di quanto si sia disposti ad ammettere nelle società occidentali.
Il confronto con i Paesi nordici chiarisce bene il punto. La Finlandia resta al primo posto da anni grazie a istituzioni solide, bassi livelli di corruzione e servizi pubblici affidabili. Israele segue una strada diversa, che passa meno dalla fiducia nello Stato e molto di più dalla fiducia reciproca tra le persone. I dati sulla percezione della corruzione o sulla libertà individuale mostrano limiti evidenti, eppure il livello di soddisfazione resta alto perché il tessuto sociale compensa ciò che il sistema non garantisce.
Dentro questo quadro, la felicità assume una forma meno ordinata e più concreta, fatta di famiglie allargate, reti informali, mobilitazione reciproca, disponibilità immediata all’aiuto. Elementi che possono risultare invadenti o faticosi nella vita quotidiana, ma che diventano decisivi quando il contesto si fa instabile. Il sostegno sociale si conferma uno dei fattori più forti nel determinare il benessere, spesso più del reddito o delle condizioni materiali.
Il dato israeliano si inserisce anche in una tendenza più ampia. Negli ultimi anni, nei Paesi occidentali si registra un calo della soddisfazione soprattutto tra i giovani, mentre in altre aree del mondo il benessere percepito cresce o rimane stabile. Gli studi collegano questa differenza anche alla qualità delle relazioni e all’isolamento crescente, amplificato dall’uso dei social media e dalla perdita di legami concreti nella vita quotidiana.
Questo rende il caso israeliano ancora più significativo. Il Paese non offre un modello di tranquillità né di stabilità nel senso classico del termine, eppure mantiene un livello di coesione che regge anche sotto pressione. Dopo il 7 ottobre, i dati mostrano un calo netto nella percezione della qualità della vita, segno che il trauma incide e viene registrato. Proprio questa variazione conferma che le risposte riflettono cambiamenti reali e non automatismi.
La lezione che emerge è meno intuitiva di quanto sembri. La felicità non coincide con l’assenza di problemi né con il comfort, ma con la presenza di legami che rendono sostenibile anche una fase difficile. Dove esiste una rete di sostegno, la percezione della vita regge meglio agli urti. Dove questa rete si indebolisce, anche contesti più sicuri e ricchi mostrano crepe sempre più evidenti.
Israele si colloca esattamente su questa linea di frattura. Da un lato, un sistema che non sempre offre stabilità o fiducia. Dall’altro, una densità relazionale che continua a funzionare come infrastruttura invisibile. Il risultato è una forma di felicità meno lineare, meno prevedibile, ma resistente. Ed è forse proprio questo a rendere il dato così difficile da accettare fuori da Israele, perché mette in discussione l’idea, molto occidentale, che il benessere dipenda prima di tutto dalle condizioni materiali e solo in secondo luogo dai legami umani.
(Setteottobre, 30 marzo 2026)
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Pizzaballa bloccato al Santo Sepolcro, Herzog: “Impegno incrollabile sulla libertà di culto”
Il presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, ha telefonato personalmente al Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, per esprimergli “il suo grande dolore” per quanto accaduto questa mattina. Al cardinale, insieme al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, è stato impedito di accedere alla Chiesa del Santo Sepolcro per la celebrazione della Domenica delle Palme, a causa delle stringenti misure di sicurezza imposte dallo Stato ebraico ai luoghi sacri alle tre religioni monoteiste.
Herzog ha spiegato personalmente che l’episodio è maturato in un contesto di grave emergenza: il regime iraniano aveva lanciato nei giorni scorsi ripetuti attacchi missilistici contro Gerusalemme, e alcuni frammenti sono caduti non lontano dal Santo Sepolcro. Il presidente ha ribadito “l’impegno incrollabile” di Israele verso la libertà di religione per tutte le fedi e il rispetto dello status quo sui luoghi santi di Gerusalemme, sottolineando al tempo stesso la necessità di rafforzare in futuro il coordinamento con il Patriarcato latino.
A fare luce sulla dinamica dell’episodio è intervenuto anche il primo ministro Benjamin Netanyahu, con una dichiarazione ufficiale. “Negli ultimi giorni”, ha scritto, “l’Iran ha attaccato ripetutamente i luoghi sacri delle tre religioni monoteiste a Gerusalemme con missili balistici. In un attacco, frammenti di missili sono caduti a pochi metri dalla Chiesa del Santo Sepolcro”. Di conseguenza, Israele ha chiesto temporaneamente ai fedeli di tutte le religioni di non recarsi nei siti sacri della Città Vecchia. L’intervento di oggi nei confronti del cardinale Pizzaballa, ha chiarito Netanyahu, “non aveva alcuna intenzione malevola, solo preoccupazione per la sua sicurezza e quella dei suoi compagni”. Il premier ha tuttavia annunciato che “le forze di sicurezza israeliane stanno preparando un piano che permetterà ai leader delle Chiese di pregare nel sito sacro nei prossimi giorni”.
Sulla stessa linea si è espresso l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, che è intervenuto al Tg4 – Diario della domenica. “Comprendiamo che quello di oggi è un giorno significativo per il mondo cattolico e non avevamo alcuna intenzione di offendere i credenti cristiani in tutto il mondo”, ha esordito Peled, “ma dobbiamo comprendere che siamo sotto attacchi missilistici”. Peled ha precisato che l’intera città di Gerusalemme è chiusa ai fedeli di tutte le religioni da un mese, e che i missili “hanno colpito tutta la città, compreso il Santo Sepolcro”. L’ambasciatore ha inoltre chiarito che il cardinale Pizzaballa “era stato informato di tutto ciò” e che, ciononostante, “aveva deciso di non rispettare la nostra richiesta e di recarsi lì nonostante tutto”. L’intervento della polizia, ha concluso Peled, “è stata un’azione necessaria”. “Proprio mentre parliamo, razzi e missili stanno colpendo Gerusalemme. Dieci milioni di israeliani sono adesso nei rifugi. È una zona di conflitto e la sicurezza delle vite umane viene prima della libertà di culto”, ha aggiunto l’ambasciatore, sottolineando che Israele, come ha detto il premier attraverso i canali social, “cercherà di trovare una soluzione alternativa”.
In un post pubblicato sul proprio profilo X, Peled ha fornito ulteriori dettagli sulle misure di sicurezza tuttora vigenti nella Città Vecchia. “I luoghi sacri di Gerusalemme, incluso il Muro del Pianto, sono attualmente chiusi ai fedeli di tutte le religioni”, ha scritto l’ambasciatore. La chiusura si è resa necessaria a causa dei missili iraniani che “hanno colpito a soli 40 metri dal Santo Sepolcro e in altre zone della Città Vecchia”. Peled ha precisato che “la situazione era stata comunicata preventivamente al Patriarca Latino, che era pienamente consapevole delle restrizioni”, ed ha espresso “vicinanza alle comunità cristiane di tutto il mondo per quanto accaduto”.
L’incidente ha suscitato le reazioni del governo italiano. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “offesa ai credenti e a tutti coloro che credono nella libertà religiosa”, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’accaduto “inaccettabile” e ha convocato l’ambasciatore Peled alla Farnesina per lunedì mattina, sottolineando come “tra amici si possono avere divergenze di vedute”. “Avremo una discussione aperta, sincera, magari anche un po’ conflittuale, ma senz’altro di dialogo”, ha aggiunto.
(Shalom, 30 marzo 2026)
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Completiamo la presentazione dell’episodio con un articolo di “La Repubblica”.
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Meloni: “Vicini a Pizzaballa, da autorità Israele offesa ai credenti”. Tajani convoca l’ambasciatore>di Matteo Pucciarelli
Davanti al divieto di Israele di celebrare la messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro a Gerusalemme, che ha colpito il cardinale Pierbattista Pizzaballa e padre Francesco Ielpo, il governo italiano — sinora molto cauto con il governo di destra di Benjamin Netanyahu — reagisce con parole ferme. Anche perché la vicenda colpisce un tratto identitario cruciale per il centrodestra, e cioè la tradizione cattolica. Ed è la prima volta che accade un fatto del genere.
La presidente del Consiglio, la quale fino a qualche tempo fa accanto al proprio nome sui social teneva la lettera “nun” araba, diventata simbolo della persecuzione contro i cristiani, commenta così: «Il Santo Sepolcro è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri. Impedirne l’ingresso al Patriarca e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa». Giorgia Meloni ha quindi telefonato al cardinale Pizzaballa per esprimere la propria vicinanza personale e quella dell’esecutivo.
Intanto per oggi il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani ha fatto convocare l’ambasciatore israeliano in Italia Jonathan Peled per avere chiarimenti. «È inaccettabile. Ho dato immediate istruzioni al nostro ambasciatore in Israele — è la dichiarazione dalla Farnesina — di esprimere alle autorità di Tel Aviv il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre ed in ogni circostanza, della libertà di religione». Piccola parentesi: la parola “sdegno” utilizzata da Tajani nel primo comunicato sparisce dalla versione sui propri social e ne esce fuori una frase più morbida, dove l’indignazione diventa “protesta”, ma è stato solo un errore di natura tecnica, lo sdegno rimane.
Intervengono anche l’altro vicepremier Matteo Salvini («inaccettabile e offensivo», secondo il leader della Lega), Ignazio La Russa («un gesto grave che mina il principio di libertà religiosa e di culto», dice il presidente del Senato), il ministro della Difesa Guido Crosetto («È un fatto senza precedenti, che colpisce non solo le autorità religiose coinvolte, ma milioni di fedeli nel mondo»), il presidente della Camera Lorenzo Fontana. Di sfondo, c’è una sempre maggior insofferenza italiana verso le azioni di Israele, un Paese sì amico ed alleato, ma che ad esempio in Cisgiordania sta superando quelle che sono considerate linee rosse invalicabili.
E anche le opposizioni si fanno sentire: «Colpire la libertà di culto è l’ennesima violazione dei più elementari diritti umani compiuta nella sostanziale impunità», ragiona la segretaria del Pd Elly Schlein, la quale chiede all’esecutivo di promuovere nei confronti di Israele «azioni concrete per fermare e sanzionare le sue sistematiche violazioni dei diritti umani e delle libertà». Per i capigruppo del M5S alla Camera e al Senato, Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini, «a Meloni diciamo che non bastano telefonate e dichiarazioni di vicinanza: serve una posizione politica chiara e conseguente. Non si può condannare a parole e poi restare nel solco di un’ambiguità diplomatica». Quanto avvenuto «è figlio del clima di impunità in cui si muove il governo di Netanyahu, a cui è concesso di fare di tutto», aggiunge Angelo Bonelli (Avs).
L’episodio ha ovviamente fatto velocemente il giro del mondo per la carica simbolica che si portano appresso sia il luogo in sé che il divieto. La festa infatti ricorda un episodio narrato dal Nuovo Testamento: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme acclamato dalla folla che agitava rami di palma mentre altri stendevano i mantelli per terra, un gesto che la tradizione ha caricato di un profondo simbolismo di pace. Così è intervenuto anche il presidente francese Emmanuel Macron, il quale parla di «preoccupante moltiplicazione delle violazioni dello status dei Luoghi Santi di Gerusalemme».
(la Repubblica, 30 marzo 2026)
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Che un giornale della sinistra come Repubblica sfrutti un’occasione così ghiotta per colpire un governo di destra, è nella logica deplorevole delle cose. Ma al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, che prendono in quanto tali una posizione politica italiana, chiederei: “Come interpretate politicamente le mosse del governo dello Stato d’Israele? Avete capito quali sono i suoi interessi? Quale sarebbe l’illegittimo vantaggio, forse pericoloso per la nostra nazione, che trarrebbe Israele da una mossa come questa? Sapreste descrivere questi pericoli, e magari presentarli in Parlamento?” Ma sono domande inutili, perché mentre i motivi per cui Israele ha preso i suoi provvedimenti sono rispettabili, i motivi della decisione presa dai nostri ministri per contestarli sono ignobili. Signora Meloni, oltre all’infausta decisione di cercare appoggio per il referendum da un personaggio come Fedez, che forse ha contribuito a farle perdere il referendum, quest’ultimo suo intervento potrebbe essere decisivo per la durata del suo governo." M.C.
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Gli Stati Uniti stanno preparando un'offensiva terrestre?.
I media statunitensi riferiscono di un possibile impiego delle truppe di terra americane. Teheran reagisce e minaccia una «punizione»
Come riporta il «Washington Post», il Dipartimento della Difesa statunitense sta preparando opzioni per operazioni di terra in Iran. Queste non costituirebbero un’invasione completa, ma potrebbero coinvolgere migliaia di soldati e protrarsi per settimane o mesi.
Secondo l'articolo, che si basa su funzionari statunitensi anonimi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha finora approvato nessuno dei piani. Interpellata in merito, la Casa Bianca ha dichiarato che il Pentagono sta lavorando per garantire al presidente la «massima libertà d'azione»; ciò non significa tuttavia che sia già stata presa una decisione.
• Forze speciali per Hormuz
Secondo il «Washington Post», le possibili operazioni potrebbero comprendere l’impiego di forze speciali e di fanteria convenzionale per condurre attacchi su vasta scala nelle regioni costiere vicino allo Stretto di Hormuz. Ciò includerebbe anche la conquista di isole sotto il controllo della Repubblica Islamica e la loro occupazione a lungo termine.
L’Iran ha reagito alle notizie e ha messo in guardia gli Stati Uniti da un’offensiva terrestre. « «Non dubitate nemmeno per un istante della determinazione dei nostri soldati», ha dichiarato il presidente del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf, secondo l’agenzia di stampa statale Irna.
• L’Iran parla di «grande guerra mondiale»
L’Iran sarebbe sicuro di poter punire gli Stati Uniti e indurli a ricredersi, in modo che non osino attaccare il Paese. Ci si troverebbe in una «grande guerra mondiale», ha affermato Ghalibaf.
Inoltre, si è detto scettico riguardo ai tentativi di mediazione. Gli Stati Uniti avrebbero sì segnalato la disponibilità a negoziare, ma starebbero segretamente pianificando un'offensiva terrestre, secondo Ghalibaf. Il portavoce delle forze armate iraniane ha dichiarato, secondo l'emittente statale Irib, che un'offensiva terrestre o l'occupazione di una parte del territorio iraniano sarebbe un «sogno irrealizzabile», e che si sta solo aspettando un'azione del genere.
(Jüdische Allgemeine, 29 marzo 2026)
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Un mondo arabo lacerato: il fallito tentativo di ricatto dell’Egitto nei confronti degli Stati del Golfo
Edy Cohen, esperto di Medio Oriente e corrispondente di Israel Hayom, analizza le crescenti tensioni tra l’Egitto e gli Stati del Golfo – e il fallimento di un tentativo di pressione politica.
di Edy Cohen
Nel XX secolo l’Egitto era considerato lo “scudo del mondo arabo”. Questa posizione si basava su una combinazione di forza militare, leadership politica e posizione strategica. Il controllo del Canale di Suez ha reso il Paese un fattore centrale per l’economia e la sicurezza in Medio Oriente.
Questo ruolo si consolidò in particolare nella seconda metà del XX secolo sotto Gamal Abdel Nasser, che promosse l'idea del panarabismo e posizionò l'Egitto come forza trainante nel mondo arabo. L'Egitto ha svolto un ruolo centrale nella fondazione della Lega Araba nel 1945 e per decenni ha avuto l'esercito più forte del mondo arabo.
Storicamente, l’Egitto ha guidato le coalizioni arabe nelle guerre contro Israele (1948, 1967, 1973) e ha anche inviato truppe a sostegno di altri Stati, ad esempio nella guerra del Golfo del 1991 per la liberazione del Kuwait – sebbene non in modo disinteressato.
Nel mondo arabo l'Egitto viene spesso definito la “madre del mondo” o la “sorella maggiore”. Questo titolo riflette l'importanza culturale, storica e sociale del Paese. Con oltre 110 milioni di abitanti e un ruolo dominante nel cinema, nella musica e nella letteratura, l'Egitto è stato a lungo considerato il centro culturale della regione.
Ma nelle ultime settimane questa immagine è cambiata radicalmente. In gran parte del mondo arabo la delusione nei confronti dell’Egitto è grande, la sua reputazione è notevolmente diminuita.
• La dipendenza dagli aiuti esterni
Negli ultimi anni si è delineata una netta perdita di importanza. Le cause sono una profonda crisi economica, decisioni politiche sbagliate e l’ascesa degli Stati del Golfo.
Il debito estero dell’Egitto ammonta ormai a circa 160 miliardi di dollari. Dal 2022 la valuta egiziana ha perso oltre il 50% del suo valore, mentre l’inflazione è salita a circa il 40%.
Inoltre, a seguito degli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, le entrate provenienti dal Canale di Suez hanno subito un drastico crollo – fino al 70% negli ultimi due anni.
Dagli accordi di Camp David, l’Egitto è uno dei maggiori beneficiari degli aiuti esteri americani. Tuttavia, oggi il Paese si trova in un vicolo cieco economico e dipende sempre più dal sostegno esterno – sia che provenga dai Paesi del Golfo, dagli Stati Uniti o dalle istituzioni internazionali.
Già durante la guerra del Golfo del 1991 si era manifestato un modello ricorrente: l’Egitto partecipò militarmente e in cambio ottenne ingenti vantaggi economici, tra cui la cancellazione di debiti per miliardi di dollari. Anche negli ultimi anni gli Stati del Golfo hanno sostenuto finanziariamente l’Egitto, in particolare nella lotta contro i Fratelli Musulmani.
Ma nel frattempo gli Stati del Golfo hanno in gran parte sospeso il loro sostegno.
• Ricatto senza minacce
La visita di Donald Trump nei Paesi del Golfo nel maggio 2025 ha rappresentato una svolta per l’Egitto. Mentre i Paesi del Golfo ricevevano ingenti investimenti, l’Egitto ne è rimasto escluso – sia politicamente che economicamente.
Di conseguenza, il Cairo ha iniziato a perseguire una politica di pressione indiretta. Dall’estate scorsa l’Egitto ha intensificato le sue relazioni con l’Iran, dopo decenni di distanza.
Tra gli sviluppi più importanti figurano:
- La visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi al Cairo (giugno 2025)
- Accordi per la ripresa delle relazioni diplomatiche (febbraio 2026)
- Accordi sulla cooperazione economica e sulle agevolazioni turistiche
Questo avvicinamento ha pesato notevolmente sulle relazioni con gli Stati del Golfo, poiché l’Iran è considerato in quella regione un avversario centrale.
All’inizio della guerra nel Golfo Persico, l’Egitto ha reagito inizialmente con cautela, evitando una chiara condanna degli attacchi iraniani. Allo stesso tempo, numerose voci in Egitto – tra cui blogger, giornalisti e attori politici – hanno espresso simpatia per l’Iran.
Per i Paesi del Golfo la questione era particolarmente delicata, poiché milioni di lavoratori egiziani sono impiegati nella regione e, grazie alle loro rimesse, danno un contributo importante all’economia egiziana.
Secondo le valutazioni dei Paesi del Golfo, l’Egitto avrebbe avanzato richieste economiche – tra cui la cancellazione del debito e ingenti aiuti finanziari – come presupposto per un’azione più decisa contro l’Iran. Tali richieste sono state tuttavia respinte.
Di conseguenza, si sono create crescenti tensioni tra l’Egitto e diversi Stati del Golfo. Ciò si è manifestato simbolicamente nell’accoglienza ostentatamente riservata riservata al presidente Abdel Fattah al-Sisi da parte del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che lo ha accolto solo all’aeroporto.
• Critiche pubbliche e reazioni
Le tensioni si riflettono anche nelle dichiarazioni pubbliche.
Un articolo molto discusso del commentatore kuwaitiano Fuad Al-Hashem ha scatenato una crisi diplomatica e ha attirato grande attenzione.
La reazione ufficiale del governo egiziano è seguita immediatamente e ha respinto le accuse.
Anche dagli Emirati Arabi Uniti sono arrivate critiche esplicite: un influente commentatore ha messo in discussione il ruolo degli Stati arabi.
Ciò è emerso ancora più chiaramente in una dichiarazione di Anwar Gargash, che ha apertamente criticato la mancanza di sostegno arabo durante l’escalation.
Allo stesso tempo, in Egitto circolavano numerosi articoli con posizioni filo-iraniane, che hanno ulteriormente inasprito le tensioni.
• Conclusione
Solo il 28 marzo – più di un mese dopo l’inizio degli attacchi – il Parlamento egiziano ha condannato ufficialmente gli attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo e la Giordania.
Il ritardo va visto alla luce del fatto che l’Egitto ha cercato di preservare il proprio ruolo di mediatore e, al contempo, di ottenere vantaggi economici. Solo quando l’escalation non è stata più contenibile, è seguita una condanna pubblica.
Le aspettative degli Stati del Golfo nei confronti dell’Egitto erano elevate. Tanto più grande è ora la delusione.
L’attuale crisi ricorda gli anni ’90, quando parte del mondo arabo sosteneva Saddam Hussein o non condannava il suo attacco al Kuwait.
Anche oggi è evidente che l’idea di un mondo arabo unito è più un mito che una realtà. Il mondo arabo è profondamente diviso.
E mentre in passato Israele veniva spesso dipinto come una minaccia, oggi è sempre più chiaro che il vero pericolo per la stabilità della regione proviene dall’Iran – non solo a livello retorico, ma anche concreto.
(Israel Heute, 29 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Perché Dio ha creato il mondo? - 26
Un approccio olistico alla rivelazione biblica.
di Marcello Cicchese
• Il mio riposo
È Dio che parla. Si riferisce alla ribellione del popolo nei fatti di Massa e Meriba (Esodo 17:5-7). È adirato, e con piena coscienza della sua incontrastabile autorità prende un impegno solenne con Se stesso. Non è un avvertimento per indurre a migliori comportamenti i destinatari, e neppure una minaccia per intimorirli con possibili conseguenze spiacevoli: è una sentenza. Il passato ha determinato il futuro, e non c’è più nulla da fare.
L’autore della Lettera agli Ebrei riporta esattamente queste parole del Salmo 95 e vi aggiunge un solenne avvertimento :
“Guardate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un malvagio cuore incredulo, che vi allontani dal Dio vivente” (Ebrei 3:12),
perché, avverte più avanti, “è spaventoso cadere nelle mani del Dio vivente” (Ebrei 10:11).
L’autore rivolge poi ai suoi lettori un accorato appello:
“Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Ebrei 3:15).
Se usato fuori contesto e in senso generale, questo appello si presta bene per rivolgere un invito alla conversione e all’ubbidienza a Dio, ma se si cerca di inserirlo in modo convincente nel suo contesto, si incontrano notevoli difficoltà, che si può sperare di superare soltanto se si ragiona nel contesto dell’intera Bibbia.
Questo è particolarmente vero per il tema del riposo di Dio, che nella Bibbia compare in modo esplicito soltanto in tre libri:
Genesi (1 volta),
Salmo 95 (1 volta),
Lettera agli Ebrei (10 volte).
C’è un altro termine che compare poche volte nella Bibbia: Melchisedec. Per la precisione:
Genesi (1 volta),
Salmo 110 (1 volta),
Lettera agli Ebrei (8 volte).
Chi era Melchisedec? Bella domanda. Potrebbe essere fatta in una riunione mista di ebrei e cristiani e verificare quale delle due parti ottiene il migliore risultato. Esaminiamo i testi nella Bibbia.
Dall’Antico Testamento (tutti):
“E Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote dell'Iddio altissimo” (Genesi 14:18).
“L’Eterno l'ha giurato e non si pentirà: ‘Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedec’” (Salmo 110:4).
Dal Nuovo Testamento (solo alcuni):
“Questa speranza la teniamo quale àncora dell'anima, sicura e ferma, che penetra al di là della cortina, dove Gesù è entrato per noi quale precursore, essendo diventato sommo sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedec” (Ebrei 6:19-20).
“Nella persona di Abraamo Levi stesso, che prende le decime, fu sottoposto alla decima, perché egli era ancora nei lombi di suo padre, quando Melchisedec incontrò Abraamo (Ebrei 7:9-10).
Al tema del “riposo di Dio”, a cui eravamo arrivati fin qui nella nostra trattazione, abbiamo accostato la figura di Melchisedec come “sacerdote dell’Iddio altissimo” per sottolineare tre cose:
- entrambi i temi rimandano in linea diretta a Dio, che riposa o agisce secondo la sua sovrana volontà;
- richiedono che sia presa in considerazione l’intera Bibbia;
- dirigono l’attenzione sulla particolarità della Lettera agli Ebrei
 • La Lettera agli Ebrei, uno scandalo per ebrei e gentili
In ambito evangelico la Lettera agli Ebrei (d’ora in poi chiamata anche “Lettera”) è poco commentata e predicata per le difficoltà che pone quando si tenta di inserirla in uno schema teologico ben strutturato e tramandato. Nei commentari evangelici, soprattutto in quelli di una certa tendenza teologica, si tende a presentare la Lettera come un insegnamento per credenti in Gesù che si trovano sottoposti a due attrazioni contrastanti: quella cristiana e quella ebraica. Ecco allora la conclusione che un commentatore trae dal severo ammonimento di Ebrei 3:12 che abbiamo riportato sopra:
«L’autore [della Lettera] vede qualsiasi mossa di ritorno al giudaismo come un atto di infedeltà verso Cristo e di incredulità verso Dio. Egli fa pressione sui suoi lettori affinché essi percorrano la strada fino in fondo, perché apparentemente essi si sono fermati prima di accettare la vera fede cristiana. Certamente il giudaismo fu dato da Dio, ma dopo aver servito allo scopo che gli era proprio esso deve necessariamente lasciare il posto al cristianesimo» (“L’Epistola agli Ebrei", Thomas Hewitt, Claudiana, ed. G.B.U.).
Il “giudaismo fu dato da Dio”, ma “deve necessariamente lasciare il posto al cristianesimo”. È impressionante la superficialità con cui si fanno simili affermazioni in un contesto che dovrebbe essere biblico e teologico. È mai possibile affrontare testi della Bibbia con astratte categorie intellettuali come giudaismo e cristianesimo, che possono essere usate al più come abbreviazioni culturali, ma non hanno alcun peso teologico?
Ma se proprio si volesse farlo coerentemente, si arriverebbe alla conclusione che la Lettera agli Ebrei è totalmente immersa nel giudaismo storico ed è essenzialmente estranea al cristianesimo storico.
Leggendo il testo dall’inizio alla fine, senza occhiali con lenti predefinite, si può arrivare a fare una sorprendente scoperta: mancano del tutto i gentili. Non ci sono. Non viene mai nominato nulla, né persone, né fatti, né dottrine, che non appartenga completamente al patrimonio ebraico, da Adamo in poi.
Il testo parla di Nuovo Patto (Ebrei 8), che sembra appartenere al “cristianesimo”, ma l’autore intende il patto di Dio con la casa d’Israele e con la casa di Giuda di cui parla il profeta Geremia (cap. 31).
Fa esempi di fede (Ebrei 11), che sono tratti tutti dalla storia di Israele, alcuni dei quali non si trovano nella Bibbia, ma provengono proprio da quel giudaismo che si vorrebbe obsoleto (Ebrei 11:32-40).
La Lettera agli Ebrei dunque è uno scandalo per i cristiani gentili, perché essi non vi sono neppure presi in considerazione. L’unico nome di persona che compare alla fine della Lettera, in forma di saluto, è Timoteo (Ebrei 13:23), che è figlio di madre ebrea e nipote di nonna ebrea (2 Timoteo 1:5).
La lettera è uno scandalo anche perché alcune sue formulazioni costituiscono un intoppo quando si cerca di trasferirle così come sono dall’ambiente ebraico in cui si trovano all’ambiente cristiano-gentile in cui noi viviamo. Si pensi per esempio al contrastato capitolo 6, in cui si parla della possibilità di crocifiggere di nuovo il Figlio di Dio: il che fa sorgere la domanda se sia possibile per un credente in Gesù perdere la salvezza ottenuta per grazia mediante la fede.
Ma forse la Lettera è uno scandalo anche per gli ebrei. Non perché compare il nome di Gesù, perché in essa si dice che Gesù è il Messia, e non c’è nulla di più ebraico del Messia. Lo scandalo per gli ebrei sta nel fatto che la evitano, non la prendono neppure in considerazione, anche se gli argomenti portati a sostegno della figura di Gesù come Messia appartengono tutti al patrimonio del popolo ebraico.
Conclusione: la Lettera non prende in considerazione i gentili e gli ebrei non prendono in considerazione la Lettera. Due stranezze.
 • Il primi destinatari della Lettera agli Ebrei
Questa trattazione non ha certo la pretesa di essere un commentario esegetico dell’intera Bibbia, e neanche di qualche suo particolare libro. Vuol essere invece l’individuazione e la messa a punto di un’adeguata chiave di lettura della Bibbia, di cui si presuppone l’intera conoscenza.
Diciamo allora che certi tentativi di spiegazione della Lettera agli Ebrei rivelano l’uso di una chiave di lettura sostanzialmente errata, che rende fuorviante la comprensione non solo di questo libro, ma anche di tutta la Bibbia. L’astratta contrapposizione tra giudaismo e cristianesimo, unita al tentativo di “cristianizzare” un testo così squisitamente ebraico, mette pericolosamente fuori strada.
La Lettera si presenta come un trattato esplicativo ed esortativo, con il capitolo finale che potrebbe essere stato aggiunto in seguito nella diffusione del testo. Manca di riferimenti certi: non si sa chi l’ha scritta, non si sa quando e dove è stata scritta e, soprattutto, non è chiaro a chi si rivolge.
Secondo la tesi interpretativa che qui si vuole esporre, l’autore della Lettera si rivolge a un ambito che chiameremo giudaismo nazareno, costituito da ebrei che avevano creduto fermamente in Gesù come Messia d’Israele e avevano vissuto i primi anni della loro fede in comunità o gruppi di soli ebrei. Con la persecuzione che seguì l’uccisione di Stefano, questi primi ebrei nazareni di Gerusalemme “furono dispersi per le contrade della Giudea e della Samaria” (Atti 8:1), e tra questi avrebbe potuto esserci anche una “grande quantità di sacerdoti che ubbidiva alla fede” (Atti 6:7).
Col passar degli anni questi nazareni dovettero prendere atto che le autorità di Israele, e con esse la massa del popolo, non modificavano la posizione di rifiuto della figura di Gesù predicata dagli apostoli come Messia, e allora il fatto di essere o di sentirsi emarginati dalla realtà secolare del popolo ebraico, che aveva la sua grandiosa visibilità nel maestoso Tempio di Gerusalemme ancora in piedi, poteva comprensibilmente far emergere dubbi in qualcuno, anche tra gli adepti della prima ora, anche tra quelli che forse si erano fatti battezzare da Pietro alla Pentecoste.
Forse non erano dubbi intorno alla persona di Gesù come Messia, ma rimaneva pur sempre la domanda: “E adesso, che facciamo? Il Tempio continua a funzionare come prima, e noi, se diciamo che Gesù è il Messia, non ci fanno entrare neppure nel cortile dei gentili. Ma il Tempio è la casa di Dio, dunque anche casa nostra. Dobbiamo forse ripudiare la nostra casa perché crediamo in Gesù?”
Di questo tipo erano forse i pensieri che potevano venire in mente a quei nazareni, ed è forse in risposta a questi pensieri che l’autore scrive:
“Ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio. Mosè fu bensì fedele in tutta la casa di Dio come servitore per testimoniare delle cose che dovevano essere dette, ma Cristo lo è come Figlio, sopra la sua casa, e la sua casa siamo noi, se riteniamo ferma sino alla fine la nostra franchezza e il vanto della nostra speranza” (Ebrei 3:4-6):
Quanto al disagio di essere emarginati dal proprio ambiente a motivo della fede in Gesù, l’autore li invita ad avere un’ardita franchezza:
Con queste parole l’autore non invita ad uscire dal giudaismo per trasferirsi nel cristianesimo, perché come abbiamo già detto, di cristianesimo storico nella Lettera non c’è nulla. Il campo da cui l’autore li spinge ad uscire, o ricorda a quelli che sono già usciti, è il campo della disubbidienza a Dio.
Con il suo riferimento al campo, l’autore rimanda a un momento drammatico dell’uscita di Israele dall’Egitto. Riprendiamo brevemente i fatti.
In quei quaranta giorni trascorsi da Mosè sul monte Sinai dopo la stipulazione del patto (Esodo 24:18), Dio gli fa una solenne dichiarazione:
Dimorerò in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, il loro Dio, che li ho tratti fuori dal paese d'Egitto per dimorare in mezzo a loro. Io sono l'Eterno, il loro Dio (Esodo 29:45-46).
Ma il popolo cade nell’idolatria del vitello d’oro. E Dio si propone di distruggerlo. Ma Mosè lo supplica di non farlo. Dio acconsente, ma avverte Mosè che ci sarà un cambiamento di programma: Dio non sarebbe più andato a dimorare in mezzo loro nel tabernacolo di cui gli aveva mostrato il modello sul monte. Avrebbe mandato un angelo per guidarli durante il cammino verso Canaan, ma non sarebbe salito nel paese con loro. Rivolge anzi parole durissime a Mosè che cerca di intercedere:
"Voi siete un popolo dal collo duro; se io salissi per un momento solo in mezzo a te, ti consumerei!” (Esodo 33:5).
Ed ecco allora quello che fa Mosè. Visto che Dio non vuole avvicinarsi al popolo disubbidiente che staziona nel campo, né vuole che il popolo si avvicini a Lui, di sua propria iniziativa monta una tenda fuori del campo e la chiama "Tenda d’incontro”. Mosè, che aveva passato quei quaranta giorni sul monte Sinai in amorevole comunione con Dio, spera di poterlo incontrare ancora nella tenda e di poter avere con Lui un colloquio rappacificante.
Mosè dunque entra nella tenda e aspetta. Dio non entra. “Si ferma all’ingresso della tenda”, dove è sceso in una colonna di nuvola (Esodo 33:9). Accetta però il colloquio e, da fuori, “parla con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla col proprio amico” (Esodo 33:11). Non è pace fatta fra Dio e il popolo, ma la storia d’Israele può continuare.
Di questo tipo è l’invito che l’autore della Lettera agli Ebrei rivolge ai suoi fratelli nazareni: è un invito ad abbandonare il campo della disubbidienza in cui si trova ora il popolo e a prendere una posizione di ubbidienza fuori del campo, là dove si può ascoltare la parola di Dio nella persona di Gesù.
Tutto questo si svolge in un ambito totalmente ebraico, all’interno di un giudaismo nazareno in cui non è ancora avvenuta l’infiltrazione di credenti provenienti dal mondo dei gentili.
È inutile dunque cercare affannosi adattamenti testuali alle nostre chiese evangeliche, dove un ebreo che vi dovesse entrare si sentirebbe dire che in Cristo “qui non c’è né giudeo né greco” (Galati 3:28), per poi scoprire che lì sono tutti greci.
Nella Lettera non si usa mai il termine “chiesa”, che invece compare in quasi tutti gli altri documenti del Nuovo Testamento. Compare invece, e più volte, e soltanto in questa Lettera, la nozione di riposo di Dio e la figura Melchisedec. Anche da questo fatto si potrebbe dedurre che Dio ha voluto assegnare a questo documento un posto del tutto particolare nella Scrittura. Una particolarità starebbe proprio nel fatto che non vi compaiono i gentili.
Forse si potrebbe dire - e questo è un altro punto della tesi -, che qui è in gioco il “residuo eletto per grazia” (Romani 11:5) di Israele che riflette sull’avvenimento del Messia inviato a Israele nella persona di Gesù di Nazaret, e sul collegamento che questo fatto ha con la precedente e futura storia del popolo. Lo sconosciuto autore, certamente ispirato da Dio, illustra aspetti profondi della persona e dell’opera del Messia Gesù, e sprona i suoi fratelli a fare concrete scelte di fede in coerenza con la rivelazione ricevuta. E fin qui i gentili non c’entrano.
Qualcosa del genere potrebbe accadere alla fine del cristianesimo, quando la chiesa non ci sarà più e le esperienze con Dio fatte insieme da ebrei e gentili non serviranno. Nel momento in cui il Messia Gesù si farà riconoscere dai figli d’Israele, i gentili non staranno lì intorno ad applaudire, rallegrandosi l’un altro perché finalmente questi ebrei dal collo duro si sono convertiti. Gesù farà come Giuseppe quando si rivelò ai suoi fratelli:
Allora Giuseppe non poté più contenersi davanti a tutti gli astanti, e gridò: “Fate uscire tutti dalla mia presenza!”. Nessuno rimase con Giuseppe quando egli si fece riconoscere dai suoi fratelli (Genesi 45:1).
 • Prima il giudeo, poi il greco
La Lettera agli Ebrei testimonierebbe dunque la presenza in Israele di un originario “residuo eletto per grazia” a cui Dio si è rivolto prima che il nome di Gesù Messia assumesse gli aspetti di Signore e Salvatore del mondo con cui il messaggio di salvezza sarebbe arrivato ad ogni uomo.
Questo residuo si è poi dissolto in comunità miste di ebrei e gentili; e agli elementi biblici sottolineati dall’autore sulla persona di Gesù, molti altri sono stati aggiunti in seguito per rivelazione di Dio, soprattutto dall’apostolo Paolo.
Ma comunque si può dire che anche sul piano della comunità, viene prima il giudeo e poi il greco (Romani 2:10). Ed è a questa realtà di “nazareni“ che si rivolge la Lettera agli Ebrei.
 • Il posto della Lettera nel canone biblico
Per molto tempo si è creduto che la Lettera agli Ebrei fosse opera dell’apostolo Paolo, ma poiché i riferimenti esterni non erano certi e sull’autore si erano fatte anche ipotesi diverse, nell’ordinamento del Nuovo Testamento la Lettera è stata messa in coda alle lettere di Paolo. Se però si volesse tener conto del suo carattere, potrebbe essere collocata prima ancora della Lettera ai Romani. Si potrebbe addirittura leggerla in continuazione del Vangelo di Luca, che termina con la descrizione di Gesù che lascia i discepoli dopo la sua risurrezione:
Poi li condusse fuori fin presso Betania e, alzate in alto le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si separò da loro e fu portato su nel cielo. Essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande gioia ed erano continuamente nel tempio, benedicendo Dio (Luca 24:50-53).
I discepoli dunque tornano a Gerusalemme con grande gioia e restano assidui al Tempio, ma Gesù, portato su nel cielo, che fine ha fatto? Una risposta può venire dal maestoso incipit della Lettera agli Ebrei, visto come un aggancio che inserisce il racconto evangelico in una dimensione eterna proveniente da un lontano passato e avviata verso un glorioso futuro:
Dio, dopo aver molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi, il quale, essendo lo splendore della sua gloria e l'impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi ed è diventato così di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro (Ebrei 1:1-4).
Qui è un ebreo che parla ad altri ebrei, facendo riferimento al comune passato storico. Accenna ai padri, a cui Dio ha parlato per mezzo dei profeti; poi si rivolge al presente e ricorda ai lettori, che certamente già lo sanno, che Dio “in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio”.
Questo “noi” è ovviamente il popolo ebraico, ma il Figlio chi è? È forse qui che si inserisce il cristianesimo? si chiederà qualcuno. No, l’autore al cristianesimo non ci pensa proprio. Il Figlio di Dio di cui parla è quello del Salmo 2, che nella tradizione ebraica indica il messianico Re di Israele.
Subito dopo queste maestose parole d’introduzione, l’autore elenca, una dopo l’altra, ben sette citazioni tratte dall’Antico Testamento. Prosegue poi con una stringente e concatenata trattazione di argomenti che appartengono tutti, senza eccezione, alla storia e al patrimonio del popolo ebraico. Sarebbe un modo davvero strano di procedere, per convincere gli ebrei a uscire dal giudaismo!
È vero il contrario. L’autore vuole evitare che i suoi fratelli escano dal percorso preparato da Dio per il suo popolo; vuole dunque convincerli a non imitare coloro che nel passato rifiutarono la possibilità offerta da Dio di entrare nel paese di Canaan. Vuole convincerli a rimanere nella linea che attraverso Gesù, “l’apostolo e il sommo sacerdote della nostra professione di fede” (Ebrei 3:1) li conduce ad entrare nel riposo di Dio.
Dell’esistenza nel passato e nel futuro di quel riposo, Dio ha dato la prima notizia allusiva a Israele, quando gli ha ordinato, all’inizio del suo viaggio verso Canaan, di non raccogliere la manna nel settimo giorno, perché quello è un “giorno solenne di riposo, un sabato sacro all’Eterno” (Esodo 16:23).
In quel primo “settimo giorno” celebrato dai figli d’Israele nel deserto di Sin è racchiuso il significato del “riposo di Dio” di cui parla la Lettera agli Ebrei. Un riposo che c’era all’inizio e un giorno si ritroverà alla fine.
“Rimane dunque un ‘sabatismo’ per il popolo di Dio; infatti chi entra nel suo riposo, si riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio si riposò dalle sue” (Ebrei 4:9).
(Notizie su Israele, 29 marzo 2026)
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Zamir: «L’esercito crollerà sotto il proprio peso»
Il capo di Stato Maggiore di Israele Eyal Zamir mette urgentemente in guardia il governo sulle conseguenze della guerra e sul crescente carico operativo.
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Il capo di Stato Maggiore di Israele Eyal Zamir
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In Israele si sta intensificando il conflitto sulla situazione del personale dell’esercito. Secondo quanto riportato dai media, il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha avvertito con urgenza il governo delle conseguenze della guerra in corso e del crescente carico operativo.
Durante una riunione del gabinetto di sicurezza, Zamir avrebbe usato un linguaggio insolitamente duro. “L’esercito crollerà sotto il proprio peso”, avrebbe detto ai ministri, secondo il Times of Israel. Allo stesso tempo, avrebbe sottolineato: “Vi sto presentando dieci segnali di allarme”.
Il Capo di Stato Maggiore della Difesa avrebbe successivamente chiesto varie misure legislative per alleviare i problemi di personale. “ Al momento, l’esercito ha bisogno di una legge sul servizio militare obbligatorio, di una legge sul servizio di riserva e di una legge che estenda il servizio obbligatorio», avrebbe affermato Zamir. Senza tali misure, c’è il rischio di una rapida perdita di capacità operativa.
• Pressione in Cisgiordania
La situazione è caratterizzata da una crescente carenza di soldati, ulteriormente aggravata dalle operazioni parallele nella Striscia di Gaza e in Libano, nonché da ulteriori sfide in materia di politica di sicurezza.
Critiche alla politica del governo sono giunte anche dal Comando Centrale. Il suo capo, Avi Bluth, ha chiarito che le decisioni politiche in Cisgiordania stanno mettendo a dura prova l’esercito. “Questa è la vostra politica”, avrebbe detto ai ministri, “ma richiede sicurezza e un pacchetto di protezione completo, perché la realtà sul campo è completamente cambiata – e questo richiede personale”.
Ciò si riferisce, tra l’altro, ai nuovi progetti di insediamento che richiedono una protezione militare aggiuntiva. Allo stesso tempo, negli ultimi mesi è aumentata la violenza da parte dei coloni estremisti, il che impegna ulteriori forze. Recentemente, è stato persino necessario trasferire in Cisgiordania un’unità originariamente destinata al dispiegamento in Libano.
• Critiche dall’opposizione
I politici dell’opposizione hanno reagito duramente alla notizia. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha accusato il governo di condurre il Paese in una guerra su più fronti senza un’adeguata preparazione. Ha affermato che lo ha fatto «senza una strategia, senza risorse sufficienti e con troppo pochi soldati».
Anche ex leader politici hanno espresso la loro opinione. L’ex primo ministro Naftali Bennett ha affermato che la leadership politica sta ostacolando il successo militare e ha fatto riferimento a una significativa carenza di personale. «All’esercito mancano 20.000 soldati», ha detto.
L'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto le critiche e ha dichiarato che le osservazioni del capo di Stato Maggiore sono state riportate in modo errato. È in fase di elaborazione una legge in tal senso, ma si stanno incontrando ostacoli legali.
Tuttavia, le tensioni sono evidenti anche all'interno del partito di governo Likud. Alcuni parlamentari hanno sostenuto la richiesta di una maggiore coscrizione degli uomini ultraortodossi. Altri hanno attaccato direttamente Zamir, descrivendo le sue dichiarazioni come “irresponsabili” o addirittura dannose per lo sforzo bellico.
(Jüdische Allgemeine, 28 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Sessanta rifugi antiaerei installati in fattorie israeliane non protette
La campagna, intitolata al contadino assassinato Omer Weinstein, mira a installare rifugi protettivi sui terreni agricoli mentre prosegue l’“Operazione Leone Ruggente”.
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Un rifugio antiaereo viene installato in una fattoria israeliana nell’ambito della campagna di crowdfunding di HaShomer HaChadash
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Sessanta rifugi antiaerei vengono installati nelle fattorie e nei terreni agricoli israeliani, consentendo agli agricoltori che non disponevano di una protezione adeguata di continuare a lavorare in sicurezza e di accogliere nuovamente dei volontari.
Ciò fa seguito a una campagna di crowdfunding lanciata da HaShomer HaChadash (un'organizzazione agricola nazionale di volontariato) in collaborazione con l'Harvey and Gloria Kaylie Fund, all'inizio della guerra “Roaring Lion” in corso con l'Iran.
L'obiettivo dell'organizzazione è raccogliere donazioni per acquistare tra i 100 e i 120 rifugi blindati nel breve termine.
Yoel Zilberman, CEO e fondatore di HaShomer HaChadash, ha dichiarato: “Voglio ringraziare i nostri donatori, che hanno aderito immediatamente alla campagna. Grazie a loro, un numero maggiore di agricoltori potrà ora recarsi al lavoro con un rifugio blindato a norma al proprio fianco per proteggere se stessi, i propri lavoratori e i volontari durante i lanci di missili o gli attacchi con UAV.
“Il crowdfunding prosegue parallelamente alla distribuzione dei rifugi già arrivati, e faremo tutto il possibile per proteggere il maggior numero possibile di agricoltori nel minor tempo possibile. Siamo sempre al fianco dei nostri agricoltori in ogni missione e compito, e continuiamo a raccogliere donazioni per ulteriori rifugi”, ha affermato.
On Rifman, vice amministratore delegato per l’istruzione e co-fondatore di HaShomer HaChadash (“Il Nuovo Guardiano”), ha dichiarato: “ Noi di HaShomer HaChadash continuiamo a fornire sostegno in una lunga serie di missioni nazionali, oltre all’assistenza agli agricoltori e ai proprietari di aziende agricole, e per questo chiediamo al pubblico di continuare a unirsi a noi in tutte le nostre missioni di volontariato sul campo, che si tratti di aiutare nei luoghi colpiti da disastri, assistere gli agricoltori nella raccolta, organizzare attività nei rifugi antiaerei o aiutare a raccogliere cesti alimentari per gli anziani.”
Israel Raznik, un agricoltore di Metula (una città al confine settentrionale), ha dichiarato: “Voglio ringraziare HaShomer HaChadash, i cui membri sono rimasti con noi agricoltori al confine libanese e ci hanno aiutato in tutto ciò che era necessario.
“Questa importante campagna prende il nome dal nostro amico Omer Weinstein, che la sua memoria sia una benedizione, assassinato nell’ottobre 2024 insieme a quattro dei suoi lavoratori stranieri mentre stavano raccogliendo nel frutteto di famiglia a Metula.
“Ricorderemo Omer per sempre, staremo al fianco della sua famiglia e, attraverso la sua storia, continueremo a raccontare la storia dell’agricoltore israeliano che si trova in prima linea ma continua a lavorare la terra, assicurando un terreno strategico e garantendo la sicurezza alimentare per lo Stato di Israele”, ha detto Raznik.
(JNS, 28 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Hamas respinge il disarmo
Così Gaza non avrà mai pace
di luri Maria Prado
Hamas ha per l'ennesima volta respinto le condizioni del Piano per Gaza, che prevedono in primo luogo il disarmo del gruppo terroristico. A risentirne sono in misura trascurabile le ragioni di sicurezza di Israele.
Molto prima, infatti, e ben più gravemente, il potere armato del gruppo terroristico infierisce sulla popolazione palestinese, sottoposta alle minacce, ai taglieggiamenti e alle esecuzioni di piazza che da mesi continuano in faccia a una comunità internazionale capace di tenere gli occhi su Gaza ("Ali eyes on Gaza") a patto che ci sia qualche crimine israeliano da condannare.
Ciò a parte, resta che la neutralizzazione del potere bellico delle formazioni terroristiche della Striscia non è più - nemmeno formalmente - un'esigenza esclusiva o una pretesa singolare dello Stato ebraico: è, al contrario, l'oggetto di un impegno degli Stati che hanno votato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dello scorso novembre. Appunto quella che prevedeva - quale presupposto del processo di ricostruzione - la smilitarizzazione di Gaza e l'eliminazione dell'apparato bellico dei gruppi terroristici che ancora vi operano.
La realtà è che il protocollo di attuazione approntato dal Board of Peace non sta ricevendo il necessario supporto internazionale. E questo - nuovamente - mentre danneggia assai poco Israele avvantaggia gratuitamente le dirigenze di Hamas, impunite non soltanto nel respingere le condizioni di pace ma anche, anzi soprattutto, nel perpetuare il proprio giogo sui palestinesi abbandonati a quella sopraffazione.
L'attenzione spostata sulla guerra al regime iraniano è la manna delle soldataglie di Hamas che si riorganizzano contando su quegli occhi chiusi della comunità mondiale. E lo fanno senza che i loro crimini suscitino le abituali invocazioni del diritto internazionale e umanitario, categorie sempre lustre sul conto delle responsabilità israeliane e invece desuete in ogni altro caso.
Qui tuttavia l'osservazione strabica e il giudizio a doppio standard, lo ripetiamo, non insistono più solamente sul colpevole per definizione, cioè Israele. Qui è in gioco la presentabilità, e la stessa possibilità di aver voce in capitolo d'ora in poi, di una comunità internazionale impegnata per due anni e mezzo a descrivere Gaza come il centro della tragedia planetaria e come la somma dell'ingiustizia umana, salvo dimenticarsene quando, per la prima volta, è messo in campo un piano fattivo per la soluzione della crisi.
La sensazione (è un eufemismo) è che il Piano per Gaza e il Board of Peace fossero avversati, come continuano a esserlo sostanzialmente, assai meno per la famigerata paternità trumpiana e assai più perché quel dispositivo di intervento tagliava le gambe a una "resistenza", quella di Hamas, condannata più che altro a parole. E a volte neppure. Perché evidentemente non interessa la realtà ormai irrevocabile, e cioè che con Hamas non c'è nessun futuro per Gaza.
(Il Riformista, 28 marzo 2026)
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Hamas e Hezbollah, il patto del diavolo per radicarsi in Libano
Carte interne sequestrate dall’Idf parlano di un accordo per la presenza di Hamas in Libano
di Shira Navon
Le carte parlano chiaro. Anzi, chiarissimo, e un’altra maschera è caduta: l’esercito israeliano ha scoperto documenti operativi che spiegano come Hamas si stia radicando in Libano con il consenso e il sostegno diretto di Hezbollah, aggirando le istituzioni ufficiali di Beirut e rafforzando una presenza armata già frammentata e instabile. Il materiale, recuperato nella Striscia di Gaza durante le operazioni militari, racconta una cooperazione strutturata e tutt’altro che episodica, inserita in una strategia regionale che porta chiaramente la firma dell’Iran.
Al centro dei documenti emerge un incontro tra alti responsabili delle due organizzazioni, alla presenza di Saeed Izadi, figura legata alla Forza Quds dei Pasdaran, durante il quale sarebbe stato definito un accordo per consentire a Hamas di operare in diverse aree del Libano. Il punto decisivo non riguarda solo la presenza fisica, ma le condizioni operative: Hezbollah avrebbe garantito copertura logistica, accesso alle infrastrutture e un sostegno finanziario stabile, mentre Hamas avrebbe potuto sviluppare capacità militari più avanzate, in particolare nel campo missilistico.
Il quadro che ne esce ha una coerenza che va oltre la contingenza della guerra in corso. La cooperazione tra Hamas e Hezbollah non è una novità, ma qui assume una dimensione più profonda, quasi territoriale, con un’espansione pianificata che mira a consolidare un fronte settentrionale contro Israele, sfruttando la fragilità cronica dello Stato libanese. Il riferimento allo stoccaggio e al trasferimento di armi, così come all’acquisizione di sistemi più sofisticati, suggerisce una volontà di lungo periodo, che si muove lungo le stesse direttrici già osservate in Siria e in Iraq, dove Teheran ha costruito negli anni una rete di milizie e alleanze capaci di operare al di fuori dei confini statali.
Secondo Ella Waweya, portavoce della divisione media araba dell’esercito israeliano, i documenti confermano un coordinamento operativo tra le due organizzazioni, entrambe sostenute dall’Iran, e indicano un livello di integrazione che supera la semplice convergenza ideologica. La logica è quella di un sistema, non di una somma di attori: ogni elemento svolge una funzione all’interno di un disegno più ampio, in cui il Libano rischia di diventare ancora una volta terreno di proiezione per interessi esterni.
Le implicazioni politiche si sono fatte sentire quasi in parallelo alle rivelazioni. Il ministro degli Esteri libanese, Youssef Raggi, ha deciso di revocare l'agrement all’ambasciatore designato dell’Iran a Beirut, intimandogli di lasciare il Paese entro cinque giorni, una mossa che segnala tensioni interne e un tentativo, almeno formale, di riaffermare una sovranità erosa da anni. Da Gerusalemme, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito la decisione necessaria e ha invitato le autorità libanesi ad andare oltre, intervenendo concretamente contro Hezbollah.
Il nodo resta sempre lo stesso e non si lascia aggirare con facilità: Hezbollah continua a operare come un potere parallelo, con una capacità militare e una rete di alleanze che superano quelle dello Stato libanese, mentre Hamas, secondo quanto emerge da questi documenti, punta a inserirsi in questo spazio già deformato, trasformandolo in una piattaforma ancora più avanzata di pressione regionale. In questo equilibrio fragile, ogni nuovo tassello non aggiunge soltanto tensione, ma modifica la struttura stessa del conflitto.
(Setteottobre, 28 marzo 2026)
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Un nuovo rapporto rileva un aumento dell’odio antisemita online e sollecita una maggiore segnalazione e trasparenza
«Poiché l’odio, le molestie e le offese online stanno diventando una parte sempre più pervasiva dell’esperienza ebraica, abbiamo bisogno di soluzioni scalabili ed efficaci», ha affermato Tal-Or Cohen Montemayor di CyberWell.
di Jessica Russak-Hoffman
Un nuovo rapporto pubblicato il 27 marzo rileva un aumento dei livelli di antisemitismo online, con la maggior parte degli incidenti che si verificano sui social media e che spesso non vengono segnalati.
Il rapporto, intitolato “The State of Antisemitism in America 2024–2025: Findings and Recommendations for Major Digital Platforms” (Lo stato dell’antisemitismo in America 2024–2025: Risultati e raccomandazioni per le principali piattaforme digitali), pubblicato dall’American Jewish Committee in collaborazione con CyberWell, riporta che il 71% degli ebrei americani ha dichiarato di aver subito o di essersi imbattuto in episodi di antisemitismo online nell’ultimo anno, in aumento rispetto al 67% del 2024.
Tra le piattaforme, gli intervistati hanno citato più frequentemente Facebook (54%), seguito da Instagram (40%), YouTube (38%), X (37%) e TikTok (23%).
Il rapporto ha inoltre rilevato che il problema va oltre la comunità ebraica. Circa il 45% degli adulti statunitensi ha riferito di aver subito episodi di antisemitismo nell’ultimo anno, con quasi tre quarti che hanno dichiarato che ciò è avvenuto online.
Nonostante la diffusione del fenomeno, i tassi di segnalazione rimangono bassi. Circa il 65% degli utenti ebrei che hanno subito episodi di antisemitismo online ha dichiarato di non averli segnalati, spesso perché convinti che “non sarebbe stato fatto nulla”. Inoltre, il 30% ha affermato di aver evitato di pubblicare contenuti che potessero identificarli come ebrei o rivelare le loro opinioni su questioni ebraiche.
“Poiché l'odio, le molestie e le invettive online stanno diventando una parte sempre più pervasiva dell'esperienza ebraica, ciò di cui abbiamo più bisogno sono soluzioni scalabili ed efficaci”, ha affermato Tal-Or Cohen Montemayor, CEO di CyberWell.
Il rapporto invita le aziende dei social media a rafforzare i meccanismi di applicazione delle norme, a chiarire le politiche e a migliorare l’individuazione di ciò che descrive come antisemitismo online “codificato” o “evasivo”: contenuti che si basano su narrazioni complottistiche o su un linguaggio indiretto che potrebbero non rientrare nelle categorie esistenti, come l’incitamento all’odio o le molestie.
Esorta inoltre le piattaforme a migliorare la protezione degli utenti, impedire la monetizzazione dei contenuti antisemiti, potenziare la moderazione umana – in particolare per affrontare il materiale generato dall’intelligenza artificiale – e frenare la manipolazione da parte di bot e reti coordinate.
Infine, lo studio raccomanda di migliorare i sistemi di segnalazione e aumentare la trasparenza su come vengono gestiti l’applicazione delle politiche e la moderazione dei contenuti.
(JNS, 27 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Un alto dirigente di Hezbollah ammette che stanno ricostituendo l’arsenale
«È proprio contro questo che stiamo combattendo», hanno risposto le Forze di Difesa Israeliane.
Wafiq Safa, un alto funzionario di Hezbollah la cui Unità di collegamento e coordinamento riferisce direttamente al leader del gruppo terroristico sostenuto dall’Iran, ha recentemente ammesso di stare ricostruendo le capacità offensive sotto la copertura del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti e raggiunto con Beirut nel 2024.
“Negli ultimi 15 mesi, Hezbollah ha ricostruito il proprio arsenale missilistico, i droni suicidi e le forze di terra”, hanno twittato giovedì le Forze di Difesa Israeliane, condividendo un video di un’intervista rilasciata da Safa il 22 marzo al canale YouTube Podium Plus con sede in Libano.
“Questo è esattamente ciò contro cui stiamo operando”, ha aggiunto l’esercito.
Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi e droni suicidi contro Israele dal Libano il 2 marzo, in rappresaglia per l’uccisione mirata da parte dello Stato ebraico della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi dell’“Operazione Leone Ruggente/Furia Epica” contro il regime il 28 febbraio.
In risposta alla violazione da parte dell’organizzazione terroristica dell’accordo di tregua del 27 novembre 2024 con il Libano, mediato dagli Stati Uniti, Gerusalemme ha lanciato una campagna aerea contro Hezbollah e ha ordinato alle truppe delle Forze di Difesa Israeliane di avanzare e prendere il controllo di ulteriori aree nel Libano meridionale per fermare gli attacchi transfrontalieri.
Mercoledì il segretario generale di Hezbollah Naim Qassem ha escluso qualsiasi possibilità di colloqui di tregua con Israele, affermando che negoziare sotto il fuoco nemico equivarrebbe a una “resa forzata e alla privazione di tutte le capacità del Libano”.
(JNS, 27 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«La finanza israeliana regge il colpo della guerra. Attesa nel lungo periodo. Pace? Un'opportunità»
Nonostante la guerra in corso, l'economia di Israele ha indicatori positivi e prospettive ottimistiche Ne traccia un quadro Shmuel Abramzon, capo economista del ministero delle Finanze dello Stato ebraico
di Antonio Picasso
La quarta settimana di guerra sta per terminare. Al netto degli annunci di Trump e delle smentite del regime iraniano, Israele vive tra casa e rifugio. Dal 7 ottobre 2023, il Paese è sotto stress. Eppure resiste. La sua economia ha indicatori positivi e prospettive ottimistiche. Ne traccia un quadro Shmuel Abramzon, capo economista del ministero delle Finanze d'Israele.
- Abramzon, come sta scontando il mondo finanziario israeliano questo nuovo conflitto?
«È ancora presto per dirlo con precisione. Siamo nel pieno della crisi. Da una parte, come abbiamo visto in passato, a ogni shock di questo tipo segue un rimbalzo. Dall'altra, quando hai scuole chiuse, aeroporti bloccati e decine di migliaia di persone richiamate in servizio, non c'è dubbio che l'economia ne risenta. In passato, avevamo stimato un impatto di circa mezzo punto di Pii per un conflitto più contenuto. Nell'eventualità, ma sulla carta, che il conflitto dovesse estendersi, ci avvicineremo all'1%. Si dice che gli Stati Uniti stanno conducendo negoziati con l'Iran. Con Trump le cose possono finire molto rapidamente, così come sono iniziate. E naturalmente resta aperta la questione Libano».
- Dal punto di vista finanziario, la previsione di una conclusione della guerra all'inizio di aprile le sembra realistica?
«Ne sarei felice. È una deadline che possiamo assorbire senza problemi. Come del resto anche un conflitto più lungo. Che però avrebbe un costo economico differente».
- E riguardo a Hormuz, quali sono gli effetti che vi arrivano?
«Si tratta di uno shutdown. Dal Covid in poi, ce ne sono stati altri simili. Il mondo sta iniziando a farci l'abitudine».
- Del resto Israele ha una sua sovranità energetica.
«Esatto. Ma anche noi subiamo la volatilità dei prezzi del petrolio. Alla fine del mese, avremo l'annuncio dei nuovi costi del carburante (In Israele il prezzo alla pompa viene fissato una volta al mese, Ndr). Di certo ci sarà un aumento. La domanda è di quanto. Attualmente è intorno a 7 shekel al litro, circa 2 euro. Per il gas invece, non abbiamo problemi».
- Israele ha chiuso il quarto trimestre 2025 con un 4%. C'è quasi da essere invidiosi.
«Confermo. E aggiungo che il dato annuale complessivo del 2025 è stato del 2,9%. Per questi primi mesi dell'anno, Fmi e Ocse erano ancora più ottimisti. Stimavamo un +5,2%.
Dopo alcuni anni di performance deboli, questo si sarebbe dovuto tradurre in un rimbalzo. Prima della guerra, però. Adesso questo recupero sarà ritardato. Quindi presumo ci avvicineremo al 4%. Il dato ufficiale attuale è +4,7%, ma immagino che scenderà verso il 4%. Finché dura il conflitto, ha senso rivedere al ribasso le stime».
- Nonostante un'inflazione contenuta e investimenti significativi, avete un tasso di interesse al 4%. È piuttosto alto. Perché?
«Al confronto con la Bce, sì. Già meno se messo a fianco al 3,5-3,75% della Fed. Si tratta comunque di tassi a breve termine, non a lungo. Il rendimento del bond decennale israeliano infatti è sotto il 4%. È curioso: siamo molto vicini a quello italiano, intorno al 3,8- 3,9%. Il governo italiano paga quasi lo stesso per i suoi titoli a 10 anni. Peraltro, ci tengo a sottolineare che si tratta di una decisione esclusiva della Banca d'Israele. Il nostro governo non interviene mai sull'istituzione monetaria. Del resto, per valutare il nostro rischio, guardiamo altri indicatori. Per esempio lo spread con gli Usa, che si è ridotto parecchio negli ultimi mesi. Il governo israeliano non ha alcun problema a finanziarsi. Siamo in grado di prendere a prestito denaro con facilità, soprattutto grazie all'ampia liquidità del settore privato locale».
- Siete un Paese in guerra da circa tre anni. Dal 7 ottobre 2023. Lasciando fuori tutto quello che è accaduto prima. Ma siete un hub di transizione digitale. Temete che questa instabilità continua metta a rischio la vostra capacità di fare innovazione?
“Il governo e l’economia israeliani sono molto forti. Gli indica tori lo dimostrano. La nostra Borsa è tra le migliori performer a livello globale nell’ultimo anno. Lo shekel è solido. Detto questo, i rischi esistono. Se la guerra si pro trae, causerà più danni e ne pagheremo i costi. D’altra parte, ci sono anche potenziali upside. Se la regione cambiasse in meglio, con nuove relazioni con i vicini, un futuro migliore per il Libano e nuove opportunità con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, si aprirebbe una nuova era. Non guarderei solo al breve termine. Questo lo dico anche nell’ottica delle relazioni con l’Italia. Partner che vale oltre 3 milioni di dollari all’anno di import per Israele. Ci sono ulteriori spazi di crescita reciproca, in filiere quali tecnologia, energia, trasporti e sicurezza”.
- Un altro rischio è la Cina. Israele è considerato un suo grande amico, ma anche un alleato stretto degli Stati Uniti, che vedono Pechino come il loro principale avversario geopolitico.
«Sì, è un tema complesso. Prima di tutto, non esiste alcun problema storico tra ebrei e cinesi. In Cina non c'è mai stata una tradizione di antisemitismo, anche perché non c'erano molte comunità ebraiche. Le due culture hanno una visione reciprocamente positiva. Negli ultimi anni, le relazioni commerciali tra noi e Pechino sono cresciute come non mai. Purtroppo però c'è la geopolitica. Israele è alleato degli Stati Uniti. La Cina ha ottime relazioni economiche con noi, ma anche con l'Iran. Tutto questo influenza le dinamiche politiche, anche se non incide drammaticamente sui rapporti economici».
(Il Riformista, 27 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Ad Haifa, gli abitanti devono affrontare i bombardamenti quasi incessanti dell’Iran e di Hezbollah
I commercianti cristiani, musulmani ed ebrei soffrono tutti allo stesso modo: i clienti snobbano i negozi, lasciando molti di loro allo stremo delle forze — e in attesa della prossima busta paga
di Sue Surkes
Alla lavanderia Almakwa di Haitam Suleiman, un locale che funge anche da caffetteria e che si trova sulla Route de Jaffa – un'arteria solitamente molto animata del centro di Haifa – non c'è altro da fare che una partita a scacchi in questo lunedì.
Come in tanti altri negozi a nord di questa città multiconfessionale – dove ebrei, cristiani e musulmani convivono – non ci sono più clienti da quando Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato attacchi aerei contro il regime iraniano, il 28 febbraio.
Israele subisce un fuoco missilistico iraniano quasi costante, mentre al confine settentrionale con il Libano anche il gruppo terroristico Hezbollah lancia razzi e altri proiettili verso lo Stato ebraico, costringendo gli abitanti di tutto il Paese a correre nei rifugi.
Suleiman, 36 anni, di origini sia cristiane che musulmane, ha aperto Almakwa otto anni fa. Da allora ha attraversato la crisi della pandemia di coronavirus, il conflitto di due anni a Gaza e la guerra di dodici giorni contro l'Iran, lo scorso giugno.
Oggi ha una compagna, Maysoon, di 34 anni, e un figlio di 18 mesi, Tsari, di cui deve occuparsi. Almeno Maysoon, che lavora con persone con disabilità, sta riprendendo gradualmente il lavoro – in parte in presenza, in parte via Zoom.
Suleiman confida di non sapere assolutamente per quanto tempo riuscirà ancora a tenere a galla la sua attività. «Non riceviamo aiuto da nessuno», aggiunge.
«Non c’è nemmeno sostegno emotivo o sociale», rincara Maysoon. «Siamo una giovane coppia con un bambino. Come andare avanti? »
Sebbene Suleiman e Maysoon dispongano di una stanza blindata nella loro abitazione dove possono rifugiarsi durante gli allarmi, quando sono al lavoro devono uscire in fretta dal bar per recarsi in un parcheggio sotterraneo vicino che era servito anche agli abitanti di Haifa durante l’ultima guerra contro la Repubblica islamica.
È passato meno di un anno da quando i missili iraniani si sono abbattuti su questa città per l'ultima volta. Attacchi che avevano già causato danni agli edifici residenziali e pubblici. I colpi non avevano risparmiato la raffineria di petrolio di Bazan, nella baia, dove tre operai avevano perso la vita in un incendio provocato da un proiettile.
A testimonianza di quel periodo non così lontano, due edifici residenziali devastati dall’onda d’urto di un missile iraniano, il 18 giugno, sono ancora in piedi, in attesa di essere demoliti.
«Non posso obbligare i miei clienti a pagare, quindi non faccio altro che spendere.»
A pochi isolati dalla lavanderia e dal caffè Almakwa, Samy Faisal, un avvocato di fede musulmana, acquista un cellulare per sua madre.
«Tutte le decisioni giudiziarie sono state rinviate al 14 aprile», spiega. «Non posso obbligare i miei clienti a pagare, quindi mi limito a spendere soldi».
Nelle vicinanze, le strade solitamente animate del quartiere arabo a maggioranza cristiana di Wadi Nisnas rimangono deserte, ad eccezione di alcuni camerieri e commessi che bighellonano fuori al sole, con gli occhi incollati al cellulare.
Il quartiere è noto per il suo coloratissimo festival organizzato in onore del Natale e di Hanukkah ogni dicembre.
Faez Shkara è seduto tranquillamente nel salone di parrucchiere che gestisce da 35 anni.
«La gente ha paura di uscire», dice.
Come sono le sue giornate adesso? A questa domanda, Shkara risponde che se ne sta seduto lì, ad aspettare clienti che non arrivano mai, facendo avanti e indietro tra il suo negozio e un rifugio antiaereo che si trova in strada.
«Il governo non si cura di noi», si lamenta, aggiungendo che non si interessa più all’attualità, che si concentra sulla propria sopravvivenza e che tiene la televisione accesa solo per gli allarmi.
Continua: «Devo comunque assumermi la responsabilità di pagare la banca, le imposte e le tasse comunali, e di provvedere al sostentamento della mia famiglia». È sposato e sua figlia di 25 anni vive ancora a casa. Anche suo figlio di 24 anni è sposato.
«La scadenza per il pagamento dell’IVA è stata posticipata, ma è passata solo dal 15 al 26 marzo», dice.
«Siamo noi, i cittadini, a pagare questa guerra», continua. «Pensate che gli stipendi dei deputati della Knesset vengano sospesi in tempo di guerra? »
In una strada alla moda del quartiere di Hadar, Asia Cherepkina e Noam Orr sono seduti, sorseggiando un caffè e fumando sigarette rollate.
Chrepkina, 27 anni, originaria di Odessa, è immigrata cinque anni fa nello Stato ebraico, principalmente per sfuggire alla morsa di un membro della sua famiglia che la maltrattava fin dall’infanzia.
Soffre di un disturbo bipolare di origine genetica, spiega.
Orr, 29 anni, chef, nata nella Galilea occidentale, nel nord di Israele, è tornata al lavoro solo pochi mesi fa, dopo un grave incidente stradale avvenuto quattro anni fa nel sud di Israele, che aveva richiesto un intervento chirurgico al cervello e una lunga riabilitazione.
Orr confida che l’incidente le ha lasciato un disturbo da stress post-traumatico e una fobia dei luoghi affollati – come nel caso del rifugio antiaereo del suo quartiere, dove sta pensando di non recarsi più.
Aggiunge che anche il suo fidanzato soffre di questo disturbo a seguito di un incidente avvenuto mentre prestava servizio nell’esercito israeliano – incidente durante il quale il suo comandante era stato ucciso e due dei suoi compagni feriti da fuoco amico.
«Tutti i suoi amici stanno svolgendo il servizio di riserva e lui è troppo depresso per unirsi a loro, ma si sente molto male per non farlo», dice.
Le due donne spiegano di trovarsi in una sorta di stato di torpore dall’inizio della guerra in corso.
«Se solo potessimo avere un vero accordo di pace», esclama Orr, «ma non credo che nessuno in questo governo lo voglia. Questa guerra finirà, ma tra qualche anno ci sarà una nuova ondata».
A Nesher, una città vicina ad Haifa che si affaccia sul suo porto, lunedì sono giunti degli esperti per valutare i danni causati da una bomba a grappolo e da un missile intercettore caduti durante la notte su un edificio di quattro appartamenti.
Due degli appartamenti, occupati da una coppia e da un uomo solo, sono ormai inabitabili, mentre altri quattro residenti hanno potuto tornare a casa dopo poche ore. Queste sette persone si trovavano nel rifugio antiaereo dell’edificio durante l’attacco e nessuna è rimasta ferita.
Mentre io, in qualità di giornalista, sto parlando con una vicina, Galit Barkan, nell’edificio di fronte, suona una sirena, spingendo una quindicina di persone, tra cui tre bambini piccoli e un cane, a rifugiarsi nel rifugio antiaereo dell’edificio in cui ci troviamo.
Interrogata sui colloqui che il presidente americano Donald Trump avrebbe avviato con l’Iran per porre fine alla guerra, Barkan dichiara: «Dobbiamo continuare finché non avremo messo le mani sul loro uranio [arricchito] e finché non li avremo distrutti completamente».
Alla domanda su cosa ne pensi, un uomo che si è rifugiato anche lui nel rifugio risponde: «Sono solo stanco».
Un altro aggiunge: «Cerco di rimanere ottimista. Se non fossi ottimista, direi che bisogna raderli tutti al suolo».
(The Times of Israël, 27 marzo 2026)
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I crimini di Hamas di cui nessuno parla
Hamas sta ricostruendo il suo apparato finanziario riscuotendo tasse, imposte e dazi doganali sulle merci che entrano nella Striscia di Gaza. Il denaro non viene investito nella ricostruzione, bensì nel rafforzamento delle capacità militari del gruppo terroristico.
di Khaled Abu Toameh
Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sulla guerra con l'Iran, il gruppo terroristico palestinese Hamas ha intensificato la repressione contro la popolazione palestinese nel tentativo di riaffermare con la forza il proprio controllo sulla Striscia di Gaza.
Le misure adottate da Hamas violano il piano del presidente americano Donald J. Trump per porre fine alla guerra tra Israele e Hamas, scoppiata il 7 ottobre 2023, quando il gruppo terroristico sostenuto dall'Iran ha invaso Israele e ucciso più di 1.200 israeliani e cittadini stranieri.
Secondo il piano di pace di Trump, annunciato alla fine dello scorso anno:
"Hamas e le altre fazioni hanno accettato di non avere alcun ruolo nella governance di Gaza, direttamente, indirettamente, o in qualsiasi forma. Tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi, saranno distrutte e non verranno ricostruite. Sarà avviato un processo di smilitarizzazione di Gaza sotto la supervisione di osservatori indipendenti, che includerà la messa fuori uso permanente delle armi attraverso un processo concordato...".
L'amministrazione Trump e il neocostituito "Consiglio per la Pace", tuttavia, non hanno denunciato le continue violazioni da parte di Hamas dei termini del piano di cessate il fuoco. Hamas sembra aver interpretato questo silenzio come un via libera per portare avanti il proprio riarmo, riorganizzarsi e ricostruire il proprio regime uccidendo, torturando e sfruttando economicamente gli abitanti della Striscia di Gaza.
I crimini di Hamas contro i palestinesi non sorprendono nessuno. Questo è il modello di governo che il gruppo ha adottato da quando ha preso con forza il controllo della Striscia di Gaza, sottraendola all'Autorità Palestinese nel 2007.
Ranjan Solomon ha scritto di recente sul Middle East Monitor:
Hamas sta ricostruendo il suo apparato finanziario riscuotendo tasse, imposte e dazi doganali sulle merci che entrano nella Striscia di Gaza. Il denaro non viene investito nella ricostruzione, bensì nel potenziamento delle capacità militari del gruppo terroristico.
Il mese scorso, Reuters ha riportato una valutazione militare israeliana secondo cui Hamas starebbe consolidando il proprio controllo sulla Striscia di Gaza collocando fedelissimi in ruoli chiave dell'amministrazione, riscuotendo imposte e pagando stipendi ai suoi membri. Secondo il report:
"I funzionari militari israeliani affermano che Hamas, che rifiuta di disarmarsi, ha approfittato del cessate il fuoco raggiunto nell'ottobre [2025] per riaffermare il proprio controllo nelle aree abbandonate dalle truppe israeliane...
"Hamas ha nominato cinque governatori distrettuali, tutti legati alle Brigate al-Qassam, secondo due fonti palestinesi con conoscenza diretta delle sue operazioni. Le fonti hanno inoltre aggiunto che Hamas ha sostituito alti funzionari dei ministeri dell'Economia e degli Interni di Gaza, che si occupano della tassazione e della sicurezza."
Qualche settimana fa, agenti di polizia di Hamas sono ricomparsi per le strade della Striscia di Gaza con i loro veicoli, un ulteriore segnale che il gruppo terroristico è tornato a governare il territorio.
Inoltre, Hamas ha assassinato, arrestato, aggredito o convocato per interrogatorio decine di palestinesi per aver presumibilmente espresso opinioni contrarie al gruppo terroristico.
Inoltre, Hamas ha assassinato, arrestato, aggredito o convocato per interrogatori decine di palestinesi accusati di aver criticato pubblicamente il gruppo terroristico.
Un video di recente diffuso sui social media mostra terroristi di Hamas che sparano a un uomo non identificato nella città di Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza, impedendogli poi di ricevere cure mediche.
Hamza Howidy, attivista politico nato a Gaza, ha scritto:
"Dall'inizio della guerra con l'Iran, i criminali di Hamas hanno intensificato la loro brutale, selvaggia e barbara campagna contro gli stessi abitanti di Gaza. Le persone in questa foto sono solo alcune delle tante che nelle ultime settimane sono state giustiziate, uccise a colpi d'arma da fuoco, rapite o brutalmente torturate. La lista delle atrocità cresce di giorno in giorno e il sadismo mostrato va oltre qualsiasi immaginazione (anche per chi, come noi, è nato e cresciuto a Gaza e ha visto da vicino la brutalità di Hamas per anni). Pensavamo di aver visto il limite della loro depravazione. Ma queste persone non conoscono limiti."
"Ho condiviso molte di queste storie e, in molti casi, sono state poi confermate da giornalisti e attivisti a Gaza o da gazawi della diaspora. Il 'crimine' commesso da queste persone? Aver espresso le proprie opinioni."
"Ciò che rende questa situazione ancora più grave rispetto alla sofferenza stessa delle vittime è il silenzio di coloro che hanno costruito intere carriere denunciando la sofferenza dei palestinesi. Gli stessi commentatori, gli stessi 'difensori dei diritti umani', gli stessi influencer e gli stessi media che per mesi si sono autoproclamati la coscienza morale del mondo, trasformando il dolore palestinese in visibilità, follower e contratti editoriali, sono spariti...
"I palestinesi lasciati morire sotto i piedi di Hamas sono a quanto pare il tipo sbagliato di palestinesi: troppo scomodi, troppo dannosi per la narrazione e troppo vivi in modi che non servono alla 'causa'".
Commentando la ricomparsa degli agenti di polizia di Hamas, un altro attivista politico nato a Gaza, Ahmed Fouad Alkhatib, ha scritto il 12 marzo scorso:
"I terroristi di Hamas hanno organizzato una parata con i loro camion all'interno della tendopoli di al-Mawasi, destinata agli sfollati. Questi uomini armati sono gli stessi che ogni giorno uccidono, rapiscono, torturano e sparano ai gazawi; la loro presenza serve a lanciare un chiaro messaggio: 'State zitti e pagateci le tasse!'. Si nascondono tra le tende e usano i civili come scudi umani per ridurre il rischio di essere colpiti dai droni e dai raid aerei israeliani. Basta chiedersi: perché un'organizzazione terroristica dovrebbe organizzare una parata dei suoi miliziani nel bel mezzo di una tendopoli, se non per nascondersi tra le tende o per terrorizzare gli abitanti?"
La scorsa settimana Alkhatib ha rivelato che alcuni membri di Hamas hanno di recente torturato un suo amico che aveva osato criticare il gruppo terroristico:
"Le milizie fasciste di Hamas hanno torturato il mio caro amico Ashraf Naser Shallah, che negli ultimi giorni è stato ricoverato più volte negli ospedali di Gaza City. Gli hanno preso il telefono, rubato il portafoglio con documenti importanti e lo hanno minacciato di morte se avesse continuato a denunciare il loro terrorismo, il regime iraniano, la falsa narrazione della 'resistenza', il desiderio di pace con gli israeliani e il suo rifiuto di essere carne da macello nelle fallimentari ideologie jihadiste che hanno distrutto la popolazione palestinese a Gaza."
Il 10 marzo, terroristi di Hamas hanno ucciso a colpi d'arma da fuoco Asa'ad Abu Mahadi per ragioni ignote. Suo nipote, Waseem Abu Mahadi, ha scritto:
In un altro episodio, miliziani di Hamas hanno aggredito Mohammed Abu Amra all'interno dell'ospedale dei Martiri di Al-Aqsa di Deir al-Balah, dove lo hanno legato al letto nonostante le ferite, impedendo al personale medico di completare le cure.
Finché l'attenzione del mondo rimarrà focalizzata altrove, Hamas continuerà a ricostruire la propria autorità nella Striscia di Gaza senza affrontare una reale pressione internazionale. Hamas sembra credere che il tempo giochi a suo favore. Più a lungo persisterà il silenzio della comunità internazionale, più facile sarà per il gruppo terroristico ristabilirsi come unica potenza legittima.
Mentre alcune parti della comunità internazionale continuano a cercare formule diplomatiche e piani di pace per stabilizzare la Striscia di Gaza, Hamas ha reso chiaro in maniera inequivocabile che non ha alcuna intenzione di rinunciare né terrorismo né al potere. Finché questa realtà rimarrà invariata, nessun piano di pace potrà realisticamente trasformare il futuro della Striscia di Gaza.
(Gatestone Institute, 27 marzo 2026 - trad. di Angelita La Spada)
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Trump proroga nuovamente il termine per i negoziati
Il presidente degli Stati Uniti Trump intende concedere un'altra settimana e mezzo ai colloqui con l'Iran. Nel frattempo, Israele lamenta ulteriori perdite sul fronte settentrionale.
WASHINGTON / GERUSALEMME – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nuovamente prorogato il termine per raggiungere un accordo con l'Iran. A favore dei «colloqui che procedono molto bene», non ci sarà alcun attacco alle centrali elettriche fino alle ore 20:00 del 6 aprile, ora della costa orientale, ha dichiarato giovedì il repubblicano. In Iran sarà la mattina presto del 7 aprile. Sabato Trump aveva annunciato attacchi alle centrali elettriche entro due giorni, ma poi aveva prorogato il termine fino a venerdì a causa dei «buoni colloqui». Nel frattempo, Israele e gli Stati Uniti hanno continuato senza sosta gli attacchi contro obiettivi militari.
• Il Pentagono valuta l'invio di ulteriori truppe
Entrambe le parti hanno presentato le proprie richieste, che però non trovano accettazione nella controparte. Gli Stati Uniti chiedono infatti la completa cessazione dell'arricchimento dell'uranio in Iran, mentre Teheran insiste su un programma missilistico senza restrizioni.
Gli Stati Uniti stanno già rafforzando la loro presenza militare nella regione. Secondo un articolo del «Wall Street Journal» di giovedì, il Pentagono sta valutando l’invio di altri 10.000 soldati. L’obiettivo sarebbe quello di avere più opzioni operative, ad esempio per la conquista dell’isola di Kharg, il principale centro di smistamento per l’economia petrolifera iraniana. Tuttavia, questo progetto non è stato confermato ufficialmente.
• Esercito: attaccato sito di produzione di mine marine
Gli attacchi contro obiettivi del regime sono proseguiti nella notte tra giovedì e venerdì. Come comunicato dall’aeronautica militare israeliana, è stato bombardato il sito di produzione di missili e mine marine situato nella città di Yasd, in posizione centrale. Il sito sarebbe stato utilizzato per lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di missili avanzati destinati all’impiego in alto mare.
Si tratterebbe di un ulteriore colpo alle capacità marittime dell’Iran dopo l’uccisione del comandante della Marina della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, ha spiegato l’esercito. Inoltre, l’aviazione avrebbe nuovamente attaccato in tutto il paese postazioni di difesa aerea, siti di produzione di missili e altri obiettivi militari come un campo di addestramento.
• Iran: via libera alle navi spagnole
La Guardia Rivoluzionaria ha invece dichiarato che non è consentito il passaggio alle navi che attraccano nei porti di «alleati e sostenitori dei nemici israelo-americani». Al contrario, il regime sembra consentire il transito delle navi spagnole. La Spagna è vincolata al diritto internazionale, pertanto l’Iran è aperto a tali richieste, ha comunicato l’ambasciata iraniana a Madrid.
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez (Partito Socialista Operaio Spagnolo) aveva respinto l'attacco all'Iran definendolo «contrario al diritto internazionale» e «disumano». Per ringraziarlo, l'Iran ha apposto su un missile un manifesto con una foto di Sánchez e una citazione corrispondente. Lunedì sono circolate immagini al riguardo.
I ministri degli Esteri del G7 discuteranno, tra le altre cose, della situazione in Medio Oriente durante il loro incontro vicino a Parigi giovedì e venerdì. In precedenza, il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper (Laburista) aveva chiesto una «soluzione rapida», anche in riferimento allo Stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul (CDU) ha dichiarato: «Lo Stretto di Hormuz deve tornare ad essere navigabile il più presto possibile».
Il ministro degli Esteri americano Marco Rubio (Repubblicano) ha sottolineato durante una riunione di gabinetto a Washington che l’Iran sta già agendo in modo fanatico con l’attacco a obiettivi civili come le ambasciate. «Immaginate cosa farebbero queste persone se avessero un’arma nucleare. È un rischio inaccettabile per il mondo.»
• Uomo ucciso da un razzo a Naharia
Nel frattempo, giovedì a Naharia un israeliano ha riportato ferite mortali in seguito all’impatto di un razzo lanciato dalla milizia terroristica Hezbollah. Il 43enne Uri Perez stava percorrendo la strada in bicicletta, ma non è riuscito a raggiungere in tempo un rifugio quando è scattato l’allarme. Lascia la moglie e tre figli di età compresa tra i quattro e gli otto anni. Un altro uomo è rimasto gravemente ferito nell’impatto.
Israele lamenta inoltre un altro caduto nel Libano meridionale: Avia‘ad Elchanan Volansky è stato ucciso da un proiettile anticarro durante un attacco di Hezbollah, come ha comunicato l’esercito giovedì sera. Il ventunenne è il quarto caduto nel Libano meridionale dall’8 marzo. A metà marzo l’esercito aveva avviato lì un’offensiva terrestre limitata.
Venerdì mattina l'esercito ha riferito che due soldati hanno riportato ferite gravi durante i combattimenti nel Libano meridionale. Le loro famiglie sono state informate.
(Israelnetz, 27 marzo 2026)
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Allarme missili nelle prime ore del mattino – Impatti nel centro di Israele
Colpi a Modi’in, Kfar Qassem e Tel Aviv – danni anche nel nord.
Il giovedì non è iniziato in modo tranquillo. Una serie di allarmi ha fatto suonare le sirene in gran parte di Israele, strappando dal sonno milioni di persone nelle prime ore del mattino. Nel giro di pochi secondi molti si sono rifugiati nei bunker, mentre le app di allerta segnalavano ulteriori missili provenienti dall’Iran.
I sistemi di difesa aerea israeliani hanno reagito immediatamente all’attacco. La maggior parte dei missili è stata intercettata. Ciononostante si sono verificati impatti e danni causati dalla caduta di detriti dei proiettili intercettati.
Particolarmente colpito è stato il centro del Paese. Nell’area metropolitana di Tel Aviv sono stati segnalati diversi impatti. I soccorritori sono intervenuti per prestare soccorso ai feriti e mettere in sicurezza gli edifici danneggiati. In alcuni casi sono state danneggiate abitazioni, sono andate in frantumi finestre e sono stati colpiti veicoli.
A Kfar Qassem un missile con testata a munizioni a grappolo ha colpito una strada. Tali testate si frammentano in aria in diversi ordigni più piccoli e si disperdono su un'area più ampia. L'esplosione ha danneggiato gli edifici circostanti. Secondo le forze di soccorso, diverse persone hanno riportato ferite lievi.
Anche a Modi’in è stato segnalato un impatto. Secondo le prime notizie, potrebbe trattarsi di parti di munizioni a grappolo o di detriti di un missile intercettato. Le forze di intervento hanno setacciato l’area alla ricerca di eventuali altri ordigni. Inizialmente non erano disponibili dati confermati sui feriti.
Nel corso della mattinata, l'attacco missilistico iraniano si è esteso anche al nord di Israele. In diverse località si sono verificati danni alle abitazioni, tra cui finestre distrutte, facciate danneggiate e veicoli. In alcuni casi, gli edifici sono stati colpiti da impatti o detriti.
Parallelamente, il nord continua a essere sotto il fuoco missilistico incessante di Hezbollah dal Libano.
• La sesta ondata di attacchi colpisce Tel Aviv
Durante la sesta ondata di attacchi dall'Iran, anche l'area metropolitana di Tel Aviv è stata nuovamente colpita. Secondo le ultime notizie, almeno sei persone sono rimaste ferite.
Gli impatti si sono distribuiti in diversi punti della città. I soccorritori hanno segnalato danni a edifici residenziali e veicoli. I vetri delle finestre sono andati in frantumi, le facciate sono state danneggiate e detriti giacevano sulle strade.
Secondo le forze di intervento, si è trattato di diversi punti di impatto, il che indica la potenza delle esplosioni e la possibile frammentazione dei proiettili. I feriti sono stati soccorsi sul posto, la maggior parte di essi è stata considerata in condizioni lievi.
(Israel Heute, 26 marzo 2026)
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La lezione di Tel Aviv alle società occidentali. Qui la vita continua sotto l'ondata dei missili
Il jogging, il brunch nella tarda mattinata, i fiori per lo Shabbat, persino i matrimoni. Gli israeliani sono compatti: vogliono resistere nonostante gli attacchi dell'Iran
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - A Tel Aviv si impara a vivere quasi normalmente durante la guerra. Al di là dell'incoscienza di pochi, a Tel Aviv, come nel resto d'Israele, esiste un manuale silenzioso, un protocollo non scritto, che allarga o restringe il ritmo della quotidianità a seconda delle giornate più o meno tranquille, a seconda del numero degli allarmi missilistici. La cosa che colpisce positivamente è vedere il tentativo, dopo quattro settimane di attacchi missilistici, di continuare a non farsi mancare il jogging quotidiano - qui praticato da migliaia di persone ogni giorno - di non perdere l'incontro con gli amici il venerdì per un brunch nella tarda mattinata, di comprare i fiori per l'entrata dello Shabbat e di non rinunciare al venerdì sera laico post-cena, quando migliaia di ragazzi si incontrano fino a tarda notte per un drink. Questa è la famosa resilienza israeliana nei confronti della guerra, e spicca ancora di più di fronte alla pericolosità dei missili iraniani, spesso a grappolo, che hanno come unico obiettivo la popolazione civile. Il rovescio della medaglia è la tendenza a sottovalutare il pericolo, dovuta alla troppa sicurezza di riuscire a dominarlo. Da Tel Aviv e da Gerusalemme, chi scrive ha notato chiaramente questo fenomeno di apparente sottovalutazione del rischio. Israele è in questo momento compatto, e il pensiero generale è quello di resistere: eliminare il cancro degli ayatollah significa costruire un futuro migliore nel lungo periodo. I bar e i ristoranti, quando non suonano le sirene, sono pieni di gente, in maggioranza giovani. Questo approccio alla guerra - e quindi alla vita - è ormai radicato da sempre nella società israeliana. Si è perso il conto di quante volte il popolo d'Israele si è trovato in una situazione di pericolo esistenziale. Vivere in modo normale durante un'emergenza nazionale è ormai una realtà consolidata. L'emergenza si concentra nei pochi minuti del suono della sirena che annuncia l'allarme. In quei momenti tutti si rifugiano nei luoghi predisposti e si accertano, con il telefono, che tutti i propri familiari siano al sicuro. Ci si sposa anche in un periodo come questo, magari in modo più intimo, ma la vita continua in tutte le sue forme. In Israele non sono gli avvenimenti a dettare le regole della vita delle persone. Tutto questo è difficile da comprendere per le società occidentali dopo la Seconda guerra mondiale. Non è comprensibile, in Occidente, una vita sotto l'arrivo quotidiano dei missili.
(Il Riformista, 26 marzo 2026)
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Arabia Saudita e Stati Uniti contro l’Iran: il Golfo entra davvero in guerra
Droni abbattuti, basi aperte, rotte energetiche a rischio: la neutralità di Riyadh sta finendo
di Costantino Pistilli
L’Arabia Saudita avrebbe autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare una propria base aerea per operazioni contro l’Iran. È un’indicazione iniziale, riportata dal Wall Street Journal, ma sufficiente a segnalare che la posizione di Riyadh non è più quella delle prime fasi del conflitto. Intanto, il ministero della Difesa dell’Arabia Saudita ha comunicato martedì di aver intercettato e abbattuto almeno 19 droni nella Provincia Orientale, un’area chiave per la concentrazione dei principali giacimenti petroliferi del Regno. Il dato conferma una pressione ormai costante sulle difese saudite e sul cuore della sua economia. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una sequenza che incide sulla sicurezza energetica e sulla percezione di stabilità.
Sul piano politico, il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan ha chiarito che la tolleranza saudita non può essere illimitata, lasciando intendere che ulteriori attacchi potrebbero portare a una risposta diversa. Il linguaggio resta calibrato, ma il contenuto è netto. A questo si aggiunge un livello più riservato di interlocuzione. Il New York Times riferisce che il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe incoraggiato il presidente Donald Trump a proseguire la campagna militare contro l’Iran, ritenendo che la fase attuale rappresenti un’opportunità per ridurre in modo significativo la capacità del sistema di potere iraniano. L’idea è che un’interruzione anticipata del conflitto rischierebbe di lasciare Teheran più aggressiva e meno contenibile.
Questa impostazione convive con preoccupazioni concrete. All’interno delle amministrazioni alleate cresce il timore che un conflitto prolungato possa tradursi in attacchi sempre più pesanti contro infrastrutture petrolifere e installazioni strategiche nel Golfo. Le conseguenze si riflettono già sul piano energetico, con tensioni sui flussi e sulla sicurezza delle rotte.
Il punto più sensibile resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Le azioni iraniane hanno mostrato quanto sia vulnerabile questo passaggio strategico. Non serve una chiusura totale: è sufficiente aumentare il rischio per incidere sui mercati. Le alternative costruite dai Paesi del Golfo non sono in grado di compensare un’interruzione prolungata.
In questo contesto anche gli Emirati Arabi Uniti stanno rivedendo il proprio approccio. Dopo aver dichiarato di aver intercettato migliaia di droni e missili, Abu Dhabi valuta misure più incisive, inclusa la possibilità di colpire interessi economici iraniani presenti nel Paese. Per anni gli Emirati hanno rappresentato una piattaforma per capitali e imprese iraniane, ma l’intensificarsi degli attacchi ha portato a una stretta, con chiusure di istituzioni e la prospettiva di congelare beni per miliardi di dollari.
Sul piano operativo, la distinzione tra supporto indiretto e coinvolgimento diretto si sta assottigliando. In questo quadro si inserisce anche l’ipotesi, già emersa, di utilizzare la King Fahd Air Base, che segnerebbe un passaggio ulteriore verso un contributo concreto alle operazioni contro l’Iran.
Teheran, da parte sua, ha ampliato il raggio delle proprie azioni, colpendo non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture civili e logistiche nei Paesi vicini, inclusi aeroporti, raffinerie e hotel. È una strategia che punta a rendere evidente il costo regionale del conflitto e a dissuadere un coinvolgimento più diretto delle monarchie del Golfo.
Gli alleati non sono allineati. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sostiene operazioni capaci di indebolire profondamente l’Iran. Riyadh, pur condividendo l’obiettivo di ridurre la minaccia, teme che un eventuale collasso dello Stato iraniano possa generare un vuoto destabilizzante, con la proliferazione di attori armati difficilmente controllabili. Resta infine l’incognita americana. La linea di Donald Trump ha alternato aperture negoziali e segnali di escalation, alimentando incertezza tra gli alleati regionali. Il timore, a Riyadh come ad Abu Dhabi, è che un cambio di rotta possa arrivare rapidamente, lasciando i Paesi del Golfo esposti a una pressione crescente senza una copertura strategica chiara.
Il quadro complessivo racconta un coinvolgimento sempre più profondo e sempre meno reversibile. Le prossime mosse diranno se il conflitto resterà circoscritto o se travolgerà l’intero equilibrio regionale, trascinando con sé il mercato globale dell’energia e la stabilità di un’area da cui passa una parte decisiva del mondo
(Setteottobre, 26 marzo 2026)
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Trump si rifiuta di incitare alla rivolta in Iran
«Perché dovremmo mandare la gente in piazza se poi viene semplicemente falciata?» avrebbe detto il presidente americano
Sembra esserci divergenza tra gli Stati Uniti e Israele su come affrontare il regime iraniano. Mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu punta su una possibile rivolta popolare, secondo un articolo di «Axios» il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha frenato tali piani.
Secondo quanto riportato, Netanyahu aveva proposto di invitare insieme, pubblicamente, la popolazione iraniana a protestare contro la leadership di Teheran. Trump, tuttavia, ha respinto con decisione questa proposta. «Perché diavolo dovremmo mandare la gente in piazza se poi verrà semplicemente falciata?», lo ha riportato un rappresentante del governo statunitense.
Sebbene entrambi i paesi perseguano obiettivi militari simili nella guerra contro l’Iran, le valutazioni divergono sulla questione di un possibile cambio di potere. Secondo il rapporto di «Axios», Netanyahu considera la creazione delle condizioni per una rivolta popolare come obiettivo centrale. A Washington, invece, un simile esito è considerato piuttosto come una possibile conseguenza secondaria.
• Dinamica rafforzata
All'inizio delle operazioni militari, Trump aveva accennato alla possibilità che la popolazione iraniana potesse assumere il controllo in futuro, ma in seguito si è espresso in modo decisamente più cauto.
Alla base di queste riflessioni ci sono anche attacchi mirati da parte di Israele contro esponenti di spicco dell'apparato di potere iraniano. Sono stati uccisi, tra gli altri, funzionari di alto rango che avevano svolto un ruolo centrale nella repressione delle proteste.
Dopo questi attacchi, Netanyahu avrebbe sostenuto in un colloquio con Trump che il regime fosse indebolito e che ci fosse una finestra temporale per aumentare la pressione. Un appello congiunto alla popolazione avrebbe dovuto rafforzare questa dinamica.
• Reazione minima
Le due parti hanno infine concordato di attendere, per il momento, se si verificheranno proteste spontanee. Netanyahu si è comunque rivolto pubblicamente agli iraniani, dichiarando: «I nostri aerei stanno attaccando i terroristi a terra, nelle strade e nei luoghi pubblici. Questo dovrebbe consentire al coraggioso popolo iraniano di festeggiare la Festa del Fuoco. Quindi uscite e festeggiate. Vi osserviamo dall’alto.»
Non si sono tuttavia verificate proteste di rilievo. Gli osservatori attribuiscono questo fatto soprattutto al timore di una repressione violenta da parte delle forze di sicurezza.
(Jüdische Allgemeine, 26 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il rapporto britannico sul 7 ottobre
Civili di Gaza autori di rapimenti, saccheggi e uccisioni
di Davide Cucciati
Nel Regno Unito, è stata pubblicata la seconda edizione di quella che viene presentata come la più ampia relazione, in lingua inglese, sul pogrom del 7 ottobre. Fra gli elementi più rilevanti che emergono dal documento vi è il ruolo dei civili palestinesi provenienti da Gaza che nel report figurano come parte integrante del quadro dell’assalto. La relazione distingue infatti una vera e propria terza ondata composta in larga misura da civili che approfittarono delle brecce aperte lungo il confine per entrare in Israele dopo i primi gruppi armati. Secondo il documento, in diversi casi civili arrestati in seguito all’infiltrazione hanno ammesso di essere stati incoraggiati a saccheggiare e distruggere proprietà. Il report aggiunge che alcuni di loro presero parte anche all’uccisione di civili, alla cattura di ostaggi e ai successivi abusi.
• La seconda edizione del rapporto
Il documento, diffuso il 18 marzo 2026 da un gruppo parlamentare trasversale britannico vicino all’APPG, All-Party Parliamentary Group, UK-Israel, aggiorna la prima edizione con nuove testimonianze, nuovi riscontri investigativi e ulteriori elementi sulla pianificazione e sull’esecuzione della strage. La seconda edizione, si legge nella presentazione ufficiale, vuole “documentare meticolosamente i fatti” del 7 ottobre, rafforzando la precisione della cronologia e dei dettagli grazie a nuove interviste ai sopravvissuti e a ulteriori indagini ufficiali. Tra le principali novità figurano nuove testimonianze, fra cui quelle dell’ex ostaggio Emily Damari e di Anat Ron-Kendall, indicata come l’unica sopravvissuta britannica nota dell’attacco.
• Saccheggi e devastazione
Il ruolo dei civili gazawi emerge con particolare nettezza nei capitoli dedicati al saccheggio e alla devastazione. La relazione raccoglie testimonianze di persone chiuse nelle stanze di sicurezza che raccontano il furto di vestiti, cibo, gioielli, passaporti, giocattoli, veicoli e beni di ogni tipo. In alcuni casi, secondo il report, le telecamere ripresero civili di Gaza rientrare nella Striscia con la refurtiva, per esempio con un grande televisore trasportato sul retro di una motocicletta da Be’eri o con trattori rubati da Kfar Aza. La devastazione riguardò anche stalle, serre, attrezzature agricole e bestiame, colpendo una delle aree più importanti per la produzione agricola israeliana.
• Rapimenti, violenze, abusi
Nel caso di Nili Margalit, a Nir Oz, il report afferma che saccheggiatori civili entrarono nella sua casa, appiccarono un incendio per costringerla a uscire dalla stanza di sicurezza e poi la trascinarono verso Gaza, prima su un golf cart rubato e poi in auto. In altri episodi, civili palestinesi compaiono anche nelle scene di rapimento di ostaggi come Yarden Bibas, Noa Argamani e Avinatan Or. La relazione cita anche casi ancora più gravi, fra cui il tentativo di decapitazione di un lavoratore thailandese da parte di un civile e la presenza di donne e bambini tra i gazawi entrati nelle comunità, con testimonianze che parlano di bambini intenti a rubare biciclette e di donne presenti nei gruppi che saccheggiavano le abitazioni.
• La pianificazione dell’assalto
Questa partecipazione civile si inserisce dentro una struttura di attacco che il report descrive come lungamente preparata e rigidamente organizzata. Uno degli elementi più forti della nuova edizione riguarda la pianificazione dell’assalto. Il rapporto include un promemoria manoscritto di sei pagine, rinvenuto in un tunnel a Gaza, datato 24 agosto 2022 e attribuito a Yahya Sinwar. Secondo la commissione, il documento descriverebbe in modo esplicito la preparazione accurata dell’operazione e anche la sua dimensione psicologica, compresa l’intenzione di documentare e diffondere in tempo reale i massacri per instillare terrore nell’opinione pubblica israeliana.
• La struttura militare di Hamas
Sempre in questa seconda edizione, la commissione insiste sulla struttura militare di Hamas prima dell’attacco. Il rapporto descrive le Brigate al-Qassam come una forza organizzata secondo gerarchie, livelli di comando e suddivisioni territoriali. La ricostruzione elenca le brigate del nord di Gaza, di Gaza City, del centro della Striscia, di Khan Yunis e di Rafah, con i rispettivi comandanti.
• Forze impiegate e preparativi
Il report rende ancora più nitida la dimensione propriamente militare e operativa dell’assalto. Nella ricostruzione generale si legge che Hamas guidò l’attacco con 3.800 membri delle forze d’élite Nukhba e delle Brigate al-Qassam, sostenuti da 2.200 appartenenti ad altri gruppi armati e da civili provenienti da Gaza, mentre un ulteriore migliaio rimase nella Striscia con compiti di supporto tattico e di lancio di razzi. Il rapporto aggiunge che il concetto dell’operazione avrebbe preso forma già prima del 2014, mentre i preparativi veri e propri sarebbero iniziati dal 2021.
• Segretezza e addestramento
La compartimentazione del piano occupa un posto centrale nella relazione. Secondo il report, Hamas mantenne una segretezza rigorosa fino alle ultime ore. Solo un gruppo ristretto di vertice, comprendente Sinwar e Mohammed Deif, conosceva pienamente l’operazione, mentre comandanti inferiori e partecipanti sarebbero stati informati dei loro compiti appena pochi giorni, o addirittura poche ore, prima dell’inizio. La relazione descrive un lavoro preparatorio fatto di addestramenti ripetuti, assalti simulati contro riproduzioni di comunità israeliane, prove di sfondamento delle difese e vere e proprie esercitazioni sul rapimento di ostaggi, accompagnate da raccolta avanzata di intelligence e da una mappatura accurata dei bersagli.
• Il “blinding plan”
La sequenza iniziale dell’attacco viene ricostruita in modo molto preciso. La prima fase fu quella che il rapporto definisce “blinding plan”, un piano di accecamento pensato per ridurre al minimo la capacità di reazione israeliana. Hamas iniziò a muoversi verso la barriera intorno alle 6:15 del mattino. Alle 6:29 scattarono gli allarmi razzo in oltre trenta comunità, mentre veniva lanciata la prima ondata di fuoco dalla Striscia. In parallelo, circa cento droni colpirono torri di osservazione e sistemi Sentry Tech, postazioni automatizzate di sorveglianza e difesa lungo il confine, mentre cecchini, RPG e ordigni incendiari presero di mira telecamere, sensori e postazioni di sorveglianza. Il rapporto osserva che l’intercettazione dei missili da parte dell’Iron Dome finì anche per coprire il rumore dei colpi sparati contro le telecamere lungo la recinzione.
• Lo sfondamento del confine
Dopo questa fase si aprì quella dello sfondamento. Il report afferma che nella prima ondata furono presi di mira simultaneamente circa trenta punti di breccia. Piccoli gruppi entrarono su motociclette, pickup armati o a piedi, puntando anzitutto su centri di comando e linee di comunicazione, così da ostacolare la risposta difensiva israeliana. Entro la fine della giornata, si legge nella relazione, il confine era stato violato in 119 punti, quasi tre brecce per miglio. Le squadre del genio utilizzarono cariche esplosive di vario tipo, mentre ponti pieghevoli vennero preparati per superare ostacoli di cemento e consentire il passaggio dei veicoli. Trattori, ordigni improvvisati e cariche sagomate furono impiegati per smantellare fisicamente sezioni della barriera.
• Un’operazione multilivello
Il rapporto insiste inoltre sulla simultaneità dei vettori d’attacco. Accanto alle infiltrazioni via terra, compaiono incursioni via aria e via mare. L’assalto fu concepito e attuato come un’operazione multilivello diretta contro comunità civili, postazioni militari e assi di fuga. Nella struttura complessiva ricostruita dalla commissione, il 7 ottobre appare come un’offensiva pensata per saturare, disorientare, isolare e colpire insieme.
• La conclusione del report
Nel complesso, la relazione britannica insiste su un dato preciso: l’attacco fu pianificato a lungo, compartimentato con disciplina, addestrato con metodi specifici, condotto con una logica di saturazione iniziale delle difese e poi ampliato dalla partecipazione di altri gruppi armati e di civili gazawi. Il report descrive i civili palestinesi come soggetti che in più casi sfruttarono, accompagnarono e alimentarono l’assalto, partecipando, secondo la relazione, ai saccheggi, ai rapimenti, alle violenze e agli abusi.
(Bet Magazine Mosaico, 26 marzo 2026)
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Gerusalemme: da rifugio a bersaglio dei razzi
Indignazione araba per i bombardamenti nei pressi della moschea di Al-Aqsa: «Ciò che Smotrich e Ben-Gvir non sono riusciti a fare, lo sta facendo Khamenei».
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - A causa degli attacchi missilistici iraniani su Gerusalemme, la moschea di Al-Aqsa è rimasta chiusa durante la festa musulmana dell’Eid al-Fitr, per la prima volta dal 1967. Molti gerosolimitani avevano a lungo creduto che «Al-Aqsa ci protegge» e che fosse uno dei motivi per cui il numero di attacchi iraniani sulla città era rimasto relativamente basso. Anche quando Israele fu attaccato dai missili Scud iracheni nel 1990, la capitale israeliana era il luogo più sicuro del Paese. Come un rifugio nazionale, verso il quale gran parte degli abitanti di Tel Aviv si è riversata per mettersi al sicuro a Gerusalemme. All’epoca, il dittatore iracheno Saddam Hussein evitò di prendere di mira Gerusalemme con i suoi missili, poiché un piccolo errore avrebbe messo in pericolo la moschea di Al-Aqsa. Ma il regime dei mullah ha stravolto tutte le regole.
I leader politici arabi si sono finora espressi con cautela, ma sui social network si è scatenata un'ondata di reazioni aspre dopo che frammenti di razzi sono caduti nelle immediate vicinanze della moschea di Al-Aqsa. Le macerie sono cadute a soli 350 metri dal complesso. «Chi bombarda La Mecca non ha davvero a cuore Al-Aqsa», si è detto ad esempio dall’Arabia Saudita riferendosi al regime di Teheran. Allo stesso tempo si diffondono anche teorie complottistiche che attribuiscono la responsabilità a Israele: «L’Iran dice di non aver attaccato Gerusalemme – chi è stato allora?» Il ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato che il «regalo» dell’Iran per l’Eid al-Fitr sono stati i razzi su Al-Aqsa: «L’attacco ai luoghi sacri di tre religioni smaschera la spietatezza di un regime che finge di essere religioso.»
Venerdì un palestinese è rimasto ferito da schegge di razzo nella Città Vecchia di Gerusalemme, come riferito dalla Mezzaluna Rossa palestinese. Ha ricevuto cure mediche. L'impatto vicino alla Porta di Mughrabi, a poche centinaia di metri dalla moschea di Al-Aqsa, ha suscitato notevole preoccupazione. I video che circolano sui social network mostrano fumo denso sopra il punto dell'impatto; inoltre, sono stati causati danni materiali a diverse strutture.
Daoud Siam, mukhtar del villaggio di Silwan, il quartiere più vicino al Monte del Tempio, ha dichiarato ai media israeliani: «Abbiamo tutti paura, è stata un'esplosione tremenda. In pochi secondi la moschea di Al-Aqsa avrebbe potuto essere distrutta. Tutta Gerusalemme Est ha sentito il boato». Riferendosi al regime iraniano, ha aggiunto: «Agli iraniani non importa. Un missile fa forse distinzione tra arabi ed ebrei? Siamo tutti sulla stessa barca. Alla fine daranno la colpa agli ebrei. Credete che qualcuno riterrà responsabile l’Iran? Eppure è risaputo che sparano. Potremmo morire tutti a causa di questi missili. Abbiamo paura e non abbiamo rifugi».
Le critiche sono rivolte in particolare all’Iran, accusato di mettere in pericolo anche i santuari islamici attraverso l’uso di munizioni a grappolo senza sufficiente precisione di tiro. L’indignazione è accentuata dagli attacchi iraniani contro altri Stati arabi e dagli impatti dei missili in Giudea e Samaria, in cui recentemente hanno perso la vita anche civili palestinesi.
Nella zona di Hebron è caduto un missile iraniano con munizioni a grappolo, con conseguenze mortali. Due donne e una ragazza hanno perso la vita. Si tratta delle prime vittime palestinesi nei territori palestinesi dall’inizio della guerra. Diversi altri palestinesi sono rimasti feriti, alcuni in modo grave.
Sui social e sui media palestinesi, i palestinesi maledicono gli sciiti in Iran, anche se il regime dei mullah ha finanziato per anni l’organizzazione terroristica palestinese Hamas. Ricordo come per anni i palestinesi abbiano rimproverato gli sciiti o gli iraniani di non preoccuparsi davvero di Gerusalemme e dei palestinesi. «Gerusalemme non è importante per gli sciiti di Teheran», era sempre la stessa frase. Ora capisco cosa intendessero dire.
A causa della situazione di sicurezza, l’intera area della moschea di Al-Aqsa è stata temporaneamente sgomberata e chiusa. Anche la moschea di Ibrahimi a Hebron è stata chiusa fino a nuovo ordine, dopo che i fedeli e il personale erano stati evacuati. E, come si evince dal riferimento a Hebron, nel mondo antico così come nelle epoche successive esisteva spesso una consapevolezza implicita della posizione speciale di Gerusalemme. Persino le potenze straniere che controllavano la città si muovevano in un campo di tensione tra dominio politico e sensibilità religiosa. Questa cautela era meno un'espressione di moralità che piuttosto una comprensione istintiva della carica esplosiva che emana dai luoghi sacri. Nella prospettiva biblica, inoltre, Gerusalemme è più di un luogo geografico. Essa simboleggia il rapporto tra Dio e gli uomini, il giudizio e la grazia, la distruzione e la restaurazione. I profeti descrivono ripetutamente che la città diventerà il fulcro della storia, non solo politicamente, ma anche spiritualmente.
In questo contesto, gli eventi attuali assumono una dimensione aggiuntiva. Se anche la vicinanza immediata ai luoghi sacri non viene più percepita come un confine, ciò indica uno spostamento – lontano da un rispetto implicito per i centri religiosi verso una forma di gestione dei conflitti che accetta consapevolmente di colpire anche gli spazi simbolici. Da un punto di vista storico, sono spesso proprio questi momenti a segnare il cambiamento delle epoche: quando i tabù del passato cadono e nascono nuove regole. In termini biblici, si potrebbe dire che Gerusalemme sta tornando ad essere il teatro in cui non solo si scontrano le forze politiche, ma si decidono questioni fondamentali di ordine, significato e futuro.
Mentre le dichiarazioni ufficiali da molte capitali arabe tardano ad arrivare, il dibattito pubblico è tanto più intenso. Numerose voci ritengono l’Iran direttamente responsabile e mettono in guardia dalle conseguenze di un attacco a uno dei luoghi più sacri dell’Islam. Allo stesso tempo circolano narrazioni contrarie, secondo cui l’Iran non avrebbe alcun interesse ad attaccare Gerusalemme e dietro gli incidenti potrebbero esserci altri attori.
Anche da parte palestinese la leadership ha reagito: il primo ministro Mohammed Mustafa ha convocato una riunione d’urgenza per valutare la situazione e coordinare le misure di aiuto alla popolazione, ma si guarda bene dal dare direttamente la colpa all’Iran. Sui social media si riflettono diverse interpretazioni. Mentre alcuni commentatori criticano aspramente l’Iran e fanno riferimento a episodi precedenti, altri esprimono la preoccupazione che il conflitto si stia conducendo sempre più anche a livello di narrazioni – con accuse contraddittorie e una crescente insicurezza tra la popolazione. Nel complesso, le reazioni evidenziano quanto sia delicata la situazione intorno ai luoghi di culto e quanto rapidamente gli eventi militari possano innescare contemporaneamente dinamiche politiche, religiose e mediatiche.
Anche il portavoce in lingua araba dell'esercito israeliano, il generale di brigata Avichay Adraee, ha scritto: «Le maschere sono cadute. Lo slogan della “protezione di Al-Aqsa” è stato smascherato. Se l’Iran, nel primo giorno dell’Eid, lancia razzi a caso su Gerusalemme e uno di essi colpisce vicino alla moschea, ciò dimostra che questo regime non ha alcun rispetto per l’Islam o per i suoi luoghi sacri. Chi ieri ha attaccato i luoghi sacri in Arabia Saudita, oggi non esita a mettere in pericolo anche Al-Aqsa – per motivi puramente politici. La verità è chiara: l’Iran non protegge i luoghi sacri.»
(Israel Heute, 25 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Germania - Condanne a diversi anni di reclusione per membri di Hamas
L'organizzazione terroristica Hamas non opera solo nella Striscia di Gaza. In Germania sono stati arrestati più volte dei sospettati che avrebbero procurato armi. Ora è stata emessa una sentenza.
La Corte d'appello di Berlino ha condannato quattro uomini, membri dell'organizzazione islamista Hamas, a pene detentive da quattro anni e mezzo a sei anni. Secondo la Corte, i 36-58enni, in qualità di cosiddetti «operatori all'estero», erano responsabili in diversi Stati europei di depositi di armi dell'organizzazione terroristica, destinate ad essere utilizzate per attentati. Le accuse della Procura federale si sono confermate «con piena convinzione del Senato», ha affermato la presidente della Corte Doris Husch.
Come primo Tribunale regionale superiore in Germania, il Senato per la sicurezza dello Stato di Berlino si è occupato della questione se Hamas sia un’organizzazione terroristica, ha spiegato Husch. A più di un anno dall’inizio del processo, il tribunale non ha mostrato alcun dubbio al riguardo. Ha dichiarato gli uomini, originari del Libano, colpevoli di appartenenza a un’organizzazione terroristica straniera.
Dal punto di vista del tribunale, le accuse della Procura federale sono state sostanzialmente confermate. La massima autorità giudiziaria tedesca aveva chiesto pene detentive comprese tra i cinque e i sette anni.
• Polonia, Bulgaria e Danimarca
Secondo la sentenza, gli uomini sarebbero stati responsabili della creazione o dello smantellamento di depositi di armi in Polonia, Bulgaria e Danimarca. Hamas avrebbe compiuto preparativi per compiere attentati contro istituzioni israeliane ed ebraiche, ha affermato la giudice Husch nella motivazione della sentenza. A tal fine, l’organizzazione terroristica avrebbe creato già da tempo depositi di armi in Europa
All'inizio del processo, nel febbraio 2025, la Procura federale ha parlato di un procedimento pilota. Per la prima volta in Germania, alcune persone sono state accusate di aver partecipato come membri dell'organizzazione terroristica straniera Hamas, ha spiegato il procuratore federale Jochen Weingarten.
Gli imputati negano di essere membri di Hamas. I difensori dei tre uomini hanno chiesto l’assoluzione per ciascuno di loro. L’imputato principale ha ammesso durante il processo di essersi recato al deposito di armi in Bulgaria. Secondo la sua versione, tuttavia, si trattava di «commercio privato di armi».
• Altri sospettati in custodia cautelare
È stato un errore, ha affermato il 43enne nella sua arringa finale in tribunale. Ha tuttavia negato con veemenza di aver agito in qualità di membro di Hamas. Il suo avvocato ha chiesto una condanna per violazione della legge sul controllo delle armi da guerra e una pena che non superi il periodo di cui il suo cliente è stato finora in custodia cautelare. Gli imputati sono stati arrestati nel dicembre 2023 e da allora si trovano in custodia cautelare.
Secondo quanto riferito, poco dopo l’attacco terroristico di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, la Procura federale aveva ricevuto dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione una segnalazione relativa a una «operazione cospirativa di Hamas in Germania legata alle armi». A seguito di ciò erano state avviate indagini sotto copertura, che hanno portato infine all’arresto dei quattro imputati, tutti nati in Libano.
Negli ultimi mesi, la Procura federale ha fatto arrestare altri otto sospetti in relazione al presunto approvvigionamento di armi per Hamas. Secondo la valutazione degli investigatori, le armi sarebbero state destinate ad attentati contro istituzioni israeliane o ebraiche in Germania e in Europa.
All'inizio di ottobre 2025, l'autorità di Karlsruhe aveva fatto arrestare tre presunti membri di Hamas a Berlino. Entro la fine dell'anno sono seguiti un arresto a Londra, uno al confine tedesco-ceco e uno al confine tedesco-danese. A gennaio, un sospettato è stato arrestato all'aeroporto di Berlino al suo arrivo da Beirut.
(Jüdische Allgemeine, 25 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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I rabbini degli insediamenti condannano le violenze contro i palestinesi
Politici, diplomatici, accademici, ma anche rabbini degli insediamenti. La violenza di queste settimane da parte di gruppi di estremisti israeliani – noti come i “giovani delle colline” – contro i palestinesi in Cisgiordania sta ricevendo sempre più condanne. Già il capo di stato maggiore Eyal Zamir aveva definito «moralmente ed eticamente inaccettabili» le aggressioni dirette a villaggi palestinesi, con attacchi, incendi e ritorsioni. Mentre il conflitto con l’Iran e Hezbollah continua a segnare la vita quotidiana d’Israele, nelle ultime settimane abitanti di villaggi palestinesi sono stati aggrediti e picchiati, auto e abitazioni incendiate o danneggiate, strade bloccate per impedire il passaggio e veicoli presi a pietrate. Almeno dieci palestinesi sono rimasti feriti negli episodi più recenti. Gli attacchi si inseriscono in una dinamica ormai ricorrente: incursioni serali, gruppi che arrivano da avamposti o insediamenti, azioni rapide e spesso coordinate. Alle condanne del capo delle forze armate si sono aggiunte voci della società civile, tra cui diversi rabbini del mondo degli insediamenti israeliani – lo stesso ambiente da cui provengono parte dei violenti – che hanno preso posizione parlando a nome del campo religioso nazionalista. Il rabbino Elyakim Levanon (nell’immagine), figura di riferimento degli israeliani in Samaria, ha parlato di «azioni contro la morale e contro la Torah che danneggiano un obiettivo sacro come la costruzione e il radicamento nella Terra d’Israele. Danneggiare proprietà, e tanto più la vita, di qualsiasi persona – ebreo o non ebreo – è un atto immorale che ferisce l’anima della sacra terra (Adamat haQedoshà, in ebraico)». Altri rabbini degli insediamenti, come Eliezer Melamed e David Dudkevitch, hanno scritto: «Tollerare elementi che agiscono in modo violento può mettere in pericolo l’intero progetto; è inaccettabile». In un’altra lettera, firmata da rabbini ed educatori del sionismo religioso, si legge: «Chiediamo di parlare con voce chiara e di far sentire la nostra voce per la verità e la pace, in virtù della responsabilità educativa che portiamo da anni. Il vero sionismo religioso si fonda su giustizia, sacralità della vita umana e rispetto delle persone, non sulla violenza». E ancora: «La violenza di ebrei contro palestinesi, che si tratti di danni alla vita, ai beni o alla dignità, è una trasgressione secondo la Torah, una violazione della legge dello Stato». I firmatari aggiungono: «Respingiamo con forza ogni tentativo di giustificare la violenza in termini religiosi o ideologici», e concludono: «Il silenzio non è neutralità, è complicità». Oltre ai rabbini, anche un gruppo di ex ambasciatori e alti funzionari del ministero degli Esteri ha chiesto al governo di «agire immediatamente e con decisione contro i rivoltosi ebrei». Tra i firmatari c’è Rafi Schutz, già ambasciatore presso la Santa Sede, insieme a decine di diplomatici di carriera. L’assenza di una risposta adeguata, scrivono, «si configura come un sostegno tacito» e rischia di compromettere la posizione internazionale di Israele e la sua identità di Stato di diritto. Una posizione simile a quella espressa dal Senato accademico dell’Università di Tel Aviv, che ha parlato apertamente di «terrorismo ebraico» e ha criticato la risposta insufficiente delle autorità. «Il terrorismo è terrorismo, indipendentemente da chi lo compie», si legge nel documento, che richiama anche la responsabilità dello Stato di proteggere tutti i civili sotto la sua giurisdizione. Accanto a queste prese di posizione, esistono anche voci di segno opposto, meno numerose. In una lettera firmata da un gruppo di rabbini vicini agli ambienti più nazionalisti, il linguaggio resta centrato sulla sicurezza e sul rafforzamento della presenza sul territorio, senza una condanna esplicita delle violenze degli estremisti. Si parla di vigilanza, mobilitazione e radicamento, inserendo gli eventi in una cornice religiosa più ampia. d.r.
(moked, 24 marzo 2026)
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Il musicista klezmer Giora Feidman compie 90 anni
TEL AVIV / AMBURGO – Le melodie tradizionali degli ebrei dell’Europa orientale costituiscono la sua base musicale: Giora Feidman proviene da una famiglia di musicisti e interpreta musica klezmer già da quattro generazioni. Originario dell’Argentina e residente in Israele, la fonde con musica classica, tango, jazz e pop. Negli anni '70 ha intrapreso una carriera da solista che riscuote successo ancora oggi. Oggi, mercoledì, compie 90 anni.
Feidman, che ama essere definito il “Re del Klezmer”, ma che interpreta anche musica classica e contemporanea, intende celebrare questo giorno speciale con un concerto alla Kammermusiksaal di Berlino. Attualmente è in tournée in Germania con il suo programma “For a Better World” ed è ospite anche in molte chiese. È noto il suo rituale di inizio concerto: suonando il clarinetto, attraversa la sala tra il pubblico per raggiungere il palco. Alcuni dicono che si metta troppo in scena, altri apprezzano la vicinanza al musicista.
«Non salgo sul palco per dimostrare che so suonare uno strumento. Prendo in mano il mio clarinetto per far partecipare le persone al mio mondo interiore», ha detto una volta. Ogni concerto è per lui come il primo della sua vita.
• Israele come patria
Feidman è nato il 25 marzo 1936 a Buenos Aires, capitale dell’Argentina, figlio di immigrati ebrei. I suoi genitori provenivano dalla regione della Bessarabia (oggi Repubblica di Moldavia) nell’Europa orientale. Da giovane clarinettista suonò a Buenos Aires nell’orchestra del Teatro Colón, uno dei palcoscenici più prestigiosi del Sudamerica.
A 21 anni lasciò il suo paese d’origine e si trasferì in Israele. «Ero tornato a casa», disse una volta a proposito di quel trasferimento. Solo lì si rese conto di quanto fosse importante per lui la musica ebraica.
Eppure, al suo arrivo in Israele, Feidman non parlava né ebraico né yiddish, e nemmeno inglese. Nella semplicità dei canti e delle melodie ebraiche aveva trovato una grande profondità spirituale: con queste parole viene spesso citato Feidman. Per quasi 20 anni è stato membro della “Israel Philharmonic Orchestra”, con sede a Tel Aviv. La sua carriera da solista lo ha poi portato inizialmente negli Stati Uniti. Feidman vive ancora oggi in Israele, ma nel frattempo ha acquisito anche la cittadinanza tedesca.
• Bundestag, incontro mondiale della gioventù e colonne sonore
Per i suoi meriti come «grande ambasciatore della riconciliazione» ha ricevuto nel 2001 la Croce al Merito della Repubblica Federale Tedesca. In occasione della commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo, nel gennaio 2000 ha presentato in anteprima nella sala plenaria del Bundestag, insieme ai membri della Filarmonica di Berlino, la composizione «Love» della moglie Ora Bat Chaim, scomparsa nel 2022. In occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia nel 2005, si è esibito su invito di Papa Benedetto XVI davanti a più di 800.000 ospiti.
Feidman è diventato famoso anche all’inizio degli anni ’90 per la sua collaborazione al dramma sull’Olocausto di Steven Spielberg, vincitore di un Oscar, “La lista di Schindler”. Ha registrato la colonna sonora insieme al violinista Itzhak Perlman. Nel 1996 ha recitato e suonato nel film drammatico tedesco “Jenseits der Stille” di Caroline Link, che racconta la storia di una giovane clarinettista con genitori sordi. Un anno dopo ha recitato in “Comedian Harmonists” di Joseph Vilsmaier.
Feidman ha portato la tradizione klezmer ebraica nelle sale da concerto. “Era il compito che Dio mi aveva affidato in questa vita e il mio contributo alla società”, disse una volta il musicista. In definitiva, però, non era un clarinettista, ma “un cantante con il clarinetto”, come ama dire: “Il clarinetto è il microfono della mia anima”.
• «Figura chiave per la rinascita della musica ebraica»
Uno dei suoi «microfoni» è esposto al Museo Ebraico di Berlino. Il clarinetto è entrato a far parte della collezione su suggerimento della direttrice Hetty Berg e del suo team. Feidman lo ha donato al museo nel 2002 in occasione del suo 75° anniversario di carriera.
La curatrice del Museo Ebraico di Berlino, Tamar Lewinsky, afferma: «L’importanza di Giora Feidman – soprattutto in Germania – va ben oltre il suo ruolo di virtuoso del clarinetto». Con la sua musica avrebbe letteralmente scatenato un boom del klezmer e sarebbe «in un certo senso una figura chiave per la rinascita della musica ebraica e per la comprensione tra tedeschi ed ebrei dopo l’Olocausto», afferma Lewinsky.
Il chitarrista e compositore di Dresda Reentko Dirks ha suonato per tre anni nell’ensemble di Feidman. Tra il 2012 e il 2015 ha realizzato circa 150 concerti con lui. Dirks descrive una «intensità straordinaria» che emanava dal clarinettista. Ha senso dell’umorismo e una grande aura. Dirks è grato di aver fatto parte del suo «mondo klezmer». Feidman, che improvvisa molto, ha riposto in lui grande fiducia e lo ha anche incoraggiato a cimentarsi in assoli.
Anche in età avanzata il clarinettista è ancora attivo. Il palcoscenico, a quanto pare, è la sua linfa vitale. Solo a gennaio Feidman ha entusiasmato il pubblico all’Elbphilharmonie di Amburgo. Fa musica «per un mondo migliore», ha detto allora.

(Israelnetz, 25 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dopo una telefonata con Trump, Israele annuncia il proseguimento degli attacchi in Iran
«Distruggeremo il programma missilistico e quello nucleare e continueremo a colpire duramente Hezbollah», afferma il primo ministro israeliano
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha commentato per la prima volta i colloqui con l'Iran annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, mostrando un cauto ottimismo. Qualsiasi accordo per porre fine ai combattimenti deve salvaguardare gli «interessi vitali» di Israele, ha dichiarato in un discorso video.
Secondo quanto da lui stesso riferito, lunedì Netanyahu ha parlato al telefono con Trump. L'argomento della conversazione è stato il desiderio di Trump di porre fine al conflitto attraverso una soluzione politica. Trump ritiene che i successi militari degli Stati Uniti e di Israele possano essere sfruttati per raggiungere gli obiettivi di guerra con mezzi diplomatici – «un accordo che tuteli i nostri interessi vitali», ha citato Netanyahu riferendosi alle parole del presidente.
Allo stesso tempo, il capo del governo ha chiarito che Israele intende proseguire i propri attacchi. Le forze armate continuano ad agire sia contro obiettivi in Iran che contro Hezbollah in Libano. «Stiamo smantellando il programma missilistico e quello nucleare e continuiamo a colpire duramente Hezbollah», ha affermato Netanyahu. Solo pochi giorni fa sono stati uccisi altri due scienziati nucleari. Ciononostante, ha aggiunto: «La nostra mano rimane tesa. «
• Smentita da Teheran
Trump aveva precedentemente dichiarato che il suo governo stava conducendo colloqui con Teheran per una «soluzione completa e globale» della guerra. Ha prospettato che un accordo fosse vicino e che potesse comprendere, oltre a un cessate il fuoco, anche l’impegno dell’Iran a rinunciare alle armi nucleari e a interrompere l’arricchimento dell’uranio.
Dall’Iran è arrivata immediatamente una smentita. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf ha accusato Trump di voler manipolare i mercati finanziari e petroliferi con tali dichiarazioni.
In Israele, invece, i rappresentanti del governo sembrano ritenere che vi siano almeno contatti indiretti. Secondo quanto riferito, negli ultimi giorni la leadership di Gerusalemme è stata regolarmente informata sui relativi sviluppi. È stata resa nota anche una conversazione tra Netanyahu e il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance su possibili nuovi negoziati.
• Pressione sui negoziati
Secondo quanto riportato, Israele sta attualmente cercando di contribuire attivamente alla definizione delle condizioni quadro di un possibile accordo. Al centro dell’attenzione vi sono la fine del programma nucleare iraniano e severe limitazioni all’arricchimento dell’uranio. Un cambiamento radicale di potere a Teheran non è quindi considerato un obiettivo prioritario, sebbene le autorità israeliane sottolineino di averne creato i presupposti.
Allo stesso tempo, c'è un notevole scetticismo. Gli ambienti della sicurezza avvertono che una soluzione sostenibile presuppone di fatto che l'Iran faccia concessioni di ampia portata. Non è chiaro se Teheran sia disposta a farlo – e se rispetterebbe affatto un eventuale accordo.
Particolarmente delicate sono le notizie sulle richieste iraniane. Secondo queste, Teheran esige garanzie contro una ripresa dei combattimenti e risarcimenti per i danni di guerra. Inoltre, la leadership di Teheran mirerebbe ad esercitare in futuro il controllo sullo Stretto di Hormuz – una rotta centrale per il trasporto globale di petrolio.
• Preoccupazione per una soluzione insufficiente
Inoltre, sembra che la chiusura delle basi militari americane nella regione figuri nella lista dei desideri iraniani. Allo stesso tempo, altri segnali indicano una disponibilità al compromesso limitata: l’Iran potrebbe essere disposto a sospendere temporaneamente il suo programma missilistico, a ridurre l’arricchimento dell’uranio e a consentire controlli internazionali.
Nel frattempo, in Israele cresce la preoccupazione per un accordo che, dal punto di vista di Gerusalemme, risulterebbe insufficiente. Particolare attenzione è rivolta alle scorte di oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60%.
Attraverso i suoi rappresentanti Hamas, Hezbollah, gli Houthi e altre organizzazioni terroristiche da esso finanziate, il regime dei mullah di Teheran sommerge Israele da molti anni con ondate di terrore e guerre, minacciando regolarmente di annientare lo Stato ebraico.
(Jüdische Allgemeine, 24 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Un mostro sopra di me e razzi sopra la mia testa
Ecco com’è attualmente una visita medica a Gerusalemme.
di Anat Schneider
GERUSALEMME - Tre mesi fa avevo fissato un appuntamento per il 23 marzo all'ospedale Shaare Zedek: un esame della ghiandola paratiroidea. La lista d'attesa era lunga, nessuno avrebbe mai immaginato allora che proprio in quel momento ci saremmo trovati nel bel mezzo di una guerra missilistica con l'Iran.
Sono arrivata alle otto del mattino, prima della fila. Un'iniezione, una sostanza radioattiva, mezz'ora di attesa – poi la prima delle tre radiografie.
Mi sdraio sul lettino. Sopra di me si erge un'enorme macchina – un mostro. Il tecnico spiega con calma: dieci minuti, non muoversi, e per favore non spaventarsi quando la macchina si abbassa. Si avvicina, sempre più vicina. Ancora un po' – tra poco mi toccherà il petto. Nella mia testa comincio già a pianificare come potrei balzare in piedi e scappare da qui. Ma si può davvero alzarsi quando un mostro del genere ti sta addosso? Quando finalmente mi è vicinissima, voglio urlare – ma proprio in quel momento si ferma. Rimango immobile, con il mostro sopra di me. Non devo muovermi – respirare è permesso. Quindi conto. Un numero ogni due secondi. Fino a 600. Poco prima suona il segnale. Fine. Tiro un sospiro di sollievo. «Attenda fuori, per favore. Tra un’ora seguiranno altre due riprese – una dura 15 minuti, l’altra dieci.» Dieci minuti prima della prossima visita vengo invitata a rientrare. Metto il cellulare in modalità silenziosa e gioco a Candy Crush – incredibilmente utile in momenti come questi. Poi all’improvviso – un suono penetrante. Allarme. Un allarme sovrasta tutto. Ignora l’ora, il luogo e anche la modalità silenziosa. Supera ogni barriera. «È un allarme qui?», mi chiede un uomo di fronte a me. Guardo il mio cellulare: Bar Giora – dove abito. «Probabilmente a casa mia», dico. Appena pronunciate queste parole, squillano anche gli altri telefoni. «Cosa facciamo quando suona una sirena? C’è un rifugio qui?», chiedo. Certo che c’è. L’ospedale.
L'uomo mi racconta che lui e sua moglie malata vivono in un vecchio edificio – come quello che è stato distrutto questa settimana ad Arad. Il rifugio più vicino: a tre minuti di distanza. «Spero che ci vada», dico. «No», risponde. «È complicato.» Quarto piano. Niente ascensore. Troppo pesante. «Ma lei viene in ospedale, vuole farsi curare – e non va nel rifugio?» «È difficile.» «Non c’è un’altra soluzione?» «Non ho un lavoro. Non c’è alternativa.» Rimango in silenzio. Cosa si può dire in questi casi? Ce ne sono decine di migliaia come lui. Poi – la sirena. Un medico ci conduce in una stanza che dovrebbe essere un rifugio. Ma appena arrivati, vengo già chiamata per la visita successiva.
Chiedo ancora: «È davvero un rifugio?» «Così ci è stato detto», risponde il tecnico. Mi sdraio. Di nuovo il mostro sopra di me – e questa volta anche i razzi sopra di noi. Solo due giorni fa due razzi non sono stati intercettati. Entrambi hanno colpito degli edifici, ci sono stati feriti e ingenti danni. Come se la macchina non bastasse, comincio a immaginare cosa succederebbe se un razzo colpisse proprio qui. Cosa faccio allora? Come si fa a scappare quando il mostro è a pochi centimetri dal cuore – e nessuno sa dove cadranno i missili? «Respira», mi dico. «Conta.» «Chiudi gli occhi. Aspetta.» Ciò che accade, accade per il tuo bene supremo. Così dice l’ebraismo: tutto è per il meglio. Davvero? Per chi? Quando mi alzo, il mio corpo è teso. Se ci fosse uno specchio, probabilmente sarei pallida come un cencio. Cosa ho imparato? Ho paura dei medici. Non mi piacciono gli esami. Tremo davanti alle siringhe. In macchine del genere mi irrigidisco. E se poi ci si aggiungono anche i missili, mi chiedo se tutto questo sia reale.
La terza visita segue subito dopo. Ho già un po' di esperienza. Ma poi il tecnico sorride: «Per favore, aspetti ancora un'ora. Il mezzo non si è ancora distribuito abbastanza bene – dobbiamo ripetere la terza ripresa.» Ora sono io il mostro. E se vi sembra una scena di un film: la realtà supera qualsiasi sceneggiatura.
Forse in questo si rivela qualcosa di molto semplice: quando non abbiamo alcun controllo – né sul nostro corpo, né sulla macchina, né su ciò che accade là fuori –, ci resta solo una cosa: controllare i nostri pensieri. Un respiro dopo l’altro.
E per quanto riguarda i risultati: qui ci vuole la preghiera – e la fede che alla fine tutto andrà davvero per il meglio.
(Israel Heute, 24 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La Knesset approva una legge che consente ai tribunali rabbinici di arbitrare controversie civili
Il disegno di legge è stato condannato dal leader dell’opposizione Yair Lapid.
Martedì la Knesset ha approvato un disegno di legge presentato dal governo volto ad ampliare l’autorità dei tribunali rabbinici, conferendo loro il diritto di arbitrare controversie civili previo consenso di entrambe le parti.
La legge, promossa dai partiti United Torah Judaism e Shas, è stata approvata con 65 voti a favore e 41 contrari dopo un dibattito durato fino a tarda notte.
Il disegno di legge è stato condannato dal leader dell’opposizione Yair Lapid.
“Non esiste più uno status quo in materia di religione e Stato”, ha affermato. “C’è un nome per definire quando i rabbini ricevono i poteri di un tribunale: si chiama Stato halachico”, utilizzando il termine ebraico per indicare la legge ebraica.
Il deputato di United Torah Judaism Moshe Gafni, promotore del disegno di legge, ha affermato che l’accusa era infondata e ha citato la necessità dell’aiuto divino in tempo di guerra.
“Soprattutto in tempo di guerra, quando abbiamo bisogno della salvezza [da Dio], quando due persone desiderano risolvere controversie monetarie secondo la legge della Torah con il consenso di entrambe le parti, cosa c’è di sbagliato in questo?”, ha chiesto.
(JNS, 24 marzo 2026)
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Ritrovata una palla di piombo con iscrizione sarcastica
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Palla di piombo risalente a 2.100 anni fa
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SUSSITA – Gli archeologi dell’Università di Haifa hanno condotto scavi nel Parco Nazionale di Sussita, sulla sponda orientale del Lago di Tiberiade, tra il 2000 e il 2025. Tra i reperti rinvenuti figurano 69 proiettili di piombo per fionda. Spicca in particolare una palla di piombo risalente a 2.100 anni fa. Recava incisa la parola greca “imparare”, più o meno nel senso di “impara la lezione!”.
Il luogo era conosciuto in passato anche come Hippos. Si trattava di una città greco-romana della Decapoli, costruita su un altopiano collinare ai piedi delle alture del Golan, a circa 2 chilometri a est del Lago di Tiberiade. Si dice che il nome Hippos derivi dalla forma della collina su cui sorge: vista dall'alto, ricorda vagamente la testa e il collo di un cavallo. Anche il nome aramaico Sussita significa “cavallo”.
La suddetta palla da catapulta in piombo è stata rinvenuta nel 2025 durante gli scavi nell’area del cimitero romano della città mediante un metal detector, hanno comunicato i ricercatori dell’Università di Haifa. L’oggetto è ellissoidale e affusolato alle estremità. Misura 3,2 per 1,95 centimetri e pesa 38 grammi.
Il reperto potrebbe essere stato utilizzato dai difensori greci della città di Hippos contro l'esercito asmoneo del re Alessandro Ianneo nel 101 a.C. I ricercatori hanno pubblicato un articolo sul ritrovamento sulla rivista specializzata “Palestine Exploration Quarterly”.
• Palla di piombo con l’iscrizione «Prendi!»
Michael Eisenberg dell’Università di Haifa, co-direttore degli scavi e uno degli autori dello studio, ha dichiarato che è la prima volta al mondo che questa particolare iscrizione viene trovata su un proiettile da fionda. Al quotidiano online «Times of Israel» ha dichiarato: «I proiettili per fionda erano fatti di piombo ed erano le munizioni più comuni nel mondo ellenistico. Erano economici, molto semplici, ma molto efficaci.»
La maggior parte dei proiettili non presentava decorazioni, ma ce n’erano sicuramente alcuni con un simbolo di potere o un’iscrizione. «Nella zona di Israele e Siria si vede spesso un simbolo con diversi fulmini, considerati l’arma di Zeus, il capo del pantheon greco, a volte anche un tridente, l’arma del dio del mare Poseidone.» Molto raramente, oltre ai fulmini, si aggiunge anche un’iscrizione. Questa rappresenta allora città o comandanti militari. Occasionalmente, tuttavia, gli archeologi hanno scoperto anche reperti con messaggi sarcastici, come ad esempio «Prendi!».
Eisenberg e i suoi coautori ritengono che anche la parola «imparare» debba essere interpretata in questo modo. «Viene utilizzata una struttura molto strana, che esiste solo in greco», afferma Eisenberg. «È come se la fionda dicesse a se stessa: “Imparo il mio mestiere colpendo il nemico”. Forse l’idea era quella di dire al nemico: “Imparate la lezione” o “La prossima volta dovreste imparare a non venire qui!”».
Hippos fu fondata nel II secolo a.C. come città greca, ha spiegato Eisenberg. «Fu fondata da uno dei due re, o da Antioco il Grande o da Antioco IV Epifane, il cattivo della storia di Hanukkah.» Sulla base della sua tipologia, gli archeologi hanno datato il manufatto alla seconda metà del II secolo o all’inizio del I secolo a.C.
• Forse proveniente da uno scontro con gli Asmonei
«È possibile che il proiettile sia stato utilizzato durante la battaglia contro l’impero ebraico degli Asmonei, che si estendeva verso la Galilea e le alture del Golan», ha affermato Eisenberg. «Nel 101 a.C. Alessandro Ianneo tentò di conquistare Hippos e questa regione. Ebbe grande successo nella conquista, ma non riuscì a mantenerne il controllo a lungo termine.»
Il proiettile potrebbe anche essere stato impiegato in precedenti scontri tra diversi regni greci, oppure essere stato utilizzato a scopo di addestramento.
Gli archeologi ritengono che l’area in cui sono stati rinvenuti il reperto e molti altri proiettili corrisponda all’antica strada ellenistica e successivamente romana che conduceva dal Lago di Tiberiade alla città. Questo segna un punto in cui avrebbe avuto senso per l’esercito d’assedio salire per raggiungere Hippos e dove i difensori avrebbero potuto sparare contro di loro.
Il proiettile mostra segni di aver colpito qualcosa. «Non sappiamo se fosse una pietra o una persona, ma c’è stato sicuramente un impatto», ha spiegato Eisenberg.
(Israelnetz, 24 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Rogo antisemita a Londra, ora Starmer non fischietti: ecco cosa significa normalizzare l’odio
di Iuri Maria Prado
Nelle prime ore di lunedì 23 marzo un gruppo di terroristi ha dato fuoco alle autoambulanze di un’associazione di volontariato ebraico a Golders Green, un quartiere di Londra. Nel denunciare l’attentato antisemita, il primo ministro del Regno Unito, Sir Keir Starmer, ha fatto ricorso alla dichiarazione più trita e meno convincente: “L’antisemitismo”, ha detto il premier britannico, “non ha posto nella nostra società”.
Si tratta della formula, stolida e ipocrita, cui si affidano puntualmente i responsabili politici dei Paesi travolti dall’ondata antisemita che è andata montando sempre più pericolosamente negli ultimi mesi. Essi non hanno il coraggio di riconoscere – perché riconoscerlo significherebbe autodenunciare la propria responsabilità – che l’antisemitismo ha preso posto eccome nelle società sottoposte al loro governo. Dare semplicemente e meccanicamente la “colpa” a Keir Starmer – così come al canadese Mark Carney, al francese Emmanuel Macron o all’australiano Anthony Albanese – di questo o quell’attentato antiebraico sarebbe ovviamente ingeneroso. Ma è imperdonabile far finta che i territori della violenza contro gli ebrei non siano stati fertilizzati dalle pratiche di noncuranza, di sottovalutazione e – non raramente – di plateale istigazione che quei governi hanno senz’altro legittimato.
Le orde di manifestanti che sfilano per le strade di Londra inneggiando alla caccia degli ebrei, con la polizia che assiste impassibile, rinfacciano a quel premier attonito e sussiegoso che il ripudio dell’antisemitismo è tutt’al più un proclama, un principio teorico abbondantemente contraddetto dai fatti. E la sistematica, inesausta attività di criminalizzazione di Israele, puntualmente coniugata con la pluriennale distribuzione delle veline da tunnel sul genocidio, sulla carestia, sulla deliberata uccisione dei civili nella guerra di Gaza, non crea dibattito, non fa informazione, non richiama gli occhi sulla sofferenza dei palestinesi: semmai, arma le mani dei terroristi che uccidono a pugnalate gli ebrei davanti a una sinagoga di Manchester e, appunto, riempie le taniche di benzina che incendiano le ambulanze del volontariato ebraico.
Il primo ministro del Paese in cui, a protezione degli ebrei, vengono organizzati percorsi speciali del trasporto pubblico (anche questo succede a Londra) avrebbe un dovere di governo diverso rispetto a quello in cui si esercita Keir Starmer. E cioè il dovere di riconoscere il proprio fallimento nel rendere effettivo quel principio soverchiato dalla realtà: anziché, pomposamente, proclamare che l’antisemitismo non ha diritto di cittadinanza nel Regno Unito, umilmente dovrebbe riconoscere che quella cittadinanza l’antisemitismo se l’è presa. E che è necessario revocargliela.
Le vampe antisemite che ogni giorno più gravemente lambiscono l’Europa non si spengono dicendo che è vietato dar fuoco alle paglie, ma togliendo le torce dalle mani dei piromani e, soprattutto, smettendola una buona volta di attribuire all’imponderabile, all’imprevedibile, quasi a una specie di inopinata cattiva sorte, la terribile moltiplicazione di quei roghi. Prima di esserne vittime, le società sono generatrici dell’antisemitismo che le divora. Valeva per le società europee di ottanta anni fa; vale per quelle di oggi. Pensando che il cancro sia una malattia altrui, Paesi come il Regno Unito di Keir Starmer assistono al lavoro della metastasi che li consuma.
(Il Riformista, 24 marzo 2026)
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Il caos incombe in Medio Oriente!
Il corrispondente di Israel-Heute ed esperto di Medio Oriente, il dott. Edy Cohen, mette in guardia da un'escalation senza precedenti: un ultimatum degli Stati Uniti contro l'Iran potrebbe gettare la regione del Golfo nell'oscurità totale.
di Edy Cohen
Buio totale, non so come andrà a finire, se mai finirà. Lo scenario in cui il presidente degli Stati Uniti mette in atto l'ultimatum che ha lanciato al regime dei mullah in Iran potrebbe portare la regione in una situazione che non ha mai vissuto prima. Cosa c'è dietro le decisioni dell'Arabia Saudita e perché Mohammed bin Salman non attaccherà mai l'Iran.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un ultimatum all'Iran affinché riapra lo Stretto di Hormuz entro 48 ore. Se Trump metterà in atto la sua minaccia e dopo 48 ore attaccherà le centrali elettriche in Iran, anche gli iraniani daranno seguito alle loro minacce e attaccheranno le infrastrutture elettriche negli Stati del Golfo. Soprattutto in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita.
In una situazione del genere, calerà semplicemente il buio. Sarebbe la prima volta che qualcosa del genere accade nel Golfo Persico. Allo stesso tempo, si nota la debolezza dell’Arabia Saudita sotto Mohammed bin Salman. Ma anche in un caso del genere, i sauditi non reagiranno. Non reagiranno mai. Se reagissero, sarebbero considerati partner di cooperazione del regime sionista, alleati contro l’Iran. I sauditi semplicemente non lo faranno. Ora tutto dipende da Trump, dal fatto che metta in atto la sua minaccia.
In questo contesto vedo lo scenario storico verso cui si sta dirigendo il Medio Oriente. Secondo la mia valutazione, gli iraniani non si arrenderanno. Non cederanno, e credo che Trump metterà in atto la sua minaccia. Allora saremo sulla strada verso un'escalation. Ci stiamo avvicinando a qualcosa che non abbiamo mai vissuto prima, un'oscurità totale. Non stiamo parlando di Beirut, dove ci si è abituati, ma degli Stati del Golfo. Stati del Golfo senza elettricità, questo è un evento nuovo. Personalmente non so come andrà a finire, se mai finirà.
Come accennato, il presidente degli Stati Uniti ha lanciato una minaccia senza precedenti contro l’Iran. In un post particolarmente duro, pubblicato sul suo social network Truth Social nella notte tra sabato e domenica alle 1:44 ora israeliana, Trump ha posto un ultimatum di 48 ore per l’apertura dello Stretto di Hormuz, minacciando un duro colpo contro le infrastrutture energetiche iraniane.
«Se l’Iran non aprirà completamente e senza minacce lo Stretto di Hormuz entro 48 ore a partire da questo preciso momento, gli Stati Uniti attaccheranno e distruggeranno le sue varie centrali elettriche», ha scritto Trump sul social network. Ha inoltre sottolineato in maiuscolo che l’attacco americano «inizierà innanzitutto con la centrale più grande!»
In risposta, un portavoce del quartier generale centrale «Khatam al-Anbiya», che supervisiona le operazioni militari dell’Iran, ha dichiarato che «se le infrastrutture energetiche e di approvvigionamento di carburante dell’Iran saranno attaccate dal nemico, saranno attaccati tutti gli impianti energetici, informatici e di desalinizzazione dell’acqua di mare appartenenti agli Stati Uniti e al regime (israeliano) nella regione», secondo una dichiarazione pubblicata dall'agenzia di stampa iraniana Fars.
(Israel Heute, 23 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Trump proroga l'ultimatum all'Iran
Il presidente degli Stati Uniti motiva la proroga con i progressi nei negoziati in corso
Donald Trump ha concesso all'Iran più tempo per riaprire lo Stretto di Hormuz, di importanza strategica, al traffico marittimo internazionale. Il termine originariamente fissato è stato prorogato di cinque giorni.
In precedenza, Trump aveva minacciato Teheran di gravi conseguenze militari. Se le acque non fossero state riaperte entro breve tempo, avrebbero potuto seguire attacchi agli impianti energetici.
Il presidente degli Stati Uniti ha motivato la proroga con i progressi nei negoziati in corso. In una dichiarazione ha fatto riferimento a «colloqui molto positivi» e ha parlato di uno scambio costruttivo su una possibile risoluzione globale delle ostilità.
Con un tono insolitamente conciliante, Trump ha dichiarato sulla sua piattaforma Truth Social: «Visto il tono e la natura di questi colloqui approfonditi, dettagliati e costruttivi, che proseguiranno per tutta la settimana, ho ordinato al Dipartimento della Difesa di sospendere per cinque giorni tutti gli attacchi militari contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane, a condizione che gli incontri e i colloqui in corso abbiano esito positivo».
Con questa decisione, gli attacchi pianificati contro le infrastrutture centrali in Iran sono per il momento sospesi. Gli osservatori interpretano questo come un segnale che Washington sta attualmente puntando maggiormente su una soluzione diplomatica, almeno temporaneamente.
Resta da vedere se i colloqui porteranno effettivamente a una distensione duratura. Lo Stretto di Hormuz è considerato una delle rotte commerciali più importanti al mondo per il trasporto di petrolio, motivo per cui qualsiasi restrizione può avere ripercussioni immediate sull'economia globale.
(Jüdische Allgemeine, 23 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Nonostante la guerra, Israele è all’ottavo posto nel sondaggio sulla felicità globale (come nel 2025)
La scoperta più notevole nel rapporto di quest’anno riguarda le giovani generazioni. Gli israeliani di età inferiore ai 25 anni sono risultati essere i demografici più felici all’interno della società israeliana, classificandosi al terzo posto a livello globale. Si segnala però un forte aumento generalizzato del disagio clinico.
di Nina Prenda
Nonostante un altro anno di guerra su diversi fronti, la prolungata incertezza e il trauma nazionale degli eventi degli ultimi anni, Israele si è ancora una volta classificato all’ottavo posto nel World Happiness Report pubblicato giovedì 19 marzo 2026, per il secondo anno consecutivo.
Secondo il sondaggio annuale, la Finlandia è arrivata prima per il nono anno consecutivo, mentre gli Stati Uniti sono al 23° posto. L’Italia si piazza al 38° posto, dietro a Regno Unito (29°) e Francia (35°).
“La classifica di Israele è costantemente salita dal 2021”, ha detto al Times of Israel Anat Fanti, ricercatrice sulla politica della felicità presso il Programma in Scienza, Tecnologia e Società dell’Università Bar-Ilan. “Non mi sorprende perché gli israeliani hanno un senso di significato e scopo, che contribuisce alla loro soddisfazione generale della vita”.
I risultati sono stati rilasciati mentre molti israeliani si stavano nascondendo in rifugi antiaereo, con scuole chiuse, voli limitati dentro e fuori dal Paese, e altre restrizioni quotidiane tra attacchi missilistici e razzi iraniani e di Hezbollah che sono stati ripetutamente lanciati contro Israele da quando la guerra è scoppiata il 28 febbraio 2026.
Fanti ha detto che la classifica rappresenta la valutazione complessiva che le persone hanno della loro vita, che dipinge un quadro più ampio, piuttosto che le loro emozioni (negative o positive) che “vanno e vengono ogni giorno”.
Forse la scoperta più notevole nel rapporto di quest’anno riguarda le giovani generazioni. Gli israeliani di età inferiore ai 25 anni sono risultati essere i demografici più felici all’interno della società israeliana, classificandosi al terzo posto a livello globale. Questo è in netto contrasto con altre nazioni occidentali, ha detto. Negli Stati Uniti, ad esempio, la felicità dei giovani è crollata al 60° posto. Anche altri gruppi di età israeliani si sono comportati con forza, classificandosi approssimativamente all’11° posto assoluto.
“I giovani israeliani sono molto più radicati rispetto alla loro fascia d’età in altri Paesi”, ha detto Fanti. “Vanno al servizio militare mentre il loro gruppo di pari va al college, pensando a dove prenderanno alcolici sotto i 21 anni. Hanno decisioni tra i 18 e i 21 anni che vanno ben oltre i loro anni. Inoltre, il livello di sostegno sociale e le amicizie genuine in Israele fanno parte della trama sociale della società israeliana”.
Israele si è classificato al 12° posto nel 2021 ed è salito nella top 10 l’anno successivo. Nel 2023, si è classificato quarto ed è sceso di un posto nel 2024, anche se quel sondaggio si basava sui dati raccolti subito dopo l’invasione e il massacro senza precedenti di Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno innescato le guerre in corso. Ogni classifica riflette anche la classifica dei due anni precedenti, quando Israele era in alto.
Il modello esplicativo del World Happiness Report si basa su sei parametri, che gli esperti usano per spiegare la classifica. Questi includono stabilità economica, aspettativa di vita sana (che riflette la qualità dell’assistenza sanitaria), il sostegno sociale (avere qualcuno su cui contare), la donazione caritatevole, il senso di libertà di prendere decisioni personali, la generosità e le percezioni della corruzione.
Per Fanti, i parametri all’interno di Israele che non sono misurati nel rapporto comprendono direttamente “legami familiari, comunità, fede, un senso di appartenenza e forti legami sociali”.
“Nel loro ultimo libro, ‘The Genius of Israel: The Surprising Resilience of a Divided Nation in a Turbulent World’, Saul Singer e Dan Senor hanno detto che gli israeliani hanno una cena del Ringraziamento ogni venerdì sera e mostrano la loro gratitudine”, ha spiegato Fanti. “È un aspetto della cultura israeliana che aiuta gli israeliani a rimanere ben al di sopra della media globale”.
I dati del World Happiness Report si basano su una media triennale. Ciò significa che questo rapporto si basa su 2023, 2024 e 2025.
“L’impatto della guerra può riflettersi solo parzialmente”, ha detto Fanti. “L’alto rango di Israele non nega l’attuale crisi emotiva, ma suggerisce che gli indicatori di felicità riflettono strati sociali più profondi piuttosto che il tumulto del momento”. Tuttavia, secondo il rapporto, la classifica di Israele per le misure di preoccupazione, tristezza e rabbia è peggiorata in modo significativo, passando dal 119° posto prima del 7 ottobre al 39° nel mondo.
“Il risultato di Israele nel World Happiness Report di quest’anno non cancella il costo psicologico e sociale della guerra”, ha detto Fanti. “Al contrario, evidenzia il divario tra la resilienza della società israeliana e la difficile realtà emotiva della vita quotidiana”.
Tuttavia, la resilienza potrebbe essere erosa mentre la fiducia nelle istituzioni statali continua a diminuire, con Israele che scende al 107° posto nella percezione dell’indicatore di corruzione.
“L’aumento della preoccupazione, della tristezza e della rabbia, insieme all’erosione della fiducia pubblica, dimostra che la resilienza deve essere rafforzata da una politica attiva volta a ricostruire la fiducia pubblica”, ha detto.
Le classifiche nazionali si basavano sulle risposte che le persone davano quando le chiedevano di valutare la propria vita. Lo studio è stato condotto in collaborazione con la società di analisi Gallup e la rete di soluzioni per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Fanti ha detto di aver confermato le statistiche con i dati dell’Ufficio centrale di statistica israeliano.
La CBS ha scoperto che la soddisfazione generale della vita tra gli israeliani di età superiore ai 20 anni è rimasta notevolmente alta al 91,1% fino al 2024, confermando la scoperta del World Happiness Report che gli israeliani tendono a valutare le loro vite come buone anche durante una crisi, ha detto Fanti.
Tuttavia, la CBS ha anche registrato un forte aumento del disagio clinico. La percentuale di israeliani che segnalano sentimenti di depressione è passata dal 25,5% nel 2023 al 33,9% nel 2024 e i livelli di stress sono passati dal 58,2% al 67,9%. “Non possiamo dare per scontata la resilienza della popolazione di fronte ad anni così difficili”, ha detto Fanti. “Il rapporto del 2026 mostra che la società israeliana è ancora molto forte”.
Tuttavia, ha detto che è fondamentale “rafforzare i servizi sociali e di salute mentale e rafforzare le fonti di coesione che consentono alla società israeliana di resistere anche in condizioni difficili”. “La resilienza non è per sempre”, ha detto.
(Bet Magazine Mosaico, 23 marzo 2026)
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Nei media tedeschi la solidarietà con Israele è solo sporadica
BERLINO – L’esperto di antisemitismo Jonas Hessenauer rileva una copertura mediatica in parte unilaterale su Israele nei media tedeschi. «Nei media tedeschi si riscontrano ripetutamente stereotipi antisemiti», ha criticato Hessenauer dell’Istituto Tikvah di Berlino in un’intervista con l’Evangelischer Pressedienst (epd). Hessenauer è coautore dello studio «Israele nei media tedeschi». Il progetto di ricerca è in corso dal 2023 e opera con finanziamenti del Ministero federale della ricerca.
Un'eccezione positiva sono state le settimane successive al 7 ottobre 2023. In quel periodo hanno prevalso resoconti e commenti in cui si esprimeva un profondo shock per la violenza di Hamas e solidarietà con la società civile israeliana. Reportage e interviste con vittime israeliane o ex ostaggi di Hamas sono stati oggetto di molti articoli.
«Rispetto alla copertura mediatica internazionale, nei media tedeschi si è potuta notare una maggiore sensibilità nei confronti dell’antisemitismo», ha constatato Hessenauer. Per il progetto di ricerca ancora in corso, gli studiosi hanno estratto un campione da quasi 40.000 articoli dei media tedeschi, che verrà valutato dal punto di vista quantitativo e qualitativo. I risultati definitivi non sono ancora disponibili.
• Inversione di causa ed effetto nei titoli
Il 7 ottobre 2023 l’organizzazione terroristica Hamas ha attaccato Israele, uccidendo circa 1.200 persone e rapendo 251 ostaggi nella Striscia di Gaza. Di conseguenza, Israele ha lanciato un'offensiva militare contro Hamas nella Striscia di Gaza, durante la quale sono state uccise decine di migliaia di persone. In ottobre, i restanti 20 ostaggi di Hamas ancora in vita sono stati rilasciati e la guerra di Gaza è terminata. Israele ha ricevuto anche i corpi degli ostaggi uccisi. Alla fine di gennaio l'esercito israeliano ha scoperto l'ultimo rapito in un cimitero musulmano.
Nel corso del conflitto, le manifestazioni di solidarietà nei confronti degli israeliani sarebbero nuovamente diminuite. Le rappresentazioni unilaterali, secondo cui Israele sarebbe l'unico responsabile del conflitto violento, sarebbero nuovamente aumentate, ha affermato Hessenauer.
Come esempio ha citato una frequente inversione di causa ed effetto nei titoli: Israele viene spesso definito aggressore nei titoli, ma dal testo dell’articolo emerge poi che si è limitato a reagire agli attacchi di Hamas. «In un commento si trovava inoltre l’affermazione secondo cui determinati attori israeliani guiderebbero il discorso mediatico tedesco. Dietro a ciò si cela l’idea antisemita di una cospirazione ebraica mondiale.”
Si è osservato meno razzismo esplicito nei confronti dei palestinesi. Tuttavia, nei resoconti tedeschi sul Medio Oriente i palestinesi vengono spesso rappresentati esclusivamente come vittime e non come soggetti attivi, ha affermato l’esperto dell’istituto, tra i cui soci figura il presidente della Società Tedesco-Israeliana, Volker Beck.
(Israelnetz, 23 marzo 2026)
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Perché questa Pasqua ebraica sembra diversa da tutte le altre?
I nostri nemici si sono sollevati contro di noi. Non si tratta di lezioni apprese da un testo. Sono state vissute sulla propria pelle.
di Jamie Geller *
Ogni Pesach ci poniamo la stessa domanda: perché questa notte è diversa da tutte le altre? Quest’anno, per la prima volta dal 7 ottobre, la risposta è libertà. Reale, conquistata a fatica e finalmente nostra.
Ogni ostaggio vivo è a casa. A ogni ostaggio assassinato è stata data la dignità di una sepoltura ebraica. Dopo 738 giorni che sono sembrati una vita, il cerchio si è chiuso.
Per due anni e mezzo, il mio cuore si è spezzato a ripetizione. Non una frantumazione drammatica e una tantum, ma una rottura quotidiana, silenziosa, inesorabile. So di non essere stata sola. Ognuno di noi che ha portato i volti degli ostaggi al supermercato, nelle auto in condivisione, alle cene dello Shabbat sa bene quale peso fosse quello. Sorridevamo ai nostri figli mentre i nomi scorrevano nelle nostre menti. Apparecchiavamo tavole bellissime mentre le famiglie degli ostaggi sedevano a tavole vuote.
Eppure, abbiamo sofferto non una, ma due Pasque con la nostra gente nei tunnel. Come si fa a cantare “Dayenu” quando i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno morendo di fame? Come ci si appoggia allo schienale della sedia, simbolo rituale della libertà, quando la libertà per la propria famiglia sembra una beffa? Quei seder erano una ferita. Li abbiamo osservati perché siamo ebrei, e andiamo avanti. Feriti ma indistruttibili. Questo è ciò che siamo.
Poi è arrivato il 13 ottobre. Gli ultimi 20 ostaggi vivi sono tornati a casa. Ho guardato il filmato come si guarda qualcosa per cui si è pregato regolarmente; si ha quasi paura di credere che sia reale. Tra loro: Matan Angrest, Alon Ohel, Avinatan Or e i fratelli Cunio. Figli, fratelli, padri, mariti. Il sospiro che ogni madre ebrea tratteneva da oltre due anni.
Poi, a gennaio, il corpo del sergente di prima classe Ran Gvili è stato finalmente riportato a casa. La sua famiglia ha potuto dirgli addio con tutta la dignità di una sepoltura ebraica. Il dolore ha trovato il suo giusto contenitore. Il cerchio, finalmente, si è chiuso.
Venti uomini siederanno ancora una volta come persone libere ai tavoli del seder in questa Pasqua ebraica. La loro presenza rende questa notte diversa da tutte le altre notti. La loro libertà addolcisce ogni calice di vino che alziamo.
Eppure non siamo completamente in pace. Scrivo queste parole con la colonna sonora del prezzo della libertà: aerei da combattimento in volo, sirene antiaeree, ambulanze che sfrecciano. Questi non sono suoni astratti di guerra. Sono il lavoro attivo, costoso e quotidiano per garantire che la libertà che il nostro popolo ha appena combattuto per riconquistare duri nel tempo. La lezione di questi ultimi anni è che la libertà non viene mai semplicemente concessa. Va difesa.
Questo è ciò che la Pasqua ebraica ci ha sempre mostrato. I nostri saggi insegnano che ognuno di noi deve considerarsi come se stesse attraversando personalmente il processo di redenzione. E in ogni generazione, i nostri nemici si sollevano contro di noi. Queste non sono lezioni apprese da un testo. Sono state vissute.
In questa Pasqua ebraica non state raccontando la storia di qualcun altro. Non siete turisti nel viaggio di qualcun altro. Voi siete l’Esodo. È la storia antica che si scrive attraverso di voi.
Quest'anno, durante il seder, alzate quel primo calice sapendo che la libertà non ci è stata consegnata. È stata conquistata con la lotta, con la preghiera e senza mai essere abbandonata. Ogni generazione è chiamata a vivere quella verità, non solo a recitarla.
Quest'anno, l'abbiamo fatto. Questa è la storia della Pasqua ebraica. Questa è sempre stata la nostra storia.
Buona Pasqua ebraica! Chag Kasher v’Sameyach!
-- * Jamie Geller è portavoce globale e responsabile della comunicazione di AISH. È autrice di libri di cucina di successo, sostenitrice dell’educazione ebraica ed ex produttrice pluripremiata e dirigente marketing presso HBO, CNN e Food Network
(JNS, 20 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Rut, la moabita
“La possibilità del cambiamento costituisce per ogni uomo, in qualunque posizione si trovi, un invito alla speranza che è nello stesso tempo un richiamo alla sua responsabilità.”
di Norbert Lieth
«Così Noemi tornò con Rut, sua nuora, la moabita venuta dalle campagne di Moab. Giunsero a Betlemme all’inizio della mietitura dell’orzo» (Rut 1,22).
In realtà, qui andrebbe citato l’intero brano dal capitolo 1,19 al capitolo 2,23. Per questo consigliamo di consultarlo nella Bibbia.
Il nome Rut significa «compagna», «amicizia», «conforto» o «rinfresco». Queste caratteristiche di Rut divennero evidenti quando, da moabita, tornò in Israele con la suocera Naomi. Naomi, che simboleggia il residuo d’Israele, è accompagnata da Rut, che incarna il vero cristianesimo. Questo ci esorta, come cristiani, a schierarci a fianco del popolo d’Israele e ad accompagnarlo con benedizione.
I credenti dovrebbero essere sempre consapevoli di essersi convertiti al Dio d’Israele. Purtroppo, molti non lo considerano. Ma non possiamo separare il Salvatore da Israele e, pertanto, non possiamo nemmeno rimanere neutrali nei confronti di Israele. Ripeto: chi vuole stare dalla parte del Dio d’Israele, deve stare anche dalla parte del popolo d’Israele.
Anche Rut, nella situazione in cui si trovava, non poteva rimanere neutrale. Doveva decidere, e lo fece scegliendo il popolo e il Dio d’Israele. Disse con grande determinazione:
«Non insistere perché ti lasci e mi allontani da te! Perché dove andrai tu, là andrò anch’io, e dove tu dimorerai, là dimorerò anch’io. Il tuo popolo è il mio popolo, e il tuo Dio è il mio Dio. Dove morirai tu, là morirò anch’io, e là sarò sepolta. Così mi faccia il Signore e mi aggiunga ancora di più: solo la morte ci separerà» (cap. 1,16-17).
Il legame con Israele dovrebbe essere la conseguenza pratica del nostro legame con il Dio vivente. Come potremmo noi, che affermiamo di amare Dio, non amare anche il suo popolo con l’amore con cui egli ama il suo popolo? Vediamo questo amore del Signore in Zaccaria 2,10-13, dove egli parla della futura restaurazione di Israele:
«Esulta e rallegrati, figlia di Sion! Poiché, ecco, io vengo e abiterò in mezzo a te, dice il Signore. E in quel giorno molte nazioni si uniranno al Signore. Così saranno il mio popolo. E io abiterò in mezzo a te, e tu riconoscerai che il Signore degli eserciti mi ha mandato a te. E il Signore possederà Giuda come sua eredità nella terra santa e sceglierà di nuovo Gerusalemme. Tutta la carne taccia davanti al Signore! Poiché egli si è alzato dalla sua santa dimora.»
Non possiamo certo sottrarci a questo amore per Israele! Viviamo oggi nei giorni in cui il Signore sta per scegliere nuovamente Gerusalemme e in cui presto si alzerà per venire e dimorare in mezzo a Israele.
Rut ha riconosciuto profeticamente questa necessità e, nel momento in cui Naomi è tornata al suo popolo, si è schierata pienamente con il popolo e con il Dio di Naomi.
Come nati di nuovo, abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio. Questo è lo stesso Spirito che nei nostri giorni sta restaurando Israele. Ed è stato lo stesso Spirito a suscitare in Rut sia l’amore per il popolo che per il Dio di Naomi. Secondo Romani 11 abbiamo la stessa radice: Israele è il tronco, noi siamo i rami. Il tronco è più importante dei rami, perché il tronco sostiene i rami. Per questo i veri cristiani servono Israele, anche se spesso questo non viene compreso dagli ebrei. La ragione di questa dedizione è il Dio d’Israele, che è diventato anche il nostro Dio. Amiamo Israele per l’amore di Dio e per le sue promesse, con cui egli ricolma il suo popolo.
Per questo il vero cristianesimo fa anche ciò che simboleggia il nome di Rut: è il compagno di Israele e vuole essere il suo ristoro, la sua consolazione e il suo amico.
Pensiamo al centurione di Capernaum, di cui si dice così bene: «Poiché ama la nostra nazione e ci ha costruito stesso la sinagoga.» Questo ha avuto conseguenze meravigliose: «E Gesù andò con loro» (Luca 7,5-6).
Se vogliamo che Dio sia con noi, allora dovremmo anche essere con il popolo che Egli ama. Il Dio di Israele è diventato il nostro Dio, e da ciò scaturisce anche la benedizione descritta in Rut 2,12. Boaz pronuncia lì le parole di benedizione: «Il Signore ti ricompensi per ciò che hai fatto, e la tua ricompensa sia piena da parte del Signore, il Dio d’Israele, al quale sei venuta per cercare rifugio sotto le sue ali!»
Questa fu la conseguenza dell’azione di Rut verso Naomi. Così anche noi siamo giunti al Dio d’Israele. Abbiamo cercato e trovato rifugio sotto le sue ali in Gesù Cristo e quindi facciamo del bene a Israele, proprio come fece Rut. In che cosa consiste il bene che Rut fece a Naomi? Sta scritto:
«Naomi aveva un parente da parte di suo marito, un uomo di prestigio, della famiglia di Elimelech: il suo nome era Boaz. E Rut, la Moabita, disse a Naomi: Vorrei andare nei campi a spigolare dietro a colui nei cui occhi troverò grazia. Ella le disse: Va', figlia mia!» (Cap. 2,1-2).
Rut ha trovato il suo parente Boaz attraverso Naomi. Boaz discende dalla famiglia di Elimelec ed è una splendida immagine di Gesù Cristo. Gesù venne come uomo dalla «famiglia» degli ebrei, e allo stesso tempo era vero Dio. In lui abbiamo trovato il favore di cui abbiamo tanto bisogno per la nostra vita fino all’eternità. Grazie a Lui, che è nato nella “casa del pane”, a Betlemme, ed è egli stesso il pane della vita, siamo stati saziati:
«All’ora del pasto Boaz le disse: “Vieni qui, mangia del pane e intingi il tuo boccone nell’aceto!” Allora lei si sedette accanto ai mietitori, ed egli le porse dei chicchi arrostiti; lei mangiò e si saziò, e ne avanzò persino un po’» (cap. 2, 14).
Qui notiamo qualcosa di molto singolare, e questa stranezza la ritroviamo anche nella storia di Israele: Rut ha trovato Boaz prima di Naomi; lo ha visto prima e lo ha incontrato prima della suocera, sebbene Boaz fosse un parente di Naomi. Mentre Naomi rimaneva in casa, Rut era fuori nei campi e ha trovato comunione con Boaz. A quel punto Rut non porta immediatamente Naomi da Boaz, ma fa qualcos’altro, di fondamentale importanza: porta a Naomi i doni di Boaz:
«Così raccolse nel campo fino alla sera. E quando svuotò ciò che aveva raccolto, era circa un efa d’orzo. Lo raccolse e andò in città, e la suocera vide ciò che aveva raccolto. E tirò fuori ciò che le era avanzato dopo essersi saziata e glielo diede» (cap. 2,17-18).
Questo è ciò che dobbiamo fare!
Possiamo e dobbiamo portare già oggi a Israele i doni del suo «Boaz», Gesù Cristo. L’amore che Egli ha riversato nei nostri cuori deve scorrere anche verso Israele.
Questo vale anche per i beni materiali con cui ci ha benedetti. Così contribuiamo, come il centurione di Capernaum, a costruire la «sinagoga». Si tratta di accompagnare Israele, come dice Rut nel capitolo 1,19: «Così le due andarono avanti finché giunsero a Betlemme.»
Quando Naomi venne a sapere dalla nuora in quale campo avesse raccolto le spighe, disse:
«Sia benedetto dal Signore, che non ha negato la sua grazia né ai vivi né ai morti! E Naomi le disse: Quell’uomo è nostro parente stretto, è uno dei nostri redentori» (cap. 2,20).
A quel tempo Naomi non aveva ancora visto Boaz, ma sapeva che era il riscattatore di entrambe. Sul Dio d’Israele Romani 11,32 dice: «Affinché abbia misericordia di tutti (gli ebrei e i gentili).» Sebbene Israele sia ancora cieco, oggi riconosce intuitivamente, come fece anche Naomi, che il nostro Redentore è anche il suo Redentore. Il movimento messianico sta crescendo e già molti anni fa David Flusser, un tempo professore di Storia delle religioni e Nuovo Testamento all’Università Ebraica di Gerusalemme, disse: «Sono convinto della possibilità che Gesù Cristo possa essere il Messia atteso anche per gli ebrei.»
Israele intuisce che il Messia è allo stesso tempo il Cristo dei gentili.
Il secondo capitolo del libro di Rut ci descrive come Rut trovò Boaz, il redentore. In esso possiamo vedere allegoricamente la storia della conversione della comunità a Gesù Cristo, il suo Salvatore. Tutto è iniziato con un desiderio, con un profondo desiderio del cuore di trovare grazia:
«E Rut, la Moabita, disse a Noomi: Vorrei andare nei campi a spigolare dietro a colui ai cui occhi troverò grazia» (cap. 2,2).
Altre traduzioni dicono: «Ai cui occhi troverò grazia».
Dopo aver espresso il suo desiderio nel versetto 2, nei versetti 3 e 4, vediamo come Dio osserva gli uomini e ascolta il desiderio e il grido del nostro cuore:
«Allora ella andò, giunse e raccolse nel campo dietro ai mietitori. E per caso giunse nel campo di Boaz, che era della famiglia di Elimelech. Ed ecco, Boaz veniva da Betlemme...»
Dio ha voluto che lei arrivasse nel campo di Boaz.
Tutte le cure e le provvidenze nella nostra vita hanno un unico obiettivo d’amore di Dio: che troviamo il suo Figlio Gesù Cristo e che avvenga un incontro tra lui e noi. Non saremo mai sazi se non solo in lui.
Notiamo con quanta insistenza e amore Boaz esorta Rut a rimanere nel suo campo:
«Ascoltami, figlia mia! Non andare a spigolare in un altro campo, non allontanarti da qui, ma resta con le mie serve!» (cap. 2,8).
Riferito ai nostri bisogni interiori: non andare da nessun’altra parte se non da Gesù. Solo presso di lui, solo nel suo «campo» saremo sazi! In nessun altro luogo al mondo troveremo qualcuno che possa togliere la nostra colpa e perdonare i nostri peccati, se non Gesù. Il profeta Michea esclama:
«Dove c’è un Dio come te, che perdona il peccato e rimette la colpa ...?» (Michea 7,18).
In un altro campo o presso un altro signore veniamo solo molestati; lì ci vengono imposti ulteriori pesanti fardelli.
Lo dice anche Naomi alla sua nuora:
«È bene, figlia mia, che tu esca con le sue serve; così non potranno molestarti in un altro campo» (cap. 2,22).
Con Gesù siamo veramente liberi.
Rut stessa confessa come la benevolenza di Boaz le abbia toccato il cuore:
«Possa io continuare a trovare grazia ai tuoi occhi, mio signore! Poiché tu mi hai consolata e hai parlato al cuore della tua serva, e io, io non sono nemmeno come una delle tue serve» (cap. 2,13).
Ha capito che presso Boaz poteva saziarsi. È così anche con Gesù.
L’episodio che segue in Rut 2,14 è una bellissima immagine di Gesù Cristo:
«E all’ora del pasto Boaz le disse: “Vieni qui e mangia del pane e intingi il tuo boccone nell’aceto!” Allora lei si sedette accanto ai mietitori, ma lui le porse chicchi arrostiti, e lei mangiò e si saziò e ne avanzò persino un po’».
All’ora del pasto, il tempo della salvezza, Boaz rivolse il suo invito: - «Vieni qui e mangia del pane!» Anche Gesù ci invita a mangiare il pane della vita. «Questo è il pane che è disceso dal cielo... Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Giovanni 6,58).
«Intingi il tuo boccone nell’aceto!» Con questo Gesù vuole coinvolgerci nella sua opera sul Golgota e donarci il perdono. Mentre era appeso alla croce, gli diedero da bere dell’aceto, ed egli lo prese.
«C’era lì un vaso pieno d’aceto. Ma essi riempirono una spugna d’aceto, la misero su una canna d’issopo e gliela portarono alla bocca. Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!» (Giovanni 19,29-30).
«Mangiò e si saziò, e ne avanzò persino un po'». Con Lui ci saziamo, sì, ci saziamo talmente che ne avanza e possiamo anche donare agli altri dalla sua abbondanza. Nei suoi occhi, sì, in Lui stesso, troviamo il favore che cerchiamo.
(Nachrichten aus Israele, marzo 2026/5796)
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Trump proroga l'ultimatum all'Iran
Il presidente degli Stati Uniti motiva la proroga con i progressi nei negoziati in corso
Donald Trump ha concesso all'Iran più tempo per riaprire lo Stretto di Hormuz, di importanza strategica, al traffico marittimo internazionale. Il termine originariamente fissato è stato prorogato di cinque giorni.
In precedenza, Trump aveva minacciato Teheran di gravi conseguenze militari. Se le acque non fossero state riaperte entro breve tempo, avrebbero potuto seguire attacchi agli impianti energetici.
Il presidente degli Stati Uniti ha motivato la proroga con i progressi nei negoziati in corso. In una dichiarazione ha fatto riferimento a «colloqui molto positivi» e ha parlato di uno scambio costruttivo su una possibile risoluzione globale delle ostilità.
Con un tono insolitamente conciliante, Trump ha dichiarato sulla sua piattaforma Truth Social: «Visto il tono e la natura di questi colloqui approfonditi, dettagliati e costruttivi, che proseguiranno per tutta la settimana, ho ordinato al Dipartimento della Difesa di sospendere per cinque giorni tutti gli attacchi militari contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane, a condizione che gli incontri e i colloqui in corso abbiano esito positivo».
Con questa decisione, gli attacchi pianificati contro le infrastrutture centrali in Iran sono per il momento sospesi. Gli osservatori interpretano questo come un segnale che Washington sta attualmente puntando maggiormente su una soluzione diplomatica, almeno temporaneamente.
Resta da vedere se i colloqui porteranno effettivamente a una distensione duratura. Lo Stretto di Hormuz è considerato una delle rotte commerciali più importanti al mondo per il trasporto di petrolio, motivo per cui qualsiasi restrizione può avere ripercussioni immediate sull'economia globale.
(Jüdische Allgemeine, 23 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
RUT
Capitolo 4
Matrimonio di Rut con Boaz
- Boaz salì alla porta della città e là si mise a sedere.
- Ed ecco passare colui che aveva il diritto di riscatto e del quale Boaz aveva parlato. E Boaz gli disse: “O tu, tal dei tali, vieni e mettiti a sedere qui!”. Quello si avvicinò e si mise a sedere. Boaz allora prese dieci uomini fra gli anziani della città, e disse loro: “Sedete qui”. E quelli si misero a sedere.
- Poi Boaz disse a colui che aveva il diritto di riscatto: “Naomi, che è tornata dalle campagne di Moab, mette in vendita la parte di terra che apparteneva a Elimelec nostro fratello. Ho creduto bene di informartene, e dirti: 'Acquistala in presenza degli abitanti del luogo e degli anziani del mio popolo'. Se vuoi far valere il tuo diritto di riscatto, fallo; ma, se non lo vuoi far valere, dimmelo, affinché io lo sappia; perché non c'è nessuno fuori di te, che abbia il diritto di riscatto; e, dopo di te, vengo io”. Egli rispose: “Farò valere il mio diritto”.
- Allora Boaz disse: “Il giorno che acquisterai il campo dalla mano di Naomi, tu lo acquisterai anche da Rut, la Moabita, moglie del defunto, per far rivivere il nome del defunto nella sua eredità”.
- Colui che aveva il diritto di riscatto rispose: “Io non posso far valere il mio diritto, perché rovinerei la mia propria eredità; subentra tu nel mio diritto di riscatto, poiché io non posso avvalermene”. Ora c'era in Israele quest'antica usanza per rendere valido un contratto di riscatto o di cessione di proprietà: uno si toglieva la scarpa e la dava all'altro; era il modo di attestare in Israele. Così, colui che aveva il diritto di riscatto disse a Boaz: “Fa' l'acquisto per conto tuo”; e si tolse la scarpa.
- Allora Boaz disse agli anziani e a tutto il popolo: “Voi siete oggi testimoni che io ho acquistato dalle mani di Naomi tutto quello che apparteneva a Elimelec, a Chilion e a Malon, e che ho pure acquistato Rut, la Moabita, moglie di Malon, perché sia mia moglie, per far rivivere il nome del defunto nella sua eredità, affinché il nome del defunto non si estingua tra i suoi fratelli e alla porta della sua città. Voi ne siete oggi testimoni”.
- E tutto il popolo che si trovava alla porta della città e gli anziani risposero: “Ne siamo testimoni. L'Eterno conceda che la donna che entra in casa tua sia come Rachele e come Lea, le due donne che fondarono la casa d'Israele. Spiega la tua forza in Efrata, e fatti un nome in Betlemme! Possa la progenie che l'Eterno ti darà da questa giovane, rendere la tua casa simile alla casa di Perez, che Tamar partorì a Giuda!”.
Nascita di Obed, avo di Davide
- Così Boaz prese Rut, che diventò sua moglie. Egli si unì a lei, e l'Eterno le diede la grazia di concepire, e lei partorì un figlio. E le donne dicevano a Naomi: “Benedetto l'Eterno, il quale non ha permesso che oggi ti mancasse uno con il diritto di riscatto! Il suo nome sia celebrato in Israele! Egli consolerà l'anima tua e sarà il sostegno della tua vecchiaia; l'ha partorito tua nuora che ti ama, e che vale per te più di sette figli”.
- E Naomi prese il bambino, se lo strinse al seno, e gli fece da nutrice. Le vicine gli diedero il nome, e dicevano: “È nato un figlio a Naomi!”. Lo chiamarono Obed. Egli fu padre di Isai, padre di Davide.
- Ecco la discendenza di Perez: Perez generò Chesron; Chesron generò Ram; Ram generò Amminadab; Amminadab generò Nason; Nason generò Salmon; Salmon generò Boaz; Boaz generò Obed; Obed generò Isai, e Isai generò Davide.
(Notizie su Israele, 21 marzo 2026)
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La musica che unisce ebrei e palestinesi.
La violoncellista D’Anna e il conservatorio Magnificat di Gerusalemme saliranno sul palco del Ravenna Festival.
di Filomena Armentano e Samuele Marchi
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Lucia D'Anna in una foto dalla sua pagina Facebook
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In Terra Santa c’è chi parte, chi resta nonostante tutto e chi, controcorrente, sceglie di arrivare. È il caso di Lucia D’Anna, violoncellista varesina che dal 2015 vive a Gerusalemme. Era arrivata per studiare, è rimasta per amore: qui ha incontrato Jamil, musicista palestinese cristiano, oggi suo marito. Insieme hanno un figlio di cinque anni, Nadir. E una vita che ogni giorno si misura con la complessità di questa terra.
• Il lavoro all’Istituto Magnificat
Lucia lavora come referente dei corsi accademici dell’Istituto Magnificat – scuola musicale fondata dalla Custodia di Terra Santa – ed è anche ricercatrice per l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ma il suo impegno va ben oltre le aule. Sin dall’inizio, infatti, ha attraversato entrambi i mondi che qui convivono e si scontrano. Durante la settimana suonava nell’orchestra barocca di Gerusalemme, composta da musicisti israeliani. Nei fine settimana, invece, prendeva il violoncello e andava a insegnare nei campi profughi palestinesi. «È stata una scuola di vita durissima – racconta –. Da una parte colleghi israeliani straordinari, dall’altra bambini che vivono situazioni difficilissime. Ma proprio lì ho capito cosa può fare la musica».
• Educare alla bellezza nei campi profughi palestinesi
Nei campi profughi – da Betlemme a Jenin, dove nel 2021 ha suonato con un’orchestra locale in un contesto tesissimo – la musica diventa molto più di un’attività educativa: è uno spiraglio. «Può dare una possibilità di cambiare la propria vita, ma soprattutto educa alla bellezza, dove di bellezza se ne vede poca. Insegna il rispetto, la disciplina, l’ascolto. E aiuta a tirare fuori emozioni forti: paura, rabbia, tristezza, ma anche la gioia di suonare insieme».
• Le storie di Lucia
Le storie che Lucia porta nel cuore sono tante. Come quella di un bambino di dieci anni, violoncellista di grande talento, scomparso per settimane dal campo. «Quando l’abbiamo ritrovato, ha spaccato il violoncello davanti a tutti. Piangeva, ci chiedevamo il perché. Suo padre era stato arrestato e lui aveva dovuto iniziare a lavorare vendendo sigarette. Non poteva più venire a lezione». Alla fine, grazie a un piccolo sostegno economico legato alle lezioni, è tornato a suonare. «Ma capisci quanto sia fragile tutto». Oppure l’incontro con un ragazzo palestinese che non aveva mai visto il mare. «Gli ho detto ingenuamente: “Domani vado a Tel Aviv, vieni anche tu?”. È impallidito. Solo dopo ho capito: per lui era impossibile, e quel mare non l’aveva mai visto».
• Un esercizio di umanità totale
In questo contesto, anche insegnare diventa un esercizio di umanità totale. «In un campo profughi devi saper fare tutto: educatore, psicologo, a volte persino il falegname. Gli strumenti arrivano distrutti, li ripariamo con quello che abbiamo, una volta mi è capitato di riparare un violoncello con nastro e vinavil. Ma quando un ragazzo scopre di avere talento, magari con un orecchio assoluto, allora capisci che ne vale la pena».
• “Facciamo musica e questo basta”. A luglio il Magnificat sul palco del Ravenna Festival
Accanto a questo, c’è l’esperienza dell’Istituto Magnificat, che Lucia definisce «uno spazio di coesistenza reale». Qui insegnanti in maggioranza ebrei israeliani lavorano con studenti palestinesi, cristiani e musulmani. «A lezione non parliamo di politica, non parliamo di religione. Facciamo musica. E semplicemente ci trattiamo come esseri umani. Sei mio collega, sei mio allievo. Questo basta». Un approccio concreto, lontano dalle etichette. «A volte si parla della nostra esperienza come un esempio virtuoso di “dialogo interreligioso”, ma a me non piace come definizione. Noi facciamo musica insieme per un’ora e mezza. E questo vince su tutto». I frutti si vedono nei piccoli segni. «Due ragazzi, uno palestinese cristiano e l’altro ebreo israeliano, si sono trovati a condividere la stanza durante una tournée. Da compagni di leggio sono diventati amici veri». Anche per questo il Magnificat sarà protagonista a luglio al Ravenna Festival, con concerti al Teatro Rasi e al museo interreligioso di Bertinoro. Un ponte culturale che parte da Gerusalemme e arriva in Romagna.
• Vita quotidiana segnata dalla tensione
Ma la vita quotidiana resta segnata dalla tensione, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023. «Per chi come me non è né israeliano né palestinese, è stato l’inizio di un tempo ancora più complesso. In casa ho una frontiera». Lucia racconta con sincerità anche le difficoltà familiari: «Per molti palestinesi Hamas era la resistenza. Per me chiamare resistenza il terrorismo è difficile. Però col tempo anche loro hanno iniziato a dubitare, a farsi domande». Eppure, proprio nei momenti più duri, emergono legami inattesi. «Dopo i bombardamenti su Gerusalemme, alcuni colleghi israeliani mi chiamavano per sapere come stavo. Sono piccoli gesti, ma significativi».
• “Come cristiani siamo una minoranza, ma possiamo essere una chiave per aiutare le persone a comprendersi”
La guerra entra anche nelle case. «A luglio 2025, durante i primi bombardamenti legati all’Iran, siamo rimasti chiusi dentro per una settimana. Come murati». In quei giorni, a sostenere la famiglia è stata anche la fede, semplice e profonda, di un bambino. «Nostro figlio pregava la Madonna tutti i giorni. Andavamo al Santo Sepolcro: era l’unica cosa che lo faceva sentire protetto». Nonostante tutto, Lucia e Jamil hanno scelto di restare. «Ci sentiamo responsabili verso questa terra. Come cristiani, ma anche verso i nostri allievi, verso chi non può andarsene». Per Lucia, proprio i cristiani possono avere un ruolo particolare: «Siamo una minoranza, e questo ci limita. Ma può essere anche una chiave: possiamo aiutare a comprendersi».
• Voglio raccontare le persone normali
Nel frattempo, ha iniziato anche a scrivere per L’Osservatore Romano, per raccontare un’altra faccia della Terra Santa. «Si parla sempre di numeri, di morti e feriti. Io voglio raccontare le persone normali, quelle che cercano di fare del bene». E in mezzo alla complessità, resta anche la bellezza. «Questa è la terra più bella del mondo, ma anche la più complicata. Quando tutto diventa pesante, vado nel deserto: la natura ti ricorda che c’è qualcosa che non si piega alle logiche degli uomini». Oggi Gerusalemme è cambiata. «È diventata più silenziosa. Durante la guerra si sentivano solo gli uccellini e i gatti». Un silenzio carico di attesa. Eppure, tra le pietre antiche e le ferite aperte, continua a risuonare una musica diversa. È quella di chi, come Lucia, sceglie ogni giorno di restare. E di resistere, semplicemente, restando umano.
(Corriere cesenate, 21 marzo 2026)
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Esecuzioni in nome dell'Islam
«Non preoccuparti della distruzione, la libertà è meglio della prosperità» si legge sui muri di Teheran I membri basij ricevono sui loro cellulari messaggi da parte del Mossad che gli intimano di non colpire i manifestanti e di schierarsi dalla parte della popolazione altrimenti faranno la fine dei loro capi
di Mariano Giustino
All'alba della vigilia del Novruz, "Mercoledì del fuoco", che segna l'ingresso nel nuovo anno iranico, al grido di Allahu Akbar, la repubblica islamica ha impiccato tre giovani prigionieri accusati di spionaggio per conto degli Stati Uniti e di Israele. Il Tribunale rivoluzionario islamico, che i manifestanti definiscono "Tribunale della Morte", ha eseguito in nome dell'Islam, segretamente, l'impiccagione dei tre ragazzi detenuti nella prigione di Qom, arrestati per aver partecipato alle proteste del dicembre 2025 e accusati di "moharebeh', cioè di "guerra contro Dio". Un'accusa, questa che viene mossa per giustificare la condanna a morte per coloro che osano protestare. Il regime iraniano considera le proteste anti governative una minaccia alla sicurezza nazionale e dunque considera i manifestanti terroristi al servizio delle potenze straniere. Saleh Mohammadi di anni 19, Saeed Davoudi e Mehdi Ghasemi di 22 anni sono stati sottoposti a indicibili torture per estorcere loro confessioni false. Saleh Mohammadi era un promettente campione di wrestling, un giovane con un futuro promettente, già medaglia di bronzo alla Coppa Saitiev del 2024 in Russia. Era stato rapito nel gennaio scorso dalle forze di sicurezza dei pasdaran coordinate dal defunto Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale ucciso il 17 marzo da un missile israeliano. Mohammadi è stato tenuto in regime di isolamento sottoposto a un processo farsa durato pochi minuti dal cosiddetto tribunale rivoluzionario. È stata di fatto una esecuzione extragiudiziale compiuta come sempre in nome di Allah. Ci sono altre decine di giovani manifestanti in attesa di impiccagione. Molti dei quali sono atleti. La sua impiccagione ricorda quella recente quella di un altro lottatore, Navid Afkari, diventato un simbolo dell'uso della pena capitale contro gli sportivi. Un numero crescente di atleti, allenatori e arbitri è rinchiuso nelle prigioni iraniane, arrestati durante le recenti rivolte popolari. In molte città iraniane, gli abitanti sono scesi in strada per celebrare la festa del fuoco del Chaharshanbeh Suri, sfidando gli avvertimenti e i tentativi di repressione da parte delle forze di sicurezza, mentre il Paese rimane sotto costante pressione militare. La cerimonia del salto nel fuoco con i canti e i balli attorno a un falò i giovani iraniani hanno festeggiato l'arrivo del Nowruz, cioè del Capodanno iranico, il rito che segna il passaggio dall'oscurità alla luce, che in questi ultimi anni per gli oppositori del regime ha assunto il significato del passaggio dalla tirannia alla liberazione. Appaiono scritte sui muri di Teheran in cui i giovani esprimono il loro non sopito desiderio di libertà e intendono portare fino in fondo la loro lotta di liberazione dalla tirannia della repubblica islamica. "Non preoccuparti della distruzione, la libertà è meglio della prosperità", su legge sui muri di Teheran. I membri basij ricevono sui loro cellulari messaggi da parte del Mossad con i quali viene loro intimato di non colpire i manifestanti e di schierarsi dalla parte della popolazione altrimenti faranno la fine dei loro comandanti e degli altri membri che ai posti di blocco in questi giorni vengono presi di mira dai droni israeliani. L'obiettivo di Netanyahu sembra chiaro: è quello di creare le condizioni per una insurrezione popolare. L'intelligence israeliana segnala, diserzioni e fughe di membri basij e di pasdaran e si avvale di collaboratori interni al regime che forniscono una mole di informazioni preziose dal terreno necessarie per colpire le forze basij ai posti di blocco dei centri urbani. Il Mossad lancia i suoi messaggi: "Siate pronti a scendere in strada. Vi proteggeremo dall'alto". Dal canto loro i basij lanciano avvertimenti alla popolazione minacciando il carcere, la fustigazione e la pena di morte per comportamenti "non convenzionali" in piazza. La Repubblica islamica ha subito un duro colpo dai bombardamenti israelo-americani. All'interno di essa regna il caos. Le sue infrastrutture stategiche, militari ed energetiche già molto precarie prima del 28 febbraio sono ora gravemente danneggiate. Il suo apparato missilistico, in particolare di lanciatori, è stato ridotto ai minimi termini. Teheran ha perso la quasi totale capacità di deterrenza. La sua leadership militare fatta di guardiani della rivoluzione, di forze basij, forze di polizia e di esercito, è stata profondamente decimata. Quel che è rimasto dei loro quadri vaga per le strade dei centri urbani in cerca di riparo, inseguiti dai droni israeliani. Le loro caserme sono state bombardate e i loro asset, per buona parte, sono stati trasferiti nelle scuole, negli ospedali e in altri uffici pubblici, trasformati in scudi umani. Secondo diverse fonti Ong e testimonianze in anonimato di medici e personale sanitario, al momento c'è grande caos tra le file dell'esercito e dei guardiani della rivoluzione islamica in Iran. Si registrano diserzioni, carenza di rifornimenti, di munizioni, di cibo e di acqua potabile. Le caserme dei militari, dei pasdaran e dei basij sono state distrutte, spesso le milizie sono costrette a trovare ripari di fortuna. La situazione delle unità militari della Repubblica Islamica è dunque molto critica. Vi sarebbero molte difficoltà anche a curare i soldati e i membri delle milizie ferite. Reparti militari non collaborerebbero più con i guardiani della rivoluzione. I pasdaran respingono le ripetute richieste di assistenza da parte dell'esercito, adducendo come motivazione la "carenza di ambulanze e scorte di sangue". Nessun luogo è più sicuro per pasdaran e i basij inseguiti dai droni di Gerusalemme.
(Il Riformista, 21 marzo 2026)
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Iran: la CIA cerca di svelare il mistero che avvolge il vero potere a Teheran
L'assenza pubblica del nuovo leader supremo iraniano e i segnali contraddittori provenienti dai servizi segreti alimentano i dubbi sulla catena di comando a Teheran
Chi governa realmente l'Iran? La questione sta ora agitando i servizi di intelligence occidentali, mentre il nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, rimane introvabile sulla scena pubblica dall’inizio della guerra. Secondo diverse fonti concordanti, la CIA, i servizi israeliani e altre agenzie alleate stanno cercando di determinare se sia ancora in grado di esercitare il potere.
Designato come successore dopo la morte di suo padre, Mojtaba Khamenei non è apparso pubblicamente in occasione del Norouz, rompendo con una tradizione ben consolidata. È stato diffuso solo un messaggio scritto, alimentando le speculazioni sul suo stato di salute e sul suo ruolo reale. Funzionari statunitensi evocano la possibilità che sia stato ferito durante un attacco israeliano, alcuni arrivando addirittura a suggerire che potrebbe essere gravemente ferito.
Nonostante queste incertezze, elementi di intelligence indicherebbero che sia ancora in vita. Sarebbero stati segnalati tentativi da parte di alti funzionari iraniani di incontrarlo, senza successo per motivi di sicurezza. Ma sia per Washington che per Gerusalemme, una domanda rimane: Mojtaba Khamenei prende davvero le decisioni?
«Non abbiamo alcuna prova che egli sia effettivamente al comando», confida un alto funzionario israeliano. Da parte americana, la totale assenza di apparizioni pubbliche, anche sotto forma di video, è percepita come un «segnale d’allarme».
In questo contesto, l’incertezza sul potere iraniano si accentua. Dopo l’eliminazione di diverse figure chiave del regime, tra cui Ali Larijani, alcuni analisti ritengono che il Paese stia attraversando una profonda crisi di comando. Dietro le quinte, i Guardiani della Rivoluzione sembrano colmare il vuoto, rafforzando la loro presa sull’apparato statale.
Tuttavia, non si prevede un crollo immediato del regime. Ma l'attuale opacità alimenta le incertezze: l'Iran è ancora guidato da una figura centrale o sta virando verso un potere frammentato e militarizzato? Per i servizi occidentali, svelare questo mistero è ormai una sfida strategica di primo piano.
(i24, 20 marzo 2026)
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«Sono stata rapita da degli idioti»
Per 903 giorni, la ricercatrice russo-israeliana Elizabeth Tsurkov è rimasta in ostaggio nelle mani di terroristi filo-iraniani. Questa è la sua testimonianza personale sulla brutalità dei regimi autoritari.
di Elizabeth Tsurkov
Quattro uomini hanno cercato nella mia bocca dei dispositivi di localizzazione impiantati. Avevo detto loro che non ne avevo e che, per quanto ne sapessi, cose del genere esistevano solo nei film. Allora mi hanno chiesto se avessi delle otturazioni. Ma non mi hanno creduto neanche in questo. Hanno controllato di nuovo. «No, non ne ha», mi ha corretto uno degli uomini. Non aveva visto nulla di argentato. Le mie otturazioni sono bianche. Gli uomini, che indossavano abiti civili scuri e passamontagna, sembravano convinti che quelle otturazioni a loro sconosciute rappresentassero un pericolo per la loro sicurezza. In quel momento mi è stato chiaro che il mio rapimento avrebbe preso una piega particolare. Il 21 marzo 2023 sono stato rapita con la forza da un sobborgo di Baghdad, dove volevo svolgere ricerche sul campo per la mia tesi di dottorato alla Princeton University. Quando i miei rapitori mi hanno portato in una cella, hanno tagliato le corde che mi legavano braccia e gambe e mi hanno tolto il sacco di stoffa dalla testa. La prigione segreta in cui mi portarono era gestita da Kataib Hisbollah, una milizia irachena sostenuta dall’Iran.
• Sono stata rapita per estorcere un riscatto
Così si è svolto il mio primo giorno di prigionia. Ne sarebbero seguiti altri 902. Ho trascorso i primi quattro mesi e mezzo in una prigione dove di solito vengono detenuti i prigionieri iracheni della milizia. Come ho appreso in seguito, i miliziani lavoravano per una delle autorità di sicurezza irachene, molte delle quali sono a loro volta fortemente infiltrate da gruppi paramilitari filo-iraniani. Ciononostante, il mio rapimento è avvenuto per motivi puramente opportunistici. Sono stata rapita per estorcere un riscatto, e non per motivi politici. Da quasi due decenni svolgo ricerche per conto di think tank nel Levante e ho già viaggiato in tutta la regione. I miei rapitori sapevano che ero cittadina russa e legata a un’università americana. Per questo mi consideravano un obiettivo redditizio per un rapimento e una successiva richiesta di riscatto. Quello che non sapevano – e che io non volevo rivelare loro – era che, pur essendo nata in Russia, possiedo anche la cittadinanza israeliana. Il rapimento in sé è stato estremamente violento, ma nel primo mese di prigionia non ho subito maltrattamenti fisici. Tuttavia, mi davano pochissimo da mangiare. Di solito uno o due pasti al giorno, riso e pane. Come ho capito solo più tardi, questo doveva rendermi docile per gli interrogatori. Il gruppo era guidato da un capo che si presentò come Maher. Indossava sempre un passamontagna, in modo che non potessi identificarlo. L’idea che una russa venisse in Iraq per motivi di ricerca scientifica era del tutto assurda per Maher e i suoi colleghi. Erano dell’opinione che, essendo russa, potessi fare ricerca solo sulla Russia. Maher mi promise che sarebbe diventato il mio «più grande sostenitore» se fossi riuscita a dimostrare che anche i ricercatori stranieri conducono ricerche sul campo in Russia. Quando cominciai a elencare alcuni esempi, sembrò piuttosto abbattuto. Non divenne il mio più grande sostenitore. Il mio problema era che i miei interrogatori si basavano sul presupposto dei miei rapitori che innumerevoli spie straniere setacciassero l’Iraq e che tutti gli stranieri in Iraq fossero spie. Una volta Maher mi chiese se l’edificio in un quartiere ben protetto di Baghdad, dove avevo alloggiato per un breve periodo, fosse completamente abitato da spie. Ovviamente avevo difficoltà a dimostrare che, tra gli stranieri, ero una delle poche a non essere una spia. Ma in più dovevo fare i conti con l’incompetenza durante gli interrogatori. Uno degli uomini non si prese nemmeno la briga di darmi un nome falso. Lo chiamerò qui il «piccolo pervertito» per via dei suoi continui tocchi e del suo linguaggio volgare. Questo piccolo pervertito sosteneva che la sua organizzazione possedesse registrazioni e foto che avrebbero provato la mia attività di spionaggio. Quando però gli chiesi di mostrarmi le prove, si rifiutò categoricamente. Durante gli interrogatori mi minacciavano continuamente di tortura. Ma nelle prime settimane i miei rapitori si trattennero dal mettere in atto queste minacce. Probabilmente ciò avvenne su ordine dall’alto. Poiché evidentemente non erano addestrati a condurre interrogatori senza ricorrere alla tortura, ricorsero a metodi di interrogatorio che probabilmente conoscevano dai film. Per intimidirmi, Maher mi soffiò del fumo in faccia. Dato che utilizzava una sigaretta elettronica, mi arrivò una nuvola di vapore alla fragola. Non era proprio da un duro. Più tardi Maher ha provato con la tattica del «poliziotto buono – poliziotto cattivo». Ha però minato l’effetto interpretando entrambi i ruoli lui stesso – uno ogni due giorni, il che lo faceva sembrare completamente pazzo. Gli aspetti comici passarono in secondo piano quando, un mese dopo la mia cattura, i rapitori mi hackerarono il telefono costringendomi a dare loro la mia password. Scoprirono che ero israeliana. Ora non mi spingevano più solo ad ammettere di essere una spia. Ora potevano torturarmi per farmelo ammettere. I regimi autoritari – e le milizie e le istituzioni che li sostengono – dipendono dall'incutere paura nei loro sudditi. Governano imponendo consenso e obbedienza attraverso il terrore. Lo sapevo non solo grazie alle mie ricerche scientifiche, ma anche dalla mia giovinezza. Sono nata alla fine del 1986 a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo. Erano gli ultimi anni dell’Unione Sovietica. I miei genitori erano entrambi dissidenti. Mio padre dovette trascorrere sette anni in prigione e altri due come lavoratore coatto in Siberia, perché aveva redatto volantini contro il regime da una prospettiva marxista-democratica. Mia madre, dal canto suo, fu condannata a tre anni di reclusione in una prigione siberiana dopo che il KGB aveva perquisito il suo appartamento e vi aveva trovato una vasta raccolta di barzellette antisovietiche, che lei aveva raccolto con diligenza durante i suoi incontri con amici critici del regime. Era l'epoca della letteratura samizdat, in cui i dissidenti battevano a macchina e copiavano materiale di lettura – saggi, polemiche, notizie – poiché la pubblicazione era impossibile. Una tipica barzelletta della collezione di mia madre recitava così: «Un giudice esce ridendo da un'aula di tribunale sovietica. Il pubblico ministero gli chiede: “Perché ride?” Il giudice risponde: “Glielo direi, ma ho appena condannato qualcuno a cinque anni di carcere per aver raccontato questa barzelletta.”»
• I regimi repressivi temono la derisione
Durante la mia prigionia ho capito ciò che molti dissidenti, tra cui mia madre, avevano capito molto prima di me: l’umorismo è un’arma che anche i più deboli possono usare per minare le autorità al potere, spezzarne l’effetto terrorizzante e rafforzare così il proprio morale. Perché i regimi repressivi temono di essere derisi. Odiano che la loro incompetenza e ignoranza vengano messe a nudo in pubblico. Per questo puniscono la diffusione di barzellette politiche. Una volta, mentre cantavo nella mia cella per tirarmi su di morale, un torturatore di nome Yasser – un uomo corpulento che si era auto-conferito il grado di maggiore – mi ordinò di abbassare la voce. «Abbassa il volume!», gridò. Poi mi chiese in arabo se il suo inglese fosse corretto. Sembrava molto soddisfatto di sé quando gli dissi che era così. Il suo bisogno di conferma da parte di terzi era talmente patetico che, in altre circostanze, sarebbe stato quasi commovente. Ancora più patetico fu quando Maher, che inizialmente aveva affermato di essere un capitano, si rese conto che il grado immaginario di Yasser era superiore al suo. Ciò lo portò a insistere immediatamente affinché lo chiamassi «maggiore Maher». Durante il mio periodo in isolamento nel centro di tortura, ogni tanto ripassavo mentalmente le scene degli interrogatori. Non per rivivere le torture, ma per tirarmi su di morale. Volevo rendermi conto di quanto fossero ignoranti e stupidi i miei aguzzini. Questi presunti agenti dei servizi segreti sapevano ben poco dei loro nemici, Israele e gli Stati Uniti. Uno dei torturatori, un fumatore incallito che è stato presente solo due volte, sosteneva che il 60 per cento degli americani vivesse in povertà e che gli Stati Uniti stessero lavorando per indurre le ragazze irachene a disobbedire ai propri padri e persino a uscire di casa senza il loro permesso.
• Conoscenza quasi illimitata dei metodi di tortura
Riderne interiormente rendeva la mia situazione un po’ più sopportabile, la rendeva meno spaventosa. Ma la mancanza di professionalità dei miei rapitori riguardo ai metodi dei servizi segreti era in contrasto con la loro conoscenza quasi illimitata dei metodi di tortura. Era una competenza che avevano probabilmente acquisito infliggendo crudeltà a innumerevoli iracheni. Sapevano esattamente come colpirmi in faccia senza lasciare segni esterni: mi colpivano la mascella dal basso. Maher parlava in modo dettagliato dei vari metodi di tortura che venivano applicati su di me. Quantificava con estrema precisione il dolore causato da ciascun metodo. Maher riusciva anche a stabilire, con un semplice tocco, se la mia spalla fosse lussata. In mia presenza si vantò con un collega dicendo che gli altri agenti mi avrebbero semplicemente appeso al soffitto con le mani legate dietro la schiena e poi mi avrebbero colpito sulle ginocchia, in modo che non potessi sostenere il mio peso e ridurre così la pressione sulle articolazioni delle spalle e sulla colonna vertebrale. Lui avrebbe usato un metodo ancora più doloroso. In questo caso, le mie braccia venivano incrociate dietro la schiena e ammanettate. Questa tecnica di tortura è conosciuta in Iraq come «Scorpione». Interrompe la circolazione sanguigna nelle mani e provoca forti dolori alle spalle per settimane. A causa di questo metodo di legatura ho subito due ernie discali e danni permanenti alle mani. Un giorno la squadra di torturatori mi ha presentato i risultati del loro tentativo di ricerca su Internet. Mi hanno mostrato screenshot di profili Facebook di visitatori stranieri in Iraq. Mi è stato ordinato di riconoscere queste persone e di identificarle. Mi trovavo in un terribile dilemma: non potevo cavarmela come al solito inventando una risposta plausibile che sapevo sarebbe stata accettata. Non conoscevo nessuna di queste persone, ma i miei aguzzini avevano nomi concreti. I miliziani mi hanno quindi appeso di nuovo e il loro capo, un uomo che conoscevo come «colonnello», ha iniziato a picchiarmi con un tubo di plastica piatto. Quando sono svenuta per il dolore, gli uomini mi hanno lasciato a terra e mi hanno versato addosso dell’acqua. Poi mi hanno appeso di nuovo. Ho perso nuovamente conoscenza. Più tardi hanno ripetuto la procedura. La terza volta, nel mio stato di semi-incoscienza, speravo che forse mi avrebbero lasciato riposare più a lungo a terra se avessi fatto finta di essere ancora svenuta. Ma l’avevano già fatto così tante volte e sapevano che stavo fingendo. «Ti sei riposata abbastanza?», mi chiese Maher con tono beffardo. Di nuovo tirarono la catena per sollevarmi in aria. Poi mi misero in posizione inginocchiata. Non riuscivo a stabilizzarmi e giravo come una trottola. Anche se avevo la vista offuscata dalle vertigini, capirono che ero ancora cosciente. Dopo queste «sedute» di solito mi davano il tempo di riposarmi nella mia cella e mi portavano qualcosa da mangiare. Più tardi tornarono a prendermi per registrare la mia «confessione». Per farlo mi tolsero le manette, in modo che sembrasse che confessassi di mia spontanea volontà.
• Ho detto loro quello che volevano sentire
Continuavo a ripetere loro che, prima di trasferirmi negli Stati Uniti nel 2017 per motivi di studio, avevo lavorato per organizzazioni per i diritti umani in Israele. Non capivano che ero praticamente l’ultima persona che l’apparato di sicurezza israeliano avrebbe reclutato come spia? Li ho pregati più volte di cercare il mio nome su Google, in modo che potessero vedere i miei articoli e i commenti sui social media che avevo pubblicato e in cui avevo criticato la politica del governo israeliano. Ma si sono rifiutati di effettuare tale ricerca. In ogni caso, sapevano leggere solo testi in arabo. Non avevo alcun interesse a «resistere all’interrogatorio» sotto tortura, dopotutto non avevo nulla da nascondere. Non c’era nulla che non volessi rivelare. Così dissi loro ciò che apparentemente volevano sentire: che lavoravo per la CIA ed ero una spia del Mossad. Naturalmente era impossibile essere entrambe le cose contemporaneamente. Ma mentre questi uomini continuavano a picchiarmi nelle 14 settimane successive, imparai a conoscere meglio le loro bizzarre teorie cospirative. E cercai di adattare le mie storie alle loro aspettative. Il colonnello era fermamente convinto che massoni e sionisti governassero il mondo. Più tardi, però, spiegò che Israele era stato fondato dall’Arabia Saudita, il principale rivale dell’Iran nella regione. Se gli ebrei erano così onnipotenti, perché avevano bisogno dei sauditi per aiutarli a fondare l’«entità sionista»? I miei aguzzini credevano tutti che lo «Stato Islamico» fosse un'impresa congiunta di Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita con l'obiettivo di infiltrarsi in Iraq.
• Due settimane di addestramento Mossad-CIA
Una delle crudeltà dell’ISIS consisteva nel giustiziare gli omosessuali gettandoli giù dagli edifici. Eppure Maher non vedeva alcuna contraddizione quando mi raccontava che negli Stati Uniti esistevano caffè riservati ai soli uomini, che servivano a diffondere l’omosessualità nel Paese. I torturatori insistevano anche perché raccontassi loro tutto sulla mia formazione Mossad-CIA. Così mi inventai un resoconto del genere. Questo mi diede qualcosa su cui distrarmi mentre giacevo nella mia cella tra una tortura e l’altra. Dato che non ne sapevo nulla, dopo due settimane rimasi a corto di contenuti. Decisi semplicemente di affermare che l’addestramento era durato due settimane. Confidavo nel fatto che non ne sapessero di più di me. Dato che spesso tradivano la loro ignoranza nei miei confronti, mi resi presto conto che avrebbero creduto a tutto ciò che dicevo loro, per quanto avventuroso potesse sembrare. Le mie confessioni dovevano solo coincidere con la loro visione distorta della realtà. La loro ignoranza era aggravata dalla loro incompetenza in aspetti fondamentali dello spionaggio. Maher mi disse che la sua organizzazione aveva seguito i miei spostamenti a Baghdad con l’aiuto di telecamere di sorveglianza. Ciò era però in contraddizione con le dichiarazioni del piccolo pervertito. Questi mi aveva infatti rivelato come mi avesse seguito per strada e in un caffè, menzionando dettagli che in realtà non poteva conoscere. I torturatori portavano anche i loro smartphone nella stanza in cui venivo interrogata. La capacità di Israele di hackerare i cellulari e trasformarli in dispositivi di intercettazione è infatti ben nota. Inoltre, i miei rapitori rivelavano ripetutamente informazioni che potevano rivelarsi utili per indagini penali.
• Alla fine sembrava accettare la verità
Due anni dopo, in un’altra prigione, dove non ero sottoposta ad abusi fisici ed ero fiduciosa di non essere nuovamente torturata, ho osato dire la verità a un funzionario iraniano: tutte le mie confessioni erano state menzogne, estorte con la tortura. All’inizio non voleva credermi e mi ha ribattuto: «Allora come facevi a sapere che l’addestramento del Mossad dura due settimane?» Gli risposi: «Sapevo di poter inventare qualsiasi cosa, perché il Mossad si è infiltrato tra voi, ma voi non nel Mossad.» Dopo aver creduto per due anni che fossi davvero una spia, alla fine sembrò accettare la verità. A causa della loro ignoranza, questi miliziani sono piuttosto inefficaci quando si tratta di impedire la propria infiltrazione. Nel febbraio 2024, poco dopo che tre soldati statunitensi erano stati uccisi in Giordania durante un attacco delle Kataib Hezbollah, gli Stati Uniti hanno assassinato a Baghdad il comandante responsabile. Quattro anni prima, gli Stati Uniti avevano ucciso l’ex comandante di Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, insieme a Qasem Soleimani, il comandante iraniano responsabile della guida dei proxy iraniani. Il mix di stupidità e brutalità può sembrare strano. Ma è una caratteristica dei regimi che sono emersi da vittime emarginate, tipicamente rurali, degli ex governanti. Gli oppressi prendono improvvisamente il potere. E si vendicano delle ex élite, esercitando violenza contro presunti avversari. In Iraq, sotto Saddam Hussein, la leadership del partito Baath era composta in gran parte dalla minoranza sunnita. Ma i ranghi inferiori delle forze di sicurezza, i torturatori, venivano reclutati dalle province più povere, a maggioranza sciita. In Siria, sotto la dinastia di Assad, esisteva un sistema simile in cui gli alawiti rurali – una setta eterodossa derivata dallo sciismo – dominavano le forze di sicurezza che sorvegliavano la maggioranza sunnita. Se si va più indietro nella storia, anche la Cina maoista e la Cambogia dei Khmer Rossi seguivano modelli simili. Sotto tali regimi, lo Stato ricorre indiscriminatamente alla crudeltà per mantenere la popolazione in uno stato di paura permanente. L'obiettivo è impedire la resistenza. Ma la violenza arbitraria può derivare da informazioni inaffidabili estorte da interrogatori ignoranti. Alcuni informatori, ad esempio, vogliono regolare i conti personali. E le vittime di tortura come me diranno praticamente qualsiasi cosa. Le organizzazioni composte solo da stupidi teppisti sono di solito incapaci di riconoscere le minacce sovversive. Come ha dimostrato la mia esperienza, i maltrattamenti fisici non portano a interrogatori migliori. La tortura produce invece false confessioni e informazioni errate. Questo principio mi ha aiutato anche nelle mie «confessioni». Quando ho fatto mie le teorie del complotto dei miei aguzzini – cosa che avevo rifiutato nel primo mese di prigionia –, i miliziani erano profondamente soddisfatti. Quando ho confessato che la rivolta popolare del 2019 contro l’ordine corrotto e sostenuto dalle milizie in Iraq era un complotto occidentale, Maher era letteralmente entusiasta. Per lui ho anche preparato una confessione dettagliata sulla diffusione dell’omosessualità in Iraq. Ma prima che avessi l’occasione di presentargliela, sono stato trasferita in un’altra prigione.
• Stupidità e incompetenza come strategia
La mia storia dimostra che i regimi crudeli non riescono a compensare la stupidità e l’incompetenza dei propri quadri. Gli apparati di sicurezza hanno una visione distorta delle minacce a cui il regime sarebbe esposto. I miliziani della Kataib hanno cercato di trovare delle soluzioni, ma le loro contromisure erano ridicole. I miei rapitori mi hanno detto di avere informatori nel movimento di protesta per confermare che gli attivisti fossero agenti stranieri – cosa che non sono. La loro mancanza di comprensione delle capacità di intelligence dei loro avversari rende questi miliziani palesemente incapaci di impedire infiltrazioni. Nell’ultima struttura in cui sono stata tenuta prigioniera – poco prima del mio rilascio il 9 settembre 2025 – gli uomini incaricati della sorveglianza non erano migliori. Hanno ordinato alle guardie che mi sorvegliavano non solo di nascondere i volti con mascherine protettive, ma anche di indossare guanti. Ora, io non sono certo una spia. Ma non credo che i guanti in lattice possano servire a qualcosa in questo senso.
(Jüdische Allgemeine, 20 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Dalla Sacra Scrittura
RUT
Capitolo 3
Rut nell'aia di Boaz
- Naomi, sua suocera, le disse: “Figlia mia, io vorrei assicurarti una sistemazione perché tu sia felice. Ora Boaz, con le cui serve tu sei stata, non è forse nostro parente? Ecco, stasera deve ventilare l'orzo nell'aia. Làvati dunque, ungiti, vèstiti, e scendi all'aia; ma non ti far riconoscere da lui, prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. E quando se ne andrà a dormire, osserva il luogo dove dorme; poi va', alzagli la coperta dalla parte dei piedi, e coricati lì; ed egli ti dirà quello che tu debba fare”.
- Rut le rispose: “Farò tutto quello che dici”. E scese all'aia, e fece tutto quello che la suocera le aveva ordinato.
- Boaz mangiò e bevve e, con il cuore allegro, se ne andò a dormire presso il mucchio dei covoni. Allora lei venne piano piano, gli alzò la coperta dalla parte dei piedi, e si coricò. Verso mezzanotte, quell'uomo si svegliò di soprassalto, si voltò, ed ecco che una donna era coricata ai suoi piedi. “Chi sei tu?”, le disse.
- E lei rispose: “Sono Rut tua serva; stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto”.
- Ed egli a lei: “Sii benedetta dall'Eterno, figlia mia! La tua bontà di adesso supera quella di prima, poiché non sei andata dietro a dei giovani, poveri o ricchi. Ora dunque, non temere, figlia mia; io farò per te tutto quello che dici, poiché tutti qui sanno che sei una donna virtuosa. Ora è vero che io ho il diritto di riscatto; ma ce n'è un altro che ti è parente più prossimo di me. Passa qui la notte e domattina, se quello vorrà far valere il suo diritto su di te, va bene, lo faccia pure; ma se non gli piacerà di far valere il suo diritto, io farò valere il mio, com'è vero che l'Eterno vive! Sta' coricata fino al mattino”.
- E lei rimase coricata ai suoi piedi fino al mattino; poi si alzò, prima che due si potessero riconoscere l'uno con l'altro; poiché Boaz aveva detto: “Nessuno sappia che questa donna è venuta nell'aia!”. Poi aggiunse: “Porta qua il mantello che hai addosso, e tienilo con entrambe le mani”. Lei lo tenne su, ed egli misurò dentro sei misure d'orzo, e glielo mise in spalla; poi se ne andò in città.
- Rut tornò da sua suocera, che le disse: “Sei tu, figlia mia?”. E lei le raccontò tutto quanto quell'uomo aveva fatto per lei, e aggiunse: “Mi ha anche dato queste sei misure d'orzo; perché mi ha detto: 'Non devi tornare da tua suocera a mani vuote'”.
- E Naomi disse: “Rimani qui, figlia mia, finché tu veda come andrà a finire la cosa; poiché quest'uomo non si darà posa, finché non abbia oggi stesso concluso questo affare”.
(Notizie su Israele, 20 marzo 2026)
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Netanyahu: «Proteggiamo il mondo intero»
Al ventesimo giorno della guerra contro l’Iran, il primo ministro israeliano ha rilasciato dichiarazioni insolitamente dettagliate durante una conferenza stampa.
di Imanuel Marcus
In una conferenza stampa insolitamente dettagliata, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha descritto la guerra contro l'Iran come una lotta difensiva globale, mettendo in guardia con parole drastiche dalle conseguenze di un'eventuale esitazione. Insieme agli Stati Uniti del presidente Donald Trump, Israele sta agendo con «determinazione senza precedenti» per eliminare una minaccia esistenziale.
Fin dall’inizio, Netanyahu ha respinto come «fake news» le notizie iraniane sulla sua presunta morte: «Sono vivo – e voi ne siete tutti testimoni».
L'obiettivo dell'operazione militare sarebbe quello di distruggere sia il programma nucleare iraniano che la produzione di missili, prima che diventino «inattaccabili nelle profondità del sottosuolo». Allo stesso tempo, ciò dovrebbe spianare la strada a un cambiamento politico in Iran.
• «Stiamo vincendo – l’Iran sarà annientato»
Il capo del governo ha inoltre dipinto un quadro di grandi successi militari: la difesa aerea iraniana sarebbe «inutile», la marina «giace sul fondo del mare» e le strutture di comando «affondano nel caos totale». Si sarebbero «distrutte centinaia di rampe di lancio» e si starebbe attaccando in modo mirato anche le fondamenta industriali della produzione di armi. «Stiamo annientando la loro infrastruttura industriale», ha affermato Netanyahu.
Ha sottolineato più volte che Israele e gli Stati Uniti non si stanno solo difendendo: «Oserei dire che stiamo proteggendo il mondo intero». Ha respinto con forza le critiche secondo cui Israele avrebbe trascinato gli Stati Uniti in guerra: «Qualcuno crede davvero che si possa dire al presidente Trump cosa deve fare? È ridicolo».
Netanyahu ha lanciato un monito particolarmente incisivo contro un Iran dotato di armi nucleari. Bisogna immaginare «cosa farebbero questi fanatici» se disponessero di missili intercontinentali in grado di raggiungere anche l’Europa o le città americane. In pochi mesi, al più tardi entro un anno, Teheran avrebbe potuto trasferire i propri programmi nel sottosuolo – a quel punto sarebbero stati difficilmente attaccabili.
• «Il rischio di non agire»
«C’è sempre un rischio nell’agire», ha detto Netanyahu. «Ma di fronte a minacce esistenziali, il rischio di non agire è molto più grande.»
«Dobbiamo essere più forti dei barbari – altrimenti non solo si presenteranno alle nostre porte, ma le abbatteranno e distruggeranno le nostre società», ha spiegato Netanyahu.
• Possibile instabilità in Iran
Infine, ha tracciato un parallelo con gli anni '30 e ha messo in guardia dal ripetere gli errori storici: all'epoca molti avrebbero detto che «non era un loro problema». Oggi, tuttavia, la minaccia è evidente: «È proprio davanti a noi e ci schizza sangue in faccia».
Il premier ha parlato di «molti segnali» che indicano che il regime iraniano stia vacillando, anche se un crollo non è garantito. Ci sarebbero tensioni nella leadership, ordini contraddittori e prime diserzioni. Il sistema sarebbe simile a «un pezzo di legno cavo e marcio – stabile all’esterno, divorato dall’interno».
Un cambiamento politico è possibile, ma in ultima analisi la decisione spetta al popolo iraniano. Israele può solo creare i presupposti.
• «La libertà ha il suo prezzo»
Netanyahu ha descritto la collaborazione con Washington come più stretta che mai. «Non ho dovuto convincere il presidente Trump di nulla – è stato lui a spiegarmi perché è necessario agire.» L’America non combatte «per Israele, ma con Israele».
Allo stesso tempo, ha abbozzato idee strategiche per il periodo postbellico, come nuovi corridoi energetici dal Golfo attraverso la penisola arabica fino al Mediterraneo, per aggirare in modo permanente i colli di bottiglia come l’attuale blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran.
Alla domanda sulle perdite americane e sui costi crescenti, Netanyahu ha risposto con un riferimento personale alle proprie esperienze di guerra e alla morte di suo fratello Yonatan Netanyahu durante l’operazione di salvataggio a Entebbe nel 1976. «La libertà è preziosa. Ha il suo prezzo», ha detto. Chi non è disposto a difenderla, «non avrà futuro».
(Jüdische Allgemeine, 20 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele, la guerra vista da dentro: gli arabi israeliani tra diffidenza per l’Iran e rifiuto del conflitto
Non simpatizzano per Teheran, ma non sostengono l’escalation militare: la minoranza araba racconta un’altra percezione della guerra, tra sfiducia politica e senso di vulnerabilità. Tra timore per l’instabilità regionale e distanza dal governo, emerge una frattura interna: l’Iran non è visto come una minaccia esistenziale, mentre il conflitto appare un rischio troppo alto.
di Nina Deutsch
Non esiste un’unica voce israeliana quando si parla di guerra. Esiste piuttosto un coro dissonante, fatto di timori, calcoli, identità e memorie diverse. Tra queste voci, quella degli arabi israeliani – circa un quinto della popolazione – racconta una storia meno lineare di quanto spesso si immagini: diffidenza verso l’Iran, sì, ma senza entusiasmo per una guerra che rischia di incendiare l’intera regione.
Parlare di Israele come di un blocco compatto è una semplificazione comoda, ma fuorviante, tornata con forza nel racconto di questi tempi complessi. Molti sembrano dimenticare che si tratta di una società attraversata da fratture politiche, culturali e identitarie, tutt’altro che uniforme. In questo mosaico, gli arabi israeliani – cittadini a pieno titolo, presenti nelle istituzioni e nella vita pubblica – restano una componente essenziale, ma spesso raccontata in modo superficiale. Su di loro si concentra l’analisi di Charlie Summers per il Times of Israel.
Una scena quotidiana, quasi banale, può dire molto più di mille analisi. In un supermercato di Gerusalemme, un cliente ebreo e un dipendente arabo si scambiano poche parole sulla guerra con l’Iran. «Alla fine andrà tutto bene», dice il secondo. «Ma è già tutto a posto», ribatte il primo. La risposta arriva secca, disarmante: «In guerra non ci sono vincitori». È un frammento minimo, ma rivela una frattura profonda: due percezioni della stessa realtà che faticano a incontrarsi.
I numeri confermano questa distanza. Se tra gli israeliani ebrei il sostegno alla campagna militare contro Teheran è larghissimo – oltre il 90% nei primi giorni del conflitto secondo l’ Israel Democracy Institute – tra i cittadini arabi l’appoggio crolla a poco più di un quarto. Non è una sorpresa assoluta: divergenze simili si sono già viste nei conflitti con Gaza. Ma questa volta il quadro è più sfumato. L’Iran non è un attore arabo sunnita, e storicamente non è al centro del conflitto israelo-palestinese. Questo cambia le coordinate del giudizio.
Eppure, la diffidenza verso Teheran è reale. Molti arabi israeliani guardano alla Repubblica islamica come a una potenza destabilizzante, responsabile di aver alimentato tensioni e guerre per procura in Medio Oriente, dalla Siria all’Iraq. «Non ho dimenticato cosa ha fatto ai sunniti», racconta un attivista di Tamra. La frattura religiosa – sunniti contro sciiti – pesa, così come il carattere autoritario del regime iraniano.
Ma riconoscere un problema non significa accettare qualsiasi soluzione. È qui che emerge il nodo centrale: per molti arabi israeliani, l’Iran non rappresenta una minaccia esistenziale paragonabile a quella percepita dalla maggioranza ebraica. In un sondaggio precedente alla guerra, solo una minoranza lo considerava un pericolo diretto per la sopravvivenza dello Stato. Il risultato è una posizione che può sembrare contraddittoria, ma non lo è: ostilità verso Teheran, ma scetticismo verso una guerra su larga scala.
A influire è anche un senso diffuso di distanza dalla narrativa dominante. « Nelle città arabe, l’esperienza di questa guerra è molto diversa da quella vissuta dal cittadino ebreo medio», osserva un ricercatore del Van Leer Institute di Gerusalemme. Non perché ignorino il conflitto, ma perché non si riconoscono completamente nel racconto nazionale che lo giustifica. È una distanza politica, ma anche emotiva.
C’è poi un elemento concreto, quotidiano, che pesa più delle analisi geopolitiche: la sicurezza. Durante i lanci di missili, la vulnerabilità delle città arabe è diventata evidente. I dati parlano chiaro: una percentuale minima di rifugi pubblici si trova in queste comunità, e molti non sono nemmeno operativi. Non sorprende che solo una piccola parte degli arabi israeliani dichiari di sentirsi protetta, contro una larga maggioranza tra gli ebrei.
La guerra, insomma, non è vissuta allo stesso modo. Non solo per ragioni ideologiche, ma per condizioni materiali diverse. Quando un missile colpisce una casa a Tamra, causando vittime e distruzione, il conflitto smette di essere una questione strategica e diventa una realtà immediata, tangibile, spesso più difficile da accettare.
A questo si aggiunge un’altra frattura, meno visibile ma altrettanto decisiva: la fiducia nelle istituzioni. Tra molti cittadini arabi prevale lo scetticismo verso la leadership politica israeliana. C’è chi vede nella guerra anche una scelta dettata da logiche interne di potere, più che da una necessità inevitabile. È una percezione che alimenta ulteriormente la distanza.
Nel frattempo, mentre l’attenzione pubblica è concentrata sul fronte esterno, problemi interni continuano a crescere. La criminalità nelle comunità arabe, già a livelli allarmanti, non si ferma con la guerra. Anzi, dopo una breve pausa iniziale, torna a intensificarsi, spesso nell’indifferenza generale. Per molti amministratori locali, questa resta la vera emergenza quotidiana.
Il risultato è una posizione complessa, che sfugge alle semplificazioni: gli arabi israeliani non sono filoiraniani, né automaticamente pacifisti. Sono, piuttosto, una comunità che valuta costi e benefici in modo diverso, partendo da una realtà distinta. Temono l’Iran, ma temono anche – e forse di più – le conseguenze di una guerra prolungata.
In fondo, quella frase pronunciata tra gli scaffali di un supermercato contiene già tutto: «In guerra non ci sono vincitori». È una constatazione semplice, quasi ovvia. Ma in un Paese abituato a vivere in stato di emergenza, suona come una presa di distanza. Non dalla realtà, ma da una sua possibile interpretazione. Ed è proprio in questa distanza che si coglie la vera complessità di Israele: un Paese che, più che un blocco compatto, resta un equilibrio fragile tra visioni del mondo che convivono, si scontrano e, a volte, si ignorano.
(Bet Magazine Mosaico, 20 marzo 2026)
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Huckabee smentisce le notizie infondate sulla chiusura dei luoghi sacri israeliani
I critici hanno accusato Israele di perseguitare musulmani e cristiani, trascurando però il contesto fondamentale del periodo bellico.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Giovedì l'ambasciatore statunitense Mike Huckabee ha richiamato all'ordine i critici che accusano Israele di perseguitare musulmani e cristiani per aver chiuso i luoghi sacri a Gerusalemme, in particolare la moschea di Al-Aqsa e la Basilica del Santo Sepolcro.
Huckabee ha sottolineato che anche il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell'ebraismo, è stato chiuso a causa del pericolo per i fedeli rappresentato dal continuo bombardamento missilistico iraniano – un fatto che era vistosamente assente dalle accuse.
Lunedì un missile iraniano è esploso sopra Gerusalemme, facendo cadere detriti sulla Basilica del Santo Sepolcro, sul Patriarcato armeno, sul quartiere ebraico e sul Monte del Tempio.
Quelle “ragioni di sicurezza” sono i missili balistici del regime iraniano lanciati su Gerusalemme.
Oggi schegge sono cadute sul Monte del Tempio.
Se ci fossero state preghiere pubbliche, non ci sarebbe stato il tempo di cercare riparo — e questo metallo incandescente caduto dal cielo avrebbe potuto uccidere qualcuno.
Israele ha chiuso la moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme per due settimane.
Il complesso è considerato il terzo luogo più sacro per i musulmani ed è rimasto quasi vuoto per tutto il Ramadan.
Israele afferma che la chiusura dei luoghi sacri a Gerusalemme è dovuta a “motivi di sicurezza” nel contesto della guerra in corso.
Un grosso frammento di un razzo è caduto nel cortile della Basilica del Santo Sepolcro, e Huckabee ha sottolineato che ci sarebbero state vittime se Israele non avesse chiuso i luoghi sacri.
Accade spesso che i leader religiosi palestinesi, sia musulmani che cristiani, descrivano erroneamente le restrizioni israeliane come tentativi di «giudaizzare» Gerusalemme e di perseguitare le minoranze religiose. In questo caso specifico, l’Autorità Palestinese ha affermato che Israele avrebbe chiuso la Moschea di Al-Aqsa sul Monte del Tempio a Gerusalemme per consentire i sacrifici pasquali ebraici, senza menzionare la minaccia che i missili iraniani rappresentavano per i fedeli.
(Israel Heute, 20 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La globalizzazione dell’Intifada
Un grido d’accusa contro la normalizzazione dell’antisemitismo contemporaneo: la “globalizzazione dell’Intifada” viene letta come legittimazione pubblica della violenza antiebraica e come segnale di una regressione morale e politica delle società occidentali.
di Iuri Maria Prado
Hanno globalizzato l’Intifada. Gli ebrei sono aggrediti in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia. Lì, in quei Paesi, sono incendiate le sinagoghe, sono devastati i negozi e le case degli ebrei. In quei Paesi – in Europa, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia – gli ebrei sono uccisi. E in quei Paesi gli ebrei non sono più cittadini come gli altri. Non sono cittadini come gli altri per strada, non sono cittadini come gli altri nelle università, non sono cittadini come gli altri nei tribunali.
È stata globalizzata l’Intifada perché in Europa, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia si inneggiava alla globalizzazione dell’Intifada, e lo si faceva senza che la cosa fosse condannata in qualsiasi modo.
L’Intifada è stata globalizzata dal sindaco newyorkese e prima dai campus statunitensi che l’amministrazione di Joe Biden autorizzava di fatto alla caccia all’ebreo; l’Intifada è stata globalizzata dai partiti politici delle marce della pace in cui sventolava quello slogan: “Globalize the Intifada”, e sventolava perché quei partiti non solo lo lasciavano sventolare mentre sventolava, ma lo lasciavano impunito anche dopo, senza prenderne in nessun modo le distanze. E quello striscione con su scritto “Globalize the Intifada” non sarebbe stato srotolato un’altra volta se ci fosse stata pubblica esecrazione la prima volta.
L’Intifada è stata globalizzata dai rettori universitari che lasciavano campeggiare quegli striscioni; è stata globalizzata dai sindacati, dai giornali, dalle televisioni.
Ma attenzione: perché sto facendo questo discorso? Perché la globalizzazione dell’Intifada – che significa la globalizzazione della violenza antiebraica, che significa inneggiare all’assassinio di massa degli ebrei – è una riedizione della partecipazione sociale e popolare alle persecuzioni antiebraiche di 80 anni fa.
Le società europee dell’Intifada di oggi sono le stesse che parteciparono alla persecuzione degli ebrei 80 anni fa; senza l’attiva partecipazione sociale e popolare a quelle persecuzioni, senza la collaborazione di quelle società ai rastrellamenti, alla denuncia, alla deportazione degli ebrei, ecco, non si sarebbe evitata la persecuzione, ma lo sterminio avrebbe avuto una portata diversa.
Perché dove quella collaborazione è stata meno attiva, nei rarissimi casi in cui parti delle società di alcuni Paesi collaborarono meno attivamente alle persecuzioni, una parte di ebrei riuscì a salvarsi.
Oggi l’Intifada non sarebbe globalizzata se inneggiare alla globalizzazione dell’Intifada non fosse stato permesso in quelle società. Oggi un ministro belga non avrebbe bisogno di annunciare che schiera l’esercito per proteggere gli ebrei; non ne avrebbe bisogno se non fosse ritenuto normale che gli ebrei debbano essere protetti dall’esercito.
Ricordiamolo: le leggi razziali non sono state applicate con la forza. Si sono imposte sugli ebrei, questo sì: ma non sulle società italiane che le hanno fatte proprie.
(InOltre, 20 marzo 2026)
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Calcio – La Fifa rigetta l’istanza palestinese
La Fifa, il massimo organismo del calcio mondiale, ha detto no alla richiesta della Federcalcio palestinese di prendere provvedimenti contro squadre di club israeliane basate in Cisgiordania. La vertenza è stata aperta dall’organismo con sede a Ramallah durante il Congresso Fifa svoltosi a Bangkok nel maggio del 2024.
La Fifa, dopo aver ascoltato il suo team di esperti, ha comunicato di non avere intenzione di intraprendere alcuna azione contro tali società «poiché, nel contesto dell’interpretazione delle disposizioni pertinenti dello statuto Fifa, lo status giuridico definitivo della Cisgiordania rimane una questione irrisolta e altamente complessa secondo il diritto internazionale». Sempre nel maggio di due anni fa la Federcalcio palestinese aveva chiesto l’esclusione di Israele dalla Fifa, promuovendo quello che la Federcalcio israeliana (Ifa) aveva definito un «cinico tentativo» di isolare lo Stato ebraico.
Proprio la Ifa è oggetto di un provvedimento disciplinare separato, annunciato giovedì insieme al rigetto dell’istanza palestinese. L’accusa è di non aver fatto abbastanza nel contrasto al razzismo, dentro e fuori gli stadi: per questo la Ifa è stata sanzionata con una multa da 150mila franchi svizzeri. La Fifa ha disposto che nelle prossime tre partite casalinghe di livello A, la Ifa dovrà esporre «uno striscione significativo e ben visibile» con la scritta “Il calcio unisce il mondo – No alla discriminazione” e inoltre attuare un «piano di prevenzione» basato su «riforme, protocolli, monitoraggio e campagne educative negli stadi e sui canali ufficiali per un’intera stagione».
(moked, 20 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
RUT
Capitolo 2
Rut si reca a spigolare nel campo di Boaz
- Naomi aveva un parente di suo marito, uomo potente e ricco, della famiglia di Elimelec, che si chiamava Boaz. Rut, la Moabita, disse a Naomi: “Lasciami andare nei campi a spigolare dietro a colui agli occhi del quale avrò trovato grazia”. E lei le rispose: “Va' figlia mia”. Rut andò dunque e si mise a spigolare in un campo dietro ai mietitori; e per caso si trovò nella parte di terra appartenente a Boaz, che era della famiglia di Elimelec.
- Ed ecco che Boaz giunse da Betlemme, e disse ai mietitori: “L'Eterno sia con voi!”. E quelli gli risposero: “L'Eterno ti benedica!”. Poi Boaz disse al suo servo incaricato di sorvegliare i mietitori: “Di chi è questa fanciulla?”. Il servo incaricato di sorvegliare i mietitori rispose: “È una fanciulla Moabita; quella che è tornata con Naomi dalle campagne di Moab. Lei ci ha detto: 'Vi prego, lasciatemi spigolare e raccogliere le spighe tra i covoni, dietro ai mietitori'. È venuta stamattina ed è rimasta in piedi fino ad ora; e si è ritirata un momento solo per riposarsi”. Allora Boaz disse a Rut: “Ascolta, figlia mia; non andare a spigolare in un altro campo; non ti allontanare da qui, ma rimani con le mie serve; guarda qual è il campo che si miete, e va' dietro a loro. Ho ordinato ai miei servi che non ti tocchino; e quando avrai sete andrai a bere dai vasi l'acqua che i servi avranno attinto”.
- Allora Rut si gettò giù, prostrandosi con la faccia a terra, e gli disse: “Come mai ho trovato grazia agli occhi tuoi che tu faccia caso a me che sono una straniera?”.
Boaz le rispose: “Mi è stato riferito tutto quello che hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e il tuo paese natìo, per venire presso un popolo che prima non conoscevi. L'Eterno ti ricompensi per quello che hai fatto, e la tua ricompensa sia piena da parte dell'Eterno, dell'Iddio d'Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti!”. Lei gli disse: “Possa io trovare grazia agli occhi tuoi, o mio signore! Poiché tu mi hai consolata, e hai parlato al cuore della tua serva, sebbene io non sia neppure come una delle tue serve”. - Poi, al momento del pasto, Boaz le disse: “Vieni qua, mangia del pane, e intingi il tuo boccone nell'aceto”. E lei si mise a sedere accanto ai mietitori. Boaz le porse del grano arrostito, e lei ne mangiò, si saziò, e ne mise da parte gli avanzi. Poi si alzò per tornare a spigolare, e Boaz impartì quest'ordine ai suoi servi: “Lasciatela spigolare anche fra i covoni, e non rimproveratela! E strappate anche per lei delle spighe dai mannelli; e lasciatele lì perché lei le raccolga, e non la sgridate!”. Così lei spigolò nel campo fino alla sera; batté quello che aveva raccolto, e ne ricavò circa un efa d'orzo. Se lo caricò addosso, entrò in città, e sua suocera vide ciò che lei aveva spigolato; e Rut tirò fuori quello che le era rimasto del cibo dopo essersi saziata, e glielo diede.
- La suocera le chiese: “Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che ti ha fatto un'accoglienza così buona!”. E Rut disse alla suocera presso chi aveva lavorato, e aggiunse: “L'uomo presso il quale ho lavorato oggi, si chiama Boaz”. E Naomi disse a sua nuora: “Sia egli benedetto dall'Eterno, poiché non ha rinunciato a mostrare ai vivi la bontà che ebbe verso i morti!”. E aggiunse: “Quest'uomo è nostro parente stretto; è di quelli che hanno su noi il diritto di riscatto”. E Rut, la Moabita: “Mi ha anche detto: 'Rimani con i miei servi, finché abbiano finito tutta la mia mietitura'”. E Naomi disse a Rut sua nuora: “È bene, figlia mia, che tu vada con le sue serve e non ti si trovi in un altro campo”. Lei rimase dunque con le serve di Boaz, a spigolare, fino alla fine della mietitura dell'orzo e del frumento. E abitava con sua suocera.
(Notizie su Israele, 19 marzo 2026)
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«Parte della strategia militare iraniana»
La comunità ebraica è sconvolta da una serie di attentati terroristici in tutto il mondo. L’esperto Hans-Jakob Schindler spiega cosa c’entra tutto questo con la guerra ibrida del regime dei mullah iraniani
di Ninve Ermagan
- Signor Schindler, come è cambiata la minaccia terroristica in Europa dalla ripresa della guerra in Medio Oriente?
Bisogna osservare due livelli. Innanzitutto assistiamo a una chiara radicalizzazione degli individui, senza che la Repubblica Islamica debba intervenire attivamente. La situazione attuale non può essere considerata isolatamente: la guerra con l’Iran non è iniziata nel febbraio 2026, ma con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Da allora, in Europa si è rafforzato un forte clima antisemita e anti-israeliano. Non solo gli estremisti islamici si sono ulteriormente radicalizzati, ma anche parte della scena di estrema sinistra orientata alla violenza. Quest’ultima interpreta la guerra di Gaza come una lotta difensiva anti-imperialista, sebbene nessuno dei fronti – Hamas, Hezbollah, Houthi o Iran – sia stato avviato da Israele dopo il 7 ottobre. Queste narrazioni contribuiscono alla radicalizzazione. Un caso avvenuto il 1° marzo in Texas dimostra quanto velocemente ciò possa sfociare nella violenza: un migrante senegalese ha attaccato un bar uccidendo tre persone. Non aveva alcun legame con l’Iran, ma portava con sé una foto dell’ormai defunto «Guida Suprema» dell’Iran, Ali Khamenei.
- Qual è il secondo livello?
Oltre a questa radicalizzazione di singoli autori, si profila un ulteriore sviluppo. Il nuovo Guida Supremo Mojtaba Khamenei ha annunciato, nella sua prima dichiarazione letta alla televisione iraniana, di voler aprire «nuovi fronti contro i suoi nemici». Dato che la Guardia Rivoluzionaria sta già agendo militarmente contro numerosi Stati confinanti, la conclusione è ovvia: si intendono anche operazioni al di fuori della regione – ovvero il terrorismo internazionale.
- Le autorità avevano avvertito già da tempo di un aumento del rischio di attentati. Nel frattempo ci sono stati diversi attacchi contro istituzioni ebraiche in Occidente. Si può individuare uno schema in questi atti?
Attualmente assistiamo a una serie di episodi in Europa e Nord America che in parte sono difficili da classificare – come gli spari contro il Consolato Generale americano a Toronto, un tentato attentato dinamitardo contro l’Ambasciata israeliana a Oslo o un attacco con un’auto contro un centro ebraico nel Michigan. Dietro questi atti potrebbero esserci singoli autori radicalizzati – ma potrebbero anche far parte di una strategia più ampia. Relativamente chiara appare invece una serie di attentati contro sinagoghe a Liegi, Rotterdam, Amsterdam e in Grecia. Poco dopo è apparsa nei gruppi Telegram di Hezbollah e della Guardia Rivoluzionaria iraniana una rivendicazione di un gruppo finora sconosciuto: Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya, che si presenta come una nuova organizzazione terroristica sciita.
- Cosa sappiamo del legame del gruppo con la «Repubblica Islamica»?
Il gruppo non ha ancora un proprio canale sui social media, ma ha pubblicato video degli attentati – materiale che in realtà solo gli autori o chi ne era a conoscenza potevano avere. Il fatto che il materiale sia stato diffuso tramite i canali di Hezbollah e della Guardia Rivoluzionaria Iraniana suggerisce che questi attentati debbano essere attribuiti, almeno indirettamente, al regime iraniano. È quindi possibile che si tratti di un nuovo proxy iraniano o che il regime attribuisca a singole operazioni una narrativa ideologica comune.
- Quale strategia persegue il regime iraniano per portare il conflitto in Medio Oriente in Europa?
Attualmente, il regime iraniano è principalmente preoccupato della propria sopravvivenza. Teheran sa di non poter competere militarmente con Israele o con gli Stati Uniti con mezzi convenzionali e punta quindi sulla guerra ibrida. Ciò include la pressione regionale tramite proxy come Hezbollah o le milizie irachene, attacchi alle infrastrutture civili degli Stati della regione del Golfo e pressioni su rotte strategiche come lo Stretto di Hormuz. A ciò si aggiunge una dimensione globale: narrazioni, propaganda e terrorismo internazionale dovrebbero generare pressione politica anche al di fuori della regione, con l’obiettivo di indurre gli Stati occidentali a spingere Israele e gli Stati Uniti a porre fine alla guerra. Tutto ciò è stato annunciato da parte iraniana da decenni e fa parte della strategia militare che Teheran ha descritto in modo molto aperto. Da una prospettiva europea, ciò spiega anche perché all'inizio degli anni 2000 gli Stati europei abbiano optato per un approccio negoziale e non per un'opzione militare.
- Quanto sono preparate le nostre autorità di sicurezza a questa minaccia?
Le autorità di sicurezza hanno riconosciuto il pericolo, ma questo non significa che sia stato scongiurato. La protezione delle strutture israeliane e americane è stata notevolmente rafforzata in Germania, e la polizia e i servizi di intelligence stranieri si scambiano informazioni in modo più intenso. La vera sfida, tuttavia, risiede nello spazio digitale. Le reti di gruppi come Hamas o Hezbollah, ma anche i servizi segreti iraniani, oggi comunicano e coordinano le loro attività principalmente attraverso i social media e Internet. È proprio qui che si trova un punto debole in Germania.
- In cosa consiste?
Rispetto al resto d’Europa, le autorità di sicurezza tedesche sono nettamente più limitate nell’analisi di grandi quantità di dati e nell’uso di moderni strumenti di analisi. Mentre molti altri Stati dell’UE puntano sull’analisi di massa dei dati, sull’intelligenza artificiale e su una più stretta cooperazione con le piattaforme, in Germania il margine di manovra è più ristretto a causa delle rigide norme sulla protezione dei dati. Ciò porta a un problema strutturale: le quantità di dati su Internet sono così grandi che non possono più essere analizzate manualmente in modo efficace. Senza strumenti di analisi tecnica, questo spazio digitale può essere monitorato in modo efficace solo con grande difficoltà – una sfida che gioca un ruolo non solo nel caso della rete terroristica iraniana, ma anche in relazione alla violenza di estrema destra, allo spionaggio o al sabotaggio.
(Jüdische Allgemeine, 18 marzo 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele, suona l’allarme: agenti e ladri insieme nel rifugioIsraele
di Nicole Nahum
Durante un allarme missilistico nel nord di Israele, una trentina di persone, tra civili, agenti e sospetti appena fermati, si sono ritrovate insieme in un rifugio. Pochi minuti prima, quelle stesse persone erano su fronti opposti in un’operazione contro il saccheggio di reperti archeologici.
L’episodio è avvenuto a Horvat Hermesh, un’area di grande valore storico, dove in passato sono emersi resti di epoca romana e bizantina. In questo luogo, una squadra, composta da ispettori delle antichità, funzionari ambientali e agenti locali, ha individuato due uomini intenti a scavare illegalmente all’interno di una fossa profonda circa due metri, vicino a una vecchia struttura agricola.
Dopo il fermo, il trasferimento verso la stazione di polizia è stato improvvisamente interrotto dall’allarme missilistico. La necessità di mettersi in salvo ha annullato, seppur temporaneamente, ogni distinzione tra autorità e sospetti: tutti hanno condiviso lo stesso spazio fino alla fine del pericolo. Solo in seguito è stato possibile completare le procedure, con interrogatori e sequestro dell’attrezzatura utilizzata per gli scavi clandestini.
Non si è trattato di un caso isolato. Sulla costa del Carmelo, un’altra operazione ha portato al fermo di due persone sorprese a perlustrare una riserva naturale con metal detector e strumenti da scavo. Anche qui, secondo le autorità, i reperti trovati in loro possesso sembravano essere stati appena sottratti dal sito.
Il ministro del Patrimonio, Amichai Eliyahu, ha condannato duramente i responsabili, definendoli “non criminali comuni, ma sabotatori della storia”.
Nir Distelfeld, responsabile dell’unità di prevenzione dei furti dell’Autorità per le antichità, ha affermato che “anche in tempi così tesi, quando le forze di sicurezza e i cittadini affrontano minacce alla vita, c’è chi cerca di approfittare della situazione, arrivando a danneggiare i siti del patrimonio israeliano”. Tra emergenza militare e tutela del patrimonio, la vicenda mostra come anche in condizioni estreme continui la difesa dei beni culturali, messi a rischio non solo dalla guerra, ma anche da chi tenta di trarne profitto.
(Shalom, 19 marzo 2026)
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L’altra guerra contro l’Iran, quella finanziaria
di Maurizia De Groot Vos
Lo scorso 11 marzo, gli Stati Uniti e Israele hanno condotto un attacco che ha distrutto le infrastrutture informatiche della banca iraniana Bank Sepah, paralizzandone le operazioni. Questo attacco contro un’importante banca statale non è un evento isolato. Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti e Israele hanno intensificato la pressione sul settore finanziario iraniano attraverso sanzioni, operazioni informatiche e misure di proscrizione, considerando il sistema bancario del Paese come un nodo cruciale per il sostentamento della Repubblica Islamica.
L’attacco alla Banca Sepah suggerisce che questa campagna potrebbe entrare in una nuova fase, in cui l’infrastruttura finanziaria iraniana è sempre più presa di mira da attacchi cinetici come mezzo per indebolire la resilienza del regime. Tuttavia, ciò non è privo di rischi per Washington. Condurre ulteriori attacchi contro le banche iraniane rischierebbe di trascinare l’infrastruttura finanziaria della regione del Golfo nel conflitto, ampliandone le ripercussioni economiche globali.
• Vulnerabilità strutturali
Il sistema bancario iraniano, compresa la Banca Centrale dell’Iran (CBI), è da tempo parte integrante della posizione strategica del Paese. Questo ruolo si è ampliato dalla fondazione della Repubblica Islamica nel 1979. Diverse banche hanno abbandonato la loro indipendenza pre-rivoluzionaria per essere direttamente coinvolte nel sostegno all’apparato di sicurezza iraniano, facilitando il commercio nonostante le sanzioni internazionali e finanziando proxy e partner regionali. La Banca Sepah, ad esempio, è responsabile del pagamento degli stipendi del personale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e, secondo quanto riferito, è stata coinvolta nel finanziamento del programma missilistico iraniano.
L’intreccio tra il settore bancario iraniano e le istituzioni politiche ha portato a significative vulnerabilità strutturali. La corruzione politica sistematica e gli abusi hanno portato al fallimento di importanti banche private, con la CBI alla fine costretta ad assorbire le società in bancarotta nelle istituzioni statali. Secondo fonti statunitensi, gran parte delle riserve valutarie del Paese sono state distribuite agli alleati regionali dell’Iran negli ultimi anni a sostegno degli obiettivi strategici di Teheran. Questi fattori hanno contribuito alla crisi valutaria e al declino economico a lungo termine dell’Iran.
L’attuale conflitto in Iran ha ulteriormente centralizzato il sistema finanziario iraniano, per garantire la sopravvivenza economica della Repubblica Islamica. Nell’ambito di un “pacchetto di difesa civile” in tempo di guerra, la CBI ha dato istruzioni alle banche commerciali di prorogare i termini di rimborso, ristrutturare i prestiti esistenti e fornire credito di emergenza alle imprese critiche che devono affrontare interruzioni dovute alle condizioni belliche. Queste misure si basano sui cambiamenti introdotti nel periodo precedente al conflitto, tra cui l’ampliamento della supervisione della CBI sulle pratiche di prestito e l’imposizione di nuove “linee rosse” applicate dalla CBI che regolano le attività delle banche commerciali. Allo stesso tempo, la banca centrale ha lavorato per consolidare le proprie riserve in valuta estera al fine di garantire la liquidità necessaria a sostenere l’economia in tempo di guerra.
Misure simili sono state adottate da altre banche centrali in tempo di guerra. A seguito dell’invasione russa del 2022, ad esempio, la Banca Nazionale dell’Ucraina ha imposto rigidi controlli sui capitali, garantito l’accesso al credito alle imprese critiche e ampliato la propria gestione diretta del sistema bancario al fine di prevenire il collasso finanziario.
Tuttavia, questi sforzi per stabilizzare il settore bancario iraniano hanno anche aggravato le sue vulnerabilità esistenti. Man mano che l’autorità finanziaria e la liquidità si concentrano all’interno della CBI e delle banche statali, le interruzioni di tali nodi – attraverso operazioni informatiche, nuove sanzioni o attacchi cinetici – rischiano di avere ripercussioni sistemiche sempre più gravi.
• Espansione della “massima pressione”
Nell’ambito dei loro sforzi per contrastare la Repubblica Islamica, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno cercato a lungo di aggravare le vulnerabilità finanziarie dell’Iran. Negli ultimi decenni, Washington ha sanzionato le banche iraniane, compresa la CBI, e congelato i beni iraniani nel tentativo di impedire l’accesso alle valute estere e ai mercati finanziari internazionali. Ciò ha portato a un successo misto nel minare i programmi missilistici e di droni dell’Iran e nel contrastare la sua posizione assertiva nella regione.
Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno intensificato le azioni contro il settore finanziario iraniano, in un ritorno alla politica della “massima pressione” della prima amministrazione Trump. Ad esempio, a metà del 2025, Washington ha sanzionato una rete internazionale di agenzie di cambio coinvolte nel commercio petrolifero iraniano nell’ambito di uno schema di “sistema bancario ombra”. Durante la Guerra dei 12 Giorni, secondo quanto riferito, Israele avrebbe condotto attacchi informatici devastanti contro diverse istituzioni finanziarie iraniane, bloccando di fatto il settore bancario commerciale iraniano per un breve periodo. Nonostante queste misure, il settore bancario iraniano è riuscito a sopravvivere a fatica, in gran parte grazie alle esportazioni di petrolio del Paese verso la Cina.
Dopo la Guerra dei 12 Giorni, Israele ha segnalato la propria intenzione di intraprendere azioni più decisive contro le banche iraniane. I responsabili politici israeliani hanno successivamente designato la CBI come entità terroristica, posizionando la banca centrale e le istituzioni sotto il suo controllo (come la Bank Sepah) come possibili obiettivi militari cinetici in future operazioni. Ciò segue l’approccio che Israele ha impiegato nel prendere di mira le banche legate a Hezbollah in Libano, come mezzo per indebolire la coesione e le capacità del gruppo.
L’attuale conflitto e le nuove vulnerabilità sistemiche all’interno del settore bancario iraniano offrono quindi agli Stati Uniti e a Israele l’opportunità di portare la politica della “massima pressione” alla sua logica conclusione. Oltre all’attacco cinetico diretto contro la Bank Sepah, la Bank Melli – spesso considerata il più grande istituto di credito commerciale dell’Iran – è stata colpita da un apparente attacco informatico. Ciò ha provocato una diffusa sospensione dei servizi bancari. Allo stesso tempo, gli Emirati Arabi Uniti, partner chiave degli Stati Uniti in precedenza riluttanti a partecipare alle sanzioni contro l’Iran, stanno valutando il congelamento di beni iraniani per un valore di miliardi di dollari. Questa mossa potrebbe limitare in modo significativo uno dei canali chiave di Teheran per l’accesso alla valuta estera e alle reti commerciali internazionali.
• Logica strategica e rischi di escalation
L’escalation delle misure contro il settore finanziario iraniano in questo momento di vulnerabilità segue una logica semplice. Oltre a minare la capacità del regime di gestire un’economia civile in tempo di guerra, le interruzioni del sistema bancario iraniano complicano anche la capacità della Repubblica Islamica di finanziare operazioni militari e sostenere i partner regionali.
Inoltre, prendere di mira le infrastrutture finanziarie potrebbe amplificare le pressioni politiche esistenti all’interno dell’Iran, a vantaggio degli obiettivi bellici statunitensi e israeliani. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, le crisi economiche e monetarie dell’Iran sono state i principali motori delle massicce manifestazioni contro la Repubblica Islamica. Ulteriori shock al sistema bancario potrebbero aggravare lo stress economico interno in un momento in cui il regime è già sotto pressione, creando le condizioni per nuove proteste. Inoltre, colpire le istituzioni responsabili del pagamento dei ranghi dell’IRGC, come la Bank Sepah, potrebbe avere lo scopo di rafforzare i tentativi di incoraggiare le defezioni dall’interno dell’apparato di sicurezza della Repubblica Islamica.
Nel breve termine, gli Stati Uniti e Israele potrebbero continuare gli attacchi informatici e gli attacchi fisici contro le istituzioni finanziarie iraniane, in particolare mentre fanno pressione sulla Repubblica Islamica affinché si arrenda. Ciò includerà probabilmente operazioni volte a compromettere l’infrastruttura fisica e digitale delle banche iraniane, ma potrebbe intensificarsi fino a colpire le sedi bancarie e la leadership della CBI – soprattutto considerando che Israele ha già dimostrato in passato una disponibilità ad attaccare altre organizzazioni apparentemente civili, come le strutture mediatiche quasi statali.
L’attacco alla Bank Sepah rappresenta quindi più di un tentativo isolato di destabilizzare un’istituzione legata all’IRGC. Piuttosto, riflette un più ampio spostamento verso il trattamento dell’infrastruttura finanziaria come parte del campo di battaglia con l’Iran. Per gli Stati Uniti e Israele, il sistema bancario centralizzato e dominato dal regime iraniano rappresenta un mezzo attraente attraverso il quale è possibile esercitare contemporaneamente pressioni economiche, politiche e militari.
L’espansione del campo di battaglia per includere l’infrastruttura finanziaria comporta anche rischi significativi, specialmente per l’amministrazione Trump. L’attacco alla Bank Sepah ha già suscitato minacce iraniane di ritorsione contro gli interessi finanziari internazionali, proprio come ha preso di mira le installazioni militari statunitensi e alleate. Ciò ha già provocato un calo del valore dei titoli bancari statunitensi e un’evacuazione delle filiali bancarie in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti. Gli effetti economici negativi del conflitto non potranno che peggiorare se la ritorsione iraniana e una “guerra delle banche” in escalation scuoteranno ulteriormente i centri finanziari della regione del Golfo.
Nel breve termine, ciò sarebbe in linea con la strategia dell’Iran di cercare di creare una frattura tra Washington e i suoi alleati, e potrebbe peggiorare l’opinione già negativa dell’opinione pubblica statunitense sul conflitto. Tali fattori renderanno sempre più difficile per l’amministrazione Trump allentare la tensione in modo convincente pur continuando a dichiarare vittoria. I responsabili politici dovranno determinare se i potenziali vantaggi di colpire le banche iraniane valgano questi rischi.
(Rights Reporter, 19 marzo 2026)
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Missili iraniani colpiscono civili in Israele – Morti nel moshav e in Giudea
Dall’inizio della guerra con l’Iran sono stati uccisi almeno 21 civili – Gli attacchi prendono di mira specificatamente le zone abitate.
Israele continua a subire un'ondata di attacchi missilistici iraniani, che ancora una volta prendono di mira obiettivi civili e causano ulteriori vittime. Nella notte tra martedì e mercoledì hanno perso la vita un lavoratore straniero nel centro di Israele e diverse donne palestinesi nella zona di Hebron.
Secondo quanto riferito dal servizio di soccorso israeliano Magen David Adom (MDA), nel moshav Adanim, nel centro di Israele, un lavoratore straniero di circa 30 anni è stato ferito mortalmente da schegge di razzo. I soccorritori lo hanno trovato privo di segni vitali e hanno potuto solo constatare il decesso.
Solo circa un'ora prima, un altro attacco nel sud della Giudea aveva avuto conseguenze mortali. Nella località araba di Beit Awwa, nella zona di Hebron, frammenti di razzo hanno colpito una struttura metallica adibita a salone di parrucchiere per donne. L'agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa ha riferito, citando la Mezzaluna Rossa palestinese, che almeno tre donne sono state uccise e altre 13 persone sono rimaste ferite, due delle quali in modo grave.
I recenti incidenti sottolineano ancora una volta la portata e la pericolosità degli attacchi iraniani. Dall'inizio del conflitto aperto tra Israele e la Repubblica Islamica, il 28 febbraio, secondo fonti israeliane sono state uccise almeno 21 persone, tutte civili.
Già la notte precedente si era verificato un incidente particolarmente grave nell'area metropolitana di Tel Aviv. Nella città di Ramat Gan, una coppia di anziani è stata uccisa quando un missile ha colpito la loro abitazione. Le vittime, Yaron e Ilana Moshe, entrambi settantenni, sono state ritrovate sotto le macerie della loro casa.
I circoli di sicurezza israeliani sottolineano che gli attacchi non colpiscono solo obiettivi militari, ma raggiungono in modo mirato anche zone residenziali densamente popolate. L’elevato numero di ferite da schegge indica che i missili utilizzati sono progettati per causare danni su vasta scala.
Allo stesso tempo, gli eventi di Beit Awwa dimostrano che le conseguenze degli attacchi non si limitano ai cittadini israeliani. Anche gli abitanti palestinesi della Giudea e della Samaria si trovano sempre più spesso nel raggio d’azione dei missili iraniani – una circostanza che rende ancora più evidente la realtà di questa guerra.
(Israel Heute, 19 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Voli da e per Israele: proseguono le interruzioni
El Al ha annunciato mercoledì 18 marzo la cancellazione dei voli previsti per la settimana dal 21 al 27 marzo verso 28 destinazioni, Wizz Air estenderà la cancellazione dei voli da e per l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv fino al 7 aprile, easyJet ha deciso di non operare presso l’aeroporto Ben-Gurion fino all’autunno.
di Maia Principe
La guerra contro l’Iran sta continuando ad avere un impatto importante sui voli gestiti per e da Israele. La compagnia di bandiera israeliana El Al ha annunciato mercoledì la cancellazione dei voli previsti per la settimana dal 21 al 27 marzo verso 28 destinazioni a causa delle restrizioni operative imposte all’aeroporto Ben Gurion nel contesto della guerra con l’Iran. Le destinazioni includono Barcellona, Berlino, Belgrado, Boston, Marsiglia, Bucarest, Vienna, Venezia e Larnaca/Larnaka, sull’isola di Cipro.
La compagnia aerea ha dichiarato in un comunicato, citato dal quotidiano israeliano Haaretz, di aver cancellato alcuni voli originariamente programmati prima della guerra, compresi i voli di ritorno.
“A causa delle restrizioni operative all’aeroporto Ben Gurion e in ottemperanza alle direttive del Comando del Fronte Interno, i voli programmati tra il 21 e il 27 marzo verso alcune destinazioni sono stati cancellati”, ha dichiarato la compagnia aerea.
Per le altre compagnie la ripresa è posticipata almeno fino ad aprile.
Wizz Air ha annunciato che estenderà la cancellazione dei voli da e per l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv fino al 7 aprile, un giorno prima della fine delle festività di Pesach. La compagnia aerea aveva precedentemente sospeso i voli per Tel Aviv fino al 29 marzo. Mentre easyJet ha deciso di non operare presso l’aeroporto Ben-Gurion fino all’autunno.
British Airways, nel frattempo, ha posticipato la ripresa dei propri voli per Tel Aviv al 1° giugno, citando la “persistente incertezza della situazione in Medio Oriente e l’instabilità dello spazio aereo”. La compagnia aerea ha inoltre cancellato tutti i voli da e per Amman, Bahrein e Dubai.
Altre importanti compagnie aeree, tra cui il gruppo Lufthansa e compagnie statunitensi come Delta e United Airlines, hanno cancellato i voli per le prossime settimane. Al momento non è chiaro quando riprenderanno a operare sulla rotta.
Lo spazio aereo israeliano è chiuso alla maggior parte del traffico commerciale dal 28 febbraio, data di inizio degli attacchi congiunti con gli Stati Uniti contro l’Iran. All’inizio di questo mese, l’aeroporto Ben Gurion ha riaperto gradualmente a un numero limitato di voli in arrivo operati dalle compagnie aeree israeliane El Al, Arkia, Israir e Air Haifa per rimpatriare oltre 100.000 israeliani bloccati all’estero. La compagnia di bandiera El Al ha dichiarato di operare attualmente solo il 20% del suo normale programma di voli a causa della situazione di sicurezza.
(Bet Magazine Mosaico, 19 marzo 2026)
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La giustizia non è supplenza morale
Una parte del Paese chiede ai tribunali di dividere i cittadini «degni» dagli «indegni». Esprimersi contro non è quindi dissenso, ma traccia una linea di demarcazione etica.
di Arminio Rabuano Giudice del Tribunale di Napoli
In ltalia la giurisdizione non è soltanto espressione di un potere dello Stato. È diventata, nel tempo, un'identità morale. Un luogo simbolico nel quale una parte del Paese cerca riscatto, ordine, redenzione. Non si tratta di un fenomeno recente, né di una polemica contingente: è una struttura culturale profonda, che riemerge ciclicamente ogni volta che la politica appare fragile e le mediazioni perdono legittimità. La letteratura aiuta spesso a capire ciò che la cronaca non riesce a spiegare. Delitto e castigo non è solo il racconto di un delitto, ma la rappresentazione di una tentazione ricorrente: quella di incarnare la giustizia, di trasformarla da strumento imperfetto in principio assoluto. Il protagonista, Raskolnikov, non uccide per necessità, ma per verificare se ha il diritto morale di giudicare il mondo. Quella stessa tentazione attraversa oggi il dibattito pubblico italiano. In una società che diffida della politica e fatica a riconoscersi nelle istituzioni rappresentative, la giustizia ha assunto un ruolo di supplenza morale. Non solo applicazione della legge, ma distinzione netta tra giusto e sbagliato, tra cittadini «degni» e «indegni», tra chi può parlare e chi deve tacere. Il processo, in questo quadro, non serve più soltanto ad accertare fatti e responsabilità. Serve a produrre senso morale, a ristabilire un ordine simbolico che altrove appare compromesso. La legge non è più limite, ma valore. E ciò che diventa valore assoluto smette di tollerare la complessità. Questo slittamento ha radici culturali profonde. La tradizione cristiana italiana ha storicamente legato giustizia e punizione, colpa e redenzione. Secolarizzato, questo schema riemerge come teologia civile: la giustizia assume un'aura sacrale, il giudizio diventa rito, la condanna assume una funzione purificatrice. In questo contesto, la legalità non è più una procedura condivisa, ma un marcatore identitaria. Non si discute su come applicarla, ma su chi ne è il vero interprete morale. È in questa cornice che va letta anche la recente istituzione di un Comitato per il No. Al di là dell'oggetto specifico del rifiuto, ciò che colpisce è la forma simbolica che assume. Il No non viene presentato come una delle opzioni legittime del confronto democratico, ma come posizione moralmente necessaria. Non un dissenso, ma una dichiarazione di superiorità morale. Non una scelta politica, ma una linea di demarcazione etica. Quando accade questo, il pluralismo smette di essere una ricchezza e diventa un sospetto. Il conflitto non è più tra idee diverse, ma tra giusti e sbagliati. Raskolnikov fallisce perché si colloca sopra la legge. Il giustizialismo fallisce per la ragione opposta: perché si identifica completamente con essa. Ma l'esito è simile. In entrambi i casi, la giustizia perde il suo limite. E una giustizia senza limite smette di essere tale: diventa potere morale assoluto, incapace di riconoscere la propria fallibilità. Fédor Dostoevskij non era un relativista. Non negava il bene e il male. Ma sapeva che nessun uomo, nessuna istituzione può incarnare il Bene senza residui. La giustizia democratica vive di dubbi, contraddizioni, mediazioni. Non redime, non purifica, non salva. Regola conflitti imperfetti tra esseri imperfetti. Il problema è credere che quel No ci renda moralmente superiori. Quando la giustizia diventa identità, il rischio non è l'ingiustizia. È qualcosa di più sottile: la convinzione di non potersi più sbagliare.
(La Verità, 19 marzo 2026)
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Ottimo articolo. Sono motivazioni serie che non possono che convincere persone serie ad accoglierle. Siamo dunque tutti invitati a votare SI al prossimo referendum. M.C.
(La Verità, 19 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
RUT
Capitolo 1
Partenza di Naomi per il paese di Moab
- Al tempo dei giudici ci fu nel paese una carestia, e un uomo di Betlemme di Giuda andò a stare nelle campagne di Moab con la moglie e i suoi due figli. Quest'uomo si chiamava Elimelec; sua moglie, Naomi; e i suoi due figli, Malon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nelle campagne di Moab, vi si stabilirono. Elimelec, marito di Naomi, morì, e lei rimase con i suoi due figli. Questi sposarono delle Moabite, delle quali una si chiamava Orpa, e l'altra Rut; e abitarono là per circa dieci anni. Poi Malon e Chilion morirono entrambi, e la donna restò priva dei suoi due figli e del marito.
- Allora si alzò con le sue nuore per tornarsene dalle campagne di Moab, perché nelle campagne di Moab aveva sentito dire che l'Eterno aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane.
- Ella dunque partì con le sue due nuore dal luogo dove era stata, e si mise in cammino per tornare nel paese di Giuda. E Naomi disse alle sue due nuore: “Andate, tornatevene ciascuna a casa di sua madre; l'Eterno sia buono con voi, come voi siete state con quelli che sono morti, e con me! L'Eterno conceda a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito!”. Le baciò e quelle si misero a piangere ad alta voce, e le dissero: “No, noi torneremo con te al tuo popolo”. E Naomi rispose: “Tornate indietro, figlie mie! Perché verreste con me? Ho forse ancora dei figli in grembo che possano diventare vostri mariti? Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi; e anche se dicessi: 'Ne ho speranza', e avessi un marito stasera, e partorissi dei figli, voi aspettereste finché fossero grandi? Rinuncereste per questo a sposarvi? No, figlie mie; la mia afflizione è più amara della vostra, poiché la mano dell'Eterno si è stesa contro di me”. Allora esse alzarono la voce e piansero di nuovo; e Orpa baciò la suocera, ma Rut non si staccò da lei.
- Naomi disse a Rut: “Ecco, tua cognata se n'è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna indietro anche tu, come tua cognata!”. Ma Rut rispose: “Non insistere perché io ti lasci, e me ne vada lontano da te; perché dove andrai tu, andrò anch'io e dove starai tu, starò pure io, il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu morirò anch'io, e là sarò sepolta. L'Eterno mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te!”. Quando Naomi la vide fermamente decisa ad andare con lei, non gliene parlò più.
Suo ritorno con Rut
- Così fecero il viaggio insieme fino al loro arrivo a Betlemme. E quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu commossa a causa loro. Le donne dicevano: “È proprio Naomi?”. E lei rispondeva: “Non mi chiamate Naomi; chiamatemi Mara, poiché l'Onnipotente mi ha riempita di amarezza. Io partii nell'abbondanza e l'Eterno mi riconduce priva di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando l'Eterno ha testimoniato contro di me, e l'Onnipotente mi ha resa infelice?”. Così Naomi se ne tornò con Rut, la Moabita, sua nuora, venuta dalle campagne di Moab. Esse giunsero a Betlemme quando si cominciava a mietere l'orzo.
(Notizie su Israele, 18 marzo 2026)
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Altri raid su Teheran. «Uccisi Larijani e Soleimani»
Le ldf eliminano il capo della sicurezza nazionale e il leader delle forze paramilitari Basij. Hezbollah lancia ancora missili
di Stefano Piazza
La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran segna una nuova escalation con l'uccisione di Ali Larijani, figura chiave dell' apparato di sicurezza della Repubblica islamica. Secondo quanto annunciato dall'esercito israeliano e dal ministro della Difesa lsrael Katz, Larijani - segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e destinatario di una taglia americana da 10 milioni di dollari - è stato eliminato in un attacco aereo nella notte tra lunedì e martedì. L'operazione, riferisce l'emittente israeliana Channel 12, sarebbe stata inizialmente programmata per la notte precedente e poi rinviata all'ultimo momento. La decisione di colpire è arrivata dopo aver individuato Larijani in uno degli appartamenti utilizzati come rifugio, dove si trovava insieme al figlio anche lui ucciso. Il raid nel quale sono stati lanciati 20 missili conferma come non esistano più luoghi sicuri per i vertici del regime. Le Forze di Difesa israeliane hanno definito Larijani una delle figure più influenti e longeve del sistema di potere iraniano, sottolineandone il legame diretto con la Guida Suprema. Dopo aver guidato personalmente la repressione di gennaio contro i manifestanti iraniani, Larijani aveva consolidato il proprio peso all'interno del regime. Alla morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nelle prime fasi del conflitto, era così diventato il perno del sistema, coordinando le attività politico-militari e le operazioni internazionali. La sua eliminazione si inserisce in una più ampia offensiva che, secondo fonti vicine all'opposizione come Iran International, avrebbe causato nella stessa notte la morte di circa 300 membri della milizia Basij. Tra le vittime figurano anche il comandante Gholamreza Sole imani, il suo vice Seyyed Karishi e altri quadri apicali, colpiti mentre si trovavano in un campo temporaneo allestito nei pressi di Teheran dopo la distruzione di diverse basi nelle settimane precedenti. Soleimani era il comandante delle forze Basij, una milizia di volontari composta da 700.000 persone che opera in difesa della Repubblica islamica. L'aeronautica militare israeliana ha nuovamente colpito nel pomeriggio i membri della milizia e i suoi checkpoint a Teheran e in altre località, come mostrano i video dell'Idf. I raid notturni hanno inoltre preso di mira infrastrutture logistiche e centri di comando, inclusi siti con centinaia di veicoli militari. Secondo le stime dell'Idf, dall'inizio delle operazioni sarebbero stati uccisi tra i 4.000 e i 5.000 tra soldati e comandanti iraniani, infliggendo un duro colpo alla catena di comando della Repubblica islamica. Teheran non ha confermato né smentito la morte di Larijani, limitandosi a diffondere sui social una dichiarazione manoscritta attribuita allo stesso dirigente, risalente a giorni precedenti e priva di riferimenti agli eventi. Nel messaggio, Larijani minacciava gli Stati Uniti e rivendicava la capacità di risposta del regime, parlando di «propaganda nemica» e promettendo vendetta per il sangue versato. L'uccisione di Larijani si aggiunge a una lunga lista di perdite eccellenti che hanno colpito la leadership iraniana nelle ultime settimane, tra cui lo stesso Khamenei, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani. Resta invece avvolta nell'incertezza la sorte di Mojtaba Khamenei, indicato come nuova Guida Suprema ma mai apparso pubblicamente dal 28 febbraio. Nel frattempo, il regime ha fatto sapere che Mojtaba avrebbe respinto proposte di de-escalation e di cessate il fuoco avanzate da mediatori internazionali, segnalando la volontà di proseguire il confronto militare. L'esercito israeliano ha confermato di aver colpito anche Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese. Secondo fonti militari, la campagna congiunta israelo-americana starebbe procedendo più rapidamente del previsto, con un'intensificazione degli attacchi contro l'industria della difesa iraniana e gli arsenali missilistici. Tuttavia, le operazioni sono destinate a proseguire per almeno altre tre settimane: «Abbiamo migliaia di obiettivi da colpire», ha dichiarato alla Cnn il portavoce dell'Idf, il generale Effie Defrin. Sul piano politico, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l'eliminazione di Larijani «un'opportunità per il popolo iraniano di riprendere il controllo del proprio destino», sostenendo che l'offensiva mira anche a destabilizzare il sistema di potere della Repubblica islamica. In questo scenario di crescente vuoto ai vertici, il controllo del Paese sembra sempre più nelle mani dei Pasdaran. Tra le figure emergenti spicca Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie e oggi consigliere militare della Guida Suprema, indicato da diverse fonti come l'uomo che starebbe gestendo la transizione e coordinando la risposta strategica dell'Iran. Teheran ha risposto con il lancio di un numero limitato di missili, facendo scattare le sirene d'allarme nel centro e nel nord di Israele e in Cisgiordania, senza causare vittime mentre droni iraniani hanno colpito l'ambasciata statunitense a Baghdad. In serata, però, lo scenario è mutato con un attacco su larga scala da parte di Hezbollah nel nord e nel centro di Israele, già anticipato dalle Idf che nelle ore precedenti avevano rilevato un'intensificazione dei preparativi dell'organizzazione per colpire il territorio israeliano. In precedenza il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, aveva rivendicato la decisione di riprendere le ostilità contro Israele, sottolineando come ciò avvenga «dopo quindici mesi in cui abbiamo lasciato spazio alla diplomazia con pazienza e perseveranza». Dopo le sue dichiarazioni alle Idf è stato ordinato di eliminare immediatamente qualsiasi alto esponente iraniano o di Hezbollah, senza attendere l'approvazione della leadership politica.
(La Verità, 18 marzo 2026)
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Germania - Aspre critiche alla «mozione sull’antisionismo» della Sinistra
HANNOVER / OSNABRÜCK – Il Consiglio centrale degli ebrei e il responsabile della Bassa Sassonia contro l’antisemitismo, Gerd Wegner, hanno criticato con la massima fermezza una mozione dell’associazione regionale della Bassa Sassonia del partito Die Linke «contro il sionismo oggi realmente esistente». «Questa risoluzione è un attacco all’esistenza dello Stato di Israele. Non si può lasciar correre una cosa del genere, si tratta di grave antisemitismo», ha dichiarato Wegner alla «Hannoversche Allgemeine Zeitung» (mercoledì).
Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei, ha dichiarato alla «Neue Osnabrücker Zeitung» (mercoledì) che con questa risoluzione la Sinistra offre rifugio all’odio contro gli ebrei, che aveva respinto in numerose dichiarazioni di facciata. Il «rifiuto ostentato» dello Stato ebraico è «un attacco al diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico», ha aggiunto Schuster.
La risoluzione allontana «quelle voci dal partito che possiedono ancora una bussola morale». Lo dimostra l’uscita dal partito del responsabile per l’antisemitismo del Brandeburgo, Andreas Büttner, che è «un difensore sempre risoluto della vita ebraica».
• Schuster: la Sinistra corre il rischio di avallare la violenza contro gli ebrei
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Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli Ebrei in Germania
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Schuster ha avvertito che la violenza contro le istituzioni ebraiche continua ad aumentare «sotto il mantello dell’“antisionismo”». La mozione del partito Die Linke contribuisce «alla giustificazione retorica di questa violenza». «Se continua su questa strada, Die Linke si schiera dalla parte di coloro che approvano o addirittura sostengono tale violenza», ha sottolineato il presidente del Consiglio centrale.
Lo scorso fine settimana, durante un congresso del partito tenutosi ad Hannover alla presenza della presidente del partito Heidi Reichinnek, la Sinistra della Bassa Sassonia ha approvato una risoluzione in cui si afferma: «La Sinistra della Bassa Sassonia rifiuta il sionismo oggi realmente esistente». Inoltre, l’associazione regionale definisce Israele uno Stato di apartheid e accusa il governo israeliano di perpetrare un genocidio nella Striscia di Gaza.
(Israelnetz, 18 marzo 2026)
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Tel Aviv scommette sulla vittoria. E la Borsa resta al massimo storico
La «doppia economia» dello Stato ebraico sale e scende. Ma non si arrende mai.
di Nino Sunseri
C'è un luogo dove la guerra non si racconta solo con le armi, ma con i numeri. E quei numeri scorrono ogni giorno sui tabelloni luminosi della Borsa di Tel Aviv, che più che una piazza finanziaria sembra un sismografo: registra ogni scossa, ogni tensione, ogni illusione di tregua. In questo momento scommette su una vittoria abbastanza rapida nella guerra con l'Iran. Nonostante i missili che non cessano di arrivare ieri ha chiuso a 4.242 punti. Appena sotto il massimo storico di 4.278 punti toccati il 2 marzo, una settimana dopo l'inizio dei bombardamenti. Israele oggi è questo: un'economia che corre e inciampa allo stesso tempo. Nel 2022 cresceva a ritmi da tigre asiatica, oltre il 6%. Poi il mondo è cambiato. Nel 2023 la crescita si è dimezzata attorno al 2%. Nel 2024 ha quasi arrancato, tra 1'1 e il 2%. Il 2025 ha visto un timido respiro, poco sopra il 2- 3%. E il 2026? Gli ottimisti scommettono su un rimbalzo fino al 4-5%. Gli scettici, invece, guardano le mappe geopolitiche e stringono le labbra. Perché il punto è tutto lì: la guerra costa. E presenta il conto. Il deficit pubblico è salito oltre il 5% del Pil, il debito si è gonfiato verso il 70%, e la spesa militare ha divorato risorse con  una velocità impressionante: fino a un impatto cumulato dell'8- 10% del prodotto interno lordo. Numeri che, in qualsiasi altra economia, avrebbero già acceso sirene rosse. Qui no. Qui diventano la normalità. Eppure, sotto la superficie, il sistema tiene. L'inflazione resta sotto controllo perché si aggira fra il 2 e il 3%. La disoccupazione galleggia intorno al 3. Non è un miracolo, è struttura: disciplina fiscale, banca centrale credibile, e soprattutto un motore che non si spegne mai: l'high-tech. È qui che Israele gioca la sua partita vera. Tecnologia, cybersecurity, intelligenza artificiale: settori che valgono fino al 20% del Pil e oltre il 40% dell'export. Mentre i cantieri rallentano e il turismo si ferma, le start-up continuano a macinare codici, brevetti e investimenti. È una doppia economia: una sotto pressione, l'altra proiettata nel futuro. E la Borsa di Tel Aviv racconta tutto questo meglio di qualsiasi rapporto ufficiale. All'inizio del conflitto con Hamas, il 7 ottobre 2023 gli indici hanno perso fino al 10-15% in poche settimane. Panico, vendite, fuga di capitali. Poi, lentamente, il recupero. Non lineare, mai tranquillo. A ogni escalation, un tonfo. A ogni spiraglio di stabilità, un rimbalzo. Ci sono settori che volano - difesa e tecnologia - e altri che restano al palo, come costruzioni e turismo. È un mercato selettivo, nervoso, ipersensibile. Un mercato che vive sul filo. Ed è
questo il paradosso israeliano: un Paese economicamente avanzato che convive con una permanente incertezza. Dove la crescita non è mai garantita, ma nemmeno la crisi è definitiva. Dove ogni dato positivo porta con sé una domanda: per quanto durerà? La verità è che Israele oggi non è né forte né debole. E resistente. Che è qualcosa di diverso, e forse di più inquietante. Perché significa continuare ad andare avanti anche quando il terreno trema. E finché i numeri continueranno a scorrere sui monitor della Borsa di Tel Aviv, sarà lì che bisognerà guardare per capire davvero cosa sta succedendo. Non nei comunicati ufficiali. Ma in quelle cifre che salgono e scendono, come il battito irregolare di un Paese che non si ferma mai.
(La Verità, 18 marzo 2026)
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Come l’attentato alla sinagoga in Michigan è stato edulcorato dai media
Un attentato contro una sinagoga in Michigan viene raccontato da molte testate con un’attenzione sorprendente alle presunte motivazioni dell’attentatore più che all’attacco stesso. Titoli, contesto e omissioni contribuiscono a spostare la narrazione, fino a sfumare la distinzione tra vittima e aggressore.
di Nathan Greppi
Quando, il 12 marzo, il 41enne libanese naturalizzato americano Ayman Ghazali si è scagliato con la sua auto piena di esplosivi contro la sinagoga Temple Israel di West Bloomfield, in Michigan, era chiaro che intendeva fare una strage. Strage scongiurata dal fatto che gli uomini della sicurezza hanno aperto il fuoco e l’attentatore si è poi sparato. Fortunatamente nessuno si è fatto male, anche se all’interno della sinagoga c’erano diversi membri del personale e anche dei bambini della scuola materna.
Tuttavia, a rendere ancora più inquietante l’accaduto sono le reazioni che ne sono seguite, specialmente sulle maggiori testate giornalistiche di lingua inglese. In particolare, come viene documentato sul sito “HonestReporting”, si è cercato di edulcorare l’immagine dell’attentatore, arrivando quasi a invertire i ruoli tra vittima e aggressore.
• Il caso del New York Times
A poche ore dall’attentato, il “New York Times” ha pubblicato il titolo: “Temple Israel è stata fondata nel 1941, dedicata alla formazione di uno Stato ebraico”. Dietro a questa scelta editoriale, come evidenzia “HonestReporting”, si cela una strategia ben precisa. Presentando la sinagoga in questione come un luogo storicamente legato alla nascita d’Israele, prima ancora che come un luogo di culto che include anche una scuola materna, si è cercato di razionalizzare le motivazioni dietro l’attentato.
In seguito alle proteste di numerosi lettori, sul sito del “New York Times” il titolo è stato successivamente cambiato, rimuovendo i riferimenti al ruolo nella nascita d’Israele ed evidenziando invece il fatto che Temple Israel è una delle più grandi sinagoghe riformate negli Stati Uniti.
• Terrorista spacciato per vittima
Dopo che è emerso che dei parenti di Ghazali sarebbero morti nei bombardamenti israeliani in Libano, la narrazione ha iniziato a spostare l’attenzione dall’attentato in sé alle presunte ragioni del terrorista, arrivando quasi a metterlo sotto una luce positiva.
L’emittente britannica GB News, ad esempio, ha ospitato la commentatrice e giornalista freelance americana Angelina McCahey per parlare dell’attentato. Quando le è stato chiesto se negli Stati Uniti si fosse registrato un aumento degli attacchi di matrice islamista contro gli ebrei, la McCahey ha respinto questa ipotesi sostenendo che la sinagoga in Michigan non era semplicemente un luogo di culto ebraico, bensì un “tempio israeliano”.
L’altro ospite, Stephen Kent, ha replicato facendo notare che Temple Israel è una sinagoga ebraica e che la sua affermazione era assai fuorviante. Tuttavia, la McCahey ha poi cercato di contestualizzare ulteriormente l’attacco facendo riferimento a notizie secondo le quali Ghazali aveva perso dei familiari nei raid aerei israeliani in Libano, lasciando intendere che ciò potesse giustificare la sua decisione di prendere di mira la sinagoga.
Anche Sky News ha riportato che “la famiglia del sospettato è stata uccisa in un attacco israeliano in Libano”. Titoli dello stesso tenore si possono trovare sui siti delle maggiori testate americane e britanniche: dal “Washington Post” al “Guardian”, dalla CNN alla BBC, passando per il “Wall Street Journal” e “ABC News”.
• I legami con Hezbollah
Quello che almeno in un primo momento molti media hanno ignorato è che i parenti uccisi di Ghazali non erano semplici civili, ma avevano legami con Hezbollah. I suoi fratelli Qasim e Ibrahim, in particolare, erano affiliati all’associazione scout Imam Al-Mahdi, un’organizzazione giovanile di Hezbollah.
Il 15 marzo l’IDF ha inoltre confermato ufficialmente che Ibrahim Ghazali, fratello dell’attentatore che ha attaccato la sinagoga in Michigan, era un terrorista appartenente all’organizzazione sciita libanese.
• Il contesto locale
Per capire come si è arrivati a questa inversione dei ruoli vittima-aggressore nella narrazione mainstream, occorre considerare da chi è arrivata l’informazione sui parenti di Ghazali morti in Libano. “HonestReporting” ha puntato il dito contro Mo Baydoun, sindaco della città di Dearborn Heights dove il terrorista era residente, il quale in un comunicato ufficiale ha affermato:
“Oggi abbiamo saputo che l’individuo responsabile dell’incidente avvenuto alla sinagoga Temple Israel di West Bloomfield era residente a Dearborn Heights. È morto sulla scena. All’inizio di questo mese ha perso diversi membri della sua famiglia, compresi suo fratello e suo nipote, in un attacco israeliano sulla loro casa in Libano”.
A parte l’aver messo in primo piano questa informazione, nel comunicato del sindaco non vi era alcuna menzione al fatto che i fratelli di Ghazali erano membri di Hezbollah.
Da notare inoltre che la vicina città di Dearborn (da non confondere con Dearborn Heights) presenta la più alta percentuale di residenti arabi negli Stati Uniti, poco meno del 55% secondo i dati dello US Census Bureau del 2020. Come spiega un’analisi del think tank americano “Middle East Forum”, le classi dirigenti locali menzionano ripetutamente nei loro discorsi i bombardamenti israeliani in Libano, ma senza mai fare riferimento al fatto che avvengono in risposta ai numerosi missili lanciati da Hezbollah contro Israele.
Osama Siblani, editore del giornale “Arab American News”, che ha sede proprio a Dearborn, ha sostenuto pubblicamente Hamas e Hezbollah in diverse occasioni.
Ironia della sorte, negli anni ’20 del ’900 la stessa città era la sede del giornale “Dearborn Independent”, di proprietà del magnate delle automobili Henry Ford, il quale pubblicava numerosi articoli di propaganda antisemita che attingevano pienamente ai “Protocolli dei Savi di Sion”. Un secolo dopo, la disinformazione di stampo antiebraico sembra sopravvivere ancora, anche se in forme diverse.
(InOltre, 18 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 24
Ultima assemblea a Sichem. Ricordi nazionali.
- Giosuè radunò tutte le tribù d'Israele a Sichem, e convocò gli anziani d'Israele, i capi, i giudici e gli ufficiali del popolo, i quali si presentarono davanti a Dio.
- E Giosuè disse a tutto il popolo: “Così parla l'Eterno, l'Iddio d'Israele: 'I vostri padri, come Tera padre di Abraamo e padre di Naor, abitarono anticamente di là dal fiume, e servirono altri dèi. E io presi vostro padre Abraamo di là dal fiume, e gli feci percorrere tutto il paese di Canaan; moltiplicai la sua progenie e gli diedi Isacco. E a Isacco diedi Giacobbe ed Esaù, e assegnai a Esaù il possesso della montagna di Seir, e Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto.
- Poi mandai Mosè e Aaronne, e colpii l'Egitto con i prodigi che feci in mezzo a esso; e dopo ciò, vi feci uscire. Feci uscire dunque fuori dall'Egitto i vostri padri, e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al Mar Rosso. Quelli gridarono all'Eterno, ed egli pose delle fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; poi fece venire sopra di loro il mare, che li sommerse; e gli occhi vostri videro quello che io feci agli Egiziani. Poi abitaste lungo tempo nel deserto.
- Io vi condussi quindi nel paese degli Amorei, che abitavano di là dal Giordano; essi combatterono contro di voi, e io li diedi nelle vostre mani; voi prendeste possesso del loro paese, e io li distrussi davanti a voi. Poi Balac, figlio di Sippor, re di Moab, sorse per muovere guerra a Israele; e mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse; ma io non volli dare ascolto a Balaam; egli dovette benedirvi, e vi liberai dalle mani di Balac.
- E passaste il Giordano, e arrivaste a Gerico; gli abitanti di Gerico, gli Amorei, i Ferezei, i Cananei, gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Ivvei e i Gebusei combatterono contro di voi, e io li diedi nelle vostre mani. E mandai davanti a voi i calabroni, che li scacciarono davanti a voi, com'era avvenuto dei due re Amorei: non fu per la tua spada né per il tuo arco. E vi diedi una terra che voi non avevate lavorato, delle città che non avevate costruito; voi abitate in esse e mangiate del frutto delle vigne e degli uliveti che non avete piantato'.
- Ora dunque temete l'Eterno e servitelo con integrità e fedeltà; togliete via gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto, e servite l'Eterno. E se vi sembra sbagliato servire l'Eterno, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume, o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo l'Eterno”.
Promesse del popolo
- Allora il popolo rispose e disse: “Lungi da noi l'abbandonare l'Eterno per servire altri dèi! Poiché l'Eterno, il nostro Dio, è colui che ha fatto salire noi e i nostri padri fuori dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù, che ha fatto quei grandi miracoli davanti ai nostri occhi, e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto, e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati; e l'Eterno ha scacciato davanti a noi tutti questi popoli, e gli Amorei che abitavano il paese, anche noi serviremo l'Eterno, perché egli è il nostro Dio”.
- E Giosuè disse al popolo: “Voi non potrete servire l'Eterno, perché egli è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Quando abbandonerete l'Eterno e servirete dèi stranieri, egli si volterà contro di voi, vi farà del male e vi consumerà, dopo avervi fatto tanto bene”.
- E il popolo disse a Giosuè: “No! No! Noi serviremo l'Eterno”.
- E Giosuè disse al popolo: “Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelto l'Eterno per servirlo!”. Quelli risposero: “Siamo testimoni!”.
- Giosuè disse: “Togliete dunque via gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi, e inclinate il vostro cuore all'Eterno, che è l'Iddio d'Israele!”.
- Il popolo rispose a Giosuè: “L'Eterno, il nostro Dio, è colui che serviremo, e alla sua voce ubbidiremo!”.
- Così Giosuè stabilì in quel giorno un patto con il popolo, e gli diede delle leggi e delle prescrizioni a Sichem. Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio; e prese una gran pietra e la eresse là sotto la quercia che era presso il luogo consacrato all'Eterno. Giosuè disse a tutto il popolo: “Ecco, questa pietra sarà una testimonianza contro di noi; perché essa ha udito tutte le parole che l'Eterno ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza contro di voi, affinché non rinneghiate il vostro Dio”. Poi Giosuè rimandò il popolo, ognuno alla sua eredità.
Morte di Giosuè e di Eleazar
- E, dopo queste cose, avvenne che Giosuè, figlio di Nun, servo dell'Eterno, morì all'età di centodieci anni, e lo seppellirono nel territorio di sua proprietà a Timnat-Sera, che è nella regione montuosa di Efraim, a nord della montagna di Gaas. E Israele servì l'Eterno durante tutta la vita di Giosuè e durante tutta la vita degli anziani che sopravvissero a Giosuè, e che avevano conoscenza di tutte le opere che l'Eterno aveva fatto per Israele.
- E le ossa di Giuseppe, che i figli d'Israele avevano portato dall'Egitto, le seppellirono a Sichem, nella parte di campo che Giacobbe aveva comprato dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi di denaro; e i figli di Giuseppe le avevano ricevute nella loro eredità.
- Poi morì anche Eleazar, figlio di Aaronne, e lo seppellirono a Ghibea di Fineas, che era stata data a suo figlio Fineas, nella regione montuosa di Efraim.
(Notizie su Israele, 17 marzo 2026)
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Missili iraniani su Israele: feriti e gravi danni alle abitazioni
di Jacqueline Sermoneta
Questa notte l’Iran ha lanciato cinque raffiche di missili contro il territorio israeliano, provocando l’attivazione delle sirene d’allarme in gran parte del Paese, dalle regioni settentrionali fino al sud, inclusa Gerusalemme. I sistemi di difesa aerea israeliani sono entrati in funzione intercettando molti dei vettori, ma numerosi frammenti sono comunque riusciti a raggiungere il suolo. Diversi edifici residenziali sono stati danneggiati, in particolare nelle città di Rishon Lezion e Shoham, nel centro del Paese. A Gerusalemme, detriti sono caduti nei pressi della Biblioteca Nazionale, della Knesset e della Città Vecchia, vicino alla Chiesa del Santo Sepolcro.
Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno lanciato una nuova ondata di raid aerei definiti “estesi” contro obiettivi strategici in Iran. In un attacco a Teheran è stato ucciso il comandante dei Basij del regime iraniano, Golam Reza Soleimani. Nel frattempo, anche il vicecomandante dei Basij, Seyyed Karishi, è stato eliminato in un attacco a Shiraz. Le operazioni hanno interessato in particolare Teheran, Shiraz e Tabriz, dove sarebbero state colpite infrastrutture militari e centri di ricerca. Tra i bersagli figura anche una struttura spaziale utilizzata per programmi militari. È stato inoltre distrutto l’aereo privato della Guida Suprema Ali Khamenei, già ucciso nelle fasi iniziali della campagna militare congiunta israelo-americana, insieme ad altre figure di spicco iraniane. Il Presidente israeliano Isaac Herzog ha visitato uno dei luoghi colpiti, accusando l’Iran di prendere di mira deliberatamente civili e invitando la popolazione a seguire rigorosamente le istruzioni dell’Home Front Command.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito la disponibilità di Teheran a proseguire il conflitto “fino alle estreme conseguenze”, sottolineando la volontà del Paese di difendersi e portare la guerra ovunque necessario. Secondo il Ministero della Salute israeliano, nelle ultime 24 ore, 142 feriti sono stati ricoverati in ospedale, di cui tre in condizioni moderate e 134 in buone condizioni. Cinque sono stati curati per attacchi di ansia. Dall’inizio della guerra 3.369 persone sono state ricoverate in ospedale.
(Shalom, 17 marzo 2026)
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Due settimane e mezzo di guerra con l’Iran: la decisione si avvicina
Il corrispondente di Israel Heute Itamar Eichner illustra come Israele e gli Stati Uniti stiano esercitando pressioni sul regime di Teheran, mentre parallelamente si apre un nuovo fronte di terrore contro gli ebrei in tutto il mondo.
di Itamar Eichner
La guerra tra Israele e l’Iran è entrata in una fase decisiva. Dal punto di vista militare, la campagna sembra raggiungere il suo apice, ma dal punto di vista strategico la guerra si sta espandendo sempre più, ben oltre i teatri del Medio Oriente. Mentre Israele e gli Stati Uniti cercano di portare il regime iraniano al limite della sua resistenza, sia militarmente che politicamente, si apre contemporaneamente un nuovo e preoccupante fronte: il terrorismo contro ebrei e israeliani in tutto il mondo. Le prossime settimane potrebbero decidere se il regime di Teheran sopravviverà o se l’equilibrio di potere in tutto il Medio Oriente cambierà in modo permanente. La dichiarazione del ministro della Difesa israeliano Katz, che ha esortato il popolo iraniano a scendere in piazza e rovesciare il regime, testimonia una nuova valutazione della situazione a Gerusalemme. In Israele si ritiene che il regime di Teheran sia notevolmente indebolito. Allo stesso tempo, gli ambienti della sicurezza ammettono che non è certo che la Repubblica Islamica crollerà già in questa fase.
La strategia del primo ministro Benjamin Netanyahu e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump si concentra invece su due obiettivi. Oltre all’indebolimento del regime fino al limite della sua resistenza, per creare le condizioni per un cambiamento politico dall’interno, si tratta di smantellare la macchina da guerra iraniana.
Secondo fonti militari israeliane, i successi operativi delle ultime settimane sono ben più significativi di quanto lascino supporre i resoconti quotidiani. Il sistema missilistico iraniano ha subito gravi colpi, centinaia di rampe di lancio sono state distrutte o neutralizzate e il sistema di lancio, uno dei pilastri portanti della strategia iraniana, è stato drammaticamente decimato. Inoltre, sono stati colpiti impianti di produzione di missili, impianti nucleari e centri di comando. Secondo le stime israeliane, è stato colpito circa il 90% delle piattaforme di lancio. Israele punta ad aumentare questo successo al 95%, per consentire poi all’economia di tornare a una sorta di “routine di emergenza”.
L'attuale fase della guerra non si concentra più solo su azioni drammatiche come l'eliminazione di funzionari di alto rango. Si è trasformata in un'operazione sistematica volta a smantellare i valori fondamentali del regime: l'industria della difesa, l'apparato di comando e controllo e i meccanismi di potere che consentono all'Iran di esercitare la propria influenza nella regione. L'obiettivo strategico è che l'attuale regime, anche se politicamente sopravvissuto, non sia più in grado di rappresentare una minaccia di portata simile a quella attuale.
• Il fronte interno e il terrore globale
Oltre agli obiettivi militari, la campagna mira anche a influenzare l’arena interna in Iran. Uno dei punti focali dei recenti attacchi è l’indebolimento dei meccanismi di repressione del regime, in particolare delle Guardie della Rivoluzione e della milizia Basij. Queste sono le forze che reprimono le proteste e impediscono alla popolazione iraniana di insorgere. Il calcolo israeliano e americano è semplice: se l’apparato repressivo viene indebolito, la paura nella popolazione potrebbe essere spezzata e la strada potrebbe diventare il vero teatro della decisione. Questo è anche il motivo per cui l’appello del ministro della Difesa Katz non è solo propaganda. Esso riflette la valutazione secondo cui il regime è oggi più vulnerabile rispetto all’inizio della guerra. Il fatto che questo appello non sia venuto né da Netanyahu né da Trump personalmente indica che si tratta probabilmente di un pallone sonda. Entrambi gli statisti non vogliono impegnarsi pubblicamente sullo scenario di una rivolta popolare prima che sia chiaro se una cosa del genere sia effettivamente possibile.
Parallelamente ai combattimenti diretti, si sta ora aprendo un altro fronte, ovvero un'ondata di attacchi terroristici coordinati contro ebrei e israeliani in tutto il mondo. Fonti israeliane di alto livello riferiscono che, dallo scoppio della guerra, l'Iran ha abbandonato ogni inibizione e sta compiendo sforzi massicci per compiere attentati all'estero come parte integrante della campagna militare. «Il numero di attentati tentati è pazzesco, e lo stesso vale per l’impegno profuso per sventarli», affermano le fonti. Negli ultimi giorni sono stati sventati diversi tentativi. Secondo le stime, l’Iran sta attivando reti terroristiche su più continenti contemporaneamente, dal Sud e Nord America all’Europa e all’Africa fino al Medio Oriente.
Il Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano ha pubblicato un allarme straordinario, secondo cui dall’inizio dell’operazione “Leone Ruggente” (in ebraico “Sha`agat Ha-Ari”) si è registrato un aumento significativo della motivazione a compiere attacchi terroristici contro obiettivi ebraici e israeliani. Questi avvertimenti non sono solo teorici. La scorsa settimana si sono verificati una serie di incidenti di sicurezza. Sono stati esplosi colpi di arma da fuoco contro sinagoghe nell’area di Toronto in Canada, mentre in Norvegia sono stati arrestati dei sospetti nei pressi di sinagoghe. In Europa si sono verificati attacchi, tra cui un assalto a una scuola ebraica ad Amsterdam e un tentativo di incendio doloso in una sinagoga a Rotterdam. Negli Stati Uniti, in Michigan, è stato sventato un grave incidente quando le forze di sicurezza hanno sparato a un aggressore che tentava di entrare con un veicolo nella sinagoga “Temple Israel”.
Oltre al terrorismo organizzato, la guerra sta portando anche a un forte aumento dell'antisemitismo. Secondo i dati del Movimento contro l’antisemitismo, solo nell’ultima settimana sono stati documentati oltre cento episodi. Dall’inizio della guerra, il numero di episodi antisemiti in tutto il mondo è aumentato del 34 per cento.
• Il destino del regime e il ruolo degli Stati Uniti
Nonostante i successi militari, la domanda rimane aperta: l’opinione pubblica iraniana è davvero pronta a ribellarsi contro il regime? I resoconti dei media internazionali dipingono un quadro complesso. Mentre alcuni iraniani inizialmente speravano nella caduta del regime, molti temono, visti i danni nel Paese, uno scenario in cui l’Iran diventi uno Stato distrutto. Ci sono persino segnali di un risveglio del sentimento nazionale che spinge parte della popolazione a schierarsi a favore dello Stato, se non del regime.
Un passo significativo è stato compiuto a metà marzo con gli attacchi statunitensi. Per la prima volta gli Stati Uniti hanno attaccato l’isola petrolifera iraniana di Kharg nel Golfo Persico, considerata il fiore all’occhiello dell’economia iraniana. Sebbene gli americani non abbiano colpito le infrastrutture petrolifere stesse, ma obiettivi militari, il messaggio è chiaro: «Se non vi arrendete, distruggeremo la vostra capacità di estrarre petrolio, il colpo di grazia per l’economia iraniana».
Il presidente Trump ha scritto a questo proposito sulla sua piattaforma: «Le nostre armi sono le più potenti e avanzate che il mondo abbia mai visto. Per ragioni di decenza, ho deciso di non distruggere l’intera infrastruttura petrolifera dell’isola. Tuttavia, se l’Iran o chiunque altro tentasse di ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione». Ha aggiunto: «L’esercito iraniano farebbe bene a deporre le armi e a salvare ciò che resta di questo Paese – e non è molto.»
• La situazione in Libano e i dati della guerra
In Libano si sta verificando una grave escalation. Dall'inizio della guerra, Hezbollah ha lanciato oltre 1.000 razzi contro Israele. Mentre l'esercito israeliano prepara un'ampia operazione di terra, è in corso un'iniziativa americano-francese per negoziati diretti tra Israele e il governo libanese per il disarmo di Hezbollah. Israele è propenso ad accettare i negoziati, ma non si prevede che ciò fermi i piani militari contro Hezbollah.
La guerra in cifre (prima fase del conflitto):
- Obiettivi di attacco di Israele in Iran: 9.300
- Allarmi in Israele: 52.401
- Iraniani uccisi: 1.348
- Uccisioni mirate: 45, di cui 14 funzionari di alto rango
- Attacchi statunitensi: 13 basi statunitensi sono state attaccate; 13 americani sono caduti
- Lanci di missili: oltre 450 dall'Iran, oltre 1.000 dal Libano
Non è chiaro se la guerra finirà presto. Mentre gli americani credono in una resa imminente, in Israele si è più scettici: l'Iran si sarebbe preparato per decenni a questo momento e potrebbe condurre una guerra di logoramento da impianti situati in profondità sotto terra. Inoltre, il problema delle scorte di uranio iraniane rimane irrisolto. Il Paese dispone di 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60%. Una cosa è certa, però, come ha affermato Trump: i piani iraniani di dominare il Medio Oriente e distruggere Israele sono morti.
(Israel Heute, 17 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La "lotta" di Israele. Forza e normalità sotto i missili iraniani
Smentite le fake news sulle fughe. I razzi vicino al Santo Sepolcro
di Fiamma Nirenstein
Israele notoriamente ha solo dieci milioni di abitanti, ma il video in cui Netanyahu beve tranquillo un caffè in un locale pubblico di Gerusalemme e spiega sorridente di essere vivo, ha avuto 65 milioni di visioni e la ragazza che lo serve è diventata una superstar in poche ore. Netanyahu reagisce a una fake news che lo dichiara morto. Non è la sola, c'è un video filmato in Nepal che mostra una massa di persone che cercano funghi, presentati come israeliani che si avventurano attraverso il deserto in una fuga da Israele, terrorizzati dall'Iran. Netanyahu risponde a un'aggressione mediatica plurima, che cerca di deprimere Israele, di dichiararlo sconfitto: l'opposto della realtà, la pretesa di ammazzarlo è talmente lontana dalle possibilità degli iraniani, che in maglietta e aria sportiva può andare al caffè, mentre i suoi nemici, persino nel profondo dei loro bunker sono obiettivi ben raggiungibili. Con espressione d'entusiasmo, "ani met!" ("sono morto"), sì, ma d'amore per il popolo ebraico dice, è incredibile la bravura della gente. Tocca un punto filosofico importante: su Israele aleggia la criminalizzazione antisemita perenne. Solo Israele e pochi giusti riconoscono la situazione corrente di lutto e di sofferenza continua in quasi tutte le famiglie israeliane, si corre nei bunker ogni notte tre-quattro volte coi bambini in braccio, i missili iraniani, come ieri a Gerusalemme. Hanno sfasciato un tetto a Gerusalemme Est fra Silwan e Ras el Amud, hanno anche cosparso di pericolosi residui del missile cluster nella Città Vecchia a due passi dal Sacro Sepolcro. I missili feriscono e uccidono, solo le ferree regole e i sistemi di difesa proteggono la gente, le scuole sono chiuse, nel Nord di Israele solo gli eroi non sono sfollati a causa dei colpi incessanti degli Hezbollah, e tutto questo non conta niente nell'opinione pubblica mondiale.
Israele viene disegnato come un soldato che uccide. Ma la società è pacifica quanto decisa a sopravvivere all'odio jihadista, e Netanyahu ha saputo rappresentare come Israele vive e beve il caffè, non si lamenta. È felice anche di essere protagonista nella propria guerra di liberazione contro l'Iran, che lo ha perseguitato dal 1979, mentre per esempio George W. Bush gli impedì di partecipare alla guerra contro Saddam Hussein che la bombardava.
Per strano che possa apparire sono felici i contadini che nel Nord subiscono l'incessante attacco. Sono sempre là sotto i missili, ogni mattina col thermos di caffè li trovi a mungere mentre li bombardano. È fiera la commessa della boutique che va a aprire un negozio non indispensabile ma che "fa allegria" dice, la maestra di ginnastica che viene a casa sfidando la sirena, le signore che al Museo della Scienza vanno a zappettare le loro coltivazioni di fiori e verdure sociali, correndo in qualche rifugio a ogni sirena, chi va a lavorare e si butta per terra accanto alla macchina come dicono gli ordini, i ragazzi di Tel Aviv che dopo lo studio si trovano la sera per un bicchiere. Nessuno può dormire, gli ospedali ricevono feriti, si occupano di bambini in stato di crisi, una parte delle scuole tenta di riaprire. I soldati sono orgogliosi di difendere il Paese, richiamati nelle riserve, lasciando a casa i piccoli, cominciando a contare i giovani uccisi.
È difficile immaginare lo stato d'animo di questo Paese che sente di stare cambiando la storia per i loro figli se l'Iran finalmente verrà sconfitto; difficile per chi ormai celebra una liturgia negli studi tv, nella politica, nei giornali, nelle cene, i buoni e i cattivi sono comparse, chi esclama spesso "diritto internazionale" o "diritti umani" e anche "imperialismo". In realtà mentre la tv ti mostra le vicinanze di casa colpite dai missili devi sapere reinventarti la vita e lo si fa: il mondo non aveva mai sentito parlare di "missioni di salvataggio" per riportare in Israele quelli che erano all'estero. Bene, qui la gara per tornare da fuori sotto le bombe è stata totale, l'opposto delle immagini false di ebrei che si spingono all'aeroporto per scappare ed è una balla che Iron Dome non funziona bene: salva migliaia di persone ogni giorno.
(il Giornale, 17 marzo 2026)
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L’antisemitismo: un male antico che degrada la società e logora la democrazia
Un nuovo rapporto sul fenomeno in Italia mostra una crescita significativa degli episodi antisemiti e mette in luce un clima culturale in cui l’odio antiebraico torna a trovare spazi di legittimazione, soprattutto nel linguaggio politico e nei social.
di Vincenzo Russo
E’ recentemente uscito il rapporto sull’antisemitismo in Italia relativo al 2025, a cura della Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea). I dati non sono per nulla rassicuranti.
Emerge un trend in continua crescita degli episodi di antisemitismo, che nel 2025 sono stati 963, dato raddoppiato rispetto al 2023 e quadruplicato rispetto al 2024. I “soli” 963 casi potrebbero superficialmente dare l’idea di una certa marginalità del fenomeno. Tuttavia la situazione cambia se si considera quanto sia piccola la presenza degli ebrei in Italia, che nel 2025 si attesta allo 0,46 per mille della popolazione, circa 30 mila persone – contro quasi il 2 per mille della popolazione mondiale – e se si tiene conto delle dinamiche del fenomeno accuratamente descritte nel rapporto del CDEC.
Dal rapporto emerge chiaramente che il 7 ottobre 2023 è lo spartiacque nella storia recente dell’antisemitismo. In quel giorno, che ha visto i terroristi di Hamas massacrare oltre 1200 persone, compiendo gli atti più efferati su civili inermi, e rapire più di 240 ostaggi, l’umanità è risprofondata nell’abisso. Perché per compiere stupri, smembrare corpi ed esibirli come trofei, incendiare abitazioni e radere al suolo interi villaggi, mitragliare le famiglie sui divani di casa o dentro le automobili in fuga, fare il tiro a segno su giovani che testimoniavano la gioia di vivere significa che si è, anche stavolta, deumanizzato il nemico. Quell’infido nemico “ebreo” che alle sue colpe e perversioni ancestrali ha aggiunto l’indomabilità e la potenza del “Piccolo Satana”.
Ebbene, da quel momento – come evidenzia Sergio Della Pergola – anziché solidarietà verso Israele e la sua popolazione, fatte salve le dichiarazioni di circostanza, si è registrata invece una maggiore ostilità via via estesasi indifferentemente alle varie comunità ebraiche, e un quasi immediato aumento delle manifestazioni contro Israele che hanno visto coinvolti gruppi palestinesi e islamisti, formazioni di estrema sinistra e settori del mondo sindacale.
Questo è quanto emerge, ad esempio, da una ricerca svolta per l’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna, che ha coinvolto gli studenti di tre atenei del Nord. Il dato che deve far riflettere è che già subito dopo il 7 ottobre, ben prima che l’azione militare israeliana iniziasse a provocare decine di migliaia di vittime civili – che Hamas utilizza come scudi umani – si inizia a rilevare un aumento del numero di coloro che equiparano Israele e la Germania nazista. Ciò, in particolare, tra gli studenti di sinistra. A pensarla così è quasi il 70 per cento di questo gruppo.
Attenzione, ripeto: tutto ciò prima che l’IDF desse inizio alla dura e drammatica risposta militare a Gaza contro Hamas.
E’ solo il 21 ottobre del 2023 quando, in una manifestazione filopalestinese a Milano, compare un disegno di Anna Frank con la kefiah, nelle mani di una ragazza che dice: “Israele sta facendo la stessa cosa che la Germania ha fatto con gli ebrei”. In tal modo, invertendo la prospettiva morale, i discendenti delle vittime della persecuzione antisemita sono trasformati nei carnefici di oggi.
Prende forma un antisemitismo “raffinato” che, arruolando i simboli della Shoah alla causa palestinese fondata sullo statuto di Hamas, che mira all’annientamento di Israele, e legittimando l’odio contro gli ebrei, fa leva sul vocabolario dei diritti umani per negare proprio i diritti di una minoranza.
La delegittimazione dello Stato di Israele viene poi spesso associata alla presunzione di colpevolezza di tutti gli ebrei del mondo – che non c’entrano nulla con le responsabilità del governo israeliano – esposti in tal modo alla sanguinaria vendetta di giustizieri allucinati. La strage di Bondi Beach del 14 dicembre 2025, ad opera di due uomini affiliati all’Isis, e l’esplosione, per mano iraniana, della sede della Comunità ebraica di Buenos Aires – AMIA – del 18 luglio 1994 possono ascriversi alla diffusione di perverse dinamiche scatenate proprio da pregiudizi alimentati dall’“antisemitismo narrativo” che veicola discorsi d’odio e di condanna verso Israele e il sionismo.
La situazione nelle scuole europee non è certo migliore. Dal rapporto dell’Unesco “Addressing antisemitism through education” emerge che il 78 per cento degli insegnanti europei è stato testimone di episodi di antisemitismo tra gli studenti. Il 10 per cento degli insegnanti è stato addirittura testimone di atti di violenza fisica contro studenti ebrei.
Dicevo che i 963 casi di antisemitismo in Italia non devono portare a sottovalutare il fenomeno, considerandoli magari episodi isolati, come li giudica – secondo un sondaggio Eurispes (2020) – più della metà degli italiani. Se si guarda infatti ai dati disaggregati per categorie, sebbene le diffamazioni e le minacce costituiscano la maggior parte degli eventi, le discriminazioni sono raddoppiate e, ancor più grave, le aggressioni fisiche hanno visto un incremento del 225 per cento rispetto al 2024. A crescere maggiormente sono stati gli atti più gravi e odiosi.
Nel 2025 si sono registrate ben 18 aggressioni fisiche ai danni di ebrei – non solo italiani – e contro israeliani. Nella maggior parte dei casi gli autori delle aggressioni sono di origine nordafricana. Molti ricorderanno le immagini dell’aggressione avvenuta in un autogrill, nei pressi di Milano, che ha visto vittime due ebrei francesi, un papà e il suo bambino. Apostrofati come “assassini”, solo perché ebrei. Per alcuni è sempre un buon motivo. Uno degli autori della violenza fa il gesto “Rabaa al Adawiyya”, caratteristico dei Fratelli Musulmani.
Sempre meno nitida è poi la distinzione tra l’antisemitismo online e quello consumato al di fuori della rete nella vita reale, perché le due dimensioni si alimentano a vicenda “creando un ecosistema dell’odio in cui il linguaggio violento, la disumanizzazione e la discriminazione concreta diventano progressivamente accettabili”.
Tale dinamica è spiegata efficacemente nel rapporto da Murilo Cambruzzi: “Nel dibattito digitale, soprattutto sui social network, si osserva con frequenza l’uso di un linguaggio che relativizza o minimizza aggressioni, minacce e attentati quando le vittime sono identificate come ebree o come ‘sioniste’. Questa dinamica non nasce nel vuoto: essa si innesta su una lunga tradizione di delegittimazione dell’esistenza ebraica nello spazio pubblico, ma oggi assume una forma più esplicita e meno mediata. La normalizzazione della violenza passa attraverso slogan, meme e commenti che trasformano l’odio in una forma di attivismo politico percepito come legittimo. In questo contesto, l’ebreo non è più visto come individuo, ma come simbolo di un nemico astratto, responsabile collettivamente di colpe reali o immaginarie. Il salto dall’odio verbale all’atto discriminatorio o aggressivo diventa così più breve, perché la violenza è già stata giustificata sul piano morale”.
In questo copione, la disumanizzazione dell’ebreo, operata attraverso la sua assimilazione a immagini di topi, blatte e altri animali nocivi, continua a giocare un ruolo strategico perché mira a negarne l’umanità. E se l’ebreo è visto e percepito come un parassita fonte solo di rischi, sarà più facile emarginarlo, discriminarlo, insultarlo o persino picchiarlo. De gustibus. Il sorrisetto davanti alla solita vignetta spacciata per satira è sempre un buon sintomo di degrado sociale.
Tra i bersagli preferiti dell’odio antiebraico ce n’è uno particolarmente ambito: la senatrice a vita Liliana Segre. Basta solo evocare il suo nome per generare tempeste di post offensivi, dal tono volgare e violento, che la prendono di mira sui social e non solo. Qualcuno si è spinto sino a negarle la possibilità di esprimersi sul conflitto a Gaza.
Quando si chiama in causa la senatrice Segre diventa più difficile scorgere i limiti e rendersi conto dello sconfinamento in campo antisemita, perché le viene rivolta contro la sua storia personale di testimone vivente della Shoah. Viene infatti accusata di fare un uso cinico del suo passato per sostenere le ragioni di Israele o, comunque, di “non avere la lucidità necessaria” per poter dire la sua.
Se non è certo il diritto all’uguaglianza dell’ebreo, secondo molti è certo che questo diritto debba essere negato all’ebreo che non ripudia pubblicamente ogni legame con Israele. La stessa abiura non è richiesta, ad esempio, ai russi. Eppure sono quattro anni che la Russia di Putin perpetra massacri sulla popolazione ucraina con decine di migliaia di vittime. E i civili inermi, per Putin, non sono danni collaterali ma obiettivi finali della sua criminale azione di guerra. Putin conduce le guerre contro le popolazioni civili. Chi non vede il problema è parte del problema.
(InOltre, 17 marzo 2026)
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C’è un antisemitismo più subdolo e diffuso di quello che incendia le sinagoghe
Un testo polemico che rovescia l’intuizione più immediata: l’antisemitismo più pericoloso non è soltanto quello che colpisce con il coltello o con il fucile, ma quello che lo giustifica. Quando la violenza contro gli ebrei viene spiegata come “reazione” a Israele, l’odio smette di apparire per ciò che è e trova una legittimazione morale nel discorso pubblico.
di Iuri Maria Prado
Voi magari pensate che l’antisemitismo più profondo sia quello che aggredisce gli ebrei per strada. Magari pensate che l’antisemitismo più feroce sia quello che uccide a coltellate gli ebrei davanti ai una sinagoga di Manchester. Forse pensate che l’antisemitismo più micidiale sia quello che macella gli ebrei su una spiaggia australiana.
Voi magari pensate che l’antisemitismo più radicato sia quello che raggruppa tre bastardi che in California – in tre contro uno – saltano addosso a un tizio che parla ebraico e lo massacrano di botte.
Magari pensate che gli antisemiti più selvaggi siano quelli che picchiano gli ebrei in un ristorante, quelli che accoltellano gli ebrei davanti alle sinagoghe, quelli che abbattono a fucilate gli ebrei su una spiaggia. Se pensate questo, sbagliate. Non è quello l’antisemitismo più crudele e radicato. Non sono quelli gli antisemiti più feroci.
Gli antisemiti più feroci sono quelli secondo cui la violenza contro gli ebrei è causata da Israele. Gli antisemiti più feroci – molto più pericolosi di quelli che ammazzano gli ebrei, molto più malvagi di quelli che attaccano una sinagoga, molto più ripugnanti di quelli che aggrediscono i bambini davanti a una scuola ebraica – gli antisemiti più feroci sono quelli secondo cui i presunti crimini israeliani sarebbero causa di quest’ondata antisemita.
(InOltre, 17 marzo 2026)
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Dalla Sacra Scrittura
GIOSUÈ
Capitolo 23
Esortazioni di Giosuè alla comunità d'Israele
- Molto tempo dopo che l'Eterno ebbe dato riposo a Israele liberandolo da tutti i nemici che lo circondavano, Giosuè, ormai vecchio e molto avanti negli anni, convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli ufficiali del popolo, e disse loro: “Io sono vecchio e molto avanti negli anni. Voi avete visto tutto ciò che l'Eterno, il vostro Dio, ha fatto a tutte queste nazioni, scacciandole davanti a voi; poiché l'Eterno, il vostro Dio, è colui che ha combattuto per voi.
- Ecco io ho diviso tra voi a sorte, come eredità, secondo le vostre tribù, il paese delle nazioni che restano, e di tutte quelle che ho sterminato, dal Giordano fino al Mar Grande, a occidente. E l'Eterno, il vostro Dio, le disperderà egli stesso davanti a voi e le scaccerà davanti a voi e voi prenderete possesso del loro paese, come l'Eterno, il vostro Dio, vi ha detto.
- Applicatevi dunque risolutamente a osservare e a mettere in pratica tutto ciò che è scritto nel libro della legge di Mosè, senza sviarvene né a destra né a sinistra, senza mischiarvi con queste nazioni che rimangono fra voi; non pronunciate neppure il nome dei loro dèi, non ne fate uso nei giuramenti; non li servite, e non vi prostrate davanti a loro; ma tenetevi stretti all'Eterno vostro Dio, come avete fatto fino a oggi.
- L'Eterno ha scacciato davanti a voi nazioni grandi e potenti; e nessuno ha potuto resistervi, fino a oggi. Uno solo di voi ne inseguiva mille, perché l'Eterno, il vostro Dio, era colui che combatteva per voi, come egli vi aveva detto. Vegliate dunque attentamente su voi stessi, per amare l'Eterno, il vostro Dio.
- Perché, se voltate le spalle a lui e vi unite a quello che resta di queste nazioni che sono rimaste fra voi e vi imparentate con loro e vi mescolate con esse ed esse con voi, siate ben certi che l'Eterno, il vostro Dio, non continuerà a scacciare questa gente davanti a voi, ma essi diventeranno per voi una rete, un'insidia, un flagello ai vostri fianchi, tante spine negli occhi vostri, finché non siate periti e scomparsi da questo buon paese che l'Eterno, il vostro Dio, vi ha dato.
- Ora ecco, io me ne vado oggi per la via di ogni abitante della terra; riconoscete dunque con tutto il vostro cuore e con tutta l'anima vostra che neppure una di tutte le buone parole che l'Eterno, il vostro Dio, ha pronunciato su voi è caduta a terra; tutte si sono compiute per voi; neppure una è caduta a terra.
- E avverrà che, come ogni buona parola che l'Eterno, il vostro Dio, vi aveva detta si è compiuta per voi, così l'Eterno adempirà a vostro danno tutte le sue parole di minaccia, finché vi abbia sterminati da questo buon paese, che il vostro Dio, l'Eterno, vi ha dato. Se trasgredite il patto che l'Eterno, il vostro Dio, vi ha imposto, e andate a servire altri dèi e vi prostrate davanti a loro, l'ira dell'Eterno si accenderà contro di voi, e voi perirete presto, scomparendo dal buon paese che egli vi ha dato”.
(Notizie su Israele, 16 marzo 2026)
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Israele avvia un'offensiva terrestre limitata nel Libano meridionale
Le truppe di terra israeliane avanzano in Libano. Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti Trump invita altri paesi a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz.
GERUSALEMME – Lunedì l’esercito israeliano ha avviato un’offensiva terrestre limitata contro le roccaforti della milizia terroristica Hezbollah nel Sud del Libano. L’obiettivo è rafforzare le capacità di difesa ampliando l’area protetta. L’esercito mira così a eliminare le minacce per gli abitanti del Nord di Israele.
Secondo quanto riferito dai militari, le truppe sono avanzate tra i 7 e i 9 chilometri. Nei giorni precedenti, l’aviazione e singole unità avevano preparato l’offensiva con attacchi contro obiettivi terroristici.
L’esercito prevede che i combattimenti in Libano dureranno fino alla fine di maggio. L’obiettivo sarebbe quello di infliggere un duro colpo a Hezbollah nel corso della guerra contro l’Iran.
• Defrin: la guerra durerà ancora settimane
Anche la guerra contro il regime iraniano, secondo le stime dell'esercito, durerà ancora alcune settimane. Il portavoce dell'esercito Effie Defrin ha dichiarato domenica all'emittente americana CNN che le operazioni dureranno ancora almeno tre settimane. Ci sarebbero ancora «migliaia» di obiettivi da eliminare. Ma ci sarebbero anche «piani più ambiziosi» per le tre settimane successive.
Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (repubblicano) ha nuovamente fatto appello a diversi paesi affinché garantiscano la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. In caso contrario, la NATO andrebbe incontro a un «futuro molto cupo», ha affermato Trump in un'intervista pubblicata lunedì dal «Financial Times». Già nel fine settimana aveva chiesto sostegno ai paesi europei e anche alla Cina.
• Pahlavi invita a celebrare la Festa del Fuoco
Il principe ereditario iraniano Reza Pahlavi si è rivolto nuovamente agli iraniani. Li ha esortati a celebrare l’imminente Festa del Fuoco (Chahar Shnbe Suri) come segno di protesta contro il regime. Gli iraniani in esilio dovrebbero celebrare la festa davanti alle ambasciate iraniane dei rispettivi paesi.
La Festa del Fuoco si svolge tradizionalmente l’ultimo mercoledì prima del Capodanno persiano, che quest’anno cade il 20 marzo. Risale allo zoroastrismo ed è quindi un esempio della cultura preislamica del Paese. Già lo scorso anno, in questa occasione, si erano verificate proteste contro il regime.
• Scuole riaperte in alcune zone
In Israele, lunedì le scuole in alcune parti del Paese hanno potuto tornare alle lezioni in presenza. Ciò vale per le zone contrassegnate come “gialle” nella classificazione ufficiale del rischio, tra cui la valle di Bet She'an, gli insediamenti o il sud. Le scuole nelle città più grandi come Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa continuano per il momento con la didattica a distanza.
Tuttavia, nonostante l'allentamento delle misure di protezione, alcune località hanno deciso di mantenere chiuse le scuole. La città di Ashkelon, ad esempio, ha dichiarato che il pericolo è ancora troppo grande a causa dei continui allarmi missilistici. “Quando si tratta dei nostri figli, non corriamo alcun rischio”, ha affermato il sindaco Tomer Glam (Likud).
Israele continua a essere sotto attacco da parte dell'Iran. Lunedì il sistema di difesa antimissile ha intercettato quattro raffiche. In mattinata il Ministero della Salute ha comunicato che nelle due settimane dall'inizio della guerra circa 3.370 persone – civili e soldati – sono state curate per ferite o stati d'ansia, 81 delle quali sono ancora ricoverate.
(Israelnetz, 16 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La strategia di Israele nella guerra contro l'Iran
Uno sguardo alla pianificazione, agli obiettivi e allo svolgimento dell'operazione militare israeliana contro il regime iraniano.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Nei mesi precedenti l'inizio dell'operazione, l'esercito israeliano si è preparato intensamente a un possibile scontro con l'Iran. I servizi segreti militari israeliani Aman hanno unito le forze delle proprie unità e hanno applicato con coerenza gli insegnamenti tratti dai precedenti scontri con Teheran. In questo contesto, la leadership israeliana è partita fin dall'inizio dal presupposto che l'Iran fosse un avversario dotato di notevoli capacità militari, da non sottovalutare. L'operazione si basa su un piano dettagliato e preparato da tempo, che ha coinvolto migliaia di soldati e riservisti dei servizi segreti, dell'aeronautica militare e di altre unità. Gran parte degli obiettivi attualmente attaccati è stata identificata solo dopo la precedente operazione del giugno 2025. L'elenco degli obiettivi è il risultato di anni di ricognizione e di un'analisi approfondita.
Parallelamente, la situazione in Libano è stata monitorata da vicino. Sebbene Hezbollah sia stato fortemente indebolito dall’operazione “Frecce del Nord”, il suo arsenale è ancora considerato pericoloso, anche se, secondo le stime israeliane, è stato ridotto di circa il 90%. Fin dall’inizio Israele ha ipotizzato che, in caso di guerra, Hezbollah potesse schierarsi dalla parte dell’Iran. Di conseguenza, sono stati preparati piani operativi per poter agire contemporaneamente su più fronti. Una componente decisiva della preparazione è stata inoltre la stretta coordinazione con gli Stati Uniti. I militari israeliani e americani hanno sincronizzato le loro valutazioni della situazione e le informazioni dei servizi segreti per mesi.
• Il sorprendente colpo d'apertura
L'operazione è iniziata con un massiccio attacco a sorpresa. Nonostante l'elevato stato di allerta iraniano, Israele è riuscito a ottenere un effetto sorpresa operativo. L'obiettivo dell'attacco era indebolire in modo significativo le capacità militari del regime dei mullah, ridurre la minaccia per Israele e, allo stesso tempo, creare condizioni che a lungo termine potessero consentire un cambiamento all'interno dell'Iran. L'attacco ha colpito numerosi rappresentanti di alto rango dell'apparato di sicurezza iraniano. Ciò è stato reso possibile da un'occasione rara: grazie a un'intensa sorveglianza dei servizi segreti è stato possibile identificare un momento in cui diversi decisori di spicco si trovavano contemporaneamente negli stessi luoghi. La leadership israeliana ha inoltre sfruttato la difficile situazione politica interna in Iran, caratterizzata da problemi economici e crescenti proteste.
• Distruzione sistematica della potenza militare iraniana
Nella fase attuale, l’operazione si concentra sull’indebolimento mirato delle strutture di potere centrali del regime iraniano. Tra gli obiettivi vi sono quartieri generali, centri di comando, basi dei Basij e altre strutture dell’apparato di sicurezza che hanno svolto un ruolo centrale nella repressione delle proteste.
Nel giro di sole 24 ore, l’aviazione israeliana è riuscita a ottenere una supremazia aerea su gran parte dello spazio aereo iraniano. Secondo fonti israeliane, sono stati distrutti più di 120 sistemi di ricognizione e circa 100 impianti di difesa aerea.
Particolare attenzione è rivolta alle forze missilistiche iraniane. Le prime settimane dell’operazione si sono concentrate sulla riduzione del numero di lanci di missili contro Israele. Secondo l’esercito israeliano, circa il 70% delle piattaforme di lancio missilistiche iraniane è stato messo fuori uso e circa l’85% delle capacità di ricognizione del regime è stato neutralizzato. Parallelamente, Israele attacca in modo mirato l’industria degli armamenti iraniana. L'obiettivo è distruggere l'intera catena di produzione di missili e altri sistemi d'arma. Secondo i dati israeliani, la produzione iraniana di missili è attualmente in gran parte paralizzata.
Inoltre, la pressione si sta concentrando sempre più sulle strutture di comando delle forze missilistiche. Sono stati attaccati anche i quartieri generali di riserva e le abitazioni dei comandanti, il che avrebbe portato a un drastico calo degli attacchi missilistici contro Israele.
• Una guerra senza una data di fine definita
Secondo la versione israeliana, l’operazione non è vincolata a un calendario prestabilito, ma a obiettivi militari concreti. La missione dovrebbe concludersi solo quando le varie minacce provenienti dall’Iran – dai missili balistici alle capacità nucleari – saranno eliminate in modo duraturo. Allo stesso tempo, Israele continua a osservare attentamente gli sviluppi in Libano e in altre parti del Medio Oriente. I servizi segreti e l’esercito ritengono che l’Iran potrebbe tentare di estendere il conflitto ad altri paesi della regione. Sebbene Teheran dichiari ufficialmente di attaccare soprattutto obiettivi americani, sono state colpite ripetutamente anche strutture civili e infrastrutture economiche. Per la leadership israeliana è quindi chiaro: l’attuale conflitto non è solo uno scontro militare, ma parte di una lotta strategica globale per il futuro ordine in Medio Oriente.
(Israel Heute, 16 marzo 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Mossad sulle tracce delle cellule iraniane
di Alessandro Carmi
Gli apparati di sicurezza israeliani descrivono uno scenario in rapido deterioramento nel quale il conflitto con l’Iran non si limita al Medio Oriente ma si proietta ormai su scala globale, coinvolgendo comunità ebraiche, istituzioni israeliane e obiettivi simbolici disseminati tra Europa, Americhe e Asia. Secondo alti funzionari citati nelle ultime ore dai media israeliani, Teheran avrebbe intensificato in modo significativo le attività clandestine dirette contro obiettivi ebraici e israeliani all’estero, mentre il Mossad ha ricevuto mandato di operare senza i vincoli che in passato limitavano alcune operazioni preventive fuori dal territorio iraniano.
All’interno di questo quadro, le autorità israeliane parlano di una mobilitazione senza precedenti dell’intelligence esterna dello Stato ebraico. “Il Mossad è dispiegato in tutto il mondo”, hanno spiegato fonti governative, indicando che le squadre operative sono impegnate nell’individuazione e nel monitoraggio di cellule legate ai servizi iraniani o a organizzazioni proxy, con l’obiettivo di bloccare gli attentati prima che possano essere portati a termine. Nelle valutazioni diffuse dai responsabili della sicurezza, il numero dei tentativi di attacco attribuiti a reti sostenute dall’Iran sarebbe cresciuto rapidamente nelle ultime settimane, mentre l’apparato di prevenzione israeliano ha reagito ampliando il proprio raggio d’azione in diversi continenti.
La preoccupazione nasce anche da una serie di episodi che hanno colpito istituzioni ebraiche negli ultimi giorni. In Europa sono stati registrati atti di vandalismo e incendi dolosi contro sinagoghe, tra cui l’attacco a un edificio religioso a Rotterdam e il danneggiamento di una scuola ebraica ad Amsterdam. In Belgio un’altra sinagoga è stata presa di mira a Liegi, mentre in Canada si è sparato contro due luoghi di culto nell’area di Toronto. In Norvegia la polizia ha fermato individui sospetti nei pressi di sinagoghe a Oslo e Trondheim, intervento che secondo le autorità locali ha probabilmente impedito un’aggressione.
Negli Stati Uniti un attentato è stato evitato per pochi minuti quando le guardie di sicurezza della sinagoga Temple Israel di West Bloomfield, nel Michigan, hanno affrontato un uomo armato che cercava di entrare con un’auto carica di esplosivi. L’aggressore, identificato come Ayman Muhammad Razali, cittadino americano di origine libanese, è morto durante lo scontro a fuoco con le guardie. Secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, alcuni membri della sua famiglia avevano legami con Hezbollah e due fratelli sarebbero rimasti uccisi in Libano durante un recente attacco israeliano.
Il moltiplicarsi di episodi di violenza si inserisce in una tendenza più ampia che le organizzazioni di monitoraggio dell’antisemitismo osservano da mesi. Il Movimento per la lotta all’antisemitismo ha segnalato che nella sola ultima settimana sono stati registrati 137 episodi a livello globale, tra aggressioni, minacce e atti di vandalismo contro ebrei o istituzioni ebraiche. Circa un quinto di questi eventi, secondo i ricercatori del centro di analisi ARC, presenta collegamenti diretti con il conflitto tra Israele e Iran oppure con campagne di propaganda favorevoli al regime di Teheran.
Il Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano ha diffuso un avviso rivolto ai cittadini che viaggiano all’estero, invitando a mantenere un livello di vigilanza particolarmente elevato. Nel documento si segnala che l’inizio dell’operazione militare israeliana contro l’Iran ha provocato un aumento delle attività terroristiche ostili, comprese azioni preparatorie nei paesi del Golfo e nei territori confinanti con la Repubblica islamica. Tra le raccomandazioni rivolte ai viaggiatori figurano la riduzione dell’esposizione di simboli ebraici o israeliani negli spazi pubblici, la prudenza nell’uso dei social network e l’attenzione a luoghi identificati con la presenza ebraica.
Per i responsabili della sicurezza israeliana la dimensione globale della minaccia rappresenta ormai uno degli elementi centrali del confronto con Teheran. L’Iran, sostengono queste valutazioni, considera gli attentati all’estero una componente strategica della pressione contro Israele e tenta di sfruttare il clima di ostilità che si è diffuso in diverse società occidentali dall’inizio della guerra. Proprio per questo motivo, spiegano le stesse fonti, la risposta dell’intelligence israeliana non si limita più alla raccolta di informazioni ma include operazioni mirate destinate a smantellare le reti operative prima che possano trasformare la propaganda in violenza.
(Setteottobre, 16 marzo 2026)
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Il profilo rimosso di Davide Romano e la lezione dei social
Il 13 marzo 2026 è stato reso noto che Meta ha rimosso il profilo personale Facebook di Romano dopo la pubblicazione di un contenuto che riportava un telegramma storico inviato da Heinrich Himmler al Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini. Segnalazioni organizzate?
di Davide Cucciati
Per anni abbiamo pensato che i social network fossero un allargamento naturale della libertà di espressione. In parte lo sono stati. Ma, nello stesso tempo, abbiamo tutti partecipato, chi più chi meno, a un processo che ha indebolito i luoghi classici della mediazione pubblica: i giornali, le sedi editoriali riconoscibili, i tempi più lenti della verifica e della riflessione. Abbiamo preferito la velocità, l’impatto immediato, la reazione istantanea. Così, poco alla volta, una parte crescente del dibattito pubblico si è spostata su piattaforme private che non nascono per garantire il pluralismo o la profondità del confronto, ma per organizzare flussi, visibilità e interazioni.
Anche per questo il caso di Davide Romano non è solo un incidente individuale: è il sintomo di un problema più ampio. Meta stessa ha ammesso, il 7 gennaio 2025, di avere censurato troppo contenuto innocuo e di avere commesso troppi errori di enforcement, parlando di una riduzione successiva degli errori negli Stati Uniti ma riconoscendo implicitamente che il problema era reale.
• Il caso Davide Romano
Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano, è una figura pubblica molto esposta nel dibattito su memoria storica, antisemitismo e Israele. Il 13 marzo 2026 è stato reso noto che Meta ha rimosso il suo profilo personale Facebook dopo la pubblicazione di un contenuto che riportava un telegramma storico inviato da Heinrich Himmler al Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini.
Il contenuto contestato era presentato come un documento storico: è questo che rende il caso particolarmente rivelatore. Le dichiarazioni di Romano a Mosaico aiutano a mettere a fuoco il nodo vero. “Sono convinto anche io che ci sia dietro una storia di segnalazioni organizzate. Ma il punto non è quello. La questione vera è perché i controlli da parte di Meta siano falliti”.
La sua osservazione è più solida di una lamentela generica sulle segnalazioni di massa. Anche ammesso che vi siano state segnalazioni coordinate, resta da capire perché Meta ha trattato come problematico un contenuto di natura documentaria. In questo senso il problema è la qualità del giudizio esercitato dalla piattaforma. Il problema è la combinazione tra pressioni esterne, automazione imperfetta, controlli umani non sempre adeguati e rimedi successivi spesso deboli.
• Il nodo vero
Qui, però, va aggiunto un punto decisivo: il problema non riguarda soltanto gli ebrei o i sostenitori di Israele. Anche il fronte propal, da anni, denuncia rimozioni, limitazioni e soppressioni di contenuti. Nel dicembre 2023 Human Rights Watch ha parlato apertamente di “censura sistematica” di contenuti favorevoli alla Palestina su Facebook e Instagram, documentando oltre 1.050 casi di oscuramento o di soppressione tra ottobre e novembre 2023, quasi tutti relativi a contenuti pacifici in sostegno della causa palestinese. Questo dato non smentisce la denuncia che oggi proviene dal mondo ebraico. La rafforza, perché mostra che il problema è strutturale: siamo dentro uno spazio che si presenta come luogo del discorso pubblico ma che continua a funzionare secondo logiche proprietarie e tecniche che producono compressioni intermittenti, difficili da prevedere nei loro effetti e spesso sproporzionate.
• Come funziona, in concreto, la moderazione
In termini molto semplici, il percorso è questo: un contenuto può essere segnalato dagli utenti tramite gli strumenti interni della piattaforma ma può anche essere intercettato prima ancora di qualsiasi segnalazione dai sistemi automatici di Meta. Successivamente, intervengono ulteriori livelli di valutazione, che possono coinvolgere sia strumenti automatici sia revisori umani, a seconda del tipo di contenuto e della policy coinvolta. Se la piattaforma ritiene che vi sia una violazione, può limitare il contenuto, rimuoverlo o adottare misure sull’account. L’utente può poi contestare la decisione attraverso i meccanismi interni di riesame e, in alcuni casi, arrivare fino all’Oversight Board, organismo indipendente istituito per riesaminare una quota molto limitata di ricorsi e di casi rinviati dalla stessa Meta.
• Il precedente CasaPound
In Italia il precedente più interessante, proprio per capire la portata sistemica della questione, resta quello di CasaPound. Il 9 settembre 2019 Facebook rimosse la pagina del movimento d’estrema destra e il profilo del suo amministratore. In sede cautelare, il Tribunale di Roma ordinò la riattivazione. In quella fase, i giudici scrissero che Facebook aveva assunto un “preminente e rilevante ruolo” nell’ambito dei social network, “e quindi oggettivamente anche per la partecipazione al dibattito politico”, aggiungendo che la disponibilità in internet di altri strumenti di comunicazione “non si può reputare sufficiente ad escludere la gravità del pregiudizio”.
Quando una piattaforma privata diventa infrastruttura centrale della discussione pubblica, il suo potere di esclusione non è più neutro sul piano democratico. La vicenda CasaPound, però, è utile proprio perché non offre una morale facile. Nel giudizio di merito, nel 2022, il Tribunale di Roma ha rovesciato l’esito cautelare e ha riconosciuto a Meta il diritto di rimuovere la pagina, ritenendo legittima la designazione di CasaPound come organizzazione che incita all’odio e valorizzando il contenuto delle policy contrattuali di Facebook. Conseguentemente, il tema è questo: se il potere di moderazione esiste ed è in certi casi legittimo, allora diventano decisivi i criteri, la proporzione, la prevedibilità delle decisioni e la qualità delle garanzie offerte a chi viene colpito.
• La specificità ebraica
Per gli ebrei italiani, però, il problema assume un peso ulteriore. Romano osserva che ormai molti eventi ebraici in presenza vengono limitati o scoraggiati per ragioni di sicurezza, che l’esposizione pubblica nelle università è spesso conflittuale e che in televisione, a suo avviso, trovano spazio soprattutto voci ebraiche considerate più accettabili dal sistema mediatico. Se una minoranza sperimenta già una riduzione di agibilità nello spazio fisico, allora la perdita di agibilità nello spazio digitale pesa di più.
• Il nodo degli insulti antisemiti
C’è poi il capitolo degli insulti antisemiti che restano online. La spiegazione più seria non è partire subito dall’idea di una volontà sistematica di proteggere l’odio antiebraico. Potrebbe esserci anche una causa più semplice e più strutturale: molti di quei contenuti non vengono segnalati o non vengono segnalati in modo efficace. Questo punto trova un riscontro importante nel Handbook on Online Antisemitism, pubblicato dalla Commissione europea il 26 febbraio 2026, che insiste sul ruolo del reporting, dei segnalatori attendibili e sull’idea che più contenuti antisemiti vengono segnalati, meglio le piattaforme possono addestrare i propri sistemi a riconoscerli. In altre parole, una parte del problema può davvero essere una sotto-segnalazione cronica.
• Tutti abbiamo contribuito a creare questo sistema
Il problema non è solo “nostro” e dei casi già documentati qui su Mosaico (Elena Lea Bartolini, il Comitato Setteottobre guidato da Stefano Parisi, Michael Sfaradi e Ciro Principe). Abbiamo contribuito tutti, in anni di entusiasmo acritico per il digitale, a svalutare i giornali, la responsabilità editoriale, i tempi più lenti della verifica. Abbiamo trattato la comunicazione immediata come se fosse automaticamente più democratica. Abbiamo assistito a giornalisti che diventavano attivisti, influencer che pretendevano di fare gli analisti e figure nate per altri linguaggi che hanno occupato lo spazio dell’informazione. Oggi vediamo una discussione pubblica sempre più dipendente da piattaforme private, da meccanismi di ranking e moderazione che nessun cittadino ha davvero contribuito a scrivere e che nessun elettore può davvero sanzionare in senso politico.
(Bet Magazine Mosaico, 16 marzo 2026)
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Il telegramma di Heinrich Himmler al Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini è presente da anni sul nostro sito. -->
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IDF, tre settimane di operazioni contro l’industria militare iraniana
Michelle Zarfati
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno preparando almeno altre tre settimane di operazioni militari contro l’Iran, con l’obiettivo di colpire in modo sistematico l’apparato industriale e militare della Repubblica islamica. Secondo fonti militari citate dalla stampa israeliana, la campagna è parte di una strategia più ampia volta a ridurre drasticamente la capacità di Teheran di produrre armi avanzate e sostenere le proprie attività militari nella regione.
Secondo quanto riportato da The Times of Israel, i pianificatori militari israeliani dispongono di un’ampia lista di obiettivi legati all’industria militare iraniana, tra cui fabbriche di missili, centri di ricerca, infrastrutture tecnologiche e siti logistici utilizzati per lo sviluppo e la produzione di armamenti. L’obiettivo dichiarato è “degradare sistematicamente” l’intera filiera dell’industria della difesa iraniana attraverso una campagna prolungata di attacchi mirati. La strategia prevede di colpire non soltanto singole basi o installazioni militari, ma l’intero ecosistema che sostiene la capacità bellica iraniana: dai centri di comando ai sistemi radar, fino alle infrastrutture industriali che permettono la produzione di missili balistici e altri sistemi d’arma. Negli ultimi mesi, l’aviazione israeliana ha già condotto numerosi raid contro siti considerati cruciali per il programma missilistico e nucleare iraniano.
Secondo fonti militari citate anche dal sito israeliano Ynet, l’esercito ritiene di trovarsi di fronte a una rara opportunità strategica per indebolire in modo significativo le capacità militari dell’Iran. Un alto ufficiale dello Stato Maggiore ha dichiarato che Israele non dovrebbe “togliere il piede dall’acceleratore” finché il regime iraniano non sarà drasticamente indebolito, lasciando intendere che la campagna potrebbe estendersi oltre le settimane già pianificate. L’operazione militare israeliana contro l’Iran si inserisce in un conflitto più ampio che negli ultimi anni ha visto un’escalation crescente tra i due Paesi. Nel giugno 2025 Israele ha lanciato una vasta offensiva contro il programma nucleare e missilistico iraniano, colpendo diversi siti strategici e infrastrutture militari con l’obiettivo di ridurre la capacità di Teheran di sviluppare armi avanzate.
Dall’inizio delle operazioni, secondo fonti militari, l’aviazione israeliana ha colpito centinaia di obiettivi militari e infrastrutture legate al programma di armamenti iraniano. Le operazioni si concentrano in particolare sui sistemi di lancio dei missili balistici, sulle installazioni radar e sulle reti di comando che permettono all’Iran di coordinare eventuali attacchi contro Israele. Nel frattempo, i vertici militari israeliani preparano la popolazione a un conflitto potenzialmente prolungato. Secondo fonti dell’IDF, l’operazione potrebbe richiedere diverse settimane di combattimenti e nuovi attacchi contro migliaia di bersagli identificati dall’intelligence militare. La prospettiva di una campagna militare estesa aumenta anche il rischio di un’ulteriore escalation regionale. L’Iran continua infatti a rappresentare una delle principali potenze militari del Medio Oriente, con un ampio arsenale missilistico e una rete di alleati e milizie nella regione. Per questo motivo, secondo diversi analisti, gli attacchi israeliani contro l’industria della difesa iraniana potrebbero avere conseguenze strategiche di lungo periodo per l’equilibrio geopolitico del Medio Oriente.
(Shalom, 16 marzo 2026)
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Chi ha infranto il diritto internazionale?
di Emanuel Segre Amar
Ritengo che sia utile ricordare a coloro che accusano USA e Israele di aver infranto il diritto internazionale che:
- L’ONU, al fine di proteggere militarmente i cittadini israeliani che venivano attaccati con razzi e incursioni partiti dal Libano, istituì nel 1978 il corpo UNIFIL al fine di evitare che, a sud del fiume Litani, ci fossero uomini ed armi che non appartenessero al regolare esercito libanese; da allora Hezbollah ha potuto fare nel territorio a sud del fiume Litani tutto ciò che voleva (costruire tunnel, postazioni di attacco, depositi di ogni genere di armi) senza che i soldati (10000 italiani) lo impedissero. Spesso, anzi, questi contingenti ONU furono complici di Hezbollah.
- Nel 2018 il Mossad recupera in Iran Kg 500 di documenti con tutto il programma della costruzione della bomba nucleare necessaria per l’annientamento di Israele; Netanyahu porta all’ONU questa documentazione, ma il mondo alza le spalle.
- Hezbollah ha attaccato Israele l’8 ottobre 2023 e da allora non ha mai smesso di lanciare razzi e missili contro Israele (non solo contro la fascia nord, ma anche sulla zona centrale comprendente, tra l’altro, Tel Aviv).
- Israele colpisce zone militari e fabbriche di produzione di armi e, se deve colpire in zone civili ordina prima alla popolazione di evacuare. Non sono rare le sue esecuzioni mirate (con grande precisione) contro appartamenti di condomini o contro veicoli dove i servizi segreti hanno segnalato la presenza di comandanti.
- L’Iran colpisce quasi unicamente zone civili, in Israele come negli stati del Golfo, che siano amici o avversari perché legati al Grande Satana.
Eppure per i nostri politici (quasi tutti) e per i nostri media (la stragrande maggioranza) sono USA e Israele che hanno infranto il diritto internazionale…
(HaKol - il Riformista, 16 marzo 2026)
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