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Notizie 16-30 novembre 2025



Perché Dio ha creato il mondo? - 20

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

In viaggio verso la maggiore età
   Rotti definitivamente i legami con l’Egitto, comincia la vita di Israele come nuovo popolo destinato a formare la grande nazione che Dio aveva promesso ad Abramo (Genesi 12:2). Esce da una terra in cui Dio aveva depositato il seme di Abramo affinché si sviluppasse fino a provocare il parto del popolo a cui Dio stesso aveva già dato il nome.
  Il neonato non è figlio di ignoti: il Padre lo ha riconosciuto fin da quando era nel grembo egiziano. Per il monarca di quella nazione è stato molto difficile accettare quella paternità, e questo ha reso difficile il parto ma, come si è visto, non ha potuto impedirlo. E ora al legittimo Padre, responsabile della sua nascita, compete il compito di allevarlo ed educarlo. Cosa che Egli comincia a fare subito: li mette in marcia verso la terra appartenente di diritto alla grande nazione di cui dovevano costituire il popolo: Canaan.

    “Mosè fece partire gli israeliti dal Mar Rosso, ed essi si diressero verso il deserto di Sur; camminarono tre giorni nel deserto, e non trovarono acqua (Esodo 15:22).

Come inizio del viaggio, agli israeliti non sarà sembrato molto promettente. Ma proseguono:

    E quando giunsero a Mara, non poterono bere le acque di Mara, perché erano amare; perciò quel luogo fu chiamato Mara (Esodo 15:23).

La cosa comincia ad essere preoccupante:

    Allora il popolo mormorò contro Mosè, dicendo: ‘Che berremo?’” (Esodo 15:24).

La domanda è più che lecita, ed è diretta precisamente a Mosè, perché è lui che guida il cammino per preciso ordine di Dio, dunque è lui che deve rispondere. A qualcuno sarà sorto il dubbio: ma non è che abbia sbagliato strada? che abbia interpretato male le indicazioni di Dio? E probabilmente molti avranno espresso questi dubbi direttamente a lui, e non sempre in tono cordiale.
  Mosè non prova neppure a rispondere, perché del resto non avrebbe nemmeno saputo cosa dire. Si rivolge allora direttamente al suo Superiore:

    “Ed egli gridò all'Eterno; e l'Eterno gli mostrò un legno che egli gettò nelle acque, e le acque divennero dolci. Lì l'Eterno diede al popolo una legge e una prescrizione, e lo mise alla prova, e disse: “Se ascolti attentamente la voce dell'Eterno tuo Dio, e fai ciò che è giusto agli occhi suoi e porgi orecchio ai suoi comandamenti e osservi tutte le sue leggi, io non ti manderò addosso nessuna delle malattie che ho mandate addosso agli Egiziani, perché io sono l'Eterno che ti guarisce” (Esodo 15:25-26)

Mosè grida all’Eterno. Non gli rivolge una cortese richiesta di spiegazioni, ma gli lancia un’invocazione d’aiuto, perché per lui la situazione è nuova e non sa cosa fare. L’Eterno interviene e l’acqua arriva: il caso è risolto. Ma che brutto momento ha passato Mosè!
  Il gioco di provocare incidenti, ascoltare lamentele, per poi spiegare e agire, è un modo che Dio usa “sistematicamente” per farsi conoscere. Bisogna tener presente che da quando Israele ha lasciato l’Egitto e si è messo in viaggio per Canaan tutto è nuovo, sia per il popolo che per Mosè. L’unico ad avere le idee chiare naturalmente è Dio, che però deve trovare il modo di convincere, o se necessario obbligare, i due soggetti popolo e Mosè a fare la loro parte per il raggiungimento del buon fine del viaggio.
  Esaminiamo allora questa prima crisi che sorge dopo che sono usciti dall’Egitto.
  Dio dirige la carovana lungo un percorso in cui dopo un po’ non trovano più l’acqua. Il popolo chiede minacciosamente a Mosè: che berremo? Bella domanda. “E io che faccio?” chiede a se stesso Mosè. Altra bella domanda. Due apprensive, comprensibili domande. Chi può dare la risposta? Soltanto Dio. Mosè lo sa, il popolo non ancora: è un bambino, che ha rapporti col Padre soltanto tramite il pedagogo da Lui nominato. Tocca dunque a Mosè esercitare la sua fede e rivolgere la sua domanda a Dio, che risponde mostrandogli quello che deve fare affinché arrivi al popolo la soluzione del problema.
  Il Signore dunque si preoccupa anzitutto di addestrare Mosè ad essere un efficace intermediario. Deve fargli capire che è suo compito trasmettere i Suoi ordini al popolo, ed è suo carico subire e gestire le loro prevedibili recriminazioni quando questi non sono ben accolti, esercitando la sua propria fede.
  Anche per il popolo l’incidente della mancanza d’acqua avrebbe dovuto essere una possibilità di esercitare la sua fede, perché aveva visto le opere potenti che Dio aveva fatto per farli uscire dall’Egitto, ma i fatti miracolosi, per quanto prodigiosi, possono confermare la fede, ma non la producono. Il Signore, facendo trovare l’acqua dopo un’ansiosa attesa, vuole far crescere un rapporto di fiducia tra Lui e il popolo. Allora oltre all’acqua gli esprime il suo amore facendogli la promessa di preservarlo dalle malattie che hanno colpito gli egiziani.
  Gli dà poi “una legge e una prescrizione” per “metterlo alla prova” (Esodo 15:25). Che significa? È forse l’inizio di quella che si pensa essere la dura legge mosaica piena di severi ordini da osservare altrimenti sono botte? Leggendo attentamente, si vede che in sostanza sono raccomandazioni, cioè norme di comportamento all’interno di una famiglia, fatte per mantenere e far crescere un rapporto d’amore fra i componenti, non articoli di una legislazione civile.
  In questo periodo iniziale della storia del popolo d’Israele, fino all’arrivo nel Sinai e alla stipulazione del patto, il popolo Dio non assume mai un atteggiamento corrucciato. Il Signore ode i mormorii del popolo, con i quali “tentano l’Eterno” (Esodo 17:3,7), ma non reagisce con provvedimenti punitivi. Ne parla invece con Mosè, per dirgli quello che deve fare per togliere le cause che hanno provocato i mormorii. In questo modo il Signore continua ad avere con il popolo lo stesso atteggiamento che ha avuto in precedenza con tutti i patriarchi, nessuno escluso, ai quali non ha mai rivolto alcun rimprovero, alcuna punizione, alcuna minaccia. A un certo punto della storia di Israele questa situazione cambierà, e sarà interessante vedere quando e perché.

Un viaggio di istruzione e crescita
   Il cammino da poco iniziato sarà dunque un difficile viaggio di istruzione. La marcia di tre giorni nel deserto senza trovare acqua, con la delusione dell’acqua trovata ma che non si può bere, è stata certamente provocata ad arte dal Signore a scopi pedagogici. Israele, figlio di Dio fin da quando è stato concepito, ora è nato e si è distaccato dal grembo egiziano, ma non è diventato adulto tutto di un tratto: è ancora un bambino. E un bambino, per sua naturale posizione, è irresponsabile fino alla maggiore età. E come tale Dio lo tratterà fino all’arrivo nel Sinai.
  In una famiglia la crescita di un bambino è accompagnata da una crescita di conoscenza tra genitore e figlio che avviene in un reciproco scambio di richieste e osservazioni. Il bambino, con capricci o con parole, chiede qualcosa al genitore e osserva come risponde per vedere se ottiene da lui quello che vuole. Il genitore, a sua volta, con buone o con cattive maniere, dà ordini di comportamento al bambino e osserva se ottiene da lui ubbidienza. Dopo un po’ di questi scambi, è certo che i due arrivano a conoscersi un po’ meglio.
  Qualcosa di questo tipo avviene in questo inizio del viaggio verso Canaan tra l’Eterno (genitore) e il popolo (bambino), con la complicazione della presenza di Mosè e Aaronne che fungono da interfaccia che assorbe i contraccolpi dall’una e dall’altra parte.
  Se il primo incidente di viaggio, dopo soli tre giorni di marcia dalla partenza dal mar Rosso, è avvenuto per la paura di morire di sete, dopo circa un mese e mezzo, quando si trovano nel deserto di Sin, fra Elim e il Sinai, se ne presenta un altro, ancora più grave, provocato dalla paura di morire di fame:

    “E tutta la comunità dei figli d'Israele mormorò contro Mosè e contro Aaronne nel deserto. I figli d'Israele dissero loro: “Oh, fossimo pur morti per mano dell'Eterno nel paese d'Egitto, quando sedevamo presso le pentole della carne e mangiavamo del pane a sazietà! Poiché voi ci avete condotti in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine” (Esodo 16:2-3).

Il popolo dunque, come un bambino, si lamenta perché ha fame e piange ad alta voce perché vuole la carne e il pane che in Egitto aveva “a sazietà”. Non si rivolge a Dio, perché non ha con Lui un rapporto diretto: è suo figlio, ma non lo conosce. Conosce Mosè, che gli parla di Dio e gli ha mostrato la potenza delle sue azioni con fatti potenti, ma i figli d’Israele non si rivolgono direttamente a Dio in preghiera, perché forse non sanno nemmeno che cosa significa pregare.
  L’Eterno ascolta i mormorii e non risponde al popolo, che in realtà non si è rivolto a Lui, ma informa Mosè di quello che intende fare:

    E l'Eterno disse a Mosè: 'Ecco, io vi farò piovere del pane dal cielo ; e il popolo uscirà e ne raccoglierà giorno per giorno quanto gliene occorrerà per la giornata, perché io lo metta alla prova per vedere se camminerà o no secondo la mia legge. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che avran portato a casa, esso sarà il doppio di quello che avranno raccolto ogni altro giorno’” (Esodo 16:4-5).

Questo è ciò che Dio dice a Mosè, ma il popolo non ne è informato, e il minaccioso mormorio aumenta di volume. Mosè e Aaronne avvertono la gravità della situazione: la comunità dei figli d’Israele li sta accusando di averli portati fuori dall’Egitto per farli morire di fame nel deserto. E chissà quali malevoli ragioni avranno trovato per spiegare questo atteggiamento.
  Mosè e Aaronne pensano allora che sia arrivato il momento di distinguere le responsabilità e sottolineare che non sono stati loro a farli uscire dall’Egitto:

    “Mosè e Aaronne dissero a tutti i figli d'Israele: ‘Questa sera voi conoscerete che l'Eterno è colui che vi ha fatto uscire dal paese d'Egitto e domattina vedrete la gloria dell'Eterno; poiché egli ha udito i vostri mormorii contro l'Eterno; quanto a noi, che cosa siamo perché mormoriate contro di noi?’” (Esodo 16:6-7).

È dunque assolutamente necessario che il popolo cominci ad avere una conoscenza più diretta di Colui che lo ha fatto uscire dal paese d’Egitto;

    “Mosè disse: ‘ Vedrete la gloria dell'Eterno quando stasera egli vi darà della carne da mangiare e domattina del pane a sazietà; poiché l'Eterno ha udito i vostri mormorii che proferite contro di lui; quanto a noi, che cosa siamo? i vostri mormorii non sono contro di noi, ma contro l'Eterno’ . Poi Mosè disse ad Aaronne: ‘Di' a tutta la comunità dei figli d'Israele: Avvicinatevi alla presenza dell'Eterno , perché egli ha udito i vostri mormorii'. Mentre Aaronne parlava a tutta la comunità dei figli d'Israele, questi volsero gli occhi verso il deserto; ed ecco che la gloria dell'Eterno apparve nella nuvola” (Esodo 16:8-10)

Mosè annuncia al popolo che presto vedranno la gloria dell’Eterno, ma è ad Aaronne che egli ordina di dire “ Avvicinatevi alla presenza dell’Eterno ”, ed è mentre lui parla che la gloria di Dio appare. Con questo significativo gesto, Dio legittima colui che sarà il futuro sommo sacerdote; e con questa parola Aaronne compie il primo atto sacerdotale con cui Dio fa avvicinare il popolo a Sé.
  La parola di Mosè ha fatto distinzione fra Eterno e servitori; la parola di Aaronne ha prodotto avvicinamento fra Eterno e popolo.
  Dopo di che Dio si rivolge di nuovo a Mosè:

    “E l'Eterno parlò a Mosè, dicendo:  ‘Io ho udito i mormorii dei figli d'Israele; parla loro, dicendo: Al tramonto mangerete della carne, e domattina sarete saziati di pane; e conoscerete che io sono l'Eterno, il vostro Dio (Esodo 16:11-12).

I mormorii dei figli di Israele, che avevano spaventato Mosè e Aaronne, sono stati considerati dal Signore come capricci di un bambino, del suo bambino, che certamente ha bisogno di mangiare, e il Padre lo sa, e per questo provvede. Ma sa anche che il bambino deve crescere. Ha bisogno di crescere in conoscenza, affinché un giorno arrivi a conoscere da vicino, e in profondità, Colui che gli dà carne e pane a sazietà.
  “E conoscerete che io sono l'Eterno il vostro Dio" (Esodo 16:12).

(20. continua)
precedenti 

(Notizie su Israele, 30 novembre 2025)


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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 28
    Aaronne e i suoi figli chiamati al sacerdozio. I paramenti sacerdotali
  • Tu fa' accostare a te, tra i figli d'Israele, Aaronne tuo fratello e i suoi figli con lui perché esercitino per me l'ufficio di sacerdoti: Aaronne, Nadab, Abiu, Eleazar e Itamar, figli di Aaronne.
  • E farai ad Aaronne, tuo fratello, dei paramenti sacri, come segno della loro dignità e come ornamento.  Parlerai a tutti gli uomini intelligenti, che io ho riempito di spirito di sapienza, ed essi faranno i paramenti di Aaronne per consacrarlo, perché eserciti per me l'ufficio di sacerdote. Questi sono i paramenti che faranno: un pettorale, un efod, un manto, una tunica lavorata a maglia, un turbante e una cintura. Faranno dunque dei paramenti sacri per Aaronne tuo fratello e per i suoi figli, affinché esercitino l'ufficio di sacerdoti; e si serviranno d'oro, di filo violaceo, porporino, scarlatto, e di lino fino.
  • Faranno l'efod d'oro, di filo violaceo, porporino, scarlatto e di lino fino ritorto, lavorato artisticamente. Esso avrà alle due estremità due spalline, che si uniranno, in modo che sia tenuto bene insieme. E la cintura artistica, che è sull'efod per fissarlo, sarà dello stesso lavoro dell'efod, tutto di un pezzo con esso; sarà d'oro, di filo color violaceo, porporino, scarlatto, e di lino fino ritorto. E prenderai due pietre di onice e vi inciderai sopra i nomi dei figli d'Israele: sei dei loro nomi sopra una pietra, e gli altri sei nomi sopra la seconda pietra, secondo il loro ordine di nascita.  Inciderai su queste due pietre i nomi dei figli d'Israele come fa l'incisore, come si incide un sigillo; le incasserai in castoni d'oro. Metterai le due pietre sulle spalline dell'efod, come testimonianza per i figli d'Israele; e Aaronne porterà i loro nomi davanti all'Eterno sulle sue due spalle, come memoriale. E farai dei castoni d'oro, e due catenelle d'oro puro che intreccerai come un cordone, e metterai nei castoni le catenelle così intrecciate.
  • Farai pure il pettorale del giudizio, artisticamente lavorato; lo farai come il lavoro dell'efod: d'oro, di filo violaceo, porporino, scarlatto, e di lino fino ritorto. Sarà quadrato e doppio; avrà la lunghezza di una spanna, e una spanna di larghezza. E vi incastonerai una serie di pietre: quattro ordini di pietre; nel primo ordine sarà un sardonio, un topazio e uno smeraldo; nel secondo ordine, un rubino, uno zaffiro, un calcedonio; nel terzo ordine, un opale, un'agata, un'ametista; nel quarto ordine, un crisolito, un'onice e un diaspro. Queste pietre saranno incassate nei loro castoni d'oro. E le pietre corrisponderanno ai nomi dei figli d'Israele, e saranno dodici, secondo i loro nomi; saranno incise come dei sigilli, ciascuna con il nome di una delle tribù d'Israele. Farai pure sul pettorale delle catenelle d'oro puro, intrecciate come dei cordoni. Poi farai sul pettorale due anelli d'oro, e metterai i due anelli alle due estremità del pettorale. Fisserai i due cordoni d'oro ai due anelli alle estremità del pettorale; e attaccherai gli altri due capi dei due cordoni ai due castoni, e li metterai sulle due spalline dell'efod, davanti. E farai due anelli d'oro, e li metterai alle altre due estremità del pettorale, sull'orlo interiore rivolto verso l'efod. Farai due altri anelli d'oro, e li metterai alle due spalline dell'efod, in basso, davanti, vicino al punto dove avviene la giuntura, sopra la cintura artistica dell'efod. E si fisserà il pettorale mediante i suoi anelli agli anelli dell'efod con un cordone violaceo, affinché il pettorale sia al di sopra della cintura artistica dell'efod, e non si possa staccare dall'efod. Così Aaronne porterà i nomi dei figli d'Israele incisi nel pettorale del giudizio, sul suo cuore, quando entrerà nel santuario, per conservarne sempre il ricordo davanti all'Eterno.
  • Metterai sul pettorale del giudizio l' Urim e il Tummim; e staranno sul cuore di Aaronne quando egli si presenterà davanti all'Eterno. Così Aaronne porterà il giudizio dei figli d'Israele sul suo cuore, davanti all'Eterno, per sempre.
  • Farai anche il manto dell'efod, tutto di colore violaceo. Esso avrà, in mezzo, un'apertura per passarvi il capo; e l'apertura avrà un'orlatura tessuta intorno, come l'apertura di una corazza, perché non si strappi. All'orlo inferiore del manto, tutto intorno, farai delle melagrane di color violaceo, porporino e scarlatto; e, in mezzo ad esse, tutto intorno, porrai dei sonagli d'oro: un sonaglio d'oro e una melagrana, un sonaglio d'oro e una melagrana, sull'orlatura del manto, tutto intorno. Aaronne se lo metterà per fare il servizio; quando egli entrerà nel luogo santo davanti all'Eterno e quando ne uscirà, se ne udrà il suono, ed egli non morirà.
  • Farai anche una lamina d'oro puro, e su di essa inciderai, come si incide sopra un sigillo: Santo All'Eterno. La fisserai a un nastro violaceo sul turbante, e starà sulla parte davanti del turbante. Starà sulla fronte di Aaronne, e Aaronne porterà le iniquità commesse dai figli d'Israele nelle cose sante che consacreranno, in ogni genere di offerte sante; ed essa starà continuamente sulla sua fronte, per renderli graditi alla presenza dell'Eterno.
  • Farai pure la tunica di lino fino, lavorata a maglia; farai un turbante di lino fino, e farai una cintura, un lavoro di ricamo.
  • Per i figli di Aaronne farai delle tuniche, farai delle cinture, e farai dei copricapi, come segno della loro dignità e come ornamento. E ne vestirai Aaronne, tuo fratello, e i suoi figli con lui; e li ungerai, li consacrerai e li santificherai perché esercitino per me l'ufficio di sacerdoti. Farai anche loro dei calzoni di lino per coprire la loro nudità; esse andranno dai fianchi fino alle cosce. Aaronne e i suoi figli le porteranno quando entreranno nella tenda di convegno, o quando si accosteranno all'altare per fare il servizio nel luogo santo, affinché non si rendano colpevoli e non muoiano. Questa è una regola perenne per lui e per la sua discendenza dopo di lui.
(Notizie su Israele, 29 novembre 2025)


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Hezbollah non è morto

Da Dubai i finanziamenti con i soldi del petrolio di Teheran

di Lorenzo Vita

Hezbollah non è morto. E questo, Israele e l’intelligence americana lo dicono da molto tempo. La decimazione delle alte sfere militari ha assestato un colpo durissimo al Partito di Dio. Ma dopo un anno di “cessate il fuoco” (che ha visto però continui raid delle Israel defense forces per evitare qualsiasi rinascita del movimento mietendo 370 vittime), Hezbollah continua a rappresentare una minaccia.

Hezbollah, il disarmo utopistico
  La questione è stata più volte segnalata al governo di Beirut, che sa benissimo che il rischio di escalation è dietro l’angolo. Tuttavia, l’esecutivo guidato da Nawaf Salam, insieme al lavoro del presidente Joseph Aoun, non può adempiere al disarmo della milizia. Quantomeno non nei tempi richiesti da Israele e dagli Stati Uniti. Pensare che Hezbollah venga disarmato entro la fine di quest’anno appare a dir poco utopistico. I bombardamenti israeliani mietono vittime tra le forze sciite ma rischiano anche di ottenere un irrigidimento di tutta la politica libanese, che non può mostrare di coordinarsi apertamente con lo Stato ebraico mentre quest’ultimo colpisce sul territorio del Paese dei cedri. E in tutto questo, Hezbollah continua a essere un enorme punto interrogativo strategico. Meno forte di prima ma ancora vivo, il movimento sciita ora sa di non avere le stesse capacità di rifornimento di prima. Però, nonostante la fine del regime di Bashar al Assad in Siria e con un Iran indebolito e fiaccato dalle sanzioni, la milizia continua a ricevere aiuti. Il Wall Street Journal ha rivelato che un canale di questo finanziamento arriverebbe anche tramite gli Emirati Arabi Uniti. Una triangolazione che vede Dubai come il centro di un nuovo e imponente flusso di denaro.

I finanziamenti da Dubai
  Secondo le fonti dell’intelligence sentite dal quotidiano americano, l’Iran, solo nell’ultimo anno, ha inviato a Hezbollah centinaia di milioni di dollari tramite varie attività finanziarie con sede nella città sul Golfo Persico. E tra la chiusura delle rotte siriane e il controllo israeliano sui voli per l’aeroporto di Beirut, Teheran ha dovuto ampliare la sua rete di finanziamenti anche attraverso altri Paesi. Uno è proprio Dubai, che per molto tempo è stato usato dagli iraniani come centro di riciclaggio di denaro e come valvola per spedire soldi al Partito di Dio. E in gran parte, ha spiegato il Wsj, questo denaro proveniva dai profitti dell’esportazione di petrolio e veniva spedito in Libano attraverso la Hawala, il sistema utilizzato nei Paesi islamici per spedire soldi su base fiduciaria e senza usare le banche come intermediarie. Gli Emirati sono in prima linea nella lotta a questo tipo di transazioni.

Il grattacapo politico e militare
  Questo è quello che hanno spiegato i funzionari locali al quotidiano statunitense. Ma questa nuova rivelazione è il segnale di come gli occhi israeliani e statunitensi siano sempre più concentrati sulle attività di Hezbollah. In Libano, dove è atteso l’arrivo di Papa Leone XIV per una visita che ha un enorme valore spirituale e politico, l’incubo di una nuova guerra è dietro l’angolo. I bombardamenti dell’Idf si sono intensificati, soprattutto nel sud, ma hanno raggiunto di recente di nuovo Beirut. E per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la questione settentrionale continua a essere un grattacapo politico e militare. Il nord ha subito lo sfollamento di decine di migliaia di persone durante la guerra con Hezbollah. L’esercito continua a esercitarsi anche su quel fronte nonostante si stia incendiando di nuovo anche la Cisgiordania. E poco più a est, al di là delle Alture del Golan, si temono anche nuove fiammate sul lato siriano.
Nell’ultima operazione israeliana nella zona di Beit Jinn, poco più a sud di Damasco, sono morte 13 persone, tra cui diversi civili. Il raid è avvenuto con un’incursione di terra unita a bombardamenti di artiglieria e aerei. Sei soldati dell’Idf sono rimasti feriti. E a quasi un anno dal rovesciamento di Assad, l’operazione israeliana in Siria conferma che la partita non è ancora chiusa. Ed è stato un avvertimento anche per il nuovo leader, Ahmed al-Sharaa, accolto di recente a Washington ma non apprezzato dagli strateghi israeliani.

(Il Riformista, 29 novembre 2025)

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Perché la Fratellanza Musulmana è una minaccia per Israele e l'Europa
 
La questione non è più se l'organizzazione sia pericolosa. La questione è se le società libere troveranno il coraggio di difendersi.
 
di Ayoob Kara
 
Per anni, i politici in Israele e in tutta Europa hanno cercato di separare la facciata politica della Fratellanza Musulmana dalle sue fondamenta estremiste. Speravano che interagire con il vocabolario “moderato” della Fratellanza potesse favorire la stabilità, integrare le comunità musulmane e fungere da barriera contro il radicalismo violento.
Ma gli eventi che si stanno verificando in Europa, supportati da numerose relazioni dei servizi segreti francesi, belgi e del Parlamento europeo, dimostrano ora che questa strategia è pericolosamente errata. La Fratellanza non è un'alternativa all'estremismo. È il motore ideologico che lo alimenta.
Il 23 novembre, più di 70 esperti europei e internazionali si sono riuniti davanti alla Corte penale internazionale dell'Aia per lanciare un messaggio unificato: la Fratellanza Musulmana rappresenta una minaccia globale alla pace e alla sicurezza. Il loro avvertimento non si basava su speculazioni, ma su informazioni di intelligence concrete e sull'esperienza delle città europee che hanno affrontato ondate di radicalizzazione, antisemitismo e terrorismo.
Sia per Israele che per l'Europa, il pericolo non è teorico, ma urgente e in continua evoluzione. Per comprendere la minaccia, è necessario prima comprendere la visione del mondo della Fratellanza.
Essa si basa su un unico presupposto: l'Islam non è solo una religione, ma un sistema politico destinato a sostituire tutti gli altri. Il suo obiettivo a lungo termine, articolato apertamente da alti funzionari e documentato in promemoria dei servizi segreti europei, è quello di rimodellare le società dall'interno attraverso un “processo di jihad civilizzatore”, come osservato dall'ex politico olandese Henry Van Bommel.
Questo processo non è né violento né spettacolare. È lento, burocratico e strategico. Opera attraverso organizzazioni comunitarie, gruppi studenteschi, istituzioni religiose, ONG e reti di lobbying politico.
Il genio della Fratellanza – e la sua pericolosità – risiede nella sua capacità di utilizzare strumenti democratici per promuovere un'ideologia antidemocratica. Come ha sottolineato Ramon Rahangmetan all'Aia: "Non si tratta dell'Islam o delle comunità musulmane. Si tratta di un movimento politico identificato come una minaccia strutturale e ideologica alla coesione democratica".
La lotta dell'Europa contro le società parallele, le enclavi estremiste e i giovani radicalizzati è inseparabile dall'influenza della Fratellanza. Per Israele, la minaccia è ancora più diretta. Hamas, responsabile di massacri, stupri di massa, torture, mutilazioni, incendi, rapimenti e guerre con razzi, è il ramo palestinese della Fratellanza Musulmana.
La Fratellanza non si limita a giustificare la violenza di Hamas, ma fornisce la legittimità ideologica che la sostiene. Dai libri di testo e dai sermoni alla propaganda online e alle narrazioni diplomatiche, la Fratellanza lavora instancabilmente per demonizzare Israele, delegittimare l'autodeterminazione ebraica e mobilitare il sostegno alla “resistenza”, un eufemismo per indicare il terrorismo.
Le atrocità del 7 ottobre non sono state un'aberrazione. Sono state l'espressione fisica di una dottrina che la Fratellanza ha contribuito a elaborare nel corso di decenni. Questa ideologia si diffonde anche in Europa, attraverso manifestazioni in cui le comunità ebraiche sono minacciate, slogan che glorificano il terrore e i confini tra protesta politica e incitamento antisemita scompaiono. Le stesse autorità europee hanno confermato che le organizzazioni legate alla Fratellanza stanno diffondendo messaggi radicali che alimentano i disordini di piazza e la divisione sociale.
Il pericolo rappresentato dalla Fratellanza non risiede solo nell'ideologia, ma anche nelle infrastrutture. Le agenzie di intelligence europee avvertono che l'organizzazione riceve finanziamenti stranieri attraverso enti di beneficenza e ONG; utilizza sovvenzioni finanziate dai contribuenti per promuovere l'Islam politico; recluta giovani per conflitti all'estero (Nigeria, Pakistan, Bangladesh); mina le politiche di integrazione; intimidisce i dissidenti all'interno delle comunità musulmane; e si infiltra nei sistemi politici municipali e nazionali.
All'Aia, Julio Levit Koldorf ha descritto senza mezzi termini il paradosso che attanaglia l'Europa: gli attivisti di sinistra, ignari delle radici totalitarie della Fratellanza, “difendono ciecamente un movimento che si oppone alla democrazia, ai diritti umani, all'uguaglianza di genere, ai diritti LGBTQ+ e al governo laico”.
In altre parole, la Fratellanza si maschera da vittima del razzismo mentre promuove un'ideologia che cerca di smantellare proprio quelle libertà che proteggono le minoranze. L'Europa non può permettersi questa contraddizione. E nemmeno Israele.
È importante sottolineare che gli appelli a contrastare la Fratellanza non sono attacchi all'Islam. Tutti i relatori all'Aia hanno sottolineato questa distinzione. Come ha affermato l'attivista iraniana belga Fahimeh Il Ghami: “Il nostro obiettivo non è quello di prendere di mira alcuna comunità o fede. Ma quando un'organizzazione si dedica al finanziamento occulto, all'intimidazione o all'estremismo, la legge deve reagire”.
Si tratta di una difesa delle comunità musulmane, non di un attacco contro di esse. Le prime vittime della Fratellanza Musulmana sono spesso gli stessi musulmani: donne, dissidenti, riformatori laici, minoranze e chiunque rifiuti l'Islam politico.
Per Israele, il modo in cui l'Europa gestirà la Fratellanza Musulmana determinerà la sicurezza futura del continente. Un'Europa infiltrata dalle reti islamiste diventa un'Europa meno sicura per i suoi cittadini ebrei, più ostile verso Israele e più vulnerabile alle manipolazioni straniere da parte di Iran, Qatar e Turchia, Stati che storicamente sostengono le filiali dei Fratelli Musulmani per ottenere un vantaggio geopolitico.
Per l'Europa, l'esperienza di Israele offre un monito: ignorare le radici ideologiche dell'estremismo non è tolleranza, è negligenza. La minaccia dei Fratelli Musulmani è transnazionale. Anche la risposta deve esserlo.
I governi europei stanno ora iniziando ad agire. Austria, Francia e Belgio hanno adottato misure per limitare le attività legate alla Fratellanza. L'ultimo rapporto del Parlamento europeo svela i modelli di finanziamento del movimento. Le coalizioni della società civile chiedono che la Fratellanza sia designata come organizzazione terroristica, allineandosi con Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.
Ma l'azione rimane frammentaria. La Fratellanza prospera nelle lacune. A meno che l'Europa e Israele non coordinino la loro politica – condividendo le informazioni di intelligence, limitando i canali di finanziamento, monitorando le organizzazioni di facciata e trattando il movimento come una minaccia ideologica alla sicurezza – la Fratellanza continuerà a sfruttare i sistemi democratici per minarli.
La questione non è più se la Fratellanza Musulmana sia pericolosa. È se le società libere troveranno il coraggio di difendersi.

(JNS, 29 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Una società che difende i "diritti LGBTQ+" è una società corrotta nel midollo e spiritualmente marcia. Si erge superba contro l’ordine creazionale di Dio. Finché Israele continuerà a farsi vanto della difesa di questo suo “valore”, non speri in una “soluzione laica” della questione ebraica. M.C.

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 27
    Modello dell'altare degli olocausti
  • Farai anche un altare di legno di acacia, lungo cinque cubiti e largo cinque cubiti; l'altare sarà quadrato, e avrà tre cubiti di altezza. Farai ai quattro angoli dei corni che spuntino dall'altare, che rivestirai di bronzo. Farai pure i suoi vasi per raccogliere le ceneri, le sue palette, i suoi bacini, i suoi forchettoni e i suoi bracieri; tutti i suoi utensili li farai di bronzo. E gli farai una graticola di bronzo a forma di rete; e sopra la rete, ai suoi quattro angoli, farai quattro anelli di bronzo; e la porrai sotto la cornice dell'altare, nella parte inferiore, in modo che la rete raggiunga la metà dell'altezza dell'altare. Farai anche delle stanghe per l'altare: delle stanghe di legno di acacia, e le rivestirai di bronzo. E si faranno passare le stanghe per gli anelli; e le stanghe saranno ai due lati dell'altare, quando lo si dovrà portare. Lo farai di tavole, vuoto; dovrà essere fatto, come ti è stato mostrato sul monte.

    Il cortile
  • Farai anche il cortile del tabernacolo; dal lato meridionale, ci saranno, per formare il cortile, delle cortine di lino fino ritorto, per una lunghezza di cento cubiti, per un lato. Questo lato avrà venti colonne con le loro venti basi di bronzo; i chiodi e le aste delle colonne saranno d'argento. Così pure per il lato di settentrione, per lungo, ci saranno delle cortine lunghe cento cubiti, con venti colonne e le loro venti basi di bronzo; i chiodi e le aste delle colonne saranno d'argento. E per largo, dal lato di occidente, il cortile avrà cinquanta cubiti di cortine, con dieci colonne e le loro dieci basi. E per largo, davanti, dal lato orientale il cortile avrà cinquanta cubiti. Da uno dei lati dell'ingresso ci saranno quindici cubiti di cortine, con tre colonne e le loro tre basi; e dall'altro lato pure ci saranno quindici cubiti di cortine, con tre colonne e le loro tre basi. Per l'ingresso del cortile ci sarà una portiera di venti cubiti, di filo violaceo, porporino, scarlatto, e di lino fino ritorto, un lavoro di ricamo, con quattro colonne e le loro quattro basi. Tutte le colonne attorno al cortile saranno congiunte con delle aste d'argento; i loro chiodi saranno d'argento, e le loro basi di bronzo. La lunghezza del cortile sarà di cento cubiti; la larghezza, di cinquanta da ciascun lato; e l'altezza, di cinque cubiti; le cortine saranno di lino fino ritorto, e le basi delle colonne, di bronzo. Tutti gli utensili destinati al servizio del tabernacolo, tutti i suoi picchetti e tutti i picchetti del cortile saranno di bronzo.

    L'olio per le lampade
  • Ordinerai ai figli d'Israele che ti portino dell'olio puro, di olive schiacciate, per il candelabro, per tenere le lampade continuamente accese. Nella tenda di convegno, fuori del velo che sta davanti alla testimonianza, Aaronne e i suoi figli lo prepareranno perché le lampade ardano dalla sera al mattino davanti all'Eterno. Questa sarà una regola perenne per i loro discendenti, da essere osservata dai figli d'Israele.

    (Notizie su Israele, 28 novembre 2025)


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Gruppi armati in Siria insieme agli Houthi

Rumors da fonti di Intelligence: “Stanno valutando l’invasione del Golan”

di Aldo Torchiaro

ISRAELE DEL NORD L’aereo israeliano sgancia una prima, poi una seconda bomba. Trema la terra, in Libano: ci troviamo a una manciata di chilometri. Quello che succede oltre confine lo apprendiamo dalla radio dell’esercito che una gentile soldatessa traduce per noi. Il mezzo militare con il quale ci arrampichiamo ad Har Adir si ferma. La salita è scoscesa e il terreno, brullo: neanche il fuoristrada può inerpicarsi a pieno carico. Dunque si scende e si prosegue a piedi. Siamo sulla collina da cui si guarda a sinistra al Libano mentre a destra si tocca la Siria.
Israele è notorio per l’alta tecnologia, ma qui bastano i binocoli. Perché i miliziani di Hezbollah si vedono a occhio nudo, vestiti di nero tra la vegetazione che si fa montuosa. Le incursioni armate dei proxy iraniani sono frequenti. E non ci sono solo loro. Anche Hamas ha una presenza nella zona. Poca roba, ma ci sono. Se il piano di invasione e carneficina dei kibbutz in origine portava il marchio di fabbrica di Hezbollah, non è escluso che averglielo copiato per realizzare il 7 ottobre – sul versante Sud – sia stato possibile per Hamas, data la coesistenza con il «partito di Dio». Hezbollah deve dimostrare di non essere troppo da meno rispetto ai concorrenti sunniti di Hamas, ma in un anno e mezzo, dal colpo dei cercapersone al raid di sei giorni fa, l’organizzazione sciita è decimata. E il confine con il Libano presidiato.
Israele mantiene cinque postazioni in territorio libanese. I militari dell’IDF tengono a precisare che sono avamposti di osservazione. Non si conquista e non si annette niente. Ma il pericolo rimane alto.
«Massima allerta». Lo dimostrano i raid di ieri sui villaggi di Jarmaq e Mahmoudiyeh. La partita è aperta verso Hezbollah e gli altri proxy, anche in Siria. In questo fazzoletto di terra, il triangolo Israele-Libano-Siria è come il triangolo d’emergenza, che ci segnala un rumors che da fonti di intelligence arriva fino a noi: gruppi armati in Siria, con il supporto operativo di miliziani del movimento sciita yemenita filo-Iran Houthi «stanno valutando l’invasione delle alture del Golan». Ecco perché Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha autorizzato il «preventive strike» a un anno esatto dalla firma della tregua in Libano, a due giorni dall’arrivo del Pontefice a Beirut e a una settimana dal raid costato la vita al capo di stato maggiore di Hezbollah, Haytam Ali Tabatabai. Katz, ieri alla Knesset, è andato oltre dicendo che Israele «non è sulla buona strada» per un accordo di sicurezza o normalizzazione con Damasco, aggiungendo che Tel Aviv si sta preparando a scenari in cui milizie siriane poco inclini ad ascoltare le direttive del presidente siriano Ahmed al Sharaa possano sferrare attacchi contro le comunità israeliane o nuovamente contro gruppi drusi in Siria.
Il ministro della Difesa ha quindi affermato che gli Houthi sono attualmente una «tra le forze operative presenti in Siria» e starebbero valutando un’invasione via terra delle alture del Golan. Dalla caduta del regime di Bashar al Assad lo scorso dicembre, le Forze di difesa d’Israele hanno occupato nove postazioni nel sud della Siria, inclusi due avamposti sul crinale siriano del monte Hermon. Le Forze armate di Tel Aviv sono tornate ad operare sul fronte Nord. Al compiersi degli ultimi bombardamenti vediamo alzarsi una alta colonna di fumo, vicina al confine. Speriamo non vada in fumo anche l’accordo per Gaza.

(Il Riformista, 28 novembre 2025)

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Sondaggio: il partito Otzma Yehudit guadagna terreno

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Un recente sondaggio condotto dal Midgam Institute per il canale israeliano N12 rivela un panorama politico israeliano in piena trasformazione. Se le elezioni si tenessero oggi, il partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu rimarrebbe in testa con 27 seggi, seguito da vicino dal partito di Naftali Bennett con 22 seggi.Ma è Otzma Yehudit ad attirare l'attenzione: otterrebbe 9 seggi, un risultato solido che riflette una rinascita della popolarità dell'estrema destra. Tra gli altri partiti, i Democratici otterrebbero 11 seggi, Yisrael Beytenu 10, Shas 9, Yesh Atid 8 e Yahadout HaTorah 7.
Il sondaggio traccia un quadro politico chiaro: l'opposizione nel suo complesso otterrebbe 58 seggi, contro i 52 dei partiti della coalizione, mentre i partiti arabi otterrebbero 10 seggi. Questi risultati suggeriscono che i partiti centristi e di sinistra non potrebbero formare un governo senza il sostegno dei partiti arabi.
Per quanto riguarda la leadership del Paese, Benjamin Netanyahu continua a dominare. Il 42% degli intervistati lo ritiene il più adatto a guidare il Paese, molto più avanti di Yair Lapid (24%). Rispetto a Naftali Bennett, ottiene anche un maggiore sostegno (40% contro 36%), così come rispetto a Gadi Eisenkot (41% contro 24%).

(i24, 28 novembre 2025)

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Il cavallo di Troia degli islamisti

Le due cause gemelle del palestinianismo e dei diritti umani hanno distrutto la bussola morale dell'Occidente.

di Melanie Phillips

Il mondo “progressista” è definito dalla sua incondizionata adesione a due cause: il palestinianismo e il diritto internazionale dei diritti umani. Le due sono legate in modo simbiotico.
I “progressisti” credono che esse rappresentino la coscienza, la moralità e il miglioramento del genere umano. In realtà, entrambe hanno distrutto completamente la bussola morale dell'Occidente.
Sono le principali cause dello tsunami di demonizzazione di Israele e di persecuzione degli ebrei che ha travolto il mondo ebraico dopo le atrocità commesse da Hamas in Israele il 7 ottobre 2023.
Questo asse infernale è perfettamente incarnato nella persona del sindaco eletto di New York, Zohran Mamdani.
Dopo l'attacco della folla alla sinagoga Park East nell'Upper East Side di New York City durante l'incontro organizzato da Nefesh B'Nefesh per fornire informazioni sull'aliyah, ovvero l'immigrazione in Israele, Mamdani ha dichiarato: “Questi luoghi sacri non dovrebbero essere utilizzati per promuovere attività che violano il diritto internazionale”.
Questo era chiaramente ridicolo. Trasferirsi in Israele non è una violazione del diritto internazionale, né lo è qualsiasi incontro volto a fornire informazioni su come farlo. Trasferirsi lì non è più illegale che trasferirsi negli Stati Uniti, come hanno fatto i genitori di Mamdani.
L'ufficio del sindaco eletto ha poi affermato che Mamdani intendeva dire che “l'attività di insediamento oltre la Linea Verde” era una violazione del diritto internazionale. Ciò è di per sé falso, ma non è ciò che ha detto e travisa l'evento che ha denunciato.
È abbastanza chiaro che egli ritiene illegittima tutta l'immigrazione in Israele perché ritiene illegittima l'esistenza stessa di Israele, come era evidente dalle sue performance pre-elettorali di agitatore di piazza che gridava alla distruzione dell'unico Stato ebraico al mondo.
Mamdani ha fatto questa osservazione sulla “violazione” con un unico scopo malefico: delegittimare il diritto degli ebrei di vivere nella loro patria ancestrale. Questo perché vuole delegittimare Israele stesso con ogni mezzo possibile.
Questa è la seconda volta che fa un commento degno di nota che riguarda il diritto internazionale. Alcune settimane fa, ha affermato che se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avesse messo piede a New York, Mamdani lo avrebbe fatto arrestare in base al mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.
Ma anche questo era assurdo. Non avrebbe alcun potere per farlo. Un arresto del genere potrebbe essere eseguito solo dalle autorità federali. E nemmeno loro potrebbero procedere a un arresto del genere, perché gli Stati Uniti non sono firmatari della Corte penale internazionale.
Perché, allora, Mamdani è così desideroso di citare il diritto internazionale, che non ha nulla a che vedere con New York?
Perché il diritto internazionale è un'arma fondamentale utilizzata dall'«ottavo fronte» della guerra contro Israele. Questo ottavo fronte (gli altri sette sono i paesi che circondano Israele in un “anello di fuoco”) è la guerra della mente. È condotta attraverso l'intero apparato globale del diritto internazionale dei diritti umani e dell'establishment umanitario, e riciclata dai media per demonizzare e delegittimare Israele in Occidente e spingere le persone a premere per lo sterminio di Israele.
Le Nazioni Unite, i tribunali internazionali e le grandi ONG come Human Rights Watch e Amnesty International costituiscono un'infrastruttura globale per promuovere la causa palestinese, dare alle menzogne dell'“occupazione” e ai diritti dei palestinesi sulla terra una giustificazione spuria nel diritto internazionale e isolare Israele nel tribunale dell'opinione pubblica.
Per gli arabi palestinesi, il diritto internazionale dei diritti umani è un'arma fondamentale per distruggere Israele. Negli anni '60, quando si resero conto che non potevano raggiungere questo obiettivo con la guerra, il leader terrorista palestinese Yasser Arafat e i suoi alleati nell'ex Unione Sovietica inventarono la falsa identità di un popolo palestinese e rivendicarono così il diritto all'autodeterminazione.
Questo ha attirato i progressisti occidentali per i quali, come ben comprendevano gli arabi palestinesi e i loro strateghi sovietici, i diritti umani universali sono diventati la cosa più vicina a una religione. Per questi liberali, fare campagna per i palestinesi significava fare campagna per la giustizia e i diritti degli oppressi.
Tutto ciò che gli arabi palestinesi dovevano fare era colpire Israele con false accuse di violazioni dei diritti umani, e i liberali occidentali sarebbero diventati un'arma per portare alla distruzione di Israele. Questo è stato fatto alla lettera, trasformando la giustizia in guerra legale e organismi come la Corte internazionale di giustizia o la Corte penale internazionale in tribunali farsa conquistati dai nemici di Israele.
La causa palestinese ha avuto un effetto ancora più profondo. Ha semplicemente corrotto il discorso e la moralità in Occidente. Adottando il palestinianismo come segno distintivo del proprio valore morale, le persone hanno aderito a un programma di menzogne che ritengono essere verità incontrovertibili.
Convinti che i palestinesi siano i dannati della terra, i liberali occidentali rifiutano di vedere che in realtà stanno sostenendo un programma genocida. Interiorizzando l'odio palestinese verso gli ebrei, ora non vedono nulla di sbagliato nel vomitare feroci tropi antisemiti.
Demonizzando Israele in nome dell'antirazzismo, hanno capovolto la moralità, invertendo vittima e aggressore. Ecco perché, dopo gli attacchi terroristici del 7 ottobre, molti di loro hanno negato la vittimizzazione israeliana e hanno invece grottescamente accusato Israele di abusi come crimini di guerra o genocidio, di cui Israele era innocente ma di cui i palestinesi erano colpevoli.
Questa proiezione patologica da parte degli aggressori delle proprie azioni malvagie sulle loro vittime è profondamente radicata nella causa palestinese e in effetti nel mondo islamista.
Gli islamisti lo fanno perché credono che l'Islam sia la perfezione e che tutto ciò che va oltre sia opera del diavolo. L'aggressione islamista contro l'Occidente è quindi falsamente presentata come una difesa contro gli attacchi occidentali all'Islam.
Questo è il motivo per cui i musulmani britannici di Birmingham hanno giustificato l'esclusione dei tifosi del Maccabi Tel Aviv dalla partita del club contro l'Aston Villa in ottobre, sostenendo che i tifosi israeliani avevano precedenti di violenza.
Si sono basati su un'affermazione del tutto falsa, secondo cui una violenta “caccia agli ebrei” araba premeditata contro i tifosi del Maccabi durante una partita ad Amsterdam lo scorso anno, in cui gli israeliani sono stati inseguiti per la città, picchiati e uno di loro è stato gettato in un canale, era in realtà un grave attacco da parte di “teppisti” israeliani contro i musulmani locali.
Permettendo alla causa palestinese di sovvertire la loro capacità di distinguere la verità dalla menzogna e il bene dal male, i progressisti occidentali hanno danneggiato qualcosa di molto più vicino a casa loro rispetto alla verità sull'impasse israelo-araba. Ciò significa che non riescono a vedere come la loro stessa società stia diventando islamizzata.
Ecco perché la reazione istintiva dopo qualsiasi atrocità islamista in Occidente è quella di preoccuparsi degli attacchi contro i musulmani. Ecco perché in Gran Bretagna qualsiasi critica alla polizia che applica una “giustizia a due livelli” trattando i musulmani con meno severità rispetto agli altri, o qualsiasi preoccupazione sui tentativi di islamizzare i programmi scolastici di alcune scuole statali, o qualsiasi riferimento all'identità prevalentemente musulmana delle bande di stupratori e adescatori viene denunciata come “islamofobia” e messa a tacere.
Il palestinianismo è il cavallo di Troia dell'islamizzazione dell'Occidente.
Mamdani è motivato, soprattutto, dalla sua passione per la causa palestinese e dal suo odio per Israele.
È chiaro dal suo team di transizione – un insieme da incubo di persone che odiano Israele, nichilisti e ultra-sinistroidi – che intende creare una frattura al centro della comunità ebraica utilizzando gli ebrei antisionisti come scudi umani per proteggersi dalle accuse di antisemitismo mentre persegue la sua vendetta contro Israele.
Gli ebrei di New York che denunciano Israele riceveranno protezione e favori; gli ebrei che si presume sostengano Israele saranno gettati in pasto ai lupi.
E tutto questo sarà fatto nel nome dei diritti umani, della giustizia e del diritto internazionale.

(JNS, 27 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Terroristi in difficoltà

Le incursioni israeliane a Rafah mettono sotto pressione i terroristi nei tunnel. Tuttavia, finora non hanno accettato alcuna offerta.

RAFAH – Da settimane i terroristi di Hamas sono intrappolati nei tunnel sotto Rafah. Nel frattempo, numerosi combattenti hanno dovuto abbandonare i loro nascondigli a causa della scarsità di cibo. Durante i loro tentativi di fuga sono stati catturati o uccisi dall'esercito israeliano.
Il quotidiano “Yediot Aharonot” parla in questo contesto di una “grande svolta” avvenuta la scorsa settimana. Essa sarebbe la conseguenza delle incursioni dell'esercito nella rete sotterranea. L'esercito tiene la zona sotto stretta sorveglianza.
Mercoledì l'esercito ha comunicato di aver ucciso più di 20 terroristi e arrestato otto persone la settimana precedente, mentre fuggivano dai tunnel.
Mercoledì Hamas ha chiesto per la prima volta alla comunità internazionale di esercitare pressioni su Israele affinché lasci uscire i combattenti dai tunnel. In questo modo ha riconosciuto per la prima volta la loro situazione.

Offerta israeliana
  Secondo un rapporto dei media israeliani, Israele ha già presentato un'offerta a Hamas la scorsa settimana. Secondo tale offerta, Israele garantisce la libertà ai terroristi se si arrendono. Una volta usciti dai tunnel, saranno inizialmente detenuti in Israele. Tuttavia, potranno tornare nella Striscia di Gaza se rinunciano al terrorismo e consegnano le armi.
Secondo il rapporto, finora nessuno ha accettato l'offerta. Non è chiaro nemmeno se la leadership di Hamas abbia effettivamente comunicato l'offerta ai combattenti nei tunnel. Un rappresentante del governo israeliano ha commentato laconicamente: “Sembra che abbiano deciso di diventare martiri”.

Milizia in azione contro Hamas
  Tuttavia, Israele non è l'unico attore che sta combattendo i terroristi. Mercoledì, la milizia Abu Shabab ha annunciato di aver sventato attacchi alla zona umanitaria da parte di Hamas nella parte orientale della città di Rafah. Nel corso dell'operazione, ha arrestato alcuni terroristi. L'azione è stata coordinata con la coalizione internazionale.
Secondo il sito di notizie “Arutz Scheva”, un'emittente locale ha riferito che l'operazione è stata condotta alcuni giorni fa. La milizia avrebbe consegnato i terroristi arrestati all'esercito israeliano.
Nella sua dichiarazione, la milizia ha inoltre affermato che prenderà di mira tutti i terroristi che prendono di mira i civili. Rafah sarà un modello per l'applicazione della sicurezza.
In un'intervista a “Yediot Aharonot”, Jasser Abu Schabab aveva anche criticato duramente Hamas per il massacro terroristico del 7 ottobre. La milizia sta combattendo contro il gruppo terroristico, ha spiegato il beduino, ma non riceve alcun sostegno da Israele. (df)

(Israelnetz, 27 novembre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 26
    Modello del tabernacolo
  • Farai poi il tabernacolo di dieci teli di lino fino ritorto, di filo colore violaceo, porporino e scarlatto, con dei cherubini artisticamente lavorati. La lunghezza di ogni telo sarà di ventotto cubiti, e la larghezza di ogni telo di quattro cubiti; tutti i teli saranno della stessa misura. Cinque teli saranno uniti assieme, e gli altri cinque teli saranno pure uniti assieme. 
  • Farai dei nastri di colore violaceo all'orlo del telo che è all'estremità della prima serie; e lo stesso farai all'orlo del telo che è all'estremità della seconda serie. Metterai cinquanta nastri al primo telo, e metterai cinquanta nastri all'orlo del telo che è all'estremità della seconda serie di teli: i nastri si corrisponderanno l'uno all'altro. Farai cinquanta fermagli d'oro, e unirai i teli l'uno all'altro mediante i fermagli, perché il tabernacolo formi un tutto unico.
  • Farai pure dei teli, di pelo di capra, che serviranno da tenda per coprire il tabernacolo: di questi teli ne farai undici. La lunghezza di ogni telo sarà di trenta cubiti, e la larghezza di ogni telo, di quattro cubiti; gli undici teli avranno la stessa misura. Unirai assieme, da sé, cinque di questi teli, e unirai da sé gli altri sei, e ripiegherai il sesto sulla parte anteriore della tenda. 
  • E metterai cinquanta nastri all'orlo del telo che è all'estremità della prima serie, e cinquanta nastri all'orlo del telo che è all'estremità della seconda serie di teli. Farai cinquanta fermagli di bronzo, e farai entrare i fermagli nei nastri e unirai così la tenda, in modo che formi un tutto unico. Quanto alla parte dei teli della tenda in eccedenza, la metà del telo che avanza ricadrà sulla parte posteriore del tabernacolo. Il cubito da una parte e il cubito dall'altra parte in eccedenza nella lunghezza dei teli della tenda, ricadranno sui due lati del tabernacolo, di qua e di là, per coprirlo.
  • Per la tenda farai pure una coperta di pelli di montone tinte di rosso, e sopra questa un'altra coperta di pelli di tasso.
  • Per il tabernacolo farai delle assi di legno di acacia, messe diritte. La lunghezza di un'asse sarà di dieci cubiti, e la larghezza di un'asse, di un cubito e mezzo. Ogni asse avrà due incastri paralleli; farai così per tutte le assi del tabernacolo. Farai dunque le assi per il tabernacolo: venti assi dal lato meridionale, verso il sud. Metterai quaranta basi d'argento sotto le venti assi: due basi sotto ciascuna asse per i suoi due incastri. E farai venti assi per il secondo lato del tabernacolo, il lato nord, e le loro quaranta basi d'argento: due basi sotto ciascuna asse. Per la parte posteriore del tabernacolo, verso occidente, farai sei assi. Farai pure due assi per gli angoli del tabernacolo, dalla parte posteriore. Queste saranno doppie dal basso in su e, al tempo stesso, formeranno un tutto unico fino in cima, fino al primo anello. Così sarà per entrambe le assi, che saranno ai due angoli. Vi saranno dunque otto assi, con le loro basi d'argento: sedici basi, due basi sotto ogni asse. 
  • Farai anche delle traverse di legno di acacia: cinque, per le assi di un lato del tabernacolo; cinque traverse per le assi dell'altro lato del tabernacolo, e cinque traverse per le assi della parte posteriore del tabernacolo, a occidente. La traversa di mezzo, in mezzo alle assi, passerà da una parte all'altra. Rivestirai d'oro le assi, e farai d'oro i loro anelli per i quali passeranno le traverse, e rivestirai d'oro le traverse. Erigerai il tabernacolo secondo la forma esatta che ti è stata mostrata sul monte.
  • Farai un velo di filo violaceo, porporino, scarlatto, e di lino fino ritorto con dei cherubini artisticamente lavorati, e lo sospenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d'oro, che avranno i chiodi d'oro e poseranno su basi d'argento. Metterai il velo sotto i fermagli; e lì, al di là del velo, introdurrai l'arca della testimonianza; quel velo sarà per voi la separazione del luogo santo dal santissimo. Metterai il propiziatorio sull'arca della testimonianza nel luogo santissimo. Metterai la tavola fuori del velo, e il candelabro di fronte alla tavola dal lato meridionale del tabernacolo; e metterai la tavola dal lato di settentrione.
  • Farai pure per l'ingresso della tenda una portiera di filo violaceo, porporino, scarlatto, e di lino fino ritorto, un lavoro di ricamo. E farai cinque colonne di acacia per sospendervi la portiera; le rivestirai d'oro, e avranno i chiodi d'oro e tu fonderai per esse cinque basi di bronzo.
(Notizie su Israele, 27 novembre 2025)


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Il passaggio alla seconda fase: sfide e timori

Il corrispondente di Israel Heute Itamar Eichner parla della crescente pressione da parte di Washington, delle condizioni aperte di Israele per la fase B, della formazione stagnante delle ISF e della crescente preoccupazione per la presenza turca a Gaza

di Itamar Eichner

Con la restituzione dell'ostaggio ucciso Dror Or, altri due ostaggi uccisi rimangono nelle mani di Hamas: Ran Gueli e il cittadino thailandese Suttisak Rintlak. Israele continua a esercitare pressioni su Hamas affinché chiarisca dove si trovano. Le ricerche sul posto proseguono, ma non con grande intensità, o come ha affermato una fonte israeliana: “ricerche a fuoco lento”.
Uno dei punti focali di Israele è l'ostaggio di cui si hanno almeno indicazioni generali sulla sua ubicazione. Nel secondo caso, la localizzazione è molto più difficile. A Gerusalemme si spera che Hamas possa restituire almeno uno dei due corpi. Attraverso i mediatori, Israele offrirà di intensificare congiuntamente le ricerche.
Una fonte israeliana ha confermato: “C'è un punto di partenza per entrambi e Hamas potrebbe investire di più: è possibile riportarli indietro”.
Israele non è mai stato così vicino alla seconda fase dell'accordo. Tuttavia, mentre la pressione da Washington aumenta, la posizione israeliana rimane invariata: finché tutti gli ostaggi uccisi non saranno stati riportati indietro, non ci sarà alcun passaggio alla fase B.
Per questo motivo il valico di Rafah rimane chiuso; Israele non amplia gli aiuti umanitari né avvia colloqui su ulteriori ritirate dalla cosiddetta “linea gialla”.
Dietro le quinte, è soprattutto la questione irrisolta degli ostaggi uccisi a creare un senso di stallo. Solo quando sarà chiarita, Israele sarà disposto a discutere della ricostruzione e di ulteriori passi avanti.
Un ulteriore ostacolo è rappresentato dai terroristi di Hamas rimasti, che si sono barricati nei tunnel di Rafah. Alcune decine di loro si trovano ancora lì. Israele avrebbe consentito loro di lasciare il Paese, ma nessuno Stato era disposto ad accoglierli. In diversi casi, i terroristi sono usciti dai tunnel: alcuni si sono arresi, altri sono stati uccisi.
Proprio oggi sono stati uccisi cinque terroristi di Hamas che sono usciti da un tunnel.
Anche gli Stati Uniti stanno lavorando intensamente alla fase B, ma incontrano notevoli difficoltà: la formazione della forza di stabilizzazione internazionale (ISF) è in fase di stallo. Quasi nessuno Stato arabo o musulmano è disposto a inviare migliaia di soldati che saranno di stanza nella Striscia di Gaza e assumeranno la responsabilità dell'IDF.
L'Azerbaigian inizialmente si era mostrato disponibile, ma ora sembra aver cambiato idea, forse a causa delle pressioni turche, poiché Ankara vorrebbe inviare i propri soldati a Gaza.
Israele rifiuta categoricamente le truppe turche e qatariote, ma sarebbe disposto ad accettare soldati azeri o indonesiani. Tuttavia, dopo che Hamas ha annunciato che non coopererà con l'ISF, è chiaro che qualsiasi partecipazione comporterebbe inevitabilmente scontri a fuoco e rischi considerevoli.
Al momento non si registrano progressi nella costituzione dell'ISF. Non è chiaro quando potrebbero arrivare i primi soldati, che avrebbero comunque bisogno di un addestramento completo prima di entrare in azione.
Per Israele è chiaro: se l'ISF non disarma Hamas, Israele dovrà farlo da solo. Hamas, invece, è disposto a consegnare solo le armi pesanti, cosa che per Israele è fuori discussione. Dietro le quinte si stanno valutando modelli alternativi, come l'integrazione di membri di Hamas nelle strutture di sicurezza palestinesi.
Rimane aperta una questione fondamentale: cosa succederebbe se non fosse possibile individuare il luogo in cui si trova l'ultimo ostaggio ucciso? All'interno del gabinetto di sicurezza ci sono posizioni diverse al riguardo. Ma è chiaro a tutti che si sta avvicinando il momento in cui Israele non potrà più fermare il processo.
Allo stesso tempo, a Gerusalemme cresce la frustrazione per il fatto che gli Stati Uniti impediscano di sanzionare Hamas a causa dei ritardi. Hamas sta prendendo tempo, mentre Israele può agire solo in modo limitato.
Hamas, sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, sostiene a sua volta che Israele sta violando gli accordi.
La pazienza degli Stati Uniti sta finendo e gli ambienti diplomatici non escludono una maggiore pressione su Israele.
Il futuro dell'ISF rimane incerto. Washington dichiara che gli Stati possono impegnarsi anche senza partecipare con le truppe, ad esempio nella logistica, nel finanziamento o nei quartier generali.
In Israele cresce la preoccupazione che, a causa dei blocchi, gli Stati Uniti possano alla fine puntare sulle truppe turche, uno scenario che a Gerusalemme è considerato estremamente problematico.
Inoltre, da Gaza giungono notizie secondo cui Hamas sta acquisendo sempre più forza nei suoi territori, un ulteriore motivo per cui Israele non accetta compromessi sulla questione del disarmo.
Parallelamente, l'IDF ha avviato i lavori per la costruzione di una nuova città per i gazawi a est di Rafah, in territorio controllato da Israele. Il progetto “Rafah verde” è destinato ad accogliere gli abitanti che non appartengono ad Hamas. I preparativi sono già in corso e la prossima settimana i lavori dovrebbero essere notevolmente ampliati.
Oggi, durante questi lavori, si è verificato uno scontro con dei terroristi provenienti da un tunnel di Rafah: l'area si trova nelle immediate vicinanze del sistema di tunnel.
Recentemente, alcuni ministri del governo avevano criticato il progetto: “Non costruite sulla linea gialla, mettete in pericolo le nostre città”. Tuttavia, gli sviluppi sul posto dimostrano che la leadership politica sta ora portando avanti il progetto.
Il coordinatore delle attività governative nei territori (COGAT) ha riferito che dall'inizio del cessate il fuoco il 19 ottobre, circa 4.200 camion con aiuti umanitari arrivano ogni settimana a Gaza, per un totale di oltre 16.600 finora.
199 cucine forniscono ogni giorno cibo a circa 1,5 milioni di persone. Il COGAT lavora a stretto contatto con i partner internazionali; i controlli e il coordinamento continuano a essere effettuati da Israele.
Siria: i colloqui su un accordo di sicurezza non procedono. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato al gabinetto di sicurezza che il presidente siriano Ahmed al-Sharaa è tornato “euforico” dall'incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ha avviato misure che Israele non può accettare, tra cui lo schieramento di forze russe al confine. Il ministro della Difesa Israel Katz ha aggiunto: “È tornato euforico, in entrambi i sensi”.
Arabia Saudita: anche qui i progressi sono minimi. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha detto al presidente Trump che l'Arabia Saudita vorrebbe aderire in linea di principio agli accordi di Abramo, ma che senza chiare garanzie per la creazione di uno Stato palestinese entro cinque anni non può compiere un passo storico.
In Israele c'è una opposizione quasi unanime a un tale Stato.

(Israel Heute, 27 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il 7 ottobre biblico, noi non abbiamo rapito, stuprato: abbiamo difeso le nostre famiglie"

Il deputato e giornalista israeliano Bismuth: “L’informazione è l’ago della bilancia, molti reporter seguono la moda e non i fatti. Genocidio? A Gaza popolazione cresce”

di Aldo Torchiaro

GERUSALEMME – Deputato del Likud, già ambasciatore d’Israele in Mauritania, giornalista di lungo corso e per anni direttore del più grande quotidiano israeliano, Israel Hayom. Oggi Boaz Bismuth è il presidente della Commissione Esteri e Difesa della Knesset. E, nei corridoi di Gerusalemme, il suo nome circola ormai apertamente come uno dei possibili successori di Benjamin Netanyahu. Lo incontriamo dopo una lunga audizione sulla sicurezza nazionale. Parla con la franchezza di chi ha vissuto guerre, rivoluzioni e dossier d’intelligence sul campo, e con l’urgenza di chi ritiene che l’informazione sia ormai parte integrante della guerra.

- Lei ha alle spalle una vita da reporter. In che modo quell’esperienza condiziona il suo giudizio sui media di oggi?
  «Sono stato un giornalista molto prima di essere parlamentare. Ho coperto tutto: Iraq 1 e 2, Kosovo, Afghanistan, elezioni, catastrofi naturali. Per questo capisco la vostra professione, che è stata anche la mia. Quando dirigevo il più importante giornale israeliano, l’unica cosa che contava erano i fatti. Oggi invece molti giornalisti arrivano in Israele avendo già scritto l’articolo in volo. La percezione ha sostituito la realtà: si deve essere “alla moda”, non fedeli ai fatti. E questo ha un prezzo altissimo per noi».

- Parla spesso di “doppio standard” quando si racconta il conflitto. Che cosa intende?
  «Paghiamo un costo enorme: 600 camion di aiuti al giorno, milioni di tonnellate, i nostri kibbutz massacrati, ostaggi, famiglie distrutte. Diamo al mondo anche il DNA delle vittime. E poi leggiamo che Israele commette un genocidio. È assurdo. È come l’UNRWA: nel 1949 dichiarava duecentomila rifugiati, oggi parla di milioni. Un genocidio in cui la popolazione cresce è una categoria nuova nella storia dell’umanità. Eppure passa come verità».

- Siamo in un periodo di transizione, si sente più in pace o più in guerra?
  «Tutti i sette fronti sono ancora aperti: Gaza, Hezbollah, Houthi, Siria, l’Iraq delle milizie iraniane. Abbiamo vinto battaglie, ma non la guerra. E l’Iran continua a inseguire la bomba nucleare: è un problema per Israele, ma dovrebbe esserlo per tutto il mondo».

- Lei rifiuta l’idea che Hamas abbia un ramo “politico”. Perché?
  «Quando ero ambasciatore in Mauritania e lavoravo tra Iraq, Cairo e Sahel, vedevo Al-Qaida, Boko Haram, ISIS. Qualcuno ha mai parlato di un loro “braccio politico”? È un’assurdità. Solo con Hamas si accetta questa finzione. È un inganno utile ad alcuni governi europei. E danneggia l’onestà dell’informazione sul Medio Oriente».

- Il tema dell’informazione è centrale. Perché Israele non permette l’ingresso dei giornalisti a Gaza?
  «Gaza è ancora un luogo estremamente pericoloso. E non parliamo solo di giornalisti: molti di quelli che sono morti non erano affatto giornalisti, e possiamo provarlo. Si muovevano su mandato di Hamas e costituivano un pericolo per l’incolumità di soccorritori, cooperanti e giornalisti. Ho un elenco che portai anche al Parlamento europeo: persone che postavano contenuti terroristici. Io rispetto la professione, ma non accetto che si confonda chi racconta i fatti con chi collabora a una propaganda di guerra. E voglio proteggere la vita dei veri reporter».

- Si farà la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre?
  «Sì, certo. Le famiglie la chiedono, ed è giusto. Ma ricordiamoci che quell’attacco è arrivato dopo mesi di crisi istituzionale interna. Il Paese era diviso e i nostri aggressori contavano molto su questo. Pensavano che il mondo arabo si sarebbe unito dietro di loro e che noi ci saremmo divisi. Invece noi ci siamo uniti e loro si sono divisi. La novità dei Paesi arabi moderati che votano all’Onu per disarmare Hamas va colta nella sua pienezza. L’inchiesta si farà, ma servirà anche capire il contesto politico che ci ha indebolito. E il trauma è immenso: per recuperare dallo shock dello Yom Kippur ci sono voluti cinquant’anni. Il 7 ottobre è peggio, è di una dimensione biblica».

- Dopo il 7 ottobre molti parlano di “risposta sproporzionata”. Che cos’è, per lei, la proporzionalità?
  «Se qualcuno uccide tua moglie, violenta tua figlia, massacra i tuoi figli, qual è la risposta proporzionata? Questa guerra sarebbe finita in due ore se Hamas avesse liberato gli ostaggi e lasciato Gaza. Non l’ha fatto. Noi non abbiamo rapito, non abbiamo stuprato: abbiamo difeso le nostre famiglie. Proporzionalità significa impedire che ciò accada di nuovo. E significa impedire che Hamas governi ancora Gaza».

- Lei ha un rapporto personale con Donald Trump. Cosa rappresenta per Israele?
  «È uno dei migliori amici che Israele abbia mai avuto. Ha sostenuto l’operazione in Gaza, ha permesso gli Accordi di Abramo, ha portato stabilità. In Europa non capirono subito il potenziale di quegli accordi per due motivi: mancava la formula dei “due stati” e la sua personalità era considerata scomoda. Ma oggi è diverso. Trump resterà un amico, ma i nemici di Israele resteranno anche quando lui non sarà più alla Casa Bianca. Per questo servono deterrenza, esercito, e una strategia per colmare i cicli di guerra con cicli più lunghi di pace».

(Il Riformista, 27 novembre 2025)

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Voci palestinesi ricordano la cacciata degli ebrei dai paesi arabi

di Nathan Greppi

“Come palestinese che si rifiuta di ripetere a pappagallo le bugie della nostra leadership, devo dirlo senza mezzi termini: dire agli ebrei mizrachim, agli ebrei provenienti da Iraq, Yemen, Egitto, Marocco, Siria e dal resto del mondo arabo, che stanno compiendo una ‘pulizia etnica’ nei nostri confronti è la manipolazione del secolo”. A pronunciare queste parole, in un tweet apparso su X a ottobre, è stato l’influencer palestinese Ahmed Al-Khalidi.

Ricordare la storia

Dopo il ‘48, sono state centinaia di migliaia gli ebrei che sono stati costretti a lasciare i paesi del Medio Oriente e del Nordafrica, ai quali dopo il 1979 si è aggiunto anche l’esodo di numerosi ebrei persiani. Secondo l’ente Justice for Jews from Arab Countries, nel 1948 vivevano circa 956.000 ebrei nei paesi arabi e in Iran, ma nel 1958 erano scesi a 475.000 e nel 1968 a 76.000. Nel 2025, si stima che ne siano rimasti poco più di 12.000.
Sempre Khalidi ha scritto su X: “Iniziamo dai fatti. Gli ebrei mizrachim non ‘venivano dall’Europa’. Vissero in Medio Oriente per migliaia di anni, molto prima dell’Islam, molto prima della conquista araba, molto prima di qualsiasi Stato moderno. I loro antenati parlavano lo stesso ebraico antico menzionato nelle storie del Corano, pregavano rivolti verso Gerusalemme e le loro comunità a Babilonia, Damasco e Sana’a esistevano da oltre 2.500 anni. Sono autoctone di questa regione come gli ulivi, autoctoni del Medio Oriente quanto noi”.
Ha ricordato che “quando gli stati arabi si sono rivoltati contro di loro nel XX secolo, dopo la fondazione d’Israele, sono stati etnicamente epurati: case saccheggiate, attività sequestrate, cittadinanza revocata, sinagoghe incendiate, persone linciate. Quasi un milione di ebrei fu espulso dalle terre arabe. La maggior parte fuggì in Israele senza nulla”.
Khalidi ha rimarcato che le “stesse famiglie cacciate da Baghdad, Aleppo e Tripoli, che hanno ricostruito la loro vita dai campi profughi in Israele, sono accusati di aver commesso lo stesso crimine che è stato commesso nei loro confronti”. Secondo lui, l’idea che gli ebrei siano dei “colonizzatori” in terra araba “non è solo ipocrisia; è un’amnesia storica. Se vogliamo veramente giustizia, dobbiamo smettere di manipolare i nostri vicini e iniziare a riconoscere che anche la loro storia è mediorientale. La nostra liberazione non nascerà dal negare la loro”.

L’opinione di Nas Daily
  Un altro influencer palestinese ad aver ricordato questo capitolo storico, che in troppi sembrano aver dimenticato, è Nuseir Yassin (più conosciuto con il suo pseudonimo Nas Daily), il quale ha realizzato un video su Instagram con l’intelligenza artificiale che racconta la storia dell’espulsione degli ebrei dai paesi arabi. Ha spiegato che oltre all’espulsione dei palestinesi va ricordata anche quella di quelli che lui chiama “ebrei arabi”, perché “due verità possono esistere allo stesso tempo”.

(Bet Magazine Mosaico, 27 novembre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 25

Dio dà a Mosè gli ordini per la costruzione del tabernacolo
L'Eterno parlò a Mosè dicendo: “Di' ai figli d'Israele che mi facciano un'offerta; accetterete l'offerta da ogni uomo che sarà disposto a farmela di cuore. E questa è l'offerta che accetterete da loro: oro, argento e bronzo; stoffe di colore violaceo, porporino, scarlatto; lino fino e pelo di capra; pelli di montone tinte di rosso, pelli di tasso e legno di acacia; olio per il candelabro, aromi per l'olio dell'unzione e per il profumo odoroso; pietre di onice e pietre da incastonare per l'efod e il pettorale. Mi facciano un santuario perché io abiti in mezzo a loro. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.

L'arca
Faranno dunque un'arca di legno di acacia; la sua lunghezza sarà di due cubiti e mezzo, la sua larghezza di un cubito e mezzo, e la sua altezza di un cubito e mezzo. La rivestirai di oro puro; la rivestirai così dentro e fuori; e le farai sopra una ghirlanda d'oro, che giri intorno. Fonderai per essa quattro anelli d'oro, che metterai ai suoi quattro piedi: due anelli da un lato e due anelli dall'altro. Farai anche delle stanghe di legno di acacia, e le rivestirai d'oro. E farai passare le stanghe per gli anelli ai lati dell'arca, perché servano a portarla. Le stanghe rimarranno negli anelli dell'arca; non ne saranno tratte fuori. E nell'arca metterai la testimonianza che ti darò.

Il propiziatorio
Farai anche un propiziatorio d'oro puro; la sua lunghezza sarà di due cubiti e mezzo, e la sua larghezza di un cubito e mezzo. E farai due cherubini d'oro; li farai lavorati al martello, alle due estremità del propiziatorio; fa' un cherubino a una delle estremità e un cherubino all'altra; farete in modo che questi cherubini escano dal propiziatorio alle due estremità. I cherubini avranno le ali spiegate in alto, in modo da coprire il propiziatorio con le loro ali; avranno la faccia rivolta l'uno verso l'altro; le facce dei cherubini saranno rivolte verso il propiziatorio. E metterai il propiziatorio in alto, sopra l'arca; e nell'arca metterai la testimonianza che ti darò. Lì io mi incontrerò con te; dal propiziatorio, tra i due cherubini che sono sull'arca della testimonianza, ti comunicherò tutti gli ordini che avrò da darti per i figli d'Israele.

La tavola
Farai anche una tavola di legno di acacia; la sua lunghezza sarà di due cubiti; la sua larghezza di un cubito, e la sua altezza di un cubito e mezzo. La rivestirai di oro puro, e le farai una ghirlanda d'oro che le giri attorno. Le farai intorno una cornice alta quattro dita; e a questa cornice farai tutto intorno una ghirlanda d'oro. Le farai pure quattro anelli d'oro, e metterai gli anelli ai quattro angoli, ai quattro piedi della tavola. Gli anelli saranno vicinissimi alla cornice per farvi passare le stanghe destinate a portare la tavola. E le stanghe le farai di legno di acacia, le rivestirai d'oro, e serviranno a portare la tavola. Farai pure i suoi piatti, le sue coppe, i suoi calici e le sue tazze da servire per le libazioni; li farai d'oro puro. E metterai sulla tavola il pane della presentazione, che starà sempre alla mia presenza.

Il candelabro
Farai anche un candelabro d'oro puro; il candelabro, il suo piede e il suo tronco saranno lavorati al martello; i suoi calici, i suoi pomi e i suoi fiori saranno tutti di un pezzo con il candelabro. Gli usciranno sei bracci dai lati: tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dall'altro; su uno dei bracci saranno tre calici in forma di mandorla, con un pomo e un fiore; e sull'altro braccio, tre calici in forma di mandorla, con un pomo e un fiore. Lo stesso per i sei bracci che escono dal candelabro. Nel tronco del candelabro ci saranno poi quattro calici a forma di mandorla, con i loro pomi e i loro fiori. Ci sarà un pomo sotto i due primi bracci che partono dal candelabro; un pomo sotto i due seguenti bracci, e un pomo sotto i due ultimi bracci che partono dal candelabro: così per i sei bracci che escono dal candelabro. Questi pomi e questi bracci saranno tutti di un pezzo con il candelabro; il tutto sarà d'oro fino lavorato al martello. Farai pure le sue lampade, in numero di sette; e le sue lampade si accenderanno in modo che la luce rischiari lo spazio davanti al candelabro. E i suoi smoccolatoi e i suoi porta smoccolatoi saranno d'oro puro. Per fare il candelabro con tutti questi suoi utensili si impiegherà un talento d'oro puro. Vedi di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte.

(Notizie su Israele, 26 novembre 2025)


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Il giornalista Toameh: “Dopo due anni di guerra Hamas è ancora in piedi, i palestinesi devono capire che non si può costruire un futuro sulla Jihad”

di Aldo Torchiaro

Khaled Abu Toameh è uno dei più autorevoli giornalisti arabi israeliani. Per venticinque anni è stato una delle firme di punta del Jerusalem Post, diventando il riferimento occidentale più affidabile per comprendere la politica palestinese, le dinamiche interne dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’evoluzione di Hamas. Ha lavorato come producer per i grandi network televisivi americani in Medio Oriente — NBC, BBC, 60 Minutes, tra gli altri — accompagnando le principali testate internazionali nei territori palestinesi e offrendo analisi considerate tra le più lucide e coraggiose. È celebre per le sue interviste esclusive ai protagonisti della storia palestinese: da Yasser Arafat ad Abu Mazen, fino al fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin. Il suo lavoro combina conoscenza diretta dei centri di potere palestinesi, rigore giornalistico e un raro coraggio personale nel raccontare ciò che molti evitano di dire apertamente.

- Lei segue la politica palestinese da oltre quarant’anni. Il 7 ottobre l’ha sorpresa oppure no?
  «Mi ha sorpreso il tempismo, non l’ideologia. L’attacco è arrivato mentre Israele allentava il blocco, aumentava i permessi di lavoro, entravano soldi e investimenti a Gaza. Tutti dicevano che Hamas fosse dissuaso da un nuovo conflitto. Se mi avessero chiesto due settimane prima le probabilità di guerra, avrei risposto: zero».

- Che cosa l’ha colpita di più nel modo in cui l’attacco è stato lanciato?
  «La brutalità dei crimini. Ho visto due Intifade, ma il 7 ottobre ho visto cose mai viste. Guardando i video insieme ai colleghi ho capito dall’accento che quegli uomini venivano da Gaza. E in tutto quel materiale non ho trovato un solo palestinese che dica al gruppo: “Fermiamoci, lì c’è una famiglia”».

- Dov’erano l’esercito e l’intelligence israeliana quel giorno?
  «Non ho risposte soddisfacenti. C’erano poche centinaia di soldati, la tecnologia – telecamere, sensori, satelliti – non ha funzionato. Si aspettavano forse una piccola infiltrazione, hanno mandato forze ridotte, finite in imboscate. È il frutto anche di anni di arroganza: per anni ho riportato le minacce di Hamas e molti israeliani mi dicevano che non avrebbero mai osato».

- Perché allora dice che, in fondo, non è rimasto sorpreso?
  «Perché Hamas ha fatto esattamente ciò che promette dal 1987: jihad per sostituire Israele con uno Stato islamico. Ho intervistato quasi tutti i loro leader: sono sempre stati chiari. Rapimenti, omicidi, attentati suicidi, razzi – il 7 ottobre, per loro, è solo una nuova fase, lo stesso “From the river to the sea” che oggi si sente nelle piazze occidentali».

- Quanto pesa l’incitamento religioso e politico dentro la società palestinese?
   «È enorme e dura da decenni. Moschee, media, scuole, social diffondono l’idea che gli ebrei siano malvagi, che profanino moschee e rubino la terra. Non è solo Hamas: nel 2015 Abbas parlò di “piedi sporchi” degli ebrei su al-Aqsa e di sangue “puro” versato per la moschea. Due settimane dopo iniziò un’ondata di accoltellamenti. Intanto la moschea è ancora in piedi».

- Che cosa significa davvero lo slogan “From the river to the sea, Palestine will be free” che sentiamo nelle piazze occidentali?
  «È uno slogan di Hamas. La prima volta l’ho sentito alla fine degli anni Ottanta a Gaza; la seconda su un campus in Canada, gridato da ragazzi che non erano palestinesi. Quando ho chiesto cosa volessero fare degli ebrei non sapevano rispondere. Molti attivisti occidentali non sanno dov’è Gaza né cos’è Hamas: spesso è più odio verso Israele che solidarietà vera con i palestinesi».

- Perché dice che i soldi non bastano a moderare Hamas o la società palestinese?
  «Perché il denaro calma solo per poco. Prima del 7 ottobre Gaza aveva ristoranti di lusso, cantieri, soldi da Qatar, Europa, Israele. Le due Intifade sono esplose in fasi di crescita economica. Ho studiato molti attentatori suicidi: avevano casa di proprietà, erano studenti, professionisti. Il problema è l’educazione: se a casa e in TV ti ripetono che gli ebrei sono demoni, i 10.000 dollari al mese non cambiano il risultato».

- Qual è, alla fine, la vera natura del conflitto israelo-palestinese secondo lei?
  «Non è solo un problema di checkpoint o di insediamenti. Il nodo è che molti nel mondo arabo-musulmano non accettano il diritto di Israele a esistere. Per molti palestinesi Israele è un unico grande “insediamento” da liberare. I due campi interni chiedono entrambi il 100%: o del 1948 o del 1967. Israele realisticamente può offrire meno, ma non vedo un leader palestinese disposto ad accettarlo».

- Che ruolo hanno i regimi arabi in questa radicalizzazione?
  «Per anni molti leader arabi hanno usato l’odio verso Israele come distrazione dalle proprie responsabilità. Hanno incitato le masse e ora la gente è più radicale di loro. Con poche eccezioni – Emirati e Bahrein – nessuno dice ai palestinesi che servono concessioni. Intanto in Cisgiordania e a Gaza la gente è governata da mafie e bande: Hamas è terribile, ma l’Autorità palestinese non è molto meglio, l’OLP si comporta da mafia. E a Gaza non c’è solo Hamas: ci sono almeno una dozzina di gruppi armati».

- Se la minaccia è esistenziale, qual è la risposta legittima di Israele a un attore come Hamas?
  «Se qualcuno si piazza davanti a casa tua dicendo che vuole rapire i tuoi figli e bruciarti vivo, non puoi semplicemente aspettare. Hamas ripete che Israele non ha diritto di esistere: non capisco perché Israele non possa dire lo stesso su Hamas. Allo stesso tempo, dopo due anni di guerra Hamas è ancora in piedi: molte capacità militari sono state distrutte, ma l’organizzazione resta e si negozia ancora con lei sul futuro di Gaza. Per me è un fallimento strategico e politico».

- Che lezione dovrebbero trarre Israele, i palestinesi e l’Occidente?
  «Israele deve smettere di sottovalutare un nemico che dice apertamente cosa vuole fare. I palestinesi devono capire che non si può costruire un futuro su Jihad, martirio e rifiuto assoluto di ogni compromesso. E l’Occidente deve smettere di illudersi che bastino assegni o slogan: senza cambiare l’educazione e senza leader coraggiosi, continueremo a girare in tondo tra nuove illusioni e nuova violenza».

(Il Riformista, 26 novembre 2025)

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L’ottava arena: la nuova funzione di X svela la guerra contro Israele sui social

di Luca Spizzichino

La nuova funzione di trasparenza introdotta da X ha aperto un vaso di Pandora senza precedenti nella comprensione delle campagne di disinformazione che negli ultimi due anni hanno preso di mira Israele. Basta un clic per vedere la presunta posizione geografica reale di un account, la data di creazione e le modifiche al nome. Un dettaglio tecnico che ha fatto luce su un tipo di propaganda – già utilizzata dai russi – basata su bot, profili falsi e reti coordinate di influenza che per anni hanno operato al riparo dell’anonimato.
Decine di migliaia di profili che si presentavano come testimoni diretti da Gaza: infermieri sotto i bombardamenti, padri in fuga dai campi di sfollati, o persino soldati dell’IDF. Tutti improvvisamente smascherati. Le loro posizioni reali non avevano nulla a che fare con Gaza o con Israele, ma risultavano invece in paesi come Pakistan, Russia, Nigeria, Bangladesh e Polonia. Alcuni di questi profili avevano raccolto migliaia di dollari in donazioni; altri erano diventati fonti virali di testimonianze false, costruite per alimentare rabbia e indignazione. E, in alcuni casi, gli utenti hanno continuato a pubblicare come se nulla fosse, ignorando completamente la rivelazione.
La portata del fenomeno è confermata anche dalla società israeliana di intelligence privata, Cyabra, citata da Fox Business: sono stati identificati oltre 40.000 account impegnati nella diffusione di messaggi filo-Hamas su X, Facebook, Instagram e TikTok. Questi profili, che rappresentano circa un quarto dell’intera conversazione globale sui temi legati agli attacchi di Hamas, avrebbero prodotto 312.000 post e commenti, con alcuni account attivi centinaia di volte al giorno. Secondo Cyabra, si tratta di una rete coordinata che sfrutta hashtag e interazioni incrociate per amplificare artificialmente emozioni, narrazioni e punti di vista.
Ma il dettaglio più inquietante è la sofisticazione di questo fenomeno: azioni coordinate di reti di influenza digitali orientate non verso la comunità internazionale, ma verso il pubblico israeliano. Una dimensione che molti esperti definiscono ormai “l’ottava arena” del conflitto: la guerra psicologica e informativa combattuta nel cuore dei social network.
Nelle ultime ventiquattro ore sono emerse prove di come i bot in ebraico abbiano agito negli ultimi due anni per influenzare la percezione della guerra, la questione degli ostaggi, la fiducia nel governo e perfino il morale nazionale. Un tassello fondamentale per capire questa realtà è il report pubblicato alla fine del 2024 dall’INSS, l’Institute for National Security Studies. Lo studio ha analizzato l’attività della rete Isnad (in arabo “supporto”), un’organizzazione gestita dalla Turchia da un cittadino egiziano, Izz al-Din Dwidar. Una rete che, secondo gli analisti, è riuscita a inserirsi nelle conversazioni più sensibili della società israeliana, imitando perfettamente linguaggi, paure e posizioni politiche locali. In altre parole: non parlava agli israeliani, parlava come gli israeliani.
Secondo l’INSS, la strategia di Isnad si basava su un massiccio bombardamento di messaggi: contenuti prodotti da un gruppo ristretto di “manager” che conoscevano in profondità la società israeliana e capaci di reagire quasi in tempo reale agli eventi sul campo. I profili utilizzati erano costruiti in modo estremamente credibile: nomi ebraici, foto apparentemente autentiche, biografie convincenti, un uso dell’ebraico reso possibile da strumenti di intelligenza artificiale in grado di superare la barriera linguistica. Le analisi hanno inoltre identificato una suddivisione strutturata del lavoro: decine di super-operatori capaci di pubblicare fino a seicento post ciascuno, affiancati da centinaia di operatori attivi e oltre un migliaio di operatori occasionali. Una macchina perfettamente oliata.
L’elemento forse più rilevante è la scelta dell’identità politica da adottare. Quasi tutti i profili finti si presentavano come israeliani di centrosinistra, critici del governo, vicini alle famiglie degli ostaggi e favorevoli a un accordo immediato per la loro liberazione. Una scelta tutt’altro che casuale: secondo lo studio, la rete aveva individuato tre “sensori” emotivi della società israeliana sui quali intervenire per massimizzare l’impatto. Il primo era la frattura politica interna e la sfiducia verso il governo. Il secondo era la ferita aperta degli ostaggi, un tema capace di mobilitare sentimenti profondi e spesso divergenti. Il terzo era il dolore per il prezzo della guerra e la paura di un conflitto prolungato su più fronti. Sfruttare questi tre punti significava inserirsi esattamente dove la società israeliana era più vulnerabile.
Uno degli obiettivi della rete era anche far circolare i comunicati del portavoce militare di Hamas, aggirando la censura israeliana e portando direttamente al pubblico messaggi concepiti per alimentare paura, divisione e pressione psicologica. Un esempio concreto di come la guerra ibrida contemporanea operi ormai ben oltre le armi tradizionali: oggi il fronte passa anche attraverso la manipolazione delle emozioni, la distorsione delle informazioni e l’imitazione digitale di comunità e gruppi politici.
L’ottava arena non funziona solo diffondendo menzogne o propaganda: funziona soprattutto sfruttando le crepe interne di una società aperta. E Israele, come ogni democrazia esposta e polarizzata, è un terreno particolarmente fertile per questo tipo di operazioni.

(Shalom, 26 novembre 2025)

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Inondazioni in Israele

FOTO
GERUSALEMME – Dopo un periodo di caldo insolito, nella notte tra lunedì e martedì una tempesta si è abbattuta su Israele. Forti piogge hanno causato inondazioni soprattutto nel nord e nel sud del Paese.
I media israeliani riferiscono che i vigili del fuoco hanno dovuto salvare decine di persone dalle masse d'acqua. Tra questi anche un uomo che stava viaggiando con la sua auto nel deserto del Negev. Per proteggersi, è salito sul tetto dell'auto. In alcuni luoghi l'acqua è salita a oltre un metro, secondo quanto riferito dai vigili del fuoco. Finora non sono stati segnalati feriti.
A Gerusalemme le strade sono allagate. Una residente ha riferito di essere stata svegliata durante la notte dal rombo dei tuoni. Ha parlato di “un temporale con un volume che raramente ho sentito”.
Sono stati colpiti anche gli insediamenti in Cisgiordania. A Elkana, le forze di intervento hanno evacuato dieci residenti dalle loro case allagate. A Neve Zuf, i meteorologi hanno misurato una quantità di precipitazioni di 128 litri per metro quadrato in quattro ore. Si tratta di un nuovo record per la regione.

Crollo di un tratto della barriera di sicurezza
  A causa delle piogge, diverse strade sono attualmente chiuse. Inoltre, secondo quanto riportato dai media israeliani, una parte della barriera di sicurezza vicino a Hebron è crollata a causa delle masse d'acqua. Il crollo della barriera rappresenta un rischio per la sicurezza di Israele. Secondo il Ministero della Difesa, la polizia e le forze armate sono già sul posto per gestire la situazione.

(Israelnetz, 26 novembre 2025)

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60 anni alle spalle, la vita davanti a me

Pochi giorni fa ho festeggiato il mio sessantesimo compleanno insieme alla mia famiglia, Anat, i miei figli e i miei tre nipoti. Il quarto è in arrivo. C'era anche la nonna.

di Aviel Schneider

Abbiamo trascorso la serata in una splendida sala riservata solo per noi. Il cibo era eccellente e, per questa occasione speciale, ho portato alcuni vini rossi selezionati dalla mia collezione personale. Ma la vera sorpresa è arrivata solo più tardi: la mia famiglia mi ha regalato una rivista creata appositamente per me e sulla copertina c'era la mia foto per la prima volta in vita mia. Non ne sapevo nulla. Anat, mia moglie, ci aveva lavorato segretamente per sei settimane.
Tutto in questo numero ruotava intorno a me; i miei figli e mia moglie descrivevano chi sono, con tutti i miei punti di forza e le mie debolezze. I miei fratelli, i miei parenti, i miei amici dell'esercito, i miei colleghi e persino i lettori del nostro giornale dall'estero hanno contribuito con i loro articoli. Dopo 60 anni ho capito una cosa: forse non sono così “cattivo” come a volte pensavo. Mia moglie ha reagito nel nostro gruppo WhatsApp: “Meno male che l'amore per se stessi non fa ingrassare”. In realtà sono un padre che ha lasciato il segno, soprattutto all'interno della mia famiglia. Questa consapevolezza mi ha toccato profondamente ed è per me più preziosa di qualsiasi traccia lasciata altrove e spazzata via dal vento.
Sono rimasto sopraffatto, forse proprio perché so quanto lavoro, amore e pazienza ci siano in un giornale del genere. Lo faccio professionalmente da molti anni e ora sono diventato io stesso il protagonista di un numero. Mi sono anche chiesto perché ne sto scrivendo. Che cosa ve ne importa dei miei 60 anni? Onestamente, non mi sento come se avessi 60 anni. Piuttosto come se ne avessi 30 o 40. Il fatto che il mondo esista ancora oggi è quasi un miracolo per me. Sono cresciuto con voci che annunciavano costantemente che nei prossimi giorni o anni tutto sarebbe finito. Apocalisse! Boom! C'era una volta! Eppure eccomi qui, vivo in questo mondo da 60 anni.
Amo la vita ed è proprio questo che mi caratterizza: come sono, come mi sento, come penso e come scrivo. Molte cose sono cambiate in me. Oggi non mi interessa più il pensiero stereotipato della destra o della sinistra. Per me al centro ci sono le persone, il nostro popolo, la realtà del nostro Paese. Anche nella mia famiglia spesso non siamo d'accordo sulle questioni politiche, a volte siamo addirittura molto distanti. Ma siamo comunque una famiglia, e questo per me è fondamentale. La nostra coesione è più forte di qualsiasi linea politica. È questo ciò di cui ha bisogno il popolo!
Ascoltate: tutto ciò che pubblichiamo sul nostro sito web o sulla nostra rivista sono notizie. E a volte non si tratta solo di analisi politiche, sviluppi in materia di politica di sicurezza o titoli internazionali. A volte sono anche storie di vita molto personali. Perché la vita non è fatta solo di drammi geopolitici, ma anche di momenti tranquilli, di traguardi familiari, di pensieri che ci plasmano. Forse è proprio questa la vera notizia: che nonostante le tempeste del mondo non dovremmo smettere di vedere, apprezzare e condividere la nostra vita. Se scriviamo solo delle grandi crisi, perdiamo le voci silenziose della vita, quelle che spesso ci toccano più profondamente e ci ricordano ciò che conta davvero.
Il versetto “non nella tempesta, non nel fuoco, ma nella voce silenziosa” mostra che Dio non si rivela a Elia solo nelle spettacolari forze della natura o nelle crisi politiche mondiali come quelle odierne, ma nella voce sottile, silenziosa e delicata. La Bibbia insegna così che l'essenziale non avviene nel rumore, ma spesso nella quiete. La presenza di Dio spesso non si manifesta in modo drammatico, ma in modo non spettacolare, in un respiro, in un pensiero, in un momento di silenzio. La vera guida, il conforto e la verità non arrivano con il tuono, ma nel silenzio che il cuore ascolta.
La mia vita è sempre stata dinamica. Ci sono stati momenti davvero difficili, ma io e Anat abbiamo imparato da ogni fase della vita. A proposito, in tutto questo Anat è stata il cuore della nostra famiglia, il centro interiore che ci sostiene e ci tiene uniti. Posso dividere la nostra vita in capitoli, e con ogni capitolo sono in pace. Io e Anat ne parliamo spesso. Ho dei rimpianti? Forse, ma questo resta un mio affare. A un certo punto, all'inizio dei quaranta, ho capito che la nostra vita non è una prova generale. È ora o mai più. Quello che perdiamo oggi, non lo recupereremo più in seguito.
Ho i collaboratori migliori e più leali in Israel Heute. Anche loro compaiono nell'Aviel Journal. Dov Eilon ha persino composto una canzone.
Così, circa 20 anni fa, ho deciso consapevolmente di rallentare il ritmo al lavoro e di dedicarmi completamente alla mia famiglia. Perché dopo 18 anni i nostri figli non sono più bambini. Questa consapevolezza è arrivata silenziosamente, ma mi ha colpito profondamente. Così ho iniziato a non lavorare più solo per loro, ma a vivere con loro. Investire in loro, nel nostro presente comune, nelle conversazioni, nella vicinanza, nel tempo. Ed è proprio questo che i miei figli mi hanno rimproverato quella sera, in un modo che mi ha toccato profondamente. Mi hanno fatto capire che lo avevano notato. Che lo avevano percepito. E che per loro era importante.
Conosco persone che aspettano solo il prossimo passo, il paradiso, e trascurano il presente. Io non sono così. Credo che dovremmo goderci il presente, semplicemente perché la vita è fragile e domani tutto potrebbe essere diverso. Ed è proprio questo che i miei figli hanno imparato da me, ad apprezzare il presente. Questo pensiero ha cambiato molte cose in me. L'ho imparato da Davide, il re Davide:

“Questo è il giorno che il Signore ha fatto; rallegriamoci e gioiamo in esso!”

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La famiglia è seduta attorno al tavolo e mi viene consegnato l'Aviel Journal.

Ogni singolo giorno, non il futuro, non un giorno qualsiasi, ma questo giorno, è un dono celeste. Ci invita a percepire il presente, ad apprezzarlo e a trovare gioia in esso. È un invito a non perdere l'attimo, a non darlo per scontato. Vivere consapevolmente questo giorno è una forma di fede. Ho capito che qui sulla terra possiamo creare il nostro “paradiso limitato”, soprattutto negli ultimi due anni di guerra che, nonostante tutta la paura e il pericolo, ci hanno regalato nuove intuizioni.
Credo che la vita non sia scritta solo nei grandi titoli, ma nelle piccole righe in mezzo. Nelle persone che ci accompagnano. Nei momenti che non rimandiamo. Nel presente che viviamo consapevolmente. Le tempeste politiche continueranno, arriveranno nuovi titoli, le sfide continueranno a metterci alla prova. Questo fa parte della vita, e ne scrivo con passione su Israel Heute. E sapete una cosa? Non sono sicuro che la guerra nella nostra regione sia davvero finita. A volte ho la sensazione che potrebbero aspettarci tempi ancora più difficili. Ma in mezzo a tutto questo rimane la voce flebile e sottile che ci sostiene, che ci ricorda l'essenziale. Ho imparato che non bisogna aspettare che la vita diventi più facile per viverla. Bisogna viverla adesso. Oggi. In questo giorno che l'Eterno ha creato. E se la mia famiglia mi ha insegnato qualcosa questa sera, è che tutto ciò che diamo ci ritorna, spesso in una forma che non avremmo mai immaginato. Questo è il mio ringraziamento. E questa è la mia benedizione.

(Israel Heute, 26 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 24
    Mosè risale sul monte Sinai
  • Poi Dio disse a Mosè: “Sali verso l'Eterno tu e Aaronne, Nadab e Abiu e settanta degli anziani d'Israele, e adorate da lontano; poi Mosè solo si accosterà all'Eterno; ma gli altri non si accosteranno, né salirà il popolo con lui”.
  • Allora Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole dell'Eterno e tutte le leggi. E tutto il popolo rispose a una voce e disse: “Noi faremo tutte le cose che l'Eterno ha detto”.
  • Poi Mosè scrisse tutte le parole dell'Eterno; si alzò di buon mattino ed eresse, ai piedi del monte, un altare e dodici pietre per le dodici tribù d'Israele.
  • Poi mandò dei giovani israeliti a offrire olocausti e a immolare giovenchi come sacrifici di ringraziamento all'Eterno.
  • E Mosè prese la metà del sangue e lo mise in bacini; e l'altra metà la sparse sull'altare. Poi prese il libro del patto e lo lesse alla presenza del popolo, il quale disse: “Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto, e ubbidiremo”.
  • Allora Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse: “Ecco il sangue del patto che l'Eterno ha fatto con voi sul fondamento di tutte queste parole”.
  • Poi Mosè e Aaronne, Nadab e Abiu e settanta degli anziani d'Israele salirono, e videro l'Iddio d'Israele. Sotto i suoi piedi c'era come un pavimento lavorato in trasparente zaffiro, simile, per limpidezza, al cielo stesso. Ed egli non mise la mano addosso a quegli eletti tra i figli d'Israele; ma essi videro Iddio, e mangiarono e bevvero.
  • L'Eterno disse a Mosè: “Sali da me sul monte, e fermati qui; e io ti darò delle tavole di pietra, la legge e i comandamenti che ho scritto, perché siano insegnati ai figli d'Israele”.
  • Mosè dunque si alzò con Giosuè suo ministro; e Mosè salì sul monte di Dio. E disse agli anziani: “Aspettateci qui, finché ritorneremo da voi. Ecco, Aaronne e Cur sono con voi; chiunque abbia qualche affare si rivolga a loro”.
  • Mosè dunque salì sul monte, e la nuvola ricoprì il monte. La gloria dell'Eterno rimase sul monte Sinai e la nuvola lo coprì per sei giorni; e il settimo giorno l'Eterno chiamò Mosè dalla nuvola. L'aspetto della gloria dell'Eterno era agli occhi dei figli d'Israele come un fuoco divorante sulla cima del monte. E Mosè entrò in mezzo alla nuvola e salì sul monte; e Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti.

(Notizie su Israele, 25 novembre 2025)


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L'Autorità Palestinese punta al controllo postbellico di Gaza secondo il piano di Trump

di Shachar Kleiman

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Tony Blair e Hussein al-Sheikh

Una fonte palestinese ha dichiarato a Israel Hayom che gli Stati Uniti e altre forze internazionali comprendono che l'Autorità Palestinese dovrà alla fine assumere il controllo della Striscia di Gaza.
Secondo la fonte, la partecipazione dell'Autorità Palestinese agli accordi postbellici accelererebbe tale processo e contribuirebbe a facilitarlo.
Le dichiarazioni sono state rilasciate dopo il secondo incontro di questa settimana tra al-Sheikh e Blair, che dovrebbe guidare il consiglio internazionale nell'ambito del piano di Trump per il Medio Oriente e la Striscia di Gaza.
All'incontro hanno partecipato anche il capo dei servizi segreti dell'Autorità Palestinese, Majed Faraj, e il consigliere diplomatico di Mahmoud Abbas, Majdi Khaldi.
Il funzionario palestinese ha dichiarato al quotidiano saudita Asharq Al-Awsat che al-Sheikh ha sottolineato a Blair la necessità che l'Autorità Palestinese si assuma la responsabilità della Striscia di Gaza come parte di quello che ha definito lo “Stato” palestinese.
I due hanno discusso del ruolo dell'Autorità Palestinese a Gaza attraverso un comitato tecnocratico e le forze palestinesi che, dal loro punto di vista, dovrebbero essere dispiegate nella Striscia.
Sabato, fonti egiziane hanno affermato che centinaia di “agenti di sicurezza palestinesi” erano pronti a dispiegarsi a Gaza. Migliaia di agenti di polizia dell'Autorità Palestinese stanno seguendo un addestramento in Egitto e Giordania.
Le discussioni hanno anche affrontato la questione del proposto organismo di supervisione internazionale, il cosiddetto Consiglio di Pace, e la questione delle forze internazionali che sarebbero state temporaneamente di stanza nella Striscia di Gaza.

(Israel Hayom, 25 novembre 2025)

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Sito offre taglie per uccidere accademici israeliani

Il sito offre 50.000 dollari per uccidere un accademico israeliano incluso in una lista, e 100.000 per gli “obiettivi speciali”, 1.000 dollari per affiggere dei manifesti davanti alle case dei bersagli e protestare contro i loro presunti “crimini” e 5.000 per fornire informazioni sull’obiettivo. Infine, 20.000 dollari per chi commette incendi dei loro veicoli o case.

di Nathan Greppi

Il sito internet di un gruppo antisionista, che si fa chiamare The Punishment for Justice Movement, ha recentemente messo delle taglie sulle teste di diversi accademici israeliani, con profili e dettagli personali degli obiettivi forniti per potenziali omicidi su commissione. Creato ad agosto e attivo da settembre, il sito avrebbe sede a Drenthe, nei Paesi Bassi.
Come riporta il Jerusalem Post, il sito olandese offre 50.000 dollari di ricompensa per uccidere un accademico israeliano incluso nella lista di proscrizione, e arriva a 100.000 dollari per quelli che vengono classificati come “obiettivi speciali”.
Viene offerta una somma di 1.000 dollari per affiggere dei manifesti davanti alle case dei bersagli e per protestare contro i loro presunti “crimini”, come ad esempio che secondo The Punishment for Justice Movement le loro ricerche servono a rafforzare l’arsenale bellico dell’IDF, e 5.000 dollari vengono offerti per fornire informazioni sull’obiettivo. Un totale di 20.000 dollari è la ricompensa per chi commette incendi dolosi dei loro veicoli o case.
Il sito elenca indirizzi di casa, numeri di telefono, indirizzi e-mail, account sui social network e persino numeri identificativi di centinaia di accademici: molti di questi insegnano in atenei israeliani, quali l’Università Ben-Gurion del Negev, il Technion di Haifa, l’Istituto Weizmann, l’Università Ebraica di Gerusalemme e l’Università di Tel Aviv. Ma nella lista sono inclusi anche accademici israeliani che lavorano all’estero, e in particolare a Harvard, Oxford e presso il CERN di Ginevra.
Tra coloro che vengono classificati come “obiettivi speciali”, figurano ad esempio Daniel Chamowitz, presidente dell’Università Ben-Gurion; Shikma Bressler, fisica e ricercatrice presso l’Istituto Weizmann, nota in Israele per aver guidato diverse proteste contro il governo; e Daniel Zajfman, che del Weizmann è l’ex-presidente. Di alcuni bersagli, vengono riportati persino nomi e informazioni personali sui loro familiari, rendendo anche questi dei potenziali bersagli.

(Bet Magazine Mosaico, 25 novembre 2025)

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Disarmo di Hezbollah: dopo settimane di avvertimenti, Israele si mostra pronto ad agire

Sostenuto dagli Stati Uniti, l'esercito israeliano ha dato seguito alle sue minacce con la forza delle armi, colpendo domenica un importante terrorista; Hezbollah non dovrebbe reagire, ma non rinuncerà alle sue armi

di Lazar Berman e Mannie Fabian

Il clamoroso attacco sferrato domenica dall'esercito israeliano contro Haytham Ali Tabatabai, capo di Stato Maggiore de facto di Hezbollah, nei pressi di Beirut, non è una sorpresa.
L'assassinio ha fatto seguito a una serie di avvertimenti lanciati da Gerusalemme e Washington, che avevano avvertito che l'esercito israeliano avrebbe intensificato la sua campagna aerea se il Libano non avesse adottato misure molto più rapide per garantire il disarmo del gruppo terroristico sciita.
All'inizio del mese, il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva esplicitamente dichiarato che Israele avrebbe fatto tutto il necessario per impedire a Hezbollah di riarmarsi, dopo che il gruppo terroristico era stato profondamente indebolito durante i combattimenti con lo Stato ebraico lo scorso anno.
«Ci aspettiamo che il governo libanese rispetti i suoi impegni, ovvero quelli di disarmare Hezbollah. Ma è chiaro che eserciteremo il nostro diritto all'autodifesa, come previsto dai termini del cessate il fuoco“, ha dichiarato il primo ministro. ”Non permetteremo che il Libano diventi un nuovo teatro di guerra per noi e faremo tutto il necessario per assicurarci che ciò non accada".
Un alto ufficiale dell'esercito israeliano ha recentemente dichiarato davanti alle telecamere del canale di informazione N12 che l'intensificarsi degli attacchi aerei nelle ultime settimane è stato “un assaggio” di ciò che attende il Libano se il Paese non intensificherà la sua campagna di disarmo.
«Se l'esercito libanese non disarma Hezbollah e non soddisfa le condizioni del cessate il fuoco», ha affermato l'ufficiale, «Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, attaccherà gli obiettivi di Hezbollah in tutto il Libano, compresa Beirut».
Domenica, Israele sembra aver messo in atto le sue minacce, uccidendo il numero due di Hezbollah – e aggravando le tensioni già in aumento – apparentemente con la benedizione di Washington.
Sebbene Israele e Stati Uniti abbiano divergenze significative sulla questione di Gaza, sembrano essere d'accordo per quanto riguarda il Libano. Entrambi i paesi riconoscono che gli effetti deterrenti della sconfitta militare di Hezbollah dello scorso anno stanno cominciando a svanire e che, per evitare un nuovo conflitto, sia il governo libanese che il gruppo sciita devono prendere sul serio la possibilità di una vasta operazione militare israeliana.
Un alto funzionario americano ha dichiarato domenica al canale di informazione N12 che gli Stati Uniti sono “soddisfatti dell'eliminazione del numero due di Hezbollah”.
“Pensiamo che sia una cosa meravigliosa. Yalla, mazal tov, mabrouk”, ha commentato il funzionario.
Haytham Ali Tabatabai, capo militare di Hezbollah, su un manifesto diffuso dal gruppo terroristico dopo la sua morte il 23 novembre 2025 Ufficio stampa di Hezbollah).
Dopo la fine dei combattimenti, nel novembre 2024, Tabatabai era stato ufficialmente nominato capo di stato maggiore militare del gruppo terroristico, ha riferito Tsahal.
“È stato lui a guidare i nuovi sforzi del gruppo terroristico in materia di riarmo”, ha detto Netanyahu domenica.
“Israele non permetterà a Hezbollah di ricostruire il suo potere”, ha sottolineato. “Mi aspetto che il governo libanese rispetti il suo impegno a disarmare Hezbollah”.

Non completamente disarmato

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Soccorritori cercano sopravvissuti sul luogo di un attacco aereo israeliano contro un edificio residenziale nella periferia sud di Beirut, il 23 novembre 2025

Israele bombarda obiettivi di Hezbollah dal cessate il fuoco concluso nel novembre 2024, con l'obiettivo di porre fine alle minacce imminenti che potrebbero incombere sullo Stato ebraico e di ridurre ulteriormente le scorte di armi del gruppo.
Secondo i termini dell'accordo di cessate il fuoco firmato nel 2024 – a seguito dei combattimenti scoppiati l'8 ottobre 2023, ostilità che un anno dopo si erano trasformate in una guerra totale – Hezbollah è obbligato a lasciare il sud del Libano. Deve essere sostituito dall'esercito libanese.
“Le forze militari e di sicurezza ufficiali del Libano, le loro infrastrutture e i loro armamenti saranno gli unici gruppi armati, con le loro armi e il loro materiale correlato, a essere di stanza nel settore a sud del Litani”, precisa l'accordo di cessate il fuoco.
Israele ha anche ricevuto una “lettera di accompagnamento” che contiene garanzie da parte degli Stati Uniti. In questa lettera, Washington afferma e approfondisce il diritto di Israele all'autodifesa di fronte a nuove minacce.
Il presidente filo-occidentale del Libano, Joseph Aoun, è stato sfidato a trovare il modo di disarmare Hezbollah senza spingere troppo nelle sue trincee il potente gruppo terroristico sostenuto dall'Iran, il che potrebbe comportare il rischio di una guerra civile.
Venerdì, Aoun ha affermato che il monopolio dello Stato sulle armi è inevitabile e ha esortato una commissione incaricata di supervisionare il cessate il fuoco tra lo Stato ebraico e Hezbollah a garantire che l'esercito libanese sia l'unica presenza armata di stanza nel sud del Paese.
Ad agosto, il suo governo aveva chiesto alle forze militari di elaborare un piano per eliminare le armi che sfuggono al controllo dello Stato entro la fine dell'anno. A settembre, il loro comandante, Rodolphe Haykal, ha finalmente presentato un piano di disarmo in cinque fasi che prevede, come primo passo, il lancio di un'operazione di tre mesi a sud del fiume Litani, la parte del Paese che costeggia il confine israeliano.
Non è che l'esercito non abbia lavorato a questa missione. È riuscito a sequestrare al gruppo terroristico quasi 10.000 razzi, circa 400 missili e oltre 205.000 frammenti di ordigni inesplosi negli ultimi dodici mesi, secondo il Comando Centrale americano.
L'esercito libanese ha fatto esplodere un numero così elevato di depositi di armi di Hezbollah che ora è a corto di esplosivi, secondo quanto riferito recentemente da fonti dell'agenzia Reuters.
Ma questa campagna non dovrebbe risolvere il problema delle armi di Hezbollah. Le forze armate libanesi hanno condotto operazioni solo a sud del Litani ed è difficile affermare che la campagna proseguirà più a nord, dove sono immagazzinate le armi strategiche di Hezbollah.
Nel mese di novembre, Hezbollah ha inviato una lettera ad Aoun, al primo ministro Nawaf Salaf e al presidente del Parlamento Nabih Berri, in cui denunciava i potenziali negoziati con Israele e affermava che il disarmo a nord del Litani «non era previsto dalla dichiarazione di cessate il fuoco e non può in alcun caso essere accettato o imposto».
Anche nel sud è difficile dire cosa abbia distrutto esattamente l'esercito, che non ha diffuso alcuna immagine né trasmesso alcun rapporto dettagliato sui suoi raid.
Da parte sua, Hezbollah assicura che non deporrà le armi. Il segretario generale del gruppo terroristico, Naim Qassem, ha accusato il governo Aoun di «servire il progetto israeliano» e ha proferito minacce (poco sottili) di guerra civile, una minaccia da prendere sul serio in un Paese che si sta ancora riprendendo dall'ultimo conflitto interno.

Non solo Hezbollah si rifiuta di rinunciare alle sue attuali scorte, ma sembra anche cercare di ricostituire le sue riserve con grande energia.
Hezbollah “sta ricostruendo il suo arsenale e le sue file decimate”, in particolare ricostituendo le sue scorte di razzi, missili anticarro e artiglieria, ha recentemente riportato il Wall Street Journal.

Hezbollah reagirà?

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Il generale Joseph Aoun (a destra), comandante delle forze armate libanesi, con l'inviato speciale americano Amos Hochstein, nei suoi uffici a Yarze, a est di Beirut, il 6 gen 2025

La domanda ora è se l'eliminazione di Tabatabai significhi che Israele sia sull'orlo di una significativa escalation in Libano.
Tutto dipenderà dalla reazione di Hezbollah, in realtà. Il gruppo terroristico si è mostrato sorprendentemente passivo di fronte a un anno di attacchi israeliani, perdendo più di 300 combattenti dalla firma del cessate il fuoco. Hezbollah non ha reagito nemmeno ai devastanti attacchi sferrati da Israele contro i programmi nucleari e balistici iraniani lo scorso giugno.
Considerata la tiepida reazione del gruppo domenica, quando ha dichiarato che avrebbe “coordinato” una risposta con il governo libanese, non sembra che Hezbollah abbia deciso che sia giunto il momento di cambiare strategia.
Ma a un certo punto, la necessità di salvare la faccia costringerà probabilmente la milizia sciita a reagire in un modo o nell'altro.
Israele potrebbe ancora ampliare la sua campagna e lanciare una vasta ondata di bombardamenti se non si dovesse registrare alcun cambiamento nel comportamento del governo libanese. Lo Stato ebraico non deve affrontare minacce dissuasive da parte dell'Iran o di Gaza e sembra godere di una legittimità sufficiente agli occhi del presidente americano Donald Trump per potersi permettere di intraprendere una simile iniziativa.
Il previsto viaggio in Libano del papa Leone XIV la prossima settimana è probabilmente l'unico fattore importante che attualmente trattiene Israele.
Una campagna di bombardamenti che potrebbe causare sofferenze ai civili prima della visita del pontefice sarebbe un disastro in termini di pubbliche relazioni per Israele in Occidente.
Potrebbe anche minare il sostegno a Israele negli ambienti di Trump, che contano un numero significativo di cattolici conservatori nel quadro del suo secondo mandato.
Ma nemmeno il pontefice ha il potere di fermare le dichiarazioni altisonanti che oggi provengono da Gerusalemme.
«Israele è determinato ad agire per raggiungere i suoi obiettivi, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento», ha affermato Netanyahu domenica.
“Continueremo ad agire con forza per prevenire qualsiasi minaccia contro gli abitanti del nord e contro lo Stato di Israele”, ha assicurato il ministro della Difesa, Israel Katz, dopo l'attacco. “Chiunque alzi la mano contro Israele vedrà quella mano mozzata”.
Katz ha aggiunto che lui e Netanyahu sono “determinati a perseguire la politica della massima applicazione in Libano e ovunque altrove”.

(The Times of Israel, 24 novembre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 23
  • Non spargere nessuna voce calunniosa e non prestare la mano all'empio nell'attestare il falso.
  • Non andare dietro alla folla per fare il male; e non deporre in giudizio schierandoti dalla parte della maggioranza per pervertire la giustizia. Così pure non favorire il povero nel suo processo.
  • Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino smarrito, non mancare di riportarglielo. Se vedi l'asino di colui che ti odia steso a terra sotto il carico, guardati bene dall'abbandonarlo, ma aiuta il suo padrone a scaricarlo.
  • Non violare il diritto del povero del tuo popolo nel suo processo.
  • Tieniti lontano da ogni parola bugiarda; e non far morire l'innocente e il giusto; perché io non assolverò il malvagio.  Non accettare regali; perché il regalo acceca quelli che ci vedono chiaro, e corrompe le parole dei giusti.
  • Non opprimere lo straniero; voi lo conoscete l'animo dello straniero, perché siete stati stranieri nel paese d'Egitto.
  • Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai i frutti, ma il settimo anno la lascerai riposare e rimanere incolta; i poveri del tuo popolo ne godranno, e le bestie della campagna mangeranno ciò che rimarrà. Lo stesso farai della tua vigna e dei tuoi ulivi.
  • Per sei giorni farai il tuo lavoro; ma il settimo giorno ti riposerai, affinché il tuo bue e il tuo asino possano riposarsi, e il figlio della tua serva e lo straniero possano riprendere fiato.
  • Farete attenzione a tutte le cose che io vi ho detto, e non pronuncerete il nome di dèi stranieri: non lo si oda uscire dalla vostra bocca.
  • Tre volte l'anno mi celebrerai una festa. Osserverai la festa degli azzimi. Per sette giorni mangerai pane senza lievito, come ti ho ordinato, al tempo stabilito del mese di Abib, perché in quel mese tu uscisti dal paese d'Egitto; e nessuno comparirà davanti a me a mani vuote. Osserverai la festa della mietitura, delle primizie del tuo lavoro, di quello che avrai seminato nei campi; e la festa della raccolta, alla fine dell'anno, quando avrai raccolto dai campi i frutti del tuo lavoro. Tre volte l'anno tutti i maschi compariranno davanti al Signore, l'Eterno.
  • Non offrirai il sangue della mia vittima insieme con pane lievitato; e il grasso dei sacrifici della mia festa non sarà serbato durante la notte fino al mattino. Porterai alla casa dell'Eterno tuo Dio, le primizie dei primi frutti della terra.
  • Non farai cuocere il capretto nel latte di sua madre.
  • Ecco, io mando un angelo davanti a te per proteggerti lungo la via, e per introdurti nel luogo che ho preparato. Sii attento in sua presenza, e ubbidisci alla sua voce; non ti ribellare a lui, perché egli non perdonerà le vostre trasgressioni; poiché il mio nome è in lui. 
  • Ma se ubbidisci fedelmente alla sua voce e fai tutto quello che ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici, l'avversario dei tuoi avversari; poiché il mio angelo andrà davanti a te e ti introdurrà nel paese degli Amorei, degli Ittiti, dei Ferezei, dei Cananei, degli Ivvei e dei Gebusei, e li sterminerò. 
  • Tu non ti prostrerai davanti ai loro dèi, e non li servirai. Non farai quello che essi fanno; ma distruggerai interamente quegli dèi e spezzerai le loro colonne. 
  • Servirete l'Eterno vostro Dio, ed egli benedirà il tuo pane e la tua acqua; e io allontanerò la malattia di mezzo a te. 
  • Nel tuo paese non ci sarà donna che abortisca, né donna sterile. Io ti farò giungere al numero completo dei tuoi giorni. 
  • Io manderò davanti a te il mio terrore, e metterò in rotta ogni popolo presso il quale arriverai, e farò voltare le spalle davanti a te a tutti i tuoi nemici. 
  • Manderò davanti a te i calabroni, che scacceranno gli Ivvei, i Cananei e gli Ittiti dal tuo cospetto. Non li scaccerò dal tuo cospetto in un anno, affinché il paese non diventi un deserto, e le bestie dei campi non si moltiplichino contro di te. 
  • Li scaccerò dal tuo cospetto a poco a poco, finché tu cresca di numero e possa prendere possesso del paese. E fisserò i tuoi confini dal Mar Rosso al mare dei Filistei, e dal deserto fino al fiume; poiché io vi darò nelle mani gli abitanti del paese; e tu li caccerai davanti a te. 
  • Non farai nessuna alleanza con loro, né con i loro dèi. Non dovranno abitare nel tuo paese, perché non ti inducano a peccare contro di me: tu serviresti i loro dèi, e questo sarebbe per te un laccio”.

(Notizie su Israele, 24 novembre 2025)


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“Red Alert” e la verità che non vogliamo affrontare

Una serie televisiva brutale ci ricorda una verità più profonda: una delle due parti deve essere sconfitta.

di Ryan Jones

La serie “Red Alert” affronta il trauma del 7 ottobre
GERUSALEMME - In realtà non volevo guardare Red Alert, il nome inglese di una serie israeliana prodotta da Keshet (Or Rishon, in italiano: Alba) e distribuita dalla Paramount sull'invasione di Hamas del 7 ottobre. Ero qui quando è successo. Ho visto il filmato – quasi tutto – grazie al mio lavoro. Ho parlato con i sopravvissuti. Ho visto le testimonianze. Non sono scene che si vorrebbero rivivere nel proprio salotto. Ma sono contento di aver visto la serie. Non perché ho imparato qualcosa di nuovo, ma perché mi ha ricordato che da qualche parte là fuori c'è ancora qualcuno che cerca di dire la verità.
Questo è importante, perché al giorno d'oggi la verità è merce rara. Nel mezzo di un'ondata di odio verso Israele e di interpretazioni revisioniste che rasentano l'aperta negazione del 7 ottobre, Red Alert fa breccia nel rumore. La serie non mostra tutto – nessuno potrebbe farlo – ma mostra abbastanza. Abbastanza per ricordare agli spettatori che non si è trattato di uno scontro tra soldati o di un tragico caso di errore di calcolo. È stato un massacro di civili, una campagna di stupri di massa, incendi dolosi, rapimenti e decapitazioni. E la serie fa qualcosa che pochi osano fare: dà alle vittime nomi, volti, relazioni.
Ancora più coraggiosamente, Red Alert mostra qualcosa che gli israeliani sanno da tempo, ma che il mondo ha preferito ignorare: non è stata solo Hamas. Molti degli assassini, saccheggiatori e stupratori erano civili di Gaza. Palestinesi normali, senza uniforme, non presenti in nessuna lista di terroristi. Hanno visto un'opportunità e l'hanno sfruttata. Hanno attraversato il confine con cacciaviti, mannaie, coltelli da cucina. Hanno rubato, profanato, abusato.
Questo punto è importante. Perché spiega perché molti israeliani oggi provano solo una compassione moderata per Gaza. È qualcosa che in realtà non si dovrebbe dire ad alta voce, ma io lo faccio: per la maggior parte degli israeliani, Gaza sta subendo le conseguenze delle proprie azioni. L'amarezza, il disprezzo – non hanno nulla a che vedere con la vendetta. Si tratta di causa ed effetto. Il 7 ottobre non è stato un attacco terroristico isolato compiuto da pochi ribelli. È stata Gaza. Gaza si è trasformata in una piattaforma di lancio per una delle peggiori atrocità della storia ebraica dopo l'Olocausto. E ora Gaza sta raccogliendo la tempesta.
Naturalmente i palestinesi dicono lo stesso di noi. Che Israele ha avuto ciò che si meritava. Che il massacro è il prezzo da pagare per l'“occupazione”, l'‘apartheid’, i peccati storici. Si sbagliano. Ma è inutile cercare di convincerli del contrario. Il loro pensiero è stato plasmato – indottrinato – fin dalla nascita, vedendo gli israeliani come criminali, mostri, stranieri nella “loro terra”.
E qui falliscono anche i migliori piani diplomatici, compreso l'approccio “pace attraverso la forza” di Trump. Perché il conflitto non riguarda gli insediamenti o i confini. Non riguarda i posti di blocco o i dazi doganali. Riguarda due visioni del mondo che non possono coesistere. Due narrazioni incompatibili tra loro.
La diplomazia moderna si aggrappa all'illusione che posizioni inconciliabili possano essere gestibili. Che con sufficienti compromessi e buona volontà si possa dare a tutti una qualche versione di ciò che vogliono. Ma la verità è più semplice e molto più brutale: posizioni inconciliabili coesistono solo fino a quando la parte più forte non sconfigge quella più debole.
I palestinesi sono cresciuti con un mito: che gli ebrei abbiano rubato loro la terra, che gli ebrei siano occupanti crudeli senza alcun diritto di stare qui. Gli israeliani, dal canto loro, hanno una convinzione profondamente radicata: che questa terra sia sempre appartenuta a loro, donata da Dio, dimostrata dalla storia e riconquistata con il sangue. Non sono due facce della stessa medaglia. Sono assoluti contrapposti. E se una delle due parti non viene spezzata – rieducata, sconfitta militarmente o culturalmente – il ciclo di violenza continuerà.
I musulmani lo hanno già capito. E dopo il 7 ottobre anche gli israeliani stanno cominciando a capirlo.
Israele non ha cercato questa guerra. Ma Israele deve porvi fine – e non con un altro cessate il fuoco, né con un'altra risoluzione dell'ONU. Israele deve porvi fine con una vittoria. Perché tutto il resto non fa che rimandare il prossimo massacro.

(Israel Heute, 24 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele elimina il “numero due” di Hezbollah

Svolta a Beirut e messaggio a tutta la regione

di Samuel Capelluto

L’aviazione israeliana ha eliminato a Beirut il capo di stato maggiore di Hezbollah, Haitham Ali Tabatabai, considerato il numero due dell’organizzazione e capo dell’ala militare. L’operazione, denominata “Black Friday”, è la prima condotta nel cuore del quartiere Dahiya da cinque mesi ed è stata autorizzata dopo l’arrivo di “intelligence immediata” che indicava la presenza del dirigente nella sua casa-rifugio.
L’attacco ha colpito i piani alti di un edificio e poche ore dopo, Israele ha confermato l’eliminazione pubblicando le immagini dell’operazione. Anche Hezbollah ne ha riconosciuto la morte, definendola “aggressione traditrice”, ma senza annunciare una ritorsione immediata. A Gerusalemme si preparano comunque a ogni possibilità.
Tabatabai era classificato dagli Stati Uniti come terrorista internazionale dal 2016, con una taglia di 5 milioni di dollari. Aveva comandato forze speciali del movimento in Siria e Yemen, ed era tornato in Libano assumendo il ruolo di capo della struttura militare dopo le eliminazioni di diversi comandanti del gruppo. Con la sua esperienza, era diventato l’architetto principale del tentativo di ricostruire le capacità operative di Hezbollah, violando gli accordi con Israele e rafforzando il dispiegamento nel sud e nella valle della Beqaa.
Per Israele, la sua eliminazione rappresenta un colpo strategico in un momento in cui l’esercito applica un nuovo principio di sicurezza: impedire anche preventivamente la crescita di minacce reali alle comunità del nord, le più esposte al fuoco di Hezbollah. Una linea nata direttamente dalle lezioni del 7 ottobre.
Il governo libanese e diversi rappresentanti politici hanno condannato l’azione, parlando di “linea rossa” superata e accusando Israele di voler far deragliare sforzi diplomatici. Hezbollah prova a presentare l’attacco come un’aggressione all’intero Libano, nel tentativo di ottenere un sostegno interno più ampio.
Dietro le quinte, la dinamica con Washington gioca un ruolo significativo. Secondo fonti israeliane, gli Stati Uniti erano a conoscenza dell’intenzione di intensificare la pressione su Hezbollah, e l’operazione non avrebbe incontrato opposizioni, segno di una convergenza di interessi: indebolire progressivamente l’influenza iraniana in Libano e spingere Beirut verso negoziati diretti con Israele. Il presidente Trump avrebbe addirittura posto un ultimatum al governo libanese per lo smantellamento dell’arsenale di Hezbollah entro la fine dell’anno, collegando il futuro sostegno economico americano al progresso politico e alla riduzione del potere del movimento sciita.
Dal punto di vista operativo, l’eliminazione di Tabatabai è parte di una strategia più ampia. Ogni colpo alla catena di comando provoca – come mostrano gli ultimi due anni – una paralisi temporanea delle capacità militari del gruppo. È un messaggio chiaro: Israele non accetterà un ritorno alla realtà precedente alla guerra e continuerà a colpire chiunque cerchi di ricostruire minacce ai suoi confini.

(Shalom, 24 novembre 2025)

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Hezbollah non rispetta i patti, ma la colpa è di Israele

di Sarah G. Frankl

Allarmi, Israele è tornato a bombardare dalle parti di Beirut. Ha ucciso il numero due di Hezbollah e tutti i media di tutto il mondo, come fossero una voce univoca, lanciano preoccupati segnali di pericolo che Gerusalemme possa riprendere la guerra contro il Partito di Dio armato e finanziato dall’Iran.
L’allarme è che Israele possa riprendere la guerra, non che Hezbollah non ha mai rispettato quanto deciso in sede di cessate il fuoco. L’allarme è che Israele bombarda postazioni di Hezbollah dove si nascondono armi e si pianificano attacchi, non che il Partito di Dio rifiuta di disarmarsi come convenuto nel cessate il fuoco. L’allarme sono gli attacchi israeliani su postazioni di Hezbollah a sud del fiume Litani, non che quelle postazioni non ci dovrebbero essere.
La settimana scorsa sono stata a trovare alcuni parenti nel nord di Israele e siamo andati a vedere la situazione nel kibbutz di Ya’ara. In queste zone la tensione è calata pochissimo rispetto al periodo della guerra. In molti kibbutz di confine la gente è rientrata ma la sicurezza è “pesante”.
Non c’è solo Hezbollah a mettere paura, ci sono anche i palestinesi provenienti dai campi di Rashidieh o da Burj al-Shamali, ambedue vicini a Tiro, dove non ci sono più i controlli che impedivano ai palestinesi di andare in giro per il sud del Libano. Anzi, adesso li invitano a uscire e, se tante volte volessero, a tentare di entrare in qualche kibbutz per innescare il terrore.
Uno dei motivi per i quali Israele mantiene la sua presenza in diversi punti del sud del Libano è proprio per ridurre il rischio che Hezbollah oppure i palestinesi legati ad Hamas o alla Jihad Islamica, possano compiere attacchi contro i kibbutz di confine appena ripopolati.
Però per stampa e consesso mondiale è Israele che non rispetta i patti, è Israele che mantiene i suoi militari a protezione dei civili e non dovrebbe farlo perché è brutto impedire ai terroristi di uccidere ebrei. Non è di tendenza.
Ieri l’IDF ha ucciso il capo di stato maggiore di Hezbollah, Haytham Ali Tabatabai, lo ha fatto con un attacco aereo mirato nella periferia meridionale della capitale libanese, Beirut. Subito le cornacchie hanno iniziato a strepitare: “escalation”, “Israele cattivo”, “free Palestine” che non c’entra niente con Beirut ma fa tendenza. Peccato che il buon samaritano Tabatabai stava riorganizzando Hezbollah, riarmandolo in maniera massiccia proprio sotto gli occhi dei libanesi che invece dovrebbero impedirlo, anzi, dovrebbero disarmare completamente il gruppo terrorista sciita. Ma indovinate di chi è la colpa? Chi sarà il cattivo?

(Rights Reporter, 24 novembre 2025)

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Contrasto al bullismo, le parole della tradizione e degli esperti

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«Chi umilia il prossimo in pubblico è come se versasse sangue». Lo insegna il Talmud e a queste parole ha fatto riferimento il rav Roberto Della Rocca, direttore dell’area Cultura e Formazione Ucei, nel corso dell’evento “Insieme contro il bullismo” organizzato a Roma dall’Unione per proporre strategie condivise. L’ebraismo italiano «non è immune dal flagello del bullismo», ha affermato in apertura di incontro la presidente Ucei Noemi Di Segni. L’obiettivo in questo senso è arrivare alla costituzione di un tavolo di lavoro e di un osservatorio nazionale di prevenzione, hanno annunciato i due assessori Ucei competenti: Livia Ottolenghi (scuole) e Simone Mortara (giovani). Lo psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista Fabrizio Rocchetto e il sociologo Eddy Jamous hanno poi testimoniato la loro esperienza sul campo, mentre Della Rocca ha attinto alle fonti tradizionali ebraiche, soffermandosi sui concetti di Ona’at devarim (il ferire con le parole), Sin’at Chinam (l’odio gratuito) e Kavod ha beriot (la dignità delle creature). Secondo la tradizione ebraica, «Dio si pone come testimone invisibile delle ferite morali» ed è questa la radice biblica del divieto rabbinico di bullismo verbale. Tema ripreso poi nei secoli tra gli altri da Maimonide, «che condanna ogni forma di derisione o presa in giro di chi è debole, povero o diverso». Come stimolo ulteriore di riflessione, il rav ha affrontato la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli. «Dal midrash all’esegesi moderna», ha osservato al riguardo, «emerge un punto comune: l’odio dei fratelli ha più cause, come favoritismo, comunicazione (o spionaggio), percezione di minaccia, sogni che preannunciano dominio e non va per questo ridotta a semplice gelosia».
  «Abbiamo voluto ascoltare alcuni segnali di allarme: non cogliere tali segnali rischia di creare problemi destinati a trascinarsi per anni», ha dichiarato Ottolenghi. L’intento è «lavorare come una comunità educativa allargata che includa le scuole, i movimenti giovanili, i rabbini», ha sottolineato Mortara. «Non dobbiamo chiudere gli occhi e dobbiamo provare a dare una risposta». La parola è poi passata agli esperti. Specializzatosi sulle dipendenze, sul rapporto tra imitazione e comportamenti distruttivi e sulla presenza di manifestazioni di “accidia” nell’adolescenza, Rocchetto ha classificato le diverse forme di bullismo, aprendo il suo ragionamento con quella che ha definito «la fisiologica crudeltà» giovanile. Jamous, fondatore di Kids International, il primo istituto europeo dedicato alla ricerca socioculturale su bambini e ragazzi, ha invitato gli adulti a «calarsi umilmente» nella realtà dei giovani, a sforzarsi di capire il contesto in cui si muovono, i loro pensieri e sentimenti. D’altronde, «come possiamo avvicinarci se abbiamo dei pregiudizi sulla loro musica, su quello che postano, sui loro linguaggi o sulle loro relazioni?».

(moked, 24 novembre 2025)

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Perché Dio ha creato il mondo? - 19

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

In cammino

    “I figli d'Israele partirono da Ramses per Succot, in numero di circa seicentomila uomini, a piedi, senza contare i fanciulli” (Esodo 12:37).

Per oltre quattrocento anni i figli d’Israele sono vissuti in Egitto come schiavi, e dopo molte peripezie hanno ottenuto dal Faraone la possibilità, anzi l’ordine, di partire. Ora sono in marcia. Mosè ha comunicato loro una solenne promessa di Dio:

    Vi prenderò per mio popolo, e sarò vostro Dio; e voi conoscerete che io sono l'Eterno, il vostro Dio, che vi sottrae ai duri lavori che vi impongono gli Egiziani. E vi introdurrò nel paese che giurai di dare ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe; e ve lo darò come possesso ereditario: io sono l'Eterno'” (Esodo 6:7-8).

Hanno avuto qualche difficoltà a credere fino in fondo a queste parole, ma alla fine sono partiti.
  Quella che si è messa in movimento è una massa enorme di “uomini, a piedi, senza contare i fanciulli” che, oltre al fatto di essere figli d’Israele, non ha altro elemento identitario che la chiamata di Dio pervenuta loro attraverso Mosè. Dio ha rotto i legami che li tenevano schiavi agli egiziani, non perché potessero godersi la loro libertà nel deserto, ma perché andassero ad occupare, come popolo di Dio, la terra che Egli aveva promessa ai patriarchi Abraamo, Isacco e Giacobbe.
  Per questo il Signore si preoccupa subito di far conoscere loro alcune precise istruzioni da osservare nella terra promessa:

    “Quando l'Eterno ti avrà fatto entrare nel paese dei Cananei, come giurò a te e ai tuoi padri, e te lo avrà dato, consacra all'Eterno ogni fanciullo primogenito e ogni primo parto del bestiame che ti appartiene: i maschi saranno dell'Eterno” (Esodo 13:11-12).

E ordina anche di far sì che i loro figli ricordino sempre quello che era avvenuto “in quella notte”, quando il Signore li fece uscire dall’Egitto (Esodo 13:8,14).
  L’enorme carovana ora in marcia ha una guida eccezionale:

    “E gli israeliti, partiti da Succot, si accamparono a Etam, all'estremità del deserto. L'Eterno andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli per il loro cammino; e di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli, perché potessero camminare giorno e notte. La colonna di nuvola non si ritirava mai dal cospetto del popolo di giorno, né la colonna di fuoco di notte” (Esodo 13:20-22).

Da qui si vede che l’Eterno non si limita a dare istruzioni di viaggio dall’alto, ma si coinvolge “di persona”: la colonna di nuvola di giorno e di fuoco di notte segnala infatti la presenza di Dio, e non solo la sua generica assistenza.
  Quanto all’itinerario da seguire per arrivare in Canaan, il Signore ha idee chiare:

    “Quando il Faraone lasciò andare il popolo, Iddio non lo condusse per la via del paese dei Filistei, perché troppo vicina; poiché Iddio disse: “Bisogna evitare che il popolo, di fronte a una guerra, si penta e torni in Egitto'; ma Iddio fece fare al popolo un giro, per la via del deserto, verso il Mar Rosso” (Esodo 13:17-18).

Il viaggio dunque sarà più lungo dello stretto necessario, perché quella massa confusa di uomini, donne. bambini e animali che è stata fatta uscire dall’Egitto dovrà imparare una cosa nuova: essere il popolo di Dio.
  Nella sua veste di guida e istruttore, poco dopo l’inizio del viaggio il Signore ordina a Mosè di fare dietrofront:

    “Di' ai figli d'Israele che tornino indietro e si accampino di fronte a Pi-Achirot, fra Migdol e il mare, di fronte a Baal-Sefon; accampatevi davanti a quel luogo presso il mare“ (Esodo 14:2).

L’ordine è strano, perché per allungare il percorso e farli andare verso il deserto del Sinai non era necessario farli accampare a ovest del mar Rosso, perché dal punto dove arriveranno, se si vuole lasciare l’Egitto e andare in Arabia bisogna attraversare il mar Rosso, cosa evidentemente impossibile a quella carovana.
  Sembra dunque che si siano infilati in un vicolo cieco. Il Faraone viene informato della cosa, e pensando che abbiano sbagliato strada, si pente di averli lasciati andare e lancia il suo esercito ad inseguirli. Gli ebrei si trovano allora nella scomoda posizione di avere davanti a loro l’insuperabile mare e dietro di loro il minaccioso esercito egiziano pronto a colpirli: “allora ebbero grande paura, e gridarono all'Eterno” (Esodo 14:10).
  Gridano a Dio, ma invece di aspettare la sua risposta passano subito a prendersela con Mosè:

    ”…e dissero a Mosè: «Mancavano forse tombe in Egitto, per portarci a morire nel deserto?» Che cosa hai fatto, facendoci uscire dall'Egitto? Non è forse questo che ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare, che serviamo gli egiziani? Poiché meglio era per noi servire gli egiziani che morire nel deserto" (Esodo 14:11-12).

Sono appena partiti, e già rimpiangono la schiavitù d’Egitto. Se la pigliano con Mosè, mica con Dio, di cui non hanno mai sentito direttamente la voce. E se si esclude Dio, il loro discorso non fa una piega. “Gli avete messo la spada in mano perché ci uccida”, avevano detto a Mosè e Aaronne i sorveglianti dei lavori dopo il clamoroso fallimento del loro primo incontro con il Faraone (Esodo 5:19-21). E adesso, con l’ironico riferimento alla mancanza di tombe in Egitto chiedono a Mosè se voleva che il Faraone li uccidesse fuori del paese, perché forse in Egitto sarebbe stato difficile trovare dove seppellirli tutti. Se non fosse sarcasmo, potrebbe essere il tremendo sospetto che Mosè operi al servizio del Faraone nel suo progetto di sterminio degli ebrei. Alla luce della storia, l’ipotesi non è irrealistica: il deserto avrebbe potuto essere il luogo adatto per smaltire i cadaveri prodotti dalla “soluzione finale” egiziana.
  In ogni caso, è ragionevole pensare che in certi momenti, o in certi parti del popolo, qualcuno ogni tanto abbia posto la seria domanda: ma chi è questo Mosè? chi lo conosce? da dove viene? che cosa vuole? e perché? Mosè non proveniva dal popolo, era stato allevato alla corte del Faraone, e non si può certo pensare che tutti conoscessero bene la sua origine come adesso la conosciamo noi. Quindi in seguito non saranno soltanto le sue decisioni ad essere contestate, ma sarà la sua stessa figura ad essere messa in discussione. Come sempre accade ad ogni autentico servitore di Dio.

Obiettivi intermedi
  Dio invece manda avanti il suo programma, che a questo punto prevede il raggiungimento di due obiettivi a breve termine: prendere gloria dagli egiziani e istruire gli ebrei.
  Primo obiettivo - Il Faraone, che nella contesa con Mosè alla fine si era dichiarato sconfitto e aveva deciso di lasciar partire gli ebrei, nell’ostacolo di viaggio del popolo vede forse un’incapacità d’azione di quel Dio di cui Mosè gli aveva parlato, e quindi un’opportunità per lui. Decide allora di sferrare il suo ultimo colpo: si riprenderà con la forza i suoi schiavi ebrei. Per lui il problema è sempre lo stesso: è una questione di potere. Si deve vedere chi è che comanda.
  Ma contro Dio non si può vincere, né con la forza né con l’astuzia. Non era per benevolenza che il Faraone aveva lasciato partire gli ebrei, ma perché “forzato da una mano potente” (Esodo 6:19). Ma anche se forzato, era stata pur sempre una sua decisione, un atto della sua volontà di cui forse a cose fatte avrebbe anche potuto vantarsi. Ma non era così. Il Signore conosce l’animo del Faraone, e decide di farlo venire alla luce. Gli tende una trappola. Dopo aver dato a Mosè l’ordine di far invertire la direzione di viaggio alla carovana , gliene spiega il motivo:

    Il Faraone dirà dei figli d'Israele: 'Si sono smarriti nel paese; il deserto li tiene rinchiusi'. E io indurirò il cuore del Faraone, ed egli li inseguirà; ma io trarrò gloria dal Faraone e da tutto il suo esercito, e gli egiziani sapranno che io sono l'Eterno”. Ed essi fecero così (Esodo 14:3-4).

Gli egiziani avevano mosso guerra a Dio, e da una guerra chi trae gloria è il vincitore. A Dio dunque va la gloria; agli egiziani resta invece la possibilità di aumentare la loro conoscenza, perché dopo la batosta presa sapranno meglio chi è l’Eterno, e quali sono le sue possibilità.
  Secondo obiettivo - “Chi parte sa quello che lascia, ma non sa quello che trova”, dice un’antica massima. Per secoli gli ebrei erano vissuti in Egitto, ed è umano pensare che le asprezze della vita nel deserto avrebbero presto fatto nascere in loro la nostalgia del passato e la voglia di tornare indietro. Ma ora, con quel minaccioso esercito egiziano che marcia contro di loro, cade ogni speranza di poter tornare a quel passato. In Egitto ormai troverebbero soltanto la morte. Anzi, è proprio da quella parte che arriva ora la morte. Tra gli ebrei e l’Egitto ormai non c’è solo distanza: c’è rottura. Indietro non si torna. È questo che gli ebrei usciti dall’Egitto hanno bisogno di imparare: devono capire che d’ora in poi la loro permanenza in vita come popolo dipende unicamente dall’Eterno.
  I cavalieri egiziani si avvicinano minacciosamente, e senza saperlo spingono gli ebrei ad avvicinarsi a Dio, a cui lanciano il loro grido di paura. E Dio si fa trovare,

    “Mosè disse al popolo: ‘Non temete, state fermi, e vedrete la liberazione che l'Eterno compirà oggi per voi; poiché gli Egiziani che avete visti quest'oggi, non li vedrete mai più. L'Eterno combatterà per voi, e voi ve ne starete tranquilli’ (Esodo 14:13-14).

Perché “liberazione”? Non erano già stati liberati? Sì, ma solo in parte. Ora stanno per essere liberati dal rapporto attrazione-paura che li tiene ancora legati agli egiziani. È questo il senso da dare a quel “non li vedrete mai più”: cioè non guarderete più a loro per averne paura o subire attrazione, ma guarderete con fiduciosa tranquillità all’Eterno che combatte per voi.
  Il passaggio all’asciutto tra le acque del mar Rosso ha un doppio significato di rottura. Per gli egiziani significa che è finito il tempo in cui con la forza potevano tenere gli ebrei in posizione di schiavitù: ora è entrato in gioco l’Eterno, e loro sono costretti a gridare: “Fuggiamo davanti a Israele, perché l'Eterno combatte per loro contro gli egiziani” (Esodo 14:25).
  Per gli ebrei invece è finita la possibilità di ritornare in Egitto: le acque che si sono aperte per lasciarli uscire si sono anche richiuse per impedire loro di rientrare. La rottura tra Egitto e Israele ora è completa, definitiva.
  Abbiamo più volte paragonato la nascita di Israele come figlio di Dio ai vari momenti di un parto: il concepimento avviene nel periodo dei patriarchi; la gravidanza si svolge in forma embrionale nel grembo dell’Egitto; le dieci piaghe sono spinte di travaglio che si susseguono fino alla spinta finale che provoca l’espulsione del corpo ebraico dal corpo egiziano, accompagnata da una perdita di sangue della partoriente rappresentata dal sangue dei primogeniti uccisi. Proseguendo in questa immagine, la strage dei cavalieri egiziani che permette il definitivo allontanamento di Israele dall’Egitto può essere paragonata al momento conclusivo di un parto: il taglio del cordone ombelicale.
  Dopo aver camminato a piedi tra le acque del mar Rosso, e aver visto gli egiziani morti sul lido del mare, qualcosa di veramente nuovo è avvenuto nell’animo del popolo:

    “Israele vide la grande potenza che l'Eterno aveva dispiegata contro gli egiziani; così il popolo temette l'Eterno e credette nell'Eterno e in Mosè suo servo” (Esodo 14:31).

È fatta! “Gli egiziani che avete visti quest'oggi, non li vedrete mai più, aveva detto il Signore per bocca di Mosè. E ora gli ebrei cominciano a capirlo.
  L’Egitto non c’è più. Neppure come ombra. Neppure come memoria. Perché se ricordo ci deve essere, sarà il ricordo di quella notte, quando Israele fu tratto fuori dall’Eterno con mano potente.
  E per la prima volta Mosè e i figli d’Israele cantano insieme un cantico all’Eterno:

    ‘Io canterò all'Eterno, perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. L'Eterno è la mia forza e l'oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questo è il mio Dio, io lo glorificherò; è l'Iddio di mio padre, io lo esalterò. L'Eterno è un guerriero, il suo nome è l'Eterno. Egli ha gettato in mare i carri del Faraone e il suo esercito, e i migliori suoi condottieri sono stati sommersi nel Mar Rosso. Gli abissi li coprono; sono andati a fondo come una pietra (Esodo 15:1-3 e seg.).

D’ora in poi, quando i figli d’Israele ripenseranno all’Egitto, sarà solo per ricordare quella notte, e mantenere vive nel pensiero le parole di quell’inno trionfale che insieme a Mosè hanno cantato all’inizio della loro storia come popolo di Dio.

(19. continua)
precedenti 

(Notizie su Israele, 23 novembre 2025)


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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 22
    Leggi relative alla proprietà e ai costumi
  • Se uno ruba un bue o una pecora e li ammazza o li vende, restituirà cinque buoi per il bue e quattro pecore per la pecora. Se il ladro, colto nell'atto di fare una violazione, è percosso e muore, non c'è delitto di omicidio. Se il sole era sorto quando è avvenuto il fatto, ci sarà delitto di omicidio. Il ladro dovrà risarcire il danno; se non ha di che risarcirlo, sarà venduto per ciò che ha rubato. Se il furto, bue o asino o pecora che sia, è trovato vivo nelle mani, restituirà il doppio.
  • Se uno arrecherà dei danni a un campo o a una vigna, lasciando andare le sue bestie a pascolare nel campo altrui, risarcirà il danno con il meglio del suo campo e con il meglio della sua vigna. Se divampa un fuoco e si attacca alle spine così che ne sia distrutto il grano in covoni o il grano in piedi o il campo, chi avrà acceso il fuoco dovrà risarcire il danno.
  • Se uno affida al suo vicino del denaro o degli oggetti da custodire, e questi sono rubati dalla casa di quest'ultimo, se il ladro si trova, restituirà il doppio. Se il ladro non si trova, il padrone della casa comparirà davanti a Dio per giurare che non si è appropriato della roba del suo vicino.
  • In ogni caso di delitto, sia che si tratti di un bue o di un asino o di una pecora o di un vestito o di qualunque oggetto perduto del quale uno dica: 'È questo qui!', la causa di entrambe le parti verrà davanti a Dio; colui che Dio condannerà, restituirà il doppio al suo prossimo.
  • Se uno dà in custodia al suo vicino un asino o un bue o una pecora o qualunque altra bestia, ed essa muore o resta storpiata o è portata via senza che ci siano testimoni, interverrà fra le due parti il giuramento dell'Eterno per sapere se colui che aveva la bestia in custodia non si è appropriato della roba del suo vicino. Il padrone della bestia si accontenterà del giuramento, e l'altro non sarà tenuto al risarcimento dei danni. Ma se la bestia gli è stata rubata, egli dovrà risarcire del danno il padrone. Se la bestia è stata sbranata, la porterà come prova, e non sarà tenuto a risarcimento per la bestia sbranata.
  • Se uno prende in prestito dal suo vicino una bestia, e questa resta storpiata o muore quando è assente il padrone di essa, egli dovrà risarcire il danno. Ma se il padrone è presente, non è tenuto a risarcire i danni; se la bestia è stata presa a nolo, essa è compresa nel prezzo del nolo.
  • Se uno seduce una fanciulla non ancora fidanzata e si unisce a lei, dovrà pagare la sua dote e prenderla per moglie. Ma se il padre di lei rifiuta assolutamente di dargliela, paghi la somma che si usa dare per le vergini.
  • Non lascerai vivere la strega.
  • Chi si accoppia con una bestia dovrà essere messo a morte.
  • Chi offre sacrifici ad altri dèi, anziché soltanto all'Eterno, sarà sterminato come anatema.
  • Non maltratterai lo straniero e non lo opprimerai; perché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto.
  • Non affliggerete nessuna vedova, né nessun orfano. Se in qualche modo li affliggi, ed essi gridano a me, io udrò senza dubbio il loro grido; la mia ira si accenderà, e io vi ucciderò con la spada; e le vostre mogli saranno vedove, e i vostri figli orfani.
  • Se tu presti del denaro a qualcuno del mio popolo, al povero che è con te, non lo tratterai da usuraio; non gli imporrai interesse. Se prendi in pegno il vestito del tuo prossimo, glielo restituirai prima che tramonti il sole; perché è l'unica sua coperta, è la veste con cui si avvolge il corpo. Su che cosa dormirebbe? E se avverrà che egli gridi a me, io l'ascolterò; perché sono misericordioso.
  • Non bestemmierai contro Dio, e non maledirai il principe del tuo popolo.
  • Non indugerai a offrirmi il tributo dell'abbondanza delle tue raccolte e di ciò che cola dai tuoi frantoi. Mi darai il primogenito dei tuoi figli. Lo stesso farai del tuo bestiame grosso e minuto: il loro primo parto rimarrà sette giorni presso la madre; l'ottavo giorno, me lo darai.
  • Voi sarete per me degli uomini santi; non mangerete carne di bestia trovata sbranata nei campi; gettatela ai cani.

(Notizie su Israele, 21 novembre 2025)


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Nella base di Kiryat Gat, dove si studia il futuro della “Gaza verde”

di Sharon Nizza

Kiryat Gat. Posizionata strategicamente a metà strada fra Tel Aviv e la Striscia di Gaza, nata negli anni ‘50 come una “cittadina di sviluppo” per popolare le periferie israeliane, abitata principalmente da classe lavoratrice di immigrati da Marocco, Etiopia ed ex Unione sovietica, nell’ultimo mese l’anonima cittadina di Kiryat Gat si è trasformata nel crocevia della geopolitica mediorientale. E’ qui che il Centcom, il Comando centrale dell’esercito statunitense (con competenza sul medio oriente, e sotto la cui egida è stato posto Israele nella precedente Amministrazione Trump, spostandolo dal Comando Europa), ha stabilito, il 17 ottobre scorso, il Centro di Coordinamento civile-militare (Cmcc), per monitorare l’implementazione della tregua a Gaza e l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia. Accolto da un militare americano, il Foglio ha visitato il Centro, collocato in un grande magazzino dismesso nell’area industriale della città. Il soldato a stelle e strisce si scusa per il rumore, ma i lavori sono in corso per rendere la struttura adatta a ospitare gli oltre seicento funzionari arrivati da quaranta paesi. Ventuno di questi (tra cui Inghilterra, Spagna, Francia, Australia, Italia, Germania, Canada, Emirati, Giordania) sono presenti con delegazioni militari, mentre gli altri sono rappresentati da delegazioni di cooperazione internazionale e ong. Ci sono anche la Croce Rossa e l’Onu, ma non nella forma dell’Unrwa, L’Agenzia delle Nazioni Unite per i palestinesi è stata estromessa. “E’ diventata una sussidiaria di Hamas”, ha detto il mese scorso il segretario di stato Marco Rubio visitando il Cmcc.
  Mentre ci apprestiamo a iniziare la visita, le auto nei parcheggi riservati confermano che si trovano in loco anche il generale Patrick Frank e Steven Fagin, fino all’altro ieri ambasciatore in Yemen, responsabili rispettivamente della parte militare e civile delle operazioni per gli Stati Uniti. E’ parcheggiata anche l’auto del generale Yaki Dolf, l’omologo israeliano di Frank, e quella dei vertici del Cogat, l’ente che coordina le attività civili dell’esercito nei Territori palestinesi. Una settimana fa, ci racconta una fonte, è avvenuto un “passaggio di consegne formale dal Cogat al Cmcc”, ma de facto sono ancora principalmente gli israeliani a gestire le operazioni sul campo. Sempre dal parcheggio capiamo che si trova qui anche il Generale di Brigata Sergio Cardea – un passato in servizio, tra gli altri, in ex Jugoslavia, Kosovo e Afghanistan – come responsabile della delegazione militare italiana, che vede ancora un’esigua presenza, destinata a crescere secondo le fonti. La gestione civile è stata invece affidata all’ambasciatore Bruno Archi, inviato speciale dell’Italia per la ricostruzione di Gaza, che pure ha già inviato dei funzionari. La maggior parte dei soldati, duecento, è attualmente americana (cosa che sta facendo fibrillare l’app di conoscenze online Tinder, come ci racconta una ragazza di qui, entusiasta della nuova linfa vitale nella cittadina sonnolente). Il soldato americano che ci guida spiega che i cambiamenti sono dinamici e repentini e che in questo momento al Cmcc sta diminuendo la componente militare rispetto a quella civile.
  Un’informazione lineare con quanto trapelato nei giorni corsi: gli Stati Uniti stanno cercando di stabilire un’altra base, prettamente militare, sempre in territorio israeliano ma più a ridosso della Striscia di Gaza, per cui l’Amministrazione Trump avrebbe allocato mezzo miliardo di dollari.L’approvazione lunedì al Consiglio di Sicurezza dell’Onu della risoluzione 2803 qui è vista come fondamentale: “Fornisce la cornice legale”. Uno dei punti più critici e sibillini riguarda l’istituzione di una “Forza di stabilizzazione internazionale (Isf) temporanea a Gaza, da schierare sotto un comando unificato, con forze fornite dagli stati partecipanti, in stretta cooperazione con Egitto e Israele” si legge nel testo. L’Isf dovrebbe avere un ruolo nella “demilitarizzazione” della Striscia e gradualmente subentrare all’Idf. Tuttavia, dalle conversazioni con i funzionari al Cmcc, non emerge alcun dettaglio in merito al disarmo di Hamas, previsto dall’implementazione della seconda fase del piano dei 20 punti di Trump, che peraltro è stampato nella sua interezza su enormi cartelli posizionati ovunque nella base, una sorta di tavole della legge presidenziali.Un piano del Cmcc è dedicato unicamente ai militari israeliani, un altro a quelli americani. Il piano di mezzo, dove ci è consentito sbirciare, è quello dove si incontrano tutte le delegazioni in un enorme spazio aperto con postazioni di lavoro improvvisate.
  In questa torre di Babele di lingue e divise, si trova un gigante monitor con la mappa della Striscia di Gaza, dove viene monitorato il flusso dei convogli in entrata (900 nella giornata di ieri) Un alto comandante militare con vasta esperienza in complessi scenari di guerra, sussurra che è un “modello assolutamente nuovo: tutti condividono gli stessi spazi. La collaborazione tra la componente militare e gli operatori civili è inedita”. Qui si parla di modelli per la ricostruzione, di sistema scolastico, diritto di proprietà, costituzione di “comunità sicure alternative”, di rimozione dei detriti e di bombe inesplose. Si affronta anche il tema della formazione delle Forze di polizia palestinesi, coordinata da Egitto e Giordania, in cui l’Italia potrebbe avere un ruolo, considerata l’esperienza dei carabinieri nella missione Eubam al valico di Rafah. Quello che emerge dalle conversazioni è che tutti questi aspetti riguardino solo Gaza est – che nel gergo in uso alla base è la “Gaza verde” – ossia l’area ancora sotto l’Idf. Cosa dovrebbe succedere invece nella “Gaza rossa” – o Gaza ovest, il 47 per cento della Striscia ancora sotto Hamas – non è l’argomento di cui ci si occupa qui, non quantomeno al piano di lavoro congiunto. Un funzionario condivide che si sta cercando di testare un modello: accelerare la ricostruzione della “Gaza verde” per consentire agli sfollati di farvi rientro, con l’idea che ciò possa diventare una leva contro Hamas anche da una prospettiva intrapalestinese, specie considerato che l’Autorità nazionale palestinese ha accettato il piano. Questo avviene in parallelo all’applicazione di un modello di “tregua libanese”, che vede l’Idf colpire nel momento in cui si presenta una minaccia alle proprie truppe, previo coordinamento con gli americani, come accaduto solo mercoledì a Khan Yunis. Un approccio su cui al momento Netanyahu segue Trump, ma criticato in casa, compreso dal suo principale rivale politico oggi, Naftali Bennett, secondo cui “Israele non può essere uno stato vassallo degli Stati Uniti”.

Il Foglio, 21 novembre 2025)

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Disarmo di Hezbollah: l'esercito libanese sotto pressione da parte di Israele e Stati Uniti

Secondo Gerusalemme, Hezbollah possiede ancora “missili a lungo raggio” e conserva “tra il 20 e il 30%” delle sue capacità militari.

L'esercito libanese, incaricato del difficile compito di disarmare il movimento terroristico filo-iraniano Hezbollah, è sottoposto a intense pressioni da parte di Israele e Stati Uniti che hanno portato all'annullamento di una visita del suo capo negli Stati Uniti questa settimana, ha riferito un responsabile militare all'AFP.
Dal cessate il fuoco che un anno fa ha posto fine a una sanguinosa guerra tra Israele e Hezbollah, l'esercito ha consolidato la sua presenza nel sud del Libano, dove ha schierato finora 9.000 militari, secondo questa fonte.
In conformità con l'accordo di cessate il fuoco, devono smantellare la presenza militare di Hezbollah tra il confine con Israele e il fiume Litani, una trentina di chilometri più a nord.
L'esercito ha presentato al governo un piano in cui si impegna a portare a termine questo compito titanico entro la fine dell'anno, prima di procedere per gradi nel resto del territorio libanese.
Ma sebbene abbia già requisito armi e scoperto tunnel, si rifiuta di perquisire le case come richiesto da Israele. Hezbollah è noto per nascondere armi nelle case.
“Rispettiamo la scadenza approvata dal governo e concordata da tutte le parti, compresi gli americani”, sottolinea il responsabile, che ha chiesto di rimanere anonimo data la delicatezza delle informazioni.
«Ma ciò che chiedono, il disarmo in tutto il Libano entro la fine dell'anno, è impossibile», aggiunge, esprimendo il timore che «le pressioni americane e israeliane aprano la strada a un'escalation» da parte di Israele.
Gli Stati Uniti esercitano forti pressioni sul governo libanese affinché il movimento filo-iraniano consegni le sue armi all'esercito, cosa che finora ha rifiutato di fare.
Allo stesso tempo, Israele ha intensificato i suoi attacchi nelle ultime settimane nonostante il cessate il fuoco e continua a occupare cinque punti di frontiera in Libano, mentre secondo l'accordo avrebbe dovuto ritirarsi completamente.
Mercoledì l'esercito israeliano ha nuovamente accusato Hezbollah di ricostruire le proprie capacità militari nella zona di confine e ha condotto una serie di attacchi, affermando di mirare al gruppo, che da parte sua dichiara di rispettare la tregua.
Con circa 80.000 membri, l'esercito libanese, che dipende fortemente dagli aiuti americani, è un pilastro della stabilità in un Paese minato dalle crisi.
Il suo ex comandante in capo, Joseph Aoun, è stato eletto presidente a gennaio con il sostegno della comunità internazionale.
Ma la cancellazione all'ultimo minuto questa settimana di una visita del suo successore, Rodolphe Haykal, negli Stati Uniti, ha rivelato la prima crisi di questa portata tra le due parti.
Il generale Haykal ha rinunciato a recarsi negli Stati Uniti dopo che i suoi incontri con i responsabili politici e militari americani sono stati annullati, spiega la fonte militare.
Tra questi figura l'influente senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha criticato aspramente l'esercito su X, rimproverandogli di aver definito Israele, in un recente comunicato, un “nemico” e deplorando “il suo sforzo debole, quasi inesistente, per disarmare Hezbollah”.
Il Libano e Israele sono ancora tecnicamente in stato di guerra. La tregua è sorvegliata da un comitato - che tiene riunioni periodiche - composto da Stati Uniti, Francia, ONU, Libano e Israele.
Secondo il responsabile militare, il comitato esercita pressioni anche sull'esercito libanese, al quale ha chiesto di «effettuare perquisizioni nelle case dei villaggi» del sud, alla ricerca di armi o tunnel scavati sotto le abitazioni da Hezbollah, cosa che l'esercito ha rifiutato di fare.
«Si chiede all'esercito libanese di fare ciò che l'esercito israeliano non è riuscito a fare durante la guerra con i suoi missili, i suoi aerei e la sua tecnologia», protesta il responsabile.
Aggiunge che l'esercito «non dispone delle capacità tecniche né del personale sufficiente per ispezionare una regione così vasta» e che vuole evitare qualsiasi conflitto con la popolazione locale favorevole a Hezbollah.
Il responsabile sottolinea che una conferenza sull'aiuto finanziario promesso all'esercito dai donatori internazionali non si è ancora tenuta.
Interrogato dall'ufficio dell'AFP a Gerusalemme, un responsabile militare israeliano ha affermato che il meccanismo di sorveglianza del cessate il fuoco «funziona, ma non così rapidamente come vorremmo e non nei luoghi che vorremmo».
“Hezbollah si sta ricostruendo (...) Non permetteremo che queste minacce crescano”, ha assicurato.
Secondo lui, Hezbollah possiede ancora “missili a lungo raggio” e conserva “tra il 20 e il 30%” delle sue capacità militari.
“Non si può mai arrivare a zero. Non è possibile (...) Per arrivare a zero, bisognerebbe perquisire casa per casa in tutto il Libano, cosa che ci aspettiamo faccia l'esercito libanese, perché noi non possiamo farlo da soli”, ha aggiunto.

(The Times of Israel, 21 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Firenze – La lettera aperta dei docenti universitari: No al boicottaggio di Israele

Nelle stesse ora la nuova giunta regionale annuncia che riconoscerà la Palestina
«Spero di aver la possibilità di continuare a fare il mio lavoro di didatta e di ricercatore senza il timore di persecuzioni legate alla mia ferma posizione in difesa dell’esistenza dello Stato di Israele e delle collaborazioni accademiche con le università israeliane, che sono tra gli atenei più prestigiosi del mondo».
Professore di Meccanica applicata alle macchine del dipartimento di Ingegneria Industriale, Benedetto Allotta è uno di varie decine di docenti dell’Università degli Studi di Firenze firmatari di una lettera aperta alla rettrice Alessandra Petrucci in cui si esorta l’ateneo non solo «a non boicottare» le università israeliane, ma al contrario a «promuovere attivamente spazi di incontro e confronto con e tra israeliani e arabi che credono nella cooperazione». Il tema è di stretta attualità nel capoluogo toscano, perché il Senato accademico si confronterà a breve sugli accordi in essere a partire da un documento consultivo redatto dal Comitato etico per la ricerca. La discussione avrebbe dovuto tenersi ieri, mercoledì 19 novembre, ma è stata rinviata a dicembre.
Nella lettera aperta i firmatari esprimono «crescente preoccupazione riguardo alle recenti delibere del Senato Accademico e di vari Dipartimenti relative alla mappatura e all’eventuale interruzione delle collaborazioni scientifiche con università, ricercatori e istituzioni israeliane». Al riguardo si ritiene che tali iniziative «rischino di vietare nuove collaborazioni e compromettere quelle esistenti, contraddicendo lo Statuto dell’Università che ne afferma il carattere pluralistico, l’indipendenza e la cooperazione internazionale». Nel documento si fa riferimento in particolare a settori come la chimica, le terapie oncologiche, la chirurgia robotica, l’intelligenza artificiale, oltre ad altri «settori cruciali» nelle scienze umane e nelle scienze sociali, dove le relazioni «non possono e non devono essere interrotte, pena l’indebolimento della ricerca italiana e la compromissione di virtuose sinergie». Si ricorda inoltre che «le università israeliane, comprese quelle arabe, sono esempi di coesistenza dove ebrei, musulmani, cristiani e drusi lavorano fianco a fianco» e quindi «l’idea di favorire la pace in Medio Oriente interrompendo il dialogo con i colleghi israeliani solo per la loro nazionalità è una contraddizione inaccettabile che ostacolerebbe la pace anziché promuoverla e impedirebbe il libero dibattito interno». Dibattito che, si legge ancora, «ultimamente è sempre più minacciato da una minoranza rumorosa».
A Firenze giovedì è stato intanto il giorno dell’insediamento della nuova giunta regionale, presieduta da Eugenio Giani. Il confermato presidente del “campo largo” ha annunciato, quale primo atto formale, di aver avviato l’iter per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Sono state anche assegnate le deleghe. La 23enne livornese Mia Diop Bintou, già designata come vicepresidente della giunta, nota per le sue posizioni propal, ha avuto la delega a Pace e Cooperazione internazionale.

(moked, 20 novembre 2025)

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La vittoria di Trump all'ONU porta a una situazione di stallo a Gaza

Sebbene la creazione di uno Stato palestinese continui a essere irrealizzabile, il piano degli Stati Uniti potrebbe portare a lasciare parte della zona costiera nelle mani di Hamas e non inaugurare un'era di pace.

di Jonathan S. Tobin

Lunedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ottenuto l'approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha approvato il suo piano in 20 punti per il futuro della Striscia di Gaza. La risoluzione ha confermato l'accordo che ha garantito un cessate il fuoco nella guerra seguita agli attacchi terroristici arabo-palestinesi guidati da Hamas in Israele il 7 ottobre 2023. Poiché Russia e Cina si sono astenute dal voto invece di porre il veto, Trump ha ottenuto l'approvazione dell'organizzazione mondiale, tra l'altro, per la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione per il monitoraggio della Striscia di Gaza e di un consiglio di pace per la sua amministrazione.
Il presidente ha celebrato il voto con il suo tipico stile esagerato, dichiarando: “Questo passerà alla storia come uno dei più grandi consensi nella storia delle Nazioni Unite, porterà a una maggiore pace in tutto il mondo ed è un momento di importanza veramente storica”.
Trump è anche soddisfatto delle relazioni più strette che ha instaurato con l'Arabia Saudita. Il leader de facto del regno, il principe ereditario Muhammad bin Salman (noto come MBS), è arrivato a Washington il giorno successivo per incontrare Trump in un colloquio amichevole, durante il quale è stata discussa, tra le altre cose, una grande vendita di armi, e per partecipare poi a un banchetto di gala ufficiale, durante il quale sono stati ufficialmente sepolti i ricordi dell'ostilità dell'amministrazione Biden nei confronti di Riad e della sua famiglia reale.
Tuttavia, l'idea che gli sforzi di Trump per porre fine alla guerra a Gaza porteranno i sauditi ad aderire agli accordi di Abramo e a riconoscere Israele potrebbe essere irrealistica quanto le possibilità che il piano di Trump di trasformare Gaza in un luogo prospero e pacifico abbia successo.

Pensiero magico
  Se il Consiglio di sicurezza avesse respinto il piano, avrebbe messo in imbarazzo la Casa Bianca e minato gli sforzi per mantenere l'accordo di cessate il fuoco e di liberazione degli ostaggi, che si è rivelato un trionfo per la diplomazia americana. Tuttavia, l'idea che questo porterà alla pace lì o altrove non è solo eccessivamente ottimistica. È irrealistica.
La verità è che, nonostante l'ottimismo che proviene da Washington riguardo agli sviluppi a Gaza, è già dolorosamente evidente che il piano di Trump, che ora ha l'approvazione dell'ONU, non raggiungerà le due cose che potrebbero dare una possibilità alla pace: il disarmo di Hamas e la sua rinuncia alle parti della Striscia di Gaza che ancora controlla.
Questo non è ciò che sentiamo dire dal governo.
Il presidente e i membri del suo team di politica estera continuano a insistere sul disarmo di Hamas. Affermano che il piano utopico dell'accordo per la ricostruzione di Gaza, che dipende anche dalla creazione di un servizio pubblico completamente mitico composto da tecnocrati palestinesi apolitici, sarà attuato in un modo o nell'altro.
Potrebbe essere prematuro abbandonare il piano. Dopo tutto, il cessate il fuoco è entrato in vigore solo cinque settimane fa. Gli Stati Uniti sono riusciti a convincere l'Indonesia a inviare truppe a sostegno della forza di Gaza, mentre una serie di altre nazioni, tra cui Azerbaigian, Pakistan, Turchia, Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita, Malesia, Cipro, Australia, Canada e Francia, hanno manifestato interesse a partecipare in qualche modo o a contribuire al finanziamento del progetto.
Tuttavia, è difficile immaginare che uno di questi paesi sia disposto a fare ciò che è necessario per disarmare Hamas e cacciarlo dalla Striscia di Gaza. Nessuno di questi paesi vuole essere accusato di collaborare con lo Stato ebraico. È anche improbabile che siano disposti ad accettare le inevitabili vittime che comporterebbe lo sradicamento dei terroristi dalle loro roccaforti rimanenti nei tunnel. Pensare diversamente sarebbe un pio desiderio.
E lungi dal prepararsi alla resa, Hamas e i suoi alleati terroristi hanno approfittato delle ultime settimane dalla fine dei combattimenti per trincerarsi ancora più profondamente nelle parti della Striscia di Gaza, compresa la città di Gaza, che continuano a controllare.
E questo è il dilemma fondamentale che tutti coloro che festeggiano con Trump devono riconoscere.
Solo Israele ha la volontà o la capacità di sconfiggere Hamas. Trump a volte parla come se fosse disposto a dare il via libera al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per distruggere l'organizzazione terroristica. Tuttavia, ciò vanificherebbe il cessate il fuoco e cancellerebbe il risultato diplomatico ottenuto da Washington, costringendo tutti i paesi che hanno sostenuto il piano per il Medio Oriente a mettersi al riparo. E tra questi c'è anche il suo buon amico MBS. Nonostante tutte le sue parole dure, le minacce di Trump di garantire la resa di Hamas suonano quindi vuote.
Non è nemmeno certo che la vigorosa promessa di Netanyahu che il suo governo continuerà a impegnarsi per la completa sconfitta di Hamas sia credibile. Un fatto fondamentale dell'attuale dilemma di sicurezza di Israele è che Gerusalemme esiterà a scontrarsi con Trump riprendendo la guerra a Gaza senza il suo esplicito permesso.
Se così fosse, cosa succederà dopo?
Lo scenario più probabile è che la cosiddetta “linea gialla”, che separa la parte della Striscia di Gaza occupata da Israele dopo un parziale ritiro dalla linea del fronte al momento del cessate il fuoco dalla parte attualmente controllata da Hamas, potrebbe diventare parte integrante del vocabolario mediorientale.
Da un lato della linea, come già segnalato da Washington, probabilmente inizierà l'attuazione del piano di ricostruzione sostenuto dagli Stati Uniti. Dall'altro lato, Hamas ripristinerà lo Stato terroristico che esisteva in tutta la Striscia di Gaza prima del 7 ottobre.
La buona notizia è che, rispetto alla situazione precedente all'attacco contro Israele, in questo scenario la capacità di Hamas di mantenere le sue promesse di uccidere gli ebrei – per non parlare di ripetere gli attacchi del 7 ottobre – sarà fortemente limitata.
La cattiva notizia è che questo scenario è ben lontano dal raggiungere uno dei due obiettivi della guerra di Israele dopo il 7 ottobre: l'eliminazione di Hamas. Nella migliore delle ipotesi, darà a Israele solo una posizione leggermente più forte quando Hamas sarà di nuovo abbastanza forte da riprendere i combattimenti.
Non dovremmo nemmeno aspettarci che la situazione nella parte della Striscia di Gaza non controllata da Hamas proceda senza intoppi. I palestinesi sono probabilmente stanchi del prezzo che hanno dovuto pagare per sostenere il continuo impegno di Hamas a distruggere Israele. Ma aspettarsi che i civili normali sostengano con entusiasmo un governo non-Hamas e gli sforzi di ricostruzione degli Stati Uniti è un pio desiderio. Saranno anche sottoposti a forti pressioni affinché sostengano una campagna di guerriglia contro gli israeliani e tutti gli altri che saranno inviati lì per mantenere la pace.

“No” a uno Stato palestinese
  Come altri elementi del piano, ad esempio la riforma non meglio specificata dell'Autorità Palestinese che governa la Giudea e la Samaria come condizione per la sua partecipazione alla ricostruzione della Striscia di Gaza, anche l'idea che i governi arabi e musulmani moderati sacrificheranno sangue o denaro per garantire la fine di Hamas rimane una fantasia.
Questa non è una ricetta per la pace, ma piuttosto per una nuova situazione di stallo tra Israele e gli Stati Uniti da un lato e Hamas dall'altro, che può continuare a contare sul sostegno dell'Iran e dei “nemici” americani Turchia e Qatar.
Questo significa, come temono alcuni israeliani, che prima o poi si svilupperà uno scenario in cui uno Stato arabo-palestinese indipendente a Gaza diventerà finalmente realtà? Probabilmente no.
Sia nel piano in 20 punti firmato da Netanyahu alcune settimane fa, su cui si basa la risoluzione del Consiglio di sicurezza, sia nella risoluzione stessa si parla di un futuro teorico in cui potrebbe essere fondato uno Stato palestinese.
Si afferma che, dopo una riforma non meglio specificata dell'Autorità palestinese e dopo che la Striscia di Gaza sarà stata ricostruita e liberata dai terroristi, “potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità dei palestinesi, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”.
Questo sarà interpretato da alcuni come un obbligo giuridicamente vincolante di creare un tale Stato. In effetti, gli israeliani di estrema sinistra e gli ebrei americani – come i leader dell'organizzazione di sinistra J Street – stanno già fantasticando che Trump imporrà uno Stato palestinese a Gaza e poi farà lo stesso in Giudea e Samaria, rafforzando proprio quei gruppi che minacciano Israele, come hanno dichiarato al New York Times.
Nulla di tutto ciò accadrà.

Grandi aspettative
  Accettare che Hamas rimanga in una parte della Striscia di Gaza, come prima del 7 ottobre, potrebbe essere il massimo che i palestinesi possano ottenere in termini di sovranità. Nessun governo israeliano – sia esso guidato da Netanyahu o da uno dei suoi avversari politici – accetterà la creazione di un governo sovrano in una parte della Striscia di Gaza che potrebbe essere in grado di minacciare o attaccare lo Stato ebraico, come ha fatto lo Stato di Hamas il 7 ottobre. E il soddisfacimento delle condizioni per uno Stato palestinese stabilite nel piano Trump è una possibilità così remota da essere più fantascienza che proposta politica.
Come le precedenti generazioni di leader palestinesi, i criminali che guidano Hamas e i loro colleghi corrotti che guidano il partito Fatah (che controlla l'Autorità Palestinese) continuano a non essere disposti e incapaci di accettare uno Stato a condizioni diverse dalla distruzione di Israele. Come già nel 1948, nel 1967, nel 1993, nel 2000 e nel 2008, e in ogni altro momento in cui avrebbero potuto scendere a compromessi e ottenere uno Stato, il loro unico obiettivo rimane la distruzione di Israele. Non vogliono uno Stato accanto a Israele. Vogliono uno Stato al posto di Israele – e questo è qualcosa che non potranno mai avere.
Inoltre, americani e israeliani non dovrebbero accettare senza riserve l'ottimismo di Trump riguardo alle relazioni con i sauditi.
Per quanto Trump abbia ragione a coltivare questa alleanza, dovrebbe comunque ascoltare Netanyahu e subordinare qualsiasi aumento significativo della capacità bellica di Riad, come la vendita di un numero maggiore degli stessi jet F-35 ad alta tecnologia di cui dispone Israele, alla disponibilità di Riad a fare pace con Israele.
Tra gli obiettivi di politica estera del governo nell'ambito della sua politica “America First” c'è quello di creare una situazione in cui i sauditi si alleino con gli israeliani per opporsi all'Iran e proteggere gli interessi occidentali in Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti si concentrano sull'Asia per affrontare la minaccia della Cina.
Tuttavia, l'ipotesi che MBS sia interessato a scambiare gli attuali stretti e segreti rapporti del suo Paese con Israele con un riconoscimento aperto, una normalizzazione e lo scambio di ambasciatori e ambasciate – come è avvenuto per i firmatari degli Accordi di Abramo del 2020 – è priva di qualsiasi fondamento. Egli vuole che Israele e gli Stati Uniti fungano da contrappeso alla minaccia che l'Iran continua a rappresentare per i sauditi, anche dopo la sconfitta nella guerra di 12 giorni con Israele e gli americani la scorsa estate.
Ma la sua moderazione ha dei limiti. E in qualità di custode delle città sante islamiche della Mecca e di Medina, anche MBS sarà sempre più preoccupato di non irritare i fondamentalisti islamici che fanno parte dell'élite al potere nel suo Paese piuttosto che di soddisfare Trump o gli israeliani.

Né pace né incubo
  Tutto ciò significa che il piano americano non è né una via verso la pace né lo scenario da incubo temuto da alcuni esponenti della destra israeliana. Purtroppo, gli enormi sacrifici compiuti dagli israeliani nei due anni successivi al 7 ottobre non porteranno all'eliminazione della minaccia mortale che grava sul loro Paese, a meno che Trump non ammetta in modo drammatico e inaspettato che il suo piano di pace è fallito.
Tuttavia, con il rilascio degli ultimi ostaggi detenuti da Hamas, Trump si è nuovamente guadagnato la gratitudine degli israeliani. È anche vero che, grazie ai successi delle forze armate israeliane in guerra e all'impegno di Trump per smantellare il programma nucleare iraniano, l'attuale equilibrio strategico a Gaza e nella regione è tale che Israele è uscito rafforzato dal 7 ottobre, mentre i suoi nemici sono indeboliti.
Ma se il presidente non è disposto a permettere una nuova guerra, il suo piano sembra solo un'altra tappa intermedia verso l'inevitabile prossimo round di combattimenti tra l'Israele democratico e gli islamisti palestinesi genocidi.

(JNS, 20 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 21
    Ora queste sono le leggi che tu esporrai davanti a loro:
  • Se compri un servo ebreo, egli ti servirà per sei anni; ma il settimo se ne andrà libero, senza pagare nulla. Se è venuto solo, se ne andrà solo; se aveva moglie, la moglie se ne andrà con lui. Se il suo padrone gli dà moglie e questa gli partorisce figli e figlie, la moglie e i figli di lei saranno del padrone, ed egli se ne andrà solo. Ma se il servo fa questa dichiarazione: 'Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli; io non voglio andarmene libero', allora il suo padrone lo farà comparire davanti a Dio, e lo farà accostare alla porta o allo stipite, e il suo padrone gli forerà l'orecchio con una lesina; ed egli lo servirà per sempre.
  • Se uno vende la propria figlia come serva, lei non se ne andrà come se ne vanno i servi.  Se lei dispiace al suo padrone, che l'aveva presa come moglie, egli la farà riscattare; ma non avrà il diritto di venderla a gente straniera, dopo esserle stato infedele. E se la dà in sposa a suo figlio, la tratterà secondo il diritto delle figlie. Se prende un'altra moglie, non toglierà alla prima né il vitto, né il vestire, né la coabitazione. Se non le fa queste tre cose, lei se ne andrà senza pagamento di prezzo.
  • Chi colpisce un uomo causandone la morte, deve essere messo a morte. Se non gli ha teso un agguato, ma Dio glielo ha fatto cadere in mano, io stabilirò un luogo dove egli si possa rifugiare. Se qualcuno insidia e uccide con premeditazione il suo prossimo, tu lo strapperai anche dal mio altare, per farlo morire.
  • Chi percuote suo padre o sua madre deve essere messo a morte.
  • Chi ruba un uomo - sia che l'abbia venduto o che gli sia trovato nelle mani - deve essere messo a morte.
  • Chi maledice suo padre o sua madre deve essere messo a morte.
  • Se degli uomini litigano, e uno percuote l'altro con una pietra o con il pugno, e quello non muore, ma deve mettersi a letto, se si rialza e può camminare fuori appoggiato al suo bastone, colui che lo ha percosso sarà assolto; soltanto, lo indennizzerà del tempo che ha perso e lo farà curare fino a guarigione compiuta.
  • Se uno percuote con il bastone il suo servo o la sua serva così che gli muoiano fra le mani, il padrone deve essere punito; ma se sopravvivono un giorno o due, non sarà punito, perché sono denaro suo.
  • Se alcuni hanno una rissa e percuotono una donna incinta e lei partorisce, ma senza che ne segua altro danno, chi l'ha colpita sarà condannato all'ammenda che il marito della donna gli imporrà; e la pagherà come determineranno i giudici; ma se ne seguono danni, darai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, scottatura per scottatura, ferita per ferita, contusione per contusione.
  • Se uno colpisce l'occhio del suo servo o l'occhio della sua serva e glielo fa perdere, li lascerà andare liberi in compenso dell'occhio perduto. E se fa cadere un dente al suo servo o un dente alla sua serva, li lascerà andare liberi in compenso del dente perduto.
  • Se un bue colpisce a morte un uomo o una donna, il bue dovrà essere lapidato e non se ne mangerà la carne; ma il padrone del bue sarà assolto. Però, se il bue era già da tempo solito caricare, e il padrone è stato avvertito, ma non lo ha tenuto rinchiuso, e il bue ha ucciso un uomo o una donna, il bue sarà lapidato, e il suo padrone pure sarà messo a morte. Se sarà imposto al padrone un prezzo di riscatto, egli pagherà per il riscatto della propria vita tutto quello che gli sarà imposto.
  • Se il bue colpisce un figlio o una figlia, gli si applicherà questa medesima legge.
  • Se il bue colpisce un servo o una serva, il padrone del bue pagherà al padrone del servo trenta sicli d'argento, e il bue sarà lapidato.
  • Se uno apre una fossa, o se uno scava una fossa e non la copre, e un bue o un asino ci cade dentro, il padrone della fossa riparerà il danno: pagherà in denaro il valore della bestia al padrone, e la bestia morta sarà sua.
  • Se il bue di un uomo ferisce il bue di un altro così che esso muoia, si venderà il bue vivo e se ne dividerà il prezzo; e anche il bue morto sarà diviso fra loro. Se poi è noto che quel bue era già da tempo solito colpire, e il suo padrone non lo ha tenuto rinchiuso, questi dovrà pagare bue per bue, e la bestia morta sarà sua.

(Notizie su Israele, 19 novembre 2025)


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Nuova unità d'élite per interventi rapidi

GERUSALEMME  – L'aeronautica militare israeliana ha creato un'unità d'élite incaricata di proteggere le strutture militari e gli impianti di difesa. In futuro opererà insieme a “Schaldag” (Martin pescatore) e ad altre unità speciali. L'iniziativa è partita dal capo dell'aeronautica militare Tomer Bar. Si tratta di una risposta alle indagini interne sul fallimento dei sistemi di sicurezza il 7 ottobre 2023, secondo quanto riportato giovedì dal quotidiano israeliano “Ma'ariv”.
L'aeronautica militare metterà a punto un programma di addestramento completo per rafforzare le strutture di difesa di tutte le basi, ha dichiarato al quotidiano un portavoce dell'esercito. I diplomati saranno addestrati all'uso di armi e dispositivi di ricerca, nonché all'impiego di sistemi d'arma speciali.

Le misure di sicurezza saranno rafforzate
  La truppa d'élite sarà pronta all'azione 24 ore su 24. Se i terroristi riuscissero a penetrare in una base aerea, la nuova unità potrebbe reagire immediatamente. Allo stesso tempo, i sistemi di allarme e le barriere esistenti saranno modernizzati. L'esercito sta investendo molte energie e risorse in questo programma e prevede costi nell'ordine di decine di milioni (di shekel).
All'origine di queste misure vi è il ritrovamento di mappe nella Striscia di Gaza. Secondo tali mappe, una cellula terroristica coinvolta nel massacro del 7 ottobre 2023 disponeva di informazioni concrete sulle vie di accesso a due basi aeree.
Il portavoce militare Effie Defrin ha dichiarato a “Ma'ariv” che l'aeronautica militare sta collaborando strettamente con l'esercito israeliano e le autorità di sicurezza. “L'aeronautica militare continuerà ad agire con determinazione, responsabilità e professionalità per garantire la sicurezza dello Stato di Israele”. Il reclutamento di soldati per la nuova unità d'élite dovrebbe iniziare presto.

(Israelnetz, 20 novembre 2025)

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Usa: bambini bullizzati perché ebrei. E la scuola li espelle

In una delle migliori scuole elementari degli Stati Uniti, il preside ha ignorato le proteste dei genitori di una studentessa ebrea bullizzata, arrivando a espellerla con i suoi due fratelli “per la mancanza di fiducia della famiglia nella scuola”. Ora la sentenza seguita alla denuncia obbliga l’istituto ad adottare una nuova politica di non discriminazione e ad assumere un supervisore esterno per la discriminazione per almeno cinque anni.

di Maia Principe

Una prestigiosa scuola privata statunitense nel nord della Virginia ha espulso una ragazza ebrea vittima di ripetuti episodi di bullismo antisemita e i suoi due fratelli. Una barzelletta? Assolutamente no. È successo alla Nysmith, considerata una delle migliori scuole elementari degli Stati Uniti, che richiede una retta annuale di oltre 46.000 dollari. Lo riporta il Times of Israel, dando notizia della risoluzione legale della vicenda, dopo che i genitori dei ragazzi in questione avevano sporto denuncia.

I fatti  
  Nel 2024 la classe di storia della figlia undicenne di Brian Vazquez e Ashok Roy crea una grande immagine artistica di Adolf Hitler per rappresentare l’immagine di un “forte leader storico”. I genitori ne parlano quindi con altri, decidendo però di non sporgere denuncia, convinti che si tratti di un caso isolato di scarsa capacità di giudizio.
Nel febbraio 2025, la madre di un compagno di classe informa però Vazquez di “un inquietante schema di molestie e bullismo” nei confronti della figlia che, interrogata dalla madre, scoppia in singhiozzi. “I bambini hanno attaccato adesivi pro-Palestina sui computer portatili e sugli armadietti forniti dalla scuola, indicando i loro adesivi e prendendola in giro perché ‘israeliana’”, riportano i genitori nella denuncia alla scuola.
La madre incontra quindi il proprietario e preside della scuola, Kenneth Nysmith, per discutere del bullismo e della discriminazione, ricevendo rassicurazioni che avrebbe gestito la questione. Non solo, però, non viene intrapresa alcuna azione: nelle settimane successive la scuola annulla il suo incontro annuale con un sopravvissuto alla Shoah, per “evitare di alimentare le tensioni”, secondo quanto sostenuto dal preside. Ciliegina sulla torta: nella palestra della scuola viene appesa una bandiera palestinese. Nel frattempo, le molestie nei confronti della ragazza peggiorano.
Dopo una seconda denuncia alla scuola nel marzo 2025 da parte dei genitori, il preside suggerisce loro di dire alla figlia di “essere più forte”. Ma due giorni dopo, in un’e-mail comunica che tutti e tre i loro figli – un figlio in seconda elementare e due figlie in prima media – sono stati espulsi con effetto immediato.
“Non vedo una via d’uscita senza fiducia, comprensione e cooperazione. Durante il nostro incontro, ho percepito chiaramente che non ritenete la Nysmith la scuola giusta per la vostra famiglia e più a lungo cercheremo di ignorare questa realtà, più dolore causeremo ai vostri figli”, si legge nell’e-mail.
Nell’accordo previsto dalla sentenza conclusiva, la scuola ha accettato di adottare una nuova politica di non discriminazione, istituire un comitato di lavoro per indagare sulla discriminazione, assumere un supervisore esterno per la discriminazione per almeno cinque anni, rendere obbligatoria la formazione sull’antisemitismo per il personale ed educare gli studenti sull’antisemitismo.
Resta l’amarezza – e l’incredulità – davanti a uno sdoganamento inaccettabile dell’antisemitismo da parte di chi, nel contesto scolastico, dovrebbe educare le giovani generazioni al rispetto reciproco.

(Bet Magazine Mosaico, 20 novembre 2025)

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Una rete per prevenire il bullismo

Costruire comunità educanti e inclusive è il proposito dell’incontro “Insieme contro il bullismo” in programma domenica 23 novembre a Roma, a partire dalle 10.30, nella sede della Biblioteca Nazionale dell’Ebraismo Italiano “Tullia Zevi”. L’iniziativa è stata promossa dall’Ucei e sarà aperta dai saluti della presidente dell’ente Noemi Di Segni, dell’assessore alle scuole Livia Ottolenghi e dell’assessore ai giovani Simone Mortara. Sul tema del bullismo e del cyberbullismo interverranno poi il rabbino Roberto Della Rocca, direttore dell’area Cultura e Formazione Ucei, con una ricognizione sulle fonti ebraiche. E poi lo psicologo Fabrizio Rocchetto, membro della Società Psicoanalitica Italiana, che porterà una sua testimonianza professionale. Così come il sociologo infantile Eddy Jamous, che spiegherà come da soli “non si cambia un bullo”. Alla fine della giornata sarà inoltre discussa la costituzione di un tavolo di lavoro per un osservatorio nazionale di prevenzione.
Per informazioni: cultura@ucei.it

(moked, 20 novembre 2025)

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I libri di testo palestinesi continuano a glorificare gli attacchi contro Israele, violando così gli accordi dell'UE

Un nuovo rapporto conclude che “l'antisemitismo virulento, la glorificazione della jihad e l'incitamento alla violenza continuano ad essere profondamente radicati nei libri di testo dell'Autorità Palestinese di tutti i livelli scolastici”.

I libri di testo palestinesi continuano a essere pieni di incitamento all'odio contro gli ebrei e traboccano di antisemitismo e glorificazione del martirio, violando le precedenti promesse di riforma fatte all'Unione Europea, secondo uno studio pubblicato mercoledì.
L'esame del programma scolastico nazionale 2025-2026 dell'Autorità Palestinese da parte dell'istituto di ricerca londinese IMPACT-se ha rivelato che i libri di testo sono rimasti invariati rispetto agli anni precedenti, violando un accordo dell'UE firmato lo scorso anno sul proseguimento dei finanziamenti.
L'analisi di circa 290 libri di testo palestinesi e 71 manuali per insegnanti, utilizzati per l'istruzione di 1,3 milioni di studenti, ha rivelato che l'antisemitismo rimane una “caratteristica centrale” del programma scolastico, in cui gli ebrei sono descritti come nemici dell'Islam disonesti, manipolatori o intrinsecamente corrotti.
Una guida per insegnanti della classe 7 citata nel rapporto descrive come gli israeliani fracassano il cranio dei bambini palestinesi davanti agli occhi delle loro madri e mutilano le donne per rubare loro i gioielli, e invita gli studenti a ricreare visivamente gli eventi con dei disegni.
Secondo i risultati dell'indagine, la violenza e il terrorismo vengono direttamente glorificati, mentre i palestinesi che hanno ucciso israeliani vengono elogiati come “martiri” e modelli per i giovani.
Un libro di testo per la dodicesima classe contiene una poesia che esorta gli studenti a tornare nelle città israeliane, utilizzando versi emotivi che ricordano gli attacchi guidati da Hamas contro il sud di Israele il 7 ottobre 2023.
Persino gli alunni della prima classe imparano la parola araba che significa “martire” come una delle prime parole da scrivere.
Lo studio ha anche rilevato che lo Stato di Israele è stato cancellato sia dalle mappe che dai testi, la sua esistenza è descritta come “incompatibile con la giustizia” e gli israeliani sono regolarmente disumanizzati.
“Anche gli esercizi di scienze, matematica e grammatica utilizzati nel programma scolastico sono progettati per normalizzare la violenza e promuovere la disumanizzazione”, si legge nel rapporto.
L'anno scorso, l'Autorità Palestinese con sede a Ramallah ha firmato un accordo con l'UE – il suo principale finanziatore internazionale – per rimuovere tali contenuti di incitamento all'odio dal suo programma scolastico, mentre il governo degli Stati Uniti avanza da tempo richieste simili.
“Questo rapporto completo rivela una realtà spaventosa e preoccupante: l'antisemitismo virulento, l'esaltazione della jihad e l'incitamento alla violenza sono ancora profondamente radicati nei libri di testo dell'Autorità Palestinese a tutti i livelli scolastici”, ha dichiarato Marcus Sheff, amministratore delegato di IMPACT-se.
“La conclusione ovvia di questo rapporto è che senza un intervento profondo e sostenibile da parte della comunità internazionale, atteso da tempo, l'indottrinamento sistematico dei palestinesi attraverso un'istruzione estremista continuerà”, ha aggiunto.
Nel frattempo, mercoledì il ministero degli Esteri israeliano ha ribadito che l'Autorità Palestinese continua la sua politica di lunga data di sostegno finanziario alle famiglie dei terroristi palestinesi che uccidono israeliani – nota come “Pay for Slay” (pagamento per l'omicidio) – che è diventata oggetto di controversia con diversi paesi europei.
“L'Autorità Palestinese persegue una politica di pagamento dei terroristi che uccidono israeliani”, ha scritto il ministero degli Esteri israeliano su X. “Questa politica è fondamentalmente un incoraggiamento al terrorismo. Questo comportamento moralmente riprovevole deve finire”.

(Israelnetz, 19 novembre 2025)

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Hamas pianifica attentati in Europa: arrestato figlio di Bassem Naim, leader del

di Giovanni Giacalone

Il figlio di Bassem Naim, uno dei leader del cosiddetto “bureau politico” di Hamas, nonché suo portavoce, è tra i soggetti arrestati in Europa con l’accusa di fare parte di una rete dell’organizzazione terrorista pronta per ead effettuare attentati contro target ebraici e israeliani nel Vecchio Continente.
Una lunga indagine condotta dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, insieme a organismi di intelligence e forze dell’ordine in Europa, ha portato alla luce l’infrastruttura terroristica scoprendo, tra le varie cose, che almeno uno dei nascondigli di armi rinvenuti apparteneva proprio a Muhammad Naim, figlio di Bassem Naim. Fonti israeliane parlano anche di un incontro tra padre e figlio in Qatar lo scorso settembre, indicando un possibile coinvolgimento della leadership di Hamas nell’avanzamento delle attività terroristiche in Europa.
Muhammad Naim, cittadino britannico, è stato arrestato a Londra a inizio novembre mentre nel contempo i servizi di sicurezza austriaci hanno scoperto e confiscato armi e materiale esplosivo.
In ottobre, le autorità tedesche avevano arrestato altri tre membri di Hamas, ritenendoli responsabili di pianificare un attacco contro obiettivi ebraici e israeliani a Berlino. I tre sospettati avrebbero acquisito un gran numero di armi e munizioni, tra cui fucili d’assalto Kalashnikov e pistole. Due degli arrestati sono immigrati siriani con cittadinanza tedesca, mentre il terzo era arrivato in Germania dal Libano nell’estate del 2025.
Due anni prima, nel dicembre 2023, le forze di sicurezza tedesche avevano arrestato altri tre operativi di Hamas di origine libanese e da anni residenti in Europa, uno dei quali con residenza a Catania. Nel contempo, le autorità olandesi arrestavano un cittadino con doppia cittadinanza, olandese e libanese, poi estradato in Germania nel febbraio del 2024. Gli inquirenti avevano trovato, tra le varie cose in suo possesso, un dispositivo USB contenente informazioni di intelligence, tra cui fotografie dell’ambasciata israeliana a Berlino, dell’ex complesso aeroportuale di Tempelhof a Berlino e della base aerea americana di Ramstein.
Anche in questo caso, come riportato nell’atto d’accusa, i quattro membri della rete venivano accusati di mantenere contatti diretti con Hamas in Libano e di ricevere istruzioni su come promuovere le attività delle Brigate Izz al-Din al-Qassam in Europa.
E’ plausibile che quanto scoperto fino adesso sia soltanto la punta dell’iceberg di una rete ben più ampia e attiva in Europa. Una cosa è certa, gli arresti effettuati in questi mesi sfatano la versione diffusa per troppo tempo secondo la quale “Hamas non avrebbe mai pianificato di colpire in Europa”.
Hamas è presente, attiva e le autorità europee si stanno muovendo. Attendiamo potenziali sviluppi anche sull’Italia.

(L'informale, 19 novembre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 20


Il decalogo
Allora Iddio pronunciò tutte queste parole, dicendo: “Io sono l'Eterno, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di servitù.
  1. Non avere altri dèi di fronte a me.
  2. Non farti scultura, né alcuna immagine delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra; non ti prostrare davanti a tali cose e non le servire, perché io, l'Eterno, il tuo Dio, sono un Dio geloso che punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
  3. Non usare il nome dell'Eterno, tuo Dio, invano; perché l'Eterno non riterrà innocente chi avrà usato il suo nome invano.
  4. Ricordati del giorno del riposo per santificarlo.  Lavora sei giorni e fa' in essi ogni tua opera; ma il settimo è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è il tuo Dio; non fare in esso alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che è dentro alle tue porte;  poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato.
  5. Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà.
  6. Non uccidere.
  7. Non commettere adulterio.
  8. Non rubare.
  9. Non attestare il falso contro il tuo prossimo.
  10. Non concupire la casa del tuo prossimo; non concupire la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna che sia del tuo prossimo”.
Ora tutto il popolo udiva i tuoni, il suono della tromba e vedeva i lampi e il monte fumante. A tale visione, tremava e se ne stava lontano. E disse a Mosè: “Parla tu con noi, e noi ti ascolteremo; ma non ci parli Iddio, altrimenti moriremo”. Mosè disse al popolo: “Non temete, poiché Dio è venuto per mettervi alla prova, affinché ci sia in voi timore di Dio, e così non pecchiate”. Il popolo dunque se ne stava lontano; ma Mosè si avvicinò alla fitta nube dove era Dio.

L'altare dei sacrifici
L'Eterno disse a Mosè: “Di' così ai figli d'Israele: 'Voi stessi avete visto che io vi ho parlato dai cieli. Non fate altri dèi accanto a me; non fatevi dèi d'argento, né dèi d'oro. Fammi un altare di terra; e su questo offri i tuoi olocausti, i tuoi sacrifici di ringraziamento, le tue pecore e i tuoi buoi; in qualunque luogo dove farò ricordare il mio nome, io verrò a te e ti benedirò. E se mi fai un altare di pietre, non lo costruire di pietre tagliate; perché, se tu alzassi su di esse lo scalpello, le contamineresti. E non salire al mio altare per mezzo di gradini, affinché la tua nudità non si scopra sopra di esso'.

(Notizie su Israele, 19 novembre 2025)


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Trump muove il mondo, ma chi muove la storia?

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato l'iniziativa americana di schierare una forza internazionale nella Striscia di Gaza. Questa iniziativa degli Stati Uniti preoccupa Gerusalemme. Soprattutto, si dubita che l'organizzazione terroristica Hamas venga effettivamente disarmata, anche se questo è esplicitamente previsto dalla risoluzione. Allo stesso tempo, a Gerusalemme cresce il timore per l'articolo 7, che secondo gli esperti israeliani potrebbe servire come possibile strada per la creazione di uno “Stato palestinese”. Questa proposta è stata presentata al Consiglio di sicurezza dell'ONU dai più stretti alleati di Israele a Washington e quindi Israele ha preferito trattarla con cautela. Per gli Stati Uniti si tratta di una svolta diplomatica, per Hamas di uno shock e per Israele di un possibile momento di speranza, ma anche di incertezza. Gli eventi relativi alla risoluzione dell'ONU hanno implicazioni non solo geopolitiche, ma anche profondamente bibliche. Per molti israeliani, religiosi e laici, è chiaro che la storia del Paese non si svolge nel vuoto, ma nella lunga ombra delle promesse, degli avvertimenti e dei modelli della Bibbia. Innanzitutto, colpisce quanto l'attuale dinamica corrisponda a un modello biblico familiare: le grandi potenze decidono il destino di Israele, spesso con buone intenzioni, ma senza una reale conoscenza della struttura spirituale del Paese e della regione. Già i profeti Isaia, Amos e Geremia mettevano in guardia dal fare affidamento sui “popoli del mondo”, che oggi aiutano e domani cambiano le loro priorità. Israele si trova tra le aspettative delle nazioni e i propri obblighi nei confronti delle sue radici storiche.
Pertanto, la grande maggioranza in Israele rifiuta decisamente uno Stato palestinese, come dimostrano tutti i sondaggi, sia nei media mainstream di sinistra che in quelli di destra. Il 7 ottobre 2023 ha distrutto ogni illusione: uno Stato del genere, nelle circostanze attuali, rappresenterebbe un pericolo esistenziale per Israele. Un nuovo sondaggio ha mostrato che il 70% della popolazione israeliana è contraria alla creazione di uno Stato palestinese. Il rifiuto cresce anche se la proposta fosse collegata a un accordo di pace storico con l'Arabia Saudita. Il sostegno al riconoscimento di uno Stato palestinese è estremamente basso tra il popolo israeliano: solo l'8% lo approva senza condizioni e un altro 13% lo approverebbe solo se lo Stato fosse smilitarizzato e riconoscesse Israele. Il sondaggio è stato condotto dal “Lazar Research Institute” sotto la direzione del dottor Menachem Lazar per il Centro per gli affari pubblici e la sicurezza di Gerusalemme.
L'ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha dichiarato prima del voto al Consiglio di sicurezza dell'ONU che la risoluzione rappresenta un'opportunità per compiere progressi concreti verso la pace. “Si tratta di un piano pragmatico e coraggioso, basato sul programma in 20 punti del presidente Trump”, ha spiegato Waltz. “Chi vota contro questa risoluzione vota per un ritorno alla guerra”. Tredici Stati hanno votato a favore, mentre Russia e Cina si sono astenute.
La reazione di Hamas non si è fatta attendere. L'organizzazione ha dichiarato di rifiutare categoricamente qualsiasi ‘disarmo’ e di voler continuare la “resistenza contro Israele in tutte le sue forme”. Hamas ribadisce così ancora una volta che non conosce altra esistenza se non quella della lotta armata e non mostra alcuna disponibilità a costruire il futuro della Striscia di Gaza senza terrorismo e armi. Di conseguenza, l'organizzazione ha definito l'invio di una forza internazionale come una presa di posizione a favore di Israele e un attacco ai “diritti palestinesi”, una narrativa che sta perdendo sempre più credibilità nel mondo arabo. Molti a Gerusalemme ritengono che Hamas non deporrà le armi nemmeno “se il profeta Maometto scendesse dal cielo e lo pregasse di farlo”.
Mentre Hamas infuria, Washington celebra la decisione come un momento storico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è andato ancora oltre, annunciando che presiederà personalmente un nuovo “Consiglio di pace per Gaza”, un organo internazionale che, secondo le sue parole, sarà composto dai leader politici mondiali. Trump ha ringraziato una lunga lista di Stati che hanno sostenuto la risoluzione, tra cui Qatar, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Turchia. Il fatto che i paesi arabi sostengano all'unanimità una proposta americana è una novità politica e dimostra quanto siano profondamente cambiate le dinamiche in Medio Oriente dal 7 ottobre. Ma senza Donald queste dinamiche in Medio Oriente non sarebbero mai state avviate, dobbiamo ammetterlo, che Donald ci piaccia o meno.
Il nucleo della risoluzione risiede in una novità che riveste importanza strategica per Israele: per la prima volta, la smilitarizzazione della Striscia di Gaza non è solo una richiesta israeliana, ma parte di un mandato internazionale delle Nazioni Unite. In questo modo, la comunità internazionale riconosce ufficialmente che la ricostruzione del potere militare di Hamas non è più un'opzione. L'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon è stato il primo a prendere posizione subito dopo la votazione: “Il Consiglio di sicurezza ha approvato la risoluzione degli Stati Uniti sull'invio di forze internazionali a Gaza. La decisione contiene anche una chiara dichiarazione sul disarmo di Hamas”. Danon ha aggiunto: “Così come siamo determinati a riportare a casa tutti gli ostaggi, siamo altrettanto determinati a garantire che Hamas sia completamente disarmato. Non ci daremo pace finché Hamas non smetterà di rappresentare una minaccia per lo Stato di Israele”.
Il testo della risoluzione stabilisce inoltre che l'Autorità palestinese potrà tornare nella Striscia di Gaza solo dopo aver attuato riforme strutturali complete. La coalizione di governo a Gerusalemme ha reagito prontamente e in modo inequivocabile: “Sul suolo della nostra patria non sorgerà mai uno Stato palestinese”. Tuttavia, il governo di Gerusalemme non si è espresso pubblicamente contro il piano complessivo di Trump. Il passaggio sulla soluzione dei due Stati è stato inserito su pressione degli Stati arabi, molti dei quali hanno apertamente sostenuto l'iniziativa. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha tuttavia sottolineato che “il suo categorico rifiuto di uno Stato palestinese non è cambiato”.
Il fatto che Indonesia, Arabia Saudita, Qatar, Giordania e altri Stati abbiano apertamente accolto con favore la risoluzione sottolinea un cambiamento tettonico nel mondo arabo e musulmano. Questi Stati vogliono impedire che l'Iran riprenda influenza nella Striscia di Gaza attraverso Hamas. Il loro sostegno non è quindi solo un gesto diplomatico, ma l'espressione di un interesse geopolitico profondamente radicato. Anche la Gran Bretagna ha votato a favore della risoluzione, aggiungendo però una tipica nota a piè di pagina europea, secondo cui il percorso deve portare a lungo termine a una soluzione a due Stati e preservare la sovranità palestinese. Inoltre, dovrebbe essere istituito un nuovo organo, il cosiddetto “Consiglio di pace”, presieduto dal presidente Trump. Questo organo dovrebbe vigilare sul rispetto del cessate il fuoco, coordinare la ricostruzione e accompagnare il percorso verso una futura amministrazione palestinese della Striscia di Gaza.
Per Israele, questa situazione crea un quadro complesso. Per la prima volta da decenni, una struttura internazionale potrebbe contribuire a stabilizzare la Striscia di Gaza, senza l'onere che Israele sia l'unico responsabile della ricostruzione e della sicurezza. Allo stesso tempo, però, la presenza internazionale comporta sempre aspettative politiche, tensioni e imprevedibilità. Molto dipenderà ora dalla capacità del nuovo Consiglio di pace di agire concretamente o se si rivelerà l'ennesimo capitolo di esperimenti falliti delle Nazioni Unite.
Non da ultimo, questo sviluppo pone molti israeliani di fronte alla domanda fondamentale: chi determina il futuro del Paese, le nazioni o il Dio di Israele? La realtà politica costringe Israele a prendere decisioni, a considerare compromessi e ad accettare cooperazioni internazionali. Ma la realtà spirituale ricorda che il futuro del Paese non è mai solo nelle mani della comunità internazionale. In questo contesto di tensione, lo sguardo israeliano sulla risoluzione dell'ONU è grato per ogni sostegno internazionale, ma scettico nei confronti delle costruzioni globali. “Lo Stato di Israele e il primo ministro Netanyahu salutano il presidente Trump e il suo team impegnato”, ha esordito Netanyahu nel suo tweet, lodando Trump per la decisione, ma solo in inglese, non in ebraico. “Il coraggio e il sacrificio dei nostri valorosi soldati, insieme agli sforzi diplomatici del presidente Trump, hanno contribuito a riportare a casa tutti gli ostaggi vivi e la maggior parte dei caduti”.
La storia di Israele segue in definitiva un disegno più ampio e divino, che il governo di Gerusalemme discute 24 ore su 24 e che nessun voto del Consiglio di sicurezza può annullare.
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La cosa forse più interessante di questa risoluzione è l’intenzione di costituire un “Consiglio di pace” presieduto da Ronald Trump. Saranno le nazioni a garantire la pace per Israele e per il mondo? Molti ci sperano. E sarà così anche in futuro, quando il mondo ammirerà l’Anticristo per essere riuscito a fare un patto di pace con Israele. Patto che poi sarà seguito dall’ultimo tentativo di sterminio degli ebrei. M.C.

(Israel Heute, 19 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Netanyahu: Israele determinato a portare a termine la guerra dopo l'ultimo attacco terroristico

Israele rimane impegnato a sconfiggere Hamas e a garantire che Gaza non rappresenti più un pericolo, dichiara il primo ministro poche ore dopo un sanguinoso attacco terroristico

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato martedì che Israele proseguirà per “portare a termine la guerra su tutti i fronti, compreso il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza”, dopo aver preso atto del mortale attacco terroristico palestinese avvenuto nella mattinata all'incrocio di Gush Etzion.
Il premier ha rilasciato queste dichiarazioni durante una cerimonia di dedicazione di un rotolo della Torah in memoria del maggiore (riserva) Dr. Moshe Yedidya Leiter, comandante dell'unità di ricognizione Shaldag ucciso in battaglia nella Striscia di Gaza nel novembre 2023. L'evento ha reso omaggio a Leiter, 39 anni, figlio dell'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter, che prestava servizio come paramedico di riserva ed era padre di sei figli.
Netanyahu ha collegato la sua promessa di continuare la guerra all'attacco combinato con un veicolo e un coltello avvenuto martedì pomeriggio all'incrocio di Gush Etzion in Giudea, che ha ucciso Aharon Cohen, residente a Kiryat Arba, e ferito diverse altre persone. Le forze di difesa israeliane hanno ucciso due terroristi sul posto. Secondo l'esercito, nel veicolo utilizzato dai terroristi sono stati rinvenuti diversi materiali esplosivi. Gli artificieri della polizia hanno lavorato per neutralizzare gli esplosivi.
Netanyahu ha elogiato la “vittoria dello spirito” dimostrata dai soldati israeliani e dalle famiglie in lutto, definendo Moshe Leiter un simbolo di sacrificio “per la nostra esistenza” e per il futuro di Israele. Ha anche lodato il lavoro dell'ambasciatore Leiter a Washington, affermando che egli rappresenta “la giustizia del nostro percorso” e il diritto di Israele alla sua terra “nell'arena più importante tra le nazioni”.
Durante la cerimonia, Netanyahu ha affermato che è stato “un enorme privilegio” dedicare un rotolo della Torah alla memoria di Leiter e ha benedetto coloro che hanno partecipato alla commemorazione dell'ufficiale caduto.

(JNS, 19 novembre 2025)

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Il lato umano di Hamas

di Niram Ferretti

Se non antica come l’umanità stessa, l’arte del baratto o dello scambio, risale ai primordi della civiltà. Per Donald Trump essa, evidentemente, rappresenta “il giroscopio dell’ordine mondiale”, rubando l’espressione a Edward M. House, il grande advisor di Wodrow Wilson, che però la riferiva al ruolo che avrebbero dovuto avere gli Stati Uniti.
  Per Trump e soci, “Io ti dò, tu mi dai” sono le parole magiche che aprono i sesami delle intese, generano stabilità e conciliazione, riportano sul suo asse un mondo pericolosamente inclinato.
  Il clangore delle armi non funziona. Chi crede di potere esercitare la forza militare per sedare il caos e imporre l’ordine è solo un guerrafondaio. Bisogna invece sedersi al tavolo con i peggiori criminali e trovare il punto di intesa, l’aggancio giusto. Steve Witkoff la pensa in questo modo. Lui l’aggancio con il caporione di Hamas, Khalil al-Hayya, per esempio lo ha trovato; entrambi hanno avuto un figlio morto in giovane età. Si tratta del “soft spot” che ha permesso, come ha dichiarato Jared Kushner, di scoprire il “lato umano” di Khalil, quello che Israele non trovava, avendo deciso di eliminarlo nel fallito attentato in Qatar.
  Il “lato umano” esiste sempre. Hitler, è noto, era molto affettuoso con Blondi, il suo cane pastore tedesco, e anche Yahya Sinwar doveva avere il suo. Così, si negozia con Hamas, si cerca una via di uscita per i 200 tagliagole che si trovano sottoterra, anche loro immancabilmente con un lato umano, come preludio di una grande amnistia che comprenderebbe i circa ventimila terroristi che Hamas ha ancora tra le proprie file.
  Il grande vulnus di questo procedere è che, con buona pace di Trump, di Witkoff, immobiliarista del Bronx che si recava agli incontri di affari con una pistola infilata nel calzino sfuggito a un cast di Scorsese, è che con il fanatismo ideologico e religioso, soprattutto il secondo, soprattutto quello islamico, i deals, gli accordi, sono solo funzionali all’attesa, all’interruzione della guerra prima della sua ripresa appena si sarà pronti, come fece il profeta, Maometto, la pace sia su di lui, paradigma per ogni pio e devoto musulmano votato al jihad, quando, nel 622, siglò la cosiddetta pace di Hudaybiyyah con i Meccani. Sarebbe dovuta durare nove anni, nove mesi e nove giorni, durò due anni. Appena Maometto fu pronto attaccò la Mecca, uccise tutti gli uomini, catturò le donne e distrusse tutti gli idoli.
  Ardua impresa fare comprendere ai Trump e agli Witkoff di questo mondo che ci sono interlocutori per i quali “il giroscopio del mondo” non consiste nei negoziati, ma nella conquista, nella sottomissione o distruzione del nemico, nell’imposizione della propria egemonia. Arduo, forse impossibile spiegarlo a chi si mette la mano sul cuore davanti a Putin o pensa che il lutto condiviso per un figlio morto plachi la furente e implacabile determinazione del jihad.

(L'informale, 19 novembre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 19
    Arrivo del popolo al deserto di Sinai. Dio parla a Mosè sul monte
  • Nel primo giorno del terzo mese dopo che furono usciti dal paese d'Egitto, i figli d'Israele giunsero al deserto di Sinai. Essendo partiti da Refidim, giunsero al deserto di Sinai e si accamparono nel deserto; qui si accampò Israele, di fronte al monte.
  • Mosè salì verso Dio; e l'Eterno lo chiamò dal monte, dicendo: “Di' così alla casa di Giacobbe, e annuncia questo ai figli d'Israele:  'Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani, e come io vi ho portato sopra ali di aquila e vi ho condotto a me.

    Segni della presenza di Dio sul Sinai
  • Ora dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa'. Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele”.
  • Allora Mosè venne, chiamò gli anziani del popolo, ed espose loro tutte queste parole che l'Eterno gli aveva ordinato di dire. E tutto il popolo rispose concordemente e disse: “Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto”. E Mosè riferì all'Eterno le parole del popolo. E l'Eterno disse a Mosè: “Ecco, io verrò a te in una fitta nuvola, affinché il popolo oda quando io parlerò con te, e ti presti fede per sempre”. E Mosè riferì all'Eterno le parole del popolo.
  • Allora l'Eterno disse a Mosè: “Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti. E siano pronti per il terzo giorno; perché il terzo giorno l'Eterno scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. E tu fisserai tutto attorno dei limiti al popolo, e dirai: Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano tocchi quel tale; ma sia lapidato o trafitto da frecce; che sia animale o uomo, non sia lasciato in vita! Quando il corno suonerà a distesa allora salgano pure sul monte”. E Mosè scese dal monte verso il popolo; santificò il popolo, e quelli si lavarono le vesti. Ed egli disse al popolo: “Siate pronti fra tre giorni; non accostatevi a donna”.
  • Il terzo giorno, quando fu mattino, ci furono dei tuoni, dei lampi, apparve una fitta nuvola sul monte, e si udì un fortissimo suono di tromba; e tutto il popolo che era nell'accampamento, tremò. E Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento per condurlo incontro a Dio; e si fermarono ai piedi del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché l'Eterno era disceso in mezzo al fuoco; e il fumo saliva come il fumo di una fornace, e tutto il monte tremava forte. Il suono della tromba si faceva sempre più forte; Mosè parlava, e Dio gli rispondeva con una voce. L'Eterno dunque scese sul monte Sinai, in vetta al monte; e l'Eterno chiamò Mosè in vetta al monte, e Mosè vi salì.
  • E l'Eterno disse a Mosè: “Scendi, avverti solennemente il popolo affinché non faccia irruzione verso l'Eterno per guardare, e non ne debbano morire molti. E anche i sacerdoti che si avvicinano all'Eterno, si santifichino, affinché l'Eterno non si avventi contro a loro”. Mosè disse all'Eterno: “Il popolo non può salire sul monte Sinai, perché tu ce lo hai vietato dicendo: 'Poni dei limiti attorno al monte, e santificalo'”. Ma l'Eterno gli disse: “Va', scendi giù; poi salirai tu e Aaronne con te; ma i sacerdoti e il popolo non facciano irruzione per salire verso l'Eterno, affinché non si avventi contro di loro”. Mosè scese dal popolo e glielo disse.
(Notizie su Israele, 18 novembre 2025)


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Il "Corridoio di Davide": geopolitica all'ombra dei re biblici

Tra l'Eufrate e il Mediterraneo si allunga sempre più un'ombra, proiettata dalla storia, dalla fede e dagli interessi geostrategici.

di Aviel Schneider

Il Corridoio di Davide
GERUSALEMME - Il mondo è piccolo e breve è il percorso che separa il Davide biblico dalla geopolitica moderna. Il titolo provvisorio “Corridoio di Davide” non è casuale. Il re Davide, che regnò a Gerusalemme nel X secolo a.C., creò un regno che si estendeva da Dan a nord fino a Beersheba a sud e la cui influenza, secondo i testi biblici, arrivava fino all'Eufrate (2 Samuele 8). “Davide nominò governatori in Aram-Damasco, e gli Aramei divennero sudditi di Davide e gli pagarono un tributo, e il Signore aiutò Davide ovunque andasse”.
Così come Davide creò allora un corridoio di sicurezza tra Israele e Aram-Damasco, anche oggi si potrebbe immaginare un corridoio simile, come baluardo protettivo e garanzia di libertà per Israele nel cuore del Medio Oriente. Per molti commentatori arabi, il termine evoca quindi ricordi della narrativa della “Grande Israele”, che presumibilmente mira a un'espansione territoriale lungo i confini biblici.

Alleanza periferica
  In effetti, da decenni nei dibattiti sulla sicurezza israeliana emerge l'idea di una “alleanza periferica”, ovvero alleanze con gruppi non arabi come curdi, drusi, alawiti o maroniti, al fine di aggirare la cintura nemica della maggioranza araba. Storicamente, ciò è stato realizzato negli anni '60 e '70 attraverso i contatti del Mossad con i curdi in Iraq. L'attuale “corridoio di Davide” appare quindi, dal punto di vista arabo, come una riedizione di questa politica, solo che questa volta l'obiettivo è quello di creare un asse strategico dalla costa mediterranea al Tigri.
Il contesto strategico è quello di contrastare insieme la “mezzaluna sciita”, che non minaccia solo Israele. Ma non è tutto. Dal punto di vista geopolitico, un corridoio di questo tipo sarebbe più di una semplice via terrestre. Rappresenterebbe una sfida per i nemici di Israele lungo la rotta controllata dall'Iran Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut. Stabilendo un proprio corridoio insieme ai curdi e ai drusi, Israele potrebbe indebolire massicciamente l'influenza iraniana in Siria e in Libano. Allo stesso tempo, aprirebbe l'accesso economico alle fonti energetiche nella Siria orientale.
Una tale coalizione etnico-politica non minaccerebbe Israele, ma fungerebbe da cuscinetto contro l'Iran, la Turchia e il jihad sunnita. Anche se le aree delle minoranze in Siria sono sparse, sarebbe possibile realizzare un asse strategico che colleghi i drusi di as-Suwayda nel sud con i curdi nel nord-est. Un corridoio di questo tipo creerebbe un blocco autonomo che garantirebbe la sicurezza e la deterrenza di Israele, molto più di qualsiasi pezzo di carta firmato con Damasco. Di fatto, finora ci sono solo interessi strategici, cooperazioni vaghe e presenza militare delle potenze occidentali in punti chiave dell'est come al-Tanf.
Ma nel mondo arabo basta il sospetto di un progetto simbolico di questo tipo per alimentare la paura di una trasformazione della regione. Israele appare come un attore che sfrutta il caos siriano per ottenere vantaggi al suo confine orientale. Il giornalista libanese Ali Mourad ha affermato che l'esercito israeliano sta operando “nel sud della Siria in un modo che non si vedeva dal 1973”. Secondo lui, questa avanzata sarebbe sostenuta in silenzio dall'Occidente, in accordo con i gruppi locali. Sulle reti irachene sono apparsi dei video che mostrano presumibilmente attrezzature israeliane al confine siriano.
Nel mondo arabo questo è considerato un parallelo storico e quindi temono un ritorno del regno di Davide. Qui sta il nucleo più profondo, quasi mitico, di questo dibattito: l'idea che Israele, un tempo piccolo, oppresso e ingannato, ora sopravviva e alla fine estenda addirittura la sua influenza, ricorda a molti arabi la storia biblica di Davide contro Golia. Questo genera il timore che la storia si ripeta, questa volta non con una fionda, ma con alleanze, tecnologia e calcoli strategici.

I media arabi
  I media arabi trattano l'argomento con grande fervore. Si potrebbe pensare che le nazioni arabe prendano più sul serio le promesse bibliche di Israele di qualsiasi governo israeliano.
“Corridoio di Davide: visione strategica o penetrazione reale?”, titolava Qudspress. “Il ricercatore palestinese Ahmad al-Hila ha messo in guardia dal sottovalutare il progetto del Corridoio di Davide. Lo ha definito il ”ponte terrestre“ di Israele, che potrebbe consentire una penetrazione nel Medio Oriente fino al nord dell'Iraq, in preparazione di una possibile espansione di Israele in profondità nella geografia araba, inserita in una strategia per un Grande Israele”.
“La ‘divisione di As-Suwayda’ suscita l'interesse di Israele per il Corridoio di Davide”, secondo il quotidiano arabo Al-Akhbar. "Le discussioni sul ‘corridoio di Davide’ sono aumentate in modo significativo, soprattutto dopo la caduta del regime di Assad alla fine del 2024. Israele ha approfittato del vuoto politico e di sicurezza in Siria per promuovere i suoi obiettivi strategici a lungo termine nella regione.

Il ‘corridoio di Davide’ nell'ideologia israeliana
  Il progetto è strettamente legato al concetto di ‘Grande Israele’, un elemento centrale ed espansionistico del sionismo. Questa visione, spesso attribuita al fondatore del sionismo moderno Theodor Herzl, si basa su una mappa biblica che si estende dal Nilo in Egitto all'Eufrate in Iraq. Il “Grande Israele” comprende diverse definizioni bibliche della terra di Israele, da un'area più ristretta, limitata alla terra delle dodici tribù, a una regione molto più vasta “dal Nilo all'Eufrate”. Il nome “Corridoio di Davide” deriva dall'estensione del dominio del re Davide e successivamente di Salomone fino all'Eufrate. Queste narrazioni bibliche forniscono a Israele una legittimazione storica e religiosa per le ambizioni regionali contemporanee. Mentre nell'Islam Davide è considerato un profeta, gli israeliani lo vedono principalmente come re e fondatore del “Grande Impero di Israele”. Il legame esplicito tra il “corridoio di Davide” e la “Grande Israele” mostra come narrazioni religiose e storiche profondamente radicate vengano utilizzate per legittimare l'espansione geopolitica. Il progetto non è quindi solo una risposta pratica alle preoccupazioni in materia di sicurezza, ma una strategia ideologica a lungo termine per espandere il controllo regionale su parti del territorio palestinese occupato e oltre".
L'Arab Newsroom scrive: “Corridoio di Davide: il progetto israeliano che potrebbe ridisegnare le mappe della regione”. In un recente rapporto dell'agenzia “Special Eurasia”, specializzata in analisi geopolitiche, il progetto israeliano “Corridoio di Davide” è stato descritto come un piano strategico ambizioso che mira a cambiare radicalmente gli equilibri di potere in Medio Oriente. I movimenti delle truppe israeliane indicano che si sta procedendo seriamente alla sua attuazione, anche se finora non c'è stato alcun annuncio ufficiale da Tel Aviv. Il “corridoio di Davide” è più che una questione geografica, è visto come uno strumento multidimensionale, storico, politico, economico, demografico e di sicurezza, con l'obiettivo di rafforzare l'influenza di Israele in una regione caratterizzata da numerosi conflitti regionali e situazioni di concorrenza. Questo progetto fa parte di una visione israeliana più ampia, che comprende anche altri corridoi come “Netzarim” nella Striscia di Gaza o “Philadelphia” al confine con l'Egitto. Insieme, sembrano costituire un progetto di ingegneria geopolitica che mira a ridisegnare le carte del controllo e dell'influenza in Medio Oriente.
L'emittente palestinese Radio Ajeal ritiene che il cosiddetto progetto “Corridoio di Davide” persegua obiettivi strategici e talmudici con cui Israele intende ridisegnare le carte dell'influenza in Siria. Questo corridoio formerebbe un arco protettivo tra Damasco e i suoi confini meridionali e orientali, indebolendo l'autorità centrale e fornendo vantaggi strategici a Tel Aviv. Il progetto “Corridoio di Davide” porterebbe avanti una strategia israeliana volta alla frammentazione della Siria.

Specchio delle paure regionali
  Il “Corridoio di Davide” è meno un progetto confermato che uno specchio delle paure regionali e un simbolo della mutevole geopolitica del Medio Oriente. Finora Israele non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale in merito. Tuttavia, il dibattito arabo nei paesi confinanti con Israele testimonia un forte senso di insicurezza e, per molti, anche la preoccupazione per i profondi cambiamenti nell'equilibrio di potere regionale. Qualsiasi operazione segreta oltre confine potrebbe diventare in futuro un evento pubblico e sconvolgente.
La stampa iraniana ha riportato su Mdeast.News: “Il ‘corridoio di Davide’: un grande pericolo per l'Iran. La nascita di piccole entità politiche in Siria e Iraq isolerebbe l'Iran dai suoi partner all'interno dell'”asse della resistenza" e potrebbe persino significare la fine di tale asse. Inoltre, l'Iran sarebbe esposto a una rete di intelligence e sicurezza formata da forze vicine a Israele. Uno degli elementi centrali di questa strategia è il cosiddetto “corridoio di Davide”, un progetto che negli ultimi dieci anni è stato più volte discusso da analisti turchi e arabi. L'obiettivo di questo corridoio è quello di promuovere l'idea di un “Grande Israele dal Nilo all'Eufrate”. Le conseguenze dirette per l'Iran sarebbero: isolamento strategico dal Mediterraneo e perdita del corridoio terrestre verso la Siria e il Libano, circondato da forze filo-israeliane e separatiste.

(Israel Heute, 18 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Sì, un giorno ci sarà il Grande Israele, anche se non sarà questo governo a introdurlo. Questo spiega l’odio di molti per Israele. È paura. Una subliminale paura di Dio che si esprime in odio per il popolo che ha scelto. M.C.

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“Capitan Ella”, la prima donna musulmana portavoce in arabo dell’IDF

di Nina Prenda

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Il colonnello Ella Waweya

Il colonnello Ella Waweya, conosciuta nel mondo arabo con il suo nome online “Capitan Ella”, dovrebbe sostituire il portavoce arabo dell’IDF Avihai Adraee, che lascia l’esercito israeliano dopo 20 anni di servizio. Con tutte le probabilità, sarà la prima donna araba musulmana a ricoprire questo ruolo.
Ella è cresciuta a Qalansawe e all’età di circa 24 anni ha deciso di arruolarsi nell’IDF. Un gesto che, nella società araba israeliana, resta raro e spesso controverso. Ella ha servito come nuovo funzionario dei media nella sezione delle comunicazioni arabe dell’unità del portavoce dell’IDF. Nel 2018 ha ricevuto un premio di eccellenza dall’allora capo del Comando Centrale, Aharon Haliva. Nel 2021 è stata promossa maggiore: la prima donna musulmana araba a raggiungere quel grado. 
Ha dichiarato a diversi media israeliani che “L’arena dei media è un campo di battaglia. Questa è una guerra che non è meno difficile di quella che avviene in altri luoghi”. “Quando guardiamo oggi al massacro del 7 ottobre, quando Hamas ha invaso Israele, loro sono entrati con le telecamere con l’obiettivo di cambiare le coscienze e costruire un cerchio di odio. Noi alla fine abbiamo mostrato la nostra verità. Abbiamo esposto ciò che l’altra parte sta facendo e abbiamo presentato la nostra verità con coraggio. Questo è molto importante”.
Ella ha descritto le diverse piattaforme mediatiche dove lavora: “Su TikTok c’è l’arena a cui mi rivolgo per parlare alla Giudea e Samaria e a Gaza, su Instagram è mista – anche all’Occidente, a Israele e alla società araba in generale, compresi i libanesi. Il pubblico di destinazione è il pubblico arabo in Medio Oriente”. Il suo volto è già familiare a chi segue i canali dell’IDF in lingua araba: video didattici, spiegazioni sugli eventi di guerra, aggiornamenti ufficiali. Il tutto svolto in uniforme, davanti alla bandiera d’Israele, con fierezza.
Nonostante la sua posizione non sia stata esente da critiche, soprattutto nel mondo arabo, Ella a chi commenta il suo operato con disprezzo risponde con calma: «Io sono dove voglio essere. Nessuno mi ha costretta». «Sono musulmana, sono araba, sono israeliana — e non devo scegliere tra queste identità». Capitan Ella è divisa tra chi la considera un esempio di integrazione e chi la accusa di aver “tradito” le proprie radici, tra chi la ritiene un esempio di cambiamento lento ma reale e chi nient’altro che una straordinaria eccezione.

(Bet Magazine Mosaico, 18 novembre 2025)

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Un’indagine racconta i giovani ebrei italiani

Quali sono le opinioni dei giovani ebrei italiani riguardo alla loro identità, il rapporto con la comunità ebraica e la società civile? È il tema dell’indagine Due ebrei, tre opinioni (Giuntina), curata da Carlotta Jarach e Giulio Piperno. Il lavoro sarà presentato al Centro Ebraico Il Pitigliani di Roma giovedì 20 novembre, alle 21. Assieme ai due curatori interverranno il presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia (Ugei) Luca Spizzichino e il giornalista David Parenzo, che modererà l’incontro.
  Strutturato in due parti, lo studio esamina prima gli aspetti teorici dell’identità ebraica, includendo un confronto con Israele e una panoramica sulla storia dell’Ugei. La seconda parte presenta un’indagine empirica svolta tra il 2021 e il 2024 su un campione di 200 persone tra i 18 e i 35 anni, analizzando le opinioni dei giovani su identità, religiosità, rapporto con Israele, matrimonio e social media. Rispetto al passato, scrive Piperno all’inizio del libro, «è riscontrabile una forte eterogeneità, legata in particolar modo al livello di osservanza religiosa, ma spesso anche al livello socioculturale di provenienza e alla comunità di appartenenza».
  Eterogenee sono ad esempio le risposte alla domanda «L’appartenenza all’ebraismo ha per te a che fare prevalentemente con quale aspetto?». Per il 43% dei partecipanti al sondaggio il principale elemento identitario è la cultura ebraica. A seguire, gli aspetti familiare e religioso ricevono rispettivamente il 23% e il 22% delle scelte. Una minoranza di intervistati riporta l’aspetto affettivo (7%) e un mix delle alternative indicate (4%). Ci sono anche differenze geografiche: a Milano la scelta preponderante è per l’elemento religioso (34%) mentre a Roma e nelle piccole comunità è per quello culturale (44% e 60%). Questo è solo uno degli esempi da cui emerge un gruppo under 35 dinamico, legato alle tradizioni ma aperto al confronto, critico verso le istituzioni ebraiche, ben integrato nel paese ma disposto a trasferirsi per migliori opportunità, con una particolare attenzione a Israele.Dopo il 7 ottobre 2023, il timore dell’antisemitismo è aumentato, portando alcuni a cambiare abitudini e a cercare più supporto nelle comunità ebraiche.

(moked, 18 novembre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

ESODO

Capitolo 18
    Visita di Ietro a Mosè
  • Ietro, sacerdote di Madian, suocero di Mosè, udì tutto quello che Dio aveva fatto in favore di Mosè e d'Israele suo popolo: come l'Eterno aveva tratto Israele fuori dall'Egitto. E Ietro, suocero di Mosè, prese Sefora, moglie di Mosè, che questi aveva rimandata, e i suoi due figli che si chiamavano: l'uno, Ghersom, perché Mosè aveva detto: “Ho soggiornato in terra straniera”; e l'altro Eliezer, perché aveva detto: “L'Iddio del padre mio è stato il mio aiuto, e mi ha liberato dalla spada del Faraone”. Ietro dunque, suocero di Mosè, andò da Mosè, con i figli e la moglie di lui, nel deserto dove egli era accampato, al monte di Dio; e mandò a dire a Mosè: “Io, Ietro, tuo suocero, vengo da te con tua moglie e i suoi due figli con lei”.
  • Mosè uscì a incontrare suo suocero, si inchinò, e lo baciò; si informarono reciprocamente della loro salute, poi entrarono nella tenda. Allora Mosè raccontò a suo suocero tutto quello che l'Eterno aveva fatto al Faraone e agli Egiziani per amore d'Israele, tutte le sofferenze patite durante il viaggio, e come l'Eterno li aveva liberati. E Ietro si rallegrò di tutto il bene che l'Eterno aveva fatto a Israele, liberandolo dalla mano degli Egiziani. Poi Ietro disse: “Benedetto sia l'Eterno, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del Faraone, e ha liberato il popolo dal giogo degli Egiziani! Ora riconosco che l'Eterno è più grande di tutti gli dèi; tale si è mostrato, quando gli Egiziani hanno agito orgogliosamente contro Israele”. Così Ietro, suocero di Mosè, prese un olocausto e dei sacrifici per offrirli a Dio; e Aaronne e tutti gli anziani d'Israele vennero a mangiare con il suocero di Mosè in presenza di Dio.
  • Il giorno seguente, Mosè si sedette per rendere giustizia al popolo; e il popolo stette intorno a Mosè dal mattino fino alla sera. E quando il suocero di Mosè vide tutto quello che egli faceva per il popolo, disse: “Che cos'è quello che fai con il popolo? Perché siedi solo, e tutto il popolo ti sta attorno dal mattino fino alla sera?”. E Mosè rispose a suo suocero: “Perché il popolo viene da me per consultare Dio. Quando hanno qualche affare, vengono da me, e io giudico fra l'uno e l'altro, e faccio loro conoscere gli ordini di Dio e le sue leggi”. Ma il suocero di Mosè gli disse: “Quello che fai non va bene. Tu ti esaurirai certamente: tu e questo popolo che è con te; poiché questo compito è troppo pesante per te; non puoi farcela da solo. Ora ascoltami; ti darò un consiglio e Dio sia con te: Sii tu il rappresentante del popolo davanti a Dio, e porta a Dio le loro cause. Insegna loro gli ordini e le leggi, e mostra loro la via per la quale devono camminare e quello che devono fare; ma scegli fra tutto il popolo degli uomini capaci che temano Dio: degli uomini fidati, che detestino il guadagno illecito; e stabiliscili sul popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine; e rendano giustizia al popolo in ogni tempo; e riferiscano a te ogni affare di grande importanza, ma ogni piccolo affare lo decidano loro. Allevia così il peso che grava su te, e lo portino loro con te. Se tu fai questo, e se Dio te lo ordina, potrai durare; e anche tutto questo popolo arriverà felicemente al luogo che gli è destinato”.
  • Mosè diede ascolto alla voce di suo suocero, e fece tutto quello che egli aveva detto. Così Mosè scelse fra tutto Israele degli uomini capaci, e li stabilì capi del popolo: capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. E questi rendevano giustizia al popolo in ogni tempo; le cause difficili le portavano a Mosè, ma ogni piccolo affare lo decidevano loro. Poi Mosè congedò suo suocero, il quale se ne tornò al suo paese.

(Notizie su Israele, 16 novembre 2025)


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Rafforzata la sicurezza intorno ai deputati ortodossi dopo le violenze legate al disegno di legge sulla coscrizione

La polizia israeliana ha annunciato il rafforzamento della sicurezza intorno a tre deputati ortodossi nel contesto delle crescenti tensioni intorno alla legge sulla coscrizione. Yoav Ben-Tzur (Shas), Yaakov Asher e Moshe Gafni (Giudaismo Unificato della Torah) sono stati classificati al livello di minaccia 4 dal capo della divisione operazioni di polizia, il commissario David Filo, durante una riunione lunedì mattina.
Questa decisione arriva in un contesto di forti tensioni intorno al progetto di legge sulla coscrizione degli ortodossi, che suscita l'ira di una parte della comunità haredi.
Il livello 4 rappresenta uno dei livelli più alti della scala di minaccia utilizzata dalla polizia israeliana, che arriva fino al livello 6. A questo punto, i deputati interessati sono considerati minacciati, senza che la loro vita sia tuttavia in pericolo immediato.
Concretamente, essi beneficiano ora di un trattamento prioritario: intervento rapido delle pattuglie di polizia in caso di allarme, chiamate prioritarie al centro di comando e valutazioni sistematiche della sicurezza prima di ciascuno dei loro spostamenti nei diversi settori in cui devono recarsi.
Se la minaccia dovesse aggravarsi e passare al livello 5, i deputati dovrebbero installare telecamere di sorveglianza nelle loro abitazioni e nelle zone circostanti, disporre di pulsanti di allarme e adottare misure di sicurezza supplementari. Al livello 6, la Knesset sarebbe costretta ad assegnare loro guardie del corpo a tempo pieno.
Il rafforzamento della sicurezza fa seguito a diverse manifestazioni degenerate negli ultimi giorni. Domenica sera, decine di manifestanti ortodossi si sono radunati davanti alla casa di Yaakov Asher a Bnei Brak per protestare contro il disegno di legge. La polizia e le guardie di frontiera sono dovute intervenire per disperdere la folla.
L'incidente più grave si è verificato sabato sera, quando Yoav Ben-Tzur è sfuggito per un soffio al linciaggio. Mentre circolava nei pressi del quartiere di Mea Shearim, diverse decine di ortodossi hanno circondato il suo veicolo. I manifestanti hanno colpito l'auto, vi si sono aggrappati e sono arrivati persino a rompere i finestrini. Il deputato è uscito illeso grazie all'intervento dei soldati della polizia di frontiera.
Fino a domenica sera, Yoav Ben-Tzur si è tuttavia rifiutato di sporgere denuncia. Nonostante questa riluttanza, la polizia afferma di disporre di video che mostrano la maggior parte delle persone coinvolte e intende individuarle e arrestarle a breve.

(i24, 17 novembre 2025)

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Voci silenziate. I giornalisti sotto attacco dei propal

Aggrediti fisicamente o zittiti in eventi pubblici perché ebrei, israeliani o semplicemente sostenitori di Israele: sono molti i giornalisti del mondo che subiscono episodi di violenza perché non allineati con la narrativa pro-pal. Attacchi che arrivano anche a colpire i loro figli.

di Nathan Greppi

Quando, nel maggio 2021, alcuni manifestanti pro-Palestina le hanno lanciato addosso sassi e petardi a Berlino, la giornalista israeliana Antonia Yamin non era nuova a questo genere di situazioni: inviata in Germania dell’emittente pubblica israeliana KAN, già nel novembre 2018 era stata aggredita sempre a Berlino assieme al suo cameraman da un gruppo di ragazzi arabi, i quali hanno lanciato un petardo verso di loro.

Giornalisti aggrediti
  Dopo il 7 ottobre 2023, episodi come quelli in cui è rimasta coinvolta la Yamin sono diventati sempre più frequenti: in Occidente, si sono verificati diversi attacchi da parte dei propal nei confronti di giornalisti ebrei, israeliani o con posizioni filoisraeliane, che sono avvenuti con modalità diverse. Se in Italia nel 2024 si sono fatti notare soprattutto i casi di David Parenzo e Maurizio Molinari, censurati rispettivamente all’Università La Sapienza di Roma e all’Università Federico II di Napoli, altrove si sono verificate anche vere e proprie aggressioni fisiche.
  È successo ad esempio a Zeev Avrahami, inviato del sito di notizie israeliano Ynet, che nel maggio 2024 stava coprendo una protesta filopalestinese a Malmö, in Svezia, mentre nella stessa città si teneva l’Eurovision Song Contest: “Ho tirato fuori il telefono e ho iniziato a scattare delle foto. Dopo pochi secondi, una donna sui 60 anni, vestita con un abito a tema kefiah, la testa e la bocca coperta da una sciarpa e una maschera palestinesi, mi è saltata addosso e mi ha chiesto di smettere di fotografare. Ho detto che viviamo in una democrazia e in un luogo pubblico, e lei mi ha chiesto di smettere di fotografare e cancellare la foto. I suoi amici mi hanno circondato e lei è andata a chiamare la polizia. L’agente ha detto che avevo il permesso di fotografare”, ha raccontato in seguito Avrahami.
  Dopo che il reporter di Ynet si è addentrato nella manifestazione, dove si urlavano slogan come “dal fiume al mare”, nel giro di pochi minuti la donna “è ricomparsa, accompagna da sette o otto giovani musulmani con tutti gli attributi. Mi hanno chiesto i documenti e di dimostrare che non ero ebreo né israeliano. Ho risposto che sono ebreo e israeliano, e che non gli avrei dato la mia carta d’identità. Mi hanno circondato, e all’improvviso un oggetto affilato mi ha colpito forte in testa. Sono caduto, mi sono messo le mani sulla testa e ho cercato solo un modo per scappare. Gli agenti svedesi hanno protetto solo il perimetro della piazza occupata, e non sono intervenuti”. Dopo esser caduto, ha ricevuto altri pugni e calci da parte dei manifestanti, i quali gridavano “Da Malmö a Jenin, la Palestina sarà libera”.
  Episodi analoghi si sono verificati anche negli Stati Uniti: durante una manifestazione del giugno 2024 a New York, in cui attivisti antisraeliani protestavano contro una mostra sul massacro del Nova Music Festival, la giornalista Olivia Reingold, inviata del sito americano The Free Press, è stata circondata da dozzine di manifestanti, dopo che uno di loro le ha puntato il dito contro gridando: “È una sionista! Buttatela fuori di qui”. Un altro manifestante le ha strappato via il taccuino gridando: “Tu non scrivi proprio niente. Vattene a fanculo!”.

Eventi colpiti
  Ad essere vittime di questo odio non sono stati solo ebrei o israeliani, ma anche non ebrei che difendono le ragioni d’Israele: è il caso della giornalista ed ex-deputata spagnola Pilar Rahola, che nell’ottobre 2024 stava tenendo un convegno a La Garriga, vicino a Barcellona. In tale occasione, manifestanti di estrema sinistra le hanno versato addosso della vernice rossa, gridando: “Sei macchiata di sangue, questo è quello che succede ai sostenitori del genocidio in Palestina” .
  Per tutta risposta, la Rahola non si è scomposta, e ha continuato l’incontro dopo essersi ripulita, dichiarando: “Non mi metteranno a tacere. Non mi nasconderò, e non avrò paura di loro. Sono una libera cittadina in un paese libero. Non sarà il fascismo, né di destra, né di sinistra, che mi impedirà di esercitare la mia libertà. È di questo che avete paura, voi aggressori. Avete paura della libertà”.
  Anche negli Stati Uniti ci sono stati casi di eventi in cui relatori filoisraeliani hanno subito attacchi pesanti da parte del pubblico: nel settembre 2024 Dana Bash, giornalista ebrea della CNN, stava presentando in una libreria di Washington il suo ultimo libro, America’s Deadliest Election. In tale occasione, un manifestante che indossava una maschera l’ha attaccata dicendo che “dovresti stare dietro le sbarre”, e che “sappiamo chi sei, sappiamo cosa stai dicendo. Non è una guerra, non è mai stata una guerra, è una pulizia etnica”.
  Il suo collega della CNN Jake Tapper, anche lui ebreo, ha ritwittato un video dell’accaduto, condannando il fatto. Nel giugno dello stesso anno, manifestanti propal si sono radunati per protestare davanti alla casa dello stesso Tapper, insultando i suoi figli che erano affacciati sul balcone.

Minacce e intimidazioni
  Se alla BBC le voci filopalestinesi possono anche incitare all’odio nei confronti degli ebrei, come ha dimostrato un report scritto dal loro ex-consulente Michael Prescott, al contrario le voci che non si allineano ad una certa narrazione corrono seri rischi. Ne sa qualcosa Raffi Berg, redattore della BBC specializzato sul Medio Oriente, il quale ha ricevuto diverse minacce di morte dopo che nel dicembre 2024 un giornalista filopalestinese, Owen Jones, ha scritto un articolo sul sito Drop Site in cui sosteneva che Berg “gioca un ruolo chiave in una più ampia cultura della BBC di ‘sistematica propaganda israeliana’”. Per questo, nel novembre 2025 Berg ha querelato Jones per diffamazione
  Un altro giornalista inglese, Nicholas Potter, ha ricevuto minacce pesanti dopo che nel marzo 2025 ha confutato l’accusa di genocidio in merito alla guerra a Gaza, in un suo articolo pubblicato sul quotidiano tedesco Die Tageszeitung. L’articolo ha ricevuto risposte talmente violente che poco dopo la pubblicazione la sezione commenti è stata chiusa. E per le strade di Berlino, sono apparsi dei poster con la sua immagine che dicevano: “Non concediamo a coloro che avallano ideologicamente il genocidio in Palestina un attimo di tregua. Vengono nella nostra città e pensano che nessuno li riterrà responsabili. Sono persone normali che sanguinano come chiunque altro, e possono essere umiliate ed eliminate”.
  Questa non era la prima volta che Potter, già collaboratore di giornali come il Guardian e Haaretz, riceveva attacchi per il suo lavoro. Quando, nell’ottobre 2024, Greta Thunberg è andata a Berlino per prendere parte ad una manifestazione pro-Palestina, ha rilasciato un’intervista ad un sito berlinese di estrema sinistra chiamato Red. Un’inchiesta di Potter ha rivelato che si tratta di una piattaforma legata al Cremlino nata per veicolare propaganda filorussa, e per questo il giornalista ha ricevuto numerose intimidazioni.

Attacchi ai figli dei giornalisti
  Talvolta ad essere presi di mira non sono solo i giornalisti, ma anche i loro figli: è quello che è successo a Edimburgo, in Scozia, al figlio tredicenne della giornalista ebrea scozzese Leah Benoz, come ha rivelato lei stessa in un video su Instagram nell’ottobre 2025.
  “Questa mattina, nell’anniversario degli attentati del 7 ottobre e giorni dopo l’omicidio di due ebrei a Manchester”, ha dichiarato la Benoz, “mio figlio mi ha chiamato dal suo liceo di Edimburgo per dirmi che un altro ragazzo aveva minacciato di accoltellarlo in classe. Ieri, mio figlio era tornato a casa sconvolto dicendo che quest’altro ragazzo gli aveva chiesto di esprimere la sua posizione sul conflitto israelo-palestinese, […] e con tutte le sfumature e la compassione che un ragazzo di 13 anni spaventato era in grado di dare, ha spiegato che la guerra è terribile e che vuole che finisca, ma che sente una profonda connessione con Israele in quanto ebreo”.
  La Benoz ha aggiunto che “questo ragazzo ha poi molestato mio figlio per ore, gli ha detto che tutti gli israeliani sono terroristi, che gli israeliani sparano ai bambini in testa, che lui è un terrorista, e ha detto ad altri ragazzi che mio figlio crede che tutti i palestinesi dovrebbero morire”. Ha inoltre affermato: “Questo è ciò che significa essere ebrei in Scozia in questo momento […]  Questo ragazzo che ha aggredito mio figlio è stato radicalizzato a casa, è il prodotto di un ecosistema d’odio che è stato lasciato proliferare. Non possiamo andare avanti così”.

(Bet Magazine Mosaico, 17 novembre 2025)

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Israele respinge l'iniziativa sostenuta dagli Stati Uniti per un “percorso” verso uno Stato palestinese

Gerusalemme respinge l'appello internazionale – I ministri ribadiscono che non sorgerà uno Stato palestinese né in Giudea e Samaria né nella Striscia di Gaza.

Domenica Gerusalemme ha respinto una dichiarazione coordinata dagli Stati Uniti e firmata da diversi Stati, nella quale si chiedeva un “percorso” – una possibile via – verso l'autodeterminazione e la statualità palestinese. Diversi membri del gabinetto israeliano hanno sottolineato che Israele non permetterà la creazione di uno Stato palestinese né in Giudea e Samaria né nella Striscia di Gaza.
Il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha dichiarato in ebraico che Israele “non acconsentirà alla creazione di uno Stato palestinese terrorista nel cuore del Paese, nelle immediate vicinanze di tutti i centri abitati e in posizione topografica dominante rispetto ad essi”. Ha inoltre sottolineato che le forze di difesa israeliane stanno attualmente lavorando per smantellare tre strutture terroristiche sostenute dall'Iran: Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah nel sud del Libano e il movimento Houthi nello Yemen.
Anche il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito domenica che la politica del governo è chiara: “Non ci sarà uno Stato palestinese”. Gaza sarà completamente smilitarizzata, “fino all'ultimo tunnel”, e Hamas sarà disarmato - nella cosiddetta “zona gialla” dall'IDF, nella zona della vecchia Striscia di Gaza da una forza di stabilizzazione internazionale o dall'esercito israeliano stesso. La “zona gialla” comprende poco più della metà del territorio della Striscia di Gaza, da cui l'IDF si era ritirato nell'ambito della tregua mediata dagli Stati Uniti. Katz ha inoltre annunciato che i soldati israeliani rimarranno di stanza sull'Hermon e nella zona di sicurezza in Siria per proteggere il confine settentrionale di Israele dopo la caduta del regime di Assad alla fine del 2024.
La dichiarazione congiunta è stata pubblicata venerdì su iniziativa degli Stati Uniti. Otto paesi – Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan, Giordania e Turchia – hanno sostenuto la proposta statunitense di una forza internazionale di stabilizzazione per la Striscia di Gaza. Il processo, secondo il testo, “offre una via verso l'autodeterminazione e la sovranità palestinese”. La formulazione andava oltre il piano di pace in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, già approvato da Gerusalemme, poiché non lasciava più aperta la questione della sovranità.
Il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmud Abbas, ha accolto con favore la dichiarazione, affermando che essa conferma “il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente”.
In Israele, la dichiarazione ha suscitato reazioni significative all'interno del governo. Sabato sera, i principali partner di coalizione di destra hanno esortato il primo ministro Benjamin Netanyahu a chiarire in modo inequivocabile che Gerusalemme non accetterà uno Stato palestinese. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha ricordato che Netanyahu aveva annunciato una “risposta decisa” dopo il riconoscimento unilaterale della “Palestina” da parte di diversi paesi guidati dalla Francia il 21 settembre. Due mesi dopo, tuttavia, è seguito il “silenzio”, il che rende la situazione ‘pericolosa’.
Anche il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha dichiarato che non farà parte di un governo che acconsenta tacitamente a un tale sviluppo. Ha esortato il primo ministro a chiarire inequivocabilmente che Israele “non permetterà in alcun modo la creazione di uno Stato palestinese”. Nel suo intervento ha inoltre ribadito la sua nota posizione sull'identità dei palestinesi e sul futuro della Striscia di Gaza.
Già lo scorso anno la Knesset aveva respinto con 99 voti contro 11 il riconoscimento unilaterale internazionale di uno Stato palestinese. Sia la coalizione che gran parte dei partiti sionisti dell'opposizione si erano allora espressi contro “i diktat internazionali su un accordo definitivo con i palestinesi”. A luglio, una maggioranza di 71 deputati ha votato a favore di una risoluzione non vincolante che sosteneva l'applicazione della sovranità israeliana in Giudea, Samaria e nella Valle del Giordano. Inoltre, il mese scorso il Parlamento ha approvato in prima lettura due progetti di legge che prevedono l'annessione formale di alcuni territori della Giudea e della Samaria. I progetti sono stati deferiti alla commissione Affari esteri e difesa per un'ulteriore discussione.

(Israel Heute, 16 novembre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il doppio gioco di Doha: perché il Qatar non è un mediatore neutrale

E perché l’Europa deve svegliarsi

di Stefano Piazza

Negli ultimi interventi concessi alla CNN, il primo ministro del Qatar ha lodato la presunta “vocazione unica” del suo Paese a porsi come ponte tra fazioni in guerra, ascoltandone rivendicazioni e lamentele. Una narrativa elegante, adatta ai salotti diplomatici occidentali. Ma dietro quella patina di buon senso si nasconde una realtà molto meno innocua, ben ricostruita – dati alla mano da Natalie Ecanow ricercatrice della Foundation for Defense of Democracies (FDD): l’intera capacità di mediazione dell’emirato poggia su una rete costruita in decenni di rapporti con alcune delle organizzazioni terroristiche più pericolose del pianeta. Gli Stati Uniti, non potendo dialogare direttamente con questi gruppi, hanno lasciato che fosse Doha a farlo. Il problema è che il Qatar non si limita a parlare con i terroristi: li ospita, li finanzia, li agevola. Nella migliore delle ipotesi, entra alle trattative con un evidente conflitto d’interessi. Nella peggiore, si muove come un alleato occulto dei gruppi armati con cui dovrebbe fare da arbitro.
La storia dei legami fra Doha e Hamas parte già nel 1999, quando i leader del movimento palestinese cercavano un rifugio dopo l’espulsione dalla Giordania. Hamas inizialmente scelse la Siria, ma non tagliò mai il cordone ombelicale con il Qatar, fino all’apertura dell’ufficio politico a Doha nel 2012. Proprio quell’anno l’allora emiro fu il primo leader straniero a visitare Gaza sotto il controllo di Hamas, promettendo 400 milioni di dollari. Secondo FDD e fonti d’intelligence americane e israeliane, quella cifra è poi cresciuta fino a raggiungere circa 1,8 miliardi di dollari entro il 2023, più trasferimenti aggiuntivi tramite canali riservati. Soldi senza i quali – sostengono gli analisti – il massacro del 7 ottobre, costato la vita a 1.200 civili israeliani, non sarebbe stato possibile. I vertici di Hamas hanno vissuto per anni a Doha accumulando ricchezze colossali, protetti dall’emirato anche dopo l’inizio della guerra. Quando Ismail Haniyeh è stato ucciso nel 2024, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha partecipato al funerale insieme ai capi di Hamas e della Jihad Islamica.

Non solo Hamas: Doha come retrovia di Al Qaeda e Talebani
  La rete del Qatar non si ferma a Gaza. Negli anni ’90, Khalid Sheikh Mohammed – architetto dell’11 settembre – trovò rifugio a Doha grazie all’ospitalità di un ministro qatarino, lavorando persino per il governo. Quando gli Stati Uniti stavano per arrestarlo, funzionari dell’emirato lo avrebbero avvertito, permettendogli di scappare in Pakistan. Nel 2012 Doha aprì le porte anche ai leader del Fronte al-Nusra, branca siriana di Al Qaeda, organizzando incontri con alti funzionari qatarini e pagando riscatti milionari per liberare ostaggi in Siria. Il successivo rebranding del gruppo in Hayat Tahrir al-Sham fu, secondo FDD, poco più di un maquillage richiesto proprio dal Qatar. Dal 2013, infine, Doha ospita l’ufficio politico dei Talebani, una sede che avrebbe dovuto agevolare i negoziati di pace ma che si è trasformata in un centro operativo, logistico e di raccolta fondi. Da lì sono passati gli accordi che hanno portato al ritiro americano del 2021 e sempre lì si sono stabiliti i famigerati “Taliban Five” liberati dagli Stati Uniti nel 2014. Tre di loro, secondo varie testimonianze, avrebbero tentato di riallacciare i legami con le reti jihadiste.
Nonostante le promesse del 2017, il Qatar resta un paradiso per i finanziatori del jihadismo. Appena due settimane dopo il massacro del 7 ottobre, il Tesoro americano ha sanzionato un finanziatore di Hamas residente a Doha, accusato di aver gestito trasferimenti per decine di milioni. La FATF – organismo internazionale contro il riciclaggio – ha certificato nel 2023 che il Qatar non persegue adeguatamente i casi di finanziamento del terrorismo. Nel 2017 Donald Trump aveva indicato chiaramente Doha come sostenitore dell’estremismo, dopo che Arabia Saudita ed Emirati avevano imposto un embargo all’emirato. Nel suo secondo mandato, però, l’ex presidente ha cambiato toni, lasciandosi corteggiare dagli stessi leader che prima criticava. Un errore, sostiene FDD, che Washington non può più permettersi.
L’Europa continua invece a trattare il Qatar come un partner indispensabile, sedotta dalla combinazione di gas naturale, investimenti e relazioni “facili”. Ma la documentazione raccolta da FDD e da molte intelligence occidentali mostra un quadro inequivocabile: Doha non è un mediatore super partes, bensì un attore che ha costruito la sua influenza proprio grazie alla complicità con gruppi armati radicali. Gli emiri non hanno mai pagato un prezzo politico reale per questi rapporti. E finché continueranno a essere accolti come mecenati nei palazzi europei, il Qatar non avrà alcun motivo per cambiare condotta. Il Qatar si presenta come un raffinato facilitatore di crisi. In realtà, è spesso il principale sponsor delle stesse crisi che poi “media”. Se l’Occidente vuole davvero contrastare l’estremismo e ridurre l’instabilità, la prima cosa da fare è disincantarsi. È ora che anche l’Europa e l’Italia smettano di lasciarsi ammaliare dagli emiri di Doha e inizino a guardare il Qatar per ciò che è davvero, non per ciò che racconta di essere.

(L'informale, 16 novembre 2025)

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Quanti credono in Dio? E quanti credono nella venuta del Messia? Che cosa cambia dopo la guerra

Secondo un sondaggio dell’Università Reichman, il 78% dei cittadini israeliani crede in Dio - Il 57% degli ebrei in Israele ritiene di avere diritto alla Terra d’Israele in virtù di una promessa divina - Il 44% degli ebrei crede nell’esistenza del Gan Eden, rispetto al 90% degli arabi

di Asif Efrat

Negli ultimi mesi si è intensificato il dibattito pubblico sul fenomeno del rafforzamento del sentimento religioso degli israeliani a seguito della guerra. L’Istituto per la Libertà e la Responsabilità è stato il primo a evidenziare questo fenomeno attraverso sondaggi d’opinione condotti durante la guerra. In questi sondaggi abbiamo scoperto che quasi un terzo degli israeliani riferisce che l’esperienza della guerra ha rafforzato la loro fede in Dio, e più di un quarto dichiara di essersi avvicinato alla tradizione religiosa. Abbiamo inoltre riscontrato che l’avvicinamento alla religione all’ombra della guerra è particolarmente evidente tra i giovani.
Questi risultati ci hanno portato a cercare di tracciare un quadro più preciso della fede religiosa in Israele. Lo abbiamo fatto attraverso un sondaggio condotto nel luglio 2025 su un campione rappresentativo di 800 israeliani (648 ebrei e 152 arabi).
Abbiamo chiesto ai partecipanti delle loro credenze al momento del sondaggio, senza confrontarle con le credenze che avevano prima della guerra. Pertanto, il sondaggio non misura direttamente l’impatto della guerra sulla fede religiosa dei cittadini israeliani, ma indica una fede forte in ampie fasce del pubblico israeliano, in particolare tra i giovani. Riteniamo che questa fede esprima, almeno in parte, l’impatto della guerra.

Il 59% riferisce che oltre alla fede religiosa, anche le pratiche religiose hanno importanza nelle loro vite.
  Secondo il sondaggio, il 78% dei cittadini israeliani crede in Dio. Si tratta di un’alta percentuale di fede in Dio, riscontrata anche in sondaggi precedenti. Ma abbiamo posto una domanda supplementare: in che misura Dio ha importanza nella tua vita? Il 69% dei partecipanti al sondaggio ha riferito che Dio ha importanza nelle loro vite. Questo significa che la maggior parte degli israeliani non crede in Dio in modo puramente simbolico e superficiale; a loro avviso, Dio svolge un ruolo significativo nelle loro vite. La maggioranza degli israeliani – il 59% – riferisce che oltre alla fede religiosa, anche le pratiche religiose hanno importanza nelle loro vite.
Alti livelli di fede religiosa sono evidenti anche in domande più specifiche. Secondo il sondaggio, il 60% di tutti gli israeliani crede nell’esistenza del Gan Eden, il 54% crede nell’esistenza del Ghehinnom e il 50% crede nella venuta del Messia. Va notato che in queste domande sono emerse grandi differenze tra ebrei e arabi. Ad esempio, il 44% degli ebrei crede nell’esistenza del Gan Eden, rispetto al 90% degli arabi. Ma anche una percentuale di fede del 44% – quasi metà della popolazione ebraica – è elevata.
Abbiamo inoltre riscontrato che molti ebrei credono in una promessa divina o in un intervento divino. La maggioranza degli ebrei in Israele – il 57% – ritiene che gli ebrei abbiano diritto alla Terra d’Israele in virtù di una promessa divina. Secondo molti, l’attacco israeliano all’Iran nel giugno 2025 ha avuto successo non solo grazie all’audacia e alla sofisticazione delle forze di sicurezza – il 39% degli ebrei ritiene che l’attacco sia riuscito grazie a un miracolo divino.
Naturalmente, la forza della fede religiosa varia tra i diversi gruppi in Israele. Come descritto sopra, gli arabi in Israele sono più devoti nella loro fede rispetto agli ebrei. Gli elettori di destra, che includono nazional-religiosi e ultraortodossi, hanno una fede più profonda rispetto agli elettori di centro-sinistra.
Ma il risultato più interessante riguarda la distribuzione per età della fede. I nostri precedenti risultati hanno mostrato che la guerra ha rafforzato la fede religiosa, specialmente tra i giovani. I risultati attuali indicano chiaramente una forte fede religiosa della popolazione giovane in Israele. Ad esempio, il 76% dei 18-34enni riferisce che Dio ha importanza nelle loro vite, rispetto al 51% tra gli over 55. Il 71% dei 18-34enni crede nell’esistenza del Gan Eden, rispetto al 32% tra gli over 55; e il 59% dei 18-34enni crede nella venuta del Messia, rispetto al 27% degli over 55.
La vicinanza della giovane generazione israeliana alla religione è opposta alle tendenze oggi note in molti paesi del mondo, dove la generazione più anziana è più vicina alla religione. La vicinanza dei giovani in Israele alla religione era stata identificata già prima della guerra, e si è rafforzata, a quanto pare, a seguito di due anni di guerra dura e dolorosa. Oggi, la grande maggioranza dei giovani israeliani riferisce dell’importanza di Dio nelle loro vite. Questa realtà riflette, almeno in parte, il trauma di una guerra prolungata.
(Israel Hayom – 27/10/2025)

(Kolòt - Morashà, 16 novembre 2025)

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