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Notizie 16-30 ottobre 2025


Gerusalemme: centinaia di migliaia di ultraortodossi nelle strade contro la coscrizione militare

di Anna Balestrieri

GERUSALEMME - Giovedì 30 ottobre, centinaia di migliaia di israeliani ultraortodossi si sono riversati nelle strade di Gerusalemme per partecipare a una manifestazione imponente, ribattezzata il “Million Man Rally”. L’obiettivo dichiarato: protestare contro gli arresti di studenti delle yeshivot accusati di eludere la coscrizione militare obbligatoria.
  Dietro le parole di fede e di tradizione, tuttavia, si è stagliata una scena che racconta un’altra storia: quella di un Israele spaccato, dove un intero settore della popolazione rivendica il diritto di non condividere il peso della difesa comune.

Scontri, feriti e una tragedia
  Al termine della manifestazione, la calma apparente si è spezzata. Scontri con la polizia, idranti e disordini hanno attraversato la zona. Un ragazzo di 15 anni è morto precipitando da un cantiere edile dove decine di giovani erano saliti per assistere alla protesta. Le circostanze della sua morte restano oggetto di indagine (si presume un suicidio), ma il simbolo è già chiaro: un gesto collettivo di rifiuto trasformatosi in una tragedia nazionale.
  I servizi di emergenza hanno contato oltre cento feriti, tra cui giornalisti e persino due soldati ultraortodossi aggrediti dai manifestanti. La protesta ha bloccato il paese, con un’interruzione del servizio ferroviario fino alle 13 ed una chiusura intermittente dell’autostrada 1, l’arteria principale del paese, tra Gerusalemme e Latrun nel corso di tutta la giornata. I manifestanti si sono dati appuntamento nella capitale e sono accorsi da tutto il paese, superando le tradizionali divisioni interne al settore haredi. Già dalla visita del presidente Trump, troneggiavano sull’autostrada 1 che porta a Gerusalemme manifesti con la provocazione “Signor Presidente, che ne sarà degli ostaggi ultraortodossi nelle carceri militari israeliane?”
  Gli organizzatori hanno definito la protesta una “difesa della libertà di studiare la Torah senza interferenze”, denunciando le autorità per una presunta persecuzione contro gli studenti religiosi. Ma le parole si scontrano con la realtà: mentre migliaia di giovani laici e religiosi moderati servono al fronte, altri rivendicano il diritto di restare ai margini, protetti da un’interpretazione spirituale della legge.

Attacchi alla stampa e alla democrazia
  Durante la protesta, giornalisti israeliani sono stati aggrediti, colpiti con bottiglie, bastoni e sputi. Le troupe di Channel 12 e Channel 13 sono state costrette a ritirarsi, simbolo di un clima in cui il dissenso è considerato profanazione. L’immagine di una reporter nascosta dietro un agente di polizia per poter continuare a trasmettere racconta più di mille parole.

Un fronte insolitamente unito, ma per difendere il privilegio
  La manifestazione ha riunito fazioni ultraortodosse solitamente divise da rivalità ideologiche e rabbiniche. Persino gruppi più aperti all’integrazione con lo Stato hanno marciato accanto ai più oltranzisti. Un’unità rara, ma costruita attorno alla difesa del privilegio, non alla solidarietà nazionale.
Solo poche frange del Jerusalem Faction hanno scelto di boicottare l’evento, segnalando che anche dentro il mondo haredi il dissenso esiste, ma resta marginale.

La risposta della società israeliana
  L’opinione pubblica ha reagito con frustrazione e sdegno. Il leader dell’opposizione, Yair Lapid, ha riassunto il sentimento diffuso: “Se potete marciare nelle strade, potete marciare anche nell’addestramento di base.”
Mentre il Paese continua a pagare il prezzo di una guerra prolungata e di un servizio militare sempre più gravoso, l’immagine di decine di migliaia di uomini che sfilano non per la sicurezza di Israele ma contro di essa lascia una ferita profonda.

(Bet Magazine Mosaico, 31 ottobre 2025)


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"La Torah è la nostra vita" – Centinaia di migliaia di ebrei ortodossi manifestano a Gerusalemme

Centinaia di migliaia di ortodossi manifestano contro la chiamata alle armi degli studenti della Torah: un conflitto tra fede, dovere e identità.

di Dov Eilon

GERUSALEMME - Giovedì Gerusalemme era paralizzata. Centinaia di migliaia di ebrei ultraortodossi (Haredim) provenienti da tutto il Paese si sono riuniti nella capitale per protestare contro il previsto inasprimento delle norme sul servizio militare obbligatorio per gli studenti della Torah. È stata una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni, un'immagine che ha ricordato la “riunione di preghiera di un milione di persone” del 2014.
La folla ha pregato, cantato salmi e ripetuto più volte: “Non ci faremo costringere!”. Ovunque si levavano voci di determinazione, ma anche di preoccupazione: secondo gli oratori, il governo avrebbe intenzione di minare il sacro dovere dello studio della Torah con l'egualitarismo politico. “Lo studio della Torah è il nostro scudo, difende il Paese più di qualsiasi fucile”, ha gridato un rabbino tra gli applausi scroscianti. Molti hanno alzato cartelli con la scritta: “Preferiamo morire piuttosto che rinunciare alla nostra Torah”.
Mentre l'evento si svolgeva inizialmente in modo pacifico, ai margini si è verificato un tragico incidente. Un partecipante di 15 anni è caduto da un edificio in costruzione vicino al luogo della protesta ed è deceduto a causa delle ferite riportate. La polizia e i soccorsi sono stati impegnati senza sosta, le principali vie di accesso a Gerusalemme sono state chiuse per gestire l'enorme afflusso di persone.
Da anni la questione dell'esenzione dal servizio militare per gli studenti della Torah è fonte di aspre tensioni politiche. La Corte Suprema ha più volte contestato le norme speciali vigenti. Ora il Ministero della Difesa intende far approvare un nuovo disegno di legge che prevede un reclutamento più rigoroso. Per molti israeliani laici, l'eccezione concessa agli Haredim è un simbolo di ingiustizia sociale: essi chiedono che anche i giovani ultraortodossi contribuiscano alla difesa del Paese. Per gli Haredim, invece, il servizio militare obbligatorio è un attacco al loro modello di vita religioso. Lo considerano una minaccia alla loro identità spirituale e alla loro autonomia.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu è sottoposto a forti pressioni: da un lato la Corte Suprema esige la parità di trattamento per tutti i cittadini, dall'altro la sua coalizione di governo dipende dal sostegno dei partiti Haredi. Un passo falso potrebbe far vacillare il governo. I partiti dell'opposizione chiedono già una decisione chiara: o piena uguaglianza o la fine definitiva dei privilegi speciali. Netanyahu sta però cercando di disinnescare il conflitto, finora senza successo.
Questa manifestazione di massa mostra quanto sia profonda la divisione tra la popolazione laica e quella religiosa di Israele. Non si tratta solo di una disputa politica, ma di una lotta per l'identità: cosa significa oggi essere uno Stato ebraico? Uno Stato della Torah o uno Stato degli stessi doveri?
Questa manifestazione non è stata una protesta ordinaria. È stato il grido di protesta di un'intera comunità che si sente emarginata nell'Israele moderno. Gli Haredim vedono nella Torah la loro arma, la loro armatura, il loro esercito morale. Lo Stato, invece, sottolinea la responsabilità di ogni cittadino per la sicurezza comune. Tra queste due visioni si pone la profonda questione se Israele possa trovare un modo per conciliare entrambi: il dovere di difesa e la libertà di credo.

(Israel Heute, 31 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Perché “Israele è un progetto coloniale” è una sciocchezza

di Daniele Scalise

L’etichetta piace perché sintetizza tutto in una parola. Il termine “coloniale” sta in equilibrio tra verdetto morale e scorciatoia analitica: c’è un colono, c’è un colonizzato, fine della storia. Peccato che la storia, qui, non si lasci inchiodare. Il colonialismo classico ha tratti riconoscibili: una metropoli che invia coloni per estrarre risorse o proiettare potere, una gerarchia razziale amministrata dal centro, un rapporto organico col “madrepatria” che decide, finanzia, richiama. In Palestina tutto questo manca, è sempre mancato. Non c’è una Londra o una Parigi ebraica che governa a distanza, non c’è una compagnia delle Indie del popolo ebraico, non c’è oro, caucciù o zucchero da spremere. Semmai è successo l’esatto contrario: una diaspora senza Stato che prova a ricostruire sovranità in una terra con cui intrattiene un legame storico e religioso plurimillenario, e lo fa contro l’inerzia di tutte le potenze, pagando spesso con la vita dei propri pionieri.
Il Mandato della Società delle Nazioni non fu una licenza d’impero per conto terzi ma un impegno internazionale a favorire la “casa nazionale ebraica” tutelando i diritti civili e religiosi di tutti. Non un foglio bianco, dunque, bensì un quadro giuridico che riconosceva titoli storici e finalità politiche, dentro cui il movimento sionista acquistò terre sul mercato, costruì istituzioni civili, scuole, sindacati, ospedali, e una proto-amministrazione che precedette di anni l’indipendenza. La metropoli di Israele, a guardar bene, è Gerusalemme: non esiste un altrove che diriga, incassi e decida. I flussi materiali sono rovesciati rispetto al colonialismo: non estrazione, ma investimenti, risorse che entrano per creare industria, agricoltura, infrastrutture.
Anche la composizione demografica smentisce lo schema comfort. Tra il 1948 e i primi anni Settanta, circa metà degli ebrei d’Israele proviene dal mondo arabo-islamico, espulsi o spinti fuori da Iraq, Yemen, Siria, Egitto, Libia, Marocco, Tunisia, Algeria. Coloni di quale impero, esattamente? In parallelo, l’ebraico torna lingua viva e vivace, non strumento di dominio importato, ma rinascita culturale di un popolo che ritesse la propria continuità storica. È una dinamica di ritorno e ricostruzione, non di piantagione.
Resta il nodo duro: la presenza di un’altra popolazione con aspirazioni nazionali. È il punto che il colonialismo, come lente unica, distorce. In molti processi di indipendenza del Novecento, due collettività hanno rivendicato titoli, memoria, diritti. La politica – male, tardi, talvolta con violenza – ha cercato accomodamenti. Qui la semplificazione moralistica sostituisce l’analisi: se il conflitto esiste, dev’esserci un colpevole strutturale; “coloniale” serve a impedirne la comprensione. Non si negano errori, soprusi, abusi: si rifiuta la caricatura che riduce un conflitto nazionale complesso a sceneggiatura di occupanti e nativi, come se un secolo di storia, di decisioni reciproche, di guerre e compromessi mancati fosse solo il risultato di un piano dall’alto.
C’è poi un test materiale: cosa produce il presunto “colonialismo” israeliano? Non convogli di risorse verso una capitale straniera, non monopolî concessori, non manodopera coatta per piantagioni oltremare. Produce, discutibilmente e conflittualmente, cittadinanza, tasse, esercito di leva, Corte suprema, alternanza politica, una società multietnica che mescola ebrei provenienti da tre continenti e minoranze arabe con diritti civili e politici. Tutto perfetto? No. Ma il metro di giudizio non può essere quello dell’Arcadia: deve essere quello comparativo delle liberazioni nazionali reali. Lì, la tesi “coloniale” scricchiola.
Infine, la prova controfattuale: se Israele fosse un progetto coloniale, cessata la convenienza la metropoli richiamerebbe uomini e capitali. Qui accade l’opposto: in guerra o in pace, le ondate vanno verso Israele, non via da Israele. Non è il segno di un’occupazione, ma di un radicamento. La critica alle politiche è legittima e doverosa; la formula “progetto coloniale” è una scorciatoia che suona bene quanto spiega male. Se vogliamo capire – e magari cambiare – il presente, bisogna abbandonare gli slogan e rientrare nella storia: due popoli, due racconti, molti errori, un futuro da negoziare. Tutto il resto è propaganda con un dizionario elegante ma impolverato.

(Setteottobre, 31 ottobre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 4, 1-40
  • Ora, dunque, Israele, da' ascolto alle leggi e alle prescrizioni che io vi insegno perché le mettiate in pratica, affinché viviate ed entriate in possesso del paese che l'Eterno, l'Iddio dei vostri padri, vi dà. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando, e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandamenti dell'Eterno Iddio vostro che io vi prescrivo.
  • Gli occhi vostri videro ciò che l'Eterno fece nel caso di Baal-Peor: come l'Eterno, il tuo Dio, distrusse in mezzo a te tutti quelli che erano andati dietro a Baal-Peor: ma voi, che vi teneste stretti all'Eterno, al vostro Dio, siete oggi tutti in vita.
  • Ecco, io vi ho insegnato leggi e prescrizioni, come l'Eterno, il mio Dio, mi ha ordinato, affinché le mettiate in pratica nel paese nel quale state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque e le metterete in pratica; poiché quella sarà la vostra sapienza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: 'Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente!'. Qual è, infatti, la grande nazione alla quale la divinità sia così vicina come l'Eterno, il nostro Dio, è vicino a noi, ogni volta che lo invochiamo? E qual è la grande nazione che abbia delle leggi e delle prescrizioni giuste come è tutta questa legge che io vi espongo quest'oggi?
  • Soltanto, bada bene a te stesso e veglia diligentemente sull'anima tua, affinché non avvenga che tu dimentichi le cose che i tuoi occhi hanno visto, ed esse non ti escano dal cuore finché duri la tua vita. Anzi, falle sapere ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.
  • Ricordati del giorno che comparisti davanti all'Eterno, al tuo Dio, in Oreb, quando l'Eterno mi disse: 'Radunami il popolo, e io farò udire loro le mie parole, affinché essi imparino a temermi tutto il tempo che vivranno sulla terra, e le insegnino ai loro figli'. E voi vi avvicinaste e vi fermaste ai piedi del monte; e il monte era tutto in fiamme che si innalzavano fino al cielo; e vi erano tenebre, nuvole e oscurità. E l'Eterno vi parlò dal fuoco; voi udiste il suono delle parole, ma non vedeste alcuna figura; non udiste che una voce. Egli vi comunicò il suo patto, che vi comandò di osservare, cioè i dieci comandamenti; e li scrisse su due tavole di pietra.
  • E a me, in quel tempo, l'Eterno ordinò di insegnarvi leggi e prescrizioni, perché voi le mettiate in pratica nel paese dove state per passare per prenderne possesso. Poiché, dunque, non vedeste nessuna figura il giorno che l'Eterno vi parlò in Oreb in mezzo al fuoco, vegliate diligentemente sulle anime vostre,  affinché non vi corrompiate e vi facciate qualche immagine scolpita, la rappresentazione di qualche idolo, la figura di un uomo o di una donna,  la figura di un animale tra quelli che sono sulla terra, la figura di un uccello che vola nei cieli, la figura di una bestia che striscia sul suolo, la figura di un pesce che vive nelle acque sotto la terra; e anche affinché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l'esercito celeste, tu non sia attratto a prostrarti davanti a quelle cose e a offrire loro un culto. Quelle sono cose che l'Eterno, il tuo Dio, ha assegnato a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli. Quanto a voi l'Eterno vi ha presi, vi ha tratti fuori dalla fornace di ferro, dall'Egitto, per essere il suo popolo, la sua eredità, come oggi infatti siete.
  • Ora l'Eterno si adirò contro di me a causa vostra, e giurò che io non avrei passato il Giordano e non sarei entrato nel buon paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà in eredità. Così io dovrò morire in questo paese, senza passare il Giordano, ma voi lo passerete e possederete quel buon paese. Guardatevi dal dimenticare il patto che l'Eterno, il vostro Dio, ha stabilito con voi, e dal farvi alcuna immagine scolpita, o rappresentazione di qualsiasi cosa che l'Eterno, il tuo Dio, ti abbia proibito. Poiché l'Eterno, il tuo Dio, è un fuoco consumante, un Dio geloso.
  • Quando avrai dei figli e dei figli dei tuoi figli e sarete stati molto tempo nel paese, se vi corrompete, se vi fate delle immagini scolpite, delle rappresentazioni di qualsiasi cosa, se fate ciò che è male agli occhi dell'Eterno vostro Dio, per irritarlo, io chiamo oggi come testimoni contro di voi il cielo e la terra, che voi ben presto perirete, scomparendo dal paese di cui andate a prendere possesso di là dal Giordano. Voi non prolungherete i vostri giorni, ma sarete interamente distrutti. L'Eterno vi disperderà fra i popoli e non rimarrà di voi che un piccolo numero fra le nazioni dove l'Eterno vi condurrà. E là servirete dèi fatti da mano d'uomo, dèi di legno e di pietra, i quali non vedono, non odono, non mangiano, non fiutano. Ma di là cercherai l'Eterno, il tuo Dio; e lo troverai, se lo cercherai con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua. Nell'angoscia tua, quando tutte queste cose ti saranno avvenute, negli ultimi tempi, tornerai all'Eterno, al tuo Dio, e darai ascolto alla sua voce; poiché l'Eterno, il tuo Dio, è un Dio pietoso; egli non ti abbandonerà e non ti distruggerà; non dimenticherà il patto che giurò ai tuoi padri.
  • Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te, dal giorno che Dio creò l'uomo sulla terra, e da un'estremità dei cieli all'altra: 'Ci fu mai cosa così grande come questa, e si udì mai cosa simile a questa? Ci fu mai popolo che abbia udito la voce di Dio che parlava in mezzo al fuoco come l'hai udita tu, e che sia rimasto vivo? Ci fu mai un dio che abbia provato a venire a prendersi una nazione di mezzo a un'altra nazione attraverso prove, segni, miracoli e battaglie, con mano potente e con braccio steso e con gesta terribili, come fece per voi l'Eterno, il vostro Dio, in Egitto, sotto i vostri occhi?'.
  • Tu sei stato fatto testimone di queste cose affinché tu riconosca che l'Eterno è Dio, e che non ce n'è altro fuori di lui. Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per ammaestrarti; e sulla terra ti ha fatto vedere il suo gran fuoco, e tu hai udito le sue parole di mezzo al fuoco. E perché egli ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro progenie dopo loro, ed egli stesso, di persona, ti ha fatto uscire dall'Egitto con la sua grande potenza, per scacciare davanti a te nazioni più grandi e più potenti di te, per farti entrare nel loro paese e per dartene il possesso, come oggi si vede.
  • Sappi dunque oggi, e tienilo bene in cuore, che l'Eterno è Dio: lassù nei cieli, e quaggiù sulla terra; e che non ce n'è alcun altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandamenti che oggi ti do, affinché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te, e affinché tu prolunghi per sempre i tuoi giorni nel paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà”.
(Notizie su Israele, 31 ottobre 2025)


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E intanto lontano dal clamore Hezbollah si sta riarmando

di Omar Abdel-Baqui e Summer Said

Secondo fonti vicine ai servizi segreti israeliani e arabi, il gruppo terrorista libanese Hezbollah sta ricostituendo il proprio arsenale e le proprie file decimate, sfidando i termini dell’accordo di cessate il fuoco e aumentando la possibilità di un nuovo conflitto con Israele. 
Le informazioni raccolte dai servizi segreti indicano che Hezbollah, sostenuto dall’Iran, sta rifornendo il proprio arsenale di razzi, missili anticarro e artiglieria. Alcune di queste armi stanno arrivando attraverso i porti marittimi e le rotte di contrabbando attraverso la Siria, indebolite ma ancora funzionanti. Hezbollah sta producendo alcune nuove armi autonomamente, hanno affermato le fonti. 
Il riarmo sta mettendo a dura prova l’accordo che un anno fa ha posto fine a una dura campagna israeliana di due mesi contro il gruppo terrorista. In base all’accordo, il Libano è tenuto a iniziare il disarmo di Hezbollah in alcune parti del Paese, prima di continuare in tutto il territorio nazionale come previsto da un precedente accordo. Ma da allora il gruppo ha puntato i piedi, affermando che le sue armi sono necessarie per difendere la sovranità del Libano. 
Israele, che ha fornito informazioni di intelligence per aiutare l’esercito libanese a disarmare Hezbollah e ha effettuato più di 1.000 attacchi contro il gruppo da quando è stato firmato l’accordo di cessate il fuoco lo scorso novembre, sta perdendo la pazienza, hanno affermato le fonti. È stato irritato dalle nuove scoperte dell’intelligence e dal fatto che la questione in discussione sia passata dal disarmo di Hezbollah al suo riarmo in pochi mesi, ha affermato una delle fonti. 
“Se Beirut continuerà a esitare, Israele potrebbe agire unilateralmente e le conseguenze sarebbero gravi”, ha affermato in ottobre Tom Barrack, ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia e importante inviato americano per il Libano e la Siria. 
I leader libanesi, attraverso intermediari arabi e americani, stanno chiedendo pazienza a Israele e sono disponibili ad aumentare la condivisione di informazioni e il coordinamento con Israele, nonostante gli Stati confinanti siano tecnicamente in guerra. 
Naim Qassem, l’attuale capo di Hezbollah, ha dichiarato in un’intervista trasmessa in ottobre da un canale televisivo legato a Hezbollah che dovrebbe esserci coordinamento tra l’esercito libanese e Hezbollah, ma che i tentativi di disarmare il gruppo dovrebbero essere contrastati. Ha affermato che Hezbollah sta cercando di evitare un’altra guerra con Israele e che, dalla tregua, ha evitato risposte militari agli attacchi israeliani sul Libano. 
Lo stallo evidenzia la difficoltà di reprimere una milizia consolidata che gode del sostegno della popolazione, anche quando è stata duramente sconfitta. 
Le difficoltà sono evidenti anche a Gaza, dove Hamas resiste alle richieste di disarmarsi e rinunciare al potere, requisiti previsti dall’accordo del presidente Trump per porre fine alla guerra durata due anni nell’enclave. 
Hamas ha perso migliaia di combattenti durante la guerra e ha suscitato l’ira di molti abitanti di Gaza per aver causato tanta distruzione. Ma una volta iniziato il cessate il fuoco, Hamas ha lanciato una repressione contro i rivali per rafforzare la propria autorità e da allora si è scontrato ripetutamente con le truppe israeliane. 
Hezbollah è nato dalla comunità sciita libanese più di quarant’anni fa ed è sopravvissuto a numerose battaglie con Israele. Ne ha scatenata una nuova dopo che Hamas ha compiuto i suoi attacchi mortali del 7 ottobre 2023, lanciando razzi su Israele quasi ogni giorno e costringendo all’evacuazione delle comunità nel nord del Paese. La risposta di Israele lo scorso autunno è stata la più dannosa per Hezbollah tra i loro numerosi conflitti, con migliaia di attacchi aerei contro il gruppo e l’innesco di esplosioni quasi simultanee di migliaia di cercapersone e walkie-talkie che ne hanno decimato le fila. 
L’accordo di cessate il fuoco dello scorso novembre stabilisce che gli sforzi di disarmo dovrebbero iniziare a sud del fiume Litani, che definisce una zona profonda circa 20 miglia che corre più o meno parallelamente al confine con Israele. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam hanno entrambi pubblicamente sostenuto il disarmo di Hezbollah nel resto del Paese e il monopolio della forza da parte dello Stato. 
Il governo libanese ha compiuto progressi nello smantellamento delle postazioni e delle armi di Hezbollah nelle zone più meridionali del Libano, che sono state a lungo sotto il controllo di Hezbollah e sono state martoriate dalla campagna terrestre e aerea di Israele lo scorso anno. Il disarmo in quella zona è stato spesso condotto con il consenso di Hezbollah.   
Ma in altre zone con una significativa influenza di Hezbollah, come la periferia sud di Beirut e la valle della Bekaa che attraversa il Libano orientale, si sono registrati scarsi progressi a causa della resistenza del gruppo militante. 
I leader libanesi si trovano in una posizione delicata. Il loro esercito è numericamente inferiore a quello di Hezbollah. Isolare politicamente Hezbollah potrebbe far sentire emarginata e meno legata allo Stato la popolazione sciita del Paese, centinaia di migliaia di cui sostengono Hezbollah. I leader del Paese temono che uno scontro potrebbe far ripiombare il Libano nella guerra civile che lo ha afflitto per gran parte della seconda metà del XX secolo. 
“L’esercito libanese non è interessato né pronto a confrontarsi militarmente con Hezbollah”, ha affermato Randa Slim, ricercatrice presso il Foreign Policy Institute della Johns Hopkins University ed esperta in risoluzione dei conflitti. 
“Siamo bloccati in questa zona grigia in cui il governo libanese afferma di aver preso la decisione di disarmare Hezbollah. Lo stanno attuando a sud del Litani. Ma non c’è nulla, nessun piano concreto, su ciò che accadrà a nord del Litani”, ha affermato Slim. 
La crescente frustrazione sottolinea quanto sia difficile trasformare una tregua nei combattimenti intensi in una pace duratura. Mostra anche i limiti del disarmo dei gruppi con la forza delle armi. 
“Cosa può fare Israele per ottenere il risultato desiderato oltre a ciò che ha già fatto?”, ha affermato Slim. “Invaderà nuovamente il sud? Arriverà fino a Beirut per dare la caccia agli agenti di Hezbollah?” 
Secondo l’Acled, un’organizzazione che monitora i dati sui conflitti, dall’interruzione delle ostilità nel novembre dello scorso anno Israele ha colpito il Libano circa 1.000 volte dall’aria e più di 500 volte con l’artiglieria. Israele ha colpito quelli che definisce obiettivi di Hezbollah intorno a Beirut e altrove. Gli Stati Uniti non stanno esortando alla moderazione, ha affermato un alto funzionario occidentale. 
Israele ha schierato anche truppe in diverse posizioni nel sud del Libano. Hezbollah non ha ancora tentato una risposta militare significativa. 
Il ronzio dei droni israeliani è costante in vaste zone del Libano. Secondo un rapporto di ottobre dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, più di 60.000 persone sono ancora sfollate dopo aver abbandonato le loro case durante i combattimenti. Gli sforzi di ricostruzione in alcune parti del Paese danneggiate dagli attacchi israeliani sono in fase di stallo, poiché sia Hezbollah che il governo libanese sono a corto di fondi e gli Stati occidentali e arabi del Golfo sono riluttanti a finanziare i lavori fino a quando il disarmo non farà ulteriori progressi.  
I funzionari di Hezbollah hanno dichiarato che, sebbene il gruppo sia stato indebolito dalla campagna militare israeliana, ha i mezzi per riarmarsi se lo desidera. Hanno affermato che le armi di Hezbollah sono un punto di forza per il Libano, sostenendo che l’esercito, uno dei più deboli del Medio Oriente, non è in grado di difendere il Paese da Israele.  
Funzionari dell’intelligence araba affermano che Hezbollah sta tornando a una struttura più decentralizzata, simile a quella che aveva negli anni ’80 e a quella adottata da Hamas a Gaza. Sebbene entrambi i gruppi abbiano reclutato nuovi combattenti per riempire i propri ranghi, le loro leadership militari sono ancora in disordine, secondo alcune persone vicine ai servizi segreti. Ciononostante, nessuno dei due sembra volersi arrendere.  
“Hezbollah non si sente sconfitto”, ha affermato Slim. “Continua a credere di potersi ricostituire e ha ancora un sostenitore regionale del partito in Iran”. 
(The Wall Street Journal, 30/10/2025)

(Rights Reporter, 31 ottobre 2025 - trad. Sarah G. Frankl)

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L'esercito israeliano rende omaggio agli abitanti di Ein Habesor che hanno respinto Hamas il 7 ottobre

Abbandonati al loro destino e armati solo di una manciata di fucili, i membri della brigata locale hanno combattuto i terroristi che invadevano il sud ed evacuato i feriti sotto il fuoco nemico.

di Stav Levaton

Un'indagine interna ha concluso che l'esercito non è riuscito a difendere la comunità di Ein Habesor, situata al confine con Gaza, durante il pogrom perpetrato nel sud di Israele dal gruppo terroristico palestinese Hamas il 7 ottobre 2023, lasciando gli abitanti del moshav a difendersi da soli dall'assalto.
L'indagine dell'esercito israeliano, la cui pubblicazione è stata autorizzata venerdì, ha rivelato che la brigata di riserva del moshav e altri abitanti hanno combattuto con coraggio, respingendo i terroristi e salvando la comunità, mentre l'esercito faticava a comprendere la situazione o a organizzare la sua risposta.
In totale, solo due abitanti sono rimasti feriti durante il pogrom e il moshav ha subito pochi danni, sfuggendo così al destino di altre località che quel giorno hanno visto decine dei loro abitanti assassinati, rapiti o sottoposti alle violenze commesse dai terroristi invasori.
L'indagine indica che circa 16 terroristi armati provenienti da Gaza hanno attaccato Ein Habesor, ma sono stati costretti a ritirarsi di fronte alla squadra di sicurezza locale. L'indagine si congratula con gli abitanti per aver organizzato in modo indipendente le operazioni di soccorso e di evacuazione sotto il fuoco nemico.

FOTO 1
Amit Gotliv, membro della squadra di emergenza del moshav Ein Habesor vicino a Gaza, si fotografa subito dopo uno scontro a fuoco con i terroristi di Hamas, il 7 ottobre 2023.

Gli investigatori hanno stabilito che il moshav, situato a circa sette chilometri dal confine con Gaza, non figurava tra gli obiettivi iniziali di Hamas: i terroristi vi si sarebbero recati per errore dopo aver perso la loro mappa mentre si dirigevano verso le basi dell'esercito israeliano vicino a Urim.
Queste conclusioni si aggiungono a una serie di indagini che descrivono in dettaglio una quarantina di combattimenti e massacri mortali avvenuti durante il pogrom di Hamas del 7 ottobre, durante il quale circa 5.600 terroristi hanno attraversato il confine, uccidendo più di 1.200 persone in territorio israeliano e rapendo 251 persone per portarle in ostaggio nella Striscia di Gaza.
L'indagine su Ein Habesor, condotta dal colonnello (Riserva) Ziv Beit Or e approvata dall'ex capo del comando meridionale, il generale di divisione Yaron Finkelman, si basa su mesi di testimonianze, ricostruzioni del campo di battaglia, video di sorveglianza, pubblicazioni sui social media, nonché su documenti e informazioni dei servizi di intelligence.

Cronologia dell'assalto
  L'assalto è iniziato alle 6:29, quando Hamas ha lanciato un intenso bombardamento di razzi sulla parte occidentale del Negev, in particolare su Ein Habesor e sulle basi militari e comunità vicine. Con questa copertura, i terroristi hanno attraversato il confine da Gaza con veicoli e a piedi, sommergendo rapidamente il 51° battaglione della brigata Golani responsabile del settore.
FOTO 2
Razzi lanciati dalla città di Gaza verso Israele, il 7 ottobre 2023

L'infiltrazione simultanea di migliaia di terroristi armati in decine di siti ha paralizzato le capacità di comando e controllo dell'esercito, ritardando l'arrivo dei rinforzi al moshav. Mentre le sirene suonavano per avvertire dell'arrivo dei razzi, il coordinatore della sicurezza di Ein Habesor ha iniziato a preparare le difese della comunità. Ha mobilitato una squadra locale in allerta e dei volontari che in precedenza avevano formato un gruppo di pattuglia civile per combattere la criminalità nella zona.
Ha diviso il moshav in settori di difesa e ha assegnato i compiti mentre cominciavano ad arrivare le prime segnalazioni di infiltrazioni in altre comunità vicine.
Un abitante ha poi riferito al Times of Israel che il moshav disponeva solo di quattro fucili per difendersi, a causa di recenti furti. Secondo l'indagine dell'IDF, la comunità non disponeva di un arsenale centralizzato.
Verso le 7:50, un furgone che trasportava la maggior parte dei 16 terroristi, accompagnato da una moto con altri due terroristi, ha raggiunto una stazione di servizio vicina, adiacente al moshav vicino di Magen. I terroristi hanno saccheggiato provviste e denaro prima di proseguire verso sud sulla strada 232, che li ha condotti all'estremità occidentale di Ein Habesor.
Dopo aver inizialmente deviato su una strada sterrata a ovest del moshav, il furgone è rapidamente tornato sulla strada principale e si è fermato a un incrocio che segnava l'ingresso occidentale di Ein Habesor, una comunità rurale di circa 1.300 abitanti.
Pochi secondi dopo, alle 7:54, i terroristi hanno aperto il fuoco. Quattro membri della squadra di intervento, appostati all'ingresso principale della comunità, hanno risposto al fuoco. Pochi minuti dopo l'inizio dello scontro a fuoco, un membro della squadra di sicurezza è rimasto ferito ed è stato rapidamente evacuato.
Nello stesso momento, un altro gruppo di terroristi ha tentato di scavalcare una recinzione nell'angolo nord-ovest del moshav. Un membro della squadra di sicurezza ha sparato ai terroristi, colpendo almeno uno di loro, prima di essere ferito a sua volta.
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Immagini della telecamera di sicurezza che mostrano i membri della squadra di riserva mentre difendono l'ingresso principale del moshav Ein Habesor dai terroristi di Hamas, il 7 ottobre 2023.

I combattimenti per proteggere la comunità sono continuati fino alle 8:08. I terroristi hanno lanciato un razzo anticarro (RPG) che ha colpito un albero, poi hanno iniziato a ritirarsi verso nord.
Alle 8:26, i terroristi in ritirata hanno incrociato un'unità della brigata Golani che stava cercando di raggiungere il moshav. I soldati hanno ucciso diversi terroristi e costretto gli altri a fuggire verso sud e ovest.
Con l'unità Golani c'erano il comandante regionale della polizia di frontiera di Eshkol e un ufficiale della comunità, che si erano uniti ai soldati dopo aver affrontato diversi terroristi alla stazione di servizio di Magen.
I terroristi che sono riusciti a fuggire hanno poi raggiunto il vicino kibbutz di Nir Oz, che hanno attaccato violentemente, prima di ritirarsi verso Gaza.
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Terroristi palestinesi all'ingresso del kibbutz Nir Oz, durante il pogrom perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023

A seguito dello scontro a fuoco, i soldati e gli agenti della polizia di frontiera sono entrati nel moshav dal cancello principale e, verso le 8:30, gli abitanti hanno iniziato a evacuare i feriti con i propri mezzi.
La prima vittima, identificata nei rapporti dell'epoca come Eldad Gepner, 48 anni, è stata portata dal fratello Yftach sulla strada 241 attraverso il cancello est del moshav, ma il loro veicolo è stato preso sotto tiro vicino all'incrocio di Maon. Eldad è stato colpito di nuovo, questa volta più gravemente.
“Ho visto due furgoni con circa 10 terroristi ciascuno e circa cinque motociclette con due uomini ciascuna”, ha raccontato Yftach Gepner al Times of Israel pochi giorni dopo l'attacco. "Non capivo cosa stavo vedendo. Hanno iniziato a spararci. Non avevo un'arma. Indossavo dei pantaloncini corti. »
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Yftach Gepner (in primo piano) scatta un selfie con suo fratello Eldad

Gepner ricorda di aver fatto retromarcia su una strada sterrata, inseguito dai terroristi in moto, che hanno colpito suo fratello alla schiena e alle natiche.
«Soffriva terribilmente», ha confidato. «Ho fatto una curva folle e ho guidato a 150 chilometri all'ora verso il cancello posteriore del moshav. »
Gli è stato consigliato di non tentare una nuova evacuazione con i propri mezzi. Eldad è stato infine trasportato in un'ambulanza privata guidata da un abitante del luogo e scortata da un altro veicolo, che ha costeggiato il torrente Nahal HaBesor.
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Vista di una zona bruciata vicino al torrente Habesor, al confine con la Striscia di Gaza, il 25 luglio 2018.

Secondo l'indagine, l'ambulanza privata ha poi raggiunto un veicolo di trasporto medico che ha trasferito il ferito all'ospedale Soroka.
Il secondo residente ferito è stato curato sul posto e poi evacuato al Soroka più tardi nel corso della giornata.
L'indagine conclude che Tsahal ha fallito nella sua missione di protezione di Ein Habesor e che la difesa della comunità è ricaduta quasi interamente sui suoi abitanti, una constatazione simile a quella fatta in molte altre località.
Nonostante l'assenza di supporto militare, la brigata di intervento locale, guidata dal coordinatore della sicurezza e dai suoi vice, ha combattuto con coraggio ed efficacia, respingendo i terroristi ed evitando un massacro, secondo il rapporto.
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Cartello stradale che indica la strada per il moshav Ein Habesor, al confine meridionale di Gaza, data sconosciuta

L'indagine rivela inoltre che Tsahal ha avuto difficoltà a ottenere un quadro chiaro della situazione operativa nella regione, a causa di interruzioni generalizzate delle comunicazioni e di combattimenti simultanei in diversi luoghi. Solo nel pomeriggio del 7 ottobre i comandanti sono riusciti ad avere un quadro completo degli eventi a Ein Habesor e altrove.
Nei giorni successivi alla battaglia, gli abitanti hanno continuato a garantire la sicurezza del moshav da soli, in assenza di sostegno da parte delle forze di sicurezza ufficiali. Hanno anche istituito un centro di comando locale per coordinare gli interventi di emergenza, informare la popolazione e organizzare l'evacuazione dei civili verso zone più sicure.
L'esercito israeliano ha elogiato l'eroismo degli abitanti di Ein Habesor, sottolineando che le loro azioni – sia in combattimento che nel soccorso dei feriti – hanno permesso di evitare un massacro simile a quelli perpetrati in altre comunità lungo il confine con Gaza.

(The Times of Israel, 31 ottobre 2025)

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La ZDF interrompe la collaborazione con Gaza-Produktion: un simbolo dell'ingenuità tedesca in Medio Oriente

Il caso di un partner della ZDF a Gaza dimostra ancora una volta quanto sia difficile per i media tedeschi affrontare la realtà del Medio Oriente.

di Dov Eilon

Dopo che un tecnico 37enne della società di produzione di Gaza Palestine Media Production (PMP), con cui la ZDF [Zweites Deutsches Fernsehen, equivalente di Rai 2 in Italia] collaborava da anni, è stato ucciso in un attacco aereo israeliano e si è scoperto che era un combattente di Hamas, l'emittente ha reagito, ma il suo comportamento solleva interrogativi sui media e sulla politica tedeschi in Medio Oriente.
Il 19 ottobre, nell'area centrale della Striscia di Gaza, vicino a Deir al-Balah, l'esercito israeliano ha effettuato un attacco aereo in cui è rimasto ucciso, tra gli altri, un tecnico 37enne della società di produzione Palestine Media Production (PMP). Secondo i media tedeschi, la vittima era Ahmed Abu Mutair, che avrebbe ricoperto il ruolo di comandante di plotone dell'ala militare di Hamas, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam.
Inizialmente, la ZDF aveva condannato la morte del collaboratore e criticato Israele. In una dichiarazione del 19 ottobre, la caporedattrice della ZDF Bettina Schausten ha affermato:
“I nostri pensieri vanno alle vittime e alle loro famiglie, alle quali esprimiamo il nostro più profondo cordoglio. È inaccettabile che i collaboratori dei media vengano attaccati mentre svolgono il loro lavoro”.
Pochi giorni dopo, tuttavia, l'esercito israeliano ha presentato prove che Abu Mutair era membro di Hamas. Di conseguenza, la ZDF ha annunciato che avrebbe sospeso la collaborazione con Palestine Media Production (PMP) “fino a nuovo avviso”.
Questo incidente mostra un modello ben noto della politica tedesca in Medio Oriente: l'idea ben intenzionata, ma spesso lontana dalla realtà, che sia possibile riferire in modo neutrale da Gaza o dalla Giudea e Samaria. Ciò trascura il fatto che le strutture politiche, militari e mediatiche sono indissolubilmente intrecciate tra loro. Il fatto che un'emittente pubblica come la ZDF abbia collaborato per anni con un'azienda i cui dipendenti erano anche combattenti militanti solleva seri interrogativi: con quanta attenzione è stata valutata questa partnership? E quali criteri si applicano quando il lavoro giornalistico si svolge in un contesto in cui è difficile distinguere tra propaganda e attività giornalistica?
Un portavoce della ZDF ha dichiarato che non vi sono indicazioni che altri dipendenti della PMP appartengano ad Hamas. Tuttavia, la fiducia è stata scossa, non solo a Gaza, ma anche in Germania, dove molti telespettatori si aspettano trasparenza e credibilità dalle emittenti pubbliche.
Il caso è emblematico di un atteggiamento che oscilla tra pretese morali e cecità politica. Da anni la Germania sottolinea il proprio impegno per la sicurezza di Israele, eppure nella politica e nei media si nota la tendenza a condannare frettolosamente ogni azione militare israeliana, mentre si parla con riluttanza delle cause. Il Ministero degli Esteri si è detto “scioccato” dall'attacco aereo, in cui è morto anche un bambino. Tuttavia, lo stesso governo federale reagisce in modo sorprendentemente esitante su altre questioni relative al Medio Oriente quando si tratta di definire chiaramente il terrorismo e l'indottrinamento.
La decisione della ZDF di interrompere la collaborazione con la società di produzione di Gaza è stata giusta, ma è arrivata tardi. È espressione di un problema fondamentale dei media tedeschi in Medio Oriente: si reagisce solo quando la realtà fa sparire l’illusione. Chi vuole davvero capire cosa sta succedendo in questa regione non può nascondersi dietro una presunta neutralità.
Il lavoro dei media in Medio Oriente non è mai apolitico. E chi crede che possa esserlo non ha ancora capito la prima lezione di questa regione.

(Israel Heute, 31 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 9
  • Ascolta, Israele! Oggi tu stai per passare il Giordano per andare a impadronirti di nazioni più grandi e più potenti di te, di città grandi e fortificate fino al cielo, di un popolo grande e alto di statura, dei figli degli Anachim che tu conosci, e dei quali hai sentito dire: 'Chi mai può resistere ai figli di Anac?'. Sappi dunque oggi che l'Eterno, il tuo Dio, è colui che marcerà alla tua testa, come un fuoco divorante; egli li distruggerà e li abbatterà davanti a te; tu li scaccerai e li farai perire in un attimo, come l'Eterno ti ha detto.
  • Quando l'Eterno, il tuo Dio, li avrà scacciati davanti a te, non dire nel tuo cuore: 'È per la mia giustizia che l'Eterno mi ha fatto entrare in possesso di questo paese'; poiché l'Eterno scaccia, davanti a te, queste nazioni per la loro malvagità. No, tu non entri in possesso del loro paese a motivo della tua giustizia, né a motivo della rettitudine del tuo cuore; ma l'Eterno, il tuo Dio, sta per scacciare quelle nazioni davanti a te per la loro malvagità e per mantenere la parola giurata ai tuoi padri, ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe.  Sappi, dunque, che l'Eterno, il tuo Dio, non ti dà il possesso di questo buon paese a motivo della tua giustizia, poiché tu sei un popolo di collo duro.
  • Ricordati, non dimenticare come hai provocato all'ira l'Eterno, il tuo Dio, nel deserto. Dal giorno che uscisti dal paese d'Egitto, fino al vostro arrivo in questo luogo, siete stati ribelli all'Eterno. Anche a Oreb provocaste all'ira l'Eterno; e l'Eterno si adirò contro di voi, al punto di volervi distruggere. Quando io salii sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole del patto che l'Eterno aveva stabilito con voi, io rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua; e l'Eterno mi diede le due tavole di pietra, scritte con il dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che l'Eterno vi aveva detto sul monte, di mezzo al fuoco, il giorno dell'adunanza. E fu alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti che l'Eterno mi diede le due tavole di pietra, le tavole del patto. Poi l'Eterno mi disse: 'Alzati, scendi immediatamente di qui, perché il tuo popolo che hai fatto uscire dall'Egitto si è corrotto; hanno ben presto lasciato la via che io avevo loro ordinato di seguire; si sono fatti una immagine di metallo fuso'.
  • L'Eterno mi parlò ancora, dicendo: 'Io l'ho visto questo popolo; ecco, è un popolo di collo duro; lasciami fare, io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto il cielo, e farò di te una nazione più potente e più grande di loro'. Così io mi voltai e scesi dal monte, dal monte tutto in fiamme, tenendo nelle mie due mani le due tavole del patto. Guardai, ed ecco che avevate peccato contro l'Eterno, il vostro Dio; vi eravate fatti un vitello di metallo fuso; avevate ben presto lasciato la via che l'Eterno vi aveva ordinato di seguire. Allora afferrai le due tavole, le gettai dalle mie mani, e le spezzai sotto i vostri occhi.
  • Poi mi prostrai davanti all'Eterno, come avevo fatto la prima volta, per quaranta giorni e per quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò che è male agli occhi dell'Eterno, per irritarlo. Poiché io avevo paura nel vedere l'ira e il furore con cui l'Eterno si era acceso contro di voi, al punto di volervi distruggere. Ma l'Eterno mi esaudì anche questa volta.  L'Eterno si adirò anche fortemente contro Aaronne, al punto di volerlo far perire, e io pregai in quell'occasione anche per Aaronne. Poi presi l'oggetto del vostro peccato, il vitello che avevate fatto, lo diedi alle fiamme, lo feci a pezzi, frantumandolo finché fosse ridotto in polvere, e buttai quella polvere nel torrente che scende dal monte.
  • Anche a Tabera, a Massa e a Chibrot-Attaava voi irritaste l'Eterno. 23 E quando l'Eterno vi volle far partire da Cades-Barnea, dicendo: 'Salite e impossessatevi del paese che io vi do', voi vi ribellaste all'ordine dell'Eterno, del vostro Dio, non aveste fede in lui, e non ubbidiste alla sua voce.  Siete stati ribelli all'Eterno, dal giorno che vi conobbi.
  • Io stetti dunque così prostrato davanti all'Eterno quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché l'Eterno aveva detto di volervi distruggere. E pregai l'Eterno e dissi: ' O Signore, o Eterno, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai redento nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall'Egitto con mano potente. Ricordati dei tuoi servi, Abraamo, Isacco e Giacobbe; non guardare alla caparbietà di questo popolo, alla sua malvagità e al suo peccato, affinché il paese da dove ci hai tratti fuori non dica: Siccome l'Eterno non era capace di introdurli nella terra che aveva loro promesso, e siccome li odiava, li ha fatti uscire di qui per farli morire nel deserto. Tuttavia, essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu traesti fuori dall'Egitto con la tua grande potenza e con il tuo braccio steso'.

(Notizie su Israele, 30 ottobre 2025)


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Gerusalemme: decine di migliaia di ortodossi manifestano contro la coscrizione militare

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Decine di migliaia di uomini ortodossi hanno invaso oggi i dintorni di Gerusalemme per protestare contro l'assenza di una legge che garantisca loro l'esenzione dal servizio militare obbligatorio. La mobilitazione, di portata senza precedenti da anni, ha paralizzato il traffico sulla strada n. 1 che porta alla capitale, bloccata da mezzogiorno, mentre 2.000 poliziotti sono stati dispiegati per mantenere l'ordine.
Su appello dei partiti Shas e Giudaismo Unificato della Torah (JUT), i manifestanti sono convenuti da tutto il paese per chiedere il ripristino di un accordo storico che esenta gli studenti delle yeshivot (scuole talmudiche) dalla coscrizione. Questo accordo, risalente al 1948, è stato invalidato nel giugno 2024 dalla Corte Suprema, che ha richiesto una nuova legge che disciplini la partecipazione degli ultraortodossi all'esercito.
Ma la guerra a Gaza ha sconvolto gli equilibri. Di fronte alla carenza di soldati e riservisti, negli ultimi mesi l'esercito israeliano ha inviato migliaia di ordini di mobilitazione a giovani ortodossi, incarcerando diversi disertori. La decisione ha scatenato l'ira dei rabbini e dei loro partiti, che denunciano un pericolo spirituale per i loro fedeli. «L'esercito allontana i giovani dalla Torah», affermano, mentre alcuni rabbini più moderati accettano ora un servizio limitato per coloro che non studiano a tempo pieno.
Sul campo, la tensione era palpabile. I giornalisti di Channel 12 sono stati aggrediti dai manifestanti, un poliziotto è rimasto ferito dopo essere stato investito da un autobus e la stazione ferroviaria di Yitzhak Navon ha dovuto chiudere temporaneamente sotto la pressione della folla.
Dal punto di vista politico, la questione è esplosiva: se Shas lasciasse la coalizione in mancanza di un compromesso, il primo ministro Benjamin Netanyahu potrebbe perdere la maggioranza e aprire la strada a nuove elezioni.
Gli ortodossi, che rappresentano il 14% della popolazione ebraica di Israele, temono che la fine della loro esenzione possa mettere in discussione un patto fondante tra religione e Stato.

(i24, 30 ottobre 2025)

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La società israeliana sta diventando sempre più religiosa

Israele sta vivendo un momento di cambiamento silenzioso ma profondo. Secondo un recente sondaggio attribuito all'Istituto Reichman, il 78% dei cittadini dichiara di credere in Dio; il 69% ritiene che Dio sia importante nella propria vita e il 59% attribuisce importanza non solo alle credenze ma anche ai rituali. Più in generale, il 60% degli israeliani crede nel paradiso, il 54% nell'inferno e il 50% nella venuta del Messia. Tra gli ebrei israeliani, il 57% ritiene che il diritto degli ebrei alla Terra di Israele derivi da una promessa divina. Dato saliente: il 39% attribuisce il successo di un attacco contro l'Iran a una forma di miracolo.
La dimensione generazionale è decisiva. L'indagine evidenzia un'inversione di tendenza rispetto alle tendenze europee: la religiosità è in aumento soprattutto tra i 18-34enni. Il 76% di loro dichiara che Dio ha un ruolo importante nella propria vita (contro il 51% dei 55enni e oltre); il 71% crede nel paradiso (contro il 32%) e il 59% nella venuta del Messia (contro il 27%). In altre parole, il futuro demografico del Paese porta con sé un aumento della fede che già permea la cultura, l'istruzione e il dibattito pubblico.
Questo movimento non emerge dal nulla. Dal 7 ottobre, diversi studi indicano un avvicinamento di una parte degli israeliani alla religione e alla spiritualità. Nei campus universitari come nelle grandi città, si osserva un aumento delle pratiche (preghiera, studio, rituali), un ritorno al senso e una rivalutazione dei punti di riferimento identitari. Di conseguenza, i dibattiti sulla separazione tra religione e Stato si fanno periodicamente più accesi, segno di una società che sta ridefinendo il proprio equilibrio tra universalismo democratico e particolarismo ebraico.
Questa ricomposizione influisce anche sulla lettura delle questioni strategiche. Se una parte della popolazione continua ad analizzare la sicurezza di Israele con strumenti strettamente politici o militari, un'altra assume maggiormente una visione storico-religiosa del destino nazionale. Ciò è evidente nei sondaggi sulla sovranità, la pace o l'istruzione, dove l'argomento della continuità ebraica ritorna con forza, senza tuttavia cancellare la richiesta di libertà e diritti. Le categorie classiche – «laico», «tradizionale», «religioso», «haredi» – si intrecciano ormai con percorsi biografici più fluidi, in cui si può essere culturalmente modernisti e ritualmente osservanti.
Le critiche esistono e devono essere ascoltate. Alcuni editorialisti temono una polarizzazione: la tentazione della vendetta, il kahanismo marginale ma rumoroso. Altri, al contrario, ricordano che la fede ha alimentato la resilienza di Israele, il legame sociale in tempo di guerra e l'etica della responsabilità personale, anche nell'esercito, nella medicina o nell'azione sociale. In pratica, lo Stato mostra una realtà plurale: un alto livello di adesione all'idea di libertà di religione, una laicità di compromesso e una scena pubblica in cui le voci religiose e laiche si definiscono a vicenda.
Questo riarmo spirituale si riflette nelle istituzioni: più iniziative educative sul patrimonio ebraico, una dinamica di studi (yeshivot, midrashot, università) che cooperano con centri di ricerca applicata e un crescente interesse dei giovani per percorsi che combinano etica, tecnologia e sicurezza. La tensione produttiva del Paese – imprenditorialità, scienza, difesa – si nutre di una matrice culturale in cui la trascendenza ritrova il suo diritto di cittadinanza senza escludere l'esigenza critica.
In termini politici, il dato da monitorare è la sostenibilità di questa tendenza tra i giovani: si tratta di un picco congiunturale legato alla guerra e all'insicurezza, o di una riconfigurazione duratura dei valori? A giudicare dall'intensità delle pratiche e dall'iscrizione in reti (comunitarie, educative, associative), la seconda ipotesi guadagna credibilità. Ciò si ripercuoterà sulle coalizioni e sui compromessi da definire tra norme religiose e quadro civico.
L'aumento della religiosità, sostenuto dai giovani, può diventare una forza di unità se si coniuga con lo Stato di diritto, la protezione delle minoranze e l'etica ebraica del kévod ha'adam (dignità umana). Israele ha interesse a incanalare questa energia verso l'istruzione, la coesione e la sicurezza: è così che la fede rafforzerà la resilienza nazionale, sosterrà l'alleanza con le democrazie e consoliderà il progetto storico di un focolare ebraico sicuro, innovativo e aperto.

(JFORUM.fr, 30 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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“La Giudea e la Samaria devono far parte del futuro ebraico”, dichiara una sionista araba

“Se gli ebrei hanno il diritto di vivere a Tel Aviv, allora hanno sicuramente anche il diritto di vivere in Giudea e Samaria”, ha affermato la sedicente sionista araba Rawan Osman.

di David Isaac

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Rawan Osman

Nel suo discorso alla conferenza “Il futuro della Giudea e della Samaria” all'Inbal Hotel di Gerusalemme mercoledì, Rawan Osman, che si definisce una sionista araba, ha affermato che, sebbene si sia distaccata dalla sua educazione antisemita, c'è una questione che ha “evitato come la peste”. Si tratta della sua opinione sugli insediamenti nella cosiddetta “Cisgiordania”.
“Ho sempre detto: ‘Non sono una giornalista, non sono una politica, non sono israeliana - non chiedetemi nulla’”, ha detto Osman.
"Finché non sono stata invitata a partecipare a un tour in Giudea e Samaria. Mi sono seduta vicino a una sorgente e a un albero di melograno, ho guardato la valle del Giordano e ho riflettuto a lungo, finché sono giunta alla conclusione: Se gli ebrei hanno il diritto di vivere a Tel Aviv, allora hanno sicuramente anche il diritto di vivere in Giudea e Samaria“, ha detto.
”Fa parte della loro storia, del loro passato, e deve essere parte del loro futuro".
Osman, nata a Damasco da genitori musulmani, è cresciuta in un ambiente caratterizzato da atteggiamenti antisemiti. “Crescendo in Libano, mi piaceva Hezbollah. Facevo parte della massa degli utili idioti. E odiavo Israele e gli ebrei”.
“Crediamo a tutto ciò che ci viene detto sugli ebrei e sugli israeliani, soprattutto perché non ci sono più ebrei che possano smentire ciò che viene detto su di loro”, ha affermato.
Solo dopo essersi trasferita in Francia a vent'anni e aver incontrato degli ebrei è riuscita a liberarsi dall'indottrinamento della sua educazione. Ha studiato, fatto ricerche e alla fine è diventata sionista. Infatti, è attualmente in procinto di convertirsi all'ebraismo, un processo che ha descritto a JNS come un “ritorno a casa”.
JNS ha chiesto a Osman se, data la sua conoscenza della cultura araba e musulmana, ritiene che Israele avrebbe potuto agire in modo diverso nella sua guerra contro Hamas. Ha affermato che all'inizio del conflitto i leader di Hamas avevano giurato di svuotare le prigioni israeliane dai loro detenuti terroristi.
“Volevano riavere tutti i prigionieri. Se fossi stata un funzionario israeliano all'epoca, li avrei restituiti tutti, in cambio avrei preso i miei ostaggi e poi avrei dichiarato loro guerra”, ha detto.
Il fatto che Hamas abbia immediatamente violato l'accordo di cessate il fuoco non è stata una sorpresa, ha detto. Il gruppo non è interessato a una pace duratura.
I palestinesi credono di aver tratto vantaggio dagli attacchi terroristici guidati da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. Gli attivisti “diffondono l'idea che siano stati vittoriosi, che abbiano vinto grazie al 7 ottobre e che ora che hanno slancio non dovrebbero perderlo”, ha detto Osman.
Mustafa Barghouti, un politico palestinese considerato una delle “voci più moderate”, sostiene questa posizione, ha affermato. Egli spinge per manifestazioni di massa nelle città occidentali per “liberare la Palestina”. I manifestanti sono “antisemiti professionisti”. Vogliono esercitare una pressione massiccia su Israele.
“Andranno avanti. Continueranno a provocare perché non hanno mai avuto un tale slancio. Non si fermeranno finché non vedranno decine di migliaia di israeliani fare le valigie e lasciare il Paese. Vogliono che questo Paese scompaia”, ha detto Osman.
Alla domanda se fosse possibile deradicalizzare la popolazione palestinese, dato il suo livello di odio, Osman ha risposto che era possibile; con la Germania nazista aveva funzionato. “Se c'è un'ambasciata tedesca in Israele e un'ambasciata israeliana in Germania, tutto è possibile”, ha detto. Tuttavia, ha osservato che la Germania era stata prima distrutta dagli Alleati.
Osman ha affermato che i paesi arabi moderati dovrebbero aiutare ad attuare programmi obbligatori di deradicalizzazione per i palestinesi, subordinando la partecipazione all'aiuto umanitario. Il sostegno finanziario sarebbe concesso solo in cambio della partecipazione a tali programmi, che promuoverebbero una “visione alternativa” e l'accettazione del fatto che non ci sarà mai uno Stato palestinese.
“La causa palestinese è stata liquidata il 7 ottobre”, ha affermato. "Smetteremo di infantilizzare il popolo palestinese e gli diremo che tutta la sua ideologia è stata inventata con l'aiuto del KGB. Persino Palestina non è una parola araba. Nel 1964 Arafat ha presentato questo progetto, ma è un progetto destinato al fallimento. Ha già causato abbastanza danni", ha affermato Osman.

(JNS, 29 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 34
  • Poi Mosè salì dalle pianure di Moab sul Monte Nebo, in vetta al Pisga, che è di fronte a Gerico. E l'Eterno gli fece vedere tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Neftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al mare occidentale, la regione meridionale, il bacino del Giordano e la valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar. L'Eterno gli disse: “Questo è il paese riguardo al quale io feci ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, questo giuramento: 'Io lo darò alla tua progenie'. Io te l'ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai”.
  • Mosè, servo dell'Eterno, morì là, nel paese di Moab, come l'Eterno aveva comandato. E l'Eterno lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; e nessuno fino a questo giorno ha mai saputo dove fosse la sua tomba. Così Mosè aveva centovent'anni quando morì; la vista non gli si era indebolita e il vigore non gli era venuto meno. E i figli d'Israele lo piansero nelle pianure di Moab per trenta giorni, e si compirono così i giorni del pianto per il lutto per Mosè.
  • E Giosuè, figlio di Nun, fu ripieno dello spirito di sapienza, perché Mosè gli aveva imposto le mani; e i figli d'Israele gli ubbidirono e fecero quello che l'Eterno aveva comandato a Mosè.
  • Non è mai più sorto in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale l'Eterno abbia trattato faccia a faccia. Nessuno è stato simile a lui in tutti quei segni e miracoli che Dio lo mandò a fare nel paese d'Egitto contro Faraone, contro tutti i suoi servi e contro tutto il suo paese; né simile a lui in quegli atti potenti e in tutte quelle gran cose tremende che Mosè fece davanti agli occhi di tutto Israele.
(Notizie su Israele, 29 ottobre 2025)


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Gaza: scoperto in una moschea un centro di addestramento di Hamas per gli attacchi del 7 ottobre

L'esercito israeliano ha scoperto un centro di addestramento terroristico nascosto in una moschea della Striscia di Gaza, secondo quanto riportato martedì dalla radio militare. La struttura, situata a meno di 1,5 chilometri dalla barriera di confine di fronte al kibbutz Nahal Oz, sarebbe stata utilizzata come base di partenza per l'attacco del 7 ottobre 2023.
Le perquisizioni del complesso hanno portato alla luce modelli dettagliati dei kibbutz Sa'ad e Alumim, oltre a un deposito di missili RPG e altre armi pesanti. Secondo i documenti di intelligence analizzati dall'esercito israeliano, il sito “era una delle moschee da cui i terroristi della forza Nukhba sono partiti il 7 ottobre, dove si sono addestrati e hanno studiato nei minimi dettagli i loro obiettivi”, riferisce la radio dell'esercito.
La scoperta è avvenuta dopo che un gruppo di terroristi di Hamas ha tentato di accedere a questo nascondiglio di armi lo stesso giorno del rilascio degli ultimi ostaggi vivi, due settimane fa. I terroristi hanno attraversato la “linea gialla”, il perimetro verso cui l'esercito israeliano si è ritirato dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti, prima di essere individuati da un drone dell'esercito israeliano.
Da allora, Hamas ha moltiplicato i tentativi di attraversare la linea gialla e ha aperto il fuoco più volte contro le truppe israeliane posizionate dall'altra parte, violando nuovamente l'accordo di cessate il fuoco. L'ultimo attacco sferrato martedì dal gruppo terroristico con missili anticarro e cecchini ha ucciso un soldato dell'esercito israeliano. In risposta, l'esercito israeliano ha condotto diversi attacchi su larga scala contro obiettivi di Hamas a Gaza.

(i24, 29 ottobre 2025)

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Dopo due anni di guerra a Gaza, l'ebraismo sta attraversando una crisi spirituale?

Rabbi e intellettuali sionisti liberali o non ortodossi si interrogano sulle vittime, sulla crisi umanitaria e sulle violenze degli abitanti degli insediamenti in Cisgiordania.

di Andrew Silow-Carroll

Nei due anni successivi al pogrom perpetrato dal gruppo terroristico palestinese Hamas il 7 ottobre 2023, il dibattito ebraico sulla guerra a Gaza è rimasto doloroso e polarizzante. All'interno del mondo ebraico si sono accesi dibattiti sugli obiettivi militari del governo israeliano, sul prezzo da pagare per “riportare a casa gli ostaggi”, sul presunto tradimento della sinistra nei confronti dei suoi alleati ebrei e sull'influenza di alcuni ministri israeliani di estrema destra.
Dall'estate, tuttavia, molti leader religiosi e intellettuali ebrei discutono un'altra idea: la guerra a Gaza non rappresenterebbe solo una sfida militare, etica o diplomatica, ma una crisi di fede. Essi avvertono che il numero di morti e la crisi umanitaria a Gaza, così come la violenza degli abitanti degli insediamenti in Cisgiordania, stanno scuotendo profondamente le credenze e le pratiche degli ebrei impegnati nella loro fede.
“Quello che stiamo affrontando oggi è una catastrofe spirituale, e la posta in gioco non è solo il futuro dello Stato di Israele, ma l'anima stessa del popolo ebraico”, ha dichiarato la rabbina Sharon Brous, che guida la congregazione indipendente IKAR a Los Angeles, in un sermone pronunciato in occasione di Rosh HaShana.
La maggior parte di queste riflessioni spirituali provengono da pensatori sionisti liberali e rabbini di correnti non ortodosse, ma anche da intellettuali disillusi o critici nei confronti del sionismo. I loro detrattori ritengono, da parte loro, che il vero pericolo spirituale risieda nell'abbandono di Israele e degli ostaggi nel mezzo di una guerra giusta che Israele non ha scelto.
Ma questo nuovo dibattito suggerisce che, per molti ebrei della corrente dominante, il secondo anniversario dei massacri solleva profonde questioni su Israele, l'ebraismo e l'identità ebraica.
In un'intervista rilasciata ad agosto, il giornalista Peter Beinart ha chiesto al rabbino Ismar Schorsch cosa risponderebbe a un correligionario ebreo sconvolto dalle azioni di Israele a Gaza e in Cisgiordania.
“Cosa diresti a qualcuno”, ha continuato Beinart, "la cui fede in Dio e nel giudaismo è stata scossa dalle azioni di Israele a Gaza e in Cisgiordania? »
L'ottantanovenne rabbino Schorsch, cancelliere emerito del Jewish Theological Seminary, ha accettato la premessa della domanda e ha risposto:
«Penso che, in un certo senso, l'ebraismo stia attraversando un momento critico. Saremo in grado di difendere l'ebraismo, che porta il peso del chillul Hashem [la profanazione del nome di Dio] che si sta verificando in Cisgiordania e a Gaza? Saremo in grado di convivere con questo ebraismo, e se non ci esprimiamo ora, potrebbe essere troppo tardi. Questo potrebbe essere il nostro ultimo momento. Stabilendo i limiti etici che devono essere imposti al governo israeliano, difendiamo il giudaismo, che dovrà sopravvivere a questa catastrofe. E come potremo convivere con noi stessi se rimaniamo in silenzio?
Questa reazione ha potuto sorprendere. Per vent'anni, alla guida della corrente conservatrice del giudaismo, lo storico si era sempre tenuto lontano dalle invettive oratorie e dalle critiche pubbliche a Israele. In alcuni forum rabbinici si è deplorato il fatto che Schorsch abbia espresso le sue opinioni in un'intervista con Peter Beinart, un ebreo praticante il cui allontanamento molto pubblico dal sionismo ha suscitato dibattiti e scherni.
Non era la prima volta che Schorsch esprimeva le sue preoccupazioni sulle conseguenze spirituali della guerra. Aveva già espresso le sue preoccupazioni in un saggio pubblicato in occasione del digiuno di Tisha BeAv. “La violenza incessante esercitata contro i palestinesi indifesi a Gaza e i loro correligionari totalmente innocenti in Cisgiordania farà gravare sugli ebrei il fardello di una religione ripugnante, corrotta dall'ipocrisia e dalle contraddizioni”, aveva avvertito. «Il messianismo che anima l'attuale governo israeliano è purtroppo in contrasto con il giudaismo tradizionale e costituisce un abominio morale totale».
Nel suo sermone, Brous descrive Hamas come un «nemico temibile che ha ripetutamente espresso la sua intenzione di ripetere ancora e ancora i massacri del 7 ottobre». Non manca tuttavia di criticare il primo ministro Benjamin Netanyahu, che accusa di «perpetuare una guerra ormai apertamente condotta per mantenere il potere», nonché i ministri del suo governo, che «mostrano senza mezzi termini la loro febbrile impazienza di vedere Gaza completamente ripopolata, a qualsiasi costo».
Al di là di quello che potrebbe essere percepito come un sermone politico di parte da parte di una nota sionista liberale, Brous evoca anche il costo spirituale di quello che definisce «il manifesto disprezzo per la vita dei palestinesi».
«È opportuno ricordare che il concetto secondo cui ogni essere umano è creato a immagine di Dio è al centro della nostra fede ebraica. Ciò significa che la morte di ogni innocente è una catastrofe morale. Una catastrofe morale», ha affermato. «E nonostante ciò, la devastazione continua a colpire Gaza. Non posso fare a meno di chiedermi se questi leader non si siano completamente distaccati dalla storia e dalla tradizione ebraica».
Brous cita lo storico israeliano Yuval Noah Harari, che ad agosto aveva definito la guerra «una catastrofe spirituale per lo stesso ebraismo».
“Quello che sta succedendo attualmente in Israele potrebbe, a mio avviso, distruggere duemila anni di pensiero e cultura ebraici”, ha dichiarato Harari nel podcast The Unholy. Secondo lui, questa cupa previsione per il futuro dell'ebraismo deriva da “una campagna di pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania”, dalla «disintegrazione della democrazia israeliana» e dalla creazione di un nuovo Israele fondato su «un'ideologia di supremazia ebraica e il culto di valori che per due millenni sono stati totalmente contrari allo spirito del giudaismo».
I sionisti liberali come Brous e Schorsch, così come i critici del sionismo, come Beinart – il cui ultimo libro si intitola Being Jewish after the Destruction in Gaza: A Reckoning – non sono tuttavia gli unici a interrogarsi sull'impatto della guerra sul giudaismo.
Ad agosto, ottanta rabbini, per lo più di orientamento ortodosso moderno e rappresentanti di un gruppo ferocemente sionista, hanno firmato una lettera in cui chiedevano maggiore «chiarezza morale» di fronte alla crisi alimentare a Gaza. La lettera formulava la loro critica sulla base dei testi ebraici che predicavano «giustizia e compassione».
«Questi principi costituiscono i fondamenti del nostro obbligo etico: esigere politiche che rispettino la dignità umana, fornire aiuti umanitari ovunque sia possibile e denunciare le azioni del nostro governo quando contraddicono gli imperativi morali della Torah, per quanto doloroso possa essere accettarlo», affermava la lettera.
L'autore della lettera, il rabbino Yosef Blau, ha confessato di averla scritta in parte per difendere l'ebraismo e i suoi praticanti ortodossi dalle conseguenze di politiche che ritiene contrarie alla tradizione. Blau, ex consigliere spirituale della Yeshiva University, ha precisato che la lettera era rivolta anche agli ebrei israeliani laici disillusi di fronte a un giudaismo che non percepiscono più come moralmente ispiratore.
Per alcuni critici – e Blau e i suoi colleghi ne contavano molti, sia all'interno dell'ortodossia che al di fuori di essa – predicare la morale sulla guerra è pericoloso, perché offre argomenti retorici ai nemici di Israele. Essi rimproverano inoltre a coloro che definiscono la guerra una crisi spirituale di praticare una lettura selettiva dell'ebraismo: oltre ai suoi appelli alla giustizia e alla compassione, sottolineano, la tradizione ebraica giustifica la guerra in nome della legittima difesa e della protezione della Terra di Israele dai suoi nemici.
Alcuni sondaggi e testimonianze aneddotiche indicano inoltre che il trauma e la tensione legati alla guerra hanno spinto molti ebrei ad approfondire il loro impegno nei confronti dell'ebraismo.
«I loro sermoni non sono coraggiosi, sono capitolazioni», ha scritto l'autore e rabbino Shmuley Boteach in una risposta virulenta alla lettera dei rabbini. «Le loro dichiarazioni non sono morali, sono mancanze al loro dovere».
Che si tratti di studenti nei campus o di fedeli nelle sinagoghe, ha continuato Boteach, «tutti hanno bisogno di leader spirituali che ruggiscano di orgoglio. Rabbini che proclamano che Israele è il nostro scudo, il nostro cuore, il nostro destino. Rabbini che insegnano che la guerra di Israele non è solo giusta, ma sacra: una lotta per la sopravvivenza del popolo ebraico contro le forze dello sterminio".
Anche Jonathan S. Tobin, redattore capo di JNS.org, ha esortato i rabbini e i commentatori a resistere alla tentazione di «segnalare la loro ambivalenza nei confronti di una guerra condotta contro un avversario veramente malvagio» e a «unirsi invece alla solidarietà con gli sforzi di Israele per annientare Hamas».
«Inevitabilmente, molte di queste riflessioni sono più opinioni politiche che giudizi morali imparziali», ha scritto Tobin. «E questo diventa particolarmente evidente quando si tratta degli sforzi compiuti da coloro che difendono questa causa nel mezzo di un conflitto armato contro le forze islamiste genocidarie alla guida del movimento nazionale palestinese».
Tobin rispondeva a un editoriale di Yossi Klein Halevi, ricercatore senior presso lo Shalom Hartman Institute. Israeliano di origine americana e di orientamento politico di centro-destra, Klein Halevi aveva scritto, in prossimità delle festività del Capodanno ebraico, che Israele e i suoi sostenitori dovrebbero intraprendere un processo di “autocritica morale” in linea con i temi dell'introspezione e del pentimento di queste festività, pur riconoscendo che esso dovrebbe avere dei limiti.
«Anche quando conduce una guerra esistenziale contro nemici privi di qualsiasi freno morale, esistono dei limiti a ciò che è moralmente permesso allo Stato ebraico», scriveva Halevi sul Times of Israel. «E, data la natura del nostro nemico e le minacce che gravano su di noi, ci sono anche dei limiti all'autocritica che gli ebrei dovrebbero imporsi».
Ma, continua, «qualcosa è andato molto storto a Gaza», riferendosi alla crisi umanitaria, all'alto numero di vittime civili, alle mire messianiche del gabinetto di Netanyahu e, al di là della guerra, alle violenze commesse dagli abitanti degli insediamenti in Cisgiordania.
Halevi scrive: «Questo periodo di introspezione che inizia con il mese ebraico di Elul e culmina con lo Yom Kippur si rivolge non solo a ogni singolo ebreo, ma anche – e soprattutto – alla comunità ebraica nel suo insieme. Vivere questo processo come popolo non ci indebolisce. Ci offre una protezione spirituale. »
« Così come dobbiamo saper difendere la verità di fronte alle menzogne e alle distorsioni, dobbiamo trovare un linguaggio parallelo per affrontare i dilemmi morali che questa guerra genera. Coloro che amano Israele non possono abbandonare il dibattito morale agli ebrei che hanno perso ogni speranza in Israele o che si schierano apertamente tra i suoi nemici. »
Ebreo praticante e giornalista che ha seguito entrambi i lati del conflitto israelo-palestinese, Halevi padroneggia con disinvoltura il linguaggio della tradizione ebraica quando si tratta di politica e strategia.
I rabbini dal pulpito, invece, sono generalmente più cauti. A differenza di accademici in pensione come Blau e Schorsch, si rivolgono a fedeli che possono – e talvolta lo fanno – ribellarsi a un sermone con cui non sono d'accordo. Durante il suo sermone alla Central Synagogue di New York, il primo giorno di Rosh HaShana, la rabbanit Angela Buchdahl ha confidato ai suoi fedeli: «Non ho mai avuto tanta paura di parlare di Israele».
Buchdahl, una delle rabbanit più famose del Paese, ha poi affrontato i pericoli spirituali della guerra, avendo cura di sottolineare i difetti sia dei detrattori di Israele che dei suoi difensori. Ha articolato il suo sermone attorno al passo della Torah letto il primo giorno di Rosh HaShana, che racconta il conflitto tra Sara, moglie di Abramo, e la sua serva Agar. I saggi dell'ebraismo hanno scelto di leggere questa storia a Rosh HaShana, ha spiegato, perché «la nostra tradizione ci chiede di fare un cheshbon hanefesh, un esame di coscienza, un bilancio della nostra anima».
Questa storia parla dell'empatia, che manca a entrambe le parti, ha affermato Buchdahl. I detrattori di Israele rifiutano di riconoscere la vulnerabilità che gli israeliani provano dal 7 ottobre e “prendono alla lettera le accuse più gravi mosse contro Israele”, mentre i suoi difensori sono diventati insensibili alla sorte dei bambini di Gaza, “che soffrono, sono esiliati e disperati”.
«Questa guerra ha messo alla prova la nostra empatia. Tutti noi», ha affermato. «Vedo quanto la mia paura abbia indebolito la mia capacità di empatia. Faccio ancora fatica a trovare la forza emotiva necessaria per leggere le tragiche notizie che ci arrivano da Gaza, mentre la mia famiglia allargata è ancora prigioniera e gli appelli a “mettere i sionisti nella lista nera” o a “globalizzare l'intifada” risuonano ancora in tutto il mondo, e persino in questa città. Ma chi diventiamo quando induriamo i nostri cuori?
Il rabbino Jay Michaelson, editorialista del Forward, ritiene che il dibattito su come la guerra potrebbe trasformare l'ebraismo sia l'ultima manifestazione di una tensione secolare tra universalismo e particolarismo. Gli ebrei liberali, scrive, tendono a privilegiare gli aspetti universali della tradizione che coltivano «la compassione verso tutti, e non solo verso gli ebrei, né principalmente verso di loro». Il governo di destra israeliano e gli ebrei praticanti che lo sostengono incarnano, secondo lui, una tendenza iper-particolarista, per la quale «l'ebraismo consiste soprattutto nell'amare gli altri ebrei».
Michaelson rifiuta questo particolarismo a favore di una via ebraica «impegnata a favore dei diritti umani, della giustizia, dell'amore e dell'universalismo». In un certo senso, scrive, pratica «una religione diversa, uno stile di vita diverso da quello di almeno la metà degli ebrei religiosi nel mondo», e sembra essersi rassegnato a questa divisione.
Schorsch, dal canto suo, ritiene che le questioni morali richiedano una reprimenda. Si rivolge ai suoi colleghi del clero, ritenendo che sia loro responsabilità denunciare gli «eccessi» commessi da Israele e tollerati dai rabbini di destra.
Nella sua intervista con Beinart, Schorsch ha espresso la sua simpatia per i rabbini che non si sentono a proprio agio nell'usare la loro cattedra per mettere in discussione Israele. Ma, ha aggiunto, dovrebbero farlo comunque, nello spirito della tradizione autocorrettiva dei profeti ebrei e per il bene dello stesso giudaismo.
«I profeti erano i portavoce critici che limitavano l'autorità della monarchia, e oggi la voce dei profeti è silenziosa», ha affermato. «Non c'è nulla di più distruttivo per la religione dell'ipocrisia, e il fatto che difendiamo religiosamente ciò che sta accadendo in Cisgiordania e a Gaza è semplicemente ipocrita. Penso che questo peserà sulla storia futura dell'ebraismo».

(The Times of Israel, 28 ottobre 2025 - - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il 7 ottobre costituisce davvero una svolta nella storia di Israele. È tramontato il sionismo rigidamente laico, quello che immagina Israele come maestro di morale democratica tra le nazioni. Proprio questo è stato messo in crisi dallo “scandalo” della violenza ebraica a Gaza. Tra tanto parlare di ebraismo e sionismo, di universalismo e particolarismo e di altri ismi ancora, manca in questi intellettualistici scritti un chiaro e deciso riferimento al Dio di Israele e al suo Messia, in qualunque modo lo si immagini. È l’idolo democratico occidentale che sta traballando. Che cosa è più grave davanti a Dio? La violenza usata a Gaza contro i nemici dichiarati di Israele che si costituiscono come nemici di Dio (Salmo 83), o i balli e le feste che si stavano facendo al Novafestival intorno alla statua di Budda, durante la festa di Succot, quando i palestinesi hanno fatto la loro irruzione? Volge al termine il sionismo laico, indubbiamente usato da Dio come suo strumento, ma che ha pensato di poter mettere Dio tra parentesi a tempo indeterminato. M.C.

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Giuseppe e i suoi fratelli

La storia biblica di Giuseppe e dei suoi fratelli può essere interpretata in riferimento a Gesù. Riguarda il riconoscimento del Messia.

di Christa Behr

La storia di Giuseppe e dei suoi fratelli può farci vedere in modo esemplare come dovrebbe essere il nostro rapporto, in quanto cristiani delle nazioni, con il popolo dell'alleanza di Israele e come Dio raggiunge il Suo obiettivo. La vita di Giuseppe è un riferimento al Messia, che è stato mandato per una grande redenzione davanti ai suoi fratelli (Genesi 45:5): «Perché Dio mi ha mandato davanti a voi per salvare la vostra vita». Il padre Giacobbe aveva un rapporto speciale con Giuseppe, poiché era il figlio della sua amata Rachele.
Giacobbe riconosce anche attraverso lo Spirito Santo che su di lui pesa una chiamata speciale e gli dà un mantello a strisce. I fratelli pensano che sia un sognatore presuntuoso. Lo vendono in Egitto. Giuseppe dice di essere stato rapito dalla terra degli Ebrei (Genesi 40,15). Gesù, il re dei Giudei, è riconosciuto come Salvatore dalle nazioni, ma non ancora dal suo popolo. Purtroppo, nelle nazioni si è dimenticata la sua identità ebraica. Così l'antisemitismo ha fatto il suo ingresso nelle chiese delle nazioni.
Un giorno i suoi fratelli vanno da Giuseppe a causa della carestia. Lui li riconosce immediatamente, ma loro non riconoscono lui. Anche oggi Gesù riconosce il suo popolo ebraico, ma essi non lo riconoscono ancora. All'inizio Giuseppe non vuole rivelarsi subito, quindi parla attraverso un interprete. Per prima cosa mette alla prova i suoi fratelli per vedere se il loro atteggiamento è cambiato (Genesi 42,16-17).
Giuseppe dice ai suoi dieci fratelli che loro avrebbero potuto rivedere il suo volto soltanto insieme al loro fratello Beniamino: «Se il vostro fratello minore non verrà con voi, non vedrete più il mio volto» (Genesi 44:23). Anche noi, come chiesa delle nazioni, siamo paragonabili ai dieci fratelli.
Potremmo paragonare Beniamino al popolo ebraico, che è imparentato con Gesù. Penso che questo possa essere un messaggio per la chiesa delle nazioni: non dobbiamo più pianificare l'unità delle chiese e l'evangelizzazione mondiale senza i fratelli carnali di Gesù, perché senza di loro non vedremo più il suo volto.

Giuseppe vuol federe se i fratelli sono ancora gelosi
  Giuseppe rende facile ai suoi fratelli tradire ancora Beniamino. Verifica se sono ancora dominati dalla gelosia. Dopo il banchetto mette la sua coppa nel sacco di grano di Beniamino e dice: «Chi sarà trovato con la coppa sarà mio schiavo; voi invece potete andare in pace da vostro padre» (Genesi 44:17).
I fratelli avrebbero potuto tornare a casa e inventare facilmente un’altra storia sulla morte di Beniamino, ma evidentemente c'era stato in loro un vero cambiamento. Giuda si era impegnato a riportare Beniamino sano e salvo dal padre (Genesi 44:29-34). Giuda sa bene  che il cuore del padre Giacobbe è particolarmente legato al figlio Beniamino, e conclude: «Non potrei sopportare la vista del dolore che ne avrebbe mio padre».
I fratelli avevano visto con i loro occhi che il padre Giacobbe non era più sereno da quando suo figlio Giuseppe era scomparso. Gesù appartiene alla tribù di Giuda e c’è qualcosa di speciale nel carattere di Giuda, perché solo quando si fa garante per Beniamino, il padre lo lascia andare con i fratelli. Giuda si offre volontario per andare in prigione al posto di Beniamino e rimanere schiavo in Egitto.
Proprio in quel momento Giuseppe non riesce più a trattenersi, e inizia a piangere a dirotto, e dice loro di essere il loro fratello Giuseppe. Il momento della sua rivelazione è giunto nel momento in cui Giuda si era  del tutto consegnato al più giovane Beniamino. Quando la Chiesa delle nazioni si impegnerà completamente per Israele, Gesù si rivelerà al Suo popolo e a tutti gli uomini. La sposa di Gesù si sarà allora preparata per incontrare lo Sposo. 
Alla fine è venuto alla luce tutto quello che aveva offuscato il rapporto dei fratelli con Giuseppe e il padre in tutti quegli anni. E il rapporto poté essere ripristinato grazie alla verità venuta alla luce.

(Israelnetz, 29 ottobre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 31, 14-29
  • L'Eterno disse a Mosè: “Ecco, il giorno della tua morte si avvicina; chiama Giosuè, e presentatevi nella tenda di convegno perché io gli dia i miei ordini”. Mosè e Giosuè dunque andarono e si presentarono nella tenda di convegno. L'Eterno apparve, nella tenda, in una colonna di nuvola; e la colonna di nuvola si fermò all'ingresso della tenda. 
  • E l'Eterno disse a Mosè: “Ecco, tu stai per addormentarti con i tuoi padri; e questo popolo si alzerà e si prostituirà, andando dietro agli dèi stranieri del paese nel quale va a stare; e mi abbandonerà e violerà il mio patto che io ho stabilito con lui. In quel giorno, l'ira mia si infiammerà contro di lui; e io li abbandonerò, nasconderò loro la mia faccia e saranno divorati, e cadranno loro addosso molti mali e molte angosce; perciò in quel giorno diranno: 'Questi mali non ci sono forse caduti addosso perché il nostro Dio non è in mezzo a noi?'. E io, in quel giorno, nasconderò del tutto la mia faccia a causa di tutto il male che avranno fatto, rivolgendosi ad altri dèi.
  • Scrivetevi dunque questo cantico, e insegnatelo ai figli d'Israele; mettetelo loro in bocca, affinché questo cantico mi serva di testimonianza contro i figli d'Israele. Quando li avrò introdotti nel paese che promisi ai loro padri con giuramento, paese dove scorre il latte e il miele, ed essi avranno mangiato, si saranno saziati e ingrassati, e si saranno rivolti ad altri dèi per servirli, e avranno disprezzato me e violato il mio patto, e quando molti mali e molte angosce gli saranno piombati addosso, allora questo cantico alzerà la sua voce contro di loro, come una testimonianza; poiché esso non sarà dimenticato, e rimarrà sulle labbra dei loro posteri; poiché io conosco quali siano i pensieri che essi concepiscono, anche ora, prima che io li abbia introdotti nel paese che giurai di dare loro”. Così Mosè scrisse quel giorno questo cantico e lo insegnò ai figli d'Israele. 
  • Poi l'Eterno diede i suoi ordini a Giosuè, figlio di Nun, e gli disse: “Sii forte e coraggioso, poiché tu sei colui che introdurrà i figli d'Israele nel paese che giurai di dare loro; e io sarò con te”.
  • E quando Mosè ebbe finito di scrivere in un libro tutte quante le parole di questa legge, diede quest'ordine ai Leviti che portavano l'arca del patto dell'Eterno: “Prendete questo libro della legge e mettetelo accanto all'arca del patto dell'Eterno, che è il vostro Dio; e là rimanga come testimonianza contro di te; perché io conosco il tuo spirito ribelle e la durezza del tuo collo. Ecco, oggi, mentre sono ancora vivente tra voi, siete stati ribelli contro l'Eterno; quanto più lo sarete dopo la mia morte! Radunate presso di me tutti gli anziani delle vostre tribù e i vostri ufficiali; io farò udire loro queste parole e prenderò come testimoni contro di loro il cielo e la terra. Poiché io so che, dopo la mia morte, voi certamente vi corromperete e lascerete la via che vi ho prescritto; e nei giorni che verranno la sventura vi colpirà, perché avrete fatto ciò che è male agli occhi dell'Eterno, provocandolo a indignazione con l'opera delle vostre mani”. 

(Notizie su Israele, 28 ottobre 2025)


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Hamas restituisce ulteriori resti degli ostaggi recuperati nel 2023

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dovrebbe tenere una discussione con i capi dell'establishment della difesa israeliano martedì per decidere una risposta.

Hamas nella notte di lunedì ha rilasciato solo i resti di un ostaggio israeliano il cui corpo era già stato recuperato per la sepoltura, e non il sedicesimo corpo, violando l'accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nella Striscia di Gaza.
In base al piano di pace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l'organizzazione terroristica palestinese si era impegnata a consegnare tutti i 48 ostaggi, sia vivi che deceduti, il 13 ottobre. Mentre i 20 prigionieri vivi sono stati tutti liberati quel giorno, Hamas ha rallentato la restituzione dei 28 corpi.
Finora, Hamas ne ha restituiti solo 15. Secondo quanto riferito, Gerusalemme ritiene che l'organizzazione terroristica possa trovare almeno 10 dei 13 corpi rimanenti.
“A seguito del completamento del processo di identificazione questa mattina, è stato scoperto che ieri sera i resti dell'ostaggio deceduto Ofir Tzarfati, di benedetta memoria, sono stati restituiti da Gaza”, ha dichiarato martedì pomeriggio l'ufficio del primo ministro israeliano, aggiungendo che la famiglia di Tzarfati era stata informata.
Il corpo di Tzarfati è stato recuperato da Gaza nell'ambito di un'operazione militare israeliana nel dicembre 2023, ha osservato l'ufficio del primo ministro, aggiungendo che il rifiuto di Hamas di restituire il corpo del sedicesimo ostaggio “costituisce una chiara violazione dell'accordo da parte dell'organizzazione terroristica Hamas”.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe dovuto tenere una discussione con i capi dell'establishment della difesa israeliano martedì, “durante la quale sarà discussa la risposta di Israele a queste violazioni”, ha aggiunto.
Ynet ha riferito che Israele sta valutando diverse possibili risposte alle violazioni di Hamas, tra cui l'estensione del controllo militare israeliano sul territorio di Gaza.
Un filmato non verificato pubblicato dai media israeliani martedì pomeriggio sembrava mostrare i terroristi di Hamas che inscenavano il recupero davanti alla Croce Rossa, inizialmente gettando i resti da una finestra in una fossa e poi coprendoli con della terra davanti a quella che sembra essere una squadra del CICR.In una dichiarazione condivisa martedì pomeriggio dal Forum israeliano delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi, la famiglia di Tzarfati ha affermato di aver visto “un filmato in cui i resti del nostro amato figlio venivano rimossi, sepolti e consegnati alla Croce Rossa: una manipolazione ripugnante volta a sabotare l'accordo e ad abbandonare lo sforzo di riportare a casa tutti gli ostaggi”.
Hanno poi aggiunto: “Ieri sera siamo andati a dormire con l'aspettativa e la speranza che un'altra famiglia potesse chiudere un cerchio agonizzante durato due anni e riportare a casa la persona amata per seppellirla, ma ancora una volta, mentre cerchiamo di guarire, la nostra famiglia è stata vittima di un inganno.
”Questa è la terza volta che siamo stati costretti ad aprire la tomba di Ofir e a seppellire nuovamente nostro figlio. Il cerchio si sarebbe dovuto ‘chiudere’ nel dicembre 2023, ma non si chiude mai veramente. Da allora, abbiamo vissuto con una ferita che si riapre costantemente, tra il ricordo e il desiderio, tra il lutto e la missione", ha aggiunto la famiglia.
Poco prima della mezzanotte di lunedì, Israele ha dichiarato che le sue forze armate avevano scortato una bara attraverso il confine nello Stato ebraico e che i resti erano in viaggio verso l'Istituto Nazionale di Medicina Legale per l'identificazione.
In precedenza, nella serata di lunedì, lo Stato ebraico aveva confermato che il Comitato Internazionale della Croce Rossa aveva recuperato un corpo da Gaza.
“Hamas è tenuta a rispettare l'accordo e ad adottare le misure necessarie per restituire tutti gli ostaggi deceduti”, ha affermato l'esercito israeliano.
In passato, l'organizzazione terroristica Hamas ha restituito resti che secondo lei appartenevano a ostaggi deceduti, ma che si sono rivelati non essere tali.
Sabato, Trump aveva esortato Hamas a restituire entro le successive 48 ore i resti degli ostaggi deceduti che il gruppo terroristico ancora detiene, pena l'intervento degli “altri paesi coinvolti” nel suo accordo di pace.
“Hamas dovrà iniziare a restituire rapidamente i corpi degli ostaggi deceduti, compresi due americani”, ha scritto su Truth Social, “altrimenti gli altri paesi coinvolti in questa grande pace interverranno”.
“Alcuni dei corpi sono difficili da raggiungere, ma altri possono essere restituiti ora e, per qualche motivo, non lo stanno facendo. Forse ha a che fare con il loro disarmo”, ha continuato il presidente.
“Quando ho detto che ‘entrambe le parti sarebbero state trattate in modo equo’, ciò vale solo se rispettano i loro obblighi”, ha aggiunto. “Vediamo cosa faranno nelle prossime 48 ore. Sto osservando la situazione molto da vicino”.

(JNS, 28 ottobre 2025)
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L'accordo di cessate il fuoco prevedeva che Hamas avrebbe restituito i corpi di tutti i 28 rapiti deceduti entro le 72 ore successive alla firma, ma allo scadere dell'accordo ne restituisce solo 9. E dice che l'organizzazione ha riconsegnato i cadaveri "che è riuscita a recuperare". Non soltanto l'impegno non è stato mantenuto, ma si è voluto aggiungerci il condimento di una presa in giro dell'altra parte. Ha firmato una cambiale in bianco: ha detto che avrebbe versato 28 salme e ne aveva solo 9. Per le altre si darà da fare, ci vuole pazienza, bisogna capire che non è facile trovarle, e poi non bisogna avere molta fretta perché c'è la pace a cui Trump tiene molto e per questo ha dato ad Hamas il compito di mantenerla a Gaza. E l'ultima è quella del cadavere dissepolto tre volte. Si vorrebbe parlare d'altro. M.C.

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Forze di pace a Gaza? Il re di Giordania dice no

di Iuri Maria Prado

È significativa per molti aspetti l’intervista resa alla BBC, l’altro giorno, dal re di Giordania. Ma una dichiarazione del sovrano hashemita, in particolare, merita attenzione.
  Quando l’intervistatore gli domanda se la Giordania – uno Stato palestinesedi fatto”, per collocazione geografica e preponderanza demografica – parteciperebbe all’invio di truppe a Gaza per il mantenimento della sicurezza e della pace, il re risponde “no”. E lo giustifica spiegando che la Giordania è politicamente troppo coinvolta per rendersi responsabile di un simile intervento. Tutt’altro che sprovveduto, e anzi notoriamente abilissimo, Abdullah II di Giordania ha voluto giustificare la sua posizione argomentando che ad oggi non si tratterebbe di “mantenere” la pace nella Striscia, ma di imporla, e sarebbe dunque un compito in cui nessun Paese, e tantomeno il suo, si farebbe coinvolgere.
  L’intervistatore non gli ha domandato che cosa impedisce, oggi, di immaginare una funzione di peacekeeping a Gaza, e in effetti era superfluo perché una duplice risposta sarebbe già stata nella domanda: vale a dire, per un verso, che non si può mantenere una pace che non c’è e che, per altro verso, imporre la pace significa contrastare chi la contrasta, cioè Hamas.
  Questa verità semplicissima non incalza solo le parole non dette dal monarca giordano: incombe ineluttabilmente sulla responsabilità di tutti gli attori mediorientali, oltre che su quella di ogni Paese con pretesa di aver voce in capitolo nella soluzione della crisi. Nel giro di pochi giorni si è fatto platealmente chiaro quanto solo un cieco poteva non vedere quando Donald Trump annunciava trionfalmente il raggiungimento dell’accordo: e cioè che, nei fatti e a prescindere dalle ambizioni, era in realtà un accordo per il rilascio degli ostaggi, niente più. Uno sviluppo tutt’altro che trascurabile – attenzione – ma ben lontano dall’assicurare l’esautoramento di Hamas, un obiettivo affidato a più o meno fondate speranze e, tutt’al più, a un lavoro tutto ancora da realizzare non si sa come, non si sa quando, non si sa da chi.
  È del tutto verosimile che Israele si costringerà, dovendo farlo, a finire quel lavoro. In una situazione in cui i Paesi arabi, pur potendo contribuirvi, avranno un’altra volta deciso di astenersene. Erano una delega implicita le parole dette, e soprattutto quelle non dette, dal re di Giordania.

(Il Riformista, 28 ottobre 2025)
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"... era in realtà un accordo per il rilascio degli ostaggi, niente più". Israele ha ottenuto quello che ha preteso di avere (da chi?) con quell’agitarsi frenetico (o idolatrico) per la liberazione degli ostaggi a tutti i costi. Ora c'è anche il sollievo di una fragile tregua delle armi, ma i costi da pagare per ciò che si è ottenuto potrebbero diventare molto alti. M.C.

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 30
    Quando tutte queste cose che io ti ho posto davanti, la benedizione e la maledizione, si saranno compiute per te, e tu te le richiamerai alla mente fra tutte le nazioni dove l'Eterno, il tuo Dio, ti avrà sospinto, e ti convertirai all'Eterno, al tuo Dio, e ubbidirai alla sua voce, tu e i tuoi figli, con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua, secondo tutto ciò che oggi io ti comando, l'Eterno, il tuo Dio, farà ritornare i tuoi dalla schiavitù, avrà pietà di te, e ti raccoglierà di nuovo fra tutti i popoli, fra i quali l'Eterno, il tuo Dio, ti aveva disperso.
  • Anche se i tuoi esuli fossero all'estremità dei cieli, l'Eterno, il tuo Dio, ti raccoglierà di là, e di là ti prenderà. L'Eterno, il tuo Dio, ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto, e tu lo possederai; ed egli ti farà del bene e ti moltiplicherà più dei tuoi padri.
  • L'Eterno, il tuo Dio, circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua progenie affinché tu ami l'Eterno, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua, e così tu viva. E l'Eterno, il tuo Dio, farà cadere tutte queste maledizioni sui tuoi nemici e su tutti quelli che ti avranno odiato e perseguitato. Tu ritornerai e ubbidirai alla voce dell'Eterno e metterai in pratica tutti questi comandamenti che oggi ti do.
  • L'Eterno, il tuo Dio, ti colmerà di beni, facendo prosperare tutta l'opera delle tue mani, il frutto delle tue viscere, il frutto del tuo bestiame e il frutto del tuo suolo; poiché l'Eterno si compiacerà di nuovo nel farti del bene, come si compiacque nel farlo ai tuoi padri, perché ubbidirai alla voce dell'Eterno tuo Dio, osservando i suoi comandamenti e i suoi precetti scritti in questo libro della legge, perché ti sarai convertito all'Eterno, al tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua.
  • Questo comandamento che oggi ti do, non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: 'Chi salirà per noi nel cielo e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?'. Non è di là dal mare, perché tu dica: 'Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?'. Invece questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.
  • Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi di amare l'Eterno, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti; le sue leggi e i suoi precetti affinché tu viva e ti moltiplichi, e l'Eterno, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso.
  • Ma se il tuo cuore si volta indietro, e se tu non ubbidisci, e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, io vi dichiaro oggi che certamente perirete, che non prolungherete i vostri giorni nel paese, per entrare in possesso del quale voi state passando il Giordano.
  • Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua progenie, amando l'Eterno, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui (poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni), affinché tu possa abitare sul suolo che l'Eterno giurò di dare ai tuoi padri Abraamo, Isacco e Giacobbe”.
(Notizie su Israele, 27 ottobre 2025)


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L'IDF elimina gli agenti di Hezbollah mentre aumentano le tensioni sul fronte settentrionale

Nonostante il cessate il fuoco, Israele intensifica le sue azioni in Libano, prendendo di mira gli agenti di Hezbollah, organizzando esercitazioni militari su larga scala e segnalando che non si ritirerà fino a quando non sarà garantita la sicurezza.

Israele ha intensificato i propri sforzi per frenare la crescente attività militare di Hezbollah nel sud del Libano, eliminando membri chiave dell'organizzazione e conducendo esercitazioni militari su larga scala, mentre l'incertezza continua a incombere sul fragile cessate il fuoco lungo il confine settentrionale.
Nei giorni scorsi, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato l'uccisione mirata di due membri di Hezbollah. Il primo, Ali Hussein al-Mousawi, è stato eliminato nella Valle della Bekaa, dove sarebbe stato responsabile del trasferimento di armi avanzate dalla Siria al Libano. Il secondo, Abd Mahmoud al-Sayed, è stato colpito vicino a Naqoura. Secondo quanto riferito, avrebbe coordinato il reclutamento, i canali finanziari e le reti di sostegno civile locale di Hezbollah nei villaggi del sud del Libano. Funzionari israeliani hanno affermato che entrambi gli uomini erano direttamente coinvolti nella ricostruzione delle infrastrutture militari di Hezbollah a sud del fiume Litani, in violazione del cessate il fuoco del novembre 2024.
L'IDF ha inquadrato gli attacchi come parte di una strategia più ampia volta a rafforzare la sicurezza lungo la frontiera settentrionale e a segnalare che non tollererà il radicamento di Hezbollah sotto la direzione iraniana. Sebbene la guerra aperta si sia placata dal 2023, le comunità del nord di Israele continuano a subire sporadici attacchi con razzi, infiltrazioni di droni e attacchi con missili anticarro, che impediscono a migliaia di residenti di tornare definitivamente alle loro case. Per Israele, impedire a Hezbollah di riarmarsi non è una questione di ritorsione, ma di deterrenza.
Allo stesso tempo, l'esercito israeliano ha annunciato di aver completato un'esercitazione di cinque giorni a livello di divisione lungo il confine libanese, guidata dalla 91ª Divisione dell'IDF e dal Centro nazionale di addestramento terrestre. Questa esercitazione, descritta come la più grande dell'esercito dalla guerra iniziata il 7 ottobre 2023, ha simulato scenari di difesa estremi, la rapida mobilitazione delle riserve e un rapido passaggio dalle operazioni di difesa a quelle offensive. I funzionari militari hanno affermato che l'esercitazione è stata progettata per interiorizzare le lezioni apprese da quasi due anni di conflitto su più fronti.
Sebbene la maggior parte delle forze di terra israeliane si sia ritirata dopo il cessate il fuoco, Israele mantiene ancora il controllo su cinque posizioni strategiche nel sud del Libano. I funzionari insistono che si ritireranno solo quando l'esercito libanese dimostrerà di poter garantire efficacemente la sicurezza del confine e impedire il ritorno di Hezbollah. Il 9 settembre, il ministro degli Esteri libanese Youssef Raggi ha affermato che le forze armate libanesi avrebbero completamente disarmato Hezbollah nel sud entro tre mesi. Ma la leadership di Hezbollah ha immediatamente respinto questa ipotesi. In un'intervista alla Al-Manar TV, il vice leader del gruppo Naim Qassem ha dichiarato che Hezbollah ha il “diritto legittimo” di conservare le sue armi e rimarrà un movimento di resistenza “anche se ci resteranno solo le unghie o un bastone”.
Questa contraddizione interna evidenzia il dilemma del Libano: il governo sostiene formalmente la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che richiede il disarmo di Hezbollah e lo schieramento dell'esercito libanese e dell'UNIFIL nel sud, ma non ha né il consenso politico né la capacità militare per affrontare Hezbollah. Israele continua invece ad agire in modo indipendente per salvaguardare i propri confini, mentre Hezbollah, sostenuto dall'Iran, insiste nel decidere da solo quando e come combattere.
In risposta alla crescente tensione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha approvato un aiuto di 230 milioni di dollari per le forze di sicurezza libanesi. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha affermato che il finanziamento è destinato a rafforzare la sovranità del Libano e a sostenere la piena attuazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, “l'unico quadro praticabile per un accordo di sicurezza duraturo sia per i libanesi che per gli israeliani”. Tuttavia, a Gerusalemme permane lo scetticismo, dove i funzionari sostengono che le risoluzioni internazionali sono prive di significato se non vengono applicate sul campo.
Per ora, Hezbollah non ha lanciato una grande rappresaglia per gli omicidi mirati, forse per evitare un conflitto più ampio mentre ricostruisce le sue forze. Ma la posizione di Israele è chiara: cessate il fuoco o meno, colpirà ogni volta che rileverà una minaccia crescente. Nel nord regna la calma, ma è la calma tesa di una “guerra tra guerre”, dove la prossima escalation è solo una decisione o un errore di calcolo.

(Israel Heute, 27 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Isaac Attia: “Il palestinismo, un'ideologia nata per cancellare Israele”

Durante la trasmissione i24NEWS, lo storico Isaac Attia
Isaac Attia

ha fornito un'analisi del palestinismo, che descrive non come una rivendicazione politica, ma come un'ideologia costruita, nata dalla propaganda dei Fratelli Musulmani e dalla macchina sovietica. Secondo lui, questa ideologia multiforme è stata concepita per sostituire simbolicamente il popolo ebraico e imporsi come il “vero popolo di Israele”.
  Isaac Attia ricorda che questa dinamica non è nuova: risale alla dichiarazione Balfour del 1917 e alla virulenta reazione del muftì di Gerusalemme, che già allora gettò le basi di un islamo-nazismo che rifiutava qualsiasi presenza ebraica tra il Giordano e il Mediterraneo. La conferenza di Durban del 2001, spiega, ha poi fatto del palestinismo «la bandiera di tutte le cause perse» – dall'anticolonialismo all'anticapitalismo – elevandolo al rango di ideologia planetaria.
  Oggi questa ideologia, lungi dall'esaurirsi, guadagna terreno dopo ogni guerra o episodio di violenza. Isaac Attia sottolinea che il 7 ottobre 2023 e le sue conseguenze hanno paradossalmente rafforzato la causa palestinese nell'opinione pubblica mondiale, spingendo diversi governi a riconoscere uno Stato palestinese.
  Per lo storico, è urgente «smantellare l'impostura» del palestinismo rivelandone i fondamenti menzogneri e riaffermando l'identità ebraica. Nella sua opera collettiva sostenuta dal ministro Amichai Chikli, invita a smantellare i miti – compreso quello delle «70 vergini» promesse ai martiri – e a comprendere i simboli morbosi che glorificano la morte, come i funerali mimati come matrimoni. «Il grande pericolo, dice, è dubitare della propria legittimità di fronte a un impostore», conclude Isaac Attia, per il quale la conoscenza è la prima arma contro questa ideologia di sostituzione.

(i24, 26 ottobre 2025)

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Le organizzazioni umanitarie internazionali che operano a Gaza devono essere chiamate a rispondere delle loro azioni

Da anni i governi stanziano ogni anno centinaia di milioni di dollari per sostenere un settore che si è alleato con regimi terroristici.

(JNS) Mentre i piani per il futuro di Gaza dominano i titoli dei giornali, coloro che si occupano dei dettagli della guerra in corso sono consapevoli delle accuse secondo cui Hamas avrebbe utilizzato gli ospedali su larga scala come basi terroristiche. Per loro non dovrebbe essere una sorpresa che i documenti di Hamas recentemente pubblicati, sequestrati dalle forze armate israeliane, confermino direttamente questo abuso sistematico.
Tuttavia, i dettagli che descrivono la complicità di importanti organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere (MSF) e la Croce Rossa in questi crimini di guerra sono stati in gran parte inaspettati e richiedono un intervento urgente.
Le rivelazioni mettono sotto accusa molte delle più grandi organizzazioni per i diritti umani e pongono i paesi occidentali di fronte a grandi sfide. Da anni i governi stanziano ogni anno centinaia di milioni di dollari per un'industria umanitaria che si è alleata con regimi terroristici.
I documenti di Hamas del 2020, recentemente resi pubblici da NGO Monitor, l'istituto di ricerca indipendente che dirigo, descrivono chiaramente la strategia dell'organizzazione terroristica di abusare delle strutture mediche e degli operatori sanitari come scudi umani. Gli ospedali, scrivono i rappresentanti di Hamas, fungono da luoghi in cui “in periodi di escalation si riuniscono molti comandanti”.
I documenti mettono in guardia i comandanti di Hamas (cioè i terroristi) dai pericoli derivanti dalla presenza di personale medico straniero nelle ali degli ospedali utilizzate come centri operativi e di comunicazione per l'organizzazione. Ai combattenti è stato detto che gli stranieri, compresi medici e altro personale, dovevano essere allontanati “quando i combattenti della resistenza [sono presenti] nella struttura”. Per impedire contatti non autorizzati, anche “i membri medici [di Hamas] di Gaza” sarebbero stati incaricati di “osservare e unirsi alle delegazioni in arrivo”.
I documenti dimostrano che Hamas richiedeva anche procedure di autorizzazione preventiva approfondite per le delegazioni in arrivo delle ONG amiche. Queste dovevano “presentare una domanda ... insieme ai curriculum dei medici, specificando la necessità [dell'arrivo]”. Inoltre, potevano lavorare solo “in luoghi specifici, come il pronto soccorso, i reparti specialistici e le sale operatorie”, ma era loro vietato “entrare nell'ospedale [principale] dove si trova [Hamas]”.
L'elenco delle organizzazioni che chiudono un occhio inizia con i gruppi “altamente rispettati” e influenti. Secondo Hamas, la Croce Rossa Internazionale “ha deciso di lavorare in un'ala dell'ospedale Al-Shifa adiacente agli uffici del movimento [Hamas]”. Allo stesso modo, secondo i documenti dell'organizzazione terroristica, l'organizzazione MSF era “ospitata nell'unica stanza dell'ospedale Abu Yousef El-Najar dotata di una linea telefonica fissa (sicura)” appartenente alle Brigate Al-Qassam di Hamas.
Queste sono solo due delle organizzazioni umanitarie che hanno collaborato con Hamas, limitandosi a determinate aree all'interno dei complessi ospedalieri di Gaza, fornendo in anticipo ad Hamas gli elenchi sopra citati di volontari e dipendenti e attenendosi alle richieste della crudele organizzazione terroristica.
Questo deplorevole fallimento morale non si limita solo a queste organizzazioni, ma è direttamente collegato ai loro finanziatori, tra cui anche governi che si dichiarano fedeli al rispetto dei principi etici. I canadesi, in particolare, dovrebbero chiedersi se continuare a intrattenere rapporti con tali ONG sia legittimo e moralmente accettabile. Solo MSF, ad esempio, ha ricevuto circa 14 milioni di dollari dal Canada nel 2024.
Tuttavia, i segnali di allarme sono stati accuratamente ignorati dal Ministero degli Affari Esteri canadese e dall'ufficio del Primo Ministro. Alla fine del 2023, l'ex segretario generale di MSF, Alain Destexhe, ha pubblicato un rapporto devastante in cui definiva l'organizzazione che un tempo dirigeva “complice di Hamas”. Egli ha osservato che “una parte significativa del personale sembra condividere il punto di vista di Hamas e sostenere gli attacchi terroristici del 7 ottobre” e che “la vicinanza di alcuni membri del personale di MSF a Hamas solleva interrogativi sui possibili legami tra MSF a Gaza e gruppi estremisti”.
Un altro segnale di allarme è stato ignorato quando il tesoriere della filiale canadese di MSF si è dimesso nel marzo 2024, affermando che “le affermazioni di MSF di essere indipendente, neutrale e imparziale” erano “false”. “MSF Canada”, ha dichiarato, “non ha condannato il 7 ottobre né ha corretto le false dichiarazioni sul conflitto sui social media”.
Purtroppo, MSF non è l'unico esempio di ONG apparentemente umanitaria che abusa dei fondi dei contribuenti canadesi. Islamic Relief è stata indagata dagli Stati Uniti per antisemitismo; nel 2020 il consiglio di amministrazione si è dimesso dopo che il suo presidente aveva elogiato i terroristi di Hamas come “grandi uomini”. La Germania, i Paesi Bassi e altre nazioni hanno già sospeso i loro aiuti finanziari e diversi istituti finanziari hanno congelato o chiuso i loro conti. Ma i rubinetti canadesi rimangono aperti.
Al di là dei legami diretti con Hamas, l'indagine di NGO Monitor rivela un più ampio schema di comportamento antiumanitario sotto forma di propaganda a favore dell'organizzazione terroristica. MSF e organizzazioni simili condannano regolarmente e pubblicamente le azioni militari israeliane contro gli ospedali di Gaza, pur sapendo con quali limitazioni questi operano. Secondo il diritto internazionale, gli ospedali utilizzati come centri di comando di Hamas perdono il loro status di protezione. Partecipando attivamente a queste campagne di demonizzazione, invece di criticare Hamas, MSF ha “mancato il suo obiettivo umanitario e violato il proprio statuto”, ha lamentato Destexhe.
Per questi e altri motivi, è ormai da tempo necessaria una revisione indipendente della politica canadese nei confronti delle ONG che forniscono aiuti. Alla luce del futuro più roseo che si profila in Medio Oriente, il Canada e altri paesi donatori hanno l'opportunità strategica e l'obbligo morale di esigere trasparenza e responsabilità da tutti i gruppi che ricevono fondi pubblici e contribuiscono alla ricostruzione della Gaza di domani.

(Israel Heute, 26 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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È in Libano il vero razzismo contro i palestinesi

di Nathan Greppi

Spesso la narrazione propal accusa Israele di praticare politiche razziste nei confronti dei palestinesi, che verrebbero trattati come cittadini di serie B, analogamente ai neri nel Sudafrica dell’apartheid. Tuttavia, coloro che promuovono questa narrazione raramente si soffermano su come i palestinesi vengano trattati nelle nazioni confinanti.
In Libano, in particolare, i circa 230.000 palestinesi (secondo un censimento UNRWA) che sin dal 1948 vivono con lo status di rifugiati, sono privati di diversi diritti. Secondo una ricerca pubblicata dall’Università di Roskilde in Danimarca, pur essendo nati e cresciuti nel Paese dei cedri non possono ottenere la cittadinanza libanese. È loro proibito l’accesso a oltre venti professioni e non hanno diritto alla sanità pubblica. Persino per effettuare restauri o riparazioni nelle proprie abitazioni devono ottenere un permesso, il che non è affatto scontato.
Poiché vengono giuridicamente identificati come stranieri, nonostante vivano in Libano da più generazioni, non hanno il diritto di acquistare terreni al di fuori dei campi profughi. Per uscire dal Paese devono ottenere un visto di uscita, e non possono rientrarvi senza un visto d’ingresso. Ogni volta che entrano o escono dai campi, sono tenuti a mostrare documenti d’identità.
Secondo un report dell’UNRWA relativo al 2023, l’85 per cento dei palestinesi residenti in Libano viveva sotto la soglia di povertà, in aumento rispetto al 65 per cento del 2015. La discriminazione si manifesta anche nell’istruzione: la maggior parte dei palestinesi non ha accesso alle scuole pubbliche libanesi, motivo per cui circa il 70% frequenta scuole gestite dall’UNRWA. Solo il 17% può permettersi istituti privati.
Eppure questa realtà raramente viene messa in luce in Occidente. E quando accade, spesso è per addossarne la responsabilità a Israele, “colpevole” di non accettare il cosiddetto diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi — che però comporterebbe la trasformazione dello Stato ebraico in uno Stato a maggioranza araba. Una certa narrazione terzomondista, infatti, denuncia le discriminazioni verso i Paesi del Sud globale solo se perpetrate dagli occidentali. Se invece sono arabi a discriminare altri arabi, allora la questione sembra non meritare la stessa attenzione.
In un editoriale pubblicato nel 2017 su Ynetnews, l’opinionista israeliano Ben-Dror Yemini osservava che “anche se Israele ci provasse — e non lo farebbe — non riuscirebbe a imporre un decimo dell’oppressione e delle uccisioni subite dai palestinesi per mano del Libano o delle forze di Hezbollah in Siria. Perché il Libano ha adottato una politica ufficiale di apartheid. I palestinesi non hanno il diritto di utilizzare i servizi sanitari del Paese, non possono possedere proprietà e sono banditi da una lunga lista di professioni. […] L’ex Gran Mufti del Libano, lo sceicco Mohammed Rashid Qabbani, ha definito i palestinesi “spazzatura indesiderata”, e i libanesi stanno completando la costruzione di un muro di separazione attorno al campo profughi di Ain al-Hilweh”.

(InOltre, 26 ottobre 2025)

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Giovanni Battista

GIOVANNI, cap. 1
  1. E la Parola è stata fatta carne e ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto dal Padre.
  2. Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: “Ecco colui di cui io dissi: 'Colui che viene dietro a me mi ha preceduto, perché era prima di me'”.
MARCO, cap. 1
  1. Principio dell'evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
  2. Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero a prepararti la via...
  3. Voce di uno che grida nel deserto: 'Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri'”.
  4. Sorse Giovanni il battista nel deserto predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati.
  5. Tutto il paese della Giudea e tutti quelli di Gerusalemme accorrevano a lui ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
ISAIA, cap. 40
  1. “Consolate, consolate il mio popolo”, dice il vostro Dio.
  2. “Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano dell'Eterno il doppio per tutti i suoi peccati”.
  3. La voce di uno grida: “Preparate nel deserto la via dell'Eterno, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio!
  4. Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi ripidi siano livellati, i luoghi scabri diventino pianura.
  5. Allora la gloria dell'Eterno sarà rivelata, e ogni carne, allo stesso tempo, la vedrà; perché la bocca dell'Eterno lo ha detto”.
  6. Una voce dice: “Grida!”. E si risponde: “Che griderò?”. “Grida che ogni carne è come l'erba, e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo.
  7. L'erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio dell'Eterno vi passa sopra; certo, il popolo è come l'erba.
  8. L'erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio sussiste in eterno”.
Malachia 3:1, Luca 3:2,17, Luca 1:76-77, Malachia 2:7, Luca 3:5,8-9,17, Salmo 1:4-5, Isaia 40:6-8, Isaia 35:1, 41:19, 51:1-3, Atti 13:25, Giovanni 3:29-30.

GIOVANNI, cap. 1
  1. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei mandarono da Gerusalemme dei sacerdoti e dei leviti per domandargli: “Tu chi sei?”.
  2. Ed egli lo confessò e non lo negò; lo confessò, dicendo: “Io non sono il Cristo”.
  3. Essi gli domandarono: “Chi sei dunque? Sei Elia?”. Egli rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Egli rispose: “No”.
  4. Essi dunque gli dissero: “Chi sei? Affinché diamo una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che dici tu di te stesso?”.
  5. Egli disse: “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore.
Luca 7:26, Matteo 11:14, Luca 7:28.

ISAIA, cap. 43
  1. Ma ora così parla l'Eterno, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele! “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!
  2. Quando passerai per le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco, non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà.
  3. Poiché io sono l'Eterno, il tuo Dio, il Santo d'Israele, il tuo salvatore; io ho dato l'Egitto come tuo riscatto, l'Etiopia e Seba al tuo posto.
  4. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei stimato e io ti amo, io do degli uomini al tuo posto, e dei popoli in cambio della tua vita.
  5. Non temere, perché io sono con te; io ricondurrò la tua discendenza dall'oriente e ti raccoglierò dall'occidente.
    PREDICAZIONE
   di Gabriele Monacis

 Gabriele Monacis
  Haifa, ottobre 2025

(Notizie su Israele, 26 ottobre 2025)


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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 29
  • Mosè convocò dunque tutto Israele, e disse loro: “Voi avete visto tutto quello che l'Eterno ha fatto sotto i vostri occhi, nel paese d'Egitto, al Faraone, a tutti i suoi servitori e a tutto il suo paese; i tuoi occhi hanno visto le calamità grandi con le quali furono provati, quei miracoli, quei grandi prodigi; ma, fino a questo giorno, l'Eterno non vi ha dato un cuore per comprendere, né occhi per vedere, né orecchi per udire.
  • Io vi ho condotti quarant'anni nel deserto; le vostre vesti non vi si sono logorate addosso, né i vostri calzari vi si sono logorati ai piedi. Non avete mangiato pane, non avete bevuto vino né bevanda alcolica, affinché conosceste che io sono l'Eterno, il vostro Dio. E quando siete arrivati in questo luogo, e Sicon re di Chesbon, e Og re di Basan sono usciti contro noi per combattere, noi li abbiamo sconfitti, abbiamo preso il loro paese, e lo abbiamo dato come proprietà ai Rubeniti, ai Gaditi e alla mezza tribù di Manasse.
  • Osservate dunque le parole di questo patto e mettetele in pratica, affinché prosperiate in tutto ciò che farete. Oggi voi comparite tutti davanti all'Eterno, al vostro Dio, i vostri capi, le vostre tribù, i vostri anziani, i vostri ufficiali, tutti gli uomini d'Israele, i vostri bambini, le vostre mogli, lo straniero che è in mezzo al tuo campo, da colui che ti spacca la legna a colui che ti attinge l'acqua, per entrare nel patto dell'Eterno, che è il tuo Dio: patto stabilito con giuramento, e che l'Eterno, il tuo Dio, fa oggi con te, per costituirti oggi come suo popolo, e per essere tuo Dio, come ti disse e come giurò ai tuoi padri, ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe.
  • E io faccio questo patto e questo giuramento non soltanto con voi, ma con quelli che stanno qui oggi con noi davanti all'Eterno, che è il nostro Dio, e con quelli che non sono qui oggi con noi. Poiché voi sapete come abbiamo abitato nel paese d'Egitto, e come siamo passati in mezzo alle nazioni, che avete attraversato; e avete visto le loro abominazioni e gli idoli di legno, di pietra, d'argento e d'oro, che sono fra di esse.
  • Non ci sia tra voi uomo o donna o famiglia o tribù che oggi volga il cuore lontano dall'Eterno, che è il nostro Dio, per andare a servire gli dèi di quelle nazioni; non ci sia tra voi nessuna radice che produca veleno e assenzio; e che nessuno, dopo avere udito le parole di questo giuramento, si illuda in cuor suo dicendo: 'Avrò pace, anche se camminerò secondo la caparbietà del mio cuore'; in modo che chi ha bevuto largamente trascini a perdizione chi ha sete. L'Eterno non vorrà perdonargli; ma in tal caso l'ira dell'Eterno e la sua gelosia si infiammeranno contro quell'uomo, tutte le maledizioni scritte in questo libro si poseranno su di lui, e l'Eterno cancellerà il suo nome sotto al cielo; l'Eterno lo separerà, per sua sventura, da tutte le tribù d'Israele, secondo tutte le maledizioni del patto scritto in questo libro della legge.
  • La generazione futura, i vostri figli che sorgeranno dopo di voi, e lo straniero che verrà da un paese lontano, anzi tutte le nazioni, quando vedranno le piaghe di questo paese e le malattie con le quali l'Eterno l'avrà afflitto, e che tutto il suo suolo sarà zolfo, sale, arsura, e non vi sarà più semina, né prodotto, né erba di sorta che vi cresca, come dopo la rovina di Sodoma, di Gomorra, di Adma e di Seboim che l'Eterno distrusse nella sua ira e nel suo furore, diranno: Perché l'Eterno ha trattato così questo paese? perché l'ardore di questa grande ira?' E si risponderà: 'Perché hanno abbandonato il patto dell'Eterno, dell'Iddio dei loro padri: il patto che egli stabilì con loro quando li fece uscire dal paese d'Egitto; perché sono andati a servire altri dèi e si sono prostrati davanti a loro: dèi, che essi non avevano conosciuto, e che l'Eterno non aveva assegnato loro.
  • Per questo si è accesa l'ira dell'Eterno contro questo paese per far venire su di esso tutte le maledizioni scritte in questo libro; e l'Eterno li ha strappati dal loro suolo con ira, con furore, con grande indignazione, e li ha gettati in un altro paese, come oggi si vede'. Le cose occulte appartengono all'Eterno, al nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, perché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge.
(Notizie su Israele, 25 ottobre 2025)


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Gaza: Hamas e la guerra tra clan

di Neville Teller

Le ultime settimane hanno visto l’emergere all’interno di Gaza di fazioni armate che sfidano Hamas. Ribollendo per qualche tempo, questo conflitto intra-palestinese è venuto a ebollizione dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre. Hamas sta ora affrontando una sfida aperta non solo da parte di uno o due, ma di più gruppi armati incoraggiati dal vuoto di potere e dal caos della sicurezza all’interno di Gaza.
La propaganda di Hamas cerca di minimizzare il discorso della crescente opposizione palestinese e preferisce segnalare operazioni dirette contro individui accusati di collaborare con Israele.
Il 12 ottobre il Palestinian Home Front, un canale di distribuzione di notizie Telegram affiliato ad Hamas, ha annunciato: “I servizi di sicurezza e la resistenza stanno conducendo una campagna su larga scala in tutte le aree della Striscia di Gaza, da nord a sud, per localizzare e arrestare collaboratori e informatori”. Un certo numero è stato arrestato a Gaza City, ha detto: “dopo che è stato dimostrato di essere coinvolti nello spionaggio per il nemico [e] nel partecipare all’assassinio di diversi membri della resistenza”.
La dichiarazione non faceva menzione di ciò che è successo a loro. Tuttavia, diversi resoconti indipendenti confermano che poco dopo, in piena vista del pubblico, sono stati bendati, fatti inginocchiare sul marciapiede e fucilati a colpi di arma da fuoco. Altri filmati circolati in ottobre mostrano l’ala armata di Hamas, le brigate Al-Qassam, che giustiziano individui sparando loro alla testa per le strade di Gaza City. Questi individui non si sottopongono a procedimenti giudiziari o procedimenti legali. Sono semplicemente accusati e poi assassinati in pubblico con l’obiettivo di instillare la più grande paura possibile in chiunque possa essere tentato di opporsi al governo di Hamas.
Queste esecuzioni sul campo di palestinesi accusati di tradimento e collaborazione con Israele fanno parte di una più ampia campagna delle cosiddette “forze di sicurezza” di Hamas. Non solo stanno facendo uno sforzo determinato per ripristinare la loro autorità riprendendo il controllo di quella parte di Gaza da cui le forze israeliane si sono ritirate. Stanno inviando un messaggio alle potenti bande e clan palestinesi che sfidano apertamente Hamas. Se deve mantenere una presenza a Gaza, Hamas deve cercare di contrastare l’impennata di attacchi volti a minare il suo governo.
All’inizio di ottobre Hamas ha condotto un grande raid a Khan Yunis sul clan al-Mujaida che era stato precedentemente coinvolto nell’assassinio di agenti di Hamas, ed è stato accusato da Hamas di collaborazione con Israele. Decine di uomini armati di Hamas hanno preso d’assalto una roccaforte del clan, causando morti da entrambe le parti.
Il 12 ottobre, scoppiarono violenti scontri tra le forze di sicurezza di Hamas e il clan Doghmush, una potente famiglia locale con membri legati a diverse fazioni politiche. Si dice che circa 300 combattenti di Hamas abbiano preso d’assalto un’area residenziale dove gli uomini armati del clan si erano rifugiati. Gli scontri hanno ucciso almeno 27 persone, tra cui otto membri di Hamas e 19 membri del clan.
I clan Doghmush e al-Mujaida sono i principali attori nelle lotte di potere interne di Gaza. Le loro distinte strutture di leadership e le loro affiliazioni politico-militanti hanno plasmato i recenti conflitti armati.
La leadership del clan Doghmush è incentrata su Mumtaz Doghmush, che ha guidato l’Esercito dell’Islam, una milizia legata ad Al-Qaeda. I membri della famiglia Doghmush sono stati attivi in passato a Fatah, Hamas e altri circoli militanti. Nonostante la passata collaborazione con Hamas su operazioni di alto profilo – in particolare il rapimento e il successivo scambio di prigionieri per il soldato israeliano Gilad Shalit – le relazioni si sono inasprite a causa della competizione sulle reti di contrabbando, l’autorità locale e il potere del dopoguerra.
Altri anziani Doghmush e signori della guerra operano in modo semi-indipendente, ognuno comandando bande armate o cellule criminali, rendendo il clan una confederazione sciolta. Secondo quanto riferito, il clan Doghmush è coinvolto in reti di contrabbando di armi ed estorsione in tutto l’ecosistema del mercato nero di Gaza.
Il clan al-Mujaida è guidato da diversi importanti anziani di famiglia a Khan Yunis, che si influenzano attraverso vaste reti familiari. Affiliato principalmente al movimento Fatah, il clan al-Mujaida sostiene occasionalmente altri gruppi palestinesi contrari ad Hamas, specialmente nel sud di Gaza. Hanno resistito alle misure di sicurezza imposte da Hamas e sono accusati da Hamas di collaborare con funzionari israeliani ed egiziani, in particolare quando si tratta di contrabbando o distribuzione di risorse.
Questi due clan continuano ad essere i principali punti di infiammabilità della rivalità di fazione intra-palestinese, mescolando tradizioni di leadership locale e modelli di sindacato criminale con operazioni politico-militante. Ma sono lontani dagli unici centri di attività anti-Hamas basate sui clan. Sono apparsi anche numerosi gruppi armati più piccoli e fazioni di coalizione, di solito legati a clan o quartieri locali a Gaza. Alla fine di settembre 2025, erano emersi oltre una dozzina di nuovi gruppi armati anti-Hamas, che riflettevano un diffuso crollo sociale e il virtuale crollo del monopolio di Hamas sul controllo territoriale e sulla sicurezza.
Per citarne solo alcuni, c’è il clan beduino Abu Shabab con sede a Rafah. Il suo capo, Yasser Abu Shabab, attualmente riconosciuto come uno dei principali leader del clan anti-Hamas, comanda una milizia personale di circa 400 combattenti. Hamas accusa Abu Shabab di collaborare con Israele, un’accusa che nega.
Poi c’è il clan Hellis, guidato da Rami Hellis. Operando nel quartiere Shejaia di Gaza City, ha formato una coalizione con altre famiglie locali specificamente volte a resistere ai tentativi di Hamas di riaffermare il controllo.
Il clan Khalas affiliato a Fatah, con sede nella parte orientale di Gaza City e guidato da Ahmed Khalas, ha ricevuto protezione israeliana e aiuti militari. È notevole per aver resistito apertamente ad Hamas dal momento in cui ha preso il controllo di Gaza nel 2007. Khalas fa parte del Comitato Centrale di Fatah, e attraverso di lui l’attività del clan anti-Hamas nel suo insieme è collegata all’Autorità palestinese e alle sue strutture. Infatti Khalas funge da rappresentante del presidente dell’Autorità PA Mahmoud Abbas a Gaza.
Centrato a Khan Yunis, il clan Khanidak, guidato da Yasser Khanidak, ha anche beneficiato del sostegno e delle armi israeliane. Anche se non grandi come i Doghmush, i combattenti del clan Khanidak si sono attivamente opposti alle forze di Hamas durante le recenti battaglie nel sud di Gaza.
Altri clan militanti che si sono opposti, o si stanno attualmente opponendo ad Hamas, includono il clan Barbakh con sede a Khan Yunis e Rafah, il clan Abu Ziyad situato a Zawaida vicino a Deir al-Balah e il clan Abu Werda con sede vicino al porto di Gaza, che spesso guida gruppi di difesa più piccoli con sede nel quartiere che si uniscono a battaglie di clan più grandi secondo necessità.
È chiaro che il regime di Hamas ora affronta un’ampia opposizione da parte dei leader palestinesi alla base. L’organizzazione è comprensibilmente ritenuta responsabile non solo della decisione di montare il suo barbaro assalto a Israele il 7 ottobre 2023, ma soprattutto per aver sottovalutato la forza, l’estensione e la persistenza della rappresaglia israeliana che ne è seguita e il conseguente risultato devastante per Gaza e il suo popolo.
Questa impennata dell’opposizione armata, che ha senza dubbio indebolito l’ex presa di ferro di Hamas sul governo di Gaza, deve aver influenzato la sua decisione di prestare servizio a parole al piano di Trump. La guerra delle bande potrebbe ancora svolgere un ruolo cruciale nel determinare il futuro ruolo di Hamas, se presente, a Gaza.

(L'Indro, 25 ottobre 2025)
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Insomma, il piano di Trump serve ad Hamas per non perdere potere in Gaza. Interessante. M.C.

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Nonostante la guerra: il settore high-tech israeliano è in forte espansione

Chiunque legga i titoli dei giornali in questi giorni potrebbe pensare che l'economia high-tech israeliana sia destinata al collasso.

di Dov Eilon*

GERUSALEMME - Allarmi missilistici, chiamate alle armi dei riservisti, investitori titubanti: tutto questo sembra piuttosto cupo. Eppure, il nuovo rapporto dell'Israel Innovation Authority (IIA) mostra qualcosa di completamente diverso: proprio ora, nel bel mezzo della guerra, l'alta tecnologia israeliana ha registrato un anno record.
  Più di 1.500 cosiddette aziende deep tech lavorano nel Paese su tecnologie che possono cambiare non solo singoli prodotti, ma interi settori industriali. Con “deep tech” si intendono aziende che puntano su sviluppi a lungo termine e ad alta intensità di ricerca: intelligenza artificiale, sicurezza informatica, tecnologia medica, semiconduttori o innovazioni agricole.
  Dal 2019 queste aziende hanno generato complessivamente più di 28 miliardi di dollari di capitale, con un valore totale che ora raggiunge i 177 miliardi di dollari. Questo rende Israele, subito dopo gli Stati Uniti, uno dei leader mondiali nel settore della deep tech. Impressionante: circa un quinto di tutti gli investimenti mondiali nel campo della sicurezza informatica confluisce ora in Israele.
  E c'è un altro dato che stupisce anche gli esperti del settore: la vendita dell'azienda di sicurezza informatica Wiz a Googleper 32 miliardi di dollari è stata la più grande transazione nella storia dell'high-tech israeliano. Questo accordo ha reso il 2025 un anno record in termini di “uscite”.
  Per l'analisi, l'IIA ha utilizzato per la prima volta DealRoom, una società di dati e analisi con sede ad Amsterdam che registra start-up, round di finanziamento e vendite aziendali in tutto il mondo. L'obiettivo era quello di tracciare un quadro il più accurato possibile dei punti di forza e di debolezza dell'high-tech israeliano, al di là dei titoli dei giornali.

Stagnazione
  Tuttavia, i dati brillanti non nascondono il fatto che ci sono anche sviluppi allarmanti. Mentre i ricavi e le valutazioni sono in aumento, la quota dell'high-tech sul prodotto interno lordo è rimasta stagnante al 17% circa negli ultimi due anni. Il numero di addetti alla ricerca e sviluppo è addirittura diminuito del 6,5% nella prima metà del 2025. I finanziamenti di venture capital provenienti da fondi israeliani sono crollati di quasi l'80% rispetto al picco raggiunto nel 2022. E la dinamica imprenditoriale? Le nuove start-up nascono solo la metà delle volte rispetto a dieci anni fa.
  Questo rende vulnerabile il settore high-tech israeliano. Mentre gli investitori internazionali sono sempre più presenti, i finanziatori nazionali si stanno ritirando sempre più. Nelle prime fasi di finanziamento, circa un terzo dei fondi proviene ancora da Israele, ma nelle fasi successive questa percentuale scende a poco meno del 15%. Ciò significa che le decisioni cruciali per il futuro di Israele sono sempre più spesso determinate da fondi stranieri. Di conseguenza, cresce la dipendenza dall'estero e con essa il rischio che tensioni politiche, crisi internazionali o mutati interessi dei grandi investitori influenzino in modo decisivo il destino delle start-up israeliane.
  Il governo reagisce con sentimenti contrastanti. Il ministro dell'Innovazione Gila Gamliel elogia il coraggio e la creatività che rimangono intatti anche in tempo di guerra. Ma esorta anche a investire maggiormente nel capitale umano, nella ricerca e nelle partnership internazionali. Dror Bin, capo dell'Innovation Authority, parla di un “momento della verità”. L'alta tecnologia israeliana ha la forza di contribuire a plasmare l'élite mondiale, ma senza nuovi impulsi potrebbe vacillare.

Successo e Resilienza
Da questo punto di vista, l'alta tecnologia israeliana si presenta oggi in due immagini: da un lato le storie di successo che rendono il nome del Paese sinonimo di innovazione in tutto il mondo. Dall'altra parte, le preoccupazioni che sotto la superficie brillante si stiano formando delle crepe. Il fatto che proprio ora, nel bel mezzo della guerra, si stiano raggiungendo così tanti record dimostra l'incredibile resilienza di questo settore. Ma è anche un monito a non lasciare il futuro al caso o alla benevolenza degli investitori internazionali.
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* Dov Eilon ha lavorato per 22 anni alla radio e alla televisione israeliana, dove, dopo aver completato i suoi studi all'Accademia di musica e danza di Gerusalemme, era responsabile della musica di sottofondo e degli effetti sonori dei programmi. Dov suona il violoncello.
Ha sempre avuto anche un talento per il giornalismo e dal 2001, oltre al suo lavoro per la televisione, ha scritto anche per diversi siti web in lingua tedesca.
Da maggio 2016 Dov lavora per Israel Heute, dove si concentra volentieri sulla cronaca israeliana, fornendo ai lettori all'estero un quadro veritiero della vita quotidiana e degli avvenimenti di ogni giorno in Israele. Dov cura il sito web in lingua tedesca.
Dov è sposato, ha tre figli adulti e vive a Modiin, una città tra Tel Aviv e Gerusalemme.

(Israel Heute, 24 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Perché Marwan Barghouti non è il Mandela palestinese

di Stefano Piazza

Da più di vent’anni, Marwan Barghouti è il detenuto più celebre delle carceri israeliane. Per molti palestinesi rappresenta l’immagine della resistenza: l’uomo che paga con la libertà la lotta per uno Stato indipendente. In Occidente, alcuni lo descrivono come una sorta di Mandela palestinese, un leader carismatico ingiustamente imprigionato. Ma dietro l’aura mitica costruita attorno al suo nome, si nasconde una realtà molto diversa. Barghouti non è un prigioniero di coscienza, ma un politico condannato per terrorismo e complicità in omicidio.
Nel 2004, un tribunale israeliano lo ha riconosciuto colpevole di cinque omicidi e di aver orchestrato numerosi attacchi contro civili durante la Seconda Intifada. Non si è trattato di atti simbolici o di ribellione civile, ma di azioni sanguinose in cui morirono israeliani disarmati. Le prove, raccolte in anni di indagini, indicano che Barghouti – allora comandante delle Brigate al-Aqsa, ala armata di Fatah – autorizzò e finanziò attentati mirati. È per questo che la sua condanna non può essere equiparata a quella di un dissidente politico incarcerato per le proprie idee.
Durante la Seconda Intifada, Barghouti divenne uno dei principali promotori della violenza come strumento politico. Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese cercava un difficile equilibrio tra diplomazia e pressione popolare, lui sostenne apertamente l’uso delle armi come «legittima resistenza». Non prese mai le distanze dagli attentati suicidi, anzi li giustificò come risposta naturale all’occupazione israeliana. Una scelta che contribuì a trascinare il conflitto su un piano di vendette reciproche e portò a una delle fasi più sanguinose nella storia recente della regione.
L’immagine eroica di Barghouti resiste perché risponde a un bisogno: quello di un simbolo. In un panorama politico palestinese diviso tra la corruzione di Fatah e l’integralismo di Hamas, la sua figura viene percepita come una terza via, un punto di riferimento morale. Ma questa percezione è frutto di una costruzione retorica più che di fatti. Barghouti non è mai stato un unificatore. Dentro Fatah, rappresenta la corrente più radicale, in costante opposizione a Mahmoud Abbas. Per Hamas, invece, è un’icona utile da brandire contro l’Autorità Palestinese, non un interlocutore reale: è laico, nazionalista e politicamente ingombrante. La sua popolarità, alimentata da anni di detenzione, ha creato un mito funzionale a molti interessi. I sostenitori di Fatah lo evocano per rilanciare la legittimità di un movimento in declino; Hamas lo utilizza come pedina propagandistica per dimostrare che l’unità palestinese è possibile solo al di fuori dell’attuale leadership. E una parte dell’opinione pubblica occidentale – sempre incline a romanticizzare la causa palestinese – lo esalta come «il Mandela del Medio Oriente», ignorando che Mandela non ordinò mai attentati contro civili.
A differenza del leader sudafricano, Barghouti non ha mai espresso un messaggio di riconciliazione. Non ha rinnegato la violenza, non ha chiesto perdono per le vittime e non ha mai proposto una visione concreta di coesistenza. Anche nei rari messaggi inviati dal carcere, si è limitato a reiterare parole d’ordine ideologiche, accusando Israele di “apartheid” e invocando la “resistenza fino alla vittoria”. Nessuna autocritica sugli errori della Seconda Intifada, nessuna riflessione sul fallimento politico di Fatah, nessun riconoscimento delle responsabilità interne nella crisi palestinese.
I veri leader storici si distinguono per la capacità di trasformare la sconfitta in un progetto, di educare il proprio popolo alla speranza e non all’odio. Barghouti, al contrario, resta prigioniero di un linguaggio che giustifica il passato e impedisce qualsiasi futuro. È diventato un simbolo statico: utile per chi ha bisogno di un martire, ma inutile per chi sogna uno Stato palestinese libero e democratico. In fondo, il mito di Barghouti dice molto più della crisi della leadership palestinese che del suo eroismo personale. Quando un popolo ridotto all’impotenza politica trasforma un detenuto condannato per terrorismo nel suo punto di riferimento morale, significa che non riesce più a produrre una classe dirigente capace di visione e responsabilità.
Marwan Barghouti non è un Mandela, perché Mandela scelse il perdono come arma politica, mentre lui scelse la violenza. Non è un eroe della libertà, ma l’emblema di una causa che si è smarrita nella spirale della vendetta. Finché il suo mito continuerà a sostituire il dibattito politico, la Palestina resterà prigioniera non solo di Israele, ma anche delle proprie illusioni.

(L'informale, 24 ottobre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 26
  • Quando sarai entrato nel paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, e lo possederai e ti sarai stabilito, prenderai delle primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà, le metterai in un paniere e andrai al luogo che l'Eterno, il tuo Dio, avrà scelto come dimora del suo nome.
  • Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni, e il sacerdote prenderà il paniere dalle tue mani e lo deporrà davanti all'altare dell'Eterno, del tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti all'Eterno, che è il tuo Dio:
  • 'Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come straniero con poca gente, e diventò una nazione grande, potente e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo all'Eterno, all'Iddio dei nostri padri, e l'Eterno udì la nostra voce, vide la nostra umiliazione, il nostro travaglio e la nostra oppressione, e l'Eterno ci trasse fuori dall'Egitto con mano potente e con braccio steso, con grandi terrori, con miracoli e con prodigi, e ci ha condotti in questo luogo e ci ha dato questo paese, paese dove scorrono il latte e il miele. E ora, ecco, io porto le primizie dei frutti del suolo che tu, o Eterno, mi hai dato!'.
  • E le deporrai davanti all'Eterno, al tuo Dio, e ti prostrerai davanti all'Eterno, al tuo Dio; e ti rallegrerai, tu con il Levita e con lo straniero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che l'Eterno, il tuo Dio, avrà dato a te e alla tua casa.
  • Quando avrai finito di prelevare tutte le decime delle tue entrate, il terzo anno, l'anno delle decime, e le avrai date al Levita, allo straniero, all'orfano e alla vedova perché ne mangino nelle tue città e siano saziati, dirai, davanti all'Eterno, al tuo Dio:
  • 'Io ho tolto dalla mia casa ciò che era consacrato, e l'ho dato al Levita, allo straniero, all'orfano e alla vedova, interamente secondo gli ordini che mi hai dato; non ho trasgredito né dimenticato nessuno dei tuoi comandamenti. Non ho mangiato cose consacrate, durante il mio lutto; non ne ho tolto nulla quando ero impuro, e non ne ho dato nulla in occasione di qualche morto; ho ubbidito alla voce dell'Eterno, del mio Dio, e ho fatto interamente come tu mi hai comandato. Volgi a noi lo sguardo dalla dimora della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo Israele e la terra che ci hai dato, come giurasti ai nostri padri, terra dove scorre il latte e il miele'.
  • Oggi, l'Eterno, il tuo Dio, ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste prescrizioni; osservale dunque, mettile in pratica con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua.
  • Tu hai fatto dichiarare oggi all'Eterno che egli sarà il tuo Dio, purché tu cammini nelle sue vie e osservi le sue leggi, i suoi comandamenti, le sue prescrizioni, e tu ubbidisca alla sua voce.
  • E l'Eterno ti ha fatto dichiarare oggi che sarai il suo popolo particolare, come egli ti ha detto, e che osserverai tutti i suoi comandamenti, affinché egli ti renda eccelso per gloria, rinomanza e splendore, su tutte le nazioni che ha fatte, e tu sia un popolo consacrato all'Eterno, al tuo Dio.
(Notizie su Israele, 24 ottobre 2025)


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Al Jazeera: le notizie da Gaza trasmesse direttamente da Hamas all’emittente del Qatar

di Ludovica Iacovacci

Documenti scoperti a Gaza hanno rivelato che Hamas ha emesso precise istruzioni al media statale del Qatar Al Jazeera, secondo il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center.
Sulla base dei documenti, il centro di ricerca ha stabilito che gli ufficiali dell’informazione di Hamas si sono coordinati con Al Jazeera per quanto riguarda la sua retorica, al fine di formulare una copertura che evitasse di danneggiare “l’immagine della resistenza”.
In uno dei documenti  si  incarica Al Jazeera di evitare di usare termini come “massacro” per descrivere un attacco missilistico della Jihad islamica palestinese a Jabalya. In quel documento, Hamas ha riconosciuto che quegli attacchi non erano il risultato delle manovre “dell’occupazione”. Inoltre, lo stesso testo ha confermato che la richiesta di collaborare dell’organizzazione terroristica ad Al Jazeera è stata accolta con una risposta positiva “da parte della direzione della redazione della rete”.
Un altro documento ha rivelato che Hamas ha tentato di stabilire una linea di comunicazione sicura con Al Jazeera, consentendo un coordinamento diretto tra gli uffici del gigante dei media a Doha e il gruppo terroristico. Questa linea avrebbe avuto lo scopo di promuovere la copertura in situazioni di emergenza e consentire all’ala militare di Hamas di inviare istruzioni in tempo reale su cosa trasmettere e cosa non mandare in onda.
Secondo il centro di ricerca, questa è una rara prova dell’esistenza di un coordinamento sistemico tra un’organizzazione terroristica e una rete di notizie internazionale.
La retorica utilizzata nella copertura della guerra da parte di Al Jazeera ha anche rispecchiato le descrizioni di Hamas, con la fonte di notizie che nomina i suoi membri come mujahideen o muqawimin (combattenti jihad o combattenti della resistenza). Dopo la loro morte, i terroristi di Hamas erano chiamati shaheeds (martiri che muoiono per amore di Allah). In alternativa, la rete si riferisce a Tzahal, l’esercito israeliano, come “esercito di occupazione”, nominando le sue truppe come “i soldati dell’occupazione”. In tutta la copertura di Al Jazeera sulla crisi degli ostaggi, inoltre, ha ripetutamente chiamato gli ostaggi israeliani “i prigionieri”.
Come parte di questo stretto legame tra Hamas e Al Jazeera, ai giornalisti è stato anche concesso un accesso senza precedenti a gran parte del complesso sistema di tunnel sotterranei del gruppo terroristico. In questo caso, il giornalista di Al Jazeera Wael al-Dahdouh ha mostrato i tunnel di Hamas, conducendo interviste con agenti dell’ala militare che gli hanno detto che la costruzione di un tunnel richiedeva anni, in un documentario andato in onda nel gennaio 2024.

Giornalisti che fanno i terroristi
  Oltre a dettare direttamente la copertura e la terminologia di Al Jazeera, si è scoperto che molti dei giornalisti di Al Jazeera che lavoravano con l’organizzazione palestinese erano anche agenti dell’ala militare di Hamas, e alcuni avevano persino partecipato al massacro del 7 ottobre.
Tzahal ha denunciato a lungo la questione dei giornalisti che fanno i terroristi. Tra quelli che i militari hanno nominato e preso di mira c’era il giornalista Anas al-Sharif.
Sharif, il giornalista di Al Jazeera a Gaza che è stato ucciso in un attacco dell’IDF il 10 agosto 2025, è stato nominato nei documenti scoperti come membro dell’ala militare di Hamas, associato al battaglione Jabalya orientale nella brigata settentrionale di Gaza. Secondo le liste, Sharif ha servito come militante e capo squadra nell’unità di tiro Talul-Melag, come combattente nella Nukhba Force e come capo del dipartimento informazioni del suo battaglione.
I documenti hanno anche nominato Ismail Abu Ammar, un corrispondente di Al Jazeera di Khan Yunis che è stato ferito nel febbraio 2024, come membro delle brigate Izzadin al-Qassam di Hamas e come comandante del battaglione Khan Yunis orientale del gruppo terroristico. È stato uno dei primi a coprire in diretta l’invasione del 7 ottobre. Il centro di ricerca ha detto che era probabile che Ammar avesse una conoscenza preliminare dell’attacco, permettendogli di documentarlo, come ha fatto, in tempo reale.
Un altro giornalista di Al Jazeera nominato nei documenti era Talal Mahmoud Abdel Rahman Al-Arouki, che è stato gravemente ferito mentre copriva un attacco israeliano a Nuseirat il 28 novembre 2024. Il nome di Arouki è apparso in una lista di Hamas dei suoi agenti del 2023, in cui è stato identificato come un comandante di gruppo con il grado di capitano della Brigata di Gerusalemme. In un documento separato di Hamas, Arouki è stato elencato tra i feriti delle Brigate Izzadin al-Qassam di Hamas.
Inoltre, il giornalista palestinese Hossam Shabat, che ha collaborato con Al Jazeera ed è stato ucciso in un attacco mirato nel marzo 2025, è stato nominato nei documenti come membro della compagnia anticarro del battaglione Beit Hanun di Hamas e identificato come un agente cecchino. In un altro record di Hamas, il nome di Shabat è apparso tra i terroristi scomparsi dall’addestramento militare del battaglione del gruppo.
Abdallah Aljamal, giornalista e redattore della Palestine Chronicle che ha collaborato con Al Jazeera, è stato ucciso con la sua famiglia durante l’Operazione Arnon. Stava tenendo in ostaggio tre israeliani. Sono stati salvati dalla sua casa a Nuseirat nel giugno 2024.

(Bet Magazine Mosaico, 24 ottobre 2025)

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La vittoria immaginaria

di Niram Ferretti

Più passano i giorni, più si evidenzia come la presunta vittoria di Israele, dopo due anni di guerra a Gaza, sia un fallimento militare, come aveva predetto su queste pagine Daniel Pipes, già nell’autunno del 2023, a guerra appena cominciata.
I sostenitori della vittoria israeliana si devono basare su ciò che la seconda fase del piano di pace targato Trump afferma, ovvero che Hamas accetterà di disarmarsi e di non avere alcun ruolo politico nel futuro della Striscia. Sono due assunti estremamente problematici e improbabili.
Allo stato attuale Hamas dispone di un effettivo stimato tra i diecimila e i ventimila uomini, non addestrati come le unità precedenti, ma ciò nonostante operativi. Il suo arsenale è stato notevolmente dilapidato ma non è annientato, e dei tunnel ancora in esistenza si calcola che, dopo due anni di guerra, Israele ne abbia distrutto solo il 30 per cento. Appare chiaro che Hamas non è stato sconfitto, ma solo indebolito, come ha evidenziato Greg Roman del Middle East Forum:

    “Da un certo punto di vista, Hamas ha subito un degrado catastrofico con l’eliminazione dei vertici, la distruzione della struttura di comando e la riduzione del controllo territoriale a un quarto della Striscia. Da un altro punto di vista, Hamas ha dimostrato una notevole resilienza, reclutando tanti combattenti quanti ne ha persi, mantenendo la coesione organizzativa nonostante la decapitazione della leadership e costringendo Israele ad accettare i negoziati nonostante detenesse solo il 20-25 per cento del territorio prebellico. La questione non è quale interpretazione sia accurata, ma quale sia più importante dal punto di vista strategico. Una Hamas indebolita ma intatta, che sopravvive per tornare a combattere, rappresenta un successo strategico per l’organizzazione, indipendentemente dalle perdite tattiche”.

Ad aggravare lo scenario c’è la precisa volontà americana di chiudere la guerra di concerto con gli Stati arabi. Trump si è mostrato indulgente nei confronti di Hamas per non avere ancora consegnato a Israele tutte le salme degli ostaggi ancora trattenuti a Gaza, adducendo come ragione la difficoltà nel localizzarli.  
Ieri, la Knesset ha passato in prima battuta, una proposta di legge che sancirebbe, se approvata definitivamente la sovranità israeliana sull’intera Cisgiordania, una mossa che ha fortemente contrariato Trump, che l’ha giudicata “stupida”, affermando che la sua amministrazione non permetterà mai l’annessione, affermazione già fatta precedentemente, e ribadita a stretto giro dal vicepresidente Vance nella sua visita in Israele. Netanyahu si è affrettato a dichiarare che il voto è privo di sostanza. Un Vance contrariato ha sottolineato che nonostante la sua natura simbolica, si è trattato di uno sgarbo, essendo passato il voto durante la sua visita, di fatto trattando Israele come uno Stato subalterno che deve essere rimesso in carreggiata. Netanyahu ha un bel dire nell’affermare che Israele non sia un “protettorato americano”. La realtà dice il contrario.
Per due anni, il premier israeliano ha annunciato che la vittoria sarebbe consistita nell’eliminazione di Hamas e nella liberazione degli ostaggi, per due anni la guerra si è trascinata senza che venisse mai formulato un piano sulla gestione della Striscia in un ipotetico post Hamas. Il piano è arrivato attraverso Washington e con il consenso arabo e turco, e la firma dell’accordo con Hamas, avvenuta a Sharm el Sheikh e stata siglata con la stretta di mano tra i mediatori affaristi Witkoff e Kushner con gli esponenti del gruppo terrorista. Fu Witkoff un anno fa a consigliare Trump di intavolare i negoziati direttamente con i terroristi, infrangendo un protocollo trentennale. A fare da padrini i due grandi sponsor di Hamas, il Qatar e la Turchia.
Israele si è trovato stretto a un angolo, dopo una guerra senza fine, che, alla vigilia dell’assedio a Gaza City aveva registrato il clamoroso dissenso del capo di stato maggiore Eyal Zamir, il quale aveva espresso la sua contrarietà per l’operazione militare.
Appare chiaro che ora che gli ostaggi vivi sono stati rilasciati in blocco, Hamas, privo del suo vantaggio tattico, conti di potere lucrare su protezioni e complicità per continuare a permanere nella Striscia. Suonano poco credibili le solite rodomontate di Trump che se il gruppo non si disarmerà con le buone, dovrà farlo con le brutte, perché questo significherebbe la ripresa della guerra, una guerra che gli Stati Uniti non vogliono si riattivi, essendo il suo obiettivo principale una distensione con il mondo arabo, fondata principalmente sia sulla rete di affari personali (Witkoff, Kushner, il figlio di Trump, Eric) e di lucrose commesse. Ma è lo stesso Stato ebraico a trovarsi nella posizione di non volere riprendere una guerra che oltre a essergli costata un alto numero di soldati morti, di mutilati e di feriti, ha distrutto internazionalmente la sua reputazione facendo aumentare gli episodi di antisemitismo a picchi mai raggiunti dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Ciò che si prospetta è dunque uno scenario in cui Israele ottiene di riavere gli ultimi ostaggi vivi e quindi le salme dei defunti, arretrando progressivamente dalle posizioni conquistate, mentre gli autori del 7 ottobre intendono permanere nella Striscia.
Nella medesima intervista del 2023 a Daniel Pipes, alla domanda, “Per quale motivo Israele non ha mai conseguito una vittoria reale contro i suoi nemici palestinesi?”, lo storico americano rispondeva,  “Perché non ci ha mai provato. Israele ha sconfitto con successo i suoi stati arabi nemici – Egitto, Giordania e Siria in particolare – ma ha desistito dallo sfruttare il proprio vantaggio contro i palestinesi. Pensiamo al 1982, quando desistette dall’uccidere Yasser Arafat. O nel 1993, quando gli diede il controllo sul territorio confinante. O nel 2005, quando si ritirò unilateralmente da Gaza”.
Aggiungiamo alla lista, il 2025, quando non è stato in grado di eliminare Hamas.
Lunedì il parlamentare del Likud Amit Halevi ha sferrato un attacco frontale contro l’imprenditore americano Steve Witkoff, figura chiave del settore immobiliare statunitense e storico collaboratore dell’ex presidente Donald Trump. Secondo Halevi, le recenti iniziative economiche di Witkoff e dei suoi soci nella regione del Golfo «mettono a rischio la sicurezza di Israele» e potrebbero «indebolire il controllo israeliano sulla Striscia di Gaza». In un’intervista alla radio dell’esercito, il deputato ha parlato senza mezzi termini: «Queste persone ci stanno conducendo alle porte dell’inferno». Le sue parole, destinate a far discutere tanto nel mondo politico quanto in quello economico, sono arrivate mentre a Gerusalemme si moltiplicano i timori per la crescente influenza di capitali americani e del Golfo nei progetti di ricostruzione e sviluppo postbellico di Gaza.
Dietro le accuse di Halevi c’è una rete complessa di rapporti economici che unisce Witkoff, Jared Kushner e diversi fondi sovrani arabi. L’imprenditore newyorkese, da anni vicino alla famiglia Trump, ha collaborato con Kushner in numerose operazioni immobiliari di alto profilo negli Stati Uniti e, più recentemente, in Medio Oriente. Dopo la fine dell’amministrazione Trump, i due hanno mantenuto un legame d’affari attraverso società e veicoli di investimento attivi tra Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti israeliane e statunitensi, Witkoff e Kushner avrebbero intensificato negli ultimi mesi i contatti con il Public Investment Fund saudita (PIF) e con la Qatar Investment Authority (QIA), i due principali fondi sovrani della regione. Entrambi sono interessati a progetti di sviluppo immobiliare, turistico e infrastrutturale con un valore stimato di diversi miliardi di dollari. Queste iniziative, tuttavia, sono considerate da alcuni analisti come un potenziale veicolo di influenza politica in un’area ancora segnata dal conflitto.
«Si stanno costruendo reti economiche e politiche che rischiano di aggirare Israele, riducendo la sua capacità di controllo e influenza sulla Striscia di Gaza», ha denunciato Halevi, convinto che il destino del territorio debba restare sotto la piena sovranità israeliana. «Prima o poi Israele controllerà Gaza, non c’è altro modo».
Le sue parole non rappresentano una novità. Già mesi fa, in un’intervista a 103FM, Halevi aveva ribadito la necessità di «stabilire un controllo totale» su Gaza. «Se controlli il territorio, allora nessun altro lo controlla», aveva dichiarato. «Non si lascia un vuoto, e non si lascia un vuoto per nessun programma scolastico che preveda lo stupro delle donne ebree e l’omicidio». Per il parlamentare del Likud, la questione non è solo militare ma anche ideologica: «Gaza appartiene a Israele esattamente come Tel Aviv appartiene a Israele», ha detto. «Stiamo contrastando i terroristi, ma non questa menzogna chiamata “palestinesicità”. Come possiamo essere occupanti a Gaza? Gaza appartiene a Israele nella stessa misura in cui appartiene Tel Aviv».
Il suo discorso riflette una visione nazionalista radicale, secondo cui il ritiro israeliano del 2005 ha lasciato un vuoto di potere che Hamas ha saputo riempire, mentre oggi alcuni interessi economici stranieri rischiano di consolidare quella stessa frammentazione. Nelle parole di Halevi, l’errore sarebbe duplice: «Lasciare spazio a chi finanzia Hamas e affidarsi a chi, in nome degli affari, cerca di riscrivere la mappa politica della regione». A essere criticato è anche il capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (IDF), il tenente generale Eyal Zamir. «Il capo di stato maggiore non ha idea del sistema internazionale o dell’economia: non sono argomenti di sua competenza. Deve occuparsi solo di una cosa, e cioè conquistare la Striscia», ha affermato Halevi, accusando i vertici militari di eccessiva prudenza e mancanza di visione strategica.
Il riferimento agli affari di Witkoff e Kushner con i fondi del Golfo non è casuale. Negli ultimi mesi, il team di Kushner – tramite la società Affinity Partners – ha ottenuto un finanziamento di circa due miliardi di dollari dal fondo saudita PIF, ufficialmente per investimenti immobiliari e infrastrutturali. Parallelamente, Witkoff ha avviato una serie di operazioni immobiliari di lusso in collaborazione con partner qatarioti, inclusi progetti sulla costa del Mar Rosso e a Doha, presentati come parte di un più ampio piano di cooperazione economica regionale. Per Halevi, tali investimenti non sono neutri: «Dietro queste iniziative si nascondono interessi che non coincidono con quelli di Israele», ha avvertito. «Chi costruisce a Doha o a Riad con soldi che in passato hanno finanziato Hamas o altre milizie islamiste, non può presentarsi come amico di Israele».
L’attacco del parlamentare ha aperto un fronte politico delicato, poiché tocca direttamente i rapporti tra l’amministrazione israeliana e alcuni dei partner più importanti di Washington nel mondo arabo. Nelle sue parole si riflette il timore che gli affari del Golfo – apparentemente orientati alla stabilità e allo sviluppo – possano trasformarsi in leve di pressione politica, soprattutto in vista dei piani di ricostruzione di Gaza che vedono coinvolti Qatar, Egitto e Arabia Saudita con il sostegno degli Stati Uniti.
«Se concludiamo il 7 ottobre con Hamas ancora in piedi e questa organizzazione islamista torna a sviluppare il suo mostro, Israele farà un passo indietro», ha detto Halevi. «Dobbiamo chiudere il 7 ottobre con una sconfitta completa di Hamas». Le sue parole risuonano come un monito rivolto non solo ai leader militari e politici israeliani, ma anche ai potenti gruppi economici che, dietro la facciata della cooperazione e della ricostruzione, mirano a ridefinire il futuro del Medio Oriente. In questo intreccio di affari e geopolitica, l’allarme di Amit Halevi segna un nuovo capitolo nella lunga battaglia – interna e internazionale – per il controllo di Gaza e per la sopravvivenza dell’identità politica israeliana.

(L'informale, 24 ottobre 2025)

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La “NATO araba”, una nuova minaccia per Israele?

Si sta formando un'alleanza difensiva araba sul modello della NATO?

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Dalla seconda guerra mondiale, gli Stati arabi hanno cercato ripetutamente di costruire un fronte di difesa comune, ma senza successo. Con la fondazione della Lega Araba nel 1945 nacque anche il desiderio di un'alleanza militare. Il patto di difesa arabo stipulato nel 1950 rimase tuttavia in gran parte inefficace. Le rivalità tra i partner erano troppo grandi.

Panarabismo
Durante il periodo del panarabismo (dagli anni '50 agli anni '70) sotto il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, fu ripresa la visione di un esercito arabo unificato, soprattutto contro Israele e gli interessi occidentali. Ma invece di un'alleanza duratura, nelle guerre del 1948, 1967 e 1973 si formarono solo coalizioni labili, che si dissolsero rapidamente dopo le sconfitte militari. Negli anni '80 si progettarono iniziative di difesa comuni. La rivoluzione islamica in Iran (1979) e la guerra Iran-Iraq portarono a una più stretta cooperazione in materia di politica di sicurezza tra gli Stati sunniti del Golfo. Nel 1981 fondarono il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), che prevedeva anche la cooperazione militare. Tuttavia, le forze armate rimasero di fatto separate.

Forza di intervento araba comune
Dopo l'inizio del nuovo millennio è stato fatto un nuovo tentativo, motivato dalla minaccia terroristica. Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, l'ascesa di al-Qaeda e dello Stato Islamico, è cresciuta la pressione per una maggiore collaborazione. Nel 2015, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha chiesto la creazione di una “forza di intervento araba congiunta”, soprattutto per contenere i gruppi terroristici e la crescente influenza di Teheran. Durante il primo mandato di Donald Trump, nel 2018 il governo degli Stati Uniti ha lavorato alla creazione della cosiddetta “Middle East Strategic Alliance” (MESA), spesso definita “NATO araba”. L'obiettivo era quello di riunire gli Stati arabi in un'alleanza militare comune per contenere l'influenza dell'Iran, combattere le reti terroristiche e fermare il contrabbando di armi nella regione.
  Oltre agli Stati Uniti, anche gli Stati del Golfo, l'Egitto e la Giordania avrebbero dovuto far parte di questa alleanza. Le prime manovre congiunte, tra cui lo scenario “Arab Shield 1” in Egitto, sono state considerate l'inizio di questa iniziativa strategica. Oggi, però, lo scenario di minaccia è cambiato: nelle capitali arabe non è più l'Iran a essere considerato un pericolo crescente, ma Israele.

Alleanza militare araba
Inoltre, i media arabi hanno riferito che il regime iraniano dell'Ayatollah vuole partecipare alla nuova alleanza militare araba. Secondo Iran International, il regime chiede al Qatar di espellere le forze armate americane dal suo territorio e di schierare invece i missili ipersonici iraniani delle Guardie Rivoluzionarie. Teheran accusa Washington di essere stata direttamente coinvolta nel recente attacco aereo a Doha, nonostante le smentite americane.
  Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi esorta gli Stati del Medio Oriente a allearsi contro Israele. Teheran sfrutta l'attacco israeliano contro la leadership di Hamas in Qatar per dipingere lo Stato ebraico come il vero aggressore, come un nemico da distruggere. Invece che contro l'Iran, ora si vuole creare una “NATO mediorientale” contro Israele.

Qatar
Al centro del conflitto c'è la base statunitense di Al-Udeid in Qatar, una delle basi militari americane più grandi e strategicamente importanti in Medio Oriente. È considerata il centro di comando, logistico e di comunicazione per le operazioni degli Stati Uniti nel Golfo ed è un pilastro fondamentale della deterrenza americana.
  Negli ultimi giorni, i media arabi hanno riportato con crescente frequenza la possibilità di un nuovo fronte contro Israele. Mentre Israele si presenta con sicurezza come una “potenza troppo forte” in Medio Oriente, l'Iran cerca di sfruttare proprio questa immagine, corteggiando gli Stati sunniti per formare insieme un nuovo blocco contro Israele. Si torna a parlare della “NATO araba”.
  L'operazione aerea israeliana contro la leadership di Hamas a Doha ha innescato una dinamica politica che fa apparire Israele come una potenza militare troppo pericolosa in Medio Oriente.
  Un vertice straordinario degli Stati arabi, convocato al massimo livello e avviato da Doha, ha lo scopo di dimostrare solidarietà e mettere sotto pressione Israele a livello internazionale. Dal punto di vista militare c'è poco da aspettarsi, ma sulla scena diplomatica il Qatar, con il suo enorme potere finanziario, potrebbe determinare l'agenda, sia attraverso condanne internazionali, risoluzioni o tentativi di mettere in discussione gli accordi esistenti con Israele.

Alleanza militare
Parallelamente, l'Egitto sta lavorando a un piano ancora più ambizioso. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi intende creare una “alleanza militare araba comune” sul modello della NATO. L'obiettivo ufficiale è quello di difendere ogni nazione araba in caso di aggressione esterna. Secondo quanto riportato dal quotidiano libanese al-Akhbar, il Cairo offre circa 20.000 soldati propri, aspira al comando supremo e intende accelerare la modernizzazione del proprio esercito. L'Arabia Saudita sarebbe prevista come seconda potenza. I diplomatici avvertono già che questa mossa non deve trasformarsi in una dichiarazione di guerra di fatto contro Israele, ma permane il rischio che singoli Stati utilizzino l'idea come pretesto per un'escalation militare.
  Si creano così due sviluppi paralleli. Il Qatar cerca di aumentare massicciamente la pressione su Israele attraverso la diplomazia e il diritto internazionale, mentre l'Egitto delinea una struttura militare che potrebbe modificare in modo duraturo gli equilibri di potere nella regione. Entrambe le iniziative, una politico-diplomatica e l'altra militare-strutturale, mirano a isolare Israele a livello internazionale e a stringere maggiormente il mondo arabo contro lo Stato ebraico.
  Per Israele, il progetto comporta attualmente soprattutto dei rischi. I media arabi continuano a ripetere che Israele ha ormai sostituito l'Iran come principale minaccia regionale. I canali palestinesi sottolineano che Israele ha “colpito in sei giorni sei Stati arabi: Palestina, Yemen, Siria, Libano, Qatar e Tunisia”.
  La determinazione di Israele suscita preoccupazione e paura in molti paesi musulmani. Fino all'attacco di Hamas del 7 ottobre, Israele era ancora considerato, in teoria, un potenziale membro o almeno un partner di una tale alleanza contro l'Iran. Ma oggi questa opzione è superata. Inoltre, un cambio di regime in uno degli Stati partner o uno spostamento dell'agenda politica potrebbero in qualsiasi momento rivoltare l'alleanza contro Israele. In tal caso, Gerusalemme si troverebbe di fronte a un fronte arabo compatto e militarmente rafforzato. In pratica, la “NATO araba” è ancora un sogno geopolitico, ma il suo effetto simbolico è reale. Per Israele è un segnale di allarme: la forza militare da sola non garantisce la sicurezza, la vigilanza politica e diplomatica rimane fondamentale.

(Israel Heute, 24 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 18, 9-22
    • Quando sarai entrato nel paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà, non imparerai a imitare le abominazioni di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare suo figlio o sua figlia per il fuoco, né chi eserciti la divinazione, né indovino, né chi predice il futuro, né mago, né incantatore, né chi consulta gli spiriti, né chi dice la buona fortuna, né negromante; perché chiunque fa queste cose è in abominio all'Eterno; e, a motivo di queste abominazioni, l'Eterno, il tuo Dio, sta per scacciare quelle nazioni davanti a te. Tu sarai integro verso l'Eterno, il tuo Dio; poiché quelle nazioni, il cui paese voi andate a prendere possesso, danno ascolto agli astrologi e agli indovini; ma, quanto a te, l'Eterno, il tuo Dio, ha disposto diversamente.
    • L'Eterno, il tuo Dio, susciterà in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto! Avrai così quello che chiedesti all'Eterno, al tuo Dio, in Oreb, il giorno dell'adunanza, quando dicesti: 'Che io non oda più la voce dell'Eterno, del mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, affinché io non muoia'. E l'Eterno mi disse: 'Quello che hanno detto, sta bene; io susciterò loro un profeta come te, in mezzo ai loro fratelli, e metterò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto quello che io gli comanderò. E avverrà che se qualcuno non darà ascolto alle mie parole che egli dirà in mio nome, io gliene chiederò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome qualcosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta sarà punito con la morte'. E se tu dici in cuor tuo: 'Come riconosceremo la parola che l'Eterno non ha detto?'. Quando il profeta parlerà in nome dell'Eterno, e la cosa non succede e non si avvera, quella sarà una parola che l'Eterno non ha detto; il profeta l'ha detta per presunzione; tu non lo temere.

    (Notizie su Israele, 23 ottobre 2025)


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“Se oserete venire qui troverete un Vietnam”

Il vero bersaglio di Hamas è il mondo arabo-islamico

di Davide Romano

Gli attacchi di Hamas al territorio israeliano non sono la classica escalation del conflitto israelo-palestinese. Analizzando più a fondo le dinamiche mediorientali, emerge che il vero bersaglio di Hamas non è tanto lo Stato ebraico, quanto il mondo arabo-islamico. La domanda da porsi infatti è: perché Hamas continua a lanciare attacchi contro Israele, sapendo perfettamente che la risposta militare sarà devastante? L’esercito israeliano, infatti, dispone di una superiorità schiacciante. Hamas lo sa benissimo, visto che è stata decimata in questi due anni dall’Idf. La risposta non risiede in una follia suicida, ma in una strategia comunicativa ben precisa.
  Questi attacchi sono messaggi destinati non tanto a Gerusalemme, ma a Riad, al Cairo, ad Amman e alle altre capitali del mondo arabo-islamico che stanno organizzando una forza internazionale per gestire Gaza. Il messaggio è chiaro e brutale: “Se oserete venire qui con le vostre forze di pace, se proverete a sostituirci nel controllo di Gaza, troverete un Vietnam”. È insomma una minaccia esplicita a chiunque nel mondo islamico osasse prendere il controllo della Striscia senza passare attraverso gli islamo-mafiosi di Hamas.
  Non è un caso che l’Arabia Saudita, la settimana scorsa, avesse pubblicamente dichiarato che non avrebbe inviato propri soldati a Gaza se la situazione non si fosse calmata. Il riferimento era alle esecuzioni pubbliche che Hamas stava conducendo ai danni di centinaia di palestinesi etichettati come “collaborazionisti”. Il regime saudita, tradizionalmente cauto nelle sue mosse internazionali, aveva colto perfettamente il senso di quella violenza interna: Hamas stava consolidando il proprio potere attraverso il terrore, eliminando qualsiasi opposizione interna e mostrando al mondo arabo chi comanda davvero a Gaza.
  Per le forze islamiche di peacekeeping, si prospetta insomma una guerriglia prolungata contro un’organizzazione terrorista che conosce ogni vicolo, ogni tunnel, ogni nascondiglio della Striscia. Quale Paese avrà voglia di mandare i propri soldati a Gaza ad affrontare tali rischi? Questo ci riporta alla questione fondamentale che divide Israele dall’Europa: la natura stessa di Hamas come ostacolo insormontabile alla pace. Mentre l’opinione pubblica europea tende a vedere il conflitto attraverso la lente della tragedia umanitaria palestinese – che è innegabile e drammatica – spesso non comprende che finché Hamas manterrà il controllo di Gaza, qualsiasi prospettiva di pace è un’illusione. L’Unione europea, con la sua tradizione diplomatica basata sul dialogo e sul compromesso, fatica a confrontarsi con la realtà di un’organizzazione che ha fatto della guerra perpetua e del controllo autoritario della Striscia la propria ragion d’essere.
  La vera pace a Gaza – quella che permetterebbe ai palestinesi di vivere dignitosamente la propria vita, di sviluppare un’economia funzionante, di costruire istituzioni democratiche – è incompatibile con Hamas. Questa è la scomoda verità che l’Europa si rifiuta di riconoscere, preferendo spesso concentrarsi sulla condanna delle risposte militari israeliane piuttosto che sulle cause profonde del conflitto. Finché questa dinamica non verrà compresa nella sua complessità, la prospettiva di una vera soluzione al dramma palestinese rimarrà lontana. E i primi a pagarne il prezzo continueranno ad essere i civili palestinesi di Gaza, ostaggi involontari di una strategia che li usa in una partita geopolitica che va ben oltre i confini della Striscia.

(Il Riformista, 23 ottobre 2025)

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Washington, Gerusalemme, Il Cairo: tensioni intorno alla seconda fase dell'accordo

La mediazione internazionale su Gaza ha preso ieri sera una piega più frontale, con due interventi televisivi trasmessi dai canali arabi Al-Arabiya e Al-Jazeera.
Da un lato, su Al-Arabiya, il mediatore palestinese-americano Bshara Bahbah, uno degli artefici dell'accordo, ha accusato Israele di cercare di rimodellare il testo del cessate il fuoco. Dall'altro, il responsabile di Hamas Ismaïl Radwan ha tenuto a rassicurare che l'accordo, patrocinato da Washington, non sarebbe fallito: « Israele sta cercando di convincere gli americani a modificare la formulazione della fase successiva e sta usando la presenza delle armi di Hamas come pretesto. Hamas sarà infine costretto a consegnare le sue armi pesanti alle forze arabo-islamico-palestinesi, e immagino che non ci saranno obiezioni, perché alla fine deve esistere un'unica forza militare che garantisca la sicurezza nella Striscia di Gaza ».
Secondo il mediatore, l'obiettivo rimane la creazione di un meccanismo di sicurezza regionale che includa i paesi arabi moderati, una transizione che Washington spera sia rapida, ma che Israele sta cercando di frenare rivendicando un diritto di controllo permanente sul dispositivo.
Poche ore dopo, su Al-Jazeera, Ismaïl Radwan, figura di spicco di Hamas, ha risposto alle crescenti preoccupazioni sulla solidità della tregua: «Lo stesso presidente Trump l'ha adottata e non permetterà che questo accordo fallisca. Quello che sta succedendo ora sono scambi di opinioni o prese di posizione da parte di Israele, in particolare per quanto riguarda la seconda fase. Gli israeliani stanno cercando di sfruttare ogni falla a loro vantaggio. Dobbiamo agire con saggezza: la nostra posizione deve essere quella di esigere l'applicazione dei 20 punti su cui tutto il mondo, compreso Hamas, si è accordato». »
Radwan ha anche respinto le accuse secondo cui il movimento starebbe ritardando la restituzione dei corpi degli ostaggi israeliani: « Israele continua a impedire l'ingresso di attrezzature pesanti, mentre l'accordo stabilisce esplicitamente che devono essere trasportate a Gaza. È quindi responsabile del ritardo nella restituzione dei corpi degli ostaggi israeliani ».
Secondo diverse fonti vicine al dossier, Washington sta esercitando pressioni sui suoi partner arabi – in particolare Egitto, Giordania ed Emirati – affinché anticipino la formazione di una forza congiunta arabo-palestinese incaricata del controllo della sicurezza a Gaza, mentre Israele insiste per mantenere un diritto di controllo operativo.
Questa mattina, il capo dell'ufficio egiziano per l'informazione governativa, Diaa Rashwan, ha dichiarato in un'intervista al canale Al-Arabiya che una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU è indispensabile per inquadrare il dispiegamento della futura forza internazionale a Gaza: “Per quanto riguarda la creazione della forza internazionale, è necessaria una decisione del Consiglio di sicurezza per conferirle legittimità e definirne il mandato affinché possa agire rapidamente sul campo”.
Rashwan ha sottolineato che la zona interessata, definita “zona gialla”, include elementi che potrebbero destabilizzare la sicurezza: «Nessuna nazione può intervenire in una zona di conflitto e distruzione di tale portata senza il sostegno e la copertura internazionale».
L'Egitto, attore chiave nella mediazione tra Israele, Hamas e Stati Uniti, chiede un mandato esplicito delle Nazioni Unite per garantire la legittimità e la sicurezza delle truppe che dovrebbero essere dispiegate nella Striscia di Gaza dopo il progressivo ritiro dell'esercito israeliano.

(Israj, 23 ottobre 2025- - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Che mago Trump! È riuscito ad avere Hamas dalla sua parte. Hamas e Trump insieme stanno lì per garantire che i 20 punti "su cui tutto il mondo, compreso Hamas, si è accordato" siano scrupolosamente osservati. Tutti lì ad aspettare che le forze-arabo-islamiche-palestinesi "garantiscano la sicurezza nella striscia di Gaza". Solo Israele solleva qualche obiezione. Ma si sa, Israele... e poi che c'entra Israele? M.C.

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 15, 1-18
  • Alla fine di ogni sette anni celebrerete l'anno di remissione. Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore sospenderà il suo diritto relativo al prestito fatto al suo prossimo; non esigerà il pagamento dal suo prossimo o dal fratello, quando sarà proclamato l'anno di remissione in onore dell'Eterno. Potrai esigerlo dallo straniero; ma sospenderai il tuo diritto su ciò che tuo fratello ha di tuo.
  • Tuttavia, non ci sarà nessun bisognoso tra voi; poiché l'Eterno senza dubbio ti benedirà nel paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà in eredità, perché tu lo possegga, purché, però, tu ubbidisca diligentemente alla voce dell'Eterno tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti, che oggi ti do. Il tuo Dio, l'Eterno, ti benedirà come ti ha promesso, e tu farai dei prestiti a molte nazioni, e non prenderai nulla in prestito; dominerai su molte nazioni, ed esse non domineranno su di te.
  • Quando ci sarà in mezzo a te, in una delle tue città nel paese che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà, qualcuno dei tuoi fratelli che sarà bisognoso, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai generosamente la mano e gli presterai quanto occorre per la necessità nella quale si trova.
  • Guardati dall'accogliere nel tuo cuore un cattivo pensiero, che ti faccia dire: 'Il settimo anno, l'anno di remissione, è vicino!', e ti spinga ad essere spietato verso il tuo fratello bisognoso, così da non dargli nulla; poiché egli griderebbe contro di te all'Eterno, e ci sarebbe del peccato in te. Dagli generosamente; e quando gli darai, il tuo cuore non si rattristi; perché, a motivo di questo, l'Eterno, il tuo Dio, ti benedirà in ogni opera tua e in ogni cosa a cui porrai mano. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti do questo comandamento, e ti dico: 'Apri generosamente la tua mano al fratello povero e bisognoso nel tuo paese'.
  • Se un tuo fratello ebreo o una sorella ebrea si vende a te, ti servirà sei anni; ma il settimo, lo manderai via da te libero. E quando lo manderai via da te libero, non lo rimanderai a vuoto; lo fornirai generosamente di doni presi dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo strettoio; lo farai partecipe delle benedizioni che l'Eterno, il tuo Dio, ti avrà elargito; e ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d'Egitto, e che l'Eterno, il tuo Dio, ti ha redento; perciò io ti do oggi questo comandamento.
  • Ma se avverrà che egli ti dica: 'Non voglio andarmene da te', perché ama te e la tua casa e sta bene da te, allora prenderai una lesina, gli forerai l'orecchio contro la porta, ed egli sarà tuo schiavo per sempre. Lo stesso farai per la tua schiava. Non ti dispiaccia rimandarlo libero da te, poiché ti ha servito sei anni, e un mercenario ti sarebbe costato il doppio; e l'Eterno, il tuo Dio, ti benedirà in tutto ciò che farai.

(Notizie su Israele, 22 ottobre 2025)


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Israele ha una delle aspettative di vita più alte al mondo

PARIGI – «Sarai benedetto sopra tutti i popoli». Così recita il Deuteronomio 7,14 riguardo al popolo d'Israele. Questa promessa biblica trova oggi un riscontro notevole: secondo l'ultimo rapporto dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), l'aspettativa di vita media in Israele è di 83,8 anni, al quarto posto tra gli Stati membri, subito dopo Giappone (84,1), Svizzera (84,3) e Spagna (84,0).
Tra il 2022 e il 2023, l'aspettativa di vita delle donne israeliane è aumentata da 84,8 a 85,7 anni e quella degli uomini da 80,7 a 81,7 anni, con un incremento di quasi un anno intero. Un tale balzo in avanti è stato registrato solo in pochi altri paesi. Secondo il Ministero della Salute, ciò riflette non solo una ripresa dopo la pandemia di coronavirus, ma anche un reale miglioramento rispetto all'anno pre-crisi 2019.

Elevata efficienza nonostante le scarse risorse
  È degno di nota il fatto che Israele abbia ottenuto questo successo nonostante spenda solo il 7,6% del suo prodotto interno lordo per la sanità, molto meno della Germania (12,3%), della Francia (11,5%) o della Svizzera (11,8%). Nonostante questi investimenti relativamente modesti, il sistema sanitario israeliano registra uno dei tassi di mortalità evitabile più bassi dell'area OCSE: solo 134 decessi ogni 100.000 persone sono considerati evitabili, con un calo di 170 rispetto al 2010.
Il Ministero della Salute attribuisce questo successo a una combinazione di prevenzione efficace, diagnosi precoce e ampia accessibilità ai servizi medici. Ciò include un sistema capillare di medici di base, brevi distanze dai pronto soccorsi e un'alta percentuale di vaccinazioni superiore al 90%, anche per il morbillo.

Diminuzione delle malattie cardiache e della mortalità infantile
  Dal 2015 in Israele si osserva un calo continuo della mortalità per malattie cardiovascolari. Con 49,4 decessi ogni 100.000 persone, il Paese si colloca anche in questo caso tra i primi della classifica dei Paesi dell'OCSE. Ciò è dovuto al miglioramento delle misure di prevenzione, all'accesso a terapie moderne e ai programmi di promozione di un'alimentazione sana.
Anche la mortalità infantile, con 2,7 casi ogni 100.000 nascite, è tra le più basse al mondo. Secondo i dati del Ministero della Salute, questi sono i frutti di investimenti mirati nella prevenzione genetica, nel monitoraggio della gravidanza e nella consulenza ai genitori.

La salute sotto pressione
  Il fatto che Israele raggiunga questi valori proprio in una fase di persistente instabilità e condizioni di guerra sottolinea la resilienza del sistema. Anche le vittime dell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e i morti dei successivi combattimenti sono inclusi nella media statistica, ma l'aspettativa di vita rimane comunque stabile.
“Ciò dimostra che il sistema sanitario israeliano funziona in modo efficiente nonostante le risorse limitate”, afferma Ascher Schalmon, capo del dipartimento per le relazioni internazionali del Ministero della Salute. “È un sistema che punta sulla qualità e non sulle dimensioni, e che funziona anche in tempi di crisi”.

Le sfide rimangono
  Ma il bilancio non è del tutto positivo. Circa il 16% della popolazione israeliana fuma regolarmente. Ciò porta a circa 8.000 decessi all'anno legati al tabagismo. Inoltre, gli esperti del Ministero della Salute israeliano mettono in guardia contro le carenze nell'infrastruttura medica e la crescente carenza di personale infermieristico.
“Vediamo risultati impressionanti, ma non dobbiamo adagiarci sugli allori”, afferma Hagar Misrahi, citata dal “Times of Israel”. “Le sfide sono grandi, dall'assistenza sanitaria in tempi di crisi al rafforzamento a lungo termine del personale”.
Nonostante questi ostacoli, Israele rimane uno dei paesi più sani al mondo e dimostra che la stabilità e il progresso sono possibili anche in condizioni difficili. (tko)

(Israelnetz, 22 ottobre 2025)

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Il pericolosissimo equivoco Hamas

di Franco Londei

È bastato smettere di sparare per poche ore per capire che Hamas non solo non era sconfitto, ma era vivo e vegeto. Uomini di Hamas presidiano tutti gli snodi cruciali della Striscia di Gaza. Giustiziano per strada coloro che considerano loro nemici o collaborazionisti. In poche ore hanno dato una prova muscolare del loro stato, del loro essere in vita.
E a chi fa notare che i due anni di guerra non sono serviti a debellare Hamas dalla Striscia di Gaza, anzi, che questa tregua segna per loro una vittoria psicologica di immenso valore che li rende addirittura più forti, viene risposto che “siamo solo al primo punto dell’accordo” e che “Hamas disarmerà e si ritirerà” quando entrerà in vigore il secondo punto.
Si, come no. Al di là della difficoltà oggettiva di debellare il sistema Hamas, di cui il braccio armato è solo un’appendice, la prova di forza che sta dando il gruppo terrorista in queste ore dimostra che le Brigate Izz al-Din al-Qassam sono ancora pressoché integre, almeno la loro parte più letale.
Il Presidente Trump continua a dire di “aver risolto la guerra tra Israele e Hamas”, ma credo che stia prendendo un abbaglio, specialmente se pensa che il gruppo terrorista disarmerà. E ad Hamas delle vuote minacce di Trump non importa nulla.
E voglio dirla tutta: se Hamas ha restituito gli ostaggi vivi, liberandosi cioè della loro arma negoziale più importante, è perché hanno avuto garanzie di ferro non solo sulla loro sopravvivenza, ma sul loro ruolo. Chi ha dato ad Hamas queste garanzie? Il Qatar, la Turchia e probabilmente l’Arabia Saudita, cioè gli estensori del cosiddetto “piano di pace Trump”.
Benjamin Netanyahu si è trovato in mezzo ad un mix di opportunismo arabo e ambizione americana. Una centrifuga di interessi economici e di mire arabe che poco hanno a che fare con un piano di pace serio, un piano cioè con dei punti ben precisi, privi di equivoci o di doppi sensi e omissioni come invece è il “piano di pace Trump”.
A pensar male, visto che è stato scritto e mediato dai due padrini di Hamas, cioè Turchia e Qatar, si potrebbe dire addirittura che quel piano sia stato scritto apposta per far sopravvivere Hamas in qualche forma che gli permetta di non mollare la presa su Gaza.
E a pensar male due volte c’è un altro punto su cui riflettere. Ieri il Middle East Media Research Institute (MEMRI) ha lanciato l’“allarme Turchia” incentrato sul fatto che Erdogan avrebbe seriamente intenzione di attaccare Israele. Ebbene, qualcuno faceva notare che non essendoci prossimità territoriale un attacco turco contro Israele sarebbe alquanto improbabile. Sicuri? La Siria non confina con Israele? E chi ha messo lo jihadista Ahmed Al-Sharaa sul trono di Damasco? E chi vorrebbe inviare “truppe di pace” a Gaza? Non si faccia con Erdogan l’errore di sottovalutazione fatto con Hamas.
Trump ha avuto troppa fretta di chiudere il cosiddetto “accordo di pace”. Ha messo Netanyahu in un angolo credendo di poter far meglio, almeno per i suoi molteplici interessi. Così come ha chiuso troppo in fretta il “problema Iran”. Tutti fronti ancora aperti. Gli interessi nel Golfo mal si legano con le esigenze di sicurezza di Israele.
La fine della guerra, così come propagandata da Trump, è solo un equivoco, un pericolosissimo equivoco che rischia di mettere seriamente in pericolo Israele.

(Rights Reporter, 22 ottobre 2025)

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Israele deluso dalla fiducia di Trump nella Turchia: «Erdogan è un jihadista in giacca e cravatta!»

Mentre Trump valorizza Ankara nei suoi piani postbellici per la Striscia di Gaza, i leader politici israeliani reagiscono con aspre critiche e definiscono la Turchia una forza destabilizzante e nemico dichiarato dello Stato ebraico.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - Le tensioni aumentano a causa del coinvolgimento della Turchia nel piano di cessate il fuoco a Gaza mediato dagli Stati Uniti. I politici israeliani lanciano chiari avvertimenti contro la partecipazione di Ankara a qualsiasi ordine postbellico vicino ai confini israeliani.
“Alla Turchia non sarà permesso di operare sul fronte meridionale o settentrionale di Israele”, ha affermato il ministro della Diaspora Amichai Chikli. In un duro intervento su X, Chikli ha definito il presidente turco Recep Tayyip Erdogan un “nemico giurato di Israele e dell'Occidente, un jihadista in giacca e cravatta”.
Le sue dichiarazioni sono arrivate pochi giorni dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva pubblicamente elogiato l'impegno della Turchia nei confronti del nuovo quadro di pace per il Medio Oriente, che prevede la partecipazione di Ankara a una forza multinazionale di stabilizzazione nella Striscia di Gaza.
Secondo il piano, la Turchia dovrebbe inviare squadre di soccorso, aiutare nelle operazioni postbelliche e addestrare le forze di sicurezza locali incaricate di mantenere il cessate il fuoco. Ma i rappresentanti del governo israeliano considerano questa una linea rossa.
Secondo Israel Hayom, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha categoricamente escluso la partecipazione turca alla forza internazionale o alla ricostruzione di Gaza. In un recente discorso alla Knesset, Netanyahu avrebbe parlato di “nuove minacce” all'orizzonte di Israele, ampiamente interpretate come un riferimento alla Turchia e al Qatar, che Trump considera entrambi partner cruciali nella regione.
Chikli ha ribadito l'avvertimento riferendosi a una preghiera pubblica del 30 marzo, in cui Erdogan avrebbe chiesto ad Allah di “distruggere e devastare lo Stato sionista di Israele”.
“Questa frase non è stata pronunciata da Hamas o Hezbollah. È stata pronunciata dal presidente della Turchia”, ha detto Chikli. “Non si tratta di un lapsus. Sono le parole di un nemico pericoloso”.
Ha anche accusato Erdogan di cercare di cancellare la rivendicazione storica del popolo ebraico su Gerusalemme, aggiungendo: “Gerusalemme è la capitale di Israele dai tempi del re Davide, 1.500 anni prima della nascita di Maometto”.
Erdogan si è da tempo posizionato come difensore globale dell'Islam politico e utilizza la retorica anti-israeliana per aumentare la sua popolarità nel mondo musulmano. Il governo turco continua ad ospitare i quadri di Hamas, a finanziare cause radicali e ad espandere la sua influenza negli affari palestinesi, cercando allo stesso tempo di ottenere il riconoscimento internazionale come “partner di pace”.
Per Israele, tuttavia, il bilancio di Erdogan lo squalifica da qualsiasi ruolo costruttivo nella Striscia di Gaza.
Martedì, il deputato della coalizione Zeev Elkin ha espresso preoccupazioni simili a Kan Reshet Bet, affermando che il coinvolgimento della Turchia rafforzerebbe ulteriormente Hamas. “Abbiamo tutti sentito le dichiarazioni di Erdogan. Forse ci si può fidare un po' di più degli Emirati, ma non quando si tratta di disarmare Hamas”, ha detto Elkin.
Secondo alcune fonti, il ruolo della Turchia è stato un tema centrale nei colloqui riservati di Netanyahu di questa settimana con Jared Kushner e Steve Witkoff, i principali negoziatori del presidente Trump per il Medio Oriente.
Trump, che considera Erdogan un importante mediatore e possibile stabilizzatore dell'ordine postbellico, ha elogiato l'impegno della Turchia nei confronti del piano. A Gerusalemme, tuttavia, non si condivide questo ottimismo.
I funzionari israeliani non considerano la Turchia un partner neutrale, ma un sostenitore ideologico di lunga data di Hamas, uno Stato che offre protezione politica, sostegno finanziario e legittimità internazionale all'organizzazione terroristica, nonostante questa sia dedita alla distruzione di Israele.
Analisi: il coinvolgimento della Turchia nel futuro di Gaza non è una formalità diplomatica, ma una linea di demarcazione strategica. L'ostilità di Ankara nei confronti di Israele non è un retaggio dei conflitti passati, ma è attiva, ideologica e persistente. Qualsiasi piano che consideri Erdogan una forza stabilizzante sottovaluta sia l'uomo che la regione.

(Israel Heute, 22 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 13
  • Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti mostri un segno o un prodigio, e il segno o il prodigio di cui ti avrà parlato si compie, ed egli ti dice: 'Andiamo dietro a dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuto, e serviamoli', tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore; perché l'Eterno, il vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate l'Eterno, il vostro Dio, con tutto il vostro cuore e con tutta l'anima vostra. Seguirete l'Eterno, il vostro Dio, temerete lui, osserverete i suoi comandamenti, ubbidirete alla sua voce, lo servirete e vi terrete stretti a lui. E quel profeta o quel sognatore sarà messo a morte, perché avrà predicato l'apostasia dall'Eterno, dal vostro Dio, che vi ha tratti fuori dal paese d'Egitto e vi ha redenti dalla casa di schiavitù, per spingerti fuori della via per la quale l'Eterno, il tuo Dio, ti ha ordinato di camminare.
    Così toglierai il male di mezzo a te.
  • Se tuo fratello, figlio di tua madre, o tuo figlio o tua figlia o la moglie che riposa sul tuo seno o l'amico che è per te come un altro te stesso, ti inciterà in segreto, dicendo: 'Andiamo, serviamo altri dèi': dèi che né tu né i tuoi padri avete mai conosciuto, dèi dei popoli che vi circondano, vicini a te o lontani da te, da una estremità all'altra della terra, tu non acconsentire, non dargli retta; il tuo occhio non abbia pietà di lui; non lo risparmiare, non lo nascondere; anzi uccidilo senz'altro; la tua mano sia la prima ad alzarsi su di lui, per metterlo a morte, poi venga la mano di tutto il popolo; lapidalo, e muoia, perché ha cercato di spingerti lontano dall'Eterno, dal tuo Dio, che ti fece uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù.
    E tutto Israele lo udrà e temerà e non commetterà più in mezzo a te una simile azione malvagia.

  • Se sentirai dire di una delle tue città che l'Eterno, il tuo Dio, ti dà per abitarle: 'Degli uomini perversi sono usciti di mezzo a te e hanno sedotto gli abitanti della loro città dicendo: Andiamo, serviamo ad altri dèi', che voi non avete mai conosciuto, tu farai delle ricerche, investigherai, interrogherai con cura e, se troverai che sia vero, che il fatto sussiste e che una tale abominazione è stata realmente commessa in mezzo a te, allora metterai senz'altro a fil di spada gli abitanti di quella città, la voterai allo sterminio, con tutto quello che contiene, e passerai a fil di spada anche il suo bestiame. E radunerai tutto il bottino in mezzo alla piazza, e darai interamente alle fiamme la città con tutto il suo bottino, come sacrificio arso interamente all'Eterno, che è il vostro Dio; essa sarà per sempre un mucchio di rovine e non sarà mai più ricostruita.
    Nulla di ciò che sarà così votato allo sterminio si attaccherà alle tue mani, affinché l'Eterno si trattenga dall'ardore della sua ira, ti faccia misericordia, abbia pietà di te e ti moltiplichi, come giurò di fare ai tuoi padri, se tu ubbidirai alla voce dell'Eterno, del tuo Dio, osservando tutti i suoi comandamenti che oggi ti do, e facendo ciò che è giusto agli occhi dell'Eterno, che è il tuo Dio.

    (Notizie su Israele, 21 ottobre 2025)


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L’allarme di MEMRI: la Turchia pensa seriamente di attaccare Israele

di Maurizia De Groot Vos

Con un editoriale davvero inquietante pubblicato ieri, Yigal Carmon fondatore e presidente del MEMRI (Middle East Media Research Institute), mette in guardia su un imminente attacco turco a Israele.
Nel suo editoriale Carmon mette in fila, punto dopo punto, i motivi per cui ritiene che Erdogan stia preparando un attacco militare a Israele. E non c’è un punto che non torni.
La cronologia dei fatti è puntuale e dettagliata. Per di più Erdogan non ne fa nessun mistero del fatto che voglia attaccare Israele. Scrive Carmon:

    Il presidente Erdoğan non ha mai designato Hamas come organizzazione terroristica e invece per anni ne ha accolto con favore la leadership e ne ha ospitato gli uffici, compresi gli uffici operativi delle Brigate ‘Izz Al-Din Al-Qassam, guidate da Saleh Al-Arouri, ucciso in un attacco israeliano il 2 gennaio 2024. Da quando Hamas ha commesso il suo massacro in Israele il 7 ottobre 2023, la retorica di Erdoğan, dei suoi alti funzionari e dei suoi media, che sono sempre stati ostili a Israele, sono diventati più allarmanti, suggerendo la possibilità di un imminente attacco turco a Israele”.

Durante una manifestazione a favore della Palestina tenutasi a Istanbul il 28 ottobre 2023, due settimane dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, nel contesto di una discussione su Israele, il presidente Erdoğan ha citato una canzone popolare il cui testo aveva già utilizzato in passato per preannunciare le operazioni militari turche in Iraq e Siria, dicendo: “Potremmo arrivare all’improvviso una notte”.
Poche settimane dopo, il 15 novembre, ha detto: “Oh Israele, hai una bomba atomica, una bomba nucleare, e la usi per minacciare [gli altri]. Lo sappiamo. E ora sta arrivando il momento della tua morte. Puoi avere tutte le bombe nucleari che vuoi. Puoi avere tutto quello che vuoi. Sei finito”.
Il 28 luglio 2024, riferendosi alle operazioni militari turche in altri paesi, il presidente Erdoğan ha dichiarato: “Proprio come siamo entrati nel [Nagorno] Karabakh e proprio come siamo entrati in Libia, faremo qualcosa di simile a [Israele]. Non c’è [motivo] per non farlo”.
Secondo Yigal Carmon, Erdogan sta preparando l’opinione pubblica turca alla guerra con Israele attraverso il grande controllo che ha sui media.
Ibrahim Karagül è un giornalista turco regolarmente descritto come filogovernativo che, dal 2012 alla fine del 2020, è stato caporedattore del quotidiano filogovernativo Yeni Şafak e può essere visto in molte foto con Erdoğan, comprese quelle scattate all’interno dell’aereo privato di Erdoğan. La retorica di Karagül su Israele nell’ultimo anno è stata sorprendente.
Il 13 gennaio 2025 ha scritto: “Dobbiamo tagliare la mano di Israele, che si protende verso i nostri confini… Israele dovrebbe avere paura”. Il 7 aprile: “La guerra tra Turchia e Israele è ormai inevitabile… [Israele] si inginocchierà davanti alla Turchia… Israele è diventato una minaccia esistenziale per la Turchia… Entro uno o tre anni ci sarà una guerra di questo tipo in questa regione”. Il 23 aprile scrive: “Il potere occidentale che ha dato immunità a Israele si è disperso… La Turchia è la proprietaria e l’erede di Israele e rivendicherà il suo diritto su quella terra… Lasciamo che Israele faccia ciò che vuole; lasciamo che pianifichi le agitazioni che vuole, non può né fermare né alterare la direzione di questo grande cambiamento della storia… Questi vani tentativi si scontreranno con il muro della Turchia e si disperderanno. La Turchia sarà su tutti i confini di Israele e, se necessario, lo imprigionerà nella sua casa… La scelta più corretta per Israele potrebbe essere quella di inginocchiarsi davanti alla Turchia e cercare rifugio in essa. Questo è il punto a cui [tutto] sta portando. Gli israeliani decideranno se questo [processo] sarà sanguinoso o incruento”.
Il 1° maggio scrive ancora: “Israele deve essere fermato… Israele è debole. È impotente e spaventato. Il potere occidentale che lo sostiene si è disperso. Il suo potere durerà una settimana… Si dovrebbero provare la guerra asimmetrica e le operazioni segrete. Probabilmente sarà sufficiente… Il periodo del suicidio di Israele è iniziato… Israele pagherà sicuramente un prezzo. Potrebbe subire l’ira della Turchia!… Ripeto: finché Israele non si inginocchierà, subirà la grande ira della Turchia”.
Il 19 maggio: “Bisogna dare inizio al crollo di Israele! Deve perdere il diritto di essere uno Stato… Assisteremo al suicidio di Israele!… Israele dovrebbe essere fermato e liquidato!… Dovrebbe essere disarmato e il suo esercito sciolto…. Israele dovrebbe essere rimosso da questa regione. Dovrebbero essere provati metodi mai sperimentati prima… La sua storia non sarà lunga; Israele sarà costretto a pagare un prezzo molto alto”.
Il 21 maggio: “Il periodo di esistenza di Israele è finito. Entro due anni potremmo assistere a cose straordinarie”.
Il 16 giugno, dopo 12 giorni di guerra aperta tra Israele e Iran, ha scritto: “Israele è un problema anche per la Turchia. Sta conducendo una guerra indiretta contro la Turchia in tutta la regione… Israele è una minaccia esistenziale per la Turchia” Il 18 giugno: “Siamo costretti a strangolare Israele in questa regione”. Il 23 giugno: “È giunto il momento di annientare Israele… Gli Stati Uniti e l’Europa… non entreranno più in grandi guerre per Israele. Non hanno questa possibilità né questo lusso… Ogni paese dovrebbe prepararsi a mettere a tacere quest’arma nucleare che è stata collocata nel mezzo della nostra regione. Le guerre segrete e gli attacchi devono iniziare ora… Netanyahu e la sua squadra devono essere distrutti! Israele deve essere sacrificato per salvare l’umanità… Israele durerà una settimana dal momento in cui perderà il sostegno dell’Occidente, ma il mondo potrebbe arrivare a una condizione tale che nemmeno il sostegno dell’Occidente sarà sufficiente a salvare Israele… Qualunque cosa sia necessaria per avviare il processo di annientamento di Israele dovrebbe essere intrapresa senza perdere tempo”.
Ibrahim Karagül va avanti così per molti mesi fino a ottobre quando il 1° ottobre scrive: “Siamo costretti a combattere Israele. Siamo costretti a mandare Netanyahu e la sua squadra fuori dal mondo, a mettere Israele in ginocchio, a chiamare la comunità ebraica a rispondere di questa barbarie… Israele non può più vincere una guerra. Lo sa bene”. Il 6 ottobre: “Israele ha commesso suicidio. Nessuno può salvarlo ora… Deve essere punito con la guerra… La guerra e il potere dovrebbero mettere Israele in ginocchio; la nazione ebraica che alimenta la sua barbarie dovrebbe essere tenuta sotto controllo… Per quanto possa sembrare “estrema”, una guerra tra Turchia e Israele è assolutamente inevitabile… Se Israele continua così, ci sarà la guerra! La Turchia non sarà paziente!… La vita di Israele è finita. La Basilica di Santa Sofia è stata riaperta e Gerusalemme sarà salvata! Israele non avrà altra scelta che inginocchiarsi davanti alla Turchia. Questo è l’unico modo per sopravvivere. Altrimenti, nel secondo quarto del XXI secolo, Israele non esisterà più. Nella mente dell’uomo che ha riaperto la Basilica di Santa Sofia dopo 86 anni, c’è un piano ben definito per liberare Gerusalemme e regolare i conti del 1917”.
Erdoğan sta intraprendendo azioni concrete contro Israele. La Turchia era il quinto fornitore di Israele nel 2024, fino a quando, nel maggio dello stesso anno, ha interrotto tutte le esportazioni e le importazioni con il Paese. Nell’agosto 2025, la Turchia ha vietato l’accesso ai propri porti alle navi israeliane, ha proibito alle navi turche di entrare nei porti israeliani e ha limitato il proprio spazio aereo agli aerei israeliani. Il suo governo ha permesso che armi e denaro iraniani transitasse attraverso Istanbul per raggiungere gli Houthi nello Yemen.  Sta prendendo provvedimenti per prepararsi alla guerra con Israele: dopo la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno di quest’anno, l’agenzia di intelligence turca MİT ha pubblicato un rapporto di 58 pagine che, tra le altre cose, raccomanda il rafforzamento della difesa aerea turca, l’ulteriore sviluppo dell’industria bellica nazionale e la costruzione di rifugi nelle principali città turche. Sulla base di queste raccomandazioni, è stata avviata la pianificazione per la costruzione di rifugi a lungo termine in tutte le 81 province della Turchia. Durante l’estate, il Paese ha anche presentato i nuovi potenti bunker buster Gazap (“Wrath, ira”) e Hayalet (“Gost, fantasma”) che ha sviluppato e prodotto.
Per quanto possa sembrar esagerato l’allarme lanciato da MEMRI, la determinazione di Erdogan e della Fratellanza Musulmana a distruggere Israele non andrebbe affatto sottovalutata.
Scrive Carmon in conclusione del suo monito: “Può sembrare improbabile che la Turchia, membro della NATO, possa improvvisamente colpire Israele con un attacco a sorpresa, ma l’11 settembre era più che improbabile; era inimmaginabile, così come lo era il 7 ottobre. Anche la presa di Damasco da parte di Erdoğan nel dicembre 2024 era inimmaginabile per molti. Erdoğan e il suo governo attingono, non solo a fini propagandistici ma anche per la pianificazione strategica, all’eredità degli Ottomani, il cui dominio di 400 anni su Gerusalemme conoscono bene e ripetono spesso. Nella mente dei massimi funzionari del governo di Erdoğan, non è una questione se lo Stato turco un giorno correggerà i presunti torti storici del 1917 menzionati da Karagül, ma solo quando lo farà”. E non è da sottovalutare.

(Rights Reporter, 21 ottobre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 12

  • Queste sono le leggi e le prescrizioni che avrete cura di osservare nel paese che l'Eterno, l'Iddio dei tuoi padri, ti dà perché tu lo possegga, tutto il tempo che vivrete sulla terra.
  • Distruggerete interamente tutti i luoghi dove le nazioni che state per scacciare servono i loro dèi: sugli alti monti, sui colli, e sotto qualunque albero verdeggiante. Demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, darete alle fiamme i loro idoli di Astarte, abbatterete le immagini scolpite dei loro dèi, e farete sparire il loro nome da quei luoghi.
  • Non farete così riguardo all'Eterno, al vostro Dio; ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che l'Eterno, il vostro Dio, avrà scelto fra tutte le vostre tribù, per mettervi il suo nome; e là andrete; là porterete i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, quello che le vostre mani avranno prelevato, le vostre offerte votive e le vostre offerte volontarie, e i primogeniti delle vostre mandrie e delle vostre greggi; e là mangerete davanti all'Eterno vostro Dio, e vi rallegrerete, voi e le vostre famiglie, godendo di tutto ciò a cui avrete messo mano, e in cui l'Eterno, il vostro Dio, vi avrà benedetti.
  • Non farete come facciamo oggi qui, dove ognuno fa tutto quello che gli pare bene, perché finora non siete giunti al riposo e all'eredità che l'Eterno, il vostro Dio, vi dà. Ma passerete il Giordano e abiterete il paese che l'Eterno, il vostro Dio, vi dà in eredità, e avrete riposo da tutti i vostri nemici che vi circondano e starete al sicuro; e allora, porterete al luogo che l'Eterno, il vostro Dio, avrà scelto come dimora del suo nome, tutto quello che vi comando: i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, quello che le vostre mani avranno prelevato, e tutte le offerte scelte che avrete consacrato in voto all'Eterno.
  • E vi rallegrerete davanti all'Eterno, al vostro Dio, voi, i vostri figli, le vostre figlie, i vostri servi, le vostre serve e il Levita che abiterà nelle vostre città; poiché egli non ha né parte né possesso tra voi. Allora ti guarderai bene dall'offrire i tuoi olocausti in qualunque luogo vedrai; ma offrirai i tuoi olocausti nel luogo che l'Eterno avrà scelto in una delle tue tribù; e là farai tutto quello che ti comando.
(Notizie su Israele, 20 ottobre 2025)


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Chi sono i clan di Gaza che si oppongono ad Hamas?

I clan sono “attori importanti e influenti che controllano centinaia, se non migliaia, di esecutori”.

di Shimon Sherman

Poche ore dopo che i soldati israeliani si erano ritirati dalle loro posizioni di fronte il 10 ottobre, in conformità con l'accordo di cessate il fuoco in 20 punti, Hamas ha iniziato a consolidare il proprio potere attraverso una serie di scontri e purghe in tutta la Striscia di Gaza.
Hamas ha agito rapidamente, mobilitando circa 7.000 combattenti il primo giorno del cessate il fuoco. Parallelamente, ha rapidamente ripristinato le sue capacità di comando e controllo, nominando cinque nuovi governatori in diversi distretti della Striscia. È interessante notare che i governatori non provengono dall'ala politica di Hamas, ma sono piuttosto comandanti militari delle brigate Izz ad-Din al-Qassam.
Poco dopo la mobilitazione, sono scoppiati scontri in tutta la Striscia di Gaza, quando Hamas ha cercato di smantellare i clan rivali. In diversi quartieri della Striscia si sono verificati violenti combattimenti.
Nel quartiere Schejaiya della città di Gaza, sulla linea gialla, dove l'IDF mantiene attualmente una cintura di sicurezza, gli uomini armati di Hamas si sono scontrati con i membri del clan Hellis. A Beit Lahia ci sono stati scontri tra uomini armati vicini ad Ashraf al-Mansi e le forze di Hamas. Nel quartiere di Tel al-Hawa, nella città di Gaza, anche i clan locali hanno opposto resistenza quando gli uomini di Hamas hanno cercato di arrestare importanti capi famiglia ed esecutori.
Domenica, gli scontri tra membri del clan Abu Werda e Hamas nei pressi del porto di Gaza hanno causato la morte di tre combattenti di Hamas e due membri del clan, oltre a decine di feriti.
I combattimenti più violenti si sono verificati nel quartiere Sabra della città di Gaza, dove Hamas ha incontrato il potente clan Doghmush. I combattimenti si sono concentrati principalmente intorno al complesso al-Dhamsha, nel cuore del quartiere.
Fino a domenica, secondo quanto riportato, almeno 52 membri del clan e 12 terroristi di Hamas sono stati uccisi. Secondo alcuni video provenienti dalla zona, Hamas ha fatto irruzione nel territorio delle famiglie utilizzando ambulanze come copertura.
“È un massacro”, ha detto la figlia di un membro del clan. “Portano via le persone, i bambini urlano e muoiono, bruciano le nostre case”.
Parallelamente agli scontri, Hamas sta effettuando una serie di esecuzioni pubbliche orchestrate. In un video diffuso di recente dalla Striscia di Gaza si vedono otto uomini bendati inginocchiati a terra, circondati da una folla enorme che grida e scandisce “Allahu Akbar”.
Il video mostra poi diversi combattenti mascherati di Hamas che sparano ai prigionieri a distanza ravvicinata con i loro fucili.
Secondo quanto riferito, queste esecuzioni pubbliche stanno avvenendo in tutta la Striscia, con centinaia di vittime finora.

“Vincerà chi è più incline alla violenza”
  Il tenente colonnello in pensione Maurice Hirsch, direttore dell'Initiative for Palestinian Authority Accountability and Reform presso il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs ed ex capo della procura militare per la Giudea e la Samaria, ha spiegato che la disponibilità di Hamas a ricorrere alla violenza estrema le conferisce un vantaggio nella guerra civile in corso.
“Chiunque sia più incline alla violenza vincerà. Al momento, sembra che Hamas, con il suo apparato, sia pronto e in grado di essere il gruppo più violento, senza alcuna restrizione”, ha detto Hirsch a JNS. “Se gli altri gruppi non sono disposti a combattere e difendersi allo stesso modo, sarà molto difficile resistere a Hamas”.
Le purghe condotte da Hamas in tutta la Striscia hanno suscitato ampie condanne. Anche il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha usato parole dure in riferimento alle esecuzioni, affermando: “Hamas è tornata ai suoi ben noti metodi di menzogne e abusi sulle famiglie”. Le ha definite un esempio di “terrorismo nazista”.
Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condannato le uccisioni e giovedì ha scritto in un post su Truth Social: “Se Hamas continuerà a uccidere persone a Gaza, cosa che non faceva parte dell'accordo, non avremo altra scelta che entrare e ucciderli”.
Anche il comandante del CENTCOM, l'ammiraglio Brad Cooper, ha condannato le esecuzioni e mercoledì, in una dichiarazione scritta, ha esortato Hamas a «cessare immediatamente la violenza e gli attacchi contro civili palestinesi innocenti a Gaza». Cooper ha aggiunto di aver comunicato la sua preoccupazione ai mediatori.
- I clan
  Mentre la guerra tra clan entra nella sua seconda settimana, si sta rivelando un fattore cruciale per il futuro della Striscia di Gaza. L'antica struttura clanica, un tempo dominante in gran parte del Medio Oriente, persiste ancora oggi a Gaza, così come in Giudea e Samaria.
“Ciascuno di questi gruppi ha una propria organizzazione interna, le proprie armi e la propria capacità di lottare per qualsiasi parte delle strutture governative o economiche che riesce a ottenere”, ha spiegato Hirsch.
Questa forma di struttura sociale tribale si è storicamente mal conciliata con l'ascesa di blocchi ideologici palestinesi come Hamas e Fatah, causando spesso conflitti di lealtà.
Hirsch ha inoltre osservato che alcuni di questi clan si sono espansi e controllano gran parte della popolazione di Gaza.
“Ogni clan è ovviamente diverso, ma su larga scala alcuni di essi raggiungono dai 10.000 ai 20.000 membri. Sono attori molto importanti e influenti che controllano centinaia, se non migliaia, di esecutori”, ha affermato.

Ostacoli temporanei
  Il generale di brigata in pensione (riserva) Yosef Kuperwasser, direttore del Jerusalem Institute for Strategy and Security (JISS), ha spiegato che, nonostante la notevole influenza delle tribù nella società di Gaza, "nessuno di questi clan rappresenta una vera minaccia per Hamas.
“Anche dopo questi due anni di combattimenti, Hamas è ancora molto più efficiente dal punto di vista organizzativo e molto meglio armato dei clan”, ha detto Kuperwasser a JNS. "Ma nelle loro aree o regioni controllate, le famiglie possono rappresentare un ostacolo temporaneo.
“Inoltre, alcuni di questi gruppi operano in regioni controllate da Israele, quindi non c'è Hamas che possa opporsi a loro”, ha aggiunto.
Kuperwasser ha sottolineato che, sebbene non siano in grado di distruggere Hamas, i clan sono comunque in grado di esaurire in modo significativo le sue risorse e la sua forza lavoro.
“Anche se Hamas è più forte dei clan, subisce comunque perdite piuttosto pesanti a causa di tutti questi combattimenti. Hamas sarà sicuramente indebolito da tutte queste lotte interne”, ha spiegato Kuperwasser.

Cinque centri di potere tribali come opposizione centrale a Hamas nella Striscia di Gaza

1- Clan Doghmush (Città di Gaza):
    La sfida centrale al potere di Hamas nella città di Gaza è rappresentata dal clan Doghmush. È ampiamente considerato il clan più potente della città e ha da tempo un rapporto teso con Hamas. I membri del clan sono stati storicamente legati sia a Hamas che a Fatah.
Il clan è guidato da Mumtaz Doghmush, noto anche come Abu Muhammad, che un tempo era a capo dell'ala armata dei Comitati di resistenza popolare a Gaza City. Il clan è diventato famoso nel 2006, quando Abu Muhammad ha fondato l'Esercito dell'Islam, una milizia indipendente sotto il suo controllo.
L'Esercito dell'Islam ha svolto un ruolo chiave nel rapimento del soldato dell'IDF Gilad Shalit nel giugno 2006. Successivamente, Mumtaz Doghmush e la sua milizia hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico.
Da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza nel giugno 2007, il clan Doghmush ha mantenuto una base di potere in gran parte indipendente da Hamas. All'inizio del 2024, Hamas ha iniziato ad accusare il clan di collaborare con Israele, il che ha portato all'esecuzione di Saleh Doghmush, il mukhtar del clan, nel mese di marzo.

2- Clan Hellis (Schejaiya, Gaza City):
    Un altro polo di potere è il clan Hellis. Ha sede nel quartiere di Schejaiya ed è politicamente legato a Fatah. La famiglia Hellis è da tempo nemica di Hamas. Negli ultimi decenni ha subito ripetute incursioni e rappresaglie armate da parte di Hamas, tra cui un'invasione nel 2008 che ha causato decine di morti e costretto molti membri del clan a fuggire verso i valichi israeliani.
Dopo l'attuale cessate il fuoco, il leader del clan Rami Hellis si è alleato con Ahmed Jundeya, membro di un altro clan di Schejaiya, per formare un gruppo armato che combatte contro il controllo di Hamas nelle zone del quartiere sotto l'influenza dell'IDF. Alcuni media stimano la forza del gruppo vicino a Hellis a circa 400 uomini, anche se la catena di comando e il pieno sostegno del clan rimangono non confermati.

3- Ashraf al-Mansi (Beit Lahia, nord):
    All'estremo nord della Striscia, a Beit Lahia, anche Ashraf al-Mansi ha organizzato una milizia anti-Hamas. Martedì Al-Mansi ha pubblicato un video in cui respingeva le notizie secondo cui Hamas avrebbe attaccato o arrestato i suoi combattenti. Ha affermato che le notizie sulle recenti vittime sono “false” e ha sostenuto che il suo gruppo ha preso il controllo di diverse zone nel nord per metterle in sicurezza, in modo che i civili possano tornare.
Ha lanciato un avvertimento diretto a Hamas: ogni suo combattente che entrerà nell'area controllata dalla milizia “sarà trattato esattamente come Hamas tratta i membri delle milizie”.

4- Clan Al-Majayda (Chan Yunis):
    A Chan Yunis, il clan al-Majayda è emerso come un importante sfidante di Hamas.
Il clan, vicino a Fatah, è stato storicamente un importante mediatore in alcune parti della Gaza centrale. Tuttavia, all'inizio di ottobre sono scoppiati scontri armati tra il clan e gli esecutori dell'unità Arrow di Hamas, dopo che Hamas aveva sparato alle gambe di diversi membri della famiglia. I combattimenti si sono conclusi con la morte di cinque membri del clan e undici terroristi di Hamas.
La milizia del clan è guidata da Hossam al-Astal, che sfida costantemente il dominio di Hamas nel quartiere Kizan al-Najjar di Khan Yunis. La milizia ha attirato l'attenzione quando l'IDF ha eliminato un combattente di Hamas che aveva tentato di attaccare le sue forze a Khan Yunis. Secondo quanto riportato da Gaza, sono stati uccisi oltre 22 terroristi di Hamas.

5- Forze popolari / Forze beduine (Rafah orientale):
    L'ultima grande forza contro Hamas nella Striscia di Gaza sono le Forze popolari (milizia popolare) di stampo beduino, guidate da Yasser Abu Shabab, attive nella parte orientale della città di Rafah. Israele ha ammesso di aver fornito direttamente armi e sostegno alla milizia di Abu Shabab durante la guerra.
Grazie all'accesso alle armi e agli aiuti finanziari, Abu Shabab è riuscito a reclutare centinaia di combattenti nel sud della Striscia di Gaza. La sua truppa è stimata tra i 400 e i 1.000 combattenti. Un portavoce della milizia ha recentemente affermato che essa non si lascerà intimidire dalle purghe di Hamas.
“Proprio come Hamas ha ceduto alle pressioni e ha accettato di rilasciare gli ostaggi, alla fine rinuncerà anche alle sue armi pesanti”, ha affermato.

Il futuro di Gaza
  L'improvviso aumento della guerra tra clan non promette nulla di buono per il previsto disarmo di Hamas. Hamas ha apertamente segnalato il proprio rifiuto delle condizioni dell'accordo di cessate il fuoco mediato dal presidente Trump, che richiede il suo completo disarmo. Ha dichiarato che l'attuale mobilitazione non è una misura a breve termine, ma una politica generale.
“Non possiamo lasciare Gaza ai ladri e alle milizie sostenute dall'occupazione israeliana. Le nostre armi sono legittime. Esistono per resistere all'occupazione e rimarranno finché esisterà l'occupazione”, ha dichiarato domenica alla BBC un funzionario di Hamas.
Ahmad Sharawi, analista di ricerca presso la Foundation for Defense of Democracies (FDD), ha scritto in un recente comunicato stampa:
"Hamas sta ora regolando i conti a Gaza. Dopo due anni di guerra, i suoi terroristi sono usciti dai loro tunnel per affrontare coloro che si sono opposti a loro. Abbiamo visto clan e milizie armate sfidare il dominio del gruppo e la sua decisione di devastare la striscia costiera.
“Questo momento dimostra che Hamas intende mantenere le sue armi, una realtà che dovrà essere affrontata con criteri chiari e meccanismi di applicazione quando inizieranno i negoziati di fase due sul disarmo”, ha aggiunto.
Finora Israele non ha definito una politica concreta in merito al conflitto clanico emergente. Secondo quanto riferito, Gerusalemme sta attualmente conducendo colloqui con gli Stati Uniti per istituire zone sicure dietro la linea gialla, dove i gazawi che vogliono sfuggire al regime di terrore di Hamas possano trovare rifugio.
Tuttavia, alcuni analisti hanno esortato Israele ad assumere un ruolo più attivo nel conflitto tra clan. In un'intervista a Ynet, giovedì un alto funzionario della sicurezza israeliana ha affermato che è necessario “agire ora” per proteggere i clan di Gaza che hanno combattuto contro Hamas durante la guerra. “Non possiamo lasciarli nelle mani di Hamas”, ha affermato.
Hirsch ha aggiunto che la politica di Israele riguardo alla guerra tra clan potrebbe avere un impatto diretto anche sulle prospettive di normalizzazione con vari clan in Giudea e Samaria.
“Se sei uno dei capi tribù della Giudea e della Samaria, ciò che sta accadendo ora ti renderà molto riluttante a schierarti apertamente con Israele, se non sai se in cambio otterrai questo sostegno”, ha affermato.

(Israel Heute, 20 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Hamas rifiuta di disarmarsi e consolida nuovamente il proprio controllo su Gaza

Mentre l'Occidente festeggia un “piano di transizione”, Hamas emerge dai tunnel per giustiziare i rivali, rifiutare il disarmo e consolidare il proprio potere.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - Non c'è alcun dubbio su chi comanda a Gaza.
A meno di due settimane dalla tregua mediata dagli Stati Uniti, i combattenti di Hamas sono riemersi dal loro sistema di tunnel, non per partecipare alla ricostruzione, ma per rintracciare i critici, uccidere i rivali e ristabilire il loro dominio basato sulla paura.
Venerdì, da Doha, l'alto funzionario di Hamas Mohammed Nazzal ha dichiarato a Reuters che l'organizzazione non può impegnarsi a disarmarsi, una condizione fondamentale dell'iniziativa di pace in 20 punti del governo Trump.
“Non posso rispondere sì o no”, ha ammesso Nazzal, mettendo in discussione l'intero piano. “A chi dovrebbero essere consegnate le armi?”
Invece di sciogliersi, Hamas intende rimanere attivo militarmente e politicamente dominante durante la “fase di transizione” proposta. In teoria, potrebbe governare un'amministrazione tecnocratica, ma Nazzal ha chiarito: “Hamas sarà presente sul terreno”.
Questa presenza è già tangibile. Secondo alcune segnalazioni, Hamas sta giustiziando gli abitanti di Gaza sospettati di collaborare con Israele o di criticarlo. Secondo Moumen al-Natour, un avvocato di Gaza fuggito nella clandestinità ed ex prigioniero politico, che ha parlato con Fox News: "I combattenti di Hamas sono usciti dai tunnel e hanno massacrato le famiglie che si erano opposte a loro... Stanno inviando il segnale che sono tornati, attraverso il terrore“.
La scorsa settimana sono state filmate e trasmesse crudeli esecuzioni pubbliche in territorio controllato da Hamas. Nazzal ha difeso le scene, definendole ”misure eccezionali durante la guerra".
Tutto per la pace transitoria.
Nel frattempo, il governo israeliano afferma che Hamas ha già violato la prima fase del cessate il fuoco non restituendo tutti i corpi degli ostaggi israeliani assassinati.
“Hamas sa dove si trovano i corpi”, ha dichiarato inequivocabilmente l'ufficio del primo ministro. “Devono essere disarmati nell'ambito di questo accordo. senza se e senza ma. Non l'hanno fatto”.
La proposta di pace presentata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 29 settembre prevede il ritiro israeliano da gran parte della Striscia di Gaza, il rilascio degli ostaggi in cambio di migliaia di prigionieri palestinesi e l'amnistia per i membri di Hamas che depongono le armi.
Quest'ultimo punto appare ormai quasi assurdo.
“Sono gli unici che non hanno ancora accettato il piano”, ha ammesso Trump. “Ma ho la sensazione che otterremo una risposta positiva”.
Hamas, tuttavia, ha già risposto con esecuzioni, scuse e un aperto rifiuto di deporre le armi.
Quello a cui stiamo assistendo non è un processo di pace, ma la ri-legittimazione di Hamas sotto bandiera diplomatica. L'organizzazione terroristica al potere a Gaza viene normalizzata politicamente, mentre continua ad assassinare i suoi oppositori, a violare i termini del cessate il fuoco e a rifiutare i presupposti fondamentali per la pace.
Il linguaggio dell'“amministrazione transitoria” ha poco significato se gli uomini armati non hanno alcuna intenzione di scomparire.

(Israel Heute, 19 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Le chiacchiere di quelli che parlano di vittoria di Israele e lodano Trump come moderno "principe della pace" cominciano a diventare insopportabili. M.C.

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Perché Dio ha creato il mondo? - 17

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

Il metodo di azione di Dio
   Nel modo in cui Dio si mette in relazione con qualcuno che vuole coinvolgere nel suo progetto redentivo si possono riconoscere quattro passaggi:

  1. Dio annuncia all’uomo quello che intende fare in un futuro più o meno prossimo;
  2. dà precisi ordini e promesse (o minacce) in relazione al suo annuncio;
  3. compie qualche atto potente che manifesti all’uomo la Sua credibilità;
  4. osserva la libera reazione dell’uomo.
  5. Dio valuta la reazione dell’uomo e in base ad essa compie una nuova mossa.

Dio segue questo “schema operativo” con Mosè:

  1. Dio annuncia a Mosè la sua intenzione di liberare il suo popolo che è in Egitto (Esodo 3:7-9);
  2. gli dà precisi ordini sul compito che deve svolgere (3:10);
  3. gli fa vedere la sua potenza con atti prodigiosi (3:11, 4:1-5);
  4. osserva Mosè che rifiuta di sottoporsi al suo ordine (4:13).
  5. Dio si adirà e ripete l’ordine in modo netto, aggiungendo altre istruzioni (4:14-17).

Lo stesso schema usa anche con il Faraone:

  1. Dio informa il Faraone che il suo popolo deve fargli una festa nel deserto (Esodo 5:1);
  2. gli ordina di lasciar andare il suo popolo (5:1);
  3. gli mostra la sua potenza con il bastone di Aaronne che ingoia i serpenti dei maghi (7:10-12);
  4. osserva il Faraone che rifiuta di sottoporsi al suo ordine (7:13).
  5. Dio ripete l’ordine aggiungendo una minaccia (7:16-18).

Dio seguirà questo schema altre nove volte nel suo rapporto col Faraone, iniziando dal punto 2.
  Elencando distintamente questi passaggi, si vogliono sottolineare due cose:

  • Si conferma che il personaggio principale dei racconti biblici è Dio stesso, e dunque che da Lui si deve sempre cominciare per cercare di capire i racconti biblici. Non hanno senso valutazioni di atti e parole dei vari personaggi sulla base di valori morali universali che non siano riconducibili direttamente al Dio che si rivela nella Bibbia.
  • Si mette in evidenza, (punto 4), che la libertà dell’uomo è una possibilità donata da Dio in certi momenti ed entro certi limiti, con la riserva (punto 5) di farne una sovrana valutazione e di trarne le opportune conseguenze.
Nel gioco sempre riapparente tra libertà dell’uomo e sovranità di Dio, qui si vuole sottolineare che la libertà è parte della creazione, come l’uomo stesso. È ridicolo dunque fare della libertà astratta una bandiera con cui ergersi in concorrenza con Dio. Ma d’altra parte, con le zone di libertà concesse da Dio all’uomo nel suo piano di redenzione, questi acquista la massima dignità compatibile con la sua posizione di creatura, perché Dio decide, in certi momenti e in certe zone del Suo programma, di autolimitarsi per aspettare la decisione dell’uomo.
  L’esistenza di questi spazi di libertà porta a concludere che la direzione in cui si è avviata la storia biblica in certe biforcazioni critiche è conseguenza di scelte che Dio aveva riservato all’uomo. Si può pensare allora che avrebbero potuto anche essere diverse, poiché non interamente determinate da quanto avvenuto nel passato.
  Il primo esempio è stato discusso già all’inizio di questa trattazione, ed è Adamo, che avendo ricevuto da Dio la libertà di scegliere se mangiare il frutto proibito oppure no, ha liberamente scelto e la sua scelta ha determinato la forma assunta in seguito dal creato.
  Uomini che invece hanno fatto scelte positive, come Noè e Abramo, avendole fatte nello spazio di libertà a loro riservato, hanno contribuito alla formazione e all’esecuzione del progetto redentivo di Dio, che dunque si costruisce in itinere, perché prevede fin dall’inizio la presenza della “variabile uomo”.

Lo schema operativo in relazione a Israele
  Nel discorso fatto fino ad ora abbiamo parlato di Dio nei rapporti con l’uomo, ma nella concretezza dei fatti storici l’interlocutore fondamentale di Dio è Israele. Con la precisazione che quando si usa questo termine senza altre specificazioni si deve intendere Israele come personalità corporativa, come un unicum di terra, popolo e nazione. Dunque nella lettura biblica, dopo aver posto l’attenzione sul modo di muoversi di Dio, il successivo sguardo deve posarsi su Israele come un tutto.
  Nei capitoli dell’Esodo considerati fino ad ora ci sono varie figure che possono attirare l’attenzione, come Mosè, con le sue interessanti storie del cesto abbandonato sul fiume, del roveto ardente che non si consuma, della sua relazione tempestosa con Dio; poi il Faraone, Aaronne, e i maghi egiziani. Ma se di tutta questa storia si dovesse chiedere qual è il fatto centrale, quello a cui tutti gli altri fatti concorrono, la risposta giusta sarebbe una sola: la nascita di Israele come popolo di Dio. È questo il fatto fondamentale che costituisce un punto di arrivo di tutto ciò che è avvenuto prima e un punto di partenza di tutto ciò che avverrà dopo.
  Il libro dell’Esodo occupa un posto di rilievo nella Bibbia, perché la nascita e i primi passi di Israele nella storia costituiscono uno snodo fondamentale nel tragitto che Dio seguirà nel Suo piano. Se nella rappresentazione dottrinale che si vorrebbe farne si pongono male i binari, la successiva prosecuzione del viaggio potrebbe far arrivare alle più strampalate “stazioni teologiche”.
  Il modo in cui nasce Israele è già ricco di rivelazione. Continuando nel paragone con il parto, si può dire che la nascita non è avvenuta per parto cesareo, cioè con sanguinose rivoluzioni che hanno lacerato il corpo della partoriente. Si potrebbero sollevare obiezioni pensando alla violenza della strage dei primogeniti, ma questa si può considerare piuttosto come una spinta artificialmente provocata, che una volta avvenuta ha reso possibile un parto “naturale” con soddisfazione di tutti.
  Collegandosi alla riflessione fatta sopra, si può dire che Dio ha aspettato fino a che entrambe le parti si pronunciassero, esprimendo il loro esplicito consenso a che il distacco avvenisse.
  Per la parte del Faraone, si può precisare che le dieci piaghe non sono crudeli punizioni inflitte per episodi di disubbidienza, ma, al contrario, sono pressanti inviti di Dio al Faraone affinché si decida a partecipare, con vantaggi anche suoi, all’opera di formazione del popolo con cui Dio vuole benedire il mondo, e dunque anche l’Egitto.
  Si può immaginare una scena di questo tipo. Dio ha deciso, per motivi che risiedono nel suo metodo di azione (nella sua “politica”, potremmo dire), di non usare la forza per strappare Israele dal grembo dell’Egitto, ma di fare in modo che sia il Faraone stesso a dare agli ebrei l’ordine di uscire. Definito questo, il Signore deve cercare i modi per convincere il Faraone a emettere, motu proprio, un “foglio di via” per la comunità ebraica. Non c’è dubbio che Dio avrebbe preferito far nascere il suo popolo in un modo più tranquillo, affidando anche al Faraone una parte onorevole nel suo programma, come aveva fatto col Faraone “che aveva conosciuto Giuseppe”. Ma se non vuole usare la forza, deve convincerlo. Dunque si muove con gradualità. Comincia piano: col bastone di Aaronne che trasformato in serpente ingoia tutti i serpenti dei maghi egiziani. È come dirgli: lascia stare Faraone, non t’impuntare; hai visto che sei più debole; fa’ come ti dico e tutto andrà per il meglio. E invece no: rifiuti su rifiuti. Il Faraone non vuole essere umiliato dal Dio di Mosè, e su istigazione di Satana vuol far vedere a Mosè che lui non ha paura del suo Dio, quindi non si piegherà. Anzi è lui che vuole mettere paura a Mosè, e minaccia di ucciderlo se si ripresenterà (Esodo 10:28).
  A questo punto Dio deve rimettere le cose a posto. Farà una cosa che dovrà avere un effetto di deterrenza non solo per il Faraone, ma anche per tutti gli dèi egiziani suoi presunti protettori (Esodo 12:12). Il terrorizzante effetto ci fu, e il Faraone decise, “di sua iniziativa”, di dare l’ordine che Dio aveva previsto fin dall’inizio.
  Con ciò è stata fatta giustizia: la giustizia di Dio creatore che si manifesta nell’esercizio della Sua sovranità sulla creatura.

Pieno successo in politica interna
  Ma Dio non vuole neppure che il suo popolo sia trascinato fuori dall’Egitto contro la sua volontà. L’uscita avverrà quando Israele, come un sol uomo, risponderà con convinzione alla Parola di Dio arrivatagli attraverso Mosè e si dichiarerà pronto ad uscire dall’Egitto e a mettersi in marcia verso la terra promessa. Anche lui dunque Dio dovrà cercare di convincere.
  I personaggi che intervengono in modo significativo nella trattativa sono tre: Dio, Mosè e il popolo. Quest’ultimo compare tutte le volte che si parla di “anziani d’Israele” o “anziani dei figli d’Israele”.
  È da sottolineare che in tutto questo tempo Dio rivolge la parola soltanto a Mosè, da solo o insieme ad Aaronne”. Mosè dunque sta in una posizione intermedia fra Dio e il popolo, perché per origine appartiene alla stirpe dei figli d’Israele, ma è cresciuto alla corte del Faraone, dunque non ha sofferto insieme alla comunità dei vilipesi ebrei. E oltre a questo, all’età di quarant’anni è scappato all’estero non si è più fatto vedere per altri quarant’anni. Ma non è il caso di fare commenti moralistici: se il Signore ha scelto Mosè per lo svolgimento del suo piano, avrà avuto certamente le sue buone ragioni, come nel caso di Abramo, e Dio non è obbligato a rispondere alle nostre eventuali obiezioni.
  Anche con Israele Dio agisce secondo lo schema operativo indicato sopra. Annuncia il suo programma di liberazione, ordina al popolo di ubbidire agli ordini di Mosè, fa eseguire davanti a loro fatti prodigiosi e osserva la reazione del popolo alle parole che l’Eterno aveva detto a Mosè. La prima reazione fu indubbiamente buona, perché a queste parole Essi compresero che l'Eterno aveva visitato i figli d'Israele e aveva visto la loro afflizione, si inchinarono e adorarono(Esodo 4:31).
  L’Eterno allora inviò Mosè e Aaronne dal Faraone, ma qui purtroppo ci fu quella brutta caduta di Mosè di cui abbiamo trattato estesamente in precedenza. Mosè non osò riportare al Faraone le esatte parole ricevute da Dio e per gli ebrei le cose peggiorarono tremendamente. Così quando Mosè ricevette l’ordine di ripetere ai figli d’Israele la volontà di Dio per loro, essi non diedero ascolto a Mosè, a causa dell'angoscia del loro spirito e della loro dura schiavitù” (Esodo 6:9).
  La reazione del popolo alla volontà di Dio si era modificata e allora Dio ha dovuto compiere una nuova mossa.
  Riguardando il nostro schema operativo, si vede che i punti 1) e 2) restano invariati. Cambia invece il punto 3) perché Dio deve fare altri atti potenti davanti al popolo. E questi sono, per l’appunto, le dieci piaghe, che oltre a far capire al Faraone che l’Eterno è il Dio sopra tutti gli dèi che mantiene la sua parola in fatto di minacce, servono anche a convincere il popolo, dalla quarta piaga in poi, che l’Eterno è il Dio degli Ebrei che mantiene la sua parola in fatto di promesse. Così con gli stessi colpi che piombano sull’Egitto, il Signore ottiene due risultati: il Faraone si indurisce e sarà punito, i figli d’Israele si ammorbidiscono e saranno liberati.
  Dopo essere stato informato di quello che avrebbe fatto Dio in “quella notte”

    “Mosè chiamò tutti gli anziani d'Israele, e disse loro: “Sceglietevi e prendetevi degli agnelli per le vostre famiglie, e immolate la Pasqua” (Esodo 12:21).

E dettò i particolari di quello che dovevano fare per immolare il sacrificio della Pasqua e non essere colpiti dal passaggio dell’angelo sterminatore. E concluse con queste parole:

    “Questo è il sacrificio della Pasqua in onore dell'Eterno, il quale passò oltre le case dei figli d'Israele in Egitto, quando colpì gli Egiziani e salvò le nostre case” (12:22).

I figli d’Israele mostrarono con un atto significativo di aver compreso quelle parole e di averle accettate:

    “E il popolo si inchinò e adorò. E i figli d'Israele andarono, e fecero così; fecero come l'Eterno aveva ordinato a Mosè e ad Aaronne” (12:28).

Il Signore dunque riuscì a convincere il popolo a diventare parte organica del suo progetto redentivo, anche se in quella notte i figli d’Israele capirono soltanto che avrebbero lasciato l’Egitto e si sarebbero incamminati verso una meravigliosa terra in cui “scorre il latte e il miele”.
  Fu la fine di un’epoca:

    I figli d'Israele dimorarono in Egitto quattrocentotrent'anni. E al termine di quattrocentotrent'anni, proprio il giorno che finivano, tutte le schiere dell'Eterno uscirono dal paese d'Egitto (Esodo 12:40-41),

e l’inizio di un’altra, perché il popolo uscì dalla terra di schiavitù con un preciso ordine che lo vincolerà a Dio per sempre:

    “Questa è una notte da celebrare in onore dell'Eterno, perché egli li trasse fuori dal paese d'Egitto; questa è una notte consacrata all'Eterno, per essere osservata da tutti i figli d'Israele, d'età in età” (Esodo 12:42).

Come poi è avvenuto “d'età in età” fino al giorno d’oggi.

(17. continua)
precedenti 

(Notizie su Israele, 19 ottobre 2025)


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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 8

  • Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, vi moltiplichiate, ed entriate in possesso del paese che l'Eterno giurò di dare ai vostri padri.
  • Ricordati di tutto il cammino che l'Eterno, il tuo Dio, ti ha fatto fare questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti.
  • Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma vive di tutto quello che la bocca dell'Eterno avrà ordinato.
  • Il tuo vestito non ti si è logorato addosso, e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant'anni.
  • Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge suo figlio, così il tuo Dio, l'Eterno, corregge te.
  • E osserva i comandamenti dell'Eterno, del tuo Dio, camminando nelle sue vie e temendolo; perché il tuo Dio, l'Eterno, sta per farti entrare in un buon paese: paese di corsi d'acqua, di laghi e di sorgenti che nascono nelle valli e nei monti; paese di frumento, di orzo, di vigne, di fichi e di melograni; paese di ulivi da olio e di miele; paese dove mangerai del pane a volontà, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro, e dai cui monti scaverai il rame.
  • Mangerai dunque e ti sazierai, e benedirai l'Eterno, il tuo Dio, a motivo del buon paese che ti avrà dato.
  • Guardati bene dal dimenticare il tuo Dio, l'Eterno, al punto da non osservare i suoi comandamenti, le sue prescrizioni e le sue leggi che oggi ti do; affinché non avvenga, dopo che avrai mangiato a sazietà e avrai costruito e abitato delle belle case, dopo che avrai visto il tuo bestiame grosso e il tuo minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro, e abbondare ogni cosa tua, che il tuo cuore si innalzi, e tu dimentichi il tuo Dio, l'Eterno, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù; che ti ha condotto attraverso questo grande e terribile deserto, pieno di serpenti velenosi e di scorpioni, terra arida, senza acqua; che ha fatto sgorgare per te dell'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine, del bene.
  • Guardati dunque dal dire in cuor tuo: 'La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze'; ma ricordati dell'Eterno, il tuo Dio, poiché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, e per confermare, come fa oggi, il patto che giurò ai tuoi padri.
  • Ma se tu dimenticherai il tuo Dio, l'Eterno, e andrai dietro ad altri dèi e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io oggi vi dichiaro solennemente che per certo perirete.
  • Perirete come le nazioni che l'Eterno fa perire davanti a voi, perché non avrete dato ascolto alla voce dell'Eterno, del vostro Dio.

(Notizie su Israele, 18 ottobre 2025)


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Riflessioni sullo Shabbat

Lettura settimanale – בְּרֵאשִׁית– Bereschit – In principio ; Genesi 1,1 – 6,8 ; Isaia 42,5 – 43,10
Cosa accadde realmente in Paradiso? L'«albero della conoscenza» era solo un simbolo di obbedienza e peccato o nascondeva qualcosa di più profondo, forse anche fisico?

di Anat Schneider

Perché Adamo ed Eva aprirono improvvisamente gli occhi e perché provarono vergogna per la loro nudità? Queste domande antiche ci occupano ancora oggi. In questa riflessione vi invito a rileggere il testo con cuore aperto. Forse scopriremo che la “conoscenza” in paradiso non significava solo sapere, ma il risveglio di un'esperienza profondamente umana.
Non è un segreto che il primo libro della Bibbia, Bereschit, sia il mio libro preferito in assoluto, non solo nella Bibbia, ma in generale. Amo i personaggi, i patriarchi e le matriarche, gli anziani delle tribù. Non appena mi immergo nelle storie, ho la sensazione che i personaggi prendano vita davanti a me, permettendomi di percepire i loro sentimenti e comprendendo così meglio ciò che hanno vissuto.
Ogni volta che lo leggo, questo libro mi rivela qualcosa di nuovo su me stessa, sul mondo della fede e dello spirito e sul mio sviluppo al suo interno. A volte le intuizioni non sono facili e sono persino impegnative, quindi ho bisogno di tempo per elaborarle. E a volte mi sento persino a disagio nel condividere i miei pensieri con gli altri. Tuttavia, sono disposta a correre questo rischio, pienamente consapevole che non tutti saranno d'accordo o accetteranno ciò che scrivo. E va bene così.
Per me è importante che ricordiate: le mie parole sono un'interpretazione soggettiva basata sui testi biblici e ispirata dal mondo ebraico e spirituale. Per questo lo ripeto, è solo un'interpretazione, non siete obbligati ad accettarla. Ma anche se suscita in voi resistenza, vale la pena chiedersi perché e considerare altri punti di vista, a volte molto arricchenti. Questa volta vorrei parlare della storia dell'albero della conoscenza, ben consapevole che ciò che sto per dire non è facile da digerire.
Eppure, la domanda che pongo qui è: cos'è l'albero della conoscenza? Cos'è questo albero così importante nel giardino dell'Eden, dal quale Dio proibì all'uomo di mangiare? “Non mangiare dall'albero della conoscenza (sapienza) del bene e del male, perché nel giorno in cui ne mangerai, morirai sicuramente”. Era davvero un melo, come pensiamo spontaneamente? O forse un fico? Per capirlo, dobbiamo considerare la parola “Daat” (דעת) per “conoscenza” e vedere come viene usata in altri punti della Bibbia. La radice della parola דעת (Daat) è י.ד.ע (J.D.A.), che significa conoscenza, consapevolezza, comprensione. Cosa ci dice questa parola in altri contesti biblici?
Subito dopo l'espulsione dal paradiso, si legge: “E l'uomo conobbe (ידע) sua moglie Eva, che rimase incinta e partorì Caino”. Questo avviene subito dopo l'espulsione, con gli stessi personaggi, Adamo ed Eva, e questo mi fa capire che c'è effettivamente un nesso tra “e l'uomo conobbe/riconobbe sua moglie” e l'albero della conoscenza/sapienza.
Nella storia di Lot si legge: «Quella notte fecero bere del vino al padre. La maggiore andò a coricarsi con lui, ma egli non se ne accorse (לא ידע), né quando lei si coricò né quando si alzò». (Genesi 19,33) E ancora un esempio nella storia di Rebecca: “Era una figlia molto bella, vergine, e non conosceva (לא ידעה) nessun uomo; scese al pozzo, riempì la sua brocca e risalì” (Genesi 24,16). Ci sono altri esempi simili.
Se li consideriamo, vediamo che il verbo “conoscere” (ידע) è associato alle relazioni intime, alla sessualità. Trovo che sia una scoperta notevole, non credete? Potremmo quindi chiederci se l'albero della conoscenza fosse forse il risveglio della sessualità. Notate cosa succede subito dopo, appena dopo aver mangiato dall'albero: «Allora si aprirono gli occhi di entrambi e si accorsero di essere nudi; cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture». Subito dopo aver «mangiato» dall'albero, la loro coscienza si apre e si rendono conto della loro nudità. La prima cosa che fanno è coprire le loro parti intime.
Ciò indica che il risveglio della coscienza è accompagnato da tre cose: colpa, vergogna e occultamento. Coprono le parti del loro corpo e poi si nascondono anche da Dio, vergognandosi del loro atto, il sesso. Questa storia mi suggerisce che mangiare dall'albero della conoscenza ha portato la capacità di scoprire la sessualità e che questa scoperta li ha resi capaci di creare la vita.
Perché cosa succede subito dopo, dopo la cacciata dal paradiso? «E l'uomo conobbe (יָדַע) sua moglie Eva, che rimase incinta e partorì Caino». Per questo mi rimane una domanda aperta, un invito alla riflessione: perché Dio disse che sarebbero morti il giorno in cui avessero mangiato dall'albero? Questa domanda rimane aperta davanti a voi, un vero invito a continuare a pregare su di essa e a dare così spazio alla parola di Dio affinché risuoni in voi.
Shabbat Shalom, che sia pieno di nuova creazione e di un nuovo inizio benedetto.

(Israel Heute, 17 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«… lo ripeto, è solo un'interpretazione, non siete obbligati ad accettarla. Ma anche se suscita in voi resistenza, vale la pena chiedersi perché e considerare altri punti di vista». Ringraziamo Anat Schneider per la sua “interpretazione soggettiva” della Torah e anche e per l’invito a proseguire nella riflessione. M.C.

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 11

  1. Guardate, io metto oggi davanti a voi la benedizione e la maledizione:
  2. la benedizione, se ubbidite ai comandamenti dell'Eterno, del vostro Dio, i quali oggi vi do;
  3. la maledizione, se non ubbidite ai comandamenti dell'Eterno, del vostro Dio, e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per andare dietro a dèi stranieri che voi non avete mai conosciuto.
  4. E quando l'Eterno, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese nel quale vai per prenderne possesso, tu pronuncerai la benedizione sul monte Gherizim, e la maledizione sul monte Ebal.
  5. Questi monti non sono di là dal Giordano, dietro la via di ponente, nel paese dei Cananei che abitano nella pianura di fronte a Ghilgal presso le querce di More?
  6. Poiché voi state per passare il Giordano per andare a prendere possesso del paese, che l'Eterno, il vostro Dio, vi dà; voi lo possederete e vi abiterete.
  7. Abbiate dunque cura di mettere in pratica tutte le leggi e le prescrizioni, che oggi io pongo davanti a voi.

Capitolo 12

  1. Quando l'Eterno, il tuo Dio, avrà sterminato davanti a te le nazioni là dove tu stai per andare a spodestarle, e quando le avrai spodestate e ti sarai stabilito nel loro paese,
  2. guardati bene dal cadere nel laccio, seguendo il loro esempio, dopo che saranno state distrutte davanti a te, e dall'informarti dei loro dèi, dicendo: 'Come servivano i loro dèi queste nazioni? Anch'io voglio fare lo stesso'.
  3. Non farai così riguardo all'Eterno, al tuo Dio; poiché esse praticavano verso i loro dèi tutto ciò che è abominevole per l'Eterno e che egli detesta; davano perfino alle fiamme i loro figli e le loro figlie, in onore dei loro dèi.
  4. Avrete cura di mettere in pratica tutte le cose che vi comando; non vi aggiungerai nulla, e nulla ne toglierai.

(Notizie su Israele, 17 ottobre 2025)


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Il denaro e i centri di intelligenza artificiale sono una panacea per la pace?

Miliardi di dollari affluiscono nella Striscia di Gaza, ma il capitale può sanare vecchie inimicizie o crea solo nuove dipendenze?

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Mentre miliardi di dollari vengono investiti nella ricostruzione della Striscia di Gaza e miliardari del settore tecnologico come Jared Kushner, Peter Thiel e Larry Ellison cercano di realizzare la loro visione di una zona high-tech esente da tasse, sorge una domanda fondamentale: il capitale è sufficiente per risolvere decenni di conflitti in Medio Oriente? Le tensioni storiche, bibliche e ideologiche tra Israele, i palestinesi e gli Stati arabi caratterizzano profondamente la regione e non possono essere semplicemente messe da parte con investimenti, centri di intelligenza artificiale o start-up di lusso. L'ambizione economica può colmare i vecchi divari o alla fine il denaro serve solo come nuovo strumento per assicurarsi potere, influenza e controllo geopolitico? A mio parere, il denaro può finanziare la pace, ma non crearla.
Dopo la guerra, la Striscia di Gaza potrebbe trasformarsi in una zona high-tech esente da tasse, aprendo così la strada alla normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Anche Jared Kushner e Peter Thiel sono coinvolti. Il progetto di ricostruzione da miliardi di dollari sta già attirando Stati, investitori ed ex capi di governo. Kushner vuole creare centri di intelligenza artificiale, mentre i finanziatori internazionali cercano un clima di investimento liberale. Gli esperti vedono in questo un possibile trampolino di lancio economico per un avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele, anche grazie all'influenza di Kushner. Ma la strada per arrivarci è irta di ostacoli: Hamas è un ostacolo sia dal punto di vista politico che della sicurezza. Il massacro del 7 ottobre avrebbe dovuto impedire proprio questo sviluppo e ha congelato per il momento il progetto di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad, mentre Riad e Parigi stanno ora spingendo per il riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese.
Allo stesso tempo, la casa reale saudita continua a intrattenere stretti rapporti economici con gli Stati Uniti e si sta affermando come una potenza emergente nel campo dell'intelligenza artificiale. Miliardi di investimenti da parte di Nvidia e Amazon confluiscono in nuove server farm nel regno, tra cui anche progetti con persone vicine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L'esempio più recente mostra la portata di questo sviluppo: una gigantesca “acquisizione con finanziamento esterno” (LBO) da 55 miliardi di dollari per l'acquisizione del gigante statunitense dei videogiochi Electronic Arts (EA), produttore dei giochi FIFA. L'operazione è finanziata in gran parte dal fondo sovrano saudita PIF, insieme alla Affinity Partners di Jared Kushner, che gestisce quasi esclusivamente capitali sauditi, e alla Silver Lake, un fondo statunitense con stretti legami con gli Emirati. La partecipazione di Kushner a questa operazione attira critiche e attenzione a livello internazionale, in particolare per quanto riguarda i possibili conflitti di interesse tra vicinanza politica e investimenti privati.
L'obiettivo è quello di trasformare l'Arabia Saudita in una superpotenza nel settore dei giochi e dello sport. Ma mentre nella Striscia di Gaza si negozia ancora la fine della guerra, sullo sfondo si sta già formando un nuovo asse geopolitico: Washington, Riad e Gerusalemme, unite da interessi, tecnologia e potere, molto prima che si parli del “giorno dopo”. Mi chiedo davvero in che misura tutti questi investimenti nella Striscia di Gaza possano portare a una vera pace tra i popoli: palestinesi e israeliani, musulmani ed ebrei? È davvero possibile cancellare l'ideologia radicale dei Fratelli Musulmani dalla mente delle persone nella Striscia di Gaza? Inoltre, l'intera proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di trasferire tutti i due milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza per ricostruirla è stata spazzata via dal vento.
Dobbiamo ammettere che progetti economici come la zona high-tech di Kushner nella Striscia di Gaza possono creare le condizioni quadro per la cooperazione, ma non possono sostituire la riconciliazione. Finché Hamas, l'Autorità Palestinese, Israele, l'Arabia Saudita e l'Occidente saranno intrappolati in conflitti ideologici e religiosi per il potere, il denaro non sarà una panacea. Il denaro può finanziare la pace, ma non crearla. Può costruire muri, strade, fabbriche e server farm, ma non può cambiare i cuori, perdonare i peccati e sanare la storia. La vera pace in Medio Oriente, come ovunque, non inizia con gli investimenti, ma con la verità, la giustizia e la conoscenza di Dio.
Hadas Lorber, responsabile del progetto Israele-USA presso l'INSS e direttrice dell'Istituto per l'IA responsabile presso l'HIT, vede nella crescente coinvolgimento di Jared Kushner e dell'ex primo ministro britannico Tony Blair nella pianificazione postbellica per la Striscia di Gaza un segnale strategico, anche in vista del riavvicinamento all'Arabia Saudita. “I sauditi e gli emiratini vogliono sedersi al tavolo delle trattative per la ricostruzione della Striscia di Gaza”, ha dichiarato Lorber al quotidiano finanziario israeliano Globes. Secondo i piani di Blair e Kushner, l'intera Striscia dovrebbe essere smilitarizzata, posta sotto l'amministrazione tecnocratica araba e trasformata in una zona start-up esente da tasse: una Singapore nel deserto per il cloud computing, l'IA e la mobilità elettrica. Sono previsti server farm, uno stabilimento Tesla e investimenti da parte di miliardari internazionali come Peter Thiel e Larry Ellison, alla ricerca di zone con una regolamentazione leggera ed esenti da tasse. Ellison sarebbe disposto a investire 350 milioni di dollari nel progetto.
“Trump punta alla stabilità regionale, ma la completa normalizzazione con l'Arabia Saudita continua a dipendere dalle condizioni politiche e dalle richieste palestinesi”, spiega Lorber. Si prevede un modello graduale che rimanda inizialmente decisioni fondamentali come la questione dei due Stati. In futuro Israele potrebbe riconoscere o meno l'autodeterminazione palestinese, a seconda dell'attuazione di determinate condizioni. Nell'era Trump vale una regola: la normalizzazione con Israele passa attraverso leve economiche controllate dagli Stati Uniti. Lorber vede in questo l'inizio di un movimento più ampio che potrebbe coinvolgere anche paesi come l'Indonesia, la Siria, il Libano e gli Stati musulmani africani. Ma queste sono ancora idee lontane all'orizzonte, e qui bisogna davvero chiedersi se il denaro possa davvero portare la pace in Medio Oriente.
I media arabi riportano con diffidenza il gigantesco progetto nella Striscia di Gaza. Al Jazeera scrive: “Il piano arabo per Gaza ha due problemi: Israele e l'Autorità Palestinese”. L'autore Omar H. Rahman spiega che il progetto deve affrontare due ostacoli fondamentali: l'intransigenza di Israele e la debolezza dell'Autorità Palestinese (PA). Non credo che la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza “cambierà idea” sulla sua ideologia radicale profondamente radicata a causa degli investimenti in IA a Rafah, Khan Yunis, Beit Hanun o Gaza City. La loro forte fede musulmana e le strutture sociali e religiose ad essa associate rendono difficile una trasformazione così rapida verso l'alta tecnologia e il liberalismo economico.
E sapete una cosa? La Bibbia afferma chiaramente che la pace (שָׁלוֹם – Schalom) non è il risultato di negoziati politici o di potere finanziario, ma una realtà spirituale che nasce dalla giustizia e dalla verità. «Il frutto della giustizia sarà la pace, e il risultato della giustizia sarà la tranquillità e la sicurezza per sempre», dice il profeta Isaia. La vera pace, secondo le Scritture, non nasce da investimenti, accordi o programmi economici, ma dall'ordine morale, dalla riconciliazione e dal riconoscimento di Dio come fonte di vita. Ogni tentativo di «comprare» shalom senza giustizia è fuorviante. Geremia: «Essi curano superficialmente le ferite del mio popolo, dicendo: “Pace, pace”, ma non c'è pace». Questo antico monito sembra oggi più attuale che mai. Anche ai nostri giorni si cerca di creare la pace attraverso progetti infrastrutturali miliardari, zone high-tech e investimenti internazionali, senza affrontare realmente le profonde ferite della storia, della religione e dell'identità. Ma il benessere materiale non può ricomporre le fratture spirituali e morali dell'umanità. Senza verità e giustizia, ogni «pace comprata» rimane solo una facciata ben intonacata su conflitti irrisolti.

(Israel Heute, 17 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele nella lotta per la sopravvivenza contro Hamas, Hezbollah e Iran

L'ex portavoce delle forze armate israeliane, Arye Sharuz Shalicar, descrive in un nuovo libro le sue esperienze durante la guerra dal 7 ottobre 2023, in qualità di israeliano, portavoce dell'esercito e padre di famiglia.

di Nicolas Dreyer

DRESDA– Arye Sharuz Shalicar ha presentato a Dresda il suo nuovo libro, intitolato “Überlebenskampf: Kriegstagebuch aus Nahost” (Lotta per la sopravvivenza: diario di guerra dal Medio Oriente). La conferenza con lettura è stata organizzata, tra gli altri, dall'associazione Sächsische Israelfreunde (Amici sassoni di Israele).
  Durante la lettura, due anni dopo gli attacchi di Hamas contro Israele, l'ex portavoce delle forze di difesa israeliane ha raccontato in dettaglio come è cambiata la vita delle persone in Israele il 7 ottobre 2023. Il Paese e la popolazione si sono immediatamente mobilitati per difendersi. Ha inoltre illustrato come da allora Israele debba difendersi dalle accuse fuorvianti di crimini di guerra e genocidio nei media internazionali e nell'opinione pubblica.

Dalla lotta per la sopravvivenza personale a quella nazionale
  Figlio di genitori ebrei persiani, è nato a Gottinga ed è cresciuto a Berlino-Wedding. Già il padre di Shalicar lasciò l'Iran negli anni '70 a causa dell'antisemitismo prevalente. Da adolescente ebreo a Berlino, Arye Shalicar ha sperimentato l'antisemitismo musulmano, che lo ha segnato profondamente. Da giovane adulto, nel 2001 è emigrato in Israele. Dal 2009 al 2016 ha prestato servizio come addetto stampa nell'esercito israeliano e da allora è portavoce della riserva.
  Nella conferenza, Shalicar ha spiegato quanto il 7 ottobre 2023 gli abbia riportato alla mente la lotta per la sopravvivenza contro l'antisemitismo della sua giovinezza a Berlino. Questa volta, però, non era più lui come singolo ebreo a dover combattere una lotta per la sopravvivenza imposta dai suoi nemici, ma Israele come Stato ebraico in Medio Oriente.
  Nel primo capitolo, intitolato “Tregua”, una voce del 24 giugno 2025, Shalicar parla di una “guerra che Israele non ha iniziato. Una guerra che si è abbattuta su Israele da sette direzioni diverse. Una guerra di sopravvivenza che Israele non avrebbe dovuto perdere in nessun caso. Non può perdere! Perché si trattava e si tratta ancora di sopravvivenza”.

Punto di svolta per Israele
  L'autore ha iniziato la sua conferenza con alcune considerazioni sulla situazione di Israele alla vigilia dell'attacco genocida dell'organizzazione terroristica Hamas. Nessuno nel Paese avrebbe potuto immaginare un attacco così violento e una tale vulnerabilità. Al contrario, la popolazione era convinta che le attività di Hamas fossero completamente monitorate da Israele. Alla domanda se Israele esisterà ancora tra cento anni, dopo il 7 ottobre non può più rispondere con la consueta sicurezza. Quel giorno gli ha insegnato che nulla è garantito.
  Nel capitolo citato, l'autore usa parole drastiche per sottolineare l'importanza degli attacchi di Hamas per l'identità e la sicurezza di Israele: “Una svolta nella storia moderna del popolo ebraico e dello Stato di Israele. Una svolta anche per me. In Israele, dal 7 ottobre ogni giorno è il 7 ottobre. La caduta è stata troppo profonda, il fallimento troppo grande, la situazione di impotenza e di incapacità troppo traumatizzante”.
  Egli continua le sue spiegazioni in un altro punto: «Il massacro del 7 ottobre è il più grave omicidio di massa commesso contro gli ebrei dopo il 1945. Non è il numero delle persone uccise a rappresentare il fattore principale della rottura della civiltà, ma la brutalità degli assassini palestinesi, che hanno smembrato le persone con gioia, le hanno bruciate vive, hanno maltrattato e ucciso bambini accanto ai genitori e genitori accanto ai bambini. »

Israele sopravvive grazie alla sua forza
  Nella conferenza del 6 ottobre, Shalicar si è comunque mostrato convinto della forza e della resilienza di Israele. Ciò si è manifestato soprattutto nella rapida ed enorme prontezza al combattimento e nella solidarietà degli israeliani. Quando Israele è stato attaccato la mattina presto del 7 ottobre, gli israeliani si sono sentiti immediatamente chiamati a difendere il loro Paese. Israele se l'è quindi cavata con un “occhio nero”.
  Le forze di sicurezza delle località attaccate, i soldati e le forze di polizia accorsi da tutto il Paese hanno combattuto eroicamente gli aggressori provenienti dalla Striscia di Gaza. Senza questo, Israele avrebbe potuto subire un esito ancora peggiore dell'invasione. Anche dal nord avrebbero potuto esserci attacchi da parte di Hezbollah.
  La capacità di reazione di Israele nel difendere il Paese è stata eccezionale, ha sottolineato il relatore. Già il 7 ottobre, riservisti israeliani provenienti da tutto il mondo sono volati in Israele per arruolarsi. Nel giro di un giorno, decine di migliaia di riservisti sono stati chiamati alle armi o si sono arruolati volontariamente ai confini meridionali e settentrionali di Israele.

Approfondimento sulla quotidianità della guerra e sul Medio Oriente
  Ciononostante, la guerra è stata molto dolorosa e costosa per Israele: il 7 ottobre 1.200 persone sono state uccise in modo orribile, 251 sono state prese in ostaggio, circa 1.000 soldati sono caduti in battaglia e quasi 10.000 sono rimasti gravemente feriti o mutilati. Il relatore ha chiarito quante persone in Israele siano direttamente colpite dalla guerra in termini percentuali, in quanto parenti o amici. Per questo motivo, questa nazione relativamente piccola è molto coinvolta nel loro destino.
  Il diario di guerra di Shalicar offre una visione approfondita della sua vita e dell'umore della popolazione israeliana negli ultimi due anni. Nel farlo, alterna i diversi ruoli del narratore autobiografico. Come privato cittadino e padre di famiglia, ad esempio, deve spiegare la guerra a sua figlia.
  Tuttavia, come cittadino israeliano che ha scelto Israele come proprio rifugio, vive la stessa crisi esistenziale e la stessa quotidianità di guerra dei suoi connazionali. In qualità di portavoce dell'esercito e importante interlocutore dei politici dell'allora governo federale tedesco, dell'opposizione e dei Länder, spiega loro in dettaglio la realtà in Israele, nella Striscia di Gaza e in Medio Oriente.

Lotta per l'egemonia mediatica
  L'opera, pubblicata nel 2025, analizza anche l'attuale crisi mediorientale e le recenti guerre tra Hamas, Iran e Hezbollah da un lato e Israele dall'altro. Descrive la politica nella Striscia di Gaza e l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi (UNRWA). Affronta lo sviluppo dell'opinione pubblica globale e il rafforzamento dell'antisemitismo nel mondo, sia in Germania che altrove. Ciò include anche il ruolo dei media, delle Nazioni Unite e della Corte penale internazionale (CPI).
  In un'intervista con Israelnetz, il portavoce dell'esercito della riserva ha approfondito il ruolo dei media, in particolare dell'emittenza pubblica. Questi ultimi avrebbero una grande responsabilità nell'aumento dell'antisemitismo, poiché la loro parzialità contro Israele alimenterebbe il risentimento antiebraico e quindi l'odio verso Israele.
  La lotta per l'interpretazione della realtà nella guerra di Gaza si è svolta in modo molto sfavorevole per Israele. I giornalisti dovrebbero essere più accurati e obiettivi nel valutare ciò che sta realmente accadendo e chi è realmente responsabile. Spesso preferiscono concentrarsi sulla questione di dove ci siano più cadaveri.
  Shalicar ritiene assolutamente necessario che sia gli israeliani che gli amici di Israele partecipino alla diffusione di una copertura mediatica accurata e non manipolatoria al di là dei media pubblici, anche con l'aiuto dei social media.

La pace richiede un Israele forte
  Il libro si conclude con alcuni capitoli in cui vengono esaminati gli attacchi di Israele agli impianti nucleari iraniani, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e il ruolo della Fondazione umanitaria di Gaza (GHF). A ciò si aggiungono alcune riflessioni sulla possibilità di una pace.
  Shalicar sottolinea in modo impressionante quanto la pace dipenda dall'attenuarsi dell'odio verso gli ebrei in tutto il mondo, in particolare in Medio Oriente, e dal mantenimento di una “posizione di forza” da parte di Israele. Tuttavia, poiché non è prevedibile che l'odio verso Israele diminuisca, “agli ebrei e allo Stato ebraico non resta che una cosa: vivere e amare la vita ed essere sempre pronti, quando sarà di nuovo necessario, a lottare per la sopravvivenza”.
  Shalicar è stato chiamato al servizio di riserva il 7 ottobre 2023 e ha prestato servizio per quasi 350 giorni fino alla fine del 2024 come portavoce ufficiale delle forze armate israeliane. In qualità di portavoce dell'esercito di lingua tedesca, è stato “uno dei principali ‘costruttori di ponti’ tra la Germania e Israele nel periodo più difficile per Israele dalla fondazione dello Stato”, come descrive il suo ruolo nel presente libro.

(Israelnetz, 17 ottobre 2025 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il ricordo del 16 ottobre con Sant’Egidio

Fadlun: Odio antisemita inizia con parole sbagliate

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Il Portico d’Ottavia è stato anche quest’anno lo sfondo della commemorazione del rastrellamento nazifascista del 16 ottobre 1943 promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con la Comunità ebraica romana. Sul palco allestito in Largo 16 Ottobre, il ricordo di quanto avvenne allora è stato accompagnato da più di un monito sull’antisemitismo risorgente. Anche in Italia, anche a Roma. «Il 16 ottobre è diventato in qualche modo il simbolo della Shoah italiana», ha affermato per primo il rabbino capo della città Riccardo Di Segni. «E in questa nostra memoria si intersecano due dimensioni che sono parallele, si incrociano e hanno entrambe un senso molto importante. La prima dimensione è quella interna alla comunità ebraica: una memoria viva e incancellabile. La seconda è quella collettiva nazionale e internazionale, che è quella che ha consentito di costruire un’Europa giusta, senza (quasi) più guerra». In questa memoria, ha detto il rav, «c’è stata una progressione». E non è una progressione oggi positiva, ha proseguito Di Segni, parlando di «capovolgimento della memoria, di inversione del circuito virtuoso di collaborazione e condivisione tra comunità ebraica e comunità in generale: siamo allarmati». Per il rav, «la storia è fatta di cose rivelate e cose nascoste», la speranza è che crescano «fecondi semi di pace», ma non è possibile ignorare che «siamo in un momento drammatico di passaggio storico».
  «La memoria è una responsabilità civile e collettiva», ha esordito il sindaco Roberto Gualtieri, sottolineando come il rastrellamento «non fu incidente della storia, ma fu generato dalla furia nazifascista e fu il risultato più tragico e sanguinoso dell’incontro tra la secolare storia dell’antisemitismo e regimi nati nel segno dell’odio e del razzismo che fecero dell’antisemitismo un riferimento della loro ideologia di morte». Il sindaco ha ancora ammonito: «Viviamo in un tempo fragile, di guerre e odio antisemita che torna ad affacciarsi, persino in questa città». Per poi aggiungere: «Non c’è spazio per l’odio travestito da militanza o da chi la usa per dividere, bisogna reagire all’antisemitismo anche quando travestito da antisionismo».
  Il ricordo del 16 ottobre «non è una pagina di storia ma una ferita viva», ha spiegato il presidente della Comunità ebraica romana Victor Fadlun, anche perché «prima dei treni piombati ci furono le parole, prima della deportazione ad Auschwitz ci furono le leggi razziste, prima del rastrellamento ci fu la legittimazione dell’odio antiebraico». Ecco, ha proseguito Fadlun, «perché noi oggi ricordiamo: la violenza comincia dalla lingua e dalle parole sbagliate che escono da istinti malvagi e pregiudizi antichi e radicati». Anche il 7 ottobre di due anni fa «degli ebrei sono stati portati via» nel corso dei massacri compiuti da Hamas in Israele, ha ricordato Fadlun. E per questo «siamo qui per dire che la memoria è in pericolo, l’antisemitismo non è scomparso, si è trasformato, è tornato nelle strade, nelle piazze, nei comizi, nelle università, non si nasconde più, non ha più paura di mostrarsi».
  È poi intervenuto Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. «Vivere è anche dimenticare certi dolori», ha affermato. «Ma per vivere degnamente noi non possiamo dimenticare questo dolore. Non lo possiamo fare se siamo coerenti con noi stessi e con la nostra storia». Le persecuzioni e la Shoah, ha aggiunto, «furono la conseguenza logica dell’antisemitismo che motivava l’odio e il pregiudizio verso l’ebreo, una storia vecchia che risorge quando si dimentica e si abbassano le difese». Per Riccardi, «siamo in una stagione che volta le spalle alla storia, dominata dall’attualità che passa e si fa prendere da passioni folli e immotivate; si sta perdendo il senso della storia e della memoria».

(moked, 17 ottobre 2025)

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Dalla Sacra Scrittura

DEUTERONOMIO

Capitolo 6
  1. Questi sono i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che l'Eterno, il vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese nel quale state per passare per prenderne possesso;
  2. affinché tu tema il tuo Dio, l'Eterno, osservando, tutti i giorni della tua vita, tu, tuo figlio e il figlio di tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandamenti che io ti do, e affinché i tuoi giorni siano prolungati.
  3. Ascolta dunque, Israele, e abbi cura di metterli in pratica, affinché tu sia felice e vi moltiplichiate grandemente nel paese dove scorre il latte e il miele, come l'Eterno, l'Iddio dei tuoi padri, ti ha detto.
  4. Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro Dio, è l'unico Eterno.
  5. Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze.
  6. E questi comandamenti che oggi ti do staranno nel tuo cuore;
  7. li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando starai seduto in casa tua, quando sarai per strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai.
  8. Te li legherai alla mano come un segnale, ti saranno come frontali tra gli occhi,
  9. e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.
  10. E quando l'Eterno, il tuo Dio, ti avrà fatto entrare nel paese che giurò ai tuoi padri, Abraamo, Isacco e Giacobbe, di darti; quando ti avrà condotto alle grandi e buone città che tu non hai costruito,
  11. alle case piene di ogni bene che tu non hai riempito, alle cisterne scavate che tu non hai scavato, alle vigne e agli uliveti che tu non hai piantato, e quando mangerai e sarai sazio,
  12. guardati dal dimenticare l'Eterno che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù.
  13. Temerai l'Eterno, il tuo Dio, lo servirai e giurerai per il suo nome.
  14. Non andrete dietro ad altri dèi, fra gli dèi dei popoli che staranno attorno a voi,
  15. perché il tuo Dio, l'Eterno, che sta in mezzo a te, è un Dio geloso; l'ira dell'Eterno, del tuo Dio, si accenderebbe contro di te e ti sterminerebbe dalla terra.
  16. Non tenterete l'Eterno vostro Dio, come lo tentaste a Massa.
  17. Osserverete diligentemente i comandamenti dell'Eterno vostro Dio, le sue istruzioni e le sue leggi che vi ha dato.
  18. E farai ciò che è giusto e buono agli occhi dell'Eterno, affinché tu sia felice ed entri in possesso del buon paese che l'Eterno giurò ai tuoi padri di darti,
  19. dopo che egli avrà scacciato tutti i tuoi nemici davanti a te, come l'Eterno ha promesso.
  20. Quando, in futuro, tuo figlio ti domanderà: 'Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste prescrizioni che l'Eterno, il nostro Dio, vi ha dato?'.
  21. Tu risponderai a tuo figlio: 'Eravamo schiavi del Faraone in Egitto, e l'Eterno ci trasse fuori dall'Egitto con mano potente.
  22. E l'Eterno operò sotto i nostri occhi miracoli e prodigi grandi e disastrosi contro l'Egitto, contro Faraone e contro tutta la sua casa.
  23. E ci trasse fuori di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci.
  24. E l'Eterno ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo l'Eterno, il nostro Dio, affinché fossimo sempre felici, ed egli ci conservasse in vita, come ha fatto finora.
  25. E questa sarà la nostra giustizia: l'avere cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti davanti all'Eterno, del nostro Dio, come egli ci ha ordinato'.
Capitolo 7
  1. Quando il tuo Dio, l'Eterno, ti avrà fatto entrare nel paese dove vai per prenderne possesso, e avrà scacciato davanti a te molte nazioni: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te,
  2. e quando l'Eterno, il tuo Dio, le avrà date in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio: non farai con esse alleanza, né farai loro grazia.
  3. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli,
  4. perché distoglierebbero i tuoi figli dal seguire me per farli servire a dèi stranieri, e l'ira dell'Eterno si accenderebbe contro di voi, ed egli ben presto vi distruggerebbe.
  5. Ma farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli e darete alle fiamme le loro immagini scolpite.
  6. Poiché tu sei un popolo consacrato all'Eterno, che è il tuo Dio; l'Eterno, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra.
  7. L'Eterno ha riposto in voi il suo affetto e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, perché anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo;
  8. ma perché l'Eterno vi ama, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, l'Eterno vi ha tratti fuori con mano potente e vi ha redenti dalla casa di schiavitù, dalla mano del Faraone, re d'Egitto.
  9. Riconosci dunque che l'Eterno, il tuo Dio, è Dio: l'Iddio fedele, che mantiene il suo patto e la sua benignità fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti
  10. ma, a quelli che lo odiano, rende immediatamente ciò che si meritano, distruggendoli; non rimanda, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita.
  11. Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica.
  12. E avverrà che, per avere dato ascolto a queste prescrizioni e per averle osservate e messe in pratica, il vostro Dio, l'Eterno, manterrà il patto e la benignità che promise con giuramento ai vostri padri.
  13. Egli ti amerà, ti benedirà, ti moltiplicherà, benedirà il frutto del tuo seno e il frutto del tuo suolo: il tuo frumento, il tuo mosto e il tuo olio, i parti delle tue vacche e delle tue pecore, nel paese che giurò ai tuoi padri di darti.
  14. Tu sarai benedetto più di tutti i popoli, e non ci sarà in mezzo a te né uomo né donna sterile, né animale sterile fra il tuo bestiame.
  15. L'Eterno allontanerà da te ogni malattia e non manderà su di te nessuna di quelle malattie funeste d'Egitto che ben conoscesti, ma le manderà addosso a quelli che ti odiano.
  16. Sterminerai dunque tutti i popoli che l'Eterno, il tuo Dio, sta per dare in tuo potere; il tuo occhio non ne abbia pietà; e non servire ai loro dèi, perché ciò sarebbe per te un laccio. Forse dirai in cuor tuo:
  17. 'Queste nazioni sono più numerose di me; come potrò io scacciarle?'.
  18. Non le temere; ricordati di quello che l'Eterno, il tuo Dio, fece al Faraone e a tutti gli Egiziani;
  19. ricordati delle grandi prove che vedesti con i tuoi occhi, dei miracoli e dei prodigi, della mano potente e del braccio steso con i quali l'Eterno, il tuo Dio, ti fece uscire dall'Egitto; così farà l'Eterno, il tuo Dio, a tutti i popoli, dei quali hai timore.
  20. L'Eterno, il tuo Dio, manderà pure contro di loro i calabroni finché, quelli che saranno rimasti e quelli che si saranno nascosti per paura di te, siano periti.
  21. Non ti sgomentare a causa loro, poiché il tuo Dio, l'Eterno, è in mezzo a te, Dio grande e terribile.
  22. E l'Eterno, il tuo Dio, scaccerà a poco a poco queste nazioni davanti a te; tu non le potrai distruggere subito perché, altrimenti, le bestie della campagna si moltiplicherebbero a tuo danno;
  23. ma il tuo Dio, l'Eterno, le darà in tuo potere, e le metterà interamente in fuga finché siano distrutte.
  24. Ti darà nelle mani i loro re, e tu farai scomparire i loro nomi sotto il cielo; nessuno potrà resisterti, finché tu le abbia distrutte.
  25. Darai alle fiamme le immagini scolpite dei loro dèi; non desidererai né prenderai per te l'argento che è su di esse, affinché tu non ne sia preso come da un laccio; perché sono un'abominazione per l'Eterno, che è il tuo Dio;
  26. e non introdurrai cosa abominevole in casa tua, perché saresti maledetto come lo è quella cosa; dovrai detestarla e aborrirla assolutamente, perché è un interdetto.
(Notizie su Israele, 16 ottobre 2025)


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Più che archeologia da toccare con mano

In Israele si incontrano siti storici ovunque. Molti sarebbero rimasti nascosti senza la scienza dell'archeologia. Un'attrazione turistica relativamente nuova a Gerusalemme offre uno sguardo su questa professione.

di Antje C. Naujoks*

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L'archeologo Jehuda Maimun illustra il suo lavoro

Israele conta oltre 200 musei e quindi, in rapporto alla densità di popolazione, il numero più alto di musei per abitante. Sebbene il relativamente nuovo campus archeologico di Gerusalemme presenti reperti antichi unici, questa struttura non arricchisce il panorama dei musei classici di Israele.
  Il campus archeologico è infatti un luogo di lavoro. Oltre ai depositi che ospitano diversi milioni di reperti archeologici, qui si trovano anche gli uffici amministrativi dell'Autorità israeliana per i beni culturali, fondata nel 1948 insieme allo Stato di Israele. Il cuore del campus è tuttavia costituito dai laboratori e dalle officine degli archeologi.
  Sebbene si tratti di un luogo di lavoro di archeologi con le più svariate qualifiche professionali, che si estende su una superficie di 36.000 metri quadrati e brulica di vita, qui si è pensato anche ai visitatori. Agli interessati viene offerta la possibilità di conoscere da vicino questa professione. La visita deve essere prenotata in anticipo, perché non è così facile per gli estranei passeggiare in questo luogo di lavoro.
  Il biglietto d'ingresso di 9 euro per i visitatori adulti è un prezzo più che ragionevole per una visita guidata in un gruppo per lo più ristretto. Il personale dell'Autorità per i Beni Culturali non è interessato a far passare masse di visitatori e a recitare un testo standard. Piuttosto, risponde volentieri a tutte le possibili domande curiose degli ospiti, perché desidera fornire agli interessati una visione più approfondita della propria professione.

Ubicazione e architettura

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La tettoia ricorda le vele parasole dei siti archeologici

Il sito e l'edificio a più piani sono stati progettati in modo tale da riflettere le caratteristiche essenziali dell'archeologia. L'accesso avviene allo stesso livello del vicino Museo d'Israele e del Museo Bibelland, situato proprio accanto. Da lì si scende piano dopo piano, proprio come gli archeologi scavano dalla superficie terrestre verso gli strati più profondi.
  Il rinomato studio di architettura di Moshe Safdie di Gerusalemme, che ha progettato anche il memoriale nazionale della Shoah di Israele, Yad Vashem, descrive così la progettazione del campus: “Mentre gran parte dell'edificio scavato nel pendio rimane nascosto o appare discreto, l'imponente tettoia conferisce al campus un'identità unica”.
  Questa tettoia sopra il livello d'ingresso del campus archeologico è ispirata a una vela parasole. Per quanto riguarda le dimensioni e la progettazione dettagliata – in inverno l'acqua piovana viene convogliata in modo visibile e udibile tre piani più in basso in una vasca nel cortile interno – questa tettoia ombreggiante è un elemento che attira l'attenzione. Si ispira ai teloni che gli archeologi tendono sui loro siti di scavo a cielo aperto.

Immergersi nel mondo del lavoro degli archeologi

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Il campus offre uno sguardo sul lavoro degli archeologi

Al livello dell'ingresso del campus archeologico, questa tettoia si estende a protezione dei mosaici che sono stati scoperti in sinagoghe, chiese e monasteri in tutto il paese, nonché in moschee, e qui trasferiti. Qui i visitatori non solo vengono familiarizzati con iscrizioni in ebraico, greco, arabo, latino e samaritano, ma apprendono anche ulteriori dettagli sulle particolarità e sulle questioni ancora aperte che i testi di diversi periodi sollevano.
  Ma già qui si vede ciò che caratterizza l'intera visita guidata. Si risponde alle domande dei visitatori. In questo modo tutti gli ospiti scoprono come gli archeologi riescono a trasferire dal luogo del ritrovamento queste opere d'arte uniche dell'antichità, composte da decine di migliaia di minuscole pietre, senza danneggiarle.
  Al livello successivo, una sorta di sala di ricevimento con posti a sedere, vengono presentati vasi di terracotta e sigilli. Un archeologo spiega ai visitatori quali caratteristiche consentono di attribuire i reperti a un determinato periodo in un batter d'occhio.
  Il livello successivo è un po' più “arido”, poiché ospita una biblioteca. Tuttavia, essa colpisce per il fatto di essere la più grande collezione di contributi scientifici sull'archeologia della Terra Santa. Non meno di 60.000 libri contenenti studi archeologici e pubblicati in Israele o su Israele sono conservati qui in una biblioteca di consultazione.
  Ma già al piano successivo, ancora più in basso, la teoria arida torna a prendere vita. I visitatori possono infatti dare un'occhiata ai luoghi di lavoro degli archeologi. Dalla galleria interna, le pareti di vetro consentono di vedere due livelli con laboratori e officine.
  Non si vedono solo attrezzi e strumenti, ma anche reperti su cui si sta lavorando. Qui i manufatti vengono ulteriormente portati alla luce, puliti o assemblati. Ma qui i collaboratori svolgono anche attività di documentazione e conservazione. Probabilmente ci sarà voluto un po' di tempo per abituarsi a un posto di lavoro trasparente. Ma il lavoro con pennelli e soluzioni chimiche, al microscopio e con altre apparecchiature high-tech, così come con carta e matita, continua indisturbato durante le visite guidate, poiché i visitatori camminano sopra gli esperti.

Coinvolgimento attivo dei visitatori

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Non tutti i reperti possono essere attribuiti in modo univoco

I visitatori non si limitano a guardare gli archeologi da dietro le spalle. Imparano di più sui metodi di lavoro e ricevono ulteriori spiegazioni davanti a vetrine con oggetti esemplificativi. Sono esposti anche reperti che gli archeologi non sono ancora in grado di spiegare.
  La cosa bella è che gli archeologi non solo ammettono di non avere idea di quale fosse l'uso, ad esempio, di un oggetto di vetro dalla forma strana. Chiedono ai visitatori di contribuire spontaneamente con le loro associazioni e idee. Proprio come un tempo il pubblico era stato invitato a partecipare al più grande puzzle dell'umanità: la composizione dei frammenti dei rotoli del Mar Morto, che ora sono conservati per la maggior parte nei magazzini di questo campus archeologico inaugurato nel 2024 dopo dodici anni di lavori.
  Va notato che durante questa parte della visita guidata non è consentito fotografare, al fine di impedire la possibile pubblicazione di novità archeologiche da parte di terzi non coinvolti. Tuttavia, una volta raggiunto l'ultimo piano, i visitatori possono mettere mano. Qui è possibile toccare i reperti. I visitatori possono prendere in mano gli strumenti di lavoro degli archeologi e guardare attraverso i microscopi, in modo da vedere esattamente ciò che gli archeologi scoprono durante il loro lavoro.
  Ogni mese il campus archeologico espone un reperto scoperto di recente. Alcuni mesi fa, ad esempio, si trattava di anfore rinvenute durante uno scavo marittimo sulla costa israeliana. Anche in questo caso non ci sono state solo spiegazioni generali, ma è stato risposto con pazienza alle domande dei visitatori. Senza dubbio un'esperienza unica, che offre una visione molto speciale del lavoro degli archeologi israeliani, ai quali dobbiamo l'accesso a molti siti storici notevoli in Israele.
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* Antje C. Naujoks ha studiato scienze politiche alla FU di Berlino e all'Università Ebraica di Gerusalemme. Tra le altre cose, lavora come traduttrice freelance e vive in Israele da quasi 40 anni, di cui più di un decennio a Be'er Sheva.

(Israelnetz, 16 ottobre 2025)

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