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Notizie febbraio 2009

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Gaza, non arriva il miliardo di dollari promesso dalla Lega Araba

La denuncia di un funzionario: manca accordo fra Hamas e Fatah, gli aiuti per ora sono congelati

Se dei rapporti fra israeliani e palestinesi si dice e si legge di tutto e di più, raramente si affronta un capitolo doloroso della vicenda mediorientale e cioè il rapporto fra i palestinesi e i Paesi arabi "fratelli". Tema imbarazzante perché se a parole la solidarietà è assoluta e totale, sul piano dei fatti le cose lasciano un po' a desiderare e non da oggi. Per non parlare dei rapporti interpalestinesi.
Inevitabile quindi che il quotidiano israeliano Haaretz rilanci con qualche enfasi la denuncia di un anonimo funzionario della Lega Araba sullo stato degli aiuti finanziari promessi all'indomani dell'offensiva militare israeliana su Gaza. Perché i Paesi arabi non hanno ancora dato nemmeno uno del miliardo di dollari promessi per la ricostruzione della Striscia.
Secondo la fonte, assolutamente non ufficiale ma autorevole per la sua provenienza, i soldi promessi con slancio a metà gennaio devono ancora arrivare a destinazione.
La colpa tuttavia non sarebbe dei donatori ma della frattura tra Fatah e Hamas culminata nella presa di potere del gruppo fondamentalista nella Striscia, due anni fa. Entambi i gruppi infatti rivendicano la gestione della totalità degli aiuti e rifiutano di dividerseli. Ancora ieri Abu Mazen ha ribadito all' Alto Rappresentante dell' Ue per la politica estera e la sicurezza Javier Solana che gli ingenti fondi necessari per la ricostruzione della Striscia dovranno essere convogliati tramite l' Autorità palestinese e non tramite Hamas, che però dal 2007 ha preso con la forza il potere a Gaza.
Tutto fermo quindi in attesa di possibili risvolti del vertice del Quartetto che si terrà lunedì in Egitto, a Sharm el-sheikh. Nell'eventualità, in effetti non proprio all'ordine del giorno, che dalla riunione emerga una possibile soluzione della rivalità fratricida tra le fazioni palestinesi.
Oltre al miliardo di dollari promesso dall'Arabia Saudita in ballo ci sono 250 milioni dal Qatar e 100 dall'Algeria. Ma la popolazinoe di Gaza può attendere.

(La Stampa, 28 febbraio 2009)

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Germania, Berlino stanzia un milione di euro per salvare Auschwitz

BERLINO, 28 feb. (Apcom) - La Germania stanzia un milione di euro per impedire la chiusura del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, nel sud della Polonia. L'annuncio è stato fatto dal ministero degli Affari esteri tedesco, giorni dopo che il ministro degli Esteri polacco ha invitato i suoi colleghi dell'Unione europea a sostenere un fondo speciale da 120 milioni di euro per il mantenimento del lager oggi trasformato in un museo. "La Germania non si può sottrarre e non si sottrarrà al suo dovere", ha affermato il ministro Frank Walter Steinmeier, citato dal suo portavoce, annunciando che il ministero "metterà a disposizione in un primo tempo un milione di euro". "Mi impegnerò affinchè nel prossimo bilancio siano stanziati dei mezzi supplementari", ha aggiunto. La direzione del museo del campo di sterminio di Auschwitz ha rivelato di trovarsi in difficoltà finanziarie per il mantenimento del sito, visitato l'anno scorso da oltre un milione di persone e che si estende su 200 ettari e comprende 155 edifici in buone condizioni e altri 300 in rovina. La Germania nazista ha ucciso a Auschwitz-Birkenau circa 1,1 milioni di persone, tra cui un milione di ebrei, tra il 1940 e l'inizio del 1945, facendo di questo campo della morte il simbolo dello sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra mondiale.

(L'Arena, 28 febbraio 2009)

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Abbas: il governo di unita' deve accettare la soluzione con due stati

RAMALLAH, 28 feb. (Adnkronos) - Il presidente dell'Autorita' palestinese Mahmoud Abbas ha precisato che un governo di unita' nazionale con Hamas dovra' accettare l'obiettivo di una pace con Israele basata sul principio di due stati. "Ci stiamo rapidamente muovendo verso un governo di unita' nazionale che rispetti i nostri impegni, fra i quali figurano l'obiettivo dei due stati e gli accordi firmati", ha detto Abbas a Ramallah, citato dai media israeliani.
Il portavoce di Hamas Ayman Taha ha pero' respinto le condizioni di Abbas. "Respingiamo ogni precondizione per la formazione di un governo unitario. Hamas non accettera' mai un governo di unita' che riconosca Israele", ha affermato.
Hamas e Fatah, il partito di Abbas, hanno avviato giovedi' scorso al Cairo un dialogo di riconciliazione assieme ad una decina di altre fazioni palestinesi per giungere ad un governo di unita' nazionale entro il 20 marzo.

(Libero-news.it, 28 febbraio 2009)

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Lieberman: mi piacerebbe diventare Ministro degli Esteri

GERUSALEMME, 28 feb. (Adnkronos) - Avigdor Lieberman, il leader del partito di ultradestra Yisrael Beitenou, diventato il terzo partito israeliano alle elezioni del 10 febbraio, vorrebbe diventare ministro degli Esteri. Lo ha dichiarato in un'intervista al Washington post, nella quale dice di volere una coalizione di governo con il partito centrista Kadima e il partito di destra Likud del primo ministro incaricato Benyamin Netanyahu.
"Penso che potrei assumere qualsiasi dicastero: Difesa, Finanze ed Esteri. Personalmente mi piacerebbero gli Esteri", afferma Lieberman. L'ex immigrato giunto a 20 anni dalla Moldavia si dice scettico su una soluzione di pace a due stati con i palestinesi. "Ci sarebbe uno stato palestinese senza nemmeno un ebreo, noi saremmmo uno stato binazionale con una minoranza del 20% - afferma, riferendosi agli arabo israeliani- non funzionerebbe. Sarebbe uno stato e mezzo per i palestinesi e un mezzo stato per gli israeliani".
Lieberman propone invece uno scambio fra gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e le aree abitate dagli arabo israeliani, dicendosi pronto anche ad evacuare l'insediamento di Nokdim, dove vive. Ma poi aggiunge che "i palestinesi non sono interessati ad uno stato palestinese": vogliono "un solo paese dal mare al Giordano", ovvero tutto Israele. Si dice pronto a portare avanti negoziati di pace con i palestinesi, ma afferma che non si puo' partire con un accordo sullo status finale, Gerusalemme e gli insediamenti. Bisogna procedere "passo dopo passo" iniziando con la sicurezza e l'economia.

(Libero-news.it, 28 febbraio 2009)

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Il governo dica no all'esclusione di Israele dai Giochi del Mediterraneo

di Nicola Forcignanò

Nell'indifferenza più totale, si sta consumando un torto gravissimo nei confronti di un popolo che di torti ne ha già subiti tanti. E l'Italia, in questo volgare attacco a Israele, ha l'antipatico e imperdonabile ruolo di protagonista. Il fatto, da raccontare, è presto detto: quest'anno si disputano i Giochi del Mediterraneo (una specie di mini Olimpiade, riservata ai Paesi che s'affacciano, appunto, sul mar Mediterraneo) e, nemmeno questa volta, gli atleti dello Stato di Israele sono stati ammessi per non dispiacere ai Paesi arabi iscritti alla manifestazione. A rendere il fatto ancora più insopportabile - per noi - è che sarà proprio l'Italia il palcoscenico di questi Giochi. Inutile dire: qual è il problema, se mai vi hanno partecipato.
Per chi ci vorrà giudicare benevolmente, l'accusa sarà di non aver saputo tenere la schiena ben dritta davanti alle pressioni delle nazioni musulmane. Per quanti, invece, vorranno criticarci duramente, l'accusa sarà di aver discriminato un Paese nostro alleato. Per quelli che non conoscono mezze misure, sarà fin troppo facile parlare di razzismo serpeggiante nei confronti del popolo israeliano. Comunque vada, l'Italia rischia più che seriamente di rovinare i rapporti con Gerusalemme.
E allo stesso tempo, anche con il governo palestinese. Già, perché, nel tentativo di trovare una soluzione «democristiana» alla vicenda, a qualcuno è venuta la balzana idea di invitare insieme con gli israeliani anche i palestinesi. Al di là dell'ignoranza geopolitica, la Palestina non è ancora uno Stato (tant'è che mai ha partecipato a una manifestazione sportiva con la propria nazionale), c'è la scarsa conoscenza della situazione diplomatica di quella parte del mondo: i Paesi arabi si servono dei palestinesi per fronteggiare Israele, ma non li stimano per nulla e sempre si sono opposti alla nascita di uno Stato palestinese. E, infatti, all'interno del Comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo i rappresentanti musulmani hanno detto «no» pure ai fratelli palestinesi.
Insomma, una vera e propria patata bollente che il nostro governo farebbe bene ad affrontare ora, prima che diventi rovente. Per di più visto che il Comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo fa capo direttamente a Palazzo Chigi. Troppo importante il filo politico che lega Roma a Gerusalemme per permettere a chiunque di logorarlo a causa di una mini Olimpiade. Troppo delicata la situazione per lasciarla ancora nelle mani degli uomini dello sport. Tant'è che perfino un dirigente navigato come Mario Pescante, membro dell'esecutivo Cio e commissario governativo della manifestazione che si terrà a Pescara ha tenuto a precisare che «è improprio continuare a scaricare sul mondo dello sport l'impossibilità o il fallimento della diplomazia ufficiale».
Occorre, dunque, che anche se in clamoroso ritardo, di questi Giochi del Mediterraneo si occupi la politica. E in fretta. Perché l'Italia - come padrona di casa della manifestazione - non può permettere che uno Stato democratico come Israele non venga ammesso solo e soltanto per non irritare il mondo arabo. Non c'è in gioco solo la diplomazia. È una sfida che vale molto di più.

(il Giornale, 28 febbraio 2009)

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Gaza: altri 5 razzi lanciati su Israele, 100 dalla tregua

Altri cinque razzi sono stati scagliati dalla Striscia di Gaza contro Israele da parte di estremisti palestinesi nelle prime ore di oggi, mettendo ancor piu' a repentaglio il gia' fragile cessate-il-fuoco, proclamato unilateralmente meno di un mese e mezzo fa dallo Stato ebraico e da Hamas: lo hanno reso noto fonti militari israeliane, secondo cui non ci sono stati feriti ne' si sono registrati danni materiali degni di nota. Due degli ordigni si sono tuttavia abbattuti al suolo nei pressi della cittadina costiera di Ashkelon, quindi a circa 21 chilometri dalla frontiera con l'enclave palestinese, vale a dire a una distanza superiore alla gittata media dei 'Qassam II', i piu' comunemente utilizzati dalle fazioni radicali. Dall'inizio della tregua ammontano ormai a oltre un centinaio gli attacchi da Gaza con razzi o colpi di mortaio, cui Israele ha reagito a sua volta lanciando incursioni aeree sul piccolo territorio, durante le quali sono stati bombardati arsenali, tunnel sotterranei al confine con l'Egitto attraverso cui passa il contrabbando di armi oppure, direttamente, gli stessi miliziani.

(la Repubblica, 28 febbraio 2009)

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Hacker oscura sito della Scuola di giornalismo di Bologna per spot anti-Israele

BOLOGNA, 27 feb - Il sito della rivista online della Scuola di giornalismo di Bologna, www.lastefani.it, e' stato preso di mira da un hacker con un messaggio anti-Israele. Il sito, di proprieta' dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia-Romagna, e' stato oscurato da uno sfondo nero con una frase in inglese contro i bombardamenti in Palestina ('Non dimentichiamo le bombe di Israele') e alcune immagini violente. L'attacco ha riguardato l'intero server che ospita il sito e il settimanale messo in onda ieri. Il messaggio anti-Israele e' stato rimosso e il sito e' tornato visibile.

(ANSA, 28 febbraio 2009)

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Sharon ha 81 anni, polemiche per lunga degenza

TEL AVIV - Da tre anni in coma profondo, l'ex premier israeliano Ariel Sharon ha compiuto ieri 81 anni. Come da prassi, il partito Kadima da lui fondato gli ha esteso calorosi auguri e ha formulato l'auspicio che possa miracolosamente riprendersi. Ma nelle stesse ore la persona di Sharon era al centro di un doloroso braccio di ferro fra il centro medico Tel Ha-Shomer (Sheba) di Tel Aviv, dove è ricoverato, e i suoi familiari.
Secondo l'ospedale già da tempo Sharon avrebbe dovuto essere trasferito altrove, anche a casa sua, nella fattoria dei Sicomori (Neghev) a nord di Sderot. L'equipe medica non gli dispensa, infatti, alcuna cura particolare e nel reparto di riabilitazione la stanza occupata da Sharon servirebbe di certo ad altri pazienti. L'ex premier resta protetto da agenti dei servizi segreti che intralciano il lavoro dei medici. "Un malato comune nelle sue condizioni sarebbe stato trasferito dopo tre mesi", ha detto alla stampa una fonte dell' ospedale. Pur con il rispetto reverenziale per la biografia del paziente, l'ospedale non nasconde più la propria impazienza. Ma i figli di Sharon, Ghilad e Omri, si oppongono al trasferimento.
Cosa accadrebbe, si chiedono, se effettivamente il vecchio statista fosse condotto nel suo ranch e là dovesse avere una crisi improvvisa? Prima di raggiungere allora un ospedale passerebbe tempo prezioso. Ormai 'Arik' Sharon resta nella politica israeliana una figura ingombrante, anche imbarazzante. "Non ce la sentiamo ancora di parlare di lui al passato", dicono nel partito Kadima. La sofferenza è palpabile: il partito, concepito come elemento centrale di governo e di stabilità, si accinge ora a passare all'opposizione. Inoltre l'ultimo progetto politico di Sharon, quello del disimpegno da Gaza, ha perso smalto.
La Striscia, dopo il ritiro unilaterale israeliano, è passata sotto il duro regime islamico di Hamas che ora minaccia con i suoi razzi un milione di civili israeliani nel Neghev. Lo stesso Capo dello Stato, Shimon Peres, (co-fondatore di Kadima) ammette che da parte israeliana in quel ritiro sono stati commessi errori. Chi crede di possedere una chiave di interpretazione della vicenda sono piuttosto alcuni rabbini cabbalisti, sempre più persuasi che Sharon sia stato "punito dal Cielo" per lo sgombero forzato da Gaza di ottomila coloni ebrei.

(ANSA, 28 febbraio 2009)

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Razzismo: Livni, bene il no degli Usa alla conferenza Onu

GERUSALEMME, 28 feb - Tzipi Livni ha espresso l'apprezzamento di Israele per la decisione degli Usa di non partecipare ad una conferenza Onu sul razzismo. Secondo il ministro degli Esteri, la conferenza avra' un carattere 'totalmente antisemita e antisraeliano sotto la copertura della lotta al razzismo'. I preparativi per la conferenza si svolgono sotto la presidenza della Libia e con l'attiva partecipazione di Iran e Cuba.Israele e Canada hanno gia' annunciato che non prenderanno parte alla conferenza.

(ANSA, 28 febbraio 2009)

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La follia di Hamas corre sul web.

di Andrea B. Nardi

Hamas, il partito armato palestinese armato e finanziato dall'Iran, ci riprova con internet: dopo che i provider francesi e russi s'erano rifiutati di continuare a ospitare il precedente AqsaTube, ora Hamas ha lanciato Palutube, il suo nuovo sito di file sharing, mentre AqsaTube ha cambiato nome e grafica ed è diventato TubeZik. Palutube e TubeZik sono siti web di file sharing, come Youtube, in cui gli utenti possono caricare video clip. Ovviamente le clip ospitate nel sito web contengono incitamenti alla distruzione d'Israele, inneggiano alla guerra, propugnano il terrorismo, glorificano Hamas, e soprattutto diffondono notizie contraffatte. Sul sito web ci sono anche numerosi manifesti e filmati riguardo l'operazione Piombo Fuso, che viene definita come olocausto. Come nel caso di altri siti web di Hamas, le informazioni pubblicate seguono l'ideologia radicale e la politica guerrafondaia del movimento....

(l'Occidentale, 28 febbraio 2009)

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Venezuela: ordigno esplosivo contro centro ebraico a Caracas

CARACAS, 27 feb. (Adnkronos) - Sconosciuti aggressori hanno lanciato un ordigno esplosivo contro un centro ebraico a Caracas, capitale del Venezuela. L'attacco non ha causato feriti, ma vi sono stati danni all'edificio, ha dichiarato il direttore del centro, Abraham Garzon. "Sembra che vi sia gente in questo paese che vuole piantare i semi del terrorismo", ha commentato, citato dalla rete televisiva Globovision. Alla fine di gennaio la principale sinagoga della citta' fu vandalizzata da un gruppo di uomini armati, fra cui alcuni poliziotti. L'attacco era avvenuto nel quadro della rottura dei rapporti fra Venezuela e Israele, con duri attacchi del presidente venezuelano Hugo Chavez contro lo stato ebraico a causa dell'operazione militare a Gaza.

(Il Tempo, 27 febbraio 2009)

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Accordo fatto tra i palestinesi

Nuovo governo di unità nazionale per i palestinesi. Fatah e Hamas hanno raggiunto un accordo al Cairo per dare vita a cinque commissioni che lavorino alla riconciliazione interpalestinese. Le commissioni sulla riconciliazione nazionale, sul governo di unità, sulla ricostruzione degli apparati di sicurezza, sulla riforma dell'Olp e sulle elezioni legislative e presidenziali inizieranno il loro lavoro il 10 marzo per concluderlo dieci giorni dopo.
Nella capitale egiziana erano riuniti i leader di 13 fazioni palestinesi. Tutti i movimenti, soprattutto i due principali, hanno promesso di rilasciare i detenuti dell'altra parte. Ma hanno anche promesso uno stop agli attacchi mediatici reciproci. Il vertice del Cairo intende mettere fine a una spaccatura che ha lacerato il popolo palestinese, azzerato le sue capacità negoziali e prodotto l'isolamento di Gaza e quanto ne è seguito. Nel 2006 Hamas aveva vinto le elezioni ed era andata al governo ma nell'isolamento internazionale e con tensioni sempre crescenti con il partito del presidente Abu Mazen. I rapporti, sempre difficili, avevano raggiunto una mediazione precipitata in aperto conflitto dal giugno 2007, quando il movimento islamico aveva cacciato con la forza i fedeli di Fatah dalla Striscia assumendone il pieno controllo. L'accordo sembra la premessa essenziale per rendere efficace la Conferenza di domenica prossima a Sharm el-Sheikh sulle donazioni per Gaza.

(Metronews, 27 febbraio 2009)

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Ue: 436 milioni di euro per i palestinesi nel 2009

Serviranno anche per la ricostruzione di Gaza

RAMALLAH (Cisgiordania), 27 feb. (Ap) - La Commissione Europea ha detto che stanzierà 436 milioni di euro in aiuti per i palestinesi nel 2009, che serviranno anche alla ricostruzione della Striscia di Gaza. L'offerta sarà presentata in occasione della conferenza dei donatori, che si terrà in Egitto il prossimo 2 marzo. L'Autorità Palestinese alla conferenza chiederà aiuti per Gaza per un totale di 2,8 miliardi di dollari.

(Virgilio Notizie, 27 febbraio 2009)

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Gaza: soldi da israele ad Abu Mazen "dirottati" verso Hamas

GERUSALEMME - Il denaro che Israele raccoglie dalle imposte per conto dell'Autorita' nazionale palestinese, guidata dal presidnete Abu Mazen, starebbe finendo a Hamas e a gaza invece di essere usato per il pagamento degli stipendi per impiegati e funzionari dell'Anp. Lo rivela il quotidiano Yedioth Ahronoth. Meta' dei fondi, circa 41,8 milioni di dollari, trasferiti da Israele sarebbe stata stata utilizzata per ricostruzione e compensi ai residenti della Striscia di Gaza dopo l'offensiva israeliana. (aga)

(Gazzetta di Parma, 27 febbraio 2009)

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Rari commenti israeliani a governo Fatah-Hamas

Anp: e' affare interno palestinese non di Netanyahu

GERUSALEMME, 27 feb. (Apcom) - I quotidiani israeliani si limitano oggi a riferire, in breve e nelle pagine interne, l'annuncio giunto ieri dal Cairo che le fazioni palestinesi sono pronte a formare un governo di unita' nazionale entro la fine di marzo, mettendo cosi' fine allo scontro tra Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, e Hamas in atto dal giugno 2007, quando il movimento islamico ha preso con la forza il controllo di Gaza.
Cio' non significa che in Israele non si segua con attenzione alla riconciliazione palestinese e, quindi, alla nascita di un governo che comprendera' Hamas, forza che non riconosce l'esistenza dello Stato ebraico e che appena qualche settimana fa era impegnato a contrastare la potente offensiva militare lanciata dalle Forze Armate israeliane nella Striscia di Gaza.
Lo scorso 23 febbraio, ad esempio, Herb Keinon, noto editorialista del quotidiano The Jerusalem Post aveva messo in chiaro che Israele si riservera' il diritto di decidere se collaborare con questo nuovo governo palestinese. "Quali sono le condizioni per la formazione di questo esecutivo? Riconciliazione vuol dire che Hamas accettera' il percorso tracciato all'incontro di Annapolis e gli obblighi fissati dalla comunita' internazionale (riconoscimento di Israele, accettazione accordi gia' firmati, rifiuto del terrorismo, ndr)? Vuol dire che Fatah riprendera' il controllo di Gaza e che Hamas mettera' in piede ufficialmente in Cisgiordania?", aveva domandato Keinon rivolgendosi ai dirigenti palestinesi.
Non aveva mancato di far sentire la sua voce peraltro il premier incaricato Benyamin Netanyahu, leader del Likud (destra), pronto a boicottare colloqui con un governo palestinese con la partecipazione di Hamas. Un consigliere di Netanyahu, l'ex ambasciatore Zalman Shoval, aveva aggiunto che Israele cerchera' di persuadere l'Amministrazione Obama che un esecutivo palestinese di unita' nazionale non farebbe gli interessi della pace.
Parole che avevano provocato l'ira del negoziatore dell'Anp Saeb Erekat. "La formazione di un governo di unita' nazionale e' una questione che riguarda solo il popolo palestinese. In ogni caso il nostro nuovo esecutivo dovra' rispettare la legalita' internazionale e gli impegni assunti dell'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) nei confronti di Israele", aveva commentato Erekat sottolineando che "spetta piuttosto a Israele riaffermare il suo impegno verso la nascita di uno Stato palestinese e per la fine della colonizzazione ebraica (in Cisgiordania)".
Il fuoco di sbarramento delle due parti e' gia' in atto mentre la formazione del nuovo esecutivo palestinese non e' affatto scontata nonostante le dichiarazioni ottimistiche rilasciate ieri dai rappresentanti delle fazioni presenti ai colloqui al Cairo. Al momento e' solo certo che verranno formate cinque commissioni per discutere del governo e dell'organizzazione di nuove elezioni. Entrambi i movimenti hanno promesso di rilasciare i detenuti dell'altra parte e di riformare i servizi di sicurezza.
E' noto inoltre che Stati Uniti e Unione europea spingono per la nascita di un governo tecnico, senza rappresentanti ufficiali delle fazioni politiche, in quanto unica strada in grado di garantire lo stanziamento dei fondi internazionali necessari per ricostruire Gaza. La proposta non convince Hamas che la ritiene uno stratagemma per escluderlo dal potere.

(Virgilio Notizie, 27 febbraio 2009)

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Gerusalemme: ''misure di sicurezza nella spianata delle moschee''

La polizia israeliana ha adottato, oggi, particolari misure di sicurezza nella Città Vecchia di Gerusalemme dopo aver ricevuto informazioni di intelligence su disordini che potrebbero verificarsi al termine delle preghiere del venerdì nella Spianata delle Moschee. Alle origini della tensione, spiega la stampa palestinese, vi sono progetti israeliani di sgombero per decine di famiglie palestinesi nel rione di Silwan, nelle immediate vicinanze della Città Vecchia. Il leader del Movimento islamico in Israele, sceicco Raed Sallah, prevede di organizzare oggi in quel rione una preghiera di protesta. Ieri lo sceicco Sallah ha inoltre protestato per una recente trasmissione televisiva israeliana, a suo parere ingiuriosa nei confronti di Maometto.

(L'Unione Sarda, 27 febbraio 2009)

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L’associazione consumatori attacca i figli di Sharon

Usano ospedale come ufficio

GERUSALEMME, 26 feb. (Apcom) - Ometz, una associazione di consumatori israeliani, ha attaccato duramente i figli dell'ex premier Ariel Sharon - colpito tre anni fa da una emorragia cerebrale e da allora in stato di coma permanente - perche' si oppongono al trasferimento del padre a casa ed insistono affinche' rimanga nell'ospedale Sheba di Tel Aviv. Lo riferisce l'agenzia d'informazione Israel National News.
Ometz ha inoltre chiesto spiegazioni alla direzione generale del ministero della sanita' riguardo la decisione presa da uno dei figli di Sharon, Gilad, un uomo d'affari, di trasformare una delle stanze dell'ospedale in un ufficio dove riceverebbe regolarmente clienti ed amici. Entrambi i figli di Sharon sono finiti sotto inchiesta negli anni passati perche' sospettati di essere coinvolti in operazioni finanziare illecite.
L'associazione sottolinea che da tempo amministratori e medici dell'ospedale Sheba sostengono che Sharon puo' essere pienamente assistito nella sua abitazione - un ranch nel sud di Israele - da personale specializzato ma i figli escludono questa possibilita' che peraltro comporterebbe una riduzione dei costi per la sanita' pubblica.
Ariel Sharon all'inizio del 2006 venne colpito da una vasta emorragia cerebrale. Nonostante l'intervento di alcuni specialisti locali e internazionali non si e' piu' risvegliato dal coma profondo.

(Virgilio Notizie, 26 febbraio 2009)

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Israele e la Diaspora

di Sergio Della Pergola

Sembrava destinata a un'alquanto sonnolenta seduta del governo Olmert, ormai in fase di smobilitazione, la presentazione del Rapporto annuale dell'Istituto per la Pianificazione di una Politica per il Popolo Ebraico (JPPPI) sulla situazione dell'ebraismo mondiale. Il JPPPI raccoglie a Gerusalemme un gruppo indipendente di uomini e donne, ricercatori universitari, ex-funzionari dello Stato, dirigenti in alcune delle maggiori organizzazioni ebraiche, e anche qualche personaggio ai limiti della politica. Il tema centrale del Rapporto sul 2008 è la donna nella società ebraica contemporanea: in breve, molti progressi e successi, e ancora una lunga strada da compiere fino alla completa equità e parità di trattamento e opportunità. Ma a pagina 31 il testo allude alle indagini giudiziarie di cui sono oggetto l'ex-Capo dello Stato Moshe Katzav, il Primo Ministro Ehud Olmert, e Avigdor Lieberman capo del partito Israel Beiténu. Secondo il JPPPI, il danno creato da questi problemi di immagine a Israele e al popolo ebraico è di portata strategica. Qui Olmert è scattato e ha chiesto bruscamente: "A parte che le persone sono innocenti fino a che non sia stato provato il contrario, perché mai la Diaspora dovrebbe ficcare il naso in queste faccende"? Ebbene, commette un grossolano errore Olmert se ritiene che il popolo ebraico debba essere solidale con lo Stato d'Israele nei momenti di bisogno, ma non abbia contestualmente il diritto di partecipare alla funzione di controllo sulla qualità della vita pubblica in Israele e nel mondo. Il dialogo Israele-Diaspora non è, né può essere unilaterale, anche se è difficile ricondurlo a perfetta simmetria. Gli ebrei nel mondo come individui e come comunità, volenti o nolenti, sono coinvolti nelle vicende di Israele che sono obiettivamente centrali nella percezione del collettivo ebraico globale. I principali strumenti legislativi, esecutivi, militari, diplomatici, giudiziari, stanno ovviamente a Gerusalemme e non altrove. Ma chi chiede solidarietà non può negare il diritto alla compartecipazione attraverso l'espressione di opinioni indipendenti, sostenitrici o critiche, all'interno come all'esterno dello stato israeliano.

(Notiziario Ucei, 26 febbraio 2009)

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Grazie alla Russia l'Iran è una potenza atomica

Infischiandose degli embarghi che aveva contribuito a stilare, la Russia ha terminato la costruzione della prima centrale nucleare iraniana di Buchehr e Sergei Kirienko, numero uno dell'agenzia statale atomica Rosatom ha dichiarato nel corso dell'inaugurazione "tecnica" del nuovo impianto: "Abbiamo terminato i lavori di costruzione e montaggio e cominciamo la regolamentazione e la preparazione per l'avvio della centrale. Chiedo ai tecnici russi ed iraniani di dar prova di responsabilità durante questa tappa di cooperazione".
Ma Kirienko che si è anche incontrato con i dirigenti dell'Organizzazione per l'energia atomica dell'Iran per una riunione di coordinamento, ha mandato definitivamente a farsi benedire anche le speranze (di solo qualche giorno fa) di americani, israeliani e qualche europeo che pensavano che l'avventura nucleare iraniana si sarebbe spenta da sola per mancanza di combustibile: "Contiamo di firmare prossimamente un contratto con i nostri partner iraniani per la fornitura di combustibile nucleare per almeno 10 anni".
Le speranze che l'Iran avrebbe potuto patire una carenza di combustibile nucleare che avrebbe messo a dura prova i sui sogni di arricchimento dell'uranio (che israeliani ed il Gruppo 5 + 1 pensano servirà a fabbricare la bomba atomica sciita) non tenevano conto non solo dell'atteggiamento a dir poco spregiudicato tenuto dalla Russia che in tutta questa vicenda ha gicato una doppia partita sul tavolo Onu di New York e su quello iraniano a Teheran, ma soprattutto dell'accordo firmato nel 1995 (proprio quando lo Stato-mercato-enegetico russo cominciava a camminare sulle proprie gambe dopo la cura da cavallo iperliberista) dalla Russia con l'Iran. Un miliardo di dollari islamici per terminare i lavori avviati dai tedeschi della centrale nucleare, 850 milioni di dollari per un reattore VVER-1000, la formazione di specialisti nucleari iraniani (gli stessi che appariranno con le loro candide tute negli incubi israeliano-occidentali per molti anni a venire) e soprattutto la promessa di alimentare con combustibile nucleare il sogno atomico degli ayatollah.

(Affaritaliani.it, 26 febbraio 2009)

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Terrorismo - La donna kamikaze: Un bimbo ebreo mi fece rinunciare

Uscita dal carcere israeliano, la palestinese racconta la sua storia

ROMA, 26 feb. (Apcom) - "Ho visto una signora israeliana spingere un carrozzina con dentro un bebè, in quel istante mi sono fatta mille domande: ho io il diritto di togliere la vita ad un neonato? e quale è la delega che mi avrebbe dato Allah per uccidere? E poi le mie dita, come pietrificate, non hanno voluto pigiare quel bottone" della cintura esplosiva che indossava. Così, Arin Shuaibat, una donna kamikaze palestinese, ricorda oggi gli ultimi istanti che le hanno fatto rinunciare di portare a termine la missione di morte per la quale era stata inviata, sette anni fa, in una cittadina a sud di Tel Aviv.
Arin, uscita di recente da un carcere israeliano dopo sette anni di reclusione, racconta oggi da casa sua a Beit Sahur vicino a Betlemme, la sua storia al quotidiano panarabo al Sharq al Awsat. Gli anni del carcere le hanno fatto cambiare idea. Non vuole parlare delle "ragioni" che l'hanno spinta a prendere la decisione di quel gesto estremo: "se avessi riflettuto - spiega oggi - forse non l'avrei mai fatto". "Odiavo gli ebrei perchè hanno ucciso degli innocenti - prosegue - ma alla fine non ho voluto odiare me stessa".
Oggi, Arin, crede nel "dialogo con Israele" e vorrebbe fare "l'attivista di pace". Detesta "quelli di Hamas" che l'hanno accusata di "vigliaccheria": "nessuno ha il diritto di biasimarmi, è stata una scelta che ha riguardato la mia vita". Ma poi preferisce pensare agli abitanti del suo villaggio: "Tutti, mi hanno accolta bene, mi hanno fatto sentire di essere loro figlia".
Infine, un episodio durante i giorni del carcere: Un giorno, Il ministro della Difesa che allora era Beniamin Ben Eliezer la convoca e mentre le toglieva la benda dagli occhi le dice: "Benvenuta ragazza; ti sei appropriata della tua vita e hai lasciato agli altri la loro".

(Virgilio Notizie, 26 febbraio 2009)

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Israele: le implicazioni politiche del traffico di droga

Il traffico di droghe transfrontaliero che penetra in Israele si lega a determinanti fattori di sicurezza e stabilità nazionale, facendone una questione di politica internazionale prima che un problema di lotta alla criminalità. Ma gli importanti legami che uno degli attori principali di questo business, vale a dire Hezbollah, ha instaurato con i narcotrafficanti e i terroristi sudamericani, e l'uso del traffico di stupefacenti come forma di reclutamento di informatori in Israele, non devono distrarre l'attenzione dai rapporti intessuti anche a livello internazionale dai gruppi criminali israeliani. Anche gli esponenti dei clan all'interno di Israele, infatti, vanno espandendo i loro contatti nell'America Latina. Le rotte potrebbero intercettarsi e convergere, in una pericolosa politica di scambi, o in una competizione destabilizzante per la sicurezza nazionale dei paesi coinvolti. Il mercato della droga raggiunge tali dimensioni internazionali, ed è una delle principali fonti di finanziamento del terrorismo globale, che visioni ridotte del problema non possono che portare, in pochi anni, all'ampliamento di un fenomeno ingestibile dalla politica nazionale persino sul piano interno.

(Equilibri, 26 febbraio 2009)

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Eurovisione, Israele manda un'araba e un'ebrea

Sulla scelta una pioggia di critiche

Mira Awad e Noa
ROMA, 25 feb. (Apcom) - Israele sta per mandare un duo israelo-arabo a rappresentarla all'Eurovisione, festival musicale internazionale cui partecipa un cantante o un gruppo per ogni nazione e che ogni anno raccoglie circa 100 milioni di telespettatori.
Si tratta della cantante ebrea-israeliana Ashinoam Nini, nota nel panorama internazionale come Noa, e Mira Awad, cantante e attrice arabo-israeliana di religione cristiana. Le due sono state scelte dall'Autorità di radiodiffusione israeliana all'indomani della fine della recente offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Una scelta che per l'implicito messaggio di pace e coesistenza che simboleggia, ha suscitato aspre critiche. Awad, che sarà la prima araba a rappresentare Israele alla competizione, è stata criticata per aver acconsentito ed è diventata il centro di una petizione inviata da artisti arabo-israeliani che sostengono che mandare lei e Nini, nota per le sue posizioni pacifiste, rivela un tentativo deliberato di dipingere Israele come non è. Nella petizione un gruppo di intellettuali palestinesi e arabo-israeliani hanno intimato a Mira Awad di non rappresentare Israele nella competizione internazionale. "Per favore, per i bambini di Gaza e il futuro di ogni bambino di questa terra - arabo o ebreo - non essere complice della macchina assassina", si legge nel documento, che parla di "propaganda israeliana".
In un'intervista, le due artiste hanno assicurato che, nonostante la situazione, parteciperanno al festival che si terrà a Mosca a maggio.

(Virgilio Notizie, 25 febbraio 2009)

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Archeologia: Gerusalemme, scoperti i sigilli reali del re Ezechiele

GERUSALEMME, 25 feb. - (Adnkronos) - Un grande edificio che risale all'epoca del primo tempio di Gerusalemme, che custodiva un'incredibile quantita' di iscrizioni, e' stato scoperto da un'equipe archeologica condotta da Zubair Adawi, su incarico dell'Israel Antiquities Authority, nel villaggio di Umm Tuba, nella parte meridionale di Gerusalemme, prima dei lavori di costruzione effettuati da un'impresa privata. Considerando l'area limitata dello scavo e la natura rurale della struttura che e' stata portata alla luce, gli archeologi sono rimasti sorpresi nel ritrovamento di tante impronte di sigilli reali che risalgono al regno di Ezechiele, re di Giudea (fine dell'VIII secolo a.C.). La notizia della eccezionale scoperta e' stata annunciata dal sito on line Israele.Net.
Quattro impronte di tipo ''Lmlk'' sono state scoperte sui manici di grandi otri che erano usati per conservare vino e olio nei centri amministrativi reali. Sono stati trovati insieme alle impronte dei sigilli di due alti ufficiali di nome Ahimelekh ben Amadyahu e Yehokhil ben Shahar, impiegati nel governo del regno. Il sigillo Yehokhil era stato impresso su una delle impronte ''Lmlk'' prima che il vaso fosse cotto in un forno: si tratta del caso molto raro in cui due impronte del genere appaiono insieme su un unico manico.
Un'altra iscrizione ebraica e' stata scoperta su un frammento del collo di un vaso che risale al periodo asmoneo: si tratta di una sequenza alfabetica che venne incisa con un sottile stilo di ferro sotto il bordo del vaso, nella scrittura ebraica caratteristica dell'inizio del periodo asmoneo (fine del II secolo a.C.). Le lettere da hey a yod e una piccola parte della lettera kaf risultano conservate sul frammento.

(IGN, 25 febbraio 2009)

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Gerusalemme, tutti contro la rete tranviaria

Progetto in forte ritardo, osteggiato dal sindaco Barkat

GERUSALEMME, 25 feb. (Apcom) - I cittadini di Gerusalemme, israeliani e palestinesi, dovranno sopportare ancora a lungo i lavori di costruzione della rete tranviaria cittadina che da anni paralizzano il centro della Città Santa provocando enormi disagi.
La società di costruzione CityPass, riferisce il sito del giornale economico Globes, ha comunicato alle autorità competenti (comune di Gerusalemme e governo) di non ritenere "realistica" la scadenza di settembre 2010 per la conclusione dei lavori. La rete tranviaria, ha scritto, sarà ultimata, con ogni probabilità, solo nel 2011, se non interverranno imprevisti. La notizia rovinerà l'umore degli abitanti delle zone centrali della città alle prese da anni con continui ingorghi di auto e improvvise chiusure e deviazioni stradali.
La società di costruzione - un consorzio di imprese israeliane e francesi - non ammette responsabilità e lancia accuse all'amministrazione comunale (il sindaco Nir Barkat è apertamente contrario al progetto) responsabile di non aver ancora concesso alcune autorizzazioni necessarie per il proseguimento dei lavori, ma anche al governo del premier Olmert che non ha trasferito alla CityPass 150 milioni di shekel (circa 30 milioni di euro) di risarcimenti.
Il costo totale della "Jerusalem light railway" è di 3,3 miliardi di shekel (circa 620mila euro): 2/3 messi dalla CityPass e 1/3 da comune e governo. I lavori sono cominciati alla fine degli anni Novanta e non hanno mai rispettato, sino ad oggi, le scadenze annunciate. I nemici del progetto sono molti. Lo contestano i rabbini perché i lavori si svolgono a ridosso di quartieri densamente popolati da ebrei osservanti e non prevedono l'impiego di carrozze "kosher" (con uomini e donne separate).
Lo criticano i palestinesi che vedono nel percorso della rete tranviaria un "chiaro tentativo" israeliano di annullare la divisione di fatto tra la zona Ovest (ebraica) e quella Est (araba) di Gerusalemme, occupata dallo Stato ebraico nel 1967 (i palestinesi considerano Gerusalemme Est la capitale del loro futuro Stato indipendente). Hanno anche denunciato le imprese francesi presenti nella CityPass.
Lo contesta perché "impraticabile, costoso e inutile" anche il sindaco Barkat, che si dice pronto a interrompere l'opera pubblica e ad aumentare subito le linee di autobus cittadini ecologici.
Appoggiano invece il progetto gli israeliani più nazionalisti, desiderosi di "riunificare" in modo definitivo le due zone di Gerusalemme e che vi scorgono la realizzazione del sogno del padre del Sionismo moderno Theodor Herzl, che in un libro aveva parlato di una Gerusalemme "con quartieri moderni serviti da treni elettrici". Un sogno che avrà bisogno ancora di tempo per realizzarsi: sino ad oggi sono stati costruiti meno di 12 km sulle diverse decine in cantiere.

(Virgilio Notizie, 25 febbraio 2009)

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Negoziatore Israele con Egitto si scusa per critiche Olmert

Amos Gilad, che era stato sospeso, dovrebbe essere reintegrato

GERUSALEMME, 25 feb. (Apcom) - Amos Gilad, il principale negoziatore israeliano con l'Egitto per una tregua a Gaza, ha presentato le sue scuse per aver lanciato severe critiche contro il primo ministro Ehud Olmert. Lo ha annunciato l'ufficio di Olmert.
Il primo ministro ha sospeso due giorni fa dalle sue funzioni Gilad, che aveva criticato il primo ministro per aver all'ultimo minuto legato la sorte del soldato israeliano Gilad Shalit alla conclusione di una tregua con Hamas. Non è chiaro se a questo punto il capo negoziatore sia stato reintegrato, ma c'è abbastanza .
"Gilad ha chiesto ieri di avere un colloquio con il primo ministro per scusarsi per le opinioni che gli sono state attribuite (dal quotidiano Maariv) e il primo ministro ha accettato del incontrarlo" oggi, ha indicato un comunicato della presidenza del consiglio israeliana. Gilad ha consegnato una lettera di scuse al primo ministro, in cui afferma che le sue opinioni a Maariv contro Olmert erano "ingiustificate", ha sottolineato il comunicato. Il primo ministro, ha aggiunto la nota, ha accettato le scuse e ha indicato "che a causa della sua valutazione per i suoi servizi resi allo stato di Israele, intendeva agire per chiudere questa vicenda il più rapidamente possibile". Non ha tuttavia indicato con chiarezza se Gilad fosse stato reintegrato nelle funzioni di principale negoziatore con l'Egitto su una tregua a Gaza. Interpellato dalla France Presse su questo punto, Mark Regev, portavoce di Olmert, ha dichiarato: "Non ho nulla da aggiungere a ciò che è affermato in questo comunicato". Ma secondo l'Associated Press e il Jerusalem Post, che citano responsabili dell'ufficio di Olmert, il negoziatore è stato reintegrato.
In dichiarazioni pubblicate da Maariv, Gilad, il consulente politico del ministero della Difesa, aveva denunciato la decisione di Olmert di legare la conclusione di un accordo su una tregua e l'apertura dei valichi tra Israele e Gaza alla liberazione preliminare del soldato israeliano Gilad Shalit, detenuto dal 2006 a Gaza, territorio controllato dal giugno 2007 da Hamas.

(Virgilio Notizie, 25 febbraio 2009)

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Dubai, eccezionali misure di sicurezza per l'israeliano Ram

Il giocatore di origine uruguaiana avrà uno spogliatoio solo per lui e sarà sorvegliato a vista

Sorvegliato a vista
DUBAI - L'israeliano Andy Ram debutterà oggi nel torneo di tennis Atp di Dubai in circostanze particolari, protetto da misure di sicurezza imponenti, con uno spogliatoio solo per lui e senza conferenza stampa post partita, solo un'intervista, dopo la sua partita di doppio, con un giornalista nel suo spogliatoio e anche sorvegliato.
«È una decisione del torneo per garantire la sicurezza del giocatore», ha spiegato un membro dell'ATP. Ram, israeliano di origine uruguayana, deve giocare oggi in coppia con Kevin Ullyet contro lo spagnolo David Ferrer ed il russo Marat Safin, nel primo turno del torneo di doppio di Dubai.
Ram ha ottenuto un visto dal governo degli Emirati Arabi Uniti anche essendo cittadino israeliano, contrariamente a quanto avvenuto una settimana prima con il visto rifiutato all'israeliana Shahar Peer per il torneo femminile, che ha creato numerose polemiche e spinto i vertici della Wta a comminare una pesante multa al torneo.

(La Stampa, 25 febbraio 2009)

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Olmert: proseguiamo gli sforzi per liberare Shalit

Nonostante l'allontanamento del mediatore Amos Gilad

ROMA, 24 feb. (Apcom) - Il premier israeliano uscente Euhd Olmert ha detto oggi che Israele sta proseguendo i suoi sforzi per ottenere la liberazione del caporale Gilad Shalit, nonostante ieri sia stato rimosso il capo negoziatore Amos Gilad, che nei giorni scorsi aveva aspramente criticato la gestione del negoziato da parte dello stesso Olmert. Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz.
"Ci siamo occupati della questione Shalit per tre anni con la massima energia", ha detto Olmert nel corso di una conferenza dell'Agenzia Ebraica a Gerusalemme. Alcuni funzionari israeliani temono che con l'allontanamento di Gilad sia ora più difficile giungere a un accordo con Hamas per la liberazione di Shalit, attraverso la mediazione dell'Egitto.
Olmert ha inoltre detto: "Se solo potessi parlare irresponsabilmente sulla questione di Shalit come altri fanno, ma essendo primo ministro non posso parlare di tutti gli sforzi che stiamo facendo, perchè ho la responsabilità". Il premier si riferiva molto probabilmente ad Amos Gilad, che ha criticato pubblicamente Olmert per il modo con cui sta conducendo i negoziati per la tregua a Gaza e per la liberazione di Shalit.
Ieri fonti palestinesi hanno intanto riferito che sono stati compiuti progressi significativi nei negoziati per la liberazione del caporale israeliano, tenuto in ostaggio a Gaza dal giugno 2006. Stando alle fonti sarebbe pertanto possibile il raggiungimento di un accordo prima che Olmert lasci il suo incarico.

(Virgilio Notizie, 25 febbraio 2009)

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Gli Ebrei "infettano il cibo con il cancro e lo spediscono ai paesi Musulmani"

Quelli che seguono sono estratti da un discorso fatto dal religioso egiziano Ahmad Abd Al-Salam, che è andato in onda sulla TV Al-Nas il 28 Gennaio 2009
Per vedere questa clip, cliccare qui (in arabo con i sottotitoli in inglese)

TRADUZIONE:

Gli Ebrei "compiono numerosi sforzi nella cospirazione per corrompere la nazione islamica... questo perchè noi li odiamo".

Ahmad Abd Al-Salam: "Gli Ebrei non falliranno nel corrompere i credenti. Cosa significa questo? Gli Ebrei non si dimenticano mai -usano il massimo impegno giorno e notte, nella cospirazione su come corrompere la nazione islamica, la nazione guidata dal Profeta Maometto".

"Voglio che voi, telespettatori Musulmani, immaginiate gli Ebrei seduti ad un tavolo, mentre cospirano su come distruggere i Musulmani ed i loro affari terreni e religiosi. Gli Ebrei non falliranno nel corromperti e questo perchè noi li odiamo".

Gli Ebrei "infettano il cibo con il cancro e lo spediscono ai paesi islamici".

"Gli Ebrei cospirano giorno e notte per distruggere gli affari terreni e religiosi dei Musulmani. Gli Ebrei cospirano per distruggere l'economia dei Musulmani. Gli Ebrei cospirano per infettare il cibo dei Musulmani con il cancro. Si tratta di Ebrei che infettano il cibo con il cancro e lo spediscono ai paesi Musulmani".

"Noi odiamo gli Ebrei perchè non risparmiano nessuno sforzo nello spogliare le ragazze Musulmane dai loro vestiti"; "Le tentazioni sessuali... sono una cospirazione degli Ebrei".

"Noi odiamo gli Ebrei perchè loro non risparmiano nessuno sforzo per strappare i vestiti alle ragazze Musulmane. Gli Ebrei cospirano per avere ragazze Musulmane, ed addirittura sposare donne Musulmane, che dopo indosseranno vestiti stretti o trasparenti".

"Gli Ebrei non falliranno nel corrompervi, e questo è il motivo per cui noi li odiamo. Gli Ebrei cospirano per distruggere i Musulmani. Gli Ebrei cospirano per portare i giovani Musulmani verso il basso della tentazione sessuale. Le tentazioni sessuali, che sono diffuse in tutto il mondo, sono frutto della cospirazione degli Ebrei".

(MEMRI TV, 25 febbraio 2009 - trad. In Difesa di Israele - indifesadisraele@gmail.com)

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Migliaia di palestinesi a Nablus per sostenere Abu Mazen

Manifestazione di sostegno a leader Anp: in città 50.000 persone

NABLUS, 25 feb. (Ap) - Migliaia di palestinesi stanno affluendo nella città cisgiordana di Nablus per una manifestazione in sostegno al presidente palestinese Abu Mazen: un'iniziativa presa nelle stesse ore in cui si prepara il lancio dei negoziati per la riconciliazione palestinese, grazie alla mediazione dell'Egitto.
Gli organizzatori del partito Fatah hanno riferito che almeno 50.000 persone sono già arrivate in città. Moltissime le bandiere e i vessilli del movimento di Abu Mazen.
Al Fatah e Hamas stanno negoziando un accordo di riconciliazione nazionale, dopo la conquista del potere nella Striscia di Gaza da parte del movimento radicale palestinese, nel giugno del 2007.

(Virgilio Notizie, 25 febbraio 2009)

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Kadima si spacca sul governo di unità nazionale

Shaul Mofaz apre a Netanyahu: «L'opposizione non è un idolo da venerare»

Shaul Mofaz
TEL AVIV - «L'opposizione non è un idolo da venerare». La parola d'ordine che occorreva ai quadri di Kadima restii ad abbandonare i banchi del governo finalmente c'è.
A servirla su un piatto d'argento - nel giorno dell'insediamento della nuova Knesset, il parlamento israeliano - ha provveduto il ministro dei Trasporti uscente, Shaul Mofaz: capofila di quella fronda intestina al partito centrista che di seguire la leader Tzipi Livni lungo la linea della fermezza, e di rifiutare a cuor leggero le profferte del premier incaricato Bibi Netanyahu per un governo di larghe intese con la destra, non pare avere alcuna voglia.
Uscito con la maggioranza relativa dal voto del 10 febbraio (28 seggi contro i 27 del Likud di Netanyahu), ma costretto a fronteggiare un blocco delle destre complessivamente maggioritario, Kadima è da allora alle prese con un dilemma: accettare l'ipotesi di un esecutivo di unità nazionale guidato da Netanyahu o no?
Livni, protagonista di un buon successo elettorale personale, ha per ora tenuto duro. Subordinando ogni eventuale collaborazione a concessioni di sostanza del Likud sul fronte del processo di pace con i palestinesi (nel quadro della formula "due popoli, due Stati", che Kadima e la comunità internazionale sostengono, ma la destra avversa) e magari a una rotazione della premiership.
Un approccio che significa per il momento stallo nei negoziati, poiché Netanyahu - disposto a largheggiare nell'offerta di scranni ministeriali di prestigio - di staffetta non vuol sentire parlare.
E sul programma si limita a proporre un generico riferimento a «linee guida condivise».
Senonché, a rinvigorire le sue residue speranze di riuscire a formare un governo che vada oltre le sole destre (e non imbarazzi troppo i rapporti d'Israele con la nuova ammnistrazione Usa di Barack Obama), ecco spuntare i distinguo di parte della nomenklatura di Kadima. La corrente delle poltrone, secondo i detrattori - del pragmatismo, secondo gli osservatori meno ostili -, pronta a venire ieri allo scoperto dopo le mezze frasi e i messaggi in codice dei giorni passati. «I cittadini d'Israele non ci hanno dato 28 seggi alla Knesset per farci sedere all'opposizione», ha dichiarato per tutti Mofaz, un ex generale che nei mesi scorsi aveva perso d'un soffio le primarie interne con Tzipi Livni.
Invocando accorato «uno sforzo supremo per giungere a un accordo di unità nazionale che non violi i principi di Kadima», nel nome dello spirito di servizio e dei problemi che - dall'economia alla minaccia nucleare iraniana - incombono sulla patria. «Io non temo l'opposizione», ha messo le mani avanti Mofaz, ma «l'opposizione non è neppure un idolo da venerare».
Con lui, maldisposti verso l'idolatria, ci sono anche i pochi dirigenti di primo piano di Kadima di radici laburiste, come Dalia Itzik o Haim Ramon, figliocci politici del presidente della repubblica, Shimon Peres.
Quello stesso Peres che ieri, inaugurando la nuova legislatura a Gerusalemme, ha auspicato a sua volta «soluzioni creative per superare la crisi», invitando indirettamente il centro a non chiudere la porta alla destra e la destra a non arroccarsi sul processo di pace.
Salvo trovarsi rimbeccato da Michael Ben-Ari, deputato del fronte religioso ultraortodosso alleato di Netanyahu: per aver invaso il campo del parlamento eletto e "spacciato ancora una volta l'illusione dei "due popoli in due Stati". Allo stato attuale la situazione è in una fase di stallo. Si cercano alleanze più o meno probabili che però non sembrano destinate a durare.

(Corriere Canadese, 25 febbraio 2009)

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Israele - Spaccatura tra ebrei laici e ortodossi sul cristianesimo

Lo rivela un sondaggio pubblicato dallo Yedioth Ahronoth

ROMA, 24 feb. (Apcom) - Dopo le recenti tensioni tra la Chiesa cattolica e il mondo ebraico, provocate dalla revoca della scomunica da parte del Papa al vescovo negazionista Richard Williamson e dal programma satirico su Gesù andato in onda nei giorni su una tv israeliana, emerge una netta spaccatura tra ebrei laici ed ebrei ortodossi in merito al loro atteggiamento nei confronti del cristianesimo.
Secondo un sondaggio pubblicato dal sito web dello Yedioth Ahronothe realizzato dall'Istituto Smith su un campione di 500 persone, la maggioranza degli israeliani di religione ebraica ritiene che nelle scuole debbano essere insegnate nozioni sul cristianesimo, ma non sul Nuovo Testamento, e che lo Stato debba inoltre garantire la libertà di culto ma non permettere agli enti ecclesiastici cristiani di acquistare terreni a Gerusalemme.
Dal sondaggio risulta poi che per il 54 per cento degli ebrei laici il cristianesimo è più vicino all'ebraismo rispetto all'Islam. Così la pensa invece solo il 17 per cento degli ebrei ortodossi, i quali ritengono in gran numero (il 48 per cento) che l'Islam sia più vicino alla loro religione.
Il 60 per cento degli ebrei ortodossi e ultra-ortodossi si dice poi disturbato dalla vista di una persona con indosso una croce, mentre per la stragrande maggioranza dei laici (il 91 per cento) questo non costituisce un problema.
Su quasi tutte le questioni i laici dimostrano dunque di avere un approccio più aperto rispetto agli ortodossi. I primi sono ad esempio in grande maggioranza (68 per cento) a favore dell'insegnamento del cristianesimo nelle scuole (il 52 per cento anche del Nuovo Testamento), mentre gli ortodossi e gli ultraortodossi sono nettamente contrari (rispettivamente il 73 per cento e il 90 per cento).

(Virgilio Notizie, 25 febbraio 2009)

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Lefebvriani, don Abrahamowicz ci riprova: "L'olocausto è un mito pro-Israele"

Floriano Abrahamowicz
TREVISO. E don Abrahamowicz ci ricasca. O meglio ci riprova. E stavolta gli sarà difficile dire, come era successo qualche settimana fa, che non era stato capito. Intervistato domenica mattina poco prima di celebrare messa a Lanzago, nel Trevigiano, il sacerdote lefebvriano responsabile della comunità dei cattolici tradizionalisti del Nordest, è tornato a negare l'Olocausto: «Il mito dell'olocausto è un'arma politica per la fondazione e il mantenimento dello stato di Israele» ha detto.
La volta scorsa aveva detto che le camere a gas naziste "servivano per disinfestare", cercando poi di ridimensionare le sue dichiarazioni. Ma le sue convinzioni antisemite, molto diffuse tra i lefebvriani nonostante il "perdono" del Papa, sono evidentemente solide. Così don Floriano Abrahamowicz (scelto a suo tempo dalla Lega per benedire il Parlamento padano a Vicenza e oggi sconfessato dai vertici del Carroccio) e cacciato dalla Fraternità sacerdotale San Pio X, torna a colpire: «L'Olocausto è stato un trampolino di lancio per la nuova dottrina del concilio Vaticano II - ha spiegato -. Le prove della volontà di sterminio fisico degli ebrei nella seconda guerra mondiale ancora non ci sono. Nessuno nega l'esistenza dei campi di concentramento ma sul fatto che le camere a gas abbiano causato dei morti, oltre al fatto che siano servite per la disinfestazione, mi astengo dal dare un giudizio».

(Il Giornale di Vicenza, 24 febbraio 2009)

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Coppa Davis: Stoccolma si arrende e Svezia-Israele si fa a Malmoe

STOCCOLMA, 24 feb. - (Adnkronos/Dpa) - La sfida Svezia-Israele, in programma dal 6 all'8 marzo per il primo turno di Coppa Davis, verra' disputata a Malmoe a porte chiuse. La decisione definitiva e' arrivata dopo il fallito tentativo di trasferire il match a Stoccolma. Le autorita' della capitale si sono arrese davanti ad una serie di difficolta' organizzative che impediscono di allestire l'evento in tempi brevi. La scorsa settimana, per motivi di sicurezza l'amministrazione di Malmoe ha deciso che la sfida si sarebbe svolta a porte chiuse. Sugli spalti della Baltic Hall, che potrebbe ospitare circa 4000 persone, non ci saranno spettatori.

(IGN, 24 febbraio 2009)

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Gli arabi contro DiCaprio per la «sionista» Refaeli

L'attore si sarebbe convertito all'ebraismo per amore della top model

di Francesco Battistini

GERUSALEMME — The Departed: l'amore cambia tutto, direbbe il poeta, e per amore (dice la stampa araba) Leonardo DiCaprio sarebbe pronto a cambiar fede. A sposare Bar Refaeli, top model israeliana che non si sa mai bene se è ancora sua fidanzata. E già che c'è, «per espresso desiderio del futuro suocero», a convertirsi all'ebraismo. La chiacchiera finisce nel tg di Al-Arabiya e diventa quasi una notizia. Uno scandalo: ma chi, il DiCaprio che vota Barack Hussein Obama, che rimproverava gli sceneggiatori «antiarabi» di Hollywood, che recita con le attrici iraniane? Vero o falso, tanto basta: il blog del network s'intasa d'insulti, invettive, vaderetro. 114 messaggi, e solo perché la direzione censura i più duri. «Lo dice il Corano: chi cambia religione, va all'inferno. Chi passa ai sionisti, anche peggio!» (firmato: l'indignato). «Non ci perdiamo molto, habibi, diventa quel che vuoi: congratulazioni per la tua religione e per la tua puttanella ebrea» (un'ex ammiratrice). «Ci mancava lui: chi è il prossimo?» (un iracheno).
Convertiti. Reclutati. Comunque convinti. Chi sarà il prossimo, non si sa. «Non riesco a ricordare un periodo d'ostilità come questo», dice Guy Bechor, opinionista molto seguito: «Vietano ai nostri tennisti di giocare, proibiscono di proiettare Schindler's List nei cinema. E adesso questa notizia che li sconvolge. Il punto è l'immagine che circola di noi ebrei: subumani, crudeli, sempre pronti a fregare gli altri. Qualcosa bisognerà pur fare». Lo pensa anche il governo israeliano. Che infatti ha rimesso al lavoro l'Asbarah, la sezione speciale del ministero degli Esteri, incaricata di reclutare personaggi famosi e di «vendere» meglio l'immagine del Paese.
L'ultimo arrivato è l'ex interista Lothar Matthäus, un grande del calcio, quello che Maradona definiva «l'avversario più forte che abbia mai avuto»: in marzo andrà in Germania, alla Fiera del turismo di Berlino, per fare da uomo-sandwich allo stand israeliano. Che sia un tedesco a riaggiustare l'immagine, un po' colpisce: è la prima volta che a Gerusalemme scelgono un testimonial non israeliano. Anche se Lothar, 47 anni, è ormai di casa: allenatore del Maccabi Netanya, domicilio a Tel Aviv, l'ex campione del mondo è parso l'uomo giusto per invogliare turisti e pellegrini tedeschi, dopo le bombe di Gaza e le manifestazioni di protesta. Il contratto prevede che Lothar dica: «Israele è un Paese sicuro». E poi palleggi coi visitatori dello stand, faccia interviste, firmi palloni. «Ogni sua uscita — prevede Shaul Tzetah, stratega della promozione — vale almeno una paginata sui giornali tedeschi».
Il gioco non è nuovo. Gli «ambasciatori culturali» con la stella di David sono molti. Proprio Bar Refaeli, DiCaprio o no, è stata incaricata di sfondare sul mercato inglese e americano: sta su tutte le copertine, e tanta popolarità val bene un occhio chiuso sui suoi trucchetti (a 18 anni si sposò e divorziò in un lampo) per saltare la leva militare obbligatoria. In Turchia, l'immagine è affidata all'ex calciatore Haim Revivo. Nel Medio oriente c'è da spendere la fama di Noa, in gara all'Eurofestival con una cantante araba. In California, il giovanissimo direttore d'orchestra Dan Ettinger. Anche l'Italia ha la sua ambasciatrice: Moran Atias, 27 anni, valletta tv, già nota per aver sostenuto la campagna del sindaco di Milano contro i graffitari. Ma quanto si fanno pagare, tutti questi vip? Non si sa. Matthäus, che ha pur sempre da versare gli alimenti a tre ex mogli, s'è accontentato d'ottomila euro: giusto per coprire le spese.

(Corriere della Sera, 24 febbraio 2009)

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Gaza: Peres a Poettering, Hamas resta terrorista

GERUSALEMME, 24 feb - Hamas resta una organizzazione terroristica che pratica la violenza, senza pieta‘ verso il suo stesso popolo, al servizio dell‘Iran. Israele combatte e ‘continuera‘ a combattere una lotta senza quartiere contro il terrorismo, ma al tempo stesso non impedisce ne‘ impedira‘ in futuro il flusso di convogli di viveri e di medicinali alla striscia di Gaza‘: lo ha detto il Capo dello stato israeliano Shimon Peres ricevendo il presidente del parlamento europeo, Hans-Gert Poettering.

(ANSA, 24 febbraio 2009)

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Le leggi razziste del 1938 e l'onore tradito degli avvocati italiani

di Valerio Di Porto,
Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

"Le leggi razziali e gli avvocati italiani. Uno sguardo in provincia": è questo il titolo dell'intenso e partecipato convegno svoltosi a Pisa venerdì scorso, nel quale sono state rievocate, nella cornice nazionale e comparata, le vicende locali. Il convegno è stato organizzato dall'ordine degli avvocati di Pisa, grazie all'impulso del past president David Cerri e dell'attuale presidente, Rosa Capria, che hanno raccolto, tra i primissimi in Italia, l'invito rivolto agli ordini locali degli avvocati dal presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa (presente al convegno pisano), affinché dedichino ogni anno, in occasione della giornata della memoria, un ricordo ai colleghi perseguitati per motivi razziali. L'invito ha fatto seguito all'uscita, nel 2006, del denso volume di Antonella Meniconi, "La maschia avvocatura", che ha aperto un primo, inquietante squarcio sull'atteggiamento del Sindacato fascista avvocati e procuratori di fronte alle leggi razziali.
Anche gli avvocati, infatti, furono tra coloro che, all'immediato indomani della promulgazione dei primi provvedimenti razzisti, ne invocarono l'applicazione alla propria categoria: il 13 ottobre 1938, nella riunione del direttorio nazionale del Sindacato fascista avvocati e procuratori, emerse con nettezza la proposta che i professionisti ebrei non fossero più ammessi negli albi. Il sindacato vide esaudita la sua richiesta con la legge 29 giugno 1939, n. 1054, "Disciplina dell'esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica".
Fino alla ricerca di Antonella Meniconi, per lungo tempo la vicenda non è stata oggetto di particolari approfondimenti (salvo qualcuno soprattutto su base locale), per molteplici difficoltà, in primo luogo nel reperimento degli archivi (in molti casi andati 'opportunamente' smarriti). Gioca inoltre, sicuramente, in questo come in altri campi, la volontà di rimuovere la memoria collettiva ed individuale di atteggiamenti spesso impietosamente persecutori nei confronti dei colleghi ebrei, sottoposti ad umiliazioni e vessazioni. L'auspicio è che anche altri ordini locali facciano proprio l'invito di Guido Alpa, cominciando ad indagare nella propria storia con la stessa capacità dimostrata dagli avvocati pisani che, tra le altre, hanno riportato alla luce la drammatica vicenda familiare dell'avvocato Guido De Cori - per molti anni presidente della Comunità ebraica pisana - le cui cugine (Gabriella e Vera De Cori) furono deportate ad Auschwitz anche con il concorso dell'avvocato pisano che era al tempo (gennaio 1944) questore repubblichino di Pistoia.

(Notiziario Ucei, 24 febbraio 2009)

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Peer: "Io non confondo la politica con lo sport"

Shahar Peer
La guardia del corpo con la pistola era diventata un'ombra costante. La madre tremava, "con paura" e poi la lunga vicenda del visto in un'odissea di gestioni diplomatiche e pressioni sottobanco. Così, è trascorsa la vita dell'ebrea Shahar Peer mentre diventava la prima tennista israeliana che giocava un torneo nel Golfo Persico. Accadeva nel 2008, quando disputò il torneo di Doha, in Qatar e sarebbe dovuto succedere la settimana scorsa a Dubai. Non è stato possibile. Alla Peer, la numero 45 del mondo, il Governo locale ha negato il visto: per essere ebrea e israeliana, metteva in pericolo la sicurezza del torneo, secondo l'organizzazione. "L'ho sempre detto", ha spiegato la Peer a questo giornale tramite email; "io non confondo la politica con lo sport. Non parlo di politica. Sono una tennista. Credo che lo sport sia una grande piattaforma che serva per unire le persone ed abbattere le barriere".
"La trovo un'ingiustizia", ha detto la Peer dopo la decisione; "spero che le autorità si accertino che questo non mi danneggi. Questo è un momento molto difficile".
La Peer, una sportiva sottomessa al gioco della politica, non è una tennista qualsiasi. Tzipora Obziler,la giocatrice che la guidò nei primi anni del circuito, si è poi dedicata a scrivere documenti segreti sul Libano nel corso dei due anni di militare obbligatorio. Suo fratello Shlomi, che oggi organizza la sua agenda, ha servito l'esercito israeliano nelle posizioni più estreme. Lei stessa fu fotografata, sorridente ed orgogliosa, con l'uniforme dell'esercito. "Abbiamo un programma speciale per gli sportivi che ci permette di viaggiare e di adempiere, per alcune ore al servizio militare, ogni volta che ci si trova a casa, tranne il venerdì e il sabato", spiega; "questo non mi danneggia, né mi aiuta. Una gran parte del tennis e di qualsiasi sport, consiste nell'essere forte mentalmente ed io cerco di esserlo per come posso".
Forte. Dura. La Peer, di 21 anni è pura adrenalina. In campo grida. Fuori tace, non dà opinioni. Questo è quello che dice la lista delle sue ferite, la serie di offese in nome della nazionalità e della religione. Gennaio 2009. Israele invade Gaza. La Peer gioca contro la russa Dementieva ad Auckland (Nuiva Zelanda). Una ventina di spettatori la perseguitano, la insultano, racconta, e poi inizia un dialogo serrato con suo padre via internet.
"In questo caso, non mi ha condizionato", ribatte la Peer, sempre diplomatica. Non la pensa così la Dementieva. "Ricordo quella manifestazione", ha detto la russa; "mi dispiace molto per lei. Sono triste. A lei preoccupa davvero quanto sta accadendo tra Israele e Palestina. Per lei è tutto molto difficile e lo prende sul serio".
"Il problema", giustifica la Peer, alla quale è stata garantita la presenza a Dubai nel 2010 e sarà ricompensata con punti e denaro per l'assenza obbligata, è che le cose sono accadute troppo rapidamente. Ho visto che la stampa mi ha sostenuta e sono contenta che le cose siano cambiate per assicurare un futuro migliore agli sportivi di tutto il mondo", aggiunge; "è stata una sconfitta per me non poter giocare a Dubai. Cosa ho fatto? Ho avuto tempo di riposarmi e di allenarmi in Israele. Spero che questo mi permetta di giocare bene. Nel 2008, è stato molto emozionante giocare a Doha. Con me sono stati gentili ed il posto è bellissimo. So e mi auguro che nel 2010, quando giocherò a Dubai, sarà lo stesso".

(Ubi Tennis, 23 febbraio 2009 - Trad. a cura di Veronica Lavenia)

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Svezia-Israele di Coppa Davis. Stoccolma pronta a sostituire Malmoe

Nella città che si appresta a organizzare l'evento sono previste varie manifestazioni anti-ebraiche. Uno studio nella capitale per verificare la fattibilità del "cambio".

STOCCOLMA - La capitale svedese Stoccolma potrebbe rimpiazzare Malmoe come sede del match di primo turno del World Group di Coppa Davis tra Svezia ed Israele dopo che per la città di Malmoe era stata avanzata l'ipotesi di giocare a porte chiuse per motivi di sicurezza. Il segretario generale della federazione svedese ha annunciato oggi che la città di Stoccolma ha avanzato una candidatura per il match in programma fra il 6 e l'8 marzo.
In quei giorni infatti a Malmoe sono state organizzate diverse manifestazione anti-israeliane. Una portavoce della città di Stoccolma ha spiegato che l'amministrazione ha avviato uno studio sulla possibilità di ospitare il match ed ha annunciato a breve le conclusioni dell'indagine.

(la Repubblica, 23 febbraio 2009)

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Israele alla ricerca di un governo di centro-destra

di Federico Punzi

La Livni continua a resistere alle avances di Netanyahu, incaricato dal presidente Peres di formare un governo di larghe intese. Il partito centrista Kadima, infatti, è uscito vittorioso dalle elezioni politiche della scorsa settimana, ma per un solo seggio, e per la prima volta nella storia di Israele il primo ministro potrebbe non essere il leader del partito che ha più seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano.

Bisognerà vedere se le resistenze della Livni sono finalizzate a far fallire il tentativo di Netanyahu e a convincere il presidente Peres a revocargli l'incarico, affidandolo alla stessa leader di Kadima, oppure fanno parte di un "balletto" per non perdere la faccia con i suoi elettori, e di un gioco delle parti per ottenere un compromesso più favorevole a Kadima negli equilibri del nuovo esecutivo.
Di sicuro la Livni è riuscita a far sopravvivere Kadima dopo i disastri di Olmert attingendo voti dai partiti alla sua sinistra, convincendo i loro elettori che i voti per lei erano voti contro Netanyahu, ma senza dubbio Hamas e la guerra del 2006 in Libano hanno spostato l'elettorato israeliano a destra. Visto con gli occhi degli israeliani, i ritiri unilaterali dal Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza hanno prodotto più vulnerabilità e non la pace.

Secondo David Makovsky, del Washington Institute for Near East Policy, Netanyahu avrebbe in mente una "pace economica" con i palestinesi. I suoi consiglieri spiegano privatamente che le sue idee su come sviluppare le istituzioni palestinesi - senza istituzioni palestinesi forti e legittimate non può esservi una pace duratura - coincidono con quelle dell'inviato del Quartetto, Tony Blair. Un accordo di pace definitivo con i palestinesi rimane improbabile nei prossimi 5 anni, anche perché ci vorrà tempo per rafforzare le istituzioni palestinesi. Ma nel frattempo l'idea è di demarcare il confine tra Israele e la Cisgiordania. Anche se tutte le questioni non potranno essere risolte, una demarcazione dei confini porrebbe fine all'ambiguità sugli insediamenti, definendo quali territori faranno parte di Israele e quali di un futuro Stato palestinese.

Secondo Michael Oren, l'opinione pubblica israeliana è disillusa. Ha capito che il conflitto non riguarda più il 1967, ma piuttosto il 1948. In altre parole, il conflitto non è più per le terre, ma minaccia l'esistenza stessa di Israele. Il principio "terra in cambio di pace" è stato screditato quando il disimpegno di Israele dal Sud del Libano e da Gaza ha prodotto il lancio di razzi, non la pace. In questo momento Israele vuole evitare attriti con gli Stati Uniti per facilitare la cooperazione sul tema del nucleare iraniano. Sulla questione iraniana infatti i rapporti tra Stati Uniti e Israele potrebbero conoscere il momento di maggiore tensione della storia recente tra i due paesi. Obama è orientato a rilanciare i negoziati, forse diretti, con l'Iran, ma in Israele sono tutti altamente scettici. E questo scetticismo è una delle poche cose su cui concordano tutti i principali attori politici in Israele.

(Agora Vox, 23 febbraio 2009)

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Israele e Usa: "Boicottate Dubai"

Dopo la tennista ebrea esclusa dal torneo

Andy Ram
Sta diventando un caso diplomatico l'esclusione della tennista israeliana Shahar Peer da un torneo di Dubai per non aver ottenuto il visto d'ingresso. Poiché le autorità locali non si sono scusate, il premier dello Stato ebraico, Ehud Olmert, ha invitato un altro tennista israeliano, Andy Ram, a boicottare la gara. Anche gli Stati Uniti vanno nella stessa direzione: un importante tour operator Usa, Isram World, sospenderà i viaggi nel Dubai.
Appena Andy Ram ha ricevuto il visto, a differenza della collega - riferisce l'edizione online del giornale Haaretz - il primo ministro Olmert è intervenuto pregandolo di non presentarsi alla manifestazione sportiva dove dovrebbe giocare un doppio, in nome del patriottismo e in segno di solidarietà con Shahar Peer.
"Sono un po' sorpreso di sentire che Andy abbia deciso di andare laggiù", ha commentato il premier. "Sarebbe raccomandabile - ha sottolineato - che qualcuno gli consigliasse di mostrare patriottismo e solidarietà e di boicottare il torneo".
Il visto era invece stato negato alla Peer per presunti motivi di sicurezza, in considerazione nel timore di azioni ostili contro l'atleta sullo sfondo della "collera popolare" generata dalla recente guerra delle forze israeliane nella Striscia di Gaza. La spiegazione non aveva impedito le proteste né la multa record della Federazione internazionale a Dubai. Gli organizzatori avevano poi cercato di riparare facendo ammettere Ram, ma negando le scuse per il caso Peer.
L'eco della polemica potrebbe anche valicare l'oceano e l'ambiente dello sport. Un altro quotidiano israeliano, Yediot Aharonot, scrive che un importante tour operator Usa, "Isram World", ha preannunciato l'intenzione di sospendere le sue attività nel Dubai. La cosa arrecherebbe un danno enorme per l'immagine turistica di uno dei paradisi balneari del Golfo.

(TGCOM, 23 febbraio 2009)

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Berlusconi: Hamas terrorista, non e' interlocutore

"Israele sa che sue azioni difensive devono essere proporzionate"

ROMA, 23 feb. (Apcom) - Hamas è un'organizzazione terroristica che vuole distruggere Israele, e per questo motivo non può essere un interlocutore negoziale nel conflitto israelo-palestinese. Lo ribadisce Silvio Berlusconi, in una intervista concessa al quotidiano francese Le Figaro, che la pubblicherà domani. Secondo il presidente del Consiglio "Hamas non può essere un interlocutore. Escludo - dice - che si possa dialogare con un'organizzazione che proprio la presidenza italiana dell'Unione Europea, nel 2003, ha ottenuto di inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche".
"Come si può negoziare - si chiede Berlusconi - con quanti ancora oggi vorrebbero vedere Israele cancellato dalle cartine geografiche? Il primo passo di qualsiasi interlocuzione è il riconoscimento del diritto a esistere dell'avversario. Nessun Paese e nessuna democrazia avrebbero tollerato uno stillicidio di razzi lanciati sulla propria gente".
"Certo, nelle azioni difensive - dice ancora il premier - l'impiego della forza dev'essere proporzionato all'offesa. Ma sono convinto che le stesse autorità israeliane sappiano quanto sia sbagliato un uso eccessivo della forza con centinaia di vittime tra i civili. La tregua deve stabilizzarsi in un percorso negoziale. Dobbiamo tutti guardare avanti e lavorare in concreto per la pace".
Rispondendo a una domanda sul ruolo del'Europa e sull'iniziativa del presidente francese Nicolas Sarkozy e del presidente egiziano Hosni Mubarak, il capo del Governo afferma: "L'Europa non è rimasta inerte. Vi sono state diverse iniziative. Quella di Sarkozy ha contribuito a raggiungere il primo obiettivo di tutti noi, il cessate il fuoco. Si è avviato un processo per il quale la fine del contrabbando di armi, del lancio di razzi, e l'invio di aiuti umanitari alla popolazione colpita, dovranno essere i primi passi verso l'apertura dei valichi e il ripristino di condizioni di vita normali. Auspico - prosegue Berlusconi - che riprendano al più presto i negoziati tra Israele e l'Autorità nazionale palestinese, e che si avvii la riconciliazione tra gli stessi palestinesi, che è fondamentale per una prospettiva di pace e di sviluppo".
"Al G8 - annuncia - presenteremo un piano di sostegno per l'economia della Cisgiordania che prevederà la realizzazione di un aeroporto internazionale capace di attrarre i tanti turisti cattolici interessati a visitare i luoghi sacri della cristianità a partire da Betlemme, un piano per la costruzione di infrastrutture alberghiere da parte dei principali gruppi del settore, un piano per la realizzazione di stabilimenti da parte dei maggiori gruppi internazionali. Solo così si darà un incentivo efficace ai palestinesi per sedere al tavolo dei negoziati e si potrà garantire una coesistenza pacifica tra i due popoli, con i cittadini dello Stato palestinese riscattati dalla attuale situazione di povertà".
Quanto all'ipotesi che lo Stato di Israele possa un giorno accettare la creazione di uno Stato di Palestina, "è evidente anche a Israele - argomenta Berlusconi - che una pace duratura passa attraverso la creazione di uno Stato palestinese. Il principio è stato accettato dagli israeliani, che lo condizionano però alla sicurezza. Come dargli torto?".

(Virgilio Notizie, 23 febbraio 2009)

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Al Zawahiri: la gente di Gaza non firmi la tregua con Israele

Ayman al-Zawahiri
DUBAI, 23 feb. - (Adnkronos/Aki) - "Dico ai nostri fratelli e alla nostra gente di Gaza che il jihad per la liberazione della Palestina non si deve fermare". E' questo l'appello lanciato dal numero due di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che si rivolge alla popolazione palestinese di Gaza e chiede di respingere le trattative in corso per una tregua con gli israeliani. All'interno del suo ultimo messaggio audio, pubblicato su alcuni forum islamici, il vice di Osama Bin Laden affronta anche la situazione di Gaza e le divergenze tra al-Fatah e Hamas. "Intendo commentare cio' che sta accadendo alla gente di Gaza - afferma - che subisce forti pressioni affinche' si realizzino i complotti orditi contro di loro dagli arabi amici di Israele per ottenere quei risultati che non possono ottenere con l'artiglieria e i caccia. Vogliono imporre alla gente di Gaza la tregua e la fine del loro jihad in cambio della fine dell'embargo".
Il numero due dell'organizzazione terroristica vorrebbe coinvolgere le milizie islamiche palestinesi nella guerra condotta in vari paesi del mondo da al-Qaeda e invita per questo i miliziani di Gaza a compiere attentati terroristici anche al di fuori del loro territorio. "Dico alla gente di Gaza che se il jihad si ferma in un luogo della terra, poi si sposta in un altro perche' gli obiettivi dei crociati e degli ebrei sono estesi e che il nemico non ci puo' imporre il luogo e il periodo nel quale combattere - aggiunge - Dico quindi di nuovo ai miei fratelli mujahidin a Gaza e ovunque che le brigate del jihad contro i crociati hanno completato i preparativi per offrire ai fratelli mujahidin di Gaza ogni addestramento e preparazione di cui hanno bisogno e ricordo che se la Striscia di Gaza fosse per loro stretta, hanno a disposizione tutto il mondo come capo per il jihad".

(Libero-news.it, 23 febbraio 2009)

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Traditori islamici condannati a fare i kamikaze

di Guglielmo Sasinni

Li avrebbero potuti uccidere con una raffica di Kalashnikov, come i terroristi di Hamas usano fare per "giustiziare " quei palestinesi che considerano spie di Israele. Questa volta invece gli hanno riservato il più perfido degli inganni, li hanno costretti a vestirsi da shaid, da "martiri" kamikaze che aspirano al paradiso di Allah, li hanno imbottiti di tritolo e li hanno spinti fino all'obiettivo: Juhr al-Dik, una località nel settore sud-orientale della Striscia di Gaza, a ridosso della frontiera israeliana.
All'alba di ieri i due si sono diretti verso la postazione dei soldati israeliani con fare incerto, i militari resisi conto all'ultimo momento della minaccia hanno aperto il fuoco uccidendoli. Questa la versione ufficiale. In realtà sembra che le cose si siano svolte diversamente. Le cariche esplosive nascoste sotto le giacche dei fratelli Yaqoub e Ahmed Nassar, palestinesi nati nei campi profughi della Striscia, sono esplose prima che venissero sparate le raffiche dei soldati israeliani.
I due "kamikaze" non volendo provocare una strage hanno premuto gli inneschi prima di superare la recinzione israeliana. Yaqoub e Ahmed erano affiliati ad Hamas, da tempo si erano resi conto dei tradimenti del movimento integralista palestinese che tiene in ostaggio Gaza. Questi due fratelli li incontrai lo scorso gennaio a Tel Aviv, cercavo notizie per un articolo sui collaborazionisti palestinesi ("Libero" 10.01.09). Parlammo a lungo e quando scrissi li indicai come "Khaled" e "Omar, mi spiegarono perché non si ritenevano dei traditori, ma dei combattenti. Adesso ho capito che cosa intendevano.

(Libero, 22 febbraio 2009)

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Alla mostra internazionale di Pesaro la cinematografia israeliana

PESARO, 22 feb. - (Adnkronos) - La 45esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema in programma a Pesaro dal 21 al 29 giugno , in collaborazione con l'Israel Film Fund, dedichera' la sua ampia retrospettiva al cinema israeliano ''di tendenza'' del nuovo millennio, caratterizzato da un alto indice di indipendenza culturale e creativa e da uno spirito critico legato alle questioni socio-politiche del paese.Recentemente il cinema israeliano ha avuto un crescente riscontro nell'ambito dei festival internazionali, con frequenti e prestigiosi riconoscimenti. Film come ''Or'' di Keren Yedaya (Premio Camera d'Or a Cannes) e ''To Take a Wife'' di Ronit e Shlomi Elkabetz (Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia), ''Free Zone'' di Amos Gitai (Premio per la Migliore Interpretazione Femminile a Cannes) e ''Beaufort'' di Joseph Cedar (Miglior Regia a Berlino) hanno contribuito a creare un forte clima di interesse di critica e di pubblico in tutta Europa.
Anche il mercato distributivo italiano si e' dimostrato sensibile all'evoluzione di una cinematografia sempre piu' ricca di talenti. In tal senso, a parte diversi lungometraggi di Amos Gitai, ricordiamo la presenza nel circuito delle sale italiane di opere significative come ''Meduse'' di Etgar Keret e Shira Geffen, ''Qualcuno con cui correre'' di Oded Davidoff, ''Il giardino di limoni'' di Eran Riklis, ''Valzer con Bashir'' di Ari Folman candidato all'Oscar come miglior film straniero.
La retrospettiva intende fare il punto sulla situazione attuale della cinematografia israeliana, con particolare riferimento a quegli autori che si sono espressi con successo negli ultimi dieci anni. Una ricognizione, totalmente inedita, di un variegato e vivace movimento.A completare la retrospettiva, come di consueto, il Festival propone un convegno di studi e un volume monografico (Marsilio).

(Libero-news.it, 22 febbraio 2009))

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Blitz di Israele nello Yemen per salvare famiglia ebrea

di Gian Micalessin

Quartiere degli ebrei alla periferia di Beit Booz. Qualche anno fa, gli abitanti di quest'ultimo consistente insediamento sono stati invitati a vendere le loro case ed ad andare via. Restano poche centinaia di ebrei sefarditi in Yemen, ma non c'è più nessuna sinagoga ufficiale (peraltro, non c'è neppure una sola chiesa cristiana).
Per loro è volato l'ultimo "tappeto magico", li ha traghettati dalla paura allo stupore, li ha proiettati dalle ombre d'un angusto mondo antico allo scintillio d'acciai e cristalli dell'aeroporto di Tel Aviv. Sono atterrati giovedì e per un giorno Israele ha rivissuto le emozioni dell'operazione "tappeto magico" del 1949 quando gli aerei alleati decollati da Aden riversarono nella terra promessa 49mila ebrei yemeniti. Stavolta sono solo dieci, una madre spaesata, un marito ed un amico sbigottiti e i sette figli da due a 12 anni della famiglia Ben Yisraelis, sette marmocchi dagli occhi sgranati ancora intabarrati negli stracci del passato, mantelli e veli islamici per le fanciulle, austeri e minuscoli completi grigio topo per i maschietti.
Per farli arrivare lì Israele ha montato l'ennesima operazione segreta, ha mosso gli specialisti dell'agenzia ebraica, il Mossad e gli uomini migliori d'aviazione ed esercito. Tutti insieme, tutti in gran silenzio, tutti pronti al peggio pur di strappare dalle grinfie di Al Qaida l'ebreo Said e la sua famiglia. Tutto inizia lo scorso dicembre a Raida, la sperduta cittadina dello Yemen caposaldo dell'ultima dimenticata comunità ebraico cassidica del paese. Sono 280 in tutto, sono gli ultimi ebrei del paese e ufficialmente godono della protezione personale garantita dal presidente Alì Abdullah Salah. A dicembre neppure quella suprema tutela sembra più proteggerli dalle minacce degli Uthi, un gruppo di terroristi locali legati ad Al Qaida. Prima è la volta di Moshe Yaish Nahari, un esponente della comunità di Raida, padre di nove figli, massacrato a sangue freddo davanti a casa. Subito dopo scatta l'offensiva di Gaza e l'odio divampa.
Per Said Ben Yisrael, capo della comunità di Raida, finire nel mirino è quasi automatico. A farglielo capire contribuisce la bomba a mano esplosa nel cortile di casa qualche settimana fa. Le schegge volano ovunque, ma miracolosamente non feriscono nessuno. Said sa che i miracoli non si ripetono. Assieme ad una cinquantina di terrorizzati correligionari chiude casa e fugge nella capitale Saana. A quel punto Moshe Vigdor, direttore generale dell'agenzia ebraica incaricata di monitorare le comunità a rischio, è già sul chi vive e pronto ad intervenire. Prima entrano in azione le cellule in sonno del Mossad in Yemen, individuano Said e la sua famiglia, li avvicinano, cercano di convincerli a lasciare il paese. Quella è forse la parte più complessa e rischiosa dell'operazione. La setta cassidica yemenita è parte integrante dei gruppi ultra-ortodossi che non riconoscono lo stato d'Israele. Un'interferenza rischia di far saltare l'operazione e mettere a rischio gli agenti israeliani.
Il piano studiato per settimane si chiude tra mercoledì notte e giovedì con un accelerazione fulminea. «Hanno detto che bisognava partire e non abbiamo potuto prendere niente, abbiamo chiuso casa e abbiamo seguito quegli uomini», racconta la piccola e stralunata Esther alle telecamere delle televisioni israeliane. Dietro se la ride soddisfatto Moshe Vigdor. «Sono entusiasta perchè abbiamo concluso un'operazione veramente delicata, ma anche consapevole di dover stare ancora all'erta - ammette il direttore generale dell'Agenzia ebraica - seguiamo da vicino la situazione della comunità ebraica yemenita e da quanto vediamo il nostro lavoro laggiù non sembra affatto concluso». Nelle prossime settimane, insomma, nuovi "tappeti magici" potrebbero spiccare il volo.

(il Giornale, 22 febbraio 2009)

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Per gli israeliani la letteratura italiana è viva e lotta insieme a loro

Chi ha letto sul Corriere della Sera di martedì scorso l'ottima corrispondenza di Francesco Battistini dalla ventiquattresima Fiera del libro di Gerusalemme è rimasto forse un po' sorpreso. Infatti, dal dibattito serale tra Roberto Calasso e Amos Oz, al Caffè letterario della kermesse gerosolimitana, è emerso che per lo scrittore israeliano la letteratura italiana è apprezzabile perché non "anemica". Una dichiarazione imprevedibile, visto che in patria, sulla nostra letteratura, si pensa al contrario che sia un po' asfittica, minimal, intimista, di respiro piuttosto corto. Quando non direttamente ombelicale.
Questa la frase, per intero, dell'autore di "Non dire notte": "Una delle cose che mi affascinano della letteratura italiana del XX secolo, e anche di adesso, è la sua vivacità. E' piena di vita, di humour, di gusto. Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Tutto il contrario di quell'anemica letteratura che arriva da molti paesi europei: negli ultimi anni, per dire, avrò trovato uno o due libri francesi che mi hanno emozionato davvero". E, se è vero che gli autori citati non sono propri contemporaneissimi e non esattamente di primo pelo, Oz con l'espressione "anche di adesso" estende anche all'hic et nunc il suo entusiasmo per gli scrittori nostrani....

(l'Occidentale, 22 febbraio 2009)

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L'odio irrazionale nutre i fautori dell'antisemitismo

di Fiamma Nirenstein

Nella grande sala delle riunioni della Lancaster House, il ministero degli Esteri inglese, con noi 120 membri di 40 Parlamenti seduti tutto intorno al tavolone, si alza per parlare Abe Foxman, il presidente dell'Anti diffamation league, e chi lo conosce sa che farà un discorso pieno di dati, deciso e ironico, da mastino abituale della lotta all'antisemitismo. Siamo alla «London Conference on combating antisemitism», tenutasi dal 15 al 17 febbraio. Invece quando Abe si alza, parla lento e strano. In realtà piange: «Sono un sopravvissuto dell'Olocausto, e vi devo dire che dagli anni Trenta, quando si preparava la Shoah, mai, fino a oggi, è stata cosi brutta». Ha ragione: nei giorni in cui il deputato laburista John Mann preparava questo incontro, da cui è nata la «Carta di Londra», si è acceso un fuoco nella delegittimazione di Israele e degli ebrei, nei giornali, nelle istituzioni, nel discorso pubblico. Un odio irrazionale che non sente spiegazioni: in Europa il 35% delle persone attribuiscono agli ebrei la crisi economica. È difficile oggi indossare una kippah nelle strade di Londra o di Stoccolma, o di Madrid, o di Parigi.
Ed è normale vedere templi e scuole piantonati, normale anche vederli attaccati. Fra gli episodi cui potremmo aver assistito alzando le spalle: un «civil servant» inglese che sbraita contro gli ebrei mentre si esercita in palestra, un funzionario di governo norvegese che usa l'email del lavoro per accusare gli ebrei di essere nazisti; la città di Malmoe in Svezia chiude lo stadio al pubblico per una gara di tennis perché uno dei contendenti è israeliano; il Dubai chiude la porte alla tennista Shahar Pe'er. Al Consiglio d'Europa, ho visto uno a uno i membri, dall'Inghilterra alla Turchia, accusare Israele chi di apartheid, chi di crimini di guerra, chi di aver usato pretesti falsi per far guerra, chi di strage degli innocenti. Un Paese assetato di sangue, indegno di vivere. Niente analisi, l'irrazionalità non sente e non vede.
Sono cresciuta in un'Europa in cui l'antisemitismo, strisciante oggi fra i massi della storia dopo la sua orgia di sangue, non si sognava di alimentarsi ancora di un ricco antisemitismo islamista che rende la prospettiva di annichilire gli ebrei realistica, viva. Ed è tragico che questo accada in nome della cultura dei diritti umani nata dopo la Shoah, la stessa che ignora il Darfur, l'Iran, la Cina, i dittatori omicidi, e dà addosso a Israele. La prossima scadenza della guerra contro gli ebrei è quella della conferenza detta «Durban 2» contro il razzismo, che si prepara a Ginevra per aprile. Il ministro Franco Frattini l'ha detto a Londra: se invece di essere una conferenza contro il razzismo seguita a prospettarsi come una conferenza razzista contro Israele, l'Italia non ci andrà.

(il Giornale, 22 febbraio 2009)

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Lettera di Hamas a Obama: "Sia giusto sulla questione palestinese"

Non è chiaro se la missiva sia stata ricevuta dal presidente Usa

John Kerry
GAZA, 21 feb. (Apcom) - Dopo la conferma della lettera inviata da un dirigente di Hamas al presidente statunitense Barack Obama e consegnata per mano di funzionari delle Nazioni Unite al senatore John Kerry nel corso della sua visita a Gaza giovedì scorso, Ahmed Yousef, alto dirigente di Hamas e autore della missiva, ne svela i contenuti.
"Obama si occupi della questione palestinese in modo giusto" è la richiesta della lettera scritta proprio da Yousef, consigliere del ministro degli Esteri di Hamas, il movimento islamico che controlla Gaza dal giugno 2007. "Abbiamo colto al volo l'opportunità per scrivere velocemente una lettera al presidente" ha spiegato Yousef. "Abbiamo sottolineato quanto sia importante che l'amministrazione Usa sia aperta con Hamas, che gode di un ampio sostegno nelle strade palestinesi" ha aggiunto il dirigente, spiegando che la missiva (non è chiaro per il momento se sia stata ricevuta o meno dalla Casa Bianca) sintetizza le "visioni e le posizioni" del gruppo militante. Il dirigente non ha però aggiunto altri particolari sul contenuto della lettera.
Il presidente Barack Obama, insediatosi alla Casa Bianca un mese fa, ha più volte ribadito l'intenzione di migliorare i rapporti con il mondo musulmano - dopo 8 anni di presidenza Bush - ma per il momento non ha specificato se e come intenda modificare le politiche Usa nei confronti di Hamas, considerata un'organizzazione terroristica da gran parte della comunità internazionale (Washington inclusa).

(Virgilio Notizie, 21 febbraio 2009)

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L'amministrazione Usa approva governo Hamas-Fatah

"Washington ha dato il via libera a colloqui di riconciliazione"

Roma, 21 feb. (Apcom) - La nuova amministrazione Usa ha dato il via libera ai colloqui di riconciliazione tra Hamas e al Fatah, che potrebbero portare a un nuovo governo di unità nazionale palestinese. Lo ha detto una fonte dell'Autorità Palestinese al Jerusalem Post, precisando che Washington ha anche dato la sua approvazione alle iniziative messe in campo dal presidente egiziano Hosni Mubarak per giungere a un riavvicinamento tra i due gruppi rivali palestinesi.
"La nuova amministrazione segue una differente politica rispetto alla precedente del presidente George W. Bush", ha detto la fonte al Jerusalem Post. "L'amministrazione del presidente Barack Obama ritiene che un governo Hamas-Fatah sia buono per la stabilità".
Oggi Azzam Al Ahmed, un dirigente di al Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen, ha detto che la conferenza di riconciliazione si aprirà il 25 febbraio al Cairo.

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Gaza: Shalit forse ferito nei raid

Caporale israeliano nascosto fra dirigenti brigate Salah Al-Din

IL CAIRO, 21 feb -Il caporale israeliano Gilad Shalit, prigioniero dei palestinesi a Gaza, sarebbe stato ferito nei bombardamenti israeliani sulla Striscia. Lo ha rivelato - secondo quanto scrive il giornale Al Hayat - il portavoce delle brigate Salah Al-Din (ala militare del Comitato di resistenza popolare, organizzazione islamica a Gaza), Abu Abir, aggiungendo che i palestinesi nascondono Shalit fra i loro dirigenti nella massima segretezza.

(ANSA, 21 febbraio 2009)

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Eurabia che avanza

In Austria chi insegna l'Islam lo ritiene incompatibile con la democrazia


di Maurizio Stefanini

Allarme in Austria: il 22% dei 400 insegnanti di Islam pagati dallo Stato austriaco rifiuta la democrazia. Proprio uno di questi insegnanti ha fatto la denuncia, atterrito lui per primo dai risultati di un questionario che aveva inviato ai suoi colleghi per redigere la propria tesi di dottorato. E la scoperta ha infiammato la stampa, costringendo il ministro dell'Educazione Claudia Schmied ad agire nel modo più energico.
In Austria, stando al censimento del 2001, i musulmani sono circa 350.000, il che equivale al 4,22% della popolazione. In proporzione è tre volte e mezzo l'Italia, un po' più del Regno Unito e un po' meno della Germania, anche se la Francia ne ha più del doppio. L'Austria ha però una differenza rispetto al resto dell'Europa occidentale. In altri Paesi, infatti, la discussione sullo status da dare alla religione musulmana è recente, e anche complicato dalla difficoltà degli stessi islamici di darsi una rappresentanza unitaria. In Austria, invece, l'Islam è da vari decenni una delle tredici religioni riconosciute dallo Stato....

(l'Occidentale, 21 febbraio 2009)

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Con la truffa dell'acqua Hezbollah beffa l'Unifil

Nel Libano instabile e martoriato può accadere di tutto. Compreso che le truppe di Unifil, il contingente Onu inviato a fare da cuscinetto tra israeliani e gli estremisti arabi di Hezbollah, finiscano banalmente truffate sulle forniture d'acqua. Ad opera, si dice, degli stessi miliziani che dovrebbero vigilare.
La storia della «cresta» sugli approvvigionamenti idrici al contingente internazionale - del quale, sotto il nome in codice di «Operazione Leonte», fanno parte oltre 2.500 militari italiani - circolava da tempo negli ambienti occidentali in Libano. Tanto che, ad un certo punto, si è deciso di fare una operazione semplice: mettere a confronto l'acqua fatturata al contingente e l'acqua scaricata. Il risultato - secondo notizie non ufficiali ma attendibili - ha lasciato di stucco anche i più pessimisti. Tra i due valori è risultata una differenza abissale. Un rapporto di cinque a uno. Il contingente paga cinque volte più dell'acqua che scarica....

(il Giornale, 21 febbraio 2009)

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Hamas ha scritto a Obama, conferma del Dipartimento di Stato

Kerry ha girato lettera a consolato Usa di Gerusalemme

NEW YORK, 20 feb. (Apcom) - "Posso confermare che la lettera arriva da Hamas e che è destinata al presidente Obama", ha detto ai reporter la fonte del dipartimento di Stato, parlando in forma anonima alla France Press.
"E' stata consegnata al senatore Kerry, che l'ha girata al consolato americano di Gerusalemme. La fonte ha smentito il portavoce di Hamas a Gaza, Fawzi Barhoum, che aveva in precedenza smentito l'esistenza della missiva.

(Virgilio Notizie, 21 febbraio 2009)

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Israele: la S.Sede chiede e ottiene la censura della trasmissione tv

ROMA, 20 feb - La S.Sede ha ottenuto un intervento delle autorita' israeliane su un programma di una tv privata che ridicolizza i simboli del Cristianesimo. In una nota del Vaticano si spiega che i cristiani di Terra Santa hanno espresso 'sdegno e proteste' per un programma comico della tv Canale 10 'in cui erano ridicolizzati Gesu' e la Vergine'. 'Le autorita' governative, interessate dal Nunzio apostolico - aggiunge la nota - hanno assicurato il loro intervento e ottenere scuse dalla tv'.

(ANSA, 20 febbraio 2009)

COMMENTO - Una delle più grandi sofferenze di Gesù è stata la derisione subita, ma non ha reagito in modo offeso e sdegnato, né tanto meno ha preteso delle scuse. Prima di soffrire aveva avvertito: "Un discepolo non è superiore al maestro, né un servo superiore al suo signore. Basti al discepolo essere come il suo maestro e al servo essere come il suo signore. Se hanno chiamato Belzebù il padrone, quanto più chiameranno così quelli di casa sua!" (Matteo 10:24-25).

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Hamas: nessuna lettera per Obama consegnata a Kerry

Era stato il portavoce dell'Onu ad annunciarne l'esistenza

GAZA CITY, 20 feb. (Apcom) - Hamas ha smentito di aver consegnato - attraverso le Nazioni Unite - una lettera indirizzata al presidente Barack Obama al senatore statunitense John Kerry, durante la sua visita a Gaza di ieri.
"Hamas smentisce di avere consegnato una qualunque lettera a John Kerry", ha dichiarato il suo portavoce Fawzi Barhoum, "Ciò detto, siamo pronti ad allacciare relazioni con ogni parte pronta a sostenere i diritti del popolo palestinese".
Un portavoce dell'Onu aveva in precedenza segnalato che Kerry si era visto consegnare questa missiva. "Una lettera indirizzata a Obama è stata lasciata all'ingresso dei nostri uffici a Gaza e crediamo di sapere che proviene da Hamas", aveva detto Chris Gunness, portavoce dell'agenzia Onu per i rifugiati (Unrwa) di cui Kerry ha visitato ieri la sede. Interpellato sul contenuto della lettera, si è limitato a rispondere: "Noi non apriamo la posta degli altri". Ha affermato che la lettera è stata in seguito consegnata a Kerry, che ha effettuato con altri due membri del Congresso una visita storica a Gaza, sotto il controllo di Hamas, ritenuta un'organizzazione terroristica da Washington. Kerry, presidente della commissione degli affari esteri del Senato, non ha incontrato alcun rappresentante del movimento integralista palestinese durante la sua visita, che ha chiarito non presupponeva alcun cambiamento della politica degli Stati Uniti nei confronti del movimento. I deputati hanno potuto ricevere una descrizione delle distruzioni provocate dall'offensiva israeliana nella striscia di Gaza, costata la vita a oltre 1.300 persone in tre settimane. L'obiettivo annunciato di questa campagna militare (27 dicembre-18 gennaio) era almeno ridurre i lanci di razzi palestinesi dalla striscia di Gaza contro il sud di Israele. Kerry, in missione in Medio Oriente, ha in agenda incontri con responsabili israeliani e palestinesi prima di recarsi domani a Damasco.

(Virgilio Notizie, 20 febbraio 2009)

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Ebrei apprezzano espulsione di vescovo negazionista da Argentina

di Philip Pullella

I leader ebrei hanno detto oggi di aver apprezzato la decisione dell'Argentina di espellere il vescovo cattolico ultratradizionalista che ha provocato sdegno internazionale negando le dimensioni dell'Olocausto.
Un gruppo ha invitato altri governi a fare altrettanto e a stroncare l'antisemitismo e la negazione dell'Olocausto nei loro Paesi.
Ieri il governo argentino ha annunciato di aver ordinato al vescovo Richard Williamson di lasciare entro dieci giorni il Paese in cui vive da anni.
"Il governo dell'Argentina ha portato avanti la causa della verità sferrando un colpo all'odio", ha detto Elan Steinberg, vicepresidente dell'"American Gathering of Holocaust Survivors and their Descendants", associazione di scampati all'Olocausto e loro eredi.
Williamson, che dirigeva un seminario tradizionalista vicino a Buenos Aires sino all'inizio di questo mese, aveva dichiarato che non ci sono state camere a gas e che non più di 300.000 ebrei sono morti nei campi di sterminio nazisti, invece dei sei milioni che sono la stima ampiamente riconosciuta.
"Questa decisione è encomiabile, ancor più perchè il governo dell'Argentina ha reso chiarissimo che chi nega l'Olocausto non è benvenuto nel Paese", ha detto Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress (Wjc).

(Reuters, 20 febbraio 2009)

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Agenzia Spaziale Italiana: premio israeliano per esperimento italiano Boomerang

La fondazione Dan David (ospitata dall'Università di Tel Aviv) ha assegnato il premio Dan David a Paolo De Bernardis, professore di astrofisica dell'università La Sapienza di Roma e responsabile dell'esperimento Boomerang dell'Agenzia Spaziale Italiana. De Bernardis divide il premio di un milione di dollari con gli americani Paul Richards (University of California-Berkeley) e Andrew Lange (California Institute of Technology). L'esperimento Boomerang - ricorda ASI in una nota - ha utilizzato dei palloni stratosferici per misurare la radiazione cosmica di fondo con un volo antartico del 1998. Dai voli fu ricavata una "fotografia" dei primi istanti di vita dell'universo che stimò «con una accuratezza mai raggiunta prima la densità totale di massa ed energia del cosmo» e fornì la prova indiretta che l'universo sta accelerando. A questi risultati di grande importanza per la cosmologia e la fisica fondamentale - ripetuti e migliorati nel 2003 - la rivista scientifica britannica Nature dedicò nel 2000 addirittura la copertina. La storia di Boomerang è ora raccontata sul sito ASI .
Il premio Dan David viene assegnato ogni anno a personalità che si sono distinte in campo scientifico, tecnologico o umanitario. Quest'anno saranno premiati Tony Blair, ex premier britannico e attuale rappresentante del Quartetto dei mediatori per il Medio Oriente, e Robert Gallo, per la sua ricerca sui virus dell'HIV. La cerimonia di premiazione avverrà luogo il 17 maggio a Tel Aviv, alla presenza del presidente israeliano Shimon Peres.

(Dedalo News, 20 febbraio 2009)

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A Gaza, tra gli animali dello zoo dimenticati in mezzo alla guerra

La maggior parte è morta per fame. Il direttore: «Per più di due settimane non siamo riusciti a portare cibo»

GERUSALEMME - Non si uccidono così anche i cammelli? Nella conta dei morti di Gaza - quelli che alla fine contano davvero: vecchi, donne, bambini -, ci sono quattrocento carcasse che per un mese nessuno ha visto, raccolto, sepolto. Sono gli animali dello zoo di Zeitun, periferia settentrionale di Gaza City, uno dei sobborghi più colpiti nelle tre settimane dell'operazione Piombo Fuso. In molti erano arrivati nella Striscia dall'Egitto, fatti passare chissa come per i tunnel. Scimmiette, leoni, gazzelle, struzzi. Pochissimi di loro sono sopravvissuti alla guerra: Sabrina la leonessa, il suo spelacchiato compagno, qualche uccello, una decina in tutto… Gli altri, tutti lì a marcire fra le mosche: del cammello rimane quasi nulla; degli struzzi, meno ancora. Qualche bestia è morta sotto le bombe, altre hanno fori di proiettili....

(Corriere della Sera, 19 febbraio 2009)

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Nel tennis gli israeliani non sono tutti uguali

di Marco Lombardo

Shahar Peer no e Andy Ram sì
Gli organizzatori del torneo di Dubai negano il visto alla Peer, scatenando la reazione dei vertici della racchetta e il boicottaggio di tv e sponsor. Così, per il torneo maschile, arriva il dietrofront: il doppista Ram può entrare
Shahar Peer no, ma Andy Ram sì. E adesso chissà cosa si inventeranno gli organizzatori del torneo di tennis del Dubai per spiegare perché c'è chi è più isreaeliano di un altro. Infatti alla Peer, che doveva scendere in campo questa settimana nel torneo femminile, è stato vietato il visto dalle autorità degli Emirati Arabi che, pur non intrattenendo rapporti formali con Gerusalemme, di solito si mostramo tolleranti nei confronti degli atleti con la stella di David. Questa volta no, però, anche perché c'è di mezzo la questione Palestina, anche se la giustificazione è stata «motivi di sicurezza». Imprecisati naturalmente. però nel caso della Peer - che in passato giocava in doppio con l'indiana Mirza, partner che ha abbandonato per le minacce dei musulmani integralisti - il divieto d'ingresso ha scatenato una reazione in grande stile: una tv americana ha cancellato il torneo dal palinsesto, uno sponsor se n'è andato, la Wta ha minacciato di cancellare Dubai dalla geografia del tennis. Così ecco che improvvisamente gli emiri hanno ufficializzato la concessione del visto di entrata nel Paese del doppista Ram, che da lunedì sarà in campo nel torneo maschile: «Si tratta di un permesso speciale», precisato un funzionario del Ministero degli Esteri. E motivi di sicurezza? Scomparsi, naturalmente. Magari - dice qualcuno - per evitare che il Paradiso dello shopping di lusso si registri qualche defezione, causa boicottagio. Si sa: sono tempi di crisi...

(il Giornale, 19 febbraio 2009)

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“L'Ascensore del Tempo" di Gerusalemme

Dopo il successo ottenuto a Roma durante la manifestazione JOSP 2009, Festival degli Itinerari dello Spirito, anche a Milano è presente durante la Fiera il Time Elevator, "l'Ascensore del Tempo" di Gerusalemme.
Grazie a una nuovissima tecnica visiva tridimensionale, è possibile conoscere la storia d'Israele attraverso uno spettacolo interattivo e virtuale che consente di "viaggiare nel tempo". Nella sala cinematografica ricostruita all'interno dello stand, dopo aver indossato gli occhiali speciali, si può partire alla scoperta della millenaria storia d'Israele.

(L'Agenzia di Viaggi, 19 febbraio 2009)

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Contatti in corso tra Hamas e alcuni membri dell'Unione Europea

Alcuni paesi europei avrebbero avviato un dialogo riservato con Hamas, l'organizzazione palestinese che dal giugno 2007 controlla Gaza.
A sostenerlo è il quotidiano britannico Independent secondo cui tra questi paesi ci sarebbe anche la Francia, che ha inviato due senatori a colloquio con il leader Khaled Meshal, la Svezia, l'Olanda, e la Gran Bretagna.
Il cambiamento di rotta (Hamas rientra tuttora nella lista nera dei gruppi terroristici) sarebbe una conseguenza delle nuove direttive giunte da Washington.
"Molte persone stanno parlando con Hamas, più di quante non si creda. È l'inizio di una nuova fase, anche se non si può dire che ci siano dei negoziati in corso", ha detto un alto diplomatico europeo.
Secondo le indiscrezioni pubblicate dalla testata, due parlamentari britannici si sarebbero recati a Beirut per dialogare con Usamah Hamdan, rappresentante libanese di Hamas.
Versione, questa, che è stata confermata dallo stesso Hamdan: "Credono di aver fatto un errore a aver incluso Hamas nella lista nera. Ma ora sanno che devono parlare con Hamas", ha detto il rappresentante del movimento islamico all'Independent.

(Osservatorio Iraq, 19 febbraio 2009)

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Egitto "indignato" per la posizione di Israele su Shalit

IL CAIRO, \19 feb. (Apcom) - L'Egitto ha espresso la propria "indignazione" per la decisione del gabinetto di sicurezza israeliano di condizionare l'accordo per il cessate il fuoco alla liberazione del soldato israeliano, Gilad Shalit, detenuto dal 2006 nella Striscia di Gaza. Il Cairo "è indignato per la posizione israeliana" che condiziona la tregua a Gaza con la liberazione di Shalit, lo ha riferito un alto responsabile egiziano che ha chiesto l'anonimato. Il voltafaccia di Israele ha fatto crollare la credibilità dello Stato ebraico presso l'Egitto", ha aggiunto il responsabile. "Era chiaro per tutti, sin dall'inizio, che la vicenda del soldato non era legata all'accordo per il cessate il fuoco", ha sottolineato ancora. L'attitudine israeliana "non può che complicare la situazione", ha proseguito. Secondo la fonte egiziana, il Cairo, che gioca un ruolo di mediatore tra Israele e il movimento palestinese Hamas, al potere a Gaza, "non cambierà posizione: la questione Shalit non può in alcuna maniera essere legata alla tregua". Lunedì scorso, il presidente egiziano Hosni Mubarak ha manifestato il suo rifiuto di legare la questione di Shalit a un accordo di tregua nella Striscia di Gaza. "L'Egitto non cambierà posizione nei confronti della tregua, la questione del soldato israeliano Gilad Shalit è un fatto separato che non deve essere in alcun modo collegato ai negoziati sulla tregua", ha affermato il presidente Mubarak. Israele condiziona la conclusione di una tregua nella Striscia di Gaza - dove ha condotto un'offensiva militare tra il 27 dicembre e il 18 gennaio, costata la vita a 1.300 palestinesi - alla liberazione di Shalit. Nei giorni scorsi, il premier israeliano uscente Ehud Olmert ha affermato che il rilascio del soldato era prioritario a qualsiasi altra considerazione nei negoziati su una tregua a Gaza. Hamas accusa Israele di "ricatto" e ribadisce il rifiuto di qualsiasi rapporto tra i due dossier.

(La7, 19 febbraio 2009)

COMMENTO - Mubarak non si indigna perché Hamas sta nascondendo un ragazzo da più di due anni senza che nessuno sappia che fine ha fatto, ma perché Israele vuole vederlo libero. Hamas non dice che tenendo in prigione Gilad sta facendo un lurido ricatto, ma che è Israele a fare un ricatto perché vuole liberarlo. Nell’arte di rivoltare la frittata i nemici d’Israele sono insuperabili. Anche quelli “moderati” come Mubarak. M.C.

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Tennis, scoppia la guerra del golfo

Israeliani boicottati, proteste con Dubai

Sha'har Peer
Adesso anche il tennis ha la sua guerra del Golfo. L'ha scatenata il ricco (2 milioni di dollari) e apparentemente felice torneo di Dubai che ha negato il visto a Sha'har Peer, tennista israeliana n.45 del mondo, e che in queste ore deve decidere se sbattere la porta in faccia anche al suo collega e connazionale Andy Ram, n.11 del mondo in doppio.
Da lunedì Ram dovrebbe scendere in campo per il torneo maschile, programmato a ruota di quello delle ragazze: «Ma credo negheranno il visto anche a lui», ha dichiarato da Tel Aviv l'agente di Ram, Amit Naor. Già il primo niet arabo, giustificato dal direttore del torneo di Dubai con motivi di sicurezza («C'è malumore nei confronti di Israele, non avremmo potuto garantire l'incolumità della giocatrice») ha scatenato comprensibili furie: i tabelloni li compila il computer, non il Corano o la Torah. La Wta minaccia di cancellare il torneo dal calendario del prossimo anno, l'Atp freme e potrebbe decidere di annullarlo subito. Il network americano Tennis Channel ha azzerato le dirette tv e l'edizione europea del «Wall Street Journal» ha ritirato la sua sponsorizzazione all'evento. E chissà che la decisione di Federer di non giocare a Dubai - per un mal di schiena un po' sospetto -, il Paese dove ha comprato casa e spesso si allena, non abbia venature diplomatiche. Così come l'improvviso dubbio di Nadal non più tanto sicuro di esserci. Una vera crisi internazionale, insomma....

(La Stampa, 19 febbraio 2009)

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Israele. Il governo vira a destra: accordo Lieberman - Netanyahu

Il presidente israeliano Shimon Peres ha ripreso stamani le consultazioni con i partiti prima di decidere a quale personalità politica affidare il compito di formare un nuovo governo, a nove giorni dal voto anticipato.
Il mondo politico israeliano attende con grande interesse l'esito dell' incontro che Peres avrà alle 10.30 di questa mattina (le 9.30 in Italia) col leader di Israel Beitenu, Avigdor Lieberman, che potrebbe far pendere la bilancia a favore di Tzipi Livni, leader del partito di maggioranza relativa Kadima, o del leader del Likud Benyamin Netanyahu, che sulla carta può contare sul sostegno dei partiti confessionali e di estrema destra. Ib è uscito dalle elezioni fortemente rafforzato e con 15 seggi è divenuto il terzo partito alla Knesset. Il giro di consultazioni di Peres si concluderà questa sera.
Stando a quanto riferito in mattinata dalla radio dell'Esercito, Avigdor Lieberman, numero uno del partito ultra-nazionalista avrebbe infatti deciso di schierarsi con Benjamin Netanyahu e di appoggiare il leader del conservatore Likud quale nuovo premier. Lieberman aveva ottenuto quindici seggi alla Knesset, il Parlamento monocamerale dello Stato ebraico, diventando il terzo partito in Israele.
Nel frattempo, il Partito laburista ha deciso di non appoggiare alcun candidato alla carica di primo ministro e lavorerà all'opposizione, dopo la sonora sconfitta nelle elezioni politiche israeliane della scorsa settimana. I Laburisti dovrebbero esporre la loro decisione al presidente della Repubblica Shimon Peres già oggi, compiendo quindi la mossa già intrapresa dal partito di sinistra Meretz e da tre partiti arabi, che hanno fatto sapere che non entreranno in nessuna coalizione di governo.

(l'Occidentale, 19 febbraio 2009)

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Libano: Hezbollah cambia i codici dopo l'arresto di una spia israeliana

BEIRUT, 19 feb - Il movimento sciita libanese Hezbollah ha modificato i propri codici di sicurezza in seguito all‘arresto di una spia israeliana. Il presunto capo di una rete spionistica lavorava in Libano per Israele. Gestiva un autosalone: e‘ stato scoperto quando un elettrauto ha trovato una microcamera collegata a un dispositivo di comunicazione satellitare, in una vettura usata da un membro di Hezbollah. Decine di veicoli del Partito di Dio erano stati dotati dello stesso impianto.

(ANSA, 19 febbraio 2009)

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Frammenti di iscrizione greca trovati a sud di Gerusalemme gettano nuova luce sui Maccabei

Tre frammenti di un'iscrizione greca, ritenuta parte della 'stele di Eliodoro', sono stati trovati recentemente in uno scavo dell'Israel Antiquities Authority nel Parco Nazionale di Beit Guvrin.
La stele di Eliodoro, che risale al 178 a.e.v. e che consiste di 23 righe incise su calcare, è considerata una delle iscrizioni antiche più importanti rinvenute in Israele.
Dov Gera, che ha studiato le iscrizioni, ha stabilito che i frammenti erano in realtà la parte inferiore della 'stele di Eliodoro'. Questa scoperta ha conferma l'idea che la stele originariamente fosse situata in uno dei templi situati dove oggi si trova il Parco Nazionale Maresha- Beit Guvrin.
I nuovi frammenti sono stati scoperti in un complesso sotterraneo dai partecipanti al programma Dig for a Day (scava per un giorno) dell'Archaeological Seminars Institute....

(israele.net, 19 febbraio 2009)

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Israele, il rebus del nuovo governo

di Sergio Vasarri

Oggi al via le consultazioni del Capo dello Stato con i leader politici. Livni e Netanyahu sembrano distanti ma le strade non sono defintivamente chiuse. Disappunto internazionale su un possibile governo sbilanciato a destra
Le consultazioni del Presidente Shimon Peres sono cominciate oggi: lo scenario che si presenta all'esperto politico israeliano è abbastanza complicato.
In questi giorni del dopo voto, infatti, Benjamin Netanyahu e Tzipi Livni hanno fatto pubblica professione di fede nelle proprie capacità di guidare un governo e, soprattutto, hanno manifestato la volontà di rifiutare l'idea di una grande coalizione. Ma si sa, questa è la tipica fase in cui si mostrano i muscoli e spesso le posizioni in concreto non sono poi così opposte come invece vengono sbandierate.
Fatto sta che l'impasse tra Likud(destra) e Kadima(centristi) resta: da un lato, la Livni rivendica l'importanza della maggioranza relativa che il suo partito - Kadima appunto - ha ottenuto alla Knesset. Dall'altro Netanyahu - e il suo Likud - sembra il più vicino a coagulare una coalizione in grado di raggiungere la maggioranza assoluta. Ma è proprio qui che iniziano i problemi di Netanyahu, nella fattispecie in rapporto agli estremisti di destra di Yisrael Beiteinu del leader Avigdor Lieberman, ago della bilancia rispetto al raggiungimento dei 61 seggi che valgono la maggioranza. Netanyahu sembra essersi raffreddato nei confronti del possibile scomodo alleato: se nell'immediatezza dei risultati elettorali, il Likud sembrava instradato verso una coalizione col blocco estrema destra-partiti religiosi ortodossi (Yisrael Beiteinu, Shas, Unione Nazionale e Habayit Hayehudi, United Torah Judaism, ndr), adesso questo esito non è più così scontato.
Forse su questo cambio di atteggiamento ha pesato il discorso tenuto ieri a Georgetown dall'ex-ambasciatore statunitense a Tel Aviv, Daniel Kurtzer, in cui si esprimeva seria preoccupazione rispetto ad un governo di destra in Israele. "Un governo Netanyahu con l'appoggio di Lieberman sarebbe una cattiva combinazione per gli interessi Americani" ha detto Kurtzer, secondo cui inoltre con un siffatto governo "Sarebbe difficile portare avanti il processo di pace". Parole che pesano come macigni sul Likud, confortate anche da messaggi sottotraccia che provengono dall'amministrazione Obama e che esercitano pressioni su una soluzione di compromesso tra Kadima e Likud.
Peres, secondo fonti ben informate, proporrà a Benjamin Netanyahu e Tzipi Livni una rotazione nell'incarico di primo ministro, che potrebbe incontrare il loro favore. A minacciare una soluzione di compromesso sono però i tentativi di avvicinamento tra Livni e Lieberman che, oltre a creare forti malumori nei possibili alleati di Kadima - laburisti e Meretz - potrebbero spingere il Likud verso una netta e pericolosa svolta a ancora più destra.

(Dazebao, 18 febbraio 2009)

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Tennis - Coppa Davis, Malmoe ordina Svezia-Israele a porte chiuse

Si teme per sicurezza, previste dimostrazioni anti-israeliane

MALMOE (Svezia), 18 feb. - Per motivi di sicurezza Svezia ed Israele giocheranno a porte chiuse il primo turno della Coppa Davis, in programma il prossimo mese a Malmoe, in Svezia. La decisione è stata presa oggi ai voti da una commissione municipale della città che ospiterà il confronto al meglio delle cinque partite. In occasione della tre giorni - in calendario da venerdì 6 a domenica 8 marzo - all'esterno della Baltic Hall, arena da 4.000 posti a sedere, sono previste diverse dimostrazioni anti-israeliane.
L'annuncio odierno arriva a pochi giorni dalla vicenda che ha visto protagonista la tennista israeliana Shahar Peer, di fatto esclusa dal torneo di Dubai per il rifiuto del visto d'ingresso da parte delle autorità degli Emirati Arabi Uniti. La Women's Tennis Association, il circuito internazionale del tennis femminile, ha protestato contro il rifiuto del visto minacciando di escludere il ricco torneo di Dubai dal calendario della stagione 2010.

(Virgilio Notizie, 18 febbraio 2009)

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L’esclusione della tennista Shahar Pe'er

di Sergio Della Pergola
demografo Università Ebraica di Gerusalemme

Il mondo dello sport offre spesso metafore utili a farci comprendere fenomeni più complessi. Un famoso incontro di ping-pong segnò anni fa l'inizio del disgelo nei rapporti fra gli Stati Uniti e la Cina. Ora invece è il tennis a darci un esempio di gelo. Dubai - un piccolo e ambizioso emirato emergente nella Penisola arabica, noto in passato con il nome di Costa dei Pirati - impedisce l'accesso a un suo torneo alla tennista israeliana Shahar Pe'er, n. 44 nel mondo, come ritorsione alla recente operazione militare a Gaza. Potremmo ignorare la competizione tutto sommato secondaria alla quale l'atleta ventiduenne si era iscritta pur essendo alquanto fuori forma. Pensiamo invece al ruolo di Dubai nell'attuale grande crisi finanziaria negli Stati Uniti e il mondo. Dubai è stato fra i Paesi che con la loro liquidità monetaria accumulata estraendo altri liquidi energetici hanno contribuito a salvare alcune delle maggiori banche e attività industriali americane. In Europa, neanche tanto in sordina, avviene quotidianamente lo stesso. Gli investimenti di capitale vengono normalmente compensati con la presenza nei consigli di amministrazione. Da qui, alla proprietà di molti organi di informazione stampata e elettronica e alla determinazione significativa dei loro contenuti. Da cui una notevole influenza sull'orientamento dell'opinione pubblica, sulla vita sociale, culturale e politica. L'esclusione di Shahar Pe'er e la strategia del ping-pong alla rovescia che infrange, e non per la prima volta da parte di un paese islamico, la non contaminazione dello sport con la politica, è un ulteriore piccolo pedaggio che la società civile occidentale è chiamata a pagare, indirettamente, all'Islam politico. Ma forse qualcuno vorrà protestare in nome dei valori dello sport che l'Occidente dice di amare. Chi scaglierà la prima pietra?

(Notiziario Ucei, 18 febbraio 2009)

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Scambio di prigionieri e tregua con Hamas

Il premier israeliano Ehud Olmert ha convocato oggi a Gerusalemme il Consiglio di difesa del suo governo per esaminare le condizioni di una tregua a Gaza ed uno scambio di prigionieri con Hamas, sulla base delle indicazioni ricevute dai mediatori egiziani.
Olmert, secondo la stampa israeliana, condiziona la riapertura dei valichi di Gaza alla liberazione del caporale Ghilad Shalit (prigioniero di Hamas dal 2006) nel contesto di uno scambio di prigionieri in tre fasi.
La scorsa notte la famiglia di Shalit ha lanciato un appello al governo israeliano affinché "non si lasci sfuggire questa occasione per liberare Ghilad Shalit, che potrebbe essere l'ultima". Hamas è disposta a rilasciarlo se Israele libererà a sua volta oltre mille detenuti palestinesi, fra cui centinaia di miliziani condannati per aver organizzato gravi attentati terroristici.
Anche oggi caccia israeliani hanno bombardato i tunnel che collegano Gaza e l'Egitto ed altre postazioni di Hamas, all'alba. Si tratterebbe di un'azione di rappresaglia per un colpo di mortaio esploso durante la notte dai militanti palestinesi contro Israele. Sette tunnel sono stati colpiti nei pressi di Rafah ed un altro raid è stato condotto a Khan Younis, ha dichiarato un portavoce dell'Esercito ad Haaretz.

(RaiNews24, 18 febbraio 2009)

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Se Amnesty accusa Hamas di strage (quasi) nessuno le dà voce

"Prelevati dai letti d'ospedale o di notte dalle loro case. Gambizzati, torturati e ammazzati senza processo"

Un'incredibile cappa di silenzio circonda da giorni sui media mondiali una denuncia clamorosa di Amnesty International. Pure, il dossier presentato il 10 febbraio scorso è da prima pagina, perché documenta - spesso con nomi e cognomi - le operazioni da macelleria che Hamas conduce contro gli uomini di Abu Mazen a tutt'oggi, a settimane dalla fine dei combattimenti con Israele, durante i quali aveva già eliminato una quarantina di avversari. Nonostante l'abituale meticolosità di Amnesty, non tutti i nomi delle vittime sono conosciuti e le cifre sono per approssimazione, ma si tratta di non meno di 50 palestinesi giustiziati da palestinesi (naturalmente senza processo), durante l'operazione israeliana e di una ventina di palestinesi giustiziati da palestinesi dopo - ripetiamo: dopo - la fine dell'operazione israeliana. A questi si aggiungono alcune centinaia di palestinesi "gambizzati, torturati, con rottura degli arti, percossi da palestinesi, spesso - denuncia Amnesty - "prelevati dai letti di ospedale in cui erano ricoverati per le ferite dei bombardamenti israeliani, o sequestrati di notte dalle loro abitazioni, o fermati arbitrariamente per strada". L'accusa, per tutti, è "collaborazionismo" con Israele, ma la pretestuosità è facilmente individuabile: nella quasi totalità si tratta di militanti di al Fatah, la cui unica colpa è la fedeltà ad Abu Mazen....

(Il Foglio, 18 febbraio 2009)

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Rassegna stampa araba. Titoli delle prime pagine

ROMA, 18 feb. (Apcom) - "la Gran Bretagna terrorizza i musulmani". Con questo titolo, qpre oggi il quotidiano al Quds al Arabi che accusa Londra di voler dividere la comunità islamica tra 'buoni' e 'cattivi'. Al Sharq al Awsat, mette in evidenza le critiche delle fazioni ribelli del darfur, agli accordi tra Khartoum e una fazione darfuriana, raggiunti nel Qatar: "non comprende il cessate-il-fuoco".

AL SHARQ AL AWSAT - quotidiano panarabo edito a Londra, apre sul Darfur: "l'accordo di Doha tra Khartoum e il movimento di Giustizia e Uguglianza", è criticato dalle altre fazioni ribelli: "è solo di buone intenzioni e non comprende un cessate-il-fuoco". Terrorismo, Arabia saudita , "il presunto capo militare di al Qaida nello Yemen ripatriato a Riad". Iraq, un esponente del partito dell'ex premeir Ayad Allawi: "esiste un piano per far cadere il governo al Maliki in parlamento". "Chi è l'Obama iraniano: 'il padre spirituale' Khatami, oppure 'il silenzioso', 'il dinamo', ... 'il pensatore'", titola il giornale in uno 'speciale' sui candidati alle presidenziali iraniane del prossimo giugno. "Uno scenziato arabo israeliano inventa un naso artificiale che scopre i tumori".

AL QUDS AL ARABI - giornale palestinese edito a Londra, apre con un editoriale intitolato: "Gran Bretgna terrorizza i musulmani". l'articolo a firma del direttore accusa il governo di Londra: 'cedendo alle pressioni degli islamofobi' sta preprando misure per dividere la comunità islamica in 'moderati' e 'fondamentalisti'. Giordania, "A causa delle accuse di 'crimini di guerra', il governo di Amman 'consiglia' Olmert, Livni e Barak di non entrare nel Regno Hashimita". Cisgiordania, "Sit-in fupori di al Moqata (sede di Abu Mazen) chiede la formazione di 'un comando di emergenza' al movimento di al Fatah"; "arrestato un bimbo che ha lanciato le sue scarpe contro l'auto d' al Fayad" il premier del governo dell'Anp. Egitto: "200mila farmacisti e autisti in sciopero e la folla chiede ai poliziotti: 'dateci medicine'"; "esercitazioni di combattimenti dell'esercito nel Sinai", e "feriti 7 egiziani in scontri confessionali".

AL HAYAT - giornale panarabo edito a Londra, intrevista il ministro della Finanza saudita, sulla crisi dei Mercati "al Assaf: Cattive notizie dalle economie internazionali ed i mercati sono in stato di incertezza, ma non c'è bisogno di chiedere prestiti per coprire le spese del bilnacio". Iraq, "moschee sunnite e sciiti abbattono i muri che separano i quartieri di Baghdad e riprendono le loro attività di culto prima di finire i lavori di ristrutturazione di quelle distrutte" durante le violenze confessionali.

AL AHRAM - giornale egiziano semi-ufficiale, apre su una lettera ricevuta dal presidente Mubarak dal suo omologo russo, Medvedev: "una spinta alle relazioni Egitto-Russia verso un partenariato strategico in tutti i settori: Petrolio, gas, energia nucleare, spazio e tecnologia avanzata". Il ministro degli Esteri Abu al Gheith: "lavoriamo per far riuscire la Conferenza di pace a Mosca e l'alternativa francese non è ancora matura". Sciopero dei farmacisti, il primo minstro Nadif: "Ho chiesto al ministro della Finanza di non spulciare nei vecchi archivi e riformare la legge".

AL SABAH - giornale di stato iracheno, "Iraq e Germania firmano accordi di cooperazione bilaterali". "Costituita una commissione mista tra sadristi e al Maliki per un intesa su vari temi". "Domani, i risultati definitivi delle elezioni amministrative". "programma di armamenti dell'esercito: F16 e carri armati 140, la stampa occidentale la definisce 'La più grande in Medio Oriente'".

(Virgilio Notizie, 18 febbraio 2009)

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Il giorno dello Statuto Albertino e di Giordano Bruno:
un lungo cammino per l'acquisizione dei diritti civili

di Valerio Di Porto,
Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Oggi ricorrono due anniversari tra di loro molto diversi, ma legati da un filo sottile, nel nome dell'eterno, cruciale tema della libertà religiosa: il 17 febbraio del 1600, in Campo de' Fiori, a Roma, viene arso sul rogo Giordano Bruno, reo di eresia; 248 anni dopo, nel Regno sabaudo, il re Carlo Alberto rilascia le "lettere patenti" con le quali dispone: "I valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici. Nulla è però innovato quanto all'esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette". Finisce così il lungo periodo del ghetto alpino: i valdesi diventano cittadini uguali agli altri. L'annuncio viene portato velocemente nelle Valli valdesi, provocando generale entusiasmo. Il 27 febbraio, 600 valligiani scendono a Torino per festeggiare lo Statuto, accolti con grande gioia dalla popolazione. Oggi i valdesi festeggiano - e con loro altre confessioni protestanti - la ricorrenza.
Lo stesso Statuto, firmato da Carlo Alberto il 4 marzo, getta le basi per l'abolizione delle discriminazioni giuridiche a danno degli ebrei, i cui diritti civili vengono riconosciuti con il regio decreto 29 marzo 1848, n. 688; il decreto luogotenenziale 15 aprile 1848, n.735 ammette gli israeliti al servizio militare. Finalmente, la legge 29 giugno 1848, n. 735, dispone il pieno riconoscimento anche dei diritti politici: "La differenza di culto non forma eccezione al godimento dei diritti civili e politici ed alla ammissibilità alle cariche civili e militari".
Molto si batté per l'emancipazione valdese ed ebraica il ministro marchese Roberto D'Azeglio (fratello di Massimo), tanto che i valdesi, non ancora maturi, subito dopo l'emancipazione, per eleggere un loro rappresentante al Parlamento subalpino, indicarono proprio lui come la persona che avrebbe potuto meglio rappresentarli, nel nome di un approccio comune al tema della libertà religiosa, al di là delle differenze di culto. E' senz'altro un esempio da rilanciare, in tempi di aspri conflitti.

(Notiziario Ucei, 17 febbraio 2009)

Il poeta romanesco Trilussa ha dedicato un sonetto alla figura di Giordano Bruno

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Shoah: un film per non dimenticare al binario 21 di Milano Centrale

MILANO - 17 febbraio 2009 - Un film per non dimenticare lo sterminio degli ebrei in Europa. E' stato presentato oggi, a Milano, "Fratelli d'Italia?", il lungometraggio che ricostruirà il periodo delle leggi razziali nel nostro Paese e l'atmosfera del binario 21 dello scalo ferroviario meneghino da cui partirono i treni per i campi di concentramento.
Il film, promosso dalla Provincia di Milano, sarà girato dal 23 febbraio al 9 marzo alla Stazione Centrale e avrà come protagonisti alcuni testimoni della Shoah, fra cui Liliana Segre e Nedo Fiano. Nelle intenzioni del regista Dario Barezzi e del produttore Andrea Jarach, di Moving Image, il lungometraggio è dedicato ai giovani.
Per ricostruire il sistema di caricamento dei vagoni in partenza dal Binario 21 e per la riproduzione del campo di Auschwitz, accanto alle immagini di repertorio, saranno usate anche tecniche di animazione digitale in 3D.
Primo Levi si chiedeva, preoccupato, cosa sarebbe successo quando tutti i testimoni della Shoah sarebbero scomparsi. 'Allora i falsari avranno via libera, potranno fare o negare qualsiasi cosa' disse Levi. Il film dovrebb riempire questo buco informativo e scongiurare il ripetersi di simili tragedie.
"Fratelli d'Italia?" uscirà il 24 aprile prossimo e verra' distribuito nelle scuole, in tv e nel circuito home video.

(Quotidiano del Nord, 17 febbraio 2009)

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Israele - La storia dei coloni espulsi raccontata nelle scuole

L'iniziativa approvata dal ministero dell'Istruzione

TEL AVIV - Gaza, torneremo. Questo il sogno di molti coloni espulsi nel 2005 dal Gush Katif (la zona di insediamento ebraico nel Sud della Striscia) per volere dell' allora premier Ariel Sharon (Likud).
Ieri in centinaia di scuole gli ex coloni - molti dei quali non sono ancora riusciti a reinserirsi nella società israeliana - hanno descritto agli allievi i loro 35 anni di vita agricola tra le dune sabbiose e nei palmeti della costa meridionale di Gaza. In Israele, storia recente e politica a braccetto. Nelle scuole statali viene ad esempio solennemente ricordato l'anniversario dell'uccisione del premier laburista Yitzhak Rabin (4 novembre 1995) da parte di uno zelota di estrema destra. Per i coloni la "espulsione" dai 21 insediamenti di Gaza non è meno traumatica dell'assassinio del premier. Nei mesi scorsi hanno dunque ottenuto dal ministero dell'Istruzione il permesso di ricordare "la distruzione" dei loro insediamenti, ma solo nelle scuole che lo ritengano opportuno: duecento licei e altrettante scuole elementari, quasi tutte inserite nel filone educativo "nazional-religioso". Gli oratori hanno cercato di lasciare la politica vera e propria fuori dalle classi e il nome di Sharon non è stato a quanto pare evocato.

(Corriere Canadese, 17 febbraio 2009)

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Possibile mercoledì l'ok di Israele all'intesa su Shalit

GERUSALEMME, 16 feb. - Il gabinetto ristretto israeliano per la Sicurezza potrebbe approvare mercoledi' i termini di un accordo con Hamas riguardante il rilascio di Gilad Shalit, il giovane sottufficiale rapito nel giugno 2006 da miliziani del gruppo radicale palestinese al confine con la Striscia di Gaza, ma sul territorio dello Stato ebraico. Lo hanno riferito in via riservata fonti governative, citate dal quotidiano 'Haaretz', secondo cui non e' da escludere che proprio dopodomani siano "autorizzati i criteri" per giungere a un'intesa sulla liberazione di Shalit, ovviamente compresa la contropartita. "E' vero", ha sottolineato le fonti anonime, "si sta discutendo sui chi scarcerare" in cambio dell'ostaggio israeliano. Del resto, oggi stesso il premier ad interim Ehud Olmert, a colloquio con una delegazione di parlamentari americani in visita, ha ribadito la sua intenzione di portare la questione davanti al gabinetto ristretto entro la meta' della settimana. Se Olmert punta a lasciare l'incarico cogliendo un successo personale, Hamas dal canto proprio vorrebbe stringere i tempi, onde evitare di dover aspettare di affrontare la questione con Israele una volta che si fosse insediato un governo di destra, guidato dal 'falco' Benjamin Netanyahu: ipotesi al momento tutt'altro che esclusa. Persino Netanyahu preferirebbe evitare di ritrovarsi il problema irrisolto fin dall'inizio del mandato. Olmert ha comunque ribadito che un accordo per un cessate-il-fuoco di lungo periodo nella Striscia di Gaza non potra' essere concluso se il sottufficiale rimarra' prigioniero. Hamas ha ribattuto che insistere sul rilascio pregiudicherebbe i negoziati su Gaza; ma un suo dirigente, Moussa Abu Marzouk, con la televisione pan-araba 'al-Jazira' ha ammesso che il suo movimento e' disposto ad "aprire il dossier Shalit e trattare".

(AGI, 17 febbraio 2009)

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Hezbollah: abbiamo diritto ad avere una nostra contraerea

BEIRUT, 16 feb. - Hezbollah vuole disporre di una propria contraerea per opporla ai raid sul Libano dell'Aviazione israeliana: lo ha affermato oggi lo sceicco Sayyed Hassan Nasrallah, leader del gruppo integralistico sciita libanese, il quale nel corso di un comizio ha affermato che il Partito di Dio ha "tutto il diritto di ottenere qualsiasi tipo di armamento, anche anti-aereo, e di servircene, se lo desideriamo, per difendere il nostro Paese e il nostro popolo". Nasrallah ha aggiunto che dotarsi di simili sistemi riequilibrerebbe i rapporti di forza, giacche' Israele finora ha sempre contato sulla propria superiorita' in campo aeronautico. "Nel nostro spazio aereo fanno quello che vogliono", ha ribattuto lo sceicco fondamentalista, "e poi ci vengono a dire che se otterremo quelle armi, o abbatteremo i loro aerei che volano sul Libano, ne pagheremo il prezzo. Io non intendo sostenere che punto a scatenare un'altra battaglia", ha puntualizzato, alludendo alla guerra-lampo dell'estate 2006, "ma e' un nostro diritto disporre di ogni armamento per proteggerci". Nasrallah ha quindi fatto riferimento alle denunce israeliane, secondo cui la Siria avrebbe gia' consegnato al gruppo, suo tradizionale alleato, sofisticati missili terra-aria. "Se certe armi le abbiamo o meno e' un altro discorso, non intendo confermarlo ne' smentirlo", ha tagliato corto, con parole che sono parse pero' avallare le indiscrezioni in tal senso. "La nostra battaglia contro il nemico si basa sull'elemento-sorpresa. Perche' gli israeliani non vogliono che ce ne serviamo?", ha proseguito.
"Perche' la resistenza ha la volonta' e il coraggio di utilizzarle". Il raduno era stato convocato in occasione del primo anniversario della morte in un attentato a Damasco di Imad Moughniyeh, gia' comandante militare del Partito di Dio, che ha sempre accusato Israele di averlo fatto assassinare: al riguardo lo sceicco ha confermato l'impegno a vendicare il compagno defunto, per 25 anni inserito dagli Stati Uniti nella 'lista nera' dei terroristi super-ricercati. "Moughniyeh li perseguitera' ovunque, notte e giorno", ha assicurato, "e noi, ad Allah piacendo, quella promessa e quel giuramento li manterremo". Nasrallah ha concluso tuttavia sottolineando di non voler aggiungere altro.

(AGI, 17 febbraio 2009)

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Rassegna di stampa araba. Titoli delle prime pagine

ROMA, 17 feb. (Apcom) - Il discorso del leader degli Hezbollah libanesi che ha parlato di diritto del suo movimento di usare la contaerea contro Isarele, in primo piano sui principali quotidiani arabi di questa mattina: Al Sharq al Awsat, riferisce di "cambio nel vertice della squadra dei negoziatori palestinesi" con Israele decisa da Abu Mazen. al Hayat e al Ahram, mettono in evidenza la visita "di solidarietà" del presidente egziano Hosni Mubarak nel Bahrain, dopo le dichiarazioni di un esponente di Teheran che ha definito il piccolo stato del Golfo,'14esima provincia iraniana"

AL SHARQ AL AWSAT - quotidiano panarabo edito a Londra, "Cambio nel vertice della squadra dei negoziatori palestinesi: dopo divergenze con Abu Alaa, Abu Mazen nomina Saeb Erekat", intanto "Livni promette di rinunciare alla metà di Israele". Iraq, "esponente governo Kurdistan: una guerra tra arabi e curdi è una preoccupazione reale". "Il leader del movimento dei ribelli del Darfur effettua contatti segreti con Israele". "Una collusione tra due sottomarini britannico e francese stava per provocare una catastrofe nucleare".

AL QUDS AL ARABI - giornale palestinese edito a Londra, apre sul Libano: il leader degli Hezbollah sciiti "Nasrallah accenna al ricorso alla contraerea contro Israele" e "la tv al Manar svela il ruolo di al Mughaniyeh (capo militare del movimento fondamentalista ucciso a Damasco) nel sequestro di due soldat israeliani e del loro scambio". "A causa delle condizioni poste da Olmert per la tregua a Gaza, Israele prevede tensioni nei suoi rapporti con l'Egitto: Mubarak rifiuta di legare la questione di Shalit con l'accordo per una tregua". "Il Qatar annuncia un 'intesa di fiducia' tra Khartoum e i ribelli del Darfur". Yemen, "Caos e tensione in un processo contro un imputato accusato di avre ucciso un ebreo".

AL HAYAT - giornale panarabo edito a Londra, apre sul viaggio del presidente egiziano nello stato del Bahrain, dopo che un epsonente di Teheran aveva parlato del Paese come '14esima provincia iraniana': "Mubarak in visita di soldarieta con Manama", "il Kuwait condanna le dichaiarazioni iranaiane", intanto il sovrano saudita "chiede di superare gli ostacoli per la riconciliazione araba". Libano, "Nasrallah promuove la riconciliazione araba-araba e auspica moderazione nei messaggi politici interni". Tregua a Gaza, "Olmert vuole 'prima' la liberazione di Shalit e Hamas: niente in contrario a patto di accogliere le nostre condizioni".

AL AHRAM - giornale egiziano semi-ufficiale, "Vertice tra Egitto e il Bahrain per ribadire l'unità della nazione araba di fronte alle sfide". "Mubarak: nessun legame tra l'accordo per la tregua a Gaza e la liberazione del soldato Shalit ... la riconciliazione palestinese è una necessità... e tutte le fazioni palestinesi parteciperanno alla conferenza del Cairo", fissata per il 22 febbraio prossimo. Sharm al Sheikh, il porssim mese "con la presenza di Sarkozy, Berlusconi e Clinton, il rais aprirà i lavori della Conferenza per la ricostruzione di Gaza con la partecipazione di 75 paesi".

ASSAFIR - quotidiano libanese vicino allo schieramento anti-occidentale, "Nasrallah blindando la tregua (tra gli antagonisti libanesi): prima di tutto il partenariato", "il leader della resistenza, preoccupa Isarele: è nostro diritto possedere e utilizzare la contraerea", e il quotidiano della maggioranza "'al Mustaqbal' elogia il linguaggio distensivo" del leader degli Hezbollah sciiti. Gaza, "Dopo l'accettazione di Israele delle condizioni poste da Hamas, si avvicina lo scambio di ostaggi".

AL SABAH - quotidiano di stato iracheno, "sabotata la più grande tangentopoli nel ministero delle Opere Pubbliche: presa una rete di impiegati coinvolta in un giro di 126 milioni di dollari". "Coloqui iracheni-americani per sviluppare le relazioni bilaterali". Comandante della Sicurazza di Baghadd: "entro l'anno sarà tolto il coprifuoco totalmente".

(Virgilio Notizie, 17 febbraio 2009)

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Il mondo si è bevuto le false cifre di Hamas

Quattro settimane dopo la conclusione della controffensiva israeliana anti-Hamas nella striscia di Gaza, domenica le Forze di Difesa israeliane hanno aperto il dossier delle vittime palestinese presentando al Jerusalem Post una panoramica decisamente contrastante con le cifre palestinesi che finora hanno costituito la base di ogni analisi del conflitto.
Mentre il Palestinian Center for Human Rights, le cui cifre sul numero di caduti sono state ampiamente citate in tutto il mondo, parla di 895 civili di Gaza uccisi nei combattimenti, pari a più di due terzi del totale dei morti palestinesi, le cifre mostrate dalle Forze di Difesa israeliane al Jerusalem Post pongono il numero di civili morti a meno di un terzo del totale.
Alla comunità internazionale è stata data un'impressione ampiamente distorta delle vittime a causa dei "falsi rapporti" di Hamas, spiega Moshe Levi, capo dell'Ufficio di collegamento e coordinamento delle Forze di Difesa israeliane, incaricato di compilare le cifre....

(Jerusalem Post, 16 febbraio 2009 - da israele.net)

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Venezuela - Leader della comunita' ebraica: Chavez fomenta l'antisemitismo

Sammy Eppel: ma i venezuelani non sono antisemiti

Hugo Chavez
ROMA, 16 feb. (Apcom) - Hugo Chavez, fresco vincitore del referendum costituzionale che gli permetterà di rimanere al potere a tempo indefinito, è il responsabile dell'ondata di antisemitismo che ha investito negli ultimi tempi il Venezuela, culminata nell'attacco a fine gennaio alla sinagoga Tiferet di Caracas. Ad accusare il presidente venezuelano è Sammy Eppel, uno dei leader della comunità ebraica venezuelana, che partecipa oggi alla Conferenza di Londra sulla lotta all'antisemitismo.
Eppel, che è anche direttore della Commissione diritti umani dell'organizzazione ebraica Bnai Brith e editorialista del principale quotidiano di Caracas, El Universal, sostiene che la campagna di antisemitismo in Venezuela viene fomentata direttamente dal governo e dal presidente Hugo Chavez.
L'atto che ha dato il via a questa campagna, ricorda Eppel in una intervista al Jerusalem Post, risale al 2004, quando fu attaccata una scuola ebraica di Caracas in coincidenza con una visita in Iran del presidente venezuelano Hugo Chavez. "Si può dire che fu un regalo ad Ahmadinejad, quasi a dire: 'così tratto i miei ebrei'", osserva Eppel, per il quale una parte del problema è rappresentato proprio dal rafforzamento delle relazioni tra Caracas e Teheran.
La situazione per gli ebrei in Venezuela è però sensibilmente peggiorata dopo l'inizio dell'operazione militare "Piombo fuso" nella Striscia di Gaza, il 27 dicembre scorso, lanciata dall'esercito israeliano per fermare i continui attacchi con razzi Qassam contro le comunità del Negev occidentale. Ai primi di gennaio Chavez ha espulso l'ambasciatore israeliano a Caracas e a fine mese è giunto l'attacco vandalico contro la sinagoga della capitale venezuelana.
Ma il 20 gennaio è stato anche pubblicato sul sito web filo-governativo Aporrea un "Piano d'azione" che invoca, tra le altre cose, "la confisca dei beni degli ebrei che sostengono le atrocità sioniste commesse dallo Stato nazista di Israele e la donazione di questi beni alle vittime palestinesi dell'Olocausto di oggi".
Questo piano "esorta la gente ad affrontare gli ebrei nelle strade, si parla di chiudere le scuole ebraiche e di confiscare i beni degli ebrei", afferma Eppel. Tutto ciò "viene fatto dal governo e dai media, e questo dovrebbe preoccupare non solo noi ma il mondo intero".
Secondo Eppel, Chavez sta trasformando il Venezuela in una sorta di laboratorio, con il governo impegnato a fabbricare un antisemitismo finora sconosciuto da quelle parti. "Si tratta di un esperimento diabolico per cercare di introdurre l'antisemitismo in una società che non è mai stata antisemita", denuncia Eppel, che tiene a sottolineare che "la popolazione venezuelana non è anti-semita". "E' giunto il momento di fermare" questa campagna "che semina odio e discriminazioni", e rappresenta "una flagrante violazione dei diritti umani".
Chavez, che ha criticato duramente Israele per l'offensiva contro Hamas dello scorso mese (che ha fatto circa 1.300 vittime), ha condannato l'attacco contro la sinagoga di Caracas, accusando le "oligarchie" del Paese di essere responsabili dell'accaduto. Negli ultimi dieci anni il crescente antisemitismo ha però spinto molti ebrei a lasciare il Venezuela, e la comunità ebraica locale - che conta oggi 14-15mila membri - si è pressoché dimezzata.

(Virgilio Notizie, 16 febbraio 2009)

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Tennis: Itf e Wta contro Emirati, grave negare il visto all’israeliana Peer

LONDRA, 16 feb. - (Adnkronos) - ''La discriminazione non e' ammessa per nessun motivo''. La federtennis internazionale (ITF) e il circuito femminile (Wta) stigmatizzano la decisione con cui gli Emirati Arabi Uniti hanno negato il visto alla tennista israeliana Shahar Peer, che non ha potuto prendere parte al torneo di Dubai in programma questa settimana. ''Ci metteremo in contatto con la federazione degli Emirati, per ricordare che le regole dell'ITF non consentono la discriminazione per nessun motivo'', ha detto in una nota Francesco Ricci Bitti, presidente della federazione internazionale. La Peer, che ha svolto il servizio militare nell'esercito israeliano, ''si e' guadagnata sul campo il diritto a partecipare al torneo. L'ITF sostiene il principio secondo cui sia il ranking internazionale a determinare l'ammissione di un'atleta ai tornei''. La Peer attualmente e' numero 49 della classifica Wta. ''Le nostre principali competizioni come Coppa Davis e Fed Cup -prosegue Ricci Bitti- sono nate con l'idea di promuvere un'intesa piu' solida tra le nazioni attraverso il tennis. E' un principio valido oggi cosi' come lo era piu' di 100 anni fa''.
La Wta, attraverso le parole del presidente Larry Scott, esprime ''profonda delusione'' e definisce ''riprovevole'' la decisione di negare il visto all'atleta. Il Tour, ''dopo varie consultazioni'', ha deciso di consentire il regolare svolgimento del torneo. In futuro, pero', la Wta ''valutera' azioni appropriate nei confronti dell'evento''. L'associazione ''ritiene fermamente che nessun paese dovrebbe negare ad una tennista il diritto, garantito dal ranking, di partecipare ad un torneo''.

(IGN, 16 febbraio 2009)

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Yad Vashem onora ufficiale tedesco

Figura divenuta famosa col film 'Il pianista'

GERUSALEMME, 16 feb - Wilm Hosenfeld, l'ufficiale tedesco divenuto famoso nel film 'Il Pianista', e' stato proclamato 'Giusto tra le Nazioni'.Lo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme ha onorato il militare 57 anni dopo la sua morte in una prigione sovietica. Durante la seconda guerra mondiale Hosenfeld era stato di stanza in Polonia col compito di addetto allo sport e alla cultura. Ed aiuto' sia il pianista Wladislaw Szpilman, sia un ebreo fuggito dal treno che lo portava a Treblinka.

(ANSA, 16 febbraio 2009)

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Mostre - A Roma "Constellation", selezione di artisti israeliani

Da domani al 14 marzo al Portico d'Ottavia

ROMA, 16 feb. (Apcom) - Una mostra a Roma per far vedere l'altra faccia di Israele, quella di un paese che si sente ogni giorno ancora in guerra ma che riesce anche a pensare alla vita, al bello, all'arte. All'inaugurazione, domani, alla Ermanno Tedeschi Gallery, in Via del Portico d'Ottavia a Roma, sono attese personalità politiche e diplomatiche. "Constellation" - questo il titolo della mostra che chiuderà il 14 marzo - presente al pubblico italiano l'opera di un gruppo scelto di artisti israeliani ancora attivi. Alcune opere esplorano le preoccupazioni universali in termini quasi mistici, altre presentano percorsi più personali nel regno dell'immaginario. Tutte le opere presentate cedono al desiderio di oltrepassare i confini. Nello stesso tempo, tuttavia, esse alludono all'identità, alla religione e all'eredità storica unica d'Israele, al luogo e ai suoi paesaggi e alla realtà israeliana degli ultimi anni. La storia dell'arte israeliana è stata caratterizzata da continue lotte e tensioni. Nel 1906, in occasione della creazione della Bezalel School of Arts and Craft a Gerusalemme e della decisione di creare degli istituti educativi e d'arte nel paese come primo passo per promuovere lo Stato ebraico, questo tentativo è stato segnato da una ricerca dell'identità e dal desiderio di creare una cultura occidentale nel cuore dell'Oriente, sullo sfondo di crescenti tensioni tra le popolazioni arabe ed ebraiche locali. La transizione al modernismo e all'astrazione, in seguito alla creazione dello Stato d'Israele nel 1948, derivò ugualmente da una lotta sui contenuti futuri della cultura israeliana: la dicotomia tra una società aperta, universalista, moderna e una società che trae origine dalla tradizione ebraica. Sulla scia della Guerra dei sei giorni, la realtà israeliana è stata caratterizzata da un'ansia crescente a causa dei conflitti con gli Stati arabi vicini. L'arte concettuale è stata la protagonista negli anni '60 e '70, introducendo una profonda consapevolezza politica con riferimento al conflitto Israelo-Palestinese. Atteggiamenti morali hanno continuato ad essere espressi chiaramente negli anni '90 da una generazione di giovani artisti che si interessarono principalmente della video arte, della fotografia e dell'installazione. Profondamente legati alla patria - un paese afflitto dal terrore e dalle guerre, sebbene all'avanguardia in termini tecnologici, economici e culturali - gli artisti israeliani, nelle loro opere visive personali, testimoniano questa realtà complessa e stratificata.

(Virgilio Notizie, 16 febbraio 2009)

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Il pupazzo di Hamas: Dichiaro guerra ai Sionisti

Dopo aver ospitato tre pupazzi, quello che somigliava a Topolino, l'ape ed il coniglio, tutti sulla TV, la televisione per i bambini di Hamas ha introdotto un quarto pupazzo.
Il nuovo pupazzo, un orso chiamato Nassur, è apparso venerdì 13 febbraio sulla TV di Hamas, dicendo di essere un comandante del Jihad, e dichiarando guerra ai Sionisti.

Per vedere la dichiarazione di guerra di Nassur contro i Sionisti cliccare qui (in arabo con i sottotitoli in inglese).

TRADUZIONE:

Nassur: "Sono entrato a far parte dei ranghi delle Brigate Ezzedeen al Qassam (l'ala militare di Hamas). Sarò un combattente del Jihad insieme a loro e porterò un fucile. Sai perché, Saraa"?
Saraa: "Perchè"?
Nassur: "Per difendere i bambini della Palestina, i bambini che sono stati uccisi, i bambini che sono stati feriti, i bambini orfani. Ecco perchè, da questo momento, dichiaro guerra ai criminali Sionisti. Non soltanto io, io e te. Tu sei pronta, vero Saraa"?
Saraa: "Siamo tutti pronti a sacrificarci per la nostra terra".

Al-Aqsa TV, 13 Febbraio 2009

(Trad. In Difesa di Israele - indifesadisraele@gmail.com)

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Da Beethoven a Sting, Daniel Hope, il violinista errante

di Luigi Di Fronzo

"L‘identità ebraica di cui sono fiero influenza in maniera profonda anche il mio modo di suonare"

MILANO - Per lui «la creatività è il dono più grande che abbiamo» e infatti è raro trovare nel mondo imbalsamato della musica classica un personaggio così dirompente e fuori dagli schemi. Trentacinque anni, nato in Sudafrica da un padre scrittore irlandese e da una madre di origini tedesche, il violinista Daniel Hope che debutta domani al «Quartetto» con il pianista Sebastian Knauer interpretando de Falla (Suite populaire espagnole), Beethoven (Kreutzer-Sonata), più tre pagine romantiche di Mendelssohn e Grieg (Sonata n.3) è ormai un punto di riferimento esemplare sulla scena internazionale.
Suona magnificamente e con slancio il suo violino che ha imbracciato al Royal College di Londra, dirige orchestre da camera, dal 2002 è diventato membro del leggendario Trio Beaux Arts, ma soprattutto si diverte a tracciare progetti fantasiosi con attori e musicisti....

(la Repubblica, 16 febbraio 2009)

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Roma, raid contro negozi ebrei a gennaio: individuati e denunciati due degli autori

ROMA (16 febbraio) - Denunciati due ragazzi di 22 e 24 anni appartenenti a Militia per il danneggiamento di negozi a viale Libia avvenuti la notte tra il 21 e 22 gennaio. Oltre 12 esercizi commerciali, molti dei quali di proprietà di appartenenti alla comunità ebraica , furono danneggiati mediante l'apposizione di colla su lucchetti e serrande.
Il gesto fu subito ricondotto al gruppo della destra extraparlamentare Militia. Infatti, sul posto era stato trovato uno striscione con scritto «Boicotta Israele! Militia», affisso nella vicina piazza Sante Emerenziana. Nel corso dell'immediata attività investigativa, condotta dalla Digos e dagli agenti della polizia di Stato del commissariato Vescovio, sono state acquisite le registrazioni delle telecamere di sicurezza di alcuni esercizi commerciali di viale Libia.
Sui filmati si vedevano due giovani che, dopo essersi fermati davanti ad uno dei negozi, si sono chinati sulla saracinesca all'altezza della serratura. I relativi fotogrammi sono stati estrapolati con l'ausilio della polizia scientifica. L'attenzione degli investigatori si è quindi concentrata su due giovani identificati per S.S., di 24 anni, e V.C., di 22 anni, entrambi conosciuti come militanti del movimento della destra extraparlamentare Militia, i cui tratti somatici erano somiglianti a quelli dei due ragazzi ripresi dalle telecamere. I due erano già noti poiché denunciati il 5 dicembre per avere esposto striscioni, a firma Militia, offensivi nei confronti di alte cariche dello Stato Italiano e di quello USA, mentre il 19 gennaio sono stati denunciati per manifestazione non preavvisata.
La perquisizione. È stato quindi richiesto dal pm Diana De Martino un decreto di perquisizione a loro carico. Le perquisizioni eseguite questa mattina dal personale della Digos della Squadra Investigativa del Commissariato Vescovio, hanno consentito di trovare elementi, quali capi di abbigliamento indossati nella circostanza e ritagli stampa sulla vicenda. Sono in corso ulteriori attività investigative dirette ad accertare l'eventuale coinvolgimento di altre persone.

(Il Messaggero, 16 febbraio 2009)

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Israele alle elezioni

I risultati presentano alcuni fenomeni assai interessanti

di Andrea Yaakov Lattes

Questi fenomeni, o meglio gli aspetti da analizzare, sono sostanzialmente tre: il crollo della sinistra storica che comprendeva i due partiti dell'Avodà e di Meretz, l'ascesa del Likud di Netanyahu, e l'ascesa di Israel Betenu guidato da Liebermann.
     Per poter analizzare questi tre movimenti di voto, è necessario tener presente la situazione in cui la popolazione israeliana si è trovata in questi ultimi anni, e comprendere che questo voto è stato sostanzialmente un voto di protesta. I cittadini israeliani difatti si sono trovati durante i passati anni a subire quasi come cavie esperimenti politici che non hanno portato a nessun risultato ed anzi sono falliti fragorosamente. Questi esperimenti come gli accordi firmati con Arafat ed il ritiro unilaterale da Gaza, hanno causato quasi esclusivamente atti di terrorismo contro la popolazione civile, con autobus pubblici che esplodevano per strada e missili caduti su scuole ed abitazioni, sia del nord provenienti dal Libano sia del sud provenienti da Gaza, assommati a grossi problemi sociali quali il sempre maggiore divario economico fra ricchi e poveri, ed infine il tracollo del sistema educativo pubblico (Israele è stata classificata al 26o posto su 32 nell'ultima statistica sull'educazione dell'OCSE, cioè al settimo posto dalla fine). Questa situazione ha portato la popolazione all'esasperazione, che ha quindi reagito nella più democratica delle maniere: andando a votare....

(l’Ideale, 15 febbraio 2009)

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Le parole di Benedetto XVI sulla Shoah

di David Bidussa

Le parole pronunciate giovedì scorso da Benedetto XVI a proposito della Shoah possono essere accolte come un atto di chiarezza. In realtà testimoniano del vuoto. Quelle parole, infatti, per il modo in cui sono state pronunciate e soprattutto per il tempo che hanno richiesto per essere dette danno la sensazione di una condizione ondivaga, effetto, in cui un ennesimo « Mai più » non interviene profondamente sul senso comune mentre lascia intravedere una lunga « navigazione a vista ». La sensazione che comunicano è quella di un gesto obbligato, dove contano più le buone maniere che la convinzione. Un atto di politica estera, dovuto a qualcuno perché s’acquieti, senza per questo indicare un percorso. E senza fare i conti con le cause. In breve un atto di cortesia, che lascia sul campo molte macerie e non garantisce sull’eventualità del suo ripetersi. Una cosa che assomiglia molto alla retorica dell’autocritica cui ci aveva abituato il linguaggio del “socialismo reale”.

(Notiziario Ucei, 15 febbraio 2009)

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Torneo di Dubai, niente visto d'ingresso per la tennista israeliana Peer

La Wta «rammaricata» per la decisione delle autorità degli Emirati Arabi Uniti

Shahar Peer
DOHA - Avrebbe dovuto partecipare al torneo Wta di Dubai. Ma Shahar Peer, tennista israeliana, 48/ma nel ranking mondiale, dovrà rinunciare: le autorità degli Emirati Arabi Uniti le hanno rifiutato il visto di entrata. E proprio la Wta si è detta «molto delusa» per la decisione.
- LA WTA - «Siamo profondamente rammaricati per quanto è successo - ha commentato il portavoce del circuito femminile Larry Scott -. La Peer e la sua famiglia sono turbati per questa decisione che ha un profondo impatto sulla loro vita professionale e su quella personale».
- EPISODIO - Shahar Peer, ex numero 15 del mondo, non ha voluto fare commenti. All'inizio dell'anno era già rimasta coinvolta in una vicenda che l'aveva molto infastidita: durante un torneo in Nuova Zelanda, ad Auckland, era stata provocata da un gruppo di spettatori che protestavano contro l'offensiva militare israeliana a Gaza. «Io non sono il governo d'Israele, e non lo rappresento in alcun modo a livello politico», aveva detto in quella circostanza la 21enne Peer, che l'anno scorso a Doha era stata la prima giocatrice israeliana a prendere parte ad un torneo organizzato in un paese del Golfo.

(Corriere della Sera, 15 febbraio 2009)

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Oslo, due postini ricoverati

Ustionati da busta a ambasciata Israele

La Norvegia ha aperto un'inchiesta per terrorismo dopo che due postini sono rimasti ustionati da una busta indirizzata all'ambasciata d'Israele a Oslo. I due portalettere sono stati ricoverati in ospedale in isolamento dopo essersi bruciati le mani con il plico mentre smistavano la corrispondenza. La lettera è stata isolata in una busta di plastica e inviata agli esperti della polizia per essere analizzata. Si teme un attacco batteriologico.
La polizia norvegese ha riferito che i due uomini stanno meglio, dopo l'episodio di venerdì, ma sono ancora ricoverati in attesa che vengano chiarite le cause dell'ustione.
I due postini stavano smistando la corrispondenza quando, dopo essere entrati in contatto con la busta, hanno avvertito un forte prurito alle mani e agli occhi. A quel punto è scattato l'allarme: le due persone sono subito state ricoverate in ospedale per le cure e gli accertamenti, mentre la busta è stata inviata ad un laboratorio per un'analisi accurata.
Il capo della polizia di Oslo, Per Olav Utgaard, non ha nascosto il timore di "pericoli batteriologici". L'esito degli esami sulla busta, la fatto sapere l'istituto per la sanità pubblica, dovrebbe arrivare entro lunedì 16 o martedì 17 febbraio. Fino a quel momento, i due postini dovranno restare in isolamento.

(TGCOM, 15 febbraio 2009)

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Rilascio Shalit, Olmert chiederà l'opinione di Netanyahu

Anche in merito a eventuale tregua con Hamas.

ROMA, 15 feb. (Apcom) - Il premier israeliano uscente Ehud Olmert si consulterà con il candidato del Likud, Benjamin Netanyahu, prima di prendere qualsiasi decisione definitiva su un eventuale accordo per il rilascio di Gilad Shalit, il militare sequestrato nel giugno del 2006 dalle milizie palestinesi: è quanto scrive il quotidiano israeliano Ha'aretz.
Dato il risultato delle elezioni dello scorso 10 febbraio - che vede il Likud superato di poco dal Kadima di Tzipi Livni e dello stesso Olmert ma con maggiori possibilità di formare un governo - il premier avrebbe deciso di chiedere l'opinione di Netanyahu - schierato su posizioni assai più intransigenti - anche per quel che riguarda un eventuale accordo di cessate il fuoco con Hamas.
Le trattative per la formazione del nuovo esecutivo potrebbero durare settimane: le alternative sembrano essere un governo guidato dal Likud insieme alla formazione di estrema destra Israel Beitenu di Avigdor Lieberman oppure un esecutivo di unità nazionale insieme al Kadima e ai laburisti, retrocessi a quarta forza nella Knesset.

(Virgilio Notizie, 15 febbraio 2009)

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Ministro Kadima propone una rotazione di potere con Likud

Altrimenti Kadima andrà all'opposizione

GERUSALEMME, 15 feb. (Apcom) - Il ministro israeliano della Sicurezza interna, Aviv Dichter, ha chiesto che il partito centrista Kadima e il Likud si alternino al potere. "La rotazione al potere è il minimo che Kadima possa esigere perché un governo stabile prenda forma (...) Se non andrà al potere, andrà all'opposizione", ha dichiarato Dichter alla radio pubblica.
"Tzipi Livni (leader di Kadima) è stata preferita dall'opinione pubblica e (Benjamin) Netanyahu (leader del Likud)lo devo riconoscere. E' necessario un giusto equilibrio" tra le due formazioni, ha sostenuto Dichter.
Kadima, principale partito in Israele, ha conquistato 28 seggi alle elezioni legislative del 10 febbraio, contro i 27 del Likud. Quest'ultimo però può appoggiarsi su un blocco di formazioni di destra che in tutto occuperebbe 65 seggi sui 120 della Knesset, il parlamento israeliano.

(Virgilio Notizie, 15 febbraio 2009)

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La destra fa bene a Israele

di Abraham B. Yehoshua

Europei e americani interessati ai problemi del Medio Oriente non possono analizzare e comprendere i risultati delle ultime elezioni in Israele unicamente in base al solito criterio: sinistra opposta a destra, colombe che sostengono il processo di pace e la formula «due Stati per due popoli» contro falchi che lo osteggiano.
    Più che in molti altri Paesi, infatti, in Israele i conflitti politici e ideologici non rispecchiano soltanto i rapporti di forza e i contrasti su opinioni e valori interni alla società israeliana, ma sono significativamente influenzati dalle posizioni e dall'atteggiamento degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare. Il successo della destra israeliana alle recenti elezioni è dunque anche dovuto all'aggressività di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano dopo il ritiro unilaterale da quelle zone operato dai governi di centro-sinistra. Ironicamente, si potrebbe affermare che queste organizzazioni terroristiche potrebbero reclamare un posto nella futura coalizione di Netanyahu per il «lavoro» svolto a suo favore negli ultimi anni. Sarebbe quindi un errore pensare che la svolta a destra dell'elettorato israeliano segni un ribaltamento ideologico. Tutto sommato è più questione di Stato d'animo che di ideologia....

(La Stampa, 14 febbraio 2009)

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Olmert: nessuna tregua con Hamas senza rilascio Shalit

Sempre più lontana l'ipotesi di un accordo tra le parti

GERUSALEMME, 14 feb. (Ap) - Israele non accetterà una tregua con Hamas nella Striscia di Gaza se non verrà rilasciato Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito da miliziani palestinesi nel giugno 2006. La condizione è stata ricordata oggi dal premier israeliano Ehud Olmert con un comunicato.
Israele e Hamas stanno negoziando attraverso la mediazione dell'Egitto per arrivare a un cessate il fuoco duraturo che dovrebbe sostituire la fragile tregua proclamata unilateralmente da Israele e da Hamas il 18 gennaio scorso, al termine di un conflitto durato 22 giorni, nel corso del quale hanno perso la vita circa 1.300 palestinesi, tra cui numerosi civili.
Benché non ci sia stata ancora nessuna conferma ufficiale, pare che sia stato raggiunto un accordo che prevede una graduale apertura da parte israeliana dell'embargo imposto sulla Striscia di Gaza in cambio della fine degli attacchi missilistici palestinesi nel sud di Israele. Oggi dall'ufficio di Olmert hanno tuttavia ribadito che "Israele non raggiungerà nessun accordo prima del rilascio di Gilad Shalit".
Due giorni fa, a proposito dello scambio del caporale israeliano, fonti palestinesi affermavano che "l'annuncio dell'accordo è solo questione di tempo": Israele avrebbe accettato la liberazione di 230 di una lista di 450 (presentata da Hamas) di detenuti palestinesi che si sarebbero macchiati di reati di sangue. Nella lista dei mille, ci sarebbero anche "parlamentari e ministri del governo di Hamas", detenuti da Israele. Ma oggi Fawzi Barhoum, portavoce del movimento integralista palestinese, ha detto che Israele sta creando nuovi ostacoli sulla strada del raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco duraturo e altre fonti palestinesi hanno confermato che Israele avrebbe fatto "passi indietro chiedendo una tregua a tempo illimitato e non di un anno e mezzo come convenuto".

(Virgilio Notizie, 14 febbraio 2009)

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Lieberman: Yisrael Beiteinu non è un partito razzista

"La mia posizione condivisa da altri Paesi occidentali"

ROMA, 14 feb. (Apcom) - Avigdor Lieberman, leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu, terza forza nella Knesset con 15 seggi e ago della bilancia nella formazione del nuovo governo israeliano, respinge con fermezza le accuse di razzismo nei confronti dei cittadini arabi-israeliani.
In una intervista concessa a "l'Unità", Lieberman - che propone di togliere la cittadinanza agli arabi-israeliani che non dimostrano una piena fedeltà allo Stato di Israele - afferma: "Vorrei capire una volta per tutte il perché di questa grave accusa che mi si lancia contro. La mia posizione è sostenuta da norme che in molti Paesi occidentali ed europei sono considerate del tutto legittime. In molti Paesi occidentali ed europei sono considerate del tutto legittime".
"In molti Paesi - prosegue - la fedeltà allo Stato e la distinzione fra chi sostiene il terrorismo e chi lo rifiuta, sono parametri per la concessione o la negazione della cittadinanza e dei diritti che ne derivano. In Spagna, per esempio, pochi anni fa sono stati messi fuori legge quattro partiti non perché - si noti bene - sostenevano il terrorismo, ma perché hanno rifiutato di condannarlo".
"Se perfino l'Europa riconosce Hamas come organizzazione terroristica, cosa c'è di anormale e scandaloso nel fatto che io affermi che chi sostiene Hamas deve essere messo in prigione e gli si debbono negare i diritti come cittadino israeliano, visto che Hamas ha come scopo dichiarato quello di cancellare lo Stato di Israele? Perché quello che è ritenuto legittimo in Spagna, nel momento che viene proposto in Israele non è più legittimo?".
Lieberman si dice poi nettamente contrario all'ipotesi di una tregua con Hamas: "La tregua è servita e servirà ancora ad Hamas per riarmarsi e tornare a colpire. Nessuna tregua è concepibile con chi vuole fare di Gaza un avamposto iraniano a ridosso delle nostre città".

(Virgilio Notizie, 14 febbraio 2009)

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Abbas a leader europei, isolare governo Likud come si fece con Hamas

GERUSALEMME, 12 feb. - (Adnkronos) - Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha condotto in questi giorni un tour diplomatico in Europa con l'obiettivo di convincere la comunita' internazionale della necessita' di isolare un eventuale governo israeliano presieduto dal leader del Likud Benyamin Netanyahu. Proprio come fatto nei mesi scorsi con il governo di Hamas. Lo scrive il quotidiano Haaretz, che cita una fonte politica a Gerusalemme, secondo cui i leader di Francia, Gran Bretagna e Italia avrebbero risposto alle preoccupazioni di Abbas promettendo che non consentiranno al nuovo governo israeliano alcun rinvio o alcuno stop al processo di pace. La stessa fonte sostiene che le dichiarazioni di Netanyahu sulla volonta' di continuare il processo di pace e sull'impegno per una "pace economica" vengono percepite a Ramallah come "promesse vuote". Secondo il giornale, negli incontri avuti nei giorni scorsi con il presidente francese Nicolas Sarkozy, con il premier britannico Gordon Brown e con il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, Abbas avrebbe discusso le sue profonde preoccupazioni per la nascita in Israele di un esecutivo di destra guidato da Netanyahu, sostenendo che uno sviluppo simile rappresenterebbe un duro colpo al processo di pace. E avrebbe anche espresso il timore di un'ulteriore espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Haaretz parla di un piano di "resistenza diplomatica" perseguito dall'Anp nei confronti di Israele, alternativo alla "resistenza militare" di Hamas.

(Il Tempo, 14 febbraio 2009)

COMMENTO - Il metodo delle equiparazioni sembra essere sempre il più efficace. Dopo che contro Israele sono stati ritorti fatti subiti dagli ebrei come Olocausto, genocidio, razzismo, terrorismo, il “moderato” Mahmoud Abbas ne ha inventata un’altra: l’equiparazione tra il “governo” di Hamas e l’eventuale governo di Likud. E naturalmente ha trovato subito chi approva. M.C.

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Dopo la guerra a Gaza si moltiplicano gli episodi di antisemitismo

Almeno 250 attacchi nel mese di gennaio

LONDRA, 13 feb. (Ap) - Il numero di attacchi di natura antisemita in Gran Bretagna è notevolmente cresciuto nelle ultime settimane, a seguito dell'offensiva militare israeliana contro Hamas nella Striscia di Gaza dello scorso gennaio. A denunciarlo l'organizzazione Community Security Trust, con sede a Londra.
Nelle quattro settimane successive al 27 dicembre, giorno in cui l'esercito israeliano ha lanciato l'operazione "Piombo fuso" nella Striscia di Gaza, ci sono stati almeno 250 episodi di violenza contro gli ebrei britannici. Nello stesso periodo dello scorso anno ne erano stati registrati 40. Dave Rich, portavoce del Trust, ha spiegato che questo fenomeno è dovuto in primo luogo al fatto che gli ebrei vengono identificati con Israele, e ciò alimenta l'antisemitismo.

(Virgilio Notizie, 13 febbraio 2009)

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Hamas ha usato flaconi di medicinali per fare bombe (JP)

Responsabile israeliano: "Cinico impiego degli aiuti umanitari"

ROMA, 13 feb. (Apcom) - Bottigliette e flaconi di medicinali, inviati da Israele nella Striscia di Gaza insieme ad altri aiuti umanitari durante l'offensiva militare dello scorso mese, sono stati utilizzati da Hamas per confezionare ordigni esplosivi da lanciare contro i soldati israeliani. Lo riferisce il Jerusalem Post, che pubblica in esclusiva le prime foto di questi rudimentali ordigni rinvenuti nel nord della Striscia di Gaza.
I flaconi usati come bombe sono fabbricati dalla Jerusalem Pharmaceutical Company, i cui stabilimenti si trovano a El Bireh, una cittadina adiacente a Ramallah, in Cisgiordania, e dall'azienda farmaceutica Shire, presente in tutto il mondo.
Una bottiglietta trasformata in granata originariamente conteneva un medicinale chiamato Equetro, usato da persone che soffrono di psicosi. Un'altra bottiglietta conteneva invece vitamine. "Questo è un altro esempio di cinico impiego degli aiuti umanitari da parte dei miliziani di Hamas per attaccare gli israeliani", ha detto un responsabile del ministero della Difesa israeliano.

(Virgilio Notizie, 13 febbraio 2009)

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Scaricato a Cipro il cargo di armi iraniane diretto a Gaza

E' stato scaricato a Cipro il cargo iraniano pieno di armi destinate ad Hamas e sequestrato in base all'embargo imposto dalle Nazioni Unite alla repubblica islamica. Secondo fonti diplomatiche la Monchegorsk, che trasporta armi convenzionali, restera' all'ancora nel porto di Limassol. Il governo cipriota ha fatto sapere che il carico sara' immagazzinato "senza alcun pericolo". La nave e' stata fermata il 29 gennaio dopo essere stata abbordata da marinai Usa nel Mar Rosso. Secondo fonti militari americane era partita dall'Iran ed era diretta in Siria. Il carico di armi, stando a Israele, era diretto a Hezbollah in Libano e ad Hamas nella Striscia di Gaza.

(la Repubblica, 13 febbraio 2009)

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Così Hamas terrorizzava la popolazione di Gaza durante l'ultima guerra

di Fausto Biloslavo

Interi palazzi presi in ostaggio, la popolazione utilizzata come scudo umano, un centinaio di desaparecidos e aiuti umanitari sottratti all'Onu. Per i dissidenti, ancora oggi il rischio di beccarsi un proiettile in quanto «collaborazionisti». È l'altra faccia del conflitto a Gaza, che non ci era stata raccontata. Lo denuncia un reportage di Panorama, oggi in edicola. Foto e testimonianze dimostrano «la sporca guerra di Hamas» nella Striscia.
«Morire con noi è un grande onore. Andremo in paradiso assieme, oppure sopravvivremo fino alla vittoria. Sia fatta la volontà di Allah». Così reagivano i miliziani di Hamas alle suppliche dei civili palestinesi di non usare le loro case come postazioni durante la terribile offensiva israeliana nella striscia di Gaza dal 27 dicembre al 18 gennaio. «Quelli di Hamas arrivavano di notte a dormire nel sottoscala. Prima in uniforme, poi con abiti civili e le armi nascoste. Abbiamo cercato di sprangare il portone, ma non c'è stato nulla da fare. L'intero palazzo era usato come scudo dai miliziani, che avrebbero potuto essere bombardati in qualsiasi momento», ha raccontato un capofamiglia palestinese nel quartiere Tel al Awa di Gaza.
Non è tutto: dalla fine di dicembre, 181 palestinesi sono stati sommariamente giustiziati, gambizzati o torturati perché contrari ad Hamas. «Mi hanno sparato due colpi di kalashnikov nella gamba sinistra, senza neppure dirmi di cosa mi accusavano», racconta a Panorama Aaed Obaid, una delle vittime degli sgherri di Hamas. Nel mirino durante e dopo la guerra i simpatizzanti di Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen cacciato con le armi da Gaza. «Dall'inizio della guerra abbiamo documentato 27 esecuzioni sommarie. Altre 127 persone sono state rapite, torturate o gli hanno sparato nelle gambe. Almeno 150 costrette agli arresti domiciliari. Di un centinaio di prigionieri non sappiamo nulla».
La denuncia sulla sporca guerra di Hamas contro i suoi oppositori arriva da Salah Abd Alati, della Commissione indipendente sui diritti umani di Gaza. Il movimento islamico che governa la striscia con Corano e moschetto vuole controllare tutto. Le ong palestinesi accusano: «Decine di famiglie sono discriminate negli aiuti perché non appoggiano Hamas». Gli operatori umanitari ed i pacifisti italiani, in prima linea a Gaza, tendono, invece, a minimizzare le malefatte di Hamas.

(il Giornale, 13 febbraio 2009)

COMMENTO - Un’altra denuncia delle atrocità commesse da Hamas in puro stile nazista. Nel nome dell’Idea (per Hitler era la la grande Germania, per Hamas è il grande Islam) si lasciano uccidere e si uccidono uomini e donne. Ma gli “amanti della pace” non reagiscono, ormai sono diventati impermeabili a questi fatti. Per loro sono trascurabili epifenomeni che non meritano attenzione. Oggetto del discorso, e eventualmente di democratico dialogo, deve essere soltanto la valutazione del grado di perfidia a cui sono arrivati gli israeliani. Chi dice di più, chi dice di meno, ma che di perfidia si tratti è fuori discussione. M.C.

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L'altra Gaza: scudi umani, corruzione e desaparecidos

Quello che i tg non dicono

Fausto Biloslavo è un repoter che non sopporta "l'odore di mocassini" che si respira nelle redazioni dei giornali. E' sempre stato sul campo, sui diversi fronti di guerra, dal Libano all'Afghanistan, dalla Bosnia al Kosovo, dalla Cecenia all'Iraq. Scrive per il Giornale e il Foglio e questa settimana, su Panorama, ha firmato un essenziale reportage sulla Guerra di Gaza che è anche una denuncia dei metodi e delle tecniche usate da Hamas a Gaza.
Biloslavo è stato nella Striscia dove ha raccolto una serie di terrorizzanti testimonianze di palestinesi minacciati, imprigionati e torturati dalle milizie islamiste. Dalla fine della Guerra, circa 180 palestinesi sono stati giustiziati e gambizzati per aver messo in discussione l'egemonia di Hamas. Quelli che hanno ancora voglia di parlare preferiscono restare nell'anonimato. Un padre di famiglia racconta la storia di "Palazzo Andalous", un grande caseggiato di Gaza: "Fin dai primi giorni dell'attacco i muqawemeen si erano piazzati al 12esimo e al 13esimo piano del Palazzo con i cecchini. Ogni tanto cercavano di sparare a uno di quegli aerei senza pilota che usano gli israeliani... Una delegazione di capifamiglia ha scongiurato i miliziani di andarsene... La risposta è stata 'morirete con noi o sopravviveremo insieme'".
Nel Palazzo Andalous c'erano 22 famiglie, 120 civili, donne e bambini. Il reportage di Biloslavo è pieno di testimonianze come questa. "Quelli di Hamas lanciano razzi su Israele senza alcun risultato militare, se non quello dell'autodistruzione", dice un altro palestinese sotto falso nome. "Lo fanno per ottenere soldi dai loro padrini iraniani e siriani".
Oppure c'è la storia del maestro elementare Usama Atalla, che durante la Guerra è diventato nuovamente padre. E' stato ammazzato il 28 gennaio scorso, dopo il cessate il fuoco, perché faceva propaganda attiva per i rivali di Fatah e questo i dirigenti di Hamas non potevano assolutamente sopportarlo. "Atalla criticava apertamente Hamas ma non ha mai imbracciato un'arma contro di loro". Qualcuno l'ha imbracciata contro di lui. Un mese prima dell'omicidio di Atalla, Hamas aveva bombardato l'ospedale di Saraia, dopo aver ammassato nelle celle gli uomini della sicurezza e i militanti di Fatah. Di almeno un altro centinaio di dissidenti non si sa più nulla, sono desaparecidos.
Da ultimo c'è il problema dei fondi umanitari e dei fiumi di denaro che sono arrivati o stanno per arrivare a Gaza dopo la Guerra. Mkhaimer Abusada, docente di Scienze Politiche all'Università di al-Azhar di Gaza, denuncia soprattutto le "liste di distribuzione" di viveri, aiuti e ricostruzione, che verrebbero orientate in base al consenso espresso dai profughi verso Hamas. Come dire, consenso in cambio di aiuti. In ogni caso, questo genere di politiche non paga. "Fra i palestinesi della Striscia - conclude Biloslavo - gira una battuta amara: 'Ancora un paio di vittorie come questa e Gaza scompare dalla faccia della Terra'". Un sondaggio del Centro Beit Sahour per l'opinione pubblica palestinese rivela che il consenso di Hamas nella Striscia è crollato dal 51 per cento prima della Guerra al 27,8 per cento del dopoguerra. Almeno una buona notizia.

(l'Occidentale, 13 febbraio 2009)

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Il leader della destra israeliana presenta le sue richieste per la partecipazione al governo

Avigdor Lieberman
GERUSALEMME - Forte della sua vittoria elettorale e della sua posizione di ago della bilancia, il leader di Israel Beitenu (IB), Avigdor Lieberman, appare deciso a realizzare i peggiori incubi dei partiti religiosi ortodossi, avanzando richieste di riforme in materia di rapporti tra stato e religione in cambio di una sua eventuale adesione a una coalizione di governo, sia essa a guida Likud o Kadima. Lo scontro tra l'agenda laica di Lieberman e quella dei partiti religiosi rischia di impantanare già alle prime battute i tentativi di Benyamin Netanyahu, leader del Likud e sulla carta probabile futuro premier designato, di formare una coalizione di governo.
Mentre sulle questioni di pace e sicurezza le posizioni di IB e dei religiosi non appaiono inconciliabili, lo sono invece quelle che investono il carattere ebraico dello stato.
IB afferma di aspirare «a una società moderna basata sulla tradizione ebraica e sul sionismo», nel senso di un approccio aperto e tollerante alle diverse correnti dell'ebraismo e perciò a quella riformata e a quella conservatrice - che rappresentano una buona fetta degli ebrei americani - oltre che a quella ortodossa.
A quest'ultima appartengono la quasi totalità degli ebrei in Israele.
Una visione che contrasta però nettamente con quella del rabbinato ortodosso israeliano, che considera i riformati quasi alla stregua di eretici, e che si oppone strenuamente a ogni tentativo di intaccare i suoi poteri.
Fa infuriare inoltre i religiosi la richiesta di IB di un riconoscimento da parte dello stato delle unioni civili - in assenza di un matrimonio civile - per le coppie che non possono sposarsi con rito religioso ebraico officiato dai rabbini.
Il problema è particolarmente diffuso tra il milione di immigrati dall'ex Urss - maggiore serbatoio di voti di IB - circa un quarto dei quali non sono ebrei o non sono considerati tali dal rabbinato.
Un altro punto sul quale è prevedibile un aspro scontro è la richiesta di IB di rendere più facili le conversioni all'ebraismo mentre il rabbinato locale insiste per un rigoroso processo di conversione nel rispetto di quanto stabilito dalla Halakha (l'insieme delle leggi religiose ebraiche).
Poco sorprende perciò che IB sia visto dall'establishment religioso ebraico israeliano come un'autentica minaccia ai suoi poteri.
Per sventarla, rappresentanti dei due partiti confessionali, lo Shas (sefarditi) e Unione Ebraica della Torah (askenaziti), si sono incontrato ieri con l'intento di formare un blocco ultraortodosso (insieme contano 16 seggi alla Knesset) per impedire ogni modifica allo status quo nelle questioni di stato e religione. La strada che porta al governo a Tel Aviv è sempre più in salita.

(Corriere Canadese, 13 febbraio 2009)

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Rapporto Usa, "Hezbollah è meglio preparato a combattere Israele"

Hezbollah è meglio preparato che nel 2006 a combattere Israele, secondo un rapporto dei servizi di intelligence americani presentato oggi in Congresso. "In caso di conflitto Hezbollah sarebbe meglio preparato che nell'estate 2006" perché "continua a rafforzare le sue capacità militari e "si è riarmato e ha addestrato nuovi combattenti in vista di un conflitto con Israele", si legge nel rapporto annuale sulla sicurezza, presentato dal direttore dell'intelligence nazionale, Dennis Blair. Secondo il rapporto, il sostegno della Siria al movimento sciita "si è accresciuto notevolmente nel corso degli ultimi anni, soprattutto dopo il conflitto del 2006" e gli Stati Uniti prevedono che Damasco continui a ingerirsi negli affari libanesi "in funzione di interessi propri".

(L'Unione Sarda, 13 febbraio 2009)

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Gaza: Hillary sarà alla conferenza donatori

WASHINGTON - Il segretario di stato Hillary Clinton parteciperà alla conferenza internazionale per gli aiuti a Gaza in programma il 2 marzo in Egitto. Lo ha reso noto oggi a Washington il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit.
Il ministro egiziano ha reso noto che la Clinton ha accettato l'invito a recarsi alla conferenza del 2 marzo. La riunione mira a coordinare gli aiuti internazionali per la ricostruzione a Gaza dopo le recenti operazioni militari da parte degli israeliani che hanno provocato centinaia di morti e notevoli danni. Il Dipartimento di Stato non ha ancora annunciato ufficialmente la presenza di Hillary Clinton alla conferenza dei donatori. Un portavoce Usa aveva comunque sottolineato che gli Stati Uniti sarebbero stati rappresentati 'ad alto livello''. E' stata inoltre confermata la seconda missione nella regione dell'inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell alla fine di febbraio.

(ANSA, 13 febbraio 2009)

COMMENTO - I primi brutti segni di come intende muoversi la nuova amministrazione americana. Il fatto importante per il Dipartimento di Stato è anzitutto aiutare i palestinesi "dopo le recenti operazioni militari da parte degli israeliani che hanno provocato centinaia di morti e notevoli danni". Si direbbe che i palestinesi sono il popolo più amato del mondo. Solo gli israeliani ce l'hanno con loro. Chissà perché. M.C.

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A Gaza stazioni di servizio mobili

Si cercano soluzioni contro la crisi dei combustibili. Cresce il contrabbando

Stazioni mobili di rifornimento sono fiorite negli ultimi giorni lungo le strade di Gaza: così i giovani palestinesi vendono diversi tipi di combustibile agli abitanti della Striscia, pesantemente bombardata da Israele durante l'operazione militare "Piombo fuso", lanciata lo scorso 27 dicembre e proseguita per 23 giorni. "Il contrabbando di merci prosegue ininterrotto lungo il Corridoio di Philadelphi (nella parte meridionale della Striscia di Gaza, ndr.) nonostante i recenti raid dell'Aviazione israeliana sulla zona", scrive "Ynet", il sito web del quotidiano israeliano "Yedioth Ahronoth".
E così dai giorni dell'operazione militare si assiste al fenomeno delle stazioni mobili di rifornimento lungo le strade di Gaza. Un'attività tanto redditizia da aver spinto, secondo "Ynet", alcuni titolari di drogherie ad abbandonare i propri affari per improvvisarsi venditori di combustibili vari. Mahmud Khozander, vice presidente dell'Associazione di Gaza dei gestori di stazioni di rifornimento, ha confermato che gli israeliani non sono riusciti a bloccare le forniture (molto spesso di contrabbando) di combustibile, gasolio compreso, nonostante i raid e la decisione delle aziende israeliane Dor Alon e Paz di interrompere le forniture di combustibile a Gaza per via del debito palestinese che ammonta a circa sette milioni e mezzo di dollari. Khozander ha anche confermato che oggi il mercato del gasolio nella Striscia di Gaza dipende in primo luogo dal contrabbando dall'Egitto. E, tra l'altro, il combustibile di contrabbando è più economico del 50 per cento rispetto a quello fornito dalle aziende israeliane.
Nel Sud della Striscia di Gaza, controllata dal movimento di resistenza islamico Hamas dal giugno del 2007, non si contano più i tunnel che collegano il Territorio con l'Egitto. Appena conclusa l'operazione militare israeliana, i palestinesi si sono subito messi all'opera per riaprire le gallerie sotterranee distrutte o danneggiate dai bombardamenti e solitamente utilizzate per il contrabbando di armi, ma anche per far entrare nella Striscia di Gaza alimenti, combustibile, denaro, medicine e perfino animali esotici. Secondo alcuni abitanti del Territorio, prima dei raid israeliani c'erano circa duemila tunnel, dove spesso hanno trovato la morte piccoli contrabbandieri.
Con queste gallerie sotterranee, lunghe circa 600 metri e scavate a una profondità di dieci metri dalla superficie del suolo, la popolazione della Striscia di Gaza è riuscita ad aggirare l'assedio israeliano, imposto dal giugno del 2007, e i 'gestori' dei tunnel si sono arricchiti con affari d'oro.

(Il Denaro, 12 febbraio 2009)

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Israele, voto dei militari può decidere le elezioni

GERUSALEMME - Israele dovrebbe annunciare oggi i risultati finali delle elezioni dopo avere contato i voti dei militari, che possono far pendere la bilancia in questa combattuta competizione elettorale.
Sono ancora da assegnare oltre 150.000 schede, deposte nelle urne dei campi militari, oltre che nelle carceri e nelle missioni diplomatiche all'estero.
Gli analisti politici hanno osservato uno spostamento a destra delle truppe alle elezioni passate, una tendenza che potrebbe aiutare il leader del partito di destra Likud, Benjamin Netanyahu, nella sua corsa per il potere contro il ministro degli Esteri Tzipi Livni del partito centrista Kadima.
I voti dei seggi civili hanno dato a Kadima 28 seggi contro i 27 del Likud, un margine di vantaggio che potrebbe essere annullato dal voto dei militari.
Netanyahu ha detto che un forte blocco di destra in Parlamento gli garantirebbe la poltrona di primo ministro.
Spetterà al presidente Shimon Peres, dopo le consultazioni con i leader di partito, decidere se affidare l'incarico di formare un nuovo governo al 59enne Netanyahu, che in passato è già stato premier, o a Livni, di 50 anni, capo negoziatore per Israele ai colloqui di pace con i palestinesi.
Se Netanyahu raggiungerà la Livni dopo lo spoglio delle ultime schede, Peres non avrà altra scelta che dare a lui l'incarico, hanno detto i commentatori politici.
Un portavoce del Comitato elettorale israeliano ha detto che i risultati definitivi saranno annunciati in giornata in una conferenza stampa.

(Reuters, 12 febbraio 2009)

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La stampa israeliana scommette su Netanyahu premier

Il leader del Likud Benyamin Netanyahu sara' con ogni probabilita' il prossimo primo ministro di Israele e la signora Tzipi Livni, leader del partito di maggioranza relativa Kadima, dovra' decidere se divenire capo dell'opposizione o entrare come ministro in un governo di unita' nazionale. Questi i giudizi che sembrano oggi prevalere sulla stampa israeliana.
"Tzipi Livni: combattero' (per fare un governo) malgrado le scarse probabilita": cosi' oggi il quotidiano liberal Haaretz ha scelto di intitolare il titolo di apertura sulla prima pagina. Per il giornale Netanyahu sarebbe intenzionato a offrire a Kadima due portafogli chiave, esteri e difesa, purche' accetti di entrare in un suo governo, evitando cosi' le strettoie di un governo formato con i soli partiti di destra estrema.
A Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu (IB), emerso dalle elezioni come terzo partito di Israele, Netanyahu offrirebbe il tesoro. Lieberman, ago della bilancia tra Netanyahu e Livni, per ora non svela le sue preferenze.
"Non c'e' dubbio che Netanyahu sara il primo ministro" ha affermato alla radio pubblica Hanan Cristal, considerato il 'guru' degli analisti politici israeliani. Per il Jerusalem Post "si va formando un consenso per un governo di unita' diretto dal Likud e con Kadima".
Pareri non diversi appaiono anche su altri giornali. L'interrogativo aperto e' se Kadima preferira' l'opposizione - come molti all'interno del partito propongono - o accettera'un'offerta di Netanyahu di un ruolo importante nel suo governo.

(RaiNews24, 12 febbraio 2009)

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Consigliere di Netanyahu: «Prevedo un esecutivo pragmatico senza grandiosi piani di pace»

Gerald Steinberg
GERUSALEMME - Gerald Steinberg, esperto nelle relazioni tra Israele e gli Stati Uniti e consigliere di Benjamin Netanyahu, è convinto che ci sarà un governo d'unità nazionale. «Livni o Netanyahu come premier, forse a rotazione, e i laburisti con Ehud Barak. E' lo scenario più probabile. L'alternativa, a cui credo meno, è un governo di destra capeggiato dal leader del Likud».

- Nell'ipotesi di un governo di unità nazionale, con i tre partiti laici storici in testa, che fine faranno gli altri
Credo che una vasta coalizione potrebbe essere appetibile per tutti. Se stanno ai patti. E questo vale per Lieberman come per i religiosi di Shas».

- Che governo sarà? Destra, sinistra, laici, religiosi, tutti insieme ma tutti rivali e antagonisti. Quali patti?
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«Un governo pragmatico, non ideologico. Non perseguirà grandiosi piani di pace, cercherà di compiere passi realistici per risolvere alcuni problemi e per non essere costretto a sbattere la porta sulle iniziative americane. A livello interno, governo e parlamento dovranno agire per minimizzare gli effetti su Israele del "melt-down" economico mondiale. L'altro grande punto interrogativo all'orizzonte è il nucleare di Teheran. Su ciò che rappresenta e su come bisogna comportarsi non ci sono disaccordi sostanziali».

- Unità nazionale soltanto per evitare lo scontro con l'alleato americano o per costruire la pace?
- «Se parliamo di palestinesi, io vedo nel futuro al massimo una serie di accordi ad interim. Livni vorrebbe andare avanti nel processo di pace. Netanyahu dovrà stare attento a non scontentare la sua base tra i coloni in Cisgiordania. Come potrà difendersi se dopo aver lasciato Sharon perché non gli stava bene il ritiro dai territori, dovesse imboccare la stessa politica dell'ex premier?».

- E per la Siria?
- «E' una storia diversa. Gli israeliani vogliono avere la certezza che la pace con Damasco non consentirà a Teheran di arrivare alle nostre porte. Ci sarà un dibattito pubblico sul dialogo con la Siria. Non credo, però, nella ripresa della mediazione turca. Dopo quello che è accaduto dobbiamo ristabilire rapporti di fiducia con Ankara prima di chiedere alla Turchia di mediare tra noi e la Siria. Vedo come più probabile un'iniziativa americana con garanzie americane per la sicurezza d'Israele».

- L'inviato americano per il Medio Oriente George Mitchell sarà presto di ritorno cosa vedrà qui in Israele?
-
«Se arriva a fine mese, come annunciato, vedrà poco. Non credo che ci sarà un governo prima di fine marzo o inizio aprile. Dovrà tornare ancora. L'ipotesi di un dialogo con la Siria, per cominciare, mi sembra più credibile. Per la questione palestinese il discorso è molto più complesso. Tra un mese o due sapremo se è stato rilasciato il caporale Shalit e se la tregua regge. Sapremo se i meccanismi studiati per bloccare il contrabbando d'armi a Gaza funzionano. Forse riusciremo a capire cosa sta accadendo in casa palestinese. A Israele viene chiesto di rafforzare il presidente Abbas e ciò sta avvenendo anche con l'aiuto americano che ha armato e addestrato centinaia d'agenti di polizia che operano in Cisgiordania. Prima o poi, però, Abbas dirà di avere sotto controllo la sicurezza e insisterà per la fine della nostra presenza militare nel territorio. Mitchell, però, non deve spingere troppo. Bisogna accantonare, per ora, progetti ambiziosi». E.S.

(Il Messaggero, 12 febbraio 2009)

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"I grandi rischi di un'eccessiva frammentazione"

di Sergio Della Pergola

Con la saggezza del giorno dopo, ma anche con una buona dose di necessaria autocritica, le elezioni in Israele dimostrano, in primo luogo, l'incongruenza di un metodo elettorale che garantisce massima rappresentanza e minima governabilità. L'Italia lo ha capito, ha cambiato metodo, e si è dotata (nel bene e nel male) di governi di legislatura. La società israeliana è complessa, ma gli elettori invece di nominare un parlamento in grado di decidere hanno prodotto un manuale di sociologia delle popolazioni, con dodici partiti nessuno dei quali raggiunge un quarto dei seggi in palio.
Con millimetrica precisione ha avuto ragione chi aveva previsto che la conclusione non inequivocabile della campagna contro Hamas avrebbe premiato la destra. Ma il naufragio della sinistra supera ogni previsione. Sul risultato elettorale hanno inciso in misura non marginale anche quelle voci esterne che contestano e isolano Israele e gli ebrei, spingendoli ad arroccarsi su posizioni di autodifesa. Esempi sono quell'inquietante caricatura Ahmedinejad, l'incendio delle bandiere nelle piazze in Europa e in America Latina, il prete che dice che Auschwitz era un luogo di disinfestazione, l'analista che suggerisce che il Giorno della Memoria venga celebrato con maggiore discrezione perché potrebbe causare qualche rimorso agli Europei, il giudice spagnolo che chiama in tribunale l'ufficiale israeliano che ha combattuto i terroristi a Gaza. Ma anche l'erosione dell'identificazione degli Arabi israeliani con lo stato di cui sono cittadini.
Che fare? Lunghe settimane di tortuose trattative ci separano dal voto di fiducia al nuovo governo. Le alternative politiche sono essenzialmente tre: una coalizione tutta a destra, basata su sei partiti che si sono attaccati ferocemente durante la campagna elettorale, che renderebbe Israele oggetto di pressioni internazionali e ulteriore isolamento. Un governo a rotazione fra Bibi Netanyahu e Tzipi Livni, replica dello scambio Peres-Shamir, che riporterebbe la politica israeliana indietro di 25 anni. O un'ampia coalizione di programma per la legislatura (e allora conta meno chi sia il premier) con Kadima, Likud, Laburisti e una formazione religiosa, che lancerebbe un segnale di responsabilità verso il Paese e verso il mondo. E poi, è quasi inevitabile, si va a nuove elezioni anticipate. Sperabilmente con una diversa formula elettorale.

(Moked - Il portale dell'ebraismo italiano)

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Israele - Knesset, la prima donna araba eletta in un partito arabo

Al Za'abi a Jazeera: siamo 11, non parteciperemo a nessun governo

ROMA, 11 feb. (Apcom) - Per la prima volta nella storia di Israele, una donna araba eletta in un partito arabo siederà sui banchi del nuovo parlamento israeliano, la Knesset. Lo annuncia oggi la tv satellitare araba al Jazeera che ha intervistato la neo-deputata araba palestinese Hanin al Za'abi, eletta nella lista "Raggruppamento Nazionale Democratico" che si è aggiudicato 11 dei 120 seggi parlamentari nelle elezioni svoltesi ieri nello stato ebraico.
"Non faremo parte di nessun governo", ha dichiarato al Za'abi, spiegando ai telespettatori che il suo raggruppamento non si propone "né come opposizione né come forza di governo", anche se "in passato abbiamo fatto da rete di sicurezza" per alcuni esecutivi di Gerusalemme.
"Noi - ha affermato all'emittente araba - eravamo e restiamo parte del conflitto palestinese-israeliano". Conflitto, ha precisato la giovane deputata, inteso come "scontro con il progetto sionista che vuole Israele come stato unicamente ebraico, mentre noi lottiamo per uno stato per tutti i cittadini". Il numero degli arabi israeliani è di circa 1,5 milioni su poco più sette milioni di cittadini.

(Virgilio Notizie, 11 febbraio 2009)

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Livni e Netanyahu sulle elezioni: "ho vinto io"

GERUSALEMME, 11 feb. - L'esito delle elezioni politiche anticipate in Israele e' ben sintetizzato dal titolo che campeggia oggi a tutta prima pagina sul quotidiano 'Yedioth Ahronoth', il piu' venduto nel Paese: "Ho vinto io". A fianco, le foto del ministro degli Esteri uscente, signora Tzipi Livni, e dell'ex premier Benjamin Netanyahu, leader rispettivamente dei centristi di Kadima e dei conservatori del Likud. I primi hanno ottenuto una risicata maggioranza relativa, con 28 seggi sui centoventi in palio alla Knesset, il Parlamento monocamerale dello Stato ebraico; ai secondi ne sono andati 27.
Nel complesso e' prevalso pero' il fronte di destra, con un totale di 64 seggi. Non a caso tanto Livni quanto Netanyahu si sono detti certi di guidare il futuro esecutivo. Unica differenza: l'una ha invitato l'avversario a "entrare in un governo unitario"; l'altro si e' servito della medesima formula, ma senza coinvolgervi la rivale in maniera esplicita.
"Con l'aiuto di Jahve', condurro' il prossimo governo", ha affermato infatti Netanyahu. "Lo schieramento nazionale capeggiato dal Likud ha conquistato una maggioranza inequivoca.
Posso unire tutte le forze di questa Nazione, e guidare Israele". Replica di Livni: "Oggi il popolo ha scelto Kadima, e quando formeremo il governo l'opinione pubblica israeliana potra' di nuovo sorridere. Israele", ha puntualizzato, "non appartiene alla destra, cosi' come la pace non appartiene alla sinistra". Ago della bilancia saranno pero' i populisti di estrema destra di Yisrael Beitenu, che con quindici seggi hanno raggiunto il loro massimo storico, diventando il terzo partito; e il loro capo Avigdor Lieberman ha gia' lasciato capire che sfruttera' il piu' possibile l'exploit. Relegati invece al quarto posto i laburisti del ministro della Difesa in carica, Ehud Barak, mai scesi cosi' in basso.

(AGI, 11 febbraio 2009)

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Israele, i risultati sono un "pasticcio"

Stampa: difficile governo per Livni

Giudizio pressocché unanime della stampa israeliana sul voto: "E' un pasticcio politico". Secondo i giornali la situazione è quasi inestricabile, poiché pur dando la maggioranza relativa al partito Kadima della signora Tzipi Livni, di fatto gli elettori hanno dato al Likud dell'ex premier Binyamin Netanyahu le maggiori possibilità di formare un governo mediante un'alleanza con i partiti di destra e di destra estrema.

(TGCOM, 11 febbraio 2009)

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Israele, la scelta migliore è un governo di unità nazionale

di Barry Rubin

Tzipi Livni: "Chiediamo a Netanyahu un governo di coalizione"

Molta gente non capisce cosa sta succedendo in queste ore nella politica israeliana; ecco allora un giudizio breve e imparziale sulla questione. Se facciamo un paragone con il passato, attualmente ci sono molte meno differenze tra i tre partiti principali che si sono sfidati alle elezioni. Questo fatto è dovuto perlopiù alla situazione corrente che appare piuttosto inflessibile.
E' facile descrivere alcuni come dei conservatori rabbiosi che sprecano le opportunità di raggiungere la pace, e altri come aggressivi militanti di sinistra pronti a fare troppe concessioni. Nessuna di queste due rappresentazioni è corretta se non per quelle fazioni politiche che comunque non daranno forma alla politica israeliana. Sono tentato di aggiungere che, all'estero, la sinistra pensa che siamo il male, mentre la destra pensa che siamo stupidi. Tutto questo ha poco a che vedere con la realtà....

(l'Occidentale, 11 febbraio 2009)

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L'Anp: «Stop al processo di pace» Hamas: «Vincono gli estremisti»

«Hanno vinto gli estremisti». Questa la prima reazione alle elezioni politiche israeliane del portavoce di Hamas Fawzi Barhum. «Per noi Likud, Kadima o Israel Beitenu non fanno differenza. Tutti hanno sostenuto l'operazione militare a Gaza». E anche l'Anp sembra rassegnato: il fatto che la destra sia favorita «paralizzerà» il processo di pace.
Un'elezione decisiva quella di ieri per il futuro del Medio Oriente. E se il voto si è svolto in tranquillità qualche momento di tensione non è mancato. Poco prima della conclusione del voto miliziani palestinesi hanno sparato da Gaza un razzo contro Israele. E nella cittadina a maggioranza araba di Um El Fahem, 60 chilometri a nord di Tel Aviv, uno dei 30 partiti in corsa, il movimento dell'ultradestra israeliana Unione nazionale, ha inviato in un seggio «un osservatore», l'agitatore extraparlamentare Baruch Marzel. I militanti del Movimento islamico non hanno gradito e hanno sbarrato la strada a Marzel. Ma la mossa non è bastata. I "provocatori" hanno rilanciato inviando il deputato Arieh Eldad. E i disordini sono esplosi. Lancio di pietre e un poliziotto ferito.

(il Giornale, 11 febbraio 2009)

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«Il mondo ci isola, così cresce la destra»

La cantante Noa: «Vince chi parla di forza, sicurezza, orgoglio delle radici»

GERUSALEMME — Contenta? «Sì e no. S'è capito che Netanyahu e Lieberman sono gli eroi di questo Paese. Però se Tzipi la spunta, abbiamo qualche speranza».
Cade l'acqua, ma non si spegne: Noa è andata tardi a votare per la Livni, sotto un diluvio, e quando rincasa per accendere la tv ha già saputo com'è andata dalle chiamate degli amici: «E va bene, un sacco di destra e una buona notizia». Quarant'anni a giugno, la voce bella quanto il viso, la più famosa ebrea yemenita d'Israele è abituata a non sentirsi mai nel posto giusto: quand'era bambina a New York, non si sentiva americana, quando faceva la naja in Israele, non capiva una parola d'ebraico. E anche ora che è La Voce d'Israele, resta senza voce: «Non condivido una parola della destra. Ma capisco chi l'ha votata»....

(Corriere della Sera, 11 febbraio 2009)

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Hamas a caccia dei 'collaborazionisti': la denuncia di Amnesty International

"Una campagna di persecuzione" nei confronti di coloro che, a suo parere, hanno "collaborato" con lo Stato ebraico. Così è scritto nel comunicato che Amnesty International ha diffuso oggi, sostenendo, grazie ad alcune testimonianze raccolte sul posto, che Hamas, dall'inizio dell'offensiva israeliana contre la Striscia di Gaza, "ha assassinato una ventina di uomini e ne ha feriti o torturati altre decine".
Questa denuncia conferma quelle di gruppi per la difesa dei diritti umani e di vittime di questa repressione nell'enclave palestinese. Due di questi gruppi, il centro Ad-Dameer e il Centro palestinese per i diritti dell'uomo (Phcr), avevano riportato a fine gennaio che decine di membri di Fatah o persone accusate di essere dei ''collaboratori'' di Israele sono state aggredite da uomini dei servizi di sicurezza di Hamas durante e dopo l'offensiva israeliana.
Come questi gruppi, Amnesty denuncia dei ''rapimenti, delle esecuzioni deliberate e illegali, torture e minacce di morte contro le persone accusate di 'collaborare' con Israele, come contro oppositori e persone che criticavano Hamas''. Ed effettivamente qualche giorno fa Hamas aveva confermato di aver giustiziato alcuni membri del partito rivale al Fatah e diversi attivisti palestinesi accusati di 'collaborazionismo' con Israele. Il ministro per gli Affari sociali dell'Autorità palestinese, Mahmoud Habbash, ha accusato Hamas di aver ucciso brutalmente 19 uomini e di averni gambizzati oltre 60. E, secondo quanto riportato sul sito dell'Associazione Amici di Israele, tra questi c'era anche il famoso palestinese Haidar Ghanem, attivista dei diritti umani in rapporti con l'organizzazione israeliana pacifista B'Tselem.
Nel 2002 Ghanem era stato condannato a morte da un giudice palestinese perchè aveva passato ad Israele delle informazioni utili per trovare un covo di terroristi. L'attivista palestinese aveva poi ammesso di aver collaborato con gli israeliani, ma non a svantaggio dei palestinesi. Ma per 'collaborazionista' Hamas intende tutti coloro che, attraverso le loro informazioni, e per motivi ideologici o familiari o economici, hanno fatto sì che le forze israeliane potessero prevenire atti terroristici nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.

((Agenzia Radicale, 10 febbraio 2009)

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Il capo di stato maggiore israeliano ringrazia Dio

Gabi Ashkenazi
Il capo di stato maggiore israeliano Gabi Ashkenazi ha visitato domenica sera il Muro del Pianto a Gerusalemme per dire una preghiera di ringraziamento per i miracoli e il successo avuti durante l'offensiva "Piombo fuso" contro Hamas. Il Rabbino del Muro del Pianto, Rabbi Shmuel Rabinowitz, ha preso parte alla preghiera. Ashkenazi ha pregato anche per un sollecito ritorno del soldato rapito Gilad Shalit. Dopo questo si è tenuto un pranzo di ringraziamento in un salone nelle vicinanze del Muro dove sono state fatte altre preghiere di ringraziamento e sono stati cantati inni di lode. Durante la guerra molti genitori, militari e altri cittadini sono andati al Muro del Pianto a pregare per i soldati. In questa preghiera di ringraziamento il capo di stato maggiore ha agito come rappresentante di tutti i soldati e il Rabbino Rabinowitz ha detto che anche lui era presente come rappresentante di tutto il popolo che ringrazia Dio per i miracoli compiuti durante la guerra, in cui soltanto poche persone sono state uccise o ferite dal lancio di razzi su Israele e anche il numero dei soldati morti è stato basso. Rabinowitz ha riferito che molti soldati e comandanti appena tornati dalla guerra sono andati a pregare e a ringraziare al Muro del Pianto ancora prima di andare a casa.

(israel heute, 10 febbraio 2009 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele al voto, Peres: Noi sola democrazia nella regione

ROMA, 10 feb - Urne aperte oggi dalle 7 del mattino e fino alle 22 in Israele per il rinnovo dei 120 seggi della Knesset, il Parlamento unicamerale. Alle urne sono chiamati circa 7 milioni di cittadini che potranno votare per una delle 33 liste in gara. Il sistema elettorale è rigidamente proporzionale e comporta solo uno sbarramento "naturale" inferiore al 2 per cento. Rilevante il numero di coloro che non voteranno perché si trovano all'estero: sono 650 mila gli israeliani espatriati, poco meno del 10 per cento di tutto il corpo elettorale. Solo ai diplomatici regolarmente accreditati è permesso il voto per corrispondenza. Tra i primi a votare questa mattina il capo dello Stato, Shimon Peres che da Gerusalemme ha dichiarato: "Recarsi alle urne oggi è doppiamente importante: sia per decidere chi sarà responsabile del futuro di questo Paese, sia per esprimere il proprio diritto al voto nella sola vera democrazia del Medio Oriente".
Al lavoro nei seggi elettorali oltre 20 mila scrutatori - tra i quali 5 mila rappresentanti di lista - preparati dalla Commissione elettorale centrale con un corso apposito seguito da un esame. Nella cabina elettorale gli israeliani non barrano una "x" su una lista bensì scelgono il cartoncino con le iniziali del partito prescelto. Cartoncino che infilano in una busta prima di inserirlo nell'urna. I primi exit polls, non particolarmente affidabili vista la notevole frammentazione politica, usciranno appena le urne saranno chiuse (le 23 in Italia) ma i primi dati ufficiali arriveranno a notte fonda se non all'alba di mercoledì. Il presidente non può affidare l'incarico di formare il governo prima della proclamazione dei risultati ufficiali (il 18 febbraio) tuttavia può cominciare le consultazioni con i gruppi parlamentari.

(il Velino, 10 febbraio 2009)

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Israele e l'imperativo geografico

di Martin Sherman

L'estensione territoriale e la struttura topografica sono due elementi fondamentali per la sicurezza di qualsiasi stato. La vulnerabilità di Israele, nel caso in cui si ritirasse entro i confini del 1967, è qualcosa di cui qualsiasi futuro governo, che pensi di cedere la Cisgiordania ai palestinesi, dovrebbe assolutamente tenere conto - afferma il professore israeliano Martin Sherman
    "Se uno stato palestinese verrà creato, sarà armato fino ai denti. Al suo interno vi saranno le basi delle forze terroriste più estreme, che saranno equipaggiate con razzi anticarro e antiaerei, mettendo in pericolo non soltanto eventuali passanti, ma anche ogni aereo ed elicottero che decollerà nei cieli di Israele, ed ogni veicolo in viaggio lungo le principali arterie stradali della pianura costiera"..
    (Shimon Peres - Tomorrow is Now)
Fra breve gli israeliani voteranno per eleggere un nuovo governo, il quale probabilmente dovrà far fronte a quelle che, sotto molti aspetti, sono sfide senza precedenti per la loro complessità e la loro importanza strategica. E' perciò essenziale che il maggior numero possibile di votanti comprenda pienamente le implicazioni delle politiche stabilite dai partiti per i quali essi intendono votare.
Con pochissime eccezioni, è ormai comunemente accettato, in maniera virtualmente incontestata, che alla fine Israele dovrà ritirarsi da ampie porzioni (se non da tutte) della Cisgiordania. Invariabilmente, è l' "imperativo demografico" che viene citato come ragione incontrovertibile per cui un simile ritiro è non solo desiderabile, ma inevitabile. Pur non volendo in alcun modo sminuire la reale gravità di questo problema, e la minaccia che esso pone per il futuro di Israele come Stato-nazione degli ebrei, l'opinione pubblica dovrebbe essere consapevole del fatto che vi è un altro imperativo, ugualmente grave - e più immediato - che ostacola fortemente questo ritiro.
E' l' " imperativo geografico". Come Hans Morgenthau - probabilmente il più insigne dei "padri fondatori" della disciplina della politica internazionale, intesa come ambito di sforzo intellettuale consegnato all'analisi razionale sistematica - sottolinea inequivocabilmente, esso è un elemento cruciale per la potenza nazionale di qualunque stato, ed include due componenti: l'estensione territoriale e la struttura topografica. Questi fattori determinano in grande misura - anche se non in maniera esclusiva - la vulnerabilità strategica di un paese, ovvero la facilità con cui obiettivi strategici vitali all'interno dei suoi confini possono essere colpiti....

(Yedioth Ahronoth, 10 febbraio 2009)

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Israele e la centrale ibrida solare-biofuel

Partono i lavori di Aora Energy per la costruzione della prima centrale solare a concentrazione ibrida: a dare continuità alla produzione elettrica una turbina a gas funzionante.

La società israeliana Aora Energy ha recentemente annunciato l'avvio dei lavori per la sua prima centrale elettrica ibrida solare/gas nella regione di Arava, Israele meridionale. L'impianto in costruzione si avvale di una scelta modulare, che permette di ampliare il sistema secondo le scelte del proprietario: ogni modulo base (100kWe e 170kWth) è composto di tecnologie avanzate per il monitoraggio degli eliostati che concentrano la radiazione solare in un Power Conversion Unit (UCA) che a sua volta genera elettricità e energia termica utilizzabile tramite un micro-turbina a gas. Il sistema prevede una continuità di alimentazione ibrida 24 h/ giorno grazie alla sua capacità di operare anche quando il sole non è sufficiente con la maggior parte dei carburanti alternativi fonte, sia liquidi che gas, o combustibili fossili, in maniera tale da non interrompere la produzione elettrica. Il termine dei lavori è stato programmato per la fine di marzo e secondo la società sarà solo il primo passo di una serie di future installazioni in tutto il mondo.

(Rinnovabili, 9 febbraio 2009)

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Gaza, sondaggio: da novembre dimezzati i sostenitori di Hamas

Passati dal 51% al 28%. Crescono i favorevoli ad Abu Mazen

ROMA, 9 feb. (Apcom) - Solo un quarto dei palestinesi nella Striscia di Gaza sostiene Hamas, la fazione al potere nel territorio. Lo riferisce un sondaggio citato dalla radio dell'esercito dello Stato ebraico, che mette in evidenza come il sostegno al movimento integralista islamico sia passato da novembre 2008 a oggi dal 51% al 28%. Cresce invece la percentuale di palestinesi favorevoli al presidente dell'Anp, Abu Mazen, passata nello stesso periodo dal 21% al 42%.

(Virgilio Notizie, 9 febbraio 2009)

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Propaganda di Hamas rivolta ai bambini: il coniglio Assud ucciso da Israele

In un programma per ragazzi della televisione palestinese Al Aqsa, già in passato oggetto di polemiche per l'esaltazione delle azioni dei kamikaze, il protagonista, un pupazzo gigante, viene fatto morire sotto un bombardamento e lascia come testamento un messaggio antisionista.


Hamas torna a rivolgersi ai piccoli palestinesi incitandoli all'odio e alla guerra. Come già era accaduto in passato, sulla tv Al Aqsa sono andati in onda, in un programma per bambini, messaggi di propaganda politica contro gli israeliani. Nel corso di "I pionieri del domani", il coniglio Assud, protagonista della trasmissione, è stato fatto morire dagli autori a causa di un bombardamento israeliano durante l'operazione "Piombo Fuso" (guarda il video): dal suo letto d'ospedale, il "martire" di Gaza ha lasciato un testamento, dicendo che bisogna ricordare ai bambini che «abbiamo un terra dove faremo ritorno, Yafo, Haifa, Tel al Rabi (tutte città nel territorio di Israele ndr)». La conduttrice, la piccola Saraa, ha lanciato, in chiusura di trasmissione, un appello ai suoi spettatori: «Non vedete come il nemico, come i sionisti, fanno la guerra contro i nostri bambini?». Non è la prima volta che "I pionieri del domani" fa un'operazione di questo tipo: nel 2007 il pupazzo Farfur, sosia di Topolino, era stato fatto morire per le botte dei soldati israeliani, mentre l'ape Nahul a un posto di blocco di Tel Aviv.

(L'Agenda News, 9 febbraio 2009)

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Arrestato un diplomatico del Foreign Office accusato di incitamento all'odio razziale

L'uomo stava guardando un servizio su Gaza

Un diplomatico britannico in servizio al Foreign Office è stato arrestato con l'accusa di incitamento all'odio religioso, dopo essersi lanciato in un'invettiva dai toni antisemiti mentre si trovava in una palestra di Londra. Lo scrive oggi il "Daily Mail", che cita alcuni testimoni dell'attacco verbale di Rowan Laxton contro i "fucking" israeliani ed ebrei, avvenuto mentre guardava in televisione un servizio sull'operazione.
Secondo quanto riferito, il diplomatico - che avrebbe continuato a urlare anche dopo essere stato avvicinato da alcune persone che si trovavano in palestra e che gli chiedevano di moderare i toni - avrebbe anche gridato che i soldati israeliani "dovrebbero essere spazzati via dalla faccia della terra".
Sposato con una donna musulmana dal 2000, considerato esperto di Medio Oriente, inviato in Afghanistan e in Pakistan, Laxton si occupava finora al Foreign Office di rapporti con l'Asia del Sud.
Arrestato in seguito a una denuncia presentata alla polizia, il diplomatico - rilasciato su cauzione - se condannato rischia fino a sette anni di prigione.

(RaiNews24, 9 febbraio 2009)

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Israele-Anp: Hamas sta provando a influenzare elezioni

Ministro: lancia razzi perché non vuole governo favorevole a pace

Roma, 9 feb. (Apcom) - Il movimento radicale palestinese Hamas sta provando a influenzare le elezioni legislative di domani in Israele lanciando razzi contro lo Stato ebraico. E' quanto ritiene il ministro degli Esteri dell'Anp, Riad Malki, convinto del fatto che il gruppo palestinese non desidera la vittoria di uno schieramento politico favorevole a un accordo di pace nella regione.
Parlando con i giornalisti a Varsavia, Malki ha detto che l'Autorità nazionale palestinese "è molto preoccupata" perché questi attacchi "potrebbero realmente spingere l'opinione pubblica israeliana e gli elettori a votare per un governo contrario alla pace".
Ieri pomeriggio, ricorda il Jerusalem Post, un razzo modello Grad è caduto ed è esploso vicino la città di Ashkelon: poche ore prima, invece, due automobili erano state severamente danneggiate dalla deflagrazione di un razzo Kassam in un parcheggio del kibbutz di Shaar Hanegev.

(Virgilio Notizie, 9 febbraio 2009)

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Israele-Hamas, Egitto "molto ottimista" su liberazione Shalit

ROMA, 9 feb (Velino) - Fonti egiziane si sono dette "molto ottimiste" a proposito di un accordo in tempi rapidi tra Israele e Hamas per la liberazione del caporale Gilad Shalit, rapito dal movimento islamico palestinese nel 2006, in cambio della riapertura dei valichi di frontiera della Striscia. Lo riferisce il sito internet del quotidiano Haaretz. Secondo queste fonti, nei giorni scorsi Hamas avrebbe accettato il legame tra il rilascio di Shalit e la riapertura dei valichi e progressi nella trattativa potrebbero svilupparsi in tempi brevi. Il piano predisposto dall'Egitto presuppone l'apertura dei valichi da parte di Israele una volta raggiunto il cessate il fuoco ma limitandone l'operatività all'80 per cento fino a un accordo complessivo.
Al momento, tuttavia, Israele insiste nel non autorizzare l'afflusso a Gaza di alcuni materiali, come cemento e ferro, indispensabili per ricostruire le numerose abitazioni rase al suolo dall'operazione "Piombo fuso" lanciata il 26 dicembre. Il governo israeliano ha fatto sapere che accetterà il passaggio di questi materiali solo una volta che sarà stato ultimato un accordo per il rilascio di Shalit e di detenuti palestinesi. La famiglia del caporale, intanto, invita il governo israeliano a non riaprire i valichi se Shalit non verrà rilasciato: "Siamo vicini a un'opportunità che non tornerà per riportare a casa Gilad. È inconcepibile che si riaprano i valichi senza il suo ritorno a casa", si legge in un comunicato. (Giampiero de Andreis)

(il Velino, 9 febbraio 2009)

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Le parole d'ordine dei quattro partiti

La Palestina e l'Iran sono i due temi cardine della campagna elettorale

GERUSALEMME - È entratta nel vivo la campagna elettorale in Israele. Queste le piattaforme dei quattro maggiori partiti in tema di politica estera e difesa.

Stato Palestinese.
Likud (centro-destra, leader Benyamin Netanyahu): l'obiettivo è preservare la sicurezza di Israele, conducendo al tempo stesso un negoziato responsabile con i palestinesi il miglioramento della cui situazione economica è la necessaria premessa di futuri accordi politici. Ci potrà essere un'entità palestinese ma con limiti ai suoi poteri.
Kadima (centro, leader Tzipi Livni): Per preservare Israele come stato ebraico e democratico, sì a uno stato per i palestinesi, in cui potranno stabilirsi i profughi palestinesi. Uno stato palestinese nascerà solo dopo la fine del terrorismo. Disposto a ampio ritiro in Cisgiordania.
Laburisti (centro-sinistra, leader Ehud Barak): Israele deve presentare un piano di pace regionale per arrivare a intese politiche con i suoi vicini, senza escludere la nascita di uno stato palestinese. I palestinesi avranno pieni poteri statali dopo che saranno pronti. Sì a ampio ritiro in Cisgiordania.
Israel Beitenu (leader Avigdor Lieberman): propone uno scambio di territori. Israele, quando ci saranno le condizioni, cederà ai palestinesi aree del suo territorio densamente abitate da arabi e in cambio si terrà vaste aree della Cisgiordania. La Cisgiordania e Gaza sono due entità che devono restare separate. Israele deve troncare tutti i legami con Gaza e Ue e Nato se ne devono assumere la responsabilità.

Gerusalemme.
Likud: chiaro rifiuto di ogni ipotesi di spartizione della città con i palestinesi. Pensa che se Israele dimostrerà fermezza, i palestinesi finiranno col rassegnarsi.
Kadima: Israele non rinuncerà a Gerusalemme e alla sua sovranità nemmeno sui Luoghi Santi ma sui quartieri arabi periferici è possibile un negoziato.
Laburisti: Gerusalemme è capitale di Israele e un importante oggetto di negoziato nel quadro di un accordo generale con i palestinesi.
Israel Beitenu: contro la divisione di Gerusalemme ma è disposto a rinunciare a territori sotto sovranità israeliana in centri arabi attorno a Gerusalemme in cambio dell'annessione di aree di insediamenti ebraici vicini alla città.

Hamas.
Likud: la caduta del regime di Hamas a Gaza è un obiettivo strategico conseguibile con mezzi politici, economici e, se necessario, anche militari.
Kadima: caduta di Hamas è un obiettivo strategico da realizzare con pressioni economiche, politiche e militari. Dialogare con Hamas indebolirebbe le forze moderate.
Laburisti: Devono cessare completamente i tiri di razzi da Gaza su Israele e il rafforzamento militare di Hamas. Il ricorso alla forza militare rappresenta una minaccia al potere stesso di Hamas a Gaza. No a negoziati diretti, sì a uno indiretto per liberare il soldato Ghilad Shalit.
Israel Beitenu: Hamas è un nemico e va combattuto. Non c'è dialogo possibile con chi rifiuta l'esistenza di Israele.

Iran.
Likud: impedire ad ogni costo che l'Iran possieda armi nucleari.
Kadima: Israele è parte di una coalizione internazionale contro il programma nucleare iraniano. Tutte le opzioni sono sul tavolo.
Laburisti: il tempo per fermare l'Iran è limitato. Sono necessarie piùsevere sanzioni mondiali. Israele comunque non rimuove dal suo tavolo alcuna opzione, inclusa quella militare.
Israel Beitenu: l'Iran è la più grave minaccia all' esistenza di Israele e la soluzione di questo problema deve precedere le altre questioni (palestinese, Golan, etc). Israele deve aspirare a entrare nell'Ue e nella Nato.

(Corriere Canadese, 9 febbraio 2009)

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Israele, una cena non kasher di Netanyahu scatena l'ira degli ortodossi

TEL AVIV, 8 feb - Alla vigilia delle elezioni una cena non kasher di Netanyahu scatena le ire della stampa ortodossa. Venerdì sera, in pieno Shabbat, il leader del Likud si è infatti recato con la moglie e alcuni attivisti del partito in un ristorante di Gerusalemme che propone frutti di mare, ostriche, calamari e altri cibi vietati. Netanyahu ha cercato di evitare, all'uscita, i fotoreporter arrivati per riprendere l'evento. Ma la notizia ha comunque fatto il giro dei giornali. Un portavoce del leader ha precisato che in quel ristorante Netanyahu ha ordinato solo cibi kasher.
L'episodio non aiuta certo il Likud che secondo i sondaggi precede solo di misura i centristi di Kadima e potrebbe avere bisogno dell'aiuto dei partiti confessionali per formare un nuovo governo. Una mano imprevista al Likud è giunta comunque dal leader religioso del partito sefardita Shas, rav Ovadia Yossef che non ha esitato ad attaccare il partito Israel Beitenu (che fa concorrenza al Likud per guadagnarsi le simpatie dei laici di destra) affermando che votare per il suo leader Avigdor Lieberman "significa rafforzare Satana e il Male".

(Notiziario Ucei, 8 febbraio 2009)

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Hamas trasforma gli ospedali in prigioni e luoghi di tortura

Il ministero della sanità dell'Autorità Palestinese, con sede in Cisgiordania, ha accusato sabato l'apparato armato di Hamas di essersi impossessato con la forza di un certo numero di ospedali nella striscia di Gaza allo scopo di convertirli in centri di imprigionamento e interrogatori. Secondo l'agenzia di stampa palestinese Ma'an, il ministero della sanità sostiene che uomini di Hamas hanno espulso gli uomini del ministero e intere equipe mediche dai reparti ospedalieri nonostante la grave situazione della sicurezza. Un comunicato emesso dal ministero palestinese afferma che, dopo la fine della controffensiva anti-Hamas israeliana nella striscia di Gaza (definita "aggressione contro il nostro popolo"), "il ministero della sanità e tutto il popolo palestinese sono rimasti scioccati nello scoprire che le milizie di Hamas erano tornate ai loro vecchi modi e avevano espulso tutto lo staff medico che rispondeva all'appello della patria. Purtroppo queste stesse milizie usavano i centri medici, in particolare un certo numero di ospedali, convertendoli in centri per interrogatori, torture e imprigionamento".
Secondo il ministero della sanità palestinese, i membri di Hamas hanno preso il controllo di reparti dell'ospedale Shifa, dell'ospedale al-Nasser e dell'ospedale psichiatrico.
Il ministero della sanità controllato dall'Autorità Palestinese chiede a Hamas "di agire in modo responsabile cessando immediatamente di angariare il personale medico". Il ministero chiede anche a Hamas di "cessare il furto degli aiuti sanitari mandati nella striscia di Gaza, in gran parte dirottati nei centri e nei depositi dell'organizzazione". Il riferimento è ai ripetuti sequestri con la forza di aiuti umanitari diretti alla popolazione di Gaza denunciati dall'Unrwa, che hanno spinto l'agenzia Onu per i profughi palestinesi a sospendere gli invii.

(YnetNews, 7 febbraio 2009 - da israele.net)

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Gaza: 10 arresti per traffico d'armi

IL CAIRO - Sette egiziani e tre palestinesi arrestati per traffico d'armi. È successo ad Al Arish e a Gaza dove i servizi di sicurezza egiziani hanno sequestrato armi leggere e munizioni trovate a bordo di un taxi di proprietà di uno dei palestinesi. Il traffico avveniva attraverso i tunnel scavati sotto il confine tra la Striscia di Gaza e l'Egitto.

(Agr, 8 febbraio 2009)

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Montature e doppia morale nel dopo Gaza

di Giorgio Israel

A poco a poco la storia delle terribili stragi compiute dagli israeliani a Gaza si sta sgonfiando come una vescica bucata, come è accaduto in casi analoghi nel passato. Intanto, tutte le stime sul numero dei morti e, in particolare della sua composizione (bambini, donne, ecc.) ballano come una tombola impazzita.
Poi lo scandalo più deprecato, l'attacco deliberato all'agenzia dell'ONU, si è rivelato una montatura: non c'è stato nessun bombardamento ma tre colpi sparati in una strada vicina nel corso di uno scontro con i "miliziani" di Hamas. D'altra parte, sappiamo che roba inqualificabile sia l'Unrwa: l'unica agenzia di profughi al mondo che ne fa crescere continuamente il numero e in modo esponenziale, in realtà un'agenzia di propaganda e agitazione, per non dir altro.
Poi, si moltiplicano le testimonianze di gazani che denunciano di essere stati abusati come scudi umani. Fino a che riescono a parlare, visto che sono iniziati gli assassini dei "traditori". Infine è sotto gli occhi di tutti la moralità dei "combattenti" che rubano come volgari pirati i beni di prima necessità destinati alla popolazione civile e si fanno beccare con valigette piene di denaro.
Sarebbe opportuno leggere queste notizie con lo stesso rilievo con cui sono state urlate le condanne dell'intervento israeliano. Ma figurarsi... Piacerebbe anche vedere certi signori - inclusi certi ebrei "democratici" - che si sono accodati alle manifestazioni contro il "genocidio" di Gaza, lasciare che il loro volto si copra di vergogna. Ma chi usa il sistema della doppia morale non ha neanche l'idea di che cosa significhi la parola "vergogna".

(Notiziario Ucei, 8 febbraio 2009)

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Israele al voto, martedì si sceglie: destra favorita nel clima di tensione

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Ore di silenzio e di attesa: martedì Israele vota; il caldo, la siccità che succhia via il lago Kinneret e chiude i rubinetti, l'eco della guerra di Gaza, le notizie dal Cairo sulla possibile tregua e da Damasco su Gilad Shalit ricordano a ogni istante che in Medio Oriente un voto non è un voto, un Primo ministro non è un Primo ministro. Possono essere la chiave di volta della vita o della morte, la lampada di Aladino che funziona o si inceppa di fronte al pericolo genocida iraniano, al terrorismo di Hamas e degli hezbollah, alla disapprovazione del mondo quando Israele si difende. Per questo c'è tanta incertezza e trepidazione e tutto può accadere: affidare la propria vita è una scelta incerta soprattutto quando i programmi dei partiti, sovrastati dalla realtà circostante, promettono tutti un atteggiamento deciso, un piano per uscire dalla trappola dell'odio jihadista e della guerra. Il Likud di Bibi Netanyahu è dato fra i 26 e i 28 seggi; a ruota segue Kadima di Tzipi Livni, fra i 23 e i 26. Poi fra la sorpresa generale, invece del Partito laburista di Ehud Barak, che al quarto posto conta fino a 16 seggi, troviamo Avigdor Lieberman, detto Yvette, con il suo Israel Beitenu, fra i 17 e i 19. Poi vengono il partito religioso Shas con 10 seggi e la sinistra radicale del Meretz, con 10. Poi i pensionati, i partiti religiosi nazionalisti, i partiti arabi. Una coalizione di destra potrebbe arrivare a 65 seggi, e una di sinistra a 55, anche se Netanyahu ripete di volere un governo di unità nazionale.
I quattro partiti principali non sono lontano l'uno dall'altro, anche se negli ultimi giorni si sono sparati a palle incatenate. In economia, Bibi sostiene una linea più liberista, e Barak lo accusa di rispecchiare «il capitalismo più spietato». Gli altri sono per un moderato welfare state, compreso Yvette Lieberman, qui più a sinistra di Tzipi Livni. Ma passiamo subito alla linea strategica e diplomatica che interessa tutto il mondo: l'opinione pubblica internazionale nella prospettiva della vittoria del Likud già disegna una colpa collettiva "di destra" nei confronti del processo di pace che tutti desiderano. Netanyahu pone al centro la questione dell'Iran, spera in sanzioni più serie che costringano gli ayatollah a bloccare le strutture atomiche, precisa che Israele comunque non ne permetterà l'acquisizione. Vuole che Hamas lasci il potere. Promette confini sicuri, compresi la valle del Giordano e il deserto della Giudea, però dice che non vuole dominare un singolo palestinese e che vuole arrivare a due Stati senza mettere in pericolo la sicurezza israeliana. Quindi vuole aiutare l'economia dei palestinesi di Abu Mazen perché creino lo sfondo credibile per un trattato. Deciderà solo quando sarà sicuro delle intenzioni palestinesi di lasciare gli insediamenti. È deciso a combattere il terrorismo. Gerusalemme, non verrà divisa.
Tzipi Livni vuole creare un fronte internazionale devoto allo scontro economico e diplomatico con l'Iran e deciso a detronizzare Hamas; con i palestinesi, è pronta a rinunce in tempi brevi. Crede negli interessi comuni con i Paesi arabi moderati dell'area. Vuole distruggere il potere politico di Hamas. Gli insediamenti: anche lei dopo l'esperienza di Camp David e di Gaza non ha fretta di smantellare, ma si tiene più aperta di Netanyahu. Crede nella prospettiva della pace con la Siria; da ministra degli Esteri, è favorevole alla mano americana ed europea nell'area, come si è visto dalla sua adesione al processo di Annapolis.
Yvette Lieberman, la sorpresa di queste elezioni, viene attaccato da ogni parte con l'accusa di essere razzista, violento, prosecutore del rabbino razzista Kahane. Ma Lieberman, che è laico ed esplicitamente a favore del matrimonio civile, respinge ogni accusa. Il suo partito nacque auspicando uno scambio territoriale del Triangolo, dove vive gran parte degli arabi palestinesi, con zone a densità ebraica; ha abbracciato lo slogan «niente lealtà, niente cittadinanza» perché durante la guerra del Libano (dove si ebbero autentici movimenti di solidarietà e di spionaggio a favore degli hezbollah) e durante la guerra di Gaza si è aggravato, con la crescita dell'integralismo islamico, il rifiuto della legittimità stessa dello Stato d'Israele, con manifestazioni di odio. Importante: per lui Israele dovrebbe esser parte dell'Unione europea e della Nato. Ha un programma sociale molto largo nel campo della salute, che deve essere garantita a tutti.
Il Labor di Ehud Barak, il soldato più decorato di Israele, vuole l'isolamento internazionale dell'Iran, combatterà il terrore con molta forza, vede l'iniziativa saudita come una base di negoziato per una pace regionale da raggiungere entro due anni. Vuole trattare con la Siria, che deve però rivedere i rapporti con l'Iran e il terrore ospite a Damasco.
Infine: per tutti in questo momento è in prima linea il ritorno a casa di Gilad Shalit: le ultime notizie lo danno probabile, e nessuno si tirerà indietro di fronte alle durissime condizioni di Hamas. Perché? Perché non c'è famiglia israeliana, in questa società che combatte ma mette la vita al primo posto, che potrebbe altrimenti accettare la loro leadership.

(il Giornale, 8 febbraio 2009)

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Israele - Elezioni politiche, i tre partiti principali - scheda

Likud, Kadima e Partito laburista

ROMA, 6 feb. (Apcom) - Di seguito le schede dei tre principali partiti israeliani, che si confronteranno alle elezioni politiche del prossimo martedì.

Likud
Partito di destra, il Likud è stato fondato da Menachem Begin, primo ministro israeliano nel 1977, che ne fu il leader fino al 1982. Dal 1983 al 1992 capo del partito fu Yitzhak Shamir, seguito da Benjamin Netanyahu dal 1993 al 1999 e da Ariel Sharon dal 1999 al 2005. Dopo la decisione di ritirarsi da Gaza, da parte di Sharon, nel Likud si è aperta una crisi che ha portato ad una scissione: Sharon ha fondato il partito centrista Kadima, mentre Netanyahu è rimasto nel Likud, ridiventandone il leader, e portandolo su posizioni più a destra. Alle politiche del 2006 il Likud ha subito un crollo, perdendo l'egemonia nella destra. Il leader attuale è Benjamin Netanyahu. Contrario alla formazione di uno Stato palestinese sovrano e indipendente ad ovest del Giordano, il partito è disposto unicamente a concedere ai palestinesi un regime di autonomia. Esclude inoltre categoricamente qualsiasi negoziato su un'eventuale divisione di Gerusalemme che considera la capitale degli ebrei. Per questo nel sua documento programmatico afferma con forza che Israele proseguirà la colonizzazione della zona est della città.

Kadima
Kadima è un partito politico centrista. Fu fondato dal primo ministro Ariel Sharon dopo aver lasciato, nel novembre 2005, il partito del Likud, la cui maggioranza si era opposta al ritiro unilaterale di Israele da Gaza. A Kadima hanno aderito sia ministri appartenenti al Likud, che esponenti del partito laburista fra cui l'ex primo ministro e attuale presidente israeliano Shimon Peres. Alle elezioni del marzo 2006, Kadima ha conquistato 29 seggi, divenendo la prima forza politica del Paese. Dopo le dimissioni del Primo ministro Ehud Olmert, l'attuale ministro degli Esteri TzipiLivni è diventata la leader del partito. Impegnato a portare avanti il processo di pace con i palestinesi, Kadima sostiene la nascita di uno Stato palestinese indipendente "la cui formazione risolva la questione dei rifugiati e non sia uno Stato terroristico". Per Kadima, che non è disposto a trattare su Gerusalemme, i rifugiati palestinesi potranno stabilirsi nel futuro Stato ma non potranno fare ritorno nei loro villaggi di origine che oggi fanno parte di Israele.

Partito Laburista
Nato nel 1968 dalla fusione di due partiti socialisti minori, il Partito laburista israeliano fu guidato fino al 1974 da Golda Meir, alla quale succedette Yitzhak Rabin. Battuto nel 1977 dal Likud, partecipò con Shimon Peres a diversi governi di unità nazionale tra il 1984 e il 1990. Nel 1992 tornò al potere con Rabin. Dopo la sua morte fu sconfitto nel 1996 dal Likud di Benjamin Netanyahu. Tornò al governo nel 1999 con Ehud Barak, il quale fu costretto a dimettersi alla fine del 2000 a causa della nuova Intifada e venne battuto da Ariel Sharon nel febbraio del 2001. Sconfitto nuovamente nel 2003, alle elezioni del marzo 2006 ha conquistato il 15% dei voti e 19 seggi, piazzandosi secondo dopo il nuovo partito Kadima. Dopo la guida di Amir Peretz, un sindacalista, attuale leader è Ehud Barak. Anche il partito laburista è favorevole al processo di pace con i palestinesi e sostiente la soluzione a due Stati.

(Virgilio Notizie, 7 febbraio 2009)

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Israele - Elezioni : profili dei principali contendenti - scheda

Netanyahu, Livni, Barak e Lieberman

ROMA, 7 feb. (Apcom) - A seguire i profili dei tre principali contendenti alle elezioni politiche israeliane del 10 febbraio: Benjamin Netanyahu, leader del Likud; Tzipi Livni, leader di Kadima; Ehud Barak, leader del Partito laburista, Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu.

Benjamin Netanyahu
Leader del partito conservatore Likud, Benjamin Netanyahu è stato il primo e tuttora l'unico dei Primi ministri israeliani nato dopo la fondazione dello Stato di Israele. Divenuto Primo ministro nel giugno 1996, fu sconfitto nel maggio 1999 dal laburista Ehud Barak. Sconfitta che lo portò anche a perdere la leadership del Likud a vantaggio di Ariel Sharon. La sua nuova chance giunse nel 2005 quando la decisione di Sharon di ritirarsi aprì una crisi nel Likud che provocò una scissione: Sharon fondò il partito centrista Kadima, mentre Netanyahu rimase nel Likud, ridiventandone il leader, e portandolo su posizioni più a destra. Contrario alla formazione di uno Stato palestinese sovrano e indipendente, Netanyahu, Bibi per gli amici, ma anche per i nemici, è disposto unicamente a concedere ai palestinesi un regime di autonomia. Alle politiche del 10 febbraio dovrà scontrarsi con l'attuale ministro degli Esteri e leader di Kadima Tzipi Livni in quello che i sondaggi promettono come un appassionante testa a testa.

Tzipi Livni
Tzipi Livni, leader del partito centrista Kadima, in soli dieci anni è assurta alla ribalta del panorama politico israeliano e oggi nutre la speranza di diventare Primo ministro. Cinquant'anni, madre di due figli ed ex agente del Mossad, dopo avere accarezzato il sogno della "Grande Israele", è divenuta una delle più convinte sostenitrici di una soluzione di "Due popoli, due Stati" con i palestinesi. Eletta per la prima volta alla Knesset nel 1999 con il Likud, ha ricoperto, tra le altre, le cariche di ministro dell'Immigrazione e della Giustizia. Dopo la fondazione di Kadima nel 2005, il primo ministro Ariel Sharon, di cui era divenuta la "protetta", la nominò ministro degli Esteri. Nuovamente eletta alla Knesset, venne confermata nel governo di Ehud Olmert come capo della diplomazia, divenendo la seconda donna nella storia di Israele ad occupare la carica dopo Golda Meir. In quell'occasione fu nominata anche vice Primo ministro. Dopo lo scandalo che alla fine dell'estate del 2008 ha costretto il premier Ehud Olmert alle dimissioni, Livni aveva annunciato la sua candidatura alla successione. A settembre 2008 ha vinto le primarie per la leadership di Kadima, tentando fin dall'indomani di formare un nuovo governo. Non essendo riuscita nell'intento, il 26 Settembre 2008 ha annunciato nuove elezioni che sono state poi messe in calendario per il 10 febbraio. Nel 2007 la rivista Time ha inserito Tzipi Livni fra le 100 persone che stanno trasformando il mondo.

Ehud Barak
Ehud Barak, 66 anni, è l'attuale leader del Partito laburista israeliano. Militare più decorato della storia di Israele, Barak è stato primo ministro di Israele dal maggio 1999 al marzo 2001. Durante il suo breve governo pose fine all'occupazione israliana del sud del Libano, ma dovette assistere al fallimento degli Accordi di Camp David in cui la soluzione della questione palestinese sembrò in un primo momento alla sua portata e allo scoppio della seconda Intifada. Sconfitto da Ariel Sharon nel 2001, si ritirò a vita privata. Nel 2005 ritornò sulle scene politiche, tentando senza successo di candidarsi alla guida del Partito laburista. Tentativo che gli riuscì nel giugno 2007 quando vinse le primarie del partito tornando così a esserne il leader. Lo stesso mese, dopo due soli giorni, il primo ministro Ehud Olmert lo fa succedere ad Amir Peretz alla carica di ministro della Difesa nella suacoalizione di governo. Barak è favorevole al processo di pace con i palestinesi e sostiene la soluzione "Due popoli e due Stati".

Avigdor Lieberman
Il leader di Yisrael Beiteinu (Israele la mia casa) è oggi uno dei politici più controversi di Israele. La sua formazione di centrodestra potrebbe scavalcare i laburisti e diventare il terzo partito del paese dandogli un grande potere, combinato alla popolarità delle sue strategie contro gli arabi israeliani (fra le altre cose, vuole un giuramento di fedeltà allo Stato ebraico, e suggerisce l'esecuzione di quegli arabi israeliani che incontrano membri di Hamas). Nato in Moldova nel 1958, a Kishinev, allora parte dell'Urss, si trasferì in Israele a vent'anni. Oggi raccoglie gran parte dei voti degli immigrati russi giunti in Israele dopo il crollo dell'Unione sovietica nel 1991. Così, l'ex direttore generale del LIkud fino al 1996 e poi di capo dello steff dell'allora premier Binyamin Netanyahu - è diventato un politico di rilievo nel marzo del 2006 quando il suo partito conquistò 11 seggi alla Knesset, successo che lo sospinse al posto di vicepremier. Lieberman è sotto inchiesta per frode e riciclaggio di denaro sporco, accuse che lui afferma essere di natura politica. Nel frattempo è divenuto un paladino delle comunità dei coloni; di conseguenza si oppone strenuamente al principio "terra in cambio di pace".

(Virgilio Notizie, 7 febbraio 2009)

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Lefebvriani - Consiglio ebrei tedeschi si schiera con Merkel

"Insopportabili" i tentativi di diffamarla

BERLINO, 7 feb. (Apcom) - Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi si è schierato a sostegno del cancelliere Angela Merkel, attaccata nei giorni scorsi da alcuni vescovi e membri del suo stesso partito, dopo il suo invito al Papa a fare chiarezza sulla vicenda dei vescovi lefebvriani riabilitati. Il tentativo di diffamare pubblicamente la cancelliera è "insopportabile", ha detto alla "Rheinpfalz am Sonntag" il segretario generale del Consiglio, Stephan Kramer. Se, come accaduto, alcuni esponenti del mondo cattolico invitano a non votare Merkel, allora si è di fronte a una "campagna persecutoria", ha aggiunto Kramer.
Il segretario generale del Consiglio centrale ha poi criticato il presidente del Bundestag (la camera bassa del parlamento tedesco), Norbert Lammert (cristiano-democratico della Cdu, il partito guidato da Merkel). "Molto di quello che viene ora attribuito al Papa è quasi maligno e per lo meno ingiusto", aveva detto Lammert, riferendosi anche alle parole della cancelliera.
Martedì Merkel aveva definito "insufficienti" le spiegazioni di Papa Benedetto XVI sulla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, tra cui il negazionista Richard Williamson.

(Virgilio Notizie, 7 febbraio 2009)

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Ex ministro Genscher loda Merkel per critiche a Papa

Noi tedeschi abbiamo responsabilità storica, anche Ratzinger

ROMA, 7 feb. (Apcom) - Hans Dietrich Genscher, ex ministro degli Esteri tedesco e attuale membro della Fdp, ha elogiato la "cancelliera" tedesca Angela Merkel per le critiche rivolte al Papa tedesco dopo la riabilitazione del vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson. "La cancelliera ha chiesto un chiarimento al Papa e al Vaticano di fronte al falso segnale, proveniente dalla revoca della scomunica del negazionista Williamson", ha spiegato Genscher, in una lettera pubblicata dal quotidiano Bild.
Tedeschi ed ebrei sono uniti nel destino, gli ebrei come vittime e noi tedeschi nella responsabilità storica ed etica, ha spiegato l'ex ministro e vicecancelliere oggi 81enne: "In questa comunione di responsabilità ci siamo tutti, anche il Papa dalla Germania". Merkel non poteva pronunciare questo richiamo, doveva, ha insistito Genscher. E per questo non merita critiche, ma rispetto.

(Virgilio Notizie, 7 febbraio 2009)

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Gilad Shalit, militare israeliano rapito verrà rilasciato

Gilad Shalit, è vivo e sta bene e ci sarebbe un accordo per la sua liberazione. Il militare israeliano rapito nel 2006 sul confine della Striscia di Gaza, potrebbe essere rilasciato martedi. E' quanto riferisce la rete satellitare turca CnnTurk.
"Sappiamo che Gilad Shalit e' vivo e sta bene, ma occorre riportarlo qui e stiamo facendo sforzi immani per avvicinare il momento in cui potra' tornare a casa": lo ha affermato il ministro della Difesa israeliano - e candidato laburista alla guida del governo - Ehud Barak, intervistato dall'emittente televisiva israeliana Channel 1.
Shalit era stato rapito nel giugno del 2006 durante un'incursione delle milizie palestinesi sul confine tra la Striscia di Gaza e il Libano e si troverebbe ancora prigioniero nella Striscia di Gaza.
"Sapete che sono fortemente critico nei confronti del Primo ministro (Ehud Olmert) ma sta facendo grandi sforzi per velocizzare il processo, cosi' come il Capo di stato maggiore dell'esercito e il capo dello Shin Bet (i servizi di sicurezza interni, ndr)", ha spiegato Barak, le cui dichiarazioni sono state riportate dal quotidiano israeliano Ha'aretz.
Barak ha concluso sottolineando tuttavia che la liberazione di Shalit richiederebbe decisioni dolorose da parte della dirigenza israeliana, senza precisare ulteriori dettagli ma alludendo probabilmente alla liberazione di diversi detenuti palestinesi colpevoli anche di reati di sangue.

(RaiNews24, 7 febbraio 2009)

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Nazismo, è giallo sulla morte di Heim

Il direttore del Centro Simon Wiesenthal a Gerusalemme: ''Non abbiamo il corpo, non abbiamo esami del Dna, non abbiamo una tomba''. Il ministero della Giustizia austriaco: ''Verificheremo la notizia''. Il 'Dottor Morte' è accusato di aver ucciso e torturato centinaia di prigionieri durante gli esperimenti che praticava nei campi di concentramento in cui lavorò come medico.

GERUSALEMME, 6 feb. (Adnkronos/Ign) - Non ci sono prove della morte di Aribert Heim, criminale nazista in cima alla lista dei ricercati ancora in libertà. Ad affermarlo - parlando con l'agenzia di stampa tedesca Dpa - è stato Ephraim Zuroff, direttore del Centro Simon Wiesenthal a Gerusalemme, dopo che ieri il 'New York Times' e la tedesca Zdf avevano rivelato che l'uomo conosciuto come il 'Dottor Morte' - accusato di aver ucciso e torturato centinaia di prigionieri durante gli esperimenti che praticava nei tre campi di concentramento nazisti in cui lavorò come medico, tra cui quello di Mauthausen - è deceduto al Cairo il 10 agosto 1992 per un tumore.
"Non abbiamo il corpo, non abbiamo esami del Dna, non abbiamo una tomba". "Qualcuno deve avere interesse a far uscire questa notizia. E' veramente strano. E privo di senso", ha dichiarato Zuroff - che da tempo dà la caccia a Heim - e definendo "interessante teoria" l'ipotesi secondo cui la notizia sarebbe stata pubblicata ora per motivi finanziari. Heim avrebbe una fortuna di circa due milioni di euro che verrebbe ereditata alla sua morte. Zuroff ricorda un'intervista rilasciata dal figlio di Heim, Rudiger, a un giornale tedesco cinque mesi fa nella quale affermava di non essere in contatto con il padre.
Il ministero della Giustizia austriaco intende cercare di andare a fondo sulla notizia sulla morte del criminale nazista. "Dobbiamo verificare i fatti prima di prendere una decisione", ha spiegato una portavoce del ministero alla Dpa: a Vienna è aperta una causa penale per omicidio e genocidio contro Heim e su richiesta del Centro Wiesenthal a Gerusalemme, nel 2007 l'Austria mise una taglia di 50mila euro a disposizione di chiunque fornisse informazioni utili alla cattura dell'ex SS austriaco. "Le ricerche proseguiranno fino a quando non sarà stato appurato che è morto", ha spiegato Armin Halm, portavoce del servizio di intelligence criminale austriaco.

(IGN, 6 febbraio 2009)

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L'Onu sospende le importazioni di cibo per Gaza dopo il sequestro di Hamas

GERUSALEMME, 6 feb - L'Agenzia delle Nazioni Unite per l'aiuto ai rifugiati palestinesi (Unrwa) ha annunciato di aver sospeso le importazioni di aiuti per la Striscia di Gaza dopo che centinaia di tonnellate di alimenti sono state confiscate dal governo di Hamas.
L'Unrwa, si legge in un comunicato, ha preso tale decisione dopo che 10 camion pieni di riso e farina sono stati intercettati e portati via dal ministero per gli Affari Sociali del movimento islamista.

(ASCA-AFP, 6 febbraio 2009)

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I soci Coop danno scandalo: una "lista nera" anti Israele

di Antonio Signorini

Alcuni soci Coop della Toscana chiedono di indicare se la merce proviene dallo Stato ebraico. I dirigenti prendono le distanze ma l'imbarazzo resta. Il presidente nazionale delle Coop: "Lasciamo i clienti liberi di scegliere".

ROMA - Mettere all'indice i prodotti israeliani, in modo da permettere alle famiglie che vanno a fare la spesa una «libera scelta». In altre parole, appendere nei supermercati una lista di prodotti «made in Israel» per mettere i consumatori di fronte all'alternativa secca: boicottare o no il paese mediorientale, escludendo dal carrello i prodotti che vengono da lì? Esercitare o no quella che nel linguaggio dei siti anti Israele è «un'efficace campagna di boicottaggio dell'economia di guerra israeliana, come forma di sostegno al diritto all'esistenza e alla resistenza del popolo palestinese contro il colonialismo israeliano?».
La richiesta è seria ed è arrivata alla potente Coop fiorentina attraverso una lettera firmata da circa 150 soci e clienti, per lo più pisani, nella quale si chiede di indicare quali sono gli articoli di produzione israeliana e quelli prodotti direttamente nei territori o da aziende che abbiano rilevanti interessi economici nei territori. «Crediamo - scrivono - che i soci e i consumatori abbiano diritto» a saperlo «per poter esercitare liberamente una propria scelta di pressione economica e politica».
I firmatari, facevano sapere dalle Coop appena la notizia si era diffusa, non sono soci attivi. Come dire, non sono dei nostri, vengono da altre organizzazioni. Gli occhi si sono quindi tutti rivolti prima sui sindacati di base. Poi sull'Arci, altra organizzazione vicina alla sinistra. In particolare il Circolo Agorà di Pisa, da sempre attivo nella campagna anti Israele. Cinque anni fa, per lo stesso motivo, fecero scoppiare un caso nella scena politica locale, creando imbarazzi anche a sinistra. «Noi aderiamo, ma non siamo solo noi», assicura Walter Lorenzi, uno degli animatori dell'Agorà che individua i promotori in quelli del locale Forum palestina, al quale aderiscono anche circoli di Rifondazione comunista e sindacati di base.
Questa ultima iniziativa ha varcato i confini di Pisa. Si è mosso anche il ministro alle Politiche europee Andrea Ronchi, che ha chiesto alla Coop di condannare la lettera che «accende sentimenti antisemiti». Invito raccolto a metà. Anche Altero Matteoli, ministro dell'Agricoltura e toscano doc ha condannato la «insensata lettera» dei soci coop.
Titubanze a parte, è certo che la lista non entrerà nei negozi gestiti dalle cooperative. Il boicottaggio rimane, per il momento, confinato a Internet, dove circola da anni. «Sono gli stessi che volevano le liste dei negozianti ebrei di Roma. Tra l'altro scrivono un mucchio di balle», ad esempio includono aziende che non hanno niente a che vedere con Israele, spiega Angelo Pezzana animatore del sito Informazione Corretta.

(il Giornale, 6 febbraio 2009)

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La denuncia: Hamas ruba gli aiuti umanitari distribuiti dall'Onu

di Gian Micalessin

I fondamentalisti risollevano la cresta e tornano a imporre la loro legge. E un dirigente viene fermato al valico di Rafah con nove milioni di dollari e due milioni di euro nelle valigie.
Hamas ha fame di soldi, aiuti e potere. E così mentre un suo dirigente viene pizzicato alla frontiera egiziana con nove milioni di dollari e due milioni di euro nelle valigie, i poliziotti fondamentalisti di Gaza confiscano, armi in pugno, coperte e razioni alimentari dell’Onu. Le vicende sono le due facce della stessa medaglia. L’invio di contanti, probabilmente iraniani, serve a dimostrare che Hamas è in grado, come a suo tempo Hezbollah, di sanare le ferite della guerra e gestire la ricostruzione. Il tentativo di far transitare quel denaro dalla frontiera rivela l’emergenza finanziaria in cui versa l’organizzazione dopo il bombardamento dei tunnel di Rafah.
    La «rapina» di coperte e generi alimentari di proprietà dell’Unwra, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi, serve a riaffermare il potere assoluto sulla Striscia e la volontà di controllare ogni attività politica e sociale, a partire dai soccorsi. Stavolta i primi a denunciare lo scippo umanitario sono i rappresentanti dell’Onu che durante l’operazione Piombo Fuso chiedevano la fine degli attacchi israeliani. Martedì notte, secondo Christofer Gunness, portavoce Unwra nella Striscia, decine di gendarmi fondamentalisti hanno fatto irruzione nei magazzini dell’organizzazione puntando le armi sui sorveglianti e depredando 3.500 coperte e 400 razioni alimentari destinate agli sfollati accampati sulla spiaggia di Gaza.
    Ahmed Al Kurdi, ministro per gli affari sociali di Hamas, rivendica la razzia spiegando che coperte e cibo vanno distribuiti non solo agli sfollati, ma a tutti gli abitanti seguendo i programmi decisi dal suo governo. «Siamo l’unica entità capace di garantire una supervisione equa della distribuzione, siamo gli unici responsabili del milione e mezzo di palestinesi di Gaza, siamo gli unici in grado d’impedire distinzioni discriminatorie», sostiene Kurdi rivendicando il controllo assoluto della popolazione. John Holmes, capo delle operazioni umanitarie dell’Onu definisce inammissibile la confisca dei generi di prima necessità e ne chiede l’immediata restituzione. «L’Onu non può accettare che una delle parti in conflitto si renda responsabile della sottrazione degli aiuti», dichiara Holmes avvertendo che la razzia rischia di bloccare la distribuzione di ogni soccorso.
L’uomo d’oro di Hamas sorpreso dalle guardie egiziane mentre cercava d’introdurre nella Striscia il tesoretto del movimento altri non è che Ayman Taha, il responsabile della delegazione arrivata in Egitto per discutere le condizioni per il cessate il fuoco. Quei soldi, visto il no a qualsiasi intesa in grado di far riaprire i valichi, servivano a garantire la gestione della Striscia e i rifornimenti essenziali. Taha e i suoi capi dovranno, invece, rassegnarsi alla perdita. I 35 milioni confiscati al premier di Hamas Ismail Haniyeh nel dicembre 2006 vennero girati dalle autorità egiziane sui conti dell’Autorità Palestinese controllati da Fatah.
    Monsignor Hilarion Capucci, il vescovo cattolico melchita sorpreso dagli israeliani nel lontano 1973 a trasportare armi per l’Olp e condannato a 12 anni torna intanto a far parlare di sé. L’87enne vescovo di Gerusalemme, in «esilio» a Roma dopo il rilascio ottenuto nel 1976 da Papa Paolo VI, è ricomparso nella cabina di un’imbarcazione sequestrata ieri dalla Marina israeliana mentre cercava di rompere il blocco di Gaza. Stavolta a bordo c’erano solo cibo e medicine e l’irriducibile vescovo potrà, probabilmente, ritornare presto all’esilio romano.

(il Giornale, 6 febbraio 2009)

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Israele, elezioni al buio: paura di Lieberman e dell'isolamento

di Daniel Mosseri

ROMA, 5 feb - Un Paese spaventato e isolato che si sposta apparentemente a destra in termini di politica internazionale mentre all'interno di ogni partito, destra compresa, si fanno più forti le voci a favore di politiche sociali che permettano di superare la crisi economica globale. E ancora, tre elettori su dieci che si dicono indecisi mentre confermano tutti di volersi recare alle urne. Con lo spauracchio di Avigdor Lieberman a fare da spartiacque tra quelli che vogliono usare le maniere forti con gli arabi e quelli che puntano a far progredire il processo di pace. Questa è l'Israele - descritta al VELINO da Eetta Prince Gibson direttore dal quindicinale in lingua inglese The Jerusalem Report - che si accinge a rinnovare i 120 seggi della Knesset il prossimo 10 febbraio, mettendo fine all'esperienza di governo di Ehud Olmert. Gli ultimi sondaggi confermano la mancanza di certezze: il Likud di Bibi Netanyahu è dato come vincente con 27 seggi, a seguire Kadima, l'ibrido centrista nato per volontà di Ariel Sharon e oggi guidato dal ministro degli Esteri uscente Tzipi Livni, accreditato di 25 seggi. Poi, appaiati a 17 seggi, i laburisti del titolare della Difesa, Ehud Barak, e i nazionalisti russofoni di Israel Beitenu dell'ex ministro per le Minacce strategiche, Lieberman. E dietro, il partito ortodosso Shas al quale i sondaggi attribuiscono circa 10 seggi, pronto a unirsi a una possibile colazione di conservatori.
    "Un voto per il Likud è un voto per Lieberman". Questo, ricorda Gibson, uno degli ultimi slogan di Kadima che teme l'affermazione dell'uomo che chiede un giuramento di fedeltà a Israele da parte ai cittadini arabi, pena la perdita della cittadinanza. "Ma Lieberman fa molta paura anche al Likud che si è spostato su una linea molto più centrista che nel passato. E che di conseguenza punta allo stesso elettorato di Kadima. La vittoria di Beitenu obbligherebbe il partito di Netanyahu a tornare su una linea appena lasciata. E Bibi è molto preoccupato". Con molti prevedibili mal di pancia nonché rischi di fuga da un partito che meno di tre anni fa ha già perso pezzi importanti a favore di Kadima. Uno spostamento a destra interno ai partiti risulta difficile da concepire per Gibson che ricorda come lo stesso Netanyahu abbia lasciato le posizioni liberiste "e thatcheriane" di pochi anni fa. Tanto che in queste ore il Labor e Kadima denunciano che esiste già un accordo sottobanco Likud-Shas per aumentare gli assegni familiari. La soluzione potrebbe trovarsi in un governo di unità nazionale Likud-Kadima-Labor che isoli Lieberman? "I governi di unità funzionano solo se c'è una sola e unica minaccia da affrontare. Per il resto non servono a niente. Senza contare che la divergenza di opinioni è l'essenza di una democrazia".
    Come interpreta Gibson il tanto annunciato spostamento a destra degli elettori israeliani? "In questo Paese prevale un senso di isolamento dal resto della comunità internazionale, e in particolare dall'Europa che pure ci è culturalmente e geograficamente vicina. I palestinesi ci hanno sparato missili addosso per anni e nessuno ha detto né ha fatto nulla. Reagiamo e ci condannano. E ancora. Se lasciamo i valichi a una forza straniera chi garantirà la distruzione dei tunnel? Gli inglesi che hanno tolto la Shoah dai libri di testo o gli spagnoli che hanno appena incriminato un ministro israeliano per crimini contro l'umanità? Oppure sarà qualche vescovo che ha paragonato Gaza ad Auschwitz oppure ancora qualche prelato negazionista? Prendiamo poi il caso Gilad Shalit: neppure alla Croce rossa è stato permesso di fargli visita - aggiunge - e questo non può che rafforzare la sensazione che stiamo combattendo da soli la guerra contro il fondamentalismo islamico. Luoghi comuni? Forse. Ma danno il senso dei timore che pervade gli israeliani", spiega ancora Gibson. Non va poi dimenticato il fattore guerra. "A Gaza è finita solo formalmente. Dopo 'Piombo fuso' le cose vanno un po' meglio ma due giorni fa un razzo Grad ha colpito Ashqelon e il fatto che le scuole siano dovute restare chiuse per un giorno ha molto colpito l'opinione pubblica". "E temo che basti una ripresa dei razzi da Gaza per spostare fette importanti dell'elettorato".
    Un elettorato, in ultima analisi, timoroso ed emotivo. Con un alto numero di indecisi che pure è fermamente intenzionato a recarsi alle urne ."Molti sono quelli che - racconta Gibson - affermano per esempio che vorrebbero votare per gli ecologisti ma così facendo temono di aiutare Lieberman. E quindi rimandano la scelta all'ultimo minuto". Non si è visto, tra l'altro nessun "fattore Golda" (dal nome del primo ministro Meir che governo Israele tra il 1969 e il 1974) che possa far convergere i voti sul candidato donna Livni. E il sistema elettorale rigidamente proporzionale non aiuta né la formazione di coalizioni né impedisce dei risultati a sorpresa, come nel caso dell'exploit del partito dei pensionati che nel 2006 ottenne dal nulla 7 seggi. Martedì notte si conosceranno i risultati. "Il presidente Shimon Peres - conclude Gibson - darà l'incarico al leader di partito vincente di formare il governo, ovvero a quel leader che garantirà la coalizione più salda e larga".

(il Velino, 5 febbraio 2009)

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Negoziatore di Hamas arrestato a Rafah con ingente somma di denaro

EL ARISH, 5 feb - Gli ufficiali della sicurezza egiziana hanno arrestato uno dei negoziatori di Hamas mentre cercava di attraversare il valico di Rafah con nove milioni di dollari e due milioni di euro nella borsa.
La polizia di frontiera ha fermato la delegazione del movimento islamista di ritorno dalle trattative intrattenute al Cairo per discutere della tregua a Gaza.
Dopo aver perquisito le borse dei sei membri della delegazione gli ufficiali hanno consentito il passaggio a cinque di questi mentre il mediatore Ayman Taha e' stato arrestato.
''Siamo in contatto con il ministero delle Finanze per decidere se permettere l'ingresso del denaro'', ha affermato un agente.

(ASCA-AFP, 5 febbraio 2009)

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Aiuti a Gaza, commissione Ue preoccupata per il sequestro di Hamas

BRUXELLES, 5 feb. - (Adnkronos/Aki) - Preoccupazione e' stata espressa dalla Commissione europea per la confisca da parte di Hamas di aiuti umanitari Onu nella Striscia di Gaza. "Siamo preoccupati", ha detto a Bruxelles Christiane Hohmann, portavoce del commissario europeo alle Relazioni Esterne Benuta Ferrero-Waldner, commentando la notizia secondo cui Hamas avrebbe sottratto centinaia di contenitori di cibo e coperte dell'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi."Sosteniamo l'Unrwa e seguiamo questa vicenda da molto vicino", ha sottolineato ancora la portavoce, ricordando che anche l'aiuto dell'Unione europea "passa attraverso il sistema di distribuzione delle Nazioni Unite" . "Gli agenti di Hamas hanno requisito tra 3.500 coperte e 406 razioni di cibo da un nostro deposito destinati a 500 famiglie del campo profughi di Shati", ha denunciato ieri l'Unrwa, esprimendo una "ferma condanna per il sequestro" e ricordando che e' compito dell'Agenzia distribuire gli aiuti umanitari a Gaza. I viveri e le coperte avrebbero dovuto raggiungere circa cinquecento famiglie palestinesi. Gli aiuti sono al centro di una disputa tra l'Onu e Hamas, che vorrebbe fossero distribuiti a una fascia piu' ampia della popolazione di Gaza e non soltanto a chi detiene lo status di rifugiato.

(Il Tempo, 5 febbraio 2009)

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Visi d’Israele - Shai

Uomini e donne provenienti da ambienti diversi parlano delle loro esperienze in Israele e dicono che cosa significa per loro vivere in quel paese.

(infolive.tv)


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Dopo un mese l'Onu dice la verità su Hamas

Durante la guerra di Gaza, qualsiasi cosa dicesse l'Onu, o il suo braccio palestinese, l'Unrwa, sfondava le prime pagine di tutti i giornali del mondo, italiani compresi. Il motivo era chiaro: si trattava quasi sempre di accuse alla brutalità israeliana.
Passato un mese, l'Onu e l'Unrwa sono spesso costrette a correggere il tiro con pubbliche dichiarazioni che però cadono puntualmente nel vuoto o finiscono in minuscoli trafiletti. Di ieri è l'accusa dell'Unwra contro Hamas (già di per sé una notizia, come l'uomo che morde il cane) colpevole di aver "sequestrato con la forza" aiuti destinati alla popolazione civile di Gaza per poi rivenderli. La stessa cosa era stata a lungo denunciata durante la guerra dal Jerusalem Post senza nessuna eco e senza che l'Onu si fosse preoccupata di confermarla.
Ancora più grave è la notizia, segnalata qualche giorno fa da un giornale canadese e lì rimasta fino all'ammissione ufficiale dell'Unrwa, che l'esercito israeliano è stato scagionato dall'aver sparato contro una scuola dell'Onu. All'epoca il fatto suscitò un clamore incredibile: il dirigente dell'Unrwa, intervistato da tutte le tv del mondo disse tra le lacrime: "quelle all'interno della scuola erano tutte famiglie che cercavano scampo, non c'è nulla di sicuro a Gaza". Nemmeno un mese dopo, lo stesso funzionario dichiara: "Vorrei mettere in chiaro che il lancio di proiettili di artiglieria e le vittime sono fatti accaduti fuori dalla nostra scuola". Cioè nei vicoli dove erano asserragliati i miliziani di Hamas e i loro mortai.
Di tutto questo si arriva a sapere ben poco. Intanto l'arma della disinformazione e della criminalizzazione di Israele ha potuto dispiegare i suoi effetti. E Hamas può dire al mondo di aver vinto la guerra. Facile, con certi alleati.

(l'Occidentale, 5 febbraio 2009)

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Film israeliano, pubblico arabo

Dei libanesi musulmani farebbero di tutto per impossessarsi di una copia pirata del film israeliano «Valzer con Bachir».

Nonostante i film israeliani siano vietati in territorio libanese, «Valzer con Bachir» ha riscosso uno straordinario successo in questo paese, al punto che persino le copie pirata dei DVD sono diventate introvabili.
La ragione é semplice: si tratta di un film di animazione in cui il regista Ari Folman racconta della sua esperienza come soldato durante la guerra che, agli inizi degli anni '80, il suo Paese condusse in Libano e che culminò nel massacro dei palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila da parte della milizia cristiana falangista per vendicarsi dell'assassinio di innumerevoli libanesi christiani negli anni passati.
Se in generale i libanesi non hanno approvato il film di Ari Folman, alcuni di loro lo hanno sinceramente apprezzato. Questo é il caso di Lokman Slim, attivista che lavora per un'organizzazione che preserva la memoria politica e sociale del Libano attraverso documenti scritti e audiovisivi. Slim ha infatti candidamente ammesso che «Valzer con Bachir» é stato uno dei migliori film che abbia mai visto.
Eccovi la dichiarazione che Lokman ha rilasciato ad un giornalista di Reuters: «Provo invidia nei confronti di coloro che dovremmo considerare come nemici: loro hanno infatti avuto il coraggio di affrontare questa pagina nera, mentre noi libanesi abbiamo ammantato con un velo di silenzio la nostra stessa Storia».
Vincitore di un Golden Globe, lo sconvolgente «Valzer con Bachir» é candidato all'Oscar come Miglior Film Straniero.

(swisscom, 5 febbraio 2009)

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Elezioni, in testa c'è il partito degli indecisi

TEL AVIV - A sei giorni dalle elezioni politiche israeliane un dato svetta su tutti: al primo posto si trova ancora saldamente il partito degli indecisi, con un massiccio 28 per cento. Il secondo dato che lascia il sistema politico col fiato sospeso è che il margine di vantaggio dei nazionalisti del Likud sui centristi di Kadima si sta erodendo ed è ora di tre seggi (su un totale di 120 alla Knesset). Il terzo posto è conteso, al foto-finish, dai laburisti di Ehud Barak e dai radicali di destra di Israel Beitenu (Avigdor Lieberman). La nottata elettorale, in queste condizioni, rischia di essere spasmodica ed avvincente. Ma oltre questi dati, un terzo resta per il momento incontrovertibile: anche se in definitiva Kadima riuscisse ad agguantare il Likud, troverebbe difficile costituire una solida maggioranza di governo perché alla Knesset sembra delinearsi un forte blocco dei partiti di destra.
Nelle ultime ore sono stati condotti tre sondaggi: dalla televisione commerciale Canale 2, dal quotidiano Maariv e da Haaretz. Questi, nell'ordine, i risultati: il Likud resta secondo la emittente il primo partito con 27 seggi (per i quotidiani: 27, 28); Kadima tallona da vicino con 24 seggi (nei quotidiani: 23, 25). Israel Beitenu arriva terzo con 17 seggi (17, 15); i laburisti scendono al quarto posto con 14 seggi (17,14). A questo punto diventa di importanza critica per i partiti localizzare gli incerti e cercare di influenzarli. Secondo Canale 2, la maggior parte delle incertezze sono fra Kadima e i laburisti. Una quantità inferiore di persone sono incerte fra Kadima e Likud e altrettanti fra Likud e Israel Beitenu. Un altro elemento di incertezza viene dal comportamento dell'elettorato arabo che potrebbe boicottare il voto in segno di protesta per la operazione Piombo Fuso contro Hamas a Gaza, e per il suo pesante bilancio di vittime. Un sito internet arabo ha calcolato che il 56 per cento degli elettori arabi non andranno alle urne: un test non scientifico, ma a cui hanno preso parte comunque 6.000 persone, per lo più giovani. L'astensione dal voto degli arabi significherebbe necessariamente una Knesset molto più spostata a destra. Questa situazione è stata analizzata domenica dal responsabile dei sondaggi di Kadima, Kalman Gayer. Questi ha previsto, in un incontro con i dirigenti del partito, che il 10 febbraio lo scarto fra il Likud e Kadima potrebbe risultare in un unico seggio, a favore degli uni o degli altri. Kadima, ha assicurato Gayer, si sta costantemente rafforzando sia fra gli ebrei immigrati dalla Russia, sia fra gli indecisi.
Il problema della Livni e dei suoi compagni è rappresentato dal rafforzamento di due partiti schiettamente di destra (Israel Beitenu e gli ortodossi di Shas) e dalla debolezza della sinistra moderata (laburisti e Meretz). Nei prossimi giorni sia Kadima sia il Likud dirigeranno i loro atacchi in direzione di Israel Beitenu nella speranza di ridimensionarlo in extremis. Nella propaganda elettorale del partito di sinistra Meretz, Lieberman è già presentato come un despota alla Mussolini e Stalin.

(Corriere Canadese, 5 febbraio 2009)

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Sondaggio: per l'88% degli israeliani la Turchia e' un paese pericoloso

La Turchia perde sempre più punti nella graduatoria delle mete turistiche preferite dagli israeliani. Un sondaggio condotto tra i turisti dello Stato ebraico rivela che oggi per l'88 per cento degli israeliani il Paese è pericoloso.
E il 55 per cento degli abitanti dello Stato ebraico che si è già recato in Turchia in passato ha affermato di non volerci tornare, almeno per quest'anno. Così, secondo il sondaggio riportato dalla Radio militare, gli israeliani preferiscono scegliere mete in Grecia, Bulgaria e a Cipro. Il sondaggio arriva dopo le notizie degli ultimi giorni secondo cui si stanno facendo sentire pesantemente sugli operatori turistici turchi le ripercussioni del sentimento anti-israeliano diffuso nel paese dopo l'operazione militare nella Striscia di Gaza.
I viaggiatori israeliani, infatti, stanno cancellando in massa le prenotazioni per le vacanze in Turchia, un dato che ha fatto ancora più notizia dopo le immagini della reazione che lo scorso 30 gennaio ha portato il premier turco Recep Tayyip Erdogan ad abbandonare la tribuna di Davos in polemica con il presidente israeliano Shimon Peres sull'operazione militare a Gaza e che ha fatto conquistare a Erdogan un più che caloroso benvenuto da parte di migliaia di persone al rientro in patria.
Il momento della verità arriverà il prossimo 9 aprile quando in occasione della Pesah, la festa ebraica che dura otto giorni, migliaia di israeliani partiranno per vacanze all'estero. Proprio in vista della Pesah, molti sindacati e aziende israeliane, compresa la Israel Electric Company, hanno già fatto sapere agli agenti di viaggio che per quest'anno preferiscono evitare la Turchia. Prima della crisi legata all'operazione contro la Striscia di Gaza, le previsioni parlavano di circa 35mila israeliani diretti nella sola regione turca di Antalya per trascorrere le vacanze.

(clandestinoweb, 5 febbraio 2009)

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Israele, la "calma" e la liberazione di Shalit

L'accordo per «la calma» è ormai imminente. Dopo tre settimane di guerra e altre due passate sotto il lancio di qualche missile con conseguenti risposte aeree degli F15i, Israele e Hamas sono vicini a una tregua prolungata.

Deposte le armi, la partita si gioca su due piani. I miliziani chiedono l'eliminazione del blocco e l'apertura dei passaggi; Israele non vuole più sentir suonare l'allarme anti-missili nelle città attorno la Striscia di Gaza. E soprattutto, sta lavorando - in queste ore sempre più intensamente - per ottenere la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit.
Shalit è stato rapito nell'estate del 2006 ed è oggi, vivo, nelle mani di Hamas all'interno della Striscia. Israele, per riaverlo in patria, sarebbe disposto a sbloccare l'80 per cento delle importazioni a Gaza (il restante 20 per cento dei prodotti resterebbero al confine, perché considerato materiale utile a fabbricare armi). Intanto le pressioni per liberare il soldato aumentano. E sulle poste elettroniche degli israeliani e le mailing list delle comunità ebraiche di tutto il mondo sta rimbalzando una lettera scritta dalla madre di Gilad Shalit, Aviva Shalit, nei mesi passati....

(Il Tempo, 5 febbraio 2009)

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Tra Hamas e Fatah non c'è tregua

Gaza - La guerra per il consenso e per il potere interna al campo palestinese si traduce in queste ore in lotta senza quartiere per l'accaparramento e la distribuzione degli aiuti. Oltre che in un clima di minacce, aggressioni e accuse reciproche che il tentativo di rilancio del "dialogo nazionale" patrocinato dall'Egitto non sembra finora capace di fermare.

C'è la guerra con Israele, combattuta a giorni alterni a colpi di razzi e mortaio in attesa di un accordo di tregua stabile. Ma c'è anche, nella Striscia di Gaza, una guerra per il consenso e per il potere interna al campo palestinese, che si traduce in queste ore in lotta senza quartiere per l'accaparramento e la distribuzione degli aiuti ad amici o clienti.
Oltre che in un clima di minacce, aggressioni e accuse reciproche che il tentativo di rilancio del "dialogo nazionale" patrocinato dall'Egitto fra i radicali di Hamas - saliti al potere nel 2007 a Gaza - e i moderati di Fatah - il partito del presidente Abu Mazen, rimasto in sella nella sola Cisgiordania - non sembra finora capace di fermare....

(Aprile Online, 4 febbraio 2009)

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Medico di Gaza che perse le figlie, Israele: sparammo, ma su sospetti

Il pianto di Abu al-Aish commosse il mondo

Ezzeldeen Abu al-Aish
GERUSALEMME, 4 feb. (AP) - L'esercito israeliano ha ammesso che le proprie truppe aprirono il fuoco sulla casa di un medico palestinese uccidendone le tre figlie perché erano state individuate figure sospette al piano alto dell'abitazione. E' quanto emerge dall'inchiesta aperta sul caso e resa pubblica oggi. Ezzeldeen Abu al-Aish, un ginecologo 55enne dell'ospedale Shifa a Gaza, noto al pubblico televisivo israeliano che ha seguito i suoi drammatici resoconti forniti durante le tre settimane di guerra su Gaza, ha sempre negato che ci fossero militanti di Hamas nascosti nella sua abitazione a Jabaliya, nel nord della Striscia.
Grazie alla conoscenza dell'ebraico, il medico, conosciuto in Israele come "la voce della Palestina", ha raccontato in televisione al pubblico israeliano la tragedia della perdita di tre figlie e di una sua nipote, tutte tra i 14 e i 22 anni, sotto le bombe dell'operazione "Piombo Fuso".
Padre di otto figli, Abu al-Aish ha perso di recente anche la moglie, morta di cancro. Il medico, un noto attivista pacifista impegnato in vari progetti di solidarietà, aveva espresso il desiderio di incontrare direttamente il ministro della Difesa Ehud Barak per ricevere spiegazioni sulla morte di quattro componenti della sua famiglia e il ferimento di altre due figlie.

(Virgilio Notizie, 4 febbraio 2009)

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Mubarak: Hamas e' responsabile del sangue arabo versato

Attacco del presidente egiziano a Meshaal e Nasrallah

ROMA, 4 feb. (Apcom) - Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha attaccato duramente Hamas accusando il movimento islamico palestinese di essere responsabile per il sangue arabo versato. E' quanto riporta il sito del quotidiano israeliano Haaretz.
"Per quanto tempo dovrà correre sangue arabo solo perché si dà ascolto a coloro che ammettono di non aver ben valutato la portata della risposta israeliana?", ha detto Mubarak parlando durante una cerimonia per le forze di polizia egiziane. Il presidente egiziano ha così fatto riferimento a quanto detto giorni fa dal leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, esiliato in Siria, che alla fine delle tre settimane di offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza ha ammesso di non aver previsto la vastità di raggio dell'operazione di Israele. Una posizione simile era stata espressa anche dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, alla fine della seconda guerra in Libano tra Israele e il movimento islamico libanese nel 2006.
Mubarak ha continuato affermando che i movimenti di resistenza devono assumersi la responsabilità del benessere dei loro popoli. "La resistenza deve prendere in considerazione vittorie e perdite. E' responsabile per la popolazione, che a sua volta dovrebbe considerare le vittorie (della resistenza) ma anche le perdite e la distruzione che causa", ha detto Mubarak aggiungendo poi che Hamas e altri militanti palestinesi non fanno altro che sottostare all'agenda dell'Iran che vuole approfittare dei nuovi equilibri che si creeranno nella regione per ottenere un vantaggio su Israele. Altro riferimento alle parole di Meshaal con cui il capo di Hamas chiedeva che si creasse un nuovo movimento antagonista di Fatah che rappresentasse tutti i palestinesi.
Mubarak ha poi detto di aver respinto gli inviti di quanti volevano che fossero bloccati gli sforzi per l'accordo di pace proposto dall'Arabia Saudita che prevede la normalizzazione dei rapporti israelo-palestinesi in cambio del ritiro di Israele ai confini del 1967.

(Virgilio Notizie, 4 febbraio 2009)

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Elezioni in Israele: cala distacco Likud-Kadima. Bene il partito di Lieberman

A meno di una settimana dalle elezioni politiche cala il distacco fra i nazionalisti del Likud e i centristi di Kadima, secondo un sondaggio condotto dal quotidiano Maariv. Al Likud di Benyamin Netanyahu, che attraversa un momento di flessione, vengono attribuiti 27 seggi su 120 mentre al Kadima di Tzipi Livni ne sono attribuiti 23.
Al terzo posto, secondo Maariv, ci sono i laburisti di Ehud Barak ed Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (destra radicale) con 17 seggi ciascuno. Lieberman si e' andato costantemente rafforzando in tutti gli ultimi sondaggi.
Yisrael Beitenu, il partito di destra guidato da Avigdor Lieberman, potrebbe essere il vero vincitore delle elezioni che si terranno in Israele il prossimo 10 febbraio. E' il risultato di un sondaggio pubblicato oggi dal sito web del quotidiano israeliano 'The Jerusalem Post', secondo cui alle consultazioni la formazione politica potrebbe ottenere ben 17 seggi in seno alla Knesset, il Parlamento israeliano. Così, con una crescita di sei deputati rispetto agli undici attuali, il partito uscirebbe come quello più rafforzato dal voto.
Dal sondaggio i laburisti dovrebbero ottenere 17 mandati, come Yisrael Beitenu, l'ultraortodosso Shas dovrebbe conquistarne dieci seggi, sei dovrebbero andare al blocco Hatnua Hahadasha-Meretz, cinque all'United Torah Judaism e quattro ai partiti arabi Hadash e Lista araba unita.

(Clandestinoweb, 4 febbraio 2009)

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Gaza: l'Onu ammette che gli israeliani non colpirono la scuola dell'Unrwa

Lo scorso 6 gennaio, durante la battaglia di Gaza, le agenzie stampa battono la notizia che l'aviazione israeliana ha bombardato una scuola dell'Unrwa piena di profughi a Jabaliya, facendo 42 morti tra i civili. Oggi veniamo a sapere che le vittime non erano dentro ma fuori la scuola, esposte al tiro dei mortai di Hamas e ai cecchini appostati nelle strade.
Hamas, seguendo una prassi abituale, aveva utilizzato scudi umani confondendo i civili ai suoi miliziani. L'effetto dell'attacco alla scuola fu immediato: un'ondata di condanne e di biasimo internazionale nei confronti di Israele, accusato di colpire a tradimento scuole e ospedali.
La notizia è che una smentita della versione sui fatti accaduti il 6 gennaio è arrivata proprio dall'Unrwa che oggi nega di aver mai affermato che gli israeliani colpirono la scuola. A informarci della novità è il giornalista Patrick Martin del quotidiano canadese "The Globe". L'inchiesta di Martin non ha avuto grande risalto sui giornali, se si eccettua il caso della ONG Un Watch che nei giorni scorsi aveva ripreso la notizia in polemica con le ONG arabe che monopolizzano il Consiglio di Sicurezza israeliano.
Martin cita le dichiarazioni di John Ging, il direttore esecutivo dell'Unrwa a Gaza, che ha ammesso che i proiettili israeliani non hanno fatto vittime all'interno della scuola. Eppure, intervenendo a caldo sull'attacco, lo stesso Ging aveva scritto sul bollettino della World Health Organization: "il 6 gennaio, 42 persone sono state uccise in seguito a un attacco israeliano dentro una scuola dell'Unrwa". A che gioco sta giocano mister Ging?

(l'Occidentale, 4 febbraio 2009)

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Hamas ha sequestrato aiuti dell'Onu per residenti di Gaza

Prese 3.500 coperte e 400 razioni di cibo

GERUSALEMME, 4 feb. (Ap) - Gli uomini di Hamas a Gaza hanno confiscato migliaia di coperte e razioni di cibo destinate alla popolazione di Gaza. Lo ha detto oggi il portavoce dell'Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa), Christopher Gunness, precisando che è la prima vota che Hamas confisca gli aiuti umanitari alle Nazioni Unite.
Gli agenti di Hamas hanno preso ieri sera 3.500 coperte e 400 razioni di cibo destinate ai residenti della Striscia, che versano in condizioni precarie. Le autorità israeliane hanno più volte accusato Hamas di sequestrare gli aiuti per i residenti locali.

(Virgilio Notizie, 4 febbraio 2009)

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Lefebvriani, la Merkel attacca Benedetto XVI: "Il Vaticano chiarisca"

ROMA - Il caso Williamson sembra tutto sommato avviato a soluzione con il mondo ebraico, ma rimane invece apertissimo dentro la Chiesa e nei rapporti tra il Vaticano e gli Stati. Ieri dalla Germania sono partiti due attacchi contro Benedetto XVI, il primo dal cancelliere Angela Merkel, il secondo dal potente cardinale, vescovo di Magonza, Karl Lehmann. Entrambi ritengono che le dichiarazioni del vescovo lefebvriano - che, com'è noto, in un'intervista alla Tv svedese aveva negato le camere a gas, e al quale è stata appena revocata la scomunica - richiedano un ulteriore chiarimento da parte della Santa Sede.
La Merkel, durante un incontro con alcuni giornalisti, ha chiesto al Papa e al Vaticano «di chiarire in modo netto che non può esserci alcuna negazione» della Shoah e che deve esserci «un rapporto positivo» con il mondo ebraico. «Dal mio punto di vista - ha aggiunto - questi chiarimenti non ci sono ancora stati in modo sufficiente». Parole pesanti, soprattutto perché pronunciate sei giorni dopo la «comunicazione» con la quale, al termine dell'udienza generale del 28 gennaio scorso, il Papa aveva espresso «piena e indiscutibile solidarietà» con i «fratelli» ebrei, auspicando che la memoria della Shoah «sia per tutti monito contro l'oblio, contro la negazione o il riduzionismo»....

(il Giornale, 4 febbraio 2009)

COMMENTO - La scena si ripete innumerevoli volte. Il Vaticano parla su un argomento controverso, e non si capisce da che parte stia. Le parti chiedono di chiarire, e il Vaticano dice che ha già chiarito tutto e che più chiari di così non si può essere. Come mai? Dove risiede la causa dell’incomprensione? Il fatto che la scena si ripeta in una molteplice varietà di casi fa capire che l’inghippo è metodologico, e si trova nell’incomprensione di quella che è la struttura di base della filosofia vaticana. Al Vaticano non si deve chiedere un aut ... aut, perché la natura della sua teologia è et ... et. Essa è universale, nel senso che è avvolgente, deve comprendere il tutto e, in un certo senso da spiegare ogni volta, il contrario di tutto. E’ una sorta di hegelismo teologico che contiene al suo interno tesi, antitesi e sintesi, quest’ultima espressa appunto dalla dirigenza vaticana. Perde tempo chi pretende dal Vaticano che il sia e il no sia no, chi impone che dica aut sì aut no. La risposta sarà sempre et sì et no. Dipende, distinguo. Angela Merkel è figlia di un pastore protestante, forse questo spiega le difficoltà di comprensione con il papa. M.C.

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Shoah: Il Consiglio degli ebrei di Germania elogia Angela Merkel per le critiche al papa

BERLINO, 4 feb - Il Consiglio centrale degli ebrei di Germania ha elogiato la cancelliera tedesca Angela Merkel per aver criticato la decisione di Papa Benedetto XVI di revocare la scomunica a Richard Williamson, vescovo lefevbriano che nega l'Olocausto.
La dichiarazione del capo del governo tedesco, ha affermato in un'intervista con il quotidiano Westdeutsche Allgemeine Zeitung il segretario generale del Consiglio, Stephan Kramer, ''testimonia il fatto che lei prende le cose a cuore e ha senso di responsabilita''.
Secondo Kramer, un chiarimento della posizione del Vaticano e' ''importante non solo per la Chiesa cattolica, ma anche per la societa' tedesca''. Kramer ha poi spiegato che proporra' al suo Consiglio di avviare un dialogo con il papa sul tema, insieme alla Conferenza dei vescovi tedeschi.
Anche diversi prelati cattolici tedeschi hanno criticato duramente la decisione del papa di revocare la scomunica al vescoco lefevbriano. Uno di loro, l'arcivescovo di Berlino, cardinale Georg Sterzinky, ha dichiarato in un'intervista con il quotidiano Bild che negare l'Olocausto ''e' mostruoso''. ''Revocare la scomunica a Williamson - ha aggiunto - costituisce un'azione che non approvo''.
''La questione deve essere risolta'', ha sottolineato, osservando che la decisione di revocare la scomunica deve essere riconsiderata e ''se e' stato commesso un errore, sono necessarie delle scuse''.

(ASCA-AFP, 4 febbraio 2009)

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Turchia: bandiera palestinese in campo

E' accaduto nel corso di un match valido per la Coppa nazionale: Ibrahim Dagasan, centrocampista del Sivasspor, ha manifestato così il proprio disappunto per l'intervento israeliano nella striscia di Gaza.

Una bandiera palestinese nel cerchio di centrocampo: questo il clamoroso gesto di protesta di un calciatore turco per il recento intervento israeliano nella Striscia di Gaza. Il fatto è accaduto nel corso della partita tra Sivasspor e Galatasaray, gara valida per i quarti di finale della Coppa di Turchia.
Il gesto, ripreso in diretta televisiva, è senza precedenti: protagonista è stato Ibrahim Dagasan, centrocampista della squadra di casa. Da segnalare che nelle fila del Sivasspor milita anche un calciatore israeliano, l'attaccante Pini Balili.
Immediata la reazione del pubblico presente sugli spalti: alla vista della bandiera gli spettatori hanno iniziato a rumoreggiare, e qualcuno ha iniziato a scandire slogan e motti contro Israele. Dagasan si è dunque rivolto verso le tribune, portando il dito indice alla bocca, per invitare i tifosi a non infierire sul compagno di squadra. La partita è comunque proseguita regolarmente con la vittoria finale del Sivasspor.
La Turchia è un paese musulmano che ha sempre avuto ottimi rapporti con Israele e che recentemente ha svolto anche opera di mediazione tra lo Stato ebraico e la Siria.
Dopo l'Operazione Piombo Fuso, tuttavia, i rapporti con Israele si sono raffreddati. La settimana scorsa, al Forum economico mondiale di Davos, il premier Recep Tayyip Erdogan nel corso di un dibattito ha avuto un acceso scontro verbale con il presidente israeliano Shimon Peres. Al suo ritorno in patria, è stato accolto come un eroe.

(Eurosport, 4 febbraio 2009)

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Turchia-Israele, Erdogan e Gul condannano l'antisemitismo

di Daniel Mosseri

ROMA, 3 feb (Velino) - "L'antisemitismo è un crimine contro l'umanità". Parole pronunciate dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan all'indomani delle polemiche con i dirigenti israeliani sull'operazione militare "Piombo fuso" Gaza. Il leader del partito islamico moderato Giustizia e sviluppo (Akp) ha messo in chiaro che le critiche a Israele non sono gesti di antisemitismo. Erdogan - che nel 2005 ricevette un premio dall'ebraica Anti-Defamation League per i meriti dei diplomatici turchi che durante la Seconda guerra mondiale salvarono molti ebrei - ha affermato che la Turchia garantisce i diritti e la sicurezza della comunità ebraica. Che, preoccupata per alcuni gesti di intolleranza di questi giorni e per le massicce manifestazioni antisiareliane delle scorse settimane, ha accolto con favore le parole del capo del governo. Alcune scritte antisemite sono apparse a Istanbul e lo stesso ministro italiano degli Esteri Franco Frattini le ha condannate con le seguenti parole: "Qualsiasi espressione di razzismo, ovunque essa venga espressa sia in Paesi membri dell'Unione europea sia in Paesi che aspirano a diventarne membri, va profondamente deplorata perché in palese contrasto con le più elementari regole di democrazia e rispetto dei diritti umani".
Anche il presidente della Turchia Abdullah Gul ha messo in guardia i turchi dall'indulgere all'antisemitismo: "Israele e i nostri concittadini ebrei - ha dichiarato prima di imbarcarsi sull'aereo che lo ha portato in visita ufficiale in Arabia Saudita - sono due cose distinte". Gul ha ricordato che i turchi di fede ebraica godono degli stessi diritti dei loro connazionali di altri fedi e ha poi aggiunto: "Mi appello ai nostri concittadini: nessuno compia questo tipo di azioni sbagliate". Il diffuso sentimento di solidarietà con i palestinesi cavalcato da Erdogan che punta a una riconferma nel voto per le amministrative di marzo ha per ora sortito due risultati: la cancellazione massiccia dei voli e dei pacchetti turistici prenotati dai numerosi cittadini israeliani che tradizionalmente guardano alla Turchia come a una meta per le vacanze a costo contenuto e l'avvertimento da parte di un alto funzionario della Difesa israeliana secondo il quale il nuovo atteggiamento turco mette a rischio l'accordo di cooperazione militare con Israele siglato nel 1996. "La Turchia sta cercando di rafforzare i propri legami con il mondo arabo moderato - ha riferito ieri il funzionario al Jerusalem Post -. E così come non vendiamo le nostre armi a Egitto e Giordania, potremmo non venderle ai turchi".

(il Velino, 3 febbraio 2009)

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Gaza. Hamas ringrazia gli iraniani per il sostegno

"Ci avete sostenuto, e avete avuto una parte nella nostra vittoria", ha detto oggi il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, rivolgendosi ai vertici e al popolo iraniano in un discorso tenuto davanti al Parlamento di Teheran, parlando dell'offensiva israeliana conclusasi dopo 22 giorni nella Striscia di Gaza.
"A Dio piacendo - ha aggiunto Meshaal - tutte le terre palestinesi e il Luogo sacro (Gerusalemme, ndr) saranno liberati". La televisione di Stato iraniana ha trasmesso in diretta il discorso di Meshaal, che da tre giorni è in visita a Teheran, dove ha incontrato la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, e il presidente, Mahmud Ahmadinejad.
"L'onore di una nazione non può essere acquistato senza il sangue", ha aggiunto il leader di Hamas, affermando che "Israele è sull'orlo dell'annientamento e non è più in grado di sconfiggere la resistenza palestinese".

(l'Occidentale, 3 febbraio 2009)

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Israele decide sanzioni per la tv Al Jazira

In apparente reazione alla decisione del Qatar di chiudere l' ufficio commerciale israeliano a Doha, il governo israeliano ha deciso di adottare una serie di sanzioni nei confronti della Tv del Qatar Al Jazira, del resto già malvista per la sua copertura dell' offensiva israeliana contro Hamas a Gaza, ritenuta a Gerusalemme apertamente favorevole al movimento islamico. A quanto risulta, le autorità israeliane hanno deciso di limitare le attività di Al Jazira non rinnovando o non concedendo visti di ingresso e permessi di lavoro al personale non israeliano dell' emittente, riducendo le possibilità di accesso dei suoi giornalisti a personalità di governo e militari e a briefing e conferenze stampa. Infine solo tre portavoce, dell' ufficio del premier, del ministero degli esteri e delle forze armate, potranno essere intervistati dalla TV araba. Una fonte del ministero degli esteri a Gerusalemme ha detto che le sanzioni rientrano nel quadro di "una revisione delle relazioni con Al Jazira alla luce della situazione attuale" che ha visto il Qatar avvicinarsi all' Iran e al gruppo di paesi arabi "radicali". Il Qatar aveva ordinato la chiusura dell' ufficio di interessi israeliano in reazione all' offensiva israeliana a Gaza. Inizialmente, secondo il quotidiano Haaretz, il governo aveva perfino valutato la possibilità, poi esclusa per motivi legali, di chiudere gli uffici di Al Jazira in Israele.

(L'Unione Sarda, 3 febbraio 2009)

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Israele: la finanziaria alla vigilia delle elezioni politiche

La crisi finanziaria che è esplosa a partire dagli Stati Uniti e ha toccato l'apice della drammaticità nel settembre 2008, coinvolgendo le maggiori banche del mondo e le istituzioni di molti tra i paesi economicamente più avanzati, aveva inizialmente risparmiato il mercato economico dello stato d'Israele. L'economia israeliana sembrava infatti orientata a difendersi dai pesanti effetti della grave recessione sui mercati internazionali, ma con l'avvicinarsi dell'ultimo trimestre del 2008 è stato chiaro che gli effetti erano invece già arrivati: semplicemente, in misura e con caratteristiche molto diverse da quelle dei maggiori paesi coinvolti, USA e area UE in primis. E alle scelte strategiche dell'amministrazione degli Stati Uniti nell'affrontare l'immediato futuro, Israele deve guardare con attenzione, data l'importanza che gli USA rivestono come partner commerciale e politico.

(Equilibri.net, 3 febbraio 2009)

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Abbas: "inaccettabile" l'appello di Hamas

Una secca risposta ad Hamas, l'auspicio di un ruolo politico dell'Unione europea nel processo di pace in Medio Oriente. Mahmoud Abbas è stato accolto dal Presidente Nicolas Sarkozy in Francia, prima tappa di un tour che lo porterà nel Regno Unito, in Turchia, Polonia, Italia.
Da Parigi, il Presidente dell'Autorità palestinese ha giudicato "inaccettabile" l'appello per sostituire Fatah, di cui è leader, con una nuova rappresentanza del popolo palestinese. Appello lanciato la scorsa settimana da Khaled Meshal, leader di Hamas in esilio.
La giornata parigina ha visto anche l'incontro tra l'emissario statunitense per il Medio Oriente, George Mitchell e il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner. I due hanno passato in rassegna gli incontri avuti da Mitchell la scorsa settimana nella regione, convenendo sull'urgenza di mantenere la tregua a Gaza.

(euronews, 3 febbraio 2009)

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Netanyahu: non dividero' Gerusalemme con i palestinesi

Il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, ha promesso che in caso di vittoria nelle elezioni politiche israeliane del prossimo 10 febbraio si impegnerà a mantenere unita Gerusalemme.

Secondo quanto riporta il Jerusalem Post, Netanyahu, favorito per la vittoria secondo i sondaggi, nel corso di una visita al Monte degli Ulivi ha detto ai giornalisti: "Non abbiamo riunito la città per dividerla nuovamente, e il mio governo manterrà Gerusalemme unita. Un paese sano non dà la sua capitale ai nemici". Gli assistenti di Netanyahu hanno detto che il leader del Likud si è recato al Monte degli Ulivi per rimarcare la differenza tra la sua posizione e quella della sua principale rivale nelle elezioni, la leader di Kadima e ministro degli Esteri Tzipi Livni, favorevole alla divisione. Livni negli ultimi 14 mesi ha condotto i negoziati con la controparte palestinese Abu Ala.

(Radio CNR, 2 febbraio 2009)

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Teheran, Meshaal a studenti: libereremo Gerusalemme insieme

TEHERAN, 2 feb. (Apcom) - "Se Dio vorrà, libereremo al Quds (Gerusalemme) insieme e vi pregheremo insieme": lo ha detto il massimo leader di Hamas Khaled Meshaal, incontrando gli studenti dell'Università di Teheran, nel terzo giorno della sua visita in Iran. "Ci prepariamo a liberare tutta la Palestina, a riprendere al Quds e a garantire il ritorno dei profughi", ha detto ancora il responsabile palestinese che vive in Siria.
Meshaal ha anche affermato di aver trovato un'intesa con la Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, sugli aiuti che Teheran potrebbe fornire alla Striscia a Gaza, devastata dalla recente offensiva israeliana. "Abbiamo incontrato la Guida Suprema e abbiamo raggiunto un'intesa sul modo in cui l'Iran interverrà sulla ricostruzione di Gaza", ha dichiarato il leader palestinese.
Meshaal ieri aveva escluso qualsiasi ipotesi di tregua permanente con lo Stato ebraico senza una revoca del blocco israeliano al Territorio palestinese.

(tendenzeonline.info, 2 febbraio 2009)

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Violenze antiebraiche a Caracas

di Anna Foa

La sinagoga più antica di Caracas devastata in un'incursione di gruppi armati durata per ore, senza alcun intervento da parte della polizia. Israele che accusa il Presidente Chavez di essere all'origine dell'antisemitismo dilagante. Gli ebrei venezuelani, e tra loro i figli e nipoti di quegli ebrei austriaci che avevano trovato rifugio in Venezuela nel 1938, che emigrano sempre più man mano che crescono i segnali di un antisemitismo di Stato, organizzato dal potere: individuazione degli ebrei, pubblicazione dei Protocolli, attacchi di Chavez ai sionisti e agli ebrei. E' questo che distingue l'antisemitismo da altri episodi e stati d'animo gravi e inaccettabili, ma non altrettanto pericolosi. Le orrende manifestazioni anti-israeliane e antisemite in Europa non hanno avuto l'appoggio dei governi. Se un poliziotto suona alla porta di qualcuno all'alba, non è perché è un ebreo, ma perché è sospettato di un crimine. Il razzismo non è di Stato, anche se può avere complicità e condiscendenze. Ma i ragazzi che hanno dato fuoco a Nettuno ad un indiano per puro divertimento (ma qual'è la differenza col razzismo, in questo caso?) sono stati arrestati. L'antisemitismo non è di Stato, in nessun paese della nostra Europa. La democrazia, per quanto ne critichiamo le insufficienze, è un ostacolo e un rimedio all'antisemitismo, al razzismo, alla perdita dei diritti, all'incitamento all'odio. L'unico rimedio reale. Per questo non dobbiamo confondere e fare di tutt'erba un fascio, dalle affermazioni antisemite che vediamo intorno a noi alle violenze dell'antisemitismo di Stato del governo dittatoriale e populista di Chavez. Altrimenti, non saremo in grado di vedere i veri pericoli, e di aiutare quegli ebrei che si trovano esposti alla violenza senza nessuna protezione.

(Notiziario Ucei, 2 febbraio 2009)

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Gaza - Ong palestinesi chiedono indagini su morti in carceri di Hamas

Comunicato firmato da 4 organizzazioni nella Striscia

ROMA, 2 feb. (Apcom) - A Gaza, durante e dopo l'offensiva militare israelaina del mese scorso, decine di palestinesi denetnuti nelle carceri di Hamas, sarebbero stati torturati, gambizzati e uccisi. A denunciarlo non è Israele, ma quattro organizzazioni palestinesi di diritti umani che operano a Gaza, hanno chiesto l'apertura di un indagine anche per conoscere il destino di persone scomparse.
Dopo le prime indiscrezioni apparse sulla stampa occidentale su un dissenso e critiche all'interno di Gaza contro il movimento radicale islamico Hamas, è la tv satellitare saudita al Arabiya a parlarne oggi. L'emittente araba, citando un "comunicato congiunto firmato da: Fondazione della Coscienza dei diritti umani, Centro al Mizan, Fondazione al Haq (Giustizia) e Progetto Gaza per la salute psichica" che ha condannato "il peggioramento dello stato di diritto all'interno della Striscia, durante e dopo l'aggressione sanguinaria e crudele degli israeliani".
Nel comunicato si denuncia "il ripetersi di omicidi e di aggressioni e vioklenze subite da decine di cittadini" palestinesi, tra cui alcuni che sarebbero stati "colpiti da arma da fuoco alle loro gambe e ai loro piedi". Le 4 organizzazioni denunciano inoltre "l'uccisione di 27 palestinesi, avvenuti durante l'aggressione israeliana".
Le Ong, rivelano come "in tutti i casi citati, l'entità degli aggressori è rimasta ignota, nonostante che molti voci si sono alzate assieme al movimento al Fatah che accusano Hamas di esserne responsabile".
La stessa tv riporta la "parziale ammissione" del movimento estremista islamico che dopo il golpe contro il rivale al Fatah, governa la striscia dal giugno 2007, affermando che Ihab al Gazin, portavoce del ministero degli Interni di Hamas, "ha riconosciuto l'esistenza del fenomeno durante l'aggressione israeliana, ma ha negato che il suo ministero abbia il numero preciso degli omicidi" denunciati.

(Virgilio Notizie, 2 febbraio 2009)

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Riflessioni dopo la manifestazione di solidarietà per Gaza

[...] Qualche parroco di periferia ha avuto ed ha questo coraggio di denunciare i crimini e i criminali dal pulpito [...]

Per sapere quali sono i crimini e chi sono i criminali denunciati dal pulpito cliccare qui.

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Israele avverte cittadini: possibili rapimenti Hezbollah

Si temono attacchi per anniversario uccisione leader sciita

GERUSALEMME, 2 feb. (Ap) - Le autorità israeliane hanno avvertito oggi tutti i cittadini dello stato ebraico sulla possibilità di attacchi e rapimenti da parte di esponenti del movimento sciita libanese Hezbollah. Israele teme che le frange più estremiste del gruppo libanese possano prendere di mira gli israeliani in occasione dell'anniversario dell'uccisione di un loro comandante in un attentato con autobomba in Siria.
Imad Mughniyeh fu ucciso lo scorso 12 febbraio. Hezbollah accusò Israele dell'attentato.
Una nota emessa dal Consiglio nazionale di Sicurezza ha avvertito oggi tutti gli israeliani a evitare viaggi in paesi arabi o musulmani.

(Virgilio Notizie, 2 febbraio 2009)

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Miliziani sparano contro israeliani in Cisgiordania

In Cisgiordania un gruppo di miliziani palestinesi ha aperto il fuoco contro una pattuglia israeliana che ha risposto uccidendo uno degli uomini armati. Teatro dello scontro l'insediamento ebraico di Beit Yatir. Lo riferisce il sito web di Haaretz specificando che nessuno soldato israeliano e' stato colpito. Si tratta solo dell'ultimo episodio in ordine di tempo di possibile contagio della violenza dalla Striscia di Faza, controllata da Hamas, alla Cisgiordania, guidata dall'Anp di Abu Mazen. Pochi giorni fa un soldato israeliano era stato ferito da un palestinese che gli aveva inferto un colpo di pugnale, nella Cisgiordania meridionale, nei pressi del Mar Morto.

(la Repubblica, 2 febbraio 2009)

COMMENTO - Si può notare un miglioramento nel modo di titolare notizie brevi di questo tipo. Qualche tempo fa il titolo sarebbe stato: "Israeliani uccidono un palestinese in Cisgiordania".

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Israele aumenta la sicurezza dei suoi dirigenti

Timori di attacchi di Hezbollah

I servizi di sicurezza israeliani hanno aumentato le misure di difesa di alcuni dirigenti nei loro spostamenti oltreconfine all'indomani di un avvertimento secondo cui gli Hezbollah libanesi progettano attacchi contro israeliani all'estero. Tra gli esponenti esposti alle minacce figurano l'ex ministro della difesa Amir Peretz, due esponenti di Kadima e Avigdor Lieberman, leader del partito di destra radicale Israel Beitenu.

(TGCOM, 2 febbraio 2009)

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Un'altra notte dei cristalli. "Noi ebrei via da Caracas"

Dilaga l'antisemitismo: assalita la sinagoga, bruciati i libri sacri

Dalle strade residenziali dell'Upper West Side alle monocamera nell'East Village, fino alle case di Miami con vista sull'oceano, i telefoni hanno iniziato a squillare dall'alba. A chiamare da Caracas sono stati genitori, nonni e zii raccontando a figli e nipoti in America quanto avvenuto nella notte. «Hanno dissacrato la sinagoga di Mariperez», «hanno gettato in terra i rotoli della Torà», «hanno lasciato scritte insultanti», «erano armati». Sono centinaia gli ebrei venezuelani che negli ultimi anni hanno abbandonato il loro Paese a causa di Hugo Chàvez rifugiandosi soprattutto a New York e Miami, da parenti ed amici, per iniziare una nuova vita....

(La Stampa, 02 febbraio 2009)

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Si cercano gli italiani che salvarono ebrei nella II guerra mondiale

Iniziativa della Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg

ROMA - La Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg (IRWF), un'organizzazione non governativa (ONG) con base a New York che si dedica a onorare, preservare e diffondere l'eredità di coloro che prestarono soccorso alle vittime dell'Olocausto, sta raccogliendo informazioni sui cittadini italiani che contribuirono a mettere in salvo gli ebrei perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale e sui loro parenti.
Tra i molti eroi italiani si possono menzionare Giovanni Palatucci, un poliziotto che salvò la vita a circa 5.000 ebrei; Giorgio Perlasca, che si presentò come ambasciatore spagnolo a Budapest e riuscì a mettere sotto la sua custodia migliaia di rifugiati condannati a morte nei campi di sterminio; Beniamino Schivo, un sacerdote cattolico che fornì alloggio, vestiario e cibo a un'intera famiglia; Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII, che durante il suo incarico come Delegato Apostolico a Istanbul nel 1944 contribuì al salvataggio di migliaia di ebrei e non ebrei perseguitati.
Il 4 novembre scorso, Baruch Tenembaum, fondatore della IRWF, ha proposto il conferimento a Roncalli del titolo di "Giusto tra le Nazioni" da parte dello Yad Vashem, l'autorità per il ricordo dei martiri e degli eroi dell'Olocausto.
La Fondazione Wallenberg ha lanciato una campagna tra i leader delle comunità secolari e religiose perché propongano ai neo genitori la possibilità di chiamare i loro bambini con il nome di quegli italiani che si presero cura degli ebrei perseguitati, spesso a costo della vita.
Chiunque abbia notizie e testimonianze in proposito, è pregato di contattare gli uffici della Fondazione:
a New York: Svetlana c/o 34 E 67 Street, New York, NY 10065, USA; telefono: +1 212 7373275;
a Gerusalemme: Danny c/o 3 Antebi Street, Jerusalem, Israel; telefono + 972 2 6257996

[Per ulteriori informazioni, www.raoulwallenberg.net]

(Zenit.org, 2 febbraio 2009)

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Iran-Israele, Netanyahu assicura: Non avrà l'arma nucleare

Il leader del Likud è il favorito per le elezioni del 10 febbraio

GERUSALEMME, 1 feb. (Ap) - L'Iran "non avrà l'arma nucleare". Lo ha assicurato il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, indicato come favorito dai sondaggi per la carica di primo ministro alle elezioni del 10 febbraio in Israele.
In un'intervista all'emittente televisiva Channel Two ha spiegato che, se fosse eletto alla guida del governo, la sua prima missione sarebbe ostacolare il programma nucleare iraniano, che rappresenta secondo lui il più grande pericolo per Israele e per l'umanità intera. Quando gli è stato chiesto se questo obiettivo potesse comportare un intervento militare, Netanyahu ha risposto: "Questo include tutto ciò che è necessario perché questa affermazione diventi realtà".
La stessa emittente ha intervistato gli altri due candidati alla carica di leader dell'esecutivo. Tzipi Livni, che guida il partito di centro Kadima, ed Ehud Barak, leader del partito laburista, sono stati entrambi intervistati sulla minaccia di una prosecuzione dei lanci di razzi di Hamas su Israele. E tutti e due hanno optato per la fermezza. "Hamas è stato colpita come mai era successo", ha sottolineato Barak, ministro della Difesa, "Se ci cercano ancora, saranno nuovamente colpiti". Livni ha inoltre avvertito che se Hamas "non avesse ben recepito il messaggio", Israele non esiterà ad attaccare di nuovo. Quanto ad un eventuale accordo con il movimento integralista islamico al potere a Gaza, il ministro degli Esteri non ne vuole sentir parlare. "Non tratto che con gente che accetta la mia esistenza", ha sottolineato.

(Virgilio Notizie, 1 febbraio 2009)

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Notizie archiviate

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