È meglio rifugiarsi nell'Eterno
che confidare nell'uomo;
è meglio rifugiarsi nell'Eterno
che confidare nei principi.
Salmo 118:8-9  

Attualità



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Arik Einstein

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Il Re dei Giudei
Il Re dei Giudei

Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.
GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.
Marcello Cicchese
ottobre 2019

Come cerva che assetata
Come cerva che assetata

Dalla Sacra Scrittura

SALMO 42
  1. Come la cerva desidera i corsi d'acqua,
    così l'anima mia anela a te, o Dio.
  2. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;
    quando verrò e comparirò in presenza di Dio?
  3. Le mie lacrime sono diventate il mio cibo giorno e notte,
    mentre mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  4. Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla
    verso la casa di Dio, tra i canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa.
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
  6. L'anima mia è abbattuta in me; perciò io ripenso a te dal paese del Giordano,
    dai monti dell'Ermon, dal monte Misar.
  7. Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate;
    tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati su di me.
  8. Il Signore, di giorno, concedeva la sua grazia,
    e io la notte innalzavo cantici per lui come preghiera al Dio che mi dà vita.
  9. Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?»
  10. Le mie ossa sono trafitte dagli insulti dei miei nemici
    che mi dicono continuamente: «Dov'è il tuo Dio?»
  11. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
SALMO 43
  1. Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente malvagia;
    liberami dall'uomo falso e malvagio.
  2. Tu sei il Dio che mi dà forza; perché mi hai abbandonato?
    Perché devo andare vestito a lutto per l'oppressione del nemico?
  3. Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino,
    mi conducano al tuo santo monte e alle tue dimore.
  4. Allora mi avvicinerò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia e della mia esultanza;
    e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio!
  5. Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
    Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.
Marcello Cicchese
gennaio 2008

Vanità delle vanità
Vanità delle vanità, tutto è vanità

Dalla Sacra Scrittura

ECCLESIASTE 1
  1. Parole dell'Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
  2. Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità.
  3. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
  4. Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre.
  5. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.
  6. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri.
  7. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre.
  8. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire.
  9. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
  10. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto.
  11. Non rimane memoria delle cose d'altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.
  12. Io, l'Ecclesiaste, sono stato re d'Israele a Gerusalemme,
  13. e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino.
  14. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento.
  15. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato.
  16. Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza».
  17. Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento.
  18. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

ECCLESIASTE 2
  1. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità.
  2. Io ho detto del riso: «É una follia»; e della gioia: «A che giova?»
  1. Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.

ECCLESIASTE 12
  1. Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell'uomo.

1 PIETRO 1
  1. E se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l'opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno;
  2. sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,
  3. ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.
  4. Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi;
  5. per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio.
  6. Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore,
  7. perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio.
  8. Infatti, «ogni carne è come l'erba, e ogni sua gloria come il fiore dell'erba. L'erba diventa secca e il fiore cade;
  9. ma la parola del Signore rimane in eterno». E questa è la parola della buona notizia che vi è stata annunziata.

1 CORINZI 15
  1. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».
  2. «O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?»
  3. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge;
  4. ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo.
  5. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Marcello Cicchese
8 ottobre 2006

La prova della fede
La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006

L’enigma Gesù
L’enigma Gesù

Dalla Sacra Scrittura

MARCO 15
  1. E venuta l'ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all'ora nona.
  2. E all'ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  3. E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia!
  4. E uno di loro corse, e inzuppata d'aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù.
  5. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito.
  1. Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia del sabato),
  2. venne Giuseppe d'Arimatea, consigliere onorato, il quale aspettava anch'egli il Regno di Dio; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Gesù.
  3. Pilato si meravigliò ch'egli fosse già morto; e chiamato a sé il centurione, gli domandò se era morto da molto tempo;
  4. e saputolo dal centurione, donò il corpo a Giuseppe.
  5. E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l'involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l'apertura del sepolcro.
ATTI 1
  1. Nel mio primo libro, o Teofilo, parlai di tutto quel che Gesù prese e a fare e ad insegnare,
  2. fino al giorno che fu assunto in cielo, dopo aver dato per lo Spirito Santo dei comandamenti agli apostoli che avea scelto.
  3. Ai quali anche, dopo ch'ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi veder da loro per quaranta giorni, e ragionando delle cose relative al regno di Dio.

  4. E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me.
  5. Poiché Giovanni Battista battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni.
  6. Quelli dunque che erano radunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele?
  7. Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità.
  8. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra.

  9. E dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d'innanzi agli occhi loro.
  10. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr'egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero:
  11. Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto dal cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo.

  12. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell'Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato.
  13. E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d'Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo.
  14. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui.
Marcello Cicchese
dicembre 2019

Salmi 124, 129
Salmo 124
  1. Se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    lo dica pure ora Israele,
  2. se non fosse stato l'Eterno
    che fu per noi,
    quando gli uomini si levarono
    contro noi,
  3. allora ci avrebbero inghiottiti tutti vivi, quando l'ira loro
    ardeva contro noi;
  4. allora le acque ci avrebbero sommerso, il torrente sarebbe passato sull'anima nostra;
  5. allora le acque orgogliose sarebbero passate sull'anima nostra.
  6. Benedetto sia l'Eterno
    che non ci ha dato in preda ai loro denti!
  7. L'anima nostra è scampata,
    come un uccello dal laccio degli uccellatori;
    il laccio è stato rotto, e noi siamo scampati.
  8. Il nostro aiuto è nel nome dell'Eterno,
    che ha fatto il cielo e la terra.

Salmo 129
  1. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza!
    Lo dica pure Israele:
  2. Molte volte m'hanno oppresso dalla mia giovinezza;
    eppure, non hanno potuto vincermi.
  3. Degli aratori hanno arato sul mio dorso,
    v'hanno tracciato i loro lunghi solchi.
  4. L'Eterno è giusto;
    egli ha tagliato le funi degli empi.
  5. Siano confusi e voltin le spalle
    tutti quelli che odiano Sion!
  6. Siano come l'erba dei tetti,
    che secca prima di crescere!
  7. Non se n'empie la mano il mietitore,
    né le braccia chi lega i covoni;
  8. e i passanti non dicono:
    La benedizione dell'Eterno sia sopra voi;
    noi vi benediciamo nel nome dell'Eterno!
Marcello Cicchese
31 maggio 2015

Dio con gli uomini
Dio abiterà con gli uomini

Dalla Sacra Scrittura

Apocalisse 21:1-3
  1. Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più.
  2. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
  3. E udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo (skene) di Dio con gli uomini! Egli abiterà (skenao) con loro, ed essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio."
Esodo 25
  1. E mi facciano un santuario perch'io abiti (shachan) in mezzo a loro.
  2. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo (mishchan) e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti.
Esodo 29
  1. Sarà un olocausto perpetuo offerto dai vostri discendenti, all'ingresso della tenda di convegno, davanti all'Eterno, dove io v'incontrerò per parlare qui con te.
  2. E là io mi troverò coi figli d'Israele; e la tenda sarà santificata dalla mia gloria.
  3. E santificherò la tenda di convegno e l'altare; anche Aaronne e i suoi figliuoli santificherò, perché mi esercitino l'ufficio di sacerdoti.
  4. E abiterò (shachan) in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio.
  5. Ed essi conosceranno che io sono l'Eterno, l'Iddio loro, che li ho tratti dal paese d'Egitto per abitare (shachan) tra loro. Io sono l'Eterno, l'Iddio loro.
Giovanni 1
  1. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato (skenao) per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell'Unigenito venuto da presso al Padre.
Luca 17
  1. Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà:
  2. "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi.
Giovanni 1
  1. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
  2. È venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto:
  3. ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Matteo 18
  1. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
1 Corinzi 3
  1. Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  2. Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Giovanni 14
  1. Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!
  2. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che vado a prepararvi un luogo?
  3. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi".
Marcello Cicchese
novembre 2016

Io vi darò riposo
  «Io vi darò riposo»

  Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti
  che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo
  ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce
  e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
ottobre 2015

Tempi difficili
Negli ultimi giorni
verranno tempi difficili


Seconda lettera di Paolo a Timoteo

Capitolo 3
  1. Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili;
  2. perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi,
  3. senza affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene,
  4. traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio,
  5. avendo le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza.
  6. Anche costoro schiva! Poiché del numero di costoro sono quelli che s'insinuano nelle case e cattivano donnicciuole cariche di peccati, e agitate da varie cupidigie,
  7. che imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.
  8. E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede.
  9. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.
  10. Quanto a te, tu hai tenuto dietro al mio insegnamento, alla mia condotta, ai miei propositi, alla mia fede, alla mia pazienza, al mio amore, alla mia costanza,
  11. alle mie persecuzioni, alle mie sofferenze, a quel che mi avvenne ad Antiochia, ad Iconio ed a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato; e il Signore mi ha liberato da tutte.
  12. E d'altronde tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati;
  13. mentre i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti.
  14. Ma tu persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate,
  15. e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù.
  16. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,
  17. affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.

Capitolo 4
  1. Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno:
  2. Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo.
  3. Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d'udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie
  4. e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole.
  5. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa' l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero.
Marcello Cicchese
luglio 2015

Il libro di Giobbe
Giobbe: una questione di giustizia

La figura di Giobbe viene di solito messa in relazione con il problema della sofferenza. Dallo studio del libro su cui si basa la seguente predicazione emerge invece che l’angoscioso tormento in cui si dibatte Giobbe non è dovuto all’inesplicabilità del problema della sofferenza, ma al crollo di un pilastro che aveva sostenuto fino a quel momento la sua vita: la fede nella giustizia di Dio. Le “buone parole” con cui i suoi amici cercano di metterlo sulla buona strada lo spingono sempre di più sul ciglio di un baratro in cui corre il rischio di cadere e perdersi definitivamente: il pensiero di essere più giusto di Dio.

Marcello Cicchese
novembre 2018

Testo delle letture

1.6 Or accadde un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.
   7 E l'Eterno disse a Satana: 'Da dove vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiar per essa'.
   8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'.
   9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?
 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese.
 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno.


1.20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse:
   21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'.
   22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.


2.E l'Eterno disse a Satana:
   3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'.
   4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita;
   5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'.
   6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'.
   7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere.
   8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità?
   9 Ma lascia stare Iddio, e muori!'
10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.


3.1 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
   2 E prese a dire così:
   3 «Perisca il giorno ch'io nacqui e la notte che disse: 'È concepito un maschio!'
   4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Iddio dall'alto, né splenda sovr'esso raggio di luce!
   5 Se lo riprendano le tenebre e l'ombra di morte, resti sovr'esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!


3.11 Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere?
   12 Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare?
   20 Perché dar la luce all'infelice e la vita a chi ha l'anima nell'amarezza,
   23 Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio?


9.20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso.
   21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita!
   22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio.
   23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
   24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'?


13.7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente?


19.5 Ma se proprio volete insuperbire contro di me e rimproverarmi la vergogna in cui mi trovo,
    6 allora sappiatelo: chi m'ha fatto torto e m'ha avvolto nelle sue reti è Dio.
    7 Ecco, io grido: 'Violenza!' e nessuno risponde; imploro aiuto, ma non c'è giustizia!


24.12 Sale dalle città il gemito dei morenti; l'anima de' feriti implora aiuto, e Dio non si cura di codeste infamie!

24.22 Iddio con la sua forza prolunga i giorni dei prepotenti, i quali risorgono, quand'ormai disperavano della vita.

24.25 Se così non è, chi mi smentirà, chi annienterà il mio dire?


27.5 Lungi da me l'idea di darvi ragione! Fino all'ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.
    6 Ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni.


31.35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela,
    36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema!
    37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!


1.6 Or avvenne un giorno, che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro.


16.19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
    20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei;
    21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio dell'uomo contro i suoi compagni!


19.25 Ma io so che il mio Vendicatore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere.
    26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio.
    27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d'un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!


9.32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme.
  33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!


42.7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe.


32.1 Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe perché egli si credeva giusto.
     2 Allora l'ira di Elihu, figliuolo di Barakeel il Buzita, della tribù di Ram, s'accese:
     3 s'accese contro Giobbe, perché riteneva giusto se stesso anziché Dio; s'accese anche contro i tre amici di lui perché non avean trovato che rispondere, sebbene condannassero Giobbe.


32.13 Non avete dunque ragione di dire: 'Abbiam trovato la sapienza! Dio soltanto lo farà cedere; non l'uomo!'
 14 Egli non ha diretto i suoi discorsi contro a me, ed io non gli risponderò colle vostre parole.


33.1 Ma pure, ascolta, o Giobbe, il mio dire, porgi orecchio a tutte le mie parole!
   2 Ecco, apro la bocca, la lingua parla sotto il mio palato.
   3 Nelle mie parole è la rettitudine del mio cuore; e le mie labbra diran sinceramente quello che so.
   4 Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell'Onnipotente mi dà la vita.
   5 Se puoi, rispondimi; prepara le tue ragioni, fatti avanti!
   6 Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io, fui tratto dall'argilla.
   7 Spavento di me non potrà quindi sgomentarti, e il peso della mia autorità non ti potrà schiacciare.
   8 Davanti a me tu dunque hai detto (e ho bene udito il suono delle tue parole):
   9 'Io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c'è iniquità in me;
 10 ma Dio trova contro me degli appigli ostili, mi tiene per suo nemico;
 11 mi mette i piedi nei ceppi, spia tutti i miei movimenti'.
 12 E io ti rispondo: In questo non hai ragione; giacché Dio è più grande dell'uomo.
 13 Perché contendi con lui? poich'egli non rende conto d'alcuno dei suoi atti.
 14 Iddio parla, bensì, una volta ed anche due, ma l'uomo non ci bada;
 15 parla per via di sogni, di visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
 16 allora egli apre i loro orecchi e dà loro in segreto degli ammonimenti,
 17 per distoglier l'uomo dal suo modo d'agire e tener lungi da lui la superbia;
 18 per salvargli l'anima dalla fossa, la vita dal dardo mortale.
 19 L'uomo è anche ammonito sul suo letto, dal dolore, dall'agitazione incessante delle sue ossa;
 20 quand'egli ha in avversione il pane, e l'anima sua schifa i cibi più squisiti;
 21 la carne gli si consuma, e sparisce, mentre le ossa, prima invisibili, gli escon fuori,
 22 l'anima sua si avvicina alla fossa, e la sua vita a quelli che danno la morte.
 23 Ma se, presso a lui, v'è un angelo, un interprete, uno solo fra i mille, che mostri all'uomo il suo dovere,
 24 Iddio ha pietà di lui e dice: 'Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto'.
 25 Allora la sua carne divien fresca più di quella d'un bimbo; egli torna ai giorni della sua giovinezza;
 26 implora Dio, e Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con giubilo, e lo considera di nuovo come giusto.
 27 Ed egli va cantando fra la gente e dice: 'Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.
 28 Iddio ha riscattato l'anima mia, onde non scendesse nella fossa e la mia vita si schiude alla luce!'
 29 Ecco, tutto questo Iddio lo fa due, tre volte, all'uomo,
 30 per ritrarre l'anima di lui dalla fossa, perché su di lei splenda la luce della vita.
 31 Sta' attento, Giobbe, dammi ascolto; taci, ed io parlerò.
 32 Se hai qualcosa da dire, rispondi, parla, ché io vorrei poterti dar ragione. 33 Se no, tu dammi ascolto, taci, e t'insegnerò la saviezza».


34.29 Quando Iddio dà requie chi lo condannerà? Chi potrà contemplarlo quando nasconde il suo volto a una nazione ovvero a un individuo,
 30 per impedire all'empio di regnare, per allontanar dal popolo le insidie?
 31 Quell'empio ha egli detto a Dio: 'Io porto la mia pena, non farò più il male,
 32 mostrami tu quel che non so vedere; se ho agito perversamente, non lo farò più'?
 33 Dovrà forse Iddio render la giustizia a modo tuo, che tu lo critichi? Ti dirà forse: 'Scegli tu, non io, quello che sai, dillo'?
 34 La gente assennata e ogni uomo savio che m'ascolta, mi diranno:
 35 'Giobbe parla senza giudizio, le sue parole sono senza intendimento'.
 36 Ebbene, sia Giobbe provato sino alla fine! poiché le sue risposte son quelle degli iniqui, 37 poiché aggiunge al peccato suo la ribellione, batte le mani in mezzo a noi, e moltiplica le sue parole contro Dio».


35.9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi;
 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia,
 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?'
 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun conto.
 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare!
 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni,
 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».


36.8 Se gli uomini son talora stretti da catene, se son presi nei legami dell'afflizione,
   9 Dio fa lor conoscere la lor condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti;
 10 egli apre così i loro orecchi a' suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male.
 11 Se l'ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia;
 12 ma, se non l'ascoltano, periscono trafitti da' suoi dardi, muoiono per mancanza d'intendimento.
 13 Gli empi di cuore s'abbandonano alla collera, non implorano Iddio quand'egli li incatena;
 14 così muoiono nel fiore degli anni, e la loro vita finisce come quella dei dissoluti;
 15 ma Dio libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura.
 16 Te pure ti vuole trarre dalle fauci della distretta, al largo, dove non è più angustia, e coprire la tua mensa tranquilla di cibi succulenti.
 17 Ma, se giudichi le vie di Dio come fanno gli empi, il giudizio e la sentenza di lui ti piomberanno addosso.
 18 Bada che la collera non ti trasporti alla bestemmia, e la grandezza del riscatto non t'induca a fuorviare!


37.1 A tale spettacolo il cuor mi trema e balza fuor del suo luogo.
   2 Udite, udite il fragore della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca!
   3 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino ai lembi della terra.
   4 Dopo il lampo, una voce rugge; egli tuona con la sua voce maestosa; e quando s'ode la voce, il fulmine non è già più nella sua mano.
   5 Iddio tuona con la sua voce maravigliosamente; grandi cose egli fa che noi non intendiamo.


38.1 Allora l'Eterno rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
   2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?»


42.1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
   2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno.
   3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.
   4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!
   5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto.
   6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».


42.12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi.


42.16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione.
    17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Marcello Cicchese
novembre 2015

Io vi lascio pace
Io vi lascio pace

Giovanni 14:27
  Io vi lascio pace; vi do la mia pace.
  Io non vi do come il mondo dà.
  Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

Giovanni 16:33
  Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me.
  Nel mondo avrete tribolazione;
  ma fatevi animo, io ho vinto il mondo.

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Marcello Cicchese
febbraio 2016

Salmo 62
Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.
  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.
  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
Marcello Cicchese
agosto 2017

Salmo 22
Salmo 22
  1. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito?
  2. Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna.
  3. Eppure tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d'Israele.
  4. I nostri padri confidarono in te; e tu li liberasti.
  5. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono confusi.
  6. Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo.
  7. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo:
  8. Ei si rimette nell'Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
  9. Sì, tu sei quello che m'hai tratto dal seno materno; m'hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre.
  10. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre.
  11. Non t'allontanare da me, perché l'angoscia è vicina, e non v'è alcuno che m'aiuti.

  12. Grandi tori m'han circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
  13. apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente.
  14. Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere.
  15. Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s'attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte.
  16. Poiché cani m'han circondato; uno stuolo di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.
  17. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e m'osservano;
  18. spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
  19. Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t'affretta a soccorrermi.
  20. Libera l'anima mia dalla spada, l'unica mia, dalla zampa del cane;
  21. salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

  22. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea.
  23. O voi che temete l'Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d'Israele, abbiate timor di lui!
  24. Poich'egli non ha sprezzata né disdegnata l'afflizione dell'afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand'ha gridato a lui, ei l'ha esaudito.
  25. Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
  26. Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l'Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.
  27. Tutte le estremità della terra si ricorderan dell'Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.
  28. Poiché all'Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.
  29. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non posson mantenersi in vita s'inginocchieranno dinanzi a lui.
  30. La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.
  31. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.
Marcello Cicchese
settembre 2016

L'intoppo
L’intoppo che fa cadere nell’iniquità

Ezechiele 7:1-4
  1. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  2. 'E tu, figlio d'uomo, così parla il Signore, l'Eterno, riguardo al paese d'Israele: La fine! la fine viene sulle quattro estremità del paese!
  3. Ora ti sovrasta la fine, e io manderò contro di te la mia ira, ti giudicherò secondo la tua condotta, e ti farò ricadere addosso tutte le tue abominazioni.
  4. E l'occhio mio non ti risparmierà, io sarò senza pietà, ti farò ricadere addosso tutta la tua condotta e le tue abominazioni saranno in mezzo a te; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.

Ezechiele 8:1-13
  1. E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, come io stavo seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell'Eterno, cadde quivi su me.
  2. Io guardai, ed ecco una figura d'uomo, che aveva l'aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
  3. Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca de' miei capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all'ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov'era posto l'idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
  4. Ed ecco che quivi era la gloria dell'Iddio d'Israele, come nella visione che avevo avuta nella valle.
  5. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione'. Ed io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell'altare, all'ingresso, stava quell'idolo della gelosia.
  6. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, vedi tu quello che costoro fanno? le grandi abominazioni che la casa d'Israele commette qui, perché io m'allontani dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni'.
  7. Ed egli mi condusse all'ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
  8. Allora egli mi disse: 'Figlio d'uomo, adesso fora il muro'. E quand'io ebbi forato il muro, ecco una porta.
  9. Ed egli mi disse: 'Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui'.
  10. Io entrai, e guardai: ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gl'idoli della casa d'Israele dipinti sul muro attorno;
  11. e settanta fra gli anziani della casa d'Israele, in mezzo ai quali era Jaazania, figlio di Shafan, stavano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo d'una nuvola d'incenso.
  12. Ed egli mi disse: 'Figlio d'uomo, hai tu visto quello che gli anziani della casa d'Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? poiché dicono: - L'Eterno non ci vede, l'Eterno ha abbandonato il paese'.
  13. Poi mi disse: 'Tu vedrai ancora altre più grandi abominazioni che costoro commettono'.

Ezechiele 14:1-11
  1. Or vennero a me alcuni degli anziani d'Israele, e si sedettero davanti a me.
  2. E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini:
  3. 'Figlio d'uomo, questi uomini hanno innalzato i loro idoli nel loro cuore, e si sono messi davanti l'intoppo che li fa cadere nella loro iniquità; come potrei io esser consultato da costoro?
  4. Perciò parla e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Chiunque della casa d'Israele innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità, e poi viene al profeta, io, l'Eterno, gli risponderò come si merita per la moltitudine dei suoi idoli,
  5. affin di prendere per il loro cuore quelli della casa d'Israele che si sono alienati da me tutti quanti per i loro idoli.
  6. Perciò di' alla casa d'Israele: Così parla il Signore, l'Eterno: Tornate, ritraetevi dai vostri idoli, stornate le vostre facce da tutte le vostre abominazioni.
  7. Poiché, a chiunque della casa d'Israele o degli stranieri che soggiornano in Israele si separa da me, innalza i suoi idoli nel suo cuore e pone davanti a sé l'intoppo che lo fa cadere nella sua iniquità e poi viene al profeta per consultarmi per suo mezzo, risponderò io, l'Eterno, da me stesso.
  8. Io volgerò la mia faccia contro a quell'uomo, ne farò un segno e un proverbio, e lo sterminerò di mezzo al mio popolo; e voi conoscerete che io sono l'Eterno.
  9. E se il profeta si lascia sedurre e dice qualche parola, io, l'Eterno, sono quegli che avrò sedotto il profeta; e stenderò la mia mano contro di lui, e lo distruggerò di mezzo al mio popolo d'Israele.
  10. E ambedue porteranno la pena della loro iniquità: la pena del profeta sarà pari alla pena di colui che lo consulta,
  11. affinché quelli della casa d'Israele non vadano più errando lungi da me, e non si contaminino più con tutte le loro trasgressioni, e siano invece mio popolo, e io sia il loro Dio, dice il Signore, l'Eterno'.
Marcello Cicchese
ottobre 2016

Salmo 125
Salmo 125
    Canto dei pellegrinaggi.
  1. Quelli che confidano nell'Eterno
    sono come il monte di Sion, che non può essere smosso,
    ma dimora in perpetuo.
  2. Gerusalemme è circondata dai monti;
    e così l'Eterno circonda il suo popolo,
    da ora in perpetuo.
  3. Poiché lo scettro dell'empietà
    non rimarrà sulla eredità dei giusti,
    affinché i giusti non mettano mano all'iniquità.
  4. O Eterno, fa' del bene a quelli che sono buoni,
    e a quelli che sono retti nel loro cuore.
  5. Ma quanto a quelli che deviano per le loro vie tortuose,
    l'Eterno li farà andare con gli operatori d'iniquità.
    Pace sia sopra Israele.
Marcello Cicchese
luglio 2017

La pazienza dl Dio
La pazienza di Dio e la nostra speranza
Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, noi l'aspettiamo con pazienza (Romani 8.25).

Marcello Cicchese
settembre 2017

Salmo 23
Salmo 23
  1. L'Eterno è il mio pastore, nulla mi manca.
  2. Egli mi fa giacere in verdeggianti paschi, mi guida lungo le acque chete.
  3. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.
  4. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano.
  5. Tu apparecchi davanti a me la mensa al cospetto dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio; la mia coppa trabocca.
  6. Certo, beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; ed io abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi giorni.
Marcello Cicchese
settembre 2017

Il corpo dell'umiliazione
Il corpo della nostra umiliazione
Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l'esempio che avete in noi. Perché molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre, e la cui gloria è in quel che torna a loro vergogna; gente che ha l'animo alle cose della terra. Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove anche aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa.
Filippesi 3:17-21
Marcello Cicchese
giugno 2016

Una mente rinnovata
Il rinnovamento della mente
Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. e non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.
Romani 12:1-2
Marcello Cicchese
gennaio 2017

Salmo 90
Salmo 90
  1. Preghiera di Mosè, uomo di Dio.
    O Signore, tu sei stato per noi un rifugio
    di generazione in generazione.
  2. Prima che i monti fossero nati
    e che tu avessi formato la terra e il mondo,
    da eternità a eternità tu sei Dio.
  3. Tu fai tornare i mortali in polvere
    e dici: Ritornate, o figli degli uomini.
  4. Perché mille anni, agli occhi tuoi,
    sono come il giorno d'ieri quand'è passato,
    e come una veglia nella notte.
  5. Tu li porti via come una piena; sono come un sogno.
    Son come l'erba che verdeggia la mattina;
  6. la mattina essa fiorisce e verdeggia,
    la sera è segata e si secca.
  7. Poiché noi siamo consumati dalla tua ira,
    e siamo atterriti per il tuo sdegno.
  8. Tu metti le nostre iniquità davanti a te,
    e i nostri peccati occulti, alla luce della tua faccia.
  9. Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo sdegno;
    noi finiamo gli anni nostri come un soffio.
  10. I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni;
    o, per i più forti, a ottant'anni;
    e quel che ne fa l'orgoglio, non è che travaglio e vanità;
    perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.
  11. Chi conosce la forza della tua ira
    e il tuo sdegno secondo il timore che t'è dovuto?
  12. Insegnaci dunque a così contare i nostri giorni,
    che acquistiamo un cuore saggio.
  13. Ritorna, o Eterno; fino a quando?
    e muoviti a pietà dei tuoi servitori.
  14. Saziaci al mattino della tua benignità,
    e noi giubileremo, ci rallegreremo tutti i giorni nostri.
  15. Rallegraci in proporzione dei giorni che ci hai afflitti,
    e degli anni che abbiamo sentito il male.
  16. Apparisca l'opera tua a pro dei tuoi servitori,
    e la tua gloria sui loro figli.
  17. La grazia del Signore Dio nostro sia sopra noi,
    e rendi stabile l'opera delle nostre mani;
    sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile.

Marcello Cicchese
31 dicembre 2017

Dal Salmo 119
Salmo 119
  1. L'anima mia è attaccata alla polvere;
    vivificami secondo la tua parola.
  2. Io ti ho narrato le mie vie e tu m'hai risposto;
    insegnami i tuoi statuti.
  3. Fammi intendere la via dei tuoi precetti,
    ed io mediterò le tue meraviglie.
  4. L'anima mia, dal dolore, si strugge in lacrime;
    rialzami secondo la tua parola.
  5. Tieni lontana da me la via della menzogna,
    e, nella tua grazia, fammi intendere la tua legge,
  6. io ho scelto la via della fedeltà,
    mi son posto i tuoi giudizi dinanzi agli occhi.
  7. Io mi tengo attaccato alle tue testimonianze;
    o Eterno, non lasciare che io sia confuso.
  8. Io correrò per la via dei tuoi comandamenti,
    quando m'avrai allargato il cuore.

Marcello Cicchese
19 luglio 2018

Il giorno del riposo
Il giorno del riposo

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' in essi ogni opera tua; ma il settimo giorno è giorno di riposo, sacro all'Eterno, che è l'Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro alle tue porte; poiché in sei giorni l'Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò l'Eterno ha benedetto il giorno del riposo e l'ha santificato.

Esodo 20:8-11

Marcello Cicchese
dicembre 2014

Perché siete così ansiosi?
«Perché siete così ansiosi?»

Dal Vangelo di Matteo

CAPITOLO 6
  1. Nessuno può servire a due padroni; perché o odierà l'uno ed amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona.
  2. Perciò vi dico: Non siate con ansiosi per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?
  3. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Non siete voi assai più di loro?
  4. E chi di voi può con la sua sollecitudine aggiungere alla sua statura anche un cubito?
  5. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano;
  6. eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.
  7. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba de' campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà Egli molto più voi, o gente di poca fede?
  8. Non siate dunque con ansiosi, dicendo: Che mangeremo? che berremo? o di che ci vestiremo?
  9. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.
  10. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.
Marcello Cicchese
dicembre 2015


"Notizie su Israele" compie vent'anni      

                                                                                    Tutto quello che la tua mano trova da fare,
                                                                                    fallo con tutte le tue forze.

                                                                                                                          Ecclesiaste 9:10

La prima pagina di questo sito porta la data del 17 aprile 2001. Inizialmente non era parte di un sito, ma una semplice lettera circolare che si presentava così:
    Lettera circolare a persone che possono essere interessate
    Le notizie provenienti da Israele si fanno sempre più preoccupanti e purtroppo sembra che in Italia l'attenzione sia abbastanza scarsa. Inoltre, le informazioni che compaiono sulla stampa nazionale sono sempre più faziose e certamente non contribuiscono a dare un quadro realistico della situazione. Senza avere particolari pretese, ho pensato che si dovesse fare qualcosa per diffondere anche tra i credenti italiani delle notizie su Israele che siano di stimolo alla riflessione e alla preghiera. L'intenzione è di raccogliere e inviare regolarmente informazioni raccolte in vari modi, prevalentemente dalle pubblicazioni e dai siti internet di lingua inglese e tedesca. Chiedo scusa se mi aggiungo al numero (purtroppo alto) di persone che fanno circolare notizie e avvisi di tutti i tipi, ma spero che l'argomento di cui si tratta mi faccia trovare comprensione. Comunque, chi non gradisse ricevere queste lettere circolari può farmelo sapere e lo depennerò immediatamente dalla lista. Grazie per l'attenzione.
    Marcello Cicchese
Riportiamo allora parte di quello che abbiamo scritto in occasione del decimo anniversario del sito.
    L'iniziativa era di tipo personale (o per meglio dire familiare, perché la collaborazione della moglie è sempre stata fondamentale) e si rivolgeva a "credenti", cioè a cristiani evangelici impegnati. Dopo dieci anni di attività il servizio continua ad avere lo stesso centro, ma si avvale ormai dell'attenzione, del consenso e della diffusa collaborazione di un pubblico molto più vasto che all'inizio. E' stata proprio la risposta dei lettori a trasformare una semplice circolare informativa in un sito internet e ha impedito che l'iniziativa, come diverse altre dello stesso tipo, si esaurisse per stanchezza dopo qualche entusiasmo iniziale. Si può cominciare un lavoro apparentemente per libera scelta, ma se poi si avverte che questo è effettivamente utile, e anche altri lo confermano, allora non si è più moralmente liberi di smettere quando e come si vorrebbe. E dopo che si è fatto tutto quello che era necessario fare, bisogna ricordarsi delle parole di Gesù: "Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare" (Luca 17:10).
       Il motivo principale che ha fatto partire l'iniziativa è stato il desiderio di combattere l'ignoranza. Anzitutto la propria. Non è gradevole, soprattutto con un tema importante come quello di Israele, su cui si pensa di sapere già tante cose, scoprire improvvisamente di essere molto ignoranti. E' accaduto a chi scrive, e potrebbe accadere ancora a molti altri. Anzi, si spera che proprio questo accada a chi si trova oggi nelle medesime condizioni: cioè nell'ignoranza. Soprattutto quando questa non è riconosciuta come tale, fatto molto più diffuso di quel che si pensi. Per questo, dopo un certo tempo dedicato allo sforzo di colmare almeno in parte la lacuna, si è imposta quasi con forza la necessità di mettere a profitto anche di altri le informazioni e le conoscenze acquisite con il tempo e che continuavano ad aggiungersi.
       Il risultato è il sito "Notizie su Israele" come si presenta attualmente.

    (Notizie su Israele, 17 aprile 2011)




Dedichiamo l'intera pagina di oggi alla ripresentazione, in forma abbreviata, di un articolo scritto nel 2003 per spiegare i motivi per cui ci interessiamo di Israele.


La salvezza viene dai Giudei

di Marcello Cicchese

Il problema di Israele in realtà è stato sempre il problema dell'esistenza di Israele. La ragione del disagio non va cercata in quello che gli ebrei fanno o sono. La gente non li odia perché fanno gli strozzini o hanno il naso adunco: il problema sta nel fatto che ci sono.
   Da una parte questa constatazione può tagliare le gambe agli ebrei di buona volontà, quelli che vogliono avere un comportamento giusto e rispettoso verso gli altri, che cercano di evitare atteggiamenti di superbia che possano ferire, che fanno sforzi per favorire il dialogo e lo stare insieme dei diversi. Tutto questo è buono e lodevole in sé, ma non cambia il fatto che le cose buone può farle soltanto qualcuno che c'è. E più un ebreo si muove, anche per venire incontro al suo prossimo non ebreo, più gli fa sentire che c'è. E questo non fa che aumentare l'avversione del non ebreo ostile.

 UNA MALATTIA DEI GENTILI
  D'altra parte, proprio questa amara constatazione può liberare l'ebreo da un inutile senso di colpa. «Sarò imperfetto, farò molte cose sbagliate, sarò un poco di buono come tanti altri - può pensare - ma se i guai provengono dal fatto che ci sono, allora la colpa non è mia, perché io ho il diritto di esserci, come tutti gli altri».
   Sì, su questo punto gli ebrei possono tranquillizzarsi: il "problema Israele" in realtà è una malattia dei gentili.
   C'è un particolare della vita di Theodor Herzl che fa capire quanto può essere pesante per un ebreo il sentirsi non accolto dall'ambiente circostante, e quanto può essere grande e sincero il desiderio di fare qualcosa per venire incontro alle aspettative degli altri. Riporto alcune notizie della sua vita tratte da "A History of Israel from the Rise of Zionism to our Time", di Howard M. Sachar.
   Herzl non era un religioso, e in gioventù tendeva piuttosto all'assimilazione. Provava anzi un po' di disagio davanti ai comportamenti sconvenienti di certi "cattivi ebrei". Ma il suicidio di un suo caro amico, Heinrich Kana, molto probabilmente dovuto ai disagi legati al suo essere ebreo, lo scosse profondamente. Nella sua attività di giornalista cominciò allora a dedicare sempre più attenzione all'antisemitismo, e nel privato continuò a rimuginare dentro di sé su quello che si poteva fare per eliminare questa piaga sociale. Un'idea che gli venne in mente, e che riportò soltanto nelle sue note, fu «una volontaria e onorevole conversione» di massa degli ebrei al cristianesimo. Immaginava che la cosa sarebbe dovuta avvenire «alla chiara luce del sole, in un pomeriggio di domenica, con una solenne, festosa processione accompagnata dal suono delle campane ... con fierezza e gesti dignitosi». L'autore aggiunge che Herzl lasciò cadere quasi subito quest'idea, ma il semplice fatto che gli sia venuta in mente fa intuire il peso che aveva in cuore, e la sua sincerità nella ricerca di una soluzione che non danneggiasse nessuno.
   Resta la domanda del perché. Perché i gentili non sopportano la presenza degli ebrei come persone, come popolo, come nazione? Anche qui le spiegazioni date sono innumerevoli, ma quella biblica resta la più semplice, ed è anche quella giusta: gli ebrei ricordano Qualcuno. Qualcuno a cui non si vuole pensare perché non si vuole che ci sia. O, se proprio deve esserci, che almeno stia zitto. Si sarà capito che è il Dio d'Israele, l'unico vero Dio, che non solo ha creato i cieli e la terra, ma li ha creati con la sua parola, e quindi ha parlato, e continua a parlare. Cosa che a molti non fa piacere.
   Si capisce allora perché periodicamente si è sempre fatto avanti qualcuno che ha manifestato la "buona intenzione" di beneficare l'umanità risolvendo una volta per tutte il problema nell'unico modo adeguato: sterminando gli ebrei. E questa non è un'idea che sia venuta in mente per la prima volta a Hitler. L'intenzione risale ai tempi biblici. Sentiamo come prega il salmista:
    "O Dio, non restare silenzioso! Non rimanere impassibile e inerte, o Dio! Poiché, ecco, i tuoi nemici si agitano, i tuoi avversari alzano la testa. Tramano insidie contro il tuo popolo e congiurano contro quelli che tu proteggi. Dicono: «Venite, distruggiamoli come nazione e il nome d'Israele non sia più ricordato!» Poiché si sono accordati con uno stesso sentimento, stringono un patto contro di te: le tende di Edom e gl'Ismaeliti; Moab e gli Agareni; Ghelal, Ammon e Amalec; la Filistia con gli abitanti di Tiro; anche l'Assiria s'è aggiunta a loro; presta il suo braccio ai figli di Lot" (Salmo 83:1-8).
Tramano insidie contro il tuo popolo, congiurano, si sono accordati con uno stesso sentimento, stringono un patto, dicono: «Venite, distruggiamoli come nazione e il nome d'Israele non sia più ricordato!» Sembra di assistere a una seduta della Lega Araba. Anche loro, infatti, hanno stretto un patto, che dà tutta l'impressione di essere soltanto contro Israele.
   In questo salmo c'è tutta la spiegazione del "problema Israele". Abbiamo detto che la causa profonda dell'ostilità verso gli ebrei sta nel fatto che ci sono, e infatti qui si dice: "distruggiamoli come nazione". Abbiamo detto che non si vuole che gli ebrei ci siano perché non si vuole che la loro presenza tenga vivo un ricordo, e qui si dice: "... e il nome d'Israele non sia più ricordato!". Abbiamo detto che quello che non vuol essere ricordato è il Dio d'Israele, e qui si dice che i popoli stringono un patto contro di te, cioè contro Dio che ha scelto Israele.
   Il salmista non prega dicendo: "Aiuto, Signore, siamo in mezzo ai guai, liberaci dai nostri nemici", come avremmo fatto noi che pensiamo sempre e soltanto agli affari nostri. Il salmista dice: "I tuoi nemici si agitano, i tuoi avversari alzano la testa". Quello che succede a noi è un problema tuo, dice il salmista a Dio, perché i nostri vicini stanno congiurando "contro quelli che tu proteggi", e allora se noi andiamo a fondo, sarà il tuo nome che ci va di mezzo. Diranno che non sei un Dio potente, che non sei stato capace di proteggere il tuo popolo, arriveranno fino a Gerusalemme, al monte che tu hai scelto per tua dimora (Salmo 68:16), e faranno quello che vuol fare Arafat (anacronismo calcolato), «poiché hanno detto: Impossessiamoci delle dimore di Dio» (Salmo 83:12). E nel seguito il salmista non chiede al Signore di aiutare il popolo d'Israele, ma di colpire i nemici di Dio. Cattiveria? No, difesa del nome di Dio e desiderio che i popoli vicini, proprio quelli che vogliono far sparire il nome d'Israele dalla terra (tanto da non volerlo nemmeno scrivere sulle carte geografiche del Medio Oriente), si ravvedano e cerchino il nome del SIGNORE, buttando nella spazzatura tutti gli altri nomi. Infatti conclude:
    Copri la loro faccia di vergogna perché cerchino il tuo nome, o SIGNORE! Siano delusi e confusi per sempre, siano svergognati e periscano! E conoscano che tu, il cui nome è il SIGNORE, tu solo sei l'Altissimo su tutta la terra (Salmo 83:16-18).
Il salmista quindi non va in depressione per l'odio che sente contro Israele, e non si limita neppure a dire a se stesso: "Io ho il diritto di esistere come tutti gli altri", ma in sostanza dice a Dio: "Tu hai il dovere di farmi esistere per tutti gli altri".
   Ma è chiaro che chi osa pregare in questo modo deve anche, coerentemente, lui per primo, cercare e onorare il nome del Signore. E questo è il vero problema di Israele.

 EBREO, GENTILI... E CRISTIANI
  Cominciamo adesso a dire qualcosa su di noi, che ci professiamo cristiani e abbiamo un particolare rapporto con Israele e con gli ebrei.
   Diciamo anzitutto che mentre il dualismo ebrei-gentili è giustificato biblicamente ed è chiaro nella sua formulazione, anche se non sempre nella sua esatta delimitazione, la contrapposizione ebrei-cristiani è ambigua e fuorviante. Anzitutto, entrambi i termini sono di radice ebraica. Se invece di usare la derivazione dal greco si usasse quella dall'ebraico, si dovrebbe parlare di "messianici", invece che di "cristiani", e allora il collegamento con l'ebraismo sarebbe più evidente. Ma a parte questo, non ha senso contrapporre ebraismo e cristianesimo come se fossero due religioni che una volta si combattevano ma adesso hanno finalmente imparato la civile arte del dialogo e della coesistenza pacifica. O meglio, il senso è che quando questo avviene, vuol dire che s'incontrano due religioni create dagli uomini, senza reale collegamento con la rivelazione biblica. All'inizio i cristiani erano tutti ebrei. Solo dopo qualche anno ai cristiani ebrei si sono aggiunti anche i gentili, che adesso certamente sono in larga maggioranza. Ma questo non giustifica una delimitazione di campo tra ebrei e cristiani.
   Prendiamo infatti i principali documenti dei cristiani: i vangeli. Qualcuno forse pensa che i vangeli siano libri da sacrestia, che parlino di chiese, messe, sacramenti, processioni, statue della madonna, cattedrali. Chi li conosce sa invece che non c'è niente di tutto questo. E molti forse sarebbero sorpresi nel sapere che nei vangeli il termine "chiesa" è usato solo 3 volte in due soli versetti, mentre il terrmine "Israele" è usato 30 volte in altrettanti versetti. Un rapporto di 1 a 10. Questo dà una prima idea di questi libri che, contrariamente a quello che si può pensare, hanno un carattere interamente ebraico, anche se sono scritti in greco. Una persona che cominciasse a leggere l'Antico Testamento e proseguisse nel Nuovo fermandosi ai vangeli, potrebbe legittimamente chiedersi: "Ma che c'entrano i non ebrei in tutto questo?". Un ebreo nato in Israele e cresciuto con un'educazione ortodossa, che in età adulta si è deciso infine a leggere i vangeli, non solo vi ha ritrovato un paesaggio a lui ben familiare, ma a un certo momento si è chiesto: "Ma come fanno i gentili a capire questi libri?" E la domanda è comprensibile, perché per veder comparire il primo gentile che occupi un posto significativo nella storia della salvezza si deve arrivare al capitolo 10 del libro degli Atti.
   Riporto un passo del vangelo che dovrebbe essere noto, ma non è molto sottolineato:
    Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle brìciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita (Matteo 15:22-28).
E' un passo tosto. Ci presenta un Gesù che entra a fatica nelle varie iconografie religiose o laiche. C'è da scommettere che il racconto riesce a scontentare tutti. Scontenta i palestinesi, perché vedono una di loro umiliarsi in modo indecoroso davanti a un ebreo; scontenta gli ebrei, perché si sentono chiamare "pecore perdute" e perché non possono lasciare Gesù ai polacchi e al loro Papa, come avrebbero fatto più che volentieri; scontenta gli antisemiti, perché vedono un Gesù che privilegia in modo inaccettabile gli ebrei; scontenta i promotori dei rapporti umani tra israeliani e palestinesi, perché il dialogo si deve fare su un piano di parità e non in quel modo; scontenta infine tutti quelli dal cuore tenero, perché "così non ci si comporta, ed è pure maleducazione non rispondere, e poi, sì, va bene, la donna alla fine è stata esaudita, ma a prezzo di quale umiliazione! Non si fa così!"
   Non è possibile entrare qui nella spiegazione di quel passo del vangelo, ma vale la pena segnalarlo perché è uno di quei passi della Bibbia che si riescono a ingranare in modo legittimo nel contesto solo se si ha una comprensione della rivelazione biblica che tiene conto in modo corretto del posto che occupa Israele nella storia della salvezza.
   C'è anche un'altra donna non ebrea che Gesù ha trattato in modo non proprio conforme a certi canoni di comportamento usualmente accettati: la donna samaritana. Gesù la incontra e le chiede un favore. Lei si sorprende, prima in modo positivo, perché Gesù si degna di rivolgerle la parola, poi in modo negativo, perché certe parole di Gesù sulla sua vita privata avrebbe volentieri fatto a meno di sentirle. E alla fine, dopo aver capito che Gesù era un profeta, gli pone un problema teologico:
    «I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annunzierà ogni cosa». Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!» (Giovanni 4:20-26).
C'è un altro fondamentale errore, molto comune, che deve essere corretto. La Bibbia dei cristiani si divide in Antico e Nuovo Testamento, e, com'è noto, la parola testamento significa patto. Si parla dunque di due patti che Dio ha fatto con gli uomini. Il lettore provi a fare un test con se stesso, e eventualmente anche con altri. Che patti sono? Dove si parla nella Bibbia di questi due patti? Con chi ha fatto Dio i due patti? Forse soltanto a quest'ultima domanda molti si sentirebbero sicuri di poter dare la risposta giusta: l'antico patto è stato fatto con gli ebrei, e non vale più; quello nuovo è stato fatto con i cristiani, e vale ancora. La risposta è sbagliata. Da Abraamo in poi, tutti i patti di cui parla la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) sono stati conclusi sempre e soltanto con il popolo d'Israele. E di tutti questi patti, soltanto uno è da considerarsi superato, ma non per scadenza dei termini o per progresso culturale, come potrebbero pensare i laici illuminati, ma semplicemente perché è stato violato da una delle due parti: il patto con Mosè. Tutti gli altri patti, quelli con Abraamo, con Davide e il nuovo patto, sono sempre in vigore perché sono patti incondizionati, che Dio si è impegnato a mantenere soltanto per essere fedele al suo nome. Non possono essere violati, e quindi sono sempre validi.
   Nell'ultima cena Gesù ha parlato di patto quando ha detto ai suoi dodici discepoli ebrei: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti» (Marco 14:24). Questa frase non è una formula magica che fa cambiare il vino in sangue, anche perché in quel momento il sangue di Gesù stava ancora scorrendo nelle sue vene; questo è un linguaggio tipicamente ebraico, come quello che usò Mosè quando suggellò il patto con Dio al Sinai:
   Allora Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse:
    «Ecco il sangue del patto che il SIGNORE ha fatto con voi sul fondamento di tutte queste parole»(Esodo 24:8).
Nella Bibbia ogni patto importante doveva essere suggellato con il sangue, e quindi questo è accaduto anche per il nuovo patto. Dice infatti l'evangelista Luca:
    «Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi» (Luca 22:20).
Il sangue del patto, dunque, è quello di Gesù, ma il contraente umano del nuovo patto, chi è? La risposta si trova nell'Antico Testamento, prima che nel Nuovo:
    «Ecco, i giorni vengono», dice il SIGNORE, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il SIGNORE; «ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni», dice il SIGNORE: «io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: "Conoscete il SIGNORE!" poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il SIGNORE. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato» (Geremia 31:31-34).
Geremia scrive mentre sta per avvenire il tragico dramma della presa e della distruzione di Gerusalemme, cioè in un momento in cui si poteva pensare che la storia d'Israele sarebbe finita lì. Parla del patto che essi violarono, riferendosi evidentemente a quello del Sinai, e annuncia un nuovo patto. Ed è questo il patto di cui parla Gesù nell'ultima cena, come viene anche attestato dalla citazione del passo di Geremia che si fa in Ebrei 8:8-13. Ma si noti che questo nuovo patto è stato fatto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda, non con i cristiani, non con la chiesa. Fino a quel momento noi gentili non eravamo stati neppure interpellati, non sapevamo niente, eravamo tutti ignoranti, come Pilato. Come lui non avremmo potuto capire chi era Gesù, e come lui l'avremmo condannato a morte.
   L'apostolo Paolo, che qualcuno considera un traditore del popolo ebraico, sottolinea invece che agli israeliti "appartengono l'adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse" (Romani 9:4). Mentre ai gentili dice:
    Ricordatevi che un tempo voi, stranieri di nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d'uomo, voi, dico, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo (Efesini 2:11-12).
Noi gentili eravamo dunque senza speranza e senza Dio nel mondo perché eravamo senza Cristo, cioè senza Messia. Ed è a questo punto che viene fuori la caratteristica inattesa del nuovo patto che Dio ha stabilito con la casa d'Israele. Per una precisa volontà rivelata da Dio agli apostoli, questo patto apre la possibilità di estendere anche ai non ebrei la grazia spirituale che è compresa in questo patto: il perdono dei peccati e il dono di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo, come Dio ha promesso alla casa di Giuda.
    Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia. Con la sua venuta ha annunziato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito. Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l'edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell'edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito (Efesini 2:13-22).
In questo modo abbiamo toccato il punto fondamentale della fede cristiana che avvicina ebrei e gentili, perché inserisce questi ultimi (i lontani) nell'ambito della benedizione promessa ai primi (i vicini): la persona di Gesù, che però nel presente resta ancora una pietra di scandalo e un elemento di divisione.
   «E voi, chi dite che io sia?» chiese a un certo momento Gesù ai suoi discepoli (Matteo 16:15). La risposta fu data, ed era quella giusta, ma solo un ebreo poteva darla: «Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente» (Matteo 16:16). Solo chi risponde nello stesso modo a questa domanda, entra a far parte di quell'unico corpo di cui parla l'apostolo Paolo.
    Ma se il Messia è già venuto, che cosa si deve fare di tutte le profezie messianiche che parlano di un regno di Israele trionfante e vittorioso? Un giorno tutte inevitabilmente si compiranno, perché il Messia, che una prima volta è venuto come servo sofferente dell'Eterno per espiare i peccati del popolo d'Israele e di tutti gli uomini, un giorno ritornerà come il Leone della tribù di Giuda per regnare sul mondo da Sion. I cristiani evangelici letteralisti non "spiritualizzano" l'Antico Testamento, facendone un'allegoria della chiesa. Quando la Scrittura parla di Israele, intende sempre e soltanto Israele, mai la chiesa, anche se spesso si possono trarre utili analogie e applicazioni pratiche. Per questo i cristiani fedeli alla Bibbia aspettano che le sue parole riguardanti il futuro di Israele si compiano, predicando il vangelo a tutti gli uomini e cercando di occupare il giusto posto nel tempo dell'attesa.

 MA ALLORA VOI VOLETE SOLTANTO CONVERTIRCI!
  L'obiezione che i cristiani s'interessino di Israele soltanto per convertire gli ebrei dev'essere attentamente esaminata. E' assolutamente vero che tutti i cristiani desiderano, o dovrebbero desiderare, che ogni persona, ebreo, musulmano, ateo, cristiano nominale o altro ancora, si ravveda, creda nel Signore Gesù Cristo e sia salvato, perché sta scritto che
    In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati (Atti 4:12).
E' chiaro dunque che un cristiano fedele non si esime mai dall'annunciare il vangelo, tanto meno a un ebreo. Anzi, l'apostolo Paolo dice che il vangelo dev'essere annunciato prima di tutto agli ebrei, poi agli altri.
    Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco (Romani 1:16).
Chiedere a un vero cristiano di non parlargli mai di Gesù equivale a dirgli di stare alla larga. E se richiesto, naturalmente questo avverrà.
   L'annuncio del vangelo è un compito che il cristiano deve e vuole svolgere verso ogni essere umano, senza distinzione, mentre l'interesse per Israele è dettato dalla particolare, unica posizione che questo popolo occupa nella storia della salvezza.

 TRE MOTIVI
  Ci sono almeno tre motivi per cui i cristiani s'interessano di Israele e degli ebrei.

1. Manifestare amore. Gli ebrei avvertono che verso di loro c'è un odio gratuito, cioè un'ostilità che non può essere interamente spiegata da nessuna motivazione razionalmente giustificabile: sono odiati perché ci sono. E anche quando l'ostilità non si concretizza in atti di violenza, la percezione di questi sentimenti di avversione li fa soffrire. Abbiamo detto che questo non dipende dagli ebrei, ma dal rapporto degli uomini con Dio. L'astio contro gli ebrei non è che l'espressione dell'umana ribellione contro Dio, è quindi manifestazione di peccato. I credenti in Gesù sanno di aver ricevuto il perdono dei peccati attraverso il Messia d'Israele, vivono in comunione con Dio e di conseguenza diventano partecipi del suo amore verso il suo popolo. L'amore dei veri cristiani verso Israele è quindi un amore gratuito, cioè un sentimento che non può essere spiegato da nessuna motivazione o interesse razionalmente giustificabili: il popolo d'Israele viene amato soltanto perché c'è, perché è un'espressione della volontà di quel Dio con cui i cristiani vivono in comunione d'amore. Sarebbe una grave perdita per gli ebrei se fossero capaci di percepire soltanto l'odio gratuito contro di loro, senza saper riconoscere e avvertire anche l'amore gratuito di cui sono oggetto. Se è vero che non c'è popolo sulla terra che sia stato tanto odiato, è anche vero che non ce n'è un altro che sia stato tanto amato. E anche se in questo periodo della storia del mondo l'odio è molto più appariscente dell'amore, non è vero che sia più reale.

2. Mettersi dalla parte della verità e della giustizia. Le ingiustizie nel mondo sono infinite, e altrettante sono le menzogne, ma quelle che si commettono contro Israele sono uniche per grandezza, estensione e sfacciataggine. Il credente in Gesù Cristo deve stare sempre dalla parte della verità e della giustizia, quindi è suo compito prendere la parola per difendere chi viene ingiustamente colpito, quando ne ha l'occasione e la possibilità. Questo dev'essere fatto verso tutti, ma si potrebbe dire, con l'apostolo Paolo, prima al Giudeo e poi al Greco. Chi, pur essendo adeguatamente informato, non è capace di riconoscere gli enormi soprusi e le spudorate calunnie che deve subire Israele, ha una coscienza morale assopita e un'intelligenza critica ottusa. E queste forme di rilassamento spirituale un vero cristiano non se le deve permettere.

3. Essere vigilanti. Quello che succede agli ebrei, prima o poi ha delle conseguenze sul resto del mondo. Questo è stato ormai accertato, e vale in primo luogo per il corpo dei veri credenti in Gesù Cristo che il Nuovo Testamento chiama "chiesa". Per poter colpire il popolo d'Israele, l'Avversario spirituale di Dio cerca di confondere e fuorviare prima di tutto quelli che potrebbero essergli d'aiuto, e questi sono proprio gli autentici seguaci di Gesù. In tempi difficili per Israele, i credenti vengono messi sotto pressione in vari modi, soprattutto attraverso false informazioni e false dottrine. Questo è successo in Germania ai tempi del nazismo: le persecuzioni contro i cristiani sono state poche perché pochi sono stati i cristiani che hanno capito quello che stava veramente succedendo, e molti sono stati sedotti da false dottrine che si accordavano con la realtà diabolica che si stava svolgendo sotto i loro occhi. Non sono stati soltanto i "Deutsche Christen", con il loro pervertito "cristianesimo positivo" nazionalsocialsta, a profanare il nome di Cristo: molte altre chiese e movimenti cristiani, anche evangelici, hanno subito l'influsso dell'ideologia del tempo, e se non sempre hanno adottato dottrine perverse dal punto di vista biblico, certamente si sono lasciati trasportare in un'annebbiata atmosfera di torpore che non ha permesso loro di rendersi conto della realtà in cui vivevano. E questo non deve più accadere. O per lo meno, per quel che ci riguarda non vogliamo che accada più. Anche per questo riteniamo nostro dovere interessarci di Israele e, per quanto possibile, aiutare altri a capire quello che succede, in modo da saper prendere al momento opportuno la giusta posizione che le circostanze richiedono.

 UN'ULTIMA OSSERVAZIONE
  Secondo la nostra comprensione della Bibbia, i veri cristiani non devono cercare di costituirsi come forza politica organizzata al fine di esercitare un potere sul resto della società. Devono vivere come semplici cittadini nella società in cui si trovano, assumendosi di volta in volta le responsabilità sociali che a loro competono, ma come comunità devono essere presenti solo come testimoni di Gesù Cristo, e in quanto tali assumere come arma soltanto la parola: la Parola di Dio innanzi tutto, e la parola umana che l'accompagna, ma senza fare ricorso ai consueti mezzi di lotta politica organizzata.
   Certo, questa è una debolezza, ma una debolezza voluta, perché sorretta dalla parola di Dio giunta fino a noi anche attraverso un noto ebreo, nato a Tarso di Cilicia, allevato a Gerusalemme, educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri (Atti 22:3):
    I Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i gentili pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Corinzi 1:22-25).


Ieri sera, quando lo Shabbat ebraico era già cominciato, da Israele è inaspettatamente arrivata in redazione una email che qui riportiamo.
    Al Redattore di Notizie su Israele.
    Al termine di questo giorno, quando in Israele è già iniziato lo Shabbat, mi fermo per rivolgerti un pensiero, perché questo non è solo il momento in cui si completa una giornata: oggi si completano vent'anni di vita del sito Notizie su Israele.
    Inoltre, quest'anniversario capita a ridosso di un altro anniversario che è stato appena festeggiato ieri: il settantatreesimo dalla nascita dello Stato di Israele.
    Questo significa che il sito Notizie su Israele ha condiviso una parte considerevole della vita dello Stato di cui si interessa: almeno un quarto di cammino insieme.
    Sento il dovere di ringraziarti perché, lungo tutto questo periodo, ci hai aggiornato con una puntualità ragguardevole, ci hai fatto riflettere sulle cose per cui veramente vale la pena soffermarsi, ci hai invitati a guardare nella direzione verso cui saggiamente puntava il tuo dito, ci hai scossi quando c'era il rischio di essere assuefatti, ci hai offerto degli elementi per pensare. Insomma, grazie a Notizie su Israele possiamo dire di essere ben informati e ben formati.
    Un sito internet di vent'anni è certamente da considerare come qualcosa di non comune, visto che la diffusione di internet non è cominciata tanto prima. Lo stesso potrebbe dirsi del nome Israele, che ci porta molto indietro nel tempo e nella storia dei popoli, quando il mondo era più giovane e diverso da oggi. Si potrebbe dunque dire che questo sito e Israele hanno almeno una cosa in comune: esistono. E la loro esistenza è fondata nel tempo. Questo, ed altro, dovrebbe attirare l'attenzione di un attento osservatore, perché il susseguirsi degli eventi nella vita di un'entità che esiste nel tempo non sono frutto del caso, ma di una precisa volontà. Questo, ovviamente, riguarda questo sito, Israele stesso, ma anche ogni lettore.
    E allora ancora grazie, perché non solo ci hai aiutati a conoscere meglio Israele, ma così facendo abbiamo avuto un'altra preziosa opportunità: quella di guardarci dentro e capire meglio chi siamo e perché siamo qui.
    Gabriele
Non ho parole per ringraziare l'autore. In privato ho tentato di farlo, qui mi limito a dire un sentitissimo Grazie! M.C.

(Notizie su Israele, 17 aprile 2021)


Israele festeggia in strada e da domenica dice addio alla mascherina

A Tel Aviv piazza e lungomare affollati: si celebra l'indipendenza (anche dal virus)

di Massimo Lomonaco

TEL AVIV - Festa doppia per gli israeliani: l'indipendenza dello Stato e libertà dal Covid. Dopo il lockdown dello scorso anno, questa volta - con le restrizioni quasi del tutto tolte - è stato un anniversario completamente diverso. Centinaia di migliaia di cittadini hanno affollato le spiagge per ammirare la parata aerea e poi i parchi per il tradizionale barbecue, simbolo della giornata. Una festa - la 73a dalla fondazione dello Stato - cominciata già mercoledì sera, quando al tramonto le strade di tutto il Paese hanno cominciato a riempirsi per l'inizio delle manifestazioni e delle cerimonie pubbliche.
   Da Haifa a Tel Aviv, da Gerusalemme ad Eilat, a essere celebrato è stato sicuramente l'orgoglio nazionale ma anche la ritrovata socialità, favorita da una campagna vaccinale modello per il mondo intero. Ad oggi il 53% degli israeliani ha ricevuto entrambi le dosi del vaccino Pfizer, con meno di un milione di cittadini ancora da vaccinare. I casi attivi della malattia sono circa tremila, quelli gravi 219. Alcuni esperti ritengono che il Paese sia ormai vicino all'immunità di gregge. Se vige ancora l'obbligo di indossare la mascherina al chiuso, da domenica non lo sarà più all'aperto. La battaglia certo non è ancora finita ma la festa ha mostrato che buona parte della vita di prima sembra essere stata recuperata: ristoranti pieni, strade ingorgate, party all'aperto e sulle terrazze, concerti.
   A Kikar Rabin, la piazza maggiore di Tel Aviv, durante i fuochi d'artificio di mercoledì sera è stato difficile muoversi tra cellulari branditi come macchine fotografiche, gruppi musicali, adulti e bambini illuminati dal Blu-Bianco dei colori nazionali riflessi sulla grande facciata del palazzo del Comune. Ieri mattina il lungomare cittadino era lo stesso ricolmo di persone con il naso all'insù per guardare le piroette in cielo, con gigantesco cuore finale, della pattuglia acrobatica dell'aviazione militare. Ma anche le evoluzioni degli F-15, F-16, F-16I e F-35.
   A marcare la differenza basti ricordare che l'anno scorso, in piena ondata pandemica, gli aerei avevano sorvolato gli ospedali in segno di omaggio agli operatori sanitari e ai malati. E non è neppure un caso che nella cerimonia principale svoltasi sul Monte Herzl a Gerusalemme, con il presidente della Knesset Yair Levin, protagonisti siano stati infermieri e infermiere distintisi nella battaglia al Covid. L'ennesima battaglia vinta per lo Stato ebraico.

(Gazzetta di Parma, 16 aprile 2021)


«Topi e cani»: gli ebrei deformi degli antisemiti

De Angelis indaga l'origine ideologica degli epiteti zoomorfi attribuiti agli ebrei nel Terzo Reich sulla scorta delle denunce letterarie di Kafka, Levi e... del Bardo.

di Roberto Righetto

«Penso ancora adesso che una delle radici del nazismo fosse zoologica»: la frase di Primo Levi è giustamente riportata in esergo nel volume Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria di Luca De Angelis, un'accurata indagine sul processo di disumanizzazione dell'ebreo, avvenuto in Europa già in età moderna, che ha costituito il prodromo ai campi di concentramento. Oltre a Primo Levi, molti sono gli scrittori citati, Kafka e Svevo in primo luogo, i quali intuirono il nesso fra animali ed ebraismo propagandato dall'antisemitismo. Gregor Samsa trasformato in scarafaggio nel famoso racconto La metamorfosi del 1913 è il modello del parassita che i nazisti identificarono con i prigionieri ebrei e che vollero liquidare con il famigerato Zyclon B, veleno con cui si combattevano allora gli insetti nocivi e fastidiosi come le pulci e gli scarafaggi appunto.
  «Le metafore zoomorfiche dell'antisemitismo - commenta De Angelis - evocano l'atmosfera di quotidiano terrore nell'universo concentrazionario», sottolineando come ad Auschwitz la parola Mensch, uomo, non esisteva e al suo posto si usasse Hund, cane. Aggiunge l'autore del saggio: «Le figure del cane e del parassita rimandano a due classici epiteti oltraggiosi e disumanizzanti in bocca agli antisemiti». Scegliendo le sembianze di un Ungenziefer, Kafka in un certo senso scelse di appuntare addosso al suo personaggio la stella gialla: tragica anteprima della Shoah. Un nomignolo, quello del parassita, attribuito agli ebrei già nell'800, in un processo di annientamento che fu prima ideologico e poi fisico. Ma gli ebrei nel clima di poco precedente al dominio del Terzo Reich furono definiti anche "popolo dei topi", tanto che gli ideologi del Fuhrer imbastirono una vera e propria campagna contro il successo in Germania di Topolino. Sull'organo della Pomerania del partito nel 1931 usci una stroncatura del cartone disneyano in cui si poteva leggere: «Mickey Mouse è l'ideale più penoso mai esistito. Il parassita sporco e pieno di sudiciume, il maggiore portatore di batteri del regno animale non può costituire il tipo ideale di animale. Basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse! Indossate la svastica!». I nazisti non solo si opponevano all'industria culturale americana che sviava pericolosamente le coscienze dei giovani tedeschi, ma degradavano il topo disneyano a ratto, animale a cui associavano gli ebrei. Se ne accorse Walter Benjamin, che in un articolo divenuto famoso prese le difese di Topolino.
  Che l'armamentario ideologico e propagandistico di cui si servì il nazismo fosse all'opera già da tempo è dunque un fatto e tra i profeti, dell'incubo che si realizzò durante la seconda guerra mondiale, vi furono Heine e Roth, oltre ai citati Kafka e Svevo. Tutti respirarono un clima di profonda ostilità antigiudaica. Il poeta renano già nell'800 racconta di una «metamorfosi canina» e non si liberò mai dalla «paura dell'antisemitismo», sentendosi sempre un emarginato. Così più tardi Italo Svevo, che subì di persona vari episodi di antisemitismo in quella Trieste che nel 1938 sarebbe stata scelta da Mussolini per lanciare anche in Italia le leggi razziali. Ma già ai primi del '900 sul giornale - ahimé - d'impostazione cattolica - "L'Amico" si potevano leggere inviti a rendere Judenrein la città giuliana, la cui aria era «ammorbata di microbi semiti». Il documento più impressionante riportato dal saggio di De Angelis - che in verità avrebbe potuto inserire una disamina più attenta della letteratura cristiana sulla questione da lui analizzata - è il film documentario del 1940 Der ewige Jude di Fritz Hippler, che mette sullo stesso piano gli ebrei e i ratti. Dice la voce narrante: «Come il ratto è il più infimo tra gli animali, l'ebreo lo è altrettanto tra gli esseri umani». Le immagini mostrano i tuguri in cui vivono gli ebrei, sporchi e disgustosi, e puntano il dito contro quegli ebrei che si sono voluti integrare nella società tedesca, infettandola e rendendola impura. Il disegnatore Art Spiegelman, autore del fumetto Maus, ha definito il film «l'opera più sconvolgente sull'antisemitismo». Allo stesso modo un libello del filologo Hans Friedrich Karl Gunther, negli anni Trenta, auspicava la morte di tutti gli ebrei come obiettivo finale, cui si poteva arrivare prima togliendo loro i beni, poi costringendoli ai lavori forzati in campi realizzati ad hoc. Dove? In Polonia, come sarebbe effettivamente accaduto ad Auschwitz.
  Uno dei punti di partenza di questa volontà di annientamento viene fatto risalire da De Angelis al Mercante di Venezia di Shakespeare. Ampio è stato il dibattito fra gli studiosi a proposito dell'antisemitismo del Bardo, ma in questo caso ci permettiamo di dissentire: il famoso discorso in cui Shylock si difende dalle accuse («Non ha occhi un ebreo?...») è un invito palese a considerare e preservare l'umanità del personaggio e, nonostante sia spesso ritratto come una figura odiosa e paragonato a un lupo feroce, questa perorazione alfine rimane impressa in maniera indelebile nel lettore e nello spettatore. Lo sfogo di Shylock riecheggerà poi nel Processo di Kafka: «Non siamo degli esseri umani? Non ci rassomigliamo tutti?». Anche questo romanzo prefigura, come bene ha rilevato il critico letterario Giacomo De Benedetti, «le persecuzioni, le condanne emanate in nome di un principio gratuito, i campi della morte». Il tutto a partire da un pregiudizio folle e insensato, come dimostra il libro di De Angelis, che si può sintetizzare in una verità profonda contenuta in un pensiero di Elie Wiesel: «Tutte le catastrofi sono iniziate dalle parole».

(Avvenire, 16 aprile 2021)


Tempo di guerra. Il rastrellamento e il medico ebreo

Lettera a "il Giornale"

E molto difficile ricostruire, attraverso i flash back di una bambina, all'epoca piccolissima, un episodio accaduto nei giorni di guerra. Tuttavia cercherò di raccontare una vicenda che ricordo in gran parte, completata dai commenti dei miei genitori. Ricordo una stanza, forse la camera da letto dei miei genitori. Mio padre e mia madre e noi sorelline di tre e quattro anni, siamo riuniti davanti alla finestra. I vetri sono ermeticamente chiusi e sbarrate sono anche le persiane in legno. Dalla piazza sottostante salgono rumori inquietanti: urla, scoppi, motori. Noi sappiamo perfettamente cosa sta accadendo: è in corso un rastrellamento da parte dei soldati tedeschi. Chi non ha vissuto quegli episodi non può sapere né immaginare cosa fosse un rastrellamento: si dava la caccia accanita ai giovani che non erano partiti alla chiamata per il servizio di leva, ma anche a uomini maturi sani e robusti, con l'intento di condurli a lavorare nei campi tedeschi o nelle fabbriche in Germania. Nella stanza con noi c'era anche un'altra persona. Naturalmente la conoscevamo bene: si trattava del dottor Kalishack, un medico polacco ebreo che, non so per quale motivo, si trovava a esercitare la professione di dentista nel nostro paese. Ho bene impressa la sua figura bianca e curva davanti alla finestra nel tentativo di rendersi conto di ciò che avveniva nella piazza guardando attraverso le fessure delle persiane. Non dimenticherò mai la paura che emanava dalla sua figura e il terrore che appariva nei suoi occhi dietro le lenti bianche. Poi non ricordo altro, ma so per certo che il dottor Kalishack quel giorno si salvò grazie al rifugio trovato nella nostra abitazione. Queste cose avvenivano frequentemente in quei giorni, ma a pensarci adesso, a distanza di tanto tempo, mi rendo conto del fatto che quel giorno la mia famiglia, soprattutto mio padre, corse un notevole pericolo ospitando, e salvandolo, il medico ebreo.

Liliana Scevola, Vasto (Chieti)


(il Giornale, 16 aprile 2021)


Il sabotaggio di Natanz e l'escalation della guerra segreta tra Israele e Iran

di Eugenio Roscini Vitali

La battaglia segreta tra lo Stato di Israele e l'Iran non è più così segreta: dietro il misterioso incidente che ha colpito la rete di distribuzione elettrica della centrale nucleare di Natanz ci sarebbe ancora una volta la Unit 8200 (Yehida shmonae -Matayim), l'unità dell'Intelligence militare dello Stato ebraico (Aman) responsabile delle attività di spionaggio SIGINT, ELINT, OSINT, e della cyber warfare.
   Dopo varie smentite e l'annuncio di un incidente dovuto ad un malfunzionamento, Teheran ha ammesso che il guasto è stato causato da un attacco israeliano alla rete elettrica dell'impianto di arricchimento di Shahid-Ahmadi-Rochan (Natanz) ed ha identificato come responsabile materiale del sabotaggio una persona che lavorava nella centrale. Secondo il New York Times, che cita fonti dell'intelligence americana, i danni causati dall'esplosione potrebbero costringere l'impianto ad interrompere le attività per almeno nove mesi.
   La struttura "attaccata" domenica mattina è la stessa che lo scorso luglio subì gravi danni a causa di un'esplosione che devastò il padiglione per l'assemblaggio delle centrifughe nucleari. Quell'incidente, che da una prima analisi avrebbe dovuto interrompere le operazioni dell'impianto per un lungo periodo, fu il più rilevante di quella serie di attacchi coordinati che nell'arco di una settimana colpirono il deposito di gas a Parchin, una fabbrica di missili a Khojir, le centrali elettriche di Ahvaz e Shiraz, il polo petrolchimico di Karoun e la fabbrica di ossigeno di Baghershahr.
   L'incidente di Natanz arriva, invece, a meno di una settimana dal caso del cargo iraniano attaccato nel Mar Rosso, il mercantile MV Saviz, ultimo atto di una serie di operazioni via mare che negli ultimi mesi hanno centrato, a fasi alterne, navi mercantili di proprietà israeliana e iraniana. Secondo il New York Times, prima di attaccare il cargo MV Saviz, Israele avrebbe allertato gli Stati Uniti prima con una telefonata fatta per consentire alle unità della US Navy presenti nell'area di allontanarsi.
   Ora sorge spontanea una domanda: e se anche per l'attacco a Shahid-Ahmadi-Rochan fosse stato utilizzato lo stesso protocollo? Certamente, la risposta a questo quesito direbbe molto sullo stato dei rapporti che intercorrono tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'amministrazione del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Due per ora i fatti: domenica, a poche ore dall'attacco, arriva in Israele il nuovo segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin; entro fine aprile il capo dell'IDF, Aviv Kochavi, e il capo del Mossad, Yossi Cohen, dovrebbero visitare Washington. In cima all'agenda il dossier sul nucleare iraniano.
   La scorsa settimana, durante le celebrazioni per il Giorno della Memoria dell'Olocausto, Netanyahu si era pronunciato ancora una volta contro un ritorno degli Stati Uniti all'accordo sul nucleare e l'esplosione a Natanz è avvenuta il giorno dopo la Giornata nazionale della tecnologia nucleare iraniana, occasione sfruttata dal presidente Hassan Rohani per ricordare gli ulteriori progressi registrati dal Paese nel programma nucleare, progetto che il regime insiste a definire come destinato esclusivamente a scopi civili.
   La Giornata nazionale della tecnologia nucleare iraniana è stata anche l'occasione per celebrare il potenziamento della capacità di arricchimento dell'uranio, un aumento ottenuto mediante le 30 nuove centrifughe IR-5 installate a Natanz che secondo il presidente Rohani hanno accelerato il processo industriale di almeno dieci volte. L'ennesima violazione dell'accordo nucleare, quindi, una delle tante che l'Iran sta accumulando e che potrebbe utilizzare come merce di scambio in previsione del proseguimento dei colloqui a Vienna, ma che Gerusalemme sembra aver stroncato sul nascere.
   Washington ha già fatto sapere che l'amministrazione Biden non rimuoverà tutte le sanzioni economiche imposte da Donald Trump, ma, eventualmente, solo quelle che non sono in linea con il protocollo l'intesa raggiunto nel 2015. Una decisione che il Generale Mohammad Hossein Bagheri, capo di stato maggiore delle Forze armate iraniane, ha definito "un pugno di ferro dentro un guanto di velluto", un fatto che non cambierà la linea politica strategica dell'Iran, e cioè, "una piena rimozione delle sanzioni".
   Per Israele il fascicolo Natanz rimane comunque aperto: dopo una pausa di due mesi, Benjamin Netanyahu ha convocato per domenica prossima il Consiglio di Difesa; Gerusalemme vuole esaminare le crescenti tensioni con l'Iran e lo sviluppo di possibili scenari, una sorta di dichiarazione di "guerra" che i premier potrebbe aver riassunto in poche semplici parole: "La situazione come esiste oggi non è detto che esista necessariamente anche domani".

(Analisi Difesa, 16 aprile 2021)


Hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei

Fra i "Giusti tra le nazioni" anche la famiglia Della Nave che nel 1943, per 16 mesi accolse e nascose in casa gli Zimet.

MORBEGNO - Chi sono i Giusti tra le nazioni? I civili che si sono comportati in modo eroico, rischiando la propria vita pur di salvare anche un solo ebreo dal genocidio. A nord di Morbegno, precisamente a San Bello, al di là del Ponte di Ganda, la famiglia Della Nave ospitò, durante le persecuzioni nazi-fasciste, per sedici mesi, dall'inverno del 1943, gli Zimet, ebrei tedeschi. La storia di questa famiglia è emersa nel 1989, quando Regina Zimet, la figlia, ha consegnato alla biblioteca di Morbegno un libricino.
   Scritto in ebraico conteneva la storia della sua vita (ricavata dalle pagine del diario che aveva scritto in Italia quando aveva dodici anni), la fuga, a otto anni, dalla Germania, poi Milano, Bengasi, Napoli, il campo di concentramento in Calabria, di nuovo a nord nella bergamasca per arrivare, infine, a San Bello. Qui, grazie ad un parroco, gli Zimet conobbero la famiglia Della Nave che li ospitò, nonostante fosse molto povera e avesse poco o nulla da mangiare. Condivisero con loro quel poco che possedevano rischiando ogni giorno la vita, visto che nascondevano degli ebrei. All'inizio gli Zimet rimasero nascosti in casa, ma poi dovettero uscire allo scoperto, fingendosi parenti dei Della Nave, imparando l'italiano e cercando di comportarsi in maniera normale di fronte ai tedeschi. Ecco il motivo per cui i coniugi Giovanni Della Nave e Mariangela Rabbiosi sono stati riconosciuti come Giusti tra le nazioni e i loro nomi compaiono allo Yad Vashem, Ente nazionale per la memoria della Shoah in Israele, fondato nel 1953 per non dimenticare i sei milioni di ebrei morti per mano dei nazisti. Nomi scolpiti sul muro della collina del ricordo, Har Hazikaron, a Gerusalemme, dove ci sono anche Oscar Schindler e Giorgio Perlasca. Nel 2010, a Campovico, una frazione di Morbegno, è stata dedicata loro una via, mentre sulla facciata della chiesa di San Bello vi è una targa che recita: "In memoria della famiglia di Giovanni e Maria Della Nave che in questi luoghi negli anni 1943-1945 con proprio gravissimo rischio offrì asilo clandestino agli ebrei tedeschi Filippo Zimet la moglie Rosalia e la figlia Regina".
   Anche la scuola media "Torelli" di Sondrio ha voluto ricordare questa famiglia, intitolandole un Ginkgo biloba, in occasione della Giornata della Memoria del 27 gennaio 2019. Questa pianta è diventata simbolo di longevità perché, quando nel 1945 scoppiò a Hiroshima la bomba atomica, distrusse tutto quello che vi era intorno, compreso un Ginkgo biloba che si trovava in un monastero a 800 metri dal centro dell'esplosione. Un anno dopo, dalla radice di quel vecchio Ginkgo, germogliò un ramoscello nuovo che divenne simbolo di speranza e invincibile forza della vita.
   "La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare: è il testamento che ci ha lasciato Primo Levi", ha scritto Mario Rigoni Stern.

(il Giorno, 16 aprile 2021)


Estratto del discorso dell'Ambasciatore dello Stato d'Israele in occasione di Yom Haatzmaut

Oggi celebriamo Yom Haatzmaut e se guardate l'Israele contemporanea, capirete perché festeggiamo.

Grazie a Dio, Israele sta ritornando alla vita, dopo la pandemia. Quasi tutto è nuovamente aperto, ed è possibile festeggiare e ritrovarsi insieme.
   Nonostante la crisi globale, l'economia israeliana è forte, la cultura e la scienza prosperano, e l'apparato della difesa è pronto a far fronte a possibili minacce. Il mondo della Torah in Israele sta fiorendo, come mai prima nella storia ebraica. Anche la quantità di innovazioni, invenzioni e brevetti in Israele, è senza precedenti nel mondo.
   Tutto questo non lo teniamo soltanto per noi. Condividiamo con il mondo le nostre idee e, naturalmente, con la nostra amica Italia. Ad esempio, abbiamo recentemente proposto all'Italia, di partecipare alla terza fase di sviluppo del vaccino israeliano, nonché di partecipare a una fase avanzata di sperimentazione e produzione di un farmaco per malati di Covid-19.
   La settimana iniziata con Yom HaShoah, il Giorno della Memoria della Shoah, che termina con il Giorno dell'Indipendenza, Yom Haatzmaùt, costituisce una sorta di "Dieci giorni di Ringraziamento".
   Dall'esilio alla sovranità. Dalla distruzione alla rinascita. Dal lutto a un giorno di festa. Dalla Valle della Morte di Auschwitz alla Valle di Yezreel, alla Pianura della Giudea, alla Valle del Giordano, alla pianura costiera e fino al Monte del Tempio a Gerusalemme.
   Un antico racconto medievale, narra di un ballerino che danzava in maniera meravigliosa, fino a sembrare fluttuare in aria senza peso. Era difficile credere che una danza così vertiginosa fosse possibile. Lo stupore degli spettatori aumentò, quando, alla fine della danza, notarono che per tutto questo tempo, le gambe del ballerino erano state legate con delle catene ma, ciononostante, esse riuscivano comunque a librarsi, e a raggiungere grandi risultati.
   Capite dunque l'entità del miracolo chiamato Stato di Israele?
   La verità è, che questo ballerino così bravo a ballare, non è solo era incatenato, ma è anche riuscito di fatto a far breccia, tra le pareti della tomba in cui cercavano di seppellirlo, solo meno di ottanta anni fa.
   Il poeta Nathan Alterman, ha immaginato questo processo come "la meraviglia della nascita di una farfalla da un bruco".
   Lo stadio in cui il baco da seta diventa una crisalide, è uno stadio di morte e vuoto. Se si prova ad aprire il bozzolo, non si vede nulla. È necessaria una fede profonda nelle forze nascoste in questo bozzolo, che sembra morto. E chi sa aspettare pazientemente, vince e vede la sua salvezza, e arriva a far parte di questa meraviglia.
   Noi ce l'abbiamo fatta.
   Felice Yom Atzmaut!

(Shalom, 15 aprile 2021)


Consultazioni in Israele: riusciranno a esorcizzare la 5a elezione?

Anche nello Stato ebraico non esistono più la destra e la sinistra

di Elena Grigatti

Ennesima tornata di consultazioni in Israele per individuare una squadra di coalizione. Oramai lo Stato ebraico appare come un paese allo sbando anche se i suoi principali esponenti sembrano non preoccuparsene. Eppure, un'instabilità politica protratta per così lungo tempo va solo a svantaggio di Israele. Specialmente dopo l'aumento delle tensioni con l'Iran. Riusciranno i colloqui a favorire un'intesa per un nuovo esecutivo? E "Bibi" ce la farà di nuovo?

 ANCORA CONSULTAZIONI IN ISRAELE?
  Proseguono le consultazioni in Israele tra il leader di Yamina, Naftali Bennett, e il primo ministro Benjamin Netanyahu. L'obiettivo è trovare un'intesa per formare un governo di coalizione dopo che le elezioni non hanno prodotto una maggioranza. Ma per come stanno andando le cose la sfida sembra tutt'altro che semplice. A seguito dell'ultimo colloquio, lo stesso Bennett ha ammesso come la "politica dei blocchi" sia ormai una logica superata. In Israele destra e sinistra non esistono più. Allo stesso modo in cui sono svaniti gli schieramenti parlamentari pro o contro Netanyahu che (intanto) ringrazia e va avanti, rimanendo al potere. In particolare, quella di mercoledì è stata la quarta tornata consultiva da quando il presidente israeliano, Reuven Rivlin, ha concesso a Netanyahu il mandato di formare un governo. Queste trattative porteranno a qualcosa di buono?

 LA VECCHIA VOLPE
  Le delegazioni di Likud e di Yamina hanno preso parte all'incontro presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a Gerusalemme. Ma i deputati della coalizione si sono incontrati anche in via separata dai due leader. Nel frattempo, "Bibi" Netanyahu ha interesse a stringere alleanze con Yamina, Shas e il giudaismo della Torah unita. Questo per fare pressioni sul capo del Partito sionista religioso, Bezalel Smotrich, che continua a rifiutarsi di entrare in un governo sostenuto da Ra'am (la Lista araba unita). Ma il tempo stringe per Bibi, il cui mandato scadrà il 4 maggio. Se non formerà un governo entro quel termine, Rivlin sarebbe costretto a incaricare Bennett di provare a costruire una coalizione con il leader di Yesh Atid, Yair Lapid. Tornato in tutta fretta dagli Usa martedì.

 L'ASTRO NASCENTE
  Da maggiore delle Idf, a imprenditore informatico, a politico. La poliedrica carriera di Naftali Bennett sembra solo all'inizio. E chissà cosa gli riserverà il futuro. Malgrado la giovane età, Bennett sta dimostrando uno spirito e una caparbietà da vero leader. Soprattutto, sembra sapere bene dove vuole arrivare e come fare per ottenerlo. Quanto alla sua strategia, Bennett cercherà in tutti i modi di far perdere potere a Smotrich per favorire Netanyahu. D'altronde, lui stesso aveva dichiarato: "Stiamo lavorando alla costruzione di un governo sotto Netanyahu e con il suo blocco". "Ma potrà funzionare solo quando Smotrich troverà una soluzione al suo problema con Mansour Abbas". Giovedì sera Smotrich sarà ospite di Bibi nel suo ufficio di Gerusalemme. Un incontro al quale presenzierà anche l'astro nascente Naftali Bennett, dato che la riunione potrebbe stabilire se il leader di Yamina possa vantare un sostegno parlamentare sufficiente a formare un esecutivo.

 QUALE SARÀ L'ESITO DELLE CONSULTAZIONI IN ISRAELE?
  Fonti vicine a Bennett ritengono che il leader di Yamina confermerà il suo sostegno a un possibile Netanyahu VI. Al punto da essere disposto a scendere a compromessi per realizzarlo. Inoltre, si pensa che verranno discusse le proposte di Bennett per formare un governo in cui la carica di premier sarà assunta a rotazione con Yair Lapid, al momento fuori dalle trattative. Al momento, però, con il leader di Yesh Atid "Non ci sono stati contatti né colloqui". Lo ha riferito una fonte dell'entourage di Bennett, la stessa che ha rivelato come il politico non creda nel successo di Netanyahu nel formare un governo. Se così fosse, il leader di Yamina starebbe fingendo di collaborare con Bibi in modo da far ricadere la colpa su Smotrich per l'impossibilità di formare un esecutivo.

 QUI CHI È LA VOLPE?
  Inoltre, Bennett sfrutterebbe l'opposizione a entrare in un governo con quattro parlamentari del partito di Abbas che il capo del Partito sionista religioso ha manifestato in pubblico. Il che potrebbe legittimare il leader di Yamina ipso facto a formare un governo col centrista Yair Lapid. Il quale non sembra disdegnare, al contrario. Mercoledì, Lapid aveva promesso che dopo il 4 maggio avrebbe acconsentito a creare un governo di coalizione che rappresentasse uno spaccato della società israeliana. Di conseguenza, aveva anche profetizzato il fallimento del nostro Bibi. Poi Lapid si era fatto insolitamente polemico su Facebook, lanciando un post al vetriolo contro i mass media. Troppo concentrati, secondo lui, a speculare se il prossimo governo sarà di destra o di sinistra.

 TU QUOQUE
  "Il governo che stiamo cercando di formare avrà tre partiti di destra (Yamina, New Hope e Yisrael Beytenu), due partiti centristi (Yesh Atid e Blue and White) e due partiti sionisti di sinistra (Labour e Meretz)", scriveva Lapid sul suo profilo. "Ciò significa che nessuno otterrà tutto ciò che desidera, ma ci sarà un equilibrio che richiederà di concentrarci su obiettivi pratici: il budget, la salute, l'istruzione e l'urgente necessità di calmare la tensione nella società israeliana". Ma Lapid si è spinto oltre. Il centrista si è reso disponibile a modificare il sistema di governo israeliano, che ha definito "difettoso".

 ALTRE CONSULTAZIONI IN ISRAELE
  Di certo, Bibi non è tipo da darsi per vinto. Tanto che martedì ha incontrato il leader dello Shas, Arye Deri, mentre mercoledì era toccato ai capi del giudaismo della Torah unita (Utj), Ya'acov Litzman e Moshe Gafni. Soprattutto perché la prossima settimana saranno formate le squadre di negoziazione della coalizione. Intanto, il portavoce di Gafni ha smentito le voci secondo cui il leader dell'Utj avrebbe avvertito Netanyahu che il suo partito non avrebbe consentito al premier di imbarcarsi in un'altra elezione; e che piuttosto avrebbe preso parte a un governo di coalizione guidato da Bennett. Al contrario, Litzman ha spiegato ai giornalisti che esisterebbe la "concreta possibilità" di una seconda elezione. Se il buon giorno si vede dal mattino, quello di Bibi non sembra essersi aperto con i migliori auspici.

 NEMICI AMICI
  Mercoledì, dopo la cerimonia del giuramento alla Knesset, c'era stato pure il primo incontro tra il parlamentare Gilad Kariv, che è un rabbino riformato, e il parlamentare ortodosso di estrema destra Avi Maoz. Lo stesso Maoz che qualche tempo fa aveva detto a Kariv che tutti gli ebrei sono fratelli. Ma che non esiste dialogo con i giudei. Che la situazione sia mutata? Del resto, solo gli stolti non cambiano mai idea. Soprattutto se in gioco c'è un seggio in Parlamento. Eppure, la prolungata instabilità politica di Israele sta avendo un impatto negativo non solo sul piano internazionale. Ma anche sulla sicurezza del Paese, specialmente dopo le rinnovate tensioni con Teheran.

 COSTI QUEL CHE COSTI?
  Di questo l'ex ambasciatore israeliano negli Usa, Michael Oren, non ha dubbi. In un intervista al Jerusalem Post, il funzionario ha spigato come il mondo "Ci guarda e ci trova un po' ridicoli e, date le nostre preoccupazioni sulla sicurezza, questo è un prezzo proibitivo da pagare". "Israele non sembra mettere insieme le sue azioni, non può eleggere un governo", ha proseguito. "E l'impressione che si crea è che un Paese che non può eleggere un governo non possa neanche difendersi così bene". "È un'impressione sbagliata, ma esiste", ha notato Oren.

 IL COMMENTO
  In particolare, l'ex deputato di Kulanu ha avvertito: "La prima vera legge della politica israeliana è che i politici israeliani sceglieranno sempre il suicidio collettivo rispetto al suicidio individuale". Ciò significa che se Naftali Bennett di Yamina, o Yair Lapid di Yesh Atid, o Bezalel Smotrich del Partito sionista religioso non otterranno quello che si sono prefissati "Potremmo tornare alla quinta tornata elettorale". Sarebbe la quinta in meno di tre anni. In altre parole, prosegue Oren, "Se non sarò 'io' a diventare primo ministro, nessun altro lo diventerà".

(Periodico Daily, 15 aprile 2021)


La frattura di al-Fatah e il nodo delle elezioni in Palestina

di Futura D'Aprile

I palestinesi si preparano a tornare finalmente alle urne dopo quasi 15 anni, ma ad un mese dalle elezioni del Consiglio legislativo del 22 maggio la situazione in Cisgiordania è già molto tesa. Mahmoud Abbas, attuale presidente dell'Autorità nazionale palestinese (ANP) in carica dal 2005, deve fare i conti con le fratture all'interno del suo partito, al-Fatah, e con il rischio che Hamas diventi la seconda formazione più importante all'interno del Consiglio. Con conseguenze non del tutto prevedibili sul piano internazionale.
  Il risultato delle consultazioni legislative sarà importante anche in vista della scelta del prossimo presidente dell'ANP, la cui elezione è prevista per il 31 luglio. Abbas, che si è presentato ancora una volta come candidato di al-Fatah nonostante la veneranda età di 85 anni e diversi problemi di salute, dovrà fare i conti con il malcontento della popolazione palestinese oltre che con il dissenso interno al suo partito. Dopo quasi 15 anni al potere, Abbas ha visto il suo consenso diminuire notevolmente, come dimostrano tanto i sondaggi quanto i problemi interni ad al-Fatah emersi con l'avvicinarsi delle elezioni legislative.
  Nelle prossime consultazioni, Abbas dovrà fare i conti non solo con Hamas, che sembra poter contare anche sull'appoggio di una fetta consistente degli elettori della Cisgiordania, ma anche con Marwan Barghouti e Mohammed Dahlan.
  Il primo, noto anche come il "Mandela palestinese", sta scontando cinque ergastoli in un carcere israeliano ed è il candidato favorito tanto nelle legislative quanto nelle presidenziali di luglio. Barghouti secondo gli ultimi sondaggi può contare sul 21% delle preferenze, grazie anche al sostegno di Nasser al-Qudwa. Nipote di Yasser Arafat, quest'ultimo ha ricoperto la carica di ministro degli Esteri, ha rappresentato l'OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) all'ONU ed è stato membro del Comitato centrale di al-Fatah, almeno fino alla sua espulsione. Al-Qudwa è stato infatti allontanato dalla direzione del partito dopo aver annunciato l'intenzione di formare una lista interna ad al-Fatah in sostegno di Barghouti. Grazie all'endorsement di al-Qudwa, il "Mandela palestinese" ha ancora più possibilità di successo. La sua vittoria, tra l'altro, non sarebbe un problema solo per Abbas: l'elezione a presidente di Barghouti metterebbe sotto pressione Israele a livello internazionale tanto da poter persino condurre alla sua scarcerazione.
  Ma la sfida ad Abbas non arriva solo dall'interno del suo stesso partito. Lo storico presidente dell'ANP deve fare i conti anche con Dahlan, a cui è stato tuttavia impedito di candidarsi alle elezioni presidenziali a causa di una condanna per frode e appropriazione indebita. Un processo particolarmente controverso su cui restano tuttora numerosi dubbi. Dahlan si è quindi limitato a presentare la lista Movimento di riforma democratica alle elezioni legislative e potrebbe diventare la terza formazione più forte nel Consiglio grazie anche al sostegno di cui gode nella Striscia di Gaza. Dal suo autoesilio negli Emirati Arabi Uniti, Dahlan ha saputo accrescere il proprio prestigio ed è considerato uno dei più importanti consiglieri del principe emiratino Mohammed bin Zayed. A livello internazionale, Dahlan può contare sull'appoggio - anche finanziario - di Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, tutti e tre attori determinanti nella questione palestinese e nella sopravvivenza di Gaza.
  Resta poi il nodo Hamas. Il Movimento islamico vinse le elezioni legislative già nel 2006, ma il risultato elettorale e le pressioni internazionali portarono ad uno scontro diretto con al-Fatah e alla spartizione del potere tra le due fazioni: Hamas prese il controllo di Gaza, al-Fatah della Cisgiordania. Il Movimento è però considerato un'organizzazione terroristica da Unione Europea, Stati Uniti e Israele, il che rende ancora più complesso il quadro delle prossime elezioni. Gli occhi sono puntati principalmente sulla possibile reazione di Washington: il successo di Hamas avrebbe delle ripercussioni sul riavvicinamento dell'amministrazione Biden all'ANP e potrebbe mettere un freno a tale processo. Difficile da prevedere è anche la reazione di Israele, ancora alle prese con i problemi politici interni ma fortemente ostile ad ogni avanzata di Hamas in Cisgiordania.
  Sullo sfondo resta poi la possibilità che Abbas decida di posticipare nuovamente le elezioni pur di non dover rinunciare al potere.

(Treccani, 15 aprile 2021)


Le antichissime origini del cognome Hanau. Da Gerusalemme a Roma fino all'eccidio

Tra le quattro famiglie a giungere in Italia ai tempi dell'imperatore Tito vi era quella dei min-'anavìm, "dagli umili", da cui Anav e Anau.

di Vittorio Bendaud

Nel mondo ebraico della bassa del Po - a Ferrara, Rovigo, Badia Polesine - ricorre un cognome, quello delle famiglie Hanau, con ogni probabilità derivazioni da un ceppo familiare infinitamente più vasto, quello degli 'Anàv. Questa è la nostra storia.
  Giorgio Bassani, imparentato anch'egli con una Hanau (la nonna paterna), racconta ne Una notte del '43 della tragica fine di Vittore e Mario Hanau, assassinati a Ferrara per fucilazione dinanzi al muretto del Castello Estense all'albeggiare del 15 novembre 1943.
  Ma qual è la storia di questa antichissima e gloriosa famiglia ebraica italiana? Hanau o Anau è una possibile pronuncia della parola ebraica 'anàv, anch'essa divenuta cognome, il cui suono "v", nell'originale, può essere anche pronunziato "u" (anàu, dunque). In ebraico 'anàv significa "umile" e la sua occorrenza più famosa è in Numeri XII,3 ove è detto che "ve-ha-ish Mosheh 'anàv meòd mi-kol ha-adàm ashèr 'al-pené-ha-adamah", ossia "e l'uomo Mosè fu l'essere umano più umile esistente al mondo".
  Un'antica tradizione, sospesa tra storia e leggenda, vuole che tra gli ebrei deportati da Gerusalemme e dalla Giudea a Roma da Tito vi furono anche gli esponenti di quattro famiglie eminenti, divenute così tra le più antiche e illustri dell'ebraismo italiano, in diretta connessione con la Terra di Israele. Tra queste quattro famiglie vi era quella dei min-'anavìm, "dagli umili", da cui, nei secoli, i cognomi ebraici italiani Anav, Anau, Almansi, Piattelli e simili, nelle loro varie versioni e modificazioni.
  Quest'anno, come si è infinitamente ripetuto, si celebra il settimo centenario dantesco, dallo Stilnovo alla Comedìa, dalla scuola siciliana al De vulgari eloquentia. Nel XIII secolo a Roma operarono due fratelli, entrambi insigni rabbini, Biniamìn -il maggiore- e Tzidqiah Anàv. Quest'ultimo è celeberrimo in tutto il mondo rabbinico, da New York a Gerusalemme, in quanto autore di una delle prime e fondamentali opere di normativa rabbinica, lo Shibboleh ha-Léqet (La raccolta delle spighe). Rabbì Biniamìn ben Avraham Anàv, il fratello maggiore, fu invece un poeta sinagogale, autore, tra l'altro, di alcune poesie penitenziali (le selichòt, da "slichà" ossia, letteralmente, ancora oggi, "scusa") tuttora in uso nel rito italiano.
  Biniamìn, tra gli altri suoi scritti, compose un'operetta satirica che godette di una certa celebrità, ove poesia e prosa si alternano (secondo un particolare genere letterario mutuato dalla coeva letteratura araba andalusa, prodotta peraltro anche da autori ebrei e cristiani) e in cui viene allestito una sorta di "inferno" per ricchi dissoluti, con vizi, peccatori e punizioni dell'anima post mortem. Questo curioso prosimetro vide per la prima volta la stampa in Italia, nel 1560, a Riva di Trento. Si tratta di una delle due opere letterarie riguardanti viaggi nei regni ultraterreni prodotte dall'ebraismo italiano prima di Dante. La seconda vide la luce nei decenni finali del XIII secolo per mano del rabbino e traduttore siciliano AŠł•ituv da Palermo (XIII-XIV secolo) che in una sua opera allegorica descrisse la propria ascesa nell'empireo, ove si saziò del pane dei giusti e bevve l'acqua scaturente dalle sorgenti celesti, con cui peraltro si peritò poi di annaffiare il suo bell'orto siciliano, che gli elargì tredici squisiti e succulenti frutti -ossia i tredici articoli di fede definiti qualche decennio prima dal grande rabbino e teologo Mosè Maimonide-, da condividere riservatamente con chi sappia gustarli.
  Non si sa - ed è forse improbabile - se Dante abbia avuto notizia, nel corso delle sue peregrinazioni, di questi due particolari scritti rabbinici, che precedettero il suo capolavoro. E non è il tema del nostro articolo. Abbiamo voluto, invece, restituire ai nostri lettori, seppur con rapidi e incompleti cenni, la storia avventurosa di un'antica famiglia ebraica italiana -o, piuttosto, la saga-, nota ai più unicamente per la targa commemorante l'omicidio, tra gli altri martiri, degli Hanau -padre e figlio-.

(Il Resto del Carlino, 15 aprile 2021)


Il processo diplomatico israelo-palestinese secondo Marco Paganoni

di Nathan Greppi

Con gli Accordi di Abramo e il crescente riconoscimento d'Israele da parte del mondo arabo, il processo di pace israelo-palestinese è entrato in una nuova fase, nella quale i vecchi schemi interpretativi non sono più validi. Di questo e molto altro ha parlato il giornalista Marco Paganoni, direttore del sito Israele.net, in un incontro organizzato su Zoom domenica 11 aprile, in seno alla rassegna Incontri in Guastalla.
Dopo i saluti introduttivi di Gadi Schoenheit, Assessore alla Cultura della Comunità Ebraica di Milano, Paganoni ha cominciato ricordando come l'anno scorso si parlasse molto del piano di pace di Donald Trump per il Medio Oriente: "Adesso ci troviamo in una situazione in cui tutto sembra fermarsi di nuovo. Rispetto alla scorsa estate, oggi non ci sono prospettive ottimistiche per chi, come noi, auspica che si possa arrivare alla pace prima o poi." Secondo lui, ciò è dovuto innanzitutto a "cambiamenti dell'autorità politica delle parti in causa: da un lato il difficile processo elettorale israeliano, dall'altro il rifiuto dell'Autorità Palestinese di trattare con Israele, ormai da molti anni." È stato ricordato che il 22 maggio, a meno di imprevisti, ci saranno le prime elezioni nell'ANP dal 2005.

 ELEZIONI PALESTINESI
  Proprio parlando a proposito delle elezioni palestinesi, ha fatto notare come, a seconda di chi vincerà, "bisognerà vedere con chi Israele dovrà costruire un eventuale processo diplomatico." Molti temono che le elezioni le vinca Hamas, non ritenuto un interlocutore credibile in quanto non ha mai rispettato le condizioni imposte un decennio fa per il processo di pace da USA, UE, ONU e Russia: il riconoscimento dell'esistenza d'Israele; la rinuncia alla violenza; e l'accettazione degli accordi già firmati. Tutte cose che Hamas non ha mai accettato, "mentre Fatah lo ha fatto, almeno a parole." Proprio Fatah corre alle elezioni divisa in più liste diverse, il che dimostra come "ci sono delle anime, in seno al mondo palestinese laico, che si stanno muovendo." La lista più importante è quella con cui sembra voler correre Marwan Barghouti, terrorista che da anni sconta un ergastolo in Israele per aver partecipato a numerosi attentati.

 DUE POPOLI DUE STATI
  Un'altra questione spinosa che ha affrontato è quella della Soluzione dei due stati: a tal proposito, ha spiegato che il piano di pace di Trump "può essere discutibile, anche nella tempistica, ma sicuramente è stato un'importante tentativo di uscire dagli schemi ripetitivi delle amministrazioni precedenti." Ha ricordato che è stato contestato sia dai palestinesi che lo accusavano di concedere loro troppa poca terra, sia dalla destra nazionalista israeliana che non accetta uno stato sovrano palestinese a fianco d'Israele. "Ora la domanda è se l'Amministrazione Biden saprà pensare fuori dagli schemi, o se si ritroverà a riproporre degli approcci sempre uguali."

 LA QUESTIONE DEI PROFUGHI PALESTINESI
  Un altro argomento delicato che ha toccato, verso la fine, è stato quello relativo ai profughi palestinesi: ha ricordato come abbiano un'agenzia dell'ONU dedicata solo a loro, l'UNRWA, a differenza dell'UHRCR che copre tutti i profughi del mondo, e che non ha mai cercato di aiutarli a inserirsi nei vari paesi circostanti come cittadini a pieni diritti, ma piuttosto a pretendere d'insediarsi, anziché in un futuro Stato palestinese, all'interno d'Israele. Secondo Paganoni "l'UNRWA si è trasformata di fatto in uno strumento per perpetuare l'ideologia del profughismo e del diritto al ritorno. Un diritto che non è mai stato riconosciuto in quasi nessun altro caso di profughi, come non è stato riconosciuto per gli ebrei cacciati dai paesi arabi."

(Bet Magazine Mosaico, 14 aprile 2021)


Le tre madri d'Israele

Il discorso di ieri sera al Kotel del Capo di Stato Maggiore Aviv Kochavi è uno di quei discorsi che resterà nella memoria collettiva d'Israele. Le tre madri di Israele: Rachel che muore entrando in Israele ma i cui figli torneranno, Nechama che vive in Israele ma che perde due figli nella difesa del paese. E poi la madre senza nome, ogni madre d'Israele, che cresce in sicurezza i suoi figli grazie al sacrificio dei figli di Nechama. Un grande privilegio che a comandare i nostri ragazzi ci sia un uomo con una prospettiva storica e un compasso morale del genere. Di seguito riportiamo i passaggi principali del discorso.


"Il viaggio di ritorno del popolo di Israele nella sua terra è un evento senza precedenti nella storia delle nazioni. È una sorta di miracolo, anche se l'attuale generazione vede il paese come un evento naturale. I risultati registrati qui dal giorno in cui la prima persona ha calpestato le rive di questa terra benedetta e si è unito al vecchio Yishuv sono straordinari. È un viaggio di fede, determinazione e creatività, durante il quale generazioni di difensori si sono levati in piedi e hanno pagato un prezzo pesante, un prezzo in sangue…
  …Questo viaggio non è stato solo l'Esodo dall'Egitto, ma l'Esodo dall'Est e l'Esodo dall'Ovest. È stato un intero popolo che si è svegliato e ha iniziato a camminare, vecchi e giovani, padri e madri, tre delle quali voglio parlare stasera. La prima è stata nostra madre Rachel, che non è riuscita a vivere nel suo paese, e conosceva l'alienazione e la mancanza di appartenenza. Riuscì a raggiungere Israele ma non riuscì a viverci e quando i suoi figli furono costretti all'esilio da Israele sono passati dalla sua tomba. La maggior parte della vita del popolo ebraico è passata oltre i confini della sua terra, quando la gente era insicura, impreparata e ripetutamente perseguitata e massacrata. Il sionismo ha cambiato radicalmente questa situazione. Una leadership determinata di fronte a molte difficoltà ha compiuto un atto incredibile, spazzato via e ispirato molti che si sono sviluppati fino a diventare un grande popolo e lo Stato di Israele. Siamo la generazione dei figli che sono tornati ai loro confini. Siamo tornati per sempre in questo momento storico, ma il viaggio di ritorno è stato ed è tuttora insopportabilmente difficile…
  "Anche l'altra madre, Nehama, è immigrata. Ha lasciato la sua casa in Ucraina e insieme a suo marito Joseph, che è fuggito dall'Austria nazista, è emigrato in terra di Israele per stabilire una famiglia e uno stato, ha cambiato il proprio cognome in Israeli, essi stabilirono la loro casa nel Kibbutz Dovrat, una casa satura di sionismo e valori. "Un popolo risorto ha bisogno di bambini", disse Nehama - e diede alla luce cinque, due dei quali maschi: Effi e Dedi, erano amici nel cuore e nell'anima. Effie divenne ufficiale e istruttore in un corso per ufficiali carristi e Dedi seguì suo fratello e divenne soldato in quel corso, corso che non finì, la guerra dello Yom Kippur lo interruppe ed i due fratelli furono mandati in Sinai.
  Il secondo giorno di guerra, il carro armato di Dedi fu colpito, e sebbene fosse gravemente ustionato, tornò per salvare un membro dell'equipaggio e solo allora fu portato in ospedale. Suo fratello Effie rimase sul campo di battaglia, e sebbene il suo carro armato fu colpito si spostò su un altro carro armato e continuò a combattere. Il dodicesimo giorno di guerra, quando l'IDF stava già combattendo sulla riva occidentale del Canale di Suez, è stato colpito ancora una volta e ucciso. Un familiare bussare alla porta di una famiglia israeliana, il bussare che fa presagire cattive notizie, è diventato il cuore spezzato che fa parte della storia israeliana, parte del polso israeliano…
  …"Molte, troppe famiglie, hanno sentito i colpi seguiti da un grande clamore, un crepacuore e un dolore che non si sono potuti contenere. Care famiglie, avete perso ciò che è il più prezioso di tutti. Tutto intorno continua a svilupparsi e cambiare , e solo il vostro dolore è fermo al suo posto, approfondendo le sue radici e i suoi fardelli. Cerchiamo di comprendere l'intensità del dolore e insistiamo nel ricordarli e ricordare a noi stessi di imparare dagli eventi e di insegnarli e vederli come parte dei difensori del loro stato. Da parte nostra, per impegno nei confronti dell'attuale generazione di soldati e delle loro famiglie, faremo di tutto per inviarli esclusivamente in missioni degne, miglioreremo le capacità dell'IDF per portare a termine le missioni con successo ma non meno per sorvegliare e proteggere i soldati. Decine di migliaia di soldati e comandanti ora svolgono un numero infinito di missioni e tornano a casa sani e salvi grazie alla professionalità e alla preoccupazione dei loro comandanti. Si prendono cura dei feriti e si impegnano a restituire i prigionieri e le persone scomparse alle loro famiglie e al paese.
  …I caduti hanno difeso il Paese, e noi continuiamo nei loro panni. Fare la guardia. A volte, la sicurezza di cui gode lo Stato di Israele può sembrare ovvia, ma dietro ogni giornata protetta e sicura c'è un intero esercito che raccoglie informazioni, impedisce intrusioni o spara, incursioni, attacchi, blocca minacce e previene armi e attacchi. Anche chi è immerso in attività difensive e operative non sempre vede l'entità del proprio atto, sia che si tratti del soldato che sta attualmente marciando al confine settentrionale come l'ufficiale che ha rivelato molti obiettivi nemici questa settimana, così come il pilota che è tornato pochi giorni fa da un attacco…
  …La sicurezza di cui godono i cittadini del paese consiste nei risultati di tutte le organizzazioni di sicurezza e di tutti i soldati dell'IDF, ma i primi a sopportare il fardello sono i soldati e le unità combattenti che tengono sulle loro spalle la sicurezza dello stato. Le loro azioni dovrebbero servire come un esempio di buona cittadinanza, un ideale per l'istruzione e un modello in ogni famiglia, scuola, comunità e località. Un'organizzazione esemplare è anche il ruolo aggiuntivo dell'IDF - un esercito che unisce e unisce tutte le parti del popolo, esprime il bene comune ed è un modello con cui emulare e identificarsi. I soldati dell'IDF si allenano insieme, combattono insieme, vincono insieme e quando un compagno viene ucciso, lo seppelliscono insieme…
  …Non conosco il nome della terza madre, ma rappresenta molte madri che riempiono la terra. Hanno messo su famiglia, ed i loro figli si stanno realizzando e continuano a costruire lo Stato di Israele. Sono madri laiche e religiose, dal villaggio e dalla città, ebrei, drusi, cristiani e musulmani - e hanno nipoti e pronipoti e vivono tutti nel loro paese protetti e al sicuro. Nehama Israeli, la combattente del Palmach che ha perso i suoi due figli che hanno prestato servizio in l'IDF, ed i cui numerosi discendenti hanno prestato servizio nelle unità di combattimento, è un simbolo di valori e forza, ed è un esempio eccezionale per tutti noi. Saluto lei e la sua famiglia e saluto le molte famiglie per le quali ha bussato la notizia due volte alla loro porta. A nome di tutti i soldati delle Forze di Difesa Israeliane, saluto tutte le famiglie in lutto: madri e padri, vedove e vedovi, fratelli e figli. Abbracciandovi e dandovi forza per quanto possibile".

(Il Corriere Israelitico, 14 aprile 2021)


Israele riapre al turismo dal 23 maggio
   
A partire dal 23 maggio 2021, Israele aprirà le sue porte ai turisti stranieri dopo più di un anno. Nella prima fase, i gruppi saranno ammessi in base alle linee guida che saranno pubblicate dai Ministeri. Gli accordi sono stati raggiunti in seguito al lavoro della task force istituita dai ministeri, tra cui il capo della sanità pubblica Sharon Alroey-Price, Ph.D., e il Commissario COVID, il professor Nachman Ash, nonché i professionisti del Ministero del turismo. Secondo lo schema, il 23 maggio inizierà ad arrivare un numero limitato di gruppi.
   Il numero potrà essere accresciuto progressivamente in base alla situazione sanitaria e allo stato di avanzamento del programma.I viaggiatori individuali saranno poi ammessi in Israele in una seconda fase, in considerazione del progredire della situazione sanitaria. Tutti i visitatori saranno tenuti a sottoporsi a un test PCR prima di imbarcarsi sul volo per Israele e un test sierologico dovrà essere eseguito all'arrivo all'aeroporto Ben Gurion, così da dimostrare di aver ricevuto la vaccinazione. Nel frattempo proseguiranno le trattative avviate con vari Paesi per raggiungere accordi per la convalida dei certificati vaccinali, così da annullare la necessità del test sierologico.Uno schema dettagliato delle attività verrà distribuito nei prossimi giorni.
   Il ministro della Salute, Yuli Edelstein dichiara "Israele è il primo Paese vaccinato, e i cittadini israeliani sono i primi a fruire di questo risultato. Dopo aver aperto l'economia, è tempo ora di consentire la ripresa del turismo in modo, attento e oculato. Aprire al turismo è importante essendo stato questo uno dei settori più danneggiati durante l'anno COVID. Continueremo a cercare di adeguare le normative in base allo sviluppo della situazione sanitaria ".
   Il ministro del turismo, Orit Farkash-Hacohen, commenta: "Sono lieta che questi importanti primi passi vengano indirizzati all'industria del turismo. È tempo che il vantaggio unico di Israele quale Paese sano e sicuro inizi a sorreggere il comparto turistico nella ripresa dalla crisi economica, e non soltanto a sostegno delle economie di altri Paesi. Solo aprire i cieli al turismo internazionale farà davvero rivivere l'industria del turismo, inclusi ristoranti, hotel, siti archeologici, guide turistiche, autobus e molti altri che sostengono i lavoratori del comparto e le loro famiglie. Continuerò a lavorare per la piena apertura del turismo in Israele, il che aiuterà enormemente l'economia e creerà posti di lavoro per molti israeliani".
   Kalanit Goren Perry, direttrice dell'Ufficio Nazionale del Turismo israeliano aggiunge: "Israele ancora una volta ha dato prova di reagire al meglio anche a questi eventi e a questo periodo particolarmente complesso traendone grandi opportunità e iniziative".

(All Sardinia Holidays, 14 aprile 2021)


Bombe segrete e missili. Nuova escalation nella guerra Iran-Israele

Rappresaglia di Teheran dopo l'attacco a Natanz. "Arricchiamo l'uranio al 60%". Colpita nave nel Golfo. Netanyahu avverte: vi impediremo di avere l'atomica.

di Giordano Stabile

La sfida è aperta, senza infingimenti. Israele attacca e mette fuori uso il principale sito nucleare iraniano, con una bomba telecomandata, forse piazzata lì anni prima da una talpa. L'Iran risponde con un missile lanciato contro una nave israeliana nello Stretto di Hormuz. E poi annuncia che porterà l'arricchimento dell'uranio al 60%, sempre più vicino a quello necessario per un ordigno atomico, e sempre più lontano dal Trattato dei 2015, che pure domani a Vienna la diplomazia mondiale cercherà di rimettere sui binari. L'escalation mostra per la prima volta un divaricamento fra lo Stato ebraico e l'America, con l'amministrazione Biden decisa a tentare la via del negoziato e Benjamin Netanyahu altrettanto determinato a mostrare i muscoli e a stoppare qualsia velleità atomica della Repubblica islamica.
   La temperatura si è alzata di colpo dopo i primi due round dei colloqui a Vienna, martedì e venerdì scorsi, con «buoni risultati» e un riavvicinamento concreto fra Washington e Teheran. Ma già sabato il presidente Hassan Rohani andava a inaugurare in pompa magna le nuove centrifughe dell'impianto di Natanz. Un segnale contradditorio. Per i Pasdaran il nuovo sito sotterraneo era inattaccabile ma non avevano fatto i conti con il Mossad. Domenica una potente deflagrazione ha distrutto il sistema elettrico principale e quello di riserva. Una botta tremenda, in grado di bloccare il lavoro delle centrifughe per «molti mesi». L'esplosivo è stato portato all'interno dell'impianto da una o più talpe, forse anni fa, e fatto esplodere a distanza, secondo fonti di Intelligence citate dal New York Times.
   Gli effetti della deflagrazione sono stati confermati, sulla sua pelle, dal portavoce dell'Organizzazione atomica iraniana, Behrouz Kamalvandi. Il cratere era profondo «sette metri» e Kamalvandi ci è scivolato dentro. Questa volta Israele non ha smentito il blitz neppure pro forma e il premier Netanyahu ha ribadito che «impedirà» all'Iran di dotarsi di armi atomiche. Un colpo a viso aperto e la risposta è arrivata subito. Ieri una nave di una compagnia israeliana è stata colpita da un missile al largo di Fujairah, Emirati Arabi Uniti, dopo che aveva attraversato lo Stretto di Hormuz. L'Intelligence israeliana ha confermato che si trattava di un attacco «iraniano», in acque internazionali, e che il mercantile, l'Hyperion, apparteneva alla Israeli Ray Shipping, la stessa della nave danneggiata a febbraio da una mina magnetica.
   Un nuovo episodio nella «guerra marittima» che ha visto almeno una dozzina di petroliere iraniane colpite e tre mercantili israeliani attaccati dai Pasdaran. La giornata però non era finita e poche ore dopo il capo del programma nucleare Abbas Aragchi annunciava che Teheran avrebbe cominciato ad arricchire l'uranio al 60%, un balzo rispetto al livello del 20 mantenuto finora e soprattutto rispetto al limite del 3,65 stabilito dall'intesa del 2015. Per fabbricare la Bomba occorre andare oltre il 90% ma il segnale è inequivocabile. Anche se, con Natanz fuori uso, non è chiaro quando il processo potrà cominciare. Per l'Intelligence israeliana l'Iran non ne ha in questo momento la capacità ma potrebbe arrivarci in pochi mesi. A meno che i colloqui di Vienna, rinviati di un giorno a domani, non mettano uno stop a questa deriva pericolosa.
   
(La Stampa, 14 aprile 2021)


L'Iran provoca e colpisce nave israeliana Usa: pazienza

di Fiamma Nirenstein

Gerusalemme - L'Iran ha ripreso ad arricchire l'uranio al 60 per cento: l'ha annunciato, e non è un caso che sia stato proprio lui a farlo, il capo negoziatore nucleare Abbas Araqchi, una sfida lanciata agli altri negoziatori. Il limite stabilito dal Jcpoa, il patto del 2015, è sotto il 5%. Le riserve di uranio sono state in buona parte arricchite al 20%, da cui è facile raggiungere, con centrifughe avanzate come quelle di Natanz, il 90% per la bomba atomica. II 60% è la risposta iraniana all'attacco ben riuscito alla centrale di Natanz. Quello di lunedì fermerà per mesi le centrifughe. L'imbarazzo che il maggiore sito atomico sia stato danneggiato gravemente è rimasto per poche ore fonte di incertezza politica: far finta di niente o denunciare al mondo «un attacco terroristico», accusare il Mossad e giurare vendetta, come ha scelto di fare il regime?
   E' un atteggiamento contraddittorio rispetto al tono accattivante con cui gli iraniani vorrebbero presentarsi a Vienna a riprendere il dialogo e convincere Biden. La sua scelta di ricostruire il patto è sostenuta con entusiasmo da tutti i vecchi funzionari di Obama. Alla fine l'elemento culturale mediorientale del regime degli Ayatollah ha prevalso con l'affermazione della forza e dell'onore, e adesso vedremo come giocherà insieme alla proposta finora presentata: smettete con tutte le sanzioni e noi torniamo al patto. A Biden si sa che non piace molto («avanti nonostante le provocazioni» ha detto a sera) e meno ancora gli piacerà che ieri sia stata attaccata una nave di proprietà israeliana, l'Hyperion, lungo la costa dell'Emirato del Fujairah, in coincidenza con le minacce di vendetta delle scorse ore. La nave è stata colpita da un missile iraniano ed è associata con l'Israeli Ray Shipping, la stessa compagnia proprietaria della nave colpita da un attacco iraniano a febbraio. La nave iraniana Saviz, una piattaforma militare delle Guardie della Rivoluzione, era stata danneggiata nel Mar Rosso da un sospetto attacco israeliano.
   Sono ormai innumerevoli le operazioni israeliane di contenimento di una strategia di assedio a Israele che prevede la costruzione di una mezzaluna sciita dall'Iran allo Yemen. Netanyahu ha giurato che non consentirà la costruzione di una bomba atomica che ha sulla testata un indirizzo tanto chiaro. D'altra parte, l'Iran sa che se alle operazioni che si sospetta siano di Israele rispondesse con una vendetta che richiede una guerra, non avrebbe molto da guadagnarne. Tuttavia a volte le svolte drammatiche giungono non invitate.
   
(il Giornale, 14 aprile 2021)


«Sono qui per ricominciare» le lettere di Sergio Ben Zion Pavoncello

Caduto nella guerra del '48 per l'Indipendenza d'Israele

di Ariela Piattelli

Una cassetta di legno, rimasta chiusa per anni, a Roma, nella casa di Emma Di Porto. Dentro una manciata di lettere, conservate in cartelline di plastica. Un messaggio di David Ben Gurion. Un opuscolo del cimitero militare del Monte Herzl di Gerusalemme, e la fotografia di un giovane soldato. Un mosaico che insieme all'inchiostro sbiadito ha visto via via saltare alcuni tasselli, di una storia fatta di sopravvivenza, di eroismo ed anche di un misterioso amore. Quella di Sergio Pavoncello, ebreo romano caduto a Latrun, sulla via di Gerusalemme, durante la Guerra d'Indipendenza dello Stato d'Israele nel '48, è storia tutta da ricomporre; questa ci racconta l'eroismo, il coraggio, di quegli ebrei romani, e italiani, che dopo la Shoah combatterono e morirono per l'esistenza dello Stato Ebraico.

 Un figlio della Shoah
  «La storia di zio Sergio inizia a Roma, nel quartiere di Primavalle - ci racconta Emma-. Oltre a lui nonna Emma e nonno Leone avevano sei figli, tra cui mia madre, Rosa, che era la più grande. A febbraio del '44 arrivarono i nazisti per deportare la mia famiglia, scampata alla retata del 16 ottobre, nei campi di sterminio. Arrivarono sotto casa, mia nonna disse ai bambini di nascondersi sotto il letto, mentre nonno e Sergio erano fuori per cercare qualcosa da mangiare». Emma scende di casa, portando con sé la piccola Renata, di soli 10 mesi. Vengono caricate a forza sui camion, e non torneranno più. Quando Sergio e Leone arrivano a casa, trovano soltanto i bambini. Cercano disperatamente, senza successo, di contattare qualcuno che possa aiutarli a ritrovare Emma e la figlia. «Quell'assenza peserà sulla coscienza di Sergio come un macigno per tutta la vita- continua Emma-. Il complesso di colpa di non essere stato lì a proteggere la madre e la sorella lo assillerà per sempre». Il viaggio di Emma verso i campi di sterminio è lungo, e passa per alcune città d'Italia. Per giorni manderà cartoline ai famigliari, in cui chiede ogni volta di abbracciare Sergio. Assicura alla famiglia che lei e la bimba stanno bene, ma le lettere passano per la censura fascista, e i famigliari sono certi che la situazione sia disperata. Le tracce della donna si perdono, e solo dopo la guerra i famigliari conosceranno il loro tragico destino. Emma e Renata sono state uccise all'arrivo nei campi di sterminio.

 Ben Zion e la rinascita in Eretz Israel
  E' il 1948 e Sergio ha vent'anni, vede intorno a sé una lenta rinascita dalle macerie della guerra, ma capisce che il suo percorso lo porta altrove, in Palestina, per contribuire alla nascita dello Stato d'Israele. E' un sionista convinto, così parte, a giugno, subito dopo la Dichiarazione d'Indipendenza dello Stato d'Israele, quando gli eserciti dei paesi arabi attaccano immediatamente lo Stato Ebraico. Sergio, arrivato a destinazione, si arruola subito nell'Haganà, e scrive alla sorella Rosa: «Sono partito per farmi una nuova vita. E se qualcuno ti dice che sono matto, tu rispondi che non sono una carogna o un vigliacco, ma faccio soltanto il mio dovere di ebreo. Qui mi chiamano Ben Zion (figlio di Sion)». Era il taglio con il passato di dolore, per Sergio, e l'inizio della rinascita. «Qui mi rifarò una nuova vita. Non ci sono pregiudizi, né distinzioni tra una persona e l'altra» scriveva. Sergio visita Tel Aviv e la definisce "città moderna". «Papà, se vedessi come è fatta la Palestina! E' un gioiello ricamato- scrive-. Tutto è bello, cose, strade, case e città, è la Terra d'Israele, "Eretz Israel", diventerà il Paese più bello del mondo. E voi? Dovete far studiare l'ebraico ai vostri figli, perché anche loro un giorno dovranno venire a vivere quì».

 Il sacrificio di un combattente
  Durante l'esperienza nell'Haganà, Sergio conosce una ragazza, anche lei soldato. Se ne innamora. «Ho conosciuto una ragazza bella e coraggiosa e ci siamo fidanzati. Lei parla perfettamente italiano». Lui scrive anche il nome della giovane soldatessa, con una matita, ma oggi sembra indecifrabile. Successivamente in una dolorosa corrispondenza Sergio comunica alla famiglia che la ragazza «ha fatto la fine che può fare un soldato. E' il destino». Lei viene uccisa durante un combattimento. Poche settimane prima di morire, Sergio promette alla sua famiglia che dopo la guerra tornerà a Roma per una visita. «Adesso lascio la scrittura- scrive -, perché dobbiamo cambiare campo e andare fuori Gerusalemme, vi scriverò quando avrò tempo». Il 17 ottobre Sergio viene ucciso in un'imboscata degli arabi, sulla strada di Gerusalemme. Muore da eroe della patria e a comunicarlo alla famiglia è un telegramma del capo del governo israeliano David Ben Gurion: «Il governo d'Israele, l'esercito, ed il popolo ebraico, porteranno nel cuore l'eterno ricordo di Ben Zion Pavoncello, che cadde per la difesa della Terra dei Padri e nella battaglia per la libertà e per l'Indipendenza». Oggi Sergio Ben Zion è sepolto nel cimitero militare del Monte Herzl di Gerusalemme.

(Shalom, 14 aprile 2021)


Studio israeliano sul Covid-19: la variante sudafricana resiste al vaccino Pfizer

Dopo aver monitorato i dati di un campione di pazienti, uno studio israeliano ha lanciato l'allarme sulla capacità protettiva del vaccino americano di fronte alla mutazione sudafricana del Covid-19.

Negli ultimi mesi, con il materializzarsi di nuove e sempre più temibili mutazioni del Covid-19, in molti si sono domandati quale sia la reale efficacia dei vaccini attualmente disponibili sul mercato. Sotto questo punto di vista, pessime notizie arrivano sul conto del preparato più efficace finora disponibile, quello realizzato da Pfizer-Biontech.
   Come dimostrato per mezzo di uno studio realizzato dai ricercatori dell'università di Tel Aviv e da Clalit, il più grande operatore sanitario della capitale israeliana, il vaccino reso disponibile dal colosso farmaceutico americano non sarebbe particolarmente efficace contro la variante sudafricana del Covid-19. Lo studio è stato condotto mettendo a confronto 400 pazienti risultati positivi al virus, con un pari numero di soggetti contagiati nelle due settimane successive alla somministrazione della prima o della seconda dose del preparato.
   Come poi identificato, un dato su tutti avrebbe del clamoroso: tra i pazienti vaccinati, la variante B.1351, quella sudafricana, ha presentato un tasso di prevalenza otto volte superiore rispetto a quella rilevata nei non vaccinati. In termini statistici, la variante è stata identificata nel 5,4% dei vaccinati, mentre nei non vaccinati non ha superato lo 0,7% del campione analizzato.
   Lo studio da prendere con le molle non essendo stato ancora sottoposto a revisione, sembra quindi mettere in forte dubbio l'efficacia del vaccino Pfizer. Adi Stern, ricercatore dell'Università di Tel Aviv, sul punto ha fatto presente che "è stato riscontrato un tasso sproporzionatamente più alto del ceppo sudafricano tra gli individui vaccinati con la seconda dose rispetto al gruppo non vaccinato. […] la variante sudafricana è in grado di contrastare in qualche modo la protezione del vaccino".
   Albert Bourla, CEO della Pfizer, si è affrettato a replicare che il vaccino è efficace anche contro questo ceppo: non a caso lo scorso 1 aprile sia Pfizer che Biontech avevano ribadito, dopo sei mesi di studi, che il loro preparato fosse efficace con una percentuale del 91,3%.

(Fidelity News, 13 aprile 2021)


Il lamentino degli Ayatollah. L'Iran viola gli accordi internazionali poi piange

di Sarah G. Frankl

Prima violano gli accordi internazionali, poi vanno a fare il pianto all'ONU perché sono stati puniti. Se non fossero tragicamente veri gli iraniani sarebbero comici
   Prima l'Iran viola gli accordi internazionali installando nuovissime centrifughe per l'arricchimento dell'uranio nella centrale di Natanz, poi si lamenta quando viene giustamente punita da un attacco portato da mani ignote che sostanzialmente distrugge le cascate appena installate.
   Se non fosse vero sarebbe comico. Addirittura il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha scritto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per protestare contro l'attacco che l'Iran imputa a Israele, il quale attacco ha distrutto le centrifughe installate illegalmente. Siamo alla follia.
   Nel frattempo oggi si riunirà il gruppo strategico israelo-americano che dovrebbe monitorare i progressi dell'Iran nel campo nucleare e balistico.
   Presieduto dal consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, e dalla sua controparte israeliana, Meir Ben-Shabbat, si riunisce per la prima volta da quando alla Casa Bianca c'era Barack Obama.
   All'epoca venne sciolto in quanto gli israeliani, saputo dell'accordo sul nucleare iraniano, lo ritennero ormai superato e inutile. Oggi è di nuovo in campo e potrebbe essere il segnale che Washington non crede molto in un nuovo accordo con l'Iran.
   «In Medio Oriente, non c'è minaccia più pericolosa, seria e pressante di quella rappresentata dal regime fanatico iraniano» ha detto Netanyahu nella conferenza stampa seguita all'incontro.
   Poi, rivolto al Segretario Austin ha detto: «sig. Segretario, conosciamo entrambi gli orrori della guerra. Entrambi comprendiamo l'importanza di prevenire la guerra. E siamo entrambi d'accordo sul fatto che l'Iran non deve mai possedere armi nucleari. La mia politica come primo ministro di Israele è chiara: non permetterò mai all'Iran di ottenere la capacità nucleare per realizzare il suo obiettivo genocida di eliminare Israele».
   L'amministrazione Biden non ha espresso alcuna opinione sul fantomatico attacco contro la centrale nucleare di Natanz denunciato dall'Iran.

(Rights Reporter, 13 aprile 2021)


Con Biden gli USA riprendono i finanziamenti ai palestinesi e alla UNRWA

di Ugo Volli

Gli USA riprendono i finanziamenti ai palestinesi e alla UNRWA. A parole sono tutti d'accordo: europei, russi, americani dei due partiti, anche i "palestinesi" e gli israeliani. L'obiettivo di ogni politica, trattativa, decisione sul conflitto arabo-israeliano non può che essere la pace. Ma come si ottiene la pace? Anche qui, a parole, sono tutti d'accordo: riconoscendosi a vicenda e risolvendo i contrasti concreti come si fa in tutte le situazioni pubbliche o private, con un compromesso. Questo era l'idea degli accordi di Oslo, almeno nella mente degli statisti israeliani che li sottoscrissero: prendiamo un gruppo di terroristi, l'OLP, il più grosso e apparentemente capace di un linguaggio ragionevole, lo mettiamo a capo delle zone arabe di Giudea, Samaria e Gaza, riconosciamo loro una ragionevole autonomia, poi col crescere della fiducia ci metteremo d'accordo su confini, commercio e quant'altro.
  Sappiamo tutti come è andata. L'errore fondamentale di quell'accordo e di tutta quella politica fu il pensare che obiettivo dell'OLP fosse l'autogoverno della popolazione araba, o anche nella versione più estrema (che, bisogna ripeterlo, NON è affatto prevista dagli accordi di Oslo), cioè la costituzione di uno stato "palestinese". Non vi era chiaramente bisogno di questa nuova creatura geopolitica, perché c'è già uno stato fattualmente e legalmente creato nel 1922 come patria degli arabi del mandato di Palestina, ancora esistente sotto il nome di Giordania. Ma Arafat e i suoi erano ambiziosi e corrotti, magari volevano solo i titoli e i soldi di uno Stato. Così si illudeva la sinistra israeliana. Ma l'obiettivo vero di costoro, la ragione per cui, in collaborazione fra i paesi arabi e i servizi segreti del blocco sovietico, era stato costituito il loro movimento, non era la creazione di un altro stato arabo musulmano oltre alla ventina che già esiste, ma la distruzione dello stato di Israele. Per i sovietici si trattava di eliminare il principale alleato dell'Occidente in Medio Oriente e il polo di resistenza ideale per gli ebrei dei loro territori, per gli arabi dell'obbligo religioso di far sparire uno stato "infedele" costruito su una terra conquistata con le armi dall'Islam, che per loro doveva appartenergli irrevocabilmente, e inoltre di far sparire l'obbrobrio in cui esseri inferiori come gli ebrei e magari le loro donne potevano governare i capi per diritto divino, cioè i musulmani.
  L'errore di Oslo fu fornire a queste pretese, che alimentano il terrorismo, una base territoriale e una legalità internazionale. Gli israeliani si dovettero purtroppo svegliare presto dall'illusione, perché il terrorismo palestinista non fu spento ma alimentato dalle concessioni e dopo Oslo vennero subito gli anni terribili degli autobus e dei locali fatti esplodere con decine di vittime. Ma l'Europa ci crede ancora e alimenta con soldi e appoggi internazionali l'impresa dei discendenti di quel gruppo di terroristi trasformati per un colpo di bacchetta magica in governanti. Anche gli Usa ci hanno creduto e in particolare hanno alimentato per decenni una versione particolarmente barocca di questa illusione: che la pace si sarebbe raggiunta con un lungo "processo negoziale", condotto sulle linee di Oslo, cioè concessioni pratiche, territoriali, economiche, giuridiche da parte di Israele in cambio della prosecuzione delle interminabili trattative da parte dell'OLP - o addirittura della promessa che il negoziato, spesso interrotto, sarebbe ripreso in cambio di concessioni preliminari.
  Nel frattempo gli americani davano all'Autorità Palestinese appoggio internazionale, addestramento militare, soldi. In particolare gli Usa si facevano carico quasi da soli del budget di un'agenzia dell'Onu, l'UNRWA, creata settant'anni fa dopo la guerra di indipendenza di Israele con il solo scopo di prendersi carico dei rifugiati di quella guerra, che però subito prese partito occupandosi solo dei profughi palestinesi e non di quelli ebrei espulsi dai paesi arabi in occasione di quella guerra; e poi fece l'incredibile scelta di non considerare rifugiati solo i fuggitivi di quel momento, ma anche i loro figli, nipoti, pronipoti e così via, gonfiando enormemente le cifre con l'obiettivo di mantenere aperto il "problema palestinese" fino alla sua "soluzione vera" cioè la distruzione dello stato di Israele. L'UNRWA ormai è un braccio dell'amministrazione dell'Autorità Palestinese e soprattutto di Hamas, usando fondi internazionali per l'istruzione e la sanità dei territori da loro amministrati, col risultato da un lato di permettere loro di usare gli aiuti internazionali diretti per finanziare il terrorismo e dall'altro di aver assunto completamente l'ideologia palestinista, indottrinando i bambini all'odio per gli ebrei e Israele, com'è spesso stato dimostrato, dando stipendi alle gerarchie del terrorismo, ospitando addirittura nelle sue strutture civili e protette dall'Onu depositi e comandi militari.
  Gli Stati Uniti hanno finanziato sia l'Unrwa che l'Autorità Palestinese per decenni, fino alla grande novità della scorsa presidenza. Trump aveva capito infatti lucidamente il gioco dei palestinisti e la funzione dell'UNRWA, era stato capace di cambiare gioco trovando per la pace fra Israele e i Paesi Arabi la strada degli accordi diretti "di Abramo", come li ha chiamati, che hanno cambiato l'organizzazione strategica del Medio Oriente. E ha intuito anche che per portare la dirigenza di Hamas e dell'AP all'abbandono del terrorismo e a una pace vera bisognasse far pressione su di loro e non su Israele, innanzitutto tagliando loro i finanziamenti se non cessavano i comportamenti di appoggio al terrorismo e soprattutto togliendoli a quell'agenzia di educazione al terrorismo che è l'UNRWA.
  Purtroppo Trump ha perso la presidenza alle ultime elezioni, e non ci occupiamo qui delle cause di questa sconfitta. Ma l'amministrazione Biden ha subito ripreso le politiche delle amministrazioni precedenti, in particolare di Obama, in molte materie fra cui il Medio Oriente. Sta cercando di far ripartire l'accordo con l'Iran che ne finanziava l'imperialismo e la guerra a Israele in cambio di un rallentamento provvisorio (non certo dell'abolizione) del programma di armamento nucleare. Ha tagliato gli aiuti agli alleati tradizionali con cui Israele ha sottoscritto o sta negoziando degli accordi, prima di tutto gli Emirati e l'Arabia, togliendo loro anche l'ombrello difensivo di cui godevano. Ha ricominciato a finanziare e ad appoggiare politicamente i palestinisti, iniziando ad anticipare loro la bella sommetta di 325 milioni di dollari, anche in violazione delle leggi americane stesse, in particolare destinando 150 milioni all'UNRWA. La resistenza dei repubblicani al Senato serve a ritardare un po' il processo e soprattutto a chiarirlo all'opinione pubblica. E' ricominciata anche la pratica delle soffiate ai giornali delle operazioni segrete dell'esercito israeliano, come quella contro la nave spia iraniana.
  Insomma, bisogna prendere atto che a Washington comanda di nuovo un'amministrazione ostile a Israele, per certi versi ancora più ostile di quella di Obama, perché nel partito democratico hanno preso forza gli antisemiti di sinistra che vogliono una politica apertamente antisraeliana, senza le ipocrisie di cui ancora Biden e il suo segretario di stato Blinken la velano. E' un difficile momento per Israele, che richiederebbe tutta la competenza di un leader esperto come Netanyahu, paralizzato invece dalle difficoltà di costituire il governo.

(Progetto Dreyfus, 12 aprile 2021)


Una bandiera per tutti coloro che sono caduti

Questa sera [martedì] inizia la giornata del ricordo dei caduti e delle vittime del terrorismo.

Come ogni anno prima del giorno del ricordo dei caduti e delle vittime del terrore, il Ministero della Difesa ha pubblicato gli ultimi dati. L'anno scorso ci sono state 43 vittime e 69 disabili dell'IDF che sono morti per la loro disabilità e durante l'anno sono stati riconosciuti come caduti. A differenza dello scorso anno, le famiglie potranno nuovamente visitare i cimiteri.
Il numero di soldati caduti per Israele dal 1860 è 23.928. Le vittime si contano dal 1860, poiché quest'anno è considerato l'inizio del sionismo con la costruzione del primo quartiere ebraico fuori dalla città vecchia di Gerusalemme.
Il Giorno della Memoria inizia stasera alle 20:00 con una cerimonia al Muro del Pianto e una sirena di un minuto. Mercoledì mattina le sirene suoneranno di nuovo e l'intero Paese si fermerà di nuovo per due minuti per commemorare i caduti.
La giornata del ricordo si conclude mercoledì sera con l'inizio delle celebrazioni per il 73° Giorno dell'Indipendenza dello Stato di Israele. Allora al cordoglio per i caduti subentrerà la gioia per la nascita dello Stato d'Israele.

(israel heute, 13 aprile 2021 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Israele quasi smette la linea dell'ambiguità sui sabotaggi in Iran

Devastato il sito dove si arricchiva l'uranio durante l'inaugurazione delle nuove centrifughe. E adesso su cosa si negozia?

di Daniele Raineri

ROMA - Sabato era la quindicesima Giornata del nucleare in Iran, dedicata alla celebrazione del programma atomico del paese. Dentro al principale sito per l'arricchimento dell'uranio a Natanz le telecamere hanno filmato i tecnici in camice bianco cantare un inno al nucleare con in mano le foto dei ricercatori uccisi dalla campagna di omicidi mirati dell'intelligence israeliana per rallentare la corsa verso l'atomica. Il governo ha annunciato l'inizio dei test delle nuove centrifughe Ir-9, che saranno 50 volte più veloci delle centrifughe di prima generazione. Ma domenica mattina c'è stato un sabotaggio. Una versione parla di un attacco informatico che avrebbe messo fuori uso il sistema interno che fornisce energia elettrica alle centrifughe - e avrebbe manomesso il sistema in modo così grave da provocare un'esplosione.
   Una seconda versione pubblicata dal New York Times che ha sentito fonti delle intelligence americana e israeliana sostiene che è esplosa una bomba. In entrambi i casi vuol dire che qualcuno è entrato dentro Natanz perché il sistema elettrico non è connesso a internet.
   Anche nel 2010 quando l'intelligence israeliana distrusse alcune centrifughe con il virus informatico Stuxnet - le faceva girare in modo irregolare - qualcuno aveva portato il virus dentro al sito. Il portavoce dell'Agenzia atomica iraniana si è rotto le gambe perché è caduto in un condotto dell'aria alto sette metri la cui imboccatura era "coperta dai detriti", quindi possiamo supporre che lo scoppio sia stato potente. C'era stata un'esplosione dentro Natanz a luglio e le immagini provavano che la bomba anche in quel caso era all'interno. Per questo gli iraniani da ottobre costruiscono un sito sotterraneo, che però non sembra immune dai sabotaggi.
   L'attacco sospende la capacità di arricchire l'uranio a Natanz per nove mesi e quindi toglie agli iraniani la loro arma principale durante i negoziati con l'Amministrazione Biden a Vienna - che possono essere riassunti così: "Se non ci levate tutte le sanzioni come nel 2015, noi acceleriamo l'arricchimento dell'uranio". Israele non commenta, ma la sua antica politica di ambiguità è sempre meno ambigua. Domenica le tv israeliane citavano loro fonti che attribuivano all'intelligence israeliana il sabotaggio. Forse ha a che fare con il fatto che l'Amministrazione Biden passa ai media informazioni sulle operazioni di Israele con l'intento di moderarle, come è successo a marzo con la notizia dei sabotaggi in mare. Il governo israeliano potrebbe aver deciso che a questo punto è meglio ridurre al minimo l'ambiguità e mandare un messaggio di determinazione sia all'Iran sia all'Amministrazione Biden.
   
(Il Foglio, 13 aprile 2021)


Il messaggio di Israele a Washington. Niente ritorno all'intesa con Teheran

Il terzo sabotaggio della centrale opera del Mossad può minare i colloqui in corso a Vienna per ripristinare l'accordo con l'Iran.

di Gian Micalessin

Come il Mossad sia riuscito a colpire per la terza volta la centrale di Natanz. cuore dei progetti nucleari iraniani, resterà un mistero. Il perché invece è più semplice da spiegare. Basta guardare, da una parte, alle trattative fra i rappresentanti dell'Iran e quelli di Unione europea, Usa, Francia, Inghilterra, Cina e Russia (i cinque componenti permanenti del Consiglio di Sicurezza più l'Ue) in corso dalla scorsa settimana al Grand Hotel di Vienna e, dall'altra, alla visita del Segretario alla Difesa statunitense Austin Lloyd, arrivato in Israele domenica per colloqui con l'omologo Benny Gantz e con il premier Bibi Netanyahu.
   Al centro dei negoziati di Vienna e di Gerusalemme c'era, seppur con toni diversi, il tentativo di rimettere in piedi l'accordo sul nucleare (Piano d'azione congiunto globale) siglato nel 2015 dall'amministrazione Obama e dalla Repubblica Islamica. Un accordo, affossato nel 2018 da Donald Trump, che Joe Biden ha sempre fatto capire di voler ripristinare. Ma per riuscirci deve vedersela con un Netanyahu convinto che l'intesa sia solo un ipocrita palliativo destinato, nel medio periodo, a regalare l'arma atomica agli ayatollah trasformandoli in una minaccia «esistenziale» per Israele. Un concetto ribadito prima da Gantz e poi dal premier israeliano negli incontri con il Segretario alla Difesa americano. Ma per meglio farsi intendere Bibi s'è fatto precedere dagli ancor più espliciti argomenti del Mossad. E così ecco la misteriosa esplosione che ha distrutto la linea di centrifughe di nuova concezione messa in funzione solo sabato dagli ingegneri di Natanz. Quelle centrifughe dovevano, stando ai tecnici di Teheran, garantire il raddoppio delle riserve di uranio arricchito al 20 per cento portandole dagli attuali 55 chili, già presenti nei depositi, a ben 120 chilogrammi in meno di otto mesi. Non avevano fatto i conti con un Mossad abituato da tempo a contrastare i loro piani. Un'abitudine sviluppata fin dal 2009 quando Stuxnet, un virus informatico progettato con la Cia, infestò i computer di Natanz distruggendo un migliaio di centrifughe. E solo undici mesi fa l'ennesima infiltrazione cibernetica aveva generato un gigantesco incendio all'interno dell'infrastruttura.
   Ma a fare la differenza è, stavolta, la volontà israeliana di attribuirsi l'operazione. A differenza del passato, fonti dell'intelligence hanno immediatamente segnalato l'origine del nuovo colpo. Il messaggio. indirizzato più agli Usa che non a Teheran, fa capire che una nuova intesa nucleare, favorita dall'alleggerimento delle sanzioni introdotte da Trump, non troverà mai il consenso dello stato ebraico. E che il governo di Netanyahu è pronto a passare dalla guerra segreta allo scontro aperto pur d'impedire all'Iran di dotarsi dell'arma nucleare.
   In questo risiko i margini d'iniziativa nelle mani di Washington sono veramente pochi. Spetta infatti ai vertici della Repubblica Islamica decidere se sia più conveniente tentare l'ennesima «vendetta», ritualmente promessa ieri dal ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif o far, invece, buon viso a cattivo gioco e continuare le trattative indirette con l'amministrazione Biden per farsi attenuare le sanzioni, ripristinare l'intesa sul nucleare e riaprire la strada agli indispensabili investimenti europei. Ma non è un calcolo facile. Il ritorno all'intesa costringerebbe l'Iran a vivere sotto il pungolo dei continui attacchi di uno stato ebraico che, a giudicare dai fatti, non ha nessuna intenzione di delegare a Biden la propria sicurezza.
   
(il Giornale, 13 aprile 2021)


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Il silenzio di Israele e i sospetti sull'attacco alla centrale nucleare iraniana di Natanz

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Il giorno dopo l'attacco all'impianto nucleare di Natanz, le speculazioni sul coinvolgimento dell'intelligence israeliana si fanno sempre più concrete. Il New York Times, in un articolo co-firmato dal giornalista israeliano Ronen Bergman, ha riportato nel corso della notte che "fonti di intelligence americane e israeliane affermano che Israele ha avuto un ruolo" e nella mattina il ministro degli Esteri di Teheran, Mohammed Javad Zarif, ha apertamente puntato il dito contro Israele. Da Gerusalemme non è arrivata nessuna rivendicazione, ma nei dibattiti sui media locali viene dato un certo peso a quella che viene definita una nuova politica in contrasto con la tradizionale "dottrina dell'ambiguità", che ha sempre caratterizzato le operazioni di intelligence dello Stato ebraico.
   
Il ministro della Difesa Benny Gantz, al termine della due giorni in Israele del capo del Pentagono Lloyd Austin conclusasi lunedì pomeriggio, ha detto che chiederà di aprire un'indagine tra i servizi d'intelligence, Mossad e Shin Bet - escludendo le forze armate a lui sottoposte. "Tutte queste chiacchere, citazioni di 'fonti di intelligence occidentali', danneggiano gli interessi dello Stato d'Israele". Nel mirino ci sarebbero anche leaks rilasciati la settimana scorsa in merito a un'altra operazione attribuita a Israele dal New York Times, ossia l'attacco da parte dell'unità di élite Shayetet 13 alla nave Saviz al largo del Mar Rosso, ritenuta una base delle Guardie rivoluzionarie iraniane.
   Gantz ha risposto ai cronisti che lo interrogavano su eventuali cambiamenti nella "politica dell'ambiguità", sostenendo che si tratti di un "un comportamento irresponsabile. Se deriva da interessi personali o politici è gravissimo. Non sminuisco la grande esperienza del premier nella diplomazia e sicurezza. Penso che ogni altra considerazione dovrebbe essere messa da parte e spero che sia quello che sta facendo".
   
Il Paese è nel pieno di una grave crisi istituzionale che si protrae da due anni. Le ultime elezioni del 23 marzo - le quarte in due anni - hanno confermato lo stallo politico senza la possibilità di nessuno dei due campi avversari di raggiungere una maggioranza di 61 parlamentari per formare un governo, e questo mentre la settimana scorsa si è aperta la fase dibattimentale del processo per corruzione dell'attuale premier Benjamin Netanyahu. Al momento, il Presidente ha affidato a lui l'incarico di formare un governo e gli rimangono 23 giorni per riuscire nell'impresa. Proprio oggi pomeriggio ha incassato un importante consenso da parte di Naftali Bennett, leader della destra nazionalista di Yemina, finora considerato un ago della bilancia. Bennett ha dichiarato che "Netanyahu può contare sulle dita di Yemina per formare un governo di destra". Con Bennett, Netanyahu arriva però a 59 consensi e la sfida rimane ancora aperta: trovare due "disertori", o convincere le fazioni più oltranziste dell'alleanza di destra a non porre il veto all'appoggio esterno di Ra'am di Mansour Abbas, il leader del partito islamista che si è detto disposto ad appoggiare qualsiasi governo che accolga le sue richieste.
   "Israele affronta delle sfide enormi: il Tribunale dell'Aja, l'Iran, la ripresa economica" ha detto Bennett. "Dobbiamo occuparci di colpire i nostri nemici e non noi stessi. Questo circo che potrebbe portare a quinte elezioni indica ai nostri nemici che ci stiamo disintegrando. Ed è l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno". L'escalation sul fronte estero potrebbe rappresentare quindi un'ancora di salvezza sul fronte interno, un po' come accaduto l'anno scorso quando la pandemia ha portato alla formazione del governo di unità nazionale Netanyahu-Gantz, che però, come si è visto, ha avuto vita breve.

(la Repubblica, 13 aprile 2021)


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La tensione tra Iran e Israele sta diventando pericolosa

Dopo le accuse di sabotaggio alla centrale nucleare

di Mario Giro

L 'ultima accusa dell'Iran a Israele, in ordine di tempo, è di avere orchestrato l'azione di sabotaggio che domenica ha bloccato la centrale nucleare di Natanz, la più importante del paese, dove giusto il giorno prima erano state inaugurate nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio. Il regime di Teheran ha parlato di un atto di «terrorismo nucleare», puntando il dito contro Israele, e nelle stesse ore — coincidenze della diplomazia — il segretario della Difesa americano, Lloyd Austin, era in visita presso lo storico alleato dell'area Ma questo è solo l'ultimo episodio di una lunga serie.
   Pochi giorni fa la nave iraniana Saviz è stata colpita nei pressi dello Stretto di Bab el Mandeb, all'imbocco meridionale del mar Rosso è un altro degli episodi della "guerra a bassa intensità" tra Israele e Iran, svolta nel Mediterraneo, nel mare d'Arabia e nel Golfo Persico. È dal 2000 circa che si assiste a un susseguirsi di operazioni di commando, uccisioni mirate, navi minate, bombardamenti o attacchi di droni e razzi. A tali azioni segue in genere un mix di false informazioni, accuse e depistaggi. La guerra dello Yemen ha portato lo scontro anche dentro il mar Rosso mentre nei primi anni era sostanzialmente limitato al Golfo.
   
 LA GARANZIA AMERICANA
  Da anni ci si chiede cosa debba fare Israele davanti alla minaccia iraniana: attaccare direttamente, contenere, sabotare ecc.? L'accordo con Teheran, da cui Trump è uscito e dove Biden sta cercando di rientrare, si basava anche su un non detto tra Washington e Gerusalemme: gli Stati Uniti sono i veri garanti in termini militari della sicurezza dello stato d'Israele. Ma numerosi esperti continuano a pensare che un attacco israeliano sia ineluttabile e che gli scontri fantasma di queste settimane rappresentino un'escalation verso tale eventualità. Altri invece sottolineano che un attacco generale rischia un mezzo fallimento. una singola offensiva (come quella di Osirak in Iraq del 1981) potrebbe non bastare.
   Fin dall'epoca di Menahem Begin, premier dal 1977 al 1983, le fonti ufficiali israeliane affermano di non poter in alcun caso tollerare una potenza nucleare ostile e vicina. All'epoca si faceva riferimento alle ambizioni del programma nucleare iracheno. La Francia aveva fornito a Saddam Hussein una centrale nucleare ma la reazione israeliana fu una rapida distruzione sul territorio francese tra il 5 e 6 aprile 1979 del materiale destinato a Baghdad e poi al bombardamento del sito il 7 giugno 1983, con l'appoggio saudita che permise ai caccia israeliani di passare nel suo spazio aereo.
   La cosiddetta «dottrina Begin» fu applicata anche nel 2007, quando l'aviazione israeliana distrusse un sospetto sito nucleare siriano presso l'Eufrate (questa volta donato dalla Corea del Nord). L'operazione rimane ancora avvolta nel mistero tanto che Israele non l'ha mai ufficialmente rivendicata.
   Il sorgere della minaccia iraniana a partire dagli anni Novanta è legato alla ripresa del vecchio programma nucleare voluto dallo scià e che gli ayatollah avevano sospeso. Da allora fonti ufficiali dello stato maggiore di Israele hanno confermato di aver pronti i piani per un attacco preventivo.
   Nel 2002 un oppositore iraniano ha dichiarato l'esistenza di ben due siti nucleari: uno è quello di Natanz, dedicato all'arricchimento dell'uranio, e l'altro ad Arak per l'acqua pesante. L'Unione europea e l'Aiea hanno ottenuto un'interruzione del programma che però è ripreso con l'elezione nel 2005 di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza.
   È iniziato allora il periodo peggiore gli attacchi verbali contro Israele (e gli Usa) del presidente iraniano (vicino ai pasdaran) sono stati quasi quotidiani lungo tutto il corso del suo mandato. il leader iraniano è arrivato a dichiararsi negazionista sulla Shoah. Dal 2006 gli iraniani hanno rilanciato ufficialmente le loro ricerche e l'anno successivo hanno ammesso di disporre di 3.000 centrifughe per l'arricchimento dell'uranio. Allo stesso tempo Teheran ha accresciuto le sue capacità missilistiche fino ad un raggio di 2.000 chilometri, cosa che permette di colpire Israele e parte dell'Europa. Gli esperti militari israeliani erano convinti che l'Iran potesse sviluppare l'arma nucleare entro il 2014.
   
 TENTATIVI DI DIALOGO
  I primi tentativi di dialogo sono iniziati nel 2009, ma senza grandi risultati. L'Iran sostiene di avere il diritto ad un programma nucleare civile mentre tutti si chiedono a cosa serve per uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo.
   A turno varie mediazioni (russa, francese ecc.) si sono offerte di fornire all'Iran un certo quantitativo di uranio già arricchito purché non se lo produca in casa, permettendo al programma di divenire potenzialmente militare. Ma la repubblica islamica ha rifiutato le offerte, prevedendo di aumentare le centrifughe fino a 500.000. Nel 2009 appena eletto Benjamin Netanyahu ha dichiarata «Non permetteremo a color che negano la Shoah di commetterne una seconda». Visto che con Ahmadinejad non è possibile nessun accordo, Israele rafforza le sue azioni di contrasto si punta ad attaccare il sistema informatico delle centrifughe, riuscendo a rallentarlo con i virus e in certi momenti anche a bloccarlo. È una guerra di spie e di cyber-conflitti che dura ancora. Di fatto tali attacchi non sono cessati nemmeno quando l'amministrazione Obama è riuscita nel tentativo di portare l'Iran al tavolo negoziale nel 2013 e, con il consenso russo, a far firmare l'accordo al nuovo presidente Hassan Rohani nel 2015. Ma per Israele non è abbastanza, l'Ira ha nel frattempo aumentato l'estensione del suo programma. Per quello che se ne sa, oltre alla nota centrale nucleare (ad acqua leggera) di Buchechr più un'altra in costruzione a Darkhovin (con l'aiuto cinese), ad Arak e Natanz si sono aggiunti nuovi siti di ricerca a Isfahan, Fordow, Teheran stessa, a Qom e probabilmente altrove. Miniere di uranio sono scavate in vari luoghi del paese. Tutto ciò fa capire che un solo attacco aereo israeliano a sorpresa non sarebbe sufficiente; troppi luoghi da colpire, troppi rischi di fallimento, la campagna sarebbe molto più lunga.
   
 UN AVVERSARLO TESTARDO
  L'Iran si sta rivelando un avversario resiliente e testardo, capace di resistere alle sanzioni e di concludere accordi militari con alleati sempre diversi (si pensi al Venezuela). La globalizzazione permette "triangolazioni" insospettate e molto difficili da scoprire, allo scopo di far giungere materiale sensibile in Iran.
   Per questa ragione sono aumentati gli attacchi alle navi iraniane da trasporto: un modo per diminuire i rischi tenendo il rivale sotto pressione. Ma è anche la strada che potrebbe portare alla guerra. Stati Uniti ed Europa, assieme alla Russia, sostengono che la dissuasione e il contenimento sono le uniche possibilità, un conflitto aperto e generalizzato sarebbe troppo rischioso provocando conseguenze non prevedibili. Ma a Gerusalemme non tutti ne sono convinti e pensano all'Iran come a una minaccia esistenziale, ben peggiore delle precedenti. Come sempre in Israele, il dibattito interno di questi anni su tale questione è molto acceso. Numerosi coloro (tra cui anche ex militari) che hanno criticato l'allarmismo di Netanyahu sostenendo che mostrerebbe un' 'Israele debole" mentre non è mai stato così forte. Alcuni si spingono anche a dire che un Iran dotato di arma atomica non sarebbe di per sé un pericolo assoluto; la capacità nucleare di Israele rimane ineguagliabile.
   C'è poi chi sostiene che gli attuali attacchi iraniani sarebbero una cortina fumogena per celare le vere preoccupazioni di Teheran, i suoi vicini orientali, tutti provvisti di arma nucleare, come il Pakistan e l'India In particolare si teme l'influenza talebana a Islamabad, come si nota dai sanguinosi scontri con i talebani in Afghanistan.
   Ma Netanyahu ha buon gioco a indicare le mosse iraniane in Siria e i ripetuti tentativi delle milizie sciite di avvicinarsi alla frontiera con Israele (per questo continuamente bombardate), a dimostrazione del pericolo imminente.
   Soprattutto c'è da guardare al quadro geopolitico complessivo; la fine del monopolio nucleare di Israele in medio oriente cambierebbe tutto. Un`Iran potenza nucleare vedrebbe la sua influenza aumentare esponenzialmente a discapito dei paesi del Golfo, e segnatamente del suo acerrimo nemico l'Arabia Saudita, scatenando una corsa all'arma nucleare nell'intera regione (si pensi solo alla Turchia).
   L'Europa deve stare più attenta a ciò che sta avvenendo tra Israele e Iran: il rischio di guerra è reale ma anche è in bilico la stabilità geopolitica dell'intero medio oriente e del Golfo Persico. Occorre un'attenta analisi della situazione strategica da confrontare con Washington, Mosca e Gerusalemme per evitare una conflagrazione generale.

(Domani, 13 aprile 2021)


Assembrati in sinagoga

Non solo luogo di culto

di Manuel Orazi

La raccolta di Adam Smulevich, Sinagoghe italiane. Raccontate e disegnate, illustrazioni di Pierfranco Fabris (Pordenone, Biblioteca dell'Immagine 2020, 15 euro) non va letta come una guida, ma come un'antologia di racconti brevi così come La sinagoga degli iconoclasti che Rodolfo J. Wilcock nel 1972 dedicò a trentasei personaggi bizzarri di fantasia. Pur reali, le storie delle sinagoghe italiane sono altrettanto stupefacenti e sono anche di più; qui ne sono state scelte quarantadue, ma sono molte di più contando quelle smantellate, convertite o perdute. Non è possibile classificarle secondo un'unica regola, l'unica cosa che hanno in comune secondo Luca Zevi infatti è un carattere prestazionale anti-tipologico: "La Sinagoga, prima ancora che luogo di preghiera, è luogo di studio. Ma non è soltanto questo. Essa svolge regolarmente una funzione di aggregazione sociale e spesso anche di sede del Bet din, il tribunale rabbinico. E senza che a queste differenti attività, nella maggior parte dei casi, venga attribuito un ambiente fisico particolare". Ne consegue che viaggiare per sinagoghe equivale a un viaggio negli stili e nelle tradizioni regionali della penisola, dal romanico della Scolanova di Trani all'architettura moderna di Eugenio Gentili Tedeschi a Milano, passando per il manierismo di quella di Pesaro, il barocco di Casale Monferrato, il rococò di Siena, il neoclassico di Reggio Emilia e cosa via. Ovviamente fra tutte emergono i tre enormi templi dall'eclettismo orientaleggiante di Firenze (stile moresco), Roma (assiro-babilonese) e Trieste (bizantineggiante). Due sono state costruite durante il ventennio fascista, quella rocciosa di Genova (1935) e quella di Fiume (1928) che nel libro non c'è - nonostante che proprio là affondino le radici famigliari dell'autore. Certo restano anche delle parti di città come le cinque sinagoghe del ghetto veneziano o piazza delle cinque scole a Roma o ancora le tre sinagoghe ferraresi riunite in via Mazzini e ricordate da Giorgio Bassani - fra cui quella misteriosa "di rito fanese".
   In uno studio sulla sinagoga nel Medioevo, David Cassuto ha scritto che questa "cercava di celarsi nel quartiere ebraico, di non dar nell'occhio e, se veniva costruita, il suo posto era presso abitazioni e botteghe. Essa avrebbe dovuto assolvere due funzioni contrastanti, cioè servire da vedetta e da fortezza, nel caso che la comunità fosse attaccata, e, d'altro canto, da luogo di riunione sociale, di studio e di preghiera". Non era facile cioè nascondersi se poi si creavano chiassosi assembramenti di cui resta traccia ancora oggi nel dialetto di Imola ad esempio, dove per indicare il baccano creato dai bambini che giocano si dice "ohi ma cos'è sta sinagoga"?
   
(Il Foglio, 13 aprile 2021)


Natanz, raid informatico contro la centrale nucleare. L'Iran accusa Israele

Lo Stato ebraico non smentisce. Teheran: dialogo con gli Usa. Alcune fonti citate dalle radio israeliane attribuiscono il raid agli agenti del Mossad.

di Davide Frattinl

GERUSALEMME - «Le nostre operazioni in Medio Oriente non sono nascoste agli occhi del nemico» proclama Aviv Kochavi mentre Israele si prepara a commemorare i caduti delle tante guerre. Le parole del capo di Stato Maggiore non infrangono per ora la dottrina dell'ambiguità e non rompono il silenzio che gli israeliani mantengono attorno agli attacchi.
   Eppure sono arrivate poche ore prima che gli ingegneri iraniani denunciassero un sabotaggio alla centrale di Natanz, appena potenziata con altre centrifughe per produrre più in fretta l'uranio arricchito. Parlano di «terrorismo nucleare» e allo stesso tempo vogliono mantenere aperto il canale che gli americani stanno cercando di riattivare dopo che Donald Trump aveva deciso di abbandonare l'accordo con Teheran e di reimporre le sanzioni economiche contro il regime degli ayatollah.
   Benjamin Netanyahu, da sempre contrario all'intesa, sa di avere poco tempo per rallentare o tentare di fermare la produzione atomica: il primo ministro israeliano la definisce una minaccia esistenziale, gli iraniani ripetono che l'utilizzo sarà solo civile, per produrre energia. «La lotta contro l'Iran e le sue metastasi è un compito enorme» ha detto Netanyahu ai capi delle strutture di intelligence e della sicurezza a un brindisi per festeggiare il giorno dell'Indipendenza che il Paese celebra giovedì. «Mi auguro che continuerete a tenere la spada di Davide nelle vostre mani».
   A Natanz è stato messo fuori uso il sistema elettrico, probabilmente con un cyberattacco. Alcune fonti — citate dalla radio israeliana senza indicarne la nazionalità, secondo altri giornali pezzi dell'intelligence occidentale — hanno attribuito il raid informatico al Mossad. Che in collaborazione con gli americani avrebbe già sviluppato e lanciato il virus Stuamet che nel 2010 ha distrutto un quinto delle centrifughe iraniane. Nel luglio dell'anno scorso un'esplosione aveva colpito la stessa centrale e a novembre Mohsen Fakhrizadeh, capo del programma atomico iraniano, era stato ucciso in un agguato.
   Tutte operazioni che per Teheran hanno un solo ideatore e responsabile: i servizi israeliani.
   A Vienna gli europei e gli americani hanno discusso con gli inviati iraniani per trovare una mediazione che rilanci il patto del 201,5: voluto da Barack Obama e sostenuto da Joe Biden, allora suo vice, è saltato per la nuova strategia imposta da Trump. Biden per ora lascia capire di non essere disposto a rimuovere tutte le sanzioni ma solo quelle che non sono in linea can l'intesa di sette anni fa.
   La sfida tra Israele e l'Iran va avanti in Siria dove l'aviazione dello Stato ebraico continua a colpire le basi avanzate dei Pasdaran e si è allargata allo scontro in mare attorno alle rotte delle petroliere. Cinque giorni fa una mina ha danneggiato il cargo Saviz mentre navigava nel Mar Rosso: è •considerato dagli 007 una postazione avanzata di comando usata dagli ufficiali iraniani per coordinare le operazioni degli Houthi, sostenuti da Teheran, nella guerra in Yemen. Alla fine di marzo una nave container di proprietà di un armatore israeliano era stata colpita da un missile che sarebbe stato lanciato dagli iraniani.

(Corriere della Sera, 12 aprile 2021)


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Iran, attacco al nucleare. "C'è la mano di Israele"

Blackout alla centrale di Natanz: due giorni fa potenziate le centrifughe. Mistero sulle modalità dell'azione. Teheran: "Un atto di terrorismo".

di Sharon Nizza

TEL AVIV — Solo una dozzina di ore è trascorsa sabato tra l'inaugurazione in pompa magna di 164 nuove centrifughe all'impianto di arricchimento dell'uranio di Natanz e un misterioso blackout che nella notte avrebbe mandato in tilt il sistema. Classificato nella mattina di ieri come «incidente», in serata era diventato un atto di «terrorismo nucleare», per dichiarazione di Ali Akbar Salehi, capo dell'Organizzazione per l'energia atomica di Teheran. Come in passato, non nomina il «solito sospetto», né da Gerusalemme arrivano rivendicazioni, ma «fonti di intelligence occidentali» anonime citate dai media attribuiscono al Mossad l'ennesima operazione di sabotaggio di quello che dovrebbe essere il fiore all'occhiello del programma nucleare iraniano.
   La centrale di Natanz era stata già colpita nel 2010 con il virus Stuxnet, distruggendo mille centrifughe. Nel luglio scorso un'esplosione aveva arrecato danni ingenti e proprio l'inaugurazione di sabato, durante la Giornata nazionale delle tecnologie nucleari, voleva indicare una ripresa a ritmo accelerato delle attività: l'esafluoruro di uranio è stato introdotto nelle nuove centrifughe IR-6 agli occhi del presidente Hassan Rohani, che ha specificato come siano «in grado di fornire una quantità di prodotto dieci volte maggiore rispetto alle precedenti». Una violazione dei termini dell'accordo Jcpoa, sbandierata dagli iraniani, che presumibilmente fungerà da carta negoziale nei giorni in cui a Vienna sono ripresi i colloqui indiretti che potrebbero vedere il rientro degli Stati Uniti nell'intesa. Non sembra poi casuale che il nuovo attacco colpisca proprio quando il capo del Pentagono, Lloyd Austin, sta effettuando la prima visita ufficiale in Israele di un rappresentante dell'amministrazione Biden. «Gli Usa restano impegnati a garantire la sicurezza di Israele e lavoreranno con l'esercito israeliano per assicurare il suo vantaggio militare qualitativo in Medioriente», ha detto Austin dopo l'incontro con l'omologo Benny Gantz.
   Quello di ieri è solo l'ultimo atto del conflitto a bassa intensità tra Teheran e Gerusalemme che nelle ultime settimane sta vivendo una rapida escalation, rischiando di infiammare l'area: al fronte aereo che da anni vede Israele colpire il consolidamento della presenza militare iraniana in Siria, si è aggiunto ora quello marittimo. Ieri sera si sono riuniti i capi di tutte le forze di sicurezza e di intelligence del Paese. L'occasione era un brindisi in vista del 73esimo anniversario dalla fondazione dello Stato. «La lotta contro la nuclearizzazione dell'Iran è un'operazione enorme», ha detto Netanyahu. «La situazione di oggi non è detto che sarà quella di domani». Né è detto che sarà quella di mercoledì, quando a Vienna riprenderanno i colloqui sul nucleare.

(la Repubblica, 12 aprile 2021)


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L'atomica iraniana va ko. Teheran contro Israele: "È un atto di terrorismo"

Incidente al principale impianto per arricchire l'uranio. La pista del cyberattacco del Mossad

di Fiamma Nirenstein

Un «incidente» a Natanz, centrale nucleare iraniana, sempre in primo piano, già investita nel luglio scorso da una misteriosa esplosione, ha fermato proprio il giorno dopo l'inaugurazione le nuove, bellissime, centrifughe di ultima generazione, proibite dall'accordo Jcpoa stretto nel 2015.
   Sabato scorso il presidente Rouhani aveva annunciato che l'Iran aveva iniziato a iniettare l'uranio in forma di gas hexafluoride nelle centrifughe di Natanz IR-6 e IR-5. Una tecnica molto avanzata e veloce, fuori delle norme, usando la quale (oltre forse ad altri sistemi) «in meno di quattro mesi» come aveva annunciato Behrouz Kamalvandi il portavoce della AEOI l'Organizzazione Atomica Iraniana qualche giorno prima «abbiamo prodotto 55 chili di uranio arricchito al 20 per cento, e in meno di otto mesi possiamo raggiungere i 120 chili». Passi evidenti sulla strada della bomba atomica nonostante una beffarda assicurazione che si tratta di strutture civili, minacce palesi proprio mentre il presidente Hassan Rouhani di ritorno dagli Usa, riferendosi al summit di Vienna si era vantato che «tutte le parti del patto nucleare hanno concluso che non c'è nessuna conclusione migliore del Jcpoa e che non c'è nessuna altra strada che la sua totale realizzazione».
   Una sfida, per altro in questi giorni riportata dai mallevadori europei (per ora Iran e Usa non si incontrano direttamente) ai due maggiori interlocutori, che risulta evidente: per noi, dice l'Iran, il blocco immediato delle sanzioni, anche di quelle non legate all'arricchimento atomico (per esempio quelle sui diritti umani, o sull'assalto balistico al Medio Oriente) per voi la ripresa del patto da cui Trump ha ritirato gli Usa nel 2018. Un patto che non ha mai garantito che l'Iran rinunciasse ai suoi fini atomici e bellici, oltre a restare inchiodata alla sua totale violazione dei diritti umani. La centrale ha subito «un'interruzione dell'elettricità»: qui non si tratta di impianti che si fermano tagliando un filo o toccando un interruttore. Il blocco è complesso, e arresta processi superveloci e protetti, il cui «stop» comporta un danno consistente e perdurante nel tempo. É dunque una delle tante imprese che si sospettano compiute dalla mano del Mossad (ieri il canale 13 della TV israeliana ha parlato di una fonte occidentale attendibile) nel cuore del regime degli Ayatollah e fra i ranghi delle Guardie della Rivoluzione.
   La lista è infinita e impressionante; l'eliminazione del capo del sistema atomico Fahrizadeh; l'asporto degli archivi atomici per cui l'Iran seguitava a costruire la bomba dopo l'accordo; attacchi alle centrali; scontri navali fra cui l'attacco nel Mar Rosso di un cargo «Saviz», una piattaforma logistica di supporto delle Guardie della Rivoluzione per le guerre mediorientali; innumerevoli operazioni dal cielo, nelle acque, per bloccare il rifornimento e la costruzione iraniani di armi ai suoi «proxy» in Siria, Hezbollah, libanesi e iracheni e a Hamas.
   Ieri pomeriggio è giunto in Israele il segretario alla difesa americano Lloyd Austin, un amichevole e severo gigante. Devono essere state dette parole significative: l'attacco a Natanz segnala parecchie cose per l'agenda americana. Per esempio, che pare che Israele abbia una struttura di intervento a Teheran molto robusta, e non consentirà di distruggerla al Paese che ha giurato con intento ideologico profondo e sincero. L'Iran, gli Usa lo sanno, tesse le sue tele anche con la Cina e gli Stati dell'Asia Centrale. Zarif si è appena fatto un bel giro da quelle parti. Anche gli Ayatollah, che hanno definito «un attacco terroristico» quello di Natanz, lanciano le loro minacce agli Usa di Biden. Tempi di scelte difficili.

(il Giornale, 12 aprile 2021)


Israele e Turchia alla ricerca di soluzioni

di Giancarlo Elia Valori

Dagli incidenti di Davos e Mavi Marmara sono trascorsi rispettivamente dodici e undici anni, e le relazioni Turchia-Israele sono sottoposte a intensi sforzi di ripresa. Essi sono due importanti Paesi vicino-orientali, e influiscono sulla stabilità regionale.
   Le relazioni tra i due Paesi oggi, come in passato, hanno una struttura basata sulla realpolitik, perseguendo un rapporto di equilibrio/interesse, e girano attorno alla questione palestinese ed alla posizione d'Israele quale interlocutore privilegiato della Casa Bianca. Però, adesso, riassumiamo brevemente la storia dei rapporti turco-ebraici.
   Il primo evento importante che viene in mente quando si citano ebrei e turchi è che quando oltre 200mila ebrei furono espulsi dall'Inquisizione spagnola nel 1491, l'Impero ottomano li invitò a stabilirsi nel suo territorio.
   La Turchia è stato il primo Paese musulmano a riconoscere Israele nel 1949. La prima missione diplomatica di Israele in Turchia fu aperta il 7 gennaio 1950, ma i rapporti con la crisi di Suez nel 1956 furono ridotti al livello di incaricato d'affari. La Turchia nella seconda guerra arabo-israeliana nel 1967, ha scelto di non essere coinvolta; e non ha permesso che i rapporti si interrompessero completamente.
   Gli anni Novanta hanno avuto un andamento positivo in termini di relazioni bilaterali. Dopo la seconda guerra del Golfo del 1991 - ricordiamo che la prima fu quella 1980-1988 dell'Iraq e il mondo contro l'Iran (che aveva dalla sua unicamente RPD di Corea, Siria Libia e il sostegno morale dell'Albania di Enver Hoxha) - la Turchia è stata al centro della politica di sicurezza nella regione. Ed in tale contesto le relazioni Turchia-Israele riscossero un serio riavvicinamento.
   Nel 1993, la Turchia elevò relazioni diplomatiche con Israele a livello di ambasciatori. La firma dell'accordo di Oslo tra Palestina e Israele ha portato a relazioni più strette. Fu firmato l'accordo di cooperazione militare del 1996 tra i due Paesi nella lotta al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) in Turchia, che fornì un contributo significativo sia in termini logistici che di intelligence ad entrambe le parti.
   Negli anni 2000, c'è stato un ulteriore riavvicinamento con Israele, a causa della politica "zero problemi con i vicini" del Partito della Giustizia e dello Sviluppo di Erdogan. Ricordo ancora il N. 3/1999 di "Limes" titolato "Turchia-Israele, la nuova alleanza".
   Nel 2002 una compagnia israeliana ha intrapreso il progetto di ammodernamento di dodici carri armati M-60 appartenenti alle forze armate turche. Il 2004 la Turchia ha accettato di vendere l'acqua a Israele dal fiume Manavgat.
   La visita del primo ministro Erdogan in Israele nel 2005 è stata un punto di svolta in termini di mediazione tra Palestina e Israele e un ulteriore avanzamento delle relazioni bilaterali. Nel 2007, il presidente israeliano Shimon Peres e il presidente palestinese Mahmud Abbas hanno parlato alla Grande assemblea nazionale turca ad un giorno di distanza. Sono continuate le visite ad alto livello da Israele.
   Il 22 dicembre 2008, il primo ministro israeliano Ehud Olmert è venuto ad Ankara e ha incontrato il primo ministro Recep Tayyip Erdogan. In questo incontro sono stati registrati progressi significativi per quanto riguarda la mediazione della Turchia tra Israele e Siria.
   Il deteriorarsi dei rapporti turco-israeliani, al di là dei summenzionati incidenti, è avvenuto cinque giorni dopo il predetto incontro: l'operazione Piombo Fuso contro Gaza il 27 dicembre 2008. Dopo questo avvenimento, i rapporti fra le due parti non sono stati più gli stessi di prima.
   Però recentemente sono state fatte anche dichiarazioni di buona volontà da entrambi i Paesi per normalizzare le relazioni politiche. A dicembre 2020, il presidente Erdogan ha dichiarato di voler migliorare le relazioni con Israele e ha affermato: «Non è possibile per noi accettare l'atteggiamento di Israele nei confronti dei territori palestinesi. Questo è il punto in cui differiamo da Israele, altrimenti, il nostro cuore desidera migliorare anche i nostri rapporti con loro».
   La Turchia sta proponendo, nelle relazioni con Israele, la questione palestinese come condizione. Quando la guardiamo dalla prospettiva opposta, tale questione palestinese è un argomento vitale per Israele. Per cui essa è un serio ostacolo alle relazioni bilaterali.
   D'altro canto, molte questioni regionali come il Mediterraneo orientale, la Siria e alcune questioni di sicurezza nella regione richiedono la cooperazione di questi due Paesi chiave. Per questo motivo, è chiaro che entrambe le parti desiderano almeno porre fine alla crisi, ridurre la retorica a livello di leadership e concentrarsi sulle aree di cooperazione e real-politik.
   Sicuramente nei prossimi mesi si cercherà di troverà un equilibrio tra questi propositi e le condizioni che rendono necessario riavviare su un piano di parità le relazioni bilaterali con Israele, in modo da trovare un equilibrio. Poiché il miglioramento delle relazioni con Israele influenzerà positivamente anche le relazioni della Turchia con gli Usa.
   La Turchia cerca di evitare che gli Usa e l'Unione Europea stabiliscano sanzioni che potrebbero arrivare al punto di incrementare la retorica neottomana anti-occidentale, mentre il miglioramento dei rapporti con Israele potrebbero offrire un risultato positivo non solo per evitare il predetto danno, ma pure per le questioni turche legate al Mediterraneo orientale, alle acque territoriali, a Libia e Siria. La Turchia non ha intenzione di tirarsi indietro sulle questioni che ritiene vitali: al contrario vorrebbe trasmettere messaggi positivi a livello di colloqui e vertici.
   Un altro importante argomento di frizione fra Turchia e Israele è la questione dell'utilizzo degli idrocarburi nelle riserve del Mediterraneo orientale fra Egitto, Israele, Grecia e Cipro (Nicosia).
   Quest'è un approccio che sta escludendo la Turchia. Anche gli Stati Uniti e l'UE sostengono fortemente la situazione odierna (che abbiamo affrontato in un precedente articolo) pure perché la Francia è stata inclusa nell'equazione.
   Gli allineamenti in queste aree marine li abbiamo ampiamente visti pure durante la guerra civile in Libia, dove sono scesi in campo Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, così come altri attori come Russia, Italia, ecc.
   In definitiva un punto di contatto fra Turchia e Israele, è l'azione mediatrice che Ankara potrebbe giocare nei rapporti fra Teheran e Tel Aviv specie dopo il miglioramento delle relazioni turco-iraniane.
   Infatti il ministero degli Esteri turco all'indomani dell'attacco aereo degli Usa a Baghdad - che il 3 gennaio 2020 ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani - ha affermato che l'azione statunitense aumenterà l'insicurezza e l'instabilità nella regione. Inoltre ha riportato che la Turchia è preoccupata per le crescenti tensioni tra Usa e Iran che potrebbero ritrasformare l'Iraq in area di conflitto a danno di pace e stabilità nella regione. Vi è stata anche una telefonata di condoglianze di Erdogan al presidente iraniano Rouhani, esortandolo ad evitare un'escalation conflittuale con gli Usa a seguito dell'attacco aereo.
   Di conseguenza, è interesse del presidente turco mantenere un canale aperto con Teheran, affinché egli stesso possa ammorbidire le reciproche tensioni fra Israele e Iran, in modo che a sua volta la diplomazia israeliana influenzi le scelte dell'amministrazione di Joseph Robinette Biden Jr., sia pure meno favorevole a Israele rispetto a Donald Trump.
   La Turchia è noto abbia molti problemi relazionali con gli Usa - specie dopo il tentato colpo di Stato del 15-16 luglio 2016 e compresa la questione petrolifera summenzionata - e si rende conto che unicamente Tel Aviv sia in grado di risolvere agevolmente la situazione.
   Di fatto, le relazioni Israele-Usa non sono al meglio come con il presidente Trump; questo elemento pare non sia noto ad Erdogan, ma in realtà il presidente turco sa bene che l'unica voce che la Casa Bianca è in grado di udire è quella di Tel Aviv, e no di certo delle monarchie del Golfo, attualmente in urto con Ankara.
   Israele mantiene un basso profilo sulle dichiarazioni di Erdogan relative ai Palestinesi, ritenendole consequenziali, come pure ad una serie di atteggiamenti chiaramente antisionisti del popolo turco.
   Siamo comunque certi che le dichiarazioni di apertura da parte di Erdogan e l'acquiescenza israeliana sicuramente daranno risultati concreti.

(il denaro, 12 aprile 2021)


Covid, lo studio israeliano: la variante sudafricana «buca» il vaccino Pfizer

Secondo un'indagine sul mondo reale svolta in Israele la prevalenza della variante sudafricana nelle persone vaccinate e positive era 8 volte superiore a quella riscontrata nella popolazione non vaccinata. Sempre più vicina l'ipotesi di una terza dose.

di Cristina Marrone

La variante del coronavirus scoperta per la prima volta in Sud Africa è in grado di «bucare», almeno in parte, la protezione indotta dal vaccino Pfizer-BioNTech secondo un nuovo studio israeliano realizzato dall'università di Tel Aviv e dall'istituto Clalit, non ancora sottoposto a peer review. In Israele è strato utilizzato quasi esclusivamente proprio il vaccino Pfizer per vaccinare milioni di cittadini (sono circolate pochissime dosi di Moderna).

 Lo studio
  I ricercatori hanno esaminato quasi 400 persone che erano risultate positive al Covid-19 dopo aver ricevuto almeno una dose di vaccino e li hanno confrontati con lo stesso numero di persone infette e non vaccinate. Gli scienziati hanno scoperto che la prevalenza della variante Sudafricana (B.1.351) tra i pazienti che avevano ricevuto due dosi di vaccino era circa otto volte superiore rispetto alla popolazione non vaccinata. Sebbene il numero di soggetti esaminati sia limitato, il risultato è ritenuto indicativo.

 La variante viola la protezione del vaccino
  «Ci saremmo aspettati solo un caso di variante sudafricana, ne abbiamo trovati otto», ha detto la professoressa Adi Stern, che ha guidato la ricerca, al quotidiano The Times of Israel. La variante sudafricana, paragonata al ceppo originale e alla variante inglese, «è in grado di violare la protezione del vaccino» anche se servono ulteriori studi per un quadro più preciso. «Riteniamo comunque - scrive la scienziata su twitter - che la ridotta efficacia si verifichi solo in un piccolo lasso di tempo. Nessun caso di B.1.351 si è verificato dopo 14 giorni dalla seconda dose». Gli otto casi sono concentrati entro i 7 giorni dalla seconda dose. Inoltre gli scienziati hanno osservato che la variante sudafricana non si diffonde in modo efficiente per questo è importante vaccinare il più velocemente possibile per far crollare il numero di contagi. Il professor Ran Balicer, direttore delle ricerche al Clalit, ha definito l'indagine «molto importante». «È il primo studio al mondo (indipendente, ndr) basato su dati reali e mostra che il vaccino è meno efficace contro la variante sudafricana in confronto al virus originale e alla variante britannica» che ha circolato in Israele.

 Le altre ricerche
  La ricerca è destinata a sollevare domande su un altro studio del mondo reale condotto da Pfizer che ha concluso come il vaccino mRNA mantenga una protezione di almeno sei mesi anche contro la variante più temuta rispetto ai vaccini, quella sudafricana appunto. In Sudafrica sono stati arruolati 800 partecipanti e sono stati osservati nove casi di Covid, tutti nel gruppo placebo, indicando un'efficacia del vaccino del 100%, ha riferito la società una decina di giorni fa. La nuova ricerca di Tel Aviv va in senso opposto e sembra invece confermare un recente studio dell'Università Be-Gurion del Negev che ha scoperto che il vaccino è meno efficace contro la variante sudafricana (indagine su campioni di sangue). Anche altre analisi in vitro avevano concluso che la variante sudafricana sarebbe in grado di aggirare le difese e provocare reinfezioni.La nuova ricerca israeliana però non indica con precisione il livello di protezione contro la variante perché la sua prevalenza in Israele è molto bassa e rappresenta solo l'1% di tutti i casi (in Italia siamo allo 0,1% dei casi secondo l'ultimo report).

 Lo studio della terza dose
  La diffusione delle varianti (in particolare la sudafricana e la brasiliana che hanno in comune le mutazione E484K, capace di eludere parzialmente la protezione vaccinale) preoccupa i governi di tutto il mondo. Tanto che le case farmaceutiche si sono già mosse e stanno studiando una «terza dose» proprio per aumentare la protezione contro le varianti più insidiose. Sembra infatti sempre più probabile l'ipotesi che siano necessari periodici richiami, soprattutto tra gli anziani, la popolazione più fragile, come già succede con l'influenza. Pfizer-BioNTech stanno testando una terza dose del loro vaccino Covid-19 per comprendere meglio la risposta immunitaria contro nuove varianti del virus. Anche Moderna ha sviluppato un vaccino contro la variante sudafricana e ha consegnato le dosi al National Institutes of Health statunitensi per l'avvio dello studio clinico. Aggiornare i vaccini con la tecnologia a mRNA è più facile e veloce mentre le cose si fanno più complesse con i vaccini a vettori virali per importanti limiti tecnologici a causa dell'immunità nei confronti degli adenovirus utilizzati come trasportatori del materiale genetico che codifica una proteina di Sars-CoV-2 (lo abbiamo spiegato qui).

 L'efficacia dei vaccini
  Infine va ricordato, e questo vale sempre, anche con le varianti, che i vaccini diventano pienamente efficaci all'incirca a partire da una settimana dopo la seconda dose (i dati possono variare leggermente da vaccino a vaccino). E anche questo studio israeliano lo dimostra dal momento che si sono verificati contagi, anche con variante britannica, tra la prima e la seconda iniezione. È infatti possibile contagiarsi tra una dose e l'altra perché la carica anticorpale non è ancora al suo massimo livello. Tuttavia è possibile ammalarsi di Covid-19 anche dopo aver fatto due dosi di vaccino (in genere non in modo grave) e questo perché i vaccini anti Covid-19, come tutti gli altri vaccini, non sono efficaci al 100%. Qualcuno resterà scoperto perché per qualche motivo non sviluppa sufficienti difese immunitarie. A questo punto vale la pena ribadire come va interpretato il valore di efficacia di un vaccino (dato in realtà non comparabile tra i vari prodotti perché i trial sono stati condotti in luoghi e tempi diversi). Avere un vaccino efficace al 95% come Pfizer non significa che si ammaleranno 5 persone ogni 100. Il dato di efficacia è relativo alla protezione individuale ed è una cifra probabilistica. Se il vaccino è efficace al 95% ogni individuo che conclude il ciclo vaccinale con quel prodotto ha il 95% in meno di probabilità di essere contagiato ogni volta che viene esposto al virus rispetto a un individuo che non è vaccinato.

(Corriere della Sera, 12 aprile 2021)


La vita notturna in Israele pulsa di vita dopo il successo del vaccino

di Cirillo Lombardi

È come scuotere una bottiglia di champagne, aprirla e poi provare a richiuderla.
Così la polizia israeliana descrive la sua missione quando chiediamo perché non interviene. Deve gridare per sentire la sua voce. La musica è al massimo, la gente applaude al ritmo, fischia e canta. Tutti i comandamenti dello scorso anno in materia di distanza, maschere e "capsule" sono stati dimenticati per un massimo di sette persone.
   Mezzanotte al mercato ortofrutticolo di Gerusalemme, che era un'area ricreativa ogni giovedì e venerdì sera. Ciò sta accadendo di nuovo per la prima volta da quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato un "ritorno alla vita" nella sua campagna elettorale.
   Quello che vediamo tra la folla. Non quello che le autorità avevano pianificato. Durante la campagna elettorale, i populisti hanno promesso che tutto sarebbe stato come prima, e subito. Ma il ministero della Salute sta pianificando un ritorno alla vita graduale e cauto che è stato congelato nel marzo 2020. Il direttore generale, il professor Hagai Levy, traccia ogni giorno scenari apocalittici nei media e menziona tutto ciò che potrebbe andare storto nonostante le vaccinazioni.
   Rifiuta leggermente la coercizione. Negli stadi di calcio, nei teatri e nelle palestre è possibile contare e verificare il numero di persone ammesse, ma nei caffè all'aperto, nelle spiagge, nelle riserve naturali e durante le processioni religiose le forze dell'ordine possono cedere.
   Al pubblico, la cosa sembra chiara: ora deve indossare o rompersi, non ti ritroverai in più chiusure. Finora ho resistito. Il numero di feriti, malati e morti è in rapida diminuzione. A maggio, le autorità sperano di poter iniziare a vaccinare i bambini e il governo vuole ordinare trentasei milioni di nuove dosi di vaccino, anche se il ministero delle Finanze lo considera uno spreco.

(TecnoSuper.net, 11 aprile 2021)



impauriti, ingannati, sedotti e schiavizzati
il diavolo sta preparando il mondo
ad accogliere l'anticristo

 


Il segretario della Difesa Usa va in Israele: si parlerà di Iran

Lloyd Austin ha in programma incontri con Benny Gantz e anche con il premier Benjamin Netanyahu.

Ricevuto con gli onori militari israeliani, il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin ha iniziato una visita in Israele, la prima nel paese di un esponente dell'amministrazione Biden., Austin si è riunito dopo il suo arrivo con il collega israeliano Benny Gantz.
Tra i temi in agenda quello dei colloqui sul nucleare iraniano: il ministro israeliano sottolineerà l'auspicio del suo paese che si possa negoziare un accordo migliore di quello del 2015, fortemente osteggiato dalle autorità dello stato ebraico.
Il segretario alla Difesa di Washington ha in programma anche un incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu - impegnato nel tentativo di definire una coalizione di governo - nel corso della visita di due giorni.
Non è prevista invece una visita nei territori palestinesi, malgrado l'inversione di rotta da parte del presidente Biden nei rapporti con i palestinesi rispetto al suo predecessore. Conclusa la visita in Israele, Austin è atteso in Germania martedì, e successivamente a Bruxelles.

(globalist, 11 aprile 2021)


La guerra «segreta» in mare: Iran-Israele a rischio scontro

Continuano i reciproci assalti ai cargo nelle acque del Golfo e nel Mediterraneo. Gli israeliani avrebbero già colpito una dozzina di navi iraniane che portavano petrolio e armi in Siria. Dura risposta di Teheran.

di Francesco Palmas

E' una guerra a bassa intensità, fatta di colpi di mano, sabotaggi ed esplosioni misteriose. Si combatte sul mare, fra Hormuz e il Mediterraneo, lo scacchiere elettivo della proiezione pan-regionale iraniana. Ha per protagonista Israele, al tempo stesso vittima e carnefice. Dal 2019, lo Stato ebraico ha esteso al mare il contenimento geopolitico di Teheran. Ne ha bombardato centinaia di volte le manovre sospette in Siria, i flussi aeroterrestri di armi per Hezbollah e le mire sul Golan. Da due anni a questa parte, sta colpendo anche in acqua.
   Ha già mandato in avaria una dozzina di navi iraniane che trasportavano petrolio e armi in Siria. Carichi preziosi, che alimentano la guerra delle milizie sciite e aggirano gli embarghi, procurando valuta pregiata a Teheran. Ogni mossa israeliana è ben studiata, dettata dall'intelligence e ordita con attacchi dissimulati. Le azioni non hanno nulla di eclatante. Niente bombardamenti con missili anti-nave, ma uso di mine magnetiche, a basso potenziale, che sfondano gli scafi senza farli deflagrare.
   Dietro ci sono gli incursori della Shayetet 13, le forze speciali della marina, che si infiltrano con vedette rapide e sommergibili, posano gli ordigni e si dileguano. L'ultima preda a finire nella loro tela, il 6 aprile, è stato il cargo Saviz, appartenente ufficialmente alla compagnia iraniana Iris. In realtà, la sigla è una copertura. E la storia puzza di spionaggio. Il Saviz è una base operativa avanzata della marina dei pasdaran. È una nave intelligence, zeppa di radar e di sensori, che incrocia per gli Ayatollah in prossimità dello stretto di Bab el Mandeb.
   A bordo, ospita squadre di commando e tre unità navali veloci, armate di cannoni e di mitragliatrici pesanti. Scorta le petroliere e i cargo iraniani che transitano per il Mar Rosso. Ma supporta anche gli alleati Houthi yemeniti. Per non destare troppi sospetti, Teheran ha reagito morbidamente al blitz, derubricandolo a «incidente». Ha affermato che i danni incassati sarebbero irrisori e che la navigazione prosegue immutata. Le immagini satellitari dicono però altro, svelando una lunga scia di carburante, perso dai serbatoi della Saviz. Sembra che gli israeliani abbiano mobilitato almeno un sommergibile e che, prima di colpire, abbiano informato gli americani. Hanno temporeggiato, aspettando la riapertura del canale di Suez e il passaggio del gruppo di combattimento della portaerei Eisenhower.
   Un modo per prendere le distanze fisiche dagli Stati Uniti, evitando di coinvolgerli. Che l'Iran incassi l'ennesimo colpo con diplomazia non deve sorprendere. Dietro le quinte, sta rispondendo colpo su colpo all'offensiva navale israeliana: negli ultimi due mesi, ha centrato almeno due navi, indesiderate nel Mar Arabico. L'ultimo attacco è avvenuto il 25 marzo scorso, con un missile, sparato contro una portacontainer della società XT Management, in viaggio fra la Tanzania e l'India. Le armi predilette dai pasdaran sono le centinaia di vedette e di imbarcazioni rapide e potenti.
   Sono armate con missili anti-nave cinesi e con perfette copie iraniane. Sgusciano nel traffico marittimo, vi si insinuano e lanciano attacchi a sorpresa, con l'appoggio di bunker interrati e posti d'osservazione. Tutti assi nella manica per l'appoggio e il rifornimento delle pattuglie di ricognizione, per i mezzi posa-mine e per il lancio di attacchi veloci. La sfida navale con Israele può andare avanti ancora a lungo, ma rischia di degenerare alla prima vittima non calcolata E questo lo sanno in molti, primi fra tutti gli Usa.

(Avvenire, 11 aprile 2021)


Non voglio imparare come si scrive Auschwitz

di David Spagnoletto

È la seconda volta da quando faccio parte della redazione di Progetto Dreyfus, che scrivo un articolo in prima persona.
La prima è stata quando scrissi una lettera "immaginaria" a Stefano Gay Taché, il bimbo di due anni ucciso dal terrorismo palestinese.
Solo adesso mi rendo conto che gli argomenti di questi due articoli, in qualche modo, rappresentano due ferite aperte che riguardano Roma: l'attentato alla Sinagoga Maggiore nel 1982 e la deportazione nazista che portò tantissimi ebrei nell'inferno di Auschwitz.
Per qualche strano gioco del destino, Roma è la città dove sono nato e il 1982 è l'anno della mia nascita. Non so se in quel modo ci sia un collegamento.
Da sempre ho sentito parlare di Auschwitz. Non ricordo un giorno della mia vita senza non aver saputo cosa significasse quella parola.
Dai miei genitori e più direttamente dai miei nonni, i cui racconti della guerra per molti anni arrivavano al cuore ma non alla mia mente.
Crescendo e occupandomi di giornalismo e di comunicazione, la mente aveva raggiunto la stessa consapevolezza del cuore.
Migliaia di volte ho scritto Auschwitz nella mia vita. In tutte le volte ho sempre dovuto copiare come si scrivesse, da un libro e dal web.
All'inizio pensavo di non voler essere un aspirante giornalista che sbagliava una parola così importante. Andava prima la h? Prima la w?
Poi ho capito quella che oggi ritengo essere la verità.
Non ho mai voluto imparare a scrivere Auschwitz.
Il mio cuore e la mia testa non potevano accettare quella parola, che rappresentava l'inferno per gli ebrei di tutto il mondo e per coloro che, come me, avevano ascoltato racconti strazianti di parenti deportati e morti nei lager o come la fortuna avesse fatto salvare i miei nonni. Inutile dirlo, ma se quella fortuna non li avesse accompagnati, io oggi non sarei qui. E non ci sarebbe neanche mia figlia Miriam di otto mesi.
Non ho mai voluto imparare a scrivere Auschwitz, perché mi sono accorto che cercando sul web come si scrive, venivo a conoscenza di nuove storie e di nuovi aneddoti sulla Shoah.
Perché, nonostante quello che si creda, non sapremo mai abbastanza di quell'Orrore. Vengono fuori in continuazione nuovi soprusi aberranti subiti dagli ebrei durante la guerra.
Adesso so di non voler imparare a scrivere Auschwitz, perché vorrei imparare sempre di più. Perché in troppi utilizzano il termine e ci scherzano su, come se fosse un tema da cabaret.
Perché la deriva delle parole è arrivata a toccare "Auschwitz" e i "negazionisti". Fino a un anno fa il termine negazionista era riferito a colui che non credeva al genocidio nazista. Oggi il termine è abusato per identificare chi non crede al Covid-19 o ai vaccini.
Per questo, oggi più che mai, sono convinto di non voler imparare a scrivere Auschwitz.

(Progetto Dreyfus, 11 aprile 2021)


Il pensiero ebraico nell'Europa cristiana

"Il Rinascimento nel pensiero ebraico", Giuseppe Venai Paideia, pagg. 234, € 32

di Giulio Busi

«E invero qui, nella grande città di Ferrara, le rovine e le brecce furono numerose [...] gli abitanti, sia giovani sia i vecchi si precipitarono fuori dalle loro case [...] abbandonarono le loro ricchezze e i loro beni e si diedero alla fuga, presi dal timore che le case crollassero d'un tratto su di loro, come accadde a più di settanta abitanti della città, un po' qua un po' là, che non riuscirono a fuggire in fretta: le loro dimore divennero in un attimo le loro tombe». Azaria de' Rossi si è appena trasferito nella città estense, giusto in tempo per vivere in prima persona il forte terremoto del novembre 1570. Il suo resoconto, denso di particolari, è una delle testimonianze storiche più importanti e meno conosciute su questo episodio della storia sismica italiana. Il terremoto, e l'ozio forzato che ne seguì, diedero ad Azaria l'occasione di scrivere la sua opera più importante, un trattato sulla cronologia ebraica che fece scalpore nelle cerchie ortodosse della diaspora il Me'or enayim (Lume degli occhi), così si chiama il libro, contiene una revisione critica di alcune datazioni tramandate dalla tradizione rabbinica, e usa come materiale di confronto gli scritti dell'esegeta giudeo-alessandrino Filone Alessandrino e addirittura testi cristiani. Un tentativo filologico di stampo umanistico, che assicura al De Rossi un posto di primo piano nel bel volume di Giuseppe Veltri sul Rinascimento nel pensiero ebraico. Dalla Ferrara estense alla Praga del Maharal, dalla Venezia seicentesca alla Firenze della qabbalah cristiana, Veltri mette a fuoco alcuni episodi "rinascimentali" che coinvolgono ebrei ed ebraismo. Le virgolette sono d'obbligo, giacché la prospettiva storiografica pone in rilievo, accanto alle consonanze, anche gli episodi di contrasto e di rottura. Né può essere altrimenti quando si analizza un'epoca in cui la minoranza ebraica è quasi dovunque discriminata e relegata.
   Eppure, qualcosa si muove. Quando papa Pio V dà credito all'opinione comune e attribuisce il sisma ferrarese alla presenza in città di «giudei e marrani», l'internunzio ferrarese gli risponde, umanisticamente, per le rime: «Beatissimo Padre, né giudei né marrani han causato il terremoto, essendo cosa naturale».

(Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2021)


I guardiani dell'imputato Eichmann

L'11 aprile di 60 anni fa a Gerusalemme il processo al gerarca nazista. Ecco il ricordo dei testimoni e dei poliziotti che lo sorvegliavano.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - «Ogni volta che vengo qui a vedere uno spettacolo, cerco la cella di vetro antiproiettile». Davanti a quello che oggi è il teatro Gerard Behar, Reuven Campagnano condivide le memorie indelebili dell'evento che più di ogni altro ha forgiato la percezione collettiva della Shoah non solo per il mondo intero, ma anche per la società israeliana. L'11 aprile 1961 si apriva a Gerusalemme il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann. Il 10 maggio, Reuven, 19 anni, con sua madre Hulda, si faceva strada tra la folla che cercava di accedere a uno dei 756 posti disponibili nella sala. Per loro c'era un ingresso preferenziale, quello riservato ai 112 testimoni viventi dell'orrore nazista. Hulda Cassuto Campagnano fu l'unica teste italiana al processo del secolo.
  Figlia di Umberto Cassuto, noto rabbino e storico costretto dalle leggi razziali ad abbandonare la cattedra alla Sapienza di Roma, non riuscì a raggiungere Gerusalemme nel 1939 insieme al padre per le limitazioni imposte dagli inglesi all'immigrazione ebraica nella Palestina mandataria. Al banco dei testi, Hulda ripercorrerà l'epopea che la vide affrontare la guerra con i sei bambini della famiglia, rimasta sola dopo la deportazione del marito Shaul, del fratello Nathan e della cognata Anna. Solo Anna fece ritorno da Auschwitz, per perdere la vita tre anni dopo in un attentato arabo a Gerusalemme. «C'era una tensione altissima nell'aula. Eichmann sembrava un burattino, non emanava nessuna espressione. A guardarlo mi si apriva una voragine», rievoca Reuven. «Ricordo la sensazione di sollievo terminata la testimonianza. Una catarsi».
  Il processo Eichmann è stato lo spartiacque nel rapporto tra lo Stato d'Israele, nato appena 13 anni prima, e i sopravvissuti della Shoah, un quarto della popolazione del Paese negli anni '60. Una sorta di terapia d'urto collettiva, la definisce la storica Hanna Yablonka, che per prima ha avuto accesso agli archivi del processo, su cui si basa il suo saggio Lo Stato d'Israele contro Adolf Eichmann. «In quel momento, la Shoah da un insieme di informazioni, è diventata conoscenza. Fino ad allora la storia veniva raccontata principalmente attraverso i documenti rinvenuti nel dopoguerra. Le vittime non erano state sentite, sei milioni era un numero generico», dice Yablonka. «Con il processo Eichmann si è iniziato a parlare in prima persona singolare: quando Martin Foldi dal banco dei testimoni racconta la separazione ad Auschwitz dalla figlia, che indossava un cappotto rosso, e di come la vide per l'ultima volta come un puntino rosso in lontananza che non riuscì a raggiungere (sarà poi la scena iconica del film Schindler's List), il pubblico israeliano si trova di fronte all'aspetto esistenziale della Shoah, al suo impatto sulle vite degli individui».
  Fu un passaggio determinante nello sfatare il mito degli ebrei che andarono a morire «come pecore al macello», che negli anni della fondazione dello Stato contrapponeva l'ethos dell'ebreo pioniere, fondatore della patria, con quello diasporico, debole vittima imbelle. «Si è cominciato a capire che, nelle condizioni straordinarie e senza precedenti descritte, anche sopravvivere è stata una forma di eroismo», ricorda Reuven. Ma la svolta non è stata soltanto rispetto all'esposizione delle persecuzioni e delle atrocità.
  «La mamma ci aveva raccontato in parte la storia, teneva un diario personale per ognuno di noi bambini, dove e da chi era stato nascosto finché dopo la guerra non ci ha recuperati. Per me c'è stato un risvolto emotivo: mia madre ha fatto di tutto per farci crescere sereni, lontani dal trauma. Era la prima volta che ero esposto al suo dolore».
  Un trauma tenuto dentro a forza anche per le drammatiche circostanze che, solo tre anni dopo, il Paese si trovava a vivere con la guerra del '48 di fronte a cinque eserciti arabi schierati. «Il processo è stato un'opportunità unica per la rielaborazione del rapporto tra le due generazioni», dice Yablonka. Ricorda ogni dettaglio come fosse ieri, Gabriel Bach, 94 anni oggi, viceprocuratore per l'accusa durante il processo. La prima volta che incontra Eichmann a Gerusalemme, dopo il rapimento del Mossad, aveva appena terminato di leggere l'autobiografia di Rudolf Hess, comandante del campo di Auschwitz. Hess descrive come capitava che in un giorno venissero uccisi anche mille bambini ebrei e che proprio Eichmann gli spiegava perché i bambini dovevano essere uccisi per primi: «Qual è la logica nell'uccidere gli adulti se si lascia una generazione di vendicatori che può ripristinare questa razza?». Dieci minuti dopo, Eichmann era di fronte a lui. «Voleva consultarsi con me sulla nomina dell'avvocato».
  Alla fine, la scelta ricadde su Robert Servatius, già difensore di nazisti al processo di Norimberga. La famiglia Eichmann non se lo poteva permettere e fu Israele a pagarne il compenso. Eichmann era sorvegliato costantemente da un'unità della polizia istituita ad hoc. Decine di poliziotti si alternavano nei turni, disarmati e senza legami familiari con sopravvissuti «per evitare di rendere difficile il servizio o di mettere a rischio la vita del prigioniero», spiega lo storico Yossi Hemi, che ha in uscita un nuovo libro sul ruolo della polizia israeliana nel processo Eichmann. Tra le testimonianze, quella del sovrintendente capo Michael Goldman, dell'Unità 06 responsabile delle indagini. «Fu come vedere riaprirsi la porta del crematorio»: così ricorda il momento in cui sentì Eichmann parlare per la prima volta. Il primo giugno 1962 fu uno dei pochi presenti all'unica pena di morte comminata dallo Stato ebraico.
  Dopo l'impiccagione, il corpo fu cremato. Goldmann, il prete e due poliziotti, salparono al largo delle acque territoriali israeliane per disperdere le ceneri in mare. «Istintivamente ho recitato il verso biblico: "Possano così perire tutti i tuoi nemici, Israele". Qualcuno accanto a me ha risposto "Amen"».

(la Repubblica, 10 aprile 2021)


Napoleone e gli ebrei di Francia: uno sguardo contemporaneo

di Pierre Savy

Nella storia degli ebrei di Francia, la sequenza rivoluzionaria e imperiale (1789-1815) costituisce un vero e proprio spartiacque sul piano politico: da una parte, quelli furono gli anni dell'emancipazione vera e propria (con l'ottenimento della cittadinanza e dell'uguaglianza, 1790-1791) e, grazie alla convocazione del "Grand Sanhédrin" (1806-1807), dell'istituzionalizzazione dell'ebraismo francese. Dall'altra, troviamo l'emanazione del "decreto infame" del 1808 e, più in generale, la spinta verso una politica di "rigenerazione" degli ebrei (già nell'ambiguo Saggio sulla rigenerazione fisica e morale dei Giudei dell'Abbé Grégoire, del 1787), insieme a diverse dichiarazioni pesanti di Napoleone sul "sangue ebraico". Un'ambivalenza profonda, che spiega la grande pluralità di opinioni sull'atteggiamento di Napoleone nei confronti degli ebrei: non a caso, nel libro più importante sulla questione, L'Aigle et la Synagogue (Fayard, 2007), Pierre Birnbaum parlava di una "cacofonia".
  A prima vista, il lascito istituzionale sembra importante. Ai 71 ebrei del Sanhedrin presieduto dal rabbino David Sintzheim, furono fatte 12 domande, alcune a cui era facile rispondere (sulla poligamia o il divorzio, sul sentimento di fraternità degli ebrei di Francia nei confronti degli altri francesi) e altre più malevole, come questa: "Può un'ebrea sposare un cristiano o una cristiana un ebreo?"; o altre, molto delicate, che riguardavano la giurisdizione e la polizia degli ebrei. Il risultato fu l'istituzione di una comunità ebraica francese, una struttura che garantiva il rispetto della religione ebraica. Le odierne istituzioni ebraiche francesi ne sono la continuazione e, in quanto primo rabbino capo del Concistoro centrale, il rabbino Sintzheim fu il primo "grand-rabbin de France", un titolo che esiste tuttora.
  Ma questo riconoscimento ufficiale supponeva anche di limitare fortemente le prerogative delle comunità: era il prezzo dell'assimilazione alla nazione. Chi sottovaluta la gravità della rinuncia alle autonomie ebraiche è troppo condizionato dalla situazione attuale, in cui la tradizione di self-government ebraico è molto indebolita, addirittura in Israele: ormai si limita ai problemi di carattere "religioso" (secondo una distinzione perfettamente estranea alla tradizione ebraica: non tratteggia forse il Talmud mille argomenti, di cui molti non "religiosi"?). Ma, per secoli questa tradizione di autonomia fu una realtà costitutiva degli ordinamenti politici.
  L'ambivalenza e la dimensione fondatrice del momento napoleonico nella storia ebraica fanno sì che esso rimane presente nel dibattito pubblico francese. Lo dimostrano un paio di articoli sulle pagine de Le Monde dell'inverno 2020 con posizione "incrociate" dell'americano James McAuley - preoccupato per "il futuro dell'ideale universale francese" - e del francese Marc Weitzmann, che invece si dichiarava critico su quest'ideale. Poche settimane fa, nel marzo 2021, si è discusso dell'uso politico dell'integrazione napoleonica che ha proposto Gérald Darmanin, il molto di destra ministro dell'interno francese. Nel suo libro, appena uscito (Le séparatisme islamiste, Éditions de l'Observatoire, 2021), Darmanin ha suggerito di prendere il processo di integrazione degli ebrei sotto Napoleone come modello per quella dei musulmani nella Francia di oggi e questo approccio ha sollevato dure critiche, che sono arrivate a sfiorare il sospetto di antisemitismo per alcuni passaggi (va detto, peraltro, che, pochi mesi prima, a proposito del cibo kasher e halal, lo stesso Darmanin aveva confessato di "essere sempre rimasto sconvolto quando, entrando in un ipermercato, [si trova davanti] un reparto di cucina comunitaria").
  Ma questi sono simboli e materie politiche. Con l'imporsi della laicità "alla francese", definibile come una progressiva "invisibilizzazione" dell'identità religiosa degli individui nello spazio pubblico, le cose sono cambiate. La legge di separazione tra Stato e Chiese del 1905 pose fine alle istituzioni ebraiche napoleoniche come istituzioni pubbliche. Oggi, in Francia, le comunità ebraiche, pur avendo un "consistoire" e una struttura centralizzata forti, eredità della politica imperiale, sono molto meno integranti - anche perché sono molto più numerose - che in Italia, dove vige un concordato e dove, grosso modo, l'iscrizione alla comunità rimane per gli ebrei un fatto comune: un'organizzazione di stampo risorgimentale ma che è anche conseguenza dei Patti Lateranensi (1929) e che rende l'identità ebraica italiana più ufficiale e più visibile di quella francese. Il lascito napoleonico pesa più al livello dei simboli e della cultura storica comune che come realtà politica concreta e, paradossalmente, gli ebrei italiani conoscono una strutturazione più "napoleonica" di quelli francesi.

(Shalom, 10 aprile 2021)



Il segno del profeta Giona (3)

di Marcello Cicchese
  1. E la parola dell'Eterno fu su Giona, figlio di Amittai, dicendo:
  2. "Alzati, va' a Ninive, la gran città, e grida contro di lei, perché la loro malvagità è salita alla mia faccia".
  3. Ma Giona si alzò per fuggire a Tarsis, lontano dalla faccia dell'Eterno; e scese a Giaffa, dove trovò una nave che andava a Tarsis; pagò il prezzo e s'imbarcò per andare con loro a Tarsis, lontano dalla faccia dell'Eterno.
  4. Ma l'Eterno gettò un grande vento sul mare, e vi fu sul mare una forte tempesta, sì che la nave minacciava di sfasciarsi.
  5. I marinai ebbero paura, e ognuno gridò al suo dio e gettarono a mare le mercanzie che erano a bordo, per alleggerire la nave; ma Giona era sceso nel fondo della nave, s'era coricato, e dormiva profondamente.
  6. Il capitano gli si avvicinò, e gli disse: 'Che fai tu qui a dormire? Alzati, invoca il tuo dio! Forse Dio si darà pensiero di noi, e non periremo'.
"Alzati, va' a Ninive", ha detto Dio a Giona. E' un invito alla decisione: "Muoviti - sembra dire il Signore - c'è un compito per te". E Giona si muove, con decisione, ma per andare... da un'altra parte. Dio gli aveva indicato una città precisa: Ninive, e Giona individua per il suo viaggio una città altrettanto precisa: Tarsis, che si presume si trovi nella lontana Spagna, quindi situata in direzione esattamente opposta a quella indicatagli da Dio. A Ninive ci si va via terra, a Tarsis invece via mare. Il mare nella Bibbia è accostato al mondo dei gentili, e non è quindi molto familiare agli ebrei. Giona però è deciso: si alza e va. "Scende", più precisamente, a Giaffa, perché è da lì che partono le navi.
  All'inizio sembra andargli tutto bene: trova subito una nave che va proprio a Tarsis. Ma chissà se sono disposti a dargli un passaggio. Sì, sono disposti, ma chiedono soldi. E già, perché senza soldi a questo mondo non si fa niente. Giona lo sa, e poiché si era preparato anche finanziariamente, paga il prezzo richiestogli e s'imbarca per andare a Tarsis "con loro", i marinai pagani della nave.
  Per ben tre volte nel versetto 3 è ripetuto il nome della città scelta da Giona: Tarsis; e per due volte è ripetuto il motivo del viaggio: fuggire lontano dalla faccia dell'Eterno. In questo versetto sono citati i tre protagonisti fondamentali del racconto: Dio, Israele (nella persona di Giona) e le nazioni (nei marinai pagani). L'origine di tutto il fatto sta in un disaccordo fra Israele e Dio. Ma perché Israele? qui si parla di Giona. Dio però ha deciso di operare storicamente nel mondo attraverso lo strumento che si è personalmente formato e ha costituito come suo servitore: Israele. Nei rapporti con il suo servitore Dio sceglie di volta in volta chi sarà il membro del popolo con cui decide di interloquire. Dopo Mosè gli interlocutori di Dio sono stati in maggior parte profeti da Lui autonomamente scelti, perché le autorità politiche, a parte Davide e pochi altri, sono stati quasi sempre parte del problema, non della soluzione.
  Nel periodo che precede le grandi invasioni in Israele dei popoli pagani ci sono due profeti che occupano un posto di rilievo: Elia e Giona. Due profeti molto diversi fra loro, ma con due cose in comune: ad entrambi Dio dà l'ordine di andare verso qualcuno a svolgere un compito, ed entrambi dopo aver eseguito l'ordine manifestano il desiderio di morire. Anzi, chiedono direttamente a Dio di farli morire.
  Ordine di Dio a Elia:
    La parola dell'Eterno fu su Elia dicendo:: "Va', presèntati ad Acab, e io manderò la pioggia sul paese» (1Re, 18:1)
  Replica di Elia a Dio dopo aver eseguito l'ordine:
    "Egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a sedersi sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: 'Basta! Prendi ora, o Eterno, l'anima mia, poiché io non valgo più dei miei padri!' (1Re 19:4)
  Ordine di Dio a Giona;
    La parola dell'Eterno fu su Giona, figlio di Amittai, dicendo: "Alzati, va' a Ninive, la gran città, e grida contro di lei, perché la loro malvagità è salita alla mia faccia" (Giona 1:1-2).
  Replica di Giona a Dio dopo aver eseguito l'ordine:
    "Or dunque, o Eterno, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire che vivere" (Giona 4:3).
  Un altro elemento comune alla storia dei due profeti è che entrambi, su precisa indicazione del Signore, sono portatori di benedizione in terra pagana. Elia porta la salvezza dalla morte per fame alla libanese vedova di Sarepta e inoltre le risuscita il figlio (1Re 17); Giona porta agli assiri di Ninive la salvezza dal giudizio di Dio per la loro malvagità e la possibilità di convertirsi ed essere perdonati. Entrambi dunque hanno eseguito un incarico che rientra nel ruolo assegnato alla nazione promessa da Dio in Abramo: essere in benedizione a tutte le genti.
  Perché allora i due profeti finiscono il loro servizio scoraggiati? Il Signore poteva soltanto essere contento, dal momento che i suoi ordini erano stati eseguiti; come mai invece i due profeti sono scontenti? Una lettura antropocentrica del testo si dilungherebbe in considerazioni psicologistiche o moralistiche sulle debolezze dell'animo umano o la tendenza alla ribellione di chi è sottoposto ad ordini, ma ogni spiegazione di fatti narrati nella Scrittura che aspiri ad avere legittimità biblica non può che essere teologica, cioè deve mettere in primo piano la parte svolta dal personaggio principale, che è Dio.
  Nel caso di Elia, nella terna Dio-Israele-nazioni la parte delle nazioni è svolta dalla moglie libanese di Acab, Iezebel, che uccideva i profeti di Dio e alla cui mensa mangiavano i profeti di Baal e Astarte. Dopo il grandioso spettacolo del fuoco che cade sull'olocausto e lo consuma, dopo che gli ottocentocinquanta profeti di Baal e Astarte erano stati scannati dalla folla, dopo che la pioggia assente da mesi si era riversata torrenziale sulla terra, Elia forse si aspettava che su Acab e Iezebel si sarebbe abbattuta con violenza la giusta ira di Dio, e con questo sarebbe stato chiuso il capitolo del loro regno.
  Ma questo non accade, e Iezebel è ancora lì, più decisa che mai, e promette vendetta. Elia è frastornato, deluso da Dio più che spaventato da Iezebel, di cui conosceva bene la ferocia. Dopo che tutto il popolo aveva gridato "l'Eterno è Dio", rifiutando gli idoli portati nella nazione dalla pagana Iezebel, perché Dio le concede ancora spazio? Perché le concede di minacciare di morte un profeta che ha manifestato tutta la potenza autorevole di Dio? Non capisce il comportamento di Dio e non capisce più che cosa ci sta a fare ancora lui. Forse è stata qualche sua mossa sbagliata a non permettere la piena riuscita del piano di Dio, si chiede. E allora, per usare un linguaggio moderno, presenta a Dio le sue dimissioni da profeta. E poiché sa che il posto di profeta è un vitalizio, sa anche che rimettere la sua qualifica nelle mani di Dio non può che significare chiedergli di morire. E così fa.
  Ma Dio non accetta le sue dimissioni. E l'azione di recupero con cui provvede a liberare il suo avvilito servitore in preda a lugubri pensieri è di una delicatezza davvero sublime, letteralmente divina (1Re 19). Nessuno psicoterapeuta potrebbe imitarla, perché è una rivelazione di Dio su come Egli vuole trattare gli uomini, non un'istruzione agli uomini su come devono trattarsi fra di loro.
  Nel primo capitolo del libro che stiamo esaminando la parte di Israele è svolta da Giona e quella delle nazioni dai marinai. L'ebreo Giona è in collera con Dio, e "non lo vuole più vedere", quindi se ne va lontano dalla faccia dell'Eterno. Ma è possibile fare questo fisicamente? Risponde il re Davide:
    "Dove me ne andrò lontano dal tuo spirito? dove fuggirò dalla tua faccia? Se salgo in cielo tu vi sei; se scendo nel soggiorno dei morti, eccoti lì. Se prendo le ali dell'alba e vado ad abitare all'estremità del mare, anche qui mi condurrà la tua mano, e la tua destra mi afferrerà" (Salmo 139:7-10).
Chi vive sulla terra non può certo sperare di fuggire fisicamente da un Dio che ha formato i cieli e la terra. Ma quello che Giona vuol fare nella realtà storica in cui si muove è allontanarsi corporalmente da ciò che ricorda la presenza di Dio in mezzo al suo popolo: il Tempio di Gerusalemme. Questo lo può fare, e lo fa. Giona vuole ricominciare da capo, vuole rifarsi una vita, lontano da tutto ciò che gli ricorda la presenza di un Dio che l'ha deluso. Tarsis per lui è un programma di vita, una nuova vita normale, in mezzo ad uomini comuni che hanno i comuni problemi di tutti. Si è imbarcato non solo per andare a Tarsis, ma per andare con loro a Tarsis. Sulla nave, e forse anche dopo, avrebbe fatto vita con loro, che certamente non mangiavano kosher. Ma che importa! Giona aveva nascosto la sua origine, non aveva detto di essere ebreo e certamente avrebbe voluto continuare così, perché su quella nave non dovevano esserci differenze: siamo tutti uomini, con gli stessi bisogni e gli stessi problemi. Bisogna reciprocamente aiutarsi, non dividersi per questioni religiose.
  Sulla nave certamente ciascuno aveva qualche divinità a cui rivolgere invocazioni e preghiere, e se questo serviva a vivere meglio la vita di tutti i giorni, perché mettersi a discutere su chi fosse il dio migliore? A Giona questo andava bene: viaggiare insieme agli altri, parlare di cose pratiche e lasciare che ognuno si tenesse stretto il suo dio in quel momento per lui era la cosa migliore. In discussioni religiose comunque non sarebbe entrato, ma avrebbe mantenuto un rispettoso silenzio. Altrimenti avrebbe dovuto contrastare l'idolatria dei religiosi pagani, ma nello stesso tempo avrebbe dovuto rivelare la situazione di rottura che in quel momento esisteva fra lui e Dio.
  In questo modo Giona pensava di aver arrangiato al meglio la sua convivenza sulla nave con i marinai pagani.
  E' a questo punto che interviene Dio. Come con l'avvilito servitore Elia, anche col corrucciato servitore Giona Dio non si presenta direttamente e con parole, ma indirettamente e con azioni. Al profeta depresso che nel deserto aveva chiesto di morire, Dio aveva mandato un angelo, che senza sbrodolarsi in dolci parole d'amore e comprensione, gli aveva dato un ordine secco: "Alzati, e mangia". Con Giona invece l'azione di Dio è ancora più decisa:
    "L'Eterno gettò un grande vento sul mare, e vi fu sul mare una forte tempesta, sì che la nave minacciava di sfasciarsi".
Nelle traduzioni di solito si trova scritto che Dio scatenò un grande vento (tranne la vecchia Diodati che traduce lanciò) ma qui abbiamo scelto una traduzione più letterale perché il verbo serve meglio ad esprimere un movimento dall'alto verso il basso; inoltre è lo stesso verbo che viene usato per dire che i marinai gettarono a mare le mercanzie.
  Sulla nave non si fanno dispute religiose, ma l'incursione dall'Alto li obbliga a porsi il problema di Dio da un'angolatura non teorica, ma pratica. I marinai a bordo sono professionalmente preparati, ma la tempesta è talmente forte che non riescono a padroneggiarla, e questo per loro poteva voler dire che da qualche parte c'era un dio adirato con qualcuno presente a bordo. Non si sa qual è il dio arrabbiato e non si sa con chi ce l'ha, ma proprio questo obbliga tutti a invocare il proprio dio affinché plachi la sua ira e venga in soccorso della nave che sta per affondare. E così fanno tutti. Tranne Giona. Ed è qui che viene fuori la differenza fra Israele e le nazioni. Giona sa chi è il vero Dio e sa anche che sulla nave l'elemento di disturbo è lui. Si capisce allora perché non ha voglia di andare pregare insieme agli altri. Per prima cosa, non può accettare che il Dio d'Israele sia mescolato ai tanti dei a cui si rivolgono gli idolatri marinai; seconda cosa, non può chiedere aiuto a un Dio con cui è in palese disaccordo e da cui si sta volontariamente allontanando. Era riuscito fino a quel momento ad evitare i discorsi religiosi, ma adesso che tutti si sono messi a invocare i loro dei, è difficile per lui giustificare ancora la sua reticenza. E allora "svicola": s'imbosca nella stiva della nave e lì, inspiegabilmente, s'addormenta.
  E' difficile capire perché Giona è preso dal sono in una circostanza così drammatica, ma se non sempre si riesce a dare precise spiegazioni, si possono almeno cercare. Nella Bibbia, naturalmente. Fa riflettere ancora una volta l'analogia tra i due profeti in fuga da Dio. Elia, dopo essersi inoltrato da solo nel deserto una giornata di cammino, si mise a sedere ed espresse a Dio il desiderio di morire, "poi si coricò e si addormentò" (1Re 19:5). Giona, dopo essere sceso da solo nel fondo della nave "si era coricato e dormiva profondamente". Che significa questo sonno in circostanze così prossime alla morte? Nei Vangeli si trova un fatto dello stesso tipo, sempre in prossimità della morte. Gesù prega nel Getsemani prima di essere arrestato; la sua anima "è oppressa da tristezza mortale" (Matteo 26:38); chiede a tre dei suoi discepoli di pregare e poi si allontana per pregare da solo; torna dai discepoli e "li trovò che dormivano perché gli occhi loro erano aggravati" (Matteo 26:43).
  Guardiamo come vengono interrotti questi sonni.
  Elia viene svegliato da un angelo che gli dice: "Alzati e mangia".
  Giona viene svegliato dal capitano della nave che gli dice: "Alzati e invoca il tuo Dio".
  I discepoli nel Getsemani vengono svegliati da Gesù che dice loro: "Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione" (Matteo 26:41).
  In tutti e tre i casi il fatto di addormentarsi è conseguenza passiva di un atteggiamento sbagliato dell'uomo e l'azione di risvegliare è espressione attiva di una volontà salvifica di Dio. Anche nel caso di Giona, il capitano che lo scuote è come un angelo che Dio usa per risvegliare il suo servo dal torpore in cui si era lasciato andare. Un morboso desiderio di morire simile a quello di Elia si era impadronito di Giona dopo lo scatenarsi del temporale e l'imminente affondamento della nave. Falliva il suo proposito di ricostruirsi una nuova vita a Tarsis e nello stesso vedeva abbattersi su di lui la giusta punizione del Dio d'Israele da cui aveva tentato di allontanarsi. Lo risvegliano le parole brusche del capitano: "Che fai tu qui a dormire?" Già, ci sono anche i marinai, si ricorda Giona. Questo complica il suo rapporto con Dio. Loro sono pagani, idolatri, ma in questa faccenda non c'entrano: sono innocenti, questa tempesta non arriva per colpa loro. E sente il capitano che gli dice: "Alzati", proprio come gli aveva detto Dio in Israele, e lo supplica di invocare il suo Dio, dunque il Dio d'Israele, perché - dice il capitano - "Forse Dio si ricorderà di noi, e noi non periremo".
  Adesso Giona è messo alle strette. Aveva voluto fuggire lontano dalla faccia dell'Eterno che gli aveva detto: alzati, e va' dai pagani; e si ritrova davanti la faccia del pagano che gli dice: alzati, e prega il tuo Dio. L'Eterno ha ritrovato il fuggiasco Giona.
  Ci sa fare, il Dio d'Israele, creatore dei cieli e della terra. Ha senso cercare di nascondersi davanti a Lui, come ha fatto Adamo? o tentare di fuggire lontano da Lui, come ha fatto Giona?

(3) continua

(Notizie su Israele, 11 aprile 2021)


 

Israele ha sconfitto il virus: gli investimenti decollano

di Jonathan Pacifici*

In Israele, quando finisci il servizio militare, ti porti appresso per settimane o mesi un'arma fantasma. E' il riflesso condizionato che manda la mano destra verso la schiena per verificare che il fucile di ordinanza sia lì a tracolla. Dopo tre anni di leva nei quali non puoi lasciarlo nemmeno per andare in bagno il tuo corpo fatica a credere che non sia più lì. Chi sa se sarà lo stesso con le mascherine, ci siamo chiesti spesso nell'ultimo anno. Sembra che lo scopriremo presto. Dal prossimo 18 aprile infatti, l'uso della mascherina, almeno all'aperto, non sarà più obbligatorio.
   E' forse il più emblematico risultato dello strepitoso successo della campagna vaccinale israeliana. Partiamo dai numeri: su una popolazione di 9.3 milioni, 5.282.545 vaccinati (56.81%) con una dose, 4.871.397 con due (52.38%). Il resto è composto da buona parte dagli 834.920 che hanno contratto il virus, dai 2,6 milioni di under 16 al momento non vaccinabili e da qualche centinaio di migliaia di irriducibili, più che altro frange estreme disadattate in villaggi beduini e qualche no-vax. I risultati sono stati stupefacenti: restano in tutto 4.931 contagiati attivi, test positivi allo 0,7%, 317 ospedalizzati gravi di cui 169 sotto respirazione assistita. Inutile dirlo, tutti non vaccinati. Ed i numeri migliorano di giorno in giorno. Dopo i risultati dei test Pfizer si attende poi a giorni il via libera dell'Fda per vaccinare la fascia 12-16 anni, circa 800.000 adolescenti. Le dosi ci sono così come un piano ad hoc che vede coinvolte le Hmo (casse sanitarie) ed il ministero dell'Istruzione. La vaccinazione avverrà direttamente nelle scuole ed il governo ritiene di poterla eseguire in poche settimane.
   In altri termini, Israele ha sconfitto il virus. La vita sta gradualmente riprendendo, ristoranti pieni, scuole funzionanti, uffici che si riempiono nuovamente. Girare per le strade di Gerusalemme e Tel Aviv oggi è un'iniezione di positività, di ottimismo e di fiducia nel futuro. L'onda d'urto del successo israeliano va ben oltre. Gli Emirati Arabi hanno annunciato che i cittadini israeliani vaccinati potranno accedere al Paese senza quarantena. Abu Dhabi ha fretta di mettere in moto la pax economica degli Accordi di Abramo e così mercoledì è atterrato al Ben Gurion Airport il volo inaugurale della Etihad Airways sulla nuova rotta Abu Dhabi-Tel Aviv. A bordo il neo-ambasciatore Uae Mohamed Al-Khaja, l'ambasciatore designato di Israele negli Emirati, Eitan Na'eh ed il ceo del gruppo Etihad Tony Douglas.
   Nel frattempo, Grecia, Cipro e Croazia si contendono il turismo estivo a colpi di passaporti verdi. Tutto questo in un'economia che al di là della flessione fisiologica di turismo e commercio al dettaglio non si è fermata per un attimo. Il primo trimestre del 2021 ha segnato un nuovo record per la Startup Nation con 5,3 miliardi di dollari raccolti dalle società tecnologiche israeliane, il 50% di tutto il 2020 che già era stato un anno record. Nello stesso periodo il Paese ha prodotto oltre 15 nuovi unicorni (società con valorizzazione sopra il miliardo), comprese due nuove Spac da oltre 10 miliardi.
   Martedì il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo le proprie stime Paese 2021, prevedendo una crescita del 5% ed una diminuzione della disoccupazione che scenderà sotto al 5% per fine anno, per attestarsi al 4,6% nel 2022. Positivi anche i dati sull'inflazione che dovrebbe essere attorno allo 0,7%, circa la metà di quanto previsto nella maggior parte dei paesi Ocse. Eppure, tutto ciò non è bastato al premier Netanyahu a sfondare alle ultime elezioni. Martedì King Bibi ha incassato l'incarico ma la caccia ai due responsabili necessari per far partire il suo nuovo esecutivo è tutt'altro che banale. Parafrasando Peter Ustinov, Israele non solo ha dato al mondo uno dei più grandi statisti dell'epoca moderna ma si è anche concessa il lusso di non votarlo.

* Presidente del Jewish Economic Forum e general partner di Sixth Millennium Venture Partners

(Milano Finanza, 10 aprile 2021)


Emirati e Israele partecipano a manovre aeree internazionali in Grecia

LONDRA - Le aeronautiche militari degli Emirati Arabi Uniti e di Israele parteciperanno alle manovre internazionali "Iniochos 21" presso la base aerea di Andravida, in Grecia. Oltre alla Grecia e ai due paesi, vi prenderanno parte anche Stati Uniti, Canada, Francia, Cipro, Slovenia e Spagna. "Iniochos 21", che sarà guidata dalla Polemiki Aeroporia (l'aeronautica militare della Grecia), si svolgerà dal 12 aprile al 22 aprile per simulare scenari di conflitto e di disastri. Israele è un ospite fisso delle manovre, ma l'inclusione degli Emirati è una novità dopo la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi.
   Una fonte a Tel Aviv, citata dal quotidiano panarabo edito a Londra "Asharq al Awsat", ha precisato che non è la prima volta che Emirati Arabi Uniti e Israele si esercitano insieme: già nel 2016, infatti, i velivoli dei due Paesi avevano preso parte all'esercitazione "Red Flag" tenuta dall'aeronautica degli Stati Uniti. Gli Emirati e la Grecia schiereranno velivoli F-16, mentre gli Stati Uniti parteciperanno con caccia F-15 e F-16, aerocisterne Stratotanker KC-135 e droni UAV MQ-9. La partecipazione israeliana di quest'anno include F-15 e F-16, mentre la Francia ha portato caccia multiruolo Rafale e Mirage 2000D. La Spagna parteciperà con cacciabombardieri F / A-18, mentre il Canada invierà otto ufficiali per partecipare all'esercitazione come controllori di volo a terra e Cipro contribuirà con un elicottero AgustaWestland AW139.
   
(Agenzia Nova, 10 aprile 2021)


Così Israele è tornato allo stadio

di Francesco Caremani

"Prima è ripartita la pallacanestro, poi la pallavolo e infine il calcio. Novemila tifosi in uno stadio da 30mila (all'inizio erano 5.000), 1.500 con una capienza di 15mila e così via". Parla il giornalista sportivo israeliano Uri Levy
  Dodici marzo 2021. È questa la data che i calciofili israeliani ricorderanno a lungo. Il giorno in cui, per la prima volta dopo un anno, sono potuti tornare allo stadio a tifare. In Israele, infatti, a causa della pandemia il calcio si era fermato il 5 marzo 2020, anche se è stata la pallacanestro il primo sport di squadra a giocare con il pubblico a fine febbraio, una specie di esperimento pilota. La partita di calcio si è giocata al Teddy Kollek Stadium di Gerusalemme alla presenza di 1.500 tifosi, tra Hapoel Jerusalem e Ramat HaSharon, serie B israeliana, finita 1-0 per i padroni di casa. Poi ci sono state le due partite di qualificazione a Qatar 2022 contro Danimarca (0-2) e Scozia (1-1), entrambe disputate al Bloomfield di Tel Aviv, con 5.000 tifosi presenti. "Prima è ripartita la pallacanestro, poi la pallavolo e infine il calcio. Novemila tifosi in uno stadio da 30mila (all'inizio erano 5.000), 1.500 con una capienza di 15mila e così via; per quanto riguarda il basket, invece, siamo al dieci per cento della capacità dell'impianto. Al momento possono accedere solamente vaccinati e guariti esibendo i certificati da cellulare, ma il governo sta pensando di aprire pure agli altri con test rapidi prima della partita", spiega al Foglio Uri Levy, giornalista sportivo israeliano, fondatore del blog Babagol, uno dei più seguiti a livello internazionale nel circuito dell'indie journalism, tifoso dell'Hapoel Jerusalem e titolare dell'Estudiantes Tel Aviv (IFLI League, sesta divisione israeliana), con un debole per Tottenham Hotspur, Psg e Celta Vigo.
  Le regole sono semplici. Distanziamento sociale e biglietti digitali, niente carta, alcun contatto. Inoltre si devono produrre le relative certificazioni agli steward e ai poliziotti che lo richiedono, tutto scaricabile dal sito del ministero della Salute israeliano con la propria carta d'identità. "Tutto molto semplice" dice Levy, il quale ci racconta un'altra realtà: "Il nostro governo ha gestito male la crisi pandemica. Poi sono arrivati i vaccini e a dicembre è partita la campagna che è stata molto rapida grazie al nostro sistema sanitario nazionale e ai dati posseduti che gli permettono di raggiungere direttamente ogni paziente. Prima è toccato ai più anziani e fragili, poi over 60, over 40, dai sedici anni in su e infine lo hanno aperto a tutti. Anche da noi ci sono i no-vax, ma al momento abbiamo vaccinato quasi cinque milioni di abitanti, il 52 per cento della popolazione. Ancora utilizziamo la mascherina e abbiamo una media di 320 nuovi casi il giorno, ma mai sopra i 500". Il vaccino in Israele, più che altrove, è pure argomento politico: "Gli araboisraeliani possono fare il vaccino come tutti gli altri ma molti di loro non vogliono, nonostante grandi campagne mediatiche di influencer arabi. Per quello che so l'Autorità Palestinese non voleva ricevere i vaccini da Israele e hanno rifiutato il suggerimento di costruire punti vaccinali in più luoghi con loghi israeliani, quindi hanno aspettato quello russo per vaccinare i più anziani. Tuttavia 150.000 palestinesi che lavorano in Israele possono farlo e molti lo hanno già ricevuto", afferma Uri Levy.
  Intanto gli atleti israeliani qualificati si stanno allenando e preparando per Tokyo 2021 che sarà un altro passo fondamentale del ritorno alla normalità dello sport mondiale, con molte incognite. Per quanto riguarda il calcio, invece, alcuni giocatori hanno contratto il Coronavirus ma la maggior parte adesso è vaccinata, sia nei vari club che in Nazionale e questo evita, per esempio, quello che è accaduto all'Italia e sta accadendo in serie A. Il Covid-19, però, ha colpito duro anche in Israele: "La situazione economica delle società calcistiche è pessima, soprattutto di quelle più piccole e con meno risorse. Stanno ancora in piedi grazie agli aiuti governativi, ma tutti temono il dopo, quando questi finanziamenti non ci saranno più. Non c'è stata un'organizzazione particolarmente efficace per questo tipo di ristori, ma alla fine tutte le società sportive, in qualche modo, sono state aiutate", racconta Uri. Levy si divide tra Gerusalemme e Giaffa nell'attesa di riprendere a viaggiare: "È cambiato il modo di lavorare, più da remoto e maggiormente tecnologico, ma quello che mi manca davvero è la libertà di andare all'estero e assistere agli eventi sportivi, per poi raccontarli ai nostri lettori. Il calcio senza tifosi non è niente, è deprimente, ma ho continuato a seguire le partite locali per sentirmi vivo e per raccontare agli israeliani e ai palestinesi cosa accadeva e cosa era il calcio dentro gli stadi al tempo della pandemia".
  Babagol è specializzato nel narrare il calcio di quelle porzioni di mondo generalmente dimenticate, dal Medio Oriente all'Africa, dall'America Latina all'Asia, sempre con un taglio sociale, politico e culturale: storie alternative, che è la cifra di questa testata e del suo fondatore. "La pandemia ci ha cambiati, nel modo di pensare e di vivere, al di là di tifosi e giornalisti sportivi, nonostante il nostro continuo ritorno verso la normalità, molto persone lavorano da casa e la loro vita si è adattata a questa situazione. Anche Babagol è cambiato. Abbiamo iniziato a descrivere il calcio sotto la lente del Coronavirus, continuando a offrire la nostra edizione scouting, scoprendo talenti in giro per il mondo, e long-form. Pure le storie sono cambiate, ma non è cambiato il modo di raccontarle e la passione per il calcio, quello vero, con i tifosi, quella c'è ancora". Una passione che nelle ultime settimane, in Israele, ha rivisto la luce, mentre altrove cova sotto la cenere, sognando (come in tutti gli altri settori fermi, dalla cultura alla ristorazione), il giorno in cui sarà possibile tornare allo stadio a tifare e cantare.

(Il Foglio, 10 aprile 2021)


Iran, nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio

«No a colloqui con Usa fino a revoca sanzioni»

L'Iran ha inaugurato delle nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio. La cerimonia si è tenuta a Natanz, sede di un complesso nucleare. La tv di Stato non ha mostrato le immagini delle centrifughe ma ha realizzato un collegamento con gli ingegneri dell'impianto che hanno raccontato di aver introdotto esafluoruro di uranio dopo aver ricevuto l'ordine dal presidente Hassan Rohani.
   Avviata una linea di 164 centrifughe IR-6 e un'altra delle 30 IR-5: «Sono in grado di poterci fornire una quantità di prodotto dieci volte maggiore rispetto alla precedente», ha detto il presidente. «Tutte le attività nucleari sono solo a scopi pacifici e per scopi civili. Come ha detto in diverse occasioni la Guida Suprema - ha rassicurato Rohani - per la nostra giurisprudenza è vietato rincorrere un'arma che potrebbe costituire un grande pericolo».
   Gli Stati Uniti, durante i colloqui di Vienna che hanno l'obiettivo di salvare l'accordo nucleare, si sono detti «pronti» a ritirare le sanzioni per Teheran quando «tornerà a rispettare gli obblighi dell'accordo».
«Non ci sono stati tra gli Usa e l'Iran colloqui diretti o indiretti a Vienna o altrove perché non c'è bisogno di trattative dal momento che il Jcpoa (l'accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015, ndc) è stato negoziato in ogni dettaglio e gli Stati Uniti devono dimostrare a tutti, non solo sulla carta, che vogliono invertire la rotta rispetto all'era Trump, che vogliono attuare integralmente e fedelmente il Jcpoa e revocare tutte le sanzioni illegali contro l'Iran». Si è espresso così il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Saeed Khatibzadeh, in una lunga intervista a Christiane Amanpour per la Cnn. Secondo il portavoce, a Vienna si sono registrati «passi positivi da parte del gruppo 4+1» (Cina, Francia, Regno Unito e Russia più la Germania) e i colloqui «hanno dimostrato che sono possibili progressi», mentre il lavoro si concentra sulla definizione di una «lista di sanzioni che gli Stati Uniti dovrebbero effettivamente rimuovere».
   Il gruppo 4+1, ha insistito, «ha i canali per parlare con gli Usa e sapere cosa effettivamente pensano». E, ha proseguito, «se Stati Uniti e Iran potranno di nuovo parlare dipenderà da se gli Usa torneranno nell'accordo e al tavolo del Jcpoa», in un momento in cui è «quasi impossibile credere negli Stati Uniti soprattutto dopo quattro anni di costante guerra economica contro il popolo iraniano» durante l'Amministrazione Trump.

 La produzione di uranio arricchito in Iran
  Dall'inizio di quest'anno l'Iran ha prodotto 55 kg di uranio arricchito al 20%, mentre l'attuale accordo del 2015 prevede tra le altre cose per la Repubblica islamica il limite massimo dell'arricchimento di uranio al 3,67%. La quantità annunciata è superiore a quella prevista in base alla legge iraniana - emanata come rappresaglia al ritiro degli Usa dall'intesa -, che indica una soglia media di produzione 10 kg al mese.
   Secondo il portavoce, l'obiettivo annuale fissato in 120 kg potrebbe essere raggiunto entro agosto. Stando all'ultimo rapporto trimestrale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), al 16 febbraio Teheran aveva prodotto 17,6 kg di uranio arricchito al 20%. La soglia è comunque ancora significativamente inferiore al 90% richiesto per poter arrivare all'atomica, che l'Iran ha sempre negato di volere.

(Il Messaggero, 10 aprile 2021)


Israele, il risveglio dopo il vaccino

Ristoranti, mostre, cineme, compleanni, scuole, strade e anche spiagge che si riempiono di persone... Cronaca di un ritorno (possibile) alla normalità.

di Claudia Fellus

All'inizio si fa capoccella piano piano. Non sei abituato alla luce dopo un anno oramai. I cauti incontri, distanziati e con mascherina, hanno trasformato l'isolamento in abitudine di vita. Gli unici contatti sono separati dallo schermo del computer o del telefono. Poi il primo vaccino, ancora cautela, il secondo e la sensazione della conquista della libertà. Quantomeno ho fatto qualcosa per battermi contro chi ci ha privato degli affetti, della socialità anche lavorativa (anche se lo smart working ha il suo perché se alternato alla presenza).
   Tom, diciassettenne figlio di mia cugina, mi parlava spesso dello strappo violento che aveva provocato sui ragazzi l'assenza dell'altro. La mancanza della scuola. Come tutti sappiamo. "Vaccinano i 17enni per poter tornare a scuola a prepararsi per la maturità." Ha detto, lo sguardo sorridente, con un sorriso che viene da dentro. La campagna di vaccinazione era già avanzata, e la popolazione più anziana era stata tutta messa in sicurezza.
   La riapertura è stata lenta, cauta. Ogni settimana si sono riattivate categorie ormai in letargo. E le strade sono tornate ad essere piene. Anche le spiagge. Il primo ritorno fu ad un compleanno di un'amica. Improvvisamente ho avuto la sensazione di essere risvegliata da un sogno. Quattordici persone intorno a un tavolo che festeggiavano un'amica con la gamba rotta. Che chiacchieravano amabilmente. La prima riunione sociale rilassata dopo una vita. E si era di nuovo capaci di trasferirsi affetto, chiacchiere frivole. Ogni volta, i primi tempi c'era un filo di commozione e tanta cautela. Finestre aperte ma un allegro cinguettio.
   "Un compleanno che ricorderemo per sempre", abbiamo esclamato tutte infilandoci la mascherina per uscire.
   Una sera tornando a casa mi sono fermata davanti a un noto ristorante italiano per chiedere del grasso d'oca per fare una carbonara. C'era un signore fuori con dei bambini. Sentendomi parlare italiano col cuoco, mi si avvicina e sussurra "io sono vaccinato due volte e lei?" "anche io" rispondo e lui felice con la sua mascherina mi chiede consigli sul menu, cerca cose davvero italiane e ci salutiamo felici di fare parte della medesima corrente di pensiero: "W la scienza".
   Un altro passo importante verso la riconquista della vita condivisa è stata l'anteprima della riapertura del Museo della storia con aggiunta del contemporaneo del popolo ebraico. La visita era organizzata per una importante associazione di amici dell'arte. Eravamo una quarantina, non conoscevo nessuno ma ero affascinata dal ritorno alla cultura condivisa, ma soprattutto dalla gioia dei presenti. Poter fare una visita con la curatrice, in questo anno di pandemia ci eravamo abituati a guardare persino le mostre su FB.
   Forse il momento di rottura è stato con la riapertura al pubblico dei ristoranti la sera. Eravamo abituati, da più di 8 mesi, alla sola possibilità di asporto. Non più sedute conviviali intorno a del buon cibo e una bottiglia di vino ma carbonari incontri in case private con cibo ordinato in pochissimi a distanza e con finestra aperta.
   Le strade di Tel Aviv la sera si rianimano. Finito il lockdown, ma soprattutto lentamente nell'immaginario collettivo si fa strada il pensiero che forse, potremmo aver sconfitto il "Corona"?
   Nessuno osa dirlo continuiamo a camminare per le strade con la mascherina ma di fatto la vita si riappropria di noi. I pub sono pieni di ragazzi, ballano, cantano, bevono, si abbracciano. Non temono più di contagiare ed ammazzare i nonni o i genitori. Gli anziani sono vaccinati! Sembrano dei reduci di una guerra che solo un'arma ha potuto combattere: la solitudine e l'isolamento.
"Sono aperto da 30 anni, mai nella storia della mia attività ho lavorato così tanto." Ovunque si sente questo refrain. Come se l'astinenza così lunga avesse spinto la gente a uscire, acquistare, consumare, divertirsi.
   Tornare in palestra, poi al cinema, a teatro. Un'unica domanda all'ingresso: Hai il passaporto verde? Non c'è legge che ti obblighi a vaccinarti né che impedisca l'accesso ai non vaccinati, ma c'è un non detto, di autodifesa: chiunque entri in un luogo chiuso vuole essere certo che siano tutti coperti dalla vaccinazione. Nessuno vuole correre rischi e soprattutto nessuno vuole tornare indietro. Le palestre fanno lezione a quelli senza passaporto verde all'esterno, i ristoranti, se hanno posto li fanno sedere fuori.
   Cinema, teatri, centri commerciali è tutto preso d'assalto. Si torna alla vita pre Covid, con cautela, ancora con le mascherine al chiuso, ma con una corrente di energia solidale, con commozione si torna a quel passato che ci era sembrato oramai il retaggio di un'altra epoca.
   Mai avrei pensato che avrei provato commozione in un centro commerciale affollato (odio i centri commerciali, affollati poi non ne parliamo) né che avrei pianto sedendomi su una comoda poltrona di fronte al grande schermo cinematografico, mentre sfiorando il braccio di un amico mi chiedevo se era realtà o un sogno.
   Ci siamo chiesti se e come avremmo ricominciato. Ci siamo detti che probabilmente non sarebbe stato più come prima. E la commovente e gioiosa sorpresa è che abbiamo ritrovato le nostre abitudini del passato e ci siamo rientrati affamati e bramosi di riprenderci tutto. Ce lo stiamo riprendendo con cautela, anche se con le ultime feste ebraiche il vaccino è stato messo a dura prova dall'euforia. Nonostante questo i numeri di contagi, malati gravi e morti continuano a scendere. Incrociamo le dita e ringraziamo la scienza.
   Con la speranza che gli Stati possano presto ottenere i vaccini per riportare la popolazione alla vita. Perché da quello che viviamo qua si può dire che c'è una luce in fondo al tunnel grazie all'arma che la scienza ci ha fornito, per batterci contro l'invisibile nemico che ci impediva di rapportarci con gli altri. Tranquilli non ci si abitua al sonno della socialità affettiva, né a quello culturale, basta riattaccare la spina e saremo in grado di riprendere a camminare, all'inizio con cautela, ma poi con una gioia infinita. Come sta succedendo qui.

(la Repubblica, 9 aprile 2021)


I guardiani dell'imputato Eichmann

L'11 aprile di 50 anni fa a Gerusalemme il processo al gerarca nazista. Ecco il ricordo dei testimoni e dei poliziotti che lo sorvegliavano.

di Sharon Nizza

«Ogni volta che vengo qui a vedere uno spettacolo, cerco la cella di vetro antiproiettile». Davanti a quello che oggi è il teatro Gerard Behar, Reuven Campagnano condivide le memorie indelebili dell'evento che più di ogni altro ha forgiato la percezione collettiva della Shoah non solo per il mondo intero, ma anche per la società israeliana. L'11 aprile 1961 si apriva a Gerusalemme il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann. Il 10 maggio, Reuven, 19 anni, con sua madre Hulda, si faceva strada tra la folla che cercava di accedere a uno dei 756 posti disponibili nella sala. Per loro c'era un ingresso preferenziale, quello riservato ai 112 testimoni viventi dell'orrore nazista. Hulda Cassuto Campagnano fu l'unica teste italiana al processo del secolo.
  Figlia di Umberto Cassuto, noto rabbino e storico costretto dalle leggi razziali ad abbandonare la cattedra alla Sapienza di Roma, non riuscì a raggiungere Gerusalemme nel 1939 insieme al padre per le limitazioni imposte dagli inglesi all'immigrazione ebraica nella Palestina mandataria. Al banco dei testi, Hulda ripercorrerà l'epopea che la vide affrontare la guerra con i sei bambini della famiglia, rimasta sola dopo la deportazione del marito Shaul, del fratello Nathan e della cognata Anna. Solo Anna fece ritorno da Auschwitz, per perdere la vita tre anni dopo in un attentato arabo a Gerusalemme. «C'era una tensione altissima nell'aula. Eichmann sembrava un burattino, non emanava nessuna espressione. A guardarlo mi si apriva una voragine», rievoca Reuven. «Ricordo la sensazione di sollievo terminata la testimonianza. Una catarsi».
  Il processo Eichmann è stato lo spartiacque nel rapporto tra lo Stato d'Israele, nato appena 13 anni prima, e i sopravvissuti della Shoah, un quarto della popolazione del Paese negli anni '60. Una sorta di terapia d'urto collettiva, la definisce la storica Hanna Yablonka, che per prima ha avuto accesso agli archivi del processo, su cui si basa il suo saggio Lo Stato d'Israele contro Adolf Eichmann. «In quel momento, la Shoah da un insieme di informazioni, è diventata conoscenza. Fino ad allora la storia veniva raccontata principalmente attraverso i documenti rinvenuti nel dopoguerra. Le vittime non erano state sentite, sei milioni era un numero generico», dice Yablonka. «Con il processo Eichmann si è iniziato a parlare in prima persona singolare: quando Martin Foldi dal banco dei testimoni racconta la separazione ad Auschwitz dalla figlia, che indossava un cappotto rosso, e di come la vide per l'ultima volta come un puntino rosso in lontananza che non riuscì a raggiungere (sarà poi la scena iconica del film Schindler's List), il pubblico israeliano si trova di fronte all'aspetto esistenziale della Shoah, al suo impatto sulle vite degli individui».
  Fu un passaggio determinante nello sfatare il mito degli ebrei che andarono a morire «come pecore al macello», che negli anni della fondazione dello Stato contrapponeva l'ethos dell'ebreo pioniere, fondatore della patria, con quello diasporico, debole vittima imbelle. «Si è cominciato a capire che, nelle condizioni straordinarie e senza precedenti descritte, anche sopravvivere è stata una forma di eroismo», ricorda Reuven. Ma la svolta non è stata soltanto rispetto all'esposizione delle persecuzioni e delle atrocità.
  «La mamma ci aveva raccontato in parte la storia, teneva un diario personale per ognuno di noi bambini, dove e da chi era stato nascosto finché dopo la guerra non ci ha recuperati. Per me c'è stato un risvolto emotivo: mia madre ha fatto di tutto per farci crescere sereni, lontani dal trauma. Era la prima volta che ero esposto al suo dolore».
  Un trauma tenuto dentro a forza anche per le drammatiche circostanze che, solo tre anni dopo, il Paese si trovava a vivere con la guerra del '48 di fronte a cinque eserciti arabi schierati. «Il processo è stato un'opportunità unica per la rielaborazione del rapporto tra le due generazioni», dice Yablonka. Ricorda ogni dettaglio come fosse ieri, Gabriel Bach, 94 anni oggi, viceprocuratore per l'accusa durante il processo. La prima volta che incontra Eichmann a Gerusalemme, dopo il rapimento del Mossad, aveva appena terminato di leggere l'autobiografia di Rudolf Hess, comandante del campo di Auschwitz. Hess descrive come capitava che in un giorno venissero uccisi anche mille bambini ebrei e che proprio Eichmann gli spiegava perché i bambini dovevano essere uccisi per primi: «Qual è la logica nell'uccidere gli adulti se si lascia una generazione di vendicatori che può ripristinare questa razza?». Dieci minuti dopo, Eichmann era di fronte a lui. «Voleva consultarsi con me sulla nomina dell'avvocato».
  Alla fine, la scelta ricadde su Robert Servatius, già difensore di nazisti al processo di Norimberga. La famiglia Eichmann non se lo poteva permettere e fu Israele a pagarne il compenso. Eichmann era sorvegliato costantemente da un'unità della polizia istituita ad hoc. Decine di poliziotti si alternavano nei turni, disarmati e senza legami familiari con sopravvissuti «per evitare di rendere difficile il servizio o di mettere a rischio la vita del prigioniero», spiega lo storico Yossi Hemi, che ha in uscita un nuovo libro sul ruolo della polizia israeliana nel processo Eichmann. Tra le testimonianze, quella del sovrintendente capo Michael Goldman, dell'Unità 06 responsabile delle indagini. «Fu come vedere riaprirsi la porta del crematorio»: così ricorda il momento in cui sentì Eichmann parlare per la prima volta. Il primo giugno 1962 fu uno dei pochi presenti all'unica pena di morte comminata dallo Stato ebraico.
  Dopo l'impiccagione, il corpo fu cremato. Goldmann, il prete e due poliziotti, salparono al largo delle acque territoriali israeliane per disperdere le ceneri in mare. «Istintivamente ho recitato il verso biblico: "Possano così perire tutti i tuoi nemici, Israele". Qualcuno accanto a me ha risposto "Amen"».

(la Repubblica, 9 aprile 2021)


40 notti di guerra discreta

Dalle esplosioni nel Mediterraneo ai raid aerei agli sciami di droni contro le raffinerie del greggio, il conflitto in accelerazione tra Iran e Israele (e i loro alleati) è appena un timido blip fra le notizie

di Daniele Raineri

Da un punto di vista tecnico Iran e Israele non sono due paesi in guerra. Dal punto di vista della realtà, sono a capo di due grandi schieramenti che si fanno la guerra tutti i giorni lungo un fronte che attraversa molti paesi come Libano, Siria, Iraq e Yemen e passa anche per il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso e il Golfo dell'Oman. E' una guerra senza eroi, senza monumenti, senza battaglie ma con molti morti e rischia tutti i giorni di diventare un conflitto più grande in una zona strategica del mondo. La chiusura accidentale del canale di Suez in confronto è stata uno scherzo. E' una guerra camuffata da altre guerre: gli Ansar Allah contro i sauditi e le milizie irachene contro gli americani fanno parte anche loro della grande contesa per decidere chi controlla quella regione e alla fine i poli che si vogliono annullare a vicenda sono due: Israele e l'Iran dei pasdaran. Però i due poli sono diventati due grandi blocchi e coinvolgono molti alleati: l'Arabia Saudita, il regime siriano, gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti, il Libano, lo Yemen e altri. E' una guerra d'intelligence ma con molta azione e però non viene percepita. Non c'è un racconto unificato, di essa abbiamo soltanto una sequenza infinita di frammenti, di piccole notizie, di comunicati, di trafiletti di giornale. Abbiamo provato a raccogliere i frammenti degli ultimi quaranta giorni, è un campione assolutamente random che però rende l'idea di cosa sta succedendo laggiù. Ci sono stati altri periodi molto peggiori, ma è proprio il flusso casuale delle notizie a far paura. Abbiamo escluso grandi temi, come l'offensiva di terra a Marib in Yemen o l'arresto di sicari iraniani in Etiopia - mandati a colpire diplomatici degli Emirati Arabi Uniti. E' la guerra dei trafiletti di giornale e a volte non ci sono nemmeno quelli (altre volte invece una singola notizia ruba tutta la scena: vedi il bombardamento ordinato da Joe Biden). In qualche caso li abbiamo un po' espansi per dare più informazioni.
  E' giovedì 25 febbraio, i commandos iraniani attaccano la nave da carico Helios Ray nel Golfo dell'Oman. Qualcuno ha verificato che il cargo è di proprietà israeliana e britannica e questo lo rende un bersaglio nella guerra in mare tra Israele e l'Iran. Non è chiaro come arrivano i commandos così vicini alla Helios Ray, forse escono da un piccolo sottomarino classe Ghadir - che diventa invisibile quando si acquatta sul fondale molto basso in quell'area - o forse usano uno di quei mezzi ancora più piccoli che i sabotatori possono cavalcare sott'acqua. E' una versione con tecnologia aggiornata delle missioni che faceva la Decima Mas italiana contro le navi inglesi ottant'anni fa e funziona ancora perché il Golfo è una strettoia affollata, è come avvicinarsi di soppiatto a qualcuno sulla banchina della metropolitana all'ora di punta. La regola non dichiarata di queste rappresaglie incrociate tra iraniani e israeliani dice che per adesso le navi devono essere danneggiate ma non affondate, quindi le mine magnetiche sono piazzate sopra la linea di galleggiamento. Questo ne riduce di molto la potenza perché una grande parte della forza dell'esplosione si disperde verso l'esterno - se esplodessero sotto la linea di galleggiamento invece succederebbe il contrario e la forza dell'esplosione compressa dall'acqua si sfogherebbe di più contro la fiancata. Il concetto è: costringere le navi a tornare al porto più vicino con gli scafi bucati e interrompere il loro viaggio, senza uccidere chi è a bordo. Due giorni dopo un team di specialisti israeliani mandato a Dubai (a Dubai negli Emirati Arabi Uniti, un viaggio che è possibile soltanto grazie agli accordi di agosto 2020) scrive in un rapporto che i sabotatori hanno applicato quattro mine, due per fiancata, e forse l'hanno fatto quando la nave israeliana era all'ancora proprio nel porto di Dubai pochi giorni prima.
  Poche ore dopo alcuni aerei americani entrano nello spazio aereo siriano e lanciano sette bombe da 230 kg contro la base Imam Alì delle milizie irachene filoiraniane. Le milizie sono irachene e sono tollerate in Iraq, ma usano spesso quella base nel deserto siriano appena al di là del confine - che dispone di enormi hangar sotterranei e si ingrandisce sempre di più - per non mettere troppo in imbarazzo il governo dell'Iraq, che così non è costretto a giustificarsi con gli americani (il governo americano spende ancora molti soldi per appoggiare le forze armate irachene nella campagna di sicurezza contro lo Stato islamico). E' venerdì 26 febbraio ed è il primo raid aereo dell'Amministrazione Biden. Il presidente americano lo ha autorizzato come rappresaglia per un bombardamento con ventiquattro razzi da parte delle milizie contro la città di Erbil, nel nord dell'Iraq, avvenuto due settimane prima.
  Domenica 28 febbraio, due giorni dopo. In Yemen c'è una milizia armata e addestrata dall'Iran che si fa chiamare Ansar Allah, in arabo vuol dire i partigiani di Dio. Il loro motto in cinque parti è: "Dio è il più grande, morte all'America, morte a Israele, maledetti gli ebrei, vittoria per l'islam". I media spesso li chiamano "ribelli Houthi" invece che usare il nome che loro stessi si sono dati, ma è ormai dal 2015 che controllano la capitale dello Yemen e di sicuro non sono più "ribelli". Siedono nei palazzi del governo e controllano la maggior parte del paese. Michael Knights, un esperto dell'area, li chiama "southern Hezbollah", gli hezbollah del sud, e questa definizione indica due cose: lo Yemen è il fianco sud di un'unica, grande guerra che attraversa tanti paesi diversi della regione e Ansar Allah è un gruppo armato che dipende dall'Iran, come Hezbollah in Libano. Il nemico diretto degli Ansar Allah su quel fronte sono i sauditi. Conosciamo la ferocia del principe erede al trono saudita Mohammed bin Salman - che è considerato il mandante dell'uccisione di Jamal Khashoggi ed è impegnato in una campagna di public relation e di riabilitazione permanente, anche con la partecipazione di Matteo Renzi - ma questo non rende migliori i soldati di Ansar Allah, che sono accusati di esecuzioni, di sequestri e di torture di massa contro i civili dai report indipendenti di Amnesty. Quella domenica Ansar Allah spara un missile Zulfiqar (come la spada a due punte di Maometto) contro la capitale saudita Riad e lancia anche nove droni esplosivi Sammad-3. Inoltre manda sei droni esplosivi Qasef-2k contro altre città. Gli ordigni volano tra i mille e i millequattrocento chilometri prima di raggiungere con precisione i loro bersagli, è come bombardare Milano dall'Aspromonte calabrese. Di solito i sauditi riescono a intercettare questi oggetti volanti con le loro batterie di missili, ma è una sorveglianza costosissima e ci sono attacchi ogni settimana. Negli ultimi anni sui giornali sono apparsi articoli suggestivi sugli "sciami di droni", se ne parlava come di uno stratagemma per disorientare e sopraffare le difese dei nemici. Tra sauditi e yemeniti questa ipotesi futuristica è la normalità di tutti i giorni.
  Sempre domenica 28 febbraio. Gli aerei israeliani bombardano di notte gli iraniani in Siria, vicino alla capitale Damasco. Lo fanno per bloccare i trasferimenti di missili dall'Iran, tutta la zona a sud della capitale è un grande scalo in mano agli iraniani che dormono in edifici civili e controllano basi anonime, mentre si occupano di spostare armi vicino al confine con Israele in vista di un possibile conflitto aperto. Qui la distanza è più ridotta, fra Damasco e Gerusalemme ci sono duecento chilometri. E' il quinto raid aereo dall'inizio dell'anno.
  Lunedì 1 marzo. Gli aerei israeliani bombardano di nuovo gli iraniani in Siria, vicino alla capitale Damasco. Per farlo non devono nemmeno entrare dentro lo spazio aereo della Siria. Volano sul mare verso nord, costeggiano il Libano, salgono in quota e quando sono ancora sul confine montagnoso tra Libano e Siria sganciano bombe che planano nell'aria per decine di chilometri con un sistema di guida che le porta sui bersagli mentre gli aerei sono già di ritorno verso le basi. Le bombe sono molto più piccole dei jet e quindi sono molto più difficili da intercettare.
  Mercoledì 3 marzo. Le milizie iraniane lanciano razzi contro la base americana di al Asad, in Iraq. Nel dicembre 2018 il presidente americano Trump l'aveva visitata per fare gli auguri ai soldati, era considerata più sicura del resto del paese.
  Giovedì 4 marzo. Gli yemeniti di Ansar Allah sparano un missile Quds-2 ("Gerusalemme") contro un impianto di Aramco, la compagnia petrolifera saudita, sulla costa a nord di Jedda. La rete del greggio è un ovvio bersaglio dei bombardamenti perché è l'unica risorsa dei sauditi. Sono passati quattro giorni dall'ultimo attacco.
  Domenica 7 marzo. Ansar Allah lancia un drone esplosivo contro il terminal petrolifero di Ras Tanura, in Arabia Saudita, da dove passa ogni giorno il sette per cento della domanda di petrolio di tutto il mondo. I sauditi scrivono un comunicato per dire di avere intercettato diciotto droni esplosivi nelle ultime quarantotto ore. All'aeroporto internazionale di Riad i ritardi e le interruzioni dei voli civili in attesa di avere il via libera fra un allarme e l'altro sono un fatto normale. I jet sauditi bombardano Sana'a, la capitale dello Yemen.
  Mercoledì 10 marzo. I commandos israeliani attaccano una nave iraniana davanti alla costa della Siria, la Shar e Kord. Secondo le fonti sentite dal New York Times l'unità militare incaricata di queste operazioni è lo Shayetet 13, il gruppo di sabotatori della Marina israeliana, e a partire dal 2019 ha attaccato "almeno dieci navi, ma il numero reale potrebbe essere venti". Piazza mine magnetiche sulle navi iraniane che trasportano greggio, armi e tecnologia militare verso la Siria in violazione delle sanzioni internazionali. La regola, come si diceva prima, è fermare il traffico ma non affondare i carghi - per evitare accuse e conseguenze internazionali. "Siamo in guerra a fari spenti", dice Hossein Dalirian, un analista militare dell'Iran. Su una delle navi colpite c'era un miscelatore per combustibile solido che serve a produrre il propellente usato nei razzi ed era destinato a Hezbollah che così avrebbe potuto produrre il combustibile per i suoi missili - il miscelatore che aveva era stato distrutto in un bombardamento israeliano su Beirut nel 2018. Il combustibile solido ha molti vantaggi su quello liquido, è una miglioria che tutti gli armieri vogliono. E' chiaro che questi attacchi in mare e i raid aerei in Siria contro bersagli precisi a terra sono soltanto l'atto finale di una raccolta di informazioni che va avanti senza sosta da parte degli israeliani. Per mitigare il problema, adesso le navi iraniane si mettono in convoglio dietro a una nave russa che le aspetta e con la sua presenza garantisce protezione. E' un balletto che si vede con chiarezza quando le navi attraversano in fila il canale di Suez. Anche la Shar e Kord aveva fatto così, ma quando è arrivata sotto la costa siriana e la nave russa di scorta si è allontanata una carica esplosiva piazzata in qualche modo a bordo è esplosa lo stesso.
  Martedì 16 marzo. Jet israeliani bombardano di notte gli iraniani in Siria vicino alla capitale Damasco, è il settimo raid aereo dall'inizio dell'anno. Jet sauditi fanno saltare in aria un Rc-Wbied lanciato in mare dagli yemeniti di Ansar Allah, il video dell'operazione è pubblicato. La sigla vuol dire: remote controlled water born improvised explosive device, in pratica è uno scafo con motore fuoribordo e carico di esplosivo guidato da lontano, è un motoscafo-drone. Può attaccare le navi nemiche che passano nel Mar Rosso se non viene individuato e fatto saltare in aria prima come succede in questo caso. Gli Ansar Allah quando fanno queste manovre ricevono informazioni dalla nave militare iraniana Saviz, che mascherata da mercantile sta quasi sempre alla fonda dalla parte opposta rispetto al traffico di navi che passa davanti alle coste dello Yemen. E' stata scoperta nel 2017, ma continua a fare da sentinella galleggiante quasi sempre nella stessa posizione per tenere d'occhio chi passa. Saviz è un nome che tornerà più avanti.
  Venerdì 19 marzo. Il conteggio dei droni e dei missili lanciati da Ansar Allah contro i sauditi nelle ultime due settimane arriva a 52.
  Giovedì 25 marzo. La milizia irachena Raballah sfila per le strade di Baghdad con i suoi veicoli, i passamontagna sui volti e le armi. Minaccia il governo, vuole la cacciata degli americani. E' una creazione dell'Iran e prende ordini dall'Iran, ma non se ne parlerà nel nuovo round di negoziati sul programma atomico iraniano che è in corso in queste settimane in due hotel di Vienna, in Austria. E' come se il programma atomico fosse un esercizio diplomatico-scientifico, non collegato a quello che succede nel resto della regione. Raballah vuole fare la guerra ai soldati americani in Iraq, ma i tempi dell'invasione del 2003 sono lontanissimi, gli americani sono soltanto duemilacinquecento e si occupano di raccogliere informazioni e di guidare i raid aerei contro lo Stato islamico (per fare un raffronto: i vigili urbani a Roma sono seimila). Il governo iracheno ha detto più volte che i militari americani sono essenziali nella campagna contro il terrorismo.
  Sabato 27 marzo. Due motoscafi-droni lanciati da Ansar Allah sono intercettati in mare dai sauditi.
  Martedì 30 marzo. Per la prima volta le milizie irachene usano una bomba magnetica contro un convoglio che andava a rifornire una base americana. E' lo stesso concetto già usato in mare contro le navi, evita ai sabotatori di dover aspettare al varco il convoglio.
  Mercoledì 31 marzo. Bomba contro un convoglio di rifornimenti destinato agli americani in Iraq.
  Venerdì 1 aprile. Bomba contro un convoglio di rifornimenti destinato agli americani in Iraq.
  Domenica 4 aprile, Pasqua. Cinque bombe contro cinque convogli di rifornimenti destinati agli americani in Iraq. Due razzi contro una base americana a nord di Baghdad.
  Martedì 6 aprile. Commandos israeliani piazzano mine magnetiche contro la nave militare iraniana Saviz, già menzionata prima, che da anni finge di essere un mercantile all'ancora nel Mar Rosso per tenere d'occhio chi passa e raccogliere informazioni. Le foto da bordo mostrano la sala macchine allagata, la Saviz è stata colpita sotto la linea di galleggiamento - e come abbiamo visto è una rottura della regola tacita che era stata rispettata per due anni. Gli esperti di fotografie satellitari scoprono che un sottomarino israeliano classe Dolphin era in navigazione proprio in quella zona e i suoi spostamenti sono compatibili con l'attacco. Poteva portare una squadra dello Shayetet 13 a bordo. In un pezzo del New York Times succede l'inaudito: fonti militari americane dicono di essere state avvertite da fonti israeliane dell'attacco, che sarebbe avvenuto alle sette e mezza locali, e in molti notano che la portaerei americana Eisenhower era nella zona fino a poco tempo prima ma si era allontanata in fretta, come se non volesse essere presente sulla scena.
  Mercoledì 7 aprile. I jet israeliani bombardano di notte gli iraniani in Siria, vicino alla capitale Damasco.

(Il Foglio, 9 aprile 2021)


Attacco israeliano a Damasco, quattro feriti siriani

di Patrizio Ricci

Attacco israeliano a Damasco nella notte tra 7 e 8 aprile, feriti 4 soldati siriani
Le difese aeree siriane hanno intercettato e distrutto i missili lanciati da Israele dalla direzione del Libano e dalle alture del Golan verso la capitale siriana Damasco, lo ha riferito l'agenzia di stampa statale SANA.
"Intorno alle 00:56 di oggi, il nemico israeliano ha effettuato un attacco aereo con raffiche di razzi dalla direzione del territorio libanese mirando ad alcuni punti nelle vicinanze di Damasco. Le nostre difese aeree hanno affrontato l'aggressione e hanno abbattuto la maggior parte dei razzi ", ha detto SANA citando una fonte militare.
Il presunto attacco israeliano ha ferito quattro soldati e ha causato alcune perdite materiali, aggiunge il rapporto.
I media statali siriani hanno trasmesso filmati di ciò che si diceva fossero le difese aeree che reagivano, con luci intense che si vedevano esplodere nel cielo notturno.
Al-Manar la TV libanese di Hezbollah ha riferito che il suo corrispondente ha visto un razzo della difesa siriana inseguire un aereo militare israeliano nella zona di confine e sono state udite esplosioni in tutto il Libano.
Gli attacchi arrivano dopo che nelle ultime settimane sono stati segnalati una serie di voli cargo tra Siria e Iran.
Gli attacchi aerei sono stati nove da gennaio, con attacchi attribuiti a Israele segnalati nella Siria orientale, meridionale e occidentale ogni mese dall'inizio dell'anno. Tuttavia, la maggior parte di loro si trova su obiettivi vicino a Damasco
Le difese aeree siriane hanno intercettato e distrutto i razzi lanciati da Israele dalla direzione del Libano e dalle alture del Golan occupate da Israele verso la capitale siriana Damasco, ha riferito l'agenzia di stampa statale SANA.

(Vietato Parlare, 9 aprile 2021)


Gli Usa ripristinano gli aiuti ai palestinesi

Stanziati 235 milioni di dollari

WASHINGTON - Gli Stati Uniti hanno ripristinato gli aiuti alla popolazione palestinese che erano stati congelati dalla precedente amministrazione di Donald Trump, stanziando 235 milioni di dollari. Lo ha reso noto il Dipartimento di Stato americano, precisando che 150 milioni di dollari saranno inizialmente disposti all'Unrwa, l'organizzazione dell'Onu che si occupa dei profughi palestinesi.
Altri 75 milioni di dollari saranno destinati a progetti nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, e 10 per la pace e la sicurezza.
I fondi statunitensi serviranno anche ad aiutare i palestinesi a fronteggiare la pandemia di covid-19.
Gli Stati Uniti intendono promuovere «prosperità, sicurezza e libertà» sia per gli israeliani sia per i palestinesi, ha detto il segretario di Stato americano, Antony Blinken, aggiungendo che il ripristino dei fondi all'Unrwa serve anche a fare progressi verso un accordo su una soluzione a due Stati.
L'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Gilad Erdan, si è detto deluso dalla decisione di Washington.

(L'Osservatore Romano, 9 aprile 2021)


Come dire "mai più" alla Shoah

di Fiamma Nirenstein

La premessa indispensabile per poter dire never again, mai più, è capire che i sei milioni di uccisi fra cui mio nonno, sua moglie, cinque fratellini di mio padre in Polonia, due fratelli della mia nonna Lattes Volterra, tutta la famiglia di mio zio Nedo Fiano, sono stati assassinati per una sola ragione: perché erano ebrei.
   Alle dieci di ieri nelle scuole di Israele i bambini con la maglietta bianca si sono fermati al suono della sirena come le auto, i passanti, la gente al supermarket. Abbiamo ripercorso verità insopportabili, infinite storie: come a Wansee fu sancito dai nazisti che era necessario uccidere i bambini perché da grandi non si vendicassero; come una bambina si arrampicava sul mucchio dei morti a Babi Yar e trovata la mamma l'abbracciava; come nella notte bulgara sotto zero due tedeschi urlano a una mamma coi bambini che hanno cinque minuti prima della deportazione; come nel ghetto di Lodz fu intimato alle famiglie di consegnare i loro bambini. E altre mille memorie, mille espressioni della fantasia antisemita su cui si pretende di dire «never again» senza neppure riconoscerla.
   La storia riporta connivenze pressoché onnipresenti con la Shoah; oggi l'Onu si diverte a condannare Israele (105 volte contro 0 per la Cina e 5 per l'Iran); l'America e l'Europa vantano la ripresa del dialogo con l'Iran per un patto che non sarà mai osservato, senza una parola perché quel Paese ha giurato di distruggere lo Stato degli ebrei; Biden riapre un portafoglio milionario ai palestinesi e non si vede cura che i soldi non vadano in odio e terrore. Nel mondo lievita l'antisemitismo, l'ultima psicosi parla di cospirazione ebraica come causa del Covid. L'antisemitismo descrive oggi gli ebrei come attivi protagonisti di stragi naziste, colpevoli di praticare apartheid, pulizia etnica, genocidio... come i nazisti, no? Non è una criminalizzazione come quella degli anni '30? Se si parla di antisemitismo in genere, si distacca la loro immagine da quella di Israele, e gli ebrei ridiventano vittime della discriminazione e del razzismo, mentre Israele diventa nazista! Primo passo, capire, che la Shoah come sistematica distruzione di un popolo è stata praticata solo sugli ebrei perché ebrei. La macchina nazista ha triturato anche i gay, i rom, i politici, e per questo vanno onorati e ricordati. Ma la Shoah è la distruzione sistematica degli ebrei, teorizzata e praticata, e da poco la «variante» antisemita attuale trasforma l'antisemitismo in odio antisraeliano che si somma al ceppo antico, quello nostrano europeo. Se non lo si capisce, inutile dire «never again». Lasciate che lo diciamo da soli, qui, da Gerusalemme.

(il Giornale, 9 aprile 2021)


Stellantis, accordo con Israele per ricerca e sviluppo sulla mobilità

L'innovazione e il futuro di Stellantis passano anche per Israele. Se le piattaforme elettrificate dell'ex Gruppo PSA e l'accordo di FCA con Waymo di Google per la guida autonoma, erano già una bella base da cui partire per il consolidamento tecnologico della nuova creatura figlia della fusione FCA-PSA, quest'ultimo accordo va nella direzione di sviluppare e rafforzare la cooperazione nell'innovazione tecnologica, creando collaborazioni con imprese e soprattutto con le avanzatissime start-up israeliane.
L'intesa siglata da Ami Applebaum, presidente della Israel Innovation Authority, e Roberto Di Stefano, responsabile e-Mobility di Stellantis fa parte del programma di ricerca e sviluppo e collaborazione pilota dell'Authority con le multinazionali iniziato nel 2005. Le prime collaborazioni saranno focalizzate su assistenza alla guida, cybersecurity e industria 4.0. A riguardo è in atto uno scouting tra circa 30 start up da oltre un anno.
L'accordo prevede che l'Autorità - ente pubblico indipendente responsabile della politica di innovazione israeliana - aiuti FCA Italy a individuare le tecnologie israeliane che soddisfino esigenze specifiche del gruppo, fornendo supporto finanziario per la ricerca e lo sviluppo. Stellantis aiuterà sia attraverso investimenti, personale e attrezzature, sia tramite consulenza sulla strategia normativa, tecnologica o di marketing, le aziende israeliane coinvolte ad aprire opportunità di sviluppo dei loro business sui mercati esteri, sostenendo le start up selezionate.
Tra le società che hanno già firmato memorandum di collaborazione con la stessa Autorità ci sono, tra le altre, Intel, Audi, Adler Pelzer, Abbot, Unilever, Hewlett Packard, Ibm , Panasonic, Philips, Nielsen, Fujitsu e Renault. La globalizzazione e le alleanze non finiscono mai.

(il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2021)


Il rapporto Kantor sull'antisemitismo

"Complottismo, fenomeno da arginare"

Il mondo ebraico deve mantenere alta la guardia a fronte dell'aumento delle teorie complottiste antisemite, che hanno trovato terreno fertile nelle fragilità e insicurezze generate dalla pandemia. A dirlo, Moshe Kantor, presidente del Congresso ebraico europeo, in occasione della pubblicazione del Rapporto annuale sull'Antisemitismo mondiale 2020 del Kantor Center dell'Università di Tel Aviv. "Il 2020 è stato un anno di disordine sociale, e di profonda polarizzazione globale. La pandemia ha creato le condizioni sociali in cui l'antisemitismo, il razzismo e l'estremismo prosperano - le parole di Kantor - Nell'ultimo anno, si sono diffuse teorie cospirative sugli ebrei, il popolo ebraico o lo stato di Israele, come se ci fossero loro dietro la pandemia, o comunque ne approfittassero. L'attenzione costante sul ruolo degli ebrei dietro gli eventi globali dimostra che l'antisemitismo, come centro delle teorie del complotto, non è andato via".
   Il report segnala come rispetto agli anni precedenti ci sia stata una diminuzione degli attacchi fisici antisemiti, in un 2020 caratterizzato da chiusure e severe restrizioni. Ad aumentare però sono stati gli attacchi online, con il rilancio delle citate teorie complottiste.
   Il documento, guardando ai diversi stati, parla di tendenze preoccupanti in Germania e negli Stati Uniti. In Germania, il Kantor Center segnala un aumento nel numero totale di incidenti, con la profanazione di memoriali e cimiteri ebraici, a cui si è affiancato un preoccupante fenomeno di strumentalizzazione della Shoah in riferimento alle campagne vaccinali. Un fenomeno non solo tedesco. "L'uso di immagini dell'Olocausto che circondano il Coronavirus è diventato dilagante. - il messaggio di Kantor - Le chiusure sono state paragonate a ghetti e campi di concentramento; i vaccini sono stati descritti come esperimenti medici malvagi, e le persone che rifiutano questi vaccini salvavita affermano di essere perseguitati e indossano stelle gialle". Gruppi sempre più organizzati, grazie soprattutto alla rete, hanno così inscenato proteste dai toni profondamente preoccupanti. Proteste non solo dirette a contestare le decisioni dei governi sulla pandemia, ma anche, nel caso dei complottisti di Qanon negli Stat Uniti, a mettere in crisi il processo democratico.
   Su questo fronte, Kantor reputa positivo l'intervento delle grandi piattaforme social per fermare. "La buona notizia è che grazie a una maggiore supervisione e azione da parte delle principali società di social media, e a una legislazione nazionale più forte contro l'odio online, il numero di incidenti antisemiti sulle principali piattaforme è diminuito - il suo commento - Tuttavia, mentre queste risposte sono benvenute e necessarie, non fermeranno l'odio online da sole. Come mostra il rapporto, l'odio si sposterà semplicemente più sottoterra verso altre piattaforme".
   Il rapporto mostra anche che negli Stati Uniti è stato osservato un graduale aumento degli incidenti violenti per diversi anni, raggiungendo 119 quest'anno, e anche la Germania ha visto una significativa escalation, del 24% nel numero totale di reati penali motivati dall'antisemitismo, raggiungendo 2.275 (rispetto ai 1.839 del 2019) - il numero più alto registrato dal 2001 - inclusi 59 incidenti violenti. In entrambi i paesi, il vandalismo ha rappresentato la maggior parte degli incidenti.
   
(moked, 8 aprile 2021)


Israele si ferma per ricordare le vittime dell'Olocausto

Alle 10 in punto (le 9 in Italia) Israele si è fermata per due minuti al suono delle sirene in ricordo dei 6 milioni di ebrei uccisi dai nazisti e dai loro complici. Ovunque fossero, gli israeliani hanno interrotto le loro attività: in silenzio si sono levati in piedi chinando la testa in rispetto della Memoria celebrata durante 'Yom ha-Shoah', giorno di dolore e di lutto tra i più solenni del calendario nazionale. Lungo le arterie cittadine o quelle principali del Paese le auto in viaggio e anche gli autobus hanno accostato e i passeggeri sono usciti mettendosi sull'attenti. Nel sacrario della Memoria di Yad Vashem a Gerusalemme - dove ieri sera si è svolta la cerimonia principale con 6 torce accese da altrettanti sopravvissuti - per ore saranno letti i nomi degli ebrei uccisi nella Shoah mentre alla Knesset i parlamentari ricordano i loro congiunti vittime dei nazisti. Cerimonie di commemorazione si sono svolte anche nelle scuole, nelle istituzioni pubbliche e nelle basi militari. Quest'anno gli eventi previsti per Yom ha-Shoah si svolgono con la dizione 'Fino all'ultimo ebreo: 80 anni dall'avvio dello sterminio di massa. In Israele vivono circa 175mila sopravvissuti, 900 di loro sono morti in questo periodo a causa del covid.

(la Repubblica, 8 aprile 2021)


*


Il discorso del Rabbino Capo di Roma alla cerimonia di Yom HaShoah

di Riccardo Di Segni

Il giorno di ricordo per la Shoà e l'eroismo fu istituito dal parlamento israeliano poco dopo la fondazione dello stato d'Israele, per commemorare insieme le vittime della Shoà e gli ebrei che vi si opposero combattendo; la data scelta fu quella in cui nel 1943 fu soffocata la rivolta del Ghetto di Varsavia. La scelta politica di sottolineare l'aspetto resistenziale ancora solleva polemiche; perché se è vero, contro una narrazione diffusa, che ci furono circa un milione di combattenti ebrei contro il nazifascismo, negli eserciti alleati e nelle file della resistenza, l'accento sulla lotta armata rischia di mettere in secondo piano il sacrificio delle vittime inermi. Ma questa è una polemica interna, che per quanto sia lacerante, è virtuosa.
  Altri problemi si affacciano ora sul fronte della memoria, di cui dobbiamo essere consapevoli. Dopo periodi di oblio, si è passati alla celebrazione ipertrofizzata e ora, negli ultimi tempi, a varie forme di attenuazione, confusione e annacquamento. Proprio sul tema della resistenza, il 25 Aprile è diventato, proprio qui a Roma, il giorno in cui si celebrano tutte le "resistenze", compresa quella anti israeliana. È una deviazione alla quale ci si siamo opposti e dobbiamo continuare a farlo senza compromessi.
  Il giorno della memoria del 27 Gennaio, faticosamente istituito dal parlamento italiano agli inizi degli anni duemila, si sta trasformando in giorno delle memorie, al plurale. Ora è vero purtroppo che non esiste solo il genocidio ebraico e che altri se ne sono presentati anche recentemente e non dobbiamo affatto ignorarli, ma non si può mettere sempre tutto insieme, perché per ricordare tutto alla fine non si ricorda più niente. Addirittura è stato scritto che bisogna aggiungerci il ricordo delle vittime del Covid. Come sappiamo la tragedia del Covid, che ancora imperversa, ha fatto più di centomila vittime nella sola Italia, è un incubo spaventoso, ma non c'entra niente con la Shoà; quest'ultima è il risultato della malvagità umana, a differenza della epidemia dove la responsabilità umana è al massimo nella incapacità di gestirla.
  Poi c'è la questione dei Giusti. È assolutamente opportuno ricordare l'azione meritoria di chi a rischio della propria vita ha salvato i perseguitati. Come è opportuno additare comportamenti esemplari di chi in situazioni di violazione di vite e diritti umani rischia la vita per difenderli. Ma attenzione a non dimenticare che se di giusti ce n'è stata una manciata, ci sono stati tanti malvagi, molti di più, e ancora di più di indifferenti; che le situazioni non sono mai comparabili; e che si rischia di far passare per giusto, con il voto di una commissione talvolta politicizzata, chi tanto giusto non lo è stato.
  C'è un dato comune in tutte queste operazioni, che pure potrebbero essere motivate da qualche buona intenzione, ed è quello di eliminare la specificità della nostra storia e del nostro martirio, mettere tutto in unico grande calderone, creare nuovi miti e finti santi, deresponsabilizzare i colpevoli e colpevolizzare le vittime o i loro discendenti. Per questo è assolutamente necessario vigilare.

(Shalom, 8 aprile 2021)


La diplomazia dei vaccini di Israele è diventata un vero gesto politico

di Jonathan Pacifici*

Gerusalemme si sta lasciando alle spalle la crisi Covid. Dopo le visite del cancelliere austriaco Sebastian Kurz e del primo ministro danese Mette Frederiksen, giovedì è stata la volta del premier ceco Andrej Babis e del primo ministro ungherese Viktor Orban. Appena due settimane fa aveva fatto notizia la decisione di Netanyahu di destinare almeno 100.000 dosi di Moderna ad una vera e propria campagna di diplomazia del vaccino. L'operazione era stata poi sospesa per problemi regolatori, non prima però che Praga ricevesse 5.000 dosi. Ora la campagna riprende e secondo l'emittente pubblica Kan i Paesi che dovrebbero ricevere dosi sono Cipro, Ungheria, Guatemala, Maldive, San Marino, Etiopia, Ciad, Kenya, Uganda e Guinea. Ci sarebbe anche la Mauritania, che con Israele non ha rapporti diplomatici ma presto potrebbe averne. Anche i diplomatici stranieri accreditati in Israele sono stati tutti vaccinati nonostante l'assenza di regime di reciprocità. Su richiesta degli Stati Uniti poi, Gerusalemme ha provveduto anche alla vaccinazione delle forze di Pace Mfo di stanza nel Sinai. Si tratta di 2.400 membri da 14 nazioni. Secondo il quotidiano londinese Asharq Al-Awsat Israele sta finanziando l'acquisto di dosi di Sputnik V per la nemica Siria. Il finanziamento sarebbe parte di un accordo di scambio di prigionieri con il regime di Assad mediato da Mosca.
   Sul fronte palestinese, questa settimana è iniziata la vaccinazione di circa 120.000 persone che entrano quotidianamente in Israele con regolare permesso di lavoro (circa 87.000) e dei lavoratori palestinesi nelle comunità ebraiche dei territori (35.000). Lo scorso giovedì è stato rodato il sistema con un pilot di 700 palestinesi vaccinati al checkpoint di Shaar Efraim. C'è chi sostiene che gli ordini fatti dal governo israeliano, ben oltre le necessità nazionali, prendono in considerazione il fatto che, alla fine, toccherà ancora una volta ad Israele supplire al malgoverno di Ramallah. Tutto questo è possibile perché Israele ha provveduto in tempi utili ad ordinare vaccini da più produttori, quando ancora non ne era chiara l'efficacia. Ora si ritrova con i magazzini pieni di validissime alternative e si prepara, non appena ci sarà l'ok dell'Fda, anche alla vaccinazione degli under 16 che dovrebbe finalmente portare all'immunità di gregge.
   Forte del successo vaccinale oggi Gerusalemme guarda avanti. La Uae ha annunciato «discussioni formali per stabilire un corridoio di viaggio senza quarantena» con Israele. Gli Emirati arabi uniti riconosceranno i certificati di vaccinazione israeliani e viceversa. Grecia e Cipro hanno già firmato accordi simili con Israele in vista della stagione estiva. Anche con gli Usa è al vaglio l'integrazione dei sistemi informatici per un più veloce scambio di informazioni. Sembra invece saltato, almeno per ora, il vero colpaccio di King Bibi. Il premier doveva volare ad Abu Dhabi per un tanto atteso incontro con il principe Mohamed bin Zayed Al Nahyan e, sembra, con lo stesso principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Un improvviso ricovero per appendicite della first lady Sara Netanyahu ha impedito il viaggio. Nell'era della diplomazia del vaccino la pace tra Israele e l'Arabia Saudita è ormai una questione di quando, non di se.

* Presidente del Jewish Economic Forum e General Partner di Sixth Millennium Venture Partners

(MF, 8 aprile 2021)


Le relazioni fra Unione Europea e Israele

Nell'emiciclo dell'Europarlamento il monito dei rappresentanti di Israele

di Eleonora Baldoni

In Israele vi sono ben 60mila startup, caratterizzate da un alto livello di innovazione tecnologica. E i rappresentanti di Israele promuovono rapporti di collaborazione con l'UE, attraverso nuovi accordi commerciali, ma non solo. Il tema è stato affrontato più volte nell'ambito di conferenze all'Europarlamento di Bruxelles. L'obiettivo è cercare di ottimizzare le relazioni economiche fra l'Unione e Israele, ipotizzando un ruolo di partner commerciale di primissimo piano per Israele. Infatti, Israele è oggi fra i primi posti al mondo in termini di startup e tecnologia.
  I rappresentanti di Israele intervenuti all'Europarlamento sostengono che la politica dovrebbe rimanere imparziale e ben lontana dalle logiche commerciali. Purtroppo invece ci sono regole e policy che creano un muro fra Israele e il resto del mondo: regole per cui fare business con Israele è dannoso e pericoloso. Invece il business non deve essere legato alla politica. L'immagine "territory restriction" dà l'idea che, essendo il territorio già occupato, non si può sviluppare nuovo business. Niente di più falso.
  Israele punta il dito verso l'industria elettrica (peraltro trattata nell'ambito del green deal): un settore nel quale il partner mediorientale potrebbe essere un'ottima risorsa per l'UE. Stessa cosa per quanto concerne le tecniche di agricoltura, importabili da Israele: potrebbero notevolmente migliorare la produzione agricola europea. La Spagna stessa, ma anche l'Italia, sono Paesi che potrebbero fortemente beneficiare degli aiuti tecnologici di Israele.
  Processi che passano attraverso la stabilità politica: Israele è una democrazia e in quanto tale deve essere considerata al pari degli altri Paesi democratici. Eppure, nell'emiciclo del Parlamento europeo tuonano queste parole: vi sono ancora Paesi che vogliono cacciare gli Ebrei dalla loro terra biblica. Israele si sente sotto pressione, gli israeliani si sentono esclusi vedendo che Paesi come Libano o Algeria hanno più incontri annuali con i vertici di Bruxelles.
  In merito all'eterno conflitto arabo-israeliano, nell'emiciclo di Bruxelles emerge un monito: come è possibile che l'UE, la culla della democrazia, possa trattare un altro Paese democratico con distacco e velato disprezzo? L'UE dovrebbe stare dalla parte dell'unico Paese del Medio Oriente che tratta uomini e donne allo stesso modo.
  Ma non tutta l'Unione vive di pregiudizi nei confronti di Israele. L'Olanda ha avviato programmi di acquisto di prodotti chimici, tecnologia, prodotti per la sicurezza, e cyberset cooperation. Un esempio da imitare.

(Punti di Fuga, 8 aprile 2021)


Gli israeliani spiavano gli sceicchi camuffati da cronisti de La Stampa

Inchiesta negli Usa: creato un profilo su Facebook di una finta reporter del nostro giornale e della Fox News. Agenti di una società hanno contattato negli Emirati i nemici di Ras Al Khaimah.

di Francesco Semprini

NEW YORK - Agenti stranieri camuffati da reporter de La Stampa hanno tentato di raccogliere e divulgare informazioni volte a screditare la leadership degli Emirati arabi uniti. E quanto emerge da un'inchiesta del giornale online «Daily Beast» secondo cui l'azione è stata condotta da Bluehawk CI società di investigazioni private con sede in Israele. «All'inizio del 2020 individui che si sono spacciati per ricercatrice di Fox News e giornalista del quotidiano italiano La Stampa hanno approcciato due uomini coinvolti in contenziosi contro Ras Al Khaimah, uno dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti - spiega la testata Usa -. Gli impostori hanno tentato di carpire dai loro interlocutori informazioni circa le azioni legali che li vedono contrapposti alla leadership dell'Emirato». In un caso hanno agito su Facebook utilizzando nome e foto di utenti reali per creare il profilo fake di <Julia» fantomatica reporter de La Stampa. Con l'obiettivo di approcciare Kather Massaad, cittadino con doppio passaporto svizzero e libanese che ha lavorato come capo del fondo sovrano Rakia sino al 2012. «La scelta della testata - spiegano fonti informate - è legata alla sua assidua copertura delle vicende regionali, sino a quel momento». Nel 2015, i giudici hanno condannato Massaad in contumacia per appropriazione indebita di fondi. Accuse definite dal diretto interessato false e motivate politicamente, perché - sostiene - è considerato oppositore del governo dell'emirato.
   «La falsa giornalista italiana si è avvicinata a Massaad tramite un messaggio Facebook chiedendo di discutere il suo rapporto con il governo di Ras Al Khaimah», spiega Daily Beast. Lo scambio tra i due sarebbe stato molto limitato. Massaad insospettito da qualche incertezza dell'interlocutore non ha proseguito il colloquio. «A quanto pare, ha fatto bene - prosegue il sito Usa -, visto che il curioso giornalista italiano era un agente legato a Bluehawk CI». A smascherare il cacciatore di segreti reali è stato proprio Facebook che ha dimostrato come il falso profilo di cronista de La Stampa fosse stato illecitamente utilizzato dalla società israeliana di business intelligence. Il social ha adottato provvedimenti immediati tra cui la cancellazione dell'utente"fake".
   Completa estraneità quindi della testata, come ribadito in una nota del direttore Massimo Giannini. Stesso metodo è stato ha utilizzato con una finta«ricercatrice presso il canale di notizie Fox a New York», interessata a scrivere sui «numerosi casi di immigrazione e detenzione tra i confini degli Emirati e Penisola araba». La fantomatica "Samantha" ha contattato nel febbraio 2020 Oussama El Omari, cittadino americano che aveva lavorato come amministratore delegato della zona di libero scambio di Ras Al Khaimah e ha citato in giudizio l'emirato nel 2016 per un pagamento non corrisposto. La causa è stata archiviata nel 2017. Anche in questo caso è emerso il legame con la società fondata da Guy Klisman, ex ufficiale dell'intelligence militare israeliana. Non è chiaro invece chi potrebbe aver assunto Bluehawk CI e perché. El Omari ha intentato un'azione legale sostenendo che dietro il falso giornalista Fox si celano dipendenti di aziende dell'emirato.
   
(La Stampa, 8 aprile 2021)


Nave iraniana colpita, il NYT: "Sono stati gli israeliani"

Una battaglia navale segreta dal 2019

Israele agisce "quando serve". Senza far riferimento alle 'voci' che indicano lo Stato Ebraico come responsabile dell'esplosione avvenuta sulla nave iraniana Mv Saviz due giorni fa nel Mar Rosso, il ministro della Difesa Benny Gantz al quotidiano Times of Israel ha detto: "Lo stato d'Israele deve difendersi. Ogni volta che c'è una sfida operativa o una necessità operativa, continueremo ad agire", Secondo il New York Times, i servizi segreti israeliani avevano avvertito gli Stati Uniti dell'operazione contro la Saviz, che è stata danneggiata da una mina a largo della costa dello Yemen. Un ufficiale americano coperto da anonimato ha affermato al giornale che Israele ha descritto l'operazione come una "rappresaglia per precedenti attacchi iraniani contro navi israeliane". Per gli 007 dello Stato ebraico il cargo fa parte della dotazione delle Guardie della rivoluzione come centro di comando per le operazioni nella regione dove le milizie Houti sciite sostenute da Teheran combattono contro il governo riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato da una coalizione a guida saudita. Diversa la versione fornita dal regime degli Ayatollah. Il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, ha sostenuto che la "nave civile Saviz come annunciato in precedenti dichiarazioni ufficiali e in coordinamento con l'Organizzazione marittima internazionale, stazionava nella regione del Mar Rosso e nel Golfo di Aden per fornire sicurezza lungo le rotte di navigazione e per combattere i pirati". In verità gli analisti parlano ormai da tempo di una guerra navale segreta fra Israele e Iran, fatta di colpi e ripicche. Prima del botto di due giorni fa, ecco le ultime schermaglie. Il 10 marzo una nave iraniana era stata colpita mentre era in navigazione nel Mediterraneo, il 25 febbraio invece nel Golfo di Oman c'era stata una esplosione a bordo di una nave israeliana. A rivelare il contesto era stato il Wall Street Journal secondo cui dal 2019 Israele ha colpito almeno 12 navi iraniane che avevano la missione di portare in Siria petrolio, armi ed altri rifornimenti. Proprio dal commercio di greggio le milizie sciite che agiscono in Siria per conto di Teheran trarrebbero i profitti per continuare a essere una minaccia alle porte dello Stato ebraico.

(il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2021)


Con la pandemia meno attacchi antisemiti ma più dissacrazioni di luoghi ebraici

Nati lo "zoom bombing" e il "Giudeovirus"

Nel 2020, anno della pandemia, gli attacchi antisemiti violenti nel mondo sono scesi a 371 dai 456 del 2019. Lo rivela l'annuale rapporto del Kantor Center dell'Università di Tel Aviv in cooperazione con il Congresso ebraico europeo diffuso alla vigilia di Yom Ha-Shoah, il giorno della Shoah, che in Israele si celebra domani. Al tempo stesso - ha rivelato il rapporto - si è assistito a un 20% di aumento nella dissacrazione delle sinagoghe (da 53 a 63 eventi), delle tombe e dei Memoriali della Shoah (complessivamente da 77 a 96) che sono rimasti chiusi o incustoditi per i vari lockdown e, per questo, «facile preda del vandalismo antisemita».
Inoltre, si sono sviluppati nuovi fenomeni su internet come lo "zoom bombing" e il "darknet". Da una parte, secondo il rapporto, il calo della violenza fisica è dovuta ai lockdown che hanno ridotto gli incontri tra gli ebrei e i gli antisemiti violenti, dall'altro, le accuse contro gli ebrei - ritenuti «responsabili del disastro globale» - si sono manifestate in «aperte espressioni antisemite» sui social media con la teoria del "Giudeovirus".
Tra i Paesi dove sono state maggiori le manifestazioni ci sono gli Usa con 119 incidenti violenti nel 2020 e la Germania salita nel totale dei casi da 2.032 (2019) a 2.275 (2020), inclusi 59 incidenti violenti. Per quanto riguarda l'Italia il Rapporto cita 8 «incidenti maggiori» nel corso del 2020.

(Il Messaggero, 7 aprile 2021)


Netanyahu (a processo) incaricato di formare il governo

di Davide Frattini

La foto scattata al primo giorno di scuola del nuovo parlamento li ritrae come compagni di banco che non si parlano più. Le spalle voltate l'uno all'altro, le braccia incrociate.
   L'alleanza d'emergenza tra i due Benjamin — Netanyahu e Gantz — per combattere la pandemia è finita ben prima di ieri, nelle campagna elettorale degli ultimi mesi erano tornati a essere avversari dopo la rottura che ha riportato il Paese alle elezioni e allo stallo politico.
   I leader di partito si sono presentati nella residenza a Gerusalemme del presidente Reuven Rivlin e hanno indicato il loro candidato a formare un governo o almeno a provarci: Netanyahu ha ricevuto il sostegno di 52 deputati (l'insieme dei gruppi di destra e degli ultraortodossi) mentre Yair Lapid si è fermato a 45: riunisce il centro-sinistra, compresi Gantz (ormai ridimensionato) e i laburisti.
   Nessuno dei due ha i numeri sufficienti per raggiungere la maggioranza di 61. Dopo le consultazioni e con una decisione «difficile dal punto di vista dei valori e della morale», Rivlin ha deciso di affidare il mandato al primo ministro in carica. Nonostante gli attacchi continui ricevuti dal Likud (da cui peraltro proviene) che lo considera ormai un nemico, il capo dello Stato negli ultimi anni ha già offerto per cinque volte a Bibi — com'è soprannominato — la possibilità di mettere insieme una coalizione. A questo giro il presidente è ancora più pessimista, convinto com'è «che nessun candidato possa farcela».
   Netanyahu ha 28 giorni (più un'estensione di 14, di solito concessa) per convincere Naftali Bennett a riportare a casa i suoi 7 deputati e a creare un governo di destra, nazionalista, con frange estreme razziste e omofobe.
   Per ora Bennett con la sua fazione ha indicato al presidente se stesso come possibile primo ministro: lascia aperta la porta per un'intesa con Lapid che eviterebbe agli israeliani di tornare a votare per la quinta volta in due anni e mezzo.
   In queste stesse settimane andrà avanti il processo per corruzione contro il premier che è stato obbligato a sedersi davanti ai giudici nelle ore in cui si discuteva del suo futuro politico. Prima dell'udienza ha attaccato la magistratura che accusa di aver «tentato un colpo di mano istituzionale contro un primo ministro forte di destra».
   Nahum Barnea, uno dei giornalisti più letti e rispettati in Israele, ha raccontato sul quotidiano Yedioth Ahronoth l'atmosfera dentro (e fuori) l'aula: «All'interno arriva il tam, tam, tam dei tamburi come nell'Argentina di Perón. Impossibile dire se a batterli siano i fedelissimi di Bibi o chi protesta contro di lui. Questa sentenza verrà decisa nelle strade, così ha voluto Netanyahu con una mancanza di scrupoli mai vista prima».

(Corriere della Sera, 7 aprile 2021)

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Insediato in Israele il 24° Parlamento

Il presidente israeliano Reuven Rivlin ha inaugurato ieri la 24esima Knesset esortando i politici a dimostrare leadership, superare le divisioni fra le "tribù" d'Israele e dare finalmente al paese un governo stabile dopo quattro elezioni in due anni. Rivlin, che in mattinata ha dato a Benjamin Netanyahu l'incarico di formare il nuovo governo, ha poi disertato il tradizionale incontro con il premier, la presidente della corte Suprema e lo speaker della Knesset. «Oggi parlo davanti ad un Parlamento che si è sciolto quattro volte in meno di due anni. Un Parlamento che ha rinunciato, ogni vola al diritto ad esprimere la fiducia nel governo», ha detto Rivlin, ricordando che ci sono momenti in cui «dobbiamo superare il disaccordo, anche duro e doloroso». «Se non troveremo un nuovo modello di partnership che ci permetta di vivere assieme con mutuo rispetto, la nostra resilienza nazionale sarà a rischio», ha proseguito, dicendosi preoccupato per la sempre maggior divisione del Paese in quattro tribù: ebrei laici, religiosi, ultraortodossi e arabi.

(Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2021)


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Netanyahu ha l'incarico ma non la maggioranza

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il Nessuna sorpresa. Sarà il premier di destra Benyamin Netanyahu, vittorioso con il suo partito, il Likud, alle elezioni del 23 marzo, a tentare di formare una maggioranza di governo. Ieri il presidente Reuven Rivlin gli ha affidato l'incarico. Qualcuno aveva immaginato un incarico affidato a un altro esponente della destra, il nazionalista religioso Naftali Bennett. Ma Rivlin ha fatto la scelta più ovvia: Netanyahu, nelle consultazioni di lunedì, era stato indicato dalla maggioranza dei partiti. Il presidente non ha tenuto conto del processo in corso, entrato lunedì nel vivo, che vede il premier al banco degli imputati per corruzione. «Non è stata una decisione facile - ha spiegato Rivlin - Conosco la posizione di molti, che il presidente non dovrebbe dare l'incarico a un candidato che affronta accuse penali ma secondo la legge un primo ministro può continuare a svolgere il suo incarico mentre è sotto processo». Parole che non hanno convinto Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il partito centrista giunto secondo. «L'incarico a Netanyahu è una macchia che proietta un'immagine negativa su Israele quale Stato di diritto>, ha commentato.
  Per Netanyahu non sarà facile trovare una soluzione. Il problema è legato proprio alla sua figura, molto divisiva, che gli ha procurato avversari irriducibili persino a destra. Al momento ha 52 deputati sui 120 della Knesset. Potrebbe trovare un'intesa con il partito nazionalista religioso Yamina (7 seggi), ma non arriverebbe alla maggioranza. Il partito islamista Raam, con 4 parlamentari, si è detto pronto a governare con chiunque ma la formazione di estrema destra Sionismo religioso (7 seggi), alleata strategica del premier, dando sfogo al razzismo esplicito di cui si nutre, esclude categoricamente di poter sedere in un governo assieme a una formazione araba. Possibilità persino più ridotte di formare una maggioranza ha il composito schieramento anti-Netanyahu. La Knesset insediatasi ieri avrà breve vita e forse già in estate gli israeliani torneranno alle urne.

(il manifesto, 7 aprile 2021)


Guerra tra Israele e Iran sempre meno sotterranea: colpita nave iraniana

di Franco Londei

La guerra sotterranea tra Israele e Iran sta prendendo sempre più una brutta piega. Una nave militare iraniana identificata come Saviz è stata colpita mentre era in navigazione nel Mar Rosso.
Stando ai rapporti la Saviz, che sarebbe classificata come nave da carico ma che le intelligence occidentali la danno come nave militare del corpo dei Guardiani della Rivoluzione, sarebbe stata danneggiata da una mina attaccata manualmente sullo scafo da mani presumibilmente israeliane.
I media iraniani ripresi anche dal New York Times la danno in fiamme.
Fino a pochi mesi fa si sapeva solo di attacchi israeliani contro basi iraniane in Siria e in Iraq, ma ormai da qualche tempo questa guerra sotterranea si è trasferita in mare ed è sempre più impostata a prendere di mira obiettivi ogni volta più importanti.
Tra parentesi va segnalato che la nave iraniana è stata colpita proprio nel giorno in cui i colloqui tra Stati Uniti e Iran per un ritorno al JCPOA sembravano aver fatto alcuni passi avanti e questo ha indispettito non poco Washington.
Ma qualcuno dovrà pur rispondere agli attacchi sempre più spregiudicati degli iraniani, qualcuno dovrà pur farsi carico di mettere un freno alle mire espansionistiche di Teheran. Gli americani non lo fanno, ormai è chiaro. Lo fa Israele e lo fa bene. Bisognerà vedere se basta.

(Rights Reporter, 7 aprile 2021)


Israele, al via le consultazioni per nuovo governo, ma è fumata nera

Molti articoli su Israele di Sharon Nizza compaiono sulle pagine di Repubblica soltanto online e soltanto per gli abbonati, di solito almeno un giorno dopo. Quello che riportiamo sotto, l’abbiamo trovato in rete oggi con la data del 5 aprile. E’ strano (ma solo in parte) che un giornale come Repubblica faccia un uso così limitato di un servizio così pregevole come quello di questa collaboratrice. NsI

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Tra la residenza del presidente dello Stato e il Tribunale distrettuale, oggi Gerusalemme ha vissuto una giornata che ha gli elementi di un vero e proprio giorno del giudizio per il premier in carica Benjamin Netanyahu: alle 9:00 di mattina si è aperta la fase dibattimentale del processo che lo vede imputato per corruzione, frode e abuso d'ufficio, mentre, a pochi chilometri dall'aula di tribunale, il Presidente Reuven Rivlin ha iniziato le consultazioni con i partiti per la formazione di un nuovo governo, in seguito alle elezioni del 23 marzo.

 Il coordinamento con i media
  Nella sua arringa di apertura, con Netanyahu seduto al banco degli imputati, la procuratrice Liat Ben Ari ha sostenuto che "il primo ministro di Israele ha abusato del suo potere concedendo benefici illegali in coordinamento con i media per promuovere i suoi interessi personali", sottolineando come "tutti sono uguali di fronte alla legge, il grande e il piccolo, il ricco e il povero, il potente e il semplice".
Al termine del discorso di Ben Ari è iniziata la prima testimonianza, che riguarda il "Caso 4000", in cui è co-imputato Shaul Alovitch, azionista principale del gigante delle telecomunicazioni Bezeq, con cui, secondo l'accusa, Netanyahu avrebbe negoziato copertura mediatica positiva sul sito di informazione Walla! - sempre di proprietà di Alovitch - in cambio di politiche governative favorevoli all'azienda. Il processo che entra oggi nel vivo dopo più di un anno di rinvii e fasi procedurali, si svolgerà a un ritmo di tre sedute a settimana.

 Il primo testimone: Ilan Yeshua di "Walla!"
  Il primo teste convocato è Ilan Yeshua, ceo di Walla! durante il periodo preso in esame. Durante la sua testimonianza - che potrebbe durare un mese - ha rivelato che il premier in carica era denominato dalla redazione "Kim", con riferimento al dittatore Nord coreano Kim Jong-un. Gli interventi di politici sui contenuti mediatici non sono insoliti, ha detto Yeshua, "ma 13 anni di richieste di politici non equivalgono a quanto domandava la coppia Netanyahu in una settimana".
I giudici hanno esonerato Netanyahu da presenziare alle udienze di Yeshua e il premier, al termine dell'arringa della procuratrice, aveva lasciato l'aula del tribunale. Nel tardo pomeriggio ha tenuto una conferenza stampa in cui ha attaccato la procura che "conduce una caccia alle streghe nei miei confronti".

 La fumata nera alle consultazioni
  Negli stessi momenti, la delegazione del Likud ha indicato al presidente il nome di Netanyahu come premier da incaricare per la formazione di un governo. Il Likud è uscito vincente dalla urne con 30 seggi e uno stacco significativo dal secondo partito, Yesh Atid dell'attuale capo dell'opposizione Yair Lapid, che ne ha ottenuti 17. Tuttavia, al momento Netanyahu può contare solo su 52 sostegni sicuri (16 dei partiti ultraortodossi e 6 della nuova formazione della destra nazionalista oltranzista di Betzalel Smotrich), lontano quindi dai 61 seggi (su 120) necessari a formare una maggioranza.
Yesh Atid ha raccolto invece 45 raccomandazioni, confermando la frammentazione in cui si trovano le opposizioni a Netanyahu e lo stallo politico. Le consultazioni sono andate avanti fino a tarda serata e il Presidente ha sentito per 45 minuti tutti i 13 partiti che hanno superato la soglia di sbarramento. Ma è stata una fumata nera.

 La proposta di Nuova Speranza
  Momenti di tensione si sono respirati alla residenza del Presidente quando è arrivato il turno di Nuova Speranza, il partito di Gideon Saar, ex ministro fuoriuscito dal Likud a dicembre. Il partito non ha infatti raccomandato nessuno come premier e si è fatto promotore di una iniziativa insolita, chiedendo al Presidente di mediare un incontro tra Naftali Bennett e Yair Lapid che possa portare a un accordo verso un governo paritetico con rotazione tra i due.
L'ispirazione viene da un atto simile intrapreso in via straordinaria dal Presidente Rivlin l'anno scorso quando, falliti i rispettivi tentativi di Netanyahu e Gantz di formare un governo, aveva promosso un incontro tra i due rivali che aveva portato poi al governo di rotazione durato otto mesi.
Ma il Presidente ha rimandato al mittente la richiesta, specificando che in questa fase si tratterebbe di un intervento politico che non gli compete e ha invitato Nuova Speranza stesso a mediare tra le parti. "La matematica non è un'opinione", ha detto Rivlin, lasciando intendere che con la maggioranza relativa di 52 raccomandazioni, spetta a Netanyahu tentare di formare un nuovo governo per primo.

 L'ipotesi di un nuovo governo Netanyahu
  Il presidente ha fino a mercoledì per sciogliere la riserva su a chi affiderà l'incarico. Se la decisione ricadrà su Netanyahu, ago della bilancia saranno gli unici due partiti che non hanno messo il veto al sostegno a una sua nuova coalizione, pur senza averlo raccomandato al Presidente: Yamina di Naftali Bennett, destra nazionalista che si è staccata dalle frange più estremiste di Smotrich nei mesi scorsi per presentarsi come possibile forza "digeribile" anche dal centro sinistra, e Ra'am di Mansour Abbas, il partito islamista fuoriuscito dalla Lista Araba Unita.
Netanyahu avrebbe 28 giorni - e un'eventuale estensione di altre due settimane - per cercare di raggiungere i 61. In uno degli scenari più discussi, otterrebbe il sostegno di Bennett, arrivando quindi a 59 seggi, e l'appoggio esterno di Abbas sarebbe sufficiente per evitare quinte elezioni almeno temporaneamente, con un governo di minoranza.
Senza un premier indicato da 61 mani, il presidente Rivlin ha specificato in apertura delle consultazioni che conferirà il mandato "al candidato con maggiori possibilità di formare una coalizione", che non necessariamente coinciderebbe con il partito che ha ricevuto il maggior numero di seggi. È una prerogativa che gli è conferita dalla legge, ma nel Likud urlano allo scandalo se questo dovesse avvenire, considerato il netto vantaggio ottenuto da Netanyahu alle urne.

 Una rotazione Bennett-Lapid
  Nelle ore che rimangono, potrebbe ancora rimanere uno spiraglio per un governo di rotazione Bennett-Lapid (al momento, entrambi hanno indicato se stessi come premier). Lapid, in una dichiarazione in tarda serata, lancia un appello ai potenziali alleati che non riescono ad accordarsi - e in particolare a Bennett - per non farsi tentare dalle offerte che arriveranno ora dal premier: "Netanyahu farà di tutto per spezzarvi: cercherà disertori, di rompere coalizioni. Non permetteteglielo".

(la Repubblica online, 5 aprile 2021)


Apre la tratta Abu Dhabi - Tel Aviv

di Carlotta Livoli

Gli accordi di Abramo stipulati lo scorso settembre tra gli Emirati Arabi Uniti ed Israele hanno posto le basi di nuovi rapporti politici, economici e diplomatici tra le due nazioni, favorendo la creazione di nuove dinamiche di cooperazione.
Proprio sulla scia di quanto stabilito dagli accordi, ieri il primo volo commerciale Etihad partito da Abu Dhabi è atterrato all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, con a bordo l'ambasciatore israeliano negli Emirati Arabi Uniti Eitan Na'eh e l'ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Israele Mohamed Mahmoud Al Khaja.
Tra i passeggeri, tutti vaccinati o guariti dal Covid, anche il CEO della compagnia aerea Etihad Tony Douglas ed una delegazione diplomatica ed economica degli Emirati Arabi Uniti dedita allo sviluppo del turismo tra i due paesi.
«Il volo rappresenta un momento estremamente significativo nella storia di Etihad - ha spiegato Douglas al Jerusalem Post - e siamo entusiasti delle opportunità che questo offre ad Etihad ed alla nostra casa, Abu Dhabi».

L'ambasciatore israeliano Nà-eh ha affermato di esser stato «travolto dalle emozioni» viaggiando sul primo volo Etihad tra Abu Dhabi ed Israele.
Il volo è stato accolto a Tel Aviv da un caloroso ricevimento di benvenuto.
Ai passeggeri è stato inoltre consegnato un certificato per ricordare un volo che senza dubbio lascerà il segno nella storia.
La nuova tratta segna un ulteriore passo avanti nei rapporti tra i due paesi coinvolti, essendo il primo volo regolarmente pianificato della compagnia Etihad tra le due capitali.
Già in ottobre Etihad aveva lanciato un sito internet in ebraico per i clienti israeliani desiderosi di visitare gli Emirati Arabi. E nel frattempo anche Israele si sta preparando ad un nuovo turismo. Inoltre, proprio ieri, WAM, l'agenzia di stampa ufficiale degli Emirati Arabi Uniti, ha aperto una nuova sezione in lingua ebraica riguardo il progresso dei rapporti bilaterali tra Israele e gli Emirati.

(Shalom, 7 aprile 2021)


Separati a Vienna

Biden da Teheran vuole un impegno più ampio, l'Iran non ammette patti diversi dal 2015

di Micol Flammini

ROMA - A volere il ripristino del patto sul nucleare del 2015 sono sia gli americani sia gli iraniani. Lo vogliono molto anche gli europei che ieri, facendo avanti e indietro, hanno cercato di far comunicare le due parti, che erano in stanze diverse e anche in alberghi diversi. L'incontro di ieri a Vienna, annunciato venerdì scorso dall'Unione europea, serviva a mettere giù un piano per studiare le tappe da seguire e i compromessi da fare per iniziare un processo, che sarà lungo e complicato, che preveda il ritorno degli Stati Uniti nel trattato sul nucleare, abbandonato da Donald Trump nel 2018. Ieri sono stati creati due gruppi di esperti che avranno il compito di risolvere le due condizioni attorno a cui ruota tutto, anche la partenza di futuri negoziati. Un gruppo si occuperà di studiare l'allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti e l'altro si occuperà di questioni legate al nucleare iraniano. I lavori sono iniziati subito, ma quanto ci vorrà per un ritorno al patto non si sa, anche perché l'Iran ha subito detto che l'unico patto che Teheran è pronta ad accettare è quello del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), non un altro. Nessun cambiamento, nessuna clausola in più, proprio quello che gli americani vogliono correggere perché sarà pur stato Trump ad abbandonare l'accordo, ma anche l'Amministrazione Biden crede che ci siano elementi da correggere e altri dossier su cui lavorare: la ricerca di Teheran sui missili balistici, le milizie irregolari create dall'Iran fuori dai suoi confini, le politiche aggressive in Siria, Libano, Iraq, Yemen.
  Quando nel 2015 si raggiunse l'accordo, fu il frutto di anni di lavoro e di mediazione, ma fu uno sforzo soprattutto tecnico, volto a inventare restrizioni sul nucleare e meccanismi di controllo. Questa volta l'accordo dovrà essere molto più politico, sia per l'Iran sia per gli Stati Uniti. Dovrà superare ostacoli che sono interni ed esterni ai paesi. Per il presidente iraniano Hassan Rohani è l'ultima chance, vuole essere ricordato per qualcosa e magari come il presidente che è riuscito a far togliere le pesanti sanzioni americane che così duramente hanno colpito l'Iran. Ma se Rohani vuole un successo, la Guida Suprema, Ali Khamenei, non è disposto a concederglielo e probabilmente preferisce che l'accordo non si chiuda prima delle elezioni di giugno: non ha intenzione di lasciare che agli alleati di Rohani conquistino una vittoria diplomatica. I due paesi non si fidano l'uno dell'altro, ed è proprio sulla fiducia e sulle sue garanzie che Biden vuole lavorare. Per lui, l'accordo negoziato dall'Amministrazione Obama, quando lui era vicepresidente, è soltanto un punto di partenza, all'Iran vanno imposti limiti più duri e che siano destinati a durare di più. Se Biden vuole porre fine alla strategia della massima pressione voluta da Trump non può ammettere che, come si aspetta Teheran, gli Stati Uniti tornino nell'accordo così com'era nel 2015. L'America è cambiata e si è liberata di Trump, ma quell'accordo imperfetto, che piace all'Iran, non può piacere neppure a quest'America. Biden è disposto a fare le sue concessioni, è pronto a rilasciare un primo miliardo di dollari di entrate petrolifere congelate dalla Corea del Sud, e per la prossima settimana è prevista una visita del premier sudcoreano a Teheran, ma vuole l'interruzione della produzione del 20 per cento di uranio, ed è pronto a emettere sanzioni in futuro, se gli accordi non saranno rispettati. Unione europea, Francia, Germania e Gran Bretagna dovranno capire che non ci sono possibilità per un accordo frettoloso, Biden vuole tornare, ma vuole anche che questa volta il trattato sia un impegno più ampio.

(Il Foglio, 7 aprile 2021)


Israele in tre schermi: le elezioni, il processo e l'incontro di Vienna

di Micol Flammini

ROMA - Le consultazioni sono iniziate ieri in Israele e nelle stesse ore il premier Benjamin Netanyahu era in tribunale, a Gerusalemme, per il l processo contro di lui. Ed era anche giornata di attesa, prima dell'incontro a Vienna, dove oggi riprenderanno i negoziati indiretti tra americani e iraniani sul nucleare, un evento che indica che la politica estera americana è cambiata e agli israeliani conviene seguirla con molta attenzione. I commentatori israeliani ieri suggerivano di dividere i propri schermi in tre, perché tutti e tre gli eventi sono cruciali per il futuro del paese. Il primo, l'incontro di Rivlin con i partiti, perché è l'ultimo tentativo per evitare una quinta elezione. Il secondo, Bibi in tribunale, perché serve a far chiarezza sulle pressioni del premier nei confronti della stampa, e il terzo, forse il più importante, perché potrebbe condizionare il futuro del medio oriente.
   Il primo schermo, quello concentrato sul presidente e i suoi incontri, era forse il meno interessante. Rivlin, già dopo aver incontrato i rappresentanti del Likud e di Yesh Atid, primo e secondo partito alle elezioni del 23 marzo, ha detto che dare l'incarico a qualcuno per formare un governo sarà molto complicato. Il presidente è stremato, e per la prima volta ha lasciato intendere che potrebbe negare il mandato a Netanyahu per i suoi processi. La coalizione anti Bibi, che litiga su tutto, ieri ha avuto un momento di speranza quando Yair Lapid, leader del partito di centro sinistra Yesh Atid, ha offerto a Naftali Bennett, della destra di Yamina, di formare un governo di unità nazionale con premiership a rotazione. Una mossa inaspettata, che però potrebbe scontentare tanti altri che già appartengono al fronte contro il premier.
   Il 9 luglio scade il mandato di Rivlin e un politico del Likud ha detto al Jerusalem Post che c'è un piano per candidare il loro leader alla presidenza, così anche la politica sarà più stabile e senza Netanyahu altri partiti di centro e di destra vorranno unirsi al Likud, che prima dovrebbe tenere delle primarie. Sono indiscrezioni, ma il politico ha raccontato che anche la Knesset è sfinita, come Rivlin e come gli israeliani, e i due terzi dei deputati sono pronti ad accettare. Se il presidente riuscirà a dare un incarico a qualcuno si saprà mercoledì, altrimenti toccherà al Parlamento trovare una soluzione. Mentre si continua a trattare e vengono fuori alleanze improbabili, sul secondo schermo si vedeva un Netanyahu a disagio mentre ascoltava le dichiarazioni di chi lo accusa di aver usato la sua carica per ottenere una copertura favorevole sui media, in questo processo il premier è accusato di corruzione e abuso d'ufficio nel suo rapporto con giornalisti, testate ed editori.
   Il terzo schermo è quello dell'attesa per l'incontro a Vienna, che non avrà effetti immediati, ma sarà importante per la regione, forse per la prossima campagna elettorale in Israele e per le relazioni future tra il paese e gli Stati Uniti. La domanda che tutti si fanno è: chi cederà per primo? L'Iran tornerà alla piena conformità prevista dal patto o l'America toglierà le sanzioni? La sequenzialità con cui avverranno le due cose vorrà dire molto, soprattutto per Israele , che non può impedire che i negoziati ricomincino, ma può e vuole fare in modo che il patto venga cambiato, esteso, e comprenda tanti altri dossier oltre al nucleare.
   Alon Pinkas, commentatore di Haaretz, suggerisce di dimenticare per un attimo i primi due schermi, le elezioni, i processi, e di focalizzarsi su come si stanno muovendo velocemente le cose attorno a Gerusalemme. Soprattutto con l'America. Vienna sarà il grande show, con gli europei che fanno la spola tra gli americani e gli iraniani che non vogliono parlarsi direttamente, in cui non succederà nulla, ma da cui inizieranno a muoversi molte cose, e a Israele, impigliato tra le maglie di un'elezione dietro all'altra, conviene non distrarsi dal terzo schermo, quello dei cambiamenti internazionali che nella vita del paese hanno sempre avuto un peso importantissimo.
   
(Il Foglio, 6 aprile 2021)


Netanyahu più vicino al governo. Ma il processo lo preoccupa

Non si chiude la raccogliticcia alleanza contro Bibi. Che per toccare i 61 seggi punta agli arabi di Ra'am

di Fiamma Nirenstein

Dopo una giornata di colloqui molto sofferti alla fine sarà difficile che il presidente di Israele Reuven Rivlin possa affidare a chiunque non sia Netanyahu la formazione di un nuovo governo.
   Perché a tarda serata Gideon Sa'ar, fondatore di «Nuova Speranza» e aspirante primo ministro, transfugo dal Likud che aveva giurato che mai e poi mai accetterà di sedere in un governo di cui sia il primo ministro Bibi, ha tuttavia rifiutato di dare il suo appoggio al principale oppositore di Netanyahu, Yair Lapid. Ma Bibi ha 30 seggi, e Lapid 17: i conti degli ultimi giorni davano al primo ministro uscente 52 seggi e a Lapid 45, una somma spuria di ispirazioni anti-Bibi, che se sommati ai 7 seggi di Sa'ar avrebbero portato a un pareggio che avrebbe aperto la strada dell'incarico. Invece, niente. Il mix di partiti di destra e di sinistra che si sono affannati per mettere insieme un patchwork per Lapid, scivolano su una buccia di banana.
   Tanto poco è piaciuto a Rivlin la decisione di Sa'ar, che ha subito dichiarato con gesto davvero irrituale che non riteneva chiusa la decisione di «nuova speranza» e che pregava di fare ancora qualche telefonata prima di arrivare a quella conclusione.
   Ma per ora Netanyahu ha di nuovo un numero maggiore di seggi per formare una coalizione, sempre però troppo basso rispetto ai 61 seggi necessari nella Knesset di 120 deputati, dato che «Yemina», la «destra» di Bennet, per ora indica proprio Bennet come suo candidato. Si può sempre pensare all'appoggio esterno del partito di Mansour Abbas, Ra'am, l'arabo islamo-riformista che si muove sul modello dei Patti d'Abramo, ma stavolta dentro Israele: il mondo musulmano israeliano finalmente per i suoi interessi, e non per un ideale «palestinese». Ma sarebbe una scelta molto contestata dalla parte destra della coalizione pro Netanyahu, che porterebbe a nuove rotture ideologiche. E a nuove elezioni, le quinte elezioni in due anni.
   Di questa trappola fa parte, senza dubbio, la polarizzazione fifty-fifty pro o anti Bibi creatasi nella società israeliana. Ieri è andata in scena su un palcoscenico rotante. Da una parte l'antipatia palese di Rivlin, dall'altra la prima seduta del processo per corruzione. Si è trattato del caso 4000, per cui si dice che il pm è «corrotto», accusa improponibile secondo molti giuristi di tutti il mondo. Si parla del tentativo di Netanyahu di convincere i rappresentanti del sito Walla di dargli maggiore copertura in cambio di supposti favori alla società di comunicazioni Bezeq padrona della testata. L'attacco al primo ministro ieri ha visto la testimonianza del ceo di Walla che raccontava come lui e un direttore si riferissero a Bibi chiamandolo «Kim» in riferimento a Kim-Jong perché si sentivano dominati e impauriti. Il ceo di Walla, Ilan Yeshua, ha anche detto che Netanyahu, sua moglie e suo figlio li sommergevano ossessivamente di richieste. Un po' poco per fare di Netanayahu un criminale. Lui ha accusato la pubblica accusatrice di aver messo in scena una «rappresentazione», e definito il processo stesso «un tentativo di colpo stato».

(il Giornale, 6 aprile 2021)


L'attivista libanese Kinda al-Khatib in attesa di sentenza definitiva

"Sotto processo per il suo impegno anti-Hezbollah". Intervista con Joseph Braude, presidente del Center for Peace Communications, in vista dell'udienza che deciderà le sorti della ventiquattrenne: "Oltre a Kinda, 35 cittadini sono stati falsamente accusati di terrorismo, ma il loro unico crimine è stato aver preso parte a manifestazioni antigovernative".

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - La giovane attivista libanese Kinda al-Khatib, arrestata il 20 giugno scorso e condannata a dicembre dal Tribunale militare di Beirut a tre anni di carcere, è stata rilasciata nei giorni scorsi in vista dell'appello presentato dalla difesa su cui la corte marziale si pronuncerà l'8 aprile.
  Khatib, 24 anni, attivista apertamente critica di Hezbollah - il "partito di Dio" sciita che di fatto governa il Paese che si trova sull'orlo del default economico e politico - era stata condannata per "collaborazione con il nemico", Israele. Il suo entourage ha sempre sostenuto che si trattasse di una montatura per metterla a tacere.
  Nei mesi della detenzione, a perorare la sua causa è stato Joseph Braude, presidente del Center for Peace Communications, una no-profit che riunisce attivisti dal Medioriente e dal Nord Africa. Braude, che ha parlato con Kinda appena rilasciata, risponde alle domande di Repubblica da New York in vista dell'udienza che a breve deciderà la sorte della giovane attivista.

- Signor Braude, che cosa può dirci della situazione di Kinda?
  "È stata arrestata da 16 uomini mascherati nel cuore della notte, interrogata per giorni e detenuta in prigione per nove mesi prima del suo rilascio temporaneo su cauzione. Durante il suo interrogatorio, non è stata informata per molti giorni delle accuse contro di lei. Nei mesi di detenzione era denutrita, ha sofferto di intossicazione alimentare e ha contratto il Covid-19 senza ricevere cure adeguate. Secondo Kinda, l'unica ragione per cui non ha subito aggressioni fisiche mentre era in prigione era che il suo caso aveva attirato l'attenzione dei media e l'esercito aveva paura di possibili ripercussioni".

- La sua famiglia e i suoi sostenitori affermano che è stata arrestata per via del suo attivismo contro Hezbollah e che le accuse di spionaggio a favore di Israele sono una montatura. Cosa dice in merito?
  "I sostenitori di Hezbollah e del presidente Michel Aoun considerano Kinda una spina nel fianco da anni: la sua è la voce di una giovane donna di talento con decine di migliaia di follower sui social media, che non ha mai smesso di denunciare pubblicamente le loro campagne di disinformazione. Hezbollah ha maggiore controllo sui tribunali militari rispetto a quelli civili, e per questo era importante per loro portarla di fronte a una corte marziale.
  In Libano, i civili possono essere processati in un tribunale militare solo per accuse legate al terrorismo o alla "collaborazione con Israele". Siccome le monitoravano da tempo il cellulare, hanno scoperto che si era scambiata dei messaggi con un giornalista israeliano e questo è stato il pretesto di cui avevano bisogno per usare la "legge anti-normalizzazione" per arrestarla. Poi hanno utilizzato gli organi di stampa pro Hezbollah per diffondere false e assurde affermazioni, senza nessuna prova, secondo cui aveva visitato Israele e si era coordinata con i servizi di intelligence occidentali e del Golfo".

- Nei mesi della sua detenzione, il Libano è stato devastato dall'esplosione al porto di Beirut e dall'ulteriore deterioramento della situazione politica ed economica.
  "Tra i profughi siriani, la pandemia, la stretta delle sanzioni statunitensi contro Hezbollah, il nepotismo e la corruzione dilaganti, l'economia e il sistema politico libanese sono al collasso. Proprio in queste settimane, di fronte allo stallo politico e al continuo aumento dell'inflazione, sta montando una nuova ondata di proteste che chiede un cambiamento nel Paese, mentre la repressione non si placa.
  Le organizzazioni libanesi per i diritti umani hanno documentato un netto incremento delle aggressioni a giornalisti da parte di organi statali: da 20 nel 2019 a 60 nel 2020. Il 4 febbraio, l'assassinio del giornalista e attivista anti Hezbollah Lokman Slim ha scioccato il Paese. Oltre a Kinda, 35 cittadini libanesi sono stati recentemente processati con false accuse di terrorismo, quando il loro unico crimine è stato aver preso parte a manifestazioni antigovernative".

- La vostra organizzazione mira a creare maggiore consapevolezza sulle leggi sul boicottaggio in vari Paesi arabi che vietano qualsiasi interazione con gli israeliani. Ci spiega meglio?
  "Leggi del genere sono controproducenti e noi sosteniamo gli sforzi per revocarle e per proteggere gli attivisti per la pace che vi si oppongono, mettendo a rischio la propria carriera o nei casi peggiori - come in Libano - la libertà personale. Stiamo promuovendo una proposta di legge, che ha già ottenuto consenso bipartisan in Francia e negli Stati Uniti, volta a istituire un rapporto annuale dei casi in cui cittadini di Paesi arabi siano intimiditi o puniti per aver interagito con israeliani, elevando l'attenzione internazionale su questa problematica.
  Non va sottovalutato l'effetto sulla diaspora libanese che può avere la condanna di Kinda e Charbel (co-imputato che vive negli Usa, condannato in contumacia a 10 anni, ndr). La comunità libanese nel mondo è vastissima, molti di loro hanno sviluppato amicizie e collaborazioni con cittadini israeliani. Ora che Israele ha firmato accordi di pace con gli Emirati Arabi Uniti e altri Paesi musulmani dove vivono centinaia di migliaia di libanesi, molti temono di fare rientro in patria, isolando ulteriormente il Libano dalla sua ancora di salvezza che sono gli espatriati in tutto il mondo, specie in un momento così difficile per il Paese".

- Esiste un attivismo pubblico in Libano contro la legge sul boicottaggio, l'articolo 278 del Codice penale?
  "Sempre più persone, soprattutto tra i giovani, realizzano i danni che questa legge ha causato all'economia e alla posizione globale del Paese. La gestione fallimentare di Hezbollah e dei suoi alleati, che ha portato alla situazione attuale di crisi acuta, non fa che rafforzare l'opinione secondo cui è necessario tentare un nuovo approccio. Dopo decenni in cui il governo libanese ha rivendicato il monopolio sulle decisioni rispetto all'approccio verso Israele, i giovani si sentono rafforzati dall'idea di poter agire localmente e democraticamente per revocare una legge ingiusta.
  Per essere chiari, questa non è la causa che Kinda el-Khatib ha fatto propria: la sua corrispondenza con un giornalista israeliano è stata incidentale ed è un aspetto marginale della sua prolifica attività sui social media. Ma il suo caso, e il sostengo che ha ottenuto, sottolineano la natura draconiana di una legge che è stata utilizzata per perseguirla per ragioni politiche, e in questo senso potrebbe rivelarsi un punto di svolta".

(la Repubblica, 6 aprile 2021)


Bordighera e Israele nel cuore dello chef pizzaiolo Stefano Grella

Il venticinquenne bordigotto e le sue diciassette pizze gustate a Tel Aviv

di Francesco Basso

BORDIGHERA - Quando si parla di passioni, di talento, di forza di volontà, i confini non esistono; lo sa bene Stefano Grella, venticinquenne bordigotto con un grande amore per la cucina. Dopo aver studiato presso l'Istituto Fermi Polo Montale di Bordighera-Ventimiglia e aver lavorato in Francia, Stefano parte nel 2018 per Melbourne.
In Australia conosce May Apelbaum Bing, israeliana, e i due si fidanzano. Stefano vive in Israele con May e ora lavora a Rishon LeZion, a sud di Tel Aviv, presso il locale "Se Tu". Qui fa conoscere alle persone le sue pizze portando nel settore la sua esperienza e la sua italianità.
«Il menù consiste nell'avere a disposizione diciassette pizze che hanno ingredienti particolari e interessanti - spiega Stefano - alcune sono tipicamente italiane come la pizza al prosciutto e quella ai carciofi, altre seguono il gusto di qui. Facciamo infatti alcune pizze che qui vengono chiamate "polenta". Sono con crema di mais, mozzarella, funghi, prezzemolo e cipolla».
Una cucina varia e ricca che che combina il gusto orientale con quello occidentale. Recentemente la storia di Stefano è apparsa sui giornali locali e sul Canale 12 della tv israeliana. Da Bordighera a Israele la cucina di Stefano non ha confini e porta all'estero quell'italianità e genuinità apprezzate in tutto il mondo.

(Il Secolo XIX, 6 aprile 2021)


Arrestata sospetta spia israeliana in Iran. Rischia grosso

di Giuseppina Perlasca

L'Iran afferma di aver arrestato una serie di agenti dei servizi segreti stranieri, tra cui una "spia israeliana", nel nord-ovest della repubblica islamica.
Il presunto agente dell'intelligence israeliana è stato arrestato nella provincia dell'Azarbaijan orientale, secondo quanto riportato lunedì dai media iraniani citando il capo regionale del ministero del controspionaggio iraniano.
"Una spia israeliana e diverse altre spie con legami con i servizi di sicurezza di vari paesi sono state arrestate", ha detto il funzionario, che non è stato nominato nei rapporti.
L'annuncio è stato presentato durante un rapporto sulle attività delle forze dell'ordine e su altri aspetti delle operazioni della filiale. Le identità delle presunte spie non sono state rivelate e non era chiaro se quello che l'Iran collegava a Israele fosse un cittadino israeliano.
Le autorità israeliane non hanno ancora commentato i resoconti dei media.
I media incolpano l'Iran di un attacco missilistico ad una nave battente bandiera israeliana nel Mar Rosso.
Israele e Iran hanno una lunga storia di ostilità. Diversi crimini di alto profilo accaduti in Iran sono stati attribuiti ai servizi di intelligence israeliani, compreso l'assassinio dello scorso anno del famoso scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.
Le persone arrestate in Iran con l'accusa di spionaggio a favore di Israele potrebbero essere soggette alla pena di morte, solitamente per impiccagione.

(scenarieconomici.it, 6 aprile 2021)


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