In quel giorno avverrà che io farò di Gerusalemme una pietra pesante per tutti i popoli; tutti quelli che se la caricheranno addosso ne saranno malamente feriti, e tutte le nazioni della terra s'aduneranno contro di lei.
Zaccaria 12:2

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Sarà guerra a Israele

Dai tribunali alle sanzioni, ecco cosa ha in serbo la risoluzione dell'Onu contro lo stato ebraico

di Giulio Meotti

ROMA - La risoluzione 2334 dell'Onu, che condanna come "illegali" gli insediamenti israeliani in Cisgiordania grazie all'astensione degli Stati Uniti, avrà conseguenze pesanti per lo stato ebraico. Si comincia dalla Corte dell'Aia: ogni israeliano, civile o militare, coinvolto negli insediamenti, sarà passibile di giudizio per aver violato la Convenzione di Ginevra. L'esercito israeliano, che amministra i Territori, può essere incriminato se demolisce le case dei terroristi, se espropria la terra per ragioni di "sicurezza", se pianifica case per israeliani. La decisione ora è nelle mani del procuratore dell'Aia, Fatou Bensouda, che ha già aperto un'inchiesta sugli insediamenti israeliani, che a suo avviso costituirebbero "crimine di guerra".
   La risoluzione dell'Onu è una vittoria spettacolare per il Bds, il movimento di boicottaggio di Israele che vanta già molti successi in Europa e che è galvanizzato dal voto al Palazzo di vetro. Aziende coinvolte nella costruzione della barriera anti terrorismo in Cisgiordania possono essere oggetto di cause in paesi europei attivi su questo fronte, come Olanda e Inghilterra. La risoluzione prevede un report del segretario generale dell'Onu ogni tre mesi sul rispetto della stessa: Israele diventa il nuovo sorvegliato speciale. La risoluzione separa l'Israele del 1948 da quello del 1967 (compresa la Città Vecchia di Gerusalemme), aprendo la strada a sanzioni contro Israele, sul modello del Sudafrica dell'apartheid, da parte di stati particolarmente avversi a Israele, come la Svezia. Un anno fa l'Unione europea ha approvato la marchiatura dei prodotti israeliani oltre la Linea verde e ora Israele teme una nuova ondata di misure da parte di Bruxelles. Banche, compagnie petrolifere, centri commerciali, aziende di high tech e telefonia che operano nei Territori saranno passibili di sanzioni. Le prossime misure sono già al vaglio della Commissione europea: le banche israeliane che offrono mutui ai proprietari di case in Cisgiordania si espongono a ripercussioni; le catene di vendita al dettaglio che detengono negozi negli insediamenti possono essere escluse dal mercato europeo; i produttori che utilizzano parti realizzate in fabbriche israeliane possono subire speciali marchiature; gli israeliani che vivono negli insediamenti possono perdere il privilegio che consente oggi ai cittadini israeliani di viaggiare in Europa senza visto; le università israeliane nei Territori si vedono private del riconoscimento di Bruxelles. Lo European Council on Foreign Relations, le cui proposte arrivano sul tavolo dei legislatori europei, ha suggerito di mettere sotto sanzione alcune banche israeliane. Succede già: Deutsche Bank ha incluso la Hapoalim Bank israeliana in una lista di compagnie riguardo le quali gli investimenti sollevano "questioni etiche". Lo stesso ha fatto la più grande banca danese, Danske Bank, mentre la svedese Nordea ha messo sotto scrutinio le israeliane Leumi e Mizrahi-Tefahot. Il più grande fondo pensione d'Olanda, Pggm, ha ritirato gli investimenti da cinque istituti israeliani. Su questa "lista nera" di aziende israeliane è già al lavoro l'Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra'ad Zeid Al Hussein. Gran bel finale di 2016. Hanno tolto le sanzioni all'Iran per metterle all'unica società aperta fra Marrakech a Islamabad: Israele.

(Il Foglio, 29 dicembre 2016)


*


Un titolo che conferma le profezie

“Sarà guerra a Israele”: è vero, l’ha già detto molti secoli fa la Bibbia. “Io adunerò tutte le nazioni per far guerra a Gerusalemme”, dice il Signore nel libro del profeta Zaccaria (14:1). E se si legge attentamente ci si accorge che non può trattarsi dell’assedio fatto dai Romani nel 70. “Tutte le nazioni”, dunque le “Nazioni Unite”, si metteranno contro Israele, partendo proprio dal problema di Gerusalemme, come si sta facendo oggi. Consigliamo di leggere gli ultimi tre capitoli del profeta Zaccaria: si vedrà che lì non è Israele ad essere un problema per il mondo, ma è tutto il mondo, con al centro Israele, ad essere un problema per Dio. E nella Bibbia intera, Nuovo Testamento compreso, se ne indica la soluzione.
Rimanendo nell’attuale contingente, dovrebbe essere chiaro che la soluzione dei due stati con priorità assoluta data alla presenza delle “colonie” invece che alla presenza a Gaza di Hamas è la giustificazione con cui il mondo legittima una guerra contro Israele in atto già da molto tempo e che assume soltanto forme diverse con lo svolgersi degli eventi. In conclusione, chi continua a dire che l’ostacolo alla pace sono le “colonie” o è un ignorante per il solo fatto di usare questo termine o è in mala fede o non ha capito niente. M.C.


Post Scriptum per chi non avesse voglia di leggere la Bibbia. In Zaccaria sta anche scritto: "In quel giorno avverrà che io avrò cura di distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme."

(Notizie su Israele, 29 dicembre 2016)



Parashà della settimana: Mikets (Alla fine)

Genesi 41:1-44-17

 - Liberazione di Giuseppe
Il Faraone sognò. Sette vacche grasse, belle a vedersi, sulle rive del Nilo, venivano divorate da sette vacche magre. Il Faraone si svegliò e si riaddormentò. Fece un secondo sogno. Sette spighe piene di grano venivano inghiottite da sette spighe vuote. Turbato chiamò i suoi maghi e indovini per avere una spiegazione dei sogni. Nessuno di costoro riuscì ad interpretarlo (Gen. 41.1).
La parashà di mikets è sempre letta nel sabato durante la festa delle luci (Hannukà), che ricorda la storia di un pugno di ebrei guidati da Giuda Maccabeo vittoriosi sul re greco di Antioco IV detto l'Epifane. I nostri Saggi cazal hanno interpretato questo legame con la luce, dalle parole del primo verso della parashà che recita: "alla fine di due anni" D-o mise fine all'oscurità di Giuseppe, motivo per cui il Faraone ebbe i suoi sogni.
Il capo dei coppieri allora si ricordò di Giuseppe (Gen. 41.9 ) che venne tratto dalla prigione, rasato e condotto dal Faraone. Giuseppe risponde senza esitazione ai sogni di questi, trovando un chiaro significato nel simbolismo delle sette vacche e delle sette spighe. " il sogno è uno solo" spiega Giuseppe ed essendosi ripetuto due volte significa che la cosa è stata stabilita da D-o.
Ma quello che fa presa sul Faraone è il genio economico di Giuseppe quando questi prende misure per salvare l'Egitto durante gli anni di carestia. Egli consiglia al Faraone di prelevare un "quinto" del raccolto annuale durante gli anni della vacche grasse per essere utilizzato durante gli anni delle vacche magre. Il sistema ideato da Giuseppe metterà a disposizione del Faraone tutte le risorse del paese d'Egitto, dove la libertà di commercio verrà abolita e non esisterà che un solo compratore cioè lo Stato. La speculazione che avrebbe provocato il rialzo dei prezzi artificialmente, sarebbe stata impossibile. In più ogni consumatore doveva presentarsi personalmente e giustificare i suoi bisogni , ragione questa che aveva spinto tutti i fratelli di Giuseppe a muoversi per avere il prodotto di sostentamento.

Giuseppe ritrova i fratelli
Quando Giacobbe seppe che in Egitto c'era grano disse ai suoi figli: "Perché state a guardarvi? Andate e compratene affinché possiamo vivere e non morire" (Gen. 42.1).
L'incontro con i fratelli è inatteso. Giuseppe non viene riconosciuto da essi perché vedono in lui solo il gran Visir d'Egitto. Ora c'è da domandarsi: "Per quale ragione Giuseppe nasconde la sua vera identità? Perché sottomette i fratelli a delle prove? Vuol sapere la loro condizione "morale" prima di farsi riconoscere. A tale scopo accusa i fratelli di essere degli "spioni" in favore di una potenza straniera. Al loro diniego Giuseppe chiese come mai fossero in dieci e non in undici. Se la vostra venuta è pacifica - disse - perché non è presente con voi Beniamino? E' stato lasciato in un luogo sicuro? Prese Simeone come ostaggio e disse loro: "Non uscirà di qui finché non verrà suo fratello minore" (Gen. 42.15).
I fratelli ritornano accompagnati da Beniamino e quando Giuseppe lo vide disse al suo maggiordomo egiziano: "Conduci questi uomini a casa, macella e prepara perché mangeranno con me" (Gen. 43.16). Giuseppe però mangia a parte e assegna ai fratelli un posto a tavola secondo il loro ordine di anzianità, cosa questa che comincia a insospettirli. Mancava difatti l'ultima prova. Fa mettere la sua coppa d'argento nel sacco di Beniamino per accusarlo di furto e tenerlo schiavo in Egitto. Giuseppe continua a nascondersi. Vuol portare i fratelli al "pentimento" che passa attraverso la loro unione nel difendere Beniamino. La solidarietà e la responsabilità che erano mancati nella sua vendita agli Ismaeliti, adesso saranno gli unici motivi nel dare un aiuto fraterno a Beniamino. E' quello che Giuseppe vuole conoscere.
"Che azione avete compiuto" - dice Giuseppe - ai fratelli? A questa domanda Giuda risponde: "D-o ha trovato un mezzo per punire i tuoi servi". L'antica colpa a cui Giuda si riferisce è quella di aver venduto Giuseppe come schiavo alla carovana degli Ismaeliti per cui pensa che la migliore soluzione sarebbe quella che tutti vengono fatti schiavi. Ma Giuseppe non è della stessa opinione ed insiste "solo l'uomo nelle cui mani è stata trovata la coppa sarà mio schiavo" (Gen. 44.17).
Giuseppe mostra interesse per la giustizia non per la vendetta. La ricerca della vera fratellanza è soprattutto nella giustizia ed è rivolta non solo ai fratelli di Giuseppe ma anche alle Nazioni della terra, che devono riconoscere il messaggio di fratellanza presente nella Torah d'Israele. Un tale discorso deve essere spogliato dalla "superbia" dei Gentili e impregnato di amore verso Israele che ne rappresenta la fiamma e le Nazioni del mondo il candelabro.
L'accensione della lampada di Hannukà, in ricordo della vittoria dei Maccabei sul materialismo della cultura greca, consiste nel far salire la fiamma della giustizia, che dovrà essere alimentata dalla nostra fede e dalle nostre opere per dar luce al mondo intero. F.C.

*

 - Può essere utile leggere la Bibbia come una storia politica in cui Dio, pur essendo sovrano su tutto e su tutti, decide per i suoi scopi di intervenire nella storia del mondo secondo precise regole che Lui stesso si è dato. Rientra allora nei suoi piani la formazione di una sua propria nazione, su cui eserciterà la sua speciale autorità e con la quale agirà in mezzo alle altre nazioni. Si potrà dunque parlare, anche in questo caso, di politica interna e politica estera.

Un successo in politica estera
I sogni che Dio fa fare a Giuseppe sono politica interna; il sogno che fa fare al Faraone è politica estera. Come magistrale Premier, Dio riesce ad usare le divisioni interne del suo popolo per ottenere un clamoroso risultato in politica estera. I suoi uomini, i discendenti di Abramo, non credono all'origine divina dei sogni di Giuseppe e lo espellono dal loro gruppo; il pagano Faraone invece crede all'ispirazione divina con cui Giuseppe interpreta il suo sogno e lo accoglie con gioia: "Il Faraone disse ai suoi servitori: «Potremmo forse trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo spirito di Dio?»" Dopo di che lo eleva al rango di vice-Faraone d'Egitto (Gen. 41:38) e questo, come si vedrà in seguito, permetterà la sopravvivenza della tribù abramitica e porterà benedizione alla più grande potenza mondiale di quel tempo.

Problemi di politica interna
Sembrerebbe che le contese del passato legate all'eredità, Ismaele-Isacco e Esaù-Giacobbe, non si presentino più tra i figli di Giacobbe. Questo appare strano, perché si tratta di eredità spirituale legata alle promesse di Dio per la progenie di Abramo. Dunque è una questione di genealogia. Come continuerà la linea della benedizione dopo Giacobbe? Non è una questione da poco.
"Israele amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli" (Gen. 37:3). Perché? "Perché era il figlio della vecchiaia", dice la Bibbia. Ma allora, perché non Beniamino, figlio di una vecchiaia ancora maggiore? E' una questione di eredità spirituale. Il primogenito tra i figli di Rachele, la sposa che Giacobbe amava, è Giuseppe, e la "veste lunga con le maniche" che il padre gli ha fatto è il segno con cui si indica che è lui il figlio con diritto di primogenitura.
A questo si oppongono i sei figli di Lea, appoggiati dagli altri quattro. La proposta di venderlo agli Ismaeliti è accolta subito perché in quel modo si ottiene, anche senza spargimento di sangue, quello che in fondo si voleva: togliere di mezzo il figlio designato dal padre.
La lotta per il diritto alla primogenitura dunque continua anche dopo Giacobbe: i figli di Lea lottano contro i figli di Rachele. Eliminato Giuseppe, il candidato più naturale nella scelta di Giacobbe, rimaneva Beniamino. Contro di lui però non si riaccende l'odio dei dieci fratelli: è possibile che il rimorso e il dolore del padre abbiano definitivamente rimosso da loro le intenzioni omicide.

Una dura punizione
Quando, in Egitto, i dieci si trovano prostrati davanti a Giuseppe, lui li riconosce, ma non vede Beniamino. Dov'è Beniamino? Come mai non c'è Beniamino? Eppure a quel tempo era abbastanza grande per poter venire anche lui. Un dubbio atroce sale alla mente di Giuseppe: hanno fatto fuori anche lui. Forse se lo sono venduto per strada, per comprarsi quello di cui avevano bisogno. "Siamo gente sincera", continuano a dire i dieci, ma è chiaro che a Giuseppe la cosa non poteva apparire convincente.
Anche Giacobbe non si lascia convincere da loro quando gli dicono che per liberare Simeone devono tornare in Egitto con Beniamino. Il padre ormai non si fida più di quei dieci figli e non vuole perdere l'unico figlio avuto dalla sua amata Rachele. Quando poi vede che oltre ai sacchi di grano hanno ancora tutti i soldi con cui erano partiti, e che non sanno darne una spiegazione, la sua diffidenza verso di loro tocca il massimo: "«Voi mi avete privato dei miei figli! Giuseppe non è più, Simeone non è più, e mi volete togliere anche Beniamino .... Mio figlio non scenderà con voi; perché suo fratello è morto, e questo solo è rimasto: se gli capitasse una disgrazia durante il vostro viaggio, voi fareste scendere con cordoglio la mia canizie nel soggiorno dei morti»" (Gen. 42:36,38).
La carestia però continua, e quando le provviste portate dall'Egitto finiscono, Giacobbe si trova davanti a una penosa alternativa: o correre il rischio di perdere Beniamino o essere certi che moriranno tutti.
A questo punto prende la parola Giuda, quello che aveva lanciato l'idea di vendere Giuseppe agli Ismaeliti: "Lascia venire il ragazzo con me ... Io mi rendo garante di lui. Ridomandane conto alla mia mano. Se non te lo riconduco e non te lo rimetto davanti, io sarò per sempre colpevole verso di te" (Gen. 43:8,9).
Giacobbe alla fine acconsente e i dieci ripartono verso l'Egitto. Giuseppe rivede Beniamino e si commuove al punto che per non farsi vedere piangere scappa fuori della sala. Ma ancora non si fa riconoscere. Invita tutti i fratelli a pranzo e manifesta la sua preferenza per Beniamino, figlio della sua stessa madre, facendo riempire il suo piatto cinque volte di più di quello dei suoi fratelli. Alla fine sembra che la tensione accumulatasi fino a quel momento sia definitivamente sparita: "E bevvero e stettero allegri con lui" (Gen. 43:34).
Il lieto fine però non arriva ancora. Mentre sono sulla strada del ritorno, il maggiordomo li rincorre e li accusa di furto: nel sacco di Beniamino si ritrova la coppa di Giuseppe. Il ladro dovrà rimanere in Egitto come schiavo; gli altri possono ripartire.
I dieci avrebbero potuto dire: bene, anche l'ultimo figlio di Rachele è fuori gioco e il padre sembra ormai rassegnato all'idea di perderlo. Ma avrebbero dovuto provare di nuovo i morsi del loro senso di colpa assistendo ancora una volta alla scena di disperazione del padre, e questo, insieme al ricordo delle grida angosciose con cui il loro fratello li supplicava di farlo uscire dalla fossa, sarebbe stata per loro la più grande punizione e per la famiglia una rottura irreparabile.
E' a questo punto che, come vedremo nella prossima parashà, entra ancora una volta in gioco Giuda, il figlio di Giacobbe che inaspettatamente occuperà una posizione chiave nella linea della benedizione abramitica. M.C.

  (Notizie su Israele, 29 dicembre 2016)


Coscienze a disagio: botta e risposta

Riportiamo uno scambio apparso su "Moked - il portale dell'ebraismo italiano". Secondo Dario Calimani, "che la politica di Netanyahu non stia facendo gli interessi politici di Israele sembra ormai pressoché indiscutibile". Gli risponde Emanuel Segre Amar, che vivamente ringraziamo.

Dario Calimani, 27 dicembre 2016
Non si può continuare a far finta di nulla. Israele è stata messa in un angolo. Israele si è messa in un angolo. Che l'antisemitismo sia in forte crescita e che gli ebrei non attirino molte simpatie in giro per il mondo è indubbio. E non siamo del tutto certi che ci sia un rapporto necessario e consequenziale fra antisemitismo e ani-israelianismo: l'antisemitismo c'è sempre stato, anche prima che esistesse Israele, come sventuratamente si sa. Che i paesi arabi facciano di tutto per attizzare inimicizia e odio nei riguardi di Israele - e spesso anche degli ebrei tout court - è altrettanto innegabile. Israele ha bisogno di essere difesa, ha bisogno di essere difeso il suo diritto fondamentale all'esistenza. A ogni costo, direi, quando quell'esistenza è messa in pericolo. Su tutto ciò non c'è dubbio e non ci sono né se né ma.
   Ma che la politica di Netanyahu non stia facendo gli interessi politici di Israele sembra ormai pressoché indiscutibile. Non si tratta più di cercare i nemici di Israele all'interno dell'ebraismo, oltre che al suo esterno. Si tratta invece di riconoscere le responsabilità politiche di chi ne regge le sorti. Sembra poco proficuo scagliarsi contro chi non condivide la politica degli insediamenti e delle costruzioni nei 'territori contesi'. Mentre Israele (ma preferisco dire Netanyahu) mostra i muscoli, la crisi si insinua in chi, anche all'interno dell'ebraismo, si pone domande che un tempo non si sarebbe mai posto, o mai avrebbe voluto porsi. È giusto il comportamento di Israele? Sono gli insediamenti l'unica strada per dare sicurezza allo stato? O quello della colonizzazione è un vicolo senza uscita che farà solo il male del paese? Qualcuno dirà che lo sta già facendo, ma sto solo cercando di lasciare aperte dei percorsi di dialogo.
   Israele non ha bisogno dell'ampliamento del proprio spazio vitale, ha solo bisogno di pace. Una ricerca della pace che in questo momento nessuno - e intendo nessuno nei due campi in conflitto - sembra interessato a intraprendere. E tuttavia, chi ci rimette sul piano internazionale è Israele, con un isolamento senza precedenti e con un'immagine che più impopolare non si era mai vista. Anche la crisi all'interno dell'ebraismo non fa bene alla tanto invocata e proclamata unità del popolo, israeliano, da un lato, ebraico, dall'altro.
   Persino la senatrice U.S. Dianne Feinstein, non certo una nemica di Israele, ha difeso la scelta di Obama dichiarando: "Ho assistito con crescente preoccupazione, nel corso degli anni, all'aumento degli insediamenti israeliani, dove vivono ora circa quattrocentomila persone. Credo che l'ampliamento degli insediamenti abbia solo uno scopo, quello di minare l'attuabilità della soluzione dei due stati". E, infatti, questa soluzione ormai sembra non volerla più nessuno.
   E tuttavia, mentre gran parte della popolazione preferisce il pensiero semplice, quello secondo il quale solo una politica forte, altèra ed espansionista può salvare il paese, indipendentemente dalle conseguenze che ne possano sortire, si vanno moltiplicando in Israele i gruppi moderati di pressione che acquisiscono coscienza della crisi e chiedono al governo realistici passi indietro. Basti citare SISO, Darkenu, Yesh Din, B'Tselem, Commanders for Peace, Breaking the Silence, Women Wage Peace…
   Non si tratta di confrontare numeri, né di pesare sulla bilancia la diversa quantità di amore nei confronti di Israele, si tratta solo di aprire gli occhi e guardare in faccia il disagio delle coscienze.


*

Emanuel Segre Amar, 28 dicembre 2016
Scrivo riguardo all'opinione di Dario Calimani apparsa sul notiziario quotidiano Pagine Ebraiche 24 il 27 dicembre 2016. Credo serva una seria riflessione sull'immagine che viene data dall'ebraismo italiano sia in questo che in altre opinioni pubblicate nei mesi scorsi. Pertanto mi vedo costretto a riprendere affermazioni che non posso condividere.

"Israele è stata messa in un angolo".
La verità è l'esatto contrario, visto che Netanyahu, con incontri ufficiali e semi ufficiali, ha ottenuto successi internazionali e allacciato o riallacciato relazioni diplomatiche e collaborazioni in tutti i campi, in particolare quello agricolo, con numerose nazioni africane e perfino islamiche.

"Che l'antisemitismo sia in forte crescita è indubbio".
Questa affermazione decontestualizzata è priva di ogni significato, come ha spiegato lo storico Georges Bensoussan nella conferenza tenuta a Milano lo scorso 22 novembre. Nell'opinione si collega la crescita dell'antisemitismo alla "politica di Netanyahu", ma proprio Bensoussan ha spiegato questa crescita con chiari argomenti, e tra questi non compariva "la politica di Netanyahu".

Calimani ha inoltre scritto: "sembra ormai indiscutibile che la politica di Netanyahu non stia facendo gli interessi politici di Israele".
Viene da chiedersi come faccia a esprimere queste certezze assolute considerando che la realtà è sotto gli occhi di tutti e non è vista solo da chi non la vuole vedere.

"Israele (ma preferisco dire Netanyahu) mostra i muscoli".
Calimani dimentica che, anche se in Medio Oriente chi non alza la voce viene valutato debole e immediatamente annientato, prima di mostrare i muscoli il Primo ministro ha dimostrato tanta pazienza in un contesto politico internazionale sfavorevole al punto da doversi scontrare, più volte negli ultimi anni, anche con l'amministrazione Obama, che è riuscita a distruggere equilibri e intere nazioni. Ha inoltre dimenticato che Benjamin Netanyahu è l'unico Primo ministro democraticamente eletto in Medioriente e, di conseguenza, è l'unico capo di governo della regione che realmente rappresenta la maggioranza della popolazione che lo ha votato.

"La crisi si insinua in chi, anche all'interno dell'ebraismo, si pone domande che un tempo non si sarebbe mai posto".
Posso controbattere citando, per esempio, La Stampa del 4 novembre 1987 quando Sergio Quinzio, commentando il libro di Yehoshua 'Il poeta continua a tacere', scrive che "l'opera è poco meno che spietata nei confronti di Israele". La critica, anche spietata, è tradizionale nel mondo ebraico, ma, a mio modesto parere, può essere accettata e giustificata solo se pienamente argomentata.

"Israele ha solo bisogno di pace".
Finalmente concordo con una frase che appare nell'opinione citata, ma avrei voluto leggere che perfino il capo dell'opposizione di Netanyahu, Herzog, ha recentemente affermato che manca una controparte con la quale si possa trovare un accordo.

"Israele ci rimette, sul piano internazionale, con un isolamento senza precedenti".
Mi permetto di ricordare cosa successe in occasione della guerra del Kippur, nel 1973, quando nessuno Stato europeo concesse agli aerei americani che dovevano portare aiuti ad Israele, attaccata dagli eserciti arabi, il permesso di atterrare per effettuare il necessario rifornimento tecnico. In quei tristi giorni Israele non era totalmente isolato?

"La soluzione dei due stati 'sembra ormai non volerla più nessuno'".
Eppure proprio Netanyahu si è sempre espresso in favore di questa soluzione; purtroppo, come in tanti riconoscono, e tra questi perfino Yehoshua, manca una controparte pronta a discutere.
Nell'opinione si giudicano "Gruppi moderati" ad esempio B'Tselem. Ritengo che quanto non siano moderati sia stato dimostrato con ampia documentazione e sarebbe più consono non fare affermazioni di questo tenore sul sito dell'Ucei.
Non metto in dubbio che si debba concedere a tutti, soprattutto tra noi ebrei, di esprimere le proprie idee, ma questo principio deve essere valido proprio per tutti, cosa che attualmente non vale in Moked. Credo inoltre che, trattandosi del sito ufficiale dell'UCEI, la direzione dovrebbe prendere le distanze, almeno con una postilla, dalle affermazioni più estreme che non rappresentano il pensiero della maggioranza degli ebrei italiani; affermazioni che, al contrario, forniscono argomenti ("Lo dicono anche loro") ai nostri nemici (nemici, non avversari). La quantità di critiche molto severe nei confronti di questa opinione, apparse sui social network e sottoscritte da correligionari, sia in Italia che in Israele, dimostra che ciò che appare 'indiscutibile' ad alcuni, è da tanti severamente discusso.
Faccio infine mie le ultime parole di Calimani: "si tratta solo di aprire gli occhi e guardare in faccia il disagio delle coscienze". È indubbio però che la maggioranza delle coscienze che provano un forte disagio sono quelle di chi la pensa come me e che in questa occasione lo ha abbondantemente espresso.

(moked, 28 dicembre 2016)


Usa e getta Israele

Trump anticipa tutti rassicurando Israele. Poi inizia il battibecco (durissimo) tra Kerry e Netanyahu.

di Paola Peduzzi

MILANO - Prima del battibecco a distanza tra John Kerry e Benjamin Netanyahu, segretario di stato americano e premier israeliano, ha tuittato Donald Trump. Anticipando tutti, il presidente eletto ha rassicurato Israele: "Stay strong", il 20 gennaio è vicino. Poi è andato in scena l'ultimo atto di una crisi che va avanti da venerdì, quando all'Onu l'America si è astenuta sulla risoluzione 2334 che condanna la politica degli insediamenti di Israele. Kerry ha rigettato le accuse di "abbandono", e ha detto che la soluzione dei due stati è l'unica strada per la pace, ma è "a rischio", a causa (anche) dell'aggressiva politica di insediamenti di Israele. Netanyahu ha risposto qualche ora dopo: come la risoluzione, anche il discorso di Kerry è "distorto" nei confronti di Israele, e il segretario di stato è "ossessionato" dalla questione degli insediamenti.
   Accusando il governo Netanyahu di essere ostaggio dell'agenda dei settlers, Kerry ha spiegato (con un tono paternalistico) che gli Stati Uniti non hanno fatto alcuna svolta contro Israele, ma hanno rispettato "i loro valori", che si fondano su una lunga storia - prima di Obama: il segretario di stato ha citato un articolo del New York Times del 1987, quando il presidente era Ronald Reagan - di pressioni per portare israeliani e palestinesi a un negoziato, che negli ultimi dieci anni si è focalizzato sulla road map per costruire due stati vicini e in pace. Kerry ha detto che non ci sono stati complotti, non ci sono stati incontri segreti come hanno sostenuto gli israeliani (e gli egiziani, terza parte ambigua di questa crisi), ma che anzi lui stesso aveva avvisato Israele che ci sarebbe stata entro l'anno una risoluzione sugli insediamenti e che la posizione americana non era diversa da quella degli ultimi trent'anni. Sulla questione degli insediamenti, sul governo israeliano "più a destra" di sempre, sulle istanze dei settlers, Kerry è stato molto duro: secondo il New York Times il segretario di stato voleva tenere questo discorso già due anni fa, ma Obama sosteneva che sarebbe stata una pressione fuori luogo nei confronti di Netanyahu. Se questa sia la ricostruzione esatta non si sa, ma il tono del segretario di stato è stato animato e preciso: non è colpa di Israele se non c'è la pace, ma la pace non ci sarà mai se Israele non esce dall'angolo in cui è rimasto insistendo con la costruzione degli insediamenti. Nella seconda parte del discorso, Kerry ha cercato di spiegare i passi per la pace (sei), ricordando che l'alleanza con Israele è fortissima (ha fatto un elenco piuttosto deprimente di quanti soldi gli americani spendono per gli israeliani) e che l'azione dell'Amministrazione è stata "incessante" nel condannare il terrorismo contro Israele e nel convincere i palestinesi che la pace si ottiene mettendo fine a ogni attacco.
   Scetticismo, mancanza di fiducia, la paura che non ci sia reciprocità: questi sono i motivi per cui ancora non si è riaperta una trattativa diretta tra israeliani e palestinesi. Secondo Kerry, oggi bisogna fare di tutto per evitare che la soluzione a due stati "scivoli via", perché "lo status quo porta verso uno stato solo, o l'occupazione perpetua". Netanyahu ha risposto poco dopo - mentre sulle tv israeliane scorreva una breaking news allarmante: il procuratore generale ha aperto un'inchiesta contro il premier. Kerry non è equilibrato nei confronti di Israele, ha detto Netanyahu: per fortuna l'alleanza tra Israele e America sopravviverà anche a questa Amministrazione Obama, ma lui è stufo di sentire ramanzine su come si fa la pace da altri leader stranieri.

(Il Foglio, 28 dicembre 2016)


Militanti Isis curati in Israele

E anche civili gravemente feriti nei combattimenti. I pazienti in cura sono stati finora 2.600. Gerusalemme, che è in guerra, lo fa per motivi umanitari

di Andrea Brenta

Dalla primavera del 2013 gli ospedali israeliani hanno accolto più di 2.600 siriani feriti, tra cui molti combattenti dell'esercito ribelle e, chissà, anche qualche militante dell'Isis. Oltre ai civili, bambini compresi.
   I due paesi, che si sono scontrati nel 1948, nel 1967 e nel 1973, restano tuttora tecnicamente in guerra fra loro, benché la frontiera comune abbia conosciuto un lungo periodo di calma.
   «Tutto è cominciato nel primo pomeriggio del 16 febbraio 2013», spiega al quotidiano francese Le Figaro il colonnello Alon Galsberg, medico militare di stanza nel Nord di Israele, «quando una pattuglia ci ha chiamato per segnalare la presenza di sette siriani distesi lungo la barriera di sicurezza. Ci siamo chiesti come reagire, finché non ci hanno detto di essere stati feriti dall'esercito del regime e che non avevano un posto dove andare».
   Nelle settimane seguenti l'improbabile scenario si è ripetuto così spesso che lo stato maggiore ha deciso di allestire un ospedale da campo nei pressi della barriera di sicurezza ai piedi dell'altopiano del Golan. Oltre 430 siriani vi sono stati curati fino a che l'esercito ha deciso, il 13 giugno 2016, di chiudere questa struttura divenuta troppo visibile. Da quel momento in poi i feriti siriani vengono trasferiti direttamente negli ospedali di Safed, Nahariya, Tiberiade e Haifa.
   «Dall'inizio della guerra», racconta Ayman, 18 anni, gravemente ferito dall'esplosione di una mina, «tutti conoscono un ferito che sia stato curato in un ospedale israeliano». Ayman è uno di questi. Dopo aver disertato dall'esercito regolare siriano, il giovane è passato nelle file dei ribelli. Ma una mina gli ha fatto perdere le mani. Ora attende che i medici dell'ospedale di Safed gli impiantino le protesi sui due moncherini. «All'inizio», continua, «avevo paura di tutto. Pensavo che gli israeliani mi avrebbero torturato o imprigionato. Sono stato educato a credere che siano peggio del diavolo», confessa. «Ma poi ho capito che si occupavano di me meglio di quanto avrebbero fatto i medici del mio stesso paese».
   Ma quel è lo scopo di tutto questo? A sentire i discorsi ufficiali, l'esercito israeliano cura i feriti siriani in nome di considerazioni strettamente umanitarie. Ma è lecito pensare che lo stato ebraico tragga un beneficio indiretto da questo impegno. Per esempio, l'esercito potrebbe approfittarne per istituire un canale di comunicazione con le fazioni ribelli insediate sul versante siriano del Golan, ivi compresi i jihadisti del Fronte di al-Nusra, affiliato ad alQaida. Questi contatti hanno portato a una relazione di buon vicinato, che si traduce non solo nel mantenimento di una relativa calma alla frontiera, ma soprattutto nella tenuta a distanza dell'Hezbollah libanese.
   Dal canto suo, il regime siriano denuncia regolarmente questo avvicinamento di circostanza e accusa Israele di sostenere i «terroristi».
   I pazienti siriani convalescenti presso l'ospedale di Safed affermano di aver militato nell'esercito siriano libero e proclamano il loro rifiuto dello Stato islamico. Ma è difficile provarlo. Intanto però il personale medico prende tutte le precauzioni possibili per preservare l'anonimato dei suoi degenti siriani.

(ItaliaOggi, 28 dicembre 2016)


Mantova - «Nessun danno all'antico cimitero ebraico»

Oggi, dal Comune di Mantova, partirà alla volta di Roma la richiesta del sindaco Mattia Palazzi di incontrare la presidente della Uruone delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni.
E' la risposta dell'amministrazione di centrosinistra alla lettera preoccupata della presidente dell'Ucei all'indomani dell'avvio dei lavori nell'area di San Nicolò dove una volta c'era l'antico cimitero ebraico. «Vi preghiamo con urgenza di interrompere l'attività demolitiva in corso - scriveva la Di Segni sia al sindaco che al ministro per i beni culturali Franceschini - e di consentirci di verificare lo stato dell'arte, in presenza di reperti di fondamentale valore storico e religioso». «Innanzitutto - precisa il primo cittadino - i lavori a San Nicolò sono già terminati dopo due giomi. Non si trattava di alcun intervento demolitivo, ma solo di una ripulitura di un'area degradata, come da tempo richiedevano i cittadini della zona e che mai nessuno finora aveva fatto. Adesso che il terreno è passato dal demanio al Comune possiamo intervenire. Tengo, inoltre, a precisare che nulla abbiamo toccato delle eventuali testimonianze storiche presenti». E annuncia: «Domani (oggi, ndr.) partirà la richiesta all'Ucei per un incontro. In quell'occasione forniremo elementi corretti su quello che abbiamo intenzione di fare a San Nicolò, non certo un centro commerciale come teme l'Unione delle comunità ebraiche». Palazzi ribadisce: «Non vogliamo perdere il finanziamento di 18 milioni per il bando periferie. Siamo disponibilissimi a trovare un accordo che dia il segno di un'area che è stata un cimitero ebraico. Dipende anche dalla loro volontà di trovare un'intesa».

(Gazzetta di Mantova, 28 dicembre 2016)


La Festa delle Luci

Una candela al giorno fino al primo gennaio. Tanta musica, canti e i dolci «sufganiot». Una famiglia ebraica celebra Hanukkah, il lito tradizionale di fine anno.

di Marta Ghezzi

 
Da sinistra, Emanuelle, Sylvia, Zion e Danielle nella loro casa in zona De Angeli
MILANO - Una ogni sera, per otto giorni. La prima e stata accesa mercoledì 24, l'ultima, che segnerà la fine di Hanukkah, brillerà nel primo giorno dell'anno nuovo. La festa ebraica, chiamata anche Festa dei Lumi, che non ha origini bibliche ma storiche (ricorda la vittoria sul Re Antioco IV, colpevole della profanazione del Tempio sacro di Gerusalemme, e la consacrazione del nuovo altare, nel 164 a.C.), è contrassegnata dall'accensione di una candela, sera dopo sera, all'ora del tramonto.

 Otto giorni
  La durata non è casuale ed è legata a un miracolo. Secondo la tradizione, quando i vincitori cercarono l'olio per accendere il candelabro nel tempio, scoprirono che ne era rimasta una quantità sufficiente per poche ore. Bruciò invece per otto giorni di fila.

 Milano, zona De Angeli
  Sylvia Sabbadini estrae da un cassetto un vecchio candelabro rituale. La differenza da quelli odierni è evidente: al posto deglì otto bracci, otto conchette. «E' dei miei nonni, ebrei romani. Allora si versava ancora l'olio», spiega la signora perdendosi nelle immagini dell'infanzia. C'è nostalgia nel ricordo. «Una festa di pura gioia: quattordici nipoti di tutte le età attorno al pianoforte, la nonna che suonava e noi a cantare». Canti religiosi? Risata. «Noo, le canzoni di Hannukah parlano di dolci e del gioco delle trottole!», svela. Il racconto prosegue e gira intorno al torrone, «una scatola per ogni bambino: dentro era nascosta una banconota», ai sufganiot (i bomboloni fritti nell'olio e ricoperti di zucchero), «soffici e irresistibili, niente a che vedere con quelli dei bar», e ai latkes, sorta di pancakes a base di patate, cipolla, farina di matzah e sale.
Anche il marito Zion Nahum, natali a Tel Aviv da genitori italiani scappati dalla Libia, ha ricordi vivissimi. «Le canzoni con la chitarra, la calda atmosfera di famiglia e l'effetto della luce delle candele che dall'interno delle case si allarga sulle strade».
Sylvia e Zion, che si definiscono tradizionalisti (osservano tutte le festività ebraiche e a casa mangiano kosher), sono a Milano dal 2003. La coppia non ha dimenticato la prima «Festa dei Lumi» lombarda. È lui a tratteggiare le impressioni. «È un rito intimo, casalingo», anticipa. Poi spiega. «Non avendo familiari in città, ci rivolgemmo alla comunità ebraica locale. Ci ritrovammo in piazza San Babila, in mezzo al traffico: un'esperienza nuova, forte, con lo sguardo di tutti su di noi».

 È il momento
  Insieme alle figlie, la diciottenne Danielle ed Emanuelle, 10 anni, raggiungono il tavolo della sala. Sul piano il candelabro a nove bracci (il nono, centrale e nascosto, è per il lume di accensione), «I ladri si sono portati via quello d'argento di famiglia», sospira la signora.
Emanuelle aspetta che il padre reciti le benedizioni e poi, insieme a lui, prende un fiammifero e dà il via alla cerimonia. Attimo intenso.
«Le luci ricordano la fragilità della vita e indicano che anche nei momenti più bui non deve venire meno la speranza di illuminare le tenebre», sussurra Sylvia.
Poi prende il piatto colmo di sufganiot e offre.

(Corriere della Sera, 28 dicembre 2016)


Contro l'Onu e contro Obama. Il Congresso (con Trump) difende Israele

Netanyahu "riduce" i rapporti con 12 paesi, oggi il voto per i nuovi insediamenti. Dettagli sui precedenti. "Un club per passare il tempo", twitta The Donald.

di Paola Peduzzi

MILANO - Il ministero degli Esteri israeliano ha fatto sapere martedì di aver "temporaneamente ridotto" i legami di collaborazione con dodici dei quattordici paesi che hanno votato a favore della risoluzione 2334 - l'America si è astenuta - che condanna la politica degli insediamenti del governo di Benjamin Netanyahu. Contestualmente all'offensiva diplomatica, il governo di Israele ha stabilito un voto per oggi al comune di Gerusalemme per l'approvazione della costruzione di altre 600 "unità di alloggi" nella parte est della città, prima tranche di un progetto che comprende 5.600 unità. Il messaggio è chiaro: la risoluzione non avrà effetti sugli insediamenti, e come dice l'ex ministro Tzipi Livni gli altri paesi devono smettere "di dare Israele per scontato". Il raffreddamento nei confronti dei dodici paesi procede di pari passo con il congelamento di fondi ad alcune agenzie dell'Onu. Molti in Israele sostengono che Netanyahu sta condannando il paese a un isolamento diplomatico rischioso, così come a destra e a sinistra ognuno recita la propria parte politica nei confronti del premier. Ma il problema, si sa, è l'America, anzi: Barack Obama. Il Congresso, che è a maggioranza repubblicana, già da giorni manifesta solidarietà a Israele contro il "tradimento" obamiano, mentre il senatore conservatore Ted Cruz ha chiesto di congelare i finanziamenti statunitensi all'Onu fino a che la risoluzione non sarà annullata. L'Onu è nel mirino anche del presidente eletto, Donald Trump, che già aveva tuittato: tutto cambierà dal 20 gennaio (con l'inaugurazione) e ha aggiunto che l'Onu "ha un così grande potenziale, ma ora è soltanto un club di persone che si incontrano, parlano e passano del tempo assieme.

(Il Foglio, 28 dicembre 2016)


Darom Adom Festival, uno dei più belli di Israele

Darom Adom 2015
Il Darom Adom Festival è un evento annuale che si tiene in Israele, che segue la stagione della piogge, in coincidenza con la copertura del Negev settentrionale di un tappeto anemoni rossi scarlatti: uno spettacolo mozzafiato.
Per testimoniare la piena fioritura e i successi agricoli di Israele si celebra questo festival, caratterizzato da moltissime attività orientate alla famiglia grande che avranno luogo nella regione di Eshkol.
Darom Adom Festival si svolge in cinque diversi fine settimana, ciascuno portatore di un tema diverso. Durante la metà settimana, si può godere del bellissimo paesaggio nella regione approfittando di alcune delle iniziative che si potranno fare in compagnia di amici e familiari.
L'edizione 2017 si terrà nei seguenti weekend:
19-21 gennaio
26-28 gennaio
2-4 febbraio
9-11 febbraio
16-18 febbraio
Darom Adom è uno dei Festival più attesi in Israele, perché mostra una delle tante bellezze del paese e permette a molte di persone di rompere il tam tam quotidiano e abbracciare la natura.

(Israel Cool, 27 dicembre 2016)


Schiaffo di Netanyahu all'Onu. "Nuove case a Gerusalemme Est"

L'annuncio del premier in risposta alla risoluzione di condanna per gli insediamenti. Lieberman attacca la Francia: "La vostra conferenza di pace è come il processo Dreyfus".

La risoluzione
Nel testo della risoluzione del consiglio di Sicurezza Onu approvata venerdì, si chiede a Israele di fermare gli inse- diamenti, definiti "uno dei principali ostacoli alla pace nell'area"
Il voto
Il testo era stato proposto dall'Egitto: ma le pressioni di Trump lo hanno fatto desi- stere. I I testo è stato poi presentato da altri Paesi e approvato: 14 voti a favore, con clamorosa astensione Usa
Le tensioni
La rinuncia da parte Usa ad usare il proprio potere di veto per bloccare la risoluzione ha scatenato l'ennesimo, durissimo, contrasto tra Netanyahu e l'Amministra- zione Obama

di Alberto Flores D'Arcais

NEW YORK - La risposta di Israele al voto delle Nazioni Unite che condanna gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est non si è fatta attendere: verranno costruite 618 nuove case nella parte orientale della capitale dello Stato ebraico. Un piano deciso da tempo, congelato finora dal lavorio della diplomazia sotterranea e che verrà approvato domani nel pieno dello scontro tra il governo di Benjamin Netanyahu e la Casa Bianca di Barack Obama per via della storica astensione all' Onu degli Stati Uniti ( da sempre il più potente e leale alleato di Gerusalemme).
   In attesa dell'insediamento di Trump (20 gennaio), che ha dimostrato a parole («sposteremo la nostra ambasciata a Gerusalemme») e con i fatti (la nomina di un ambasciatore favorevole agli insediamenti) di volere cambiare la tradizionale linea politica americana sul conflitto israeliano-palestinese, non si placano le polemiche e le accuse ad Obama.
   In un'intervista alla Cnn l'ambasciatore israeliano negli Usa Ron Dermer ha accusato la Casa Bianca di «aver orchestrato» il voto (gli Usa non hanno posto, al contrario di quanto sempre fatto, il veto e nella votazione al Consiglio di Sicurezza si sono astenuti) e di aver condotto «una guerra diplomatica» contro Israele insieme alla coalizione anti-israeliana alle Nazioni Unite: «Quel che è vergognoso è che gli Stati Uniti sono dietro questa coalizione. Io penso che sia stato molto triste, veramente un capitolo vergognoso. Noi abbiamo la chiara prova di quanto successo, presenteremo questa prova alla nuova Amministrazione attraverso i canali appropriati. E se vogliono condividerla con il popolo statunitense, lo potranno fare».
   Alla vigilia di Natale Netanyahu ha convocato (dopo averlo fatto il giorno prima con tutti gli ambasciatori dei Paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza) anche l'ambasciatore americano Dan Shapiro per protestare contro quello che in Israele è stato visto come un vero e proprio tradimento da parte del potente alleato. Il premier israeliano ha anche chiesto al ministero degli Esteri di preparare urgentemente un piano d'azione su come «"trattare" con le Nazioni Unite («faremo tutto quanto sarà necessario affinché Israele esca incolume da questa vergognosa decisione»).
   Lo Stato ebraico teme che prima dell'insediamento di Trump, quindi con Obama ancora in carica pronto ad appoggiare nuove iniziative considerate anti-israeliane, al Palazzo di Vetro venga presentata una seconda risoluzione che fissi paletti (non accettabili da Israele) per il processo di pace.
   Il 15 gennaio è prevista a Parigi una nuova conferenza di pace sul Medio Oriente. Obiettivo dichiarato è quello di una ripresa del confronto tra israeliani e palestinesi, ma per il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman non sarà altro che «un processo contro Israele»: per l'occasione Lieberman ha tirato in ballo per l'occasione il famoso affare Dreyfus (il capitano ebreo dell'esercito francese che venne ingiustamente processato per spionaggio e alto tradimento nel 1894, errore giudiziario diventato simbolo dell'antisemitismo): «Non è una conferenza di pace, ma un processo a Israele, l'unico punto ali' ordine del giorno è colpire la sicurezza di Israele e la sua reputazione. Una versione moderna del processo Dreyfus, con un'unica differenza: sul banco degli imputati non c'è un solo ebreo, ma tutti gli ebrei e lo Stato di Israele».

(Corriere della Sera, 27 dicembre 2016)


Perché Netanyahu è certo della "premeditazione" di Obama

Così è nata la clamorosa astensione di Washington contro Israele. La ''kill zone" diplomatica di Obama.

di Paola Peduzzi

 
MILANO - Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, non ha dubbi: l'Amministrazione Obama preparava da tempo la decisione "vergognosa" di astenersi al voto della riso1uzione 2334 dell'Onu che condanna la politica degli insediamenti di Israele in Cisgiordania e Gerusalemme est. "L'Amministrazione Obama ha iniziato questo processo - ha detto il premier - l'ha promosso, l'ha coordinato e ha chiesto che passasse". Washington fa sapere di non aver "premeditato" nulla, ma erano 36 anni che, in seguito al veto americano, non veniva approvata all'Onu una risoluzione di condanna dei settlement, e pochi pensano che si tratti di una decisione dell'ultimo minuto.
   Di fronte alle tante bozze di risoluzione circolate all'Onu nell'ultimo anno, i diplomatici israeliani hanno definito gli ultimi mesi di governo di Obama una "kill zone", racconta il Wall Street Journal: con la vittoria di Donald Trump, il presidente si sarebbe sentito libero di mostrare la sua politica reale - ostile - nei confronti di Israele. Grande preoccupazione aveva creato il discorso del 4 dicembre di John Kerry, segretario di stato.
   Kerry aveva definito gli insediamenti "un ostacolo alla pace", come è scritto anche nella risoluzione 2334. L'incontro, qualche giorno dopo, del segretario di stato americano con il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, ha convinto la diplomazia di Israele che fosse in corso una "collusione" contro Netanyahu tra americani e palestinesi. A ottobre, erano pronte due bozze di risoluzione: una di condanna degli insediamenti, l'altra di riconoscimento da parte dell'Onu dello stato palestinese. Secondo alcune fonti, i palestinesi hanno deciso di non presentare la seconda risoluzione perché sicuri del veto americano che risultava invece negoziabile sulla questione degli insediamenti, che da sempre divide l'Amministrazione Obama e il governo di Gerusalemme. Con la vittoria di Trump, s'è imposta un'accelerazione: ora o mai più, dicevano i diplomatici onusiani. A guidare l'iniziativa sulla definizione di "illegalità" degli insediamenti è stato l'Egitto, membro non permanente del Consiglio di sicurezza, che aveva "messo in blu" la risoluzione - pronta per il voto - mercoledì sera. A quel punto la tentazione di astenersi da parte dell'America è risultata chiara in Israele: Netanyahu (che è anche ministro degli Esteri) ha chiamato Kerry al telefono, senza ottenere alcuna garanzia ("gli amici non se la prendono con gli amici al Consiglio di sicurezza"), e così si è rivolto al futuro presidente Trump - in particolare al genero Jared Kushner e al superconsigliere Steve Bannon, ma nessuno conferma il loro ruolo - che è intervenuto su Twitter ribadendo la necessità del veto e ha telefonato al rais egiziano, Abdel Fattah al Sisi, chiedendo e ottenendo una proroga del voto. Ma di fronte al tentennamento dell'Egitto, Malesia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela hanno preso in mano la risoluzione e organizzato il voto, passato con 14 voti a favore (compreso l'Egitto), zero contrari, l'astensione americana, un grande applauso e una spiegazione dell'ambasciatrice americana all'Onu, Samantha Power, del perché dell'astensione. Sintesi: Netanyahu avrebbe potuto evitare questo scontro, non può volere la soluzione dei due stati e l'allargamento degli insediamenti allo stesso tempo.
   Il premier israeliano ieri ha detto che Israele "non mostrerà l'altra guancia" e ha convocato nel giorno di Natale gli ambasciatori di dieci dei paesi che hanno votato per la risoluzione, compreso l'ambasciatore americano Daniel Shapiro. Netanyahu ha predisposto delle misure contro quelle agenzie dell'Onu che continuano a mostrare ostilità nei confronti di Israele, e lavora per una risoluzione che fissi alcune regole per i dipendenti dell'Onu rendendoli responsabili per ogni dichiarazione che eccede il loro mandato, che incitino alla violenza o siano antisemite. La reazione di Israele non è dettata tanto dalla natura della risoluzione 2334, che non è vincolante, quanto dalle ripercussioni legali e dalla possibilità che questa svolta americana consolidi una strategia anti Israele già in atto in Europa.
   Poi c'è Obama. La discordia tra il presidente e Netanyahu, è leggendaria, abbiamo sentito diplomatici di lungo corso usare espressioni terribili per definire il rapporto tra i due leader; sappiamo che da tempo Washington fa pressioni su Israele per gli insediamenti. Ma un'astensione all'Onu è più di una ratifica di un rapporto deturpato, è anche più, come scrive il Wall Street Journal, di un'espressione "della petulanza di Obama": è la dimostrazione di un'enorme "animosità". Che trova riscontri da molte parti, in Israele e in Europa, dove si celebra - vedi il resoconto del Monde - la "fine dell'impunità diplomatica" di Israele, e del detestato premier Netanyahu.

(Il Foglio, 27 dicembre 2016)


I colpi di coda di Obama contro Trump

Approvata una serie di provvedimenti contrari alla politica del suo successore. Lui confida ai suoi collaboratori: «Lasciatelo fare, sono i suoi ultimi giorni» .

Polpette avvelenate
Stop delle trivellazioni in Alaska e risoluzione Onu su Palestina
Nemico comune
Adesso è il terrorismo islamico e su quello bisogna concentrarsi

di Paola Tommasi

 
Le polpette avvelenate di Obama a Trump. Dallo stop alle trivellazioni a Nord dell'Alaska al voto contro Israele alle Nazioni Unite, le ultime decisioni del presidente uscente degli Stati Uniti si collocano in netto contrasto rispetto al programma del presidente eletto, pronto a insediarsi il prossimo 20 gennaio. I democratici americani proprio non vogliono rassegnarsi alla vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre. Non sono riusciti a fregarlo con il riconteggio dei voti né con i presunti tradimenti dei grandi elettori. Ora in campo è sceso direttamente Obama, che ce la sta mettendo tutta per rendere difficile il debutto del quarantacinquesimo presidente Usa. Dal canto suo, Trump non è allarmato: «Lasciatelo fare questi ultimi giorni, poi ci penso io», confida ai suoi più stretti collaboratori.
   Ma se lo stop alle trivelle è una questione di natura economica e più interna agli Stati Uniti, il voto su Israele rischia di alterare gli equilibri mondiali e la pace in Medio Oriente. D'altronde, che Obama non splenda in politica estera è cosa nota ed è proprio questo uno dei principali motivi per cui gli americani alle elezioni hanno preferito Donald Trump a Hillary Clinton, che dell'amministrazione democratica è stata Segretario di Stato.
   Il punto del contendere: alcuni territori, compresa Gerusalemme est, conquistati nel 1967 da lsraele ma che i palestinesi considerano illegalmente occupati. Proprio nel 1967 l'Onu ha approvato una Risoluzione, la numero 242, che lascia ai negoziati tra Israele e Palestina la definizione dei confini. Da allora, gli Stati Uniti hanno sempre posto il veto ad altri provvedimenti delle Nazioni Unite che interferissero in questi negoziati. Venerdì scorso, dopo 50 anni di prassi consolidata, piuttosto che porre il veto, gli Usa si sono astenuti, facendo passare una Risoluzione, la 2334, che dà di fatto ragione alla Palestina.
   Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, non solo Barack Obama non ha protetto Israele in questa circostanza, ma ha anche tramato contro dietro le quinte. Parole pesanti come pietre, che si accompagnano ad altre decisioni di Netanyahu: quella di convocare il giorno di Natale a Gerusalemme gli ambasciatori dei paesi che hanno votato Sì alla Risoluzione dell'Onu, e quella di procedere con la costruzione di 618 nuove case a Gerusalemme est, zona che ricade proprio tra i territori del contendere. Ignorando il voto di venerdì.
   In questo clima teso, si è verificata anche una coincidenza: quella per cui quest'anno è una delle rare volte in cui la festività del Natale coincide con la Hanukkah, la festa ebraica della consacrazione del Tempio, nota anche come festa delle Lampade. La festività ricorda la rivolta dei Maccabei contro i Seleucidi del 165 avanti Cristo e dura otto giorni perché quando i Maccabei liberarono Gerusalemme, trovarono olio suffìciente per accendere il tradizionale candelabro ebraico a otto bracci (più il nono centrale per accendere le altre luci) solo il primo giorno, ma durò anche per gli altri sette. Ebbene, per esprimere il suo disappunto nei confronti degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite, domenica sera Netanyahu ha deciso di accendere il lume della seconda notte al Muro del Pianto che, stando al dettato della Risoluzione Onu si trova proprio nei territori «occupati».
   Per Trump, la Risoluzione approvata venerdì rende molto più complicati i negoziati in Medio Oriente, perché mette in difficoltà Israele e favorisce la Palestina. Per il presidente eletto degli Stati Uniti, la pace deve arrivare attraverso negoziati diretti tra le parti e non con l'intervento delle Nazioni Unite. A questo proposito, ricordiamo anche come, nei due mesi di transizione tra le elezioni di novembre e l' insediamento di gennaio, Trump abbia fra i primi atti già individuato l'ambasciatore Usa in Israele, l'avvocato David Friedman, che ha confermato l'impegno preso dal candidato repubblicano in campagna elettorale di portare a Gerusalemme l'ambasciata Usa, che attualmente ha sede a Te! Aviv. Anche questo è motivo di contenzioso tra Israele e Palestina, in quanto entrambi rivendicano Gerusalemme come loro capitale. E anche in questo caso, la decisione dovrebbe essere presa dai due contendenti nell'ambito dei negoziati di pace e non da entità terze.
   La risoluzione di venerdì ha atto, infine, emergere anche un altro punto centrale della amministrazione Trump che verrà: il ruolo delle Nazioni Unite. Come per la Nato, di cui il presidente eletto vuole rivedere l'organizzazione e, soprattutto, le modalità di finanziamento, anche l'Onu, per Trump, è tutta da ripensare e ristrutturare, a oltre 70 anni dalla nascita al termine della Seconda Guerra mondiale nel 1945. Da allora, gli equilibri globali sono cambiati e l'organizzazione non è più al passo con i tempi. Adesso il nemico comune è il terrorismo islamico e su questo bisogna concentrare l'attenzione e le risorse di tutti. Non a caso, la risoluzione di venerdì è stata accolta con favore proprio dai gruppi terroristici di Hamas e della Jihad islamica. Da qui bisogna ripartire.
   Anche per questo Netanyahu si è dichiarato fiducioso che con la nuova amministrazione americana lo scenario geopolitico internazionale possa cambiare. Il presidente eletto Trump lo ha solennemente promesso. Ma il percorso non sarà facile. Da ultimo, Israele teme ancora le posizioni che potrebbe assumere Obama il 15 gennaio, a 5 giorni dal termine del suo mandato, alla Conferenza internazionale per rilanciare il processo di pace di Parigi. Per il governo israeliano, i comportamenti di Obama negli otto anni del suo mandato, incluso l'accordo con l'Iran sul nucleare, hanno danneggiato la sicurezza di Israele. Ma ormai si tratta di resistere ancora poche settimane. «Dal 20 gennaio cambierà tutto». Parola di Trump.

(Il Tempo, 27 dicembre 2016)


Ambasciatori convocati e nuovi insediamenti. Netanyahu non si piega

di Fiamma Nirenstein

 
Ron Dermer, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti
Benjamin Netanyahu non ha inghiottito la decisione dell'Onu, e si batte come Callimaco a Maratona: annuncia la costruzione di 618 nuove case a Gerusalemme est, convoca di Natale l'ambasciatore americano, cancella l'incontro con la signora May fissato a Davos, richiama gli ambasciatori in Senegal e in Nuova Zelanda e interrompe i rapporti con Venezuela e Malesia: sono i Paesi che hanno presentato la risoluzione 2334 di condanna di Israele.
   L'ambasciatore Ron Dermer, che ne ha le prove, ha spiegato che la risoluzione è stata promossa da Obama stesso. Sono stati ridotti i contatti con Paesi importanti come la Russia e la Cina. Netanyahu ha ragione? Nel Paese ferve lo scontro, naturalmente, anche se tutti sono feriti dal gesto di Obama. Questi infatti ha scelto di colpire dal luogo più nemico, le Nazioni Unite, che solo quest'anno hanno adottato nell'Assemblea Generale 18 risoluzioni contro Israele e 12 nel Consiglio di Sicurezza: più di quelle, insieme, sulla Corea del Nord, la Siria, il Sudan. Netanyahu ha una sua analisi molto definita della situazione, ed è ottimista.
   Innanzitutto occorre alzare le difese di fronte alla possibilità che nei prossimi giorni gli Usa che fino al 20 gennaio sono sotto Obama, di nuovo promuovano una risoluzione antisraeliana sulla base del prossimo discorso di John Kerry: essa potrebbe imporre col voto le linee della pace statunitense in Medio Oriente. Tutta filopalestinese, naturalmente. Inoltre, si prepara a Parigi un altro agguato dell'Ue con una conferenza cosiddetta «di pace» che ha già consegnato tutte le carte ai palestinesi. Netanyahu pensa che «questo è il canto del cigno della vecchia ideologia antisraeliana». Ritiene che Trump non vorrà cancellare la risoluzione 242 del '67 che parla di «territori» e non di «i territori» conquistati nel '67 come appannaggio dello Stato Palestinese, e che non si sogna di assegnare Gerusalemme est, il Muro del Pianto e altri luoghi basilari per l'identità e la sicurezza ai palestinesi senza trattativa. Dunque, la menzogna della necessaria consegna di tutto quello che è oltre la Linea Verde, viene rifiutata, e chi l'ha accettata, pensa Netanyahu, non fa altro che negare la possibilità di qualsiasi trattativa e quindi della pace.
   In secondo luogo, Israele vuole gestire questa crisi senza chinare il capo: non si tratta di un rogue state isolato e bisognoso... al contrario può aiutare e aiuta tanti Paesi del mondo. La visione israeliana è quella della conclusione naturale delle colpevoli sciocchezze dettate dal senso comune e dal narcisismo. La scelta di Obama di gettare Israele in pasto all'Onu per quello che riguarda il processo di pace, anche se viene da un leader importante, non ha nessun futuro. Obama ha violato la democrazia e il buon senso ergendosi contro l'evidente parere del popolo americano, che Trump, il vincitore ha espresso affermando che porterà l'ambasciata a Gerusalemme. Gli americani la vedono cosi, e molti dei Paesi arabi moderati, come l'Egitto, non capiscono come gli americani possano sottovalutare il terrorismo islamico e incoraggiarlo con la risoluzione Onu.

(il Giornale, 27 dicembre 2016)


Vogliono annientare Israele

La piccola frazione di un villaggio israeliano in Cisgiordania fa di più per la nostra libertà di tutti i predicozzi malvissuti di una ideologia irenista di fede che ha smarrito sé stessa. L'Onu e la retorica cinica su cos'è la legalità.

di Giuliano Ferrara

In termini tecnici gli insediamenti israeliani a Gerusalemme e in Cisgiordania sono illegali. In termini tecnici, Israele è illegale, sono illegali le sue vittorie nelle guerre difensive contro il proprio annientamento, le sue conquiste, i suoi muri, i suoi posti di blocco, è in certo senso illegale anche la sua autodifesa contro il terrorismo e le insurrezioni palestinesi fatte di pietre, di bombe umane gettate nei matrimoni e nelle prime comunioni, di coltelli infilzati nella schiena della folla anonima e investimenti alle fermate dei bus. E' illegale la sua diplomazia perché è illegale lo stato israeliano, illegali e da boicottare le sue esportazioni, perfino i suoi miracoli di società e di sviluppo sono illegali. Gli ebrei sono illegali da sempre, i loro templi distrutti, il loro insediamento originario è l'esilio, la schiavitù, il pogrom, il ghetto. E non è un modo di divagare navigando attraverso la storia e la metastoria di un sacrificio della diaspora che arriva alle camere a gas passando per secoli di antigiudaismo cristiano e di antisemitismo paganeggiante e razziale, comunque diffuso, stereotipato, dunque un modello culturale e di linguaggio e di pregiudizio al quale pochissimi di noi occidentali siamo rimasti estranei, anche nell'alta società progressista e nell'alta cultura illuminista e laica. Gli unici ebrei legali sono quelli integralmente assimilati o integralmente annientati, le due soluzioni finali della questione ebraica. La dichiarazione di illegalità votata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu con l'astensione a tradimento dell'Amministrazione Obama, l'ultimo misfatto dell'uomo che fissò la linea rossa in Siria, famosa, e ora ha cancellato la linea rossa della difesa di Israele in limine mortis del suo potere, per vendetta, è una dichiarazione tardiva e parziale. La coalizione dei nemici e dei falsi amici di Israele punta su quello che considera l'anello debole della catena difensiva israeliana, spacciandolo per profetismo antiarabo-palestinese, ideologia nazionalista e spietato accaparramento di cosa altrui.
  I due popoli non c'entrano. In Israele vive un milione e mezzo di palestinesi, il venti per cento della popolazione. Non sono tollerati, sono cittadini protetti dal sistema democratico, dalle decisioni delle sue corti di giustizia, sono rappresentati nel Parlamento di uno stato che è lo stato degli ebrei ma ammette cittadinanza e diritti per i non ebrei. Per quanto fanatismo religioso possa essere incorporato tra i settler ebrei in Cisgiordania e a Gerusalemme est, per quanto dall'alto gli snob e i corrotti dello spirito guardino le idealità, il senso biblico delle radici, l'impresa di frontiera di quanti scelgono di installarsi o insediarsi nei Territori, per quanto cerchino di trasformare in fanatismo coloniale l'ultima grande impresa pionieristica del popolo più solo e coraggioso del mondo, non sono gli abitanti degli insediamenti a essere coloni ebrei, sono gli ebrei a essere dovunque e sempre degli insediati, chiusi nelle loro fortezze con i loro vecchi e bambini, operosi, devoti, e finalmente anche armati e forti di una vita di vocazione e di destino che chiede il giusto riconoscimento alle coscienze delle persone mentalmente sane e pulite. Questa è la loro illegalità internazionale. E si capisce che a difesa di questa illegalità siano schierati il governo Netanyahu e una componente immensa, se non maggioritaria, degli ebrei di Israele e della diaspora. E se non fosse così, se solo una minoranza fosse in grado di capire che esistono famiglie, esseri umani, comunità che hanno deciso di non sottomettersi a quanto la storia e il fato hanno loro riservato, pazienza. Contiamoci con semplicità nella minoranza dei giusti senza sentirci specialmente giusti.

(Il Foglio, 27 dicembre 2016)


Hamas: la risoluzione ONU non basta. Adesso ancora più violenza contro Israele

Per Hamas la vile risoluzione ONU contro Israele che condanna gli insediamenti in Giudea e Samaria non basta, adesso occorre riprendere con più determinazione le violenze contro Israele e contro i suoi cittadini.
Lo ha detto ieri il leader uscente di Hamas, Khaled Mashaal, parlando da Istanbul (Turchia) dove era stato invitato dal Governo turco e dove ha commentato la recente risoluzione ONU. «La risoluzione del Consiglio di Sicurezza ha dato al mondo un chiaro segnale circa la pericolosità degli insediamenti che minacciano la nostra terra» ha detto Mashaal che poi ha aggiunto «ma non è abbastanza. Adesso la resistenza armata a Gaza deve preparare un nuovo confronto con Israele, un confronto che ricordi agli israeliani i suoi guai al confine con Gaza»....

(Right Reporters, 27 dicembre 2016)


In laboratorio israeliano trapiantato con successo un osso creato dal grasso del paziente

In laboratorio israeliano trapiantato con successo un osso creato dal grasso del paziente. L'azienda biotecnologica israeliana Bonus BioGroup sta sviluppando ossa partendo dalle cellule grasse del paziente. Recentemente l'azienda ha segnalato il successo di uno studio clinico che ha coinvolto 11 pazienti ed ha portato alla riparazione di una massa ossea partendo proprio dal procedimento sviluppato il laboratorio.
Il materiale, cresciuto in un laboratorio a partire da cellule di grasso estratte dal paziente, è stato iniettato per riempire i vuoti presenti nell'osso problematico. Nel corso di pochi mesi il materiale si è indurito e si è fuso con l'osso esistente "ricostruendo" la mascella danneggiata del paziente.
Secondo il comunicato dell'azienda:
Il trapianto ha avuto successo pari al 100% in tutti gli 11 pazienti. Ora si procederà con uno studio clinico su altre ossa, come quelle lunghe degli arti.
L'annuncio è stato effettuato dalla Bonus Biogroup la quale ha presentato i suoi risultati alla Conferenza Internazionale sulla Chirurgia maxillo-facciale (International Conference on Oral and Maxillofacial Surgery) recentemente tenuta in Spagna.
Queste le dichiarazioni di Shai Merski, CEO di BioGroup:
Per la prima volta a livello mondiale, la ricostruzione del tessuto osseo carente o danneggiato è realizzabile da un crescente e valido innesto osseo umano effettuato in un laboratorio e trapiantato di nuovo al paziente con un intervento chirurgico minimamente invasivo, perché basta una iniezione.
Mentre l'annuncio della società è incoraggiante, la tecnologia è attualmente in fase di sviluppo e deve ancora essere sottoposta a più ampi studi clinici e all'approvazione da parte delle autorità mediche per quanto riguarda la sua efficacia e la sua sicurezza. Attualmente non è ancora disponibile ma attendiamo noi sviluppi.

(SiliconWadi, 27 dicembre 2016)


Così è cambiata l'Europa in un anno di boicottaggi a Israele

Scritte antisemite sulla scuola "Anne Frank" a Montreuil. Un paper che teorizza l'ostilità e le accuse di Israele al vertice di Parigi.

di Mauro Zanon

PARIGI - Le scritte "Juden Verboten", vietato l'ingresso agli ebrei, e "sales juifs e roms", sporchi ebrei e rom, accompagnate da stelle di David e svastiche. E' quanto ritrovato domenica dagli agenti di polizia della città di Montreuil, alle porte di Parigi, sul muro della scuola elementare Anne Frank verso le ore 16. "Abiette scritte antisemite e razziste sui muri della scuola Anne Frank di Montreuil. Questo atto non resterà impunito", ha reagito la ministra dell'Istruzione francese, Najat Vallaud-Belkacem. E' l'ennesimo episodio di antisemitismo avvenuto in Europa nel 2016, costellato da una recrudescenza di atti vandalici ai danni di persone, luoghi e simboli ebraici, e da un inquietante cambio di atteggiamento nei confronti di Israele, dal punto di visto del linguaggio e della cultura, nel mondo accademico-intellettuale come nel mondo politico-istituzionale. Circola in questi giorni un paper dell'European Council on Foreign Relations che risale alla fine di ottobre ma che teorizza, e consiglia, "la politica della differenziazione", cioè "una serie di misure prese dall'Ue e dai suoi membri per escludere entità legate agli insediamenti e attività da relazioni bilaterali con Israele".
  Un piccolo resoconto dei fatti di quest'anno, non esaustivo, descrive bene quel che è accaduto. E' stato l'anno della kippah da nascondere "per non provocare", a Marsiglia, in Francia, così come a Malmö, in Svezia, dove sui muri dei quartieri multiculturali si scrive "morte agli ebrei"; è stato l'anno in cui l'università di Southampton si è domandata se "Israele ha il diritto di esistere" e Jeremy Corbyn ha negato "problemi di antisemitismo" all'interno del Labour, pur difendendo l'antisemita ex sindaco di Londra Ken Livingstone; è stato l'anno del boicottaggio di Israele da parte dell'Ue, che ha imposto la marchiatura dei prodotti degli insediamenti israeliani, l'anno della campagna globale Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), che in Francia, nel comune di Bondy, Ivry-sur-Seine e Clermont-Ferrand, ha festeggiato il rifiuto, votato dalla giunta, dell'importazione di prodotti made in Israel; è stato l'anno in cui l'Unesco ha deciso che il Monte del Tempio e il Muro del Pianto non hanno nulla a che fare con l'ebraismo; è stato infine l'anno della risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che venerdì scorso ha condannato Israele per gli insediamenti in Cisgiordania.
  Una delle reazioni più severe è arrivata ieri dal ministro della Difesa di Israele, Avigdor Liberman, che l'ha definita "terribile e inutile", perché nuoce a "ogni possibilità di giungere al dialogo con l'altra parte". Il capo della Difesa israeliano, in seguito, ha utilizzato parole ancora più dure a proposito della Conferenza internazionale sulla pace in medio oriente prevista per il prossimo 15 gennaio a Parigi. "Il nuovo processo Dreyfus organizzato dalla Francia non sarà una conferenza di pace ma un tribunale contro Israele destinato a nuocere all'immagine d'Israele", ha attaccato Liberman. "E' sufficiente analizzare il bilancio del voto della Francia all'Onu sulle questioni israelo-palestinesi per capire quale direzione prenderà la conferenza", ha aggiunto. Il leader del partito Israel Beitenu, dopo aver manifestato la sua inquietudine per quella che ha definito come una "cospirazione" anti Israele e non una conferenza, ha ha fatto un appello per l'aliyah, il ritorno in Israele: "E' arrivato il momento di dire agli ebrei francesi: la Francia non è il vostro paese, né la vostra terra, è tempo di partire (…) Se volete restare ebrei e che i vostri bambini e nipoti restino ebrei, abbandonate la Francia e venite in Israele". Nel corso del 2015, secondo le cifre diramate dall'Agence Juive, organo incaricato di preparare le partenze verso Israele, quasi 8 mila ebrei francesi hanno preso un biglietto di sola andata verso Gerusalemme.

(Il Foglio, 27 dicembre 2016)


L'ultimo boomerang dell'amministrazione Obama

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza rafforza i nemici di Israele, del negoziato e del compromesso per la pace.

Nel difendere la decisione degli Stati Uniti di astenersi sul voto del Consiglio di Sicurezza che condanna Israele per gli insediamenti, l'ambasciatrice americana all'Onu Samantha Power ha detto che il voto è in linea con la tradizionale posizione politica degli Usa. Tecnicamente, è vero. Ma perché ora? E perché al Consiglio di Sicurezza? Dopo aver sperimentato per otto anni l'intransigenza palestinese (che ha sistematicamente rifiutato ogni realistica soluzione di compromesso e si rifiuta di sedere al tavolo dei negoziati), il presidente americano uscente e i suoi consiglieri dovrebbero essere ben consapevoli che la risoluzione 2334 di venerdì scorso non farà che rafforzare il rifiuto dei palestinesi a negoziare. E' esattamente lo stesso errore che fece Barack Obama all'inizio della sua carriera presidenziale, quando chiese a Israele di attuare il blocco totale di tutte le attività edilizie al di là della ex-linea armistiziale del '49-'67, comprese Gerusalemme e alture del Golan. Una richiesta che servì solo a indurire la posizione palestinese: la dirigenza palestinese, infatti, come poteva pretendere qualcosa di meno del blocco totale delle attività edilizie israeliane negli insediamenti come precondizione per negoziare, dopo che lo aveva chiesto lo stesso Obama?...

(israele.net, 27 dicembre 2016)


I giorni di Channukkà la festa ebraica delle luci

E' iniziata assieme al Natale: "Evento da condividere con le altre fedi"

di Ariela Piattelli

 
ROMA - A Casale Monferrato si celebra con i rappresentati delle religioni
monoteiste, a Palermo si festeggia a Palazzo Steri, che fu il tribunale dell'Inquisizione, per illuminare un posto storicamente buio, mentre a Cosenza, dove i lumi natalizi sono a forma di «menorah» (il candelabro ebraico a sette bracci), si accende in piazza.
Dal Piemonte alla Sicilia si festeggia Channukkà, la festa ebraica delle luci, iniziata quest'anno assieme al Natale. La festività ricorda quando, nel II secolo a.e., i Maccabei prevalsero sui greci, che volevano spogliare gli ebrei della propria identità: a consacrare il nuovo altare del Tempio di Gerusalemme fu una piccola quantità d'olio, che per miracolo diede la luce per otto giorni. Ogni famiglia ebraica accende la «Chanukkià» (il candelabro a nove bracci) per otto sere in casa, vicino alla finestra, per mostrare il miracolo, e da qualche anno si celebra in strada per condividere con tutti i cittadini l'accensione dei lumi.

 Nei luoghi pubblici
  Ad inaugurare questa tradizione sono stati i Chabad, rappresentati del movimento Lubavitch presenti in alcune città italiane. «Negli Anni 70 il Rabbino di Lubavitch accese la Chanukkià a New York e chiese poi ai Chabad nel mondo di accendere i lumi nei luoghi pubblici - spiega il rabbino Shalom Hazan, il cui padre inaugurò la tradizione della Chanukkià a Roma, in Piazza Barberini nel 1987 -. E' un'occasione molto sentita da tutti, perché il messaggio è universale, soprattutto in questo momento particolarmente buio: illuminare l'oscurità. E' un messaggio di speranza che esprime la fierezza della propria identità, nel rispetto delle altre». Come a Roma, dove il 29 dicembre ci sarà un'accensione spettacolare organizzata dall'Ospedale Israelitico all'Isola Tiberina con tanto di proiezioni del Muro del Pianto, mentre anche altre città si illuminano con le luci delle «Chanukkiot»: a Milano a Piazza San Carlo e a Firenze a Piazza Indipendenza.
«In realtà noi italiani non abbiamo mai acceso i lumi in piazza - spiega Adolfo Locci, rabbino capo di Padova, dove i lumi appaiono davanti al Museo Ebraico -. Ma abbiamo colto questa tradizione dei Lubavitch per far conoscere l'ebraismo e combattere il pregiudizio». Così anche in Italia l'accensione è diventata un'esperienza partecipativa, perché «ci si sente partecipi del miracolo di cui ha beneficiato il popolo ebraico - sottolinea Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento culturale dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane -. Tutti possiamo essere uguali, pur restando diversi. Quella di Chanukkà è una luce che parte da dentro di noi e si proietta verso gli altri». In ogni luogo l'accensione ha acquisito significati diversi sotto il segno della condivisione: «A Casale Monferrato accendiamo con i rappresentanti delle altre religioni - racconta Claudia De Benedetti, impegnata nella rinascita della comunità ebraica -. E' un modo di conservare e costruire intorno e sulla storia di un'identità locale, nazionale, internazionale e distinta, ma integrata».
La simbologia della festa vuole che l'olio, protagonista del miracolo, rappresenti la distinzione dell'identità che convive con le altre senza annullarsi: «Condividere è importante - spiega Ariel Di Porto, rabbino capo di Torino, che accende la Chanukkià davanti alla Sinagoga - ma non significa annacquare la propria identità e, anzi, è un modo per riaffermarla. L'acqua si mischia con tutto, l'olio no». A Venezia la Chanukkià l'accendono al Campo del Ghetto Nuovo e, in passato, per «pubblicizzare il miracolo», come è scritto nel Talmud, l'hanno fatto sulle gondole: «Quest'anno è un modo per celebrare i 500 anni del ghetto - dice Scialom Bahbout, rabbino capo di Venezia -. E' una occasione per la città di partecipare a una festa gioiosa del popolo ebraico».

 Un'antica comunità
  Anche al Sud, dove rinasce l'antichissima comunità ebraica, si festeggia: a Napoli, San Nicandro Garganico, Ferramonti e a Palermo, dove fu il rabbino Pierpaolo Pinhas Punturello ad avere l'idea di accendere i lumi a Palazzo Steri. «Accendiamo con l'imam e il vescovo, perché, se fosse prevalso l'ellenismo, non ci sarebbe il monoteismo», dice il rabbino capo di Napoli Umberto Piperno. E alla festività corrisponde una tradizione culinaria: si mangiano le «sufganiot», i bomboloni dolci. «A Chanukkà si offrono cibi fritti nell'olio - conclude Sandra Calò dell'antica pasticceria Boccione nel ghetto di Roma-: le sufganiot sono identiche ad un dolce della tradizione romana, che in questo luogo facciamo da tre secoli. Ma durante la festa ne friggiamo a migliaia».

(La Stampa, 27 dicembre 2016)


Sicurezza, Milano copia Israele

Sala a Tel Aviv per studiare e «importare» le misure di antiterrorismo

di Fabio Rubini

Un viaggio lampo in Israele e Cisgiordania a cavallo di Natale per prendere contatti e provare a calendarizzare una serie di incontri che, nei piani, dovrebbero portare a scambi economici e politici. Ecco come è stato il primo Natale da sindaco di Beppe Sala.
   Un viaggio che assume ancor più significati dopo i fatti di Sesto San Giovanni e l'uccisione del terrorista colpevole della strage di Berlino. Nella sua toccata e fuga a Tel Aviv, Sala infatti ha visitato una centrale operativa dalla quale si gestisce parte della sicurezza in città. Accompagnato dal sindaco Ron Huldai, Sala ha tratto spunti interessanti e a breve a questa visita potrebbe seguirne un'altra, proprio per approfondire i temi della sicurezza, sui quali da sempre Israele è all'avanguardia. «Possiamo insegnare molto sul piano della mobilità - ha spiegato il sindaco in un breve comunicato -, ma per quanto concerne la sicurezza abbiamo molto da imparare da Tel Aviv, dove c'è un sistema di controllo capillare e molto evoluto». Sistema che presto potrebbe essere mutuato anche dall'amministrazione milanese.
Del resto in questi primi mesi dell'era Sala proprio la gestione della sicurezza ha subito un deciso cambio di rotta. Chiuso il capitolo della Milano «che vi aspetta a braccia aperte» del duplex Pisapia-Vendola, la nuova amministrazione non ha perso tempo a chiedere (e ottenere) l'impegno dell'esercito in città e a poche ore dall'attentato di Berlino ha predisposto barriere in cemento per intensificare la sicurezza nei luoghi centrali dello struscio e delle compere natalizie. E lo stesso Sala, solo pochi giorni fa, aveva rivelato come dall'azienda dei trasporti milanese gli arrivi almeno una segnalazione al giorno di un pacco sospetto abbandonato in qualche stazione. Una tendenza, aveva detto, che va ribaltata. Ecco allora che la visita alla centrale operativa di Tel Aviv potrebbe aver dato al sindaco un modello per la gestione della sicurezza in città.
   Il giorno precedente Sala era stato a Betlemme, dove ha assistito alla messa di mezzanotte celebrata dall'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa e incontrato, tra gli altri, il sindaco della città Vera Baboun e il premier palestinese Abu Mazen. «Con la sindaca abbiamo discusso del contributo che Milano può offrire a Betlemme, soprattutto nel campo della gestione dei rifiuti e in quello relativo alla gestione delle acque - spiega ancora il sindaco -. Milano può contare su ottime municipalizzate, che in questo caso possono essere di grande aiuto».
   Tra i temi trattati ci sono stati anche quelli dell'import-export nei rapporti commerciali con Israele e un rilancio dell'immagine internazionale di Milano dopo l'abbuffata dell'Expo. Un patrimonio che non può andare disperso e che va continuamente alimentato.
   In conclusione, per il sindaco Sala, la due giorni in Medio Oriente è stata «una visita rapida, ma molto proficua. Sono convinto che i sindaci debbano lavorare insieme».

(Libero - Milano, 27 dicembre 2016)


Il ministro degli esteri tedesco difende il voto dell'Onu sulla “colonizzazione”

 
Sarà un caso, ma il piglio del ministro degli esteri tedesco non è molto rassicurante
ROMA - Il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier ha difeso con forza il contenuto della risoluzione dell'Onu, votata venersì sera, che tanta ira ha suscitato nel governo conservatore israeliano di Benjamin Netanyahu.
Il Consiglio di Sicurezza, ha detto Steinmeier, "ha ribadito quella che già da tempo è la posizione del governo federale (tedesco)", scrive Steinmeier sulla sua pagina Facebook. "I nuovi insediamenti nei territori occupati ostacolano la possibilità di un processo di pace e mettono in pericolo le basi della soluzione dei due stati". "Sono assolutamente e profondamente convinto che sola questa soluzione possa portare una pace duratura e rendere giustizia alle legittime aspirazioni delle due parti".
Venerdì sera, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione in cui si chiede a Israele di fermare imemdiatamente le sue attività di colonizzazione nei Territori palestinesi e a Gerusalemme Est. La risoluzione, la prima di condanna di Israele dal 1979, è passata grazie al voto favorevole di 14 membri del Consiglio di Sicurezza Onu e soprattutto grazie all'astensione degli Stati Uniti, suscitando l'ira del governo conservatore guidato da Netanyahu.

(askanews, 26 dicembre 2016)


Dunque anche i tedeschi hanno ripreso a muoversi su una via antica. Del resto, chi potrà accusarli di antisemitismo se tutti ormai si avviano a percorrere la stessa via? Basta dire “pace duratura” e “giustizia alle legittime aspirazioni delle due parti” e il gioco è fatto: l’antisemitismo non c’è più. Che poi l’aspirazione di una delle due parti sia di far sparire definitivamente l’altra non toglie nulla al fatto che sia “legittima”, perché concorda con quello a cui aspirano tutte le nazioni, la cui voce risuona potentemente nelle antisemitiche risoluzioni delle Nazione Unite. M.C.


Delegazione africana in visita in Israele alla scoperta delle tecnologie agricole

Delegazione africana in visita in Israele alla scoperta delle tecnologie agricole. Funzionari agricoli provenienti da dieci paesi africani sono stati recentemente in visita in Israele per conoscere meglio il paese e le sue tecnologie agricole. Molti dei funzionari provengono da paesi musulmani in Europa centrale e occidentale, e per molti di loro era la prima volta nel paese del "miracolo verde".
Tra i paesi rappresentati vi erano Senegal, Sierra Leone, Togo, Liberia, Nigeria, Guinea, Costa d'Avorio, Benin, Burkina Faso e Capo Verde.
Sin dai primi giorni della fondazione dello Stato, i dirigenti israeliani hanno fatto dell'acqua una priorità assoluta e ciò ha prodotto l'invenzione di numerose tecnologie al servizio dell'agricoltura.
Israele è un grande esportatore di tecnologia agricola per il mondo in via di sviluppo, tra cui proprio l'Africa. Tra le molte tecnologie sviluppate in Israele va sicuramente annoverata l'irrigazione goccia a goccia, una tecnologia che riduce l'uso di acqua nei campi di ben il 70 per cento e la tecnologia ad osmosi inversa che permette il passaggio di acqua, bloccando le particelle di sale. Molte delle tecnologie all'avanguardia sviluppate in Israele continuano ad essere ampiamente adottata in tutto il mondo.
Il Ministro dell'Agricoltura Uri Ariel ha guidato la delegazione in visita:
Si tratta di un evento estremamente importante, soprattutto sotto il punto di vista del settore agricolo. Vedo questo incontro come una tappa importante, che permetterà di incentivare le nostre relazioni con i paesi africani.
(SiliconWadi, 26 dicembre 2016)


Sinagoga di Alessandria: torna la Festa delle Luci

di Luca Piana

La Sinagoga di Alessandria
La Sinagoga di Alessandria torna a rivivere un momento di altissimo livello culturale e spirituale attraverso la celebrazione di una delle più importanti feste dell'ebraismo.
"Il momento - spiegano gli organizzatori della Festa delle Luci (previsto l'intervento del Ravé Ariel Di Porto, rabbino capo Comunità Ebraica di Torino) - servirà anche per avvicinare la comunità alessandrina a questa cerimonia spiegando la sua profondità mistica. La nostra Associazione comincia un percorso di collaborazione con la Delegata di Alessandria per valorizzare questo meraviglioso Tempio presente nella nostra città, cercando di riavvicinare il territorio a tutte le tradizioni che lo hanno fatto diventare quello che è oggi; conoscere, vivere insieme, crescere e scambiarsi le proprie emozioni è l'unico modello che conosciamo per un convivio in una polis veramente rispettosa di tutte le sue realtà". L'appuntamento è per mercoledì 28 dicembre a partire dalle ore 17.00 presso la Sinagoga di Alessandria, situata in via Milano numero 7.

(diAlessandria.it, 26 dicembre 2016)


Ma come possiamo pensare di vivere in pace con i musulmani?

Per una disputa religiosa da secoli si ammazzano tra di loro pur avendo lo stesso Dio, lo stesso Profeta e la stessa legge religiosa. C'è solo una cosa che odiano più dei loro rivali: noi e la nostra democrazia. E qualcuno pensa davvero di poterci convivere in pace?

I musulmani si ammazzano tra di loro da secoli, lo fanno per una disputa sulla eredità religiosa e politica di Maometto per la quale si sono divisi in due correnti, quella sciita e quella sunnita. Non sono scaramucce ma una vera e propria guerra che nei secoli ha provocato decine di migliaia di morti e che negli ultimi anni si è evoluta in quello che vediamo in tutto il Medio Oriente e in particolare in Siria e in Iraq, cioè in una carneficina.
Ora, se sunniti e sciiti si odiano e si combattono da tempo immemorabile pur avendo lo stesso Dio (Allah), lo stesso profeta (Maometto) e le stesse leggi religiose (la Sharia) come possiamo pensare che cristiani ed ebrei possano vivere in pace con i musulmani ben sapendo che se si massacrano tra di loro per una sciocchezza non esisteranno un attimo, appena ne avranno la forza, di passare al massacro sistematico degli infedeli?...

(Right Reporters, 26 dicembre 2016)


"Chanukkah, luce contro il buio"

 
La cerimonia di accensione a Roma, in Piazza Barberini
È una tradizione che si rinnova ormai da 28 anni. Nel cuore di Roma, in piazza Barberini, l'accensione pubblica della Chanukkiah organizzata dal Movimento Chabad coinvolge da sempre istituzioni e un folto numero di cittadini. Quest'anno, in ragione anche dei recenti e drammatici fatti di cronaca, un'occasione ancora più preziosa per riaffermare, tutti insieme, il valore della luce contro l'oscurantismo ideologico e religioso che vuole distruggere le nostre libertà.
Questo il messaggio testimoniato durante la festosa accensione, preceduta dagli interventi dei rabbini Yitzhak e Shalom Hazan, della sindaca Virginia Raggi, della presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, della presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello e del rappresentante dell'ambasciata israeliana Rafael Erdreich.
Accensioni si sono svolte un po' ovunque nel paese, coinvolgendo le comunità ebraiche, le amministrazioni locali, tanti curiosi venuti ad assistere alle cerimonie.

(moked, 26 dicembre 2016)


Netanyahu-Obama, l'ultimo braccio di ferro

Nelle scorse ore il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato l'ambasciatore americano Dan Shapiro per chiedere "chiarimenti" in merito alla decisione degli Stati Uniti di astenersi dal voto sulla risoluzione passata venerdì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gerusalemme si aspettava che l'amministrazione Obama ponesse il veto sulla risoluzione, che chiede l'immediata "cessazione di ogni attività legata agli insediamenti" in Cisgiordania da parte d'Israele. Il presidente Usa, oramai con la valigia pronta visto che il 20 gennaio alla Casa Bianca entrerà il suo successore Donald Trump, ha però scelto l'astensione, dando così la possibilità alla risoluzione di venire approvata. Una scelta definita da Netanyahu come "un'imboscata" contro lo Stato ebraico. Un nuovo capitolo dunque dello scontro durato praticamente otto anni tra lo stesso Netanyahu e Obama. Ora il Primo ministro israeliano ha convocato l'ambasciatore Usa Dan Shapiro - che verrà sostituito da David Friedman una volta avviata l'amministrazione Trump - per esprimere le proprie proteste e chiedere chiarimenti così come farà con alcuni dei rappresentanti dei Paesi che hanno votato a favore della risoluzione: Gran Bretagna, Cina, Russia, Francia, Egitto, Giappone, Uruguay, Spagna, Ucraina e Nuova Zelanda.
   Secondo il canale israeliano Arutz 2, Netanyahu sarebbe però preoccupato della situazione venuta a crearsi in queste ultime settimane di presidenza Obama. In particolare ha invitato i suoi ministri a mantenere un basso profilo su una questione delicata: la legge di Regolamentazione, ovvero la norma - criticata anche dall'avvocatura israeliana - che porterebbe de facto a una sanatoria su decine di insediamenti in Cisgiordania. Netanyahu, riporta Haaretz, avrebbe avvertito il suo partito, il Likud, che potranno esserci ulteriori sviluppi a livello internazionale sulla questione palestinese prima del 20 gennaio. "La questione è ancora caldo e questa non è la fine", avrebbe detto il Primo ministro.
Durante la riunione di gabinetto, Netanyahu ha detto che secondo le informazioni in suo possesso, non c'è alcun dubbio che ci sia l'amministrazione Obama dietro la risoluzione approvata venerdì. La diplomazia Usa avrebbe coordinato la formulazione dell'iniziativa e fatto in modo che passasse.

(moked, 25 dicembre 2016)


Natale e Channukà, panettone e cipolla

di Paola Farina

VICENZA, 25 dicembre - È cominciata al tramonto di ieri, 24 dicembre, la Festa Ebraica che erroneamente è chiamata il Natale degli Ebrei... E non ci siamo proprio: le case dei cristiani profumano di biscotti fatti in casa e di dolce, quelli degli ebrei di fritto. I cristiani sono seduti composti, attorno a una tavola ben preparata, con parenti e amici intimi, tutti eleganti... noi invece siamo sempre in numero maggiore degli invitati e ci parliamo addosso e non ce ne frega niente se chi invitiamo appartiene a un ambiente o a una "élite" diversi dai nostri e tantomeno di come siamo vestiti (da Valentino al mercato cinese). Il Natale dura un solo giorno, mentre Hanukkà ben otto. In compenso nessuna Donna ebrea si aspetta per Channukà un diamante o un regalo importante e nessun uomo ebreo si sente addosso il "fiato del regalo".
  C'è una sola maniera di scrivere la parola Natale. Noi invece lo scriviamo in quattro modi diversi Chanukkà, Chanukah, Hanukkà, Hanukkah, più altre devianze dovute ad errori ortografici, ma tutti noi,
Hanukkah laktes
crediamo che il nostro modo di scrivere sia più corretto di quello dell'altro. Voi mangiate panettoni e pandoro, noi i Latkes che sono una specie di pancake fatti con uova, cipolle, farina e patate, rigorosamente fritti nell'olio di semi, sono croccanti fuori e morbidi dentro.
  I Maccabei però non mangiavano i latkes di patate, ma di verdure, perché le patate sono una straordinaria scoperta del XVI secolo. Talvolta ce li fanno mangiare con la salsa di mele e noi li mangiamo più per amore di tradizione, che per bontà, ma li ho mangiati anche con la salsa di prugne e l'uvetta. Preferisco inzupparli nell'humus ebraico-tripolino... Poi noi ci lecchiamo le labbra e le dita con i Sufganiot, una specie di "doughnuts" dalle forme più bizzarre, vuoti o ripieni di bombe caloriche, sempre fritti nell'olio bollente e ricoperti di zucchero a velo. L'ingrediente più popolare nei piatti cucinati durante questa festa è l'olio, proprio per il suo carattere religioso E poco importa se poi i succhi gastrici gridano vendetta nello stomaco, noi invece del limoncello o del sorbetto ci beviamo un Sabra, che magari non è poi così buono, ma è di nostra produzione (è un liquore israeliano al gusto di arancia amara e cioccolato aromatizzato con succo di sabra, una pianta cactacea che cresce spontaneamente sulle coste del Mediterraneo orientale, il colore è bruno, quasi nero, il profumo pungente, il gusto dolce e il corpo sciropposo).
  Chi festeggia il Natale fa debiti per andare in vacanza in montagna, noi facciamo debiti per andare a trovare i nostri amici, se sono a New York tanto meglio, il 25 dicembre si va al cinema e con un po' di fortuna si conosce qualcuno che magari è single o divorziato. I bambini che festeggiano il Natale giocano con il computer e i giochi elettronici, quelli che festeggiano Hanukkà con il Dreidel, una specie di trottola a quattro lati con sopra una lettera ebraica. In America le lettere dicono "Lì è accaduto un grande miracolo", ma in Israele "Qui è accaduto un Miracolo". Nel gioco del dreidel ogni giocatore fa una puntata e fa girare la "trottola", quando il dreidel si ferma si guarda qual è la lettera uscita: , Nun: nessuno vince o perde, Gimmel: si vince tutto, Heh: si vince la metà, Peh: si perde tutto. Il gioco continua fino a quando i giocatori hanno perso tutto. Il gioco del dreidel è popolare da quando regnava Antioco...
  E' consuetudine dare ai bimbi una piccola somma di denaro chiamata Chanukah gelt, per acquistare
candele, giocattoli, dolcetti... E' bellissimo essere partecipi della gioia, tenerezza e dolcezza che solo i bambini sanno profondere nelle piccole cose. Noi adulti dovremmo fare tesoro di queste esperienze umane e prendere coscienza che, talvolta, sono proprio le piccole cose che fanno vedere "grande" la vita. Dimenticavo... voi consumate energia elettrica e noi candele...
  Potrei continuare per ore con l'ironia yiddish che talvolta è di difficile comprensione, sia da parte ebraica, sia da parte cristiana. Corro il rischio di essere scambiata, ancora una volta, per quella blasfema che non sono...
  Quest'anno sono a casa con mia madre e le mie coliche renali (pensavo di essermi liberata dai calcoli a fine marzo quando sono stata operata di calcolosi... evidentemente chi mi ama non mi abbandona mai) e mai avrei pensato che questa festa mi mancasse così, considerando che non ho mai accettato le festività imposte. Le mie radici mi mancano... e più divento "diversamente giovane", più mi mancano!

 Il significato della Festa, un appunto storico
  È la Festa delle Luci in ricordo dell'eroica battaglia dei Maccabei nel 165 a.C. e il loro rientro nel Tempio di Gerusalemme, profanato dai Greci.
  I Maccabei erano un piccolo gruppo di patrioti ebrei che volevano difendere la loro fede e il loro modo di vivere nella tradizione. Questo creò grande stato di conflitto con i sovrani Seleucidi, la stirpe che succedette ad Alessandro il Grande e si stabilì in Siria. La peggior decisione fu quella decretata da re Antioco IV, che ordinò la sistemazione di una statua nel Tempio Sacro di Gerusalemme e la consacrazione di un altare del Tempio stesso a Zeus. Parte del popolo ebraico, composto al tempo prevalentemente di agricoltori e persone semplici (ma anche di qualche studioso), subì il fascino pagano ed gli assiri conquistarono non pochi adepti. Questo non piacque ai Maccabei che decisero di lottare contro gli stranieri ed i loro plagi.
  Dopo tre anni di ferree battaglie i Maccabei vinsero la guerra; però il Tempio di Gerusalemme era stato profanato, poiché era servito per il culto degli dei greci. Fu inaugurato il 25 Chislev e consacrato di nuovo al culto del D-o unico degli ebrei. Nel tempio fu trovata una piccola ampolla di olio, che bastò per riaccendere la Menorah (il lume che deve ardere perennemente), ma la fiamma, come per miracolo, fece ardere il candelabro per otto giorni, il tempo sufficiente per produrre nuovo olio. Durante questa festa si rinnova il rito di accensione dell'hanukkia (lampada a nove braccia) si comincia con l'accensione di un lume e ogni sera si aumenta di uno fino ad arrivare a otto.
  Alcune comunità ebraiche chiedono in concessione alla struttura pubblica locale l'utilizzo di una piazza, per accendere una grande menorah e coinvolgere tutta la comunità ebraica, ma anche per promuovere relazioni sociali vivificanti, facilitare la coesione ed interessare tutti i cittadini di altre confessioni, quali fruitori della cultura ebraica.
  Alla festa di Channukkà, oltre alla commemorazione dell'eroismo ebraico, viene aggiunto un significato di luci contro le tenebre, s'inneggia quindi alla luce nel suo valore reale e immaginario e tutto ciò che essa rappresenta simbolicamente. Particolarmente affascinante, in questo periodo è il quartiere ultra ortodosso di Mea She'arim di Gerusalemme che propone agli occhi del passante un "metissaggio" di stili di luci, senza scadere mai nella confusione, anche se agli occhi del profano potrebbe sembrare il contrario. E' il riunire elementi comuni a piccoli dettagli diversi... quasi voler lasciar un margine al sogno delle luci, creando atmosfere e scenografie dove poter vivere emozioni religiose e sentimenti forti. Ultimamente la festa è diventata anche simbolo della continua lotta degli Ebrei contro le sopraffazioni religiose e politiche; in ogni caso è una festa di gioia e la preferita dei più piccoli, ai quali deve essere riservata una corsia preferenziale, perché sono il presente, la continuità ed il futuro dell'ebraismo e di Israele.

 Il Pensiero Religioso:
  I lumi che accendiamo durante la festa di Chanukkà riporteranno i nostri pensieri ai tempi eroici dei Maccabei, che più di venti secoli fa suscitarono l'ammirazione dei popoli contemporanei. E' noto che due concezioni dominarono allora il Paese nel quale viveva il popolo ebraico: una prettamente materialistica, l'altra pervasa da sentimenti spirituali. Era il pensiero greco in netta antitesi con quello ebraico. Di questa lotta ancora oggi il mondo ben poco conosce e, anche se la conosce, non sa di quale peso sia stata per l'avvenire dell'umanità intera la vittoria di quel piccolo gruppo di eroi ebrei. In quel tempo remoto non soltanto veniva decisa la sorte di un piccolo popolo, ma era in gioco soprattutto la sopravvivenza di quell'unico pensiero elevato e puro esistente sopra gli altri corrotti da idee materiali. Purtroppo i non ebrei hanno dimenticato tutto questo, e ciò non può destarci eccessivo stupore, perché anche noi stessi, discendenti diretti dei Maccabei, ben poco ce ne rendiamo conto. Questa é l'eredità che ci hanno trasmesso e questa é la loro luce sgorgata e tramandata dal loro sangue.

(Vicenza Più Quartieri, 25 dicembre 2016)


Natale mistificato

di Maurizio Del Maschio
   
 
 
"Più dolce è l'attesa, più magico è il Natale", sentenzia il pay-off, la frase di chiusura della pubblicità di una nota marca che ci sta martellando in questi giorni di dicembre. Ma quale Natale si attende? Perché mai il Natale dovrebbe essere "magico"? Tutto ciò nasce dalla deformazione, dallo stravolgimento di questa festa che ha assunto un carattere sdolcinato e consumistico, fatto di convivialità familiare e amichevole, di regali, di grandi mangiate, di luminarie, di dolci tipici, di film "natalizi" che con il Natale non hanno nulla a che fare. Questo è il Natale che caratterizza la modernità. Il termine "Natale" presuppone qualcuno che nasce o il compleanno di qualcuno.
   Tuttavia, in questo appuntamento del 25 dicembre c'è tutto fuorché il festeggiato che finisce per essere una sorta di convitato di pietra. Ormai è stato emarginato a tal punto che tutto ciò che si riferisce a lui è stato messo da parte. A scuola si possono fare delle feste ma non si può parlare della nascita di Gesù, le strade sono decorate di luci ma guai a fare qualsiasi riferimento al bambinello, nessuna tradizionale stella cometa (per quanto sia un falso storico), nessun personaggio legato al simbolismo di questa festa. Perfino gli alberi di Natale non sono più alberi, ma coni anonimi e freddi, privi di significato simbolico. Resiste Babbo Natale, altro falso storico trattandosi di Nicola di Mira, un personaggio che con il Natale non c'entra nulla e che nel calendario viene ricordato il 6 dicembre. Sono state messe in soffitta le melodie tradizionali di Bach, Gruber, de Liguori, solo per citare alcuni autori di celebri canti natalizi tradizionali. Oggi i giorni che precedono il Natale sono consacrati al rito della corsa ai regali, magari modesti ma obbligatori, altrimenti non è Natale. La nuova musica che irrompe è quella dei bonghi africani. Perfino i preti hanno messo la sordina e raccomandano discrezione per non urtare la suscettibilità dei non cristiani e dei non credenti. Anche il presepio tende ad essere allestito, laddove ancora lo si fa, slegato dall'epoca e dall'ambiente in cui si situa la scena storica della natività. In questi giorni, come ogni anno, centinaia di persone si sono riunite a Betlemme per la tradizionale accensione dell'albero di Natale. Alla presenza delle autorità palestinesi, sono state accese le decorazioni dell'albero, alto una quindicina di metri, insieme alle luminarie appese intorno alla Piazza della Mangiatoia, fuori dalla Basilica della Natività. Il Natale ogni anno porta l'attenzione del mondo su quella città situata a nove chilometri a sud di Gerusalemme. Per la propaganda islamica, il Natale è un'opportunità per "celebrare l'identità palestinese di Gesù Cristo". Mi domando: perché gli arabi musulmani celebrano la nascita di Gesù "palestinese" (secondo l'accezione corrente del termine) mentre egli era un ebreo nato in una terra che allora non era ancora chiamata "Palestina"? Perché viene snaturato il significato di questa ricorrenza che è festività esclusivamente cristiana, monopolizzando Gesù come un grande profeta musulmano anche se nel calendario islamico la figura e la nascita di Gesù sono totalmente ignorate?
   Dal punto di vista storico, la denominazione di "Palestina" venne data a quella provincia romana solo all'epoca dell'imperatore Adriano, nel 135 d.C., quando il nome ufficiale Syria Palaestina sostituì il precedente termine Iudaea includendo anche altre entità amministrative, quali Samaria, Galilaea, Philistaea e Peraea. Non è la prima volta che la figura di Gesù, che per l'islam è "figlio di Maria" non figlio di Dio, viene strumentalizzata politicamente a favore della causa palestinese.
   Nel maggio 2009 il Gran Mufti di Gerusalemme Muhammad Ahmad Husayn ha affermato: "Gesù è nato in questa terra: qui ha mosso i suoi primi passi e ha diffuso i suoi insegnamenti in questa terra. Lui e sua madre Maria, possiamo affermare, sono i palestinesi per eccellenza". La vigilia di Natale dello stesso anno, l'attivista Mustafa Barghouti, parente del più famoso Marwan condannato a 5 ergastoli per gli omicidi perpetrati con la sua attività terroristica e detenuto nelle carceri israeliane, dichiarò che "Gesù è stato il primo palestinese torturato in questa terra", come se i suoi torturatori fossero stati gli ebrei e non i Romani. Per non parlare di movimenti come Hamas che definiscono Gesù il primo shahid, il primo martire per la causa palestinese! Non sarebbe forse più logico, più onesto dichiarare una cittadina come Betlemme patrimonio dell'umanità senza negare la realtà storica? Sarebbe una dichiarazione che non impedirebbe certo l'aspirazione del riconoscimento di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano. Viene il fondato sospetto che, sotto sotto, non è questo che i "palestinesi" vogliono. Essi vogliono la cancellazione dello Stato di Israele e l'esistenza di un solo Stato: quello arabo-palestinese.
   Sempre nel dicembre 2009, in una sua predica del venerdì pronunciata a Doha in Qatar, il leader religioso Yusuf al-Qaradawi, legato ai Fratelli Musulmani, affermò: "Siamo in una società musulmana o in una società cristiana? Che cosa sta accadendo nei negozi e per le strade di Doha, tutti questi festeggiamenti della cosiddetta nascita del Messia - su di lui la pace - e del cosiddetto Natale, come se stessimo vivendo in una nazione europea? […] Alberi di Natale, di quattro o cinque metri, davanti a negozi di famiglie musulmane. Che cos'è questo? Significa che la nazione islamica sta abbandonando la sua identità islamica. L'islam vuole che manteniamo la nostra unicità islamica." Si noti che, anche in questo caso, si parla di "identità", questa volta non "palestinese" ma "islamica", minacciata dal Natale dei cristiani. Nello stesso discorso, Qaradawi affermava che gli Europei: "Ci impediscono di costruire minareti e stanno per vietare la costruzione di moschee […] Perché volete festeggiare una religione che non è la nostra, quando non ci lasciano praticare la nostra?" Siamo al delirio della pretesa dei musulmani di essere liberi di costruire moschee e minareti in terra cristiana, mentre viene negata la reciprocità in terra islamica laddove esiste una presenza cristiana che si tende a soffocare cercando di cancellarne i segni esteriori. Per non parlare del colpevole silenzio del papa Francesco dinnanzi ad un presepio in cui il bambino Gesù era avvolto in una kufiyyah bianca e nera palestinese, negando con ciò l'ebraicità di Gesù.
   Tutto ciò induce a riflettere sul vero significato del Natale, che è la nascita di una persona di etnia ebraica di nome Yoshùa (Gesù), che non va ridotta a un albero di Natale (che della sua figura è comunque un simbolo poco noto agli stessi cristiani e mutuato dai culti nordici precristiani) e nemmeno ad auguri di sentimentalistica facciata sull'onda di un'effimera e superficiale emozione.

(Online News, 24 dicembre 2016)


Si fa molta fatica a capire che il Gesù palestinese di oggi è la versione attuale del Gesù ariano di ieri. Eppure dovrebbe essere evidente, ma non lo è perché ormai la menzogna è diventata talmente grande che non si riesce più a vedere. Ma sulla menzogna è cresciuto anche il cristianesimo storico ufficiale, quindi non deve meravigliare se adesso l'imbroglio ha assunto il volto sinistro dell'invadenza islamica e i presepi sono tollerati soltanto se hanno il bambinello avvolto nella kefia palestinese. Chi vuole davvero ricordare la nascita di Gesù può rileggersi i primi due capitoli del Vangelo di Luca, far sparire dalla mente babbi natale, bambinelli palestinesi, kefie, patriarchi latini, messe a Betlemme, pontefici benedicenti "Urbi et Orbi" ed unirsi all'inno di lode del vecchio ebreo Simeone, "uomo giusto e timorato di Dio che aspettava la consolazione di Israele", che dopo aver preso nelle braccia il bambinello benedì il Signore con queste parole: «Ora, o mio Signore, lascia andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata dinanzi a tutti i popoli per essere luce che illumina le genti e gloria del tuo popolo Israele». M.C.


Israele: ricostruito l'altare per il sacrificio nel terzo tempio

 
Qualora le circostanze diventassero favorevoli, il nuovo altare può essere rapidamente montato nella posizione esatta che consente al servizio divino di essere ripreso senza indugio.
Come Breaking Israel News ha riportato all'inizio di questo mese, il Temple Institute di Gerusalemme ha completato la costruzione dell'altare in pietra richiesto per il servizio sacrificale nel Tempio Santo.
   L'altare è stato completato in ritardo nel 2014 e ufficialmente inaugurato durante la cerimonia pubblica di accensione della Menorah d'oro per la festa di Hanukkah, che cade il 22 dicembre. L'altezza dell'altare non è di cinque metri (16 piedi), ma di cinque amot, una misura biblica equivalente a circa 2,35 metri (7,7 piedi). Ogni amah misura 46-38 centimetri (18-19 pollici). La rampa che porta all'altare è lunga 16 amot.
   Queste misure sono conformi al parere di Maimonide, il celebre commentatore e filosofo ebraico medievale e rappresentano le più piccole dimensioni possibili (consentite dalla legge ebraica) per il funzionamento Kosher dell'altare.
   Secondo le informazioni rilasciate dal Temple Institute, dal momento che la Torah proibisce l'uso di pietre scavate (vedi Deuteronomio 27: 5-6), questo altare "è costituito da un telaio esterno di mattoni di terra e da un forno resistente al calore estremo prodotto quando è in uso. Questo telaio esterno è pieno di pietre naturali non contaminate da attrezzi di metallo, come da obbligo della Torah. La cornice in mattoni esterna è ricoperta da un intonaco bianco sottile, come è stato fatto con l'altare che si trovava nel cortile del Tempio Santo".
   La base dell'altare contiene due portali per la raccolta del sangue versato durante sacrifici animali, in conformità con la Torah. Inoltre è coronato da quattro angoli rialzati, chiamati dalla Torah corna.
   Una cosa che rende questo altare unico è che è stato progettato per essere smontato e rimontato rapidamente nella sua corretta posizione sul Monte del Tempio. Secondo l'Istituto, "Il popolo di Israele può costruire un altare esclusivamente sul sito dell'altare originale sul monte Moriah, il Monte del Tempio. Qualora le circostanze diventassero favorevoli, questo nuovo altare può essere rapidamente ri-montato nella posizione esatta che consente al servizio divino di essere ripreso senza indugio".

(fuori di matriz, 25 dicembre 2016)


Jihad, il pericolo che l'Europa non vede

L'Europa sta diventando una gigantesca Israele, ma senza gli israeliani.

di Stefano Magni

Mezzo secolo fa, tra le 850mila e il milione di persone furono costrette a lasciare i propri paesi - dalla Libia all'Iraq, dall'Egitto all'Iran - per trovare rifugio in Israele, Europa e America. Di fronte, l'emergere negli anni Quaranta di un nazionalismo arabo sempre più insofferente alla sua minoranza ebraica. La nascita dello Stato d'Israele, simbolo della speranza per gli ebrei, acutizzò la rabbia e la violenza del mondo arabo e islamico nei loro confronti. Comunità che per secoli quando non millenni avevano popolato regioni del Maghreb e del Medio Oriente, dato linfa al patrimonio culturale e intellettuale di quelle zone, furono vessate e cacciate dalle proprie case nel nome dell'intolleranza. Realtà che conosciamo con il nome di "misrahi", orientali, ma di cui oltre il nome sappiamo poco, lasciarono in aereo, in nave, a piedi la terra d'origine in cerca di un futuro.
   Alcune delle vicende di queste migliaia di ebrei esiliati sono raccontate in queste pagine, in cui si ricorda l'appello all'Onu a riconoscerne lo status di rifugiati: un passo che Israele chiede alle Nazioni Unite per riportare sul palcoscenico internazionale la loro storia dimenticata.
   "Questa storia deve essere ascoltata", ha ammonito il Presidente d'Israele Reuven Rivlin parlando al mondo ma anche ai suoi connazionali. "Ancora oggi, Teheran e Haled, Baghdad, Sana'a e Tripoli, sono posti vietati agli ebrei israeliani; i tesori culturali e i beni lasciati da molti di loro in quei luoghi sono stati vandalizzati e saccheggiati".
   Per non dimenticare tutto questo, Israele ha istituito un giorno apposito che commemora questa "fuga silenziosa", come l'ha definita l'assessore alla Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane David Meghnagi (direttore del Master in didattica della Shoah di Roma), ovvero il 30 novembre. Il perché della data è raccontato all'interno del dossier mentre si può ricorrere ancora alle parole di Rivlin per spiegarne il valore: "E l'occasione per fare giustizia".
   Con un nuovo punto di vista che non ignori i problemi del passato. Più di tutto, questo è un giorno per ricordare e avvicinare al cuore i tesori culturali che le comunità ebraiche dei paesi arabi e dell'Iran furono in grado di creare, di conoscere il loro contributo" ai paesi lasciati dietro le spalle così come dato a quelli che - non senza difficoltà - li adotteranno. Tra questi anche l'Italia, meta di alcune delle famiglie in fuga. Le loro vicende non sono state lasciate nell'oblio, come dimostra il "progetto edoth" diretto da Liliana Picciotto del Centro di documentazione ebraica di Milano: un lavoro dedicato alle comunità ebraiche provenienti da Egitto, Siria, Libano, Libia e Persia. Queste pagine sono un primo accenno a una storia che sarà ancora analizzata e che ha molto di attuale: uomini e donne costretti alla fuga per il radicarsi di una forma di antisemitismo e d'intolleranza - fondato sull'integralismo religioso - di cui, come spiega lo storico Georges Bensoussan, oggi vediamo nuovamente il volto.

(L'Opinione, 24 dicembre 2016)


Quella lunga fuga silenziosa dai paesi arabi

a cura di Daniel Relchel

Mezzo secolo fa, tra le 850mila e il milione di persone furono costrette a lasciare i propri paesi - dalla Libia all'Iraq, dall'Egitto all'Iran - per trovare rifugi.o in Israele, Europa e America. Di fronte, l'emergere negli anni Quaranta di un nazionalismo arabo sempre più insofferente alla sua minoranza ebraica. La nascita dello Stato d'Israele, simbolo della speranza per gli ebrei, acutizzò la rabbia e la violenza del mondo arabo e islamico nei loro confronti. Comunità che per secoli quando non millenni avevano popolato regioni del Maghreb e del Medio Oriente, dato linfa al patrimonio culturale e intellettuale di quelle zone, furo110 vessate e cacciate dalle proprie case nel nome dell'intolleranza. Realtà che conosciamo con il nome di "rnisrahi", orientali, ma di cui oltre il nome sappiamo poco, lasciarono in aereo, in nave, a piedi la terra d'origine in cerca di un futuro.
   Alcune delle vicende di queste migliaia di ebrei esiliati sono raccontate in queste pagine, in cui si ricorda l'appello all'Onu a riconoscerne lo status di rifugi.ari: un passo che Israele chiede alle Nazioni Unite per riportare sul palcoscenico internazionale la loro storia dimenticata.
   "Questa storia deve essere ascoltata", ha ammonito il Presidente d'Israele Reuven Rivlin parlando al inondo ma anche ai suoi connazionali. "Ancora oggi, Teheran e Haled, Baghdad, Sana'a e Tripoli, sono posti vietati agli ebrei israeliani; i tesori culturali e i beni lasciati da molti di loro i11 quei luoghi sono stati vandalizzati e saccheggiati".
   Per non dimenticare tutto questo, Israele ha istituito un giorno apposito che commemora questa "fuga silenziosa", come l'ha definita l'assessore alla Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane David Meghnagi (direttore del Master in didattica della Shoah di Roma), ovvero il 30 novembre. Il perché della data è raccontare all'interno del dossier mentre si può ricorrere ancora alle parole di Rivlin per spiegarne il valore: "E l'occasione per fare giustizia.
   Con un nuovo punto di vista che non ignori i problemi del passato. Più di tutto, questo è un giorno per ricordare e avvicinare al cuore i tesori culturali che le comunità ebraiche dei paesi arabi e dell'Iran furono in grado di creare, di conoscere il loro contributo" ai paesi lasciati dietro le spalle così come dato a quelli che - 110n senza difficoltà - li adotteranno. Tra questi anche l'Italia, meta di alcune delle famiglie in fuga. Le loro vicende non so110 state lasciate nell'oblio, come dimostra il "progetto edoth" diretto da Liliana Picciotto del Centro di documentazione ebraica di Milano: u11 lavoro dedicato alle comunità ebraiche provenienti da Egitto, Siria, Libano, Libia e Persia. Queste pagine sono un primo accenno a una storia che sarà ancora analizzata e che ha molto di attuale: uomini e donne costretti alla fuga per il radicarsi di una forma di antisemitismo e d'intolleranza - fondato sull'integralismo religioso - di cui, come spiega lo storico Georges Bensoussan, oggi vediamo nuovamente il volto.

(Pagine Ebraiche, dicembre 2016)


Via libera di Israele: contadini di Gaza potranno esportare le fragole in Europa

Le autorità israeliane hanno permesso agli agricoltori della Striscia di Gaza di esportare le fragole in Europa e in Cisgiordania per la prima volta a 10 anni dal blocco. "L'autorizzazione alle esportazioni di fragole salverà questa stagione, contribuirà a migliorare la situazione economica degli agricoltori e delle loro famiglie, perché negli ultimi anni hanno subito pesanti perdite", ha dichiarato a Sputnik il contadino palestinese Salah Abu Dia. Gli agricoltori vogliono vendere la maggior parte del raccolto di quest'anno all'estero e sperano che Israele non intralci i loro piani. "E' possibile che dopo questa decisione, nei campi della Striscia di Gaza verrà ripresa la coltivazione di questo frutto", ha detto Salah Abu Dia. Il contadino Ahmed Ashur si è detto molto soddisfatto di questa decisione di Israele. Spera di avere maggiori guadagni che serviranno allo sviluppo dell'azienda agricola e per le esigenze personali. "Tutta la mia famiglia è impegnata nella raccolta e nei preparativi per l'esportazione. Il denaro dovrebbe essere sufficiente per mantenerci fino alla prossima stagione", ha detto Ahmed in un'intervista con Sputnik. "Per la difficile situazione economica delle persone, nel mercato locale la gente non può comprare le fragole al prezzo di 3 dollari al chilo, pertanto vendere qui non è redditizio", ha detto Ahmed. Le esportazioni di fragole in Europa sono iniziate, ha riferito il capo del dipartimento delle vendite del ministero dell'Agricoltura di Gaza Tahseen Al-Sakka. Secondo le previsioni, i contadini palestinesi venderanno all'estero 300 tonnellate di fragole. Secondo lui, i terreni coltivati con le fragole ogni giorno diminuiscono per la crisi costante del settore e per le attività di dragaggio di Israele. "Nel 2007 2.500 acri di terra erano coltivati con le fragole, ora solo 600. Il raccolto dovrebbe raggiungere 1.500 tonnellate", ha detto Tahseen Al-Sakka. Il settore agricolo occupa l'11% della popolazione con 44mila occupati. Il tasso di disoccupazione raggiunge il 40% nell'enclave palestinese.

(Sputnik, 24 dicembre 2016)


Molti droni, pochi scarponi, nessuna idea

L'eredità di Obama: il suo mandato è scaduto, ma la legge della politica internazionale resta quella della giungla.

di Piero Di Nepi

 
Alla fine dell'anno fiscale 2016 gli Stati Uniti d'America avranno speso per le proprie forze armate 596 miliardi di dollari, 215 la Repubblica Popolare Cinese e 66,4 la Russia di Putin. Per essere sul ponte di comando di un'Amministrazione che il mondo ritiene "pacifica" se non proprio pacifista, bisogna dire che Barack Obama ha limato il budget (i miliardi erano 597,4 nel 2015) ma sicuramente lascia a Donale! Trump un apparato che consentirebbe a qualsiasi sceriffo di stendere in pochi minuti tutti i cattivi dell'OK Corral, cioè della politica internazionale. Che sarà anche in futuro regolata dalla legge della giungla: Obama ha cercato di trasformare l'immagine del Pentagono e del Dipartimento di Stato, certo non le strutture e la missione. Hanno autorizzato infatti in 8 anni vendite di armi americane per 278 miliardi. I sauditi ne hanno da soli acquistate per 110 miliardi, soprattutto dopo gli accordi di Vienna con i quali Obama e Kerry inseriscono l'Iran nel grande circuito del business internazionale. Si slega l'Iran e si provoca la reazione dell'Arabia Saudita, che a Washington spende tutto il possibile in equipaggiamenti militari. Machiavelli non avrebbe saputo fare meglio. Obama dunque ha tentato di ottenere i risultati tradizionali dell'egemonia USA, utilizzando mezzi parzialmente diversi. Molti droni, pochi jet, sul terreno solo gli scarponi dei contractors e degli addestratori. La parola magica per i generali e per Obama adesso è "unmanned", senza equipaggio. I caduti li conta solo il nemico, compresi i danni collaterali - i civili uccisi - che aumentano perché un drone spara quando lo prevede il programma automatizzato e la sala di controllo dall'altra parte del mondo. Insomma, quando "arrivano i nostri" poi li aggiusta il meccanico. Sono già operativi mezzi corazzati unmanned, in cantiere anche motovedette e sottomarini.
  Il mondo però è sempre più complicato del previsto, e la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla soltanto nelle mani dei politici. L'ultima Amministrazione intendeva far uscire gli USA dal ruolo di gendarmi del mondo che si erano guadagnati, nel bene e nel male. Un ruolo riconosciuto da amici e nemici. Un fondamentale vantaggio sia tattico che strategico. E come gendarme del mondo negli ultimi 30 anni il Pentagono ha vinto la guerra fredda, liquidato l'Unione Sovietica, imposto la tregua lunga nei Balcani, inflitto colpi duri all'estremismo islamista.
  Poi è arrivato Obama. La prima grande illusione l'abbiamo vista tutti. Le primavere arabe avrebbero dovuto favorire la stabilizzazione definitiva del Nordafrica e del Medio Oriente, dopo i fallimenti in Afghanistan e Irak L'Egitto è sopravvissuto per miracolo alle cure della Casa Bianca. Il prezzo è salato: povertà, disoccupazione, terrorismo, polizie segrete, e lo stanno pagando 92 milioni di cittadini. Poi il turno della Libia: la spartizione nelle tre entità storiche di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan viene ritenuta probabile, con qualche candidatura a prossima capitale del Nuovo Califfato. Sull'altro lato del Mediterraneo i ribelli siriani avevano sperato nel sostegno americano, anche sul campo, che non è arrivato. In politica il vuoto non esiste. E così i russi hanno deciso di difendere il proprio feudo di Latakia (già Laodicea), munitissima base navale, e il protettorato su Damasco. Profughi in fuga 5 milioni, profughi interni non meno di 10 milioni, morti forse 500.000. Strettamente legato ai precedenti è il dossier Iran, e dunque l'avanzata di Hezbollah in Siria, Libano, Irak. L'esito politicamente più disastroso va registrato in Europa Altro che insediamenti e presunta lobby ebraica: Obama si è autoconsegnato in ostaggio alle vere lobbies che contano a Washington, ovvero ucraini, polacchi, baltici. Esito inevitabile le tensioni nell'estremo nord del fronte NATO e la guerra strisciante del Donbass.
  Incapace di contenere i cinesi in estremo oriente, l'Amministrazione ha però fatto di tutto per irritarli. I dossier del Pacifico sono tutti aperti e incandescenti: isole Spratly e Paracelso, riarmo del Giappone, situazione a rischio sui confini interni coreani. Che qualcosa non funzionasse nel cerchio magico dell'Amministrazione Obama appariva chiaro per molti già nell'ottobre 2010, a metà del primo mandato, quando Rahm Emanuel si dimise dall'incarico di Chief of Staff della Casa Bianca, qualcosa di simile al nostro Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Aveva precipitosamente abbandonato, 12 anni prima, il posto di Senior Advìsor di Bill Clinton alla fine del 1998, nel pieno dell'affaire Monica Lewinsky Rahm Emanuel non è un personaggio qualsiasi. Oggi è sindaco di Chicago, terza città degli Stati Uniti, che da sola produce un PIL superiore a 630 miliardi di dollari. Certo era ed è legato al mondo ebraico, la sua famiglia ha radici solide e antiche a Gerusalemme. La vicinanza a Obama però arrivava da tutt'altra parte: la parte più "jewish USA" che si possa immaginare, e cioè l'impegno per i diritti civili degli afroamericani. Nell'Amministrazione sicuramente suonò forte il campanello d'allarme. Tuttavia Obama non pare proprio uomo da ripensamenti, neppure quelli che ti salvano immagine e carriera.
  Infierire sugli sconfitti è poco elegante, però nella vicenda delle presidenziali USA resta ben chiaro un dato di fatto. Non è Trump che ha vinto, ma sono i democratici quelli che hanno perduto Se poi si aggiunge la considerazione che Barack Obama e stato sì bersaglio del più classico razzismo made in USA, però al contrario, il quadro può risultare completo. Al contrario: nel senso che a Barack si è perdonato tutto, soltanto perché è stato il primo inquilino della Casa Bianca non del tutto caucasico-europeo, come si dice oltreoceano. Oggi, nonostante gli sproloqui sulla crisi dei valori autenticamente americani (ma quali?), gli europei si preoccupano soprattutto di quanto potrà costare The Donald alle casse sfiatate dei bilanci nazionali e soprattutto alla BCE del nostro Draghi. Errore: il vero problema dell'eredità Obama-Kerry è legato alla politica estera, trionfalmente avviata al Cairo il 4 giugno 2009 impartendo alle cosiddette primavere arabe una benedizione che non ha portato fortuna.

(Shalom, dicembre 2016)


Netanyahu: il voto Onu è una vergogna

La risoluzione dell'Onu che condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è una "vergogna" e lo Stato ebraico intende "interrompere i finanziamenti" alle istituzioni delle Nazioni Unite. Lo ha detto il premier israeliano Benyamin Netanyahu, citato dai media locali, nel primo intervento pubblico all'indomani del voto del Palazzo di Vetro.
"La risoluzione definisce la terra israeliana occupata, e questo è vergognoso", ha detto il premier. Il presidente americano Barack Obama "si è schierato contro Israele".
"Ho chiesto al ministero degli Esteri di avviare una rivalutazione entro un mese di tutti i nostri contatti con le Nazioni Unite, compresi i fondi israeliani alle istituzioni Onu e alla presenza di rappresentanti in Israele", ha detto il premier.
Netanyahu ha poi annunciato di aver già disposto il congelamento di circa 30 milioni di shekel destinati a "cinque strutture Onu particolarmente ostili nei confronti di Israele".

(swissinfo.ch, 24 dicembre 2016)


Ultima vigliaccata di Obama: voto anti Israele all'ONU

di Mirko Molteni

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha, a sorpresa, ripescato ieri sera la risoluzione di condanna degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, approvandola all'unanimità con astensione dell'ambasciatrice americana uscente, Samantha Power, che, su input di Obama, non ha esercitato il veto come invece chiesto dal nuovo presidente Trump. È così entrata in vigore la «risoluzione n. 2334» che recita: «Israele cessi completamente e immediatamente ogni attività di insediamento nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est».
La bozza era stata presentata già giovedì dall'Egitto, il quale però l'aveva ritirata su richiesta americana. Poi ieri i rappresentanti palestinesi hanno criticato duramente l'Egitto e il nuovo voto è stato indetto su esplicita richiesta di quattro stati fra i membri non permanenti del consiglio: Malesia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela. La risoluzione è stata approvata con 14 voti, fra cui Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, e la sola astensione americana. A nulla è valso lo stretto contatto fra Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu. La Power ha sostenuto che «la risoluzione prende atto di una situazione reale che impedisce una pace basata su due Stati». Ma è anche una spina che l'amministrazione Obama lascia in eredità al suo successore rendendo più ardui i rapporti USA-Israele.

(Libero, 24 dicembre 2016)


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Obama tradisce Israele: Usa astenuti all'Onu sulle colonie
ebraiche

È la prima volta che gli Stati Uniti non usano il veto su una risoluzione contro l'alleato. Il presidente uscente ha sempre manifestato antipatia per Netanyahu.

di Fiamma Nirenstein

Con una scelta che si incide nella storia degli Stati Uniti come l'ennesimo colpevole fraintendimento dell'amministazione Obama nei confronti del Medio Oriente, una incapacità che ha portato a stragi immense e a disastri indicibili in Siria ma anche in tante altre zone, il presidente uscente ha deciso di rovesciare la politica tradizionale degli Stati Uniti: tale politica ha sempre difeso Israele col veto nel Consiglio di Sicurezza dalle maggioranze automatiche piene di odio che hanno caratterizzato l'atteggiamento dell' Onu verso Israele.
   Stavolta con un colpo di coda impensabile
   Perché impensabile? era quanto meno prevedibile 
Obama ha lasciato per la sua legacy in primo piano l'astensione su una risoluzione votata da 14 membri che stabilisce che occorre «distinguere fra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati nel 1967», condanna gli insediamenti che vengono definiti illegali e «un grande pericolo per la possibilità della soluzione dei due Stati» e aggiunge una serie di altre osservazioni fuori di ogni realtà e senso storico. I territori non sono «illegali» ma «disputati» secondo le risoluzioni del 1967, la legge internazionale non è stata violata perché non ci sono mai state deportazioni della popolazione originaria, i territori non sono mai stati «palestinesi» ma giordani e conquistati con una guerra di difesa, e soprattutto la vera difficoltà nel raggiungere un accordo con i palestinesi per due Stati è il rifiuto ad accettare l'esistenza dello Stato d'Israele che ha portato a dire no a soluzioni generose come quelle di Barak e di Olmert. Una risoluzione come quella votata ieri non tiene in nessun conto che ci sono insediamenti indispensabili alla sicurezza mentre altri sono trattabili, consente discriminazioni legate alla Linea Verde, incrementa il BDS, forse anche le sanzioni, promuove odio e incitamento antiebraico, conferisce una vittoria pazzesca per i palestinesi nonostante il rifiuto e il terrorismo, ed è una festa per l'estremismo islamico che odia l'Occidente.
   Gli egiziani avevano rinunciato giovedì alla loro mozione su richiesta, pare, del nuovo presidente Trump; ma il vecchio presidente ha fatto sì, si dice, che la sua gente lavorasse sott'acqua perché la mozione fosse subito ripresentata da Malesia, Venezuela, Nuova Zelanda e Senegal.
   Obama sin dall'inizio del suo primo mandato ha dimostrato verso Israele un'antipatia alimentata dall'opposizione all'accordo nucleare con l'Iran del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, applaudita dal suo stesso Congresso. Che gli importa se l'Iran è diventato il migliore amico di Putin e combatte sanguinosamente in Siria? Obama ha mancato di ogni consistenza nel mondo mediorientale, col suo apprezzamento per la Fratellanza Musulmana e la sua convinzione che il suo personale charme avrebbe creato un rapporto pacifico col mondo islamico.
   E così la sua colpevole sottovalutazione del terrore e la sua repulsione verso l'unico vero difensore della democrazia in medio Oriente, Israele, si combina fino all'apoteosi del suo gesto definitivo con la politica di quell'Onu che nel 75 stabilì col voto che «sionismo è uguale a razzismo» e che ha dedicato al piccolissimo Paese due terzi delle sue condanne ignorando centinaia di migliaia di morti, di profughi, di violazioni. Forse Obama sta disegnando il suo prossimo ruolo di presidente dell'Onu, gli si addicerebbe. Stasera in Israele si festeggia Hanuccà, in parallelo col Natale: che gli uomini di volontà seguitino a esserlo, nonostante Obama e la sua ipocrisia.

(il Giornale, 24 dicembre 2016)

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Come volevasi dimostrare

Si potrebbero dire molte cose su quest’ultima risoluzione dell’Onu, ma preferiamo prendere posizione elencando schematicamente pochi punti. Gli argomenti a sostegno ci sono, ma poiché spesso la lunghezza della trattazione indebolisce o a fa perdere di vista l'importanza della tesi, preferiamo elencare pochi punti in forma apodittica.
  1. Obama è sempre stato fin dall'inizio un nemico deciso e determinato di Israele. Il fatto che molti non se ne siano accorti, tra cui molti ebrei, soprattutto americani ma non solo, ha facilitato la sua azione.
  2. Gli Usa sono da tempo sulla via del declino. Il loro allontanamento dal mondo ebraico, plasticamente espresso dal presidente Obama e da chi gli sta intorno, lo conferma in modo chiaro e lo rende irreversibile.
  3. Le Nazioni Unite sono l'ultimo tentativo di riedificare la Torre di Babele. Non è dunque affatto casuale che si trovino in rotta di collisione con Israele, espressione attuale della nazione annunciata da Dio ad Abramo come risposta alla superbia umana.
  4. Oggi i più perniciosi nemici di Israele non sono quelli che brandiscono la minaccia delle armi, ma quelli che agiscono in nome della pace e della giustizia, ed hanno nella menzogna e nell'ipocrisia la loro arma più micidiale ed efficace.
  5. L'antisemitismo di oggi si camuffa sotto il nome di antisionismo e l'antisionismo si camuffa sotto il nome di "politica dei due stati". Conseguenza: la difesa della politica dei due stati è la forma più raffinata di antisemitismo (o di insipienza se è fatta "in buona fede"). Si finge di non aver capito (peggio ancora quando proprio non si è capito) che questo risultato non si raggiungerà mai, ma quello che invece si ottiene è di impedire il radicamento stabile e pacifico dello Stato ebraico tenendolo continuamente sotto pressione e isolandolo sempre di più dal resto del mondo.
Riproponiamo allora in forma aforistica una formulazione presentata più volte nel passato e di cui ogni volta abbiamo riscontrato una nuova conferma.
    «Con gli accordi di pace i nemici di Israele, non riuscendo ad abbatterlo subito con la violenza, sono riusciti a metterlo su un piano inclinato. Con piccoli, graduali scossoni provano ripetutamente, con pazienza e tenacia, a farlo scivolare dolcemente sempre più in basso, aspettando soltanto il momento in cui sarà arrivato abbastanza in basso da non esserci più bisogno del piano inclinato: una mazzata e via.»
La recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, appoggiata anche dagli Stati Uniti, è l'ultimo scossone subito da Israele sul piano inclinato in cui è stato posto. Sono molti quelli che aspettano la mazzata finale, ma sono destinati a rimanere delusi. Anzi, a subirne le tremende conseguenze. M.C.


Promemoria: Da chi sono stati occupati i «territori occupati»?

(Notizie su Israele, 24 dicembre 2016)



L’America di Obama è per Israele quello che una volta era l'Egitto ai tempi di Isaia:
"un sostegno di canna rotta che penetra nella mano di chi vi si appoggia e gliela fora" (Isaia 36:6).

 


Parigi processa lo storico Bensoussan per "islamofobia''

''Così si completa il terrorismo che uccide"

di Giulio Meotti

 
Georges Bensoussan
ROMA - Parigi li ha processati quasi tutti, gli anticonformisti della critica all'islam: Oriana Fallaci, Michel Houellebecq, Charlie Hebdo, Ivan Rioufol, Éric Zemmour e adesso un grande storico del mondo arabo. Si tratta di Georges Bensoussan, 64 anni, che ai primi di gennaio comparirà in tribunale a Parigi per rispondere dell'accusa infamante di "incitamento all'odio razziale". Due settimane fa, abbiamo reso noto il processo che a Parigi si è aperto a carico del saggista Bruclrner, "reo" di aver attaccato "i collaborazionisti degli assassini di Charlie Hebdo". Il Collettivo contro l'islamofobia, organizzazione protagonista di tante di queste cause, adesso ha portato in giudizio Bensoussan per alcune sue frasi durante una trasmissione radiofonica.
  "Noto studioso ebreo processato in Francia per presunti commenti anti islamici", commenta Haaretz nel dare notizia del processo. "Il viscerale antisemitismo dimostrato dall'indagine Fondapol di Dominique Reynié non può rimanere sotto silenzio", aveva detto Bensoussan. "Non vi sarà alcuna integrazione finché non ci saremo liberati di questo ancestrale antisemitismo che viene tenuto segreto". E ancora: "Come ha detto un sociologo algerino, Smain Laacher, 'nelle famiglie arabe in Francia l'antisemitismo viene trasmesso con il latte materno".

 "E' una strategia dell'intimidazione"
  Bensoussan è il direttore editoriale del Mémorial de la Shoah e della Revue d'histoire de la Shoah e fra i massimi studiosi di antisemitismo di Francia (i suoi libri sono pubblicati in Italia da Einaudi). "Il Mémorial de la Shoah è un patrimonio comune che nasce dall'orrore dello sterminio degli ebrei", ha detto il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia fra i popoli, che ha già fatto processare Oriana Fallaci. "E' scandaloso e atroce che Bensoussan, responsabile editoriale del Mémorial, abbia usato parole razziste in un servizio pubblico". Il quotidiano Libération ha invocato anche misure pratiche per punire lo storico: "Finanziato dallo stato e partner della Pubblica istruzione, il Mémorial deve prendere pubblicamente le distanze dalle dichiarazioni del suo direttore editoriale". Mediapart ha chiesto che Bensoussan venga interdetto dal Consiglio superiore per gli audiovisivi. Bensoussan intende rispondere alle accuse con un libro, in uscita il prossimo 18 gennaio, e che dovrebbe intitolarsi, emblematicamente, "Les silences de la Républìque", che fa il verso alla "repubblica del silenzio" di Jean-Paul Sartre.
  Sono partiti intanto gli appelli a favore di Bensoussan. "Il silenzio è l'obiettivo di questa nuova polizia del pensiero", recita quello firmato da Elisabeth Badinter, BernardHenri Lévy e dal Gran rabbino di Francia Haim Korsia. Poi c'è l'appello di Jacques Tarnero (regista) e Yves Ternon (storico): "Il processo Bensoussan fa parte di una strategia di intimidazione dell'espressione critica che usa le armi della democrazia. Questo terrorismo culturale completa il terrorismo che uccide".

(Il Foglio, 24 dicembre 2016)


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